DANOI
Una vecchiaia a colori:
Il diabete nella terza
e quarta età
DA NOI
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DANOI
è una iniziativa editoriale di Diabete Italia Onlus
Via Pisa, 21 • 00162 Roma Tel. 06 44240967 • Fax 06 44292060
Web: diabeteitalia.it [email protected]
Impaginazione e cura dei testi
In Pagina sas Milano
Stampato nel mese di luglio 2015
DA NOI
Diabete Italia ringrazia le persone con diabete
che hanno condiviso il loro tempo e la loro esperienza
per realizzare questo libro e le Associazioni
che ci hanno permesso di contattarle:
Adical Associazione Diabetici Caltanissetta
Associazione Diabetici Pistoiesi
Associazione Diabetici della Provincia di Brescia
Difendiamoci dal Diabete
e ringrazia Novo Nordisk per aver reso possibile
con il proprio contributo la realizzazione di
Una vecchiaia a colori.
DA NOI
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SOMMARIO
Presentazione
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L'arcipelago degli anziani
05
Un continuo adeguarsi dei desideri e delle possibilità
E poi all’improvviso
Maschi e ribelli
Diabete e socialità
Il passaggio alla terza età rende più facile
controllare il diabete?
il piacere di mangiare
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Pochi ‘no’ e molte spezie
Qualche eccezione si può fare
Insulina e cho counting
Mangiar fuori, perché no?
Senza sete
esercizio fisico
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Non sto mai fermo!
Difficoltà da superare
gestire il diabete
Ipoglicemizzanti orali
L’insulina
Il microinfusore
Un automonitoraggio ‘intelligente’
L’emoglobina glicata
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DA NOI
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le complicanze del diabete
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Una partenza in salita
Il paradosso ipoglicemia
I sintomi cambiano
Come risolvere l’ipoglicemia
Paura della cura Chetoacidosi e iperosmolarità
Quando il problema non è il diabete
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Combattere il diabete senza sottovalutarlo
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DA NOI
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presentazione
Sia il diabete sia la vecchiaia (chiamiamola con il suo nome senza timori) sono mondi
cangianti. Come dice giustamente la mia amica Edelweiss: “Ogni persona ha il suo
diabete». Direi anzi ‘i suoi diabeti’ perché nel corso della vita la condizione cambia:
pensiamo solo agli adeguamenti delle terapie o all’evoluzione delle complicanze.
Incontro ogni giorno, nel mio lavoro in Associazione, persone anziane diverse una
dall’altra nelle condizioni di salute e nel loro approccio alla vita. Molti sono il perno di
famiglie estese e allargate, altri si impegnano nel Volontariato, qualcuno lavora ancora.
E gli anziani di domani? Saranno diversi da quelli di oggi: più informati, più connessi ma
forse più in difficoltà.
Ha fatto bene quindi Diabete Italia a dedicare un elemento della collana Dettodanoi al
tema ampio del diabete nell’anziano, svolgendolo in modo non accademico, soprattutto
facendo parlare le persone che vivono, in mille modi diversi, questa condizione.
Franco, una delle 25 persone che hanno contribuito a scrivere questo libro, raccontando del suo esordio a 40 anni spiega il valore dell'esempio che ciascuno di noi può dare:
«Ero depresso. Mio figlio andava ancora alle medie, c'era la famiglia da portare avanti.
In Associazione incontrai il presidente, un uomo di 70-75 anni florido e gioviale. Mi disse
tante cose e una mi convinse: “Io ho il diabete da quando avevo 18 anni», affermò. E allora, ho pensato: Se c'è riuscito lui, ci devo riuscire anche io; devo solo darmi da fare».
Anche io nel mio lavoro in Associazione ho la sensazione che l’esempio dei Volontari
sia importante quanto le loro parole. Organizziamo conferenze, distribuiamo materiale
ma alla fine è la testimonianza quella che conta. Ringrazio quindi Novo Nordisk per aver
reso possibile la condivisione di queste testimonianze utili e belle.
Marisa Mottes
Direttore del Comitato Socio Sanitario - Diabete Italia
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DA NOI
L’arcipelago degli anziani
Il primo luogo comune da sfatare è quello dell’anziano ‘in panchina’, nullafacente e improduttivo. Una quota importante delle persone, soprattutto fra i 65 anni e la seconda
metà dei 70, è impegnata in attività lavorative, nel Volontariato e soprattutto nella cura
dei nipoti o di altri anziani in difficoltà.
In un Paese che ha pochi asili-nido, scuole materne e scuole a tempo pieno, dove l’impiego part-time è raro e rarissimo ai livelli medi e alti delle carriere, dove le coppie separate
con figli sono sempre di più, sono i ‘nonni’ a rendere possibile la vita di intere famiglie.
Insomma, il termine dell'attività lavorativa non coincide sempre con il riposo. «Non è vero
che una volta in pensione non si ha più stress», conferma Edelweiss, a 73 anni attivissima
presidente di un'Associazione fra persone con diabete. «Sono in pensione, ma non me
ne accorgo. Direi anzi che lavoro più di prima. Certo: non devi più timbrare il cartellino, ma
attività come l’organizzazione di un evento per esempio, ti mettono una tensione incredibile.
E poi ci sono i nipoti, i figli. Insomma, io quando lavoravo ero molto meno stanca».
Giuseppe, che ha 75 anni, racconta: «Una volta la nostra Associazione aveva una convenzione con il Ministero della Difesa che ci permetteva di utilizzare degli obiettori di coscienza.
Ma per averli dovevamo tenere aperta la sede per 44 ore alla settimana ed erano previsti dei
controlli. Insomma, per me che dovevo aprire la sede ogni mattina e starci dentro fino a sera
era… peggio che lavorare!». Anche chi non è troppo impegnato nel Volontariato o con i
figli concorda: «Ho tutti i lavori da fare in casa, ho l’orto, la pesca… Non mi annoio certo»,
dice Franco che vive da solo in campagna, «Anzi mi manca il tempo».
Le giornate sono lunghe per qualcuno
Questo però non vale per tutti: «Da quando sono in pensione», Rita 73 anni di Brescia, racconta con molta sincerità, «la mia vita è più regolare e, se vogliamo, più noiosa. I nipoti non
li seguo molto, perché meno vado in casa da mia figlia meglio sto, e meglio sta lei». Rossana,
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�consigli
che ne ha 76, vorrebbe un po’ più imprevisti: «La mia giornata, specie ora che
sono in pensione, è molto programmata.
1. Smettere di lavorare vi permetterà
Ogni giorno alle stesse ore faccio sempre
di pensare di più alla vostra salute.
le stesse cose. Sono sempre stata, è vero,
una persona molto precisa ma, se potessi
2. Chi si ferma è perduto. Guardancambiare vita la cambierei».
dovi intorno troverete mille cose
Per Pino, abituato a lavorare all’aria
utili da fare.
aperta in cantieri di ogni parte del
3. Con più tempo a disposizione pomondo anche per 10-12 ore al giorno,
tete fare del movimento, scegliere
«stare a casa senza fare niente è dura».
gli alimenti giusti e cucinare con
Pino è un po’ deluso: come dice poecalma.
ticamente «ho lavorato tanto la mattina
4. Chi faceva lavori faticosi trova più
(della vita) per poter riposare al pomerigdifficile tenere le glicemie sotto
gio». Arrivato a 74 anni, dopo una vita
controllo.
di lavoro, si è ritrovato anche troppo
5. Con la vostra esperienza siete
tranquillo e in più appesantito da problemi di salute, il diabete e soprattutto
preziosi per il Volontariato o come
un ginocchio ‘che non regge’ e qualcollaboratori part-time.
che giramento di testa improvviso. Per
6. Un reddito ridotto non è una scuGiovanni invece, 70 anni, di Sondrio,
sa per mangiare male o per stare
il problema è la stanchezza del fisico
fermi.
e della testa. «Quando lavoravo facevo
7. Siete importanti anche se siete
mille cose e mi sembrava di non fare
fuori dal mondo del lavoro.
niente. Non ero mai stanco: ora ci sono
8. Essere anziani non è una scelta. Ma
meno cose da sbrigare ma il fisico non
si può evitare di diventare vecchi.
regge più, anche perché ci sono 40 anni
di diabete sulle spalle».
Andando avanti con l’età, alle limitazioni fisiche si aggiunge lo sfoltirsi delle cerchie di amici. Pasquale che a 101 anni è
molto lucido, e ha un diabete che definisce ‘leggero’ e tiene a bada con qualche pillola,
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DA NOI
l'arcipelago
degli anziani
descrive la sua vita come “molto, molto ritirata”. Avrebbe voglia di incontrare persone
conosciute, come dirigente di banca era a contatto con centinaia di persone e di molti
era divenuto amico: «Ma tutti i suoi amici se ne sono andati ormai, come la gran parte delle
persone che conosceva», racconta la figlia.
Un continuo adeguarsi dei desideri e delle possibilità
Nel corso della sua vita, la persona anziana è impegnata in un continuo adeguarsi reciproco fra le sue possibilità e le sue esigenze. «Certo, se avessi oggi i desideri che avevo
a 40 anni mi sentirei handicappata», spiega Santina che ne ha 84, ha il diabete da venti
anni e vive in un paese sulla costa dell’Abruzzo; «ieri guardavo una montagna e volevo
salirci in cima, vedevo il mare e desideravo tuffarmi, leggevo di uno spettacolo o una mostra
e mi dispiaceva di non poterla vedere. Oggi provo lo stesso piacere a contemplare quella cima
o quel mare stando placidamente seduta, o a sfogliare un libro o a guardare uno spettacolo in
televisione. Non la sento come una limitazione: le mie preferenze sono cambiate».
In questo processo avviene però che la persona limiti le sue possibilità più del necessario. Le figlie di Pasquale ad esempio insistono perché il padre centenario accetti di
salire su una sedia a rotelle per rivedere il bel parco vicino a casa sua (ma non abbastanza vicino perché lui possa raggiungerlo a piedi come faceva fino a pochi anni fa).
«Ma lui si vergogna a farsi vedere su una sedia a rotelle, pensi un po!», esclama Mariella.
