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alle donne
del popolo selvaggio
IL TIPÌ
DEGLI INDIANI
DELLE PIANURE
DOPO IL 1850
Febbraio 2001
Scritto da Mauro Ferraris
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Tipì Crow fotografati da Norman A. Forsyth nel 1907 ca. nei pressi di Helena,
Montana
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PREMESSA
Ho sempre conservato un buon ricordo delle notti passate sul terreno; accucciato su
una roccia o vicino al fuoco, ho aspettato l’arrivo dell’oscurità cercando di proteggermi come potevo dal freddo, dall’umidità e da tutte le cose scure che svolazzano
nel buio. L’uomo bianco ha case grandi e meravigliose arredate con gusto impeccabile, l’uomo bianco è ricco di cose che non sa dove mettere, queste cose si accumulano intorno a lui e lo isolano dall’universo. La casa dell’uomo bianco ha l’aria condizionata in estate ed è riscaldata d’inverno, l’uomo che vi abita può vivere
tutto l’anno in maglietta a prescindere dalle stagioni: NOI NO.
D’estate saliamo sulle montagne lontano da mosche e calore e nelle ore più calde
alziamo il telo dal lato più fresco. D’inverno cerchiamo un posto riparato dal vento e siamo ossessionati dalla ricerca della legna da bruciare. Ma non siamo isolati
dalla terra, assorbiamo i suoi reumatismi che entrano dolorosamente nelle ossa, ma
anche la sua grande energia.
Inoltre la nostra mente è abituata a concepire e abbinare la tenda al cavallo che trasportava la tenda e noi stessi, che aveva aperto al popolo il mondo della prateria
pieno di sogni e di incubi crudeli.
Senza cavallo non esiste tipì e non esiste vita libera.
ALMENO PER NOI
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Fotografia scattata da E.Curtis nel 1907 ad un tipì Sioux. Da notare gli abiti e la disposizione dei cavalieri con i copricapi da guerra indossati su ordine del fotografo per dare suggestione all’immagine, ma che non rispecchia affatto il comportamento Sioux. E’ questo uno dei
casi dove un fotografo è riuscito a fare una foto finta utilizzando indiani e cose veri.
I tipì erano le dimore dei cacciatori nomadi delle pianure,
a Nord: Blackfoot, Assiniboine, Cree, Crow, Sioux, Cheyenne del Nord,
Arapaho;
a Sud: Cheyenne del Sud, Kiowa, Kiowa-Apache, Comanche.
A queste tribù, tipiche delle pianure, si aggiungevano i fieri uomini rossi delle montagne, anche loro formidabili cavalieri che vivevano nei
tipì: Shoshone (Serpenti), Ute, Nez Percé (Nasi Forati), Flatheads (Teste
Piatte).
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INTRODUZIONE
Sembra passato tanto tempo, ma poco più di cent’anni fa le terre a ovest del fiume
Missouri erano popolate da mandrie di bisonti e dai loro predatori: gli indiani della prateria.
Attratti dai bisonti, spinti da nemici mortali, i miseri bipedi costantemente in fuga
incontrarono il cavallo e presero dominio delle grandi pianure. Divennero quei magnifici cacciatori nomadi che conosciamo, senza volerlo essi fecero fiorire la straordinaria cultura delle “Pianure”, cultura breve, durò infatti poco più di cent’anni,
violenta e poetica, costantemente epica.
Spazio, fiumi, mari d’erba, montagne splendenti, un vortice di vita generato da innumerevoli morti, nella costante immensità del territorio.
La gente che viveva in questo splendido inferno, abitava la tenda conica, da questa
tenda, proprietà della donna, gli uomini partivano per cacciare o per le spedizioni
di guerra, e qui tornavano carichi di carne, vittoriosi per appendere nuovi scalpi ai
pali, o morti portati dai compagni, gettando sconforto e desolazione sulla famiglia
orfana .
Era il prezzo che la vita libera reclamava costantemente senza pietà apparente.
