Fondazione Memorie Cooperative Sezione Soci Cecina-Donoratico “Sintonia” Nuove memorie per una storia della cooperazione a Castagneto Carducci Interviste a cura di Marco Gualersi e Sergio Betti www.memoriecooperative.it Il Progetto “Sintonia” Con il “Progetto Sintonia” il Comitato Direttivo Sezione Soci Unicoop Tirreno Cecina Donoratico, ha preso il testimone del Comitato Direttivo Sezione Soci Coop Toscana Lazio che nel 1995, in occasione del cinquantenario della cooperativa e nell'ambito di un progetto delle Politiche Sociali, raccolse le testimonianze orali, foto e documenti di vecchi cooperatori. In questo modo sono state descritte, nella pubblicazione a cura di Monica Pierulivo “Memorie per una storia della cooperazione a Castagneto Carducci”, le prime forme di cooperazione che fiorirono a Castagneto Carducci e Donoratico dalla fine del primo conflitto mondiale fino agli anni cinquanta. Da questa pubblicazione ho estrapolato questa frase del Comitato Direttivo, che si impegnò, “…per cercare di delineare un quadro che si rivelerà sicuramente incompleto ma che può essere considerato un inizio e uno stimolo necessario per continuare ad approfondire queste storie di uomini e di realtà”. I soci del Direttivo descrivevano con modestia, consapevolezza e umiltà, il senso e il valore del lavoro che anche noi del Comitato Direttivo eletto nel 2010 abbiamo acquisito, applicando i criteri dell’approfondimento al tema della cooperazione, convinti che altre persone potranno a loro volta aggiungere ulteriori informazioni e notizie. Nella pubblicazione curata dalla Pierulivo si rammenta e si evidenzia il lavoro svolto dai soci della “Cooperativa La Proletaria”, che negli anni quaranta contava solo poche decine di soci, mentre nel 1995 i soci di Castagneto e Donoratico della Coop Toscana Lazio erano circa 2300, e oggi nel 2014 la Sezione Soci Unicoop Tirreno Cecina Donoratico, ne conta oltre 20.000 a Cecina, di cui circa 5000 a Donoratico. Così, nel 2012, in occasione dei festeggiamenti dell'anno internazionale delle cooperative indetto dall'ONU, è nato il progetto “Sintonia”. Con questo progetto il Comitato Direttivo Sezione Soci Cecina Donoratico di Unicoop Tirreno, ha voluto interagire e collaborare con la Fondazione Memorie Cooperative, per corrispondere e dialogare dal “basso”, partecipando al progetto, coinvolgendo tanti soci e cittadini, che con entusiasmo, passione e la loro memoria hanno collaborato per fare un libro, che è uno strumento capace di allargare le nostre conoscenze e che mette in evidenza il valore culturale, economico e sociale della cooperazione in questo territorio. Il Comitato Direttivo ringrazia il direttore scientifico Enrico Mannari, lo storico Marco Gualersi, per il lavoro di scrittura, di selezione del materiale, di ricomposizione delle interviste, delle valutazioni delle situazioni storiche in ogni periodo, per gli aspetti sociali, economici, e politici www.memoriecooperative.it che qualificano il lavoro, e tutti i componenti della Fondazione Memorie Cooperative. Il risultato di questo lavoro sono stati un libro (Marco Gualersi, Un'isola cooperativa. Cent'anni di cooperazione a Castagneto Carducci, Bruno Mondadori) e questa raccolta di interviste. Il riconoscimento di storie importanti, il ruolo della Fondazione, la cultura che promuove, l’identità dei valori che possono permeare la società, mi fanno venire in mente la città co-operativa che delinea Sergio Costalli. Per questo sarà utile fare iniziative per esaltare quei valori che hanno rilievo storico, umano, culturale e che attengono al tema della cooperazione, è necessario ricordare che anche oggi nel ventunesimo secolo, il movimento cooperativo nel mondo assolve a un ruolo importantissimo, come risposta alla crisi economica e sociale, confermando garanzie economiche più stabili, insieme al mantenimento dei posti di lavoro. In sostanza le imprese cooperative garantiscono meglio delle imprese private i livelli occupazionali, determinando meno insicurezza, e minori incertezze sul futuro, ai lavoratori. La professoressa Noreena Hertz è nota al pubblico internazionale per la proposta di un diverso modello di economia, chiamato capitalismo cooperativo o coopcapitalism, che si contrappone al predominio delle multinazionali e al capitalismo vecchio stile dove conta solo il denaro, il successo materiale e individuale. Il modello capitalista ha raggiunto nel mondo livelli intollerabili. Nel nostro Paese le disuguaglianze sono in continua crescita: i dieci italiani più benestanti possiedono più beni dei tre milioni di italiani più poveri e il prezzo della crisi grava soprattutto sui meno abbienti. C’è allora la necessità di una nuova forma di capitalismo, il coop-capitalism appunto, che assuma come fondanti i valori della cooperazione e dell’etica e si orienti verso la comunità, ponendo in secondo piano l’individuo e la concorrenzialità. I governi, le autorità pubbliche dovrebbero riconoscere la positività per la società dei valori cooperativi attuando politiche che favoriscano lo sviluppo del movimento cooperativo. Anche le ricerche nel campo delle neuroscienze - dichiara la Hertz – confermano lì efficacia dell’approccio cooperativo: “quando cooperiamo il nostro cervello ci trasmette sensazioni di piacere”. Siamo fatti per collaborare. Queste importanti considerazioni ci stimolano e ci spingono, ad affermare sempre di più i valori del movimento cooperativo. Dunque è fondamentale tracciare un percorso che sintonizzi sia l’aspetto divulgativo sia quello dell’informazione ma che si coniughi con i valori della Costituzione, a partire dalla dignità della persona, della solidarietà, della collaborazione, dei doveri e dei diritti, consapevoli che prima di tutto una persona è un cittadino e poi un consumatore. Mi sono chiesto come potevano stare insieme le idee della Hertz e quelle di www.memoriecooperative.it 2 Costalli nel “Progetto Sintonia”. Credo che il progetto possa essere attinente al concetto di città co-operativa nella parte in cui si parla di coinvolgere i diversi soggetti della comunità in cui viviamo. La “sintonia” si dovrebbe sviluppare tra i vari soggetti da interpellare per costruire un percorso che sia educativo, storico, culturale e intergenerazionale; allora sarà utile predisporre un programma d'iniziative che ci facciano interloquire con gli enti e le istituzioni culturali, studenti insegnanti e Consiglio d’Istituto di scuole elementari e medie di Castagneto Carducci, l'Amministrazione Comunale, la Biblioteca Comunale, i soci di Cooperative ancora attive. Sarebbe importante che gli incontri con la presentazione del libro alla città co-operativa fossero preceduti da un lavoro divulgativo e di conoscenza. Sergio Betti Componente del Comitato Direttivo Sezione Soci Unicoop Tirreno Cecina Donoratico www.memoriecooperative.it 3 Cronologia 1848: Il conte Guido Della Gherardesca, in seguito ad alcuni atti di ribellione e di violenze verso le loro proprietà da parte di alcuni contadini, concede alcune preselle, ovvero alcune porzioni di terreno. 1875: Viene fondato il “Comitato Presellanti”. Si trattava di una associazione di cui facevano parte alcuni nullatenenti, agitatori politici e anche presellai che volevano chiedere altre terre per ampliare le loro proprietà. 1° gennaio 1884: Viene fondata la Società Operaia di Mutuo Soccorso di Castagneto Marittimo, rivolta principalmente ai presellai. 23 marzo 1902: Costituzione della prima cooperativa del Comune di Castagneto: la Cooperativa di Consumo di Castagneto Marittimo. I promotori e gli animatori di questo sodalizio erano tutti presellai. Già dopo due anni mutò il nome in Cooperativa di Consumo e Agricola poi, dal 1921 venne definitivamente cambiato il nome in Cooperativa Agricola di Castagneto Carducci: infatti il settore che forniva materie utili all'agricoltura (come i fertilizzanti), soppiantò il ramo alimentare. 20 marzo 1910: Viene fondata la Cassa Rurale. Questo sodalizio, ancora oggi esistente, risulterà essere il più importante esperimento di cooperazione di credito nel Comune. Era ancora una volta espressione dei ceti emergenti della piccola borghesia agraria (ovvero i presellai) e del mondo cattolico. 1920: A Castagneto i socialisti vincono le elezioni. Viene eletto Sindaco Alfredo Marchi, detto “Bodda”. 1923: Diventa Podestà di Castagneto Antonino Tringali-Casanuova, futuro presidente del Tribunale Speciale e Ministro di Grazia e Giustizia della Repubblica di Salò. Nella sua giunta vi sono anche persone che sono attive nella cooperazione del Comune. 1926: Un gruppo di braccianti occupa alcune terre in località Palone e comincia a lavorare in proprio la terra, dandosi una forma cooperativa. Dai 180 ettari iniziali la cooperativa raggiunse i 455 ettari. Era forte il legame con i grandi proprietari, che fornivano attrezzature e con i quali i raccolti venivano divisi a metà. 3 aprile 1932: Nasce la Cooperativa Dopolavoristica di Castagneto Carducci. Durante il regime si registrò la presenza di personalità del fascismo locale come Antonino Tringali-Casanuova; questo sodalizio veniva gestito come un impresa privata. Tuttavia sembrava anche animato da sinceri ideali cooperativi. Complice forse la presenza del Tringali-Casanuova, la Cooperativa Dopolavoristica non andò incontro alle ingerenze dell'Ente Nazionale per la Cooperazione Fascista e poté condurre la propria attività indisturbata e autonoma. www.memoriecooperative.it 4 1934: Chiude la cooperativa del Palone e le terre vengono divise tra le figlie del Conte. 1935: Chiusura della Cooperativa Agricola di Castagneto da parte dell'Ente Nazionale Fascista della Cooperazione. Sin dal 1932 aveva smesso di pubblicare i bilanci. 12 agosto 1943: Viene nominato liquidatore della Società Operaia di Mutuo Soccorso (da molti anni inattiva) l'avvocato Ugo Pantani, il quale era legato sia al fascismo e agli ambienti cattolico-conservatori che alla cooperazione: nel 1927 era stato eletto presidente della Cassa Rurale. Viste le difficoltà incontrate e dovute alla guerra per concludere la liquidazione, la Società di Mutuo Soccorso scomparirà definitivamente dopo la fine della guerra. 1° novembre 1943: Rientra a Castagneto la salma di Antonino TringaliCasanuova. Nel Comune, risparmiato dai primi anni di guerra, iniziano a farsi sentire i primi problemi legati alle operazioni belliche: un comando tedesco si installa in una fattoria dei Gherardesca, iniziano le prime azioni partigiane della terza Brigata d'assalto Garibaldi, vi sono i primi danneggiamenti dovuti ai mitragliamenti degli aerei detti “lattaioli” e arrivano i primi sfollati dalla città vicine che erano state prese di mira dai bombardamenti. 27 giugno 1944: Liberazione di Castagneto Carducci 24 ottobre 1944: Viene fondata la Cooperativa La Rinascita. Questo sodalizio fu fondato da operai, muratori, boscaioli, contadini: gli scopi erano quelli di ricostruire gli edifici, le strade o i campi distrutti o danneggiati dal passaggio della guerra. 13 marzo 1945: Viene costituita la Cooperativa del Popolo di Donoratico. Si trattava di una cooperativa di consumo che vendeva ai soci generi alimentari, di abbigliamento ed altro. Nel piccolo spaccio sulla via Aurelia c'era anche una macelleria. 5 maggio 1945: Prima assemblea della Cooperativa Dopolavoristica dopo la guerra. Il Consiglio di Amministrazione appare rinnovato, così come ampliata è la partecipazione dei soci. Vi erano anche importanti novità nella gestione democratica della cooperativa. Tuttavia vi erano numerosi problemi di liquidità riguardanti sia la passata gestione che il difficile contesto del dopoguerra. 4 gennaio 1948: Viene decisa la chiusura della Cooperativa La Rinascita: per la scarsità di prospettive nell'assumere nuovi lavori, difficoltà a chiudere quelli iniziati, pesanti oneri fiscali e di altra natura. 23 ottobre 1948: La Cooperativa Dopolavoristica di Castagneto Carducci cambia il nome in Cooperativa di Consumo di Castagneto Carducci e adotta un nuovo statuto. 4 gennaio 1950: Viene costituita tra alcuni militanti della sezione locale del PCI www.memoriecooperative.it 5 la cooperativa Rinascita. Lo scopo era quello di acquistare terreni e immobili da utilizzare per le attività del partito. Fu acquistato il locale del Circolo Verdi in via Vittorio Veneto, che fu utilizzato per mettervi la sede del partito, organizzarvi feste e attività ricreative per i militanti. Una volta venduto il Circolo Verdi e con questi soldi iniziati i lavori per la Casa del Popolo, la società venne sciolta, il 6 aprile 1979. 14 aprile 1950: Viene costituita la Cooperativa Produttori Donoratico. Inizialmente questa era una cooperativa che si proponeva di associare i produttori di latte (e in misura minore di altri generi ortofrutticoli) della zona e di rivendere i loro prodotti. 27 agosto 1950: Si tiene una assemblea straordinaria in cui la Cooperativa del Popolo di Donoratico e la Cooperativa di Consumo di Castagneto Carducci decidono di unirsi per far fronte alla crisi che entrambe stavano affrontando. L'atto di fusione verrà stipulato solo due anni dopo, nel 1952. I problemi delle cooperative però non si risolsero e iniziò così una crisi irreversibile. 10 maggio 1951: Viene costituita la Cooperativa Lavoratori Agricoli. Gli scopi erano quelli di acquistare o prendere in affitto dei terreni incolti o mal coltivati da dare ai soci per coltivarli, comprando l'attrezzatura da altre cooperative e mirando anche al miglioramento tecnico delle colture. Questo sodalizio fu chiuso nel 1967, ma in realtà non presentò mai i bilanci e probabilmente non lavorò dopo la sua costituzione. 1952: Viene costituita a Macerata la cooperativa Castelnuovo. Si trattava di una associazione promossa dai parroci del paese marchigiano e dai proprietari terrieri di Castagneto che cercavano manodopera per sopperire allo spopolamento delle campagne: attraverso un intermediario che aveva comprato alcuni terreni dal marchese Incisa alcune famiglie giunsero a Castagneto acquistando a loro volta questi terreni. La Cooperativa, anche se era stata creata con il solo scopo di poter comprare gli appezzamenti, servì negli anni come forma di associazione e di dibattito per la comunità marchigiana che si era formata a Castagneto e che era impiegata nel settore agricolo. Fu sciolta nel 1973. 