SUOR MARIA CELESTE
LA FIGLIA DI GALILEO GALILEI
Chi per poco si appassioni agli studi galileiani non tarderà ad imbattersi nella sublime figura di Suor Maria Celeste, di questa eletta giovane,
degna figlia di quel Grande, che fu uno dei sommi tra i tanti grandi che
abbia in ogni età partorito la nostra Italia; così che meritamen te fu dai
posteri, e ancora dai contemporanei, chiamato il divino Galileo; uomo
che da se solo basterebbe ad illustrare eternamente un paese, e che insieme con Archimede e con Newton costituisce nel campo delle scienze
esatte una t riade somma, che sinora non è stata toccata, nè forse più mai
sarà raggiunta.
Ma per chi di questi studi non si occupa, Suor Maria Celeste è una
persona pressoché ignota; così che potrà trovarsi chi la conosca di nome,
ma difficilmente si troverà chi abbia cercato di conoscerla da vicino. Però
chi l'abbia fatto, quanta dolcezza non avrà provato nell'accostarsi alla
figura umile e dolce di questa monacella, di questa vergine cui toccò il
compito fortunato di alleviare l'animo del suo grande padre, e distrarlo
dai poderosi problemi che si rivolgevano nella fucina della sua mente, e
dalle avversità che incontrava nella vita?
Se Virginia Galilei, come al secolo si chiamava, non si fosse fatta
monaca, ma fosse rimasta sempre accanto al padre, noi avremmo appena saputo della sua esistenza, o tutt'al più avremmo saputo che Galileo
ebbe una figlia molto buona e che fu la migliore sua consolatrice; ma
giacché, diventata monaca, era costretta dal suo stato a stare lontana dal
padre, di tanto in tanto, quando questi tardava a recarsi da lei, era essa
che andava a trovarlo con le sue lettere, che, per nostra fortuna, Galileo
conservava. Così noi oggi possiamo sentire e conoscere l'animo celestiale di cui fu dotata la sua primogenita; possiamo apprezzare tutte le virtù di cui la sua anima era adorna.
Purtroppo non tutte le lettere che suor Maria Celeste scrisse al padre giunsero sino a noi; ma si ha ragione di credere che non furono molte
quelle disperse. Dopo la morte di Vincenzo Viviani, l'ultimo e il più giovane dei discepoli del Grande, disgraziatamente i manoscritti galileiani
andarono dispersi, e con questi le lettere della figlia. Fu il Nelli, uno dei
primi biografi di Galileo, che riuscì a ricuperarle comprandole; e fu l'il143
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lustre e compianto Prof. Antonio Favaro, che è stato il più appassionato
e profondo cultore degli studi galileiani, che nel 1891 pubblicò tutte le
lettere rimaste di Suor Maria Celeste.
Il contenuto di queste costituisce un vero godimento spirituale; giacche, oltre all'essere adorne di molta semplicità e squisita grazia, sono
scritte anche in buona lingua; e se non sono annumerate fra i testi e non
sono state proposte ad esempio di bello scrivere, la lingua è pura e il fraseggiare assai buono, specialmente se si pensa al tempo in cui furono
scritte, quando la moda richiedeva ampollosità d'immagini, espressioni
esagerate, spesso unite ad una gran vaquità di contenuto.
E ciò non poteva certamente sfuggire alla mente altissima dell'altissimo Filosofo; il quale talvolta tardava apposta a mostrarsi alle due
figlie monache, per costringere la maggiore a scrivergli. Ed egli trovava
alfine tregua al suo spirito perennemente tormentato, perchè ricevendo
lettere dalla figlia, dimenticava tutto per immergersi nella lettura di
quelle pagine, attingendone quasi un lavacro spirituale per l'ingenuità e
la dolcezza con cui erano scritte. E ciò noi rileviamo dal contenuto stesso
delle lettere di Suor Maria Celeste, giacché in esse non si fa mai cenno
delle battaglie che il padre pur doveva sostenere nella vita. Vuol dire che
essa non ne era a conoscenza; vuol dire che quando il padre andava a
trovarla o le scriveva riusciva a sedare ogni tempesta nel proprio cuore,
riusciva a dimenticare per diventare soltanto padre delle sue figlie. Nè è
da pensare che Galileo soltanto per prudenza evitasse di far conoscere
alla sua diletta Suor Celeste le controversie in cui purtroppo tante volte
era invescato, i dispiaceri che gli venivano da parte dei famigliari, le persecuzioni degli accaniti nemici, perchè essendo Suor Maria Celeste, come
in seguito rileveremo, le persona più intima che egli avesse, doveva pur
qualche volta, magari involontariamente lasciarsi sfuggire qualche cosa.
Abbiamo detto che tanto si rileva dal contenuto delle lettere di Suor
Celeste; perchè quelle scritte dal padre, alla figlia, purtroppo non sono
state sinora rinvenute, e molto probabilmente non si ritroveranno più.
