Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1 – CN/MI L’IDROGENO, IL NOSTRO PAESE E L’EUROPA pag. 4 • GUIDA ALL’ARCHITETTURA PER SCOPRIRE MILANO pag. 7 • 100 ANNI FA IL CANALE DI PANAMA pag. 16 • GRANDI MAESTRI: GIORGIO SALVINI pag. 23 EXPO 2015/ MOBILITÀ/ In viaggio tra padiglioni: alla scoperta dell’Angola Auto elettrica, il risveglio dopo un lungo letargo dott. ing. Paolo Chiastra a pag. 2 a pag. 4 N. 6 - Giugno 2015 www.giornaleingegnere.it Dal 1952 periodico di informazione per ingegneri e architetti 1563 Un Focus che fa il punto della situazione su un tema riguardante complessivamente l’intera categoria Gli ingegneri, l’Italia e l’internazionalizzazione La posizione del CNI e le esperienze di chi opera sul campo dott. ing. Franco Ligonzo Internazionalizzazione e Reti e/o società di professionisti (vedere n.3/2015) non debbono essere titoli per convegni, ma per gli elenchi delle cose da fare subito. Il mondo delle imprese testimonia che solamente quelle di certe dimensioni e quelle che esportano riescono a cresce re, nonostante la crisi dei consumi e de gli investimenti interni. Certo, i servizi di ingegneriaarchitettura, e in genere tecnici, sono diversi dalla produzione di beni, ma anche loro hanno una do manda estera: si tratta di essere in gra do di captarla. Si può obbiettare che i nostri studi professionali sono troppo piccoli per farlo, ma anche il mondo del le imprese è costituito in gran parte di microimprese; loro però vengono sup portate fattivamente dalle loro associa zioni: aiutate nei processi di cambia mento culturale e generazionale, aiutate nei processi di integrazione fra imprese concorrenti o complementari, aiutate nei processi riorganizzativi, aiutate nella ricerca precompetitiva, ecc… Gli Ordini provinciali degli Ingegneri e Architetti, o forse i loro Collegi, dovrebbero fare altrettanto, con pari concretezza. EDITORIALE Il nuovo modello economico basato sulla conoscenza prof. ing. Pierangelo Andreini Superare la crisi. Ma come? prof. dott. Giuseppe Lanzavecchia O ramai in tutto il mondo ci si è resi conto di tante cose che stanno sconvolgendo le regole del gioco; così Antonio Carioti parla, su La Lettura, del grande balzo all’indietro del lavoro caratterizzato da precarietà, niente diritti, scarsa tutela previdenziale, “pluriattività” e che la condizione odierna dei giovani ricorda quella degli operai un secolo fa; Klaus Zimmermann sul Corriere afferma che il posto fisso a vita è una realtà del passato. segue a pag. 11 La Metro 5 di Milano è campione di innovazione Quelle riflessioni di ottant’anni fa dott. ing. Franco Ligonzo Oggi, seguendo certi pensieri, mi è tornato alla mente una frase letta mentre mi accingevo a recensire il libro di Arturo Danusso “Spiritualità e conoscenza nel lavoro dell’ingegnere”. segue a pag. 10 N el ‘94 gli utenti connessi erano 13 milioni, ora sono oltre tre miliardi e tra cinque anni saranno sette, con 50 miliardi di oggetti collegati alla rete tra loro interagenti. Da internet delle persone si è passati ad internet delle cose e si sta passando a internet of everything che, integrando hardware, software, sensori di controllo, big data e connettività, consentirà di attingere dal web un’infinità di conoscenze relative a qualunque cosa e in cui ogni cosa sarà dotata di una precisa identità: persone, organizzazioni, apparati, componenti, prodotti, luoghi, contenuti e idee. Quando tutto, persone e oggetti, sarà connesso al web si realizzerà una rete ibrida dalle molteplici potenzialità che permetterà a ciascun ente di dialogare, anche a distanza, con soggetti, oggetti e l’ambiente. Così, in pochi anni, si attuerà un’autentica rivoluzione che traghetterà il Mondo verso un altro modello economico. Un modello basato sulla conoscenza, capace di coniugare crescita e sostenibilità, competitività e occupazione, qualità della vita e coesione sociale. segue a pag. 12 L’INTERVENTO TRASPORTO URBANO PENSIERI IN LIBERTÀ Roberto Di Sanzo a pag. 5 segue a pag. 10 L’INTERVISTA/FRANCO RADICI LINEA DIRETTA CON GLI ORDINI AOSTA Campane: “Monte Bianco, le nuove funivie modello di eccellenza” MANTOVA Tessile, una seconda giovinezza è possibile L’ALLEGATO “Argomenti”, notizie dall’Ordine di Milano Dopo aver discusso per anni di off-shoring delle attività manifatturiere per competere sui mercati globali, da almeno un paio d’anni si sta parlando di re-shoring per combattere la bassa crescita e l’impoverimento nazionali. Negli USA il reshoring è in corso; al solito, in Europa se ne parla. a pag. 7 Ferrante: “Turismo e viabilità per rilanciare una città in difficoltà” Speciale BERGAMO Riva: “La crisi dell’edilizia condiziona fortemente i liberi professionisti” Efficienza dei mezzi di cantiere a pag. 18 a pag. 8-9 Gli iscritti all'Ordine degli Ingegneri della provincia di Milano trovano alle gato a questo numero "Argomenti", prodotto editoriale di informazione del sodalizio milanese. Tra i temi trat tati, segnalia mo le linee guida per l'ac cesso degli in gegneri al fon do di garanzia PMI, un'inda gine sui lau reati al Poli tecnico di Mi lano e un arti colo dedicato a "CertIng", l’Agenzia Nazionale per la Certificazione Volontaria delle Com petenze degli Ingegneri. Uno spazio ad hoc è destinato, infine, anche ai crediti formativi e al conteggio degli stessi. 2 N. 6 - Giugno 2015 il GIORNALE dell’INGEGNERE Expo 2015 1563 Dal 1952 periodico di informazione per ingegneri e architetti Direttore responsabile Bruno Finzi Presidente del Collegio Ingegneri e Architetti di Milano Condirettore Pierangelo Andreini Direttore scientifico-culturale Franco Ligonzo ____________________________ Redazione Responsabile: Sandra Banfi Davide Canevari, Roberto Di Sanzo Direttore editoriale Pierfrancesco Gallizzi Coordinatore della newsletter: Marco Zani Comitato di gestione Bruno Finzi, Eugenio Radice Fossati, Anna Semenza, Gianni Verga Comitato d’onore: Adolfo Colombo, Riccardo Pellegatta, Fabio Semenza, Carlo Valtolina, Gianni Verga Comitato Scientifico Culturale Presidenti degli Ordini e Collegi abbonati al Giornale dell’Ingegnere Presidente Onorario Giulio Galli AREA STRATEGICA Sergio Barabaschi, Vittorio Coda, Alberto Quadrio Curzio, Adriano De Maio, Giuseppe Lanzavecchia, Massimo Saita AREA FORMAZIONE, RICERCA E INNOVAZIONE Umberto Bertelè, Maurizio Cumo, Aldo Norsa, Lucio Pinto, Michele Presbitero, Umberto Ruggiero, Claudio Smiraglia, Cesare Stevan AREA TECNICA, ECONOMICA, NORMATIVA E PROFESSIONALE Pierangelo Andreini, Guido Arrigoni, Giancarlo Bobbo, Gianmario Bolloli, Sergio Brofferio, Giuseppe Callarame, Vittorio Carnemolla, Franco Cianflone, Sergio Clarelli, Piercarlo Comolli, Antonio De Marco, Mario Ghezzi, Gian Carlo Giuliani, Leopoldo Iaria, Franco Ligonzo, Giovanni Manzini, Ernesto Pedrocchi, Michele Rossi, Alberto Rovetta, Angelo Selis, Giorgio Simeone, Franco Sironi, Andrea Sommaruga, Francesco Tozzi Spadoni. Di diritto componenti del Comitato Scientifico Culturale “Area Tecnica, economica, normativa e professionale” Collegio ingegneri di Pavia: Luca Fraschini, vice presidente vicario. Collegio ingegneri di Venezia: Maurizio Pozzato. Ordini ingegneri: Alessandria: Marco Colombo; Aosta: Edgardo Campane; Bergamo: Emilia Riva; Brindisi: Augusto Delli Santi; Caserta: Vittorio Severino; Catanzaro: Salvatore Saccà; Como: Franco Gerosa; Cremona: Adriano Faciocchi; Cuneo: Adriano Gerbotto; Imperia: Domenico Pino; Lecco: Antonio Molinari; Lodi: Luca Bertoni; Mantova: Tommaso Ferrante; Milano: Stefano Calzolari; Monza e Brianza: Piergiorgio Borgonovo; Napoli: Luigi Vinci; Novara: Maurizio Riboni; Parma: Angelo Tedeschi; Pavia: Augusto Allegrini; Reggio Emilia: Carlo Rossi; Sondrio: Marco Scaramellini; Torino: Remo Vaudano; Treviso: Vittorino Dal Cin; Varese: Roberta Besozzi; Verbano, Cusio, Ossola: Alberto Gagliardi; Vercelli: Francesco Borasio. Hanno collaborato a questo numero: Federico Acuto, Monica Antinori, Aurelio Ascoli, Paolo Basso Ricci, Carlo Belvedere, Federica Carletta, Annamaria Carriero, Paolo Chiastra, Silvia Guagliumi, Giuseppe Lanzavecchia, Giuseppe Mangiagalli, Davide Rossini Proprietà Editoriale Società di Servizi del Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano S.r.l. Corso Venezia 16 - 20121 Milano EDITORE: QUINE Srl Via Santa Tecla 4 - 20122 Milano Tel. 02 864105 - Fax 02 72016740 Iscrizione R.O.C n. 12191 ____________________________ Pubblicità QUINE Srl - Via Santa Tecla 4 20122 Milano - www.quine.it Tel. 02 864105 - Fax 02 72016740 Direzione, redazione, segreteria Palazzo Montedoria Via G.B. 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Con la collaborazione istituzionale di: AICARR, ASSOBETON, ASSOLEGNO, ASSOVETRO, ATECAP, CONFINDUSTRA CERAMICA, UNICMI (ACAI e UNCSAAL) Assicurati di ricevere con continuità tutti i fascicoli PER ABBONAMENTI: Tel. 02.76003509 - Fax 02.76022755 [email protected] www.giornaleingegnere.it “Alimentazione e cultura: educare per rinnovare” La doppia valenza del padiglione dell’Angola prof. arch. Federico Acuto* A più di un mese dall’inaugurazione di Expo Milano 2015 è possibile visitare i padiglioni ormai a regime, potendone valutare complessivamente la funzionalità, l’architettura e le soluzioni costruttive. Il tema scelto dalla Commissione Interministeriale dell’Angola è “alimentazione e cultura: educare per innovare”. Il padiglione offre ai visitatori un percorso espositivo su questo grande paese africano attraverso la conoscenza della sua cultura alimentare, la sua ricca geografia e le sue risorse, con grande attenzione alle scelte di sviluppo sostenibile. L’albero dell’ imbondeiro (baobab), considerato come albero sacro nella cultura angolana, è il punto di partenza dal quale il visitatore comincia un viaggio culturale e gastronomico, scoprendo le caratteristiche particolari e uniche della terra e del mare dell’Angola. Chiave di lettura parallela è quella del ruolo fondamentale della donna nella società e nella cultura angolana: l’imbondeiro mostra e racconta le storie delle donne angolane in un momento storico di grande mutamento. Il progetto è frutto di un intenso lavoro di squadra – all’insegna di un approccio innovativo e dinamico alle problematiche espositive con integrazione tra tecniche di entertainment e education - che ha intrecciato diverse professionalità di livello internazionale: l’arch. Paula Nacimento, membro della Commissione e delegata per il progetto, la società Atlantic Alliance specializzata nella realizzazione di musei e strutture espositive e la società di progettazione Masterplanstudio di Milano. La ricchezza dei contenuti del programma museale; le avanzate tecnologie audiovisuali utilizzate, insieme alla sua architettura, ispirata all’incontro tra modernità e ambiente tropicale e alle scelte tecnologiche e costruttive, fanno del padiglione dell’Angola una delle realizzazioni più complete e dimostrative. Non si può dimenticare, infatti, che l’architettura espositiva delle grandi Esposizioni Universali, si caratterizza per l’incontro tra contenuti divulgativi, grafica, arti figurative e cultura del progetto. Il padiglione, dunque, possiede una doppia valenza: è una “macchina scenica” che partecipa allo stesso tempo dell’edificio, per la sua grande complessità funzionale e strutturale, e dell’allestimento, per il carattere effimero, divulgativo e comunicativo. Form is what, design is how: idea e progetto Il lay-out dell’edificio – sviluppato nei limiti della sagoma obbligatoria di Expo di circa 15,00 x 90,00 x 15,00 m per 2700 m2 di superficie complessiva – è basato su una sequenza di spazi chiusi e spazi aperti che ne scandiscono l’insieme. La struttura si articola in quattro momenti principali. Primo elemento è costituito dal grande volume della “macchina espositiva”, destinato alla fruizione intensiva (fino a 8-12 mila visitatori giorno). L’idea originaria dell’ “albero” - in un primo tempo concepita soltanto come tema dell’allestimento - ha poi ispirato il concept di tutta la struttura del padiglione; l’intera “macchina espositiva”, è sorretta da un telaio centrale composto da quattro pilastri, capaci di sostenere due grandi travi reticolari in legno lamellare (25,00 x 8,00 m circa), le quali sostengono i diversi livelli espositivi, concepiti come vere e proprie balconate affacciate sullo spazio centrale e l’intera copertura verde. Lo spazio principale è distribuito da un lungo percorso in rampa che conduce fino al ristorante-giardino sulla copertura; l’articolazione spaziale è esaltata da questa promenade che permette la visione dei contenuti audiovisuali da molteplici punti di vista; i suoi potenti sostegni verticali - a forma di “V” - rafforzano le linee ascendenti e dinamiche del grande spazio espositivo. Dagli spazi museali si può anche accedere ad una serrabelvedere dalla quale si ammira la prospettiva degli altri padiglioni sul “decumano”. Secondo elemento sono le “stanze” all’aria aperta (ovvero i patii) che scandiscono il volume allungato del padiglione, favorendo l’integrazione tra spazi chiusi e aperti, tra interno ed esterno, e offrendo alcuni momenti di sosta all’infaticabile visitatore Expo. Terzo elemento è rappresentato dal corpo centrale di forma regolare nel quale si trovano gli spazi di rappresentanza e per eventi ed esposizioni temporanee, nonchè il volume tecnico del palco all’aperto e degli uffici operativi. Il quarto elemento fondamentale che caratterizza il padiglione è la grande “quinta” o “facciata scenica”, modulata e ritmata dalle geometrie tipiche dei tessuti tradizionali, scomposti e ricomposti in una spettacolare struttura tridimensionale che accoglie il logo dell’Angola e un sofisticato sistema illuminotecnico. Costruzione e innovazione tecnologica La realizzazione – in soli otto mesi - del padiglione dell’An- gola ha permesso di affrontare sul campo alcune significative problematiche del progetto di architettura e ingegneria: n la completa prefabbricazione a secco con totale modularità delle componenti; n l’utilizzazione di materiali e sistemi strutturali diversi (acciaio-legno-calcestruzzo), ciascuno per le sue ottimali prestazioni; n la reversibilità/smontabilità del padiglione, finalizzata alla sua containerizzazione; infatti, nei programmi del Governo, il padiglione è destinato ad essere rimontato in Angola come edificio culturale. La “temporaneità” della struttura è stata, quindi, interpretata non come mera esigenza di “semplificazione”, ma come opportunità per sperimentare la massima personalizzazione e innovazione dei sistemi prefabbricati; e così anche le esigenze di rapidità di realizzazione con tecnologia a secco sono state spinte oltre i normali standard proprio per permettere la totale reversibilità del manufatto. Inoltre, per come è stato im- La passerella di Cascina Merlata, opera che resterà patrimonio cittadino dott. ing. Monica Antinori* Il progetto della passerella Expo - Cascina Merlata si inserisce in un contesto di importanti trasformazioni in occasione dell’evento Expo 2015 e rappresenta un elemento di congiunzione tra due progetti: l’area Expo e l’intervento di Cascina Merlata, poco più a sud. Caratteristica fondamentale è la sua natura permanente. L’ambito Expo è caratterizzato dalla presenza di elementi naturali e artificiali che hanno fortemente vincolato la progettazione. Si tratta, invero, di presenze assai comuni in un’area metropolitana densa e fortemente infrastrutturata come quella milanese, dove spesso si incorre nella presenza di condutture, sottoservizi, elettrodotti, impianti tecnologici, parcheggi, viabilità che devono essere opportunamente considerati nella progettazione degli interventi. Per quanto riguarda l’ambito di progetto della passerella pe- donale Expo - Cascina Merlata, il vincolo principale nella progettazione è il limite fisico, intrinseco alla progettazione di una passerella, ovverossia l’attraversamento, in questo caso, dell’Autostrada A4 Milano-Torino, di due linee ferroviarie (Milano-Domodossola e l’Alta Velocità Torino– Milano). Il tracciato della passerella, inoltre, era obbligato a osservare le fasce di rispetto dalle strade, dal tracciato ferroviario dalle linea elettrica aerea di alta tensione, e dagli elettrodotti. Le interferenze sono state considerate con estrema attenzione, per alcune è stato necessario provvedere al loro trasferimento adottando soluzioni localizzative e progettuali che rispondessero sia alle esigenze di funzionamento del Polo esterno della Fiera, sia alle esigenze di una corretta organizzazione territoriale. Dopo un’attenta analisi del territorio che viene attraver- sato dal manufatto, gli svariati vincoli dimensionali menzionati hanno condizionato la morfologia della passerella ciclopedonale portando a progettare un’opera che si sviluppa completamente in elevazione. Il posizionamento delle ricadute a terra più funzionale e corretto ha imposto la scelta di una campitura con luce massima di 105,00 m, (per superare l’Autostrada A4 e lo scalo ferroviario Fiorenza), la scelta ha perciò condizionato la progettazione del manufatto nella sua interezza. Per coprire una luce di tale entità è stato studiato il posizionamento effettivo degli appoggi in rapporto con i vincoli dimensionali, riducendo la luce effettiva tra gli appoggi dell’impalcato a 85,00 m, ottenuta attraverso ricadute a terra costituite dai caratteristici elementi obliqui (a “V”). Tale tipologia di ricaduta a terra è stata proposta dagli architetti per tutte le campate. Costituita da tronconi iper- N. 6 - Giugno 2015 postato lo schema strutturale, le varie parti dell’edificio risultano indipendenti; ciò significa che dopo il periodo dedicato all’EXPO, l’edificio potrà essere riassemblato anche in modo alternativo, oppure i diversi blocchi potranno essere utilizzati separatamente. Gli elementi caratteristici e peculiari del progetto strutturale sono: n la realizzazione di telai strutturali iperstatici, in calcestruzzo e legno lamellare, totalmente prefabbricati e totalmente montati in opera a secco, completamente smontabili grazie all’adozione di giunti strutturali a incastro in carpenteria metallica, flangiati e bullonati, in grado di assorbire le sollecitazioni dovute ai carichi orizzontali da vento e sisma, ovvero in grado di trasmettere, oltre alle forze assiali e a quelle di taglio, anche i momenti; tali giunti di facile assemblaggio in opera, hanno permesso una notevole riduzione dei tempi di montaggio; n l’adozione di connessioni interamente a secco, senza getti integrativi, nell’ottica sia della veloce e “meccanica” messa in opera, sia della immediata e facile smontabilità dell’edificio; n per il legno, la realizzazione di connessioni delle travi reticolari, realizzate impiegando la tecnologia delle barre resinate in grado di produrre connessioni protette, a scomparsa o rivestite, tali da garantire adeguati requisiti di resistenza al fuoco (R=90’). n per il CA, l’utilizzo di calcestruzzo autocompattante ad alte prestazioni RcK 750 (con sfruttamento della massima resistenza consentita dalle norme), che ha consentito la produzione di elementi di statici con campate di 65,00m-80,00m (lato Expo) e 50,00-105,00m e 41,00m (lato Cascina Merlata), la passerella, larga 6,00 m e con un’altezza variabile massima di 9,00m e minima di 4.40 m, ha una lunghezza complessiva di 341,00 m circa, in parte in piano (circa 180.00 m dall’estremo Sud) e in parte in pendenza al 5%. La realizzazione di un’opera in acciaio, con possibilità di giungere in cantiere con dei moduli di manufatto già pronti, ha diminuito inoltre le tempistiche di realizzazione dell’opera stessa limitando l’interruzione dei servizi delle infrastrutture attraversate; l’acciaio è risultato dunque una scelta ottimale anche ai fini 3 il GIORNALE dell’INGEGNERE limitato spessore, connessi tra loro in nodi di dimensioni contenute, ma in grado di sostenere azioni di notevole intensità. L’utilizzo di due tecnologie costruttive e strutturali ovvero quella del legno lamellare per la parte museale e la grande scala centrale e quella del Cls prefabbricato per le parti normalizzate, ha permesso di ottimizzare i tempi della produzione in officina e di semplificare la gestione del cantiere. Le strutture in legno: un albero per la vita Le grandi travi reticolari in legno lamellare sono parte integrante del disegno degli spazi espositivi: l’ossatura strutturale è verso l’interno interamente a vista e viene esibita nella sua forte espressività. Il telaio centrale in acciaio costituisce idealmente il fusto dell’albero che sostiene le due travi in legno lamellare di grande luce, a cui sono sospesi gli orizzontamenti dei piani espositivi (a quota 4,00 e 8,00 m) e quello di copertura (a quota 12,00 m); si tratta di una soluzione di notevole complessità strutturale, sia per gli sbalzi, sia soprattutto per i carichi rilevanti (in particolare la copertura che ospita i giardini pensili con significativi volumi di terreno). Tutto il sistema strutturale in legno è smontabile e containerizzabile, pertanto i giunti sono realizzati con flange metalliche, ancorate in testa agli elementi mediante barre in acciaio inserite e solidarizzate nel legno mediante l’impiego di resine epossidiche di particolare formulazione. Tutte le connessioni tra elementi in legno sono a scomparsa o so- della cantierizzazione del manufatto. La PEM è un ponte di terza categoria a via inferiore, costituito da due travi parete reticolari in acciaio disposte verticalmente lungo lo sviluppo longitudinale della passerella, chiuse sia superiormente che inferiormente da un orizzontamento realizzato con una doppia orditura di profili in acciaio e irrigidito da un sistema di controventamento. Per quanto riguarda i dispositivi di vincolo tra impalcato e sottostrutture (pile, spalle, fondazioni in c.a.) sono stati scelti in modo da avere le caratteristiche previste dallo schema statico e cinematico assunto in fase progettuale, sia con riferimento alle azioni, no rivestite per garantire requisiti di resistenza al fuoco di 90’. Evidentemente, ciò ha richiesto una notevole tecnologia in fase di realizzazione del giunto in stabilimento con lavorazioni eseguite da macchine a controllo numerico. Il CLS: verso una prefabbricazione flessibile e su misura Il disegno dei corpi di fabbrica in cemento armato prefabbricato trova il suo principio ispiratore nell’idea della regolarità e della semplicità strutturale in funzione delle operazioni di montaggio/smontaggio. Vista l’assenza di nuclei portanti in grado di sopportare le azioni orizzontali da vento e sisma, si è optato per un sistema a telaio di pilastri e travi uniti con giunti ad incastro a formare un sistema iperstatico strutturalmente del tutto autonomo. I nodi sui pilastri, che accolgono le travi principali e quelle secondarie di sostegno dei solai, sono “allontanati” dal pilastro nella posizione di minima flessione della trave e sono posti, ai livelli dei diversi orizzonti di piano, sulla stessa quota; si realizza così un sistema di collegamento modulare, lineare e funzionale, montato anch’esso totalmente a secco. A loro volta, le teste delle travi alloggiano gli elementi scatolati in acciaio necessari al loro collegamento con il pilastro; così facendo il sistema diventa così totalmente accessibile sia nelle fasi di montaggio sia in quelle di smontaggio. Gli sbalzi, invece, sono sostenuti da travi in appoggio che, sormontando le travi di collegamento, ne sottolineano, sia con riferimento alle distorsioni. Questi dispositivi rispettano quanto richiesto nella normativa tecnica (NTC 2008). Particolare attenzione è stata rivolta allo “human comfort”, ovvero alla percezione delle vibrazioni prodotte dal vento e dal transito dei pedoni. Il comfort dell’utente, legato alle deformazioni e vibrazioni della struttura, deve essere garantito in confronto alle eccitazioni dinamiche prodotte sia dall’azione del vento sia dal transito dei pedoni. Anche se questi fenomeni non comportano un abbassamento della sicurezza strutturale, risulta evidente che le oscillazioni marcate provocano sensazioni di disagio e insicurezza in colui che transita sulla passerella. Questi effetti che il fenomeno produce sul pedone, sia di tipo fisico che psicologico, dipendono da un gran numero di parametri, e sono stati tenuti sotto controllo già nelle fasi iniziali del progetto della passerella. *Senior Strutture Construction & Dismantling Department TO Technical Office Expo 2015 S.p.A. pur con elementi snelli, la rilevanza strutturale. I solai sono costituiti eccezionalmente da lastre di grandi dimensioni (2,50 x 8,00 m) di soli 10 cm di spessore La realizzazione del padiglione della Repubblica dell’Angola in Expo Milano 2015 rappresenta un momento di significativa sperimentazione di tecnologie finalizzate al perfezionamento di sistemi costruttivi con giunti meccanici reversibili. Tale sfida – strettamente legata alla temporaneità – obbliga ad uno sforzo di ideazione, in termini di utilizzo delle caratteristiche proprie dei diversi materiali, di razionalizzazione delle concezione strutturale e semplificazione delle modalità di montaggio, che possono essere considerate come dimostrative di un più ampio spettro di applicazioni, anche e soprattutto in contesti - come per esempio quello del continente africano - in via di forte sviluppo e con realtà urbane in fortissima espansione. *DABC, Politecnico di Milano CLIENT Interministerial Commission of Angola for Milano Expo 2015 PROJECT TEAM Angola Republic Interministerial Commission Architecture deputy member: Arch. Paula Assis Nascimento Architectural Consulting: Arch. António Gameiro Atlantic Alliance & MUSE Architecture Department (Dir. Arch. Daniel Toso) Masterplanstudio Milano (Dir. Arch. Federico Acuto) Electrical and Mechanical Engineering ETS Engineering and Technical Services s.p.a. Local Partner Masterplanstudio s.r.l. Milano CONSTRUCTION TEAM General Contractor Atlantic Alliance Consortium Construction Company Mangiavacchi Pedercini Spa CILE Spa Nessi Majocchi Spa Timber Structure WoodBeton Spa Precast Concrete Structure Prefabbricati Camuna Srl 4 N. 6 - Giugno 2015 il GIORNALE dell’INGEGNERE MOBILITÀ Hanno ucciso l’auto elettrica! Anzi, no... dott. ing. Paolo Chiastra* L’OPINIONE I l motore a combustione interna, variamente alimentato, ha rappresentato la spietata “killer application” dei veicoli a trazione elettrica autonoma, seppellendo per centinaia d’anni ogni speranza di riesumazione. L’auto elettrica ha visto la luce ben prima (1835 circa) di quella a motore endotermico (1853 BarsantiMatteucci) ma, nonostante abbia vissuto un momento di buona diffusione sul finire del XIX secolo, grazie all’avvento della batteria ricaricabile al Piombo-Acido (1860), è stata definitivamente soppiantata negli anni ‘20 rimanendo in uso solo per specifici e limitati utilizzi. Nei decenni seguenti, non sono mancati isolati tentativi di riesumazione che in concreto non hanno avuto sviluppo in quanto altro non erano che azioni o volte a creare interesse intorno al marchio proponente o mirate ad ottenere finanziamenti di ricerca. Eppure la trazione elettrica offre, rispetto all’ICE (Internal Combustion Engine), vantaggi interessanti in termini di peso, ingombro, elevata coppia, assenza del gruppo cambio-frizione e assenza di vari servizi ausiliari meccanici ed idraulici. Con un rendimento prossimo al 60%, nessun inquinamento sul luogo di utilizzo, ridotte vibrazioni e rumore limitato al rotolamento dei pneumatici, il motivo della disfatta non è da ricercarsi nel sistema elettromeccanico in sé ma nella fonte di energia con cui alimentarlo. Infatti, i veicoli elettrici sono validi se l’alimentazione viene erogata in tempo reale dall’esterno (conduzione-induzione) ma se l’energia deve essere entrocontenuta nel veicolo non si è in grado ancora oggi, di fornire prestazioni capaci di soddisfare la richiesta abituale dell’utente tipo: autonomia di circa 500 km, velocità prossime o superiori ai 100 km/h, tempi di ricarica di pochi minuti, carico pagante di circa 350 kgp, capacità di superare pendenze elevate, sicurezza, affidabilità e costi ragionevoli. Così, quando apparirono il col. Drake (nel lontano 1859) con la sua efficiente trivella petrolifera e, poco dopo, Rockefeller che diventa il grande distributore della magica e puzzolente mistura di idrocarburi, capace di accendere le lampade che hanno illuminato le ferventi menti di Otto, Diesel e altri pionieri, ecco che sarà proprio questa luce divenuta accecante che farà il buio intorno all’auto elettrica con l’inesorabile declino negli anni ‘20. Il perché è facile da capire mettendo giù due rozzi conti e senza considerare i rendimenti: con 37 kgp di benzina (44,8 MJ/kgp), ovvero la capacità di un serbatoio medio (50 l), che richiede solo un paio di minuti per essere rifornito, si immagazzina l’energia necessaria per muovere una massa di 1500 kg a 120 km/h per 600 km. Stessa sorte hanno subito autoveicoli ibridi che sono comparsi molto presto (1897 Lohner-Porsche, 1909 Henri Pieper) per poi, come le pure elettriche, scomparire subito dopo. Il risveglio della “Bella Addormentata” L’idea di autoveicoli elettrici “puri” in realtà non è mai morta ma è solo caduta in un profondo sonno. Come detto in precedenza, nel tempo si sono susseguiti vari risvegli, praticamente con una sola tipologia di batteria: la più semplice, economica ed eterna, cioè quella al Pb, a cui l’umanità deve es- Idrogeno: perché l’Italia non è in Europa? dott. ing. Federica Carletta* sere molto riconoscente. Purtroppo, per questa applicazione particolare, i valori di energia specifica appaiono “ridicoli” se paragonati a quelli del petrolio e del tutto inadatti all’uso pratico: per immagazzinare appunto l’energia di 37 kgp di benzina equivalenti a 1650 MJoule (460 kWh) occorrono, nella migliore ipotesi di 50 Wh/kg, circa 9000 kgp. Si può, ironizzando malignamente, che sul tema c’è stata molta affinità con le ricerche sul moto perpetuo... In Italia, il Centro Ricerche FIAT ha iniziato ad occuparsi di autoveicolo elettrico negli anni ‘60, sviluppando nel 1990 la Panda, nel 1992 la 500 Elettra, nel 1994, insieme al CNR, la ZIC (Zero Impact Car) e nel 1998 la 600 Elettra... niente male. Per l’ibrido elettrico sarà negli anni ‘80 che si intravederanno possibilità concrete di stosa, alta capacità energetica, leggera e poco ingombrante, rapidamente ricaricabile, semplice, resistente alle basse temperature, affidabile e dalla lunga vita in termini sia temporali che di cicli - ci si arriverà prima o poi - immediatamente appare un altro ostacolo da superare: quello di trasferire