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Mattia Furloni
AFS E INTERCULTURA
UN VIAGGIO PER IL MONDO
UN VIAGGIO PER LA VITA
“Nacque dall’incontro tra idealismi e
pragmatismi diversi che confluiscono
dalle due sponde dell’Atlantico, dal
progetto di realizzare un ospedale americano a Parigi, dallo slancio umanitario di alcune centinaia di giovani universitari americani, l’idea di creare un
servizio di ambulanze che potesse velocizzare il trasporto dei feriti dal campo
di battaglia alle strutture ospedaliere
dove i militari colpiti potessero essere
curati. Fino alla prima guerra mondiale, infatti, la prima causa di morte in
seguito al ferimento sul campo era
l’estrema lentezza del trasporto dei feriti dai campi di guerra al luogo dell’assistenza medica.
Nel liceo di Neuilly, alla periferia di
Parigi, si installarono i primi autisti di
ambulanza volontari. Si appoggiarono
all’American Hospital Association,
nata nel 1907, e crearono il nucleo originario di quella che più di novant’anni
più tardi sarebbe, cambiando mezzi e
scopi, diventata una organizzazione non
governativa con uffici in più di sessanta
Paesi, nonché il maggior organismo
internazionale per gli scambi culturali
dei giovani...”
Biblioteca della Fondazione
Mattia Furloni
AFS E INTERCULTURA
UN VIAGGIO PER IL MONDO
UN VIAGGIO PER LA VITA
AFS E INTERCULTURA
UN VIAGGIO PER IL MONDO
UN VIAGGIO PER LA VITA
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AFS e Intercultura
Pubblicato nel mese di marzo 2009
INDICE
PREMESSA
3
I
7
II
1914: AMERICAN FIELD SERVICE
1 Il liceo di Neuilly. Nasce l’American Ambulance
Field Service.
2 AFS tra le due guerre. Fellowship for French
Universities.
3 La seconda guerra mondiale.
4 La Campagna d’Italia.
IL NETWORK INTERNAZIONALE DI SCAMBI
SCOLASTICI
1 I primi passi
2 Nasce il network internazionale
3 Intercultura, il partner italiano
4 Una realtà solida
7
10
14
17
21
21
26
29
32
III STUDI E RICERCHE
37
OSSERVAZIONI CONCLUSIVE
49
BIBLIOGRAFIA
51
APPENDICE
53
PREMESSA
Ho avuto la possibilità, la fortuna, il privilegio di passare un anno
di liceo negli Stati Uniti; un po’ spavaldamente, inconsapevole dei
risvolti e delle modifiche sulla mia persona, all'età di sedici anni ho
deciso, con l'aiuto e l'appoggio fondamentale della mia famiglia, che
era giunto il momento di partire da casa, cambiare scuola, cambiare
lingua, cibi, cultura e riferimenti socio-storici e di prendere parte ad
un progetto di studio all'estero, quello che in inglese si chiama
“Exchange Student”.
Nell'autunno del 2000 trovai nella posta una lettera che proponeva soggiorni di studio all'estero di durata variabile, da compiersi in
alternativa al quarto anno di scuole superiori. Intrigato dall'idea presi
coraggio e iniziai ad interessarmi concretamente alla faccenda e fatti
tutti i debiti colloqui per valutare l'idoneità della persona ad un progetto simile, fui giudicato abile e arruolabile ed entrai nel circolo formato dalle strutture che organizzano gli scambi studio e da quelle
migliaia di giovani che ogni anno partono da ogni parte del mondo
per recarsi a studiare in un paese straniero. Entro i primi mesi del
2001, la mia candidatura era stata inviata all'agenzia americana che
si occupa di trovare la famiglia ospitante sul suolo americano, e a me
non restava altro che aspettare e scoprire in quale angolo di USA
avrei trascorso il successivo anno scolastico.
Venni scelto da una famiglia di contadini del Wisconsin, stato del
Mid-West, incastonato tra la frontiera con il Canada, il lago Superiore e una parte dello stato del Michigan a nord, il lago Michigan, a est,
Minnesota a ovest, Illinois e Iowa a sud.
Arrivai nella mia nuova casa, accolto dalla mia nuova famiglia,
3
un giorno della fine di agosto del 2001; ero solo, giovane e carico di
incertezze quanto di curiosità.
L'anno che trascorsi nel Winsconsin, costellato di emozioni, scoperte, delusioni, incomprensioni, divertimento, noia, nostalgia e
amore mi ha cambiato radicalmente le prospettive future, mi ha fatto
crescere diverso dai miei amici coetanei, mi ha stravolto l'esistenza,
mi ha aperto al mondo, mi ha dato concezione diretta, esperienza in
prima persona dell'esistenza del diverso, dell'esistenza di usi, rituali,
di riferimenti storici e culturali differenti, mi ha messo di fronte al
fatto che il modo e lo stile di vita della mia famiglia, della mia terra,
della mia storia, della mia cultura non sono che uno dei modi e stili
di vita possibili, di sicuro non quello più giusto, di sicuro non l'unico, come fino a quel momento mi era sembrato e che molte persone
continuano a concepire come tale.
Non è stato facile. Non è stato facile ambientarsi, non è stato facile sopportare il fatto di non capire la lingua, trovare insopportabilmente difficile esprimere un concetto necessario quanto semplice da
pronunciare nella lingua italiana, non è stato semplice ritrovarsi uno
studente straniero in una scuola organizzata in modo completamente diverso rispetto a quella italiana, non è stato facile nutrirsi di hamburger e Coca-Cola a colazione pranzo e cena, non è stato facile
capire l'ondata di disprezzo per la cultura altrui e l'esaltazione della
propria patria che si scatenò a seguito dell'attacco terroristico alle
torri di New York proprio in quell'anno, a meno di un mese dal mio
arrivo nella terra a stelle e strisce. No, sinceramente di facile c'è stato
ben poco.
Ciononostante, quell'annata così tormentata, così agognata, così
sognata, così vissuta è rimasta impressa dentro di me, quell'esperienza fa parte di me, della mia persona e della mia personalità. Un'esperienza del genere non può essere dimenticata, non può essere sminuita a un'esperienza di studio, peraltro soddisfacente dato che mi sono
diplomato alla Cumberland High School, ho dovuto metabolizzarla,
riviverla nei miei ricordi, nelle mie sensazioni, nelle mie percezioni,
una volta tornato a casa.
Anzi sono dovuto ritornare in quel paesino, nella contea di
4
Barron, circondato di laghi e foreste (nel 2004 per il matrimonio di
mio “fratello”) per rendermi conto che quell'annata è esistita davvero, che gli amici che mi sono fatto là, allora, sono amici veri che mi
porterò sempre con me. Che l'esperienza che ho avuto il coraggio di
fare, a sedici anni, da solo è stata l'esperienza giusta per me.
5
6
I
1914: AMERICAN FIELD SERVICE
I.1 Il liceo di Neuilly. Nasce l’American Ambulance Field Service.
All’inizio del Novecento molti studenti universitari americani di
discipline mediche e scientifiche erano attratti nella capitale transalpina dall’alto livello degli studi e delle ricerche. Qui li sorprese la
guerra mondiale, scoppiata nell’autunno del 1914, che rivoluzionò
la loro vita e quella del vecchio continente e che fece scattare in alcuni giovani, intraprendenti intellettuali una molla di solidarietà verso
il popolo francese, che avevano appena imparato a conoscere e che
si trovava d’improvviso in una situazione estremamente critica.
Nacque così dall’incontro tra idealismi e pragmatismi diversi che
confluiscono dalle due sponde dell’Atlantico, dal progetto di realizzare un ospedale americano a Parigi, dallo slancio umanitario di alcune centinaia di giovani universitari americani, l’idea di creare un
servizio di ambulanze che potesse velocizzare il trasporto dei feriti
dal campo di battaglia alle strutture ospedaliere dove i militari colpiti potessero essere curati. Fino alla prima Guerra mondiale, infatti, la
prima causa di morte in seguito al ferimento sul campo era l’estrema
lentezza del trasporto dei feriti dai campi di guerra al luogo dell’assistenza medica.
Nel liceo di Neuilly, alla periferia di Parigi, si installarono i primi
autisti di ambulanza volontari. Si appoggiarono all’American Hospital Association, nata nel 1907, e crearono il nucleo originario di
quella che più di novant’anni più tardi sarebbe, cambiando mezzi e
scopi, diventata un’organizzazione non governativa con uffici in più
di sessanta paesi, nonché il maggior organismo internazionale per gli
scambi culturali dei giovani.
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Duecento autovetture furono requisite ai privati e trasformate in
ambulanze dal Ministero francese della Guerra, e negli Stati Uniti la
signora Vanderbilt comprò e adattò ad ambulanze dieci automobili,
Ford modello T, che furono imbarcate e donate alla nascente American Ambulance Field Service. Il battesimo di fuoco le ambulanze e
gli autisti volontari lo ebbero il 6 settembre 1914 sui campi della
Marna dove furono recuperati trecentocinquanta feriti di cui cinquanta furono portati al liceo di Neuilly.
In seguito, con lo spostarsi del fronte verso est, fu creata una
dipendenza dell’American Ambulance a Juilly e i servizi si diversificarono: a Juilly venivano trasportati in ambulanza i feriti del fronte
mentre a Neuilly arrivavano in ferrovia i feriti che necessitavano di
strutture ospedaliere più specifiche.
Nei primi mesi l’AAFS contava sul grande entusiasmo e sullo
spirito di iniziativa dei suoi membri, oltre che sull’appoggio di personaggi illustri ed autorevoli (oltre la già citata signora Vanderbilt, la
signora Whitney, fondatrice dell’omonimo museo di New York, che
sponsorizzò la nuova sede di Juilly, e numerosi alti esponenti del
mondo accademico e diplomatico americano) i quali fondarono un
“comitato degli Amici dell’AAFS” che si occupò di reclutare volontari oltreoceano da impiegare direttamente sui campi di battaglia;
mancava però una struttura definita e una gerarchia di potere che
desse stabilità all’organizzazione.
All’inizio del 1915 fu reclutato come guidatore volontario di un
ambulanza un signore di nome Abram Piatt Andrew. Laureato a
Princeton e Harvard, già sottosegretario al tesoro sotto la presidenza
Taft, già direttore della Zecca americana, già professore di scienze
economiche ad Harvard, già tesoriere della Croce Rossa americana,
a 41 anni Piatt Andrew, rivelando una personalità decisa e volta alla
solidarietà, chiuse la sua brillante carriera di accademico e dirigente
e si imbarcò per l’Europa devastata dalla guerra.
Gli bastarono sei settimane per rendersi conto degli immensi problemi da risolvere e per proporre a Robert Bacon, già ambasciatore
USA a Parigi e presidente del “Comitato dell’Ambulanza” le sue
soluzioni. Gli venne dato credito e venne nominato ispettore genera-
8
le dell’AAFS. E’ l’aprile del 1915. L’AAFS ha assunto il suo assetto definitivo e Abram Piatt Andrew ne è il vero fondatore.
La guida delle ambulanze viene riservata a giovani volontari
americani, che sono arrivati in Europa per condividere la durezza
della guerra, anche se il loro Paese ne è formalmente estraneo; nelle
università americane viene avviato un programma per arruolare
volontari e reperire mezzi finanziari. Più di tremila giovani si arruolano e giunti in Francia, divisi in sezioni da una ventina o una trentina di uomini si affiancano alle unità di combattimento francesi.
Nel dicembre del 1915 Piatt Andrew trova in Stephen Galatti il
suo braccio destro; anche lui ex harvardiano, poco più che trentenne,
aveva abbandonato una brillante carriera di agente di borsa per venire in Europa e condividerne le atrocità della guerra. Lo contraddistinguono un calore umano fuori dal comune ed una eccezionale propensione al lavoro. La AAFS si rafforza.
Nell’estate del 1916 il “Field Service” si stacca dall'American
Ambulance e si installa nella villa della contessa di Villestreux, al 21
di Rue Raynouard a Passy, sempre alla periferia di Parigi.
L'acronimo perde perciò la A di Ambulance e resta semplicemente
AFS, servizio da campo americano.