1954: Scioglimento della Cassa Rurale. Dopo gli anni di crisi del Regime e della guerra, la Cassa Rurale imboccò una crisi che sembrava senza speranze. Vi erano nei bilanci grossi ammanchi di liquidità e sembrava essersi spezzato il legame con la popolazione. Tuttavia la Cassa venne riaperta nel 1957: sotto la direzione del Ragionier Pietro Fabbri (direttore dell'Ente di Zona dell'Ente Nazionale delle Casse Rurali e Artigiane) la Cassa di Castagneto riprese quota. Lo sviluppo degli anni Sessanta si legava anche al cambiamento che si stava verificando nel contesto delle attività economiche del territorio. 7 marzo 1954: Viene inaugurato il primo spaccio della Proletaria di Piombino a www.memoriecooperative.it 6 Donoratico, in via Aurelia 12. Per poter aprire uno spaccio la Proletaria dovette operare delle modifiche del proprio statuto. Per permettere l'apertura a Donoratico, i soci dovettero cercare persone da associare tra le campagne. 1955: Viene chiusa la Cooperativa di Consumo di Bolgheri. Si trattava di un sodalizio fondato negli anni trenta per impulso del conte Ugolino Della Gherardesca: si trattò dell'unico esempio di cooperativa promosso dalla grande proprietà terriera nobiliare. Dopo la guerra il conte fu però allontanato dai soci, i quali erano i lavoratori delle sue terre. 5 luglio 1955: Viene dichiarata fallita la cooperativa del Popolo di Castagneto. Da tempo ormai la cooperativa non esisteva più e gli spacci venivano gestiti da vecchi soci come fossero un'impresa privata. Prima che la crisi prendesse questa piega, nel 1953, si erano cercati degli aiuti dalla cooperativa La Proletaria di Piombino, sia da parte dell'Amministrazione che, successivamente, da parte dei soci. 21 gennaio 1961: Viene costituita la Cooperativa Aclista “le Sondraie”, un sodalizio che era promosso dalle ACLI (in linea con la politica regionale e nazionale delle associazioni cattoliche che promuovevano la cooperazione). I componenti di questa cooperativa, pur vivendo nel comune di Castagneto, erano tutti provenienti dalle Marche e lavoravano nel settore agricolo. La cooperativa non pare aver lavorato molto e venne sciolta il 1° ottobre 1968. 23 dicembre 1963: Viene costituita la cooperativa “il Corral”. Si trattava di un sodalizio che associava diverse persone residenti in Lombardia e sopratutto nella provincia di Milano e che facevano mestieri “d'ufficio”, non legati alla terra: lo scopo di questa cooperativa era quello di comprare un terreno da coltivare per poter usufruire degli incentivi concessi alle cooperative dal Piano Verde varato da Mariano Rumor nel 1961. Per questo acquistarono un podere nella località le Pianacce e lo affidarono al lavoro di 3 soci. Tuttavia, visto che gli incentivi sperati non arrivarono, la cooperativa fu sciolta il 1° ottobre 1966. 21 dicembre 1964: Viene costituita la cooperativa Edilcemento. Era una cooperativa edilizia che si proponeva di costruire sia abitazioni che strade, ponti e quant'altro: i soci della cooperativa erano i lavoratori stessi. La cooperativa fu sciolta dopo pochi mesi, il 6 novembre 1965. 17 maggio 1968: Viene costituita la Stalla Sociale “Le Colonne”. La Stalla metteva insieme diversi allevatori della zona, quasi tutti provenienti dalle Marche, per cercare di abbattere i costi delle strutture, migliorare l'allevamento, sia come qualità dei bovini che come tecnica. 17 aprile 1972: Viene costituita la Cooper Castagneto Carducci, una cooperativa edilizia che si proponeva di costruire case popolari per i soci, affidando i lavori anche a cooperative esterne. Questa esperienza si inseriva sia nel contesto dei www.memoriecooperative.it 7 Piani Regolatori emanati dal comune per razionalizzare l'espansione del paese, che nella legge 167 del 1967 sull'edilizia popolare. Iniziò i lavori nel 1979, aggiudicandosi un concorso per la costruzione della 167. 17 dicembre 1975: La Cooperativa Produttori Donoratico modifica la propria ragione sociale in Cooperativa Produttori Agricoli Livornesi (COPAL). La necessità di cambiare lo statuto ed il nome era data dalle nuove dimensioni raggiunte dall'azienda, adesso attiva nella Provincia di Livorno e non più solo a Castagneto. 12 maggio 1977: Viene costituita la Cooperativa il Germinal. Il progetto della cooperativa era quello di applicare delle moderne tecniche di coltivazione e di allevamento, da mettere in piedi su un terreno acquistato dalla cooperativa. La novità era quella di voler condividere, tra i soci, un progetto di vita alternativo, non limitato alla sfera lavorativa. La cooperativa fece alcune stagioni operando la pulizia della spiaggia e della pineta di Marina di Castagneto. Dopo aver provato, senza fortuna, ad acquistare il terreno del Filetto, nel Comune di Massa Marittima, la cooperativa continuò per qualche anno a fare lavori di potatura, disboscamento e pulizia di spiagge. 7 maggio 1979: Viene costituita la cooperativa Donoratico 80. Gli scopi erano quelli di costruire, oltre alle abitazioni, parchi giochi o spazi da dedicare all'igiene, allo sport o alle attività ricreative. 7 novembre 1980: Viene costituita la cooperativa Altro Spazio. Gli scopi della cooperativa erano quelli di operare, insieme ad altre cooperative del territorio, iniziative rivolte al settore turistico, col compito preciso di giovare ai lavoratori, di ampliare la stagione turistica e qualificare il territorio anche per le attività culturali. Per attuare questi scopi venne stipulata una convenzione con la cooperativa Centri Rousseau, che aveva preso in gestione il campeggio della Pinetina. La Cooperativa Altro Spazio si sciolse il 24 novembre 1989. 1982: Il cantiere navale fondato nel dopoguerra dal Conte Gaddo della Gherardesca è in crisi. Prima di chiuderlo le maestranze rimaste decisero di provare a continuare la costruzione di imbarcazioni da canottaggio, utilizzando le vecchie attrezzature e i capannoni del cantiere. Tuttavia, a causa della mancanza di fondi, della concorrenza e dei materiali ormai sorpassati con cui si costruivano le barche, anche questa impresa dovette chiudere. 1985: Scioglimento della Cooper Castagneto Carducci. Nel comune si contavano ben 105 appartamenti costruiti dalla cooperativa. 1985: Nasce la CABEL (Centro di Assistenza delle Banche Locali). Le tre realtà promotrici sono la Cassa Rurale di Castagneto, quella di Cambiano e quella di Fornacette: si trattava di un network che che coordinava e offriva servizi in outsourcing alle banche del territorio. Questo fu un passo importante perché la www.memoriecooperative.it 8 Cassa di Castagneto di fatto iniziò un camino autonomo rispetto agli enti e istituzioni nazionali, come la Federcasse. 25 febbraio 1992: La Stalla Sociale “le Colonne” va in liquidazione volontaria. Da qualche anno era iniziata una crisi dovuta sia alla concorrenza della carne dei Paesi europei che all'aumento dei prezzi, acuita da due furti di molti capi di bestiame che avevano portato un buco insanabile nei bilanci. 1993: La Cassa Rurale diventa Banca di Credito Cooperativo di Castagneto Carducci. I soci non sono più a responsabilità illimitata. La Banca era in piena espansione sin dal decennio precedente, nella provincia di Livorno. 2 aprile 1996: La COPAL e la Cooperativa Agricola Val di Cecina vengono incorporate dalla Co.Agri (Cooperativa Agricola), un consorzio che era stato creato pochi anni prima dalla COPAL per offrire servizi veterinari alle stalle sociali. Dopo la trasformazione del consorzio in cooperativa, si tentò di fare una fusione per cercare di colmare i buchi nei bilanci che molte fusioni con sodalizi in crisi e con gli accresciuti costi delle strutture avevano portato nella cooperativa di Donoratico. 4 gennaio 1997: Miriano Corsini, presidente regionale dell'associazione delle cooperative agricole di Legacoop e per anni dipendente della COPAL, diventa il nuovo presidente della Co.Agri. Vista la situazione di crisi ci sono buone probabilità che il presidente diventi liquidatore. Invece con un programma di investimenti e con una ricapitalizzazione di Coop Toscana Lazio e di alcuni soci, la cooperativa riprende quota e ricomincia ad espandersi. Febbraio 1998: Viene inaugurato il nuovo negozio della Coop Toscana Lazio a Donoratico, dopo anni di discussione e un grande impegno da parte della sezione soci, presieduta da Albano Querci, ex sindaco di Castagneto. 26 settembre 2001: La Co.Agri cambia la ragione sociale in Terre dell'Etruria, assorbendo delle cooperative in provincia di Pisa e di Livorno: l'Ortofrutta Caldanelle di Venturina, l'Innovatrice di Chianni, la Cooperativa fra Produttori Agricoli Comprensorio del Cornia di Vignale Riotorto. www.memoriecooperative.it 9 Le Interviste ai testimoni della storia cooperativa di Castagneto Carducci Intervista a Amos Creatini, Carlo Prescendi, Bruno Innocenti e Vittorio Innocenti Cooperativa di Consumo di Bolgheri La storia della cooperazione a Castagneto nasce come una reazione al potere secolare delle grandi famiglie agrarie. Nel 1848 furono cedute dai Gherardesca delle piccole porzioni di terreno (le preselle): venne così a crearsi una nuova classe sociale, quella dei presellai, che utilizzarono il mezzo del mutualismo e della cooperazione per affrancarsi dal potere della grande proprietà agraria. La prima cooperativa nacque nel 1902 ed era formata dai piccoli proprietari per venire incontro ai bisogni delle loro terre. Poco più di vent'anni dopo fu proprio uno dei conti Della Gherardesca, Ugolino, che diede impulso ad una cooperativa di consumo per i lavoratori dei propri possedimenti a Bolgheri. Di questo sodalizio, di cui sembrava perduta ogni memoria, è stato raccolto solo un giornale mastro degli anni 1932-1933. Dalle parole degli intervistati (di cui uno, Carlo Prescendi è il nipote dell’ultimo presidente della cooperativa, Giovanni Bientinesi) è stato possibile riuscire a ricostruire brevemente la storia di questa cooperativa. Intervistatore: Prima di questa cooperativa i contadini come compravano ciò che gli occorreva? Vittorio Innocenti: Prima c'era la dispensa della fattoria, si andava con il libretto dove si segnava la spesa. Questo valeva per tutti quelli che lavoravano nella fattoria: i contadini, quelli che lavoravano nell'officina, nella falegnameria... Intervistatore: Poi fu costituita la cooperativa: una cooperativa particolare la Cooperativa di Consumo di Bolgheri, molto legata al conte Ugolino della Gherardesca... Amos Creatini: Sì, l'autista del conte, Camillo Panciatici, era anche il provveditore della cooperativa, faceva la spesa, comprava tutte le merci che erano necessarie a rifornire la cooperativa. Ci andava lui con il camioncino, www.memoriecooperative.it 10 perché il conte di queste cose non si interessava. A quei tempi il conte comandava e noi si riveriva, c'erano le guardie del conte, il fattore eccetera. Alla fine si stava bene, però. Carlo Prescendi: Bolgheri era una Repubblica a sé: c'erano le scuole, l'asilo, i carabinieri.... Intervistatore: Un'esperienza questa, che nasce intorno agli anni Trenta: ma quando finisce? Carlo Prescendi: Nel 1954-55... Bruno Innocenti: Però ebbe un grande cambiamento dopo il passaggio del fronte [1943-44]. Perché dopo il passaggio del fronte cambiò gestione: a quel punto non era più la fattoria del conte che gestiva la cooperativa. Con le nuove elezioni del consiglio cambiò tutto. Infatti entrarono in funzione dei nuovi presidenti. Intervistatore: Quindi il conte lasciò la cooperativa? Amos Creatini: Sì, siamo dopo il passaggio del fronte. Allora c'era la Lega dei contadini. Una domenica, nel '46, vedemmo molte persone a Bolgheri e ci dicevamo: “Madonna quanta gente che c'é...”. Andavano tutti a votare per questa cooperativa, erano tutti soci. A queste votazioni vinsero quelli di sinistra e il conte lo mandarono fuori. Da allora vi furono molti nella cooperativa anche della Lega. Vittorio Innocenti: Mi sembra però che il conte se andò da solo... Amos Creatini: Sì, ma ad ogni modo dopo queste votazioni Intervistatore: Dopo la Liberazione la cooperativa ricominciò a funzionare? Vittorio Innocenti: Sì, perché ricominciò a funzionare la fattoria, i proprietari avevano interesse, almeno a Bolgheri, che si ricominciasse subito a coltivare. A Donoratico e a Castagneto invece si ricominciò dopo, anche per il peso che stava acquistando la sinistra e la Lega tra i contadini. Intervistatore: Il conte che formò questa cooperativa di quale parte della famiglia era? Carlo Prescendi: Il conte Gaddo di Castagneto aveva due figli: Ugolino e Guelfo. Questi conti, che ebbero una parte importante anche nella Resistenza, erano cugini – o comunque parenti – dell'Ugolino di Bolgheri, quello che diede impulso alla cooperativa. Quest'ultimo era fratello del conte Giuseppe. Erano due rami diversi della famiglia Gherardesca, quelli di Gaddo e Ugolino. www.memoriecooperative.it 11 Intervistatore: Questa era una cooperativa di consumo, ma cosa vendeva? Amos Creatini: Dagli alimentari alle stoffe: vendeva di tutto era come un emporio... Carlo Prescendi: ...catini, roba per la casa, bacinelle di terracotta, lumi a petrolio, pentole di alluminio, qualcosa veniva anche da Firenze... Bruno Innocenti: A Bolgheri non c'erano contadini proprietari, lavoravano tutti per la fattoria del conte. La cooperativa non vendeva prodotti per l'agricoltura, come concimi, attrezzi, sementi o altro: quelli erano forniti dalla fattoria ai propri lavoranti. C'è un elenco dei materiali che comprava Camillo [Panciatici] dai fornitori, prevalentemente di Cecina. Vittorio Innocenti: Prima della guerra regalarono un orologio da parete di questa cooperativa. Io ce l'ho ancora... e funziona! Amos Creatini: Ce l'avevamo tutti in casa questo orologio... Intervistatore: Quando il conte se ne andò la cooperativa cambiò? Amos Creatini: No, rimase uguale. Poi, quando cominciò ad andare male, uno andava a portare da mangiare con un Ape ai contadini. Intervistatore: In pratica la cooperativa, dopo la guerra continuò a funzionare anche senza il conte... Amos Creatini: Sì. Il primo presidente fu il maestro elementare di Bolgheri. Carlo Prescendi: Il secondo presidente fu mio nonno, Giovanni Bientinesi. www.memoriecooperative.it 12 Intervista a Sergio Nencioni e Liliana Gelli Cooperativa del Popolo di Donoratico Sergio Nencioni e Liliana Gelli sono due testimoni della rinascita della cooperazione nel dopoguerra: entrambi hanno lavorato nella cooperativa del Popolo di Donoratico, nata a Castagneto Carducci all'indomani della Liberazione, il 13 marzo 1945. Si trattò della prima cooperativa di consumo nata nel dopoguerra: nei primi anni la Cooperativa del Popolo rappresentò una realtà molto importante per i castagnetani provati dalla miseria e dai radicali cambiamenti che segnarono il Comune alla fine delle ostilità. La Cooperativa del Popolo fu la prima impresa che procedette ad una fusione (con la Cooperativa di Consumo di Castagneto, nata come cooperativa Dopolavoristica nel 1932), che cercò di unirsi al movimento cooperativo del territorio e a quello nazionale: in breve fu la prima che cercò di andare oltre ai ristretti confini comunali, nei quali si era sviluppata la cooperazione sino ad allora. Il contesto desolante di fame e miseria, l’inesperienza dei dirigenti e alcune scelte sbagliate portarono alla crisi di questa impresa. Prima di chiudere definitivamente la Cooperativa del Popolo chiese, senza successo, di diventare “cliente” della Proletaria di Piombino. Intervistatore: La cooperativa del Popolo nacque nel 1945. Ma vi ricordate se a Castagneto prima della guerra ci furono altre esperienze cooperative? Sergio Nencioni: Durante il fascismo c'era una cooperativa [la Cooperativa Dopolavoristica di Castagneto Carducci]. Ma all'epoca, durante il Regime, non sapevamo che cosa fosse realmente la cooperazione: quello sembrava più un negozio a conduzione familiare. Che esempi avevamo noi della cooperazione a quei tempi là? Dopo abbiamo capito che cosa voleva dire... Mi ricordo che a Castagneto c'era una biblioteca in Piazza del Popolo, gestita dal Dopolavoro: era piena di libri, c'erano anche romanzi importanti come “Guerra e pace”. Io ero un bambino e ci andavo spesso perché mi piaceva guardare questi libri. I fascisti la fecero chiudere. Forse gli dava noia che la gente leggesse... Comunque, se ci fosse stata una cooperativa come le conosciamo oggi – per carità! – l'avrebbero fatta chiudere, come la biblioteca. Subito dopo la guerra nacque la cooperativa Rinascita, c'era Lunardelli, Fabio www.memoriecooperative.it 13 Lunardi... erano dei muratori, a quei tempi là si diceva che avevano il mestiere in mano... Intervistatore: Nel 1945, pochi mesi dopo la Liberazione, fu fondata la cooperativa del Popolo di Donoratico... Liliana Gelli: La Cooperativa del Popolo fu costituita da braccianti, contadini, era quasi una cooperativa agricola perché la maggior parte dei soci venivano dalla campagna. Ma la sera venivano anche gli operai che tornavano dal lavoro alla Solvay, altri da San Vincenzo. Venivano col libretto a fare la spesa: quando riscuotevano facevano il conto e pagavano. Qualcuno ce la faceva, qualcun altro a volte rimandava al mese successivo. A quei tempi era molto sentita dagli operai e soprattutto dai contadini che venivano a fare la spesa: era difficile che andassero da qualche altra parte. La cooperazione comunque era un'esperienza nuova: una volta un socio vendette un maiale alla cooperativa e quando gli chiesero uno sconto lui non ne volle sapere e rispose: “La cooperativa è di tutti, ma il maiale è mio”. Intervistatore: Quando avete cominciato a lavorare per la cooperativa? Che cosa facevate? Liliana Gelli: Io ero giovanissima a quei tempi. Abitavo vicino a uno dei consiglieri, Marchetti. Così un giorno mi chiese: “Ci verresti alla cooperativa a fare la commessa?”. E io gli dissi di sì. E fu così che allora cominciai, dal maggio del 1947. All'epoca era tutto sfuso, stava tutto nei cassetti: lo zucchero, la pasta, il carburo per le lampade... Nei primi tempi eravamo in due a lavorarci, io e Otello Menicagli: eravamo entrambi cassieri. Dopo fu aperta anche una macelleria nello spaccio. Per un certo periodo ci lavorò anche la moglie di Granchi, ma smise quando il marito diventò sindaco. Sergio Nencioni: Io cominciai all'inizio degli anni '50. A quell'epoca ero ai Domenicani, a Livorno: feci 16 mesi di carcere. Prima di andare in galera ero impiegato in Comune all'ufficio annonario: una volta che fui arrestato mi licenziarono e quando rientrai ero disoccupato. Una volta uscito di galera avevo bisogno di lavorare. Il provveditore della cooperativa a quei tempi era Angiolino Granchi: quando fu eletto sindaco presi il suo posto come provveditore della cooperativa. A differenza del provveditore che avevano all'inizio, Urbino Porciani (che era un esperto), io non avevo esperienza: non sapevo dove andare a prendere la mortadella a Cecina o il vino dai contadini. L'esperienza l'ho fatta sul campo: imparai a scegliere la pasta o il vino abbastanza buono. Il primo spaccio della cooperativa del Popolo era dove oggi c'è la caserma dei carabinieri: avevano un magazzino dietro il negozio del barbiere. Una parte di quello che www.memoriecooperative.it 14 raccoglieva il provveditore andava in negozio e in parte in magazzino. Intervistatore: Facevate qualcosa con la cooperativa oltre a lavorare? Gite, corsi, attività sociali...? Sergio Nencioni: Mi ricordo di un'esperienza che ho fatto forse negli ultimi mesi che ero in cooperativa: mi mandarono a fare un corso per cooperatori su al Saltino, in Vallombrosa. Era un corso organizzato dalla Lega. Eravamo almeno una trentina o forse quaranta, tutti giovani cooperatori toscani. Venivano a farci lezione dei professori sulla storia delle cooperative, sulla storia d'Italia, com'era nata l'industria: me lo ricordo bene, anche se sono ormai passati tanti anni. E ci stetti un mese al Saltino, per questo corso: era una colonia di non ricordo quali dipendenti. Gli ultimi giorni ci mandarono via perché dovevano rientrare i ragazzi alla colonia e si andò a finire il corso a Firenze. L'esperienza del corso regionale di cooperazione la feci poco prima di finire il lavoro con la cooperativa del Popolo: a quell'epoca stava andando molto male, e il motivo principale era che andava male come clientela: ormai i clienti si contavano sulle dita. Al Saltino a seguire il corso c'era anche un provveditore di Rosignano: loro sì che avevano un bello spaccio [si riferisce ala Cooperativa La Fratellanza di Rosignano Solvay]. La cooperativa del Popolo invece era già in crisi: ricordo che c'era un amico fiorentino che mi foraggiava un po'... ma io andavo a cena a sera e prendevo sempre un uovo affrittellato, dai soldi che avevo... La miseria si sentiva anche in cooperativa, perché negli ultimi tempi non c'erano soldi... Intervistatore: Che rapporti avevate con i fornitori? Dove prendevate la merce da vendere? Liliana Gelli: C'erano tanti fornitori che passavano anche dal negozio... Sergio Nencioni: Passavano dall'Aurelia per esempio per il caffè o gli alimentari; dal pastificio Masignani di Siena ci portavano la pasta e ce la rifornivano anche da Cecina e da Piombino; poi si andava anche a Piombino, a Cecina dove c'era il Livi che portava la mortadella. Liliana Gelli: … noi si pensava a dargli l'elenco di quello che mancava, poi il provveditore decideva quanta prenderne... Intervistatore: Agli inizi degli anni '50 la cooperativa andò in crisi... Liliana Gelli: Sì, all'inizio i soci erano molto attaccati alla cooperativa, poi, dopo qualche anno, si allontanarono. La cooperativa cominciò ad andare male, probabilmente anche perché mandarono via il provveditore per prendere un altro e lo stesso accadde per il presidente. Sergio Nencioni: Il provveditore che mandarono via era Porciani Urbino: lui se www.memoriecooperative.it 15 ne intendeva del suo lavoro, di fare gli acquisti, di parlare con i fornitori... Liliana Gelli: … era preciso... Sergio Nencioni: … fu un errore mandarlo via. Al suo posto ci misero Granchi Angiolino come provveditore. Liliana Gelli: Poi piano piano franò tutto: franò a Castagneto, a Donoratico. Fu allora che venni via e andai a lavorare a Marina di Castagneto nel negozio che aveva l'ex provveditore, il Porciani. All'inizio io ci andavo volentieri in cooperativa, si lavorava, ma poi quando cominciai a vedere tutta quella roba... quello sbandamento... dissi: “basta!” e andai a cercare un lavoro più sicuro, ormai in cooperativa non si trovavano più d'accordo per una cosa, per quell'altra... Intanto la cooperativa (o meglio uno spaccio) era stata presa da una famiglia di contadini, soci della cooperativa: al banco ci stavano marito e moglie; all'inizio mi ci fecero andare anche a me, a sostituire chi dei due mancava; ma smisi per andare a lavorare a Marina, il 18 novembre del 1953. In quella cooperativa ormai non c'era più personale, nel consiglio di amministrazione non c'erano più persone esperte... fu allora che arrivò la Proletaria. Sergio Nencioni: Io in cooperativa ci sono stato dal luglio 1951 al settembre '52. Al tempo della crisi io non c'ero già più, ma anche quando lavoravo in cooperativa mi ricordo che non andava bene, c'era poco guadagno... Ma quando la cooperativa andò in crisi non ero più il provveditore, ormai negli ultimi tempi, non mi pagavano nemmeno più. Allora andai a lavorare per la Provincia, facevo lo stradino, almeno avevo uno stipendio sicuro. Quando venni via mi dettero 5000 lire: a quei tempi avevo mia madre a Castagneto, non ero ancora sposato... c'era tanta miseria a quei giorni. www.memoriecooperative.it 16 Iole Barsacchi Cooperativa la Proletaria Iole Barsacchi ha vissuto l'esperienza della Proletaria dagli anni cinquanta sin quasi ai nostri giorni: per tutta la vita ha lavorato come commessa ed è tuttora una socia attiva di Unicoop Tirreno. La Proletaria arrivò a Donoratico nel 1954. Da allora la cooperativa si è ben insediata nel territorio e la popolazione si è molto legata negli anni alla coop. Pur non essendo nata a Castagneto l'arrivo nel Comune fu molto importante: fu uno dei primi spacci che la Proletaria aprì al di fuori della città che l'aveva vista nascere; proprio in quegli anni la Proletaria uscì dai confini di Piombino per legarsi, assorbire o fondersi con altre coop della zona; in sostanza si trattò di uno dei primi passi per l’espansione sulla fascia tirrenica. A Donoratico la coop è diventata una realtà sempre più importante in questi sessanta anni: nel 1998 fu aperto anche il supermercato, attivo ancora oggi. Intervistatore: Ti ricordi di qualche esperienza cooperativa a Castagneto prima della Proletaria ? Iole Barsacchi: Ero molto piccola... io mi ricordo che andavo a scuola e mi fermavo a uno spaccio per prendere le matite, era alla caserma dei carabinieri [dov'era la Coop del Popolo di Donoratico]; al piano di sopra c'era l'asilo, si faceva il tempo pieno e ci insegnavano a ricamare, il doposcuola si faceva lì. Noi s'andava dopo la scuola, si mangiava lì, c'erano le maestre che ci insegnavano a fare la lezione. Intervistatore: Ti ricordi di quando la cooperativa La Proletaria di Piombino arrivò a Donoratico? Iole Barsacchi: Sì, era il 1954. Non fu facile aprire il negozio: ci fu una rivolta di commercianti e di quelli che erano dalla loro parte, non volevano che fosse aperto lo spaccio di una nuova cooperativa. Alla fine fu aperto, ma potevano fare acquisti solo i soci e con meno di 500 soci non si poteva aprire. Quindi ci voleva una certa quantità di persone che si associasse. Quelli di Donoratico che erano già soci fecero il giro di tutte le campagne: le famiglie erano molto numerose e anche quattro o cinque per famiglia si fecero soci (allora la quota sociale era di 500 lire), per poter arrivare all'obiettivo di aprire a tutti: soprattutto le donne, le www.memoriecooperative.it 17 “massaione” di queste famiglie di campagna numerose andarono a raccogliere i soci. Una volta aperto, potevamo vendere solamente ai soci. Ricordo che una volta è venuta una donna, le chiedemmo “È socia? Sennò non le si può dare nulla se non è socia”: e questa era la figliola del direttore della Proletaria, Retali. Dovevamo tenere una retina sui capelli, ma a volte questa retina ci si metteva in tasca: il direttore Retali veniva con un camioncino rosso, e noi quando si vedeva ci si rimetteva la retina, poi arrivava lui ci guardava, veniva dietro il banco a guardare tutto, se era tutto in ordine... Intervistatore: Una volta aperto il negozio, i problemi si risolsero? Iole Barsacchi: Io sono entrata nel '58. Quando sono entrata io dovevo chiedere alla gente se erano soci, sennò non gli potevo dare la roba. Anche quando tutto fu risolto, il negozio era sempre preso di mira. Ricordo che una volta, proprio per le elezioni del 1958, arrivò dall'azienda un manifesto da appendere che parlava delle elezioni: probabilmente indirizzava a votare per i partiti che più aiutavano la cooperazione o credevano nella cooperazione... e la capo negozio l'attaccò. Passò il maresciallo dei carabinieri e gli disse: “Questo cartello non deve stare qui” e lei rispose “va bene, lo levo”. Però prima chiamò l'azienda. Mentre chiamava l'azienda tornò indietro il maresciallo, l'ha trovato lì, l'ha denunciata. Lei, Balestri Maria Luisa e Lancioni Primo presidente del comitato soci, gli hanno fatto il processo e hanno avuto tutti e due la condizionale. Questa è stata la storia per guadagnarsi il negozio a Donoratico. Intervistatore: Com'era lavorare in cooperativa a quei tempi? Iole Barsacchi: Mi ricordo che quando sono entrata io si vendeva la roba dietro il banco, con quelle casse d'alluminio, e i soci si sentivano anche un po' padroni. A volte veniva qualche socio, e diceva: “Troppe luci accese!” e magari le spegneva; la mattina venivano a vedere se si entrava tardi e ci rimproveravano: “Quella è arrivata 2 minuti più tardi”... Perché i soci si sentivano tutti un po' padroni. Il pomeriggio ci si dedicava alle pulizie perché avevamo un po' meno lavoro: venne uno mentre si accendeva un po' la radio... fece una mattata: “E dove siamo? Con la radio accesa!” Ai comitati soci andarono persino a dire che c'era troppo lusso, che eravamo troppo truccate... da quanto si sentivano padroni. A volte facevamo una vendita stagionale, si chiamava “Il mercatino della massaia”. Venivano con un camioncino, portavano alimentari ed extra alimentari, maglioni, cappotti, vestiti, la tela d'Africa, pezzi di roba per fare i corredi... per quei 3 giorni in cui si faceva il mercatino c'era lo sconto del 15%. Mi ricordo che c'era talmente tanta gente che non si sapeva nemmeno come fare a farla entrare, anche le famiglie dei contadini venivano a fare la