Prefazione
Alessandro Pronzato
***
Introduzione
Padre Dino Dozzi
***
Avvertenze
Il testo richiede un certo impegno dal Lettore, anche se lo stile è informale: Don Lolli scrive per
se stesso, “parla” a se stesso.
Contiene espressioni di carica inusuale, che rispondono a un sentire che, nel commiserare i limiti
dell’umano, esprime l’inesausto desiderio del divino (vedi il titolo).
A espressioni del parlare comune, popolare, si alternano quelle di spiccata qualità letteraria, con
uso di parole rare.
Il tono caldo, animato, spesso estremo del suo linguaggio rivela la consuetudine, spesso
spontanea, autonoma, con i testi dei mistici.
Diario tutto interiore, nel quale i riferimenti a fatti e persone reali sono sempre evanescenti: mai
cronaca.
Alcune citazioni, specie in latino, suscitano il problema del reperimento e la precisazione, in nota,
della fonte (Vecchio e Nuovo Testamento; Padri della Chiesa; etc.).
I brani biblici citati in lingua latina da don Lolli, sono riportati nella nuova traduzione ufficiale a
cura della Conferenza Episcopale Italiana (2008, Fondazione di Religione Santi Francesco
d’Assisi e Caterina da Siena).
Le note, poste in sequenza numerica alla fine del testo, valgono ad informare il lettore su
particolari biografici di don Lolli, su persone e avvenimenti suoi contemporanei; la traduzione
delle espressioni latine, il riferimento a testi o ad autori.
Prof. Giuseppe Rabotti
Archivista della Biblioteca
del Seminario Arcivescovile di Ravenna
1
Don Angelo Lolli
COLLOQUI CON DIO
2
MEDITAZIONI 1906 – 1909
3
Meditazioni 1906 – 1909
1 marzo 1906, ore 20.
Comincio stasera a meditare scrivendo. Scelgo questa industria imperocché in altra maniera non
riesco a tener ferma la fantasia.
Riconosco che ho bisogno indispensabile di meditare; senza di ciò la mia vita è sciupata.
Scriverò1 semplicemente: unica regola del mio scrivere sarà il mio pensiero.
Caro Angelo, mio Custode, aiutami Tu! Sorridi e benedici la mia buona volontà. Inspirami dei
pensieri celesti, che mi illuminino la mente e, soprattutto, mi riscaldino il cuore. Ho tanto bisogno
di amore nella mia vita; sii Tu, mio buon Angelo Custode, quello che mi guida nella ricerca di
questo bene, che sazia la sete del cuore. Mi immagino quanto Tu sia immerso in questa felicità
dell’amore; immagino quanto siano grandi in Te la fiamma e la simpatia di Dio. Oh, Te fortunato!
Quanto Ti invidio! Ti vorrei chiedere un po’ della tua felicità, ma non mi rispondi o almeno io
non sento la tua voce; però sono certo che mi soccorrerai.
Nel fare queste meditazioni, io intendo andare in cerca di Dio e trovarlo.
Prendimi per mano, o caro Angelo mio, sostienimi nei passi difficili, suggeriscimi le vie più
brevi, confortami nelle tristezze, sorreggimi nelle noie di questo lungo viaggio, sii proprio il mio
vero amico.
Oh, cara Madonna mia! È un gran pezzo che non mi ricordo di Voi. Vi volevo tanto bene, quando
ero in seminario, tanto da protestare pazzamente di volere più bene a Voi che al Signore, invece
ora mi sembrate quasi estranea. Non ho più per Voi quelle tenerezze di una volta. Che baci2
ardenti non Vi ho dato, specialmente alla sera prima di addormentarmi, quando mi figuravo di
riposare sulle vostre ginocchia e di chiudere gli occhi tra le vostre braccia! Ora non più: passo
perfino delle giornate senza ricordarmi di Voi. Perdono, o cara Mamma! Voglio ritornare come
prima. Aiutatemi, affinché io trovi Voi nelle mie meditazioni.
O Gesù mio amabilissimo, mio tesoro, mia vita, sposo diletto dell’anima mia, sarai Tu solo la mia
felicità. Il mio cuore sarà sempre inquieto fino a che non Ti troverà3.
Se faccio queste meditazioni a questo modo, è proprio per Te.
Siamo fidanzati e non ci conosciamo: ho rinunziato per Te all’amore del mondo e non Ti sento.
Non è vero che mi aiuterai, che mi verrai a trovare? Ti chiamerò disperatamente attraverso i
dirupi di questa vita, Ti inseguirò nei boschi tra i triboli e le spine, mi butterò nel mare…
Perdonami, Gesù, ho sete di Te. Tutto il mondo mi tormenta e non mi sazia. Solo per Te è fatto il
mio cuore.
Senti questa preghiera: «Fa’ che sia presto il giorno in cui mi chiamerai alle tue nozze beate in
paradiso. Dovrò andare in purgatorio; caro Gesù, abbrevia quei momenti; dovrò vivere ancora chi
sa quanto. È tutto spazio che mi separa da Te; Gesù, abbrevialo Tu!».
Sono stanco, l’anima mia si piega. Gesù! Gesù!
Vado a riposare.
2 marzo 1906, ore 4,45.
Gesù Signore, sono da Voi. Mi metto alla vostra presenza, Vi domando perdono di non amarvi
come dovrei, concedetemi la grazia di trovarvi.
Non voglio fare questa investigazione su me stesso per ambizione, ma per potermi rifare. Sono un
mistero. Guardando alle mie facoltà fisiche, intellettuali e morali trovo dei contrasti enormi.
Facoltà fisiche: sono debole e sono sano, pare che abbia abbondanza di vita ed ho esilità di
costituzione, tanto che alle volte faccio fatica persino a parlare4. Pazienza! Non me ne importa
tanto. Quando ero più giovine (dai 13 ai 20 anni) era un mio sogno, un mio tormento la fortezza
fisica, ora non più.
Facoltà intellettuali: non so dire se io sia tardo oppure sveglio. Alle volte si direbbe una cosa, alle
volte un’altra. Sono riuscito talora con pochissimo studio a fare miglior figura degli altri, e talora
4
non sono riuscito neppure a farla discreta con uno studio indefesso. Sono tardo a comprendere
certe cose, certe altre no. Generalmente studio poco e questo è un rimorso per me. Quante volte
ho fatto il proposito di mettermi a studiare proprio sul serio e poi non sono stato costante.
Quanto maggior bene potrei fare alle anime, se studiassi di più! Perdonatemi, o Signore, Vi
prometto anche adesso di mettermi a fare il mio dovere.
Qualità morali: intorno a queste il contrasto è ancora più sensibile. Che fuoco e che ghiaccio! Che
tenerezze espansive e che freddezze fenomenali!
Quante volte mi sono inebriato col pensiero di abbracciare, in un amplesso solo, tutto il mondo e
quante altre ho fuggito, disgustato, la compagnia degli uomini!
Mi si direbbe un misantropo. In conversazione non parlo perché sento di soffrire nel cuore. È
forse un sentimento di orgoglio che mi rattrista di non poter fare la sua figura? È un male fisico al
cuore? È un male morale?
Quanto mi dispiace di essere così e quanto mi è caro! Guai se io avessi consacrato il mio cuore ad
una creatura! Sarei stato forse l’essere più strano che si possa immaginare. Forse le avrei regalato
le esplosioni di un amore veemente, febbrile, selvaggio o l’avrei mortificata con la noncuranza di
una freddezza glaciale. Credo che sarei stato geloso, gelosissimo.
Oh! Non ero proprio fatto per amare le creature, benché la mia croce più grande, il sacrificio più
sensibile della mia vita sia di non poterle amare. Gesù, Voi mi conoscete.
Ma via, il sacrificio l’ho fatto e non voglio ritirarmi! Gesù, sostenetemi nella lotta5 terribile,
spaventosa, specialmente in quei pomeriggi di domenica allorché tutto il mondo riveste le armi
più forti per combattermi. Che tristezze, che malinconie! Specialmente nel pensare che se anche
possedessi tutto il mondo sarei infelice lo stesso e forse di più. Qualche volta, o Signore, temo di
offendervi per la troppa tristezza che provo.
Gran Dio! Come ci avete fatti!
Ma spero che sarà il peso della croce che si farà sentire e null’altro.
Angelo mio Custode, sentimi: «Fammi arrivar presto all’onda purissima che è fatta per estinguere
la sete del mio cuore. Fammi venir presto in paradiso!».
Propositi: sarò contento di quanto ha permesso il Signore che io sia. Lo benedirò sempre di cuore,
abbraccerò volentieri il sacrificio del mio stato sacerdotale e dirò sempre: «Quando verrò in
paradiso, o Gesù bello, mi ripagherai anche di questo!».
Procurerò di perfezionare il cuore, l’intelletto ed anche il corpo con l’unico fine di far del bene.
Cercherò di consolarmi, di star disinvolto, di essere allegro più che posso, per amore di Dio.
Gesù, Maria, Angelo mio Custode, mia cara famiglia, mandatemi il vostro aiuto.
3 marzo 1906, ore 6.
Gesù Signore, Maria Santissima, Angelo mio Custode, sono qui da Voi. Concedetemi di poter
meditare un po’ ed ispiratemi dei santi e bei pensieri. Perdonatemi tutte le iniquità, i punti neri
della mia vita come io perdono di gran cuore a tutti quelli che in qualsiasi maniera mi hanno dato
dispiacere.
Rifletto sopra me stesso. Riconosco che non vado bene, non sono contento: mi lascio sorprendere
dalla noia, dall’inerzia e così sciupo la vita, la gioventù che è preziosa. Quanti bei propositi non
faccio in certi momenti e poi sfumano!
Sento il bisogno di condurre una vita viva, ardente, in moto, tutta a tinte forti, invece mi piego, mi
abbandono vilmente sopra me stesso e prendo la vita, le ore, il tempo come un ammalato sfinito
prende un cibo disgustoso dalle mani dell’infermiere.
Ma bada che la gioventù, con tutti i suoi tesori di entusiasmi, di energia, di vita, passa, passa
presto. Che cosa sarò nella vecchiaia, se tale è la mia gioventù?
Quanto affetto va disperso, quanta energia va perduta!
Sono quasi tre anni (7 giugno 1903) da quando ho detto Messa e che cosa ho fatto? Poco, poco!
5
Quando ero in seminario, specialmente agli ultimi anni, che bei sogni, che propositi, che
impazienza per essere lontano dalla meta. Erano proprio i sogni del guerriero che vede polvere,
fuoco, armi, conquiste. Com’è bello l’ideale, e la realtà com’è tutt’altra cosa!
Però vedo che toccherebbe a me muovermi un po’, sottrarmi a questo stato di morte vivente. Che
cosa dovrei fare? Mettermi un po’ più in riga.
Eseguisci scrupolosamente i tuoi doveri; studia febbrilmente con l’idea di agguerrirti per le
battaglie di Dio; il tuo cuore fallo ancora più bello! Quanti motivi avrei di agire in questo modo!
Sono sacerdote, dovrei essere di guida agli altri e poi il mio benessere stesso lo domanda.
In che modo eseguire scrupolosamente i miei doveri?
5 marzo 1906, ore 5,30.
Ieri ho trascurato un po’ la meditazione.
Benché, forse, abbia meditato tutto il giorno, tuttavia non ho consacrato alcun tempo determinato
per farlo di proposito.
Gesù buono, perdonate anche a questa mia mancanza, se tale lo è.
Maria Santissima, fortuna della mia vita, bell’Angelo Custode. anche questa mattina vogliatemi
bene nel tempo della mia meditazione.
In che modo eseguire scrupolosamente i miei doveri? Eccolo: fatti una regola. Tutti i giorni:
meditazione, Uffizio, Messa, lettura spirituale, visita al Santissimo Sacramento, esame di
coscienza.
Sii svelto alla mattina nell’alzarti. Non dormire più di sette ore.
Quando mi sveglio, è la mia famiglia celeste, Gesù, Maria, l’Angelo, che mi chiamano. Vuoi tu
farli aspettare? Vuoi farti chiamare due volte? Che brutta cosa! Invece di’ Loro: «Subito, eccomi
pronto! Sono da Voi, o mio paradiso!».
Poi comincia la preghiera: «Mio Dio, Padre Figliuolo e Spirito Santo, Vi offro in unione dei
meriti di Gesù Cristo tutte le orazioni, azioni e patimenti miei ecc.», tratta dagli Uffizi del S.
Cuore di Gesù. Recitala adagio, con piena coscienza di quello che dici. Poi vestiti in tutta fretta,
inginocchiati sul letto a dire i cinque Gloria Patri al Sacro Cuore di Gesù, le tre Ave Maria alla
Madonna e l’Angelus Domini che termina coi tre Gloria all’Angelo Custode. Domanda la
benedizione alla Madonna dicendo: «Maria, benediteci e liberateci da ogni pericolo di anima e di
corpo». La dirai in plurale per chiederla anche a nome di tutta la tua famiglia, quindi con l’acqua
santa, facendoti il segno delle quattro lettere INRI sulla fronte, dirai: «O Gesù Nazareno Re dei
Giudei, liberami da una brutta ed improvvisa morte».
Terminato poi di vestirti, mettiti al lavoro per l’anima.
Ricordati spesso di Dio nella giornata, vivi alla sua presenza, fatti abituale l’uso delle aspirazioni
tenere, ardenti verso il Signore.
Non dimenticare l’Angelus Domini, il De profundis, i cinque Pater al venerdì durante il suono
dell’Agonia.
E i tuoi doveri di insegnante? Lo sai quello che devi fare. Non è vero che ti pare meno pesante la
scuola quando la fai con premura?
Studia febbrilmente. Bisogna proprio che mi ci metta sul serio a studiare. È proprio necessario.
Non vedi come da ogni parte crescono gli attacchi6 alla religione? E tu che dovresti essere il
soldato più fido, più autorevole di Cristo, tu dormi e vivi tranquillo appartato nella tua comoda
tenda!
Non vedi le anime che si perdono e tu cosa fai?
Se non hai le doti per parlare, rifletti, scrivi, stampa, fa’ qualche cosa7.
Il tuo cuore fallo ancora più bello. Quante preoccupazioni hai, quanti timori, quanta soggezione,
che tristezze, che malinconia!
6
Credo che il rimedio sia questo: sii molto semplice e schietto, umile quanto si possa mai dire.
Rassegnati che gli altri vedano la tua miseria, la tua goffaggine; di’al Signore: «Questo vada in
isconto di tutti i peccati di superbia che ho fatto in mia vita».
Sii di gran cuore. Sii dolce, affabile anche quando sei mesto. Perdona sempre di gran cuore tutto e
a tutti. Quando tratti con qualche persona, sia l’affetto che suggerisce i tuoi atti, le tue parole, i
tuoi complimenti. In questo modo vedrai che la preoccupazione di te stesso ti andrà via, sarai
sciolto ed anche disinvolto, non per compiacertene, ma per far del maggior bene.
E vivi sempre con l’ansia di fare del bene. Che tutti i tuoi atti siano rivolti a questo. La tua vita è
proprio fatta per questo. Prega, studia, sii buono, mangia bevi e dormi per poter essere utile.
6 marzo 1906, ore 5.
Gesù amatissimo, sposo dell’anima mia, Maria mia cara mamma, bell’Angelo Custode, abbiatemi
compassione anche questa mattina. Voglio dei pensieri che mi rimangano bene impressi nel
cuore.
Rifletto sulle vanità delle cose del mondo. Che guerra grande mi fa il mondo! Ad ogni passo lo
trovo lì, pronto per abbattermi col sarcasmo dell’ironia e con l’amarezza del disprezzo da una
parte, per vincermi col fascino delle sue bellezze, dei suoi godimenti dall’altra. L’una cosa e
l’altra sono nient’altro che pura vanità. La sua persecuzione è un abbaiamento di cani che non
mordono.
Il mondo loda l’apparenza; priva di questa la realtà, esso la disprezza. Come va che nonostante io
sia più che convinto della futilità di questa lode del mondo, pur tuttavia mi affliggo per non avere
dell’apparenza onde meritare io pure la sua stima? È mancanza di riflessione.
Se vuoi convincerti di questo, osserva: «Chi è che nel mondo fa fortuna?». Chi più sa fare, chi più
sa mentire, chi più sa ingannare gli altri. La vera virtù infatti è disprezzata. L’onestà è una
minchioneria, l’umiltà un avvilimento, il buon cuore una cosa ridicola.
Vuoi incontrare il favor del mondo? Oltre a belle doti personali di pura presenza, cerca di essere
astuto, accorto. Sii forte, temerario, impavido contro qualsiasi ostacolo; metti sotto i piedi
qualunque riguardo di onestà, di coscienza, purché tu la sappia far pulita. Stai sicuro che, se
riesci, ti batteranno le mani come ad un eroe, se non riesci ti diranno che sei un gran matto. Che
ignominia!
Ed io ho sete di questa stima? Devo sentire così forte la lusinga di una lode mondana?
Ma senza volgere lo sguardo ai casi estremi, andiamo pure ai casi più vicini, più comuni.
Quand’è che uno incontra la simpatia della gente? Quando ad un viso discreto congiunge delle
belle maniere, sa fare a parlare, sa fare a sostenere una conversazione, è allegro, è geniale, è
disinvolto. Poco importa che poi si sappia che costui è egoista, che ha la lingua per tagliare a man
salva, che ha un cuore che disprezza. Le sue apparenze valgono mille volte più di questi nonnulla.
Un altro invece che, pur fornito delle doti migliori di cuore, tuttavia non sa spenderle così
brillantemente, è disprezzato come un povero scimunito; magari sapranno regalargli
dell’ambizioso, se non diranno qualche cosa di peggio.
Io le vedo queste cose e le sento immensamente. Sprovveduto di riflessione, mi rattristo,
presentemente le disprezzo. Che fare perciò? Non curarsene per quel tanto che è consigliato dal
giusto criterio.
Abbi cura della tua vera grandezza, dell’apparente chiedine a Dio che te ne dia per quel tanto che
ti è necessario per far del bene. Se Dio dispone che tu faccia del bene nell’ombra e nel silenzio,
tanto meglio, la tua virtù sarà più sicura. Se invece ti vorrà esporre alcun po’, armati per non
essere abbagliato dalla lusinga e per non rovinarti nell’anima.
8 marzo 1906, ore 5.
La mia anima questa mattina è perduta in un mare sconfinato di nebbia, di scoraggiamento, di
tristezza, di aridità, di apatia. È proprio uno sforzo che faccio a ridurre la mia mente alla
meditazione.
7
Maria Santissima e Angelo mio Custode, è soltanto a Voi che mi rivolgo questa mattina. Credo
che Gesù sarà disgustato, nauseato di me. Perdonami, o Mamma cara, col tuo amplesso fammi
puro. Di’ una parola di scusa per me al tuo Gesù. Digli come sono infelice e quanto lo sarò di più
se mi abbandonerà. Mamma, sii la mia avvocata presso di Lui! Tu non guardi alla mia miseria,
ma bensì al tuo cuore materno. La mia mamma terrena mi vuol tanto bene e non c’è dubbio che
non mi perdonerebbe, se l’avessi disgustata e gliene domandassi perdono. Tu mi vuoi più bene
della mia mamma. È questo che mi rassicura e mi consola.
Voglio essere più buono quest’oggi, ecco il mio proposito, la mia buona volontà. Angelo mio
Custode, Tu che mi accompagni sempre fedelmente in qualunque stato io mi trovi, Tu che difendi
la causa mia come se fosse la tua, Ti abbraccio con effusione questa mattina e Ti dico: «Guardami
come sono! Non hai modo di sollevarmi, di rifarmi un po’? Aiutami ad essere buono, genio
benefico della mia esistenza! In questa meditazione riaccendi il fuoco che si è spento nel mio
cuore».
Il mondo mi affascina, mi abbaglia, mi rende triste. Dio buono, quanti sorrisi di felicità non
balenano al mio sguardo e si spengono lanciando nel mio cuore queste ironiche parole “non siamo
per te”.
Che fascino di sole, di grazia, d’innocenza, di gioventù, di vita!
Ed io tutto nero, vestito a lutto, passo e attraverso quest’oasi incantevole, muto e triste come un
morto. È dai 13 anni (ora ne ho quasi 26) che soffro questa guerra tremenda, questo tormento
indicibile. Se l’anima mia potesse far sangue, per le strade ove passo, nella camera ove mi
rinchiudo, si vedrebbero le tracce del mio dolore.
Perdonatemi, o Signore, questo sfogo spontaneo del cuore. Non è per lamentarmi della croce, che
ho scelto, che mi sfogo su questo brano di carta, ma per consolarmi con la compassione che
un’anima sensibile certamente mi tributerebbe, se mi udisse parlare in simile guisa.
Non ho nessuno cui confidarmi come vorrei, non ho nessuno, sono solo nel viaggio della vita. Mi
par d’essere un forestiero a questo mondo. Ho ancora la mia mamma. È tenero, profondo, sicuro,
invincibile, forte come la morte il suo amore per me e il mio per lei, ma è troppo calmo: il mio
cuore vuole la tempesta.
È una febbre indomita che mi agita, è un fuoco che mi divora, è un’esuberanza di energia vitale
che freme e tumultua insofferente della quiete che le viene imposta.
Sento in me, e credo lo sentiranno tutti, un desiderio8 infinito di bene e di vero. In questo bene, in
questo vero, c’è un misto di bontà, d’innocenza, d’ingenuità, di semplicità, di grazia, di bellezza,
di dolcezza, di poesia, d’incanto, di amore, di salute, di vita. E non finirei più, perché sono tanti,
tanti i desideri del mio cuore... sono infiniti!
Ecco la ragione della mia infelicità: sono infiniti, sono troppi i desideri miei e quindi non li
troverò soddisfatti mai a questo mondo.
9 marzo 1906, ore 5.
Vi domando perdono, o Signore, se la mia parola ha quasi una tinta di lamento per le tante croci
che soffro. Non è lamento il mio, è uno sfogo che sento necessario, è uno sfogo che faccio
amorosamente sul vostro cuore. Sono rassegnato, rassegnatissimo, o Signore; bacio ben di cuore
la vostra mano che mi tiene così umiliato. Aiutatemi, e mostratemi questa mattina la vanità di
questi beni che mi fanno tanto sospirare.
Le anime buone: non troverai mai un essere il quale sia tanto disinteressato di sè da pensare solo a
te; non troverai mai quello che ti vada a genio completamente. Vedrai in lui sempre qualche
difetto, o nella costanza del bene che ti vuole o nelle manifestazioni di questo bene.
Che febbre nei primi giorni, che sforzo per non apparire cambiato nei susseguenti!
Nessuno potrà amarti mai con quell’intensità, con quella forza, con quella costanza con la quale ti
ama il Signore.
8
Innocenza, semplicità, grazia! Le cerco e le trovo solo nei bambini, giacché solo in essi mi è
concesso di cercarle col cuore tranquillo. Che simpatia di atti, di espressioni, di modi! Eppure
quanta futilità, quanta tristezza!
Prima di tutto io vorrei che questa innocenza, grazia e semplicità, fossero fatte per me, fossero
rivolte tutte a me – che egoismo! – e invece le vedo come di passaggio, alla sfuggita,
rapidissimamente. E poi vorrei che fosse sempiterna quest’attrattiva e, invece, aspetta che si
facciano un po’ grandi! Ed ecco tutto scomparso!
Di’: «Purtroppo, è solo un’apparenza!». Vorrei che non lo fosse, ma lo è. Che importa a me se
questo raggio di sole m’illumina e mi sorride oggi? Vorrei che continuasse sempre. Invece...
Guarda, non dirò quella vecchia, ma quella signora un po’ attempata; pochi anni fa, chi sa che
eden non presentava, chi sa quanti avrà fatto delirare; ed ora? Tutto sfumato... Che disillusione!
Non basta. Interroga quei due sposi, da pochi mesi uniti assieme. È ancora vivo il bollore della
gioventù, si sente quasi ancora l’eco delle proteste che poco tempo fa si facevano l’un con l’altro:
«Mia vita, mio tesoro, mio tutto, morirò con te, sarò tuo per sempre, sempre, sempre!».
Altro che sempre! Ora semplicemente non si possono vedere.
A questo punto il mio cuore si solleva fremente e grida disperato: «Ma Dio buono, qual è dunque
la nostra felicità?... Chi è quell’Essere che noi cerchiamo come una cosa perduta? Siete Voi?
Vorrei che me lo diceste sensibilmente».
La ragione e la fede me lo dicono; vorrei sentirmelo dire anche dal cuore! Mi rispondete:
«Quando sarai in paradiso».
10 marzo 1906, ore 5,45.
Affranto da non so qual croce mi pesi sulle spalle, buon Dio, vengo da Te a sentire la tua parola
questa mattina. Non so come pregarti, non so cosa dirti: ho l’anima in ghiaccio. Farò quanto
posso.
Perdonami generosamente, vogliami bene nonostante la mia freddezza. Siano la tua misericordia
e la tua compassione che Ti parlino di me in questi momenti.
Ho detto ieri che il mondo è illusione, anche oggi voglio riflettere su questa verità, ma sotto un
altro aspetto: la vita è un’illusione.
La gioventù, il brio, la vigoria sono cose che passano. I miei vent’anni col loro entusiasmo, con la
loro ricchezza, esuberanza di sentimento, fra poco non saranno più. Sarò vecchio anch’io, se la
morte non mi colpirà prima. Anch’io un giorno avrò: il passo tardo, gli incomodi, i dolori del
corpo, le crespe sul volto, il bianco nei capelli e, Dio non voglia, forse anche l’anima vecchia.
Forse un giorno io condannerò i pensieri, i sogni di oggi, a 25 anni, o almeno li guarderò con un
amaro sorriso di compassione. Gran Dio, sarebbe dunque tutta un’esaltazione di mente,
un’eccitazione di nervi e niente realtà? Poi verrà il giorno della mia morte. Non so come mi
troverò a quel punto. Credo che il mio più gran supplizio di allora sarà, più che il male fisico, il
male morale ossia la tristezza che forse mi assalirà in quei momenti di lotta fra l’esistenza e la
morte.
È vero che sarà il passaggio dal dolore alla felicità, ma il bene è troppo remoto e il male troppo
prossimo.
Vedrò degli esseri piangere attorno al mio letto, rischiarato forse da una misera lampadina ad olio.
Si sforzeranno di essere disinvolti per non conturbarmi, ma io leggerò sui loro volti, udirò dai loro
sospiri la mia sentenza. Qualche anima buona, forse, farà il sacrificio di vegliarmi giorno e notte;
m’immagino gli sforzi che farà per tenere aperti gli occhi; m’immagino l’abnegazione, la
ripugnanza che dovrà superare per servir me che allora sarò nauseante per tutto il corpo.
Povera anima, forse ignorata da tutti, che mi sarai grande in quegli estremi, ti ringrazio fin d’ora
del sacrificio che non vorrei, ma che pure ti farò fare.
9
Non so come mi troverò in quel punto. Ora che sono sano e robusto, ma afflitto, invoco con un
coraggio temerario quei momenti supremi per potermi mettere un po’ in pace, ma temo che sia
purtroppo vero quello che si dice: “Altro è il morire, altro il parlar di morte”.
Però, preparandovisi, certamente la morte riuscirà meno triste. E in che modo? Con la riflessione
e con la buona vita.
11 marzo 1906, ore 12.
Mio caro Gesù, vengo da Voi con tutta l’effusione di un cuore buono, di un cuore assetato,
febbricitante di felicità. Siete solo Voi quello che mi può far felice, io Vi invoco e Vi sospiro.
Quando sarà quel giorno che Vi vedrò? Nel giorno della mia morte. O caro, misterioso giorno,
vieni presto, se così Dio permette!
Non è meglio morire? Che cosa facciamo qua a questo mondo come tanti pesci fuori d’acqua?
Perché bramare di vivere, se la vita è la nostra infelicità? La ragione è che la morte è brutta, è
spaventosa. Se morire volesse dire riposarsi in un sonno tranquillo e svegliarsi all’eternità, come
nella realizzazione di un sogno di paradiso, oh, senza dubbio la morte sarebbe l’ideale più bello
della nostra vita. Si desidererebbe la morte come si desidera un giorno di nozze. Ma, purtroppo,
non è così. La morte è un castigo ed è il più tremendo che vi sia: quindi, la nostra natura non può
fare a meno di sentirne la massima ripugnanza.
La parte più nobile di noi, cioè l’anima nostra, ci rassicura a non temere la morte, ma il nostro
corpo rabbrividisce solo al pensiero della propria distruzione.
Eppure bisogna morire; siamo tutti condannati all’estremo supplizio, il nostro letto sarà il palco
del patibolo. La sentenza si eseguirà più o meno tardi, ma è inesorabile. Morirete anche voi che
fate tanto rumore nel mondo, voi che schernite e trionfate, voi tutti che ci guardate dall’alto in
basso. Morirete, o voi tutti che godete; morirete voi cui sorride il mondo con tutti i fascini
dell’amore e della gloria. Ma che importa? Morrò anch’io.
A me pare di non temere ora la morte, ma quando sarò vecchio mi attaccherò forse alla vita come
un naufrago ad una tavola che lo salvi. Allora forse farò i conti sugli anni che probabilmente mi
resteranno da vivere e mi consolerà l’illusione di poter vivere ancora 20, 10, 5 anni. Chi sa come
peserò i gradi della mia salute e, come ad ogni minimo malanno, mi si affaccerà sinistramente
l’idea che esso non sia l’ultimo.
O Signore, se mi devo ridurre a questo modo, toglietemi adesso.
Sono stanco, l’anima mia pare distrutta, dorme.
12 marzo 1906, ore 7,30.
Che tristezza dolorosa! Mi si minaccia un progetto il quale schianta e rovescia tutti i conforti e le
consolazioni che poteva sperare l’anima sulla terra. Mio Dio! Anche queste foglie dovevano
cadere dall’albero della mia vita? Che disillusione! Mi succederà sempre così? La prova è troppo
grande, credo che mi ammalerò. Un’unica speranza mi sostiene ancora, cioè che il progetto vada a
vuoto. Ma se andrà in esecuzione, non so proprio come me la sentirò.
Tuttavia, mi rassegno fin d’ora. Siete Voi, o Signore, che mi conducete, fate pure quello che Vi
piace. Non dirò una sola parola di mormorazione, di lamento. Ve lo prometto proprio di cuore.
Tante volte mi sono trovato a simili passi nella mia vita, ho piegato la testa, mi sono rassegnato e
mi sono trovato contento, troppo contento.
Anche questa volta farò così: dirò le mie ragioni con calma e tranquillità, metterò in pratica le
medesime arti che usano gli altri per impormi questo progetto, ossia farò di tutto affinché il
superiore non mi comandi questa cosa. Se ciononostante dovrò andare io, o Signore, vado con
grande sacrificio, con grande schianto nell’anima, ma volentieri.
Che disillusione la vita! Quanti progetti, quanti sogni facciamo! E poi? Tutto ad un tratto,
all’improvviso, giù ogni cosa.
10
Quante persone incontriamo sul nostro cammino che paiono mandate dal Signore per far sorridere
un raggio di sole, per fare spuntare un fiore nel tragitto della vita, e poi? E poi, tutto scomparso!
Siamo viaggiatori9 che talvolta ci fermiamo a qualche stazione. Incontriamo degli amici, ci
stringiamo la mano, ci raccontiamo tante belle cose, ci rinfranchiamo delle noie del viaggio per
rifarci, ci consoliamo, sorridiamo per un po’ dopo tante lacrime... Ma ecco il treno fischia, gli
sportelli sbattono e si chiudono, bisogna salutarsi... si riparte. Ognuno sale nel proprio
scompartimento, chi va per una destinazione chi per un’altra; un ultimo saluto e via... sempre
avanti, sempre avanti. Ci possiamo risalutare un’altra volta da lontano, piangenti, coi segni di un
fazzoletto, di un cappello e, poi, più nulla.
Ma ci fermeremo bene, verrà bene anche per noi l’ultimo atto di questo brutto dramma della vita
che tiene in trepidazione tutti: attori e spettatori.
Che conforto il paradiso! Perché non abbiamo di esso un’immagine, una fede così viva da
desiderarlo e da attenderlo con quella certezza con cui nell’inverno si aspetta la primavera?
Sarebbero mille volte più sopportabili le angosce della vita, anzi saremmo, anche in mezzo ad
esse, felici. Aveva ragione san Francesco di dire: “Tanto grande è il ben che aspetto ch’ogni pena
m’è diletto”10.
13 marzo 1906, ore 5,30.
O Dio di misericordia e di tenerezza infinita, che mi amate più del babbo e della mamma e con un
amore più intenso e più vivo di quello di qualunque creatura, che sia pazzamente innamorata di
me, permettete che io Vi ricambi in qualche maniera. Vi domando perdono della freddezza, del
sonno in cui è avvolto il mio cuore per Voi. Perdono, caro Gesù! Perdono, caro amante divino
dell’anima mia!
Mi sento un po’ di pace, un po’ di tregua nella lotta del cuore. Che cosa sarà mai? È forse una
carezza sensibile che Voi mi fate per assicurarmi che vi ricordate di me, che mi volete ancora
bene?
Però bisogna che io faccia ancora qualche cosa per meritarmi di più la vostra simpatia. Perché
non mi scuoto? Perché non mi decido una buona volta a tenermi più desto, più operoso, più di
spirito elevato? Quanto è meglio vivere in questo modo; quanto è meglio darsi a Dio che darsi al
mondo! In Dio si trova tutto! Tutto, e quindi ogni più grande e bella cosa che si possa
immaginare.
Fatti coraggio, o povero mio cuore, un giorno potrai saziare la sete continua che ti tormenta. Dio,
bellezza, grazia, simpatia infinita, sarà l’onda alla quale ti abbevererai.
Ricongiungi pure tutto quello che ti attrae a questo mondo; non sono altro che debolissime
immagini dell’incanto di Dio.
Copritemi pure di obbrobrio, insultatemi pure con la vostra sarcastica ironia, o trionfi umani!
Aspetto anch’io la mia gloria, ma tale che oscurerà mille volte la vostra. Essa verrà quando
terminerà la vostra: mentre la vostra parabola si farà presto discendente, la mia sarà sempre
ascendente.
Man mano che vi farete vecchi, cadranno dall’albero dei vostri sogni tutte le foglie come in
autunno, mentre per me la vecchiaia non sarà altro che il rinverdire d’ogni più lieta speranza,
l’annunciatrice beata di una prossima risurrezione primaverile.
Andate pure, o giovani, o fidanzati, correte pure a tuffarvi nell’ebbrezza del vostro sogno
d’amore! Poveretti! È il paradiso d’un giorno, anzi di un’ora e forse meno. Domani il vostro
sogno sarà svanito come una nuvoletta di fumo... Domani non sarete più belli, non sarete più
giovani, non sarete più ardenti. Domani un gruppo di figliuoli cresceranno nella vostra casa a
popolarla di ben altri sogni. E ieri?... Poveretti, il ieri se n’è andato, s’è perduto e forse si trova
solo nella memoria di quel Dio che, non meno che buono, è pur anche giusto.
O Dio, salvatemi da così triste sorte!
11
14 marzo 1906, ore 4,45.
Deve essere la mattina dei propositi questa, o Signore. Sento che Voi mi chiamate a tutti i costi, in
tutte le maniere; bisogna che io venga, così non sto bene. Sarà proprio l’ultima volta che Vi
prometto, ora proprio dico sul serio. Prometto di essere più fervoroso.
Vivrò come un soldato sempre in guerra per il suo capitano; vivrò come un viaggiatore che,
impaziente di raggiungere la meta, sbriga in fretta certe cure che vorrebbero trattenerlo, di nulla
preoccupato che della fine del suo viaggio; vivrò come un servo innamorato perdutamente del suo
padrone, per il quale vive, soffre e lavora. Vivrò come un sacerdote.
Mio Dio, se pensassi bene a questa parola, quante cose non mi direbbe! Sacerdote vuol dire:
angelo, amico, guerriero di Dio; vuol dire angelo, amico, difensore delle anime.
Dovresti essere un angelo e quindi, come questi, candido e puro nei tuoi pensieri ed affetti. Le tue
mani devono toccare tutte le mattine il corpo di Gesù, le tue labbra devono tuffarsi nel suo sangue
immacolato, il tuo cuore deve essere il letto di rose sul quale Egli viene a riposarsi tutti i giorni.
Che brutta cosa se le tue mani, le tue labbra, il tuo cuore emanassero il lezzo della corruzione,
della putrefazione umana! No, devi essere bello, candido, profumato, immensamente puro come
un angelo!
Dovresti essere un amico di Dio e quindi come tale accompagnarti sempre con Lui. Che
confidenza hanno gli amici, quanto si vogliono bene! Come sono gelosi che nessuno sparli
dell’altro! Come si prendono a cuore gli interessi reciproci! Come si sforzano di rendersi felici
l’un l’altro!
Non dovresti fare altrettanto per Gesù? Che onore, che grazia non ti ha fatto nello sceglierti per
amico! E bada che non è un’amicizia qualunque, ma la più viva, la più intima, la più forte che si
possa immaginare su questa terra. Ti ha scelto nientemeno che per suo amante, per suo fidanzato.
O Gesù, amor mio, perché non Ti vedo, perché non Ti fai conoscere più sensibilmente? È vero;
sarebbe il mio paradiso e Tu non vuoi che io abbia il paradiso in terra.
Pertanto, renditi sempre più bella, anima mia, per il tuo fidanzato. Vesti le sue divise, adornati
come i suoi desideri, vivi come nel suo respiro! Quando ti viene a trovare, sii ben preparata, che
non ti sorprenda mai in disordine; sii sempre espansiva, affettuosa, innamorata verso di Lui mai
fredda e sonnolente. Fa’ che, dopo una visita, Egli sia sempre di te bene impressionato e che Egli
desideri sempre più vivamente il momento del ritorno.
Che bella cosa essere i fidanzati di Gesù! Ogni giorno che passa si può sempre dire: «Ecco un
giorno di meno, che mi separa dal mio diletto. Il giorno della morte sarà il giorno fortunato delle
nostre nozze».
Sacerdote vuol dire guerriero di Dio. Hai dato la tua vita per la sua causa, hai lasciato tutto il
benessere della vita per andare in campo con Lui. Sii, dunque, un bravo soldato di coraggio e di
sacrificio. Sii coraggioso! Al di fuori avrai l’apparenza, forse, di un povero agnello timido,
impacciato; di dentro, avrai un cuor di leone. Non aver paura, hai la forza di Dio con te, va’
avanti, addentrati fin là dove è più furibonda la mischia; sii calmo ed impavido, vedrai cadere
intorno a te o fuggire tutti i nemici di Dio. Se ti disprezzano, se ti deridono, saranno stratagemmi
inoffensivi che essi usano per intimidirti; se ti dovessero uccidere, il tuo sangue ti otterrà una
vittoria più gloriosa e più bella.
Farai del bene e crederanno che tu faccia del male, farai dei sacrifici di cuore e ti terranno crudele,
snaturato. Non importa! Il mio capitano mi vede, sa tutto, conosce tutto; è Lui che deve rivedere i
miei conti e li giudicherà non come gli uomini, ma in giusto peso e misura.
15 marzo 1906, ore 5.
Vengo davanti a Voi, o cari esseri: Gesù, Maria, Angelo mio Custode, per riflettere e scrivere
come sotto vostra dettatura.
Siamo intesi: bei pensieri e vivissimi affetti.
12
Il guerriero si sacrifica per la sua causa, così pure devo fare io per la mia. Bisogna, quindi, essere
sempre in moto, prendere tutto quello che ti viene da fare e non dormire, non riposare.
Ora che sei giovine è tempo di lavorare, di seminare, di raccogliere; ti riposerai poi quando sarai
vecchio. E lavorare in tutti i modi: con lo studio, con la preghiera, con la parola, con gli scritti.
Lavora a perfezionar te stesso nella mente e nel cuore, per poi perfezionare gli altri.
Che bella cosa quando sarai stanco da non poterne più! Allora ti potrai riposare beato sotto
l’ombra della tua bandiera, la croce, con la coscienza di aver dato tutte le tue forze per la causa di
Dio come un vero campione.
E sii sveglio! Serviti della vivezza del tuo carattere per non fermarti mai.
Sia breve il tuo sonno: sarai più sano e guadagnerai tempo.
Abbi sempre presente che cosa ti prefiggi.
Mi prefiggo di prestare al mio amante divino queste tre cose: amore, fedeltà, bellezza.
Amore: preghiera allo svegliarti, Uffizio, Messa, visita al Santissimo Sacramento, ricordo di Dio
e aspirazioni ardenti.
Fedeltà: meditazione, lettura spirituale, esame di coscienza, confessione settimanale (almeno),
doveri (di stato e professione: studio, scuola); zelo: gloria sua e salute delle anime (lavoro
indefesso).
Bellezza: purità angelica, umiltà e semplicità, bontà di cuore.
16 marzo 1906, ore 5.
Memore delle promesse che Vi ho fatto ieri, vengo questa mattina a mostrarvi la mia fedeltà
nell’amarvi col fare la meditazione.
Ma prima ho bisogno di una grazia, cioè quella di assistermi e aiutarmi con una grande
compassione. Ho promesso, ho promesso e poi? Voi sapete quanto io sia facile a dimenticare e
ricadere un’altra volta in un sonno fatale. Tenetemi sveglio con qualche spinta amorosa, ditemi
qualche cosa di nuovo sempre; infondete nel mio spirito, nel mio sangue, quel germe che mi
faccia vivere sempre con la massima vigoria insofferente di riposo.
O Maria, mamma carissima, ditemi, dunque, qualche cosa anche Voi; stringetemi al vostro cuore
facendomi sentire la stretta del vostro amplesso, sicché mi scuota a rivolgere i miei sguardi sopra
di Voi e ad amarvi riconoscente!
Angelo bello, mio Custode, mio amico, confidente, compagno felice del viaggio, mi appoggio a
Te, «mi rifugio sotto l’ombra delle tue ali»11; difendimi dalla stanchezza, dalla noia, dalle insidie
dei serpenti. Ti sarò riconoscente, Ti amerò sempre, sempre.
Che bella e grande cosa essere sacerdote! Il sacerdote è l’angelo, l’amico, il difensore delle
anime. Il Signore ci ha messi come angeli viventi a custodire, a insegnare la via della vera felicità
alle anime. Tocca a me dire a esse: «Se volete indovinarla, passate per di qua. È una strada stretta,
spinosa, ma non abbiate paura: correte, correte, la fine sarà bella, sarà il paradiso!».
Ho qui nel mio camerino, appeso alla porta, un emblema che figura il monte della vita sul quale
crescono spine, si aprono precipizi e si protendono delle catene. Si vedono le anime passare
stanche e quasi oppresse dall’abbattimento. Un bell’angelo dalle grandi ali tese, caro, divino come
il genio del bene, le sorregge, le rialza e, additando la sommità del monte, par che dica:
“Coraggio, è là che dobbiamo andare. Guarda che bel sole risplende lassù, guarda che corona di
angeli, che gloria, che paradiso!”.
È proprio la mia immagine. Dovrei essere io quell’angelo sensibile, che fa questa bella parte. Oh,
che bella cosa! Quanto mi anima e mi esalta questa divina missione! O Angelo mio custode,
dammi le tue industrie, i tuoi pensieri, le tue parole acciocchè possa assomigliarti nel mio modo
possibile e possa compiere questa missione delicata e condurre molte anime alla loro salvezza.
13
Il sacerdote è l’amico delle anime, il consolatore per eccellenza. Oh, quante volte sono spettatore
pietoso dei drammi più dolorosi della vita! Quante lagrime vedo, spremute dai disinganni più
amari, dalle ambasce più dolorose!
17 marzo 1906, ore 5,15.
Gesù, Maria, Angelo Custode, eccomi in vostra compagnia! Guardatemi e leggete nel mio cuore!
Povere anime, tradite dalla menzogna del mondo, che hanno sacrificato per lui la propria
coscienza, la propria pace e poi sono state buttate sulla strada!
Povere mamme, che dopo essersi consumate di energia e d’amore per i propri figliuoli, sono da
questi ripagate nientemeno che con un odio mortale!
Poveri esseri, che sanguinano da tutte le parti, vittime di tirannie domestiche, che mangiano il
pane dell’umiliazione e sono lo strofinaccio di tutti! Povere ragazze, povere madri di famiglia, A
cui la casa è inferno, la Chiesa un rifugio!
Tutte queste povere creature vengono da te a chiederti un conforto, un aiuto, una parola di
consolazione. Ah! Devi averla tu nel cuore questa corda che batte all’unisono con la nota del
dolore; devi sentirti commosso; devi piegarti verso queste anime con la tua compassione e
rialzarle! Oh, Dio mio, fosse vero! Con quanta espansione voglio farlo! Non voglio vivere altro
che per questo!
Il pensiero, che forse sono il balsamo12 dolce di qualche cuore martirizzato, m’inebria di piacere.
O Signore, fate che io lo possa essere sempre e dovunque; fatemi pur soffrire, ma che io abbia la
fortuna di poter dire: «Sono il conforto di qualche anima che soffre».
18 marzo 1906, ore 4,45.
Stamattina, o Signore, ho bisogno di sfogarmi un po’. Sento una sommossa così grande nel mio
cuore che mi fa impazzire. Il bisogno di amare prepotente mi soffoca, mi rende frenetico; o
Signore, Tu lo vedi, Tu lo sai. Fammi sentire un po’ la tua voce sensibilmente!
Che vanità in tutto il mondo, che dolorosa menzogna! Eppure il fascino e l’apparenza sono tanto
grandi.
Povero cuor mio, come sei fatto! Conosci proprio fino a toccar con mano che, anche ti fosse dato,
non sazieresti mai la tua sete febbrile, eppure senti una lotta sanguinosa che ti uccide.
Ma pensa come vanno a finire tutti i sogni più belli che il mondo può presentare, l’hai constatato
poc’anzi. Che delirio, che pazzia si ha quando si comincia; ma poi, discesi dall’ideale dei sogni al
campo della realtà, che cambiamento di scena! Disinganno, nausea, sazietà e talvolta anche odio.
La gioventù, la bellezza, la grazia sono tutte cose che sfumano, purtroppo.
La corrispondenza costante di un amore, eccessivamente forte, è impossibile. Ciò non deve
attribuirsi a difetto di bontà, di lealtà nella creatura, ma è proprio una fatalità naturale
indipendente da qualsiasi concorso di volontà. Se due sposi non si sentono più così trasportati l’un
verso l’altro, come nei mesi del fidanzamento, non è colpa di alcuno, ma è colpa della natura, che
ha esaurito la fonte di quei torrenti di passione in cui avevano la massima parte la gioventù, la
bellezza, la grazia, la novità, l’allontanamento ecc. Cose tutte sfumate e perdute. E dire che tante
volte, per questi beni così passeggeri, si sacrificano salute e coscienza.
Che tristezza immensa non mi producono questi pensieri! Come sarebbe pesante per me la vita se
non avessi qualche cos’altro che mi spieghi tutto! «Fecisti nos Domine ad Te; et irrequietum est
cor nostrum donec requiescat in Te»13.
È proprio vero. Il Signore ci ha fatti per Lui e il nostro cuore sarà sempre inquieto intanto che non
si riposerà in Lui.
19 marzo 1906, ore 4,30 .
O pensiero consolante, che discendi sul mio cuore come un balsamo dolce, soave a lenirne
l’asprezza delle piaghe! Ma dunque, tutto quello che sento, che provo, non m’andrà fallito un
14
giorno. Esiste un Essere che è proprio fatto per il mio cuore, che non troverò mai in questa vita,
ma nell’altra. Ecco il mistero che mi tormenta!
Avido come sono di trovare un essere che viva e senta e che incarni in se stesso tutti gli ideali più
sublimi di bontà, di bellezza, di grandezza, di genialità, di simpatia, non lo trovo a questo mondo.
E se anche lo trovassi perfetto come lo desidero, il mio cuore non si sentirebbe ancora contento,
non direbbe ancora “basta”, perché vorrebbe un’eternità nel suo amore e l’eternità a questo
mondo non c’è.
Dunque, voltiamo strada: sono tutti emblemi, sono tutte figure, apparenze della realtà gli amori di
questo mondo. Sono un accenno debolissimo di quello che proveremo quando il nostro cuore avrà
trovato il suo diletto. Dio! Ecco il nostro fascino, ecco l’esca che brama il nostro cuore, ecco il
nostro sogno! Dio è l’infinito nell’amore e il nostro cuore ha sete dell’infinito.
Oh, che penitenza grande ci fate fare, o Signore, con l’averci dato il tormento di Voi e poi aver
disposto di vivere lontano senza permetterci di vedervi neppure una volta! Ma mi sbaglio, il
vostro ritratto ce l’avete dato. Non è un’immagine, una piccola fotografia di Voi, qualunque
fascino che troviamo a questo mondo?
Sì, è vero, noi non ci riflettiamo. Questi ritratti, questi fascini sono innumerevoli, infiniti, appunto
perché devono riprodurre una bellezza infinita. O gioventù divina, ricca, esuberante di tutte le
grazie incantevoli della vita, tu sei una piccola fotografia della gioventù di Dio! O infanzia divina,
ricca, esuberante di tutti i fascini dell’innocenza, tu sei una piccola fotografia dell’innocenza di
Dio! O incanti di natura, aurore, tramonti, notti di luna, campi, colline, boschi, prati, mari, monti
tutti, siete una piccola fotografia dell’incanto di Dio!
20 marzo 1906, ore 5,15.
O Gesù, che amarezza intima, sottile, penetrante, mi sento nel cuore! Ieri ho provato tre dispiaceri
dei quali uno così grande che mi ha quasi avvelenato. Non mi è giovato neppure il dormire di
stanotte. Appena svegliato, mi si è affacciata così bruscamente la memoria delle mie tristezze che
mi ha proprio colmato di assenzio. Oh, Dio, che pena la vita, che tormento continuo! Io credo che
mi procurerò una malattia di cuore.
Ma pazienza! Sia fatta, o Signore, la vostra volontà! Fatemi pur soffrire, lo merito! Riversate
sopra di me tutta l’amarezza del calice del dolore, purché la risparmiate a tante altre anime che io
devo aiutare, confortare nell’aspro cammino della vita. Sono contento, soffro volentieri, benché
senta la natura che si ribella. Vi offro14 tutti i miei dolori, i miei sospiri per ottenere grazia a loro.
Questa mattina non so dirvi altro; se volessi fare un’altra meditazione non vi riuscirei, così
preoccupato come sono per tali pensieri. Vi domando di poter essere forte quest’oggi, di non
venir meno ai miei doveri. Cercherò di distrarmi più che posso e, non potendolo, dirò spesso:
«Signore, questo è per Voi e per tutti quelli che si raccomandano alle mie preghiere».
Credo che davanti a Voi non sia preghiera più bella di quella del dolore. Io Ve lo offro, o Signore.
Ascenda fino a Voi quest’oggi tutto il profumo del mio sacrificio; i lamenti, che forse qualche
volta mi sfuggiranno, siano presso di Voi come tanti lamenti amorosi, pieni di bontà, pieni di
rassegnazione.
Oh, quando sarà, o mio buon Dio, l’ora che io abbandonerò questa valle di lagrime? Quando sarà
finito il mio esilio, quanto manca ancora affinché siano terminati i giorni della mia prigione?
L’anima mia, assetata freneticamente di felicità, sospira di continuo il giorno della liberazione
come un uccellino in gabbia. Quando sarà che potrò volare libero per l’aria e godere tutta la
divinità dell’aria pura, dell’aria fresca del paradiso?
Angelo mio Custode, Maria Santissima, ottenetemi dal Signore un’abbreviazione della condanna
e chiamatemi presto con Voi. Il primo nostro incontro sarà uno scambio di baci, per Voi d’amore,
per me di ringraziamento.
21 marzo 1906, ore 5.
15
I miei dolori non si sono già tolti, ma non li sento più così vivamente come ieri. Si è un po’
ammortizzata la mia sensibilità, simile ad un malato che, arrivato all’eccesso del suo soffrire, non
sente più nulla talmente resta istupidito dal dolore.
Ad ogni modo, sia ringraziato il Signore che mi concede di dimenticarmi delle gioie, così anche
delle pene. O Signore Gesù, Vi ripeto ancora: «Fatemi pur soffrire per le anime, ma, di grazia,
fate ancora che la sofferenza mi faccia più buono e non più rilassato».
Riprendo stamattina la meditazione interrotta sabato. Il sacerdote è il difensore delle anime. Iddio
l’ha fatto tale. Il demonio fa ad esse una guerra spietata per perderle, per rovinarle e si serve di
tutti i mezzi: tentazioni, persecuzioni, mondo, dicerie, persone malvagie, persone buone ecc.
Contro tutti devo star io.
Se tu non sarai impavido come un leone, almeno sii tu come un piccolo cane, che fedelmente
abbaia sempre e dovunque, a costo di perdere te stesso al minimo appressarsi di un pericolo. Sarai
prudente, non ti esporrai inutilmente, ma allorchè ti parrà menomamente di doverlo fare, giù
senza misericordia.
Prima di tutto aiutale con la tua preghiera. È un mezzo potentissimo questo e che hai sempre in
mano. Unisci la tua forza con la loro per vincere il cuore di Dio, domanda perdono per loro e fa’
che durante la giornata la tua preghiera le accompagni sempre e le circondi come una siepe di
fiori, come una sfera smagliante di luce, di benedizione.
Perché non lavori anche nel tuo camerino per loro? Considerando la tua vita, il tuo carattere, le
tue qualità, puoi proprio dire di non avere altra attitudine, altra tendenza che a far questo. Esporti
molto tu non puoi, perché ti mancano le doti interne ed esterne; predicare non puoi, lottare
all’aperto con gli avversari neppure, attieniti, dunque, a questo lavoro più pacifico e più intimo di
aiutare e difendere le coscienze. Studia, prega solo per questo, per ora!
22 marzo 1906, ore 16,15.
O Signore, vengo un po’ da Voi, avido di felicità, avido di sentirmi teneramente compatito nelle
mie debolezze.
Vengo dal Ricreatorio15 dove ho visto con invidia tanti piccoli esseri inconsciamente felici. Nella
mia tristezza ne ho accarezzato qualcuno quasi nell’illusione di partecipare io pure alla felicità di
quegli esseri per il contatto. Ma poverini! Si sono mostrati seccati dei miei complimenti, non
possono comprendermi. O Signore, perdonate, compatite la mia debolezza! Sono davvero
rassegnato, non me ne lamenterò con nessuno, neppure con me stesso.
Sono infelice perché non trovo Voi, non vedo Voi, non Vi conosco ancora. La mia ragione me lo
ripete mille volte che la felicità dell’amore non la posso trovare nelle creature anche se le
possedessi tutte, ma il mio cuore pare che faccia il sordo. È questo contrasto continuo tra la
ragione ed il cuore che mi fa star così male. Sarà questa la croce che io devo portare. Altre non ne
ho: la salute va bene, gli interessi vanno bene, altri disturbi non ve ne sono. È proprio vero che
non bastano le fortune per far felici a questo mondo!
Quanti vi sono che sono molto più infelici di me! È ben vero che il mio cuore per consolarsi non
misura la sua pena con quella degli altri; ad ogni modo non posso lamentarmi di avere la croce
più pesante delle altre. Perdonatemi, o Signore, perdonatemi e compatitemi sempre!
23 marzo 1906, ore 5.
Mi metto alla vostra presenza, o amato Signore Gesù, per chiedervi di poter con frutto meditare
questa mattina. Maria, Angelo mio Custode, impegnatevi per me.
Se sono infelice io, cercherò bene di fare felici gli altri. E in che modo? Spendendomi tutto per
loro.
È questo il desiderio più vivo dell’anima mia, ma mi sento fiacco. Il pensiero mi sfugge, ed ecco
che mi agghiaccio subito. È per questo che ritorno su questo punto questa mattina.
16
Perché la tua preghiera non la fai più fervorosa, più viva, per ottenere meglio le grazie per loro? È
una moneta che spendi presso il Signore, è un’elemosina che fai, è un’opera a pro delle anime:
perché non la fai bene?
Il Signore ha forse disposto di concedere la tal grazia a quell’anima dopo il concorso delle tue
preghiere. Che dispiacere grande sarebbe, se il Signore dovesse negare a quella povera anima la
tal grazia, appunto perché tu non hai corrisposto bene nella preghiera! E poi desideri di lavorar
molto per loro, non hai altro sogno che quello di asciugare una qualche lacrima dai loro occhi, di
togliere una spina dal loro cuore.
Ebbene, sappi che la preghiera è quella forza soave, invisibile ma efficace più di qualunque
parola, che circonda l’anima per cui si prega, come un’aria celeste, un profumo divino e la rende a
sua insaputa buona e felice.
Di’ dunque bene il tuo Uffizio, la tua Messa e tutte le altre preghiere della giornata. Fa’ conto di
essere continuamente un avvocato presso Dio che perora la causa di un povero infelice. Quanto
bene non puoi fare! Dimentica pure te stesso per pensare agli altri. Il Signore gradirà
immensamente questa tua carità generosa. Non temere che Egli, il Signore, impegnerà altri che
s’interesseranno di te, o meglio, Lui stesso terrà il conto dei tuoi interessi e ti pagherà con la
stessa misura, cioè con una generosità senza pari.
Prega, prega sempre! La tua preghiera darà il profumo della grazia di Dio alle parole che dirai,
darà forza e delicatezza ai tuoi sentimenti, darà bellezza e nobiltà ai tuoi pensieri.
Così armato, chi può resisterti nella conquista delle anime?
24 marzo 1906, ore 5.
Mentre io vivo così afflitto e quasi abbandonato, mi dimentico di una cosa: ed è che io pure ho un
Essere che mi ama, direi, quasi perdutamente. È bello più di un angelo, è buono più di un santo, è
grande più di un re. Se potessi usare dell’espressione, dovrei dire che Egli mi adora, pensa a me
continuamente, mi segue sempre e dovunque, mi fa la corte ad ogni momento. È tanto il bene che
mi vuole, che sarebbe pronto a dare la vita per me. Già l’ha data un’altra volta, ora non può più
perché è immortale.
O caro Gesù, ed io non Ti comprendo, io non Ti amo! Vivo vicino a Te, alle tue carezze come
uno scemo inebetito. Sono freddo come il marmo, e ciononostante Tu non ti stanchi di volermi
bene, mi compatisci e mi perdoni.
Tante volte l’anima mia si mostra annoiata di Te, Ti sfugge o si addormenta fra le tue braccia; ma
Tu non ti stanchi di volermi bene, mi compatisci e mi perdoni.
Tante volte, con le mie mancanze, mi macchio l’anima, mi rendo brutto, nauseante; ma Tu non ti
stanchi di volermi bene, mi compatisci e mi perdoni.
Tutte le mattine mi vieni ad abbracciare sensibilmente nella S. Messa e versi nel mio cuore,
sull’anima mia, il tuo sangue preziosissimo, i torrenti del tuo amore. Sei fedele, sei paziente, sei
tenero, sei appassionato, sei pazzo per me.
Quante creature belle a questo mondo, ma non arrivano a dirmi neppure un po’ della tua bellezza!
Quante creature simpatiche, ma a Te non arrivano. Quante creature buone, ingenue, semplici,
innocenti, graziose, angeliche; Tu, mio Gesù, sei più buono, più ingenuo, più semplice, più
grazioso, più innocente, più angelico.
La natura con le sue primavere, con i suoi profumi, con le sue armonie, con le sue aurore, con i
suoi tramonti, mi dà un’immagine più prossima della tua bellezza, ma non arriva a fotografarti al
vivo.
Tu sei bellezza, sei poesia, sei fascino, incanto, frenesia d’amore e non Ti sento. Mi sembri tanto
lontano. Eppure ho lasciato il mondo per Te! Ho chiuso il mio cuore alle creature per aprirlo solo
a Te e ricevere, come una rosa, la rugiada divina del tuo celeste amore.
17
Perché soffro, perché sono melanconico, se la mia sorte è tanto sublime? Sarà la croce che io
debbo sopportare, come il letto che il mio sposo divino mi offre; sarà la corona di spine con la
quale il mio diletto mi ha decorato la fronte, sarà l’anello di fuoco che Egli mi ha posto al dito.
O Gesù, vorrei io pure essere pazzo di amore per Voi. Ma allora sarei felice troppo, Vi amerei
come un assetato ama la fonte, come uno smarrito ama la luce, come un morente ama la vita.
Gesù, invece, perché vuole che l’anima sia sempre più bella per il giorno nuziale della mia morte,
mi tiene tra le spine e mi costringe a purificarmi in un bagno di lacrime.
25 marzo 1906, ore 4,30.
Mi metto alla vostra santissima presenza, o Gesù, Maria, Angelo Custode, mia carissima famiglia,
babbo, mamma, fratello. Domando di essere scosso da pensieri forti, da sentimenti sublimi per
andare avanti nella vita buona. Oggi forse avrò una notizia che metterà la tempesta nell’anima
mia; o Esseri divini, che vi prendete premura di me, aiutatemi in quei critici momenti! Fate che io
sia sottomesso, ubbidiente, fate che l’anima mia sia inclinata a dire: «Ebbene, o Signore, sia fatta
la vostra volontà!». Dirò le mie ragioni con molta calma, farò vedere le mie difficoltà, ma se
vedrò la volontà recisa in chi mi comanda, mi sforzerò di sorridere e di abbracciare teneramente
la croce che mi si presenta.
Avete inteso, caro Gesù? Faccio fin d’adesso la mia più pura intenzione; sento che il cuore mi
trema, la natura si ribella, sento il mio spirito che si dibatte sotto i ferri della volontà.
Soccorretemi, o Signore, fate che vinca la parte buona.
La mia meditazione prediletta è sulle vanità delle cose del mondo.
Ieri sera andai all’ospedale a confessare alcune moribonde. Buon Dio, che rovina! Come siamo
fatti! Che triste sorte non ci aspetta dopo aver sognato forse mille felicità! Entravo in quelle sale
buie, dove si allineavano da una parte e dall’altra i trofei del dolore e dell’infelicità. E il mondo,
dov’è qui il mondo? Dove sono i suoi sorrisi, i suoi spasimi inebrianti? Nulla, nulla. Queste
povere creature si trovano a compiere un’altra scena della loro vita. Chi sa quanto avranno
goduto, chi sa che giorni di paradiso non avranno avuto! Ed ora, eccole cascate qui!
Sono trenta o quaranta letti. Ognuno ha il suo grido, il suo lamento, il suo sospiro di dolore.
Quest’armonia straziante si eleva e s’aggira per tutta la corsia soffusa di un odore acre, aromatico,
caldo, in cui non si sa distinguere se abbia prevalenza l’acido fenico o il petrolio che usano per
pulire il piancito ben levigato. Un’infermiera impaziente, brontolona, debitamente pagata,
dispensa malamente i suoi uffici di carità. Che retroscena!
A dir il vero, mi vergognavo quasi di essere sano, di essere felice. M’ingegnavo a dire: «Fatevi
coraggio!». Ma sì, “coraggio” lo si dice bene quando si è sani, ma quando si è malati è ben altro!
Il male è inesorabile, la morte è alle spalle. Come fare a non aver paura, come non sentirne tutta la
massima ripugnanza, per chi si sente fatto per la felicità, prima condizione della quale è la vita?
Povere creature, ecco come vi ha pagato il mondo! Un giorno, forse, chi sa che sogni ridenti, ed
ora che spaventosa realtà! Ma se non vi fosse il pensiero di una rivincita in un altro mondo, come
sostenere in pace uno sfacelo così tremendo? Sarebbe proprio il caso di morire di crepacuore.
Senza la fede, senza una speranza! Gran Dio, che vita terribile, infernale là dentro! Il male fisico,
per quanto grande, certamente non arriva al male dell’anima.
26 marzo 1906, ore 19.
Conduco un po’ a malincuore la mia anima ai vostri piedi, o Gesù; essa ha sonno, è svogliata e si
trova nel buio. Ricevetela, o Signore, con la solita vostra pazienza, con la solita dolcezza
acciocché essa si senta sforzata a guardarvi, a volervi bene, a rivivere.
Se riflettessi sul gran tesoro che siete e come e in qual modo mi appartenete! Se sapessi quanto mi
volete bene e come siete bello! Siete l’ebbrezza degli angeli, il sogno di ogni più eccelsa creatura.
Gesù, è mai possibile? Ed io posso pretendere al vostro amore? Anzi, lo volete!
18
Io, invece, non Vi corrispondo. La mia fiacca e grossolana natura non sa andar più in là del
sensibile e si addormenta. Le è perfino gravoso il pensare a Voi. Sento potentemente una forza
contraria che da Voi mi allontana, sparge della nebbia intorno ai miei occhi, alla mia volontà.
Sento di calare a fondo.
O Gesù, pietà, misericordia! Scuotetemi, scuotetemi per carità! Stringetemi al vostro cuore,
stringetemi forte affinché io senta questa stretta ed apra gli occhi. Così non voglio vivere, lo
protesto con tutte le forze della mia natura.
«Ma, tocca a te», Voi mi dite. Che devo fare? «Devi essere un po’ più fedele ai tuoi doveri, un po’
più riflessivo, un po’ più premuroso per l’anima tua. Sei solo premuroso per quella degli altri e la
tua la trascuri».
Sì, è vero; lo prometto tante volte e poi basta un nonnulla per dimenticarmi di tutto.
27 marzo 1906, ore 5.
Questa mattina la mia meditazione deve consistere in un bel proposito di vita spirituale. Voglio
togliermi a tutti i costi da questo torpore micidiale, voglio vivere un po’ più caro a Dio, al mio
prossimo, a me stesso.
Ripensando sulle qualità del mio cuore, m’accorgo che forse ero migliore tempo addietro. L’altro
giorno rifiutai di aiutare una persona che ricorreva a me. L’avrei potuto, forse con non grave
incomodo, ma non lo feci. Avevo qualche ragione di rifiutarmi, ma se mi fossi vinto, forse non mi
sarei sentito così disturbato. Con la mia mamma sono diventato un po’ esigente; alle volte le parlo
un po’ serio e imperativo. Comincio a non essere contento di qualche cosa, mentre una volta ero
contento di tutto. Vedrò di rimediarmi. Ma cosa devo fare per diventare un po’ migliore, un po’
più contento di me stesso?
È una domanda questa che mi faccio spesso ed alla quale rispondo con imbarazzo: fuggire la
colpa anche minima e alimentare la vita spirituale. Vi sarà colpa in certe negligenze dei miei
doveri? Forse sì e forse no. Tuttavia è meglio attenersi alla parte più sicura. Vi è colpa in certi
pensieri ed atti d’amor proprio? Se qualche volta non lo è, si dovrà al difetto del concorso della
volontà. Tante volte sono preso di sprovvista e irriflessivamente penso male.
Sono un po’ trascurato nella preghiera, non sono diligente in certi momenti, non mi faccio forza,
specialmente nelle preghiere della sera e della mattina. Voglio rimediarmi. Riguardo al resto,
manco molto di riflessione, mi distraggo tanto durante la giornata in maniera che quando mi torna
il pensiero di Dio, mi pare tanto estraneo. Che brutta cosa per un amico intimo di Dio ricordarsi
poco, raramente di Lui durante la giornata! È proprio vero; perdonatemi, sarò più fervoroso!
28 marzo 1906, ore 5.
Vi chiedo mille volte perdono, o Signore, della mia freddezza a vostro riguardo. Prometto di
essere un po’ più fervoroso quest’oggi. Vengo da Voi presentemente a chiedervi un po’ di aiuto
per la meditazione che sto per fare. Maria Santissima, mamma tenerissima, Angelo Custode,
assistetemi!
La seconda ragione, per cui mi trovo così sprovvisto di anima, è appunto perché mi manca
l’alimento spirituale. Perché non mi aiuto con dei buoni pensieri, con degli atti che mi spingano
verso al Signore? Perché non vivo con la coscienza continua di far del bene? In questo modo mi
sentirei più animato; il buon spirito crescerebbe sempre in me.
E perché ti dimentichi di perfezionare, di abbellire l’anima tua? La bontà di cuore, la semplicità,
l’umiltà, la schiettezza, sono le virtù che ti abbisognano; tocca a te ingegnarti per metterle
assieme in una maniera un po’ positiva e decisa. Vi offro, o mio Signore, i desideri ardenti
dell’anima mia in questo momento, fate che essi siano efficaci e non si perdano in vane sterilità.
29 marzo 1906, ore 5.
19
Mi rivolgo a Voi, tesori dell’anima mia: Gesù, Maria, Angelo Custode. Spingetemi sempre più
con la vostra grazia, fatemi forte, fatemi robusto, fatemi energico affinché riesca a trarre l’anima
mia da quell’assopimento fatale in cui si trova. Parlatemi spesso alla mente ed al cuore, ditemi le
parole più belle, fatemi sentire la carezza dell’alito vostro, acciocché io respiri sempre un’aria di
cielo che mi purifichi dai miasmi di questa terra.
Per amor vostro amerò tutti, sempre e dovunque: chi mi fa del bene e chi mi fa del male. Amerò
quelli che confortano la mia vita con la loro amicizia, col loro affetto sincero; amerò anche quelli
che mi sono estranei, quelli che mi vedono con un po’ di diffidenza, amerò quelli a cui sono di
controgenio e quelli che non mi amano. La mia vita è stato un sacrificio del cuore, ma vedo che
posso amare lo stesso, anche più, però in un’altra maniera. Devo reprimere la veemenza
dell’amore passionale, umano, sensuale, però il campo dell’amore spirituale mi è aperto
ampiamente e mi vi posso slanciare con tutte le forze della mia natura.
Amerò chi soffre e cercherò di raddolcire col mio affetto l’amarezza delle sue lacrime. Amerò chi
si trova smarrito nell’incertezza, nel dubbio e cercherò con la mia affettuosa premura di dissipare
le sue nebbie, di rischiarare le sue tenebre. Vorrei, nel mio desiderio, essere per lui come un
raggio di sole sfolgorante; non potendo essere tanto per la mia meschinità, o Signore, fatemi come
un lumicino amico che è tanto sufficiente da condurre lo smarrito sulla retta via e gli impedisce di
voltare pericolosamente o di cadere nel fosso. Amerò chi ha bisogno e si rivolge pietosamente a
me. Sarò largo e generoso con tutti e spezzerò parte della mia felicità per regalarla a chi è infelice.
Fate, o Signore, che io desideri questo e lo voglia efficacemente, sempre. Ispiratemi la risoluzione
migliore; quando mi trovo perplesso, fate che inclini sempre dalla parte buona.
O mio Dio, come mi piace così la vita! Vi ringrazio di avermi concesso di pensarla a questo
modo, solo così mi sento felice. Se Voi mi vedete capace di farlo e di sopportarlo, Vi chiedo
questa grazia: «Signore, fatemi soffrire per gli altri, date a me parte delle loro croci acciocchè la
mia sofferenza sia ad essi di sollievo».
O Gesù, perdonatemi questo sfogo questa mattina. Sento prepotente, immenso, infinito il bisogno
di amare e di amare eccessivamente. Nella vita non ho voluto avere la felicità terrena, ho scelto la
sventura e il dolore. Forse, e senza dubbio, ho scelto meglio, imperocché la felicità terrena mi
avrebbe corrisposto con una triste disillusione, mi avrebbe ricompensato con la tristezza, invece la
sventura mi premierà con la felicità.
È un mistero questo, o Signore, beato colui al quale Voi concedete di comprenderlo!
30 marzo 1906, ore 4,45.
Come un reo che sa di avervi tradito mille volte, vengo da Voi, o Signore, questa mattina per
chiedervi scusa e perdono. Chi sa quanto grande era il vostro dispiacere quando io Vi trattavo in
simile guisa, Voi che mi amate più della mia mamma! Quante finezze non mi usava il vostro
amore pur di vincere e spezzare la durezza del mio cuore! Io invece, sempre inflessibile come un
macigno. Perdono, o Signore, ora sono proprio tutto vostro senza alcuna riserva, voglio vivere
sempre come un vostro figlio prediletto. Vi amerò più della mia mamma, del mio fratello, Vi
amerò più di qualunque creatura. Voi sarete sempre alla cima dei miei pensieri, vivrò solo per
Voi. Ve lo prometto, o Signore: accogliete la buona volontà, il mio vivo desiderio e concedetemi,
nella vostra immensa bontà, di poterlo mantenere.
Vi offro tutte le azioni che oggi farò. Ogni mio atto, ogni mio respiro siano come tante carezze al
vostro cuore. Farò tutto a vostra maggior gloria. Se avrò da soffrire, accogliete il mio dolore come
una prova della mia fedeltà. Starò sempre in vostra compagnia, vivrò alla vostra presenza. Se di
questo mi dimentico, scuotetemi con la vostra mano, o Signore, e ditemi: «Sono qui!». O Signore,
state sempre con me per tutta la vita, confortatemi di tutte le tristezze in cui mi trovo; ed io
cercherò di farvi buona compagnia. Procurerò di farmi un po’ più bello mediante la virtù.
20
Sarò purissimo nei miei pensieri ed affetti; sarò affabile e buono nei miei modi, sarò umile,
schietto e semplice nei miei atti. Riguardo alla purezza, so quello che devo fare. State sempre
vicino a me, o Signore, e coi vostri amplessi, purificate tutto me stesso!
Riguardo all’affabilità dei modi, cercherò di essere sempre buono, di agire sempre con un’idea
fissa di carità. Farò conto di aver a trattare con il Signore quando tratterò con le persone. Innanzi
tutto avrò premura di far felice la mia mamma. Le perdonerò sempre qualunque disattenzione
possa avere a riguardo mio. È tanto buona con me, poveretta, se lo merita che io le voglia bene!
Mi mostrerò sempre contento di tutto, cercherò di tenerla allegra e non di farle sentire il peso del
mio essere restando muto, senza parlare. Le nasconderò tutti i miei dolori acciocchè essa non ne
abbia a soffrire. M’ingegnerò con tutte le forze di manifestarle una bontà ancor più fine verso il
Signore.
Con le altre persone con le quali tratterò, sarò garbato, deferente per far piacere a loro. Non è un
po’ di felicità che io procuro agli altri con l’esser piacevole? Se mi chiederanno qualche favore, lo
farò prontamente e volentieri. Se dovrò fare qualche complimento a una persona, lo farò non per
comparire io disinvolto e gentile, ma per procurarle un raggio istantaneo di benessere. Non è
un’opera buona anche questa? Se qualche povero mi chiederà l’elemosina, rifletterò che è Dio che
me lo manda e lo soddisferò con la certezza di consolare un povero infelice.
Oh! Il mio cuore, o Signore! È in questo modo che io voglio perfezionarlo, voglio che in esso si
sviluppi e cresca sempre quella sensibilità di cui Voi l’avete fornito.
Assistetemi, proteggetemi, fortificate con la vostra grazia questi miei propositi e rendeteli
efficaci.
31 marzo 1906, ore 5,15.
Ricevetemi alla vostra presenza, o Dio mio, e concedetemi di rivolgere i miei occhi sull’anima
mia, affinché io possa impegnarmi a renderla sempre più bella. Sarò umile.
Di che cosa avrei da insuperbirmi? Di buone qualità ne riscontro in me assai poche e, nel caso ci
fossero, sarebbe tutta liberalità di Dio. L’umiltà, quindi, è la verità.
È ben vero che nella mia natura sento istintivo il desiderio di innalzarmi, ma anche per questo io
sbaglio. Perché non vi riuscirò né davanti a Dio né davanti agli uomini. Non davanti a Dio, perché
ha detto che resiste ai superbi e agli umili dà la sua grazia; e neppure davanti agli uomini,
imperocché presso di loro nulla vi è di più disgustoso e basso di un essere che si mostra superbo.
Sbaglio quindi in tutti i sensi: riguardo alla realtà e riguardo all’effetto. Spogliati quindi di te
stesso e rimettiti tutto a discrezione di Dio. Se il Signore vorrà, t’innalzerà, se non lo vorrà ti
abbasserà. Questo è certo: che quanto più Gli farai violenza per essere innalzato, tanto Egli peserà
la sua mano sopra di te e ti porterà al basso. Via dunque ogni pensiero di superbia! Sii umile in
tutto!
Procura di levarti di dosso quella soverchia preoccupazione di te stesso, per cui quando fai
qualche cosa, corri subito a pensare: «Che cosa crederanno di me? Che concetto se ne faranno?».
Vivi più semplicemente! Crederanno e penseranno di te quello che sei! Vorresti forse comparire
differente e ingannare gli altri?
Smetti un po’ quella soverchia timidezza che credo sia pure un effetto dell’amor proprio! Non é
infatti un dispiacere ed un rossore mostrare la tua debolezza davanti ad altri? In questo modo è
proprio vero che, invece di innalzarti, ti abbassi, perché forse diversamente saresti disinvolto,
rassegnato e meno impacciato.
Quando fai qualche cosa di buono o di insolito, perché devi compiacerti nel pensare alla figura
che potrai fare in quei momenti? Se il tuo pensiero riuscisse palese, che vergogna ne proveresti!
Cerca quindi di abbandonare questa miseria che hai, che ti rende certamente sgradito agli occhi di
Dio, il quale scruta le intimità del tuo cuore e ti renderebbe tale anche presso gli uomini, se ti
conoscessero. O Signore, riconosco proprio che è una cosa brutta ed irragionevole che io abbia
questa superbia.
21
Come posso sperare di far del bene con questo tarlo che mi rode? Come posso sperare di ottenere
da Voi le grazie per la salute delle anime, se confido tanto in me stesso? Oh, perdonatemi di tutto
il mio passato! Vi prometto che in avvenire voglio proprio mutar completamente. Datemi una
costante riflessione su questo punto ed un proposito costante. Infondetemi la prima grazia, cioè
che io desideri immensamente di essere proprio umile, se ancora non lo sono.
1 aprile 1906, ore 4,45.
Comincia un mese nuovo ed io pure devo rinnovarmi, se non voglio avere il rimorso di perdere un
tempo assai prezioso che il Signore mi dona. Bisogna far presto e non perdere neppure un istante.
M’accorgo che la gioventù passa rapidamente e con la gioventù anche l’energia dell’anima.
O Gesù, Maria, Angelo Custode, per carità, fate presto ad aiutarmi, inclinate la mia volontà al
bene acciocché io possa riformare completamente l’anima mia e corrispondere così alle grazie
immense che Dio mi ha fatto col chiamarmi allo stato sacerdotale.
Non solo sarò di buon cuore, umile, ma sarò schietto, sincero. A me pare che questa schiettezza o
sincerità manchi assai spesso anche nelle anime buone. Pare una virtù di ordine naturale, quasi
estranea alle altre di ordine soprannaturale. Ma non deve essere così! Essere buoni davanti a Dio
vuol dire essere buoni anche davanti agli uomini. Ora, siccome è senza dubbio a noi ripugnante
un carattere doppio, così lo sarà anche davanti a Dio.
La schiettezza e la sincerità sono un complemento dell’umiltà, in maniera che l’una non può far
senza dell’altra. Non si può essere schietti se non si è umili, non si sarà umili se non si è sinceri.
Voglio, quindi, mettermi di proposito ad ottenere e dare questa forma attraente al mio carattere.
Mi presenterò sempre tale e quale sono. Più che direttamente, manco indirettamente contro la
sincerità; non sono tanto le parole che la offendono, quanto i miei atti. Tutta la preoccupazione
che ho di presentarmi bene non è altro, considerato in pratica, che una simulazione del mio essere.
Non mi curo tanto della realtà quanto dell’apparenza. Perché, per esempio, alle volte devo
simulare un sentimento che non ho? Appunto per coprire me stesso e apparire un altro.
Niente di tutto questo: voglio mostrarmi per quel che sono. Ben s’intende che non mi acquieterò
di mostrarmi imperfetto, però sarà mia cura non di simulare, bensì di cambiare me stesso
internamente. Oh, come sono belle queste tre virtù: carità, umiltà, schiettezza!
2 aprile 1906, ore 19,15.
Oppresso dal peso dell’apatia e della noia che trovo ad ogni passo, vengo da Voi, o mio tesoro, o
Signore, a respirare un po’ di aria pura.
Com’è brutta la vita, ma immensamente brutta! Quante spine che, con una punta finissima,
delicatissima, pare mi pungano il cuore, mi trapassino l’anima! E sempre, sempre senza un po’ di
riposo. Credo che mi acquisterò il mal di cuore; lo vedo, lo sento. Anche quest’oggi, in un certo
momento, ho provato come una puntura dolorosa, fisica.
O Signore, sia fatta la vostra volontà! Vorrei essere allegro, ma non posso. Non credo che sia un
difetto di bontà la mia tristezza, perché essa non mi rende aspro con le persone, ma
compassionevole e dolce. Amo di più quando sono più triste. Oggi mi sono portato un po’ meglio
del solito, ma la melanconia non mi ha lasciato.
Ho una spina fissa che mi punge incessantemente, senza riposo. Vorrei fare degli esseri felici e
non vi riesco; alle volte, anzi, ottengo il contrario. So di una povera creatura che soffre tanto per
me. O Gesù buono, che sei la tenerezza più che materna, personificata, guarda, osserva ed abbi
compassione! Con un atto della tua infinita misericordia, versa un po’ di balsamo su quel cuore,
su quell’anima che fa sangue da tutte le parti. O forza dei deboli, o conforto dei sofferenti, stendi
la mano in suo aiuto e benedici tutte le circostanze della vita perché possano portarle un po’ di
calma. Ma se non ci foste Voi, o Signore, come sarebbe nera la mia vita! Così soffro ancora
molto, assai, ma il mio soffrire è calmo, è rassegnato. Invece se fossi in un’altra via, soffrirei
egualmente e doppiamente ma con la disperazione.
22
Tante volte mi fermo a pensare: “Se non mi fossi fatto prete?”. Credo che sarei finito o in carcere
o al manicomio. Se mi fossi dato ad un mestiere, la mia sorte sarebbe stata il carcere; la via degli
studi mi avrebbe condotto al manicomio.
Dio, invece, mi ha attirato a Sé quasi per forza. Ecco la mia storia!
Un’anima16 santa è venuta a stare in casa mia quando ero ancor bambino. Questa mi portò il
profumo di Dio sotto un’apparenza umana, geniale, attraente. Che avrei saputo io di Religione, di
Sacerdozio, di Dio, se non me ne avesse parlato questa creatura? Come effetto immediato, mi
ridussi ad andare alla congregazione17. La morte di mia sorella portò, col dolore, un po’ più di
sentimento religioso in casa mia. Addivenni chierico servente alla parrocchia e quindi, per
necessità di cose e di abitudini, mi ridussi in seminario. Per quali intenzioni? Certamente nessuna,
giacché io nulla comprendevo. Una mano misteriosa mi conduceva. Mi sono svegliato in
seminario; la mia mente, il mio cuore hanno sperimentato che lotta terribile è la vita.
Umanamente parlando, era impossibile che io avessi potuto rimanere vincitore, ma Iddio ha fatto
per me. Fui preso da una sconfinata ammirazione per un mio superiore18. Questi mi comprese e
mi ha fatto pagare, a contanti di bontà e di virtù, il bene che gli volevo. La mia fantasia sbrigliata
aveva bisogno di sogni e di chimere e Dio la trattenne col pascolo delle sante attrattive alla vita
del missionario19. Era vera vocazione? Forse sì. Credo di essermene fatto indegno per
un’infedeltà commessa.
Signore, se a ricuperarla v’è bisogno di un sacrificio, eccomi pronto! Ed ora eccomi sacerdote!
Non so in qual modo io vi sia giunto. Quanti compagni migliori di me non hanno resistito e si
sono ritirati! Il Signore ha voluto me a tutti i costi.
Grazie, o Signore, della tua predilezione! È proprio un peccato se io non Ti avessi da
corrispondere!
3 aprile 1906, ore 5.
Quando penso ai benefici che mi avete fatto, o Signore, vedo che se avessi avuto un amico, al
quale fossi divenuto carissimo, non me ne avrebbe fatti tanti e così insistenti.
Ricorro col pensiero fino al mio nascere, e vi vedo tutta una catena non interrotta di grazie, che mi
hanno salvato da una rovina certa alla quale io andavo incontro. Quante premure, acciocchè io
non venissi meno nella via buona, quanti aiuti, quante buone ispirazioni, quante arti Egli non ha
messo ad effetto al fine di riuscire a farmi suo sacerdote, confidente ed amico! Ed anche ora
attualmente, come mi sento spinto dalla sua grazia a volergli bene! Sento che Egli mi chiama, che
mi vuol proprio tutto suo, che m’impone di amarlo in una maniera singolare. Posso dire che in
tutta la mia vita ho veduto quasi sensibilmente la mano di un Essere che mi ha sorretto e condotto
quasi per forza nella via buona. Ah, voglio proprio ricambiare il Signore, se lo merita troppo!
Sono triste è vero, ma in fondo alla mia tristezza trovo una calma, una soavità, una dolcezza
impareggiabile.
Grazie, o Signore, dello stato in cui mi avete chiamato! Sorreggetemi sempre acciocché io possa
mantenermi forte e costante. La mia debolezza è ancora quella di una volta; se non mi appoggio a
Voi, vengo meno certamente. Compatitemi quando non faccio quello che devo. Vincetemi con le
insistenze della vostra grazia. Riconosco proprio di essere una seccatura col chiedervi tanti aiuti,
mi accorgo alle volte che quasi non vorrei far nulla e che faceste tutto Voi. Perdonatemi,
riconosco proprio di essere miserabile ed è perciò che ricorro a Voi ogni momento.
Sarò buono quest’oggi, voglio darvi questa consolazione che tanto bramate. Mi purificherò questa
mattina, dirò bene la mia Messa, farò con diligenza i miei doveri, sarò caritatevole, affettuoso,
umile, schietto, sincero, semplice.
Vi offro fin d’ora tutto quello che dovrei fare, tutto il mio soffrire e intendo con ogni minimo atto
dell’anima mia, dar piacere a Voi. Farò conto di essere al vostro servizio, mi mostrerò un servo
diligente, svelto e affettuoso. Ogni sofferenza, o Gesù, sia per far più bella l’anima mia. Sono
rassegnato e accetto tutto il bene o il male che mi verrà quest’oggi come dalle vostre mani.
23
Ma ricordatevi, o Signore, che per fare tutto questo io ho bisogno di una grande assistenza vostra;
non me la negate, non punite mai in questo modo la mia presunzione, se qualche volta avessi a
pensare di poter fare da me. E Vi amerò, o Signore, come un matto.
4 aprile 1906, ore 20,30.
Prima di andare a letto, o Gesù, voglio darvi la buona notte. Oggi non ho potuto fare la mia solita
meditazione perché sono stato proprio impedito, però non dormirei contento se non Vi dicessi
qualche cosa.
O caro mio diletto, benedicimi l’anima e il cuore! Fammi un’anima bella ed un bel cuore.
Benedici tutti quelli che soffrono le burrasche della vita, le tentazioni e le amarezze. Benedici
quelle anime che si rivolgono a me per aiuto e conforto. Distendi sopra di loro le tue ali e infondi
nel loro cuore il germe della bontà e della pace. Allontana da esse ogni soffrire e falle forti a
sopportare acciocchè divengano sempre più gradite agli occhi tuoi. Mormora nei loro orecchi
quelle parole che io non so dire; supplisci con la tua grazia alla mia miseria.
Benedici la mia mamma che dorme qui nella camera vicina20, fa’ che io le possa donare il
paradiso in ricompensa di tutto il bene che mi vuole.
O Gesù, sono stanco, ho sonno. Ti do la buona notte. Mostrami il tuo paradiso nel mio sogno.
Benedicimi e liberami da ogni pericolo di anima e di corpo. Chiamami presto vicino a Te,
perdona tutte le mie iniquità, purificami con la tua grazia affinché io sia sicuro di possederti ed
amarti per tutta l’eternità. Oh, caro Gesù!
5 aprile 1906, ore 5.
Mi metto alla vostra presenza, o caro Signore, per riflettere seriamente sopra me stesso.
Mi accorgo che mi è necessaria una bontà grande senza la quale non posso sperare di passar bene
la vita. Quante anime hanno bisogno di me! E che posso fare io per loro, se non ho questa
comunicazione continua, se non ho questa intimità con Dio? Riconosco che le mie parole sono
insufficienti, mi è necessario l’intervento della grazia di Dio.
O buon Signore, come devo fare per riuscire migliore? Ditemelo Voi! Sento che Voi mi spingete
ad ogni momento, mi fate conoscere sempre più da vicino la necessità che ho di rifarmi ad ogni
costo. Forse vi è qualche anima buona che prega per me, perché vedo proprio all’evidenza un
aiuto straordinario che il Signore in questi giorni mi dà.
Bisogna proprio che io corrisponda a tutti i costi. Ah! Signore, Ve lo dico un’altra volta: «Vengo
volentieri da Voi, mi consacro a Voi con tutta l’anima e con tutto il cuore, sono tutto vostro!».
Perdonate, con l’infinita vostra misericordia, tutto il mio passato: me ne dispiace intimamente.
Sarò con Voi, amerò Voi, respirerò di Voi, parlerò di Voi sempre, sempre. O mio Dio, mio tesoro,
mio mondo, mio sogno, mio paradiso! «Proteggetemi sotto l’ombra delle vostre ali»21 perché
sono debole e sono circondato notte e giorno dai miei nemici. Avete promesso la vittoria a chi
confida in Voi: ecco pertanto che io ripongo tutta la mia fiducia completa, illimitata. Combatterò
tranquillo e sicuro del vostro appoggio. Intanto, grazie mille volte, o Signore!
6 aprile 1906, ore 5.
Vengo dinanzi a Voi, o Signore Gesù, e umilio la mia anima col suo cuore di vent’anni, con tutte
le sue energie, le sue aspirazioni, i suoi sogni. Voi, con la vostra benedizione, fate che tutte queste
forze s’inclinino al bene, sicché io non ami altri che Voi e in Voi tutte le creature, non lavori altro
che per Voi, non sogni altro che Voi. E che cosa dovrei sognare a questo mondo così pieno di
amarezze? Mi dicono che ho l’aspetto sempre triste, sempre melanconico, si vede proprio che
l’anima mia trasparisce al di fuori com’è in se stessa. Qual è il motivo? La vanità delle cose del
mondo. Non vi è un pensiero, un progetto, un’ideale, che io mi formi e, subito, è pronto il
contrapposto di disillusione, di disinganno.
24
Quanti giovani vedo passare vicino a me che mi parlano delle loro ebbrezze! In quel momento
pare quasi che un senso d’invidia mi sorprenda, ma poi subito mi viene da dire: «Poveretto,
sentirai in fondo al calice che amarezza si trova!». Quante coppie sorridenti passano vicino a me
lasciando nell’aria un profumo, una fragranza che pare quella della felicità. Eppure, quegli esseri,
ora, almeno in apparenza così felici, un giorno si struggeranno nelle lacrime. Avranno figliuoli
che li crocifiggeranno. Diventeranno vecchi e il loro corpo, ora così slanciato ed attraente,
diventerà pesante e obbrobrioso. Quella ragazza, verso la quale tanto mondo sospira, un giorno
neppure un cane la guarderà.
