Fondazione Memorie Cooperative
Sezione Soci Cecina-Donoratico
“Sintonia”
Nuove memorie per una storia della cooperazione a Castagneto Carducci
Interviste a cura di Marco Gualersi e Sergio Betti
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Il Progetto “Sintonia”
Con il “Progetto Sintonia” il Comitato Direttivo Sezione Soci Unicoop Tirreno
Cecina Donoratico, ha preso il testimone del Comitato Direttivo Sezione Soci
Coop Toscana Lazio che nel 1995, in occasione del cinquantenario della
cooperativa e nell'ambito di un progetto delle Politiche Sociali, raccolse le
testimonianze orali, foto e documenti di vecchi cooperatori. In questo modo sono
state descritte, nella pubblicazione a cura di Monica Pierulivo “Memorie per una
storia della cooperazione a Castagneto Carducci”, le prime forme di
cooperazione che fiorirono a Castagneto Carducci e Donoratico dalla fine del
primo conflitto mondiale fino agli anni cinquanta.
Da questa pubblicazione ho estrapolato questa frase del Comitato Direttivo, che
si impegnò, “…per cercare di delineare un quadro che si rivelerà sicuramente
incompleto ma che può essere considerato un inizio e uno stimolo necessario per
continuare ad approfondire queste storie di uomini e di realtà”. I soci del
Direttivo descrivevano con modestia, consapevolezza e umiltà, il senso e il
valore del lavoro che anche noi del Comitato Direttivo eletto nel 2010 abbiamo
acquisito, applicando i criteri dell’approfondimento al tema della cooperazione,
convinti che altre persone potranno a loro volta aggiungere ulteriori informazioni
e notizie. Nella pubblicazione curata dalla Pierulivo si rammenta e si evidenzia il
lavoro svolto dai soci della “Cooperativa La Proletaria”, che negli anni quaranta
contava solo poche decine di soci, mentre nel 1995 i soci di Castagneto e
Donoratico della Coop Toscana Lazio erano circa 2300, e oggi nel 2014 la
Sezione Soci Unicoop Tirreno Cecina Donoratico, ne conta oltre 20.000 a
Cecina, di cui circa 5000 a Donoratico.
Così, nel 2012, in occasione dei festeggiamenti dell'anno internazionale delle
cooperative indetto dall'ONU, è nato il progetto “Sintonia”. Con questo progetto
il Comitato Direttivo Sezione Soci Cecina Donoratico di Unicoop Tirreno, ha
voluto interagire e collaborare con la Fondazione Memorie Cooperative, per
corrispondere e dialogare dal “basso”, partecipando al progetto, coinvolgendo
tanti soci e cittadini, che con entusiasmo, passione e la loro memoria hanno
collaborato per fare un libro, che è uno strumento capace di allargare le nostre
conoscenze e che mette in evidenza il valore culturale, economico e sociale della
cooperazione in questo territorio. Il Comitato Direttivo ringrazia il direttore
scientifico Enrico Mannari, lo storico Marco Gualersi, per il lavoro di scrittura, di
selezione del materiale, di ricomposizione delle interviste, delle valutazioni delle
situazioni storiche in ogni periodo, per gli aspetti sociali, economici, e politici
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che qualificano il lavoro, e tutti i componenti della Fondazione Memorie
Cooperative. Il risultato di questo lavoro sono stati un libro (Marco Gualersi,
Un'isola cooperativa. Cent'anni di cooperazione a Castagneto Carducci, Bruno
Mondadori) e questa raccolta di interviste.
Il riconoscimento di storie importanti, il ruolo della Fondazione, la cultura che
promuove, l’identità dei valori che possono permeare la società, mi fanno venire
in mente la città co-operativa che delinea Sergio Costalli. Per questo sarà utile
fare iniziative per esaltare quei valori che hanno rilievo storico, umano, culturale
e che attengono al tema della cooperazione, è necessario ricordare che anche oggi
nel ventunesimo secolo, il movimento cooperativo nel mondo assolve a un ruolo
importantissimo, come risposta alla crisi economica e sociale, confermando
garanzie economiche più stabili, insieme al mantenimento dei posti di lavoro. In
sostanza le imprese cooperative garantiscono meglio delle imprese private i
livelli occupazionali, determinando meno insicurezza, e minori incertezze sul
futuro, ai lavoratori.
La professoressa Noreena Hertz è nota al pubblico internazionale per la proposta
di un diverso modello di economia, chiamato capitalismo cooperativo o
coopcapitalism, che si contrappone al predominio delle multinazionali e al
capitalismo vecchio stile dove conta solo il denaro, il successo materiale e
individuale. Il modello capitalista ha raggiunto nel mondo livelli intollerabili. Nel
nostro Paese le disuguaglianze sono in continua crescita: i dieci italiani più
benestanti possiedono più beni dei tre milioni di italiani più poveri e il prezzo
della crisi grava soprattutto sui meno abbienti. C’è allora la necessità di una
nuova forma di capitalismo, il coop-capitalism appunto, che assuma come
fondanti i valori della cooperazione e dell’etica e si orienti verso la comunità,
ponendo in secondo piano l’individuo e la concorrenzialità. I governi, le autorità
pubbliche dovrebbero riconoscere la positività per la società dei valori
cooperativi attuando politiche che favoriscano lo sviluppo del movimento
cooperativo. Anche le ricerche nel campo delle neuroscienze - dichiara la Hertz –
confermano lì efficacia dell’approccio cooperativo: “quando cooperiamo il nostro
cervello ci trasmette sensazioni di piacere”. Siamo fatti per collaborare.
Queste importanti considerazioni ci stimolano e ci spingono, ad affermare
sempre di più i valori del movimento cooperativo. Dunque è fondamentale
tracciare un percorso che sintonizzi sia l’aspetto divulgativo sia quello
dell’informazione ma che si coniughi con i valori della Costituzione, a partire
dalla dignità della persona, della solidarietà, della collaborazione, dei doveri e dei
diritti, consapevoli che prima di tutto una persona è un cittadino e poi un
consumatore.
Mi sono chiesto come potevano stare insieme le idee della Hertz e quelle di
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Costalli nel “Progetto Sintonia”. Credo che il progetto possa essere attinente al
concetto di città co-operativa nella parte in cui si parla di coinvolgere i diversi
soggetti della comunità in cui viviamo. La “sintonia” si dovrebbe sviluppare tra i
vari soggetti da interpellare per costruire un percorso che sia educativo, storico,
culturale e intergenerazionale; allora sarà utile predisporre un programma
d'iniziative che ci facciano interloquire con gli enti e le istituzioni culturali,
studenti insegnanti e Consiglio d’Istituto di scuole elementari e medie di
Castagneto Carducci, l'Amministrazione Comunale, la Biblioteca Comunale, i
soci di Cooperative ancora attive. Sarebbe importante che gli incontri con la
presentazione del libro alla città co-operativa fossero preceduti da un lavoro
divulgativo e di conoscenza.
Sergio Betti
Componente del Comitato Direttivo
Sezione Soci Unicoop Tirreno Cecina Donoratico
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Cronologia
1848: Il conte Guido Della Gherardesca, in seguito ad alcuni atti di ribellione e di
violenze verso le loro proprietà da parte di alcuni contadini, concede alcune
preselle, ovvero alcune porzioni di terreno.
1875: Viene fondato il “Comitato Presellanti”. Si trattava di una associazione di
cui facevano parte alcuni nullatenenti, agitatori politici e anche presellai che
volevano chiedere altre terre per ampliare le loro proprietà.
1° gennaio 1884: Viene fondata la Società Operaia di Mutuo Soccorso di
Castagneto Marittimo, rivolta principalmente ai presellai.
23 marzo 1902: Costituzione della prima cooperativa del Comune di Castagneto:
la Cooperativa di Consumo di Castagneto Marittimo. I promotori e gli animatori
di questo sodalizio erano tutti presellai. Già dopo due anni mutò il nome in
Cooperativa di Consumo e Agricola poi, dal 1921 venne definitivamente
cambiato il nome in Cooperativa Agricola di Castagneto Carducci: infatti il
settore che forniva materie utili all'agricoltura (come i fertilizzanti), soppiantò il
ramo alimentare.
20 marzo 1910: Viene fondata la Cassa Rurale. Questo sodalizio, ancora oggi
esistente, risulterà essere il più importante esperimento di cooperazione di credito
nel Comune. Era ancora una volta espressione dei ceti emergenti della piccola
borghesia agraria (ovvero i presellai) e del mondo cattolico.
1920: A Castagneto i socialisti vincono le elezioni. Viene eletto Sindaco Alfredo
Marchi, detto “Bodda”.
1923: Diventa Podestà di Castagneto Antonino Tringali-Casanuova, futuro
presidente del Tribunale Speciale e Ministro di Grazia e Giustizia della
Repubblica di Salò. Nella sua giunta vi sono anche persone che sono attive nella
cooperazione del Comune.
1926: Un gruppo di braccianti occupa alcune terre in località Palone e comincia a
lavorare in proprio la terra, dandosi una forma cooperativa. Dai 180 ettari iniziali
la cooperativa raggiunse i 455 ettari. Era forte il legame con i grandi proprietari,
che fornivano attrezzature e con i quali i raccolti venivano divisi a metà.
3 aprile 1932: Nasce la Cooperativa Dopolavoristica di Castagneto Carducci.
Durante il regime si registrò la presenza di personalità del fascismo locale come
Antonino Tringali-Casanuova; questo sodalizio veniva gestito come un impresa
privata. Tuttavia sembrava anche animato da sinceri ideali cooperativi. Complice
forse la presenza del Tringali-Casanuova, la Cooperativa Dopolavoristica non
andò incontro alle ingerenze dell'Ente Nazionale per la Cooperazione Fascista e
poté condurre la propria attività indisturbata e autonoma.
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1934: Chiude la cooperativa del Palone e le terre vengono divise tra le figlie del
Conte.
1935: Chiusura della Cooperativa Agricola di Castagneto da parte dell'Ente
Nazionale Fascista della Cooperazione. Sin dal 1932 aveva smesso di pubblicare
i bilanci.
12 agosto 1943: Viene nominato liquidatore della Società Operaia di Mutuo
Soccorso (da molti anni inattiva) l'avvocato Ugo Pantani, il quale era legato sia al
fascismo e agli ambienti cattolico-conservatori che alla cooperazione: nel 1927
era stato eletto presidente della Cassa Rurale. Viste le difficoltà incontrate e
dovute alla guerra per concludere la liquidazione, la Società di Mutuo Soccorso
scomparirà definitivamente dopo la fine della guerra.
1° novembre 1943: Rientra a Castagneto la salma di Antonino TringaliCasanuova. Nel Comune, risparmiato dai primi anni di guerra, iniziano a farsi
sentire i primi problemi legati alle operazioni belliche: un comando tedesco si
installa in una fattoria dei Gherardesca, iniziano le prime azioni partigiane della
terza Brigata d'assalto Garibaldi, vi sono i primi danneggiamenti dovuti ai
mitragliamenti degli aerei detti “lattaioli” e arrivano i primi sfollati dalla città
vicine che erano state prese di mira dai bombardamenti.
27 giugno 1944: Liberazione di Castagneto Carducci
24 ottobre 1944: Viene fondata la Cooperativa La Rinascita. Questo sodalizio fu
fondato da operai, muratori, boscaioli, contadini: gli scopi erano quelli di
ricostruire gli edifici, le strade o i campi distrutti o danneggiati dal passaggio
della guerra.
13 marzo 1945: Viene costituita la Cooperativa del Popolo di Donoratico. Si
trattava di una cooperativa di consumo che vendeva ai soci generi alimentari, di
abbigliamento ed altro. Nel piccolo spaccio sulla via Aurelia c'era anche una
macelleria.
5 maggio 1945: Prima assemblea della Cooperativa Dopolavoristica dopo la
guerra. Il Consiglio di Amministrazione appare rinnovato, così come ampliata è
la partecipazione dei soci. Vi erano anche importanti novità nella gestione
democratica della cooperativa. Tuttavia vi erano numerosi problemi di liquidità
riguardanti sia la passata gestione che il difficile contesto del dopoguerra.
4 gennaio 1948: Viene decisa la chiusura della Cooperativa La Rinascita: per la
scarsità di prospettive nell'assumere nuovi lavori, difficoltà a chiudere quelli
iniziati, pesanti oneri fiscali e di altra natura.
23 ottobre 1948: La Cooperativa Dopolavoristica di Castagneto Carducci
cambia il nome in Cooperativa di Consumo di Castagneto Carducci e adotta un
nuovo statuto.
4 gennaio 1950: Viene costituita tra alcuni militanti della sezione locale del PCI
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la cooperativa Rinascita. Lo scopo era quello di acquistare terreni e immobili da
utilizzare per le attività del partito. Fu acquistato il locale del Circolo Verdi in via
Vittorio Veneto, che fu utilizzato per mettervi la sede del partito, organizzarvi
feste e attività ricreative per i militanti. Una volta venduto il Circolo Verdi e con
questi soldi iniziati i lavori per la Casa del Popolo, la società venne sciolta, il 6
aprile 1979.
14 aprile 1950: Viene costituita la Cooperativa Produttori Donoratico.
Inizialmente questa era una cooperativa che si proponeva di associare i produttori
di latte (e in misura minore di altri generi ortofrutticoli) della zona e di rivendere
i loro prodotti.
27 agosto 1950: Si tiene una assemblea straordinaria in cui la Cooperativa del
Popolo di Donoratico e la Cooperativa di Consumo di Castagneto Carducci
decidono di unirsi per far fronte alla crisi che entrambe stavano affrontando.
L'atto di fusione verrà stipulato solo due anni dopo, nel 1952. I problemi delle
cooperative però non si risolsero e iniziò così una crisi irreversibile.
10 maggio 1951: Viene costituita la Cooperativa Lavoratori Agricoli. Gli scopi
erano quelli di acquistare o prendere in affitto dei terreni incolti o mal coltivati da
dare ai soci per coltivarli, comprando l'attrezzatura da altre cooperative e mirando
anche al miglioramento tecnico delle colture. Questo sodalizio fu chiuso nel
1967, ma in realtà non presentò mai i bilanci e probabilmente non lavorò dopo la
sua costituzione.
1952: Viene costituita a Macerata la cooperativa Castelnuovo. Si trattava di una
associazione promossa dai parroci del paese marchigiano e dai proprietari terrieri
di Castagneto che cercavano manodopera per sopperire allo spopolamento delle
campagne: attraverso un intermediario che aveva comprato alcuni terreni dal
marchese Incisa alcune famiglie giunsero a Castagneto acquistando a loro volta
questi terreni. La Cooperativa, anche se era stata creata con il solo scopo di poter
comprare gli appezzamenti, servì negli anni come forma di associazione e di
dibattito per la comunità marchigiana che si era formata a Castagneto e che era
impiegata nel settore agricolo. Fu sciolta nel 1973.
