MARMOLÉDA
Anno 7 - numero 3 (25)
NOTIZIARIO DELL’ASSOCIAZIONE CORO MARMOLADA
Editoriale
Nella rubrica “La parola ai protagonisti” del
numero di aprile c.a. veniva dato spazio
alla direttrice del Coro “Note del fiume” Marinella Smiderle che, fra l’altro, asseriva: “
… per avvicinare i giovani penso sia più
facile proporre canti conosciuti e vicini alla
loro esperienza, perché “patrimonio personale”, che musiche troppo lontane dalla
loro quotidianità …”. Sempre nello stesso
numero, raccontando “Le voci di Nikolajewka”, Sergio Piovesan concludeva invece
così: “ … E noi cantiamo “Le voci di Nikolajewka”, e lo canteremo sempre, invitando il
pubblico ad ascoltare il brano nello spirito
del ricordo e come ammonimento per adoperarsi tutti affinché non vi siano altre “Nikolajewke”.
Lo stesso concetto veniva affermato anche
nel numero di Giugno (“… Se posso essere d’accordo sulla varietà di un repertorio
corale - ed il nostro repertorio ad ogni concerto è vario - non credo, invece, sia necessario abbandonare i brani ispirati alle
vicende della guerra; ed il motivo è molto
semplice: NON DIMENTICARE!). Anche in
questo numero, oltre a raccontarvi un altro
canto nato in seguito alla guerra, “Stelutis
alpinis”, anche l’amico Paolo Pietrobon con
l’articolo intitolato “Cantare la guerra?” tratta ugualmente lo stesso argomento e arriva alle stesse conclusioni. Ed allora viene
da chiedersi se sia questione di generazione; forse è solo questione di sensibilità e
d’impegno e non si canta solo per divertire
e divertirci, ma anche per qualcosa di più.
La stagione 2005-2006 del “Marmolada”
inizia con due novità: la prima riguarda il
lancio della leva per aspiranti coristi, già
annunciata nel numero precedente; e a
corollario del lancio della leva si inseriscono i due pezzi di Toni Dittura e Rolando
Basso che, da prospettive diverse, evidenziano il piacere, la passione, la gioia di
cantare, di cantare in coro e, ovviamente,
di cantare nel Marmolada.
La seconda riguarda la conduzione del
coro; infatti inizia, almeno e solo per alcuni
mesi, la direzione del coro da parte di
Claudio Favret al posto di Lucio Finco.
Ad ambedue …. AUGURI!!!
Sommario
Pag. 1
Editoriale
Vi racconto un canto
Pag. 3
I dinosauri... estinti?
Pag. 4
Perchè cantare in un coro?
Pag. 5
Cantare la guerra?
Pag. 6
Rubriche
Settembre 2005
Vi racconto un canto:
Stelutis alpinis
di Sergio Piovesan
Da pochi giorni mi trovavo presso la caserma “Chiarle” della Scuola Militare Alpina di Aosta per la seconda parte del 27° Corso AUC. Era una domenica mattina del luglio 1961 e le due compagnie di allievi si trovavano
schierate nel cortile della caserma dove era celebrata la Santa Messa;
all’elevazione, dopo l’usuale squillo di tromba, un gracidio, classico dei dischi a 78 giri, proveniente dall’altoparlante anticipò un improvviso “Se tu
vens cassù ta’ cretis … ”, il primo verso di un canto che io, fin da bambino,
avevo appreso da mia madre.
Era “Stelutis alpinis” il canto che, tradizionalmente, viene eseguito durante
le Messe delle truppe alpine e che mi accompagnò per il resto della “naja”.
Subito dopo quella Messa ci fu chi lanciò l’idea di formare un coro, soprattutto per l’accompagnamento della liturgia. Naturalmente anch’io vi partecipai e, dopo 15 giorni il coro del 27° Corso AUC della Scuola Militare Alpina sostituì il disco ormai consunto.
Da allora “Stelutis alpinis” ha continuato ad accompagnarmi anche, e soprattutto, nei miei ultimi quarant’anni come corista del “Marmolada”.
“Stelutis alpinis” fu scritto e composto da Arturo Zardini (1869-1923) nel
periodo della Prima Guerra Mondiale, quando l’autore, un maestro di Pontebba, paese che allora si trovava sul confine italo-austriaco (l’abitato
dall’altra parte del fiume che segnava la linea di demarcazione si chiamava
Pontafel), era profugo a Firenze.
