Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1 – CN/MI
L’IDROGENO, IL NOSTRO PAESE E L’EUROPA pag. 4 • GUIDA ALL’ARCHITETTURA PER SCOPRIRE MILANO pag. 7 • 100 ANNI FA IL CANALE DI PANAMA pag. 16 • GRANDI MAESTRI: GIORGIO SALVINI pag. 23
EXPO 2015/
MOBILITÀ/
In viaggio
tra padiglioni:
alla scoperta
dell’Angola
Auto elettrica,
il risveglio dopo un lungo letargo
dott. ing. Paolo Chiastra
a pag. 2
a pag. 4
N. 6 - Giugno 2015
www.giornaleingegnere.it
Dal 1952 periodico di informazione per ingegneri e architetti
1563
Un Focus che fa il punto della situazione su un tema riguardante complessivamente l’intera categoria
Gli ingegneri, l’Italia e l’internazionalizzazione
La posizione del CNI e le esperienze di chi opera sul campo
dott. ing. Franco Ligonzo
Internazionalizzazione e Reti e/o società
di professionisti (vedere n.3/2015) non
debbono essere titoli per convegni, ma
per gli elenchi delle cose da fare subito.
Il mondo delle imprese testimonia che
solamente quelle di certe dimensioni e
quelle che esportano riescono a cresce­
re, nonostante la crisi dei consumi e de­
gli investimenti interni. Certo, i servizi
di ingegneria­architettura, e in genere
tecnici, sono diversi dalla produzione
di beni, ma anche loro hanno una do­
manda estera: si tratta di essere in gra­
do di captarla. Si può obbiettare che i
nostri studi professionali sono troppo
piccoli per farlo, ma anche il mondo del­
le imprese è costituito in gran parte di
microimprese; loro però vengono sup­
portate fattivamente dalle loro associa­
zioni: aiutate nei processi di cambia­
mento culturale e generazionale, aiutate
nei processi di integrazione fra imprese
concorrenti o complementari, aiutate
nei processi riorganizzativi, aiutate nella
ricerca pre­competitiva, ecc… Gli Ordini
provinciali degli Ingegneri e Architetti,
o forse i loro Collegi, dovrebbero fare
altrettanto, con pari concretezza.
EDITORIALE
Il nuovo modello economico
basato sulla conoscenza
prof. ing. Pierangelo Andreini
Superare
la crisi.
Ma come?
prof. dott. Giuseppe Lanzavecchia
O
ramai in tutto il mondo ci si è resi conto di
tante cose che stanno
sconvolgendo le regole del
gioco; così Antonio Carioti
parla, su La Lettura, del grande balzo all’indietro del lavoro
caratterizzato da precarietà,
niente diritti, scarsa tutela previdenziale, “pluriattività” e che
la condizione odierna dei giovani ricorda quella degli operai un secolo fa; Klaus Zimmermann sul Corriere afferma che il posto fisso a vita è
una realtà del passato.
segue a pag. 11
La Metro 5 di Milano
è campione di innovazione
Quelle riflessioni
di ottant’anni fa
dott. ing. Franco Ligonzo
Oggi, seguendo certi pensieri,
mi è tornato alla mente una frase letta mentre mi accingevo a
recensire il libro di Arturo Danusso “Spiritualità e conoscenza
nel lavoro dell’ingegnere”.
segue a pag. 10
N
el ‘94 gli utenti connessi erano 13 milioni, ora sono
oltre tre miliardi e tra cinque anni saranno sette,
con 50 miliardi di oggetti collegati alla rete tra
loro interagenti. Da internet delle persone si è passati ad
internet delle cose e si sta passando a internet of everything che, integrando hardware, software, sensori di controllo, big data e connettività, consentirà di attingere dal
web un’infinità di conoscenze relative a qualunque cosa
e in cui ogni cosa sarà dotata di una precisa identità: persone, organizzazioni, apparati, componenti, prodotti, luoghi, contenuti e idee. Quando tutto, persone e oggetti,
sarà connesso al web si realizzerà una rete ibrida dalle
molteplici potenzialità che permetterà a ciascun ente di
dialogare, anche a distanza, con soggetti, oggetti e l’ambiente. Così, in pochi anni, si attuerà un’autentica rivoluzione che traghetterà il Mondo verso un altro modello
economico. Un modello basato sulla conoscenza, capace
di coniugare crescita e sostenibilità, competitività e occupazione, qualità della vita e coesione sociale.
segue a pag. 12
L’INTERVENTO
TRASPORTO URBANO
PENSIERI IN LIBERTÀ
Roberto Di Sanzo
a pag. 5
segue a pag. 10
L’INTERVISTA/FRANCO RADICI
LINEA DIRETTA CON GLI ORDINI
AOSTA
Campane: “Monte Bianco,
le nuove funivie modello
di eccellenza”
MANTOVA
Tessile, una seconda
giovinezza è possibile
L’ALLEGATO
“Argomenti”, notizie
dall’Ordine di Milano
Dopo aver discusso per anni di off-shoring delle attività manifatturiere per competere sui mercati globali, da almeno un
paio d’anni si sta parlando di re-shoring per combattere la
bassa crescita e l’impoverimento nazionali. Negli USA il reshoring è in corso; al solito, in Europa se ne parla.
a pag. 7
Ferrante: “Turismo
e viabilità per rilanciare
una città in difficoltà”
Speciale
BERGAMO
Riva: “La crisi dell’edilizia
condiziona fortemente
i liberi professionisti”
Efficienza
dei mezzi
di cantiere
a pag. 18
a pag. 8-9
Gli iscritti all'Ordine degli Ingegneri
della provincia di Milano trovano alle­
gato a questo numero "Argomenti",
prodotto editoriale di informazione
del sodalizio
milanese.
Tra i temi trat­
tati, segnalia­
mo le linee
guida per l'ac­
cesso degli in­
gegneri al fon­
do di garanzia
PMI, un'inda­
gine sui lau­
reati al Poli­
tecnico di Mi­
lano e un arti­
colo dedicato
a "Cert­Ing", l’Agenzia Nazionale per
la Certificazione Volontaria delle Com­
petenze degli Ingegneri. Uno spazio
ad hoc è destinato, infine, anche ai
crediti formativi e al conteggio degli
stessi.
2
N. 6 - Giugno 2015
il GIORNALE dell’INGEGNERE
Expo 2015
1563
Dal 1952 periodico di informazione per ingegneri e architetti
Direttore responsabile Bruno Finzi
Presidente del Collegio Ingegneri e Architetti di Milano
Condirettore Pierangelo Andreini
Direttore scientifico-culturale
Franco Ligonzo
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Redazione
Responsabile: Sandra Banfi
Davide Canevari, Roberto Di Sanzo
Direttore editoriale
Pierfrancesco Gallizzi
Coordinatore della newsletter:
Marco Zani
Comitato di gestione
Bruno Finzi, Eugenio Radice
Fossati, Anna Semenza,
Gianni Verga
Comitato d’onore:
Adolfo Colombo, Riccardo Pellegatta,
Fabio Semenza, Carlo Valtolina,
Gianni Verga
Comitato Scientifico Culturale
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abbonati al Giornale dell’Ingegnere
Presidente Onorario
Giulio Galli
AREA STRATEGICA
Sergio Barabaschi, Vittorio Coda,
Alberto Quadrio Curzio, Adriano
De Maio, Giuseppe Lanzavecchia,
Massimo Saita
AREA FORMAZIONE,
RICERCA E INNOVAZIONE
Umberto Bertelè, Maurizio Cumo,
Aldo Norsa, Lucio Pinto, Michele
Presbitero, Umberto Ruggiero,
Claudio Smiraglia, Cesare Stevan
AREA TECNICA,
ECONOMICA, NORMATIVA
E PROFESSIONALE
Pierangelo Andreini, Guido Arrigoni, Giancarlo Bobbo, Gianmario
Bolloli, Sergio Brofferio, Giuseppe
Callarame, Vittorio Carnemolla,
Franco Cianflone, Sergio Clarelli,
Piercarlo Comolli, Antonio De
Marco, Mario Ghezzi, Gian Carlo
Giuliani, Leopoldo Iaria, Franco Ligonzo, Giovanni Manzini, Ernesto
Pedrocchi, Michele Rossi, Alberto
Rovetta, Angelo Selis, Giorgio Simeone, Franco Sironi, Andrea
Sommaruga, Francesco Tozzi Spadoni.
Di diritto componenti del Comitato
Scientifico Culturale “Area Tecnica,
economica, normativa e professionale”
Collegio ingegneri di Pavia: Luca
Fraschini, vice presidente vicario.
Collegio ingegneri di Venezia:
Maurizio Pozzato.
Ordini ingegneri: Alessandria:
Marco Colombo; Aosta: Edgardo
Campane; Bergamo: Emilia Riva;
Brindisi: Augusto Delli Santi; Caserta: Vittorio Severino; Catanzaro: Salvatore Saccà; Como: Franco
Gerosa; Cremona: Adriano Faciocchi; Cuneo: Adriano Gerbotto; Imperia: Domenico Pino; Lecco: Antonio Molinari; Lodi: Luca Bertoni;
Mantova: Tommaso Ferrante; Milano: Stefano Calzolari; Monza e
Brianza: Piergiorgio Borgonovo;
Napoli: Luigi Vinci; Novara: Maurizio Riboni; Parma: Angelo Tedeschi; Pavia: Augusto Allegrini;
Reggio Emilia: Carlo Rossi; Sondrio: Marco Scaramellini; Torino:
Remo Vaudano; Treviso: Vittorino
Dal Cin; Varese: Roberta Besozzi;
Verbano, Cusio, Ossola: Alberto
Gagliardi; Vercelli: Francesco Borasio.
Hanno collaborato a questo numero: Federico Acuto, Monica Antinori, Aurelio Ascoli, Paolo Basso Ricci, Carlo Belvedere, Federica Carletta, Annamaria
Carriero, Paolo Chiastra, Silvia Guagliumi, Giuseppe Lanzavecchia, Giuseppe
Mangiagalli, Davide Rossini
Proprietà Editoriale
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“Alimentazione e cultura: educare per rinnovare”
La doppia valenza del padiglione dell’Angola
prof. arch. Federico Acuto*
A
più di un mese dall’inaugurazione di Expo Milano 2015 è
possibile visitare i padiglioni
ormai a regime, potendone
valutare complessivamente la
funzionalità, l’architettura e le
soluzioni costruttive.
Il tema scelto dalla Commissione Interministeriale dell’Angola è “alimentazione e cultura: educare per innovare”. Il
padiglione offre ai visitatori
un percorso espositivo su
questo grande paese africano
attraverso la conoscenza della
sua cultura alimentare, la sua
ricca geografia e le sue risorse,
con grande attenzione alle
scelte di sviluppo sostenibile.
L’albero dell’ imbondeiro
(baobab), considerato come
albero sacro nella cultura angolana, è il punto di partenza
dal quale il visitatore comincia un viaggio culturale e gastronomico, scoprendo le caratteristiche particolari e uniche della terra e del mare
dell’Angola.
Chiave di lettura parallela è
quella del ruolo fondamentale
della donna nella società e
nella cultura angolana: l’imbondeiro mostra e racconta
le storie delle donne angolane
in un momento storico di
grande mutamento.
Il progetto è frutto di un intenso lavoro di squadra – all’insegna di un approccio innovativo e dinamico alle problematiche espositive con integrazione tra tecniche di entertainment e education - che
ha intrecciato diverse professionalità di livello internazionale: l’arch. Paula Nacimento,
membro della Commissione
e delegata per il progetto, la
società Atlantic Alliance specializzata nella realizzazione
di musei e strutture espositive
e la società di progettazione
Masterplanstudio di Milano.
La ricchezza dei contenuti
del programma museale; le
avanzate tecnologie audiovisuali utilizzate, insieme alla
sua architettura, ispirata all’incontro tra modernità e
ambiente tropicale e alle scelte tecnologiche e costruttive,
fanno del padiglione dell’Angola una delle realizzazioni
più complete e dimostrative.
Non si può dimenticare, infatti, che l’architettura espositiva delle grandi Esposizioni
Universali, si caratterizza per
l’incontro tra contenuti divulgativi, grafica, arti figurative
e cultura del progetto. Il padiglione, dunque, possiede
una doppia valenza: è una
“macchina scenica” che partecipa allo stesso tempo dell’edificio, per la sua grande
complessità funzionale e
strutturale, e dell’allestimento,
per il carattere effimero, divulgativo e comunicativo.
Form is what, design
is how: idea e
progetto
Il lay-out dell’edificio – sviluppato nei limiti della sagoma obbligatoria di Expo di
circa 15,00 x 90,00 x 15,00 m
per 2700 m2 di superficie
complessiva – è basato su una
sequenza di spazi chiusi e
spazi aperti che ne scandiscono l’insieme.
La struttura si articola in
quattro momenti principali.
Primo elemento è costituito
dal grande volume della
“macchina espositiva”, destinato alla fruizione intensiva
(fino a 8-12 mila visitatori
giorno). L’idea originaria dell’
“albero” - in un primo tempo
concepita soltanto come tema dell’allestimento - ha poi
ispirato il concept di tutta la
struttura del padiglione; l’intera “macchina espositiva”, è
sorretta da un telaio centrale
composto da quattro pilastri,
capaci di sostenere due grandi travi reticolari in legno lamellare (25,00 x 8,00 m circa),
le quali sostengono i diversi
livelli espositivi, concepiti come vere e proprie balconate
affacciate sullo spazio centrale
e l’intera copertura verde.
Lo spazio principale è distribuito da un lungo percorso
in rampa che conduce fino al
ristorante-giardino sulla copertura; l’articolazione spaziale è esaltata da questa promenade che permette la visione dei contenuti audiovisuali da molteplici punti di vista; i suoi potenti sostegni
verticali - a forma di “V” - rafforzano le linee ascendenti e
dinamiche del grande spazio
espositivo.
Dagli spazi museali si può anche accedere ad una serrabelvedere dalla quale si ammira la prospettiva degli altri
padiglioni sul “decumano”.
Secondo elemento sono le
“stanze” all’aria aperta (ovvero
i patii) che scandiscono il volume allungato del padiglione,
favorendo l’integrazione tra
spazi chiusi e aperti, tra interno ed esterno, e offrendo alcuni momenti di sosta all’infaticabile visitatore Expo.
Terzo elemento è rappresentato dal corpo centrale di forma regolare nel quale si trovano gli spazi di rappresentanza e per eventi ed esposizioni temporanee, nonchè il
volume tecnico del palco all’aperto e degli uffici operativi.
Il quarto elemento fondamentale che caratterizza il padiglione è la grande “quinta”
o “facciata scenica”, modulata
e ritmata dalle geometrie tipiche dei tessuti tradizionali,
scomposti e ricomposti in
una spettacolare struttura tridimensionale che accoglie il
logo dell’Angola e un sofisticato sistema illuminotecnico.
Costruzione
e innovazione
tecnologica
La realizzazione – in soli otto
mesi - del padiglione dell’An-
gola ha permesso di affrontare sul campo alcune significative problematiche del
progetto di architettura e ingegneria:
n la completa prefabbricazione a secco con totale modularità delle componenti;
n l’utilizzazione di materiali
e sistemi strutturali diversi
(acciaio-legno-calcestruzzo),
ciascuno per le sue ottimali
prestazioni;
n la reversibilità/smontabilità
del padiglione, finalizzata alla
sua containerizzazione; infatti,
nei programmi del Governo,
il padiglione è destinato ad
essere rimontato in Angola
come edificio culturale.
La “temporaneità” della struttura è stata, quindi, interpretata non come mera esigenza
di “semplificazione”, ma come opportunità per sperimentare la massima personalizzazione e innovazione dei
sistemi prefabbricati; e così
anche le esigenze di rapidità
di realizzazione con tecnologia a secco sono state spinte
oltre i normali standard proprio per permettere la totale
reversibilità del manufatto.
Inoltre, per come è stato im-
La passerella di Cascina Merlata,
opera che resterà patrimonio cittadino
dott. ing. Monica Antinori*
Il progetto della passerella Expo - Cascina Merlata si inserisce in un contesto di importanti trasformazioni in occasione dell’evento Expo 2015
e rappresenta un elemento di
congiunzione tra due progetti:
l’area Expo e l’intervento di
Cascina Merlata, poco più a
sud.
Caratteristica fondamentale è
la sua natura permanente.
L’ambito Expo è caratterizzato dalla presenza di elementi
naturali e artificiali che hanno
fortemente vincolato la progettazione. Si tratta, invero,
di presenze assai comuni in
un’area metropolitana densa
e fortemente infrastrutturata
come quella milanese, dove
spesso si incorre nella presenza di condutture, sottoservizi,
elettrodotti, impianti tecnologici, parcheggi, viabilità che
devono essere opportunamente considerati nella progettazione degli interventi. Per
quanto riguarda l’ambito di
progetto della passerella pe-
donale Expo - Cascina Merlata, il vincolo principale nella
progettazione è il limite fisico,
intrinseco alla progettazione
di una passerella, ovverossia
l’attraversamento, in questo
caso, dell’Autostrada A4 Milano-Torino, di due linee ferroviarie (Milano-Domodossola e l’Alta Velocità Torino–
Milano).
Il tracciato della passerella,
inoltre, era obbligato a osservare le fasce di rispetto dalle
strade, dal tracciato ferroviario
dalle linea elettrica aerea di
alta tensione, e dagli elettrodotti.
Le interferenze sono state
considerate con estrema attenzione, per alcune è stato
necessario provvedere al loro
trasferimento adottando soluzioni localizzative e progettuali che rispondessero sia alle
esigenze di funzionamento
del Polo esterno della Fiera,
sia alle esigenze di una corretta organizzazione territoriale.
Dopo un’attenta analisi del
territorio che viene attraver-
sato dal manufatto, gli svariati
vincoli dimensionali menzionati hanno condizionato la
morfologia della passerella ciclopedonale portando a progettare un’opera che si sviluppa completamente in elevazione.
Il posizionamento delle ricadute a terra più funzionale e
corretto ha imposto la scelta
di una campitura con luce
massima di 105,00 m, (per superare l’Autostrada A4 e lo
scalo ferroviario Fiorenza), la
scelta ha perciò condizionato
la progettazione del manufatto nella sua interezza. Per coprire una luce di tale entità è
stato studiato il posizionamento effettivo degli appoggi
in rapporto con i vincoli dimensionali, riducendo la luce
effettiva tra gli appoggi dell’impalcato a 85,00 m, ottenuta attraverso ricadute a terra costituite dai caratteristici
elementi obliqui (a “V”). Tale
tipologia di ricaduta a terra è
stata proposta dagli architetti
per tutte le campate.
Costituita da tronconi iper-
N. 6 - Giugno 2015
postato lo schema strutturale,
le varie parti dell’edificio risultano indipendenti; ciò significa che dopo il periodo
dedicato all’EXPO, l’edificio
potrà essere riassemblato anche in modo alternativo, oppure i diversi blocchi potranno essere utilizzati separatamente.
Gli elementi caratteristici e
peculiari del progetto strutturale sono:
n la realizzazione di telai
strutturali iperstatici, in calcestruzzo e legno lamellare, totalmente prefabbricati e totalmente montati in opera a
secco, completamente smontabili grazie all’adozione di
giunti strutturali a incastro in
carpenteria metallica, flangiati
e bullonati, in grado di assorbire le sollecitazioni dovute
ai carichi orizzontali da vento
e sisma, ovvero in grado di
trasmettere, oltre alle forze assiali e a quelle di taglio, anche
i momenti; tali giunti di facile
assemblaggio in opera, hanno
permesso una notevole riduzione dei tempi di montaggio;
n l’adozione di connessioni
interamente a secco, senza
getti integrativi, nell’ottica sia
della veloce e “meccanica”
messa in opera, sia della immediata e facile smontabilità
dell’edificio;
n per il legno, la realizzazione di connessioni delle travi
reticolari, realizzate impiegando la tecnologia delle barre
resinate in grado di produrre
connessioni protette, a scomparsa o rivestite, tali da garantire adeguati requisiti di resistenza al fuoco (R=90’).
n per il CA, l’utilizzo di calcestruzzo autocompattante
ad alte prestazioni RcK 750
(con sfruttamento della massima resistenza consentita dalle norme), che ha consentito
la produzione di elementi di
statici con campate di
65,00m-80,00m (lato Expo) e
50,00-105,00m e 41,00m (lato
Cascina Merlata), la passerella, larga 6,00 m e con un’altezza variabile massima di
9,00m e minima di 4.40 m,
ha una lunghezza complessiva di 341,00 m circa, in parte
in piano (circa 180.00 m dall’estremo Sud) e in parte in
pendenza al 5%.
La realizzazione di un’opera
in acciaio, con possibilità di
giungere in cantiere con dei
moduli di manufatto già
pronti, ha diminuito inoltre
le tempistiche di realizzazione
dell’opera stessa limitando
l’interruzione dei servizi delle
infrastrutture attraversate; l’acciaio è risultato dunque una
scelta ottimale anche ai fini
3
il GIORNALE dell’INGEGNERE
limitato spessore, connessi tra
loro in nodi di dimensioni
contenute, ma in grado di sostenere azioni di notevole intensità.
L’utilizzo di due tecnologie
costruttive e strutturali ovvero
quella del legno lamellare per
la parte museale e la grande
scala centrale e quella del Cls
prefabbricato per le parti normalizzate, ha permesso di ottimizzare i tempi della produzione in officina e di semplificare la gestione del cantiere.
Le strutture in legno:
un albero per la vita
Le grandi travi reticolari in
legno lamellare sono parte integrante del disegno degli
spazi espositivi: l’ossatura
strutturale è verso l’interno
interamente a vista e viene
esibita nella sua forte espressività.
Il telaio centrale in acciaio costituisce idealmente il fusto
dell’albero che sostiene le due
travi in legno lamellare di
grande luce, a cui sono sospesi gli orizzontamenti dei
piani espositivi (a quota 4,00
e 8,00 m) e quello di copertura (a quota 12,00 m); si tratta di una soluzione di notevole complessità strutturale,
sia per gli sbalzi, sia soprattutto per i carichi rilevanti (in
particolare la copertura che
ospita i giardini pensili con significativi volumi di terreno).
Tutto il sistema strutturale in
legno è smontabile e containerizzabile, pertanto i giunti
sono realizzati con flange metalliche, ancorate in testa agli
elementi mediante barre in
acciaio inserite e solidarizzate
nel legno mediante l’impiego
di resine epossidiche di particolare formulazione. Tutte
le connessioni tra elementi in
legno sono a scomparsa o so-
della cantierizzazione del manufatto.
La PEM è un ponte di terza
categoria a via inferiore, costituito da due travi parete reticolari in acciaio disposte verticalmente lungo lo sviluppo
longitudinale della passerella,
chiuse sia superiormente che
inferiormente da un orizzontamento realizzato con una
doppia orditura di profili in
acciaio e irrigidito da un sistema di controventamento.
Per quanto riguarda i dispositivi di vincolo tra impalcato
e sottostrutture (pile, spalle,
fondazioni in c.a.) sono stati
scelti in modo da avere le caratteristiche previste dallo
schema statico e cinematico
assunto in fase progettuale,
sia con riferimento alle azioni,
no rivestite per garantire requisiti di resistenza al fuoco
di 90’.
Evidentemente, ciò ha richiesto una notevole tecnologia
in fase di realizzazione del
giunto in stabilimento con lavorazioni eseguite da macchine a controllo numerico.
Il CLS: verso
una prefabbricazione
flessibile e su misura
Il disegno dei corpi di fabbrica
in cemento armato prefabbricato trova il suo principio
ispiratore nell’idea della regolarità e della semplicità strutturale in funzione delle operazioni di montaggio/smontaggio. Vista l’assenza di nuclei portanti in grado di sopportare le azioni orizzontali
da vento e sisma, si è optato
per un sistema a telaio di pilastri e travi uniti con giunti
ad incastro a formare un sistema iperstatico strutturalmente del tutto autonomo.
I nodi sui pilastri, che accolgono le travi principali e quelle secondarie di sostegno dei
solai, sono “allontanati” dal
pilastro nella posizione di minima flessione della trave e
sono posti, ai livelli dei diversi
orizzonti di piano, sulla stessa
quota; si realizza così un sistema di collegamento modulare, lineare e funzionale,
montato anch’esso totalmente
a secco.
A loro volta, le teste delle travi alloggiano gli elementi scatolati in acciaio necessari al
loro collegamento con il pilastro; così facendo il sistema
diventa così totalmente accessibile sia nelle fasi di montaggio sia in quelle di smontaggio.
Gli sbalzi, invece, sono sostenuti da travi in appoggio che,
sormontando le travi di collegamento, ne sottolineano,
sia con riferimento alle distorsioni. Questi dispositivi rispettano quanto richiesto nella
normativa tecnica (NTC
2008).
Particolare attenzione è stata
rivolta allo “human comfort”,
ovvero alla percezione delle
vibrazioni prodotte dal vento
e dal transito dei pedoni. Il
comfort dell’utente, legato alle
deformazioni e vibrazioni della struttura, deve essere garantito in confronto alle eccitazioni dinamiche prodotte
sia dall’azione del vento sia
dal transito dei pedoni. Anche
se questi fenomeni non comportano un abbassamento
della sicurezza strutturale, risulta evidente che le oscillazioni marcate provocano sensazioni di disagio e insicurezza in colui che transita sulla
passerella. Questi effetti che
il fenomeno produce sul pedone, sia di tipo fisico che psicologico, dipendono da un
gran numero di parametri, e
sono stati tenuti sotto controllo già nelle fasi iniziali del
progetto della passerella.
*Senior Strutture
Construction & Dismantling
Department
TO Technical Office
Expo 2015 S.p.A.
pur con elementi snelli, la rilevanza strutturale.
I solai sono costituiti eccezionalmente da lastre di grandi
dimensioni (2,50 x 8,00 m) di
soli 10 cm di spessore
La realizzazione del padiglione della Repubblica dell’Angola in Expo Milano 2015
rappresenta un momento di
significativa sperimentazione
di tecnologie finalizzate al
perfezionamento di sistemi
costruttivi con giunti meccanici reversibili.
Tale sfida – strettamente legata alla temporaneità – obbliga ad uno sforzo di ideazione, in termini di utilizzo
delle caratteristiche proprie
dei diversi materiali, di razionalizzazione delle concezione
strutturale e semplificazione
delle modalità di montaggio,
che possono essere considerate come dimostrative di un
più ampio spettro di applicazioni, anche e soprattutto in
contesti - come per esempio
quello del continente africano
- in via di forte sviluppo e con
realtà urbane in fortissima
espansione.
*DABC, Politecnico di Milano
CLIENT
Interministerial Commission of Angola for Milano Expo 2015
PROJECT TEAM
Angola Republic Interministerial Commission
Architecture deputy member: Arch. Paula Assis Nascimento
Architectural Consulting: Arch. António Gameiro
Atlantic Alliance & MUSE Architecture Department (Dir. Arch. Daniel
Toso)
Masterplanstudio Milano (Dir. Arch. Federico Acuto)
Electrical and Mechanical Engineering
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WoodBeton Spa
Precast Concrete Structure
Prefabbricati Camuna Srl
4
N. 6 - Giugno 2015
il GIORNALE dell’INGEGNERE
MOBILITÀ
Hanno ucciso l’auto elettrica! Anzi, no...
dott. ing. Paolo Chiastra*
L’OPINIONE
I
l motore a combustione interna, variamente alimentato, ha rappresentato la
spietata “killer application” dei
veicoli a trazione elettrica autonoma, seppellendo per centinaia d’anni ogni speranza di
riesumazione. L’auto elettrica
ha visto la luce ben prima
(1835 circa) di quella a motore
endotermico (1853 BarsantiMatteucci) ma, nonostante abbia vissuto un momento di
buona diffusione sul finire del
XIX secolo, grazie all’avvento
della batteria ricaricabile al
Piombo-Acido (1860), è stata
definitivamente soppiantata negli anni ‘20 rimanendo in uso
solo per specifici e limitati utilizzi. Nei decenni seguenti, non
sono mancati isolati tentativi
di riesumazione che in concreto non hanno avuto sviluppo
in quanto altro non erano che
azioni o volte a creare interesse
intorno al marchio proponente
o mirate ad ottenere finanziamenti di ricerca.
Eppure la trazione elettrica offre, rispetto all’ICE (Internal
Combustion Engine), vantaggi
interessanti in termini di peso,
ingombro, elevata coppia, assenza del gruppo cambio-frizione e assenza di vari servizi
ausiliari meccanici ed idraulici.
Con un rendimento prossimo
al 60%, nessun inquinamento
sul luogo di utilizzo, ridotte vibrazioni e rumore limitato al
rotolamento dei pneumatici, il
motivo della disfatta non è da
ricercarsi nel sistema elettromeccanico in sé ma nella fonte
di energia con cui alimentarlo.
Infatti, i veicoli elettrici sono
validi se l’alimentazione viene
erogata in tempo reale dall’esterno (conduzione-induzione) ma se l’energia deve essere
entrocontenuta nel veicolo non
si è in grado ancora oggi, di
fornire prestazioni capaci di
soddisfare la richiesta abituale
dell’utente tipo: autonomia di
circa 500 km, velocità prossime
o superiori ai 100 km/h, tempi
di ricarica di pochi minuti, carico pagante di circa 350 kgp,
capacità di superare pendenze
elevate, sicurezza, affidabilità e
costi ragionevoli.
Così, quando apparirono il col.
Drake (nel lontano 1859) con
la sua efficiente trivella petrolifera e, poco dopo, Rockefeller
che diventa il grande distributore della magica e puzzolente
mistura di idrocarburi, capace
di accendere le lampade che
hanno illuminato le ferventi
menti di Otto, Diesel e altri
pionieri, ecco che sarà proprio
questa luce divenuta accecante
che farà il buio intorno all’auto
elettrica con l’inesorabile declino negli anni ‘20.
Il perché è facile da capire mettendo giù due rozzi conti e senza considerare i rendimenti:
con 37 kgp di benzina (44,8
MJ/kgp), ovvero la capacità di
un serbatoio medio (50 l), che
richiede solo un paio di minuti
per essere rifornito, si immagazzina l’energia necessaria per
muovere una massa di 1500 kg
a 120 km/h per 600 km. Stessa
sorte hanno subito autoveicoli
ibridi che sono comparsi molto
presto (1897 Lohner-Porsche,
1909 Henri Pieper) per poi, come le pure elettriche, scomparire subito dopo.
Il risveglio della
“Bella Addormentata”
L’idea di autoveicoli elettrici
“puri” in realtà non è mai morta ma è solo caduta in un profondo sonno. Come detto in
precedenza, nel tempo si sono
susseguiti vari risvegli, praticamente con una sola tipologia
di batteria: la più semplice, economica ed eterna, cioè quella
al Pb, a cui l’umanità deve es-
Idrogeno: perché l’Italia
non è in Europa?
dott. ing. Federica Carletta*
sere molto riconoscente. Purtroppo, per questa applicazione
particolare, i valori di energia
specifica appaiono “ridicoli” se
paragonati a quelli del petrolio
e del tutto inadatti all’uso pratico: per immagazzinare appunto l’energia di 37 kgp di
benzina equivalenti a 1650
MJoule (460 kWh) occorrono,
nella migliore ipotesi di 50
Wh/kg, circa 9000 kgp. Si può,
ironizzando malignamente, che
sul tema c’è stata molta affinità
con le ricerche sul moto perpetuo...
In Italia, il Centro Ricerche
FIAT ha iniziato ad occuparsi
di autoveicolo elettrico negli
anni ‘60, sviluppando nel 1990
la Panda, nel 1992 la 500 Elettra, nel 1994, insieme al CNR,
la ZIC (Zero Impact Car) e nel
1998 la 600 Elettra... niente
male. Per l’ibrido elettrico sarà
negli anni ‘80 che si intravederanno possibilità concrete di
stosa, alta capacità energetica,
leggera e poco ingombrante,
rapidamente ricaricabile, semplice, resistente alle basse temperature, affidabile e dalla lunga
vita in termini sia temporali che
di cicli - ci si arriverà prima o
poi - immediatamente appare
un altro ostacolo da superare:
quello di trasferire in modo
pratico l’energia elettrica a bordo veicolo a batteria scarica.
