Anno LII - semestrale - n. 2 - dicembre 2008
Sped. A. P. - art. 2 comma 20/c Legge 662/96 - Fil. Bergamo
Notiziario per gli Ex allievi
del Collegio Vescovile
Sant’Alessandro in Bergamo
e per le loro famiglie
Direttore Responsabile: mons. Achille Sana; autorizzazione n. 8 del 17-5-1948 del Tribunale di Bergamo. Con l’approvazione dell’Autorità Ecclesiastica
Il Vescovo sulle scuole paritarie
L’annuario 2008 dedicato a quattro prof. storici
«Lo stato risparmia»
Un grazie a tutti i docenti
Il vescovo Amadei alla Festa dell’Annuario
del Collegio Sant’Alessandro «Se chiudono i
nostri istituti, costi molto più alti a carico
della collettività» «Vorrei che lo Stato ci
dicesse grazie perché paghiamo le tasse e lo
facciamo risparmiare. Se chiudessimo le
scuole di ispirazione cristiana, lo Stato
dovrebbe provvedere da solo ad aprire nuovi
istituti con un costo molto maggiore. Lo
Stato ci dà meno della metà di quanto
risparmia. Vorrei anche che lo spiegassero a
tutti coloro che manifestano in difesa della
scuola pubblica, perché la presenza delle
scuole paritarie permette allo Stato di
dedicare più fondi alla scuola statale, non il
contrario. Spero che spieghino ai ragazzi
come si fanno i conti».
È il vescovo Roberto Amadei a parlare con
vigore in difesa della scuola cattolica e a
proposito dei tagli alle paritarie introdotti dal
governo («facciamo risparmiare lo Stato e ci
toglie anche qualcosa»), nel suo intervento
alla Festa dell’Annuario del Collegio
vescovile Sant’Alessandro. Aprendo
l’incontro, il rettore del Collegio, monsignor
Achille Sana, aveva ringraziato il vescovo per
avere «seguito da vicino in tutti questi anni la
scuola cattolica, dando coraggio agli istituti
piccoli, come le materne parrocchiali, o
deboli, perché lontani da centri popolosi». Il
rettore aveva concluso augurandosi di poter
contare sulla vicinanza di monsignor
Amadei anche in futuro. La risposta non si è
fatta attendere. Il vescovo infatti ha
proseguito affermando che «i ragazzi sono
una risorsa, non un problema e la scuola
cristiana è importante perché ha a cuore il
loro futuro. Una scuola non è cristiana
perché ogni tanto propone dei gesti
Eccellenza Reverendissima, Gentili Autorità,
Egregi ex Docenti, Docenti, personale non
docente cari ex allievi e carissimi allievi e
genitori presenti. A Voi il saluto e il benvenuto
alla festa della nostra scuola. Da ventun anni è
la “Festa dell’Annuario” a causa della
presentazione del libro che raccoglie
l’esperienza della vita scolastica dell’anno
precedente. Il saluto esprime la soddisfazione
di vedere riunita la comunità scolastica che si
riconosce con il nome e con la qualità di essere
scuola cattolica, scuola a tutta prova e di alta
ispirazione umana. L’interna compiacenza del
Rettore si spiega per successive segnalazioni
che raccolgo dal libro distribuito.
La dedica dell’Annuario è alle figure dei
docenti Costantino Locatelli, Biagio Lussi,
mons. Vittorio Maconi, Pietro Raffaelli. Figure
insigni per la scienza e per l’ autorità educativa
nella nostra scuola. Ma è anche l’occasione per
attribuire a tutti i docenti attualmente in
attività la stima e la gratitudine per l’azione
tecnica ed educativa.
In questa festa dell’Annuario diventa
protagonista la figura dei docenti. La scuola
è grande nella sua opera se è valido il corpo
docente. Oggi agli insegnanti del Collegio
rivolgo un complimento e un augurio per le
qualità professionali e morali che
dispongono a favore degli alunni. Mi rivolgo
a Sua Eccellenza e alla autorità con
sentimento di reverente ossequio e di
rispetto.
Un particolare pensiero di riconoscenza e di
affetto riservo a sua eccellenza Mons.
Roberto Amadei che ha seguito con cura
tutti gli eventi della scuola cattolica della
Diocesi di Bergamo e ha dato sostegno e
Susanna Pesenti
continua in terza
Achille Sana
continua in seconda
La sveglia
dicembre 2008
L’annuario 2008 dedicato a quattro prof. storici
Un grazie a tutti i docenti
continua dalla prima
coraggio alle istituzioni
scolastiche umili come quelle
materne parrocchiali o deboli
come quelle lontane dai centri
popolosi. La mia personale
riconoscenza al vescovo è
motivata dalla comprensione
che ha espresso più volte al
Rettore del Collegio con parole
di stima e di sollecitudine.
Colgo la circostanza di questa
festa per chiedere che sia
ancora un amico del Collegio
nel tempo futuro.
Nell’anno 2007/2008 il Liceo
Scientifico a indirizzo musicale ha compiuto cinque anni
e il primo gruppo di alunni ha
concluso il percorso iniziato
nell’anno
scolastico
2003/2004. Il percorso è stato
portato al termine da tutti gli
alunni che l’hanno iniziato
con profitto positivo.
Anche la scuola Secondaria di
primo grado ha concluso il
primo ciclo dell’indirizzo musicale iniziato nell’anno
scolastico 2005/2006. Due
sono stati gli alunni che
hanno sostenuto l’esame di
licenza media con la prova
dello strumento musicale
(chitarra).
L’Accademia di Santa Cecilia
che ha sede nel Collegio S.
Alessandro ha favorito la
nascita e lo sviluppo
dell’indirizzo musicale nella
scuola.
Fra gli altri interessi interni
alla scuola c’è il problema
finanziario delle rette
scolastiche sempre aperto e
che diventa preoccupante
nella attuale difficoltà
economica mondiale.
Le famiglie degli alunni sono
sempre più in ristrettezza.
Dall’altro lato i contributi che
provengono dallo Stato sono
limitati, mentre permangono
gli aiuti che nascono dalle
iniziative della Regione e dalla
Provincia di Bergamo.
Con questo cenno intendo
partecipare alle afflizioni diffuse fra la gente, ma anche ad
affermare che la scuola ha il
primo posto fra le agenzie educative e non può essere
trascurata dal legislatore.
Sottopongo
infine
all’attenzione comune due
argomenti di riflessione. In
primo luogo il problema degli
alunni come problema
educativo da una parte; lo
sviluppo dell’età porta agli
alunni la maturazione delle
qualità proprie della natura
come la mente, il cuore, la
relazione sociale; nella
famiglia l’azione dei genitori
che promuove le migliori
occasioni per far crescere i figli
in modo positivo; nella scuola
gli alunni trovano le migliori
tecniche
didattiche
pedagogiche per accrescere le
conoscenze e le capacità
personali.
Dall’altra parte considero il
ruolo della famiglia oggi come
il più fragile. È troppo esposto
all’improvvisazione della
pratica educativa, alla
passionalità delle relazioni educative, alla presunzione
dell’abilità educativa.
La fragilità dell’impianto ideale
educativo nella famiglia produce inerzia mentale
nell’alunno, disorganizzazione
nella ricerca e nella scelta del
percorso
personale,
dipendenza nel riferimento a
modelli modi vita. Educare gli
pag. 2
alunni è diventata un’impresa
soggettiva e volubile. È
necessario ridare forza alle
azioni didattico-educative
ritornando al metodo di Dio
che provvede a ogni sua
creatura facendola maturare.
In nome di questa convinzione
il docente sa di essere maestro
promotore e catalizzatore di
interiori illuminazioni divine.
Il problema dell’educazione
come problema sociale:
seguendo l’itinerario della
istruzione e dell’educazione
dettata dal Ministro della
Pubblica Istruzione si
incontra un’interpretazione
moltiplicata e contraddittoria
circa l’itinerario, il metodo, il
risultato.
Non si trova una comune
idea, non appare un progetto
sociale una filosofia comune
circa il modo di educare e la
meta educativa. Ci sono
grandi aspirazioni, ma confuse maniere di indirizzare gli
alunni alla vita onesta e
produttiva. Le manifestazioni
degli ultimi tempi dichiarano
la
debole
ipotesi
didattico-educativa presente
nel pensiero della società.
Sono due argomenti più
dichiarati che sviluppati.
Al termine di questo saluto
richiamo alla comunità
scolastica l’obbligo di
riconoscenza a Mons. Paolo
Rossi per l’opera compiuta a
favore della Scuola quale
amministratore e procuratore
dell’Opera S. Alessandro e, in
particolare quale presidente
del Comitato di gestione del
nostro Collegio.
Il nuovo ufficio a lui affidato
dal Vescovo porti a Lui le
migliori soddisfazioni dello
spirito. In vista del Natale
rivolgo alle autorità e alla
comunità del Collegio gli
auguri
di
interiore
consolazione.
Don Achille Sana
La sveglia
continua dalla prima
religiosi,ma perché è
attenta a sviluppare le
potenzialità umane e
culturali di ogni ragazzo,
lasciando alle famiglie la prima
parola in campo educativo,
perché i figli non vanno
parcheggiati, neppure nella
migliore scuola». Il senso
dell’educazione è «aiutare i
giovani a prendere in mano la
propria vita e a gestirla in
maniera adeguata in base a
valori che per la scuola di
ispirazione cristiana sono quelli
del Vangelo. Ma – ha
sottolineato il vescovo – i valori
del Vangelo sono gli stessi di
chi usa la ragione: la libertà,
l’accoglienza, la responsabilità
in funzione del servizio
all’uomo.
Valori
che
incamminano sulla strada
della verità oggettiva, che
esiste. Oggi, insieme al cardinal
Martini, si può dire che la
differenza non è fra chi crede e
chi non crede, ma fra chi continua
a
interrogarsi
sinceramente e chi ha invece
chiuso
le
porte
dell’intelligenza». Spiegando
che il cristianesimo è prima di
tutto «l’incontro con la persona
di Cristo» il vescovo ha
constatato
anche
con
preoccupazione «l’ignoranza su
Gesù Cristo fra i ragazzi»
un’ignoranza che deve far
riflettere soprattutto gli adulti.