Che sorta di mistero la vita! Si può forse trovare qualche cosa di meno triste e che sia un po’
duraturo? No di certo! È proprio un soffio, un fuoco di paglia, un baleno. Parlai un giorno con un
giovanotto tutto brio, tutto grazia, tutto pieno di speranze nella vita, il quale disprezzava e
riprovava la mia vita sacrificata. Dissi a lui: «Sarà poi una cosa durevole la vostra? Credete non
rimanerne disilluso? E quando avrete tutto perduto, che cosa vi resta?». «Mi basta godere
dell’attimo fuggente», egli mi rispose. L’attimo fuggente! Ah, non basta perché, come dice Dante:
«Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria»22. Purtroppo è vero!
Quando una felicità è perduta, lascia un’amarezza così grande che per poco non porta alla
disperazione.
Che mistero la vita! Più si cerca di renderla felice e più la felicità ci sfugge come ci sfugge
l’ombra del nostro corpo.
7 aprile 1906, ore 2,45.
Ho bisogno di chiedervi perdono prima d’andarmi a letto, o Signore. Sto male, ho un disturbo che
mi rattrista tanto. È morta questa mattina all’ospedale una mia povera penitente. Era da sabato
scorso che non l’avevo vista, facevo conto di andarvi questa sera; nel mentre mi recavo, apprendo
la fatale notizia! Gran Dio, che rimorso! Se fossi andato ieri sera o gli altri giorni, come avevo
promesso, avrei potuto farle del gran bene. Ho avuto delle ragioni per non andarvi prima, ma non
mi tranquillizzano. Che sbaglio ho fatto! Angelo mio Custode, riparalo, se è possibile! Maria
Santissima, metti Tu le cose a posto. O Signore, perdono per quella povera anima, mille volte
perdono anche per me. Un’altra volta sarò più pronto. Ecco, che cosa sono capace di fare! Quante
promesse di morire perfino per il bene delle anime e invece me le lascio sfuggire così
miseramente! Mi confondo e mi umilio davanti a Voi, o Signore, curatemi, salvatemi, non so
dirvi altro.
8 aprile 1906, ore 4,30.
Come se entrassi nella vostra stanza dove Voi vi trovate, o miei cari Esseri, Gesù, Maria, Angelo
Custode, vengo da Voi col mio pensiero e tratterò con Voi parlando, conversando, indirizzandovi
delle espressioni d’amore. Oh, fate, miei tesori, che io non Vi lasci mai, tenetemi sempre stretto e
legato con Voi, specialmente in quei tristi momenti, in cui la mia anima e il mio cuore sono
sbattuti dalla tempesta.
Vedete, io comprendo, tocco con mano che è necessario, assolutamente indispensabile, che io sia
ancora più buono, ma la mia natura pigra si tiene sempre indietro. Che cosa è che mi impedisce di
fare il passo decisivo verso la bontà schietta? È proprio l’indolenza con la quale il mio pensiero
ricorre a Voi; è la pigrizia con la quale soddisfo ai miei doveri.
Anche ieri ho avuto una bella mortificazione, una bella penitenza per non essere stato pronto nel
fare il bene. Quella povera che è morta, se io fossi andato a trovarla, si sarebbe di nuovo
confessata; avrebbe fatto la sua ultima comunione, chi sa con che fervore perché era ben disposta;
si sarebbe rassegnata ancora di più; avrebbe sofferto con meno peso; avrebbe fatto il sacrificio
della sua vita ben più volentieri; avrebbe, in una parola, fatto tanto che si sarebbe risparmiata,
senza dubbio, un bel tratto di purgatorio. Questo avrebbe ottenuto, se io fossi andato. E non sono
andato! Oh, Signore, che penitenza, che punizione amara mi avete inflitto! Un’anima soffre dei
25
tormenti maggiori per causa mia! Perché non l’ho aiutata, potendolo? Anima buona, perdonami,
perdonami!
Posso riparare in qualche maniera? Angelo Custode, mio amico sincero, guarda la confusione
nella quale si trova l’anima mia, guarda la mia tristezza! Ho sbagliato, non v’è modo di riparare?
Sarò buono ed offrirò a lei tutto il merito dei miei atti. Mi ricorderò di lei nella Messa, sempre. O
anima cara, che ti rivolgevi a me con tanta confidenza chiedendo aiuto nella tua disgrazia,
quell’aiuto, che, non ti ho saputo dare allora, te lo darò adesso purché mi perdoni. Ti offro,
intanto, come primo dono, la paziente sofferenza dell’amarezza che mi sento nell’anima.
O mondo, o vita, che turbine, che infinità di aspetti tristi, lusinghieri, spaventosi, sorridenti,
misteriosi assumete! La mia mente è quasi travolta come dalle vertigini nel mirare23 a voi. I
contrasti più marcati e stridenti sono ad ogni momento. Il mio cuore è come in moto perpetuo: ora
lieto e subito triste, ora pieno di speranza e subito fiaccato per terra, ora forte e subito debole, ora
pieno, fiammante d’entusiasmi e subito avvilito, quasi annientato.
Pietà, o Signore, in questa lotta tremenda! O Madre di misericordia, volgiti a noi che soffriamo
gementi e piangenti in questa valle di lacrime! O Angelo celeste, fa’ che io riposi un istante tra le
tue braccia stanco e spossato e, con un raggio della tua luce, infondi forza, coraggio e vita a
quest’anima che muore!
9 aprile 1906, ore 19,15.
Permettete, o Gesù Signore mio, che io venga da Voi per la solita conversazione.
Sempre così la mia vita, sempre a un medesimo grado di sofferenza. Io credo che sia una malattia
fisica, forse umori24 acri, che ho nel sangue. Pazienza! Oggi sono stato un po’ negligente nei miei
doveri di scuola. Stavo tanto male che avevo proprio tutte le voglie all’infuori di quella di fare
lezione. Eppure, devo lottare, devo vincermi a qualunque costo. Ho fatto una visita d’adorazione a
Gesù in Sacramento, subito dopo il pranzo. O caro Signore, mentre Voi forse bruciavate d’amore
nel vedermi alla vostra presenza in quei momenti, io qualche volta socchiudevo gli occhi per la
sonnolenza. Ero turbato in quei momenti e mi vergognavo di essere così freddo con Voi; mi
scuotevo con qualche scatto di amore ardente fissando gli occhi su Voi, poi mi sono ingegnato
leggendo un buon libro; credo, o Signore, che mi abbiate compatito.
Ma così non posso rimanere; io aspiro continuamente ad una vita piena di spirito, di entusiasmo,
una vita che mi faccia impaziente di lavorare come un guerriero in battaglia, una vita in
sommossa, magari come una burrasca. La mia anima ha bisogno di agitarsi, vuole la lotta, il
frastuono, la polvere, il fuoco. Come mi sento bene, per esempio, in quei punti della città, dove
ferve rumorosamente una folla assorta e perduta nell’agitazione continua di un lavoro febbrile!
E invece, tutto è morte intorno a me! Una calma come l’olio mi circonda, mi stringe, mi soffoca.
Tante volte, rinchiuso tra le quattro mura della mia cameretta, mi agito fremente come un pazzo e
vorrei che fremessero con me le pareti, la casa. Ma rimango solo, la mia frenesia si risolve in un
bacio altrettanto frenetico che io imprimo perdutamente sul quadro della Madonna con gli
Angeli25 e cado esausto, spossato, annientato moralmente, come una farfalla che ha osato
svolazzare troppo da presso alla fiamma che le ha scottate le ali.
Che pazzia! Che vita! Perdonatemi, o Signore! Fate che io rivolga al bene l’eccentricità del mio
spirito! Compatirò, aiuterò, consolerò chiunque soffra del mio medesimo male.
10 aprile 1906, ore 5.
Dispiacente mille volte d’averti offeso, o Bene mio, Ti domando perdono di cuore. Sono umiliato
al tuo cospetto, non valgo niente, sono pieno di demerito e di sconoscenza. O Signore, con uno di
quegli sguardi con cui risanavi tutte le infermità, convertivi la Maddalena, spezzavi il cuore di
Pietro, così vinci la mia insensibilità! Se lo vuoi, o Gesù, Tu puoi sanarmi, puoi purificarmi; fallo
dunque, giacché mi ami tanto!
Questa mattina voglio riflettere un po’ sul cimitero.
26
Che silenzio, che pace, che tranquillità non si riscontra appena si entra! Eppure, se potessero
parlare quei marmi, quelle croci, quelle tombe, che storia infinita di tumulti, di lotte, di lacrime
non ci narrerebbero! Chi sa quanto avranno sognato quei poveri che ora son morti! Chissà quanto
avranno fatto rumore di sè, come si saranno agitati; come avranno anche fatto tremare una folla,
un popolo intero! Ed ora, eccoli qua tutti, come ridotti al nulla! Sotto questo breve tratto di terra si
trovano, ad un medesimo livello, ricchi e poveri, deboli, forti, quelli che hanno goduto la vita e
quelli che l’hanno stentata. Che belle giornate, che sere splendide non avranno passato certuni; ed
eccoli qua! Come saranno stati invidiati, portati al cielo ed eccoli qua! Come avranno combattuto
anche contro la causa di Dio e tutti eccoli qua!
Chi mi saprebbe dire tutta la storia di questi esseri spenti? Chi saprebbe dire tutti i loro idilli
d’amore, i drammi, i sogni della loro vita? Che momenti di ebbrezza non avranno avuto! Quante
illusioni di felicità ed ora tutto è finito! Passando in mezzo al frastuono della città si fa un ben
differente concetto della vita da quello che suscita questa solitudine silenziosa.
E quante lacrime di dolore non avranno versato! Tutti hanno dovuto passare per gli spasimi
strazianti dell’agonia prima di morire. Tutte le malattie più orribili hanno qui la loro vittima.
Passando da una croce all’altra, da una lapide a un monumento si trova talvolta il ricordo in
fotografia dell’estinto. Fissando lo sguardo in quelle sembianze, forse ritratte negli anni più felici
della vita, si sentono una compassione ed uno sconforto immenso. Si dice: «Oh, se allora in quel
momento avessi pensato di farti la fotografia per il camposanto! I tuoi occhi sarebbero stati meno
limpidi, la tua bocca meno sorridente, la tua fronte meno alta, meno fidente nell’avvenire!».
11 aprile 1906, ore 20.
Vi ringrazio, o Signore, di tutti i doni, i conforti che mi avete dato in quest’oggi. Riconosco che
mi volete proprio bene, Ve ne sarò sempre riconoscente. Vi chiedo mille volte perdono di ogni
mia mancanza, voglio essere migliore. Perdono a quanti mi hanno recato dispiacere e non mi
hanno usato delicatezza. Renderò bene per male. Sarò l’amico delle anime sventurate. Solo con
loro io m’intendo bene, con esse l’anima mia si trova in benessere.
Le anime felici invece non sono fatte per me. Esse hanno spirito, ed io non ne ho, hanno vita,
vigoria, godimenti di ogni sorta; io, invece, nulla di tutto questo. Solo la corda del dolore suona
all’unisono con l’anima mia.
Signore, Vi domando questa grazia: «Fate che il mio essere sia la consolazione, il conforto, la
speranza, la vita di chi soffre. Se per intendere gli afflitti, per compatirli mi è necessario patire io
pure, eccomi pronto! Anzi, Vi prego di dare a me una parte di quelle sofferenze che dovreste dare
a loro, basta che mi diate anche la forza!»26.
12 aprile 1906, Giovedì Santo, ore 4,15.
In questo bel giorno, o Gesù, che mi ricorda il vostro amore, quante belle cose non avrei da dirvi,
come dovrebbe il mio cuore essere tutto pieno di riconoscenza per quello che avete fatto per me!
Ah, caro Gesù, quando sarà quel momento felice che io Vi comprenderò completamente e Vi
amerò come vi meritate? Affrettatelo con la vostra divina misericordia!
Vorrei io essere stato in quella sera benedetta accanto a Voi. Avrei letto sul vostro volto
l’espressione di un dolore infinito, misto ad un amore esuberante per gli uomini. I vostri discepoli
li guardavate per l’ultima volta e il vostro sguardo li abbracciava con tenerezza espansiva. Che
cosa diceva il vostro cuore in quella sera? Solamente Voi lo sapete. Nessuno dei vostri discepoli
Vi comprendeva in quei momenti, nessuno scrutava sino in fondo all’anima vostra. Solo
Giovanni, dal cuore puro, dall’anima vergine, Vi intese di volo e chi sa quante belle parole
compassionevoli Vi disse! Il vostro cuore allora si dovette allargare sotto la carezza di
quell’anima tenera e fu per questo che gli permetteste che Vi abbracciasse e riposasse sul vostro
cuore.
27
Ah, buon Gesù, avrei voluto essere io pure tra quei discepoli in quella sera, avrei voluto avere il
mio cuore così accomodato come al presente, con tutte le sue tristezze e le sue espansività. Credo
che, concedendomelo, Vi avrei compreso e Vi avrei detto tante cose. Voi certamente vi sareste
confidato con me, mi avreste parlato della vostra imminente passione, della vostra morte
obbrobriosa; mi avreste svelato tutti i misteri divini del vostro cuore innamorato perdutamente
delle anime nostre.
«Consolatevi, caro Gesù – Vi avrei detto allora – perché tanto affliggervi per noi? Vi ameranno
gli uomini, Vi corrisponderanno! Fate conoscere ad essi quello che fate per loro, come li amate; e
come è mai possibile che il loro cuore non si arrenda?!». Ma purtroppo mi avreste risposto: «É
proprio questa la ragione più grande della mia tristezza! La maggior parte non conoscerà quello
che io ho fatto per loro e tanti, che lo conosceranno, per ricompensa mi odieranno».
Ah, Gesù, non Vi odierò io; Vi corrisponderò con tutta l’anima. Sarò il Vostro amico più intimo,
e unico impegno di tutta la mia vita sarà consolarvi. Andrò in cerca di quelle anime che non Vi
conoscono e parlerò di Voi. Dirò a loro tutta la storia del vostro amore e farò di tutto per
ricondurvele.
13 aprile 1906, Venerdì Santo, ore 5,30.
Ancora impressionato con la mente nei ricordi di ieri, vengo a trovarvi, o Gesù, questa mattina
ripieno del desiderio di amarvi, di corrispondervi, di riparare alla nequizia degli uomini tutti. Vi
chiedo la grazia di aiutarmi a meditare sulla vostra passione e di toccarmi il cuore.
Mi pare di vedervi in quella notte dolorosa perduto nell’orto degli olivi, contraffatto nel volto che,
per lo spasimo mortale che soffrivate nell’anima, sudava sangue. Pregavate il vostro Eterno Padre
a consolarvi, ma Egli vedeva in Voi tutti i peccati degli uomini e si mostrava duro. Andaste dai
vostri più cari discepoli per vedere se qualcuno aveva per Voi le parole tenere che l’amicizia
suggerisce nei momenti di tristezza, ma tutti dormivano. Anche Giovanni, che era il vostro
prediletto, anche Pietro, che aveva protestato di morire per Voi.
Intanto i soldati si odono da lontano come un temporale. Il bagliore delle fiaccole, il suono delle
armi, le grida infernali arrivano a Voi come una sfida di morte. Non tremavate perché era in Voi
la forza di Dio, ma il vostro cuore era naufrago in un mare di amarezza. Eccoli giunti! Giuda si fa
avanti e Vi saluta e Vi bacia. Quel saluto e quel bacio trafissero la vostra anima più che tutti i
supplizi della vostra passione. Giuda, uno degli apostoli scelti, uno degli amici più confidenti
venirvi meno e tradirvi così ignominiosamente! Al suo saluto gli rispondeste: «Amico, perché fai
così?». Al suo bacio Voi lo ribaciaste. Neppure questo valse a spezzare quel cuore diabolico.
E se avessi fatto io pure qualche volta la parte di Giuda nella mia vita?!
Vi condussero via; i vostri discepoli, che dovevano essere i vostri difensori, Vi abbandonarono
subito e fuggirono lasciandovi in balìa dei vostri nemici. Condotto davanti ai tribunali, foste
costretto ad assaporarvi prima di tutto l’odio di una folla che, a ricompensa del bene che le
avevate fatto, Vi voleva morto; indi la vile ingiustizia dei vostri giudici, i quali si sforzavano di
colorire la vostra condanna come un atto onesto e doveroso. Vennero poscia: gli schiaffi, gli sputi,
la flagellazione, la corona di spine, la condanna di morte, la croce, il viaggio, le tre cadute, la
crocifissione, l’innalzamento tra due ladri, la morte.
Ma più di tutti questi supplizi, ve ne fu un altro, che Vi afflisse spietatamente anche più di quello
di Giuda: il rinnegamento di Pietro. L’apostolo ardente, quello su cui contavate come la pietra
angolare, il fondamento, la forza, il sostegno di tutti gli altri, non Vi conosceva più e spergiurava
di avervi mai visto. Erano state dunque tutte vane le proteste che Vi aveva fatto poche ore prima e
che Vi avevano tanto consolato?! Era, dunque, tutto perduto lo sforzo che avevate fatto per
acquistarvi l’amore dei vostri discepoli se quello, su cui più di tutti contavate, Vi tradiva in quella
maniera? Oh, povero Gesù, che stritolamento si fece nel vostro cuore allora: che mortificazione
terribile non soffriste! Almeno aveste avuto la vostra mamma, il vostro padre, qualche angelo a
consolarvi! Nessuno: tutti erano lontani.
28
Che notte orribile passaste in quel carcere! Tutto il cumulo delle amarezze umane erano piombate
sopra di Voi. Perfino i muri di quella prigione si sarebbero commossi al vostro dolore; il mio
cuore no, si mostra impassibile. Vi guardo tra gli spasimi più atroci, quasi inebetito, incapace di
qualunque sentimento di umanità. Che mistero incomprensibile non siamo!
Signore, perdonate, non so dirvi altro! Le mie iniquità hanno trasformato e deformato il mio
cuore. Spezzatelo e fatelo ritornare come quello di prima. Risanate me, operando un miracolo
come se risanaste un paralitico.
14 aprile 1906, Sabato Santo, ore 16.
Vengo un po’ alla vostra conversazione, o mio diletto Signore, per esprimervi tante cose che il
mio cuore desidera tanto dirvi.
Sono angustiato perché le cose non mi vanno come vorrei. Mi pare di non ottenere frutto nella
mia azione a pro delle anime. Un dubbio terribile mi tormenta: cioè che non sia fatto per il retto
fine tutto quanto io agisco. Ah, se così mai fosse, Signore, per carità mettete Voi la vostra mano
amorosa in me e raddrizzate ciò che vedete storto, ciò che non Vi piace. Ve lo domando questo
con vera passione. Ah, vedete quanto è grande il mio desiderio di riuscire ad ottenere qualche
cosa e quanto è il tormento che provo nel riconoscermi incapace! Ma ho in Voi una speranza, una
fiducia illimitata con la quale vado avanti senza timore. Però ascoltate sempre il gemito col quale
ricorro tanto spesso a Voi, ascoltate la mia debolezza, compatite me e tutti quelli che mi
avvicinano.
Protesto di fare per vostro amore tutto quello che mi ponete sotto le mani, e di combattere
risolutamente qualunque secondo fine voglia avvelenare la bontà delle mie azioni. Ma per questo
mi abbisognate Voi, o Signore! Ricordatevi che sono vostro figlio e vostri figli sono tutti quelli
che si affidano a me. Ci troviamo tra la tempesta sbattuti e dispersi: brillate, o Signore, come una
stella vivissima sul nostro annebbiato orizzonte!
Se io devo essere la guida, ispirate nella mente mia quei pensieri che mi suggeriscano le parole
adatte a toccare i cuori per indirizzarli al bene. Ma riconosco di non meritarlo per le tante mie
indegnità; pur tuttavia mi consolo, perchè non è ai meriti miei che guardate, bensì al diritto che ne
ha la vostra misericordia.
O Maria Santissima, che siete piena di tenerezza verso di noi, guardate! In un istante solo vedete
tutta la nostra situazione. Ascoltate i miei sospiri ardenti: per carità, aiuto! Che nessuna di quelle
anime che il Signore mi ha affidato vada perduta27. Ve ne supplico con tutta la forza dell’essere
mio, facendo appello alla vostra compassione. Mi aiuterete, non è vero? Metterete la vostra mano
candida in certi cuori che fanno sangue e li risanerete, non è vero? Ah, quanto spero e confido in
Voi, diletta Madre nostra! Asciuga le nostre lacrime, conforta il nostro dolore, salvaci, o Maria!
15 aprile 1906, ore 4,15.
Pieno di una sconfinata confidenza nella tua bontà, o Signore, vengo da Te, mi prostro ai tuoi
piedi e, chiedendo di cuore perdono di tutte le mie passate ingratitudini, Ti prego di accettare
l’anima mia, come la più intima tua, come quella che vuole innamorarsi perdutamente di Te. Ho
bisogno del tuo amore, che mi assorba tutto; che s’impadronisca del mio intelletto, della mia
fantasia acciocché non veda, non sogni altro che Te; che s’impadronisca della mia volontà,
acciocché non voglia altri che Te; che s’impadronisca del mio cuore affinché non palpiti, non sia
in tumulto per altri che per Te.
Non vedi quanta guerra mi fa il mondo con tutti i suoi castelli fatati? Non vedi con quale apparato
si veste, per sedurmi, per rubarmi il cuore? Ma è tutta vanità, è un baleno che passa, un soffio che
svanisce, un suono che si perde.
Non disprezzo il mondo per le qualità che presenta, giacché in queste vi è un emblema di Voi. Vi
è difatti nei suoi fascini un misto di bellezza, di grazia, di gentilezza, di semplicità, di bontà, di
amore, di gioventù, di poesia, di vita. Non si riscontra tutto ciò in Voi? Come potrei disprezzare
29
queste cose se sono appunto quelle alle quali, con un moto necessario, aspira continuamente il
mio cuore? Io disprezzo il mondo per la sua vanità o, più che disprezzarlo, lo compiango.
Siamo in una prigione, nella quale ci vengono mostrati, da lontano e di volo, tutti gli oggetti che
bramerebbe possedere il nostro cuore. Noi soffriamo né più né meno che il supplizio di Tantalo.
Arsi da una sete che ci tormenta, da una fame che ci divora, tante volte ci si avvicinano alla fronte
dei frutti saporitissimi, ci scorre ai piedi un’acqua freschissima. Alziamo la mano avidamente e i
frutti ci sfuggono, l’abbassiamo e l’acqua si abbassa.
Oh, Dio, che pena! Che tormento! Ma, coraggio! Verrà un giorno che ci tufferemo in un mare di
felicità e non rimarrà in noi più alcun desiderio insoddisfatto. Oh, venga, venga presto questo
giorno! Io lo desidero, come un prigioniero sospira la libertà, come un esiliato sospira la patria,
come un uccellino sospira che gli si apra lo sportellino della gabbia, per volare verso lo spazio,
verso l’infinito.
Con qual veemenza di ardore invoco, o Signore, la mia felicità! Presto, presto, o Signore, che Vi
veda e che mi distrugga in Voi! Siete il mio fidanzato e che pena quindi lo starvi lontano! E non
potrei scrivervi? Non potreste Voi rispondere a me? Se non fossi più puro, se ci non fossero
nell’anima mia delle nebbie, come chiaro Vi vedrei, o Sole del mio amore! Se le mie orecchie non
fossero così incrostate, assordate dal rumore mondano, come limpida sentirei la dolcezza della
vostra parola!
Ah, Gesù, Signore, cuore dell’anima mia, perdono! Ascolta il grido potente che si eleva
dall’essere mio! Vorrei che questo grido si ripercuotesse nelle stelle, per l’universo intiero. Non è
un grido di disperazione: è un grido che Ti invoca con la veemenza di un desiderio disperato! La
mia anima si agita, freme, diviene pazza così inceppata fra le strettoie di questo corpo. Vorrebbe
svincolarsi, spezzare tutte le catene, rovesciare tutti gli ostacoli e volare frenetica in cerca di Te!
Perdonami, o Signore, commuoviti alle lacrime che mi piovono più che dagli occhi, dall’anima.
Quando sarà quel giorno che mi consolerai? Ora Ti lascio. Devo andare a far del bene a delle
anime che soffrono, forse, lo stesso mio male. O Gesù, metti il fuoco nelle mie parole, la vivezza
nei miei pensieri acciocché facciano breccia in quei cuori, in quelle volontà e vi lascino il
balsamo che risana e che consola! Grazie, o Gesù, di tutto!
16 aprile 1906, ore 23.
Eccomi un’altra volta giù per terra. Ho avuto vari dispiaceri quest’oggi e mi hanno fatto perdere
la tranquillità. Vengo questa sera a chiedervene perdono, o Signore, prima d’andare a letto. Sono
stanco, il mio cervello è esaurito di pensiero, la mia anima è proprio sepolta in una nebbia così
fitta che non distingue alcun oggetto. Il mio cuore spezzato, la mia fantasia dissanguata, la mia
anima disillusa mi rendono quasi stupido. Andrò a dormire. Signore, accoglietemi fra le vostre
braccia come una povera creatura. Invoco la vostra compassione; sono morto! Sono rassegnato
però, piego la mia testa e con quel po’ di coscienza di me stesso che mi resta ancora esclamo:
«Sia fatta, o Signore, la vostra volontà! Fatemi giungere presto in paradiso». Dite a me, come lo
diceste al buon ladrone: «Oggi stesso sarai con me in paradiso»28. Oh, Signore, fosse vero!
17 aprile 1906, ore 20.
Umiliato e pentito, vengo a prostrarmi ai vostri piedi a chiedervi perdono.
Perdono, caro Gesù, non sono come dovrei essere. Sono scontento di me, della mia vita, di tutto.
Ho dato un dispiacere alla mia mamma involontariamente. Le ho mancato di delicatezza ed ella se
ne è avuta a male. Voleva sapere chi mi spediva una cartolina, ha compreso che io riluttavo a
dirglielo e mi ha rimproverato di diffidare di lei e di trattarla per questo come una serva, come
una servaccia. Gran Dio! Come si fa presto a dimenticarsi di tutte le delicatezze, usate per tanto
tempo, per un neo di disgusto ricevuto una minima volta! Pazienza! Tutt’oggi non mi ha rivolto
una parola e mi ha rinfacciato, col suo contegno, di rattristarle la vita. Che amarezza!
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È in uno di questi istanti che io sento tutto il peso dell’esistenza, vedo tutto nero, tutto tedioso:
l’aria, le persone, le cose. È in uno di questi momenti che io vorrei essere solo, lontano, lontano,
perdermi nell’infinito. Vorrei togliermi alla realtà delle cose, chiudere gli occhi, dormire sul mio
dolore, obliare di vivere. Oh, il sonno! Che rimedio pietoso non ha trovato la natura per alleviare
in parte i nostri dolori! Dormendo si dimentica tutto e nel sonno è felice tanto un re nella sua
gloria quanto un carcerato tra le sue catene.
Ma non è vita questa, è morte benché solo apparente. Iddio mi ha messo al mondo per qualche
cosa, devo svegliarmi da questo torpore, devo sormontare tutti i passi difficili e condurmi sino
alla fine della strada, non solamente sano e salvo, ma con qualche acquisto di valore e di gloria.
Iddio mi ha messo in questa posizione. Sono sacerdote e devo fare una conquista doviziosa di
anime. Non posso presentarmi a Dio con le mani vuote, bisogna lavorare e passar sopra a tutto.
Pieghiamo la nostra testa in atto di rassegnazione e diciamo: «Un’altra volta farò meglio!». Vi
offro, o Signore, tutte le amarezze che ho provato in quest’oggi, come l’ossequio della mia
fedeltà. Purificatemi con un bacio del vostro amore da tutte le debolezze in cui possa essere
caduto; fatemi forte per domani.
19 aprile 1906, ore 21.
Davanti a Voi prostrato, o mio Signore, Vi prego di stamparmi nella mente e nel cuore pensieri ed
affetti puri, santi, salutari. Oh, come ho sete di un po’ di verità, di un po’ di amore! Voi solo siete
la sorgente piena di ogni vero bene. Ho bisogno di convincermene di questa cosa; è per questo
che vi ritorno sopra continuamente. Quando sarà il giorno in cui cadrà la rocca del mio cuore
davanti al tesoro di felicità che le mostra la ragione?
Quanta battaglia non mi fanno le creature! Se pensassi che cosa sono in realtà! Un’ombra, un
soffio, un castello incantato, una magia artificiosa e nulla più. Che illusione perfetta! È proprio
una commedia la vita di questo mondo! Si fanno tutte le figure, ma sempre sotto finzione. È una
vera pazzia quella di attaccarvisi con tanto trasporto, con tanta frenesia. Chi non lo vede? Eppure
il cuore non cede. Sono proprio tante bolle di sapone che noi vediamo librarsi in aria e alle quali
noi corriamo con l’illusione di appropriarci delle sfere di cristallo. Lo sappiamo che
c’inganneremo, ma non crediamo quasi a noi stessi sino a tanto che non abbiamo preso questa
bolla, non l’abbiamo schiacciata con le nostre mani e non ci siamo persuasi di avere abbracciato
una vanità. Che supplizio!
Eppure il caso si ripete giornalmente. Non v’è una gioia che non abbia quanto prima il suo
cambiamento in tristezza, come non c’è sereno che non sia seguito dalle nubi. È un’infelicità
questa? Sì, purtroppo! Che fare? Cercare un più spirabile aere. Ma dove si trova a questo mondo?
Non c’è. Solo in paradiso lo troveremo. Là, dunque, indirizziamo i nostri sospiri e sogniamo il
paradiso come un fidanzato sogna il suo amore. Facciamolo più prossimo a noi questo paradiso
sforzandoci di rendercene sempre più meno indegni. Sento che mi cascano gli occhi; perdonami,
o Gesù, il mio corpo è stanco, vado a riposare.
20 aprile 1906, ore 4,30.
Pieno di un desiderio grande di Voi, o Signore, vengo questa mattina a fare la mia meditazione
sotto ai vostri occhi. Ditemi qualche cosa. Oggi si compiono i due anni della morte della mia
povera zia. Che solenne lezione non fu per me quella! Raccontano che da giovane ella era un
portento di grazia e di avvenenza; invece, da quando l’ho conosciuta io, è sempre stata una donna
infelice e di niuna apparenza. Quanto ha sofferto per la morte di suo marito e, prima di questa,
quante vicende le avevano reso triste la vita! Ecco tutto il sogno di questo mondo! Per un
momento abbiamo tutti gli ideali più affascinanti di felicità e, poi, tutto si schianta.
Che importava a mia zia l’aver passato un tempo della sua vita in mezzo a tutte le illusioni della
felicità, che le importava essersi fatta una fortuna, essere divenuta, come si suol dire, una signora,
se poi la fine dei suoi giorni doveva essere così triste? Mi pare ancora di vederla lunga e distesa
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sul suo letto, la faccia coperta da una benda. Quel corpo, che aveva tanto sofferto il mal di cuore,
aveva terminato di vivere. Quanti spasimi, quante trepidazioni prima di ridursi a questo stato!
Eccola ridotta sul suo letto di morte! Naturalmente i suoi parenti piangevano, ma che le
giovavano le loro lacrime? La sua camera ornata splendidamente, che tante volte forse l’aveva
accolta parlandole di ricchezza, di comodità, di splendore, ora non aveva nella sua eleganza che
una tristezza ancor più amara, quasi ironica. Ecco, giunto per lei il giorno fatale che prima, da
lontano, spaventa come un fantasma di malaugurio e poi arriva inesorabile e senza misericordia.
Verrà anche per me! Come mi troverà? Come lo riceverò?
21 aprile 1906, ore 4,30.
Purificate, o Signore, l’anima mia da qualunque neo di colpa, acciocchè possa venire davanti a
Voi con la purezza di una colomba, con l’innocenza di una bambina, con la bellezza di un angelo.
Quanto desidererei essere tale! E cosa faccio per divenirlo? Purtroppo, molto poco. Perché mi
lascio andare così sfiduciato e vivo sempre in disturbo? La vita passa, la gioventù si svigorisce e
m’incammino rapidamente verso la vecchiaia. Volgendomi addietro trovo di aver fatto ben poco.
Più che vivere, io perdo la vita. Mi manca il tempo per fare qualsiasi cosa, non so approfittarne.
O mio angelo custode, vedi di rialzarmi e di darmi forza a rompere quegli ostacoli che
intorpidiscono l’anima mia e le impediscono di volare. Non so proprio da che parte farmi! Alle
volte mi assale il dubbio spaventoso di rovinare, con la mia intenzione non retta, qualunque cosa
che io faccia. Spero che la Madonna mi aiuti; confido tanto in Lei.
Però bisogna che io sia un po’ più galantuomo. Non vado bene così, sto male, non sono nella mia
strada; bisogna rialzarsi e vivere vigorosamente con energia, perché non mi affretto a farlo?
Credo che mi manchino la forza e la guida; ma tocca a me farmela questa forza; tocca alla mia
volontà darsi questa spinta potente. Una guida mi è pure necessaria.
Questo è un fatto: noi, per gli altri, vediamo chiaro e andiamo avanti sicuri con certezza, invece,
per noi stessi, ci vuole qualcheduno che ci guardi senza preoccupazione di sorta. Nel giudizio
nostro, tante volte possiamo essere interessati e quindi riuscire meno imparziali. Abbiamo
bisogno di una parola che ci venga dal di fuori e ci suoni come l’eco della parola di Dio. A questa
noi crediamo più facilmente che a noi stessi e ci tranquillizziamo come colui che, avendo una
benda agli occhi, cammina sicuro, attaccato al braccio di uno che sa che ha gli occhi buoni.
Si vede che la mia guida vuol essere il Signore! Ed io Lo seguirò. Mi basta la sua grazia per
tranquillizzarmi. Voglio promettere anche quest’oggi con umiltà ma con serietà. Gesù, ascoltate
queste parole e, se le conosceste inconsiderate e poco resistenti, compatitemi come compatireste
un fanciullo. Sarò buono, affinché la mia vita in tutti i suoi istanti sia un continuo atto di amore
sincero, profondo, generoso per Voi.
24 aprile 1906 ore 6,45.
Ho tralasciato per due giorni di scrivere la mia meditazione perché sono stato veramente sempre
occupato. Questa mattina ritorno sull’argomento dell’essere buono. Il Signore m’incalza sempre
ogni giorno di più e sento sempre questa voce: «Perché non lo sei ancora completamente? Perché
perdi così la tua vita senza fare niente?». Ah, Gesù, eccomi, fate bene a svegliarmi così spesso! Io
sono davanti a Voi come uno che dorme sempre. Avreste tante cose belle da dirmi ed io, nel più
bello, mi addormento. Chi sa quante volte mi avete stretto, così perduto nei sensi, al vostro cuore
e mi avete compatito! Mi perdonate, o Gesù? Voglio risorgere, voglio vivere un po’ più
sentitamente. Il mio male lo conosco: è il non avere un lavoro che mi occupi continuamente e
regolarmente, o meglio, manca in me quello spirito di attività che mi faccia agire, lavorare con
voglia, anche con passione. Forse credo di essere affetto da un male fisico che mi infiacchisce le
energie del corpo e dell’anima. Questo male è la sonnolenza.
Sento proprio cascarmi e, in questo stesso istante, se volessi, cascherei su questo foglio come un
morto. Che ammasso inconcepibile di contrasti rinvengo in me! Vorrei essere in un moto
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perpetuo, assorto e ammazzato in un lavoro febbrile e invece casco come un vecchio di 70 anni;
mi si annebbiano il pensiero e la ragione; chiudo gli occhi e mi addormento.
Non va bene. Scuotiamoci, risorgiamo! Mettiamoci una buona volta a fare qualche cosa! Il
Signore mi vedrà di buon occhio quando sono occupato, perché lavorerò sempre con l’intenzione
di fargli piacere e di dargli gusto. Sarò esatto nei miei doveri e terrò lo spirito ad un buon grado di
temperatura mediante il fuoco dei santi pensieri e delle sante aspirazioni.
Ma voglio proprio farlo, o Gesù, voglio proprio mettermici di proposito, lo desidero
immensamente con tutte le forze dell’anima mia. Ma mi sento tanto debole: infondimi, o Signore,
un po’ di energia. Maria Santissima, speranza, conforto, dolcezza mia, datemi una mano; Angelo
Custode, fatemi sentire la vostra voce, sgridatemi, percuotetemi quando non Vi do retta. Ecco la
vostra voce: «Sii buono di cuore, sii schietto, sincero, umile con tutti».
29 aprile 1906, ore 4,30.
Dopo sì lungo tempo, riprendo di nuovo le mie meditazioni scritte.
Quante peripezie in questi giorni, che turbinìo di cose e di pensieri! O Signore, sento proprio il
bisogno di venire da Voi e riversare sul vostro cuore tutta l’anima mia. La mia vita senza di Voi è
morta, sono come un pesce fuori d’acqua. Le anime, che mi avete mandato, domandano
insistentemente aiuto da me e, che posso fare per loro, se non sono prima buono io stesso?
Ma sì che lo comprendo, o Signore! È la volontà che è fiacca, che tarda a muoversi! Muovetela
questa volontà con tutti quei mezzi che conoscete efficaci.
Oggi quante parole mi converrà dire, quanto bene potrei fare ma mi sento debole! Che cosa mi
manca? Una coscienza un po’ più sicura di se stessa, un po’ più fedele ai suoi doveri di studio e di
preghiera.
Perdonatemi, o misericordioso Signore, temo purtroppo di essere io la causa del ritardo della
vostra grazia su certe anime. È un pensiero questo che mi spaventa. Mi umilio davanti a Voi, o
Signore, e Ve ne domando perdono. Maria Santissima, Angelo Custode, riparate le mie
mancanze, mettete a posto tutte le cose mie; fatemi proprio l’ufficio di mamma e di fratello,
riconciliatemi col Padre e togliete quanto può ostacolare il regno di Dio nelle anime. Io sarò più
buono quest’oggi, Ve lo prometto sinceramente.
Quante volte Ve la dico questa parola e quante volte vi manco!
30 aprile 1906, ore 4,45.
Oggi è l’ultimo giorno di aprile, domani comincia il mese di maggio. Quante grazie non ho
ricevuto dalla Madonna in questo mese! Come mi sono sentito trasportato verso di Lei e, per
mezzo suo, al Signore! Se fossi, come una volta, così fervoroso verso la Madonna, anche ora mi
ci sentirei attratto, ma invece non posso dirlo. Per un complesso di cose, a me stesso inspiegabili,
non sono più quello di un tempo, non ho così tanto la Madonna nel mio pensiero. Allora non
movevo un passo, per così dire, se non chiedevo la sua benedizione ed Ella mi benediva
certamente. Il suo aiuto lo provavo sensibilmente, senza di Lei certamente non mi sarei salvato. In
quanti pericoli non mi sono trovato! Come ero perduto! Eppure il nome della Madonna era un
suono che mi conquistava, che mi incatenava il cuore. Era difficile che non mi arrendessi a
qualunque cosa mi si fosse imposta a nome suo. Sentivo per Lei una tenerezza grande,
inesprimibile, ne ero innamorato spiritualmente, quasi come s’innamorano due creature di questa
terra.
E la Madonna mi ha fatto del bene, me ne ha fatto tanto e sempre. Perché non potrei tornare verso
di Lei quello di prima, perché non risvegliare nel mio cuore la confidenza di quei giorni? Lo
desidero tanto, anzi lo voglio! A questo scopo farò diligentemente il mese di maggio, che sta per
cominciare. Procurerò, durante questo tempo, di far tutto per amor di Maria, per dare piacere a
Lei come se fossi impegnato nel suo servizio. Mi scuoterò dal mio torpore per non apparirle un
servo pigro. Dirò bene le mie preghiere, la Messa, l’Ufficio, e compirò con premura e diligenza
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tutti i miei doveri di scuola e di ministero. Sarò un po’ più ordinato nella mia camera, in una
parola, vivrò meglio.
Ma, Dio mio, che sconforto, che abbattimento non mi assalgono in questo istante! Sarò poi fedele
alle mie promesse? Che vergogna, prometter tanto e mantenere così poco! O Maria, copritemi col
vostro manto, ritornate verso di me così viva come una volta e, come una buona mamma,
ispiratemi in segreto ciò che devo fare per contentare il Signore. Fate Voi le mie scuse,
proteggetemi, compatitemi e dite a Dio che in questo mese di maggio mi aiuterete tanto che si
otterrà qualche cosa di meglio da me.
Intanto Vi prometto di usare questa santa industria: tutti i giorni m’imporrò, come un obbligo, di
offrirvi 15 atti di virtù, i quali trascriverò in un libretto a parte, intitolato Album da offrirsi alla
Madonna alla fine del mese di maggio, in attestato di imperitura affezione e riconoscenza che il
suo servo umilissimo don Angelo Lolli serba a Colei che è stata il genio benefico, la stella
fortunata della sua vita. Saranno 500 atti che Vi verranno come un bel mazzo di fiori in regalo,
tanto più belli quanto più partono da un cuore che desidera di amarvi appassionatamente. In
ricompensa, o Maria, datemi di potere diventar pazzo per Voi e di morire per una causa santa.
1 maggio 1906
Ho promesso alla Madonna di vivere in questo mese sotto la sua protezione e di essere buono per
Lei. Questa mattina farò bene la mia meditazione.
Mi metto alla vostra presenza, o mio Signore, credo e spero in Voi perché Vi amo più della mia
vita. Desidero di amarvi con un amore pazzo, superiore a quello di tutti gli Angeli e i Santi.
Concedetemelo, o Signore. Mediterò sopra l’amore di Dio.
Quante belle cose non vi sarebbero da riflettere e da dire! Quando è che si ama un essere? Tanto
più lo si ama quanto più riunisce in sè le doti di bellezza, di bontà, di grandezza, di genialità, di
scienza, di corrispondenza, in una parola: quanto più egli è perfetto. Queste doti noi le troviamo
qualche volta e parzialmente in una creatura ed allora il nostro cuore subito si muove ad amare.
Ma siccome una creatura, per quanto sia, è sempre imperfetta, così noi ci troviamo quasi sempre
disillusi. È vero questo? Purtroppo!
Noi amiamo la poesia, la musica, la primavera, l’innocenza, la bellezza, la natura. In queste cose
la nostra mente si perde come in un sogno e il nostro cuore batte forte per il desiderio di tutto
possedere. È stato Iddio che ha messo nel creato un’immagine di Sé. Noi ne siamo pazzi per
questa immagine; che cosa sarà poi quando ci troveremo davanti alla realtà? È proprio vero! Iddio
è la realizzazione del nostro sogno di amore. Egli contiene in Sé tutto quanto forma la nostalgia
del nostro cuore. Tutto, tutto si riduce in Dio. Ecco il mistero!
Esulta pure, o anima mia, rallegrati, consolati! Continua pure con coraggio per questa strada,
l’incontro fortunato avverrà, siine sicura! Tutto sarà messo a posto e l’agonia mortale, che
presentemente soffri, avrà un termine felice. Oh, come mi piace perdermi in questo bel sogno, che
dopotutto è non altro che la realtà! Un giorno certamente sarò felice in una maniera completa.
2 maggio 1906, ore 20,15.
Mi piace tanto pensare a Voi, o Dio mio, che ritorno anche ora sull’argomento. Un desiderio vivo
di vedervi mi tormenta: concedetemelo solo una volta, o buon Signore! «Cercami», mi rispondete,
ed io rifletterò su di Voi. Togliete un po’ di quella nebbia che ingombra la mia mente, sicché essa
divenga limpida e chiara e Vi veda. Chi siete, o mio Dio?
Un bel mattino di domenica estiva, ampio, solenne, divino nello splendore dell’aria, nel verde dei
campi, nel misterioso fascino delle sue armonie e dei suoi profumi, mi parla di Voi. Rimango
estatico, talvolta, in questa scena paradisiaca della natura e cerco con la febbre della mente e del
cuore il mio Essere in mezzo a tanta bellezza. Mi appassiono e mi scuoto in un fremito di
desiderio infinito che sfugge. Siete Voi, o Signore, che vi fate intravedere come in un lampo e poi
sparite.
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Spossato, esaurito nelle mie forze, mi fermo un istante come inebetito, quasi ignaro di me stesso e
poi mi ridesto, Vi cerco di nuovo, Vi invoco freneticamente. O Dio, Dio infinito, sole, aria,
respiro dell’anima, vieni, vieni presto! Per quanto abbia di potenza una creatura nel suo grido, io
Ti chiamo con lo spasimo di un delirio, di una pazzia. Vieni, vieni o felicità, o vita dell’universo!
Accogli anche me, povera creatura, sazia anche me con le acque del tuo infinito amore! Che
l’anima mia Ti abbracci tremante, che io Ti possieda senza fine! Chi siete, o mio Dio?
Mi parla di Voi un innocente fanciullo, prezioso nel candore della sua anima, nella vezzosità dei
suoi modi, nell’incanto del suo sorriso. O tenerezza espansiva come sei divina! In te Iddio si
rispecchia e su di te riflette un debole raggio della sua bellezza infinita. O caro Signore, non è
vero che vi siete nascosto alle creature; Voi vi affacciate di quando in quando in questo o in quel
modo e parlate, parlate potentemente al cuore di chi è avido di Voi. Beato chi Vi sa ascoltare,
beato chi Vi sa intendere! Grazie, grazie, o Dio, a Voi vengano tutti gli atti di simpatia che mi
strappano certe creature, perché è tutta cosa vostra quella scintilla che in esse risplende e mi
conquista.
3 maggio 1906, ore 4,45.
Permettetemi che venga ancora questa mattina a cercarvi, o Signore, tesoro mio!
Chi siete, dunque? Le grazie della gioventù, della vita e degli entusiasmi di un’età sì bella: voi mi
parlate di Colui, che è eternamente giovane. Voi, follie e frenesie d’amore, che fate agonizzare le
anime in uno spasimo intimo, inenarrabile, che altro siete se non il tormento di Dio? È il fascino
di una creatura che vi muove, è il fascino della bellezza, della genialità, della vita di cui Dio fa
pompa momentaneamente in una creatura. E noi l’amiamo e l’amiamo, fino a morirne.
Ho avuto le confidenze di un giovine su questo punto. Vedere che febbre, che pazzia! È giusto,
noi siamo fatti per questo: per amare e amare il Bello, che è lo splendore del Vero, la sintesi cioè
di quanto instancabilmente bramano le nostre facoltà più nobili: l’intelletto e la volontà. E voi
struggetevi, o giovani, nel vostro ideale d’amore! Per disgrazia avete sbagliato oggetto, perché vi
fermate alla creatura e la creatura altro non è che una depositaria provvisoria delle bellezze di
Dio. La creatura invecchia e muore e, addio tutto! Che illusione spaventosa! Quanto è frequente il
caso di dovere constatare che la follia più perduta di due giovani, che s’adorano, a poco a poco, in
breve tratto di tempo, s’illanguidisce come una fiamma per mancanza d’olio, addiviene faticosa,
viene meno e muore! Come mai l’amore delirante del fidanzamento si ferma e indietreggia non
appena si giunge al possesso del bene tanto desiderato? Perché l’amore, anche il più forte, tante
volte e spesso, si converte misteriosamente in un odio mortale?
Siamo fatti per il bello e per il buono, ma non li troviamo completi a questo mondo: siamo fatti
per Iddio, ma non per le creature! Oh, quanto è consolante nella mia tristezza questa verità!
Dunque, non ho perduto niente, se ho perduto le creature? Grazie, o mio Signore, della tua
predilezione, sostienimi nella lotta acciocchè l’anima mia Ti apprezzi per quanto sei e per quanto
vali.
4 maggio 1906, ore 4,15.
Permettimi, o Signore, che io Ti venga a cercare: ho tanta sete di Te che ne parlerei sempre.
Voglio immedesimarmi in quest’idea fissa di trovarti e quindi mediterò spesso spesso sopra di Te.
Ti cercherò29 in tutto il bello che trovo al mondo e in tutto il buono che mi accarezza. Il grande mi
spaventa e mi conquide o m’inspira il tuo santo timore, ma Tu, più che il timore, vuoi l’amore. È
un conforto dei più grandi per me pensare al tesoro che possiedo nell’avere Te, o Suprema
Ricchezza inesauribile! È una consolazione delle più grandi il poter sperare, anzi, il tener per
certo che, purché io lo voglia, un giorno Ti potrò possedere.
Tante volte mi sono posto il caso: se a me fosse dato di potere amare una creatura che fosse la
sintesi di tutte le perfezioni che possono darsi in questo mondo, io credo diventerei pazzo di
felicità solo a pensarvi. Invece, è proprio vero che non solo una creatura, ma Iddio stesso sarà la
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mia porzione, non per 30 o 40 anni, ma per tutta l’eternità: Iddio che ha fatto gli Angeli e quindi è
più bello di un Angelo; Iddio che ha creato ogni cosa che ci fa delirare a questo mondo.
O povero mio cuore, abbi pazienza ancora per poco, non temere! Verrà il giorno in cui ti potrai
aprire. Sia forte, robusta, d’acciaio la tua fede e sta’ sicuro di quello che ti promette la coscienza
buona. Chiudi gli occhi ai fascini di questo mondo: sono passeggeri, sono falsi. Non ti basta
l’attimo fuggente: vuoi l’eterno!
Sii buono e soffri coraggiosamente! Il Signore numera tutti gli spasimi tuoi; te li pagherà a
contanti mille volte più. Fissati nel tuo dovere, lavora, prega, fa’ del bene, sopporta, sorridi. I tuoi
vent’anni passeranno gloriosamente; e, mentre per il mondo questo passare è la disgrazia più
grande, perché con esso passa e cade tutto il castello dei sogni suoi, per te invece non passeranno
se non nel senso di farti più giovane, di farti più felice. È l’inverno che passa per te, perché non
può paragonarsi altro che ad un inverno lugubre il periodo dell’esistenza su questa terra.
Guarda sempre al cielo, guarda alle stelle, al sole: è là il tuo destino! Sarai re un giorno, un re
beato in un sogno eterno di gloria e di felicità. Affrettalo questo giorno col prepararti la purezza
dell’anima! Ogni soffrire è un gradino che sali, è un tratto enorme di distanza che superi per
avvicinarti alla patria.
Ringrazia Dio per il dono prezioso dell’esistenza, che può procurarti un bene così grande!
5 maggio 1906, ore 22.
Rifletto ancora sopra di Voi, o Signore. «Come il cervo sospira alle fonti delle acque, così l’anima
sospira a Te, mio Dio!»30. Questo cuore lo avete fatto Voi con questa febbre così viva d’amore, è
quindi giusto che io lo rivolga a Voi.
Le creature non possono rendermi felice, lo vedo troppo chiaramente! In loro troverei la nausea, il
vuoto, la disillusione. È proprio vero e, quindi, abbandoniamole volentieri! Gesù solo mi resterà
sempre così bello, così dolce, così soave come è al presente.
Chi sa quanti distacchi dovrò provare al mondo! Ho una mamma che è un tesoro e la perderò, se
non avrò la fortuna di morire prima io. Però è una cosa questa che non domando al Signore,
perché so che la mia povera mamma, rimasta così sola al mondo, morirebbe mille volte di dolore.
Ho tante persone che mi circondano della loro stima e del loro affetto e, con l’andar degli anni,
anche queste passeranno, andranno lontano, smarriranno forse di conoscerti. Quanti bambini ti
saltano confidenzialmente tra le braccia e ti gettano come sull’anima una parte di quella gioia di
cui abbonda la loro natura infantile! Questi bambini si faranno grandi e ti perderanno di vista.
Incontrandoti per istrada non ti riconosceranno e non ti degneranno di uno sguardo. Solo Dio ti
resterà sempre come un amico fedele che non viene mai meno!
Il tesoro della tua salute, la ricchezza dei tuoi vent’anni presto declineranno. Diventerai vecchio e,
allora, addio, o bei sogni della vita! Sarai grave, pesante, lento, fastidioso, ripugnante. Sarai fra
mille incomodi e mille dolori, eppure starai attaccato alla vita come un naufrago alla tavola di
salvezza. T’illuderai di essere ancor giovine e ti sforzerai per apparirlo. Quelli che ti
avvicineranno si faranno un dovere di complimento d’illuderti che stai bene, che sembri ancora
un giovanotto. E tu sorriderai al velluto carezzevole della lode e berrai a larghi sorsi la bevanda
dell’illusione. Chi ti verrà a trovare? I giovani ti fuggiranno, i vecchi saranno scarsi e impotenti a
venire da te.
Solo Gesù verrà. Verrà per darti forza e coraggio, per consolar l’anima tua. Povero mio cuore,
persuaditi, convinciti di questa verità: solo Gesù ti rimarrà, povero mio cuore!
6 maggio 1906, ore 4,30.
Cari Gesù, Madonna mia, Angelo Custode sono da Voi. Protesto che a Voi solo consacrerò tutto
intiero il cuor mio, tutta intera l’anima mia, tutta intera la mia vita. Siete il mio tesoro, il rifugio
del mio pensiero, l’ombra benefica che sparge sull’ardore cocente del vivere mio, un refrigerio,
una pace, una tranquillità divina. Fate che io Vi conosca ancora più e Vi amerò maggiormente.
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Oh, grazie di tutto, grazie di avermi chiamato a questo stato del quale sento la preziosità; grazie,
sempre grazie, o buon Dio!
Quest’oggi Vi domando di poter fare del bene, voglio essere la consolazione di tante anime per
condurle tutte a Voi. O Gesù, datemi di poter spendere tutta la mia vita per questo scopo! Maria
Santissima, in questo mese di maggio, che io consacro a Voi con l’offrirvi tanti fiori tutti i giorni,
attendete allo scopo per cui li faccio, cioè quello di mettermi, mediante il vostro aiuto, proprio a
posto completamente, cioè in ordine del tutto. Quanto lo desidero! Per carità, toglietemi quella
sonnolenza che mi snerva, datemi spirito, energia, eroismo nel sacrifizio.
Oggi, chi sa quanto soffrirò! Ebbene, sostenetemi, sorreggetemi! Vi offro fin d’ora tutti i
patimenti miei con lo scopo che li diminuiate a quelle anime a cui desidero far del bene. Proprio
generosamente, o Madonna, Voi lo sapete. Riversateli su di me quest’oggi, datemi una porzione
di quelle croci che dovrebbero pesare sulle loro spalle e fate che la mia parola sia come il sole che
vada a dissipare le loro nebbie e porti loro un po’ di consolazione divina.
Ancora grazie a Voi, o Madonna mia bella, che mi avete sostenuto e condotto a questo stato, così
nobile, così caro, così sublime di potermi spendere nell’ufficio di consolare il mio prossimo. O
Maria, lo so che sono debitore a Voi di tutte le grazie di Dio, Voi me le avete procurate, Voi mi
avete protetto, difeso, aiutato. Ricordo ancora tutti i benefizi eccezionali e grandi che ho ricevuto
in seminario, ricordo le industrie che Voi avete messo in opera per tenermi lontano dai cattivi
compagni, perché mi venisse detta una buona parola, perché si confermasse la mia virtù,
specialmente nei punti più sostanziali. Per tutto, o Maria, grazie di gran cuore!
7 maggio 1906, ore 20,30.
In mezzo a tanta poesia di notte serena, rischiarata da una bella luna, profumata da mille indistinte
fragranze che inebriano di dolcezza, come non amarvi, o Signore, autore di tanto bene? Si sente
lontano il canto delle rane che, benché semplice e volgare, piace tanto all’anima che ascolta e si
perde all’udire una storia di cose lontane, idealizzate, sognate in un giorno immaginario della
nostra vita. È questo che io vorrei sapere, ma è un mistero. In paradiso forse ne saprò qualche
cosa. Oh, se il paradiso fosse eternamente come una di queste sere, come sarebbe bello! Eppure, è
qualche cosa di più!
Perché affliggerci tanto, se tanto è splendida la sorte che ci aspetta? Impariamo a non prendere sul
serio le tribolazioni di questa vita! Esse sono cose che non ci appartengono, se non
momentaneamente, per breve tempo. Eppure non è così: sentiamo tremendamente il peso della
vita, come se dovesse durare sempre. Alla meno lunga, stamattina ho provato una di quelle
amarezze che proprio era gran tempo che non ne avevo avuto una simile.
Ieri domandai alla Madonna di soffrire qualche cosa per alleggerire il peso delle croci a quelle
anime che il Signore mi ha affidato e sono stato esaudito. Non so come abbia sopportato con
rassegnazione, ad ogni modo, ora che la burrasca mi è un po’ passata, ringrazio la Madonna di
avermi esaudito. Fate altrettanto domani, o carissima Vergine, ma in ricompensa concedetemi
quello che desidero: di poter cioè realmente aiutare le anime che a me ricorrono per soccorso.
Datemi forza per continuare in questo santo proposito, datemi energia, costanza ferrea, fatemi un
bravo soldato: che io spenda proprio tutta la mia vita!
Fin d’ora, o Gesù, mi rassegno a tutto quello che vi è da soffrire e l’offro a Voi come un pegno
della mia fedeltà. Ispiratemi Voi le parole che devo dire, gli atti che devo fare! Fate che neppure
una di quelle anime, che mi avete affidato, si perda31; è la medesima preghiera che Voi facevate
per i vostri discepoli quindi non Vi sarà sgradita, se Ve la faccio anch’io.
O Gesù, desidero essere la consolazione, rendere felice qualunque anima incontri nel cammino
della vita. Deh, fate che a neppure una io sia causa, benché indiretta, di infelicità! Come Vi ho
detto, punite piuttosto me: eccomi mi offro32 vittima espiatoria, con qual sentimento di
rassegnazione non so, certo con un desiderio vivo di far del bene a qualunque costo.
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8 maggio 1906, ore 4.
Anche questa mattina vengo da Voi, o Signore, a cercarvi. Vengo come un poveretto che chiede
l’elemosina. Sono sempre vicino alla vostra porta e batto incessantemente, facendo pervenire al
vostro orecchio i lamenti dell’anima mia intristita, ammalata per le piaghe che vi ha fatto il
dolore. Ho sete d’amore, o Signore! Voi mi avete dato una sensibilità, una vivezza estrema che mi
arde e brucia tutto me stesso. La sento negli occhi, sulle labbra, nel cuore, nell’anima come un
torrente traboccante che non so contenere. Tante volte sono preso da eccessi di frenesia che mi
riducono come un pazzo. Le quattro mura della mia camera ne sanno qualche cosa. Amerei
perfino un sasso. Che ne devo fare di questa ardente sensibilità? Devo soffocarla?! Non so in qual
maniera. Devo riversarla sulle creature? Guai a me, non posso! La riverserò, dunque, in Voi che
me l’avete data, o Signore, me ne servirò per il bene. A Voi andranno i miei baci più ardenti, a
Voi i sospiri, gli entusiasmi della mia gioventù, a Voi tutta la festa del mio cuore a vent’anni!
O caro Gesù, questo mi costa sforzo tante volte: perché Voi non vi mostrate a me? Vi nascondete
ed io gemo, mi rattristo e, se non avessi la vostra forza che mi sostiene a rassegnarmi, tante volte
mi piegherei su me stesso in preda forse a qualche sentimento di sfiducia, di disperazione. Che
lotta continua! Com’è spinosa, o Dio, anche la via della bontà! Ma non debbo disperare. È troppo
evidente che io non son fatto che per il Signore. Se mi fossi dato alle creature, dopo quel
momento di ebbrezza, mi sarei fermato presto nauseato dalla sazietà e dal disgusto. Col Signore,
invece no. Più si conosce e più si brama, più si possiede e più la sete diviene ardente.
Se riflettessimo che cosa siete, o Signore, diventeremmo tutti pazzi. Noi invece, cedendo alla
nostra fiacchezza, ci dimentichiamo di Voi e ci affliggiamo nel perdere le miserie della vita.
Siamo proprio nelle medesime condizioni di colui che, possedendo in casa sua un milione, si
affligge di perdere un centesimo. Quale stoltezza è la nostra! Che mistero non siamo mai! Eppure
è un fatto. Per quanto la ragione mostri all’evidenza questa cosa, il cuore non si arrende e, quasi,
sceglierebbe di farsi infelice, pur di avere quella soddisfazione momentanea che tanto lo
tormenta. La disillusione, come un male lontano, non lo spaventa; il presente invece lo attrae
come il fascino di molti specchi attrae le allodole nelle trame che il cacciatore ha teso a loro. O
Signore, ponetevi a custodia del mio cuore, siatene il padrone assoluto, tagliate, schiantate, fate
quello che Vi piace affinché io non mi perda!
9 maggio 1906, ore 22.
O Gesù, amico mio prediletto, so che mi volete bene sopra molti altri. Lo riconosco e lo sento.
Ciò mi lusinga e mi consola tanto. Io soffro continuamente ed è la Croce che mi rassicura
dell’amor vostro. La mia vita è un sacrifizio di sangue, spremuto dall’anima mia lentamente,
continuamente, inesorabilmente. Il mio cuore, così stretto fra due morse di ferro, è in un’agonia
continua. Sono melanconico sempre, fuggo la compagnia di tutti perché non so che renderla triste.
Non una parola garbata dalle mie labbra, non un sentimento regolato, tutto fuori di ordine. Sono
timido, ho paura sin della mia ombra, ma sono presuntuoso. Oh, come sono scontento di me
stesso! Il mio cuore grida forte e chiede di essere soddisfatto e la mia coscienza deve dire sempre
di no eternamente, inesorabilmente di no. Ma, grazie o Signore, del vostro bene che mi volete.
Questa mattina l’ho proprio sentita sensibilmente questa rassicurazione del vostro amore di
predilezione verso di me!
Quante prove non ne ho avute! Grazie, grazie o buon Gesù; fatemi pur triste, riempite pure la mia
vita di mille croci purché io sia tranquillo e sicuro della vostra particolare amicizia verso di me.
Anzi, se Voi me ne date la forza, sento il coraggio di chiedervi ancora: «Fatemi soffrire, fatemi
soffrire di più, fatemi il capro espiatorio per tutto quello che dovrebbero sopportare certe altre
anime!». Ben volentieri io mi sottometterò alle vostre croci e Vi dirò tra le lacrime amare, che
dagli occhi mi scenderanno sul cuore, un grazie sommesso che deve essere come il compendio di
tutta la mia intenzione buona di essere sottomesso alla vostra volontà. Datemene la forza, o buon
Gesù, e permettetemi che io mi sfoghi sempre e solo con Voi. Fatemi più umile, più semplice, più
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schietto, non per comparire, ma per piacere di più agli occhi vostri purissimi; voglio, o Gesù,
darmi tutto a Voi. Mettete grande energia nella sonnolente anima mia, sorreggetemi nelle varie
trepidazioni, siate Voi il mio scudo, la mia difesa, l’unico sostegno della mia vita. Vedete bene
che sono ormai solo al mondo: ho la mamma che mi ama svisceratamente a nome vostro, ma,
poveretta, non comprende le battaglie dell’anima e quindi neppure me può comprendere, per cui,
invece di aprirmi, devo chiudermi. Ma Voi mi accogliete, mi ricevete tra le braccia come un
vostro prediletto figliuolo, ed io vengo, corro, o Signore, a perdermi con tutta l’anima in Voi, a
respirare del vostro respiro.
10 maggio 1906, ore 4,30.
Ah, Signore, con quanto desiderio vengo da Voi chiedendo di conoscervi e di amarvi di cuore! Mi
affliggo di essere al buio in questa casa e di sentirmi così lontano da Voi. È uno sfogo continuo
che io devo fare per pensare soltanto a Voi, ed invece so di certo che mi circondate sempre con la
premura di una mamma, con la tenerezza di un fratello, quasi, starei per dire, con la passione di
un amante. È proprio vero? Ma perché, o Signore, tanta bontà per noi, se non la meritiamo
affatto?
Lo so, o Signore, noi siamo ingiusti a vostro riguardo. Vi crediamo indifferente, solo preoccupato
della vostra gloria e di quella degli Angeli e Santi vostri e di noi affatto dimentico. Invece è
proprio al rovescio. Le grazie continue che Voi ci fate, le buone ispirazioni, l’assistenza perenne
per mezzo della S. Eucarestia, dimostrano in Voi una preoccupazione continua del nostro bene.
Siamo noi che non corrispondiamo, noi che siamo travolti dal fascino delle cose di quaggiù e Vi
perdiamo di mira. Che disgrazia grande è la nostra! Ci perdiamo dietro alle creature ed esse non ci
ripagheranno in altra maniera che con l’amarezza della disillusione! Povero nostro cuore, com’è
torturato in tutte le maniere! Tutte le cose pare che ci invitino ad apprezzare l’incanto della
creatura: i sensi, la fantasia, la poesia della natura, la gioventù, la vita; e tutto cade
irrimediabilmente!
Da qui a 50 anni, io sarò vecchio cadente e sarebbe pure vecchia cadente quella creatura, se vi
fosse, nella quale io avessi riposto come il tesoro della mia felicità. Mio Dio, due vecchi! Che
brutti fantasmi di disillusione non dev’essere l’uno per l’altro! Tutto rovina, tutto crespe, tutto
freddezza in quelle membra che un giorno fremevano di tanta passione! Mio Dio, che brutta cosa
due vecchi, che cosa ributtante in fatto di felicità! Si fa uno sforzo a pensare e a riflettere che quei
due esseri erano un giorno due fiori, due sospiri di gioventù. Lo ricorderanno essi quel passato?
Forse sì, ma per rimpiangerlo amaramente. Ecco la sorte della felicità umana! Ecco, dopo tutto,
come si va a finire! È questo un pensiero che sconcerta tutti i piani che uno possa farsi di trovare
il suo paradiso in terra. Grazie mille volte, o Signore, di avermi concesso di attaccarmi a qualche
cosa di più sodo. Datemi la forza di poter superare gli anni terribili della gioventù, affinché nella
mia vecchiaia, se pure la raggiungerò, non abbia da avere il rimorso amaro di avere perduto la
vita dietro a dei sogni vani.
11 maggio 1906, ore 4,30.
O Signore, apritemi, fate che io entri come in casa vostra e che mi metta dinanzi a Voi per
guardarvi. Vi nascondete sempre a me ed io Vi cerco senza posa. Fatemi questa grazia immensa
di potervi conoscere pienamente! Mediterò anche questa mattina sopra l’amor vostro. Maria
Santissima, mia mamma protettrice, Angelo mio Custode, amico fedelissimo, concedetemi una
scintilla di quella luce e di quell’amore che Vi fa beati in paradiso.
Quanta bontà in certe creature! Se da una parte trovo tanta malvagità, antipatia, nequizia di cuore,
dall’altra si trovano tanti esseri ripieni di ogni delicatezza di sentire e di una bontà squisita. È il
Signore che si rivela in queste anime e che ci fa vedere quanto vi può esistere di caro in fatto di
bontà. È proprio una consolazione quando ci s’incontra in certi esseri e il vedere come si prestano
volentieri ad ogni vostro desiderio, come se non avessero altro scopo in questa vita che di farci
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piacere, come ci sorridono benignamente, cordialmente come per infonderci un raggio di sole nel
buio, in cui tante volte si trova perduta l’anima nostra. Non è mai possibile che essi ci facciano un
torto, e come se ne addolorano solo per l’ombra di averci recato un piccolo dispiacere. Iddio ha
fatto questi esseri come il conforto, il dolce della nostra vita.
Voltandoci da una parte, troviamo tutto nero, tutto amaro, tutto aspro; voltandoci dall’altra,
invece tutto bianco, tutto dolce, tutto soave. Quante volte, in certi momenti di tristezza e di
avvilimento, il nostro cuore si è sentito come sollevato solo nel riposarsi col pensiero sopra la
bontà di certi esseri! Oh, grazie, anime buone, della vostra esistenza! Se voi non ci foste, il mondo
sarebbe una più brutta galera. Soprattutto grazie a Voi che avete creato queste creature e che avete
seminato in esse una minima particella della vostra infinita bontà. Come sarete mai buono Voi, o
Signore, se solo un debolissimo raggio di questa vostra bontà è tanto caro!
O Signore, com’è naturale che in Voi ci sia un oceano di felicità anche per il vostro attributo della
Bontà, mentre proviamo in questa vita che un’anima buona è come un sole, un rifugio, una
consolazione che cicatrizza le piaghe del cuore e versa nell’anima nostra un balsamo di dolcezza
che ci rende quasi felici.
Grazie, o Signore, e fate che io sia per gli altri uno di questi esseri buoni, che io sia la vostra voce,
la vostra ombra, che io possa parlare di Voi e mostrare Voi apparendo con la vostra divisa della
bontà!
12 maggio 1906, ore 4,15.
Questa mattina rifletterò sulla Madonna. Ella è l’Essere che dopo Dio mi ha beneficato più di
qualunque creatura. Se mi trovo al punto che sono, lo devo unicamente a Lei. Le grazie, con le
quali Ella mi ha protetto nel seminario, sono innumerevoli, senza fine. Ricordo tutto ciò che mi è
accaduto: ciò che ero, la mia vita, i miei atti e ricordo le arti con le quali la Madonna mi teneva
stretto a sè acciocché non Le sfuggissi. Grazie, cara Madonna, di quanto avete fatto; perché non
dovrò esservene riconoscente fino alla morte? Se non foste stata Voi, io ora non sarei sacerdote,
non avrei l’anima sotto l’ombra delle ali di Dio, non mi troverei sulla strada buona.
Voi mi amate come la mia mamma. Che bel conforto è questo per me! Se è tanto forte l’amore di
una mamma, quanto sarà il vostro che lo supera! Voi vegliate sempre sopra di me, acciocchè non
abbia a perdermi e non abbia ad invaghirmi di cose che potrebbero essere la mia rovina. Voi
sarete la mia avvocata presso Dio. Chi sa quanti begli argomenti, che belle parole non avrete in
mia difesa! Che bella cosa, quanto mi consola! Perdonatemi, o Maria, se nonostante ciò io sono
freddo con Voi, Vi sono poco riconoscente e vivo quasi dimentico affatto di Voi. Non lo sarò più!
Vi avrò sempre presente nei miei pensieri e nei miei affetti, sarò un’altra volta il vostro figlio
prediletto perché Vi vorrò più bene degli altri.
Posso bene a ragione chiamarvi la stella della mia vita. Sia benedetto mille volte il Signore che Vi
fece così buona, così tenera verso di noi; sia mille volte benedetto il Signore il quale quando mi
vide nascere, mi affidò subito alla vostra materna protezione e Voi mi accettaste assai ben di
cuore. Vengo da Voi, questa mattina, a nascondermi sotto il vostro manto e a supplicarvi due
grazie: la prima è questa, che io Vi voglia sempre bene, un bene forte, profondo e sincero, che mi
faccia sempre memore di Voi, o mio genio benefico! In tutti i miei bisogni ricorrerò sempre alla
vostra bontà con la sicurezza di rivolgermi bene, sapendo quanto siete potente presso Dio e
quanto mi amate.
La seconda grazia è questa: quando io sarò morto, prendete fra le vostre braccia l’anima mia e
portatemi Voi dinanzi al tribunale di Dio. Sono certo che, se sarò con Voi, Iddio non mi
condannerà e il vostro contatto mi purificherà in maniera da rendermi degno, quanto prima, di far
parte della schiera beata del paradiso. Sarà l’ultimo benefizio che mi farete, o Maria, ed io Vi
benedirò per tutta l’eternità.
13 maggio 1906, ore 3,45.
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Ripieno di confusione per i miei peccati, Ve ne domando umilmente perdono, o Signore. I punti
neri della mia vita li ho sempre qui presenti e non li posso cancellare dalla mia memoria. Voi, più
buono, “li togliete davanti ai vostri occhi per gettarli come in fondo al mare”33 dandomi un
generoso perdono di tutto. È questo un atto di misericordia così grande che sa dell’Infinito. Solo
Voi potete avere la forza di perdonare ad una creatura la quale, mille volte beneficata, mille volte
Vi ha ringraziato con l’offendervi. E non con un’offesa qualunque, ma con quelle che toccano più
intimamente il vostro cuore affezionatissimo di padre. Avreste avuto mille volte il diritto ed il
modo di punirmi con la severa vostra giustizia ed allora io dovrei essere giù all’inferno a
maledirvi per tutta l’eternità. Ma non l’avete fatto, mi avete vinto con la pazienza, con le industrie
della vostra misericordia.
Che pensiero tremendo non è questo per me! Ora dovrei essere un’anima disperata dell’inferno, a
quest’ora io dovrei aver perduto ogni speranza di felicità per essere eternamente infelice. Invece
di essere sacerdote, dovrei essere un tizzone d’inferno; invece di ascendere ardito sull’altare di
Dio a sacrificare l’Agnello Immacolato, io dovrei essere sepolto nel più profondo abisso di
maledizione! Che enorme differenza! E tutto questo perché? Perché il Signore mi ha usato
misericordia a preferenza di tanti altri. Quanti ve ne sono stati che sono precipitati nella
perdizione per un solo peccato ed io invece no. Io pensavo nella mia folle malizia come offendere
di più il Signore ed Egli pensava come conquidermi ed attirare a Sé il mio cuore. Quante grazie
infinite per questo! Come Egli mi mandava quelle date persone, le quali usavano tutte le arti per
distogliermi dalla via cattiva! Si è servito perfino dell’esca più dolce per me, ossia dell’esca
dell’amore. Egli ha disposto in modo che colui34, il quale mi disponeva ad esser buono, avesse per
me un’attrattiva potente. Ad ogni vittoria sulle tentazioni, quest’essere, benedetto da Dio, mi
regalava un atto di fiducia, di confidenza e, tante volte, anche un atto di affetto ed io bevevo così
all’esca buona come un ammalato che, attratto dalla dolcezza con la quale è stato pietosamente
asperso l’orlo del vaso, trangugia una bevanda amarissima e disgustosa che sarà la sua salute.
Ricorderò sempre quella persona cara di cui Dio si è servito per salvarmi; avrò per lui una
riconoscenza eterna e, benché non mi senta così emotivamente disposto come una volta, tuttavia
l’affetto è talmente profondo che sarei disposto e felice di morire per lui.
14 maggio 1906, 4,30.
Con quanta espansione e vivissimo desiderio vengo da Voi questa mattina, o mio caro Signore,
per avere un po’ di conforto nell’immensa tristezza della mia vita!
Come si sta male al mondo, com’è pesante la croce che mi tocca portare, com’è tremenda! O Dio,
sostenetemi per carità acciocchè io non venga mai meno. Ho 26 anni e faccio calcolo di vivere
un’altra ventina d’anni che io dovrò passare in mezzo a queste spine. Sì, o Signore, abbasso la
mia testa al divino vostro volere, qualunque sia. Se Voi lo volete, è segno che così sarà per il mio
bene. Mediterò questa mattina sulla vanità delle cose del mondo. Quanta apparenza, che
speciosità, che fascino non presentano momentaneamente; e come il cuore e la fantasia si
accendono subito! Invece non vi è nulla di reale, nulla di permanente. Che miseria! Ma il nostro
cuore non si persuade.
Ieri, ricorrendo la festa della Madonna del Soccorso, mi sono trovato a S. Biagio e dopo la
funzione del pomeriggio, ho fatto quattro passi per il borgo. Ivi, tutta la speciosità mondana
faceva pompa delle sue ricchezze. Era l’ora terribile del potere del mondo e quanta tristezza era
nel mio cuore allora, e dicevo fra me: «Se fosse vera e reale la felicità che mi si presenta, se fosse
permanente come sarebbe bella!». E invece, è tutta una vana montatura e tante volte una assai
brutta ironia. Chi sa quanti cuori in quello spettacolo di gioia battevano dolorosamente, abbattuti e
schiantati da un’angoscia senza nome oppure da una noia e da un disgusto mortale. Come sono
appariscenti, le cose del mondo, ma quanto sono vane! Dopo quel momento di bagliore
splendente, tutto ritorna nella tristezza abituale delle cose. Alla sera tutti quei gaudenti, in
apparenza, saranno tornati alle loro case dove avranno trovato qualche noia, il disturbo, la
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discordia: avranno dovuto trangugiare l’amaro dopo il dolce provato durante la giornata piena di
sole e di vita. Ma intanto il nostro cuore, che si contentò così facilmente alle apparenze, soffre,
agonizza mortalmente. O Signore, in quei terribili momenti prestate il vostro aiuto, fate che ci
dimentichiamo di essere al mondo o almeno ci consideriamo estranei in modo da passare su tutto,
senza preoccuparci! È più che ottimo questo in teoria, in pratica invece è assai difficile. Maria
Santissima, ottenetemi la grazia di potermela cavare bene, tenetemi lontano da tutte le tentazioni e
difendetemi nei pericoli più prossimi.
15 maggio 1906, ore 19,30.
In un momento tanto poetico, tra i profumi più soavi della natura che sfoggia gli incanti più
deliziosi di un tramonto primaverile, mi sento inclinato a riflettere sopra la vanità di tutte le cose.
La mia anima sarebbe inebriata in un sogno di felicità, che la fantasia le dipinge coi più vivi
colori. Un essere divino in mezzo a questo quadro affascinante: eccolo il mio sogno di felicità!
Ma tutto è vano. Un essere divino non esiste a questo mondo, la natura fra un’ora chiude il suo
spettacolo nell’oscurità della notte. Vorrei che fosse eterno il mio sogno ed eterno non lo può
essere. Misericordia di Dio! Com’è doloroso e sfibrante questo pensiero e come mi schianterebbe,
se non vi fosse il raggio della speranza cristiana che mi desse vita! Avere lo spasimo della felicità
e non poterla mai conseguire non é un’agonia più brutta di qualunque morte?
Se non avessi la fede, credo che mi sarei suicidato mille volte. Io non arrivo a comprendere come
si possa avere il coraggio di vivere senza un motivo soprannaturale che sostenga nella lotta
sanguinosa di questo mondo, forse in forza di una certa apatia che indurisce l’anima e la rende
insensibile, almeno in parte, alle prove di un sommo dolore come di una somma gioia. In altra
maniera non lo vedo.
Caro Signore, grazie, grazie infinitamente della vostra fede che è come il guanciale soffice,
delicato, su cui si riposa l’anima mia stanca, abbandonando tutta se stessa. Grazie Provvidenza,
Misericordia di Dio, che mi accogliete fra le vostre braccia; grazie, Maria Santissima, che
profumate l’anima coi sentimenti più delicati di poesia e di virtù!
Quante povere creature vi sono a questo mondo che, pure soffrendo quello che soffro io, tuttavia
non hanno le mie risorse! Come sono degne di compassione! Come di gran cuore abbraccerei
questi poveri esseri e mi sentirei di dire loro: «Eccolo qua il tuo Essere, guarda, alzati su, vedi il
Sole, eccolo là: Dio!». Non mi credono, pensano che io sia un impostore e che bassi interessi di
egoismo mi muovano a parlare in questo modo. Poveretti, se sapeste qualche cosa della storia
mia, se sapeste quanti sacrifici ho dovuto sormontare per arrivare al punto in cui mi trovo, e
quanti me ne vogliono ancora per mantenermi saldo, ben comprendereste anche voi che, se non
fosse la potenza divina di una verità conosciuta, evidente e inconcussa che m’incatena e mi
conquide, neppure il mondo intero sarebbe capace di tenermi; spezzerei qualunque ostacolo,
affronterei anche il mondo intero!
16 maggio 1906, ore 4,45.
Pieno d’un desiderio immenso di Voi, o Signore, mi metto alla vostra santissima presenza e Vi
prego della grazia di uno sguardo di amorevolezza.
Come siete buono, o mio Signore e quanto mi volete bene! Se io conoscessi a fondo la mia
miseria ed un po’ più la vostra grandezza, io sarei matto per Voi. Riconosco che mi perseguitate
continuamente, ed in una maniera, sempre indiretta, mi dite: «Guarda come sarò bello io, come
sarò attraente io, come ti vorrò bene io. Un giorno mi possederai in una maniera più completa e
perfetta di quella che, a questo mondo, una creatura possiede un’altra, giacché mi possederai per
sempre. Io non invecchio mai, son sempre giovine, l’amor mio per te non si raffredderà mai e la
mia fedeltà sarà eterna. Soffri, combatti e spera; il giorno della tua morte non tarderà e assicurati
che lo riceverai come l’annunzio della tua liberazione. Coraggio, dunque e voglimi sempre bene
anche in mezzo alle tentazioni!». Sento che questa è la vostra parola, o Signore, e mi suona così
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dolce e mi consola come una vostra carezza. Perdono, se qualche volta sono sopraffatto dalla mia
debolezza e mi si oscura la vostra vista!
Come siete caro e come siete buono con quelli che Vi amano! Io verrò sempre in cerca di Voi
ansiosamente, Vi chiamerò, Vi sospirerò come un assetato, un affannato, un prigioniero. Sono
rassegnato, o Signore, e soffrirò volentieri se tale è il vostro beneplacito; basta che mi concediate
di desiderarvi sempre.
Permettetemi che io desideri di morire per venirvi a vedere, a possedere, a godere, o bene mio, o
vita, o speranza, o delirio dell’anima mia! Supremo ideale mio, Ti adoro e mi distruggo per Te!
Ancor dall’esilio m’inebri solo col pensiero; che sarà quando, svincolatomi da queste catene,
potrò immergermi in questo oceano di reale felicità? La morte! La morte, o Signore, venga presto
a ricongiungermi a Voi! Sono stanco di sogni, voglio la realtà. E la realtà sei Tu, o Signore, eterna
Aurora, eterna Primavera, eterna Gioventù, eterna Innocenza, eterna Verità, eterno Amore, eterno
fascino della Creazione!
O Dio, che grande e bel tesoro sei! E Ti posseggo, sei mio! Perché mi affliggo se mi manca la
luce delle stelle mentre sfolgora il Sole? Perdonami, o Signore, non Ti conosco, sono cieco e non
vedo. Fammi vedere! A questo scopo penserò spesso a Te, sarai il Re dei miei pensieri, il Re dei
miei affetti. Le creature tutte saranno uno sgabello sul quale io salirò per guardarti più da vicino,
per amarti con più veemenza d’affetto.
17 maggio 1906, ore 4,45.
Anche questa mattina voglio pensare a Voi, o mio Signore, e voglio trovare un motivo di amarvi
nel bene grande che mi volete.
Lasciando da parte il benefizio immenso che mi avete fatto nella creazione e l’altro ancora più
grande del redimermi con tanto spargimento di sangue, per ora mi fermo a considerare i benefizi
che avete fatto a me, particolarmente. Le grazie in ordine all’anima non si possono numerare;
basta che io dia uno sguardo un po’ nella mia vita per vedere come una catena continua, non
interrotta, che segue ancora il suo corso. Avrei dovuto essere abbandonato mille volte per le tante
sconoscenze e nere ingratitudini che io ho usato al Signore; ma no, Egli ha usato verso di me una
pazienza straordinaria, una misericordia veramente divina. Quante volte non mi ha perdonato il
Signore? Non si possono contare; ed ogni atto di perdono è un atto di amore che il Signore mi ha
fatto.
Non so per qual motivo il Signore mi abbia usato tanti atti di predilezione. Ero addirittura un
piccolo diavolo, senza nessuna attrattiva di carattere naturale od acquisita, eppure Iddio mi ha
prescelto fra tanti altri. Quanti ve ne sono stati accanto a me in seminario e se ne sono andati
perché Dio non li ha voluti; quanti buoni ragazzi tra questi, quante belle doti non avevano!
Quando io rifletto su questo, mi confondo e piego la mia fronte umiliata e dico: «Signore, il
merito è proprio tutto vostro!».
Però è necessario, indispensabile che io Vi corrisponda e che Vi sia riconoscente. Lo avete detto:
«A chi più fu dato più gli verrà chiesto»35. Questa cosa è proprio detta per me. Che devo fare, o
Signore, per darvi più degli altri? «Devi amarmi di più», pare che mi rispondiate. Ebbene, Vi
prometto questa fedeltà; Vi userò quella predilezione che Voi per primo avete usato verso di me.
Il mio amore lo mostrerò con le opere, adempiendo il mio dovere con impegno per darvi questo,
riformando l’anima mia con l’adornarla delle virtù perché così, resa più bella, sia a Voi cara ed
accetta; lavorerò, faticherò, se sarà d’uopo darò il sangue e la vita per Voi. Sono questi più che i
miei sentimenti attuali, i desideri dell’anima mia. Che bella cosa se io fossi proprio come mi sono
espresso, come sarei la simpatia di Dio ed anche, in certo qual senso, quella degli uomini! O
Signore, Vi domando l’aiuto di poter realizzare quest’attrattiva che l’anima mia sente assai
potentemente verso il bene.
18 maggio 1906, ore 4,30.
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Pieno di umile confidenza, mi metto davanti a Voi, caro Signore, per chiedervi la grazia di poter
fare una bella meditazione questa mattina. Quante cose vi sarebbero su cui dovrei riflettere
seriamente! Voi ispiratemele con la solita vostra generosa misericordia; parlatemi alla mente;
parlatemi al cuore; toccatemi con le vostre mani, acciocchè io me ne risenta ed apra gli occhi
svegliandomi dal sonno fatale che m’intorpidisce tutte le facoltà dell’anima.
Mediterò questa mattina sopra la morte. Verrà il giorno anche per me, giorno tremendo o bello a
seconda dello stato d’animo in cui mi troverò. Se sarò con una grazia di Dio molto abbondante,
ossia se mi troverò col Signore in rapporti intimissimi, allora la morte non mi farà paura e la
riceverò calmo, sereno, tranquillo, con allegria, anzi. Diversamente lo spavento mi farà sudar
freddo dalla fronte, mi farà tremare come una foglia. Perché non mi preparo a questo momento
estremo? Perché non vivo ora in maniera da potermi rendere bello quel punto così difficile per
tutti?
Mettiamoci di proposito e sia il pensiero della morte quello che dà la spinta forte per risolverci a
fare il bene e a non attaccarci alla terra. A che pro legare il nostro cuore alle cose di quaggiù se o
presto o tardi dobbiamo lasciarle? Ricchezze, gioventù, gloria, onori, godimenti, tutto dobbiamo
lasciare come cosa ricevuta a prestito. Noi non riflettiamo su questo e sbagliamo. Che importa
vivere, anche possedendo tutto il mondo, se poi la nostra non dev’essere altro che una comparsa
da commedia?
Questo pensiero devi averlo presente in quei momenti in cui ti pare che il mondo trionfi coi suoi
fascini, con le sue pompe, con le sue lotte ingiuste, con le sue iniquità. Alla morte il compito di
radere il campo e di ridurre in un fascio solo l’alta spiga, la piccola pianticella e il misero fiore.
Verrà la morte per tutti, anche per quelle figure che sembrano divinità. L’apparenza è un velo
fragile che cadrà al primo soffio della terribile conquistatrice. Che frenesia suggestiva in quelle
comparse, quanta gloria felice in certi ritrovi nei quali pare riprodotto un paradiso di delizie!
Verrà la morte anche per essi e tutto al più, tra un lasso di 80 anni, tutti quelli, che ora si agitano
con tanto frastuono, saranno ridotti nel silenzio del sepolcro. Cento anni fa, altri ripetevano la
stessa commedia ed oggi più non sono che nella memoria della pietra che sta sopra la loro fossa.
7 giugno 1906, ore 4,15.
Sono tre anni oggi dacché ho celebrato la mia prima Messa36.
Fu una grazia speciale, immensa che io ricevetti da Dio, un tratto di predilezione avuto a
preferenza di tanti altri. Se vi riflettessi seriamente, quanto non troverei motivo di sentirmi
riconoscente a Colui che mi ha fatto un dono così grande! Quanti compagni non mi sono visto
attorno in seminario, mille volte più buoni di me, eppure non sono stati da Dio prescelti come lo
sono stato io! Quante industrie non mi ha usato il Signore per trascinarmi a Sè e per impedirmi di
perdermi l’anima! Riconosco che le grazie, avute dal Signore in seminario37 a questo proposito,
sono state senza fine: grazie materiali e grazie spirituali. Mi ha poi finalmente concessa l’ultima e
la più grande nel giorno della mia ordinazione.
Oggi ne è l’anniversario. Questo giorno mi ricorda l’amore che Dio ha per me. Quante volte ho
disprezzato il Signore, ho rigettato Lui lontano da me ed Egli è sempre stato quello che è venuto a
cercarmi, Egli è sempre stato quello che, nonostante la mia perfidia, mi ha disteso le braccia per
perdonarmi. Se sei ancora al mondo e non sei all’inferno, è stato il Signore che ti ha salvato come
strappandoti per i capelli. Ora potresti odiare il Signore ed invece, mercé sua, Lo puoi amare
ancora. Tutte le mattine mi permette di ascendere il sacro altare per offrirgli il Santo Sacrificio,
compiendo così l’atto di amore più grande verso Dio che si possa immaginare.
Che peccato non sentirsi trasportati da sentimenti di riconoscenza verso un Essere che ci ama
tanto generosamente! Non dovrò più lamentarmi di essere abbandonato e solo al mondo, dal
momento che Dio si prende tanta cura di me. Grazie Signore, infinitamente grazie di tutta la
vostra bontà! Non so in qual maniera corrispondervi: Vi amerò come il mio benefattore più
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grande, come l’amico più sincero, come la mamma più tenera, come l’amante più appassionato
dell’anima mia.
Quanto mi conforta il sapermi tenuto in tanta considerazione da Voi! Voi che siete il delirio degli
Angeli e dei Santi. Perdono, o Signore, della mia fredda apatia, vendicatevi spezzando questo mio
cuore insensibile e fatemi un’altra grazia: di non dimenticarvi giammai!
16 giugno 1906, ore 4,30.
Ritorno un’altra volta da Voi, o caro mio Signore, come una pecorella pentita di starvi lontana.
Ho bisogno di Voi come ho bisogno dell’aria per respirare e del cibo per vivere. Tutte le cose
della terra mi affliggono, Voi solo avete pace, dolcezza, tranquillità. Ricevetemi fra le vostre
braccia, o Padre tenerissimo, guardatemi come son ridotto! Che vita, mio Dio! Che terribile
amarezza! E Voi mi volete bene, siete pieno di misericordia, di compassione verso di me, vi
dimenticate facilmente dei torti che Vi ho fatto e mi trattate come se non Vi avessi mai offeso!
Grazie tante, o Signore, siate mille volte benedetto, o mio salvatore benefico, o mio amico
generoso! Che cosa Vi darò in ricompensa?
Mi pare di sentirvi dire: «Mi vuoi bene?». «Oh sì, Signore, desidero di volervene tanto!».
«Ebbene – mi rispondete – questa è la miglior ricompensa!». E di nuovo: «Mi vuoi proprio bene,
ma bene molto?». «O caro Gesù, il mio cuore è proprio vostro, tutto vostro. Vi amerò sempre,
giorno e notte, nella veglia e nel sonno, nei conforti e nelle tribolazioni, in vita e in morte». «Così
mi piaci», rispondete. E di nuovo ancora: «Ma, dimmi proprio seriamente, mi vuoi proprio bene
con un amore singolare, sincero, anche più degli altri?».
