Le sterline del diavolo
Fuga da Salò
di Massimo Caleff
Panda Edizioni
ISBN 9788899091521
©2015 Panda Edizioni
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Premessa
Tra il novembre del 1943 e il luglio del 1944, la città di Verona è teatro in pochi mesi di tre tragici eventi che la pongono
al vertice degli interessi, politici e militari, dell'epoca.
Salò era la sede del Ministero degli Esteri ove avvenivano i
principali incontri diplomatico-istituzionali, nonché la sede
dell'agenzia uffciale di stampa, per cui tutti i dispacci uffciali
iniziavano con la dicitura “Salò comunica...”, da qui l'appellativo giornalistico di Repubblica di Salò.
Tuttavia, nonostante l'appellativo di Repubblica di Salò, i
suoi ministeri erano dislocati un po' in tutto il Nordest, in principal modo sul Lago di Garda, ma anche a Verona, Cremona,
Padova, Venezia, Brescia.
A Verona, città di interesse strategico elevatissimo, perché
apriva le porte al passo del Brennero e quindi alla Germania,
aveva sede in C.so Vittorio Emanuele, oggi C.so Porta Nuova,
all'ex Palazzo INA la polizia politica tedesca, la famigerata SD
(Sicherheits-Dienst), diretta dal generale Wilhelm Harster. Gli
uffci della polizia politica della Repubblica Sociale Italiana, denominata con la sigla di UPI (Uffcio Politico Investigativo),
corpo di polizia politica meno conosciuto, ma per questo non
meno occhiuto e operativo della SD tedesca, erano situati vicino al teatro romano, nella Piazzetta Redentore di fronte alla
chiesa oggi sconsacrata di S. Maria in Organo.
L'U.P.I nella R.S.I. costituiva, di fatto, la polizia politica segreta, agendo in stretto contatto con i corpi di polizia e reparti
di repressione tedeschi nella lotta anti-partigiana e anti-alleata.
La vera identità dei loro componenti era normalmente avvolta
nel mistero più assoluto, spesso gli stessi parenti più stretti non
erano a conoscenza del loro vero incarico, quello che era certo
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è che si distinguevano per decisione, spregiudicatezza ed efferatezza degli interrogatori.
In quei mesi i segugi dell'UPI avevano occhi e orecchie dappertutto in città. Stazione, uffci amministrativi, bar, bische e
bordelli erano i luoghi da loro più frequentati per attingere informazioni.
Di fatto Verona era il centro nevralgico del fronte sud, il ter minale nervoso sul quale piovevano gli impulsi operativi e gli
ordini direttamente da Berlino, per cui non è per nulla azzardato defnirla la vera capitale di fatto della R.S.I.
In questo contesto già di per sé tumultuoso, nel breve volgere di nove mesi, avvennero in rapida successione: il congresso
del Partito Fascista Repubblicano, il processo a Galeazzo Ciano
e agli altri congiurati del Gran Consiglio del Fascismo, e l'assalto al carcere militare degli Scalzi, dove fno a pochi mesi prima
era stato detenuto proprio lo stesso Galeazzo Ciano.
Il drammatico congresso di Verona fu il disperato tentativo
della R.S.I di riconquistare il consenso popolare degli italiani,
soprattutto quello delle classi operaie, attraverso una serie di riforme tese a far rinascere l'anima rivoluzionaria del primo fascismo, con un programma sociale talmente radicale che
avrebbe tranquillamente potuto essere discusso in qualsiasi assemblea socialista o comunista dell'epoca. Prima riforma fra
tutte spiccava la socializzazione delle imprese che prevedeva la
partecipazione diretta degli operai nella gestione delle aziende.
Un vero terremoto!
Il programma fu duramente osteggiato dalla resistenza, che
naturalmente vedeva questa nuova apertura sociale con il fumo
negli occhi, essendo una potenziale pericolosissima arma di
consenso verso le classi proletarie.
Il tentativo di riforma fu velleitario, anche perché avversato
dagli ambienti industriali e fnanziari per ovvie ragioni di casta;
ma anche dai tedeschi, che avevano tutto l'interesse a far so-
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pravvivere uno stato fantoccio privo di anima politica e quindi
di autonomia.