1954: Scioglimento della Cassa Rurale. Dopo gli anni di crisi del Regime e della
guerra, la Cassa Rurale imboccò una crisi che sembrava senza speranze. Vi erano
nei bilanci grossi ammanchi di liquidità e sembrava essersi spezzato il legame
con la popolazione. Tuttavia la Cassa venne riaperta nel 1957: sotto la direzione
del Ragionier Pietro Fabbri (direttore dell'Ente di Zona dell'Ente Nazionale delle
Casse Rurali e Artigiane) la Cassa di Castagneto riprese quota. Lo sviluppo degli
anni Sessanta si legava anche al cambiamento che si stava verificando nel
contesto delle attività economiche del territorio.
7 marzo 1954: Viene inaugurato il primo spaccio della Proletaria di Piombino a
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Donoratico, in via Aurelia 12. Per poter aprire uno spaccio la Proletaria dovette
operare delle modifiche del proprio statuto. Per permettere l'apertura a
Donoratico, i soci dovettero cercare persone da associare tra le campagne.
1955: Viene chiusa la Cooperativa di Consumo di Bolgheri. Si trattava di un
sodalizio fondato negli anni trenta per impulso del conte Ugolino Della
Gherardesca: si trattò dell'unico esempio di cooperativa promosso dalla grande
proprietà terriera nobiliare. Dopo la guerra il conte fu però allontanato dai soci, i
quali erano i lavoratori delle sue terre.
5 luglio 1955: Viene dichiarata fallita la cooperativa del Popolo di Castagneto.
Da tempo ormai la cooperativa non esisteva più e gli spacci venivano gestiti da
vecchi soci come fossero un'impresa privata. Prima che la crisi prendesse questa
piega, nel 1953, si erano cercati degli aiuti dalla cooperativa La Proletaria di
Piombino, sia da parte dell'Amministrazione che, successivamente, da parte dei
soci.
21 gennaio 1961: Viene costituita la Cooperativa Aclista “le Sondraie”, un
sodalizio che era promosso dalle ACLI (in linea con la politica regionale e
nazionale delle associazioni cattoliche che promuovevano la cooperazione). I
componenti di questa cooperativa, pur vivendo nel comune di Castagneto, erano
tutti provenienti dalle Marche e lavoravano nel settore agricolo. La cooperativa
non pare aver lavorato molto e venne sciolta il 1° ottobre 1968.
23 dicembre 1963: Viene costituita la cooperativa “il Corral”. Si trattava di un
sodalizio che associava diverse persone residenti in Lombardia e sopratutto nella
provincia di Milano e che facevano mestieri “d'ufficio”, non legati alla terra: lo
scopo di questa cooperativa era quello di comprare un terreno da coltivare per
poter usufruire degli incentivi concessi alle cooperative dal Piano Verde varato da
Mariano Rumor nel 1961. Per questo acquistarono un podere nella località le
Pianacce e lo affidarono al lavoro di 3 soci. Tuttavia, visto che gli incentivi
sperati non arrivarono, la cooperativa fu sciolta il 1° ottobre 1966.
21 dicembre 1964: Viene costituita la cooperativa Edilcemento. Era una
cooperativa edilizia che si proponeva di costruire sia abitazioni che strade, ponti
e quant'altro: i soci della cooperativa erano i lavoratori stessi. La cooperativa fu
sciolta dopo pochi mesi, il 6 novembre 1965.
17 maggio 1968: Viene costituita la Stalla Sociale “Le Colonne”. La Stalla
metteva insieme diversi allevatori della zona, quasi tutti provenienti dalle
Marche, per cercare di abbattere i costi delle strutture, migliorare l'allevamento,
sia come qualità dei bovini che come tecnica.
17 aprile 1972: Viene costituita la Cooper Castagneto Carducci, una cooperativa
edilizia che si proponeva di costruire case popolari per i soci, affidando i lavori
anche a cooperative esterne. Questa esperienza si inseriva sia nel contesto dei
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Piani Regolatori emanati dal comune per razionalizzare l'espansione del paese,
che nella legge 167 del 1967 sull'edilizia popolare. Iniziò i lavori nel 1979,
aggiudicandosi un concorso per la costruzione della 167.
17 dicembre 1975: La Cooperativa Produttori Donoratico modifica la propria
ragione sociale in Cooperativa Produttori Agricoli Livornesi (COPAL). La
necessità di cambiare lo statuto ed il nome era data dalle nuove dimensioni
raggiunte dall'azienda, adesso attiva nella Provincia di Livorno e non più solo a
Castagneto.
12 maggio 1977: Viene costituita la Cooperativa il Germinal. Il progetto della
cooperativa era quello di applicare delle moderne tecniche di coltivazione e di
allevamento, da mettere in piedi su un terreno acquistato dalla cooperativa. La
novità era quella di voler condividere, tra i soci, un progetto di vita alternativo,
non limitato alla sfera lavorativa. La cooperativa fece alcune stagioni operando la
pulizia della spiaggia e della pineta di Marina di Castagneto. Dopo aver provato,
senza fortuna, ad acquistare il terreno del Filetto, nel Comune di Massa
Marittima, la cooperativa continuò per qualche anno a fare lavori di potatura,
disboscamento e pulizia di spiagge.
7 maggio 1979: Viene costituita la cooperativa Donoratico 80. Gli scopi erano
quelli di costruire, oltre alle abitazioni, parchi giochi o spazi da dedicare
all'igiene, allo sport o alle attività ricreative.
7 novembre 1980: Viene costituita la cooperativa Altro Spazio. Gli scopi della
cooperativa erano quelli di operare, insieme ad altre cooperative del territorio,
iniziative rivolte al settore turistico, col compito preciso di giovare ai lavoratori,
di ampliare la stagione turistica e qualificare il territorio anche per le attività
culturali. Per attuare questi scopi venne stipulata una convenzione con la
cooperativa Centri Rousseau, che aveva preso in gestione il campeggio della
Pinetina. La Cooperativa Altro Spazio si sciolse il 24 novembre 1989.
1982: Il cantiere navale fondato nel dopoguerra dal Conte Gaddo della
Gherardesca è in crisi. Prima di chiuderlo le maestranze rimaste decisero di
provare a continuare la costruzione di imbarcazioni da canottaggio, utilizzando le
vecchie attrezzature e i capannoni del cantiere. Tuttavia, a causa della mancanza
di fondi, della concorrenza e dei materiali ormai sorpassati con cui si costruivano
le barche, anche questa impresa dovette chiudere.
1985: Scioglimento della Cooper Castagneto Carducci. Nel comune si contavano
ben 105 appartamenti costruiti dalla cooperativa.
1985: Nasce la CABEL (Centro di Assistenza delle Banche Locali). Le tre realtà
promotrici sono la Cassa Rurale di Castagneto, quella di Cambiano e quella di
Fornacette: si trattava di un network che che coordinava e offriva servizi in
outsourcing alle banche del territorio. Questo fu un passo importante perché la
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Cassa di Castagneto di fatto iniziò un camino autonomo rispetto agli enti e
istituzioni nazionali, come la Federcasse.
25 febbraio 1992: La Stalla Sociale “le Colonne” va in liquidazione volontaria.
Da qualche anno era iniziata una crisi dovuta sia alla concorrenza della carne dei
Paesi europei che all'aumento dei prezzi, acuita da due furti di molti capi di
bestiame che avevano portato un buco insanabile nei bilanci.
1993: La Cassa Rurale diventa Banca di Credito Cooperativo di Castagneto
Carducci. I soci non sono più a responsabilità illimitata. La Banca era in piena
espansione sin dal decennio precedente, nella provincia di Livorno.
2 aprile 1996: La COPAL e la Cooperativa Agricola Val di Cecina vengono
incorporate dalla Co.Agri (Cooperativa Agricola), un consorzio che era stato
creato pochi anni prima dalla COPAL per offrire servizi veterinari alle stalle
sociali. Dopo la trasformazione del consorzio in cooperativa, si tentò di fare una
fusione per cercare di colmare i buchi nei bilanci che molte fusioni con sodalizi
in crisi e con gli accresciuti costi delle strutture avevano portato nella cooperativa
di Donoratico.
4 gennaio 1997: Miriano Corsini, presidente regionale dell'associazione delle
cooperative agricole di Legacoop e per anni dipendente della COPAL, diventa il
nuovo presidente della Co.Agri. Vista la situazione di crisi ci sono buone
probabilità che il presidente diventi liquidatore. Invece con un programma di
investimenti e con una ricapitalizzazione di Coop Toscana Lazio e di alcuni soci,
la cooperativa riprende quota e ricomincia ad espandersi.
Febbraio 1998: Viene inaugurato il nuovo negozio della Coop Toscana Lazio a
Donoratico, dopo anni di discussione e un grande impegno da parte della sezione
soci, presieduta da Albano Querci, ex sindaco di Castagneto.
26 settembre 2001: La Co.Agri cambia la ragione sociale in Terre dell'Etruria,
assorbendo delle cooperative in provincia di Pisa e di Livorno: l'Ortofrutta
Caldanelle di Venturina, l'Innovatrice di Chianni, la Cooperativa fra Produttori
Agricoli Comprensorio del Cornia di Vignale Riotorto.
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Le Interviste ai testimoni della storia cooperativa di Castagneto
Carducci
Intervista a Amos Creatini, Carlo Prescendi, Bruno Innocenti e Vittorio
Innocenti
Cooperativa di Consumo di Bolgheri
La storia della cooperazione a Castagneto nasce come una reazione al potere
secolare delle grandi famiglie agrarie. Nel 1848 furono cedute dai Gherardesca
delle piccole porzioni di terreno (le preselle): venne così a crearsi una nuova
classe sociale, quella dei presellai, che utilizzarono il mezzo del mutualismo e
della cooperazione per affrancarsi dal potere della grande proprietà agraria. La
prima cooperativa nacque nel 1902 ed era formata dai piccoli proprietari per
venire incontro ai bisogni delle loro terre. Poco più di vent'anni dopo fu proprio
uno dei conti Della Gherardesca, Ugolino, che diede impulso ad una
cooperativa di consumo per i lavoratori dei propri possedimenti a Bolgheri. Di
questo sodalizio, di cui sembrava perduta ogni memoria, è stato raccolto solo un
giornale mastro degli anni 1932-1933. Dalle parole degli intervistati (di cui uno,
Carlo Prescendi è il nipote dell’ultimo presidente della cooperativa, Giovanni
Bientinesi) è stato possibile riuscire a ricostruire brevemente la storia di questa
cooperativa.
Intervistatore: Prima di questa cooperativa i contadini come compravano ciò
che gli occorreva?
Vittorio Innocenti: Prima c'era la dispensa della fattoria, si andava con il libretto
dove si segnava la spesa. Questo valeva per tutti quelli che lavoravano nella
fattoria: i contadini, quelli che lavoravano nell'officina, nella falegnameria...
Intervistatore: Poi fu costituita la cooperativa: una cooperativa particolare la
Cooperativa di Consumo di Bolgheri, molto legata al conte Ugolino della
Gherardesca...
Amos Creatini: Sì, l'autista del conte, Camillo Panciatici, era anche il
provveditore della cooperativa, faceva la spesa, comprava tutte le merci che
erano necessarie a rifornire la cooperativa. Ci andava lui con il camioncino,
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perché il conte di queste cose non si interessava. A quei tempi il conte
comandava e noi si riveriva, c'erano le guardie del conte, il fattore eccetera. Alla
fine si stava bene, però.
Carlo Prescendi: Bolgheri era una Repubblica a sé: c'erano le scuole, l'asilo, i
carabinieri....
Intervistatore: Un'esperienza questa, che nasce intorno agli anni Trenta: ma
quando finisce?
Carlo Prescendi: Nel 1954-55...
Bruno Innocenti: Però ebbe un grande cambiamento dopo il passaggio del
fronte [1943-44]. Perché dopo il passaggio del fronte cambiò gestione: a quel
punto non era più la fattoria del conte che gestiva la cooperativa. Con le nuove
elezioni del consiglio cambiò tutto. Infatti entrarono in funzione dei nuovi
presidenti.
Intervistatore: Quindi il conte lasciò la cooperativa?
Amos Creatini: Sì, siamo dopo il passaggio del fronte. Allora c'era la Lega dei
contadini. Una domenica, nel '46, vedemmo molte persone a Bolgheri e ci
dicevamo: “Madonna quanta gente che c'é...”. Andavano tutti a votare per questa
cooperativa, erano tutti soci. A queste votazioni vinsero quelli di sinistra e il
conte lo mandarono fuori. Da allora vi furono molti nella cooperativa anche della
Lega.
Vittorio Innocenti: Mi sembra però che il conte se andò da solo...
Amos Creatini: Sì, ma ad ogni modo dopo queste votazioni
Intervistatore: Dopo la Liberazione la cooperativa ricominciò a funzionare?
Vittorio Innocenti: Sì, perché ricominciò a funzionare la fattoria, i proprietari
avevano interesse, almeno a Bolgheri, che si ricominciasse subito a coltivare. A
Donoratico e a Castagneto invece si ricominciò dopo, anche per il peso che stava
acquistando la sinistra e la Lega tra i contadini.
Intervistatore: Il conte che formò questa cooperativa di quale parte della
famiglia era?
Carlo Prescendi: Il conte Gaddo di Castagneto aveva due figli: Ugolino e
Guelfo. Questi conti, che ebbero una parte importante anche nella Resistenza,
erano cugini – o comunque parenti – dell'Ugolino di Bolgheri, quello che diede
impulso alla cooperativa. Quest'ultimo era fratello del conte Giuseppe. Erano due
rami diversi della famiglia Gherardesca, quelli di Gaddo e Ugolino.
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Intervistatore: Questa era una cooperativa di consumo, ma cosa vendeva?
Amos Creatini: Dagli alimentari alle stoffe: vendeva di tutto era come un
emporio...
Carlo Prescendi: ...catini, roba per la casa, bacinelle di terracotta, lumi a
petrolio, pentole di alluminio, qualcosa veniva anche da Firenze...
Bruno Innocenti: A Bolgheri non c'erano contadini proprietari, lavoravano tutti
per la fattoria del conte. La cooperativa non vendeva prodotti per l'agricoltura,
come concimi, attrezzi, sementi o altro: quelli erano forniti dalla fattoria ai propri
lavoranti. C'è un elenco dei materiali che comprava Camillo [Panciatici] dai
fornitori, prevalentemente di Cecina.
Vittorio Innocenti: Prima della guerra regalarono un orologio da parete di
questa cooperativa. Io ce l'ho ancora... e funziona!
Amos Creatini: Ce l'avevamo tutti in casa questo orologio...
Intervistatore: Quando il conte se ne andò la cooperativa cambiò?
Amos Creatini: No, rimase uguale. Poi, quando cominciò ad andare male, uno
andava a portare da mangiare con un Ape ai contadini.
Intervistatore: In pratica la cooperativa, dopo la guerra continuò a funzionare
anche senza il conte...
Amos Creatini: Sì. Il primo presidente fu il maestro elementare di Bolgheri.
Carlo Prescendi: Il secondo presidente fu mio nonno, Giovanni Bientinesi.