Forse proprio in Piazza della Signoria, leggendo sul giornale le notizie delle
stragi che avvenivano al fronte, lo Zardini, commosso e rattristato da quelle
vicende, trasse l’ispirazione del testo e della musica.
È quindi un canto d’autore ma che, da molti è ritenuto di origine popolare,
caratteristica questa dei canti che, nel testo e nella musica, raggiungono livelli di alta poesia e che, per questo motivo, diventano patrimonio di tutto
il popolo.
Da subito fu fatto proprio dagli Alpini sia friulani sia di altre regioni ed ancora oggi, all’età di quasi novant’anni, rimane il canto simbolo delle truppe
alpine, ma anche di tutto il popolo friulano.
Con questa composizione la poesia e la forza dell’autore si sono manifestate
nella loro pienezza raggiungendo l’apice, in un commovente sincretismo e
tutte le umane sofferenze si sono compendiate con toccante espressività.
Non sono necessarie molte parole: ci basta pensare al brivido che ci percorre
nel cantare e nell’ascoltare «..Se tu vens cassù ta' cretis...», brivido che si
trasforma in emozione violenta, da serrarci la gola.
È un compendio di sofferenze, di dedizioni, di intimità, di affetti, di certezze. Non più canto, non villotta, ma preghiera profonda e, nello stesso tempo, semplice ed umana, come semplice ed umano era ed è lo spirito di Zardini.
Testo in friulano
Traduzione letterale
Traduzione libera
Se tu vens cassù ta' cretis
là che lôr mi àn soterât,
al è un splaz plen di stelutis;
dal miò sanc l’è stât bagnât.
Se tu vieni quassù fra le rocce
là dove mi hanno sotterrato,
c’è uno spiazzo pieno di stelle alpine;
dal mio sangue è stato bagnato
Se tu verrai quassù fra le rocce, dove
fui sotterrato, troverai uno spiazzo di
stelle alpine bagnate del mio sangue.
Par segnâl, une crosute
je scolpide lì tal cret,
fra chês stelis nas l'arbute,
sot di lôr, jo duâr cujet.
Come segno, una piccola croce
è scolpita lì sulla roccia,
fra quelle stelle nasce l'erba,
sotto loro io dormo tranquillo.
Una piccola croce è scolpita nel
masso; in mezzo alle stelle ora cresce
l'erba; sotto l'erba io dormo tranquillo.
Cjôl sù, cjôl une stelute:
jê 'a ricuarde il nestri ben.
Tu j darâs 'ne bussadute
e po' plàtile tal sen.
Cogli, cogli una stella alpina:
essa ricordo il nostro amore.
Tu dalle un bacio
e poi posala sul seno.
Cogli, cogli una stella alpina: essa ti
ricorderà il nostro amore. E baciala,
e nascondila poi nel seno.
Quant che a cjase tu sês sole
e di cûr tu préis par me,
il miò spirt atôr ti svole:
jo e la stele sin cun te.
Quando a casa tu sarai sola,
e di cuore tu preghi per me,
il mio spirito ti aleggia intorno:
io e la stella siamo con te.
E quando sarai sola in casa, e pregherai di cuore per me, il mio spirito
ti aleggerà intorno:
io e la stella saremo con te.
Il testo riportato è quello corretto ed originale dell’autore ed anche la grafia friulana è quella esatta. La traduzione sulla terza colonna è una libera interpretazione del poeta friulano Chino Ermacora così come la scrisse nella rivista “PICCOLA PATRIA” nel 1928.
Per i friulani “Stelutis alpinis” è sì
il canto dell’Alpino morto, ma è
anche considerato quasi un inno,
un inno al Friuli, un inno per quella terra che ha vissuto altre sofferenze: un’altra guerra, invasioni
straniere, lotte fratricide e dolorose
emigrazioni.
Esaminando il testo non si può far
a meno di notare il largo uso dei
diminutivi, o meglio dei vezzeggiativi, caratteristica abituale nel linguaggio scritto e parlato dei friulani; “stelutis”, “crosute”, “arbute” e “bussadute” non vanno tradotti con i relativi diminutivi in
italiano anche perché, oltre a ridicolizzare il testo, non hanno proprio quel significato. È una forma
che si può definire affettuosa nella
descrizione di oggetti ed azioni e,
forse, è meglio tradurli con una
perifrasi.