Il processo di Verona a Galeazzo Ciano e agli altri gerarchi
che votarono la sfducia a Mussolini la notte del Gran Consiglio
del Fascismo calamitò le attenzioni di Hitler, Churchill e dei
servizi segreti inglesi tedeschi e americani, contribuendo a far
calare sulla città una cortina diplomatica turbinosa con tanto di
spie ed eroine. Ad accentuare il clima fosco di quei giorni si aggiunse anche la tragedia familiare di Edda Ciano, che non riuscì a ottenere la grazia per il marito da un padre ormai
schiacciato tra i tedeschi e le ali più dure e intransigenti del partito.
Un dramma degno di Shakespeare, recitato comunque a
Verona.
L'assalto al carcere militare degli Scalzi è una pagina di puro
eroismo scritta da un pugno di uomini che riuscirono a liberare
dalle carceri fasciste un sindacalista detenuto in cella semplicemente presentandosi all'ingresso con le armi in pugno. Un'azione militare realmente accaduta, che non sarebbe credibile
nemmeno in un flm.
In questo quadro storico convulso, buio, tormentato, ma di
grandissima intensità storica si colloca la trama di questo libro,
che spero possa in qualche modo trasmettere la drammaticità
di quei mesi terribili, ma per certi versi esaltanti, quando si viveva ogni minuto come se fosse l'ultimo perché del doman non
v'era certezza.
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Capitolo I
Verona, Novembre 1943
Dal ponte di Castelvecchio, Pietro Roscio guardava le acque
grigie dell’Adige scorrere vorticosamente sotto di sé. Sembrava
una colata di piombo fuso, e una pioggerellina insistente non gli
dava tregua bagnandogli il bavero del pastrano e il cappello a
tesa larga, mentre sopra di lui più che un cielo incombeva una
cappa plumbea imperlata di umidità.
Si guardò le scarpe anch’esse bagnate, da quando aveva lasciato la sua Palermo, non si era ancora abituato a quello schifo
di clima. La città era bella, sì, ma all’umidità non ci era abituato, potevi coprirti fnché volevi, tanto era inutile, penetrava tra
le fbre, nelle ossa, nei polmoni, e non potevi farci assolutamente nulla. In quel clima da girone dantesco sentiva sulle spalle
tutti i suoi cinquant'anni, e gli venne in mente quando ancora
ventenne camminava a piedi nudi sulla spiaggia di Mondello,
guardando i pescatori tirare giù le reti dalle barche. Nina era la
fglia di uno di quei pescatori, ed era l'unica donna di cui si fosse veramente innamorato. Capelli e occhi neri, ogni volta che la
aspettava all'angolo della sua abitazione il cuore martellava forte. Si frequentavano da mesi oramai, e la cosa era nota a tutto il
quartiere, ma uffcialmente Nina usciva il pomeriggio per fare
le commissioni di casa, e lui l'aspettava all'angolo come se si
trattasse di un incontro casuale. Allora funzionava così. Lui
vent'anni, lei quasi diciannove, erano una bella coppia, a detta
di tutti, e anche il padre non disdegnava quel ragazzo che si era
appena iscritto alla scuola di polizia di Palermo. Poi un bel
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giorno Nina non uscì più di casa, tubercolosi sentenziarono i medici. Morì otto mesi dopo senza che nessuno potesse farci nulla,
e da quel giorno Pietro non ebbe più alcuna relazione seria con
una donna. Semplicemente non ci riusciva, quando gli capitava
di avere un contatto anche informale con una ragazza, l'immagine di Nina tornava a tormentarlo, come una condanna a vita.
Erano le 06.30 del mattino, e Pietro si era fatto a piedi tutta
la strada che da Ponte Pietra lo separava da Castelvecchio. Gli
piaceva molto camminare la mattina presto, il freddo gli schiariva le idee, e quel giorno aveva parecchie cose a cui pensare.
Al comando dell'Uffcio Politico Investigativo la sera prima si
era tenuta la riunione operativa di tutto il gruppo diretto dal
maggiore Maugeri. Il giorno dopo si sarebbe tenuto a Castelvecchio il primo congresso del partito nazionale fascista repubblicano, e tutto era in fermento.
Sarebbero arrivati pezzi grossi del calibro di Alessandro Pavolini, Piero Pisenti, Renato Ricci, nonché tutta la crema del
vecchio squadrismo storico, e i pericoli di infltrazioni partigiane o peggio di attentati era altissimo. Il suo compito sarebbe
stato di mescolarsi alla folla, in borghese, tenere gli occhi e
orecchie apertissimi durante il congresso, e dare l'allarme in
caso avesse notato qualcosa di sospetto. Tutto il reparto sarebbe
stato dispiegato con molta discrezione nel perimetro esterno del
Castello, pronto a intervenire e sigillare tutta la zona in caso di
bisogno.