Non già che la figlia non le conservasse; ed invero scrivendo essa al padre in data 13 agosto 1623 gli diceva: « Io metto da parte e serbo tutte
le lettere che giornalmente mi scrive, e quando non mi ritrovo occupata,
con mio grandissimo gusto le rileggo più volte » ma perché, per causa da
lei certamente indipendente, non sono state ritrovate. V'è chi pensa che
andarono disperse insieme a tutto il carteggio galileiano dopo la morte
del Viviani; v'è chi pensa invece, che essendo con gli anni rimasto deserto il convento di S. Matteo, in Arcetri, in cui essa visse e morì, gl'incartamenti essendo passati tutti nell'archivio arcivescovile di Firenze,
si trovino ancora sepolte colà. V'è infine chi, con maggiore probabilità,
pensa che, qualche monaca eccessivamente scrupolosa, avutele in mano,
dopo la morte di Suor Celeste, abbia creduto di fare opera meritoria per
la propria anima distruggendo gli scritti di un uomo, che essendo stato
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condannato dall'Inquisizione, presso le persone di poca levatura passava
per un eretico o quasi. Certo è che non sono state rinvenute.
E a ciò gli studiosi pensano con rimpianto, perché avremmo conosciuto un po' meglio Galileo nella sua intimità. Tuttavia sappiamo bene
che egli stimava grandemente la sua primogenita; e che nei riguardi dei
suoi tre figli, soltanto della maggiore, di Suor Maria Celeste, andava orgoglioso, come di quella che egli sentiva sola aver portato della sua anima. E quando gli capitava l'occasione, ne parlava volentieri con i suoi
conoscenti, e di lei scriveva al fratello Michelangelo in Polonia, e perfino alle Granduchesse di Toscana: Madre e Sposa; alla moglie dell'Ambasciatore di Toscana a Roma,. al P. Castelli ed altri. Ragionava spesso
della cara figliuola mettendone in rilievo la bontà, la dolcezza, il tatto,
la grande intelligenza, l'umiltà, la carità; insomma l'insieme delle virtù che ne facevano davanti a Dio un'anima rara, davanti agli uomini una
figura pietosa e mirabile:
GAI ILEI IN PADOVA
Galileo Galilei non ebbe moglie. Si potrebbe istituire una discussione se egli Fece bene o male; se si trovasse in grado di prenderla o no; ma
noi vogliamo sorvolare. Se è lecito esprimere il proprio pensiero in proposito, si potrà dire che essendo il grande uomo di temperamento molto
affettuoso, avrebbe fatto bene a prenderla: avrebbe così avuto il suo nido, come gli bisognava. Comunque non l'ebbe. Invece, trovandosi ad essere Professore nell'Università di Padova, nel territorio della Serenissima Repubblica Veneta, conobbe in Venezia una giovane di famiglia probabilmente nobile ma decaduta.
La ragazza si chiamava Maria Gamba, e c'è da credere che fosse
bella. Dalle relazioni amorose che il Filosofo ebbe con essa, nacquero
tre figli: due bimbe a distanza di un anno l'una dall'altra, e che chiamò
Virginia e Livia; come si chiamavano le sue due sorelle; e dopo quattro
anni circa un maschietto, cui impose il nome del babbo suo, Vincenzio.
E questo fu l'ultimo. Poiché la persona che più da vicino c'interessa è la
Virginia, faremo cenno degli altri due solo quando se ne presenterà l'occasione.
NASCITA DI SUOR M. CELESTE
Nacque dunque Virginia in Padova, il giorno 13 agosto 1600. Il padre, dalla posizione dei pianeti nel momento della nascita, trasse l'oro.
scopo che noi succintamente riportiamo.
« Trovandosi Mercurio e la Luna separati e non guardandosi con
« buon aspetto, vi sarebbe stata nella fansiulla una certa discordia fra
« la facoltà razionale e quella sensitiva; e poiché Mercurio era fortissi« mo e posto in un segno dominante, e la Luna invece debole ed in segno
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«
«
«
«
«
«
«
obbediente, risultava che la ragione sarebbe stata dominata dagli affetti. Dall'aspetto degli altri pianeti, si desumeva che sarebbe stata paziente delle fatiche e delle molestie, solitaria, taciturna, parca, studiosa del proprio comodo, gelosa, non sempre verace nelle promesse,
autoritaria, superba ma festiva, religiosa, gentile, e mansueta. Quanto
all'ingegno, sarebbe stata molto intelligente, sapiente, prudente, cortese, dotata di grande memoria.
GALILEO E LA SUA EPOCA
Come vedremo in seguito, questo oroscopo, nella stessa guisa di tutte le previsioni sul destino delle persone che sono state fatte e che si faranno sino alla consumazione dei secoli, contiene qualche cosa di vero.
Ci sarebbe però da meravigliarsi come mai, uno scienziato della portata di Galileo sia stato tanto superstizioso da erigere un oroscopo per
la figlia, ma chi è un po' addentro negli studi galileiani, trova subito la
spiegazione. Galileo aveva ereditato dai tempi. Egli non era nato scienziato: egli aveva soltanto sortito una mente di una capacità singolare.
