Gabriele Cifani ARCHITETTURA ROMANA ARCAICA Edilizia e società tra Monarchia e Repubblica (“Biblioteca Archaeologica”, 40), Roma, “L’Erma” di Bretschneider, 2008, pp. 404, ill. b/n. isbn 978-88-8265444-3. Il volume, frutto di un lavoro decennale, come esplicitato nella premessa (p. 11) e nella nota iniziale (pp. 13-15), traccia un bilancio dei contesti architettonici relativi al periodo arcaico a Roma. L’opera è strutturata in quattro parti: l’introduzione, il catalogo, lo studio della tecnica edilizia e quello delle implicazioni socio-culturali. L’introduzione si apre con un esaustivo capitolo che ripercorre la storia degli studi e delle ricerche sui monumenti di Roma, a partire dai primi rinvenimenti del Rinascimento sino alle scoperte più recenti, che hanno permesso di conferire sostanza storica a molti aspetti relativi alle primissime fasi della città (pp. 19-39). La svolta fondamentale si verifica, infatti, a partire dagli anni Sessanta, quando il patrimonio dei dati vede un notevole accrescimento grazie agli scavi ed alle ricognizioni intraprese sia all’interno dell’Urbe che nel Latium Vetus e in area mediotirrenica, spesso su iniziativa di missioni straniere. Inoltre, il quadro documentario è stato arricchito ulteriormente negli ultimi anni grazie al ritrovamento della cosiddetta Villa dell’Auditorium, alle indagini sul tempio di Giove sul Campidoglio e al rinvenimento di strutture risalenti fino all’VIII secolo a.C. presso il santuario di Vesta, che rivestono un’importanza eccezionale non solo per la conoscenza delle fasi più antiche di Roma ma anche per la questione dell’origine e dello sviluppo di specifiche categorie architettoniche. Auspicando la pubblicazione sistematica delle ricerche più recenti, comprese le nuove campagne di scavo avviate nelle città etrusche più meridionali, l’autore passa in rassegna la totalità delle evidenze archeologiche comprese tra il 610 e il 390 a.C., all’incirca dall’inizio del regno di Tarquinio Prisco alla presa di Veio, definendone tipo architettonico, tecnica edilizia e materiali impiegati. L’obiettivo finale, dichiarato in questa fase forse eccessivamente en passant, è quello di comprendere quali siano gli elementi caratterizzanti di questa intensa stagione edilizia ed in particolare quale ruolo essi abbiano svolto all’interno delle comples- se dinamiche della formazione della cultura artistica romana. Esplicitate dunque finalità e metodologia (pp. 39-41), si apre la parte II (pp. 45-173), che consiste nel catalogo di centoventuno contesti edilizi, elencati secondo un ordine topografico che muove dal centro di Roma per allargarsi agli insediamenti posti sotto il suo controllo lungo le sponde del Tevere, come è indicato nelle carte topografiche riportate alle pp. 40 e 46 (si segnala qui un’imprecisione riguardante i contesti indicati negli intervalli 10-50 e 51-65, da intendersi correttamente con i numeri 40-50 e 58-65). Le schede, particolarmente sintetiche, privilegiano il dato “oggettivo” (stratigrafia ove presente, tecniche edilizie e materiali impiegati), soprattutto là dove la documentazione è edita solo in forma preliminare o è relativa a strutture non più visibili, e sono corredate da una ricca documentazione grafica e fotografica, quest’ultima spesso a cura dell’autore stesso. La prima sezione affronta il tema delle mura urbane (pp. 45-123), che vengono descritte muovendo in senso orario, da nord verso sud, comprendendo non solo i tratti murari ma anche tutte le evidenze ad esse adiacenti o limitrofe, come cisterne, depositi votivi e templi. La voce più curata, data la sua complessità, risulta quella dedicata al Tempio di Giove Capitolino (pp. 80-109), con un paragrafo dedicato alle fonti, seguito dalla storia degli studi e da una sintetica annotazione riguardante il contesto geo-morfologico. Più articolata è la parte relativa alle evidenze archeologiche, con un preciso elenco dei resti, che sono analizzati accuratamente giungendo talora a proporre soluzioni planimetriche alternative rispetto agli studi più recenti (A. Mura Sommella, A. Cazzella, A. De Santis, F. Lugli, C. Rosa, I. Baroni, P. Boccuccia, F. Micarelli, S. Brincatt, C. Gairdino, A. Danti, M. Albertoni, Primi risultati delle indagini archeologiche in Campidoglio nell’area del Giardino romano e del Palazzo Caffarelli, in BCAR 102, 2001, pp. 261-364). 172 RIVISTA DI ARCHEOLOGIA Il catalogo prosegue con le strutture relative al cuore della Roma arcaica: le pendici del Campidoglio e il Foro (quest’ultimo, per una svista, non risulta inserito nell’indice iniziale, pp. 109-123), le pendici settentrionali del Palatino, con una incursione nell’area del Santuario di Vesta, oggetto di recenti scavi (pp. 123-147), quelle nord-orientali con la Valle del Colosseo (pp. 147-154) e l’area sud-occidentale (pp. 156-164), per concludere con un breve paragrafo dedicato al Campo Marzio, al di fuori del circuito murario arcaico. L’analisi si allarga anche al suburbio ed al territorio extraurbano, prendendo in considerazione più di quaranta evidenze localizzate sulla sponda sinistra del Tevere, per finire con cinque siti relativi alla sponda destra, posti sotto il controllo romano (pp. 154-218). La sezione dedicata agli aspetti tecnici analizza scrupolosamente i materiali impiegati, la localizzazione delle cave e le tecniche di estrazione, la tipologia delle murature, degli elevati, dei rivestimenti pavimentali e parietali e delle coperture (pp. 221252). Un’unica osservazione critica si può avanzare a questo capitolo: manca infatti una documentazione fotografica relativa ai litotipi da costruzione che avrebbe potuto costituire un valido supporto per lo studio ed il riconoscimento di essi. Nella parte IV l’autore propone una interpretazione sociologica dei dati raccolti: il suo titolo, “Edilizia e società”, utilizzato anche come sottotitolo del volume, rappresenta il punto di arrivo dell’intera opera. Il primo argomento affrontato riguarda le fortificazioni urbane (pp. 255-264). La lettura dei resti archeologici ha permesso di ipotizzare tre grandi fasi edilizie; le prime due rientrano nell’interesse di questo volume: si tratta dei periodi relativi alla seconda metà dell’VIII - prima metà del VI secolo a.C. ed alla seconda metà del VI - inizi del IV secolo a.C., che corrispondono rispettivamente alla fortificazione dei singoli colli ed al loro inglobamento in un circuito murario unitario, specchio del progressivo sviluppo dell’abitato verso il modello urbano. A questa conclusione concorrono non solamente i dati ricavati dalle evidenze archeologiche, ma anche elementi topografici, fonti letterarie, confronti con l’ambito greco (continentale e coloniale), latino ed etrusco, supportati da informazioni fornite dall’archeologia sperimentale. Tra contesti urbani (pp. 265-278) e contesti rurali (pp. 278-287) è suddivisa la parte di analisi relativa all’architettura domestica, sullo studio del- [RdA 32-33 la quale l’autore richiama l’esigenza metodologica di una estrema prudenza, dettata dalla scarsità dei dati e dalla irrinunciabile necessità di valorizzare quelli esistenti. Ripercorrendo la storia dell’edilizia abitativa a Roma, a partire dalle capanne palatine, l’autore privilegia alcuni momenti, come quello che vede il passaggio dal legno alla pietra, che egli considera parte di un processo molto più complesso di quanto non si ritenga abitualmente, facendolo coincidere con il passaggio dalla capanna alla casa. Si tratta infatti di dinamiche che implicano motivazioni socio-culturali non sempre adeguatamente tenute in considerazione, identificate con “mutamenti di auto-rappresentazione dei principali committenti, motivi economici legati alle specializzazioni d’uso di determinati materiali, influenze di gruppi culturali allogeni” (p. 269); a quest’ultimo fattore sono fatte risalire l’introduzione del modello palaziale da parte di maestranze orientali e quella della casa a vani affiancati, ispirata invece a prototipi greci. Tra le scoperte recenti, che sembrano spesso rimanere sganciate dai processi evolutivi individuati dall’autore all’interno di ciascuna categoria architettonica e di conseguenza anche dalla ricostruzione della complessa articolazione socio-politica, poco rilievo è infatti attribuito alla cosiddetta Domus Regia, rinvenuta nell’area del santuario di Vesta dall’équipe di Andrea Carandini (D. Filippi, La Domus Regia, in Workshop di Archeologia Classica, 1, 2004, pp. 101-121; D. Filippi, La Domus Regia (aggiornamenti), in Workshop di Archeologia Classica II, 2005, pp. 199-206). Seppur edita in forma preliminare, tale struttura attesterebbe, secondo le ricostruzioni proposte dagli scavatori, un’evoluzione senza soluzioni di continuità che, a partire dalla casa a vano unico, si sarebbe sviluppata nel tipo con vani affiancati su una corte, per assumere poi i caratteri di un complesso palaziale, trasformandosi infine in una casa ad atrio. L’importanza di queste ricerche è accentuata dalla circostanza che l’intero processo si sarebbe concluso verso la fine dell’VIII secolo a.C., rappresentando l’esempio più precoce attestato finora non solo a Roma, ma anche nel Latium vetus e in Etruria. Valeva la pena di ricordare in questo capitolo anche la fase I della Villa dell’Auditorium (datata tra ultimo quarto del VII secolo a.C. fino alla metà del secolo successivo), che presenta vani affiancati sui tre lati di un cortile (A. Carandini, M. 2008-2009] RECENSIONI T. D’Alessio, H. Di Giuseppe, La fattoria e la villa dell’Auditorium nel quartiere flaminio di Roma, Roma, 2007). Affrontata in maniera sintetica la questione dei due filoni di modelli abitativi (il palazzo e la casa a vani affiancati), si passa alla trattazione di un nuovo tipo che fa la sua comparsa in epoca tardo-arcaica: la casa ad atrio, considerata, a Roma come in Etruria, “la traduzione in chiave urbana dei grandi palazzi aristocratico-gentilizi” (pp. 277-278), abbandonati o distrutti proprio in quest’epoca, al posto dei quali l’aristocrazia, dovendo far fronte a tendenze isonomiche sempre più marcate, sceglie un nuovo modello di auto-rappresentazione. Allo stesso modo, secondo l’autore, il secondo periodo della villa dell’Auditorium, datato agli inizi del V secolo a.C., caratterizzato da un edificio a corte centrale fiancheggiata da più vani, costituisce il parallelo rurale delle grandi dimore aristocratiche urbane documentate sul Palatino e in Etruria (Regae, Roselle, Gonfienti, Marzabotto), le quali, pur mantenendo alcuni elementi strutturali propri della tradizione palaziale, sono l’espressione di un’aristocrazia che l’autore, a ragione, ritiene ormai lontana dai principes che dimoravano a Murlo e ad Acquarossa. Tuttavia non si può non rilevare che poca importanza è stata data all’analisi del complesso, soprattutto nelle sue connessioni con il mutato contesto socio-politico. Gli elementi di affinità che legano i “palazzi” etruschi e la Villa dell’Auditorium (come ad esempio la tripartizione dei vani del cortile signorile con area pavimentata all’ingresso della sala centrale e la presenza delle torri) appaiono molto più robusti di quanto non sembra credere l’autore e fanno pensare ad un forte conservatorismo da parte di gruppi aristocratici. Infatti, se la cacciata dei Tarquini ha comportato la scomparsa di antiche istituzioni gentilizie (A. Zaccaria, More regio vivere. Il banchetto aristocratico e la casa romana di età arcaica, Roma, 2003), questa frattura con la tradizione “etrusco-tirrenica” sembra essersi verificata in maniera più netta all’interno del contesto urbano; in ambito rurale, al di fuori delle mura cittadine, l’aristocrazia sembra manifestare un atteggiamento più legato alla tradizione. A proposito delle residenze rurali Cifani mette a punto una tipologia basata sull’articolazione planimetrica e sulla tecnica edilizia: egli distingue piccoli edifici a un solo vano (o a due vani affiancati), strutture articolate in più vani contigui e di- 173 more organizzate in ambienti specializzati, disposti attorno ad uno spazio centrale. Tale classificazione, validamente supportata da numerosi esempi di ambito etrusco, latino e magno greco, è affrontata in maniera convincente anche dal punto di vista lessicale, in particolare per la questione della nascita della villa, organizzata in pars rustica e pars urbana. Anche la parte relativa all’architettura templare (pp. 287-304) è scandita a livello cronologico da tappe evolutive, che a Roma sono testimoniate archeologicamente a partire dalla fine dell’VIII secolo a.C. nel santuario di Vesta, mentre le fasi precedenti rimangono nella memoria delle fonti letterarie. Il più antico tempio tuscanico sarebbe rappresentato dalla prima fase del tempio di S. Omobono, datata al secondo quarto del VI secolo a.C. È tuttavia con la costruzione del tempio di Giove Capitolino, un quarto di secolo più tardi, che si può parlare di tempio come di “categoria architettonica autonoma” (p. 290); la sua pianta trova un riscontro nell’architettura tombale etrusca e forse, come quella, s’ispira anch’essa all’architettura domestica, come ha sostenuto Giovanni Colonna (G. Colonna, Urbanistica ed architettura, in Rasenna. Storia e civiltà degli Etruschi, Milano 1986, pp. 369-530). L’intera trattazione è volta a descrivere l’età dei Tarquini come un periodo di grande fervore edilizio non solo a Roma ma in tutta l’Italia mediotirrenica. Quest’epoca viene paragonata a quella dell’Atene tirannica ed ha come cardine l’interazione tra differenti elementi culturali di provenienza etrusca, latina e soprattutto greca, che si concretizzano in modelli originali, come nel caso del Tempio Capitolino, dove si fondono appunto caratteri etruschi e greco-ionici. La “svolta in chiave ellenizzante dell’architettura pubblica” (p. 293), oltre ad essere documentata dall’assimilazione di modelli architettonici, è significativamente testimoniata dall’importazione di precisi temi figurativi, tra i quali spicca l’apoteosi di Eracle, che assume la duplice valenza di esaltazione delle virtù individuali e di legittimazione del potere, dato che Tarquinio, tramite il padre, il corinzio Demarato, vantava la discendenza dall’eroe. Un’altra categoria architettonica che caratterizza in maniera rilevante l’età regia è certamente quella delle opere idrauliche (canalizzazioni, pozzi, cisterne) (pp. 