Anno LII - semestrale - n. 2 - dicembre 2008 Sped. A. P. - art. 2 comma 20/c Legge 662/96 - Fil. Bergamo Notiziario per gli Ex allievi del Collegio Vescovile Sant’Alessandro in Bergamo e per le loro famiglie Direttore Responsabile: mons. Achille Sana; autorizzazione n. 8 del 17-5-1948 del Tribunale di Bergamo. Con l’approvazione dell’Autorità Ecclesiastica Il Vescovo sulle scuole paritarie L’annuario 2008 dedicato a quattro prof. storici «Lo stato risparmia» Un grazie a tutti i docenti Il vescovo Amadei alla Festa dell’Annuario del Collegio Sant’Alessandro «Se chiudono i nostri istituti, costi molto più alti a carico della collettività» «Vorrei che lo Stato ci dicesse grazie perché paghiamo le tasse e lo facciamo risparmiare. Se chiudessimo le scuole di ispirazione cristiana, lo Stato dovrebbe provvedere da solo ad aprire nuovi istituti con un costo molto maggiore. Lo Stato ci dà meno della metà di quanto risparmia. Vorrei anche che lo spiegassero a tutti coloro che manifestano in difesa della scuola pubblica, perché la presenza delle scuole paritarie permette allo Stato di dedicare più fondi alla scuola statale, non il contrario. Spero che spieghino ai ragazzi come si fanno i conti». È il vescovo Roberto Amadei a parlare con vigore in difesa della scuola cattolica e a proposito dei tagli alle paritarie introdotti dal governo («facciamo risparmiare lo Stato e ci toglie anche qualcosa»), nel suo intervento alla Festa dell’Annuario del Collegio vescovile Sant’Alessandro. Aprendo l’incontro, il rettore del Collegio, monsignor Achille Sana, aveva ringraziato il vescovo per avere «seguito da vicino in tutti questi anni la scuola cattolica, dando coraggio agli istituti piccoli, come le materne parrocchiali, o deboli, perché lontani da centri popolosi». Il rettore aveva concluso augurandosi di poter contare sulla vicinanza di monsignor Amadei anche in futuro. La risposta non si è fatta attendere. Il vescovo infatti ha proseguito affermando che «i ragazzi sono una risorsa, non un problema e la scuola cristiana è importante perché ha a cuore il loro futuro. Una scuola non è cristiana perché ogni tanto propone dei gesti Eccellenza Reverendissima, Gentili Autorità, Egregi ex Docenti, Docenti, personale non docente cari ex allievi e carissimi allievi e genitori presenti. A Voi il saluto e il benvenuto alla festa della nostra scuola. Da ventun anni è la “Festa dell’Annuario” a causa della presentazione del libro che raccoglie l’esperienza della vita scolastica dell’anno precedente. Il saluto esprime la soddisfazione di vedere riunita la comunità scolastica che si riconosce con il nome e con la qualità di essere scuola cattolica, scuola a tutta prova e di alta ispirazione umana. L’interna compiacenza del Rettore si spiega per successive segnalazioni che raccolgo dal libro distribuito. La dedica dell’Annuario è alle figure dei docenti Costantino Locatelli, Biagio Lussi, mons. Vittorio Maconi, Pietro Raffaelli. Figure insigni per la scienza e per l’ autorità educativa nella nostra scuola. Ma è anche l’occasione per attribuire a tutti i docenti attualmente in attività la stima e la gratitudine per l’azione tecnica ed educativa. In questa festa dell’Annuario diventa protagonista la figura dei docenti. La scuola è grande nella sua opera se è valido il corpo docente. Oggi agli insegnanti del Collegio rivolgo un complimento e un augurio per le qualità professionali e morali che dispongono a favore degli alunni. Mi rivolgo a Sua Eccellenza e alla autorità con sentimento di reverente ossequio e di rispetto. Un particolare pensiero di riconoscenza e di affetto riservo a sua eccellenza Mons. Roberto Amadei che ha seguito con cura tutti gli eventi della scuola cattolica della Diocesi di Bergamo e ha dato sostegno e Susanna Pesenti continua in terza Achille Sana continua in seconda La sveglia dicembre 2008 L’annuario 2008 dedicato a quattro prof. storici Un grazie a tutti i docenti continua dalla prima coraggio alle istituzioni scolastiche umili come quelle materne parrocchiali o deboli come quelle lontane dai centri popolosi. La mia personale riconoscenza al vescovo è motivata dalla comprensione che ha espresso più volte al Rettore del Collegio con parole di stima e di sollecitudine. Colgo la circostanza di questa festa per chiedere che sia ancora un amico del Collegio nel tempo futuro. Nell’anno 2007/2008 il Liceo Scientifico a indirizzo musicale ha compiuto cinque anni e il primo gruppo di alunni ha concluso il percorso iniziato nell’anno scolastico 2003/2004. Il percorso è stato portato al termine da tutti gli alunni che l’hanno iniziato con profitto positivo. Anche la scuola Secondaria di primo grado ha concluso il primo ciclo dell’indirizzo musicale iniziato nell’anno scolastico 2005/2006. Due sono stati gli alunni che hanno sostenuto l’esame di licenza media con la prova dello strumento musicale (chitarra). L’Accademia di Santa Cecilia che ha sede nel Collegio S. Alessandro ha favorito la nascita e lo sviluppo dell’indirizzo musicale nella scuola. Fra gli altri interessi interni alla scuola c’è il problema finanziario delle rette scolastiche sempre aperto e che diventa preoccupante nella attuale difficoltà economica mondiale. Le famiglie degli alunni sono sempre più in ristrettezza. Dall’altro lato i contributi che provengono dallo Stato sono limitati, mentre permangono gli aiuti che nascono dalle iniziative della Regione e dalla Provincia di Bergamo. Con questo cenno intendo partecipare alle afflizioni diffuse fra la gente, ma anche ad affermare che la scuola ha il primo posto fra le agenzie educative e non può essere trascurata dal legislatore. Sottopongo infine all’attenzione comune due argomenti di riflessione. In primo luogo il problema degli alunni come problema educativo da una parte; lo sviluppo dell’età porta agli alunni la maturazione delle qualità proprie della natura come la mente, il cuore, la relazione sociale; nella famiglia l’azione dei genitori che promuove le migliori occasioni per far crescere i figli in modo positivo; nella scuola gli alunni trovano le migliori tecniche didattiche pedagogiche per accrescere le conoscenze e le capacità personali. Dall’altra parte considero il ruolo della famiglia oggi come il più fragile. È troppo esposto all’improvvisazione della pratica educativa, alla passionalità delle relazioni educative, alla presunzione dell’abilità educativa. La fragilità dell’impianto ideale educativo nella famiglia produce inerzia mentale nell’alunno, disorganizzazione nella ricerca e nella scelta del percorso personale, dipendenza nel riferimento a modelli modi vita. Educare gli pag. 2 alunni è diventata un’impresa soggettiva e volubile. È necessario ridare forza alle azioni didattico-educative ritornando al metodo di Dio che provvede a ogni sua creatura facendola maturare. In nome di questa convinzione il docente sa di essere maestro promotore e catalizzatore di interiori illuminazioni divine. Il problema dell’educazione come problema sociale: seguendo l’itinerario della istruzione e dell’educazione dettata dal Ministro della Pubblica Istruzione si incontra un’interpretazione moltiplicata e contraddittoria circa l’itinerario, il metodo, il risultato. Non si trova una comune idea, non appare un progetto sociale una filosofia comune circa il modo di educare e la meta educativa. Ci sono grandi aspirazioni, ma confuse maniere di indirizzare gli alunni alla vita onesta e produttiva. Le manifestazioni degli ultimi tempi dichiarano la debole ipotesi didattico-educativa presente nel pensiero della società. Sono due argomenti più dichiarati che sviluppati. Al termine di questo saluto richiamo alla comunità scolastica l’obbligo di riconoscenza a Mons. Paolo Rossi per l’opera compiuta a favore della Scuola quale amministratore e procuratore dell’Opera S. Alessandro e, in particolare quale presidente del Comitato di gestione del nostro Collegio. Il nuovo ufficio a lui affidato dal Vescovo porti a Lui le migliori soddisfazioni dello spirito. In vista del Natale rivolgo alle autorità e alla comunità del Collegio gli auguri di interiore consolazione. Don Achille Sana La sveglia continua dalla prima religiosi,ma perché è attenta a sviluppare le potenzialità umane e culturali di ogni ragazzo, lasciando alle famiglie la prima parola in campo educativo, perché i figli non vanno parcheggiati, neppure nella migliore scuola». Il senso dell’educazione è «aiutare i giovani a prendere in mano la propria vita e a gestirla in maniera adeguata in base a valori che per la scuola di ispirazione cristiana sono quelli del Vangelo. Ma – ha sottolineato il vescovo – i valori del Vangelo sono gli stessi di chi usa la ragione: la libertà, l’accoglienza, la responsabilità in funzione del servizio all’uomo. Valori che incamminano sulla strada della verità oggettiva, che esiste. Oggi, insieme al cardinal Martini, si può dire che la differenza non è fra chi crede e chi non crede, ma fra chi continua a interrogarsi sinceramente e chi ha invece chiuso le porte