in modo pratico l’energia elettrica a bordo veicolo a batteria scarica. Un’idea semplice è quella del Battery Swap, ovvero della sostituzione dell’intero pacco in stazioni apposite (es: Renault Quickdrop in 3 minuti). Purtroppo, a tanta semplicità non corrisponde altrettanta fattibilità: problemi di dimensioni non standard, di costi elevati e di ricarica della giacenza presso le stazioni, lo hanno bloccato, almeno per ora, ancora prima di vedere la luce. La patata bollente passa così dalla batteria al sistema di generazione, tra- In Italia, il Centro Ricerche FIAT ha iniziato ad occuparsi di autoveicolo elettrico negli anni ‘60, sviluppando nel 1990 la Panda, nel 1992 la 500 Elettra, nel 1994, insieme al CNR, la ZIC (Zero Impact Car) e nel 1998 la 600 Elettra... utilizzo con il successivo deciso affermarsi dal 2000 in poi. Da allora, si studiano applicazioni articolate, concettualmente diverse e molto sofisticate, che prevedono carburanti “convenzionali” e non, batterie di nuova concezione ed un uso intelligente di elettronica di governo sistema e motore brushless, che, per comodità di chi legge, qui riassumo in forma concisa: - per i puri EV (Electric Vehicle): BEV (Battery EV), PEV (PlugIn EV), FCEV (Fuel Cell EV) - per gli ibridi elettrici HEV (Hybrid EV): FHV (Full HV), MHV (Mild HV), PHEV (PlugIn HEV) - per gli ibridi alternativi: yHV (y Hybrid Vehicle con y = Hydraulic, FlyWheel, UltraCapacitor). Contemporaneamente vengono comunque esplorate anche tecnologie “non elettriche”: - per gli ICE, gli AxE (Advanced x Engine con x = Diesel, Gasoline, Alcol, Gas, Bi-Fuel, Flexible Fuel), H2E (Hydrogen). Tornando all’argomento BEVPEV, anche immaginando di trovare una batteria che soddisfi tutti i requisiti: poco co- sporto e distribuzione dell’energia elettrica e ai sistemi di ricarica punto a punto. Non meraviglia quindi che molti enti di ricerca e industrie siano impegnati sui fronti: n impatto sulla generazione con spostamento dei consumi di combustibili dalla strada alle centrali n impatto sulla trasmissione (diurna - notturna) per la ricarica delle batterie n impatto sulla distribuzione a livello di adeguamento delle reti locali, con spiragli che si intravedono con l’attuarsi dell’avveniristica tecnologia delle Smart Grid (reti intelligenti) e con il sottosistema dedicato G4V (Grid for Vehicle) n adeguamento della infrastruttura di ricarica associato ai luoghi di parcheggio: abitazioni monofamiliari, condomini, sul lavoro, centri commerciali, apposite stazioni di ricambio-carica, aree di sosta in luoghi pubblici e lungo i marciapiedi... a tal proposito, in varie città, Milano compresa, si notano accattivanti colonnine (es: Public Station di ENEL e Emooving di a2a) ma in numero risicabile. Intorno a loro vediamo biciclette dalla pedalata as- sistita e pseudo auto dall’aspetto a dir poco strambo con “compatibilità” all’urto zero e capacità di trasporto ridotta all’osso (monoposto più ventiquattrore). In effetti, questi veicoli potrebbero divenire la norma in ambito cittadino e/o come “terza” auto se cambiassero i modelli di riferimento, le reali necessità o le normative. Al di là della struttura del mezzo, se le cose rimangono come oggi, pensando alle difficoltà di trovare un parcheggio libero, anche se immaginassimo di collocare una colonnina (intelligente o meno) per posto, trovarla libera sarebbe probabilisticamente impossibile. Si immagini poi ai luoghi di villeggiatura, strapieni solo per un paio di mesi all’anno, dove sarebbe necessario disporre di una struttura di ricarica a dir poco esagerata, dal punto di vista della ridondanza e della efficienza. Conclusioni L’autoveicolo elettrico (motore-batteria) per funzionare, dipende completamente dal sistema energetico esterno. Visto nella sua globalità questo insieme (motore-batteria-energia), prima dello sviluppo, dovrà risultare vantaggioso e sostenibile (LCA). Al momento, iniziano a intravedersi le prime applicazioni concrete ma, nonostante il fermento tecnologico che ruota intorno alle batterie, sembra che, per diffondersi quale mezzo di massa, di strada ne dovrà ancora fare, a causa delle necessarie infrastrutture. Non a caso, recentemente, l’amministratore delegato di FCA, in piena controtendenza e, nonostante la buona esperienza FIAT, ha deluso i sostenitori di questa tecnologia bollandola come antieconomica... ma forse si è trattato solo di una mossa per disorientare la concorrenza dato che da diversi anni ha nel cassetto l’auto ad aria... tipo HHV. Questa è però un’altra storia. Poiché è quasi certo che in futuro l’auto elettrica si prenderà la rivincita sulla rivale a combustione interna è ora il momento di capirne di più. Per chi fosse interessato al tema, l’Ordine degli Ingegneri di Milano e la Fondazione, hanno in programma per il prossimo autunno una riedizione del seminario tenutosi lo scorso anno. *Commissione Energia Ordine Ingegneri di Milano BIBLIOGRAFIA: “E... muoviti! Mobilità elettrica a sistema” RSE Editrice Alkes ISBN 9788890752735 Atti Seminario “Il Sistema Auto Elettrica” 10.12.2014 Fondazione Ordine Ingegneri Mi Ambiente, Energie rinnovabili, Idrogeno sono tematiche che hanno assunto negli ultimi decenni importanza crescente tali da divenire il fulcro delle politiche europee e mondiali. A partire dal Protocollo di Kyoto (1997) e dalla Carta di Lisbona (2000), passando per le Agende Sociali Europee del 2001 e del 2006, fino a giungere al Settimo programma Quadro (20072013) e terminando con Horizon 2020 (20142020), ciò che si percepisce è la volontà di consolidare una politica orientata alla tutela am bientale, grazie alla crescita intelligente di tecnologie energetiche innovative e capace di coinvolgere la società per creare conoscenza, ecocompatibilità ed una sostenibilità integrata. Quando si parla di sistema energetico sostenibile la mente ci ri manda ai più usuali sistemi di energia rinnovabile, quali il solare con i suoi pannelli o l’eolico e le sue pale; meno sovente ci si ri collega alla cella a combustibile ad idrogeno (fuel cell), pur essendo questa una tecnologia che permette la produzione e la distribu zione in rete di elettricità e/o calore con un impatto ambientale locale quasi nullo. Lo studio pluriennale delle tecnologie, dei com ponenti e dei materiali ne hanno determinato il carattere inno vativo (attraverso l’utilizzo, ad esempio, di processi sostenibili con il confinamento della CO2 o produzione di idrogeno da fonti rin novabili) e affidabile (infrastrutture sicure e normate). Il mercato odierno si pone nei loro confronti con molti criticismi che si riferiscono soprattutto alla poca competitività che le fuel cell presentano nell’ambito delle potenziali tecnologie sostenibili ad esse alternative. L’Europa ha mostrato enorme interesse nei confronti dell’idrogeno come vettore energetico, realizzando nel 2004 la European Hy drogen and Fuel Cell Technology Platform. Ha delineato le principali strategie di intervento nel settore e ha dato vita alla Fuel Cell and Hydrogen Joint Undertaking (FCH JU): una partnership pubblico/pri vata di supporto alle attività di ricerca e sviluppo delle celle a combustibile, atta ad accelerare l’introduzione nel mercato di questa tecnologia. La nostra realtà nazionale è in linea con le attività europee? L’in teresse dell’Italia verso l’idrogeno aveva avviato importanti ini ziative. Si pensi al FISR (20052009), programma d’investimento comprendente progetti strategici, promosso dal Ministero del l’Istruzione, Università e Ricerca e dal Ministero dell’Ambiente; a Industria 2015 del Ministero per lo sviluppo economico; ai lavori di centri di ricerca come ENEA, CNR ed importanti Università su tematiche relative ai materiali e sistemi di accumulo, alla sicurezza, al trasporto e distribuzione, alla cogenerazione ecc.; oppure ri cordare le diverse imprese che si sono impegnate nei rispettivi campi d’intervento, come FIAT, Eni, Ansaldo Fuel Cells, ICI Caldaie, Sapio, SOL …, e le aziende elettriche quali ENEL e Edison, che invece hanno condotto attività di sviluppo di sistemi innovativi per la produzione di idrogeno da carbone e di impiego di miscele idrogeniche in turbine. Interessante pure lo sforzo di aggregazione delle competenze partito nel 2004 attorno ad H2It (Associazione italiana idrogeno e celle a combustibile) e Fast (Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche) per avere una forte presenza degli operatori nazionali nel centro della tecnologia europea, grazie anche alla collaborazione con Eha (Associazione europea idrogeno) e HyER ( consorzio delle regioni europee per l’idrogeno e l’elettromobilità). Sulla scia del crescente fermento tecnologico in Italia e oltremodo in Europa, per coordinare le molteplici azioni e rafforzarne il col legamento con i programmi comunitari, viene proposta nel 2005 la Piattaforma Italiana sull’Idrogeno e le Celle a Combustibile: suo compito è fornire indicazioni ai Ministeri maggiormente coinvolti e alle regioni delle linee d’azione da seguire a livello nazionale, per dare certezza agli operatori nel mediolungo termine e per consentir loro di cogliere al meglio le opportunità derivanti dai programmi della Commissione europea. Anche un importante gruppo industriale come FIAT ha definito ed implementato all’interno della Piattaforma proposte che pur essendo interessanti, accentravano i più ampi livelli d’azione stra tegica su una ristretta realtà industriale FIATcentrica tale per cui non ebbero seguito. Lentamente la scintilla d’interesse accesa dal fervore tecnologico inziale è andata via via ad affievolirsi. Anche il secondo tentativo per la Piattaforma nazionale promosso da H2It con Confindustria nel 2009 non ha trovato terreno fertile. Fatto è che l’Italia si è malamente giocata la possibilità di ricoprire un ruolo significativo nel mercato europeo. Quali le cause? Colpa forse della poca convinzione politica o della debolezza delle grandi strutture industriali? Le Piattaforme, sin dalla loro nascita, avrebbero dovuto contribuire allo sviluppo economico del Paese e lo Stato avrebbe dovuto ri coprire il ruolo di catalizzatore delle energie imprenditoriali in novative, indicando i progetti di filiera e finanziando strumenti di ricerca precompetitiva, coinvolgendo nella scelta imprese leader e il loro indotto: questi obiettivi non sono stati perseguiti con de terminazione e quindi non rispettati. L’approvazione della Legge n° 116/2014 potrebbe rendere ancora oggi realistiche le visioni finora utopistiche, introducendo nuove linee di sviluppo al fine di inglobare le applicazioni basate sul l’idrogeno nell’economia nazionale e ridare così concretezza alla realizzazione della Piattaforma. Superare la frammentarietà del passato e definire una strategia per il mediolungo termine in si nergia con i programmi europei sono i nuovi scopi della Piattaforma che tutti i soggetti interessati intendono raggiungere. Rilanciare questo strumento è possibile e necessario perché ser virebbe al mercato, fatto di piccole e medie imprese e alla Ricerca made in Italy, a condizione di coinvolgere e convincere chi ha il potere di decidere dell’utilità sociale, economica e ambientale che l’Idrogeno porta con sé. *Fast N. 6 - Giugno 2015 5 il GIORNALE dell’INGEGNERE TRASPORTO URBANO A colloquio con Giovanni D’Alò, AD di Metro 5 S.p.A., che ci spiega segreti e dati tecnici della M5 “Metro Lilla”, automazione e driverless seguendo lo stile-Copenhaghen Roberto Di Sanzo LA SCHEDA: CARATTERISTICHE TECNICHE E TECNOLOGIA UTILIZZATA PER LA LINEA M5 U na metropolitana concepita e realizzata seguendo lo stile-Copenhaghen, quindi driverless e completamente automatizzata. E’ questo il progetto della linea della Metropolitana 5, la cosiddetta “Metro Lilla”, attiva a Milano a partire dal mese di febbraio del 2013 con la prima tratta di sette stazioni, con capolinea Zara e Bignami Parco Nord. In totale, quando la linea sarà a pieno regime potrà contare su ben 19 stazioni. Proprio nei giorni scorsi è stata inaugurata una nuova fermata, precisamente Cenisio, con ben cinque mesi di anticipo sul cronoprogramma, ed entro il 31 ottobre di quest’anno saranno completate le fermate mancanti all’appello, vale a dire Monumentale, Gerusalemme e Tre Torri, per un percorso totale di 12,8 chilometri che attraverserà la città da nord a ovest. Un’opera ingegneristica di assoluto rilievo, come spiega Giovanni D’Alò, amministratore delegato di Metro 5 S.p.A. “Sia la linea 4 che la linea 5 hanno scelto soluzioni tecnologiche importanti, che vanno nella direzione di una maggior economicità del sistema di manutenzione e delle opere realizzate. Basti pensare, a solo titolo esemplificativo, che la lunghezza delle banchine in galleria è la metà rispetto a quelle presenti nella linea della metropolitana Uno, la più antica che si trova a Milano”. Una linea, la M5, nata con un progetto differente, che dalla stazione di Porta Garibaldi doveva arrivare sino al capolinea di Monza Bettola, in Brianza. Successivamente ecco la scelta di limitarla a Bignami, dove è attivo un deposito sotterraneo, anche se per la manutenzione dei treni I nuovi veicoli della Metropolitana 5 hanno una lunghezza rotabile di 48 metri e 5 carrelli di cui 4 motori ed 1 portante. A bordo è previsto l’impianto di condizionamento ed è attivo il sistema di comunicazione tra bordo treno e il Posto Centrale Operativo (PCO), così come il sistema video in real time tra bordo e PCO. La capacità a pieno carico è di 536 persone, la velocità massima in linea è di 80 km/h, la velocità media in linea 29 km/h. Qui di seguito, ecco una serie di Tecnologie utilizzate per la realizzazione della linea M5. ARMAMENTO Sistema “Milano” o “Milano Modificato”. Posa delle rotaie su solettone di cemento con inserimento di idonei dispositivi di smorzamento delle vibrazioni. Scartamento tipico ferroviario 1435 mm. ALIMENTAZIONE ELETTRICA Rete media tensione (MT) circa 30 MW 7 sottostazioni Elettriche (SSE) per la conversione della ten sione da alternata a continua è necessario far riferimento al deposito di Famagosta. Un iter che attualmente limita il numero dei treni in circolazione, anche se il progetto M5 prevede la prossima realizzazione di un deposito autonomo per la linea, probabilmente collocato al capolinea Bignami. Diversa la storia, invece, per la progettazione della seconda tratta, quella tra Garibaldi e San Siro, “una decisione assunta dall’Amministrazione Comunale – spiega D’Alò – che l’ha preferita rispetto alle indicazioni di mobilità risalenti agli anni ’90 che prevedevano una metrotranvia. Una scelta certamente vincente”. In generale, la realizzazione di un’opera all’apparenza piut- tosto complicata non ha portato particolari problemi tecnici o strutturali, l’unico tratto che davvero ha richiesto maggior tempo e progettazioni approfondite è stato quello relativo al Variante Garibaldi. “In pochi chilometri – spiega l’ad di Metro 5 S.p.A. – abbiamo dovuto scavare sopra la Linea 2 della metropolitana e sotto la linea ferroviaria che da Garibaldi arriva alla stazione di Greco Pirelli. Successivamente, ancora costruire sopra il passante ferroviario e infine passare di nuovo sotto la metropolitana Garibaldi”. Per il resto, tutto nella norma, come gli scavi realizzati in modalità meccanizzata con TBM, la classica talpa, e le stazioni a cielo aperto, oppure l’installazione IL POSTO CENTRALE OPERATIVO, CERVELLO DEL SISTEMA M5 è una metropolitana leggera con guida automatica (driverless) controllata da un unico Posto Centrale Operativo (PCO) a cui sono riportate tutte le informazioni e da cui è possibile impartire tutti i comandi necessari ad assicurare il corretto funzionamento della Linea e l’incolumità di passeggeri, personale operativo (agenti itineranti) e di manuten zione. Il Posto Centrale Operativo si trova nel Deposito/Officina situato presso la Stazione Bignami. Le attività di gestione del servizio della Linea M5 nella sala di controllo del PCO sono le seguenti: n gestione automatica del traffico; n telecomando e telecontrollo degli impianti di trazione elettrica e di forza motrice; n videosorveglianza e controllo del movimento viaggiatori nei treni e nelle stazioni, nonché degli accessi alle stazioni; n gestione e coordinamento degli agenti itineranti, degli addetti alla manutenzione e del personale operativo; n gestione delle informazioni al pubblico e garanzia di un elevato grado di controllo e sicurezza dei passeggeri; n gestione di possibili allarmi e della diagnostica di sistema; n registrazione eventi e centrale oraria. M5, LA LINEA E LE STAZIONI La M5, conosciuta come “Lilla” dal colore prevalente utilizzato per decorare le stazioni e i treni, è una linea della me tropolitana di Milano che prevede 19 stazioni: dalla zona nord della città, con capolinea Bignami, si arriva sino allo Stadio di San Siro. La prima tratta, tra le stazioni di Bignami e Zara, è stata inaugurata e aperta al pubblico nel 2013. La seconda tratta, tra le stazioni di Zara e Garibaldi, è stata inaugurata nel marzo 2014. A partire dal 29 aprile 2015 sono state aperte all’utenza altre cinque stazioni, vale a dire Domodossola FN, Lotto Fieramilanocity, Segesta, San Siro Ippodromo e il capolinea oc cidentale di San Siro Stadio. La fermata del Portello è stata inaugurata il 6 giugno scorso e le stazioni intermedie ancora mancanti dovrebbero essere completate entro la fine del 2015: Cenisio, Monumentale, Gerusalemme e Tre Torri. Numerose stazioni permettono di accedere alle altre linee già operative in città: la stazione Zara è nodo di scambio con la Linea Gialla M3, mentre Garibaldi FS è nodo di scambio con la Linea Verde M2, con il Passante Ferroviario Bovisa Rogoredo e con le altre linee regionali FS. Infine, Lotto è nodo di scambio con la Linea Rossa M1. di scale rialzate in alcune fermate, come in piazzale Istria, per evitare allagamenti in seguito alle esondazioni del fiume Seveso. La nuova linea metropolitana è stata progettata anche con l’obiettivo di operare un concreto abbattimento di inquinamento atmosferico e acustico: a pieno regime si stima Linea di contatto con Terza Rotaia per distribuzione di ener gia ai convogli Cabine di Stazione MT/BT per alimentazione degli impianti. IMPIANTI TECNOLOGICI Sistemi di controllo automatico dei treni (ATC) Sistemi di telecomunicazioni tra Posto Centrale passeggeri e personale di servizio Sistemi di supervisione e telecomando impianti (SCADA) Porte automatiche di banchina in ogni stazione che la M5 porterà ad una riduzione di 5 milioni di spostamenti automobilistici privati all’anno e, di conseguenza, una diminuzione importante di inquinanti. Si prevede, inoltre, un risparmio pari a 8.470 tonnellate equivalenti di petrolio all’anno e 260 incidenti stradali in meno all’anno in città. Importanti anche i dati relativi al gradimento dell’utenza della nuova linea. Attualmente il valore medio giornaliero di viaggiatori si attesta intorno alle 90 mila unità. “Numeri che sono in linea con le previsioni – conclude l’ingegner D’Alò – e in alcuni casi anche superiori rispetto alle nostre aspettative”. 6 il GIORNALE dell’INGEGNERE N. 6 - Giugno 2015 N. 6 - Giugno 2015 7 il GIORNALE dell’INGEGNERE L’INTERVISTA / FRANCO RADICI “Quale futuro per il tessile italiano? Proteggiamo e sviluppiamo le nostre eccellenze” segue da pag. 1 Nel frattempo, varie crisi, soprattutto delle grandi aziende, hanno riaperto la discussione fra chi chiede il salvataggio di attività manifatturiere mature e chi si fa paladino del nuovo, descrivendo scenari magari non utopici, ma certamente lontani rispetto all’urgenza di affrontare una realtà socialmente devastante. Altri poi ci prospettano scenari in cui l’ingegnere italiano si dovrà confrontare con quello cinese, indiano, vietnamita, malese, ecc.., e lo descrivono, senza alcuna protezione, privo di vantaggi competitivi e, peggio, appesantito dal fardello di una cultura plurimillenaria e da una scuola colpevolmente umanistica. È questo che non ci convince: che i beni culturali possano essere solamente una miniera per l’industria turistica e non, invece, una sorgente per l’industria manifatturiera. Per essere confortati, o smentiti, sulle possibilità di re-shoring e di recuperare competitività anche in settori maturi, abbiamo incontrato il signor Franco Radici, già manager di Honneger (gruppo tessile Zambaiti). Signor Radici, partendo appo sitamente dall’industria tes sile che è notoriamente rite nuta la più indifendibile sul territorio italiano, cosa pensa sulla nostra premessa? Cominciamo a distinguere fra produzione di tessuti speciali e di nicchia e produzione di articoli di uso corrente, compresi quelli di qualità mediofine. Per la prima, le aziende produttrici non hanno subito in maniera massiccia la concorrenza dei paesi con basso costo del personale, o perchè questi ultimi non hanno il know how necessario o perchè i lotti sono troppo piccoli e diversificati. Di conseguenza, quelle che sono sopravvissute alla crisi, che tra l’altro non è ancora finita, sono rimaste in Italia. Per la seconda, posso parlare soltanto dei tessuti cotonieri, per i quali ho avuto un’esperienza diretta. Qui comincerei col distinguere fra filature pure, tessiture pure, aziende verticalizzate con tutta la filiera produttiva all’interno (includendo anche quelle che producono tessuti per camiceria) e converter, ossia aziende che ad ogni stagione studiano prodotti nuovi, acquistano tessuto greggio e lo mandano ad aziende di finissaggio conto terzi, per far realizzare quanto da loro ideato. D’accordo, parliamo di tessuti cotonieri di qualità medio al ta; allora cosa è capitato? In Italia, le prime a sparire sono state le filature perchè i paesi produttori di cotone avevano capito che era molto meglio vendere filato(facilmente producibile), piuttosto che subire la volatilità del mercato delle materie prime. Subito dopo è venuto il turno delle tessiture che producevano tessuto greggio e lo vendevano ai converter. Entrambi questi tipi di aziende sono crollate per questioni di costo (personale ed energia) ed hanno dovuto cedere il passo ad aziende di paesi con costi di produzione decisamente più bassi e con qualità simili. Per questi prodotti, infatti, la qualità è fatta dalle macchine e ormai anche i cosiddetti paesi in via di sviluppo hanno macchinari tecnologicamente molto avanzati. Le aziende verticalizzate, oltre a soffrire dei mali appena illustrati moltiplicati però per ogni ciclo che avevano all’interno, si sono trovate anche il vincolo della rigidità produttiva che prima, quando non era facile trovare fornitori di semilavorati (filati o tessuti greggi) con buone qualità, aveva costituito un vantaggio competitivo. I converter, proprio per la continua ricerca che fanno sul prodotto finito, a mio giudizio sono e rimarranno in Italia anche nel prossimo futuro. Questo non significa che non abbiano sofferto la crisi, sia per la drastica riduzione dei con- sonale operaio e di capi di sta bilimento, non di creativi, in gegneri di processo, ecc… Una volta avviata, una tessitura non necessita di ingegneri di processo, bastano i tecnici locali fermo restando il presidio italiano che abbiamo visto prima. Per quanto riguarda il personale creativo, è chiaro che il gusto italiano non può averlo un indiano o un cinese. sumi interni sia per il calo delle esportazioni nell’area dollaro “grazie” al rafforzamento dell’euro. Molti di loro hanno chiuso; ritengo, comunque, che siano queste le aziende sulle quali credere per far si che rimanga ancora del tessile in Italia. Purtroppo però la maggior parte dei tessuti greggi che prima compravano esclusivamente da noi ora, per questioni di costo, sono costretti a comprarli all’estero; in ogni caso daranno comunque lavoro ai nostri finissaggi. Può farci degli esempi pratici? Per quanto riguarda la chiusura di filature, tessiture ed aziende verticalizzate si fa prima ad elencare quelle rimaste aperte, anche se si tratta di un lavoro molto arduo scovarle. Pensando alle aziende di tessuti per camiceria, posso fare due esempi, ma ce ne sarebbero altri. Una ha delocalizzato totalmente la produzione in India; l’altra ha spostato gradualmente solo le tessiture, prima in sud Italia poi in est Europa e per ultimo in Nord Africa. TIPOLOGIE EDILIZIE 2014 ULTIMA EDIZIONE VOLUME + DOWNLOAD Euro 68,00 1563 PREZZO SPECIALE PER I SOCI DEL COLLEGIO Euro 58,00 Disponibile presso: COLLEGIO DEGLI INGEGNERI E ARCHITETTI DI MILANO via G.B. Pergolesi, 25 - 20124 Milano - T. 02.76011294 | F. 02.76022755 [email protected] - http://www.giornaleingegnere.it Il modus operandi è stato sempre lo stesso, presidiare direttamente i tre aspetti: - businnes idea, aggiornamento del processo, aggiornamento del prodotto - gestione diretta del processo di avviamento degli impianti e addestramento del personale locale con l’ausilio di personale tecnico italiano - entro 18/24 mesi essere a regime, producendo nella qualità richiesta dal mercato occidentale, per poi lasciare solo un presidio italiano per verificare continuamente che il personale locale non dimentichi quanto gli è stato insegnato. Ovviamente anche loro hanno sofferto la crisi per gli stessi motivi che abbiamo visto per i converter ma, nel momento della ripresa, sicuramente saranno pronti ad affrontare il mercato con dei costi adeguati. Pur dicendomi che entrambe le aziende hanno dovuto spo stare le produzioni all’estero, Lei mi sta dicendo però che una ha spostato all’estero l’in tero ciclo di tessitura e finis saggio, mentre l’altra solo le tessiture. Quali sono le ragioni di queste scelte diverse? Io ritengo che per questo tipo di prodotto, l’ideale sia acquistare filato da filature specializzate che ormai, come abbiamo già detto, si trovano nei paesi dove si coltiva il cotone, produrre il tessuto con tessiture proprie in paesi a basso costo del personale e fare il finissaggio in Italia. Infatti, per la camiceria, il finissaggio incide in misura marginale sul costo del prodotto finito; inoltre, in questo modo, si possono immediatamente correggere eventuali piccole discordanze che tuttavia sono molto importanti su camicie che vanno nei negozi a prezzi che oscillano dai 100 ai 200/250 euro. Ovviamente io sto parlando di aziende di camiceria che fanno ricerca sul prodotto, presentano le nuove collezioni due volte l’anno e producono in qualità medio/alta. Comunque, nel caso di pro duzioni all’estero, stiamo par lando di sostituzione di per Ma non c’è proprio la possi bilità di riportare, almeno in parte, la produzione in Italia? A mio giudizio quello che è stato portato all’estero o quello che si è dovuto chiudere aveva costi troppo alti per competere con l’importazione straniera e non si potrà più riportare in Italia. E’ così per la filatura e la tessitura perchè le nuove tecnologie contenute nei macchinari sopperiscono alla poca qualificazione del personale; non è così, invece, per il finissaggio perché, per competere, si deve inventare sempre qualcosa di nuovo difficile da realizzare con i finissaggi super standardizzati fatti all’estero. Pertanto, come ho già detto, oltre a tutta l’area delle produzioni di nicchia o speciali, per i tessuti di cotone di qualità medio-alta abbiamo tutta l’area dei converter che, dovendo fare continuamente ricerca sul prodotto, devono essere vicini ai finissaggi. Concludendo, io direi che non si può riportare in Italia quello che non è mai uscito e aggiungo che bisogna cercare di proteggere quello che è rimasto e potrebbe essere ulteriormente sviluppato. Certamente, però, siccome le nostre aziende tessili fanno la maggior parte del fatturato verso l’estero se il rapporto euro/dollaro passasse nuovamente da 1:1,10 a 1:1,50 come avevamo visto nel recente passato, credo che nemmeno il Padre Eterno potrebbe fare molto per la sopravvivenza delle nostre aziende. dott. ing. Franco Ligonzo Sala di lettura “Milano, guida all’architettura”, per scoprire le “unicità” della metropoli Recensione a cura dell’arch. Davide Rossini Carlo Berizzi, architetto e ingegnere, presidente di AIM Associazione Interessi Metropolitani e socio fondatore dell’associazione GA Milano, partner del network internazionale Guiding Ar chitects, dopo un intenso e preciso lavoro de cennale pubblica per l’editore tedesco DOM Pu blishers la Guida all’Architettura di Milano, nata dall’intento di fornire indicazioni complete ri guardo l’architettura della città italiana più “mo derna”. Il volume si presenta con un progetto grafico compatto e pratico, essenziale e completo, codificato cromaticamente e notevolmente userfriendly, anche grazie alla presenza di QR Codes contenenti geodati, corredato da immagini e fotografie efficaci. Il lettore, o per meglio dire, il fruitore di questa guida, sia esso un addetto ai lavori o no, è condotto alla scoperta delle vicende architettoniche della nostra città attraverso il ricono scimento dell’unicità del patrimonio milanese, presentato in più di 150 testimonianze costruite. Sei diversi itinerari tematici sono proposti per passeggiate nei quartieri centrali della città alla scoperta delle trasformazioni da “capitale industriale dei primi Novecento a capitale globale della moda, della cultura e del gusto…area metropolitana più cool d’Italia e una tra le più attraenti città del mondo”. Ulteriori quattro capitoli sono invece dedicati agli interventi, sia del XX che del XXI secolo, diffusi sulla più ampia area metropolitana. La narrazione parte dal 1919, anno del progetto della Ca’ Brutta, e svolge il racconto dell’in confondibile “Stile Milano” fino alle esperienze odierne, anche MILANO – GUIDA ALL’ARCHITETTURA REALIZZAZIONI E PROGETTI DAL 1919 Autore: Carlo Berizzi Editore: DOM Publishers Edizione: Maggio 2015 molto attuali come la Fondazione Prada, seguendo da una parte un percorso cronologico su cui si appuntano i nomi, le opere e le storie dei più illustri architetti milanesi, italiani ed infine internazionali; dall’altra ricostruisce l’evoluzione della modernità dagli episodi pre, ma soprattutto, post bellici del centro storico fino alle grandi trasformazioni urbane che hanno interessato anche luoghi periferici e dell’hinterland cittadino. L’autore rimarca inoltre il ruolo imprescindibile e si stemico delle aree verdi nella futura definizione della nuova città metropolitana di Milano, tema quanto mai attuale e sentito dall’intera comunità in termini di miglioramento della qualità ambientale urbana. Così risultano cardinali i riferimenti a inter venti mirati alla creazione di un insieme di percorsi urbani pe donali e ciclabili che dai parchi cittadini, sia storici che frutto degli ultimi interventi urbanistici, si aprono, lungo direttrici ben definite dette “Raggi Verdi”, a raggiungere ed includere l’anello verde di cintura, e da lì il più ampio sistema dei parchi sovra comunali e dei corsi d’acqua fino all’Adda e al Ticino. Menzione particolare per i contributi introduttivi, ma anche in qualche modo esortativi, a detta dello stesso autore, forniti da Cino Zucchi e Andreas Kipar, che assistono nella lettura critica del passato e del presente e, nel contempo, offrono interessanti spunti di dibattito per il futuro della Milano che verrà. 