Un’idea semplice è quella del
Battery Swap, ovvero della sostituzione dell’intero pacco in
stazioni apposite (es: Renault
Quickdrop in 3 minuti). Purtroppo, a tanta semplicità non
corrisponde altrettanta fattibilità: problemi di dimensioni
non standard, di costi elevati e
di ricarica della giacenza presso
le stazioni, lo hanno bloccato,
almeno per ora, ancora prima
di vedere la luce. La patata bollente passa così dalla batteria
al sistema di generazione, tra-
In Italia, il Centro Ricerche
FIAT ha iniziato ad occuparsi
di autoveicolo elettrico
negli anni ‘60,
sviluppando nel 1990 la
Panda, nel 1992 la 500
Elettra, nel 1994, insieme al CNR, la
ZIC (Zero Impact Car) e nel 1998 la
600 Elettra...
utilizzo con il successivo deciso
affermarsi dal 2000 in poi. Da
allora, si studiano applicazioni
articolate, concettualmente diverse e molto sofisticate, che
prevedono carburanti “convenzionali” e non, batterie di nuova
concezione ed un uso intelligente di elettronica di governo
sistema e motore brushless,
che, per comodità di chi legge,
qui riassumo in forma concisa:
- per i puri EV (Electric Vehicle): BEV (Battery EV), PEV
(PlugIn EV), FCEV (Fuel Cell
EV)
- per gli ibridi elettrici HEV
(Hybrid EV): FHV (Full HV),
MHV (Mild HV), PHEV (PlugIn HEV)
- per gli ibridi alternativi: yHV
(y Hybrid Vehicle con y = Hydraulic, FlyWheel, UltraCapacitor).
Contemporaneamente vengono comunque esplorate anche
tecnologie “non elettriche”:
- per gli ICE, gli AxE (Advanced x Engine con x = Diesel,
Gasoline, Alcol, Gas, Bi-Fuel,
Flexible Fuel), H2E (Hydrogen).
Tornando all’argomento BEVPEV, anche immaginando di
trovare una batteria che soddisfi tutti i requisiti: poco co-
sporto e distribuzione dell’energia elettrica e ai sistemi di ricarica punto a punto.
Non meraviglia quindi che
molti enti di ricerca e industrie
siano impegnati sui fronti:
n impatto sulla generazione
con spostamento dei consumi
di combustibili dalla strada alle
centrali
n impatto sulla trasmissione
(diurna - notturna) per la ricarica delle batterie
n impatto sulla distribuzione
a livello di adeguamento delle
reti locali, con spiragli che si
intravedono con l’attuarsi dell’avveniristica tecnologia delle
Smart Grid (reti intelligenti) e
con il sottosistema dedicato
G4V (Grid for Vehicle)
n adeguamento della infrastruttura di ricarica associato
ai luoghi di parcheggio: abitazioni monofamiliari, condomini, sul lavoro, centri commerciali, apposite stazioni di ricambio-carica, aree di sosta in luoghi pubblici e lungo i marciapiedi... a tal proposito, in varie
città, Milano compresa, si notano accattivanti colonnine (es:
Public Station di ENEL e Emooving di a2a) ma in numero
risicabile. Intorno a loro vediamo biciclette dalla pedalata as-
sistita e pseudo auto dall’aspetto a dir poco strambo con
“compatibilità” all’urto zero e
capacità di trasporto ridotta
all’osso (monoposto più ventiquattrore). In effetti, questi veicoli potrebbero divenire la norma in ambito cittadino e/o come “terza” auto se cambiassero
i modelli di riferimento, le reali
necessità o le normative.
Al di là della struttura del mezzo, se le cose rimangono come
oggi, pensando alle difficoltà di
trovare un parcheggio libero,
anche se immaginassimo di
collocare una colonnina (intelligente o meno) per posto, trovarla libera sarebbe probabilisticamente impossibile.
Si immagini poi ai luoghi di villeggiatura, strapieni solo per un
paio di mesi all’anno, dove sarebbe necessario disporre di
una struttura di ricarica a dir
poco esagerata, dal punto di
vista della ridondanza e della
efficienza.
Conclusioni
L’autoveicolo elettrico (motore-batteria) per funzionare, dipende completamente dal sistema energetico esterno. Visto
nella sua globalità questo insieme (motore-batteria-energia),
prima dello sviluppo, dovrà risultare vantaggioso e sostenibile (LCA). Al momento, iniziano a intravedersi le prime
applicazioni concrete ma, nonostante il fermento tecnologico che ruota intorno alle batterie, sembra che, per diffondersi quale mezzo di massa, di
strada ne dovrà ancora fare, a
causa delle necessarie infrastrutture. Non a caso, recentemente, l’amministratore delegato di FCA, in piena controtendenza e, nonostante la buona esperienza FIAT, ha deluso
i sostenitori di questa tecnologia bollandola come antieconomica... ma forse si è trattato
solo di una mossa per disorientare la concorrenza dato che
da diversi anni ha nel cassetto
l’auto ad aria... tipo HHV. Questa è però un’altra storia.
Poiché è quasi certo che in futuro l’auto elettrica si prenderà
la rivincita sulla rivale a combustione interna è ora il momento di capirne di più. Per
chi fosse interessato al tema,
l’Ordine degli Ingegneri di Milano e la Fondazione, hanno in
programma per il prossimo autunno una riedizione del seminario tenutosi lo scorso anno.
*Commissione Energia
Ordine Ingegneri di Milano
BIBLIOGRAFIA:
­ “E... muoviti! Mobilità elettrica a sistema”
RSE Editrice Alkes ISBN 978­88­907527­3­5
­ Atti Seminario “Il Sistema Auto Elettrica”
10.12.2014 ­ Fondazione Ordine Ingegneri Mi
Ambiente, Energie rinnovabili, Idrogeno sono tematiche che hanno
assunto negli ultimi decenni importanza crescente tali da divenire
il fulcro delle politiche europee e mondiali.
A partire dal Protocollo di Kyoto (1997) e dalla Carta di Lisbona
(2000), passando per le Agende Sociali Europee del 2001 e del
2006, fino a giungere al Settimo programma Quadro (2007­2013)
e terminando con Horizon 2020 (2014­2020), ciò che si percepisce
è la volontà di consolidare una politica orientata alla tutela am­
bientale, grazie alla crescita intelligente di tecnologie energetiche
innovative e capace di coinvolgere la società per creare conoscenza,
eco­compatibilità ed una sostenibilità integrata.
Quando si parla di sistema energetico sostenibile la mente ci ri­
manda ai più usuali sistemi di energia rinnovabile, quali il solare
con i suoi pannelli o l’eolico e le sue pale; meno sovente ci si ri­
collega alla cella a combustibile ad idrogeno (fuel cell), pur essendo
questa una tecnologia che permette la produzione e la distribu­
zione in rete di elettricità e/o calore con un impatto ambientale
locale quasi nullo. Lo studio pluriennale delle tecnologie, dei com­
ponenti e dei materiali ne hanno determinato il carattere inno­
vativo (attraverso l’utilizzo, ad esempio, di processi sostenibili con
il confinamento della CO2 o produzione di idrogeno da fonti rin­
novabili) e affidabile (infrastrutture sicure e normate).
Il mercato odierno si pone nei loro confronti con molti criticismi
che si riferiscono soprattutto alla poca competitività che le fuel
cell presentano nell’ambito delle potenziali tecnologie sostenibili
ad esse alternative.
L’Europa ha mostrato enorme interesse nei confronti dell’idrogeno
come vettore energetico, realizzando nel 2004 la European Hy­
drogen and Fuel Cell Technology Platform. Ha delineato le principali
strategie di intervento nel settore e ha dato vita alla Fuel Cell and
Hydrogen Joint Undertaking (FCH JU): una partnership pubblico/pri­
vata di supporto alle attività di ricerca e sviluppo delle celle a
combustibile, atta ad accelerare l’introduzione nel mercato di
questa tecnologia.
La nostra realtà nazionale è in linea con le attività europee? L’in­
teresse dell’Italia verso l’idrogeno aveva avviato importanti ini­
ziative. Si pensi al FISR (2005­2009), programma d’investimento
comprendente progetti strategici, promosso dal Ministero del­
l’Istruzione, Università e Ricerca e dal Ministero dell’Ambiente; a
Industria 2015 del Ministero per lo sviluppo economico; ai lavori
di centri di ricerca come ENEA, CNR ed importanti Università su
tematiche relative ai materiali e sistemi di accumulo, alla sicurezza,
al trasporto e distribuzione, alla cogenerazione ecc.; oppure ri­
cordare le diverse imprese che si sono impegnate nei rispettivi
campi d’intervento, come FIAT, Eni, Ansaldo Fuel Cells, ICI Caldaie,
Sapio, SOL …, e le aziende elettriche quali ENEL e Edison, che
invece hanno condotto attività di sviluppo di sistemi innovativi
per la produzione di idrogeno da carbone e di impiego di miscele
idrogeniche in turbine. Interessante pure lo sforzo di aggregazione
delle competenze partito nel 2004 attorno ad H2It (Associazione
italiana idrogeno e celle a combustibile) e Fast (Federazione delle
associazioni scientifiche e tecniche) per avere una forte presenza
degli operatori nazionali nel centro della tecnologia europea,
grazie anche alla collaborazione con Eha (Associazione europea
idrogeno) e HyER ( consorzio delle regioni europee per l’idrogeno
e l’elettromobilità).
Sulla scia del crescente fermento tecnologico in Italia e oltremodo
in Europa, per coordinare le molteplici azioni e rafforzarne il col­
legamento con i programmi comunitari, viene proposta nel 2005
la Piattaforma Italiana sull’Idrogeno e le Celle a Combustibile: suo
compito è fornire indicazioni ai Ministeri maggiormente coinvolti
e alle regioni delle linee d’azione da seguire a livello nazionale,
per dare certezza agli operatori nel medio­lungo termine e per
consentir loro di cogliere al meglio le opportunità derivanti dai
programmi della Commissione europea.
Anche un importante gruppo industriale come FIAT ha definito
ed implementato all’interno della Piattaforma proposte che pur
essendo interessanti, accentravano i più ampi livelli d’azione stra­
tegica su una ristretta realtà industriale FIAT­centrica tale per cui
non ebbero seguito. Lentamente la scintilla d’interesse accesa
dal fervore tecnologico inziale è andata via via ad affievolirsi.
Anche il secondo tentativo per la Piattaforma nazionale promosso
da H2It con Confindustria nel 2009 non ha trovato terreno fertile.
Fatto è che l’Italia si è malamente giocata la possibilità di ricoprire
un ruolo significativo nel mercato europeo.
Quali le cause? Colpa forse della poca convinzione politica o della
debolezza delle grandi strutture industriali?
Le Piattaforme, sin dalla loro nascita, avrebbero dovuto contribuire
allo sviluppo economico del Paese e lo Stato avrebbe dovuto ri­
coprire il ruolo di catalizzatore delle energie imprenditoriali in­
novative, indicando i progetti di filiera e finanziando strumenti di
ricerca pre­competitiva, coinvolgendo nella scelta imprese leader
e il loro indotto: questi obiettivi non sono stati perseguiti con de­
terminazione e quindi non rispettati.
L’approvazione della Legge n° 116/2014 potrebbe rendere ancora
oggi realistiche le visioni finora utopistiche, introducendo nuove
linee di sviluppo al fine di inglobare le applicazioni basate sul­
l’idrogeno nell’economia nazionale e ridare così concretezza alla
realizzazione della Piattaforma. Superare la frammentarietà del
passato e definire una strategia per il medio­lungo termine in si­
nergia con i programmi europei sono i nuovi scopi della Piattaforma
che tutti i soggetti interessati intendono raggiungere.
Rilanciare questo strumento è possibile e necessario perché ser­
virebbe al mercato, fatto di piccole e medie imprese e alla Ricerca
made in Italy, a condizione di coinvolgere e convincere chi ha il
potere di decidere dell’utilità sociale, economica e ambientale
che l’Idrogeno porta con sé.
*Fast
N. 6 - Giugno 2015
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il GIORNALE dell’INGEGNERE
TRASPORTO URBANO A colloquio con Giovanni D’Alò, AD di Metro 5 S.p.A., che ci spiega segreti e dati tecnici della M5
“Metro Lilla”, automazione e driverless
seguendo lo stile-Copenhaghen
Roberto Di Sanzo
LA SCHEDA: CARATTERISTICHE TECNICHE
E TECNOLOGIA UTILIZZATA PER LA LINEA M5
U
na metropolitana concepita e realizzata seguendo lo stile-Copenhaghen, quindi driverless
e completamente automatizzata. E’ questo il progetto della linea della Metropolitana
5, la cosiddetta “Metro Lilla”,
attiva a Milano a partire dal
mese di febbraio del 2013 con
la prima tratta di sette stazioni, con capolinea Zara e Bignami Parco Nord. In totale,
quando la linea sarà a pieno
regime potrà contare su ben
19 stazioni. Proprio nei giorni
scorsi è stata inaugurata una
nuova fermata, precisamente
Cenisio, con ben cinque mesi
di anticipo sul cronoprogramma, ed entro il 31 ottobre di
quest’anno saranno completate le fermate mancanti all’appello, vale a dire Monumentale, Gerusalemme e Tre
Torri, per un percorso totale
di 12,8 chilometri che attraverserà la città da nord a
ovest. Un’opera ingegneristica
di assoluto rilievo, come spiega Giovanni D’Alò, amministratore delegato di Metro 5
S.p.A.
“Sia la linea 4 che la linea 5
hanno scelto soluzioni tecnologiche importanti, che vanno
nella direzione di una maggior economicità del sistema
di manutenzione e delle opere realizzate. Basti pensare, a
solo titolo esemplificativo, che
la lunghezza delle banchine
in galleria è la metà rispetto
a quelle presenti nella linea
della metropolitana Uno, la
più antica che si trova a Milano”. Una linea, la M5, nata
con un progetto differente,
che dalla stazione di Porta
Garibaldi doveva arrivare sino
al capolinea di Monza Bettola, in Brianza. Successivamente ecco la scelta di limitarla a
Bignami, dove è attivo un deposito sotterraneo, anche se
per la manutenzione dei treni
I nuovi veicoli della Metropolitana 5 hanno una lunghezza rotabile di 48 metri e 5 carrelli di cui 4 motori ed 1 portante.
A bordo è previsto l’impianto di condizionamento ed è attivo il sistema di comunicazione tra bordo treno e il Posto
Centrale Operativo (PCO), così come il sistema video in real time tra bordo e PCO. La capacità a pieno carico è di 536
persone, la velocità massima in linea è di 80 km/h, la velocità media in linea 29 km/h.
Qui di seguito, ecco una serie di Tecnologie utilizzate per la realizzazione della linea M5.
ARMAMENTO
Sistema “Milano” o “Milano Modificato”.
Posa delle rotaie su solettone di cemento con inserimento
di idonei dispositivi di smorzamento delle vibrazioni.
Scartamento tipico ferroviario 1435 mm.
ALIMENTAZIONE ELETTRICA
Rete media tensione (MT) circa 30 MW
7 sottostazioni Elettriche (SSE) per la conversione della ten­
sione da alternata a continua
è necessario far riferimento
al deposito di Famagosta. Un
iter che attualmente limita il
numero dei treni in circolazione, anche se il progetto
M5 prevede la prossima realizzazione di un deposito autonomo per la linea, probabilmente collocato al capolinea Bignami.
Diversa la storia, invece, per
la progettazione della seconda tratta, quella tra Garibaldi
e San Siro, “una decisione assunta dall’Amministrazione
Comunale – spiega D’Alò –
che l’ha preferita rispetto alle
indicazioni di mobilità risalenti agli anni ’90 che prevedevano una metrotranvia.
Una scelta certamente vincente”.
In generale, la realizzazione
di un’opera all’apparenza piut-
tosto complicata non ha portato particolari problemi tecnici o strutturali, l’unico tratto
che davvero ha richiesto
maggior tempo e progettazioni approfondite è stato
quello relativo al Variante Garibaldi. “In pochi chilometri
– spiega l’ad di Metro 5 S.p.A.
– abbiamo dovuto scavare sopra la Linea 2 della metropolitana e sotto la linea ferroviaria che da Garibaldi arriva
alla stazione di Greco Pirelli.
Successivamente, ancora costruire sopra il passante ferroviario e infine passare di
nuovo sotto la metropolitana
Garibaldi”. Per il resto, tutto
nella norma, come gli scavi
realizzati in modalità meccanizzata con TBM, la classica
talpa, e le stazioni a cielo
aperto, oppure l’installazione
IL POSTO CENTRALE OPERATIVO,
CERVELLO DEL SISTEMA
M5 è una metropolitana leggera con guida automatica (driverless) controllata da un unico Posto Centrale Operativo
(PCO) a cui sono riportate tutte le informazioni e da cui è possibile impartire tutti i comandi necessari ad assicurare il
corretto funzionamento della Linea e l’incolumità di passeggeri, personale operativo (agenti itineranti) e di manuten­
zione.
Il Posto Centrale Operativo si trova nel Deposito/Officina situato presso la Stazione Bignami.
Le attività di gestione del servizio della Linea M5 nella sala di controllo del PCO sono le seguenti:
n gestione automatica del traffico;
n telecomando e telecontrollo degli impianti di trazione elettrica e di forza motrice;
n videosorveglianza e controllo del movimento viaggiatori nei treni e nelle stazioni, nonché degli accessi alle stazioni;
n gestione e coordinamento degli agenti itineranti, degli addetti alla manutenzione e del personale operativo;
n gestione delle informazioni al pubblico e garanzia di un elevato grado di controllo e sicurezza dei passeggeri;
n gestione di possibili allarmi e della diagnostica di sistema;
n registrazione eventi e centrale oraria.
M5, LA LINEA E LE STAZIONI
La M5, conosciuta come “Lilla” dal colore prevalente utilizzato per decorare le stazioni e i treni, è una linea della me­
tropolitana di Milano che prevede 19 stazioni: dalla zona nord della città, con capolinea Bignami, si arriva sino allo Stadio
di San Siro.
La prima tratta, tra le stazioni di Bignami e Zara, è stata inaugurata e aperta al pubblico nel 2013. La seconda tratta, tra
le stazioni di Zara e Garibaldi, è stata inaugurata nel marzo 2014. A partire dal 29 aprile 2015 sono state aperte all’utenza
altre cinque stazioni, vale a dire Domodossola FN, Lotto Fieramilanocity, Segesta, San Siro Ippodromo e il capolinea oc­
cidentale di San Siro Stadio. La fermata del Portello è stata inaugurata il 6 giugno scorso e le stazioni intermedie ancora
mancanti dovrebbero essere completate entro la fine del 2015: Cenisio, Monumentale, Gerusalemme e Tre Torri.
Numerose stazioni permettono di accedere alle altre linee già operative in città: la stazione Zara è nodo di scambio con
la Linea Gialla M3, mentre Garibaldi FS è nodo di scambio con la Linea Verde M2, con il Passante Ferroviario Bovisa­
Rogoredo e con le altre linee regionali FS. Infine, Lotto è nodo di scambio con la Linea Rossa M1.
di scale rialzate in alcune fermate, come in piazzale Istria,
per evitare allagamenti in seguito alle esondazioni del fiume Seveso.
La nuova linea metropolitana
è stata progettata anche con
l’obiettivo di operare un concreto abbattimento di inquinamento atmosferico e acustico: a pieno regime si stima
Linea di contatto con Terza Rotaia per distribuzione di ener­
gia ai convogli
Cabine di Stazione MT/BT per alimentazione degli impianti.
IMPIANTI TECNOLOGICI
Sistemi di controllo automatico dei treni (ATC)
Sistemi di telecomunicazioni tra Posto Centrale passeggeri
e personale di servizio
Sistemi di supervisione e telecomando impianti (SCADA)
Porte automatiche di banchina in ogni stazione
che la M5 porterà ad una riduzione di 5 milioni di spostamenti automobilistici privati all’anno e, di conseguenza, una diminuzione importante di inquinanti. Si prevede,
inoltre, un risparmio pari a
8.470 tonnellate equivalenti
di petrolio all’anno e 260 incidenti stradali in meno all’anno in città.
Importanti anche i dati relativi
al gradimento dell’utenza della nuova linea. Attualmente il
valore medio giornaliero di
viaggiatori si attesta intorno
alle 90 mila unità. “Numeri
che sono in linea con le previsioni – conclude l’ingegner
D’Alò – e in alcuni casi anche
superiori rispetto alle nostre
aspettative”.
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il GIORNALE dell’INGEGNERE
N. 6 - Giugno 2015
N. 6 - Giugno 2015
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il GIORNALE dell’INGEGNERE
L’INTERVISTA / FRANCO RADICI
“Quale futuro per il tessile italiano?
Proteggiamo e sviluppiamo le nostre eccellenze”
segue da pag. 1
Nel frattempo, varie crisi, soprattutto delle grandi aziende,
hanno riaperto la discussione
fra chi chiede il salvataggio di
attività manifatturiere mature
e chi si fa paladino del nuovo,
descrivendo scenari magari
non utopici, ma certamente
lontani rispetto all’urgenza di
affrontare una realtà socialmente devastante. Altri poi ci
prospettano scenari in cui l’ingegnere italiano si dovrà confrontare con quello cinese, indiano, vietnamita, malese,
ecc.., e lo descrivono, senza
alcuna protezione, privo di
vantaggi competitivi e, peggio,
appesantito dal fardello di una
cultura plurimillenaria e da
una scuola colpevolmente
umanistica. È questo che non
ci convince: che i beni culturali possano essere solamente
una miniera per l’industria turistica e non, invece, una sorgente per l’industria manifatturiera. Per essere confortati,
o smentiti, sulle possibilità di
re-shoring e di recuperare
competitività anche in settori
maturi, abbiamo incontrato il
signor Franco Radici, già manager di Honneger (gruppo
tessile Zambaiti).
Signor Radici, partendo appo­
sitamente dall’industria tes­
sile che è notoriamente rite­
nuta la più indifendibile sul
territorio italiano, cosa pensa
sulla nostra premessa?
Cominciamo a distinguere fra
produzione di tessuti speciali
e di nicchia e produzione di
articoli di uso corrente, compresi quelli di qualità mediofine. Per la prima, le aziende
produttrici non hanno subito
in maniera massiccia la concorrenza dei paesi con basso
costo del personale, o perchè
questi ultimi non hanno il
know how necessario o perchè i lotti sono troppo piccoli
e diversificati. Di conseguenza, quelle che sono sopravvissute alla crisi, che tra l’altro
non è ancora finita, sono rimaste in Italia. Per la seconda, posso parlare soltanto dei
tessuti cotonieri, per i quali
ho avuto un’esperienza diretta. Qui comincerei col distinguere fra filature pure, tessiture pure, aziende verticalizzate con tutta la filiera produttiva all’interno (includendo
anche quelle che producono
tessuti per camiceria) e converter, ossia aziende che ad
ogni stagione studiano prodotti nuovi, acquistano tessuto greggio e lo mandano ad
aziende di finissaggio conto
terzi, per far realizzare quanto
da loro ideato.
D’accordo, parliamo di tessuti
cotonieri di qualità medio al­
ta; allora cosa è capitato?
In Italia, le prime a sparire sono state le filature perchè i
paesi produttori di cotone
avevano capito che era molto
meglio vendere filato(facilmente producibile), piuttosto
che subire la volatilità del
mercato delle materie prime.
Subito dopo è venuto il turno
delle tessiture che producevano tessuto greggio e lo vendevano ai converter. Entrambi questi tipi di aziende sono
crollate per questioni di costo
(personale ed energia) ed
hanno dovuto cedere il passo
ad aziende di paesi con costi
di produzione decisamente
più bassi e con qualità simili.
Per questi prodotti, infatti, la
qualità è fatta dalle macchine
e ormai anche i cosiddetti
paesi in via di sviluppo hanno
macchinari tecnologicamente
molto avanzati.
Le aziende verticalizzate, oltre
a soffrire dei mali appena illustrati moltiplicati però per
ogni ciclo che avevano all’interno, si sono trovate anche
il vincolo della rigidità produttiva che prima, quando
non era facile trovare fornitori
di semilavorati (filati o tessuti
greggi) con buone qualità,
aveva costituito un vantaggio
competitivo.
I converter, proprio per la
continua ricerca che fanno sul
prodotto finito, a mio giudizio
sono e rimarranno in Italia anche nel prossimo futuro. Questo non significa che non abbiano sofferto la crisi, sia per
la drastica riduzione dei con-
sonale operaio e di capi di sta­
bilimento, non di creativi, in­
gegneri di processo, ecc…
Una volta avviata, una tessitura non necessita di ingegneri di processo, bastano i tecnici locali fermo restando il
presidio italiano che abbiamo
visto prima. Per quanto riguarda il personale creativo,
è chiaro che il gusto italiano
non può averlo un indiano o
un cinese.
sumi interni sia per il calo delle
esportazioni nell’area dollaro
“grazie” al rafforzamento dell’euro. Molti di loro hanno
chiuso; ritengo, comunque,
che siano queste le aziende
sulle quali credere per far si
che rimanga ancora del tessile
in Italia. Purtroppo però la
maggior parte dei tessuti greggi che prima compravano
esclusivamente da noi ora, per
questioni di costo, sono costretti a comprarli all’estero;
in ogni caso daranno comunque lavoro ai nostri finissaggi.
Può farci degli esempi pratici?
Per quanto riguarda la chiusura di filature, tessiture ed
aziende verticalizzate si fa prima ad elencare quelle rimaste
aperte, anche se si tratta di un
lavoro molto arduo scovarle.
Pensando alle aziende di tessuti per camiceria, posso fare
due esempi, ma ce ne sarebbero altri.
Una ha delocalizzato totalmente la produzione in India;
l’altra ha spostato gradualmente solo le tessiture, prima
in sud Italia poi in est Europa
e per ultimo in Nord Africa.
TIPOLOGIE EDILIZIE
2014
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EDIZIONE
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PER I SOCI
DEL COLLEGIO
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Disponibile presso:
COLLEGIO DEGLI INGEGNERI E ARCHITETTI DI MILANO
via G.B. Pergolesi, 25 - 20124 Milano - T. 02.76011294 | F. 02.76022755
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Il modus operandi è stato
sempre lo stesso, presidiare
direttamente i tre aspetti:
- businnes idea, aggiornamento del processo, aggiornamento del prodotto
- gestione diretta del processo
di avviamento degli impianti
e addestramento del personale locale con l’ausilio di personale tecnico italiano
- entro 18/24 mesi essere a
regime, producendo nella
qualità richiesta dal mercato
occidentale, per poi lasciare
solo un presidio italiano per
verificare continuamente che
il personale locale non dimentichi quanto gli è stato insegnato. Ovviamente anche loro hanno sofferto la crisi per
gli stessi motivi che abbiamo
visto per i converter ma, nel
momento della ripresa, sicuramente saranno pronti ad affrontare il mercato con dei
costi adeguati.
Pur dicendomi che entrambe
le aziende hanno dovuto spo­
stare le produzioni all’estero,
Lei mi sta dicendo però che
una ha spostato all’estero l’in­
tero ciclo di tessitura e finis­
saggio, mentre l’altra solo le
tessiture. Quali sono le ragioni
di queste scelte diverse?
Io ritengo che per questo tipo
di prodotto, l’ideale sia acquistare filato da filature specializzate che ormai, come abbiamo già detto, si trovano
nei paesi dove si coltiva il cotone, produrre il tessuto con
tessiture proprie in paesi a
basso costo del personale e
fare il finissaggio in Italia. Infatti, per la camiceria, il finissaggio incide in misura marginale sul costo del prodotto
finito; inoltre, in questo modo,
si possono immediatamente
correggere eventuali piccole
discordanze che tuttavia sono
molto importanti su camicie
che vanno nei negozi a prezzi
che oscillano dai 100 ai
200/250 euro.
Ovviamente io sto parlando
di aziende di camiceria che
fanno ricerca sul prodotto,
presentano le nuove collezioni due volte l’anno e producono in qualità medio/alta.
Comunque, nel caso di pro­
duzioni all’estero, stiamo par­
lando di sostituzione di per­
Ma non c’è proprio la possi­
bilità di riportare, almeno in
parte, la produzione in Italia?
A mio giudizio quello che è
stato portato all’estero o quello che si è dovuto chiudere
aveva costi troppo alti per
competere con l’importazione
straniera e non si potrà più riportare in Italia. E’ così per
la filatura e la tessitura perchè
le nuove tecnologie contenute
nei macchinari sopperiscono
alla poca qualificazione del
personale; non è così, invece,
per il finissaggio perché, per
competere, si deve inventare
sempre qualcosa di nuovo difficile da realizzare con i finissaggi super standardizzati fatti all’estero.
Pertanto, come ho già detto,
oltre a tutta l’area delle produzioni di nicchia o speciali,
per i tessuti di cotone di qualità medio-alta abbiamo tutta
l’area dei converter che, dovendo fare continuamente ricerca sul prodotto, devono
essere vicini ai finissaggi.
Concludendo, io direi che
non si può riportare in Italia
quello che non è mai uscito
e aggiungo che bisogna cercare di proteggere quello che
è rimasto e potrebbe essere
ulteriormente sviluppato. Certamente, però, siccome le nostre aziende tessili fanno la
maggior parte del fatturato
verso l’estero se il rapporto
euro/dollaro passasse nuovamente da 1:1,10 a 1:1,50 come avevamo visto nel recente
passato, credo che nemmeno
il Padre Eterno potrebbe fare
molto per la sopravvivenza
delle nostre aziende.
dott. ing. Franco Ligonzo
Sala di lettura
“Milano, guida all’architettura”,
per scoprire le “unicità” della metropoli
Recensione a cura
dell’arch. Davide Rossini
Carlo Berizzi, architetto e ingegnere, presidente
di AIM Associazione Interessi Metropolitani e
socio fondatore dell’associazione GA Milano,
partner del network internazionale Guiding Ar­
chitects, dopo un intenso e preciso lavoro de­
cennale pubblica per l’editore tedesco DOM Pu­
blishers la Guida all’Architettura di Milano, nata
dall’intento di fornire indicazioni complete ri­
guardo l’architettura della città italiana più “mo­
derna”. Il volume si presenta con un progetto grafico compatto
e pratico, essenziale e completo, codificato cromaticamente e
notevolmente user­friendly, anche grazie alla presenza di QR­
Codes contenenti geodati, corredato da immagini e fotografie
efficaci. Il lettore, o per meglio dire, il fruitore di questa guida,
sia esso un addetto ai lavori o no, è condotto alla scoperta delle
vicende architettoniche della nostra città attraverso il ricono­
scimento dell’unicità del patrimonio milanese, presentato in
più di 150 testimonianze costruite. Sei diversi itinerari tematici
sono proposti per passeggiate nei quartieri centrali della città
alla scoperta delle trasformazioni da “capitale industriale dei
primi Novecento a capitale globale della moda, della cultura e
del gusto…area metropolitana più cool d’Italia e una tra le più
attraenti città del mondo”. Ulteriori quattro capitoli sono invece
dedicati agli interventi, sia del XX che del XXI secolo, diffusi sulla
più ampia area metropolitana. La narrazione parte dal 1919,
anno del progetto della Ca’ Brutta, e svolge il racconto dell’in­
confondibile “Stile Milano” fino alle esperienze odierne, anche
MILANO – GUIDA ALL’ARCHITETTURA
REALIZZAZIONI E PROGETTI DAL 1919
Autore: Carlo Berizzi
Editore: DOM Publishers
Edizione: Maggio 2015
molto attuali come la Fondazione Prada, seguendo da una
parte un percorso cronologico su cui si appuntano i nomi,
le opere e le storie dei più illustri architetti milanesi, italiani
ed infine internazionali; dall’altra ricostruisce l’evoluzione
della modernità dagli episodi pre, ma soprattutto, post
bellici del centro storico fino alle grandi trasformazioni urbane
che hanno interessato anche luoghi periferici e dell’hinterland
cittadino. L’autore rimarca inoltre il ruolo imprescindibile e si­
stemico delle aree verdi nella futura definizione della nuova
città metropolitana di Milano, tema quanto mai attuale e sentito
dall’intera comunità in termini di miglioramento della qualità
ambientale urbana. Così risultano cardinali i riferimenti a inter­
venti mirati alla creazione di un insieme di percorsi urbani pe­
donali e ciclabili che dai parchi cittadini, sia storici che frutto
degli ultimi interventi urbanistici, si aprono, lungo direttrici ben
definite dette “Raggi Verdi”, a raggiungere ed includere l’anello
verde di cintura, e da lì il più ampio sistema dei parchi sovra­
comunali e dei corsi d’acqua fino all’Adda e al Ticino. Menzione
particolare per i contributi introduttivi, ma anche in qualche
modo esortativi, a detta dello stesso autore, forniti da Cino
Zucchi e Andreas Kipar, che assistono nella lettura critica del
passato e del presente e, nel contempo, offrono interessanti
spunti di dibattito per il futuro della Milano che verrà.