spesa. E poi a Piombino www.memoriecooperative.it 18 avevano fatto anche queste tesserine, piccole, dove c'era scritto “Il salvadanaio della massaia” [dal 1956]. Su un quaderno c'erano le pagine con attaccati questi bollini, ognuno da 25 lire: quando si faceva il resto ci dicevano “Mettici 100 lire di bollini, dammi il resto in bollini”, poi quando c'era questo mercatino la gente aveva questa tesserine e le utilizzava per avere sconti, facevano un po' di spesa... La merce arrivava da Piombino, la portavano con un camioncino rosso, piccino: arrivava tutto con quel camioncino, anche Retali veniva con quello; in seguito anche Avunti [il Direttore Generale della Proletaria] veniva e faceva il giro di controllo. Avevamo il banco di pizzicheria e c'era un chiodo dove c'era attaccato un asciughino, dove noi ci asciugavamo le mani e poi lo buttavamo di qui e di là: Avunti arrivava, lo cercava e poi diceva “Ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa!” e ce lo rimetteva lui. Ci hanno dato degli insegnamenti, certe cose ti restano per la vita, la confidenza con la roba... Intervistatore: Come fu il passaggio dal servizio al banco al self-service? Iole Barsacchi: Quando sono entrata al lavoro, nel '58, si vendeva tutto sfuso, la pasta, lo zucchero, il baccalà (quanto baccalà ci misi sul banco...). I soci allora facevano la corte anche alla balla del baccalà, dicevano: “Me la metti da parte?”; e poi i barattoli vuoti delle acciughe, della marmellata, li chiedevano per usarli per prendere l'acqua del pozzo. Quando arrivavano i sacchetti della carta straccia, con la carta che li incartava nei giorni in cui avevamo meno da fare si ritagliava tutta per metterci il sapone. Insomma era un modo per recuperare. E poi avevano un librettino i soci... che lì ci facevi il conto della spesa, glielo davano, te facevi il conto lì e lo portavano via e te glielo battevi con quella cassa d'alluminio con la manovella. Io passai dal negozio sull'Aurelia a quello accanto alla chiesa, dove c'era un banco al dettaglio. A quell'epoca divenne caponegozio Guerrieri Corrado e venne fuori con questa idea di non avere più il banco, ma di fare tutto confezionato come fanno ora. Ma la gente si lamentava... non erano contenti. Se avessero avuto la scelta come ora, ma allora levarono il banco e fecero solo il confezionato. Ma poi i soci hanno rivoluto il banco e ci è stato rimesso. Quando cominciarono a fare i negozi a libero servizio, vedevi queste donne, queste clienti che dicevano:”Hai visto bello? Hanno fatto il libero servizio, e allora chiedetelo anche voi...”. E attaccato a un muro de negozio c'era un librettino con su scritto “Osservazioni dei clienti” e quindi dissi: “Scrivetelo qui: noi si vuole il negozio a libero servizio”. E allora gli si fece fare un libretto pieno di firme. È stata una spinta della gente. Intervistatore: Com'era per una donna essere una cooperatrice e una dipendente www.memoriecooperative.it 19 della Proletaria? Iole Barsacchi: Ricordo che una volta si andava a ballare, c'era un teatro dove si facevano i veglioni. Andavamo a ballare con amiche, colleghe o parenti. Passa uno e ci chiedeva il ballo: “Si balla? Si fa il prossimo?”. Disse lei “No, no, non lo faccio” “Dio bòno, sono anche un socio...!”. Vedi a che livello? Eravamo sotto l'occhio del ciclone... erano le prime donne che lavoravano: era il 1958, lavoravano tutti in campagna, ma anche in campagna non c'erano molte donne. Quello era una lavoro da ritenersi fortunati. Al negozio c'è sempre stata una donna. Intervistatore: Nei verbali del Consiglio di Amministrazione si ritrovano molto spesso delle richieste da parte dei soci, si trovava spesso la dicitura “sotto pressante richiesta dei soci di Donoratico”: si chiedevano ad esempio corsi di taglio e cucito eccetera. I soci erano molto attivi... Iole Barsacchi: Sì, sì. C'erano anche corsi di pittura per i bimbi della scuola... c'è una fotografia di mio fratello che prende un premio, con una consigliera e Angiolino Bianchi, lì al circolo Verdi. Sì sì, le facevano queste iniziative... le gite... tante gite si sono fatte... tante anche per i dipendenti le facevano... a volte si andava a Montecatini Val di Cecina, si mangiava sotto i castagni... una volta a Roma... poi le facevano per i soci e per i dipendenti. I soci andavano alle riunioni, chiedevano le cose... Intervistatore: Sei andata in pensione prima che aprisse il supermercato a Donoratico? Iole Barsacchi: Sì, nel '92. Prima il negozio era di 400 mq di superficie utile, non c'era parcheggio... e invece questo di ora è 800 mq. Volevano fare la scelta dei negozi e quelli dei centri sotto i mille abitanti darli ad una cooperativa più piccola che gestisse solo quelli... e noi non si voleva, si sono arrabbiati tanto. Ma da quel terreno dove oggi c'è la Coop, passa la strada per Castagneto, e quella che viene dal mare, un posto bellissimo. Alla fine il terreno lo presero, ma lo sai quanti anni è stato vuoto? Almeno una decina d'anni. Ci si faceva la festa dell'Unità, si approfittava di questo spazio. Avevano già fatto un negozio a San Vincenzo. Allora si invitò Aldo Soldi che allora era il responsabile, c'è stata una discreta volontà dei soci e anche delle forze politiche di spingere in questa direzione perché c'erano tanti soci, c'erano tanti libretti di risparmio... e Albano Querci [l'ex sindaco di Castageto] fece un grande lavoro anche lui nei confronti del presidente Aldo Soldi per vedere di costruire questo nuovo negozio. Invece a Vignale l'avrebbero data via questa terra per farci fare le case... fu una battaglia, www.memoriecooperative.it 20 difatti a San Vincenzo ci piansi anche... Notari una volta, durante un'assemblea, disse: “È inutile che vi parli, poi faccio piangere la Iole...”, perché io sono stata ai corsi e a me mi conoscevano tutti... Alla fine siamo riusciti a farlo aprire, nel 1998. www.memoriecooperative.it 21 Miriano Corsini Terre dell'Etruria Miriano Corsini lavora nella cooperativa Terre dell’Etruria da quando si chiamava ancora COPAL (Cooperativa Produttori Agricoli Livornesi), negli anni settanta. Presidente sin dal 1997, Corsini lavora in maniera attiva per il movimento cooperativo (è a tutt‘oggi vice presidente di Legacoop Agroalimentare). La cooperativa di Donoratico è una delle grandi realtà della zona: nata nel 1950 come una coop tra produttori di latte, in pochi anni ha esteso le sue attività alla sfera agricola (specialmente sementi, concimi e attrezzature); negli anni sessanta ha cominciato ad espandersi ed oggi è estesa non solo in provincia di Livorno, ma anche in provincia di Pisa e di Grosseto, mentre i loro prodotti vengono esportati non solo in Italia ma anche all’estero. Terre dell’Etruria è sicuramente una realtà di lavoro e di cooperazione molto importante nel territorio: lo confermano non solo i dati delle vendite ma anche il numero dei soci. Intervistatore: Puoi raccontare la storia della cooperativa Terre dell'Etruria? Quando nasce, come si è sviluppata? Se fosse possibile, sarebbe utile costruire una sorta di “cronologia” della vita di Terre dell'Etruria. Miriano Corsini: La cooperativa che è nata il 4 aprile 1950 si chiamava Cooperativa Produttori Donoratico. La sua missione era quella di raccogliere il latte: i primi soci erano infatti produttori di latte. Questo latte veniva poi fornito anche da una cooperativa di Piombino (che si chiamava Cooperativa Produttori Agricoli di Piombino), la quale serviva alcune latterie della zona e poi lo portava alla centrale del latte di Livorno. Nel giro di qualche anno anche la nostra cooperativa si organizzò aprendo 2 latterie su Donoratico, dove oltre al latte si vendevano anche un minimo di prodotti alimentari: in modo che uno quando andava a prendere il latte comprava anche qualche altra cosa; inoltre serviva anche le latterie a Castagneto (la latteria Nanni e la latteria Socci) che più che latterie erano dei negozi alimentari che vendevano anche il latte. Questo è stato l'inizio. Poi la cooperativa Produttori cominciò a vendere anche prodotti per i soci, partendo dai mangimi per chiudere la filiera: uno prendeva il mangime, ritirava il www.memoriecooperative.it 22 latte e chiudeva questa filiera del latte. Poi si ampliò ancora l'attività andando anche verso gli altri mezzi tecnici come concimi, sementi, fitofarmaci per la produzione di altri prodotti della zona. Questo ovviamente sul territorio di Castagneto Carducci. Nel '73-'74 con il Secondo Piano Verde venne realizzata una sede sulla via Aurelia (che adesso è stata ceduta ad altri) e in quella sede cominciò il vero sviluppo e rilancio della cooperativa che si sviluppò anche nei comuni limitrofi di San Vincenzo, Venturina e Campiglia per quanto riguarda il sud e per quanto riguarda il nord Cecina, Bibbona e Rosignano. A Rosignano a metà degli anni settanta venne realizzato un impianto di stoccaggio che è stato successivamente ampliato e un piccolo magazzino per la vendita dei mezzi tecnici ai soci di quel territorio che nel frattempo avevano aderito alla cooperativa. Poi da lì la cooperativa si è ampliata, ha avuto uno sviluppo sempre costante andando anche ad occuparsi del settore dell'olio con il primo frantoio acquisendolo da un socio e mantenendo all'interno dei locali di quel socio nel comune di Castagneto Carducci fino agli anni '74-'75: poi questa attività venne spostata negli attuali locali, che sono stati ristrutturati. Poi lo sviluppo c'è stato verso Montecatini Val di Cecina che è stata la prima fusione che ha fatto la cooperativa, incorporando la Cooperativa Produttori Agricoli Val di Cecina che era in una situazione pressoché fallimentare e che mise in crisi anche l'allora COPAL: fu allora che venne incorporata dalla Co.Agri., ma questo inizio di processo di fusioni mise in crisi la cooperativa tant'è che qualcuno ne mise in dubbio l'esistenza stessa: la crisi era abbastanza forte, anche se la cooperativa si era sviluppata nel frattempo ed era arrivata ad 11 miliardi di fatturato, diversificando le attività e inserendo tra queste attività anche il marchio “Bottega verde”, qui nella sede attuale, che poi venne ceduto (erano le produzioni agroalimentari di qualche socio) e che soprattutto veniva acquistato da cooperative agricole di produzione. Poi c'è stato un ulteriore passo in provincia di Pisa prendendo in affitto due attività da una cooperativa (la “Nuova zootecnia” di Cascina che era una cooperativa andata in crisi e dalla cooperativa “Auser” di Arena Metato, anche quella andata in crisi: erano state messe in liquidazione, una in liquidazione volontaria e l'altra in liquidazione coatta). Sempre in provincia di Pisa ci fu la fusione con l'“Innovatrice” di Chianni: anche questa è una cooperativa piccola però in un territorio abbastanza interessante per l'attività che la nostra cooperativa svolgeva e quindi fu un'operazione di salvataggio e da ciò nacque un progetto imprenditoriale e ci siamo sviluppati. Poi negli ultimi anni ci siamo sviluppati verso sud: in provincia di Livorno con le fusioni con i Produttori del Comprensorio del Cornia e dell'Ortofrutta www.memoriecooperative.it 23 Caldanelle. E poi da ultimo siamo su Grosseto, anche se riteniamo che la storia non sia finita. Intervistatore: Da quanto tempo lavori alla cooperativa? Da quando sei presidente? Miriano Corsini: Sono Presidente dall'aprile 1997. Ma in questa cooperativa ho fatto la mia prima esperienza di lavoro a fine anni settanta. Poi ho lasciato la cooperativa nel 1981 per andare alla Lega delle Cooperative a Firenze occupandomi del settore agricolo, in una prima fase per seguire progetti di finanziamento con regione Toscana, poi occupandomi dell'ufficio di assistenza fiscale per la cooperazione agricola toscana. Organizzai una società che si chiamava Agrigest che aveva sede a Donoratico che faceva assistenza tecnica ed economica anche per le cooperative della provincia di Livorno e alle cooperative giovanili che erano nate sull'onda di togliere terreno agli enti pubblici, agli agrari, per mettere a coltura i terreni incolti. Agrigest faceva assistenza amministrativa, teneva la contabilità a queste cooperative. Prima si espanse andando nella provincia di Livorno, poi la portai a livello regionale, introducendo alcune professionalità spiccate che si interessavano di controllo e gestione, di assistenza fiscale, facendo assistenza finanziaria e facendo anche progetti di risanamento e sviluppo e assistenza legale. Io allora divenni presidente, mi occupavo dell'attività finanziaria, perché ero anche responsabile del settore finanziario del settore agricolo della Lega delle Cooperative: mantenevo i rapporti sui finanziamenti con la regione e col Ministero dell'Agricoltura. Dopo questa esperienza ho avuto l'incarico di fare il presidente dell'associazione regionale delle cooperative agricole dal '92 all'aprile '97, quando lasciai l'incarico per tornare in questa cooperativa, che mi aveva permesso di fare questo tipo di esperienze e che stava saltando: la cooperativa mi aveva incaricato di metterla in liquidazione. Io venni giù per fare il liquidatore. Invece tentai di fare un progetto e grazie anche alla cooperativa Toscana Lazio con cui ero in buoni rapporti e in particolar modo con Gastone Notari: quando la cooperativa stava per chiudere chiesi aiuto a lui e lui fu il primo socio sovventore della cooperativa con un versamento di 300.000.000 di lire. Con questi soldi non ci si faceva gran che, ma potevo dire che c'era una cooperativa che credeva nei bilanci della nostra attività; anche i soci, con progetti di capitalizzazione, li portai da 3 a 5 milioni a seconda delle imprese. Si fece una ricapitalizzazione che servì a ridurre i debiti della cooperativa e rilanciarla. Dopo 3 anni la cooperativa aveva già avuto un utile in bilancio. www.memoriecooperative.it 24 Intervistatore: Che cos'è la cooperazione agricola in un territorio come il Comune di Castagneto Carducci, come è vissuta da cittadini e lavoratori, in che modo pesa l'eredità “nobiliare” della grande proprietà terriera è vissuta dai cittadini, dai soci e dai dipendenti? Miriano Corsini: Diciamo che è ancora sentita. Tramite la cooperativa Airone stiamo prendendo in affitto dei terreni che sono abbandonati; a livello regionale è stata la Lega delle cooperative che 3 anni fa ha lanciato il progetto “Banca della