Gli ‘acciacchi’ possono ridurre l’autonomia dell’anziano più di quanto lui vorrebbe: «Fino
a due-tre anni fa», ammette Carla che ha 65 anni e solo da pochi anni ha il diabete di
tipo 2, «facevo molto più sport: piscina e palestra, poi avevamo un cane e con la scusa di
accompagnarlo si stava fuori un’ora al giorno magari anche di più. Adesso il cane è morto,
un po’ di artrosi e un po’ di osteoporosi hanno ridotto molto le mie possibilità». Ad Antonio,
80 anni, piace camminare, «e cammino infatti, ma da anziano. Posso farlo purché non ci
siano scalinate o salite». Purtroppo nell’interno della Sicilia dove Antonio vive, molte città,
come la sua, sono costruite sulle colline.
È interessante notare che nessuna tra le persone intervistate considera il diabete la
causa principale delle sue limitazioni. «Io ho tutti i problemi del mondo tranne il diabete»,
afferma Francesco di Brescia (75 anni, diabete di tipo 2 seguito con insulina), il quale
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soffre di un problema alle articolazioni che gli rende difficile non tanto salire quanto…
scendere. «Sono l’unico anziano che sale su una montagna a piedi e scende con la teleferica!», dice. «Se uno proprio non va a cercarsi guai e si tiene un po’ in riga, con le cure che ci
sono al giorno d’oggi si va avanti tranquillamente. Certo, iniezioni e punture sono una rottura,
ma sono cose che si possono accettare», commenta filosoficamente il toscano Giuseppe.
E poi all’improvviso
Il diabete, che nella terza età ha generalmente un'evoluzione graduale, non provoca
quelle ‘rotture di continuità’ che invece sono create da eventi acuti che interessano la
persona o il suo partner.
Per Giovanni la morte della moglie, alcuni anni fa, si è intersecata con le difficoltà di memoria. Solo in casa, Giovanni ha perso fiducia nella sua capacità di ricordare: «Ho una
lavagnetta magnetica per attaccare i bigliettini con le cose anche più semplici da ricordare».
In realtà queste preoccupazioni sono esagerate, assicurano i figli, Giovanni è solo più
lento di una volta ma perfettamente autonomo e presente. «Non ho paura di stare solo in
casa né di andare in giro, anche in macchina, ma i momenti di disagio sono aumentati rispetto
a quando c’era mia moglie».
Infarti e ictus ovviamente cambiano radicalmente la qualità della vita della persona
anche quando si risolvono senza troppe conseguenze cliniche. Anche incidenti banali
possono fare la differenza e non in meglio.
Tre anni fa Giuseppe, uscendo di casa, è scivolato su un gradino. Una brutta caduta
con cinque fratture che per mesi lo hanno quasi immobilizzato e che tuttora limitano la
sua autonomia più di quanto non sia usuale a 75 anni. L’osteoporosi non c'entra. Nel
caso di Adelia invece l’osteoporosi è stato il punto di svolta. «Fino a 86 anni mia mamma
era perfettamente autonoma, anzi era una risorsa: tornavo a casa e trovavo tutto pronto»,
racconta Francesca che ha sempre vissuto con lei. «Mia mamma svolgeva mille commissioni per me: senza il suo aiuto non sarei mai riuscita a lavorare e fare la vita sociale che ho
fatto», riferisce Francesca che ha 59 anni ed è stata a lungo sindaco del suo paese e
poi consigliere provinciale. A far precipitare la situazione non è stato il diabete, che la
mamma aveva da dieci anni e che richiedeva solo un poco di attenzione, quanto una
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l'arcipelago
degli anziani
banale caduta in bagno, che le ha provocato la frattura del bacino. Quattro mesi di
immobilità e il mondo di Adelia e della figlia è crollato. «In poche settimane mamma ha
perso credo 15 chili: tutti i muscoli. Quando ha potuto alzarsi dal letto non aveva più forza, si
orientava con difficoltà, esitava a fare qualunque cosa per paura di cadere. E poi la testa: dimenticava tutto, quando era ancora letto faceva fatica a distinguere la realtà dai suoi sogni a
occhi aperti. Un disastro!». Francesca ha dovuto ridurre i suoi impegni di lavoro, diradare
gli incontri con il suo compagno che vive in un’altra città, e iniziare la vita del caregiver,
di colui che presta aiuto a un’altra persona.
Maschi e ribelli
Le limitazioni imposte dal diabete sono nella maggioranza dei casi vissute con tranquillità, si intersecano con la maggiore cautela e attenzione alla propria salute che
caratterizza la vita dell’anziano e con la tendenza ad assumere e a preferire stili di vita
moderati o caratterizzati da esigenze diverse. Per esempio Vincenzo settantacinquenne toscano nota: «A una certa età si comincia a digerire un po’ male e viene meno voglia di
esagerare, il diabete comunque non mi impedisce di mangiare bene».
Molti anziani maschi fanno invece fatica ad accettare le prescrizioni. Maria parlando
di suo padre, l’ottantatreenne Michele, riconosce che le iniezioni di insulina fatte con
le penne non gli pesano più tanto, «come invece accadeva quando c’erano le siringhe da
bollire ogni volta e gli aghi lunghi e spessi. L’autocontrollo invece gli pesa molto. Lo fa, ma si
vede che fatica ad accettarlo».
Risulta difficile trovarsi soggetti a delle regole in un'età che si pensava finalmente di
piena libertà. «Per vent'anni ho obbedito ai miei genitori, poi per quasi 50 al capo cantiere.
Vado in pensione e penso di poter fare quello che mi pare finalmente», riassume Marco che
ha scoperto di avere il diabete 22 anni fa, un anno dopo la pensione, «eh no! Arriva il diabete e devo stare attento a questo e a quello. Devo pensare a tutto quello che faccio. Vorrei potermene fregare e a volte succede. Poi misuro la glicemia e passo giorni a darmi del cretino!».
Il problema di Marco è soprattutto alimentare: «A 83 anni mangiare, parliamoci chiaro, è
l’unico piacere. A causa del diabete e della pressione alta in tavola è sparita la saliera, così
come la bottiglia di vino. In frigo non c’è più un formaggio. Mia moglie fa i salti mortali per
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propormi piatti di carne bianca e pesce insaporendoli con spezie e ficcando le verdure in ogni
angolo», lamenta o finge di lamentarsi Marco.
Diabete e socialità
Un'altra fonte di difficoltà è l’intersecarsi della vita sociale con le regole alimentari. Gli
ex alpini come Marco, che vive in Veneto, hanno in paese una sede della loro associazione che comprende un bar trattoria. «Si sta insieme come facevamo da ragazzi prima di
andare uno di qua e uno di là per lavoro. E si sta soprattutto a tavola: mangiare è un modo per
passare il tempo insieme. Quando si è in compagnia a volte dire: “No, questo preferisco non
mangiarlo” o essere parchi nel bere è visto come segno di una grave malattia. Poi magari scavi e scopri che metà delle persone che siedono con te ha gli stessi problemi tuoi. Qualche volta
preferisco restare a casa con una scusa». Conferma Giovanni: «Nel mio gruppo di amici ero
io l’animatore, poi quando è arrivato il diabete ho iniziato a ordinare degli analcolici e tutti mi
prendevano per matto. Non riuscivo più a integrarmi tanto bene». «Da giovane bevevo tutto
tranne l’acqua», ricorda Francesco, «ora non so nemmeno più quando è stata l’ultima volta
che ho preso un superalcolico. Ma non a causa del diabete, è che nella vita si cambia». Allo
spritz però, l’aperitivo tipico di Brescia, Francesco non rinuncia: «Io ero il re dello spritz.
Il mio preferito è quello con Aperol, prosecco e acqua».
Il passaggio alla terza età rende più facile controllare il diabete?
Per molti sì. Crescendo, (non si può dire invecchiando perché ha 65 anni), Carla ha
trovato più facile controllare il diabete, suo compagno di vita da quando aveva 40 anni.
«Rispetto a quando ero giovane ho più tempo per stare dietro alla mia salute. Sono più controllata e più consapevole rispetto a vent'anni fa».
Un po’ è una questione psicologica: «Quando sei in pensione sei meno stressato, non hai
i pensieri e non devi seguire i ritmi del lavoro. Hai voglia e tempo di riguardarti un po’ di più
e questo vuol dire», sottolinea Vincenzo «e poi hai il tempo per fare quella glicemia in più e
per riflettere sul risultato», concorda Francesco. E un po’ è una questione pratica: per
Rita, che era sempre in viaggio, «riunioni dopo riunioni e sopralluoghi in Italia e all’estero,
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l'arcipelago
degli anziani
tenere sotto controllo la glicemia era un problema che si aggiungeva agli altri, e non sempre
era in cima alla lista».
L’esperienza di Franco però è opposta. «Da quando sono in pensione tenere sotto controllo
il diabete mi è diventato più difficile. Facevo un lavoro regolare come orari e stile di lavoro. In
pensione cambiano gli orari, da un giorno all’altro mutano le attività».
L’evoluzione fisica non aiuta: «Con l’età le capacità di assorbimento della pelle cambiano
e questo influenza l’effetto delle insuline, sia lente sia rapide. Certo, con gli analoghi le cose
sono molto migliorate, ma devi stare comunque attento ai siti di iniezione. Ci sono dei punti
in cui l’ago non deve andare. Altri dove non arrivi facilmente, altri che non vedi bene. Alla fine
lo spazio che rimane è poco e la rotazione diventa più difficile», nota Giovanni. In effetti la
classica rotazione sull’addome spesso non basta e occorre utilizzare altre zone, come
l’avambraccio o l’interno della coscia. Un vantaggio dell’età è il rarefarsi dei terminali
nervosi sottopelle. «Il più delle volte non sento nemmeno l’ago che entra», ricorda Marco
che all’inizio invece ne aveva davvero paura. «Mi vergogno a dirlo, ma preparavo la penna
e poi chiedevo a mia moglie di farmi l’iniezione: le indicavo il punto e poi chiudevo gli occhi».
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Il piacere di mangiare
Pasquale sta riposando dopo il pranzo della domenica con figli e nipoti: «Avesse visto
cosa ha mangiato oggi!», elenca Mariella, la figlia. «Tortelli cremaschi, brasato di camoscio con verdure e per dessert crema pasticcera». Pasquale che abbiamo già incontrato
qualche pagina prima, ha 101 anni (e il diabete da quando ne aveva 70). «Non mangio
sempre così», si schermisce quando si sveglia, «è stata una cosa un po’ eccezionale: è che
c’erano i figli, i nipoti e i loro figli: ieri a casa ho mangiato solo pasta al pesto e per secondo
del pollo», racconta con soddisfazione.