A mano a mano che nel suo pensiero si faceva la luce, egli si staccava dalle età passate e segnava la via alle età venture. Infatti volgarmente si crede che Galileo sia stato sempre copernicano; invece dal suo Trattato della
Sfera o Cosmografia si rileva che durante gli anni che insegnò a Padova,
esponeva il sistema del mondo secondo Tolomeo.
La meraviglia scemerà ancora o si accrescerà, se si pensa che il contemporaneo Keplero, il quale, a differenza di Galileo, facendo proprio la
professione di astronomo, fu uno dei più grandi di ogni tempo, e dettò
le tre famose leggi sul moto dei pianeti, fu anche astrologo di professione, e convinto; e traeva gli oroscopi dietro compenso.
Tornando a Galileo, abbiamo detto che man mano che la luce si faceva nella sua mente, abbandonava le superstizioni ereditate dall'età sua;
ed invero anche per la sua seconda figlia Livia tracciò l'oroscopo; però
quello del figlio Vincenzo non è stato ritrovato; ma molto probabilmente
egli non lo eresse; e diciamo ciò perché fra gli scritti galileiani non si ha
più notizia di oroscopi che il grande scienziato abbia tracciato per altri.
RITORNO A FIRENZE
Galileo spinto dai bisogni della vita aveva accettato l'insegnamento a Padova; ma egli sentiva sempre nell'animo il richiamo della diletta
terra toscana. Infatti durante le vacanze estive si recava quasi ogni anno a Firenze; e sospirava di tornarvi per sempre.
Finalmente, quando ormai era diventato lo scienziato più grande dei
suoi tempi; riputato uomo quale da Archimede in poi non vi era più stato, e come novello Archimede veniva celebrato, per desiderio del suo Principe, ed un po' anche per le sue pressioni, fu nominato Primario Ma146
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tematico dello Studio di Pisa e Primario Matematico e Filosofo del
Granduca di Toscana. Così dopo essere stato circa 18 anni a Padova,
nel 1610 se ne tornava definitivamente a Firenze.
Approfittando del ritorno in patria di sua madre, che si era recata
in Padova, mandò avanti la piccola Virginia, che aveva da poco sorpassato i nove anni. Dopo quasi un anno condusse seco Livia, mentre il piccolo Vincenzio che aveva quattro anni, bisognoso ancora di cure, restò con la madre ancora qualche tempo.
E la Marina Gamba? La lasciò a Padova. Essa era unita, questa volta legittimamente, in nozze con un tale Giovanni Bartoluzzi, fattore dei
Signori Dol fin in Padova.
L'Arduini, che per primo ci dette una raccolta quasi completa delle lettere di Suor Maria Celeste, in quella specie di romanzo che vi premise, si fece ad esaltare i rapporti illegittimi del Galilei con la Maria
Gamba, facendogliene addirittura un merito; e approvando pienamente che poi l'avesse abbandonata. Noi non consentiamo in ciò con quello
scrittore, come non consentiamo negli innumerevoli strafalcioni ed assurdità di cui arricchì abbondantemente il suo scritto.
INGRESSO DI VIRGINIA E IIVIA NEL CONVENTO DI S. MATTEO
Sulla fine del 1613 o al principio del 14, le due figlie di Galileo entrarono nel convento di S. Matteo in Arcetri: Virginia aveva circa 14 anni; Livia un anno di meno. Era quello un convento di clarisse.
La ragione che indusse Galileo a rinchiuderle in monastero è ovvia.
Esse erano figlie illegittime; perciò difficilmente avrebbe potuto
trovare loro una buona occasione per collocarle decorosamente, come la
bontà della sua origine e l'essere figlie sue richiedeva: la loro stessa nascita le condannava.
Chiunque oggi si rattristerebbe pensando a quelle due povere fanciulle, destinate sin dalla nascita, e non per loro colpa, a doversi rinchiudere fra le mura di un convento per non uscirne più. Ma allora era una cosa comune il monacarsi, e tante e tante fanciulle, pur senza trovarsi nelle condizioni delle figlie di Galileo, predevano il velo. Forse in conseguenza di questa non molto buona usanza; ma forse dipendendo dalla rilassatezza dei costumi del tempo, il tipo della monaca di Monza, descrittaci dal
Manzoni era piuttosto frequente. Ma come il padre fu eccelso fra i dotti,
così Suor Maria Celeste fu eletta fra le compagne di convento, e forsanche
tra le monache del suo tempo come si rileva dai suoi scritti. Dai quali
si può ancora rilevare che l'insieme delle monache di quel convento era
un insieme onesto; e questa deve essere stata una delle ragioni per cui
da tutte le compagne, senza eccezione, era amata, stimata e tenuta in
grandissima considerazione.