Era la dimora che preferivano, quando i bianchi li costrinsero nelle case, aumentò
la sporcizia e le malattie, gli indiani diventarono deboli e cominciarono a morire,
ma non era la morte sognata, che arrivava in battaglia o con la caccia, non era la loro morte, era la morte imposta dalla bontà dell’uomo bianco
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Bianco
Fiume Missouri
Nero
Rosso
Giallo
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IL TIPÌ SIOUX
Tipì è parola Sioux, vuol dire “serve da casa” (“ti” = casa – “pi” = serve da) ed è la
tenda conica, affascinante e spaziosa che siamo abituati a vedere nelle vecchie foto che documentano il vecchio stile di vita indiano.
La tenda conica era diffusa in tutta l’area culturale subartica, adottata dalle popolazioni seminomadi boreali, ovviamente avevano alcune differenze tra loro, dovute soprattutto al sistema di intreccio dei pali, alla costruzione della copertura ed alle dimensioni.
Quando i Sioux varcarono il Missouri, arrivarono dalle foreste dell’Est, fuggivano
dai loro mortali nemici Cippewa ed alle loro armi da fuoco avute dai grossisti di pelli, bianchi.
All’inizio dell’Ottocento attraversarono il “fiume fangoso” e incontrarono il cavallo. Fu amore a prima vista, essi chiamarono lo strano animale “Shunka Wakan”,
letteralmente “cane misterioso” e l’influenza che ebbe sulla loro vita fu grande, divennero più nomadi e poterono inseguire le mandrie di bisonti nel profondo delle
praterie ed il cuore delle pianure divenne la loro terra.
Le sette bande si sparpagliarono intorno alle “colline nere”, stabilendosi a nord del
Platte, un territorio che avevano sottratto con aggressive incursioni ai Corvi e ai
Kiowa.
Fu in questo periodo e contesto che il tipì Sioux prese la forma che conosciamo,
infatti la prima descrizione di un tipì con le falde da fumo risale al 1819 in “Report
of an Expedition from Pittsburgh to the Rocky Mountains.
La principale caratteristica che distingue il tipì degli indiani delle pianure dalle altre tende coniche è costituita dalla “Wipi-page”, le falde per il fumo; esse determinano l’eccezionale funzionalità della tenda permettendo, quando sono ben orientate, un perfetto tiraggio del focolare, grazie ad esse l’apertura sommitale della copertura
viene ridotta rendendo la tenda calda e confortevole anche nei rigidi inverni. L’altra
geniale caratteristica è costituita dal sistema di chiusura della copertura, chiamata
“Unhnugaska”, estremamente semplice e rapido; è composto da una serie di asole
che vengono sovrapposte e fissate con degli spilloni di legno.
Non si deve tralasciare l’ultima principale caratteristica: il tipì non è perfettamente conico, ma lievemente ovale; lo sviluppo della copertura non è un semicerchio
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Tre bambine Crow e un’infante vicino all’entrata del loro tipì.
Foto di Norman, 1907
Ogni singola banda tende a sua volta a dividersi in altri Sette Fuochi. Giorgio Hide,
uno dei più profondi conoscitori dei Sioux ha cercato di ricostruirli; prima del 1850
la tradizione era perfetta, le bande si allargavano o si estinguevano in base al prestigio dei loro capi. Comunque potrebbero essere state così:
Le bande Oglala prima del 1850
OGLALA
Veri Oglala Kiyuksa Minisha Vecchio Collare
di Pelle
Peshla
Capelli Corti
Nuvola
Notturna
Tenda Rossa
Popolo di Fumo
Bande ostili del Powder
Censimento del 1878 appena dopo la resa di Cavallo Pazzo
Heschicha
Payahsa Tapishlecha Kiyuksa Wazhazha
Facce Brutte
Ci si spezza
Bile
(banda di Nuvola
da sé
Rossa)
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Huukpatila
Waglukhe
(banda di
(Coloro che
Uomo che
oziano)
Teme i Suoi
Cavalli e
Cavallo Pazzo)
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perfetto: infatti il centro della sua circonferenza è spostato di alcuni centimetri più
in alto questa caratteristica dona al tipì una straordinaria funzionalità rendendo il lato posteriore, quello in cui si vive, estremamente funzionale; in esso le persone possono spostarsi comodamente, stando in piedi, mentre nel semicerchio anteriore, che
rimane più mansardato, oltre al focolare sono riposti gli oggetti e la legna da ardere.