dell’intelligenza». Spiegando che il cristianesimo è prima di tutto «l’incontro con la persona di Cristo» il vescovo ha constatato anche con preoccupazione «l’ignoranza su Gesù Cristo fra i ragazzi» un’ignoranza che deve far riflettere soprattutto gli adulti. Le sue parole sono state accolte dall’applauso degli studenti e dei genitori e monsignor Amadei, un po’ commosso, ha concluso l’intervento con una battuta simpatica. Accennando allo stendardo del collegio appeso alle sue spalle, un prezioso ricamo accuratamente restaurato dalle monache del monastero di San Benedetto, ha ringraziato il rettore che è «da 31 anni, con perizia, al timone del Collegio» concludendo che «tra un po’ metteremo nello dicembre 2008 Il Vescovo sulle scuole paritarie «Lo stato risparmia» stendardo anche lui!». Monsignor Sana nel suo intervento, oltre a ringraziare i presenti e dar conto dell’attività del Collegio, ha, conciso e acuto, centrato il cuore del problema attuale della scuola: da un lato famiglie fragili che tirano su i figli a colpi di emozioni, adulti che generano nei ragazzi inerzia, disorganizzazione e dipendenza; dall’altro un quadro ministeriale contraddittorio dove si stenta a individuare un progetto comune di scuola per il Paese. L’Annuario, giunto alla XXI edizione e dedicato quest’anno ai professori Costantino Locatelli, Biagio Lussi, Vittorio Maconi, Pietro Raffaelli, è ogni dicembre l’occasione per riunire allievi, genitori, insegnanti, personale, ex allievi. Presenti anche l’assessore Silvana Nespoli, Piero Danesi per l’Ufficio scolastico e la presidente del Consiglio d’Istituto Sara Cesarini. Quest’anno i contenuti del volume sono stati presentati da tre studenti: Michele Da Re, Federica Barbella, Marco Pelucchi e dal professor Giacomo Paris, che ha usato un’immagine di Italo Calvino per descrivere il lavoro educativo: lo spalare un sentiero dopo una nevicata, in campi bianchi come un foglio, per lasciare una traccia e insieme dare la libertà di camminare. La festa, aperta da un concerto degli allievi del liceo scientifico e della scuola media a indirizzo musicale, si è conclusa con la consegna ai meritevoli delle borse di studio. Susanna Pesenti Giacomo Paris presenta l’Annuario “Quel mattino lo svegliò il silenzio. Marcovaldo si tirò su dal letto col senso di qualcosa di strano nell’aria. Non capiva che ora era, la luce tra le stecche delle persiane era diversa da quella di tutte le ore del giorno e della notte. Aperse la finestra : la città non c’era più, era stata sostituita da un foglio bianco. Aguzzando lo sguardo, distinse, in mezzo al bianco, alcune linee quasi cancellate, che corrispondevano a quelle della vista abituale: le finestre e i tetti e i lampioni lì intorno ma perdute sotto tutta la neve che c’era calata sopra nella notte. (...). Andò al lavoro a piedi. (...). Per strada, aprendosi lui stesso la sua pista, si sentì libero come non s’era mai sentito”. Anche noi, come in una città smarrita nella neve, ci prendiamo la libertà di tracciare un solco, di aprire una strada. Anche noi, come Marcovaldo, pieni di stupore e di meraviglia scaviamo un sentiero con i nostri stessi piedi. Affinché ciò che è stato non rimanga puro ricordo o vaga traccia... Ma si trasformi in memoria pungente sul foglio bianco della nostra vita... Queste, certo, sono solo alcune fra le infinite possibili tracce, e forse quelle più vere sono quelle che sono rimaste nascoste, non dette, non scritte, non scolpite, non scavate... E allora queste parole, quelle dell’Annuario, quelle dette e stampate con l’inchiostro, vogliono diventare le parole di tutti, soprattutto di coloro che in silenzio, ogni giorno, spalano la neve... affinché altri possano camminare gustando il tenero sapore della libertà... Giacomo Paris pag. 3 La sveglia dicembre 2008 Un reportage dal cuore della protesta universitaria nnanzitutto credo sia d’obbligo manifestare il proprio scontento. mediocre e che ha modesti IRoberto presentarmi: mi chiamo Posso affermare che, dopo le risultati nella ricerca richiede e sono un ex-allievo che ha scelto di studiare Filosofia presso la “Statale” di Milano. Il mio ateneo negli ultimi mesi è stato molto attivo sul fronte della protesta contro la legge finanziaria approvata il 6 agosto che stabilisce il taglio di 1441,5 milioni di al fondo di finanziamento ordinario dell’ Università per il quinquennio 2009/13, il blocco del turn-over al di sotto del 20% per il triennio 2009/11 – una nuova assunzione nel personale universitario ogni 5 posti liberati – e infine la possibilità per gli Atenei di trasformarsi in fondazioni private con una votazione a maggioranza del 50%+ 1 del Senato Accademico. In particolare, nella mia università, occupazioni, assemblee, grandi eventi e manifestazioni hanno creato un clima da “maggio francese”. Ora che però il decreto è stato approvato e convertito in legge, ora che l’agenda politica e l’attenzione mediatica sembrano aver voltato pagina e i partecipanti ai cortei iniziano lentamente a scemare, guardando a tutto quello che è successo nei mesi scorsi sembra di trovarsi di fronte a un mito, più che alla nuda cronaca di eventi reali. La domanda più impellente non è tanto “chi ha ragione?”, ma “cosa c’è di vero?” nei fatti e nelle posizioni assunte dalle parti coinvolte nella vicenda. Il primo mito è stato creato da Opposizione e Sinistra Universitaria e riguarda l’adesione in massa di cui godrebbe il movimento studentesco: in realtà il fenomeno è stato molto marginale. Le prime assemblee in Aula Magna hanno visto sì un gran numero di partecipanti, ma molti di noi si trovavano lì più per capire cosa stesse succedendo nel mondo della Scuola che per prime riunioni ideologicamente molto attive ma scarsamente informative, meno della metà degli studenti ha ricoperto un ruolo attivo nella protesta e quasi nullo è stato l’apporto dei docenti. Dei falsi miti, tuttavia, sono stati agitati anche da movimenti come Obiettivo Studenti e Azione Universitaria, rappresentanti del centro-destra studentesco. Anche in televisione questi si sono erti a difesa del diritto allo studio. Porto innanzitutto la mia esperienza personale: in 2 mesi di protesta non ho potuto seguire solo una lezione e di tutte le facoltà ospitate dalla Statale solo quella di Scienze Politiche è stata occupata per pochi giorni. Lo spauracchio del blocco della didattica è stato evocato senza motivo. Ritengo inoltre un atteggiamento quanto mai miope quello che vede nella doppia legge promulgata dal Governo un p r o v v e d i m e n t o agostinianamente “bello, buono e giusto”. Quello preso dal Governo è un provvedimento smithiano: togliamo soldi dal finanziamento pubblico in modo che il mercato degli atenei si regoli da sé per la propria sopravvivenza, annullando gli esuberi di personale e le facoltà inutili. Questo da un lato è un pensiero corretto: posso testimoniare anch’io la presenza di sprechi ingiustificati all’interno della mia facoltà. Tuttavia soprattutto nella proliferazione delle facoltà e degli atenei minori un ruolo fondamentale è stato esercitato dalla politica locale: favorendo l’attivazione di interi atenei o di nuove facoltà nei piccoli centri a scopo elettorale, si è finiti per aumentare le bocche senza aumentare le dimensioni della torta. In questo Bergamo è un esempio: un ateneo mediocre che fornisce una preparazione pag. 4 ogni anno sempre più finanziamenti, causa l’aumento del numero di studenti e delle facoltà. Ora occorre al più presto una vera Riforma. I tagli al momento colpiscono tutti gli atenei indiscriminatamente: dal Governo è stata seguita la logica del “se la sbrighino fra di loro”, senza promuovere dei criteri per instaurare una vera meritocrazia, per ora solo sventolata. Al momento chi meriterebbe di più avrà comunque meno di quello che riceveva prima. Non dimentichiamo poi che il Ministro Gelmini, appena insediato, ha abolito le commissioni poste a valutare le università. È giusto che gli atenei minori vengano chiusi, ma il Governo dovrebbe di conseguenza fare di più per favorire gli studenti fuori sede, che scelgono l’ateneo minore perché spostarsi in un’altra città risulta troppo oneroso: la creazione di campus universitari, la promozione di sostanziose borse di studio e il miglioramento dei trasporti rimangono per ora un miraggio americano.Mi sembra di intravedere una speranza nei provvedimenti del Governo: la speranza che molti atenei diventino enti privati, così che non debbano più pesare in futuro sul bilancio dello Stato. Ma tale speranza è quanto mai desolante: è vero che siamo in tempi di crisi economica, ma non possiamo giustificare il ritorno a un’istruzione di serie A, accessibile su base economica (altro che meritocratica!) a pochi e a un’istruzione pubblica di serie B lasciata andare sempre più alla deriva. Ancora una volta gli USA insegnano, ma negativamente. Roberto Vedovati La sveglia N ell’estate australe del 1912 il capitano R. F. Scott, mitico esploratore neozelandese, raggiunge, poche settimane dopo il “rivale” R. Amundsen norvegese, il Polo Sud geografico: la delusione è tremenda. L’impegno organizzativo, per i tempi, è grande, lo sforzo fisico, immane: a causa di alcune scelte sbagliate e della sfortuna, tutti gli esploratori della spedizione di Scott muoiono. L’epopea di queste eroiche gesta sono immortalate in pagine dense di tensione e di una disperata e drammatica umanità. “… la fine non può essere lontana. E’ un peccato che non possa scrivere di più … Per amor di Dio assistete le nostre famiglie...” (da Scott’s Last Expedition, Dodd, Mead and company). Visitando la “Discovery Hut” la casa rifugio in legno costruita per la sua spedizione al polo Sud - nel mar di Ross a 78° di latitudine sud, questi pensieri affiorano: eppure io sono comodo, al caldo nella mia super-tuta in goretex, dopo un “lauto” pranzo caldo e invitante, vicino alla base americana di Mac Murdo sull’isola di Ross. Eppure il posto semplice e spoglio è estremamente suggestivo e vedere alcuni pezzi del loro abbigliamento e i resti dei cibi da loro utilizzate in queste imprese al limiti delle possibilità umane, aumenta a dismisura l’ammirazione per questi eroi delle esplorazioni delle ultime “isole” inesplorate del nostro pianeta. Come consueto Cook, Amundsen, Scott, Shackleton e gli altri esploratori dei tempi, arrivavano su terre inesplorate, piantavano la bandiera del loro re o regina, e “annettevano” quelle terre ai possedimenti della corona del dicembre 2008 FABIO BAIO UN EX sulle tracce di Scott loro paese in suolo Antartico. Solo nel 1957 in occasione dell’Anno Geofisico Internazionale i dodici stati che avevano rivendicazioni territoriali sul VI° continente, a seguito delle esplorazioni, decidono di comune accordo di rinunciare alle loro “proprietà” in favore dell’umanità e del “Trattato antartico” che da allora, tramite il comitato SCAR (Sci- entific Committee on Antarctic Research – Londra) che regola le attività sul suolo del Polo Sud. Dal 1981 anche l’Italia ha aderito al trattato antartico e dal 1985 circa una legge dello stato ha dato ufficialmente il via al Programma Nazionale di Ricerche in Antartide. Dopo aver sognato, ai tempi dei primi anni di università, anni ‘74-’75, una spedizione “fantasia”, dall’isola di Ross al Polo Sud geografico, senza cani… e con l’amico Gigi,… rivelatasi ovviamente irrealizzabile,… arrivo ad pag. 5 avvicinarmi al continente bianco i primi anni duemila dopo che, alcune collaborazioni con un glaciologo dell’università mi avvicinano alla possibilità di raggiungere e “calpestare” il suolo permanentemente gelato dell’Antartide. Nel 2003 quindi eccomi al corso di abilitazione, presso la sede ENEA del Brasimone sull’Appennino Bolognese, per l’addestramento alla sicurezza e alla logistica e poi al Colle del Gigante, sotto punta Helbronner a 3600 m sul M. Bianco, per familiarizzare con tende-fornelli-corde-ramponi, ghiacci e crepacci. Finalmente poi, il 20 ottobre del 2003, le ruote del C130 della SAFAIR su cui arrivo da Chirstchurch (NZ), toccano il ghiaccio marino della Tethys Bay a Baia Terranova, davanti alla base Italiana dedicata poi quell’anno allo scomparso ing. Mario Zucchelli, dirigente dell’Enea “padre” del progetto Antartide italiano. E così sono stato una prima volta al Polo Sud un mese e mezzo nell’estate australe del 2003 con la XIXª spedizione italiana: 20 ggiorni alla base e altrettanti in un campo remoto in tenda alla Victoria Valley al 78° di Lat. Sud. Di nuovo giù al polo nel 2005 analogo programma: 20 gg. alla base italiana MZS con attività nei dintorni e 20 giorni alla “Scott-base” Neo Zelandese sull’isola di Ross e attività in campi remoti sulle coste del Mar di Ross e di nuovo nelle Dry Valley al Bull continua in ultima La sveglia dicembre 2008 Dieci anni dopo l’enciclica Fides et Ratio R icorre in questo periodo il X anniversario della pubblicazione della nota Enciclica di Giovanni Paolo II: Fides et ratio (1998 – 2008). A Roma si è svolto, presso la Pontificia Università Lateranense, un rilevante Convegno internazionale di studio che ha visto impegnati per tre giornate (16 -18 ott. 2008) studiosi di varie università europee che hanno approfondito il documento pontificio sotto gli aspetti storici, antropologici, metafisici, teologici e pedagogici, nel quadro di una possibile “unità del sapere”, capace di essere aperta ad ulteriori acquisizioni, frutto della continua ricerca umana. Il tema generale: “Fiducia nella ragione”, già significativo nella sua formulazione, ha permesso di vedere gli aspetti più importanti della suddetta Enciclica e le ragioni della sua pressante e continua validità proprio in relazione allo sviluppo dei vari campi del sapere. Per una valutazione più completa di questo importante Convegno di studio occorrerà aspettare la pubblicazione degli “Atti”, ma già ora è a disposizione il discorso che Benedetto XVI ha voluto, di proposito, rivolgere ai partecipanti del Convegno, in occasione di questo X anniversario della Fides et ratio, alla cui preparazione e stesura egli – come si è saputo dai relatori del Convegno – aveva dato il suo apporto da cardinale. Il testo del suddetto discorso è apparso sulle pagine de L’Osservatore Romano (17 ott. 2008) con il titolo: La fede non teme la scienza. Le offre un’etica per l’uomo e meriterebbe di essere riportato interamente per la sua precisa e decisiva rilevanza culturale. Qui si richiamano solo alcuni punti. Benedetto XVI ha posto in rilievo la “perdurante attualità” dell’Enciclica “per la sua grande apertura nei confronti della ragione, soprattutto in un periodo in cui ne viene teorizzata la debolezza”. Giovanni Paolo II infatti nella Fides et ratio aveva esortato ad una “audacia della ragione” nel senso che essa non deve limitarsi solo a certi settori della ricerca scientifico-sperimentale, ma deve essere capace di attingere livelli di riflessione teoretica e metafisica sulla realtà del mondo e dell’uomo (cfr. Fides et ratio, §§ 56 e 83). Oggi invece la “ragione”, nelle sue capacità scientifiche e tecnologiche, “ha emarginato la ragione (filosofica) che ricercava la verità ultima delle cose, per fare spazio ad una ragione paga di scoprire la verità contingente delle leggi della natura”. “La ricerca scientifica ha certamente il suo valore positivo” – ha precisato Benedetto XVI – ma questa ricerca deve essere “finalizzata all’uomo, al suo benessere e al progresso di tutta l’umanità”. Talora invece le mire del guadagno o la pretesa di sostituirsi al Creatore del modo e dell’uomo porta la ricerca scientifica verso una “hybris della ragione che può assumere caratteristiche pericolose per la stessa umanità”. Quindi, siccome la scienza, in sé e per sé, “non è in grado di elaborare principi etici” pag. 6 occorre che “la filosofia e la teologia diventino, in questo contesto, degli aiuti indispensabili con cui occorre confrontarsi per evitare che la scienza proceda da sola in un sentiero tortuoso, colmo di imprevisti e non privo di rischi”. “Ciò non significa affatto – ha detto con chiarezza Benedetto XVI – limitare la ricerca scientifica o impedire alla tecnica di produrre strumenti di sviluppo”, ma significa solo “mantenere vigile il senso di responsabilità che la ragione e la fede possiedono nei confronti della scienza perché essa permanga nel solco del suo servizio all’uomo”. Un altro importante rilievo che Benedetto XVI ha presentato nel suo discorso (e che risulta in piena sintonia con quanto Giovanni Paolo II ha detto nella Fides et ratio) è costituito da questo passo: “La ragione (umana e filosofica) peraltro sente e scopre che, oltre a ciò che ha già raggiunto e conquistato, esiste una verità che non potrà mai scoprire partendo da se stessa, ma solo ricevere come dono gratuito. La verità della Rivelazione non si sovrappone a quella raggiunta dalla ragione, purifica piuttosto la ragione e la innalza, permettendo così di dilatare i propri spazi per inserirsi in un campo di ricerca insondabile come il mistero stesso”. Non sarà inutile qui ricordare che già Tommaso d’Aquino aveva asserito: “Gratia non tollit natura sed pèrficit” (La grazia della Rivelazione non elimina la natura e le capacità della ragione umana, ma le perfeziona). Occorre dunque rimeditare quanto Giovanni Paolo II ha proposto nella Fides et ratio e quanto Benedetto XVI ha richiamato e risottolineato, in occasione di questo X anniversario. Angelo Marchesi La sveglia dicembre 2008 Un libro di Alessandro Persico Chiarezza su Pio XII il Papa contestato L’intervista dell’autore su L’eco di Bergamo La figura di Pio XII si può paragonare a una pagina più volte sottolineata e annotata, al punto che è ormai difficile distinguere il testo originale dai successivi commenti. A partire dal 1963, con la prima rappresentazione del dramma di Rolf Hochhuth, Der Stellvertreter («Il Vicario»), sul conto di Eugenio Pacelli si è sviluppata una leggenda nera che ha indotto alcuni a definirlo «il Papa di Hitler» (così si intitolava un discusso libro di John Cornwell). Su questo tema, il discorso