Nel 1916 due sezioni equipaggiate con il doppio del materiale
come scorta, vengono inviate sui campi di battaglia nei Balcani,
dove lavorarono con le truppe francesi nelle zone montagnose tra la
Grecia del nord, la Serbia e l’Albania.
L’anno successivo, il 1917, vede gli USA entrare in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa; le truppe americane trovarono il servizio di ambulanze perfettamente funzionante e poterono contare sulla
presenza di 1.200 volontari, con quasi tre anni di esperienza, giovani, intelligenti e americani come i militari appena sbarcati.
Alla fine dell'estate del 1917, i contingenti AFS passarono sotto
il controllo dell’amministrazione militare americana.
L’American Field Service può ragionevolmente vantarsi di aver
raggiunto almeno quattro obiettivi nei suoi primi anni di vita. In
primo luogo ha anticipato le truppe americane sui campi di battaglia
francesi e dei Balcani di più di due anni e mezzo; in secondo luogo
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ha contribuito notevolmente a far comprendere all’opinione pubblica americana le ragioni della guerra e la necessità di schierarsi a fianco dell’Intesa; in terzo luogo ha fornito, all’arrivo dell’esercito americano, un nucleo di ufficiali di qualità e devoti alla causa; infine i
suoi membri hanno lavorato a fianco dell’esercito francese, imparando a riconoscere nei coetanei stranieri una similarità con la propria
vita che è stata la base per i futuri sviluppi dell’organizzazione.
Nel 1919 gli ultimi autisti di ambulanza lasciarono la casa della
contessa Villestreux e tornarono in America. Per il loro fondamentale aiuto all’esercito, il governo USA rivolse una menzione d’onore
agli autisti di ambulanza dell’AFS: 159 erano venuti da Harvard, 53
da Princeton, 49 da Yale, 20 da Stanford, 17 da Wisconsin, 16 da
Dartmouth, 15 da Columbia e moltissimi altri da altre 80 università.
Molti di loro, quasi cento, avevano già ricevuto la croce di guerra.
Erano giovani provenienti da famiglie benestanti, che si erano pagati da soli il biglietto del transatlantico, che attirati dal mito romantico del prode cavaliere che abbandona tutto per salvare la civiltà, avevano effettivamente lasciato il loro paese estraneo alla guerra per
confrontarsi direttamente con essa, e per dare il loro contributo “sul
campo”.
Molti di loro influenzati dall’esperienza di guerra diventarono
scrittori, (come Malcom Cowley, Louis Bromfield, E.E. Cummings,
Julien Green ed Ernest Hemingway) dando vita a quella corrente e
quella generazione di letterati ribattezzata “lost generation”, i cui
esponenti, bruciate dalla guerra le illusioni di una vita sana, felice e
regolare affogarono il loro male di vivere nell'alcool e nella droga,
uniche medicine in grado di far dimenticare gli orrori di cui erano
stati testimoni.
Se da un lato un'esperienza del genere poteva sconvolgere a tal
punto la vita e le prospettive future di coloro che ne erano stati partecipi, dall'altro si rendeva necessario coglierne le potenzialità e cercare di sfruttarne il lato positivo.
I.2 AFS tra le due guerre. Fellowship for French Universities.
Dei 2.569 autisti di ambulanza dell’AFS, che erano accorsi
10
volontari durante la Prima guerra mondiale, 127 erano rimasti in
Francia, caduti sui campi di battaglia. Nell’ultimo bollettino
dell’AFS (aprile 1919) A. Piatt Andrew scrive:
“Per quattro anni abbiamo cercato di far capire l’America ai
francesi e la Francia agli americani; questo sforzo non deve finire
con la guerra [...]. Non possiamo diventare un club di reduci [...]. Ci
è stato suggerito di creare delle borse di studio per americani in
Francia e francesi in America. Questo darebbe al Field Service un
ruolo attivo, che potrà continuare nel mondo per molti anni dopo la
nostra scomparsa [...]1.”
Nasce così l’idea di sponsorizzare 127 borse di studio da intitolare a ciascuno dei volontari autisti di ambulanza caduti durante il conflitto. Nasce dalla consapevolezza di dover continuare a mettere in
contatto coetanei di Paesi diversi, giovani desiderosi di viaggiare
con quella curiosità intrinseca che permette loro di superare le differenze culturali e puntualizzare l’attenzione sulle similarità.
Per chi aveva partecipato direttamente alle iniziative dell’AFS
risultava chiaro tanto che la guerra fosse un’azione deprecabile,
quanto che si dovesse fare di tutto per impedire che fatti tanto atroci si ripetessero; escono negli anni successivi numerosi libri di autori che sono stati coinvolti nel servizio di ambulanze e che dall’esperienza della guerra avevano maturato un forte sentimento pacifista e
internazionalista, volto a considerare tutti gli uomini come fratelli,
superando le differenze culturali, avendo imparato a riconoscere ed
apprezzare ciò che fa di un francese un francese e di un americano,
un americano.
Si vedano per esempio “The Green Bay” di Louis Bromfield,
“The Enormous Room” di E.E. Cummings, “The Best Times” di
John Dos Passos, “The Sun Also Rises” di Ernest Hemingway.
Per chi aveva partecipato con ruoli dirigenziali alle attività
dell’AFS, la scommessa era ora quella di far cambiare faccia all’or1
Andrews A.P., cit. da “Incontri che cambiano il mondo. Intercultura: cinquant'anni di scambi studenteschi internazionali”. A cura di Ruffino R., Bellini M., Mazzanti P., Milano,
Sperling Paperback, 2004, p. 36.
11
ganizzazione, che fino dalla sua nascita aveva avuto finalità sanitarie, e convertirla in un’organizzazione volta a promuovere iniziative
interculturali per abbassare le tradizionali diffidenze tra i Paesi
dovute alle differenze culturali.
Si trattava, in sostanza, di trovare un nuovo corso sostenibile in
tempo di pace per un’organizzazione nata in tempo di guerra.
Al ritorno negli Stati Uniti, nell’estate del 1919, i membri AFS si
resero conto che una organizzazione che promuoveva borse di studio
per le rinomate università francesi esisteva già, e la sua fama era già
così consolidata da consigliare di evitare una duplicazione. Presi
contatti con i membri di questa organizzazione, la American
Fellowship for French Universities, i quali erano già a conoscenza
dell’operato di AFS durante la guerra in Europa, si giunse ad una
sorta di partnership tra i due organismi. In considerazione dei risultati raggiunti da AFS nei rapporti franco-americani, il board di
American Fellowship for French Universities, rinunciò alla sua identità, e la nuova struttura nata prese il nome di American Field Service
Fellowship for French Universities. AFS aveva la responsabilità di
amministrare il lavoro e scegliere i candidati, aiutati ed influenzati
dai membri del gruppo originale.
Il progetto di borse di studio fu finanziato originariamente con i
fondi rimasti dalla guerra; nell’annata 1919/1920, la prima, vennero
assegnate 8 borse di studio, tutte a studenti americani che si recavano in Francia. L’anno seguente le borse furono 22, di cui 4 assegnate ad ex-autisti di ambulanza impegnati al fronte.
Lo scopo del programma di borse di studio era quello di incoraggiare e sviluppare un numero di studenti universitari i quali potessero, attraverso la loro esperienza personale, ed attraverso gli obiettivi
raggiunti, restaurare l’immagine della Francia agli occhi degli americani. Si sperava inoltre che attraverso questo programma, le persone che in tutto il mondo credevano negli stessi valori di democrazia,
giustizia e libertà avessero a disposizione un meccanismo per avvicinarsi, conoscersi ed eliminare, attraverso un’esperienza forte, le
barriere naturali create dalla lontananza e dalla non conoscenza di
ciò che esiste in altri contesti. Attraverso il progetto si poteva rag-
12
giungere un più alto livello di interdipendenza tra le attività umane e
ed un più alto livello di cooperazione nella realizzazione degli intenti comuni.
La AFS Fellowship fu una iniziativa pionieristica esattamente
come lo era stato il servizio di ambulanze durante la guerra. Nel
1920 le uniche borse di studio per l’estero organizzate erano quelle
sponsorizzate a partire dal 1903 dalla Rhodes Scholarships e, a partire dal 1911, dalla American-Scandinavian Foundation Fellowship;
entrambe erano diverse per scopi, propositi e background. Prima
della guerra la maggior parte degli studenti americani che studiavano all’estero sceglievano le università tedesche, la cui tradizione
scolastica aveva influenzato molto il sistema didattico americano e
la creazione di borse di studio per la Francia fu “un modo per portare lo spirito dei bei vecchi tempi nel futuro2”.
Gli ingenti fondi necessari per finanziare le 127 borse di studio
non arrivarono immediatamente; per l’anno 1922, erano sponsorizzate 80 borse, di cui alcune erano rinnovi per un ulteriore anno di
studio in Francia, ma per la maggior parte erano fondi donati da privati a singoli individui e l’Organizzazione di per sé non era riuscita
a racimolare i fondi sperati.
Fu alla fine di quell’anno, il 1922 che avvenne la svolta: Georges
Clemenceau, ex presidente francese, fece una turnée negli Stati Uniti
in qualità di rappresentante non ufficiale della Francia, per ristabilire canali commerciali e per rafforzare l’immagine del suo Paese,
uscito malconcio agli occhi dell’opinione pubblica internazionale
dalla guerra, come d’altronde tutta l’Europa.
Egli annunciò che la totalità dei proventi delle sue conferenze
doveva andare a beneficio di AFS Fellowship, in memoria del servizio offerto sui campi di battaglia francesi dagli autisti di ambulanza
e in ricordo del suo anno di studio in America, prima della guerra.
La speranza di Clemenceau era altresì quella di aprire le borse ad un
nuovo corso bilaterale: sia per studenti americani in Francia, sia per
2
Galatti S., cit. in “AFS story. Journeys of a lifetime”. A cura di AFS Norge Internasjonal
Utveksling, Losanna, JPM Publications S.A. 1997, p. 24.
13
studenti francesi in America.
Negli anni trenta, AFS Fellowship fu in grado di portare i primi
studenti francesi a studiare nelle università americane, segnando
l’inizio di quel programma di scambi di studio che, a parte l’intervallo 1939-1945, ha continuato a crescere ininterrotto fino ai giorni
nostri.
Nel 1936 Piatt Andrew, il fondatore di AFS, colui che più di tutti
aveva creduto nell’utilità del servizio di soccorso e che più di tutti
aveva contribuito allo sviluppo dell’Organizzazione e a un cambiamento dei suoi obiettivi alla fine della guerra, muore. Gli succede, in
qualità di direttore generale, il suo braccio destro Stephen Galatti.
Un'altra iniziativa prese corpo a partire dal 1935: la creazione di
una sala, all’interno del Museo franco-americano di Blérancourt,
dedicata alla memoria e all’archivio del servizio di ambulanze di
AFS della Prima Guerra Mondiale. I fondi furono donati ancora una
volta dalla signora Vanderbilt (che già aveva sponsorizzato l'acquisto delle prime ambulanze nel 1914), coadiuvata dalla signorina
Morgan, e i volontari AFS residenti in Francia lavorarono con lo
staff del preesistente museo per i successivi due anni. L’11 settembre 1938 la sala fu inaugurata ufficialmente: vi erano esposti pezzi
appartenenti agli autisti di ambulanza, modelli di ambulanze e l’archivio completo di AFS risalente agli anni di guerra.
I.3 La seconda guerra mondiale.
Il 3 settembre 1939 la Francia e l’Inghilterra dichiarano guerra
alla Germania. Negli Stati Uniti gli atteggiamenti di isolazionismo e
non-interventismo erano molto forti; dal suo quartier generale di
New York (ospitato gratuitamente dallo studio legale Curtin, Miller,
Mitchell e Taliaferro, tutti ex autisti di ambulanza durante la prima
guerra mondiale) Stephen Galatti, e il suo staff non tardano a rendersi conto che il “servizio da campo” americano era chiamato ancora
una volta a svolgere il suo compito di assistenza e soccorso ai feriti
di guerra francesi. La difficoltà in questa nuova impresa, derivante
dall’altissimo isolazionismo degli americani, era quella di trovare
fondi necessari a finanziare una nuova campagna in Europa. Perfino
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persone che avevano contribuito largamente durante il primo conflitto mondiale non si sentirono in grado di mettere il loro nome oltre
che il loro portafogli al servizio di AFS.