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Intervista a Sergio Nencioni e Liliana Gelli
Cooperativa del Popolo di Donoratico
Sergio Nencioni e Liliana Gelli sono due testimoni della rinascita della
cooperazione nel dopoguerra: entrambi hanno lavorato nella cooperativa del
Popolo di Donoratico, nata a Castagneto Carducci all'indomani della
Liberazione, il 13 marzo 1945. Si trattò della prima cooperativa di consumo
nata nel dopoguerra: nei primi anni la Cooperativa del Popolo rappresentò una
realtà molto importante per i castagnetani provati dalla miseria e dai radicali
cambiamenti che segnarono il Comune alla fine delle ostilità. La Cooperativa
del Popolo fu la prima impresa che procedette ad una fusione (con la
Cooperativa di Consumo di Castagneto, nata come cooperativa Dopolavoristica
nel 1932), che cercò di unirsi al movimento cooperativo del territorio e a quello
nazionale: in breve fu la prima che cercò di andare oltre ai ristretti confini
comunali, nei quali si era sviluppata la cooperazione sino ad allora. Il contesto
desolante di fame e miseria, l’inesperienza dei dirigenti e alcune scelte sbagliate
portarono alla crisi di questa impresa. Prima di chiudere definitivamente la
Cooperativa del Popolo chiese, senza successo, di diventare “cliente” della
Proletaria di Piombino.
Intervistatore: La cooperativa del Popolo nacque nel 1945. Ma vi ricordate se a
Castagneto prima della guerra ci furono altre esperienze cooperative?
Sergio Nencioni: Durante il fascismo c'era una cooperativa [la Cooperativa
Dopolavoristica di Castagneto Carducci]. Ma all'epoca, durante il Regime, non
sapevamo che cosa fosse realmente la cooperazione: quello sembrava più un
negozio a conduzione familiare. Che esempi avevamo noi della cooperazione a
quei tempi là? Dopo abbiamo capito che cosa voleva dire... Mi ricordo che a
Castagneto c'era una biblioteca in Piazza del Popolo, gestita dal Dopolavoro: era
piena di libri, c'erano anche romanzi importanti come “Guerra e pace”. Io ero un
bambino e ci andavo spesso perché mi piaceva guardare questi libri. I fascisti la
fecero chiudere. Forse gli dava noia che la gente leggesse... Comunque, se ci
fosse stata una cooperativa come le conosciamo oggi – per carità! – l'avrebbero
fatta chiudere, come la biblioteca.
Subito dopo la guerra nacque la cooperativa Rinascita, c'era Lunardelli, Fabio
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Lunardi... erano dei muratori, a quei tempi là si diceva che avevano il mestiere in
mano...
Intervistatore: Nel 1945, pochi mesi dopo la Liberazione, fu fondata la
cooperativa del Popolo di Donoratico...
Liliana Gelli: La Cooperativa del Popolo fu costituita da braccianti, contadini,
era quasi una cooperativa agricola perché la maggior parte dei soci venivano
dalla campagna. Ma la sera venivano anche gli operai che tornavano dal lavoro
alla Solvay, altri da San Vincenzo. Venivano col libretto a fare la spesa: quando
riscuotevano facevano il conto e pagavano. Qualcuno ce la faceva, qualcun altro
a volte rimandava al mese successivo. A quei tempi era molto sentita dagli operai
e soprattutto dai contadini che venivano a fare la spesa: era difficile che
andassero da qualche altra parte. La cooperazione comunque era un'esperienza
nuova: una volta un socio vendette un maiale alla cooperativa e quando gli
chiesero uno sconto lui non ne volle sapere e rispose: “La cooperativa è di tutti,
ma il maiale è mio”.
Intervistatore: Quando avete cominciato a lavorare per la cooperativa? Che
cosa facevate?
Liliana Gelli: Io ero giovanissima a quei tempi. Abitavo vicino a uno dei
consiglieri, Marchetti. Così un giorno mi chiese: “Ci verresti alla cooperativa a
fare la commessa?”. E io gli dissi di sì. E fu così che allora cominciai, dal maggio
del 1947. All'epoca era tutto sfuso, stava tutto nei cassetti: lo zucchero, la pasta, il
carburo per le lampade... Nei primi tempi eravamo in due a lavorarci, io e Otello
Menicagli: eravamo entrambi cassieri. Dopo fu aperta anche una macelleria nello
spaccio. Per un certo periodo ci lavorò anche la moglie di Granchi, ma smise
quando il marito diventò sindaco.
Sergio Nencioni: Io cominciai all'inizio degli anni '50. A quell'epoca ero ai
Domenicani, a Livorno: feci 16 mesi di carcere. Prima di andare in galera ero
impiegato in Comune all'ufficio annonario: una volta che fui arrestato mi
licenziarono e quando rientrai ero disoccupato. Una volta uscito di galera avevo
bisogno di lavorare. Il provveditore della cooperativa a quei tempi era Angiolino
Granchi: quando fu eletto sindaco presi il suo posto come provveditore della
cooperativa. A differenza del provveditore che avevano all'inizio, Urbino
Porciani (che era un esperto), io non avevo esperienza: non sapevo dove andare
a prendere la mortadella a Cecina o il vino dai contadini. L'esperienza l'ho fatta
sul campo: imparai a scegliere la pasta o il vino abbastanza buono. Il primo
spaccio della cooperativa del Popolo era dove oggi c'è la caserma dei carabinieri:
avevano un magazzino dietro il negozio del barbiere. Una parte di quello che
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raccoglieva il provveditore andava in negozio e in parte in magazzino.
Intervistatore: Facevate qualcosa con la cooperativa oltre a lavorare? Gite,
corsi, attività sociali...?
Sergio Nencioni: Mi ricordo di un'esperienza che ho fatto forse negli ultimi mesi
che ero in cooperativa: mi mandarono a fare un corso per cooperatori su al
Saltino, in Vallombrosa. Era un corso organizzato dalla Lega. Eravamo almeno
una trentina o forse quaranta, tutti giovani cooperatori toscani. Venivano a farci
lezione dei professori sulla storia delle cooperative, sulla storia d'Italia, com'era
nata l'industria: me lo ricordo bene, anche se sono ormai passati tanti anni. E ci
stetti un mese al Saltino, per questo corso: era una colonia di non ricordo quali
dipendenti. Gli ultimi giorni ci mandarono via perché dovevano rientrare i
ragazzi alla colonia e si andò a finire il corso a Firenze. L'esperienza del corso
regionale di cooperazione la feci poco prima di finire il lavoro con la cooperativa
del Popolo: a quell'epoca stava andando molto male, e il motivo principale era
che andava male come clientela: ormai i clienti si contavano sulle dita. Al Saltino
a seguire il corso c'era anche un provveditore di Rosignano: loro sì che avevano
un bello spaccio [si riferisce ala Cooperativa La Fratellanza di Rosignano
Solvay]. La cooperativa del Popolo invece era già in crisi: ricordo che c'era un
amico fiorentino che mi foraggiava un po'... ma io andavo a cena a sera e
prendevo sempre un uovo affrittellato, dai soldi che avevo... La miseria si sentiva
anche in cooperativa, perché negli ultimi tempi non c'erano soldi...
Intervistatore: Che rapporti avevate con i fornitori? Dove prendevate la merce
da vendere?
Liliana Gelli: C'erano tanti fornitori che passavano anche dal negozio...
Sergio Nencioni: Passavano dall'Aurelia per esempio per il caffè o gli
alimentari; dal pastificio Masignani di Siena ci portavano la pasta e ce la
rifornivano anche da Cecina e da Piombino; poi si andava anche a Piombino, a
Cecina dove c'era il Livi che portava la mortadella.
Liliana Gelli: … noi si pensava a dargli l'elenco di quello che mancava, poi il
provveditore decideva quanta prenderne...
Intervistatore: Agli inizi degli anni '50 la cooperativa andò in crisi...
Liliana Gelli: Sì, all'inizio i soci erano molto attaccati alla cooperativa, poi, dopo
qualche anno, si allontanarono. La cooperativa cominciò ad andare male,
probabilmente anche perché mandarono via il provveditore per prendere un altro
e lo stesso accadde per il presidente.
Sergio Nencioni: Il provveditore che mandarono via era Porciani Urbino: lui se
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ne intendeva del suo lavoro, di fare gli acquisti, di parlare con i fornitori...
Liliana Gelli: … era preciso...
Sergio Nencioni: … fu un errore mandarlo via. Al suo posto ci misero Granchi
Angiolino come provveditore.
Liliana Gelli: Poi piano piano franò tutto: franò a Castagneto, a Donoratico. Fu
allora che venni via e andai a lavorare a Marina di Castagneto nel negozio che
aveva l'ex provveditore, il Porciani. All'inizio io ci andavo volentieri in
cooperativa, si lavorava, ma poi quando cominciai a vedere tutta quella roba...
quello sbandamento... dissi: “basta!” e andai a cercare un lavoro più sicuro, ormai
in cooperativa non si trovavano più d'accordo per una cosa, per quell'altra...
Intanto la cooperativa (o meglio uno spaccio) era stata presa da una famiglia di
contadini, soci della cooperativa: al banco ci stavano marito e moglie; all'inizio
mi ci fecero andare anche a me, a sostituire chi dei due mancava; ma smisi per
andare a lavorare a Marina, il 18 novembre del 1953. In quella cooperativa ormai
non c'era più personale, nel consiglio di amministrazione non c'erano più persone
esperte... fu allora che arrivò la Proletaria.
Sergio Nencioni: Io in cooperativa ci sono stato dal luglio 1951 al settembre '52.
Al tempo della crisi io non c'ero già più, ma anche quando lavoravo in
cooperativa mi ricordo che non andava bene, c'era poco guadagno... Ma quando
la cooperativa andò in crisi non ero più il provveditore, ormai negli ultimi tempi,
non mi pagavano nemmeno più. Allora andai a lavorare per la Provincia, facevo
lo stradino, almeno avevo uno stipendio sicuro. Quando venni via mi dettero
5000 lire: a quei tempi avevo mia madre a Castagneto, non ero ancora sposato...
c'era tanta miseria a quei giorni.
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Iole Barsacchi
Cooperativa la Proletaria
Iole Barsacchi ha vissuto l'esperienza della Proletaria dagli anni cinquanta sin
quasi ai nostri giorni: per tutta la vita ha lavorato come commessa ed è tuttora
una socia attiva di Unicoop Tirreno. La Proletaria arrivò a Donoratico nel 1954.
Da allora la cooperativa si è ben insediata nel territorio e la popolazione si è
molto legata negli anni alla coop. Pur non essendo nata a Castagneto l'arrivo
nel Comune fu molto importante: fu uno dei primi spacci che la Proletaria aprì
al di fuori della città che l'aveva vista nascere; proprio in quegli anni la
Proletaria uscì dai confini di Piombino per legarsi, assorbire o fondersi con
altre coop della zona; in sostanza si trattò di uno dei primi passi per
l’espansione sulla fascia tirrenica. A Donoratico la coop è diventata una realtà
sempre più importante in questi sessanta anni: nel 1998 fu aperto anche il
supermercato, attivo ancora oggi.
Intervistatore: Ti ricordi di qualche esperienza cooperativa a Castagneto prima
della Proletaria ?
Iole Barsacchi: Ero molto piccola... io mi ricordo che andavo a scuola e mi
fermavo a uno spaccio per prendere le matite, era alla caserma dei carabinieri
[dov'era la Coop del Popolo di Donoratico]; al piano di sopra c'era l'asilo, si
faceva il tempo pieno e ci insegnavano a ricamare, il doposcuola si faceva lì. Noi
s'andava dopo la scuola, si mangiava lì, c'erano le maestre che ci insegnavano a
fare la lezione.
Intervistatore: Ti ricordi di quando la cooperativa La Proletaria di Piombino
arrivò a Donoratico?
Iole Barsacchi: Sì, era il 1954. Non fu facile aprire il negozio: ci fu una rivolta
di commercianti e di quelli che erano dalla loro parte, non volevano che fosse
aperto lo spaccio di una nuova cooperativa. Alla fine fu aperto, ma potevano fare
acquisti solo i soci e con meno di 500 soci non si poteva aprire. Quindi ci voleva
una certa quantità di persone che si associasse. Quelli di Donoratico che erano
già soci fecero il giro di tutte le campagne: le famiglie erano molto numerose e
anche quattro o cinque per famiglia si fecero soci (allora la quota sociale era di
500 lire), per poter arrivare all'obiettivo di aprire a tutti: soprattutto le donne, le
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“massaione” di queste famiglie di campagna numerose andarono a raccogliere i
soci. Una volta aperto, potevamo vendere solamente ai soci. Ricordo che una
volta è venuta una donna, le chiedemmo “È socia? Sennò non le si può dare
nulla se non è socia”: e questa era la figliola del direttore della Proletaria, Retali.
Dovevamo tenere una retina sui capelli, ma a volte questa retina ci si metteva in
tasca: il direttore Retali veniva con un camioncino rosso, e noi quando si vedeva
ci si rimetteva la retina, poi arrivava lui ci guardava, veniva dietro il banco a
guardare tutto, se era tutto in ordine...
Intervistatore: Una volta aperto il negozio, i problemi si risolsero?
Iole Barsacchi: Io sono entrata nel '58. Quando sono entrata io dovevo chiedere
alla gente se erano soci, sennò non gli potevo dare la roba. Anche quando tutto fu
risolto, il negozio era sempre preso di mira. Ricordo che una volta, proprio per le
elezioni del 1958, arrivò dall'azienda un manifesto da appendere che parlava
delle elezioni: probabilmente indirizzava a votare per i partiti che più aiutavano
la cooperazione o credevano nella cooperazione... e la capo negozio l'attaccò.
Passò il maresciallo dei carabinieri e gli disse: “Questo cartello non deve stare
qui” e lei rispose “va bene, lo levo”. Però prima chiamò l'azienda. Mentre
chiamava l'azienda tornò indietro il maresciallo, l'ha trovato lì, l'ha denunciata.
Lei, Balestri Maria Luisa e Lancioni Primo presidente del comitato soci, gli
hanno fatto il processo e hanno avuto tutti e due la condizionale. Questa è stata la
storia per guadagnarsi il negozio a Donoratico.
Intervistatore: Com'era lavorare in cooperativa a quei tempi?
Iole Barsacchi: Mi ricordo che quando sono entrata io si vendeva la roba dietro
il banco, con quelle casse d'alluminio, e i soci si sentivano anche un po' padroni.
A volte veniva qualche socio, e diceva: “Troppe luci accese!” e magari le
spegneva; la mattina venivano a vedere se si entrava tardi e ci rimproveravano:
“Quella è arrivata 2 minuti più tardi”... Perché i soci si sentivano tutti un po'
padroni. Il pomeriggio ci si dedicava alle pulizie perché avevamo un po' meno
lavoro: venne uno mentre si accendeva un po' la radio... fece una mattata: “E
dove siamo? Con la radio accesa!” Ai comitati soci andarono persino a dire che
c'era troppo lusso, che eravamo troppo truccate... da quanto si sentivano padroni.