Le sue parole sono state accolte
dall’applauso degli studenti e
dei genitori e monsignor
Amadei, un po’ commosso, ha
concluso l’intervento con una
battuta
simpatica.
Accennando allo stendardo del
collegio appeso alle sue spalle,
un
prezioso
ricamo
accuratamente restaurato
dalle monache del monastero
di San Benedetto, ha
ringraziato il rettore che è «da
31 anni, con perizia, al timone
del Collegio» concludendo che
«tra un po’ metteremo nello
dicembre 2008
Il Vescovo sulle scuole paritarie
«Lo stato risparmia»
stendardo anche lui!». Monsignor Sana nel suo intervento,
oltre a ringraziare i presenti e
dar conto dell’attività del
Collegio, ha, conciso e acuto,
centrato il cuore del problema
attuale della scuola: da un lato
famiglie fragili che tirano su i
figli a colpi di emozioni, adulti
che generano nei ragazzi
inerzia, disorganizzazione e
dipendenza; dall’altro un
quadro
ministeriale
contraddittorio dove si stenta a
individuare un progetto
comune di scuola per il Paese.
L’Annuario, giunto alla XXI
edizione e dedicato quest’anno
ai professori Costantino
Locatelli, Biagio Lussi, Vittorio
Maconi, Pietro Raffaelli, è ogni
dicembre l’occasione per
riunire allievi, genitori,
insegnanti, personale, ex
allievi. Presenti anche
l’assessore Silvana Nespoli,
Piero Danesi per l’Ufficio
scolastico e la presidente del
Consiglio d’Istituto Sara
Cesarini. Quest’anno i
contenuti del volume sono stati
presentati da tre studenti:
Michele Da Re, Federica
Barbella, Marco Pelucchi e dal
professor Giacomo Paris, che
ha usato un’immagine di Italo
Calvino per descrivere il lavoro
educativo: lo spalare un
sentiero dopo una nevicata, in
campi bianchi come un foglio,
per lasciare una traccia e
insieme dare la libertà di
camminare.
La festa, aperta da un concerto
degli allievi del liceo scientifico e
della scuola media a indirizzo
musicale, si è conclusa con la
consegna ai meritevoli delle
borse di studio.
Susanna Pesenti
Giacomo Paris presenta l’Annuario
“Quel mattino lo svegliò il silenzio. Marcovaldo si tirò su dal letto col
senso di qualcosa di strano nell’aria. Non capiva che ora era, la luce
tra le stecche delle persiane era diversa da quella di tutte le ore del
giorno e della notte. Aperse la finestra : la città non c’era più, era
stata sostituita da un foglio bianco. Aguzzando lo sguardo, distinse,
in mezzo al bianco, alcune linee quasi cancellate, che
corrispondevano a quelle della vista abituale: le finestre e i tetti e i
lampioni lì intorno ma perdute sotto tutta la neve che c’era calata
sopra nella notte. (...). Andò al lavoro a piedi. (...). Per strada,
aprendosi lui stesso la sua pista, si sentì libero come non s’era mai
sentito”. Anche noi, come in una città smarrita nella neve, ci
prendiamo la libertà di tracciare un solco, di aprire una strada.
Anche noi, come Marcovaldo, pieni di stupore e di meraviglia
scaviamo un sentiero con i nostri stessi piedi. Affinché ciò che è
stato non rimanga puro ricordo o vaga traccia... Ma si trasformi in
memoria pungente sul foglio bianco della nostra vita... Queste,
certo, sono solo alcune fra le infinite possibili tracce, e forse quelle
più vere sono quelle che sono rimaste nascoste, non dette, non
scritte, non scolpite, non scavate... E allora queste parole, quelle
dell’Annuario, quelle dette e stampate con l’inchiostro, vogliono
diventare le parole di tutti, soprattutto di coloro che in silenzio, ogni
giorno, spalano la neve... affinché altri possano camminare
gustando il tenero sapore della libertà...
Giacomo Paris
pag. 3
La sveglia
dicembre 2008
Un reportage dal cuore della protesta universitaria
nnanzitutto credo sia d’obbligo
manifestare il proprio scontento.
mediocre e che ha modesti
IRoberto
presentarmi: mi chiamo
Posso affermare che, dopo le
risultati nella ricerca richiede
e sono un ex-allievo che
ha scelto di studiare Filosofia
presso la “Statale” di Milano. Il
mio ateneo negli ultimi mesi è
stato molto attivo sul fronte della
protesta contro la legge
finanziaria approvata il 6 agosto
che stabilisce il taglio di 1441,5
milioni di € al fondo di
finanziamento ordinario dell’
Università per il quinquennio
2009/13, il blocco del turn-over
al di sotto del 20% per il triennio
2009/11 – una nuova
assunzione nel personale
universitario ogni 5 posti liberati
– e infine la possibilità per gli
Atenei di trasformarsi in
fondazioni private con una
votazione a maggioranza del
50%+ 1 del Senato Accademico.
In particolare, nella mia
università,
occupazioni,
assemblee, grandi eventi e
manifestazioni hanno creato un
clima da “maggio francese”. Ora
che però il decreto è stato
approvato e convertito in legge,
ora che l’agenda politica e
l’attenzione mediatica sembrano
aver voltato pagina e i
partecipanti ai cortei iniziano
lentamente
a
scemare,
guardando a tutto quello che è
successo nei mesi scorsi sembra
di trovarsi di fronte a un mito,
più che alla nuda cronaca di
eventi reali.
La domanda più impellente non
è tanto “chi ha ragione?”, ma
“cosa c’è di vero?” nei fatti e nelle
posizioni assunte dalle parti
coinvolte nella vicenda.
Il primo mito è stato creato da
Opposizione
e
Sinistra
Universitaria e riguarda
l’adesione in massa di cui
godrebbe
il
movimento
studentesco: in realtà il
fenomeno è stato molto
marginale. Le prime assemblee
in Aula Magna hanno visto sì un
gran numero di partecipanti, ma
molti di noi si trovavano lì più per
capire cosa stesse succedendo
nel mondo della Scuola che per
prime riunioni ideologicamente
molto attive ma scarsamente informative, meno della metà degli
studenti ha ricoperto un ruolo
attivo nella protesta e quasi nullo
è stato l’apporto dei docenti.
Dei falsi miti, tuttavia, sono stati
agitati anche da movimenti come
Obiettivo Studenti e Azione
Universitaria, rappresentanti del
centro-destra studentesco.
Anche in televisione questi si
sono erti a difesa del diritto allo
studio. Porto innanzitutto la mia
esperienza personale: in 2 mesi
di protesta non ho potuto seguire
solo una lezione e di tutte le
facoltà ospitate dalla Statale solo
quella di Scienze Politiche è stata
occupata per pochi giorni. Lo
spauracchio del blocco della
didattica è stato evocato senza
motivo.
Ritengo inoltre un atteggiamento
quanto mai miope quello che
vede nella doppia legge
promulgata dal Governo un
p r o v v e d i m e n t o
agostinianamente “bello, buono
e giusto”. Quello preso dal
Governo è un provvedimento
smithiano: togliamo soldi dal
finanziamento pubblico in modo
che il mercato degli atenei si
regoli da sé per la propria
sopravvivenza, annullando gli
esuberi di personale e le facoltà
inutili.
Questo da un lato è un pensiero
corretto: posso testimoniare
anch’io la presenza di sprechi
ingiustificati all’interno della mia
facoltà. Tuttavia soprattutto
nella proliferazione delle facoltà e
degli atenei minori un ruolo
fondamentale è stato esercitato
dalla politica locale: favorendo
l’attivazione di interi atenei o di
nuove facoltà nei piccoli centri a
scopo elettorale, si è finiti per
aumentare le bocche senza
aumentare le dimensioni della
torta. In questo Bergamo è un
esempio: un ateneo mediocre
che fornisce una preparazione
pag. 4
ogni anno sempre più
finanziamenti, causa l’aumento
del numero di studenti e delle
facoltà.
Ora occorre al più presto una
vera Riforma. I tagli al momento
colpiscono tutti gli atenei
indiscriminatamente: dal
Governo è stata seguita la logica
del “se la sbrighino fra di loro”,
senza promuovere dei criteri per
instaurare
una
vera
meritocrazia, per ora solo
sventolata. Al momento chi
meriterebbe di più avrà
comunque meno di quello che
riceveva
prima.
Non
dimentichiamo poi che il
Ministro Gelmini, appena
insediato, ha abolito le
commissioni poste a valutare le
università.
È giusto che gli atenei minori
vengano chiusi, ma il Governo
dovrebbe di conseguenza fare di
più per favorire gli studenti fuori
sede, che scelgono l’ateneo
minore perché spostarsi in
un’altra città risulta troppo
oneroso: la creazione di campus
universitari, la promozione di
sostanziose borse di studio e il
miglioramento dei trasporti
rimangono per ora un miraggio
americano.Mi sembra di
intravedere una speranza nei
provvedimenti del Governo: la
speranza che molti atenei
diventino enti privati, così che
non debbano più pesare in futuro sul bilancio dello Stato. Ma
tale speranza è quanto mai
desolante: è vero che siamo in
tempi di crisi economica, ma non
possiamo giustificare il ritorno a
un’istruzione di serie A,
accessibile su base economica
(altro che meritocratica!) a pochi
e a un’istruzione pubblica di
serie B lasciata andare sempre
più alla deriva. Ancora una volta
gli USA insegnano, ma
negativamente.
Roberto Vedovati
La sveglia
N
ell’estate australe del
1912 il capitano R. F.
Scott, mitico esploratore
neozelandese, raggiunge,
poche settimane dopo il
“rivale” R. Amundsen
norvegese, il Polo Sud
geografico: la delusione è
tremenda.
L’impegno
organizzativo, per i tempi, è
grande, lo sforzo fisico,
immane: a causa di alcune
scelte sbagliate e della
sfortuna, tutti gli esploratori
della spedizione di Scott
muoiono. L’epopea di queste
eroiche
gesta
sono
immortalate in pagine dense
di tensione e di una disperata
e drammatica umanità. “… la
fine non può essere lontana.