Fu nuovamente la signora Vanderbilt, seguita dallo zoccolo duro
degli amici dell’Organizzazione a rendere possibile, per l’ottobre
1939 l’apertura di un ufficio AFS a Parigi e a mettere a disposizione
venti ambulanze su vetture General Motors. Il 23 marzo 1940 i primi
volontari si imbarcano da New York per la Francia. Il 18 aprile
l’Organizzazione AFS francese è legalmente costituita, cioè sono
state risolte le questioni burocratiche e il servizio AFS è affiancato
all’esercito francese. Il 18 maggio le venti ambulanze lasciano Parigi
per il fronte. Sino all’armistizio del 22 giugno, trasportarono oltre
mille feriti.
Con la caduta della Francia, il proposito iniziale di AFS cadde; le
ambulanze ed i beni dell’Organizzazione furono lasciati a disposizione della Croce Rossa americana, con la clausola che AFS avrebbe potuto riappropriarsene e che fosse comunque tenuta al corrente
dell’utilizzo che si faceva dei mezzi. I fondi di AFS furono donati
all’American Hospital di Parigi, da utilizzare per i servizi sanitari ai
militari francesi che vi giungevano.
Ma gli sforzi fatti da Galatti in America, i fondi raccolti e le energie spese per avviare la campagna di Francia non potevano essere
sprecati: Peter Muir, membro di AFS in Egitto, fu incaricato di trovare un esercito attivo a cui affiancare il servizio di ambulanze
dell’AFS; le Forces Françaises Libres, o in caso di fallimento, le
Forze Armate britanniche.
Muir parlò con il Generale de Gaulle, il quale era già entrato in
contatto qualche mese prima con il quartier generale di New York e
che si rese disponibile ad affiancare alle armate francesi impegnate
in Medio Oriente le ambulanze dell'American Field Service. Ci furono lo stesso delle complicazioni sul luogo dove dovesse rendersi attivo il servizio. All'inizio fu indicato il nord Africa, poi l'Africa orientale e, infine, fu designata l'Africa sub sahariana francese. Rimaneva
comunque non chiaro né ai francesi né agli americani quale fosse il
compito dei volontari AFS una volta fossero giunti ovunque doves-
15
sero andare.
Galatti continuò a cercare finanziamenti, a questo punto per questioni di principio, non fidandosi a inviare uomini in nome di accordi vaghi come lo erano stati quelli con l'esercito francese fino a quel
momento. Non avrebbe d'altronde avuto il permesso del governo
americano di inviare uomini nelle condizioni di insicurezza in cui si
trovava la trattativa.
Nonostante AFS avrebbe preferito lavorare esclusivamente per
l'esercito francese, per continuare quella partnership avviata durante il primo conflitto mondiale, nessun accordo chiaro fu raggiunto.
Muir fu istruito quindi di proporre il servizio di ambulanza
all'esercito inglese, che si trovava a corto di mezzi e personale. Dopo
un inchiesta per verificare le credibilità di Muir, e le credenziali di
AFS, il 27 marzo 1941 gli inglesi accettarono di organizzare un
incontro tra Muir e gli alti comandi dell'esercito in Medio Oriente. Il
generale Wavell, comandante in capo dell'esercito inglese, letto il
memorandum proposto dalla delegazione di AFS, accettò l'offerta di
affiancare alle sue truppe “un numero illimitato di ambulanze nel
teatro di guerra del Medio Oriente, e di affidarle a guidatori americani volontari”.
Il 6 novembre 1941 la prima unità di volontari AFS lasciò New
York, raggiunse Boston dove si riunì all'unità proveniente dal New
England e a mezzanotte del 7 novembre 1941 si imbarcò sulla nave
militare West Point. A causa dell'inizio della guerra con il Giappone,
nel dicembre di quello stesso anno, l'unità di volontari, in viaggio per
la Libia, dove avrebbe raggiunto le truppe britanniche impegnate
contro tedeschi e italiani fu dirottata su Bombay. Con il passaggio al
controllo inglese cominciava per AFS quella dimensione internazionale che la contraddistingue nella sua futura formazione di organizzazione per gli scambi di studio: oltre al nord Africa dove in seguito
arrivarono unità di volontari, AFS ha portato le ambulanze del suo
“servizio da campo” in Belgio, Olanda, Germania, Austria, India, e
Birmania, aiutando militari francesi, inglesi, greci, sudafricani,
australiani, neozelandesi, canadesi, polacchi, italiani, nepalesi,
indiani e di molte altre nazioni ancora, senza fermarsi a giudicare le
16
ragioni di una guerra tanto devastante, ma per un semplice dovere di
solidarietà proveniente dal profondo della coscienza di giovani
uomini volontari americani.
Durante la seconda guerra mondiale, i volontari AFS furono in
totale 2196; tra loro 36 persero la vita, 68 furono feriti in azione, 13
furono fatti prigionieri di guerra. In tutto furono assegnate dai vari
paesi 3792 onorificenze al valore di cui 237 erano medaglie al coraggio o al merito di guerra.
I.4 La Campagna d’Italia.
Nel settembre 1943 iniziò la Campagna d'Italia che vide gli alleati sbarcare a Taranto e Salerno. A poco più di un mese dai primi sbarchi di militari, negli stessi due porti, Taranto e Salerno, giunsero
anche i primi contingenti di ambulanze dell'American Field Service.
Il morale dei volontari autisti di ambulanza era alto, il governo
fascista era appena caduto e le vittorie dei militari anglo-americani
si succedevano. A Napoli venne fissato il quartier generale, mentre
le ambulanze, ora tutelate dalla convenzione di Ginevra alla Croce
rossa internazionale, che aveva riconosciuto l'operato dei volontari
dell'AFS, furono in prevalenza assegnate ai servizi ausiliari in favore della popolazione civile, nella zona delle operazioni della ottava
Armata britannica, nel settore orientale dell'insuperabile linea
Gustav.
Una delle caratteristiche del nostro Paese, notate dagli autisti di
ambulanza fu la bellezza dei paesaggi a ridosso della linea Gustav,
tra le ultimi propaggini dell'Appennino Abruzzese, il Sannio e il
Matese; alcuni di loro, particolarmente dotati di sensibilità artistica
si innamorarono, proprio in quelle giornate di stress, paura e fatica
della penisola, decidendo, una volta conclusa la guerra, di rimanerci
a vivere per poter godere di tali bellezze naturali.
“La parziale autonomia dei membri di AFS rispetto alle truppe
degli eserciti regolari consentì ai volontari un ampia libertà di movimento, soprattutto nei periodi di assenza di combattimenti. Animati
da un profondo senso di umanità e altruismo, in nome della pace e
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della fratellanza, tutti i volontari si impegnarono con determinazione, nelle operazioni di assistenza; probabilmente senza rendersene
conto, i volontari AFS riuscirono con successo là dove fallirono gli
eserciti Alleati, nel conquistare l'assoluta fiducia della popolazione
civile, favorendo così un clima di fattiva e solidale collaborazione
nelle zone dove si svolgevano le operazioni di assistenza3.”
Scrive William Congdon, uno dei maestri dell'arte del novecento,
laureatosi a Yale prima di aderire all'American Field Service, nella
primavera del 1942:
“l'AFS , senza rendersene conto, ha fatto molto per il bene comune e la reciproca comprensione; ognuno di noi ha una “famiglia” in
uno o più Paesi4.”
In taluni casi saranno gli stessi volontari dell'American Field
Service a elaborare i primi programmi di ricostruzione delle città
bombardate. Questo accadde, per esempio a John C. Harkness che
partecipò alle operazioni di evacuazione e di soccorso di Isernia e
poi ne progettò l'articolato piano di ricostruzione immediatamente
dopo il bombardamento della città, mentre ancora imperversavano i
combattimenti lungo la linea Gustav5.
Nel gennaio 1944, gli eserciti Alleati iniziarono l'offensiva verso
l'Abbazia di Montecassino, ultimo baluardo tedesco lungo la linea
Gustav che, una volta conquistata, avrebbe aperto la strada per
Roma. A essa parteciparono anche, in funzione ausiliaria, le ambulanze dell'American Field Service.
Gli scontri protrattisi fino a maggio furono durissimi, con perdite tra gli eserciti molto elevate e il servizio di ambulanze americane
si rivelò provvidenziale. Le ambulanze di serie dell'esercito britanni3
Galli S.B., “Papaveri rossi”, “Intercultura”, n 27, III trimestre 2004, pp.11-12.
Congdon W., “Lettera ai genitori”, 7 febbraio 1944, in Galli S.B., “Papaveri rossi”,
“Intercultura”, n 27, III trimestre 2004, p.12.
5
Planning with you, “The Architectural Forum”, marzo 1945, in Galli S.B., “Papaveri rossi”,
“Intercultura”, n 27, III trimestre 2004, p. 12.
4
18
co, infatti, erano grandi e pesanti e l'aspra morfologia del terreno,
unita alle avverse condizioni atmosferiche di quell'inverno ne rendevano la marcia molto difficoltosa.
“Dov'è l'Italia del sole?6” scrivevano a casa i militari coinvolti
nelle operazioni di guerra, che immaginavano la penisola ben diversa climaticamente.
Al contrario le agili vetture dell'AFS riuscivano a percorrere le
mulattiere e le vie sterrate, rese fangose dalla pioggia e dalla neve,
dimostrandosi molto più affidabili nello svolgimento del servizio di
soccorso. Per tutti i volontari che parteciparono all'offensiva il ricordo dei drammatici momenti vissuti ai piedi dell'Abbazia di
Montecassino rappresentò il culmine delle difficoltà affrontate
durante la Campagna d'Italia.
Al tempo stesso però, il fatto di trovarsi in una situazione estrema, in continuo pericolo di vita, li fece avvicinare, se possibile,
ancora di più ai militari impegnati nei combattimenti; essi provenivano dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti, ovviamente, ed erano affiancati da truppe polacche, che da febbraio avevano rimpiazzato i contingenti canadesi, con le quali tutti insieme trascorsero i festeggiamenti durante le feste di Pasqua.
A conclusione degli eventi di Montecassino, gli autisti volontari
di ambulanze dell'AFS 567 Coy D – Platoon furono decorati con la
medaglia di bronzo per meriti di guerra dalla repubblica polacca.
Altri autisti di ambulanza sbarcarono ad Anzio e per mesi vissero nelle buche scavate lungo il litorale, intrappolate dalle truppe
tedesche attestate ai Castelli, a sud di Roma. Quattro di loro ad
Anzio ci sono rimasti per sempre e sono sepolti nel Cimitero americano di Nettuno: uno di loro aveva diciannove anni.
Dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944), le ambulanze
avanzarono su Perugia e Siena, entrarono a Firenze nei primi giorni
di agosto e aprirono un convalescenziario a Villa Gordon Mann, in
viale Michelangelo 51. Intanto, i volontari dell'Adriatico arrivarono
6
Ruffino R., Bellini M., Mazzanti P., “Incontri che cambiano il mondo. Intercultura: cinquant'anni di scambi studenteschi internazionali”, cit. p. 38.
19
a Lanciano e contribuirono a ripristinare i servizi sanitari.
L'inverno 1944 è interminabile. Si supera gradatamente la linea
gotica sull'Appennino che divide in due l'Italia, a nord i nazifascisti,
a sud gli angloamericani. Ritroviamo in marzo e aprile le ambulanze a Forlimpopoli, Forlì e Faenza: William Congdon, rimasto in
Italia dopo la fine della guerra, fu uno degli artefici del museo delle
ceramiche di Faenza.
Poi nell'aprile del 1945 la guerra in Italia finisce. Gli autisti di
ambulanza morti nella campagna di liberazione del nostro Paese
sono undici.
Qualcuno torna a Napoli a chiudere gli uffici del quartier generale AFS. Si torna a casa.