A volte facevamo una vendita stagionale, si chiamava “Il mercatino della
massaia”. Venivano con un camioncino, portavano alimentari ed extra alimentari,
maglioni, cappotti, vestiti, la tela d'Africa, pezzi di roba per fare i corredi... per
quei 3 giorni in cui si faceva il mercatino c'era lo sconto del 15%. Mi ricordo che
c'era talmente tanta gente che non si sapeva nemmeno come fare a farla entrare,
anche le famiglie dei contadini venivano a fare la spesa. E poi a Piombino
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avevano fatto anche queste tesserine, piccole, dove c'era scritto “Il salvadanaio
della massaia” [dal 1956]. Su un quaderno c'erano le pagine con attaccati questi
bollini, ognuno da 25 lire: quando si faceva il resto ci dicevano “Mettici 100 lire
di bollini, dammi il resto in bollini”, poi quando c'era questo mercatino la gente
aveva questa tesserine e le utilizzava per avere sconti, facevano un po' di spesa...
La merce arrivava da Piombino, la portavano con un camioncino rosso, piccino:
arrivava tutto con quel camioncino, anche Retali veniva con quello; in seguito
anche Avunti [il Direttore Generale della Proletaria] veniva e faceva il giro di
controllo. Avevamo il banco di pizzicheria e c'era un chiodo dove c'era attaccato
un asciughino, dove noi ci asciugavamo le mani e poi lo buttavamo di qui e di là:
Avunti arrivava, lo cercava e poi diceva “Ogni cosa al suo posto e un posto per
ogni cosa!” e ce lo rimetteva lui. Ci hanno dato degli insegnamenti, certe cose ti
restano per la vita, la confidenza con la roba...
Intervistatore: Come fu il passaggio dal servizio al banco al self-service?
Iole Barsacchi: Quando sono entrata al lavoro, nel '58, si vendeva tutto sfuso, la
pasta, lo zucchero, il baccalà (quanto baccalà ci misi sul banco...). I soci allora
facevano la corte anche alla balla del baccalà, dicevano: “Me la metti da parte?”;
e poi i barattoli vuoti delle acciughe, della marmellata, li chiedevano per usarli
per prendere l'acqua del pozzo. Quando arrivavano i sacchetti della carta straccia,
con la carta che li incartava nei giorni in cui avevamo meno da fare si ritagliava
tutta per metterci il sapone. Insomma era un modo per recuperare. E poi avevano
un librettino i soci... che lì ci facevi il conto della spesa, glielo davano, te facevi il
conto lì e lo portavano via e te glielo battevi con quella cassa d'alluminio con la
manovella.
Io passai dal negozio sull'Aurelia a quello accanto alla chiesa, dove c'era un
banco al dettaglio. A quell'epoca divenne caponegozio Guerrieri Corrado e venne
fuori con questa idea di non avere più il banco, ma di fare tutto confezionato
come fanno ora. Ma la gente si lamentava... non erano contenti. Se avessero
avuto la scelta come ora, ma allora levarono il banco e fecero solo il
confezionato. Ma poi i soci hanno rivoluto il banco e ci è stato rimesso. Quando
cominciarono a fare i negozi a libero servizio, vedevi queste donne, queste clienti
che dicevano:”Hai visto bello? Hanno fatto il libero servizio, e allora chiedetelo
anche voi...”. E attaccato a un muro de negozio c'era un librettino con su scritto
“Osservazioni dei clienti” e quindi dissi: “Scrivetelo qui: noi si vuole il negozio a
libero servizio”. E allora gli si fece fare un libretto pieno di firme. È stata una
spinta della gente.
Intervistatore: Com'era per una donna essere una cooperatrice e una dipendente
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della Proletaria?
Iole Barsacchi: Ricordo che una volta si andava a ballare, c'era un teatro dove si
facevano i veglioni. Andavamo a ballare con amiche, colleghe o parenti. Passa
uno e ci chiedeva il ballo: “Si balla? Si fa il prossimo?”. Disse lei “No, no, non lo
faccio” “Dio bòno, sono anche un socio...!”. Vedi a che livello? Eravamo sotto
l'occhio del ciclone... erano le prime donne che lavoravano: era il 1958,
lavoravano tutti in campagna, ma anche in campagna non c'erano molte donne.
Quello era una lavoro da ritenersi fortunati. Al negozio c'è sempre stata una
donna.
Intervistatore: Nei verbali del Consiglio di Amministrazione si ritrovano molto
spesso delle richieste da parte dei soci, si trovava spesso la dicitura “sotto
pressante richiesta dei soci di Donoratico”: si chiedevano ad esempio corsi di
taglio e cucito eccetera. I soci erano molto attivi...
Iole Barsacchi: Sì, sì. C'erano anche corsi di pittura per i bimbi della scuola... c'è
una fotografia di mio fratello che prende un premio, con una consigliera e
Angiolino Bianchi, lì al circolo Verdi. Sì sì, le facevano queste iniziative... le
gite... tante gite si sono fatte... tante anche per i dipendenti le facevano... a volte
si andava a Montecatini Val di Cecina, si mangiava sotto i castagni... una volta a
Roma... poi le facevano per i soci e per i dipendenti. I soci andavano alle
riunioni, chiedevano le cose...
Intervistatore: Sei andata in pensione prima che aprisse il supermercato a
Donoratico?
Iole Barsacchi: Sì, nel '92. Prima il negozio era di 400 mq di superficie utile,
non c'era parcheggio... e invece questo di ora è 800 mq. Volevano fare la scelta
dei negozi e quelli dei centri sotto i mille abitanti darli ad una cooperativa più
piccola che gestisse solo quelli... e noi non si voleva, si sono arrabbiati tanto. Ma
da quel terreno dove oggi c'è la Coop, passa la strada per Castagneto, e quella che
viene dal mare, un posto bellissimo. Alla fine il terreno lo presero, ma lo sai
quanti anni è stato vuoto? Almeno una decina d'anni. Ci si faceva la festa
dell'Unità, si approfittava di questo spazio. Avevano già fatto un negozio a San
Vincenzo. Allora si invitò Aldo Soldi che allora era il responsabile, c'è stata una
discreta volontà dei soci e anche delle forze politiche di spingere in questa
direzione perché c'erano tanti soci, c'erano tanti libretti di risparmio... e Albano
Querci [l'ex sindaco di Castageto] fece un grande lavoro anche lui nei confronti
del presidente Aldo Soldi per vedere di costruire questo nuovo negozio. Invece a
Vignale l'avrebbero data via questa terra per farci fare le case... fu una battaglia,
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difatti a San Vincenzo ci piansi anche... Notari una volta, durante un'assemblea,
disse: “È inutile che vi parli, poi faccio piangere la Iole...”, perché io sono stata
ai corsi e a me mi conoscevano tutti... Alla fine siamo riusciti a farlo aprire, nel
1998.
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Miriano Corsini
Terre dell'Etruria
Miriano Corsini lavora nella cooperativa Terre dell’Etruria da quando si
chiamava ancora COPAL (Cooperativa Produttori Agricoli Livornesi), negli
anni settanta. Presidente sin dal 1997, Corsini lavora in maniera attiva per il
movimento cooperativo (è a tutt‘oggi vice presidente di Legacoop
Agroalimentare). La cooperativa di Donoratico è una delle grandi realtà della
zona: nata nel 1950 come una coop tra produttori di latte, in pochi anni ha
esteso le sue attività alla sfera agricola (specialmente sementi, concimi e
attrezzature); negli anni sessanta ha cominciato ad espandersi ed oggi è estesa
non solo in provincia di Livorno, ma anche in provincia di Pisa e di Grosseto,
mentre i loro prodotti vengono esportati non solo in Italia ma anche all’estero.
Terre dell’Etruria è sicuramente una realtà di lavoro e di cooperazione molto
importante nel territorio: lo confermano non solo i dati delle vendite ma anche il
numero dei soci.
Intervistatore: Puoi raccontare la storia della cooperativa Terre dell'Etruria?
Quando nasce, come si è sviluppata? Se fosse possibile, sarebbe utile costruire
una sorta di “cronologia” della vita di Terre dell'Etruria.
Miriano Corsini: La cooperativa che è nata il 4 aprile 1950 si chiamava
Cooperativa Produttori Donoratico. La sua missione era quella di raccogliere il
latte: i primi soci erano infatti produttori di latte. Questo latte veniva poi fornito
anche da una cooperativa di Piombino (che si chiamava Cooperativa Produttori
Agricoli di Piombino), la quale serviva alcune latterie della zona e poi lo portava
alla centrale del latte di Livorno. Nel giro di qualche anno anche la nostra
cooperativa si organizzò aprendo 2 latterie su Donoratico, dove oltre al latte si
vendevano anche un minimo di prodotti alimentari: in modo che uno quando
andava a prendere il latte comprava anche qualche altra cosa; inoltre serviva
anche le latterie a Castagneto (la latteria Nanni e la latteria Socci) che più che
latterie erano dei negozi alimentari che vendevano anche il latte. Questo è stato
l'inizio.
Poi la cooperativa Produttori cominciò a vendere anche prodotti per i soci,
partendo dai mangimi per chiudere la filiera: uno prendeva il mangime, ritirava il
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latte e chiudeva questa filiera del latte. Poi si ampliò ancora l'attività andando
anche verso gli altri mezzi tecnici come concimi, sementi, fitofarmaci per la
produzione di altri prodotti della zona. Questo ovviamente sul territorio di
Castagneto Carducci.
Nel '73-'74 con il Secondo Piano Verde venne realizzata una sede sulla via
Aurelia (che adesso è stata ceduta ad altri) e in quella sede cominciò il vero
sviluppo e rilancio della cooperativa che si sviluppò anche nei comuni limitrofi di
San Vincenzo, Venturina e Campiglia per quanto riguarda il sud e per quanto
riguarda il nord Cecina, Bibbona e Rosignano. A Rosignano a metà degli anni
settanta venne realizzato un impianto di stoccaggio che è stato successivamente
ampliato e un piccolo magazzino per la vendita dei mezzi tecnici ai soci di quel
territorio che nel frattempo avevano aderito alla cooperativa.
Poi da lì la cooperativa si è ampliata, ha avuto uno sviluppo sempre costante
andando anche ad occuparsi del settore dell'olio con il primo frantoio
acquisendolo da un socio e mantenendo all'interno dei locali di quel socio nel
comune di Castagneto Carducci fino agli anni '74-'75: poi questa attività venne
spostata negli attuali locali, che sono stati ristrutturati.
Poi lo sviluppo c'è stato verso Montecatini Val di Cecina che è stata la prima
fusione che ha fatto la cooperativa, incorporando la Cooperativa Produttori
Agricoli Val di Cecina che era in una situazione pressoché fallimentare e che
mise in crisi anche l'allora COPAL: fu allora che venne incorporata dalla
Co.Agri., ma questo inizio di processo di fusioni mise in crisi la cooperativa
tant'è che qualcuno ne mise in dubbio l'esistenza stessa: la crisi era abbastanza
forte, anche se la cooperativa si era sviluppata nel frattempo ed era arrivata ad 11
miliardi di fatturato, diversificando le attività e inserendo tra queste attività anche
il marchio “Bottega verde”, qui nella sede attuale, che poi venne ceduto (erano le
produzioni agroalimentari di qualche socio) e che soprattutto veniva acquistato
da cooperative agricole di produzione.
Poi c'è stato un ulteriore passo in provincia di Pisa prendendo in affitto due
attività da una cooperativa (la “Nuova zootecnia” di Cascina che era una
cooperativa andata in crisi e dalla cooperativa “Auser” di Arena Metato, anche
quella andata in crisi: erano state messe in liquidazione, una in liquidazione
volontaria e l'altra in liquidazione coatta).
Sempre in provincia di Pisa ci fu la fusione con l'“Innovatrice” di Chianni: anche
questa è una cooperativa piccola però in un territorio abbastanza interessante per
l'attività che la nostra cooperativa svolgeva e quindi fu un'operazione di
salvataggio e da ciò nacque un progetto imprenditoriale e ci siamo sviluppati.
Poi negli ultimi anni ci siamo sviluppati verso sud: in provincia di Livorno con le
fusioni con i Produttori del Comprensorio del Cornia e dell'Ortofrutta
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Caldanelle.
E poi da ultimo siamo su Grosseto, anche se riteniamo che la storia non sia finita.
Intervistatore: Da quanto tempo lavori alla cooperativa? Da quando sei
presidente?
Miriano Corsini: Sono Presidente dall'aprile 1997. Ma in questa cooperativa ho
fatto la mia prima esperienza di lavoro a fine anni settanta. Poi ho lasciato la
cooperativa nel 1981 per andare alla Lega delle Cooperative a Firenze
occupandomi del settore agricolo, in una prima fase per seguire progetti di
finanziamento con regione Toscana, poi occupandomi dell'ufficio di assistenza
fiscale per la cooperazione agricola toscana. Organizzai una società che si
chiamava Agrigest che aveva sede a Donoratico che faceva assistenza tecnica ed
economica anche per le cooperative della provincia di Livorno e alle cooperative
giovanili che erano nate sull'onda di togliere terreno agli enti pubblici, agli agrari,
per mettere a coltura i terreni incolti. Agrigest faceva assistenza amministrativa,
teneva la contabilità a queste cooperative. Prima si espanse andando nella
provincia di Livorno, poi la portai a livello regionale, introducendo alcune
professionalità spiccate che si interessavano di controllo e gestione, di assistenza
fiscale, facendo assistenza finanziaria e facendo anche progetti di risanamento e
sviluppo e assistenza legale. Io allora divenni presidente, mi occupavo
dell'attività finanziaria, perché ero anche responsabile del settore finanziario del
settore agricolo della Lega delle Cooperative: mantenevo i rapporti sui
finanziamenti con la regione e col Ministero dell'Agricoltura.
Dopo questa esperienza ho avuto l'incarico di fare il presidente dell'associazione
regionale delle cooperative agricole dal '92 all'aprile '97, quando lasciai l'incarico
per tornare in questa cooperativa, che mi aveva permesso di fare questo tipo di
esperienze e che stava saltando: la cooperativa mi aveva incaricato di metterla in
liquidazione.
Io venni giù per fare il liquidatore. Invece tentai di fare un progetto e grazie
anche alla cooperativa Toscana Lazio con cui ero in buoni rapporti e in particolar
modo con Gastone Notari: quando la cooperativa stava per chiudere chiesi aiuto a
lui e lui fu il primo socio sovventore della cooperativa con un versamento di
300.000.000 di lire. Con questi soldi non ci si faceva gran che, ma potevo dire
che c'era una cooperativa che credeva nei bilanci della nostra attività; anche i
soci, con progetti di capitalizzazione, li portai da 3 a 5 milioni a seconda delle
imprese. Si fece una ricapitalizzazione che servì a ridurre i debiti della
cooperativa e rilanciarla. Dopo 3 anni la cooperativa aveva già avuto un utile in
bilancio.
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Intervistatore: Che cos'è la cooperazione agricola in un territorio come il
Comune di Castagneto Carducci, come è vissuta da cittadini e lavoratori, in che
modo pesa l'eredità “nobiliare” della grande proprietà terriera è vissuta dai
cittadini, dai soci e dai dipendenti?