Girava sempre in borghese.
Il suo compito era carpire informazioni nei bar, alla stazione, a teatro, nei luoghi pubblici, dimostrarsi affdabile, affabile,
conquistarsi insomma la fducia della gente. Alle riunioni
dell'Uffcio Politico che si tenevano al comando di Ponte Pietra
ci andava sempre solo, facendo attenzione a non essere visto da
nessuno. Uffcialmente era un tecnico radio che dopo l'armistizio era stato distaccato da Palermo presso il Ministero delle Co-
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municazioni a Verona. In realtà al ministero c'era stato solo il
primo giorno per registrare i documenti, poi aveva iniziato la
sua vera attività.
Pietro mise le mani in tasca, e incominciò a pensare a quello
che era successo nei mesi precedenti, mentre con passo svelto si
dirigeva verso via Roma.
Lo sbarco alleato lo aveva sorpreso nel suo uffcio del commissariato di Palermo in una bella giornata di luglio, di quelle
in cui l'estate mediterranea ti inebria la mente del suo profumo
e la guerra sembra la cosa più lontana di questo mondo. Il
commissario Geraci aprendo la porta aveva semplicemente
proferito: “sbarcati sono!” Non serviva altro. La notizia era
nell'aria da parecchi giorni, e la gente l'aspettava quasi come
una manna dal cielo. Questo atteggiamento lo aveva inizialmente sorpreso e poi fatto incazzare. Lui aveva la tessera fascista perché lavorando nello stato bisognava averla, ma del
fascismo non gli era mai interessato un granché. Era un poliziotto che faceva il suo lavoro e basta. Quello che non capiva
era questo atteggiamento di spasmodica attesa da parte della
gente nei confronti di quella che in fn dei conti, al di là delle rispettive idee politiche, costituiva pur sempre l'aggressione di un
paese straniero. Nel corso della sua carriera in Sicilia aveva
avuto a che fare con ladri, mafosi, puttane, assassini, qualche
anarchico, ma con gruppi occulti di resistenza organizzata al
regime mai.
Da dove saltava fuori improvvisamente tutto questo latente
antifascismo?
La sorpresa si era trasformata in incazzatura quando col
precipitare degli eventi si era reso conto che tutto sommato, forse, il fascismo aveva appiccicato all'isola un'identità di unità nazionale che in realtà non era mai esistita. Prima i borboni, poi i
piemontesi, poi i fascisti, e ora sotto a chi tocca, attacca l'asino
dove vuole il padrone diceva il proverbio.
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Il commissario Geraci era stato come un padre per lui: gli
aveva insegnato tutte le astuzie del mestiere, i modi di condurre
un' indagine, di interrogare le persone, di riceverne le confdenze.
Il giorno dopo lo sbarco, arrivò una telefonata direttamente
dal Ministero degli Interni di Roma.
Cercavano tra i quadri dei vari commissariati persone da reclutare in un nuovo corpo investigativo che stava per essere
creato, un corpo di polizia politica. Il Ministero aveva deciso di
rafforzare il controllo nei confronti dei dissidenti politici, in
quanto l'aria che tirava in base alle informative che l'O.V.R.A.,
il servizio segreto, faceva pervenire da tutta Italia era pessima.
La gente era stanca della guerra, il regime screditato, e ora con
lo sbarco degli alleati in Sicilia la situazione era diventata ancora più critica. Occorreva un nuovo corpo investigativo in grado
di intercettare e reprimere il dissenso, in maniera sempre più effcace, utilizzando le più moderne tecniche investigative. Questo corpo si sarebbe chiamato UPI (Uffcio Politico
Investigativo), avrebbe avuto sede a Roma, ma con distaccamenti in tutto il territorio nazionale. I candidati avrebbero dovuto sottoporsi a un corso specifco di tre mesi, per poi essere
operativamente dislocati nelle diverse regioni italiane a seconda
delle esigenze. Era un incarico di prestigio molto ben pagato e
la selezione era assolutamente severa e accurata.