Il 4 Ottobre 1616 Virginia pronunziò i voti solenni, assumendo il no147
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me di Snor Maria Celeste. Quello stesso anno, precisamente qualche
mese dopo, si conci Lise il cosidetto Primo Processo che si era venuto addensando sul capo di Galileo, da un paio d'anni da parte dei suoi
avversari; ed in conseguenza del quale egli fu ammonito di « non insegnare in nessun modo, nè di tenere l'opinione di Copernico sulla mobilità della Terra intorno al Sole ».
Un anno dopo la professione di Virginia venne la volta di quella della sorella Livia, la quale pronunciò i voti solenni il 28 ottobre 1617, assumendo il nome di Suor Arcangela. Era costei una donna comune;
e se non avesse avuto la fortuna di essere figlia di Galileo, sarebbe eternamente incognita. Aveva forse ereditato i difetti della famiglia Galilei
senza portarne i pregi. Ad ogni modo era del tutto diversa dalla sorella
maggiore.
LE LETTERE DI SUOR M. CELESTE
Le lettere di Suor Celeste, almeno quelle pervenuteci, 124 in tutto,
hanno inizio col 10 maggio 1623. Probabilmente altre ne scrisse prima al
padre, ma o andarono disperse o Galileo non curò di conservarle.
Era in quel tempo morta Virginia, la sorella maggiore di Galileo,
l'ultima rimastagli: Suor Maria Celeste scrive al padre una breve lettera di condoglianze, di cui vogliamo gustare la freschezza e la dolcezza.
Molto Ill.re Sig.r Padre
« Sentiamo grandissimo disgusto per la morte della sua amatissi« ma sorella e nostra cara zia; ne abbiamo, dico, gran dolore per la perdita di lei e ancora sapendo quanto travaglio ne avrà avuto V.S., non
avendo lei, si può dir, altri in questo mondo, nè potendo quasi perder
cosa più cara, sì che possiamo pensar quanto gli sia stata grave questa percossa tanto inaspettata. E, come gli dico, partecipiamo ancor
noi buona parte del suo dolore, se bene dovrebbe essere bastato a far« ci miglior conforto la considerazione della miseria umana, e che tutti
siamo qua, come forestieri e viandanti, che presto siamo per andar al« la nostra vera patria nel Cielo, dove è perfetta felicità, e dove sperar doviamo che sia andata quell'anima benedetta. Sì che, per l'amor di Dio,
preghiamo V.S. a consolarsi e rimettersi nella volontà del Signore, al
quale sa benissimo che dispiacerebbe facendo altrimenti; e arco farebbe danno a sè ed a noi, perché non possiamo non dolerci infinita« mente, quando sentiamo ch'è travagliata e indisposta, non avendo noi
altro bene in questo mondo che lei.
4
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« Non gli dirò altro, se non che cli tutto cuore preghiamo il Signore
« che la consoli e sia sempre seco, e con vivo affetto la salutiamo.
Di S. Matteo, li 10 di maggio 1623
Di V.S. molto Ill.re
Aff.ma Fig.la
Suor M.a Celeste
I 5 agosto dello stesso anno, col nome di Urbano VIII, era stato
eletto Papa il Card. Maffeo Barberini, amico e protettore di Galileo, il
quale gli aveva già indirizzato un'ode latina per celebrare la scoperta delle macchie solari. Galileo, per far conoscere alla figlia gli ottimi rapporti esistenti con il nuovo Pontefice le mandò alcune lettere che questi gli
aveva precedentemente indirizzato. Suor Celeste gliele rimanda con una
sua ringraziandolo, e pregandolo di darle a leggere la minuta della lettera di rallegramenti ch'egli avrebbe mandato al nuovo Papa. Ma GaI i leo che, conscio di essere pontefice sommo della scienza, attendeva che
il sommo pontefice della fede si ricordasse ora di lui e mostrasse desiderio di vederlo, rispose alla figlia non essere conveniente ch'egli scrivesse così presto al nuovo papa; al che la figlia, con umiltà francescana, replicò.
I
Molto Ill.re Sig.r Padre
« La sua amorevolissima lettera è stata cagione che io a pieno ho
« conosciuta la mia poca accortezza, stimando io che così subito doves« si V.S. scrivere a una tal persona, o per dir meglio al più sublime si« gnore di tutto il mondo. Ringraziola adunque dell'avvertimento, e mi
« rendo certa che, mediante l'affezione che mi porta, compatisca alla mia
« grandissima ignoranza e a tanti altri difetti che in me si ritrovano.
« Cosi mì foss'egli concesso il poter di tutti esser da lei ripresa ed av« vertiti, come io lo desidero e come mi sarebbe grato, sapendo che avrei
« qualche poco di sapere e qualche virtù che non ho. Ecc. ecc. »
(La sublime ingenuità di questa soave vergine doveva farle vedere
nel Papa un essere soprannaturale).
MALI FISICI DI GALILEO
Galileo aveva sortito da natura una costituzione robusta ed una fibra resistente, però era sovente assalito da acciacchi. Riportiamo a tal
proposito quello che scrive Vincenzo Viviani, ultimo e più giovane discepolo di Galileo e primo biografo di lui; il quale poté udire dalla viva voce
del Maestro molti degli episodi della sua vita.