«Sì, o Signore, Vi amerò come la mia mamma, Vi amerò come il mio babbo, Vi amerò come un
amante. Fin d’ora sarete il riflesso benigno del mio cuore. Vi amo e desidero di morire per questo
amore. Lascio il mondo per venire da Voi, per occuparmi solo di Voi, per vivere della vostra
vita». Oh, fortunata quell’anima che arriva fino a questo grado dell’amicizia con Gesù!
Il primo grado è di quelli che si conoscono appena e si salutano per via, attratti da un certo
sentimento vago di benevolenza. Con Gesù sarebbero quelli che si guardano dai peccati mortali e
un qualche po’ anche dai veniali; fanno la comunione ogni mese e nelle feste principali. Più che
bontà positiva, hanno la bontà negativa di non fare il male. Il secondo grado è di quelli che sono
stretti in vincoli di amicizia intima. Si vogliono un bene grande e si usano delle confidenze. Con
Gesù sarebbero quelli che si guardano dai peccati veniali, fanno spesso la Comunione ed hanno
un buon tratto di bontà positiva facendo del bene per amor di Gesù. Il terzo grado è degli amanti.
Con Gesù sarebbero quelle anime che hanno abbandonato il mondo e le sue felicità per donarsi
anima e corpo, come sposi reali, a Gesù.
In tempo di pena spirituale.
Come sto male, che amarezza completa ho qui nel cuore, senza una speranza, senza un conforto!
Com’è brutta la vita! Oh, che spavento, mio Dio! Che concorso di cause vi è stato per affliggermi
in questa maniera? Perché, Gesù, si deve star così male al mondo? Perché il nostro cuore deve
avere desideri così sconfinati, così immensi, per non poterli poi appagare?
Oh, Dio mio, la mia mente è perduta, non sa che fare, non sa che pensare. Dovrei dirvi tante cose
e la mia pena stessa mi copre con un velo impenetrabile. Non so altro che sospirare! O Signore,
intendo dare a questi sospiri tutto il significato dell’anima mia, tutti i sentimenti di preghiera, di
supplica, di dolore, di strazio, di sottomissione, di rassegnazione, di amore.
O mio Gesù, perché così lontano? Perché avete messo nel mio cuore il vostro tormento e poi mi
fuggite? Un pianto arido e una lacrima sforzata mi piovono nell’anima come una goccia di fuoco.
Non ho alcun bene al mondo, sono proprio in un carcere duro. E dire che vi sono tanti che
soffrono più di me, vi sono dolori più strazianti del mio.
Non comprendo più nulla. Permettetemi, o Gesù, che la mia anima si pieghi sulle vostre braccia e
si addormenti su Voi, obliando se stessa. Guardatemi e abbiate compassione. Sono una povera
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creatura sbalzata qua nel mondo e sbattuta dalla tempesta come una foglia, come una fragile
canna. Gesù! Gesù! Che io non mi perda! Sono ammalato! Sono agonizzante!
O mio Dio, se Voi lo volete, sono rassegnato. Bacio tremante la vostra mano che mi percuote e,
piegando la testa, Vi offro il sacrifizio del mio dolore. Fate che questo giovi al profitto dell’anima
mia, acciocchè essa diventi più candida, più bella. Datemi forza a fare il mio dovere, a lavorare
con premura.
Oh, Dio, come sto male! Fatemi piangere, almeno che il balsamo delle mie lacrime temperi un
po’ l’asprezza del mio dolore. Ho rinunziato a tutto; o Signore di bontà e di misericordia, vogliate
accogliere e gradire il sacrifizio della mia vita. Fatemi giungere presto da Voi in paradiso! Vorrei
amare e tutti mi sfuggono, vorrei far del bene e non trovo la maniera.
Sarei tentato di disperarmi; ma no, o Gesù, un vostro figliolo non deve mai perdersi. Ma che
amarezza mio Dio, che abissi immensurabili di noia, di tristezza, di nostalgia! Sono troppo
sensibile, o Signore, ma questa sensibilità è un vostro dono. Come devo spenderla? Nel volervi
bene. Ve ne vorrò, dunque, sempre e molto, anche in mezzo alle croci. Voglio essere vostro, o
Signore. Che dolcezza sento in queste parole! Ponete Voi come vostro stemma nell’anima mia,
acciocchè tutti quelli che mi vedono dicano: «É il figlio di Gesù!». Ma il vostro stemma è la
croce! O Gesù benedetto, datemi forza di abbracciare questa croce! O Gesù crocifisso, mia gioia,
mio conforto, accetta questa mia amarezza e mescolala con la tua; accetta questo!
In tempo di aridità.
Sono proprio un pezzo di marmo, una statua! Intendo darti un bacio come mi trovassi alla tua
presenza là nel Calvario. Accettalo perché è lo sfogo di un amore doloroso. Esso è tutta la mia
parola, è tutta la mia rassegnazione, è tutta l’anima mia, raccolta sulle mie labbra, che vuole
dissolversi in Te, suo amore, sua felicità, sua vita.
9 luglio 1906, ore 8.
Signore, eccomi! Illuminatemi, involgete l’anima mia della vostra aria, copritemi con le vostre
ali, abbracciatemi con la vostra misericordia!
Sono ancora quello di quattro mesi fa: con le mie debolezze, con la mia languidezza, con la mia
miseria. Mi vergogno, o Signore, di essere sempre in questo stato. Ma che cosa faccio a questo
mondo? Soffro sempre; l’anima mia è naufraga in un mare di amarezze, le quali sono disgustose,
più che tutto, per la continuità insistente. Oggetto del mio dolore è il desiderio insoddisfatto di
felicità. È una sete che non posso saziare, una spina che non posso togliermi. Il mondo mi
presenta la felicità, la intravedo momentaneamente in un sogno, che mi balena di sfuggita alla
mente e poi è il buio e poi realtà e poi tristezza. Non è che un’illusione!
Sento il bisogno di pregare, di rivolgermi ad un Essere buono, grande, bello il quale mi voglia
bene e si occupi di me. Ho bisogno di un Essere che mi comprenda e verso il quale io senta
un’estrema confidenza. Ma ora sto male, le mie solite tristezze, miste ad un senso di sfiducia, mi
fanno ressa nel cuore.
O Gesù, vengo da Voi con tutta l’espansione del cuore, Vi abbraccio con tutta la veemenza dei
miei vent’anni, Vi bacio con l’ardore pazzo di un’anima fremente d’amore. Sì, o Gesù, è tanto
grande il desiderio d’amare che non so più contenermi. Sono come una farfalla che gira e vola su
questo mondo e vede uno sfavillio di tanti lumi che l’attraggono potentemente. Sono sicuro che,
se io cedessi, mi brucerei le ali. Non sono fatto per loro, la mia anima vuole il Sole, il sole bello,
sfolgorante, divino, immenso nella sua luce sterminata, nella sua grandezza. Il sole siete Voi, mio
Signore, un sole di bontà, un sole di grandezza, un sole di bellezza, un sole di verità, un sole di
amore. O Dio, Vi amo, Vi adoro, sarò pazzo per Voi!
Questa mattina mi avete tanto consolato nella Messa; forse qualche anima pregava per me in quei
momenti.
46
21 gennaio 1908.
Che si fa al mondo, se non si è buoni? La vita passa come un baleno e con la vita passano tutti i
tesori di gioventù. Da qui a 30 o 40 anni tutto è finito, ed allora, che cosa rimane? Un ricordo più
o meno amaro a seconda che avremo speso la nostra vita più o meno inutilmente. Quale rimorso
se si dovesse dire: «Quanto bene potevo far da giovane e non l’ho fatto! Ora la vecchiaia, gli
incomodi, l’aridità del cuore non mi permettono di far più nulla». Perché andare avanti con questa
brutta prospettiva? «Dum tempus habemus operamur bonum»38. Intanto cominciamo da noi
stessi. Facciamo del bene alla nostra anima rendendola bella, attraente, nobile davanti a Dio. Se a
questo mondo noi conoscessimo una via sicura e facile per diventar ricchi, chi non la
intraprenderebbe subito?
Se conoscessimo l’arte di rimanere sempre giovani, sempre sani, sempre belli, chi non farebbe
qualunque sacrificio pur di procurarsi tanto bene? Eppure qui si tratterebbe di cose passeggere e
molto superficiali. Per l’anima invece è tutt’altro. Sarebbe, quindi, una pazzia rinunciare a tanto
bene. Facciamolo subito! Esaminiamo a fondo la nostra anima e vediamo ciò che può esservi di
ostacolo alla nostra bontà. Per certe anime, che già vivono da tempo fedeli alla legge del Signore
e la seguono da vicino con un’abituale frequenza ai Sacramenti, l’ostacolo è un po’ difficile da
riscontrare. Vi diranno che non sono contente di se stesse, che non sono cattive ma neppure
buone. Vi diranno che una freddezza glaciale involge la loro anima, che sono sempre in quei
difetti, che durante la giornata vivono distratte, che le loro preghiere sono senza fervore.
Insomma, vi dipingono la loro anima come un essere ammalato di una languidezza mortale.
22 gennaio 1908.
E’ proprio così. La malattia delle anime buone è la languidezza. Il loro cielo non è un cielo
tempestoso, ma è un cielo grigio, nebbioso da cui il sole non sa mandare che una luce scialba,
confusa. Questo stato dell’anima può dipendere da inerzia e da mancanza di riflessione. Inerzia
quando rinunciamo a qualche sacrificio per compiere il nostro dovere. Che amarezza e che
languidezza non si provano ogni qualvolta abbiamo la coscienza di sciupare il nostro tempo
inutilmente, trascurando per pigrizia di fare quello che abbisognava.
Allora la nostra anima si piega come spossata; non ha più voglia di far nulla, neppure di pregare.
La mente rimane senza ideale, la volontà rimane senza entusiasmo, il cuore rimane senza affetto.
Siamo noi stessi che ci facciamo questa notte nell’anima. Se questa è la causa per cui non siamo
buoni, togliamola! Imponiamoci un po’ di ordine nelle occupazioni, un ordine discreto, il quale
sia magari sottoposto all’approvazione di una persona illuminata e disinteressata. Poi seguiamo
questo regolamento come se fosse la linea sicura, per la quale noi dobbiamo passare per fare la
volontà di Dio. Messa a posto questa partita, forse il resto viene da sé. Teniamo presente che il
differire di compiere i nostri doveri è un indebitarsi con se stessi, è un esporsi al pericolo di un
fallimento della nostra coscienza. Acquistiamo quell’energia, quella prontezza, quel fervore di
volontà che, davanti al proprio dovere, si determina senz’altro all’azione come se fosse una cosa
di necessità, spontanea e naturale. Quanto è bene promettente un’anima temprata, la quale sa
vincersi nelle cose piccole, che hanno poca attrattiva, nessuna apparenza esteriore. Come si sarà
pronti a certi altri sacrifici più grandi, allorchè l’entusiasmo entrerà, come un’altra forza, a
spingere in alto tutto ciò che vi è di più bello e di più grande nell’anima nostra!
23 aprile 1908.
Da ieri sera in qua sono sotto la dolce impressione di un esempio edificante che mi commuove.
Che anima candida! Quali espressioni di tenera confidenza in Voi! Quanto spasimo di bene e di
amor vostro nei suoi propositi, nei suoi esami di coscienza! E ho detto: «Se fossi così anch’io? Mi
sdegnereste Voi, forse, o Signore?». Certamente mi trovo confuso nel mirare a qual grado di
intimità è giunta una semplice creatura, mentre io, vostro confidente ed amico, mi trovo tanto
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estraneo ed indifferente! Chi sa come l’anima mia Vi sarà nauseante, antipatica! Deve essere così,
o Signore, perché lo sento in tutto me stesso.
Non sono bastati i tesori immensi di grazia che mi avete elargito nella mia ordinazione
sacerdotale, non sono bastate le cure affettuose della Madonna, del mio Angelo Custode. Sono
sempre quello! Approfitto dei momenti di effusione celeste nelle ispirazioni che mi mandate, nei
fervori coi quali commovete anche la parte sensibile del mio essere, e poi… ritorno quello di
prima: inerzia, freddezza, languidezza. Signore, mi vergogno di essere così, non lo vorrei più
essere, proprio con tutta l’anima. O Signore, Ve lo dico: «Voglio emendarmi, voglio diventare
come quell’anima santa con tutte le sue belle industrie per esser buona, per piacervi, per fare del
bene».
Signore, mi prendete ancora? Abbiatemi compassione! Vedete come l’anima mia si trova
spasimante di bene! Il mondo mi attira, ma riconosco che il mondo non può saziarmi. E poi,
anche se lo volessi, non lo potrei perché io ho rinunziato al mondo e Voi avete circondato l’anima
mia di tante barriere per cui non mi è possibile andare al mondo senza cadere in un precipizio.
Non c’è niente, o Signore, che mi attiri a questo mondo. Vi sarebbero le anime buone, ma queste
hanno per me un fascino unicamente perché mi parlano di Voi, mi portano a Voi, mi si presentano
come una specie di emanazione vostra.
Dunque, vedete che è necessario che io venga a Voi! Accoglietemi, o Signore! Ho bisogno della
vostra confidenza, della vostra tenerezza; datemene tanta, o Signore! Non guardate a me, al mio
passato, alla mia nullità, guardate invece alla vostra bontà infinita. Quell’anima, forse, se non è
già al vostro cospetto, morirà oggi o domani. O Signore, io avrei l’ambizione di ereditare, non i
suoi danari, ma le sue dovizie di anima e di cuore. Anima santa, se ancora non sei giunta alla tua
patria, nel primo momento che vi entrerai di’ al Signore in questa maniera: «O Signore,
permettetemi che io disponga a piacer mio la corona di virtù che mi sono formata sulla terra. V’è
un’anima che, pur non conoscendomi, mi ha tanto ricordato. Ella me le ha chieste in dono. Mi
permettete che io gliele regali?». Il Signore certamente te lo concederà.
Cominceremo quest’oggi: «O Signore, in questo momento, come un fanciullo davanti a sua
madre, mi prostro innanzi a Voi e con tutta la sincerità dell’anima, Vi prometto di mettermi sullo
stesso indirizzo di quell’anima santa. Fate, o Signore, che per la vostra bontà, le mie parole e la
mia promessa non vengano meno giammai».
24 aprile 1908.
Eccomi qui, o Signore. La giornata di ieri mi ha abbastanza soddisfatto.
Mi manca molto per arrivare a quello stato di bontà che Voi desiderate da me, ma tuttavia qualche
cosa mi par d’aver fatto. Vogliamo essere sempre così, non è vero, o Signore? Voi mi accettate?
Farò sempre esattamente la mia meditazione, imperocché capisco che in essa vi è riposta tutta la
sorgente del mio fervore. Sarò fedele e mi farò coraggio.
Mi ricorderò un po’ più spesso di Voi, che mi avete scelto per speciale vostro amico. Che grazia
immensa, se io la conoscessi! Voi mi avete chiamato ad uno stato di bontà speciale; tutta la mia
vita non ha altro scopo che questo: spendermi per il bene spirituale. Al bene materiale o
secondario pensate Voi, o Signore, e mi provvedete in abbondanza; io devo pensare unicamente
all’anima mia e a quella degli altri. Che bella cosa, o mio Signore, quale dono prezioso! Io non
son degno di ringraziarvene per tutta la vita.
In ricompensa: Vi amerò. Vi amerò come san Pietro che sceglieste tra gli altri e lo colmaste di
tanti beni. Vi amerò col suo ardore, con la sua spontaneità, con la sua vivezza. Con lui Vi voglio
dire: «O Signore, se tutti Vi abbandonassero, io non Vi abbandonerò39 giammai». Se sarà
necessario di morire per Voi, io vi sono disposto, anzi lo desidero; però ricordatevi che tutto
questo dico io, pieno di confusione e di umiltà, perché sono convinto che, se Voi non mi aiutate,
non sono buono a nulla. Fate, o Signore, che non mi succeda come purtroppo successe a san
Pietro. Non ne voglio avere della presunzione, perché mi conosco troppo. Voglio essere il vostro
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umile prediletto, che Vi serve in casa vostra con tanta affezione ma pianamente, quasi
nascostamente, perché gli altri non se ne accorgano. Sarò contento, o Signore, se Voi per
ricompensa mi lanciate quando a quando il vostro sguardo di bontà che mi approvi e mi benedica.
Sono proprio disposto sinceramente a far questo! E voglio farlo con grande costanza e con grande
energia.
Inoltre, o Signore, voglio fare intorno a me una famiglia40 di anime vostre. Sia come un drappello
di spiriti eletti che hanno per divisa il vostro amore. O Signore, ascoltatemi: «Fate che non mi si
voglia troppo bene. Badate che io lavoro unicamente per Voi e quindi voglio che venga a Voi
tutto quello che per accidens41 qualche volta può venire anche a me». Ascoltate, o Signore, la
protesta che Vi faccio in questo momento: «Voglio Voi e il vostro regno nelle anime per cui mi
affatico. Voglio il loro bene spirituale, voglio assolutamente la loro felicità e non la mia.
Aiutatemi anche Voi, o Signore!».
Colorite le mie parole del raggio del vostro amore, mettete il vostro profumo nei miei pensieri, la
vostra grazia nei miei sentimenti in maniera che, quando si partono da me, non debbano mai dire,
o se lo dicono, non si fermino a questo come a cosa principale cioè: «Che bell’anima ha quella
creatura!», ma invece: «Come ha ragione, come è vero che il Signore è così buono, come è giusto,
come è bello che io mi consacri al Signore, che Lo ami con tutte le forze!». Questa, o Signore, è
la mia volontà perenne, questa è l’intenzione che voglio avere sempre, anche quando la mia
mente non vi riflette.
25 aprile 1908.
Signore, insegnatemi il modo di esser buono in una maniera speciale! Vedete, lo desidero tanto!
Ho letto ieri che la bontà è il frutto dello sforzo. Ed io mi voglio sforzare, ma per quale strada? La
causa della mia poca bontà è una grande inerzia. Vivo così alla ventura. Non faccio il male, ma
del bene ne faccio poco e questo languidamente. A 27 anni dovrei essere, col temperamento che
Dio mi ha dato, un eroe di fervore ed invece non sono neppure un misero principiante.
Le mie preghiere sono dette come da lontano e quindi mancano tante volte del sentimento di
intimità con Dio. La S. Messa per me non ha quel fascino che si meriterebbe. L’Uffizio... oh, mio
Dio, l’Uffizio pare che non mi piaccia e tante volte lo dico con la testa per aria. La meditazione
mi costa sangue e parecchie volte l’ho trascurata. La visita al Santissimo Sacramento alle volte mi
riesce, alle volte no. Il Rosario non è quasi mai intero e manca quasi sempre di meditazione.
L’esame di coscienza mi riesce quasi impossibile; in quei momenti mi pare di essere perduto,
come in una gran nebbia, che non mi lascia distinguere nell’anima né il bene né il male. E così ho
vissuto gran parte dei miei cinque anni di Sacerdozio.
Io, o Signore, vorrei interrogarvi per chiedervi sinceramente il vostro parere. Come Vi va la mia
vita? Poco bene forse, non è vero? Io m’immagino di esservi molto antipatico così come sono: né
freddo né caldo. Chi sa quanta pazienza e carità non avrete esercitato per sopportarmi! Avete
ragione, o Signore! Io sarei altrettanto verso un essere che mi trattasse in questa maniera.
Perdonatemi! Ho deciso di risorgere, di scuotermi, di svegliarmi e di spendere un po’ meglio la
mia gioventù, i vostri doni. Vi chiedo umilmente il vostro aiuto, perché mi conoscete bene: sono
un tipo strano! Sono capace di promettere e poi di non mantenere. Con un tratto speciale della
vostra misericordia, state davanti a me come una stella che mi attrae e insegnatemi la via che devo
prendere. Non ho nessuno: mi manca perfino il Direttore Spirituale e sento che ne avrei tanto
bisogno. Mandatemelo, o Signore, ma proprio quello che è fatto per me e che viene da Voi. Così
spero di potervi consolare molto e prepararmi a raggiungervi presto nel paradiso.
28 aprile 1908.
Signore, sono un po’ pigro a venire da Voi, rimando sempre ad un’ora posteriore che tante volte
poi mi sfugge. Quanta pazienza avete con me, quante volte dovete esercitare tutto l’infinito della
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vostra divina bontà per sopportarmi! Perdono, caro Signore! Vi prometto di spingermi un po’ più
energicamente.
Sono tanto dissipato, mi distraggo tanto facilmente e mi dimentico. Com’è pesante la languidezza
dell’abbandono! Lo sforzo mi costa fatica e tante volte lo lascio da parte. Vorrei... vorrei...
immensamente vorrei! Ma poi, l’anima mi cade come se fosse vecchia di cento anni. Come dovrei
fare? Insegnatemelo Voi, Signore! Non credo che la bontà, quale esigete Voi da me, sia poi tanto
difficile. Come mai, dunque, da tanto tempo mi sento chiamato da Voi e non Vi ho ancora
ubbidito completamente? Ho passato quasi cinque anni di sacerdozio e sono, di coscienza, ad un
grado forse poco superiore da quello di allora.
Sono languido languido, dormirei sempre. La mia anima è anemica per linea generale; solo di
quando in quando ha qualche scatto buono che Dio forse le manda. Quanto fuoco avrebbe il mio
cuore per le creature, per il Signore invece mi vergogno solo a pensarvi. Avrete la forza, o
Signore, di perdonarmi? Sì, perché siete infinito; sì, perché tante volte io mi immergo nel vostro
sangue per purificarmi; tutti i giorni mi accosto alla fornace del vostro cuore che, spero, brucerà
tutte le debolezze che mi contornano.
Mio Dio, non sono contento di me stesso: oggi, spero, sarò migliore. Voglio ricordarmi di Voi
spesso, voglio vivere sotto i vostri occhi, voglio pensar bene, parlar bene, agir bene per strapparvi
un sorriso di compiacenza. Vi offro tutto quello che farò, beneditelo, rendetelo fruttuoso. Aprite la
mia intelligenza nello studio, disponete le mie facoltà ad apprendere tutto quello che mi è
necessario nel retto esercizio del mio ministero. Signore, vorrei fare un po’ di bene anzi, ne vorrei
far molto. Mi volete? Servitevi di me come di uno straccio, mettetemi in tutti i buchi, spazzate
qualunque polvere, anche la più grossa: basta, o Signore, che mi teniate stretto bene, altrimenti Vi
sfuggo.
29 aprile 1908.
Eccomi, o buon Dio, ad una nuova giornata che Voi, nella vostra bontà, mi concedete. Un giorno
dovrò rendervene conto. Concedetemi che sia una giornata di merito e non di rimorso. Che devo
fare? Spenderla bene! Oggi avrò parecchie cose che mi occuperanno: anime, scuola, preghiere,
lavoro. Vi prometto di tenervi a mente, purché mi assecondiate.
Intanto comincio dal far bene la mia meditazione, ossia la mia conversazione con Voi, o Signore.
Ditemi, dunque, qualche cosa, ditemi che mi volete tanto bene, che mi accompagnate sempre col
vostro sguardo divino, che aspettate da me della grande corrispondenza. Avete ragione! Ma io
sono tanto debole, mi addormento quasi nella mia inerzia. Stamattina ho fatto tanta fatica
nell’alzarmi da letto. Forse potevo essere più pronto alla vostra chiamata. Quando sarà quel
giorno in cui mi sentirò un’energia sovrumana per obbedirvi immediatamente? Fate che venga
presto!
La mia Messa voglio dirla con tanto fervore: è l’atto più grande di riavvicinamento con Voi.
Quanto amore non mi vorrete per venirmi a trovare così spesso! Siete sempre qui da me a battere
alla mia porta ed io tante volte Vi faccio aspettare, o mio amante celeste, oppure Vi accolgo
mostrandomi quasi seccato della vostra visita, Vi sbrigo in fretta con poche parole e non vedo
quasi il momento che ve ne andiate come se foste una seccatura.
Mio buon Gesù, ora che rifletto, è proprio così! Ve ne chiedo perdono sinceramente e Vi assicuro
che non lo farò più. Due amanti prima delle loro visite si pensano a vicenda e così al partirsene
ritengono per un buon tratto la dolcezza, il ricordo delle loro espressioni. Io, invece, non faccio
così con Dio. È un torto che io faccio alla delicatezza del suo amore. Quando mi è possibile,
voglio sempre premettere un quarto d’ora di preparazione alla Messa. Quanto è importante dirla
bene questa Messa! È quindi indispensabile che io vi annetta tutta la cura possibile. E quindi
anche alla sera, prima di addormentarmi, lo dirò almeno una volta con la mia mente: «Domani
mattina verrà Gesù. Siamo bene preparati affinché Egli ci trovi con un’anima pura, con un cuore
fervoroso, ardente, bene ordinato e bene adorno di bei fiori di virtù».
50
30 aprile 1908.
O Signore, mi sento tanto ben disposto in questo momento che il venire da Voi mi reca gioia e
consolazione. Grazie di questa vostra carezza. Mi sento un po’ più buono quest’oggi. Ho fatto un
po’ di bene stamattina. Un’anima mi è stata di tanta edificazione. Oh, quanto è grande e varia la
bontà che Voi spargete nelle vostre creature! Quante volte al constatarlo non si piange di
consolazione! Così ho fatto io questa mattina. Però, o Signore, vi è anche un punto triste nella mia
mente e nel mio cuore: quell’anima, o Gesù, Voi sapete quanto soffre! Perché, o Signore,
permetterle una croce così dolorosa, così tremenda? È tanto buona quella povera anima, liberatela
da quel martirio troppo crudele! Forse volete che il suo cuore si purifichi per farlo, un giorno, la
sede del vostro amore? Non è abbastanza purificato? Sono quattro anni che soffre così! Ditelo
Voi con me, perché quell’anima non me lo sa dire: soffre proprio con merito sempre? È proprio
una croce, puramente spirituale di tentazione, nella quale quell’anima acquista sempre più
ricchezza di meriti? Non sarà mica il dubbio che vi possa essere del danno spirituale, in modo da
costituire un ostacolo al suo avanzamento nella bontà? In questo caso, o Signore, ascoltate la mia
fervidissima preghiera: «Liberatela al più presto, o Signore! Voi, che siete il padrone dei cuori,
che conoscete il segreto di ogni più intima malattia spirituale, fate ciò che conoscete per la sua
tranquillità. Ve ne prego, Ve ne scongiuro come se si trattasse di me stesso».
Poi anche quell’altra, o Signore, che Voi sapete, con la quale ho dovuto usare una misura così
severa. Fate che non si perda! Salvatela in merito di quanto avrà forse sofferto in questi giorni.
Compatitela, o Signore! La debolezza l’abbiamo tutti e chi sa che cosa sarei capace di fare io, se
Voi non mi teneste per i capelli ad ogni istante. Sento compassione di lei, poveretta! Una volta era
tanto buona, ora sta per perdersi! Mio Dio, estirpate, distruggete l’iniquità che la perseguita, la
tentazione che la combatte!
Infine, per tutte le altre anime che mi appartengono, per i loro interessi spirituali, fate, o Signore,
che la mia parola sia un piccolo lume nelle loro oscurità, un piccolo balsamo nelle loro amarezze;
fate che si servano di me per conseguire pace e salute.
1 maggio 1908.
In questo bel mese, nel quale tutte le anime buone si danno premura di fare qualche cosa per la
Madonna, io non dovrò far niente? Io, che ho già consigliato a parecchie anime un metodo
particolareggiato di opere buone e di fioretti, dovrò passarmela indifferente? Sarebbe una brutta
cosa, una vera anormalità.
Intanto voglio cominciare col mio giorno di ritiro mensile. È necessario fare un po’ di progresso
in questo mese: svincolarsi da questo incubo d’inerzia e di languidezza che mi fa tanto male.
Voglio proprio dire sul serio! Capisco che bisogna sforzarsi, ebbene, mi sforzerò! Ci vuol del
coraggio, specialmente per sapersi riallacciare al bene, allorquando una contrarietà e la mancanza
di rassegnazione ce ne distaccano; ebbene, spero che la Madonna me ne darà tanto di questo
coraggio. Che cosa farò, dunque? Eccolo, o Madonna, io lo confido a Voi. Voglio potervi
presentare tutte le sere un mazzetto spirituale di fiori nel quale campeggino quello dell’energia,
quello della purezza e quello dell’umiltà.
Per l’energia, sarò diligente nei miei doveri di pietà: meditazione, Messa, Ufficio, lettura
spirituale, visita, esame di coscienza. Sarò forte nel saper reagire dopo una rilassatezza od una
mancanza. Per la purezza, avrò una cura speciale dei pensieri, affetti ed atti. Riguardo agli atti,
farò consistere la mia purezza in una speciale compostezza della persona in chiesa ed in casa,
anche quando mi trovo solo. Per l’umiltà, avrò una cura speciale di non permettermi alcun
pensiero di compiacenza, alcuna parola che abbia di mira una carezza di amor proprio, alcun atto,
benché minimo, che sappia di vanità e di desiderio di comparire.
Tutte le sere il mio esame di coscienza verterà sopra questi tre gruppi di virtù. Non trascurerò poi
i miei atti speciali di virtù da offrirne in un certo numero alla Madonna. Mia cara Mamma, Voi
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sapete di che forza, di che fibra io sono. Abbiate la pazienza di sopportarmi; perdonatemi, siate
buona, infinitamente buona con me. Aiutatemi!
2 maggio 1908.
Ricevetemi, o Signore, alla vostra presenza e fatemi sentire la vostra dolce parola che mi faccia
buono. Oggi desidero spendere una giornata proprio per bene. Concedetemelo, o Signore!
Rifletterò questa mattina sulla preparazione alla Messa. Sono un po’ scarso in proposito, ma
voglio rifarmi un po’. La Messa è tutto il tesoro più grande di amore che ci possiamo
reciprocamente dimostrare. Se io riflettessi, quanto mi sentirei attratto a questo gran momento
della mia vita!
Dio, l’infinito, l’ebbrezza della felicità discende fino a posarsi tra le mie mani! O mio sangue, o
potenze vive della mia umanità, non sentite nulla, non vi commovete al contatto della divinità? Se
Dio si mostrasse visibilmente agli occhi materiali del corpo, potrei mirare la sua adorabile
persona tra le mie braccia che mi dice: «Eccomi, sono qui, povero essere assetato di amore! Sono
il tuo Dio, la fonte di tutto l’immenso bello, che si trova al mondo! Mi dono a te, sono tutto tuo,
se mi vuoi. Questo è il mio corpo ed il mio sangue e tutta la mia divinità. A te, prendi e saziati!
Conservami a pegno della tua felicità eterna. Vuoi di più?».
No, o Signore, non potete darmi di più. Datemi un’altra cosa invece, datemi una gran fede, che mi
renda sempre più vivo e presente il mistero del vostro amore nella S. Messa! Tutte le mattine io
ascendo al santo altare, eppure, tante volte, vengo come uno che ha la benda agli occhi ed ha una
morsa nel cuore che gli impedisce di poter mirare e comprendere la grande opera che sta per
compiere. Quale infelicità! Toglietemela, o Signore! Ma ben comprendo che Voi mi rispondete:
«Toglila da te, perché solo da te dipende il meditare». Avete ragione!
Questa mattina mi sento un po’ più attratto verso di Voi. Vi prometto di riflettere su queste cose
prima della S. Messa un qualche po’, al fine di rendermi cosciente di quello che faccio. Che
fortuna esser buoni, essere sempre in intima relazione con Voi, come un vostro figliolo prediletto!
Lo ambisco con tutte le forze; o Signore, concedetemelo per poter fare del gran bene. Non
importa se la mia felicità materiale non si realizza. È tanto grande il bene che Voi mi date, che
qualunque altra cosa al confronto è un nulla. Oggi, o Signore, voglio essere molto migliore di ieri.
3 maggio 1908.
Eccomi, o Signore, alla vostra adorabile presenza per le provvigioni di oggi. Ieri fui abbastanza
contento, però non pienamente. Oggi voglio ingegnarmi anche di più. Mi balena alla mente quasi
un triste presentimento dell’avvenire. Fin d’ora, o mio Signore, badate che sono disposto a tutto lo
schianto della mia vita; però, per carità, non mi abbandonate, perché il calvario mi spaventa sino a
morirne! Datemi, giorno per giorno la vostra forza!
Riconosco che devo esser buono. E siamolo, dunque! Il mio difetto principale è quello di
distrarmi e così passare alla dissipazione ed alla languidezza. Bisogna che mi metta in testa di
tenermi in regola, altrimenti cado nel mio solito. Il pensiero di Dio mi sovviene un po’
scarsamente: è necessario formarmelo più abituale. È tanto caro questo dolce ricordo di Dio che
mi guarda coi suoi occhi purissimi, che mi sorride, che mi ama con tenerezza materna. Ma gran
Dio! È proprio vero? Perché, dunque, non Vi corrispondo? È proprio perché penso di rado a Voi.
Quante volte mi affliggo di essere solo, abbandonato da tutti, senza affetti, senza vita! Non penso,
invece, quale tesoro immenso mi appartiene. Riconosco proprio di aver torto appunto, perché non
apro gli occhi. Come potrebbe essere bella, profonda, o Signore, la nostra intimità, se io Vi
corrispondessi! Che titoli immensi non mi legano a Voi! Sono proprio una vostra creatura, uno
scelto fra mille alla vostra predilezione, un amico, un confidente vostro, che non ha altro scopo
nella vita all’infuori di Voi. Ed io, come Vi corrispondo? Molto freddamente!
Vivo come uno che ha un’anima stanca, la quale sente enorme fatica solo a muovere un passo. E
dire che potrei con poco fare tanto bene. Bisogna che mi faccia un po’ più risoluto. Riconosco che
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comportarmi così mi fa male e sto male assai. Desidero immensamente correggermi e fare tutto il
possibile onde ottenere un po’ più di vivezza nell’anima mia. Buon Signore, aiutatemi! Mettete
nel mio sangue il germe buono di vitalità che mi renda più franco e più energico. La mia volontà
fatela un po’ più vigorosa. Lo desidero, lo voglio risolutamente, o Signore!
4 maggio 1908.
Sono nel mio solito stato di spossatezza. Ieri non mi è andata tanto bene. Mi sono dissipato e ho
dormito. Quante belle promesse faccio e poi non le mantengo! Questa mattina mi sono alzato più
tardi di quello che mi conveniva, ho detto la Messa senza poter far prima la preparazione. Mi
sono sentito esausto di forze spirituali. Ho fatto le cose un po’ scarsamente. Ora, nel momento in
cui scrivo, mi sento altrettanto arido, però desidero di potermi rifare. Signore, con la vostra bontà,
perdonatemi perché sono pentito, mi dispiace della mia detestabile apatia.
Oggi voglio lavorar bene lo stesso. Voglio volervi bene con tutta l’affezione del cuore, o mio
sogno infinito di amore! Non voglio disgustarvi menomamente. Sarò spossato, sarò privo di
vivezza naturale, ma voglio esser pronto al mio dovere. Lo farò, sì lo farò, o Signore, perché
capisco che è un gran bene per Voi, per me e per le mie anime che lo faccia. Pregherò bene, sarò
diligente a scuola, sarò buono nelle parole e nel tratto, sarò generoso, paziente e attivo. Mi
dimenticherò di tutto il passato che mi rattrista, perché Voi mi perdonate, e penserò solo al
presente, cioè avrò cura di consolarvi. Vi sono pochi al mondo che Vi vogliono bene, fate che io
sia tra questi pochi! Ma badate, o Signore, che il mio voglio sia un bene sincero. Non devo
illudermi, servirvi in una maniera falsa che a Voi non piaccia, voglio proprio guardarvi con la
semplicità di un fanciullo, con la sua candidezza e con la sua espansione.
Accogliete questi propositi e fate che stasera, quando li rileggerò nel fare il mio esame di
coscienza, possa dire: «Non c’è stato male, ho corrisposto abbastanza». Beneditemi intanto, o
Signore! Che cosa vuol dire questa benedizione? Sarà come la carezza vostra, un bacio vostro. E
Voi lo fate ogni qualvolta Ve lo chiedo, oppure ogni qualvolta la mano di un sacerdote si leva sul
mio capo in nome vostro. Grazie, o Signore, di questa squisita generosità di cuore!
Vogliatemi bene poiché ne sento tanto bisogno, e fatemi venir presto al vostro amplesso in
paradiso! Oh, il paradiso! Quando sarà quel giorno? Non ci pensiamo mai, ed è un sogno così
bello il paradiso! Mi sento stanco, o Signore, gli occhi mi cadono, vorrei dormire. Che bella cosa
sarebbe chiudere gli occhi così dolcemente, soavemente e poi svegliarsi in paradiso!
5 maggio 1908.
Mia povera anima, raccogliti qui sotto le ali del Signore e rifletti su ciò che ti conviene per il tuo
maggior bene!
Ieri andò abbastanza bene, ma non come avrei desiderato. Avrei potuto essere molto più ordinato.
Oggi bisogna ottenere ancora qualche cosa. Credo che il punto di partenza debba essere il dir
bene la S. Messa. Difatti, l’aiuto del Signore discenderà sopra di me in quei momenti di schietto
fervore. È vero che la nostra vita è molto critica per la difficoltà dei sacrifici che c’impone, ma è
poi anche vero che ha delle risorse immensamente grandi di grazie e di doni per sostenerci. Una
di queste risorse è la S. Messa.
Che bella cosa sarebbe se io vi andassi con l’anima completamente disposta, assetata febbrilmente
di Dio! In quei momenti posso ben dimenticarmi tutte le amarezze e i disinganni della vita, posso
bene lasciare da parte il mondo e dire: «O Signore, sono qui sul vostro altare come sul monte
Sinai, novello Mosè, che Vi parla e a cui Voi rispondete». Il mondo, o mio Dio, com’è meschino
a confronto delle brame infinite del nostro cuore, appagateci Voi! Grazie del conforto di questi
momenti sublimi! È proprio vero che più si va avanti nella vita e sempre più dobbiamo constatare
che solo Voi siete un bene reale, che rimanete sempre e non venite meno giammai. Le creature,
invece, con quale disillusione non ci ripagano quasi sempre!
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La Messa, detta bene, non può fare a meno di lasciare in noi il balsamo del profumo di Dio, lo
splendore della sua grazia, la ricchezza infinita dei doni soprannaturali. Diciamola, dunque, bene,
concentriamo tutte le forze dell’anima in questo solo pensiero, in questo solo ardente desiderio.
Voglio consolare il Signore col caldo della mia anima in questi venti minuti che sto con Lui. Non
è meglio dirla bene questa Messa? Lo vuole l’interesse dell’anima mia per farsi più di Dio, lo
vogliono tutte le mie anime, che mi appartengono, per i conforti e gli aiuti nel progresso della loro
vita spirituale. Quale guadagno immenso se io dico bene la Messa e quale perdita incalcolabile, se
la celebro quasi trascurato! O Angeli che mi assistete, o Santi a cui sta a cuore la gloria di Dio,
regalatemi in quei momenti una forza speciale, acciocchè riesca a compiere bene, come si merita,
il grande ufficio della celebrazione della Messa!
6 maggio 1908.
Perché non sono contento della mia celebrazione della S. Messa? Perché vi è troppa sproporzione
tra l’atto grande che io compio e la maniera con cui la sento e la stimo. Per quanto mi possa andar
male, per quanto il mondo mi abbandoni, posso dire di avere dalla mia la S. Messa. Che bei
momenti! Il Signore, quell’Essere che è tutto bellezza, amore, grandezza si trova davanti a me, Lo
tratto con le mie mani, è quasi sottomesso alla mia volontà. È il momento nel quale io mi trovo
con lo stesso Gesù – anima, corpo, sangue e divinità – che si trovava al mondo circa venti secoli
fa. È tutto mio il Signore, in quei momenti! Io posso rivolgermi a Lui con la stessa confidenza
della sua Mamma, posso trattarlo con l’intimità di un fratello, con la tenerezza di un amico. E
Gesù mi guarda, mi ascolta, mi sorride; chi sa quante volte mi avrà detto: «Hai nelle mani un
tesoro e temi di essere povero; hai un fiume, un oceano di amore presso di te e muori di sete; hai
tutte le grazie del paradiso e hai paura di non essere esaudito. Quante cose hai che ti stanno a
cuore e per le quali sai che ti vorrebbero forze infinite di bene! Ecco, raccomandami, che faremo
assieme!».
È proprio vero? Sì, tutto questo Gesù me lo ripete incessantemente. Ed io ho questa fortuna, non
una volta all’anno, al mese, alla settimana ma tutti i giorni, tutte le mattine. La mia Messa
dovrebbe essere il mio più gran pensiero di tutta la giornata. Poteva darmi di più il Signore? Se
guardo un momento sul passato della mia vita, davvero ho tutt’altro che dei motivi che mi diano
fiducia a credere di meritare una simile predilezione da parte del Signore! È proprio tutta mia
quella celebre espressione del Salmista: “Et de stercore erigens pauperem”42. Quanto non devo a
Dio per avermi sollevato da tanta bassezza ad uno stato così sublime! Devo ringraziarlo per tutta
la vita ed offrirgli, incessantemente, un grande pegno di ricompensa in un bene continuo, che
m’impegno di fare alle anime. O Maria, datemi questa somma fortuna che nel giorno del giudizio
io possa rispondere al Signore: «O Signore, Voi mi avete fatto un numero infinito di regali e di
grazie! Ebbene, eccovi, in ricompensa, un altrettanto numero sterminato di anime!».
7 maggio 1908.
Vengo da Voi, o Signore, esausto di forze, languido, insensibile. Voi sapete tutto, vedete
l’amarezza in cui mi trovo, la causa che l’ha prodotta; liberatemi, fatemi risorgere pieno di una
volontà energica, invincibile! Ho bisogno di tutta la vivezza dell’anima per sapermi spendere a
profitto degli altri; mantenetemi sempre sveglio. Voi ben sapete, o Signore, che io sono disposto a
morire piuttosto che offendervi e quindi sono sicuro che, per nulla affatto, io mi devo ritenere
responsabile di ciò che mi avviene contrario alla volontà. Vi chiedo perdono di qualunque cosa
possa io aver mancato, purificatemi con l’abbondanza della vostra misericordia infinita.
Rifletterò anche oggi sulla S. Messa. Che bella cosa la mia Messa, come sarei infelice se non
potessi più celebrarla! Eppure, per quanto da lontano io la desideri, sul fatto, invece, mi trovo
come non vorrei: sono freddo e distratto. Perché? Manco, forse, di energia per mantenere la
costanza del pensiero a Dio, del sentimento a Gesù? Vi sono forse altre cose, altre intenzioni
secondarie che deviano la rettitudine della mia volontà? Forse sarà così! Stiamo, dunque, più in
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guardia! È la tua mezz’ora di paradiso, o anima mia, dimentica in quei momenti tutto l’universo!
Povera mia anima, così sbattuta da desideri infiniti, insoddisfatti, così infranta da mille
disillusioni, hai bisogno di conforto e di consolazione! Ecco il tuo conforto, ecco la tua
consolazione: il Dio della tua Messa! Accostati a Lui meno indegno che sia possibile, procura di
meritarti la sua predilezione, acciocchè siano del tutto ben sinceri i sentimenti di quei momenti.
Sii ben preparato! È l’atto più grande, più divino, che si possa compiere sulla terra; è l'atto
d’amore più intenso che tu possa offrire a Dio. Perché non devi farlo con tutto l’impegno, con
tutta l’anima? Un giorno queste Messe ti saranno messe dinanzi ad una ad una. Oh, come
desidereresti che Dio ti potesse dire: «Ecco qua le tue Messe! Quanto mi sono state gradite tutte
immensamente!». Se ve ne dovesse essere qualcuna invece, meno risplendente, quale dolore!
Provvedi ora che sei in tempo! Il Signore, tanto buono, perdonerà certo e terrà in conto le Messe
buone in compenso di quelle meno buone.
8 maggio 1908.
Non voglio lasciarmi avvilire dallo scoraggiamento e voglio fissare la mia fiducia nella bontà di
Dio. Egli mi solleverà, perdonandomi generosamente. Sento che mi sono un po’ raffreddato nel
bene, ma non voglio lasciar andare. Oggi tornerò col mio proposito di riamare di nuovo il Signore
in una maniera viva, ardente. Perdonatemi intanto la mia fragilità, la mia debolezza.
Riflettiamo intanto sui motivi che mi stringono a Dio. Sono tanti e così grandi che, ogni qualvolta
mi sottraggo a questa intimità col Signore, mi trovo come un pesce fuori d’acqua. Sento che sto
male, che mi va a male tutto. La vita mi sembra una cosa insipida ed insignificante, priva di ogni
attrattiva. Che cosa può fare un sacerdote, lontano dal suo ideale per cui lavora e vive? Egli è un
essere improduttivo, veramente inutile alla società, perché egli vegeta solamente. Egli è un essere
fallito: fallito nel cuore, che è privo di qualunque affetto; fallito nella volontà, che è esausta di
forze; fallito nell’esistenza umana che, mentre non gli offre alcuna soddisfazione terrena, gli
procura amarezze senza numero; fallito nella sua vita soprannaturale se egli non sa mantenerla
viva come dovrebbe. È proprio il caso di chi, per non volere un sacrificio, se ne addossa cento
altri.
E così dev’essere di me. Solo che rallenti in quel fervore intenso che è tutta l’anima, che è il
respiro della mia vita, sento delle languidezze mortali che mi sono angosciose più di qualunque
prova, di qualunque sacrificio. Immaginiamoci poi se io dovessi, per disgrazia, abbandonare del
tutto la strada del dovere per cui Dio mi vuole! Credo che sarei capace, venendomi meno la fede,
di suicidio. Il Signore mi preservi da tanto male! Mi aiuti a trascinarmi avanti, nonostante le
aridità e gli sconforti. E se voglio ottenere, sicuramente bisogna che io stesso mi scuota. La
meditazione deve essere la mia sveglia; non devo lasciarla mai. La meditazione deve essere come
il lume che deve dirmi: «Guarda che cosa sei, che cosa puoi diventare, se non fai presto a rifarti, a
rialzarti energicamente nella grazia e nel fervore di Dio». Eccomi pronto, o Signore! Oggi voglio
tenere a mente di amarvi con più intensità, con più frequenza. Voglio far bene tutte le mie cose!
9 maggio 1908.
Riconosco che, per passare bene una giornata, bisogna cominciarla bene. E si comincia bene
quando si è pronti ad alzarsi: quando è l’ora destinata. Quel contrattare, e quel cedere soltanto una
mezz’ora alla pigrizia, quel non sapersi risolvere prontamente ad un atto di sacrifizio tanto
necessario e tanto meritorio, oltre al togliere il tempo di fare le cose di pietà con comodo e
larghezza, lasciano anche nell’anima una traccia di rimorso che accompagna per tutto il giorno.
Voglio ora vedere se riesco a vincermi!
Certamente, però, non voglio portare la cosa a tali estremi di esagerazione che non mi rimanga
poi un tempo sufficiente per il riposo. In questa guisa il corpo si illanguidisce e mi fa star male
anche nello spirito per tutto il giorno. Dunque, usiamo un po’ di regola! Sette ore dal momento in
cui vado a letto siano l’ambito di tempo massimo che mi permetto ogni giorno. Di queste sette ore
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posso anche usufruirne durante il giorno dopo il pranzo ed allora alla notte farò la debita
sottrazione. Così spero di ordinare convenientemente il mio riposo. Intanto Voi, o mio Signore,
datemi sempre forza e coraggio!
Un altro punto di debolezza, che mi riguarda, è nell’esatto adempimento dei miei doveri. Quello
della scuola mi è proprio di un peso, non dirò grande, ma così disgustoso che tante volte non mi
riesce di adempirlo con diligenza. Questo, poi, produce in me la languidezza di spirito tanto
funesta.
La languidezza di spirito, cagionata s’intende dalle nostre mancanze, si può paragonare ad una
folta nebbia che si posa sulla fioritura degli alberi e della vegetazione. A questo contatto, le tenere
foglie si intristiscono e, se la nebbia dovesse fermarsi per del tempo, esse muoiono. Così è pure
della nostra anima. Come è sensibile il languore dopo una mancanza del genere, come si sta male!
Si perde tutto il proposito, la volontà di esser buoni. O Signore, liberatemi da questa malattia e da
questa nebbia dello spirito; siate come il mio sole che, affacciandosi sempre sull’orizzonte della
mia anima, ne dissipi completamente qualunque oscurità, qualunque nebbia, e vi faccia regnare lo
splendore, la vivezza della vostra grazia.
10 maggio 1908.
Sono qui da Voi, o Signore, raccolto nella mia anima a darle forza per la lotta di tutto quest’oggi.
Ieri mi sarebbe andata discretamente, se non fossi stato un po’ troppo indulgente col sonno. Vi
prometto di essere un po’ più energico oggi.
Quanto aiuto, quanto conforto chiedono da me le anime che mi avete mandato! Io mi sento
confuso e ripieno di una grande responsabilità. Come posso io rendere a loro tutto quello di cui
abbisognano, se non ho la ricchezza di Dio nel cuore? Povere anime innocenti, che vi sentite
chiamate ad uno stato di perfezione, voi chiedete a me che vi insegni la strada! Che cosa vi saprò
rispondere, se prima non batterò io questa strada, che devo mostrare a voi? Povere anime
martirizzate dal dolore, che chiedete a me una stilla di balsamo per le ferite che vi sanguinano
angosciosamente, come potrò io donarvi un sollievo di consolazione, se non ho nel cuore la
tenerezza dell’amore infinito di Dio? Povere anime delicate e sensibili, che avete bisogno di
qualcuno che vi sostenga e vi aiuti nel difficile cammino della virtù, come potrò io essere tale, se
non ho la forza, starei per dire quasi l’onnipotenza di Dio?
Quanto è straziante trovarsi di fronte a qualche anima, che vedete nell’afflizione e nel bisogno
estremo del vostro aiuto, e non avere una parola per confortarla, e sentirvi esausti di ispirazione e
di sentimento! A riflettere, quanta responsabilità mi incombe! Per tante anime, che hanno
un’estrema fiducia in me, che si trovano in posizioni difficili della vita, che hanno necessità
estrema di un’anima che le illumini e le guidi per un sentiero sicuro, quell’anima dovrei essere io,
io che sono stimato assai più di quello che sono in realtà.
O Signore, buono tanto e infinitamente misericordioso, copritemi Voi, trasformatemi, datemi tutto
il vostro bene, poiché vedete che io sono tanto scarso! Fate, o Signore, che non debba esservi, un
giorno, in me il rimorso di non aver dato abbastanza di quello che mi si chiedeva, di essere stato
causa di soverchio soffrire e di insufficiente avanzamento nel bene.
11 maggio 1908.
Il pensiero delle mie anime è un pensiero che mi fa riflettere sul serio. Gran Dio, perché avete
voluto che vengano da me tante anime elette che sono di gran lunga superiori a me sotto ogni
rispetto? Voi, o Signore, sapete tutta la mia storia dolorosa di un passato, che mi fa fremere di
orrore al solo pensarvi. E Voi, Signore, mi avete scelto, per essere come un “vaso di elezione”43!
Davvero la vostra bontà, la vostra misericordia devono essere infinite!
Confonditi anima mia; vedi qual è la vendetta di Dio? Dovresti essere a quest’ora un essere
perduto, per il tanto male che hai fatto nella tua infanzia, respingendo sempre la grazia di Dio che
ti perseguitava e, invece, Iddio ti ha vinto con la sua pazienza, ha voluto che tu sia non solo un
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servo, ma un amico, un confidente. Vedi, Egli manda da te le sue anime più elette, le sue gioie più
preziose perché tu le custodisca, le illumini: sii il loro angelo consolatore, sii la loro guida nella
difficile impresa della lotta per il bene! Vedi quanta stima ha di te il Signore, a qual privilegio ti
ha elevato, quale immenso tesoro ti affida!
Come è stato sempre buono il Signore con me! Sento che Egli mi ha amato di un amore di
specialissima predilezione. Ne ho riscontrato nella mia vita di queste persone esemplari, disposte
verso me con affezione paterna, buona, indulgente da suppormi e farmi sempre buono mentre non
lo ero, da stimarmi sempre degno di considerazione, di affetto, di stima mentre io presentavo nel
mio carattere, nei miei modi, in tutta la mia condotta un contegno tutt’altro che attraente. Quanto
mi sono sentito beneficato da questi esseri, che mi accarezzavano senza che lo meritassi!
Altrettanto è stato il Signore con me. Riconosco che io, col mio basso egoismo, ho posposto Lui
ai miei capricci, per cui Egli dovrebbe essere mille volte disgustato di me ed invece Egli mi ha
vinto con la sua costanza infinita e mi ha reso bene per male. Grazie, mio Dio, infinitamente
grazie di tutto il bene che mi volete.
12 maggio 1908.
Eterna bontà di Dio, ricevetemi, compatitemi, salvatemi! La lotta col male è grande e riconosco la
debolezza estrema delle mie forze. Io sono una vostra creatura, ripiena di miseria e di disgusto,
trasformatemi con la vostra onnipotenza! Desidererei tanto esser buono e lo prometto tante volte,
e poi le forze mi vengono meno.
I miei nemici44 più grandi sono: l’inerzia, la spossatezza, la languidezza di spirito e di volontà.
Comprendo che non sono pronto ad abbracciare il mio dovere allorchè mi costa una qualche
rinunzia a me stesso. Pare quasi che la mia anima sia pervasa continuamente da una folta nebbia
di sonnolenza, che le pesa all’intorno togliendole ogni vivezza ed energia.
Maria santa, Angelo mio Custode, Santi tutti del paradiso che avete dato al mondo una prova viva
di costanza e di energia, date a me tanto da potermi far forza e vincere questo stato anemico di
esistenza! Voglio proprio emendarmi! Non pretenderò troppo, ma qualche cosa voglio fare! La
giornata è tanto lunga e mi darà magari tempo a compiere quanto mi occorre ed anche quanto mi
va a genio.
Incominciamo dalle preghiere, dalla conversazione con Dio. È necessario comportarsi bene col
Signore, se vuoi che Egli stia vicino a te per tutta la giornata. La Messa la voglio dir bene. Chi sa
quale soddisfazione do al Signore e a tutta la corte celeste con la mia devozione nella santa
Messa! Prepariamoci un po’ riflettendo sui motivi che mi spingono ad accorrere al santo altare
con vivo trasporto.
Povera mia anima, povero mio cuore, che nonostante una febbre così ardente di amore da cui siete
agitati, vi trovate tanto ripieni di ghiaccio e di amarezza! Ecco qua un pascolo degno di voi; ecco
qua una sorgente inesauribile di bene, un’acqua purissima onde estinguere la vostra sete; se il
mondo vi sfugge e non può saziarvi, Dio stesso s’impegna di essere il tesoro della mia anima.
Quanto è bello comprendere questo santo mistero di amore che passa tra Dio e noi! Esseri felici
dell’esistenza eterna, lasciate cadere un atomo di quella comprensione che voi avete e noi
moriremo di amore! Sii buona, o anima mia, e un giorno sarai tu stessa un dio.45
18 maggio 1908.
O Signore, l’anima mia è esausta di pensiero. Come sono duro nel venire a Voi; Voi mi cercate
per consolarmi ed io Vi sfuggo sempre. Ho mille pretesti per esimermi dal peso di sentire la
vostra parola. Perdonatemi! Io sento che la vostra grazia mi stringe vieppiù tutti i giorni. Sento di
dovere innalzare la mia vita ad una condotta mille volte migliore. La missione che mi avete
affidato è estremamente delicata e non la si può compiere fedelmente se non si hanno la
robustezza e il fuoco di un’anima tutta vostra. Voglio proprio mettermi assai meglio. Ve lo
prometto di essere più pronto alle vostre chiamate come primo impegno, a preferenza di
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qualunque altro. Il mio cuore ha bisogno di una direzione ancor più forte, di un’attrattiva più
sublime; ebbene, mi sforzerò di innalzarlo alla comprensione di Voi e delle cose vostre. Mio caro
Signore, fate che la mia anima sia un fiore, che il mio sentimento sia un profumo che salga
continuamente a Voi! È il mio ideale questo, o Signore, è tutto il mio sogno, il mio poema. Altri
avranno per loro miraggio l’arte, la gloria, il genio, la ricchezza, la felicità, la vita; io ho il mio
cuore e ne voglio fare un altare meno indegno per Voi.
Ho tante cose da togliere e da purificare; spero con l’infinita vostra misericordia di farlo. Il
motivo più forte, che mi spinge a questa purificazione ed elevazione dell’anima, sono gli esseri
che Voi mi mandate intorno a richiedere l’opera mia, il mio aiuto. Sono esseri puri, delicati,
innocenti, di un’altezza che mi spaventa e, ciò nonostante, si rivolgono a me come ad un essere
superiore domandando guida e direzione. O Signore, mi avete fatto quasi un essere divino con
l’elevarmi al sacerdozio; sento proprio ora quale sia la sublimità della grazia che mi avete donato.
Come Vi corrispondo io? Voi solo lo sapete; io sono scontento: mi pare che potrei fare tanto di
più e dovrei mettermi con più forza ed attività in quello stato di grandezza e di santità che vuole la
mia vocazione. Datemi una mano, o Signore! Mi avete fatto la prima grazia di chiamarmi, fatemi
anche la seconda di rendermi degno della chiamata: prometto di corrispondervi.
21 maggio 1908.
Eccomi qui, o Signore! Desidererei un vostro sguardo, una vostra parola che mi consolasse. Sono
tanto sbattuto e confuso. La mia anima è come una misera canna agitata da tutti i venti. In certi
momenti non capisco più nulla. Ma, Signore, io Vi voglio bene, Vi amo sinceramente e, per
l’amore che Vi porto, protesto di non volervi offendere mai, mai. Questa mia volontà deve essere
tutto me stesso. Ieri quanto ho sofferto, quanto ho desiderato di morire pur di non trovarmi in certi
disgusti, che mi sono scesi proprio nelle ultime fibre del cuore e dell’anima!
Quando sarà quel giorno, o Signore, il giorno della mia risurrezione? Avete ragione: bisogna
prima agonizzare, bisogna prima passare per il calvario. Buon Gesù, sostenetemi!
Quest’oggi voglio andar bene: sarò diligente nel mio lavoro e Vi amerò come un buon figliuolo.
Vi prometto che mi frenerò, per quanto sarà possibile, nell’agitazione febbrile da cui è spesso
sorpresa la mia fantasia. Abbraccerò volentieri le amarezze che mi permetterete e dirò di cuore:
«Riversate pure su di me l’afflizione purché la risparmiate a tanti esseri, che Voi sapete».
Se fossi buono! Se la mia anima fosse proprio quale Dio la vuole, che bella cosa, quanto bene
potrei fare! Perché, dunque, non mi metto con tutto l’impegno a riuscirvi? Più mi considero e più
comprendo che sono un tipo molto strano, una cosa molto ributtante. Se io fossi il Signore,
certamente non mi sentirei portato verso un’anima come la mia. Sono egoista, pigro, disgustoso.
Prometto facilmente e poi facilmente non mantengo. O Signore, io guardo con orrore a me stesso
e mi sento avvilito fortemente. Datemi tanto, Voi, perché riconosco di aver nulla; coprite con la
vostra attrattiva tutte le mie brutture.
Oggi sarò calmo. Nonostante mi senta tanto prostrato, voglio agir bene ugualmente. Dirò con
diligenza il mio Uffizio, purificherò la mia anima col sacramento della vostra grazia, celebrerò
con fervore, il più possibile, la S. Messa. E lavorerò sempre come un vostro buon operaio. E
mettetemi in pace Voi, o Signore! Questa mia povera anima, questo cuore risanateli col contatto
vostro, o divino Onnipotente! Mi abbandono proprio con la massima confidenza e fiducia in Voi.
Fate Voi, che lo potete! Convertitemi, ne ho di necessità. In questo momento fate cadere una
goccia della vostra grazia, affinché mi risani e mi rinnovi completamente.
22 maggio 1908.
Che bella cosa, o Signore, essere amici con Voi, sapere di essere nella vostra intimità! Voi,
Signore dell’universo, padrone dei mari, Dio dell’amore, della primavera, dei fiori. Dovremmo
tenerci sommamente onorati di questa relazione altissima e, invece, quasi quasi, ce ne
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dimentichiamo e, qualche volta, ancora ce ne sentiamo umiliati. Quanto faremo esercitare la
vostra infinita pazienza e misericordia, o adorabile Signore!
Oggi mi sono comportato così così... Ho dormito un po’ troppo, mi è sfuggito un bel po’ di tempo
prezioso. Sono dispiacente e mi sento illanguidito. È appunto per chiedervi perdono che faccio
questa riflessione. Come spendo la mia vita? I miei venti anni, che sono oramai agli sgoccioli,
come li faccio fruttare? Un giorno non avrò più quell’esuberanza di sentimento che ho al presente,
non più quegli slanci, quegli entusiasmi felici che tanto mi fanno bene ora; invece sarà come una
nevicata che cadrà sulla mia anima, sul mio cuore per estinguervi qualunque rigoglio di vita. Se
non ne approfitto ora, è proprio una sventura. Sento che volete molto da me, o Signore, ed io devo
corrispondervi un po’ di più.
Corrispondiamo, dunque! Domani Vi prometto (benedette queste promesse, sono tante... e tanto
inefficaci), Vi prometto di reagire con più forza ed energia. Lavorerò, lavorerò perché sento che
solo nel lavoro è la salute della mia anima. Sarò occupato in qualche cosa sempre: dal primo
momento, in cui mi sveglierò domattina, fino all’ultimo nel quale chiuderò gli occhi, domani sera.
Come sono debole! Come mi viene meno l’energia da un momento all’altro!
Riconosco che mi faccio del male recandomi un disturbo che non mi dà pace e, ciononostante,
non so decidermi a liberarmene. Vi chiedo perdono, o Signore! Aiutatemi a sapermi vincere!
Bisogna che io a tutti costi compia esattamente il mio dovere con Dio, col prossimo e con me
stesso. Solo così mi trovo felice. Diversamente, la lotta contro me stesso è dolorosa, inesorabile.
Madonna Santa, Angelo mio Custode, date tanta fortuna alla mia anima che sappia vincersi,
nell’interesse di rendersi più felice attraverso le severe abnegazioni del suo dovere. Lo spero per il
gran bene che mi volete.
25 maggio 1908.
Pieno di fiducia nella vostra bontà immensa, sono qui con Voi, o Signore. I miei occhi Vi
guardano, la mia anima Vi abbraccia, il mio cuore Vi ama.
Oggi voglio passare una giornata di vostra consolazione, chè possiate essere tanto contento di me.
Comincio innanzi tutto dall’offrirvi tutte le azioni, i dispiaceri, gli affetti di quest’oggi. Quando
lavorerò, intenderò di essere al vostro servizio; quando qualche amarezza cadrà sulla mia anima,
mi piegherò dolcemente e, quasi baciando la vostra mano che mi permette il dolore, dirò
sommessamente: «Signore, tutto per amor vostro!». Quando la gioia rallegrerà come un cielo
sereno il mio cuore, sarà come uno slancio affettuoso che farò fino a Voi per dirvi di gran cuore:
«Grazie!». La Messa, voglio proprio dirla bene. La mia Messa! Che bel dono! Quale immenso
conforto! O mio Dio, fate che la possa dir sempre per tutti i giorni della mia vita! Quel giorno che
non potrò dir più la Messa, prendetemi pure con Voi! Fate che io non mi meriti, con le mie
freddezze, il brutto castigo di esserne privato! Anche l’Ufficio voglio dir bene, come l’inno della
mia lode che salga sino a Voi col profumo dei fiori, col sorriso della natura. Voglio essere
puntuale nei miei doveri. Voglio proprio essere occupato in qualche cosa, sempre, chè mi faccia
star sicuro di incontrare il vostro beneplacito sempre.
Caro Signore, datemi un po’ dello Spirito vostro per le mie povere anime! Hanno tanto bisogno di
me, della mia bontà, delle mie buone parole! Ispiratemi Voi, prestatemi per un momento il vostro
cuore, tutti i tesori della vostra tenerezza! Quanto lo desidero, o Signore! Quanto vorrei che la mia
anima fosse un pane di cui tutti si cibassero, un raggio di sole che illuminasse e un angelo che
consolasse!
Quanto mi seduce il pensiero di poter essere speciale per qualche anima e, magari per molte, un
vero angelo di protezione e di consolazione, un vero compagno nelle tristi scabrosità della vita,
che insegni la strada sostenendo, confortando, raddolcendo le ferite, seminando il cammino di
fiori. Quanto sarei felice di essere la vera fortuna di qualche essere, anzi di molti! È questa la mia
missione46? Concedetemela, o Signore, non Vi domando altro! Anzi, se per poter giungere a tanto
vi è bisogno di soffrire, non risparmiatemi, o Signore!
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26 maggio 1908.
In che modo devo comportarmi per contentare il Signore nell’esatto adempimento dei miei doveri
di lavoro? Devo mantenermi sempre calmo ed eseguire senz’altro ciò che mi si presenta come
doveroso di fare.
Quindi, alla mattina quando mi sveglio e so che è già l’ora opportuna per alzarmi, rivolto il
pensiero a Dio con l’offerta della giornata, io devo senz’altro vestirmi come se rispondessi alla
sua chiamata. Inoltre, devo compiere quelle cose che sono attinenti alla mia cura personale. Viene
quindi la scuola47 o lo studio.
Riguardo alla scuola, potrei essere un po’ più diligente curando ancor più la correzione dei lavori,
la facilitazione e la chiarezza all’apprendere ai miei ragazzi. Forse manco un po’ in questo e, per
conseguenza, riconosco che manca l’ordine, tanto disgustoso per me e dannoso per loro. Quindi
un po’ più di vigilanza. È vero che mi costa abnegazione e sacrifizio qualche volta, pur tuttavia
bisogna farlo.
Riguardo allo studio, a me sembra di essere abbastanza occupato in via generale. Piuttosto, devo
vigilare affinché non mi accada di perdere inutilmente il tempo. Questo è il tranello nel quale
cado quasi sempre, per cui mi accorgo di arrivare a sera senza aver fatto nulla, appunto perché
distolto da questa o da quell’altra faccenda di minima importanza. Allora sento in me stesso una
noia, un disgusto, una languidezza come se avessi mancato ai miei doveri. Bisogna stare un po’
più all’erta, essere risoluti nel lasciare da parte quelle inezie e sapere occupar bene con profitto il
tempo. Solo in questo modo il Signore mi concederà quella soddisfazione, quella tranquilla
dolcezza che apporta infallibilmente il compimento del proprio dovere. Perché non lo faccio?
Perché mi lascio tanto facilmente abbindolare dalle circostanze che il diavolo forse accumula
intorno a me, appunto per togliermi dal poter fare qualche cosa di serio?
Tra le altre cose, ho anche lo studio del pianoforte48 che mi costa tanta vittoria su me stesso per
non lasciarmi vincere dalla noia e dalla ripugnanza di certi momenti. Perché non lo faccio come
per penitenza? Ad ogni modo, riconosco che anche se non fosse così sublime e divino lo scopo
per cui l’ho intrapreso (del quale per altro devo star tranquillo perché mi sono consigliato), pur
tuttavia mi fa del bene perché mi dà modo di occupare del tempo che, diversamente certo, non
spenderei altro che perdendolo. Mi ritempra la volontà, mi occupa l’immaginazione.
27 maggio 1908.
Date, o Signore, uno sguardo all’anima mia, e sia come la vostra divina carezza che la conforta,
un raggio di sole che la vivifichi e la renda più pronta al bene.
Desidero tanto, o Signore, di essere buono, proprio vostro, tutto vostro. Che cosa importa a me il
mondo? È vero che alle volte è bello, è attraente, è affascinante, ma gli manca quello che mi
abbisogna, cioè un bene reale, legittimo, permanente.
Le creature? Come sono ripiene di mistero! Guai se il mio cuore lo impegnassi nella ricerca delle
creature, sarebbe come lo buttassi in un fuoco ardente. Di quanta ebbrezza non possono essere
causa e di quanto dolore! Il pensiero di una creatura può sedurre la fantasia, il cuore, l’anima,
tutta la vita e sedurla in maniera da non farci vedere altro bene all’infuori di quella, quasi essa
incarnasse in sé tutte le prerogative di Dio.
L’amore! Questo maliardo tiranno del cuore è qualche cosa di terribilmente doloroso. Ne ho uditi
tanti esclamare: «Badi che l’amore è qualche cosa di spasimante». E lo vedo. Difatti, si vorrebbe
possedere e non si può; e quando anche lo si potesse, il cuore rimane come fatalmente disilluso.
Ossia, dopo le prime ebbrezze non può a meno di non dire a se stesso: «È tutto qui?». Ecco che
cosa danno le creature! E perché devo mettere il mio cuore alla ricerca di un bene che corrode,
che consuma senza consolare, senza rendere felici? O Signore, quanto Vi ringrazio di avermela
fatta comprendere per tempo questa verità! È bensì vero che costa fatica e sacrificio il far violenza
a se stessi, l’arrestarsi e non lasciarsi trascinare dalla corrente, ma poi è anche vero che in fondo al
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cuore rimane un balsamo di dolcezza indefinibile che, se non sempre, almeno qualche volta viene
a galla e si rende sensibile.
Come sono belle, soavi le nostre calme dopo la tempesta! Si soffre, si piange, si agonizza e poi il
nostro cuore ci dice: «Bravo! Ti sei comportato bene. Un giorno il Signore ti darà una grande
ricompensa». È come se in quei momenti il sole della speranza gettasse sull’anima nostra il roseo
dei suoi raggi. Tutto si colorisce di questa luce divina e le oscurità diventano splendori, le
amarezze addivengono soavità, dolcezze. Ecco il frutto dell’esser buoni! Signore, concedetemi
che io possa mantenermi tale fino all’ultimo istante della mia esistenza! È una fortuna che Vi
chiedo. Per la fiducia illimitata che ho in Voi, solo in Voi, concedetemelo!
28 maggio 1908.
Accoglietemi, o buon Dio, tra le braccia della vostra infinita misericordia ed abbiate compassione
della mia anima. Osservate come sono abbattuto, sfinito dai contrasti della lotta e come mi sento
privo di forze. Non so a chi rivolgermi, mi rivolgo a Voi.
Non sarà mai che mi lamenti, o Signore, del peso della mia croce perché so che è la vostra divina
volontà che me la permette; però, o Signore, Vi dico con tutta confidenza che certe croci io non le
vorrei. Liberatemene, Ve ne prego, sono troppo accascianti! Guardatemi! Sono come quel
pellegrino che, dopo ripetuti sforzi fatti per arrivare al punto di strada in cui presentemente si
trova, si vede ad un tratto attraversato il cammino da un muro insormontabile. Egli si arresta, si
siede stanco ed avvilito ai piedi di questo ostacolo e dice in cuor suo: «Quanto ho faticato per
nulla!». Signore, è troppo dolorosa la prova: essa estingue in me tutte le sorgenti di spirito e di
vita; mi sento esausto, annullato, morto.
Sento però, in fondo al mio cuore, una voce che mi dice: «Perché diffidare? Non è il Signore la
forza onnipotente di chi spera in Lui?». Avete ragione, ho torto io a riflettere in simile guisa. Io
devo umiliarmi e dire: «Ecco quello che sono. Se Dio non mi donasse l’infinito della Grazia sua,
tutte le mie facoltà, le mie potenze sarebbero zero».
Ma non è questo, o Signore, che mi preoccupa: sono mille volte convinto di essere una nullità; è
piuttosto quell’altra cosa che Voi sapete: come devo pensare, cosa devo ritenere? La mia
coscienza è più che disposta a sentirsi tranquilla, ma la nostra incomprensibile immaginazione
non può alle volte privarsi di non dipingersi il contrario. Deve disprezzare. Andiamo avanti lo
stesso! Coraggio! La nostra fiducia è riposta in Dio ed Egli lo sa che siamo disposti piuttosto a
morire che venir meno.
Non è vero, o Signore? Ve lo ripeto anche in questo momento; riconosco che la vostra amicizia è
più preziosa di qualunque tesoro esista sulla terra, che mille doveri di riconoscenza, di fedeltà, di
amore mi legano intimamente a Voi; riconosco che mi volete bene in modo speciale e, per tutti
questi motivi, o Signore, Vi dono tutto me stesso: la mia vita, i pensieri, gli affetti. Fate di me
quello che Vi pare e piace, sono risoluto ad ubbidirvi sempre e di accettare volentieri anche la
morte piuttosto che abbandonarvi. Non badate a sacrifici. Gemerò sul momento, ma poi la mia
anima sarà inesorabile nel divisamento di seguirvi a tutti i costi.
29 maggio 1908.
Mio buon Signore, quanto sono care le vostre anime e quanto è grande la responsabilità che mi
incombe di condurle per la strada retta del dovere sino alle porte del paradiso!
Vedo proprio che mi è necessaria una bontà non comune che mi sorregga e m’ispiri.
Concedetemela! Che devo fare quest’oggi? Un po’ più di quello che non ho fatto gli altri giorni. È
tanto che dico di mettermi proprio estremamente bene e non vi sono ancora riuscito.
So tanto fare a parlare e consigliare gli altri; quanto è duro il farlo con me! È una stoltezza la mia;
lo riconosco; bisogna che mi rimedi. Avrei bisogno: di tanti meriti, di tanta strettezza e intimità
col Signore per poter spargere del bene sulle anime, ed invece molte volte una languidezza
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fenomenale mi restringe l’anima e il cuore in maniera che mi si toglie tutto lo spirito. Ma non lo
voglio, o Signore, questo stato; lo aborro come se fosse uno stato di peccato.
Oggi, oggi, o Signore, voglio che sia una giornata tutta vostra. Cominciamo da questo momento.
Purificatemi col vostro perdono. Sento di avere come uno strato di polvere sull’anima formato
dalle mie negligenze nell’evitare le minime mancanze; toglietelo col soffio della vostra grazia.
Mettete la vostra mano sull’anima mia acciocché io frema di santa tenerezza e mi senta tutto
portato verso di Voi. Sono oltremodo disgustato della mia condizione di animo e vedete, o
Signore, ho tutta la buona volontà di emendarmi. Non voglio essere più così. Ho troppo bisogno
di corrispondervi delle tante finezze che mi usate, del bene che mi volete. Ho troppo bisogno di
essere l’ispirazione e la guida di anime sante che, nella vostra bontà, mi avete affidato.
Gran Dio, bisogna che siate ben infinito nella vostra misericordia! Pensare a quello che sono stato
io, alla miseria in cui mi trovavo e constatare al presente che mi avete posto sul vostro altare
come un vaso prezioso, e che mi avete fatto l’angelo di certe anime – che sono perle preziose di
purezza e di santità – mi confondo mille volte! O Signore, allorchè rifletto su questa divina
trasformazione, che avete operato in me, come non devo mostrarmene riconoscente? Lo sarò, o
Signore; e oggi deve essere la giornata della vostra consolazione. Ve lo prometto di gran cuore e
spero, con l’aiuto della Madonna e del mio Angelo Custode, di potervi riuscire. Sarà oggi una
giornata di vivo ringraziamento per tutto il bene che mi avete fatto.
31 maggio 1908.
Dio dell’innocenza, Dio della primavera, Dio dei fiori, io Ti saluto e Ti amo. La mia anima è
rivolta verso di Te e vorrebbe slanciarsi spasimante, febbrile nel mare immenso, infinito della tua
bellezza e del tuo amore. Quanto sei bello, o Signore, quanto sei sublime e divino! Se Ti
vedessimo, che gioia e che santa follia non ci prenderebbero il cuore e l’anima!
O Signore, sei grande e vorrei misurare la tua grandezza, invece sento che la mia debolezza,
insieme con la mia miseria, cade a terra come sfinita, delusa nel suo volo ardito verso di Te. Da
questa fonda valle di tenebre e di pianto, ascenda a Te, o Signore, lo spasimo ardente. Sia come
un grido che Ti invoca, sia come un delirio che Ti brama. Perdonami, o Signore, permettimi di
esprimermi in questa maniera. Sento la mia anima che freme indomita tra le anguste pareti di
questa miserabile vita, e Ti brama come un assetato, un delirante, un pazzo.
Sei bello! Sei bello quando miro la fotografia del tuo volto nella carezza dei fiori, nello splendore
dell’aria, nella poesia di tutto il creato. Sei bello! Sei bello allorchè Ti sento nella carezza delle
anime innocenti, soavi come tanti Angeli. Perché non permetti, o Signore, che, per un istante solo,
io Ti veda e Ti possa esprimere tutta l’immensa brama di amore che ho per Te? Ho tanto bisogno
di questo appoggio! Permettimi almeno di chiamarti la mia stella, il mio tesoro, il mio poema
infinito, la mia santa follia! Dio! Dio! Se Ti conoscessi, se Ti vedessi, se potessi immergermi,
naufragare in Te! Che bella cosa! Che fortuna!
Mandami presto quella fata misteriosa che mi apporti, nascosta nei terrori più spaventosi, il dono
più grande che noi possiamo desiderare: la liberazione dall’esilio.
Non temo la morte, o Signore, anzi la desidero in quel senso che faceva dire al vostro Apostolo
innamorato: «Desiderium habens dissolvi et esse cum Christo»49. Quando sarà quell’ora? Quando
sarà il giorno più bello della mia vita?
2 giugno 1908.
Quale seguito non interrotto di vicende tristi e disgustose la mia anima deve percorrere! Non è
possibile misurare il genere di amarezza che mi fa soffrire al presente. Non è un dolore grande,
questo no; ma è qualche cosa di insistente, di continuo, leggero ma inesorabile, noioso, ributtante.
È come una densa nebbia che mi avvolge, è lo stesso tedio di una giornata piovosa di novembre.
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Niuna cosa mi sorride, tutto ha l'aspetto insensibile della morte. Buon Dio, com’è brutta la vita in
questi istanti! Vorrei tanto desiderare, sentire, operare, ma sento come un enorme peso che mi
opprime, come un incubo insopportabile.
Potessi, con la meditazione di questa mattina, rifarmi un po’! Rassegniamoci, portiamo questo
peso e questa sofferenza offrendoli a Dio. Sia fatta la vostra volontà. Riconosco che tante volte
sono io, con le mie negligenze e mancanze, la causa di quest’aridità. Me ne dispiace, sono risoluto
di non farlo più.
Datemi la vostra mano, o Signore, acciocchè possa camminare un po’ più speditamente. Sento
l’inerzia che mi opprime. Si vede che siete Voi, o Signore, che non volete che io passi la mia vita
senza lavorare. Oggi voglio vedere se riesco a vincere io. Tutti i giorni riconosco che il diavolo
lavora intorno a me, mi fa un tranello e, con una cosa o con l’altra, mi ruba il tempo in maniera
che me n’accorgo solo quando è già trascorso.
Bisogna essere un po’ più positivi. Quando il tempo è propizio, bisogna prenderlo e non aspettare
e dire: «Farò prima questo e poi quest’altro». È questa la maniera d’ingannare se stessi. Signore,
beneditemi tanto; la forza l’aspetto da Voi, dal vostro cuore. Vi sono tante anime buone che fanno
per bene il loro dovere; perché non devo farlo anch’io? So tanto fare ad inculcare, a spingere gli
altri al bene; sarebbe proprio una vergogna che io rimanessi indietro.
Oggi voglio dire sul serio! È tempo ormai! Il Signore mi perseguita troppo con tante buone
ispirazioni; sento proprio che ha verso di me una premura speciale. Che peccato trascurare
proprio Lui, non tenerne quel calcolo che si merita! Oggi, proprio oggi, voglio rimediare a tutto il
passato. Datemene il coraggio e la forza!
3 giugno 1908.
Prepariamoci a condurre una buona giornata. Ieri il Signore mi ha mandato un’anima che mi ha
proprio insegnato che cosa può essere la vita e quanto può essere grande la tribolazione che Dio
può permettere. Era calma, era rassegnata e le piovevano dagli occhi lacrime tanto dolci e soavi.
Ella mi ha svelato il mistero della sua vita; oh, quale calvario doloroso! «Mi trovavo a 35 anni
giovane, ricca, con uno sposo buono, santo; ci amavamo quanto si possa mai amare sulla terra.
Egli era la protezione dei miei dieci figliuoli e Dio me lo tolse. In quel giorno io pure ero
ammalata e non potei neppure assisterlo nelle sue ultime ore. Seppi che era morto quando già era
sepolto. Per due anni ho vissuto come pazza di dolore. Era tanto buono, era tanto grande per me!
Poi ho riflettuto: un giorno ci rivedremo in paradiso per non separarci più mai. Mi feci coraggio e
mi feci forza a vivere per la salute dei miei dieci figliuoli». E piangeva, piangeva dicendomi:
«Perdoni questo sfogo, mi è tanto necessario».
Gran Dio! Ed io oso qualche volta lamentarmi del peso soverchio delle mie croci! Quante storie
ben più dolorose esistono nella vita! Quella signora, che ha già raggiunto i 70 anni, è calma,
rassegnata ed aspetta la ricompensa dal Signore della sua felicità perduta spendendo la sua vita
nel far del bene ai poveri. Ella ha trovato di potere ridare al suo cuore l’ideale di un amore
immenso, sublime, infinito, nell’amore dei poveri. Quale lezione per me! Dio proprio me l’ha
mandata come la sua parola, il suo avviso.
In questo momento nella mia mente vi è tutto un mondo di pensieri che mi riempiono di
ammirazione, e mi spingono ad una risoluzione che deve dare alla mia vita un indirizzo più
marcato e deciso. Egli mi fa comprendere troppo bene che io devo spendere la mia vita come un
olocausto perenne di amore e di attività nel bene. Bisogna formarsi un fondo buono, un’anima
sincera, un cuore di leone. Oh, quanto lo desidero, come mi sento di doverlo proprio fare questo
passo ancor più risoluto!
Date, o Signore, alla mia volontà la forza dei santi acciocchè sappia decidersi a mettersi davvero
in quella corrispondenza di bene che Voi le domandate. Questa mattina farò tutto a questo scopo.
Pregherò con un fervore soprannaturale.
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4 giugno 1908.
Ricevetemi, o Signore, alla vostra divina presenza, guardatemi con la dolcezza dei vostri occhi
purissimi e infondete nell’anima mia cari pensieri e santi affetti. Desidero tanto essere un vostro
amico speciale su cui possiate contare più che su qualunque altro. Cosa devo fare per piacervi di
più? Confesso che mi dà un grande rimorso la mia inerzia. Vorrei essere più attivo, più interessato
nel vostro bene, più pronto alle vostre divine ispirazioni. Molte volte sono un po’ renitente.
Quanto sono fervoroso nel consigliare al bene le anime che mi si rivolgono! Se mettessi in pratica
io, per primo, quello che suggerisco ad esse, quanto sarei santo! Perché, dunque, non lo faccio?
Perché non ho verso Dio quella santa tenerezza, quel figliale abbandono, quella fiducia estrema,
quella rassegnazione veramente sublime che inculco agli altri? È molto facile parlare agli altri, è
invece assai difficile rivolgersi a se stessi. Ma bisogna ben farlo. Anima mia, oggi saremo più cari
al Signore! Tutto quello che faremo lo indirizzeremo a gloria sua, con l’intento unico di piacergli,
di consolarlo. La tua vita è un profumo continuo di sacrifizio che sale al Signore, diamoglielo,
dunque, con tutta l’espansione del cuore.
Riguardo ai difetti e alle mancanze passate, liberiamocene; purifichiamoci con un bell’atto di
pentimento: Dio ci perdonerà completamente; viviamo una vita più sentita, più bella, più viva nel
Signore. Fa’ che il pensiero di Dio ti sia più abituale e ricorrivi spesso come per attingervi forza,
amore e coraggio. Non è Dio tutta la tua vita, il tuo ideale, il tuo poema, il tuo sogno? Perché,
dunque, Lo lasci tanto in disparte come se non ti appartenesse?
Dio ti guarda sempre e sapessi quanto desidera che tu Gli apra la porta per poter entrare nel fiore
dei tuoi pensieri, nel meglio dei tuoi affetti! Tu, suo sacerdote, suo ministro, suo amico, suo
confidente! È stato Dio che ti ha fatto tanto. Lo tratti tu veramente da sacerdote santo, da ministro
fedele, da amico tenero, da confidente sincero?
È proprio vero, bisogna rimediare ed ottener molto. Oggi mi metterò alla carica di nuovo! Con
calma e soavità, in ogni conversione di pensiero su me stesso, voglio chiedermi: «Piaccio a Dio in
questo momento?». Sarà questa domanda la mia sveglia. O Signore caro, Vi prometto fortemente:
«Sarò dolce, paziente, buono, fervorosamente attivo quale si addice ad un vostro scelto prediletto.
Accettate, intanto, i miei primi pensieri ed affetti sull’inizio della giornata».
5 giugno 1908.
Mio caro e buon Signore, Voi sapete in qual modo vengo da Voi questa mattina. Vorrei che la
mia croce fosse uno scoppio formidabile, che salisse al firmamento, sino a Voi e Vi dicesse tutto
il grido spasimante dell’anima mia, che si trova in un momento assai critico. Perché, o Signore,
tutto questo? Perché mi fate vedere che il portarsi bene al mondo è per noi una cosa tanto
difficile? O Signore, non so che cosa dirvi, non so che esprimervi dei lunghi gemiti che Voi
dovete comprendere. Io desidero infinitamente di fare del bene; perché mi trovo impedito da certi
ostacoli che mi arrestano su tante muraglie insormontabili?
O Signore, o Signore, la mia testa è perduta in un cuore confuso di idee e di vaneggiamenti. Sono
troppe le circostanze che si avvicendano e mi sento come perduto, ma confido tanto in Voi. Per
carità, tenetemi con tutta la potenza del vostro braccio onnipotente e non mi abbandonate più. Vi
prometto di essere molto buono. Comprendo che mi sono necessari una condotta
superlativamente buona e un sentimento forte di convinzione profonda e di attaccamento a Dio.
Ma sì, lo voglio, lo voglio! Anche questa mattina ripeto il mio proposito: «Signore, sarò vostro,
completamente vostro».
Non mi arresterò davanti al sacrifizio che mi costa l’esatto adempimento del mio dovere,
combatterò come un leone.Ma gran Dio, sapete di che fibra sono, datemi tutta la vostra energia
infinita! Angelo mio custode, stammi sempre al fianco; mia cara Madre Maria, la tua protezione
non mi abbandoni mai!
Oggi ritorno ad essere buono come ieri, anzi anche di più. La mia Messa, questo slancio poderoso
che mi concedete ogni mattino con i torrenti della vostra grazia, voglio proprio compirla con tutto
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il fervore possibile. Mi è necessario un trattamento forte di intimità con Dio, altrimenti mi vedo
spalancato ai piedi un abisso. Signore, Signore, vogliatemi ancora tutto il bene che mi avete
sempre voluto, confido in Voi, mi perdo completamente nell’abbandono sicuro della vostra divina
Provvidenza. Voi sapete tutto, conoscete tutto. Consigliatemi che cosa devo fare. Mi vuole del
grande coraggio, del grande ardimento, e mi vuole la grande Grazia vostra che mi sostenga. Oggi
procurerò di piacervi sempre, di non trasgredire di un punto la linea del mio dovere, che mi
tracciate tutti i giorni. Datemi questa fortuna, Ve la domando con tutta l’anima.
6 giugno 1908.
La mia anima ha bisogno di un appoggio perché si sente sfinita: o Signore della forza, datemi la
vostra mano, rinvigoritemi un po’ altrimenti quest’oggi sono sicuro che non mi andrà troppo
bene. Quanto è difficile potersi mantenere a quell’altezza di fervore attivo che è richiesto! Quante
volte ci sentiamo proprio esauriti, con tutta l’amarezza dello sconforto! Tuttavia, mi voglio
mantenere tranquillo nell’esatta osservanza dei miei doveri. Chiederò al Signore il suo fervore, se
me lo vuole concedere di nuovo; se mi vorrà lasciare in questo ghiaccio, io dirò ugualmente: «Sia
fatta la vostra volontà».
Vi è una cosa che mi rattrista tanto vivamente e vorrei proprio che non vi fosse. Sarà Dio che lo
permette? Certamente sì, imperocché, per quanto io esamini me stesso, la mia coscienza, non
trovo la ragione di essa. O Angelo mio Custode, sollevami con le ali tue all’altezza di un’aria pura
e serena acciocchè la mia anima respiri qualche cosa di soprannaturale e di divino, acciocchè mi
senta rinfrancato nella speranza di un avvenire migliore. Mi sta sempre davanti alla mente questo
monito santo: “Bisogna esser buoni”. La bontà per me è tutta la mia risorsa. Senza di essa la mia
vita è un progetto fallito. Ma siamolo dunque, siamolo in una maniera superlativa, immensa. Che
cosa mi manca? Il fervore dell’attività. È vero che lavoro, che faccio qualche cosa, ma senza
regola e alle volte, per un nonnulla, sciupando una quantità di tempo.
Oggi voglio stare più attento. Sopporterò coraggiosamente, calmo e paziente, questo tedio mortale
che mi opprime. Che cosa importa? Si è buoni soltanto quando si ha l’esaltamento della
sensibilità? Però la mia Messa voglio dirla bene egualmente. Non ho altro conforto che quello di
trovarmi in santa intimità con Dio in quei momenti. Il Signore viene proprio vicino a me; Lo
prendo fra le mie braccia come un grazioso fanciullo innocente e Lo sollevo, Lo benedico, Lo
stringo febbrilmente e Gli dico: «Signore, non sentite tutto il torrente della mia anima che freme,
come un leone alla catena, tra le misere angustie di questo corpo mortale? Accarezzatemi, o buon
Gesù, fatemi bello del vostro amore e della vostra Grazia!».
7 giugno 1908.
Oggi si compiono i cinque anni della mia prima Messa. Quale ricordo, quanti bei propositi in quel
giorno così misterioso! Ricordi quando venivano a baciarti le mani, con quanta commozione tu
gliele porgevi e con quanto fervore il tuo cuore diceva al Signore: «Fate che io possa donare tutto
il bene a questi esseri, tutto il conforto, tutta la consolazione del Signore, come adesso porgo a
loro le mani!»? Lacrime un po’ tumultuose, a fatica represse, mi salivano come un groppo alla
gola e sugli occhi e donavo le mie mani con tutta l’effusione dell’animo, come se le porgessi a dei
sofferenti, a degli infelici che avessero bisogno di un amico che tergesse le loro lacrime, i loro
dolori. Dio mi ha in parte esaudito. È proprio in quella Chiesa50 e a quelle stesse persone che Dio
mi ha mandato per l’esercizio del mio ministero sacerdotale. Quante volte le mie mani spargono
sopra cuori ulcerati, anime trafitte, il balsamo delle consolazioni di Dio! Vorrei farlo in una
misura molto maggiore, pur tuttavia sono contento.
Grazie mille, o Signore, dell’alta missione a cui mi avete chiamato, Vi ringrazierò senza fine per
tutta la vita. Più vado e più riconosco quanto grande è stata la vostra generosità a mio riguardo.
Che cosa meritavo io, qual è stata la mia condotta per meritarmi una predilezione così speciale?