8
N. 6 - Giugno 2015
il GIORNALE dell’INGEGNERE
Linea diretta con gli Ordini
AOSTA Gli impianti collegano Courmayeur a Punta Helbronner, a quota 3.452 metri
BERGAMO Intervista a Emilia Riva
Le Funivie del Monte Bianco,
Campane: “Opera ingegneristica di assoluto rilievo”
“LA CRISI DELL’EDILIZIA
CONDIZIONA I PROFESSIONISTI.
OCCORRONO PROVVEDIMENTI”
“Un progetto importante, di
assoluto rilievo ingegneristico,
realizzato in un ambiente difficile ma nei tempi giusti. Ne
siamo davvero orgogliosi, come valdostani e come ingegneri”. Edgardo Campane,
Presidente dell’Ordine degli
Ingegneri di Aosta, tesse le
lodi delle nuove Funivie del
Monte Bianco, appena terminate dopo una serie di lavori
piuttosto complicati iniziati
nel 2011. Gli impianti collegano Courmayeur, in Valle
d’Aosta, a Punta Helbronner.
“Si tratta di un’opera davvero
strategica per tutto il territorio
– spiega l’ingegner Campane
– che spero possa dare una
decisa spinta al turismo locale
e allo stesso tempo creare
nuova occupazione e rilanciare l’economia valdostana”.
Un’economia che
sta particolarmente
soffrendo e che ha
bisogno di una decisa azione politica
per ripartire, come
spiega Campane:
“La situazione è
molto difficile anche
per gli ingegneri, visto che il settore dell’edilizia
è completamente bloccato.
Urgono quindi interventi drastici per dare il via anche a
piccoli lavori di manutenzione, opere ordinarie che però
creano nuove opportunità di
lavoro”. In tal senso, l’Ordine
è molto attivo proprio per
cercare di stimolare il mondo
imprenditoriale, l’industria, il
pubblico e il privato affinché
domanda e offerta possano
di nuovo incontrarsi. “Recentemente siamo stati promotori e convinti sostenitori –
continua il presidente aostano
– di un Protocollo d’Intesa firmato dal Consiglio
Nazionale degli Ingegneri e dal Cern
di Ginevra, l’Organizzazione Europea
per la Ricerca Nucleare, protocollo
sulla formazione
continua per i professionisti italiani
che quindi potranno avere interessanti opportunità in ambito elettronico, scientifico e
dell’innovazione tecnologica.
A tal proposito, desidero ringraziare Gianni Massa, Sergio
Bertolucci e Domenico Cam-
pi per il loro fondamentale
contributo nell’attivazione del
Protocollo”.
Tornando alle Funivie del
Monte Bianco, va detto che
l’impianto di risalita è composto da due tronchi: il primo
porta dai 1300 metri di Pontal
d’Entreves ai 2165 di Pavillon
du Mont Frety. Da questa stazione intermedia parte il secondo tratto che conduce fino alla stazione in quota a
3462 metri. Vetro e acciaio
sono predominanti nelle
strutture, con grandi aree panoramiche nelle stazioni e cabine rotanti interamente vetrate e di forma sferica. Le cabine sono dotate di un sistema che permette la rotazione
su se stesse permettendo ai
visitatori di fruire della visione
a 360° di tutte le zone attraversate. Ai 3452 metri di Punta Helbronner è stata costruita una terrazza circolare di 14
metri di diametro, dalla quale
si gode di una vista a 360 gradi sulla vetta del Bianco (4810
metri), sul dente del Gigante
e sulla straordinaria Vallée
Blanche.
Ogni cabina di funivia, per limitare le oscillazioni causate
dalle accelerazioni longitudinali, è dotata di uno smorzatore. Negli impianti del Monte Bianco, dato che ogni veicolo è dotato di misurazione
elettronica del carico utile trasportato, è possibile rendere
“intelligente” lo smorzatore,
tramite comandi idraulici. In
questo caso esso diventerà più
“rigido” con il veicolo a pieno
carico, e più “morbido” con
il solo veicolo vuoto. In tal
modo si riesce ad ottimizzare
lo smorzamento dell’oscillazione in qualsiasi condizione
di carico aumentando notevolmente il comfort di viaggio. Per evitare la formazione
di condensa e l’appannamento dei vetri, per la prima volta
su un impianto funiviario si
prevede la fornitura di vetri
riscaldabili. Il sistema viene
solitamente installato nei cristalli dei mezzi battipista e nei
parabrezza anteriori di alcune
auto ed è costituito da una
rete di micro-filamenti disposti tra le due lastre di vetro a
doppia curvatura ed antisfondamento.
Roberto Di Sanzo
Due anni intensi, di grande impegno
tra leggi e burocrazia, tra scadenze
da rispettare e servizi importanti da
garantire. Sempre e solo per i col­
leghi. E’ questo il bilancio che traccia
Emilia Riva, Presidente dell’Ordine
degli Ingegneri di Bergamo, a poco
più di due anni dalla sua elezione.
Un bilancio in ogni caso positivo,
anche se le difficoltà sono state e
sono tutt’ora notevoli, vista anche
la concomitante difficile situazione
economica che sta vivendo l’Italia.
“Il nostro impegno iniziale è stato
essenzialmente rivolto all’applica­
zione della Riforma pro­
fessionale come da DPR
137/2012 – spiega l’inge­
gner Riva –. Abbiamo
quindi provveduto all’ele­
zione dei membri del
Consiglio di disciplina;
dopo aver raccolto 30
curriculum, il Presidente
del Tribunale come da
legge ha scelto i 15 più idonei al ruo­
lo e al compito prefissato. Opera­
zioni laboriose, che hanno richiesto
tanto tempo ma devo dire che ab­
biamo rispettato i dettami normativi
e con il 2014 la separazione tra Or­
dine professionale e Consiglio di di­
sciplina è diventata realtà”. Il passo
successivo è stato l’organizzazione
e l’allestimento di tutte le procedure
relative alla formazione continua
obbligatoria: “Per far comprendere
la mole del lavoro che abbiamo
svolto vorrei citare una serie di dati
molto rappresentativi. A cominciare
dai crediti che in questo periodo ab­
MANTOVA L’allarme di Tommaso Ferrante, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri virgiliano
“Mantova città in difficoltà, per la ripresa
puntiamo su turismo e viabilità”
R.D.S.
Una crisi economica, sociale
e politica che sta coinvolgendo anche i professionisti del
territorio. Purtroppo Mantova
sconta una serie di scelte politiche sbagliate che ne stanno
compromettendo uno sviluppo armonico, dando vita ad
una crisi occupazionale senza
precedenti. Un quadro fosco,
come lo dipinge Tommaso
Ferrante, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Mantova, che però indica una serie di misure da attuare anche
nel breve periodo che potrebbero dare un nuovo impulso
allo sviluppo locale, dal settore turistico alla viabilità.
Mantova sta vivendo un pe­
riodo difficile da un punto di
vista economico: quali le si­
tuazioni più critiche?
Purtroppo la città soffre la
chiusura di alcune delle atti-
vità industriali più rilevanti, in
primis penso alle Cartiere
Burgo e alla raffineria Ies, trasformata unicamente in deposito. Oltre a queste importanti realtà si registra il fallimento di numerose altre piccole e medie aziende. Il risultato tragico è nell’occupazione, con la perdita di migliaia
di posti di lavoro e la conseguente ricaduta sull’economica della città. Una
situazione davvero
difficile da gestire e
che per ora non ha
una soluzione concreta all’orizzonte.
Una situazione di
cui soffrono anche i
professionisti del
territorio?
E’ evidente che anche i professionisti hanno subito la
perdita di un indotto notevole, sia quantitativo che qualitativo. Il settore dove si sente
maggiormente la crisi è senza
dubbio quello edile: in questo
caso pesa notevolmente l’assenza di una politica mirata,
con interventi pubblici assolutamente insufficienti. In un
quadro del genere, anche l’apporto privato si è ridotto notevolmente.
Un territorio che ancora ri­
sente del sisma del 2012: a
che punto siamo con
la ricostruzione?
In ambito residenziale grazie all’ordinanza 16, alcuni Comuni hanno avuto
ristrutturazioni notevoli, in altri casi siamo ancora molto indietro. Il Governo in
più occasioni ha promesso
l’invio sul territorio di ben 200
milioni per terminare la ricostruzione: dubito che tale ingente quantità di denaro possa essere a nostra disposizione
a breve. Si vocifera che i fondi
arriveranno addirittura il prossimo autunno. Sino ad allora,
quindi, i nuovi progetti di riqualificazione del territorio
non potranno partire. Anche
per quanto concerne il settore
produttivo la situazione vive
una fase di stallo prolungato,
specialmente per quanto concerne l’agricoltura, dove i ritardi sono legati essenzialmente alle lungaggini burocratiche.
Recentemente si sono svolte
le elezioni amministrative:
quali sono le priorità per la
città, secondo gli ingegneri?
È necessario dar vita a misure
concrete e rapide che siano
in grado di rilanciare lo sviluppo economico di Mantova
e della provincia. Esistono, ad
esempio, eccessivi vincoli in
ambito edilizio che stanno
frenando la ricostruzione della
città. Tali limiti burocratici an-
drebbero rivisti e certamente
adeguati alle nuove mutate
esigenze. Inoltre la nostra città
nasce con una forte vocazione turistica. Mantova è ricchissima di monumenti e di
istituzioni culturali, basti pensare all’Accademia Nazionale
Virgiliana, tanto per citare una
delle più virtuose. Nonostante
ciò il settore turistico non è
mai stato supportato a sufficienza. Chi visita la città, oggi,
pur con tanta ricchezza monumentale, lo fa dalla mattina
alla sera. Occorrerebbe rendere la città più facilmente
raggiungibile con i mezzi
pubblici, migliorando i collegamenti con le direttrici principali prossime (penso alla linea Milano-Venezia e alla linea del Brennero). Sono troppi anni che scontiamo il disinteresse delle amministrazioni locali per questo aspetto: abbiamo perso occasioni
forse irripetibili.
biamo attribuito, vale a dire oltre
17 mila. Ciò significa che l’Ordine di
Bergamo ha garantito altrettante
ore di corsi formativi a tutti i colleghi
del territorio. In tal senso, posso
confermare che ben 3.300 ingegneri
hanno usufruito dei nostri appro­
fondimenti”. Un impegno notevole,
“reso possibile solo grazie all’aiuto
dei tanti colleghi che collaborano
con le 18 Commissioni del nostro
Ordine. Ora posso dire che i corsi
formativi rappresentano un vero e
proprio successo, forniscono inse­
gnamenti di alto livello e sono par­
ticolarmente apprezzati
dagli ingegneri”.
Impellenze che conti­
nuano a incrociarsi con
la difficile situazione oc­
cupazionale ed econo­
mica che affligge il Pae­
se ormai da tempo e
che naturalmente inve­
ste anche il mondo del­
le professioni. Colpendo la realtà
bergamasca soprattutto in un set­
tore storicamente legato alla tradi­
zione dei mestieri del territorio, vale
a dire l’edilizia. “Anche in questo ca­
so voglio citare dei dati proprio per
essere precisa e fornire un quadro
significativo della situazione – spe­
cifica il presidente Riva ­. Stando ai
numeri forniti dall’Ance di Bergamo,
dal 2008 ad oggi sul territorio si è
registrata una diminuzione del 64%
del lavoro nel settore delle costru­
zioni. Percentuali preoccupanti e
che superano quelle nazionali, con
una media che si attesta intorno al
60%. Purtroppo al giorno d’oggi i li­
beri professionisti impiegati nel
comparto lamentano un crollo del­
l’attività pari addirittura al 50%. Le
uniche possibilità di lavoro riguar­
dano le ristrutturazioni di immobili
e le procedure inerenti la riqualifi­
cazione energetica. Troppo poco per
prospettare un futuro roseo ai col­
leghi”. Le soluzioni? Provvedimenti
energici e non differibili da parte
del Governo centrale: a partire dalla
semplificazione degli iter burocra­
tici, che spesso rallentano o blocca­
no interventi importanti. “Stiamo a
vedere cosa comporterà il nuovo
codice degli appalti sulle opere pub­
bliche – aggiunge Emilia Riva – ma
è certo che non basterà per arginare
le difficoltà. Urgono provvedimenti
strutturati per far ripartire il settore.
Altrimenti l’agonia sarà ancora lun­
ga”. Nonostante tutto, le prospettive
per chi sceglie ancora di seguire il
corso di laurea in ingegneria riman­
gono interessanti. La recente inda­
gine Almalaurea sulla condizione
occupazionale
dei
laureati
(https://www.almalaurea.it/univer­
sita/occupazione/occupazione13)
regala speranze notevoli, come sot­
tolinea l’ingegner Riva: “A cinque
anni dalla laurea, il tasso di impiego
degli ingegneri è pari al 95%. Un
successo, visto che solo i medici rie­
scono a fare meglio. Segnali impor­
tanti, che ci danno fiducia soprat­
tutto per il futuro”.
R.D.S.
Rischio idrogeologico e vulnerabilità del territorio,
le proposte della Federazione degli Ingegneri del Veneto
L’eccessiva cementificazione degli ultimi cin­
quant’anni ha accresciuto le difficoltà e le
problematiche legate al rischio idrogeologico
del nostro Paese. A questo si aggiunge la
mancata manutenzione e pulizia degli alvei,
degli argini dei fiumi e canali e, come nel re­
cente caso del Bisagno di Genova, la carenza
di sezione e quindi di portata, tutti elementi
che provocano esondazioni. Insomma, ecco
la fotografia di un Paese vulnerabile: a tal
proposito, arrivano le proposte della Fede­
razione degli Ordini degli Ingegneri del Veneto
(FOIV) per cercare di porre
un freno all’eccessiva vulne­
rabilità anche del territorio
regionale. “Abbiamo di re­
cente istituito un Gruppo di
Lavoro sul rischio idraulico,
costituito da ingegneri esperti
che operano sul territorio –
spiega Gian Pietro Napol,
Presidente FOIV ­ per racco­
gliere informazioni e redigere
una mappatura delle princi­
pali criticità presenti sul ter­
ritorio regionale e trasmet­
terle a Enti e Istituzioni com­
petenti (Regione, Sezioni di
Bacino, Consorzi di Bonifica)
implementando le banche
dati esistenti”.
Le aspettative sono notevoli,
naturalmente: alla Regione
Veneto viene affidato il com­
pito di redigere un Master
Plan delle portate e delle cri­
ticità dei corsi d’acqua che scorrono sul ter­
ritorio regionale. Un passaggio obbligato per
dare il via alla successiva progettazione e alla
realizzazione delle conseguenti e necessarie
opere idrauliche, al fine di scongiurare pos­
sibili esondazioni.
Sono ancora vive nel pensiero di tutti, infatti,
le tragiche esondazioni che hanno mietuto
vittime a Refrontolo, in provincia di Treviso,
e quelle che hanno comunque gravemente
danneggiato centri abitati e zone rurali in tut­
ta la regione. “Auspichiamo inoltre – conclude
Gian Pietro Napol – che lo Stato, e di con­
seguenza le Regioni destinino maggiori risorse
economiche per la salvaguardia del territorio.
Ricordo che le entrate dello Stato per la co­
siddetta tassa ambientale, a carico delle at­
tività che inquinano, ammontano a 47 miliardi
di euro all’anno e di questa, che dovrebbe
essere una tassa di scopo finalizzata alla tutela
dell’ambiente, solo 470 milioni sono stati de­
stinati a tal fine nell’ultimo anno”.
R.D.S.
N. 6 - Giugno 2015
il GIORNALE dell’INGEGNERE
9
Una corretta concorrenza
per competere ad armi pari
AL LAVORO IN VISTA DEL CONGRESSO DEL CNI DI VENEZIA
Opere pubbliche, il messaggio degli ingegneri:
“Serve un rilancio del settore per far ripartire l’economia”
Roberto Di Sanzo
“È
necessario ridefinire il sistema delle
regole e la gestione
dell’intervento pubblico. Mettendo al centro di nuovo il
progetto”. Armando Zambrano, Presidente del Consiglio
Nazionale degli Ingegneri, è
intervenuto con questo chiaro
e sintetico messaggio nel corso dell’evento “Verso Venezia
2015”, anticipazione del sessantesimo Congresso di categoria, che si terrà appunto
dal 30 settembre al 2 ottobre
nella città lagunare. “È sempre più indispensabile definire
un nuovo piano organico per
le infrastrutture – ha aggiunto
Zambrano - da realizzarsi, però, con un uso migliore delle
norme sugli appalti, anche
imparando dall’esperienza degli anni passati ed evitando
gli errori compiuti. Se ne parla ancora molto, gli sforzi del
Governo sembrano andare in
questa direzione, ma è fondamentale produrre fatti concreti”.
A Mestre si è discusso parecchio di un tema che certamente sarà di centrale importanza al prossimo congresso,
vale a dire il problematico settore delle opere pubbliche.
L’occasione è stata anche la
presentazione di una ricerca
condotta dal Centro Studi del
Cni dal titolo “Opere pubbliche: criticità e prospettive nello scenario europeo”, che dimostra ancora una volta come le difficoltà siano tutt’altro
che superate. Basta un dato
per comprendere la situazione: nel 2014 la spesa dello
Stato per infrastrutture materiali si è attestata a 25,4 miliardi di euro, il valore più basso dal 2000. Sebbene la flessione degli investimenti per
opere pubbliche nel periodo
di crisi sia stata comune a tutti
i Paesi europei, in gran parte
di questi, nel 2013, il ciclo è
ritornato ad essere espansivo.
In Italia, invece anche nel
2013 e nel 2014 è proseguita
la fase discendente.
È sempre più
indispensabile
definire un nuovo
piano organico
per le infrastrutture
– ha aggiunto
Zambrano – da
realizzarsi, però,
con un uso migliore
delle norme sugli
appalti, anche
imparando
dall’esperienza
degli anni passati
ed evitando gli
errori compiuti.
Se ne parla ancora
molto, gli sforzi del
Governo sembrano
andare in questa
direzione, ma è
fondamentale
produrre fatti
concreti
Deprimenti anche i riscontri
relativi alla realizzazione del
programma di opere strategiche previste dalla Legge
Obiettivo del 2001: dei 735
interventi previsti, ne risultano
aggiudicati solo 378. Ma non
basta: molte delle opere aggiudicate non sono state avviate o hanno accumulato ritardi. Risultano conclusi solo
117 interventi per 3,4 miliardi:
appena il 7,7% di quanto
messo fino ad oggi a gara. Tale ammontare ha poi generato varianti per 3,1 miliardi di
euro, per una spesa complessiva di quasi 6,5 miliardi e,
dunque, con il raddoppio degli importi messi a gara. Per
non parlare, poi, dei ritardi.
Sui 735 interventi censiti ben
94 risultano in ritardo.
In ogni caso, è lo stesso meccanismo di assegnazione degli
appalti che spesso compromette l’efficacia del program-
ma delle infrastrutture strategiche. Soluzioni come l’appalto integrato e quella con
il contraente generale spesso
degenerano in un incremento
smodato dei costi in corso
d’opera. Nel caso di opere
concluse con appalto integrato, l’incidenza del costo delle
varianti sull’importo di aggiudicazione è stato del 118%, a
fronte di una media generale,
tra le opere concluse, già elevata, pari al 106%. L’appalto
integrato si è rivelato spesso
molto inefficiente: in molti
casi ha portato al raddoppio
dei costi preventivati in misura nettamente superiore a
ciò che accade nel caso delle
opere realizzate con appalti
di sola esecuzione. I dati evidenziano inoltre che la progettazione definitiva messa a
gara tramite appalto integrato
genera molti più costi e diseconomie in termini di varianti
rispetto a ciò che accade con
la progettazione esecutiva.
Nel primo caso l’incidenza
delle varianti sull’importo di
aggiudicazione raggiunge
quasi il 120%, mentre nel secondo caso è pari al 111%.
Pertanto il ricorso all’appalto
integrato dovrebbe essere
non solo limitato, ma laddove
vi si faccia ricorso, è opportuno mettere a gara la progettazione esecutiva, evitando
quella definitiva.
“La qualità di un’opera pubblica – ha osservato Fabio
Bonfà, Vice Presidente del
Cni - dipende anche da pratiche efficienti ed improntate
alla trasparenza che vanno
messe in atto dalle stazioni
appaltanti. Da questo punto
di vista, l’azione della Pubblica
Amministrazione appare ancora carente. È necessario
che la P.A. e le Stazioni appaltanti riprendano il loro
ruolo guida, che deve consistere in modo quasi esclusivo
nella funzione di programmazione delle opere e di controllo sulla loro corretta esecuzione lasciando a tecnici
esterni le attività di progettazione”.
Ma non finisce qui, purtroppo. Al convegno mestrino è
stato dimostrato che le opere
inserite nella Legge Obiettivo
progettate internamente alla
Pubblica Amministrazione
generano una lievitazione dei
costi in termini di varianti,
maggiore rispetto ai casi di
progettazione esterna. Nel
primo caso l’incidenza delle
varianti sugli importi assegnati è pari al 105% a fronte del
75% nel caso di progettazione
esterna. Alla luce di questi fatti il Cni “ribadisce che da un
lato è evidentemente necessario attivare un processo di
maggiore qualificazione delle
Stazioni appaltanti e che dall’altro tuttavia la funzione di
programmazione e controllo
svolta da queste ultime dovrebbe essere tenuta quanto
più possibile distinta dalle attività di progettazione, da affidare a tecnici esterni”.
ata con il trattato di Roma nel 1957, la politica di concorrenza dell’Unione europea ha lo scopo di introdurre
N
delle regole per disciplinare il mercato europeo e garantire
a tutti i consumatori i vantaggi del libero mercato. La politica
di concorrenza è quindi utile affinché le imprese sul mercato
giochino in maniera leale le proprie carte imprenditoriali.
In tal caso la corretta competizione delle imprese porta benefici sia al mercato in generale, soprattutto per quanto riguarda la qualità dei prodotti offerti, sia ai consumatori, i
quali hanno la possibilità di scegliere tra una varietà di prodotti quelli con un rapporto qualità/prezzo migliore. La diretta positiva conseguenza della politica di concorrenza è
una competizione tra imprese con l’arma dell’innovazione
dei prodotti.
Dal 1962, la Commissione europea
indaga sui casi di violazione delle
norme sulla concorrenza, avendo il
potere di sanzionare l’impresa che violi
le norme europee con multe fino al
10% del fatturato dell’azienda imputata
L’esperienza acquisita sul mercato interno si può rivendere
sul mercato mondiale posizionando i prodotti europei in
maniera concorrenziale rispetto ai prodotti dei Paesi terzi.
Un processo virtuoso che viene regolato dalle istituzioni
europee in collaborazione con le autorità nazionali. L’istituzione maggiormente implicata nell’elaborazione e preservazione della politica di concorrenza è la Commissione europea.
Essa, nella veste di garante dei trattati e della legislazione
UE, e in collaborazione con le autorità nazionali, applica
direttamente la legislazione sulla concorrenza. Così, dal
1962, la Commissione europea indaga sui casi di violazione
delle norme sulla concorrenza, avendo il potere di sanzionare
l’impresa che violi le norme europee con multe fino al 10%
del fatturato dell’azienda imputata.
Le azioni della Commissione sulla concorrenza sono disciplinate dal Capo VII del TFUE e si concentrano in particolare su: lotta contro i cartelli; prevenzione dell’abuso, da
parte delle imprese dominanti, del loro potere di mercato
in qualsiasi settore o in qualsiasi paese europeo; il controllo
delle concentrazioni proposte; il controllo degli aiuti di Stato
per settori e imprese che presentano rischi di distorsione
della concorrenza.
L’Esecutivo comunitario controlla in particolar modo che
le imprese non creino intese per ripartirsi il mercato e vigila
sugli aiuti di Stato che potrebbero apportare un beneficio
alla singola impresa ma danneggiarne altre all’interno del
mercato europeo. E, in caso di violazione delle norme, l’Esecutivo ha il potere di sanzionare l’impresa imputata.
P.A.
10
N. 6 - Giugno 2015
il GIORNALE dell’INGEGNERE
L’EDITORIALE
La rivoluzione che attende
Il nuovo modello economico basato sulla conoscenza
segue da pag. 1
Un modello in grado da una
parte di soddisfare la richiesta
di maggior valore, non solo
competitivo, di prodotti e servizi e dall’altra di incrementare l’efficienza, in quanto sarà
possibile iniettare e far circolare dosi crescenti di intelligenza nel sistema economico
e sociale. Questo perché in
internet delle cose gli oggetti
si rendono riconoscibili e acquisiscono sensatezza, grazie
al fatto di poter accedere ad
informazioni aggregate da
parte di altri oggetti, e possono svolgere quindi un ruolo
attivo, comunicando dati che
riguardano loro stessi e creando un sistema pervasivo ed
interconnesso che attraverso
svariate tecnologie di comunicazione consente di dialogare con i nodi del web. I
campi di azione sono già numerosi: da quelli industriali,
con l’automazione dei processi produttivi, alla logistica
e all’infomobilità, all'assistenza
e interventi remoti, all'efficienza energetica, alla tutela ambientale, ecc.. Ma in prospettiva è da attendersi che le applicazioni dilagheranno a
macchia d’olio, arrivando a
interessare tutti i settori, compreso il primario, dove le fasi
delle coltivazioni, inclusa l’irrigazione, potranno essere più
interattive e sincronizzate, anche con le previsioni meteorologiche, e così le piante potranno comunicare quando
devono ricevere acqua. Sono
applicazioni che avranno in
generale un forte e positivo impatto sulla qualità della vita se si
pensa, solo per fare
due esempi tra i più
banali, che le sveglie potranno suonare prima in caso
di traffico e i contenitori dei farmaci potranno avvertire pazienti
e familiari se il malato omette
di prendere le medicine. In
tal modo si determinerà un
nuovo contesto dove gli assets immateriali conteranno
di più di quelli materiali, premiando creatività e capacità
di concepire prodotti e servizi
innovativi ad alto valore aggiunto, che sarà ciò che farà
la differenza. Un cambiamento profondo che ribalta i fattori e attribuisce alla conoscenza, alla domanda, alla
creatività, all’innovazione continua, alla qualità il ruolo trainante dello sviluppo economico, segnandone il percorso.
Questo perché la possibilità
di individuare nuovi assetti
organizzativi e procedure decisionali più rapide, attraverso
la collaborazione in rete e
quindi in un contesto decentralizzato, unita alla disponibilità di avere nuovi strumenti
per gestire gli eventi, fa emergere nuove esigenze e diverse
priorità, soggetti, prodotti, e
pertanto nuove attività che
genereranno rapidi mutamenti nella società. Dunque un
contesto che sarà rivoluzionato e che richiede molta conoscenza di frontiera, ma non
altrettanto tempo perché essa
sia acquisita e diffusa in tutti
i settori dell’attività economica
e si compia la transizione, se
si considera che nei prossimi
vent’anni l’attuale sapere tecnico potrà raddoppiare. Lo
testimonia il progresso esponenziale che sta subendo tutta
la tecno-scienza. Si pensi a
quello delle tecnologie ICT
che contribuiscono, tra l’altro,
ad eliminare le barriere alla
circolazione delle idee, apren-
do la strada al rapido variare
degli scenari economici, sociali e politici. Alla microelettronica, che sforna strumenti
sempre più potenti di visione,
analisi, manipolazione e calcolo, così contribuendo in
maniera sempre più determinante all’avanzamento delle
frontiere della conoscenza
scientifica in diverse aree come la biologia, la genetica, i
materiali e l’elettronica stessa
e a far convergere, su scala
nanometrica, le tecnologie
derivate da queste conoscenze, attuando il cambiamento
più straordinario che l’umanità abbia conosciuto. E ciò
in quanto sono le nano tecnologie quelle che completeranno la rivoluzione,
interiorizzando nei
materiali la capacità e prestazio-
traguardi che siano sostenibili,
soprattutto dal punto di vista
sociale, oltre che economico
e ambientale. Tutto ciò comporta la necessità, specie in
Italia, di mettere a punto una
politica espansiva nei settori
high tech che consenta di dispiegare il potenziale di nuovo lavoro che questi settori
contengono e la conseguente
domanda di imprenditorialità
e occupazione aggiuntive, nei
servizi, nell’intermediazione,
nella logistica, per la sostenibilità, la cultura, nell’impiego
del tempo libero, ecc. Dunque
la caratteristica e la qualità del
nuovo lavoro deve essere al
centro dell’agenda dell’Esecutivo con politiche che promuovano l’introduzione di sistemi di produzione innovativi e diversi, per esempio favorendo l’impiego delle stam-
L’Italia futura deve essere
più imprenditoriale, infatti
si trova sempre in ritardo perché
non ha definito una strategia
organica per valorizzare
i vantaggi competitivi
del proprio sistema industriale
ni volute e concludendo la fase di miniaturizzazione da
tempo iniziata. Di qui l’immane sforzo d’insieme che
occorre compiere per immaginare il futuro di un mondo
connesso in tutti i settori, dove l'enorme potenziale di internet delle cose ha la possibilità di favorire convergenza
e collaborazione, ma nel quale l’arretratezza dei paesi in
via di sviluppo porta a contare attualmente 1,3 miliardi
di persone che non hanno accesso all’elettricità, mentre un
altro miliardo è servito da reti
inaffidabili. Che fare quindi
per attenuare le inaccettabili
disuguaglianze sociali e reddituali, che stanno, al contrario, crescendo, tra una élite
tecnologicamente attiva e
produttiva sempre più ristretta e una folla di disoccupati
o sottooccupati in lavori routinari? Quanto lavoro umano
vi potrà essere nel breve medio periodo in un mondo
sempre più servito da robot
e intelligenza artificiale? Certamente le forze di scienza,
tecnologia e mercato da sole
non bastano per garantire che
il futuro sia migliore. Questo
futuro bisogna guadagnarselo,
iniettando nei sistemi economici intelligenza, ma anche
lungimiranza e saggezza, per
guidare la rivoluzione verso
panti 3D che consentono di
far espandere il self employment, e che si intreccino con
politiche di incentivazione del
lavoro vocazionale. L’Italia futura deve essere più imprenditoriale di quella passata,
mentre si trova come sempre
in ritardo, perché tra i paesi
industrializzati non ha ancora
definito una strategia organica
in grado di ottimizzare i vantaggi competitivi del proprio
sistema industriale che le consenta di fronteggiare la transizione segnando progressi e
non regressi. Perché di fatto
per ora il Paese, pur restando
la seconda potenza manifatturiera europea, ha perso punti in Europa e nel Mondo,
con una contrazione del contributo dell’industria al pil nazionale sceso da oltre il 21 %
del 2000 al 15 attuale e una
perdita di mezzo milione di
occupati, oltre l’11% del totale. E se sta uscendo da un
periodo di acuta recessione
non è ancora entrato in una
fase di crescita adeguata al recupero dei danni della crisi e
alla valorizzazione delle proprie notevoli potenzialità. Eppure vi sono settori che permangono come formidabili
punti di forza: meccanica
avanzata, alcuni comparti di
chimica e farmaceutica, architettura e costruzioni,
agroalimentare, moda e tessile, abbigliamento e calzatura,
mobile e arredamento, nei
quali l’Italia dispone di aziende, infrastrutture, scuole professionali e know-how, di primo livello. È li dove dovrebbe
focalizzarsi la politica per sostenerne l’innovazione non
solo tecnologica, ma anche
di governance, organizzazione, logistica, distribuzione, design, ecc. E’ la vera sfida, resa
ardua dal fatto che con la globalizzazione le migliori idee
e i migliori talenti nei settori
high tech tendono ad emigrare altrove, dove trovano le
condizioni di sviluppo, con
l’aggravante che da noi è merce rara. Basti pensare che in
Italia solo il 22% delle persone
fra 25 e 34 anni ha una laurea,
contro il 37 del resto dell’Europa e al nostro sistema universitario gravemente sotto
finanziato. Al contrario è su
questo e sull’intero sistema
dell’istruzione che occorre far
leva per fronteggiare senza
subire danni la rivoluzione in
atto, affinché il Paese conservi
ed accresca la sua capacità di
innovare e sappia incoraggiare le idee rivoluzionarie, promuovendone lo sfruttamento
commerciale. Senza di ciò il
declino appare inevitabile,
perché il difetto italiano da
correggere è la limitata presenza di ricercatori, soprattutto nel privato, complice la
frammentazione del tessuto
produttivo che registra 4 milioni di microimprese con
meno di dieci addetti, che occupano il 47% della forza lavoro, contro il 29% della media europea, cui si aggiunge
la bassa attrattiva di studenti
e studiosi stranieri. Finalmente, però, si vede una luce in
fondo al tunnel. Un segnale
in controtendenza è dato infatti dal contenuto del nuovo
Piano nazionale della ricerca
che fa perno sul capitale umano, il che significa soprattutto
mettere al centro i ricercatori
e favorire il loro trasferimento
di conoscenze al resto della
società, così sostenendo la
collaborazione pubblico-privato e quindi l’innovazione
delle filiere tecnologiche nazionali attraverso l’applicazione industriale delle conoscenze. Con un respiro più ampio
del precedente, il nuovo piano è anche ben allineato all’europeo Horizon 2020 con
cui ha in comune le aree di
intervento: Agrifoood, Aerospazio, Design Creatività &
Made in Italy e Fabbrica Intelligente, Blue Med, Chimica
Verde e Patrimonio Culturale,
Smart Communities, Tecnologie e Ambienti di Vita,
Energia, Mobilità e Trasporti
e Salute. Visto che la condizione fondamentale per gestire la complessità e superare
con successo la transizione
epocale che ci aspetta è rinforzare le reti dei fornitori di
conoscenza, l’ottimismo pare
giustificato, perché il nuovo
piano, il rinnovato impegno
di migliorare la qualità degli
oltre 900 corsi di dottorato di
ricerca attivi in Italia e il progressivo incremento della formazione a distanza, che con
l’ evolvere degli strumenti di
comunicazione non riguarda
più solo le università telematiche, ma anche quelle tradizionali, introducono indubbiamente validi presupposti
per poter uscire stabilmente
dalla crisi e aggredire il moloch dell’immobilità sociale
su cui poggia la crescita della
disuguaglianza.