Scrive dunque il Viviani: « Fu travagliato per più di quarantotto
« anni della sua vita da acutissimi dolori e punture, che acerbamente lo
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• molestavano nelle mutazioni dei tempi in diversi luoghi della persona,
originate in lui dall'essersi ritrovato, insieme con due nobili amici
• suoi, ne' caldi ardentissimi d'una estate, in una villa del contado di
« Padova, dove postisi in una stanza assai fresca per fuggir l'ore più no« iose del giorno, e quivi addormetatisi tutti, fu inavvertitamente da ur,
« servo aperta una finestra, per la quale solevasi sol per delizia sprigio« vare un perpetuo vento artifizioso, generato da moti e cadute d'acque
« che quivi appresso scorrevano. Questo vento, per esser fresco e umido
« di soverchio, trovando i corpi loro assai alleggeriti di vestimenti, nel
« tempo di due ore che riposarono, introdusse in loro pian piano così ma« la qualità per le membra, che svegliandosi, chi con torpedine e rigori
« per la vita, e chi con dolori intensissimi nella testa, e con altri acciden« ti, tutti caddero in gravissime infermità, per le quali uno de' compagni
« in pochi giorni se ne morì, l'altro perdè l'udito e non visse gran tempo,
« e il signor Galileo ne cavò la suddetta indisposizione della quale mai
« poté liberarsi. » Fin qui il Viviani.
In occasione appunto di un assalto di questo male, Suor Celeste gli
scrive a Firenze, dove Galileo erasi fatto trasportare per essere meglio
curato, mentre per solito dimorava in una villa in località detta Bellosguardo, nei pressi della città.
Molto Ill.re Sig.r Padre
« Sta mattina ho inteso dal nostro fattore che V. S. si ritrova in Firenze indisposta: e perché mi par cosa fuora del suo ordinario il partirsi di casa sua quando è travagliata dalle sue doglie, sto con timore,
e mi vo immaginando che abbia più male del solito.
« Pertanto la prego darne ragguaglio al fattore, acciocchè, se fosse
« manco male di quello che temiamo, possiamo quietar l'animo. Ed invero che io non m'avveggo mai d'esser monaca, se non quando sento
« che V. S. è ammalata, poichè allora vorrei poterla venir a visitare e governare con tutta quella diligenza che mi fosse possibile. Orsù ringraziato sia il Signore Iddio d'ogni cosa, poichè senza il suo volere non si
volta una foglia.
« Io penso che in ogni modo non gli manchi niente, pur veda se in
« qualche cosa ha bisogno di noi e ce l'avvisi, che non mancheremo di
servirla al meglio che possiamo. Intanto seguiteremo, conforme al nostro solito, di pregare nostro Signore per la sua deriderata sanità, e
anco che gli conceda la sua santa grazia. E per fine di tutto cuore la
salutiamo insieme con tutte di camera.
Di S. Matteo, li 17 d'agosto 1623
Di. V. S. molto Ill.re
Aff.ma Figlia
Suor M.a Celeste
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E in occasione di un altro assalto veramente grave capitato dopo
quattro anni circa al padre, per cui fu quasi in fin di vita, essa gli esprime Io stesso concetto:
Amatiss.mo Sig.r Padre
« Non potendo io assisterla con la persona, siccome sarebbe il mio
« desiderio (che non per altro mi par alquanto difficile la clausura), non
• tralascio già d'accompagnarla continuamente con il pensiero e deside« rio di sentirne nuove ogni giorno; e perchè ieri l'altro il fattore non po« tette vederla, lo rimando oggi, con scusa di mandargli due morselletti
« di cedro. intanto V. S. potrà dirgli se vuol qualcosa da noi, e se la pe« ra cotogna gli è niente piaciuta, acciò possa accomodargliene un'altra.
« Finisco, per non noiarla di soverchio, senza finir mai di raccomandar« mele e di pregar nostro Signore per la sua in tiera sanità e il simile fa
« Suor Arcangela e l'altre amiche. ecc. ecc.
Il linguaggio che tiene in questa lettera è quello di tutte le altre. In
esse non del bigottismo ignorante, ma fede schietta e pietà sentita, dettate da un'anima fedele e intelligente, che cerca di attuare il regno di Dio
in sé, facendo consistere la fede non in parole, ma in sentimento vivo e
profondo.
Dopo quattro giorni, pur di avere notizie della salute del padre con
un ingenuo pretesto, questa volta manifesto, altre volte celato, lo raggiunge ancora con una letterina.
Molto 111.re ed Amatiss.mo Sig.r Padre
«
«
«
«
«
•
« Desiderosa oltremodo d'aver nuove di V. S. mando costì il nostro
fattore e per un poco di scusa gli mando parecchi pescetti di marzapane, quali, se non saranno buoni come quelli d'Arno, non penso che siano per essere cattivi affatto per lei, e massimamente venendo da San
Matteo.