Posso proprio dire con verità: «Et de stercore erigens pauperem»51. Lo dico con confusione, ma,
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purtroppo riconosco che non è altrimenti. Se volgo uno sguardo al passato, alla mia infanzia e
guardo al presente, vedo che la distanza è infinita. A chi lo debbo? A Voi. Potevate farmi un bene
più grande? No! Potevate amarmi ancor di più? No! Avete proprio esaurito, a mio riguardo, i
tesori del vostro amore infinito perché, da un abisso di profondità, di bassezza, mi avete sublimato
ad una vertigine di altezza e di nobiltà.
Signore, grazie, grazie! Ve lo meritate proprio che io Vi voglia bene, pazzamente bene! Ve ne
vorrò sempre, sempre! Ve lo giuro, o Signore, con tutta l’effusione dell’anima, con tutta
l’espansione del cuore! E il mio amore più grande lo farò consistere nell’accettare volentieri dalle
vostre mani qualunque sacrifizio. Vi piace così? Inoltre farò agli altri, o almeno mi sforzerò di
farlo, tutto quel bene che Voi avete fatto a me. Vi piace anche questo? Aiutatemi ad esser di
parola!
8 giugno 1908.
O Dio, Signore onnipotente, che siete la sorgente di ogni bene, Vi amo con tutta l’anima. Benché
i miei occhi non Vi vedano, le mie orecchie non Vi sentano, pur tuttavia le creature mi parlano
tanto di Voi. Quale immensa varietà di bellezza, di soavità, di simpatia non si ritrova in esse!
Quale potente suggestione per il cuore, e come si riconosce che l’amore dev’essere la nostra più
viva felicità.
Ora la mia vita è tutta nella privazione, nel sacrifizio; un giorno, una felice aurora, io pure, come
un torrente a lungo represso, mi verserò nell’oceano immenso dell’amore infinito. Per tutto il
sacrificio che mi costa il non amare umanamente, un giorno Dio mi compenserà ad esuberanza
concedendomi un grado più alto, una potenza più viva di gloria e di amore. Quando sarà quel
giorno? Vado sospirando continuamente: «Quando verrà la mia vita?». Quando il bacio della
morte si poserà sulle tue labbra e, come una fata misteriosa, ti chiuderà gli occhi alla luce e ti
arresterà i palpiti del cuore, spento al calore di qualunque affetto umano. Che bel giorno sarà
quello per me, benché preparato da tutte le agonie, da tutti i terrori che accompagnano la
distruzione della mia esistenza! La grazia di Dio, spero, mi accompagnerà.
Intanto, meritiamoci una così grande fortuna. Se la morte non mi prenderà con qualche malattia
speciale, la mia fine sarà quella che è avvenuta a mio padre e a quasi tutti i componenti della mia
stirpe, cioè la paralisi52. Verrà fulminante o progressiva o cronica? Solo Dio lo sa. Io devo vivere
sempre preparato. Oggi stesso ne ho avuto un sintomo; benché sia stato leggerissimo, pur tuttavia
ho compreso qualche cosa. Allo stato latente, quasi in germe, sento il veleno nel sangue.
Preceduto da un battito convulso del cuore, oggi il sintomo mi è passato come una vertigine che
mi ha oscurato la vista, mi ha fatto barcollare. È stato un attimo solo, ma ho ben compreso. Mi
sono detto: «Ecco l’avviso!». Però mi pare di non avere aggiunto: «Signore, sia fatta la vostra
volontà». Non avendolo espresso allora, lo esprimo ora proprio con tutta la forza del mio amore
verso Dio: «Sia fatta sempre sempre la vostra volontà».
9 giugno 1908.
Signore, oggi voglio essere buono, voglio cioè vivere per Voi, perfettamente fedele al fine per cui
mi avete creato. Non sento alcuna consolazione, alcun fervore spirituale, ma è lo stesso. Che cosa
importa se non riesco a consolar me stesso, purchè consoli Voi? Ieri non mi andò troppo bene per
un momento, perché non seppi sopportar con pazienza il disturbo di cose che non mi andavano a
seconda. Dopo questo sconcerto, avvenuto sul pomeriggio, il restante della giornata è andato
molto freddamente. Oggi non voglio assolutamente lasciarmi sopraffare; sarò diligente, affabile,
operoso e voglio ricordarmi spesso del mio tesoro: il Signore.
Sarò rassegnato soprattutto in questa assenza quasi completa di gusto spirituale. È proprio vero:
come si è ricolmi di amarezza e di apatia in certi momenti! Quanto è difficile sapersi condurre
bene! Vi vuol del coraggio, bisogna sforzarsi: sta qui l’importante. Vogliamo farlo! Ho
cominciato dallo scrivere questa meditazione mentre non me ne sentivo tanta voglia. Non è così
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che bisogna vincere se stessi? Voglio essere molto equilibrato per non impormi delle strettezze
superflue di dovere, che mi lascerebbero del rimorso e dell’abbattimento, qualora non vi
acconsentissi; però, quando conosco che la volontà di Dio mi si impone, allora voglio
corrispondervi coraggiosamente. Datemene la forza, o Signore! Ve la domando, Ve ne scongiuro
come un figliolo che dice alla sua mamma: «Dammi del pane, oggi, altrimenti non mi reggo in
piedi». Che posso fare da solo? Riconosco che la mia indole e la mia natura sono indolenti e
perfide. Se non ci fosse la grazia di Dio a coprirmi e a migliorarmi, sarei ributtante. È proprio
vero! Perdonatemi tanto, o Signore! Oggi spero, con la vostra grazia, di potermi portar meglio.
Fatelo buono questo cuore, mettendovi una buona dose di spirito vostro; rendetela un po’ bella
quest’anima dandole un riverbero, benchè lontano, del vostro splendore. Come mi piace un’anima
di questo genere, come l’apprezzo, come l’ammiro e come anche so darne consiglio agli altri,
invece quanto è cosa difficile potermi persuadere che è necessario che io pure sia un’anima d’oro!
10 giugno 1908.
O Signore, ho bisogno di una grazia, bisogna che me la facciate. Vi prego proprio con tutta
l’anima, con tutta confidenza, con la fede più viva, non mi dovete dir di no. Siete stato Voi che mi
avete mandato a far del bene, Voi che mi avete affidato certe anime, Voi che mi avete ispirato, mi
avete sostenuto. Fate che non vi sia una dolorosa disillusione nello scopo che mi ero prefisso.
Quanto mi disturba questo pensiero; le conseguenze sarebbero troppo disastrose. Gran Dio, no!
Non è per questo che io lavoro nella vostra vigna; voglio le anime, ho sete di anime e null’altro.
Esauditemi, o caro Signore! Benedite gli sforzi che faccio, benedite la buona volontà, benedite
tutti quelli che s’incontrano sul mio passaggio. Caro Gesù, Maria Santissima, Angelo mio
Custode, bisogna che Vi interessiate per questa grazia. La voglio, la voglio, la voglio!
Sarò tutto buono quest’oggi per meritarmela; dirò bene il mio Uffizio e la S. Messa, sarò
caritatevole, sarò fedele nel mio dovere, sarò la vostra consolazione. Ve lo prometto. Ma Signore,
in ricompensa, Voi lo sapete quello che dovete farmi. Se non mi esaudite io sto male, mi
disanimo, mi perdo di coraggio. Non è per questo che Vi prego? È proprio perché voglio che il
bene sia reale e non apparente, voglio che apporti la pace e non il disturbo. O mio Dio, ascoltate il
grido di tutto il mio essere! Così sto male, o Signore! Io vorrei avere l’onnipotenza vostra per
essere il padrone dei cuori e accomodarli a mio talento. Se non ho l’onnipotenza davanti alle
creature, l’ho però tanto davanti a Voi, o Signore, con la preghiera.
Dovete farmela questa grazia perché ne ho il diritto. Tutte le anime che si rivolgono a me e quelle
in modo speciale alle quali uso una premura più particolare, voglio che siano veramente e
schiettamente buone. Farò di tutto per ottenerlo. Caro Gesù tanto buono, tanto caro come siete,
venite a consolarmi! Vedete, da ieri in qua ho la tempesta nel cuore perché mi pare che da una
parte, dove speravo di ottener tanto, invece la cosa cambi aspetto. Oh no, o Signore, non lo voglio
così; la mia anima non si riposerà fino a tanto che non mi sarà concessa questa cosa. Gran Dio, io
sono pazzo, Vi prego proprio con la frenesia di un bambino che vuol dalla mamma quello che
desidera. La vostra tenerezza, più che materna, mi rigetterà forse?
12 giugno 1908.
Povera mia anima, rifletti, calma e tranquilla su ciò che conviene meglio alla tua vera felicità.
Non vedi al mondo quante amare disillusioni? Che vuoto desolante non si trova dovunque? Vedi
di stabilirti assai profondamente nella via del bene, anche se ti costa sacrificio. Non lo sai che è
proprio questo sacrificio, che ti promette sicuramente la bontà della riuscita? Lo sforzo continuo,
che devi fare per riuscire a dominarti, è proprio quello che rafforza le basi del grand’edificio di
bontà che devi costruire.
La bontà è proprio il tuo pane, o anima mia! Dio ti ha messo in tali condizioni che l’esser buona ti
è proprio indispensabile e ti è di assoluta necessità. Quanti ve ne sono che, poveretti, non hanno
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compresa questa necessaria verità e purtroppo perdono la loro vita tra un cumulo di amarezze
senza fine! Vorresti tu essere uno di questi?
È vero, suona frequente anche per te l’ora della tentazione la quale mette lo scompiglio, la
tristezza, la ribellione nell’ordine e nella pace della tua anima. Ma vedi? Tutto passa. Sono furori
momentanei, sono acquazzoni d’estate. Il tuo cuore torna tranquillo e silenzioso, come se nulla
avesse mai desiderato.
Che cosa sarebbe, se io avessi una volta solo ceduto alla tentazione? Gran Dio, è uno spavento
infernale pensare al precipizio di un sacerdote che cade nell’abisso dall’altezza a cui Dio l’aveva
fatto salire! E se dovessi venir meno in seguito? È questo il pensiero che mi affligge. Chi mi
assicura che, anche in avvenire, avrò la forza superiore di vincere sempre? Riconosco che questa
forza è tutt’altro che mia, riconosco che è Dio che combatte per me. E se un giorno io divenissi
indegno della protezione del Signore e mi accadesse la disgrazia di essere abbandonato solo alle
mie forze?
Dio, che mi vuol bene, non permetterà tanto. Sarà questo il motivo che mi spingerà a mettermi
ancor più strettamente bene con Lui. Non basta, non basta quello che sono, devo crescere ancora,
devo rafforzarmi di più, devo stringermi a Dio in una maniera più tenera, più figliale, più
generosa. Lo farò con tutto l’impegno. Oggi voglio vedere se procederò bene! Angelo mio
custode, Mamma Santa Maria, realizzate questo vivo desiderio, questa sincera promessa!
13 giugno 1908.
O Signore, ho bisogno di cominciar bene la giornata e quindi vengo da Voi a costo anche di un
po’ di ripugnanza. Oggi devo essere migliore di ieri, devo vivere più riflessivamente.
Riconosco che il mio male è la grande facilità a distrarmi. Con la distrazione mi fugge lo spirito
migliore. Oggi voglio essere diversamente. Voglio essere un po’ più puntuale nel compimento dei
miei doveri. A dir il vero, stamattina potevo essere un po’ più sollecito nell’alzarmi. Ieri non sono
stato pronto nella lettura spirituale: sarò più fedele andando avanti.
La promessa speciale di quest’oggi consisterà nel mantenermi serio, discreto e raccolto nelle varie
occasioni in cui mi troverò, per esempio nel recarmi a Sant’Apollinare53 per l’esecuzione del
canto in occasione della festa di sant’Antonio. Inoltre prometto di lavorare indefessamente sino a
sera. Il compito, che il Signore mi dà, è piuttosto molteplice; mi sforzerò di soddisfarlo
pienamente. La mia Messa, il mio Ufficio perché non dovrò dirli bene se con ciò do tanto piacere
a Dio, alla Madonna, al mio Angelo Custode?
Che bella cosa far tutto bene, giungere fino a sera col poter dire: «Signore, spero che di
quest’oggi sarete contento». Mi meriterei un’infinità di predilezione da parte di Dio e sono sicuro
che le grazie, per le mie anime, pioverebbero in una misura incalcolabile. È dunque a profitto di
esse che io devo esser buono. Quanto desidero di far loro del bene! Quanto mi dispiace, quando
mi accorgo che le mie parole sono insufficienti e non ottengono di piovere su di esse come un
balsamo di consolazione! Tante volte, più che deficienza di ispirazione, è forse mancanza di
merito da parte mia. Il Signore, essendo io buono, starebbe con me più volentieri; fisserebbe la
sua dimora nell’anima mia; alzerebbe il suo altare sul mio cuore e prenderebbe possesso di tutti i
pensieri e i sentimenti miei, di maniera che ne verrebbe per risultato che, quando io parlo, sarebbe
Dio che parla, quando io faccio, consiglio qualche cosa, sarebbe proprio Dio che fa e che
consiglia.
Dunque, qual mezzo migliore che far parlare, far agire, far consigliare Dio stesso per ottenere del
bene nelle anime? È quindi un dovere di carità verso il prossimo che mi costringe ad essere il
depositario di Dio, ossia ad esser buono. E lo sarò! Ve lo prometto, o Signore, sinceramente, con
grande desiderio e ferma risoluzione di riuscirvi.
16 giugno 1908.
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Permettete, o Signore, che la mia anima salga fino a Voi per respirare un po’ di aria migliore.
Quanto è brutta la terra, come sono volgari e disgustosi gli uomini!
In questi giorni ho proprio assaggiato un bel po’ di amarezza a questo riguardo. Quanto mi ha
ripugnato quanto ho sentito la necessità di qualche cosa di meglio delle creature, per il benessere
dell’anima mia! Ho promesso al Signore di perdonare l’ingiustizia e la viltà che si sono
commesse a mio riguardo e lo farò senz’altro. Sarò rassegnato e, proibendo al mio pensiero di
ritornarvi sopra, vedrò di dimenticare.
Quando sarò alla fine del mio triste viaggio, quando entrerò nella patria mia, Dio certamente non
mi tratterà in questa guisa, gli Angeli saranno per me l’espressione pratica di tutta la delicatezza
immaginabile. Se sopporto pazientemente ora, mi meriterò tutto questo trionfo di bene.
Perché, dunque, non dovrò santamente rassegnarmi? Sì, o Signore, lo voglio proprio fare con
risolutezza e completamente. Chi sa quante volte io pure mi sono mostrato così vile ed antipatico
con Voi, chi sa quanto avrete dovuto spendere della vostra infinita misericordia e bontà per
perdonarmi. Sono felice di poter fare anch’io qualche cosa. Facciamolo e non pensiamoci più!
Oggi siamo buoni, cioè regaliamo al Signore tutto il profumo di un’anima buona, coraggiosa e
santa. Teniamo a mente quale sia il desiderio di Dio ed adempiamolo perfettamente.
Perché non potrei avere l’ambizione santa di farmi un’anima bella per il Signore? Il mezzo è
proprio nelle mie mani, nella mia volontà e non ho altro che da approfittarne per metterlo in
pratica. Quanto farebbe una creatura di questo mondo, che desiderasse l’amore di un’altra, se
avesse il modo di poter dare alla sua persona un’attrattiva, una bellezza affascinante! Orbene,
quello che non è possibile per il corpo – poiché è giocoforza rimanere quali la natura ci ha
stampati – lo è tanto bene per l’anima. Noi possiamo darle qualunque forma, qualunque attrattiva,
qualunque profumo, qualunque grazia. E la nostra bellezza ha l’effetto di attirare la simpatia di
Dio. Il Signore è innamorato delle anime belle, le sceglie tra mille per adornare il suo paradiso.
Non vuoi tu, anima mia, essere fra quelle? Ebbene, tocca a te! Bisogna scrostarti un po’,
purificarti un po’: cose tutte che costano sangue, ma alfine potrai dire di divenire un essere bello,
che piacerà al Signore.
17 giugno 1908.
Quanto pensiamo e quanto ci affanniamo nella vita per delle cose che dobbiamo infallibilmente
lasciare, e invece, per l’interesse essenziale, permanente, eterno, quanto poco ci diamo premura!
È un mistero! Se si dà uno sguardo all’intorno, c’è proprio da rimanere agghiacciati. Non siamo
tutti uguali? Non siamo fatti tutti per la felicità? Non è identico il nostro fine? Eppure, si può dire
che la maggioranza degli uomini ha sbagliato strada e s’incammina direttamente verso la sua
infelicità. Quanto è sconsolante!
Dio ha fatto noi sacerdoti gli incaricati speciali onde porre rimedio a questa fatale aberrazione, e
dobbiamo procurare, per quanto è possibile, di riuscire ad ottenere qualche cosa. Che cosa ho
fatto io finora? Posso dire di aver messo in pratica tutti i mezzi onde corrispondere al fine della
mia vocazione? Forse no.
Innanzi tutto è necessario che formi, per bene, tutto me stesso. È una cosa indispensabile! Non
potrò lanciarmi in alto mare, se la mia barca non è sicura; non potrò combattere, se la mia mano
non è forte e robusta; non posso pretendere di insegnare la strada agli altri, se non la conosco e
non la batto io per primo. Bontà e scienza, ecco le due ali con cui devo volare. Mancando o l’una
o l’altra sarei un’aquila imperfetta che certamente dovrebbe rassegnarsi a rader la terra. La più
importante è la prima, per la semplice ragione che la seconda ne è come la conseguenza.
Certamente non sarei buono se trascurassi di fare il mio dovere, quello cioè di impegnarmi con
tutti i mezzi onde acquistare la scienza necessaria. Battiamo, dunque, continuamente su questo
punto essenziale della bontà: torniamoci sopra tutti i giorni acciocchè la mia anima ne sia sempre
scossa come da una sveglia continua.
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Oggi bisogna esser buoni ed esserlo in una maniera generosa. Quindi, sforziamoci! Le mie cose
siano fatte con la dovuta diligenza: bene la mia Messa, il mio Uffizio, la mia meditazione, la mia
lettura spirituale, il mio lavoro. E soprattutto il mio pensiero sia un po’ più disposto a percorrere
le vie che conducono a Dio. Ricordiamoci un po’ più di Lui per amarlo sempre di più. O Signore,
mio essere adorato, Vi offro tutto quest’oggi con le opere di mente e di cuore come pegno del
bene che Vi voglio.
19 giugno 1908.
La mia anima affranta, spossata, ha bisogno di una forza nuova che la ravvivi e la risusciti.
Quante volte non sarei per perdermi di coraggio se la grazia di Dio con la sua insistenza non mi
sostenesse! Ora comprendo come tante anime, con verità, mi rispondano: «Sapesse quanto costa
in certi momenti farsi forza! Come sono pesanti le preghiere e di nessun conforto nei tempi di
aridità». Avete ragione, è proprio un affare estremamente desolante. Non si ha più voglia di far
niente all’infuori che dormire; pare che Dio sia lontano, invisibilmente lontano, sì che di noi non
arrivi ad occuparsi. Eppure è questo il momento più prezioso per il nostro profitto spirituale.
Conviene sforzarsi a continuare, imperturbati, la strada della bontà e del dovere. Ci vuol tutto
l’impegno per eseguire fedelmente quanto la volontà di Dio c’impone. Le nostre preghiere
saranno gemiti di dolore, ugualmente cari al Signore come gli slanci ardenti del massimo fervore.
Perché arrestarci? Non sono sempre quelli gli interessi dell’anima nostra? Non è sempre quello il
Signore? E quindi non facciamo calcolo di questa nebbia, che ci attraversa la strada per farci
perdere direzione. Seguiamo il filo, la traccia del nostro dovere compiuto con diligenza e siamo
sicuri di andar dritto verso il sentiero giusto che ci conduce alle porte del paradiso. Invochiamolo
l’aiuto, il braccio di Dio; stringiamoci alle cure del nostro Angelo; disponiamoci ad un grande
spirito di rassegnazione e non torniamo indietro e nemmeno fermiamoci. Sono rapidi voli, che noi
possiamo fare tra questa nebbia, imperocché il merito delle nostre azioni viene duplicato dallo
sforzo che ci conviene fare.
Venendo alla pratica, oggi dunque mi regolerò a seconda delle riflessioni fatte. Senza pretendere
delle consolazioni speciali, seguirò il Signore, passo passo, con fedeltà inappuntabile. Innanzitutto
perdono di cuore a quelli che ieri mi furono tanta causa di disturbo. Trovai ingiuste le loro
piccanti osservazioni, ma fui troppo precipitoso e troppo eccitato dal nervoso a rispondere. La mia
calma, che adoro in teoria, in pratica non so davvero mantenerla. E il risultato? Mi comprometto,
mi guasto e mi disturbo. Bisognerà dunque essere insensibili come il sasso? Forse no, quando
esiste un motivo giusto; ma certamente sarebbe un gran bene, quando si può calcolare che il
risultato è disastroso. A dir il vero, non mi sono mai eccitato al risentimento che poi non me ne
sia amaramente pentito. Oggi prometto di regolarmi con più padronanza di spirito. Sarò diligente
nella Messa, Uffizio, scuola, studio e lavoro. O Signore, beneditemi con la vostra bontà e datemi
forza.
20 giugno 1908.
Buon giorno, mio caro e buon Dio! Quanto Vi devo esser grato per tanti benefici! Sento la vostra
mano che mi sostiene e mi dà forza. Senza di questa, io sarei proprio nulla. Oggi, per quanto mi è
possibile, voglio sforzarmi di passare una giornata un po’ più viva per voi.
Mi pare di conoscere il mio difetto: una grande inerzia che mi sfibra e mi opprime. Potessi
vincermi completamente! Quanto sarei più buono! Le pene del cuore pare che si siano un po’
calmate, benché il vulcano sia sempre pronto a mettersi in eruzione. L’apatia è il mio veleno.
L’ho chiesto e lo chiederò sempre al Signore: «Lasciatemi il mio cuor giovine sempre, l’ardore, la
follia dei miei vent’anni. Meglio soffrir (buoni) così, piuttosto che diventar di sasso». Questa
mattina, benché oppresso da un peso enorme di spossatezza e di malinconia, tuttavia desidero di
mettermi bene e di fare quello che conosco più consolante davanti a Dio. Se non sento il fervore,
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cosa importa? Non è già la mia consolazione che io cerco come scopo principale finale, è la
consolazione di Dio.
Voglio bene al Signore e desidero volergliene mille volte più. Sono sicuro che è proprio in quei
momenti di apatia naturale che il mio bene, eseguito con sforzo, Gli riesce più gradito. Egli
misura il sacrifizio della volontà e, secondo questo, calcola il grado dell’amore della sua creatura.
Quindi non ci spaventiamo, non ci lasciamo andare imperocché mentre mi credo di essere in
uggia al Signore per la mia freddezza ed insensibilità, forse Gli sono più caro. Tutto sta nella
forza a proseguire con costanza.
Ebbene, non pretendiamo troppo. Contentiamoci di quello che ci viene e non desideriamo di più.
Non fissiamoci troppo a considerare la desolazione dei nostri sentimenti, l’assenza di quell’ardore
giovanile, che è fecondo di slanci e di affetti particolari. Il Signore vuol essere servito a modo
suo. Alle volte domanda tutto il fuoco della nostra anima e ce ne presta i mezzi favorendo
l’elemento sensibile; altre volte invece vuole il profumo della nostra anima, che viene spremuto
dalle strettoie di una pena, o di un’aridità o di una croce. Non è possibile amare il Signore sempre
ad un modo, nel senso di avere sempre quei sentimenti uguali di tenerezza e di simpatia naturale.
Il nostro cuore umano soffre esso pure le variazioni della temperatura per cui alle volte si troverà
inconsciamente ricco, esuberante di fuoco, mentre altre sarà ghiaccio come il marmo. La volontà
non soffre queste necessarie alterazioni e, quindi, disponiamola davvero sempre bene.
21 giugno 1908.
Mi trovo in uno di quei momenti così terribili che non si ama più nulla al mondo. Una
mortificazione amarissima mi ha avvelenato il cuore e l’anima. Vorrei chiedere: «Perché soffrire
così a questo mondo? Non siamo fatti per essere felici sempre?». O Signore, è davvero un
martirio questo! Tutto a rovescio e, oltre allo scarso profitto, anche il danno! O Signore, come
devo fare a consolarmi? È tanto grande l’oppressione del cuore, che mi conviene sospirare
profondamente ad ogni minuto.
O Dio della dolcezza e della consolazione, versate una goccia sola del vostro paradiso sulla mia
anima, affinché si rifaccia un po’! Sono davvero un naufrago in un mare di disgusto! Poteva
succedermi peggio di così? Tutte le circostanze hanno proprio concorso a rendermi la
mortificazione più sanguinosa. Gran Dio, ascoltate il grido fremente della mia anima! Non mi
rivolto, no, contro la vostra Volontà che adoro affettuosamente, anche se mi permettesse dolori
più grandi, ma mi rivolgo a Voi, come al padre mio e a mia madre, per dirvi: «Soffro, aiutatemi,
consolatemi! Perché non sono un santo, un eroe del sacrificio?». Dopo tutto, se questa mattina ho
sofferto, è stato nel far del bene. Che cosa importa a me tutto il resto? Vi ho chiesto di soffrir per
loro e Voi me lo avete concesso. Ho sofferto un’umiliazione così viva che l’avrei pagata con chi
sa che cosa. E poi il resto… O Signore, più che tutte le mie parole e le mie azioni, guardate al mio
soffrire! Fate che questo sia tutto il bene che la mia anima Vi può dare in quest’oggi!
Mi sento spossato, infranto, annientato. La mia anima si trova in uno di quei momenti terribili in
cui nulla le sorride, tutto è infinita tristezza. Bisognerà sopportarla per vostro amore. È questo
l’ostacolo più spaventoso che bisogna sormontare per mantenersi buoni. Il resto, in qualche
maniera, si sopporta abbastanza; questo invece stringe l’anima in una maniera così opprimente
che pare le tolga il respiro e la vita. Quanto è desiderabile il paradiso in questi momenti e quanto
sembra lontano! Come è mai possibile vederlo vicino mentre una nebbia densissima ce ne toglie
completamente la vista? Bisogna applicarsi con premura e fedeltà al dovere che mi si offre al
presente, abbandonare la mente e il cuore e le consolazioni perdutamente in Dio, con la certezza
che, in questa guisa, la mia anima cammina, cammina e si troverà presto fuori da questo incubo
doloroso, e rivedrà l’aria serena, il sole, il fervore, la prosperità. È così che bisogna reagire contro
il tedio e la noia: con la rassegnazione, con la fedeltà e con l’abbandono in Dio.
25 giugno 1908.
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Dio della forza e dell’onnipotenza, accogliete benignamente la mia anima e infondetele la vostra
grazia imperocché è quasi completamente esaurita. I miei giorni trascorsi non sono stati
abbastanza di soddisfazione; uno strato di nebbia densissimo mi ha involto producendomi una
sonnolenza fenomenale. Com’è mai triste e ributtante la vita! Com’è mai evidente che qui, in
terra, non c’è il nostro fine! Il cuore sempre assetato, sempre insoddisfatto, languisce
mortalmente. Sento in me un malessere sottile, leggero che serpeggia nelle fibre più intime
dell’anima e mi avvelena. Che cosa bramo, che cosa voglio? Il cuore saprebbe dare una risposta
adeguata.
Mi sono rassegnato tanto volentieri. Vi sono tanti che hanno bisogno di me, delle mie preghiere e
delle mie sofferenze. Leggevo ieri: «Sapessimo quanto sono utili i nostri dolori, sopportati
pazientemente, quanto possono per il bene dei nostri cari, saremmo contenti di soffrire; lo
considereremmo come una grazia speciale del Signore, che degna unire le nostre miserie
all’immolazione che Cristo ha fatto per il bene dell’umanità». Dunque sopportiamo. Stendiamoci
sulla croce con Gesù e siamo risoluti a soffrire e morire con Lui. Signore, datemene la forza
giacché riconosco che, abbandonato a me stesso, mi è impossibile assolutamente di far qualunque
cosa.
Ascoltatemi: «Vorrei essere liberato da questo torpore che mi filtra fin dentro le ossa,
producendomi uno spossamento, una languidezza infinita». In questo momento sento sull’anima
come un peso insopportabile che mi prostra fino a terra. Vorrei dormire. L’oblio del sonno, questo
solo potrebbe sottrarmi al disgusto, alla noia, al tormento. Ma dormire non è il mio dovere. Devo
vegliare, lavorare, combattere. Il Signore mi aiuterà! Intanto facciamo il meglio possibile quello
che mi si presenterà da compiere: esattezza, puntualità, coraggio. Ecco il rimedio! Dio mi
compenserà in ragione dello sforzo. Quando sia così, che importa il resto? Via, facciamoci forza,
trasciniamo la nostra anima attraverso questi dirupi seminati di spine, se vogliamo giungere alla
sommità del monte dove troveremo il riposo: il paradiso! È necessario, indispensabile farla tutta
la strada; dunque, agiamo con cuor risoluto e via, senza arrestarci! Dio darà quel tanto che basta
per non venir meno giammai.
26 giugno 1908.
Che gran cosa essere gli amici di Dio!
Il Signore, ricordandosi di noi, ci ama con tutta la finezza, l’ardore con cui si può amare un
amico, anzi un fratello, un amante. Noi non riflettiamo mai su questo sì grande tesoro di bene.
Quante volte ci disturbiamo perché ci vengono meno le creature e non pensiamo che Dio è tutto
nostro, se lo vogliamo.
Chi è Dio? Dio è tutto il bene, il bello, il grande che comprende in Se stesso l’attrattiva di
qualunque fascino che esiste su questa terra. In Dio vi sono: l’incanto della natura, la tenerezza
delle creature, il fremito dell’amore, tutto un paradiso di grandezza e di felicità. E questo Dio mi
permette di desiderarlo, di amarlo, anzi Egli stesso mi desidera e mi ama.
Quale fortuna! Quanti confronti potrei fare tra le creature e Dio! Le creature sono ambiziose,
sfuggono e vengono meno. La bellezza, la grazia, la gioventù sono cose passeggere che
tramontano presto; Dio invece è sempre giovane, è sempre bello, sempre affascinante. Povero mio
cuore, che hai tanta sete di amore, gettati in questa sorgente di acqua pura e ne sarai pienamente
soddisfatto!
È vero che brami anche la sensibilità e Dio non dona la sensibilità. Orbene, sia questo il pegno del
tuo fidanzamento con Dio; questo sacrificio mostri la tua fedeltà, la tua intenzione di essere
piuttosto disposto a tutto soffrire, a tutto rinunziare pur di posseder Lui, ora e sempre. Comincia,
dunque, a dire ben di cuore: «Mio Dio! Tutta la mia giornata, buona o triste, è vostra; è per Voi,
perché Vi amo!».
Quando incominci il lavoro: «Per ubbidirvi, o mio Dio, perché Vi amo!». Facendo del bene: «Lo
faccio a Voi, Signore!». Quanto sono felice di potervi così mostrare che Vi amo tanto!
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Facendo un’elemosina: «Per Voi, o mio Dio. Mi sembra che me lo domandiate Voi; a Voi darei
anche gli occhi e la vita perché Vi amo».
Essendo trattato male: «Come Voi, o mio Dio! Grazie! Fatemi un po’ di scuola!».
Alla sera prima del riposo: «Mio Dio, oggi Vi ho amato poco, domani Vi amerò di più».
Ecco, povero mio cuore, tutto il tuo tesoro, il tuo paradiso! Lo puoi amare, il Signore; dunque,
sarai felice!
3 luglio 1908.
Mio buon Signore, eccomi qui per la cento millesima volta a promettervi di esser buono! Vi
vogliono proprio tutta la vostra pazienza e bontà infinita per sopportarmi così tanto. Chi sa quanto
Vi disgusteranno la mia freddezza, la mia insensibilità e la mia apatia! Io stesso ne risento nausea
e ripugnanza nella mia anima. Com’è infingarda, com’è dura a muoversi, com’è egoista! Pare che
calcoli quasi sempre il mio tornaconto ed allora soltanto mi muovo. E Voi, così buono, così
generoso! Anche ora mi avete elargito la pienezza del vostro perdono nella divina purificazione
del sacramento della penitenza; avete ridonato alla mia anima lo splendore di un’anima fervorosa,
la candidezza di un angelo, la divinità della grazia vostra.
Perché non dovrò mantenermi così sempre? Perché la mia ignavia e sonnolenza devono offuscare
così presto il cristallo terso che mi avete donato? Signore, prometto di vigilare alla custodia di me
stesso in maniera da mantenermi sempre così attraente. Che la mia vita sia un profumo, che salga
a Voi gradito! Lo desidero immensamente, infinitamente, o Signore! È proprio la mia volontà, la
sostanza della mia anima, che Vi parla. Voglio, voglio, voglio essere la pupilla degli occhi vostri,
l’amico vostro confidente, quello su cui potete disporre liberamente. Sono assai dispiacente dei
miei 28 anni che non sono ancora vostri completamente. Quanto avrei potuto progredire nella
santità, quanta strada avrei potuto fare e invece sono ancora molto indietro! Ma, Signore, che
debba proprio andar sempre così? È quello che domandate Voi pure a me. No, o Signore, che non
voglio che sia sempre così! Cominciamo di nuovo, rinfranchiamoci!
Datemi, o Signore, in questo momento, il vostro bacio che mi purifichi perdonandomi. Io lo
ricevo e Ve lo rendo con tutto lo slancio della mia anima giovanile. Questi baci, o Signore, che
avrei potuto donare al mondo, alle creature, li ho riserbati per Voi. Accoglieteli, o Signore, sono
tutto il mio tesoro che serbo ancora intatto. Voi solo lo sapete quanto mi costa il difenderlo e, se
fino ad ora ci sono riuscito, è proprio perché mi avete aiutato Voi. Per carità, o Signore,
continuate sempre a difendermi così, da non perdermi di vista, perché Vi amo e confido in Voi.
5 luglio 1908.
Vengo a raccogliermi alla vostra presenza, o Signore buono, per ascoltare la vostra parola. Ne ho
tanto bisogno, è tanto grande il desiderio di mettermi bene.
Dando un rapido sguardo alla mia anima, non la trovo mai come vorrei. Ho bisogno molte volte,
infinite volte, di ricompormi, rinnovellarmi. Lo faccio anche ora, o Signore, Vi chiedo perdono
con grande umiltà di cuore della mia poca attività fervorosa. Stamattina sono stato un po’ meno
attento e premuroso di far bene. Non sia più così! La mia volontà cancella e ritratta tutto quanto
non piace a Voi, mio Dio e Signore! E intanto Vi chiedo la grazia di conoscere sempre più me
stesso. Quante volte rivolgendo sulla coscienza lo sguardo dell’anima, ritrovo nebbia e buio pesto.
So di non essere contento e null’altro. Quanto è dolorosa e pesante in questi momenti la vita
spirituale! Si è proprio abbandonati in balia dell’ignoto, senza alcun conforto.
Conosco, però, quello che devo fare; la sento chiara e decisa la voce del Signore: «Sii puntuale e
fedele in tutti i tuoi doveri: doveri con Dio, col tuo stato, col tuo prossimo!». I doveri con Dio
sono la preghiera mentale e vocale. La mia meditazione perché non la faccio sempre? Perché me
ne esimo, per dar campo ad altre cose di ordine secondario. So che mi costa in certi giorni un po’
di sforzo, ma so anche che è a costo di questo sforzo che si progredisce e si diventa santi. La mia
Messa potrebbe essere meglio preparata, con più slancio celebrata e ancor più diligentemente
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compiuta con un buon ringraziamento. La Messa! Che grande cosa! Che privilegio straordinario!
Che grazia immensa infinita! Un giorno, quando non la potrò più celebrare, quale disgrazia!
È proprio vero, o Signore, io non rifletto mai sul tesoro immenso di predilezioni con cui mi
circondate. Io, che merito tanto poco, pure ho ricevuto così tanto a preferenza di tanti miei
compagni i quali, forse, erano forniti di una volontà migliore della mia. Che cosa importa se mi
manca il fascino del mondo? È una commedia che ha i suoi eccessi deliranti di godimenti, ma poi
ha, purtroppo, la sua miserabile fine. Oh, quanto è vero! Com’è più giusto e vero che io mi
attenga ad un bene migliore che non viene meno giammai! Costa bensì sacrifizio il mantenerlo,
ma alla fine il risultato sarà strabiliante.
Il mio Uffizio! Oh, gran Dio! Ho proprio dei rimorsi sul mio Uffizio: potrei dirlo mille volte
meglio. Mi par di non dirlo bene mai. Mi mancano attenzione, riflessione ed un fine ben deciso.
Provvediamo!
7 luglio 1908.
Signore, non sono contento di me stesso! La mia riflessione non so tenerla fissa in alcun pensiero,
ma vola e sfugge a qualunque proposito determinato. Quale vergogna!
È mai possibile che tra due amici intimi come siamo, io e Voi, possa esservi una freddezza così
spaventosa come la mia? Voi che direte, o Signore? Sono tanto facile a dimenticarmi di Voi, Voi,
che siete il mio tutto, il mio tesoro infinito. È davvero una disgrazia!
Sento qualche cosa in me che si agita e si ribella; qualche cosa che si può comprimere ma non
soffocare; sento di possedere forze che rimangono sterili, energie che si annientano nell’inazione,
affetti che non posso prodigare e che muoiono in me. E soffro più acutamente, più amaramente
che sotto il peso di un grande dolore, e sento che non ho proprio più la forza di andare avanti così.
Bisogna che io prenda il mio coraggio a due mani, cercando a tutti i costi la via della salvezza,
invece che soffocare questo desiderio ardente e doloroso che mi tortura nell’oscurità dell’apatia.
Dio non mi caricherà al di là delle mie forze. Quando Egli mi fa sentire che così non posso
continuare è perché vuole che cerchi un’altra strada.
Che cosa posso fare per intanto? Devo formarmi il carattere. Devo cominciare dal lavorare nel
mio interno per poi portarmi all’esterno. Come lo concepisco io formarmi un carattere? Esser
pronto nell’adempimento di tutti i miei doveri, non indietreggiare davanti a qualunque sacrifizio
pur di far del bene, amare, amare sempre tutti, non di quell’amore morbosamente sentimentale,
fatto di egoismo e di passione, ma di quel vero sentimento nobile e forte che si esalta e si sublima
nella dedizione e nel sacrifizio. Il mio carattere sacerdotale non lo conosco forse? Non devo io
somigliare a Cristo?
O Signore, concedetemi di poter riuscire a formarmi come un vero apostolo del bene!
Inspiratemene la strada, indicatemi i mezzi. È l’unica cosa che io Vi domando a questo mondo.
Tutto il resto – amore, beni, fortune, bel tempo – io lo dono a Voi nella generosa spontaneità del
mio sacrificio. Solo Vi chiedo: «Datemi la pura e santa soddisfazione di essere una forza, un
appoggio per i deboli, per i vacillanti, per chi cerca la luce!».
28 luglio 1908.
Signore Dio onnipotente e Padre mio, mi prostro innanzi a Voi e rivolgo i miei occhi alla vostra
divina presenza.
Io non sono buono, no; ho però vivo nell’anima il desiderio di migliorarmi, di scuotere il giogo
ribelle dei sensi, di far trionfare lo spirito, mettere in armonia di azione la pratica e la teoria.
Sento di aver l’anima piena di una luce radiosa, ma non ne so svolgere l’energia vivificante.
Talora sono preso da debolezze terribili; davanti al dolore e alle contrarietà m’inquieto, mi
prostro, mi ribello al destino, mi pento, ne soffro! Tal’altra mi sorridono al pensiero luminose
chimere e qualche fulgido sogno, che ha però sempre un fondo di realtà buono ed io, con
l’entusiasmo dei miei vent’anni e del mio carattere, ad esso mi attacco con tenacità e violenza;
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vorrei che pur altri mi secondassero e, dinanzi alle troppo frequenti disillusioni, mi abbatto e mi
ribello. Voglio combattere la ribellione e le debolezze e farmi un’anima veramente sincera e un
carattere veramente inalterabile.
Sento Dio in ogni atomo, Lo vedo in ogni cosa, in ogni manifestazione della vita. Credo in Lui
con una fede ricca di profonde convinzioni, Lo amo con tutta l’esuberanza della mia giovinezza.
Davanti a Lui sento la nullità di me stesso, la vanità delle cose che mi circondano, la volgarità
disgustosa delle creature. Ma non so né posso rimanere lungamente fisso in un pensiero; non so
mantenermi delle ore in ginocchio, anche se più da presso stringe imperioso il bisogno. Prego a
tratti, a momenti, ma vi metto tutto lo slancio di un’anima ardente che allora diviene mistica e si
eleva: si eleva davvero su in alto, in una regione divinamente bella e pura. In quegli istanti la
morte sarebbe per me l'apoteosi di una vita che lascerei senza amarezze e rimpianti.
Assai spesso rifletto: «Tutto il complesso del mio carattere, dei miei sentimenti, della mia anima
sarà di piacere a Dio?». Quanto ne sarei orgoglioso e come mi sentirei felice! Certamente questo è
in mio potere. Se mi sforzo di mantenermi sempre un’anima pura, di regolare la veemenza dei
miei affetti, di consumarmi per il bene, io sarò come un fiore olezzante davanti a Dio. Se mi
mantengo incrollabile di fronte alle contrarietà, alle disdette e specialmente di fronte alle
amarezze e alle languidezze di spirito, Egli certamente mi guarderà come un suo servo fedele di
cui può far calcolo.
12 agosto 1908.
O mio buon Dio, ho tante cose da dirvi, tante cose che tormentano la mia anima! Vedete come
soffre quella povera creatura? Datele il coraggio, la forza per saper portare sino alla fine la sua
croce, che dev’essere spaventosa! Quando anch’io sarò in quegli estremi, dovrò soffrire
altrettanto? Quanto è necessario essere preparati! Deve essere così indispensabile, per arrivare
alla gloria della felicità, passare per un fuoco così inesorabile di sofferenze! Quale mistero! La
nostra anima vi si perde e solo il pensiero che Dio ci assisterà e ci condurrà sulle sue mani, in quei
momenti, ci può mettere un po’ di speranza e di pace.
«Facciamo il bene intanto che ne abbiamo il tempo»54. E cosa faccio dunque io al mondo? Perché
non sono contento, perché vivo in un’agitazione continua che mi fa dire ad ogni istante: «Non
basta, bisogna fare anche di più»? Dio santo, ispiratore delle grandi azioni e delle energie
feconde, mostratemi, dunque, qual è la strada per cui mi volete!
«Per ora fatti buono ancor di più» pare che mi diciate. Non lo fui, dunque, ieri abbastanza? Forse
potevo essere più attivo, più regolato nel compimento del mio dovere. I miei doveri di pietà
andarono quasi discretamente; i doveri di ministero altrettanto; i doveri di miglioramento forse mi
sfuggirono di mente. Oggi, oggi! Oh, che bel conforto il poter dire: «Ho ancora del tempo da
rimediare, da mettere in pratica quello che ieri non ebbi la forza di eseguire». Vi offro di gran
cuore la mia giornata, o buon Signore. Voglio proprio che sia vostra, completamente vostra. Ho
bisogno di Voi: per me e per le anime che mi appartengono. O buon Gesù, date a quel povero
essere, che si dibatte nell’agonia, tutto il conforto della vostra grazia, della vostra rassegnazione.
Date a me di potergli dire qualche parola di bene, che lo possa aiutare. Signore, come mai, mentre
in passato mi sentivo tanto fecondo di pensieri e di cose sante, ora mi sento proprio inaridito al
punto che non mi riesce di dire un parola? O la mia Madonna, bisogna che mi assistiate, che mi
copriate con la vostra tenerezza materna, affinché io compia bene la missione che Dio mi ha dato.
Quell’anima è affidata a me e quindi è mia. Non ho diritto di aiutarla e di desiderare per lei il
paradiso? Mia divina ispiratrice, dammi, dunque, la tua mano, il tuo pensiero, la tua bontà
acciocchè io possa condurre quell’essere fino alle porte del tuo paradiso! Avrei tante cose da
chiedervi in proposito, ma Voi comprendetele in una parola sola: «Fatemi l’angelo di quell’anima
e di quella casa!».
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21 agosto 1908.
Signore, sono freddo questa mattina, ho bisogno di un po’ di calore, di un po’ di fervore:
concedetemene benignamente! Quanto riconosco di aver bisogno di Voi! Come sono misero,
abbandonato alle sole mie forze! È tanto tempo che Vi ripeto di farmi completamente buono e
ancora non ci riesco.
L’ordine, nelle mie azioni, non lo ottengo. Mi lascio abbindolare dall’inerzia del momento; mi
sfugge il tempo e così mi rattristo; mi disanimo; mi abbandono alla rilassatezza. Ecco quello che
faccio! Vi sono alcuni che mi credono nientemeno che un santo. Gran Dio! Quale ironia di cose,
quale lezione di rimprovero per me! Sì, appunto, dovrei essere un santo. E invece? Purtroppo,
temo di non essere neppure, alle volte, un buon diavolo! Ma ingegniamoci a farci forza: è Dio che
mi chiama, mi spinge, mi costringe a farmi buono, anche con questa stima superiore delle
persone. Certo le grazie, che Dio mi fa, sono eccezionali. Sento proprio che Egli mi assiste con
una tenerezza così generosa che proprio mi commuove. Sono circondato talmente da persone e da
cose che ne risento di continuo una calda ispirazione di fervore. Non mi è possibile arrestarmi:
esse mi spingono; non è possibile addormentarmi: esse mi tengono sveglio. Poteva il Signore
mettermi meglio? Oh certo, bisogna approfittarne! Forse le circostanze presenti, un giorno,
potrebbero cambiare, tanto esterne quanto interne; ed allora, anche se io lo volessi, forse mi
troverei sprovvisto di mezzi in modo che, certamente, non vi riuscirei come potrei riuscirvi ora.
Oh, se potessi proprio divenire tale e quale la grazia di Dio mi vuole! Se fossi veramente buono!
Ma perché, o mia anima, tante esclamazioni, tante espansioni di desiderio e poi rimani sempre la
stessa? Diciamo piuttosto seriamente e fermamente: «Oggi voglio! Che devo fare?».
Esattezza inesorabile nei tuoi doveri. Non li ricordi più? Doveri di pietà, doveri di lavoro, doveri
di ministero, doveri di miglioramento. Questa sera ti esaminerai su questi quattro punti. Tieni a
mente che uno dei tuoi difetti principali è l’incostanza: cominci bene e finisci male. Perché le
ultime azioni della giornata non le fai con quelle correttezze con cui fai le prime? Non vedi che ti
guasti in questa maniera? Dunque, decidiamo! Oggi, o Signore, un’altra prova. Ve lo prometto di
cuore. Datemi il vostro braccio, o Signore, per ogni istante che devo trascorrere! Parlatemi di Voi,
chiamate a raccolta spesso la mia mente, il mio cuore, la mia anima così proprio amorosamente
come una mamma, che dice al suo bambino: «Ehi, ci siamo dimenticati?».
26 agosto 1908.
Signore, che cosa vorrete fare di questo tronco di anima che è pieno di debolezze, di difetti e di
mancanze? Come mi vergogno di essere tale! Che rimorso sento nel pensare che avrei tanto
obbligo di essere un campione di fervore! Ma che devo fare dunque? Insegnatemelo! Sento
perennemente questa scontentezza di me stesso e mi trovo impicciato a provvedere. Signore,
datemi lume perché voglio porre in rivista un po’ la mia anima per trovare, se è possibile, il
difetto e rimediarlo. Tutto il male che riscontro in me consiste in una grande difficoltà nel
rivolgermi spesso col pensiero a Dio durante la giornata. Questa difficoltà consiste nel trovarmi
sempre distratto.
Una svogliatezza infinita pesa sull’anima mia come una nebbia densa, soffocante. Se io fossi più
energico, più risoluto e più vivo nel discacciarla, avrei meno rimorso. Questo mi sembra il difetto
intimo che mi snerva e mi avvilisce. Da questo ne vengono alcuni altri, se vogliamo di poca
importanza, ma che mi fanno poca buona compagnia. Perché, per esempio, non mi dispongo
davvero sul serio, a correggere un po’ la mia maniera di trattare con le persone, di parlare, di
manifestarmi? Riconosco di mancare di quella seria semplicità e di quella cara naturalezza che
costituiscono un’anima di vera e buona intenzione. Sono trasandato ora come dieci anni fa, so di
mancare in maniera da sentirmi poi avvilito e fiacco. Rimediamo anche questo, oggi! Quante
volte mi viene il pensiero sopra altre persone e dico: «Se io fossi nella tal persona, in quelle date
circostanze di occupazioni e di vicende, oh come mi parrebbe di poter esser buono, come mi
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riuscirebbe facile il far bene il mio dovere e compier tutto per amor di Dio!». Ma la mia posizione
non è quella più adatta e più ben disposta di qualunque altra ad esser buono? È proprio così! La
nostra indolenza ci porta sempre a considerar gli altri, magari a considerar come attraenti le loro
croci facili, i loro doveri, e non pensiamo che con ciò noi perdiamo tempo e trascuriamo noi
stessi. È ora che rifletta seriamente su quell’impegno che il mio ministero m’impone di avere per
la salute spirituale degli altri; bisogna che io lo abbia prima per essi, altrimenti io lavoro al vento.
Che umiliazione sarebbe per me, un giorno, il dover constatare che mentre ho faticato per
condurre in alto certe anime, io poi sono rimasto a un grado assai inferiore!
8 settembre 1908, ore 4,30.
Sono alla vostra presenza, o Signore! Avvolgete il mio essere con la vostra luce, riscaldatemi col
vostro calore affinché cercandovi io Vi trovi. Compatite le mie miserie, perdonatemi tutto il male
che ho fatto; Vi prometto che, per amor vostro, mi terrò sempre sulla strada retta del bene e, per
quanto potrò, farò del bene. È necessario essere buoni. Per due ragioni: per la felicità della vita
presente e per quella della vita avvenire. Vogliamo essere felici e la bontà deve essere una
conseguenza di questo desiderio infinito dell’anima. Non si può essere felici se non si è buoni,
dunque.
Chi non vede come si sta male al mondo? Per quanti sforzi si facciano, non si arriva mai a
conseguire quello stato di benessere che si desidera. Nessuno è contento della sua sorte. È una
verità che si tocca con mano. Dappertutto vi sono delle croci, si soffre in tutti gli stati. Soffre chi è
ricco e chi è povero, chi ha agiatezze e chi non le ha, chi ha salute e chi è ammalato, chi ha
fortuna e chi ha disdetta, soffrono i bambini, i giovani, gli uomini, i vecchi: tutti, tutti senza
eccezione.
Quale meraviglia? Siamo poveri esiliati; si può star bene nell’esilio? Siamo poveri carcerati; si
può star bene nel carcere? Siamo poveri naufraghi; si può star bene nella tempesta? Possiamo
evitarla la tribolazione? No. Essa verrà sempre a galla, qualunque sia lo sforzo che noi facciamo
per farla andare a fondo.
Bisogna, quindi, difendersi. In che modo? Non sfuggendola poiché non vi riusciremmo, ma
affrontandola, coperti di una buona corazza, cioè con l’animo disposto bene. Questa corazza è la
bontà. La bontà dà una tinta soave e dolce a tutti i nostri pensieri, a tutte le nostre parole, a tutti i
nostri sentimenti, a tutti i nostri atti. Questa tinta dolce, soave, profumata, è tutto quello di buono
che possiamo godere al mondo. Mancando questa dolcezza, tutto è aspro, ostico all’anima e al
corpo, a se stessi e agli altri.
9 settembre 1908, ore 5.
O Gesù, Maria, Angelo Custode, fate risuonare nell’anima mia la dolcezza della vostra parola! È
necessario esser buoni. Al mondo non vi è la felicità e quindi si sta necessariamente male.
La felicità è l’aria dell’anima nostra e, come la mancanza d’aria soffoca il corpo, così all’anima
senza felicità viene meno il respiro. La sperimentiamo difatti questa soffocazione continua:
soffocazione di verità, di amore e di vita. Vi è soffocazione di verità imperocché, per quanto
sentiamo in noi l’istinto della verità, tuttavia – fatta astrazione dalla verità della religione, che
crediamo sulla parola di Dio –, per il resto brancoliamo ciechi nell’oscurità del dubbio e
dell’incertezza.
Vi è soffocazione di amore. Chi lo sa dire lo spasimo grande che sentiamo nel nostro cuore? Chi
sa dire quanti drammi dolorosi per questa passione, che ci arde nell’anima febbrilmente? Eppure
la felicità dell’amore ci sfugge, una disillusione amarissima, continua, corona l’esito dei nostri
desideri.
Vi è soffocazione di vita. Vorremmo vivere eternamente la vita della gioventù e invece ci
sentiamo mancare tutti i giorni. Il tempo ci ruba il calore e le forze; ci solca di rughe la fronte; ci
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fa diventar vecchi, stanchi e spossati. Ecco in che modo l’anima nostra respira, ecco in che modo
noi siamo felici al mondo!
Però questo è certo: che Dio, avendoci creato per questo fine di esser felici, avrà disposto, nella
sua sapienza e nella sua bontà infinita, il modo di poterlo raggiungere. Quale sarà questo modo?
Con la bontà. Questa è la strada che conduce al porto infallibilmente! Il Signore la mostra a tutti,
e a tutti dà il mezzo di essere buoni. Per quanto si faccia, per quanto tormentiamo l’anima nostra
tentando mille vie per farci contenti, non si riuscirà mai a nulla, anzi ci allontaneremo sempre
maggiormente. Solo la bontà versa nell’anima nostra il balsamo che raddolcisce qualunque
amarezza, la circonda come una corazza con la quale far fronte al dolore, e tinge di un color roseo
l’aria che si respira.
20 settembre 1908.
Dio onnipotente, mi metto alla vostra divina presenza. Mi riconosco indegno per il mio nulla che
sono e per i tanti miei peccati con cui ho offeso la vostra maestà infinita. Ve ne chiedo perdono.
Aiutatemi in questo principio di giorno a premunirmi di santi pensieri, di aiuti e di forza
acciocchè valga a portarmi santamente bene sino alla fine della giornata. Maria Santissima, mia
avvocata, mio vivo rifugio, vengo da Voi a chiedervi tutto quello che già sapete. Vi ripeto e Vi
confermo di nuovo la volontà e il fermo proposito di volervi bene, di amarvi di gran cuore, di
esservi figlio tenero e devoto. Angelo mio Custode, soave amico, fratello impareggiabile,
guardami, assistimi, difendimi. San Giuseppe, san Francesco di Sales, miei santi tutti avvocati,
pregate il Signore per me!
Oggi devo comportarmi un po’ meglio di ieri. Devo essere più calmo, più padrone di me stesso,
più pronto nel bene. Perché ieri non hai ubbidito subitamente alle ispirazioni che ti venivano dal
tuo Angelo Custode? È stato quello, che ti ha indisposto; e, se osservi, vedrai che proprio di fronte
ad un rifiuto di ubbidienza vi è stata un’occasione di disturbo e quindi di mancanza per quanto
lieve. Il tuo carattere, la tua angolosità, la tua debolezza, ieri come sempre, si sono manifestati in
tutta la loro detestabile disgustosità. Quell’amor proprio, che non voleva cedere umiliandosi,
difatti era più che umiliato. Bella figura che facevi! I tuoi doveri di pietà già dimezzati e fatti
senza regola! Non sai che non bisogna dissiparsi? Quindi ne è venuto l’avvilimento, benché
respinto, non voluto.
Oggi voglio proprio regolarmi in questo modo. Ora mettiamoci in calma e santa umiltà. Una volta
di più riconosciamo che, anche dopo mille lumi ed ispirazioni straordinarie, la mia miseria è
sempre quella. Domandiamo l’aiuto del Signore. Offriamoci a Lui come “servi inutili”55,
acciocché nella sua estrema bontà e misericordia ci faccia far qualche cosa, compatendoci e
perdonandoci.
O mio caro Signore, con tutta la semplicità e la confidenza Vi offro me stesso e tutta la mia
giornata con ogni minimo atto di pensiero, di parole e di sentimento. Santificate tutto Voi col
bacio della vostra misericordiosa bontà. Fatemi arrivare fino a stasera un po’ più contento di me
stesso. Fate che abbia sempre presente l’altissimo scopo per cui io devo esser buono: per
consolarvi cioè di tutto il male, che ho fatto, con un amore tanto più forte quanto più detestabili
sono state la mia dimenticanza e la mia freddezza per Voi nel passato.
23 settembre 1908.
Ricevetemi nella vostra paterna bontà davanti alla vostra divina presenza. Vi ringrazio, per quanto
mi è possibile, di tutto il bene che mi volete; Vi adoro, Vi amo e Vi chiedo perdono di tutta la mia
vita cattiva. Illuminate la mente, riscaldate il cuore, muovete la volontà acciocchè possa fare una
buona meditazione. Maria Santissima, mia cara mamma, sostenetemi colla tenerezza vostra!
Angelo mio Custode, san Giuseppe, san Francesco di Sales, santi tutti miei protettori, pregate per
me!
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Ho necessità di rafforzarmi per quest’oggi. Comincio la giornata con l’anima pura, bianca, monda
da qualsiasi macchia di colpa. Non si dovrebbe arrivare così fino a sera? Lo desidero tanto
immensamente. La mia vita di pensiero deve fondarsi su questi tre punti: essere la consolazione
del Signore; risarcirlo con altrettanto amore quanto gliene posso aver negato nel passato;
confidare, per riuscirvi, nella bontà di Dio.
Che bella cosa poter consolar Dio! E lo possiamo tanto bene. Dio sorriderà ad ogni mio sforzo, ad
ogni mio desiderio di farlo. Se mando via una tentazione, se resisto ad un sentimento di pigrizia,
se compio il mio dovere nonostante la mia ripugnanza e la noia, ecco che consolo il Signore. Chi
sa con quanta riconoscente tenerezza mi guarderà allorquando celebro la mia Messa con grande
impegno e quando recito il mio Uffizio col pensiero a Lui rivolto! Che gran cosa, accrescere,
come per dire, la gloria, la felicità di Dio! È vero che questa è perfetta in se stessa, ma, nella sua
manifestazione ad extra56, è aumentata, è abbellita dalla bontà della sua creatura.
Perché, dunque, non lo facciamo? Ci vuol tanto poco. L’interesse mio, anche di pura felicità
materiale, lo vuole. Come si sta bene quando si ha la coscienza di vivere in regola, ordinati, cari a
qualcuno. Io che sento tanto il vuoto, la solitudine del cuore, quanto dovrei riconoscere
provvidenziale l’avere avuto la possibilità di spendere la vita per questo sublime scopo di amore!
Effetti della promessa. Dio Signore, lo voglio! Ve lo prometto per questa giornata che spero, col
vostro aiuto, di passar proprio bene. Vi offro tutta la mia miseria di atti, e se sul momento non vi
troverete quest’intenzione, guardatela al presente imperocché voglio che questa mi perduri fino al
momento che chiuderò gli occhi. Aiutatemi a ricordarmene!
24 settembre 1908.
Dio Eterno dell’amore, della primavera e dei fiori, Vi adoro e mi dispongo umiliato alla vostra
divina presenza. Perdonate le mie iniquità, giacché Vi prometto di spendere tutta la mia vita per
rimediarle. Maria Santissima, mia stella, mio rifugio, mostratevi, indirizzatemi, siate la mia
sublime ispirazione! Angelo Custode, dammi aiuto a raccogliermi e a ben meditare!
Voglio essere, anche quest’oggi, la consolazione di Dio e dei Santi. Conviene mi metta calmo
acciocchè possa vedere chiaramente quello che mi conviene fare e mi disponga a non rifiutarmi
mai.
Quale sviluppo non prenderà nel mio cuore l’amore di Dio? Lo sviluppo dell’amore di Dio
consiste appunto in questo: nel meditare scrivendo. Ma io avverto che è pur necessario che mi
abitui a riflettere anche più spesso e a non lasciarmi trasportare dal capriccio della mia fantasia.
La meditazione è come un fascio di luce che si proietta nel buio che sta dinnanzi a noi. E questo
fascio di luce noi possiamo allargarlo e renderlo più intenso a seconda della più o meno buona
volontà con la quale si riflette.
Impossessati bene di questa gran verità che è il dar piacere a Dio, essere la consolazione di Dio.
In qual modo si può spender meglio la vita? È un vero benefizio continuo che si fa a Dio.
Facciamolo con tutte le forze possibili. Oggi intanto procurerò di vivere alla sua divina presenza,
di accettare volentieri qualunque disgusto di ore tristi, di persone seccanti, di parole che
offendono. Dio sarà contento di me, se mi vede far bene tutte le cose mie. Bene la mia Messa, il
mio studio, le mie opere di zelo, il mio Uffizio. Ma perché non devo compiere bene questi doveri
dal momento che mi conviene eseguirli a qualunque costo? Quanto è mai sconsigliata e dannosa
la pigrizia! Per non accettare il peso del sacrificio, bisogna sobbarcarsi l’amarezza di tanti altri
disturbi che rendono assai più faticosa la vita. Invece il dovere, compiuto con fedeltà, produce una
soddisfazione tanto cara che scende nell’anima come una goccia di balsamo, come un baleno di
dolcezza.
Signore, Ve lo prometto anche quest’oggi. E primo effetto di questa promessa sarà il sopportare
pazientemente l’amarezza di spirito che mi sento al presente. Voi lo sapete; buon Dio, Voi
conoscete tutto il mistero della mia anima che vorrei fosse per Voi un fiore eternamente bello e
profumato. Fate che lo sia!
79
25 settembre 1908.
Sono da Voi, mio caro e buon Signore, per fare la mia meditazione giornaliera. Voi vedete e
conoscete che ho tanto desiderio di far bene, di mettere l’anima mia in una strettissima intimità
con Voi. Non so fino a che punto io ci riesca. Aiutatemi, datemi forza, benedite tutti i tentativi che
faccio! Maria Santissima, mio Angelo Custode, fatemi compagnia!
Il motivo che mi spinge a darmi al Signore in una misura più su dell’ordinaria, è quello di
vendicare il Signore, da me tanto offeso, con altrettanto amore più forte. Dio mi avrebbe dovuto
mandare all’inferno mille volte, e là a glorificare la sua giustizia odiandolo e soffrendo
eternamente. Quanti ve ne sono che, con meno delitti nell’anima, hanno avuto questa tremenda
disgrazia! Che ne sarebbe di me ora, se fossi laggiù come un tizzone d’inferno? Non vi rifletto
mai ma è una cosa spaventevole. Avrei perduto tutto: ogni aspirazione all’amore, al bene, alla
verità, al bello, al grande, al sublime, alla poesia, alla felicità, per trovarmi eternamente di fronte
al male, alle tenebre, all’orrido, all’abisso, alla degradazione, all’infelicità.
Invece, guarda che cosa ha fatto Iddio: Egli ti ha dato bene per male; Egli è venuto a strapparti da
un pericolo in cui tu volevi, a qualunque costo, precipitarti; Egli ti ha salvato dalla morte; ti ha
portato su, su fino alle stelle per farti un suo luminare; ti ha portato in casa sua perché non solo
Gli fossi servo ma anche amico: ti ha fatto sacerdote! Ti ha detto: «Non mi importa dei tuoi
peccati, basta che mi ami!».
Egli ha cercato il mio amore quasi ne avesse di necessità, come un amante che non vuol essere
abbandonato. O Signore, datemi forza di comprendere tutto l’infinito di questo amore che avete
avuto per me! Cosa dovrei fare per ricompensarvi? Un tempo tutto era sregolato, tutto rovinato in
me, ora invece, come per miracolo, tutto è a posto, tutto è in ordine. Oh, è veramente giusto e
doveroso che io sempre e dovunque viva come un altare di amore, come un altare di
ringraziamento! Se vivo, se aspiro al bene, se sono nella via dell’eterna felicità, eccolo a chi lo
devo, al mio Salvatore: a Dio! O caro Signore, tutti i giorni mediterò le vostre infinite
misericordie e mi sforzerò di donarvi e consacrarvi interamente anima e cuore. Lo comprendo
troppo bene qual è il mio obbligo, l’eterno vincolo che mi lega a Voi. Lo mediterò spesso
acciocchè mi s’imprima bene nella volontà e mi faccia sempre più determinato all’oblazione
completa a Voi, mia salute e mia fortuna.
27 settembre 1908.
Eterno Onnipotente Iddio, è la vostra miserabile creatura che viene da Voi. Accoglietela,
compatitela, perdonatela. Datele di poter conversare un istante solo con Voi. Maria, Angelo mio
Custode, stendetemi la vostra mano!
Mi è indispensabile esser buono, mi è indispensabile formare il carattere, mi è indispensabile
approfondire l’intimità che mi lega con Dio. Che cosa faccio tutti i giorni? A me sembra che la
mia anima, trascorsi quei momenti particolari o di meditazione o di preghiera, diviene come
estranea al Signore. È molto raro un pensiero per Lui e questo non solo per mancanza di
avvertenza, ma, anche quando rifletto, la mia volontà mi sembra renitente e par quasi che non
abbia tutte quelle buone intenzioni del mattino.
Buon Dio, perdonatemi! Questa prontezza e questo istinto, che mi trasportino verso di Voi, non li
ho ancora acquistati e mi vorrebbero tanto. Che cosa sono io, misera creatura, senza di Voi? A
questo mondo che cosa è che mi sorride? Trovo del bello, del caro, dell’immensamente
affascinante, ma è necessario che li colorisca di Voi per averli un po’ reali e permanenti. Trovo
del buono, del soave, del tenero e Voi, sempre Voi riscontro in queste doti di creature che, di per
se stesse, non sarebbero che bruttezza, egoismo, cuor cattivo. Io, vostro sacerdote, vostro amico,
vostro confidente, scelto dalla vostra infinita misericordia tra tanti meno indegni; io, un giorno
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vostro nemico dichiarato, ora sono fatto partecipe di tutti i tesori dei vostri prediletti. Come non
Vi dovrò amare? Come non mi dovrò prender cura, non solo di non offendervi menomamente, ma
ancora di amarvi e di farvi amare? Oh, quanto mi disgustano l’ignavia, la pesantezza, la stupida
lentezza con le quali Vi rispondo quando mi chiamate! Voi, pieno di delicatezze a mio riguardo,
ed io, pieno di ruvidezza; Voi, tanto generoso e tanto largo, ed io, estremamente gretto.
O Signore, in questo istante io mi prostro dolorosamente ai vostri piedi e mi riconosco quale sono,
perfido e senza cuore. Perdonatemi ancora, perdonatemi tutto! Signore, Vi amo e Vi adoro con
tutta la mia anima, con l’intelletto, con la volontà, col cuore, con la fantasia, coi sensi, con tutto.
Vi offro, in omaggio a questo amore, tutto quello che farò quest’oggi. Mi sforzerò di piacervi in
ogni singolo atto, in ogni pensiero, in ogni parola. Questo lo desidero e lo voglio. Tutte le parole
che dirò nel compito del mio ministero, abbiano lo scopo di suscitare nel cuore delle anime un
sentimento di amore verso di Voi. Sarò felice, se potrò ottenervi qualche consolazione. Gesù,
Maria, accoglietemi ora con questa intenzione e fate che perduri per tutta la giornata!
28 settembre 1908.
Dio infinito, grande, onnipotente, io Vi lodo, Vi ammiro e mi sublimo in Voi, gioia della mia vita,
canto della mia anima, festa del mio cuore! Ricevetemi al vostro cospetto e permettete a me,
povera creatura, che ardisca dimostrarvi che Vi amo. Quanto dovrei essere ambizioso di questo
amore e invece tante volte mi faccio pregare. Perdonate la mia stoltezza, la mia cecità, che detesto
sopra ogni male, e che spero di poter emendare. Maria Santissima, invoco su me la tenerezza del
vostro cuore di mamma acciocchè io possa, meno indegnamente, mostrarvi il mio affetto di figlio.
Lo desidero tanto e spero di potervi sempre più riuscire. Angelo mio Custode, fammi volare con
l’ausilio potente delle tue ali!
Pensiamo a Dio, a questo tesoro inestimabile che deve riempire tutti i vuoti della mia esistenza,
l’abisso incalcolabile del mio cuore. Dio è tutto. Ho mai ben rifletto che vuol dire questa semplice
espressione? Dio è tutto, cioè è bellezza di creatura, innocenza di bontà, incanto di poesia,
sublimità di grandezze, onnipotenza di forza. Dio è l’amore, la fonte, l’oceano di amore. Se è
tanto grande lo spasimo che pure a questo mondo noi sentiamo nell’amore, è appunto perché in
esso noi compiamo quasi un abbraccio di Dio. Difatti le cause, le ragioni dell’amore sono la
bellezza, la grazia, la bontà e tutti gli altri pregi divini di anima e di cuore. Non è Dio tutto
questo? Oh, Dio! Quante volte mi affliggo dell’abbandono e del vuoto che esistono intorno al mio
cuore, e mi dimentico che Voi mi abbracciate come l’aria che respiro, come la luce che mi
illumina, la forza che mi muove! Quanto mi affliggo della scarsezza di amore che mi renda felice,
e non penso che mi amate Voi, anima divina, cuore infinito. Più rifletto e più riconosco che io ho
dei torti incalcolabili, mentre Voi avete delle finezze, dei tesori senza fine. Fatemelo sempre più
comprendere questo! Che la mia anima lo veda, che il mio cuore senta che cosa sono io e chi siete
Voi! In questo momento vorrei, o Signore, che il cuor mio esplodesse in un atto infinito di amore,
che Vi compensasse di tutta la freddezza vergognosa che ho sempre avuto a vostro riguardo.
Oggi, oggi, o Signore, voglio proprio ricordarmi sempre di quello che mi fate comprendere
adesso: di dovervi amare in tutti i miei minimi atti. Gesù intendo risolutamente: che la mia vita sia
sempre una carezza di amore per Voi. Se non basta il mio cuore, procurerò che cento, mille altri si
accompagnino al mio. Signore, esaudite il desiderio vivo che ho io, vostra misera creatura!
29 settembre 1908.
Vengo da Voi a prendere un po’ di luce, di calore e di forza, o mio buon Signore. Sapete quanto
desidero amarvi: fate che vi riesca. O Maria, invoco la vostra benedizione, il vostro materno
aiuto, non mi abbandonate! Mio caro Angelo, vola sull’anima mia e metti in fuga tutti gli spiriti
delle tenebre, che mi gironzolano attorno per farmi del male.
Il mezzo sicuro per poter avanzare nell’amore di questo Dio, che è tanto amabile, consiste
nell’abbandono completo, totale, perduto nella sua misericordia. Per quanto io metta in opera le
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forze più energiche di me stesso, pure non riuscirei a nulla se non fosse per l’intervento di Dio.
Bisogna persuadersene di questa cosa. Io non sarei capace neppure di un buon pensiero, se Dio
non me lo ispirasse. Dio è tutto ed è anche il nostro tutto. Noi viviamo in Dio meglio che
nell’aria. Che cosa siamo noi? Miseria e debolezza. Dunque, l’appoggio in Dio è necessario,
indispensabile.
Perché mi angustio tanto, mi avvilisco tanto? Se io mi appoggio risolutamente in Dio è come se
facessi Lui responsabile della mia bontà. È vero che la mia anima è ripiena di torti davanti a Dio,
è vero che si è sempre dimostrata pigra ed avara con Lui, che Lo ha trattato proprio sempre male.
Sono questi i motivi, per umiliarmi, per farmi conoscere il vero aspetto che ho davanti a Dio, ma
non devo avvilirmi. L’avvilimento aggiunge un altro torto, un altro dispiacere che si dà a Dio.
Invece mi persuaderò di essere proprio buono a nulla, incapace del minimo atto di virtù. Vuol dire
che, siccome questo stato non è bene per me, né di gloria a Dio, non mi ci rassegnerò. Con tutta la
forza che Dio mi elargisce, voglio reagire, voglio risorgere ad una vita migliore. La
misericordiosa bontà di Dio mi dà fiducia della riuscita. Ho Dio al mio fianco, Dio che benedirà
tutti i miei buoni desideri, le mie rette intenzioni: che cosa devo temere? Appoggiamoci, dunque,
a questo Essere che ci vuol portare con le sue mani; lasciamo a Lui tutta la cura di portarci avanti;
noi, intanto, lavoriamo, spendiamo tutto il disponibile di forze che abbiamo, giorno per giorno,
minuto per minuto. Oggi voglio proprio farlo nella misura più vasta che mi è data. Accoglietemi
fin d’ora, o Signore, al vostro servizio e benedite la mia buona volontà.
29 settembre 1908.
O buon Dio, grazie di tutto il bene grande che mi volete. Se Ve ne volessi anch’io altrettanto,
come sarei felice! Intorno a me tutto è vuoto e desolazione: amor di amici, di parenti e di famiglia
è per me sconosciuto. Chi lo avrebbe detto, con il tanto spasimo con cui ho sempre anelato di
amare, che mi sarebbe toccata una sorte così dolorosa?
Amici... Se mi guardo attorno non ne ho che pochi e questi pochi non trattano meco che con
intimità molto superficiale. Quante debolezze, quanti difetti, quante disillusioni a questo riguardo!
Sono forse io, per il mio esteriore impacciato e strano, che non sono capace di un’amicizia forte?
Sono forse io che mi allontano dagli altri e mi creo intorno la solitudine? Può essere, anzi sarà
certamente. È tanto difficile il mio cuore a contentarsi, sono tanto esigente che non trovo alcuno
che sia degno di me. È misantropia questa? No, perché desidererei tanto un’anima gemella,
un’anima che avesse davvero i motivi dell’amore: bellezza, grandezza e bontà. Dio non me l’ha
permessa; e sia fatta la sua santissima volontà. Cercherò in alto il mio diletto e non riposerò sino a
tanto che non l’avrò trovato. I parenti! Hanno ben altro da pensare che a me! La voce del sangue è
una voce morta, la quale si sostiene tante volte per una certa dose di convenzionalismo freddo,
che finisce quasi sempre per scomparire completamente. Non ne faccio torto a loro perché dovrei
farne anche a me stesso.
La famiglia. Copriamo con un velo tutta l’amarezza che mi costa. Solo il pensiero me ne disturba
tanto. Ma dunque? Dunque sono proprio solo al mondo. Il Signore ha disposto questo deserto
intorno a me; sono proprio come uno straniero.
Quante volte passando per strada e considerando che, se qualcuno mi guarda, lo fa per odiarmi,
mi sono detto: «Sono, dunque, un intruso sulla terra degli altri. Il mondo è un esilio, la patria mia
non è questa». E perché non distaccarmi da tutto? Quanto è brutta la terra e guai se questa fosse
l’unica mia porzione! Ma sento che vi è una voce che mi chiama dall'alto: è la vostra, o Signore;
la sento dal fondo dell’anima. Oh, Dio, meglio infinite volte Voi che le ebbrezze del mondo!
Grazie di avermi scelto e di avermi distolto da tutte le illusioni della vita perché, diversamente,
sono sicuro che ne sarei morto di disperazione.
29 settembre 1908, ore 5,30.
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Dio onnipotente, mi prostro davanti a Voi con tutte le facoltà dell’anima mia. Vi adoro e Vi amo,
e per questo desidero di morire per Voi. Guardatemi con compassione, perdonate questa povera
creatura che, pure essendo nulla, tuttavia spesso ardisce di credersi qualche cosa. Datemi Voi, o
Signore, i sentimenti buoni! Gesù, Maria, Angelo Custode, entrate nell’anima mia come nel
vostro giardino ed estirpate senza pietà tutte le erbe cattive, che vi trovate! In che modo si è felici
essendo buoni?
Innanzi tutto bisogna premettere che la bontà non fa propriamente felici nello stretto senso della
parola, perché la virtù non è mai premio a se stessa. Con la bontà vi può essere ancora il dolore,
quindi felicità e dolore sono termini che si escludono. Quello che arreca la bontà è come il
riflesso, o meglio, l’ombra della felicità, cioè a dire la pace. Quando si è buoni vi sono: ordine,
forza e ricchezza nell’anima nostra, e respiriamo un’aria tutta divina di fede, di speranza e di
carità.
L’anima buona si mantiene al posto suo; i suoi desideri sono temprati dal comando della volontà
divina; è retta nei suoi criteri e giusta nei suoi giudizi; è regolata nei suoi atti: vi è l’ordine in lei.
L’anima buona è convinta del suo destino di dolore, nel quale scorge un disegno di provvidenza
divina ed è rassegnata. La rassegnazione è la forza di un’anima. Lo si conosce esternamente e lo
esperimentiamo internamente. Un’anima rassegnata è sempre calma, serena, tranquilla e nel suo
dolore traspare in lei come una melanconia dolce, buona, affettuosamente stanca, che ce la rende
tanto cara. Com’è bella la tristezza di un’anima rassegnata! Nulla di aspro e di pesante in lei, ma
soavità buona, generosità cordiale. Non un lamento in lei, ma qualche sospiro temprato da
qualche lacrima silenziosa. In quegli istanti sente più vivo il desiderio di amare e si amerebbe
anche un pezzo di legno. Di qui il tratto buono che esprime una supplica, un desiderio di essere
corrisposti con un amore di compassione.
1 ottobre 1908.
Oggi, primo giorno del mese, bisogna che raccolga un po’ le forze della mia anima e le
rinvigorisca a portarsi sempre meglio. È il mese consacrato al rosario della Madonna; non dovrò
far nulla io, che desidero tanto di amare la Madonna? Le offrirò, potendo, il rosario intero
quotidiano, ma soprattutto voglio offrirle una volontà sempre migliore, sempre più inclinata al
bene. Oggi, che è il primo giorno, disponiamoci con tutto l’impegno!
Quali devono essere i miei rapporti con la Madonna? I più teneri, i più sinceri che si possano
immaginare. Innanzitutto sceglila come Madre e, acciocchè Ella accetti questo impegno con
piacere, tu mostrati davvero suo figlio. Che cosa fa un figlio buono verso sua madre? Si ricorda
sempre di lei specie se è lontano, procura di non darle il minimo dispiacere, anzi desidera e
accoglie con vivissimo desiderio tutte le circostanze nelle quali può dimostrarle sensibilmente il
gran bene che le vuole. Questo devo fare io. Non dovrò ricordarmi spesso della Madonna io, che
ho ricevuto da Lei un cumulo immenso di grazie e di benefizi di ogni sorta? Imponi, dunque, alla
tua mente pigra e distratta questo ricorso sovente alla tua Mamma celeste. Ti sia questo pensiero
di conforto nei dubbi e nelle pene e ti metta coraggio nei passi difficili. Procura di non darle il
minimo dispiacere. E questo lo otterrai, se tu opererai sempre come se fossi alla sua celeste
presenza. Devi dire: «La Madonna, che mi guarda, mi vede e mi sente, sarà contenta di queste
parole, di questo atto, di questo pensiero». Alla risposta negativa, arrestati dicendo: «Non sarà
mai, la mia Madonna, che io Vi debba arrecar un tale dispiacere! Fatemi morire quel giorno che
io diventassi così snaturato e ingrato a vostro riguardo!».
Procura tutte le occasioni per darle consolazioni. Oh, queste non mancano! Parlando spesso assai
bene di Lei, conducendo a Lei altre anime, mettendola a parte di tutti i miei ideali e delle mie
intraprese, facendola assistere al mio fianco nel momento della celebrazione della Messa e
procurando di portarle tutti i giorni qualche fiore bello di merito, e maggiormente occupandomi di
onorarla nelle sue feste. Madonna, tutto questo io Vi prometto; cominciate la vostra opera di
amore con l’aiutarmi a mantenerlo.
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2 ottobre 1908.
Oggi è la festa del mio Angelo Custode, dell’amico che mi accompagna dovunque, che mi ama,
che combatte al mio fianco per salvarmi. Oh, quanto Gli devo, quale riconoscenza si merita! Un
giorno vedrò questo essere sublime che si è preso tanta cura di me; un giorno Gli dirò tutta la
gratitudine, l’affetto dell’anima mia. Oh, gli Angeli quanto mi piacciono nella loro bellezza, nella
loro innocenza, nel loro splendore! Che dono immenso non ci ha fatto il Signore nel crearli e nel
mandarli a custodia della nostra debolezza! Perché non dobbiamo amarli? Oh sì, con tutta la
vivezza del cuore!
Come sarà bello il mio Angelo Custode! Egli è qui intorno a me, giorno e notte, che mi guarda e
mi sorride. Guarda a tutti i miei pensieri, misura le mie parole, considera i miei atti e sorride
quando questi pensieri queste parole e questi atti sono un dolce profumo di bene. Quanta
consolazione non proverà della mia buona volontà, dei miei buoni desideri, degli sforzi che mi
faccio per rendermi migliore!
Ed invece quale tristezza, quale ripulsione non sentirà allorché mi trova pigro, debole, indolente,
egoista, cattivo! Non è un peccato rattristare un Essere così bello e così buono, e ripagarlo con
tanto disgusto per il bene che ci fa? Oh, se comprendessi di esser buono secondo il suo ideale, se
corrispondessi a tutte le sue ispirazioni, diverrei io pure un angelo a Lui somigliante! Oh, se
avessi una parte del suo ardore per la gloria di Dio, del suo amore divino! Egli vorrebbe metterlo
nel mio cuore, se io Lo lasciassi fare, se io Gli corrispondessi. Ma purtroppo tante volte io sono
renitente, io mi rifiuto alle sue cure, Gli resisto, Lo respingo. Che torto per un Essere così grande,
così bello e così buono!
Questa mattina, o mio buon Angelo, Vi domando perdono. Dovrei essere orgoglioso della vostra
particolare amicizia ed invece tante volte non me ne curo neppure, come se non Vi avessi. Nella
vostra celeste bontà sorpassate a tutta questa vile debolezza; Vi prometto che non farò più così. Vi
amerò tanto, o mio compagno fedele, nel viaggio disastroso della vita, Vi amerò procurando di
consolarvi, di corrispondervi sempre. Ve lo prometto questa mattina che è la vostra festa. Sono
questi gli auguri che Vi faccio, sono questi i doni che Vi presento. Voi, tanto buono, graditeli!
Oggi come primo giorno, voglio, per quanto mi è possibile, dimostrarvi in pratica il desiderio
vivo che ho di volervi bene e di accrescere, se fosse possibile, con la mia bontà il grado di quella
felice beatitudine che ci sorride nel paradiso.
3 ottobre 1908.
Signore, ricorro a Voi come l’unico bene che mi appartiene, l’unico amico, l’unico tesoro della
mia vita! Ah, Dio, se non ci foste Voi, quale disperazione non mi trascinerebbe nell’abisso!
Riconosco proprio che Voi siete il mio sole, la mia vita, il mio tutto. Nell’eccesso della vostra
bontà accoglietemi anche questa mattina alla vostra presenza e permettete che io Vi parli. Vi
parlerò, buon Dio, con tutta l’effusione del cuore, semplicemente, confidenzialmente come
parlerei a me stesso.
Siete contento di me, o Signore? È una domanda che mi tormenta continuamente nel fondo del
cuore. Posso sperare che la mia anima sia presso di Voi un profumo grato come quello di un
fiore? Quanto lo desidererei, o buon Signore, perché Ve lo meritate tanto! Ditemelo, o Signore,
quello che non Vi piace in me, poiché sono pronto a toglierlo, a strapparlo con tutte le forze della
mia anima. È quella soverchia pesantezza con cui vengo da Voi durante il giorno, quasi per forza,
col pensiero, con le labbra e col cuore? Del resto è proprio vero! Alla mattina qui nella mia
meditazione io Vi tratto con tutti i complimenti possibili e sembrerei un essere che non possa fare
a meno di Voi, e poi durante il giorno divento un altro: divento freddo, mi pare di non conoscervi
più, di poter far senza di Voi molto comodamente.
Ma no, o Signore, non voglio che sia così; per tutti i tesori del mondo non Vi lascerei mai!
Perdonatemi tanto, intendo che siano involontari quegli istanti di sonnolenza spirituale. Ho tanti
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motivi di amarvi e di ricordarmi sempre di Voi ed ho anche tanti motivi di riconoscermi ingrato e
sconoscente. Di questo me ne dispiace sentitamente e propongo davvero di riparare. Il mio
desiderio e la mia volontà sono questi e niun’altro. Da questo momento voglio cominciare
un’altra maniera di trattarvi: un po’ più generosamente. È questo forse il mio difetto che più Vi
offende: la grettezza, lo star lì a misurare proprio col metro fin dove arrivano i limiti della vostra
legge per non offendervi e far il mio interesse. Buon Dio, quanto è disgustoso questo sistema,
quanto è ributtante! Riconosco che io stesso, se conoscessi un amico, il quale mi trattasse con tale
lesineria, gli volterei faccia e me ne andrei per altro verso. E dire che proprio io faccio così con
Voi; con Voi che siete il più caro amico, il più generoso, il più liberale di tutti gli amici. Che
torto! È vero, o Signore? Lo riconosco e mi detesto. Oggi mi sforzerò di vincere questa perversa
mia natura, mi ingegnerò di abbattere il mio egoismo per offrirvi un pegno più abbondante di
amore. Ve lo prometto di gran cuore sinceramente. Prestatemi il vostro aiuto per mantenermi forte
e costante!
4 ottobre 1908.
In questo momento di crisi di spirito, mi sembra di trovarmi perduto in una valle deserta senza
sole e senza vita, ricolmo di un’amarezza leggiera ma penetrante ed insistente. Rassegniamoci e
passiamo avanti senza paura! Signore, offro tutto a Voi in riparazione dei miei trascorsi delitti.
Maria Santissima, correte vicino a me come uno scudo che mi difenda!
In questi momenti difficili l’unico rimedio è quello di rimaner calmi. Conviene rassegnarsi a non
sentire e a non vedere, e fare il proprio dovere con la massima, scrupolosa diligenza. Il gemito
dell’anima sia accompagnato da queste parole: «Signore, Vi voglio bene, Ve ne voglio sempre a
costo di non sentirvi mai, di non vedervi mai». Se esiste qualche causa determinante questo stato
di apatia dell’anima, questa causa la detesto, ripieno di un profondo pentimento. Me ne dispiace e
ne chiedo umilmente perdono. Protesto, o mio Dio, che Vi voglio sempre amare in tutti gli istanti
della mia vita. Quanto Vi devo! Quanto Vi siete meritato il mio amore! È davvero una cosa
innaturale che io sia così avaro con Voi. Come devo fare a mostrarvi in maniera a Voi gradita la
pienezza del gran bene che Vi voglio? Se è col soffrire, ecco io soffro; se è col rassegnarmi, ecco
io mi rassegno; se è col fare il mio dovere, oggi, o Signore, lo farò sempre a costo di qualunque
ripugnanza; se è col far del bene, mandatemene quest’oggi da far molto; se è col non offendervi,o
buon Dio, questo non lo voglio mai, mai proprio mai!
Vorrei scrivere questa parola a caratteri di sangue sull’anima mia, sul cuore, su tutto il mio essere.
Com’è mai possibile che io abbia ancora il coraggio di offendere la vostra bontà, la vostra
misericordia, l’immensa vostra tenerezza di predilezione che mi avete usato, e che tuttora mi
conservate meglio che un babbo e un amico? Purtroppo la mia debolezza è questa, che mi
trasporta in basso, che mi rende un mostro d’ingratitudine. Signore, rinforzatemi! L’energia solo
da Voi viene; io Ve la chiedo perché ne sono sprovvisto, a mia solenne confusione. Illuminatemi
con la vostra luce, riscaldatemi col vostro cuore adorabile: oggi fate, o buon Signore, che io abbia
la fortuna di arrivare fino a sera col conforto di non avervi offeso mai, anzi che Vi abbia dato
molte consolazioni e che abbia fatto del gran bene. È la più grande grazia che Vi domando.
5 ottobre 1908.
Dio Santo, Onnipotente, mi sento estremamente spossato, quasi annichilito nella tristezza di un
dolore che mi toglie ogni buona energia per il bene. Perché non mi liberate da certi disturbi?
Perché permettete che il diavolo mi schiaffeggi in così brutta maniera? Lo sapete che Vi voglio
tanto bene, che Ve ne vorrò sempre, sempre, per tutta la vita e che sono risoluto, con la vostra
grazia, di assoggettarmi a qualunque sacrifizio pure di non perdere questa vostra amicizia. È
sincera questa mia protesta? Vorrei che lo fosse. Assicuratemene Voi, con la vostra bontà. Maria
Santissima, bisogna che mi ricordi ciò che Vi ho promesso al principio di questo mese: di
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regalarvi tutti i giorni qualche cosa che Vi attesti la mia tenerezza filiale. Me ne sono un po’
dimenticato. Voglio riparare, perdonatemi!
Questa mattina voglio riflettere sul dovere che mi incombe di far del bene. Che cosa faccio al
mondo? Come manifesto il mio ministero sacerdotale? Come spendo i miei vent’anni? Io vedo
che al giorno d’oggi vi è un gran male nel mondo: la religione se ne va dal cuore di molti, i grandi
e gli umili si allontanano da Dio. Ed io, ministro del Signore, incaricato responsabile degli
interessi suoi, della salute delle anime, che cosa faccio? Come mi adopero per fare un tentativo di
argine a tanto male? Io deploro che gli altri non facciano, ed intanto me ne sto inerte senza darmi
dattorno a fare alcuna cosa. Che dirà il Signore di me? Mi occupo, è vero, con premura delle
anime che già Gli appartengono, e su questo punto mi sembra di non aver rimorsi; di quelle che
non Gli appartengono affatto, purtroppo mi sembra di non occuparmi per nulla. Certamente non
ho lo zelo che dovrebbe animare un apostolo. Infondetemelo, o Signore! Per intanto,
riconoscendo di aver fatto ben poco, Vi confesso che ne sento rimorso, un rimorso che mi agita e
mi rende continuamente scontento di me stesso.
Perdonatemi, o Signore, nel caso che ci fossero in me indolenza, inerzia ed egoismo. Voglio
combatterli. Vedete la mia volontà: desidero immensamente e voglio subito mettermi a far
qualche cosa, Voi me lo domandate. Ispiratemi! In qual campo mi volete? Ditemi quello che devo
fare e Vi prometto che mi ci metterò anima e corpo. Ve lo giuro, o Signore, perché proprio sento
che così non sto bene, non sono coerente allo stato in cui mi trovo, alle grazie che da Voi ricevo.
Maria, esaudite la mia domanda, e fate che non rimanga uno sterile, inefficace desiderio!
6 ottobre 1908.
Fisso ancora nelle cose che mi faceste comprendere ieri sera, negli affetti che suscitaste entro al
mio cuore, caro buon Signore, mi prostro dinanzi a Voi per chiedervi di saper comprendere e di
saper vedere. Quanto è bello, quanto è necessario per me l’esser buono, l’aprire completamente la
porta acciocché Voi possiate entrare liberamente! Quante volte me lo avete mostrato, me lo avete
proprio messo sotto gli occhi! Ed io Vi ho risposto, ma languidamente, quasi con delle riserve.