terra”. Il progetto “Banca della terra” l'avevamo già pensato quando si costituì la cooperativa Airone, quando noi volevamo occuparci di quei terreni che venivano abbandonati per le cause più disparate; tra le cause c'è quella delle famiglie che vogliono mantenere il patrimonio, ma non hanno più la forza lavoro all'interno della famiglia. Quindi il problema esiste, viene avvertito ancora e noi cerchiamo di dare una risposta sempre tramite la nostra cooperativa. Intervistatore: I 3000 soci chi sono? Cioè sono tutti produttori agricoli, qual è la loro identità? Miriano Corsini: La maggioranza di loro sono produttori agricoli, alcune sono vere e proprie imprese agricole. Perché produttore agricolo non si può certo denominare la C.I.T.A.I. del Marchese Incisa: Incisa è socio tramite la C.I.T.A.I.; l'Ornellaia dei Marchesi Frescobaldi; Antinori Agricola che fa il vino Scalabrone e Guado al Tasso, tanto per citarne alcuni... Intervistatore: Cosa vuol dire per soggetti di questa natura essere soci di una cooperativa? Miriano Corsini: Sono soci cooperatori: soci che acquistano in cooperativa i prodotti che servono per la conduzione delle aziende (dai concimi, ai fertilizzanti, ai fitofarmaci per la difesa dei vigneti) e in più offriamo a queste aziende assistenza tecnica agronomica specializzata e quindi hanno una certa convenienza. Intanto perché siamo la realtà più grossa del territorio e a differenza di altri noi non ci limitiamo a fare i rivenditori di mezzi tecnici per le aziende agricole: noi facciamo soprattutto assistenza tecnica; e all'assistenza tecnica succede la vendita: perché io vengo, guardo il prodotto in campo e in base a quello di cui ha necessità quel prodotto il nostro tecnico dice che cosa deve acquistare per farlo sviluppare, per difenderlo e per renderlo di alta qualità. Con un occhio ovviamente a quelli che sono gli aspetti ambientali e salutistici. Non è che siamo venditori a tutti i costi. Anzi, certe volte il mio rimprovero è quello di vendere poco rispetto a quello che si potrebbe vendere. E poi ci sono anche i soci sovventori che sono stati istituiti con la legge 59 del '92 e sono quelli che portano in cooperativa dei capitali per investimenti specifici e www.memoriecooperative.it 25 sono soci a tempo. Intervistatore: Come si collocano oggi le ragioni originarie del mondo cooperativo, come possono essere riprese e sviluppate in un contesto di grande mutamento? Miriano Corsini: Io credo che la formula della cooperativa sia sempre una formula originale rispetto ad altre imprese ma è sempre attuale. Io non credo che sia una cosa sorpassata. Anzi, io credo che se si vuole risolvere e si vuole superare questa crisi la cooperazione può dare un contributo fortissimo. Anche le cooperative entrano in crisi, ma hanno sempre un'arma di difesa; e la differenza qual è? Il socio. Nella cooperazione agricola c'è questa differenziazione, che è una cosa molto marcata. Noi abbiamo, specialmente nella nostra cooperativa un rapporto diverso con il socio: noi consideriamo il socio come il vero proprietario della cooperativa e abbiamo introdotto delle novità che sono state sfruttate in moltissimi altri casi. Noi siamo organizzati sul territorio, abbiamo le sezioni soci. In ogni sezione c'è – minimo – un rappresentante del consiglio d'amministrazione della cooperativa. E abbiamo l'assemblea dei soci legali (perché per 3000 soci, bisognerebbe affittare uno stadio...); quando ci sono le elezioni, noi abbiamo messo, per statuto, che tutte le zone devono avere un minimo di 2 consiglieri di amministrazione. Il consiglio di amministrazione è formato da 30 persone che rappresentano tutti i nostri territori. Questa cosa, se la guardo con gli effetti della crisi, laddove c'è questo tipo di rapporto le cooperative è più difficile che siano entrate in crisi. Io lo vedo nel sociale ma soprattutto nella cooperazione agricola. Intervistatore: La cooperativa diventa grande però non perde i rapporti con il territorio... Miriano Corsini: Esatto, ma questo è l'errore di qualcuno... io me lo sento dire anche dai miei soci: “Ora si fa un'altra fusione, la nostra identità si perde, la cooperativa si allontana sempre di più...” è esattamente il contrario: più sono organizzato più curo il territorio, meno sono organizzato meno curo il territorio. Se io riesco a dare una dimensione che riesce a dare un'organizzazione tale io posso mettere più funzioni, diversificare ulteriormente le mie attività e quindi sono ancora più presente sul territorio. www.memoriecooperative.it 26 Silvio Del Vecchio Stalla Sociale “Le Colonne” Silvio Del Vecchio è stato tra i fondatori e i dirigenti della Stalla Sociale “Le Colonne” di Bolgheri. Marchigiano, arrivò a Castagneto all’inizio degli anni cinquanta con la cooperativa “Castelnuovo” (costituita da alcune famiglie di Macerata per acquistare dei terreni che il marchese Incisa aveva messo in vendita) per lavorare i terreni che i grandi proprietari iniziavano a lasciare incolti e a dismettere. Nel 1968 alcune famiglie di Castagneto – in gran parte marchigiane – decisero di unire le forze per costituire una stalla cooperativa, da gestire in modo collettivo. Partendo quindi da zero la Stalla Sociale “Le Colonne” arrivò ad avere un giro di affari molto sostanzioso; furono aiutati sia dalla Regione che dalla COPAL e dalla Cassa Rurale. La carne veniva venduta alla macelleria di Coop Italia a Reggio Emilia. Tuttavia, a causa di due furti di bestiame e della concorrenza straniera la Stalla fu costretta a chiudere. Intervistatore: Quando sei venuto a Castagneto? Silvio Del Vecchio: Io e la mia famiglia siamo venuti qui nel 1952. Avevo vent'anni. C'era solo una famiglia qui, quella di un impiegato al sindacato a Livorno: io ero di sinistra, lui era di sinistra e ci si capì subito. Qui c'erano solo delle casettine basse. Quando siamo venuti c'erano una stalla, due stanze (una più grande e una più piccola) e una specie di bagno. All'epoca si lavorava dalla mattina alla notte. A Macerata avevano costituito una cooperativa, per iniziativa delle ACLI, [la cooperativa “Castelnuovo”] e ci si infilò anche noi, per poter avere questa possibilità di venire qua. Prima si venne col pullman da Macerata, si pagò un po' per uno, per vedere la terra: a noi ci stava bene, perché era vicina all'Aurelia che era stata asfaltata da pochi anni. La decisione finale di venire qui a Castagneto la prese mio padre: non era molto grosso, ma era intelligente, fece la prima guerra mondiale sul Piave, dove si salvò per miracolo. Era analfabeta, ma dopo aver fatto la scuola serale imparò a scrivere benissimo e poi leggeva moltissimo, perché voleva capire il mondo. A Castagneto, comunque, c'era una situazione buona, vicino alla ferrovia e all'Aurelia, ma solo io e mio fratello venimmo. Il parroco di Castagneto voleva prendere dalla sua parte tutti quelli di sinistra, ma noi si è litigato con tutti, le fattorie, i fattori, col marchese... Noi si è www.memoriecooperative.it 27 sempre lavorato, sputato sangue per andare contro i padroni, noi si andò anche in causa con i padroni, laggiù nelle Marche... Abbiamo sempre lottato... Eravamo io, mio fratello e altri due fratelli che poi sono rimasti laggiù, bravi ragazzi: eravamo come quattro fratelli. Qui a Castagneto se ne accorsero subito che eravamo di sinistra: comprammo questi terreni perché fossero tutti nostri, che nessuno ce li potesse portare via. Anche quando costituimmo la Stalla Sociale avevamo degli ideali. Negli anni successivi c'è stata l'integrazione sociale anche perché molte dei marchigiani immigrati sposavano qualcuno di Castagneto... Intervistatore: Quando nacque la Stalla Sociale? Silvio Del Vecchio Alla fine degli anni sessanta [nel 1968]. Mio padre è morto nel '71: prima avevamo una stalla per conto nostro, ma dopo la morte di mio padre la famiglia si indebolì economicamente, non ce la facevamo più. Allora le terre di proprietà della famiglia erano mezze a Castagneto e mezze a Bibbona: l'appezzamento a Bibbona lo prendemmo qualche anno dopo il nostro arrivo dalle Marche. Mio fratello maggiore, Ezio, faceva un po' tutti gli interessi della famiglia, mentre io facevo l'operaio agricolo, il bracciante, l'allevatore, facevo tutto quello che c'era da fare nell'azienda di nostro padre. Dopo la sua scomparsa l'azienda restò metà a me e metà a mio fratello. Fu allora che ci venne l'idea di fare una stalla cooperativa, per mettere insieme le forze. Morto mio padre ci si trovò con mio cognato, col Cameli e gli altri per costituire questa cooperativa: infatti non eravamo solo parenti, c'erano anche altri allevatori della zona. Vendemmo tutti i capi che avevamo (perché non si poteva portare i propri animali), chiudemmo tutte le nostre stalle e comprammo capi nuovi. Avevamo un amico che ci procurò parecchie chianine, charolais, limousine: insomma, facemmo un allevamento di animali di razza. Intervistatore: Il vostro scopo era solamente l'allevamento oppure volevate portare avanti anche un discorso di progresso tecnico? E per fare questo avevate rapporti anche con altre cooperative o enti che operavano in questo settore? Silvio Del Vecchio Sì, qui a Donoratico ci seguiva la COPAL, soprattutto l'attuale presidente Miriano Corsini e Graziano Lancioni. Ci davano suggerimenti dal punto di vista tecnico: ad esempio per come si dovevano bilanciare i mangimi, sapere che prodotto dare agli animali e quando si doveva dare. Da loro prendevamo anche molti prodotti. Noi soci facevamo anche gli insilati, il mais da dare agli animali. Poi c'era uno della Regione che ci seguiva, era un tecnico che faceva tutto, anche i finanziamenti, ci stava dietro per tutto. Anche l'amministrazione di Castagneto ci aiutava: non era un aiuto diretto, non ci hanno mai dato contributi. E infine prendevamo alcuni prodotti da delle cooperative di www.memoriecooperative.it 28 Reggio Emilia, si mescolavano con l'insilato e col granturco. La carne si vendeva direttamente noi: si mandava alle cooperative emiliane, dove c'erano i macelli di queste coop, che poi la distribuivano ai loro negozi o magazzini. Mio figlio guidava un camion per la Stalla Sociale, faceva le stagioni: lavorava in un'altra azienda che faceva anche questo tipo di servizi, come potare il concime ai soci o portare il bitume. Intervistatore: Quanti soci avevate? Silvio Del Vecchio Siamo partiti da una quindicina, poi siamo arrivati a 40. Questo però secondo me è stato un fatto negativo, ingrandirci e aprirci, voglio dire. Lo dicevo alle assemblee. Ma non si poteva chiudere la porta, se uno voleva entrare come socio lo dovevi fare entrare. La quota sociale all'inizio era intorno alle cinquantamila lire, poi l'aumentammo: questo perché avendo più quote di soci era più facile avere il finanziamento dalle banche. Il nostro maggiore finanziatore a cui ci appoggiavamo era la Cassa Rurale di Castagneto. Per acquistare gli animali prendevamo finanziamenti dalla banca, chiedevamo prestiti, mutui; quando si vendeva qualcosa si versava lì, quando ci volevano soldi si prendevano lì. Avevamo un conto unico: la firma della cooperativa l'aveva il presidente, mio fratello, e il vicepresidente Lorenzo Cameli... Intervistatore: Che giro d'affari avevate? Silvio Del Vecchio Sostanzioso, ma c'erano da pagare anche tanti debiti, tante spese. 500 capi tra vitelli e vitelloni. Era una stalla molto grande. C'erano i box, i posti fissi dove si tenevano per ingrassare, e i box all'aperto per tenerli liberi. Inoltre c'era anche il vantaggio del concime: si prendeva un po' per uno e si portava nelle nostre terre, così non usavamo i prodotti chimici. Gli animali stavano sul grigliato e il letame cadeva nei pozzi neri sottostanti: così dal pozzo, dalle vasche, chi lo voleva lo pigliava con le pompe. Avevamo due autobotti e si portavano nei campi. Però non si vendeva a nessuno, era solo per i soci. Ma non c'era pascolo, mentre all'estero avevano più pascoli, che costavano meno e avevano più capi: noi in due ettari poco più dovevamo farci tutto, la stalla, i box e tutto il resto. Compravamo i mangimi nelle quantità di cui ognuno poteva disporre. Anzi, la roba che compravamo la cooperativa la pagava a noi perché nessuno fosse sacrificato. Due o tre capi all'anno venivano divisi tra i soci: il resto veniva venduto. Comunque la carne si vendeva solo alle cooperative emiliane, ai privati o ai negozi del posto mai. Questo per evitare discussioni, sul perché uno sì e l'altro no: a un certo punto noi si voleva aprire uno spaccio nostro, dove era la Stalla, per vendere la nostra carne ma il progetto non si realizzò mai. www.memoriecooperative.it 29 Intervistatore: E poi la cooperativa andò in crisi... Silvio Del Vecchio La cosa più grave, che mise in crisi la cooperativa fu il furto di 300 quintali di vitelli, 53 vitelloni la prima volta, 18 la seconda: fu un furto che fecero in due volte e non riuscimmo più a ritrovare niente. Era una notte ventosa, staccarono il sistema d'allarme. Io, mio fratello e mio cognato Lorenzo andammo fino a Reggio Emilia per vedere se si trovava le tracce di questi vitelloni, si stette 3 giorni, a Grosseto si trovò un camion sospetto, che corrispondeva, mezzo rotto, ma niente. Alla fine il furto ci costò più di 200 milioni di danni. Inoltre sentivamo molto anche la concorrenza delle stalle del Nord Italia e dell'Est Europa. A quell'epoca all'estero era ancora consentito dare degli ormoni agli animali, mentre in Italia no: noi non volevamo darne ai nostri capi, stavamo attenti a nutrirli con mangimi naturali. La concorrenza si sentiva soprattutto per i Paesi che erano dalla parte occidentale del Muro di Berlino, come Germania Ovest, Olanda, Francia. Ma la nostra cooperativa non ha chiuso perché era in fallimento: noi si chiuse perché la cooperativa aveva debiti con la Regione. Infatti la Regione ci aveva dato dei finanziamenti per fare le strutture, gli immobili, la stalla... Dovevamo restituire questo debito e non avendoci soldi a causa dei furti e della concorrenza, dovemmo ridare alla Regione tutto l'immobile. Quello era l'unico debito che avevamo. www.memoriecooperative.it 30 Intervista Irio Salvadori Cooper Castagneto Carducci Irio Salvadori, marito di Iole Barsacchi, è stato presidente della Cooper Castagneto Carducci, una cooperativa di abitazione sorta negli anni settanta. Erano gli anni dell’espansione