8 N. 6 - Giugno 2015 il GIORNALE dell’INGEGNERE Linea diretta con gli Ordini AOSTA Gli impianti collegano Courmayeur a Punta Helbronner, a quota 3.452 metri BERGAMO Intervista a Emilia Riva Le Funivie del Monte Bianco, Campane: “Opera ingegneristica di assoluto rilievo” “LA CRISI DELL’EDILIZIA CONDIZIONA I PROFESSIONISTI. OCCORRONO PROVVEDIMENTI” “Un progetto importante, di assoluto rilievo ingegneristico, realizzato in un ambiente difficile ma nei tempi giusti. Ne siamo davvero orgogliosi, come valdostani e come ingegneri”. Edgardo Campane, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Aosta, tesse le lodi delle nuove Funivie del Monte Bianco, appena terminate dopo una serie di lavori piuttosto complicati iniziati nel 2011. Gli impianti collegano Courmayeur, in Valle d’Aosta, a Punta Helbronner. “Si tratta di un’opera davvero strategica per tutto il territorio – spiega l’ingegner Campane – che spero possa dare una decisa spinta al turismo locale e allo stesso tempo creare nuova occupazione e rilanciare l’economia valdostana”. Un’economia che sta particolarmente soffrendo e che ha bisogno di una decisa azione politica per ripartire, come spiega Campane: “La situazione è molto difficile anche per gli ingegneri, visto che il settore dell’edilizia è completamente bloccato. Urgono quindi interventi drastici per dare il via anche a piccoli lavori di manutenzione, opere ordinarie che però creano nuove opportunità di lavoro”. In tal senso, l’Ordine è molto attivo proprio per cercare di stimolare il mondo imprenditoriale, l’industria, il pubblico e il privato affinché domanda e offerta possano di nuovo incontrarsi. “Recentemente siamo stati promotori e convinti sostenitori – continua il presidente aostano – di un Protocollo d’Intesa firmato dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri e dal Cern di Ginevra, l’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare, protocollo sulla formazione continua per i professionisti italiani che quindi potranno avere interessanti opportunità in ambito elettronico, scientifico e dell’innovazione tecnologica. A tal proposito, desidero ringraziare Gianni Massa, Sergio Bertolucci e Domenico Cam- pi per il loro fondamentale contributo nell’attivazione del Protocollo”. Tornando alle Funivie del Monte Bianco, va detto che l’impianto di risalita è composto da due tronchi: il primo porta dai 1300 metri di Pontal d’Entreves ai 2165 di Pavillon du Mont Frety. Da questa stazione intermedia parte il secondo tratto che conduce fino alla stazione in quota a 3462 metri. Vetro e acciaio sono predominanti nelle strutture, con grandi aree panoramiche nelle stazioni e cabine rotanti interamente vetrate e di forma sferica. Le cabine sono dotate di un sistema che permette la rotazione su se stesse permettendo ai visitatori di fruire della visione a 360° di tutte le zone attraversate. Ai 3452 metri di Punta Helbronner è stata costruita una terrazza circolare di 14 metri di diametro, dalla quale si gode di una vista a 360 gradi sulla vetta del Bianco (4810 metri), sul dente del Gigante e sulla straordinaria Vallée Blanche. Ogni cabina di funivia, per limitare le oscillazioni causate dalle accelerazioni longitudinali, è dotata di uno smorzatore. Negli impianti del Monte Bianco, dato che ogni veicolo è dotato di misurazione elettronica del carico utile trasportato, è possibile rendere “intelligente” lo smorzatore, tramite comandi idraulici. In questo caso esso diventerà più “rigido” con il veicolo a pieno carico, e più “morbido” con il solo veicolo vuoto. In tal modo si riesce ad ottimizzare lo smorzamento dell’oscillazione in qualsiasi condizione di carico aumentando notevolmente il comfort di viaggio. Per evitare la formazione di condensa e l’appannamento dei vetri, per la prima volta su un impianto funiviario si prevede la fornitura di vetri riscaldabili. Il sistema viene solitamente installato nei cristalli dei mezzi battipista e nei parabrezza anteriori di alcune auto ed è costituito da una rete di micro-filamenti disposti tra le due lastre di vetro a doppia curvatura ed antisfondamento. Roberto Di Sanzo Due anni intensi, di grande impegno tra leggi e burocrazia, tra scadenze da rispettare e servizi importanti da garantire. Sempre e solo per i col leghi. E’ questo il bilancio che traccia Emilia Riva, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Bergamo, a poco più di due anni dalla sua elezione. Un bilancio in ogni caso positivo, anche se le difficoltà sono state e sono tutt’ora notevoli, vista anche la concomitante difficile situazione economica che sta vivendo l’Italia. “Il nostro impegno iniziale è stato essenzialmente rivolto all’applica zione della Riforma pro fessionale come da DPR 137/2012 – spiega l’inge gner Riva –. Abbiamo quindi provveduto all’ele zione dei membri del Consiglio di disciplina; dopo aver raccolto 30 curriculum, il Presidente del Tribunale come da legge ha scelto i 15 più idonei al ruo lo e al compito prefissato. Opera zioni laboriose, che hanno richiesto tanto tempo ma devo dire che ab biamo rispettato i dettami normativi e con il 2014 la separazione tra Or dine professionale e Consiglio di di sciplina è diventata realtà”. Il passo successivo è stato l’organizzazione e l’allestimento di tutte le procedure relative alla formazione continua obbligatoria: “Per far comprendere la mole del lavoro che abbiamo svolto vorrei citare una serie di dati molto rappresentativi. A cominciare dai crediti che in questo periodo ab MANTOVA L’allarme di Tommaso Ferrante, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri virgiliano “Mantova città in difficoltà, per la ripresa puntiamo su turismo e viabilità” R.D.S. Una crisi economica, sociale e politica che sta coinvolgendo anche i professionisti del territorio. Purtroppo Mantova sconta una serie di scelte politiche sbagliate che ne stanno compromettendo uno sviluppo armonico, dando vita ad una crisi occupazionale senza precedenti. Un quadro fosco, come lo dipinge Tommaso Ferrante, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Mantova, che però indica una serie di misure da attuare anche nel breve periodo che potrebbero dare un nuovo impulso allo sviluppo locale, dal settore turistico alla viabilità. Mantova sta vivendo un pe riodo difficile da un punto di vista economico: quali le si tuazioni più critiche? Purtroppo la città soffre la chiusura di alcune delle atti- vità industriali più rilevanti, in primis penso alle Cartiere Burgo e alla raffineria Ies, trasformata unicamente in deposito. Oltre a queste importanti realtà si registra il fallimento di numerose altre piccole e medie aziende. Il risultato tragico è nell’occupazione, con la perdita di migliaia di posti di lavoro e la conseguente ricaduta sull’economica della città. Una situazione davvero difficile da gestire e che per ora non ha una soluzione concreta all’orizzonte. Una situazione di cui soffrono anche i professionisti del territorio? E’ evidente che anche i professionisti hanno subito la perdita di un indotto notevole, sia quantitativo che qualitativo. Il settore dove si sente maggiormente la crisi è senza dubbio quello edile: in questo caso pesa notevolmente l’assenza di una politica mirata, con interventi pubblici assolutamente insufficienti. In un quadro del genere, anche l’apporto privato si è ridotto notevolmente. Un territorio che ancora ri sente del sisma del 2012: a che punto siamo con la ricostruzione? In ambito residenziale grazie all’ordinanza 16, alcuni Comuni hanno avuto ristrutturazioni notevoli, in altri casi siamo ancora molto indietro. Il Governo in più occasioni ha promesso l’invio sul territorio di ben 200 milioni per terminare la ricostruzione: dubito che tale ingente quantità di denaro possa essere a nostra disposizione a breve. Si vocifera che i fondi arriveranno addirittura il prossimo autunno. Sino ad allora, quindi, i nuovi progetti di riqualificazione del territorio non potranno partire. Anche per quanto concerne il settore produttivo la situazione vive una fase di stallo prolungato, specialmente per quanto concerne l’agricoltura, dove i ritardi sono legati essenzialmente alle lungaggini burocratiche. Recentemente si sono svolte le elezioni amministrative: quali sono le priorità per la città, secondo gli ingegneri? È necessario dar vita a misure concrete e rapide che siano in grado di rilanciare lo sviluppo economico di Mantova e della provincia. Esistono, ad esempio, eccessivi vincoli in ambito edilizio che stanno frenando la ricostruzione della città. Tali limiti burocratici an- drebbero rivisti e certamente adeguati alle nuove mutate esigenze. Inoltre la nostra città nasce con una forte vocazione turistica. Mantova è ricchissima di monumenti e di istituzioni culturali, basti pensare all’Accademia Nazionale Virgiliana, tanto per citare una delle più virtuose. Nonostante ciò il settore turistico non è mai stato supportato a sufficienza. Chi visita la città, oggi, pur con tanta ricchezza monumentale, lo fa dalla mattina alla sera. Occorrerebbe rendere la città più facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici, migliorando i collegamenti con le direttrici principali prossime (penso alla linea Milano-Venezia e alla linea del Brennero). Sono troppi anni che scontiamo il disinteresse delle amministrazioni locali per questo aspetto: abbiamo perso occasioni forse irripetibili. biamo attribuito, vale a dire oltre 17 mila. Ciò significa che l’Ordine di Bergamo ha garantito altrettante ore di corsi formativi a tutti i colleghi del territorio. In tal senso, posso confermare che ben 3.300 ingegneri hanno usufruito dei nostri appro fondimenti”. Un impegno notevole, “reso possibile solo grazie all’aiuto dei tanti colleghi che collaborano con le 18 Commissioni del nostro Ordine. Ora posso dire che i corsi formativi rappresentano un vero e proprio successo, forniscono inse gnamenti di alto livello e sono par ticolarmente apprezzati dagli ingegneri”. Impellenze che conti nuano a incrociarsi con la difficile situazione oc cupazionale ed econo mica che affligge il Pae se ormai da tempo e che naturalmente inve ste anche il mondo del le professioni. Colpendo la realtà bergamasca soprattutto in un set tore storicamente legato alla tradi zione dei mestieri del territorio, vale a dire l’edilizia. “Anche in questo ca so voglio citare dei dati proprio per essere precisa e fornire un quadro significativo della situazione – spe cifica il presidente Riva . Stando ai numeri forniti dall’Ance di Bergamo, dal 2008 ad oggi sul territorio si è registrata una diminuzione del 64% del lavoro nel settore delle costru zioni. Percentuali preoccupanti e che superano quelle nazionali, con una media che si attesta intorno al 60%. Purtroppo al giorno d’oggi i li beri professionisti impiegati nel comparto lamentano un crollo del l’attività pari addirittura al 50%. Le uniche possibilità di lavoro riguar dano le ristrutturazioni di immobili e le procedure inerenti la riqualifi cazione energetica. Troppo poco per prospettare un futuro roseo ai col leghi”. Le soluzioni? Provvedimenti energici e non differibili da parte del Governo centrale: a partire dalla semplificazione degli iter burocra tici, che spesso rallentano o blocca no interventi importanti. “Stiamo a vedere cosa comporterà il nuovo codice degli appalti sulle opere pub bliche – aggiunge Emilia Riva – ma è certo che non basterà per arginare le difficoltà. Urgono provvedimenti strutturati per far ripartire il settore. Altrimenti l’agonia sarà ancora lun ga”. Nonostante tutto, le prospettive per chi sceglie ancora di seguire il corso di laurea in ingegneria riman gono interessanti. La recente inda gine Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati (https://www.almalaurea.it/univer sita/occupazione/occupazione13) regala speranze notevoli, come sot tolinea l’ingegner Riva: “A cinque anni dalla laurea, il tasso di impiego degli ingegneri è pari al 95%. Un successo, visto che solo i medici rie scono a fare meglio. Segnali impor tanti, che ci danno fiducia soprat tutto per il futuro”. R.D.S. Rischio idrogeologico e vulnerabilità del territorio, le proposte della Federazione degli Ingegneri del Veneto L’eccessiva cementificazione degli ultimi cin quant’anni ha accresciuto le difficoltà e le problematiche legate al rischio idrogeologico del nostro Paese. A questo si aggiunge la mancata manutenzione e pulizia degli alvei, degli argini dei fiumi e canali e, come nel re cente caso del Bisagno di Genova, la carenza di sezione e quindi di portata, tutti elementi che provocano esondazioni. Insomma, ecco la fotografia di un Paese vulnerabile: a tal proposito, arrivano le proposte della Fede razione degli Ordini degli Ingegneri del Veneto (FOIV) per cercare di porre un freno all’eccessiva vulne rabilità anche del territorio regionale. “Abbiamo di re cente istituito un Gruppo di Lavoro sul rischio idraulico, costituito da ingegneri esperti che operano sul territorio – spiega Gian Pietro Napol, Presidente FOIV per racco gliere informazioni e redigere una mappatura delle princi pali criticità presenti sul ter ritorio regionale e trasmet terle a Enti e Istituzioni com petenti (Regione, Sezioni di Bacino, Consorzi di Bonifica) implementando le banche dati esistenti”. Le aspettative sono notevoli, naturalmente: alla Regione Veneto viene affidato il com pito di redigere un Master Plan delle portate e delle cri ticità dei corsi d’acqua che scorrono sul ter ritorio regionale. Un passaggio obbligato per dare il via alla successiva progettazione e alla realizzazione delle conseguenti e necessarie opere idrauliche, al fine di scongiurare pos sibili esondazioni. Sono ancora vive nel pensiero di tutti, infatti, le tragiche esondazioni che hanno mietuto vittime a Refrontolo, in provincia di Treviso, e quelle che hanno comunque gravemente danneggiato centri abitati e zone rurali in tut ta la regione. “Auspichiamo inoltre – conclude Gian Pietro Napol – che lo Stato, e di con seguenza le Regioni destinino maggiori risorse economiche per la salvaguardia del territorio. Ricordo che le entrate dello Stato per la co siddetta tassa ambientale, a carico delle at tività che inquinano, ammontano a 47 miliardi di euro all’anno e di questa, che dovrebbe essere una tassa di scopo finalizzata alla tutela dell’ambiente, solo 470 milioni sono stati de stinati a tal fine nell’ultimo anno”. R.D.S. N. 6 - Giugno 2015 il GIORNALE dell’INGEGNERE 9 Una corretta concorrenza per competere ad armi pari AL LAVORO IN VISTA DEL CONGRESSO DEL CNI DI VENEZIA Opere pubbliche, il messaggio degli ingegneri: “Serve un rilancio del settore per far ripartire l’economia” Roberto Di Sanzo “È necessario ridefinire il sistema delle regole e la gestione dell’intervento pubblico. Mettendo al centro di nuovo il progetto”. Armando Zambrano, Presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, è intervenuto con questo chiaro e sintetico messaggio nel corso dell’evento “Verso Venezia 2015”, anticipazione del sessantesimo Congresso di categoria, che si terrà appunto dal 30 settembre al 2 ottobre nella città lagunare. “È sempre più indispensabile definire un nuovo piano organico per le infrastrutture – ha aggiunto Zambrano - da realizzarsi, però, con un uso migliore delle norme sugli appalti, anche imparando dall’esperienza degli anni passati ed evitando gli errori compiuti. Se ne parla ancora molto, gli sforzi del Governo sembrano andare in questa direzione, ma è fondamentale produrre fatti concreti”. A Mestre si è discusso parecchio di un tema che certamente sarà di centrale importanza al prossimo congresso, vale a dire il problematico settore delle opere pubbliche. L’occasione è stata anche la presentazione di una ricerca condotta dal Centro Studi del Cni dal titolo “Opere pubbliche: criticità e prospettive nello scenario europeo”, che dimostra ancora una volta come le difficoltà siano tutt’altro che superate. Basta un dato per comprendere la situazione: nel 2014 la spesa dello Stato per infrastrutture materiali si è attestata a 25,4 miliardi di euro, il valore più basso dal 2000. Sebbene la flessione degli investimenti per opere pubbliche nel periodo di crisi sia stata comune a tutti i Paesi europei, in gran parte di questi, nel 2013, il ciclo è ritornato ad essere espansivo. In Italia, invece anche nel 2013 e nel 2014 è proseguita la fase discendente. È sempre più indispensabile definire un nuovo piano organico per le infrastrutture – ha aggiunto Zambrano – da realizzarsi, però, con un uso migliore delle norme sugli appalti, anche imparando dall’esperienza degli anni passati ed evitando gli errori compiuti. Se ne parla ancora molto, gli sforzi del Governo sembrano andare in questa direzione, ma è fondamentale produrre fatti concreti Deprimenti anche i riscontri relativi alla realizzazione del programma di opere strategiche previste dalla Legge Obiettivo del 2001: dei 735 interventi previsti, ne risultano aggiudicati solo 378. Ma non basta: molte delle opere aggiudicate non sono state avviate o hanno accumulato ritardi. Risultano conclusi solo 117 interventi per 3,4 miliardi: appena il 7,7% di quanto messo fino ad oggi a gara. Tale ammontare ha poi generato varianti per 3,1 miliardi di euro, per una spesa complessiva di quasi 6,5 miliardi e, dunque, con il raddoppio degli importi messi a gara. Per non parlare, poi, dei ritardi. Sui 735 interventi censiti ben 94 risultano in ritardo. In ogni caso, è lo stesso meccanismo di assegnazione degli appalti che spesso compromette l’efficacia del program- ma delle infrastrutture strategiche. Soluzioni come l’appalto integrato e quella con il contraente generale spesso degenerano in un incremento smodato dei costi in corso d’opera. Nel caso di opere concluse con appalto integrato, l’incidenza del costo delle varianti sull’importo di aggiudicazione è stato del 118%, a fronte di una media generale, tra le opere concluse, già elevata, pari al 106%. L’appalto integrato si è rivelato spesso molto inefficiente: in molti casi ha portato al raddoppio dei costi preventivati in misura nettamente superiore a ciò che accade nel caso delle opere realizzate con appalti di sola esecuzione. I dati evidenziano inoltre che la progettazione definitiva messa a gara tramite appalto integrato genera molti più costi e diseconomie in termini di varianti rispetto a ciò che accade con la progettazione esecutiva. Nel primo caso l’incidenza delle varianti sull’importo di aggiudicazione raggiunge quasi il 120%, mentre nel secondo caso è pari al 111%. Pertanto il ricorso all’appalto integrato dovrebbe essere non solo limitato, ma laddove vi si faccia ricorso, è opportuno mettere a gara la progettazione esecutiva, evitando quella definitiva. “La qualità di un’opera pubblica – ha osservato Fabio Bonfà, Vice Presidente del Cni - dipende anche da pratiche efficienti ed improntate alla trasparenza che vanno messe in atto dalle stazioni appaltanti. Da questo punto di vista, l’azione della Pubblica Amministrazione appare ancora carente. È necessario che la P.A. e le Stazioni appaltanti riprendano il loro ruolo guida, che deve consistere in modo quasi esclusivo nella funzione di programmazione delle opere e di controllo sulla loro corretta esecuzione lasciando a tecnici esterni le attività di progettazione”. Ma non finisce qui, purtroppo. Al convegno mestrino è stato dimostrato che le opere inserite nella Legge Obiettivo progettate internamente alla Pubblica Amministrazione generano una lievitazione dei costi in termini di varianti, maggiore rispetto ai casi di progettazione esterna. Nel primo caso l’incidenza delle varianti sugli importi assegnati è pari al 105% a fronte del 75% nel caso di progettazione esterna. Alla luce di questi fatti il Cni “ribadisce che da un lato è evidentemente necessario attivare un processo di maggiore qualificazione delle Stazioni appaltanti e che dall’altro tuttavia la funzione di programmazione e controllo svolta da queste ultime dovrebbe essere tenuta quanto più possibile distinta dalle attività di progettazione, da affidare a tecnici esterni”. ata con il trattato di Roma nel 1957, la politica di concorrenza dell’Unione europea ha lo scopo di introdurre N delle regole per disciplinare il mercato europeo e garantire a tutti i consumatori i vantaggi del libero mercato. La politica di concorrenza è quindi utile affinché le imprese sul mercato giochino in maniera leale le proprie carte imprenditoriali. In tal caso la corretta competizione delle imprese porta benefici sia al mercato in generale, soprattutto per quanto riguarda la qualità dei prodotti offerti, sia ai consumatori, i quali hanno la possibilità di scegliere tra una varietà di prodotti quelli con un rapporto qualità/prezzo migliore. La diretta positiva conseguenza della politica di concorrenza è una competizione tra imprese con l’arma dell’innovazione dei prodotti. Dal 1962, la Commissione europea indaga sui casi di violazione delle norme sulla concorrenza, avendo il potere di sanzionare l’impresa che violi le norme europee con multe fino al 10% del fatturato dell’azienda imputata L’esperienza acquisita sul mercato interno si può rivendere sul mercato mondiale posizionando i prodotti europei in maniera concorrenziale rispetto ai prodotti dei Paesi terzi. Un processo virtuoso che viene regolato dalle istituzioni europee in collaborazione con le autorità nazionali. L’istituzione maggiormente implicata nell’elaborazione e preservazione della politica di concorrenza è la Commissione europea. Essa, nella veste di garante dei trattati e della legislazione UE, e in collaborazione con le autorità nazionali, applica direttamente la legislazione sulla concorrenza. Così, dal 1962, la Commissione europea indaga sui casi di violazione delle norme sulla concorrenza, avendo il potere di sanzionare l’impresa che violi le norme europee con multe fino al 10% del fatturato dell’azienda imputata. Le azioni della Commissione sulla concorrenza sono disciplinate dal Capo VII del TFUE e si concentrano in particolare su: lotta contro i cartelli; prevenzione dell’abuso, da parte delle imprese dominanti, del loro potere di mercato in qualsiasi settore o in qualsiasi paese europeo; il controllo delle concentrazioni proposte; il controllo degli aiuti di Stato per settori e imprese che presentano rischi di distorsione della concorrenza. L’Esecutivo comunitario controlla in particolar modo che le imprese non creino intese per ripartirsi il mercato e vigila sugli aiuti di Stato che potrebbero apportare un beneficio alla singola impresa ma danneggiarne altre all’interno del mercato europeo. E, in caso di violazione delle norme, l’Esecutivo ha il potere di sanzionare l’impresa imputata. P.A. 10 N. 6 - Giugno 2015 il GIORNALE dell’INGEGNERE L’EDITORIALE La rivoluzione che attende Il nuovo modello economico basato sulla conoscenza segue da pag. 1 Un modello in grado da una parte di soddisfare la richiesta di maggior valore, non solo competitivo, di prodotti e servizi e dall’altra di incrementare l’efficienza, in quanto sarà possibile iniettare e far circolare dosi crescenti di intelligenza nel sistema economico e sociale. Questo perché in internet delle cose gli oggetti si rendono riconoscibili e acquisiscono sensatezza, grazie al fatto di poter accedere ad informazioni aggregate da parte di altri oggetti, e possono svolgere quindi un ruolo attivo, comunicando dati che riguardano loro stessi e creando un sistema pervasivo ed interconnesso che attraverso svariate tecnologie di comunicazione consente di dialogare con i nodi del web. I campi di azione sono già numerosi: da quelli industriali, con l’automazione dei processi produttivi, alla logistica e all’infomobilità, all'assistenza e interventi remoti, all'efficienza energetica, alla tutela ambientale, ecc.. Ma in prospettiva è da attendersi che le applicazioni dilagheranno a macchia d’olio, arrivando a interessare tutti i settori, compreso il primario, dove le fasi delle coltivazioni, inclusa l’irrigazione, potranno essere più interattive e sincronizzate, anche con le previsioni meteorologiche, e così le piante potranno comunicare quando devono ricevere acqua. Sono applicazioni che avranno in generale un forte e positivo impatto sulla qualità della vita se si pensa, solo per fare due esempi tra i più banali, che le sveglie potranno suonare prima in caso di traffico e i contenitori dei farmaci potranno avvertire pazienti e familiari se il malato omette di prendere le medicine. In tal modo si determinerà un nuovo contesto dove gli assets immateriali conteranno di più di quelli materiali, premiando creatività e capacità di concepire prodotti e servizi innovativi ad alto valore aggiunto, che sarà ciò che farà la differenza. Un cambiamento profondo che ribalta i fattori e attribuisce alla conoscenza, alla domanda, alla creatività, all’innovazione continua, alla qualità il ruolo trainante dello sviluppo economico, segnandone il percorso. Questo perché la possibilità di individuare nuovi assetti organizzativi e procedure decisionali più rapide, attraverso la collaborazione in rete e quindi in un contesto decentralizzato, unita alla disponibilità di avere nuovi strumenti per gestire gli eventi, fa emergere nuove esigenze e diverse priorità, soggetti, prodotti, e pertanto nuove attività che genereranno rapidi mutamenti nella società. Dunque un contesto che sarà rivoluzionato e che richiede molta conoscenza di frontiera, ma non altrettanto tempo perché essa sia acquisita e diffusa in tutti i settori dell’attività economica e si compia la transizione, se si considera che nei prossimi vent’anni l’attuale sapere tecnico potrà raddoppiare. Lo testimonia il progresso esponenziale che sta subendo tutta la tecno-scienza. Si pensi a quello delle tecnologie ICT che contribuiscono, tra l’altro, ad eliminare le barriere alla circolazione delle idee, apren- do la strada al rapido variare degli scenari economici, sociali e politici. Alla microelettronica, che sforna strumenti sempre più potenti di visione, analisi, manipolazione e calcolo, così contribuendo in maniera sempre più determinante all’avanzamento delle frontiere della conoscenza scientifica in diverse aree come la biologia, la genetica, i materiali e l’elettronica stessa e a far convergere, su scala nanometrica, le tecnologie derivate da queste conoscenze, attuando il cambiamento più straordinario che l’umanità abbia conosciuto. E ciò in quanto sono le nano tecnologie quelle che completeranno la rivoluzione, interiorizzando nei materiali la capacità e prestazio- traguardi che siano sostenibili, soprattutto dal punto di vista sociale, oltre che economico e ambientale. Tutto ciò comporta la necessità, specie in Italia, di mettere a punto una politica espansiva nei settori high tech che consenta di dispiegare il potenziale di nuovo lavoro che questi settori contengono e la conseguente domanda di imprenditorialità e occupazione aggiuntive, nei servizi, nell’intermediazione, nella logistica, per la sostenibilità, la cultura, nell’impiego del tempo libero, ecc. Dunque la caratteristica e la qualità del nuovo lavoro deve essere al centro dell’agenda dell’Esecutivo con politiche che promuovano l’introduzione di sistemi di produzione innovativi e diversi, per esempio favorendo l’impiego delle stam- L’Italia futura deve essere più imprenditoriale, infatti si trova sempre in ritardo perché non ha definito una strategia organica per valorizzare i vantaggi competitivi del proprio sistema industriale ni volute e concludendo la fase di miniaturizzazione da tempo iniziata. Di qui l’immane sforzo d’insieme che occorre compiere per immaginare il futuro di un mondo connesso in tutti i settori, dove l'enorme potenziale di internet delle cose ha la possibilità di favorire convergenza e collaborazione, ma nel quale l’arretratezza dei paesi in via di sviluppo porta a contare attualmente 1,3 miliardi di persone che non hanno accesso all’elettricità, mentre un altro miliardo è servito da reti inaffidabili. Che fare quindi per attenuare le inaccettabili disuguaglianze sociali e reddituali, che stanno, al contrario, crescendo, tra una élite tecnologicamente attiva e produttiva sempre più ristretta e una folla di disoccupati o sottooccupati in lavori routinari? Quanto lavoro umano vi potrà essere nel breve medio periodo in un mondo sempre più servito da robot e intelligenza artificiale? Certamente le forze di scienza, tecnologia e mercato da sole non bastano per garantire che il futuro sia migliore. Questo futuro bisogna guadagnarselo, iniettando nei sistemi economici intelligenza, ma anche lungimiranza e saggezza, per guidare la rivoluzione verso panti 3D che consentono di far espandere il self employment, e che si intreccino con politiche di incentivazione del lavoro vocazionale. L’Italia futura deve essere più imprenditoriale di quella passata, mentre si trova come sempre in ritardo, perché tra i paesi industrializzati non ha ancora definito una strategia organica in grado di ottimizzare i vantaggi competitivi del proprio sistema industriale che le consenta di fronteggiare la transizione segnando progressi e non regressi. Perché di fatto per ora il Paese, pur restando la seconda potenza manifatturiera europea, ha perso punti in Europa e nel Mondo, con una contrazione del contributo dell’industria al pil nazionale sceso da oltre il 21 % del 2000 al 15 attuale e una perdita di mezzo milione di occupati, oltre l’11% del totale. E se sta uscendo da un periodo di acuta recessione non è ancora entrato in una fase di crescita adeguata al recupero dei danni della crisi e alla valorizzazione delle proprie notevoli potenzialità. Eppure vi sono settori che permangono come formidabili punti di forza: meccanica avanzata, alcuni comparti di chimica e farmaceutica, architettura e costruzioni, agroalimentare, moda e tessile, abbigliamento e calzatura, mobile e arredamento, nei quali l’Italia dispone di aziende, infrastrutture, scuole professionali e know-how, di primo