Ora proprio vedo che questa languidezza, queste riserve sono per me un male, come per gli altri è
un male il non volervi bene affatto.
Dunque, risolviamo e ben di proposito! Oggi voglio che sia una buona giornata! Non pretenderò
cose straordinarie, ma fare tutto bene per amor vostro. Intanto venga a Voi il fiore delle mie
intenzioni. Eccole! Tutto per Voi: le mie parole, i miei pensieri, i miei atti, il mio studio, il mio
soffrire, le mie gioie, tutto, tutto, caro Signore! Fatemi far del bene! Insegnatemelo Voi! Vedete
bene che sono sprovvisto di una guida direttiva che mi consigli, che mi sappia indirizzare! Perciò
aspetto tutto direttamente da Voi. Fate che il mio esempio sia una predica, che le mie parole
lascino qualche buona impressione, e datemi di poter realizzare il sogno che mi tormenta per
come spendere proficuamente per la vostra gloria i doni materiali, intellettuali e morali che mi
avete dato.
Voglio proprio essere un vostro buon figliuolo! Non ho altra ambizione, o Signore, Voi lo vedete.
Getto via qualunque altra mira di stima, di affetto e di considerazione. No, no, voglio piacere a
Voi perché siete Voi il mio tesoro, il mio sogno, il mio vero ideale. Oh, buon Dio, se Vi amassi
come Voi meritate, se Vi conoscessi solo un momento, quanto sarei felice!
Voglio meritarmi con la mia costanza questa bella sorte, di diventare cioè un piccolo altare del
vostro amore. Mi ascoltate, o Signore, non è vero? Siete qui presente a me? Rimanetevi tutto
quest’oggi nella medesima situazione del presente. Benedite la mia buona intenzione, ma
ricordatevi chi sono. Voi lo sapete bene senza che Ve lo esprima: sono debole, miserabile, vile,
incapace del più piccolo bene, se Voi non mi aiutate. Quindi bisogna che spendiate sempre del
vostro, che mi stiate al fianco in ogni momento, e che mi diate tutto quello che è necessario per
potermi mantenere fino a sera col fervore di questo istante. Spero tanto, confido tanto in Voi, e in
questa fiducia interamente mi abbandono, come un figliuolo tra le braccia della sua mamma.
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Conservatemi così fino all’ultimo istante della mia vita, che desidero vicino, per potermi riunire
perfettamente a Voi, mio Bene Infinito!
7 ottobre 1908.
Il secondo difetto, che isterilisce le anime buone, è la mancanza di riflessione. Questa riflessione è
come un sole, che illumina e riscalda. Illumina l’intelletto mostrandogli tutto un complesso di
cose belle che attraggono e, quasi non direi, hanno anche una certa forza di seduzione. È difatti la
riflessione che dimostra quanto sia ragionevole, doveroso ed utile l’esser buoni: ragionevole
perché è la cosa più spontanea e naturale, che nobilita e perfeziona tutte le nostre facoltà e tutto il
nostro essere; doveroso perché Dio, con tutto quello che è e che ci fa, ne ha il diritto più pieno;
utile di interesse materiale e spirituale. Materiale, perché è la bontà che apporta la pace della
coscienza, e nella pace della coscienza sta la fonte più pura di tutto il nostro benessere. Non è la
bontà a farci felici, perché come per i tristi, anche e alle volte molto più per i buoni, questo nome
di felicità è parola di contrabbando per intanto che siamo al mondo; ma almeno ci dona qualche
cosa che, se non è felicità, è almeno un’ombra della felicità, ossia la pace dell’anima. È poi
d’interesse massimo spirituale, in quanto ci assicura il conseguimento del nostro ultimo fine che è
la felicità vera, reale, eterna dell’altra vita, il paradiso.
Tutto questo ce lo fa vedere, ce lo dimostra la riflessione. Sono tutte cose vere; noi le crediamo;
non le poniamo in alcun dubbio ma, se noi non le andiamo ad osservare, sarà come se noi
avessimo una grande collezione di quadri splendidamente belli, opera di una mano d’artista, ma
conservati in una galleria a finestre chiuse. Siamo sicuri di averli, non vi è alcun dubbio,
sappiamo che sono d’intorno a noi ma, intanto che non facciamo sfolgorare sopra di essi la viva
luce del giorno, non è possibile che noi li possiamo ammirare, che noi possiamo godere
efficacemente la gioia che ne viene dal possedere quadri così belli. Altrettanto avviene per noi
delle verità della fede: sono come altrettanti quadri splendidi divini, opera della mano del Signore
che Egli ci dona con la profusione di un cuore magnanimo, regale. Possiamo noi essere
consapevoli di questi doni grandiosi, infinitamente cari, se non ci prendiamo mai la briga di
volgervi gli occhi? È davvero una stoltezza!
8 ottobre 1908.
Dio infinito, invoco Voi con tutto il grido più fervido, quasi, direi, disperato dell’anima mia.
Osservatemi in questo momento e muovetevi a compassione. Perdonatemi tanto se ieri fui un po’
dissipato, se Vi perdetti un po’ di vista. Oggi intendo rimediare. La vostra tenerezza infinita mi
compatisca, il bacio vostro mi perdoni. Guardate come son debole, come sono incapace del
minimo dei miei atti buoni se Voi non mi date tutta l’onnipotenza del vostro braccio. Mio Dio, Vi
amo, Vi amerò sempre a costo di dover passare su tutte le amarezze per conservare il vostro
amore. Questa mattina bisogna che Voi m’innalziate, mi concediate una stilla di effervescenza di
anima. Vi prometto tutta la buona volontà.
E del resto, perché avvilirsi? Se Dio buono mi ridona quanto posso aver perduto per la mia
dissipazione, perché devo considerarmi come reietto e privato di tutto il suo bene? No, o Signore,
questo non sarà mai! Tutte le creature sono miserabili, volubili e pronte all’abbandono, Voi non
siete così, per mia fortuna! Voglio approfittarne! Per intanto mettiamoci bene a posto
dimenticando le tristezze del passato.
Questa mattina va detta una bella Messa che sia proprio un anello vivo di congiunzione con Lui.
La dirò con sforzo, ma ad ogni modo voglio celebrarla bene. Poi puntualità e diligenza nei miei
doveri. Non voglio trascurarne alcuno, fosse il più piccolo57. Mi metterò alla presenza di Dio e
cercherò di mantenere per tutta la giornata questo dolce pensiero. Alla Madonna mi rivolgerò il
più spesso possibile portandole tutta la devozione del mio affetto filiale. E sopporterò le nausee
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del mio spirito. Che cosa merito io se non aridità e incubo di freddezza? Il fervore non lo so
mantenere e lo dissipo con la minima facilità. Quanto è abbondante Dio con me! Io, invece,
calcolo sempre secondo il mio interesse. Perdono, o Signore, di tanta grettezza! Voglio essere più
generoso, oggi! Ve lo prometto! È questo il punto importante, nel quale la mia volontà deve
mostrarsi altamente valorosa. Quante volte lo consiglio agli altri e mi costa tanta difficoltà
metterlo in pratica io stesso! Mettiamoci umili, “come servi inutili”58 nella casa del Signore!
Preghiamolo a non discacciarci, a non stancarsi di noi, giacché Gli promettiamo di cambiare. Oh
sì, o Signore, è proprio così! Non mi lasciate! Oggi, sarò un buon figliuolo, se ieri non lo fui
tanto; oggi sarò fervoroso e raccolto, se ieri fui tanto freddo e dissipato. Datemene la forza e il
coraggio!
9 ottobre 1908.
O Signore, quanto è dolce la vostra presenza! Come mi sento consolato dalla soavità del vostro
sguardo, che tutto mi ravvolge come un’ondata di luce! Se sapessi vivere sempre davanti a Voi, se
potessi formare eterna, perenne questa unione! Maria, mia buona e vera mamma, è questa una
delle grazie che Vi domando. Angelo mio Custode, riconducimi spesso a questo rifugio della
presenza di Dio.
Come è brutto il mondo! Come sono volgari le persone e le cose che in esso si trovano! La mia
anima quanto sospira un’aria di purezza e di amore, ma non la trova mai per quanto la cerchi con
l’insistenza dello spasimo. Non ho neppure trovato un’amicizia che mi soddisfi completamente;
forse sarò troppo esigente, troppo egoista, ed è per questo che in tutto trovo subito immantinente
il difetto, perciò intorno a me c’è il vuoto, c’è l’abbandono. Chi lo direbbe, con il tanto desiderio
che ho di bene e di festa intorno al mio cuore?!
Le cose di quaggiù come sono passeggere! La giovinezza non l’ho ancora per bene assaporata e
già mi sfugge. Con la giovinezza mi sfugge il passato con tutti i ricordi di luoghi, di persone e di
circostanze di vita. Quale rimpianto doloroso non mi assale allorchè mi reco in certi luoghi dove
ho passato gli anni della fanciullezza! Come mi si affacciano bruscamente al pensiero i tempi
lontani dei quali ritornano persone, vicende, occupazioni, aspirazioni, sogni riproducendosi
vivamente come in un cinematografo, lasciando nel mio cuore e nella mia anima un desiderio
inutile, un distacco amaro, una tristezza infinita. Ecco le cose di quaggiù! E perché vi ci
attacchiamo con tanto interesse? Perché ci procuriamo queste piaghe che dovranno poi sanguinare
per tutto il resto dei nostri giorni?
Solleviamoci da quest’aria che avvelena, voliamo in alto dove è purezza e giovinezza eterna. Là,
la nostra vita non viene meno giammai e tutto il bello e tutto il buono e tutto il grande sono senza
rimpianto perché ci sono sempre davanti e non ci sfuggono mai. Mettiamoci in questa felice
corrispondenza, in questo divino amplesso dell’ideale soprannaturale e disprezziamo l’umano, il
quale non produce che illusione e dolore. Che cosa bisogna fare? Qui sta il difficile! Bisogna
morire a noi stessi, al nostro egoismo, al nostro io. Prendere ciò che Dio dispone con perfetta
rassegnazione e svegliare nell’anima nostra una vita che è tutt’altro che una vita materiale. Oggi,
vedi di rinforzare la volontà a ridurre in pratica ciò che conosci tanto bello e ragionevole. Sei
facile a dimenticarti, ad addormentarti. Prega la Madonna che ti svegli ad ogni momento.
10 ottobre 1908.
Anche questa mattina, eccomi alla vostra presenza come un figliuolo tra le ginocchia della sua
mamma. Ho bisogno di un po’ di provvista per portarmi bene oggi. Datemi qualche cosa, qualche
pensiero, qualche sentimento che mi faccia bene. Desidero di avanzarmi, ed avanzarmi molto,
nella via del vostro amore.
O Signore, se lo sapessi, Vi voglio bene?! Sono proprio sincero con Voi?! Siete contento di me?!
Quanto lo desidero e lo voglio! Davvero mi rimordono l’inerzia e la pesantezza con le quali mi
muovo nel venire a Voi. È necessario che mi vinca. Oggi, voglio vedere se posso spenderlo a
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modo mio. Farò bene tutte le mie cose. Pregherò bene, studierò bene, parlerò bene, tratterò tutte le
persone, che vengono a trovarmi, come se foste Voi che me le mandate. Non è vero che questo è
ciò che desiderate da me? Per ora cerchiamo di ottenere questa prima parte: una relazione intima,
inalterabile con Voi. Ma badate, o Signore, che voglio proprio riuscirvi a qualunque costo. Vi
dico questo perché la debolezza mia, che Voi ben conoscete, la sottopongo all’onnipotenza della
vostra misericordia. Stamattina faccio io le mie promesse e fatele anche Voi. Promettetemi cioè
che la vostra mano sarà sempre pronta a sovvenirmi là dove vedete i confini della mia forza. Io lo
spero, lo tengo per certo perché siete buono. È proprio un peccato non amarvi. Se Vi
conoscessimo per quello che siete! Ah, volete che noi Vi cerchiamo nel buio dei nostri pensieri e
della nostra immaginazione! Per farmi di Voi un piccolissimo concetto, non ho altro che
rivolgermi al bello, al buono immenso delle creature che mi circondano. O Signore, o Signore,
quanto siete grande! Non so dirvi altro. Se fossi degno di Voi! Se la mia anima avesse già pronto
il corredo per essere da Voi scelta, fra le mille, a sua prediletta! Gran Dio, oso desiderare questo
io, che ho un passato così nero nella vita. Siete Voi, o Signore, che mi date di poterlo sperare; Voi
che potete convertire i sassi, i macigni in vasi di elezione, Voi che avete detto: “Et de stercore
erigens pauperem”59. Questa espressione quanto ben si addice a me e quanto mi fa riflettere sulla
volgarità delle sue parole! Buon Dio, se vi è uno il quale debba dirsi beneficato e quindi debba
mostrarsi riconoscente a Voi, sono proprio io. Ma siamolo dunque! Che cosa aspetto? Oggi, oggi,
o mio caro Signore, voglio potervi ringraziare con la carezza della mia bontà verso di Voi e verso
tutti i miei fratelli. Datemi che il pensiero mio sia spesso rivolto a questo punto di riflessione e
che Vi possa trovare al primo chiamarvi. Non voglio quell’apatia, quella freddezza, quel
portamento non già da amici, ma da persone che non si offendono perché non si conoscono. Oh,
Dio, se riflettessi!
11 ottobre 1908.
Ho bisogno, o mio buon Dio, del tempo, della vostra misericordia ogni mattina. Ogni mattina
vengo da Voi a chiedervi una provvista di perdono e di grazia per far fronte alla giornata. Ieri mi
mantenni per un buon tratto, ma poi verso sera mi dissipai e caddi in quel contegno che
m’immagino dispiacerà tanto a nostro Signore, perché è un contegno di tutta freddezza e di
grettezza fenomenale di spirito. Quanto mi umilia e mi confonde questa debolezza! Vorrei essere
sempre un angelo di amore di Dio, vorrei sempre corrisponderlo con una prontezza inappuntabile
di volontà. Tante volte mi figuro che se un qualche gran signore di questa terra mi avesse preso a
voler bene ed io avessi potuto meritarmelo questo bene, con la fedeltà al mio dovere, lo avrei
corrisposto con tanto slancio e sacrificio fino ad esser pronto a sacrificare la mia vita per lui. E mi
affliggo che questo ricco signore non esiste per me sulla terra, e tante volte dico: «A che mi
giovano la bontà, i sentimenti, l’ardore del mio cuore, se non mi è dato di poterli spendere?».
Quale inconsideratezza! Non ho Dio, il quale è mille volte quello che potrebbe essere per me un
ricco signore di questa terra? Egli ha preso a volermi bene e non in una maniera usuale, ordinaria,
ma proprio tutta speciale. Posso ben dire di essere stato scelto fra mille e di essermi attirato le sue
predilezioni. Per qual motivo? Non lo so. Certo, riconosco di avere poche attrattive. Dio ha forse
premiato chi sa quale piccolo atto della mia vita. Come sono stato fortunato! Quanti miei
compagni mi hanno lasciato che potrebbero essere assai migliori di me. Ed io che faccio? Non ho
un dovere sacrosanto di amare senza fine questo Dio che è il genio divino, la vera fata benefica
della mia vita? Perdonami, Signore, se non Ti amo abbastanza, concedimi di poterlo fare in
quest’oggi. Oh, quanto lo desidero! Te lo domando proprio con tutta l’insistenza del cuore.
Voglio farlo! Oggi mi troverò in varie circostanze da dissiparmi. Sarò sobrio in tutto e il mio
pensiero Ti cercherà, il mio cuore Ti aprirà le braccia teneramente come un figliuolo. Non voglio,
neppure per ombra, offuscare la serenità del tuo volto, la dolcezza ineffabile del tuo sorriso con
qualche neo di colpa. Voglio essere pronto e fervoroso nella preghiera, nell’Uffizio e nella Messa.
Oh, la mia Messa! Quanti doni, quale preparazione Iddio non mi dà per questa Messa che è il mio
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rifugio, il momento eccezionale della mia giornata. Buon Dio, ci siamo intesi! Oggi sì, Vi giuro
(permettetemi di dir così), Vi giuro di amarvi fedelmente, fino al momento che chiuderò gli occhi
al sonno.
12 ottobre 1908.
Dio Onnipotente e buono, la mia anima Vi invoca con tutto il desiderio di un ammalato che vuole
il medico, di un figliuolo che vuole la sua mamma. Questa mattina ho bisogno di un vostro bacio
di perdono che mi purifichi e mi renda bello agli occhi vostri. Maria, mia cara madre, non Vi
dimenticate di me; Angelo mio Custode, state al mio fianco!
Ieri passarono per la mia mente questi pensieri. Se fossi gettato dall’odio dei miei nemici negli
estremi di mia vita, tra le agonie della morte, mi sentirei di poter dire: «Muoio contento e perdono
tanto di cuore chi mi ha strappato la vita». E al sacerdote che mi assisterebbe vorrei dire: «Lascio
a te di continuare il sogno delle mie conquiste, dei miei ideali di bene, per i quali avevo tanto
lavorato nella mente e nel cuore. Dio mi ha arrestato nel volo, mi ha troncato le ali, ha spezzato
tutti i miei sogni. Ma questa è la sua volontà». Oh, la volontà di Dio, come mi piace e come la
voglio sempre anch’io! Sento davvero questo trasporto e sento che cresce e si sviluppa tanto in
me che spero assorbirà tutto me stesso. Dio buono, nell’abbandono alla vostra volontà vi è tutta la
perfezione dell’amore! Ed io voglio amarvi perdutamente, lo voglio tanto, tanto. Quanti contrasti,
quante lotte non devo superare e quanto mi rincresce di non essere sempre vincitore! Mi angustio,
mi avvilisco e mi perdo d’animo. Perché? Non siete forse Voi, o buon Dio, che gradite le
intenzioni e le accogliete come se fossero realtà?
Ebbene, o Signore, intendo di amarvi come Vi amano i Santi, come Vi amano gli Angeli, come
Vi ama la vostra più bella creatura: Maria Santissima. E questo amore intendo di mostrarvelo
quest’oggi, più di ieri. Perché non sono completamente buono, perché mi perdo e mi lascio andare
a quel brutto contegno di grettezza di animo? Voi, Signore, che meritate tanto! Oggi sarò buono:
buono nel cuore, nei pensieri, nelle parole, nei miei doveri che compirò solo per amor Vostro.
Sarò buono, se verranno persone a disturbarmi, a rubarmi il tempo; sarò buono con gli
avvenimenti e, soprattutto, sarò buono nell’abbandono e nella solitudine del cuore. O Dio, in
questo momento voglio che l’anima mia sia un fiore, un lume, un sole risplendente dinanzi a Voi!
Se qualche cosa vi fosse che adombrasse la bellezza di quest’anima, Signore, invoco
l’abbondanza della vostra bontà e della vostra misericordia. Lo sapete, o Signore, che Voi siete il
mio tutto60. Io, povero vostro figliuolo, non vivo che per Voi. Voi mi volete in vita, mi avete
salvato da tanti pericoli, mi avete perdonato.
O Dio, Dio mio, vero tesoro, mio unico mondo infinito di Bene, Vi amo con tutto il mio essere,
con tutte le forze possibili.
13 ottobre 1908.
Venite, o buon Signore, al mio fianco portandomi tutto il tesoro della vostra grazia. Risvegliate la
mia anima, vincete la sua pigrizia, sospingetela in alto alla conquista del bene! Anche quest’oggi
voglio essere molto buono: trattar con buona maniera, essere affabile, caro, paziente, generoso,
compassionevole e completamente disposto a fare la vostra santissima volontà. Con ciò intendo di
amar Voi, consolar Voi, dar gloria a Voi, mio buon Dio. Ve lo meritate tanto: siete tanto bello,
tanto buono, tanto grande! Datemela questa fortuna di conoscervi e di amarvi sempre più. È vero,
l’amor vostro è come una montagna a cui si deve salire guadagnando strada palmo per palmo, con
uno sforzo continuo. Oggi ne farò un altro tratto. Raccogliti, mia povera anima, questa mattina sei
un po’ assopita e quasi languida; non bisogna arrestarsi, verrà tempo in cui ti riposerai, ma non
adesso! La lotta è sempre viva, bisogna tener le armi in mano e combattere anche quando non se
ne sentirebbe voglia. Non ti sgomentare, Iddio è ai fianchi tuoi! Le tentazioni sono forti, le
difficoltà piuttosto grandi, l’aria è fosca, l’abbandono è desolante. Non perderti ugualmente! È a
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questo patto che si diventa anime dalla fibra d’acciaio, anime che non temeranno più nulla
appunto perché temprate alla prova. Oggi, amiamolo il Signore! Che gran cosa amar Dio,
diventare suoi, imparentarsi con Lui, aspirare alle sue divine ispirazioni, divinizzarsi, quasi per
dire, con Dio. Le creature non possono soddisfare. Lo hai compreso mille volte!
Fascino, promesse, ebbrezze di un attimo fuggente; ecco tutto, e poi? Nulla, sempre nulla, il
vuoto, il disinganno, l’abbandono. Ma Dio ti promette ben altro. Egli ti chiama attraverso le
austerità del dovere per poi riserbarti la dolcezza vera, suprema, infinita. Corri a Lui, aprigli le
braccia e il cuore e diglielo con tutta l’anima: «Signore, voglio essere vostro, vostro per sempre!».
Il mio stato sacerdotale e la mia condizione m’impongono, di necessità, questa stretta dedizione a
Voi; accettatemi! Sono misero, è vero, pieno di ripugnanti debolezze, ma osservate quanta
confusione mi produce il sapermi tale. Voglio emendarmi, togliere da me quello che non Vi piace
e farmi proprio secondo il beneplacito degli occhi vostri. Per ottener questo, mi abbandono
teneramente nelle vostre braccia e Vi scongiuro di aiutare la mia nullità. Oggi, è vero, Vi ho
promesso di essere un buon figliuolo ma, badate, è necessario che Voi spendiate del vostro
nell’aiutarmi, nel compatirmi. Voi lo farete certamente perché siete buono e perché confido
perdutamente in Voi. Grazie, mio buon Dio! Ricevete fin d’ora il bacio più tenero dell’anima mia
in questo slancio ardente col quale mi consacro a Voi per tutta la giornata.
15 ottobre 1908.
Alla fine di questa giornata, o mio buon Signore, porto la mia anima ai vostri piedi per rendervi
conto di quanto ho fatto in quest’oggi. Il mio solito difetto di trascuratezza e di sbadataggine l’ho
avuto, purtroppo. Di quanto bene sarei capace, se potessi riuscire a farmi un po’ più vivo, un po’
più pronto nell’accondiscendere alle buone ispirazioni! Buon Dio, perdonatemi e rendetemi
migliore! A dirvelo schiettamente, ora mi sento tanto estenuato di forze che davvero non mi riesce
neanche un solo pensiero buono. Mi volete bene ugualmente, o Signore? Chi sa quanto sarà
grande la vostra pazienza nel dovermi sopportare in simili momenti! Mi sono indotto agli estremi
per fare la mia solita meditazione. Questa mattina ho dormito e il tempo mi è sfuggito. Che cosa
ho fatto di bene quest’oggi? Mi sono ingegnato di dire qualche parola buona, ho cercato di
consolare, di spingere al bene. L’ho fatto con la retta intenzione? O Signore, se fossi certo che
solo una mezza di queste intenzioni non fosse secondo il vostro cuore, io la strapperei con tutte le
forze della mia anima. Ho scritto parole buone, le quali spero abbiano portato un po’ di luce e di
santo entusiasmo. È così, o Signore, che voglio vivere e lavorare sempre! Ma non sono ancora
contento. Ho una cosa che mi tormenta nel cuore come un desiderio insoddisfatto. Sento che mi
manca qualche cosa, il bene non mi sembra al completo. Cosa vorrei fare? Ecco, vorrei versare,
anche in una misura più abbondante, la tenerezza, la compassione del mio cuore sulle anime
sofferenti, sui poveri, sugli infermi. Mi trovo imbarazzato e quasi vincolato in questo bene e
riconosco che finchè le condizioni della mia vita non saranno cambiate, io non potrò lanciarmi in
questo campo immensamente vasto. Ma innanzitutto bisogna farsi (individualmente,
internamente) buoni per potere immagazzinare della forza onde far fronte a tutto il bene con tutte
le difficoltà inerenti. Ah, mio buon Dio, è questa una grazia che Vi chiederò insistentemente
sempre: fatemi buono61, sempre più buono, immensurabilmente buono! Cosa devo fare?
Insegnatemelo Voi! Datemi: energia, prontezza, fervore di volontà! Devo essere più remissivo in
casa, meno esigente, un po’ più deferente e indulgente con la mia mamma. Bisogna che mi adatti
alle piccole noie, alle piccole privazioni che la condizione m’impone; è necessario ch’io sappia
rassegnarmi ancora meglio. Quando sarà quel giorno?
16 ottobre 1908.
Dio onnipotente e buono, ascoltate il gemito della vostra creatura! Vedete com’è turbata, com’è
perseguitata dai suoi nemici. Perché, o Signore, non la liberate?
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Io sto male così, ed un’agitazione continua mi sbatte come una povera canna abbandonata al
vento. Non lo sapete che Vi voglio bene e Ve ne voglio con tutta l’anima? Protesto solennemente
davanti all’universo intero che non voglio offendervi mai, mi costasse anche la vita. Non è sincera
questa mia volontà, non è proprio la vera espressione delle mie intenzioni più reali? Perché mi
permettete di dubitarne? Ma per tutto l’oro del mondo, io non vorrei fare un passo che sia a Voi di
dispiacere. O mio buon Dio, Voi lo sapete, io sento tutta l’amarezza di un pensiero che mi
attraversa, di un ricordo che balena sinistro, come un lampo di folgore che mi colpisce, che mi
abbatte, che mi annienta nella polvere. Ditemi Voi, Signore, una dolce parola, una di quelle parole
che piovono come una benedizione infinita!
Muovetevi a compassione della mia anima così umiliata ed avvilita! Vedete che proprio tutto in
questi momenti mi dice male e m’insulta. Io non so da che parte rivolgermi, mi rivolgo a Voi. O
buon Dio, nella vostra infinita misericordia, perdonatemi completamente! Il vostro bacio mi
purifichi, tolga da me qualunque ombra, qualunque neo possa rendermi indegno agli occhi vostri.
Voi ben lo vedete come ne sarei pentito e amaramente dispiacente. Non Vi chiedo che una cosa:
«Datemi di potervi amare consumando, in questo amore, tutte le forze della mia giovinezza, tutto
il corso della mia vita. Lo voglio, lo voglio, o Signore, risolutamente lo voglio!!».
Tutto il resto, fosse anche la felicità più inebriante della vita, lo rigetto, lo abbandono per quanto
mi possa costare lacrime e sangue.
Ma sento in me tutto l’ostacolo terribile della mia debolezza, della mia miseria che mi spaventa.
Su questo Voi volete che io ponga tutta la mia fiducia, la mia tranquillità nell’infinita vostra
bontà. E lo farò. Respingo qualsiasi timore, qualsiasi dubbiosa agitazione e mi pongo qui ai vostri
piedi, abbandonato nella vostra Misericordia. Sento il bisogno di perdermi in Voi e lo faccio con
tutto lo slancio dell’essere mio. Voi passerete a sanare le mie piaghe, a togliere le mie macchie, a
farmi bello e forte. O Dio, mio tesoro, mio rifugio, mia ricchezza inesauribile, ricevete tutto il
bacio della mia riconoscenza! In un santo pensiero di umiltà mi dimenticherò della mia
meschinità, per riflettere solo alla vostra generosa grandezza.
17 ottobre 1908.
O Signore, mi sento sfinito, esaurito, schiantato. Non so che cosa pensare o che cosa dire. È una
pena questa che non vorrei perché mi tocca troppo intimamente, nel profondo dell’anima. O mio
Dio, non posso neppure guardarvi, non posso neppure alzare le mie mani fiducioso a Voi, perché
temo di non esservi accolto e gradito. Oh, Dio, che cosa ho io più a questo mondo, se perdo Voi?
Vedete bene che mi manca tutto, che sono orfano e solo a questo mondo. Vedete che niuna cosa
mi sorride, che una tempesta di odio mi combatte, vedete che «sono obbrobrio ed abiezione
davanti agli uomini»62. Se ora Voi pure rivolgete lo sguardo da me, io sono finito. Quante volte
mi son detto: «Che importa se il mondo mi calpesta, se la vita non mi produce che triboli e spine?
Ho tutto un mondo divino che mi sorride al disopra di questo, che è volgare; ho tutta una vita
soprannaturale che fiorisce rigogliosa in un’eterna giovinezza». Ma ora, o Signore, pare che anche
questo mondo si oscuri per me, anche questa vita soprannaturale intristisca e venga meno. Ah no,
Signore, questo non è possibile, non è giusto! Voi lo sapete che Vi amo e Vi amo sempre senza
alcuna riserva. Vi amo più di me stesso, più del mio vile egoismo, e per questo amore, no, o
Signore, non Vi voglio offendere mai! Desidero morire di qualunque morte piuttosto che venir
meno alla vostra amicizia, alla vostra intimità. E perché dunque questo dubbio tremendo si
affaccia bruscamente alla mia anima e mi fa quasi pensare di essere un miserabile, che raccoglie
le ghiande per terra per trascurare la manna celeste della vostra grazia? Oh, Dio, se così fosse, che
afflizione immensa, che disastro spaventoso! Non è possibile che io vi possa riflettere. Quello che
mi dà speranza e coraggio e vita è quel filo di speranza che mi rimane: che sia tutto una grande
apparenza di illusione. Oh, la mia Madonna! Venite Voi, buona Mamma, a consolarmi; venite
Voi a dirmi che devo fare, che devo pensare. Illuminatemi, indicatemi una strada onde potermi
liberare da questo disturbo! È tanto che prego e non sono ancora stato esaudito. Non ne ho forse il
92
diritto? Non chiedo già grazie materiali, ma Vi domando solo di potermi consolare nella certezza
dell’amicizia di Dio. Oh, la mia Mamma! Come sto male! Come sono potenti i miei nemici!
Come mi sento sopraffatto! Guardami Tu, ho tanta fiducia nella tenerezza del tuo cuore! Prendimi
tra le tue braccia, o rifugio dei peccatori, e conducimi al tuo Gesù! In questa estrema fiducia, mi
abbandono, mi acquieto e mi riposo. Grazie, o mia buona Mamma!
18 ottobre 1908.
Sono tanto contento stamattina. Ieri mi è andata piuttosto bene e, ringraziando Iddio, mi pare di
aver dimostrato un po’ più di amarlo. Mi sono dedicato a consolare, a far del bene a dei poveri
esseri infelici e quanto è riconoscente il Signore! Riconosco proprio che l’unica via per viver bene
è questa. Qui sono nel mio ambiente, qui è la mia direzione, qui è la mia vita. È indispensabile
che mi formi un fondo buono, esuberante di fede e di amore. È indispensabile che io tempri la mia
volontà, che perfezioni il mio intelletto, che riscaldi il cuore. Oh, questa purificazione quanto
vorrei affrettarla, come desidero di poterla aumentare giorno per giorno sensibilmente! La
ripongo nelle vostre mani, o mio amabile Signore. Io sarò come una colomba che gemerà ai vostri
piedi di amore e di desiderio. Fatemi bello, o Signore, perché desidero piacervi; datemi la grazia,
l’immensa fortuna di sapervi amare. Mi abbandonerò perdutamente nella vostra volontà. Studierò
il modo di uniformarmi ad essa in tutti i miei doveri, nei miei dispiaceri, nelle mie gioie. Sono
veramente solo al mondo: vi sono il vuoto e la solitudine intorno a me. In questo vuoto, in questa
solitudine, vi è bene il posto per Voi, o buon Dio. Voi sarete a parte di tutto, come l’unico mio
amico. Vi parteciperò le mie difficoltà, i miei desideri di bene, i miei successi, le mie disillusioni.
Oh, stringiamo questo patto fra noi, che è tanto caro! Oggi dovrò parlare alle anime e dir loro la
vostra parola. Siate con me, sempre! Se vi fosse qualche intenzione estranea alla vostra, intendo
rigettarla fin d’ora con disprezzo. Oh, sempre così, caro Signore! Voi il mio rifugio, la mia
ispirazione, la mia allegrezza! Mi consacro a Voi pienamente. Sono vostro eletto e Voi ben sapete
come sono scarso. Siate adunque la mia sufficienza. Per intanto mi sforzerò di far tutto il mio
meglio per piacervi, per essere la vostra consolazione. Sì, lo voglio, o Signore, non sentite? Lo
voglio con tutto il cuore, con tutta l’anima. Sento di essere indegno anche di guardarvi; è la vostra
bontà che mi chiama, che mi arricchisce, che fa della mia nullità un regno di grandezza. Grazie
infinite, o mio buon Signore! Oggi mi ricorderò sempre di Voi. L’anello che mi congiunge a Voi
in questo momento voglio che duri fino a stasera allorché chiuderò gli occhi e riposerò nel vostro
cuore. Oh, Dio! Com’è bello esser buoni, essere figli vostri prediletti che si aggirano nella vostra
casa come in quella del loro babbo ricco, buono, generoso, infinito!
19 ottobre 1908.
Vi ringrazio infinitamente, o Signore dell’anima mia, di tutti i favori che ieri mi avete donato,
della via che mi avete aperto per farmi del bene, per lavorare nella vostra vigna. Oggi desidero
fare altrettanto col vostro aiuto. Mi mostrerò calmo e sorridente sempre, sereno e affabile con
tutti. Che cosa è che mi manca, che devo fare per essere contento pienamente? Indicatemelo,
perché desidero immensamente di metterlo in pratica.
Mi pare di udire la vostra parola che mi dica: «Fa’ bene tutte le cose e mi contenterai». Quindi
comincia dal far bene la tua meditazione, la quale deve avere lo scopo di rischiararti un po’ la
mente e riscaldarti il cuore. La tua Messa; oh, la Messa, quando non la potrai più celebrare,
quanto riuscirà penoso e come riconoscerai allora, più che adesso, tutta la sua preziosità! Tienila
bene in quella considerazione che si merita e fa’ di tutto per procurarti la consolazione di poter
dire: «Almeno spero di non aver mai abusato della liberalità del Signore, e anzi di averlo trattato
bene, quando mi concedeva di poterla celebrare tutti i giorni». Il tuo Uffizio sia proprio regalato
al Signore come un pegno di amore, di lode e di ringraziamento. Pensa che preghi per tutti in quei
momenti e, in special modo, per quelli che sono affidati alla tua custodia. Chi sa quante volte non
dipenderà dall’Uffizio, recitato bene, l’ottenere da Dio certe grazie, certe conversioni, certe
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benedizioni! Lo studio deve essere ben condotto pazientemente e attentamente. Fattelo bene il
proposito di voler divenire il dominatore della tua fantasia e di farti più raccolto, più profondo.
È inutile! Intanto che non riesci ad ottenerti un po’ più di concentrazione e di fecondità di
pensiero, le facoltà, che Dio ti ha dato, ti serviranno ben poco.
Quante volte l’ho fatto questo proposito, e poi me ne sono dimenticato. Così pure, perché non
avvezzi la tua mente a cercare spesso, fra giorno, il Signore, a vivere in una specie di
comunicazione continua con Dio sotto l’influsso dei suoi occhi purissimi, che ti guardano
sempre? È forse quello che ti manca. Bisogna provvedere e provvedere seriamente. Il mio
proposito è questo: «O Signore, che Vi faccio per quest’oggi? Sarò attento, vigilante nella mia
anima per renderla costantemente di vostra consolazione. Voglio attendere a rendermi migliore in
tutto e per tutto a fine di poter spendermi per il bene degli altri». Oh, quanto lo vorrei fare in una
misura anche più grande! Aiutatemi, o Signore. Io penserò a Voi continuamente, come se non
avessi al mondo altro che Voi; Voi pensate a me e a tutto il bene che, per mezzo mio, volete che
si compia.
20 ottobre 1908.
Dio Santo, infinitamente buono, ora sento di volervi un po’ più di bene e Ve ne ringrazio. Vi offro
tutto il tedio che alle volte mi assale e non voglio avvilirmi per nulla. Quello che faccio, lo faccio
per riguardo a Voi e quindi, a che disturbarmi? Voi avrete cura della mia salute. Non siete Voi
che mi dite: «Pensa a me ed io penserò a te!»? Dunque? Mandiamo via qualunque agitazione. Del
resto, che m’importa la vita a confronto della volontà di Dio? Avrei un rimorso solo: quello di
non aver ancora impiegato bene il danaro, che Dio mi ha dato. Voglio ben farlo al più presto. Ora
pensiamo a portarci bene quest’oggi. Questa dev’essere la mia più interessante occupazione.
Signore, stamattina sono un po’ preoccupato da un pensiero di nevrastenia che mi rende triste e
sfiduciato. Ma in che cosa? Non lo so!
Temo che quest’oggi avrò da lottare per comportarmi fervorosamente. Mi sento un po’ indisposto
anche nel fisico: una discreta costipazione mi angustia. In questo stato, il dovermi recare in un
certo ambiente d’infezione temo sia un’imprudenza. Ma che imprudenza! Amor di Dio e non si
pensi ad altro! È vero che vi porto del bene? È vero che l’unica intenzione, (e se ve ne fosse
un’altra la vorrei togliere) è questa: di far del bene a Dio e al prossimo? E quindi, non è il caso di
misurare me stesso per darmi a Dio. Datemi, o Signore, di saper vincere la mia debolezza. Oggi
sarò proprio vostro, o caro Signore, in tutto. Ieri sera andai a letto con questo pensiero: «Che bella
cosa svegliarsi domani per poter continuare ad amare il Signore!». Com’è bello il vostro amore,
com’è buono, com’è santo! Quanto sarei grande e felice se potessi aspirare a farmi un vostro
prediletto, che porti seco come l’altare del vostro amore! Oggi mi sforzerò di meritarmelo. Intanto
voglio cominciar bene. È inutile che Vi dica che accetto tutto dalle vostre mani: gioie, dolori,
occupazioni e che di tutto intendo valermi per esprimervi il mio bene. Sarò calmo, dolce, affabile
con tutti. Tenetemelo a mente, Signore, che Ve l’ho promesso, e questa sera, quando farò l’esame,
dirò: «Ho mantenuto la promessa?». Voi mi aiutate per quest’oggi, non è vero? Starete sempre al
mio fianco, sosterrete la debolezza mia? Perciò mi permetto di riflettere che in questa ferma
fiducia spero di comportarmi bene. Farò bene tutto e mi ricorderò sovente di Voi. Sono i miei
complimenti che Vi faccio tutte le mattine appena alzato e, purtroppo, alle volte, anzi spesso, si
smorzano presto. Quale confusione! Maria, cara mamma del mio cuore, lo sai quello che devi fare
quest’oggi! Io Ti amerò e Tu mi farai buono, mi terrai sveglio, mi manderai sovente una tua soave
parola che mi ricordi tutto il tesoro, che mi appartiene, di amor di Dio.
21 ottobre 1908.
Accoglietemi con la solita vostra bontà anche questa mattina, caro Signore. Io credo fermamente
in Voi, Vi vedo, Vi sento, spero in Voi come nella mia più gran fortuna; Vi amo, Vi adoro e Vi
domando mille volte perdono di tutto il male che ho fatto e che sono risoluto di riparare in ogni
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possibile maniera. Fatemi fare una buona meditazione acciocchè mi dia un po’ di spinta ad essere
buono in quest’oggi.
Il tempo passa, ed io mi accorgo di fare molto poco. Un giorno mi domanderete conto della
possibilità di fare il bene che io non ho ancor fatto. Rinvio sempre ad un prossimo avvenire che
poi non viene mai. Credo che mi sia necessaria una grande scossa per risvegliarmi. Signore, non
oso domandarvela, perché temo di non averne la forza. Procurerò di scuotermi ugualmente di
buona volontà. Oggi sarò ancor migliore di ieri. Ma mi accorgo che, per questa bontà, non ho una
linea ben tracciata, un termine fisso da raggiungere. Dico così in genere: sarò buono, ma poi in
concreto mi par sempre di non saper fare abbastanza. Signore, illuminatemi!
Che cosa è proprio quello che volete da me quest’oggi? Ditemelo che sono pronto a farlo. Ecco,
mi pare che potrei rivolgere un po’ più frequente il ricordo a Dio: e a questo scopo usare un po’
più d’industria di mezzi onde spingere la mia mente in alto verso di Lui. Non potrei abituarmi, per
esempio, a farlo ad ogni principio e fine di azione? Per esempio: prima e dopo il cibo, prima dello
studio; nell’entrare e nell’uscire di casa: a mezzogiorno, a sera, a certi segnali della campana del
Duomo. Certamente non è vero, che «ubi tesaurum vestrum est, ibi et cor vestrum erit»63? E se
voglio bene a Dio, come può spiegarsi che mi ricordo a stento di Lui? Bisogna vivere un po’ più
raccolti. Che cosa c’è nella mia testa, che è sempre volante come un pallone? Quanto mi è
difficile fermarmi in un pensiero fisso! Da che dipende? È forse ancora il disastro che ha prodotto
in me la dissipazione della vita passata? Purtroppo, forse sì. Bisogna ripararlo il meglio possibile.
Attendiamo dunque quest’oggi: Signore, Vi prometto che, per amor vostro, sarò raccolto, nel
senso di voler tenere, un po’ più del solito, a freno la mia fantasia, il mio pensiero insofferente di
qualunque freno. Accettate questo mio buon desiderio e fate che questa sera, quando farò il mio
esame di coscienza, possa dire: «Oh, finalmente la mia testa ha passato una giornata un po’ più da
cristiani!». Mamma santa, donatemi il vostro prezioso aiuto; spezzate un po’ la durezza del mio
cuore!
22 ottobre 1908.
Quando penso agli innumerevoli benefizi che mi avete fatto, o Signore, fin dalla nascita, io non so
che pensare e dire, tanto rimango confuso e sopraffatto da così immensa vostra bontà. Bisogna
che mi abbiate davvero voluto un gran bene. Che cosa ho meritato io? Null’altro che i vostri giusti
castighi, imperocché sono sempre stato ributtante nella difesa del mio vile egoismo contro la
vostra santa legge. Se guardo un po’ indietro ho addirittura di che prendermi spavento. Quanto
facevate Voi per spezzarmi il cuore al pentimento e alla compunzione, e quanto facevo io per
resistervi!
Mi siete venuto a cercare proprio nel fango, mi avete purificato con la divinità del vostro amore e
avete voluto che io, vero mostro di bruttezza, risplendessi come un astro nella via che conduce a
Voi. O mio buon Signore, potevate far di più per me? Ah, sono ben ingrato se non penso, con la
massima riconoscenza, a tutto questo cumulo infinito di beni che mi avete donato! Dovrei essere
all’inferno cento volte e, invece, eccomi qui ancora nella vostra casa considerato non come servo,
ma come amico, come figliuolo. Anima mia, non la pensi, non la senti questa indicibile fortuna?
Hai Dio che ti vuol un bene di predilezione, che pensa a te come di una cosa che Gli appartiene
gelosamente, che ti ha riserbato alle sue gioie più care, alla sua missione più delicata. Oh, mistero
incomprensibile dell’amore di Dio! Quanto è grande, quanto è infinito! Non è quindi giusto che tu
ti dia a Lui perdutamente, senza riserva? Oh, sì davvero! Bisogna proprio farlo e in tutta la misura
possibile perché, per quanto faccia, non arriverò mai ad uguagliare la misura che Dio ha usato con
me. O buon Dio, ricevetemi tra le vostre braccia e fate che io possa sentire tutta la felicità di
donarmi a Voi! Prendetevi pure la mia anima, il mio cuore, la mente, i pensieri, gli affetti, la
salute, la vita: è tutta roba vostra che io Vi dono quasi di ritorno.
Vorrei promettervi infinite cose, se non mi spaventasse la mia debolezza. Ad ogni modo,
compatitemi! Voglio, o Signore, vivere solo per Voi, compenetrarmi di Voi, respirare solo di Voi.
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Voglio amarvi con tutte le forze di cui sono capace e amarvi in tutte le maniere. Fate che io possa
esprimere questo amore nel fare del bene a tutti, nel trattar bene tutti come se tutti fossero Voi.
Ah, buon Dio, con un altro raggio della vostra particolare bontà, penetrate per bene l'anima mia,
acciocché conosca sempre più i vincoli indissolubili che la legano a Voi ed io sia sempre più
spinto a corrispondere nel modo più assoluto a tanta benedizione! Maria, cara mamma, aiutatemi
tanto! Angelo Custode, prestatemi le vostre ali!
23 ottobre 1908.
Il libro della vita ha delle pagine così terribili che è proprio necessaria tutta la potenza di una fede
viva e forte, per non perdersi d’animo e soccombere. Quanto sono meritevoli di compassione
coloro che, appunto, cedono sotto il peso! Chi sa quali tristissime ore di agonia hanno preceduto
la loro colpa! Io mi trovo, al presente, proprio in uno di questi istanti così spaventosi. È talmente
grande ed opprimente il peso che mi incombe, che quasi m’indispettisco; con chi? Non lo so!
Credo contro me stesso e, lontanamente, forse contro Dio. Sì, proprio contro di Voi, o Signore!
Perdonatemi.
Ascoltate però il gemito fremente che sale dal profondo della mia anima. Perché deve essere così
opprimente la prova e così misteriosamente ambigua? Non Ve l’ho detto abbastanza che non
voglio lasciarvi mai, mi costassero il sangue e la vita? Non è forse sincera questa protesta che
vorrei firmare cento, mille volte ad ogni momento? Eppure, sono quasi lo stesso, come se fosse il
primo giorno della promessa sacerdotale e sento anche assalirmi il dubbio poderoso, tremendo di
non averla mantenuta. Signore, non mi è possibile progredire in questo modo! La mia anima è
sbattuta da ogni parte come una fragile canna, come una foglia arida, caduta dall’albero delle
disillusioni. Mi pare di essere perduto in un orrido burrone e da questo mandare tutta la forza del
mio grido a Voi perché mi liberiate, mi solleviate con l’onnipotenza delle vostre ali. Ascoltatemi,
dunque, o Signore, non permettete che il vostro servo, l’amico, il figlio vostro sia il giuoco dei
vostri nemici. Non ho altri che Voi di rifugio nella vita, poiché c’è proprio il deserto intorno a me.
Se perdessi Voi, perderei la mia stella, il mio sole, perderei tutto me stesso. Ricevetemi e
salvatemi! Che cosa devo promettervi? Di non lasciarmi abbattere? Ebbene, confiderò sempre,
sempre in Voi e non mi perderò d’animo mai. Mi rifarò sempre nei miei propositi senza
arrestarmi per nulla. Il vostro braccio Voi me lo date, o Signore? Io proprio Ve lo domando. È
tutta la ragione della mia speranza. Siete Voi che avete detto: «Chi in me confida non andrà
confuso in eterno»64. Di questa promessa io mi faccio forte, per tranquillizzarmi e dormire in pace
nel seno paterno della vostra divina misericordia. Intanto, se vedeste in me qualsiasi minima cosa
che offuscasse la purezza della mia anima, deh, Voi toglietemela, rendetemi bello di tutto lo
splendore della vostra grazia. Ho tante anime che aspettano da me la luce, la verità e la vita; come
potrei darle a loro, se io fossi tenebre, errore e morte? Oh, Dio, quanto mi spaventa questo
pensiero! Solo l’abbandono perduto in Voi può farmelo dimenticare.
24 ottobre 1908.
Stamattina, o Signore, mi sento chiamato dalla vostra grazia a promettervi tante belle cose per
quest’oggi. Quanto sarei contento di poter riuscire non solo a promettere, ma a mantenere di esser
vostro, di amarvi con tutta la potenza dell’anima. Insegnatemelo Voi, o Signore! Che cosa devo
fare?
Tutte quelle industrie, che io suggerisco agli altri, devo pure suggerirle a me stesso. Alla mattina,
appena alzato, darò a Dio in precedenza tutto il compito della mia giornata: pensieri, parole, atti,
sofferenze. A questa offerta unirò pure il desiderio vivissimo di poterlo amare in ogni momento,
di poterlo consolare di tanti che non Lo conoscono e Lo oltraggiano continuamente. E poi mi
metterò subito a far bene, a tradurre in pratica il mio proposito. S’intende che la mia natura
indolente vuol essere sollecitata, spinta in certi momenti anche ad abbracciare un po’ di sacrifizio.
Quanto mi costa, per esempio, il pregar bene allorchè mi sento la languidezza dilagare nell’anima
mia. Ebbene, allora che dovrò fare? Con un attimo di pensiero o di parola chiederò l’aiuto
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dall’alto e poi, calmo e tranquillo, mi sforzerò di tener raccolta la mia mente e di aiutarla a portare
il peso della preghiera sino alla fine. Gran Dio! Ho detto il peso della preghiera, quasi che il
parlare con Voi sia una cosa faticosa e pesante. Purtroppo devo confessarlo: le cose spirituali sono
sommamente difficili e quindi mi costano sforzo e fatica in certi momenti. Spero col tempo di
poter vincere questa indisposizione naturale, fidando principalmente nel vostro santo aiuto.
Inoltre, trovo difficoltà nel compiere con puntualità il mio dovere. Il tempo mi fugge con rimorso
in quei piccoli momenti in cui mi distraggo dall’occupazione, per rivolgermi a compiere certi
nonnulla che sono davvero i fattori parziali del veleno che mi toglie tutta la buona volontà di
lavorare. Non me lo permetterò quest’oggi. Sarò inflessibile nell’orario in cui ho ordinato le mie
operazioni. Se è tempo di suonare, si suoni; se è tempo di studiare, si studi; se è tempo di leggere,
si legga. E tutto questo voglio che vada davanti a Dio come un profumo, una gioia, una festa per il
suo cuore divino. Se lo merita tanto, mi vuol tanto bene. Perché non farlo? O Maria Santissima,
cara mamma del mio cuore, aiutatemi in questi momenti a promettere sinceramente, e aiutatemi
allorquando mi vedete spossato e avvilito, vicino a venir meno a questi bei propositi! Ed ora
cominciamo subito a dir bene l’Uffizio!
25 ottobre 1908.
O Signore buono, faccio appello alla vostra infinita misericordia e pazienza per compatirmi e
sopportarmi come purtroppo mi merito. Se non ci fosse questo pensiero dell’estrema vostra bontà,
io mi perderei d’animo e mi darei alla disperazione. Se rivolgo lo sguardo su me stesso, ne sento
nausea e ribrezzo. Quanto dovrei e potrei esser buono, e non lo sono. Mi sento annientato nella
considerazione di me stesso; riconosco che senza Dio di altro non sarei capace che di peccato.
L’amor proprio è gigante in me; sono malizioso, facile a considerar le cose dal lato negativo, e
come quel fariseo, che nel tempio si confrontava superbamente con quel pubblicano, anch’io alle
volte ho il coraggio di pensare e dire quasi al Signore: «Vi ringrazio ché non sono come quei
peccatori»65. Non dovrei neppure alzar gli occhi, neppure fermarmi un istante su me stesso,
perché so troppo bene ciò che sono stato in passato ed anche quello che sono al presente. Se Dio
non fosse buono, io sarei un essere obbrobrioso sotto ogni rispetto. Vi ringrazio, o mio Signore, di
tanta vostra bontà e permettetemi che io ne approfitti per corrispondervi in una maniera più viva e
perfetta.
Questa mattina ho il rimorso di essere stato mortificato nella prontezza dell’alzarmi. Avrei
guadagnato tempo e tranquillità. Toglietemene la qualsiasi macchia, che possa aver prodotto in
me, col vostro perdono. Mi prostro innanzi a Voi col cuore veramente pentito di qualunque
minima offesa volontaria o involontaria che io possa avervi arrecato, in ogni istante della mia
vita: mi dichiaro dispiacente al sommo e mi dispongo completamente per la riparazione. Voi lo
sapete, o Signore, che io Vi voglio bene, che metto sopra di Voi e unicamente in Voi tutto il
castello, il mondo dei sogni miei. Ve lo dico proprio sinceramente con tutta l’anima, ma
ricordatevi che, o caro Signore, dovete far molto anche Voi, dovete far quasi tutto, perché avete
per le mani un soggetto poco buono. Datemi proprio quanto è necessario per amarvi tutto
quest'oggi: pensieri, parole, atti, dolori; li offro di cuore a Voi, ad effetto di questa manifestazione
di bene che desidero. Fatemi far molto, fate che io possa avere in mano la prova sensibile del bene
che Vi voglio, col farne immensamente agli altri.
Maria Santissima, statemi sempre ai fianchi quest’oggi assieme all’Angelo Custode e dirigete,
inspirate, infiammate questa debole miseria che Vi invoca!
27 ottobre 1908.
Che cosa devo dirvi questa mattina, poichè mi sento davvero perduto in un mare di tristezza che
dilaga per tutta l’anima mia? Non so che invocare la vostra clemenza misericordiosa, che mi
compatisca e mi soccorra. Ieri mi parve di comportarmi bene fino alla sera; poi venne una
circostanza che mi sconvolse e mi disturbò completamente. Quanto è difficile poter mantenere il
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nostro umore sempre tranquillo e sereno! Ma dovrò sopportarmi e tollerare pazientemente questo
peso che mi durerà finché Dio vuole. Quanti dispiaceri piccoli, anzi minimi se vogliamo, ma che
si susseguono con un’insistenza così tenace che proprio riempiono di amaro veleno tutta l’anima.
Quanto si vorrebbe veder tutto bene: le persone, che si amano, vivere prosperamente nella grazia
di Dio, ed invece va quasi tutto a rovescio. Perché, o Signore, non ci aiutate? Non ascoltate la
nostra preghiera di soccorrerci, di prestarci tutta l’onnipotenza del vostro braccio? Foste poi Voi
che ci diceste: «Se un amico vi domanda del pane, gli darete forse uno scorpione? Se vi chiede un
pesce, gli darete un serpente? Se quindi così fate voi, che siete cattivi, quanto più lo farà il Padre
vostro buono che sta nei cieli?»66. Dunque, o Signore, rianimate la nostra fiducia in Voi e fate
tutto quello che ci è necessario. Io, per parte mia, mi rassegno volentieri alla mia croce presente e
la porterò finché volete, senza mormorare e, molto più, senza venir meno al minimo dei miei
doveri. Ve lo promette la mia anima, proprio sinceramente.
Questa mattina ho il rimorso di avere indugiato un po’ ad alzarmi: perdonatemi, e toglietemi
ancora qualunque ombra possa rimanere nella mia anima. Fui poco caritatevole e garbato con
quella persona? Signore, non era buono e sincero lo scopo per cui lo facevo, cioè di poterla
dominare non per orgoglio né per vanità, ma per non venire sopraffatto in cose più importanti?
Chiesi pure consiglio e mi venne confermata, come buona, la mia idea. Del resto Voi lo sapete, se
io serbo rancore. È vero che quella persona mi ha fatto i torti più sensibili e più nauseanti, ma io
la perdono e sono disposto a dimenticare. Anzi non vi rifletto mai. Solo procuro che non vi sia il
ravvicinamento, perché lo ritengo di null’altro proficuo che di altri guai. Posso star tranquillo, o
Signore? Credo di sì, perché nulla vi è che possa dirmi il contrario. Maria, ho bisogno di Voi e
della vostra materna bontà! Sollevate un po’ il mio spirito questa mattina, che è tanto abbattuto!
28 ottobre 1908.
Questa mattina non ho che da umiliarmi davanti a Dio. Riconosco la mia immensa miseria che mi
abbatte. Oh, se non foste così misericordioso, o Signore! Ma non bisogna abusare della bontà di
Dio, perché allora questa perde il suo valore. Oltre al resto, sono stato un po’ pigro nell’alzarmi
dal letto e questo mi indispone molto, benché si tratti di una cosa da nulla. Mi prostro confuso e
pentito ai vostri piedi, o Signore, e Ve ne chiedo perdono di cuore. Quante grazie Voi mi fate
continuamente! Se volessi, quanto ne potrei approfittare! Ma vado avanti sempre così: un po' bene
e un po' meno bene. Maria Santissima Madre di Dio e Madre mia, vengo da Voi pieno di fiducia
filiale.
Desidero essere buono, lo voglio divenire sempre più; datemi la vostra mano anche Voi! Vi avevo
promesso tante cose e poi mi dimentico. È questa vita spensierata, distratta, incapace della serietà
di qualunque riflessione prolungata che mi dispiace. Non è possibile rimediarvi? Oh, se lo potessi
quanto sarei contento! Oggi che devo fare? Devo sforzarmi di far bene le mie cose di pietà
innanzitutto, e poi compiere esattamente i miei doveri con l’intenzione di offrirli a Dio come
dimostrazione di amore. Devo trattar bene, cordialmente e affabilmente con le persone; devo
mantenere la calma di spirito e, per quanto è possibile, devo vivere sotto gli sguardi purissimi del
Signore e fare tutto il bene che Dio mi manda. E poi? Non saprei che aggiungere. Quando stasera
potrò dire di essere riuscito in queste cose: doveri di pietà, doveri di lavoro, doveri di carità,
doveri di perfezionamento, doveri di ministero, allora potrò anche consolarmi di avere speso bene
la mia giornata.
Cominciamo, dunque! Vi apro il mio cuore e la mia volontà, o Signore, con tutto il desiderio di
potervi consolare per tutto quello che ho potuto commettere di vostro dispiacere. Lo voglio
assolutamente e spero fermamente di riuscirvi, perché confido in Voi. Tengo per certo che Voi
oggi mi darete la vostra mano, mi solleverete quando cado, mi conforterete quando sono avvilito,
mi darete di poter ricordare i propositi che faccio ora e soprattutto mi concederete la forza di
abbracciar volentieri il caro peso della virtù e l’amarezza del sacrificio. Non è vero, o Signore?
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29 ottobre 1908.
È il momento questo del rinnovamento, del rinforzo della mia anima. Aiutatemi, o buon Dio, a
poterlo fare con tutto l’impegno della mia volontà! Ieri credo che mi sia andato abbastanza bene,
poiché fui molto occupato, e mi parve di offrire a Dio ogni mio impegno. Oggi vorrei fare
altrettanto. Spero nell’aiuto della Madonna.
Riconosco in me un difetto che minaccia di prender piede. Se ho dolcezza e affabilità con tutti,
alle volte, anzi spesso, non le esercito in casa con la mia mamma. Mi mostro serio, quasi risentito
e, parlo in modo un po’ amaro e severo. Perché? Mi permetto di investigare le sue intenzioni e,
non trovandole conformi al desiderio mio, me ne indispettisco. Poveretta, ha i suoi difetti, le sue
debolezze; sono forse io quello che la deve giudicare? Non potrei piuttosto attrarla a me,
facendomi voler bene in una misura ancor più grande, ancor più delicata, per poi poterle dire una
parola che ella, forse, accetterebbe più volentieri di quello che non faccia dei miei disgustosi
risentimenti? Comprendo che mi costa un po’ di fatica, e di abnegazione di me stesso, ma
conviene pur farlo. Tante volte m’indispongo proprio per questo. Ieri sera per esempio, perché
non la trovai di sentimento generoso, mi comportai in maniera da dimostrare di essermene avuto a
male e la lasciai forse un po’ col broncio. La vorrei perfetta, ecco tutto! Purtroppo bisogna
prenderla com’è! Ella mi vuol bene, poveretta, ma questo bene non sa esprimerlo altro che in una
maniera molto materiale. È davvero per me una mortificazione assai sensibile, che mi è di
umiliazione, di isolamento e di abbandono. Quanto vorrei che si incarnassero in mia madre tutte
le virtù, le nobiltà di animo, le delicatezze di cuore immaginabili per poterla formare, nella stima
e nell’amore, come l’idolo del mio cuore. Dio non me lo ha concesso. Egli forse è geloso di me e
vuole tutto il mio cuore per sè. Com’è bello, distolti da tutte le volgarità della vita, delle persone e
delle cose, il potersi rivolgere a Dio come in un rifugio e il potergli dire: «Signore, non ho proprio
altri che Voi che mi dica bene, che mi guardi e mi sorrida con tutte le attrattive potenti della
bellezza, della grandezza e della bontà». Oh, se potessi realmente essere vostro completamente,
perdutamente vostro! Fate che oggi sia un giorno che segni un grande tratto di avvicinamento tra
la mia anima e Voi! Lo desidero, Ve lo prometto, Ve lo giuro!
30 ottobre 1908.
Povera anima mia, vieni ai piedi del Signore. Tu sei debole: Egli ti rafforzerà; sei malata: ti
risanerà; sei fredda: ti riscalderà. Perché avvilirti, perché spaventarti, se la lotta è terribile? Non ha
detto Dio che ti assisterà, che combatterà con te? Non si cade se non si vuole e, per quanto le arti
del nemico siano subdole e raffinate, veglia Dio in tua difesa. Egli sventerà ogni tranello e ti
salverà. Non sei tu, mia povera anima, che protesti le cento, le mille volte che vuoi piuttosto
morire che venir meno? È mai possibile che vi sia una forza superiore alla tua volontà che ti possa
piegare a volere ciò che assolutamente non vuoi? È bensì vero che in questo dubbio angoscioso tu
rimani come annientata, ma fatti coraggio, guarda in alto: Dio è buono, infinitamente buono. Vuoi
che non abbia per te quella cura che Egli ha per tutti, anche per quelli che non Lo amano?
Chiedigli perdono anche delle piccole ombre del male che potessero menomamente offuscare la
purezza del tuo aspetto e diglielo ben di cuore: «Signore, Tu lo sai se Ti amo!»67. Nella
riconoscenza della tua miseria, umiliati profondamente davanti all’infinita maestà e santità di
Dio! Vedi che cosa sei? Se Dio non ci fosse, tu saresti un essere mostruoso. Dio invece, nella sua
onnipotenza, ha anche per te, povero verme della terra, delle risorse divine e senza alcun tuo
merito: Egli sa trasformarti come se fossi un angelo innocente.
Guarda un po’ il passato! Numera le volte che hai detto a Dio: «Non Ti voglio!». Misura la
profondità dell’abisso nel quale ti eri abbassato e poi di’ se non è stata grande la fortuna, che Dio
ti ha fatto, nel sollevarti ad un’altezza, ad un onore, ad una purezza di coscienza per la quale non
ti riconosci ormai più. Se Dio ti ha procurato tanto bene, vuoi che non lo continui? Vuoi che ora ti
trascuri, mentre sei stato l’oggetto delle sue premure più insistenti? Lo sai in che modo soave e
meraviglioso Dio ti ha tirato a Sé? Tu non hai resistito perchè affascinato da una forza e da una
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dolcezza che ti rapiva. Oh, qualora tu non avessi altra prova dell’amore che Dio ti porta,
considera quello che ha fatto per risanarti, per redimere l’orrore della tua coscienza e della tua
vita! Il Signore di allora è anche quello di oggi! Non dubitare! Con la stessa filiale fiducia, in
questi momenti prostrati avanti a Lui e digli: «Se un giorno mi cercaste Voi, mentre Vi fuggivo
io, è mai possibile che ora mi fuggiate Voi mentre Vi cerco io? Perdonatemi e purificatemi col
vostro bacio divino! Mio Dio, salvate questa povera creatura che non ha altra fiducia, altro rifugio
che Voi!».
31 ottobre 1908.
Quale fortuna che abbiamo a trattare con un Dio così buono, il quale è sempre disposto a
compatire e a perdonare! Guai se dovessimo abusare di tanta generosità! Dio volterebbe altrove la
sua faccia. Egli ci vuole di buona volontà, col desiderio sempre vivo di rialzarci, di divenir santi.
Le nostre debolezze Egli le ricopre col manto della sua divina onnipotenza, purché noi Gli
dimostriamo tutta intera la nostra fiducia.
Signore, è vero che Voi siete così infinitamente misericordioso, ma vedete come sono io: pigro,
indolente, misurato, avaro con Voi. Quanto mi dispiace e come vorrei guarire! Anche questa
mattina non sono stato puntuale nell’alzarmi. Riconosco che mi illanguidisco da un giorno
all’altro. Deh, non lo permettete, o Signore! Oggi voglio rialzarmi un po’. Ieri ho un po’ mancato
nel parlare; Voi m’ispiraste a tacere, ma io fui tanto sciocco da non ubbidirvi. Ne fui amareggiato
poi. Oggi, dunque, ripiglierò tutta la mia buona volontà per combattere e vincere me stesso.
Riscaldatemi il cuore e infervoratemi la volontà!
Stendete un velo benigno che ricopra tutte le mie miserie e datemi il coraggio di potere con tutta
l’anima adoprarmi per il bene! Quanto mi è necessario e indispensabile! Tante volte mentre io
predico agli altri, sento il rossore di non fare ciò che consiglio e lo impongo paternamente a loro.
Siete Voi, o Signore, che me lo ispirate e a doppio fine: per loro e per me. Quando sarà che mi
piegherò proprio totalmente? Fate che venga presto quel giorno, o meglio devo procurare io che si
affretti cotesta fortuna. Voi mi aiutate, mi date tutto quello che voglio; sono io che non
corrispondo con coraggio.
La mia Madonna, caro rifugio della mia debolezza, Vi prego fatemi da mamma, ma in quel modo
che Voi sapete e che io ho consigliato ad un’altra. Assistetemi amorosamente, suggeritemi il bene
da pensare e da compiere, richiamatemi alla paziente costanza dei miei propositi, rimproveratemi
dolcemente e poi, Maria, ho anche bisogno di amore. Fatemi sentire la cara dolcezza della vostra
bontà materna; che il vostro spirito aleggi intorno al mio come una carezza divina. O Maria,
proprio lo voglio quest’oggi! Come Vi scrivo, così Vi prego e Vi scongiuro affettuosamente; Voi
non potete non ascoltarmi e non esaudirmi.
Signore, in questo momento io firmo il mio proposito: «Con tutta la buona disposizione della mia
volontà, oggi sarò un vero vostro figliolo fedele ed amoroso, il quale studierà tutte le maniere di
dar piacere e consolazione a Voi, mio Dio, mio sposo, mio unico tesoro!».
1 novembre 1908.
Signore, venite con la vostra reale presenza proprio qui a me vicino; che io Vi senta e Vi ami.
Eccomi al principio di un altro mese del quale Voi mi domanderete conto se io non lo avrò speso
bene. Ve ne prego, portate nell’anima mia tutto un cumulo di energie buone, di aspirazioni sante
affinché io tenda a Voi con tutto il cuore. Voglio proprio mettermi bene. Quante volte io Ve l’ho
detto e Voi sempre buono, mi ascoltate e mi accogliete fidando nella mia sincerità. Bisogna bene
che io prometta seriamente. Riconosco che il mio debole sta nel finire la giornata.
Comincio ordinariamente bene, ma finisco poi male. Mi sorprendono una spossatezza e un
languore così opprimenti che mi rendono svogliato, e trascuro poi di compiere con diligenza gli
ultimi atti del mio dovere con Dio. Ordinariamente, quando mi riposo, ho sempre qualche piccolo
rimorso di un qualche strappo, benché minimo, al regolamento che mi sono imposto. Procurerò
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che non sia più così. Che mi conviene fare quest’oggi? Retta intenzione, puntualità e fervore nel
compiere i doveri molteplici che mi incombono. Dovrò occuparmi piuttosto molto; se mi è
possibile voglio vedere di rivolgermi a Dio ad ogni cambiamento di azione. Com’è buono Dio
con me, quanta salute mi elargisce, che campo vasto mi concede da lavorare, quale premura che il
mio spirito sia coltivato, sia scosso, sia infervorato dal contatto quasi continuo con certe anime
che, davvero, mi sono di sprone vivissimo al bene. O Dio! Se non Vi voglio bene io, guai! È
troppo quello che fate per me, lo conosco, lo sento. Vi mando il mio bacio ardente di
riconoscenza infinita; e vorrei contraccambiarvi in qualche modo. «Fallo quest’oggi», Voi mi
dite.
Oh sì, tanto! Comincerò dal dir bene l’Uffizio, dallo spendermi con tutte le forze per le vostre
anime, dal celebrare bene la Messa, dal compiere bene i miei doveri in Duomo, dal trattar bene
con tutti; e spero, o Signore, di potere arrivare così fino a sera. Concedetemi nella vostra infinita
bontà una forza proporzionatamente grande. Vi offro tutto questo mese in suffragio dei poveri
morti. O Maria cara, ricevete la mia buona volontà, adornatela di tutte le migliori disposizioni;
conservatemela tale per tutto questo mese, per tutta la mia vita! Angelo Custode, difendimi con le
tue ali!
2 novembre 1908.
Accoglietemi, o buon Signore, con la vostra consueta bontà poiché la mia anima ha sete di Voi.
Com’è vero che da Voi lontani si perde ogni motivo di benessere e di grandezza. Come si sta
male e come si perde tutto! Com’è mai possibile la vita senza di Voi?
Però comprendo che per essere sinceramente di Dio e con Dio, è necessario comportarsi in ben
altra maniera in cui non mi porto io. Quei momenti di crisi cui vado soggetto, bisogna sopportarli
in altro modo. Non sono ancora riuscito a formarmi un’assoluta padronanza di me stesso. L’apatia
e l’inerzia mi pesano sovente come un incubo sull’anima e sento come un esaurimento di forze,
una fiacchezza che mi snerva. Trascuro l’esattezza dei miei doveri, specialmente la fedeltà delle
mie preghiere, e così ricado nella fatale consueta malattia che è una tiepidezza parziale,
incipiente. Guai se Dio non mi avesse posto all’intorno come delle sveglie che mi destano
eccitandomi al fervore! Riconosco veramente in ciò una soave provvidenza di Lui che mi vuol
bene.
Sono quasi costretto a rivolgermi a Dio perché ha dei richiami così dolci e potenti! E vado
dicendo: «Oh, se davvero mi dessi ad essere completamente buono! Quanti mezzi ne avrei e come
potrei riuscirvi felicemente!». Il tempo è davvero propizio, non posso lamentarmi che Dio non
faccia per me quello che farebbe per il suo figliuolo più caro. È vero che le tentazioni sono forti e
stancano con la loro pertinace insistenza, ma è pur anche vero che Dio mi offre il suo braccio ed
io ne posso tanto approfittare. Certo bisogna stare sempre al proprio posto, non perdere mai la
distanza ed essere in grado di udire sempre la voce del Signore. Promettiamolo, per quest’oggi!
Sono stato diversi giorni senza fare la mia consueta meditazione e me ne sono sentito male.
Perché illanguidirsi in questo modo? Alla mattina invece di alzarmi sollecitamente, ho impigrito
nel letto perdendo così il tempo per fare il mio bene. Poi me ne sono pentito amaramente ed ho
provato che l’unico vero benessere è quello che scaturisce dall’approvazione e dal contento di una
buona coscienza. Quante anime che vengono da me per consiglio ed aiuto e sono più buone e più
forti di me! La guida è più scarsa di luce, di bontà e di senno di colui che è guidato. Quale
umiliazione! Gesù, Maria, Angelo mio Custode, fate che più non sia! Oggi Vi dono tutto il
fervore delle mie promesse. Sarò davvero tutto vostro, completamente vostro!
3 novembre 1908.
Per andare dal Signore mi è necessario stamattina sormontare tutto un ammasso di tedio, di noia e
di aridità. Ieri ebbi tante tristezze fornite da piccole disillusioni che mi amareggiarono lo spirito.
Avrei dovuto vincere la ripugnanza naturale ed invece mi lasciai un po’ soffocare, il che mi
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produsse sconcerto. Fui negligente nel reprimere certi momenti di sconforto, trascurai di
applicarmi con indefessa attività e così perdetti la mia giornata. Oggi ne sento un riflesso lontano.
Ma come son bravo a dirlo agli altri, bisogna che riesca a dirlo anche a me stesso! Conviene farsi
forza, sopportare e vincere il peso naturale che importa la fedeltà al fervore. Inoltre, alla mattina
quando mi alzo, perché lasciarmi vincere così dalla pigrizia? Mi ero messo tanto bene in passato;
ed ora m’incammino in un’abitudine d’inerzia e di difficoltà nell’alzarmi che mi può essere fatale.
Quando trascuro questa prontezza, mi sento meno spinto a Dio, sento tutta la fiacchezza dello
spirito. Ah, mio Dio! Vedete come sono misero! Chi lo crederebbe che mentre so spingere altri al
fervore, io sia così vergognoso? Questo non va, in qualunque rispetto. Dio potrebbe stancarsi di
me e rifiutarmi nel compimento dei suoi disegni. Devo essere un’anima sempre pronta, sempre
aperta a Dio e farmi una condotta di attività costante per sentirmi la pace di Dio. O Maria, vengo
da Voi come ad un rifugio. Sanate le piaghe dell’anima mia, datemi tanti doni preziosi
imperocché voglio proprio far bene. Mi compatite prima Voi e, poi, ottenetemi la misericordia del
Signore. Siate sempre Voi che mi conducete a Lui come un figliuolo pentito e desideroso di
emendarsi. Sappiate dir tanto a mio riguardo; dite che non ho bene in nessuna cosa, se non in Lui;
dite che desidero di amarlo e dite ancora che mi sento umiliato di non trattarlo ancora come si
merita. Dite che mi doni tutta la purezza della grazia sua e che continui a mandarmi tutta
quell’abbondanza di aiuti e di favori che sin qui mi ha sempre elargito.
Quest’oggi mi sforzerò di passarlo bene, non solo ora ma anche nel progresso e specialmente
nella fine della giornata. Prima di terminare questa meditazione, Vi chiedo la vostra benedizione
che ritengo come il vostro bacio materno, che mi purifichi e mi consoli e mi ottenga poi, così da
Voi ben rimesso, tutta la tenerezza espansiva di Dio. Oh, la mia Mamma, quanto bene mi fate e
come devo ricompensarvi in altrettanto bene!
8 novembre 1908.
Signore, abbiate la bontà di sopportarmi alla vostra presenza, poiché mi riconosco così mancante
e ripieno di difetti! Come me ne dispiace e quanto desidererei di emendarmene! Concedetemi la
costanza instancabile della volontà! Voglio che la mia anima sia pura e monda da ogni peccato e
quindi abomino e detesto tutto ciò che può anche menomamente offendervi. Ho mancato ieri?
Forse ho avuto un po’ di tiepidezza, specialmente alla sera.
Perdonatemi! Oggi Vi ripeto il mio proposito che Voi, tanto buono, accogliete con la stessa
fiducia come se fosse la prima volta che Ve lo faccio. Gran Dio, quando sarà che io morirò
completamente a me stesso per vivere solamente in Voi? Tocca a me affrettare questo felice
istante. Facciamo oggi un altro volo. Signore, perdono a tutti, voglio bene a tutti, anche a quelli
che mi vorrebbero del male, accetto volentieri il peso, le abnegazioni, i sacrifici del mio stato,
anzi Ve ne ringrazio proprio di cuore. Sono contento di avere rinunziato a tutto ciò che sarebbe
stato soddisfazione del mio egoismo per occuparmi a lenire68 dei dolori e risanare dei cuori. O
mio Dio, come in questo mi sento felice! Come sto bene allorquando ho la certezza, quasi
evidente, di avere asciugato delle lacrime, di aver fatto sorridere un raggio di sole attraverso un
cielo inesorabilmente nebuloso! O mio Dio, concedetemelo fino alla morte! Fate che io muoia,
ma con la coscienza di morire per Voi. Accetto tutto dalle vostre mani, anche se mi troncaste la
vita nel fervore della mia giovinezza e nella più lieta speranza dei miei ideali. Solo una preghiera
Vi farei, o Signore ed è la preghiera che Voi pure faceste con tanta tenerezza di cuore: «Fate che
niuno di quelli, che avete a me affidato, abbia a perdersi»69. Concedetemi che l’avere accostato
me sia stato per loro una fortuna. Oh, che consolazione, se potessi sperare un giorno di essere
stato la fortuna di tante anime! Oh, Dio, è troppo grande la missione, è troppo bella! Certamente
non la meritavo io con tutta quella sequela di infedeltà e di miserie che, Voi ben sapete,
deturparono i giorni più lieti della mia infanzia. Ah, o mio Dio, è con questo scopo, è per questo
ideale che voglio esser buono quest’oggi! Buono nel senso di rassegnarmi a tutto; prender tutto
con animo tranquillo; esprimermi con calma e con bontà anche nelle cose che offendono in
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qualsiasi modo l’amor proprio. Oh, se potessi riuscirvi completamente! Se questa sera potessi
alfine dire a me stesso: «Ecco una giornata che, spero, sia stata un regalo di soddisfazione al mio
buon Dio». Ho avuto tante giornate in cui vi sono state amarezze senza fine!
10 novembre 1908.
Corro buon Signore, accoglietemi tra le vostre braccia, io, povera creatura, che non sa in che
modo regolarsi per riuscire a divenir buona. Oh, quanto lo desidero e perché non vi sono giunto
ancora? Non ho risolutezza ed energia. Questa mattina, per esempio, ho indugiato a letto, il che
mi ha prodotto una perdita di tempo che ora rimpiango con un certo rimorso nel cuore. Buon Dio,
come sono obbrobrioso! In questo momento ritorno ancora a Voi e Vi chiedo di sapervi amare
ancora di più.
Ieri sera con quanta splendida efficacia mi fu parlato di Voi che vi manifestate nella creazione.
Come siete grande, sapiente, onnipotente! Quale gioia non dovrebbe esser la mia nel pensare che
sono un aspirante al vostro amore, anzi sono un essere che è da Voi cercato come se non poteste
fare senza di me! Oh, Dio, quanto mi confondo nella mia miserabile nullità da osare perfino, se
non di rifiutare, almeno di limitare e concedere a malavoglia il bene che mi chiedete! È proprio il
motivo su cui non rifletto. Me ne perdonate, o Signore? Oggi voglio vivere una vita che sia
proprio bella per Voi; lo prometto anche questa mattina. Il mio pensiero voglio condurlo spesso in
alto, voglio portar spesso la mia anima sino a Voi e così dirvi tutto quanto il bene e la tenerezza
possibili.
Permettetemelo, o Signore! Non ho ancora messo regola nelle mie azioni, vado ancora a sbalzi
senza un po’ di ordine, di continuità. Ma quand’è che vi riesco adunque? Vorrei ottenere senza
sforzarmi, così quasi naturalmente. È mai possibile? Questo grande vuoto, che riscontro nella
riflessione del mio pensiero, quanto mi rende inferiore a quel grado a cui dovrei essere già
arrivato. Non sono capace di mettermi a pensare alla realtà della mia situazione. Vorrei, ma la
distrazione è più forte di me. Che cosa faccio quando scrivo questi appunti? Nient’altro che
riportare ciò che momentaneamente mi viene da dire, o meglio, mi costringo a dire.
Non sono cose pensate no, è la riproduzione della superficialità del mio pensiero! Quanto me ne
dispiace! Qual è la via di porvi rimedio? Eccola: vincersi un po’ più tanto, costringersi a fissare la
mente in qualche cosa di positivo in maniera che la fantasia sia serva e non padrona del pensiero.
Facciamolo, dunque! Maria Santissima, imploro la forza del vostro aiuto a questo intento:
concedetemi di poter riuscire. Sarà come una méta particolare della bontà, cui voglio giungere
assolutamente; prestatemi le vostre ali, datemi la vostra volontà acciocchè riesca a quello che mi
sono proposto.
15 novembre 1908.
O Signore, mio unico tesoro, ricevetemi tra le vostre braccia questa mattina che ho l’anima piena
di tante cose dolci, buone e dolorose. Il mio piccolo angioletto è morto!70 Quale rimpianto
immenso non ha lasciato nel mio cuore, nell’anima mia! L’avete permesso Voi, o Signore, perché
ci scuotiamo tutti a pensare a Voi, che siete la nostra meta, il nostro vero amore finale? Non so
dirvi quale impressione profonda ha lasciato in me questa dipartita. Tanto buona quella piccola
creatura, così cara, così rassegnata! Oh, Dio, come si conosce che a questo mondo non siamo nel
nostro nido, che dobbiamo soffrire tanto più quanto più rinveniamo qualche cosa di bello, di
buono e di grande! L’ho accompagnata al cimitero; ho visto calare nella fossa quell’angioletto che
mi sorrideva così caramente, che mi confortava con la sua bontà ed ubbidienza, che mi era un
esempio parlante di umiltà sofferente, di abnegazione, di tenerezza infinita per la sua mamma!
Tutti i ricordi di questa creatura mi appaiono circondati di una nostalgia così angosciosa che non
avrei mai creduto di provare. Ho quasi rimorso di non averla soccorsa abbastanza.
Ma è inutile tale rimorso; conviene che ora spieghi attivamente tutto il desiderio che mi sento di
farle del bene e di approfittare della scossa profonda che mi ha destato la sua scomparsa. Bisogna
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esser buoni; ecco tutto: bisogna farsi del Signore, vivere come se ogni giorno fossimo alla vigilia
della morte. Questo lo desidero, lo voglio, sento in me una forza di attrattiva al bene alla quale
non mi è possibile resistere. Mio Dio, Signore immenso, babbo del mio cuore e della mia anima;
Madonna cara, mamma affettuosa, Angelo mio Custode, Ve lo prometto come tante altre volte,
ma questa spero sia la più forte e sincera di tutte. Voglio darmi a Voi completamente,
perdutamente. Riconosco che solo il bene è una gran cosa, l'unica felicità della mia vita; voglio
seguirlo a qualunque costo.
Perdono tutti, voglio bene a tutti, mi spenderò per tutti. O mia anima, fatti forza e coraggio a
superare le difficoltà. Pregherai bene anche quando ti sentirai agghiacciata e senza voglia; farai il
tuo dovere a costo di qualunque nausea o difficoltà; ti renderai migliore da un giorno all’altro. Oh
sì, sì, bisogna farlo poiché la gioventù passa, gli entusiasmi sfumano e la mia cara morta mi
guarda, mi sorride, mi aspetta dal paradiso. Che importa tutto il resto, se tutto deve finire? Il
Signore mi conceda tanta grazia da confermare e ravvalorare in ogni istante della mia vita i
propositi che ora faccio, e che spero siano i più forti e sinceri perché ispirati e confermati dalla
mia morta che deve certo pregare per me.
16 novembre 1908.
Mio buon Dio, che sapete quanto bisogno io ho di Voi per sostenermi in una vita sempre
migliore, datemi anche questa mattina la grazia della vostra benedizione, acciocché mi sia di
fervore e d'ispirazione. Quanto è strana la mia anima, quale ammasso di entusiasmi e di
freddezze, di buoni proponimenti e di languidezze fenomenali! Ieri come mi portai? Su certi punti
in complesso andò bene, ma la mia solita trascuratezza si fece strada in certi altri. Quell’amor
proprio che involge l’anima mia come un’aria quasi indispensabile!? Voglio poi estinguerlo,
voglio buttarlo sotto i piedi risolutamente. E a Dio perché non do tutta la forza della mia anima e
del mio cuore?
Ieri ascoltai la predica su «Gesù passa». Oh, che bella la figura di Gesù! La sua dottrina, la sua
vita, il suo ideale è: amore. Amar sempre sino al sacrificio, amar tutti, trattare tutti come se
fossero un dio vivente. Oh che bella cosa! Come deve essere dolce poterlo mettere in pratica sino
alla perfezione questo precetto! Perché non lo facciamo?
Oh, scuotete forte la mia volontà, la dura selce del mio cuore acciocchè la mia anima si arrenda
finalmente a questo sublime ideale di bene! Povero Angelo, cosa vuoi fare a questo mondo se non
spendi così la tua vita? Non vedi come i giorni passano, le gioie vengono meno, i distacchi si
fanno sempre più dolorosi? Eleviamoci un po’ più in alto, fissiamo lassù il perno di tutti i
desideri, di tutte le aspirazioni più ardenti del nostro cuore! Oggi è una giornata, un corso di
quindici o sedici ore, che Dio ti dà per fare del bene. Orsù via, facciamolo, adunque,
completamente se vogliamo riposarci a sera con la consolazione di poter dire: «O Signore, spero
di avere donato a Voi il mio tempo: avete visto come al mattino Ve l’ho offerto di cuore, come mi
sono ingegnato di cercarvi col mio pensiero sempre, di amarvi con tutto l'affetto, di raffigurarvi in
ogni creatura che mandavate sulla mia strada».
O buon Dio, se potessi riuscirvi, se potessi, quando parlo alle anime che mi si rivolgono, dir loro:
«Fate come faccio io». Ah, tocca a me il rendere questo possibile. Animiamoci dunque! O
Signore, in questo momento io slancio il mio cuore, la mia anima tra le vostre braccia e con la
confidenza di un figliuolo Vi dico: «Babbo, oggi sarò buono, sarò il tuo gaudio, la tua
consolazione, sempre; dammi il bacio del tuo amore che mi purifichi, mi fortifichi, mi rimanga
come un soave profumo che mi ricordi il tuo cuore, che mi attragga potentemente a Te».
17 novembre 1908.
Invoco la vostra misericordiosa clemenza, o Signore, per l’essere mio così disgustosamente pigro.
Perdonatemi, detesto la mia inerzia, la mia apatia, la mia indolenza. Quanto bene Vi meritate da
me ed io Ve lo misuro con una grettezza ributtante. Tutte le mattine Vi prometto mari e monti, e
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poi in pratica pare quasi che non Vi conosca più. Quale confusione! Mi abbandonerei quasi
all’avvilimento e deciderei quasi di desistere dalla prova, se non fosse che Voi volete che io
ritorni sempre a promettervi, rimettendo la speranza della riuscita nella vostra fiducia e nella
vostra provvidenza infinita. Sì, Signore, perché ho fede profonda, convinta in Voi buono, caro,
indulgente, generoso. Io continuo nella strada incominciata, nonostante gli insuccessi mi
abbattano l’animo miseramente. Ma gran Dio, che non ne abusi di questa vostra infinita bontà! Il
tempo passa ed io mi trovo ancora con le mani in mano sempre nel punto di cominciare e non
comincio mai. Ieri mi lasciai vincere per qualche minuto dall’inerzia; mi sfuggì il tempo; mi gettò
nel cuore dello sconforto e fu fatta. Mi ridussi alla sera senza aver fatto la lettura spirituale; non la
feci e mi addormentai scontento. Certamente non è che io mi disturbo per il rimorso di avere fatto
delle mancanze di peccato anche veniale, ma è perché riconosco che in questa maniera io sarò
sempre a terra, sarò privo di slanci e di entusiasmi buoni; sentirò sempre il peso insopportabile
della mia natura, la quale mi abbatte su tutta la linea. Ho bisogno di fare del bene e del gran bene,
ho bisogno di tenermi sveglio sempre, di guidarmi sulla via di quella perfezione che è richiesta
dal mio carattere. Oh, quanto mi spaventa il pensiero che dovrà passare il fervore della mia
gioventù e dovrò ridurmi anch’io vecchio esaurito, freddo, egoista, pedante, materiale, nemico di
novità e di entusiasmo! O Signore, se Voi vedeste una simile cosa in me, Ve ne prego,
risparmiatemela! Mantenetemi il fuoco che mi donate al presente, oppure fatemi morir presto
quando sono ancora nella pienezza della mia giornata. Certamente io sarò sempre tale quale ora
mi faccio, oppure discenderò in quella misura, poiché ora mi trascuro. Alziamoci, dunque!
Signore, Madonna, Angeli miei, faccio alla vostra presenza un atto di umiltà e confusione nel
considerarmi fragile e cattivo. Ve ne domando perdono di cuore e Vi prometto, nella fiducia unica
del vostro onnipotente aiuto, di portarmi meglio quest’oggi.
18 novembre 1908.
Oh, mio Dio, quanta paura ho di non volervi bene e con quanta effusione di cuore in questo
istante Ve lo esprimo, Ve lo prometto, Ve lo giuro! A chi devo voler bene a questo mondo se non
a Voi? Quanta deficienza trovo nelle creature! Per quanto siano fornite di doti e di qualità, che
manifestano il passaggio della vostra mano, pur tuttavia rivelano sempre un lato debole che mi
agghiaccia, mi ripugna, mi indispettisce. Qualunque cosa creata che mi appaia allo sguardo e mi
si presenti alle mani, è tutta ammalata di questa miserabile debolezza. Non ho ancora trovato un
ideale perfetto di bene; lo dico con vera sincera convinzione. Solo Voi, mio Dio, siete questo
ideale perfetto e mi permettete di desiderarvi, anzi ambite la mia amicizia, il mio amore. Oh, se
conoscessi quale portento infinito di degnazione di amore è questa vostra suprema bontà con la
quale vi inchinate fino a me, miserabile creatura, piena di egoismo e di viltà! E dire che tante
volte rifiuto la vostra mano quasi aspirassi a qualche cosa di più reale, di più lieto, di più
soddisfacente al mio cuore. O mio Dio, abbiate anche questa infinita bontà di perdonarmi! Badate
che io mi detesto, mi abomino nella stolta mia grettezza ed ignoranza e Vi prometto che davvero
voglio mettere la testa a partito.
Ho ventotto anni. Quanta ne ho data a Voi di questa lunga misericordia di tempo? Oh, forse poca!
Non so quanto mi rimanga da vivere, ma, o Signore, ricordatevi che voglio vendicare la
sconoscenza mia con una fedeltà, con un amore veramente bello, veramente grande, veramente
eterno.
Povera anima mia, se tu avessi la fortuna di mantenere ciò che ora tu prometti con tanto slancio!
E perché no? Dio mi presterà giorno per giorno la sua ispirazione, il suo fervore, la sua grazia. La
Madonna mi farà l’esame, mi comporrà i sentimenti con la delicatezza delle sue mani divine, mi
suggerirà che cosa devo fare per tradurre in pratica questo amore di Dio. Mamma, che devo fare
quest’oggi? Comincia da questa mattina a dirmelo: «Oggi sarai come se Gesù fosse in te che
parlasse, che lavorasse, che pregasse. Sarai dolce, umile, affabile, paziente con tutti. Vivrai alla
presenza di Dio, sotto la carezza dei suoi occhi divini. Dirai: Signore, Vi guardo, Vi sento, Vi
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respiro nell’aria, io sono in Voi completamente, perfettamente. Fate che io sia la manifestazione
della vostra grandezza, della vostra bontà; che il mio contegno sia una predica continua di Voi,
che porti a Voi, che produca una bella fioritura di cuori che Vi amino sinceramente».
19 novembre 1908.
Dio buono, ascoltate il grido di un’anima che viene fino a Voi e Vi proclama grande, infinito,
bello, onnipotente. Questo grido voglio che sia un fremito d’amore che Vi dica tutta la mia anima,
tutto il tesoro dei sogni miei più belli, più divini. Ho compreso: Voi siete la ragione di tutto il
nostro mondo di amore, di spasimo infinito di bene. Ah, voglio raggiungervi presto, voglio venire
ad immergermi in Voi non appena la mia anima sarà sciolta dall’imbarazzo del corpo. Non è vero
che lo desiderate anche Voi? Ieri sera fui al discorso che tanto mi commosse: la carità. Che bella
cosa, che bella virtù avete potuto ideare nella vostra mente, nel vostro cuore infinito, o Padre
nostro celeste!