del comune e dei piani regolatori varati dall’amministrazione, volti a contenere lo sviluppo incontrollato che si era verificato negli anni precedenti, con l’edificazione sui terreni incolti. Castagneto, fin dal secondo dopoguerra iniziò a cambiare volto, abbandonando la propria identità agricola che l’aveva accompagnata da lungo tempo. La Cooper si inserì in questo contesto, presentando progetti di edilizia popolare che rispondevano alle direttive della legge 167, costruendo 105 alloggi. Intervistatore: Come nasce la Cooper? Irio Salvadori: La Cooper di Castagneto Carducci è nata il 17 aprile del 1972. Cera il bisogno di case e di terreni a prezzi scontati e quelli furono gli anni in cui uscì la legge 167. Ci fu un consiglio comunale che designò i terreni da destinare alla 167. Ci furono subito delle rivolte dei piccoli proprietari di terreni... poi c'è stato un processo che è durato anni, che hanno vinto quei proprietari e noi si è dovuto pagare un prezzo diverso per quei terreni. La cooperativa è nata come una cooperativa di abitazione e a proprietà indivisa, perché grazie a quella legge davano i mutui al 3% e anche per il comune era più facile. La cooperativa doveva fare i concorsi quando uscivano... dal 1972, quando nacque la cooperativa, le cose andarono avanti anni: infatti si iniziò agli ultimi del 1978 e il primo concorso si fece nel '79. Era un concorso di 24 alloggi più 4 in proprietà. Allora si fece subito il cambio dello statuto: da proprietà indivisa si fece sia divisa che indivisa, in modo che chi voleva la casa in proprietà subito la poteva avere... Nel frattempo andavano avanti il concorso e i progetti; si comprò il terreno... allora c'era Albano [Querci, il sindaco di Castagneto], con Albano si lavorava, ti consigliava... Nei concorsi dei mutui agevolati, secondo gli interessi di casa, si entrava a seconda del reddito. Io e mia moglie si lavorava e quindi non ci si rientrava, e così tanti altri soci: così si prese questo terreno e si cominciò a fare i progetti e oggi ci sono 27 alloggi. Allora ne avevamo già fatti 24 in via Piave e 27 in via di Vittorio. Si lavorava a tempo pieno. Si cominciò in un periodo brutto, con la crisi economica che negli anni ottanta fu tremenda. Per esempio, il www.memoriecooperative.it 31 progetto di queste case qui: si fece l'appalto... le offerte originariamente venivano da 27 milioni a 30 milioni ad appartamento: siamo arrivati a 60! I prezzi del cemento, del legname, aumentavano, erano triplicati in due o tre anni... un'impresa che lavorava con noi fallì, poi ne fallì un'altra. E le case vennero a costare di più. Ma la gente pur di avere le case non si stancava... una ditta che lavorava con noi fallì, ma noi fummo furbi, essendo anche aiutati dai dirigenti delle cooperative: venne qui anche il segretario dell'ARCAT [Associazione Regionale Cooperative Abitazione Toscane] e ci aiutò. Una cooperativa di Follonica fece il cemento armato e la muratura la fece fare ad una ditta di Donoratico (che fallì, anche questa). I lavori furono finiti da un'altra ditta ancora. Comunque si chiuse bene. Intervistatore: Il completamento della 167 in che anno si raggiunse? Irio Salvadori Nel 1985. Iniziammo nel '79 e in questa casa ci venni a vivere alla fine dell'81. Erano pronti allora 27 appartamenti qui e poi di là 24. Nell' '82 si comincia a parlare di via delle Lungagnole e di Bolgheri. Infatti venne fuori un bando per 12 alloggi a Bolgheri: i terreni li avrebbe dati il Conte (perché Bolgheri era tutta del conte Ugolino). Se non vincevamo quel bando, molti bolgheresi sarebbero andati a Rosignano o a Piombino, dove c'era da lavorare. Questo progetto era fatto anche per non spopolare il paese. La 167 è nata un po' fuori il paese, però ha permesso a qualche famiglia un po' più giovane di restare. Per cui aveva anche una funzione di vita del paese. Gli appartamenti di Bolgheri vennero ultimati dopo un anno e mezzo. Nel frattempo, tra qui e Bolgheri vennero fuori altri 24 alloggi in via delle Lungagnole. Però era un mutuo al 13% e fondato dall'Istituto Nazionale del Lavoro tramite la banca nazionale del lavoro. Io feci la riunione e se lo volevano avrei fatto il concorso. La maggioranza disse sì e io vinsi anche quel concorso. Per quegli appartamenti lì si dette l'appalto ad una ditta di Modena, l'unica ditta che ha funzionato alla perfezione. Fatto il contratto, dopo un anno di lavoro avevo le chiavi in mano di tutti e 24 gli alloggi e non era ancora arrivato il mutuo. E poi facemmo 18 alloggi in via Alessandrini. Via Alessandrini era l'ultimo lotto che avevamo, che era libero. Venne fuori questo bando di 18 alloggi. Dissi: “Se si vince anche questo, si chiude la cooperativa”. Infatti si vinse anche questo, si fecero 18 alloggi in quattro e quattr'otto, li fece una cooperativa di Cecina, mentre l'architetto era uno di Livorno. Intervistatore: Che ruolo avevi nella cooperativa, eri il presidente e ci lavoravi? Irio Salvadori Sì, prima ero carpentiere in una ditta e quando si finì fui assunto... ho perso molti soldi... io come carpentiere guadagnavo di più... www.memoriecooperative.it 32 Intervistatore: I soldi per fare le case venivano dai soci? Irio Salvadori Sì, era il prestito sociale, avevano tutti il libretto... e pagavano ogni stato di avanzamento o quando avevano i soldi... e li mettevano nel libretto Intervistatore: Che rapporti c'erano con il mondo cooperativo? Irio Salvadori Il grosso rapporto era con l'ARCAT. Perché se non c'era l'associazione dietro era un problema, anche i contratti non si facevano mica da noi... c'era la Confesercenti... e poi c'erano le cooperative con cui collaboravamo per quanto riguarda la costruzione dei vari appartamenti... www.memoriecooperative.it 33 Lio Fulceri Cooperativa Ex Cantiere Navale Lio Fulceri, ex operaio del Cantiere Navale di Donoratico, è stato tra i fondatori di questa esperienza. Il cantiere navale a Donoratico nacque nel secondo dopoguerra sotto la spinta dei conti Della Gherardesca. In breve le barche costruite dal cantiere di Donoratico diventarono famose in tutto il mondo, tanto da venire utilizzate anche nelle competizioni olimpiche. Negli anni ottanta il Cantiere andò in crisi. Per non perdere il lavoro le maestranze, insieme con il conte, decisero di intraprendere un esperimento cooperativo guidato dai soli operai (il conte cedette loro tutte le attrezzature) per cercare di portare avanti le attività. Tuttavia, anche a causa della mancanza di fondi per investire nei materiali e nell’innovazione e della concorrenza, questa attività dovette chiudere Intervistatore: Come nasce l'esperienza della Cooperativa dell'ex Cantiere Navale? Lio Fulceri: A quei tempi eravamo una trentina, una quarantina di dipendenti. Negli anni ottanta il cantiere di Donoratico era un nome di prestigio sia in Europa che oltreoceano perché le barche andavano in America, in Giappone... non solo per il canottaggio, ma anche per imbarcazioni come catamarani... l'esperienza di Ambrogio Fogar è stata fatta con una imbarcazione che era stata costruita nel cantiere di Donoratico... quindi c'è stata questa collaborazione con un nome prestigioso a livello internazionale... peraltro i Della Gherardesca ci tenevano anche personalmente perché anche per loro era un prestigio... Negli anni Ottanta però le strutture dov'era collocato il cantiere erano obsolete, strutture antecedenti alla guerra, molto fatiscenti... la nautica si stava evolvendo non solo a livello strutturale ma anche di materiali: quindi aveva bisogno di strutture ben diverse, perché cominciava ad essere presente la vetroresina, il kevlar, la fibre di carbonio con tutte le loro esigenze particolari, tecniche: e questo effettivamente mise un po' in difficoltà il Cantiere. Anche il Della Gherardesca cominciava ad avere un età abbastanza avanzata. Ad un certo momento per certe vicissitudini (familiari, credo che fossero strettamente familiari) la proprietà decise di non portare più avanti questa attività, anche perché una buona parte della manodopera specializzata era uscita... avevano messo su, nel '77, due cantieri a Donoratico: quindi i famosi maestri d'ascia, in www.memoriecooperative.it 34 particolare, avevano deciso di intraprendere una propria attività. Comunque in questo caso alla proprietà gli va dato un merito perché decise di sentire i dipendenti prima di chiudere, se volevano continuare loro direttamente gli mettevano a disposizione le attrezzature. Comunque fu trovato un accordo con i 30-40 dipendenti che erano rimasti di portare avanti questo tipo di attività inerente solo al canottaggio. Il 1985-86 fu l'anno in cui ci fu questo tracollo a livello di proprietà. Tra l'altro in questo periodo aveva anche aperto l'altro cantiere per barche da canottaggio con strutture nuove e moderne. Comunque il Cantiere di Donoratico era ancora un nome conosciutissimo. Tra le altre cose stavamo esportando tantissimo in Israele, molto in America, nel Qwait, nei paesi extra europei... perché per 30-40 anni era stato un cantiere all'avanguardia, il nome di Donoratico era conosciuto in tutto il mondo. Fu deciso dalle maestranze di intraprendere questa esperienza, anche perché interessava giustamente anche il posto di lavoro; e fu fondata questa cooperativa, c'era come presidente questo Guarguaglini Luciano, all'inizio, Masciantini Idro era il nostro amministratore e Favilli era responsabile marketing. Siamo andati avanti dal 1983 per diversi anni. Intervistatore: Quali sono state le difficoltà di questa iniziativa? Lio Fulceri: Le difficoltà che c'erano prima le abbiamo risentite anche noi: le strutture erano fatiscenti, erano dei capannoni senza riscaldamento, senza niente... e quindi con l'impossibilità di utilizzare il kevlar o la fibra di carbonio. Quindi ci volevano dei forni, dei posti dove far asciugare queste resine... e il cantiere stava un po' perdendo quella supremazia che aveva avuto fino ad allora. Prima facevamo le barche con un cedro che veniva dall'Honduras, dal Brasile: questo ci mise in grande difficoltà, anche per poter far fronte alle richieste che ci arrivavano dalle Federazioni di canottaggio dall'estero: dovevamo poter accontentare queste esigenze che stavano venendo fuori perché questo mercato era molto importante. Nelle gare dei campionati del mondo, europei, italiani, alle Olimpiadi, una volta c'erano 100 barche che partecipavano e 60 erano del cantiere di Donoratico: di conseguenza c'era una grande richiesta da tutto il mondo. Se a un certo punto nei campionati ce n'erano 20 costruite da un tedesco, 20 da un costruttore svizzero, 10 da una costruttore concorrente, sicuramente anche la richiesta da parte delle federazioni minori calava perché le federazioni cercavano di avere delle barche competitive. Anche se per qualche anno siamo andati avanti abbiamo avuto qualche difficoltà, anche per quanto riguarda fare degli investimenti: non si poteva intervenire su questa struttura, si doveva buttare giù e farla nuova. Era quello che avrebbe voluto fare anche la vecchia proprietà negli anni precedenti: la proprietà www.memoriecooperative.it 35 precedente avrebbe voluto fare delle strutture nuove, perché quelle erano strutture inaccessibili per fare una produzione al passo coi tempi. Noi pagando un affitto come cooperativa non avevamo possibilità di fare interventi, di demolire e fare delle strutture che fossero competitive, per costruirci dentro anche con i materiali nuovi. Non potendo fare questo abbiamo dovuto subire anno dopo anno il declino delle richieste. Poi avemmo dei problemi di varie centinaia di milioni con una fornitura per i paesi arabi per il fatto che non pagarono le barche che avevamo costruito loro... questi bonifici esteri non arrivarono mai. Quindi ci siamo trovati 70, 80, 100 imbarcazioni in magazzino (fatte per quella Federazione, la quale per motivi loro non le hanno più acquistate): e questo ci ha messo in grosse difficoltà finanziarie, perché 100 imbarcazioni erano 200, 300 milioni a quei tempi di valore che avevi in magazzino, e non c'era nemmeno la liquidità finanziaria (fatto che ci ha poi portato verso l'amministrazione controllata). Non c'erano prospettive: il mercato andava avanti in una direzione, verso una tecnica diversa di costruzione. Noi non avevamo il posto, non avevamo neanche la possibilità di fare neanche se avessimo voluto fare, anche se avessimo avuto le capacità... Intervistatore: Chi erano i vostri clienti? Lio Fulceri: Federazioni. In tutto il mondo. In Jugoslavia abbiamo venduto tantissime barche... anche associazioni in Italia... in Svizzera, Francia, anche in club di canottaggio a livello mondiale, associazioni sportive, federazioni... se la federazione di canottaggio o tedesca o australiana compra le barche al cantiere navale di Donoratico di conseguenza anche gli altri club comprano le barche al cantiere navale di Donoratico... è come per le biciclette, le macchine, le moto: in ambiente sportivo funziona così. Se poi te rimani fuori, rimani fuori. Per un po' continuammo a lavorare con questi clienti: prima che una cosa finisca c'è anche uno strascico, una coda. Perché tanta gente era rimasta con le barche di legno, tanti le compravano perché costavano meno, però poi... anche se il nome è sempre lo stesso quando te hai una barca da canottaggio in kevlar, carbonio, uno skiff che pesava mi sembra 14 kg e gli altri te lo fanno a 12 e hanno delle attrezzature diverse... nello sport se una bicicletta pesa 5 kg e una pesa 3kg te vai comprare la bicicletta che pesa 3, per fare meno fatica... per avere quei risultati: specialmente nello sport devi averci delle strutture che ti possono permettere di fare certe cose, sennò... La cooperativa faceva solo barche da canottaggio. Venivano utilizzate anche in competizioni importanti come tipo le olimpiadi: le federazioni le utilizzavano in competizioni importanti, i circoli le utilizzavano in allenamento. Non c'erano possibilità in futuro per una cooperativa del genere. www.memoriecooperative.it 36 Intervistatore: Ma c'era un attaccamento ideale per i dipendenti in cooperativa, nella costituzione dopo...? Lio Fulceri: Io credo che la cooperativa se deve nascere deve nascere dall'esterno, da persone che credono in qualcosa e che vogliono fare qualcosa insieme. Quando nasce dall'interno perché sei quasi obbligato a farlo, sicuramente ha dei