« Non intendo già d'apportargli incomodo o fastidio con questa mia,
per causa dello scrivere, ma solo mi basta d'intendere a bocca come si
sente, e perchè se niente possiamo in suo servizio ce l'avvisi.
Di S. Matteo, li 21 d'Agosto 1623
Di V. S. molto Ill.re
Aff.ma Fig.la
Suor M.a Celeste
ATTENZIONI
A Galileo non dovevano dispiacere le frutta e i dolci, perchè non solo gradiva moltissimo quelli che Suor Celeste spontaneamente gli mandava, ma poiché le monache del convento di S. Matteo, come in genere
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tutte le suore, dovevano essere esperte nel confezionare dolci, sovente
ordinava loro confetture. E Suor Maria Celeste, che conosceva il debole
del padre, spesso si privava dei suoi per mandarli a lui.
S'intende facilmente che Galileo ricambiava molto bne le attenzioni della figlia, e lo rileviamo subito dalle prime lettere di Suor Celeste,
che fra l'altre cose scrive:
« Ringrazio il Signore e mi rallegro con lei del suo miglioramento,
« e la prego a riguardarsi più che gli è possibile, fino a tanto che non
« racquista la desiderata sanità. La ringrazio delle sue troppe amorevolez« ze, che in vero, mentre che ha male, non vorrei che di noi si pigliassi
« tanto pensiero. La saluto con ogni affetto, insieme con Suor Arcangela,
« e da nostro Signore gli prego abbondanza della sua grazia.
E in un'altra:
Molto Ill.re ed Amatiss.mo Sig.r Padre
«
«
«
«
«
«
« S'io volessi con parole ringraziar V. S. del presente fattoci, oltre
che non saprei a pieno sodisfare al nostro debito credo che a lei non sarebbe molto grato, come quella che, per sua benignità, ricerca più presto
da noi gratitudine d'animo che dimostrazioni di parole o di cerimonie.
Sarà dunque meglio che nel miglior modo che possiamo, ch'è con l'orazione, cerchiamo di riconoscere e ricompensar questo e altri infiniti, e
di gran lunga maggiori, benefizi che da lei ricevuti abbiamo. Ecc. ecc. »
CONFIDENZE
La lettera che segue è una delle tante con cui domanda qualche
cosa al padre.
Amatiss.mo Sig.r Padre,
« Con mio grandissimo contento intesi l'altro giorno che V. S. stava
bene, il che non segue già di me, poichè da domenica in qua mi ritrovo
in letto con un poca di febbre, la quale (secondo che dice il medico)
sarìa stata di considerazione, se un poco di flusso di corpo sopraggiuntomi non gli avessi tagliata la strada e ridotta di presente in poca quantità. Io, già che Dio benedetto mi fa grazia di mantenermi V. S., prevalendomi di questa abilità, a lei ricorro in tutte le mie necessità, con
quella confidenza che più un giorno dell'altro mi somministra la sua
« cordiale amorevolezza; e particolarmente adesso che mi trovo bisognosa di governarmi mediocramente bene per rimediare alla mia estrema
debolezza, avrei caro che V. S. mi somministrassi qualche quattrino
per provvedere ai miei bisogni che sono tanti, che a me sarìa faticoso
l'annoverargli e a lei quasi impossibile in altra maniera il sovvenirgli.
Solo gli dirò che la provvisione che ci dà il monastero è di pane assai
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• cattivo, di carne di bue, e di vino che va in fortezza; io mi godo il suo,
« del quale ne ho ancora un fiasco e mezzo, e non me ne fa di bisogno
« per ancora, perchè bevo pochissimo. Basta, lo partecipo anche con le
« altre com'è il dovere, e particolarmente con Suor Luisa. Se nel suo pollaio si trovasse una gallina che non fosse buona per uova, sarebbe buo« na per farmi del brodo che devo pigliar alterato. Intanto, non avendo
« altro, gli mando 12 fette di pasta reale, a ciò se la goda per mio amore;
« e la saluto insieme con tutte le amiche e con la madre Badessa, mia
molto cortese e favorevole amica. Nostro Signore La conservi.
Sua Fig.la Aff.ma
Suor M. Celeste
CULTURA DI SUOR CELESTE
Un'altra lettera comincia così:
Amatiss.mo Sig.r Padre,
« Le mando la copiata lettera, con desiderio che sia in sua satisl a« zione, acciocchè altre volte possa V. S. servirsi dell'opera mia, essendo« mi di gran gusto e contento l'occuparmi in suo servizio. ecc. ecc.