Qualcuno è inviato in Germania, dove la guerra finale ha prodotto una quantità di feriti che necessitano ancora dei servizi sanitari
dell'American Field Service, e alcuni degli autisti volontari vengono
inviati a Bergen Belsen dove assistono alla liberazione dei prigionieri del campo di concentramento nazista. Uno di loro scrive a casa:
“abbiamo trovato 65.000 scheletri viventi e decine di migliaia di
cadaveri insepolti; quando uno moriva, gli altri lo buttavano dalla
finestra; se non lo facevano, lo tenevano a imputridire nella stanza.
Abbiamo dovuto separare a forza cadaveri da corpi ancora vivi7”.
7
Ruffino R., Bellini M., Mazzanti P., “Incontri che cambiano il mondo. Intercultura: cinquant'anni di scambi studenteschi internazionali”, cit. p. 39.
20
II
IL NETWORK INTERNAZIONALE
DI SCAMBI SCOLASTICI
II.1 I primi passi.
Nel febbraio 1946, mentre l'AFS stava ancora concludendo le sue
operazioni riguardanti le missioni di guerra, Stephen Galatti cominciò a lavorare sui possibili progetti futuri dell'Associazione, per far
sì che AFS diventasse un'Organizzazione permanente in grado di
operare nel campo degli scambi studenteschi. La French Fellowship
ricominciò presto a funzionare, ma come progetto separato. AFS
aveva ora bisogno di creare una struttura organizzata e permanente,
dotata di uffici e personale qualificato per svolgere operazioni del
tutto nuove e differenti da quelle portate avanti durante la guerra.
Nel settembre 1946 oltre duecentocinquanta autisti di ambulanza
a congresso decisero l'inizio di un nuovo programma, per portare
negli Stati Uniti studenti stranieri: quelle che seguono sono parole
che Galatti rivolse agli ufficiali inglesi e francesi durante il congresso, in qualità di rappresentante dell'AFS:
“Durante due guerre questi uomini hanno trasportato un milione
e mezzo di soldati feriti: hanno avuto dei morti, dei feriti, dei prigionieri. Ciò che voglio dirvi è che, attraverso quest'esperienza si sono
calati nella vita degli altri. Hanno conosciuto degli stranieri e se li
sono fatti amici. Che fossero australiani, indiani, neozelandesi,
scozzesi, polacchi, soldati semplici, sergenti o ufficiali, oggi sono
tutti dei fratelli. [...] L'AFS non guarda al passato, ma in avanti per
continuare la sua tradizione ed utilizzare qualsiasi mezzo a disposizione per promuovere la comprensione che deve esistere tra tutti gli
21
uomini e tutte le nazioni [...]. Ci viene chiesto di mantenere in attività l'Associazione, di aprire una sede per i suoi membri e di cominciare un programma di borse di studio per studenti di altri Paesi
come primo progetto della fase postbellica1”.
Il primo problema che la nuova struttura si trovò ad affrontare fu,
ancora una volta, il reperimento dei fondi necessari a finanziare le
borse di studio; i volontari della prima guerra mondiale si fecero
avanti per le borse di studio, mentre quelli impegnati nella seconda
guerra mondiale raccolsero abbastanza denaro da investire nella
costruzione di una clubhouse. Gli uffici si stabilirono al numero 30
East nella 51ma strada a New York, il personale fu gradualmente
ridotto e la nuova AFS International Scholarship cominciò lentamente a prendere forma.
Durante l'anno scolastico 1946/1947 AFS fu in grado di ospitare
negli Stati Uniti 75 studenti provenienti da Paesi esteri, ed organizzare un meeting per le feste di Natale nella clubhouse di New York,
in modo che gli studenti stranieri potessero ricevere supporto durante quella esperienza così nuova ed eccitante, ma anche, sotto molti
aspetti, difficile.
Nel 1947/1948 l'American Field Service International
Scholarship poté finanziare le prime borse di studio; andarono a 52
studenti provenienti da: Cecoslovacchia, Estonia, Francia, Gran
Bretagna, Grecia, Ungheria, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia e
Siria. Il piano originario era di continuare il progetto nato a seguito
della prima guerra mondiale: inserire studenti stranieri, scelti in base
al carattere e alle doti scolastiche, in un percorso che dall'high
school li avrebbe accompagnati, finanziandone gli studi, al college.
Ad ogni modo per il primo anno le borse erano in prevalenza assegnate a studenti di high school e preparatory school (scuole di preparazione al college e all'università, frequentate prevalentemente
dall'upper class).
1
Rock G. “The History of the American Field Service”, in Ruffino R., Bellini M., Mazzanti
P., “Incontri che cambiano il mondo. Intercultura: cinquant'anni di scambi studenteschi internazionali”, cit. p. 39.
22
All'inizio del 1947, George Van Santvoord, un ex ambulanziere
durante la prima guerra mondiale, divenuto poi preside della
Hotchkiss School e Presidente della Commissione Nazionale
Preparatory School, si rese disponibile, con le scuole sotto la sua
giurisdizione, a fornire borse di studio, che comprendevano ospitalità, tutoring e corsi, a studenti reclutati dall'AFS.
Lo seguirono altri presidi di licei americani, tutti speranzosi che,
se dei buoni risultati erano stati ottenuti con studenti universitari,
altrettanto buoni risultati, se non addirittura migliori, si potevano
ottenere rivolgendo il programma di scambi studio a studenti più
giovani, in età liceale. Il progetto era ancora una volta pionieristico:
nessuna borsa per studiare all'estero al liceo esisteva al tempo e la
scommessa di AFS non aveva alcun parametro per assicurarne i
buoni risvolti che tutti speravano.
Il compito del poco personale e dei molti volontari AFS a questo
punto prevedeva due azioni: la prima era trovare finanziamenti sufficienti per assicurare le spese di viaggio, alloggio, tutoring, assicurazione e corsi, oltre a prendersi carico di tutte quelle spese cui gli
studenti non potevano far fronte; la seconda concerneva i rapporti
diretti AFS-studenti e AFS-famiglie. Nel primo caso era previsto che
i borsisti fossero accompagnati lungo tutto il loro percorso, dall'arrivo ai moli del porto di New York, al viaggio in pullman che li portava alle famiglie ospitanti, fino all'organizzazione di incontri in
occasione delle feste di Thanksgiving, Natale e Pasqua. Lo scopo era
quello di condividere le molteplici esperienza che stavano vivendo,
senza mai sentirsi abbandonati. La seconda azione era rivolta verso
le famiglie dei ragazzi che dovevano vivere un anno lontano dai propri figli adolescenti, spediti in America a studiare, e che venivano
costantemente aggiornati sui progressi dell'esperienza.
Una volta definite le modalità di reclutamento, finanziamento e
assistenza degli studenti stranieri, gli obiettivi di AFS si fecero più
specifici: la personalità degli studenti da selezionare, ci si rese conto,
doveva essere estremamente aperta, i giovani dovevano essere
responsabili ed intelligenti. Si cercava, quindi, di offrire la possibilità di studiare per un anno negli Stati Uniti a coloro che in quell'an-
23
nata avrebbero compreso al massimo lo stile di vita americano, e che
contemporaneamente si sapessero rendere ambasciatori della loro
cultura nei confronti degli americani con cui venivano in contatto.
Una volta concluso il percorso di studio in America, gli studenti
tornati nei loro Paesi di origine, avrebbero trasmesso ai loro amici,
familiari e conoscenti ciò che avevano appreso, rendendosi ancora
una volta ambasciatori, questa volta dell'American way of life.
Questo avrebbe creato quello scambio di conoscenze, quella
comprensione tra individui che oltrepassa i pregiudizi, i luoghi
comuni e gli stereotipi sulle altre culture, che rappresenta da allora
lo scopo di fondo di AFS.
Nell'anno 1948/1949 gli studenti stranieri ospitati negli USA
furono 87, di cui 40 facevano parte del programma proposto da
George Van Santvoord per le preparatory school. Il gruppo comprendeva per la prima volta tre studentesse italiane.
L'anno successivo la high school di Elkhart, nell'Indiana, si propose con un altro nuovo progetto: il consiglio degli studenti aveva
raccolto finanziamenti sufficienti a pagare due borse, e la scuola
richiedeva la possibilità di ospitare due studenti stranieri, che avrebbero vissuto in una famiglia, come parte integrante del nucleo familiare. In seguito sempre più scuole, che avevano sentito parlare di
questo esperimento, si fecero avanti e chiesero di poter partecipare
al programma di AFS.
Nell'annata 1950/1951 gli studenti ospitati in America furono
111, dei quali 82 presso high school o preparatory school; dall'anno
successivo il programma per studenti universitari fu soppresso. Di
conseguenza gli unici studenti che potevano ricevere una borsa di
studio dell'American Field Service erano adolescenti in età liceale.
Una volta tornati in patria, i borsisti AFS mantenevano contatti
con la struttura di AFS, aiutando l'Organizzazione nel lavoro di pubblicità e sviluppando programmi nei loro Paesi; uno di questi programmi, il “Summer Program”, creato da alcuni giovani francesi
tornati dall'anno di studio negli USA, permise nell'estate del 1950 di
accogliere, ospitati in famiglie, nove teenagers americani in Francia.
Nacque cosi l'“Americans Abroad Program” che dava agli stu-
24
denti americani la possibilità di recarsi in Paesi esteri, e di essere
ospitati in famiglia. L'anno seguente furono ventiquattro i teenagers
USA che si recarono in Europa, non più solo in Francia, ma anche in
altre sette Nazioni a cui il progetto si era allargato. Durante l'inverno tra il 1951 e il 1952, fu il turno dei giovani tedeschi reduci dall'avventura nelle high school americane: determinati a diventare i
primi referenti del l'Americans Abroad Program, così da compiere
un altro passo per superare le diffidenze generate oltreatlantico dal
nazismo e la guerra, conclusa da pochi anni, piazzarono per l'estate
successiva cinquantaquattro americani preso famiglie tedesche, e nei
i successivi cinque anni ospitarono più del cinquanta per cento del
totale degli studenti USA che raggiungevano l'Europa per i tre mesi
estivi.
Entro il 1950 dunque, gli elementi del progetto dell'American
Field Service erano definiti: si ospitavano in famiglie americane studenti di liceo provenienti da Paesi esteri, che erano considerati membri effettivi del nucleo familiare e che frequentavano un intero anno
scolastico. Analogamente alcuni studenti americani venivano inviati
per i tre mesi estivi in Europa, ospitati da famiglie volontarie.
Nei successivi cinque anni i programmi conobbero una crescita di
richieste e apprezzamenti notevole e, grazie al lavoro di coloro che
avevano avuto la possibilità di studiare negli USA e che una volta
tornati avevano partecipato attivamente allo sviluppo e all'affermazione del sistema AFS, superarono i confini dell'Europa, diffondendosi anche negli altri continenti.
Entro il 1957 l'American Field Service fu in grado di organizzare
un “Winter Program” che permetteva a liceali americani di recarsi
in Paesi stranieri, essere ospitati da una famiglia locale e frequentare un intero anno di scuola.
Nel quartier generale di New York, sotto la supervisione del luminare Stephen Galatti, i lavori procedevano oramai nelle due direzioni: da un lato si cercava di organizzare l'ospitalità per gli studenti
stranieri che dovevano frequentare l'high school, e dall'altro si organizzavano i viaggi dei giovani americani che partivano per l'estero.
25
II.2 Nasce il network internazionale.
Durante gli anni cinquanta ci fu una notevole crescita nel numero di Paesi aderenti ai progetti AFS, specialmente in Europa,
America Latina e Asia. La Siria, coinvolta tra il 1947 e il 1949 tornò
a partecipare agli scambi alla fine degli anni cinquanta, insieme al
Libano, al Giappone, al Sud Africa, all'Iran e all'Uganda.
Negli anni sessanta, di pari passo con il processo di decolonizzazione, numerosi Paesi africani accettarono di entrare a far parte della
rete dell'American Field Service, vedendo nella possibilità di ospitare giovani americani e soprattutto in quella di mandare i propri giovani a studiare all'estero, un ottimo sistema per guadagnare visibilità internazionale e formare quell'élite dirigenziale necessaria al rafforzamento delle proprie istituzioni. Cominciarono gli scambi in
Algeria, Egitto, Marocco, Tunisia, Etiopia, Ghana, Kenya; in Medio
Oriente in Giordania; in Asia in Afghanistan, India, Thailandia,
Malesia, Indonesia.