PENSIERI IN LIBERTÀ
Attualità di alcune
riflessioni ottuagenarie
segue da pag. 1
Quella frase è nel sesto dei ventidue scritti del libro, intitolato “Cultura e specializzazione” (1936). La frase, circa
a metà del pezzo, recita:
“D’altra parte, la vita moderna, colle molteplici necessità
che si è andata creando, richiama all’opera una folla di
professionisti, i quali, accorgendosi che il campo generale
a cui il loro titolo si riferisce è troppo vasto per poterlo abbracciare nella sua realtà contingente, sentono il bisogno
di specializzarsi a fondo in un ramo particolare; ed hanno
anche, io penso, il dovere di farlo per servire bene il loro
cliente. Senonchè i più validi fra i professionisti, quelli cioè
che ricordano con gioia le ore dedicate allo studio, perché
vi colsero qualche frutto pieno di sapore spirituale, comprendono che il dedicarsi solamente alla specialità uccide
a poco a poco le idee generali ed i confronti, che pur sono
validi per il pensiero; e vorrebbero ritornare a una consuetudine di studi più ampi per ritemprarsi.”
Questa frase mi è tornata in mente perché qualcuno mi
ha raccontato che nella campagna “Adotta un Libro”, promossa dal nostro Collegio per restaurare i più ammalorati
fra i 21 mila volumi della biblioteca Leo Finzi, un’associazione disposta a sostenerci aveva difficoltà a trovare un
titolo che riguardasse il suo settore, mentre un’impresa,
più fortunata, aveva adottato un libro in qualche misura
pertinente. Evidentemente vanno ringraziate entrambe:
chi vuole fare e chi fa, ma mi stupisce il fatto che volendo
aderire a una iniziativa culturale si guardi alla propria specializzazione, dimenticando che tutto quello che sappiamo
e facciamo oggi deriva da secoli di studio e di esperienza,
generalmente in campi completamente diversi dal nostro
particolare.
Questa mi sembra la situazione di una persona che in
barca cerchi il mare in quel po’ d’acqua portata sul fondo
dagli spruzzi, anziché guardare il mare che è fuori.
Quella frase mi è tornata in mente anche perché, ragionando sui contenuti del Giornale dell’Ingegnere, qualcuno
mi dice che i nostri lettori vogliono leggere proprio di
quello che fanno nella professione; non sono interessati a
quanto altro potrebbero fare nello stesso campo, né alle
altre numerose specializzazioni dell’ingegneria. Tanto meno
sono interessati ai problemi più generali e non contingenti.
Certamente per noi il “lettore” ha sempre ragione, ma mi
stupisce che dimentichi che anche le soluzioni specialistiche
per essere efficaci e durevoli richiedono la percezione e
la comprensione della complessità del mondo in cui viviamo. A maggior ragione tali percezioni e comprensioni
sono necessarie se si chiede maggior attenzione dai centri
politici o, in genere, decisionali. Ancor più se si reclama
un posto come classe di governo.
A questo proposito cito un’altra frase del Prof. Danusso
(“La tecnica e lo spirito” – 1934):
“Così l’incomprensione e l’egoismo degli uni (filosofi, avvocati, finanzieri, n.d.r.) e l’acquiescenza ora nobile, ora
inerte degli altri (tecnici, n.d.r.) hanno originato e lasciato
consolidare una situazione da cui bisogna che si risorga,
..., nella quale il tecnico quando sia convenientemente formato dalla scuola superiore e dall’esperienza professionale,
non deve rimanere certo in secondo grado rispetto al filosofo,
all’avvocato, al finanziere”.
Oggi aggiungerei all’economista.
Tutti d’accordo, dunque, sulla legittimità dell’aspirazione
degli ingegneri a essere classe di governo? Sì, purché rispettando il requisito “convenientemente formato dalla
scuola superiore e dall’esperienza professionale”. E aggiungerei: intellettualmente umile nell’affrontare i problemi e
onesto nel suggerire le soluzioni.
dott. ing. Franco Ligonzo
Collegio degli Ingegneri
e Architetti di Milano
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PER INFORMAZIONI:
Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano
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prof. ing. Pierangelo Andreini
N. 6 - Giugno 2015
segue da pag. 1
Che i modelli di occupazione
renderanno sempre più simili
i paesi emergenti e quelli occidentali, i garantiti europei
avranno maggiori difficoltà
degli individualisti statunitensi
a raccogliere la sfida; mentre
in America Samuel Kapon e
Joseph Tracy della Federal
Reserve Bank di New York
dicono che “more labor productivity growth is required
to sustain USA growth”.
Sono anni che racconto queste cose e le scrivo in libri e
articoli. Tutto questo fa sì che
la crisi si possa superare soltanto accettando i nuovi
comportamenti e spingendo
così - ove è possibile - lo sviluppo con l’innovazione e la
ricerca. Ogni paese finisce per
utilizzare gli strumenti che gli
sono più congeniali (in termini di disponibilità, di capacità ad utilizzarli, di tempi e
strutture organizzative per
metterli in atto, di risorse a
partire da quelle finanziarie)
e questo avrà come conseguenza un rapido riallineamento dei paesi in relazione
alle loro effettive capacità e ai
loro successi e insuccessi.
L’Italia è in bilico perché dispone di alcuni punti di forza
nella ricerca, nell’ingegneria,
nell’industria, ma pochi e soprattutto non sostenuti dal sistema politico e finanziario,
da quello infrastrutturale, da
quello culturale e dall’attitudine della gente.
In questo mondo di egualitarismo - giusto per carità se
ben gestito - bisogna far leva
sui “primi della classe”: i baroni, come furono Giuseppe
Levi maestro dei tre premi
Nobel italiani per la medicina
Salvador Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini
(per non parlare della figlia
Natalia Ginzburg), ed Enrico
Fermi con una coorte di allievi brillantissimi in Italia e
in America, tra i quali ricordo
appena i premi Nobel Emilio
Segré e Oswald Chamberlain, e i grandi Franco Rasetti,
Ettore Majorana, Edoardo
L’INTERVENTO
Superare la crisi. Ma come?
bisogno che la medicina
combatta una quantità di malanni - alcuni terribili - ci si
gingilla con la decrescita (si
veda ad esempio in Italia il
Terra Nuova Festival del 67 giugno di quest’anno, sponsorizzato da Decrescita Fiorentina) che solo la grande
ignoranza di politici e gente,
o di pseudo scienziati - come
Georgescu Roegen (ancora
venerato oggi) con la sua
Conferenza alla Yale University del 1975 su “Energia e miti economici - può far ritenere
che ridurrà inquinamento e
darà risorse da distribuire agli
indigenti. Mentre sono solo
le nuove più avanzate conoscenze e gli strumenti dell’innovazione che le potranno
dare. Ci vuole una cultura da
primi della classe, cercare di
essere bravissimi, concentrare
le intelligenze tecno-scientifiche, artistiche, umanistiche,
come avvenne in Inghilterra
con la rivoluzione industriale,
in Francia con Napoleone, in
Austria con l’attrazione dell’impero di Vienna, in Germania coi trecento anni di dominio filosofico. Si è dimenticato che negli anni trenta del
‘900 i grandi fisici di tutto il
mondo studiavano l’italiano
per leggere gli articoli di Fermi
non appena pubblicati, che è
soltanto la cultura e il sapere
che hanno sempre saputo ottenere di più, consumando di
meno, e che sono i geni e la
grande concentrazione delle
intelligenze che hanno permesso i balzi in avanti della
società umana.
In questi anni, nonostante l’insipienza di una cultura popolare che ha via via perso buona parte delle sue doti (voglia
di fare, artigianato, onestà di
pensiero, capacità imprenditoriale) e le scelte politiche
molto spesso concepite per
Per superare la crisi occorre
soprattutto accrescere
l’efficienza di ogni strumento,
struttura, organizzazione,
intera società.
Gli spazi per farlo sono
sbalorditivamente enormi
Amaldi, Bruno Pontecorvo,
Mario Ageno, Giancarlo
WicK. In parte i grandi maestri richiamano grandi allievi,
ma soprattutto il loro insegnamento fa diventare grandi
i fortunati che lavorano con
loro. Purtroppo in Italia si distruggono le “scuole”, se possibile quelle grandissime, e
tutte le altre più modeste, eppure utilissime: così si evirano
le potenziali menti di valore.
Ma perché poi le grandi innovazioni americane avvengono nella Silicon Valley e
nella mitica Route 128 del
Massachusetts? Lì si concentrano cervelli, università favolose, strutture di ricerca, imprenditori di assalto e la finanza che investe sui cervelli.
Sono l’incontro (e lo scontro)
di idee, pensiero, invenzione,
genialità e del capitalismo intelligente a creare le condizioni per lo sviluppo rivoluzionario. In Italia i cervelli fuggono e se rientrano quale
contesto stimolante possono
trovare? E quale capitalismo
estero può venire a investire
da noi? Al massimo quello dei
prodotti tradizionali come gli
elettrodomestici della Whirlpool.
In questo mondo, dove la popolazione cresce ancora in
modo sostenuto, dove tanti
soffrono la fame, manca l’acqua per bere e lavarsi, e c’è
11
il GIORNALE dell’INGEGNERE
stroncare gli sviluppi innovativi e per tutelare rendite di
posizione e attività convenzionali destinate a essere inesorabilmente sopraffatte, stanno nascendo, sviluppandosi
e combattendosi nuove idee,
concezioni, attività valide, capaci di scatenare una nuova
società ricca, fisicamente e intellettualmente.
Questo riguarda innanzitutto
i grandi sistemi, a partire dalla
moneta e dalla stessa finanza,
che è stata - ed è tuttora - una
delle cause principali della crisi. In meno di un anno la moneta elettronica diventerà
quella di riferimento - come
sono oggi Dollaro ed Euro e sarà il dollaro a beneficiarne
di più. L’energia e, soprattutto,
l’elettricità, sono destinate a
una convulsa evoluzione come non si conosceva dalla crisi del 1973. Outsider Club dichiara “Wireless electricity is
here”, d’accordo con Google,
Apple, buona parte della Silicon Valley, Tesla, chi è interessato alle auto a guida automatica e i fautori delle ecoenergie. Ma altri ritengono
che la rete rimarrà fondamentale, favorita anche da un ritorno al nucleare al quale sta
pensando lo stesso Obama.
Inoltre, si prevede un aumento sostenuto del consumo di
energia elettrica anche per il
condizionamento degli spazi
abitati. Il futuro del cibo e dell’alimentazione sono in subbuglio tra chi difende l’alimentazione tradizionale e chi pensa invece a un’agricoltura che
ricorre alla fotosintesi artificiale e costruisce geneticamente i cibi - a partire dalla
carne - riducendo il consumo
di acqua e altre risorse. L’acqua si ottiene - ed è già usata
in California - nella produzione di petrolio. Anche le grandi
imprese mutano le loro attività. Apple oggi pensa all’orologio, ma domani c’è l’automobile, come, del resto anche
per Google che sta sperimentando la sua. Ma Google vuol
pure fare concorrenza agli
operatori telefonici e, soprattutto, impegnarsi nel campo
della salute rispondendo alle
domande degli utenti con le
informazioni di base e specifiche delle patologie e, su
Twitter, con analisi psicologiche. Google, inoltre, ha assunto ingegneri bioinformatici e
di biologia computazionale
per sviluppare nuovi farmaci,
tecniche di impiego e creare
una nuova medicina che si basa sul connubio tra conoscenza, valutazione e soluzioni
scientifiche: per inciso l’opposto della tedesca medicina del
dottor Ryke Geerd Hamer
tanto di moda in Germania e,
ora, anche in Italia. I fenomeni
complessi, come ad esempio
clima e “Global Warming”,
vengono ormai affrontati con
più di un approccio: oltre a
quello convenzionale, basato
sulla raccolta dati e loro elaborazione con modelli matematici, quello che segue l’evoluzione dei fenomeno, del suo
costo e delle nuove prospettive e soluzioni meno costose
che si presentano.
Nel caso dell’Intelligenza Artificiale il problema è invece
il rischio, particolarmente per
l’uomo: sua espulsione dalle
attività intelligenti, se non dominio della macchina sull’uomo. Il caso più drammatico
riguarda la modifica – genetica, strutturale, comportamentale - in atto dell’uomo
con il fine ultimo di pervenire
alla sua eternità, come ritiene
il gruppo del Transumanesimo. Se tale obiettivo è incerto
e comunque lontano, processi
intermedi come la modifica
del genoma o il collegamento
con macchine, informatiche
o di altro tipo, pone invece
problemi etici, di rischio, di
creazione di vere e proprie
speciazioni, con la eventuale
creazione di “superuomini”
mentre gli altri diventano un
specie inferiore.
In un mondo in cui grandi
problematiche, sistemi complessi e imprese leader guidano la sua evoluzione, c’è spazio per un validissimo sistema
satellitare di medie, piccole
imprese e artigianato. Le
Stampanti 3D consentono di
progettare, inventare e produrre praticamente qualsiasi
oggetto di qualsivoglia dimensione, funzionalità, in serie o in pezzi unici, generalmente a costi assai inferiori a
quelli di altri sistemi. Stupisce
il fatto che le si usi ancora
troppo poco, particolarmente
in Italia, paese appunto di piccole imprese e di artigiani. Ma
vi sono molte altre modalità
di rinnovamento per queste
imprese, purché ben preparate, continuamente aggiornate e concepite per creare
sempre nuove attività (beni e
sevizi).
Per superare la crisi occorre
soprattutto accrescere l’efficienza di ogni strumento,
struttura, organizzazione, intera società. Gli spazi per farlo
sono sbalorditivamente enormi. Un esempio: quello del
sistema più avanzato del
mondo, la Silicon Valley, ove
la percentuale di donne impegnata in quelle attività è appena il 20%, neri e ispanici
sono pochissimi; eppure si
tratta della California, stato
avanzato e non razzista, Ci
sono certamente ragioni per
questo comportamento, ma
è doveroso capirle e pervenire
a soluzioni molto più utili ed
efficienti. Un analogo discorso
vale per la democrazia, che
Massimo Negrotti ha recentemente affrontato (“Se la democrazia divora se stessa”
L’Opinione) e che bisogna risolvere al più presto..
prof. dott. Giuseppe Lanzavecchia
Università di Urbino
12
N. 6 - Giugno 2015
il GIORNALE dell’INGEGNERE
INTERNAZIONALIZZAZIONE: A COLLOQUIO CON L’INGEGNERE ROSSELLA MONTI,
ESPERTA DELLA MATERIA
dott. ing. Franco Ligonzo
Perché internazionalizzare?
Internazionalizzare è un imperativo dettato dalle dinamiche dei mercati globali ed è
sempre più una necessità per
contrastare le crisi di liquidità
di cui soffrono molte piccole
e medie realtà imprenditoriali.
La internazionalizzaione, anche per le micro realtà come
gli studi professionali, è un’ esigenza per diversificare e superare logiche prettamente locali
e clientelari che oggigiorno
hanno come unico risultato un
soffocante prestito bancario
per contrastare i cronici ritardi
di pagamento. Sono moltissime le società che hanno rivolto i loro servizi all’ estero e credo che in molti altri seguiranno. La maggior parte preferisce investire in paesi emergenti
che presentano una relativa
stabilità o nell Europa dell’
Est, ma come ovvio, in queste
realtà la competizione è già
molto alta. Esistono invece realtà piu’ “hard” che a mio avviso vanno colte ora, prima
che sia troppo tardi. Parlo dei
paesi in via di sviluppo e di alcuni paesi caucasici.
ROSSELLA MONTI è un ingegnere civile ambientale con un dottorato di ricerca in ingegneria idraulica presso il Politecnico di Milano. Negli
ultimi 20 anni ha gestito progetti di cooperazione allo sviluppo, educativi e di sicurezza internazionale in 60 paesi in via di sviluppo, in
Medioriente, Brasile, Africa, Balcani finanziati da Ministero Affari Esteri, FAO, UNESCO, IILA, Commissione Europea. È stata Direttore Generale
di Hydroaid a cui ha portato nel 2011 il prestigioso status di special consultative status ad ECOSOC (UN), ha lavorato al Joint Research Center di Ispra
su progetti di innovazione tecnologica e sicurezza nucleare, ha svolto attività professionale per Enti Governativi in Italia ed all’ estero, ha condotto
ricerca scientifica in Italia ed in Israele. Attualmente è Direttore della Water & Energy Security Div presso la Fondazione Volta di Como e svolge preva­
lentemente attività di hydro­diplomacy nell’area mediorientale. È altresì docente al DIS della Presidenza del Consiglio dei Ministri, esperto internazionale
nel processo multilaterale sull’ acqua nel processo israelo palestinese giordano EXACT presieduto dagli Stati Uniti, svolge attività di consulenza
internazionale, è autore di oltre 50 articoli su riviste e decine di comunicazioni in contesti internazionali, tra cui Rio+20, WWF, UN.
cazione nazionale si è persa
nelle necessarie approvazioni
da parte degli organi governativi competenti per essere efficace. Tra le difficoltà va anche
elencata la cultura locale che
richiede da parte del soggetto
promotore la capacità di integrarsi per un efficace coordinamento, evitando l’ innescarsi
di dinamiche di rifiuto.
Mi sembrano difficoltà scorag­
gianti, perché dunque investire
in paesi in via di sviluppo?
Perché, come dice Pistelli, le
opportunità sono grandi e i rischi possono essere modulati.
Naturalmente dipende da cosa
si decide di fare ed in quale
settore investire.
Le dò alcune indicazioni sui
piani in essere dove le idee imprenditoriali possono inserirsi
a vario titolo. Prendo come
esempio l’Etiopia. Il governo
ha messo in moto un piano di
sviluppo basato sulle grandi
potenzialità naturali del paese:
acqua, energia, suolo. Ai piani
di sviluppo energetici nazionali ed internazionali – ricordo
che l’ Etiopia sta diventando
Dove si può investire?
Il 17 maggio ho partecipato alla
tavola rotonda organizzata dal
Ministero Affari Esteri sui grandi temi della sostenibilità in cui
è intervenuto il premio Nobel
Sen che ha parlato della grande piaga della povertà che affligge da tempo i paesi in via
di sviluppo e più recentemente
i nostri sistemi occedentali.
Nella stessa occasione, il sottosegretario Pistelli ha parlato
di necessità di una visione globale per uscire dalla crisi e
dell’urgenza di rivedere gli
schemi di attività per cogliere
le grandi opportunità che offrono i paesi di terza industrializzazione, in Africa ed in Asia.
Come ha detto l’On. Pistelli “i
rischi ci sono, ma le opportunità sono molto grandi”. Restringendo il campo all’ Africa
Subsahariana – che conosco
meglio- credo che i suggerimenti del Ministero Affari
Esteri si possano tradurre in
occasioni da cogliere. Ci sono
dei paesi la cui dotazione naturale è associata ad una relativa stabilità dei governi locali.
Hanno piani di sviluppo nazionali credibili -peraltro sostenuti a livello internazionale-, che offrono sufficienti garanzie per un investimento locale.
Roberto Di Sanzo
Quali sono le maggiori diffi­
coltà?
La più grande difficoltà quando si opera all’estero, che si
tratti di paesi in via di sviluppo
o no, è la conoscenza della legislazione locale. Questo richiede di ricercare professionisti locali in cui si possa riporre assoluta fiducia e a questo riguardo le mie esperienze
sono state positive. Le difficoltà aumentano quando la lingua
locale non ci è in alcun modo
famigliare, come ad esempio
l’amarico in Etiopia e ciò nonostante vi sia un’ ampia casistica in cui le attività possono
essere svolte in inglese. Un’altra difficoltà con cui si rischia
di scontrarsi in Africa è la faraggine burocratica o la “dimenticanza”di accordi internazionali che sono stati stipulati dal paese ma la cui appli-
La libera circolazione dei professionisti per ora rimane una
chimera, una ghiotta opportunità solo sulla carta. è questo il quadro desolante che
emerge dalla ricerca “Il riconoscimento dei titoli italiani
conseguiti all’estero – 2014”,
pubblicata dal Centro Studi
del Consiglio Nazionale degli
Ingegneri. Le politiche adottate dall’Unione Europea sino
ad oggi non hanno ottenuto
gli effetti sperati, visto che i
flussi in entrata in Italia si rivelano ancora una volta estremamente ridotti e caratterizzati, per la maggioranza
(77,5%), da cittadini italiani
“di rientro”. Si tratta soprattutto di laureati italiani che
chiedono il riconoscimento
del titolo professionale conseguito all’estero, dove le procedure di abilitazione sono
l’ hub elettrico del Corno
d’Africa con ambizioni verso
l’ Africa Centrale (Monti, Acqua n.1, 2015) -, ha associato
un piano di sviluppo industriale molto aggressivo mettendo
a disposizione a condizioni
competitive terreni per nuovi
impianti industriali. La prospettiva etiope è quella di creare un’ alternativa al sud est
asiatico più vicina all’Europa
per la delocalizzazione industriale. Il Governo ha altresì
approvato un piano di edilizia
popolare che prevede la realizzazione ex novo di interi
quartieri ad Addis (e quindi di
servizi). Sempre il Governo,
sta realizzando strade in tutto
il paese, ha approvato la realizzazione di due grandi arterie
ferroviarie che attraverseranno
il paese da nord a sud e da est
ad ovest, sta completando la
metropolitana di Addis, sta investendo sul porto di Jibuti ed
altro ancora. Tutte le principali
città dell’ Etiopia sono dotate
di aeroporti e collegate con
frequenza almeno bisettimanale con la capitale. L’aeroporto Bole di Addis è altresì l’ hub
più grande dell’ Africa, garantendo collegamenti internazionali quotidiani verso Europa,
America, Asia e naturalmnete
continentali. Ingenti investimenti sono in corso anche per
la riqualificazione delle città di
tutta la federazione nei settori
dell’ approvvigionamento idrico, dei servizi sanitari e della
fornitura energetica. Sono in
corso di studio piani per la realizzazione di impianti di trattamento delle acque e per il
riuso delle acque reflue nel settore industriale. Non ultimo,
si stanno avviando importanti
passi nella gestione dei rifiuti
e nella termovalorizzazione.
Dal programma di sviluppo
non sono escluse neanche le
zone rurali per le quali esistono
programmi ad hoc.
Analoghi programmi sono in
corso in altri paesi ed anche
di più. In Mozambico vi sono
importanti investimenti sulle
biotecnologie, nel settore della
protezione ambientale e della
salute, in Bolivia nel settore
della salute, in Kenya nel settore idraulico ed ambientale e
via dicendo. In sintesi, in questi
paesi sta avvenendo uno sviluppo modulato su tutti i fronti
necessari per innescare la crescita: la comunicazione, lo sviluppo industriale, la tutela della
salute dei cittadini (acqua e sanitation), l’approvvigionamneto energetico. Nonostante le
prospettive favorevoli e l’ínnegabile importanza dei piani
che sta portando avanti il Governo di Desalenge sulla spinta
propositiva di Zenawi, l’ Etiopia, come altri paesi in via di
sviluppo, è in un transitorio
verso un sistema stabile che
presenta tutta una serie di contraddizioni interne con una
società a diverse velocità . Va
altresì detto che oggi giorno
l’Etiopia rimane uno dei paesi
più poveri del mondo a dispetto di un pil in crescita di oltre
il 10%.
Da dove arrivano i finanzia­
menti?
Sono diversi. I programmi di
sviluppo nazionali beneficiano
di ingenti finanziamenti della
World Bank e della Banca
Africana di Sviluppo che si traducono in bandi locali in vari
“PER VINCERE LE SFIDE È NECESSARIO
UNIRSI IN SOCIETÀ TRA PROFESSIONISTI”
Per essere competitivi a livello
internazionale è necessario
avere una preparazione multidisciplinare e non proporsi
singolarmente. Il motto da utilizzare in questo caso potrebbe
essere: uniti si vince. Ne è convinto Nicola Monda, consi-
gliere e responsabile della
Commissione Esteri del Consiglio Nazionale degli Ingegneri. “Il mercato italiano sta
diventando sempre più asfittico – sostiene Monda – e per
gli ingegneri è evidente che
per crescere diventa fonda-
mentale maturare un’esperienza lavorativa all’estero. Ma
non si può andare allo sbaraglio, armati solo di entusiasmo
e tanta voglia di fare. Ormai
ci vuole qualcosa di più”. Quel
qualcosa in più si chiama società tra professionisti, “l’unica
possibilità per rispondere in
maniera efficace alle sfide che
ci pone l’internazionalizzazione e – possibilmente – vincerle. Ecco perché sta diventando
sempre più improrogabile l’individuazione di una normativa
chiara e precisa, soprattutto in
Pubblicati i dati di una ricerca del Centro Studi del Cni: il quadro è piuttosto desolante
LA LIBERA CIRCOLAZIONE?
PER ORA RIMANE UNA CHIMERA
meno complesse e sburocratizzate. “Lo scarso numero di
richieste di riconoscimento
dei titoli professionali conseguiti all’estero – spiega Luigi
Ronsivalle, Presidente del
Centro Studi CNI – non sorprende. L’Italia, infatti, in questo periodo esporta professionisti più di quanto ne importi.
Sarebbe forse più corretto
parlare di emigrazione dei
professionisti italiani, soprattutto ingegneri, che non trovano nel nostro Paese condizioni di lavoro soddisfacenti.
La condizione professionale
in Italia non è infatti rosea a
causa di remunerazioni troppo basse, tassazione eccessiva,
burocrazia esasperata”.
Nell’anno passato, il numero
degli italiani che hanno ottenuto il riconoscimento è stato
di appena 458 unità, un centinaio in meno rispetto al
2013. Se poi si tiene conto
che in due casi su tre si tratta
di cittadini italiani, laureatisi
in Giurisprudenza in Italia,
che chiedono il riconoscimento del titolo abilitante in
Spagna, i flussi in entrata sono
praticamente irrilevanti: 48
ingegneri, 20 biologi, 12 assistenti sociali e a seguire le altre professioni.
“L’amara considerazione –
prosegue Ronsivalle - è che,
al di là del superamento dei
vincoli imposti dalla legislazione vigente sul riconoscimento dei titoli, la modesta
affluenza di professionisti stranieri in Italia si può spiegare
con la scarsa attrattività del
nostro Paese dal punto di vista economico e del mercato
del lavoro. Non possiamo
perciò sentirci rasserenati dalla minore concorrenza proveniente dagli altri Paesi”.
Escludendo gli italiani, il
gruppo più consistente che
vede riconoscersi il titolo professionale è rappresentato da
cittadini della Romania
(6,3%), seguiti a distanza dagli
albanesi (2,6%) e dagli spagnoli (2,4%). Per quanto riguarda il genere, per la prima
volta il numero di laureate cui
è riconosciuto il titolo è superiore al corrispondente numero dei colleghi uomini:
57,2% contro il 42,8% dei maschi. Questi ultimi prevalgono
solo tra gli ingegneri (68,8%)
e tra i dottori commercialisti
(66,7%).
Da rimarcare la consistenza
della componente femminile
rilevata tra gli ingegneri, visto
che in Italia la quota di donne
iscritte all’albo degli ingegneri
è notevolmente inferiore (circa il 13%). L’età media dei
professionisti che ottengono
il riconoscimento dei titoli
conseguiti all’estero è compresa tra i 36 e i 37 anni.
settori o in assegnazioni dirette. Altri fondi sono nazionali,
altri ancora sono prestiti o doni da paesi stranieri, tra cui
l’Italia. Sul sito del ministero
degli Affari Esteri ad esempio,
è pubblicato tutto l’elenco dei
finanziamenti governativi nei
vari settori ed è utile per un
primo orientamento sulle
priorità di investimento
http://openaid.esteri.it/
Come cogliere queste oppor­
tunita?
Partecipando alle gare che
vengono regolarmente pubblicate sui quotidiani locali e pubblicizzate in internet o cogliendo le opportunità offerte dai
governi locali, quali ad esempio in Etiopia, le condizioni di
accesso ai terreni per la realizzazione di impianti industriali.
Vi sono poi i bandi di gara della Cooperazione Italiana per
servizi vari così come quelli
pubblicati da Europe Aid o da
World Bank, tanto per citarne
solo alcuni senza escludere le
richieste di consulenza professionale pubblicate da varie
agenzie delle Nazioni Unite.
