Testimonianze La corvetta Albatros a Taranto, 1967 (Foto M. Risolo via M. Brescia) La corvetta Albatros sul finire della sua vita operativa (Foto C. Martinelli via M. Brescia) Un Natale da ricordare Giuseppe Felice Greco Ex sottocapo r.t. di nave Albatros orreva l’anno 1958 mese di dicembre giorno venti, il santo Natale era alle porte. Ero imbarcato sulla corvetta Albatros che insieme alle gemelle Alcione e Airone facevano parte della Decima squadriglia corvette facente parte della squadra navale, all’ormeggio banchina torpediniere di Taranto. Il giorno dieci di quel fatidico mese di dicembre era partito per la licenza natalizia il primo turno, intanto noi del secondo turno incominciavamo a “smarcare” i giorni che mancavano per andare in licenza, per poter trascorrere il capo d’anno in famiglia. Si attendeva il Santo Natale e quindi il relativo rientro del primo turno, quando per cause imprecisate, una sera un nostro amico e commilitone mentre eravamo in mensa equipaggio, si sentì male assalito da una imprevista e improvvisa malattia sconosciuta. Visitato dai dottori, fu trasportato con urgenza all’ospedale S.S. Annunziata di Taranto. Il mattino successivo sveglia equipaggio e una voce che correva da poppa a prora, con un ordine breve e deciso, “salpare immediatamente.” Nessuno di noi sapeva esattamente cosa stava succedendo, tutti al proprio “ posto di manovra”, salpammo le ancore C 40 Marinai d’Italia ci scostammo dalla banchina torpediniere di Taranto e dopo pochi minuti eravamo ormeggiati alla boa telefonica in Mar Piccolo. Assemblea generale a poppa, dopo l’appello, il comandante fu molto chiaro, ci mise al corrente dell’accaduto. La corvetta Albatros nei primi anni Sessanta (coll. G. Parodi via M. Brescia) Due nostri compagni erano stati ricoverati all’ospedale civile per casi di meningite, uno dei quali era in gravissime condizioni. Quindi dovevamo rimanere alla boa fino a nuovo ordine, nessuno poteva scendere a terra neanche il comandante e nessuno poteva salire a bordo solo i medici. Intanto saliva a riva la bandiera gialla, simbolo di “nave infetta vietato avvicinarsi,” ebbe così inizio il nostro dramma, il nostro grande calvario e quindi la nostra “quarantena.” Ogni giorno gargarismi, sciorino di branda, due punture di “gamma globulina berna” mi ricordo che costava ogni una 4.500 lire. Il Santo Natale dell’anno 1958 trascorreva tra preoccupazioni, paure di tutti i tipi e telefonate alle famiglie per assicurare i nostri familiari delle nostre condizioni di vita e di salute. Tutti noi non potevamo assoggettarci all’idea di dover trascorrere un Natale in quella situazione, ma purtroppo una realtà crudele ci condannava ad avere una costante paura del domani, di ciò che poteva succederci. La giornata trascorreva lenta e inesorabile, qualche partita a carte un po’ di televisione e poi in branda sempre con la paura di quello che poteva succedere. Un pessimo Natale ed un altrettanto Capo d’anno, perché il primo turno non lo fecero rientrare e noi sempre in quarantena alla boa telefonica in Mar Piccolo a Taranto. Per noi giovani erano sicuramente giorni terribili, ma per alcuni ufficiali e sottufficiali che erano sposati e avevano le famiglie e i figli a poche centinaia di metri era ancora più terribile. Non potevano andare a trascorrere un giorno di festa insieme alle loro famiglie. Abbiamo cercato tutti insieme di tirarci su nel morale e di confortarci a vicenda, un po’ con le parole e ogni tanto cercavamo di affogare i nostri pensieri con un po’ di alcool, sicuramente non era sufficiente a dimenticare la disavventura di ufficiali, sottufficiali e di noi tutti ma almeno abbiamo tentato. A bordo di concreto non si sapeva nulla, durante l’assemblea generale giornaliera i medici volevano sapere se qualcuno sentisse dei malesseri generali, e se la risposta era affermativa veniva immediatamente trasportato in ospedale, dove rimaneva in isolamento perfetto. Io pur avendo alcuni sintomi evitai di denunciarli, per non farmi trasportare in ospedale, volevo restare a bordo. Avevamo allestito alla meglio un albero di Natale, ma i giorni trascorrevano lenti e inesorabili non sapevamo quanto tempo dovevamo ancora rimanese in quello stato. Eravamo lontano da tutto, dagli amici, dai parenti, dalle famiglie e dal mondo intero. Una lancia del comando, ogni giorno ci portava la posta ed i viveri necessari alla sopravvivenza, Natale era passato ed ora si avvicinava Capo d’Anno, era difficile sopravvivere. Descrivere quei momenti, per me è quasi impossibile, perché erano momenti di estrema gravità, colleghi ed amici non sopportando tale stato, volevano tentare anche il suicidio. Avevamo trascorso il Santo Natale in quelle condizioni da cani, ma si annunciava un inizio anno ancora peggiore. Di quei giorni, ricordo con sincera graditudine, principalmente la Marina Militare, insieme a tutte le forze armate perché ci sono state vicine in momenti così gravi della nostra esistenza. Le istituzioni ed enti pubblici e privati, non ci facevano mancare il loro sostegno morale e materiale. Continuamente arrivavano telegrammi di auguri e di pronta guarigione da parte di tutti, sentivamo la loro vicinanza, il loro affetto, capivamo perfettamente che non ci avevano abbandonati, momenti in cui ero orgoglioso di essere italiano e di appartenere alla Marina Militare italiana. In quelle condizioni, passò il Natale del 1958 a bordo a nave Albatros, ed anche il Capo d’Anno del 1959. Intanto erano trascorsi quindici giorni di quella maledetta vita e ancora non si vedeva alcuna luce, nessun spiraglio, nessuna fine non c’erano speranze di nessun tipo. Durante tutta la “quarantena” mi dedicai allo studio della medicina, della scienza, e trascorrevo ore e ore a scrivere e a leggere, anche perché la nostra biblioteca a bordo, era fornitissima di molti romanzi di avventure e libri di cultura generale. Purtroppo è stata una brutta esperienza, sono stati giorni tristissimi, ma rimarrà sicuramente nel cuore di tutti noi un ricordo, un tratto della nostra vita trascorso e superato , un triste ricordo per tutti noi, e che non lo auguriamo a nessun figlio di mamma. Per ciò che mi riguarda personalmente, penso che sono questi i momenti della vita, che ti formano e che ti fanno diventare subito uomo, un segmento della vita che non si può dimenticare. Io questo ricordo lo porterò nel cuore e lo ricorderò sempre, finché questi miei occhi vedranno la luce del sole e per tutto il resto della mia vita. n Marinai d’Italia 41