Queste non sono le uniche caratteristiche del tipì, solo quelle più importanti; gli indiani erano veri nomadi, si spostavano su grandi distanze, aiutati dal cavallo, seguendo le mandrie di bisonti, capitava che l’accampamento fosse spostato, in certi casi, anche ogni giorno, quindi la funzionalità della tenda doveva essere perfetta, mantenendo tutto il conforto possibile all’interno, sia d’estate che d’inverno, sia
col sole che con la pioggia.
Le donne smontavano il campo in meno di mezz’ora, poi la gente si metteva in marcia osservando regole precise per avere la necessaria sicurezza, nel momento delicato dello spostamento, gli scouts andavano in avanscoperta, gli anziani aprivano
la colonna formata da donne, bambini, tregge, cavalli e muli da soma, i fianchi erano protetti dalle Akicita, ovvero guerrieri appartenenti alle rispettive società militari.
Il tipì costituiva la dimora della famiglia, era fatto dalle donne, con le pelli di bisonte portate dal cacciatore; per un tipì medio ne occorrevano una quindicina, il lavoro di concia era lungo, faticoso e ripetitivo; nei vecchi tempi i tipì avevano diametri di quattro – cinque metri, solo in seguito, dopo il 1870, le pelli furono sostituite con la tela dell’ “Uomo Bianco”. I tipì divennero sì più freddi, ma anche più
leggeri e poco ingombranti, facili da trasportare, inoltre in questo periodo aumentarono le loro dimensioni, arrivando a toccare diamatri di sette metri, ricordiamo
che l’altezza della copertura è pari al diametro e, tenendo conto che i pali sporgevano di oltre un metro fuori della copertura, l’altezza complessiva di un tipì poteva raggiungere gli otto, nove metri di altezza, rendendo imponenti queste dimore.
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Foto estremamente importante scattata da C.H.Grabill nel 1981 all’ultimo grande accampamento Sioux in guerra.
Dopo il massacro di Woundned Knee quattromila Sioux Oglala e Brulè uscirono disperati e rabbiosi dalle riserve per vendicare la banda di Piede Grosso e si riunirono proprio in questo grosso campo.L’Esercito non attaccò evitando un altro inutile
spargimento di sangue.
In questo eccezionale documento si può osservare la legna vicino ai tipì e una baracca
di tronchi lontana, gli indiani sono vestiti con abiti dell’uomo bianco, non si vedono
tregge ma carri, le coperture dei tipì sono tutte di tela, l’accampamento è enorme, il
cerchio centrale potrebbe essere Sicangu, quello che si intravede sulla sinistra Oglala.
Indugiando con una lente di ingrandimento sui particolari di questo accampamento
si percepisce una vita piena di tensione, non è un campo sereno, i carri sono vicini
ai tipì, i cavalli non vengono portati al pascolo dai giovani guardiani, ma sono vicini alle tende pronti per caricare il materiale, combattere o fuggire al primo attacco
dei soldati.
Questo campo non ha niente del vecchio splendore, quando le impalcature si piegavano sotto il peso della carne lasciata ad essiccare, ma è l’ultimo campo libero delle pianure.
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COME SI MONTA UN TIPÌ
Per montare un tipì di media dimensione (quattro metri di diametro), occorrono 15
pali di larice lunghi sei – sette metri, con diametro di massimo dieci centimetri alla base.
Il treppiede è costituito dai tre pali più robusti, esso è orientato in modo che l’apertura sia verso Est, gli altri pali vengono appoggiati all’inforcatura del treppiede con ordine stabilito, tranne quello dell’Ovest, opposto all’entrata, a questo veniva fissata la copertura e veniva quindi alzato per ultimo, la copertura veniva quindi facilmente avvolta all’ossatura e fissata sul davanti con gli spilloni di legno, altri due pali venivano infilati nei bicchieri delle falde per orientarle secondo la direzione del vento.
L’opera era ultimata da un palo piantato lievemente a sinistra davanti alla porta della tenda, sul quale venivano legate le parti inferiori delle falde e dove venivano appoggiate le armi del guerriero, lancia e faretra con arco e frecce. Lo scudo invece
protegge il lato ovest.
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Accampamento Crow situato nello stesso luogo in cui gli “Ostili” avevano piantato le loro
tende cinquant’anni prima di questa fotografia scattata da Elsa Spear Byron nel 1927 sul
Little Big Horne, luogo della battaglia contro Custer.