Un servizio interessante di
pubblicazione gare è offerto
da ExTender, che è un progetto promosso da Ministero
degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, Agenzia
per la Promozione all’estero e
l’internazionalizzazione delle
imprese italiane, Assocamerestero, Unioncamere e Confindustria (extender.esteri.it).
segue a pag. 14
ambito fiscale, che una volta
per tutte possa mettere in evidenza i vantaggi che derivano
dalla realizzazione di tali società”. L’internazionalizzazione,
in ogni caso, è una tematica
da sempre al centro delle iniziative del Consiglio Nazionale degli Ingegneri. Proprio recentemente è disponibile on
line, sulla piattaforma ufficiale,
un luogo virtuale dove si incontrano domanda e offerta,
dove i professionisti di tutto il
mondo con un semplice click
hanno la possibilità di individuare interessanti opportunità
di lavoro.
“Si tratta di una vera e propria
banca dati – osserva l’ingegner
Monda – che mette a disposizione degli utenti nomi, società, istituzioni e tutto ciò che
può servire per crescere professionalmente. Grazie a questo servizio, ad esempio, diverse società operanti in Polonia hanno scelto ben 80 colleghi ingegneri che ora lavorano con profitto nel Paese
nordico”. E proprio sviluppare
relazioni con le atre realtà internazionali è l’obiettivo che
si pone il Cni. A cominciare
dall’importante convegno che
si è tenuto l’anno scorso a
Lecce e che ha coinvolto tutte
le associazioni ingegneristiche
dell’area mediterranea: un momento di confronto proficuo
che si è focalizzato sulla necessità di salvaguardare i numerosi siti archeologici presenti nel territorio in questione. “Un ambito interessante e
nel quale esistono importanti
opportunità professionali anche per gli ingegneri”, sintetizza l’ingegner Monda.
R.D.S.
N. 6 - Giugno 2015
13
il GIORNALE dell’INGEGNERE
INTERNAZIONALIZZAZIONE
DALL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI DI MILANO TRE NUOVI OBIETTIVI
PER SUPPORTARE I PROFESSIONISTI
L’Ordine degli Architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della provincia di Milano ha formato un Gruppo di lavoro con l’obiettivo di sviluppare il tema dell’internazionalizzazione partendo da quanto già fatto in passato, per costituire
entro l’inizio del prossimo anno una rete di relazioni, un corpo di supporto e alcuni strumenti operativi volti a facilitare lo sviluppo della professione dell’architetto all’estero. Portavoce per l’internazionalizzazione all’interno dell’Ordine
milanese è l’architetto Alessandro Trivelli di cui pubblichiamo di seguito alcuni passaggi.
«Il nostro obiettivo è portare
avanti uno dei punti importanti
del programma che prevede la
creazione di supporti e strumenti da offrire ai professionisti per affrontare il tema dell’internazionalizzazione – ha
spiegato Alessandro Trivelli : il discorso è già stato impostato nel passato, ma rispetto
ad alcuni anni fa le prospettive
sono completamente cambiate.
Nel 2011 si parlava di professionalità all’estero con esempi
di architetti e progettisti che
lavoravano in diversi luoghi
del mondo o citando i casi di
studi italiani attivi all’estero.
Oggi il tema va affrontato con
declinazioni diverse: il primo
scopo è semplificare la strada
affinché gli studi italiani possano affrontare l’avventura
estera rimanendo in Italia; in
secondo luogo, è necessario
creare un supporto e una rete
di architetti locali che diventino
un riferimento sia per gli stranieri che per coloro che operano in Italia, acquisendo le
basi per saper lavorare in modo collaborativo; un ulteriore
aspetto è la generazione di una
rete che includa tutto quello
che oggi figura come supporto
all’operatività all’estero di altri
settori (come per esempio la
Camera di Commercio e Ice),
sviluppando sistemi di relazione che affianchino le aziende
italiane per entrare in un mondo in cui il professionista non
ha accesso se non è strutturato
come una Srl».
L’Ordine ha già attivato alcune iniziative volte a favorire
l’internazionalizzazione, che
secondo Trivelli, può avvenire
mantenendo le proprie basi
principali in Italia, al fine di
trasmettere la professionalità
e la capacità degli architetti
italiani di leggere, interpretare
e tradurre la complessità e le
esigenze contemporanee di
altri contesti in uno spazio di
qualità.
Nell’ambito di queste attività
riteniamo necessario stabilire
un percorso comune con i
player istituzionali italiani che
hanno una rappresentanza
all’estero, Ministero tramite
CNA, CCIA come già avviato e Ordini Professionali all’estero per collaborazioni che
tendano a ridurre la distanza
fra colleghi residenti in paesi
diversi, parallelamente ai corsi
di formazione che hanno lo
scopo di consentire agli iscritti
una maggiore conoscenza dei
vari paesi e di come poter sviluppare la propria professionalità all’estero.
A questo proposito l’Ordine
milanese ha dato vita a un ciclo di incontri in collaborazione con Promos (azienda
speciale per le attività internazionali della Camera di
Commercio di Milano) nell’ambito dell’internazionalizzazione della professione in
Russia e nei Paesi emergenti.
Con la partecipazione di
CAE ACE ha attivato approfondimenti sia su mercati europei sia sulla Cina. Con Sia
Svizzera/International sono
stati stretti legami per facilitare l’interscambio professionale italo-svizzero, e analoghi
rapporti sono stati avviati con
AIA Europe e USA, al fine di
stabilire un rapporto di colla-
borazione che favorisca la
collaborazione fra architetti
americani e italiani sviluppato
nell’ambito della collaborazione attivata idi recente nello
Annual Regional Conference
AIA Europe.
L’Ordine Milanese ha inoltre
siglato un protocollo di intesa
con l’Associazione IIDA (International Interior Design
Association) e, con la partecipazione al progetto CNA
“Città d’Italia” - mostra internazionale itinerante che vedrà
l’inaugurazione a Milano a luglio e poi continuerà con un
percorso in vari paesi orientali
(Korea, Malesia, Cina,....) - in
cui 14 Ordini provinciali rappresentano l’evoluzione urbana e le potenzialità di sviluppo delle città e dei territori,
anche come luogo di sperimentazione possibile di una
convergenza di interessi fra
sviluppatori stranieri e progettisti locali o internazionali.
Non solo. Inoltre è stata sviluppata un’attività di supporto
alle reti di giovani architetti,
come la piattaforma europea
Wonderland.
A breve, inoltre, il fitto programma formativo prevede
corsi di approfondimento e
taglio assai pratico sui mercati
polacco e turco, in collaborazione con Nibi.
Per il futuro il Gruppo di lavoro si propone di stabilire
un contatto diretto con gli
Ordini di alcuni Paesi europei
e non, per agevolare lo sviluppo burocratico e di supporto dell’attività professionale, sia da parte degli architetti italiani all’estero che per
quelli stranieri in Italia. Inoltre
saranno rese accessibili le reti
visibili (come Wonderland) e
quelle invisibili, composte da
architetti italiani che lavorano
stabilmente all’estero, per
creare un tessuto di relazioni
di scambio e supporto all’attività professionale.
Tra le diverse attività, previste
per i prossimi mesi, l’Ordine
si propone di produrre una
guida procedurale per render
più semplice l’accesso ai concorsi a invito in alcuni Paesi
europei, guidando gli architetti verso i mercati esteri anche cercando di affrontare in
modo sostenibile il problema
del dumping, come previsto
dalle indicazioni Cae Ace.
«Una delle nostre ipotesi – ha
spiegato Trivelli – è quella di
mettere insieme tutto ciò che
esiste già, ma è sparso e di-
sorganizzato, per offrire punti
di riferimento e fare in modo
che il progetto sia in grado di
viaggiare da solo. In Italia, infatti, non siamo molto strutturati da questo punto di vista:
non siamo capaci di formare
un progetto che sappia andare
sulle proprie gambe, siamo legati a quello che creiamo e vogliamo seguire l’attività sempre e dovunque. Invece un progetto ideale, all’estero, deve
poter essere letto e realizzato
da chiunque in modo chiaro,
da qualsiasi parte del mondo,
senza punti interrogativi. Questo ci impone un cambiamento
di modalità di lavoro e organizzazione».
Come ricordato da Trivelli,
l’attività all’estero di un professionista italiano è fortemente collegata alle aziende, non
per i nomi o i brand ma perché in un ambito come quello
delle costruzioni, dove si fa
spesso riferimento ai sistemi
e ai materiali, è normale connettere strettamente le imprese con la progettazione.
Il professionista all’estero,
dunque, porta capacità e organizzazione ma anche un
mondo di aziende, senza distinzione, importanti per la
qualità made in Italy, alcune
già conosciute, altre meno
note, senza una struttura in
grado di valicare il confine
nazionale.
«Sono convinto che, per il mondo delle aziende, poter sostenere
e veicolare le professionalità degli architetti può diventare interessante per l’apertura di nuovi mercati – ha sottolineato Trivelli -. È un mondo tutto da costruire, è necessario un sistema
in cui ci sia fiducia, organizzato
anche dal punto di vista manageriale, soprattutto per i piccoli
studi per i quali è molto difficile
spingersi all’estero. A questo
proposito è necessario sottolineare come un’attività di supporto è utile per tutti quei casi
in cui uno studio non ha grande
organizzazione e non dispone
di supporto legale, giuridico o
assicurativo».
Dal punto di vista strategico,
oltre a implementare le attività predette, l’Ordine degli
Architetti di Milano intende
attivare strumenti di supporto
alla professionalità da sviluppare all’estero definendo una
semplice e chiara pathway
procedurale per attivare la
propria professione all’estero;
sviluppare la rete di relazioni
con enti e istituzioni che rappresentano in mondo delle
aziende all’estero che sono
interessate al mondo professionale visto come risorsa indiretta per la propria attività
fuori dall’Italia; coagulare le
attività già presenti a Livello
locale degli Ordini Provinciali
che del CNA Nazionale per
il sostegno all’Internazionalizzazione; attivare una rete
di architetti italiani (local) che
consenta lo scambio di esperienze con altri colleghi stranieri in modo da offrire la
propria collaborazione transnazionale; mettere a disposizione degli architetti dei
supporti gestionali chiari in
riferimento alle esigenze e alle
attività da sviluppare all’estero, principalmente in Europa;
supportare la presenza degli
architetti italiani nei convegni
internazionali.
14
N. 6 - Giugno 2015
il GIORNALE dell’INGEGNERE
COSA ACCADE OLTRE CONFINE. SVIZZERA: ISTRUZIONI PER L’USO
Paolo Basso Ricci*
La Svizzera è un Paese nel
quale è presente una buona
cultura architettonica che non
sia intesa solamente come
semplice processo di edificazione. La consapevolezza intellettuale dei procedimenti
legati alla costruzione di
un’opera (sia essa un edificio,
un ponte o un’infrastruttura
in genere), dall’impatto a livello urbanistico fino alla qualità degli spazi interni di un
edificio, sono considerati in
maniera molto seria.
Lo stesso vale anche per le
nozioni legate alla sostenibilità
in senso largo, alla qualità del
costruito, alle qualità dei materiali e, soprattutto, alla realizzazione di opere che possano avere un impatto qualitativo a lungo termine sulla
vita della comunità. I procedimenti che portano alla realizzazione di un progetto sono spesso animati da fasi di
discussioni partecipative che
coinvolgono non solo i committenti e i progettisti ma,
spesso, anche gli utilizzatori
sotto forma di commissioni
costituite ad hoc.
Un’attenzione particolare è rivolta all’utilizzo delle diverse
forme di energia che sono
studiate per tutta la durata di
vita di un prodotto e, di conseguenza, dell’opera finale.
Come funziona la filiera dei
servizi di architettura?
Come nel resto mondo, anche in Svizzera i servizi di architettura possono essere attribuiti sostanzialmente in due
modi: tramite incarico diretto
o tramite bando di concorso.
A differenza di altri Paesi però, in Svizzera lo strumento
del concorso di progettazione
è molto diffuso e utilizzato di
frequente, anche perché prevede come risultato finale l’attribuzione dell’incarico per la
realizzazione al progetto vincitore. In effetti, ogni qualvolta
la committenza è rappresentata da un ente pubblico (Comune, Cantone o Confederazione), o la realizzazione
preveda investimenti di denaro pubblico, le prestazioni
INTERNAZIONALIZZAZIONE:
A COLLOQUIO CON L’INGEGNER
ROSSELLA MONTI
ESPERTA DELLA MATERIA
segue da pag. 12
Ci sono poi vari servizi a pagamento estremamente dinamici ed efficaci gestiti da società indiane ed africane che
forniscono per i paesi di interesse tutte le gare bandite nei
vari settori merceologici selezionati.
Come si partecipa alle gare lo­
cali?
Esattamente come in Italia, solo che si lavora in inglese o in
francese o in portoghese a seconda che si tratti di paesi anglofoni, francofoni o lusofoni.
I criteri non sono diversi. Una
condizione generalmenete richiesta per cogliere le opportunità locali è che la società sia
registrata negli elenchi nazionali dei prestatori di servizi.
Conviene partecipare a gare in
paesi in via di sviluppo?
Va chiarito che fatti salvi i
COSTI RIDOTTI
FREQUENZA
PARTECIPAZIONE LIBERA
ANONIMATO
ACCESSIBILITÀ
TEMPO
FREQUENZA
COSTI RIDOTTI
PARTECIPAZIONE LIBERA
COSTI RIDOTTI
PARTECIPANTI
RIMBORSO
RICONOSCIBILITÀ
COSTI RIDOTTI
PARTECIPANTI
RICONOSCIBILITÀ
ANONIMATO
RIMBORSO
CONCORSO
APERTO
OFFERTA
ECONOMICA
INCARICO
DI STUDIO
PRESELEZIONE
TEMPO
PARTECIPANTI
GARANZIE
QUALITÀ PROGETTUALE
PARTECIPANTI
GARANZIE
DIFFICOLTÀ DI ACCESSO
TIPOLOGIA DI PROGETTO
REPUTAZIONE
DIFFICOLTÀ DI ACCESSO
REPUTAZIONE
Figura 1 – Natura e modalità dei bandi di concorso per architetti o per team multidisciplinari (in alto i punti positivi e in basso quelli negativi relativi a ciascuna procedura)
DOVE
informarsi
Figura 2 – Tavola informativa sui diversi siti per la pubblicazione
dei bandi di concorso
A cosa serve?
• riconoscimento lauree UE
• firma documenti
• accesso alle pratiche
A cosa serve?
• associazione di categoria
• documentazione tecnica
• aiuto giuridico
• normativa
• aggiornamenti
www.kokurado.ch
www.espazium.ch/tec21
www.sia.ch
www.divisare.com
www.espazium.ch/archi
www.simap.ch
www.espazium.ch/traces
SIA
società svizzera
degli ingegneri
e degli
architetti
Norme SIA importanti?
• SIA 102 (prestazioni e calcolo parcelle)
• SIA 118 (esecuzione lavori)
• SIA 416 (calcolo volumi e superfici)
• SIA 500 (costruzioni senza ostacoli)
Come?
www.sia.ch
Quanto costa?
300 € / anno
Figura 3 – Schema illustrativo della Società degli Ingegneri e degli Architetti (SIA)
REG
registro
professionisti
Quanto costa?
una tassa unica di 600 €
raccolta costantemente aggiornata delle diverse procedure aperte e dei bandi di
concorso.
Come trovare le informazioni?
Come detto in precedenza,
tutte le prestazioni che superino un importo stimato di
350.000 franchi svizzeri devono essere l’oggetto di una
procedura regolamentata dalle leggi degli appalti pubblici.
In questo caso è dunque necessario fare riferimento alle
informazioni presenti sul sito
www.simap.ch (sistema informativo delle commesse pubbliche in Svizzera) dove si
possono trovare tutte le informazioni necessarie e dove
sono pubblicati tutti i bandi
pubblici.
Previa iscrizione gratuita è
possibile cercare tra le migliaia di commesse presenti classificate tra le altre cose, anche
per tipologia e per Cantone.
È quindi possibile iscriversi a
uno o più bandi e scaricarne
tutta la documentazione tecnica cosi come le istruzioni
per la consegna dei documenti richiesti dalla committenza.
Nella tavola informativa qui
sopra (figura 2), è presentata
un’immagine generale di tutti
i siti internet che offrano una
vere di tutti e non deve avere
risvolti di ritorno economico.
Negli altri casi ritengo invece,
anche a fronte delle dinamiche
globali a cui stiamo assistendo
(quali la esplosione demografica, l’ insufficienza delle risorse
naturali per assicurare necessità
primarie, la competizione per
i mercati, la crisi economica, i
cambiamenti climatici, la povertà ed altro) si possa tranquillamente coniugare il profitto con gli interessi del paese
beneficiario in una sorta di alleanza che si basi sull’universale principo dell’ onestà e
quello della sostenibilità. So
che il concetto ancora scandalizza molte organizzazioni
dedite alla cooperazione, ma
la realtà sta cambiando rapidamente nei paesi in via di sviluppo. La globalizzazione ha
portato informazione anche
nelle aree meno sviluppate del
mondo e ha stimolato ambizioni di vita sul modello occidentale. Le nuove generazioni
hanno contatti internazionali,
partecipano a programmi internazionali, molti sono lau-
reati e molti hanno anche il
dottorato di ricerca. Spesso conoscono più di una lingua straniera e sicuramente la diffusione di conoscenza linguistica è
molto più alta che da noi, anche nelle fasce sociali meno
abbienti. Vi è quindi un potenziale umano enorme che ha il
solo desiderio di realizzarsi, di
godere del progresso tecnologico e migliorare le proprie
condizioni di vita. Quale dunque la forma migliore per innescare la crescita stimolando
e valorizzando le capacità locali anche attraverso l’opportunità di fare business? Ben
venga dunque l’internazionalizzazione di ogni forma di attività che sappia coniugare l’
idea imprenditoriale con le
aspettative del paese e quelle
degli individui e promuovere
così lo sviluppo anche delle
aree meno fortunate. Il passaggio nei pvs è repentino sia nel
settore dei servizi sia merceologico. Così come da comunicazione zero si è passati ai
cellulari e subito dopo agli
smartphones, anche i servizi
devono rispondere a standard
internazionali. D’ altro canto i
finanziamenti internazionali
che si ritrovano poi a cascata
in gare locali rispondono ai parametri (ad esempio, dotazione idrica, parametri di qualità,
etc) di cui gli stessi finanziatori
sono promotori (agenzie delle
Nazioni Unite, OMS, World
Bank e via dicendo). A parte
i beni di largo consumo, anche
nelle opere si utlizzano materiali innovativi quali ad esempio i tubi Plasson per le linee
secondarie degli acquedotti così come sono diffusissimi innovativi sistemi fotovoltaici o
eolici per la generazione elettrica e come stanno facendosi
sempre più spazio le nanotecnologie nei settori della sanitation. Si usano gps differenziali e droni per i rilievi, per
la progettazione sono diffusi
gli stessi modelli commerciali
che si adottano anche in Italia.
In conclusione, credo che siano maturi i tempi per pensare
al business come uno strumento di sviluppo senza ipocrisie.
Non c’è nulla da inventare a
Cosa bisogna fare?
• riempire un formulario online
• portfolio lavori
• documenti d’identità
• laurea
Come?
www.reg.ch
Figura 4 – Schema illustrativo della Fondazione dei Registri svizzeri dei professionisti nei rami dell’ingegneria, dell’architettura
e dell’ambiente (REG)
dell’architetto devono essere
l’oggetto di una procedura
che rispetti le leggi sugli appalti pubblici; nel caso delle
prestazioni legate alla progettazione di un’opera questa
procedura è il concorso nelle
sue diverse declinazioni.
Molto spesso però, la procedura di un concorso di progettazione non include le prestazioni degli ingegneri (civili
o tecnici) che sono invece oggetto di procedure specifiche,
secondo l’importo stimato dei
lavori. Anche in questo caso
se l’importo stimato delle prestazioni lo permette (>
350.000 Cfh nella Svizzera
francese), l’attribuzione dell’incarico deve rispettare le
leggi sugli appalti pubblici e,
di conseguenza, essere accessibile a tutti i professionisti dei
Paese europei. Nel caso, invece, l’importo della prestazione sia più modesto, si procede molto spesso con una
preselezione degli studi d’ingegneria da parte del committente che, con l’aiuto dello
studio di architettura incari-
bandi aperti a società internazionali e gestiti da organismi
internazionali, i budget messi
in gioco nei bandi locali sono
scalati sul costo della vita locale e possono risultare non
convenienti se gestiti direttamente da personale italiano.
Possono invece diventare convenienti se il personale impiegato è locale. Ci sono poi altre
opportunità imprenditoriali,
come quella recentemente lanciata da EuropeAid, che cofinanzia –eventualmente a fondo perduto se l’ investimento
non avesse i ritorni attesi- progetti di elettrificazione delle
aree
rurali.
ElectriFi
(http://ec.europa.eu/europeaid/web-release-commissioner-mimica-reinforces-euscommitment-towards-sustainable-energy_en) non è solo
un programma di finanziamento ma un programma di
sviluppo che adotta la strategia
business. Si propone infatti con
un investimento di 3.5 Miliardi
di euro di stimolare investimenti privati per 15-30 Miliardi di euro nel settore della elet-
trificazione nelle aree rurali dell
Africa Sub Sahariana. Il meccanismo illustrato dall’Amb.
Roberto Ridolfi (DG per la
Crescita e lo Sviluppo Sostenibili di Europe Aid) è abbastanza semplice: l’ idea imprenditoriale deve trovare a priori il
sostegno bancario per almeno
il 20% del budget, la Commissione stanzierà la quota rimanente, variabile tra il 30-40%.
Si può pensare al business qua­
le strumento per lo sviluppo?
Anticipai il concetto dello strumento “business per lo sviluppo” adottato nel nuovo programma della Commissione,
in un’ intervista che rilasciai un
paio di anni fa ad H2O. Nonostante una parte della mia
matrice professionale sia costituita da esperienze di cooperazione allo sviluppo, ritengo superata la cooperazione
impostata come aiuto o dono.
Questo naturalmente con l’eccezione di situazioni associate
a guerre, carestie o altri flagelli
dove l’ aiuto umanitario e l’ accesso a risorse vitali è un do-
cato per il progetto, inviterà
solo determinati studi.
In alcuni casi, però, è richiesta
già all’atto d’iscrizione al concorso che lo studio di architettura si presenti in associazione con diversi specialisti
tra i quali figurano anche gli
ingegneri. In caso di vittoria
del concorso, l’incarico sarà
attribuito all’insieme del team
vincitore e non solo allo studio di architettura.
Come lavorare in Svizzera?
La Svizzera e l’Italia hanno
firmato tutta una serie di accordi bilaterali per permettere,
tra le altre cose, una semplificazione dei rapporti professionali tra le imprese e i professionisti dei due Stati. Nel
caso non si abbia intenzione
di aprire una sede di una società in Svizzera, non sono
necessari particolari permessi
per onorare il proprio incarico anche direttamente dall’Italia.
La Società degli ingegneri e
degli Architetti (SIA) rappresenta in Svizzera quello che
gli ordini professionali rappresentano in Italia. L’iscrizione non è obbligatoria e non
preclude in alcun modo l’esercizio della professione; potrebbe però essere utile a chi
volesse lavorare nel Paese elvetico, come illustrato qui sotto (figura 3). In effetti, tutte le
N. 6 - Giugno 2015
15
il GIORNALE dell’INGEGNERE
INTERNAZIONALIZZAZIONE
norme di riferimento nell’ambito del mercato delle costruzioni che stabiliscano e definiscano i termini di una realizzazione a regola d’arte sono
scritte e promosse dalla SIA.
Inoltre fornisce ai propri
iscritti, consulenze giuridiche
e interessanti corsi di formazione continua, molto utili soprattutto se si vuole approfondire la conoscenza del
mercato svizzero.
Esiste poi la Fondazione dei
Registri svizzeri dei professionisti nei rami dell’ingegneria,
dell’architettura e dell’ambiente, conosciuta come REG,
che si occupa anche di verificare e validare l’equivalenza
tra le lauree straniere e i diversi livelli delle lauree svizzere.
Per potersi occupare anche
delle firme dei vari documenti
nell’ambito della realizzazione
di un progetto è, infatti, necessario far riconoscere la
propria laurea dal REG. Per
quanto riguarda le lauree italiane si tratta, molto spesso,
di una semplice formalità che
può essere interamente sbrigata online (figura 4).
Infine molto spesso i committenti pubblici chiedono ai vincitori stranieri dei bandi di associarsi a uno studio locale,
anche come garanzia del rispetto delle regole e delle procedure locali. Sfortunatamente non esistono elenchi sui
quali trovare gli studi locali.
Nel caso di bandi di concorso
che prevedano la creazione
di un team multidisciplinare,
è prassi molto diffusa in Svizzera che gli studi d’ingegneria
cerchino attivamente architetti con i quali associarsi. Potrebbe essere interessante un
team multidisciplinare formato da soli studi italiani.
La lingua è un problema?
La Svizzera è una confederazione di ventisei cantoni o
stati suddivisi in quattro zone
linguistiche (figura 5) più tutte
le zone in cui è praticato il bilinguismo (per esempio il
cantone di Friburgo o il cantone Vallese).
Questa ricchezza linguistica
è sicuramente un vantaggio
per chi volesse sfruttare delle
opportunità di lavoro. In effetti, tutti i documenti tecnici
e amministrativi a livello della
Confederazione sono sempre
riguardo, basta seguire i programmi nazionali ed inserire
adeguatamente le proprie professionalita. Si risponderà così
alle priorita nazionali contribuendo alla crescita del paese
con il vantaggio di allargare la
propria rete.
Cosa fare per avviare un’atti­
vità in un paese in via di svi­
luppo?
Innanzitutto è necessario conoscere il paese e i suoi programmi di sviluppo, comprendere quali i settori meritori di
investimento in relazione al
proprio settore imprenditoriale, identificare i meccanismi
di assegnazione dei lavori e dei
finanziamenti, avvalersi di professionisti locali di fiducia e
stringere alleanze strategiche
con persone ed imprese locali,
registrare la propria società in
loco, scegliere con cura il personale locale ed infine partire
per una nuova avventura. Certamente lo sforzo più grande
sarà nella gestione del personale e nel coordinamento tecnico delle competenze locali.
Scuole
Asili
Palestre
8,3%
Italiano
Ticino, Grigioni
Comuni
Residenziale
CONCORSI
Ospedali
Urbanistica
Case di cura
Piscine
Figura 6 – Ambiti d’intervento della committenza pubblica
0,5%
Romancio
Grigioni
22,6%
Francese
Friburgo, Neuchâtel,
Vaud, Ginevra,
Vallese, Jura Bernese
Figura 5 – Zone linguistiche della Svizzera
pubblicati nelle tre lingue
principali (tedesco, francese
e italiano).
Nonostante questa pluralità
linguistica è però necessario
parlare la lingua del Cantone
nel quale si intende lavorare.
Infatti, ad eccezione dei Cantoni bilingue, le amministrazioni, i committenti e anche
le imprese locali comunicano
esclusivamente nella lingua
ufficiale del Cantone.
Che tipo di committenza è
presente in Svizzera?
La Svizzera è un Paese molto
attento a garantire livelli di
qualità di vita alti ai propri cittadini. Per questo motivo la
committenza pubblica è molto attiva nella costruzione di
opere e infrastrutture che sostengano lo sviluppo demografico delle diverse regioni.
Come si può vedere dallo
schema di figura 6, sono molteplici gli ambiti in cui i committenti pubblici agiscono offrendo così la possibilità di accedere al mercato svizzero
anche a professionisti stranieri. Chiaramente anche tutti
gli incarichi legati alle infrastrutture stradali, alla costruzione di ponti, dighe, consolidamenti (...) fanno parte del
raggio di azione delle committenze pubbliche e sono
quindi, spesso, accessibili a
professionisti stranieri.
*Architetto Associato Rey + Basso
Ricci architetti (Fribourg, CH)
Altre difficoltà per chi si orienterà verso lavori civili, si incontreranno nella gestione dei subappalti e non mancheranno
le sorprese in materia di sicurezza che ancora è un requisito
sconosciuto nei cantieri. Queste capacità gestionali dovranno essere associate alla ricerca
di soluzioni tecniche non standard per le intrinseche difficoltà di lavorare in contesti dove
la reperibilità di dati o dove la
disponibilità di certe materie
prime non è scontata o non
economicamente conveniente.
Elementi questi che mettono
in primo piano la figura dell’ingegnere per sua natura vocato alla analisi dei problemi,
alla ricerca di soluzioni progettuali, alla gestione, all’ innovazione tecnologica, alla
programmazione e alla pianificazione. Requisiti professionali che saranno sempre più
cruciali anche per affrontare le
sfide del millennio e che andranno adeguatamente valorizzati nelle sedi opportune.
dott. ing. Franco Ligonzo
64,5%
Tedesco
Uri, Svitto, Obvaldo, Nidvaldo, Lucerna, Zurigo, Glarona, Zugo,
Berna, Soletta, Basilea città e campagna, Sciaffusa, Appenzello
esterno e interno, San Gallo, Grigioni, Argovia, Turgovia, Vallese
Siti internet di riferimento: per terminare e per riassumere gli argomenti
trattati, è necessaria una piccola bibliografia dei principali siti internet
di riferimento, classificati in base ai temi trattati. Tutti i siti presenti di
seguito sono consultabili anche in italiano.
Come informarsi e dove trovare i bandi: www.sia.ch, www.konkurado.ch,
www.simap.ch, www.espaizium.ch
Come fare impresa: www.kmu.admin.ch, www.startups.ch
Come far riconoscere il proprio titolo di studio: www.reg.ch
Norme di riferimento, dove trovarle: www.sia.ch, www.vss.ch,
www.vd.ch/themes/economie/marches­publics/guide­romand/gui­
de­romand/
Principali associazioni di categoria: www.sia.ch
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N. 6 - Giugno 2015
il GIORNALE dell’INGEGNERE
CANALE DI PANAMA
Una meraviglia tecnologica dal grande impatto economico
IL NUOVO CANALE
SUPERA IL TEST
DELL’OCEANO ATLANTICO
Davide Canevari
L
o scorso 30 aprile, sul
sito ufficiale della società titolare del progetto è stato pubblicato il seguente aggiornamento: “I lavori di completamento del
programma di espansione sono giunti all’89,4 per cento”. Il
soggetto in questione è il Canale di Panama o, meglio, il
suo ampliamento iniziato nel
2007 e ora, se pur con qualche
vicissitudine lungo il percorso,
a un passo dal traguardo. La
data ufficiale del varo non è
ancora stata annunciata, ma si
parla comunque, di inizio
2016!
Giusto cento anni fa, quando
la costruzione del Canale nella
sua configurazione originaria
venne ultimata, l’opera fu definita “la più grande meraviglia
ingegneristica dell’epoca”. Oggi
la versione che potremmo definire 2.0 - rubando un termine
al linguaggio del web - finisce
sulle pagine del prestigioso Time sotto la voce “Wonders of
the world”. Si tratta quindi di
una realizzazione di assoluto
spessore in termini tecnologici
nella quale, tra l’altro, il know
how italiano ha avuto un ruolo di primaria importanza.
Per certi versi i lavori di ampliamento di Panama sono
stati una necessità più che una
scelta. Nel 1914, quando fu
inaugurato il Canale, le sue dimensioni erano più che sufficienti anche per il passaggio
delle navi più grandi (secondo
lo standard di un secolo fa).
Le dimensioni delle chiuse 305 metri di lunghezza, 33,5
di larghezza e 25,9 di profondità - considerando un minimo margine di manovra, consentivano il passaggio di un
naviglio che poteva essere largo fino a 32,3 metri, lungo 294
e con un pescaggio di 12. Non
a caso le navi rientranti in questa categoria dimensionale furono subito definite Panamax.