propriamente storiografico tende a incrociare altre prospettive, di tipo teologico o politico: lo confermano le dichiarazioni degli scorsi giorni del ministro israeliano per il Welfare Isaac Herzog, per cui, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, pur avendo la possibilità di intervenire a favore degli ebrei, Papa Pacelli sarebbe rimasto in silenzio («e forse fece anche peggio», aggiungeva Herzog in un’intervista concessa al quotidiano Haaretz: dove l’avverbio «forse» pare suggerire che su questo papa graverebbe «a priori» una presunzione di attiva complicità con l’Olocausto). Nel suo volume Il caso Pio XII. Mezzo secolo di dibattito su Eugenio Pacelli (Guerini e Associati, pp. 462 , euro 28) un giovane studioso bergamasco, Alessandro Angelo Persico, collaboratore di Agostino Giovagnoli alla cattedra di Storia c o n t e m p o r a n e a dell’Università Cattolica di Milano, esamina le diverse fasi della discussione su un Pontefice «tenacemente esaltato dagli uni – scrive nella prefazione lo stesso Giovagnoli –, fino a ignorare fatti che possono essere variamente interpretati ma che è impossibile negare, e duramente condannato dagli altri, fino ad attribuirgli colpe che oltrepassano i limiti oggettivi delle sue possibilità di azione». «La mia indagine – spiega Persico – non si occupa direttamente degli eventi concernenti la persona di Pio XII, ma piuttosto di “storia della storiografia”, delle diverse interpretazioni che si sono date sul suo pontificato. Sono partito da una constatazione: su Pacelli si è scritto moltissimo, ma sono poche le biografie di un certo spessore; ricorderei, in epoca recente, quelle di Philippe Chenaux e di Andrea Tornielli. Mancava, soprattutto, uno studio che tirasse le fila del dibattito storiografico: Il caso Pio XII è il risultato di tre anni di ricerche orientate in questo senso». Lei concorda con l’idea che, spesso, si parli di Pio XII per parlare di altri? «Soprattutto, si parla e si pag. 7 scrive di Pio XII per sostenere un certo modello di Chiesa, anziché un altro. Se si vede nel Concilio Vaticano II un momento di discontinuità molto forte rispetto al periodo pacelliano, ecco che su Pacelli si tenderà a dare un giudizio negativo. Se invece si concepisce il Concilio come un semplice momento di “aggiornamento”, si tenderà a includere la figura di Pio XII in una tradizione che va da Pio IX (1846-1878) fino ad oggi. La “scuola bolognese” di Giuseppe Alberigo e di Alberto Melloni, le cui tesi sono state talvolta estremizzate nei resoconti giornalistici, propende per la prima impostazione; all’opposto, abbiamo un’interpretazione più “istituzionale”, sostenuta ad esempio dall’arcivescovo Agostino Marchetto, che, se non si è occupato specificamente di Pio XII, insiste però sulla continuità del magistero del Vaticano II rispetto al precedente assetto ecclesiale». La tesi per cui Pacelli avrebbe taciuto sullo sterminio degli ebrei fu espressa per la prima volta ne «Il Vicario» di Rolf Hocchuth, un autore a dir poco controverso. È fondata l’accusa, che gli è stata poi rivolta, di aver voluto consapevolmente diffamare Pio XII? «Recentemente è stata diffusa anche la testimonianza di un ex generale dei servizi segreti romeni, Ion Mihai Pacepa, per continua alle pagine seguenti La sveglia cui a ispirare l’opera di Hochhuth sarebbe stato proprio il Kgb. Io ho però cercato di andare un po’ al di là di questo cliché storiografico. È interessante, ad esempio, che l’argomento dei “silenzi” di Pio XII non sia stato utilizzato dalla propaganda dei Paesi del blocco comunista già nell’immediato dopoguerra. Credo che lo scalpore suscitato da Il Vicario e la lunga querelle che ne seguì si spieghino solo con un mutamento generale della sensibilità verso l’Olocausto, un mutamento sopravvenuto appunto all’inizio degli anni ‘60, dopo una lunga rimozione nel periodo postbellico. Il processo al criminale nazista Adolf Eichmann, condotto nel 1961 a Gerusalemme, spinse l’opinione pubblica internazionale a interrogarsi sulle responsabilità di ciò che era avvenuto. Ci si chiedeva ora se un tradizionale antigiudaismo cristiano, peraltro diverso dall’antisemitismo nazista, non avesse contribuito all’accettazione delle misure discriminatorie contro gli ebrei. Il dramma di Hochhuth va pensato su questo sfondo: Il Vicario “individualizzava” queste responsabilità etiche e politiche, concentrandole su Pio XII, che – pur informato del genocidio –, avrebbe taciuto. Si è creata così una diceria che dicembre 2008 molti oggi scambiano per una verità provata. Di fatto, anche la scelta di Paolo VI di pubblicare numerosi documenti della diplomazia vaticana relativi al periodo della Seconda Guerra Mondiale, per difendere la memoria del suo predecessore e per riportare il dibattito sul piano propriamente storiografico, è stata seguita da polemiche, accuse di malafede, presunti scoop sui retroscena di tale decisione». Alla luce della pubblicazione di questi documenti, a suo avviso, ha ancora senso parlare dei presunti «silenzi» di Papa Pacelli? «Il tema dei “silenzi” ricorre oggi soprattutto sui giornali, mentre la storiografia più avvertita è restia a usare questo termine, che automaticamente evoca l’immagine di un pontefice umanamente insensibile, antisemita, motivato ad agire solo da ragioni di opportunità politica. Attualmente prevale una prospettiva diversa. Alcuni studiosi, semmai, avanzano l’ipotesi che Pacelli, per vari motivi, abbia mantenuto una linea più “diplomatica” che “profetica” nei riguardi di Hitler e di Mussolini. Altri invece, come Andrea Riccardi, affermano che la prudenza del Vaticano servì a sostenere le tante iniziative di soccorso agli ebrei da parte di strutture e singoli fedeli cattolici. Al di là dei diversi orientamenti storiografici, comunque oggi risulta chiaro che il problema dell’atteggiamento della Chiesa verso l’Olocausto non può essere riferito solo alla persona di Pio XII: la questione ha una portata collettiva, non individuale». Ma è vero che Papa Ratti, Pio XI, sarebbe stato disposto a correre dei rischi pur di denunciare i crimini di Mussolini e Hitler, mentre il suo segretario di Stato e poi pag. 8 successore, Pacelli, avrebbe mantenuto un profilo più prudente? Si è molto discusso sulla «Humani generis unitas», l’enciclica voluta da Pio XI, ma non pubblicata, in cui Achille Ratti accomunava nella stessa condanna il totalitarismo fascista, nazista e comunista. «Secondo alcuni storici questo testo, ritrovato nel 1972, avrebbe potuto portare alla rottura delle relazioni con Hitler e Mussolini, soprattutto nel momento in cui il regime fascista, seguendo quello nazista, si dotava di una legislazione antiebraica. Però è anche vero che la prima enciclica pacelliana, la Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, affrontava lo stesso tema di quella del predecessore: l’unità del genere umano, minacciata dall’idolatria dello Stato e della razza. Pio XII condannava “la dimenticanza di quella legge di umana solidarietà e carità, che viene dettata e imposta (…) dalla comunanza di origine e dall’uguaglianza della natura razionale in tutti gli uomini, a qualsiasi popolo appartengano”». Un ultimo punto: nella memoria collettiva, Pio XII non ha forse «scontato» l’inevitabile confronto con il suo successore, Giovanni XXIII? «In questo 2008, si celebra per entrambi un 50° anniversario: per Pacelli quello della morte, avvenuta il 9 ottobre 1958, e per Roncalli quello dell’elezione al soglio pontificio, il 28 dello stesso mese. È difficile immaginare due temperamenti più distanti: Pio XII aveva dei tratti ieratici, era controllatissimo, preparava i suoi testi con grande minuziosità, nei discorsi pubblici coordinava persino le parole con i gesti». Giulio Brotti La sveglia Recensione del Corriere della Sera È il Papa del Novecento più citato e meno conosciuto, più studiato e allo stesso tempo negletto, oggetto di una leggenda nera, nata in ambito cattolico e trasferitasi in ambiente ebraico, e di una leggenda rosa, coltivata prima dagli ebrei e poi ereditata dai cattolici. La figura di Eugenio Pacelli (2 marzo 1876 – 9 ottobre 1958) rimane un enigma a cinquant’anni dalla morte. Tanto che un giovane e brillante studioso, Alessandro Angelo Persico, ha potuto intitolare a ragione la sua opera prima, in uscita da Guerini e Associati, Allievo di Agostino Giovagnoli, contemporaneista della Cattolica di Milano, che firma la prefazione, Persico con l’energia e la passione dei suoi ventotto anni in un classico saggio di storia della storiografia ci porta per mano in mezzo secolo di controversie e ci fa capire perché «tra una stagione polemica e l’altra si è arrivati a ponderose e complesse interpretazioni, ma a parte il recente libro di Philippe Chenaux, non a una biografia scientifica del personaggio », sull’esempio di quanto Renzo De Felice fece con Benito Mussolini a partire dagli anni Sessanta. «Il caso Pio XII», ci spiega Persico, si nutre di una serie di equivoci: «Innanzitutto è diventato la figura simbolo di un