VITA NEL TIPÌ
Vivere vuol dire mangiare, scaldarsi, dormire sereni ed il tipì assolve bene questi
compiti; si entrava dalla porta, generalmente rivolta ad est, non solo perché i venti della pianura vengono da ovest, ma anche per rispetto verso il giorno nascente,
sulla sinistra vi era la riserva di legna, lungo il perimetro i giacigli di pelle di bisonte
che diventavano comodi divani nelle ore diurne; tra un letto e l’altro venivano disposti i bauli di cuoio crudo, mentre i viveri erano abitualmente disposti sulla destra della porta, il fuoco era situato davanti alla porta lievemente prima del centro
del tipì, esattamente sotto l’apertura sommitale protetta dalle falde lasciate nella
copertura, le armi di notte venivano disposte a portata di mano, e i cavalli migliori legati ai picchetti delle tende; ricordiamo che l’accampamento Sioux era un campo in armi anche nei periodi di “pace”.
Il tutto era veloce da montare e ancora più veloce da smontare.
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DIFFERENZA TRA LE TENDE ED IL TIPÌ
La differenza sostanziale tra il tipì e la tenda moderna è sostanziale: nel tipì la famiglia vive, i bambini nascono (anche se il parto fisicamente avveniva nella prateria) ed i vecchi muoiono. Le tende moderne invece servono alla vacanza, al divertimento e quelle più sofisticate servono alla realizzazione di grandi imprese, ma
mai per viverci un’intera vita.
IL LUOGO DEL CAMPO
I luoghi degli accampamenti scelti liberamente sono “splendidi”, le tende vengono alzate lungo freschi torrenti, con alberi lungo la riva e con
legna da bruciare, le loro foglie mormorano nel vento e fanno compagnia, i tipì sono montati in modo che l’ombra di questi alberi possa proteggerli nelle ore più calde, il luogo è, per quanto possibile riparato dal
vento, con buoni pascoli per i cavalli e gradevole all’occhio.
D’inverno la gente si sparpaglia per poter sopravvivere, la selvaggina
lascia impronte ed è facile da seguire ma è poca, i cavalli mangiano le
cortecce dei pioppi, quando non riescono a cavar fuori l’erba secca dalla neve, poi l’erba cresce, i cavalli ingrassano e riprendono vigore e la
gente si può riunire per la Danza del Sole, allora i cerchi diventano
grandi, i cavalli migliaia e divorano l’erba della prateria per miglia intorno al campo.
Ogni tanto capita di passare nei luoghi dove siamo stati accampati anni prima, i cavalli passano silenziosi, cerchiamo vecchie tracce, il solco di una tenda, le pietre del focolare, un laccio rosso legato al ramo di
un vecchio altare, tornano alcune sensazioni di quei giorni, restate nella mente chissà perché, i cavalli continuano al passo attraversando quella bolla verde piena di vita e di ricordi.
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GLI ACCAMPAMENTI LAKOTA E LE AGENZIE DEL FIUME WHITE
(1871-1877)
L’accampamento di Cavallo Pazzo presso
l’Agenzia di Nuvola Rossa è situato nel luogo
più lontano consentito da Forte Robinson.
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ME WHITE
ACCAMPAMENTO DI CAVALLO PAZZO DOPO LA “RESA
DEI VITTORIOSI” AVVENUTA
NEL MARZO DEL 1877
POSTO DI SCAMBIO
FORTE MILITARE
ACCAMPAMENTO MILITARE
AGENZIE
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LA TRANSIZIONE
Per i Sioux non fu facile abituarsi alle case dell’uomo bianco, la tenda, sappiamo, è della donna e loro sapevano dall’alba dei tempi cucinare sul fuoco, facevano bollire lentamente l’acqua nella pentola per
far cuocere la carne, il giaciglio di un tipì è una cosa ben diversa dal letto di una casa, il tipì era pulito, ben areato, per disinfettare le cose bastava buttare sul fuoco i rami verdi e resinosi dei pini, l’aromatico fumo cacciava velocemente tutti i piccoli intrusi e quando la spazzatura
era eccessiva si smontava il campo per rimontarlo in un posto vergine
pieno di buona legna. Pulire la casa con una scopa era una cosa incomprensibile per lo spirito selvaggio della donna Sioux. E’ facile vedere nelle fotografie dell’epoca di transizione dalla vecchia vita libera
e selvaggia a quella civilizzata case indiane con i tipì piantati accanto,
infatti le case servivano da ripostigli, pollai, o quelle più belle per farle vedere ai visitatori, mentre la vita quotidiana della famiglia si svolgeva ancora nei tipì.