308-318), che seguono lo sviluppo urbanistico di numerose città mediterranee come Samo, Corinto, Atene, Agrigento e Cuma, promosso da figure tiranniche che esaltano il proprio potere at- 174 RIVISTA DI ARCHEOLOGIA traverso la realizzazione di opere di publica utilitas (p. 319). In questo clima appare di notevole importanza l’introduzione del sistema voltato, che in Grecia ed in Etruria non compare prima dell’età ellenistica, proprio grazie alla mediazione ionica di saperi di stampo orientale (pp. 320-323), che implica l’esistenza di artigiani itineranti. L’autore ricorda che le fonti registrano il reclutamento di maestranze specializzate dall’area etrusca e latina. Una grande opera pubblica richiedeva infatti cospicue risorse umane; così, se per la manodopera di basso livello si ricorreva all’impiego di forza-lavoro locale, per la direzione del cantiere ci si avvaleva di architetti, che assommavano in un’unica figura conoscenze riguardanti la progettazione della struttura e della sua decorazione. La presenza in città di architetti di provenienza allotria ha certamente contribuito al rafforzamento del patrimonio di conoscenze degli artigiani locali, dando avvio ad una progressiva specializzazione delle arti ed alla nascita di una produzione artistica che si può definire “romana”. L’accentuato carattere multiculturale di Roma, che la connota come “città aperta”, facilita l’introduzione e la rielaborazione di tradizioni in campo [RdA 32-33 artistico ed architettonico che costituiranno delle costanti dell’arte romana; basti pensare al modello del Capitolium, alla nascita della casa ad atrio, all’avvio del processo di definizione della villa ed all’impiego di sistemi voltati. Tutte innovazioni partorite dall’intensa stagione edilizia di età arcaica, caratterizzata dalla continua necessità di rafforzamento del consenso politico basato sul potere carismatico, che, al contrario di quello dinastico, fondato sulla tradizione e proprio dell’aristocrazia, ha bisogno di una legittimazione (pp. 333-337). Il volume si chiude con una ricca bibliografia (pp. 349-383) e un comodo apparato di indici, diviso in sezioni tematiche. In conclusione, si deve riconoscere a Gabriele Cifani il merito di avere realizzato una accurata raccolta e una precisa sistematizzazione di una grande quantità di dati, corredati da una documentazione molto scrupolosa e sovente inedita, che ha permesso di aggiornare tutte le evidenze di età arcaica presenti a Roma e nel suo territorio. Dal quadro tracciato dall’autore, Roma emerge come una città culturalmente molto ricettiva ed attiva nella rielaborazione di un linguaggio artistico originale. Flavia Morandini The Ljubljanica. a River and its Past Edited by Peter Turk, Janka Istenič, Timotej Knific e Tomaž Nabergoj National Museum of Slovenia, Ljubljana 2009, pp. 471, ill. ISBN 978-961-6169-64-6 Recentemente la scuola archeologica slovena – in cui spicca una nutrita schiera di giovani, che si segnalano nell’ambito di un fiorente ricambio generazionale – ha prodotto una pregevole serie di volumi, specialmente dedicati alla tarda fase La Tène e alle prime fasi romane. Nell’ordine ricordiamo di Dragan Božič, Late La Tène-Roman cemetery in Novo mesto. Ljubljanska cesta and Okrajno glavarstvo - Poznolatensko-rimsko grobišče v Novem mestu. Ljubljanska cesta in Okrajno glavarstvo, Ljubljana 2008 (“Katalogi in Monografije” 39), seguito dal volume di Jana Horvat e Alma Bavdek su Ocra [Okra, Vrata med Sredozemljem in Srednjo Evropo - Ocra. The gateway between the Mediterranean and Central Europe, Ljubljana 2009 (“Opera Instituti Archaeologici Slo- veniae” 17)], e per finire l’opera di Andrej Gaspari dedicata ai primordi di Emona (“Apud horridas gentis …”. Začetki rimskega mesta Colonia Iulia Emona. Beginnings of the Roman Town of Colonia Iulia Emona, Ljubljana 2010). A questi, benché con un respiro molto più ampio, ispirato piuttosto alla storia di lunga durata, si accosta l’edizione inglese del catalogo, edita nel 2009, dell’omonima mostra dedicata ai rinvenimenti nel fiume Ljubljanica, allestita al Museo nazionale di Lubiana. Ci soffermeremo qui specialmente sui contributi relativi alle età più antiche, fino all’alto medioevo, in linea con il periodo storico considerato da questa rivista. Si può dire che il comprensorio della piana già 2008-2009] RECENSIONI paludosa di Lubiana (Ljubljansko barje) comprende una sorta di antologia del popolamento umano ‒ e non solo ‒ in Slovenia, dai suoi primordi fino ad oggi. Per questo il suo studio accurato costitui sce un utile compendio e un significativo termine di confronto anche per le regioni limitrofe, tra cui in primis la parte dell’Italia nordorientale. Dopo un’introduzione di Janka Istenič, figurano nella prima parte dell’opera ben 26 contributi. I primi due trattano della storia geologica e delle vicende climatiche. Tomaž Verbič e Aleksander Horvat spiegano The geology of the Ljubljansko barje (pp. 13-20) per cui alcuni problemi risultano ancora irrisolti, dal momento che i dati disponibili risalgono a sondaggi e che gli strati più antichi sono stati coperti da quelli dell’Olocene. Lo spessore dei sedimenti quaternari può arrivare fino a 250 m. Al passaggio dal basso al medio Pleistocene, circa ottocentomila anni fa, cominciò a formarsi la pianura di Lubiana (Ljubljansko barje): forse nell’ultimo massimo del periodo glaciale o subito dopo (da ventiduemila e quattordicimila anni fa) la Sava con i suoi depositi di ghiaia la raggiunse e formò un vasto conoide di deiezione. Questo determinò uno sbarramento che causò la presenza di un lago (circa 11500 anni fa); esso poi, prosciugatosi ai margini e parzialmente riempito da sedimenti, divenne acquitrino, sia pure con diversa velocità e modalità nelle diverse aree. Il quadro originario è completato da Maja Andrič che si occupa in particolare di Climatic change and marsh vegetation at the end of the Pleistocene and in the Holocene (pp. 21-25). Si entra nel vivo dell’indagine archeologica con il contributo di Andrej Gaspari, The history of the acquisition of finds and archaeological investigation of the Ljubljanica (pp. 26-31). Le vicende relative sono da lui giudicate “among the most exciting stories about the history of research into the archaeological sites in Slovenia” (p. 26). Documentate a partire dal 1825 sono, come è ovvio, legate agli interventi di manutenzione nel corso e sulle rive del fiume fino ai giorni nostri. Tra i rinvenimenti di particolare importanza si segnala quello del tesoro di monete d’oro del periodo antonino effettuato nel 1956. Specialmente nella zona della romana Nauportus vennero alla luce, grazie all’opera di pescatori e di ragazzi, tra 1877 e 1891 numerosi oggetti di epoca romana (recipienti di bronzo e ferro nonché armi), come pure del periodo preistorico e medievale (spade). Ciò indusse il direttore del museo provinciale a chiedere l’intervento di sommozzatori della marina austriaca che effettuarono immersioni 175 nell’ottobre del 1884, il che costituì uno dei primi utilizzi di tale tecnica in campo archeologico. In seguito, nel ventesimo secolo, dilettanti e archeologi professionisti si impegnarono in varie campagne di archeologia subacquea, fino agli anni Novanta del secolo scorso. La lunga permanenza in acqua o comunque in ambiente umido ha prodotto particolari problemi di restauro dei manufatti metallici, di cui si occupano Zoran Milić, Gorazd Lemajič, Sonja Perovšek e Janka Istenič (The conservation and restoration of finds from Ljubljanica, alle pp. 32-37). Di nuovo Andrej Gaspari illustra The Ljubljanica in prehistory (pp. 38-44). In premessa egli discute il significato del rinvenimento di oggetti per lo più metallici, particolarmente abbondanti nell’Europa continentale e settentrionale. Resti di carichi, tracce di insediamenti lungo le rive sottoposti a erosione o ancora offerte alle divinità? Queste ultime sembrano essere plausibili solo in punti molto importanti (es. sorgenti, guadi, sbocco di laghi etc.). La mancanza di contesti certi rende in ogni caso assai difficile l’interpretazione, se non dopo campagne specifiche e mirate. La bassa velocità della corrente fa ipotizzare che la maggior parte dei rinvenimenti della Ljubljanica non siano stati spostati di molto: paiono confermarlo anche i frammenti di uno stesso oggetto trovati a poca distanza tra loro, le scarse tracce di usura, anche su recipienti ceramici e l’alto grado di conservazione dei manufatti. Anche se il letto del fiume fu stabilizzato solo alla fine dell’età del bronzo, i rinvenimenti più antichi coprono praticamente tutti i periodi. Si parte dal primo Mesolitico (nono e ottavo millennio a.C.) a Breg presso Škofljica, mentre nel tardo Neolitico (metà del quinto millennio a.C.) l’area appare coperta a macchia di leopardo da laghi e paludi in cui si collocano case su palafitte. A questo proposito la carta di distribuzione dei rinvenimenti pubblicata a p. 40 appare particolarmente importante. Assai problematici i ritrovamenti di frammenti di crani negli strati di torba, nella parte occidentale dell’area, ove altri resti umani sono presenze eccezionali. La concentrazione di asce ricavate da palchi di cervo potrebbe indicare in un sito un’attività produttiva. Degno di nota il fatto che da più parti del Ljubljansko barje provengono resti di imbarcazioni, ricavate da tronchi, mentre dalla Ljubljanica vengono solo barche romane più tarde. Un marcato incremento dei rinvenimenti si nota nel corso del II sec. a.C. quando la parte meridionale del bacino di Lubiana entrò nell’area di influenza dei Taurisci, ostili a Roma. In base alla scarsità dei resti riferibili 176 RIVISTA DI ARCHEOLOGIA alla cultura materiale romana di età repubblicana, Gaspari propone (p. 44) che l’annessione dell’attuale Slovenia centrale alla Gallia Cisalpina possa essere avvenuta in età cesariana. Il medesimo autore successivamente (pp. 45-50) illustra nel saggio Zalog near Verd. A hunting camp from the middle Stone Age, con l’aiuto anche di belle foto aeree, accurate planimetrie e magnifici disegni ricostruttivi l’insediamento di cacciatori mesolitici dell’ottavo millennio a.C. Un frammento di teschio di donna di 20-34 anni (il più antico finora noto in Slovenia) è datato dal radiocarbonio al primo terzo, uno dei ceppi alla metà e infine alcuni pali lignei alla fine del millennio. I rinvenimenti assommano a oltre 220 schegge litiche, trecento strumenti con ritocco e oltre cento nuclei. La grande importanza della foresta è indicata dalla comparsa di resti di cervidi e cinghiali. Il grado di sviluppo e di usura della dentatura di questi animali suggerisce che la presenza qui di un gruppo umano – forse per di vidersi la preda cacciata e per affinare gli strumenti necessari – poteva aver luogo in autunno, quand’esso era forse lontano dall’insediamento principale. Fin dall’estate del 1875 il conservatore del museo provinciale della Carniola, ora Museo nazionale di Lubiana, Karl Deschmann scoprì i resti di un villaggio su palafitte ove vennero ad abitare gruppi di persone giunte probabilmente da sudest, dal bacino della Sava, nella prima metà del quinto millennio a.C., come ricorda Anton Velušček (The piledwelling settlements of the Ljubljansko barje and contemporary finds from the Ljubljanica, pp. 51-55). Essi, spinti da motivi che ci sfuggono (forse la ricerca del minerale di rame?), portarono con sé la capacità di produrre ceramica, la conoscenza della pratica agricola e numerosi animali domestici, come cani, pecore, capre e maiali. Intorno al 3700 a.C. apparvero nuovi abitanti, in più insediamenti contemporanei. Da questo momento si fa iniziare la prima attività metallurgica nell’area, come provano due asce di rame rinvenute dai sommozzatori. A Hočevarica è documentato anche l’utilizzo di archi di legno di tasso, lunghi più di 120 cm (ma i cacciatori esperti potevano usarne anche della lunghezza di 170 cm e oltre). A Stare gmajne sono state trovate due canoe (= monossili) nonché due ruote, di frassino, con il loro asse, in quercia – che si dice appaiano qui, intorno al 3200 a.C., per la prima volta nel mondo. Dopo un lungo periodo di abbandono un altro insediamento compare presso Ig verso il 2800 a.C. con abitanti che conoscevano la metallurgia del rame. [RdA 32-33 L’uso delle palafitte probabilmente continuò anche nella prima metà del II millennio a.C. Un breve cenno sulla fauna di quest’epoca è in The fauna of the pile-dwelling settlement period di Borut Toškan (pp. 56-58) basato sullo studio dei resti animali, ben conservati nel sedimento anaerobico, a temperatura costante con PH leggermente alcalino. All’area lacustre appartengono anatre, mentre alla foresta dell’interno i cervi rossi, i cinghiali, orsi, tassi e martore. I maiali vagavano liberamente tra gli alberi, mentre nelle aree oggetto di deforestazione potevano pascolare greggi e armenti. Nell’alimentazione umana figuravano anche pesci, tra cui carpe e scardole. Quasi tutte le specie animali sopravvivono ancora, salvo l’uro, il bisonte europeo e il pellicano rosa. Sulle relazioni tra popolazione e animali in epoca preistorica riferiscono László Bartosiewicz, Alice M. Choyke e Erika Gál (pp. 59-60), i quali dall’analisi dei resti ossei traggono interessanti osservazioni. Ad es. le pecore mostrano segni di stress dovuto alla vita in ambiente palustre, i cani – che allora si nutrivano di rifiuti, ‒ sono alquanto gracili e talora potevano essere anche mangiati. La selvaggina era cacciata con frecce fatte di osso e corno o catturata con trappole di legno: lo dimostra ad es. il fatto che un cinghiale si spezzò la gamba posteriore, ma evidentemente riuscì a fuggire. La concia delle pelli, la cucitura e l’intrecciatura dei vimini erano praticate mediante l’utilizzo di strumenti di osso. Anche dalle ossa di uccelli si ricavavano utensili, come punteruoli, spesso sottoposti a rilavorazione per mantenerne la funzionalità. Parla quindi ampiamente dell’antica metallurgia Neva Trampuž Orel (The earliest metal artefacts from the Ljubljanica - an archaeometallurgical review, pp. 6165). L’A. constata che la maggior parte dei rinvenimenti appartengono all’età del bronzo, per quanto le prime attestazioni dell’ attività di fusione e modellazione del rame siano di poco posteriori all’introduzione della metallurgia nell’area anatolica