determinato tipo di Chiesa nel dibattito storico- teologico sul Concilio Vaticano II. Sicché chi ne ha sottolineato gli elementi di rottura con il passato è portato a individuare in Papa Pacelli il rappresentante di una tradizione poco aperta alla modernità. Ciò è evidente non tanto nei cinque volumi che Giuseppe Alberigo, fondatore della scuola bolognese, ha dicembre 2008 dedicato al Concilio Vaticano II, quanto in una corrente di pubblicisti e giornalisti che ad essa si ispira». Sul fronte opposto di questa lettura teologica troviamo lo strenuo antagonista di Alberigo, Agostino Marchetto, che nel Contrappunto alla storia del Vaticano II tende a valorizzare gli aspetti di continuità e quindi a sottolineare quanto il magistero di Pio XII abbia contribuito agli sviluppi conciliari. Pontefice nel crinale della Seconda guerra mondiale, Eugenio Pacelli negli anni Sessanta è stato bollato dal dramma di Rolf Hochhuth, Il Vicario, rappresentato per la prima volta a Berlino il 20 febbraio 1963 da Erwin Piscator, come «il Papa del silenzio». Mai una scena teatrale, come quella del quarto atto in cui Pio XII rifiuta di prendere posizione di fronte allo sterminio degli ebrei, ha avuto tanto peso politico. Quella pièce, rappresentata in Germania e Francia, ma censurata in Italia e in Israele, dove si era molto attenti alle revisioni conciliari rispetto alla tradizionale raffigurazione cattolica del popolo deicida, «rappresenta l’inizio della fine di una rimozione collettiva. La messa in scena è dello stesso anno dell’opera di Hannah Arendt, La banalità del male sul processo ad Adolf Eichmann. Il mondo si rese conto che nella tragedia della Seconda guerra mondiale l’Olocausto ebraico aveva un rilievo unico e le responsabilità della Chiesa venivano ricondotte, almeno a livello giornalistico, alla sola figura di Pio XII». Alle immediate polemiche seguirono studi più approfonditi: «Lo storico Giovanni Miccoli, che nel 2000 pubblicò il fondamentale I dilemmi e i silenzi di Pio XII — continua Persico — cominciò questo tipo di studi nel 1965 pag. 9 sull’onda delle emozioni suscitate dal Vicario. Il suo sforzo è stato di ricostruire la complessità di una posizione dottrinaria che dalla fine dell’Ottocento culmina nel pontificato di Pio XII: una Chiesa che sino ad allora aveva sostenuto la discriminazione degli ebrei non era attrezzata per opporre una resistenza efficace alle ideologie razziste sorte negli anni Venti e Trenta. In direzione opposta, uno sforzo per inserire la figura di Pio XII nella complessità della storia contemporanea è stato compiuto da Andrea Riccardi, che a partire dal convegno di Bari del 1982 ha sottolineato quanto sia importante studiare non soltanto i primi sei anni del pontificato di Pio XII, 1939-45, ma tutto il lungo periodo successivo». A delineare serenamente la figura di Eugenio Pacelli non ha nemmeno giovato la contrapposizione con il suo predecessore Achille Ratti: la discontinuità con Pio XI è stata evidenziata da una storica moderna e capace come Emma Fattorini, mentre Andrea Tornielli e Matteo Luigi Napolitano ne hanno sottolineato i punti di contatto. Ogni stagione ha conosciuto una polemica: dalla pubblicazione degli Actes voluta da Paolo VI negli anni Sessanta in risposta al La sveglia dramma di Hochhuth alla commissione mista cattolici-ebrei istituita negli anni Novanta e miseramente naufragata, sino alle diatribe di questi giorni con le risentite dichiarazioni di monsignor Rino Fisichella e dello storico Peter Gumpel, istruttore del lungo processo di beatificazione, sulle controverse scritte riguardanti Pio XII nel museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Tra ricostruzioni giornalistiche e polemiche, Pio XII è sulla bocca di tutti, ma nessun accademico italiano ne ha mai scritto la biografia. Dino Messina Recensione de Il Foglio Per dirla con Anna Foa, in un contesto apologetico ‘la leggenda rosa‘ è nata nel mondo ebraico, quella ‘nera‘ all’interno dello stesso cattolicesimo". Già questa sola battuta basta forse a dare un’idea del modo in cui questo testo, pur nato con intenti rigidamente accademici, può sparigliare i dati apparentemente acquisiti dalla polemica più spicciola. Intendiamoci: collaboratore della cattedra di Storia contemporanea alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica di Milano, Alessandro Angelo Persico non entra nel merito della beatificazione di Pio XII. Non è né pro, né contro, e neanche si occupa dei fatti storici. Con intenti più modesti ma con documentazione certosina, questo volume cerca soltanto di ricostruire il modo in cui storici e polemisti hanno affrontato il problema. Ma in senso molto lato, visto che il discorso è inserito nel più generale nodo del rapporto fra la Chiesa e la modernità: da Pio IX fino a Benedetto XVI. Pur se la gamma dei giudizi presentati dicembre 2008 è variata all’estremo, il lettore comprende comunque che Pio XII non può essere esaminato da solo, ma soltanto inserito assieme ai suoi predecessori e successori. Ad esempio, non si può contrapporre l’apertura all’est di Giovanni XXIII alle scomuniche di Pio XII, senza tener conto del fatto che di mezzo c’era stata la destalinizzazione. Ma d’altro canto non si può neanche considerare il radiomessaggio con cui nel 1944 Pio XII fece passare la democrazia da “ipotesi” a “tesi”, senza l’esperienza di Pio XI sulla non affidabilità dei Concordati con le potenze totalitarie. Emerge in modo abbastanza netto anche la circostanza che la polemica sui “silenzi” di Pio XII nasce da due opere non scientifiche. L’una del 1963, il dramma “II Vicario” di Rolf Hochhuth, fu definito “un libello” anche da uno storico certamente laico come Giovanni Spadolini. E un nodo che emerge è semmai nell’interpretazione che fa di quest’opera un’assoluzione delle responsabilità tedesche: come dire, è vero che il popolo tedesco è stato costretto a obbedire a ordini terribili; ma che poteva fare se nessuno si era opposto a Hitler, e perfino il Papa chiudeva gli occhi? “Noi tedeschi non siamo peggiori degli altri popoli d’Europa”, è una battuta del dramma. “Chi può condannare un uomo che non voglia morire per gli altri?”. L’altra, del 1999, “La storia segreta di Pio XII” di John Cornwell, è stata dopo cinque anni rinnegata dal suo stesso autore, secondo cui alla luce dei documenti emersi in seguito Pio XII avrebbe avuto una libertà d’azione così limitata da rendere ogni giudizio impossibile. Piuttosto, il giudizio critico più stimolante è forse quello di Pietro Scoppola: “il punto che il magistero di Pio XII raggiunge è il più coerente e il pag. 10 più avanzato possibile entro le categorie filosofiche e le premesse culturali della tradizionale dottrina sociale della chiesa”. Prima del grande processo di revisione e aggiornamento del Concilio Vaticano II, reso però possibile proprio da quello che era successo. Il problema vero non sarebbero dunque i silenzi, magari frutto di comprensibili preoccupazioni geopolitiche. Quanto piuttosto la drammatica incapacità di comprendere culturalmente il salto di qualità che il totalitarismo e l’antisemitismo nazista rappresentavano, rispetto all’autoritarismo o all’antigiudaismo tradizionali. In questo senso, potrebbe essere interessante ricordare il modo in cui un papato definito “restauratore” come quello di Giovanni Paolo II ebbe cura però di portare i discorsi del Vaticano II alle estreme conseguenze proprio su temi come la democrazia o il dialogo con gli ebrei. Ma questo forse è già un altro dibattito. E magari anche un altro libro. Alessandro Persico ha frequentato il Collegio Vescovile Sant’Alessandro. Si è laureato in storia contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore discutendo una tesi dal titolo “Il dibattito su Pio XII. La sveglia so, lo so… mi è stato Loconcesso (dall’esimio direttore/bibliotecario Eugenio) di andare altre ogni termine temporale ragionevole affinché potessi scrivere di un argomento di attualità e invece, già vi anticipo, tratterò di tutt’altro. Ma questo è il Masse, e poi l’argomento di attualità è una crisi finanziaria che, ci dicono, perdurerà per milioni di anni a venire e quindi possiamo parlarne in millanta altre occasioni. Indi per cui riesumo un argomento che tende a ritornare di attualità di tanto in tanto per poi essere riposto nel cassetto dei pesci morti (dicesi “cassetto dei pesci morti” il cassetto che ognuno di noi ha e in cui ripone tutto ciò che non ha una precisa collocazione): l’inno nazionale (che forse dovevo scriverlo maiuscolo, ma chissenefrega, tanto si capisce lo stesso). Quell’inno nazionale che tende a divenire di attualità quando qualcuno propone di modificarne il testo per rimediare all’evidente maschilismo (guardate che non sto scherzando: secondo Antonio Spinosa e altri, la stortura andrebbe rimediata alterando talune strofe affinché vi ci trovi dicembre 2008 posto un bel “fratelli e sorelle d’Italia”) o quando l’Umberto da Cassano Magnago sfodera la sua proverbiale aulicità facendo il gesto dell’ombrello