Le vicende internazionali, influenzando le relazioni fra gli Stati,
hanno spesso portato alla chiusura dei programmi di scambio scolastico: molti Paesi hanno potuto partecipavi solo per uno o due anni,
tra questi Cecoslovacchia, Estonia, Polonia, Bahrein, Iraq. Altri
hanno dovuto abbandonare durante gli anni sessanta dopo molti anni
di partecipazione; tra questi India, Egitto e Arabia Saudita (dove
sarebbero poi ripresi in anni recenti).
Gli anni settanta furono particolarmente turbolenti. A causa di
guerre o semplicemente a seguito di tensioni fra Paesi, AFS fu
costretta a chiudere i battenti in Algeria, Afghanistan, Uganda, Laos,
Etiopia, Vietnam del Sud, Libano, El Salvador e Nicaragua. Segnali
positivi comunque si registrano per la partecipazione del Messico,
del Canada e di Israele, e poi la riattivazione degli scambi con
l'Egitto.
Molto spesso le problematiche che portarono alla chiusura dei
programmi dell'American Field Service furono legate al fatto che gli
scambi erano unilaterali verso e dagli Stati Uniti. In un mondo dominato dalle logiche bipolari della guerra fredda, molti governi si trovavano in imbarazzo ad accettare programmi che prevedevano l'in-
26
vio dei propri giovani negli USA e l’accettazione di studenti americani nelle proprie scuole.
Molto sensibile a questa problematica, e mantenendo sempre la
sua posizione apolitica, già a partire dal congresso internazionale del
1971, AFS cominciò una tendenza verso la diversificazione degli
scambi. Cercò di stabilire una rete tra i propri partner affinché i giovani dei vari Paesi potessero disporre di una gamma di scelta molto
più ampia e non limitata solamente a programmi da o per gli USA.
Gli studenti che scelgono programmi di studio che non coinvolgono
gli Stati Uniti sono cresciuti dai 19 del primo anno agli oltre 7.000
dei giorni nostri (si vedano le tavole in appendice).
Sempre in questa direzione, ovvero quella di ridurre il ruolo degli
USA all'interno del network di Paesi, va vista la decisione, sempre
occorsa all'inizio degli anni settanta, di devolvere in maniera sempre
crescente alcune responsabilità dagli uffici centrali di New York
verso gli uffici delle associazioni nazionali, che si erano ormai affermate ed erano pronte per svolgere un ruolo sempre più determinante. A queste associazioni veniva affidato il compito di selezionare i
candidati nazionali alla borsa di studio AFS e quello di organizzare
l'ospitalità agli studenti che si recavano nel loro Paese per l'anno di
studio.
Gli anni ottanta videro lo sviluppo di numerosi programmi e l'inizio di alcuni progetti per lo studio e il controllo del sistema creato e
delle esperienze di didattica interculturale. Nel 1984 il cosiddetto
“Montreal workshop” determinò i contenuti dell'apprendimento
interculturale e la qualità dei progetti sperimentali che prendevano
avvio. La carta che ne seguì è tuttora in vigore. Furono varati numerosi programmi alternativi al cosiddetto “Year Program” (che rimase comunque il più importante nel mondo AFS), specialmente di
breve durata (“Short Programs” o “Intensive Programs”) che interessavano svariati gruppi scelti in base a interessi specifici.
Tutti i programmi di AFS divennero multinazionali, ovvero i partecipanti venivano sempre dai quattro angoli del mondo, e avevano
possibilità di scegliere una destinazione tra la vasta rete di partner
che AFS aveva creato in varie Nazioni; i programmi erano più aper-
27
ti e le possibilità maggiori.
Alla fine della decade però il sistema AFS, allargato e modificato nel corso del trentennio precedente, cominciò a mostrarsi difficilmente sostenibile: il fatto che le decisioni più importanti, oltre che la
gestione dell'aspetto finanziario, fossero prese quasi totalmente negli
uffici di New York rendeva l'Organizzazione, a quel punto sviluppatasi a livello mondiale, non controllabile dal punto di vista economico. Si rese necessario sospendere i programmi in numerosi Paesi,
prevalentemente asiatici e africani, e si decentrarono le responsabilità gestionali a partner nazionali autonomi ed interdipendenti.
Tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta, con la
caduta del muro di Berlino e del regime sovietico, AFS fu in grado
di aprire sedi e progetti nei Paesi che ritrovavano proprio in quel
periodo la loro piena sovranità; si cominciarono scambi da e verso la
Russia, la Lettonia, la Cecoslovacchia, l'Ungheria e la Slovacchia.
I programmi erano ora molto diversificati e agli studenti veniva
offerta una gamma di possibili destinazioni ampia ed eterogenea. Si
cominciò a puntare allo sviluppo di scambi con Paesi meno noti e
frequentati: furono varati progetti tra il Brasile, l'Ungheria, la
Thailandia, e la Turchia; tra la Lettonia, Portorico e il Venezuela; tra
i Paesi dei Caraibi e la Russia.
L'assetto realizzato in questi anni ha accompagnato i programmi
di AFS fino ad oggi, innovandosi costantemente e ampliando il settore con studi e ricerche sul lavoro fatto e sulle opportunità che
un'esperienza come quella di un anno di studio all'estero, come
immersione totale nel contesto familiare-scolastico-civico, poteva
apportare ai ragazzi che intraprendevano questa avventura.
Si è cercato di accompagnare quei partner nazionali che non
erano riusciti ad effettuare la transizione da semplici sedi decentrate
dell’AFS in vere e proprie organizzazioni nazionali dotate di piani
economici, di ricerca e di sviluppo dei progetti; si è dato inoltre credito a chi invece riusciva ad innovarsi e svolgere un ruolo importante nelle decisioni strategiche dell'Organizzazione mondiale. Tra questi ultimi c'era e c'è Intercultura.
28
Sopra: Abram Piatt Andrews e Stephen Galatti ambulanzieri a
Parigi nel 1917.
Sotto: Stephen Galatti alla guida di una delle ambulanze di
AFS durante la prima guerra mondiale.
Sopra:
un ambulanziere
sul fronte italiano
nel 1942.
A sinistra:
ambulanzieri di
AFS in azione in
Italia, durante la
seconda guerra
mondiale.
Sopra: ambulanzieri di AFS in azione in Italia,
durante la seconda guerra mondiale.
Sotto: ambulanzieri di AFS a Parigi nel 1940.
Sopra:
ambulanzieri di
AFS in Birmania,
durante la seconda guerra mondiale.
A sinistra:
Galatti assieme
agli ambulanzieri
di AFS in Italia,
nel 1944.
A destra:
Stephen Galatti
sul campo di battaglia, seconda
guerra mondiale.
Sotto:
una delle ambulanze di AFS
restaurata e conservata in Nuova
Zelanda.
A destra:
uno dei primi
viaggi di exchange students di
AFS sulla Seven
Seas, 1956.
Sotto:
Stephen Galatti
nella sede internazionale di AFS
a New York, nel
1958.
A sinistra:
Stephen Galatti
con studenti AFS
giapponesi
a
New York, nel
1955.
Sotto:
un gruppo di studenti AFS in
viaggio
sulla
Seven Seas, nel
1964.
Sopra: John Fitzgerald Kennedy e Stephen Galatti durante un incontro con
gli studenti AFS alla Casa Bianca, 1962.
A destra:
Martin
Luther
King con una studentessa AFS norvegese ad Atlanta,
nel 1964.
Sotto:
un gruppo di studenti AFS pianificano il bus trip
negli Stati Uniti.
Sopra:
la IV D del Liceo “E.
Segré” di Torino frequentata da Wendell
Murray (il primo da
destra in seconda fila)
borsista in Italia nel
1970/1971.
A destra:
un giovanissimo Roberto
Ruffino durante un’attività con gli studenti ospitati in Italia, nel 1971.
Scene di vita dei borsisti di AFS.
Scene di vita dei
borsisti di AFS.
Nella pagina accanto:
immagini delle celebrazioni del Cinquantenario della
fondazione di Intercultura,
tenutesi a Torino nel settembre del 2005.
Sopra:
uno studente straniero
ospite a Sassari tedoforo in
occasione dei XX Giochi
Olimpici invernali di
Torino 2006.
A destra:
borsisti italiani in Cina.
© Horace Kidman
Cerchiamo giovani disposti a rinunciare
a tutte le loro certezze
e sei nato fra il 1° gennaio 1991 e il 30 giugno 1993, puoi partecipare a uno dei
Programmi di Intercultura. Che cosa significa? Vivere un’esperienza all’estero, in uno
dei 36 Paesi partecipanti di tutto il mondo, accolto in una famiglia e frequentando la
scuola locale. Imparare una lingua che non conosci. Condividere culture e usi differenti
dai tuoi. Ma soprattutto crescere come cittadino del mondo, e scoprire quanti diversi
punti di vista si possono nascondere dietro una certezza.
S
Intercultura è presente in tutta Italia con 130 Centri locali
Le iscrizioni per una delle borse di studio disponibili scadono il 10 novembre.
tel 0577 90 00 01 www.intercultura.it
II.3 Intercultura, il partner italiano.
L'Associazione nota oggi come Intercultura nasce nel 1955. Il 18
dicembre di quell'anno una quarantina di ex-borsisti AFS italiani,
tornati in patria dopo aver preso parte ad un programma di studio
negli USA, si riunisce a Roma, all'auditorium dell’Ambasciata americana di via Veneto, e fonda l'associazione italiana ex-borsisti AFS
(AFS associazione italiana) con il proposito di diffondere in Italia gli
scambi studio tra studenti liceali. Il primo presidente fu Alfonso
Vittorio Damiani. Vennero istituiti i “comitati locali” (oggi ribattezzati “centri locali”) a Roma, Firenze, Milano, Torino e Trieste e da
allora questi “congressi” si sono tenuti annualmente, rappresentando
un punto d'incontro e la linea di sviluppo per i volontari
dell'Associazione.
La prima struttura professionale embrionale Intercultura se la dà
nel 1957 quando Sandra Ottolenghi, ancora studentessa universitaria, apre a Milano, in via Solferino 7, il primo ufficio di AFS in Italia,
di cui è l'unica impiegata, per di più part time.
I partecipanti ai programmi AFS aumentarono negli anni seguenti, da una cinquantina nel 1956 a più di settanta nel 1957 a oltre cento
nel 1958. Nel 1963 la piccola sede di via Solferino è ormai inadeguata; Lisetta Gamondi, subentrata a Sandra Ottolenghi, trasferisce
la sede in piazza Cincinnato 6, vicino alla Stazione Centrale, in un
appartamento più adeguato ad ospitare un ufficio che vedeva crescere costantemente la mole di lavoro da sbrigare.
Quattro anni dopo un nuovo cambiamento: l'Associazione cresce
in tutta Italia, anche al centro-sud; diventa necessario creare una
struttura solida, con rapporti stretti con le istituzioni, specialmente
con il Ministero degli Affari Esteri e della Pubblica Istruzione.
Roberto Ruffino, nominato segretario generale proprio in quell'anno,
il 1967, trasferisce la sede nazionale a Roma, in via Sant'Alessio 24
e incomincia il suo lavoro, fondamentale per la crescita
dell'Associazione, e tuttora in corso. Sotto le sue direttive e grazie
alle sue indicazioni strategiche Intercultura è diventato il terzo partner all'interno del sistema AFS dopo Stati Uniti e Germania.
Per tutti gli anni sessanta la struttura del “mondo AFS” rimane
29
più o meno la stessa: tutti i programmi sono da o per gli USA da cui
provengono i fondi e le direttive generali che tutte le Organizzazioni
locali devono seguire. Intercultura tuttavia assume assai presto una
sua posizione più autonoma e cerca, soprattutto tra le altre
Organizzazioni europee, alleati per trasformare l'AFS in un sistema
internazionale e policentrico.
Nel 1964 a New York si tenne il congresso internazionale di AFS
che seguì di pochi giorni la morte di Stephen Galatti, l'amatissimo
“padre padrone” dell'American Field Service, colui che dalla prima
guerra mondiale aveva preso in mano le redini dell'Organizzazione
guidandola attraverso i primi esperimenti di scholarship fino alla
transizione post-seconda guerra mondiale che portò agli scambi studio. Già da quella data Intercultura spinge nella direzione di creare
un cosiddetto “International Field Service”, dimostrando una visione precorritrice rispetto alle strategie che si svilupparono a partire
dagli anni settanta e che conobbero la vera realizzazione solamente
durante gli anni ottanta.