E’ un peccato che non possa
scrivere di più … Per amor di
Dio assistete le nostre
famiglie...” (da Scott’s Last Expedition, Dodd, Mead and
company).
Visitando la “Discovery Hut” la casa rifugio in legno
costruita per la sua spedizione
al polo Sud - nel mar di Ross a
78° di latitudine sud, questi
pensieri affiorano: eppure io
sono comodo, al caldo nella
mia super-tuta in goretex,
dopo un “lauto” pranzo caldo e
invitante, vicino alla base
americana di Mac Murdo
sull’isola di Ross. Eppure il
posto semplice e spoglio è
estremamente suggestivo e
vedere alcuni pezzi del loro
abbigliamento e i resti dei cibi
da loro utilizzate in queste
imprese al limiti delle
possibilità umane, aumenta a
dismisura l’ammirazione per
questi eroi delle esplorazioni
delle ultime “isole” inesplorate
del nostro pianeta. Come
consueto Cook, Amundsen,
Scott, Shackleton e gli altri
esploratori dei tempi,
arrivavano
su
terre
inesplorate, piantavano la
bandiera del loro re o regina, e
“annettevano” quelle terre ai
possedimenti della corona del
dicembre 2008
FABIO BAIO UN EX
sulle tracce di Scott
loro paese in suolo Antartico.
Solo nel 1957 in occasione
dell’Anno
Geofisico
Internazionale i dodici stati
che avevano rivendicazioni
territoriali sul VI° continente,
a seguito delle esplorazioni,
decidono di comune accordo
di rinunciare alle loro
“proprietà”
in
favore
dell’umanità e del “Trattato
antartico” che da allora,
tramite il comitato SCAR (Sci-
entific Committee on Antarctic Research – Londra) che
regola le attività sul suolo del
Polo Sud. Dal 1981 anche
l’Italia ha aderito al trattato
antartico e dal 1985 circa una
legge dello stato ha dato
ufficialmente il via al
Programma Nazionale di
Ricerche in Antartide.
Dopo aver sognato, ai tempi
dei primi anni di università,
anni ‘74-’75, una spedizione
“fantasia”, dall’isola di Ross al
Polo Sud geografico, senza
cani… e con l’amico Gigi,…
rivelatasi
ovviamente
irrealizzabile,… arrivo ad
pag. 5
avvicinarmi al continente bianco i primi anni duemila
dopo
che,
alcune
collaborazioni con un
glaciologo dell’università mi
avvicinano alla possibilità di
raggiungere e “calpestare” il
suolo permanentemente gelato dell’Antartide.
Nel 2003 quindi eccomi al
corso di abilitazione, presso la
sede ENEA del Brasimone
sull’Appennino Bolognese, per
l’addestramento alla sicurezza
e alla logistica e poi al Colle del
Gigante,
sotto
punta
Helbronner a 3600 m sul M.
Bianco, per familiarizzare con
tende-fornelli-corde-ramponi,
ghiacci e crepacci. Finalmente
poi, il 20 ottobre del 2003, le
ruote del C130 della SAFAIR
su cui arrivo da Chirstchurch
(NZ), toccano il ghiaccio marino della Tethys Bay a Baia
Terranova, davanti alla base
Italiana
dedicata
poi
quell’anno allo scomparso ing.
Mario Zucchelli, dirigente
dell’Enea “padre” del progetto
Antartide italiano.
E così sono stato una prima
volta al Polo Sud un mese e
mezzo nell’estate australe del
2003 con la XIXª spedizione
italiana: 20 ggiorni alla base e
altrettanti in un campo
remoto in tenda alla Victoria
Valley al 78° di Lat. Sud. Di
nuovo giù al polo nel 2005
analogo programma: 20 gg.
alla base italiana MZS con
attività nei dintorni e 20 giorni
alla
“Scott-base”
Neo
Zelandese sull’isola di Ross e
attività in campi remoti sulle
coste del Mar di Ross e di
nuovo nelle Dry Valley al Bull
continua in ultima
La sveglia
dicembre 2008
Dieci anni dopo l’enciclica
Fides et Ratio
R
icorre in questo periodo il
X anniversario della
pubblicazione della nota
Enciclica di Giovanni Paolo II:
Fides et ratio (1998 – 2008).
A Roma si è svolto, presso la
Pontificia
Università
Lateranense, un rilevante
Convegno internazionale di
studio che ha visto impegnati
per tre giornate (16 -18 ott.
2008) studiosi di varie
università europee che hanno
approfondito il documento
pontificio sotto gli aspetti
storici,
antropologici,
metafisici,
teologici
e
pedagogici, nel quadro di una
possibile “unità del sapere”,
capace di essere aperta ad
ulteriori acquisizioni, frutto
della continua ricerca umana.
Il tema generale: “Fiducia
nella ragione”, già significativo
nella sua formulazione, ha
permesso di vedere gli aspetti
più importanti della suddetta
Enciclica e le ragioni della sua
pressante e continua validità
proprio in relazione allo
sviluppo dei vari campi del
sapere.
Per una valutazione più
completa di questo importante
Convegno di studio occorrerà
aspettare la pubblicazione
degli “Atti”, ma già ora è a
disposizione il discorso che
Benedetto XVI ha voluto, di
proposito, rivolgere ai
partecipanti del Convegno, in
occasione di questo X
anniversario della Fides et ratio, alla cui preparazione e
stesura egli – come si è saputo
dai relatori del Convegno –
aveva dato il suo apporto da
cardinale.
Il testo del suddetto discorso è
apparso sulle pagine de
L’Osservatore Romano (17 ott.
2008) con il titolo: La fede non
teme la scienza. Le offre
un’etica per l’uomo e
meriterebbe
di
essere
riportato interamente per la
sua precisa e decisiva
rilevanza culturale.
Qui si richiamano solo alcuni
punti. Benedetto XVI ha posto
in rilievo la “perdurante
attualità” dell’Enciclica “per la
sua grande apertura nei
confronti della ragione,
soprattutto in un periodo in
cui ne viene teorizzata la
debolezza”.
Giovanni Paolo II infatti nella
Fides et ratio aveva esortato ad
una “audacia della ragione”
nel senso che essa non deve
limitarsi solo a certi settori
della
ricerca
scientifico-sperimentale, ma
deve essere capace di attingere
livelli di riflessione teoretica e
metafisica sulla realtà del
mondo e dell’uomo (cfr. Fides
et ratio, §§ 56 e 83).
Oggi invece la “ragione”, nelle
sue capacità scientifiche e
tecnologiche, “ha emarginato
la ragione (filosofica) che
ricercava la verità ultima delle
cose, per fare spazio ad una
ragione paga di scoprire la
verità contingente delle leggi
della natura”.
“La ricerca scientifica ha
certamente il suo valore
positivo” – ha precisato
Benedetto XVI – ma questa
ricerca deve essere “finalizzata
all’uomo, al suo benessere e al
progresso di tutta l’umanità”.
Talora invece le mire del
guadagno o la pretesa di
sostituirsi al Creatore del
modo e dell’uomo porta la
ricerca scientifica verso una
“hybris della ragione che può
assumere caratteristiche
pericolose per la stessa
umanità”.
Quindi, siccome la scienza, in
sé e per sé, “non è in grado di
elaborare principi etici”
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occorre che “la filosofia e la
teologia diventino, in questo
contesto,
degli
aiuti
indispensabili con cui occorre
confrontarsi per evitare che la
scienza proceda da sola in un
sentiero tortuoso, colmo di
imprevisti e non privo di
rischi”.
“Ciò non significa affatto – ha
detto con chiarezza Benedetto
XVI – limitare la ricerca
scientifica o impedire alla
tecnica di produrre strumenti
di sviluppo”, ma significa solo
“mantenere vigile il senso di
responsabilità che la ragione e
la fede possiedono nei
confronti della scienza perché
essa permanga nel solco del
suo servizio all’uomo”.
Un altro importante rilievo che
Benedetto XVI ha presentato
nel suo discorso (e che risulta
in piena sintonia con quanto
Giovanni Paolo II ha detto
nella Fides et ratio) è costituito
da questo passo: “La ragione
(umana e filosofica) peraltro
sente e scopre che, oltre a ciò
che ha già raggiunto e
conquistato, esiste una verità
che non potrà mai scoprire
partendo da se stessa, ma solo
ricevere come dono gratuito.
La verità della Rivelazione non
si sovrappone a quella
raggiunta dalla ragione,
purifica piuttosto la ragione e
la innalza, permettendo così di
dilatare i propri spazi per
inserirsi in un campo di
ricerca insondabile come il
mistero stesso”.
Non sarà inutile qui ricordare
che già Tommaso d’Aquino
aveva asserito: “Gratia non
tollit natura sed pèrficit” (La
grazia della Rivelazione non
elimina la natura e le capacità
della ragione umana, ma le
perfeziona).
Occorre dunque rimeditare
quanto Giovanni Paolo II ha
proposto nella Fides et ratio e
quanto Benedetto XVI ha
richiamato e risottolineato, in
occasione di questo X
anniversario.
Angelo Marchesi
La sveglia
dicembre 2008
Un libro di Alessandro Persico
Chiarezza su Pio XII
il Papa contestato
L’intervista
dell’autore su
L’eco di Bergamo
La figura di Pio XII si può
paragonare a una pagina più
volte sottolineata e annotata,
al punto che è ormai difficile
distinguere il testo originale
dai successivi commenti. A
partire dal 1963, con la prima
rappresentazione del dramma
di Rolf Hochhuth, Der
Stellvertreter («Il Vicario»), sul
conto di Eugenio Pacelli si è
sviluppata una leggenda nera
che ha indotto alcuni a
definirlo «il Papa di Hitler» (così
si intitolava un discusso libro
di John Cornwell).
Su questo tema, il discorso
propriamente storiografico
tende a incrociare altre
prospettive, di tipo teologico o
politico: lo confermano le
dichiarazioni degli scorsi
giorni del ministro israeliano
per il Welfare Isaac Herzog, per
cui, nel corso della Seconda
Guerra Mondiale, pur avendo
la possibilità di intervenire a
favore degli ebrei, Papa Pacelli
sarebbe rimasto in silenzio («e
forse fece anche peggio»,
aggiungeva
Herzog
in
un’intervista concessa al
quotidiano Haaretz: dove
l’avverbio «forse» pare
suggerire che su questo papa
graverebbe «a priori» una
presunzione
di
attiva
complicità con l’Olocausto).