Quello che allora era considerato grande, oggi è diventato
medio. E i veri big degli Ocea-
Lo scorso 11 giugno l’acqua del lago Gatún ha inco­
minciato a inondare il nuovo Canale di Panama sul
versante dell’Oceano Atlantico. La manovra ha rap­
presentato il primo importante stress­test del pro­
getto Terzo Set di Chiuse, in corso di completamento
nell’istmo centroamericano. Alla guida operativa
del consorzio internazionale che sta seguendo i la­
vori, si segnala il Gruppo Salini Impregilo, a conferma
che il Made in Italy ad alto valore aggiunto tecno­
logico può ancora essere protagonista nel mondo.
Il Giornale dell'Ingegnere tornerà sul tema in un
prossimo numero con alcuni articoli di approfondi­
mento sui contenuti tecnologici che stanno alla base
di questo ambizioso progetto.
ni sono diventati i sosiddetti
Capesize: si tratta di navi di
maggiori dimensioni che non
possono transitare dal Canale
di Panama, ma neppure da
quello di Suez, e sono quindi
costrette a circumnavigare
l’Africa passando da Città del
Capo (da qui il nome). Per
questi giganti del mare, anche
in prospettiva futura, non c’è
canale che tenga (se pure ampliato).
La questione è un’altra, e riguarda le navi porta container
della classe superiore alla Panamax. Quest’ultima è in grado di imbarcare a bordo circa
5.000 container; modelli più
robusti possono agevolmente
arrivare a 13 mila container,
spingendo le dimensioni a 49
metri di larghezza e 366 di
lunghezza. É a queste unità –
particolarmente attive sulla
rotta Cina-Stati Uniti - che si
rivolge l’ampliamento del Canale di Panama. Ad oggi oltre
un terzo del naviglio porta
container in circolazione nei
mari del Pianeta, infatti, è di
classe post-Panamax.
Il salto di qualità, in termini di
volumi trasportarti, dovrebbe
essere notevole. Secondo le
stime attuali si potrebbe passare da 252 milioni di tonnellate/anno di merci in transito
(dato riferito al 2014) a 504
milioni di tonnellate (una volta
a regime).
Il significato di queste infrastrutture, specie su economie
medio-piccole come quella
panamense, è a dir poco strategico. Nonostante le difficoltà
e i cali di traffico che hanno
portato poi alla decisione dell’ampliamento, ancora oggi da
Panama passa il 5 per cento
del commercio mondiale. Ne
consegue che circa un terzo
del prodotto interno lordo
dello Stato di Panama, considerando anche l’indotto, è oggi legato all’esistenza e al buon
funzionamento del canale. Il
progetto di espansione, come
visto, mira a raddoppiare i volumi in transito; e dunque anche le revenue.
Non solo, l’obiettivo finale è
quello – grazie alla configurazione della rinnovata infrastruttura - di non essere soltando un luogo di transito ma
anche di attività industriali dedicate al settore navale e container. “Vogliamo diventare la
Singapore del Sud America”,
ha dichiarato Rodolfo Sabonge, della University of the Caribbean.
Un volano eccezionale per
l’economia locale, dunque, che
non a caso è segnalata tra le
più dinamiche del mondo
(pur partendo, chiaramente,
da livelli di PIL procapite assai
contenuti). Non secondario il
fatto che, trattandosi di traffici
internazionali, i pagamenti avvengono in valuta pregiata,
particolarmente preziosa so-
prattutto per le economie in
crescita.
Vale la pena ricordare infine
che, grazie anche a quest’opera - i soli lavori di cantiere
avrebbero generato 32 mila
posti di lavoro diretti - la disoccupazione ufficialmente è
scesa nel Paese attrono al 3
per cento!
Per la stessa ragione, si è mosso di recente anche il Nicaragua, con l’idea di un suo canale che dovrebbe essere lungo circa 280 chilometri. I dettagli tecnici non sono ancora
del tutto chiari – anche se
Scientific American ha parlato
di un progetto di portata senza
precedenti, con possibili impatti ambientali... anch’essi
senza preceenti - ma c’è un
dato economico di grande rilievo. Attualmente il PIL del
Nicaragua è pari, come ordine
di grandezza, a 12-13 miliardi
di dollari/anno. Una volta realizzato, e giunto a regime, il
canale frutterebbe circa 5,5 miliardi di dollari anno. Da solo,
basterebbe quindi per far crescere il PIL nazionale del 3040 per cento. Qualcosa di stratosferico.
Cifre tutte da dimostrare? Valutazioni azzardate? Forse, ma
c’è una evidenza da non trascurare. Titolare del progetto,
del valore complessivo di 50
miliardi di dollari, è la società
Hong Kong Nicaragua Canal
Development (HKND) con
sede ad Hong Kong, che fa
capo – si legge sul sito dell’HKND – a un certo Mr.
Wang Jing “businessman e investitore con una esperienza
di successo di oltre 20 anni alle spalle”. La Cina, dunque, si
è mossa in prima persona, e
ha messo sul tavolo un assegno a 10 zeri. Improbabile che
abbia fatto male i suoi conti...
Sull’altro fronte del mappamondo, anche Suez sta giocando le sue carte. Pure in
questo caso si parla di un raddoppio della vecchia infrastruttura, con l’obiettivo – dichiarato dalla stessa Autorità
del Canale di Suez – di portare
il numero medio di transiti
giornalieri da 49 a 97. Ancora
una volta sono le cifre economiche a dare spessore all’iniziativa.
Nel 2014 i transiti hanno generato ricavi record pari a 5,3
miliardi di dollari. L’obiettivo
è quello di arrivare nel 2023
oltre quota 13 miliardi di dollari. Si tratterebbe di una crescita del 150 per cento in soli
dieci anni! Ancora una volta,
il progetto è più ambizioso e
va oltre il semplice perimetro
del canale. Il programma Sviluppo dell’area del Canale di
Suez è quotato nel complesso
oltre 8 miliardi di dollari e si
prefigge uno sviluppo industriale dell’area, anche con l’insediamento di industrie hitech e la crescita del settore
petrolchimico.
Ecco un’altra meraviglia tecnologica che si propone di
meravigliare soprattutto in termini economici.
Rievocazione della ciclopica impresa a 100 anni dalla inaugurazione
dott. arch. Silvia Guagliumi
Lo scorso anno 2014 ricorreva il centesimo
anniversario della conclusione dei titanici la­
vori per la realizzazione del Canale di Panama,
completati per la precisione nell’agosto del
1914 proprio quando in Europa scoppiava
l’immane catastrofe della I Guerra Mondiale.
I Conquistadores spagnoli per primi intuirono
l’idea (e intravidero la possibilità e i relativi
vantaggi che ne potevano derivare) di mettere
in comunicazione i due Oceani proprio in cor­
rispondenza del CentroAmerica già dalla fine
del XVI secolo, ma ovviamente furono co­
stretti a rinunciare all’impresa non disponen­
do all’epoca delle necessarie tecnologie.
La scoperta dell’istmo di Panama è attribuita
all’esploratore spagnolo Rodrigo de Bastidas
nel 1501 ma la prima esplorazione documen­
tata venne condotta dallo stesso Cristoforo
Colombo nel 1502 che fondò una colonia nei
pressi dell’attuale Portobelo.
Il primo ad attraversare l’istmo fu l’altro esplo­
ratore spagnolo Vasco Nunez de Balboa che
partito dalla costa caraibica riuscì ad avvistare
l’Oceano Pacifico il 26 di Settembre del 1513.
Le ipotesi considerate prevedevano il colle­
gamento attraverso l’istmo di Tehuantepec
o in alternativa all’altezza dell’attuale Nica­
ragua sfruttando l’omonimo grande lago o a
livello del Darién, ma il primo progetto per
un intervento sull’istmo di Panamà fu sugge­
rito addirittura dallo stesso Imperatore del
Sacro Romano Impero Carlo V d’Asburgo in
persona, che diede disposizioni in proposito
per effettuare un sopralluogo nel 1523 che
tuttavia non venne mai attuato.
L’idea, rimasta nel dimenticatoio, riprende
corpo nell’800, in particolare grazie agli scritti
ed agli studi dello scienziato tedesco Alexander
Von Humboldt ed approda poi in Francia.
Nel 1879 viene infatti fondata “ad hoc” la
Compagnie Universelle du Canal Internatio­
nale de Panama, presieduta dallo stesso Fer­
dinand­Marie de Lesseps, colui che aveva pro­
gettato e realizzato già il Canale di Suez (inau­
gurato nel 1869).
I lavori iniziano nel 1883 ma incontrano im­
mediatamente serie difficoltà e soprattutto
devono essere condotti in un ambiente ostile
e particolarmente insalubre. 22.000 saranno
i morti (un’autentica ecatombe) falcidiati dalla
malaria e dalla febbre gialla che imperversano
in quelle aree sperdute del pianeta, fra gli
operai e le maestranze impiegate nel ciclopico
cantiere a cielo aperto. Nel 1889 si ha lo scio­
glimento della stessa compagnia e la conse­
guente sospensione delle formidabili opere
di sbancamento e taglio dell’istmo. Lesseps
ed il figlio verranno persino sottoposti ad un
processo in Francia. La condanna sarà poi an­
nullata e cancellata definitivamente dalla Cor­
te di Cassazione.
Nel 1902 il Congresso USA recupera l’idea
originale istituendo la Isthmian Canal Com­
mission e il Presidente Theodore Roosvelt sti­
pula un trattato con la Colombia.
Seguiranno in rapida successione una insur­
rezione, caldeggiata dagli stessi Stati Uniti
d’America e una rivoluzione che porterà alla
nascita dello Stato del Panama.
Nel 1906 viene approvato il progetto preli­
minare che prevede la realizzazione del canale
a chiuse. La direzione dell’opera è affidata
personalmente dallo stesso Presidente degli
Stati Uniti Theodore Roosveltt al Corpo del
Genio dell’Esercito USA sotto la guida ed il
comando del Colonnello G.W.Goethals.
La necessaria ed indispensabile bonifica del­
l’area viene condotta energicamente dal Co­
lonnello Medico W.C.Gorgas.
I lavori del Canale si concluderanno tra mille
difficoltà nell’agosto del 1914 con lo sban­
camento e rimozione di 143 milioni di metri
cubi di terra e l’inaugurazione ufficiale avrà
finalmente luogo l’anno successivo il 12 Lu­
La “trincea” di Culebra, scavata a colpi di dinamite nella viva roccia di una collina di 100 m d’altezza,
una delle imprese più impegnative compiute per la realizzazione del canale navigabile artificiale
di Panama attraverso il territorio montuoso ricoperto dalla fitta e selvaggia foresta pluviale cen­
troamericana dell’omonimo istmo.
glio 1915.
Costo complessivo del grandioso progetto :
336 milioni di dollari.
Nel 1970 viene altresì completato anche l’am­
pliamento del Taglio di Gaillard (portato da
91,5 m a 150 m) che consente il passaggio di
due navi contemporaneamente nelle due di­
rezioni. Nuovi Trattati del 1977 tra USA e Pa­
nama assicurarono la sovranità di Panama
sul Canale e dal 2000 il pieno controllo dello
stesso, demandando agli Stati Uniti il diritto
di difenderne la neutralità.
Alcuni numeri relativi alla titanica impresa e
straordinaria opera di ingegneria idraulica.
La lunghezza complessiva del Canale raggiun­
ge gli 81 Km circa incluse le imboccature sui
due versanti oceanici e si estende da Cristòbal
in prossimità dell’importante centro abitato
di Colòn sul Mar dei Caraibi (Oceano Atlan­
tico), per la precisione la Baia di Limòn sino
alla località di Balboa nel Golfo di Panamà
sull’Oceano Pacifico e lungo il percorso si suc­
cedono tre sistemi di chiuse.
Il punto più ristretto risulta di 91,5 m con una
profondità minima di m.12,2.
Il Canale inizia dopo circa 7 Km di mare aper­
to. Seguono 11 Km in direzione sud sud­ovest
sino alle Chiuse di Gatùn attraverso le quali
il Canale si innalza con un dislivello di ca.26
m s.l.m.(sul livello del mare) per proseguire
oltre il Lago artificiale omonimo realizzato
con la costruzione di una diga sul corso del
fiume Chagresito. Il Canale prosegue in dire­
zione sud sud­est sino al taglio di Culebra (ora
denominato di Gaillard), un lembo di terra­
ferma di circa 13 Km in cui scorre incassato
in una stretta gola con le pareti ripide e pra­
ticamente verticali scavate nella roccia viva
delle montagne circostanti, percorso alla fine
del quale incontra le Chiuse di Pedro Miguel
dove il dislivello si riduce di circa 10 m. Infine
giunge nel Lago di Miraflores in comunica­
zione con l’Oceano Pacifico mediante appunto
le ultime due chiuse che dal bacino lacustre
prendono il nome, con cui sbocca sul Golfo
di Panama. Collegate tra di loro e transitabili
nei due sensi, le chiuse presentano una lun­
ghezza complessiva di circa 305 m con una
larghezza di 33,5 m. La diga di Madden in­
nalzata sul fiume Chagresito consente di con­
servare costante il livello del Lago di Gatùn
anche nella stagione secca ed entrambe le
imboccature del Canale sono opportunamen­
te protette da una serie di frangi­flutti. Le
navi percorrono il canale in circa 7­8 ore. Mi­
lioni di tonnellate di merci tra cui pregiate
derrate alimentari passano annualmente at­
traverso l’importante arteria artificiale ridu­
cendo sensibilmente i tempi e soprattutto le
distanza da percorrere per il loro trasporto
via mare.
N. 6 - Giugno 2015
17
il GIORNALE dell’INGEGNERE
La certificazione come valorizzazione e garanzia
delle competenze nel settore delle costruzioni
La legge n. 4 del 14 gennaio 2013 “Disposizioni in materia di professioni non organizzate” riconosce e regolamenta lo svolgimento di tutte quelle professioni ­ intese come attività di tipo intellettuale, “mestieri”,
qualifiche professionali ­ per le quali non vi è l’obbligo di iscrizione ad Albi, Ordini o Collegi; si stima che in Italia i professionisti interessati siano oltre due milioni, suddivisi in più di 150 professioni. La legge
quindi attua un importante riconoscimento a molte attività vitali per l’economia e la società, che contribuiscono alla costruzione di un sistema professionale coerente ai principi richiamati dall’Unione europea;
un riconoscimento finalizzato anche a garantire la tutela del cittadino­consumatore attraverso livelli professionali adeguati alle aspettative. Ciò apre spazi ed opportunità sia per professioni storicamente avviate
nel mercato, sia per nuove attività emergenti che richiedono riconoscimento e credibilità. La legge 4/2013 prevede la possibilità di una certificazione di terza parte per il singolo professionista, qualora sia
pubblicata una norma UNI di riferimento: offre quindi un’opportunità, non richiede un obbligo. Viene dedicato all’argomento un focus suddiviso in più articoli a cura di ICMQ Spa. Qui di seguito il primo.
arch. Giuseppe Mangiagalli*
N
el settore dell’edilizia
i sistemi e i subsistemi degli edifici sono
soggetti a una continua evoluzione tecnica, necessaria
per soddisfare sia i requisiti
espliciti espressi dagli utenti,
sia quelli impliciti richiesti
dalla legislazione vigente (ad
esempio quelli relativi all’isolamento acustico e alla protezione al fuoco).
Le nuove tecnologie richiedono agli operatori, spesso
posatori o installatori di materiali o prodotti, un continuo
aggiornamento professionale
relativo alla loro conoscenza,
ma anche alle metodologie
della loro posa in opera. Produttori di sistemi tecnologici
anche innovativi non possono permettersi di mancare gli
obiettivi prestazionali a causa
di una posa inefficace.
Molti professionisti e artigiani
edili rispondono a questa richiesta di aggiornamento tecnico frequentando corsi professionali, organizzati spesso
dalle stesse aziende produttrici. Nasce quindi la necessità
di valorizzare questa professionalità, dimostrando al
mercato la propria competenza e differenziandosi da
operatori “improvvisati”. La
certificazione del personale
ha visto così recentemente
un notevole incremento,
principalmente nei settori
della posa di sistemi a secco
e di sistemi “a cappotto”.
ICMQ, ad esempio, ha avviato questa attività nel 2005
con la certificazione degli addetti alla posa di sistemi a
secco in cartongesso (pareti,
contropareti e controsoffitti,
sistemi per l’isolamento e l’assorbimento acustico e per la
protezione passiva dall’incendio, ecc.) e negli anni successivi si sono aggiunte la certificazione dei posatori di coperture discontinue in laterizio, dei tecnici nella manutenzione e decorazione di superfici architettoniche negli
edifici storici e degli addetti
alla posa di sistemi “a cappotto” per l’isolamento termico esterno degli edifici.
Condizioni per
ottenere e mantenere
la certificazione
Per ottenere la certificazione,
che a seconda dei casi deve
o può essere rilasciata sotto
l’accreditamento dell’organismo di certificazione da parte
di Accredia, bisogna sostenere un esame per la cui ammissione a volte è necessario
dimostrare di avere già alcune competenze ed esperienze. Il metodo di esame differisce in funzione del profilo
professionale e può ad esempio essere costituito da una
prova scritta con domande
a risposta multipla, da una seconda prova scritta con casi
studio (o domande a risposta
aperta) e da una prova orale.
La validità della certificazione
è subordinata al superamento
di verifiche periodiche, comprese, quando previste, quelle
in campo. Dopo l’avvenuta
certificazione, con cadenza
annuale, in genere infatti la
persona certificata deve fornire una documentazione che
attesti la continuità professio-
nale, l’aggiornamento professionale attraverso la partecipazione a corsi, seminari,
convegni, docenze, (per le
professioni che hanno l’obbligo dei crediti formativi,
questi possono aver valore
anche per il mantenimento
della certificazione) e la corretta gestione di eventuali reclami e contenziosi dei clienti,
oltre a eventuale altra specifica documentazione richiesta. La certificazione ha validità da tre a dieci anni in
funzione del profilo professionale richiesto e, per alcuni
profili, per poter essere rinnovata richiede di sostenere
un esame parziale.
Nuovi orizzonti
per le professioni
non regolamentate
La legge n. 4 del 14 gennaio
2013 “Disposizioni in materia
di professioni non organizzate” riconosce e regolamenta lo svolgimento di tutte
quelle professioni - intese come attività di tipo intellettuale, mestieri, qualifiche professionali - per le quali non vige
una disciplina cogente specifica e dettagliata e non vi è
l’obbligo di iscrizione ad Albi,
Ordini o Collegi; si stima che
in Italia i professionisti interessati siano oltre due milioni,
suddivisi in più di 150 professioni.
La legge quindi riconosce
molte attività vitali per l’economia e la società, che contribuiscono alla costruzione
di un sistema professionale
coerente ai principi richiamati
dall’Unione europea; un riconoscimento finalizzato anche a garantire la tutela del
cittadino-consumatore attraverso livelli professionali adeguati alle aspettative. Ciò apre
spazi ed opportunità sia per
professioni storicamente avviate nel mercato, sia per
nuove attività emergenti che
richiedono riconoscimento e
credibilità. È importante comunque sottolineare che la
legge offre un’opportunità,
non richiede un obbligo.
Il ruolo
normatore dell’Uni
L’Uni ha un ruolo fondamentale in questo contesto, in
quanto è chiamato ad elaborare le norme che concorrono al riconoscimento giuridico delle professioni non regolamentate. Per fare ciò è
stato istituito un Comitato
tecnico specifico (Apnr) già
operativo e che ha già pubblicato numerose norme per
la qualifica dei profili professionali. Le nuove norme sono redatte in coerenza con il
quadro europeo delle qualifiche Eqf (European Qualifications Framework), uno dei
perni giuridici per la creazione di un sistema europeo
condiviso di riconoscimento
delle competenze dei singoli
cittadini come fondamento
per lo sviluppo individuale,
per la competitività, per l’occupazione e per la coesione
sociale della Comunità europea. In sostanza l’Eqf, suddiviso in otto livelli, prevede tre
descrittori fondamentali per
la definizione di una specifica
attività professionale:
n Conoscenza: risultato
dell’assimilazione di informazioni attraverso l’apprendi-
mento;
n Abilità: capacità di applicare conoscenze per portare
a termine compiti e risolvere
problemi;
n Competenza: comprovata
capacità di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali in situazioni di lavoro
o di studio e nello sviluppo
professionale e personale,
esercitato con un determinato grado di autonomia e responsabilità.
Seguendo questi principi,
l’Uni ha emesso nel 2013 una
decina di norme ed ha avviato circa 15 gruppi di lavoro
per elaborarne altre.
Gli organismi
di certificazione
La legge 4/2013 prevede la
possibilità di una certificazione di terza parte per il singolo
professionista in conformità
ad una norma Uni di qualifica
delle competenze, secondo il
modello tracciato dal “New
Legislative Framework” comunitario, quindi effettuata
da organismi di certificazione
accreditati da Accredia (vedi
Regolamenti Ce 764/2008 e
765/2008).
Infatti gli artt. 6 e 9 della legge
introducono una novità nel
panorama legislativo italiano
in materia di professioni: si
passa da un approccio di tipo
amministrativo, basato sul sistema “ordinistico”, ad un approccio diverso, più legato al
mercato e all’autoregolamentazione delle categorie. In
questo contesto la certificazione di terza parte rilasciata
da un organismo di certificazione accreditato, e quindi
dotato di garanzie di professionalità e imparzialità, indica
che il professionista certificato
raggiunge gli standard previsti
dalla norma tecnica.
Ad oggi i settori professionali
di interesse per la certificazione sono molteplici: spaziano
dalle arti, scienze e tecniche
alla comunicazione di impresa, dalla medicina non convenzionale alla cura psichica,
da servizi all’impresa ad altre
attività non riconducibili a
specifici settori. Nel settore
delle costruzioni ICMQ, ad
esempio, certifica da tempo
posatori specializzati in vari
ambiti e, recentemente, anche
saldatori e amministratori di
condominio.
Nei prossimi numeri verranno analizzate le figure professionali degli esperti di gestione dell’energia (Ege) e dei valutatori immobiliari.
*ICMQ Spa
18
N. 6 - Giugno 2015
il GIORNALE dell’INGEGNERE
CANTIERE A IMPATTO ZERO® per mettere in “relazione sostenibile”
fabbricante del prodotto/costruito e cliente finale
«Tutte queste costruzioni devono avere requisiti di solidità,
utilità e bellezza. Avranno solidità quando le fondamenta,
costruite con materiali scelti
con cura e senza avarizia, poggeranno profondamente e saldamente sul terreno sottostante; utilità, quando la distribuzione dello spazio interno di
ciascun edificio di qualsiasi
genere sarà corretta e pratica
all’uso; bellezza, infine quando
l’aspetto dell’opera sarà piacevole per l’armoniosa proporzione delle parti che si ottiene con l’avveduto calcolo
delle simmetrie»
Marco Vitruviano Pollione
“De Architectura”, 15 a.C.
dott. Carlo Belvedere
CANTIERE A IMPATTO
ZERO® è una Piattaforma di
ricerca, innovazione, realizzazione e sviluppo, finalizzata a
mettere in “relazione sostenibile” fabbricante del prodotto/costruito e cliente finale,
fondata su Pilastri ben individuati quali Legalità, Progettazione, Formazione, Innovazione e Ricerca, Investimento
ed
Esercizio
del
Prodotto/Cantiere, Gestione
del Ciclo Vita e Certificazione
dei risultati, uno sguardo rivolto alla realtà italiana che
impone una riflessione seria
sull’attuale modo di vivere e
di produrre. È evidente come
non sia più sostenibile il modello di crescita illimitata, non
programmata e l’uso indiscriminato di risorse, che ha determinato una non-gestione
del territorio, oltre a un’urbanizzazione e a un sistema infrastrutturale ben poco efficiente.
IL SISTEMA
DELLE COSTRUZIONI
In questo contesto il sistema
delle costruzioni e con esso
la filiera industriale, distributiva e dei servizi riveste un
ruolo fondamentale e si contraddistingue per fattori critici
che richiedono maggiore attenzione e risorse, non solo
per rivalorizzare un settore
produttivo tra i più colpiti dalla crisi ma, e soprattutto, per
riallocare l’intero Sistema Paese all’interno di un contesto
civile più elevato, in poche
parole all’altezza dei partner
internazionali.
I fattori in cui è necessario intervenire, partono dalla qualità del ciclo vita - progettare,
costruire, demolire recuperare, riusare - qualità fondata su
creatività, innovazione, design
made in Italy, caratteristiche
prestazionali, elevate performance dei prodotti per l’edilizia, dalla vasta gamma di soluzioni tecniche ad alta efficienza idrica, energetica,
emissiva.
In secondo luogo c’è l’innovazione per quanto concerne
le nuove costruzioni: le più
avanzate tecnologie rappresentano un fondamentale valore per una più attuale concezione degli edifici, senza dimenticare le opportunità innovative insite nelle opere di
ristrutturazione del patrimonio esistente. Azioni che si innestano sulla salvaguardia e
messa in sicurezza statica e
antisismica del territorio, in
cui il radicamento territoriale
è conoscenza approfondita
delle sue specifiche esigenze,
finalizzata a rispondere in
modo adeguato, possibilmente con la fornitura di materiali
e servizi a chilometro zero. Il
tutto sotto il cappello della
sostenibilità energetica e ambientale, della legalità e della
sicurezza.
Infatti le politiche del risparmio energetico e del rispetto
dell’ambiente interessano tutti
i settori collegati alle costruzioni e l’intero ciclo vita del
prodotto: dall’estrazione delle
materie prime alla lavorazione, dall’efficienza delle prestazioni finalizzate al risparmio
fino allo smaltimento e alle
possibilità di riciclo dei materiali.
Temi importanti e in gran
parte condivisi da tutti gli attori del palcoscenico delle costruzioni, ma che si infrangono sugli scogli che, da troppo
tempo, ostacolano il lavoro
delle imprese.
Diverse sono le difficoltà che
rappresentano ulteriori fattori
sui quali agire.
In primo piano ci sono i pagamenti dei debiti della Pubblica Amministrazione e il razionamento del credito che
producono un duplice effetto
negativo: compromettere la
sopravvivenza stessa delle imprese e togliere liquidità al sistema, impedendo, di fatto, i
necessari investimenti finalizzati alla ricerca, all’innovazione e, più in generale, alle strategie di settore. Ulteriore freno è rappresentato dall’attuale
sistema di infrastrutture che
evidenzia da un lato uno
spreco inutile su infrastrutture
che non servono o che, quando realizzate, sono malfatte,
dall’altro un sostegno inadeguato a causa della riduzione
delle risorse destinate alle
opere pubbliche e che, a propria volta, determina un’evidente instabilità e insicurezza
territoriale. In poche parole
l’attuale livello di dotazione
infrastrutturale, unito a quello
logistico e al costo dei carburanti, penalizza pesantemente
la competitività delle nostre
imprese.
Infine, ulteriore fermo allo sviluppo nazionale è la stessa dinamica degli appalti in cui si
privilegia il prezzo rispetto alla qualità. Il crescere dei ribassi con cui vengono aggiudicate le gare pubbliche azzera i margini operativi e porta fuori mercato le imprese
che, al contrario, fanno della
qualità il loro punto di forza.
In questo contesto sarebbe
auspicabile elevare la trasparenza e la qualità degli appalti
pubblici, anche attraverso
processi di riduzione delle stazioni appaltanti, la qualificazione delle commissioni di
gara e il ricorso al criterio di
selezione dell’offerta «economicamente più vantaggiosa»
per le opere complesse dal
punto di vista tecnologico, o
per quei lavori che richiedono
un apporto progettuale da
parte delle imprese.
Sul punto, Ascomac, nell’ambito del recepimento delle direttive europee in materia di
appalti, ha presentato una
proposta al Governo ed al
Parlamento richiedendo la Introduzione testuale del sintagma: “ciclo vita” così come
previsto dalle direttive oggetto di recepimento, sia tra le
specifiche tecniche, sia nell’ambito dei criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici e delle concessioni.
Giova ricordare che sia la Direttiva 2014/25/UE, art. 82
(Criteri di aggiudicazione
dell’appalto)che la Direttiva
2014/24/UE, art. 67 (Criteri
di aggiudicazione dell’appalto)
stabilisco quanto segue:
“1. Fatte salve le disposizioni
Checklist per la sicurezza nei cantieri edili
ing. Annamaria Carriero
Se ogni ambiente di lavoro,
se per tutti i lavoratori sono
indispensabili adeguate misure di prevenzione e tutela della sicurezza, quello del cantiere edile può essere senza
dubbio annoverato tra i settori che più necessitano di accortezza, di vigilanza e dell’adempimento di ogni indicazione e dettaglio previsto
dal Testo unico sicurezza sul
lavoro, dalla normativa e delle
prassi a esso correlate.
Il cantiere è storicamente un
luogo di lavoro molto pericoloso, un luogo dove debbono primeggiare e rendersi
evidenti quotidiane buone
pratiche, continue attenzioni
da parte di ogni attore presente e operante: dal lavoratore ai datori di lavoro, il
committente e il responsabile
dei lavori, passando per le figure addette alla sicurezza come l’RSPP fino ad arrivare al
Coordinatore della sicurezza.
Il cantiere edile è un sito in
cui il lavoro avanza giorno
dopo giorno, nel corso delle
stagioni, con i cambi climatici
e ambientali, col repentino e
frequente cambio di “location”, di colleghi, di compagni, tutte variabili che rendono difficile la tutela della sicurezza, sia per gli operai, sia
per i responsabili, sia per i datori di lavoro che per i coordinatori.
Il Legislatore con il D.lgs.
81/2008 ed il D.I. 11.04.2011
ha colto la necessità di implementare e garantire le verifiche periodiche delle attrezzature di lavoro al fine di migliorarne la sicurezza, dando
risposte celeri al mondo del
lavoro, ma ha altresì lasciato
“fuori” al mondo delle verifiche da parte dei privati le
opere provisionali, nonostante
le cadute da ponteggi e da
scale rappresentino la metà
di tutti gli infortuni gravi e di
un terzo di quelli mortali.
La sicurezza nell’ambito delle
costruzioni trova esplicita disciplina nazionale sin dal
1956, data in cui risulta promulgato il d.p.r. 164 del 7
gennaio 1956 avente ad oggetto, per l’appunto, “Norme
per la prevenzione degli infortuni sul lavoro nelle costruzioni”.
Si tratta di una norma speciale dopo quella generale costituita dal d.p.r. 547 del 27 aprile 1955 che dettava una disciplina generale (capo II) ed
altre relativamente a specifiche lavorazioni o mezzi (es.:
il capo II considerava scavi e
fondazioni, il capo IV i ponteggi e impalcature in legname, ... il capo VII il trasporto
dei materiali, il capo VIII le
costruzioni edilizie, il capo IX
le demolizioni).
Tuttavia la disciplina mancava
di un elemento essenziale: la
previsione sistematica dei rischi e la
pianificazione delle misure atte a contrastarli, ovvero la pianificazione della sicurezza.
Al proposito, con Direttiva
Cantieri (la 92/57/CEE), la
Comunità Europea ha adottato una disciplina specifica
per i cantieri sulla scorta dei
seguenti punti importantissimi (che possono essere ricondotti a principi generali), considerando:
n che i cantieri temporanei
o mobili costituiscono un settore di attività che espone i
lavoratori a rischi particolarmente elevati;
n che scelte architettoniche
e/o organizzative non adeguate o una carente pianificazione dei lavori all’atto della
progettazione dell’opera hanno influito su più della metà
degli infortuni del lavoro nei
cantieri nella Comunità;
n che, all’atto della realizzazione di un’opera, una carenza di coordinamento, in particolare dovuta alla presenza
simultanea o successiva di imprese differenti su uno stesso
cantiere temporaneo o mobile, può comportare un numero elevato di infortuni sul
lavoro;
n che i lavoratori autonomi
ed i datori di lavori, che esercitano essi stessi un’attività
professionale su un cantiere
temporaneo o mobile, possono con le loro attività mettere
in pericolo la sicurezza e la
salute dei lavoratori.