“Stelùte” (al plurale “stelùtis”)
viene indicato nel Vocabolario
Friulano (Pirona) come diminutivo, spesso come espressione affettiva, di “stele” (stella); lo stesso
lemma manda a vedere “stèle alpine” che fra i sinonimi prevede anche “stele” soltanto; inoltre è citato come esempio il verso dello Zardini. La parola “crosute” è il diminutivo, sempre in forma affettiva,
di “crôs”, croce, mentre “arbute”
lo è di “arbe”, cioè erba, che però
ha una forma più usata in “jarbe”
col relativo diminutivo in “jarbute.
Infine, per concludere con i diminutivi, o come meglio indicato, con i
vezzeggiativi o espressioni affettive, “bussadùte” si collega a “bussàde” (sostantivo femminile), bacio, che può anche essere tradotto
con il sostantivo maschile “bùs”, in
realtà poco usato.
Un altro termine interessante da
esaminare è “cretis”; è il plurale di
“crète” che vuol dire rupe, ma anche roccia, macigno, pendio roccioso, cresta o cima nuda di montagna. Se “crète” è un sostantivo
femminile troviamo anche “crèt”,
sostantivo maschile, con lo stesso
significato. Sinonimo di “crète” è
anche “cròde” che si avvicina al significato di croda cioè cima rocciosa appuntita tipica delle Dolomiti.
Un termine che nel verso prende un
significato esteso è “duàr”. Letteralmente significa “dormo” (in questo caso si tratta di sonno eterno) e
la forma infinita è “duarmî”, ma
anche “durmî”.
Altri potrebbero essere i termini da
esaminare ma, per non annoiare il
lettore, penso che quelli sopra citati
siano sufficienti ed i più interessanti soprattutto per una maggiore
comprensione del testo poetico, che
invito a leggere con attenzione sia
in friulano e sia nelle due traduzio-
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ni.
Purtroppo, come accade per i canti
che diventano famosi, c’è sempre
qualcuno che vuole aggiungere
qualcosa, pensando, con una discreta dose di superbia, di migliorare l’opera; nel nostro caso c’è
stato chi ha pensato che il bellissimo testo di Zardini avesse bisogno di strofe in più ed ecco quindi
un’aggiunta apocrifa che riporto
per sola documentazione.
Ma 'ne dì quant che la vuere / a' sara un lontan ricùard / tal to cûr, dulà ch'al jere / stele e amôr, dut sara
muart.
Restarà par me che stele / che 'l miò
sanc a là nudrit / par che lusi simpri
biele / su l'Italie a l'infinit.
(Ma un giorno quando la guerra sarà un ricordo lontano, nel tuo cuore,
dove c’erano la stella alpina e
l’amore, tutto sarà morto. Per me
resterà quella stella, che il mio sangue ha nutrito, perché luccichi sempre bella sull’Italia all’infinito.)
Molti credono quest’ultime strofe
originali e questo si può riscontrare anche su siti internet fra i quali
alcuni addirittura di Sezioni
dell’A.N.A. (Associazione Nazionale Alpini).
I DINOSAURI… ESTINTI?
di Antonio Dittura
Ho parecchio tempo per “guardare” la televisione.
Toh... ! Anch’io uso il “virgolettato” come va di moda adesso.
Già, perché se metti le virgolette, puoi dire tutto
quello che vuoi .più o meno esplicitamente.
Allora ho il dovere di dirvi che per “guardare” non
intendo certo “vedere” e tanto meno “ascoltare”.
Intendo: “mettermi davanti a quel dannato aggeggio” con la speranza di “vedere” e di”ascoltare” qualche cosa di decente. E qui casca... il dinosauro! Si, sono un dinosauro! Come telespettatore sono un vero
dinosauro!
Di quelli che si divertono ancora ad ascoltare musica
popolare, folcloristica, lirica, jazz caldo e freddo, can-
ATTENZIONE!
Il “Coro Marmolada” indice una leva/selezione di voci
virili al fine anche di poter disporre, soprattutto per il
futuro, di un organico in grado di continuare i successi
che il complesso ha raccolto nei cinquantasei anni di
attività.