Non c’è fase della vita nella quale il cibo sia più importante. E non c’è fase in cui sia più
necessario regolare in qualche modo l’alimentazione. «Per fortuna oggi nessuno pensa di
curare il diabete elencando liste di proibizioni. Nulla si cura con i ‘no’. I Team diabetologici
trasferiscono molte più informazioni alle persone e le motivano a orientarsi spontaneamente verso un'alimentazione più consapevole e sana, senza forzarne le preferenze», ricorda
Giuseppe che in quanto presidente di una Associazione è molto attento all’evoluzione
nell’educazione terapeutica.
«Non è possibile togliere a una persona anziana il piacere di mangiare, uno dei pochi che
restano, anzi, forse aumentano, in questa fase della vita», rivendica Rachele, combattiva
ottantaquattrenne che ora vive in Liguria ma è nata in Umbria: «Hai tempo di pensare a
cosa mettere in tavola, fare la spesa apposta la mattina invece di fare tutto di corsa per star
dietro a marito e figli».
Per Santina mangiare significa coronare il sogno di una vita atavicamente segnata dalla
fame. «Eravamo poveri, ci si svegliava con lo stomaco semivuoto e si andava avanti così tutto
il giorno. Dopo la guerra è arrivata ogni tanto la carne e la farina bianca per fare qualche dolcetto ma avevamo quattro figli e quel poco che c'era andava diviso in tante fette», racconta.
Poi la pensione, i figli grandi e un olandese che le ha comprato, a peso d’oro, un rudere
e un pezzo di campagna dove nulla era mai cresciuto. «Finalmente abbiamo potuto soddisfare settant’anni di fame. Mettere in tavola quello che volevamo: la carne, il formaggio, i
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dolci che mangiavano i signori e noi vedevamo due o tre volte all’anno. Invece no, arriva il
diabete!», prosegue Santina, «devo mangiare fibre dice il dottore, alimenti integrali... caro il
mio dottore, io è una vita che mangio verdure! La farina bianca l’ho vista che avevo trent’anni.
Mi dia le medicine che vuole e se non bastano amen. Ho 85 anni, e voglio morire sazia».
Pochi ‘no’ e molte spezie
In realtà, nella maggior parte dei casi, le scelte non sono così drastiche. Diabetologi e
dietisti chiedono alle persone con diabete un'alimentazione sana (più cibi freschi e naturali, pochi alimenti lavorati o piatti pronti); variata (una porzione di carboidrati, una di
fibre e una di grassi e proteine per ogni pasto) e moderata (porzioni limitate soprattutto
di carboidrati e grassi: i famosi 60 grammi di pasta). Suggeriscono di equilibrare l’apporto tra i tre pasti, rafforzando la colazione e la cena (che molti anziani tendono a fare
troppo leggera). Un ‘no’ deciso cade solo sulle bevande zuccherate e sui fuoripasto:
dolci, gelati biscotti e quant’altro. Non si tratta di un regime così difficile da seguire anzi:
«Uno dei vantaggi della pensione è che hai il tempo di preparare e mangiare una colazione
completa», dice Rita. La sua prima colazione comprende, come è appropriato, una porzione di carboidrati, una di proteine e una di frutta e verdura: «Yogurt, fette biscottate e un
frutto o una spremuta di arancia», elenca. Avendo tempo libero si possono cucinare piatti
ricchi di verdure magari facendosi tornare in mente le ricette di un tempo di quando,
come amaramente ricorda Santina, le verdure erano presentate in tavola anche troppo
spesso.
«L’essenziale è mangiare cose che piacciono», afferma Salvatore che nella seconda parte
dei suoi 82 anni ha fatto tante diete; «solo a questo patto una modifica della propria alimentazione è sostenibile». Salvatore, che ha il diabete di tipo 2, ha altri trucchi da consigliare:
«Mangiare lentamente senza guardare la televisione, masticare a lungo e condire con spezie
e limone. Usare sempre sapori molto forti – invecchiando si diventa un pochino ‘sordi’ anche
ai sapori. Usare piatti piccoli e colorati, e non mettere in tavola né il pane né l’olio né il sale».
Le donne apprendono alla svelta come cucinare in modo da seguire i consigli dei medici. «Mia moglie ha imparato che le patate, anche se non sono dolci, alzano la glicemia come
lo zucchero e quindi via le patate! Dicono che ci vuole una porzione di verdure a ogni pasto ed
eccola», nota Antonio. «Quando lavoravo andavo al ristorante con i colleghi e non stavo tanto
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il piacere
di mangiare
a badare cosa ordinavo. Ora sono in casa: mia moglie comanda e le porzioni sono controllate.
Ma non è un sacrificio. Mangio poco, ma mangio bene», commenta Pino.
Quando invece è la mamma o la moglie ad avere il diabete le cose sono un po’ diverse.
«Quando, per rispettare i consigli che mi hanno dato i medici, ho ridotto il sale e abolito i salumi e i formaggi la famiglia ha mugugnato», nota Carmela che dieci anni fa, a 68 anni, ha
scoperto di avere problemi di pressione e poi il diabete. «Quando poi ho dovuto ridurre lo
zucchero e i dolci, marito e figlie hanno protestato vivacemente. Non è stato facile nemmeno
per me: il cioccolato me lo sogno di notte e devo fare il giro largo davanti alle pasticcerie»,
ammette Carmela. Carla ha preferito dare un taglio netto: «Se no non so come finirebbe:
io sono golosissima. Tutte le domeniche mio padre portava a casa un vassoio con 24 paste.
Eravamo in tre ma le finivamo tutte».
Qualche eccezione si può fare
La gestione del diabete non è una corsa sulle brevi distanze quanto una maratona. Un
passo falso pregiudica la prestazione di un atleta sui 100 metri, ma non quella di un
maratoneta. Si possono quindi prevedere delle situazioni eccezionali.
Le feste per esempio sono una minaccia per la glicemia. Giuseppe per giustificare la
percentuale di emoglobina glicata di 7,5 (58 mmol/mole) rilevata a febbraio ha spiegato: «In queste glicate fatte all’inizio dell’anno ci sono dentro un po’ i pranzi di Natale, un po’
le cene di Capodanno, poi sono stato a un matrimonio, qualche cena con gli amici. Ed essendo
inverno si fa meno attività fisica». È vero ma l’emoglobina glicata esprime la media delle
glicemie rilevate nei tre mesi precedenti e quindi le eventuali iperglicemie di tre o quattro pasti non dovrebbero contare troppo.
La gran parte delle persone sceglie – in accordo con il medico – una via di mezzo che
consente loro di mantenere delle sane abitudini alimentari senza operare rinunce psicologicamente ardue. Maria mostra di essere una buona psicologa quando dice: «Se
c’è una festa certo non proibisco a mio padre di assaggiare un dolce. Ogni tanto ci vuole e
non bisogna mai dare la sensazione di essere dei carcerieri!». E in effetti questo è un rischio
che molti caregiver corrono.
«Al mangiare stiamo non attenti, attentissimi», dice Antonio: «Mangio tutto ma poco e non
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mi abbuffo mai. Quando la domenica vengono a pranzo i nipoti mi permetto un dolcino».
Franco conferma: «Quando ho voglia di mangiare qualcosa: una fetta di colomba ad esempio lo faccio, ma ovviamente non ogni giorno. Una fetta l’ho mangiata ieri, un'altra me la farò
fra una settimana. Io mangio anche meno di quello che suggeriscono in ospedale. O il primo
o il secondo. Ma se prendo il primo mi godo un bel piatto da 100 grammi». A dire la verità
quest’ultima scelta non è la più corretta. Sarebbe meglio fare dei pasti bilanciati ciascuno dei quali ha la sua quota di carboidrati, di proteine, di grassi e di fibre.
�consigli
1. Quasi tutti a una certa età faremmo bene
a mangiare un po' meno.
2. Meglio ridurre le porzioni ed evitare di
mangiare fuoripasto.
3. Una sola porzione di pasta o pane o patate per pasto.
4. In ogni pasto inserire una generosa porzione di verdura.
5. Salumi e formaggi, ricchi di sale e grassi,
vanno in tavola due volte alla settimana.
6. Un dolce o un pezzo di cioccolato nero ci
può stare al posto di pane o pasta
7. Non saltate i pasti e non fate pasti troppo
leggeri o distanziati.
8. La persona anziana deve bere molta acqua, sforzandosi anche se non ha sete.
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DA NOI
Insulina e cho counting
Chi fa insulina e sa come variare la dose di analogo rapido
è avvantaggiato. Un grande
aiuto viene dal conteggio dei
carboidrati (detto anche cho
counting), la tecnica che consente di valutare quanti carboidrati sono presenti in una
porzione o in un pasto e decidere di conseguenza la dose
di insulina appropriata. Rita
l’ha imparato: «Peso la pasta e
tutti gli alimenti che contengono
carboidrati. Ci metto un po’ di
più, ma non mi faccio mancare
nulla». E lo stesso vale per Roberto 65 anni: «Da quando ho il
diabete ho sempre pesato tutto,
ma faccio ogni volta dei pasti
completi». A Giovanni invece non l’hanno insegnato: «E
il piacere
di mangiare
quindi ho sempre paura di mangiare troppo. In compenso in sessanta anni non ho preso un
chilo!». Un esempio dell'elasticità regalata dagli analoghi rapidi e dalla conoscenza del
cho counting lo fornisce ancora Roberto: «Ogni sabato a pranzo», indica, «quando viene
a trovarci mio figlio, qualcosa di più nel piatto lo si mette. E quindi faccio una o due unità in
più. I conti bene bene non tornano mai, ma ci si prova!».
Mangiar fuori, perché no?
Rita orgogliosamente afferma: «Se vado al ristorante so come regolarmi», ma per molti
mangiare fuori rimane comunque un problema. «Cerco di evitare», nota Antonio, di Caltanissetta, «perché non sai mai esattamente cosa metteranno nel piatto che mangi. Magari
ordini un cibo che non conosci e ti si alza la glicemia». Se Antonio accusa le preparazioni
alimentari, che in effetti nei ristoranti possono essere più ricche – ad esempio di grassi
– di quanto non avverrebbero a casa, Carla sottolinea il minor rigore che caratterizza
le scelte effettuate in compagnia in un contesto stimolante. «Quando si mangia fuori per
forza di cose si è più disordinati!».