Nel 1964 un'altra iniziativa lanciata da Intercultura aggiunge
spessore alla struttura internazionale dell'American Field Service: la
proposta di creare un raccordo europeo tra le Organizzazioni AFS; i
volontari del Centro di Torino raccolgono i fondi necessari e invitano nel capoluogo piemontese, dal 1 al 4 novembre 1964, i rappresentanti delle Associazioni AFS in Europa. Ben dodici Paesi aderiscono
al convegno (il primo a carattere esclusivamente europeo) e si decide di creare un notiziario europeo e di ritrovarsi a scadenze annuali
per valutare il lavoro svolto e impostare le direttive comuni per il
futuro.
Nel 1967, anche su proposta italiana, AFS apre un ufficio di coordinamento europeo a Bruxelles e nel 1971 viene fondato AFSEuropa, che dal 1975 prenderà il nome di Federazione Europea per
l'Apprendimento Interculturale: Efil. Attraverso Efil Intercultura
stringe rapporti con l'UNESCO, il Consiglio d'Europa, l'Unione
Europea.
Dal 1975 Intercultura collabora con la sezione “gioventù”
dell'UNESCO, con la quale ha redatto il documento sugli scambi
30
internazionali dei giovani e ha organizzato, sullo stesso argomento,
la prima Conferenza mondiale di esperti tenutasi a Roma nel giugno
1987. Ha fatto parte degli “incontri informali di Ginevra” sulle politiche giovanili e della delegazione recatasi in URSS nel 1989 per
vagliare le possibilità di scambi educativi tra le varie Repubbliche e
l'Occidente, in seguito alla disgregazione della struttura sovietica e
delle riforme di Gorbaciov.
Per il Consiglio d'Europa Intercultura ha svolto il compito di relatore per le due conferenze sull'intolleranza (1980 e 1990), ha condotto studi e ricerche, e redatto numerosi documenti nei settori dell'educazione interculturale e della gioventù (tra cui quello sul concetto di
“qualità” nel settore degli scambi giovanili, per la Conferenza dei
Ministri della Gioventù di Vienna, tenutasi nel 1993), ha organizzato in Italia una riunione della “Rete europea per gli scambi scolastici”, un corso di formazione per quadri di organismi giovanili internazionali e quattordici seminari e simposi europei su temi interculturali.
All'Unione Europea ha collaborato, specialmente negli anni
1975-1985, con varie direzioni generali (Informazione, Educazione
e Affari Sociali, Sviluppo) a numerosi progetti. Ha presieduto la
commissione di lavori che nel 1976-1978 portò alla creazione degli
“scambi di giovani lavoratori”; nel 1981 ha compiuto uno studio
sulla mobilità giovanile in Europa; nel 1983 ha organizzato una conferenza in Burkina Faso sugli scambi interculturali tra Africa ed
Europa; nel 1989 ha diretto la produzione di una “Guida Giovani”
sull'Italia per il progetto Eriyca della Comunità Europea, poi distribuito in tutti i Paesi coinvolti nel progetto. L'ultimo lavoro coordinato da Intercultura per la Commissione Europea è un'indagine presso
oltre duemila scuole di diciannove Paesi europei sulla conoscenza e
la percezione degli scambi individuali di studenti (2002-2003), mentre nel 2007-2008 ha impostato e gestito il primo progetto pilota di
scambi scolastici individuali a livello di liceo, sul modello di quanto già si fa con Erasmus per gli universitari.
31
II.4 Una realtà solida.
La struttura di Intercultura:
La struttura di Intercultura oggi poggia su quattro componenti
che ne assicurano in varia misura la stabilità, la capillarità, la professionalità e il dialogo con l'esterno. Esse sono:
1- un ufficio di segreteria generale articolato su tre sedi e vari
operatori periferici:
a. un ufficio di promozione e rappresentanza a Roma;
b. una direzione dei programmi e amministrativa a Colle
Val d'Elsa;
c. un ufficio comunicazione sviluppo a Milano;
d. dieci animatori del volontariato in altrettante aree
regionali o interregionali;
2- un volontariato competente e coinvolto che si occupa della
promozione della gestione dei programmi. I volontari partecipano al processo decisionale a tutti i livelli ed eleggono
i loro rappresentanti negli organi nazionali, i quali determinano la politica associativa in stretta collaborazione con
l'ufficio di Segreteria generale e con gli eventuali rappresentanti degli enti con cui collabora. A livello locale sono
organizzati in oltre 130 Centri cittadini che realizzano il
progetto educativo dell'Associazione, ne promuovono i
programmi, assistono i partecipanti, raccolgono i fondi per
le attività locali e le borse di studio.
3- un centro di formazione interculturale a Colle Val d'Elsa
dove Intercultura tiene incontri di formazione per i suoi
volontari, convegni di studio per operatori di scambi culturali e corsi di formazione interculturale anche per enti o
società che desiderano sensibilizzarsi ai contatti con altre
persone e altre nazioni.
4- una rivista di educazione interculturale con varie sezioni:
articoli, relazioni, saggi prodotti da esperti o tradotti da riviste straniere, informazioni su quanto avviene nel settore
(borse di studio disponibili, calendario dei congressi di edu-
32
cazione, recensioni, eccetera), esperienze educative interculturali in varie aree del mondo, iniziative culturali
dell'UNESCO, del Consiglio d'Europa, dell'Unione
Europea e di altri organismi internazionali.
Ad esse si affianca dal 2007 una “Fondazione Intercultura per il
dialogo tra le culture e gli scambi giovanili internazionali”. Nel
corso di oltre cinquant'anni di attività la generosità e la creatività dei
volontari di Intercultura hanno infatti prodotto un patrimonio unico
di esperienze educative e di risorse finanziarie che l'Associazione ha
inteso utilizzare su più vasta scala, creando una Fondazione per promuovere una cultura del dialogo e dello scambio interculturale tra i
giovani e per sviluppare ricerche, programmi e strutture che aiutino
le nuove generazioni ad aprirsi al mondo e a vivere da cittadini consapevoli e preparati in una società multiculturale. La Fondazione è
aperta all'adesione di altri enti e annovera tra i suoi aderenti i
Ministeri degli Affari Esteri e della Pubblica Istruzione.
La Fondazione promuove ricerche, incontri e corsi di alto livello
sui grandi temi transnazionali nell'Europa e nel mondo e sui rapporti di studio e di lavoro tra persone di culture diverse, coinvolgendo
università italiane, europee e straniere, per approfondire la conoscenza degli strumenti che favoriscono la comprensione e il rispetto
reciproci e la collaborazione internazionale. Essa vuol essere un
punto di incontro interdisciplinare sui grandi temi dell'interculturalità, documentare i programmi esistenti di studio e stage all'estero e
studiarne l'efficacia, pubblicare dati aggiornati sui partecipanti, censire le “buone pratiche” e diffonderne la conoscenza attraverso i
media, i centri informa-giovani, le scuole, tenendo anche corsi di
aggiornamento sulla gestione degli scambi ed eventualmente offrendo consulenza ad enti terzi interessati ad organizzarli.
Le risorse finanziarie:
Le risorse finanziarie provengono in piccola parte dalle quote di
associazione e in misura determinante da quattro fonti:
1- da un’equa partecipazione alle spese dei programmi da
parte di quei partecipanti che ne hanno la possibilità econo-
33
mica;
2- dai fondi che aziende ed enti privati o pubblici mettono a
disposizione per la beneficenza generica e per i programmi
educativi e culturali di propri dipendenti o di altri;
3- dai fondi che le leggi nazionali e regionali attribuiscono
agli enti culturali e ai movimenti di volontariato;
4- dalla messa a disposizione di know-how in vari settori formazione agli scambi internazionali, selezione per esperienze interculturali, preparazione di individui o gruppi che
devono recarsi a vivere in un'altra cultura.
I pubblici di Intercultura:
Intercultura si caratterizza come un'Organizzazione di volontariato internazionale con finalità educative: l'obiettivo è quello di contribuire alla crescita di studenti, famiglie e scuole attraverso scambi
internazionali di giovani e il loro inserimento in famiglie e scuole di
altri Paesi. Dal confronto, stimolato e guidato dai propri volontari,
con una cultura diversa, nella quale si è totalmente immersi, nasce
una nuova consapevolezza di sé e degli altri, e un desiderio di contribuire pacificamente e con coscienza di causa al dialogo tra le
nazioni del mondo; questo processo educativo interculturale coinvolge in egual misura numerosi soggetti, dagli studenti partecipanti
ai programmi, agli sponsor ai volontari, alle scuole.
I pubblici cui si riferisce Intercultura sono quindi:
1- i suoi volontari, cui Intercultura propone un itinerario formativo che prende spunto da esperienze concrete di scambio, in quanto molti aderenti al movimento hanno partecipato a programmi interculturali all'estero o hanno ospitato
a casa studenti stranieri. Questa formazione iniziale “sul
campo” si arricchisce attraverso l'assistenza a studenti italiani in partenza e a quelli stranieri che vengono in Italia.
Essa si completa con momenti di formazione teorica che si
svolgono in primo luogo nel Centro locale e successivamente in seminari regionali, nazionali e internazionali;
34
2- gli studenti stranieri in Italia, cui Intercultura garantisce
assistenza per l'inserimento in famiglie e nella scuola, per
l'apprendimento dell'italiano, per la felice risoluzione dei
problemi culturali e psicologici che si possono manifestare
durante il programma;
3- le famiglie ospitanti, cui Intercultura fornisce assistenza e
consiglio e la possibilità di partecipare attivamente al movimento di volontariato;
4- le scuole, cui Intercultura offre la possibilità di partecipare
agli scambi individuali e di classe per gli alunni, ai seminari di formazione interculturale per insegnanti e presidi e di
utilizzare il materiale prodotto a questo scopo dall'Associazione e dalla Fondazione;
5- le imprese private e gli enti pubblici che finanziano le
borse di studio dell'Associazione, a cui Intercultura offre
l'opportunità di svolgere un ruolo sociale ed educativo nella
propria comunità e nella società italiana, rendendo possibile una formazione internazionale per i giovani che vivranno in un mondo sempre più integrato.
I programmi di Intercultura:
I programmi di Intercultura oggi sono di quattro tipi:
1- soggiorni di studenti del quarto anno delle scuole secondarie superiori all'estero, per soggiorni di un anno scolastico, un semestre, un trimestre o un estate, con ospitalità
presso famiglie volontarie.
2- accoglienza di studenti liceali stranieri presso scuole italiane e famiglie che accettano di inserirli nel loro nucleo
domestico come figli, sotto la responsabilità e il controllo
di Intercultura, per scambi di un anno scolastico, un semestre, un trimestre o un estate;
3- scambi di classe per due settimane, prevalentemente con
Paesi dell'Unione Europea, negli ultimi anni questi programmi si sono aperti ad altri Paesi in Europa e negli altri
continenti;
35
4- corsi di formazione ai rapporti interculturali, per scuole,
presidi, insegnanti, associazioni, aziende. Questi corsi sono
in alcuni casi di brevissima durata (una giornata), in altri di
durata più lunga e anche annuale (nell'ambito di progetti di
formazione europei).
Dal 1947 ad oggi sono andati a studiare all'estero con Intercultura
quasi cinquantamila giovani, cosi suddivisi:
• circa 12.000 studenti per un intero anno durante le scuole
superiori;
• circa 1.500 studenti per un semestre;
• circa 2.000 studenti per un trimestre;
• circa 4.000 studenti per un periodo estivo;
• 306 classi (circa 6.000 studenti e 750 insegnanti).
Sono venuti a vivere con una famiglia italiana e a frequentare una
nostra scuola:
• circa 8.000 studenti stranieri per un intero anno scolastico;
• circa 1.500 studenti stranieri per un semestre;
• circa 2.000 studenti stranieri per un trimestre;
• circa 5.000 studenti stranieri per un periodo estivo;
• 306 classi di scuole estere (circa 6.000 studenti e 750 inse• gnanti).