Per questo motivo ci rivolgiamo ai giovani e ai meno
giovani (come ben sapete, il nostro coro è impostato
esclusivamente su voci virili) che abbiano compiuto i 18
anni e non abbiano superato i 55 anni circa. Il “circa”
sottintende che la selezione non è assolutamente fiscale in merito all’età anagrafica, ma che è preferibile non
andare oltre, a meno che i 55 anni siano portati bene
dal punto di vista vocale! (ci dispiace per le signore e
signorine che avessero fatto un pensierino.)
Altre caratteristiche che chiediamo ai futuri “aspiranti
coristi” sono:
•
•
•
•
passione per il canto corale
predisposizione ai rapporti sociali
spirito di sacrificio
altre esperienza di canto corale (sono
ben accette ma non essenziali)
Noi, che gia proviamo l’esperienza di cantare nel “Marmolada”, assicuriamo che si vivono tante emozioni e che si ricevono tante soddisfazioni.
Per ulteriori informazioni e/o delucidazioni potrete rivolgervi
ai seguenti numeri telefonici
339 1887 510 – 335 6993 331
oppure scrivete al nostro indirizzo e-mail:
[email protected]
e quanto prima sarete contattati.
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ti d’ autore, canti gregoriani, canti regionali, stranieri, extracontinentali ecc., ecc., ecc. Insomma tutto
quello che riguarda la musica ... esclusa quella che
accompagna centinaia di assatanati, tarantolati, che
si dimenano, seguendo sempre lo stesso ritmo dalla
frequenza cardiaca di... accoppiamento di elefanti in
calore, in ambienti illuminati da policromi fulmini di
irrefrenabili riflettori.
Mi trovo due volte alla settimana con altri dinosauri
(parecchi anziani... pochi giovani... nessun cucciolo)
per educare quel che mi resta di voce ad esprimere al
meglio i miei sentimenti, davanti ad un’assemblea di
altri dinosauri, che spesso... anzi sempre... ci gratificano dei loro applausi.
Non siamo tanto numerosi, ma crediamo fermamente
nel famoso detto: -Pochi, ma buoni- l’importante è
evitare l’estinzione!
L’impresa è ardua. Troppe cose vanno in senso
contrario. La televisione è appunto una di queste... la
più potente.
Ma pensate un po’... quello che dovrebbe essere il
mezzo di elevazione culturale per eccellenza, massimo
collaboratore delle Istituzioni come la Scuola, la
Chiesa, la Famiglia, lo Stato , all’insegna di una malintesa Globalizzazione, sforna programmi di scarso
valore estetico-culturale , se non addirittura deleteri
anche sotto l’aspetto morale.
Ed allora si impone che “qualcuno” faccia qualcosa.
Ma chi? I dinosauri appunto!
I quali non sono certo in grado di competere con la
televisione e le discoteche, ma possono aggirare
l’ostacolo, per arrivare ai giovani (sono loro che ci interessano) in un altro modo: andando nelle scuole.
Per farci conoscere, per dimostrare che la nostra voce
è lo strumento espressivo più importante che abbiamo a disposizione e soprattutto per far capire che
cantare in un Coro significa in qualche modo “annullarsi” (concedetemi ancora una volta il virgolettato) ,
per fondersi assieme agli altri nella creazione
dell’armonia.
Tutto questo è sicuramente socializzante, non globalizzante, soprattutto se si riesce a comprendere e a far
comprendere ai giovani che si possono globalizzare i
mercati, gli interessi economici, ma non gli usi, i costumi, i dialetti, le lingue, le radici di un popolo.
Se noi riusciremo a trasmettere ai giovani questo
modo semplice ed onesto di leggere il mondo, forse
non faremo solo proselitismo, ma svolgeremo una vera e propria opera educativa.
Perchè cantare in un coro?
E perchè cantare in un coro di ispirazione popolare?
Una riflessione provocatoria, o forse no, a quasi quindici anni di militanza nel Marmolada
di Rolando Basso
Sembra ieri ma sono ormai passati quasi
quindici anni da quando, assieme ad altri tre amici, varcavo la soglia della Scoletta di San Rocco, allora sede delle
prove del Coro, per vedere se avessi potuto cantare con il Coro Marmolada.