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CONSIDERAZIONI SULLA VITA ALL’ARIA APERTA
Vivere all’aria aperta ha poco da spartire con il campeggio, il campeggio è legato
al concetto di vacanza, anche se particolare; la vita all’aperto è una vocazione alla
vita selvaggia. Nel campeggio oggetti e situazioni riproducono lo stesso sistema in
cui si vive normalmente, la vita all’aperto invece, è sistema di vita. Questa è la differenza.
Gli indiani pensano che la terra sia rotonda come il sole e pensano che l’intero
“mondo” sia rotondo come il tipì ed il cerchio del fuoco che lo anima al centro.
La vita nel tipì è straordinaria, si allontana dal mondo moderno, ridonandoci una parte dell’antica libertà goduta, basta un coltello, una fetta di pane ed il fuoco acceso
per aver conforto, la notte i fuochi oltre a riscaldare, rendono luminosi i tipìe guidano i cavalieri al campo quando tornano dalla montagna.
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LA DONNA NELLA SOCIETÀ SIOUX
La società Sioux aveva regole di comportamento rigidamente codifcate e la divisione
dei ruoli maschili e femminili era netta e precisa.
Timore e diffidenza caratterizzavano i rapporti tra questi due ruoli, superati con
saggezza per poter affrontare i costanti pericoli esterni che potevano annientare in
una sola notte l’esistenza dell’intera banda.
Nella fantasia del rito Sioux fu Donna del Bisonte Bianco a portare la Sacra Pipa
tra gli uomini - Sioux naturalmente - e sempre la donna con il suo lavoro costante
e pesante sosteneva l’economia famigliare costituita dagli apporti dell’uomo derivati dalla caccia e dalla guerra.
Quattro era il numero pragmaticamente sacro ai Sioux e quattro eramno le virtù
femminili: Audacia, Generosità, Sincerità, Saggezza.
Ma altre due qualità erano tenute in massima considerazione per la donna:
l’Industrialità e la Fedeltà.
La donna era considerata la forza della naziojne e nonostante che nel selvaggio stile di vita Sioux il ruuolo femminile fosse completamente subordinato a quell maschile e questa subordinazione si manifestasse in ogni atto della vita quotidiana e
cerimoniale, questo stato di cose garantiva la coesione del gruppo e la possibilità
di sopravvivere.
Questa coesione “imperfetta” tra ruoli drasticamnete divisi permise ai Sioux, non
solo di diventarenei tempi passati i signori delle pianure, ma di opporsi per più di
un ventennio con archi, frecce e mazze da guerra, alla penetrazione dell’esercito
degli Stati Uniti nei territori a ovest del fiume Missouri.
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LE DONNE DAL CUORE MASCHILE
Tra i cacciatori nomadi delle pianure, erano gli uomini a dominare, le donne avevano un ruolo subordinato. Tuttavia alcune di loro, che uscivano dallo schema consueto, avevano un atteggiamento che le faceva diverse dalle altre donne. Esse non
abbassavano lo sguardo intimidite dalla presenza maschile e manifestavano la propria fierezza in ogni momento, non si piegavano alla consuetudine ed erano loro, e
non i loro fratelli, a scegliersi il compagno della vita.
I Kiowa le chiamavano: “donne dal cuore maschile”. Erano donne a tutti gli effetti che svolgevano le loro mansioni abituali bene, ma in maniera fondamentalmente diversa, ed erano caratterizzate da uno spiccato spirito battagliero, con una volontà aggressiva ammirata dagli uomini e non si facevano calpestare in nessun modo. Queste donne erano tra le più belle della tribù e ogni guerriero ne avrebbe voluta una come moglie nella propria tenda.
La guerra e la caccia erano attività tipicamente maschili, non esistono informazioni su donne cacciatrici, ma ne esistono molte su donne guerriere, soprattutto tra gli
Cheyennes.