livello. È li dove dovrebbe focalizzarsi la politica per sostenerne l’innovazione non solo tecnologica, ma anche di governance, organizzazione, logistica, distribuzione, design, ecc. E’ la vera sfida, resa ardua dal fatto che con la globalizzazione le migliori idee e i migliori talenti nei settori high tech tendono ad emigrare altrove, dove trovano le condizioni di sviluppo, con l’aggravante che da noi è merce rara. Basti pensare che in Italia solo il 22% delle persone fra 25 e 34 anni ha una laurea, contro il 37 del resto dell’Europa e al nostro sistema universitario gravemente sotto finanziato. Al contrario è su questo e sull’intero sistema dell’istruzione che occorre far leva per fronteggiare senza subire danni la rivoluzione in atto, affinché il Paese conservi ed accresca la sua capacità di innovare e sappia incoraggiare le idee rivoluzionarie, promuovendone lo sfruttamento commerciale. Senza di ciò il declino appare inevitabile, perché il difetto italiano da correggere è la limitata presenza di ricercatori, soprattutto nel privato, complice la frammentazione del tessuto produttivo che registra 4 milioni di microimprese con meno di dieci addetti, che occupano il 47% della forza lavoro, contro il 29% della media europea, cui si aggiunge la bassa attrattiva di studenti e studiosi stranieri. Finalmente, però, si vede una luce in fondo al tunnel. Un segnale in controtendenza è dato infatti dal contenuto del nuovo Piano nazionale della ricerca che fa perno sul capitale umano, il che significa soprattutto mettere al centro i ricercatori e favorire il loro trasferimento di conoscenze al resto della società, così sostenendo la collaborazione pubblico-privato e quindi l’innovazione delle filiere tecnologiche nazionali attraverso l’applicazione industriale delle conoscenze. Con un respiro più ampio del precedente, il nuovo piano è anche ben allineato all’europeo Horizon 2020 con cui ha in comune le aree di intervento: Agrifoood, Aerospazio, Design Creatività & Made in Italy e Fabbrica Intelligente, Blue Med, Chimica Verde e Patrimonio Culturale, Smart Communities, Tecnologie e Ambienti di Vita, Energia, Mobilità e Trasporti e Salute. Visto che la condizione fondamentale per gestire la complessità e superare con successo la transizione epocale che ci aspetta è rinforzare le reti dei fornitori di conoscenza, l’ottimismo pare giustificato, perché il nuovo piano, il rinnovato impegno di migliorare la qualità degli oltre 900 corsi di dottorato di ricerca attivi in Italia e il progressivo incremento della formazione a distanza, che con l’ evolvere degli strumenti di comunicazione non riguarda più solo le università telematiche, ma anche quelle tradizionali, introducono indubbiamente validi presupposti per poter uscire stabilmente dalla crisi e aggredire il moloch dell’immobilità sociale su cui poggia la crescita della disuguaglianza. PENSIERI IN LIBERTÀ Attualità di alcune riflessioni ottuagenarie segue da pag. 1 Quella frase è nel sesto dei ventidue scritti del libro, intitolato “Cultura e specializzazione” (1936). La frase, circa a metà del pezzo, recita: “D’altra parte, la vita moderna, colle molteplici necessità che si è andata creando, richiama all’opera una folla di professionisti, i quali, accorgendosi che il campo generale a cui il loro titolo si riferisce è troppo vasto per poterlo abbracciare nella sua realtà contingente, sentono il bisogno di specializzarsi a fondo in un ramo particolare; ed hanno anche, io penso, il dovere di farlo per servire bene il loro cliente. Senonchè i più validi fra i professionisti, quelli cioè che ricordano con gioia le ore dedicate allo studio, perché vi colsero qualche frutto pieno di sapore spirituale, comprendono che il dedicarsi solamente alla specialità uccide a poco a poco le idee generali ed i confronti, che pur sono validi per il pensiero; e vorrebbero ritornare a una consuetudine di studi più ampi per ritemprarsi.” Questa frase mi è tornata in mente perché qualcuno mi ha raccontato che nella campagna “Adotta un Libro”, promossa dal nostro Collegio per restaurare i più ammalorati fra i 21 mila volumi della biblioteca Leo Finzi, un’associazione disposta a sostenerci aveva difficoltà a trovare un titolo che riguardasse il suo settore, mentre un’impresa, più fortunata, aveva adottato un libro in qualche misura pertinente. Evidentemente vanno ringraziate entrambe: chi vuole fare e chi fa, ma mi stupisce il fatto che volendo aderire a una iniziativa culturale si guardi alla propria specializzazione, dimenticando che tutto quello che sappiamo e facciamo oggi deriva da secoli di studio e di esperienza, generalmente in campi completamente diversi dal nostro particolare. Questa mi sembra la situazione di una persona che in barca cerchi il mare in quel po’ d’acqua portata sul fondo dagli spruzzi, anziché guardare il mare che è fuori. Quella frase mi è tornata in mente anche perché, ragionando sui contenuti del Giornale dell’Ingegnere, qualcuno mi dice che i nostri lettori vogliono leggere proprio di quello che fanno nella professione; non sono interessati a quanto altro potrebbero fare nello stesso campo, né alle altre numerose specializzazioni dell’ingegneria. Tanto meno sono interessati ai problemi più generali e non contingenti. Certamente per noi il “lettore” ha sempre ragione, ma mi stupisce che dimentichi che anche le soluzioni specialistiche per essere efficaci e durevoli richiedono la percezione e la comprensione della complessità del mondo in cui viviamo. A maggior ragione tali percezioni e comprensioni sono necessarie se si chiede maggior attenzione dai centri politici o, in genere, decisionali. Ancor più se si reclama un posto come classe di governo. A questo proposito cito un’altra frase del Prof. Danusso (“La tecnica e lo spirito” – 1934): “Così l’incomprensione e l’egoismo degli uni (filosofi, avvocati, finanzieri, n.d.r.) e l’acquiescenza ora nobile, ora inerte degli altri (tecnici, n.d.r.) hanno originato e lasciato consolidare una situazione da cui bisogna che si risorga, ..., nella quale il tecnico quando sia convenientemente formato dalla scuola superiore e dall’esperienza professionale, non deve rimanere certo in secondo grado rispetto al filosofo, all’avvocato, al finanziere”. Oggi aggiungerei all’economista. Tutti d’accordo, dunque, sulla legittimità dell’aspirazione degli ingegneri a essere classe di governo? Sì, purché rispettando il requisito “convenientemente formato dalla scuola superiore e dall’esperienza professionale”. E aggiungerei: intellettualmente umile nell’affrontare i problemi e onesto nel suggerire le soluzioni. dott. ing. Franco Ligonzo Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano Adotta un libro! La nostra passione la salvaguardia. La tua la generosità PER INFORMAZIONI: Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano Palazzo Montedoria - Via G.B. Pergolesi, 25 - 20124 Milano T. +39 02.76003509 - F. +39 02.76022755 www.collegioingegneriarchitettimilano.it [email protected] prof. ing. Pierangelo Andreini N. 6 - Giugno 2015 segue da pag. 1 Che i modelli di occupazione renderanno sempre più simili i paesi emergenti e quelli occidentali, i garantiti europei avranno maggiori difficoltà degli individualisti statunitensi a raccogliere la sfida; mentre in America Samuel Kapon e Joseph Tracy della Federal Reserve Bank di New York dicono che “more labor productivity growth is required to sustain USA growth”. Sono anni che racconto queste cose e le scrivo in libri e articoli. Tutto questo fa sì che la crisi si possa superare soltanto accettando i nuovi comportamenti e spingendo così - ove è possibile - lo sviluppo con l’innovazione e la ricerca. Ogni paese finisce per utilizzare gli strumenti che gli sono più congeniali (in termini di disponibilità, di capacità ad utilizzarli, di tempi e strutture organizzative per metterli in atto, di risorse a partire da quelle finanziarie) e questo avrà come conseguenza un rapido riallineamento dei paesi in relazione alle loro effettive capacità e ai loro successi e insuccessi. L’Italia è in bilico perché dispone di alcuni punti di forza nella ricerca, nell’ingegneria, nell’industria, ma pochi e soprattutto non sostenuti dal sistema politico e finanziario, da quello infrastrutturale, da quello culturale e dall’attitudine della gente. In questo mondo di egualitarismo - giusto per carità se ben gestito - bisogna far leva sui “primi della classe”: i baroni, come furono Giuseppe Levi maestro dei tre premi Nobel italiani per la medicina Salvador Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini (per non parlare della figlia Natalia Ginzburg), ed Enrico Fermi con una coorte di allievi brillantissimi in Italia e in America, tra i quali ricordo appena i premi Nobel Emilio Segré e Oswald Chamberlain, e i grandi Franco Rasetti, Ettore Majorana, Edoardo L’INTERVENTO Superare la crisi. Ma come? bisogno che la medicina combatta una quantità di malanni - alcuni terribili - ci si gingilla con la decrescita (si veda ad esempio in Italia il Terra Nuova Festival del 67 giugno di quest’anno, sponsorizzato da Decrescita Fiorentina) che solo la grande ignoranza di politici e gente, o di pseudo scienziati - come Georgescu Roegen (ancora venerato oggi) con la sua Conferenza alla Yale University del 1975 su “Energia e miti economici - può far ritenere che ridurrà inquinamento e darà risorse da distribuire agli indigenti. Mentre sono solo le nuove più avanzate conoscenze e gli strumenti dell’innovazione che le potranno dare. Ci vuole una cultura da primi della classe, cercare di essere bravissimi, concentrare le intelligenze tecno-scientifiche, artistiche, umanistiche, come avvenne in Inghilterra con la rivoluzione industriale, in Francia con Napoleone, in Austria con l’attrazione dell’impero di Vienna, in Germania coi trecento anni di dominio filosofico. Si è dimenticato che negli anni trenta del ‘900 i grandi fisici di tutto il mondo studiavano l’italiano per leggere gli articoli di Fermi non appena pubblicati, che è soltanto la cultura e il sapere che hanno sempre saputo ottenere di più, consumando di meno, e che sono i geni e la grande concentrazione delle intelligenze che hanno permesso i balzi in avanti della società umana. In questi anni, nonostante l’insipienza di una cultura popolare che ha via via perso buona parte delle sue doti (voglia di fare, artigianato, onestà di pensiero, capacità imprenditoriale) e le scelte politiche molto spesso concepite per Per superare la crisi occorre soprattutto accrescere l’efficienza di ogni strumento, struttura, organizzazione, intera società. Gli spazi per farlo sono sbalorditivamente enormi Amaldi, Bruno Pontecorvo, Mario Ageno, Giancarlo WicK. In parte i grandi maestri richiamano grandi allievi, ma soprattutto il loro insegnamento fa diventare grandi i fortunati che lavorano con loro. Purtroppo in Italia si distruggono le “scuole”, se possibile quelle grandissime, e tutte le altre più modeste, eppure utilissime: così si evirano le potenziali menti di valore. Ma perché poi le grandi innovazioni americane avvengono nella Silicon Valley e nella mitica Route 128 del Massachusetts? Lì si concentrano cervelli, università favolose, strutture di ricerca, imprenditori di assalto e la finanza che investe sui cervelli. Sono l’incontro (e lo scontro) di idee, pensiero, invenzione, genialità e del capitalismo intelligente a creare le condizioni per lo sviluppo rivoluzionario. In Italia i cervelli fuggono e se rientrano quale contesto stimolante possono trovare? E quale capitalismo estero può venire a investire da noi? Al massimo quello dei prodotti tradizionali come gli elettrodomestici della Whirlpool. In questo mondo, dove la popolazione cresce ancora in modo sostenuto, dove tanti soffrono la fame, manca l’acqua per bere e lavarsi, e c’è 11 il GIORNALE dell’INGEGNERE stroncare gli sviluppi innovativi e per tutelare rendite di posizione e attività convenzionali destinate a essere inesorabilmente sopraffatte, stanno nascendo, sviluppandosi e combattendosi nuove idee, concezioni, attività valide, capaci di scatenare una nuova società ricca, fisicamente e intellettualmente. Questo riguarda innanzitutto i grandi sistemi, a partire dalla moneta e dalla stessa finanza, che è stata - ed è tuttora - una delle cause principali della crisi. In meno di un anno la moneta elettronica diventerà quella di riferimento - come sono oggi Dollaro ed Euro e sarà il dollaro a beneficiarne di più. L’energia e, soprattutto, l’elettricità, sono destinate a una convulsa evoluzione come non si conosceva dalla crisi del 1973. Outsider Club dichiara “Wireless electricity is here”, d’accordo con Google, Apple, buona parte della Silicon Valley, Tesla, chi è interessato alle auto a guida automatica e i fautori delle ecoenergie. Ma altri ritengono che la rete rimarrà fondamentale, favorita anche da un ritorno al nucleare al quale sta pensando lo stesso Obama. Inoltre, si prevede un aumento sostenuto del consumo di energia elettrica anche per il condizionamento degli spazi abitati. Il futuro del cibo e dell’alimentazione sono in subbuglio tra chi difende l’alimentazione tradizionale e chi pensa invece a un’agricoltura che ricorre alla fotosintesi artificiale e costruisce geneticamente i cibi - a partire dalla carne - riducendo il consumo di acqua e altre risorse. L’acqua si ottiene - ed è già usata in California - nella produzione di petrolio. Anche le grandi imprese mutano le loro attività. Apple oggi pensa all’orologio, ma domani c’è l’automobile, come, del resto anche per Google che sta sperimentando la sua. Ma Google vuol pure fare concorrenza agli operatori telefonici e, soprattutto, impegnarsi nel campo della salute rispondendo alle domande degli utenti con le informazioni di base e specifiche delle patologie e, su Twitter, con analisi psicologiche. Google, inoltre, ha assunto ingegneri bioinformatici e di biologia computazionale per sviluppare nuovi farmaci, tecniche di impiego e creare una nuova medicina che si basa sul connubio tra conoscenza, valutazione e soluzioni scientifiche: per inciso l’opposto della tedesca medicina del dottor Ryke Geerd Hamer tanto di moda in Germania e, ora, anche in Italia. I fenomeni complessi, come ad esempio clima e “Global Warming”, vengono ormai affrontati con più di un approccio: oltre a quello convenzionale, basato sulla raccolta dati e loro elaborazione con modelli matematici, quello che segue l’evoluzione dei fenomeno, del suo costo e delle nuove prospettive e soluzioni meno costose che si presentano. Nel caso dell’Intelligenza Artificiale il problema è invece il rischio, particolarmente per l’uomo: sua espulsione dalle attività intelligenti, se non dominio della macchina sull’uomo. Il caso più drammatico riguarda la modifica – genetica, strutturale, comportamentale - in atto dell’uomo con il fine ultimo di pervenire alla sua eternità, come ritiene il gruppo del Transumanesimo. Se tale obiettivo è incerto e comunque lontano, processi intermedi come la modifica del genoma o il collegamento con macchine, informatiche o di altro tipo, pone invece problemi etici, di rischio, di creazione di vere e proprie speciazioni, con la eventuale creazione di “superuomini” mentre gli altri diventano un specie inferiore. In un mondo in cui grandi problematiche, sistemi complessi e imprese leader guidano la sua evoluzione, c’è spazio per un validissimo sistema satellitare di medie, piccole imprese e artigianato. Le Stampanti 3D consentono di progettare, inventare e produrre praticamente qualsiasi oggetto di qualsivoglia dimensione, funzionalità, in serie o in pezzi unici, generalmente a costi assai inferiori a quelli di altri sistemi. Stupisce il fatto che le si usi ancora troppo poco, particolarmente in Italia, paese appunto di piccole imprese e di artigiani. Ma vi sono molte altre modalità di rinnovamento per queste imprese, purché ben preparate, continuamente aggiornate e concepite per creare sempre nuove attività (beni e sevizi). Per superare la crisi occorre soprattutto accrescere l’efficienza di ogni strumento, struttura, organizzazione, intera società. Gli spazi per farlo sono sbalorditivamente enormi. Un esempio: quello del sistema più avanzato del mondo, la Silicon Valley, ove la percentuale di donne impegnata in quelle attività è appena il 20%, neri e ispanici sono pochissimi; eppure si tratta della California, stato avanzato e non razzista, Ci sono certamente ragioni per questo comportamento, ma è doveroso capirle e pervenire a soluzioni molto più utili ed efficienti. Un analogo discorso vale per la democrazia, che Massimo Negrotti ha recentemente affrontato (“Se la democrazia divora se stessa” L’Opinione) e che bisogna risolvere al più presto.. prof. dott. Giuseppe Lanzavecchia Università di Urbino 12 N. 6 - Giugno 2015 il GIORNALE dell’INGEGNERE INTERNAZIONALIZZAZIONE: A COLLOQUIO CON L’INGEGNERE ROSSELLA MONTI, ESPERTA DELLA MATERIA dott. ing. Franco Ligonzo Perché internazionalizzare? Internazionalizzare è un imperativo dettato dalle dinamiche dei mercati globali ed è sempre più una necessità per contrastare le crisi di liquidità di cui soffrono molte piccole e medie realtà imprenditoriali. La internazionalizzaione, anche per le micro realtà come gli studi professionali, è un’ esigenza per diversificare e superare logiche prettamente locali e clientelari che oggigiorno hanno come unico risultato un soffocante prestito bancario per contrastare i cronici ritardi di pagamento. Sono moltissime le società che hanno rivolto i loro servizi all’ estero e credo che in molti altri seguiranno. La maggior parte preferisce investire in paesi emergenti che presentano una relativa stabilità o nell Europa dell’ Est, ma come ovvio, in queste realtà la competizione è già molto alta. Esistono invece realtà piu’ “hard” che a mio avviso vanno colte ora, prima che sia troppo tardi. Parlo dei paesi in via di sviluppo e di alcuni paesi caucasici. ROSSELLA MONTI è un ingegnere civile ambientale con un dottorato di ricerca in ingegneria idraulica presso il Politecnico di Milano. Negli ultimi 20 anni ha gestito progetti di cooperazione allo sviluppo, educativi e di sicurezza internazionale in 60 paesi in via di sviluppo, in Medioriente, Brasile, Africa, Balcani finanziati da Ministero Affari Esteri, FAO, UNESCO, IILA, Commissione Europea. È stata Direttore Generale di Hydroaid a cui ha portato nel 2011 il prestigioso status di special consultative status ad ECOSOC (UN), ha lavorato al Joint Research Center di Ispra su progetti di innovazione tecnologica e sicurezza nucleare, ha svolto attività professionale per Enti Governativi in Italia ed all’ estero, ha condotto ricerca scientifica in Italia ed in Israele. Attualmente è Direttore della Water & Energy Security Div presso la Fondazione Volta di Como e svolge preva lentemente attività di hydrodiplomacy nell’area mediorientale. È altresì docente al DIS della Presidenza del Consiglio dei Ministri, esperto internazionale nel processo multilaterale sull’ acqua nel processo israelo palestinese giordano EXACT presieduto dagli Stati Uniti, svolge attività di consulenza internazionale, è autore di oltre 50 articoli su riviste e decine di comunicazioni in contesti internazionali, tra cui Rio+20, WWF, UN. cazione nazionale si è persa nelle necessarie approvazioni da parte degli organi governativi competenti per essere efficace. Tra le difficoltà va anche elencata la cultura locale che richiede da parte del soggetto promotore la capacità di integrarsi per un efficace coordinamento, evitando l’ innescarsi di dinamiche di rifiuto. Mi sembrano difficoltà scorag gianti, perché dunque investire in paesi in via di sviluppo? Perché, come dice Pistelli, le opportunità sono grandi e i rischi possono essere modulati. Naturalmente dipende da cosa si decide di fare ed in quale settore investire. Le dò alcune indicazioni sui piani in essere dove le idee imprenditoriali possono inserirsi a vario titolo. Prendo come esempio l’Etiopia. Il governo ha messo in moto un piano di sviluppo basato sulle grandi potenzialità naturali del paese: acqua, energia, suolo. Ai piani di sviluppo energetici nazionali ed internazionali – ricordo che l’ Etiopia sta diventando Dove si può investire? Il 17 maggio ho partecipato alla tavola rotonda organizzata dal Ministero Affari Esteri sui grandi temi della sostenibilità in cui è intervenuto il premio Nobel Sen che ha parlato della grande piaga della povertà che affligge da tempo i paesi in via di sviluppo e più recentemente i nostri sistemi occedentali. Nella stessa occasione, il sottosegretario Pistelli ha parlato di necessità di una visione globale per uscire dalla crisi e dell’urgenza di rivedere gli schemi di attività per cogliere le grandi opportunità che offrono i paesi di terza industrializzazione, in Africa ed in Asia. Come ha detto l’On. Pistelli “i rischi ci sono, ma le opportunità sono molto grandi”. Restringendo il campo all’ Africa Subsahariana – che conosco meglio- credo che i suggerimenti del Ministero Affari Esteri si possano tradurre in occasioni da cogliere. Ci sono dei paesi la cui dotazione naturale è associata ad una relativa stabilità dei governi locali. Hanno piani di sviluppo nazionali credibili -peraltro sostenuti a livello internazionale-, che offrono sufficienti garanzie per un investimento locale. Roberto Di Sanzo Quali sono le maggiori diffi coltà? La più grande difficoltà quando si opera all’estero, che si tratti di paesi in via di sviluppo o no, è la conoscenza della legislazione locale. Questo richiede di ricercare professionisti locali in cui si possa riporre assoluta fiducia e a questo riguardo le mie esperienze sono state positive. Le difficoltà aumentano quando la lingua locale non ci è in alcun modo famigliare, come ad esempio l’amarico in Etiopia e ciò nonostante vi sia un’ ampia casistica in cui le attività possono essere svolte in inglese. Un’altra difficoltà con cui si rischia di scontrarsi in Africa è la faraggine burocratica o la “dimenticanza”di accordi internazionali che sono stati stipulati dal paese ma la cui appli- La libera circolazione dei professionisti per ora rimane una chimera, una ghiotta opportunità solo sulla carta. è questo il quadro desolante che emerge dalla ricerca “Il riconoscimento dei titoli italiani conseguiti all’estero – 2014”, pubblicata dal Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri. Le politiche adottate dall’Unione Europea sino ad oggi non hanno ottenuto gli effetti sperati, visto che i flussi in entrata in Italia si rivelano ancora una volta estremamente ridotti e caratterizzati, per la maggioranza (77,5%), da cittadini italiani “di rientro”. Si tratta soprattutto di laureati italiani che chiedono il riconoscimento del titolo professionale conseguito all’estero, dove le procedure di abilitazione sono l’ hub elettrico del Corno d’Africa con ambizioni verso l’ Africa Centrale (Monti, Acqua n.1, 2015) -, ha associato un piano di sviluppo industriale molto aggressivo mettendo a disposizione a condizioni competitive terreni per nuovi impianti industriali. La prospettiva etiope è quella di creare un’ alternativa al sud est asiatico più vicina all’Europa per la delocalizzazione industriale. Il Governo ha altresì approvato un piano di edilizia popolare che prevede la realizzazione ex novo di interi quartieri ad Addis (e quindi di servizi). Sempre il Governo, sta realizzando strade in tutto il paese, ha approvato la realizzazione di due grandi arterie ferroviarie che attraverseranno il paese da nord a sud e da est ad ovest, sta completando la metropolitana di Addis, sta investendo sul porto di Jibuti ed altro ancora. Tutte le principali città dell’ Etiopia sono dotate di aeroporti e collegate con frequenza almeno bisettimanale con la capitale. L’aeroporto Bole di Addis è altresì l’ hub più grande dell’ Africa, garantendo collegamenti internazionali quotidiani verso Europa, America, Asia e naturalmnete continentali. Ingenti investimenti sono in corso anche per la riqualificazione delle città di tutta la federazione nei settori dell’ approvvigionamento idrico, dei servizi sanitari e della fornitura energetica. Sono in corso di studio piani per la realizzazione di impianti di trattamento delle acque e per il riuso delle acque reflue nel settore industriale. Non ultimo, si stanno avviando importanti passi nella gestione dei rifiuti e nella termovalorizzazione. Dal programma di sviluppo non sono escluse neanche le zone rurali per le quali esistono programmi ad hoc. Analoghi programmi sono in corso in altri paesi ed anche di più. In Mozambico vi sono importanti investimenti sulle biotecnologie, nel settore della protezione ambientale e della salute, in Bolivia nel settore della salute, in Kenya nel settore idraulico ed ambientale e via dicendo. In sintesi, in questi paesi sta avvenendo uno sviluppo modulato su tutti i fronti necessari per innescare la crescita: la comunicazione, lo sviluppo industriale, la tutela della salute dei cittadini (acqua e sanitation), l’approvvigionamneto energetico. Nonostante le prospettive favorevoli e l’ínnegabile importanza dei piani che sta portando avanti il Governo di Desalenge sulla spinta propositiva di Zenawi, l’ Etiopia, come altri paesi in via di sviluppo, è in un transitorio verso un sistema stabile che presenta tutta una serie di contraddizioni interne con una società a diverse velocità . Va altresì detto che oggi giorno l’Etiopia rimane uno dei paesi più poveri del mondo a dispetto di un pil in crescita di oltre il 10%. Da dove arrivano i finanzia menti? Sono diversi. I programmi di sviluppo nazionali beneficiano di ingenti finanziamenti della World Bank e della Banca Africana di Sviluppo che si traducono in bandi locali in vari “PER VINCERE LE SFIDE È NECESSARIO UNIRSI IN SOCIETÀ TRA PROFESSIONISTI” Per essere competitivi a livello internazionale è necessario avere una preparazione multidisciplinare e non proporsi singolarmente. Il motto da utilizzare in questo caso potrebbe essere: uniti si vince. Ne è convinto Nicola Monda, consi- gliere e responsabile della Commissione Esteri del Consiglio Nazionale degli Ingegneri. “Il mercato italiano sta diventando sempre più asfittico – sostiene Monda – e per gli ingegneri è evidente che per crescere diventa fonda- mentale maturare un’esperienza lavorativa all’estero. Ma non si può andare allo sbaraglio, armati solo di entusiasmo e tanta voglia di fare. Ormai ci vuole qualcosa di più”. Quel qualcosa in più si chiama società tra professionisti, “l’unica possibilità per rispondere in maniera efficace alle sfide che ci pone l’internazionalizzazione e – possibilmente – vincerle. Ecco perché sta diventando sempre più improrogabile l’individuazione di una normativa chiara e precisa, soprattutto in Pubblicati i dati di una ricerca del Centro Studi del Cni: il quadro è piuttosto desolante LA LIBERA CIRCOLAZIONE? PER ORA RIMANE UNA CHIMERA meno complesse e sburocratizzate. “Lo scarso numero di richieste di riconoscimento dei titoli professionali conseguiti all’estero – spiega Luigi Ronsivalle, Presidente del Centro Studi CNI – non sorprende. L’Italia, infatti, in questo periodo esporta professionisti più di quanto ne importi. Sarebbe forse più corretto parlare di emigrazione dei professionisti italiani, soprattutto ingegneri, che non trovano nel nostro Paese condizioni di lavoro soddisfacenti. La condizione professionale in Italia non è infatti rosea a causa di remunerazioni troppo basse, tassazione eccessiva, burocrazia esasperata”. Nell’anno passato, il numero degli italiani che hanno ottenuto il riconoscimento è stato di appena 458 unità, un centinaio in meno rispetto al 2013. Se poi si tiene conto che in due casi su tre si tratta di cittadini italiani, laureatisi in Giurisprudenza in Italia, che chiedono il riconoscimento del titolo abilitante in Spagna, i flussi in entrata sono praticamente irrilevanti: 48 ingegneri, 20 biologi, 12 assistenti sociali e a seguire le altre professioni. “L’amara considerazione – prosegue Ronsivalle - è che, al di là del superamento dei vincoli imposti dalla legislazione vigente sul riconoscimento dei titoli, la modesta affluenza di professionisti stranieri in Italia si può spiegare con la scarsa attrattività del nostro Paese dal punto di vista economico e del mercato del lavoro. Non possiamo perciò sentirci rasserenati dalla minore concorrenza proveniente dagli altri Paesi”. Escludendo gli italiani, il gruppo più consistente che vede riconoscersi il titolo professionale è rappresentato da cittadini della Romania (6,3%), seguiti a distanza dagli albanesi (2,6%) e dagli spagnoli (2,4%). Per quanto riguarda il genere, per la prima volta il numero di laureate cui è riconosciuto il titolo è superiore al corrispondente numero dei colleghi uomini: 57,2% contro il 42,8% dei maschi. Questi ultimi prevalgono solo tra gli ingegneri (68,8%) e tra i dottori commercialisti (66,7%). Da rimarcare la consistenza della componente femminile rilevata tra gli ingegneri, visto che in Italia la quota di donne iscritte all’albo degli ingegneri è notevolmente inferiore (circa il 13%). L’età media dei professionisti che ottengono il riconoscimento dei titoli conseguiti all’estero è compresa tra i 36 e i 37 anni. settori o in assegnazioni dirette. Altri fondi sono nazionali, altri ancora sono prestiti o doni da paesi stranieri, tra cui l’Italia. Sul sito del ministero degli Affari Esteri ad esempio, è pubblicato tutto l’elenco dei finanziamenti governativi nei vari settori ed è utile per un primo orientamento sulle priorità di investimento http://openaid.esteri.it/ Come cogliere queste oppor tunita? Partecipando alle gare che vengono regolarmente pubblicate sui quotidiani locali e pubblicizzate in internet o cogliendo le opportunità offerte dai governi locali, quali ad esempio in Etiopia, le condizioni di accesso ai terreni per la realizzazione di impianti industriali. Vi sono poi i bandi di gara della Cooperazione Italiana per servizi vari così come quelli pubblicati da Europe Aid o da World Bank, tanto per citarne solo alcuni senza escludere le richieste di consulenza professionale pubblicate da varie agenzie delle Nazioni Unite. Un servizio interessante di pubblicazione gare è offerto da ExTender, che è un progetto promosso da Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, Agenzia per la Promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, Assocamerestero, Unioncamere e Confindustria (extender.esteri.it). segue a pag. 14 ambito fiscale, che una volta per tutte possa mettere