Fin da ragazzo il mio rapporto con la
musica, tutta la musica, si era sempre
limitato a quella, suonata a bassissimo
volume, dalla radio per riempire il silenzio delle mie notti di studio; già i miei
ritmi, sono come dico sempre, da “Diesel”, grande difficoltà al mattino ad ingranare ma riesco a tirare tardissimo.
Anche per i miti della mia generazione,
Beatles, Rolling Stones ecc. per capirci,
non mi sono entusiasmato più di tanto;
pensare che non ho acquistato nemmeno
un loro disco.
Per non parlare della cosiddetta musica
colta: assolutamente assente dalle mie
aspirazioni.
Non che avessi un’avversione per la
musica e per il canto. Solamente il mio
interesse per essa era molto marginale
per non dire nullo.
Certo in gita con gli amici, in colonia,
durante il servizio militare mi ero anche
unito al gruppetto che cantava; ma tutto
finiva lì.
Inoltre l’attività sportiva, il lavoro, poi il
sindacato, la politica erano per me molto
totalizzanti! Lì la musica era una semplice sottolineatura dei vari eventi.
Poi, come si racconta nelle favole per
bambini, improvvisamente ...
con mia moglie avevamo appena partecipato ad una riunione preparatoria per
la prima comunione dei nostri figli
quando, parlando con altri genitori che
facevano parte della corale parrocchiale, questi invitarono mia moglie ad unirsi a loro. Ovviamente l’invito venne esteso anche a me, ma lo declinai decisamente.
Qualche giorno dopo, su insistenza di
mia moglie, l’accompagnai alle prove
della corale.
Mi sedetti in disparte per non disturbare,
ma dal gruppo dei bassi, invero poco
numeroso, fui invitato ad unirmi a loro.
Era la prima volta che il mio rapporto
con la musica era di partecipazione diretta.
In quella formazione polifonica, princi-
palmente dedicata all’animazione liturgica, ho iniziato ad apprezzare il cantare in
coro, imparato i primi brani di polifonia
sacra; inoltre, grazie a don Giuseppe, il
nostro parroco oltre che maestro del coro,
sono stato introdotto ai canti cosiddetti di
montagna.
Poi fu ospite della nostra parrocchia il coro I Crodaioli del maestro Bepi de Marzi.
Grandissimo poeta; le sue presentazioni
dei canti ti fanno vivere in prima persona
le storie che poi il coro racconta con il
canto.
Il concerto mi piacque moltissimo e,
quando l’anno successivo, per la festa di
San Giuseppe venne invitato il coro Marmolada, volentieri andai ad ascoltare quello che mi fu descritto da altri coristi della
corale parrocchiale essere uno dei più
vecchi e più quotati complessi veneti.
Fin dal primo canto eseguito venni catturato dalla magia di quelle note magistralmente proposte e portato in un altro mondo incantato.
Finito il concerto ero frastornato, oserei
dire ubriaco di sensazioni diverse e di
contentezza.
Durante il rinfresco post concerto numerosi furono i canti intonati dai coristi del
Marmolada, cui si unirono anche molti dei
coristi della nostra corale; canti che non
avevo mai sentito.
Ma, quando quasi tutti se ne furono andati
e ci ritrovammo in quattro sul sagrato della chiesa, fui nuovamente catturato
dall’incantesimo vissuto durante il concerto: io incapace di andarmene, prigioniero
di quelle note sommessamente cantate da
tre sole persone.
Cantarono per quasi tutta la notte, e quando intonavano uno dei pochi brani che conoscevo cercavo di unirmi a loro.
Cantarono sottovoce, delicatamente e
l’armonia, anche se si era ancora nella
stagione invernale, fece si che parecchie
finestre si aprirono e molte persone si affacciarono per ascoltare.
Poi tutto finì e ce ne tornammo a casa.
Tuttavia ero ancora preso dall’ incantesimo che ora mi faceva desiderare di poter
essere anch’io uno di loro.
Il martedì successivo, alle prove della corale parrocchiale, scoprii di non essere il
solo ad essere stato ammaliato dal Coro
Marmolada e, quando uno annunciò: “…
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vado a vedar se i me tol …”, con altri tre,
dissi: ci provo anch’io.
E da allora alla domanda perché cantare in
un coro? e, soprattutto, perché cantare in
un coro di ispirazione popolare? rispondo
così:
Perché da soddisfazione? Banale. Può andare bene per un breve periodo, ma quando l’impegno richiesto diventa troppo oneroso, la semplice soddisfazione è insufficiente.