Miriano Corsini: Diciamo che è ancora sentita. Tramite la cooperativa Airone
stiamo prendendo in affitto dei terreni che sono abbandonati; a livello regionale è
stata la Lega delle cooperative che 3 anni fa ha lanciato il progetto “Banca della
terra”. Il progetto “Banca della terra” l'avevamo già pensato quando si costituì la
cooperativa Airone, quando noi volevamo occuparci di quei terreni che venivano
abbandonati per le cause più disparate; tra le cause c'è quella delle famiglie che
vogliono mantenere il patrimonio, ma non hanno più la forza lavoro all'interno
della famiglia. Quindi il problema esiste, viene avvertito ancora e noi cerchiamo
di dare una risposta sempre tramite la nostra cooperativa.
Intervistatore: I 3000 soci chi sono? Cioè sono tutti produttori agricoli, qual è la
loro identità?
Miriano Corsini: La maggioranza di loro sono produttori agricoli, alcune sono
vere e proprie imprese agricole. Perché produttore agricolo non si può certo
denominare la C.I.T.A.I. del Marchese Incisa: Incisa è socio tramite la C.I.T.A.I.;
l'Ornellaia dei Marchesi Frescobaldi; Antinori Agricola che fa il vino Scalabrone
e Guado al Tasso, tanto per citarne alcuni...
Intervistatore: Cosa vuol dire per soggetti di questa natura essere soci di una
cooperativa?
Miriano Corsini: Sono soci cooperatori: soci che acquistano in cooperativa i
prodotti che servono per la conduzione delle aziende (dai concimi, ai fertilizzanti,
ai fitofarmaci per la difesa dei vigneti) e in più offriamo a queste aziende
assistenza tecnica agronomica specializzata e quindi hanno una certa
convenienza. Intanto perché siamo la realtà più grossa del territorio e a differenza
di altri noi non ci limitiamo a fare i rivenditori di mezzi tecnici per le aziende
agricole: noi facciamo soprattutto assistenza tecnica; e all'assistenza tecnica
succede la vendita: perché io vengo, guardo il prodotto in campo e in base a
quello di cui ha necessità quel prodotto il nostro tecnico dice che cosa deve
acquistare per farlo sviluppare, per difenderlo e per renderlo di alta qualità. Con
un occhio ovviamente a quelli che sono gli aspetti ambientali e salutistici. Non è
che siamo venditori a tutti i costi. Anzi, certe volte il mio rimprovero è quello di
vendere poco rispetto a quello che si potrebbe vendere.
E poi ci sono anche i soci sovventori che sono stati istituiti con la legge 59 del '92
e sono quelli che portano in cooperativa dei capitali per investimenti specifici e
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sono soci a tempo.
Intervistatore: Come si collocano oggi le ragioni originarie del mondo
cooperativo, come possono essere riprese e sviluppate in un contesto di grande
mutamento?
Miriano Corsini: Io credo che la formula della cooperativa sia sempre una
formula originale rispetto ad altre imprese ma è sempre attuale. Io non credo che
sia una cosa sorpassata. Anzi, io credo che se si vuole risolvere e si vuole
superare questa crisi la cooperazione può dare un contributo fortissimo. Anche le
cooperative entrano in crisi, ma hanno sempre un'arma di difesa; e la differenza
qual è? Il socio. Nella cooperazione agricola c'è questa differenziazione, che è
una cosa molto marcata. Noi abbiamo, specialmente nella nostra cooperativa un
rapporto diverso con il socio: noi consideriamo il socio come il vero proprietario
della cooperativa e abbiamo introdotto delle novità che sono state sfruttate in
moltissimi altri casi. Noi siamo organizzati sul territorio, abbiamo le sezioni soci.
In ogni sezione c'è – minimo – un rappresentante del consiglio d'amministrazione
della cooperativa. E abbiamo l'assemblea dei soci legali (perché per 3000 soci,
bisognerebbe affittare uno stadio...); quando ci sono le elezioni, noi abbiamo
messo, per statuto, che tutte le zone devono avere un minimo di 2 consiglieri di
amministrazione. Il consiglio di amministrazione è formato da 30 persone che
rappresentano tutti i nostri territori.
Questa cosa, se la guardo con gli effetti della crisi, laddove c'è questo tipo di
rapporto le cooperative è più difficile che siano entrate in crisi. Io lo vedo nel
sociale ma soprattutto nella cooperazione agricola.
Intervistatore: La cooperativa diventa grande però non perde i rapporti con il
territorio...
Miriano Corsini: Esatto, ma questo è l'errore di qualcuno... io me lo sento dire
anche dai miei soci: “Ora si fa un'altra fusione, la nostra identità si perde, la
cooperativa si allontana sempre di più...” è esattamente il contrario: più sono
organizzato più curo il territorio, meno sono organizzato meno curo il territorio.
Se io riesco a dare una dimensione che riesce a dare un'organizzazione tale io
posso mettere più funzioni, diversificare ulteriormente le mie attività e quindi
sono ancora più presente sul territorio.
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Silvio Del Vecchio
Stalla Sociale “Le Colonne”
Silvio Del Vecchio è stato tra i fondatori e i dirigenti della Stalla Sociale “Le
Colonne” di Bolgheri. Marchigiano, arrivò a Castagneto all’inizio degli anni
cinquanta con la cooperativa “Castelnuovo” (costituita da alcune famiglie di
Macerata per acquistare dei terreni che il marchese Incisa aveva messo in
vendita) per lavorare i terreni che i grandi proprietari iniziavano a lasciare
incolti e a dismettere. Nel 1968 alcune famiglie di Castagneto – in gran parte
marchigiane – decisero di unire le forze per costituire una stalla cooperativa, da
gestire in modo collettivo. Partendo quindi da zero la Stalla Sociale “Le
Colonne” arrivò ad avere un giro di affari molto sostanzioso; furono aiutati sia
dalla Regione che dalla COPAL e dalla Cassa Rurale. La carne veniva venduta
alla macelleria di Coop Italia a Reggio Emilia. Tuttavia, a causa di due furti di
bestiame e della concorrenza straniera la Stalla fu costretta a chiudere.
Intervistatore: Quando sei venuto a Castagneto?
Silvio Del Vecchio: Io e la mia famiglia siamo venuti qui nel 1952. Avevo
vent'anni. C'era solo una famiglia qui, quella di un impiegato al sindacato a
Livorno: io ero di sinistra, lui era di sinistra e ci si capì subito. Qui c'erano solo
delle casettine basse. Quando siamo venuti c'erano una stalla, due stanze (una più
grande e una più piccola) e una specie di bagno. All'epoca si lavorava dalla
mattina alla notte. A Macerata avevano costituito una cooperativa, per iniziativa
delle ACLI, [la cooperativa “Castelnuovo”] e ci si infilò anche noi, per poter
avere questa possibilità di venire qua. Prima si venne col pullman da Macerata, si
pagò un po' per uno, per vedere la terra: a noi ci stava bene, perché era vicina
all'Aurelia che era stata asfaltata da pochi anni. La decisione finale di venire qui a
Castagneto la prese mio padre: non era molto grosso, ma era intelligente, fece la
prima guerra mondiale sul Piave, dove si salvò per miracolo. Era analfabeta, ma
dopo aver fatto la scuola serale imparò a scrivere benissimo e poi leggeva
moltissimo, perché voleva capire il mondo. A Castagneto, comunque, c'era una
situazione buona, vicino alla ferrovia e all'Aurelia, ma solo io e mio fratello
venimmo. Il parroco di Castagneto voleva prendere dalla sua parte tutti quelli di
sinistra, ma noi si è litigato con tutti, le fattorie, i fattori, col marchese... Noi si è
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sempre lavorato, sputato sangue per andare contro i padroni, noi si andò anche in
causa con i padroni, laggiù nelle Marche... Abbiamo sempre lottato... Eravamo
io, mio fratello e altri due fratelli che poi sono rimasti laggiù, bravi ragazzi:
eravamo come quattro fratelli. Qui a Castagneto se ne accorsero subito che
eravamo di sinistra: comprammo questi terreni perché fossero tutti nostri, che
nessuno ce li potesse portare via. Anche quando costituimmo la Stalla Sociale
avevamo degli ideali. Negli anni successivi c'è stata l'integrazione sociale anche
perché molte dei marchigiani immigrati sposavano qualcuno di Castagneto...
Intervistatore: Quando nacque la Stalla Sociale?
Silvio Del Vecchio Alla fine degli anni sessanta [nel 1968]. Mio padre è morto
nel '71: prima avevamo una stalla per conto nostro, ma dopo la morte di mio
padre la famiglia si indebolì economicamente, non ce la facevamo più. Allora le
terre di proprietà della famiglia erano mezze a Castagneto e mezze a Bibbona:
l'appezzamento a Bibbona lo prendemmo qualche anno dopo il nostro arrivo
dalle Marche. Mio fratello maggiore, Ezio, faceva un po' tutti gli interessi della
famiglia, mentre io facevo l'operaio agricolo, il bracciante, l'allevatore, facevo
tutto quello che c'era da fare nell'azienda di nostro padre. Dopo la sua scomparsa
l'azienda restò metà a me e metà a mio fratello. Fu allora che ci venne l'idea di
fare una stalla cooperativa, per mettere insieme le forze. Morto mio padre ci si
trovò con mio cognato, col Cameli e gli altri per costituire questa cooperativa:
infatti non eravamo solo parenti, c'erano anche altri allevatori della zona.
Vendemmo tutti i capi che avevamo (perché non si poteva portare i propri
animali), chiudemmo tutte le nostre stalle e comprammo capi nuovi. Avevamo un
amico che ci procurò parecchie chianine, charolais, limousine: insomma,
facemmo un allevamento di animali di razza.
Intervistatore: Il vostro scopo era solamente l'allevamento oppure volevate
portare avanti anche un discorso di progresso tecnico? E per fare questo avevate
rapporti anche con altre cooperative o enti che operavano in questo settore?
Silvio Del Vecchio Sì, qui a Donoratico ci seguiva la COPAL, soprattutto
l'attuale presidente Miriano Corsini e Graziano Lancioni. Ci davano suggerimenti
dal punto di vista tecnico: ad esempio per come si dovevano bilanciare i
mangimi, sapere che prodotto dare agli animali e quando si doveva dare. Da loro
prendevamo anche molti prodotti. Noi soci facevamo anche gli insilati, il mais da
dare agli animali. Poi c'era uno della Regione che ci seguiva, era un tecnico che
faceva tutto, anche i finanziamenti, ci stava dietro per tutto. Anche
l'amministrazione di Castagneto ci aiutava: non era un aiuto diretto, non ci hanno
mai dato contributi. E infine prendevamo alcuni prodotti da delle cooperative di
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Reggio Emilia, si mescolavano con l'insilato e col granturco. La carne si vendeva
direttamente noi: si mandava alle cooperative emiliane, dove c'erano i macelli di
queste coop, che poi la distribuivano ai loro negozi o magazzini. Mio figlio
guidava un camion per la Stalla Sociale, faceva le stagioni: lavorava in un'altra
azienda che faceva anche questo tipo di servizi, come potare il concime ai soci o
portare il bitume.
Intervistatore: Quanti soci avevate?
Silvio Del Vecchio Siamo partiti da una quindicina, poi siamo arrivati a 40.
Questo però secondo me è stato un fatto negativo, ingrandirci e aprirci, voglio
dire. Lo dicevo alle assemblee. Ma non si poteva chiudere la porta, se uno voleva
entrare come socio lo dovevi fare entrare. La quota sociale all'inizio era intorno
alle cinquantamila lire, poi l'aumentammo: questo perché avendo più quote di
soci era più facile avere il finanziamento dalle banche. Il nostro maggiore
finanziatore a cui ci appoggiavamo era la Cassa Rurale di Castagneto. Per
acquistare gli animali prendevamo finanziamenti dalla banca, chiedevamo
prestiti, mutui; quando si vendeva qualcosa si versava lì, quando ci volevano
soldi si prendevano lì. Avevamo un conto unico: la firma della cooperativa
l'aveva il presidente, mio fratello, e il vicepresidente Lorenzo Cameli...
Intervistatore: Che giro d'affari avevate?
Silvio Del Vecchio Sostanzioso, ma c'erano da pagare anche tanti debiti, tante
spese. 500 capi tra vitelli e vitelloni. Era una stalla molto grande. C'erano i box, i
posti fissi dove si tenevano per ingrassare, e i box all'aperto per tenerli liberi.
Inoltre c'era anche il vantaggio del concime: si prendeva un po' per uno e si
portava nelle nostre terre, così non usavamo i prodotti chimici. Gli animali
stavano sul grigliato e il letame cadeva nei pozzi neri sottostanti: così dal pozzo,
dalle vasche, chi lo voleva lo pigliava con le pompe. Avevamo due autobotti e si
portavano nei campi. Però non si vendeva a nessuno, era solo per i soci. Ma non
c'era pascolo, mentre all'estero avevano più pascoli, che costavano meno e
avevano più capi: noi in due ettari poco più dovevamo farci tutto, la stalla, i box e
tutto il resto. Compravamo i mangimi nelle quantità di cui ognuno poteva
disporre. Anzi, la roba che compravamo la cooperativa la pagava a noi perché
nessuno fosse sacrificato. Due o tre capi all'anno venivano divisi tra i soci: il
resto veniva venduto. Comunque la carne si vendeva solo alle cooperative
emiliane, ai privati o ai negozi del posto mai. Questo per evitare discussioni, sul
perché uno sì e l'altro no: a un certo punto noi si voleva aprire uno spaccio
nostro, dove era la Stalla, per vendere la nostra carne ma il progetto non si
realizzò mai.
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Intervistatore: E poi la cooperativa andò in crisi...
Silvio Del Vecchio La cosa più grave, che mise in crisi la cooperativa fu il furto
di 300 quintali di vitelli, 53 vitelloni la prima volta, 18 la seconda: fu un furto che
fecero in due volte e non riuscimmo più a ritrovare niente. Era una notte ventosa,
staccarono il sistema d'allarme. Io, mio fratello e mio cognato Lorenzo andammo
fino a Reggio Emilia per vedere se si trovava le tracce di questi vitelloni, si stette
3 giorni, a Grosseto si trovò un camion sospetto, che corrispondeva, mezzo rotto,
ma niente. Alla fine il furto ci costò più di 200 milioni di danni. Inoltre sentivamo
molto anche la concorrenza delle stalle del Nord Italia e dell'Est Europa. A
quell'epoca all'estero era ancora consentito dare degli ormoni agli animali, mentre
in Italia no: noi non volevamo darne ai nostri capi, stavamo attenti a nutrirli con
mangimi naturali. La concorrenza si sentiva soprattutto per i Paesi che erano
dalla parte occidentale del Muro di Berlino, come Germania Ovest, Olanda,
Francia. Ma la nostra cooperativa non ha chiuso perché era in fallimento: noi si
chiuse perché la cooperativa aveva debiti con la Regione. Infatti la Regione ci
aveva dato dei finanziamenti per fare le strutture, gli immobili, la stalla...