in evidenza i vantaggi che derivano dalla realizzazione di tali società”. L’internazionalizzazione, in ogni caso, è una tematica da sempre al centro delle iniziative del Consiglio Nazionale degli Ingegneri. Proprio recentemente è disponibile on line, sulla piattaforma ufficiale, un luogo virtuale dove si incontrano domanda e offerta, dove i professionisti di tutto il mondo con un semplice click hanno la possibilità di individuare interessanti opportunità di lavoro. “Si tratta di una vera e propria banca dati – osserva l’ingegner Monda – che mette a disposizione degli utenti nomi, società, istituzioni e tutto ciò che può servire per crescere professionalmente. Grazie a questo servizio, ad esempio, diverse società operanti in Polonia hanno scelto ben 80 colleghi ingegneri che ora lavorano con profitto nel Paese nordico”. E proprio sviluppare relazioni con le atre realtà internazionali è l’obiettivo che si pone il Cni. A cominciare dall’importante convegno che si è tenuto l’anno scorso a Lecce e che ha coinvolto tutte le associazioni ingegneristiche dell’area mediterranea: un momento di confronto proficuo che si è focalizzato sulla necessità di salvaguardare i numerosi siti archeologici presenti nel territorio in questione. “Un ambito interessante e nel quale esistono importanti opportunità professionali anche per gli ingegneri”, sintetizza l’ingegner Monda. R.D.S. N. 6 - Giugno 2015 13 il GIORNALE dell’INGEGNERE INTERNAZIONALIZZAZIONE DALL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI DI MILANO TRE NUOVI OBIETTIVI PER SUPPORTARE I PROFESSIONISTI L’Ordine degli Architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della provincia di Milano ha formato un Gruppo di lavoro con l’obiettivo di sviluppare il tema dell’internazionalizzazione partendo da quanto già fatto in passato, per costituire entro l’inizio del prossimo anno una rete di relazioni, un corpo di supporto e alcuni strumenti operativi volti a facilitare lo sviluppo della professione dell’architetto all’estero. Portavoce per l’internazionalizzazione all’interno dell’Ordine milanese è l’architetto Alessandro Trivelli di cui pubblichiamo di seguito alcuni passaggi. «Il nostro obiettivo è portare avanti uno dei punti importanti del programma che prevede la creazione di supporti e strumenti da offrire ai professionisti per affrontare il tema dell’internazionalizzazione – ha spiegato Alessandro Trivelli : il discorso è già stato impostato nel passato, ma rispetto ad alcuni anni fa le prospettive sono completamente cambiate. Nel 2011 si parlava di professionalità all’estero con esempi di architetti e progettisti che lavoravano in diversi luoghi del mondo o citando i casi di studi italiani attivi all’estero. Oggi il tema va affrontato con declinazioni diverse: il primo scopo è semplificare la strada affinché gli studi italiani possano affrontare l’avventura estera rimanendo in Italia; in secondo luogo, è necessario creare un supporto e una rete di architetti locali che diventino un riferimento sia per gli stranieri che per coloro che operano in Italia, acquisendo le basi per saper lavorare in modo collaborativo; un ulteriore aspetto è la generazione di una rete che includa tutto quello che oggi figura come supporto all’operatività all’estero di altri settori (come per esempio la Camera di Commercio e Ice), sviluppando sistemi di relazione che affianchino le aziende italiane per entrare in un mondo in cui il professionista non ha accesso se non è strutturato come una Srl». L’Ordine ha già attivato alcune iniziative volte a favorire l’internazionalizzazione, che secondo Trivelli, può avvenire mantenendo le proprie basi principali in Italia, al fine di trasmettere la professionalità e la capacità degli architetti italiani di leggere, interpretare e tradurre la complessità e le esigenze contemporanee di altri contesti in uno spazio di qualità. Nell’ambito di queste attività riteniamo necessario stabilire un percorso comune con i player istituzionali italiani che hanno una rappresentanza all’estero, Ministero tramite CNA, CCIA come già avviato e Ordini Professionali all’estero per collaborazioni che tendano a ridurre la distanza fra colleghi residenti in paesi diversi, parallelamente ai corsi di formazione che hanno lo scopo di consentire agli iscritti una maggiore conoscenza dei vari paesi e di come poter sviluppare la propria professionalità all’estero. A questo proposito l’Ordine milanese ha dato vita a un ciclo di incontri in collaborazione con Promos (azienda speciale per le attività internazionali della Camera di Commercio di Milano) nell’ambito dell’internazionalizzazione della professione in Russia e nei Paesi emergenti. Con la partecipazione di CAE ACE ha attivato approfondimenti sia su mercati europei sia sulla Cina. Con Sia Svizzera/International sono stati stretti legami per facilitare l’interscambio professionale italo-svizzero, e analoghi rapporti sono stati avviati con AIA Europe e USA, al fine di stabilire un rapporto di colla- borazione che favorisca la collaborazione fra architetti americani e italiani sviluppato nell’ambito della collaborazione attivata idi recente nello Annual Regional Conference AIA Europe. L’Ordine Milanese ha inoltre siglato un protocollo di intesa con l’Associazione IIDA (International Interior Design Association) e, con la partecipazione al progetto CNA “Città d’Italia” - mostra internazionale itinerante che vedrà l’inaugurazione a Milano a luglio e poi continuerà con un percorso in vari paesi orientali (Korea, Malesia, Cina,....) - in cui 14 Ordini provinciali rappresentano l’evoluzione urbana e le potenzialità di sviluppo delle città e dei territori, anche come luogo di sperimentazione possibile di una convergenza di interessi fra sviluppatori stranieri e progettisti locali o internazionali. Non solo. Inoltre è stata sviluppata un’attività di supporto alle reti di giovani architetti, come la piattaforma europea Wonderland. A breve, inoltre, il fitto programma formativo prevede corsi di approfondimento e taglio assai pratico sui mercati polacco e turco, in collaborazione con Nibi. Per il futuro il Gruppo di lavoro si propone di stabilire un contatto diretto con gli Ordini di alcuni Paesi europei e non, per agevolare lo sviluppo burocratico e di supporto dell’attività professionale, sia da parte degli architetti italiani all’estero che per quelli stranieri in Italia. Inoltre saranno rese accessibili le reti visibili (come Wonderland) e quelle invisibili, composte da architetti italiani che lavorano stabilmente all’estero, per creare un tessuto di relazioni di scambio e supporto all’attività professionale. Tra le diverse attività, previste per i prossimi mesi, l’Ordine si propone di produrre una guida procedurale per render più semplice l’accesso ai concorsi a invito in alcuni Paesi europei, guidando gli architetti verso i mercati esteri anche cercando di affrontare in modo sostenibile il problema del dumping, come previsto dalle indicazioni Cae Ace. «Una delle nostre ipotesi – ha spiegato Trivelli – è quella di mettere insieme tutto ciò che esiste già, ma è sparso e di- sorganizzato, per offrire punti di riferimento e fare in modo che il progetto sia in grado di viaggiare da solo. In Italia, infatti, non siamo molto strutturati da questo punto di vista: non siamo capaci di formare un progetto che sappia andare sulle proprie gambe, siamo legati a quello che creiamo e vogliamo seguire l’attività sempre e dovunque. Invece un progetto ideale, all’estero, deve poter essere letto e realizzato da chiunque in modo chiaro, da qualsiasi parte del mondo, senza punti interrogativi. Questo ci impone un cambiamento di modalità di lavoro e organizzazione». Come ricordato da Trivelli, l’attività all’estero di un professionista italiano è fortemente collegata alle aziende, non per i nomi o i brand ma perché in un ambito come quello delle costruzioni, dove si fa spesso riferimento ai sistemi e ai materiali, è normale connettere strettamente le imprese con la progettazione. Il professionista all’estero, dunque, porta capacità e organizzazione ma anche un mondo di aziende, senza distinzione, importanti per la qualità made in Italy, alcune già conosciute, altre meno note, senza una struttura in grado di valicare il confine nazionale. «Sono convinto che, per il mondo delle aziende, poter sostenere e veicolare le professionalità degli architetti può diventare interessante per l’apertura di nuovi mercati – ha sottolineato Trivelli -. È un mondo tutto da costruire, è necessario un sistema in cui ci sia fiducia, organizzato anche dal punto di vista manageriale, soprattutto per i piccoli studi per i quali è molto difficile spingersi all’estero. A questo proposito è necessario sottolineare come un’attività di supporto è utile per tutti quei casi in cui uno studio non ha grande organizzazione e non dispone di supporto legale, giuridico o assicurativo». Dal punto di vista strategico, oltre a implementare le attività predette, l’Ordine degli Architetti di Milano intende attivare strumenti di supporto alla professionalità da sviluppare all’estero definendo una semplice e chiara pathway procedurale per attivare la propria professione all’estero; sviluppare la rete di relazioni con enti e istituzioni che rappresentano in mondo delle aziende all’estero che sono interessate al mondo professionale visto come risorsa indiretta per la propria attività fuori dall’Italia; coagulare le attività già presenti a Livello locale degli Ordini Provinciali che del CNA Nazionale per il sostegno all’Internazionalizzazione; attivare una rete di architetti italiani (local) che consenta lo scambio di esperienze con altri colleghi stranieri in modo da offrire la propria collaborazione transnazionale; mettere a disposizione degli architetti dei supporti gestionali chiari in riferimento alle esigenze e alle attività da sviluppare all’estero, principalmente in Europa; supportare la presenza degli architetti italiani nei convegni internazionali. 14 N. 6 - Giugno 2015 il GIORNALE dell’INGEGNERE COSA ACCADE OLTRE CONFINE. SVIZZERA: ISTRUZIONI PER L’USO Paolo Basso Ricci* La Svizzera è un Paese nel quale è presente una buona cultura architettonica che non sia intesa solamente come semplice processo di edificazione. La consapevolezza intellettuale dei procedimenti legati alla costruzione di un’opera (sia essa un edificio, un ponte o un’infrastruttura in genere), dall’impatto a livello urbanistico fino alla qualità degli spazi interni di un edificio, sono considerati in maniera molto seria. Lo stesso vale anche per le nozioni legate alla sostenibilità in senso largo, alla qualità del costruito, alle qualità dei materiali e, soprattutto, alla realizzazione di opere che possano avere un impatto qualitativo a lungo termine sulla vita della comunità. I procedimenti che portano alla realizzazione di un progetto sono spesso animati da fasi di discussioni partecipative che coinvolgono non solo i committenti e i progettisti ma, spesso, anche gli utilizzatori sotto forma di commissioni costituite ad hoc. Un’attenzione particolare è rivolta all’utilizzo delle diverse forme di energia che sono studiate per tutta la durata di vita di un prodotto e, di conseguenza, dell’opera finale. Come funziona la filiera dei servizi di architettura? Come nel resto mondo, anche in Svizzera i servizi di architettura possono essere attribuiti sostanzialmente in due modi: tramite incarico diretto o tramite bando di concorso. A differenza di altri Paesi però, in Svizzera lo strumento del concorso di progettazione è molto diffuso e utilizzato di frequente, anche perché prevede come risultato finale l’attribuzione dell’incarico per la realizzazione al progetto vincitore. In effetti, ogni qualvolta la committenza è rappresentata da un ente pubblico (Comune, Cantone o Confederazione), o la realizzazione preveda investimenti di denaro pubblico, le prestazioni INTERNAZIONALIZZAZIONE: A COLLOQUIO CON L’INGEGNER ROSSELLA MONTI ESPERTA DELLA MATERIA segue da pag. 12 Ci sono poi vari servizi a pagamento estremamente dinamici ed efficaci gestiti da società indiane ed africane che forniscono per i paesi di interesse tutte le gare bandite nei vari settori merceologici selezionati. Come si partecipa alle gare lo cali? Esattamente come in Italia, solo che si lavora in inglese o in francese o in portoghese a seconda che si tratti di paesi anglofoni, francofoni o lusofoni. I criteri non sono diversi. Una condizione generalmenete richiesta per cogliere le opportunità locali è che la società sia registrata negli elenchi nazionali dei prestatori di servizi. Conviene partecipare a gare in paesi in via di sviluppo? Va chiarito che fatti salvi i COSTI RIDOTTI FREQUENZA PARTECIPAZIONE LIBERA ANONIMATO ACCESSIBILITÀ TEMPO FREQUENZA COSTI RIDOTTI PARTECIPAZIONE LIBERA COSTI RIDOTTI PARTECIPANTI RIMBORSO RICONOSCIBILITÀ COSTI RIDOTTI PARTECIPANTI RICONOSCIBILITÀ ANONIMATO RIMBORSO CONCORSO APERTO OFFERTA ECONOMICA INCARICO DI STUDIO PRESELEZIONE TEMPO PARTECIPANTI GARANZIE QUALITÀ PROGETTUALE PARTECIPANTI GARANZIE DIFFICOLTÀ DI ACCESSO TIPOLOGIA DI PROGETTO REPUTAZIONE DIFFICOLTÀ DI ACCESSO REPUTAZIONE Figura 1 – Natura e modalità dei bandi di concorso per architetti o per team multidisciplinari (in alto i punti positivi e in basso quelli negativi relativi a ciascuna procedura) DOVE informarsi Figura 2 – Tavola informativa sui diversi siti per la pubblicazione dei bandi di concorso A cosa serve? • riconoscimento lauree UE • firma documenti • accesso alle pratiche A cosa serve? • associazione di categoria • documentazione tecnica • aiuto giuridico • normativa • aggiornamenti www.kokurado.ch www.espazium.ch/tec21 www.sia.ch www.divisare.com www.espazium.ch/archi www.simap.ch www.espazium.ch/traces SIA società svizzera degli ingegneri e degli architetti Norme SIA importanti? • SIA 102 (prestazioni e calcolo parcelle) • SIA 118 (esecuzione lavori) • SIA 416 (calcolo volumi e superfici) • SIA 500 (costruzioni senza ostacoli) Come? www.sia.ch Quanto costa? 300 € / anno Figura 3 – Schema illustrativo della Società degli Ingegneri e degli Architetti (SIA) REG registro professionisti Quanto costa? una tassa unica di 600 € raccolta costantemente aggiornata delle diverse procedure aperte e dei bandi di concorso. Come trovare le informazioni? Come detto in precedenza, tutte le prestazioni che superino un importo stimato di 350.000 franchi svizzeri devono essere l’oggetto di una procedura regolamentata dalle leggi degli appalti pubblici. In questo caso è dunque necessario fare riferimento alle informazioni presenti sul sito www.simap.ch (sistema informativo delle commesse pubbliche in Svizzera) dove si possono trovare tutte le informazioni necessarie e dove sono pubblicati tutti i bandi pubblici. Previa iscrizione gratuita è possibile cercare tra le migliaia di commesse presenti classificate tra le altre cose, anche per tipologia e per Cantone. È quindi possibile iscriversi a uno o più bandi e scaricarne tutta la documentazione tecnica cosi come le istruzioni per la consegna dei documenti richiesti dalla committenza. Nella tavola informativa qui sopra (figura 2), è presentata un’immagine generale di tutti i siti internet che offrano una vere di tutti e non deve avere risvolti di ritorno economico. Negli altri casi ritengo invece, anche a fronte delle dinamiche globali a cui stiamo assistendo (quali la esplosione demografica, l’ insufficienza delle risorse naturali per assicurare necessità primarie, la competizione per i mercati, la crisi economica, i cambiamenti climatici, la povertà ed altro) si possa tranquillamente coniugare il profitto con gli interessi del paese beneficiario in una sorta di alleanza che si basi sull’universale principo dell’ onestà e quello della sostenibilità. So che il concetto ancora scandalizza molte organizzazioni dedite alla cooperazione, ma la realtà sta cambiando rapidamente nei paesi in via di sviluppo. La globalizzazione ha portato informazione anche nelle aree meno sviluppate del mondo e ha stimolato ambizioni di vita sul modello occidentale. Le nuove generazioni hanno contatti internazionali, partecipano a programmi internazionali, molti sono lau- reati e molti hanno anche il dottorato di ricerca. Spesso conoscono più di una lingua straniera e sicuramente la diffusione di conoscenza linguistica è molto più alta che da noi, anche nelle fasce sociali meno abbienti. Vi è quindi un potenziale umano enorme che ha il solo desiderio di realizzarsi, di godere del progresso tecnologico e migliorare le proprie condizioni di vita. Quale dunque la forma migliore per innescare la crescita stimolando e valorizzando le capacità locali anche attraverso l’opportunità di fare business? Ben venga dunque l’internazionalizzazione di ogni forma di attività che sappia coniugare l’ idea imprenditoriale con le aspettative del paese e quelle degli individui e promuovere così lo sviluppo anche delle aree meno fortunate. Il passaggio nei pvs è repentino sia nel settore dei servizi sia merceologico. Così come da comunicazione zero si è passati ai cellulari e subito dopo agli smartphones, anche i servizi devono rispondere a standard internazionali. D’ altro canto i finanziamenti internazionali che si ritrovano poi a cascata in gare locali rispondono ai parametri (ad esempio, dotazione idrica, parametri di qualità, etc) di cui gli stessi finanziatori sono promotori (agenzie delle Nazioni Unite, OMS, World Bank e via dicendo). A parte i beni di largo consumo, anche nelle opere si utlizzano materiali innovativi quali ad esempio i tubi Plasson per le linee secondarie degli acquedotti così come sono diffusissimi innovativi sistemi fotovoltaici o eolici per la generazione elettrica e come stanno facendosi sempre più spazio le nanotecnologie nei settori della sanitation. Si usano gps differenziali e droni per i rilievi, per la progettazione sono diffusi gli stessi modelli commerciali che si adottano anche in Italia. In conclusione, credo che siano maturi i tempi per pensare al business come uno strumento di sviluppo senza ipocrisie. Non c’è nulla da inventare a Cosa bisogna fare? • riempire un formulario online • portfolio lavori • documenti d’identità • laurea Come? www.reg.ch Figura 4 – Schema illustrativo della Fondazione dei Registri svizzeri dei professionisti nei rami dell’ingegneria, dell’architettura e dell’ambiente (REG) dell’architetto devono essere l’oggetto di una procedura che rispetti le leggi sugli appalti pubblici; nel caso delle prestazioni legate alla progettazione di un’opera questa procedura è il concorso nelle sue diverse declinazioni. Molto spesso però, la procedura di un concorso di progettazione non include le prestazioni degli ingegneri (civili o tecnici) che sono invece oggetto di procedure specifiche, secondo l’importo stimato dei lavori. Anche in questo caso se l’importo stimato delle prestazioni lo permette (> 350.000 Cfh nella Svizzera francese), l’attribuzione dell’incarico deve rispettare le leggi sugli appalti pubblici e, di conseguenza, essere accessibile a tutti i professionisti dei Paese europei. Nel caso, invece, l’importo della prestazione sia più modesto, si procede molto spesso con una preselezione degli studi d’ingegneria da parte del committente che, con l’aiuto dello studio di architettura incari- bandi aperti a società internazionali e gestiti da organismi internazionali, i budget messi in gioco nei bandi locali sono scalati sul costo della vita locale e possono risultare non convenienti se gestiti direttamente da personale italiano. Possono invece diventare convenienti se il personale impiegato è locale. Ci sono poi altre opportunità imprenditoriali, come quella recentemente lanciata da EuropeAid, che cofinanzia –eventualmente a fondo perduto se l’ investimento non avesse i ritorni attesi- progetti di elettrificazione delle aree rurali. ElectriFi (http://ec.europa.eu/europeaid/web-release-commissioner-mimica-reinforces-euscommitment-towards-sustainable-energy_en) non è solo un programma di finanziamento ma un programma di sviluppo che adotta la strategia business. Si propone infatti con un investimento di 3.5 Miliardi di euro di stimolare investimenti privati per 15-30 Miliardi di euro nel settore della elet- trificazione nelle aree rurali dell Africa Sub Sahariana. Il meccanismo illustrato dall’Amb. Roberto Ridolfi (DG per la Crescita e lo Sviluppo Sostenibili di Europe Aid) è abbastanza semplice: l’ idea imprenditoriale deve trovare a priori il sostegno bancario per almeno il 20% del budget, la Commissione stanzierà la quota rimanente, variabile tra il 30-40%. Si può pensare al business qua le strumento per lo sviluppo? Anticipai il concetto dello strumento “business per lo sviluppo” adottato nel nuovo programma della Commissione, in un’ intervista che rilasciai un paio di anni fa ad H2O. Nonostante una parte della mia matrice professionale sia costituita da esperienze di cooperazione allo sviluppo, ritengo superata la cooperazione impostata come aiuto o dono. Questo naturalmente con l’eccezione di situazioni associate a guerre, carestie o altri flagelli dove l’ aiuto umanitario e l’ accesso a risorse vitali è un do- cato per il progetto, inviterà solo determinati studi. In alcuni casi, però, è richiesta già all’atto d’iscrizione al concorso che lo studio di architettura si presenti in associazione con diversi specialisti tra i quali figurano anche gli ingegneri. In caso di vittoria del concorso, l’incarico sarà attribuito all’insieme del team vincitore e non solo allo studio di architettura. Come lavorare in Svizzera? La Svizzera e l’Italia hanno firmato tutta una serie di accordi bilaterali per permettere, tra le altre cose, una semplificazione dei rapporti professionali tra le imprese e i professionisti dei due Stati. Nel caso non si abbia intenzione di aprire una sede di una società in Svizzera, non sono necessari particolari permessi per onorare il proprio incarico anche direttamente dall’Italia. La Società degli ingegneri e degli Architetti (SIA) rappresenta in Svizzera quello che gli ordini professionali rappresentano in Italia. L’iscrizione non è obbligatoria e non preclude in alcun modo l’esercizio della professione; potrebbe però essere utile a chi volesse lavorare nel Paese elvetico, come illustrato qui sotto (figura 3). In effetti, tutte le N. 6 - Giugno 2015 15 il GIORNALE dell’INGEGNERE INTERNAZIONALIZZAZIONE norme di riferimento nell’ambito del mercato delle costruzioni che stabiliscano e definiscano i termini di una realizzazione a regola d’arte sono scritte e promosse dalla SIA. Inoltre fornisce ai propri iscritti, consulenze giuridiche e interessanti corsi di formazione continua, molto utili soprattutto se si vuole approfondire la conoscenza del mercato svizzero. Esiste poi la Fondazione dei Registri svizzeri dei professionisti nei rami dell’ingegneria, dell’architettura e dell’ambiente, conosciuta come REG, che si occupa anche di verificare e validare l’equivalenza tra le lauree straniere e i diversi livelli delle lauree svizzere. Per potersi occupare anche delle firme dei vari documenti nell’ambito della realizzazione di un progetto è, infatti, necessario far riconoscere la propria laurea dal REG. Per quanto riguarda le lauree italiane si tratta, molto spesso, di una semplice formalità che può essere interamente sbrigata online (figura 4). Infine molto spesso i committenti pubblici chiedono ai vincitori stranieri dei bandi di associarsi a uno studio locale, anche come garanzia del rispetto delle regole e delle procedure locali. Sfortunatamente non esistono elenchi sui quali trovare gli studi locali. Nel caso di bandi di concorso che prevedano la creazione di un team multidisciplinare, è prassi molto diffusa in Svizzera che gli studi d’ingegneria cerchino attivamente architetti con i quali associarsi. Potrebbe essere interessante un team multidisciplinare formato da soli studi italiani. La lingua è un problema? La Svizzera è una confederazione di ventisei cantoni o stati suddivisi in quattro zone linguistiche (figura 5) più tutte le zone in cui è praticato il bilinguismo (per esempio il cantone di Friburgo o il cantone Vallese). Questa ricchezza linguistica è sicuramente un vantaggio per chi volesse sfruttare delle opportunità di lavoro. In effetti, tutti i documenti tecnici e amministrativi a livello della Confederazione sono sempre riguardo, basta seguire i programmi nazionali ed inserire adeguatamente le proprie professionalita. Si risponderà così alle priorita nazionali contribuendo alla crescita del paese con il vantaggio di allargare la propria rete. Cosa fare per avviare un’atti vità in un paese in via di svi luppo? Innanzitutto è necessario conoscere il paese e i suoi programmi di sviluppo, comprendere quali i settori meritori di investimento in relazione al proprio settore imprenditoriale, identificare i meccanismi di assegnazione dei lavori e dei finanziamenti, avvalersi di professionisti locali di fiducia e stringere alleanze strategiche con persone ed imprese locali, registrare la propria società in loco, scegliere con cura il personale locale ed infine partire per una nuova avventura. Certamente lo sforzo più grande sarà nella gestione del personale e nel coordinamento tecnico delle competenze locali. Scuole Asili Palestre 8,3% Italiano Ticino, Grigioni Comuni Residenziale CONCORSI Ospedali Urbanistica Case di cura Piscine Figura 6 – Ambiti d’intervento della committenza pubblica 0,5% Romancio Grigioni 22,6% Francese Friburgo, Neuchâtel, Vaud, Ginevra, Vallese, Jura Bernese Figura 5 – Zone linguistiche della Svizzera pubblicati nelle tre lingue principali (tedesco, francese e italiano). Nonostante questa pluralità linguistica è però necessario parlare la lingua del Cantone nel quale si intende lavorare. Infatti, ad eccezione dei Cantoni bilingue, le amministrazioni, i committenti e anche le imprese locali comunicano esclusivamente nella lingua ufficiale del Cantone. Che tipo di committenza è presente in Svizzera? La Svizzera è un Paese molto attento a garantire livelli di qualità di vita alti ai propri cittadini. Per questo motivo la committenza pubblica è molto attiva nella costruzione di opere e infrastrutture che sostengano lo sviluppo demografico delle diverse regioni. Come si può vedere dallo schema di figura 6, sono molteplici gli ambiti in cui i committenti pubblici agiscono offrendo così la possibilità di accedere al mercato svizzero anche a professionisti stranieri. Chiaramente anche tutti gli incarichi legati alle infrastrutture stradali, alla costruzione di ponti, dighe, consolidamenti (...) fanno parte del raggio di azione delle committenze pubbliche e sono quindi, spesso, accessibili a professionisti stranieri. *Architetto Associato Rey + Basso Ricci architetti (Fribourg, CH) Altre difficoltà per chi si orienterà verso lavori civili, si incontreranno nella gestione dei subappalti e non mancheranno le sorprese in materia di sicurezza che ancora è un requisito sconosciuto nei cantieri. Queste capacità gestionali dovranno essere associate alla ricerca di soluzioni tecniche non standard per le intrinseche difficoltà di lavorare in contesti dove la reperibilità di dati o dove la disponibilità di certe materie prime non è scontata o non economicamente conveniente. Elementi questi che mettono in primo piano la figura dell’ingegnere per sua natura vocato alla analisi dei problemi, alla ricerca di soluzioni progettuali, alla gestione, all’ innovazione tecnologica, alla programmazione e alla pianificazione. Requisiti professionali che saranno sempre più cruciali anche per affrontare le sfide del millennio e che andranno adeguatamente valorizzati nelle sedi opportune. dott. ing. Franco Ligonzo 64,5% Tedesco Uri, Svitto, Obvaldo, Nidvaldo, Lucerna, Zurigo, Glarona, Zugo, Berna, Soletta, Basilea città e campagna, Sciaffusa, Appenzello esterno e interno, San Gallo, Grigioni, Argovia, Turgovia, Vallese Siti internet di riferimento: per terminare e per riassumere gli argomenti trattati, è necessaria una piccola bibliografia dei principali siti internet di riferimento, classificati in base ai temi trattati. Tutti i siti presenti di seguito sono consultabili anche in italiano. Come informarsi e dove trovare i bandi: www.sia.ch, www.konkurado.ch, www.simap.ch, www.espaizium.ch Come fare impresa: www.kmu.admin.ch, www.startups.ch Come far riconoscere il proprio titolo di studio: www.reg.ch Norme di riferimento, dove trovarle: www.sia.ch, www.vss.ch, www.vd.ch/themes/economie/marchespublics/guideromand/gui deromand/ Principali associazioni di categoria: www.sia.ch 16 N. 6 - Giugno 2015 il GIORNALE dell’INGEGNERE CANALE DI PANAMA Una meraviglia tecnologica dal grande impatto economico IL NUOVO CANALE SUPERA IL TEST DELL’OCEANO ATLANTICO Davide Canevari L o scorso 30 aprile, sul sito ufficiale della società titolare del progetto è stato pubblicato il seguente aggiornamento: “I lavori di completamento del programma di espansione sono giunti all’89,4 per cento”. Il soggetto in questione è il Canale di Panama o, meglio, il suo ampliamento iniziato nel 2007 e ora, se pur con qualche vicissitudine lungo il percorso, a un passo dal traguardo. La data ufficiale del varo non è ancora stata annunciata, ma si parla comunque, di inizio 2016! Giusto cento anni fa, quando la costruzione del Canale nella sua configurazione originaria venne ultimata, l’opera fu definita “la più grande meraviglia ingegneristica dell’epoca”. Oggi la versione che potremmo definire 2.0 - rubando un termine al linguaggio del web - finisce sulle pagine del prestigioso Time sotto la voce “Wonders of the world”. Si tratta quindi di una realizzazione di assoluto spessore in termini tecnologici nella quale, tra l’altro, il know how italiano ha avuto un ruolo di primaria importanza. Per certi versi i lavori di ampliamento di Panama sono stati una necessità più che una scelta. Nel 1914, quando fu inaugurato il Canale, le sue dimensioni erano più che sufficienti anche per il passaggio delle navi più grandi (secondo lo standard di un secolo fa). Le dimensioni delle chiuse 305 metri di lunghezza, 33,5 di larghezza e 25,9 di profondità - considerando un minimo margine di manovra, consentivano il passaggio di un naviglio che poteva essere largo fino a 32,3 metri, lungo 294 e con un pescaggio di 12. Non a caso le navi rientranti in questa categoria dimensionale furono subito definite Panamax. Quello che allora era considerato grande, oggi è diventato medio. E i veri big degli Ocea- Lo scorso 11 giugno l’acqua del lago Gatún