Quale trasformazione sublime non avete Voi operato sulle vostre creature che, abbandonate a se
stesse, sarebbero egoismo, crudeltà, tirannia! Accettate pure me, la più vile delle vostre creature, a
questa scuola di carità; insegnatemela acciocché possa esercitarla nella maniera più viva, più
bella, più perfetta. Oh, mi sento attratto, trasportato a questa missione! Io credo che deve essere
un gran mezzo per farsi strada nelle anime. Amiamo, amiamo, ché Dio ci ha dato un cuore
appositamente per questo; ma amiamo nella maniera di Dio, ossia con tutta la nobiltà, la
sublimità, il disinteresse, l’ideale di bene possibile. Questo lo vorrò fare ogni giorno di più. Ma la
carità non cresce se non in un terreno bene assodato di bontà. Quindi, facciamoci prima buoni per
poter essere caritatevoli. Ah sì, è vero: “Venerunt autem mihi omnia bona pariter cum illa”71.
Sono stato a dovere ieri, o mio Signore? Ditemelo! Forse l’esame di coscienza fu un po’
superficiale? Oh, quanto mi costa il potermi raccogliere anche solo un minuto alla sera così
sonnolento come sono, così arido, fiacco, sfinito!
Tuttavia qualche cosa di più potrei fare e la farò, mio buon Signore. Se comprendessi quale
fortuna è per me il portarmi sinceramente, completamente bene! E perché non lo dovrò fare?
Spero tanto in Voi, nella vostra tenerezza, nella predilezione che mi accorgo avete per me. Sarei
davvero un mostro, un vero disgraziato, se non sapessi prendere il momento che mi mandate per
approfittare e mettermi proprio a dovere. O mio Dio, accogliete il santo slancio della mia anima,
la sua brama ardente di donarsi a Voi! Oggi, proprio oggi, Ve lo prometto, Ve lo giuro di essere il
vostro amico, il vostro prediletto. Quando nessuno Vi accoglie, nessuno Vi dimostra quel tanto
che desiderate, venite da me, battete alla porta del mio cuore, della mia riflessione. Signore, come
adesso anche allora e sempre, Vi risponderò: «Sì, sì, o mio diletto, Ti amo, Ti adoro, Ti dono tutto
me stesso».
20 novembre 1908.
Signore buono, ho bisogno di Voi per farmi forza e coraggio ad essere buono in quest’oggi. Per
questo non posso lasciarvi. Venite qui vicino a me, sedetevi proprio al mio fianco come l’amico,
il babbo, il tesoro tenerissimo del mio cuore. Ve ne dispiace, o Signore, se Vi tratto con tanta
vivezza; altri direbbe: esagerazione di espansione!? Oh certo, no! Non ho alcun motivo di
simulare nel mio interno un affetto quando non vi fosse. Ne fanno tante delle proposte esagerate e
tante volte anche non sincere gli esseri umani, sarà forse vietato ad una creatura di farle al suo
Dio? Oh, certamente no! Buon Signore, ieri come mi è andata? Siete rimasto contento? Spero, in
buona parte, sì. Ho avuto i miei momenti di solito avvilimento, ma poi mi sono rifatto. Ho
perduto un po’ il tempo, cosa che devo vietarmi assolutamente, perché anche un minuto solo che
io trascuro, pesa sull’anima mia come un incubo insopportabile. Oggi, vogliamo stare attenti
ancora. Comincerò dal far bene le cose che mi si presentano.
A dir il vero, mi si è appigliato un difetto che mi fa danno e male. Alla mattina non so alzarmi
prontamente; il che mi produce perdita enorme di tempo prezioso e rimorso, disturbo, apatia
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disgustosa di spirito. Tanto il tempo, che mi è necessario per il riposo del corpo, mi è già stato più
che sufficiente. Ebbene, caro Signore, voglio emendarmi anche di questo. Ve lo prometto.
Domattina per amor vostro, per provarvi che Vi voglio tanto bene, appena mi sveglierò, se sarò
consapevole di quanto ora prometto, farò davvero quest’atto di prontezza che tanto Vi piace. Non
è vero che lo gradite? Farò di tutto per consolarvi. Oggi, Signore, il mio sguardo va avanti fino a
stasera; vorrei vedermi tutto buono, sempre buono, dolce, paziente, caritatevole. Nelle mie
preghiere voglio essere più raccolto e confidente. Oh, la mia Messa! Tante volte non arrivo a
comprenderla bene.
È forse mancanza di preparazione? La farò con più diligenza. È appunto in quei momenti che io
vengo proprio come dentro al vostro tabernacolo, al santuario più intimo del vostro cuore e mi
assido confidenzialmente alla vostra S. Messa. «Oh, si scires donum Dei»72 potrei dire a me
stesso. Se potessi comprendere la preziosità di quegli istanti! Fatemela conoscere, o buon Signore,
e fate che il mio cuore si slanci verso di Voi, pieno di esuberante amore, di tenerezza figliale. O
Dio bello, quando sarà quel giorno che Vi vedrò, Vi amerò, Vi saprò dir tutto? Fate che
quest’oggi io abbrevi la distanza che mi separa da Voi.
21 novembre 1908.
Mio Dio, sono tanto contento di aver mantenuto la promessa che Vi feci ieri mattina. Se fossi
sempre così, quanto mi vorreste bene, quanto sarei sicuro di essere nelle vostre predilezioni!
Aiutatemi a saperlo fare sempre, senza avvilirmi e venir meno giammai.
Ho avuto ieri una mortificazione doppia. Oltre ad una disgrazia materiale, sensibile, benché
piccola, anzi insignificante, molto più mi ha amareggiato in quei momenti la miseria delle
creature, le quali mi trattano egoisticamente in una maniera che ributta. Signore, ricordo la vostra
parabola del fattore73 la quale c’insegna che come noi abbiamo bisogno di pazienza e di
misericordia dal Padre nostro che siete Voi, così anche noi dobbiamo averne coi nostri fratelli che
sono il prossimo. Ma qual è questa misura, qual è il criterio col quale dobbiamo guidarci se, per
sorte, vi fosse qualcuno che ne abusasse?
Dobbiamo forse rinunziare a far valere qualunque nostro diritto? È vero, non si deve nutrire astio
od avversione interna, ma nella pratica non ci sarà permesso, senza venir meno al precetto vostro,
di fare certi passi senza dei quali chi è nostro debitore non si cura affatto di fare il suo dovere? Se
dovessi consigliarlo a un altro mi sentirei ben tranquillo e ben sicuro nel dirgli: «A nome mio,
fallo senz’altro»; invece trovo delle difficoltà, dei dubbi e dei timori ad appropriarlo a me stesso.
Sì, o Signore, temo che un giorno Voi possiate dirmi: «Con la misura con la quale hai trattato gli
altri, ecco io tratterò te. Sei stato severo col tuo simile, lo sarò anch’io»74. Non posso dire di
essere stato severo perché è più di un anno che sopporto ed aspetto pazientemente e questo
disgraziato non se la dà per intesa. Basta, aspetterò ancora, sopporterò fino a tanto che volete, o
meglio, riceverò in pace tutto quello che, nonostante le mie pratiche per ottenere, non avrò
ottenuto.
L’importante, che mi preme, è che non ve ne abbiate a male Voi, o Signore. Questo e non altro mi
sta a cuore. Consigliatemi, ispiratemi, ditemi quello che volete da me. Se Vi piacesse anche il mio
sacrifizio completo, lo farei tanto volentieri. Oggi, o Signore, voglio essere più buono di ieri, cioè
più regolato, più fedele al mio dovere. Lo fui in gran parte anche ieri, ma, mi sembra, non
completamente. Ho nulla da rimproverarmi intorno ai pensieri, agli affetti del cuore? Certo,
bisogna che vigili sempre perché mi accorgo che «latet anguis in herba»75. Sostenetemi, datemi
forza Voi, o buon Dio, e fate che essa sia superiore a tutti i fascini che può produrmi la vostra
creatura. Fate che il mio spirito, che il mio cuore, che tutto il mio essere vengano a Voi sempre e
dovunque di fronte a qualsiasi cosa che mi parli della vostra bellezza, della vostra innocenza,
della vostra bontà.
22 novembre 1908.
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Dio di misericordia e di bontà infinita, ecco io vengo da Voi tutto pieno di confusione e di
amarezza. Voi sapete tutto, o Signore, ascoltate il gemito dell’anima mia che invoca il vostro
braccio potente. Perché, o Signore, mi permettete una simile umiliazione? Non vedete come da
tutte le parti sono circondato da mille nemici che mi stanno d’intorno aspettando il momento
propizio per saltarmi addosso e divorarmi? Ho fiducia in Voi, che non mi abbandonerete mai,
perché Voi lo sapete se io Vi amo. Come non devo amarvi, o Signore, se mi amate tanto Voi?
Mentre ho tutto perduto fuori che Voi? Voi mi rimanete come l’unica stella, l’unico tesoro della
mia vita. Mondo, amici, sogni, fortuna sono lungi da me; è il deserto intorno alla mia anima. Ma
in questo deserto vi è tutto il miraggio di un’oasi eternamente fiorita. E siete Voi, mia Bellezza,
mia Primavera, mio Poema Infinito di Giovinezza e di Amore. In Voi è tutto!
Che posso bramare di più? Datemi una gran fede, una fede viva, profonda e incrollabile che mi
porti a Voi con tutto lo slancio di tenerezza filiale e di confidenza illimitata come se volassi tra le
braccia del mio babbo naturale. Chi potrà rapire questa gioia inesauribile? Nessuno! Ecco perché
sono felice nel mio deserto! Mille volte meglio così, che se fossi corteggiato, idolatrato dalle
creature più belle, più grandi e più buone di questo mondo! Oh, come sono felice di soffrire per
questo santo ideale di sacrifizio e di amore! Ma, gran Dio, ricordatevi chi sono e chi non sono.
Non dimenticatevi quanto è grande, immensurabile la debolezza mia e quanto altrettanto grande e
immensurabile sono la potenza, l’astuzia e l’ira dei miei nemici. Salvatemi Voi! «Sotto l’ombra
delle vostre ali io mi rifugio»76 e non temerò più. Se Dio è con me, chi sarà contro di me?77
O Dio santo, vorrei aver un vulcano avvampante di fuoco e di amore nel mio cuore per potervelo
donare tutto. Che volete da me, o Signore? Domandatemi tutto, perchè sono disposto a donarvelo
col vostro aiuto. Volete che sia più buono quest’oggi, più attivo, più pronto e più fervoroso? Ma
sì, mio caro Signore, mi sforzerò di esserlo fino a stasera, fino a quel momento in cui, stanco,
riposerò tra le vostre braccia dicendo: «Nelle tue mani raccomando il corpo e lo spirito mio»78.
Oh, se venisse presto quel giorno in cui io potrò finalmente dirvi: «Vostro tutto, vostro
incondizionatamente, vostro per il tempo e per l’eternità». Maria, mamma santa, fammelo
giungere presto!
23 novembre 1908.
Vengo da Voi questa mattina, o Signore, perché ho bisogno di forza e di rimettermi un po’ in
fervore. Stamattina ho indugiato ancora un’altra volta nel letto, ho perduto del tempo e sto male.
Quanto è strano! Vedo che mi fa del danno e ciononostante pur di godermi quel quarto, quella
mezz’ora di pigro riposo, mi rassegno a star male per tutta una giornata. Voglio emendarmi!
Domattina (Vi faccio la stessa promessa dell’altro ieri) sarò pronto, farò il sacrificio di levarmi
non appena Voi mi chiamate. E non dovrei pensarlo che, ad ogni ora, ad ogni momento, ad ogni
cambiamento di occupazione, sono al vostro servizio? Quale figura farò, pertanto, quando col
fatto Vi rispondo: «No, aspettate un momento poiché mi costa fatica l’ubbidirvi subito». Oh,
davvero che sono un servo da poco! Mi voglio correggere a qualunque costo! Anzi perché il mio
proposito abbia un po’ di fondamento e di valore, Vi prometto di ubbidirvi con quest’atto di
prontezza per tutta questa settimana. Maria Santissima, Angelo mio Custode, prestatemi tutta la
forza di una buona volontà.
Oh, ieri che giornata triste! Dio mi volle umiliato in un punto che mi scotta senza fine. Quanta
amarezza dovetti sorbirmi in silenzio! Per ciò che riguarda l’umiliazione mia, non me ne curo più
che tanto e mi rassegno facilmente, ma il guaio sta che mi vedo chiusa quasi completamente una
via per far del bene. Una soggezione fenomenale che mi eccita, un nervoso di tristezza che mi
toglie la voce, la parola, ecco quanto mi ha umiliato ieri e mi ha fatto dire: «Servi inutiles
sumus»79.
Ebbene, spero che non dipenda questo da me e quindi davanti a Dio non avrò rimorso di dover
dire: «Quel bene che potevo fare non l’ho fatto». Mi limiterò in quel campo nel quale riconosco
che Dio mi vuole. Godrò del bene che possono fare gli altri ed io mi contenterò del poco. Avrei
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voluto raccomandarmi a qualche santo il quale mi togliesse questo incomodo, questa soverchia
timidezza naturale, ma mi accorgo che Dio mi vuole nel silenzio e nell’oscurità80 sempre. Ha
ragione: sono tanto superbo, m’inorgoglisco così per poco che proprio non vi è altro rimedio – ed
anche giusta penitenza – che relegarmi nell’ombra e nel silenzio. Signore, questa mattina, una
volta per sempre, Vi faccio la mia offerta, la mia protesta di rassegnazione alla vostra divina
volontà che amo e adoro. Quest’oggi però voglio esser buono, voglio procurarmi il supremo
conforto dell’amicizia vostra, amicizia che diventerà sempre più intima, sempre più grande
quanto più mi mostrerò pronto nel fare la vostra volontà.
24 novembre 1908.
Sono tanto contento, o Signore, di avere mantenuto la mia promessa di alzarmi prontamente. Se
potessi essere sempre così fedele alle vostre chiamate, io diventerei un santo. Perché non lo
faccio? Non è forse questa la mia strada? Quante volte dico: «Se io fossi in quella persona e nelle
sue condizioni, oh come mi parrebbe di poter farmi buono, anzi molto buono». Io penso che
qualunque stato, all’infuori del mio, sia adatto per la santità e a non occuparsi di altro, invece è
proprio il contrario. Io sacerdote, io che devo nutrirmi di vita spirituale, che devo avere sempre
acceso l’amor di Dio per propagarlo agli altri, io, che ho come unico scopo di tutta la mia vita la
santità, dovrò forse trascurarla? Quando il tempo è trascorso, oh, allora, sì che dico: «Guarda, se
l’avessi speso a farmi buono, quanti mezzi ne avevo e come mi troverei contento adesso!». Così
rifletto allorchè mi sovvengono gli anni di seminario. Quanto sarei stato caro a Dio, ai miei
superiori, ai compagni e a me stesso, se mi fossi sforzato un po’ più di acquistare quella virtù che
dona all’anima e al carattere tutte le attrattive più belle e più vere! Chi sa di quanti doni Dio mi
avrebbe favorito per me e per gli altri. Invece ho trascorso i miei begli anni Dio solo lo sa come.
Un angelo mi è stato mandato da Dio a salvarmi, altrimenti io sarei venuto meno alla mia
vocazione81. Specialmente negli ultimi anni mi ero messo a far proprio bene, ma sempre in una
misura scarsa, mista di debolezza, di inerzia e di grettezza. Ma adesso, perché non lo faccio in
quella misura che ripari la perdita del tempo passato? La grazia di Dio non mi manca, il tempo è
assai propizio, la necessità è impellente, dunque?
Ma sì, è troppo giusto! Che devo fare? Raccogliere tutti gli atti che faccio, mettere in essi un po’
di ordine e di fervore: ordine nella prontezza, fervore nello slancio di buttarti in Dio. Hai 28 anni,
chi lo sa quanti te ne mancano ad arrivare alla fine della strada? Forse altrettanti o forse di meno o
forse pochissimi o forse neppure uno? Qualunque cosa sia è certo che quanto più ne mancano
pochi, tanto più è necessario cominciare e quanto più ne mancano molti, altrettanto devi
consolarti di donare a Dio un controbilancio buono della tua vita. Dunque, facciamolo! Il mio
intelletto è persuasissimo della ragionevolezza della cosa; solo la volontà ha bisogno di essere
mossa dal cuore. Facciamolo, quindi, con tutto lo slancio della salute e della gioventù che Dio mi
concede. Che possa dire un giorno: «Signore, Vi ho amato e tanto amato fino dalla mia gioventù.
Mia cara, adorata Mamma, Maria, benedicimi, abbracciami, fammi buono e fedele ai miei
propositi!».
25 novembre 1908.
Chi mi potrà separare dal vostro amore82, o Signore? Nessuno! Non la tristezza, non la tentazione,
non le prove, non la persecuzione e neppure la morte.
Ve lo prometto altamente che intendo di amarvi eternamente e, per la salvezza di questo amore,
sono risoluto di soffrire qualunque cosa. Ma se non amo Voi, che cosa sono, dove posso andare a
finire? O mio Dio, dovrei pregarvi giorno e notte, poiché mi permetteste per somma infinita
grazia di potervi amare, ed invece siete Voi che pregate giorno e notte me, acciocché non Vi
abbandoni. Gran Dio! Che stoltezza non sarebbe la mia, se rifiutassi un tanto bene! Non sia mai e
poi mai, Ve lo giuro come se avessi in mia mano tutti gli istanti della vita mia. Questa è la
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proposizione sincera e ferma della mia volontà; proposizione a cui aderiscono e che confermano
decisamente tutte le altre potenze dell’anima mia. O Maria, che amavate di sviscerato amore
materno il vostro Dio incarnato nelle sembianze del vostro tenero figliuolo, insegnatemi in che
modo posso amarlo realmente e profondamente anch’io. Oggi per esempio, vorrei che fosse una
giornata tutta piena di questo spasimo ardente per il Signore. Ma sì, sì lo voglio, grido fortemente
questa mia volontà. Ascoltatela, o angeli, o uomini della terra, o creature tutte del mondo e siatene
Voi gli eterni testimoni! Oggi farò tutto quello che volete. Innanzitutto Vi offro le mie miserie, le
mie debolezze; mi umilio e mi confondo innanzi a Voi e Ve ne domando perdono di cuore. Non
le vorrei, assolutamente non le vorrei. Odio il male sotto qualunque forma perché Vi dispiace e
quasi Vi disonora. Che m’importa il soffrire per questo? Meglio mille volte che soffra io che ne
ho mille ragioni, di quello che dobbiate soffrir Voi, o Signore. Oggi volete da me prontezza nei
miei doveri, nella mia virtù. Ebbene, Ve lo prometto e me lo terrò in mente sempre! Anche questa
mattina ho un po’ indugiato sul letto; ero un po’ sconvolto da tristezza, scoraggiamento. Me ne
perdonate non è vero? Se da lontano vi fosse stata un’impercettibile linea di disgusto vostro,
perdonatemi, o buon Signore. Ecco qui come un buon figliolo tra le mani di suo padre, Vi offro la
mia promessa giornaliera: «Sarò buono con tutti, anche con quelli che mi fanno soffrire, e lo sarò
per unico riguardo a Voi. La mia Messa la dirò caramente e bene; mi studierò di vincere la
naturale pesantezza ed apatia; lavorerò con assiduità non perdendo il mio tempo mai, ché il tempo
è un dono che mi fate tanto prezioso». E poi che devo fare? Ispiratemelo Voi, momento per
momento imperocché Vi metto al mio fianco come un compagno di viaggio, come un amico di
estrema confidenza e fiducia.
26 novembre 1908.
Questa mattina, o Signore, faccio uno sforzo a venire a Voi perché ho il rimorso di avere perduto
il mio tempo nel non esser pronto ad alzarmi da letto. Quanta fatica non mi costa, come mi è
increscioso! Tutto il mio corpo pare che gridi e reclami i suoi diritti al riposo: gli occhi dispettosi
non si vogliono aprire, le mie membra non sanno decidersi ad abbandonare una tanto comoda
situazione. Intanto l’anima, i miei doveri da compiere chiamano altrettanto forte. Ho indugiato un
quarto d’ora e quel quarto d’ora chi sa quanto mi verrà a costare nelle sue conseguenze di perdita
di tempo e di rimorso o, meglio che rimorso, di scontentezza, di apatia, di pesantezza nel
compiere i miei doveri.
Domattina è il venerdì, e voglio proprio vedere di fare quello che non ho fatto stamattina. Me ne
perdonate, o Signore? Il mio cuore Ve lo domanda, freddo, agghiacciato, ma non è fredda e
agghiacciata la mia anima. Ieri soffrii tanto. Varie cose piombarono sull’anima mia come una
pioggia di assenzio così che la ridussero perennemente triste. Oh, la vita quanto mi è pesante, o
Signore! Tutte le privazioni, le repressioni, i distacchi, come mi riempiono di insopportabile
malinconia! Pare quasi che il mio spirito qualche volta tenti di ribellarsi, ma spero che non sia
altro che un lontanissimo accenno, subito represso dall’impero buono della ragione e della
volontà. Tutta la mattina io la passo discretamente bene; ma al pomeriggio pare che mi piova
addosso una nebbia fine e maligna, che avvizzisce i fiori rigogliosi della mia anima e mi rende
inerte, svogliato, indolente quasi renitente ai miei doveri. Prego meno bene, lavoro con lentezza
perdendo un buon tratto di tempo.
Che sia questa la ragione, la causa del male? Voglio vedere di rimediarvi! E poi la mia testa; oh,
quanto è strana e difficile a raccogliersi e stare a dovere! Riconosco una rovina nelle facoltà del
mio pensiero: non mi è possibile trattenermi neppure per un minuto in un punto fisso. Ma perché
così? O mia cara mamma Maria, guaritemi, che sto male, assai male! Avrei tanto bisogno di
rifarmi e non ne sento la forza. Voi, che mi avete tanto beneficato nella vita, datemi anche questo,
Ve ne scongiuro, datemi di poter ottenere, per mezzo dell’energia della volontà, un po’ più di
ordine, di gravità, di assennatezza nella rivoluzione della mia mente, nella sfrenata instabilità dei
miei pensieri.
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27 novembre 1908.
Sono qua da Voi, mio caro Signore, a rimettere nelle vostre mani i desideri, le pene, i bisogni, gli
interessi dell’anima. Ieri, lo sapete, non fui affatto contento di me stesso. Non seppi abbastanza
contenermi nella pena di certe contraddizioni; mi sentii indispettito, fui di malumore e mi andò un
po’ a rovescio il resto della giornata. Vedete quanto è grande la mia debolezza e come sono facile
a venir meno, solo che per un momento sottraiate da me quelle consolazioni che tanto mi
allettano. Me ne confondo e mi dispiace: voglio emendarmi. Dove vanno i miei propositi di
trattare le persone con garbatezza, con umiltà, con quella dolcezza di tratto che deve mostrare
veramente un’anima che possiede Dio? In fumo! Non me ne ricordo più per tutta la giornata; e
solo la mia mente lo avverte in questi momenti di meditazione per dire a se stessa: «Ecco, vedi, tu
non sei capace di nulla!». Se Dio non ci fosse, a quest’ora saresti un mostro di egoismo e di ogni
depravazione. Sì, sì, è vero; io devo riconoscere da Voi sino il più piccolo movimento buono, e
Ve ne ringrazio con tutto il cuore. Permettetemi perciò che io Vi chieda anche per quest’oggi tutta
la pienezza della vostra grazia. Concedetemela in tutta l’abbondanza, acciocché mi sostenga
sempre, sempre sino all’ultimo.
Vorrei passare una bella giornata oggi, giornata che segni un passo avanti nei rapporti di
strettezza e d’intimità che mi legano a Voi. Che devo fare? Ecco: farò attenzione nel recitar bene
l’Uffizio. Oh, quest’Uffizio! Quanto, forse un giorno, dovrò rendere conto di certe volte, nelle
quali avrei potuto essere più attento, più devoto ed avrei potuto ottenere chi sa quante grazie per
me e per quelli che mi sono affidati! Lo dico bene fino a Vespro; da Vespro in su, si fa veramente
sera anche nell’anima mia e mi sento davvero perduto nell’oscurità di un’apatia, di una
stanchezza fenomenale. Oggi farò particolare attenzione su questo punto importante: la mia
Messa. Quanta paura sento che Dio me la tolga; perché non ne approfitto abbastanza per far
breccia nel suo cuore per riversare tutto il Cielo di benedizioni su me e sulle mie povere anime
che mi appartengono? Povere anime, perdonate al vostro angelo, se egli è un angelo debole,
miserabile che non ha tutto quell’ascendente per trattare con Dio gli interessi vostri più santi!
Perdonatemi, poiché sento rimorso di non farvi tutto quel bene che dovrei e potrei farvi con una
intimità e con una confidenza più grande con Dio. Lo farò meglio andando avanti. O mia mamma
Maria, prendetemi nelle vostre braccia, purificatemi, fortificatemi, santificatemi con la delicatezza
del vostro amore materno!
30 novembre 1908.
Dopo un intervallo di due giorni, ritorno da Voi con questa meditazione. Le occupazioni mi
hanno un po’ sopraffatto ed ho tralasciato di portare a Voi questa mia conversazione: però il mio
pensiero è volato ugualmente a Voi. Vi ho amato ugualmente, ma non mi sento abbastanza
tranquillo: non già che io creda di far male se non compio questa formalità di intrattenermi per 20
minuti a conversare con Voi, ma perché so che ho bisogno di non distrarmi, di non dilungarmi
troppo da Voi dal momento che sono tanto debole. E, se devo confessare il vero, in questi giorni
sono stato un po’ più svogliato nell’esatto compimento dei miei doveri; mi sono sentito meno
tranquillo, meno energico, meno infervorato del Signore. Bene: rimediamo! Oggi e sempre, o
Signore, io verrò regolarmente da Voi nella diligente premura della mia mattiniera meditazione.
Oggi voglio un po’ rimettermi: aiutatemi con la vostra paterna bontà! Riconosco che ho bisogno
di tante cose, di tante energie, di tante riparazioni nella mia anima. Il mio pensiero è slegato,
debole, distratto; devo dargli l’aiuto della riflessione seria e profonda. Il mio cuore è troppo
agitato, fremente, insaziabile; devo immettergli la calma, la sobrietà, la retta intenzione. Devo
sublimarlo nella contemplazione del Bello, del Vero, del Grande e del Buono che è Dio. In altre
parole, devo penetrarlo, circondarlo, avvolgerlo perfettamente di questa atmosfera divina che è
l’unico suo riposo, l’unica sua fortuna. La mia volontà è debole, malferma, incostante, leggera;
devo farla più forte, coraggiosa, incrollabile. Quanto bene mi si presenta da fare, quale orizzonte
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immenso non mi presenta il Signore se io Gli corrispondo nell’acquistare quelle doti che mi sono
necessarie per divenire un bravo soldato!
Oh, mio Dio, desidero tanto diventare uno strumento docile nelle vostre mani per poter servire ad
un gran bene! Come sarei ambizioso, se potessi sperare che Voi contate liberamente su di me!
Volete per questo un amore grande da parte mia. Ve lo dono, dunque, questo amore infinito.
Quest’oggi farò tutto il possibile con questa unica intenzione, di mostrarvi che Vi amo
infinitamente. Sarò buono, diligente, attento, caro, affabile, premuroso con tutti perché in tutti
vedrò Voi. Vi giuro che dirò bene le mie preghiere, che adempirò con esattezza i miei doveri.
Sarò rassegnato nelle pene esterne ed interne, nelle aridità e nelle pesantezze del dovere. Però, o
Signore, ricordatevi di stare sempre con me, di aiutarmi e proteggermi come aiutereste un
principiante, incapace di muoversi.
1 dicembre 1908.
Signore Iddio, Vi chiedo umilmente perdono della negligenza con la quale Vi servo. Sento
un’amarezza che mi piomba sull’anima, infinita. Un’onda spaventosa di tribolazione mi angustia,
mi batte inesorabile e mi rende la vita quasi insopportabile. Signore, come un naufrago alzo la
voce a Voi, stella di protezione e di rifugio, acciocché non mi abbandoniate, non vi partiate dal
mio cospetto mai, mai.
Voi lo sapete, o Signore, quanto odio il male perché è offesa vostra, Voi lo sapete quanto desidero
di essere davanti a Voi come una pianta rigogliosa, come un fiore profumato, come un angelo
senza macchia. Signore, rinnovo ad ogni momento la mia intenzione di volontà e voglio che sia
questo il mio perenne pensiero, la mia costante disposizione innanzi a Voi. Ma Signore, i miei
nemici sono troppo potenti.
Mi sento circondato da tutte le parti. “Dio!”. È questo il mio grido che alzo fino alle stelle
acciocchè giunga fino a Voi e l’ascoltiate. È mai possibile? Voi, che ascoltate il gemito
dell’insetto che è calpestato involontariamente dal passeggero, è mai possibile che non ascoltiate
il gemito di un’anima che Vi è costata il sangue e la morte? Ah, mio Dio, ho bisogno di rifugiarmi
fra le vostre braccia come un bambino allorchè, sorpreso dallo spavento, si lancia nel seno di sua
madre. Oh, mio Dio, non ho nessuno al mondo, sono solo83 in un deserto di abbandono e di
morte. Non un affetto intorno a me, non un cuore al quale possa confidarmi, non un’anima che mi
possa consolare. Dio mio! Non sarete Voi quello che riempirete questo vuoto infinito? È vero,
non sono degno di essere protetto perché anche stamattina ho resistito alla vostra grazia
indugiando nell’alzarmi dal letto. Vorrei aver lacrime per dimostrarvi il dispiacere di questa mia
vergognosa pigrizia, di questa mia inqualificabile resistenza alla vostra grazia. Vorrei fuggire
come un indegno dal vostro cospetto, ma Voi, buono infinitamente, non lo volete. Dove andrei
infatti se non a rovinarmi in un abisso? Vengo quindi da Voi umiliato e pentito in questo primo
giorno del mese. Vi prometto, Vi prometto, o meglio, Vi offro tutta la buona volontà di
promettervi che in questo mese voglio decidermi a portarmi bene.
Comincerò da questa mattina, da questo atto di pentimento: mi umilio ai vostri piedi. Signore,
guardatemi coi vostri occhi divini; abbiate compassione di me misero; ridonatemi il bacio della
vostra grazia che mi purifichi; che ritornino la forza e la vita in tutte le mie facoltà di bene
inaridite. Lo desidero, lo voglio, o Signore! Mamma Maria, rifugio dei tribolati e dei deboli,
accogli me pure tra le tue braccia divine e portami con la tua mano a Dio.
2 dicembre 1908.
Signore, Vi chiedo una grazia sola: sopportatemi! Ieri come fui ripugnante! Dopo tante promesse
di generosità, fui gretto ed ingiusto, dissipato, svogliato, duro, infingardo. Oh, buon Dio, quanto
mi nausea questo brutto riscontro di me stesso! Quanto so dire per gli altri e quanto sono
ignorante per me stesso! Come devo rimediarmi? Signore Gesù, che venite tutte le mattine a
riposarvi sul mio cuore, purificatelo questo cuore, toglietegli tutto quanto ha di basso, di
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egoistico, di insopportabile. Se gradite l’espressione della mia confusione e pentimento, non vi è
bisogno che io Ve la manifesti perché Voi la vedete quanto sia grande. Ma vorrei emendarmi, o
Signore! Come va che non ci riesco? È l’ispirazione che mi manca? No, perché sento di averla, so
quello che devo e quello che non devo fare. Mi manca la forza di resistenza contro la nebbia che
leggerissimamente s’infiltra nell’intimo della mia anima e la infiacchisce, la snerva, la rende
impotente e quasi cattiva. Però riconosco che io, se volessi resistere, lo potrei; è proprio il volere
che è ammalato e fiacco in me.
Quanto bene vedo intorno a me, come si industriano certi altri di mia conoscenza, ed io? Scarso,
sempre scarso. Ma Signore, io non mi sopporto più così vile, così insipido, così senza vita. Io
languisco sino a morire. Passate, o Gesù, vicino a me come un giorno nella Galilea passavate
vicino ai ciechi, agli ammalati, ai moribondi e ascoltate il mio grido che si eleva e giunge
disperato alle vostre orecchie: «Gesù, figlio di David, abbi pietà di me!»84. È mai possibile che
non vi fermiate? È mai possibile che i vostri occhi, i quali si posano certamente sulla mia miseria,
non si commuovano? È mai possibile che il vostro cuore rimanga insensibile? Stendete, dunque,
la vostra mano e con l’onnipotenza della vostra dolcezza infinita dite a me, come diceste a quel
lebbroso: «Sì, lo voglio, sii mondato»85. Oggi Vi torno a promettere; Vi prometto che non farò gli
sbagli di ieri, che sarò più pronto, più attivo, più affabile, più coerente a me stesso ed ai miei
propositi. Compatitemi e sopportatemi, o buon Signore! Ho tanto bene da fare, e come lo potrò
compiere se prima io stesso non sono divenuto quale desidero che siano gli altri? Oh, buon Dio!
Grazie del dono che mi fate di accogliermi ogni mattina al vostro cospetto, di accettare
benignamente i miei propositi nonostante sappiate che forse verranno meno presto. Oh, gran Dio!
Sarebbe ora che io dicessi fermamente sul serio e terminassi di abusare così della vostra infinita
bontà! Oggi voglio risarcire, e Vi giuro, mio caro Signore, di amarvi a tutti i costi.
3 dicembre 1908.
Eccomi, o buon Dio, qui da Voi. Quanto è grande il desiderio di amarvi e di condurre una vita
d’innocenza tutta spesa nel bene! Lascia che il mondo gridi e schiamazzi quanto vuole, nessuno ti
può togliere la felicità di esser buono, niuno ti può togliere la ricchezza dell’amor di Dio, la
fortuna della sua predilezione. Certo, delle lotte da sostenere ve ne sono e ve ne saranno sempre.
È appunto dal contrasto che risulta la virtù. Ieri la passai abbastanza bene. Avrei potuto fare
qualche cosina di più, ma via, in complesso non vi fu male. Il difficile per sostenermi arriva la
sera. Sia che le forze mi si esauriscano, sia un po’ la tristezza dell’ora, questo è certo che, per
quanto il mio proposito sia stato alla mattina energico, pur tuttavia mi viene meno. Rosario,
Visita, Esame di Coscienza, Vespro, Compieta cadono tutti sotto quest’ atmosfera rilassata e sono
fatti meno bene. Quest’oggi Vi prometto, o Signore, di offrirvi la mia giornata per quanto è larga
e lunga. Come riconosco di essere debole! Mi par proprio di essere come quelli che hanno la
malattia del sonno: pure sforzandosi di essere svegli, tuttavia ad ogni momento si addormentano
quasi inesorabilmente. Bisogna lavorar sempre, occuparsi sempre, spingersi sempre, animarsi
sempre. Ho tanto bene da compiere: vi sono tante anime che ricorrono a me, che hanno bisogno di
me nei loro dolori. Gran Dio, quante piaghe, quanti martìri di anima non mi mostrate! Tante volte
io mi lamento delle mie croci e non considero che nella vita vi sono anime che soffrono mille
volte più che non soffro io. Quale mistero impenetrabile nei giudizi di Dio! Anime che sono
buone, che fanno il bene e, per ricompensa, lacrime senza riposo, senza fine. Quanta compassione
non mi arrecano questi poveri esseri che si rivolgono a me per una goccia di balsamo e di
conforto! Quale missione infinitamente nobile e delicata la mia, di consolar chi soffre! Quanto
vorrei possedere di dolcezza, di bontà e di robustezza per saper dire e fare quanto mi conviene per
portare aiuto e consolazione!
O buon Dio, Voi che solo possedete il segreto di ogni consolazione, fate il cuor mio simile al
vostro acciocchè sappia ottenere quello che la mia missione richiede. È il farmi buono che deve
ottenermi questa preziosa prerogativa? Lo sarò, dunque, o mio caro Signore, a costo di qualunque
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sforzo, a costo di tutta la mia nebbia, la mia snervata indolenza. Oggi è un altro dono di tempo
che Voi mi concedete per farmi buono. Non ne vorrò approfittare dunque? Oh, mille volte sì!
Perdonatemi anzitutto qualunque neo di colpa possa ancora fermarsi sull’anima mia e Vi
prometto di far tutto bene, di amarvi con tutte le forze del cuore e dell’anima per agire come se
fossi sotto ai vostri occhi divini sempre.
4 dicembre 1908.
Caro Babbo del cuore e dell’anima mia, quanto mi è dolce e soave potervi amare ed esprimervi le
cose più belle! Perché vado lamentando il vuoto, che è intorno a me, quando ci siete Voi che lo
riempite ad esuberanza? Come siamo stolti ed insensati! Noi vediamo il bene, lo apprezziamo in
teoria, in pratica lo rigettiamo. Quante volte io rifletto: la tal persona, se fosse buona, come
avrebbe indovinato il segreto della sua vita, come potrebbe esser felice! Io, se fossi in lei, quanto
mi sentirei disposto a farlo con tutte le forze, con tutte le facoltà dell’anima mia. Rivolto così
verso ad altri, intuisco il bene e mi parrebbe una tanto bella e facile cosa il metterlo in pratica.
Quando invece ritorno a me, disgraziatamente mi par di cambiare e mi pare tutt’altro. Sento un
peso, una noia, una difficoltà senza pari. Mi scompare tutto il bello e mi rimane tutto il
ripugnante: l’abnegazione, il sacrifizio. Quale pazzia disastrosa! Ma voglio ben vedere di
superarla e di vincerla a qualunque costo. Sta qui il punto in cui tutti dobbiamo aprire gli occhi e
dobbiamo sforzarci di farci animo. Se agli altri conviene l’esser buoni, per me lo è di necessità.
Se riflettessi: un sacerdote, il quale ha per unico scopo nella vita di far del bene a Dio, agli altri e
alla fin fine a se stesso, come può fare senza un’elevatezza di intendere, di sentire e di volere;
come può fare senza una santità senza confini, onde conseguire l’altissimo fine per il quale ha
ricevuto la grazia della sua ordinazione? Oh, davvero è proprio così! È un delitto, che noi non
riflettiamo su tutto questo. È così bello, così grande, così divino amare perdutamente il Signore,
per Lui vivere, per Lui desiderare, per Lui soffrire sempre e senza misura! Solo così si spiega il
mio stato e solo così io passerò sulla terra come un astro benefico, un raggio di sole, una pioggia
di consolazione.
Quante anime puoi accostare e vivificare col calore della tua anima! Quale campo, quale
missione86 sublimemente ideale Dio ti ha affidato! Dovresti ringraziarlo mattina e sera. Perché
non lo fai, perché non procuri che la tua vita sia un atto costante, inesauribile, di amore che
manifesti a Dio tutta la tua riconoscenza? O anima mia, specchiati in queste riflessioni e guarda
come sarebbe bello, come sarebbe facile il rivestirti di quest’aureola di bontà! Lo vogliamo fare
oggi, non è vero?! Diglielo con tutto lo slancio della tua tenerezza: «Sì, o Signore Divino, Vi
comprendo e Vi giuro di amarvi perdutamente. Oggi voglio essere il vostro bacio, la vostra
consolazione. Stringetemi forte nel vostro amplesso e date energia alla mia debolezza, affinché
valga a mantenermi come Vi prometto ora con tanto entusiasmo!».
5 dicembre 1908.
Questa mattina, o buon Signore, bisogna che mi riceviate come un povero pezzente. Come mi
riconosco miserabile e vile! Ho indugiato nel letto nonostante il rimorso, nonostante che io sappia
quanto mi troverò male poi. Ma perché sono così irragionevole con me stesso? Riconosco il bene
e tuttavia non lo faccio; potrei rendermi contento e felice con la minima spesa, eppure scelgo di
star male e di soffrire pur di non spendere nulla. Quanto mi è di confusione e quanto mi umilia!
Ho promesso tante volte, ma la mia debolezza è superiore alle mie promesse. Così non devo fare,
mi ripugna troppo. E poi le altre tribolazioni Voi le sapete, o Signore. Ma come devo fare a
liberarmene? È un mistero che io non arrivo a comprendere e che mi disturba tanto la vita. Dio sa
che cosa farei per ottenere un po’ di pace. Sto tanto bene quando tutto va in perfetta regola,
quando mi pare di essere più vicino a Dio. E poi, nel più bello, cade la neve e copre tutto di un
lenzuolo funereo come di morte.
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Addio piante verdeggianti, alberi rigogliosi, fiori sorridenti; tutto mi pare che divenga triste e
stecchito come in un inverno disastroso. Potessi almeno riconoscere con certezza che sotto la
neve il seme non si distrugge, ma si purifica e si sviluppa per spuntare in un bel rigoglio di vita!
Anche questo conforto mi è tolto, poiché il buio pesto ingombra tutta la mia anima e mi toglie
qualunque raggio di speranza. In questo istante vorrei, da tutto il mio essere, prorompere in un
grido lungo, infinito che salisse fino alle stelle, implorante luce e conforto. Vorrei che tutto
vibrasse nell’alto al fragore di questo grido, tutto si commovesse e tutto si unisse con me a
scongiurare l’aiuto di Dio. Possibile che il Signore a tanta pressione di preghiera non mi ascolti?
Fallo dunque, o mia anima! Benché non sia clamoroso ai sensi il tuo grido, scoppi fremente dalle
tue intime fibre e salga potente al cuore di Dio! E digli: «Ma Signore, guardatemi e difendetemi!
Ho posto la mia fiducia, tutta la mia vita in Voi, non sarò giammai abbandonato. Guardate al
furore della mia tempesta, guardate allo strazio infinito di tutte le anime che mi accompagnano
nel disastroso viaggio della vita! Il mondo ci deride, c’insulta, ci condanna. E Voi solo sapete, o
Signore, che tutto quello che facciamo deriva da un atto di perfetta soggezione alla volontà vostra,
alla vostra divina legge di carità e di bene. Dio, Dio, soccorreteci poiché le acque hanno dilagato,
sono cresciute e penetrate fino all’anima nostra. Saremo vostri sempre, sempre! Ma, per carità,
difendeteci, conservateci, aiutateci Voi, come cosa perfettamente vostra. Per l’amore che Vi
abbiamo, esauditeci, o Signore!».
6 dicembre 1908.
Anche questa mattina, o Signore, vengo da Voi ammalato e avvilito. Ma che cosa posso
pretendere io, che dovrei essere mille volte condannato ad ardere nell’inferno della vostra
Giustizia? Se io sono vivo, se Vi amo, se sono vostro, posso dire di essere un galeotto sfuggito
alla galera per somma grazia del principe.
E dunque, devo farmene meraviglie se mi trovo un tipo così volgare, così propenso al male?
Dovrei vivere sempre con gli occhi a terra poiché so, purtroppo, quello che sono e quello che non
sono. Proprio ieri mi dicevano: «Naturam expellas furca, tamen usque recurret»87. È proprio vero!
Vi deve essere in me un fondaccio nero, avvelenato che io mi sforzo di comprimere e di soffocare
con tutta la grazia di Dio; ma mi accorgo che, come quei vulcani spenti i quali, a quando a
quando, mandano una piccola traccia della loro primiera attività, io pure, malgrado la mia
volontà, faccio altrettanto.
O Signore, con la vostra infinità copritemi, sopraffatemi, estinguete in me tutto ciò che vi è di
perverso. Aborro, sopra tutte le cose, il male in qualunque forma ed aspetto, anche solo apparente:
e permettete che l’inferno Vi ami?88 Sì, in quella maniera che un carcerato potrebbe dirvi:
«Permettete che in galera Vi ami». O mio Dio, Voi ben sapete che io vorrei riparar tutto, coprire
tanto male con tanto bene. Vorrei esser buono, esser paziente, essere rassegnato sempre perché,
per quanto le cose mi vadano scarsamente, non ho mai quello che mi merito.
Oggi desidero passare una buona giornata. Voglio essere fedele al mio dovere, voglio farmi forza
a vincere la ripugnanza, il malessere, la svogliatezza. Ho tanto bisogno di farlo. Ma da me, o
Signore, non posso. Venitemi Voi in aiuto, prendetemi confidenzialmente tra le vostre mani e
ditemi: «Fa’ così, pensa così, sii buono così!». Tenetemi i vostri occhi sempre vigilanti e, quando
faccio male, sgridatemi, punitemi subito. Fate che la trascuratezza non si distenda su di me come
un velo funereo e ricopra tutte le belle energie, i begli ideali che Voi mi avete regalato. Mio Dio,
sono vostro sacerdote, mi avete voluto fino a questo punto. Altro che vostro sacerdote dovrei
essere, ma Voi avete tratto me dalla polvere e dal fango per farmi un «vaso di elezione»89. Grazie,
grazie infinite, mio Dio! Quanto Vi devo per tutta la vita, anzi per tutta l’eternità! Vi offro il mio
cuore, la mia anima, tutto l’amore di cui sono capace. Accetto volentieri qualunque cosa mi
domandiate e non Vi dirò mai di no.
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O Signore, avessi la fortuna di sapervi corrispondere a dovere! Perché non lo faccio, se dipende
solo da me? Oggi sarò calmo e manifesterò la tristezza dell’animo mio sempre e solo dolcemente.
Ho tanto bisogno di farlo. Aiutatemene, o Signore, o mamma Maria, o Angelo mio Custode!
7 dicembre 1908.
È la vigilia dell’Immacolata Concezione di Maria ed io mi sento la morte nel cuore e nell’anima.
Faccio orrore a me stesso. È questo uno di quei momenti terribili che snervano maledettamente
fiaccando ogni vitalità di spirito e smorzando ogni fiamma di fervore. È proprio una vera morte
dell’anima. Vi è mancanza in me? Buio pesto... Certamente, così prostrati di forze, viene meno
ogni buona volontà e si rimane come stupidi, storditi senza saper far nulla. Certo, non
bisognerebbe lasciarsi avvilire in questo modo, bisognerebbe disprezzar tutto e con un coraggio
sovrumano andare avanti con calma tranquilla come se nulla ci riguardasse. O buon Dio, ho
bisogno di gemere in questo momento sopra me stesso! Vi sono cose in me che non vorrei. Oh,
Voi lo sapete se mi ripugnano vivamente. Ma liberatemene dunque, o Signore! Perché permettete
che il nemico prevalga sopra di me? Quanto devo umiliarmi! Però mi è vietato avvilirmi. E non lo
farò, o Signore, unicamente perché ho fiducia estrema in Voi.
Accoglietemi stamattina come un povero pezzente, che arrossisce di presentarsi a Voi, sovrana
Maestà infinita. Gran Dio, ditemi una parola che mi faccia lume. Come si trova la mia coscienza?
È mai possibile che, pur avendo un orrore così grande del male, si sia del medesimo schiavi? Oh
sapeste quanto sono tormentosi certi dubbi, come buttano per terra maledettamente! Anima mia!
Un mistero buio impenetrabile ti avvolge, un velo nero, come un sudario di morte, ti copre. Vorrei
vederti splendente e fulgida della gloria del sole divino e invece ti vedo squallida e muta come un
cadavere. Gran Dio! Ma questo è troppo! Udite il grido straziante che erompe dal petto, dal cuore:
soccorretemi, porgetemi la vostra mano, consolatemi, beneditemi! O Dio, mio dolce riposo, è mai
possibile che io debba perdervi? Ho sofferto tanto per venire a Voi, per consacrarmi a Voi e, per
un nonnulla qualunque, devo forse considerarlo tutto un lavoro, un martirio inutile? Ah no! Non
lo dovete permettere, o Signore, perché altrimenti io dovrei dubitare della vostra paterna
misericordia e tenerezza. Non lo dovete permettere, perché sarebbe stato inutile che Voi foste
morto per me se, con un piccolo nonnulla, tutto il tesoro inestimabile del vostro Sangue
preziosissimo può andar vano e perduto. Questa mattina, unicamente appoggiato dalla bontà
vostra, vedrò di rialzarmi. Mi pentirò di quelle trascuratezze nei miei doveri, della nausea dalla
quale mi sono lasciato condurre e oggi sarò come se nulla avessi fin qui sofferto. Dio buono, è
mai possibile che chi confida in Voi debba andare confuso e perduto?
8 dicembre 1908.
La mia conversazione venga a Voi, o cara Madonna, in questo giorno, la festa della vostra
Immacolata Concezione. Come i buoni figliuoli alla loro mamma, che amano teneramente, così io
pure a Voi dovrei presentare i miei doni di felicitazione e di buon augurio. Ma che posso
presentarvi in tanta miseria in cui mi riconosco? Nella mia coscienza sento un rimorso che mi
rode segretamente e mi fa male. Il rimorso è di non fare io quello che consiglio agli altri. Quante
belle parole, quante belle esortazioni non ho per le anime che a me si rivolgono ed esigo che
m’intendano e che mi ubbidiscano e, se non lo fanno, me ne dispiace, mi disturbo, vivo male. Ed
io? Vergogna! Vivo come un pigrone sonnolento, come un tipaccio da nulla di buono: insensibile
(pazienza!), indolente, apatico, distratto, che tratto con Dio, all’infuori di certi momenti speciali
della giornata, come se tra me e Lui ci fosse un’immensa lontananza di affetto, come se non ci
conoscessimo neppure. Oh, vergogna! Quelle care anime che mi ubbidiscono tanto, poverine, un
giorno nel vedermi al di sotto di loro mi diranno: «Oh guarda! Lei, che era tanto fervoroso quando
parlava con noi, era così scarso quando parlava con Dio!» Avete ragione! È una cosa che non va
bene! Per esempio, quanto non ho consigliato ieri di fare qualche opera buona, qualche atto
speciale di virtù da regalare oggi alla Madonna? Sta bene; ed io che cosa ho fatto? Nulla o quasi
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nulla. Oh, la mia Madonna, come ne sento umiliazione e vergogna! Questa mattina sono davanti a
Voi, ho delle belle parole da offrirvi, ma dei fatti belli ne ho pochi. Devo fare appello a tutto il
vostro cuore materno infinitamente misericordioso, per dirvi: «Perdonatemi, accoglietemi lo
stesso. Vi offro il bene degli altri, le virtù di chi si spende perdutamente nel bene. Oggi, la mia
Madonna, voglio farvi onore e consolazione nel portarmi degnamente da vostro figliuolo. Mi
perdonate, non è vero?». Osservate: «Vi faccio proprio quest’oggi il proposito particolare di
mettere in pratica, io per primo, tutto quello che consiglio agli altri. Questa è la mia buona volontà
che Vi offro. Mamma, ho bisogno che mi vogliate tanto bene, ho bisogno che la vostra mano sia
sempre congiunta con la mia per guidarmi, rialzarmi e scuotermi nella via».
Ditemele forte quelle parole: «Ma andiamo, dunque! Perché dormi?». Hai ragione, mia buona
Mamma: dormo troppo nella via del bene. E il tempo fugge e la gioventù viene meno e
l’entusiasmo sfuma. O mamma Maria, salvami Tu!
9 dicembre 1908.
È assai strano il fatto che, per quanto la mia volontà riconosca il bene, la grandezza, la felicità di
esser buono, pur tuttavia non riesce mai a divenirlo completamente. È davvero assai più difficile
che consigliarlo agli altri. Vi sono certi momenti in cui si è presi da un siffatto avvilimento, che
par quasi impossibile il potervi resistere, specialmente quando si cade in qualche, per quanto
piccola, mancanza. Ieri, per esempio, per un complesso di circostanze fatali, fui sorpreso da un
momento di stizza, cosa che mi avviene assai di rado. Ebbene, chi lo sa dire quanto mi sentissi
male poi? Alla mattina avevo promesso tanto alla Madonna e nonostante ciò ero venuto meno.
Questo pensiero mi filtrava nel cuore un veleno così amaro che avrei prescelto di soffrire
piuttosto un qualche dolore fisico per quanto acuto. E ho detto: «Ecco com’è difficile per le mie
povere anime l’esser buone in questi momenti in cui ci si sente così schiantati». E le ho compatite
e non mi sono più meravigliato che, dopo tanto insistere che io faccio, non ottenga tutto quello
che desidererei di ottenere. Però mi sento la volontà di correre presto alla lotta.
Sono venuto meno ieri? Forse sì. È vero che avevo bisogno di correggere, di rimproverare perché
avevo davanti a me una mancanza al proprio dovere, ma potevo farlo con misura più seria, con
più sostenutezza e con meno nervosa passione.
Un’altra volta vedrò di comportarmi meglio. Oggi, mio buon Signore, voglio offrirvi tanto il mio
amore. Che bella cosa servirvi così! La mia vita è mancante di troppe cose, ma, con Voi, che cosa
non possiedo? Tutto! Oh, se comprendessi a fondo questa verità! Se potessi incarnarla nelle
intime fibre di me stesso, farla sangue del mio sangue, anima della mia anima! Ve lo prometto. Vi
ricordate, o Signore, quello che mi bisogna? Me lo date tutto, non è vero, il vostro aiuto? Starete
sempre con me, quest’oggi? Mi regalerete i vostri occhi divini, che mi guardino continuamente,
che mi sorridano di dolcezza nei momenti di tristezza, che mi confortino, che mi sollevino, che mi
diano coraggio e forza di proseguire? Vi chiedo umilmente perdono delle mie debolezze di ieri;
ne sono pentito e me ne dispiace tanto. Mi consolo che mi diate quest’oggi da poter rimediare ed
amarvi tanto. Sarebbe ora che dicessi un po’ sul serio, che mi dessi tutto a divenir un santo prete.
Dio! Sono sacerdote e faccio ancora dei calcoli se devo o non devo esser buono. Un sacerdote,
come lo dice il suo nome, è una cosa sacra, vivente, una cosa santa, posta da Dio come la voce
sua in mezzo ad un mondo, che è depravato. Egli deve essere il sale di purificazione e di
conservazione delle anime. «E se il sale diviene insipido, a che cosa servirà più?»90. Dice bene il
Vangelo! E che vergogna, per me, se mi dovessi vendere, o meglio, se mi dovessero rigettare
come una merce avariata: un sale insipido!
10 dicembre 1908.
Quando rifletto sulle grazie immense che Voi mi avete fatto, o Signore, non mi è possibile non
sentirmi come annientato, esterrefatto per la confusione. In che modo mi avete chiamato al vostro
Sacerdozio? È un mistero. Ero appena balbettante e la vostra volontà già risuonava sulle mie
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labbra senza che io neppure comprendessi il significato delle parole. Perché? Voi solo lo sapete.
Cresciuto in mezzo alla volgarità più misera e ributtante, Voi avete messo sui passi miei un
essere91, il quale aveva per me un fascino speciale di bontà e d’innocenza che mi attrasse
irresistibilmente. Perché? Voi solo lo sapete. Questo essere doveva condurmi fino alle porte del
Seminario e quivi lasciarmi per dirmi: «Ecco, ho compiuto così la mia missione». Dietro a questo
essere ne venne un altro92 il quale ebbe per me una suggestione così viva, così potente che non si
sa immaginare. Ricordo giorni, ore, momenti di una dolcezza, sto per dire di una santa passione
infinita. Non ci voleva proprio altro che questo per farmi buono. È una cosa tutta da commuoversi
il riandare alle mille arti divine di soavità, con le quali quest’angelo divino mi avvolgeva, mi
purificava, mi innamorava del bene. Oh, Dio, quale mistero infinito di amore! Non stavo bene se
non ascoltavo la sua parola. Non mi parlava che di Voi, non voleva altro che io fossi buono ed io
bevevo, bevevo col dolce tutto l’amaro corroborante che doveva rinvigorire le fibre dell’anima
mia. Che rimorsi, quando lo disgustavo! Riconosco che lo amavo93 forse un po’ troppo, ma non
mi voleva altro che questa prepotenza di amore a stringermi al bene, a legarmi a Dio.
Come trovo evidente, quasi sensibile, la mano di Dio! Se non ci fosse stato questo angelo, quante
volte sarei fuggito dalla casa di Dio! Egli era, non saprei come dire, la mia suggestione, il mio
fascino. Ah, Dio quando vuole una cosa, ha dei mezzi a cui non si può resistere. Buon Dio, quanta
riconoscenza, dunque, non Vi devo! Quanto amore e quale ricordo di benefizi immensi non mi
legano a Voi! Abbiatevi il cuore, la vita, l’anima mia che troppo Vi appartengono .
11 dicembre 1908.
Caro Signore, quanto mi è di conforto il venire a Voi tutte le mattine per offrirvi i miei pensieri, le
mie parole e i miei affetti. Perché non Vi amo ancora perdutamente? Sarebbe tanto vero e tanto
doveroso questo bene. È la cosa più bella che io possa ottenere dalla mia vita. O Maria
Santissima, Voi, che eravate così forte in questo amore di Dio, datemene una scintilla che mi
accenda e mi incenerisca. Certo, sento che Voi mi dite: «Bisogna guadagnarselo». Avete ragione!
Ora è necessario che la mia vita sia un sacrifizio continuo a questo amore: sacrificio di soavità, di
dolcezza e di abnegazione.
Quanto desiderate che io sia buono in quest’oggi e perché non lo faccio? Sarà la millesima volta
che batto su questo punto ed ancora non l’ho ottenuto. È una cosa piuttosto difficile il sapersi
sostenere in certi momenti così critici. Però voglio farlo ugualmente. Ieri l’ho ottenuto, se non in
tutto, almeno in qualche parte. Oggi spero ancora più. Farò bene le mie cose: Uffizio, Messa,
scuola, studio, conversazione, preghiera, dolore, carità... Quanto riconosco di essere da me solo
insufficiente! Ora prometto e fra pochi momenti ho già tutto dimenticato. Ad ogni piccolo neo di
aridità che mi sorprende, mi lascio abbattere e tiro via le mie cose alla meglio come se non mi
curassi di altro che di liberarmene. Così non va bene! Innanzitutto porrò una grande calma nella
mia anima, e in questa calma infonderò tutta la risolutezza inesorabile del bene. Quello che
conosco bello farsi lo farò, addirittura quello che non lo è lo fuggirò. Che belle promesse non
faccio sempre! Cosa direte Voi, mio Signore, nel vedermi così stranamente misero e volubile? Me
ne perdonate, è vero, nella vostra infinita misericordia? Mi volete bene ugualmente? Confido
tanto e, su questa confidenza, mi abbandono con tutta la tenerezza. Fortuna che ho a che fare con
un Dio così buono! Guai se in vece vostra si trovasse un uomo! A quest’ora mi avrebbe mandato
via cento volte. Anch’io devo avere questa pazienza e costanza nel compatire e perdonare il male,
devo avere questa longanimità nel sopportare gli importuni e i molesti. Datemene Voi, o Signore!
Radicate profondamente nella mia anima i principi vostri, che mi sappiano condurre nella via che
Voi volete. Vi offro tutta la mia giornata: la mia anima, il mio cuore, le azioni, i pensieri, le
parole, gli affetti, i patimenti, tutte le cose mie. A tutto ciò che farò, darò l’intenzione di piacere
sommamente e unicamente a Voi. Sopporterò tanto la freddezza, che potesse ingombrare la mia
anima come una nebbia fastidiosa e aspetterò, paziente e rassegnato, un raggio della vostra
consolazione, se Voi crederete di mandarmelo, altrimenti Vi amerò ugualmente.
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12 dicembre 1908.
Sento che turbina nella mia mente una folla di pensieri tristi che mi agitano, che mi amareggiano
assai. È necessaria tutta la forza del mio spirito per non venir meno e per donarmi un po’ di pace e
di tranquillità. Che cosa sono mai le sciocchezze di questo mondo a confronto del vero Bene, che
solo ci appartiene: Dio e l’Eternità? Certo, non vale la pena di disturbarsene così tanto. Se noi
riflettessimo seriamente su che cosa è la vita, certo non la prenderemmo così sul serio. Vi è
qualche cosa di più importante di questa bizzarra commedia nella quale ciascuno fa la sua parte a
questo mondo. Mi rimane sempre impresso quel curioso episodio di quell’imperatore il quale,
giunto agli estremi, ai suoi famigliari ed amici che lo circondavano, disse: «Vi pare che abbia
recitato bene la mia parte nella commedia della vita?». «Sì», gli risposero. «Ebbene, battete le
mani poiché cala il sipario». È proprio così! Che importa affliggersi tanto se la parte che facciamo
non è la nostra vera e reale? Sarebbe ridicolo che un commediante si impressionasse seriamente
perché deve fare nel dramma una parte dolorosa ed infelice. Così è altrettanto di noi. Sopra tutte
le cose vi è Dio e sopra le miserie del tempo vi è la gloria dell’eternità. Che cosa temiamo?
Figuriamoci di essere come quell’uccellino, il quale sta alla sommità di un albero, sopra un
tenuissimo ramo che si piega, si agita ai furori del vento e della burrasca e minaccia di spezzarsi.
Teme egli forse di cadere per la debolezza del ramo? No, perché, anche se avvenisse la catastrofe,
esso ha le ali e volerà allegro e trionfante nell’aria della quale è sovrano e padrone. Così anche
noi. Per quanto la ci vada peggio, si potrà spezzare il ramo della nostra vita ed allora noi voleremo
nello splendore della gloria: sovrani e padroni dell’eternità.
Oh, se riflettessimo! Quanto ci affliggeremmo di meno, come acquisteremmo più coraggio a
vivere, a sopportare le amarezze e le disillusioni! Dio infinito, nostro centro di rifugio, illuminate
sempre la nostra mente, acciocchè non perdiamo mai di mira questa suprema verità! Fate che
passiamo su questa vita veramente da forestieri quali siamo, ed abbiamo sempre l’occhio rivolto
al cielo, nostra patria che ci attende! Passino pure l’infanzia, la giovinezza, la salute, le forze, le
gioie, le felicità della vita; la nostra barca veleggia trionfante verso il porto dell’infanzia, della
giovinezza eterna, della salute, dell’energia che non avrà più tramonto, perché sarà fondata sulla
vostra giovinezza e sulla vostra potenza infinita, Dio, che quest’oggi segni, per l’anima mia, un
passo da gigante verso questo porto felice!
13 dicembre 1908.
Signore, vengo da Voi perché Vi voglio tanto bene. Ve la chiedo tutti i giorni questa grazia: «Fate
che il mio cuore si penetri totalmente di Voi!». Mi pare che questa grazia me l’andiate facendo di
giorno in giorno. Oh, come sono felice di constatare questo aumento di grazia! Lo sapete, o
Signore, quello che sono; mi compatite e mi volete vostro ugualmente? Perché non mi adopro di
corrispondere ancor più a questa vostra chiamata? Oggi, o mio caro Signore, voglio far qualche
cosa di più. Voglio proprio portarmi più buono94, consolarvi ancora meglio. Non siete Voi che
esultate allorquando mi vedete con tali intenzioni di volontà e di opera? Perché, dunque, non
procuriamo tutti di contentarvi?
Oggi propongo di mantenermi calmo in special modo per amor vostro. Riconosco che questa
convulsione di nervi mi agita, mi oscura la mente, mi rende imperfetto nella coscienza e nella
volontà. Ebbene, procurerò di dominarmi oggi. Tutto quello che farò voglio passarlo prima sotto
l’impero della mia volontà, la quale imporrà la calma e la dolcezza. Dirò, calmo e tranquillo, il
mio Uffizio, la mia Messa, la spiegazione del Vangelo. Oh, mio Dio, quante difficoltà non trovo
nel parlare pubblicamente alle vostre anime! La mia nullità, la poca voce, la soggezione e,
chissà?, anche il mio orgoglio umiliato mi si affacciano bruscamente al pensiero in quei momenti
e mi riducono un pezzo di marmo, che parla automaticamente, timoroso e perduto, di null’altro
preoccupato che di arrivare alla fine senza cadere vergognosamente per terra. È mai possibile che
in questo modo si possa fare del bene alle anime? Chi mi ascolterà non vedrà l’ora di venire alla
119
fine per togliersi esso pure di pena. Quante umiliazioni non mi sorbisco da questa parte! Ma ho la
volontà di continuare ugualmente; prima, perché ho l’intenzione di dare piacere a Voi sopra tutti,
poi perché spero che, se arriverò a vincermi, un giorno potrò fare (non adesso) un gran bene alle
anime. Aiutatemi, dunque, o Signore, date anche a me, se Vi piace, una di quelle doti preziose che
avete elargito a tanti così generosamente. Sono forse un po’ negligente nel prepararmi? Sono un
po’ deficiente nel meditare e nel maturare il soggetto che voglio esporre agli altri? Avete ragione,
o Signore, sembra anche a me.
Perdonatemi, sono dispiacente e pentito. Nella settimana ventura farò così: il tema del Vangelo
domenicale vedrò di prepararlo con la meditazione che, approfittando dei momenti liberi del
pensiero, andrò facendo durante la settimana. Ma badate: voglio essere umile, prima perché è la
verità, poi perché voglio che solo Voi facciate qualche cosa nelle mie esortazioni e nei miei
consigli.
15 dicembre 1908.
Vengo da Voi, o mio buon Signore, dopo quasi tre giorni di allontanamento. Oh, come si sta male
così! È uno stato che presenta sempre lotta, amarezza, sfiducia, incontentabilità, peso, noia,
disgusto. O mio buon Dio, permettetemi che io formi un’altra volta le strette relazioni d’intimità
di prima. Questo tratto di freddezza, di pigrizia e di negligenza mi è deleterio al cuore e all’anima
più che la brina ai fiori. Ho bisogno, stretto bisogno di essere buono assai.
La mia calma dove se ne va? Ho promesso centomila volte e la mia promessa sfugge, si dilegua al
mio pensiero ed è come se non ci fosse. Ma perché così? Vorrei indispettirmi con me stesso,
vorrei agitarmi, scuotermi, gridare. Perché deve essere così difficile il poter dominare se stessi,
tanto che di cento promesse e di cento volontà di riuscire neppure una ottiene l’intento? Pare che
dentro di noi vi sia un segreto veleno che rode, intossica, distrugge tutti i sentimenti più buoni non
appena nati. Pare che vi sia un istinto maligno che porta con prepotenza al male più che al bene.
Ma deve esserci pure una forza contraria che, confermata da Dio, abbia la prevalenza su tutte le
altre! Altrimenti Dio ci chiederebbe cose impossibili al di là delle nostre forze. È inutile, bisogna
decidersi a fare, a lavorare, a sudare, a rinnegar se stessi.
Bisogna esser contenti di nulla, sentire l’effetto interno della bontà nostra, bisogna rassegnarsi a
passare dei lunghi momenti di apatia, di noia, di gelo95. Come sono disgustosi e terribili! È la
prova più difficile per le anime che desiderano avanzarsi nel bene. Ora mi accorgo perché tante
altre anime, al di fuori della mia, per quanto siano consigliate, corrette con insistenza, spinte con
tutti i mezzi possibili, tuttavia rimangono per lungo tempo sempre ad un punto, quasi che un muro
di divisione impedisse loro di avanzarsi oltre. Mio Dio, permettetemi che io implori il vostro aiuto
per quest’oggi. Ascoltate: vorrei passarlo proprio bene, con tutta la calma, con tutta la padronanza
di me stesso, con tutto lo slancio,con tutto il fervore della mia giovinezza. Ah, Dio mio, con che
spavento rifletto su quando non sarò più giovine, su quando la neve della vecchiaia avrà coperto
di gelo tutti i sentimenti più vivi dell’anima mia! Fatemi morire prima, se Voi vedeste che io
dovessi diventare un vecchio come ne vedo tanti.
Mantenetemi sempre il mio soffrire di anima e di cuore piuttosto che permettermi la morte di
tutto. Fate che l’anima mia ringiovanisca sempre più nell’avanzarsi degli anni e possa dirsi
sempre: «Vostra, totalmente vostra!».
19 dicembre 1908.
Oggi, o Signore, ho tante cose da fare, sentirei di trascurare la meditazione per occuparmi di
quelle. Ma è troppo grande il bisogno che ho di Voi, non ne posso fare a meno. Se questa mattina
tralasciassi di parlar con Voi, sento che starei male, che tutto quest’oggi non avrei più bene, sento
che le mie cose stesse mi andrebbero male. Quindi credo di non sbagliare, se innanzitutto metto
avanti la mia anima.
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Gran Dio, datele Voi uno sguardo e purificatela. Non vedete com’è ributtante? Essa mi fa
spavento: è ancor debole come ieri, ancora inferma, volgare, insipida come tanto tempo fa. Anzi,
ho il rimorso di regredire anziché farmi migliore. O mio Signore, ho bisogno proprio di parlarvi in
una santa intimità. Non sono contento affatto di me stesso e temo che altrettanto lo sia anche per
Voi. Me ne dispiace, sono pentito, vorrei emendarmi, o mio buon Signore! Che devo fare?
Indicatemi Voi il mezzo opportuno per saperlo fare. Ieri Vi promisi tanto sinceramente di essere
per tutta la giornata la vostra consolazione. E poi? Non lo so, questa mia fantasia mi trasporta
dappertutto. Che vergogna! Io che sono vostro ministro, vostro amico e confidente.
Perché lasciarmi trasportare così tanto dall’inerzia e dall’indolenza? Oh, quanto desidero di
correggermi! Lo voglio proprio con tutte le forze quest’oggi. Mi sforzerò per riuscirvi. Questa
mattina sono venuto da Voi proprio per questo: per chiedervi sommamente perdono della mia
bruttezza. Proprio se devo dirvi la verità, la mia anima mi fa schifo. Sono così vile, così egoista,
così strafottente, così infingardo. Voi, invece, siete così buono, così paziente che mi perseguitate
in tutte le maniere per farmi buono. Quando sarà quel giorno che riuscirò a divenire come Voi mi
desiderate? Oh, se fosse presto! La giornata di quest’oggi voglio che sia un tratto di strada che io
mi abbrevio per poter giungere sino a Voi. Datemi la vostra forza! I nemici stanno alle porte
dell’anima mia e mi fanno una guerra senza tregua. Voglio piuttosto morire, cento volte morire
piuttosto che abbandonarvi, o Signore.
Ascoltate: «Questo è il grido della mia anima: voglio sia più forte dell’altro che, forse, la mia
egoistica e brutale umanità potesse emettere. Dio, legatemi stretto a Voi in maniera che non possa
più distaccarmene». Ancora una volta: «Perdono di tutto. Abbracciatemi e datemi il bacio del
vostro amore, che mi ritorni santo. Vi mando tutta la forza del mio affetto che vorrei fosse grande
come quello della Madonna. Vi amo infinitamente con tutto me stesso, e per l’amore che Vi porto
abbraccio il soffrire, le mie umiliazioni, il mio abbandono. Meglio perduto in un deserto con Voi
che sopra l’altare del mondo senza di Voi».
20 dicembre 1908.
Quanto mi disturba il pensiero di non essermi abbastanza rimesso sulla strada del bene. Vorrei
fare di più, ma molto di più. Per quanto appunti lo sguardo dentro l’anima mia, non vedo che
nebbia, nausea, apatia vergognosa. Oh, come sono disgustato di me stesso! Vorrei perdere la
completa conoscenza della mia anima per non dovere constatare dolorosamente la mia nullità.
Sono buono? Non lo so. Il mio cuore è generoso? Non lo so. Ma che cosa so dunque? In questi
istanti vorrei che la mia mente perdesse, in un lungo sonno, tutta la coscienza di se stessa. Amo
quasi il non esserci in questi istanti. Ma no! Desidero il bello; desidero la grandezza; desidero la
bontà e la simpatia. Che angoscia incomprensibile dilaga nell’anima mia in certi istanti e come
devo ritrarre lo sguardo in quella stessa maniera che si rifugge da un quadro spaventoso. È
esagerata questa brutta constatazione di me stesso? Non lo credo. Certamente vorrei potermi
esprimere più semplicemente e chiaramente. È questa una delle mie infelicità. Ho un carattere
antipatico, vorrei dire ghignoso. Se quelli che mi ammirano all’esterno, mi guardassero
nell’interno, come proverebbero disgusto e ripugnanza! Perché continuare così? Mettiamoci un
po’ di calma seria; dominiamo il tumulto violento dei sentimenti e dell’immaginativa.
Bisogna essere più positivi e pratici nella vita. Ma domando io: «Com’è che con gli altri so tanto
dire e con me divento così muto e chiuso?». È un mistero che non comprendo. È forse Dio che, in
quei momenti, m’investe della sua luce e dei suoi sentimenti, e dona alla mia mente i suoi
pensieri, al labbro le sue parole, alla volontà la sua energia, e così riesco abbastanza con gli altri.
Perché, dunque, Egli non mi dà altrettanto aiuto quando ragiono meco stesso? Ma, a dire il vero,
quand’è che ragiono sul serio meco stesso? Anche quando traccio su questa carta i miei pensieri,
vado a sbalzi senza regola; ma proprio un pensiero, calmo e fisso, quando lo possiedo mai? Ben
di rado. Ecco forse il punto da emendare. Ho bisogno di diventare padrone della mia fantasia, di
saperla guidare non già a capriccio, ma secondo le vie giuste del buono, del conveniente e
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dell’utile. Quand’è che faccio bene il mio esame di coscienza? Forse mai. Vado sempre a
intermittenza, non mi so contenere, non mi so frenare. È ora, cara anima mia, che ti metta a far
bene, e disponga un po’ in ordine le cose tue. Che cosa aspetti? Vuoi forse deciderti quando sarai
vecchia? Oh mio Dio! La vecchiaia, che brutto fantasma! Permettetemi che Vi preghi di non
diventare vecchio!
21 dicembre 1908.
Vengo da Voi, o mio buon Dio, mi prostro ai vostri piedi e imploro umilmente il vostro perdono.
Anche questa mattina sono stato pigro, ho indugiato, ho perduto il tempo. Quanta amarezza non
mi sento nel cuore! Deh, perdonatemi perché sono pentito, non lo voglio far più. Come
ricompensa oggi procurerò di darvi piacere sempre. Sarà questo il mio impegno e voglio vedere di
tenermelo a mente fino a stasera. Come fugge il tempo, come mi accorgo che col tempo
diminuisce anche la buona volontà. Anima mia, mettiti subito al dovere! L’impegno è stringente:
conviene far presto. Capisci troppo bene che la tua ricchezza e la tua fortuna consistono
unicamente nel farti buona; quindi con tutte le forze impegnati senz’altro a divenirlo. Ama il
Signore, che è tutto. Quante cose ti mancano e quanta felicità sospiri invano! Ecco qua il tesoro
che nessuno ti può rapire; ecco qua la felicità che ti si presenta e ti si offre. Oh, mio Dio, se
conoscessi tutto, se misurassi, se meditassi! Voglio proprio donarmi completamente a Voi. La
meditazione e la calma voglio acquistarle con tutti i mezzi possibili. Comprendo che solo in
questo modo si progredisce tanto. Perché non lo farò? Un’altra volta slancio la mia volontà su
questo proposito e qui davanti a Voi lo giuro, o mio Signore, di mantenerlo. Madonna Santissima,
Angelo mio Custode, prendetemi sotto la vostra protezione e non mi abbandonate. Ho troppo
bisogno di Voi perché conosco la mia fragilità. Ispiratemi, fortificatemi, datemi la pace
necessaria. Quando mi vedete vacillante, datemi quella spinta, o meglio quello strappo che mi
butti dalla parte buona. Mio caro Signore, se fosse eterna la volontà di questo momento, come
diverrei santo! Ebbene, mi sforzerò! Dio riparerà le mie cadute perché non le voglio, le aborro
sotto qualunque riguardo. Camminerò tutti i giorni per questa strada che mi avvicina a Lui.
Oh, che bella idea potersi avvicinare sempre più a Dio per averne più chiara comprensione, più
vivo amore! Dammi, o Angelo custode, le tue ali, fa’ la mia volontà così risoluta ed energica da
riuscire veramente! Perdoni a tutti quelli che ti fanno soffrire, o anima mia? Sì, che perdoni e
preghi per tutti: sarai paziente, sofferente, indulgente. Dio prenderà le tue difese, Dio non ti
abbandonerà giammai. Intanto comincia stamattina a far bene le tue cose, con l’incominciar bene.
La tua Messa sia proprio offerta a Dio con tutto lo slancio dell’anima. L’offrirai per un atto di
carità ad un’anima defunta di un tuo superiore. Intendo, con ciò, far piacere soprattutto a Dio.
Ecco la prima occasione in quest’oggi che non mi voglio lasciar fuggire.
22 dicembre 1908.
Sento questa mattina una soave disposizione buona che mi accarezza dolcemente e mi rende
contento. La fantasia, il cuore, la volontà sembrano abbracciati in un forte amplesso di bene e mi
lanciano potentemente verso Dio. Caro Signore, quanto siete degno di amore, quale tesoro infinito
non siete! Datemi la fortuna che Vi comprenda sempre più e che Vi ami effusamente di cuore.
Oggi, sì; anche oggi voglio farlo! Ieri ebbi qualche momento meno felice in cui mi lasciai
trasportare un po’ dal risentimento e un po’ dalla pigrizia; oggi, voglio vedere di piacervi sempre
di più. Che gioia ineffabile non mi rendete allorchè mi vedete disposto verso di Voi! Che cosa è
mai questa vita se non la spendiamo per un fine così bello, per una missione così consolante come
siete Voi!
Perché ci lamentiamo di essere disgraziati nella vita, se abbiamo la suprema fortuna di amare
Dio? Oh, che dono infinito non ci ha fatto Iddio col crearci per se stesso, col permetterci di
amarlo con tutte le forze del cuore e dell’anima! Questo dono, questo privilegio, questa fortuna
sono più grandi di quello che non sia se un re invitasse una povera figliuola del popolo a divenir
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sua sposa. E dire che noi rifiutiamo questo dono di Dio, ce ne mostriamo nauseati, seccati. Buon
Dio, quale torto immenso Vi facciamo! Ci vuole proprio tutta l’infinità della vostra Misericordia
per compatirci e perdonarci. Oh, quest’oggi voglio amarvi io per tutti! Venite pure, o Signore Re
del mio cuore e della mia anima, venite su di me come sul vostro altare. Vi amo con tutta
l’esuberanza della mia giovinezza.
Sono contento di aver lasciato tutto, di essermi mortificato in tutto per posseder Voi, per amar Voi
di più. Chi sa a che punto di degradazione sarei, se non mi aveste strappato così. Vi consacro tutti
i giorni della mia vita che voglio spendere proprio per Voi. Mi ascoltate, non è vero, o Signore?
Accettate questa espressione della mia volontà come un proposito sincero di bene che deve
rimanere eterno. Oh, quanto Vi ringrazio! Come mi sento commosso dall’ineffabile bontà delle
vostre preferenze a mio riguardo! Ricevete, o buon Dio, il bacio tenero della vostra creatura che
Ve lo manda effusamente come al suo babbo, alla sua mamma, al suo più caro tesoro.
Rendetemelo Voi, o Signore, col vostro infinito amore e fate che tra me e Voi vi sia sempre
questa divina intesa d’intimità, di affezione e di amore. Oh, in questo momento mi sento più
vostro e Voi mi sembrate più mio. Prolungate questo istante fino a tutta l’eternità.
23 dicembre 1908.
O Signore, che bel conforto il poter pensare sempre a Voi, il sapere che niuno ci può togliere la
grande dolcezza della vostra presenza. Oh, se ne approfittassimo, come saremmo felici! Fate che
mi diventi naturale, spontaneo, anzi che divenga una necessità della quale non possa fare a meno.
Fate che Vi pensi così sempre anche in punto di morte. In quei momenti terribili fate che il mio
cuore venga a Voi con quella stessa intensità di affetto che ha al presente. Fate, o buon Dio, che
l’amore verso di Voi sia più forte del mio dolore. Ve ne ricorderete in quei momenti di questa
preghiera che Vi faccio ora con tanta effusione di anima e con tanto abbandono di confidenziale
speranza? O mio Dio, comincio a capire che siete il mio tutto, sono io che sono il vostro niente.
Siete stato contento ieri? Un qualche po’ mi dimenticai dei propositi fatti e fui un po’ sregolato
nel parlare e nel contegno. Oggi voglio stare più attento, voglio ricordarmi un po’ di più che devo
essere la vostra consolazione in tutto e sempre.
Quante dolcezze sante non mi procuraste ieri! Quella cara anima, quel vago angioletto96 che vi
siete preso con Voi in paradiso (ne sono sicuro) mi fu causa di tanta pace ed allegrezza santa. Lo
sognai che mi amava intensamente e mi baciava con tutta l’espansione della sua piccola anima
innocente. E gli dicevo: «Come mai sei tornata?». Ella mi sembrava tanto contenta. Ora dimmi:
«Sei morta bene e rassegnata?». Ed ella: «Oh sì, in ultimo specialmente ero tanto rassegnata!». Di
questo passo continuava a lungo a parlarmi ed a colmarmi di carezze. Ricordo che le dicevo:
«Perché non vuoi dirmi se ti trovi ancora in purgatorio oppure se non sei già volata in paradiso?».
Ella mi voleva ancora nell’incertezza. Tra le altre parole ricordo queste: «Dica alla mia mamma
che sia molto rassegnata e paziente». «Oh sì, − rispondevo io − glielo farò sapere che me l’hai
detto tu». «Oh, questo no!». «Ma perché non vuoi che glielo dica in questa maniera?». Ella,
quando non mi voleva rispondere, mi contentava con un’espressione di tenerezza. Ella giaceva in
letto e ciononostante si alzò per seguirmi. La conducevo in un’aperta campagna, in un luogo
remoto perché la sua anima ritornasse a Dio.
Benché io non faccia calcolo dei sogni, pur tuttavia rilevo che questo lasciò, allorchè mi svegliai,
un deposito di dolcezza e di fervore nell’anima mia che mi spinse a Dio e mi continuò quasi per
tutta la giornata di ieri. O buon Dio, tutto il bene, che le posso aver fatto, vada pure per lei e si
converta per noi in altrettanta grazia che santifichi me stesso e salvi tutta quella famiglia per la
quale sento di aver la missione di condurla al paradiso.
24 dicembre 1908.
Eccomi, o buon Signore, alla divina vostra presenza. Io mi prostro ai vostri piedi per chiedervi
umilmente perdono della mia miseria della quale sono sommamente pentito. Vado sospirando
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quel giorno nel quale Vi amerò senza riserva e farò consistere il mio amore nell’esatta puntualità
dei miei doveri verso tutti. Accendetemi Voi questa sacra fiamma, datemi Voi la forza di sapermi
mantenere inalterabile nei miei propositi! Come va che, per quanti propositi io faccia, sono
sempre al punto di dover constatare la mia misera deficienza? È mai possibile che io non
comprenda che il mio vero bene è unicamente riposto in questo: amarvi con tutto il tesoro delle
mie forze? Ma sì, questo lo comprendo e ne sono convinto. La volontà ha bisogno di qualche cosa
che non sia solo convinzione ma entusiasmo, vita, forza e calore. Certamente, se non lo faccio ora
questo, in seguito mi sarà sempre più difficile, per non dire che mi sfuggirà completamente. O
Dio, salvatemi da questa disgrazia! Certo le ispirazioni, che ora mi mandate, sono innumerevoli;
se io non corrisponderò ad esse pienamente, a quale rendiconto non mi chiamerete un giorno! No,
no, fintanto che il tempo mi è propizio, voglio sforzarmi in tutte le maniere. La strada non è poi
impossibile. Del resto, quello che dico agli altri perché non lo dico anche a me stesso?
Le imperfezioni non devono avvilire purché la volontà sia sempre disposta ad odiare ed a
combattere efficacemente queste imperfezioni. Il dispiacere, che provo di non essere buono
abbastanza, non è forse un odio continuo che ho verso le mie debolezze? Il proposito, che ogni
mattina faccio qui ai piedi del Signore, non è forse una volontà espressamente manifestata di
voler combattere senza riposo la mia miseria? O mio Dio, a far tutto questo mi sono necessari una
grande confidenza e un grande abbandono nella vostra infinita e provvidente misericordia. Oggi
voglio portarmi più buono, voglio essere un po’ più padrone dei miei atti, più cordiale, più
generoso, più santamente caro. Quale vena spaventosamente inesauribile di egoismo non ritrovo
in me, allorchè non sono sollecito a reprimere i primi sentimenti naturali! È una cosa che ripugna
e fa ribrezzo. Io, che sembro tanto generoso, essere tanto egoista! Perdonatemi di gran cuore, o
Signore, fatemi buono con la stretta del vostro amplesso, voglio amarvi con tutto me stesso
sempre e dovunque. Il mio pensiero verrà a cercarvi spesso: accoglietemi con l’infinita vostra
bontà! Dio mio, voglio diventare vostro in maniera assoluta; prendetemi, purificatemi, non mi
lasciate mai più!
27 dicembre 1908.
Mio Dio, dopo due giorni nei quali mi pare di avere un po’ raffreddato le nostre relazioni di
intimità, ricevetemi, accordandomi un generoso perdono. Quanto mai sono debole! Ho qui nel
cuore un turbinio violento di contrasti, di amarezze, di ripugnanze. Bisogna che non mi guardi,
perché mi avvilisco troppo. Guarderò sempre alla vostra regale generosità e misericordia piuttosto
che alla mia grettezza e miseria. Ah, buon Dio, perdonatemi completamente! Arrossisco davanti a
Voi e riconosco proprio di essere un miserabile qualunque. Guai, se Voi vi regolaste secondo ciò
che mi merito! Per me sarebbe finita. Quale nausea e ripugnanza sento in questo momento di me
stesso! Mi vedo proprio un essere che sta al mondo perché Dio lo sopporta. E dire che Dio mi fa
capire l’importanza, la necessità ed anche l’interesse mio ad essere più buono; ciononostante mi
lascio andare, perdo il mio pensiero e metto Dio in una parte molto secondaria dell’anima mia.
Ma non voglio, o Signore, continuare così; odio e detesto questo gretto sistema di amarvi per un
giorno e trascurarvi per l’altro. L’ira dei miei nemici è troppo grande e potente, e come posso
vincerla se non sono sempre stretto con Voi, protetto dalle vostre ali, difeso dal vostro braccio?
Povera anima mia, che ti agiti convulsamente ad ogni bava di vento, ad ogni minimo contrasto!
Perché non cerchi il tuo rifugio, il tuo appoggio, il tuo sostegno? Non è possibile che da sola tu
possa navigare il mare tempestoso della tua vita; è necessario ricorrere a quest’onnipotenza di Dio
che sorvegli e regoli la tua barca come un nocchiero infallibile. Sia dunque così, o mio Signore!
Ve lo ripeto in questo bel momento in cui mi fate conoscere la verità del bene. Prendetemi,
dunque, purificatemi coi vostri baci, fortificatemi, infondetemi la forza e la dolcezza della vostra
santità. Oggi voglio davvero comportarmi bene, voglio darvi quella soddisfazione che forse Vi ho
rifiutato i giorni scorsi. E perché non dovrò farlo mentre Voi insistete ed io mi trovo tanto
abbattuto e sconsolato senza di Voi?
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Ma che cosa sarei io al mondo, se Voi non ci foste?
Mio Dio, quale torto, quale stoltezza inconcepibile io non mi permetto allorchè, per indolenza o
per sbadataggine, mi lascio andare in malora come se nulla fosse! Questa mattina voglio
rimettermi un po’ a dovere. Ve lo prometto con tutto il desiderio di mantenerlo. Accogliete con la
vostra bontà il mio proposito e aiutatemi acciocchè io lo renda efficace per tutto quest’oggi e per
sempre.
28 dicembre 1908.
Col mio solito sentimento di confusione vengo da Voi implorando, per grazia, che mi sopportiate.
Riconosco la mia più disgustosa indegnità. Ieri fui fedele e puntuale fino ad una cert’ora e poi
voltai le spalle. Mio Dio, mi vergogno addirittura di osservarmi tale, direi quasi mi odio e mi
detesto. Voi ben sapete quanti lumi mi elargite affinché io mi tragga da questo stato di fredda
apatia che mi snerva e mi toglie tutti i sentimenti migliori. Non dovrei io essere il primo ad
amarvi fra tanti? Invece vedo intorno a me delle anime che mi precedono di gran lunga, anime
buone che si sacrificano tutti i giorni, anime che vivono pagando, quasi a prezzo di sangue, la
virtù che le sostiene, l’amore che le avvince a Dio. E dire che queste anime si umiliano davanti a
me per chiedermi la parola, la volontà di Dio. Quale confusione non è per me! Esse così fervorose
e fedeli nel loro dovere, io così freddo e tante volte rilassato; esse così forti e tenaci nel dolore, io
così debole e sensibile ad ogni minima puntura di piccole contrarietà. O anime buone, salvatemi,
proteggetemi con la vostra bontà, imploratemi da Dio un ugual tempra di carattere, uno spirito
calmo, sincero e padrone di se stesso! Quanto lo desidero, mio caro Signore, e quanto mi spiace di
non possederlo ancora dopo cinque anni di sacerdozio!
Oggi ritornerò alla carica. Per intanto, perdonatemi anche questa volta le negligenze di ieri. Fui
distratto, disattento, meno rispettoso; in chiesa tralasciai la visita e il rosario; mi coricai in letto
non come un vostro figlio carissimo, ma siccome uno svogliato, un estraneo che sentisse come
pesa troppo la noia di dover pregare. Quale contraddizione! Io che animo gli altri a tanta vita, a
tanto calore di spirito, sono per conto mio così scarso, così snervato, senza forza. O buon Dio, ho
bisogno di tanta vostra misericordia per essere perdonato! È appunto nella confidenza di questa
misericordia che non mi perdo d’animo. È vero che io sono iniquo, ma Voi siete buono. E quindi,
lungi dal fuggire, vengo anzi da Voi e Vi dico: «Signore, perdonatemi ancora, imperocché il
vostro cuore non può dirmi di no». Odio il mio carattere perché è debole, e prometto di
emendarmi sinceramente. Oggi voglio proprio ricordarmelo e mettere in pratica tutti i mezzi
possibili per ottenere qualche cosa di meglio. In Chiesa sarò più attento e fedele, in tutte le mie
cose più puntuale; il mio pensiero Vi cercherà un po’ più di frequente.
29 dicembre 1908.
Questa mattina mi sembra di essere un po’ più tranquillo e messo meno male. Ieri ho procurato di
stare più attento e in qualche parte vi sono riuscito. Ho ancora il mio carattere così disgustoso e
sfrenato da domare, ma spero col tempo di poter riuscire a qualche cosa. Il Signore, nel quale
spero infinitamente, non mancherà di darmi il suo aiuto. Sono stato ieri a fare una visita ad una
ammalata la quale, poveretta, si prepara al viaggio dell’eternità. Le dicevo: «Si faccia coraggio
chè avrà un bel deposito di meriti ad accompagnarla in paradiso». Quante parole le dicevo, ma
sentivo che ritornavano a me. Non penso mai o quasi mai alla morte. Non penso che verrà pure il
mio giorno. Quale sarà il pensiero in quegli ultimi e spaventosi momenti? Sarà il conforto di poter
sperare di andare presto in paradiso. Chi sa come desidererò allora di avere speso una vita santa
che mi acceleri questa preziosa conquista. Chi sa come dirò: «Oh, se potessi vivere sano ancora
due o tre giorni, chi sa quanto bene potrei accumularmi per il paradiso!». Ah sì, è vero che tutto
questo si dirà. Perché, dunque, non me lo dico anche ora? Perché non mi faccio al presente la
situazione precisa di quei terribili momenti e non dico proprio sul serio? Perché lasciar passare
125
così leggermente il tempo prezioso di salute e di tranquillità che Dio mi dona senza approfittare
invece per fare del gran bene?