alle parole “ché schiava di Roma”, suscitando la reazione scomposta di uno stramazziliardo di politici che non è scomposta in quanto fuori luogo, ma in quanto evidenziatrice dell’ignoranza generale sull’argomento. Qualche esempio? Beh, si potrebbe partire dall’onesta ammissione da parte di tutti quelli grosso modo della mia generazione che fino ai mondiali di calcio del 1982 ignoravano l’esistenza dell’introduzione strumentale: quel bel pà parapà parapà parapappa pappappà intonato prima del calcio d’inizio aveva lasciato alquanto perplessi tutti noi che ci avevano insegnato a partire dritti col “Frate-elli d’Ita-alia”. O si potrebbe leggere il labiale dei vari componenti delle nostre rappresentative nazionali che (quando almeno ci provano) si fanno cuccare a cantare al posto del guerresco “stringiamci a coorte” un più conviviale “stringiamoci a corte” che mi ha sempre dato l’idea dell’aggiungere un posto a tavola perché è arrivato uno a sorpresa. Per poi arrivare alle pistolate di qualche politico che ha gridato al vilipendio della Costituzione, ignorando che la nostra Costituzione prevede una bandiera ma non un inno. Ma facciamo gli interattivi e spariamoci un “chi vuol essere sedentario” a distanza (“sedentario” perché se no mi tocca pagare i diritti a Jerry Scotti pag. 11 e perché significa che non potete alzarvi dalla poltrona per andare a controllare sull’enciclopedia). Prima domanda: come si chiamava Mameli? Tu lì non fare la faccia da sprezzante intellettuale, che sono sicuro che con questa mi perdo più della metà dei concorrenti: perché Goffredo Mameli, come tipicamente accade con tutti i cantanti pop, era solo il nome d’arte di tale Gotiffredo Mameli dei Mannelli. OK, questa la consideriamo una prova, ma ciò vi insegni a non prendere sottogamba l’impegno. Adesso si fa sul serio. E vi sparo le domande in rapida successione: Mameli ha scritto le parole o la musica? In che anno fu scritto? E come si intitola? Di quante strofe si compone? Sei in grado di citare una strofa completa ad esclusione della prima? Vero o falso che fu la “colonna sonora” della spedizione dei Mille di Garibaldi? Quando fu adottato come inno? Quale famoso motivo costituiva (ufficiosamente, anche lui) l’inno nazionale prima di questo? Come bisogna stare durante l’esecuzione dell’inno? Che ore sono? L’ultima ve la do buona a tutti perché mi serviva solo a fare cifra tonda con le domande, per le altre la soluzione sul prossimo numero. Dai, scherzavo, forse ci sto nelle 5.000 battute spazi inclusi che mi danno a disposizione. Dunque, il Goffredo scrisse il testo, mentre la musica fu commissionata a tale Michele Novaro che nessuno più considerò da lì continua in ultima La sveglia dicembre 2008 La prof Milly Denti è diventata Preside al Bambin Gesù illy Denti raddoppia. La M prof dei “gemellaggi” tra le scuole di mezzo mondo e il Collegio vescovile Sant’Alessandro di Bergamo, dove insegna dal ’77 e ora è in cattedra in quarta B scientifico con lingua e letteratura inglese, da quest’anno scolastico è stata chiamata a dirigere un’altra scuola dell’Opera Sant’Alessandro, l’Istituto comprensivo paritario “Santo Bambino Gesù” di via Caldara 4, a pochi minuti dal piazzale della Malpensata. Una realtà scolastica con 329 alunni, tra micronido (20 bimbi), infanzia (75), primaria (121 alunni), secondaria di primo grado (113 alunni), oltre 100 alunni in più in totale nel giro di tre anni. “Pensi, abbiamo diversi studenti in lista d’attesa per il 2011 e il 2012 - esordisce Milly Denti - I genitori si portano avanti, iscrivono i propri figli al micronido per poi avere garantito il posto nella scuola primaria (ex elementare). All’open day abbiamo presentato la scuola, ma non potendo accogliere iscrizioni nuove per quanto riguarda la primaria e la secondaria di primo grado, già complete per il 2009/2010. Ciò premia certo la validità della nostra offerta, giudicata vincente, attenta alla crescita e alla persona, dall’altro lato però i nostri spazi, seppur rinnovati, sono limitati per far fronte a un tale boom di richieste”. Emilia Denti, questo settembre, ha subito colto la sfida con quella carica di umanità e un po’ il piglio manageriale che la contraddistinguono. Poliedrica e carismatica, instancabile, quasi tutti i giorni fa la spola da via Garibaldi 3, sede del S. Alessandro, a via Caldara 4, o viceversa. Abituata con i liceali si trova ugualmente bene anche con i “piccoli”, dagli 11 mesi ai 13 anni, accolti nelle classi del Bambino Gesù. Stimata dagli studenti, dai genitori e dai colleghi, apprezzata per le sue doti comunicative e la mentalità interculturale, nella nuova scuola ha portato un ricco bagaglio di esperienze e professionalità acquisite in oltre 30 anni d’insegnamento al S. Alessandro - prima alle medie e al ginnasio, poi nei licei (classico e scientifico) – dove resta tutor per studenti stranieri, referente per gli scambi scolastici internazionali, formatrice per l’educazione alla mondialità, membro del Comitato di gestione e responsabile per la certificazione della qualità. Al S. Alessandro era anche collaboratrice del rettore e preside, monsignor Achille Sana. Da settembre 2008 Emilia Denti è direttrice e coordinatrice didattica del “Santo Bambino Gesù”, affiancata da un affiatato team di docenti. “Ho trovato una scuola bene organizzata racconta Milly Denti – L’Istituto comprensivo “Santo Bambino Gesù” risponde alle esigenze degli alunni con un’offerta formativa ricca e personalizzata insieme ai genitori, orari flessibili, mensa, palestra, vari laboratori, dalle lingue all’informatica, in un ambiente familiare e accogliente. È ricco il ventaglio dell’offerta e delle attività integrative, anche nel periodo estivo, con la possibilità per gli studenti di vacanze-studio all’estero”. E gli auguri per il nuovo incarico, a questo punto, sono d’obbligo. Teresa Capezzuto È uscito un nuovo libro di Nando Noris Se davvero esistono «quattro categorie di persone: quelle che fanno in modo che le cose accadano, quelle cui le cose accadono, quelle che guardano le cose accadere, quelle che non si accorgono che le cose accadono», l’ultimo libro di Fernando Noris, «Leadership “ad Arte”» (Bergamo University Press/ Sestante Edizioni, pagine 74, euro 22) parrebbe incentrato sulla prima. Nando Noris, storico dell’arte, specialista di arte lombarda e segnatamente bergamasca, autore di alcune sezioni dell’opera «I pittori bergamaschi», docente, per oltre vent’anni, al Liceo classico Sant’Alessandro di Bergamo, tra gli organizzatori di diverse mostre non secondarie conferma: «La connotazione fondamentale che tutti abbiamo tenuta presente è questo riflesso etico che c’è e ci deve essere nella formazione e attività professionale di un leader. Non ho mai visto tanti richiami all’etica nel mondo degli affari come oggi, quando tutti la invocano. Etica che non può essere solo uno slogan tardivo. Questo è un percorso etico ricostruibile attraverso le opere d’arte. A partire dall’identità personale e dall’imprescindibile conoscenza di sé. Poi un itinerario di formazione: l’angelo e il satiro nel Lotto. L’energia esteriore del David del Bernini, l’energia interiore dell’Aristotele di Rembrandt. La formazione permanente, “I tre filosofi” di Giorgione». Il filo conduttore, insiste Noris, «è sempre il motivo etico nei confronti della vita, del lavoro, della comunicazione». Poi le «Manifestazioni della leadership», «apparenza e sostanza del potere»: rispettivamente il Re Sole ed il Richelieu del Bernini. Poi ancora «I leader a cavallo», immagine stereotipa, per eccellenza, del condottiero: la statua equestre, il Gattamelata a Padova, il Colleoni del Verrocchio a Venezia. In pittura, il Napoleone che passa le Alpi di Jacques Louis David, che ovviamente, nella sua eroicità, non corrisponde certo alla verità storica. «In realtà», commenta Noris, «era tutto intabarrato, a cavallo di un mulo guidato da un pastore». Vincenzo Guercio pag. 12 La sveglia È nato, qui a Bergamo, il gruppo di auto-aiuto La Carrucola, in cui alcuni volontari si impegnano in una realtà che purtroppo è molto più diffusa di quanto non si creda: la violenza psichica. Il progresso non ci ha affatto liberato dalla violenza, male vecchio come il mondo e, laddove la legge punisce esclusivamente i soprusi fisici, la violenza si raffina da fisica a psichica. La violenza psichica esiste, è diffusissima. Invisibili accanto a noi, qui nelle nostre città, si consumano inferni dove persone cui non è torto un capello vengono distrutte da una violenza psichica che solo eccezionalmente sconfina in quella fisica e, se lo fa, di solito non lascia prove. Si tratta di esperienze di grande sofferenza personale e molto dannose anche in senso sociale: i comportamenti viziati si propagano, compromettendo la vita serena e la crescita armoniosa dei figli. Ormai molti comportamenti, studiati da diverse scienze, sono riconosciuti e catalogati in schemi precisi. Sono noti i comportamenti di autori, vittime e cerchia familiare e sociale. In Italia, la