Nel suo volume Il caso Pio XII.
Mezzo secolo di dibattito su
Eugenio Pacelli (Guerini e
Associati, pp. 462 , euro 28)
un
giovane
studioso
bergamasco, Alessandro
Angelo Persico, collaboratore
di Agostino Giovagnoli alla
cattedra
di
Storia
c o n t e m p o r a n e a
dell’Università Cattolica di
Milano, esamina le diverse fasi
della discussione su un
Pontefice
«tenacemente
esaltato dagli uni – scrive nella
prefazione lo stesso Giovagnoli
–, fino a ignorare fatti che
possono essere variamente
interpretati ma che è
impossibile
negare,
e
duramente condannato dagli
altri, fino ad attribuirgli colpe
che oltrepassano i limiti
oggettivi delle sue possibilità
di azione».
«La mia indagine – spiega
Persico – non si occupa
direttamente degli eventi
concernenti la persona di Pio
XII, ma piuttosto di “storia
della storiografia”, delle diverse interpretazioni che si
sono date sul suo pontificato.
Sono partito da una
constatazione: su Pacelli si è
scritto moltissimo, ma sono
poche le biografie di un certo
spessore; ricorderei, in epoca
recente, quelle di Philippe
Chenaux e di Andrea Tornielli.
Mancava, soprattutto, uno
studio che tirasse le fila del
dibattito storiografico: Il caso
Pio XII è il risultato di tre anni
di ricerche orientate in questo
senso».
Lei concorda con l’idea che,
spesso, si parli di Pio XII per
parlare di altri?
«Soprattutto, si parla e si
pag. 7
scrive di Pio XII per sostenere
un certo modello di Chiesa,
anziché un altro. Se si vede nel
Concilio Vaticano II un
momento di discontinuità
molto forte rispetto al periodo
pacelliano, ecco che su Pacelli
si tenderà a dare un giudizio
negativo. Se invece si
concepisce il Concilio come un
semplice momento di “aggiornamento”, si tenderà a
includere la figura di Pio XII in
una tradizione che va da Pio IX
(1846-1878) fino ad oggi. La
“scuola
bolognese”
di
Giuseppe Alberigo e di Alberto
Melloni, le cui tesi sono state
talvolta estremizzate nei
resoconti
giornalistici,
propende per la prima
impostazione; all’opposto,
abbiamo un’interpretazione
più “istituzionale”, sostenuta
ad esempio dall’arcivescovo
Agostino Marchetto, che, se
non
si
è
occupato
specificamente di Pio XII,
insiste però sulla continuità
del magistero del Vaticano II
rispetto al precedente assetto
ecclesiale».
La tesi per cui Pacelli
avrebbe taciuto sullo
sterminio degli ebrei fu
espressa per la prima volta
ne «Il Vicario» di Rolf
Hocchuth, un autore a dir
poco controverso. È fondata
l’accusa, che gli è stata poi
rivolta, di aver voluto
consapevolmente diffamare
Pio XII?
«Recentemente è stata diffusa
anche la testimonianza di un
ex generale dei servizi segreti
romeni, Ion Mihai Pacepa, per
continua alle pagine seguenti
La sveglia
cui a ispirare l’opera di
Hochhuth sarebbe stato
proprio il Kgb. Io ho però
cercato di andare un po’ al di là
di questo cliché storiografico.
È interessante, ad esempio,
che l’argomento dei “silenzi” di
Pio XII non sia stato utilizzato
dalla propaganda dei Paesi del
blocco
comunista
già
nell’immediato dopoguerra.
Credo che lo scalpore
suscitato da Il Vicario e la
lunga querelle che ne seguì si
spieghino solo con un
mutamento generale della
sensibilità verso l’Olocausto,
un mutamento sopravvenuto
appunto all’inizio degli anni
‘60, dopo una lunga rimozione
nel periodo postbellico. Il
processo al criminale nazista
Adolf Eichmann, condotto nel
1961 a Gerusalemme, spinse
l’opinione
pubblica
internazionale a interrogarsi
sulle responsabilità di ciò che
era avvenuto. Ci si chiedeva
ora se un tradizionale
antigiudaismo cristiano,
peraltro
diverso
dall’antisemitismo nazista,
non avesse contribuito
all’accettazione delle misure
discriminatorie contro gli
ebrei. Il dramma di Hochhuth
va pensato su questo sfondo: Il
Vicario “individualizzava”
queste responsabilità etiche e
politiche, concentrandole su
Pio XII, che – pur informato del
genocidio –, avrebbe taciuto.
Si è creata così una diceria che
dicembre 2008
molti oggi scambiano per una
verità provata. Di fatto, anche
la scelta di Paolo VI di
pubblicare
numerosi
documenti della diplomazia
vaticana relativi al periodo
della
Seconda
Guerra
Mondiale, per difendere la
memoria del suo predecessore
e per riportare il dibattito sul
piano
propriamente
storiografico, è stata seguita
da polemiche, accuse di
malafede, presunti scoop sui
retroscena di tale decisione».
Alla luce della pubblicazione
di questi documenti, a suo
avviso, ha ancora senso
parlare dei presunti «silenzi»
di Papa Pacelli?
«Il tema dei “silenzi” ricorre
oggi soprattutto sui giornali,
mentre la storiografia più
avvertita è restia a usare
questo
termine,
che
automaticamente evoca
l’immagine di un pontefice
umanamente insensibile,
antisemita, motivato ad agire
solo da ragioni di opportunità
politica. Attualmente prevale
una prospettiva diversa.
Alcuni studiosi, semmai,
avanzano l’ipotesi che Pacelli,
per vari motivi, abbia
mantenuto una linea più
“diplomatica” che “profetica”
nei riguardi di Hitler e di Mussolini. Altri invece, come
Andrea Riccardi, affermano
che la prudenza del Vaticano
servì a sostenere le tante
iniziative di soccorso agli ebrei
da parte di strutture e singoli
fedeli cattolici. Al di là dei
diversi
orientamenti
storiografici, comunque oggi
risulta chiaro che il problema
dell’atteggiamento della
Chiesa verso l’Olocausto non
può essere riferito solo alla
persona di Pio XII: la questione
ha una portata collettiva, non
individuale».
Ma è vero che Papa Ratti, Pio
XI, sarebbe stato disposto a
correre dei rischi pur di
denunciare i crimini di Mussolini e Hitler, mentre il suo
segretario di Stato e poi
pag. 8
successore, Pacelli, avrebbe
mantenuto un profilo più
prudente? Si è molto
discusso sulla «Humani
generis unitas», l’enciclica
voluta da Pio XI, ma non
pubblicata, in cui Achille
Ratti accomunava nella
stessa
condanna
il
totalitarismo fascista,
nazista e comunista.
«Secondo alcuni storici questo
testo, ritrovato nel 1972,
avrebbe potuto portare alla
rottura delle relazioni con Hitler e Mussolini, soprattutto nel
momento in cui il regime
fascista, seguendo quello
nazista, si dotava di una
legislazione antiebraica. Però è
anche vero che la prima
enciclica pacelliana, la Summi
Pontificatus del 20 ottobre
1939, affrontava lo stesso
tema
di
quella
del
predecessore: l’unità del
genere umano, minacciata
dall’idolatria dello Stato e della
razza. Pio XII condannava “la
dimenticanza di quella legge di
umana solidarietà e carità,
che viene dettata e imposta
(…) dalla comunanza di
origine e dall’uguaglianza
della natura razionale in tutti
gli uomini, a qualsiasi popolo
appartengano”».
Un ultimo punto: nella
memoria collettiva, Pio XII
non ha forse «scontato»
l’inevitabile confronto con il
suo successore, Giovanni
XXIII?
«In questo 2008, si celebra per
entrambi un 50° anniversario:
per Pacelli quello della morte,
avvenuta il 9 ottobre 1958, e
per
Roncalli
quello
dell’elezione
al
soglio
pontificio, il 28 dello stesso
mese. È difficile immaginare
due temperamenti più
distanti: Pio XII aveva dei tratti
ieratici, era controllatissimo,
preparava i suoi testi con
grande minuziosità, nei
discorsi pubblici coordinava
persino le parole con i gesti».
Giulio Brotti
La sveglia
Recensione del
Corriere della Sera
È il Papa del Novecento più
citato e meno conosciuto, più
studiato e allo stesso tempo
negletto, oggetto di una
leggenda nera, nata in ambito
cattolico e trasferitasi in
ambiente ebraico, e di una
leggenda rosa, coltivata prima
dagli ebrei e poi ereditata dai
cattolici. La figura di Eugenio
Pacelli (2 marzo 1876 – 9
ottobre 1958) rimane un
enigma a cinquant’anni dalla
morte. Tanto che un giovane e
brillante studioso, Alessandro
Angelo Persico, ha potuto
intitolare a ragione la sua opera prima, in uscita da Guerini
e Associati, Allievo di Agostino
Giovagnoli, contemporaneista
della Cattolica di Milano, che
firma la prefazione, Persico
con l’energia e la passione dei
suoi ventotto anni in un
classico saggio di storia della
storiografia ci porta per mano
in mezzo secolo di controversie
e ci fa capire perché «tra una
stagione polemica e l’altra si è
arrivati a ponderose e
complesse interpretazioni, ma
a parte il recente libro di
Philippe Chenaux, non a una
biografia scientifica del
personaggio », sull’esempio di
quanto Renzo De Felice fece
con Benito Mussolini a partire
dagli anni Sessanta.
«Il caso Pio XII», ci spiega
Persico, si nutre di una serie di
equivoci: «Innanzitutto è
diventato la figura simbolo di
un determinato tipo di Chiesa
nel dibattito storico- teologico
sul Concilio Vaticano II.