Dovevamo restituire questo debito e non avendoci soldi a causa dei furti e della
concorrenza, dovemmo ridare alla Regione tutto l'immobile. Quello era l'unico
debito che avevamo.
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Intervista Irio Salvadori
Cooper Castagneto Carducci
Irio Salvadori, marito di Iole Barsacchi, è stato presidente della Cooper
Castagneto Carducci, una cooperativa di abitazione sorta negli anni settanta.
Erano gli anni dell’espansione del comune e dei piani regolatori varati
dall’amministrazione, volti a contenere lo sviluppo incontrollato che si era
verificato negli anni precedenti, con l’edificazione sui terreni incolti.
Castagneto, fin dal secondo dopoguerra iniziò a cambiare volto, abbandonando
la propria identità agricola che l’aveva accompagnata da lungo tempo. La
Cooper si inserì in questo contesto, presentando progetti di edilizia popolare che
rispondevano alle direttive della legge 167, costruendo 105 alloggi.
Intervistatore: Come nasce la Cooper?
Irio Salvadori: La Cooper di Castagneto Carducci è nata il 17 aprile del 1972.
Cera il bisogno di case e di terreni a prezzi scontati e quelli furono gli anni in cui
uscì la legge 167. Ci fu un consiglio comunale che designò i terreni da destinare
alla 167. Ci furono subito delle rivolte dei piccoli proprietari di terreni... poi c'è
stato un processo che è durato anni, che hanno vinto quei proprietari e noi si è
dovuto pagare un prezzo diverso per quei terreni. La cooperativa è nata come una
cooperativa di abitazione e a proprietà indivisa, perché grazie a quella legge
davano i mutui al 3% e anche per il comune era più facile. La cooperativa doveva
fare i concorsi quando uscivano... dal 1972, quando nacque la cooperativa, le
cose andarono avanti anni: infatti si iniziò agli ultimi del 1978 e il primo
concorso si fece nel '79. Era un concorso di 24 alloggi più 4 in proprietà. Allora
si fece subito il cambio dello statuto: da proprietà indivisa si fece sia divisa che
indivisa, in modo che chi voleva la casa in proprietà subito la poteva avere... Nel
frattempo andavano avanti il concorso e i progetti; si comprò il terreno... allora
c'era Albano [Querci, il sindaco di Castagneto], con Albano si lavorava, ti
consigliava... Nei concorsi dei mutui agevolati, secondo gli interessi di casa, si
entrava a seconda del reddito. Io e mia moglie si lavorava e quindi non ci si
rientrava, e così tanti altri soci: così si prese questo terreno e si cominciò a fare i
progetti e oggi ci sono 27 alloggi. Allora ne avevamo già fatti 24 in via Piave e
27 in via di Vittorio. Si lavorava a tempo pieno. Si cominciò in un periodo brutto,
con la crisi economica che negli anni ottanta fu tremenda. Per esempio, il
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progetto di queste case qui: si fece l'appalto... le offerte originariamente venivano
da 27 milioni a 30 milioni ad appartamento: siamo arrivati a 60! I prezzi del
cemento, del legname, aumentavano, erano triplicati in due o tre anni...
un'impresa che lavorava con noi fallì, poi ne fallì un'altra. E le case vennero a
costare di più. Ma la gente pur di avere le case non si stancava... una ditta che
lavorava con noi fallì, ma noi fummo furbi, essendo anche aiutati dai dirigenti
delle cooperative: venne qui anche il segretario dell'ARCAT [Associazione
Regionale Cooperative Abitazione Toscane] e ci aiutò. Una cooperativa di
Follonica fece il cemento armato e la muratura la fece fare ad una ditta di
Donoratico (che fallì, anche questa). I lavori furono finiti da un'altra ditta ancora.
Comunque si chiuse bene.
Intervistatore: Il completamento della 167 in che anno si raggiunse?
Irio Salvadori Nel 1985. Iniziammo nel '79 e in questa casa ci venni a vivere
alla fine dell'81. Erano pronti allora 27 appartamenti qui e poi di là 24. Nell' '82 si
comincia a parlare di via delle Lungagnole e di Bolgheri. Infatti venne fuori un
bando per 12 alloggi a Bolgheri: i terreni li avrebbe dati il Conte (perché
Bolgheri era tutta del conte Ugolino). Se non vincevamo quel bando, molti
bolgheresi sarebbero andati a Rosignano o a Piombino, dove c'era da lavorare.
Questo progetto era fatto anche per non spopolare il paese. La 167 è nata un po'
fuori il paese, però ha permesso a qualche famiglia un po' più giovane di restare.
Per cui aveva anche una funzione di vita del paese. Gli appartamenti di Bolgheri
vennero ultimati dopo un anno e mezzo. Nel frattempo, tra qui e Bolgheri
vennero fuori altri 24 alloggi in via delle Lungagnole. Però era un mutuo al 13%
e fondato dall'Istituto Nazionale del Lavoro tramite la banca nazionale del lavoro.
Io feci la riunione e se lo volevano avrei fatto il concorso. La maggioranza disse
sì e io vinsi anche quel concorso. Per quegli appartamenti lì si dette l'appalto ad
una ditta di Modena, l'unica ditta che ha funzionato alla perfezione. Fatto il
contratto, dopo un anno di lavoro avevo le chiavi in mano di tutti e 24 gli alloggi
e non era ancora arrivato il mutuo. E poi facemmo 18 alloggi in via Alessandrini.
Via Alessandrini era l'ultimo lotto che avevamo, che era libero.
Venne fuori questo bando di 18 alloggi. Dissi: “Se si vince anche questo, si
chiude la cooperativa”. Infatti si vinse anche questo, si fecero 18 alloggi in
quattro e quattr'otto, li fece una cooperativa di Cecina, mentre l'architetto era uno
di Livorno.
Intervistatore: Che ruolo avevi nella cooperativa, eri il presidente e ci lavoravi?
Irio Salvadori Sì, prima ero carpentiere in una ditta e quando si finì fui assunto...
ho perso molti soldi... io come carpentiere guadagnavo di più...
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Intervistatore: I soldi per fare le case venivano dai soci?
Irio Salvadori Sì, era il prestito sociale, avevano tutti il libretto... e pagavano
ogni stato di avanzamento o quando avevano i soldi... e li mettevano nel libretto
Intervistatore: Che rapporti c'erano con il mondo cooperativo?
Irio Salvadori Il grosso rapporto era con l'ARCAT. Perché se non c'era
l'associazione dietro era un problema, anche i contratti non si facevano mica da
noi... c'era la Confesercenti... e poi c'erano le cooperative con cui collaboravamo
per quanto riguarda la costruzione dei vari appartamenti...
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Lio Fulceri
Cooperativa Ex Cantiere Navale
Lio Fulceri, ex operaio del Cantiere Navale di Donoratico, è stato tra i fondatori
di questa esperienza. Il cantiere navale a Donoratico nacque nel secondo
dopoguerra sotto la spinta dei conti Della Gherardesca. In breve le barche
costruite dal cantiere di Donoratico diventarono famose in tutto il mondo, tanto
da venire utilizzate anche nelle competizioni olimpiche. Negli anni ottanta il
Cantiere andò in crisi. Per non perdere il lavoro le maestranze, insieme con il
conte, decisero di intraprendere un esperimento cooperativo guidato dai soli
operai (il conte cedette loro tutte le attrezzature) per cercare di portare avanti le
attività. Tuttavia, anche a causa della mancanza di fondi per investire nei
materiali e nell’innovazione e della concorrenza, questa attività dovette chiudere
Intervistatore: Come nasce l'esperienza della Cooperativa dell'ex Cantiere
Navale?
Lio Fulceri: A quei tempi eravamo una trentina, una quarantina di dipendenti.
Negli anni ottanta il cantiere di Donoratico era un nome di prestigio sia in Europa
che oltreoceano perché le barche andavano in America, in Giappone... non solo
per il canottaggio, ma anche per imbarcazioni come catamarani... l'esperienza di
Ambrogio Fogar è stata fatta con una imbarcazione che era stata costruita nel
cantiere di Donoratico... quindi c'è stata questa collaborazione con un nome
prestigioso a livello internazionale... peraltro i Della Gherardesca ci tenevano
anche personalmente perché anche per loro era un prestigio...
Negli anni Ottanta però le strutture dov'era collocato il cantiere erano obsolete,
strutture antecedenti alla guerra, molto fatiscenti... la nautica si stava evolvendo
non solo a livello strutturale ma anche di materiali: quindi aveva bisogno di
strutture ben diverse, perché cominciava ad essere presente la vetroresina, il
kevlar, la fibre di carbonio con tutte le loro esigenze particolari, tecniche: e
questo effettivamente mise un po' in difficoltà il Cantiere. Anche il Della
Gherardesca cominciava ad avere un età abbastanza avanzata. Ad un certo
momento per certe vicissitudini (familiari, credo che fossero strettamente
familiari) la proprietà decise di non portare più avanti questa attività, anche
perché una buona parte della manodopera specializzata era uscita... avevano
messo su, nel '77, due cantieri a Donoratico: quindi i famosi maestri d'ascia, in
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particolare, avevano deciso di intraprendere una propria attività.
Comunque in questo caso alla proprietà gli va dato un merito perché decise di
sentire i dipendenti prima di chiudere, se volevano continuare loro direttamente
gli mettevano a disposizione le attrezzature. Comunque fu trovato un accordo con
i 30-40 dipendenti che erano rimasti di portare avanti questo tipo di attività
inerente solo al canottaggio. Il 1985-86 fu l'anno in cui ci fu questo tracollo a
livello di proprietà. Tra l'altro in questo periodo aveva anche aperto l'altro
cantiere per barche da canottaggio con strutture nuove e moderne. Comunque il
Cantiere di Donoratico era ancora un nome conosciutissimo. Tra le altre cose
stavamo esportando tantissimo in Israele, molto in America, nel Qwait, nei paesi
extra europei... perché per 30-40 anni era stato un cantiere all'avanguardia, il
nome di Donoratico era conosciuto in tutto il mondo.
Fu deciso dalle maestranze di intraprendere questa esperienza, anche perché
interessava giustamente anche il posto di lavoro; e fu fondata questa cooperativa,
c'era come presidente questo Guarguaglini Luciano, all'inizio, Masciantini Idro
era il nostro amministratore e Favilli era responsabile marketing.
Siamo andati avanti dal 1983 per diversi anni.
Intervistatore: Quali sono state le difficoltà di questa iniziativa?
Lio Fulceri: Le difficoltà che c'erano prima le abbiamo risentite anche noi: le
strutture erano fatiscenti, erano dei capannoni senza riscaldamento, senza
niente... e quindi con l'impossibilità di utilizzare il kevlar o la fibra di carbonio.
Quindi ci volevano dei forni, dei posti dove far asciugare queste resine... e il
cantiere stava un po' perdendo quella supremazia che aveva avuto fino ad allora.
Prima facevamo le barche con un cedro che veniva dall'Honduras, dal Brasile:
questo ci mise in grande difficoltà, anche per poter far fronte alle richieste che ci
arrivavano dalle Federazioni di canottaggio dall'estero: dovevamo poter
accontentare queste esigenze che stavano venendo fuori perché questo mercato
era molto importante. Nelle gare dei campionati del mondo, europei, italiani, alle
Olimpiadi, una volta c'erano 100 barche che partecipavano e 60 erano del
cantiere di Donoratico: di conseguenza c'era una grande richiesta da tutto il
mondo. Se a un certo punto nei campionati ce n'erano 20 costruite da un tedesco,
20 da un costruttore svizzero, 10 da una costruttore concorrente, sicuramente
anche la richiesta da parte delle federazioni minori calava perché le federazioni
cercavano di avere delle barche competitive.
Anche se per qualche anno siamo andati avanti abbiamo avuto qualche difficoltà,
anche per quanto riguarda fare degli investimenti: non si poteva intervenire su
questa struttura, si doveva buttare giù e farla nuova. Era quello che avrebbe
voluto fare anche la vecchia proprietà negli anni precedenti: la proprietà
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precedente avrebbe voluto fare delle strutture nuove, perché quelle erano
strutture inaccessibili per fare una produzione al passo coi tempi. Noi pagando un
affitto come cooperativa non avevamo possibilità di fare interventi, di demolire e
fare delle strutture che fossero competitive, per costruirci dentro anche con i
materiali nuovi. Non potendo fare questo abbiamo dovuto subire anno dopo anno
il declino delle richieste.
Poi avemmo dei problemi di varie centinaia di milioni con una fornitura per i
paesi arabi per il fatto che non pagarono le barche che avevamo costruito loro...
questi bonifici esteri non arrivarono mai. Quindi ci siamo trovati 70, 80, 100
imbarcazioni in magazzino (fatte per quella Federazione, la quale per motivi loro
non le hanno più acquistate): e questo ci ha messo in grosse difficoltà finanziarie,
perché 100 imbarcazioni erano 200, 300 milioni a quei tempi di valore che avevi
in magazzino, e non c'era nemmeno la liquidità finanziaria (fatto che ci ha poi
portato verso l'amministrazione controllata). Non c'erano prospettive: il mercato
andava avanti in una direzione, verso una tecnica diversa di costruzione. Noi non
avevamo il posto, non avevamo neanche la possibilità di fare neanche se
avessimo voluto fare, anche se avessimo avuto le capacità...
Intervistatore: Chi erano i vostri clienti?
Lio Fulceri: Federazioni. In tutto il mondo. In Jugoslavia abbiamo venduto
tantissime barche... anche associazioni in Italia... in Svizzera, Francia, anche in
club di canottaggio a livello mondiale, associazioni sportive, federazioni... se la
federazione di canottaggio o tedesca o australiana compra le barche al cantiere
navale di Donoratico di conseguenza anche gli altri club comprano le barche al
cantiere navale di Donoratico... è come per le biciclette, le macchine, le moto: in
ambiente sportivo funziona così. Se poi te rimani fuori, rimani fuori. Per un po'
continuammo a lavorare con questi clienti: prima che una cosa finisca c'è anche
uno strascico, una coda. Perché tanta gente era rimasta con le barche di legno,
tanti le compravano perché costavano meno, però poi... anche se il nome è
sempre lo stesso quando te hai una barca da canottaggio in kevlar, carbonio, uno
skiff che pesava mi sembra 14 kg e gli altri te lo fanno a 12 e hanno delle
attrezzature diverse... nello sport se una bicicletta pesa 5 kg e una pesa 3kg te vai
comprare la bicicletta che pesa 3, per fare meno fatica... per avere quei risultati:
specialmente nello sport devi averci delle strutture che ti possono permettere di
fare certe cose, sennò... La cooperativa faceva solo barche da canottaggio.
Venivano utilizzate anche in competizioni importanti come tipo le olimpiadi: le
federazioni le utilizzavano in competizioni importanti, i circoli le utilizzavano in
allenamento. Non c'erano possibilità in futuro per una cooperativa del genere.
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Intervistatore: Ma c'era un attaccamento ideale per i dipendenti in cooperativa,
nella costituzione dopo...?