legislazione si sta adeguando, con novità come le recenti leggi circa mobbing e stalking. Purtroppo però la violenza psichica è tuttora un ‘delitto perfetto’: a tutt’oggi, mancando la legislazione, ‘il fatto non costituisce reato’. Scrive la psicologa Carla Corradi: “Ci sono parole, comportamenti che nessuna legge punisce e che possono uccidere psichicamente una persona o almeno ferirla in modo grave e spesso irreversibile. La provocazione continua, l’offesa, la disistima, la derisione, la svalutazione, la coercizione, il ricatto, la minaccia, il silenzio, la dicembre 2008 “La Carrucola” dice stop alla violenza sulle donne privazione della libertà, la menzogna e il tradimento della fiducia riposta, l’isolamento sono alcune forme in cui si manifesta la violenza psicologica. La violenza psichica è la strategia che mira a uccidere, distruggere, annientare, portare al suicidio una persona, senza spargimento di sangue. L’aggressore ben sa che violenze fisiche potrebbero essere punibili come reato”. Ogni violenza psicologica genera sofferenza fisica e viceversa. L’origine psicosomatica è finalmente riconosciuta come causa di malattie vere e proprie: dai disturbi digestivi al cancro, dalle artrosi al diabete. Con i relativi costi sanitari. Anche la pura sofferenza psichica ha un costo: psicofarmaci, psicoterapia, ricoveri, assenza dal lavoro, invalidità, morte, suicidi, per non parlare del rapporto distorto e carente che la vittima instaura con figli e parenti, vittime a loro volta, manovrate della violenza e forse futuri violenti. Infatti raramente il violento ha una propria patologia psichica: è il contesto di violenza a creare il violento. La violenza psichica non è astratta: nasce dal cuore ed è compiuta nella realtà, invischia intere famiglie in trappole che perdurano decenni, pressoché invisibili dall’esterno, e si propagano per generazioni. Si tratta di un fenomeno trasversale che interessa tutti i ceti sociali, dai più bassi ai più alti, e molti ambiti. In campo sociale assume molti nomi: mobbing, nonnismo, bullismo, mafia. È però pag. 13 l’ambito familiare e di coppia il più colpito; nel segreto domestico possono instaurarsi comportamenti che portano a situazioni di malessere diffuso oppure degenerano fino a sfociare in violenze intensissime, tenute nascoste per pudore dalla stessa vittima, che, con l’autostima ridotta ai minimi termini, perde la forza o il coraggio di difendersi e pensa persino che sia tutta colpa sua. A ciò si aggiunge il timore di danneggiare le persone care, oltre al ricatto affettivo ed economico: infatti, alla violenza psichica si aggiunge quasi sempre quella economica, ma il denaro più che il fine è pretesto per un ‘divide et impera’ che mette figli contro madri, padri contro figli, nipoti contro nonni. Uscire dalla trappola della violenza si può. La Carrucola, affinché la sofferenza vissuta da alcuni si trasformi in aiuto alla rinascita per tutti, opera con incontri e gruppi di auto-aiuto, contando anche sul supporto delle numerose risorse già presenti sul territorio, cui indirizzare le persone in difficoltà. Nessuna violenza nasce dal nulla, ma è sempre frutto di peggioramento progressivo, perciò La Carrucola si impegna nell’informazione finalizzata alla prevenzione: riconoscere in tempo i comportamenti negativi può evitare le degenerazioni estreme. Il sito www.lacarrucola.it consente informazioni e contatti. Paola Colleoni La sveglia dicembre 2008 Rassegna stampa degli Ex allievi Daniel Vonrufs console onorario Giulio Terzi ambasciatore all’ONU Bergamo ha un nuovo console onorario della Svizzera, l’avvocato Daniel Vonrufs, 43 anni, nato a Bergamo, specializzato in diritto commerciale internazionale. Ieri ha compiuto in città un giro di cortesia accompagnato dal Console generale svizzero, dottor David Vogelsanger, per incontrare i rappresentanti delle istituzioni e del mondo produttivo. La giornata, cominciata con l’incontro a Palazzo Frizzoni col sindaco Roberto Bruni e in Provincia col presidente Valerio Bettoni, si è conclusa con una visita a L’Eco di Bergamo. I consoli sono stati accolti dal direttore del giornale, Ettore Ongis. «Mi sento svizzero ma anche bergamasco – ha osservato Daniel Vonrufs – perché sono nato e ho studiato qui, prima alla scuola svizzera di Ponte San Pietro e poi al Collegio Vescovile Sant’Alessandro dove io, protestante, ho trovato un’accoglienza calorosa e un rispetto assoluto. Per quanto riguarda il mio incarico, farò del mio meglio per intensificare i rapporti tra la Svizzera e Bergamo. In questo sarò aiutato da una data storica: nel 1609 arrivò a Bergamo il primo rappresentante dei Cantoni di Zurigo e Berna, inviato per facilitare il commercio della seta. Sono quindi 400 anni di presenza istituzionale». da L’Eco di Bergamo New York, 20 agosto 2008. L’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata è da oggi il nuovo Rappresentante Permanente d’Italia all’Onu. “Sono onorato della fiducia che mi è stata confermata dal Governo, dal Presidente Berlusconi e dal Ministro Frattini - ha dichiarato l’Ambasciatore Terzi al momento di assumere le sue funzioni - e sento alta la responsabilità di rappresentare il mio Paese alle Nazioni Unite. Le priorita’ riguardano fin da subito le questioni del Caucaso, del Medio Oriente e dell’Afghanistan trattate dal Consiglio di Sicurezza. Vi è un grande lavoro da fare in vista della 63a Assemblea Generale, sui temi della povertà e dello sviluppo, soprattutto per l’Africa. E’ su queste priorità che interverranno all’Assemblea Generale il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri.” Comunicato della Farnesina Storia della stazione di Bergamo La stazione, un mondo di storia. L’antico edificio di piazzale Marconi non è solo al centro di un lungo dibattito per il suo restauro. Dietro quelle vecchie mura si nasconde una lunga storia che racconta la città e la sua evoluzione. A raccogliere dati, vicende e fatti di un parte importante di Bergamo sono stati Umberto e Davide Laganà. Padre e figlio in un’avventura che si raccoglie in ben tre volumi: «La Partenza», «Il viaggio» e «L’arrivo», in fase di pubblicazione. Tre libri con i quali Umberto, ex responsabile della biglietteria della stazione di Bergamo, parteciperà al Premio Angelini, concorso aperto fino al gennaio 2009 e che raccoglie testi relativi ad aspetti inediti della città. da L’Eco di Bergamo Elena, una voce per la libertà La giovane cantautrice bergamasca Elena Vittoria (in realtà Elena Belotti, n.d.r.), già vincitrice della XI edizione di «Voci per la Libertà - Una canzone per Amnesty» lo scorso luglio, sarà l’unica esordiente inserita nella compilation di Amnesty, 17x60, in uscita il prossimo 31 ottobre, prodotta e distribuita da Cni Music. La raccolta conterrà una selezione di sedici brani firmati da altrettanti big e raccolti da Amnesty International in occasione del 60° anniversario per la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La Sezione italiana di Amnesty International ha pensato di celebrare questo anniversario con una raccolta di brani a tema sociale e umanitario, firmati negli ultimi quattro anni da diciassette artisti italiani di grande fama e prestigio. Tra le canzoni contenute nel disco spicca Peacock, piccola gemma folk rock che Elena Vittoria dedica alla figura di Aung San Suu Kyi, donna simbolo dell’opposizione democratica al regime militare in Myanmar e premio Nobel per la pace nel 1991. La cantante descrive la propria composizione come «una poesia surreale, nata dagli eventi occorsi in Myanmar lo scorso inverno e filtrati attraverso la mia vena onirica. Spicca la figura femminile di Aung San Suu Kyi, che incarna il mantra e l’amore, gioiello di cui parla la mia Peacock». da La Voce di Bergamo La matematica che parla al cuore Prendiamo un cuore malato. Proviamo a guarirlo con interventi nuovi e audaci. Se funziona, bene, altrimenti si riprova. L’errore è consentito, a volte auspicabile. La mancanza di etica è solo apparente, perché apparente è il cuore: appartiene, infatti, a una simulazione matematica, creata da un calcolatore, e la chirurgia non è realema «predittiva». «I modelli sono una delle nuove frontiere della medicina spiega Alessandro Veneziani, professore di Analisi Numerica all’Emory University di Atlanta, Usa -. Sono strumenti che mettono nelle condizioni il medico di simulare, ad esempio, un intervento e vedere se il risultato è quello sperato no, confrontandolo con tante varianti». Veneziani interverrà al festival di Bergamo Scienza il 10 ottobre. da Tuttoscienze pag. 14 La sveglia dicembre 2008 NOTIZIE DALLA SCUOLA Notizie in breve Fantascienza al S. Alex * Alla maturità di quest’anno novanta sono stati i promossi e uno solo il bocciato. Hanno conseguito 100/100 punti per la III Classico Marilisa Bravi, Elisa Brembati, Ilaria Canavotto e Arianna Toppan; per la 5A Luca Chiarelli, Gianluca Doria e Alice Noris; per la 5B Matteo Astuti; per la 5C Stefania Vanoncini. * Matteo Astuti al test di Medicina si è classificato