ha inco minciato a inondare il nuovo Canale di Panama sul versante dell’Oceano Atlantico. La manovra ha rap presentato il primo importante stresstest del pro getto Terzo Set di Chiuse, in corso di completamento nell’istmo centroamericano. Alla guida operativa del consorzio internazionale che sta seguendo i la vori, si segnala il Gruppo Salini Impregilo, a conferma che il Made in Italy ad alto valore aggiunto tecno logico può ancora essere protagonista nel mondo. Il Giornale dell'Ingegnere tornerà sul tema in un prossimo numero con alcuni articoli di approfondi mento sui contenuti tecnologici che stanno alla base di questo ambizioso progetto. ni sono diventati i sosiddetti Capesize: si tratta di navi di maggiori dimensioni che non possono transitare dal Canale di Panama, ma neppure da quello di Suez, e sono quindi costrette a circumnavigare l’Africa passando da Città del Capo (da qui il nome). Per questi giganti del mare, anche in prospettiva futura, non c’è canale che tenga (se pure ampliato). La questione è un’altra, e riguarda le navi porta container della classe superiore alla Panamax. Quest’ultima è in grado di imbarcare a bordo circa 5.000 container; modelli più robusti possono agevolmente arrivare a 13 mila container, spingendo le dimensioni a 49 metri di larghezza e 366 di lunghezza. É a queste unità – particolarmente attive sulla rotta Cina-Stati Uniti - che si rivolge l’ampliamento del Canale di Panama. Ad oggi oltre un terzo del naviglio porta container in circolazione nei mari del Pianeta, infatti, è di classe post-Panamax. Il salto di qualità, in termini di volumi trasportarti, dovrebbe essere notevole. Secondo le stime attuali si potrebbe passare da 252 milioni di tonnellate/anno di merci in transito (dato riferito al 2014) a 504 milioni di tonnellate (una volta a regime). Il significato di queste infrastrutture, specie su economie medio-piccole come quella panamense, è a dir poco strategico. Nonostante le difficoltà e i cali di traffico che hanno portato poi alla decisione dell’ampliamento, ancora oggi da Panama passa il 5 per cento del commercio mondiale. Ne consegue che circa un terzo del prodotto interno lordo dello Stato di Panama, considerando anche l’indotto, è oggi legato all’esistenza e al buon funzionamento del canale. Il progetto di espansione, come visto, mira a raddoppiare i volumi in transito; e dunque anche le revenue. Non solo, l’obiettivo finale è quello – grazie alla configurazione della rinnovata infrastruttura - di non essere soltando un luogo di transito ma anche di attività industriali dedicate al settore navale e container. “Vogliamo diventare la Singapore del Sud America”, ha dichiarato Rodolfo Sabonge, della University of the Caribbean. Un volano eccezionale per l’economia locale, dunque, che non a caso è segnalata tra le più dinamiche del mondo (pur partendo, chiaramente, da livelli di PIL procapite assai contenuti). Non secondario il fatto che, trattandosi di traffici internazionali, i pagamenti avvengono in valuta pregiata, particolarmente preziosa so- prattutto per le economie in crescita. Vale la pena ricordare infine che, grazie anche a quest’opera - i soli lavori di cantiere avrebbero generato 32 mila posti di lavoro diretti - la disoccupazione ufficialmente è scesa nel Paese attrono al 3 per cento! Per la stessa ragione, si è mosso di recente anche il Nicaragua, con l’idea di un suo canale che dovrebbe essere lungo circa 280 chilometri. I dettagli tecnici non sono ancora del tutto chiari – anche se Scientific American ha parlato di un progetto di portata senza precedenti, con possibili impatti ambientali... anch’essi senza preceenti - ma c’è un dato economico di grande rilievo. Attualmente il PIL del Nicaragua è pari, come ordine di grandezza, a 12-13 miliardi di dollari/anno. Una volta realizzato, e giunto a regime, il canale frutterebbe circa 5,5 miliardi di dollari anno. Da solo, basterebbe quindi per far crescere il PIL nazionale del 3040 per cento. Qualcosa di stratosferico. Cifre tutte da dimostrare? Valutazioni azzardate? Forse, ma c’è una evidenza da non trascurare. Titolare del progetto, del valore complessivo di 50 miliardi di dollari, è la società Hong Kong Nicaragua Canal Development (HKND) con sede ad Hong Kong, che fa capo – si legge sul sito dell’HKND – a un certo Mr. Wang Jing “businessman e investitore con una esperienza di successo di oltre 20 anni alle spalle”. La Cina, dunque, si è mossa in prima persona, e ha messo sul tavolo un assegno a 10 zeri. Improbabile che abbia fatto male i suoi conti... Sull’altro fronte del mappamondo, anche Suez sta giocando le sue carte. Pure in questo caso si parla di un raddoppio della vecchia infrastruttura, con l’obiettivo – dichiarato dalla stessa Autorità del Canale di Suez – di portare il numero medio di transiti giornalieri da 49 a 97. Ancora una volta sono le cifre economiche a dare spessore all’iniziativa. Nel 2014 i transiti hanno generato ricavi record pari a 5,3 miliardi di dollari. L’obiettivo è quello di arrivare nel 2023 oltre quota 13 miliardi di dollari. Si tratterebbe di una crescita del 150 per cento in soli dieci anni! Ancora una volta, il progetto è più ambizioso e va oltre il semplice perimetro del canale. Il programma Sviluppo dell’area del Canale di Suez è quotato nel complesso oltre 8 miliardi di dollari e si prefigge uno sviluppo industriale dell’area, anche con l’insediamento di industrie hitech e la crescita del settore petrolchimico. Ecco un’altra meraviglia tecnologica che si propone di meravigliare soprattutto in termini economici. Rievocazione della ciclopica impresa a 100 anni dalla inaugurazione dott. arch. Silvia Guagliumi Lo scorso anno 2014 ricorreva il centesimo anniversario della conclusione dei titanici la vori per la realizzazione del Canale di Panama, completati per la precisione nell’agosto del 1914 proprio quando in Europa scoppiava l’immane catastrofe della I Guerra Mondiale. I Conquistadores spagnoli per primi intuirono l’idea (e intravidero la possibilità e i relativi vantaggi che ne potevano derivare) di mettere in comunicazione i due Oceani proprio in cor rispondenza del CentroAmerica già dalla fine del XVI secolo, ma ovviamente furono co stretti a rinunciare all’impresa non disponen do all’epoca delle necessarie tecnologie. La scoperta dell’istmo di Panama è attribuita all’esploratore spagnolo Rodrigo de Bastidas nel 1501 ma la prima esplorazione documen tata venne condotta dallo stesso Cristoforo Colombo nel 1502 che fondò una colonia nei pressi dell’attuale Portobelo. Il primo ad attraversare l’istmo fu l’altro esplo ratore spagnolo Vasco Nunez de Balboa che partito dalla costa caraibica riuscì ad avvistare l’Oceano Pacifico il 26 di Settembre del 1513. Le ipotesi considerate prevedevano il colle gamento attraverso l’istmo di Tehuantepec o in alternativa all’altezza dell’attuale Nica ragua sfruttando l’omonimo grande lago o a livello del Darién, ma il primo progetto per un intervento sull’istmo di Panamà fu sugge rito addirittura dallo stesso Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V d’Asburgo in persona, che diede disposizioni in proposito per effettuare un sopralluogo nel 1523 che tuttavia non venne mai attuato. L’idea, rimasta nel dimenticatoio, riprende corpo nell’800, in particolare grazie agli scritti ed agli studi dello scienziato tedesco Alexander Von Humboldt ed approda poi in Francia. Nel 1879 viene infatti fondata “ad hoc” la Compagnie Universelle du Canal Internatio nale de Panama, presieduta dallo stesso Fer dinandMarie de Lesseps, colui che aveva pro gettato e realizzato già il Canale di Suez (inau gurato nel 1869). I lavori iniziano nel 1883 ma incontrano im mediatamente serie difficoltà e soprattutto devono essere condotti in un ambiente ostile e particolarmente insalubre. 22.000 saranno i morti (un’autentica ecatombe) falcidiati dalla malaria e dalla febbre gialla che imperversano in quelle aree sperdute del pianeta, fra gli operai e le maestranze impiegate nel ciclopico cantiere a cielo aperto. Nel 1889 si ha lo scio glimento della stessa compagnia e la conse guente sospensione delle formidabili opere di sbancamento e taglio dell’istmo. Lesseps ed il figlio verranno persino sottoposti ad un processo in Francia. La condanna sarà poi an nullata e cancellata definitivamente dalla Cor te di Cassazione. Nel 1902 il Congresso USA recupera l’idea originale istituendo la Isthmian Canal Com mission e il Presidente Theodore Roosvelt sti pula un trattato con la Colombia. Seguiranno in rapida successione una insur rezione, caldeggiata dagli stessi Stati Uniti d’America e una rivoluzione che porterà alla nascita dello Stato del Panama. Nel 1906 viene approvato il progetto preli minare che prevede la realizzazione del canale a chiuse. La direzione dell’opera è affidata personalmente dallo stesso Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosveltt al Corpo del Genio dell’Esercito USA sotto la guida ed il comando del Colonnello G.W.Goethals. La necessaria ed indispensabile bonifica del l’area viene condotta energicamente dal Co lonnello Medico W.C.Gorgas. I lavori del Canale si concluderanno tra mille difficoltà nell’agosto del 1914 con lo sban camento e rimozione di 143 milioni di metri cubi di terra e l’inaugurazione ufficiale avrà finalmente luogo l’anno successivo il 12 Lu La “trincea” di Culebra, scavata a colpi di dinamite nella viva roccia di una collina di 100 m d’altezza, una delle imprese più impegnative compiute per la realizzazione del canale navigabile artificiale di Panama attraverso il territorio montuoso ricoperto dalla fitta e selvaggia foresta pluviale cen troamericana dell’omonimo istmo. glio 1915. Costo complessivo del grandioso progetto : 336 milioni di dollari. Nel 1970 viene altresì completato anche l’am pliamento del Taglio di Gaillard (portato da 91,5 m a 150 m) che consente il passaggio di due navi contemporaneamente nelle due di rezioni. Nuovi Trattati del 1977 tra USA e Pa nama assicurarono la sovranità di Panama sul Canale e dal 2000 il pieno controllo dello stesso, demandando agli Stati Uniti il diritto di difenderne la neutralità. Alcuni numeri relativi alla titanica impresa e straordinaria opera di ingegneria idraulica. La lunghezza complessiva del Canale raggiun ge gli 81 Km circa incluse le imboccature sui due versanti oceanici e si estende da Cristòbal in prossimità dell’importante centro abitato di Colòn sul Mar dei Caraibi (Oceano Atlan tico), per la precisione la Baia di Limòn sino alla località di Balboa nel Golfo di Panamà sull’Oceano Pacifico e lungo il percorso si suc cedono tre sistemi di chiuse. Il punto più ristretto risulta di 91,5 m con una profondità minima di m.12,2. Il Canale inizia dopo circa 7 Km di mare aper to. Seguono 11 Km in direzione sud sudovest sino alle Chiuse di Gatùn attraverso le quali il Canale si innalza con un dislivello di ca.26 m s.l.m.(sul livello del mare) per proseguire oltre il Lago artificiale omonimo realizzato con la costruzione di una diga sul corso del fiume Chagresito. Il Canale prosegue in dire zione sud sudest sino al taglio di Culebra (ora denominato di Gaillard), un lembo di terra ferma di circa 13 Km in cui scorre incassato in una stretta gola con le pareti ripide e pra ticamente verticali scavate nella roccia viva delle montagne circostanti, percorso alla fine del quale incontra le Chiuse di Pedro Miguel dove il dislivello si riduce di circa 10 m. Infine giunge nel Lago di Miraflores in comunica zione con l’Oceano Pacifico mediante appunto le ultime due chiuse che dal bacino lacustre prendono il nome, con cui sbocca sul Golfo di Panama. Collegate tra di loro e transitabili nei due sensi, le chiuse presentano una lun ghezza complessiva di circa 305 m con una larghezza di 33,5 m. La diga di Madden in nalzata sul fiume Chagresito consente di con servare costante il livello del Lago di Gatùn anche nella stagione secca ed entrambe le imboccature del Canale sono opportunamen te protette da una serie di frangiflutti. Le navi percorrono il canale in circa 78 ore. Mi lioni di tonnellate di merci tra cui pregiate derrate alimentari passano annualmente at traverso l’importante arteria artificiale ridu cendo sensibilmente i tempi e soprattutto le distanza da percorrere per il loro trasporto via mare. N. 6 - Giugno 2015 17 il GIORNALE dell’INGEGNERE La certificazione come valorizzazione e garanzia delle competenze nel settore delle costruzioni La legge n. 4 del 14 gennaio 2013 “Disposizioni in materia di professioni non organizzate” riconosce e regolamenta lo svolgimento di tutte quelle professioni intese come attività di tipo intellettuale, “mestieri”, qualifiche professionali per le quali non vi è l’obbligo di iscrizione ad Albi, Ordini o Collegi; si stima che in Italia i professionisti interessati siano oltre due milioni, suddivisi in più di 150 professioni. La legge quindi attua un importante riconoscimento a molte attività vitali per l’economia e la società, che contribuiscono alla costruzione di un sistema professionale coerente ai principi richiamati dall’Unione europea; un riconoscimento finalizzato anche a garantire la tutela del cittadinoconsumatore attraverso livelli professionali adeguati alle aspettative. Ciò apre spazi ed opportunità sia per professioni storicamente avviate nel mercato, sia per nuove attività emergenti che richiedono riconoscimento e credibilità. La legge 4/2013 prevede la possibilità di una certificazione di terza parte per il singolo professionista, qualora sia pubblicata una norma UNI di riferimento: offre quindi un’opportunità, non richiede un obbligo. Viene dedicato all’argomento un focus suddiviso in più articoli a cura di ICMQ Spa. Qui di seguito il primo. arch. Giuseppe Mangiagalli* N el settore dell’edilizia i sistemi e i subsistemi degli edifici sono soggetti a una continua evoluzione tecnica, necessaria per soddisfare sia i requisiti espliciti espressi dagli utenti, sia quelli impliciti richiesti dalla legislazione vigente (ad esempio quelli relativi all’isolamento acustico e alla protezione al fuoco). Le nuove tecnologie richiedono agli operatori, spesso posatori o installatori di materiali o prodotti, un continuo aggiornamento professionale relativo alla loro conoscenza, ma anche alle metodologie della loro posa in opera. Produttori di sistemi tecnologici anche innovativi non possono permettersi di mancare gli obiettivi prestazionali a causa di una posa inefficace. Molti professionisti e artigiani edili rispondono a questa richiesta di aggiornamento tecnico frequentando corsi professionali, organizzati spesso dalle stesse aziende produttrici. Nasce quindi la necessità di valorizzare questa professionalità, dimostrando al mercato la propria competenza e differenziandosi da operatori “improvvisati”. La certificazione del personale ha visto così recentemente un notevole incremento, principalmente nei settori della posa di sistemi a secco e di sistemi “a cappotto”. ICMQ, ad esempio, ha avviato questa attività nel 2005 con la certificazione degli addetti alla posa di sistemi a secco in cartongesso (pareti, contropareti e controsoffitti, sistemi per l’isolamento e l’assorbimento acustico e per la protezione passiva dall’incendio, ecc.) e negli anni successivi si sono aggiunte la certificazione dei posatori di coperture discontinue in laterizio, dei tecnici nella manutenzione e decorazione di superfici architettoniche negli edifici storici e degli addetti alla posa di sistemi “a cappotto” per l’isolamento termico esterno degli edifici. Condizioni per ottenere e mantenere la certificazione Per ottenere la certificazione, che a seconda dei casi deve o può essere rilasciata sotto l’accreditamento dell’organismo di certificazione da parte di Accredia, bisogna sostenere un esame per la cui ammissione a volte è necessario dimostrare di avere già alcune competenze ed esperienze. Il metodo di esame differisce in funzione del profilo professionale e può ad esempio essere costituito da una prova scritta con domande a risposta multipla, da una seconda prova scritta con casi studio (o domande a risposta aperta) e da una prova orale. La validità della certificazione è subordinata al superamento di verifiche periodiche, comprese, quando previste, quelle in campo. Dopo l’avvenuta certificazione, con cadenza annuale, in genere infatti la persona certificata deve fornire una documentazione che attesti la continuità professio- nale, l’aggiornamento professionale attraverso la partecipazione a corsi, seminari, convegni, docenze, (per le professioni che hanno l’obbligo dei crediti formativi, questi possono aver valore anche per il mantenimento della certificazione) e la corretta gestione di eventuali reclami e contenziosi dei clienti, oltre a eventuale altra specifica documentazione richiesta. La certificazione ha validità da tre a dieci anni in funzione del profilo professionale richiesto e, per alcuni profili, per poter essere rinnovata richiede di sostenere un esame parziale. Nuovi orizzonti per le professioni non regolamentate La legge n. 4 del 14 gennaio 2013 “Disposizioni in materia di professioni non organizzate” riconosce e regolamenta lo svolgimento di tutte quelle professioni - intese come attività di tipo intellettuale, mestieri, qualifiche professionali - per le quali non vige una disciplina cogente specifica e dettagliata e non vi è l’obbligo di iscrizione ad Albi, Ordini o Collegi; si stima che in Italia i professionisti interessati siano oltre due milioni, suddivisi in più di 150 professioni. La legge quindi riconosce molte attività vitali per l’economia e la società, che contribuiscono alla costruzione di un sistema professionale coerente ai principi richiamati dall’Unione europea; un riconoscimento finalizzato anche a garantire la tutela del cittadino-consumatore attraverso livelli professionali adeguati alle aspettative. Ciò apre spazi ed opportunità sia per professioni storicamente avviate nel mercato, sia per nuove attività emergenti che richiedono riconoscimento e credibilità. È importante comunque sottolineare che la legge offre un’opportunità, non richiede un obbligo. Il ruolo normatore dell’Uni L’Uni ha un ruolo fondamentale in questo contesto, in quanto è chiamato ad elaborare le norme che concorrono al riconoscimento giuridico delle professioni non regolamentate. Per fare ciò è stato istituito un Comitato tecnico specifico (Apnr) già operativo e che ha già pubblicato numerose norme per la qualifica dei profili professionali. Le nuove norme sono redatte in coerenza con il quadro europeo delle qualifiche Eqf (European Qualifications Framework), uno dei perni giuridici per la creazione di un sistema europeo condiviso di riconoscimento delle competenze dei singoli cittadini come fondamento per lo sviluppo individuale, per la competitività, per l’occupazione e per la coesione sociale della Comunità europea. In sostanza l’Eqf, suddiviso in otto livelli, prevede tre descrittori fondamentali per la definizione di una specifica attività professionale: n Conoscenza: risultato dell’assimilazione di informazioni attraverso l’apprendi- mento; n Abilità: capacità di applicare conoscenze per portare a termine compiti e risolvere problemi; n Competenza: comprovata capacità di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale, esercitato con un determinato grado di autonomia e responsabilità. Seguendo questi principi, l’Uni ha emesso nel 2013 una decina di norme ed ha avviato circa 15 gruppi di lavoro per elaborarne altre. Gli organismi di certificazione La legge 4/2013 prevede la possibilità di una certificazione di terza parte per il singolo professionista in conformità ad una norma Uni di qualifica delle competenze, secondo il modello tracciato dal “New Legislative Framework” comunitario, quindi effettuata da organismi di certificazione accreditati da Accredia (vedi Regolamenti Ce 764/2008 e 765/2008). Infatti gli artt. 6 e 9 della legge introducono una novità nel panorama legislativo italiano in materia di professioni: si passa da un approccio di tipo amministrativo, basato sul sistema “ordinistico”, ad un approccio diverso, più legato al mercato e all’autoregolamentazione delle categorie. In questo contesto la certificazione di terza parte rilasciata da un organismo di certificazione accreditato, e quindi dotato di garanzie di professionalità e imparzialità, indica che il professionista certificato raggiunge gli standard previsti dalla norma tecnica. Ad oggi i settori professionali di interesse per la certificazione sono molteplici: spaziano dalle arti, scienze e tecniche alla comunicazione di impresa, dalla medicina non convenzionale alla cura psichica, da servizi all’impresa ad altre attività non riconducibili a specifici settori. Nel settore delle costruzioni ICMQ, ad esempio, certifica da tempo posatori specializzati in vari ambiti e, recentemente, anche saldatori e amministratori di condominio. Nei prossimi numeri verranno analizzate le figure professionali degli esperti di gestione dell’energia (Ege) e dei valutatori immobiliari. *ICMQ Spa 18 N. 6 - Giugno 2015 il GIORNALE dell’INGEGNERE CANTIERE A IMPATTO ZERO® per mettere in “relazione sostenibile” fabbricante del prodotto/costruito e cliente finale «Tutte queste costruzioni devono avere requisiti di solidità, utilità e bellezza. Avranno solidità quando le fondamenta, costruite con materiali scelti con cura e senza avarizia, poggeranno profondamente e saldamente sul terreno sottostante; utilità, quando la distribuzione dello spazio interno di ciascun edificio di qualsiasi genere sarà corretta e pratica all’uso; bellezza, infine quando l’aspetto dell’opera sarà piacevole per l’armoniosa proporzione delle parti che si ottiene con l’avveduto calcolo delle simmetrie» Marco Vitruviano Pollione “De Architectura”, 15 a.C. dott. Carlo Belvedere CANTIERE A IMPATTO ZERO® è una Piattaforma di ricerca, innovazione, realizzazione e sviluppo, finalizzata a mettere in “relazione sostenibile” fabbricante del prodotto/costruito e cliente finale, fondata su Pilastri ben individuati quali Legalità, Progettazione, Formazione, Innovazione e Ricerca, Investimento ed Esercizio del Prodotto/Cantiere, Gestione del Ciclo Vita e Certificazione dei risultati, uno sguardo rivolto alla realtà italiana che impone una riflessione seria sull’attuale modo di vivere e di produrre. È evidente come non sia più sostenibile il modello di crescita illimitata, non programmata e l’uso indiscriminato di risorse, che ha determinato una non-gestione del territorio, oltre a un’urbanizzazione e a un sistema infrastrutturale ben poco efficiente. IL SISTEMA DELLE COSTRUZIONI In questo contesto il sistema delle costruzioni e con esso la filiera industriale, distributiva e dei servizi riveste un ruolo fondamentale e si contraddistingue per fattori critici che richiedono maggiore attenzione e risorse, non solo per rivalorizzare un settore produttivo tra i più colpiti dalla crisi ma, e soprattutto, per riallocare l’intero Sistema Paese all’interno di un contesto civile più elevato, in poche parole all’altezza dei partner internazionali. I fattori in cui è necessario intervenire, partono dalla qualità del ciclo vita - progettare, costruire, demolire recuperare, riusare - qualità fondata su creatività, innovazione, design made in Italy, caratteristiche prestazionali, elevate performance dei prodotti per l’edilizia, dalla vasta gamma di soluzioni tecniche ad alta efficienza idrica, energetica, emissiva. In secondo luogo c’è l’innovazione per quanto concerne le nuove costruzioni: le più avanzate tecnologie rappresentano un fondamentale valore per una più attuale concezione degli edifici, senza dimenticare le opportunità innovative insite nelle opere di ristrutturazione del patrimonio esistente. Azioni che si innestano sulla salvaguardia e messa in sicurezza statica e antisismica del territorio, in cui il radicamento territoriale è conoscenza approfondita delle sue specifiche esigenze, finalizzata a rispondere in modo adeguato, possibilmente con la fornitura di materiali e servizi a chilometro zero. Il tutto sotto il cappello della sostenibilità energetica e ambientale, della legalità e della sicurezza. Infatti le politiche del risparmio energetico e del rispetto dell’ambiente interessano tutti i settori collegati alle costruzioni e l’intero ciclo vita del prodotto: dall’estrazione delle materie prime alla lavorazione, dall’efficienza delle prestazioni finalizzate al risparmio fino allo smaltimento e alle possibilità di riciclo dei materiali. Temi importanti e in gran parte condivisi da tutti gli attori del palcoscenico delle costruzioni, ma che si infrangono sugli scogli che, da troppo tempo, ostacolano il lavoro delle imprese. Diverse sono le difficoltà che rappresentano ulteriori fattori sui quali agire. In primo piano ci sono i pagamenti dei debiti della Pubblica Amministrazione e il razionamento del credito che producono un duplice effetto negativo: compromettere la sopravvivenza stessa delle imprese e togliere liquidità al sistema, impedendo, di fatto, i necessari investimenti finalizzati alla ricerca, all’innovazione e, più in generale, alle strategie di settore. Ulteriore freno è rappresentato dall’attuale sistema di infrastrutture che evidenzia da un lato uno spreco inutile su infrastrutture che non servono o che, quando realizzate, sono malfatte, dall’altro un sostegno inadeguato a causa della riduzione delle risorse destinate alle opere pubbliche e che, a propria volta, determina un’evidente instabilità e insicurezza territoriale. In poche parole l’attuale livello di dotazione infrastrutturale, unito a quello logistico e al costo dei carburanti, penalizza pesantemente la competitività delle nostre imprese. Infine, ulteriore fermo allo sviluppo nazionale è la stessa dinamica degli appalti in cui si privilegia il prezzo rispetto alla qualità. Il crescere dei ribassi con cui vengono aggiudicate le gare pubbliche azzera i margini operativi e porta fuori mercato le imprese che, al contrario, fanno della qualità il loro punto di forza. In questo contesto sarebbe auspicabile elevare la trasparenza e la qualità degli appalti pubblici, anche attraverso processi di riduzione delle stazioni appaltanti, la qualificazione delle commissioni di gara e il ricorso al criterio di selezione dell’offerta «economicamente più vantaggiosa» per le opere complesse dal punto di vista tecnologico, o per quei lavori che richiedono un apporto progettuale da parte delle imprese. Sul punto, Ascomac, nell’ambito del recepimento delle direttive europee in materia di appalti, ha presentato una proposta al Governo ed al Parlamento richiedendo la Introduzione testuale del sintagma: “ciclo vita” così come previsto dalle direttive oggetto di recepimento, sia tra le specifiche tecniche, sia nell’ambito dei criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici e delle concessioni. Giova ricordare che sia la Direttiva 2014/25/UE, art. 82 (Criteri di aggiudicazione dell’appalto)che la Direttiva 2014/24/UE, art. 67 (Criteri di aggiudicazione dell’appalto) stabilisco quanto segue: “1. Fatte salve le disposizioni Checklist per la sicurezza nei cantieri edili ing. Annamaria Carriero Se ogni ambiente di lavoro, se per tutti i lavoratori sono indispensabili adeguate misure di prevenzione e tutela della sicurezza, quello del cantiere edile può essere senza dubbio annoverato tra i settori che più necessitano di accortezza, di vigilanza e dell’adempimento di ogni indicazione e dettaglio previsto dal Testo unico sicurezza sul lavoro, dalla normativa e delle prassi a esso correlate. Il cantiere è storicamente un luogo di lavoro molto pericoloso, un luogo dove debbono primeggiare e rendersi evidenti quotidiane buone pratiche, continue attenzioni da parte di ogni attore presente e operante: dal lavoratore ai datori di lavoro, il committente e il responsabile dei lavori, passando per le figure addette alla sicurezza come l’RSPP fino ad arrivare al Coordinatore della sicurezza. Il cantiere edile è un sito in cui il lavoro avanza giorno dopo giorno, nel corso delle stagioni, con i cambi climatici e ambientali, col repentino e frequente cambio di “location”, di colleghi, di compagni, tutte variabili che rendono difficile la tutela della sicurezza, sia per gli operai, sia per i responsabili, sia per i datori di lavoro che per i coordinatori. Il Legislatore con il D.lgs. 81/2008 ed il D.I. 11.04.2011 ha colto la necessità di implementare e garantire le verifiche periodiche delle attrezzature di lavoro al fine di migliorarne la sicurezza, dando risposte celeri al mondo del lavoro, ma ha altresì lasciato “fuori” al mondo delle verifiche da parte dei privati le opere provisionali, nonostante le cadute da ponteggi e da scale rappresentino la metà di tutti gli infortuni gravi e di un terzo di quelli mortali. La sicurezza nell’ambito delle costruzioni trova esplicita disciplina nazionale sin dal 1956, data in cui risulta promulgato il d.p.r. 164 del 7 gennaio 1956 avente ad oggetto, per l’appunto, “Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro nelle costruzioni”. Si tratta di una norma speciale dopo quella generale costituita dal d.p.r. 547 del 27 aprile 1955 che dettava una disciplina generale (capo II) ed altre relativamente a specifiche lavorazioni o mezzi (es.: il capo II considerava scavi e fondazioni, il capo IV i ponteggi e impalcature in legname, ... il capo VII il trasporto dei materiali, il capo VIII le costruzioni edilizie, il capo IX le demolizioni). Tuttavia la disciplina mancava di un elemento essenziale: la previsione sistematica dei rischi e la pianificazione delle misure atte a contrastarli, ovvero la pianificazione della sicurezza. Al proposito, con Direttiva Cantieri (la 92/57/CEE), la Comunità Europea ha adottato una disciplina specifica per i cantieri sulla scorta dei seguenti punti importantissimi (che possono essere ricondotti a principi generali), considerando: n che i cantieri temporanei o mobili costituiscono un settore di attività che espone i lavoratori a rischi particolarmente elevati; n che scelte architettoniche e/o organizzative non adeguate o una carente pianificazione dei lavori all’atto della progettazione dell’opera hanno influito su più della metà degli infortuni del lavoro nei cantieri nella Comunità; n che, all’atto della realizzazione di un’opera, una carenza di coordinamento, in particolare dovuta alla presenza simultanea o successiva di imprese differenti su uno stesso cantiere temporaneo o mobile, può comportare un numero elevato di infortuni sul lavoro; n che i lavoratori autonomi ed i datori di lavori, che esercitano essi stessi un’attività professionale su un cantiere temporaneo o mobile, possono con le loro attività mettere in pericolo la sicurezza e la salute dei lavoratori. Il committente (qualsiasi persona fisica o giuridica per conto della quale l’opera viene realizzata) assume una centralità nelle politiche di sicurezza attraverso il rispetto diretto, o tramite un proprio incaricato, di specifici obblighi. Nascono così le seguenti figure così definite nella direttiva: n responsabile dei lavori: qualsiasi persona fisica o giuridica incaricata della progettazione e/o dell’esecuzione e/o del controllo dell’esecuzione dell’opera per conto del committente; n coordinatore in materia di sicurezza e di salute durante la progettazione dell’opera: qualsiasi n persona fisica o giuridica incaricata dal committente e/o dal responsabile dei lavori della esecuzione dei compiti di cui all’art. 5 durante la progettazione dell’opera; n coordinatore in materia di sicurezza e di salute durante la realizzazione dell’opera: qualsiasi persona fisica o giuridica incaricata dal committente e/o dal responsabile dei lavori dell’esecuzione dei compiti di cui all’ art. 6 durante la realizzazione dell’opera. Con il d.lgs. 81 del 9 aprile 2008 e s.m.i. tutta la normativa specifica relativa alle costruzioni, ovvero ai cantieri, risulta riunita (ed innovata) nel titolo IV e nei diversi allegati, di interesse specifico per i cantieri edili. Le misure di sicurezza, intese come misure di prevenzione e/o di protezione dai rischi, debbono essere sempre garantite, indipendentemente dal tipo di cantiere, in quanto il diritto alla salute (cfr. art. 32 della Costituzione) costituisce un diritto indisponibile (vedi. Cass. Pen., sez. IV, 20 marzo 2008 n. 12348). Con il testo unico si individuano i seguenti Soggetti Destinatari : n il committente; n il responsabile dei lavori; n il coordinatore per la progettazione (CSP); n il coordinatore per l’esecuzione (CSE); n l’impresa affidataria; n l’impresa esecutrice; n il lavoratore autonomo. L’individuazione dei soggetti è fondamentale nella disciplina della sicurezza nei luoghi di lavoro in quanto ad essi vengono attribuiti precisi adempimenti (obblighi) con le conseguenti responsabilità sanzionate sia in via amministrativa, penale che civile (risarcimento del danno). Nella logica della responsabilità, e quindi delle competenze determinanti obblighi e adempimenti, i soggetti possono essere ricondotti a tre fattispecie: n dominus: committente e/o responsabile dei lavori (RL); n supporti e ausili: progettista, direttore dei lavori (DL), coordinatori della sicurezza N. 6 - Giugno 2015 19 il GIORNALE dell’INGEGNERE Efficienza dei mezzi di cantiere legislative, regolamentari o amministrative nazionali relative al prezzo di determinate forniture o alla remunerazione di taluni servizi, le amministrazioni aggiudicatrici procedono all’aggiudicazione degli appalti sulla base dell’offerta economicamente più vantaggiosa. 