Senza sete
Gli anziani perdono lo stimolo della sete. «Anche in estate – e qui in Sicilia d’estate fa davvero caldo – mio padre non ha nessun desiderio di bere, e si disidrata. Fosse per lui berrebbe
solo quando deve prendere le pillole. Dobbiamo sempre ricordarci di portargli un bicchiere
d’acqua e controllare che lo vuoti», ricorda Maria, la figlia di Michele. Pasquale l’acqua
proprio non riesce a mandarla giù. «La badante gli prepara un the verde leggerissimo per
invogliarlo», spiega Mariella.
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Esercizio fisico
Vincenzo non ha avuto bisogno del medico per capirlo. «Stare all’aria aperta è la cosa
migliore per la salute. Quando lavoravo e mi toccava stare in ufficio mi sentivo condannato.
Quando al risveglio apro la finestra ed entra l’aria fresca del mattino rinasco! Il nostro fisico
ha bisogno dell’ossigeno non bisogna restare chiusi in casa». La mattina all’alba si alza, fa
colazione, prova la glicemia, inietta l’insulina ed esce o in bici o a camminare. «Di certo
non mi metto a sedere in poltrona. Chi ha il diabete non deve stare fermo!».
Ben detto! L’esercizio fisico è di gran lunga la medicina migliore per il diabete e per tante altre condizioni croniche tipiche dell’età: ipertensione, eccesso o squilibrio dei grassi
nel sangue. Persino per prevenire l’Alzheimer e le demenze senili e l’osteoporosi. Rita
ogni giorno fa cinque chilometri a piedi e due volte alla settimana va in piscina: un altro
sport molto completo e consigliabile, soprattutto d’inverno. «Quando lavoravo ero anche
iscritta a una palestra», racconta, «ma finivo per non andarci mai». Rachele per molti anni
è andata a ballare, «è molto più divertente della palestra o di quegli esercizi che si fanno in
acqua», racconta. Ora Rachele fa un po’ fatica a muoversi: trasferendosi da una regione
all’altra, ha perso il ritmo dei controlli al piede che oggi le crea molti problemi. «Sa che
esercizio faccio? Non ci crederà: i pesi! Come un culturista, seduta su una sedia alzo e abbasso due manubri da qualche chilo per un quarto d’ora», racconta ridendo.
Antonio sa benissimo che l’esercizio fisico tiene sotto controllo la glicemia. Il diabete è
arrivato prima che lui lasciasse il lavoro. «Era un lavoro di fatica: grossista di bevande. Ogni
giorno caricavo e scaricavo dal camioncino quintali di bevande. Al tempo c’era il vuoto a rendere e la fatica era doppia». Sta di fatto che il diabete se ne è rimasto bello tranquillo fino
a quando Antonio non ha lasciato il lavoro. A quel punto per controllarlo ci sono voluti
i farmaci. E Franco, di professione falegname, può dire lo stesso: «Ho dovuto chiudere
perché non c’era più lavoro e ho perso insieme le entrate e la salute. Infatti, pochi mesi dopo,
è arrivato il diabete».
DA NOI
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Non sto mai fermo!
�consigli
Un po’ per gestire il diabete, un po’
1. Per ogni malattia della terza età l’eper sentirsi in forma (l’esercizio fisisercizio fisico è la migliore medicina.
co all’aria aperta fa miracoli anche
2. Quali che siano le vostre condizioni
per l’umore) Giuseppe di Pistoia afc'è sempre un'attività fisica possibile.
ferma orgoglioso: «Sono un pensionato ma non sto mai fermo. Io e mia
3. Nella persona anziana il movimento
moglie ci facciamo cinque chilometri
è più efficace che nell’adulto.
al giorno a piedi. E con la bella sta4. L’esercizio fisico va fatto ogni giorno,
gione, in bici, anche venti o trenta. Se
perlomeno uno sì e uno no.
piove mi dedico alla cyclette».
5. Per essere efficace l’esercizio deve
La cyclette però non convince tutessere abbastanza lungo e intenso
ti. «Mia moglie me l’ha comprata, ma
da stancarsi
dopo un anno l’ho regalata. Perché?
Perché è una noia», afferma Franco.
6. Non appena si ha il fiatone bisogna
Santina aggiunge, «Mi hanno detto:
fermarsi.
mentre pedali guardi la televisione e
7. All’inizio, per qualche giorno, ossa
ti passa il tempo. Ma pedalando mi
e muscoli ‘protestano': non bisogna
balla la vista, sudo e mi scivolano gli
preoccuparsi.
occhiali. Ora è in cantina».
8. Lo sport ideale si fa all’aria aperta,
Camminare è l’attività fisica prema occorre scegliere una attività ‘di
ferita: «Io giro tutta Brescia a piedi
riserva’ per l’inverno.
ogni giorno, con mia moglie o da solo.
Adesso la mia Associazione sta organizzando dei gruppi di cammino. Sarà
ancora più bello: ci si muove e si chiacchiera», si augura Francesco.
La bici è la seconda attività fisica più ‘gettonata’. Costa poco e si inserisce nella routine quotidiana. «Nonostante sia una città abbastanza fresca d’inverno, a Sondrio è normale
muoversi in bici», racconta Giovanni, «lo sport vero e proprio l’ho abbandonato ma continuo
a camminare e pedalare».
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DA NOI
esercizio fisico
Anche il giardinaggio è un buon esercizio. Se Vincenzo bada agli ulivi, Franco lavora
nell’orto «ieri ho tagliato la legna per l’inverno prossimo perché abbiamo il camino».
Difficoltà da superare
Non tutti, si dirà, possono fare chilometri a piedi. Ma si può inventare qualche trucco.
Antonio per esempio sa bene che «se cammino di più, il diabete scende». Due o tre volte
alla settimana va a fare la spesa con la macchina: «Non parcheggio davanti al super ma
cinquecento metri prima e raggiungo il supermercato a piedi». A 80 anni ritornare appesantiti dalle borse sarebbe troppo faticoso, quindi Antonio le lascia al super, torna a
prendere la macchina, arriva davanti alle casse, carica l’auto e riparte.
Facendo esercizio fisico, è normale che le ‘performance’ con il tempo si riducano. «Una
volta camminavo a lungo, non ero mai stanca», si lamenta Rossana, «ora spesso devo fermarmi e sedermi. Certo, in questi anni sono invecchiata, ma una bella botta l’ha data anche
il diabete». Più spesso l’ostacolo è un problema alle ossa o alle articolazioni: «Esercizio
fisico ne faccio poco. Mi manca una cartilagine al ginocchio e non cammino tanto. Dovrei
farmi operare ma rimando», confida Pino.
Santina vorrebbe camminare, come il medico le ha suggerito, quaranta-sessanta minuti
al giorno e avrebbe anche le forze e il tempo per farlo, però ha un problema che non va
sottovalutato. «Dove vado?», si chiede. Santina abita nel centro di un paese abbastanza
piccolo del Meridione. «Tutti i posti dove potrei andare sono a cento passi: chiesa, negozi,
perfino il supermercato non è distante. Potrei uscire dal paese, ma una donna sola che cammina senza una apparente ragione suscita curiosità o sospetto, soprattutto se lo fa ogni giorno e con quel passo relativamente svelto e senza soste che il medico consiglia». Leggendo
il giornale forse Santina ha trovato la soluzione: organizzare un gruppo di cammino. Ne
parlerà presto con l’Associazione diabetici, con qualche Medico di medicina generale
e magari con un circolo Acli o Arci. «In questo modo potremmo andare a spasso e anche
divertirci!», conclude.
DA NOI
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gestire il diabete
Un'alimentazione sana e l’esercizio fisico continuato sono i due pilastri della terapia. In
molti casi possono essere sufficienti a tenere sotto controllo il diabete. A volte devono
essere affiancati da altri due pilastri: l’automonitoraggio della glicemia e le terapie farmacologiche.
Ipoglicemizzanti orali
Pur avendo il diabete da decenni, Carla lo ha sempre curato con le pillole. «Non è un
diabete arrabbiatissimo», spiega. All’inizio sembrava bastare la metformina, «ma poi il
diabete andava per conto suo». Il Diabetologo ha quindi aggiunto la gliptina che si è rivelata la terapia giusta: «Sono anche dimagrita», afferma.
Oggi i Diabetologi hanno a disposizione diverse tipologie di farmaci orali per seguire
il diabete, più due farmaci da iniettare. Le pillole si dividono in tre famiglie: gli insulino-sensibilizzanti che potenziano l’effetto dell’insulina e i secretagoghi che ‘spremono’ il pancreas perché produca più insulina. Tra gli insulinosensibilizzanti troviamo la
metformina (che ha effetto anche sulla riduzione dell’appetito), l’acarbosio che riduce
e rallenta l’assorbimento degli zuccheri nell’intestino, e i glitazoni. Tra i secretagoghi le
sulfaniluree (una volta era l’unica famiglia di farmaci potenti a disposizione) o i glinidi.
Gli incretinomimetici agiscono sull'efficacia di un ormone importante nel metabolismo
che si chiama Glp-1. I due farmaci iniettabili sono lo stesso Glp-1 (per la precisione un
suo analogo) e l’insulina.
Nel corso della vita della persona con diabete è normale che la terapia vada cambiata.
Questo non significa che la terapia precedente fosse sbagliata. Il diabete è un piano
inclinato e lo scopo della terapia è di rendere più lenta possibile la sua evoluzione. «È
importante però agire presto e non lasciar passare troppo tempo tra il momento in cui una
terapia risulta insufficiente e quello in cui viene prescritta una terapia diversa», sottolinea
DA NOI
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Rachele, «io ho regalato molti punti al diabete e stavo per lasciarci il piede anche per l’inerzia, mia e un po’ del mio medico, a intraprendere una terapia più aggressiva. Gli dicevo: “Non
passiamo ancora all’insulina. Vediamo se nei prossimi mesi, facendo più attenzione, migliora”
e lui mi purtroppo mi ha dato retta».