e balcanica, dopo che nel Vicino oriente e nell’area del Mediterraneo orientale intorno al 3000 si scoprì il bronzo. I più antichi oggetti di questa lega dalla Ljubljanica appartengono al più tardi alla prima metà del II millennio. Benché solo un ristretto numero di oggetti sia stato sottoposto ad analisi, si è constatato che alcune leghe contengono nickel o arsenico, come è consueto nelle aree alpine e prealpine. Peter Turk e Andrej Gaspari si soffermano su Gift to the gods and ancestors (pp. 66-71). I circa 150 2008-2009] RECENSIONI oggetti di queste epoche (spade, pugnali, punte di lancia, asce ad alette e spilloni) appartengono all’ambito del guerriero e quindi non documentano tutti gli elementi in uso negli insediamenti della media e tarda età del bronzo, trasferitisi al bordo del Ljubljansko barje. Perciò si pensa che essi costituiscano un elemento delle cerimonie di purificazione dopo le guerre o in occasioni importanti. Considerazione particolare si deve al rinvenimento (nel 1938) di uno scheletro con una punta di lancia infissa nella gabbia toracica. Gli elementi più comuni dell’abbigliamento maschile sono gli spilloni. Tra questi ne viene segnalato uno con testa in ambra, datato alla tarda età del bronzo (XIII-Xi sec. a.C.), epoca cui si fa risalire lo scambio di questo materiale con la Grecia. Nell’età del ferro continua la deposizione di oggetti metallici nel fiume, ma essa si riduce notevolmente tra VIII e VI sec. a.C. Il successivo contributo di Andrej Gaspari, Celtic Warriors and the Ljubljanica (72-78) si riferisce ai Taurisci che dall’inizio del II sec. a.C. tentarono di controllare il traffico nella parte più bassa della barriera montagnosa tra il bacino dell’Adriatico e quello del Mar Nero. La relativa abbondanza dei rinvenimenti (21 spade, 55 punte di lancia e 2 elmi) contrasta con la scarsità dei resti nell’area di Vhrnika, poi Nauportus, in special modo le caratteristiche ceramiche. La gran parte delle spade sono state rinvenute insieme con i resti del fodero, il che indica che non si tratta di perdite occasionali nel corso di battaglie, né esse presentano i tipici danni da combattimento. Di speciale interesse le forme di contatto e di acculturazione tra Romani, Celti e Germani, rivelate ad es. dall’adozione di certe forme di elmi o dalla prosecuzione in varianti molto tarde della fibula Certosa fino alla fine del II a.C. Le caratteristiche del deposito, comuni ad altri siti umidi della Svizzera, Germania e Francia, hanno fatto pensare alla deposizione rituale di oggetti, come propone una bella tavola che raffigura l’atto rituale di gettare una spada nel fiume (p. 77). Esso poteva avvenire in determinati momenti della vita di un guerriero, come riferiscono Cesare e Tacito. Tali tradizioni poterono essere conservate anche dai guerrieri celti arruolati nell’esercito romano, per un’intera generazione dopo la conquista romana. The Ljubljanica – a roman trade and transport route è analizzata da Janka Istenič (pp. 79-85), la quale ipotizza che al momento dell’arrivo dei Romani la zona fosse molto più paludosa e che in seguito non sia stata sottoposta a intensi lavori di bonifica. Da quest’epoca provengono specialmente recipien- 177 ti in cotto, per lo più importati dall’Italia, ma sono ugualmente rappresentati oggetti metallici, armi, coltelli e fibule. Una parte di questi oggetti poté cadere accidentalmente in acqua nel corso di operazioni di carico e scarico o per naufragi. Un bronzetto di Apollo poté essere deposto come oggetto votivo, mentre la già famosa pietra di confine tra l’agro di Aquileia e quello di Emona scivolò forse dalla riva, come la lapide di Titus Caesernius Diphilus. Prima della costruzione della strada, il fiume fu l’unica via di collegamento tra Adriatico, bacino del Danubio e Balcani, come ci riporta ancora Strabone (e ci conferma l’imbarcazione rinvenuta sulle rive del fiume), mentre in precedenza questo traffico era adombrato dalla leggenda degli Argonauti. Con le operazioni militari per la conquista della Pannonia fu privilegiata la via di terra e quindi il fiume perse, anche se non del tutto, la sua importanza che poté mantenere per carichi particolari, come ad es. quelli di calcare usato nell’architettura. La stessa A. si occupa poi particolarmente dei soldati romani (pp. 86-91), cui va riferita un’abbondante quantità di rinvenimenti, ovvero almeno 29 spade, quattro pugnali, due elmi, uno scudo in legno, quindici pila, otto picconi, cinque picchetti per tende e via via punte di lancia, stimuli e via dicendo. Per la maggior parte i rinvenimenti si datano all’età augustea e proseguono fino alla metà del I sec. d.C., benché non manchino esemplari più tardi. Da segnalare due fibule del tipo Siscia, per cui esiste una buona bibliografia, fibule che si datano dall’età tetrarchica a tutto il IV secolo e che dipendono dagli stretti rapporti tra area pannonica e area altoadriatica. Una maggior concentrazione dei rinvenimenti è stata notata presso Nauportus. Alcuni oggetti sono ritenuti unica. Tra questi un medaglione (= phalera?) con l’immagine di Augusto e un torquis, che peraltro trova confronto con un rinvenimento del Magdalensberg, ove è esposto come relativo a un soldato romano. Marjeta Šašel Kos illustra le fonti antiche sul fiume (92-95). Le testimonianze epigrafiche dei culti di divinità fluviali si riferiscono al Po, all’Isonzo, al Timavo, alla Drava, alla Sava e al Danubio, ma non – finora – alla Ljubljanica. Plinio il vecchio menziona il fiume Nauportus in collegamento con il mito degli Argonauti e un’iscrizione (di età augustea?) ‒ ora scomparsa e nota in una tradizione manoscritta forse corrotta ‒ lascia pensare che l’antico nome del fiume fosse Hemona o Emona. Le epigrafi attestano invece il culto del dio Laburus, preromano, che proteggeva i viaggiatori presso il 178 RIVISTA DI ARCHEOLOGIA fiume. Inoltre esisteva in epoca imperiale una flotta pannonica – indicata da una lapide funeraria di un militare ‒ che poteva avere un proprio molo a Emona per necessità militari. Si passa poi all’esame dei principali centri abitati sulla riva del fiume. Di Nauportus tratta Jana Horvat (Nauportus - a settlement at the beginning of the transportation route along the Ljubljanica, pp. 96-101) che parte da un ipotetico ripostiglio della media età del bronzo e da successive tracce di abitato del Bronzo finale, mentre la situazione non è affatto chiara per l’età del ferro, prima del piccolo abitato celtico che i Romani chiamarono Nauportus. La sostituzione del traffico fluviale con quello stradale, prodotta dalla costruzione nel primo periodo imperiale di una strada parallela al fiume, motivò lo spostamento della città sulla sponda sinistra del fiume, presso la nuova strada, ma non poté fermarne il lento declino. Prima dell’opera di bonifica, che ebbe inizio nel 1825 e si concluse negli anni Trenta del secolo successivo il fiume, profondo presso Nauportus, era largo e facilmente guadabile presso l’attuale Lubiana. Al più tardi nella prima metà del I sec. a.C. – come tratteggia Janka Istenič in Emona – a Roman trading centre on the Ljubljanica (102-107) – un insediamento indigeno si stabilì ai piedi della collina del castello. Nelle case di legno, con pareti di incannicciato e fango, dal terzo quarto del I sec. a.C. penetrarono prodotti dall’Italia. Sembra che i Romani, tra cui vi erano forse anche soldati, abbiano abitato insieme agli indigeni, prima che nel penultimo o ultimo decennio del I sec. a.C. – in coincidenza con l’espansione augustea nell’arco alpino – l’abitato rientri completamente nell’orbita romana. Recenti scavi hanno dimostrato un’accentuata presenza militare, che forse si giovava anche di un porto fluviale, ancora non individuato. A quest’altezza le merci erano scaricate sui carri. Sul lato opposto del fiume i Romani costruirono ex novo una città. La grande abbondanza di rinvenimenti connessa con l’ambiente militare dimostra il coinvolgimento dei soldati nell’attività di costruzione. Una qualche opera monumentale (le mura?) fu donata nel 15 d.C. da Tiberio alla città. L’importanza dei trasporti per la città è indicata da un’iscrizione funeraria del collegium naviculariorum e da tre altari dedicati a Nettuno. Un tipico insediamento rurale è Ig (Ig - a rural settlement on the southern edge of the Ljubljansko barje, pp. 108-111) di cui si occupa Marjeta Šašel Kos che ne ha studiato le iscrizioni relative a circa [RdA 32-33 100 tombe, per il cui numero e il cui testo la località è famosa da secoli. L’aspetto più caratteristico sono infatti i nomi degli abitanti, tramandati dalla produzione epigrafica romana, che differiscono da quelli della zona circostante e della stessa Emona. Anche su questi si fonda l’ipotesi di una lunga continuità di insediamenti nell’area, in cui sono presenti, per quanto molto scarsi, rinvenimenti dalla tarda età della pietra in poi. Qui sarebbe infatti sopravvissuta una popolazione appartenente all’ambito adriatico dell’età del ferro, solo in parte mescolatasi con i Celti. Alcuni nomi celtici sono rari nel Norico, ma non in altre aree celtiche, come la Gallia, per cui si è supposto che i Celti arrivati qui fossero di varia provenienza. Nel sito sembra che la qualità della vita fosse ottima, dato che è attestato un centenario, accanto ad altri anziani di 80, 75, 70 anni, anche se forse si può supporre che spesso l’età sia arrotondata. The Roman regulation of the Ljubljanica and the draining of the Ljubljansko barje è oggetto di acuta analisi da parte di Andrej Gaspari (pp. 112-115). Ma effettivamente i Romani si occuparono della regolazione del fiume? La questione risale al 1888 e anche nel presente volume ha ricevuto risposte diverse (ad es. si dubita a p. 108). Il rinvenimento di numerosi oggetti preromani e di resti di sistemazioni delle sponde con palificazioni lignee fa risalire alla metà del IV millennio a.C. l’attuale corso. Esso poté essere sistemato in alcuni punti dai Romani, che poterono ad es. eliminare alcune curve o rettificare le sponde, come parrebbero dimostrare i numerosi attrezzi, atti anche a tagliare gli strati di erba e torba, rinvenuti al suo interno. Da essi si ricaverebbe che per questi lavori furono utilizzati i soldati, come in Germania o nell’area costiera tra Ravenna e Aquileia. Lo strato di torba sembra poi essere accresciuto nel corso dei secoli, al punto da accogliere entro di sé gli oggetti cadutivi o depostivi. Le numerose inondazioni, verificatesi anche nel medioevo, lasciano supporre che il corso non fosse affatto regolato e controllato. Lo stesso Gaspari sintetizza poi i dati ricavabili dall’imbarcazione cucita rinvenuta a Lipe nell’ottobre 1890 (A cargo ship of Mediterranean sewn construction from Lipe, pp. 116-119). Essa, lunga 30 m, fu a lungo ritenuta moderna a motivo della somiglianza con le imbarcazioni in uso anche allora, ma le analisi al radiocarbonio hanno dimostrato che fu costruita nel I sec. a.C., adoperando anche legni più antichi. La tecnologia mediterranea appare nell’unione del fasciame laterale con tasselli lignei 2008-2009] RECENSIONI a sezione circolare inseriti nelle mortase in due tavole affiancate, prima della loro cucitura. L’intervallo tra questi, corrispondente a un piede romano, mostra che furono usate probabilmente misure romane. Fin dall’età del bronzo è nota la tecnica della cucitura, che probabilmente è più antica. In area adriatica essa rimase in uso fino alla prima età imperiale, specialmente per le imbarcazioni usate nelle lagune e sui fiumi. L’origine geografica e tecnologica dell’imbarcazione va ricercata probabilmente nella Gallia Cisalpina; la forma corrisponde al veicolo chiamato pontonium nell’opera di Isidoro di Siviglia. L’imbarcazione, che era adatta ad acque poco profonde ed era spinta con l’aiuto di lunghi pali o remi, poteva rispondere alle necessità di trasporto verificatesi in occasione delle operazioni militari da Ottaviano in poi, quando si rese necessario movimentare carichi di pietra e laterizi, insieme con vasellame in ceramica e vetro, nonché derrate alimentari in sacchi e botti. Conclude la parte dedicata all’antichità classica il saggio di Marjeta Šašel Kos The Ljubljanica and the myth of the Argonauts (pp. 120-124) che spazia dal secondo millennio avanti Cristo fino all’opera dell’antiquario viennese Wolfgang Lazius, attivo nel XVI secolo. Tomaž Nabergoj illustrando The Ljubljanica and its long Middle Ages (alle pp. 125-130) parte dalle teorie di Jacques Le Goff che considerano un lungo medioevo, dal II o III sec. d.C. alla rivoluzione industriale, periodo che noi possiamo comprendere, oltre che dalle fonti scritte, da quelle della cultura materiale. Queste sono assai scarse per il IV-VI sec.: per lo più riguardano i maschi e in particolare le loro armi, talora riconducibili al mondo germanico. Quasi del tutto assenti testimonianze databili con certezza al VII-VIII sec. (p. 126). Per il periodo successivo abbiamo vasellame (cat. 88) attribuito su base tipologica al mondo slavo. I modelli sono certo da individuare nella cultura precedente, vuoi per la forma, vuoi per la decorazione a onde vuoi per l’uso di inserire elementi decorativi (?) come croci e altro sul fondo. Di particolare interesse il rinvenimento di un’ascia attribuita al IX secolo. Uno sguardo più approfondito sui Barbarian soldiers on the Ljubljanica è offerto da Polona Bitenc e Timotej Knific (pp. 131-135). Esso si basa su pochi pezzi, tra i quali alcune asce di forma germanica, una fibbia da cintura in bronzo, di foggia comune al tempo dei Goti, e soprattutto due terminazioni di cintura, di cui una con il nome del proprietario in greco e l’altra con una serie di simboli im- 179 pressi a punti, interpretati come allusivi a costellazioni. Il medesimo Knific analizza poi gli elementi riconducibili alla cultura degli Slavi (The Ljubljanica and the early Slavs, pp. 136-141). In primo luogo si tratta di vasellame – intero, quindi caduto accidentalmente dai carichi trasportati sul fiume – che i confronti in area danubiana dalla Slovacchia verso sud qualificano come appartenente al mondo slavo. Si distinguono alcuni recipienti, che per la forma, la superficie ruvida e soprattutto per la decorazione a pettine paiono provenire dal Friuli: essi si datano a un periodo posteriore al Mille ovvero quando la città di Lubiana