Il committente (qualsiasi persona fisica o giuridica per
conto della quale l’opera viene
realizzata) assume una centralità nelle politiche di sicurezza attraverso il rispetto diretto, o tramite un proprio incaricato, di specifici obblighi.
Nascono così le seguenti figure così definite nella direttiva:
n responsabile dei lavori:
qualsiasi persona fisica o giuridica incaricata della progettazione e/o dell’esecuzione
e/o del controllo dell’esecuzione dell’opera per conto del
committente;
n coordinatore in materia di
sicurezza e di salute durante
la progettazione dell’opera:
qualsiasi
n persona fisica o giuridica
incaricata dal committente
e/o dal responsabile dei lavori
della esecuzione dei compiti
di cui all’art. 5 durante la progettazione dell’opera;
n coordinatore in materia di
sicurezza e di salute durante
la realizzazione dell’opera:
qualsiasi persona fisica o giuridica incaricata dal committente e/o dal responsabile dei
lavori dell’esecuzione dei
compiti di cui all’ art. 6 durante la realizzazione dell’opera.
Con il d.lgs. 81 del 9 aprile
2008 e s.m.i. tutta la normativa specifica relativa alle costruzioni, ovvero ai cantieri,
risulta riunita (ed innovata)
nel titolo IV e nei diversi allegati, di interesse specifico
per i cantieri edili.
Le misure di sicurezza, intese
come misure di prevenzione
e/o di protezione dai rischi,
debbono essere sempre garantite, indipendentemente
dal tipo di cantiere, in quanto
il diritto alla salute (cfr. art. 32
della Costituzione) costituisce
un diritto indisponibile (vedi.
Cass. Pen., sez. IV, 20 marzo
2008 n. 12348).
Con il testo unico si individuano i seguenti Soggetti Destinatari :
n il committente;
n il responsabile dei lavori;
n il coordinatore per la progettazione (CSP);
n il coordinatore per l’esecuzione (CSE);
n l’impresa affidataria;
n l’impresa esecutrice;
n il lavoratore autonomo.
L’individuazione dei soggetti
è fondamentale nella disciplina della sicurezza nei luoghi
di lavoro in quanto ad essi
vengono attribuiti precisi
adempimenti (obblighi) con
le conseguenti responsabilità
sanzionate sia in via amministrativa, penale che civile (risarcimento del danno).
Nella logica della responsabilità, e quindi delle competenze determinanti obblighi
e adempimenti, i soggetti possono essere ricondotti a tre
fattispecie:
n dominus: committente e/o
responsabile dei lavori (RL);
n supporti e ausili: progettista, direttore dei lavori (DL),
coordinatori della sicurezza
N. 6 - Giugno 2015
19
il GIORNALE dell’INGEGNERE
Efficienza dei mezzi di cantiere
legislative, regolamentari o
amministrative nazionali relative al prezzo di determinate
forniture o alla remunerazione
di taluni servizi, le amministrazioni aggiudicatrici procedono
all’aggiudicazione degli appalti sulla base dell’offerta
economicamente più vantaggiosa.
2. L’offerta economicamente
più vantaggiosa dal punto di
vista dell’amministrazione aggiudicatrice è individuata sulla
base del prezzo o del costo, seguendo un approccio costo/efficacia, quale il costo del ciclo
di vita conformemente all’articolo 68, e può includere il
miglior rapporto qualità/prezzo, valutato sulla base di criteri, quali gli aspetti qualitativi, ambientali e/o sociali,
connessi all’oggetto dell’appalto pubblico in question. Tra
tali criteri possono rientrare
ad esempio:
a) la qualità, che comprende
pregio tecnico, caratteristiche
estetiche e funzionali, accessibilità, progettazione adeguata per tutti gli utenti, caratteristiche sociali, ambientali e
innovative, e la commercializzazione e relative condizioni;”.
In base a quanto indicato
espressamente dalle direttive
oggetto di recepimento, l’aggiudicazione deve tenere conto dell’intero costo del ciclo
vita sia dei prodotti e servizi
che hanno contribuito alla
realizzazione dell’opera in
quanto tale, ma e soprattutto
della gestione dell’opera durante il suo intero ciclo di vita,
valorizzando così non solo
l’investimento ma anche
l’esercizio.
Speriamo che il Legislatore
se ne accorga.
LE PROPOSTE
ASCOMAC
Occorre farsi carico di un piano straordinario di opere
pubbliche con programmi di
riduzione del consumo del
suolo, del rischio di dissesto
idrogeologico, di messa in sicurezza statica e antisismica
di edifici e infrastrutture, attraverso interventi di messa
in sicurezza del territorio, per
la viabilità e per il ripristino
dei manti stradali.
Senza dimenticare la riqualificazione del patrimonio scolastico e dell’abitare sociale
(social housing e cohousing)
e un programma di piccole e
medie opere funzionali alla riqualificazione delle città.
Città, Comunità e Territorio
sostenibile vanno intesi come
un Sistema urbano/metropolitano territoriale ripensato e
sostenibile: nuovo motore per
riprogrammare e ripianificare
dal punto di vista infrastrutturale e di gestione del territorio. Una vera Rivoluzione
sostenibile che metta a rete
legalità, economia, ambiente,
energia, mobilità e trasporti a
favore della qualità del vivere
e del benessere del Cittadino
e della Comunità.
Città/Territorio Sostenibile
CANTIERE A IMPATTO ZERO ®
Nuovo Paradigma
VALORE STRATEGICO E FATTORE DI SVILUPPO
n Qualità sostenibile del Territorio e dell’Abitato
n Legalità e Integrazione sociale
n Mobilità e Accessibilità ai luoghi
n
MOTORE del nuovo sistema urbano/metropolitano/territoriale intelligente e sostenibile
n Riprogrammazione, ripianificazione, gestione e utilizzo del Territorio
n Sviluppo ambientale, economico, sociale
n Efficientamento del ciclo energetico ed idrico, dei consumi negli edifici, del trasporto merci, della
mobilità delle persone, della gestione dei rifiuti
da “accendere” con programmi di miglioramento rivolti a
n ristrutturazione, recupero, manutenzione della sicurezza statica e antisismica
n risparmio energetico, efficienza energetica e fonti rinnovabili
n ripristino a seguito di eventi calamitosi e riduzione del rischio di dissesto idrogeologico del territorio
n promozione e valorizzazione dee patrimonio culturale e paesaggistico
Rivoluzione urbana, metropolitana, territoriale integrando “a rete” Legalità, Economia, Ambiente,
Industria, Commercio, Servizi, Edilizia, Urbanistica, Energia, Mobilità, Turismo, Beni culturali per
la Qualità del vivere e del Benessere del Cittadino
INVESTIRE
NELLA CITTÀ/TERRITORIO
SOSTENIBILE
CON PROGRAMMI
DI MIGLIORAMENTO STATICO,
ANTISISMICO, IDRICO,
ENERGETICO, AD ALTA
RICICLABILITÀ, A BASSO
CONTENUTO DI CARBONIO
I diversi eventi sismici e, da
ultimo, quello accaduto in
Emilia Romagna, la grave
perdita di vite umane, il rile-
vante dissesto idrogeologico,
i danni subiti dal patrimonio
abitativo, agricolo, industriale,
infrastrutturale, artistico e culturale, le ingenti risorse impiegate “per riparare alla meglio più che costruire e manutenere a regola d’arte”, fanno riflettere sulla necessità di
“messa in sicurezza” del nostro Territorio.
La morte di operai sotto le
coperture di capannoni, di re-
cente costruzione, che avrebbero dovuto resistere ad
eventi calamitosi e sismici,
rendono ormai indilazionabile
un “cambio di passo” su quello che è l’utilizzo ed il consumo del territorio e delle risorse disponibili.
Una crisi grave del Territorio,
alla quale si aggiunge una crisi
economica altrettanto grave.
Per questo, occorre ripartire
dal rilancio della riqualifica-
SOFTWARE | SICUREZZA SCAVI
(CSP e CSE);
n esecutori: impresa affidataria, impresa esecutrice, lavoratori autonomi.
Sono altresì da ritenersi soggetti interessati anche gli organismi deputati al controllo
e alla vigilanza e quelli organizzatori dei corsi in materia
di sicurezza (ad esempio abilitanti i coordinatori della sicurezza).
L’etimologia del termine cantiere deriva dal latino “cantherius”, che significa cavallo
castrato e che, in senso figurato, indica un cavalletto di
sostegno; tali cavalletti, o travicelli, erano quelli impiegati
nei cantieri per poggiare le
navi in fase di fabbricazione
o di restauro.
La tipologia di cantiere più
importante, ed alla quale è
principalmente rivolta l’attenzione del legislatore, è quella
del cantiere edile, definito come il luogo e l’insieme di impianti ed attrezzature, depositi
ed uffici in cui si svolgono i
lavori edili appartenenti alla
sfera dell’ingegneria civile.
Nel canitere edile, molto spesso l’apparecchio di sollevamento dei carichi rappresenta
una attrezzatura essenziale
per lo svolgimento di talune
lavorazioni.
Nella movimentazione dei
materiali, il sollevamento si
distingue per via della prevalenza dello spostamento verticale rispetto a quello orizzontale.
I materiali, che nella conduzione dei lavori in cantiere richiedono operazioni di sollevamento, sono i più diversi;
in relazione al sistema da
adottare per il loro spostamento e principalmente per
l’organo di presa.
Attrezzatura cardine e più utilizzata in un cantiere è la gru,
ed in particolare la gru ad asse
fisso.
Con tale apparecchio si rea-
lizzano i seguenti movimenti:
n sollevamento del carico;
n traslazione del carrello;
n rotazione del braccio;
n spostamento della macchina.
Tale attrezzatura presenta
molteplici rischi, sia per gli
operatori che per i lavoratori
che operano nell’area di cantiere in cui la medesima è installata.
I rischi maggiori sono costituiti, essenzialmente, dal ribaltamento della gru, dalla caduta di materiale dall’alto, da
possibiltà di cesoiamento, di
schiacciamento e di urti.
La gru è dotata di una serie
di dispositivi che, opportunamente tarati, garantiscono i
requisiti minimi di sicurezza
previsti dalle norme.
Ovviamente, ed è il caso del
possibile rischio di interferenza tra più gru, essa può essere
provvista di eventuali ulteriori
dispositivi di sicurezza, finalizzati alla riduzione di ulteriori rischi connessi a particolari condizioni di installazione nel cantiere.
I dispositivi di finecorsa (o limitatori) agiscono sui movimenti della gru: rotazione,
sollevamento, distribuzione e
traslazione; essi intervengono
per evitare che la gru venga
sollecitata a sforzi superiori
rispetto a quelli per i quali essa è stata progettata, limitandone i singoli movimenti,
quali l’altezza di sollevamento,
l’escursione del carrellino, la
traslazione.
Alcuni di questi dispositivi sono:
n il limitatore di carico massimo e di grande velocità: esso impedisce il sollevamento
dei carichi eccedenti il carico
massimo, arrestando il motore di sollevamento e azionando il freno.
n Il limitatore di velocità interviene con il superamento
segue a pag. 22
zione urbana, metropolitana,
territoriale, attraverso la contestuale programmazione della messa in sicurezza statica
e dell’efficientamento energetico degli edifici e delle infrastrutture; più che “smart city”
servono una Vision ed una
Governance diverse, un percorso virtuoso verso un Sistema Paese, a consumo quasi
zero con regole semplici, certe e chiare, a partire dai Piani
regolatori e dalla Pianificazione strategica territoriale.
La Città/Territorio sostenibile
richiede un’Edilizia Sostenibile - civile, rurale, industriale,
infrastrutturale - risposta anticiclica, non solo alla attuale
crisi economica, ma anche organizzativa, realizzabile da subito, attraverso l’avvio immediato di un Piano “ordinario”
statico, antisismico ed energetico sia per le nuove costruzioni, sia per il consolidamento
e
miglioramento
idrico/energetico, ad alta riciclabilità degli edifici pubblici
e privati esistenti, con regole
obbligatorie e vincolanti per
tutti.
Un Piano finalizzato al rilancio dell’economia, legata all’edilizia di qualità, nuova o
ristrutturata, attivando trasversalmente il sistema delle micro, piccole e medie imprese
e producendo, in questo modo, anche un rilevante effetto
sul terreno occupazionale.
Senza tralasciare i necessari
segue a pag. 20
Informazioni dalle aziende
Piano di sicurezza per scavi edili, nuova
applicazione professionale da ACCA
CerTus-SCAVI è il software per la redazione del piano di sicurezza scavi in linea con il Testo Unico
Sicurezza e con le procedure della “Guida ISPESL per l’esecuzione in sicurezza delle attività di scavo”
Alcuni lavori di cantiere sono ad alto rischio e pertanto richiedono piani di
sicurezza specifici. È il caso degli scavi a cielo aperto, no dig, etc. Predisporre con
la massima accortezza e prevenzione le misure atte ad assicurare la salute del
lavoratore è compito e responsabilità del coordinatore della sicurezza e del datore
dell’impresa. I lavoratori impegnati in lavori di scavo sono esposti a infortuni
causati principalmente da terreno franoso, investimento di materiale con caduta
dall’alto, investimento di mezzi meccanici impegnati in operazione di scavo.
È importante, dunque, che il coordinatore analizzi e valuti correttamente la
struttura del terreno, i mezzi meccanici, gli impianti, le attrezzature da utilizzare e
proceda consapevolmente alla redazione del piano di sicurezza.
IL SOFTWARE
In questa fase, il coordinatore può avvalersi di uno strumento software che
ACCA ha predisposto proprio per questo tipo di esigenza. Il nuovo CerTus-SCAVI,
produce un piano di sicurezza per lavori di scavo in edilizia in linea con il D.Lgs.
Per informazioni: ACCA software S.p.A.
Via M. Cianciulli – 83048 Montella (AV)
81/2008 (Testo Unico Sicurezza) e con le procedure della “Guida ISPESL per
l’esecuzione in sicurezza delle attività di scavo”. Un wizard semplice e accurato
guida alla redazione del piano di sicurezza scavi. L’archivio del software è
corredato già da descrizioni e immagini ma altre possono essere inserite
personalizzando sia il piano che l’archivio. L’elaborato prodotto, contiene le
procedure di scavo, le descrizioni delle tecnologie, le opere provvisionali di
sostegno e protezione scavi, i dispositivi di protezione individuale e le prescrizioni
atte a prevenire o ridurre i rischi particolari di seppellimento e sprofondamento,
il modello di Manutenzione e Ispezione con la procedura e le schede per la
manutenzione e ispezione delle macchine di movimento terra, dei sistemi
alternativi allo scavo e dei sistemi provvisionali di sostegno e protezione degli
scavi. L’elaborato finale può essere salvato anche in formato RTF, un formato testo
adattabile a qualsiasi word processor e quindi facilmente gestibile per variazioni e
ulteriori personalizzazioni.
T. 0827 69504 | F. 0827 601235
[email protected] | www.acca.it
20
N. 6 - Giugno 2015
il GIORNALE dell’INGEGNERE
Organizzazione del cantiere: le macchine movimento terra
dott. Carlo Belvedere*
Al fine di avere un quadro il
più possibile completo delle
attività svolte da macchine,
attrezzature e impianti in cantiere, con specifico riguardo
alle macchine movimento terra è utile partire dalla definizione del movimento terra inteso come l’insieme delle attività che modificano geometricamente una parte di territorio, in genere allo stato naturale, per accogliere manufatti – edifici-infrastrutture etc.
- modificando morfologia,
relazioni e destinazione d’uso.
La movimentazione e la lavorazione delle terre è costituita da operazioni di scavo,
di carico e di trasporto di terra o di materiali ad essa assimilati (roccia, sabbia, ghiaia,
ecc.), più in generale per la
movimentazione del terreno
sono impiegate macchine semoventi. A tal proposito è
opportuno definire correttamente la scelta delle macchine in funzione delle attività
da realizzare e i diagrammi di
lavorazione, da cui derivare
l’organizzazione stessa del
cantiere.
LE MACCHINE
MOVIMENTO TERRA
IN FUNZIONE
DELLE ATTIVITÀ
POSSONO
CLASSIFICARSI IN:
MACCHINE
PER LA MOVIMENTAZIONE
DEL MATERIALE
n Apripista /bulldozer –
macchine cingolate dotate
nella parte anteriore di una
grande lama (dozer) comandata da due pistoni idraulici
CANTIERE A IMPATTO ZERO®
per mettere in “relazione
sostenibile” fabbricante
del prodotto/costruito
e cliente finale
segue da pag. 19
controlli di quanto realizzato.
Per iniziare, “basta” un provvedimento normativo unico,
di semplice applicazione rivolto ai cittadini / imprese /
contribuenti / investitori /
amministrazioni pubbliche e
di immediata efficacia, rafforzando quanto già previsto nel
merito dall’art. 4, del D.L. n.
201/2011, convertito in Legge n. 214/2011 dove già il
Governo aveva unificato nella
misura del 36% le misure in
ambito energetico, antisismico e di ripristino a seguito di
eventi calamitosi, superando,
in questo modo, la logica del
singolo intervento a favore
dell’Edificio nel suo complesso. Per questo, sia a livello antisismico che energetico, vanno introdotti ed attuati, con
investimenti pubblici e privati,
programmi di miglioramento
energetico e statico dell’Edificio/Infrastruttura e, quindi,
del Territorio, cioè tutte quelle
misure, strumenti, azioni per
l’ottenimento del miglior risultato. “A regola d’arte”.
RILANCIARE
IL SETTORE
Per rilanciare il settore delle
costruzioni e dei prodotti di
filiera tra cui macchine, at-
che, affondata nel terreno e
grazie al moto del mezzo,
spinge, sposta e livella il materiale di risulta. Sono sempre
meno utilizzate in quanto sostituite dai caricatori (pale
gommate o cingolate).
n Motorgrader - livellatore
di materiale di finitura molto
preciso e veloce. Viene usato
per stendere il materiale
“bianco” nella costruzione
delle strade, cioè l’ultimo strato di ghiaia prima della asfaltatura. Viene usato anche per
lavori di livellamento, taglio
canali, profilature di scarpate
ecc
n Scraper - speciali autocarri
che si caricano autonomamente avendo il cassone sospeso tra i due assi. Mentre
la macchina avanza, il cassone
si abbassa sul terreno con un
“tagliente” ed il materiale va
a riempire il cassone. Sono
macchine ideali per spostare
grandi quantità di materiale
su brevi distanze.
ciclo lavorativo collaborino
per conseguire il miglioramento degli standard di sicurezza e salute sul posto di
lavoro così come previsto dal
T.U. Sicurezza artt. 69/74);
conoscano la documentazione che deve accompagnare
la macchina – dichiarazione
di conformità, marcatura
CE, libretto di uso e manutenzione .
LA NORMATIVA APPLICABILE
E DEFINIZIONI
D.P.R. n. 547/1955
D.P.R. n. 459/1996
D.Lgs. n. 359/1999
D.Lgs. n. 81/2008
D.Lgs. n. 17/2010
n Terna – macchina caratterizzata da flessibilità d’uso dove l’operatore può passare rapidamente da una funzione
all’altra senza muoversi dal
suo posto di guida e con caratteristiche quali:
- la velocità di sollevamento
della benna
- la distanza e l’altezza di scarico del materiale
- l’angolo di richiamo della
benna
- il raggio di sterzata e la facilità di movimentazione della
macchina durante le operazioni di carico
n Caricatore, noto come pala
gommata o cingolata può essere equipaggiate con diversi
accessori alternativi alla benna, come bracci a forca o a
gancio per la movimentazione dei carichi, senza che siano
alterati i requisiti di sicurezza
del caricatore che si modifica
solo nell’utilizzo
- In funzione delle principali
caratteristiche del telaio e della trazione è possibile classificare le pale caricatrici in:
- pale caricatrici cingolate
- pale caricatrici gommate a
telaio rigido
- pale caricatrici gommate a
telaio articolato
- minipale gommate
n Escavatore – macchina cingolata o gommata, esegue
scavi di sbancamento, carico
di materiale, scavi in sezione
ristretta per fondazioni, cana-
trezzature e impianti, occorre
ripartire dalla riqualificazione
urbana, metropolitana e territoriale, attraverso la contestuale programmazione della
messa in sicurezza degli edifici
e delle infrastrutture. Il tutto
con programmi di ristrutturazione, manutenzione e miglioramento della sicurezza
statica e antisismica, di risparmio e di efficienza energetica
del patrimonio immobiliare;
la promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, di mobilità sostenibile;
la riduzione del rischio di dissesto idrogeologico del territorio.
«Per attuare questi programmi vanno individuate una serie di misure fiscali e finanziarie in stretto coordinamento
con gli strumenti vigenti.
L’inserimento della proroga
degli ecobonus nel Decreto
di recepimento della direttiva
Edifici a energia quasi zero, è
stata una grande occasione,
colta purtroppo solo in parte,
di rilancio della Rigenerazione
e Riqualificazione urbana e
del territorio di cui il Paese
ha bisogno, rappresentando
l’anello di congiunzione, ora
mancante, tra la casa – interventi verticali, importanti ma
isolati – e la riqualificazione
urbanistica, prevista dal Piano
Casa e dal Piano per le Città/Territorio sostenibili, ampliandone ed estendendone
gli interventi a livello orizzontale. Più che Smart city, servono vision e governance diverse, un percorso virtuoso
verso la Città/Territorio Sostenibile, a consumo quasi zero (carbonio, acqua, energia,
rifiuti, mobilità) con regole
certe e chiare, a partire dai
Piani regolatori e dalla Pianificazione strategica territoriale
e dal coordinamento.
Il CANTIERE A IMPATTO
ZERO® è fondamenta della
Città/Territorio riqualificato
e ristrutturato, è un obiettivo
in continua evoluzione, da cogliere, indirizzando e informando le attività. Da un lato
verso la legalità e la trasparenza, l’innovazione tecnologica, l’alta efficienza di macchine, attrezzature, impianti,
la qualificata e certificata formazione e addestramento
delle maestranze dirette e indirette, la semplificazione burocratica, il miglioramento
degli standard di sicurezza sul
lavoro, sulla qualità di materiali ecosostenibili ed efficienti;
dall’altro, verso l’impatto energetico e ambientale quasi zero, la riduzione fino all’eliminazione degli infortuni, la
semplificazione della burocrazia. Il tutto nel pieno rispetto
della legalità e della sicurezza.
Un impegno forte, una rivoluzione di azioni e comportamenti, che parte dalle fondamenta, diventando elemento integrante di quanto realizzato – strada, ponte, edificio, altro – tutto a basso contenuto di carbonio, a elevato
risparmio energetico, a ridotto
consumo di acqua, ad alta riciclabilità a partire dai prodotti, dalle macchine, dalle at-
MACCHINE
PER IL CARICAMENTO
DEL MATERIALE
lizzazioni, formazione di scarpate, argini fluviali, altro
Gli escavatori sono macchine
che generalmente vengono
distinte in base:
- al peso operativo;
- alla potenza idraulica del
motore;
- alle caratteristiche geometriche del braccio (frontale per
speciali operazioni di carico
o rovescio per normali
operazioni di carico e per lo
scavo);
- alla dimensione del braccio
lavoratore e conseguentemente alla capacità di lavoro
della benna per lo scavo
MACCHINE PER IL TRASPORTO
DEL MATERIALE
Dumper- macchine utilizzate
nei cantieri edili o stradali,
adibite esclusivamente al tra-
trezzature impiegati, dalla fase
di progettazione, costruzione
ed esercizio fino allo smaltimento a fine ciclo vita.
PROPOSTE
CONCRETE
Nel contesto delle proposte
Ascomac un ruolo rilevante
è occupato dalle macchine,
strumenti indispensabili per
il cantiere, nei quali l’innovazione è un tema centrale e
deve trovare adeguata corrispondenza nell’assegnazione
degli appalti e nel complesso
sistema della fiscalità italiana.
Le imprese che utilizzano
nuovi macchinari tecnologicamente all’avanguardia, oppure manutenuti in modo appropriato e certificato, devono
essere premiate a livello fiscale, o in fase di aggiudicazione
dell’appalto». Il tutto si tradurrebbe in un duplice risparmio. I controlli sui macchinari
in cantiere sarebbero inutili
perché si tratterebbe di macchine non solo nuove ma certificate. Inoltre i macchinari
di nuova generazione non sono stati progettati solo per limitare l’impatto ambientale
ma anche per dare più comfort, più protezione da rumori
e vibrazioni e più sicurezza in
senso lato agli operatori. Vantaggi, frutto di un investimento delle imprese, che possono
e devono essere riconosciuti.
UN PARCO MACCHINE
SPESSO
PROBLEMATICO
Il parco macchine, censito
sporto di materiale. Si spostano su terreni accidentati, privi
di pavimentazione e sono dotati di cassone ribaltabile. In
genere non possono circolare
sulle strade pubbliche. Ne esistono di svariate dimensioni.
Quelle con cassoni enormi
vengono usati per il trasporto
di grandi quantità di materiale
nelle cave o nelle costruzioni
di grandi opere di genio civile.
La classificazione sopra riportata è importante anche ai fini
della formazione degli operatori e del relativo rilascio della
attestazione per la relativa
conduzione in sicurezza ai
sensi dell’Accordo Stato Regioni 22.2.2012.
Nell’ambito dell’impiego delle macchine e attrezzature in
cantiere è necessario che i
diversi soggetti coinvolti nel
n Attrezzatura di lavoro qualsiasi macchina, apparecchio, utensile, impianto inteso
come il complesso di macchine, attrezzature, componenti necessari alla attuazione
di un processo produttivo
destinato a essere usato durante il lavoro - Art. 69, D.lgs.
N. 81/2008 e smi
n Manutenzione, attività le
cui procedure sono indicate
nel manuale di uso e manutenzione della macchina, finalizzate a mantenere le attrezzature in funzione secondo quanto stabilito dal fabbricante, a garantire nel tempo
la sicurezza degli operatori e
il rispetto dell’ambiente, a prevenire guasti, prolungano la
vota utile della macchina stessa. La manutenzione è prevista e indicata dal, come detto,
dal fabbricante o, in assenza,
dalle pertinenti norme tecniche o dalle buone prassi o linee guida (art. 71, comma 8,
D.Lgs. n. 81/2008 e smi);
n Verifica periodica – attività
malamente e sul quale i controlli sono pressoché nulli,
comporta diversi problemi di
carattere ambientale. Tante
imprese in pratica, utilizzano
macchine obsolete, talune per
assoluta mancanza di senso
civico ed economico – vedono il risparmio immediato,
ma non tengono conto delle
enormi spese in termini di riparazioni e combustibile – altre per un’impossibilità a procedere con nuovi acquisti,
spesso figlia della miopia degli
istituti di credito. Un contesto
aggravato da una sorta di
anarchia per quanto concerne
le macchine non targate (e
stiamo parlando di diverse
migliaia di unità) e una mancanza cronica di controlli sulla manutenzione. I costruttori
hanno dovuto recepire le diverse normative tecniche ad
es. in campo delle emissioni
inquinanti previste dal protocollo di Kyoto, ma in Italia
chi controlla il rispetto di questo Protocollo? Se nei centri
storici per ridurre le emissioni
inquinanti vengono introdotte
le aree a circolazione limitata,
si ricorre a provvedimenti come le targhe alterne, o addirittura si vieta la circolazione
alle auto che non rispondono
a determinati requisiti, perché
l’utilizzo delle macchine operatrici non viene valutato? Un
escavatore obsoleto produce
un inquinamento decisamente superiore a quello delle automobili.
Eppure le regole non valgono
per tutti. Si pensi all’ingresso
delle macchine operatrici obsolete in un cantiere urbano
ed alle relative emissioni inquinanti: a tal proposito si potrebbero prevedere come per
i veicoli in genere una limitazione all’utilizzo delle macchine per costruzioni obsolete
all’interno delle aree a traffico
limitato, o l’accesso gratuito
a macchine operatrici con determinate caratteristiche a
basso impatto. È altresì evidente che questo tema delle
emissioni inquinati riguarda
non solo le macchine da cantiere ma ad es. i veicoli che le
trasportano etc.
Il punto non è vendere macchine nuove, ma i mezzi
d’opera devono rientrare in
certi parametri di ecosostenibilità e il primo passo è una
manutenzione corretta.
Non dovrebbero servire incentivi per fare le cose per bene, ma dato che siamo in Italia, dove la coscienza ecologica ha ancora tanta strada
da percorrere, serve un sistema premiante per chi fa le cose per bene.
Il tutto ben sapendo come la
proposta Ascomac non si limiti alle macchine ma coinvolga l’intera filiera, passando
per il sistema di management
di cantiere, il BIM, con il quale il cantiere viene progettato
virtualmente attraverso modellig che poi devono essere
applicati concretamente. Un
sistema innovativo che si traduce in legalità perché impedisce di frodare come le tante
eccezioni che emergono, co-
N. 6 - Giugno 2015
21
il GIORNALE dell’INGEGNERE
Efficienza dei mezzi di cantiere
normata dalla legge riguardante le attrezzature ricomprese nell’All. VII, D.Lgs. n.
81/2008 e smi); il datore di
lavoro sottopone le attrezzature di lavoro riportate nell’allegato VII a verifiche periodiche volte a valutarne l’effettivo stato di conservazione
e di efficienza ai fini di sicurezza, con la frequenza indicata nel medesimo allegato.
Per la prima verifica il datore
di lavoro si avvale dell’INAIL,
che vi provvede nel termine
di quarantacinque giorni dalla
richiesta;
n Controllo e manutenzione
– l’art. 71, comma 4, D.Lgs.
n. 81/2008 e smi prevede Il
datore di lavoro prende le misure necessarie affinché le attrezzature di lavoro siano curati la tenuta e l’aggiornamento del registro di controllo
delle attrezzature di lavoro
per cui lo stesso è previsto.
Il registro contiene:
- l’elenco delle attrezzature
con le rispettive caratteristiche
(matricola, modello, data costruzione, indicazione manuale uso e manutenzione, dichiarazione CE se prevista,
verifica periodica, formazione
e addestramento operatore
abilitato
- la scheda di manutenzione
della macchina quali interventi da fare, realizzati (manutenzioni straordinarie, sostituzione componenti, eventuli modifiche, altro);
n Obblighi datore di lavoro
– Art. 71, D.Lgs. n. 81/2008
e smi, Il datore di lavoro mette a disposizione dei lavoratori attrezzature conformi ai
requisiti di cui all’articolo precedente, idonee ai fini della
salute e sicurezza e adeguate
al lavoro da svolgere o adattate a tali scopi che devono
essere utilizzate conformemente alle disposizioni legislative di recepimento delle
direttive comunitarie. All’atto
della scelta delle attrezzature
di lavoro, il datore di lavoro
prende in considerazione:
- le condizioni e le caratteristiche specifiche del lavoro da
svolgere;
- i rischi presenti nell’ambiente
di lavoro;
- i rischi derivanti dall’impiego
delle attrezzature stesse;
- i rischi derivanti da interferenze con le altre attrezzature
già in uso.
- Qualora le attrezzature richiedano per il loro impiego
conoscenze o responsabilità
particolari in relazione ai loro
rischi specifici, il datore di lavoro prende le misure necessarie affinché:
- l’uso dell’attrezzatura di lavoro sia riservato ai lavoratori
allo scopo incaricati che abbiano ricevuto una informazione, formazione ed addestramento adeguati;
- in caso di riparazione, di trasformazione o manutenzione,
i lavoratori interessati siano
qualificati in maniera specifica
per svolgere detti compiti.
n Obblighi dei lavoratori –
Ciascun lavoratore deve prendersi cura della propria salute
e sicurezza e di quella delle
altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui ricadono
gli effetti delle sue azioni o
omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro.