Per esempio Giuseppe fino ad ora ha tenuto a bada il diabete con degli ipoglicemizzanti orali, «ma il Diabetologo mi ha avvertito che probabilmente dovrò aggiungere un analogo
lento di insulina. È una seccatura, ma non mi spaventa. Si tratta di una iniezione al giorno,
molte persone con diabete, fra cui mia figlia, ne fanno quattro».
Franco segue già una terapia ‘mista’ in cui l’insulina è affiancata a farmaci orali. «La sera
dopo cena faccio 10 unità di analogo lento e la mattina prima di colazione prendo il gliclazide.
La prescrizione era per il farmaco di marca ma mi hanno fatto pagare un ticket. Allora ho preso il generico. E a tutto questo aggiungo, due volte al giorno, la metformina che aumenta l’efficacia dell’insulina, sia di quella che mi inietto sia di quella, poca, che mi rimane», racconta.
L’insulina
Vincenzo tiene sotto controllo il suo diabete con una classica terapia basal-bolus. La
sera inietta un analogo lento. Le molecole di insulina si ‘schiudono’ poco alla volta
nell’arco delle ventiquattro ore e in questo modo il suo organismo può contare su un
‘minimo garantito’ di insulina nel corso della giornata. Poco prima del pranzo e della
cena, invece, Vincenzo inietta un analogo rapido. In questo caso l’insulina inizia subito il
suo effetto (che dura per circa tre ore) e si aggiunge a quello dell’analogo lento in modo
da facilitare l’utilizzo dei carboidrati assunti durante il pasto. «Così facendo ho una glicata
del 6,6% (40 mmol/mole)», dice orgoglioso.
Le terapie basal-bolus cercano di mimare il funzionamento del pancreas e offrono anche maggiore flessibilità. «Per esempio, se so che non mangerò pasta, faccio meno unità di
insulina», spiega Franco. Il conteggio dei carboidrati è la tecnica che permette di valutare con una certa precisione la dose. La dose di analogo lento invece non deve essere
cambiata di volta in volta, «anche perché ogni giorno è diverso. Domani farà bello? Magari
lavorerò nell’orto o laverò la macchina. Farà brutto? Allora magari sarò più sedentario. Ci
vorrebbe la palla di vetro!».
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DA NOI
gestire
il diabete
Molte persone con diabete di tipo 2 provano ansia all’idea di ‘passare all’insulina’. «Ero
molto spaventata: pensavo che fosse l’ultima spiaggia. Ricordavo mia mamma che arrivò
all’insulina pochi mesi prima di morire. Invece il farmaco di cui avevo paura è diventato una
liberazione: tre iniezioni mi bastano, la glicemia è tornata sotto controllo e ho tolto dall’armadietto diverse pillole». Carmela aveva perso la funzionalità di un rene ben prima che
arrivasse il diabete e ha il terrore della nefropatia diabetica; sa bene che l’equilibrio
glicemico, così come quello della pressione sono essenziali per prevenire, fermare o
rallentare l’evoluzione della nefropatia diabetica: «Con un rene solo non si scherza: frequentando i servizi di Nefrologia ho visto tante persone sottoposte all’incubo della dialisi».
I Diabetologi preferiscono contrastare l’evoluzione del diabete prima con dei farmaci
orali, aumentandone via via il dosaggio e il numero, e poi passare all’insulina, in alternativa o in affiancamento. Così è successo a Rossana che ha iniziato con una poi con
due e poi con tre tipi diversi di farmaci orali ed è poi passata a quattro insuline al giorno.
In realtà l’insulina, lungi dall’essere ‘l’ultima spiaggia’ come temeva Carmela, è utilizzata sempre più spesso temporaneamente all’inizio della terapia. Salvatore alla diagnosi
di diabete aveva già sviluppato una seria nefropatia: alcuni mesi di terapia insulinica
hanno stabilizzato la situazione. «Il medico mi ha spiegato che quando la glicemia è alta lo
zucchero nel sangue ‘avvelena’ la betacellula e ne peggiora il funzionamento. L’insulina serve
a ‘pulire’ il sangue e il pancreas torna in grado di produrre una certa quantità di insulina ‘sua’.
A quel punto si può provare a ridurre le dosi o il numero di iniezioni fino a sostituirle con farmaci orali», racconta Salvatore.
Il microinfusore
Giovanni assume l’insulina attraverso un microinfusore. Una pompa, collegata a un serbatoio e governata da un piccolo computer, infonde con precisione ogni minuto una
piccola ‘goccia’ di insulina nell’organismo attraverso un catetere. La velocità di infusione può essere variata quanto si vuole o secondo degli schemi prefissati. «E invece
di iniettare i boli di insulina per esempio prima di pranzo o per correggere una ipoglicemia,
basta premere due tasti», nota Giovanni. «Lo svantaggio è che sei sempre attaccato al microinfusore tramite un tubicino che termina sottocute. Il vantaggio è che eviti le iniezioni, puoi
DA NOI
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fare l’insulina prima dei pasti senza star lì a tirar fuori penne e altro. La gente che lo vede lo
scambia per un telefonino. Bisogna essere delle persone precise e pulite. La glicemia sicuramente migliora ma non so se consiglierei il microinfusore a tutti», conclude con equanimità
Giovanni. «In ogni caso l’età non conta nulla ed è sbagliato pensare che il micro possa essere
prescritto solo ai giovani».
Un automonitoraggio ‘intelligente’
E arriviamo ora al quarto pilastro della terapia: l’automonitoraggio (o autocontrollo) della
glicemia è la caratteristica distintiva del diabete. È molto semplice da svolgere. Basta
produrre con un pungidito una gocciolina di sangue, generalmente pungendo il polpastrello, e poggiarla su una striscia reattiva che viene inserita in uno strumento, detto
glucometro o reflettometro, il quale restituisce il valore della glicemia in quel momento.
Quanti controlli bisogna fare? Per chi fa insulina molti. Spiega Vincenzo: «Mi controllo
aderenza
Spesso alle persone anziane è richiesto di seguire molte terapie di lungo termine per prevenire
o gestire delle condizioni croniche. Il numero di farmaci tende a crescere. A Giuseppe all’inizio
bastava mezza pastiglia di metformina. Poi ha aggiunto la glibenclamide ed è arrivato a tre
pasticche di metformina. «Da un mese prendo anche dell’acarbosio prima dei pasti. Poi c'è
una statina per il colesterolo e una piccola dose di acetilsalicilico. Pino, il suo quasi omonimo
calabrese prende liraglutide e metformina da mille tre volte al giorno, un betabloccante due
volte al giorno, un diuretico, un calcio-antagonista e gliclazide. È complesso? «No, all’inizio
della settimana preparo dei pacchettini con dentro le medicine del giorno e di fatto le prendo
tutte insieme».
Franco invece a un certo punto si è ribellato. «Ho seguito tutte le prescrizioni del medico ma
quando alle varie pillole per il diabete ha aggiunto anche la statina mi sono detto. “Questa no.
E quante pillole devo prendere! Tanto il colesterolo è basso!». Al medico ancora non l’ho detto:
aspetto di vedere i risultati e ne discuteremo alla prossima visita».
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DA NOI
gestire
il diabete
�consigli
tanto: il diabete non lo lascio andare.
Non faccio mai l’insulina senza controllarla la mattina a colazione e a
1. Il diabete va seguito dal Medico di
mezzogiorno. Spesso metto la sveglia
medicina generale e dal diabetologo.
all’una di notte. C'è chi dice “tanto il
2. Nel corso della vita è normale che le
diabete va dove vuole lui”. Non è vero.
terapie siano rafforzate o cambiate.
Ci vuole costanza. E se hai anche solo
un po’ di febbre, i quattro controlli non
3. Nessuna medicina esenta da uno stibastano: devi farne di più perché in
le di vita e da un’alimentazione sana.
quei giorni la glicemia fa sbalzi da ca4. L’insulina non è l’‘ultima spiaggia’,
pogiro». Anche Giovanni, che usa il
ma il farmaco più efficace. È solo più
microinfusore fa la glicemia «cinque
scomodo da usare.
volte al giorno e ogni volta che cambio
5. Le terapie per il diabete sono tra
il set di infusione, due ore dopo».
quelle con minori effetti collaterali.
Negli ultimi anni il numero di ‘stri6. Se una prescrizione non vi convince,
sce’ che il Servizio sanitario nazioparlatene al medico: non si offenderà.
nale concede gratis si è ridotto, soprattutto per le persone non trattate
7. La glicemia va misurata seguendo
con insulina. Chi usa sulfaniluree (i
uno schema che consenta di rilevarfarmaci orali il cui principio attivo
la in momenti diversi della giornata.
inizia con ‘Gli’) farà bene a misurare
8. L'emoglobina glicata è un dato imla glicemia ogni giorno, soprattutto
portante ma bisogna conoscere la
qualche ora dopo l’assunzione, anvariabilità delle glicemie.
che se questo significa acquistare
di tasca propria qualche confezione di strisce all’anno. Per gli altri
l’importante non è il numero di controlli ma la loro capacità di intercettare l’andamento
della glicemia. Per esempio si potranno fare un controllo prima e uno un’ora dopo colazione al venerdì, uno prima e due ore dopo pranzo la domenica e uno prima e due
ore dopo cena al martedì. Non necessariamente ogni settimana. I controlli vanno fatti,
inoltre, ogni volta che si sente una stanchezza ingiustificata o un malessere.
DA NOI
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I dati raccolti vanno interpretati e registrati. Interpretare vuol dire mettere in relazione il
‘numero’ con le attività svolte nelle ore precedenti. Per prima cosa occorre avere ben
chiaro quali solo i valori ‘giusti’ (soprattutto fra gli anziani ogni persona ha i suoi: uno per
le glicemie a digiuno e uno per quelle rilevate dopo i pasti). Se il valore registrato è pari
o inferiore a questi valori (ma non troppo inferiore) questa è una conferma importante.
Vuol dire che le attività delle ultime ore (soprattutto esercizio fisico e alimentazione) erano appropriate. Se è superiore nessuna ansia. Una glicemia alta non è un brutto voto a
scuola. È un’occasione per imparare di più su se stessi. Vale la pena di fermarsi e cercare di capire quale nostro comportamento potrebbe avere innalzato la glicemia. I dati
– meglio se insieme alle attività appropriate o meno – vanno riportati in modo ordinato
su un diario glicemico (come il Calendiario realizzato da Diabete Italia nel quadro del
progetto Il Mio Diabete), sia per presentarli al Diabetologo, sia per creare un archivio di
soluzioni da consultare.