Da qui rileviamo come Galileo avesse incaricata la figlia di trascrivergli con bella scrittura una lettera indirizzata non sappiamo con precisione a chi, certo ad uno dei tanti illustri personaggi, con cui era in continua corrispondenza. Invero, essendosi egli accorto della non comune intelligenza della figlia, temendo che le cure della vita claustrale non fossero sufficient i all'attività dello spirito, forse cercava di tenerla il più possibilmente occupata. Aveva perciò impartito tanto a lei che all'altra figlia
Suor Arcangela, una buona cultura letteraria; e figlio di eccellentissimo
suonatore di liuto, ed egli stesso uno dei più eccellenti suonatori del suo
tempo, aveva loro insegnato a suonare. Ma di tanto in tanto le mandava a
leggere le lettere dei personaggi illustri, con cui era in commercio epistolare; altre gliene mandava a ricopiare con bella scrittura e le faceva anche
avere le opere da lui pubblicate, come rileviamo da una lettera di Suor Celeste, in cui gli chiede una copia del SAGGIATORE.
« E di più la prego a farmi grazia, di mandarmi il suo libro, che si
« è stampato adesso, tanto che io lo legga avendo io gran desiderio di
vederlo. »
D'altra parte, in una lettera Suor Maria. Celeste gli aveva mandato un
suo componimento, in cui gli esprimeva i bisogni suoi e della sorella, e
che molto probabilmente doveva essere in versi.
« Adesso ho rimesso di nuovo Suor Arcan gela nelle mani del medico,
« per vedere, con l'aiuto del Signore, di liberarla dalla sua noiosa infer« mite, che a me apporta infinito travaglio.
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« Da Salvadore (un servo di Galileo) ho inteso che V. S. ci vuole venire presto a vedere, il che molto desideriamo; ma gli ricordo ch'è obbligato a mantener la promessa fattaci, cioè di venire per stare una se« ra con noi, e potrà star a cena in parlatorio, perché la scomunica è
« mandata alla tovaglia e non alle vivande.
« Mandogli qui incluse una carta, la quale, oltre al manifestargli qual
sia il nostro bisogno, gli porgerà anco materia di ridersi dalla mia sciocca composizione; ma il veder con quanta benignità V. S. esalta il mio
poco sapere, m'ha dato l'animo a far questo. Scusimi adunque V. S.
e con la sua solita amorevolezza supplisca al nostro bisogno. La ringrazio del pesce, e la saluto affettuosamente, insieme con Suor Arcangela.
« Nostro Signore gli conceda intera felicità ».
Il componimento purtroppo non si è trovato.
RICORSI
In una lettera del 21 novembre 1623 gli domanda un padiglione per
il letto.
« Per non aver io camera dove star a dormire la notte, Suor Diaman« te, per sua cortesia, mi tiene nella sua, privandone la propria sorella
« per tener me; ma a questi freddi vi è tanto la cattiva stanza, che io, che
« ho la testa tanto infetta, non credo potervi stare, se V. S. non mi soc« corre, prestandomi uno dei suoi padiglioni, di quelli bianchi che adesso
« non deve adoperare. Avrò caro d'intendere se può farmi questo servizio.
E più sotto:
« Io ancora non sto molto bene, ma per esser omai tanto assuefatta
« alla poca sanità, ne faccio poca stima, vedendo di più che al Signore pia« ce di visitarmi sempre con qualche poco di travaglio. Lo ringrazio e lo
« prego che a V.S. conceda il colmo d'ogni maggior felicità ».
In questa lettera abbiamo visto che Suor Celeste domandava un padiglione al padre. E' inutile dire che Galileo glielo mandò e subito. Ma
sempre, qualsiasi cosa gli domandasse egli le concedeva: ogni desiderio
di Suor Celeste era quasi un comando per lui. Ma no, non era un comando ; era anzi un bisogno, un potente bisogno della sua anima cercare di accontentarla, anche quando quello che gli domandava non servisse nè a lei, e nè alla sorella; ma per qualche suora amica, o addirittura
per il convento.
A leggerle tutte queste lettere si potrebbe avere la sensazione che
col suo continuo chiedere dovesse riuscire noiosa e petulante, invece
era lui che spontaneamente le mandava dei presenti, che si studiava di
prevenirne i desideri, giungendo a preparare con le sue mani cibi che sapeva sarebbero tornati accetti alla figlia, oppure la spingeva a chiedere,
così che la monacella, fatta ardita dalle sollecitudini dell'ottimo padre,
non esitava a domandare.
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Ed invero con un'altra lettera gli rimanda un chitarrone che Galileo le aveva donato, e domandava in cambio due breviari, uno per sé
e l'altro per la sorella. Spesso chiedeva qualche fiasco di vino, quando
essa o qualche amica fosse ammalata, di quell'ottimo vino di cui Galileo era sempre ben fornito.
Una volta, anzi parecchie volte, gli mandò ad accomodare l'oriuolo
del convento, e un'altra volta giunse a domandargli che le avesse accomodata l'impannata della finestra della sua stanza in cui si radunavano
con lei le suore amiche a lavorare. Ma lo domandava con tanta grazia
e bontà che certamente Galileo non si dovè poter rifiutare:
« Adesso che comincia a rinfrescare, Suor Arcangela ed io, insieme
• con le nostre più care, facciamo disegno di star a lavorare nella mia
• cella che è molto capace; ma perché la finestra è assai alta, ha bisogno
« d'essere impannata, acciò si possa veder un poco più di lume. Io vor« rei mandarla a V.S., cioè li sportelli, acciò me la accomodassi con pan« no incerato, che, quando sia vecchio, non credo che darà fastidio, ma
« prima avrò caro di sapere, s'Ella si contenti di farmi questo servizio.