Perché quando canti ritrovi l’incanto della
fanciullezza? Forse. Anche i fanciulli poi
crescono.
Perché si riesce a fare armonia? Già siamo
nella fase “erudita e fredda”; non può durare, non siamo professionisti.
Perché i canti di “montagna”, quelli di
trincea della grande guerra e dell’ epopea
degli alpini nella seconda guerra mondiale, le poesie di De Marzi, le pregevoli armonizzazioni dei vari Dionisi, Pedrotti,
Bon, Vacchi, Malatesta, ecc., ecc., ecc.,
sono belli?
Può essere, ma da soli non meritano, un
impegno assiduo e pluridecennale.
Allora perché? La risposta l’ebbi in occasione di una Tournée in Svizzera quasi
appena entrato in organico del Coro.
Avevamo appena terminato il concerto
nella sala delle udienze generali presso le
Nazioni Unite quando sentii un funzionario, con gli occhi lucidi dall’ emozione,
dire al nostro maestro: “… abbiamo ascoltato altri cori cantare in questa sala, alcuni
decisamente bravi, ma voi … voi ci avete
toccato il cuore, ci avete fatto sognare
…”.
Ecco che di colpo mi resi conto che è
l’incantesimo di quel mio primo incontro
con il Marmolada che si ricrea ogni volta
che cantiamo.
Ed è questo incantesimo che si sviluppa,
leggero ed impalpabile come le magie delle saghe e delle leggende delle Dolomiti,
dai nostri cuori estendendosi a quelli di
chi ascolta la vera risposta alla domanda.
Ora il compito di tutti i cori, è fare in modo che il desiderio di ricreare questo incantesimo sia tramandato alle nuove generazioni perché anche per loro valga il detto: “ … quando senti qualcuno cantare
(aggiungo io cantare in coro) fermati; chi
canta non è mai cattivo.
A sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale con i suoi lutti e le sue distruzioni, in un paese ed in
un Europa che, nonostante la guerra fredda, hanno vissuto il più lungo periodo di pace della loro storia è ancora necessario e, soprattutto ha ancora senso
CANTARE LA GUERRA?
di Paolo Pietrobon
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
E’ il mio cuore
il paese più straziato
( G. Ungaretti )
Da qualche tempo l’amico Sergio
Piovesan, nel presentare le esecuzioni
del Coro Marmolada, sottolinea
l’opportunità di una scelta repertoriale che mantiene viva l’attenzione
sulle “canzoni di guerra”, per quanto
esse ricordano e salvano da un oblìo
facile, per non dimenticare, appunto,
e per riaffermare, soprattutto davanti alle coscienze dei più giovani, la
assoluta tragicità e follia, ieri come
oggi, di ogni guerra. Sentite con quale impegno morale vi si riferisce Carlo
Bo nella sua presentazione a “Centomila gavette di ghiaccio”: “(essa
fu) il risultato di una sopraffazione
aberrante...risultato della lezione di
Caino che recitiamo e seguiamo da secoli. Quelle colonne di moribondi sulla
neve (i soldati italiani in ritirata dalla
Russia) non facevano che raggiungere
le innumerevoli folle di condannati che
le avevano precedute...lo spettacolo della ritirata era soltanto la conferma di
principi stabiliti e seguiti molto prima.
Quegli uomini erano le ombre del male,
le vittime di una catastrofe morale e
spirituale che andava ricercata altrove...così il silenzio di morte di quelle
pianure non era che la risposta impotente a chi si era arrogato il diritto di
parlare per tutti ” (1).
Proprio così, perché anche oggi, in
un presente davvero tormentatissi-
mo, esiste una contraddizione sensibile tra un giudizio diffuso e negativo, quasi una infastidita ripulsa, sulla cantabilità dei temi e delle atrocità
delle guerre, quasi si possano ritenere
segni di stanchezza e ristretto tradizionalismo nel canto di ispirazione
popolare, ed il fatto, ahimè innegabile, che proprio il presente di noi tutti
è
frastornato
e
condizionato
dall’imperversare, in non pochi luoghi del pianeta, di focolai e teatri di
guerra, forse non quella dei documenti e dei ricordi che hanno formato la coscienza storica delle ultime
generazioni, ben richiamata dalla citazione sopra riportata, ma altrettanto crudele e devastante, orribilmente beffarda quando si pretende di
definirla “intelligente”.