L’emoglobina glicata
L’emoglobina ha la proprietà di legarsi alle molecole di zucchero che incontra quando
circola nel sangue. Maggiore è la quota di proteine di emoglobina che risultano ‘glicate’ o ‘glicosilate’, maggiore è la glicemia media nell’organismo. Siccome la vita media
dell’emoglobina è di nove-dieci settimane, l’emoglobina glicata permette di intuire quale
è stata mediamente la glicemia nei due-tre mesi precedenti. Il test andrebbe fatto ogni
tre mesi dalle persone trattate con insulina, almeno una volta all’anno da tutti gli altri.
Quali sono i livelli ideali di enoglobina glicata? Dallo scorso anno l’emoglobina glicata
si misura in millimoli per mole (mmol/mole) ma si usano ancora i livelli espressi con le
percentuali. In ogni caso i livelli-obiettivo (detti anche target) cambiano da persona a
persona. «La mia emoglobina glicata va da 7,5 (58 mmol/mole) a 8 (64 mmol/mole). Prima
era 7,5 o 7,4%. L’obiettivo – mi ha detto il dottore – sarebbe non superare i 7,5», afferma
Rossana. Se Rossana avesse 20 anni probabilmente il medico avrebbe suggerito di
rimanere sotto il 7% (53 mmol/mole). Se fosse stata in cerca di una gravidanza avrebbe chiesto addirittura di avvicinarsi al 6% (42 mmol/mole). Francesco ha una glicata
dell’8% (64 mmol/mole): «Il mio medico dice che non è poi così male», riporta.
Tornando ai ‘target’, quando l’età è molto avanzata o quando la persona corre un forte
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DA NOI
gestire
il diabete
rischio di ipoglicemie che potrebbero risultare fatali per il suo cuore, il medico accetta
anche livelli più alti. Francesca per esempio è preoccupata per il diabete di sua mamma, Adelia, che vive in una Casa per anziani. «È entrata con una glicata di 7,5 e ora ha
9,5% (80 mmol/mole). Ho la sensazione che le infermiere facciano apposta a tenerle la glicemia alta per evitare crisi ipoglicemiche che non saprebbero come gestire. Il diabetologo mi ha
detto che tutto sommato a 90 anni non si può chiedere una glicata perfetta e qualcosina sotto
il 9% (75 mmol/mole) basterebbe, ma di stare attenta ai picchi di iperglicemia».
Rachele nota che da quando ha avuto dei dolori al petto che si sono rivelati una ischemia, il suo diabetologo è diventato «molto più tollerante. A volte sono io a chiedergli: “Ma
è proprio sicuro che questi valori vadano bene?”. Per esempio quando vengono i nipoti che
mi portano in giro e mi fanno stancare più del solito, mi consiglia di tenermi un po’ alta con
la glicemia prima di uscire».
DA NOI
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complicanze del diabete
La vita con il diabete è una maratona, si è detto prima. L’obiettivo principale di questa
maratona è prevenire la comparsa o rallentare l’evoluzione delle complicanze cosiddette ‘croniche’ del diabete, vale a dire i danni che lunghi periodi di glicemia alta o ripetuti
sbalzi della glicemia possono creare su tutto il corpo, ma specialmente su alcuni organi
particolarmente delicati come la retina e i glomeruli, i ‘filtri’ presenti nel rene. Glicemie
medio-alte e ‘picchi’ iperglicemici, inoltre, aggravano l’indurimento e ispessimento delle
arterie e facilitano la formazione di trombi con il rischio di sviluppare ischemie, infarti e
ictus.
Una partenza in salita
«Puntuale, dopo pochi mesi di pensione, è arrivato il diabete», racconta Marco che precisa,
«o meglio mi sono accorto di un diabete che era già lì da tempo perché la glicata era 9,2%
(77 mmol/mol) e avevo già sviluppato delle complicanze». Marco ha ragione: quando la
diagnosi arriva in età matura o anziana il diabete è presente già da anni e, agendo indisturbato, ha fatto in tempo a creare danni. Nel caso di Marco «una nefropatia, un inizio di
retinopatia – anche se per fortuna lontana dalla macula, la parte che vede – e un’occlusione
delle coronarie e delle arterie che portano sangue al piede, infatti ogni tanto zoppicavo».
I medici di Marco non hanno perso tempo. Con degli interventi laser hanno fermato la
retinopatia, applicando uno stent alle coronarie hanno allargato le arterie che rischiavano di far soffocare il muscolo del cuore e si sta valutando un intervento per liberare
l’arteria che porta il sangue al piede.
«Praticamente ho passato tre mesi entrando e uscendo da ogni reparto dell’ospedale. Gli
uscieri mi salutavano!». Tutto questo sarebbe stato poco utile se Marco non avesse nel
frattempo stabilizzato la glicemia mangiando meno e meglio, facendo esercizio fisico e
seguendo una terapia.
DA NOI
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�consigli
La retinopatia è il problema anche di
Francesco: «Per fortuna i trattamenti
laser l’hanno arrestata già vent'anni fa.
1. Il vero problema della persona con
Ma ogni anno faccio i controlli», racdiabete sono le complicanze.
conta, mentre per Rachele il problema è il ‘piede diabetico’. Le passate
2. Il rischio è proporzionale al tempo
iperglicemie hanno attaccato i nervi
passato con la glicemia alta e ai picdella gamba e le arterie. Ha perso la
chi di iperglicemia.
sensibilità sulle dita e sui lati del pie3. Le complicanze colpiscono ovunque:
de. Anche Adelia ha lo stesso propiedi, occhi, reni, cuore, genitali e
blema e la figlia che la va a trovare
denti.
nella casa di riposo le controlla il pie4. Le più pericolose colpiscono i vasi che
de ogni volta «alla ricerca del minimo
portano sangue a cuore e cervello.
callo, arrossamento o anomalia e guardo che le sue scarpe e pantofole non
5. Le complicanze si annunciano con
abbiano nulla all’interno: né cuciture
anticipo. È normale all’esordio rilené oggetti anche piccoli che potrebbevarne qualcuna.
ro ferirla», racconta. Una ferita dege6. Per prevenirle: esercizio fisico, glinererebbe facilmente in un’infezione
cemie sotto controllo e pochi sbalzi
che l’organismo di Adelia, anche
della glicemia.
aiutato dai farmaci, farebbe fatica
7. Anche se tutto va bene, fate un ‘taa contrastare. «Se non si interviene
gliando’ ogni anno a occhi, piede,
in tempo l’unica soluzione è amputare
reni e cuore.
la parte del piede infettata!», esclama
Francesco.
8. Anche se le cose vanno male è semUn altro problema serio negli anziani
pre possibile intervenire per rallentaè la nefropatia. L’evoluzione di quere ogni complicanza.
sta complicanza è piuttosto lenta.
Chi ha le prime avvisaglie a 80 anni
non corre un forte rischio di finire in dialisi, ma un rene che funziona male è un problema
perché rallenta l’eliminazione non solo del glucosio (tenendo alta la glicemia) e del sale
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DA NOI
complicanze
del diabete
(tenendo alta la pressione), ma anche dei farmaci che si assumono rendendone imprevedibile l’effetto e favorendo sovradosaggi. «In pratica, mi hanno spiegato», riferisce
Carmela che di reni è divenuta suo malgrado un’esperta, «che l’effetto della medicina
presa poniamo il lunedì si può sommare a quello della dose presa il martedì, provocando un
sovradosaggio. Meglio non prendere certe medicine (Carmela intende le sulfaniluree) se si
hanno, per esempio, i reni ammalorati».
Glicemie senza troppi ‘strappi’ e un’emoglobina glicata ‘nel target’ insieme all’esercizio
fisico e a una sana alimentazione, permettono di ridurre al minimo i rischi di sviluppare
le complicanze. «È come una patente a punti con decine di migliaia di punti», Marco fa un
esempio efficace, «ogni ora di glicemia alta è un punto in meno. Quindi non bisogna fare
una tragedia se una mattina ti svegli con 130 mg/dL ma nemmeno fregarsene per settimane
o mesi».
Il paradosso ipoglicemia
Le ipoglicemie non sono un’evenienza rara in chi usa l’insulina, così come per chi usa
una famiglia di ipoglicemizzanti orali detti sulfaniluree. Ipoglicemia significa ‘zuccheri
bassi’ ed è la reazione con la quale il cervello risponde a uno squilibrio tra l’insulina o i
farmaci assunti e i carboidrati ingeriti. «Leggendo ho capito che noi diabetici insulinotrattati
dobbiamo sempre inserire una porzione di carboidrati in ogni pasto, non di più e non di meno,
altrimenti andiamo in ipoglicemia», spiega Rachele. Anche un esercizio fisico superiore
al normale può generare delle ipoglicemie. A volte le ipo si manifestano semplicemente
perché, con l’età, i reni funzionano peggio e i farmaci rimangono nel sangue più a lungo
del previsto. Proprio per prevenire le ipo Roberto preferisce dividere le 20 unità di analogo lento in due iniezioni da 10 unità ciascuna a dodici ore di distanza l’una dall’altra.
I sintomi cambiano
Il cervello che ha fame di zucchero reagisce all’ipoglicemia con una serie di segnali che
si fanno via via sempre più marcati, chiamati sintomi e segni premonitori. Nella persona
giovane o matura i sintomi vanno in genere verso l’attivazione dell’organismo: appetito
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e ansia, sudorazione, formicolii, tremore. «Ma col tempo questi sintomi sono cambiati»,
dice Rossana, «sempre di più avverto disorientamento, la testa vuota, un senso di mancamento». Ricorda Giovanni: «Quando sono in ipo faccio più fatica a ricordare, ho poca voglia
di parlare o difficoltà a pronunciare le parole».