entra nella sfera di influenza del patriarcato di Aquileia. Molto varia anche la scelta degli oggetti in ferro. Alcune armi sono state ricondotte al tempo in cui i Franchi effettuarono alcune spedizioni contro gli Avari, dalla fine dell’VIII secolo. Alcuni speroni si datano al periodo carolingio. Fibbie, anelli temporali e ancora asce portano al IX-X secolo. Per quest’epoca va menzionato l’insieme dei ferri presenti in un carico o forse in un ripostiglio sulla riva del fiume caduti in acqua nel IX o X secolo, simili a quelli che si ritrovano nelle tombe di quel periodo nei territori della Grande Moravia. Al periodo ottoniano appartengono alcuni monili – dal cimitero della chiesa di S. Pietro a Lubiana – di un tipo che si trova comunemente dall’area altoadriatica al mare del Nord (va rilevato qui come positivo il fatto che non si parla affatto della cultura di Köttlach, ma si inseriscono gli oggetti in un contesto molto più ampio). Ancorché al di fuori dei limiti che ci siamo imposti, appare deliziosa la parte moderna affidata a una cinquantina (cui si aggiunge un’altra trentina di immagini pubblicate nella parte dei saggi) di pittoreschi disegni, incisioni, ricami, quadri, foto d’epoca e cartoline, ove il filo conduttore è rappresentato proprio dal corso del fiume. Si tratta quasi di un libro nel libro, che potrebbe benissimo avere vita a sé. La rassegna si snoda nell’arco di tre secoli, a partire dal Seicento. Il commento è assai accurato e ricco di dettagli. Borghesi, mercanti, soldati, principi, semplici operai si alternano nel piccolo palcoscenico che via via modifica il suo aspetto, sia sulla riva destra aristocratica che su quella sinistra borghese, con palazzi che si demoliscono o si costruiscono, ponti che da lignei diventano di pietra, banchine che vengono sostituite da eleganti passeggiate. Alcune immagini registrano avvenimenti significativi (incendi, feste pubbliche, i lavori nel letto del fiume etc.). Interessante anche la successio- 180 RIVISTA DI ARCHEOLOGIA ne di gusti, italiano, francese e soprattutto austriaco, quest’ultimo in particolare nell’Ottocento, l’età d’oro del genere. Di particolare interesse l’analisi del sistema dei trasporti tra il porto di Breg, sulla riva sinistra a Lubiana, e quello minore di Vhrnika, con dettagli che in qualche modo ci possono far pensare come potesse essere organizzato il trasporto ancora in epoca romana. Uno dei pregi dell’opera è il continuo rinvio dall’antico al moderno o viceversa (vale ad esempio il fatto degli interventi sul letto del fiume). La parte maggiore del volume è dedicata al catalogo e va da p. 213 a p. 463. Esso consta di 201 schede per oltre 1700 oggetti in mostra (il numero è molto alto perché comprende molte monete, frammenti vari, strumenti ripetuti, come ami etc.). L’arricchiscono foto molto belle e accattivanti, che spesso a piena pagina raggruppano oggetti diversi. Tra i rinvenimenti cui si dedica una scheda segnaliamo come di particolare interesse il rinvenimento effettuato nel 1995 di un tesoro misto di monete celtiche e romane (assi e vittoriati), che ha permesso di innalzare la data di coniazione di molte monete celtiche alla metà del II sec. a.C. Il periodo romano inizia con la già menzionata pietra di confine tra l’agro di Aquileia e quello di Emona. I caratteri paleografici e l’uso della pietra di Aurisina fanno supporre una datazione compresa tra gli ultimi tre decenni del I sec. a.C. e i primi del I sec. d.C. Al n. 45 la trascrizione di una “Bleietikette” riporta claulas nigros, mentre dalla foto si ricava un evidente nigras, in accordo con la regola delle concordanze latine. Ciò significa che nel testo non è reso un diminutivo del termine clavus (= chiodo) bensì della parola clavis (clavicula = chiavetta). A p. 296 (cat. 66) si dice che il gladio riprodotto è il solo che abbia conservato attaccata la propria impugnatura, scanalata, in osso. In realtà tra il materiale esposto nel museo del Magdalensberg ne figura un altro, anche se non sappiamo se i pezzi appartengono a un unico esemplare o siano stati ricomposti per l’esposizione. Di enorme interesse sono gli attrezzi riferibili genericamente al tardoantico - alto medioevo (cat. n. 83) per cui negli ultimi anni vi è un’aumentata sensibilità nell’area adriatico-danubiana. Infinita la varietà di armi (spade, mazze, asce) databili al periodo centrale del medioevo. [RdA 32-33 Per il periodo successivo vediamo una bella varietà di coltelli di pregio (cat. 118, pp. 362-363) alcuni dei quali hanno un’immanicatura impreziosita da avvolgimenti di filo di rame. Il rinvenimento di manici analoghi nei butti del palazzo Savorgnan a Udine, in contesti databili entro il 1559, suggerisce almeno per alcuni di loro un’origine italiana, precisamente veneziana. In complesso possiamo dire che questo volume, ricchissimo di informazioni aggiornate e di dettagli topografici, presenta un gradevole ed elegante equilibrio tra testi, relativamente brevi, e immagini. I contenuti sono molto densi, ma il linguaggio è divulgativo e non appesantito da precisazioni accademiche. Qualche ripetizione e sovrapposizione è ovviamente inevitabile, nei vari contributi. Altrettanto inevitabile è il fatto che su alcuni punti autori diversi abbiano diverse opinioni. Così ad es. Marjeta Šašel Kos a p. 110 colloca la penetrazione dei Celti nel III sec., mentre Gaspari parla dell’iniziale II sec. La stessa Nauportus sarebbe un abitato non celtico per Gaspari, mentre sarebbe celtico per Jana Horvat. Una tendenza attuale degli archeologi sloveni è la sopravvalutazione dell’elemento militare romano, da cui viene fatta dipendere gran parte della penetrazione romana nella Slovenia occidentale. Ad avviso dello scrivente questo fenomeno, sia pure in forme e in misura diverse, va anticipato di oltre un secolo se dobbiamo dar credito a certe classi di oggetti, quali ad esempio i bronzetti votivi, ma per questo parlano a sufficienza anche i rinvenimenti monetari. In quest’ottica degna di nota anche la datazione, considerevolmente più bassa, delle famose iscrizioni di Nauportus, qui posta dopo il 50 mentre nel 1990 (M. Šašel Kos, Nauportus: literary and epigraphical sources, in J. Horvat, Nauportus (Vrhnika), Ljubljana 1990, pp. 143-160, part. pp. 149 segg.) si collocava nella prima metà del I sec. a.C. Da ultimo notiamo che questo volume documenta l’influenza italiana, dal Rinascimento in poi, sull’attuale Slovenia. Lo confermano qui ovviamente la ceramica (piatto del 1596 alle pp. 404-405), gli oggetti di lusso, come le posate, ma anche le armi (ad es. la così detta misericordia, tipicamente seicentesca, al n. 149 del catalogo). Maurizio Buora 2008-2009] RECENSIONI 181 Pia Guldager Bilde, Jane Hjarl Petersen Meetings of Cultures in the Black Sea Region. Between Conflicts and Coexistence (“Black Sea Studies” 8), Aarhus University Press, 2008, pp. 422. ISBN 978-87-7934-419-8. Questo volume racchiude gli atti della settima conferenza internazionale del Danish National Research Foundation’s Centre for Black Sea Studies tenutasi a Sandbjerg, in Danimarca, nel Gennaio del 2006; costituito da diciannove contributi scritti da studiosi provenienti da diverse nazioni, la raccolta è incentrata sui motivi di conflitto e di coesistenza fra le popolazioni indigene ed i coloni greci nella regione del Mar Nero. Negli ultimi anni gli studiosi tendono a seguire l’approccio proposto da E. K. Petropoulos nel suo libro Hellenic Colonization in Euxeinos Pontos: Penetration, Early Establishment, and the Problem of “Emporion”. Revisited, pubblicato nel 2005, in cui si considera questa regione un luogo di scambio culturale fra Greci ed indigeni ed in cui si avanza la proposta di utilizzare la parola greca apoikismós al posto della parola colonizzazione, per dare maggior enfasi allo scambio culturale avvenuto fra le diverse etnie piuttosto che al predominio di una parte sull’altra. I vari contributi sono raggruppati secondo cinque tematiche che permettono di fissare il contesto geografico trattato (Setting the scene), lo “spazio” in cui i coloni e gli indigeni entrano in contatto (Space of identity), l’organizzazione delle città e del loro territorio da parte delle nuove città coloniali (Claiming the land), le dinamiche dello scambio culturale (The Dynamics of cultural Exchange) ma anche le diversità fra le etnie (Mind the gap). Nella prima sezione, quella riguardante il contesto geografico, sono contenuti gli interventi di Jurij A. Vinogradov, di Pia Guldager e di Valentina Mordvintseva. J. A. Vinogradov si è occupato di analizzare le fasi storiche del Bosporus Cimmerius, corrispondente all’attuale stretto di Kerch: l’A. suddivide il periodo fra il VII ed il I secolo a.C. in sette fasi caratterizzate dalle variazioni della vita politico-militare della regione e determinate fondamentalmente dagli spostamenti di alcune popolazioni nomadi che risultano assai influenti nella vita culturale dell’area. Pia Guldager invece analizza la potenzialità crea tiva racchiusa nell’incontro/scontro e nello scambio culturale fra le diverse etnie e propone di utilizzare la nozione di Diaspora (intesa secondo il modello proposto da R. Cohen, Global Diasporas. An introduction, Seattle, 1997, p. 26, pl. 1.1) come uno strumento euristico che consente di individuare gli elementi di osmosi fra cultura greca e cultura barbara presenti soprattutto nei membri delle élites dominanti. Valentina Mordvintseva compie un’accurata analisi sulla storia degli studi sul cosiddetto Paradigma Sarmata, la sua origine e la sua connessione con le falere delle armature dei cavalli ritrovate in numerosi depositi votivi della parte settentrionale della regione pontica; questo paradigma, basato sulle notizie forniteci dagli storici romani, non prende in considerazione fonti epigrafiche o ar cheologiche che non confermano né l’identificazione del bacino del Volga come terra di origine delle popolazioni Sarmate, né l’invasione della regione pontica settentrionale nel corso del II sec. a.C. L’analisi dei depositi votivi con presenza di falere conduce l’A. ad avanzare una suggestiva ipotesi: in disaccordo con le proposte di studiosi quali M. I. Rostovtzeff e K. F. Smirnov, la Mordvintseva suggerisce di confrontare questi monumenti con alcuni depositi della parte occidentale della regione pontica, che non solo presentano somiglianze dal punto di vista artistico ma anche nelle modalità del rito di deposizione. La seconda sezione del volume, quella riguardante lo “spazio” in cui le popolazioni indigene ed i coloni entrano in contatto, raccoglie i contributi di Peter Attema, Alexandre Baralis, Michael Vickers e Amiran Kakhidze. Peter Attema lascia le frontiere del Mar Nero e si occupa del caso del territorio di Sibari, in Calabria (di cui fornisce alcuni risultati ottenuti con i lavori di survey del Groningen Institute of Archaeology), con lo scopo di fornire un confronto per lo sviluppo di un territorio in seguito ai rapporti di coesistenza o conflitto fra le popolazioni indigene ed i coloni greci; dall’analisi emerge che mentre in Magna Grecia le interazioni furono continue e stabili e condussero all’urbanizzazione, nel nord del- 182 RIVISTA DI ARCHEOLOGIA la Crimea l’incontro fra le due popolazioni sembra limitato a sporadici episodi (in seguito a quanto emerge dal Džarylgač Survey Project condotto dal Centre of Black Sea Studies, dal Groningen Institute of Archaeology e dal Crimean Branch of the Institute of Archaeology at Simferopol). Alexandre Baralis analizza la formazione della chora delle città greche nella Tracia Egea, evidenziando non solo numerosi casi di conflitti all’interno delle popolazioni trace, ma anche gli stretti contatti con il mondo greco. Michael Vickers e Amiran Kakhidze presentano invece i risultati degli scavi nella necropoli di Pichvnari fra il 1967 ed il 2005 per dimostrare come indigeni e greci potessero coesistere pacificamente: gli studiosi sottolineano che la necropoli della popolazione indigena (databile al V sec. a.C.) e quella greca (databile al V-IV sec. a.C.) si sviluppano in terreni adiacenti, a dimostrazione della pacifica coabitazione fra le due etnie provata anche dai materiali dei corredi. La terza e la quarta sezione costituiscono il cuore dell’argomento e quindi godono di più ampio spazio all’interno del volume. La terza sezione, che si occupa dell’organizzazione urbanistica e territoriale da parte delle nuove città coloniali, è costituita da un intervento di Jakob Munk Højte, uno di Alexander V. Gavrilov ed uno di Tatina N. Smekalova, mentre Alexander V. Karjaka fornisce due distinti contributi. Molto interessante ed innovativo appare lo studio di Jakob Munk Højte che analizza la questione della coesistenza e del conflitto attraverso le ragioni del successo e del fallimento di alcuni tentativi coloniali. Fra i casi più interessanti di insediamenti che non furono mai città coloniali l’A. presenta il sito di Kalpe Limen, descritto da Senofonte (Xen., An. 6.4.1-6) come luogo ideale per l’impianto di una colonia; Højte sottolinea come le ragioni del mancato insediamento coloniale greco in un punto di tale valore strategico sia probabilmente dovuto all’opposizione dei Bitini, che agivano con azioni di pirateria nella rotta tra Eraclea e Bisanzio e che quindi avevano tutto l’interesse a contrastare i tentativi di insediamento da parte dei Greci. Entrambi gli interventi di A. V. Karjaka riguardano la città di Olbia Pontica: il primo riporta alcuni risultati di recenti scavi che hanno permesso di individuare l’andamento del muro difensivo della parte settentrionale della città e di datarlo con esattezza all’inizio del III secolo. Il secondo invece riguarda l’organizzazione agraria della chora del- [RdA 32-33 la città: sulla base di immagini aeree e satellitari è stata individuata una serie di suddivisioni agrarie che permettono di intuire fasi di espansione cronologicamente diverse. Si tratta di un sistema basato su lunghi e stretti campi divisi da strade o fossi che non sono però perfettamente rettilinei ma che spesso hanno andamento curvilineo per assecondare le asperità del terreno; questa caratteristica differenzia sostanzialmente il sistema catastale di Olbia da quello del Chersonneso, basato su suddivisioni rettangolari assai regolari. Nuove notizie sullo sfruttamento del territorio