I lavoratori devono in particolare:
- contribuire, insieme al datore di lavoro, ai dirigenti e ai
preposti, all’adempimento degli obblighi previsti a tutela
della salute e sicurezza sui
luoghi di lavoro;
- osservare le disposizioni e
le istruzioni impartite dal datore di lavoro, dai dirigenti e
dai preposti, ai fini della protezione collettiva ed indivi-
me funghi, con l’avanzamento
dei lavori.
Anche su questo punto Ascomac ha presentato sempre in
attuazione di quanto previsto
dalle direttive UE in materia
di appalti, una serie di proposte finalizzate a legalizzare
l’intera filiera con l’introduzione e l’applicazione di strumenti elettronici specifici,
quali gli strumenti di simulazione elettronica per le informazioni edilizie come il BIM
o strumenti analoghi, finalizzati alla attuazione ai principi
di trasparenza, legalità e concorrenza.
La applicazione di sistemi di
modellazione parametrica
quale il BIM Building Information Modeling, consente
di identificare, monitorare e
verificare la filiera degli operatori, beni, servizi, e le relative attività e responsabilità,
le fasi di realizzazione - progettazione e gestione del ciclo
vita dell’Opera – Prodotto,
Immobile, Infrastruttura, i
tempi e costi, contribuendo a
valorizzare e garantire il pieno
rispetto dei principi di trasparenza, parità di trattamento
degli operatori economici,
concorrenza, possibilità di accesso al mercato e, nel contempo, a ridurre i rischi legati
a fenomeni di corruzione.
Le imprese che utilizzano
nuovi macchinari tecnologicamente all’avanguardia, oppure manutenuti in modo appropriato e certificato, devono
essere premiate a livello fiscale, oppure favorite in fase di
aggiudicazione dell’appalto.
LE PROPOSTE
ASCOMAC IN SINTESI
Secondo Ascomac per garantire un volume sostenibile e
duraturo degli investimenti,
l’azione del Governo e del
Parlamento si deve concentrare su:
n Liquidazione e regolare
pagamento dei crediti vantati
dalle imprese verso la PA e
tra privati;
n Investimenti in opere e infrastrutture selettivi, sostenibili,
programmati e sorretti da una
reale liquidità immessa sul
mercato;
n Sistema di appalti che premi la sostenibilità, la legalità,
la sicurezza, l’efficienza
n Energetica, le ridotte emissioni di macchine operatrici, attrezzature di lavoro e impianti
n Fiscalità energetica e ambientale, leva di sviluppo della
competitività del Sistema Italia, verso un’economia a basso
contenuto di carbonio, a basso consumo di risorse – acqua, energia, rifiuti – ad alta
riciclabilità.
n Un’attenzione forte, in termini di rilancio, deve essere
dedicata a tutte le fasi che
concorrono alla realizzazione
delle opere, incrementando
l’utilizzo di macchine, attrezzature, impianti per le costruzioni sostenibili, sicure, efficienti dal punto di vista energetico e ambientale.
dott. Carlo Belvedere
Segretario Generale Ascomac
duale;
- utilizzare correttamente le
attrezzature di lavoro, le sostanze e i preparati pericolosi,
i mezzi di trasporto, nonché
i dispositivi di sicurezza;
- utilizzare in modo appropriato i dispositivi di protezione messi a loro disposizione;
- segnalare immediatamente
al datore di lavoro, al dirigente o al preposto le deficienze
dei mezzi e dei dispositivi di
cui alle lettere c) e d), nonché
qualsiasi eventuale condizione
di pericolo di cui vengano a
conoscenza, adoperandosi direttamente, in caso di urgenza, nell’ambito delle proprie
competenze e possibilità e fatto salvo l’obbligo di cui alla
lettera f ) per eliminare o ridurre le situazioni di pericolo
grave e incombente, dandone
notizia al rappresentante dei
lavoratori per la sicurezza;
- non rimuovere o modificare
senza autorizzazione i dispositivi di sicurezza o di segnalazione o di controllo;
- non compiere di propria iniziativa operazioni o manovre
che non sono di loro competenza ovvero che possono
compromettere la sicurezza
propria o di altri lavoratori;
- partecipare ai programmi di
formazione e di addestramento organizzati dal datore di
lavoro;
- sottoporsi ai controlli sanitari previsti dal presente decreto legislativo o comunque
disposti dal medico competente.
IN SINTESI
Il datore di lavoro deve acquistare e utilizzare macchine
ed attrezzatura rispondenti alla normativa vigente e valutare i rischi legati: alla installazione della macchina/attrezzatura nel luogo di lavoro,
alla possibile interferenza con
altre attrezzature; verificare la
compatibilità tra la postazione
di lavoro della macchina e le
caratteristiche fisiche dell’operatore; il corretto utilizzo e
manutenzione dell’attrezzatura; l’esecuzione effettiva dei
controlli periodici previsti dal
programma di manutenzione
e/o dalla normativa vigente
(D.Lgs. n. 81/2008 e smi, art.
71; definire un sistema di gestione della sicurezza che ne
migliori il livello, attraverso la
verifica di impatto con l’ambiente non solo di lavoro, attività di informazione, formazione e addestramento dei lavoratori.
DIVERSI POI I RISCHI
DA VALUTARE E
PREVENIRE QUALI:
Rischiosità delle operazioni
tra cui ad es. rischio di instabilità come il ribaltamento; rischio di investimenti e di interferenze di cui all’art. 118
del T.U. Sicurezza che vieta
esplicitamente la presenza di
persone nel raggio di azione
delle macchine nei lavori di
sbancamento e splateamento,
la circolazione delle macchine
che deve essere effettuata seguendo percorsi individuati
in fase di predisposizione del
cantiere; rischio di caduta dei
carichi, rischio ergonomico
quali vibrazioni, rumore, visibilità; interferenze con linee
elettriche, trasporto e scarico/carico della macchina, segnaletica di sicurezza.
*Segretario Generale Ascomac
22
N. 6 - Giugno 2015
il GIORNALE dell’INGEGNERE
Efficienza dei mezzi di cantiere
Checklist per
la sicurezza
nei cantieri edili
segue da pag. 19
della velocità di salita o di discesa del carico: all’aumentare
della velocità si generano infatti delle forze di inerzia, sia
in partenza che in frenata, che
determinano forti sollecitazioni dinamiche;
n il finecorsa di sollevamento: possono essere di salita e
di discesa, ad esempio nella
salita, arresta il motore di sollevamento e determina l’azionamento del freno.
n il limitatore di momento:
le gru sono calcolate per un
momento di carico massimo
che non deve mai essere superato: il limitatore di momento (o di coppia) ne impedisce il superamento controllando il sollevamento e la
distribuzione. In sostanza, tale
dispositivo impedisce il sollevamento e la traslazione
verso la punta dei carichi che
eccedono il carico massimo,
cioè che superano il diagramma di carico della gru.
Il ribaltamento della gru può
essere determinato da una serie di cause quali:
n il cedimento del piano di
appoggio, ad esempio per la
presenza di sottoservizi;
n la non corretta installazione, ad esempio per la cattiva
distribuzione del carico sul
terreno o per l’errata installazione del binario;
n gli urti del braccio contro
ostacoli fissi o mobili, ad
esempio dovuti alla presenza
di edifici o di altre gru interferenti;
n gli errori di manovra durante il sollevamento di carichi o per esecuzione di manovre vietate;
n il collasso della gru per cedimento strutturale, ad esempio dovuto a carente manutenzione o per il carente funzionamento dei limitatori di
carico e di momento;
n il vento di intensità elevata.
Al fine di prevenire tale rischio, occorre eseguire un’accurata indagine preliminare
per la scelta del
luogo di installazione della
gru, rispettare scrupolosamente le istruzioni del fabbricante e il relativo registro di
controllo, eseguire le verifiche
previste dalla norma ed evitare o limitare il rischio di interferenza con altre gru operanti nella stessa zona.
Per quanto riguarda il vento
è necessario sospendere l’attività quando è raggiunta la
velocità stabilita dal fabbricante o, in mancanza di questa, dalle velocità stabilite dalla
norma: il braccio della gru deve essere lasciato libero di
ruotare nella direzione del
vento, disattivando il freno di
rotazione.
Nel caso di gru traslanti su binario, è necessario attivare le
tenaglie di ammaraggio e se
necessario altri eventuali dispositivi, previsti dal fabbricante.
Il rischio di caduta di materiale dall’alto è dovuto alla
movimentazione di carichi
non correttamente imbracati,
errate manovre che comportano l’urto del carico contro
strutture fisse o alla rottura
delle funi.
L’uso corretto degli accessori
di sollevamento, compreso i
contenitori, associati ad un
corretto uso dei segnali ge-
1. CONTENUTI MINIMI DELL’INDAGINE SUPPLEMENTARE (D.M. 11.04.2011, ALLEGATO Il, PUNTO 2, LETT. c))
L’indagine supplementare consiste nell’attività finalizzata ad individuare eventuali vizi, difetti o anomalie, prodottesi ne Il ‘utilizzo delle at­
trezzature di lavoro, messe in esercizio da oltre 20 anni, nonché a stabilire la vita residua in cui la macchina potrà ancora operare in
condizioni di sicurezza con le eventuali relative nuove portate nominali.
Vengono sottoposte a verifica supplementare tutti gli apparecchi di sollevamento di tipo mobile o trasferibile oltre ai ponti mobili sviluppabili
su carro ad azionamento motorizzato che siano stati messi in servizio in data antecedente a 20 anni.
Tali ispezioni sono disposte dagli utilizzatori o dai proprietari delle gru o dei ponti mobili sviluppabili.
Le modalità di ispezione dovranno includere l’esame visivo, le prove non distruttive, le prove funzionali e le prove di funzionamento. Dovrà
inoltre essere effettuata una accurata indagine tendente a stabilire la tipologia di utilizzo e il regime di carico al quale la macchina è stata
mediamente sottoposta. Per il completamento della ricostruzione della vita pregressa della macchina, dovranno essere esaminati i registri
di manutenzione, i registri di funzionamento e i verbali delle precedenti ispezioni. Più in particolare si evidenzia:
a) Esame visivo: L’esame visivo dovrà essere effettuato su ogni parte dell’apparecchio di sollevamento al fine di individuare ogni anomalia
o scostamento dalle normali condizioni (l’esame visivo può essere coadiuvato da misurazioni, può rendersi necessario lo smontaggio della
macchina o di parti di essa).
b) Prove non distruttive: A seconda dei risultati dell’esame visivo, si possono rendere necessari dei controlli non distruttivi mediante liquidi
penetranti, magnetoscopia, o altri metodi, per accertare l’eventuale presenza di discontinuità nei componenti strutturali.
c) Analisi dei componenti strutturali e funzionali: Dovranno essere controllati i componenti della macchine con caratteristiche strutturali
quali: ralla di rotazione, riduttori, circuiti idraulici di azionamento, ecc ..
d) Prove funzionali: Dovranno essere controllate le funzioni dei comandi, degli interruttori, degli indicatori e dei !imitatori allo scopo di
assicurarsi del loro corretto funzionamento per una sicura operatività.
e) Prove di funzionamento: Dovrà essere eseguita una prova a vuoto per tutti i movimenti dell’apparecchio di sollevamento senza l’utilizzo
di carichi al fine di individuare eventuali anomalie. La prova di carico dovrà essere effettuata attuando i movimenti base con l’ utilizzo del
carico nominale.
f) Esito dell’ispezione: Dovranno essere oggetto di registrazione i difetti e le anomalie rilevate, gli interventi da eseguire e le eventuali
limitazioni prima del successivo riutilizzo; dall’analisi della vita pregressa e dal calcolo dei cicli effettuati, verrà stabilito il numero di cicli
residui tradotto in periodo di lavoro sicuro della macchina nelle normali condizioni di utilizzo.
stuali, o ad altri efficaci mezzi
per la comunicazione fra il
manovratore e l’aiuto manovratore, portano a limitare tale
rischio; la verifica periodica
delle funi, poi, completa l’attività di prevenzione del rischio.
Per l’installazione sicura della
gru è necessario eseguire
un’indagine preliminare volta
a rilevare tutti i dati ambientali
di rilevante importanza, come:
n la natura del terreno: il carico della gru va ripartito sul
terreno in base alla sua resistenza, con i metodi indicati
dal fabbricante che possono
essere, ad esempio, traverse
di legno su cuscino di ghiaia,
nei casi più semplici, o fondazioni in calcestruzzo armato, sia per le gru fisse sia per
quelle traslanti. Nel caso di
cantieri di nuova costruzione,
è opportuno desumere la resistenza del terreno dalla relazione geotecnica; per gli altri cantieri, quando necessario,
occorre farne redigere una appositamente.
Un’indagine presso gli uffici
tecnici competenti è propedeutica per rilevare la presenza di servizi tecnici nell’area
di cantiere.
I servizi, in linea di massima,
sono: linee elettriche, tubazioni ad esempio di gas o di
acqua, linee per telecomunicazioni (aeree o interrate), fognature, serbatoi interrati, camerette/locali interrate/i.
È fondamentale in fase di installazione e posizionamento
prestare attenzione ai seguenti
fattori:
n La presenza di ostacoli: il
controllo della posizione delle
strutture esistenti che possono
costituire ostacolo ai movimenti della gru è indispensabile per il suo esatto posizionamento: infatti, la gru non
deve mai poter collidere con
le strutture fisse, per la stabilità
del mezzo e del carico in fase
operativa o per la stabilità del
mezzo quando è posta fuori
servizio ed è esposta all’azione
del vento per esporre la minor superficie possibile.
n Qualunque struttura sufficientemente consistente ad
opporre resistenza alla rotazione del braccio, come ad
esempio edifici, campanili,
tralicci per telecomunicazioni,
alberi.
n La presenza di altre gru
nelle vicinanze: la presenza di
più gru operanti nella stessa
zona determina il problema
delle gru interferenti (a questo
tema la scheda dedica un apposito spazio).
n La presenza di strade, ferrovie o altre linee di trasporto
e aree esterne al cantiere: il
raggio di azione della gru dovrebbe interessare esclusivamente l’area di cantiere; qualora ciò non risulti possibile,
si deve verificare che l’eventuale debordazione del brac-
cio della gru all’esterno del
cantiere non possa arrecare
danno o disturbo, provvedendo a prendere gli opportuni
accordi e a predisporre i necessari apprestamenti. I carichi debbono essere movimentati all’interno dell’area di
cantiere o, in casi particolari,
attraverso corridoi preferenziali, interdetti al transito ed
adeguatamente protetti e sorvegliati.
n La presenza di limitazioni
per la sicurezza della navigazione aerea : qualora l’installazione della gru ricada in zona soggetta a limitazione da
parte dell’ENAC.
n I segnali luminosi debbono
essere posizionati sui punti
più alti in modo da indicarne
i contorni, ed se la struttura
è più alta di 45 metri, segnali
luminosi devono essere installati anche a livello intermedio.
n Le condizioni meteorolo-
giche e rischi di origine naturali, l’installazione di un anemometro è fortemente consigliata anche nelle gru prodotte senza questo strumento.
Particolare attenzione va posta, in fase di collocazione della gru nel cantiere, alle distanze di sicurezza dall’opera da
realizzare e dalle linee elettriche; in riferimento a queste
ultime è possibile garantire la
necessaria sicurezza, adottan-
do opportuni accorgimenti:
limitando, ad esempio, i movimenti della gru. Il montaggio di una gru a torre avviene
secondo le seguenti fasi, di seguito sommariamente elencate: si monta a terra la piattaforma della zavorra, una prima parte del pilone, sulla cui
sommità si innesta (internamente o esternamente) la parte finale dello stesso, comprendente la parte girevole.
INTERFERENZE
FRA APPARECCHI
DI SOLLEVAMENTO
Nel caso in cui due, o più, gru
operanti nel medesimo cantiere possano intralciarsi reciprocamente, perché installate a distanza ravvicinata inferiore alla somma delle lunghezze dei rispettivi bracci,
occorre adottare almeno le
seguenti precauzioni:
n i bracci debbono essere
sfalsati fra loro in modo tale
da evitare ogni possibile collisione fra elementi strutturali,
tenuto conto delle massime
oscillazioni e garantendo un
conveniente franco di sicurezza;
n la distanza minima fra le
gru deve essere tale da evitare
comunque l’interferenza delle
funi e dei carichi della gru più
alta con la controfreccia della
gru più bassa, pertanto tale
distanza deve sempre essere
superiore alla somma tra la
lunghezza del braccio, relativa
alla gru posta ad altezza maggiore, e la lunghezza della
controfreccia, relativa alla gru
posta ad altezza inferiore;
n i manovratori delle gru
debbono poter comunicare
fra loro, direttamente o tramite apposito servizio di segnalazioni, le manovre che si
accingono a compiere;
n le fasi di movimentazione
dei carichi debbono essere
programmate in modo da eliminare la contemporaneità
delle manovre nelle zone di
interferenza;
n ai manovratori debbono
essere date precise istruzioni,
preferibilmente per iscritto,
sulle zone di interferenza, sulle priorità delle manovre, sulle
modalità di comunicazione e
sul posizionamento del mezzo, ivi compreso braccio e carico, sia nelle fasi di riposo
che nelle pause di lavoro. Si
monta il controbraccio con il
contrappeso (tale da equilibrare la metà del carico posto
alla massima distanza del
braccio, in maniera che il momento flettente alla base della
torre sia uguale, sia sotto C
max che a vuoto).
VERIFICHE
SUGLI APPARECCHI
DI SOLLEVAMENTO
Ai sensi dell’art. 71 comma 4
del D.Lgs. 81/2008 e s.m.i.
il datore di lavoro deve prendere le misure necessarie affinché le attrezzature di lavoro
siano installate ed utilizzate
in conformità alle istruzioni
d’uso e oggetto di idonea manutenzione, al fine di garantire
nel tempo la permanenza dei
requisiti di sicurezza.
In aggiunta a quanto sopra, il
comma 8 dell’art.71 dispone
che il datore di lavoro deve
provvedere, secondo le indicazioni fornite dai fabbricanti
ovvero, in assenza di queste,
dalle pertinenti norme tecniche o dalle buone prassi o da
linee guida, affinché:
n le attrezzature di lavoro, la
cui sicurezza dipende dalle
condizioni di installazione,
siano sottoposte a un controllo iniziale (dopo l’installazione e prima della messa
in servizio) ed ad un controllo dopo ogni montaggio in
un nuovo cantiere o in una
nuova località di impianto, al
fine di assicurarne l’installazione corretta e il buon funzionamento;
n siano sottoposte ad interventi di controllo periodici,
secondo frequenze stabilite in
base alle indicazioni fornite
dai fabbricanti, ovvero dalle
norme di buona tecnica, o in
assenza di queste ultime, desumibili dai codici di buona
prassi.
Gli interventi di controllo devono essere effettuati da personale competente.
PRIME VERIFICHE
PERIODICHE (P.V.P.)
Per la prima verifica periodica
il datore di lavoro si avvale
dell’INAIL, che vi provvede
nel termine di 45 giorni dalla
messa in servizio dell’attrezzatura. Il datore di lavoro deve indicare nella richiesta un
soggetto privato a cui l’INAIL
può delegare l’effettuazione
della verifica.
Nel caso che l’INAIL, o non
abbia provveduto ad effettuare in modo autonomo la veriifca o non abbia delgato al
soggetto privato indicato nel
datore di lavoro, questi deve
immediatamente incaricare
un soggetto privato affinchèeffettui la verifica .
VERIFICHE PERIODICHE
SUCCESSIVE (V.P.S.)
Per quanto riguarda le verifiche periodiche, successive alla
prima, il datore di lavoro, fin
da subito, ha la libertà di coinvolgere il soggetto a cui fare
la richiesta di verifica, potendo optare tra le ASL/ARPA
e i soggetti pubblici o privati
abilitati.
Ha inoltre l’obbligo di conservazione dei verbali redatti
a valle delle verifiche, al fine
di renderli prontamente disponibili per le verifiche degli
organi di vigilanza.
FORMAZIONE SPECIFICA
DEI LAVORATORI
In merito alla formazione dei
lavoratori che impiegano attrezzature di lavoro per le
quali è richiesta una specifica
abilitazione, la Conferenza
Stato Regioni del 22 Febbraio
2012 ha approvato l’accordo
Stato - Regioni, definendo i
requisiti minimi della formazione, anche in relazione all’erogazione della medesima
in modalità e-learning.
L’accordo definisce i soggetti
formatori, la durata, gli indirizzi ed i requisiti minimi di
validità della formazione ed
è entrato in vigore il 12 marzo
2013 in merito alle attrezzature di lavoro.
Le attrezzature mobili, come
la gru, devono essere sottoposte allo scadere dei 20 anni
dalla loro data di messa in
commercio ad un’indagine
approfondita .
La circolare emessa dal Ministero del Lavoro il
23.05.2013 stabilisce i requisiti
minimi che la relazione di “vita residua” deve contenere.
ing. Annamaria Carriero
Responsabile Tecnico
In­Service Inspection & Verification
Bureau Veritas Italia
N. 6 - Giugno 2015
23
il GIORNALE dell’INGEGNERE
GRANDI MAESTRI
Giorgio Salvini, il decano dei fisici italiani
prof. Aurelio Ascoli
H
o avuto la fortuna e
l’onore di riscuotere
la stima e la simpatia
di Giorgio Salvini. La sua storia si intreccia con quella del
CISE, Centro Informazioni,
Studi ed Esperienze. Perciò
questa rievocazione sarà un
po’ diversa dalle innumerevoli, assonometriche biografie
che la stampa quotidiana e
scientifica sta giustamente tributando al grande fisico italiano. Sarà connotata da alcuni ricordi personali.
Giorgio Salvini nasce a Milano nel 1920, ivi si laurea a 22
anni con una tesi sul betatrone, e diviene assistente alla
cattedra di Fisica Superiore
del prof. Giuseppe Bolla all’Università degli Studi della
stessa città, nell’Istituto diretto
da Giovanni Polvani. In tale
qualità, all’età di 25 anni concepisce, con Carlo Salvetti, allora 26enne professore incaricato di Fisica Teorica nello
stesso Istituto, e con Mario
Silvestri, 26enne ingegnere
neoassunto alla Giunta Tecnica del Gruppo Edison,
l’idea del CISE, il primo e per
un decennio l’unico Ente italiano ad occuparsi di energia
nucleare.
I documenti storici divergono
sull’esatta cronologia dei contatti, nel 1945, tra i fisici universitari Salvetti e Salvini e
l’ingegnere della Giunta Edison Silvestri: secondo taluno
i due universitari cominciarono a discutere fra loro le
potenzialità della nuova fonte
energetica nucleare, e, contattato Mario Silvestri, ne parlarono col prof. Bolla, che,
con loro, convinse Vittorio
De Biasi ad investire in conoscenze di tecnologia nucleare; secondo altre testimonianze furono Giorgio Valerio
e Vittorio De Biasi, allora due
dei tre Direttori Generali del
Gruppo Edison, ad incaricare
Mario Silvestri di sondare la
disponibilità dell’Università
ad essere coinvolta nella coltivazione di quelle conoscenze. Bolla, a sua volta, non era
un fisico nucleare, aveva maturato la propria esperienza
in fisica atomica, conseguendo notevoli risultati in lavori
di spettroscopia Raman, ma
sposò subito la tesi dei tre giovani in favore della traduzione
delle conoscenze di Fisica
Nucleare delle basse energie
in una solida base per l’acquisizione dei fondamenti della
Fisica del Reattore Nucleare
e delle relative Ingegneria e
Tecnologia.
Le due ipotesi di cui sopra
non sono necessariamente alternative, e può anche darsi
che ambedue siano vere, nel
senso che le due iniziative, di
Valerio e De Biasi e di Salvini
e Salvetti abbiano coinciso (le
esplosioni di Hiroshima e Nagashaki avevano scosso notevolmente l’opinione pubblica) e siano poi confluite in
una fattiva collaborazione. Sta
di fatto che Bolla e i tre giovani presentarono all’inizio
del 1946 a De Biasi, e nel febbraio dello stesso anno ad
Edoardo Amaldi, il riconosciuto e stimato decano di fisici italiani dopo l’esilio di Enrico Fermi a seguito delle leggi antiebraiche del 1938, il
“piano di lavoro” dal quale
nacque il CISE.
E, sotto la presidenza di De
Biasi e la direzione di Bolla, i
tre giovani si spartirono i
compiti essenziali: Salvetti si
mise a studiare la Fisica del
Reattore; Silvestri l’Ingegneria
e la Tecnologia Nucleari; Salvini pose le basi dei laboratori
sperimentali del CISE, insegnando al giovanissimo Ugo
Facchini, per conto del nascente CISE, ma nella sede
dell’Istituto di Fisica dell’Università (perché il CISE, sembra incredibile, appena fondato aveva una sede legale,
ma neanche l’assegnazione di
una stanza) il metodo della
Fisica Sperimentale, istituendo con lui i primi esperimenti
CISE di Fisica Nucleare. Fu
poi Facchini a trasmettere gli
insegnamenti ricevuti da
Giorgio Salvini a tutti gli altri
ricercatori CISE “di prima generazione”: Emilio Gatti, che
a sua volta fondò dapprima
il Laboratorio Sorgenti di Ioni
e poi il Laboratorio di Elettronica del CISE; Laura Colli,
eminente fisica nucleare; Elio
Germagnoli, che a sua volta
fondò il Laboratorio di Fisica
dello Stato Solido del CISE;
Alberto Bracci, Alessandro
Malvicini, Rosa Lonati e molti altri, sicché si può ben dire
che la ricerca sperimentale al
CISE nacque tutta dai primi
insegnamenti di Giorgio Salvini.
Questa intensa, fondante interazione di Salvini col CISE
durò fino al 1949, quando
egli, ventinovenne, si recò per
uno stage di due anni alla
Princeton University, dove riprese lo studio delle particelle
elementari prodotte in laboratorio mediante reazioni nucleari ad alta energia. Tornato
in Italia nel 1951, vinse la cattedra universitaria a Cagliari,
da dove si trasferì a Pisa e poi
a Roma. Quivi, nell’officina
meccanica dell’Istituto di Fisica dell’Università la Sapienza, lo vidi all’opera, con perizia, con un tornio: non disdegnava la manualità, ma anzi
si dilettava a coltivare anche
quella.
E proprio alla Sapienza, appena 33enne, fu l’ideatore e
l’animatore della realizzazione
dell’elettrosincrotrone di Frascati, acceleratore circolare di
particelle che fece scuola in
Europa e nel Mondo. E questa realizzazione, fondamentale per la carriera scientifica
di Giorgio Salvini, ne denota
anche il carattere: la passione
per lo studio dei grandi acceleratori di particelle, radicata
in lui fin dai tempi della tesi
sul betatrone, sbocciò nella
realizzazione di un acceleratore completamente innovativo, capostipite di un’intera
classe di nuovi acceleratori.
Questa grandissima impresa
fu realizzata nell’ambito dell’INFN, Istituto Nazionale di
Fisica Nucleare, che Salvini
successivamente presiedette
dal 1966 al 1970.
L’incontro più approfondito
con me avvenne anni più tardi, in occasione del concorso
per la cattedra di Complementi di Fisica all’Università
dell’Aquila, nel 1979, con 300
concorrenti ed una sola cattedra in palio. Salvini presiedeva la Commissione giudicatrice, di 9 membri. Dopo le
prime selezioni, rimanemmo
due finalisti, e la Commissione discusse 13 ore a porte
chiuse, muro contro muro:
quattro commissari a mio fa-
vore, quattro a favore dell’altro concorrente. Salvini, esaminati con cura i lavori presentati per il concorso, si teneva in disparte, anzi super
partes, ascoltando con attenzione tutti gli argomenti che
i commissari sfoderavano in
favore dell’uno o dell’altro
candidato.
Dopo 13 ore di accesa discussione, constatato che non vi
era possibilità di raggiungere
un accordo tra i due opposti
schieramenti, scese lui in
campo, e decise a favore dell’altro candidato. Non gli ne
volli mai, ed accettai con serenità la sua scelta, perché,
avendolo conosciuto, fui da
subito sicuro che aveva scelto
in coscienza.
Ma a Salvini rimase la sensazione di aver dovuto compiere una scelta “al photofinish”,
tra due candidati che, a meno
di imponderabili, si equivalevano. Credo che mai come
allora, a giudicare dal suo successivo comportamento nei
miei confronti, si sia dispiaciuto di avere a disposizione
una sola cattedra per due candidati che, a suo giudizio,
l’avrebbero ambedue meritata. E lo dimostrò manifestandomi, da allora in poi, ad ogni
occasione d’incontro (per lo
più ai congressi SIF, Società
Italiana di Fisica), stima e simpatia.
Uomo di cultura enciclopedica, sosteneva che “siamo
dei barbari della conoscenza”,
e che la tolleranza verso le
opinioni altrui, e la curiosità
per il risultato scientifico non
bastano a fare di noi persone
veramente colte, ma che per
poterci considerare tali, occorrono creatività ed originalità di pensiero nella scienza
o nell’arte. Era, dunque, anche
un convinto sostenitore dell’unicità della cultura, e di
questa sua fede lasciò testamento nel bel libro “L’uomo,
un insieme aperto” (Mondadori Università, 2010).
Questa sua ampiezza di vedute gli meritò nel 1990 l’elezione a Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei,
e da quell’alta carica continuò
a onorarmi con la sua stima,
consultandomi talvolta su
questioni che riguardavano la
cultura ingegneristica: credo
che apprezzasse, in me, la
doppia formazione di ingegnere e di fisico, cioè di persona in grado di mettergli a
disposizione una cultura ingegneristica, ma di colloquiare con lui con una mentalità
e una preparazione da fisico.
Mantenne la presidenza dell’Accademia fino alla fine del
1994, quando entrò nel Governo Dini (1995-96) come
Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica. Anche
a quell’incarico politico si dedicò con incredibile energia
ed esemplare coscienziosità,
impegnandosi per cercare di
introdurre buone riforme. Per
concludere sconsolato, dopo
un biennio di sforzi, che in
Italia l’inerzia della burocrazia
è in grado di soffocare molte
buone intenzioni. E spero che
chi mi legge convenga con
me che sarebbe ora di far tesoro di questo insegnamento.
Dopo questo biennio di impegno politico, tornò ai suoi
prediletti studi, riprendendo
a frequentare i congressi della
SIF. In uno di questi (forse a
Palermo, nel 2000?), Salvini
sedeva all’aperto, durante una
pausa refezione, ad un tavolo
del ristorante, con Agostini
ed un paio di altri Fisici. La
loro conversazione cadde
sull’etimologia dell’espressione
“avere in uggia”, e proprio in
quel momento io capitai a
passare da lì. Salvini, assai
simpaticamente, mi apostrofò: “Chiediamolo ad Ascoli,
magari lui lo sa”. Fui costretto
ad ammettere: “Manco totalmente di notizie al riguardo”
e, visto il leggero disappunto
degli astanti, mi sentii in dovere di continuare: “Se dovessi provare a ragionarci su,
proverei a farlo derivare dal
greco ὐγίεια, igiene, come
dire <me ne tengo lontano (i
livornesi direbbero ‘non me
ne giovo’, cioè ne ho repulsione)>. Ma, come dico, si
tratta di una pura ipotesi di
lavoro, priva di riscontri fattuali o documentali”. Tornato
a casa, consultai pragmaticamente lo Zingarelli, che lo deriva dal latino urere, nel senso
di “noia, secchezza” e, per
estensione, “odio, tedio, fastidio”.
Stenterete a credermi. Da allora ho sul tavolo l’appunto:
“Mandare a Salvini l’etimo di
uggia” e non ho mai trovato,
in 15 anni, il momento per
farlo.
Addio, Salvini! Se da Lassù
leggi quello che scrivo, desidero che tu sappia che “uggia” deriva dal latino “urere”,
non dal greco ὐγίεια.
24
il GIORNALE dell’INGEGNERE
N. 6 - Giugno 2015
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