Santina ha imparato molto del diabete curando il marito più anziano che ha avuto il
diabete prima di lei. «Era davvero difficile: a volte mangiava anche il tavolo, a volte saltava
i pasti; un giorno usciva a caccia, un altro stava in tuta sul divano fino a sera. L’insulina non
la voleva fare e le medicine che gli prescrivevano gli creavano delle ipoglicemie ma questo
lo abbiamo capito dopo. Sembrava addormentato o instupidito, o faceva fatica a trovare le
parole o ad articolarle. A volte pensavo che avesse bevuto di nascosto e andavo ad annusargli
l’alito. Poi abbiamo scoperto che quello era l’effetto del poco zucchero nel sangue. Infatti succedeva quando non mangiava tanto o si era mosso più del solito. Allora ho iniziato a provargli
la glicemia ogni volta che mi sembrava diciamo così ‘più anziano’ del solito».
Oltre a cambiare natura, i sintomi dell’ipoglicemia possono arrivare in ritardo o per
effetto delle ripetute ipoglicemie (si chiama ridotta sensibilità all’ipoglicemia ed è una
situazione pericolosa che può essere corretta evitando la minima ipo per diverse settimane) o per una complicanza del diabete chiamata neuropatia autonomica. «Quando
avevo 50 anni», ricorda Francesco, «mi iniziava a tremare la mano già a 90 mg/dL; ora per
sentire qualcosa la glicemia deve scendere almeno a 60».
Rita, c’è sempre l’eccezione, ha la sensazione contraria: «I sintomi dell’ipo ora mi sembrano più marcati, già a 70 mi accorgo che qualcosa non va. Quando lavoravo, forse perché
ero distratta dalle mille occupazioni, solo a 50 mg/dL mi accorgevo che c’era qualcosa di
strano».
In questi casi avere accanto una persona è importante: «Mi accorgo dell’ipoglicemia perché sudo e mi sento stanco», riferisce Giuseppe di Pistoia, «ma ancora prima se ne accorge
mia moglie. Per esempio se mi capita mentre cammino non è che rallento, ma il passo non è
regolare; mia moglie dice che ‘butto là le gambe’ e non cammino ben diritto. Ho sempre con
me zucchero, caramelle e reflettometro e posso misurare e agire».
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DA NOI
complicanze
del diabete
Come risolvere l’ipoglicemia
Tutte le persone che rischiano l'ipoglicemia hanno imparato la ‘regola del 15’. Si misura
la glicemia e se è sotto il livello concordato con il medico si assumono 15 grammi di
carboidrati semplici: cioè, due bustine di zucchero o mezza lattina di una bibita zuccherata; caramelle solo se si sciolgono subito e sono dolcissime. «Nell’ipoglicemia le
regole sono invertite. Più un alimento è dannoso per il diabetico e più è utile in questa situazione», afferma Marco. Dopo quindici minuti si misura ancora la glicemia e, se non è
tornata al livello desiderato, si assumono altri 15 grammi. Questa la regola. Con qualche
eccezione: «Dopo aver corretto l’ipo dovrei ricontrollare ma le striscette costano un occhio
della testa e alla ASL sono avari nel darcele. Quindi magari prendo un po’ più zucchero del
necessario e tralascio di misurare», dice Rossana.
Nella persona più anziana i minuti necessari per ottenere una risposta possono essere
di più: «Da quando correggo a quando la glicemia torna normale passano quaranta minuti»,
riporta Giuseppe. «Se la glicemia era ‘sotto’ di poco la giornata prosegue tranquilla ma se
era più seria, diciamo sotto i 50 mg/dL, anche se la risolvi la giornata va a farsi benedire».
«La regola del 15 funziona, è vero, ma una ipoglicemia a 45mg/dL ti lascia come se ti fosse
passato sopra un carrarmato!», esclama Francesco.
Quasi sempre la regola del 15 è sufficiente. Capita però, soprattutto nelle ipoglicemie
dovute a sulfaniluree, che la risoluzione dell’ipoglicemia possa richiedere molte ore. «A
volte ci sono volute ore prima di risollevare la glicemia», ricorda Maria figlia di Michele, «in
quei casi abbiamo telefonato al dottore e un paio di volte siamo andati al pronto soccorso».
Le persone che rischiano ipoglicemie sono molto spaventate in quanto, se non si interviene subito, c’è la possibilità che il cervello, per difendersi, alzi per così dire il ‘ponte
levatoio’ e si metta in una posizione di difesa che si preannuncia prima con un tremore
incontrollato e una rigidità dei muscoli e poi con uno stato di sopore chiamato ‘coma
ipoglicemico’. In questa fase la persona non può assumere degli zuccheri nemmeno se
aiutata: «Una volta papà era rigido rigido, ma siamo riusciti ad aprirgli un poco i denti e a far
passare dell’acqua con lo zucchero», racconta Maria che però ha rischiato perché, perso
il riflesso della deglutizione, lo zucchero sarebbe potuto entrare nei bronchi aggravando la situazione.
DA NOI
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In questi casi è necessario intervenire con una iniezione di glucagone.
«Noi lo abbiamo sempre in casa», dice
ancora la figlia di Michele. È venduto
in confezioni monodose ‘usa e getta’. Il glucagone può essere iniettato
in ogni punto del corpo: sottocute
(l’ideale), nel muscolo o nelle vene.
In dieci minuti gli effetti dell’ipoglicemia spariscono uno dopo l’altro. Se
non si ha a disposizione il glucagone occorre chiamare un’ambulanza.
Paura della cura �consigli
1. Chi usa insulina o sulfaniluree rischia
l’ipoglicemia. Gli altri no.
2. Si rischia l’ipo se si mangiano meno
carboidrati o si fatica più del previsto
o per un dosaggio errato della terapia.
3. Quando sentite qualcosa che non va
misurate sempre la glicemia.
4. Nell’anziano i sintomi sono poco
chiari, sonnolenza o un rallentamento dei riflessi.
5. Se la glicemia è bassa prendete 15
grammi di zucchero, controllate dopo
15 minuti, e se resta ancora bassa
prendete altri 15 grammi di zucchero
(in generale: 15 grammi di zucchero
aumentano la glicemia di 45 mg/dL)
6. Le ipo da sulfaniluree sono più lunghe e difficili da risolvere.
7. Di ipo non si muore. Guai a tenere alta
apposta la glicemia per prevenirle.
8. Misurare sempre la glicemia prima
di mettersi alla guida.
L’evenienza del coma diabetico è
rara ed è comunque sempre reversibile, ma spaventa molto le persone con diabete e i loro cari. «Nonostante non abbia mai avuto una seria
ipoglicemia, l’ansia ti prende lo stesso. Anzi diciamo proprio la paura»,
ammette Roberto.
Edelweiss, che ha un diabete molto
instabile, soffre di frequenti ipoglicemie. «Due volte sono finita in coma. In
un caso me ne sono resa conto e, pur
prendendo zucchero su zucchero, non
c’è stato niente da fare. Per fortuna se
l’ipo avviene di notte mi sveglio. Ma sicuramente questa situazione mi mette un po’ di angoscia. Ora comincerò con un nuovo analogo lento che dovrebbe fare al caso mio. Speriamo».
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DA NOI
complicanze
del diabete
«Certo il diabete mi ha cambiato. Prima ero più padrona di me stessa: viaggiavo molto spesso
da sola per lavoro. Ora ho un po’ paura a dormire da sola», nota Rossana, «soprattutto ho
paura di avere una ipoglicemia e non accorgermene». Non tutti però sono così. A Vincenzo
vivere da solo piace: «Sono convinto che sia la situazione migliore per gestire il diabete»,
afferma un po’ sorprendentemente. «Sono fortunato perché sento quando mi arriva l’ipoglicemia e mi dico qui bisogna prendere qualcosa. Vivo solo ma non ho paura. Bisogna semplicemente non arrivare al limite».
L’errore più comune tra chi ha paura delle ipo è quello di tenere apposta alte le glicemie
in modo da ridurre il rischio. In questo modo, un po’ paradossalmente, ci si ‘procura
il diabete per combattere l’ipoglicemia» un approccio sicuramente errato. Meglio prevenire le ipoglicemie con una analisi attenta della cause che hanno provocato i singoli
episodi.
Chetoacidosi e iperosmolarità
Ci sono anche due conseguenze acute legate all’eccesso di glicemia. La chetoacidosi
e l’iperosmolarità. La chetoacidosi si rileva solo nelle persone insulinodipendenti e non
è più frequente negli anziani. L’iperosmolarità invece si rileva anche nelle persone con
diabete di tipo 2 ed è meno rara negli anziani soprattutto in quelli che vivono soli.
Il marito di Giovanna, si è trovato in questa situazione. «Era estate e andai al Nord per un
matrimonio lasciando solo Ruggero per due giorni. Quando sono tornata mio marito era sul
divano, rispondeva ma sembrava semiaddormentato, non l’avevo mai visto così. Guardando
in giro ho capito che aveva mangiato poco e soprattutto non aveva bevuto: le labbra e la pelle
erano secche, le bottiglie d’acqua nel frigo erano piene e non aveva nemmeno preso le medicine». Giovanna ha chiamato il diabetologo: «Mi ha detto solo queste parole: “Lo faccia bere
se riesce, arrivo subito”. Praticamente mio marito era in coma iperosmolare, completamente
disidratato e con la glicemia altissima. In ospedale ci sono voluti tre giorni per ristabilirlo e
non posso dire che sia tornato come prima».
DA NOI
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Quando il problema
non è il diabete
Il 67% dei maschi e il 55% delle femmine tra i 65 e i 74 anni è sovrappeso o obeso. Visto
che sovrappeso e obesità sono tra le cause del diabete di tipo 2, non stupisce che la
percentuale sia ancora più alta fra le persone anziane con diabete.
Per Carmela «che magra non è mai stata», come ammette, il peso ha iniziato a diventare
un problema quando ha smesso di lavorare come collaboratrice domestica. «A fare i
lavori di casa e tenendo le nipotine fatico eguale, ma evidentemente spreco meno energie.
Quando lavoravo ogni giorno facevo quattro o cinque chilometri a piedi. Ora le mie figlie
abitano nello stesso palazzo e mi muovo poco da casa», racconta. In effetti, solo gli sforzi
prolungati permettono di perdere o comunque mantenere peso. «Per fortuna mio marito
ama l’aria aperta, così ci siamo trasferiti fuori città e viene più voglia di passeggiare. In compenso però si mangia di più. Parliamoci chiaro. Si è sempre in casa, non ci sono tante altre
distrazioni e mangiare è l’unica soddisfazione facile da togliersi o semplicemente un modo
per passare il tempo, soprattutto di sera». Una volta Carmela si addormentava alle dieci,
magari davanti alla TV, «oggi a mezzanotte sono ancora in giro per casa. Mio marito dorme e
la TV non la posso accendere. A leggere dopo un po’ mi scoccio. E il frigo diventa un’attrazione
tremenda».