Sicché chi ne ha sottolineato
gli elementi di rottura con il
passato
è
portato
a
individuare in Papa Pacelli il
rappresentante di una
tradizione poco aperta alla
modernità. Ciò è evidente non
tanto nei cinque volumi che
Giuseppe Alberigo, fondatore
della scuola bolognese, ha
dicembre 2008
dedicato al Concilio Vaticano
II, quanto in una corrente di
pubblicisti e giornalisti che ad
essa si ispira».
Sul fronte opposto di questa
lettura teologica troviamo lo
strenuo antagonista di
Alberigo, Agostino Marchetto,
che nel Contrappunto alla
storia del Vaticano II tende a
valorizzare gli aspetti di
continuità e quindi a
sottolineare
quanto
il
magistero di Pio XII abbia
contribuito agli sviluppi
conciliari.
Pontefice nel crinale della
Seconda guerra mondiale,
Eugenio Pacelli negli anni
Sessanta è stato bollato dal
dramma di Rolf Hochhuth, Il
Vicario, rappresentato per la
prima volta a Berlino il 20
febbraio 1963 da Erwin
Piscator, come «il Papa del
silenzio». Mai una scena
teatrale, come quella del
quarto atto in cui Pio XII rifiuta
di prendere posizione di fronte
allo sterminio degli ebrei, ha
avuto tanto peso politico.
Quella pièce, rappresentata in
Germania e Francia, ma
censurata in Italia e in Israele,
dove si era molto attenti alle
revisioni conciliari rispetto alla
tradizionale raffigurazione
cattolica del popolo deicida,
«rappresenta l’inizio della fine
di una rimozione collettiva. La
messa in scena è dello stesso
anno dell’opera di Hannah
Arendt, La banalità del male
sul processo ad Adolf
Eichmann. Il mondo si rese
conto che nella tragedia della
Seconda guerra mondiale
l’Olocausto ebraico aveva un
rilievo
unico
e
le
responsabilità della Chiesa
venivano ricondotte, almeno a
livello giornalistico, alla sola
figura di Pio XII». Alle immediate polemiche seguirono studi
più approfonditi: «Lo storico
Giovanni Miccoli, che nel 2000
pubblicò il fondamentale I
dilemmi e i silenzi di Pio XII —
continua Persico — cominciò
questo tipo di studi nel 1965
pag. 9
sull’onda delle emozioni
suscitate dal Vicario. Il suo
sforzo è stato di ricostruire la
complessità di una posizione
dottrinaria che dalla fine
dell’Ottocento culmina nel
pontificato di Pio XII: una
Chiesa che sino ad allora
aveva
sostenuto
la
discriminazione degli ebrei
non era attrezzata per opporre
una resistenza efficace alle
ideologie razziste sorte negli
anni Venti e Trenta. In
direzione opposta, uno sforzo
per inserire la figura di Pio XII
nella complessità della storia
contemporanea è stato
compiuto da Andrea Riccardi,
che a partire dal convegno di
Bari del 1982 ha sottolineato
quanto sia importante
studiare non soltanto i primi
sei anni del pontificato di Pio
XII, 1939-45, ma tutto il lungo
periodo successivo». A
delineare serenamente la
figura di Eugenio Pacelli non
ha nemmeno giovato la
contrapposizione con il suo
predecessore Achille Ratti: la
discontinuità con Pio XI è
stata evidenziata da una
storica moderna e capace
come Emma Fattorini, mentre
Andrea Tornielli e Matteo Luigi
Napolitano
ne
hanno
sottolineato i punti di
contatto.
Ogni stagione ha conosciuto
una
polemica:
dalla
pubblicazione degli Actes
voluta da Paolo VI negli anni
Sessanta in risposta al
La sveglia
dramma di Hochhuth alla
commissione
mista
cattolici-ebrei istituita negli
anni Novanta e miseramente
naufragata, sino alle diatribe di
questi giorni con le risentite
dichiarazioni di monsignor Rino
Fisichella e dello storico Peter
Gumpel, istruttore del lungo
processo di beatificazione, sulle
controverse scritte riguardanti
Pio XII nel museo dell’Olocausto
di Gerusalemme.
Tra ricostruzioni giornalistiche
e polemiche, Pio XII è sulla
bocca di tutti, ma nessun
accademico italiano ne ha mai
scritto la biografia.
Dino Messina
Recensione de
Il Foglio
Per dirla con Anna Foa, in un
contesto apologetico ‘la
leggenda rosa‘ è nata nel mondo
ebraico, quella ‘nera‘ all’interno
dello stesso cattolicesimo". Già
questa sola battuta basta forse
a dare un’idea del modo in cui
questo testo, pur nato con
intenti rigidamente accademici,
può sparigliare i dati
apparentemente acquisiti dalla
polemica più spicciola.
Intendiamoci: collaboratore
della cattedra di Storia
contemporanea alla facoltà di
Lettere
e
Filosofia
dell’Università Cattolica di
Milano, Alessandro Angelo
Persico non entra nel merito
della beatificazione di Pio XII.
Non è né pro, né contro, e
neanche si occupa dei fatti
storici.
Con intenti più modesti ma con
documentazione certosina,
questo volume cerca soltanto
di ricostruire il modo in cui
storici e polemisti hanno
affrontato il problema. Ma in
senso molto lato, visto che il
discorso è inserito nel più generale nodo del rapporto fra la
Chiesa e la modernità: da Pio
IX fino a Benedetto XVI. Pur se
la gamma dei giudizi presentati
dicembre 2008
è variata all’estremo, il lettore
comprende comunque che Pio
XII non può essere esaminato
da solo, ma soltanto inserito
assieme ai suoi predecessori e
successori. Ad esempio, non si
può contrapporre l’apertura
all’est di Giovanni XXIII alle
scomuniche di Pio XII, senza
tener conto del fatto che di
mezzo
c’era
stata
la
destalinizzazione. Ma d’altro
canto non si può neanche
considerare il radiomessaggio
con cui nel 1944 Pio XII fece
passare la democrazia da
“ipotesi” a “tesi”, senza
l’esperienza di Pio XI sulla non
affidabilità dei Concordati con
le potenze totalitarie. Emerge
in modo abbastanza netto
anche la circostanza che la
polemica sui “silenzi” di Pio XII
nasce da due opere non
scientifiche. L’una del 1963, il
dramma “II Vicario” di Rolf
Hochhuth, fu definito “un
libello” anche da uno storico
certamente laico come
Giovanni Spadolini. E un nodo
che emerge è semmai
nell’interpretazione che fa di
quest’opera un’assoluzione
delle responsabilità tedesche:
come dire, è vero che il popolo
tedesco è stato costretto a
obbedire a ordini terribili; ma
che poteva fare se nessuno si
era opposto a Hitler, e perfino il
Papa chiudeva gli occhi? “Noi
tedeschi non siamo peggiori
degli altri popoli d’Europa”, è
una battuta del dramma. “Chi
può condannare un uomo che
non voglia morire per gli altri?”.
L’altra, del 1999, “La storia
segreta di Pio XII” di John
Cornwell, è stata dopo cinque
anni rinnegata dal suo stesso
autore, secondo cui alla luce
dei documenti emersi in
seguito Pio XII avrebbe avuto
una libertà d’azione così
limitata da rendere ogni
giudizio impossibile.
Piuttosto, il giudizio critico più
stimolante è forse quello di
Pietro Scoppola: “il punto che
il magistero di Pio XII
raggiunge è il più coerente e il
pag. 10
più avanzato possibile entro le
categorie filosofiche e le
premesse culturali della
tradizionale dottrina sociale
della chiesa”. Prima del
grande processo di revisione e
aggiornamento del Concilio
Vaticano II, reso però
possibile proprio da quello che
era successo. Il problema vero
non sarebbero dunque i
silenzi, magari frutto di
comprensibili preoccupazioni
geopolitiche.
Quanto
piuttosto la drammatica
incapacità di comprendere
culturalmente il salto di
qualità che il totalitarismo e
l’antisemitismo nazista
rappresentavano, rispetto
all’autoritarismo
o
all’antigiudaismo tradizionali.
In questo senso, potrebbe
essere interessante ricordare
il modo in cui un papato
definito “restauratore” come
quello di Giovanni Paolo II
ebbe cura però di portare i
discorsi del Vaticano II alle
estreme conseguenze proprio
su temi come la democrazia o
il dialogo con gli ebrei. Ma
questo forse è già un altro
dibattito. E magari anche un
altro libro.
Alessandro
Persico
ha
frequentato il Collegio Vescovile
Sant’Alessandro. Si è laureato in
storia contemporanea presso
l’Università Cattolica del Sacro
Cuore discutendo una tesi dal
titolo “Il dibattito su Pio XII.
La sveglia
so, lo so… mi è stato
Loconcesso
(dall’esimio
direttore/bibliotecario
Eugenio) di andare altre
ogni termine temporale
ragionevole affinché potessi
scrivere di un argomento di
attualità e invece, già vi
anticipo, tratterò di
tutt’altro. Ma questo è il
Masse, e poi l’argomento di
attualità è una crisi
finanziaria che, ci dicono,
perdurerà per milioni di
anni a venire e quindi
possiamo parlarne in
millanta altre occasioni.
Indi per cui riesumo un
argomento che tende a
ritornare di attualità di
tanto in tanto per poi essere
riposto nel cassetto dei
pesci morti (dicesi “cassetto
dei pesci morti” il cassetto
che ognuno di noi ha e in
cui ripone tutto ciò che non
ha
una
precisa
collocazione):
l’inno
nazionale (che forse dovevo
scriverlo maiuscolo, ma
chissenefrega, tanto si
capisce lo stesso).
Quell’inno nazionale che
tende a divenire di attualità
quando qualcuno propone
di modificarne il testo per
rimediare all’evidente
maschilismo (guardate che
non sto scherzando:
secondo Antonio Spinosa e
altri, la stortura andrebbe
rimediata alterando talune
strofe affinché vi ci trovi
dicembre 2008
posto un bel “fratelli e
sorelle d’Italia”) o quando
l’Umberto da Cassano
Magnago sfodera la sua
proverbiale aulicità facendo
il gesto dell’ombrello alle parole “ché schiava di Roma”,
suscitando la reazione
scomposta
di
uno
stramazziliardo di politici
che non è scomposta in
quanto fuori luogo, ma in
quanto
evidenziatrice
dell’ignoranza generale
sull’argomento.