vengono anche dall’intervento di A. V. Gavrilov e Tatina N. Smekova, che in due differenti interventi presentano i primi risultati ottenuti dall’osservazione di immagini aeree e satellitari della penisola di Kerch, nonché da una serie di ricognizioni compiute nella sua parte meridionale, ritenuta, fino a poco tempo fa, poco adatta all’insediamento antico. Le foto aeree hanno rivelato l’esistenza di alcune suddivisioni agrarie che le ricognizioni hanno potuto mettere in relazione con una serie di insediamenti piuttosto diffusi nel territorio; i materiali rinvenuti, databili fra il IV sec. a.C. ed il Medioevo, inducono Gavrilov a ritenere che la prima sistemazione territoriale sia da attribuire al potere del Regno del Bosforo ed in particolare all’opera del re Eumelo. Le immagini satellitari analizzate invece da Tatina N. Smekova hanno permesso di capire come tale sistema sia ben più esteso di quanto abbiano mostrato le immagini ottiche e come esso sia notevolmente influenzato dalla geologia e dall’idrografica del territorio. La quarta sezione si sofferma sulle dinamiche dello scambio culturale fra le diverse etnie con gli interventi di Jane Hjarl Petersen, Nadežda A. Gavriljuk, Latife Summerer, Natalia G. Novičenkova ed Emzar Kakhidze. In quest’ottica Jane H. Petersen propone un nuovo approccio di analisi per le tombe-Kurgan di Nymphaion, non più basata sulla problematicità dell’etnia dei defunti bensì sull’interpretazione socio-politica del contesto in cui le élites si trovarono ad operare, prospettiva che evidenzia un significativo cambiamento dei simboli di potere all’interno dei corredi tombali storicamente coincidente con l’annessione al Regno del Bosforo nel IV sec. a.C. Lo studio compiuto da Nadežda A. Gavriljuk sulla ceramica greca a vernice nera delle tombe sciite permette di individuare diversi status di appartenenza all’interno della scala sociale della popolazione, ma anche interessanti associazioni di al- 2008-2009] RECENSIONI cune forme ceramiche, come per esempio i kantharoi associati unicamente a tombe femminili o a tombe di bambini. Lo scambio culturale fra etnie diverse emerge preponderante anche dall’intervento di Latife Summerer che si occupa dello studio delle forme e della decorazione delle terrecotte architettoniche nella regione settentrionale dell’Anatolia, tra la costa meridionale del Mar Nero ed il suo entroterra: appare infatti chiaro come elementi locali si mischino e si integrino a tecnica e decoro greci. Natalia G. Novičenkova analizza i rapporti fra le popolazioni della parte montuosa della Crimea ed il mondo greco e romano; la studiosa ritiene questa regione come una delle più significative nell’analisi dei rapporti fra le culture diverse in quanto terra di frontiera fra Chersonneso e Regno del Bosforo, regione che vide l’alternarsi di numerosi dominatori e che fu testimone di continui cambiamenti ed evoluzioni. Si è invece occupato della dominazione romana nella parte sudoccidentale della Georgia, Emzar Kakhidze, che analizza in particolare il contesto di scavo di un forte romano installato ad Apsos, sito di una certa rilevanza strategica per il controllo delle strade dirette verso oriente e verso meridione. L’ultima sezione tende a sottolineare le diversità esistenti fra le etnie come momento di conflitto ed è costituita dagli interventi di Robin Osborne, David Braund e George Hinge. Robin Osborne e David Braund forniscono due letture distinte della storia erodotea del re Scile, emblema della multietnicità culturale della regione nonché esempio di scontro fra usanze e credenze orientali ed occidentali. L’intervento di George Hinge invece spazia al 183 l’interno di tutto il libro IV delle Storie di Erodoto ponendo in particolare l’accento sull’ideologia escatologica che lo pervade e che contribuisce, a suo parere, a renderlo il fulcro di tutta l’opera erodotea nell’analisi delle cause di scontro fra mondo greco e mondo orientale. Appare quindi chiaro come l’intero volume fornisca un quadro ampio ed aggiornato sugli studi della regione del Mar Nero. Ampio sia dal punto di vista spaziale, data la varietà delle regioni analizzate, che dal punto di vista cronologico, in quanto si considerano le dinamiche di sviluppo della regione dall’età del ferro alla dominazione romana, con un accenno pure alla fase bizantina (per quanto riguarda il forte di Apsos). Gli elementi innovativi apportati nel corso del convegno risultano evidenti: oltre ai dati ancora inediti ottenuti da campagne di ricerca più o meno recenti sono da sottolineare le numerose proposte di rilettura di alcuni contesti ben noti con strumenti (foto satellitari nel caso, per esempio, degli studi compiuti da Alexander V. Karjaka e Tatina N. Smekova) ed approcci (nel caso degli studi di V. Mordvintseva, Jane H. Petersen e di Nadežda A. Gavriljuk) innovativi che sembrano aprire futuri percorsi di ricerca. L’intero volume è poi corredato da un’adeguata serie di immagini comprendenti planimetrie dei contesti di scavo, disegni e foto dei reperti mobili, immagini aeree e satellitari, nonché mappe geografiche per rendere semplice la contestualizzazione anche allo studioso meno esperto. Ritengo quindi che l’obiettivo, dichiarato nella premessa del convegno, di presentare la regione del Mar Nero come emblema di scambio culturale fra le diverse etnie sia stato pienamente raggiunto. Cinzia Rampazzo Marcella Pisani Camarina. Le terrecotte figurate e la ceramica da una fornace di V e IV secolo a.C. (“Studia Archaeologica”, 164), Roma, L’Erma di Bretschneider, 2008, pp. 249, 70 ill. b/n, in cd. isbn 97888-8265-482-5. Euro 140,00. Il volume di Marcella Pisani costituisce la rielaborazione della tesi di laurea della studiosa, seguita da Paola Pelagatti, il cui nome si lega strettamente alle ricerche camarinensi. La pubblicazione riguarda infatti lo studio dei materiali emersi dallo scavo condotto nel 1968-69 sotto la sua direzione sul versante nord-orientale della collina su cui si sviluppava la città antica, grazie al quale venne scoperto un piccolo quartiere artigianale dedito alla fabbricazione di coroplastica e ceramica. 184 RIVISTA DI ARCHEOLOGIA La prima parte del volume comprende la relazione dello scavo condotto nella proprietà Provide e l’analisi della fornace ivi rinvenuta, con una rapida presentazione dei materiali utili alla datazione delle fasi di utilizzo della stessa (pp. 19-33). La parte centrale dello studio è dedicata ai materiali, in prevalenza coroplastici (pp. 35-94) e ceramici (pp. 95-139), ma che comprendono anche una limitata serie di altri oggetti in argilla e metallo (pp. 140150). Gli ultimi capitoli riguardano la produzione plastica camarinense in rapporto agli altri centri della Sicilia (pp. 151-158) e alcune considerazioni sul culto desumibili dall’iconografia dei fittili attestati nello scavo (pp. 159-164), seguite dalle conclusioni (pp. 165-169). Un’utile tabella che raggruppa i materiali per contesti di rinvenimento e un’appendice sulle aree artigianali di Camarina ad opera di G. Di Stefano completano il volume. La fase di frequentazione dell’area precedente a quella dell’impianto della fornace è testimoniata dalla presenza di un piccolo lotto di terracotte frammentarie databili tra la fine del VI e la prima metà del V sec. a.C., che non possono in alcun modo essere messe in relazione con l’attività della fornace stessa. Per quest’ultima, di cui si conserva solo la camera di combustione a pianta rettangolare con il prefurnio, sono state distinte tre fasi di utilizzo inquadrabili tra il 430 e il 340-30 a.C. La produzione di terrecotte figurate interessa quasi esclusivamente le prime due fasi di vita della fornace, che continua poi ad essere utilizzata per la ceramica d’uso comune fino ad età timoleontea. Il lavoro si concentra per la maggior parte sull’esame dei rinvenimenti coroplastici, fulcro dell’interesse dell’A. Pur senza che ve ne sia fatto esplicito riferimento, nello studio analitico viene adottata la terminologia riferibile alle caratteristiche produttive delle terrecotte ormai canonizzata dai lavori di A. Muller, e vengono tenuti distinti i tipi dalle diverse varianti e versioni dei tipi iconografici, ricavate da un prototipo secondario. A tal proposito va notato che, anche se l’attività della fornace si segue per circa un secolo, non è stato possibile all’A. distinguere più generazioni di matrici di uno stesso tipo; unica eccezione è rappresentata da due tipi di statuette di Artemide (I D.2 e I D.3). Le figurine di offerenti con porcellino sono di gran lunga il tipo maggiormente attestato tra quelli presenti nella fornace, con 76 repliche distinte in 6 tipi. Particolarmente interessante risulta la seriazione di questi ultimi, tra i quali il tipo più antico [RdA 32-33 (dell’ultimo quarto del V sec. a.C.) e a cui vanno ricondotti quasi tutti gli esemplari rinvenuti, appartiene al tipo 44 della tipologia proposta da M. Sguaitamatti per le offerenti di Gela. I tipi più recenti, invece, attestati da un numero decisamente minore di repliche, non trovano più riferimenti precisi al panorama geloo, e testimoniano la vivacità delle officine camarinensi. La seriazione offerta dalle figurine della fornace offre dunque un significativo ancoraggio nello studio di questi fittili, ampiamente diffusi nei contesti cultuali della Sicilia e importanti sia come indicatori del culto che come punto di riferimento stilistico. In questo quadro assume un notevole interesse l’inquadramento fornito dei tipi I A.3-6, i cui modelli sono attribuibili ai coroplasti locali, e che dimostrano il favore del tipo ancora agli inizi del IV sec. a.C.; dall’attenta disamina condotta dall’A. emergono con chiarezza sia le ascendenze delle formule classiche sia le influenze innovative attribuibili alle fabbriche siracusane e da individuare perlopiù nell’aggiunta di attributi di culto. Al secondo posto per numero di attestazioni risultano essere le figurine di Artemide, con 50 repliche distinte in 5 tipi. La seriazione offerta da questo tipo fittile interessa un arco cronologico più ampio rispetto a quello delle offerenti con porcellino: dal tipo più antico (risalente alla fine del V sec. a.C.) che, come nel caso precedente, comprende la quasi totalità degli esemplari, si giunge con il più recente al secondo quarto del IV sec. a.C. Anche in questo caso, mentre i primi due tipi rimandano all’influenza geloo-agrigentina, gli ultimi tre individuati sono attribuibili alla creatività dei coroplasti camarinensi. La convincente revisione cronologica del soggetto, operata da E. C. Portale, ha permesso di creare un collegamento diretto tra i pochi esemplari risalenti alla fine del V sec. a.C. e quelli prodotti, senza soluzione di continuità, nel corso del secolo successivo; da valutare ancora in modo critico è il peso attribuibile alle singole officine coroplastiche, oltre a quella siracusana. In tal senso l’apporto offerto dai materiali della fornace appare particolarmente interessante, sia per la realizzazione di iconografie particolari come quella della dea seduta su una grossa cerva, sia per quella di terrecotte di notevole impegno stilistico come l’Artemide con peplo legato a prototipi attici e con in braccio un piccolo cerbiatto (tipo I D. 4). La presenza di un numero così cospicuo di esemplari nello scavo permette inoltre all’A. di interrogarsi a ragione sull’esistenza di una specifi- 2008-2009] RECENSIONI ca venerazione locale ad Artemide, cui sarebbero offerte le numerose figurine prodotte, in parte di buona qualità stilistica. A seguire vengono poi le statuette appartenenti al tipo di Athena Ergane, rappresentate da 17 repliche distinte in due varianti diverse per tipo di copricapo indossato (nel primo caso l’elmo attico, nel secondo il polos con lophos centrale). Il soggetto, noto dal notevole esemplare rinvenuto nel ceramico di Scornavacche e finora isolato a Camarina, fa giustamente riflettere l’A. sulla qualità degli influssi attici che pervadono la produzione coroplastica locale tra la fine dell’epoca classica e l’inizio di quella ellenistica. Tra le figure umane seguono poi in ordine di importanza numerica le figurine maschili a gambe divaricate con sostegno posteriore, rappresentate da 6 repliche distinte in 5 versioni diverse, e i busti femminili (5 repliche distinte in 2 tipi). Le figurine con gambe divaricate, attestate a Camarina da un piccolo lotto risalente ad epoca classica, non trovano sostanzialmente confronti in altri siti sicelioti e confermano le peculiarità della produzione fittile camarinense, che riproduce ancora agli inizi del IV sec. a.C. un tipo di tradizione arcaica. Isolate sono infine le rappresentazioni, costituite ciascuna da un esemplare frammentario, di una statuetta pitecomorfa, di Pan seduto, di un recumbente, oltre a tre testine femminili e ad un’applique a testa silenica che si colloca tra i prodotti fittili più tardi restituiti dallo scavo della fornace (in base ai confronti offerti da materiali geloi è collocata nella seconda metà del IV sec. a.C.). Più numeroso è il novero degli animali, realizzati a mano, in cui la predominante raffigurazione del cane sembra rimandare nuovamente al culto di Artemide. Una breve ma importante sezione del catalogo è riservata all’analisi delle matrici che, pur se rinvenute in numero limitato, sono chiara testimonianza della produzione della fornace (ma ai pezzi frammentari non rendono purtroppo giustizia le immagini delle tavole, di piccolo formato e di non brillante nitidezza). Tra le sei matrici, particolarmente interessanti sono le osservazioni condotte sulla matrice di offerente con porcellino: il tipo, già ricondotto da Sguaitamatti ad una variante del suo tipo 45 di fabbrica geloa, grazie all’esemplare della fornace Provide è ora giustamente attribuibile piuttosto ad artigiani camarinensi. Rielaborazioni locali di archetipi geloi sono da considerare anche i tipi delle due matrici di statuette con pettorali, di cui non esistono positivi tra i materiali della fornace; 185 la seconda, in particolare, si riferisce ad un tipo già noto a Camarina da almeno tre esemplari. La seconda parte del catalogo riguarda un significativo campione della ceramica rinvenuta nello scavo. La ceramica a vernice nera, meno rappresentata (anche se non è possibile desumere dal testo l’effettiva incidenza dei frammenti