In questa nazione le donne godevano di una considerazione maggiore che nelle altre tribù delle pianure, addirittura cinque delle società guerriere avevano tra loro
donne che partecipavano alle cerimonie sedendo tra i capi guerrieri. Esse esemplificavano l’ideale della condotta perfetta, erano punto di riferimento per le altre donne della tribù e ricevevano un alto grado di deferenza e di riconoscimento sociale.
Solo i Dog Soldiers e i Contrari non avevano donne tra i loro guerrieri perché non
volevano esporle nelle loro troppo rischiose e spesso suicide imprese di guerra.
Erano donne che più delle altre sentivano l’essenza forte del popolo, come Veste Che
Si Muove, la donna cheyenne che aveva portato , in combattimento contro Custer,
sul Little Big Horn, la lancia del fratello ucciso pochi giorni prima sul Rosebud.
E’ vero:
“Un popolo non è mai sconfitto, se il cuore delle sue donne non è ridotto in polvere”
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LA TREGGIA
I cacciatori a cavallo delle grandi pianure erano veri nomadi, si spostavano volentieri per seguire la selvaggina accampandosi nei posti conosciuti da sempre e da loro preferiti, per trasportare i loro averi e le scorte alimentari usavano il “travois”.
La parola “travois” in franco-canadese significa “lavoro” ed è usata per definire il
mezzo di trasporto tipico degli indiani, infatti prima della treggia il trasporto dell’equipaggiamento da un accampamento all’altro sottoponeva le donne ad uno sforzo estremamente gravoso; ricordiamo che gli uomini viaggiavano scarichi per essere pronti a proteggere la banda in caso di aggressioni esterne nel momento delicato del trasferimento.
Prima che il cavallo determinasse lo sviluppo della “cultura delle pianure”, la treggia era già conosciuta ed era trainata dai cani; con l’avvento del cavallo le sue dimensioni crebbero per adattarsi alla mole del nuovo quadrupede permettendo così di caricare tutte le cose, eliminando il lavoro su spalla delle donne.
La treggia è costituita da due pali del tipì incrociati e appoggiati sul garrese a forma di “A”, punto in cui viene legata al cavallo per essere trainata; sull’intelaiatura
vengono fissate delle pelli che l’ammortizzano maggiormente.
Gli indiani non avevano strade, in quanto la selvaggina per quanto abitudinaria non
segue sempre lo stesso percorso, ma conoscevano le piste soprattutto per gli scambi commerciali e culturali intertribali: di conseguenza non avevano strade e quindi
per loro la ruota non era necessaria.
Vivevano in territori selvaggi ed erano selvaggi loro stessi ed erano contenti di esserlo, e così volevano restare, la treggia tirata dal cavallo poteva passare ovunque,
guadare ogni torrente , era il trasporto ideale per gli indiani.
Kum-mok-quiv-vi-ok-ta Gambe di Legno un Northern Cheyenne ricorda che nella
sua infanzia quando la tribù trasferiva l’accampamento, veniva riposto in un porta
infante e legato alla treggia quando la gente si metteva in movimento; i lupi in avanscoperta, gli anziani alla testa della colonna, poi le donne con i loro cavalli da soma seguite dalla mandria mentre ai lati i giovani guerrieri a cavallo con i loro colori e le piume nel vento proteggevano con il loro coraggio il suo sonno perché nel
frattempo cullato dai sobbalzi del terreno il piccolo Gambe di Legno si era addormentato.
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LA TREGGIA
E’ il carro degli indiani, semplice da realizzare, robusta e flessibile si adatta ai più svariati tipi di
terreno, originariamente era di piccole dimensioni e tirata dai cani, con l’avvento dei cavalli essa
aumentò le proprie dimensioni, adattandosi al nuovo quadrupede e potendo così trasportare più
cose.
E’ costituita da due pali di tipì incrociati a forma di A sul garrese, punto in cui viene legata al cavallo per essere tirata, un’intelaiatura di rami viene legata a questi rami e su questa vengono fissati gli oggetti da trasportare. I restanti pali delle tende vengono legati, sette per parte, sui cavalli, in modo che la parte più pesante appoggi sul terreno e quindi siano trasportati più agevolmente. I solchi lasciati sul terreno dai pali dei tipì e dalle tregge erano evidenti, soprattutto quando le
bande erano numerose; essi costituivano le cosiddette “piste indiane”.