Perciò quando Geraci gli disse: “Pietro, a Roma cercano
nuovi investigatori, io non me la sento, ma vista la situazione
per te credo sia un ottima occasione, che fai?”
Geraci teneva famiglia come si suol dire, mentre Pietro non si
era mai sposato, e questo agli occhi del regime, per un uomo di
cinquant'anni, non era precisamente un bel biglietto da visita.
Inoltre c'era quella storia con la famiglia Cariddi ancora in
ballo, e l'aria a Palermo per lui, con l'arrivo degli americani, si
sarebbe fatta alquanto irrespirabile. Circa sei mesi prima, gli
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era arrivata da uno dei suoi più fdati informatori una soffata
circa la consegna di un carico di armi provenienti direttamente
dall'America. La cosa era gestita dalla famiglia Cariddi, che in
quel mandamento dettava legge. Non si muoveva una foglia
senza il loro consenso. L'indagine che Pietro aveva accuratamente istruito aveva appurato che, in vista del vociferato sbarco
alleato sull'isola, le famiglie si preparavano a riposizionarsi sul
carro del vincitore. I forti legami con gli emigrati negli Stati
Uniti avevano garantito i contatti, e ora i capi mandamento si
preparavano, una volta sbarcati gli americani, a dare vita a un
disegno di separatismo siciliano ispirato da oltreoceano. Quelle
prime armi sarebbero state custodite in attesa dello sbarco, per
poi far insorgere i picciotti e dichiarare la Sicilia, una volta liberata, regione indipendente dallo stato italiano. Separatismo, lo
chiamavano così, una corrente di pensiero che contestava
l'appartenenza a uno stato distante dalla Sicilia, ritenuto oppressivo, centralista e distante dai bisogni della gente. Un movimento che era stato soffocato a forza dal fascismo, che con il
prefetto aveva fatto piazza pulita di ogni dissenso interno, facendo saltare la poltrona di più di un gerarca oramai troppo
colluso con la malavita locale. Grazie a quella operazione, il regime aveva totalmente rinnovato la sua classe dirigente sull'isola, presentando all'opinione pubblica il suo bel faccino pulito
nuovo. Quanto al prefetto Mori, quando con le sue inchieste
iniziò ad occuparsi degli intrecci che dalla Sicilia portavano direttamente a Roma, si trovò un modo generoso per ringraziarlo
del lavoro fatto, conferendogli un incarico di prestigio e rappresentanza istituzionale, molto ma molto distante dall'isola.
Ora con la crisi del regime, il dissenso separatista era tornato
a far sentire la sua voce.
Le armi provenienti dagli Stati Uniti avrebbero dovuto essere scaricate di notte da una nave, sul bagnasciuga di una spiaggia nei pressi di Palermo. Pietro, che comandava l'operazione,
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aveva predisposto una retata per arrestare tutti i partecipanti
della consegna di quella notte, fornitori e committenti, siciliani
e italoamericani. Solo che non tutto era andato liscio, e nel cor so della retata c'era stato un conMitto a fuoco, con tanto di morto. Le armi erano state tutte confscate, e i suoi uomini erano
illesi. Ma quel morto non era un picciotto qualunque: era Vincenzo Cariddi, primo fglio del boss Gaetano Cariddi. Il boss,
accecato dal dolore, aveva reagito violentissimamente, cercando
vendetta immediata. In pochi giorni molti informatori della polizia erano fniti morti ammazzati, chi strozzato, chi sotterrato
con un tappo in bocca. Una bomba era esplosa addirittura davanti al comando della polizia, e a quel punto era intervenuto
direttamente il federale di Palermo e la legione dei carabinieri
per mettere a posto la cosa. Erano scese in campo anche le altre
famiglie della zona, a quietare i bollenti spiriti di Gaetano Cariddi, perché le famiglie avevano bisogno di tranquillità per
proseguire nei loro commerci illeciti, e una guerra aperta con lo
stato, con le bombe ai commissariati e i poliziotti in giro per le
strade, avrebbe intralciato gli affari. La commissione di vertice
delle famiglie ne aveva discusso, e alla fne un punto di compromesso era stato trovato. Quella guerra doveva fnire, ma al boss,
affnché non ci perdesse la faccia con tutta la famiglia, andava
riconosciuta soddisfazione. Il compromesso che le famiglie fecero giungere, indirettamente tramite i propri emissari, allo Stato,
era chiarissimo: per chiudere tutto era necessario mettere sul
piatto la testa del commissario Roscio. Geraci ne fu informato
in maniera informale, prima dagli organi investigativi del Ministero degli Interni presenti sull'isola che avevano discusso la
cosa, e poi addirittura dal federale di Palermo che, naturalmente, aveva raccolto i messaggi di radio popolo provenienti dalla
piazza e dai mercati.