rinvenuti nello scavo pertinenti alla classe esaminata) e probabilmente riconducibile ad una imitazione locale dei prodotti attici, è costituita prevalentemente da vasi potori e ceramica miniaturistica. Più ampio è il numero di vasi decorati a fasce, di tradizione ionica, e soprattutto quello del vasellame acromo, destinato ad un uso domestico quotidiano. In entrambi i casi prevalgono le forme aperte, come le coppette, e la ceramica miniaturistica. Di un certo interesse sono infine i cinque esemplari frammentari di supporti mobili compresi nel catalogo, recentemente oggetto di un’ampia bibliografia e di un puntuale articolo della stessa A. La produzione plastica camarinense è tra le meglio note della Sicilia, grazie ad una serie di pubblicazioni di scavi condotti da oltre un secolo nel centro che ci offrono una panoramica piuttosto chiara e completa delle caratteristiche degli ateliers locali specialmente per ciò che riguarda l’età tardo-arcaica e classica (e ciò si deve in primo luogo all’impegno di P. Pelagatti, affiancata da importanti contributi di F. Giudice e A. Pautasso). In questo quadro lo studio condotto dall’A. si inserisce in modo innovativo, fornendo dei dati puntuali sulla fabbricazione di fittili in loco in quasi un secolo di attività. L’aspetto più interessante è certamente quello costituito dalla continuità produttiva, che cambia la prospettiva relativa alla fase che inizia alla fine del V sec. a.C. In questo momento si assiste a parziali modernizzazioni degli schemi tradizionali, in cui l’impronta delle fabbriche geloe appare predominante. In tale processo vengono distinti dall’A. gli influssi di matrice siracusana e attica, di carattere diverso (per questi ultimi si veda recentemente F. Croissant, Les échos de la sculpture attique en Occident, in Atene e l’Occidente. I grandi temi, Atti del Convegno (Atene 25-27 maggio 2006), Atene 2007, pp. 295-324). L’acquisita autonomia creativa si accentua dopo la fine del V sec. a.C., nonostante la produzione appaia più ridotta, tanto che l’A. ritiene che si possa parlare ancora per la prima metà del secolo successivo di una scuola plastica camarinense, in cui il fenomeno dell’attardamento appare la cifra stilistica 186 RIVISTA DI ARCHEOLOGIA dominante. In tal senso le ipotesi di E. C. Portale sulla possibilità di individuare una continuità e un voluto legame tra schemi figurativi di epoca classica e timoleontea trovano nella vivace produzione di Camarina, ben attestata dai materiali della fornace Provide, una significativa conferma. La documentazione offerta dai prodotti coroplastici oggetto dello studio in esame appare dunque particolarmente importante per il contributo offerto alla definizione della storia delle fabbriche siceliote dopo le distruzioni cartaginesi specialmente nell’area della cuspide sud-orientale dell’isola, dove vanno delineandosi con sempre maggiore chiarezza le produzioni di Siracusa, ma anche di Scornavacche e Camarina stessa. Meritevole è infine il tentativo finale dell’A. di riassumere i dati desumibili dal repertorio coroplastico per metterli in collegamento con il panorama cultuale della città. Gli elementi certamente più significativi sono rappresentati dalla presenza di terrecotte con porcellino fino almeno al secondo quarto del IV sec. a.C., che possono supportare l’idea di una continuità cultuale dopo il 405 a.C., e dal rilevante quantitativo di Artemidi che sembrano rimandare ad uno specifico culto, dato il rilevante numero di repliche riconosciute dall’A. I pochi altri documenti iconografici sono ricondotti [RdA 32-33 al panorama catactonio ‒ che come spesso avviene in Sicilia assume un ruolo di primo piano ‒ anche se la composizione dello scarico, piuttosto articolata, non sembra consentire di propendere per un’ipotesi specifica. Il volume di M. Pisani costituisce in definitiva un capitolo importante nella ricostruzione della produzione coroplastica della Sicilia antica. Offrendo una documentata relazione tra centro di produzione e prodotti realizzati, esso contribuisce in modo significativo a delineare la storia delle fabbriche locali, le cui caratteristiche sono troppo spesso indiziate solo sulla base dell’analisi stilistica dei fittili rinvenuti nei contesti votivi insulari. Esso inoltre fornisce un importante tassello per colmare la presunta lacuna documentaria nelle colonie greche successiva alla generalizzata distruzione cartaginese della fine del V sec. a.C., e in cui sembrava emergere come unico elemento di continuità la produzione siracusana. Infine, l’attestazione di alcuni tipi iconografici in quantità più rilevanti di altri tra i prodotti della fornace (in particolare offerenti con porcellino e Artemidi) consente all’A. di suggerire a ragione la continuità di alcune forme di culto nella Camarina degli inizi del IV sec. a.C. Marina Albertocchi P. Aureli, M. A. De Lucia Brolli, S. Del Lungo (a cura di) ORTE (VITERBO) E IL SUO TERRITORIO Scavi a ricerche in Etruria Meridionale fra Antichità e Medioevo (“Notebooks on Medieval Topography”, 7) (BAR International Series, S1545), Oxford, Archaeopress, 2006, pp. 333. ISBN 978-18-4171-758-6. Il volume è il più recente dei Notebooks on Medieval Topography (Documentary and Field Research), sezione della serie dei British Archaeological Reports, nata con lo scopo di mettere rapidamente a disposizione risultati di ricerche e scavi di impronta topografica. A più di venticinque anni dalla pubblicazione di Le antichità di Orte. Esame del territorio e dei materiali archeologici di Giuliana Nardi, questo volume costituisce un aggiornamento delle ricerche, con la pubblicazione di dati inediti, che coprono un arco cronologico esteso dal VI secolo a.C. alla fine dell’XI secolo a.C., con l’obiettivo, esplicitato già nella pre- messa (p. i), di fornire anche uno strumento bibliografico per successivi approfondimenti. Il testo, scandito in sette capitoli, ripercorre la storia del comune di Orte, attraverso la presentazione di alcuni interventi effettuati sul terreno, con un’ottica che dal centro si estende al suo territorio. Preceduto da una carta con l’indicazione degli scavi che verranno descritti nel corso dell’opera, il primo capitolo, curato da S. Del Lungo (pp. 3-44), presenta il territorio attraverso dati di natura geomorfologica, topografica, archeologica ed archivistica, il tutto corredato da un dovizioso apparato 2008-2009] RECENSIONI di note e da una precisa documentazione grafica e fotografica. Molto utili risultano le fotografie, fornite di note con indicazioni esplicative, soprattutto quelle relative alla stratigrafia messa in luce in Piazza della Libertà (Fig. 1.5, p. 38), che rende chiaramente l’idea della vita di un abitato che non presenta soluzioni di continuità nel lungo periodo preso in esame. Gli scavi che vi furono eseguiti nel 2003 sono descritti accuratamente in un’appendice curata dallo stesso autore (pp. 45-74). I capitoli successivi relativi all’abitato riguardano l’indagine condotta sul sistema idraulico ipogeo, a cura di M. Marcelli e A. Napoletano (pp. 75-114), e gli scavi nelle necropoli in località S. Bernardino e Le Piane, discussi da P. Aureli e L. Suaria (pp. 115-126). Tali ricerche hanno il merito di far luce sulle fasi più antiche di Orte, dato che dell’abitato in sé non rimane traccia, tranne che per pochi materiali rinvenuti negli strati di riporto nel corso dei lavori nel centro storico. Lo studio del percorso della rete di cunicoli per l’approvvigionamento idrico, seppur parziale, ha infatti permesso di ricavare dati sulla possibile estensione in superficie dell’abitato sin dalla sua fase più antica, quella etrusca di età arcaica, documentando una realtà sotterranea molto complessa ed articolata, oggetto di riutilizzo e di rimaneggiamenti fino all’epoca moderna. Ad età ellenistica deve essere invece ascritta la tomba cosiddetta “dei delfini”, che prende il nome dalla decorazione del bassorilievo architettonico ivi rinvenuto. Con ogni probabilità appartenente ad una famiglia etrusca di alto rango (due sono i gentilizi femminili documentati: sveitui, che riconduce all’area di Tarquinia e di Vulci, e prucui, che rimanda ad ambito perugino), la tomba ha restituito dati importanti, soprattutto per quanto concerne la decorazione scultorea e la ceramica. Un breve capitolo, curato da P. Aureli (pp. 127134), che ha il carattere di una relazione preliminare, riguarda lo scavo di due ville di età romana in località Piscinale e Radicare. Ampio spazio è invece dedicato alle indagini nel porto fluviale in località Seripola, del quale si presenta un inquadramento generale. L’introduzione, firmata da M. A. De Lucia Brolli e L. Suaria (pp. 135-170), fornisce una prima lettura ed interpretazione delle ricerche e degli scavi, succedutisi per oltre un ventennio. Meritorio è il lavoro di ricomposizione e sintesi 187 dei dati disponibili, spesso caratterizzati da inaffidabilità stratigrafica e dall’impossibilità di un controllo diretto sul terreno, vista l’inaccessibilità di molte delle strutture individuate. Da sottolineare anche in questo caso la ricchezza della documentazione grafica (CTR, planimetrie, assonometrie, prospetti) e fotografica, in particolare per le tecniche edilizie. Lo studio analitico dell’insediamento ha dunque permesso di individuare una fase di frequentazione risalente al V e al IV secolo a.C., alla quale segue un lungo e graduale processo di pianificazione urbanistica che porta alla costruzione di un impianto termale tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C. e un secolo dopo, al suo posto, di un forno. Ad un periodo di crisi segue una consistente ripresa nel IV secolo d.C. e poi, nel secolo successivo, la distruzione e il definitivo abbandono dell’impianto. Il capitolo seguente è dedicato alla presentazione dei materiali più significativi (le epigrafi e i materiali lapidei, curati da G. Chilini (pp. 171-206); la ceramica, esaminata da C. Colelli e A. Lupi (pp. 207-228); i bolli laterizi, analizzati da E. A. Stanco (pp. 229-268); i materiali metallici, a cura di S. Francocci (pp. 269-290); i vetri e gli oggetti in osso, studiati rispettivamente da P. Carità (pp. 291-300 e S. Del Lungo pp. 301-308) che hanno fornito dati preziosi per un primo inquadramento delle fasi del sito, nonostante la difficoltà di associazione ai contesti di provenienza. Le sezioni sono organizzate con una breve presentazione della classe in analisi, seguita dalle schede di catalogo dei pezzi più notevoli, ordinati in tabelle riassuntive e in grafici, nonchè dal relativo apparato grafico e fotografico, che rende l’idea della quantità del materiale recuperato. Di particolare rilevanza è il ritrovamento di un busto di Serapide, di due statuette di Cibele, di un bronzetto raffigurante Mercurio e del gruppo della dea Epona con un cavallo e un puledro, collocabili entro un orizzonte cronologico che si estende dal I al III secolo d.C., attestando una mescolanza di influssi culturali di stampo orientale e celtico, che ben si giustifica con la natura portuale dell’insediamento. La trattazione si chiude con un capitolo, curato da P. Carità (pp. 309-324), volto a dimostrare l’ipotesi secondo la quale il territorio della Tuscia sarebbe stato meta di gruppi di maestranze africane e bizantine tra V e VII secolo d.C. La lunga serie di siti analizzati e la notevole quantità di elementi a 188 RIVISTA DI ARCHEOLOGIA favore di questa tesi hanno la finalità di costituire la base per un dibattito sulla questione. Seguono la bibliografia (pp. 325-330) e l’indice dei nomi e dei luoghi (pp. 331-332). Questo volume è perfettamente in linea con lo spirito della collana cui appartiene. L’appropriato termine di notebooks rende l’idea della natura della pubblicazione, che privilegia la presentazione e la divulgazione del dato come base di partenza per successivi approfondimenti, obiettivo felicemente conseguito, grazie alla ricchezza ed alla varietà della documentazione offerta, validamente supportata dall’enunciazione dei criteri [RdA 32-33 metodologici, anche e soprattutto là dove si tratta di dati ancora in forma preliminare. Esemplare è stato lo sforzo di recupero e di ricostruzione dei singoli contesti anche attraverso la documentazione d’archivio, che ha permesso di gettare luce sui risultati di oltre quarant’anni di ricerca sul territorio, finalmente sottratta all’oblio, nella consapevolezza che solo attraverso la conoscenza è possibile attivare e sostenere attività di tutela e valorizzazione. Flavia Morandini Katherine E. Welch The Roman amphitheatre from its origins to the Colosseum Cambridge, Cambridge University Press, 2007, pp. 376. isbn 978-05-2180-944-3. È certamente a causa di un interesse sempre maggiore verso le manifestazioni a carattere sociale del mondo romano, e forse per una certa consonanza con alcuni aspetti della nostra società attuale, che il tema dei munera e dell’edificio ad essi deputato, l’anfiteatro, ha trovato nella ricerca archeologica più recente una notevole fortuna: si pensi – per non citare che qualcuno dei contributi apparsi in questi ultimi tempi – al convegno di Chester, che già nel titolo promette un aggiornamento di metodologie e problematiche (Roman amphitheatre and spectacula. A 21st-century perspective, International Conference 2007, Oxford 2009); o all’esemplare editio princeps dell’anfiteatro di Augst curata da Th. Hufschmidt e collaboratori (Amphitheatrum in provincia et Italia. Architektur und Nutzung römischer Amphitheater von Augusta Raurica bis Puteoli, Augst 2009); o ancora alle indagini sul tema, ancora in gran parte inesplorato, delle vicende del riuso, delle metamorfosi e della fortuna del monumento in epoca post-classica (v. ad es. P. Basso, Architettura e memoria dell’antico. Teatri, anfiteatri e circhi nella Venetia romana, Roma 1999; D. Iacobone, Gli anfiteatri in Italia tra tardoantico e Medioevo, Roma 2008). Nonostante i recenti apporti e puntualizzazioni, rimane ancora opera di riferimento imprescindibile il classico lavoro di J.C. Golvin (L’amphithéâtre romain. Essai sur la théorisation de sa forme et de ses fonctions, Paris 1988) che offre un’analisi insuperata per completezza e pro- fondità della storia del monumento dalle origini sino al III secolo. Con queste premesse un nuovo studio sullo sviluppo architettonico dell’anfiteatro