O meglio esiste una distinzione, che
spesso è separazione -generazionale e
culturale- tra il rifiuto della guerra,
che pure e da sempre è ascoltato e
cantato dai “più giovani” (per farne
uno sbrigativissimo cenno, dalla canzone di Joan Baez e Bob Dylan, anni
’60 e ’70, in poi, fino alla “Guerra di
Piero”, del cantastorie genovese De
André), ed il sentimento della guerra
quale risulta, prevalentemente ma
non esclusivamente, dai repertori dei
nostri cori d’ispirazione popolare.
Non esclusivamente dicevo: infatti
tali repertori sono innegabilmente ed
in grande misura riferibili al sommo-
vimento risorgimentale italiano ed
alla Prima Guerra Mondiale, con importanti collegamenti ad esperienze,
se non di guerra in senso proprio, di
conflitti “confinari” o “internazionalisti” (si pensi ai secolari confronti
armati con cui si giunse, sul bordo
nord-occidentale del nostro paese,
alla definizione di un Regno di Sardegna proteso alla dimensione nazionale cisalpina, e quindi al superamento della stagione post-feudale e
signorile con le sue suggestioni eroiche e le sue saghe familiari e dinastiche e con la conseguente e consistente germinazione di una letteratura
popolare piemontese e lombarda; o,
sul confine opposto, alle tensioni e
agli incidenti che possiamo codificare
come inerenti alla questione slovena e,
più estesamente, istriana; ma anche,
sul versante internazionalista, al richiamo, tra altri possibili, alla Resistenza contro il golpista Generale
Franco, nella Spagna del 1936/39,
allorché si trattò di rivendicare la sopravvivenza del legittimo governo
repubblicano, richiamo iscritto in
una straordinaria invenzione ritmica
e musicale dal Paolo Bon di ¡Viva la
Quince Brigada!). E certo detti repertori manifestano (con evidenti timidezze a dir il vero) un loro richiamo a
quel fondamentale rivolgimento di
liberazione e ricostruzione democratica che fu per noi positivamente la
Questo “giornale” nasce dalla buona volontà di coristi ed ex coristi del “Marmolada”, ma è aperto
anche ad “altre voci”. Pertanto invitiamo, anche e soprattutto, i componenti di altri cori a far sentire la loro voce.
Il materiale può essere inviato a ½ posta elettronica, ma anche con posta tradizionale (gli indirizzi
li trovate nel riquadro a lato). Per eventuali informazioni telefonare al n. 3496798571
Sito internet: www.coromarmolada.it
indirizzo e-mail: [email protected]
PRENDETENE BUONA NOTA!
per chiedere informazioni e per collaborare a “Marmoléda”
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Resistenza.
Va detto però, nel “nostro ambiente” e
fuori di esso -perché poco davvero se
ne sa- che sono riscontrabili nel materiale trasmessoci dalla tradizione popolare e nella produzione, testuale e
musicale, di autori “nuovi” per il nostro genere (ancora Bepi De Marzi ed
il citato Paolo Bon, ma non essi solamente) motivi, ispirazioni ed attitudini per un canto corale di ispirazione
popolare sicuramente convincenti e
“modernamente” suggestivi, per la
discontinuità dell’invenzione melodica
e dei contesti armonici e per
un’aggiornata costruzione poetica e
simbolica dei testi, i quali possono
comunque trattare di guerra, ma alludono alla guerra, in senso universalistico, e sono collegati ad una percezione e ad un “risentimento interiore” di
essa post-risorgimentali e post-unitari,
formatisi gradatamente negli anni della “guerra fredda” e del ricorso sempre
più frequente a strategie ed organizzazioni belliciste di carattere mondiale e
nucleare, in sostanza alla sensazione
vasta e drammatica del fatto che, oggi, qualsiasi politica di guerra assume
un carattere di oscuramento e negazione della stessa speranza di vita per
intere generazioni, per i singoli individui, su scala planetaria.