Lio Fulceri: Io credo che la cooperativa se deve nascere deve nascere
dall'esterno, da persone che credono in qualcosa e che vogliono fare qualcosa
insieme. Quando nasce dall'interno perché sei quasi obbligato a farlo,
sicuramente ha dei limiti. Cioè se io e te ci si mette insieme perché si crede in
qualcosa per fare qualcosa lo spirito poi è anche diverso dal dire io e te ci si
mette insieme sennò domani si va a casa... sicuramente tutto il coinvolgimento
non era stato fatto con quello spirito. Nacque per esigenza, per salvare il posto di
lavoro. Poi ci sarà stato anche chi ci credeva e i valori della cooperazione ce li
aveva anche.
Intervistatore: Un piano per ammodernare tutta questa attrezzatura c'è mai
stato?
Lio Fulceri: Con 40 dipendenti non si poteva fare più di tanto... milioni per fare
investimenti non li avresti trovati nemmeno a livello finanziario a livello di
banca, di imprese, di cooperativa. Lì era proprio tutto l'edificio che era
insostenibile. Non era possibile nemmeno rivolgersi alla Regione per chiedere un
finanziamento, proprio perché sarebbe stato un grosso investimento, andava
demolito e ricostruito... Soltanto una società, delle persone che potevano
crederci, che mettevano un capitale abbastanza grosso... Quindi, nell'87, siamo
stati costretti dopo 5 o 6 anni di questa esperienza (positiva, per l'amor di Dio) a
dire: “Prima di fare dei danni grossi chiediamo l'amministrazione controllata e
poi chiediamo la liquidazione”. Non è stato un fallimento causato da fattori
esterni: siamo stati noi che a chiedere l'amministrazione controllata.
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Cooperativa “Il Germinal”
Daniele Mazzanti (memoria raccolta da Sergio Betti)
Alla fine degli anni settanta un gruppo di giovani costituì la Cooperativa “Il
Germinal”. Sostenuti da grandi tensioni ideali vissero un periodo insieme.
Discussero di formazione, ricerca storica del mondo agricolo, di agricoltura
biologica, di valori umani e culturali, di questioni sociali e di politica. Alcuni di
loro lasciarono lavori sicuri, Daniele Mazzanti si licenziò dalla Coop di Cecina,
Graziano Lancioni lasciò il lavoro della COPAL, Gianni Borla interruppe la sua
attività nello studio di geometri di Alberto Fagiolini. Questa determinazione
proveniva dalla volontà di costruirsi il futuro, di senso del cambiamento, di fare
la loro scelta di vita. Le loro energie intellettuali e fisiche nutrivano la passione,
l’entusiasmo e il fervore per inventarsi qualcosa di nuovo e importante. Alla
Cooperativa, oltre al nucleo principale che doveva essere secondo le normative di
almeno nove persone, aderirono e si unirono anche altri giovani. Mentre
s'improvvisavano boscaioli, facendo il taglio del bosco, impararono a fare il
carbone e a venderlo. Acquisirono l’esperienza e la cultura dei vecchi carbonai;
Piercarlo Bucci fece loro scuola pratica di come dovevano fare le carbonaie.
Piercarlo aveva nel viso e nelle mani i segni della fatica e guardava quasi
incredulo quei giovani della Cooperativa Germinal che avevano voglia di fare
quei lavori così faticosi. Quasi tutti erano residenti nel Comune di Castagneto
Carducci, alcuni abitavano nei Comuni vicini, solo il Sansivieri veniva da fuori
zona. Un aiuto lo ebbero da un vecchio trattore che acquistarono dalla COPAL. Il
trattore serviva per trasportare la legna verso i bilici su cui poi era caricata.
Daniele ha posto l'accento nel suo racconto sul fatto che da parte della COPAL ci
fu disponibilità e collaborazione verso la nuova cooperativa dal Presidente
Novarino Favilli e da Miriano Corsini tecnico contabile. Oltre al taglio del bosco
la cooperativa faceva lavori di pulizia della spiaggia, di giardinaggio, potatura e
taglio dell’erba. Nel frattempo dagli incontri serali in cui le discussioni si
allungavano nella notte, uomini e donne con personalità e opinioni diverse
riuscirono a mettere nero su bianco dei progetti importanti che erano le basi per
far progredire la Cooperativa. La richiesta della Cooperativa al Comune
(secondo le normative di quei giorni) di poter usufruire delle terre incolte
ovviamente con il consenso dei proprietari, era il primo passo significativo che
poteva garantire lavoro e nuova occupazione nei settori ortofrutticoli. Ma le
scelte più ambiziose erano state scritte nei piani di sviluppo e nel progetto di
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recupero fabbricati che la cooperativa Germinal aveva elaborato e presentato alla
Comunità Montana delle colline metallifere di Massa Marittima per il terreno del
Filetto. Questa storia purtroppo non si concluse in maniera positiva per la
Cooperativa Germinal, perché Daniele racconta che questo progetto era visto con
preoccupazione dal sindacato di Massa M.ma, mentre il sindacato di Area era
favorevole. Quella comunque, secondo Daniele, era una strada fondamentale per
continuare la scelta di vita in maniera collettiva, per creare occupazione e futuro
per tante persone e per mantenere in vita la una storia di cooperazione. Si costituì
invece la Cooperativa del Filetto a cui aderirono solamente Graziano Lancioni e
Gianni Borla. Dopo qualche tempo però Gianni e Graziano si ritirarono.
Ileano Biolcati (memoria raccolta da Sergio Betti)
Negli anni settanta nel nostro Comune e in tutta la Toscana, gruppi di giovani che
avevano voglia di scegliersi e costruirsi il proprio futuro, guardavano
all’agricoltura, pensavano di rilevare le terre incolte, e si proponevano di
presentare alla Regione Toscana, progetti inerenti al settore agricolo. Così dopo
ferventi conversazioni, un gruppo di giovani di Donoratico costituì una
Cooperativa agricola. Il 4 dicembre 1978 lo Statuto era pronto, la Cooperativa fu
denominata “Il Germinal”, la sede era in un fondo della via Aurelia al numero
145, dove attualmente c’è la banca di San Miniato. I nove cooperatori che
firmarono lo Statuto erano Angela Pisacane, Licia Poli, Roberto Martinelli,
Giovanni Borla, Ileano Biolcati, Graziano Lancioni, Laila Bernardini, e Ingrid
Galletti, che fu eletta Presidente della Cooperativa. Dal primo di gennaio del
1979 erano legalmente operativi. In quel periodo, racconta Ileano che in Toscana
erano nate oltre trenta cooperative agricole. Agli inizi fecero un censimento delle
terre incolte, e molti sopralluoghi, individuarono anche dei terreni all’Incrociata.
Coinvolsero l’Assessore all’agricoltura del Comune di Castagneto Carducci Santi
Tinti, l’entusiasmo era notevole, la scelta di vita intrapresa sembrava possibile,
ma dopo qualche tempo si accorsero che non era facile avere a disposizione della
cooperativa i terreni che erano tutti (anche se non coltivati da molto tempo) di
proprietà di privati cittadini. Comunque, il fatto di essere giovani, e poiché la
volontà c’era e l’energia fisica non mancava, si dettero da fare in altri lavori,
come ad esempio il taglio del bosco, nella macchia di Sassetta. Un boscaiolo
esperto, Piercarlo Bucci si unì a loro per raccogliere la legna e costruire le
carbonaie. Per questo lavoro acquistarono dopo l’estate del 1981, una Land
Rover e un trattore Belarus usato. La pulizia della spiaggia era un altro lavoro
cui si dedicavano. Il progetto più importante nacque, quando vennero a sapere da
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Saverio Baldassarri che nel Comune di Massa M.ma la Regione Toscana aveva
un struttura agricola che era gestita dalla Comunità Montana che aveva alcuni
operai fissi e altri avventizi. L’idea importante che tutti condivisero, e che
sarebbe stata la “scelta di vita” che rispondeva in pieno al loro modo di pensare,
fu quella del Progetto del “Filetto”, in quella zona dove già operava la Comunità
Montana di Massa M.ma. La scelta era quella di andare ad abitare nelle strutture
che già esistevano. Il progetto fu presentato alla regione Toscana, furono
coinvolti tutti i lavoratori, le organizzazioni sindacali locali e territoriali, ma
qualcosa non funzionò. Nei primi mesi, gli operai de “Il Germinal” continuavano
a fare i lavori di taglio del bosco, e della pulizia della spiaggia e mentre
procedeva con gli incontri, il dialogo e il confronto tutta la procedura
amministrativa e burocratica, fecero anche una breve esperienza di lavoro
insieme agli operai della Comunità Montana, perché appunto tutto sembrava
andare per il verso giusto. Infine la Comunità Montana costituì una cooperativa.
In un primo tempo alcuni operai del Germinal vi aderirono, ma successivamente
abbandonarono quella esperienza, che non coincideva con la scelta di
cambiamento che loro avevano in mente, e che avevano prospettato nel Progetto.
Il Germinal andò ancora avanti per qualche anno fino al 1986. Ileano decise di
chiudere quell’esperienza nel 1982, e si dedicò attivamente per costituire una
cooperativa a Cecina, che prese il nome di Cooperativa Servizi Cecina.
Ingrid Galletti
Intervistatore: Questa cooperativa nasce nel 1977 e chiude nel 1986, anche se i
suoi anni di maggiore attività sembrano i primi, forse i primi 3...
Ingrid Galletti: Io quando sono entrata era già nata: o meglio era nata come
progetto, non aveva ancora cominciato la sua attività sul territorio. Io sono
entrata perché mi piaceva l'idea che stavano portando avanti. Abbiamo
cominciato a lavorarci, ci si trovava in un fondo, che ci si auto finanziava (ci
finanziavamo tutto, senza aiuti dall'esterno). Era il '77 – '78, quando si è
consolidato il progetto. Prima di allora c'erano state molte idee, molti discorsi, su
cosa dovevamo fare e cosa no, su chi eravamo e dove ci volevamo collocare.
C'erano delle persone che facevano parte della cooperativa (perché serviva il
numero) ma che lavoravano fuori, esterni che avevano già un lavoro e c'erano
delle persone che non lavoravano. Tra le persone che facevano dei lavori
c'eravamo io, Iliano, Gianni Borla... Cominciammo con la cooperativa il
Germinal a fare dei lavori estivi come la pulitura delle spiagge: era un modo per
farci conoscere, per dire chi eravamo. Avevamo preso un appalto. Era la prima
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volta che accadeva a Donoratico: prima la pulizia della spiaggia e della pineta
non esistevano. D'inverno sia io sia Mariolino, il Fulceri e altre persone che
avevano un'occupazione si lavorava in campagna, anche questo per farci
conoscere. Ma questo non come cooperativa: erano lavori che facevamo
individualmente per farci conoscere come soci e lavoratori del Germinal.
Intervistatore: Parlami della provenienza dei fondatori di questa cooperativa.
Eravate studenti, lavoratori...?
Ingrid Galletti: Io lavoravo già in campagna saltuariamente, facevo delle
stagioni, facevo le fragole, queste cose qui. Non eravamo studenti... tutti
lavoratori... Daniele lavorava alla coop a Cecina (e si licenziò per entrare alla
Germinal), Graziano alla COPAL...
Intervistatore: Eravate tutti giovani quando vi imbarcaste in questo progetto. Ma
c'erano anche delle forti idealità, una vera e propria scelta di vita... Questi ideali
quali erano? Erano legati a questo luogo, al terreno, al lavoro...?
Ingrid Galletti: Erano legati sì al territorio, perché noi quando uscì la storia del
Filetto ci pensammo molto perché volevamo un posto qui, su Castagneto:
volevamo far vedere che queste cose si potevano fare e si potevano fare qui. E
quando uscì fuori il Filetto ci dispiacque perché era parecchio lontano... era fuori
dalla nostra realtà, però era l'unica cosa fattibile. E noi ci si credeva a livello di
impostare la nostra vita in una certa maniera. Noi si pensava per esempio ai
bimbi, di far passare il pulmino della scuola da lì... Si pensava proprio a tutto:
che si doveva mangiare insieme, che si doveva ristrutturare la grande struttura
per trovare dei luoghi dove poter star da soli... si studiava tutto minuziosamente,
perché venisse fuori una vera e propria comunità. Una comunità cooperativa, di
lavoro, ma una comunità. Era grande come progetto, enorme come estensione per
cui si poteva allargare a tutti i fronti, anzi chi più idee aveva più ce ne metteva. E
noi ci si credeva tanto, troppo.
Intervistatore: Oltre al progetto di vita “cooperativa”, quali erano gli obiettivi
del Germinal, in agricoltura o nell'allevamento?
Ingrid Galletti: Il nostro era un progetto che a quel tempo guardava molto avanti
rispetto al lavoro agricolo tradizionale. Quello che volevamo fare era studiare, in
base al terreno in cui avremmo operato, qualcosa di diverso. Potevamo anche
mettere le solite pecore, però, volevamo provare ad allevare una razza diversa e
incentivare questa cosa: si trattava di una razza italiana, anche se particolare, non
utilizzata da queste parti. Si voleva fare qualcosa di diverso anche a livello di
colture... Parlavamo già di biologico. Poi si volevano fare le marmellate, si
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dovevano confezionare noi... per quel tempo non era poco, ora sta diventando
una cosa normalissima... Si volevano raccogliere le more, farci la marmellata, si
faceva le fragole, poi c'era il discorso del formaggio che si era detto di fare...
Intervistatore: Quanti soci avevate?
Ingrid Galletti: Circa 14... Ma c'erano anche persone che ne erano fuori e a cui
interessava il progetto... e quindi quando si fossero realizzati i nostri obiettivi
avrebbero lasciato il proprio lavoro e si sarebbero uniti a noi, perché gli
interessava un discorso di vita. Tutti giovani, lavoratori...
Intervistatore: Avevate rapporti con altre cooperative?
Ingrid Galletti: Sì, Graziano lavorava già alla COPAL, ci aiutava per questo
progetto con questa sua esperienza. Rapporti veri e propri, no: erano relativi,
forse non abbiamo avuto neanche il tempo. Per il progetto si fece tutto da soli.
Anzi, non si voleva interferenze: era una scelta nostra, si volevano evitare
infiltrazioni che modificassero il progetto, che lo stravolgessero e lo portassero
verso altri punti di vista. La sentivamo molto dall'esterno, la scelta era anche per
sottrarsi a questo tipo di logiche. Perché era una cosa innovativa per l'epoca e
tutto intorno a noi ci guardavano per strapparcelo e farlo proprio in altra maniera.
Quando d'inverno si lavorava per le altre aziende ci facevano fare le cose
peggiori, perché noi si andava con l'intento di farci conoscere, noi volevamo
lavorare.
Intervistatore: Tu fosti la prima presidente: fu una scelta precisa quella di
mettere a capo del progetto una donna?