36
III
STUDI E RICERCHE
La struttura AFS a partire dalla prima metà degli anni ottanta ha
sviluppato al suo interno una sezione rivolta alla ricerca e allo studio
dei risultati e dei benefici degli scambi studio all'estero per studenti
liceali e sui cambiamenti e percezioni che maturano durante un anno
in un altro Paese nella fase adolescenziale. Tra il 1980 e il 1985, una
ricerca condotta da Cornelius Grove e Betsy Hansel1 ha evidenziato
cinque aree in cui i borsisti AFS si mettevano in luce e si distinguevano in un certo senso dai loro compagni di scuola che non erano
partiti per l'anno di studio all'estero, ovvero:
• l'interesse verso altri mondi e la capacità di accettarne gli stili
di vita;
• la conoscenza e l'atteggiamento verso un'altra cultura;
• la capacità di comunicare efficacemente in una lingua straniera;
• l'adattabilità a situazioni nuove ed inattese;
• il senso di appartenenza a una comunità globale;
Oltre a queste caratteristiche, quella prima ricerca aveva evidenziato nei ragazzi tornati da un soggiorno all'estero, un atteggiamento meno materialistico; minore conformismo; maggiore capacità di
comunicare, anche in pubblico; una consapevolezza maggiore delle
proprie radici culturali. Negli anni seguenti le varie Organizzazioni
nazionali hanno promosso altre ricerche, anche in collaborazione
con altre istituzioni: scuole, università, ministeri, fondazioni,
1
The AFS impact study, di Bettina Hansel e Cornelius Grove per conto di AFS Center for the
study of Intercultural Learning.
37
Commissione Europea, e valendosi di esperti di pedagogia e sociologia interculturale, che hanno confermato i risultati positivi di uno
scambio scolastico individuale in età adolescenziale.
Tra le ultime ricerche si segnala per la sua importanza e vastità
quella di Mitchell Hammer nel 2002-2005, che ha investigato gli
aspetti interculturali della crescita che avviene durante un anno
all’estero in un ragazzo di 17 anni2. Quanto si sviluppano le sue
capacità di comunicazione (verbale e non) in un contesto straniero?
Sino a che livello di spontaneità e naturalezza riesce a interagire con
persone di quel Paese? Quanto riesce veramente a comprendere e
interpretare della nuova cultura? Quali strumenti acquisisce per
affrontare in futuro altre situazioni interculturali?
La ricerca rappresenta uno dei più ampi studi scientifici condotti
sul campo per valutare l’impatto degli scambi internazionali di studenti delle scuole superiori. Hanno infatti partecipato alla ricerca un
totale di 2.100 studenti di Austria, Brasile, Costa Rica, Ecuador,
Germania, Hong Kong, Italia, Giappone e Stati Uniti. Di questi,
1.500 studenti (298 italiani, il 14%) hanno partecipato ad un programma di scambio interculturale con Intercultura/AFS, vivendo in
una famiglia ospitante di un altro Paese e frequentando una scuola
pubblica con i coetanei del posto per 10 mesi. Gli altri 600 studenti,
selezionati tra i compagni di classe dei partenti, hanno costituito il
gruppo di controllo, ovvero coloro che sono rimasti a casa continuando a frequentare la stessa scuola e a vivere nella loro famiglia.
La ricerca ha messo in luce le differenti dinamiche tra i due gruppi.
La ricerca ha coinvolto un campione di 2.100 studenti, 1.500 partecipanti al programma annuale all’estero di AFS/Intercultura e 600
appartenenti al gruppo di controllo. Il tasso di risposta è risultato
piuttosto elevato: 87% per il gruppo di partecipanti al programma e
83% per il gruppo di controllo.
In entrambi i gruppi il campione è composto in maggior parte da
studenti di sesso femminile (64% i partecipanti; 66% il gruppo di
2
The educational result study. “Assessment of the impact of the AFS Study Abroad
Experience”, di Mitchell R. Hammer, per conto di AFS.
38
controllo), di 17 anni di età. In entrambi i gruppi l’88% del campione non aveva mai vissuto in un altro Paese per un periodo superiore
ai 3 mesi. In particolare il 43% degli studenti del gruppo dei partecipanti non aveva mai vissuto all’estero e il 45 % aveva vissuto
all’estero per periodi brevi, non superiori ai tre mesi (nel gruppo di
controllo questi dati sono rispettivamente il 52% e il 36%).
I due gruppi risultano in sintesi costituiti da studenti con un profilo piuttosto omogeneo. Per alcune variabili in cui si notavano delle
differenze iniziali eccessive è stata utilizzata una particolare tecnica
statistica di correzione dei risultati, in modo di ottenere dati statisticamente corretti.
I dati sono stati raccolti in tre fasi attraverso dei questionari somministrati prima della partenza degli studenti per il Paese estero (pretest), immediatamente dopo i dieci mesi trascorsi all’estero (posttest) e sei mesi dopo il loro rientro in patria (post-post test). I risultati provengono in eguale modo sia dagli studenti che dalle loro
famiglie ospitanti all’estero e dai loro genitori in patria.
Quali sono le principali dinamiche che si osservano nei due gruppi per effetto della partecipazione al programma di studio all’estero
con Intercultura/AFS?
1. Aumento del livello di interazione con le altre culture.
Dopo il rientro i partecipanti al programma tendono a trascorrere più tempo interagendo con persone di altre culture e sviluppano un’elevata propensione a instaurare rapporti con persone di altri Paesi. Se da un lato tale osservazione non rappresenta una sorpresa, visto che i partecipanti hanno vissuto per
10 mesi all’estero, d’altro canto è molto significativo che la
tendenza ad instaurare nuovi contatti rimanga anche nella fase
post post-test (6 mesi dopi il rientro). Infatti il gruppo dei partecipanti è passato da un tasso iniziale di interazione con altre
culture del 9 ad un tasso del 13%, mentre il gruppo di controllo rimane sostanzialmente sulle posizioni iniziali, registrando
addirittura un lieve calo (dal 9 all’8%).
Analogamente, la percentuale di amicizie con persone di
39
altri Paesi del gruppo dei partecipanti prima della partenza
risultava dell’11% e dopo il termine del programma si è portata al 23% (il gruppo di controllo rimane stabile attorno il 9%).
Si tratta sicuramente di un risultato rilevante che consegue uno
dei principali principi educative previsti dal metodo pedagogico dei programmi Intercultura/AFS.
40
2. Aumento della conoscenza del Paese ospitante livello di
interazione con le altre culture.
Le analisi di Hammer rilevano anche differenze significative
sulla conoscenza della cultura del Paese ospitante, sia secondo
la valutazione fornita dalla famiglia che ha ospitato lo studen
te durante il programma all’estero, sia per quanto riguarda la
stessa autovalutazione fornita dai partecipanti al programma.
Nel gruppo di controllo invece, come era facile prevedere per
questa variabile, non si riscontrano significative variazioni.
41
3. Riduzione dell’ansia nelle relazioni con persone provenienti da culture diverse.
Il gruppo dei partecipanti parte già con un valore leggermente
più basso di ansia all’inizio dell’esperienza (3,3), rispetto al
gruppo di controllo (3,5). Probabilmente ciò è anche influenzato dal fatto che l’ansia è uno dei parametri che vengono tenuti in considerazione durante il processo di selezione con cui
Intercultura/AFS accerta l’idoneità del candidato e individua il
programma teoricamente più adatto a lui.
Al termine del programma e dopo 6 mesi dalla sua conclusione, il gruppo dei partecipanti conseguente mantiene una
significativa ulteriore riduzione, arrivando a un punteggio
finale di 2,5 (il gruppo di controllo dopo sei mesi registra un
valore di 3,3).
42
4. Aumento delle competenze linguistiche.
Il grado di conoscenza della lingua del Paese ospitante è stato
fatto valutare dalla famiglia ospitante che ha accolto i partecipanti in casa propria. Per classificare i vari livelli di conoscenza linguistica è stata utilizzata la scala di valutazione del
Foreign Service Institute statunitense.
Al termine del programma il 47% dei partecipanti ha raggiunto il grado di conoscenza avanzata o di bilinguismo,
rispetto al dato iniziale del 7%.
43
E’ interessante notare che anche gli studenti che non aveva
no alcuna conoscenza della lingua o che partivano da un livello elementare, al termine del programma hanno effettuato degli
ottimi progressi linguistici (la maggior parte si attesta al livello 3, come evidenziato nel grafico sottostante).
44
Il modello utilizzato per la ricerca è il Developmental Model of
Intercultural Sensitivity (DMIS), creato da Milton Bennet tra il 1986
e il 1993 per inquadrare le reazioni delle persone di fronte alle differenze culturali e quindi l’evoluzione dei loro atteggiamenti e comportamenti quando esposti a interazioni con culture diverse.
Semplificando le nozioni di fondo del modello (su cui viene fornito un approfondimento a parte) è possibile evidenziare i principali
stadi di competenze interculturali su cui si fonda il modello, per poi
vedere le dinamiche messe in luce dalla ricerca di Hammer.
Secondo Bennett, gli individui partono in genere da una fase di
etnocentrismo che si manifesta come negazione o rifiuto delle differenze culturali (esaltazione della propria cultura e disprezzo per le
altre: denial or defense nel linguaggio di Bennett); un etnocentrismo
45
alla rovescia può manifestarsi anche quando si adotta come propria
una cultura altra (è il caso di chi va vivere all’estero e si immedesima totalmente e acriticamente nei valori e nei comportamenti del
nuovo Paese. Bennett chiama questo atteggiamento “reversal”).
Da questa fase iniziale – se si hanno esperienze interculturali – si
può passare ad una fase di universalismo in cui si tende a minimizzare le differenze tra le culture (minimalization nel linguaggio di
Bennett: “siamo tutti esseri umani, tutti sostanzialmente uguali”).
Se le esperienze interculturali proseguono in modo soddisfacente, si può toccare una fase di etnorelativismo in cui la propria cultura è vista nel contesto delle altre, senza idealizzazioni, e si impara a
sentirsi a proprio agio a livello internazionale, accettando le norme
ed i comportamenti delle culture con cui si entra in contatto, senza
necessariamente condividerle (fase di acceptance and adaptation,
secondo Bennett).
Sullo schema di Bennett, Mitchell Hammer ha creato un
Intercultural Development Inventory (IDI) per misurare i livelli di
competenza interculturale dei soggetti ed il loro passaggio da una
fase a quella successiva. E’ lo strumento utilizzato per la ricerca sui
borsisti AFS.
DD
(Denial & Defense)
ETNOCENTRISMO
R
(Reversal)
UNIVERSALISMO
ETNORELATIVISMO
M
(Minimization)
Negazione o rifiuto
delle differenze culturali. Esaltazione della
propria cultura e
disprezzo per le altre.
Adesione acritica ai
valori e comportamenti del nuovo
Paese
Identificazione di
valori culturali comuni
e problematiche
universali
Comprensione e
accettazione di
(Acceptance & Adaptation) differenze culturali
complesse
AA
46
Utilizzando i dati raccolti con i questionari, Hammer ha applicato il modello DMIS di Milton Bennett ai due gruppi di studenti sotto
osservazione.
I questionari della fase di pre test rivelano che la maggior parte
degli studenti partecipanti ai programmi Intercultura/AFS, prima di
trascorrere un anno all’estero, si trova in una fase di etnocentrismo o
di moderato universalismo: a sei mesi dal rientro in patria si rileva
invece un accentuato passaggio alla fase universalistica – con una
variazione di circa sei punti nella scala IDI – mentre il gruppo di
controllo rimasto a casa resta stabile sul punteggio di partenza. Si
danno anche casi di passaggio ad un etnocentrismo focalizzato sul
Paese d’accoglienza (fase di reversal).
Esaminando i casi singolarmente, si trova che i cambiamenti
maggiori si verificano in quegli studenti che sono partiti da una fase
di etnocentrismo accentuato e che accedono a forme di universalismo, minimizzando quelle differenze verso lo straniero che in partenza erano viste come insuperabili e non accettabili. Chi invece si
trovava già in una fase di apertura verso le differenze culturali
mostra cambiamenti minori. Pochi studenti (3%) si trovavano infine
in una fase di etnorelativismo prima di partire per un anno all’estero
(si tratta generalmente di studenti provenienti da famiglie internazionali o con precedenti soggiorni prolungati all’estero): anche in questo caso tuttavia il loro numero raddoppia (5%) dopo il programma
AFS.