Per tutto ciò (nei limiti delle mie conoscenze, che conosco e temo, ma che mi
piacerebbe fossero integrate, sul nostro giornale, da altri interventi) ho
pensato di affidare a Marmoléda alcuni
approfondimenti su aspetti diversi
della “canzone di guerra”, puntando
conclusivamente a metterne in evidenza testi e caratteri, in qualche modo letterari e simbolici, appartenenti o
appartenuti al repertorio del Coro
Marmolada, e lasciando all’amico Sergio, che già e bene se ne occupa, le ricostruzioni filologiche ed ambientali.
Il tentativo sarà quello di mettere in
evidenza da un lato i sentimenti del
soldato in quanto uomo e della guerra
quale esperienza ad un certo momento
radicale ed incontrollabile, dall’altro i
valori poetici e simbolici universali
rintracciabili in parte di tali canti, a
favore quindi di una rivalutazione critica del canto che se ne occupa e della
migliore comprensione che se ne possa
fare da parte di chi ci ascolta e ci legge. Rimango convinto di quanto affermato in apertura: poiché all’arte
competono, a mio parere, linguaggio e
canoni estetici autonomi, svincolati da
qualsiasi interesse contingente o dalla
pressione dei poteri, ma l’arte medesima vive nel contesto delle persone e
delle culture attive nella comunità, è
importante che chi se ne rende interprete e promotore -quindi anche i presentatori dei repertori corali- renda
espliciti i criteri organizzativi ed i riferimenti storico-culturali di un dato
repertorio, al fine di rendere attiva e
protagonista la libera attività di ricezione e la consapevolezza del pubblico.
Si tratta insomma di accompagnare al
piacere di cantare insieme la disponibilità a lavorare intorno alla cultura e
alla tradizione popolare, di ieri e di
oggi, con una qualche professionalità.
Voglio infine chiudere la mia riflessione tornando alle dimensioni sopra richiamate di incontrollabilità e radicalità della guerra, soprattutto a danno
delle popolazioni, della gente più semplice e indifesa, facendomi aiutare da
due brevi estratti del De Marzi scrittore che io trovo reali ed umanissimi: “
Il parlare (ad una cena di modesti contadini) -domande, risposte, ricordi, sospiri, memorie- si era inviato tutto dalla
Inaugurazione del Monumento ai Caduti: un avvenimento commovente grandioso importante per tutto il paese, perché non c’era una sola delle trecento e
passa famiglie di Nogarole Alvese Restena, e delle altre contrade più piccole,
che potesse chiamarsi fuori dalle disgrazie della guerra; che non avesse avuto il
suo morto da piangere...”. Ed oltre: “A
mezza mattina, suona un allarme di sirene: tornano a bombardare! Chi grida,
chi piange, chi impreca, tutti cercano di
scappare; ma c’è chi dal grande spavento
perde la parola e la forza per correre...”
(2).
Tornerò sulle cante di guerra di Bepi
De Marzi, ma anche in ciò che egli racconta, che si può raccontare, con forte
emozione e risentimento interiore, non
è difficile intravedere la trama di una
trascrizione musicale, di un’armonia.
Davvero si potrà rimanerne indifferenti?
(1) Dalla presentazione di Carlo Bo
a “Centomila gavette di ghiaccio”, di G. Bedeschi, Mursia Ed.
1963/81.
(2) B.De Marzi - Cecilia Petrosino,
“Arciso di Alvese”, Cora Ed.
2000, I caduti e i bombardamenti, pagg.42 e 114.
I prossimi appuntamenti del
“MARMOLADA”
16-18 settembre 2005
Tournée in val Pusteria (BZ)
29 ottobre 2005 – ore 21.00
Rassegna a Rovigo
19 novembre 2005 - ore 20,30
Chiesa Parrocchiale di san Martino di
Campagna (PN) – Rassegna
3 dicembre 2005 – ore 21,00
Concerto AVIS Mogliano
Chiesa parrocchiale di Zerman
15 dicembre 2005 – ore 21,00
Concerto di Natale – Venezia - Scuola
Grande San Giovanni Evagelista -
MARMOLÉDA
Tesseramento 2005
Notiziario Ufficiale Associazione Coro Marmolada
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Anno 7 – n° 3 – 2005 (25)
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Direttore responsabile: Teddy Stafuzza
Hanno collaborato a questo numero:
testi: Sergio Piovesan, Antonio Dittura
Rolando Basso, Paolo Pietrobon
impaginazione: Rolando Basso
Ciclostilato in proprio
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