dall’età repubblicana alla prima età imperiale potrebbe sembrare a prima vista esercizio inutile. Tuttavia, come sottolinea l’A. nell’introduzione (p. 1 ss.), alcuni aspetti della storia dell’anfiteatro sono rimasti scarsamente indagati: ci si riferisce in particolare al problema delle origini e dei rapporti con strutture temporanee adibite alla stessa funzione, e più in generale alla relazione tra il tipo architettonico e il significato storico della gladiatura nella Roma repubblicana e imperiale. K. Welch apre il capitolo introduttivo (p. 5 ss.) discutendo le teorie, più volte avanzate negli ultimi 30 anni, che vedono nei giochi gladiatorii di età imperiale una forma di risarcimento per la mancata partecipazione del popolo alla vita politica di Roma, e al contempo un esercizio di violenza vicaria, sorta di surrogato di quella violenza interna ed esterna dominante nella età repubblicana e venuta meno con la pax Augusta. L’A. giustamente ridimensiona almeno in parte il peso di tali argomentazioni, divenute oramai quasi luogo comune, discutendo da un lato la funzione politica dei munera soprattutto in età tardo-repubblicana, dall’altro il ruolo dell’anfiteatro come interfaccia tra imperatore e popolo; inoltre ritiene poco convincente, a mio parere con piena ragione, la teoria dei gio- 2008-2009] RECENSIONI chi gladiatorii come violenza vicaria, sottolineando opportunamente come in realtà il climax dei giochi gladiatorii si collochi in età tardo-repubblicana, vale a dire proprio in quel periodo della storia di Roma maggiormente segnato da incessanti lotte interne e da continue conquiste militari. Già da queste prime pagine appare chiara la novità dell’approccio metodologico dell’A., che affronta il tema dell’anfiteatro romano privilegiando sia dal punto di vista delle fonti che dei monumenti le testimonianze di epoca repubblicana, contrariamente alla maggior parte degli studi sull’argomento. È vero che le fonti di età medio- e tardo-repubblicana sono spesso assai lacunose, e che la grande maggioranza degli anfiteatri romani meglio conservati si data in età imperiale. Tuttavia l’insieme delle evidenze databili negli ultimi secoli della repubblica costituisce una documentazione insostituibile per una corretta comprensione sia del significato sociale dei giochi che della genesi del tipo architettonico. L’indagine della Welch (p. 8) non intende affrontare un survey esaustivo degli anfiteatri romani conservati o noti dalle fonti, né si propone di tracciare un quadro completo del suo sviluppo architettonico, ma si focalizza piuttosto su tre “momenti” topici: le origini, la monumentalizzazione del tipo architettonico, e la canonizzazione. Il primo capitolo (p. 11 ss.) è dedicato al problema delle origini della gladiatura, che alcuni studiosi attribuiscono agli Osco-Sanniti, altri agli Etruschi. L’A. raccoglie le fonti e le testimonianze figurative più importanti sul tema, senza propendere per una tesi o per l’altra, ma sottolineando piuttosto la stretta connessione dei combattimenti con le pratiche funerarie. In Roma (p. 18 ss.) essi divennero frequenti almeno a partire dal 200 a.C., e si intensificarono soprattutto dagli inizi del I sec. a.C. Le fonti relative al periodo anteriore al primo triumvirato sono scarse e lacunose; una ipotesi condivisa dagli studiosi vuole che nel corso della prima metà del I secolo i munera si emancipassero dalla ritualità funeraria per acquisire decisamente una funzione politica e sociale. Tuttavia, come sottolinea l’A., l’ambito funerario e l’ambito politico non sono i due unici poli entro cui si colloca la pratica della gladiatura: le fonti indicano infatti che i giochi gladiatorii erano strettamente connessi anche con la guerra, e non è certo casuale che l’inizio della fortuna della gladiatura a Roma coincida con il periodo di maggior espansione militare. Il repertorio degli spectacula anfiteatrali comprendeva anche venationes, esecuzioni capitali 189 (tramite damnatio ad bestias e crocifissione), naumachie. L’A. insiste molto sulla connessione di questi fenomeni al mondo militare: l’arena e l’esercito sono le due istituzioni più violente della società romana, ed esercito e gladiatura presentano molti aspetti in comune. Il capitolo dedicato alle origini dell’architettura anfiteatrale (p. 30 ss.) costituisce forse la parte più originale dell’indagine di K. Welch. Per tutta l’età medio- e tardo-repubblicana, e sino ad Augusto, il luogo deputato per i giochi gladiatorii è il foro. Sulle strutture temporanee approntate negli spazi forensi per spettacoli di gladiatori esiste oramai una ricca letteratura, basata sulle scarse fonti (Vitruvio in primis) e sulle testimonianze archeologiche. L’A. ripercorre la storia del rapporto tra munera e fora prendendo spunto dalla testimonianza archeologica più importante, la rete di cunicoli sotterranei e pozzi verticali ricavata sotto il Foro Romano in età cesariana, e obliterata dal rifacimento della pavimentazione durante il regno di Augusto. Inizialmente interpretato come un sistema di drenaggio delle acque, il complesso, esteso longitudinalmente per quasi 80 metri, rappresenta uno dei pochi esempi superstiti di quelle strutture di servizio indispensabili per l’espletamento dei giochi gladiatorii e le cacce alle belve, e al contempo documenta esplicitamente l’utilizzo degli spazi forensi per munera e venationes sino agli ultimi decenni dell’età repubblicana. Come già riconosciuto da Golvin, vi è una stretta correlazione tra la forma allungata del foro e la struttura dell’anfiteatro romano. L’A. riprende e sviluppa il tema delle origini della forma architettonica e dei rapporti con quest’ultima e il Foro Romano (p. 49 ss.): l’ipotesi che la pianta ovale degli anfiteatri abbia trovato una prima edizione nelle strutture temporanee in legno erette nei fori a partire almeno dagli ultimi decenni del II sec. a.C. – come testimonierebbe un passo di Plutarco che ha come protagonista Caio Gracco – è del tutto plausibile, e suggestive sono le ricostruzioni grafiche proposte dall’A., raffiguranti una sorta di “protoanfiteatro” costituito da segmenti rettilinei di gradinate più o meno brevi posti intorno ad una arena poligonale (figg. 22-30). Una struttura provvisoria come quella ipotizzata sul Foro Romano poteva forse contenere, secondo calcoli basati sui monumenti presenti nell’area in epoca tardorepubblicana, sull’estensione della rete di gallerie di cui s’è detto, e sul confronto con monumenti lapidei come l’anfiteatro di Pompei, circa 15.000 spettatori: una cifra assai mo- 190 RIVISTA DI ARCHEOLOGIA desta, che spiega l’abbandono del foro come luogo per spectacula a partire dall’età augustea. La costruzione di queste strutture lignee temporanee rientra in una radicata tradizione, su cui l’A. si sofferma a lungo – anche troppo, considerata la natura ampiamente ipotetica della digressione (p. 55 ss.). All’interno di questa tradizione si colloca il celebre teatro doppio eretto nel 52 a.C. da Scribonio Curione, di cui riferisce Plinio (36.117). Il capitolo successivo (p. 72 ss.) è dedicato alla nascita degli anfiteatri in pietra in età tardorepubblicana. La maggior parte della trattazione è dedicata all’anfiteatro di Pompei, databile su basi epigrafiche intorno al 70 a.C., e ritenuto concordemente l’anfiteatro più antico giunto sino a noi. L’A. offre un’accurata descrizione della struttura, basata su un’esauriente documentazione grafica e fotografica. Anche se i dati che emergono dalla lunga digressione non portano sostanzialmente nulla di nuovo sul monumento – peraltro piuttosto noto e studiato – sono degne di nota le pagine dedicate al contesto storico in cui va collocato il monumento pompeiano, in particolare ai rapporti con la storia del centro campano in età sillana, e con il fenomeno della colonizzazione tramite veterani. Accanto all’anfiteatro pompeiano rimangono più o meno conservati almeno altri 20 anfiteatri databili in età repubblicana analoghi per soluzioni formali e tecniche costruttive, la maggior parte dei quali si trova in Campania. La sintetica lista di anfiteatri tardorepubblicani di p. 82 s. va integrata con la corposa appendice sugli “Amphitheatres of Republican date” (pp. 189-263), che presenta in ordine grosso modo cronologico, in forma di scheda, i monumenti superstiti: all’anfiteatro di Pompei seguono tra gli altri quelli di Cuma, Puteoli, Paestum, per non citarne che alcuni tra i meglio conservati. L’A. sottolinea giustamente che nel passaggio dalle strutture provvisorie in legno all’architettura monumentale non vi sono elementi formali che possano implicare un processo di sviluppo nel tempo: la forma canonica appare all’improvviso, il che indica che era già disponibile un modello. La monumentalizzazione del tipo architettonico (cap. IV, p. 102 ss.) avviene nella prima età imperiale: il tipo dell’anfiteatro di età repubblicana – sorta di grande catino con arena scavata nel terreno, cavea poggiante su terrapieno e scarse articolazioni interne – muta radicalmente in epoca augustea, quando anfiteatri con facciate architettoniche e complessi sistemi di circolazione interna appaiono all’improvviso sia in Italia che nelle province occi- [RdA 32-33 dentali. Cambia anche la tecnica edilizia, dall’opus incertum, reticulatum o quasi-reticulatum tipici del I sec. a.C. all’opus quadratum, e l’ordine tuscanico diviene la veste tradizionale dei paramenti esterni. Con l’architettura cambia anche il nome: da spectacula al neologismo augusteo amphitheatrum. Il prototipo degli anfiteatri della prima età imperiale va cercato molto probabilmente nell’anfiteatro di Statilio Tauro, eretto nel Campo Marzio nel 30 a.C. (p. 108 ss.). Si tratta del primo esempio permanente eretto nella capitale; oggi totalmente scomparso, è noto dalle fonti e da un disegno del Piranesi. Fu distrutto da un incendio durante il regno di Nerone, il che indicherebbe secondo l’A. che la struttura era almeno in parte in legno. Sulla scorta di un passo di Svetonio, K. Welch ritiene che esso facesse parte, contrariamente a quanto di solito si sostiene, del programma monumentale augusteo. L’incerta locazione del monumento e il contesto storico in cui esso sorse sono oggetto di una lunga digressione, che dimostra la profonda conoscenza dell’A. della storia e della topografia dell’Urbe. L’anfiteatro di Statilio Tauro è definito il “missing architectural link” (p. 126) tra gli esempi di tradizione repubblicana e i grandi monumenti dell’età imperiale come l’Anfiteatro Flavio. Quest’ultimo rappresenta, come è noto da tempo, la canonizzazione del tipo, anche se anfiteatri muniti di una sofisticata struttura della cavea e di una facciata architettonicamente articolata sono presenti sin dall’età giulio-claudia, come dimostrano i celebri esempi di Pola e Verona. Non ci si attenda però un resoconto dettagliato sulla storia del tipo da Augusto sino alla fine del I sec. d.C.: alla Welch interessa piuttosto focalizzare i momenti critici, soffermandosi sui monumenti che apportano al tipo durature innovazioni. Sul ruolo del Colosseo nella storia dell’anfiteatro romano esiste oramai una bibliografia oceanica, che ne ha posto in rilievo le numerose importanti novità strutturali, architettoniche e decorative, e il ruolo di modello per monumenti analoghi sia in Italia che nel mondo provinciale. Al grande monumento urbano è dedicato un lungo capitolo (pp. 128-162), in cui si pongono in rilievo aspetti forse meno indagati nella letteratura archeologica, quali i rapporti con la Domus Aurea (anche se l’interminabile digressione sulla dimora neroniana nella sua articolazione topografica e nei suoi risvolti “sociali” poteva essere senz’altro risolta in un minor numero di pagine). Il capitolo successivo (cap. V, pp. 163-185) indaga brevemente la recezione dell’anfiteatro romano 2008-2009] RECENSIONI nel mondo provinciale, nella fattispecie in Grecia. Nel corpo di una indagine incentrata sulla nascita e lo sviluppo di un tipo monumentale in suolo italico, una digressione, per quanto sintetica, sulla fortuna provinciale del monumento potrebbe sembrare fuori luogo. Tuttavia all’A. interessa, più che un generico resoconto sulla diffusione e peculiarità degli anfiteatri in una provincia, l’atteggiamento dei greci verso i munera, e le relazioni tra tali pratiche e aspetti essenziali della vita politica delle realtà periferiche, come ad es. i rapporti con il potere imperiale. Ad esemplificare il tema, vengono presi in esame gli anfiteatri eretti nelle due città più importanti della provincia Achaia, quello ben noto e studiato di Atene, e quello, sostanzialmente inedito, di Corinto. Di quest’ultimo la Welch, sulla base dell’analisi delle caratteristiche architettoniche e strutturali, propone convincentemente di anticipare la datazione tradizionale agli anni iniziali della fondazione della colonia: si tratterebbe quindi di uno dei primissimi anfiteatri del mondo orientale, e probabilmente il primo della Grecia. Il capitolo conclusivo (pp. 186-188) sintetizza con chiarezza i risultati raggiunti. A questo segue la ricca e documentata appendice sugli anfiteatri di età repubblicana, cui s’è fatto cenno in precedenza. La maggior parte degli anfiteatri precedenti all’epoca di Augusto si trova, con pochissime eccezioni, 191 in Campania (v. pianta in fig. 114a). Qualche monumento, come ad es. quello di Pompei, è relativamente ben conservato e studiato; ma nella maggior parte sono inediti e spesso neppure scavati. Nonostante le forti lacune della documentazione, la presentazione in successione e l’analisi dei monumenti supersiti consentono di ricostruirne linee di sviluppo e caratteristiche fondamentali nella fase pre-imperiale: dimensioni ridotte (al massimo 135 metri di lunghezza, contro i 188 metri del Colosseo); impiego di strutture voltate limitato alla summa cavea, e talora di strutture lignee; largo uso dell’opus reticulatum o quasi-reticulatum; collocazione del monumento ai margini della città. Il volume di K. Welch costituisce un importante contributo allo studio dell’anfiteatro sia dal punto di vista architettonico che da quello storico-sociale. Esso apporta sostanziali novità su temi sino ad ora trascurati o elusi dalla critica archeologica, in particolare riguardo al problema fondamentale delle origini del tipo architettonico. La bibliografia è ricca e aggiornata, la documentazione grafica e fotografica chiara ed efficace. Si tratta insomma di uno studio di valore, altamente raccomandabile a chiunque sia interessato alla storia dell’architettura romana. Luigi Sperti Federica Chiappetta I percorsi antichi di Villa Adriana Roma, Edizioni Quasar, 2008, pp. 310, ill. b/n, 1 tavola f.t. isbn 978-88-7140-335-9. La favolosa dimora ideata da Adriano per i suoi soggiorni a Tivoli non smette di offrire nuove scoperte e suggestive chiavi di lettura. Facendo riferimento alla sola produzione scientifica dell’ultimo biennio (2007-2008), risulta impressionante l’ampio spettro di interessi che il complesso riesce a catalizzare: dalla prosecuzione delle indagini archeologiche 1 allo studio e all’interpretazione di singoli settori monumentali 2, dalla conoscenza di parti ormai perdute 3 al restauro delle strutture mura- A. Blanco, Recenti scoperte alle Piccole terme di Villa Adriana, in BABesch, 82, 2007, pp. 183-190; P. León (a cura di), Teatro greco, Villa Adriana. Campañas de excavaciones arqueológicas 2003-2005, Sevilla 2007; Z. Mari, Villa Adriana. La Palestra e la valle di Tempe fra scavo e documentazione, in Lazio e Sabina, 4. Quarto incontro di Studi sul Lazio e la Sabina, Atti del Convegno (Roma, 2931 maggio 2006), Roma 2007, pp. 23-36. 