tredicesimo su 1.600 al San Raffaele e decimo su 1.800 alla Statale. * Nella finale nazionale di Kangaroo della lingua inglese Maria Vittoria Tiraboschi (maturità scientifica 2008) si è classificata ottava con punti 87 (il primo ne ha totalizzati 93) e Matteo Astuti dodicesimo con punti 84. *Il 18 luglio è nata Caterina, nipote della prof.ssa Milly Denti che è diventata la nonna più giovane del Sant’Alessandro. Il 27 giugno è nato Filippo, secondo figlio della prof.ssa Federica De Micheli. Il 2 agosto è nato Giacomo, terzo figlio del prof. Francesco Persico. * Wenjng Zheng, una ragazza cinese di 17 anni, sarà ospite di 3B scientifico per tutto l’anno scolastico. * Lasciano il Collegio Sant’Alessandro le prof.sse Anna Castelli, Mariangela Panzeri e Silvia Pagnoncelli. * Elisa Albini è stata convocata per partecipare ai YOUTH OLYMPIC FESTIVAL GAMES. Elisa fa parte da anni della nazionale britannica di spada. * Sabato 13 dicembre si è sposata la prof.ssa Alice Gamba, docente di Educazione artistica ed ex allieva della nostra Scuola Media. * Venerdì 28 novembre presso la Sala Bernareggi si è tenuto il convegno: “Identità nazionale: risorsa e confronto”, a cura della prof.ssa Denti. Erano presenti anche i trenta studenti australiani che sono stati ospitati dalla famiglie del Sant’Alessandro da fine novembre all’inizio di dicembre. * Luca De Amici ha collaborato con la prof.ssa Aymon per la realizzazione grafica dell’Open Day 2008. * Giovedì 20 novembre alle 20.30 presso la Biblioteca Tiraboschi il prof. Giacomo Paris ha tenuto un incontro sul tema “Jaspers. L’uomo alogico”. Ha fornito un contributo anche Giuseppe Vailati (maturità scientifica 2004) che si sta specializzando in Filosofia alla Cattolica di Milano su Karl Jaspers. *Le rette del Sant’Alessandro per il l’anno scolastico 2009-2010 sono: Biennio scientifico e Ginnasio 4.536,00; Triennio scientifico e Liceo classico 4.752,00; Scientifico musicale 5.832,00. Seicento volumi del fondo «Lorenzo Capellini» che è stato donato alla biblioteca del collegio vescovile Sant’Alessandro. Ha detto il bibliotecario, Eugenio Donadoni, insegnante di filosofia: «Per noi è un’acquisizione importante: abbiamo avviato la catalogazione di ogni libro con il contributo della famiglia Capellini perché riteniamo che la fantascienza sia una letteratura popolare in gran parte apparsa nelle edicole e non nelle librerie, soprattutto negli Anni Cinquanta e Sessanta. Ma nelle edicole apparvero dei veri capolavori». Nella collezione figurano i primi numeri delle collane «Urania», «Galassia », «Cosmo». Romanzi che hanno fatto la storia del genere: Le sabbie di Marte, Cronache Marziane, Anni senza fine, Nascita del Superuomo, romanzi rispettivamente di Arthur Clarke, Ray Bradbury, Clifford Simak... Racconta Pino Capellini, giornalista, papà di Lorenzo: «Lorenzo aveva una grande passione per la narrativa di fantascienza, probabilmente l’aveva ereditata da me. Si era iscritto alla facoltà di Lingue e letterature orientali di Cà Foscari a Venezia e si era poi laureato con una tesi sulla fantascienza in Giappone, per questo si era recato diverse volte in quel Paese. Erano emersi molti aspetti interessanti del peculiare giapponese in quel lavoro. Purtroppo sette anni fa, proprio in questi giorni, Lorenzo è morto, a causa di una leucemia. Aveva ventisette anni. Io e mia moglie abbiamo pensato che questo patrimonio di libri avrebbe potuto trovare una collocazione fruttuosa, utile, in una biblioteca pubblica. Da parte di monsignor Achille Sana, rettore del Sant’Alessandro, e di Eugenio Donadoni, insegnante e bibliotecario, è stata manifestata un’adesione entusiastica all’idea. In futuro penso ad altre iniziative su questo tema in ricordo di Lorenzo e in accordo con il collegio vescovile ». I vecchi Urania hanno le pagine ingiallite, dimostrano tutti i loro quasi sessant’anni. Parlano del futuro, sono romanzi lanciati nell’avvenire, ma nelle mani appaiono vecchi, consumati, fortemente insidiati dal tempo. E proprio per questo hanno un qualcosa di straordinariamente sentimentale: sono oggetti poetici. Lorenzo scrisse nella sua tesi, dieci anni fa: «Il “fenomeno” fantascienza ha raggiunto ormai tali proporzioni in Giappone da rendere quasi necessaria una certa attenzione da parte di quanti si occupano di studi nipponistici se non altro per l’enorme mercato che esso costituisce: fumetti per ragazzi e per adulti, programmi televisivi, giocattoli, videogiochi, romanzi, riviste ufficiali e fanzines». Ha detto Pino Capellini: «Penso che anche in Italia debba avviarsi una riscoperta della fantascienza». Paolo Aresi pag. 15 La sveglia dicembre 2008 ULTIMA PAGINA FABIO BAIO UN EX SULLE TRACCE DI SCOTT dalla undicesima in avanti neanche per dirigere l’orchestra al Festival di Sanremo. Parole e musica presero vita nell’autunno del 1847 e il titolo scelto fu “La canzone degli Italiani”, particolare talmente ignorato che anche nelle varie proposte di Legge si parla sempre di “Fratelli d’Italia”. Il testo ufficiale si compone di cinque strofe, anche se il primo manoscritto ne prevedeva una sesta (“Tessete o fanciulle bandiere e coccarde, fan l’alme gagliarde l’invito d’amor”), talmente orrenda che il Mameli stesso la cancellò. Per le altre strofe, sono pronto a scommettere che più in là di un “sangue polacco bevè col cosacco” o “dall’alpi a Sicilia dovunque è Legnano” non siete riusciti a tirare insieme. Sì, Beppe Garibaldi e i suoi la cantarono fino a stramazzare. Fu adottato come inno in via ufficiosa il 12 ottobre 1946 sostituendo “La leggenda del Piave” che pure ufficiosamente era stato adottato come inno dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Secondo il cerimoniale ufficiale si sta in piedi e con la mano destra sul cuore. E per finire, qui sono le 14.07 e ho esaurito lo spazio a disposizione. Buon Natale! Masse continua dalla quinta Pass della Wright Valley. Il programma di ciascuna tappa: realizzazione di perforazioni in roccia per la posa fino a 30 metri di profondità di catene termometriche che consentano di monitorare il permafrost e costruzione delle curve di temperatura per verificare monitorando in continuo, l’interazione tra la T°C esterna e la roccia in posto: parallelamente campioni, riportati refrigerati a 20°C in Italia per lo studio e la ricerca dell’età del permafrost e per il tentativo costante, e per ora inappagato, di ricostruire la storia climatica degli ultimi 10 milioni di anni. Un milione di anni circa di “storia” climatica è stata ricostruita con grandissima precisione e dettaglio dalle perforazioni profonde nel ghiaccio della calotta glaciale, peraltro con costi milionari, eseguite dall’ENEA. L’obbiettivo è comune ed è comune a tante attività di ricerca svolte in questi ultimi anni da differenti discipline scientifiche: cercare di dare una spiegazioni al riscaldamento globale, quel “global warming” che è sotto gli occhi di tutti e ormai notizia “del giorno” anche della stampa non specializzata, di cui tutti parlano, e che ha portato negli ultimi anni a un ritiro considerevole e progressivo inarrestabile di ghiacciai alpini, himalaiani e anche antartici. La necessità è comprendere se il “ritiro” dei ghiacci, è dovuto al riscaldamento del clima, a causa dell’aumento delle tem- perature del pianeta, e sia quindi una tappa di un “ciclo” climatico naturale di cui la storia geologica della terra è piena. Non deve stupire un ipotesi del genere: a Roncola sul Monte Albenza ci sono coralli di un mare tropicale di 150.000 di anni fa e a Caprino Bergamasco ci sono resti delle morene dei ghiacciai che occupavano la valle dell’Adda 20-30.000 anni fa. Quindi se il processo è naturale è assolutamente ineluttabile, e i tempi non ci devono preoccupare… le evoluzioni implicazioni al minimo migliaia o addirittura milioni di anni. Ma se davvero, come alcuni ecologisti un po’ “arrabbiati” proclamano, che il riscaldamento è causato, o almeno fortemente incrementato, dall’effetto serra della CO2 e dal buco dell’ozono e dall’inquinamento in generale, quale sarà l’evoluzione a breve-medio termine? Dobbiamo davvero dar credito alle previsione delle ipotesi catastrofiche… addio a Venezia, isole delle Maldive sommerse… attività e città costiere, desertificazione… Gli sforzi di moltissimi ricercatori sono orientati in questa direzione e speriamo, anche grazie al nostro piccolissimo contributo, si arrivi a dire una parola certa sull’argomento. E quindi, di nuovo al 2 di gennaio 2009 prossimo, ritorno in Antartide, nella penisola antartica con il programma nazionale inglese per mettere un altro piccolissimo tassello di questo enorme puzzle. Fabio Baio La Redazione: Teresa Capezzuto e Gianpietro Masserini. Disegni di Stefano Savoldelli. Segretario di redazione: Eugenio Donadoni. Grafica: Fabio Colombo e Domenico Gualandris. LA SVEGLIA c/o Biblioteca Collegio Vescovile Sant’Alessandro via Garibaldi 3, 24122 Bergamo Tel. 035 21 85 00 - Fax. 035 388 60 88 - Internet: www.exsantalex.it - www.santalex.it email: [email protected]