« Non dubito della sua amorevolezza, ma perché l'opera è piuttosto da
« legnaitioli che da filosofi, ho qualche temenza. Dicami adunque libera« mente l'animo suo, che io intanto con la madre Badessa e tutte le ami« che la saluto di cuore, e prego Dio benedetto che la conservi nella sua
« grazia ».
E già altra volta lo aveva pregato di volerla aiutare a comprarsi una
cella. Nel convento di S. Matteo le monache avevano un dormitorio comune; ma quelle che avevano mezzi prendevano una cella dietro pagamento di un congrua somma; in tal modo essendo il convento assai povero, si riusciva ad avere un poco di danaro per sostenere alla men peggio le sorti della comunità.
Molto Ill.re Sig.r Padre,
« L'incomodità ch'io ho patita dappoi che sono in questa casa, me« diante la carestia di cella, so che V.S. in parte lo sa, ed ora più chia« ramente gliel'esplicherò, dicendole che una piccola celletta, la quale
« pagammo (conforme all'uso che abbiamo noi altre) alle nostra mae« stra trentasei scudi, sono due o tre anni, mi è convenuto, per necessità,
« cederla totalmente a Suor Arcangela, acciò (per quanto mi è possibile)
« ella stia separata dalla nostra maestra ( la maestra di Suor Celeste, quarz« do era novizia, con la quale Suor Celeste dormiva; la quale era ammalata
• di nervi, e dopo non molto tempo, in un accesso di pazzia, per ben due
« volte tentò di uccidersi) che, travagliata fuor di modo dai soliti umori,
« dubito che con la continua conversazione gl'apporterebbe non poco
« detrimento; oltre che, per esser Suor Arcangela di qualità molto diver« sa dalla mia e piuttosto stravagante, mi torna meglio il cedergli in mol« te cose, per poter vivere con quella pace e unione che ricerca l'intenso
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amore che scambievolmente ci portiamo. Onde mi ritrovo la notte con
la travagliosa compagnia della maestra (e se bene me la passo assai
allegramente coll'aiuto del Signore dal quale mi sono permessi questi
travagli indubitatamente per mio bene) e il giorno sono quasi peregri« na, non avendo luogo ove ritirarmi un'ora 9 mia requisizione. Non desidero camera grande o molto bella, ma solo un poco di stanzuola, come
appunto adesso me se ne porge l'occasione di una piccolina, che una
monaca vuol vendere per necessità di danari; e, mediante il buon uffizio
« fatto per me da Suor Luisa, mi preferisce a molte altre che cercano di
comperarla. Ma perché la valuta è di scudi 35, e io non ne ho altri che
dieci, accomodatimi pur da Suor Luisa, e cinque n'aspetto della mia entrata, non posso impossessarmene, anzi dubito di perderla, se V. S. non
mi sovviene colla quantità che me ne manca, che sono scudi 20.
« Esplico a V.S. il bisogno con sicurtà filiale e senza cerimonie, per
non offender quella amorevolezza da me tante volte esperimentata.
Solo replicherò che questa è della maggiori necessità, che mi possono
avvenire in questo stato che mi ritrovo, e che, amandomi Ella come
« so che mi ama, e desiderando il mio contento, supponga che da questo me ne deriverà contento e gusto grandissimo, e pur anco lecito e
onesto, non desiderando altro che un poco di quiete e solitudine. « ecc.
ecc. ».
In questa lettera, con molta delicatezza e carità, vien proiettato un
fascio di luce sul carattere bisbetico e scontroso di Suor Arcangela,
come quello della nonna, la madre di Galileo.
COSTUMI RELIGIOSI DEL TEMPO
Dovendo Galileo recarsi a Roma, si era offerto alla figlia di poter ottenere dai prelati e cardinali suoi conoscenti, e magari dallo stesso Papa,
dei favori per il convento, lasciando alle monache di esprimere i propri
desideri. Suor Maria Celeste risponde con una lettera e un piccolo memoriale, oltremodo interessante, con cui, mentre ci illumina un po' sui costumi del tempo, mostra quanto essa fosse religiosa e giudiziosa.
Molto Ill.re Sig.r Padre
« Pensavo di poter presenzialmente dar risposta a quanto mi disse V.S. nell'amorevolissima sua lettera scrittami già son parecchi giorni. Veggo che il tempo ne impedisce, si che mi risolvo con questa mia
notificargli il mio pensiero. Dicogli adunque che il sentire con quan« ta amorevolezza Lei si offerisce ad aiutare il nostro monastero, mi ap« portò gran contento. Lo conferii con Madonna e con altre Madri più
attempate, quali mi mostrorno quella gratitudine che ricercava la qualità dell'offerta; una perché stavano sospese non sapendo in fra di loro
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