limiti. Cioè se io e te ci si mette insieme perché si crede in qualcosa per fare qualcosa lo spirito poi è anche diverso dal dire io e te ci si mette insieme sennò domani si va a casa... sicuramente tutto il coinvolgimento non era stato fatto con quello spirito. Nacque per esigenza, per salvare il posto di lavoro. Poi ci sarà stato anche chi ci credeva e i valori della cooperazione ce li aveva anche. Intervistatore: Un piano per ammodernare tutta questa attrezzatura c'è mai stato? Lio Fulceri: Con 40 dipendenti non si poteva fare più di tanto... milioni per fare investimenti non li avresti trovati nemmeno a livello finanziario a livello di banca, di imprese, di cooperativa. Lì era proprio tutto l'edificio che era insostenibile. Non era possibile nemmeno rivolgersi alla Regione per chiedere un finanziamento, proprio perché sarebbe stato un grosso investimento, andava demolito e ricostruito... Soltanto una società, delle persone che potevano crederci, che mettevano un capitale abbastanza grosso... Quindi, nell'87, siamo stati costretti dopo 5 o 6 anni di questa esperienza (positiva, per l'amor di Dio) a dire: “Prima di fare dei danni grossi chiediamo l'amministrazione controllata e poi chiediamo la liquidazione”. Non è stato un fallimento causato da fattori esterni: siamo stati noi che a chiedere l'amministrazione controllata. www.memoriecooperative.it 37 Cooperativa “Il Germinal” Daniele Mazzanti (memoria raccolta da Sergio Betti) Alla fine degli anni settanta un gruppo di giovani costituì la Cooperativa “Il Germinal”. Sostenuti da grandi tensioni ideali vissero un periodo insieme. Discussero di formazione, ricerca storica del mondo agricolo, di agricoltura biologica, di valori umani e culturali, di questioni sociali e di politica. Alcuni di loro lasciarono lavori sicuri, Daniele Mazzanti si licenziò dalla Coop di Cecina, Graziano Lancioni lasciò il lavoro della COPAL, Gianni Borla interruppe la sua attività nello studio di geometri di Alberto Fagiolini. Questa determinazione proveniva dalla volontà di costruirsi il futuro, di senso del cambiamento, di fare la loro scelta di vita. Le loro energie intellettuali e fisiche nutrivano la passione, l’entusiasmo e il fervore per inventarsi qualcosa di nuovo e importante. Alla Cooperativa, oltre al nucleo principale che doveva essere secondo le normative di almeno nove persone, aderirono e si unirono anche altri giovani. Mentre s'improvvisavano boscaioli, facendo il taglio del bosco, impararono a fare il carbone e a venderlo. Acquisirono l’esperienza e la cultura dei vecchi carbonai; Piercarlo Bucci fece loro scuola pratica di come dovevano fare le carbonaie. Piercarlo aveva nel viso e nelle mani i segni della fatica e guardava quasi incredulo quei giovani della Cooperativa Germinal che avevano voglia di fare quei lavori così faticosi. Quasi tutti erano residenti nel Comune di Castagneto Carducci, alcuni abitavano nei Comuni vicini, solo il Sansivieri veniva da fuori zona. Un aiuto lo ebbero da un vecchio trattore che acquistarono dalla COPAL. Il trattore serviva per trasportare la legna verso i bilici su cui poi era caricata. Daniele ha posto l'accento nel suo racconto sul fatto che da parte della COPAL ci fu disponibilità e collaborazione verso la nuova cooperativa dal Presidente Novarino Favilli e da Miriano Corsini tecnico contabile. Oltre al taglio del bosco la cooperativa faceva lavori di pulizia della spiaggia, di giardinaggio, potatura e taglio dell’erba. Nel frattempo dagli incontri serali in cui le discussioni si allungavano nella notte, uomini e donne con personalità e opinioni diverse riuscirono a mettere nero su bianco dei progetti importanti che erano le basi per far progredire la Cooperativa. La richiesta della Cooperativa al Comune (secondo le normative di quei giorni) di poter usufruire delle terre incolte ovviamente con il consenso dei proprietari, era il primo passo significativo che poteva garantire lavoro e nuova occupazione nei settori ortofrutticoli. Ma le scelte più ambiziose erano state scritte nei piani di sviluppo e nel progetto di www.memoriecooperative.it 38 recupero fabbricati che la cooperativa Germinal aveva elaborato e presentato alla Comunità Montana delle colline metallifere di Massa Marittima per il terreno del Filetto. Questa storia purtroppo non si concluse in maniera positiva per la Cooperativa Germinal, perché Daniele racconta che questo progetto era visto con preoccupazione dal sindacato di Massa M.ma, mentre il sindacato di Area era favorevole. Quella comunque, secondo Daniele, era una strada fondamentale per continuare la scelta di vita in maniera collettiva, per creare occupazione e futuro per tante persone e per mantenere in vita la una storia di cooperazione. Si costituì invece la Cooperativa del Filetto a cui aderirono solamente Graziano Lancioni e Gianni Borla. Dopo qualche tempo però Gianni e Graziano si ritirarono. Ileano Biolcati (memoria raccolta da Sergio Betti) Negli anni settanta nel nostro Comune e in tutta la Toscana, gruppi di giovani che avevano voglia di scegliersi e costruirsi il proprio futuro, guardavano all’agricoltura, pensavano di rilevare le terre incolte, e si proponevano di presentare alla Regione Toscana, progetti inerenti al settore agricolo. Così dopo ferventi conversazioni, un gruppo di giovani di Donoratico costituì una Cooperativa agricola. Il 4 dicembre 1978 lo Statuto era pronto, la Cooperativa fu denominata “Il Germinal”, la sede era in un fondo della via Aurelia al numero 145, dove attualmente c’è la banca di San Miniato. I nove cooperatori che firmarono lo Statuto erano Angela Pisacane, Licia Poli, Roberto Martinelli, Giovanni Borla, Ileano Biolcati, Graziano Lancioni, Laila Bernardini, e Ingrid Galletti, che fu eletta Presidente della Cooperativa. Dal primo di gennaio del 1979 erano legalmente operativi. In quel periodo, racconta Ileano che in Toscana erano nate oltre trenta cooperative agricole. Agli inizi fecero un censimento delle terre incolte, e molti sopralluoghi, individuarono anche dei terreni all’Incrociata. Coinvolsero l’Assessore all’agricoltura del Comune di Castagneto Carducci Santi Tinti, l’entusiasmo era notevole, la scelta di vita intrapresa sembrava possibile, ma dopo qualche tempo si accorsero che non era facile avere a disposizione della cooperativa i terreni che erano tutti (anche se non coltivati da molto tempo) di proprietà di privati cittadini. Comunque, il fatto di essere giovani, e poiché la volontà c’era e l’energia fisica non mancava, si dettero da fare in altri lavori, come ad esempio il taglio del bosco, nella macchia di Sassetta. Un boscaiolo esperto, Piercarlo Bucci si unì a loro per raccogliere la legna e costruire le carbonaie. Per questo lavoro acquistarono dopo l’estate del 1981, una Land Rover e un trattore Belarus usato. La pulizia della spiaggia era un altro lavoro cui si dedicavano. Il progetto più importante nacque, quando vennero a sapere da www.memoriecooperative.it 39 Saverio Baldassarri che nel Comune di Massa M.ma la Regione Toscana aveva un struttura agricola che era gestita dalla Comunità Montana che aveva alcuni operai fissi e altri avventizi. L’idea importante che tutti condivisero, e che sarebbe stata la “scelta di vita” che rispondeva in pieno al loro modo di pensare, fu quella del Progetto del “Filetto”, in quella zona dove già operava la Comunità Montana di Massa M.ma. La scelta era quella di andare ad abitare nelle strutture che già esistevano. Il progetto fu presentato alla regione Toscana, furono coinvolti tutti i lavoratori, le organizzazioni sindacali locali e territoriali, ma qualcosa non funzionò. Nei primi mesi, gli operai de “Il Germinal” continuavano a fare i lavori di taglio del bosco, e della pulizia della spiaggia e mentre procedeva con gli incontri, il dialogo e il confronto tutta la procedura amministrativa e burocratica, fecero anche una breve esperienza di lavoro insieme agli operai della Comunità Montana, perché appunto tutto sembrava andare per il verso giusto. Infine la Comunità Montana costituì una cooperativa. In un primo tempo alcuni operai del Germinal vi aderirono, ma successivamente abbandonarono quella esperienza, che non coincideva con la scelta di cambiamento che loro avevano in mente, e che avevano prospettato nel Progetto. Il Germinal andò ancora avanti per qualche anno fino al 1986. Ileano decise di chiudere quell’esperienza nel 1982, e si dedicò attivamente per costituire una cooperativa a Cecina, che prese il nome di Cooperativa Servizi Cecina. Ingrid Galletti Intervistatore: Questa cooperativa nasce nel 1977 e chiude nel 1986, anche se i suoi anni di maggiore attività sembrano i primi, forse i primi 3... Ingrid Galletti: Io quando sono entrata era già nata: o meglio era nata come progetto, non aveva ancora cominciato la sua attività sul territorio. Io sono entrata perché mi piaceva l'idea che stavano portando avanti. Abbiamo cominciato a lavorarci, ci si trovava in un fondo, che ci si auto finanziava (ci finanziavamo tutto, senza aiuti dall'esterno). Era il '77 – '78, quando si è consolidato il progetto. Prima di allora c'erano state molte idee, molti discorsi, su cosa dovevamo fare e cosa no, su chi eravamo e dove ci volevamo collocare. C'erano delle persone che facevano parte della cooperativa (perché serviva il numero) ma che lavoravano fuori, esterni che avevano già un lavoro e c'erano delle persone che non lavoravano. Tra le persone che facevano dei lavori c'eravamo io, Iliano, Gianni Borla... Cominciammo con la cooperativa il Germinal a fare dei lavori estivi come la pulitura delle spiagge: era un modo per farci conoscere, per dire chi eravamo. Avevamo preso un appalto. Era la prima www.memoriecooperative.it 40 volta che accadeva a Donoratico: prima la pulizia della spiaggia e della pineta non esistevano. D'inverno sia io sia Mariolino, il Fulceri e altre persone che avevano un'occupazione si lavorava in campagna, anche questo per farci conoscere. Ma questo non come cooperativa: erano lavori che facevamo individualmente per farci conoscere come soci e lavoratori del Germinal. Intervistatore: Parlami della provenienza dei fondatori di questa cooperativa. Eravate studenti, lavoratori...? Ingrid Galletti: Io lavoravo già in campagna saltuariamente, facevo delle stagioni, facevo le fragole, queste cose qui. Non eravamo studenti... tutti lavoratori... Daniele lavorava alla coop a Cecina (e si licenziò per entrare alla Germinal), Graziano alla COPAL... Intervistatore: Eravate tutti giovani quando vi imbarcaste in questo progetto. Ma c'erano anche delle forti idealità, una vera e propria scelta di vita... Questi ideali quali erano? Erano legati a questo luogo, al terreno, al lavoro...? Ingrid Galletti: Erano legati sì al territorio, perché noi quando uscì la storia del Filetto ci pensammo molto perché volevamo un posto qui, su Castagneto: volevamo far vedere che queste cose si potevano fare e si potevano fare qui. E quando uscì fuori il Filetto ci dispiacque perché era parecchio lontano... era fuori dalla nostra realtà, però era l'unica cosa fattibile. E noi ci si credeva a livello di impostare la nostra vita in una certa maniera. Noi si pensava per esempio ai bimbi, di far passare il pulmino della scuola da lì... Si pensava proprio a tutto: che si doveva mangiare insieme, che si doveva ristrutturare la grande struttura per trovare dei luoghi dove poter star da soli... si studiava tutto minuziosamente, perché venisse fuori una vera e propria comunità. Una comunità cooperativa, di lavoro, ma una comunità. Era grande come progetto, enorme come estensione per cui si poteva allargare a tutti i fronti, anzi chi più idee aveva più ce ne metteva. E noi ci si credeva tanto, troppo. Intervistatore: Oltre al progetto di vita “cooperativa”, quali erano gli obiettivi del Germinal, in agricoltura o nell'allevamento? Ingrid Galletti: Il nostro era un progetto che a quel tempo guardava molto avanti rispetto al lavoro agricolo tradizionale. Quello che volevamo fare era studiare, in base al terreno in cui avremmo operato, qualcosa di diverso. Potevamo anche mettere le solite pecore, però, volevamo provare ad allevare una razza diversa e incentivare questa cosa: si trattava di una razza italiana, anche se particolare, non utilizzata da queste parti. Si voleva fare qualcosa di diverso anche a livello di colture... Parlavamo già di biologico. Poi si volevano fare le marmellate, si www.memoriecooperative.it 41 dovevano confezionare noi... per quel tempo non era poco, ora sta diventando una cosa normalissima... Si volevano raccogliere le more, farci la marmellata, si faceva le fragole, poi c'era il discorso del formaggio che si era detto di fare... Intervistatore: Quanti soci avevate? Ingrid Galletti: Circa 14... Ma c'erano anche persone che ne erano fuori e a cui interessava il progetto... e quindi quando si fossero realizzati i nostri obiettivi avrebbero lasciato il proprio lavoro e si sarebbero uniti a noi, perché gli interessava un discorso di vita. Tutti giovani, lavoratori... Intervistatore: Avevate rapporti con altre cooperative? Ingrid Galletti: Sì, Graziano lavorava già alla COPAL, ci aiutava per questo progetto con questa sua esperienza. Rapporti veri e propri, no: erano relativi, forse non abbiamo avuto neanche il tempo. Per il progetto si fece tutto da soli. Anzi, non si voleva interferenze: era una scelta nostra, si volevano evitare infiltrazioni che modificassero il progetto, che lo stravolgessero e lo portassero verso altri punti di vista. La sentivamo molto dall'esterno, la scelta era anche per sottrarsi a questo tipo di logiche. Perché era una cosa innovativa per l'epoca e tutto intorno a noi ci guardavano per strapparcelo e farlo proprio in altra maniera. Quando d'inverno si lavorava per le altre aziende ci facevano fare le cose peggiori, perché noi si andava con l'intento di farci conoscere, noi volevamo lavorare. Intervistatore: Tu fosti la prima presidente: fu una scelta precisa quella di mettere a capo del progetto una donna? Ingrid Galletti: Sì. Anche questo per capire come fosse diverso il Germinal: scelsero me, perché ero donna. Era una scelta anche quella, per dimostrare che il discorso era innovativo... Ma le donne del Germinal non facevano le donne di casa: lavoravano come gli uomini. Infatti avemmo una convenzione col comune e