2. L’offerta economicamente più vantaggiosa dal punto di vista dell’amministrazione aggiudicatrice è individuata sulla base del prezzo o del costo, seguendo un approccio costo/efficacia, quale il costo del ciclo di vita conformemente all’articolo 68, e può includere il miglior rapporto qualità/prezzo, valutato sulla base di criteri, quali gli aspetti qualitativi, ambientali e/o sociali, connessi all’oggetto dell’appalto pubblico in question. Tra tali criteri possono rientrare ad esempio: a) la qualità, che comprende pregio tecnico, caratteristiche estetiche e funzionali, accessibilità, progettazione adeguata per tutti gli utenti, caratteristiche sociali, ambientali e innovative, e la commercializzazione e relative condizioni;”. In base a quanto indicato espressamente dalle direttive oggetto di recepimento, l’aggiudicazione deve tenere conto dell’intero costo del ciclo vita sia dei prodotti e servizi che hanno contribuito alla realizzazione dell’opera in quanto tale, ma e soprattutto della gestione dell’opera durante il suo intero ciclo di vita, valorizzando così non solo l’investimento ma anche l’esercizio. Speriamo che il Legislatore se ne accorga. LE PROPOSTE ASCOMAC Occorre farsi carico di un piano straordinario di opere pubbliche con programmi di riduzione del consumo del suolo, del rischio di dissesto idrogeologico, di messa in sicurezza statica e antisismica di edifici e infrastrutture, attraverso interventi di messa in sicurezza del territorio, per la viabilità e per il ripristino dei manti stradali. Senza dimenticare la riqualificazione del patrimonio scolastico e dell’abitare sociale (social housing e cohousing) e un programma di piccole e medie opere funzionali alla riqualificazione delle città. Città, Comunità e Territorio sostenibile vanno intesi come un Sistema urbano/metropolitano territoriale ripensato e sostenibile: nuovo motore per riprogrammare e ripianificare dal punto di vista infrastrutturale e di gestione del territorio. Una vera Rivoluzione sostenibile che metta a rete legalità, economia, ambiente, energia, mobilità e trasporti a favore della qualità del vivere e del benessere del Cittadino e della Comunità. Città/Territorio Sostenibile CANTIERE A IMPATTO ZERO ® Nuovo Paradigma VALORE STRATEGICO E FATTORE DI SVILUPPO n Qualità sostenibile del Territorio e dell’Abitato n Legalità e Integrazione sociale n Mobilità e Accessibilità ai luoghi n MOTORE del nuovo sistema urbano/metropolitano/territoriale intelligente e sostenibile n Riprogrammazione, ripianificazione, gestione e utilizzo del Territorio n Sviluppo ambientale, economico, sociale n Efficientamento del ciclo energetico ed idrico, dei consumi negli edifici, del trasporto merci, della mobilità delle persone, della gestione dei rifiuti da “accendere” con programmi di miglioramento rivolti a n ristrutturazione, recupero, manutenzione della sicurezza statica e antisismica n risparmio energetico, efficienza energetica e fonti rinnovabili n ripristino a seguito di eventi calamitosi e riduzione del rischio di dissesto idrogeologico del territorio n promozione e valorizzazione dee patrimonio culturale e paesaggistico Rivoluzione urbana, metropolitana, territoriale integrando “a rete” Legalità, Economia, Ambiente, Industria, Commercio, Servizi, Edilizia, Urbanistica, Energia, Mobilità, Turismo, Beni culturali per la Qualità del vivere e del Benessere del Cittadino INVESTIRE NELLA CITTÀ/TERRITORIO SOSTENIBILE CON PROGRAMMI DI MIGLIORAMENTO STATICO, ANTISISMICO, IDRICO, ENERGETICO, AD ALTA RICICLABILITÀ, A BASSO CONTENUTO DI CARBONIO I diversi eventi sismici e, da ultimo, quello accaduto in Emilia Romagna, la grave perdita di vite umane, il rile- vante dissesto idrogeologico, i danni subiti dal patrimonio abitativo, agricolo, industriale, infrastrutturale, artistico e culturale, le ingenti risorse impiegate “per riparare alla meglio più che costruire e manutenere a regola d’arte”, fanno riflettere sulla necessità di “messa in sicurezza” del nostro Territorio. La morte di operai sotto le coperture di capannoni, di re- cente costruzione, che avrebbero dovuto resistere ad eventi calamitosi e sismici, rendono ormai indilazionabile un “cambio di passo” su quello che è l’utilizzo ed il consumo del territorio e delle risorse disponibili. Una crisi grave del Territorio, alla quale si aggiunge una crisi economica altrettanto grave. Per questo, occorre ripartire dal rilancio della riqualifica- SOFTWARE | SICUREZZA SCAVI (CSP e CSE); n esecutori: impresa affidataria, impresa esecutrice, lavoratori autonomi. Sono altresì da ritenersi soggetti interessati anche gli organismi deputati al controllo e alla vigilanza e quelli organizzatori dei corsi in materia di sicurezza (ad esempio abilitanti i coordinatori della sicurezza). L’etimologia del termine cantiere deriva dal latino “cantherius”, che significa cavallo castrato e che, in senso figurato, indica un cavalletto di sostegno; tali cavalletti, o travicelli, erano quelli impiegati nei cantieri per poggiare le navi in fase di fabbricazione o di restauro. La tipologia di cantiere più importante, ed alla quale è principalmente rivolta l’attenzione del legislatore, è quella del cantiere edile, definito come il luogo e l’insieme di impianti ed attrezzature, depositi ed uffici in cui si svolgono i lavori edili appartenenti alla sfera dell’ingegneria civile. Nel canitere edile, molto spesso l’apparecchio di sollevamento dei carichi rappresenta una attrezzatura essenziale per lo svolgimento di talune lavorazioni. Nella movimentazione dei materiali, il sollevamento si distingue per via della prevalenza dello spostamento verticale rispetto a quello orizzontale. I materiali, che nella conduzione dei lavori in cantiere richiedono operazioni di sollevamento, sono i più diversi; in relazione al sistema da adottare per il loro spostamento e principalmente per l’organo di presa. Attrezzatura cardine e più utilizzata in un cantiere è la gru, ed in particolare la gru ad asse fisso. Con tale apparecchio si rea- lizzano i seguenti movimenti: n sollevamento del carico; n traslazione del carrello; n rotazione del braccio; n spostamento della macchina. Tale attrezzatura presenta molteplici rischi, sia per gli operatori che per i lavoratori che operano nell’area di cantiere in cui la medesima è installata. I rischi maggiori sono costituiti, essenzialmente, dal ribaltamento della gru, dalla caduta di materiale dall’alto, da possibiltà di cesoiamento, di schiacciamento e di urti. La gru è dotata di una serie di dispositivi che, opportunamente tarati, garantiscono i requisiti minimi di sicurezza previsti dalle norme. Ovviamente, ed è il caso del possibile rischio di interferenza tra più gru, essa può essere provvista di eventuali ulteriori dispositivi di sicurezza, finalizzati alla riduzione di ulteriori rischi connessi a particolari condizioni di installazione nel cantiere. I dispositivi di finecorsa (o limitatori) agiscono sui movimenti della gru: rotazione, sollevamento, distribuzione e traslazione; essi intervengono per evitare che la gru venga sollecitata a sforzi superiori rispetto a quelli per i quali essa è stata progettata, limitandone i singoli movimenti, quali l’altezza di sollevamento, l’escursione del carrellino, la traslazione. Alcuni di questi dispositivi sono: n il limitatore di carico massimo e di grande velocità: esso impedisce il sollevamento dei carichi eccedenti il carico massimo, arrestando il motore di sollevamento e azionando il freno. n Il limitatore di velocità interviene con il superamento segue a pag. 22 zione urbana, metropolitana, territoriale, attraverso la contestuale programmazione della messa in sicurezza statica e dell’efficientamento energetico degli edifici e delle infrastrutture; più che “smart city” servono una Vision ed una Governance diverse, un percorso virtuoso verso un Sistema Paese, a consumo quasi zero con regole semplici, certe e chiare, a partire dai Piani regolatori e dalla Pianificazione strategica territoriale. La Città/Territorio sostenibile richiede un’Edilizia Sostenibile - civile, rurale, industriale, infrastrutturale - risposta anticiclica, non solo alla attuale crisi economica, ma anche organizzativa, realizzabile da subito, attraverso l’avvio immediato di un Piano “ordinario” statico, antisismico ed energetico sia per le nuove costruzioni, sia per il consolidamento e miglioramento idrico/energetico, ad alta riciclabilità degli edifici pubblici e privati esistenti, con regole obbligatorie e vincolanti per tutti. Un Piano finalizzato al rilancio dell’economia, legata all’edilizia di qualità, nuova o ristrutturata, attivando trasversalmente il sistema delle micro, piccole e medie imprese e producendo, in questo modo, anche un rilevante effetto sul terreno occupazionale. Senza tralasciare i necessari segue a pag. 20 Informazioni dalle aziende Piano di sicurezza per scavi edili, nuova applicazione professionale da ACCA CerTus-SCAVI è il software per la redazione del piano di sicurezza scavi in linea con il Testo Unico Sicurezza e con le procedure della “Guida ISPESL per l’esecuzione in sicurezza delle attività di scavo” Alcuni lavori di cantiere sono ad alto rischio e pertanto richiedono piani di sicurezza specifici. È il caso degli scavi a cielo aperto, no dig, etc. Predisporre con la massima accortezza e prevenzione le misure atte ad assicurare la salute del lavoratore è compito e responsabilità del coordinatore della sicurezza e del datore dell’impresa. I lavoratori impegnati in lavori di scavo sono esposti a infortuni causati principalmente da terreno franoso, investimento di materiale con caduta dall’alto, investimento di mezzi meccanici impegnati in operazione di scavo. È importante, dunque, che il coordinatore analizzi e valuti correttamente la struttura del terreno, i mezzi meccanici, gli impianti, le attrezzature da utilizzare e proceda consapevolmente alla redazione del piano di sicurezza. IL SOFTWARE In questa fase, il coordinatore può avvalersi di uno strumento software che ACCA ha predisposto proprio per questo tipo di esigenza. Il nuovo CerTus-SCAVI, produce un piano di sicurezza per lavori di scavo in edilizia in linea con il D.Lgs. Per informazioni: ACCA software S.p.A. Via M. Cianciulli – 83048 Montella (AV) 81/2008 (Testo Unico Sicurezza) e con le procedure della “Guida ISPESL per l’esecuzione in sicurezza delle attività di scavo”. Un wizard semplice e accurato guida alla redazione del piano di sicurezza scavi. L’archivio del software è corredato già da descrizioni e immagini ma altre possono essere inserite personalizzando sia il piano che l’archivio. L’elaborato prodotto, contiene le procedure di scavo, le descrizioni delle tecnologie, le opere provvisionali di sostegno e protezione scavi, i dispositivi di protezione individuale e le prescrizioni atte a prevenire o ridurre i rischi particolari di seppellimento e sprofondamento, il modello di Manutenzione e Ispezione con la procedura e le schede per la manutenzione e ispezione delle macchine di movimento terra, dei sistemi alternativi allo scavo e dei sistemi provvisionali di sostegno e protezione degli scavi. L’elaborato finale può essere salvato anche in formato RTF, un formato testo adattabile a qualsiasi word processor e quindi facilmente gestibile per variazioni e ulteriori personalizzazioni. T. 0827 69504 | F. 0827 601235 [email protected] | www.acca.it 20 N. 6 - Giugno 2015 il GIORNALE dell’INGEGNERE Organizzazione del cantiere: le macchine movimento terra dott. Carlo Belvedere* Al fine di avere un quadro il più possibile completo delle attività svolte da macchine, attrezzature e impianti in cantiere, con specifico riguardo alle macchine movimento terra è utile partire dalla definizione del movimento terra inteso come l’insieme delle attività che modificano geometricamente una parte di territorio, in genere allo stato naturale, per accogliere manufatti – edifici-infrastrutture etc. - modificando morfologia, relazioni e destinazione d’uso. La movimentazione e la lavorazione delle terre è costituita da operazioni di scavo, di carico e di trasporto di terra o di materiali ad essa assimilati (roccia, sabbia, ghiaia, ecc.), più in generale per la movimentazione del terreno sono impiegate macchine semoventi. A tal proposito è opportuno definire correttamente la scelta delle macchine in funzione delle attività da realizzare e i diagrammi di lavorazione, da cui derivare l’organizzazione stessa del cantiere. LE MACCHINE MOVIMENTO TERRA IN FUNZIONE DELLE ATTIVITÀ POSSONO CLASSIFICARSI IN: MACCHINE PER LA MOVIMENTAZIONE DEL MATERIALE n Apripista /bulldozer – macchine cingolate dotate nella parte anteriore di una grande lama (dozer) comandata da due pistoni idraulici CANTIERE A IMPATTO ZERO® per mettere in “relazione sostenibile” fabbricante del prodotto/costruito e cliente finale segue da pag. 19 controlli di quanto realizzato. Per iniziare, “basta” un provvedimento normativo unico, di semplice applicazione rivolto ai cittadini / imprese / contribuenti / investitori / amministrazioni pubbliche e di immediata efficacia, rafforzando quanto già previsto nel merito dall’art. 4, del D.L. n. 201/2011, convertito in Legge n. 214/2011 dove già il Governo aveva unificato nella misura del 36% le misure in ambito energetico, antisismico e di ripristino a seguito di eventi calamitosi, superando, in questo modo, la logica del singolo intervento a favore dell’Edificio nel suo complesso. Per questo, sia a livello antisismico che energetico, vanno introdotti ed attuati, con investimenti pubblici e privati, programmi di miglioramento energetico e statico dell’Edificio/Infrastruttura e, quindi, del Territorio, cioè tutte quelle misure, strumenti, azioni per l’ottenimento del miglior risultato. “A regola d’arte”. RILANCIARE IL SETTORE Per rilanciare il settore delle costruzioni e dei prodotti di filiera tra cui macchine, at- che, affondata nel terreno e grazie al moto del mezzo, spinge, sposta e livella il materiale di risulta. Sono sempre meno utilizzate in quanto sostituite dai caricatori (pale gommate o cingolate). n Motorgrader - livellatore di materiale di finitura molto preciso e veloce. Viene usato per stendere il materiale “bianco” nella costruzione delle strade, cioè l’ultimo strato di ghiaia prima della asfaltatura. Viene usato anche per lavori di livellamento, taglio canali, profilature di scarpate ecc n Scraper - speciali autocarri che si caricano autonomamente avendo il cassone sospeso tra i due assi. Mentre la macchina avanza, il cassone si abbassa sul terreno con un “tagliente” ed il materiale va a riempire il cassone. Sono macchine ideali per spostare grandi quantità di materiale su brevi distanze. ciclo lavorativo collaborino per conseguire il miglioramento degli standard di sicurezza e salute sul posto di lavoro così come previsto dal T.U. Sicurezza artt. 69/74); conoscano la documentazione che deve accompagnare la macchina – dichiarazione di conformità, marcatura CE, libretto di uso e manutenzione . LA NORMATIVA APPLICABILE E DEFINIZIONI D.P.R. n. 547/1955 D.P.R. n. 459/1996 D.Lgs. n. 359/1999 D.Lgs. n. 81/2008 D.Lgs. n. 17/2010 n Terna – macchina caratterizzata da flessibilità d’uso dove l’operatore può passare rapidamente da una funzione all’altra senza muoversi dal suo posto di guida e con caratteristiche quali: - la velocità di sollevamento della benna - la distanza e l’altezza di scarico del materiale - l’angolo di richiamo della benna - il raggio di sterzata e la facilità di movimentazione della macchina durante le operazioni di carico n Caricatore, noto come pala gommata o cingolata può essere equipaggiate con diversi accessori alternativi alla benna, come bracci a forca o a gancio per la movimentazione dei carichi, senza che siano alterati i requisiti di sicurezza del caricatore che si modifica solo nell’utilizzo - In funzione delle principali caratteristiche del telaio e della trazione è possibile classificare le pale caricatrici in: - pale caricatrici cingolate - pale caricatrici gommate a telaio rigido - pale caricatrici gommate a telaio articolato - minipale gommate n Escavatore – macchina cingolata o gommata, esegue scavi di sbancamento, carico di materiale, scavi in sezione ristretta per fondazioni, cana- trezzature e impianti, occorre ripartire dalla riqualificazione urbana, metropolitana e territoriale, attraverso la contestuale programmazione della messa in sicurezza degli edifici e delle infrastrutture. Il tutto con programmi di ristrutturazione, manutenzione e miglioramento della sicurezza statica e antisismica, di risparmio e di efficienza energetica del patrimonio immobiliare; la promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, di mobilità sostenibile; la riduzione del rischio di dissesto idrogeologico del territorio. «Per attuare questi programmi vanno individuate una serie di misure fiscali e finanziarie in stretto coordinamento con gli strumenti vigenti. L’inserimento della proroga degli ecobonus nel Decreto di recepimento della direttiva Edifici a energia quasi zero, è stata una grande occasione, colta purtroppo solo in parte, di rilancio della Rigenerazione e Riqualificazione urbana e del territorio di cui il Paese ha bisogno, rappresentando l’anello di congiunzione, ora mancante, tra la casa – interventi verticali, importanti ma isolati – e la riqualificazione urbanistica, prevista dal Piano Casa e dal Piano per le Città/Territorio sostenibili, ampliandone ed estendendone gli interventi a livello orizzontale. Più che Smart city, servono vision e governance diverse, un percorso virtuoso verso la Città/Territorio Sostenibile, a consumo quasi zero (carbonio, acqua, energia, rifiuti, mobilità) con regole certe e chiare, a partire dai Piani regolatori e dalla Pianificazione strategica territoriale e dal coordinamento. Il CANTIERE A IMPATTO ZERO® è fondamenta della Città/Territorio riqualificato e ristrutturato, è un obiettivo in continua evoluzione, da cogliere, indirizzando e informando le attività. Da un lato verso la legalità e la trasparenza, l’innovazione tecnologica, l’alta efficienza di macchine, attrezzature, impianti, la qualificata e certificata formazione e addestramento delle maestranze dirette e indirette, la semplificazione burocratica, il miglioramento degli standard di sicurezza sul lavoro, sulla qualità di materiali ecosostenibili ed efficienti; dall’altro, verso l’impatto energetico e ambientale quasi zero, la riduzione fino all’eliminazione degli infortuni, la semplificazione della burocrazia. Il tutto nel pieno rispetto della legalità e della sicurezza. Un impegno forte, una rivoluzione di azioni e comportamenti, che parte dalle fondamenta, diventando elemento integrante di quanto realizzato – strada, ponte, edificio, altro – tutto a basso contenuto di carbonio, a elevato risparmio energetico, a ridotto consumo di acqua, ad alta riciclabilità a partire dai prodotti, dalle macchine, dalle at- MACCHINE PER IL CARICAMENTO DEL MATERIALE lizzazioni, formazione di scarpate, argini fluviali, altro Gli escavatori sono macchine che generalmente vengono distinte in base: - al peso operativo; - alla potenza idraulica del motore; - alle caratteristiche geometriche del braccio (frontale per speciali operazioni di carico o rovescio per normali operazioni di carico e per lo scavo); - alla dimensione del braccio lavoratore e conseguentemente alla capacità di lavoro della benna per lo scavo MACCHINE PER IL TRASPORTO DEL MATERIALE Dumper- macchine utilizzate nei cantieri edili o stradali, adibite esclusivamente al tra- trezzature impiegati, dalla fase di progettazione, costruzione ed esercizio fino allo smaltimento a fine ciclo vita. PROPOSTE CONCRETE Nel contesto delle proposte Ascomac un ruolo rilevante è occupato dalle macchine, strumenti indispensabili per il cantiere, nei quali l’innovazione è un tema centrale e deve trovare adeguata corrispondenza nell’assegnazione degli appalti e nel complesso sistema della fiscalità italiana. Le imprese che utilizzano nuovi macchinari tecnologicamente all’avanguardia, oppure manutenuti in modo appropriato e certificato, devono essere premiate a livello fiscale, o in fase di aggiudicazione dell’appalto». Il tutto si tradurrebbe in un duplice risparmio. I controlli sui macchinari in cantiere sarebbero inutili perché si tratterebbe di macchine non solo nuove ma certificate. Inoltre i macchinari di nuova generazione non sono stati progettati solo per limitare l’impatto ambientale ma anche per dare più comfort, più protezione da rumori e vibrazioni e più sicurezza in senso lato agli operatori. Vantaggi, frutto di un investimento delle imprese, che possono e devono essere riconosciuti. UN PARCO MACCHINE SPESSO PROBLEMATICO Il parco macchine, censito sporto di materiale. Si spostano su terreni accidentati, privi di pavimentazione e sono dotati di cassone ribaltabile. In genere non possono circolare sulle strade pubbliche. Ne esistono di svariate dimensioni. Quelle con cassoni enormi vengono usati per il trasporto di grandi quantità di materiale nelle cave o nelle costruzioni di grandi opere di genio civile. La classificazione sopra riportata è importante anche ai fini della formazione degli operatori e del relativo rilascio della attestazione per la relativa conduzione in sicurezza ai sensi dell’Accordo Stato Regioni 22.2.2012. Nell’ambito dell’impiego delle macchine e attrezzature in cantiere è necessario che i diversi soggetti coinvolti nel n Attrezzatura di lavoro qualsiasi macchina, apparecchio, utensile, impianto inteso come il complesso di macchine, attrezzature, componenti necessari alla attuazione di un processo produttivo destinato a essere usato durante il lavoro - Art. 69, D.lgs. N. 81/2008 e smi n Manutenzione, attività le cui procedure sono indicate nel manuale di uso e manutenzione della macchina, finalizzate a mantenere le attrezzature in funzione secondo quanto stabilito dal fabbricante, a garantire nel tempo la sicurezza degli operatori e il rispetto dell’ambiente, a prevenire guasti, prolungano la vota utile della macchina stessa. La manutenzione è prevista e indicata dal, come detto, dal fabbricante o, in assenza, dalle pertinenti norme tecniche o dalle buone prassi o linee guida (art. 71, comma 8, D.Lgs. n. 81/2008 e smi); n Verifica periodica – attività malamente e sul quale i controlli sono pressoché nulli, comporta diversi problemi di carattere ambientale. Tante imprese in pratica, utilizzano macchine obsolete, talune per assoluta mancanza di senso civico ed economico – vedono il risparmio immediato, ma non tengono conto delle enormi spese in termini di riparazioni e combustibile – altre per un’impossibilità a procedere con nuovi acquisti, spesso figlia della miopia degli istituti di credito. Un contesto aggravato da una sorta di anarchia per quanto concerne le macchine non targate (e stiamo parlando di diverse migliaia di unità) e una mancanza cronica di controlli sulla manutenzione. I costruttori hanno dovuto recepire le diverse normative tecniche ad es. in campo delle emissioni inquinanti previste dal protocollo di Kyoto, ma in Italia chi controlla il rispetto di questo Protocollo? Se nei centri storici per ridurre le emissioni inquinanti vengono introdotte le aree a circolazione limitata, si ricorre a provvedimenti come le targhe alterne, o addirittura si vieta la circolazione alle auto che non rispondono a determinati requisiti, perché l’utilizzo delle macchine operatrici non viene valutato? Un escavatore obsoleto produce un inquinamento decisamente superiore a quello delle automobili. Eppure le regole non valgono per tutti. Si pensi all’ingresso delle macchine operatrici obsolete in un cantiere urbano ed alle relative emissioni inquinanti: a tal proposito si potrebbero prevedere come per i veicoli in genere una limitazione all’utilizzo delle macchine per costruzioni obsolete all’interno delle aree a traffico limitato, o l’accesso gratuito a macchine operatrici con determinate caratteristiche a basso impatto. È altresì evidente che questo tema delle emissioni inquinati riguarda non solo le macchine da cantiere ma ad es. i veicoli che le trasportano etc. Il punto non è vendere macchine nuove, ma i mezzi d’opera devono rientrare in certi parametri di ecosostenibilità e il primo passo è una manutenzione corretta. Non dovrebbero servire incentivi per fare le cose per bene, ma dato che siamo in Italia, dove la coscienza ecologica ha ancora tanta strada da percorrere, serve un sistema premiante per chi fa le cose per bene. Il tutto ben sapendo come la proposta Ascomac non si limiti alle macchine ma coinvolga l’intera filiera, passando per il sistema di management di cantiere, il BIM, con il quale il cantiere viene progettato virtualmente attraverso modellig che poi devono essere applicati concretamente. Un sistema innovativo che si traduce in legalità perché impedisce di frodare come le tante eccezioni che emergono, co- N. 6 - Giugno 2015 21 il GIORNALE dell’INGEGNERE Efficienza dei mezzi di cantiere normata dalla legge riguardante le attrezzature ricomprese nell’All. VII, D.Lgs. n. 81/2008 e smi); il datore di lavoro sottopone le attrezzature di lavoro riportate nell’allegato VII a verifiche periodiche volte a valutarne l’effettivo stato di conservazione e di efficienza ai fini di sicurezza, con la frequenza indicata nel medesimo allegato. Per la prima verifica il datore di lavoro si avvale dell’INAIL, che vi provvede nel termine di quarantacinque giorni dalla richiesta; n Controllo e manutenzione – l’art. 71, comma 4, D.Lgs. n. 81/2008 e smi prevede Il datore di lavoro prende le misure necessarie affinché le attrezzature di lavoro siano curati la tenuta e l’aggiornamento del registro di controllo delle attrezzature di lavoro per cui lo stesso è previsto. Il registro contiene: - l’elenco delle attrezzature con le rispettive caratteristiche (matricola, modello, data costruzione, indicazione manuale uso e manutenzione, dichiarazione CE se prevista, verifica periodica, formazione e addestramento operatore abilitato - la scheda di manutenzione della macchina quali interventi da fare, realizzati (manutenzioni straordinarie, sostituzione componenti, eventuli modifiche, altro); n Obblighi datore di lavoro – Art. 71, D.Lgs. n. 81/2008 e smi, Il datore di lavoro mette a disposizione dei lavoratori attrezzature conformi ai requisiti di cui all’articolo precedente, idonee ai fini della salute e sicurezza e adeguate al lavoro da svolgere o adattate a tali scopi che devono essere utilizzate conformemente alle disposizioni legislative di recepimento delle direttive comunitarie. All’atto della scelta delle attrezzature di lavoro, il datore di lavoro prende in considerazione: - le condizioni e le caratteristiche specifiche del lavoro da svolgere; - i rischi presenti nell’ambiente di lavoro; - i rischi derivanti dall’impiego delle attrezzature stesse; - i rischi derivanti da interferenze con le altre attrezzature già in uso. - Qualora le attrezzature richiedano per il loro impiego conoscenze o responsabilità particolari in relazione ai loro rischi specifici, il datore di lavoro prende le misure necessarie affinché: - l’uso dell’attrezzatura di lavoro sia riservato ai lavoratori allo scopo incaricati che abbiano ricevuto una informazione, formazione ed addestramento adeguati; - in caso di riparazione, di trasformazione o manutenzione, i lavoratori interessati siano qualificati in maniera specifica per svolgere detti compiti. n Obblighi dei