2 G. Jansen, Toilets with a view. The luxurious toilets of the Emperor Hadrian at his villa near Tivoli, in BABesch, 82, 2007, pp. 165181; Z. Mari, S. Sgalambro, The Antinoeion of Hadrian’s Villa. Interpretation and architectural reconstruction, in AJA, 111, 2007, pp. 83-104; Z. Mari, Culti orientali a Villa Adriana. L’Antinoeion e la c.d. Palestra, in B. Palma Venetucci (a cura di), Culti orientali. Tra scavo e collezionismo, Atti del Convegno (Roma, 23-24 marzo 2006), Roma 2008, pp. 113-122. 3 F. Slavazzi, Un mosaico perduto e le esedre di Piazza d’Oro a Villa Adriana, in Atti del XIII Colloquio dell’AISCOM (Canosa di Puglia, 21-24 febbraio 2007), Tivoli 2008, pp. 467-474. 1 192 RIVISTA DI ARCHEOLOGIA rie 4, dall’analisi degli aspetti tecnico-edilizi 5 alla critica storica sugli strumenti adottati nella restituzione degli edifici 6. Ci sono poi i lavori di sintesi, come il recente volume di H. Knell sull’architettura adrianea tra Roma, Atene e Tivoli 7, o le ricerche sui personaggi che gravitarono intorno alla villa, come nel caso di Vibia Sabina, la nipote di Traiano data in sposa ad Adriano nel 117 d.C. 8 Lo studio pubblicato da Federica Chiappetta affronta un’ulteriore questione, adottando un approccio frutto della più recente collaborazione fra archeologi e architetti: l’indagine sui percorsi relativi all’intero complesso della villa o circoscritti ai singoli monumenti voluti dall’imperatore filelleno. Il lavoro nasce da una tesi di laurea in restauro architettonico discussa presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi Roma Tre e si rivolge in particolare alla restituzione dei circuiti della villa percorribili in superficie. Una ricerca parallela, condotta da un’équipe guidata da E. Salza Prina Ricotti, ha reso noti, invece, gli aspetti relativi alla Grande Via Carrabile Sotterranea, una vera e propria ‘metropolitana’ capace di collegare ogni punto del complesso senza disturbare la quiete e la bellezza dei parchi imperiali 9. In realtà l’analisi dei percorsi non è nuova agli studi sulla Villa Adriana, visto che nel 1973 fu proprio tale strumento a spiegare, ad esempio, il significato della costruzione delle Grandi e delle Piccole Terme fianco a fianco, destinate le prime a coloro che vivevano nei quartieri servili e le altre alla corte e agli ospiti del complesso 10. Il volume presenta cinque capitoli, ai quali si aggiunge una ricca appendice con le schede degli edifici. Il tema di apertura è quello de L’utilitas a Villa Adriana (pp. 15-31), col quale l’A. introduce il lettore alle problematiche discusse e agli strumenti adottati per individuare le cinque diverse classi di utenti che, seguendo percorsi [RdA 32-33 propri e ben definiti, frequentarono il complesso: l’imperatore Adriano, sua moglie Sabina, la corte, gli ospiti e infine il personale di servizio. Tramite alcune carte tematiche di rapida lettura vengono messe in evidenza le tre grandi fasi di realizzazione della villa, a partire da quella del 118-121 d.C., durante la quale l’imperatore, alloggiando nel Teatro Marittimo, poté seguire i lavori di ristrutturazione dell’edificio tardorepubblicano che costituì il primo nucleo del vasto complesso residenziale. L’individuazione dei percorsi destinati all’imperatore e a Sabina occupa il capitolo successivo (pp. 33-78). Adriano si muoveva su tre circuiti diversi, ciascuno dei quali aveva inizio dai tre principali accessi alla villa: la via carrabile A, che portava al Pecile; la via carrabile B, di ingresso al Palazzo Imperiale e al Palazzo d’Inverno; la via carrabile C nobile, che conduceva al Grande Vestibolo. Dal Teatro Marittimo, con la sua complessa organizzazione interna, alle Terme dell’Eliocamino, passando poi al Palazzo Imperiale e alla Piazza d’Oro, fino al Grande Vestibolo, al Palazzo d’Inverno, al Canopo e a Roccabruna, viene ricostruito il sistema di collegamenti riservato ad Adriano nel corso della rea lizzazione della villa. L’A., qui come nel resto del volume, piuttosto che approfondire il testo lascia ‘parlare’ i suoi disegni, attraverso una grafica che punta alla chiarezza e alla rapidità di lettura (sebbene con la scelta di orientare le piante in maniera sempre diversa, prediligendo gli assi compositivi dei singoli monumenti rispetto alla contiguità fisica del complesso). Poi, anche sulla scia di proposte precedenti 11, l’A. attribuisce a Sabina il complesso dell’Accademia. Secondo la Studiosa lì la moglie di Adriano, all’interno del difficile rapporto matrimoniale descritto dalle fonti, sarebbe stata assistita dalla propria corte e dal suo personale di servizio, soggiornando nel complesso della Mimizia. Forse A. P. Briganti, Villa Adriana. Piano di recupero e valorizzazione della cosiddetta Palestra, in Lazio e Sabina, 4. Quarto incontro …, cit., pp. 41-46; M. Manieri Elia, M. M. Segarra Lagones, Il restauro delle “Cento camerelle” a Villa Adriana, in Progetto archeologico, progetto architettonico, Atti del Seminario di studi (Roma, 13-15 giugno 2002), Roma 2007, pp. 101-124. 5 S. Sgalambro, Il complesso della Palestra a Villa Adriana. Un’ipotesi di copertura dell’ambiente centrale dell’Edificio I, in Lazio e Sabina, 4. Quarto incontro …, cit., pp. 37-40. 6 A. Ten, I plastici di Villa Adriana, in Ricostruire l’antico prima del virtuale. Italo Gismondi, un architetto per l’archeologia (18871974), Roma 2007, pp. 277-280. 7 H. Knell, Des Kaisers neue Bauten. Hadrians Architektur in Rom, Athen und Tivoli, Mainz 2008. 8 Z. Mari, Vibia Sabina a Villa Adriana, in B. Adombri, B. Nicolai (a cura di), Vibia Sabina. Da Augusta a Diva, Milano 2007, pp. 51-65. 9 E. Salza Prina Ricotti, S. Cantucci, B. Caracciolo, La strada carrabile metropolitana di Villa Adriana, in Forma Urbis, 14, 2009, n. 3, pp. 24-33. 10 Cfr. E. Salza Prina Ricotti, Criptoportici e gallerie sotterranee di Villa Adriana nella loro tipologia e nelle loro funzioni, in Les cryptoportiques dans l’architecture romaine, Actes du Colloque (Rome, 19-23 avril 1972), Rome 1973, pp. 219-248, in part. pp. 243-244. 11 E. Salza Prina Ricotti, Vibia Sabina, in Adriano. Le memorie al femminile, Milano 2004, pp. 31-45. 4 2008-2009] RECENSIONI questo settore era dotato anche di una struttura termale, che l’A. colloca nell’area del seicentesco Casino Bulgarini grazie alla notizia riportata da Pirro Ligorio della presenza di ipocausti. Nel definire Il percorso della corte (pp. 79-114) l’A. separa coloro che erano preposti ai servizi amministrativi e di governo da chi, destinato alle mansioni domestiche, rientrava nel personale di servizio. Sulla traccia delle proposte avanzate da W. L. MacDonald 12 e da E. Salza Prina Ricotti 13, viene ricostruito il tracciato che, a partire da un accesso esclusivo presso il Padiglione di Tempe dalla via carrabile B, permetteva alla corte di raggiungere gli alloggi nel complesso degli Hospitalia e quindi di spingersi, attraverso il Cortile delle Biblioteche, fino alle grandi sale di rappresentanza situate nella Biblioteca Latina e in quella Greca; sempre dal Cortile, i membri della corte potevano anche giungere alla sezione amministrativa interna al palazzo Imperiale. Gli altri collegamenti riguardavano il Palazzo d’Inverno e il suo Triclinio, l’Edificio con Tre Esedre, le Piccole Terme (per le quali l’A. ripropone, senza modifiche sostanziali se non nel riferimento alla palestra, parte del testo relativo al settore termale del Teatro Marittimo di p. 36 14) e il Canopo con i suoi lussuosi triclini; infine vi erano i tre edifici da spettacolo, cioè il Teatro Greco, l’Arena dei Gladiatori e l’Odeion. Alla restituzione de Il percorso degli ospiti (pp. 115-141) è dedicato il iv capitolo del volume. L’attenzione viene posta sulle numerose aree triclinari della villa, spesso inserite in contesti scenografici di grande effetto e destinate alle grandi coenationes organizzate dall’imperatore. Dopo un obbligato accenno alle fonti letterarie, l’A. fa riferimento ai tre principali settori riservati allo svolgimento di queste attività: la zona del Ninfeo-Stadio con l’Edificio con Tre Esedre e il Triclinio del Palazzo d’Inverno, la Piazza d’Oro, il Canopo. I vari ospiti, a seconda della via carrabile lungo la quale giungevano al complesso, accedevano alla villa su percorsi diversi: attraverso la spina del Pecile raggiungevano le Piccole Terme e quindi i triclini dell’Edificio con Tre Esedre, del Ninfeo-Stadio o del palazzo d’Inverno; lungo lo Svincolo sotterraneo della Piazza d’Oro arrivavano ai suoi triclini; attraverso la via carrabile 193 C nobile, infine, giungevano al Grande Vestibolo, da dove, dopo aver usufruito delle Piccole Terme, potevano dirigersi ai triclini del Canopo. Con lo studio su Il percorso del personale di servizio (pp. 143-178) l’A. prende in considerazione il gruppo più consistente fra tutti i frequentatori della villa, cioè quello formato dai circa 2000 servitori, divisi fra le varie classi di personale domestico di corte e gli schiavi addetti ai lavori più umili. La loro circolazione si svolgeva generalmente lungo corridoi e ambienti sotterranei, a partire dall’accesso alla villa dallo Svincolo Sotterraneo della Piazza d’Oro, attraverso il quale era possibile raggiungere direttamente il quartiere servile del Macchiozzo. L’A., sottolineando la conoscenza ancora parziale della villa, mette in evidenza i percorsi relativi ai singoli monumenti, dal Palazzo Imperiale alla Biblioteca Greca, dal Teatro Marittimo al Pretorio, fino alle Grandi Terme, alle Cento Camerelle e all’Accademia. A chiusura del volume la Studiosa pone le 25 Schede degli edifici (pp. 179-298). Ogni monumento viene introdotto da una selezione delle fonti antiquarie, per poi essere analizzato in maniera sintetica ma chiara, con riferimenti alla datazione e al quadro interpretativo. La pianta della struttura, elaborata in due carte tematiche per spiegarne la composizione e i percorsi interni, conclude ogni scheda. Se numerosi sono gli spunti di approfondimento e le suggestioni derivanti da questo lavoro, la sua lettura chiarisce l’esito positivo dello strumento d’indagine adottato, strumento che potrebbe essere ben applicato anche ad altri contesti. Il pregio principale resta, comunque, il ricco apparato grafico che l’A. mette a disposizione della comunità scientifica, frutto della verifica e dell’aggiornamento di tutti i rilievi effettuati sul complesso (dalla pianta di G. B. Piranesi del 1781 fino al rilievo pubblicato nel 2006 da B. Adembri e G. E. Cinque 15). L’A., oltre a proporre le piante dei singoli edifici, inserisce fuori testo una nuova pianta generale della villa nella quale distingue le strutture esistenti da quelle presunte o interrate e da quelle, infine, ormai scomparse ma presenti nel rilievo settecentesco. Molto bello l’apparato fotografico, opera di Giacomo Foti. Carmelo G. Malacrino W. L. MacDonald, J. Pinto, Villa Adriana. La costruzione e il mito da Adriano al Louis Kahn, Milano 1997, pp. 215-216. E. Salza Prina Ricotti, Villa Adriana. Il sogno di un imperatore, Roma 2001, pp. 153-154. 14 I medesimi contenuti ritornano a p. 119, a proposito della frequentazione delle terme da parte degli ospiti di Adriano. Lo stesso vale per l’Odeion, la cui descrizione di p. 39 si ripete a p. 122. 15 B. Adembri, G. E. Cinque, Villa Adriana. La pianta del Centenario. 1906-2006, Firenze 2006. 12 13 2007] GLI SCAVI ARCHEOLOGICI E LA COLLEZIONE MANCIATI DI S. CASCIANO BAGNI 195 ELENCO LIBRI RICEVUTI Valentina Vincenti, La Tomba Bruschi di Tarquinia. Materiali del Museo Archeologico di Tarquinia («Archaeologica», 150) («Materiali del Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia», 17), G. Bretschneider Editore, Roma, 2009, pp. 190, tavv. XXIII di cui 13 a colori. Pagani e Cristiani in Sicilia. Quattro secoli di storia (secc. II-V). Atti del X Congresso Internazionale sulla Sicilia Antica, a cura di P. Anello, F. P. Rizzo, R. Sammartano, G. Bretschneider Editore, Roma, 2008, pp. 257, tavv. IV b/n. Giulio Mauro Facchetti, Scrittura e falsità («Historica», 8), G. Bretschneider Editore, Roma, 2009, pp. 170, ill. Elisa Pellegrini, Eros nella Grecia arcaica e classica. Iconografia e iconologia, («Archaeologica», 149) («Archaeologia Perusina», 16) G. Bretschneider Editore, Roma, 2009, pp. 602, figg. 12, tavv. LIX. Massimo Frasca, Leontinoi. Archeologia di una colonia greca («Archaeologica», 152) G. Bretschneider Editore, Roma, 2009, pp. 182, figg. 28, tavv. XXIII. Claudia Lucchese, Il Mausoleo di Alicarnasso e i suoi maestri («Maestri dell’Arte Classica», 1) G. Bretschneider Editore, Roma, 2009, pp. 171, figg. 15, tavv. XIV. Marco Giuman, Melissa. Archeologia della api e del miele nella Grecia antica («Archaeologica», 148), G. Bretschneider Editore, Roma, 2008, pp. 287, figg. 23, tavv. XXIII b/n. F. Buranelli, M. Sannibale, La Raccolta Giacinto Guglielmi. II. Bronzi e materiali vari, «L’Erma» di Bretschneider, Roma, 2008. S. Verdan, A. Kenzelmann Pfyffer, C. Léderrey, Céramique Géométrique D’Éretrie, Eretria XX, Ecole Suisse d’Archeologie en Grèce, CH-Gollion, 2008.