Ma qual è questo gran bene che io cerco con tutte le forze e che mi sfugge quasi sempre come
un’ombra inarrivabile? Eccolo: vivere per il Signore. Innanzitutto penetrati ben bene di questo
principio di fede: di essere al mondo unicamente al servizio di Dio. Vedi, il Signore ti ha disposto
le cose in maniera che tu puoi proprio liberissimamente spiccare il volo da questa misera terra e
da tutte le sue affezioni per attaccarti soltanto a Lui. È proprio vero! E, quindi, fallo questo patto
non mai interrotto, anzi spesse volte ripetuto.
Innanzitutto fatti veramente buono, ossia bello nell’anima e nel cuore affinché gli occhi purissimi
del Signore possano posarsi sopra di te con compiacenza. Fa’ crescere in te tutti i fiori delle più
belle virtù, affinché il loro profumo salga delizioso al cospetto suo. E, quindi, spenditi anima e
corpo per il tuo santo ideale di conquista riguardante la conversione delle anime a Dio. Bisogna
buttarsi anima e corpo, ossia con tutti i mezzi che puoi immaginare alla tua portata. Oh sì, tutto
questo mi attrae e mi seduce. Madonna mia, guardatemi, sorridetemi, aiutatemi!
30 dicembre 1908.
Finalmente, o mio caro e buon Signore, posso offrirvi una giornata discreta. Ieri ho avuto il
conforto di fare un po’ di bene. È stato assai poco, ma tuttavia ho compreso che quel poco l’avete
accettato con tanto gradimento. Oh, se potessi farmi forza altrettanto anche quest’oggi, come sarei
felice! Ancora una cosa mi manca: quella di saper regolare ancora meglio il mio contegno nelle
conversazioni. Sono così slegato, così facile ad uscire dai limiti, così nervoso, così umano. Non vi
sarebbe maniera di raccogliersi un po’ meglio ed agire un po’ più seriamente e dolcemente?
Ma sicuro che devo ottenerlo, anzi mi è indispensabile. Se questo piace al Signore, voglio
assettarmivi di grande proposito. Le orazioni devo recitarle un po’ più adagio e sentite. Devo
investirmi un po’ più della presenza di Dio, della sua infinita misericordia, della bontà con la
quale mi ascolta parola per parola e si accinge senz’altro ad esaudirmi. Oh, come siamo fortunati
nell’avere un Dio così buono, così degnevole, così differente da noi uomini che siamo così gretti,
egoisti, inesorabili! Perché non ne dovremo approfittare per fare veramente un grande acquisto di
intimità col vivere come una cosa sola con Dio? Egli lo desidera, lo vuole, ce lo comanda; e noi
ne abbiamo tutto il tesoro della nostra fortuna. Disponiti, dunque, anima mia! Quest’oggi sia un
giorno per te di nuovo riavvicinamento a Dio. Intenderai, come sempre, di dargli piacere in ogni
minimo atto, parola o pensiero. Farai del tuo meglio per pregar bene, per dir bene il tuo Uffizio, la
tua Messa, per rimanere a Lui unito per tutta la giornata.
Ah sì, tanto volentieri lo farò quest’oggi. Non dimenticatevi, o Signore, che ho bisogno di aiuto e
d’immensa forza vostra e quindi Ve li domando con tutta la confidenza e la speranza. Svegliatemi
spesso, ossia mandatemi il ricordo del vostro pensiero acciocchè io possa ritornare
frequentemente da Voi a ricevere luce, forza e calore. Oh, Dio, se fosse vero che una buona volta
la mia anima si desse a Voi completamente! Ho altre anime, da Voi a me affidate, che hanno
questa intenzione, chi sa che nel fare io per primo questo slancio felice, esse non mi seguano
necessariamente.
Perdonatemi, dunque, in questo momento della mia debolezza, di ogni mia freddezza acciocchè,
così purificato, mi senta più spinto a fare il bene durante quest’oggi. Datemi umiltà, confidenza,
sincerità, prontezza al dovere e riscaldatemi con tutta la forza del vostro amore. Che sia oggi un
altro passo che faccio verso di Voi.
31 dicembre 1908.
Eccomi all’ultimo giorno di un anno già trascorso e passato nella memoria eterna di Dio. Che
cosa ho fatto in quest’anno? Posso consolarmi di avere speso un tratto della mia vita per il
Signore? Messi a confronto, stanno in proporzione il bene col meno bene? Come ho speso questo
126
tempo prezioso? Queste ed altre domande si affollano confusamente alla mia mente e a tutte
bisognerà pur rispondere.
Certamente devo dire che quest’anno per me è stata una grazia di Dio più particolare degli altri
anni per la parte materiale e, più che tutto, per la parte spirituale. Per la parte materiale, Dio mi ha
dato una salute perfetta, una provvidenza piuttosto abbondante e quasi nessun dispiacere di
famiglia. L’anno 1908 posso dire che è stato per me un anno di prosperità tranquilla e buona. Per
la parte spirituale il Signore ha sparso sopra di me delle ricchezze inesauribili: Egli mi ha
costantemente favorito di grazie speciali, d’ispirazioni, di aiuti, di misericordie senza fine.
Riconosco da questa parte che in quest’anno vi è stato un grande aumento. Dio mi ha amato
ancora più con predilezione in quest’anno e ne sono tanto contento. Ho sofferto un po’ nello
spirito per le mie lotte, ma sono state prove facilmente superabili. Non ho avuto consolazioni
straordinarie, ma la mia anima ha proseguito tranquilla sotto l’influsso benefico del raggio di Dio.
Oh, l’anno 1908 lo benedico e lo ricordo come un anno per me di grandi grazie e favori!
Cosa devo dirvi, o Signore, in questo momento? Voi lo sapete! Grazie, grazie infinitamente di
tanta vostra bontà! E che cosa faccio io per Voi? Che cosa farò? Me lo sento dire dalle vostre
labbra: «Mostrati riconoscente con tutta l’anima, donandomi il cuore, i pensieri, gli affetti, le
parole, gli atti, tutto quello che sei e che possiedi. In una parola sii buono, ma molto buono!».
Ecco quello che domandate, o Signore, ed io senz’altro Ve lo darò. Certo Ve lo meritate a mille
doppi, e sarei un mostro d’ingratitudine se io Ve lo negassi. Ebbene, ascoltatemi, o Dio buono e
paziente: «Venga a Voi tutta la mia intenzione con il proposito risoluto di essere buono per tutto
l’anno che viene, anzi per tutto il tempo della mia vita». Se dovrò morire nell’anno prossimo,
accetto volentieri dalle vostre mani la vostra volontà; solo Vi chiedo una cosa: «Non mi
abbandonate mai; trattatemi come quest’anno, compatitemi, sopportatemi e riconducetemi sempre
alla carezza del vostro amore». Per quanto sta in me, Vi prometto di far di tutto per corrispondervi
santamente, ma purtroppo conosco la mia debolezza e, quindi, ho bisogno di essere sorretto ad
ogni momento come un infante che non sa ancora camminare.
Perdonatemi, generosamente e completamente, tutte le mancanze che a mio disonore e
umiliazione posso aver commesso nell’anno 1908. Grazie al vostro aiuto, non ricordo di essere
arrivato alla colpa grave, mai. Sarebbe bella che un sacerdote, quale sono, solo per un momento si
schierasse dalla parte dei nemici vostri. È un orrore solo a pensarvi. Ma riconosco che solo per
l’aiuto vostro mi sono mantenuto in piedi. O Gesù, anche quest’anno datemi altrettanta forza di
volontà buona. Però i miei difetti, le mie negligenze, le mie trascuratezze sono state molte, troppe,
infinite. È questo che mi amareggia e mi avvilisce, o Signore, ed è per questo che ne domando il
vostro più ampio perdono. Molte persone, molti amici ed anche parenti sono caduti intorno a me e
sono morti, io invece sono stato risparmiato dalla vostra onnipotenza. Questa vita, che mi date, io
voglio proprio spenderla per Voi, unicamente per Voi. E intendo spenderla per Voi quando mi
occupo delle anime e del loro perfezionamento. Aiutatemi sempre, tenetemi sempre stretto e
chiuso in casa vostra, imperocché sento che, se non mi regolate in questa maniera, io, nella mia
inconcepibile ignoranza e debolezza, certamente verrò meno.
127
1 gennaio 1909.
Come si fa un libro nuovo, così anche è necessario fare vita nuova. Questo deve essere per me
l’anno di grazia nel quale voglio proprio mettermi a far bene. Non so se sarà l’anno che segnerà la
data della mia morte; di questo non me ne curo imperocché lascio l’affare nelle mani di Dio, nel
quale confido e riposo più che in me stesso. La prima cosa, che m’impongo, è la lotta senza
tregua al mio brutto carattere. Devo farmi un po’ più riflessivo e non così sbadato, un po’ più
serio giudizioso e non così vano e slegato, un po’ più umile e sincero e non così falso e superbo.
Se non sbaglio, sta tutta qui l’origine della mia miseria.
Appoggiato al braccio del Signore, sicuro che non mi abbandonerà, voglio in quest’anno riuscire
a fare un passo avanti. Bisogna che su questa fiacca volontà io batta e torni a ribattere per poter
ottenere qualche cosa di reale e di preciso. Da solo è impossibile che io possa giungere a qualche
cosa; è necessario che mi rivolga e faccia grande affidamento sull’aiuto dall’alto. O Madonna
Santissima, mia cara mamma Maria, io offro a Voi quest’anno 1909: lo metto sotto il vostro
auspicio, la vostra più cara protezione. Accoglietemi per vostro raccomandato speciale e, giacché
devo far tanto per me e per gli altri, prodigatemi un aiuto infinito. Vedete che io ho tanta fiducia
in Voi e quindi non mi dovete lasciare in disparte.
Purtroppo temo di non corrispondervi pienamente; accadrà, forse, tante volte di arrecarvi noia e
disgusto per le mie deficienze e miserie. Perdonatemi fin d’ora di tutto, compatitemi e
sopportatemi Voi, che volete essere chiamata il “Rifugio dei peccatori”. La mia promessa di
questa mattina è proprio ferma e sincera e Ve la presento come il frutto di tutta la mia buona
volontà che devo avere per farmi buono. Oggi vigilerò, vedrò di non perdermi d’animo mai e di
fare tutto il possibile per giungere fino a sera col conforto di poter dire: «Sì, ho cominciato
abbastanza bene». Quanti sforzi dovrò fare per vincere la mia naturale apatia! Venite in mio
soccorso volta per volta, o mia amabile protettrice, o mia dolce speranza, o mio ineffabile
conforto!
2 gennaio 1909.
Continuiamo a rimetterci sulla retta via e a farci forza per non indietreggiare mai. La mia anima
ha bisogno di essere sorretta e rimediata ad ogni momento. Quanto mi danneggia il pensiero di
sapermi fiacco, svogliato, senza vita ed energia! Certo è necessario che non mi avvilisca mai, anzi
percorra la via del bene come se nulla fosse. Tutte le mie azioni devono essere fatte con la stessa
puntualità e diligenza. A quando a quando, manderò al Signore gli atti della mia intenzione di
amarlo a qualunque costo, con tutte le forze dell’anima per quante saranno e ne avrò. Vedrò
quest’oggi di mantenermi in quella vera e schietta intuizione del bene che mi guidi costantemente
con calma, tenacia e soavità. Reciterò tutte le mie pratiche di pietà con somma premura non
curandomi dell’apatia, dell’affetto e del pensiero. Tutte queste cose le prometto ad ogni momento
e mai le mantengo con quella perfezione che mi sarebbe necessaria.
Come sono miserabile davanti agli occhi di Dio e chi sa quanto Lo disgusterò col mio contegno
insipido! Trovo in me tante cose che mi ripugnano. Il mio carattere è flaccido, stucchevole, senza
succo. Passa dall’eccesso di una musoneria insopportabile ad una sfrenata allegrezza noiosa e
seccante. Chi vuoi che mi voglia bene, quando mi abbia praticato e conosciuto intimamente? Non
ho carattere, non ho forza alcuna e mi vergogno.
Sono egoista. Ma che importa riandare e piangere sui miei difetti? Sarebbe meglio che mi dessi ad
un serio proposito di emendarmi. Dio mio, sopportatemi, perdonatemi e correggetemi. Io, io
soltanto merito il soffrire che pure permettete ad anime più buone ed innocenti. Quanti dolori
passano davanti all’anima mia, quanti esseri versano sopra il mio cuore il pianto delle loro
tribolazioni, il gemito delle loro amarezze! Ed io? Come un medico che, per l’abitudine continua
di veder malori, finisce per non averne più alcuna impressione, io pure sono diventato così
insensibile che tante volte dico a me stesso: «Ma non vedi, ma non senti che tragedia sanguinosa
di anime, non odi che schianto e non vedi come grondano sangue certi cuori?». Nulla! Io passo
128
impassibile come inebetito. Se non ci fosse Dio il quale mi presta, volta per volta, una parte del
suo sentimento, io sarei una statua di marmo, incapace di qualunque parola, di qualunque atto
pietoso. O buon Dio, vogliate perdonarmi! Riconosco che è necessaria una grande energia di vita
per sostenermi nella mia delicata missione.
3 gennaio 1909, ore 7.
Vorrei esprimere a parole la nausea ributtante, che ho di me stesso in questo momento. Ma perché
non mi decido una buona volta a fare solamente bene? Perché vivo così incerto tra il fervore e la
freddezza, tra la puntualità e l’infingardaggine, in maniera che non mi trovo mai ristabilito
completamente? Io sono come un convalescente il quale si aspetta ogni giorno o tutt’al più ogni
due, ogni tre, quell’ora di malessere accompagnato da una linea o due di febbre. E non c’è il verso
di guarire. M’accorgo che è una difficoltà non piccola. Siamo fatti in modo che il peso della
nostra debolezza lo sentiamo sempre. Bisogna essere in continua lotta, in continuo sforzo per
saper resistere e ribattere validamente.
Confidiamo nell’aiuto di Dio. Ah, sì! È vero, mi dimentico quasi che ci siete Voi. Io considero:
mi angustio e mi avvilisco unicamente perché faccio astrazione da Voi. Voi siete la forza e la
gloria di questo misero verme. Siete Voi che mi dite: «Non ti spaventare della tua miseria,
riconosci di essere proprio un nulla, anzi meno che nulla, un vero debito. Offri a me tutta la tua
pochezza ed io farò dei tuoi difetti tante perle preziose. Sii umile ma confidente!». È vero, il mio
orgoglio è quello che mi porta ad avvilirmi perché penso di dovere e di voler fare da solo. Devo
persuadermi una buona volta che, se vi è in me qualche cosa di meno triste, è proprio perché Voi
mi prestate la vostra mano. Senza di questa io sarei zero.
Ah, ma allora, o Signore, togliete pure, purificate pure tutto ciò che vi è in me di miserabile e di
difettoso. Voglio seguirvi ed amarvi con più confidenza. Per conto mio prenderò il sistema di
considerarmi solo per umiliarmi davanti a Voi, e chiuderò gli occhi allorchè il pensiero di me
stesso mi abbatte e mi disanima dolorosamente. Questo secondo effetto è prodotto dal mio
piccolo orgoglio circondato di una buona dose di ignoranza o irriflessione. Piuttosto convergerò
tutte le mie forze nell’ottenere un po’ di cambiamento in quelle cose che mi sono di confusione
davanti a Voi. Vedrò di perfezionarmi nell’intelletto, nel cuore, nell’anima, nelle facoltà esterne
ed interne, nelle mie doti o qualità di carattere, nel mio contegno, insomma in tutto ciò che posso
considerare in me fuori posto. Lo farò col vostro aiuto, o mio Signore, datemelo, pieno,
abbondante, fatemi riuscire un buon figliuolo poiché lo desidero infinitamente. O Madonna,
aiutatemi poiché Vi invoco tanto di cuore.
4 gennaio 1909.
Ricevetemi, o caro Signore, alla divina vostra presenza. A dire il vero avrei dovuto venire un bel
po’ prima, ma invece ho indugiato in letto e così mi sono già fin d’ora danneggiato nello spirito.
Lo riconosco mille volte il male che mi faccio, e pur nonostante non sento la forza di emendarmi.
Ve lo prometto anche stamattina, ma oramai il promettere così, senza mantenere, è una vera
vergogna. Dio buono, permettete che io rivolga i miei sguardi sopra di Voi e che mi consoli e
rallegri nella vostra somma bellezza e bontà, imperocché, se guardo a me stesso, non vedo che
bruttezza e cattiveria. Spero col vostro aiuto di sapermi emendare, anzi lo voglio. Quale fortuna
per me che Voi siate così infinitamente misericordioso, altrimenti guai! A quest’ora dovrei essere
condannato mille volte dalla vostra giustizia. Ma che faccio io? Abuso forse della vostra
longanimità? Oh, non sia mai!
Questa mattina Vi prometto di cuore di comportarmi bene. La fiducia e la speranza in tale
promessa si fondano unicamente sulla certezza che Voi mi presterete il vostro aiuto. Non è vero, o
Signore? Non ho bisogno di fare riflessioni straordinarie per esercitarmi nella virtù dell’umiltà,
basta che guardi, senza lenti d’ingrandimento, me stesso e mi farò subito il concetto della mia
miseria. Eppure chi lo crederebbe? Io mi stimo qualche cosa. Mi sento offeso, quasi fossi trattato
129
ingiustamente allorchè qualcuno non mi usa le debite deferenze. Ricordi ieri? Oh, quanto mi fu
amara quella cosa, quanto mi sentii punto sul vivo! Benché non avessi coscienza di mancare, pur
tuttavia il mio primo pensiero non fu già quello di riconoscere di non meritare alcuna stima o
deferenza, ma corsi subito a detestare la debolezza delle creature: oggi vi vogliono e domani non
vi vogliono. E mi rattristai e piansi segretamente nel cuore proprio unicamente per
quest’umiliazione, che dicevo di non meritare.
Povero miserabile che sono! Chi sa quanto Dio mi dovrà compatire e sopportare! Perdono, o buon
Signore, desidero di rimediarmi presto. Da questo momento a tutta questa sera, voglio essere
puntuale nell’amarvi di gran cuore e con tutta l’anima. Approfitto del dono immenso della vostra
bontà per purificarmi e abbellire l’anima mia con lo splendore della grazia vostra. Oh, siate mille
volte benedetto, o generoso Signore, che siete tanto largo della vostra bellezza e grandezza verso
noi, povere creature, che altro non facciamo che rompere e macchiare, disposti poi a correre da
Voi sempre perché accomodiate e purifichiate. E Voi, sempre buono, concedete senza misura.
5 gennaio 1909, ore 17,30.
Com’è doloroso constatare la deficienza, la freddezza, la debolezza dell’anima propria! Oggi ho
passato una giornata... chi lo sa? Veramente mi sono perduto nella nebbia. Ho cominciato con
un’occupazione accelerata che mi ha rubato il tempo e mi ha fatto perdere il momento delle
provviste per l’anima. Così sono andato a celebrare la S. Messa senza aver fatto un minuto di
meditazione e senza aver detto un atomo di Ufficio. Mi sono ridotto proprio agli estremi. Poi vi è
stata quella circostanza in cui il mio amor proprio si è sentito accarezzato e, pur non volendo, ho
fantasticato chi sa che cosa. Tutte illusioni infine assai distanti dalla realtà.
Poveri noi, come siamo meschini, come ci gonfiamo grottescamente immaginando tutto uno
stuolo di ammiratori, un coro di lodi e, invece, non vi sarà stato neppure un cane che ci abbia
degnato di uno sguardo di riflessione. Senza dubbio vi saranno state critiche e, certamente,
qualche nascosta espressione di compatimento. Ed io? Volavo con la mia fantasia, ridicolmente
esaltata, e tessevo le fila di un sogno di amor proprio. Vergognati! Dio ci dovrebbe castigare in
certi momenti, e certamente lo farebbe in una maniera superlativa solo che permettesse che il
nostro interno si svelasse al di fuori in maniera che ognuno, a nostra insaputa, potesse leggere e
commentare. Quale umiliazione il dover mostrare che ci stimiamo, che prendiamo delle pose
studiate, birichine, affettate, che facciamo conto di essere disinvolti e non lo siamo, che
mostriamo di non curarci del pubblico e lo curiamo tanto, anzi lo abbiamo sempre dinanzi alla
mente chiedendogli che ci adori. Quale miseria! Mio Dio, Voi, che vedete tutto questo, ditelo
quanto Vi facciamo schifo! E Voi, buono, ci perdonate, Voi coprite in qualunque momento la
bruttezza della nostra miserabilità col manto della vostra grazia. O mio Dio, fatemi sempre più
luce per conoscere me stesso e datemi sempre più forza per sapermi emendare! Di tutte le mie
trascuratezze Vi chiedo perdono.
Domani, giorno della vostra Epifania, voglio comportarmi un po’ più sinceramente e più
modestamente. È tanto che perseguo col mio desiderio questo buon risultato e mai ci riesco. Non
permettete che, per colmo di superbia, io mi abbia ad avvilire di me stesso e così tralasciare lo
sforzo che faccio per marciare in avanti. Ho tanto bisogno di Voi e di condurre a Voi tante altre
anime. Dio immenso, Dio infinitamente buono, sostenetemi con tutta la vostra paterna bontà e
vogliatemi sempre bene!
6 gennaio 1909, ore 4,15.
Questa mattina, spero di non essere così irregolare come ieri, pur tuttavia ho indugiato un po’ ad
alzarmi e questo non lo vorrei. Ma come va che non riesco ad ottenere tutto ciò che voglio?
Perché la mia volontà è debole. Bisogna rinforzarla con tutti i mezzi possibili, altrimenti dove si
va a finire? O Dio della volontà, Signore della forza e della grandezza, istillate sempre più in me
quella robustezza che mi faccia ottenere ciò che desidero e che mi è indispensabile. Oggi devo
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procurare di ottenere un po’ meglio di ieri. Dopo aver chiesto ed ottenuto il perdono di Dio,
bisogna mettersi quieti e tranquilli. Il fervore, che desidero avere, sia quello di accettare con ogni
prontezza il bene e fuggire con altrettanta risolutezza il male. Qual è questo bene e qual è questo
male?
Per me il bene consiste nel fare con ogni diligenza i miei doveri che riguardano Dio, me stesso e
gli altri. A Dio devo unione di anima, di cuore e di pensiero. A Lui devo tenera confidenza ed
amore senza confini. A Dio devo donare tutto il meglio che mi è possibile. Dio devo farlo la
stella, il sorriso dei sogni miei. O mio Dio, siete un poema di suprema Bellezza, di infinita Bontà
e di incomprensibile Grandezza! Perché non dovrò tributarvi tutta l’adorazione dell’anima mia?
Se conoscessi il grande tesoro che Voi siete, se un raggio solo della vostra luce colpisse per un
momento gli occhi miei, quanto sarei pazzo per Voi! Ma Voi non mi concedete questo, poiché
volete che io Vi segua, che Vi cerchi nella via del bene, dell’abnegazione e del sacrifizio. O Dio
buono, ascoltate, dunque, l’immenso grido dell’anima mia che, tra i dirupi di questa misera vita,
risuona fremente per l’aria. È un grido di desiderio infinito di Voi, mio caro sogno di Bellezza e
di Amore! Come potrei star bene a questo mondo, se mi avete fatto per Voi e non posso aver pace
insino a che non riposerò in Voi?97 Ah, Dio buono, per un tratto della vostra straordinaria
misericordia, rivelatevi presto, presto, anche più tanto a me; venite a dissetare la brama
tumultuosa dell’anima mia, venite a rischiarare le mie tenebre, a riscaldare il mio ghiaccio, a far
fiorire lo squallore arido della mia vita!
«Sì, io verrò – Voi mi rispondete – ma tu vieni a me, perché io pure ho sete di te. Vieni per la tua
via di bene, che ti ho tracciato, vieni, corri e vola senza arrestarti mai! La strada è piuttosto lunga
e il tempo è piuttosto breve». Ah, Dio! Ho compreso: oggi cercherò di far molta strada e, come
oggi, così domani e così sempre . O mamma Maria, seguitemi con l’Angelo mio Custode!
7 gennaio 1909, ore 5.
Se dovessi dire ciò che mi sento, sentirei di dire: nulla. Un abbattimento di animo, causato da
varie cose, mi toglie ogni forza, ogni calore. È necessario che venga ad un patto risoluto e
inesorabile con la mia coscienza, altrimenti non facciamo nulla. Il mio più gran sacrificio è quello
di vincere la poltroneria al mattino nell’alzarmi. Perdo sempre quel quarto d’ora o mezz’ora ed
anche talvolta quasi un’oretta a far nulla, a fantasticare con la mia mente cose quasi inutili, mentre
il corpo oziosamente riposa. Quanto tempo mi viene meno in questo modo! Quante cose mi
sfuggono che potrei fare! Dunque, non è possibile continuare in questa maniera; sento che mi
danneggia sempre più.
È necessario mostrarsi servi più pronti e fedeli e non già lasciare che Dio ci chiami due, tre, dieci,
venti volte. O Signore, Voi mi dovete perdonare imperocché lo sapete quanto mi dispiace. Chi sa
come mi andrà quest’oggi; prevedo che con un principio così critico, mi sentirò sempre più
abietto. Ma via, non bisogna lasciarsi sopraffare dalla tristezza, conviene risorgere, stare disinvolti
e buoni, con Dio e con tutti. Non sai che hai a che fare con un Dio infinitamente buono? Detesta
quindi il tuo male: siine pentito, vedi di riparare al più presto e vendica il Signore con una
prontezza più diligente un’altra volta.
Sì, o Signore, sarà proprio così. Vedo che per farvi piacere devo agire in questo modo e quindi lo
faccio senz’altro. Certo, nel sapere chi sono, non mi verrà mai la voglia di credermi qualche cosa
di grande. È necessario che io stia in umiltà o meglio in sincerità. Mettetemi come l’ultimo servo
di casa vostra, ma permettetemi che io Vi guardi spesso e che Vi ami. Siete il centro dei miei
desideri, delle mie aspirazioni, dei miei affetti, come posso far senza di Voi? Perdonatemi,
perdonatemi sempre! Regalatemi tutto lo splendore di quella grazia che avrei, se fossi sempre
pronto, sempre fedele al mio dovere. Maria Santissima, questa mattina ho bisogno di rifugiarmi in
Voi. Guardatemi come sono misero, allungatemi la vostra mano, beneditemi, vogliatemi bene e
fatemi un po’ meno indegno del vostro divin Figliuolo. O Madre mia, rivolgete i vostri occhi nel
profondo dell’anima mia, guardate quello che vi è di riprovevole, di brutto, ed estirpatelo con la
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vostra tenerezza materna. Voi sapete che aspetto tanto dalla bontà vostra, sapete che io lascerei di
sperare, di divenir migliore se non sapessi di avervi al mio fianco. Fate, dunque, che questa
fiducia abbia subito la sua ricompensa nella ricchezza della vostra generosità.
8 gennaio 1909, ore 4,30.
Questa mattina, o Signore, ho proprio bisogno di Voi. Non sono triste, no, e nemmeno rilassato,
anzi tutt’altro. Ho nella mia anima un fremito confuso di gioia, di dolore e d’infinita preghiera. O
Dio, quanto ho bisogno di Voi! Come mi sento proprio nulla senza di Voi! Lo sapete, o Signore,
tutto quello che mi avete mandato ieri, come mi scossi; mi ha messo tanto desiderio di fare del
bene a delle povere anime che si sono rivolte a me con tanta fiducia. La mia parola, le mie
industrie non sono state sempre felici, anzi in qualche punto sono state deficienti. Ciò mi ha
rattristato e mi ha spinto a prostrarmi ai piedi vostri e a dirvi: «O mio Dio, guardateci, porgeteci la
vostra mano, imperocché io sono miserabile e senza nessuna risorsa». Oh, non mi dovete
abbandonare in quest’ardita impresa! È solo a nome vostro che io mi ci son messo ed ho il diritto
della vostra protezione. O Gesù, padrone dei cuori e delle anime, devi aiutarmi a qualunque costo
perché ho tutta la mia confidenza in Te; permetti che la mia anima si esprima così vivamente con
tutto l’entusiasmo di cui l’hai fornita e che Ti preghi con tutta la veemenza del desiderio, con tutta
la tenerezza dell’amore che Ti voglio. Tu dai la grazia e quindi non mancare mai di darmela. Ora
comprendo quanto sia necessario esser buoni, essere santi per far del bene, senza di che è
impossibile la minima cosa. Che devo fare, o mio Dio? Che cosa volete che Vi doni? Eccolo: in
questi giorni mi sforzerò vivamente di comportarmi bene. Congiungerò preghiere, virtù ed atti
buoni per ottenere la grazia che tanto desidero. L’anima deve convertirsi a qualunque costo, deve
divenir vostra e santa.
Ispiratemi, o buon Dio, date al vostro servo il fuoco della vostra parola, l’ardore della vostra
grazia, il fascino della vostra virtù. Agite in me, se per i miei demeriti io non fossi degno al vostro
cospetto di ottenere tanto, o Dio buono. Voi lo sapete che non è in vista dei miei meriti che ho
ardito di farmi sacerdote, ma unicamente nella confidenza della vostra misericordia e bontà senza
confini. Agite, dunque, in me e con me acciocchè si allarghi il vostro regno e si accresca il
numero delle vostre conquiste. Non mi basta donarvi il mio cuore, voglio darvi anche quello degli
altri per potervi dire con verità: «Ecco, o mio buon Dio, quell’amore che un giorno Vi negai per
soverchia mia stoltezza, ecco Ve lo ridono ricompensato dall’amore di altri esseri che io Vi ho
condotto». O mia cara mamma Maria, dovete ben guardarmi e venirmi accanto ora che ho proprio
necessità indispensabile di Voi. Mamma, il vostro aiuto!
9 gennaio 1909, ore 4,15.
Ascoltate, o Signore, il grido del vostro figlio che Vi chiama, V’invoca come chiamerebbe il suo
babbo e la sua mamma. Oh, come mi sento consolato di vivere all’ombra vostra, protetto dalle
vostre ali! Per quanto sia grande lo spavento delle cose umane, così non avrò paura mai. O caro
Signore, quanto Vi ringrazio di avermi scelto a così speciale predilezione! Nutritemi sempre più
di Voi stesso, acciocchè io diventi una cosa sola con Voi. Lo voglio, o mio Signore!
Ieri mi sono un po’ disturbato, perché non mi è riuscito di consolare una povera anima che aveva
bisogno di una parola. Avrei dovuto pensare a Voi e rassegnarmi col dire: «Sia fatto ciò che Dio
permette». Non tutti siamo fatti per tutti, molto più in queste cose bisogna prendere precisamente
né più né meno ciò che Dio manda. Avete ragione, un’altra volta non me la prenderò più così. Per
intanto, Vi prego con tutta la forza dell’anima, acciocché mi concediate di potermi spendere
unicamente e sempre per fare del gran bene.
Ho un’altra anima, la quale si è manifestata, si è aperta candidamente con me e mi ha fatto vedere
tutto quello che di nobile possiede, fatta astrazione dalla fede, che è ben diversa dalla mia. O
Signore, Voi ben sapete cosa vorrei fare a quest’anima carissima; non ho a chi consigliarmi; con
fiducia, mi rivolgo a Voi, mio buon Signore! Illuminatemi, fatemi conoscere il vero stato delle
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cose, acciocchè la mia parola possa arrivare su di essa come la vostra più cara benedizione che
feconda un fiore già bello e pronto a sbocciare. O mio Dio, Voi conoscete la mia retta intenzione:
non desidero altro che la maggior gloria vostra e il bene di quell’anima. Bisogna che mi diciate
qualche cosa. Io alle volte penso che, data la sua buona fede, sia quasi un bene ch’ella rimanga
nella tranquillità delle sue convinzioni. Ma com’è mai possibile che possa crescere nella
perfezione del vostro amore, senza credere alla reale vostra presenza nell’Eucarestia, all’eternità,
alle pene dell’inferno, alle indulgenze e a tante altre cose che Voi avete donato alla vostra Chiesa?
Signore buono, che vi serviste del povero fanciullo David per abbattere il gigante Golia, sarebbe
mai che vi voleste servire di me, povero fanciullo, per abbattere quel gigante che ha vita, forza,
calore, entusiasmo senza la mia fede? Oh, come sarei felice! Dio, non cerco che questo: il suo
maggior bene, la sua vera vita, la vera luce. Parlate al suo cuore, alla sua anima e dategli tutto
l’immenso bene possibile.
10 gennaio 1909, ore 5.
È necessario, per animarmi al bene, che assai spesso rivada ai doveri, alle responsabilità, alle
anime che Dio mi ha affidato. È una cosa, un pensiero che tutto mi scuote allorché vedo
l’imprescindibile necessità che ho di possedere un cuore, un’anima grande per abbracciare un
campo così vasto, una missione così delicata e difficile. O mio Dio, se quelle anime che mi avete
affidato dovessero venir meno perché io non ho abbastanza fuoco, abbastanza energia di volontà
da comunicare loro, quale grave responsabilità non sarebbe la mia dinanzi a Voi! Versate,
dunque, o Signore infinitamente buono, sul vostro servo, che riconosce di essere miserabile in
tutto e per tutto, il torrente delle vostre grazie, delle vostre divine benedizioni! Devo esser buono
e lo sarò! Ieri mi sono un po’ trascurato, ho avuto dei punti deboli di rassegnazione e di carità e
me ne dispiace. Riconosco di essere ancora molto superbo, di venire spesso soffocato dal mio
orgoglio. O mio Dio, perdonatemene con la bontà, per la bontà vostra. Oggi voglio donarmi a
Voi, essere la vostra consolazione. Lo vedete pure, o mio Dio, che lo desidero sempre questo, che
lo voglio proprio con desiderio sincero di riuscirvi assolutamente. La mia debolezza è più forte
alle volte della mia volontà; il mio pensiero facilmente si distrae e dimentica; il mio cuore
facilmente si avvilisce. Non ho nessuno che mi rivolga una di quelle parole che affascinano ed
allacciano al bene; ho soltanto l’esempio delle anime da Voi a me affidate, che mi sollecitano a
star meglio, a camminare per fare loro strada. Riconosco in ciò, o mio buon Signore, un’immensa
grazia vostra. Chi sa come sarei andato a finire, se non fossi stato circoscritto così dal vostro
amore! Vedo proprio che mi amate con predilezione, imperocché fin dalla nascita Vi trovo vicino
a me, ricolmo di favori e di benedizioni, e nelle persone di cui mi avete circondato, nelle vicende
che mi avete permesso. Ma, dunque, sono già vostro senza che io lo voglia; perché devo togliervi
ciò che Vi appartiene di tanto diritto? O mio buon Dio, fatemi morire cento volte, se Voi vedeste
che la mia volontà debba venir meno al vostro amore! L’unico motivo di lasciarmi in vita sia
quello di vedermi far bene, fare molto bene a tutti indistintamente, ma in special modo a quelle
anime, a cui mi sento legato per il bene che io procuro loro e per quello che esse procurano a me.
Vi domando una buona giornata, una giornata feconda, santa, ricca di consolazioni a Voi donata.
11 gennaio 1909, ore 4.
Povera anima mia, alza lo sguardo verso Dio e guarda Colui che ti ama non a parole ma a fatti.
Egli ha per te tutta la predilezione che può aver per un figliuolo; Egli non ha pensato che a farti
del gran bene, sempre! Che cosa eri tu una ventina di anni fa? Quale oggetto ributtante, misero e
perduto! Li ricordi ancora quei brutti giorni nei quali tu crescevi assai malamente,
incamminandoti per una strada che ti menava certamente a rovina? Dio ebbe compassione di te e
ti chiamò, ti prese con le sue mani, ti raddolcì, ti consolò, t’innalzò sino al grado di suo intimo
confidente. Se consideri il cambiamento operato in te da questa pietosa trasformazione di Dio, è
qualche cosa di strabiliante. Dove saresti ora, se non fosse stato il Signore a favorirti in una
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maniera così straordinaria? Oh, non so figurarmelo, tanto era raccapricciante lo stato in cui mi
trovavo! Dio soltanto lo sa dove sarei andato a finire! Invece Egli mi ha usato una misericordia,
una preferenza così grande che mi commuove. O buon Dio, posso ben dirlo altamente che la
vostra bontà a mio riguardo è stata senza misura. Perché amarmi così tanto? Dovrei forse vivere
dimentico di tutto quell’infinito bene, che mi avete fatto e voluto? Sarei ben mostruoso nella mia
stupida apatia. Riconosco che è proprio necessario che Vi ami completamente, perfettamente con
tutte le forze di me stesso.
E desidero, o Signore, di saperlo fare ancora più andando avanti.
Insegnatemi, o Signore, un qualche mezzo. Lessi ieri queste indovinatissime parole: «Vuoi fare
del gran bene, vuoi amar molto il Signore? Sii buono, sempre buono, molto buono,
immensamente buono, eccessivamente buono!».
Oh sì, è vero, lo sarò, imperocché ogni grammo di bontà è una goccia di consolazione che si offre
a Voi. Oh, quale santa ambizione non sarebbe la mia di poter dire: «Oggi per me si è consolato il
Signore». E si consola il Signore in ogni tentativo di far del bene, di soffrir rassegnati, di lavorare
con ordine e diligenza. Ah, mio Dio, mi avete proprio fatto felice nell’innalzarmi a Voi. Grazie,
grazie, grazie senza fine! Oggi voglio essere il vostro tesoro, voglio davvero comportarmi bene.
Ieri ebbi qualche momento di debolezza. Ebbi il coraggio di sentire la vanità per delle sciocchezze
da nulla. Perdonatemi, vogliatemi bene, imperocché ho una sconfinata fiducia in Voi.
Voi sarete il mio Tutto: il rifugio di tutte le mie cose; non è vero, o Signore? Accoglietemi, mi
offro a Voi senza riserve. O Maria, la mia mamma, portatemi tra le vostre braccia a Dio!
12 gennaio 1909, ore 3,45.
Mio caro Signore, quanta gioia mi produce la vostra grazia e quanta ancora più me ne
produrrebbe, se vi corrispondessi maggiormente! Siamo bene stolti ed infelici nel non
comprendere l’immenso bene che ci fate, allorché ci porgete la vostra mano per aiutarci ad
affrontare la vita: Voi chiedete senz’altro dei sacrifici, ma poi ci ricompensate del cento per uno.
Aiutatemi ancora, voglio diventar migliore, lo desidero con tutte le forze.
Benché ieri mi sia andata abbastanza bene, tuttavia oggi mi voglio comportare meglio. La bontà è
proprio tutto il mio tesoro: riconosco che è la via di uscita per la soluzione felice del problema
della vita. Io, vostro sacerdote e più che tutto vostro buon sacerdote: ecco tutta la mia ambizione!
Che cosa importa se il mondo ci maledice? Che cosa vale il mondo di fronte a un solo sguardo di
Dio? Oh, dovrei averlo compreso che cosa è il mondo e quanto vale! Dovrei essermi fatto un’idea
precisa e completa della sciocchezza e vanità delle cose create, delle persone, dei giudizi che si
scostano, anzi contraddicono quelli di Dio. Il mondo è la lusinga che fa i perversi, è il martello
che fa i santi98. Povera anima mia, fatti sempre più forza; erigi in te un baluardo incrollabile di
virtù; questo e null’altro è il tuo tesoro! La giovinezza, le gioie di persone e di amici, la primavera
della tua vita verranno meno senza fallo e presto; formati ora una giovinezza, una gioia, una
primavera di cui tu possa un giorno far calcolo e con cui ti possa consolare. Lavora, lavora ora
che sei giovane, semina a piene mani nel terreno del tuo cuore tutti i germi di virtù e serviti delle
doti, dei sentimenti che Dio ti ha dato come di un’arma, di una forza preziosa per andare molto
avanti. In tutta l’energia esuberante, nel fremito potente di aspirazioni di mente, di cuore e di
volontà, metti la calma, la padronanza e il governo retto e sapiente, poiché questo è il segreto per
saper far fruttare le proprie energie e farle moltiplicare all’infinito. Poniti bene sotto la stella
propizia di Dio, appoggiati a questa rocca inespugnabile e assicurati che non verrà meno mai, e
indovinerai la vita. Oh sì, mio Dio, Ve lo prometto, Ve lo giuro.
Accoglietemi paternamente e benedite questi sforzi supremi di volontà che partono dalla parte
migliore di me stesso. Mi consacro a Voi totalmente: anima e corpo! Proteggetemi, difendetemi,
salvatemi come cosa vostra. Voglio essere più puntuale nei miei doveri, voglio amarvi con più
generosità; voglio poter dire, con più verità, che sono proprio vostro. Maria, angelo mio, stella
mia buona, dammi la tua virtù, il tuo coraggio, la tua perseveranza.
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13 gennaio 1909, ore 3,30.
È necessario, o Signore mio, che io venga a Voi anche attraverso a questo imperversare di bufera,
a questa tempesta d’anima, a questo scroscio di contrarietà, di tentazioni, di avvilimenti che si
frappongono intorno a me. O Dio santo, io sono risoluto di venire umilmente e di non arrestarmi
per qualunque difficoltà. Vi chiedo mille volte perdono in quello che posso avervi menomamente
disgustato, e ricordatevi che è mia ferma volontà non offendervi mai per tutto l’oro del mondo.
Ve lo promette, Ve lo giura la mia volontà nonostante la mia debole natura senta tanta
propensione al male. Oh, Dio, quante tristezze a questo mondo! Quante cose che spaventano, che
fanno tanto male! Salvateci Voi, nostro sommo Bene, nostro unico e vero Rifugio, nostra Gloria
infinita! Come ci accorgiamo, man mano che si va avanti, che solo essere buoni è qualche cosa a
questo mondo: è la sola ricchezza cui possiamo aspirare. E ce ne dimentichiamo! Distratti come
siamo dalle gioie sensibili, dagli interessi materiali, consideriamo la virtù come un ornamento
superfluo del quale non è poi un gran male fare anche senza.
Come siamo ignoranti e stolti! Tutto viene meno: giovinezza, beni, salute e ciononostante ci
attacchiamo ad essi come se dovessero durare eternamente. Bontà, amor di Dio, opere buone sono
le uniche cose che ci rimangono come la giovinezza e la primavera di tutta un’eternità, e noi non
ce ne diamo pensiero, anzi vergognosamente le trascuriamo. Anima mia, rifletti seriamente e
decidi di consacrarti al Signore completamente! Oh, come lo desidero infinitamente! Meglio
diventar buoni che diventar ricchi, fortunati! A che gioverebbe? A renderci più insaziabili, a
sentire di più il distacco nell’ora della partenza, a caricarci di maggiori responsabilità davanti a
Dio. Ho ventotto anni già suonati. Non so quando sarà quel giorno in cui Dio mi chiamerà, spero,
al suo paradiso. Se fosse presto? Oh, sento che lo desidererei, perché sono tanto scontento del
mondo! Certo il passaggio è doloroso, ma bisogna farsi coraggio, essere ragionevoli e non
disturbarsi di andare in possesso di quella felicità che abbiamo invano desiderato a questo mondo,
che abbiamo inseguito inutilmente come un’ombra vanente nel buio. Madonna santa, ascoltate la
voce, il grido potente della mia anima! Fatemi buono, proprio come Voi, fatemi caro al Signore
togliendo in me tutto quello che può essere residuo di male! Ah, Voi lo sapete!
Esauditemi su quella cosa! Mi disturba tanto, mi fa tanto male. Perché, Maria, non me la ottenete
questa grazia? Non Vi prego abbastanza?
14 gennaio 1909, ore 5.
Gli avvisi, che il Signore ci manda, bisogna riceverli con tutta la sommissione e la volontà di
mettersi a far bene. Ieri notte una piccola scossa di terremoto ha messo in spavento tutta la città; e
per quanto io mi fossi preparato, pur tuttavia un certo senso di tristezza non ha mancato di
venirmi a disturbare. La morte, quando è lontana, è quasi attraente; quando è vicina, pare che non
possiamo affatto volgerle lo sguardo serenamente: è troppo orribile! Eppure, se noi conoscessimo
il nostro vero bene, lo cercheremmo nella morte. Che si fa a questo mondo? Si rinnega
continuamente la volontà. Tutto ciò che è oggetto di desiderio ci sfugge inesorabile dopo averci
torturato col supplizio di Tantalo. Amore, fortuna, stima, delizie, felicità, quante volte mai li
sogniamo, ma quante volte li abbracciamo?
Come, dunque, attaccarsi ad una vita che ci è prodiga se non di amarezze e di abnegazione?
Eppure l’amiamo! L’istinto è superiore al dolore. Se noi fossimo agonizzanti ed avessimo una
chiara visione della morte, ameremmo piuttosto di agonizzare eternamente, piuttosto che morire.
Quale mistero! Solo una fede viva ed esuberante può abbattere questo mistero. Ho visto dei cari
esseri sorridere in punto di morte, sorridere in mezzo allo spavento della propria distruzione. Chi
dava ad essi quella goccia così preziosa di dolce, in quel mare di veleno che è l’agonia? Il
pensiero di tornare a Dio, di rendere a Lui tutto ciò che aveva loro donato, l’abbandonarsi nelle
braccia di Colui per il quale solo la morte non è che un viaggio di nozze.
Ecco la vera sapienza! Rifletti, o anima mia! Disponiti fin d’adesso a guardare la morte con questi
sentimenti; finirà per non farti più paura, neanche se essa ti venisse attraverso i brividi infernali di
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un terremoto. Rifletti spesso, vivi sempre in casa di questa terribile ma salutare maestra e
diventerai felice. Se morissi in questo momento, da qui a qualche minuto, a qualche ora, a qualche
giorno, morirei contento? Oh sì, perché spererei nella Madonna. Quest’Essere che circonda e
profuma la mia anima di tante carezze di grazia, verrà certamente a trovarmi anche nelle ore
spaventose dell’abbandono e soprattutto mi accoglierà, ne sono certo, tra le sue braccia, allorché
la mia anima uscirà dal corpo. Voglio amarlo sempre questo genio divino, quest’angelo di
fortuna. E fin d’ora voglio proprio cominciare a ricordarmi di Lei con più slancio di generosità e
di affetto. O, la mia Mamma, aiutatemi anche a volervi bene, perché nell’amar Voi è riposta la
mia salvezza!
15 gennaio 1909, ore 3,45.
Come passa il tempo! L’altro giorno scrivendo ad una persona le dissi una frase che mi scosse
alquanto e mi diede un senso nuovo di doloroso rimpianto; ecco come mi espressi: «Come vede,
io quasi non sono più giovane giacché mi accosto alla trentina». Le parole “non sono più
giovane” furono per me, dopo che le ebbi scritte, come se uno mi avesse detto: «Ecco che anche
tu cominci a passare all’altra riva. Quanto ti sentivi orgoglioso dei tuoi vent’anni e ormai non lo
puoi più dire! L’unica ricchezza della tua vita era la gioventù, ora siamo quasi al tramonto». E sia.
Che cosa mi deve importare che questa brutta vita mi venga meno? Non è forse verso un altro
mondo che io dirigo tutti i miei progetti, tutte le mie speranze? Per risorgere è necessario che io
muoia, per rinascere all’eternità bisogna che io rinunzi alla giovinezza del tempo.
Una sola cosa, o Signore, mi angustia dolorosamente: la vecchiaia, non già per le sue infermità e
noie, ma piuttosto per la sua apatia, snervatezza e freddezza. M’immagino, o Signore, che quando
sarò vecchio saranno spenti in me tutti i santi ideali, tutto il fervore, l’entusiasmo del quale,
presentemente, mi siete tanto largo. M’immagino che le mie idee si faranno grette e meschine,
che mi darà nausea qualunque bella iniziativa che sappia di nuovo, che non farò che piagnucolare
il mio tempo passato il quale solo sarà per me giusto, sapiente e bello. M’immagino che diverrò
trascurato nei miei doveri, che sarò pigro, che mi attaccherò alla vita come un’ostrica, che non
penserò ad altri che a me stesso, che cercherò solo i miei comodi, che non mi curerò dei vostri
interessi purché vadano bene i miei, che sarò scettico, disprezzatore di tutte le buone energie e
infine che morirò come un giustiziato della vita, che mi condanna e mi rifiuta, mio malgrado.
Oh, Dio, tutto questo inverno mi spaventa! Se ho una preghiera da farvi in proposito è questa:
«Previa la vostra volontà, mio Dio, non mi fate diventar vecchio, ma piuttosto fatemi morire come
un campione sulla breccia, con le armi in mano per un santo ideale di bene». Certo, è necessario
che, indipendentemente da tutto, io viva ora in maniera da mantenere sempre desto il fuoco
dell’amor di Dio, della virtù, di ogni santo entusiasmo. Io penso che la vecchiaia non sarà altro
che una conseguenza della gioventù per cui, se si sarà stati buoni, si continuerà ad esserlo in una
proporzione minore, ma pur sempre relativa. Mettiamoci, dunque, ora, al grado superlativo.
16 gennaio 1909, ore 4.
Tutte le cose di questo mondo passano: la salute, che ora godo, un giorno mi verrà meno, cadrò
infermo, forse diverrò di peso a quelli di casa che non vedranno l’ora di sbarazzarsi di me. Io, ora
giovane, pieno di baldanza, un giorno piegherò la cresta e diverrò un rifiuto di vita, un essere che,
pur vivendo ritirato, mi sentirò sempre un di più nel mondo e sarà come se io chiedessi
continuamente che mi perdonino l’esistenza. Ecco, come ci riduciamo! Quale stoltezza se noi
riponessimo tutta la nostra gioia in queste cose che dobbiamo un giorno lasciare! È proprio come
un fabbricare sull’arena del mare. Non parlo poi degli amici, delle persone care, che oggi mi
circondano e che mi allietano col sorriso della loro presenza. Ora non avverto neppure il tesoro
grande che essi sono; un giorno chi sa con quale amarezza li rimpiangerò!
Siamo davvero come viaggiatori affrettati, che c’incontriamo per un momento, ma poi quasi
subito ci lasciamo perché diretti a mete opposte. Solo Dio mi rimarrà non mai cambiato, sempre
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quello, come il sole che, per quanto gli uomini e le cose scompaiano, continua oggi a nascere e
tramontare giornalmente come tanti secoli addietro. Solo la mia anima rimarrà, ma come?
Qui sta il punto da riflettere. Per quanto sgretoli e cada annientato l’edificio materiale, che
importa se la padrona di casa, più che invecchiare e morire, ringiovanisce e vive eternamente? Ma
tocca a me innestare nell’anima quel cordiale, quel talismano portentoso che le impedisca di
invecchiare e di morire. Qual è questo balsamo? La bontà. Un’anima buona sfida il tempo, le
vicende, i disastri e si mantiene sempre fiorente. Ecco che Dio ci ha fatto davvero onnipotenti,
imperocché ci ha dato il mezzo di affrontare con coraggio la morte, e di saper dire orgogliosi ad
essa: «Ecco, tu mi spezzerai le catene solo per farmi libero di volare nei sereni orizzonti della mia
felicità». Se la comprendessimo tutti questa verità, come saremmo meno tristi! Quanto ci
consoleremmo nelle brutte circostanze della vita! È davvero una grazia speciale, che il Signore fa
ad un’anima, il darglielo a conoscere. Approfittiamone, dunque! Se voglio un tanto tesoro, una
tale consolazione per me, è necessario che ora mi dia a tutt’uomo a far bene, a ringiovanire
sempre più me stesso iniettando nell’anima mia tutta la maggiore bontà possibile. O Madonna,
stringetemi forte e, col vostro abbraccio materno, instillatemi il nettare divino di una bontà senza
confini!
17 gennaio 1909, ore 4,30.
Quanto è difficile sapersi mantenere inalterabili nella via buona! Ci sono tante piccole vicende
che disturbano e mettono l’avvilimento, lo sconforto. Si riconosce di venir meno, d’indebolirsi e
pare che in noi non vi sia più alcuna forza per ritornare a quello stato di fervore con il quale
avevamo cominciato. È ben doloroso il dovere constatare questo di se stessi. Ieri, per quanto al
mattino mi fossi comportato abbastanza bene, al pomeriggio mi lasciai sorprendere dalla noia e
dall’inerzia che mi portarono tutto un soffocamento di nebbia nell’anima. Mi lasciai andare
all’apatia e non feci nulla di buono. Il tempo prezioso mi sfuggì lasciandomi il rimorso di non
averne saputo approfittare. In questo stato non si ha più alcuna energia. Alla sera, venendo a casa
e non trovando le cose a modo mio, ebbi la debolezza di prendermela sul serio; dissi parole
secche, quasi amare, mi feci di malumore, non dissi più una parola; insomma, caddi moralmente
ammalato. Prima di mettermi in letto, abbozzai alla meglio un po’ di atto di contrizione che non
persuase neppure me stesso. In conseguenza, questa mattina ho indugiato nel letto per più di
un’ora dal punto in cui avevo determinato di alzarmi, per cui mi conviene di fare le mie cose in
fretta e forse, con altro residuo di rimorso, non arriverò a compierle tutte.
Quanto mi sento fiacco, stremato di forze! O Signore, mamma mia Maria, Angelo mio Custode,
venite in mio aiuto; sollevatemi, sostenetemi, datemi, dunque, quella forza che valga a trarmi da
questo stato così penoso e brutto! Oggi vorrei rifarmi un po’. Se lo merita tanto il Signore che io
Lo tratti in diversa maniera. Mi vuole tanto bene, mi favorisce di tante benedizioni. Ah, quanto mi
dispiace di non saper corrispondere a dovere! Che devo fare ora? Umiliato e confuso, mi prostro
alla presenza vostra, o Signore, e così povero, vile qual sono Vi dico: «Perdono, sono annientato!
Sopporterò in pace, come espiazione, il tedio che le mie debolezze infingarde mi hanno procurato
e farò di tutto per compiere bene le cose mie».
Pregherò bene; parlerò bene; tratterò bene; sarò diligente. Tutto questo spero di farlo, se fin d’ora
Voi vi ponete al mio fianco. Oh, buon Dio, quanto Vi devo: tutto quello che sono! Grazie senza
fine! È troppo giusto che io Vi ami con tutte le forze, con tutto il regno dell’anima mia. Maria,
caro Essere divino, mamma buona, angelo mio, datemi tanto da sapermi condur bene per tutta
questa giornata! Sarò un altro trofeo della vostra materna bontà, imperocché tutti i doni e le grazie
che possiedo mi vengono da Voi.
18 gennaio 1909, ore 4,45.
L’altro giorno, nella circostanza di una forte scossa di terremoto domandai a me stesso: «Se Dio ti
chiamasse improvvisamente al suo cospetto, come ti sentiresti?». La mia coscienza, quasi con
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trasporto improvviso, mi rispose: «Spererei tanto nella Madonna». Ella, che mi ha accompagnato
nella vita come l’immagine più soave, come l’angelo della dolcezza, della tenerezza, certo non mi
abbandonerebbe in quel supremo istante in cui devo presentarmi al tribunale del Signore. Questa
è la speranza che più mi consola di fronte a qualunque disgrazia.
È proprio vero, dev’essere così! Ma non potrebbe sembrarmi un po’ presuntuosa la pretesa che la
Madonna debba trattarmi in simile guisa, atteso che faccio sì poco per Lei, ora che potrei far
tanto? Qual è l’amore, la premura, la generosità che io dimostro alla Madonna? Oh, cara Vergine
Santa, se devo confessare il vero, sento proprio rimorso sul riguardo. La vostra figura e il vostro
pensiero sono la figura e il pensiero cui ricorro nelle disgrazie; fuori di questo, assai di rado mi
ricordo di Voi. È un errore da parte mia, lo riconosco. Voglio provvedere in meglio.
Questa mattina intendo espressamente proporre che d’ora innanzi scriverò sul mio cuore,
sull’anima mia a caratteri sfolgoranti di luce, di bellezza e di amore il vostro nome. Vi amavo
tanto una volta che non facevo un passo senza ricorrere affettuosamente a Voi. È vero, oggi Vi
amo indirettamente perché amo tanto il vostro divin Figlio Gesù, ma potrei ben darvi qualche
cosa di più nell’interesse stesso dell’amore a Gesù. Ho bisogno, o cara Madre, di rialzarmi spesso,
molto spesso, dalla nebbia e dal torpore che m’'invadono, mi fiaccano e mi snervano; ho bisogno
tanto di ricorrere a Voi confidenzialmente per riparare certi piccoli difetti, certe noie e disgusti
che mi vengono dalle persone e dalle cose.
Intanto, per regola di coscienza, mi farò un dovere di ricordarmi spesso di Voi, di rivolgervi le
mie più care aspirazioni e di cercarvi spesso. Sera e mattina reciterò quella breve orazione che mi
fu consigliata negli Esercizi Spirituali in Seminario: «O Maria, per il gran bene che mi volete e
che Vi voglio anch’io, quando sarò morto e la mia anima uscirà dal corpo per presentarsi a Dio,
prendetela Voi tra le vostre braccia e portatela così davanti al tribunale del Signore». È
impossibile che Dio abbia a condannarmi e rigettarmi da Sé quando mi veda in simile compagnia.
19 gennaio 1909, ore 5.
È con tutta l’effusione dell’anima che vengo a Voi, caro Signore, mia gioia, mio tesoro, mio
rifugio. Che cosa sono io senza di Voi? Non è necessario dirlo perché lo conosco e lo sento
purtroppo. Io mi faccio bello della roba vostra, dei vostri doni, dei vostri sentimenti. Se
scandaglio per poco il fondo di me stesso, quanta miseria, bassezza ed egoismo non vi trovo! È
una cosa che mi fa davvero ribrezzo. Tante volte sono costretto a dire: «Non ci pensiamo, non
guardiamo, perché mi disgusta troppo».
Ieri, oh ieri, vi fu in me una cosa che non avrei voluto. Riflettei tanto sulla convenienza o meno di
fare certe osservazioni alla mamma e poi gliele feci. Non fui forte abbastanza da mostrarmi
tranquillo e, con un’aria da mortificato, da offeso, la rimproverai di indelicatezza nelle parole a
mio riguardo davanti a persone di rispetto, che mi erano venute a far visita. Ella, poveretta, si è
scusata, anzi ha notato il mio contegno insolitamente offeso e se ne è meravigliata. Così ho finito
di disturbarmi completamente. Dovevo piuttosto tacere? Mi pareva fosse bene avvertirla per un
più conveniente riserbo, e sarei stato contento di averlo fatto se non vi avessi aggiunto la brutta
maniera. Qualunque cosa sia, o Signore, vengo da Voi per chiedervene perdono come di una mia
debolezza imperdonabile. Oggi non solo non ritornerò affatto sull’argomento, ma mi mostrerò
sereno, tranquillo perfettamente. È inutile, bisogna che, all’occasione, io sappia soffrire con
perfetta rassegnazione. Maria Santissima, mia affettuosa protettrice, datemi la grazia oggi di saper
rimediare a tutto. Sostenetemi sempre, fate che io sappia sopportare, con perfetta unione alla
volontà di Dio, tutte le cose contrarie al mio gusto. È tanto difficile che pare quasi impossibile.
Ma non lo deve essere.
Mettiamoci fin d’ora tranquilli, diciamo bene il nostro Uffizio, la nostra Messa. Siamo esatti nel
compimento dei doveri, siamo buoni, regolati, prudenti nel tratto e arriveremo fino a sera con la
soddisfazione di avere speso una giornata tutta del Signore. Tu, anima mia, che sei ministro,
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sacerdote di Dio, non lo farai? Maria Santissima, Angelo mio Custode, metto il mio proposito
nelle vostre mani, fate che sia efficace e costante fino a questa sera.
20 gennaio 1909, 3,45.
Quanto sento il bisogno che Voi, o mio Signore, mi scuotiate ad ogni momento, mi diate nuova
forza, nuovo lume e nuovo coraggio. Solo dopo pochi momenti i miei propositi si indeboliscono,
diventano pesanti e di estrema difficoltà. Ecco dove va a finire tutta la mia santità! Ieri mi sentii
un po’ meno bene sul mattino. La mia Messa fu assai distratta, con poco di ringraziamento. Dopo
un primo passo fatto meno bene, mi sento per il resto del tempo assai snervato, quasi che siano
diminuiti i rapporti di intimità fra me e il Signore.
Questa mattina voglio vedere di regolarmi meglio. La mia meditazione, più che su altre cose, mi è
necessario svolgerla sul modo col quale devo comportarmi per consolare il Signore. Il mio gran
difetto, lo riconosco, è la mancanza di riflessione.
Chi lo direbbe? La mia mente non può fermarsi ad alcun pensiero fisso neppure per un minuto.
Mille cose vengono a distrarla. Però, quello che mi reca meraviglia è che mentre ciò mi succede
infallibilmente, sempre, per le preghiere e per le riflessioni riguardanti gli interessi dell’anima, ciò
non mi avviene per le riflessioni riguardanti le cose e gli interessi umani. In questi mi ci perdo
anzi, profondamente, per qualunque tempo. È una tentazione, è una debolezza mia? Non lo so!
Certo, è una cosa che mi disturba assai e mi impedisce un vantaggio immenso.
Anche in questo momento in cui Vi scrivo, la mia mente è tutt’altro che rivolta alle cose che
esprimo: io penso contemporaneamente e insistentemente ad altre cose, a fatti, circostanze che mi
attraggono con una malìa irresistibile. Per buona fortuna, non sono mai cose cattive, ma ad ogni
modo sono cose indifferenti, di nessun conto. Signore, liberatemi da questa mortificazione, da
questo impedimento ad un maggior progresso spirituale. Domate questa mia natura ribelle a
qualunque freno, fatemi completamente vostro! Lo sapete quanto lo desidero; datemi dunque il
vostro aiuto! Maria Santissima, questa grazia che domando al Signore appoggiatela con la vostra
potente mediazione. Ditelo al Signore che abbia misericordia di me, povero essere, disadorno di
qualunque attrattiva, di qualunque dote che mi distingua dal comune. Non ho altri che Dio per
mia dote, ricchezza, tesoro; non ho altro che di poter esser buono; per il resto, tutto mi manca.
Che cosa sarebbe di me, se mi mancasse anche questa suprema risorsa dell’amicizia vostra e di
Dio?
21 gennaio 1909, ore 5.
Qual è il mio carattere? A dire il vero, non lo so! Mi manca assolutamente la sodezza del
temperamento, per cui talora sono troppo gioviale e molto più spesso sono ritenuto rozzo ed
apatico. Nel parlare, nell’agire vorrei sembrare calmo, riflessivo, ragionevole, ma il più delle
volte mi riesce il contrario, sono nervoso, inconsiderato e senza regola.
Quante volte mi affliggo per questo, quante volte prometto di emendarmi e ciononostante mi
trovo sempre il medesimo. Il difetto più grande, che riconosco in me, è la mancanza di riflessione,
ponderatezza, criterio pratico. Quello che faccio mi viene per impulso, di scatto quale mi
suggerisce il momento, e sento di essere infinitamente disgustoso a me stesso; come non lo sarò
anche agli altri? La mia testa com’è mal disposta! Essa gira, si agita continuamente come un
vulcano in eruzione. Un turbine di pensieri la ingombra ad ogni momento: pensieri che vengono e
passano senza fermezza e stabilità, sempre vari, sempre nuovi, sempre senza alcuna consistenza.
In questo modo che avviene? Avviene che io disperdo inutilmente le mie forze senza un risultato
soddisfacente. Quanto sarebbe necessario che mi correggessi, ma quanto lo riconosco compito
difficile! Non vi è altro che l’aiuto di Dio, il quale possa ottenermi questa riuscita. Datemelo,
dunque, o Signore, poiché sapete quanto io confido in Voi! Oggi vedrò di riflettere più
posatamente, vedrò di frenare e regolare bene la mia fantasia, vedrò di convergere tutte le forze
del mio essere all’unico scopo di ottenere il maggior bene possibile. Mi sentirei svogliato, senza
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fervore questa mattina, ma non importa. Vi prometto, mio caro Signore, che nonostante tutto il
contrasto che può rinvenirsi in me, oggi voglio fare le mie cose per bene all’unico scopo di
ottenere, prima, la vostra consolazione e, poi, il mio perfezionamento. Il punto preciso che mi
proporrò di ottenere sarà questo: con grande calma e possesso di pensiero oggi farò bene le mie
cose, parlerò bene, pregherò meglio. In antecedenza offro tutto a Voi, o Signore, per le mani di
Maria. O, la mia Mamma buona, siate con me tutto quest'oggi e avvertitemi continuamente di
questo proposito fatto!
22 gennaio 1909, ore 5.45.
O buon Dio, ricevete tra le vostre braccia l’anima mia e col vostro amore purificatela,
confortatela, rinforzatela. Quanto è grande il desiderio di divenir buono, altrettanto grande è la
mia debolezza, davvero fenomenale! In questi cari momenti, in cui converso con Voi, tutto mi
sembra facile e perciò Vi parlo con tanto calore di entusiasmo, Vi dico tante belle cose. Ma poi,
terminati questi cari istanti, pare che sulla mia mente si distenda un velo funerario che copra tutti i
bei propositi, e tolga il ricordo delle vostre finezze. Oh, fate, dunque, che non sia! La grazia, che
con tanta bontà mi elargite in questo momento, fate che io non la perda così presto, anzi mi
accompagni per tutta la giornata!
La dissipazione è davvero la mia rovina. Ma perché, o povera mia anima, non ti determini una
buona volta ad abbracciar definitivamente il tuo miglior bene? Se vivi sempre in questo stato, ti
fugge il tempo, ti sfuma il prezioso entusiasmo giovanile senza acquistare nulla di veramente e
permanentemente grande. La tua mente è così meschina: è tanto facile divagarsi e divenir volgare
in qualsiasi più importante pensiero. Come vuoi fare in questo modo? Sarai sempre d’impaccio a
te stessa e di rifiuto agli altri. Facciamo, dunque, qualche passo di più! Oggi, non è vero? Ti
metterai proprio con tutto il proposito migliore a conservare perenne il ricordo della bontà che
devi avere. Sarai più puntuale nei tuoi doveri, più costante nelle tue riflessioni, più fermo e
risoluto nel conservare l’inalterabilità, la serietà, la bontà ragionevole del tuo carattere.
Diventiamo, dunque, ricchi, facciamoci grandi, imperocché vi sono tante anime che aspettano da
noi tanto bene. Dio ci ha fatto i condottieri, gli angeli del popolo suo. Quale umiliazione, se il
condottiero e l’angelo non sapessero la strada, se fossero da meno delle anime che devono
condurre! O la mia Mamma, non so che rivolgermi a Voi, poiché riconosco che Voi siete il mio
più bel rifugio! Datemi la vostra mano materna, proteggetemi, ispiratemi tutto il bene possibile e
fate che io corrisponda una buona volta a quest’amorosa insistenza del mio Signore! Oggi sia una
giornata proprio vostra! Comincio fin d’ora nell’offrirvi tutto quello che farò e dirò, e Vi prometto
che sarete contenta di me.
23 gennaio 1909, ore 5,30.
Con quanta confusione mi presento a Voi, o mio buon Signore, nel riflettere sulla mia snervante
tiepidezza! Ieri mattina promisi e promisi, ma poi la giornata mi passò come al solito. Nella
constatazione di questo stato mi sento piovere nell’anima una noia e un disgusto così pesanti che
proprio mi affliggono in una maniera assai ripugnante.
Perché, anima mia, sei così? Avresti tanta necessità di regolarti ben diversamente e, invece, ti
rassegni ad essere sempre vile. Cosa costava a te l’essere ieri più viva, più raccolta, più disposta al
bene? Invece non l’hai fatto! Il tuo dovere l’adempisti con ritardo e senza voglia; le preghiere
furono assai distratte; il pensiero di Dio ti fu quasi estraneo e, quando ti venne, lo accogliesti
quasi freddamente come un sonnolento, che risponde svogliatamente ad un importuno che lo
desta sul più bello del suo pigro riposo. Ma non voglio esser così per niente affatto! Oggi
combatterò con una più ostinata resistenza.
Dio santo, infinitamente buono, stendete la vostra mano e mandatemi una larga benedizione di
perdono! Stringetemi forte al vostro cuore, posate sulla mia fronte un bacio santo che mi
purifichi, che mi renda bello ed io, pieno di amore riconoscente, Vi ringrazierò col mantenermi
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sempre in questo stato per tutta la giornata. Ah sì, avete ragione; è ora che mi doni perdutamente a
Voi; è ora che deponga quest’inerzia mortale che mi rende incapace di tutto; è ora che mi ponga
sul serio a temprarmi un carattere forte, robusto e unicamente inclinato al bene. Ah, è proprio ora!
Ma, povero me, come faccio senza il vostro aiuto, o Signore?
Datemelo, dunque, grande, eccezionale, continuo, perché, vedete, non confido che in quello! Oh,
mia Mamma buona, sole sorridente della mia vita! Maria cara, datemi tutto il vostro cuore che mi
accompagni, sempre e dovunque, felice ispiratore di santi pensieri, di santi affetti e di energiche
risoluzioni. Siate sempre con me, perché Vi prometto di essere sempre con Voi. Intercedetemi un
ampio perdono per tutta la serie indefinita delle mie miserie. Oggi farò, per quanto starà in me, in
modo da non porre ostacolo alla vostra materna assistenza. Assistetemi nella Messa, nell’Uffizio,
nella scuola, nello studio, in tutti i luoghi in cui mi troverò. È questa la mia preghiera, è questo
l’ardente desiderio dell’anima mia!
24 gennaio 1909, ore 5.
Io credo che la via della virtù sia una strada tutta seminata di grandi atti di pazienza. Quante
contraddizioni, quali disdette non si ritrovano ad ogni passo: insuccessi, avvilimenti che snervano
senza misura. Guai, se si volesse dar retta a tutti questi ostacoli che ingombrano il cammino!
Bisogna passar oltre, gloriosi e confidenti; si chiede perdono di cuore al Signore e poi non
bisogna tanto pensarci sopra. Non è vero forse che io desidero di amare il Signore con tutto il
regno dell’anima mia? Non è vero che io odio il male in quanto è male, cioè in quanto è offesa
dell’amore di Dio? E dunque, perché devo affliggermi tanto, perché avvilirmi con tanta amarezza
di pensiero e di volontà?
O Signore, ieri, benché non sia stato l’indolente degli altri giorni, pur tuttavia non posso dire di
essere stato pienamente contento. Oh, fatemi sentire che mi perdonate tutto di cuore, che mi
amate come un vostro prediletto, che mi rimettete all’altezza della vostra intimità! Non è vero che
mi sopportate, che mi togliete qualunque ombra di degradamento, di ripugnanza che possa
riscontrarsi in me stesso? Oh, grazie, Dio mio, grazie di gran cuore! Ho bisogno di confidare così
illimitatamente in Voi! Quanto mi conforta il pensiero di avere a che fare con un Dio così
infinitamente buono! Che non ne abusi mai della vostra bontà, ma che ne approfitti per farmi
sempre migliore!
Signore, ascoltatemi! Desidero che perdoniate tutto il debole che riscontrate in me; con lo
splendore della vostra grazia dissipate le tenebre e la nebbia che mi offuscano la mente, il cuore e
la volontà. Rendetemi un’anima tutta bella! Oh, lo sapete, come sono ambizioso di possederla
tale, come bramo infinitamente di piacervi sempre di più! Orbene, da questo momento nel quale,
prostrato ai piedi vostri, io Vi domando grazia, bellezza e santità, voglio proprio ingegnarmi a
mantenermi tale per tutto quest’oggi. Signore, Ve lo prometto, Ve lo giuro! È il saluto di tutti i
giorni che Vi porto sulle prime ore del mattino. Accoglietelo e rendetelo costante, efficace di
bene. Maria, mamma mia buona, per l’amore che portate a Dio, sostenetemi con tutta la potenza
del vostro braccio! Datemi coscienza, fervore, coraggio e fate che tutto il bene, che io faccio fare
agli altri, sia prima di tutto da me compiuto e tradotto in pratica. Fate che possa dire: «Ecco,
amate il Signore come Lo amo io; siate buoni e grandi come lo sono io».
25 gennaio 1909, ore 5,30.
Se dovessi analizzare in questo istante il mio cuore, ci vedrei un lago di veleno che mi circonda,
che mi stringe nella peggior maniera. Oh, ieri, domenica, fui afflitto da tante cose che mi
andarono a rovescio e, soprattutto, da una mancanza che non ricordo di avere mai commesso. In
che modo fossi preso non lo so. Non volli resistere al primo impeto e mi trovai quasi in un baleno
agli estremi. Per una sciocchezza di nessun conto, presi motivo di rispondere aspramente alla mia
mamma e terminai con un “Fatela finita!” che credo fosse, per lei e per me, come un colpo di
revolver. Non l’avevo mai detto. La mia mamma rispose mortificata due parole senza ordine,
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quasi avvilita e spenta; io corsi di sopra ad assaporarmi tutto l’amaro che la scena mi aveva
prodotto.
Mio Dio, che ho fatto! Che ho detto! E mi sentivo nel cuore e nell’anima un inferno di dolore.
Questo è stato il perno di tutte le mie afflizioni di ieri. Mi sono abbandonato all’avvilimento,
imperocché avendo tentato di rialzarmi, trovai chiuse tutte le strade. “Disdetta!” andavo
borbottando. Come posso sollevarmi alla tranquillità di prima? Maria, mamma mia, prestami la
tua mano! Vedi? È troppo grande il disgusto che mi circonda! Non è possibile che io possa andare
avanti così: ho bisogno di Dio, della sua grazia che mi conforti, che mi sollevi da questa misera
terra che è tanto triste per me. Sono pronto a far tutto quello che vuoi. Oggi mi rimetterò con tutte
le forze della mia anima. Dammi coraggio e valore!
L’afflizione del rimorso era da un pezzo che non l’avevo provata come ieri. Per tutto l’oro del
mondo non mi permetterò mai più una mancanza simile! Oh, mio Dio, quante anime buone, che
io dirigo, sono ben lontane dal rispondere in tal maniera all’essere più sacro: alla mamma; invece
io, che predico, che scongiuro, che faccio la parte di vostro rappresentante, sono venuto meno! O
Signore, fra le altre cose, mi sento fortemente umiliato. Perdonatemi, Ve lo chiedo con confusione
e con amore. Ridonatemi la vostra pace, il vostro amore, tutta la tenerezza della vostra amicizia.
Mamma santa Maria, l’offesa, più che alla creatura, è venuta a Te. Mi perdoni? Versa una goccia
di balsamo sull’immensa mia amarezza, manda un raggio di sole nell’oscurità dell’abbandono in
cui mi trovo! Oggi voglio rifare il cammino che ho perduto.
26 gennaio 1909, ore 5,30.
Quanto mi è caro rivolgermi a Voi, o Dio immenso di bontà! Ma quanto mi sarebbe ancora più
caro se Vi trattassi un po’ più generosamente! Sono proprio convinto della mia infinita miseria,
della mia assoluta incapacità di elevarmi al di sopra di ciò che è egoistico ed umano. Non mi resta
che volgermi a Dio con più fiducia, poiché tutto mi devo aspettare da Lui.
Questa mattina ho indugiato nel letto, permettendomi, con un’inspiegabile acquiescenza, il
disturbo del rimorso che mi continua per quasi tutta la giornata. Quando non si comincia bene, è
molto difficile continuare anche bene. Ma perché non riesco in questo sacrificio che, dopo tutto,
sarebbe così lieve e mi apporterebbe tanto slancio di bene e di fervore? Perché, anima mia, sei
così misteriosamente strana da non volerti piegare a questa cosa che vedi tanto vantaggiosa?
Un giorno pensai di offrire qualche cosa alla Madonna che mi fosse caro. A qual titolo, infatti,
posso io pretendere che la Madonna mi voglia bene? Unicamente per la bontà sua, non per la mia
generosità. Ciò non è giusto imperocché vi deve essere della corrispondenza tra bene e bene.
Perciò non ardii di promettere, ma silenziosamente tentai di mostrarle, senza promettere, la
volontà di offrirle il sacrificio di alzarmi prontamente. Ma, poi la mia debolezza è più grande di
me! Quale vergogna non saper fare il più piccolo sacrificio per un Essere che ti ha fatto un mondo
di bene e te ne farà ancor più tanto in avvenire. Angelo mio Custode, amico soave dei giorni miei,
compatiscimi, prestami generoso la tua mano e rimetti a posto tutto me stesso. Quanto desiderio
avresti di vedermi generoso e non Ti contento mai. Vedi, oggi prometto di essere proprio con Te
sempre, di ubbidirti in ogni circostanza, di mantenermi calmo e virtuoso, cordiale, padrone di me
stesso, dei miei atti, dei miei sentimenti, di tutto quanto sono e possiedo. Accogli Tu il mio
proposito, portalo alla Madonna, al Signore e chiedi per me il perdono per tutta la polvere che ho
permesso si depositi sull’anima mia. Ottienimi tutto questo e Ti prometto di sforzarmi di più
un’altra volta.
27 gennaio 1909, ore 5.
Dando uno sguardo nel profondo dell’anima mia, trovo sempre qualche cosa che mi disgusta
assai. Non sono sincero: mi sembra d’ingannare perfino me stesso.
Le meditazioni, che faccio, riguardano tutte il superficiale: di rado o quasi mai, il sostanziale. Per
ciò io stesso non metto la mano sulla piaga e me ne vado avanti, contento di una semplice
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infarinatura di riflessione durante la giornata; tante volte ho la percezione di queste intime cose
sopra me stesso; sento quale sarebbe il punto particolare su cui fermarmi, ma poi mi sfugge e mi
perdo in altre cose. È inutile! Bisogna andare avanti ugualmente. Certo, sarebbe assai più
profittevole per me assumere la meditazione in quei momenti propizi piuttosto che ora; ma come
potrei farla una cosa ordinata, se non approfittassi del bel tempo del mattino? Non importa,
cerchiamo di far bene, per quanto possiamo, quello che l’ordine ci consiglia.
Il punto importante, per ora, mi sembra sempre questo: “Oggi bisogna esser buoni”.
È Dio che lo merita; è il mio stato che lo richiede; le anime, che mi sono affidate, devono essere
aiutate, difese, salvate dalla mia bontà. Oh, il sacerdote, che persona divina non dovrebbe essere!
Quale stato infinitamente bello, a saperlo prendere propriamente per il suo vero senso! Si vive
sempre perduti in un sogno caro di bene che ci accarezza in ogni momento, benché, in ogni
momento, ci domandi privazione e sacrificio. Siamo guerrieri che combattono sotto lo scudo delle
ali di Dio. Combattiamo senza nessuna cura di famiglia, di robe, di interessi: liberi come uccelli
di bosco. Dio solo! Dio è il nostro supremo interesse! Solamente Lui cerchiamo: il suo regno, la
sua gloria, la sua felicità più ampia, se così si potesse dire. Che bravi soldati non dovremmo
essere! Come dobbiamo avere sano il cuore, aperta la mente, robusta la volontà! Anni belli di
giovinezza – che mi prestate tutto l’entusiasmo, il fervore delle grandi cose – oh, quanto mi siete
cari nel pensiero che tutti vi dono a Dio! Oh, mi sembra di poterlo dire: «Domine, spes mea, a
juventute mea»99. O Signore, sogno il mio ideale eterno fin dalla mia giovinezza. Sia la bontà che
ti allarghi la mente e il cuore ad una concezione sempre più ampia di queste cose divine!
28 gennaio 1909, ore 5,30.
Ho nell’anima un turbamento così disgustoso che mi inaridisce qualunque sentimento buono. Una
conversazione, su cose dolorose a mio riguardo, mi ha messo la rivolta nel cuore. Quanto è vero
che il silenzio è d’oro e che le parole sono una principale causa di tristezza! Era molto meglio se
io avessi taciuto, così l’argomento non si sarebbe protratto a mio danno. Si tratta proprio della
famiglia. Quanto sentirei l’attrattiva per l’affetto vero, profondo, sincero di fratelli, sorelle, babbo
e mamma! E invece... Quante amarezze e disillusioni!
Il babbo è morto; la mamma, poveretta, mi ama tanto, ma in una maniera così materiale che non
riesce affatto a soddisfare le brame, che sono pure in me, di un amore fine, delicato,
soprannaturale. Non è forse un desiderio legittimo anche questo? Non so se mi riesce di
esprimermi chiaramente. Non è che disprezzi le cure, senza misura, che la mia mamma ha della
mia salute corporale. Ma gran Dio! Non mi basta solo questo! Non mi bastano la stima e il
benessere materiale; vi è qualche cosa in me che ha bisogno di trovare una luce, un conforto; vi
sono dei sentimenti superiori che vorrebbero una corrispondenza altrettanto nobile ed elevata.
Nell’amore, se si può fare astrazione dal senso, credo non lo si possa fare dall’intelletto e dal
cuore. L’amore è l’unione di queste due fiaccole dell’anima. Al mancare di una sola, vi sono buio
e contrasto. Ecco perché non trovo, neppure nell’amore della mia mamma, quel riposo dolce e
sereno che tanto desidererei nella vita e che cerco invano. Davanti alla mia mamma avrei tanto
bisogno di aprirmi e invece bisogna che mi chiuda, perché in certe cose non mi comprende e mi
condanna.
Davanti alla mia mamma dovrei trovarmi innalzato a sentimenti e pensieri di cielo, e invece mi
parla sempre di terra. Gran Dio! Perché questo contrasto in un sentimento, che è il più grande, il
più delicato che Voi ci avete donato, quello dell’amore filiale? Ecco la mia croce, il calice delle
mie amarezze! Al di fuori trovo nausea, ripugnanza, miseria; in casa trovo il vuoto e l’abbandono.
Eppure quando penso di dover perdere la mia mamma, mi sento i brividi dello schianto che
proverò a questo distacco principale nella mia vita. Oh, fate che venga tardi! Ricevetemi Voi, per
tutto ciò che mi abbisogna e che non mi può dare il mondo. Oh, non so più quel che mi dica tanto
è alterato e fuori di ordine il mio interno!
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29 gennaio 1909, ore 5.
Per progredire nella bontà, bisogna saper affrontare con coraggio i momenti di sconforto e di
avvilimento. Sono questi i più dannosi al nostro spirito perché, più che tristezza, ci portano
debolezza e proclività ad abbandonare i nostri rapporti stretti con Dio. Come bisogna regolarsi?
Prima di tutto conviene fare un bell’atto di confessione e di umiltà davanti a Dio e dire: «Vedete
come sono miserabile?». Chi lo direbbe che io, dopo tante promesse e tanti slanci di volontà, mi
trovi poi alle prese, seriamente, con certe piccole pigrizie e debolezze fino al punto da
soccombere e rimanere sconfitto? Ecco quello che sono! Questa mattina, o buon Dio, ho proprio
bisogno del vostro generoso perdono, perché mi trovo tanto male, troppo male. Ho indugiato,
oltre al resto, nell’alzarmi e mi sento tutto il peso di quest’atto neghittoso che mi soffoca, che mi
chiude come una nube impercettibile, oscura. Avrei tanto bisogno di sereno e di sole ed invece
sono io che mi procuro tale penosa nebbia. Per quanto la mia anima è capace di un sentimento di
compunzione, Ve l’offro, o mio Signore, e qui davanti a Voi, prostrato come un vile delinquente,
Vi domando perdono.
Perdono, o mio Dio, della scarsezza del mio amore, perdono della grettezza con cui Vi servo,
perdono della mia ripugnante bruttezza! «Gesù, figlio di David, abbi pietà di me!»100, griderò col
cieco, che Vi sentiva passare vicino. Abbiate compassione, perché la mia anima è misera, è
stracciata, è stremata di forze, è impotente.
Dette con grande sincerità queste espressioni, mettersi subito a riparar presto con grande alacrità
in modo che, dall’efficacia del proposito, Dio sia indotto a misurare la sincerità del pentimento e
così dimentichi tutto il trascorso, per considerare solo il presente. Per far tutto questo ci vogliono
umiltà, confidenza in Dio e coraggio. Facciamolo, dunque, dal momento che lo riconosco tanto
necessario. Dio mi sarà sommamente largo di compatimento, se io Lo tratterò in simile maniera.
Dimentichiamo noi pure il passato per attendere unicamente a prestare a Dio un bel presente.
Facciamo bene le nostre cose e rendiamo a Dio tutto quello che, in un momento di debolezza, Gli
possiamo aver tolto.
30 gennaio 1909, ore 5.
Sento che Dio, infinitamente buono, mi elargisce una grazia incomparabile. La mia anima,
sempre distratta, sempre superficiale, ora sembra colpita da un momento propizio che la spinge
alla riflessione, calma, buona, profonda. Mi ha scritto un’anima, la quale mi si è mostrata come
qualche cosa di divino nella sua semplicità e carezza. Quante cose mi ha detto, che mi hanno
scosso fortemente nell’intimo di me stesso e mi hanno fatto dire: «Oh, quanto è vero che bisogna
essere buoni, molto buoni, eccessivamente buoni!». È un’anima che non appartiene ufficialmente
alla nostra fede, perché certe verità non hanno ancora sfolgorato la loro luce smagliante nella sua
mente, sitibonda di ogni vero e di ogni bene, però Vi appartiene col cuore, con la bontà della vita,
con la purezza delle sue intenzioni. Oh, Dio, quali miracoli di bontà si trovano in certe anime,
quali perle preziose non sono sparse anche in terreni non fecondi! Chi sa di quale ancor più alta
trasformazione divina non sarebbero capaci, se la vostra grazia aggiungesse lo splendore
soprannaturale a tanta naturale bellezza! Io prego per quell’anima, come prego per me stesso. Vi
prego con tutta l’effusione del cuore: Signore, fate, fate che Vi conosca sempre più, che
comprenda ancor meglio qual è la strada per la quale Voi la chiamate ad una maggior perfezione.
O Dio, ditelo a me! È così cara al vostro cuore come lo sono io, nonostante che la fede sia
differente? Certo, ella ha la massima buona fede nella sua credenza, ha il cuore tanto ben formato,
tanto ben messo. Che cosa le manca per esser vostra? Se vi è altro che deve conoscere e vedere,
Voi, o Signore, nella vostra bontà glielo farete conoscere e vedere. Di questo io Vi prego con tutta
l’anima; esauditemi presto! Se vi volete servire di me come mezzo materiale della vostra grazia,
oh, come sarei felice! Ma è necessario che io tolga da me qualunque cosa possa essere di ostacolo
alla vostra azione divina. Dovrò essere uno strumento docile, calmo e buono.
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Oh, aiutatemi dunque, oggi! Vi prometto, Vi giuro, caro mio Signore, di vigilare attentamente sul
cuore, sulla mente, su tutto per diventare sempre più vostro. O mamma Maria, mamma carissima,
volate sopra di me, prendetemi con Voi, ispiratemi, sostenetemi, datemi la carezza della vostra
mano, l’aiuto del vostro braccio!
31 gennaio 1909, ore 4,20.
Quanta gioia è per me il pensare che anime belle si occupano di me, mi ammirano, mi vogliono
bene. È Dio, il quale ha permesso questa fioritura di bene intorno a me, ha plasmato altresì questi
esemplari della sua bellezza e bontà, affinché mi parlino di Lui sempre, nel cammino oscuro della
vita. Oh, siatene mille volte benedetto, o Signore, di tanta vostra generosa liberalità! Di che cosa
posso lamentarmi? Voi mi amate come un figliuolo, pensate alle mie gioie meglio che una
mamma, mi circondate di tutto il profumo della santità, acciocché io me ne invaghisca e sia
attratto a divenirlo. Perché non lo faccio, dunque?
Perché non mi metto con tutto lo slancio per questa via, che mi deve condurre in alto, sempre più
in alto? Povera anima mia, eccola la tua luce, il tuo miraggio di gloria e di felicità! Sei piccola, sei
debole, sei meschina, ma guarda a quale nobile destino Dio ti chiama! Egli ti ha fatto sacerdote,
perché dimenticassi tutto ciò che è illusione di gioie terrene; Egli ti ha innalzato fino a chiamarti
suo amico, suo confidente, suo intimo. Vedi come passano vicino a te quelle anime, che hanno
sete di pace e di conforto. Vengono a te, perché rappresenti il Signore e chiedono, supplicano,
scongiurano la tua parola come quella stessa di Dio. Ecco, o mia anima, la tua grandezza! Se il
Signore ti ha tanto prediletto, non Lo prediligerai tu pure?
Oh, lascia qualunque altra cura di cercare gioie umane, giacchè a nulla ti varrebbe! Vedi il
mondo? Chiama, attrae e seduce; e poi? Volta le spalle. Non lo sai forse tu da tante anime, che ti
vengono a narrare pietosamente la loro dolorosa storia? Non lo tocchi con mano tutti i giorni?
Oggi può darti favore, stima ed onore, domani il mondo non ti conosce più, se pure non ti
appresta altro schierandoti contro un esercito di nemici. Dio soltanto è la gioia che non cambia, è
il raggio che non si oscura, è l’amico che non tradisce mai. O Dio, in questo istante Vi mando un
grido di amore, che Vi supplica, Vi invoca freneticamente: «Rimanete con me! Che Vi
comprenda, o Signore, che Vi cerchi sempre e che Vi ami perdutamente con tutta l’anima sempre,
sempre!».
1 febbraio 1909, ore 4,45.
Rifletto sulla necessità di far presto ad esser buono. Gli anni passano, fuggono rapidamente con la
velocità di un lampo, la giovinezza sfiorisce per dar luogo all’età senile. Che cosa sono, che cosa
faccio? Sono sempre con la volontà, col desiderio di diventar santo, ma riconosco di essere
sempre debole, sempre egoista. Non è ancor morto in me il germe dell’orgoglio e dell’amor
proprio; ogni tanto si svegliano, come da un sonno e mi fanno provare tutta la tirannia della loro
esistenza. Sono umile? Paziente? Rassegnato? Caritatevole? Cordiale? Sincero? Alle volte sì e
alle volte no. Invece dovrei esser riuscito a dominarmi in maniera da tener soggetta,
inesorabilmente, la parte umana a quella superiore dell’anima. Come posso dirmi umile, se la mia
mente ha sempre l’istinto di mendicare in tutte le cose la stima, la lode delle persone? Quanta
pena, quando il mio carattere goffo e banale si lascia sfuggire qualche tratto umiliante! Quando
mi trovo davanti alle persone, tutto il mio interno è in agitazione, in subbuglio per trovare ciò che
deve dire, per contenersi e suscitare buona impressione di me negli altri, perché essi mi possano
dire: «Guardate com’è caro e compunto!». Che miseria! Dio poi mi punisce, perché è proprio in
questa preoccupazione penosa che io riesco a mostrarmi tale e quale sono, cioè scarso di spirito,
volgare di maniere, impacciato, affettato, non sincero. Un osservatore fine certamente mi conosce
anche allorquando io riesca a mascherarmi un po’. Invece, come sarebbe più naturale e sincero
che io mi presentassi con più umiltà e semplicità! Se sono un nulla, perché voglio comparire di
essere qualche cosa? E come mi sento accarezzato, esaltato anche dalla lode che non mi merito! È
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davvero una miseria così umiliante l’orgoglio: guai, se apparisse al di fuori tale e quale ribolle al
di dentro. Sarebbe una cosa da morire di vergogna!