Per Salvatore il peso è un vero problema. «Sono sempre stato robusto ma le cose hanno
iniziato a peggiorare quando in fabbrica mi hanno spostato a fare un lavoro di ufficio, e poi
con la pensione che è arrivata presto perché la ditta ha chiuso». Salvatore è aumentato
di dieci chili ogni dieci anni. «Mia moglie scherzando dice che se mi tagliassero in due
vedrebbero i cerchi concentrici come negli alberi», racconta. Salvatore sa che tutti i suoi
problemi – diabete, pressione alta, mal di schiena e dolori alle articolazioni – derivano
dalla obesità e vorrebbe «tornare grasso ma normale», come dice lui.
«Devo ringraziare il diabete», afferma paradossalmente, «perché mi ha messo a contatto
con medici e dietisti che mi hanno aiutato a fermare questa crescita ‘ad albero’ non con
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�consigli
le diete di due settimane che non sono
mai servite a nulla, ma adottando una
alimentazione sana e variata». Rinun1. Influenze, infezioni varie e traumi
ciando ai fuori pasto e ai dolci, cercando di ridurre le porzioni di gras(fratture) alzano molto la glicemia.
si e carboidrati e mangiando tanta
2. Alcune terapie, soprattutto a base di
verdura, Salvatore ha riportato quasi
cortisone, alzano molto la glicemia.
sotto controllo il diabete, ha miglio3. Dite a ogni medico che vi cura che
rato la pressione ed è sceso appena
avete il diabete. È una informazione
appena sotto i cento chili. Ma Salimportante.
vatore non è alto e il suo indice di
4. Lo stile di vita ideale per il diabete
massa corporea è di 39: il responaiuta a prevenire tumori, osteoporosi
so è sempre ‘obeso’ con i rischi che
e demenza.
ne conseguono. Uscirne è difficile.
«Di esercizio fisico non se ne parla, mi
5. Il sovrappeso è la singola causa più
fanno male le gambe dopo tre scalini
importante dei vostri malanni. Afo cento metri. Mangiare ancora meno?
frontiamolo!
Sinceramente è una sofferenza». Ci sa6. I disturbi dell’umore hanno stretti lerebbe la chirurgia bariatrica ma a 85
gami con il diabete. Non taceteli al
anni il medico l’ha sconsigliata, andiabetologo.
che perché il cuore si è ingrossato e
7. Una frattura o qualunque causa di ril’intervento chirurgico è molto e imdotta mobilità richiede una revisione
pegnativo per l’organismo. Salvatodella terapia.
re ha provato il ‘palloncino’, ma dopo
un mese ha dovuto smettere: «Conti8. Un diabete fuori controllo aggrava
nuavo a rimettere e palato, esofago e
ogni malattia. Non perdetelo mai di
denti si erano rovinati. Ora si parla di
vista.
nuove medicine, speriamo».
A causa dell’obesità Salvatore ha
perso l’autostima. «Con gli altri faccio finta di nulla, anzi mi comporto come se mi piacesse
essere così grasso: “uomo di sostanza”. Ma ci soffro. Si dice che l’obesità è una malattia che
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DA NOI
quando
il problema
non è il diabete
non puoi nascondere, ma in realtà le cose peggiori cerchi di nasconderle: se si slaccia la scarpa non puoi allacciartela da solo, evito di sedermi su divani bassi perché non avrei la forza di
rialzarmi, e comunque ogni volta è una fitta alle ginocchia, con la paura di cadere e aspettare
che tre persone mi tirino su, magari ridendo». Salvatore passa il suo tempo a evitare situazioni potenzialmente imbarazzanti «e il tutto con l'allegra giovialità e spensieratezza che ci
si attende da noi grassi. E poi non mi piaccio: cerco di non vedermi allo specchio e se posso
di non guardarmi proprio».
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Combattere il diabete
senza sottovalutarlo
Rita dice: «Io ho sempre trattato con rispetto il diabete», ma lei ha esordito con un diabete
di tipo 1. Quando il diabete arriva a 60 o 70 anni è facile sottovalutarlo e questo può
essere un errore. Tutto è cominciato con un incidente in macchina. Un tamponamento:
sembrava cosa da poco «ma avevo mal di schiena. Il medico al pronto soccorso, figlio di un
mio compaesano, mi ha prescritto il cortisone e mi ha chiesto se avevo il diabete», racconta
Rosario. «Un po’ stupito gli ho risposto: “Sì, ho un po’ di diabete ma cosa c’entra?”. “Non esiste ‘un po’ di diabete’. Esiste ‘il diabete’ e basta. E comunque il cortisone le alzerà le glicemie.
Lo dica al suo medico e si faccia prescrivere una terapia”, mi rispose».
Come tante persone Rosario riteneva il diabete una caratteristica dell’età, come perdere i capelli o ingrassare facilmente. «Per un po’ l’ho preso sul serio, misurando le glicemie
la mattina e dopo pranzo. Ho cercato di fare in modo che l’effetto delle pillole per il mal di
schiena e delle pillole per il diabete arrivasse a coincidere». Finiti i problemi alla schiena
Rosario ha smesso con il cortisone. Il diabete è rimasto, «ma a quel punto l’ho lasciato un
po’ da parte. Mi sentivo bene». Due anni dopo Rosario sente un mal di testa lancinante.
La moglie lo convince ad andare al pronto soccorso. «E ritrovo lo stesso medico che mi
dice: “Questo è un Tia, un’ischemia cerebrale, un ictus insomma. Ecco cosa ha fatto il suo ‘po’
di diabete’”». Una battuta forse psicologicamente non appropriata che Rosario ricorda
bene.
L’ictus o, se vogliamo, lo scampato ictus, perché grazie alle cure immediate Rosario
non ne ha riportato danni permanenti, aveva dato a Rosario la sensazione di essere
vittima del diabete. «Mi immaginavo un mostriciattolo che mi era entrato nel sangue ed erodeva di giorno e di notte le arterie e tutti gli organi», racconta. La sensazione di Rosario era
di aver perso una battaglia senza nemmeno averla combattuta. La depressione, intesa
come malattia è molto frequente fra le persone anziane e ancor di più fra le persone
con diabete. Per diversi anni Rosario si è alzato tardi, rimaneva a letto il più possibile o
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�consigli
comunque in camera sua con le persiane chiuse, evitava la compagnia
di amici, figli e nipoti e parlava poco
1. Il diabete non richiede sacrifici ma
anche con sua moglie. Lui, che era
attenzione. Dovrete solo pensare a
sempre stato attento all’aspetto fisiquello che fate.
co, non si radeva né si cambiava.
«Mi dicevano: “Dai esci, fai qualco2. Il diabete non è un dramma, ma non
sa che ti passa”», racconta ma la
va sottovalutato. Non esiste ‘un po’
depressione si esprime proprio atdi diabete’.
traverso l’incapacità di fare queste
3. Il diabete si affronta in due: non usacose. «Era come dire a un cieco, vai
te il diabete come arma nei confronti
al cinema che ti passa», nota. Le glidel coniuge.
cemie impazzivano, con ritmi sonno4. Il diabete non impedisce di uscire a
veglia imprevedibili, pasti spesso
cena con gli amici.
saltati con abbuffate di alimenti ingeriti direttamente dalla confezione,
5. Se il diabete vi ha tolto il piacere di
magari di notte.
mangiare qualcosa non va. Parlatene
Approfittando di un momento meno
con il medico.
negativo, i figli trascinarono Rosario
6. Un diabete sotto controllo, con qualda un neurologo e poi dal diabetoche aiuto, non peggiora la vita seslogo. Sostenuto dalle medicine per
suale.
l’umore e da una terapia per il dia7. L’esercizio ideale è quello che si fa in
bete più efficace, Rosario ha ripreso
compagnia di coetanei o amici.
l’atteggiamento giusto. «Non è vero
che l’iperglicemia non la senti», dice
8. Stare all’aria aperta e muoversi aiuta
Rosario. «Quando mi hanno cambiato
a disperdere le forme lievi di depresla terapia mi sono sentito il sangue…
sione.
non so come dire, più fluido, mi sentivo
meno stanco, meno pesante ‘dentro’».
Sono passati cinque anni; oggi Rosario ne ha 89, prende molte medicine e fa molti controlli: si sottopone ogni sei mesi a una ecodoppler alla carotide per valutare il rischio di
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DA NOI
combattere
il diabete senza
sottovalutarlo
altri ictus, ogni due anni fa una coronarografia per vedere se le coronarie sono intasate.
Gli anni di depressione e di cattiva gestione del diabete hanno lasciato il segno soprattutto sul piede. «Ho perso sensibilità: se mi tagliassi non me ne accorgerei, e a quel punto
per fermare l’infezione non si potrebbe fare più nulla se non, zac!, amputare il dito o il piede
intero». Rosario esagera un poco (è difficile ma possibile intervenire anche sulle infezioni nel piede diabetico). Combattere il diabete è oggi la sua occupazione principale.
«Quando faccio l’insulina, una colazione sana e una passeggiata magari anche se è inverno
mi dico: ecco un punto per me e zero per il diabete».
Rachele in depressione non è entrata, «sono troppo arrabbiata con il diabete e con me
stessa che gli ho lasciato tanto spazio. Mi ha tolto molta libertà, mi ha colpito il cuore. A volte
sono terrorizzata, più spesso sono talmente impegnata a controllarlo che non sento più la
noia delle giornate. In fondo a noi anziani un po’ di malattia fa compagnia. Dopo aver pensato
agli altri per decenni, finalmente pensiamo a noi stessi». L’atteggiamento giusto quindi è
a metà strada fra la paura e la sottovalutazione; è quello proposto da Franco quando
conclude: «Cosa vuole che le dica? Con il diabete e tutti i miei malanni, in fondo… In fondo
sto abbastanza bene!».
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Un progetto editoriale di:
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UNA VECCHIAIA A COLORI: IL DIABETE NELLA