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“Quel commissario Roscio, bastardo, è un poliziotto che
porta appresso il suo cadavere!” Questo era stato l'editto non
mediabile di Gaetano Cariddi.
Facile immaginare che, con l'arrivo degli alleati, una volta
andatosene il federale e tutte le strutture del regime, e una volta
armati i picciotti, la testa di Pietro Roscio a Palermo sarebbe
valsa meno di una sardina al mercato del pesce.
Ora quella proposta del Ministero degli Interni arrivava a
fagiolo per togliergli le castagne dal fuoco: se ne sarebbe andato
lontano dalla Sicilia, in un corpo investigativo che avrebbe protetto il suo anonimato. Per di più, fortunatamente, non avrebbe
lasciato una moglie o dei fgli su cui avrebbero potuto ritorcere
lo smacco subìto. Ci pensò una notte intera, e poi decise per
Roma, non immaginando minimamente che in pochi mesi la
sua vita sarebbe mutata del tutto.
L'armistizio dell'8 Settembre lo colse a Roma, mentre non
aveva ancora terminato il corso istruttivo per diventare un quadro dell'Uffcio Politico Investigativo. Il corso era severo, ma i
piaceri di quella città lo avevano letteralmente incantato. Si
sentiva libero, di girare, di conoscere, di costruire fnalmente la
propria vita, che in Sicilia sarebbe per sempre rimasta bloccata
dagli stereotipi di una situazione che si era come cristallizzata.
La bella vita romana con i suoi colori e profumi lo aveva letteralmente stordito, purtroppo l'armistizio cambiò ancora una
volta il suo destino, i corsi vennero accelerati e conclusi in pochi
giorni, e i nuovi quadri, di cui c'era un immenso bisogno, vennero immediatamente inviati nelle zone di impiego. A lui toccò
la città di Verona, fu assegnato come membro effettivo dell'Uffcio Politico Investigativo, che in quella città operava a stretto
contatto con la famigerata Sicherheitsdienst, la polizia politica tedesca. Se a Pietro qualcuno, pochi mesi prima, gli avesse detto
che entro la fne dell'estate si sarebbe trovato in quella fredda
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città del Nord a collaborare con i tedeschi, si sarebbe messo a
ridere.
Nonostante non fossero nemmeno le sette di mattina, davanti al ponte levatoio di Castelvecchio si era già formato un crocicchio di persone. Cinque militi della GNR (Guardia
Nazionale Repubblicana) presidiavano l'ingresso, berretto nero,
giaccone mimetico bianco, maglione blu scuro con fucile mitragliatore a tracolla. Pietro osservò attentamente quel tipo di
arma che solo recentemente era giunto in dotazione alla Guardia Nazionale Repubblicana. Si trattava di un FNAB43, (Fabbrica Nazionale Armi di Brescia). Poteva sparare sia il colpo
singolo che la raffca, con canna traforata di raffreddamento.
Aveva il calcio tubolare pieghevole, e questo lo rendeva corto,
molto corto, facilmente occultabile anche sotto un pastrano,
l'arma ideale per assalti, attentati e colpi di mano. Finalmente
un'arma moderna, se solo ne avessero potuto disporre i nostri soldati a el
Alamein chissà come sarebbero andate le cose. Pietro toccò sua sorella
nella tasca interna del cappotto, gli dava sicurezza farlo, l'unica
su cui poteva contare, la sua Beretta M34 a canna corta. Non si
era mai separato da lei fn dal primo giorno di commissariato, e
tantomeno aveva intenzione di farlo ora, oramai ci andava perfno al cesso.
Davanti all'ingresso stazionavano due automobili, con verniciatura mimetica, che probabilmente avevano il compito di
trasportare qualche gerarca.
Erano due Fiat 508CM, Pietro osservò con piacere le forme
squadrate e le sospensioni rinforzate di quelle che erano state le
vetture di collegamento per eccellenza dei quadri di comando
del Regio Esercito, chissà da dove erano state recuperate, e
chissà quante peripezie avevano passato.
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