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DAL DIARIO DI MARCIA
Giornata magnifica, siamo in sella dalle 7.30 di mattina, il sole non ha
ancora scaldato il fondovalle. Come sempre siamo partiti a piedi, come sempre abbiamo attraversato le grange deserte vicino al campo e
come sempre i cavalli hanno bevuto nella fontana vicino alla cappella
di San Giacomo, poi siamo saliti decisi, i cavalli arrampicano sul sentiero ardito, arriviamo ai colli poco dopo il sole con una melodia serena in testa, guardando giù nella valle vediamo le tende diventate piccole e davanti agli occhi abbiamo dei grandi massicci rocciosi. Poi la
discesa su sentieri militari, poi altra sella e altri sentieri, il sole ormai
è alto, poi verso casa lungo il torrente impetuoso.
Quando i cavalli raggiungono l’inizio del grande pascolo sanno di essere a casa e se li lasciamo liberi partono al galoppo.
Quando arriviamo al campo i tipì hanno il telo alzato dalla parte opposta al sole e la vita si svolge fresca e tranquilla, i bambini corrono dietro ai cavalli, li portano all’abbeverata per poi legarli ai filari. Togliamo
dai piedi scarponi e calzettoni e li facciamo asciugare al sole, si prende dalla pentola riso bollito e si resta in dolce ozio con la pipa accesa
in bocca e un libro in mano chiaccierando piano, con il binocolo vicino per osservare il passo del camoscio nella cengia a picco sul fronte
della montagna. Poi verso sera abbeveriamo di nuovo i cavalli, somministriamo loro fieno e pietanza, mangiamo un boccone, tiriamo giù
il telo e lo fissiamo al terreno.
Ognuno si accuccia nella sua pelle, qualcuno legge un capitolo di
“L’Armata a Cavallo” di Isaac Babel, la sua voce si sente e il suo racconto è ferocemente lirico, il fuoco riscalda e tiene lontana la disperazione, pian piano il corpo si allunga nel sacco e gli occhi vedono le
scintille salire dritte verso l’apertura del telo, piano piano svaniscono
parole e scintille, i cavalli sono tranquilli e noi, senza volerlo scivoliamo nel mondo del buon riposo.
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EPILOGO
IL TIPI’ E LA MORTE
Il sole è rotondo, la luna è rotonda,il mondo è rotondo, il cerchio del campo è rotondo, il tipì è rotondo, anche la vita è rotonda perché si incontra con la morte nello stesso punto.
Quando nella mattina del 27 giugno del 1876 il tenente Bradley del VII
Rgt di Fanteria raggiunse il Little Big Horn, la battaglia era appena finita e gli indiani erano già partiti, essi avevano lasciato sul luogo dell’accampamento due Tipì in piedi, contenevano i corpi di undici guerrieri morti nello scontro, cinque erano nel primo, sei nel secondo, vestivano variopinte casacche da guerra e i loro pony giacevano morti
anche loro.
Gli indiani delle Pianure non seppellivano i loro morti, ma li posavano in cielo, vicino al Grande Spirito, avvolti dalle coperte per proteggerli dai corvi e con le loro armi vicine.
Non sappiamo perché per gli undici valorosi abbiano scelto le tende
per dare loro sepoltura.
Nei tipì erano nati, avevano vissuto, avevano passato momenti lieti in
compagnia della loro famiglia e dei loro amici, avevano visto nascere
i loro figli.
Ed erano morti per difenderli.
Forse per questo li avevano deposti al loro interno, perché forse pensavano che fosse il luogo migliore.
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APPENDICE
ELENCO MATERIALE DA CAMPO
Due casse di legno con coperchi, tipo bauli
Due secchi
Batteria da cucina: piatti di alluminio, posate, gamelle, bollitore,
pentola, borraccia, griglia, zuppiera
o catino, padella di ferro
Teli da usare per fondo e per coprire la catasta di legna da bruciare
Machete, accetta, sega, pala pieghevole
Lampade a petrolio e petrolio di scorta
Lampade ad acetilene e pile per l’uso immediato
Martello, pinze e fil di ferro con cordini
Pelli di cervo per dormirci sopra
Coperte militari e sacchi a pelo
Pastore elettrico per far pascolare i cavalli
Taniche per l’acqua potabile
Viveri: farina bianca, zucchero, caffè, pancetta, biscotti, marmellata,
the, sale, olio, patate, riso, dadi, fagioli, cipolle, patate, lardo,
formaggio, pane, ami da pesca, salsa di pomodoro
Generi di conforto: libri, tabacco, taccuino, matita, macchina
fotografica, binocolo
Cavalli:musette, secchio, longhina di riserva, brusca e striglia,
conegrina, coperte, necessario per mascalcia, necessario per riparazioni
di selleria, orzo, avena, integratore, fieno
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LE ISTRUZIONI PER MONTARE UN TIPÌ
PRATICAMENTE:
Si stende per terra la copertura bene aperta.