Qualche esempio? Beh, si
potrebbe partire dall’onesta
ammissione da parte di
tutti quelli grosso modo
della mia generazione che
fino ai mondiali di calcio del
1982 ignoravano l’esistenza
dell’introduzione
strumentale: quel bel pà
parapà parapà parapappa
pappappà intonato prima
del calcio d’inizio aveva
lasciato alquanto perplessi
tutti noi che ci avevano
insegnato a partire dritti col
“Frate-elli d’Ita-alia”. O si
potrebbe leggere il labiale
dei vari componenti delle
nostre rappresentative
nazionali che (quando
almeno ci provano) si fanno
cuccare a cantare al posto
del guerresco “stringiamci a
coorte” un più conviviale
“stringiamoci a corte” che
mi ha sempre dato l’idea
dell’aggiungere un posto a
tavola perché è arrivato uno
a sorpresa. Per poi arrivare
alle pistolate di qualche politico che ha gridato al
vilipendio
della
Costituzione, ignorando
che la nostra Costituzione
prevede una bandiera ma
non un inno.
Ma facciamo gli interattivi e
spariamoci un “chi vuol
essere sedentario” a
distanza (“sedentario”
perché se no mi tocca
pagare i diritti a Jerry Scotti
pag. 11
e perché significa che non
potete alzarvi dalla poltrona
per andare a controllare
sull’enciclopedia).
Prima domanda: come si
chiamava Mameli? Tu lì non
fare la faccia da sprezzante
intellettuale, che sono
sicuro che con questa mi
perdo più della metà dei
concorrenti:
perché
Goffredo Mameli, come
tipicamente accade con
tutti i cantanti pop, era solo
il nome d’arte di tale
Gotiffredo Mameli dei
Mannelli.
OK, questa la consideriamo
una prova, ma ciò vi insegni
a non prendere sottogamba
l’impegno. Adesso si fa sul
serio. E vi sparo le domande
in rapida successione:
Mameli ha scritto le parole o
la musica? In che anno fu
scritto? E come si intitola?
Di quante strofe si
compone? Sei in grado di
citare una strofa completa
ad esclusione della prima?
Vero o falso che fu la
“colonna sonora” della
spedizione dei Mille di Garibaldi? Quando fu adottato
come inno? Quale famoso
motivo
costituiva
(ufficiosamente, anche lui)
l’inno nazionale prima di
questo? Come bisogna stare
durante
l’esecuzione
dell’inno? Che ore sono?
L’ultima ve la do buona a
tutti perché mi serviva solo
a fare cifra tonda con le
domande, per le altre la
soluzione sul prossimo
numero. Dai, scherzavo,
forse ci sto nelle 5.000
battute spazi inclusi che mi
danno a disposizione.
Dunque, il Goffredo scrisse
il testo, mentre la musica fu
commissionata a tale
Michele
Novaro
che
nessuno più considerò da lì
continua in ultima
La sveglia
dicembre 2008
La prof Milly Denti è diventata Preside al Bambin Gesù
illy Denti raddoppia. La
M
prof dei “gemellaggi” tra le
scuole di mezzo mondo e il
Collegio
vescovile
Sant’Alessandro di Bergamo,
dove insegna dal ’77 e ora è in
cattedra in quarta B scientifico
con lingua e letteratura inglese,
da quest’anno scolastico è stata
chiamata a dirigere un’altra
scuola
dell’Opera
Sant’Alessandro, l’Istituto
comprensivo paritario “Santo
Bambino Gesù” di via Caldara
4, a pochi minuti dal piazzale
della Malpensata. Una realtà
scolastica con 329 alunni, tra
micronido (20 bimbi), infanzia
(75), primaria (121 alunni),
secondaria di primo grado (113
alunni), oltre 100 alunni in più
in totale nel giro di tre anni.
“Pensi, abbiamo diversi studenti
in lista d’attesa per il 2011 e il
2012 - esordisce Milly Denti - I
genitori si portano avanti,
iscrivono i propri figli al
micronido per poi avere
garantito il posto nella scuola
primaria (ex elementare).
All’open
day
abbiamo
presentato la scuola, ma non
potendo accogliere iscrizioni
nuove per quanto riguarda la
primaria e la secondaria di
primo grado, già complete per il
2009/2010. Ciò premia certo la
validità della nostra offerta,
giudicata vincente, attenta alla
crescita e alla persona, dall’altro
lato però i nostri spazi, seppur
rinnovati, sono limitati per far
fronte a un tale boom di
richieste”.
Emilia Denti, questo settembre,
ha subito colto la sfida con
quella carica di umanità e un
po’ il piglio manageriale che la
contraddistinguono. Poliedrica
e carismatica, instancabile,
quasi tutti i giorni fa la spola da
via Garibaldi 3, sede del S.
Alessandro, a via Caldara 4, o
viceversa. Abituata con i liceali
si trova ugualmente bene anche
con i “piccoli”, dagli 11 mesi ai
13 anni, accolti nelle classi del
Bambino Gesù.
Stimata dagli studenti, dai
genitori e dai colleghi,
apprezzata per le sue doti
comunicative e la mentalità
interculturale, nella nuova
scuola ha portato un ricco
bagaglio di esperienze e
professionalità acquisite in oltre
30 anni d’insegnamento al S.
Alessandro - prima alle medie e
al ginnasio, poi nei licei (classico
e scientifico) – dove resta tutor
per studenti stranieri, referente
per gli scambi scolastici
internazionali, formatrice per
l’educazione alla mondialità,
membro del Comitato di
gestione e responsabile per la
certificazione della qualità. Al S.
Alessandro
era
anche
collaboratrice del rettore e preside, monsignor Achille Sana.
Da settembre 2008 Emilia Denti
è direttrice e coordinatrice
didattica del “Santo Bambino
Gesù”, affiancata da un affiatato
team di docenti. “Ho trovato una
scuola bene organizzata racconta Milly Denti – L’Istituto
comprensivo “Santo Bambino
Gesù” risponde alle esigenze
degli alunni con un’offerta
formativa ricca e personalizzata
insieme ai genitori, orari
flessibili, mensa, palestra, vari
laboratori,
dalle
lingue
all’informatica, in un ambiente
familiare e accogliente. È ricco il
ventaglio dell’offerta e delle
attività integrative, anche nel
periodo estivo, con la possibilità
per gli studenti di vacanze-studio
all’estero”. E gli auguri per il
nuovo incarico, a questo punto,
sono d’obbligo.
Teresa Capezzuto
È uscito un nuovo libro di Nando Noris
Se davvero esistono «quattro categorie di persone: quelle che fanno
in modo che le cose accadano, quelle cui le cose accadono, quelle
che guardano le cose accadere, quelle che non si accorgono che le
cose accadono», l’ultimo libro di Fernando Noris, «Leadership “ad
Arte”» (Bergamo University Press/ Sestante Edizioni, pagine 74,
euro 22) parrebbe incentrato sulla prima. Nando Noris, storico
dell’arte, specialista di arte lombarda e segnatamente bergamasca,
autore di alcune sezioni dell’opera «I pittori bergamaschi», docente,
per oltre vent’anni, al Liceo classico Sant’Alessandro di Bergamo,
tra gli organizzatori di diverse mostre non secondarie conferma: «La
connotazione fondamentale che tutti abbiamo tenuta presente è
questo riflesso etico che c’è e ci deve essere nella formazione e
attività professionale di un leader. Non ho mai visto tanti richiami
all’etica nel mondo degli affari come oggi, quando tutti la invocano.
Etica che non può essere solo uno slogan tardivo. Questo è un
percorso etico ricostruibile attraverso le opere d’arte. A partire
dall’identità personale e dall’imprescindibile conoscenza di sé. Poi
un itinerario di formazione: l’angelo e il satiro nel Lotto. L’energia
esteriore del David del Bernini, l’energia interiore dell’Aristotele di
Rembrandt. La formazione permanente, “I tre filosofi” di Giorgione».
Il filo conduttore, insiste Noris, «è sempre il motivo etico nei
confronti della vita, del lavoro, della comunicazione». Poi le
«Manifestazioni della leadership», «apparenza e sostanza del
potere»: rispettivamente il Re Sole ed il Richelieu del Bernini. Poi
ancora «I leader a cavallo», immagine stereotipa, per eccellenza, del
condottiero: la statua equestre, il Gattamelata a Padova, il Colleoni
del Verrocchio a Venezia. In pittura, il Napoleone che passa le Alpi
di Jacques Louis David, che ovviamente, nella sua eroicità, non
corrisponde certo alla verità storica. «In realtà», commenta Noris,
«era tutto intabarrato, a cavallo di un mulo guidato da un pastore».
Vincenzo Guercio
pag. 12
La sveglia
È
nato, qui a Bergamo, il
gruppo di auto-aiuto La
Carrucola, in cui alcuni
volontari si impegnano in una
realtà che purtroppo è molto
più diffusa di quanto non si
creda: la violenza psichica.
Il progresso non ci ha affatto
liberato dalla violenza, male
vecchio come il mondo e,
laddove la legge punisce
esclusivamente i soprusi fisici,
la violenza si raffina da fisica a
psichica. La violenza psichica
esiste, è diffusissima.
Invisibili accanto a noi, qui
nelle nostre città, si
consumano inferni dove
persone cui non è torto un
capello vengono distrutte da
una violenza psichica che solo
eccezionalmente sconfina in
quella fisica e, se lo fa, di solito
non lascia prove. Si tratta di
esperienze
di
grande
sofferenza personale e molto
dannose anche in senso
sociale: i comportamenti
viziati
si
propagano,
compromettendo la vita
serena e la crescita armoniosa
dei figli.
Ormai molti comportamenti,
studiati da diverse scienze,
sono riconosciuti e catalogati
in schemi precisi. Sono noti i
comportamenti di autori,
vittime e cerchia familiare e
sociale.
In Italia, la
legislazione si sta adeguando,
con novità come le recenti leggi
circa mobbing e stalking.
Purtroppo però la violenza
psichica è tuttora un ‘delitto
perfetto’:
a
tutt’oggi,
mancando la legislazione, ‘il
fatto non costituisce reato’.