lavoratori – Ciascun lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro. I lavoratori devono in particolare: - contribuire, insieme al datore di lavoro, ai dirigenti e ai preposti, all’adempimento degli obblighi previsti a tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro; - osservare le disposizioni e le istruzioni impartite dal datore di lavoro, dai dirigenti e dai preposti, ai fini della protezione collettiva ed indivi- me funghi, con l’avanzamento dei lavori. Anche su questo punto Ascomac ha presentato sempre in attuazione di quanto previsto dalle direttive UE in materia di appalti, una serie di proposte finalizzate a legalizzare l’intera filiera con l’introduzione e l’applicazione di strumenti elettronici specifici, quali gli strumenti di simulazione elettronica per le informazioni edilizie come il BIM o strumenti analoghi, finalizzati alla attuazione ai principi di trasparenza, legalità e concorrenza. La applicazione di sistemi di modellazione parametrica quale il BIM Building Information Modeling, consente di identificare, monitorare e verificare la filiera degli operatori, beni, servizi, e le relative attività e responsabilità, le fasi di realizzazione - progettazione e gestione del ciclo vita dell’Opera – Prodotto, Immobile, Infrastruttura, i tempi e costi, contribuendo a valorizzare e garantire il pieno rispetto dei principi di trasparenza, parità di trattamento degli operatori economici, concorrenza, possibilità di accesso al mercato e, nel contempo, a ridurre i rischi legati a fenomeni di corruzione. Le imprese che utilizzano nuovi macchinari tecnologicamente all’avanguardia, oppure manutenuti in modo appropriato e certificato, devono essere premiate a livello fiscale, oppure favorite in fase di aggiudicazione dell’appalto. LE PROPOSTE ASCOMAC IN SINTESI Secondo Ascomac per garantire un volume sostenibile e duraturo degli investimenti, l’azione del Governo e del Parlamento si deve concentrare su: n Liquidazione e regolare pagamento dei crediti vantati dalle imprese verso la PA e tra privati; n Investimenti in opere e infrastrutture selettivi, sostenibili, programmati e sorretti da una reale liquidità immessa sul mercato; n Sistema di appalti che premi la sostenibilità, la legalità, la sicurezza, l’efficienza n Energetica, le ridotte emissioni di macchine operatrici, attrezzature di lavoro e impianti n Fiscalità energetica e ambientale, leva di sviluppo della competitività del Sistema Italia, verso un’economia a basso contenuto di carbonio, a basso consumo di risorse – acqua, energia, rifiuti – ad alta riciclabilità. n Un’attenzione forte, in termini di rilancio, deve essere dedicata a tutte le fasi che concorrono alla realizzazione delle opere, incrementando l’utilizzo di macchine, attrezzature, impianti per le costruzioni sostenibili, sicure, efficienti dal punto di vista energetico e ambientale. dott. Carlo Belvedere Segretario Generale Ascomac duale; - utilizzare correttamente le attrezzature di lavoro, le sostanze e i preparati pericolosi, i mezzi di trasporto, nonché i dispositivi di sicurezza; - utilizzare in modo appropriato i dispositivi di protezione messi a loro disposizione; - segnalare immediatamente al datore di lavoro, al dirigente o al preposto le deficienze dei mezzi e dei dispositivi di cui alle lettere c) e d), nonché qualsiasi eventuale condizione di pericolo di cui vengano a conoscenza, adoperandosi direttamente, in caso di urgenza, nell’ambito delle proprie competenze e possibilità e fatto salvo l’obbligo di cui alla lettera f ) per eliminare o ridurre le situazioni di pericolo grave e incombente, dandone notizia al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza; - non rimuovere o modificare senza autorizzazione i dispositivi di sicurezza o di segnalazione o di controllo; - non compiere di propria iniziativa operazioni o manovre che non sono di loro competenza ovvero che possono compromettere la sicurezza propria o di altri lavoratori; - partecipare ai programmi di formazione e di addestramento organizzati dal datore di lavoro; - sottoporsi ai controlli sanitari previsti dal presente decreto legislativo o comunque disposti dal medico competente. IN SINTESI Il datore di lavoro deve acquistare e utilizzare macchine ed attrezzatura rispondenti alla normativa vigente e valutare i rischi legati: alla installazione della macchina/attrezzatura nel luogo di lavoro, alla possibile interferenza con altre attrezzature; verificare la compatibilità tra la postazione di lavoro della macchina e le caratteristiche fisiche dell’operatore; il corretto utilizzo e manutenzione dell’attrezzatura; l’esecuzione effettiva dei controlli periodici previsti dal programma di manutenzione e/o dalla normativa vigente (D.Lgs. n. 81/2008 e smi, art. 71; definire un sistema di gestione della sicurezza che ne migliori il livello, attraverso la verifica di impatto con l’ambiente non solo di lavoro, attività di informazione, formazione e addestramento dei lavoratori. DIVERSI POI I RISCHI DA VALUTARE E PREVENIRE QUALI: Rischiosità delle operazioni tra cui ad es. rischio di instabilità come il ribaltamento; rischio di investimenti e di interferenze di cui all’art. 118 del T.U. Sicurezza che vieta esplicitamente la presenza di persone nel raggio di azione delle macchine nei lavori di sbancamento e splateamento, la circolazione delle macchine che deve essere effettuata seguendo percorsi individuati in fase di predisposizione del cantiere; rischio di caduta dei carichi, rischio ergonomico quali vibrazioni, rumore, visibilità; interferenze con linee elettriche, trasporto e scarico/carico della macchina, segnaletica di sicurezza. *Segretario Generale Ascomac 22 N. 6 - Giugno 2015 il GIORNALE dell’INGEGNERE Efficienza dei mezzi di cantiere Checklist per la sicurezza nei cantieri edili segue da pag. 19 della velocità di salita o di discesa del carico: all’aumentare della velocità si generano infatti delle forze di inerzia, sia in partenza che in frenata, che determinano forti sollecitazioni dinamiche; n il finecorsa di sollevamento: possono essere di salita e di discesa, ad esempio nella salita, arresta il motore di sollevamento e determina l’azionamento del freno. n il limitatore di momento: le gru sono calcolate per un momento di carico massimo che non deve mai essere superato: il limitatore di momento (o di coppia) ne impedisce il superamento controllando il sollevamento e la distribuzione. In sostanza, tale dispositivo impedisce il sollevamento e la traslazione verso la punta dei carichi che eccedono il carico massimo, cioè che superano il diagramma di carico della gru. Il ribaltamento della gru può essere determinato da una serie di cause quali: n il cedimento del piano di appoggio, ad esempio per la presenza di sottoservizi; n la non corretta installazione, ad esempio per la cattiva distribuzione del carico sul terreno o per l’errata installazione del binario; n gli urti del braccio contro ostacoli fissi o mobili, ad esempio dovuti alla presenza di edifici o di altre gru interferenti; n gli errori di manovra durante il sollevamento di carichi o per esecuzione di manovre vietate; n il collasso della gru per cedimento strutturale, ad esempio dovuto a carente manutenzione o per il carente funzionamento dei limitatori di carico e di momento; n il vento di intensità elevata. Al fine di prevenire tale rischio, occorre eseguire un’accurata indagine preliminare per la scelta del luogo di installazione della gru, rispettare scrupolosamente le istruzioni del fabbricante e il relativo registro di controllo, eseguire le verifiche previste dalla norma ed evitare o limitare il rischio di interferenza con altre gru operanti nella stessa zona. Per quanto riguarda il vento è necessario sospendere l’attività quando è raggiunta la velocità stabilita dal fabbricante o, in mancanza di questa, dalle velocità stabilite dalla norma: il braccio della gru deve essere lasciato libero di ruotare nella direzione del vento, disattivando il freno di rotazione. Nel caso di gru traslanti su binario, è necessario attivare le tenaglie di ammaraggio e se necessario altri eventuali dispositivi, previsti dal fabbricante. Il rischio di caduta di materiale dall’alto è dovuto alla movimentazione di carichi non correttamente imbracati, errate manovre che comportano l’urto del carico contro strutture fisse o alla rottura delle funi. L’uso corretto degli accessori di sollevamento, compreso i contenitori, associati ad un corretto uso dei segnali ge- 1. CONTENUTI MINIMI DELL’INDAGINE SUPPLEMENTARE (D.M. 11.04.2011, ALLEGATO Il, PUNTO 2, LETT. c)) L’indagine supplementare consiste nell’attività finalizzata ad individuare eventuali vizi, difetti o anomalie, prodottesi ne Il ‘utilizzo delle at trezzature di lavoro, messe in esercizio da oltre 20 anni, nonché a stabilire la vita residua in cui la macchina potrà ancora operare in condizioni di sicurezza con le eventuali relative nuove portate nominali. Vengono sottoposte a verifica supplementare tutti gli apparecchi di sollevamento di tipo mobile o trasferibile oltre ai ponti mobili sviluppabili su carro ad azionamento motorizzato che siano stati messi in servizio in data antecedente a 20 anni. Tali ispezioni sono disposte dagli utilizzatori o dai proprietari delle gru o dei ponti mobili sviluppabili. Le modalità di ispezione dovranno includere l’esame visivo, le prove non distruttive, le prove funzionali e le prove di funzionamento. Dovrà inoltre essere effettuata una accurata indagine tendente a stabilire la tipologia di utilizzo e il regime di carico al quale la macchina è stata mediamente sottoposta. Per il completamento della ricostruzione della vita pregressa della macchina, dovranno essere esaminati i registri di manutenzione, i registri di funzionamento e i verbali delle precedenti ispezioni. Più in particolare si evidenzia: a) Esame visivo: L’esame visivo dovrà essere effettuato su ogni parte dell’apparecchio di sollevamento al fine di individuare ogni anomalia o scostamento dalle normali condizioni (l’esame visivo può essere coadiuvato da misurazioni, può rendersi necessario lo smontaggio della macchina o di parti di essa). b) Prove non distruttive: A seconda dei risultati dell’esame visivo, si possono rendere necessari dei controlli non distruttivi mediante liquidi penetranti, magnetoscopia, o altri metodi, per accertare l’eventuale presenza di discontinuità nei componenti strutturali. c) Analisi dei componenti strutturali e funzionali: Dovranno essere controllati i componenti della macchine con caratteristiche strutturali quali: ralla di rotazione, riduttori, circuiti idraulici di azionamento, ecc .. d) Prove funzionali: Dovranno essere controllate le funzioni dei comandi, degli interruttori, degli indicatori e dei !imitatori allo scopo di assicurarsi del loro corretto funzionamento per una sicura operatività. e) Prove di funzionamento: Dovrà essere eseguita una prova a vuoto per tutti i movimenti dell’apparecchio di sollevamento senza l’utilizzo di carichi al fine di individuare eventuali anomalie. La prova di carico dovrà essere effettuata attuando i movimenti base con l’ utilizzo del carico nominale. f) Esito dell’ispezione: Dovranno essere oggetto di registrazione i difetti e le anomalie rilevate, gli interventi da eseguire e le eventuali limitazioni prima del successivo riutilizzo; dall’analisi della vita pregressa e dal calcolo dei cicli effettuati, verrà stabilito il numero di cicli residui tradotto in periodo di lavoro sicuro della macchina nelle normali condizioni di utilizzo. stuali, o ad altri efficaci mezzi per la comunicazione fra il manovratore e l’aiuto manovratore, portano a limitare tale rischio; la verifica periodica delle funi, poi, completa l’attività di prevenzione del rischio. Per l’installazione sicura della gru è necessario eseguire un’indagine preliminare volta a rilevare tutti i dati ambientali di rilevante importanza, come: n la natura del terreno: il carico della gru va ripartito sul terreno in base alla sua resistenza, con i metodi indicati dal fabbricante che possono essere, ad esempio, traverse di legno su cuscino di ghiaia, nei casi più semplici, o fondazioni in calcestruzzo armato, sia per le gru fisse sia per quelle traslanti. Nel caso di cantieri di nuova costruzione, è opportuno desumere la resistenza del terreno dalla relazione geotecnica; per gli altri cantieri, quando necessario, occorre farne redigere una appositamente. Un’indagine presso gli uffici tecnici competenti è propedeutica per rilevare la presenza di servizi tecnici nell’area di cantiere. I servizi, in linea di massima, sono: linee elettriche, tubazioni ad esempio di gas o di acqua, linee per telecomunicazioni (aeree o interrate), fognature, serbatoi interrati, camerette/locali interrate/i. È fondamentale in fase di installazione e posizionamento prestare attenzione ai seguenti fattori: n La presenza di ostacoli: il controllo della posizione delle strutture esistenti che possono costituire ostacolo ai movimenti della gru è indispensabile per il suo esatto posizionamento: infatti, la gru non deve mai poter collidere con le strutture fisse, per la stabilità del mezzo e del carico in fase operativa o per la stabilità del mezzo quando è posta fuori servizio ed è esposta all’azione del vento per esporre la minor superficie possibile. n Qualunque struttura sufficientemente consistente ad opporre resistenza alla rotazione del braccio, come ad esempio edifici, campanili, tralicci per telecomunicazioni, alberi. n La presenza di altre gru nelle vicinanze: la presenza di più gru operanti nella stessa zona determina il problema delle gru interferenti (a questo tema la scheda dedica un apposito spazio). n La presenza di strade, ferrovie o altre linee di trasporto e aree esterne al cantiere: il raggio di azione della gru dovrebbe interessare esclusivamente l’area di cantiere; qualora ciò non risulti possibile, si deve verificare che l’eventuale debordazione del brac- cio della gru all’esterno del cantiere non possa arrecare danno o disturbo, provvedendo a prendere gli opportuni accordi e a predisporre i necessari apprestamenti. I carichi debbono essere movimentati all’interno dell’area di cantiere o, in casi particolari, attraverso corridoi preferenziali, interdetti al transito ed adeguatamente protetti e sorvegliati. n La presenza di limitazioni per la sicurezza della navigazione aerea : qualora l’installazione della gru ricada in zona soggetta a limitazione da parte dell’ENAC. n I segnali luminosi debbono essere posizionati sui punti più alti in modo da indicarne i contorni, ed se la struttura è più alta di 45 metri, segnali luminosi devono essere installati anche a livello intermedio. n Le condizioni meteorolo- giche e rischi di origine naturali, l’installazione di un anemometro è fortemente consigliata anche nelle gru prodotte senza questo strumento. Particolare attenzione va posta, in fase di collocazione della gru nel cantiere, alle distanze di sicurezza dall’opera da realizzare e dalle linee elettriche; in riferimento a queste ultime è possibile garantire la necessaria sicurezza, adottan- do opportuni accorgimenti: limitando, ad esempio, i movimenti della gru. Il montaggio di una gru a torre avviene secondo le seguenti fasi, di seguito sommariamente elencate: si monta a terra la piattaforma della zavorra, una prima parte del pilone, sulla cui sommità si innesta (internamente o esternamente) la parte finale dello stesso, comprendente la parte girevole. INTERFERENZE FRA APPARECCHI DI SOLLEVAMENTO Nel caso in cui due, o più, gru operanti nel medesimo cantiere possano intralciarsi reciprocamente, perché installate a distanza ravvicinata inferiore alla somma delle lunghezze dei rispettivi bracci, occorre adottare almeno le seguenti precauzioni: n i bracci debbono essere sfalsati fra loro in modo tale da evitare ogni possibile collisione fra elementi strutturali, tenuto conto delle massime oscillazioni e garantendo un conveniente franco di sicurezza; n la distanza minima fra le gru deve essere tale da evitare comunque l’interferenza delle funi e dei carichi della gru più alta con la controfreccia della gru più bassa, pertanto tale distanza deve sempre essere superiore alla somma tra la lunghezza del braccio, relativa alla gru posta ad altezza maggiore, e la lunghezza della controfreccia, relativa alla gru posta ad altezza inferiore; n i manovratori delle gru debbono poter comunicare fra loro, direttamente o tramite apposito servizio di segnalazioni, le manovre che si accingono a compiere; n le fasi di movimentazione dei carichi debbono essere programmate in modo da eliminare la contemporaneità delle manovre nelle zone di interferenza; n ai manovratori debbono essere date precise istruzioni, preferibilmente per iscritto, sulle zone di interferenza, sulle priorità delle manovre, sulle modalità di comunicazione e sul posizionamento del mezzo, ivi compreso braccio e carico, sia nelle fasi di riposo che nelle pause di lavoro. Si monta il controbraccio con il contrappeso (tale da equilibrare la metà del carico posto alla massima distanza del braccio, in maniera che il momento flettente alla base della torre sia uguale, sia sotto C max che a vuoto). VERIFICHE SUGLI APPARECCHI DI SOLLEVAMENTO Ai sensi dell’art. 71 comma 4 del D.Lgs. 81/2008 e s.m.i. il datore di lavoro deve prendere le misure necessarie affinché le attrezzature di lavoro siano installate ed utilizzate in conformità alle istruzioni d’uso e oggetto di idonea manutenzione, al fine di garantire nel tempo la permanenza dei requisiti di sicurezza. In aggiunta a quanto sopra, il comma 8 dell’art.71 dispone che il datore di lavoro deve provvedere, secondo le indicazioni fornite dai fabbricanti ovvero, in assenza di queste, dalle pertinenti norme tecniche o dalle buone prassi o da linee guida, affinché: n le attrezzature di lavoro, la cui sicurezza dipende dalle condizioni di installazione, siano sottoposte a un controllo iniziale (dopo l’installazione e prima della messa in servizio) ed ad un controllo dopo ogni montaggio in un nuovo cantiere o in una nuova località di impianto, al fine di assicurarne l’installazione corretta e il buon funzionamento; n siano sottoposte ad interventi di controllo periodici, secondo frequenze stabilite in base alle indicazioni fornite dai fabbricanti, ovvero dalle norme di buona tecnica, o in assenza di queste ultime, desumibili dai codici di buona prassi. Gli interventi di controllo devono essere effettuati da personale competente. PRIME VERIFICHE PERIODICHE (P.V.P.) Per la prima verifica periodica il datore di lavoro si avvale dell’INAIL, che vi provvede nel termine di 45 giorni dalla messa in servizio dell’attrezzatura. Il datore di lavoro deve indicare nella richiesta un soggetto privato a cui l’INAIL può delegare l’effettuazione della verifica. Nel caso che l’INAIL, o non abbia provveduto ad effettuare in modo autonomo la veriifca o non abbia delgato al soggetto privato indicato nel datore di lavoro, questi deve immediatamente incaricare un soggetto privato affinchèeffettui la verifica . VERIFICHE PERIODICHE SUCCESSIVE (V.P.S.) Per quanto riguarda le verifiche periodiche, successive alla prima, il datore di lavoro, fin da subito, ha la libertà di coinvolgere il soggetto a cui fare la richiesta di verifica, potendo optare tra le ASL/ARPA e i soggetti pubblici o privati abilitati. Ha inoltre l’obbligo di conservazione dei verbali redatti a valle delle verifiche, al fine di renderli prontamente disponibili per le verifiche degli organi di vigilanza. FORMAZIONE SPECIFICA DEI LAVORATORI In merito alla formazione dei lavoratori che impiegano attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione, la Conferenza Stato Regioni del 22 Febbraio 2012 ha approvato l’accordo Stato - Regioni, definendo i requisiti minimi della formazione, anche in relazione all’erogazione della medesima in modalità e-learning. L’accordo definisce i soggetti formatori, la durata, gli indirizzi ed i requisiti minimi di validità della formazione ed è entrato in vigore il 12 marzo 2013 in merito alle attrezzature di lavoro. Le attrezzature mobili, come la gru, devono essere sottoposte allo scadere dei 20 anni dalla loro data di messa in commercio ad un’indagine approfondita . La circolare emessa dal Ministero del Lavoro il 23.05.2013 stabilisce i requisiti minimi che la relazione di “vita residua” deve contenere. ing. Annamaria Carriero Responsabile Tecnico InService Inspection & Verification Bureau Veritas Italia N. 6 - Giugno 2015 23 il GIORNALE dell’INGEGNERE GRANDI MAESTRI Giorgio Salvini, il decano dei fisici italiani prof. Aurelio Ascoli H o avuto la fortuna e l’onore di riscuotere la stima e la simpatia di Giorgio Salvini. La sua storia si intreccia con quella del CISE, Centro Informazioni, Studi ed Esperienze. Perciò questa rievocazione sarà un po’ diversa dalle innumerevoli, assonometriche biografie che la stampa quotidiana e scientifica sta giustamente tributando al grande fisico italiano. Sarà connotata da alcuni ricordi personali. Giorgio Salvini nasce a Milano nel 1920, ivi si laurea a 22 anni con una tesi sul betatrone, e diviene assistente alla cattedra di Fisica Superiore del prof. Giuseppe Bolla all’Università degli Studi della stessa città, nell’Istituto diretto da Giovanni Polvani. In tale qualità, all’età di 25 anni concepisce, con Carlo Salvetti, allora 26enne professore incaricato di Fisica Teorica nello stesso Istituto, e con Mario Silvestri, 26enne ingegnere neoassunto alla Giunta Tecnica del Gruppo Edison, l’idea del CISE, il primo e per un decennio l’unico Ente italiano ad occuparsi di energia nucleare. I documenti storici divergono sull’esatta cronologia dei contatti, nel 1945, tra i fisici universitari Salvetti e Salvini e l’ingegnere della Giunta Edison Silvestri: secondo taluno i due universitari cominciarono a discutere fra loro le potenzialità della nuova fonte energetica nucleare, e, contattato Mario Silvestri, ne parlarono col prof. Bolla, che, con loro, convinse Vittorio De Biasi ad investire in conoscenze di tecnologia nucleare; secondo altre testimonianze furono Giorgio Valerio e Vittorio De Biasi, allora due dei tre Direttori Generali del Gruppo Edison, ad incaricare Mario Silvestri di sondare la disponibilità dell’Università ad essere coinvolta nella coltivazione di quelle conoscenze. Bolla, a sua volta, non era un fisico nucleare, aveva maturato la propria esperienza in fisica atomica, conseguendo notevoli risultati in lavori di spettroscopia Raman, ma sposò subito la tesi dei tre giovani in favore della traduzione delle conoscenze di Fisica Nucleare delle basse energie in una solida base per l’acquisizione dei fondamenti della Fisica del Reattore Nucleare e delle relative Ingegneria e Tecnologia. Le due ipotesi di cui sopra non sono necessariamente alternative, e può anche darsi che ambedue siano vere, nel senso che le due iniziative, di Valerio e De Biasi e di Salvini e Salvetti abbiano coinciso (le esplosioni di Hiroshima e Nagashaki avevano scosso notevolmente l’opinione pubblica) e siano poi confluite in una fattiva collaborazione. Sta di fatto che Bolla e i tre giovani presentarono all’inizio del 1946 a De Biasi, e nel febbraio dello stesso anno ad Edoardo Amaldi, il riconosciuto e stimato decano di fisici italiani dopo l’esilio di Enrico Fermi a seguito delle leggi antiebraiche del 1938, il “piano di lavoro” dal quale nacque il CISE. E, sotto la presidenza di De Biasi e la direzione di Bolla, i tre giovani si spartirono i compiti essenziali: Salvetti si mise a studiare la Fisica del Reattore; Silvestri l’Ingegneria e la Tecnologia Nucleari; Salvini pose le basi dei laboratori sperimentali del CISE, insegnando al giovanissimo Ugo Facchini, per conto del nascente CISE, ma nella sede dell’Istituto di Fisica dell’Università (perché il CISE, sembra incredibile, appena fondato aveva una sede legale, ma neanche l’assegnazione di una stanza) il metodo della Fisica Sperimentale, istituendo con lui i primi esperimenti CISE di Fisica Nucleare. Fu poi Facchini a trasmettere gli insegnamenti ricevuti da Giorgio Salvini a tutti gli altri ricercatori CISE “di prima generazione”: Emilio Gatti, che a sua volta fondò dapprima il Laboratorio Sorgenti di Ioni e poi il Laboratorio di Elettronica del CISE; Laura Colli, eminente fisica nucleare; Elio Germagnoli, che a sua volta fondò il Laboratorio di Fisica dello Stato Solido del CISE; Alberto Bracci, Alessandro Malvicini, Rosa Lonati e molti altri, sicché si può ben dire che la ricerca sperimentale al CISE nacque tutta dai primi insegnamenti di Giorgio Salvini. Questa intensa, fondante interazione di Salvini col CISE durò fino al 1949, quando egli, ventinovenne, si recò per uno stage di due anni alla Princeton University, dove riprese lo studio delle particelle elementari prodotte in laboratorio mediante reazioni nucleari ad alta energia. Tornato in Italia nel 1951, vinse la cattedra universitaria a Cagliari, da dove si trasferì a Pisa e poi a Roma. Quivi, nell’officina meccanica dell’Istituto di Fisica dell’Università la Sapienza, lo vidi all’opera, con perizia, con un tornio: non disdegnava la manualità, ma anzi si dilettava a coltivare anche quella. E proprio alla Sapienza, appena 33enne, fu l’ideatore e l’animatore della realizzazione dell’elettrosincrotrone di Frascati, acceleratore circolare di particelle che fece scuola in Europa e nel Mondo. E questa realizzazione, fondamentale per la carriera scientifica di Giorgio Salvini, ne denota anche il carattere: la passione per lo studio dei grandi acceleratori di particelle, radicata in lui fin dai tempi della tesi sul betatrone, sbocciò nella realizzazione di un acceleratore completamente innovativo, capostipite di un’intera classe di nuovi acceleratori. Questa grandissima impresa fu realizzata nell’ambito dell’INFN, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, che Salvini successivamente presiedette dal 1966 al 1970. L’incontro più approfondito con me avvenne anni più tardi, in occasione del concorso per la cattedra di Complementi di Fisica all’Università dell’Aquila, nel 1979, con 300 concorrenti ed una sola cattedra in palio. Salvini presiedeva la Commissione giudicatrice, di 9 membri. Dopo le prime selezioni, rimanemmo due finalisti, e la Commissione discusse 13 ore a porte chiuse, muro contro muro: quattro commissari a mio fa- vore, quattro a favore dell’altro concorrente. Salvini, esaminati con cura i lavori presentati per il concorso, si teneva in disparte, anzi super partes, ascoltando con attenzione tutti gli argomenti che i commissari sfoderavano in favore dell’uno o dell’altro candidato. Dopo 13 ore di accesa discussione, constatato che non vi era possibilità di raggiungere un accordo tra i due opposti schieramenti, scese lui in campo, e decise a favore dell’altro candidato. Non gli ne volli mai, ed accettai con serenità la sua scelta, perché, avendolo conosciuto, fui da subito sicuro che aveva scelto in coscienza. Ma a Salvini rimase la sensazione di aver dovuto compiere una scelta “al photofinish”, tra due candidati che, a meno di imponderabili, si equivalevano. Credo che mai come allora, a giudicare dal suo successivo comportamento nei miei confronti, si sia dispiaciuto di avere a disposizione una sola cattedra per due candidati che, a suo giudizio, l’avrebbero ambedue meritata. E lo dimostrò manifestandomi, da allora in poi, ad ogni occasione d’incontro (per lo più ai congressi SIF, Società Italiana di Fisica), stima e simpatia. Uomo di cultura enciclopedica, sosteneva che “siamo dei barbari della conoscenza”, e che la tolleranza verso le opinioni altrui, e la curiosità per il risultato scientifico non bastano a fare di noi persone veramente colte, ma che per poterci considerare tali, occorrono creatività ed originalità di pensiero nella scienza o nell’arte. Era, dunque, anche un convinto sostenitore dell’unicità della cultura, e di questa sua fede lasciò testamento nel bel libro “L’uomo, un insieme aperto” (Mondadori Università, 2010). Questa sua ampiezza di vedute gli meritò nel 1990 l’elezione a Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, e da quell’alta carica continuò a onorarmi con la sua stima, consultandomi talvolta su questioni che riguardavano la cultura ingegneristica: credo che apprezzasse, in me, la doppia formazione di ingegnere e di fisico, cioè di persona in grado di mettergli a disposizione una cultura ingegneristica, ma di colloquiare con lui con una mentalità e una preparazione da fisico. Mantenne la presidenza dell’Accademia fino alla fine del 1994, quando entrò nel Governo Dini (1995-96) come Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica. Anche a quell’incarico politico si dedicò con incredibile energia ed esemplare coscienziosità, impegnandosi per cercare di introdurre buone riforme. Per concludere sconsolato, dopo un biennio di sforzi, che in Italia l’inerzia della burocrazia è in grado di soffocare molte buone intenzioni. E spero che chi mi legge convenga con me che sarebbe ora di far tesoro di questo insegnamento. Dopo questo biennio di impegno politico, tornò ai suoi prediletti studi, riprendendo a frequentare i congressi della SIF. In uno di questi (forse a Palermo, nel 2000?), Salvini sedeva all’aperto, durante una pausa refezione, ad un tavolo del ristorante, con Agostini ed un paio di altri Fisici. La loro conversazione cadde sull’etimologia dell’espressione “avere in uggia”, e proprio in quel momento io capitai a passare da lì. Salvini, assai simpaticamente, mi apostrofò: “Chiediamolo ad Ascoli, magari lui lo sa”. Fui costretto ad ammettere: “Manco totalmente di notizie al riguardo” e, visto il leggero disappunto degli astanti, mi sentii in dovere di continuare: “Se dovessi provare a ragionarci su, proverei a farlo derivare dal greco ὐγίεια, igiene, come dire <me ne tengo lontano (i livornesi direbbero ‘non me ne giovo’, cioè ne ho repulsione)>. Ma, come dico, si tratta di una pura ipotesi di lavoro, priva di riscontri fattuali o documentali”. Tornato a casa, consultai pragmaticamente lo Zingarelli, che lo deriva dal latino urere, nel senso di “noia, secchezza” e, per estensione, “odio, tedio, fastidio”. Stenterete a credermi. Da allora ho sul tavolo l’appunto: “Mandare a Salvini l’etimo di uggia” e non ho mai trovato, in 15 anni, il momento per farlo. Addio, Salvini! Se da Lassù leggi quello che scrivo, desidero che tu sappia che “uggia” deriva dal latino “urere”, non dal greco ὐγίεια. 24 il GIORNALE dell’INGEGNERE N. 6 - Giugno 2015