Ingrid Galletti: Sì. Anche questo per capire come fosse diverso il Germinal:
scelsero me, perché ero donna. Era una scelta anche quella, per dimostrare che il
discorso era innovativo... Ma le donne del Germinal non facevano le donne di
casa: lavoravano come gli uomini. Infatti avemmo una convenzione col comune e
io con Gianni e col Borla andai a pulire le spiagge, tutti e tre. Insieme. Si andò a
pulire le pinete di Donoratico, che non erano mai state pulite, ci si trovò di tutto...
Il Germinal fu pioniere di queste cose, prima non c'erano, poi da lì in poi vennero
fatte tutti gli anni. Esistevano cooperative su verso Bologna, di questo genere, ma
in Toscana non c'era niente di questo genere. Noi non volevamo solo la comunità,
volevamo una cosa di lavoro... perché ognuno poteva anche rimanere a casa sua,
che la vita finisce alle 17 e mezzo fino a che ho lavorato... noi avevamo
sviluppato questo tipo di progetto perché volevamo fare questo tipo di
esperienza, ma se uno voleva allontanarsi andava bene... l'importante era il
lavoro, non la comunità e basta... invece in Emilia c'era già qualcosa di simile...
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c'erano persone, come Graziano Lancioni, di provenienza diversa, come ideali,
come tipo di veduta... ma andava bene così... eravamo tutti sotto i 30, forse a
parte Iliano ma siamo lì...
Intervistatore: E poi ci fu la storia del Filetto, che mise in crisi la cooperativa...
Ingrid Galletti: Uscì fuori un terreno demaniale, al Filetto, nel Comune di
Massa Marittima: e tutto si ridusse a quel progetto lì, era tutto indirizzato verso
quel progetto lì. Ci facevamo conoscere per quella cosa lì. Il discorso è andato in
questo modo: noi esistevamo già come cooperativa, tutti avevamo già un
indirizzo, l'ho detto, avevamo preso un fondo dove ritrovarsi e discutere di che
cosa si voleva fare di questa cooperativa. Noi volevamo un terreno nostro, per la
cooperativa, per poterci sperimentare. Ci orientammo in generale su che cosa si
voleva fare, e non si vide nient'altro: nella zona non c'era niente. La Regione ci
disse che l'unica cosa era indirizzarsi su un terreno demaniale. L'unico terreno era
a Massa, dove c'era una cooperativa già esistente: non ricordo i motivi, ma si
erano ridotti, erano rimasti 2 o 3, erano proprio decaduti come cooperativa,
perché erano rimasti pochissimi. Però bisognava dimostrare alla Regione cosa si
voleva fare, per avere il finanziamento e passarlo a noi. E si cominciò tutto il
progetto per questo terreno. Siamo stati più di un anno intorno a questo
discorso... poi si unì a noi Graziano Lancioni... perché ci volevano persone in
grado di buttare giù un piano di sviluppo fatto bene... ognuno si prese un “tema”
su quello che si voleva fare su questo terreno e si studiò a fondo... io mi ricordo
che avevo le pecore da studiare... per un anno intero, di come si dovevano
prendere, non si poteva prendere una razza invece di un'altra... si doveva
dimostrare alla regione del perché si andava in un direzione invece che in
un'altra, in base al terreno o ad altri parametri... era un terreno collinare,
andammo a vederlo, c'erano da ristrutturare delle case... il lavoro fu diviso tra
tutti... Noi volevamo andare tutti lassù. Addirittura si pensava già di far passare di
là il pulmino per i bimbi – ché già esistevano i bimbi... una specie di comune tra
virgolette... I lavori su questi terreni erano l'allevamento, l'agricoltura... poi si
pensava di fare le marmellate... perché noi si andava dalla pianura fino alla
mezza collina... era ben esposta, si vedeva bene il mare in linea d'aria... si voleva
fare la produzione di marmellate, si volevano fare gli allevamenti, ad esempio di
queste pecore... poi venivano idee man mano che si sviluppavano... l'importante
era che ci dessero la possibilità di fare questo progetto... Ma il Filetto fu una
catastrofe, non ci fu l'opportunità di prendere questo terreno... mi ricorderò
sempre quella sera... dopo ognuno prese la sua strada... prendemmo delle
decisioni e quindi non ci interessava più continuare su quel tipo di strada...
Alcuni di noi dissero: “Noi si continua in ogni caso, come cooperativa di servizi”
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, ma la maggioranza di noi si disse di no, non ci si stava. Perché noi volevamo un
terreno nostro, che sviluppasse un progetto nostro di lavoro e di vita. Io sono
andata via nell''80, 3 anni ci sono stata... io sono rimasta lì come nome nella
cooperativa, ma non era più attiva.
Intervistatore: E dopo questa esperienza che è successo?
Ingrid Galletti: Io ho fatto l'infermiera, Licia Poli è in Comune, Lancioni
continua a lavorare nelle Terre dell'Etruria, Iliano ha messo su una cooperativa di
servizi a Cecina e Daniele ha messo su un agriturismo che conserva gli ideali del
Germinal, anche Gianni Borla poi continuò, con una cooperativa di servizi,
lavorando col Comune, pulendo le spiagge, raccogliendo le pigne... fino all''86
questa coop si chiamava ancora Germinal... Prendemmo tutti strade diverse. Io
dopo volli cambiare perché c'ero rimasta troppo male... a me interessava un
discorso di vita non solo di lavoro...
Graziano Lancioni
Cooperativa “Il Germinal”
Intervistatore: Quando fu costituito il Germinal tu eri un impiegato agricolo del
COPAL. In che modo ti sei avvicinato al progetto?
Graziano Lancioni: Lo abbiamo fatto insieme, nel senso che con gli altri soci
fondatori della cooperativa il Germinal, visto che eravamo amici e compagni di
lotta (tra virgolette) e di attività politica generale, ho partecipato alla costituzione
della cooperativa, con gli scopi che erano previsti dallo statuto che erano la
gestione delle terre incolte...
Intervistatore: Le terre incolte: è un fenomeno che inizia nel secondo
dopoguerra. Ma a che punto è negli anni Settanta?
Graziano Lancioni: A Castagneto il fenomeno era molto molto limitato...
perché non c'erano superfici agricole... quando fu fatto il censimento dal Comune
per vedere quante fossero le terre incolte si vide che a Castagneto non ce n'erano
molte, se non qualcuna qua e là ma che non avevano significato da un punto di
vista produttivo. Le terre incolte in quegli anni lì erano tutte in altre realtà... o
erano terreni demaniali, tipo quelli su per il Filetto, che erano della Regione
oppure erano terreni di aziende grosse ma in situazioni diverse, insomma, in
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provincia di Pisa principalmente e in altre parti d'Italia ma quello è un altro
discorso.
Intervistatore: Parliamo degli scopi del Grminal: sono tanti e vari. Si parla di
allevamento, agricoltura, silvicoltura eccetera. C'era questa idea
dell'innovazione...
Graziano Lancioni: Sì, la cooperativa era nata da quell'esigenza lì. Se la
cooperativa avesse trovato delle realtà da cui partire con una attività è chiaro che
le vecchie attività [pulizia delle spiagge, della pineta ecc] avrebbero dovuto
essere orientate verso quel progetto lì. Tant'è che alcuni soci, come Mazzanti
Daniele, mise per conto suo prima le api, poi un podere dove faceva agricoltura
biologica... quindi anche se quell'attività non è stata fatta come Germinal poi
qualcuno dei soci l'ha realizzata per conto proprio.
Intervistatore: Oltre agli scopi della cooperativa si nota sicuramente un legame
molto stretto col territorio e la terra: questo territorio e i territori vicini...
Graziano Lancioni: Dove c'era la possibilità di fare qualcosa. Il Germinal,
anche se non ha gestito l'attività agricola, l'attività boschiva l'ha fatta: prima il
taglio del bosco, poi i servizi delle potature, pulizia delle spiagge eccetera.
Intervistatore: Nelle parole di Ingrid Galletti e nello statuto è molto vivida la
spinta idealistica: mi riferisco soprattutto alla coltivazione collettiva. C'era
insomma la ricerca non solo di innovazione nel lavoro agricolo, ma anche la
ricerca di un vero e proprio modello alternativo di vita.
Graziano Lancioni: Soprattutto all'inizio c'era l'idea di gestire l'azienda non solo
dal punto di vista produttivo, ma anche dal punto di vita, delle relazioni.
All'inizio si parlava dei kibbutz israeliani: relazioni tra i soci, gestione della
famiglia, dei bambini in modo collettivo. Cose che poi non si sono realizzate,
però l'intenzione c'era. Mi ricordo che quando realizzai il piano di sviluppo per
l'azienda del Filetto c'era anche come attività l'allevamento dei bovini. Nel piano
l'avevo riservata, questa attività, alle donne della cooperativa. Mi fecero un
partaccione pensando che volessi fare una differenziazione tra uomo e donna,
mentre loro volevano andare a tagliare il bosco come gli altri. Poi di fatto era
tutto teorico...
Intervistatore: Il tuo ruolo qual era?
Graziano Lancioni: Tecnico agrario. Io sono agronomo. Continuavo a lavorare
alla COPAL, questa era una cosa che facevo a fine lavoro.
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Intervistatore: Come si poneva all'interno del movimento giovanile dell'epoca
(eravate tutti o quasi impiegati in agricoltura o comunque lavoratori, c'era solo
una studentessa, Licia Poli)?
Graziano Lancioni: Uno era operaio, dipendente della coop a Cecina, uno era
geometra, una studentessa... legato alla terra c'ero solo io. In quegli anni
nacquero tutte le cooperative di quel tipo lì, poi tante di queste sono morte
successivamente. Ma furono gli anni in cui c'era questo movimento, questo tipo
di cooperative.... alcune riuscirono, altre no, altre mezze e mezze...
Intervistatore: Che legami c'erano con le altre realtà cooperative del territorio?
Graziano Lancioni: Facevamo tutti parte dell'associazione regionale delle
cooperative agricole che aderiva alla lega delle cooperative. In parte il mio ruolo
era dato dalla COPAL come contributo affinché altre cooperative potessero
nascere, svilupparsi. La COPAL faceva un po' da guida, da aiuto, perché lì non
c'era niente, non c'erano soldi, niente...
Intervistatore: Parlami del progetto del Filetto: fu una svolta fondamentale e ciò
che portò alla chiusura del progetto.
Graziano Lancioni: In quegli anni, dopo il censimento delle terre incolte, ci fu
una direttiva della Regione Toscana, per cui si entrò in possesso da parte della
forestale e di alcuni dipendenti statali, di alcuni territori (tra cui l'azienda Filetto
che era gestita dalla lega della forestale e quindi tramite la Comunità Montana di
Massa Marittima). C'era l'indirizzo di non gestire direttamente come ente
pubblico, come Comunità Montana, i terreni che erano venuti in dotazione ma di
affidarli possibilmente a cooperative di operai forestali o a cooperative che si
proponevano di gestire questi territori. Saputo questo fu fatta questa richiesta con
un piano di miglioramento di quell'azienda. In parte è avvenuto con l'accordo
della Comunità Montana, in parte fu ricostituita la cooperativa del Filetto, che era
attiva su quel territorio ma aveva pochi soci: in questo modo il Filetto fu dato in
gestione alla cooperativa del Filetto.
Intervistatore: Dopo la vicenda del Filetto la cooperativa andò avanti?
Graziano Lancioni: No la cooperativa il Filetto andò avanti un anno e mezzo,
poi chiuse e ridette la disponibilità della gestione dell'azienda alla Comunità
Montana. Alcuni soci ritornarono al Germinal e io rimasi lì dov'ero e dove sono
tutt'ora [allora alla COPAL e oggi alle Terre dell'Etruria].
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Cooperativa Altro Spazio (a cura di Sergio Betti)
La Cooperativa Altro Spazio si costituisce il sette novembre 1980 nel Comune di
Castagneto Carducci. Poi ottiene l’autorizzazione da parte dell’Amministrazione
Comunale (che è proprietaria dell’area denominata “La Pinetina”, ubicata in
località Le Tane – Donoratico), ad usare lo spazio dietro pagamento di un affitto
stabilito come da delibera comunale. La Cooperativa Altro Spazio utilizza i
finanziamenti per il lavoro di ristrutturazione da parte della Cooperativa centri
Rousseau (con la quale stipula una convenzione). La cooperativa Centri
Rousseau di Milano è già attiva da dieci anni, ha maggiori disponibilità
economiche, ed ha un'esperienza in varie parti d’Italia. Oltre alla ristrutturazione
la Cooperativa Altro Spazio s’impegna con la Cooperativa Centri Rousseau a
sostenere il lavoro di montaggio e smontaggio delle strutture del campeggio
adibito ai soggiorni estivi per i ragazzi dai sei agli undici anni, gestito dai Centri
Rousseau. Il 31 dicembre 1981 l’assemblea dei soci Altro Spazio in seconda
convocazione approva all’unanimità, (perché lo ritiene importante, dopo ampia
ed esauriente discussione), l’iscrizione della società cooperativa alla Lega
nazionale delle Cooperative. Tra l’estate del 1981 e l’estate del 1982 ci sono state
novità importanti nell’attività del campeggio: l’introduzione di quattro bambini
per ogni turno che abitano nel Comune di Castagneto C.cci, l'introduzione di
bambini handicappati e/o caratteriali, l'introduzione di tre educatori/monitori
cosiddetti “alla pari”, (di sedici–diciotto anni). L’introduzione dei bambini del
luogo rientrava negli obbiettivi della Cooperativa Altro Spazio; per tale motivo,
l’Amministrazione Comunale ha stabilito un accordo con la Cooperativa Centri
Rousseau, affinché i bambini del luogo fossero inseriti nel soggiorno estivo e
compresi quindi nel numero iniziale dei sessanta che formavano la comunità. La
Cooperativa Altro Spazio si è occupata anche di attività invernali, e vi sono i
documenti che dimostrano che nel novembre del 1983, la cooperativa ha raccolto
le olive prodotte nei terreni di Donoratico, di proprietà dell’Amministrazione
Comunale Località Casone Ugolino e Località Guidalotto La cooperativa ha
svolto questo lavoro agricolo, impegnandosi a realizzare il quantitativo d’olio che
le olive avrebbero dato, per poi utilizzarlo al campeggio estivo “La Pinetina”. C’è
stata anche un’altra nuova attività nel periodo invernale 1983. Nel periodo
natalizio, la Cooperativa ha proposto per la prima volta, l’attività di ricerca e di
esposizione di lavori e attività espressive – manuali, artigianali, e/o artistiche,
presenti nel territorio che si estende da Castagneto Carducci a Rosignano
Marittimo – comprensorio corrispondente alla zona 14 della Provincia di Pisa e
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Livorno. La realizzazione del lavoro è stata autorizzata dal Comune di
Castagneto, il quale ha permesso che l’esposizione/mostra potesse svolgersi nel
centro storico e in altri locali chiusi. In sostanza la Cooperativa ha messo in
pratica gli orientamenti descritti nel proprio Statuto, realizzando attività di
carattere politico, culturale e ricreativo, con elementi di natura storica.
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Orologio donato ai soci dalla Cooperativa di Consumo di
Bolgheri. Foto di Bruno Innocenti
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Sintonia. Nuove memorie per una storia della cooperazione a