Scrive la psicologa Carla
Corradi: “Ci sono parole,
comportamenti che nessuna
legge punisce e che possono
uccidere psichicamente una
persona o almeno ferirla in
modo grave e spesso
irreversibile. La provocazione
continua, l’offesa, la disistima,
la derisione, la svalutazione, la
coercizione, il ricatto, la
minaccia, il silenzio, la
dicembre 2008
“La Carrucola” dice stop alla
violenza sulle donne
privazione della libertà, la
menzogna e il tradimento della
fiducia riposta, l’isolamento
sono alcune forme in cui si
manifesta
la
violenza
psicologica. La violenza
psichica è la strategia che mira
a uccidere, distruggere,
annientare, portare al suicidio
una
persona,
senza
spargimento di sangue.
L’aggressore ben sa che
violenze fisiche potrebbero
essere punibili come reato”.
Ogni violenza psicologica genera sofferenza fisica e
viceversa.
L’origine
psicosomatica è finalmente
riconosciuta come causa di
malattie vere e proprie: dai
disturbi digestivi al cancro,
dalle artrosi al diabete. Con i
relativi costi sanitari.
Anche la pura sofferenza
psichica ha un costo:
psicofarmaci, psicoterapia,
ricoveri, assenza dal lavoro,
invalidità, morte, suicidi, per
non parlare del rapporto
distorto e carente che la
vittima instaura con figli e
parenti, vittime a loro volta,
manovrate della violenza e
forse futuri violenti. Infatti
raramente il violento ha una
propria patologia psichica: è il
contesto di violenza a creare il
violento.
La violenza psichica non è
astratta: nasce dal cuore ed è
compiuta nella realtà, invischia
intere famiglie in trappole che
perdurano decenni, pressoché
invisibili dall’esterno, e si
propagano per generazioni.
Si tratta di un fenomeno
trasversale che interessa tutti i
ceti sociali, dai più bassi ai più
alti, e molti ambiti. In campo
sociale assume molti nomi:
mobbing,
nonnismo,
bullismo, mafia. È però
pag. 13
l’ambito familiare e di coppia il
più colpito; nel segreto
domestico
possono
instaurarsi comportamenti
che portano a situazioni di
malessere diffuso oppure
degenerano fino a sfociare in
violenze intensissime, tenute
nascoste per pudore dalla
stessa vittima, che, con
l’autostima ridotta ai minimi
termini, perde la forza o il
coraggio di difendersi e pensa
persino che sia tutta colpa
sua. A ciò si aggiunge il timore
di danneggiare le persone
care, oltre al ricatto affettivo ed
economico: infatti, alla
violenza psichica si aggiunge
quasi
sempre
quella
economica, ma il denaro più
che il fine è pretesto per un ‘divide et impera’ che mette figli
contro madri, padri contro
figli, nipoti contro nonni.
Uscire dalla trappola della
violenza si può. La Carrucola,
affinché la sofferenza vissuta
da alcuni si trasformi in aiuto
alla rinascita per tutti, opera
con incontri e gruppi di
auto-aiuto, contando anche
sul supporto delle numerose
risorse già presenti sul
territorio, cui indirizzare le
persone in difficoltà.
Nessuna violenza nasce dal
nulla, ma è sempre frutto di
peggioramento progressivo,
perciò La Carrucola si
impegna nell’informazione
finalizzata alla prevenzione:
riconoscere in tempo i
comportamenti negativi può
evitare le degenerazioni
estreme.
Il sito www.lacarrucola.it
consente informazioni e
contatti.
Paola Colleoni
La sveglia
dicembre 2008
Rassegna stampa degli Ex allievi
Daniel Vonrufs console onorario
Giulio Terzi ambasciatore all’ONU
Bergamo ha un nuovo console onorario della
Svizzera, l’avvocato Daniel Vonrufs, 43 anni, nato a
Bergamo, specializzato in diritto commerciale
internazionale. Ieri ha compiuto in città un giro di
cortesia accompagnato dal Console generale
svizzero, dottor David Vogelsanger, per incontrare i
rappresentanti delle istituzioni e del mondo
produttivo. La giornata, cominciata con l’incontro a
Palazzo Frizzoni col sindaco Roberto Bruni e in
Provincia col presidente Valerio Bettoni, si è
conclusa con una visita a L’Eco di Bergamo. I
consoli sono stati accolti dal direttore del giornale,
Ettore Ongis. «Mi sento svizzero ma anche
bergamasco – ha osservato Daniel Vonrufs – perché
sono nato e ho studiato qui, prima alla scuola
svizzera di Ponte San Pietro e poi al Collegio
Vescovile Sant’Alessandro dove io, protestante, ho
trovato un’accoglienza calorosa e un rispetto
assoluto. Per quanto riguarda il mio incarico, farò
del mio meglio per intensificare i rapporti tra la
Svizzera e Bergamo. In questo sarò aiutato da una
data storica: nel 1609 arrivò a Bergamo il primo
rappresentante dei Cantoni di Zurigo e Berna,
inviato per facilitare il commercio della seta. Sono
quindi 400 anni di presenza istituzionale».
da L’Eco di Bergamo
New York, 20 agosto 2008. L’ambasciatore Giulio
Terzi di Sant’Agata è da oggi il nuovo
Rappresentante Permanente d’Italia all’Onu. “Sono
onorato della fiducia che mi è stata confermata dal
Governo, dal Presidente Berlusconi e dal Ministro
Frattini - ha dichiarato l’Ambasciatore Terzi al
momento di assumere le sue funzioni - e sento alta
la responsabilità di rappresentare il mio Paese alle
Nazioni Unite. Le priorita’ riguardano fin da subito
le questioni del Caucaso, del Medio Oriente e
dell’Afghanistan trattate dal Consiglio di Sicurezza.
Vi è un grande lavoro da fare in vista della 63a
Assemblea Generale, sui temi della povertà e dello
sviluppo, soprattutto per l’Africa. E’ su queste
priorità che interverranno all’Assemblea Generale il
Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri.”
Comunicato della Farnesina
Storia della stazione di Bergamo
La stazione, un mondo di storia. L’antico edificio
di piazzale Marconi non è solo al centro di un
lungo dibattito per il suo restauro. Dietro quelle
vecchie mura si nasconde una lunga storia che
racconta la città e la sua evoluzione. A
raccogliere dati, vicende e fatti di un parte
importante di Bergamo sono stati Umberto e
Davide Laganà. Padre e figlio in un’avventura
che si raccoglie in ben tre volumi: «La Partenza»,
«Il viaggio» e «L’arrivo», in fase di pubblicazione.
Tre libri con i quali Umberto, ex responsabile
della biglietteria della stazione di Bergamo,
parteciperà al Premio Angelini, concorso aperto
fino al gennaio 2009 e che raccoglie testi relativi
ad aspetti inediti della città.
da L’Eco di Bergamo
Elena, una voce per la libertà
La giovane cantautrice bergamasca Elena Vittoria
(in realtà Elena Belotti, n.d.r.), già vincitrice della
XI edizione di «Voci per la Libertà - Una canzone
per Amnesty» lo scorso luglio, sarà l’unica
esordiente inserita nella compilation di Amnesty,
17x60, in uscita il prossimo 31 ottobre, prodotta e
distribuita da Cni Music. La raccolta conterrà una
selezione di sedici brani firmati da altrettanti big e
raccolti da Amnesty International in occasione del
60° anniversario per la Dichiarazione universale
dei diritti dell’uomo. La Sezione italiana di Amnesty International ha pensato di celebrare questo
anniversario con una raccolta di brani a tema
sociale e umanitario, firmati negli ultimi quattro
anni da diciassette artisti italiani di grande fama e
prestigio. Tra le canzoni contenute nel disco spicca
Peacock, piccola gemma folk rock che Elena Vittoria dedica alla figura di Aung San Suu Kyi,
donna simbolo dell’opposizione democratica al regime militare in Myanmar e premio Nobel per la
pace nel 1991. La cantante descrive la propria
composizione come «una poesia surreale, nata
dagli eventi occorsi in Myanmar lo scorso inverno e
filtrati attraverso la mia vena onirica. Spicca la
figura femminile di Aung San Suu Kyi, che incarna
il mantra e l’amore, gioiello di cui parla la mia Peacock».
da La Voce di Bergamo
La matematica che parla al cuore
Prendiamo un cuore malato. Proviamo a guarirlo
con interventi nuovi e audaci. Se funziona, bene,
altrimenti si riprova. L’errore è consentito, a volte
auspicabile. La mancanza di etica è solo
apparente, perché apparente è il cuore:
appartiene, infatti, a una simulazione
matematica, creata da un calcolatore, e la
chirurgia non è realema «predittiva». «I modelli
sono una delle nuove frontiere della medicina spiega Alessandro Veneziani, professore di
Analisi Numerica all’Emory University di Atlanta, Usa -. Sono strumenti che mettono nelle
condizioni il medico di simulare, ad esempio, un
intervento e vedere se il risultato è quello sperato
no, confrontandolo con tante varianti».
Veneziani interverrà al festival di Bergamo
Scienza il 10 ottobre.
da Tuttoscienze
pag. 14
La sveglia
dicembre 2008
NOTIZIE DALLA SCUOLA
Notizie in breve
Fantascienza al S. Alex
* Alla maturità di quest’anno novanta sono stati i
promossi e uno solo il bocciato. Hanno conseguito
100/100 punti per la III Classico Marilisa Bravi,
Elisa Brembati, Ilaria Canavotto e Arianna
Toppan; per la 5A Luca Chiarelli, Gianluca Doria e
Alice Noris; per la 5B Matteo Astuti; per la 5C
Stefania Vanoncini.
* Matteo Astuti al test di Medicina si è classificato
tredicesimo su 1.600 al San Raffaele e decimo su
1.800 alla Statale.
* Nella finale nazionale di Kangaroo della lingua
inglese Maria Vittoria Tiraboschi (maturità
scientifica 2008) si è classificata ottava con punti
87 (il primo ne ha totalizzati 93) e Matteo Astuti
dodicesimo con punti 84.