io con Gianni e col Borla andai a pulire le spiagge, tutti e tre. Insieme. Si andò a pulire le pinete di Donoratico, che non erano mai state pulite, ci si trovò di tutto... Il Germinal fu pioniere di queste cose, prima non c'erano, poi da lì in poi vennero fatte tutti gli anni. Esistevano cooperative su verso Bologna, di questo genere, ma in Toscana non c'era niente di questo genere. Noi non volevamo solo la comunità, volevamo una cosa di lavoro... perché ognuno poteva anche rimanere a casa sua, che la vita finisce alle 17 e mezzo fino a che ho lavorato... noi avevamo sviluppato questo tipo di progetto perché volevamo fare questo tipo di esperienza, ma se uno voleva allontanarsi andava bene... l'importante era il lavoro, non la comunità e basta... invece in Emilia c'era già qualcosa di simile... www.memoriecooperative.it 42 c'erano persone, come Graziano Lancioni, di provenienza diversa, come ideali, come tipo di veduta... ma andava bene così... eravamo tutti sotto i 30, forse a parte Iliano ma siamo lì... Intervistatore: E poi ci fu la storia del Filetto, che mise in crisi la cooperativa... Ingrid Galletti: Uscì fuori un terreno demaniale, al Filetto, nel Comune di Massa Marittima: e tutto si ridusse a quel progetto lì, era tutto indirizzato verso quel progetto lì. Ci facevamo conoscere per quella cosa lì. Il discorso è andato in questo modo: noi esistevamo già come cooperativa, tutti avevamo già un indirizzo, l'ho detto, avevamo preso un fondo dove ritrovarsi e discutere di che cosa si voleva fare di questa cooperativa. Noi volevamo un terreno nostro, per la cooperativa, per poterci sperimentare. Ci orientammo in generale su che cosa si voleva fare, e non si vide nient'altro: nella zona non c'era niente. La Regione ci disse che l'unica cosa era indirizzarsi su un terreno demaniale. L'unico terreno era a Massa, dove c'era una cooperativa già esistente: non ricordo i motivi, ma si erano ridotti, erano rimasti 2 o 3, erano proprio decaduti come cooperativa, perché erano rimasti pochissimi. Però bisognava dimostrare alla Regione cosa si voleva fare, per avere il finanziamento e passarlo a noi. E si cominciò tutto il progetto per questo terreno. Siamo stati più di un anno intorno a questo discorso... poi si unì a noi Graziano Lancioni... perché ci volevano persone in grado di buttare giù un piano di sviluppo fatto bene... ognuno si prese un “tema” su quello che si voleva fare su questo terreno e si studiò a fondo... io mi ricordo che avevo le pecore da studiare... per un anno intero, di come si dovevano prendere, non si poteva prendere una razza invece di un'altra... si doveva dimostrare alla regione del perché si andava in un direzione invece che in un'altra, in base al terreno o ad altri parametri... era un terreno collinare, andammo a vederlo, c'erano da ristrutturare delle case... il lavoro fu diviso tra tutti... Noi volevamo andare tutti lassù. Addirittura si pensava già di far passare di là il pulmino per i bimbi – ché già esistevano i bimbi... una specie di comune tra virgolette... I lavori su questi terreni erano l'allevamento, l'agricoltura... poi si pensava di fare le marmellate... perché noi si andava dalla pianura fino alla mezza collina... era ben esposta, si vedeva bene il mare in linea d'aria... si voleva fare la produzione di marmellate, si volevano fare gli allevamenti, ad esempio di queste pecore... poi venivano idee man mano che si sviluppavano... l'importante era che ci dessero la possibilità di fare questo progetto... Ma il Filetto fu una catastrofe, non ci fu l'opportunità di prendere questo terreno... mi ricorderò sempre quella sera... dopo ognuno prese la sua strada... prendemmo delle decisioni e quindi non ci interessava più continuare su quel tipo di strada... Alcuni di noi dissero: “Noi si continua in ogni caso, come cooperativa di servizi” www.memoriecooperative.it 43 , ma la maggioranza di noi si disse di no, non ci si stava. Perché noi volevamo un terreno nostro, che sviluppasse un progetto nostro di lavoro e di vita. Io sono andata via nell''80, 3 anni ci sono stata... io sono rimasta lì come nome nella cooperativa, ma non era più attiva. Intervistatore: E dopo questa esperienza che è successo? Ingrid Galletti: Io ho fatto l'infermiera, Licia Poli è in Comune, Lancioni continua a lavorare nelle Terre dell'Etruria, Iliano ha messo su una cooperativa di servizi a Cecina e Daniele ha messo su un agriturismo che conserva gli ideali del Germinal, anche Gianni Borla poi continuò, con una cooperativa di servizi, lavorando col Comune, pulendo le spiagge, raccogliendo le pigne... fino all''86 questa coop si chiamava ancora Germinal... Prendemmo tutti strade diverse. Io dopo volli cambiare perché c'ero rimasta troppo male... a me interessava un discorso di vita non solo di lavoro... Graziano Lancioni Cooperativa “Il Germinal” Intervistatore: Quando fu costituito il Germinal tu eri un impiegato agricolo del COPAL. In che modo ti sei avvicinato al progetto? Graziano Lancioni: Lo abbiamo fatto insieme, nel senso che con gli altri soci fondatori della cooperativa il Germinal, visto che eravamo amici e compagni di lotta (tra virgolette) e di attività politica generale, ho partecipato alla costituzione della cooperativa, con gli scopi che erano previsti dallo statuto che erano la gestione delle terre incolte... Intervistatore: Le terre incolte: è un fenomeno che inizia nel secondo dopoguerra. Ma a che punto è negli anni Settanta? Graziano Lancioni: A Castagneto il fenomeno era molto molto limitato... perché non c'erano superfici agricole... quando fu fatto il censimento dal Comune per vedere quante fossero le terre incolte si vide che a Castagneto non ce n'erano molte, se non qualcuna qua e là ma che non avevano significato da un punto di vista produttivo. Le terre incolte in quegli anni lì erano tutte in altre realtà... o erano terreni demaniali, tipo quelli su per il Filetto, che erano della Regione oppure erano terreni di aziende grosse ma in situazioni diverse, insomma, in www.memoriecooperative.it 44 provincia di Pisa principalmente e in altre parti d'Italia ma quello è un altro discorso. Intervistatore: Parliamo degli scopi del Grminal: sono tanti e vari. Si parla di allevamento, agricoltura, silvicoltura eccetera. C'era questa idea dell'innovazione... Graziano Lancioni: Sì, la cooperativa era nata da quell'esigenza lì. Se la cooperativa avesse trovato delle realtà da cui partire con una attività è chiaro che le vecchie attività [pulizia delle spiagge, della pineta ecc] avrebbero dovuto essere orientate verso quel progetto lì. Tant'è che alcuni soci, come Mazzanti Daniele, mise per conto suo prima le api, poi un podere dove faceva agricoltura biologica... quindi anche se quell'attività non è stata fatta come Germinal poi qualcuno dei soci l'ha realizzata per conto proprio. Intervistatore: Oltre agli scopi della cooperativa si nota sicuramente un legame molto stretto col territorio e la terra: questo territorio e i territori vicini... Graziano Lancioni: Dove c'era la possibilità di fare qualcosa. Il Germinal, anche se non ha gestito l'attività agricola, l'attività boschiva l'ha fatta: prima il taglio del bosco, poi i servizi delle potature, pulizia delle spiagge eccetera. Intervistatore: Nelle parole di Ingrid Galletti e nello statuto è molto vivida la spinta idealistica: mi riferisco soprattutto alla coltivazione collettiva. C'era insomma la ricerca non solo di innovazione nel lavoro agricolo, ma anche la ricerca di un vero e proprio modello alternativo di vita. Graziano Lancioni: Soprattutto all'inizio c'era l'idea di gestire l'azienda non solo dal punto di vista produttivo, ma anche dal punto di vita, delle relazioni. All'inizio si parlava dei kibbutz israeliani: relazioni tra i soci, gestione della famiglia, dei bambini in modo collettivo. Cose che poi non si sono realizzate, però l'intenzione c'era. Mi ricordo che quando realizzai il piano di sviluppo per l'azienda del Filetto c'era anche come attività l'allevamento dei bovini. Nel piano l'avevo riservata, questa attività, alle donne della cooperativa. Mi fecero un partaccione pensando che volessi fare una differenziazione tra uomo e donna, mentre loro volevano andare a tagliare il bosco come gli altri. Poi di fatto era tutto teorico... Intervistatore: Il tuo ruolo qual era? Graziano Lancioni: Tecnico agrario. Io sono agronomo. Continuavo a lavorare alla COPAL, questa era una cosa che facevo a fine lavoro. www.memoriecooperative.it 45 Intervistatore: Come si poneva all'interno del movimento giovanile dell'epoca (eravate tutti o quasi impiegati in agricoltura o comunque lavoratori, c'era solo una studentessa, Licia Poli)? Graziano Lancioni: Uno era operaio, dipendente della coop a Cecina, uno era geometra, una studentessa... legato alla terra c'ero solo io. In quegli anni nacquero tutte le cooperative di quel tipo lì, poi tante di queste sono morte successivamente. Ma furono gli anni in cui c'era questo movimento, questo tipo di cooperative.... alcune riuscirono, altre no, altre mezze e mezze... Intervistatore: Che legami c'erano con le altre realtà cooperative del territorio? Graziano Lancioni: Facevamo tutti parte dell'associazione regionale delle cooperative agricole che aderiva alla lega delle cooperative. In parte il mio ruolo era dato dalla COPAL come contributo affinché altre cooperative potessero nascere, svilupparsi. La COPAL faceva un po' da guida, da aiuto, perché lì non c'era niente, non c'erano soldi, niente... Intervistatore: Parlami del progetto del Filetto: fu una svolta fondamentale e ciò che portò alla chiusura del progetto. Graziano Lancioni: In quegli anni, dopo il censimento delle terre incolte, ci fu una direttiva della Regione Toscana, per cui si entrò in possesso da parte della forestale e di alcuni dipendenti statali, di alcuni territori (tra cui l'azienda Filetto che era gestita dalla lega della forestale e quindi tramite la Comunità Montana di Massa Marittima). C'era l'indirizzo di non gestire direttamente come ente pubblico, come Comunità Montana, i terreni che erano venuti in dotazione ma di affidarli possibilmente a cooperative di operai forestali o a cooperative che si proponevano di gestire questi territori. Saputo questo fu fatta questa richiesta con un piano di miglioramento di quell'azienda. In parte è avvenuto con l'accordo della Comunità Montana, in parte fu ricostituita la cooperativa del Filetto, che era attiva su quel territorio ma aveva pochi soci: in questo modo il Filetto fu dato in gestione alla cooperativa del Filetto. Intervistatore: Dopo la vicenda del Filetto la cooperativa andò avanti? Graziano Lancioni: No la cooperativa il Filetto andò avanti un anno e mezzo, poi chiuse e ridette la disponibilità della gestione dell'azienda alla Comunità Montana. Alcuni soci ritornarono al Germinal e io rimasi lì dov'ero e dove sono tutt'ora [allora alla COPAL e oggi alle Terre dell'Etruria]. www.memoriecooperative.it 46 Cooperativa Altro Spazio (a cura di Sergio Betti) La Cooperativa Altro Spazio si costituisce il sette novembre 1980 nel Comune di Castagneto Carducci. Poi ottiene l’autorizzazione da parte dell’Amministrazione Comunale (che è proprietaria dell’area denominata “La Pinetina”, ubicata in località Le Tane – Donoratico), ad usare lo spazio dietro pagamento di un affitto stabilito come da delibera comunale. La Cooperativa Altro Spazio utilizza i finanziamenti per il lavoro di ristrutturazione da parte della Cooperativa centri Rousseau (con la quale stipula una convenzione). La cooperativa Centri Rousseau di Milano è già attiva da dieci anni, ha maggiori disponibilità economiche, ed ha un'esperienza in varie parti d’Italia. Oltre alla ristrutturazione la Cooperativa Altro Spazio s’impegna con la Cooperativa Centri Rousseau a sostenere il lavoro di montaggio e smontaggio delle strutture del campeggio adibito ai soggiorni estivi per i ragazzi dai sei agli undici anni, gestito dai Centri Rousseau. Il 31 dicembre 1981 l’assemblea dei soci Altro Spazio in seconda convocazione approva all’unanimità, (perché lo ritiene importante, dopo ampia ed esauriente discussione), l’iscrizione della società cooperativa alla Lega nazionale delle Cooperative. Tra l’estate del 1981 e l’estate del 1982 ci sono state novità importanti nell’attività del campeggio: l’introduzione di quattro bambini per ogni turno che abitano nel Comune di Castagneto C.cci, l'introduzione di bambini handicappati e/o caratteriali, l'introduzione di tre educatori/monitori cosiddetti “alla pari”, (di sedici–diciotto anni). L’introduzione dei bambini del luogo rientrava negli obbiettivi della Cooperativa Altro Spazio; per tale motivo, l’Amministrazione Comunale ha stabilito un accordo con la Cooperativa Centri Rousseau, affinché i bambini del luogo fossero inseriti nel soggiorno estivo e compresi quindi nel numero iniziale dei sessanta che formavano la comunità. La Cooperativa Altro Spazio si è occupata anche di attività invernali, e vi sono i documenti che dimostrano che nel novembre del 1983, la cooperativa ha raccolto le olive prodotte nei terreni di Donoratico, di proprietà dell’Amministrazione Comunale Località Casone Ugolino e Località Guidalotto La cooperativa ha svolto questo lavoro agricolo, impegnandosi a realizzare il quantitativo d’olio che le olive avrebbero dato, per poi utilizzarlo al campeggio estivo “La Pinetina”. C’è stata anche un’altra nuova attività nel periodo invernale 1983. Nel periodo natalizio, la Cooperativa ha proposto per la prima volta, l’attività di ricerca e di esposizione di lavori e attività espressive – manuali, artigianali, e/o artistiche, presenti nel territorio che si estende da Castagneto Carducci a Rosignano Marittimo – comprensorio corrispondente alla zona 14 della Provincia di Pisa e www.memoriecooperative.it 47 Livorno. La realizzazione del lavoro è stata autorizzata dal Comune di Castagneto, il quale ha permesso che l’esposizione/mostra potesse svolgersi nel centro storico e in altri locali chiusi. In sostanza la Cooperativa ha messo in pratica gli orientamenti descritti nel proprio Statuto, realizzando attività di carattere politico, culturale e ricreativo, con elementi di natura storica. www.memoriecooperative.it 48 Orologio donato ai soci dalla Cooperativa di Consumo di Bolgheri. Foto di Bruno Innocenti www.memoriecooperative.it