Si scelgono i tre pali più robusti e si dispongono in modo di far combaciare la loro
base col bordo del telo seguendo il raggio di quest’ultima, come in figura.
I tre pali si legano così.
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Innalzare il trepiede lasciando una corda
che dalla sommità cade a piombo per individuare il centro. Al centro si pianta un
picchetto, si dispongono quindi le basi dei
pali ad una distanza dal centro uguale al
raggio del tipì. Se il tipì è di 4 metri, ovviamente la distanza sarà di 2, il palo D
(della porta) sarà spostato di un 10 cm. più
avanti in quanto il tipì non è circolare ma
leggermente ovale.
Si appoggiano all’inforcatura del trepiede i pali seguendo scrupolosamente loschema
della figura.
palo di sollevamento
palo sud
palo nord
palo della porta D
• Nel punto A della copertura ci sono due lacci che vanno legati alla sommità del
palo L.
• S’innalza il palo con la copertura appoggiandolo per ultimo nell’inforcatura del
trepiede tra i pali numero 10 e 11.
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• Allargare la copertura coprendo la struttura di pali a destra e a sinistra.
• Legarla con i due lacci che sono sotto i flaps.
• Chiudere la copertura con cavicchi di legno infilati nelle asole (la parte destra
sopra quella sinistra).
• Fissare i picchetti: prima tirare il telo sul davanti, poi il dietro, infine tirare anche i lati.
• Sistemare la porta.
• Preparare il focalare situandolo tra il centro e la porta sotto l’apertura sommitale formata dai flaps.
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INDICE
Premessa
Introduzione
Pag. 3
5
Il tipì Sioux
Come si monta un tipì
Vita nel tipì
Differenza tra le tende ed il tipì
7
11
12
13
Gli accampamenti Lakota (cartina)
14-15
La transizione
Considerazioni sulla vita all’aria aperta
16
17
La donna nella società Sioux
Le donne dal cuore maschile
18
19
La treggia
20
Dal diario di marcia
22
Epilogo: il tipì e la morte
23
Appendice: elenco materiale da campo
24
Istruzioni per montare un tipì
25
28
XP• LibrettoTipì copertina
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“I tipi sono dimore straordinariamente utili e belle ed è confortevole viverci
in ogni stagione”: parola di Joseph Reddeford Walker mountain man di prima categoria.
Joe Walker dice il vero, al contrario delle tende moderne nel tipì si può vivere
bene.
Tipì è parola Sioux, vuol dire “serve da casa” (“ti”=casa - “pì”=serve da)
con questo nome vengono chiamate le tende coniche dei cacciatori nomadi a
cavallo delle grandi pianure nordamericane. Sono inconfondibili per le caratteristiche “Wipipage” orecchie sommitali per la fuoriuscita del fumo. Nei
vecchi tempi l’’“Unhnugaska”, la copertura era in pelle di bisonte, calda
d’inverno fresca d’estate ma faticosa da realizzare e pesante da trasportare.
I Sioux, resi estremamente pratici dalla vita nomade condotta in quel meraviglioso inferno che erano le pianure già nel 1870, iniziarono ad usare tipì di
tela robusta e impermeabile, da quel momento i tipì divennero più grandi e
spaziosi, leggeri, poco ingombranti e facili da trasportare. Venivano acquistati da mercanti bianchi.
R
La
iserva Alpitrek Tent
Brancard Villa Giaveno 011 9376917
Via Campana 1bis Torino 011 655492
Mauro Ferraris, da sempre abituato alla vita del bosco e delle montagne, ha
fatto suo il vecchio stile di vita Cheyenne, attualmente vive con i suoi cavalli lungo il torrente Sangone sul quale scorre il confine che unisce, a volte, il
mondo reale con la proiezione di esso sulla terra.
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