*Il 18 luglio è nata Caterina, nipote della prof.ssa
Milly Denti che è diventata la nonna più giovane
del Sant’Alessandro. Il 27 giugno è nato Filippo,
secondo figlio della prof.ssa Federica De Micheli. Il
2 agosto è nato Giacomo, terzo figlio del prof.
Francesco Persico.
* Wenjng Zheng, una ragazza cinese di 17 anni,
sarà ospite di 3B scientifico per tutto l’anno
scolastico.
* Lasciano il Collegio Sant’Alessandro le prof.sse
Anna Castelli, Mariangela Panzeri e Silvia
Pagnoncelli.
* Elisa Albini è stata convocata per partecipare ai
YOUTH OLYMPIC FESTIVAL GAMES. Elisa fa
parte da anni della nazionale britannica di spada.
* Sabato 13 dicembre si è sposata la prof.ssa Alice
Gamba, docente di Educazione artistica ed ex
allieva della nostra Scuola Media.
* Venerdì 28 novembre presso la Sala Bernareggi si
è tenuto il convegno: “Identità nazionale: risorsa e
confronto”, a cura della prof.ssa Denti. Erano
presenti anche i trenta studenti australiani che
sono stati ospitati dalla famiglie del
Sant’Alessandro da fine novembre all’inizio di
dicembre.
* Luca De Amici ha collaborato con la prof.ssa
Aymon per la realizzazione grafica dell’Open Day
2008.
* Giovedì 20 novembre alle 20.30 presso la
Biblioteca Tiraboschi il prof. Giacomo Paris ha
tenuto un incontro sul tema “Jaspers. L’uomo
alogico”. Ha fornito un contributo anche Giuseppe
Vailati (maturità scientifica 2004) che si sta
specializzando in Filosofia alla Cattolica di Milano
su Karl Jaspers.
*Le rette del Sant’Alessandro per il l’anno
scolastico 2009-2010 sono: Biennio scientifico e
Ginnasio 4.536,00; Triennio scientifico e Liceo
classico 4.752,00; Scientifico musicale
5.832,00.
Seicento volumi del fondo «Lorenzo Capellini» che è
stato donato alla biblioteca del collegio vescovile
Sant’Alessandro. Ha detto il bibliotecario, Eugenio
Donadoni, insegnante di filosofia: «Per noi è
un’acquisizione importante: abbiamo avviato la
catalogazione di ogni libro con il contributo della
famiglia Capellini perché riteniamo che la
fantascienza sia una letteratura popolare in gran
parte apparsa nelle edicole e non nelle librerie,
soprattutto negli Anni Cinquanta e Sessanta. Ma
nelle edicole apparvero dei veri capolavori». Nella
collezione figurano i primi numeri delle collane
«Urania», «Galassia », «Cosmo». Romanzi che
hanno fatto la storia del genere: Le sabbie di Marte,
Cronache Marziane, Anni senza fine, Nascita del
Superuomo, romanzi rispettivamente di Arthur
Clarke, Ray Bradbury, Clifford Simak... Racconta
Pino Capellini, giornalista, papà di Lorenzo:
«Lorenzo aveva una grande passione per la
narrativa di fantascienza, probabilmente l’aveva
ereditata da me. Si era iscritto alla facoltà di Lingue
e letterature orientali di Cà Foscari a Venezia e si
era poi laureato con una tesi sulla fantascienza in
Giappone, per questo si era recato diverse volte in
quel Paese. Erano emersi molti aspetti interessanti
del peculiare giapponese in quel lavoro. Purtroppo
sette anni fa, proprio in questi giorni, Lorenzo è
morto, a causa di una leucemia. Aveva ventisette
anni. Io e mia moglie abbiamo pensato che questo
patrimonio di libri avrebbe potuto trovare una
collocazione fruttuosa, utile, in una biblioteca
pubblica. Da parte di monsignor Achille Sana,
rettore del Sant’Alessandro, e di Eugenio
Donadoni, insegnante e bibliotecario, è stata
manifestata un’adesione entusiastica all’idea. In
futuro penso ad altre iniziative su questo tema in
ricordo di Lorenzo e in accordo con il collegio
vescovile ». I vecchi Urania hanno le pagine
ingiallite, dimostrano tutti i loro quasi
sessant’anni. Parlano del futuro, sono romanzi
lanciati nell’avvenire, ma nelle mani appaiono
vecchi, consumati, fortemente insidiati dal tempo.
E proprio per questo hanno un qualcosa di
straordinariamente sentimentale: sono oggetti
poetici. Lorenzo scrisse nella sua tesi, dieci anni fa: «Il
“fenomeno” fantascienza ha raggiunto ormai tali
proporzioni in Giappone da rendere quasi necessaria
una certa attenzione da parte di quanti si occupano
di studi nipponistici se non altro per l’enorme
mercato che esso costituisce: fumetti per ragazzi e
per adulti, programmi televisivi, giocattoli,
videogiochi, romanzi, riviste ufficiali e fanzines». Ha
detto Pino Capellini: «Penso che anche in Italia debba
avviarsi una riscoperta della fantascienza».
Paolo Aresi
pag. 15
La sveglia
dicembre 2008
ULTIMA PAGINA
FABIO BAIO UN EX SULLE TRACCE DI SCOTT
dalla undicesima
in avanti neanche per
dirigere l’orchestra al Festival di Sanremo. Parole e
musica presero vita
nell’autunno del 1847 e il
titolo scelto fu “La canzone degli Italiani”,
particolare talmente
ignorato che anche nelle
varie proposte di Legge si
parla sempre di “Fratelli
d’Italia”.
Il testo ufficiale si compone
di cinque strofe, anche se il
primo manoscritto ne
prevedeva una sesta
(“Tessete o fanciulle
bandiere e coccarde, fan
l’alme gagliarde l’invito
d’amor”), talmente orrenda
che il Mameli stesso la
cancellò. Per le altre
strofe, sono pronto a
scommettere che più in là
di un “sangue polacco
bevè col cosacco” o
“dall’alpi
a
Sicilia
dovunque è Legnano” non
siete riusciti a tirare
insieme. Sì, Beppe Garibaldi e i suoi la cantarono
fino a stramazzare.
Fu adottato come inno in via
ufficiosa il 12 ottobre 1946
sostituendo “La leggenda
del Piave” che pure
ufficiosamente era stato
adottato come inno dopo
l’armistizio dell’8 settembre
1943.
Secondo
il
cerimoniale ufficiale si sta in
piedi e con la mano destra
sul cuore. E per finire, qui
sono le 14.07 e ho esaurito
lo spazio a disposizione.
Buon Natale!
Masse
continua dalla quinta
Pass della Wright Valley.
Il programma di ciascuna tappa:
realizzazione di perforazioni in
roccia per la posa fino a 30 metri
di profondità di catene
termometriche che consentano
di monitorare il permafrost e
costruzione delle curve di
temperatura per verificare
monitorando in continuo,
l’interazione tra la T°C esterna e
la
roccia
in
posto:
parallelamente campioni,
riportati refrigerati a 20°C in
Italia per lo studio e la ricerca
dell’età del permafrost e per il
tentativo costante, e per ora
inappagato, di ricostruire la
storia climatica degli ultimi 10
milioni di anni.
Un milione di anni circa di
“storia” climatica è stata
ricostruita con grandissima
precisione e dettaglio dalle
perforazioni profonde nel
ghiaccio della calotta glaciale,
peraltro con costi milionari,
eseguite dall’ENEA.
L’obbiettivo è comune ed è
comune a tante attività di
ricerca svolte in questi ultimi
anni da differenti discipline
scientifiche: cercare di dare
una
spiegazioni
al
riscaldamento globale, quel
“global warming” che è sotto
gli occhi di tutti e ormai
notizia “del giorno” anche della
stampa non specializzata, di
cui tutti parlano, e che ha
portato negli ultimi anni a un
ritiro
considerevole
e
progressivo inarrestabile di
ghiacciai alpini, himalaiani e
anche antartici.
La necessità è comprendere se il
“ritiro” dei ghiacci, è dovuto al
riscaldamento del clima, a
causa dell’aumento delle tem-
perature del pianeta, e sia
quindi una tappa di un “ciclo”
climatico naturale di cui la
storia geologica della terra è
piena. Non deve stupire un
ipotesi del genere: a Roncola sul
Monte Albenza ci sono coralli di
un mare tropicale di 150.000 di
anni fa e a Caprino Bergamasco
ci sono resti delle morene dei
ghiacciai che occupavano la
valle dell’Adda 20-30.000 anni
fa. Quindi se il processo è
naturale è assolutamente
ineluttabile, e i tempi non ci
devono preoccupare… le
evoluzioni implicazioni al
minimo migliaia o addirittura
milioni di anni. Ma se davvero,
come alcuni ecologisti un po’
“arrabbiati” proclamano, che il
riscaldamento è causato, o
almeno
fortemente
incrementato, dall’effetto serra
della CO2 e dal buco dell’ozono e
dall’inquinamento in generale,
quale sarà l’evoluzione a
breve-medio
termine?
Dobbiamo davvero dar credito
alle previsione delle ipotesi
catastrofiche… addio a Venezia,
isole delle Maldive sommerse…
attività e città costiere,
desertificazione…
Gli sforzi di moltissimi
ricercatori sono orientati in
questa direzione e speriamo,
anche grazie al nostro
piccolissimo contributo, si arrivi
a dire una parola certa
sull’argomento.
E quindi, di nuovo al 2 di
gennaio 2009 prossimo, ritorno
in Antartide, nella penisola
antartica con il programma
nazionale inglese per mettere un
altro piccolissimo tassello di
questo enorme puzzle.
Fabio Baio
La Redazione: Teresa Capezzuto e Gianpietro Masserini. Disegni di Stefano Savoldelli. Segretario di redazione: Eugenio Donadoni.
Grafica: Fabio Colombo e Domenico Gualandris. LA SVEGLIA c/o Biblioteca Collegio Vescovile Sant’Alessandro via Garibaldi 3, 24122 Bergamo
Tel. 035 21 85 00 - Fax. 035 388 60 88 - Internet: www.exsantalex.it - www.santalex.it email: [email protected]
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Dicembre 2008