47
Le conclusioni del prof. Hammer convalidano ciò che AFS ed
Intercultura sostengono da tempo nel loro progetto di educazione
interculturale attraverso gli scambi – che un’esperienza di vita e
scuola in un altro Paese in età adolescenziale contribuisce a ridurre i
pregiudizi, gli stereotipi, le discriminazioni ed a creare una base
comune per una risoluzione dei conflitti culturali.
Ancora più importante è il dato relativo al percorso degli studenti che partono da condizioni di maggiore marginalità e di etnocentrismo più sostenuto: sono proprio loro ad evidenziare i cambiamenti
più forti verso una visione del mondo più universalistica e di valori
condivisibili. Ciò libera il terreno dal rischio di élitismo che circonda talvolta i programmi AFS: sembra infatti beneficiarne di più proprio chi ha avuto meno occasioni di esperienze internazionali precedenti.
Può essere oggetto di indagine ulteriore il fatto che pochi (5%) tra
i soggetti studiati raggiungano la fase di etnorelativismo. Ciò può
essere in parte imputabile all’età adolescenziale del campione ed in
parte alla filosofia che ispira i volontari di AFS e Intercultura nel
loro approccio educativo: è un punto su cui l’Associazione è chiamata a riflettere nei prossimi anni.
Resta il fatto che il tipo di evoluzione rilevata tra i partecipanti a
questo programma, le competenze linguistiche e culturali acquisite e
il livello di soddisfazione dichiarato sono del tutto eccezionali rispetto a quelli rilevati da altri studi e per altri programmi. Ciò è probabilmente dovuto al metodo di selezione, preparazione e sostegno
psico-educativo dei partecipanti attuato da Intercultura/AFS, secondo i principi pedagogici sviluppati in oltre 50 anni di attività.
La dimensione del campione studiato, la novità della metodologia applicata e l’indipendenza del ricercatore fanno di questo studio
di Mitchell Hammer una tappa molto importante, su cui si potranno
utilmente confrontare e misurare le ricerche future sull’educazione
ai rapporti internazionali ed alla mondialità.
48
OSSERVAZIONI CONCLUSIVE
Vorrei concludere questo breve saggio storico con qualche riflessione di carattere puramente personale al riguardo della documentazione esistente e all'importanza che viene rivolta ai progetti di scambio scolastico in Italia.
Per quanto riguarda la documentazione, estremamente scarsa
risulta essere quella indipendente, intendo dire che esiste pochissimo
materiale prodotto da persone estranee al mondo di Intercultura.
Sebbene esistano numerose altre organizzazioni che promuovono
scambi studio, queste si limitano ad offrire un prodotto, lasciando
cadere tutti i risvolti pedagogici e le prospettive che i giovani devono affrontare durante e dopo il loro soggiorno all'estero. Questo dato
da me riscontrato è da considerarsi riduttivo rispetto alla reale portata di un'esperienza di studio all’estero e non valorizza l’opportunità
di compiere studi sociologici, psicologici e interculturali. A tale
riguardo mi sembra doveroso ringraziare il personale e i volontari di
Intercultura, partendo dal Professore Stefano Galli; anche se ormai
non appartiene più al volontariato dell’Associazione, in quanto è
stato il mio primo contatto con il mondo AFS e mi ha dall'inizio fornito indicazioni fondamentali per compiere le mie ricerche. Grazie al
suo interessamento al mio lavoro, sono entrato in contatto con il dottor Roberto Ruffino, segretario generale di Intercultura, il quale mi
ha dimostrato altrettanto interesse e una attenzione davvero speciale
e mi ha consentito di consultare l'archivio della rivista “Intercultura”
da dove proviene gran parte del materiale su cui ho lavorato per
completare lo scritto. Ringrazio lui in qualità di rappresentante
dell'Organizzazione, senza dimenticare l'accoglienza che mi è stata
49
riservata durante i giorni di ricerca nella sede di Colle Val d'Elsa da
tutto il personale che lavora in quella sede.
Il secondo punto riguarda la scarsa attenzione e importanza che
viene attribuita nel nostro Paese alle esperienze di scambio scolastico: pur sapendo che esistono istituti sparsi sul territorio nazionale
assolutamente all'avanguardia nel campo, che promuovono, pubblicizzano, incoraggiano i propri alunni a lasciare “casa” per andare in
prima persona a scoprire le altre realtà del mondo, troppo spesso
questo atteggiamento è frutto dell'intraprendenza di singoli individui, presidi o insegnanti, senza che ci siano direttive comuni chiare
ed una volontà da parte delle istituzioni ad ampliare il capitale sociale nazionale, formando i giovani ad una coscienza internazionale. Al
contrario si incontrano ancora ostacoli e impedimenti da parte di
consigli di classe e singoli insegnanti troppo focalizzati sui programmi tradizionali per accorgersi delle nuove possibilità esistenti per i
giovani. Anche in questo contesto il lavoro svolto da Intercultura
risulta importantissimo: soprattutto gli incontri di formazione allo
scambio per presidi organizzati in tutta Italia aiutano ad avvicinare
la scuola al mondo degli scambi e fanno superare barriere di chiusura nazionale.
La mia esperienza di studio all’estero “sul campo”, seppure totalmente differente, più semplice, sicura e infinitamente meno drammatica rispetto a quella dei miei predecessori autisti di ambulanze e
molto più strutturata rispetto ai pionieri degli scambi, partiti trenta,
quaranta, cinquant'anni fa, mi fa pensare positivo rispetto al futuro:
le competenze e le sicurezze che ho maturato durante quei mesi e gli
anni successivi sono un qualcosa di veramente eccezionale. Solo chi
ha il coraggio di abbandonare ciò che conosce può sperare di trovare ciò che cerca.
50
BIBLIOGRAFIA
Andrew A.P., cit. da “Incontri che cambiano il mondo.
Intercultura: cinquant'anni di scambi studenteschi internazionali”.
A cura di R. Ruffino, M. Bellini, P. Mazzanti, Milano, Sperling
paperback, 2004, p. 36
Congdon W., “Lettera ai genitori”, 7 febbraio 1944, in S.B.
Galli, “Papaveri rossi”, “Intercultura”, n. 27, III trimestre 2004, p.12.
Galatti S., cit. in “AFS story. Journeys of a lifetime”. A cura di
AFS Norge Internasjonal Utveksling, Losanna, JPM Publications
S.A. 1997, p. 24.
Galli S.B., “Papaveri rossi”, “Intercultura”, n 27, III trimestre
2004, pp.11-12.
Planning with you, “The Architectural Forum”, marzo 1945, in
Stefano B. Galli, “Papaveri rossi”, “Intercultura”, n. 27, III trimestre
2004, p. 12.
Rock G., “The History of the American Field Service”, in
Ruffino R., Bellini M., Mazzanti P., “Incontri che cambiano il
mondo. Intercultura: cinquant'anni di scambi studenteschi internazionali” cit. p. 40.
Ruffino R., Bellini M., Mazzanti P., “Incontri che cambiano il
mondo. Intercultura: cinquant'anni di scambi studenteschi internazionali” cit. p. 38 e 39.
The AFS impact study, di Bettina Hansel e Cornelius Grove per
conto di AFS Center for the study of Intercultural Learning.
The educational result study, “Assesment of the impact of the
AFS Study Abroad Experience”, di Mitchell R. Hammer, per conto
di AFS.
51
www.fondazioneintercultura.it
www.intercultura.it
www.afs.org
52
APPENDICE
Questa appendice presenta in forma sintetica i dati in possesso di
AFS per quanto riguarda quantità e qualità dei propri programmi. I
grafici che riassumono questi dati provengono dall’Annual Report
2006 di AFS e dall’archivio di Intercultura.
53
I partecipanti ai programmi AFS suddivisi per zona di provenienza e per zona in cui sono stati ospitati (percentuali riferite al
2006).
54
I partecipanti ai programmi AFS suddivisi per tipo di programma e per classe di appartenenza (dati assoluti riferiti al 2006).
55
56
I partecipanti ai programmi AFS suddivisi per zona di provenienza e in cui sono stati ospitati
(dati assoluti riferiti all’intervallo 1940-2007).
57
Lo sviluppo dei programmi AFS in Italia dal 1955 al 2005.
Biblioteca della Fondazione
Nella stessa collana:
1. AFS e Intercultura
2. Identità italiana fra Europa e società multiculturale
3. L’immagine dell’altro
La Fondazione Intercultura Onlus
per il dialogo tra le culture e gli scambi giovanili internazionali
1
“Chi è chiuso nella gabbia di una sola cultura, la propria, è in guerra col mondo e non lo sa” – diceva l’antropologo Robert Hanvey.
Parafrasandolo: chi si sente a disagio fuori dalla propria nazione e
dalla propria lingua è un cittadino dimezzato ed un attore inefficace
sul mercato globale. Aprirsi al mondo senza spaesarsi; vedere la realtà da molte prospettive; scoprire i confini della propria cultura interagendo con quelle altrui; sentire legami comuni di umanità sotto il fluire di differenze appariscenti: a dar sostanza a queste aspirazioni lavora la Fondazione Intercultura Onlus, studiando e sviluppando l’apprendimento interculturale e le infrastrutture che ne favoriscono la
diffusione soprattutto tra i giovani.
M. Furloni – AFS E INTERCULTURA
La Fondazione nasce il 12 maggio 2007 da una costola
dell’Associazione che porta lo stesso nome e che dal 1955 accumula
un patrimonio unico di esperienze educative internazionali, attraverso programmi individuali di vita e di studio all’estero per studenti
liceali di oltre 60 Paesi. La Fondazione approfondisce gli aspetti formativi di questa attività, aiutando le nuove generazioni ad aprirsi al
mondo ed a vivere da cittadini consapevoli e preparati in una società
multiculturale. Vi ha aderito il Ministero degli Affari Esteri. La
Fondazione è attualmente presieduta dall’Ambasciatore Roberto
Toscano; segretario generale è Roberto Ruffino; del consiglio e del
comitato scientifico fanno parte eminenti rappresentanti del mondo
della cultura, dell’economia e dell’università.
Fondazione Intercultura Onlus
per il dialogo tra le culture e gli scambi giovanili internazionali
Via Gracco del Secco 100 – 53034 Colle di Val d’Elsa (SI)
Tel. +39.0577.900001
www.fondazioneintercultura.org
Biblioteca della Fondazione
Mattia Furloni ha 24 anni: a 16 è stato
exchange student alla Cumbrland High
School
negli
Stati
Uniti.
Successivanente si è laureato in Scienze
Internazionali e Istituzioni Europee
presso l'Università degli Studi di
Milano con una tesi sull'AFS e il mondo
degli scambi scolastici. L'esperienza
negli USA da teenager gli ha dato gli
strumenti per rapportarsi con il mondo:
durante gli ultimi anni di università ha
vissuto a Parigi, rientrando a Milano
solo per sostenere gli esami; ha lavorato su barche a vela da crociera girando
il Mediterraneo e ha partecipato ad una
campagna di ricerche subacquee in
Sicilia. Vive da sei mesi a Mumbai, in
India, dove prosegue il suo personale
viaggio alla scoperta del mondo.
Collabora con aziende e persone italiane
nel rapporto con una cultura diversa,
aiutando la compresione reciproca tra
persone appartenti a due modi di vivere
e pensare apparentemente inconciliabili.
Dice di sé: “Le differenze interculturali,
che la globalizzazione e la crescita di
interesse nei mercati emergenti ci presentano di continuo hanno aperto un
mercato di lavoro per chi conosce e
concepisce l'altro come individuo indipendente dotato di coscienza e potere di
decisione propri, anche se con riferimenti sociali, culturali e storici alternativi. Per poter efficacemente trattare la
materia non c'è altra via che vivere in
un Paese estero per un tempo mediolungo così da arrivare a vedere le motivazioni profonde dell'agire altrui.”
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AFS e Intercultura - Un viaggio per il mondo un viaggio per la vita