Togliamolo, dunque! Siamo entrati in un mese nuovo, bisogna che approfitti dell’opportunità, che
si presenta, per cominciare un’azione efficace, risoluta onde sradicare ed estinguere in me ogni
germe d’orgoglio. Sarà la virtù di questo mese. Bisogna convergere tutte le forze su questo punto:
forze di riflessione, di preghiera, di industrie, di esami di coscienza, di tutto. Oh sì, lo farò con
tutto l’impegno, Signore mio buono; Mamma cara, Ve lo prometto con tanta volontà desiderosa di
mantenere. Perdonatemi la vita trascorsa e datemi forza per l’avvenire.
2 febbraio 1909, ore 5,30.
Quanti ostacoli bisogna vincere per riuscire a mantenersi buoni! Anche ora mi trovo oppresso da
una confusione di cose che mi stravolgono mente, cuore e volontà. Ditemi Voi una parola, o
Signore, in questa mattina così arida! Ho avuto il mio solito difetto di indugiare inutilmente nel
letto e perdere così una buona parte del tempo prezioso che Dio mi concede. Ed ecco che la mia
coscienza, prima tanto tranquilla e connivente alla mia inerte pigrizia, ora si contorce, si lamenta e
mi rimprovera acerbamente. Ma perché non so vincermi completamente?
Maria Santissima, oggi è la festa della vostra Purificazione e che cosa Vi offro io a testimonianza
della partecipazione al vostro gaudio? Finora nulla, proprio nulla. Vi offrirò un atto di umiltà, di
confusione, di riconoscimento della mia assoluta miseria. Oh, Mamma, sto tanto male così! Non
mi lasciate in questo stato! Vengo da Voi, perché stendiate le vostre mani e, con la vostra
benedizione, mi solleviate, mi purifichiate. Oggi Vi prometto di ricordarmi tanto di questo favore.
Non sono io che dono il regalo a Voi nella vostra festa, siete Voi che lo fate a me.
Sono pentito di qualunque cosa possa essere a carico di meno bene nella mia coscienza; aborro
perfino l’ombra del male sopra tutte le cose. Ditemi, o Maria, l’amo io il Signore sinceramente?
Forse potrei amarlo anche più; ebbene, oggi prometto di farlo con tutto lo slancio del cuore,
dell’anima mia. Non voglio offenderlo per niente in nessuna cosa. Per quanto male possa essere
cominciata questa giornata, voglio raddrizzarmi subito e mettermi a far bene. Sono sicuro che non
tarderete neppure un istante ad ottenermi quel perdono, che Vi domando con tanta sincerità di
cuore. L’anima mia, purificata dal vostro bacio, sono sicuro che è rivestita della veste migliore
della grazia. Oh, potessi mantenermi così per tutta la giornata! E perché non lo potrò? Ad un
minimo accenno di ombra di male, approfitterò della misericordia infinita del Signore, col
chiedergli quel perdono che Egli, sulla sua parola, certamente mi darà all’istante. Certo, bisogna
che anch’io sia largo di generosità con un Dio che è così buono. Facciamolo, dunque, in
quest’oggi, con tutto l’impegno e con tutte le forze! Maria, datemi il vostro aiuto e tutta la
tenerezza del vostro amore materno!
3 febbraio 1909, ore 5,15.
Signore mio buono, cara aspirazione di tutta la mia anima, Vi adoro profondamente nella miseria
del mio nulla. Vi amo quanto Vi posso amare e desidero di consumarmi per Voi. Rendetemi meno
indegno della vostra presenza col perdonarmi generosamente, e con il togliermi qualunque
macchia che possa lasciare ancora una traccia sull’anima mia! Quale vergogna, per me, non
essermi ancora messo ad aver senno seriamente!
Prometto sempre e mantengo quasi mai. Sono come quella farfalla che batte inutilmente sui vetri
e non giunge mai a volare nell’aria pura e serena, che attraverso a quelli intravede. Chi riuscirà a
spezzare questi cristalli che mi permettono di vedere la luce ma mi chiudono il passo
inesorabilmente? Non certo le mie ali, che sono troppo deboli: ci vuole un colpo potente della
vostra grazia che infranga tutto. Fatelo presto, o mio Signore, perché ho bisogno di aria, di sole, di
azzurro, di infinito! La grettezza della mia anima mi soffoca, mi avvilisce.
Ad ogni momento sono col pensiero sopra me stesso e ad ogni momento ho un rimprovero da
farmi. È giusto che io non sia mai contento, imperocché forse neppure Voi lo siete. Proprio
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davvero? Ditemelo schietto: non siete contento di me? Quanto mi rattrista questo pensiero, quanto
mi fa male! Perché dunque non vi poni il rimedio, se dipende tutto da te? Avete ragione: sono un
infingardo, buono a nulla. Quale abisso nauseante di pigrizia, di egoismo si trova in me! Ogni
volta che mi considero profondamente, mi faccio ribrezzo. E dire che mi considerano per qualche
cosa e, nonostante io sappia chi sono, tante volte mi compiaccio di questa lode non
corrispondente al vero. Perdonate la mia miseria, che è troppo grande! Oggi Vi verrò dietro
umilmente chiedendovi sempre di riparare, con una condotta per bene, a tutta la ripugnanza del
mio essere. Sarò buono, pregherò bene, mi manterrò alla vostra presenza come un buon figliuolo
che altro non cerca che di farvi piacere. Mi ricorderò, specie in certi momenti, di mantenermi
sobrio, umile, cordiale, affabile, come se ad ogni mio atto dovessi chiedervi: «Faccio bene così?
Siete contento di me così?». Maria, tenetemelo a mente!
4 febbraio 1909, ore 4,45.
Come sono andato ieri? Sono stato molto distratto. Qualche volta la mente mi ha portato il
pensiero del Signore, cui io ho risposto assai languidamente. Cose eccezionali non vi sono state,
solamente ricordo un momento nel quale ho internamente sorriso sotto la carezza di una lode.
Miserabile! Quasi non sapessi quello che sei. Dio alle volte, provvidenzialmente, non ci permette
di vedere, come in un libro, il quadro presente dell’anima, altrimenti saremmo presi da tanto
disgusto e da tanta ripugnanza da cadere nell’avvilimento.
Ma è però una stoltezza inqualificabile il non conoscersi, o, meglio, il trasformarsi alla nostra
vista così falsamente come faccio io. È questa un’altra ragione della mia bassezza spirituale. Dio
mi perdonerà, perché almeno detesto quest’ultima parte della mia miseria. Avrei tanto da tener
china la fronte, perché so bene tutte le ricchezze che non mi appartengono.
E il proposito dell’umiltà dove si trova? Molto facilmente me ne dimentico. L’umiltà è frutto di
sincerità; è mostrarsi quello che siamo, nonostante tutti gli sforzi buoni di cambiare. La nostra
modestia non ha bisogno di essere fabbricata con un artifizio di abbassamento spirituale: basta
solamente che non ci innalziamo. Non è già che si desiderino azioni, pensieri e parole che non
siano degne di presentarsi nobili ed elevate. Sarebbe questa una stortura. Non dobbiamo rifiutare
il perfetto per apparir umili, dobbiamo invece fare tutto il miglior bene possibile, esporsi quanto
più nobilmente c’è dato, ma distaccandoci da un alto sentire di noi stessi che si ottiene
abbandonando qualsiasi preoccupazione di se stessi, fatta unicamente per compiacersi della stima,
della lode che se ne acquista davanti agli altri. Potessi riuscire fino a questo punto! Io credo che
l’umiltà sia la base di tante belle doti e invece l’orgoglio sia il principale fattore di tutta la nostra
banale volgarità. Infatti con l’umiltà, ossia con la perfetta indifferenza di spirito, si è tranquilli,
naturali, disinvolti, cari, buoni, semplici, cordiali, invece quell’orgoglio, che ci dà una
preoccupazione fastidiosamente insistente di noi stessi, ci rende preoccupati, affettati, dispiaciuti
di non riuscire, dispettosi, ripugnanti, volgari in tutto il senso della parola.
8 febbraio 1909, ore 4,45.
Riconosco proprio che il trascurare certi mezzi di aiuto, come la meditazione, è per me
sommamente dannoso. Viene meno in me perfino il rimorso tanto salutare, allorquando trascuro i
miei doveri. In questi giorni sono stato molto divagato ed insensibile. Il ricordo del Signore mi è
andato lontano, molto lontano. Ho trascurato tante cose e mi ci sono adattato quasi comodamente.
La meditazione, la lettura spirituale hanno avuto un po’ di ribasso. La pigrizia di indugiare nel
letto l’ho avuta senza che mi abbia prodotto quel rimorso delle altre volte. È una cosa che
spaventa il constatare questo deterioramento senza il corrispondente rimorso. O Dio, non mi
vorrete mica abbandonare! Sono pentito sinceramente di tutte queste mie miserie, le detesto, non
voglio più ricaderci. Riconosco proprio quello che sono, cioè una nullità perfetta, e dire che,
davanti agli altri, comparisco per qualche cosa di buono: quale confusione per me!
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Questa mattina vengo da Voi, o mio buon Signore, come dal mio medico, e con tutta la
confidenza filiale Vi dico: «Guaritemi! Non voglio più essere così, perché Vi faccio dispiacere e
faccio del male a me stesso. Aiutatemi a rialzarmi, a riprendere il cammino tralasciato, a
camminare speditamente nella via del bene!». Quando penso alle responsabilità che mi
incombono, al dovere che ho di stare sempre in stretta relazione con Voi, sento quasi paura di me
stesso. Che cosa faccio in proposito? Vado avanti così alla leggera? Vergognati! O Dio, mio
rifugio, è troppo severa la condanna che sento dovermi dare da me stesso; venite Voi a ripararmi,
presto. Vi giuro, caro Signore, che oggi terrò a mente di essere più buono, più vostro. Sarò
diligente nelle mie cose, nelle mie preghiere, nel serbare frequente il pensiero di Voi.
Perdonatemi anche la pigrizia di questa mattina. Riparerò. O mia Madonna, guardatemi ancora
con la vostra materna benignità. Non vedete come sono confuso e pentito? Oggi voglio far bene.
Venite con me, sostenetemi, datemi tutta la forza della vostra protezione. Quando sono distratto,
svegliatemi, tenetemi sempre desto!
9 febbraio 1909, ore 4.
La giornata di ieri è stata quasi discreta. Avrei potuto far anche qualche cosa di più, ma in
complesso è passata tranquilla senza cose straordinarie. Ho avuto le mie amarezze e la
constatazione di meschinità vile da parte di persone a riguardo mio, ma ho sopportato abbastanza.
Però ho una cosa che mi dà rimorso: per un basso sentimento di vanità, parlai in un momento in
cui dovevo tacere; e forse mi sono recato del danno. Mi sta bene!
Quanto è che batto per estirpare in me questo desiderio folle di comparire, di essere stimato per
qualche cosa e Dio allora, ogni volta che tento di innalzarmi, mi abbassa. Sono duro da
persuadermi, ma ogni volta ne pago lo sconto. Chi sa quali improperi mi sono ieri guadagnato per
quello che dissi e che delicatezza imponeva di passar sotto silenzio! Mi servirà per un’altra volta.
Oggi procurerò di star più attento. Quante belle cose mi porse al pensiero la predica di ieri del
canonico Marini di Pistoia. Parlò sul materialismo in religione. A Dio bisogna dare oltre e sopra
la parte materiale di noi stessi, quella che di più gradisce cioè la nostra anima, la parte spirituale.
Vanno bene le pratiche religiose, il culto esterno, ma non bastano: ci vuole il culto interno, ossia
la nostra vita ispirata tutta a un sentimento di giustizia e di carità. Dire giustizia e dire regno di
Dio vale ugualmente; perché dov’è giustizia, ivi è regno di Dio ed ove è regno di Dio, ivi è
giustizia. La carità non è che il complemento della giustizia, quella che ne riempie i vuoti. Noi
siamo in un secolo di materialismo, che si è infiltrato in tutti i meati della società e della famiglia;
cominciando dalla madre – la quale fa più calcolo delle carezze e dei baci dei suoi figliuoli di
quello che una seria volontà di non dare ad essi dispiacere a costo di abnegazione e di sacrificio –
fino allo scienziato, che domanda a Dio un regno esterno palpabile e visibile a prova della verità
della religione, è tutta una corrente bassa di materialismo che invade e domina su tutto.
Vi è materialismo nelle dimostrazioni della fede cristiana, nella dimostrazione della pietà. Ma
tutto è vano ogniqualvolta manchino l’anima della fede e l’anima della pietà che è Dio, il suo
regno, la sua giustizia. Cerchiamolo noi pure il regno di Dio e la sua giustizia e il resto ci sarà
dato per di più.
10 febbraio 1909, ore 5,15.
Che bella cosa se io potessi esser buono, quale ricchezza non accumulerei nel regno della mia
anima! Dio mi amerebbe di più ed io sentirei più vivo lo slancio verso di Lui. Nessuno mi può
togliere la felicità di essere in simile relazione con Lui; nessuno può diminuire la fiamma, che io
accendo nel mio cuore come sopra un altare, che salga al Signore. Posso amarlo sempre senza
timore di amarlo troppo; posso amarlo sino alla pazzia e questo amore mi onora, mi fa grande, mi
fa sapiente. Quante miserie, illusioni amarezze nella vita! Solo l’amor di Dio è la preziosa,
infinita realtà che consola. Quanto dovremmo cercarlo questo amor di Dio come si cerca un
sogno, un ideale e invece lo trascuriamo per correr dietro a delle larve, a delle chimere. Anima
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mia, apri gli occhi, scuotiti e guarda! È Dio che ti domanda; non Gli rispondere di no. Oggi devi
sforzarti ancora un altro po’ per corrispondergli nella miglior maniera possibile.
Che cosa devi fare? Oh, lo sai mille volte: bisogna tenere più a freno quella testa benedetta che ti
trasporta così lontano da Lui. Non pensi mai a Lui fra giorno: Dio, al mattino, è il tuo amico, il
fratello tuo, anzi tuo padre, ma, durante il giorno, diviene un estraneo al quale neppure volgi una
parola, uno sguardo, un affetto. Questo, in conseguenza della tua inqualificabile leggerezza di
distrazione. Che cosa devi fare? Oh, lo sai! Hai in te una pianta cattiva che germoglia in tutti gli
angoli: la pianta dell’orgoglio. Pare non desideri altro che soprastare, di essere in vista, che tutti ti
lodino, ti amino, ti accarezzino. Quanto bassi ed umilianti sono gli atti interni ed esterni coi quali
vai mendicando questa lode degli altri! Se ti si conoscesse, quanto saresti coperto di rossore e di
vergogna!
È proprio vero che l’orgoglio, nel mentre che tenta d’innalzarci, di fatto ci abbassa al di sotto del
nostro livello ordinario. Che cosa devi fare? Lo sai. Hai un carattere goffo, banale, ripugnante.
Perché non lo rendi migliore? Dio te lo impone, perché non lo fai? Certo, ci vogliono riflessione e
umiltà. Oggi procura di averle queste disposizioni ad ottenere un po’ di miglioramento in te
stesso, il qual miglioramento deve essere l’espressione più sincera del tuo amore di Dio.
12 febbraio 1909, ore 5,30.
Ho bisogno di Voi, o mio Signore, e vengo a cercarvi con tutta l’anima. Sono tanto scontento di
me stesso e ho proprio bisogno di consolarmi un po’, pensando a Voi. Io sono miseria, bassezza e
viltà; Voi siete grandezza, bellezza e bontà. Voi ci amate tutti e volete che siamo felici. Oh, se noi
Vi lasciassimo fare, ci fareste tanti esemplari di santità! Noi, invece, resistiamo, disubbidiamo,
vogliamo cercare a capriccio il nostro bene. Perdonateci, buon Dio!
Oggi voglio agire diversamente. La mia bontà sarà senza limiti, senza misura. Le mie preghiere
voglio pur dirle tutte bene e voglio, fra giorno, ricordarmi sovente di Voi, ricorrere a Voi col fiore
dei miei pensieri, con la tenerezza più viva dei miei affetti. Oh, la mia confidenza è tutta riposta in
Voi! Spero che Voi mi aiuterete sempre, mi darete la forza necessaria a vincere tutti gli ostacoli
che mi impediscono di progredire nel bene. Sono tanto pigro e tanto tardo nelle mie cose.
Prometto sempre e mai mantengo. Bisogna scuotersi, conviene agitarsi, fare di tutto per superare
questi punti oscuri e difficili. Maria Santissima, non so che ricorrere a Voi, mettermi sotto la
vostra materna protezione.
Vedete: questa mattina, sono arido come un macigno; non ho parole, né pensieri, né affetti; tutto
mi pesa, perfino queste cose che scrivo. I miei soliti difetti hanno riportato vittoria su me stesso;
anche questa mattina ho perduto il mio tempo prezioso, standomene in letto pigramente. Oh, sono
proprio avvilito, esausto, stremato di forze! Per una fatalità di circostanze, ieri sera fui distratto e
divagato da una conversazione che non mi piaceva affatto. Quanto mi fece male, quanto mi
disgustò di tutto! Ma lasciamo andare! Tutto questo non deve avere, per me, alcuna ragione per
tenermi lontano dal livello cui Dio mi vuole. Se altri non fanno il bene, se sono sfiduciati della
vita, della virtù, peggio per loro. Io farò per conto mio. Dio giudicherà me rispetto agli altri, ma
proprio in merito delle mie azioni. Coraggio dunque: sarà quello che Dio vuole. Questa mattina
rifacciamoci con un buon pentimento. Oh sì, perdonatemi, o mio buon Signore, restituitemi tutto
lo splendore della vostra predilezione e Vi prometto di valermene quest’oggi per amarvi sempre
maggiormente.
15 febbraio 1909, ore 4,45.
Da un po’ di tempo mi sono alquanto raffreddato. La mia meditazione del mattino l’ho trascurata
e comprendo proprio che ciò mi fa male. Ho tanto bisogno di stare in regola che, solo per una
linea che io trasgredisca, mi sento subito fuor di posto. Rifacciamoci dunque! Riconosco che la
mia mente è poco adatta alla meditazione. Quante cose vedo belle e buone e pur tuttavia par quasi
che rifugga dal meditarle. Tante volte dico a me stesso: «Guarda, dunque, com’è bello,
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necessario, imprescindibile per te l’esser buono!». Ed io guardo un istante, un attimo e poi fuggo
come una farfalla in cerca di fiori. Posiamoci un po’, dunque, e rimettiamoci a posto. Oggi, cara
anima mia, farai un passo avanti. Innanzi tutto diventa nella calma un po’ più padrona di te stessa.
Imponiti di far bene tutto e di indirizzare tutto a Dio.
Indirizza a Dio i tuoi pensieri, cercando di ricordarti spesso di Lui. Indirizza il tuo cuore,
riportando a Lui tutto il fervore dei tuoi affetti: qualunque sia la causa immediata che te li
produce. Indirizza a Dio le tue opere di parole e di mano, offrendogliele in antecedenza fin da
quest’ora. «Dio in tutto»: ecco la tua formula!
Sia il pensiero di Dio che ti conforti, col ricordarti che hai lassù un Babbo, che non muore mai,
che ti vede sempre, che è ricco, che ti darà un’eredità la quale sorpasserà mille volte i capitali del
mondo. Sia l’affetto di Dio a riempirti di gioia col pensiero che tutta la bellezza, l’amore, il
fascino delle creature stanno in Lui come una goccia nel mare. Ah, povera anima mia, tanto
sitibonda e fremente di amore, un giorno, non ora, sarai saziata in abbondanza! Dio sarà la tua
mercede, grande all’infinito. Egli riempie il tuo cuore di tutte le gioie ineffabili, di tutti i sogni più
cari dell’amore. Anche tu amerai un giorno, perché sei fatta per amare; anche tu un giorno
gusterai l’ebbrezza infinita, che produce l’appagamento del cuore. Oh, venga presto quel giorno
così bello, così divino! Affrettiamolo dunque! Se oggi sarò buono, estremamente buono, sarà un
gran volo che farò verso questo mio felice destino: e un tratto immenso di distanza sarà tolto fra
me e Dio. O Maria, mamma, datemi questa fortuna!
16 febbraio 1909, ore 4,45.
Quante buone riflessioni il Signore mi manda! Come dovrei esser santo, se io le assecondassi!
Ma, purtroppo, sono duro da piegarmi. Come mi è andata ieri? Quasi direi: «Non c’è male». Però
una cosa mi affligge: mi distraggo tanto che perdo quasi totalmente il pensiero di Dio e vivo solo
preoccupato delle mie faccende, escludendone affatto il rapporto soprannaturale. Riconosco che
questo mi illanguidisce assai e mi indispone in una maniera fenomenale. Sono un operaio del
Signore e non devo pensare mai al mio padrone? Sono un suo figlio prediletto e non devo
riconoscerlo spesso questo tratto di infinita bontà sua?
Se ben mi ricordo, devo aver promesso in questo mese di essere in particolar modo umile. Come
l’ho tenuto a mente? Come l’ho mantenuto? Assai scarsamente. Mi par di essere né più né meno
quello di prima. E allora, che cosa acquisto nella bontà? Nulla! Oggi voglio esser un po’ più
attento.
O benedetto “voglio”, come sei meschino, come dimostri di qual debole forza è l’anima mia!
Dopo tanti che ne ho pronunciati ed offerti al Signore, non dovrei ora aver raggiunto il culmine
della perfezione? E invece non sono ancora al principio. E dire che il tempo, la gioventù, il
fervore passano vorticosamente. Chi sa il demonio con quanto desiderio attenderà che mi vengano
meno queste doti naturali di spirito, per potermi rendere uno strumento di nessuna paura. Egli
forse dirà: «Aspetta che ti sia passato quel bollore di cervello e di sangue e vedrai che tutto il
fervore ti sfumerà». Certamente, se ora non mi sarò assodato per bene, quando mi farò vecchio
diventerò come tanti altri che non mi piacciono per nulla.
O mio Dio, non permettete mai che la mia anima diventi vecchia, anzi ringiovanitela sempre più,
datele sempre più salute, vigore ed energia! Ma questo è proprio quello che devo fare io al
presente. Tutto converge a rendermi così disposto in avvenire. Approfittiamo, dunque, dei doni di
natura e di grazia e doniamo al Signore tutto il fiore dei miei vent’anni. Sì, o Signore, venga a Voi
tutto l’essere mio e rimanga con Voi sempre, e non viva, non combatta, non trionfi che per Voi.
Maria, mi comprendi, non è vero?
17 febbraio 1909, ore 3,45.
Ho bisogno di rinsaldare un po’ lo spirito mio questa mattina per aiutarlo a salire sempre più
nell’ardua via del bene. Ieri fui abbastanza contento ma per una cosa che non avevo prima
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avvertita: continuai a fare perfettamente il mio dovere di preghiera, nonostante la nausea, l’aridità
che sentivo. Ne fui tanto contento e ne ebbi come una rivelazione. Vinta la prima ripugnanza, il
dovere diventa dolce quando lo si compie generosamente, nonostante tutto. Se si supera questo
ostacolo, cadono molte delle difficoltà che s’incontrano nel divenir buoni. Le aridità, gli sconforti,
le perdite di posizione credo dipendano proprio da questo fatto: che noi, allorchè ci sentiamo un
po’ meno fervorosi, ci lasciamo andare e perdiamo così un vantaggio enorme. Se invece
sapessimo dire risolutamente a noi stessi: «Andiamo avanti ugualmente, nonostante la nebbia, il
disgusto», ci sentiremmo trasportati come dalla rapidità di un volo e guadagneremmo in pochi
istanti un buon tratto di strada. Così è della preghiera e così di qualunque altro dovere. Teniamo,
fermi e duri, la nostra risoluzione: non abbandoniamo mai quel lembo di veste di Dio che teniamo
in mano e saremo sicuri di progredir sempre felicemente.
Hai inteso, anima mia? Dovresti saperlo già, imperocché lo predichi in tante maniere agli altri; ma
sei brava solo per gli altri, tu, invece, dormi saporitamente, vergognosamente. È vero, è vero!
Bisogna scuotersi, bisogna animarsi! Forze della mia giovinezza, fervore dei miei vent’anni,
entusiasmi del cuor mio, ricchezze tutte che mi foste donate da Dio, risvegliatevi, datemi forza,
soccorretemi! È ora che mi metta sul serio sulla via buona, imperocché sento che Dio mi chiama e
la vita mi fugge. Mi par quasi di avere il presentimento di morir presto. Che rammarico grande
sarebbe per me, se dovessi giungere alla sera della vita con le mani vuote! O Dio, non
permettetemi tanta sciagura! Eccomi pronto! Questa mattina sono tutto per Voi, mi dono a Voi,
mi consacro a Voi mediante la promessa di compiere tutto e perfettamente il mio dovere, anche
quando la nausea me lo renderà ripugnante. Maria, mamma, sapete che sono quello che sono e,
quindi, accompagnatemi con la vostra affezione materna.
18 febbraio 1909, ore 4,45.
Sei contento di ieri? In parte. Ebbi una mortificazione che mi fece piuttosto male; mi eccitò un
disturbo di agitazione interna che mi avvelenò tutta la pace procuratami durante la giornata. Se
non lo dissi allora, lo pronunzio adesso il mio atto di piena rassegnazione per ciò che riguarda la
sofferenza mia, ma nello stesso tempo mando a Dio tutto il fervore della mia preghiera, per
rimediare al fatto che mi ha prodotto il soffrire. Sì, o Signore, ho diritto che le anime, che Voi mi
avete affidato, siano buone, siano vostre, siano tutte ripiene di quella santità che richiede il loro
stato. Non posso rassegnarmi a che siano diversamente, io ho l’incarico di non riposarle mai, ma
di spingerle avanti a qualunque costo. O Signore, come soffro, in certi momenti, nella
constatazione del contrario, allorchè vedo che le mie povere parole cadono invano. Terrete conto
anche del mio soffrire, non è vero, o Signore, per concedere a loro sempre più grazia? Ah sì, lo
voglio! È l’unica cosa nella quale mi affermo davanti a Voi con volontà decisa e risoluta.
Perdonatemi: se Vi dico questo, è perchè sono certo di essere conforme alla vostra volontà.
Ma, sono proprio degno di questa grazia? Do io alle mie anime tutta quella protezione di bontà
che immette in loro, anche non volendo, lo spirito del Signore? Sono io abbastanza in
corrispondenza intima con Dio da meritare tutto il suo favore per me e più per gli altri? È vero,
forse non penso mai che essendo buono è una grazia già di per se stessa che ottengo alle mie
anime; non essendolo è un danno di cui sono causa a loro. Oh, quale tremenda verità! Non essere,
dunque, egoista! Spenditi per loro in maniera che tu possa donare ad esse tutto quello che possiedi
di mente, di cuore e di volontà. Sì, sì, lo comprendo, lo devo, lo voglio fare! Accettatemi anche
ora, mio caro Signore. Sono pentito e detesto tutta la mia trascuratezza e viltà passata e Ve ne
domando perdono.
Donatemi, o Signore, quel bacio soave che Vi domando sempre: bacio di amore e di perdono che
mi purifichi e mi santifichi con lo splendore della grazia vostra. Grazie, o Signore, ed io Vi rendo
il bacio mio con tutta l’effusione della mia anima innamorata di Voi. O Dio, Dio padre, mio
tesoro infinito, vengano a Voi tutta la lode, l’adorazione, l’omaggio di quest’anima, che Voi avete
creato, che avete redento, che avete vinto con tutte le finezze dell’amor vostro.
151
20 febbraio 1909, ore 5,15.
Guai! Se non mi sostengo con tutte le forze dell’anima, sento proprio che mi illanguidisco giorno
per giorno e mi vado così perdendo nella tiepidezza e forse anche nella rilassatezza. Quanto mi
disgusta un simile riscontro! Anche questa mattina sono stato pigro, avrei potuto alzarmi assai più
presto e sbrigare le mie faccende, e invece mi sono lasciato vincere dal torpore a tutto mio danno.
Quale umiliazione il riscontrare di avere un’anima così fiacca e così debole!
Signore mio, abbondate nella vostra misericordia e liberatemi da questa morbosa infingardaggine
che mi snerva, mi rovina. Di che cosa sono capace io al mondo? Sono piccolo, in tutto: nella
scienza, nella bontà, nello spirito, nel carattere e fino nella statura. Che vuoi che se ne faccia il
Signore di me? A dire il vero, non ho altro rifugio che il pensare che Dio si serve appunto delle
cose miserabili per confondere le grandi. Ma si suppone che queste cose miserabili, una volta da
Dio chiamate ad operare il bene, corrispondano perfettamente ai desideri suoi e si rendano
strumenti docili nelle sue mani. Di me si può dire altrettanto? Temo di no. Non sarebbe ora che
mi disponessi in perfetta conformità ai voleri di Dio, che fossi un po’ più diligente alla sua
chiamata, un po’ più pronto nei miei doveri? Lo prometto cento volte al giorno e mai mi decido a
mantenerlo. Oggi ritornerò alla carica. Cercherò di essere il più possibile puntuale, altrimenti mi
accorgo che così perdo il tempo e forse anche la grazia della predilezione di Dio.
O Madonna mia santa, rifugio dei miseri e dei deboli, ho diritto io pure di venire a Voi.
Accoglietemi e guaritemi! Infondete nell’anima mia quell’energia che le manca, quello spirito che
la fugge, quella volontà risoluta e forte che purtroppo riconosce di non avere. In questo modo,
andando avanti, non posso che morire. O Maria, mia buona mamma, Voi sapete se io desidero di
farmi secondo il cuore di Dio, ma è un desiderio che manca di efficacia, perché la volontà è pigra,
è senza forza. Sostenetemi, dunque, e fate conoscere la potenza del vostro amore materno a mio
riguardo, compiendo l’opera che Voi avete cominciato in me, ossia di rendermi completamente
buono. Oggi mi terrò a mente che, per amor vostro, devo essere puntuale nei miei doveri,
fervoroso nelle mie preghiere, dolce, buono, caritatevole nelle mie parole e nei miei modi.
22 febbraio 1909, ore 5,15.
I miei rapporti con Dio sono quasi sempre accompagnati da un sentimento di apatia che disgusta
fin me stesso. Quando prego, difficilmente ottengo che la mia mente non divaghi in mille
pensieri. La meditazione: anche questa – che dovrebbe essere un’elaborazione di pensiero,
obbligato a certe verità – pure non ha tutta la mia mente intera. Anche quando medito, il mio
pensiero si doppia e mentre, formato il brano di una idea, io scrivo, la mia mente prende il
momento per scappar dove la porta la sua inqualificabile volubilità. Sono così disgustato con me
stesso che proprio non so più che cosa farmi, a chi rivolgermi. Che cosa mi è necessario per
rialzarmi un po’? La costanza di volontà: bisogna volere, voler fortemente e voler sempre. La
riflessione posata della mente: che bella cosa per avanzare rapidamente nel bene! Io sono invece
sempre quello: conosco il bene da fare e lascio trascorrere il tempo senza risolvermi mai.
Ma bisogna riuscire a meditare. Ricordo ancora quel mio bravo professore, p. Giovanni Bosio, il
quale insisteva tanto col dire: «Figliuoli, se volete divenir qualche cosa, fatevi uomini di
meditazione. Meditate, meditate! Questo è il segreto per saper fare grandi cose». E riconosco che
aveva ragione. Perché, dunque, non ci metto tutto il proposito? Perché non mi dico risolutamente:
“Voglio!”? É necessario mettere un po’ di regola e un po’ di orario in me, ed è indispensabile
ancora di non venir meno a quest’orario. Ma sì, mettiamoci pure in regola: meditazione, Uffizio,
Messa, occupazioni, lettura spirituale, Rosario, visita, esame di coscienza, preghiere101, tutto sia
messo bene a posto ed eseguito così bene che il Signore se ne senta soddisfatto. Cominciamo dal
meditar bene e riusciremo a far bene anche il resto.
Anima mia, non lo senti, non la vedi questa strada che Dio ti apre? Coraggio dunque, ed una
buona volta diciamo sul serio. Come puoi trovarti bene, se stai col piede fra due staffe? Come
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vuoi aver pace e ispirazioni di bene, se ti conviene lottar sempre, essere in disgusto con te stessa,
affliggerti, perderti d’animo, avvilirti? Non sia più così. Oggi, mettiti un po’ in regola. Non è vero
che è una bella cosa? Fino a questa sera vogliamo poter dire che abbiamo agito con un po’ di
serietà con Dio, ossia vogliamo mantenere quello che abbiamo promesso. Dio, la Madonna,
l’Angelo Custode, i Santi ci aiutino.
24 febbraio 1909, ore 17,30.
Primo giorno di quaresima. È oggi una giornata estremamente triste. Mamma è ammalata, il
tempo è annuvolato e nevica silenziosamente. Non ho voglia di far nulla, di pensar nulla. Nessun
amico batte alla mia porta, niun’anima che mi sorrida in questo momento: ghiaccio di abbandono.
Mi trovo solo coi miei pensieri, con le mie tristezze. O Dio, venite a riempire il vuoto che si
forma intorno a me. Angeli del paradiso, che vivete in una festa eterna, fate piovere nell’animo
mio una goccia impercettibile della gioia vostra! Quando sarà mai quel giorno nel quale io pure
farò parte della felicità vostra? Solo la morte può condurmi a questo porto di beatitudine. La
morte! Hai mai pensato che cosa vuol dir morire? Anche per me verrà quell’ora spaventosa nella
quale il corpo, la salute, la vita saranno in sfacelo e vedrò tutto venir meno intorno a me.
La morte di un prete... Una vecchia serva starà ai fianchi del tuo letto, invocando tutti i santi,
perché le diano pazienza a sopportare tanto suo sacrificio e a liberar te e lei da una posizione tanto
scomoda. Qualche parente verrà pure a trovarti, mandato o forse costretto, da quelli di casa sua
per non parer scortese. Oh, i parenti, che si fanno vivi solo in punto di morte! Quei parenti, che
venendo nella tua camera, guarderanno, forse distrattamente, i beni di Dio, che ti circondano, e ne
faranno un calcolo fuggitivo di desiderio e di consolazione per il prossimo lieto avvenimento
dell'eredità. E si sforzeranno di avere un’aria compunta, simuleranno un fremito di pianto nella
voce e ti diranno: «Coraggio, speriamo di guarire!». Mentre in cuor loro si diranno: «Coraggio,
ancora un po’ e tutta questa roba sarà tua!». Quali tristi pensieri mi girano per la mente! Che
importa questo col dovere che ho di spendere bene la vita? O Dio, giovinezza mia, vita eterna del
mio essere, assorbitemi tutto in questo momento così disgustoso, cosicché io perda la coscienza
della triste realtà di quaggiù nel pensiero delle cose liete che mi aspettano al di là della vita! O
paradiso o paradiso, vieni presto a me! Giorno lieto e felice, che segnerai la data del mio ingresso
trionfale, sii benedetto, mille volte! Vieni presto, avvicinati ancor più tanto! Tocca a me togliere
la distanza che da esso mi separa. La mia bontà dolce e paziente mi darà quest’immenso
vantaggio.
25 febbraio 1909, ore 5,30.
Porto a Voi, o Signore, l’anima mia perché le insegnate la sapienza, mettiate nel suo cuore un po’
di rettitudine e di affetto. Non è per complimento che io posso dire di esser nulla, lo sono davvero
in realtà. Se non vengo da Voi, se non istillate Voi un po’ di bene in me, io sono veramente
fallito. Ed io Vi evito, Vi fuggo. Quando prego, sono davanti a Voi come un dormiente. Sono rari
i momenti in cui apro gli occhi e dico: «Oh siete qui, o Signore!». Quanta pazienza avrete per le
mie preghiere, o Signore! Quanto vi converrà dire: «Aspettiamo che apra il suo cuore che è
sempre chiuso». Ed io predico agli altri e sono un apostolo di verità per gli altri. Gran Dio, quale
strana ironia di cose! A paragone di quel che dico, io dovrei essere un serafino di ardore, un
angelo di bontà. E invece non sono neppure un uomo, sono un marmo. Con tutte le forze detesto
questo obbrobrio di me stesso e invoco dalla misericordia del Signore la sua compassione, il suo
perdono. Oggi, oggi, quanto tempo prezioso donatomi dalla bontà di Dio che un giorno cercherò e
rimpiangerò invano! Oggi voglio stare con quattr’occhi e risolutamente voglio agir bene, sempre
bene, proprio come predico agli altri. Voglio essere pronto alla voce del dovere, essere puntuale,
estremamente puntuale in tutto. Le mie preghiere, voglio che siano preghiere e non perditempo.
Lo studio sia accurato e diligente per quanto lo comporta il tempo che vi devo spendere.
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Vedremo se almeno per una giornata posso far valere il “voglio” forte e risoluto della mia
volontà. A qualunque costo bisogna riuscirvi, altrimenti bisogna dire che in me non ci sia neppure
la possibilità di diventar buono, se la macchina che deve produrre questo effetto, ossia la volontà,
è una macchina sforzata, esaurita, senza vita. O mamma santa, cara Madonna mia, guardami Tu
dal cielo, soccorrimi, prestami sempre nuova forza affinché i propositi che faccio non siano sole
parole. Datemi grazia, benedizione, amore che correggano tutto l’essere mio, che lo incamminino
verso quella strada per la quale devo attirare tante anime a gloria del Signore. Solo così io potrò
spendere la vita come si deve.
14 marzo 1909, ore 17.
Dio mio, sono tanti giorni che non Vi ho parlato in intimità, che non Vi ho offerto la mia anima,
che non ho ascoltato la vostra parola dolce, soave, amorosa. Sento quanto male ne risulta
all’anima mia. Mi sono affievolito nella bontà, le mie preghiere sono apatiche, il mio pensiero è
morto. Mi sembro un estraneo e, forse, lo sono in parte.
Anima mia, spiegami un po’ questo mistero: perché mentre sei luce e fuoco per gli altri, per te
stessa sei tenebre e ghiaccio? Sento che mi rispondi: «Perché non mi tieni sveglia, ma permetti
che un lungo sonno si aggravi su di me tanto da perdere coscienza, previdenza, delicatezza?». Hai
ragione! La colpa è tutta mia, conosco il grande sbaglio di cui mi rendo reo allorchè ti trascuro e ti
dimentico. Povera anima mia! Chi sa quante volte nel sentire le parole che rivolgo illuminate e
fervorose agli altri, tu mi dirai: «E a me nulla, proprio nulla?». Povera anima mia! Vi è tanto di
bello intorno a te, vi è un azzurro pieno di sole che si estende infinito fino a Dio; ti sentiresti di
volare, di lanciarti in quest’orizzonte e non ti ho ancora fornite le ali. Povera anima mia, dover
subire la mortificazione di essere lasciata in disparte, mentre il mio io si occupa di altri per farli
crescere, per farli volare!
Ma così non va bene! Dio, rifugio mio, voglio che più non sia questo inconveniente in me.
Voglio, voglio, voglio portarmi a Voi, raffinare la mia anima, rendermi meno indegno dello
sguardo vostro. Vincerò l’inerzia che mi snerva, l’apatia che mi rende insensibile e vano. No, no
così non è giusto! Dio mi vuol bene, Dio mi ama come un suo tenerissimo figliuolo, perché devo
trattarlo sempre indifferente e sonnolento? Quanta pazienza dovrete usare con me, o buon
Signore! Quanto lunga e costante rassegnazione nel vedermi sempre ad un modo! Ve lo prometto:
«Voglio emendarmi!». Questa sera ridonatemi tutta la freschezza della grazia vostra; concedetemi
tutto il tesoro del vostro amore; rifatemi quello che non sono. Mio buon Dio, babbo caro,
accogliete il ritorno della vostra creatura che riconosce di non aver pace altro che in Voi!
15 marzo 1909, ore 5.
In quest’ora, calma e tranquilla, raccogliamoci un po’ a riflettere su quello che oggi meglio mi
conviene per piacere a Dio. Ho passato tanti giorni senza pensiero, mi sono tanto trascurato; è
necessario che ora ripari sul serio. Quello che più mi impressiona è il fatto che io so dir tanto e lo
devo dire per ministero agli altri e a me stesso dico nulla. Se a qualcuno venisse il pensiero di
chiedermi: «Ma scusi, e lei fa altrettanto?», cosa potrei rispondere? Dovrei dire: «Io sono pigro,
sono inerte, sono un infingardo peggio di te». Quante volte su questa riflessione mi sento umiliato
e confuso; quante volte dico: «Ma il Signore non si stancherà?». Quale sconvenienza!
Mettiamoci, dunque, a dovere!
Oggi, sii calmo e molto risoluto nell’esatto adempimento dei tuoi doveri. Dio ti guarda sempre e
prova consolazione ogni qualvolta ti vede pronto, e prova rammarico, allorchè sei renitente. Non
stimi, dunque, per nulla il Signore? E poi, guarda quale danno nel tuo carattere! Sei sempre così
nervoso, impressionabile, slegato, senza valore. Le tue maniere sono così puerili come se mai ti
fosse passato per la mente di doverti correggere. Il tuo contegno manca di sodezza e, più che
tutto, manca di sincerità. Quante volte devi ritornare su te stesso e dire: «Ecco non dovevo dire e
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comportarmi in questo modo, poiché non era sincero». Sono sgarbato, sono debole, sono timido,
sono soprattutto orgoglioso. E questi difetti quando si correggono?
Le tue preghiere sono assai faticose: il Rosario alla Madonna è detto in fretta e quasi mai è
terminato in regola. Come vuoi che la Madonna ti guardi con predilezione, se l’unica preghiera
che Le rivolgi nella giornata è fatta con tanta grettezza svogliata ed incosciente? Tutto questo
dipende dal non saperti far forza. E la testa come riflette? Poco e male. Non sei ancora riuscito a
formarti un essere di meditazione. E sei frivolo, superficiale nelle tue cose, nella tua scienza.
Forse non ti mancherebbe la capacità, ma ti manca la cultura. Tutte queste cose sono una
conseguenza della tua trascurata tiepidezza. Dio buono, fate che mi risolva con tutta l’energia ad
emendarmi!
16 marzo 1909, ore 5,30.
Ieri mi è andata abbastanza bene, però avrei voluto un po’ più di avvertenza cosciente di me
stesso; avrei voluto essere un po’ più vigilante ed un po’ più energico. Al pomeriggio non spesi
bene il mio tempo, anzi di nulla di decisivo e di importante mi occupai. Oggi spero di rimediare
anche a questo. Per intanto bisogna che mi richiami alla mente quei punti essenziali sui quali devo
lottare con tutta l’anima. Innanzitutto: ordine, regolarità, coscienza nelle mie preghiere.
È il regalo che faccio al Signore, perché non glielo farò per bene? Avrò cura che insieme con me
sia pure la mia matta di casa, ossia la fantasia. Vogliamo pregare proprio insieme e voglio poter
dire al Signore: «Ecco, o Signore, siamo qui tutti e due che Vi preghiamo con tanto fervore».
Voglio evitare di essere sonnolento e noncurante di Dio. Quando si è negligentemente distratti, io
mi figuro di avere il contegno di chi, circondato di amorevolezze insistenti, risponde seccato
pregando che lo lascino dormire. Povero Signore! Quali mortificazioni non riceve dalle sue
creature e quindi anche da me! Quale vergogna per me, che ho tanto bisogno di Lui!
Una cura speciale l’avrò per l’Uffizio. Penserò che questa è la preghiera speciale per le mie
anime. Da essa dipenderà tante volte il lume, perché ho da ricevere le grazie che sono a loro
necessarie per farsi buone. Sono io responsabile presso di loro, imperocché da me si aspettano
tutto il bene possibile. Se io dico bene l’Uffizio, il Signore mi assisterà di più, mi aiuterà di più,
farà in modo che la mia preghiera si converta per le mie anime in una pioggia di benedizioni.
Perché devo privarle di tanto bene? Perché non sento compassione di loro, che soffrono tanto?
Non sarò forse la causa io, con le mie tiepidezze, con le mie negligenze, con tutta la mia inerzia,
se esse non si sentono abbastanza spinte e protette dalla grazia di Dio? Come sono minchione!
Tante volte mi affanno, mi disturbo per non sapere a che mezzo appigliarmi onde ottenere loro il
miglior bene, e trascuro quel mezzo che tutti li supera, che è un mezzo quasi infallibile per
obbligar Dio a discendere in me, a darmi il suo braccio, a concedermi tutta la larghezza della sua
grazia. Oggi, facciamolo dunque: attenzione speciale nel pregar bene.
17 marzo 1909, ore 4,45.
Questa mattina mi sento un po’ svogliato. Ho fatto tanta fatica ad alzarmi, però è necessario che
mi animi altrimenti cado nelle mie solite languidezze. Dio, Signore mio, datemi energia,
acciocchè io valga a camminare anche quando la strada si farà più ripida e le forze mi verranno
meno. Ieri mi è andata discretamente. Avrei voluto essere più ordinato nelle mie cose, più pronto
nei miei doveri. La preghiera fu un po’ più raccolta e sentita, il mio spirito un po’ più calmo. Oh,
se fossi sempre così volonteroso, ma temo presto una ricaduta di sonno.
Quanto mi sono esiziali questi passaggi d’animo inerte: mi avvilisco, mi lascio andare, perdo
tanta strada che potrei fare così comodamente. Spero tutto nel Signore; ora mi sono deciso a far
bene, ad esser sincero e coerente con me stesso.
Quante volte dico alle mie anime: «Bisogna farsi forza, bisogna spingersi avanti anche di fronte
alla nebbia e alla tempesta. Solo Dio può esservi di consolazione, di tesoro. Tenetevi, stringetevi a
Dio e non temete: tutto passerà. Che cosa siete mai al mondo, se non siete buoni? Che bella cosa,
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che tesoro immenso si possiede con l’esser buoni, e quale grandezza, quale privilegio infinito
l’essere gli amici di Dio!».
Orbene, perché queste parole non le rivolgo con tanto più di ragione a me stesso? Ma sicuro: è
tutto bello, è tutto buono, è tutto grande l’essere così per gli altri e quindi anche per me.
Facciamoci, dunque, soprattutto esseri di meditazione. Come si è ben disposti, come si è franchi,
illuminati, fervorosi dopo una buona dose di meditazione! Non è vero, cara anima mia? Quante
volte l’hai provato! Non deve esser questa la consolazione di cui abbisogni? Tutte le altre cose ti
sfuggono, ti vanno a male. Dio è proprio fatto per te, vuol essere il primo, il solo re del tuo cuore.
Fagli posto, inchinati davanti a Lui, stringiti a Lui nell’amplesso più forte e non temere! Dio ti
renderà cento volte il tuo bene. O Signore, questa giornata, dono prezioso della vostra
misericordia infinita, Vi prometto di spenderla tutta nel vostro amore. Aiutatemi, acciocchè vi
riesca e fate che possa vincere la debolezza che tanto mi stringe da tutte le parti. Vorrei, o
Signore, riuscirvi con tutta la buona mia volontà; favoritemi dunque, abbiate compassione di me!
18 marzo 1909, ore 5,30.
Per un fenomeno psicologico abbastanza strano, ora mi sento involontariamente sfinito di forze
morali. Un certo spossamento spirituale mi pervade tanto che mi produce tristezza ed apatia e non
piccola divagazione di mente. Bisogna sapersi vincere, ma in che modo? Con tutta la tranquillità
di animo di cui posso disporre. Guai a trasgredire la minima parte dei miei doveri! Guai a
rilassarmi nel compiere gli obblighi, che ho con Dio, di preghiera, di unione e di amore! No, no,
non devo esser buono perché alla virtù sono unite una certa soddisfazione e consolazione di
cuore, ma solo perché do piacere a Dio.
Oh, il Signore, se davvero Lo amassi con tutte le forze, eccessivamente! Come sarebbe grande la
mia vita, come sarei felice! Avanziamoci, dunque, in questa strada del divino amore! Oggi sarò
buono nonostante qualunque aridità; oggi terrò a mente di rivolgermi a Lui con tutta la confidenza
filiale, chiedendogli aiuto, assistenza e amore. O Dio mio, sì, Vi prometto che lo farò tanto. È un
altro giorno che mi regalate. Non so se arriverò alla fine, ma ad ogni modo, anche un minuto solo
è un tesoro di bene del quale io posso approfittare per fare uno slancio potente verso di Voi. Qual
è la distanza che mi separa dal paradiso? Non me la mostrate.
Però questo è certo: ogni minimo atto di bontà, che io compio, è un grande tratto di distanza che
io supero, è una buona lunghezza di tempo che io diminuisco. Se vi riflettessi seriamente, quanto
mi darei premura di avvantaggiarmi, dal momento che lo posso con tanta facilità! Preghiere ben
dette, atti di carità, di amore verso il prossimo, compiti necessari del mio ministero sacerdotale,
slanci ferventi di amor di Dio, tutto questo è un avanzamento, un avvicinamento della mia anima
verso il suo fine ultimo, il suo centro: il suo paradiso. O Dio, infinitamente buono, datemi tanto
valore di volontà che io possa spingermi con tutte le forze verso questa strada così che vi faccia
passi da gigante!
Questa sera voglio poter dire a me stesso: «Spero che la giornata di oggi mi abbia, di buon tratto,
avvicinato al regno di Dio».
19 marzo 1909, ore 5,15.
Eccomi davanti a Voi, Signore buono infinito, io povera vostra creatura. Che cosa c’è in me che
possa piacervi? Non so trovarlo. Che cosa mi fate Voi? Non sono degno mai di ringraziarvi
abbastanza. Voi siete il mio tutto: se non avessi Voi, a quest’ora, credo, non avrei neppure la vita,
perché me la sarei tolta.
O buon Dio, quanto bene avete operato in me! Se guardo agli anni miei d’infanzia e poi vengo
fino all’ora presente, trovo tutta una corona infinita di doni che stanno a dimostrarmi che mi avete
sempre amato con una predilezione infinita. O Dio mio, perché non devo corrispondervi io
altrettanto, perché il mio cuore, che si mostra sensibile ad un solo accenno di bontà usato a mio
riguardo, non si sente commosso nel ripensare al torrente di amore infinito che mi viene da Voi?
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Quanta pazienza non mi avete usato, quanta costanza nel chiamarmi, nell’offrirmi la vostra
grazia! Ed io invece ero l’esponente più alto dell’ingratitudine e della perfidia. O Dio mio, avete
ben meritato che io mi leghi a Voi, che mi consacri tutto a Voi, che Vi doni tutto il fiore della mia
vita! E sono tanto contento di averlo fatto nonostante la lotta che si agita ancora tumultuosamente
nell’interno mio. Ah, quanto vorrei ricompensarvi, vendicarvi, o Signore, in me stesso della
freddezza passata, di tutto il tempo che ho trascorso senza amarvi! Ora lo posso fare tanto.
Ieri fui un po’ sregolato nello spendere bene il mio tempo, il che mi produsse disturbo e
freddezza. Oggi devo comportarmi assai meglio su tale riguardo. Vi amerò con tutte le forze, con
tutti i mezzi, con tutti quegli atti che so vengono da Voi come un profumo di carezza e di amore.
O Dio mio, se la mia anima è davvero sincera in questo momento, accoglietela con tutto il suo
desiderio, anzi con il proposito risoluto di darsi tutta a Voi. Non vi è bisogno di dirlo, lo sapete di
già quanto io bramo di farlo. Questa sera voglio potervi dire: «Spero oggi sarete stato contento di
me». Maria Santissima, cara mamma del mio cuore, parlatemi dolcemente all’orecchio in tutti
quei momenti in cui vedete che posso dimenticarmi del mio proposito. Scuotetemi, animatemi,
ispiratemi quei sentimenti migliori che, rendendomi forte e vigoroso, mi trasportino a Dio con
tutta la tenerezza più viva della mia anima. A Voi pure verrà il mio ringraziamento stasera.
20 marzo 1909, ore 5,15.
Essere gli amici di Dio, i suoi prediletti, quale consolazione, quale grande fortuna! Chi è mai Dio?
Tutto quello che si può concepire di bello, di buono, di grazioso, di grande non è che una piccola
immagine. Quante cose non ci sorridono all’intorno, nella natura, nelle creature, nell’arte! Tutto
ciò che può formare l’incanto di un’aurora, di un campo fiorito a primavera, di un cielo senza
macchia, seduce l’anima, la trascina ad ammirare il Bello, o meglio, Dio intravisto di sfuggita.
Quante creature non hanno in sé tutta la divinità dell’innocenza, della grazia, della bontà!
L’anima mia di fronte a queste creature si sente trasportata naturalmente in alto, si sente costretta
a dire: «O Signore, quanto sarete caro Voi, se lo sono tanto queste creature vostre!». La mia
meditazione su Dio si forma quasi sempre prendendo la via dalle creature e, per queste, risalendo
fino a Lui. Dunque se Egli è quella gran cosa, quell’ideale sublime di bellezza, di grandezza, di
bontà infinità, quale ricchezza il possederlo, quale fortuna il poter dire: «Egli è mio, Egli mi ama,
un giorno Lo vedrò, Lo stringerò fra le mie braccia, Lo amerò con tutta la follia con la quale si
può amare l’essenza di ogni cosa più bella. A che dunque affliggersi tanto al mondo, se abbiamo
Dio; perché temere in questo viaggio così disastroso se la fine di esso è così trionfale?».
Ricordo una signora la quale con tanta verità mi diceva: «Quando avevo mio marito, mi pareva di
possedere tutto il mondo. Per quanto mi affliggessero pene, mi tormentassero trepidazioni, egli
era il rifugio che mi tranquillizzava perfettamente. E quante volte ho detto: «Questa cosa va male;
ma che importa! Non vi è il mio P.? Non so come fare, mi consiglierà il mio P.! Sono sola, sono
triste, sono abbandonata; ma quando verrà il mio P...! Come ero felice sotto l’ala di quell’angelo!
Come vivevo protetta e tranquilla!».
Che cosa è mai una debole creatura di fronte a Dio? Egli è un rifugio sicuro, infallibile. Perché
non dovremo ricoverarci sotto le sue ali nella stessa maniera di quella signora? Quando le cose ci
vanno male, dobbiamo dire: «Ma ho il Signore!». Quando temiamo, trepidiamo: «Ma il Signore
mi consiglierà, mi difenderà!». Dappertutto dovremmo dire: «Ma c’è il Signore!». A riflettervi
bene questa dovrebbe essere la nostra parola d’ordine, il nostro richiamo, il nostro conforto. O
Maria, fate che io possa sentire e comportarmi così con Dio!
22 marzo 1909, ore 5,30.
Povera anima mia! Io credo che in questo momento tu sia fatta a brandelli. Signore, questa croce
è terribile e, a dirvi il vero, non la vorrei. Perché tanta lotta intorno a me? Perché non devo essere
risparmiato neppure quando riposo? Oh, Dio! Il gemito dell’anima mia venga fino a Voi
supplichevole, implorante. Sono tanto languido e miserabile; perché il vento deve imperversare
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sopra questa canna già vicina a spezzarsi? Non so più da che parte risolvermi. Mi pare di pregare,
di essere nella volontà più che decisa al bene e, ciononostante, mi trovo sempre allo stesso
risultato. Che devo fare? Ditemelo, o Signore, ché senz’altro sono disposto a tutto. Maria
Santissima, cara mamma mia, perché non allungate la vostra mano fino all’abisso della mia
nullità e non mi soccorrete? Sto male, tanto male! In quest’istante il mio cuore naufraga in un
mare di nebbie e di disgusti senza nome. Sarei tentato di abbandonarmi a questo stato di pena e
lasciar tutto. Ma non è questa la volontà vostra, o Signore. Io devo farmi forza, continuare nella
strada con animo imperturbabile come se nulla fosse. E lo farò, implorando ad ogni passo la
vostra infinita misericordia. Signore, mi volete bene, non è vero? Mi amate ancora come prima?
O mio Dio, sento che non posso fare a meno di Voi! Dove potrei voltarmi, se tutto è vuoto intorno
a me, tutto è chiuso, inesorabilmente chiuso? A questo mondo non avrò altro bene all’infuori di
quello di riposarmi in Dio. Ho compreso che qualunque cosa più bella, più promettente non potrà
soddisfarmi mai. Sul momento potrebbe illudermi, affascinarmi, rendermi felice non già.
È quindi inutile neppure pensarvi. Bisogna farsi forza a proseguire nonostante i mille ostacoli
nella difficile via del dovere, nella strada che mena infallibilmente alla mia pace, al mio riposo
oltre la vita. Dio infinito, Vi prometto di non desistere mai da questo proposito che, con tutta
l’anima, Vi rinnovo. Sorreggetemi sempre con la vostra destra; infondetemi nuova forza; siate
largo del vostro compatimento. Farò del mio meglio per ubbidirvi sempre. Mamma mia Maria,
ricordatevi che spero tanto in Voi! Datemi la carezza del vostro amore che mi faccia luce e
coraggio nella strada tanto ripiena di difficoltà!
23 marzo 1909, ore 5,15.
Signore buono infinitamente, accoglietemi alla presenza vostra, illuminatemi, formatemi secondo
il cuor vostro! Sento tanto il bisogno di Voi, poiché, senza, mi trovo pienamente disfatto.
Perdonatemi le mie debolezze, compatitemi generosamente; coprite, con l’immensa grandezza
vostra, la piccolezza mia. Ieri sono stato un po’ apatico, freddo, negligente. Quando, dunque, mi
correggerò? Nella mia anima vi è un mistero profondo di volgare indolenza. Al momento mi
lascio sedurre dal dolce far nulla e così il tempo prezioso, che Dio mi concede, io lo perdo.
L’anima se ne risente, la coscienza grida, ma io sono duro e testardo come un mulo. E dire che ho
parole tanto ripiene di lume e di energia per gli altri! Perché mi succede di essere così vile sul
riguardo mio? È davvero una cosa vergognosa!
Su dunque, anima mia, oggi bisogna portarsi meglio! Mettiti quieta e tranquilla qui, ai piedi di
Dio, offri tutto quello che farai e domanda la grazia del suo aiuto per saperlo far bene. Quindi,
incomincia subito col tuo Uffizio. Sapessi quante grazie dipendono dalla recita devota del tuo
Uffizio! Quante povere anime aspettano da te questo regalo! La tua parola è sempre limitata,
insufficiente senza la preghiera, che ti procura l’aiuto del Signore. Perché, dunque, non doni a
queste anime un aiuto potente di Dio per mezzo della tua preghiera, fatta con tutte le migliori
intenzioni, con tutte le forze del cuore?
Poi la tua Messa. Oh, la Messa! Abbile tutta quella venerazione che si merita! Sapessi che dono ti
fa il Signore nel concederti di celebrare ogni mattina! E tu, povera anima mia, comprendi poco!
Vai all’altare come andresti ad un passatempo, ad un’occupazione qualunque. Un giorno ti sarà
chiesto uno stretto conto di tutto il bene che potevi fare e che non hai fatto con i tanti mezzi che
Dio ha messo alla tua portata!
Dopo la Messa verranno gli altri tuoi doveri. È forse impossibile compierli bene? Vedi già quanto
stai male, allorchè la coscienza ti rimorde di negligenza, di svogliatezza, di mancanza. Non pensi
che servi Dio? Vorresti forse essere un servo pigro e negligente? Con tutti buono fuori che con
Dio? Tu, ministro suo, suo sacerdote? O Dio, perdono! Mi rifugio nel seno della vostra
misericordia: voglio esser buono, voglio riparare a tutta la mia miseria.
24 marzo 1909, ore 4,45.
158
Per bontà di Dio, anche questa mattina mi trovo qui raccolto a riflettere sull’anima mia onde
renderla migliore. Quanto vorrei farlo con efficacia e fervore, ma sono debole senza misura e
devo rassegnarmi a non poter far tutto quello che vorrei. La giornata di ieri mi è passata
abbastanza bene, però ho avuto i miei soliti momenti di inerzia fastidiosa. Come sento rimorso,
allorchè sciupo il tempo che è un dono così prezioso di Dio! Ma perché, dunque, me lo permetto?
Oggi voglio davvero ingegnarmi ad ottenere qualcosa di meglio. Se bramo che il Signore mi ami
sempre più, è necessario che mi dia premura di piacergli in maniera sempre più crescente.
Ma è poi tanto difficile? Non mi pare. Se oggi faccio tutte le mie cose per bene, se sto attento a
pregare con attenzione sincera, se mi presto con benignità assoluta, con maniere affabili, con
sobrietà di atti, con tutto quello di buono di cui posso disporre, ecco che rendo al Signore una
cosa infinitamente gradita di cui Egli si compiacerà rendendomi, per ricompensa, una
corrispondenza più viva di amore. Che bella cosa esser buoni! È la sola ricchezza grande, vera,
permanente che tutti, indistintamente, possiamo avere in questo mondo. La bontà ci copre come
una corazza per difenderci dall’acutezza del dolore; la bontà è un balsamo di consolazione che
goccia a stille sull’anima per renderle la vita sopportabile. Chi è buono è grande, è amabile, è una
fortuna per tutti. La bontà, come la bellezza, la potenza e l’ingegno, rispecchia in noi un attributo
di Dio e forse il migliore. La bontà piace dappertutto e attrae senza distinzione. Non è così della
bellezza, della potenza e dell’ingegno, le quali cose, quando sono disgiunte da questa dote di
bontà, più che sedurre, ripugnano maggiormente. E dire che, mentre se non li ha per natura,
nessuno può avere la bellezza, la grandezza, l’ingegno, invece la bontà è patrimonio di tutti: basta
volere. La bontà ci rende sempre giovani, ci rende la speranza della vita come un’eterna
primavera che non tramonta mai. Più si va avanti negli anni e più ci si avvicina a quel supremo
ideale di felicità e di bellezza che concreta tutto ciò che può desiderarsi di bene nella vita. Perché,
dunque, non farsi buoni? Perché non divenirlo io che rappresento, come sacerdote, la bontà stessa
di Dio?
26 marzo 1909, ore 5,30.
Povera anima mia, come sei triste! Una nebbia densissima ti involge e ti toglie di vedere in quali
rapporti ti trovi col Signore. Quanti desideri, quante risoluzioni, quanti sforzi di bene e poi devi
riconoscerti quasi sempre la stessa! Pare che un inciampo insormontabile t’impedisca di andare
più avanti.
Ieri è andata così così. Fino a un certo punto, come il solito, mi comporto bene e poi mi
abbandono all’inerzia di spirito e mi lascio andare. Quante cose non so dire agli altri in proposito
ed a me non so dir nulla! Dio santo, infinitamente buono, aiutatemi dunque, acciocchè valga a
camminare più speditamente onde accostarmi a Voi. Credo che il male mio consista proprio nel
non sapermi vincere in certe piccole inezie. Perché, per esempio, allorchè la coscienza mi rimorde
di sciupare il tempo, non mi metto subito di proposito a calmarla accingendomi senz’altro al
lavoro? Il mio più grande deficit credo sia questo. Il resto mi va abbastanza discretamente. Non
sono ancora riuscito a farmi padrone della mia tranquilla e sincera manifestazione dell’anima,
però mi sembra di non essere ostacolato da questi rimorsi parziali che, più che rendermi
colpevole, mi rendono incapace di diventar migliore.
Solleviamoci, dunque, una buona volta! Da quanto tempo il Signore batte all’anima mia ed io
rispondo, sonnolente e seccato, per ritornar di nuovo a dormire. E se il Signore si stancasse? Se
Egli passasse oltre in cerca di chi meglio sappia corrispondergli? Quale disgrazia!
No no, Dio mio, rimanete! Vi prometto di essere un galantuomo, di mostrarvi tutta la mia
corrispondente riconoscenza. Non mi punite come mi merito, sollevatemi invece con tutta la forza
onnipotente del vostro amore. Oh, che gran bella cosa il bene che ci volete! Io m’immagino che
Dio discenda fino all’abisso della mia nullità per posare,sull’anima mia, il bacio della sua divina
tenerezza. Questo amplesso di Dio è più che un bacio di sole che mi purifica , che fa rifiorire in
me tutto l’incanto della sua bellezza.
159
Oh grazie, o Signore, grazie senza fine! Che cosa sarei mai senza di Voi? E che cosa non mi avete
fatto con la vostra generosa misericordia? È più che doveroso che io doni tutto me stesso a Voi,
perché Vi appartengo sotto ogni riguardo.
27 marzo 1909, ore 5,15.
Io penso sempre ai miei dolori e non penso a quelli degli altri. Quanti ve ne sono che soffrono
delle pene indicibili, al cui confronto le mie non sono che dolcezze invidiabili! E ne conosco
tante! Tra le altre, vi è una povera anima perseguitata dalla sventura in tutte le maniere. Poveretta,
è tanto buona e tanto disgraziata! Non una dolcezza, non un po’ di riposo all’infuori di quello che
Dio le procura con il dono dei suoi sacramenti. Si può dire, con verità, che la vita le frutta soltanto
triboli e spine, che il mondo è per lei una gran valle di lacrime. E quest’anima Dio l’ha affidata a
me, affinché la consoli nel mostrarle la via che la condurrà al riposo, alla felicità. Viene
quest’anima da me, mi cerca, mi brama e confessa di essermi riconoscente di tanto conforto, di
tanto aiuto che riceve. Poveretta, quanto volentieri spenderei la mia vita nell’oscurità e
nell’amarezza pur di poterti asciugare tante lacrime, pur di salvarti da questa lotta infernale che è
la vita! E vi riuscirò certo, perché Dio è con noi! Dio, il quale supplirà a tutta la mia insufficienza,
sosterrà la mia debolezza, colmerà le mie mancanze per inerzia e negligenza.
Lo farà il Signore perché spero in Lui e solo per Lui io ho accettato e mantengo l’incarico di
guidare le anime secondo le mie deboli forze. Quale missione divina mi ha affidato il Signore,
quale nobile incarico! Non è forse meglio l’aver rinunziato per se stessi a qualunque gioia della
vita, pur di essere il conforto, il sostegno di chi si trova agli ultimi gradi della sofferenza umana?
Per quanto sia sublime questa missione, pur tuttavia io non l’avrei mai abbracciata se Dio non mi
avesse a viva forza attirato a sé. Quanto ero egoista, quanto vile per tutto ciò che costituiva il mio
interesse umano! Il Signore ha fatto in maniera che, nonostante questo, io sia salito al monte dei
santi, di coloro che rifulgono di tutto lo splendore di una virtù, portata fino all’eroismo. Ma
mentre altri erano di tanta particolare predilezione degni, io certamente non lo ero, semplicemente
perché mi sono sempre riconosciuto ributtante nella mia miserabile nullità. È di questo che debbo
in ogni istante ringraziare il Signore, mostrarmene riconoscente per tutta la vita. Oggi sarò buono
con quest’intenzione e mi sforzerò di tradurre in pratica tutta la virtù dei miei propositi.
28 marzo 1909, ore 18,30.
È perché ho sete di Voi, o Signore, che sento la necessità di fare in quest’ora la mia meditazione a
costo di sentirmi, diversamente, un grande rimorso di coscienza.
Devo confessare che oggi è stata una giornata di poca soddisfazione spirituale. Già ho cominciato
con un atto di pigrizia, indugiando sotto le lenzuola; sono stato punito vedendomi da Dio
accorciato il lavoro di bene che avrei potuto fare. Quale mortificazione! Certe povere anime sono
partite senza una buona parola. E questo perché? Perché il ministro di Dio ha scelto meglio di
starsene a letto una mezz’oretta di più. Quale vergogna! Perdonami, o Dio infinitamente grande,
coprimi con la tua misericordia senza limiti, compatiscimi, ritornami la bellezza della tua grazia!
Poi sono stato scontento nell’esito della mia piccola predica del Vangelo. Quanta mancanza di
sincerità, quanta timidezza, quanto desiderio di comparire nelle mie parole e, conseguentemente,
quale giusta punizione per parte di Dio!
«Bonum mihi quia humiliasti me»102. Posso dirlo di santa ragione. Intanto io corrispondo assai
scarsamente a quanto potrei fare di bene per il Signore. Non riesco a scuotermi completamente;
vivo di desideri, ma di poche risoluzioni; pronuncio mille “vorrei” e mai un “voglio” deciso. Ieri
mi ha scritto lungamente un’anima che non appartiene alla nostra fede; quante lezioni di
rinsavimento mi ha dato a sua insaputa! Ella, così buona, così ripiena di amor di Dio, mi concede
una stima che è ragionevole e giusta riportata all’altezza del carattere di cui Dio mi ha rivestito,
ma è purtroppo non corrispondente al vero se la considero in rapporto alla mia condotta reale. Dio
santo! Perché mi permettete questa confusione? Avete ragione: è ora che mi decida una buona
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volta! Sento che Voi mi perseguitate addirittura in tutte le maniere. Tutti mi credono buono, tutti
mi pongono sul piedestallo; e quindi una responsabilità sacra che io mi assumo e un dovere che
ho di non ingannare il prossimo. Quindi ricorro a Voi, Signore, rimediatemi presto, perdonatemi
tutto, ridonatemi tutto lo splendore della vostra amicizia; mi sforzerò di esser vostro in tutte le
maniere più perfette che mi sarà possibile. O mio Dio, se non avessi Voi, quanto sarei a quest’ora
esangue: senza vita!
29 marzo 1909, ore 4.
Venite, o Signore, fino a me, prestatemi il vostro aiuto, acciocché possa riflettere un po’ sul modo
di rendermi migliore. Mi trovo in un periodo abbastanza discreto, però mi sembra di non
comportarmi perfettamente come dovrei per non disperderlo. Tante volte mi abbandono alle mie
negligenze, trascuro di essere esatto nei miei doveri e in questo modo inasprisco il mio animo, mi
disgusto e disturbo il sereno della mia buona tranquillità. Avevo tanto promesso di essere pronto e
sollecito nell’alzarmi, ma non ho fatto nulla. Così mi ero proposto di correggermi nell’orgoglio,
nella stima, nella preoccupazione continua di me stesso, di comparire, di farmi importante, di
credermi un qualche cosa; poi me ne dimentico con la massima facilità. E intanto il tempo passa, i
fervori svaniscono e mi avanzo negli anni avendo ancora da rifare quasi tutto da capo.
Quanto pagherei di sapere in qual punto mi trovo davanti a Dio, di conoscere esatto come mi
considera il Signore in seguito al mio rapporto di condotta! Oh, certamente, chi sa quante volte
Egli dirà: «Se tu fossi un po’ più franco e generoso con me quanto saresti più bello, quanto ti
amerei di più!». Ed io l’ho l’ambizione di essere amato di predilezione dal Signore, ma posso dire
che sono io che non voglio questo amore! L’amore di Dio è come un sole immenso, infinito che
piove dall’alto i raggi suoi su tutto l’universo. Le nostre anime possono considerarsi come tante
piccole case che aprono a questo sole porte e finestre. Ben si capisce che hanno maggiormente di
questo sole quelle che, tenendo tutto aperto, bevono senza fine i suoi raggi divini e, invece, non
ne risentono alcun vantaggio quelle che si tengono chiuse e sigillate in una perenne oscurità. La
mia anima, me la figuro, non tiene proprio chiuse perfettamente le sue finestre, ma le apre
debolmente, quasi socchiuse per metà in maniera che il sole penetra assai limitato, scarsamente.
Apri, dunque, tutto! Spalanca tutto, anima mia! Non vedi che sei gelida fino a morire? Chiama il
Sole, mettiti al Sole, immergiti in questo Oceano immenso di vita, se vuoi rinvigorire! O Maria,
mamma cara del cuor mio, venite Voi nella casa mia e, non solo aprite, ma buttate giù le finestre!
30 marzo 1909, ore 5.
Questa mattina ho davvero bisogno di un po’ di forza, perché mi sento estenuato. La lotta è
inesorabile e mi perseguita senza lasciarmi. Quanto mi sento male poi!
Maria Santissima, perché, buona come siete, non mi togliete questo disturbo? Per quanto la mia
volontà vi sia contraria, pur tuttavia, vedete quale rivoluzione mi succede! Io rimango esterrefatto
e mi domando se questo non sia un mistero. E il danno mi pare che sia reale in me; perché mi
affliggo, mi avvilisco, mi sento snervato completamente di forze? Però comprendo che non devo
lasciarmi trasportare da questa debolezza conseguente, ma rialzarmi e dire a me stesso: «Andrò
avanti a costo di qualunque cosa, a costo di tutto. Supererò questa nebbia, questi inciampi che mi
tolgono la luce, che mi ingombrano il passo e, fiducioso nella bontà di Dio, andrò avanti sempre.
Certo, devo fare così, perché è così che io consiglio agli altri».
La mia volontà il Signore la conosce; Egli vede che, benché misero, io desidero di appartenergli
nella misura più grande che mi sia possibile. Perché, quindi, mi dovrà rigettare e costringermi a
star lontano da Lui? No, non posso persuadermi a questo, la mia coscienza si leva e mi dice
sicuramente: «Fatti coraggio, la prova non ti perde ma rende la tua virtù più preziosa al cospetto
di Dio. Non è vero? Ma certo, dev’essere così!». Quindi, perché mi devo abbandonare alla
tristezza, perché mi devo avvilire? Sopporterò rassegnato qualunque umiliazione Dio permetta e
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dirò sempre: «Ecco quello che sono e che sarei, se Dio un sol momento mi lasciasse in balìa di me
stesso!».
Allorchè le lodi degli altri vengono per accarezzarmi, penserò a tutta la mia grandezza interna che
è davvero sconfortante. Eterno mio egoismo, perché dunque non ti estingui una volta per sempre?
Che cosa aspetti per persuaderti che sei nulla, anzi che sei una miseria senza limiti? Basta che un
momento solo ti consideri per toglierti l’illusione della quale vivi e ti nutri. Mamma santa,
aiutami a sradicare dal mio cuore questa cattiva pianta, la quale assorbe in me tutti gli umori
buoni che Dio mi regala. Fammi sinceramente umile e umilmente sincero. Lo voglio tanto
insistentemente! Dammi la purezza dell’amor tuo verso Dio e fa’ che lo segua sempre, superando
valorosamente qualunque contrasto.
31 marzo 1909, ore 4,45.
Sono proprio sfinito. La mia anima è come battuta per terra e giace senza vita. O Signore, in
questo stato sento ancora un filo di forza per invocarvi, per raccomandarmi a Voi, per dirvi:
«Venite in mio aiuto, chè io languisco sino a morire!». La prova mi sembra troppo dura e
insopportabile. In qual maniera devo regolarmi per vincere completamente? Sono di già
vincitore? La mia coscienza soffre di tutto questo stordimento di cose? Io non comprendo, sono
perduto in una confusione che mi toglie di vedere con calma. Ma Signore, non dimenticherete che
Vi amo assolutamente e che in forza di questo amore sono deciso a morire mille volte piuttosto
che abbandonarvi? Non è forse sincera questa mia disposizione? Inganno forse me stesso anche
su questo riguardo? Ma allora è impossibile esser buoni, imperocché chi è che può assicurarsi
della realtà sincera della sua coscienza? È tutto vero, ma purtroppo lo schianto della mia volontà
io lo sento in questi momenti completamente. A chi mi devo rivolgere? Voi, Maria, rifugio dei
miseri, guardate un infelice che non sa proprio che pensare, che dire, che fare perché si trova
avvilito nella sua parte migliore. Ditemi Voi una parola, ditemi che, per quanto sia infernale la
prova, tuttavia l’anima mia non ne soffre danno alcuno. È vero proprio, o Mamma cara? Allora
tutto mi consolerei, diverrei tosto allegro e fervoroso.
Che importa a me dell’apparenza, se la realtà è così bella nel fondo della mia coscienza? Del
resto, che cosa posso far di più? Può essere la mia volontà più espressamente decisa per il bene,
contro il male di quello che ora e sempre dimostro e protesto davanti al Signore? Che cosa
consiglierei ad un’anima che venisse a chiedermi una parola di luce e di conforto? Le direi: «É
proprio vero che vuoi bene al Signore, che non Lo offenderesti, anche se ti si chiedessero le tue
sostanze, la salute, la vita? È vero che una piccolissima offesa a Dio mette in scompiglio tutti i
rimorsi della tua coscienza? È vero che non conosci di possedere in quei momenti tutto il dominio
perfetto della conoscenza, della libertà e della volontà? È vero che nelle circostanze usuali del tuo
essere cosciente, non è possibile neppure lontanamente una piccola mancanza di quel genere?
Dunque, fatti coraggio! Deponi qualunque timore! Dio ti manda la prova perché si rafforzi
sempre più la costanza dell’amore».
1 aprile 1909, ore 5,30.
Vengo da Voi, o Signore, non so in quale forma od aspetto.
Tutto mi grida, mi umilia intorno a me! Sono oppresso dall’amarezza e, più dell’amarezza, da un
tormento penoso di apatia insopportabile. Ma, Dio infinito, ascoltate il grido dell’anima mia,
osservate tutta la sua immensa confusione! Perché deve radere il suolo, deve essere legata a ciò
che non vorrebbe? Io che devo essere luce agli altri, guida nel bene, specchio di ogni virtù!
Signore, Ve lo dico schietto, questo io non lo sopporto affatto! Non mi è possibile! Perdonatemi!
Perché non mi deve esser possibile? Non dite Voi pure a me quello che diceste a san Paolo:
“Sufficit tibi gratia mea”103?
Ma vorrei sentirlo dalla bocca vostra, a riguardo mio, per convincermene pienamente. Questa
mattina non so già quel che mi dica. Ho l’anima che è quasi totalmente esaurita. Mi trovo
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disgustato, avvilito, senza alcuna cosa che mi sorrida. È forse perché debbo io prima provare ciò
che dovrò rimediare negli altri? Non ho nessuna fecondità di pensiero, raccozzo le parole tanto
per riempire, secondo il consueto, questa pagina di meditazione.
Però, ad ogni modo, non voglio essere sopraffatto. Andrò avanti ugualmente con tutta la mia
umiltà buona e generosa. Signore, è questo il momento in cui sono costretto a cercar rifugio in un
totale abbandono in Voi?
Se mai vi è una posizione inesplicabile, è la mia; se vi è uno stato, che salutarmente faccia
tremare, è il mio; non ho alcuno che mi sorregga, che mi guidi amorosamente, sono solo, perciò
ho bisogno di Voi, mi rifugio in Voi, mi abbandono totalmente in Voi. Usate meco tutti gli abissi
della vostra misericordia: ne ho proprio bisogno, anzi, necessità. Sulla certezza che Voi così mi
coprite, mi difendete, mi riabilitate, io proseguo tranquillo il cammino non pensando altro che a
camminar rettamente e a camminar forte. Non è vero, o Signore? Se qualche cosa vi è in me che
Vi dispiaccia, sappiate che io la detesto, la odio, la abomino: quindi, toglietela con la
sovrabbondanza della vostra grazia. Fate che la mia condotta sia una piena smentita a tutto quello
che il mio nemico vuol tentar di farmi credere: di essere cioè lontano da Voi.
2 aprile 1909, ore 5,15.
Questa mattina avrei potuto essere più sollecito nell’alzarmi e così mi sarei trovato più pronto
nelle mie cose e più contento. Quanto è facile promettere, ma quanto è difficile il mantenere! La
mia volontà è proprio ancor bambina. So fare tanto a incitare gli altri al bene, ma non so
comandare a me stesso. Certo, è necessario agire con grande giustezza di criterio, altrimenti mi
metto, senza costrutto, dei disturbi di coscienza. Il Signore nella sua bontà, spero, mi perdonerà.
Pensiamo oggi ad essere molto buoni. Mettiamoci calmi, pazienti, attivi.
Vi offro, o Signore, tutto quello che farò: dai pensieri alle opere, dalle cose che riguardano
l'esercizio del mio ministero alle altre più indifferenti. Ricevete tutto, benedite tutto, santificate
tutto. In ogni più piccola cosa voglio aver l’intenzione di consolar Voi, di darvi piacere. Fate che
le mie debolezze e i miei difetti diminuiscano di numero. Che bella cosa, se potessi passare una
bella giornata così che mi fosse riserbata a premio di gloria e a benedizione spirituale delle anime
che mi appartengono!
Oh, se sapessi quanti si aspettano da me il benefizio della mia bontà! Essa è un’ala che li
protegge, un’atmosfera divina che li circonda, una benedizione che li consola. Anima mia, perché
non devi farlo? Se tanto è il bene che procuri a Dio e alle anime, perché preferire una miseria che
ti danneggia e ti disturba? È vero, o caro Signore, è troppo indispensabile che io sia buono nella
misura più grande che mi è data. Voglio farlo assolutamente e con tutte le forze. Incomincerò dal
prestarmi bene al mio ufficio di sacerdote: parlerò bene, dirò tutto ciò che il cuore m’ispira. Oh,
ispiratemi pure Voi, o Signore, perché il mio cuore purtroppo è debole, infinitamente debole.
Venite in me: nei miei pensieri, nelle mie parole; servitevi di me come di uno strumento materiale
per le anime. Io Vi prometto che mi sforzerò di togliere tutti gli ostacoli che potrebbero impedire
l’azione libera della vostra misericordia. Questo spero: in un grande vostro aiuto. Intanto mi
prostro ora dinanzi a Voi e Vi chiedo il bacio della vostra purificazione. Perdonatemi, o Signore,
e vogliatemi bene!
3 aprile 1909, ore 5,30.
Che brutti giorni attraversiamo! Dappertutto defezioni di sacerdoti che producono uno scandalo
senza misura. Essi protestano di non potere appartenere alla Chiesa Cattolica, perché eternamente
tiranna e conculcatrice della libertà individuale, nemica della scienza e della democrazia104. E il
mondo batte le mani a questi vili che disertano, non già perché la Chiesa sia per loro segno di
oscurantismo e di zarismo, ma perché è nemica inconciliabile delle loro passioni. Intanto il male
si semina ad esuberanza, gli equivoci si formano sempre più intricati e la fede, già debole nel
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popolo, si spegne affatto. Intanto noi che facciamo? Io, in particolare, come mi do d’attorno per
rimediare in qualche parte a tanto male?
Osservo, mi addoloro, un qualche po’ mi avvilisco e poi rimango inattivo, chiudendomi nel
principio che ognuno è figlio delle proprie azioni e del giudizio di Dio. Ma questo non basta
perché, se fa per me, non fa certo per gli altri. Buon Dio, ispiratemi la maniera di saper fare
qualche cosa! Comincia, dunque, dall’esser buono, ma in grado superlativo, acciocché la tua
bontà sia una predica eloquente in sostituzione di altre cose. La parola ti verrà poi più spontanea,
più sincera. Certamente non bisogna più dormire. Oggi bisogna battersi a tutt’uomo; le cose sono
davvero giunte ad un punto che non è più possibile restar fuori combattimento. Ma come è
possibile lottare, se non si è provvisti di buone armi e, soprattutto, se non si è forniti di una tempra
di coraggio e di fede a tutta prova? Oh, buon Dio, è vero, purtroppo ! Sarei troppo debole, se ora
mi buttassi in una lotta esteriore col male.
Sono sprovvisto di cultura, di carattere, di criterio, di assennatezza e di molte altre cose
indispensabili. Potrei chiedervi: «O Signore, fatemi un campione!». È un’arditezza un po’ grande,
ma ad ogni modo Ve lo chiedo perché so che questo Vi è di grande soddisfazione. Oggi procurerò
di riflettere un po’ più profondamente sopra me stesso; Vi prometto di camminare per la strada
del bene con tutta l’energia di cui posso disporre. Maria Santissima, madre della mia anima,
conducetemi per mano!
4 aprile 1909, ore 19,15.
Signore! Proprio nelle ultime ore soltanto sono da Voi. Avrei dovuto spendere tutta la mia
giornata nel pensare al gran tesoro che siete per me e invece, oh, come sono vissuto lontano!
Assai debolmente il ricordo mi è venuto a svegliare, ma poi non mi ha che fatto ridestare un
momento e sono ripiombato nel sonno che mi toglie qualunque calore di vita. Oh, buon Dio, e
quando sarà quel giorno che io sarò tutto in Voi come una cosa sola in modo che non sappia
pensare che a Voi? Quanto lo desidero! Fate che venga presto!
La giornata mi è trascorsa senza alcunchè d’importante. Ho trascorso tanto tempo, che mi era
prezioso, non facendo nulla o almeno facendo cose di nessuna importanza. A dire il vero è venuto
un povero infermo a passarsi un po’ il tempo in camera mia105. Gli avrò procurato qualche minuto
di sollievo? Fate almeno questo che sia, o mio Signore! Poi le mie occupazioni mi hanno condotto
fino a questa sera. E lo studio di tante cose importanti dove l’ho fatto? Oggi che tutti combattono
la Fede, io, soldato di Dio, me ne vivo raccolto nella mia tenda dormendo lunghi sonni tranquilli.
Intanto il nemico fa strada.
O Dio, risvegliatemi, mettete nell’animo mio un desiderio, un’attività continua, efficace, una
febbre inestinguibile di bene! Bisogna scuotersi e lavorare, anziché perdersi a deplorare
inutilmente i trionfi del nemico. Dio santo, invoco il vostro braccio106, la vostra protezione, tutta
la forza del vostro aiuto per corrispondere pienamente a questa chiamata che, sento, mi agita nel
fondo del cuore. Voglio fare, voglio agire in pro del mio ideale. Non so a che arma appigliarmi.
Dio, ispiratemi! Prendete la mia anima, come una vostra figlia carissima, sulle vostre ginocchia;
insegnatele la vostra volontà, la strada che le avete preparato. Fatele animo, incoraggiatela con le
finezze del vostro amore; datele tutta la forza che le è necessaria e spingetela senz’altro per la via
del bene. Ve lo domando, o Signore, con tutto il cuore con quanta energia di anima posso avere.
Non mi ascolterete Voi?
5 aprile 1909, ore 5,15.
Signore mio, accorrete all’anima che invoca Voi, suo unico rifugio. Non lo vedete che non altro
desidera che divenire vostra? È stanca del mondo, di tutto; non vi è alcun bene che la contenti, di
ogni cosa ella ha provato la disillusione. Ora cerca in Voi tutto quel bene che non può darle
nessuna bellezza creata. O Signore, in quest’ora così pura, così tranquilla del mattino, sotto lo
sguardo del cielo sereno, mando nell’aria il mio grido che si elevi alle stelle e giunga fino a Voi.
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Vorrei che la mia voce fosse uno scoppio fragoroso, che, elevandosi poderoso nell’alto, facesse
vibrare della sua passione fremente tutti i mondi che stanno nel firmamento e riportasse dovunque
nell’infinito il desiderio insaziabile di bene, che mi freme nell’anima. Voi l’ascoltereste questa
preghiera universale delle cose e mi corrispondereste con tutto l’immenso della vostra grandezza
e misericordia. Non lo fate ugualmente, o Signore? Ne sono certo infallibilmente.
Però è necessario che io Vi segua e che Voi possiate essere con me. Deve esserci tra me e Voi una
gara interminabile di amore: una corrispondenza inesauribile di bene reciproco.
Sono io il debole, sono io che Vi impedisco di starmi vicino, di regnare sull’anima mia. Quando
sarà che mi spingerò ancora più in alto? Oggi, oggi; sento che non posso rifiutarmi alla vostra
chiamata. Devo esser buono, molto buono! Ma perché, dunque, non lo sono? Che cosa vi è in me
che, pur non volendo, faccio il contrario di ciò che mi procura tutto il maggior bene possibile? Vi
sono una grande debolezza e un grande tumulto di passioni, di egoismo che non riesco a
dominare, a vincere, e una grande inerzia, che cerca sempre il sonno, che vuole scomodarsi il
meno possibile, che vuol vivere in pace, seguendo la corrente della comodità. Oh, Dio, questo
veramente è lo scoglio, questa è la barriera che mi impedisce di giungere sino a Voi. Deh, fate che
io possa trionfalmente superarla quest’oggi. Ne ho tanto il desiderio. Vi è tutto uno stuolo di
anime che si aspetta da me una protezione illuminante e confortante di bene. Oh, se venissi meno,
queste anime dovrebbero, forse, lottare per sostenersi! Gran Dio, fatemi morire mille volte,
anziché permettere che venga meno ai miei doveri.
6 aprile 1909, ore 5.
Signore mio, quanto sono contento di essere vostro; e, se lo fossi ancora più, quanto ne vivrei
felice! Sono duro a persuadermi di certe cose, ma questa io la sento. Quei giorni che in qualche
modo mi comporto bene, la mia coscienza respira un’aria pura di pace e di tranquillità. Oh, la
felicità di esser buoni, com’è più bella e più reale della felicità di godere le gioie del mondo! Non
è possibile farsene un’idea, se non si prova. Ed io, ministro di Dio, che dovrei essere un
rappresentante di questa bontà, perché non ne esercito ancora più? Anima mia, rifletti al grande
vantaggio che per te, per gli altri ed anche, in un certo qual senso, a Dio ne viene. Lasciando da
parte la pace e l’allegrezza umana – che alle volte Dio, per fini provvidenziali, ti potrebbe anche
togliere – guarda la necessità, il bene che te ne viene. Sei innalzato da Dio ad una dignità senza
pari e questa è una ricchezza per te. Sei un’anima fatta grande da chi solo può farlo. Se fossi
anche un’anima bella!
Oh, la bontà come rende cari! Quanto ci consola l’incontro di questi angeli, di questi fiori che Dio
ha seminato nel duro viaggio della vita affinchè non perdiamo il concetto di ciò che è buono, di
ciò che è caro! Perché non potresti essere tu uno di questi angeli? Chi te lo impedisce? Bisogna
darsi premura, dunque, di divenir buoni. Vedi, tutta la tua grandezza personale sta proprio qui.
Tu non hai risorse esteriori: sei piccolo, non sei avvenente, sei impacciato con una voce che è una
miseria; hai poco ingegno, niente spirito, poche sostanze finanziarie. Sei proprio una meschinità;
però puoi esser buono, ossia puoi esser grande. La vedi la strada? Non ti rifiutare perché
rifiuteresti la tua fortuna: sii generoso. Dio vuol tanto bene ai generosi. Fatti animo per quanto è
possibile, sii sveglio e pronto a tutto. Metti un po’ Dio vicino al tuo pensiero lungo la giornata e
fa’ che la tua anima ricorra a Lui come un fanciullo che trovandosi nel buio, perduto e timoroso,
si rivolge al babbo suo e gli dice: «Siete qui?». Il Signore ti sorriderà sempre, ti abbraccerà
sempre, ti farà sempre più forte e più buono.
7 aprile 1909, ore 5,15.
Il vantaggio, che viene agli altri dalla mia bontà, è ancora più grande. Quale forza può esservi
nelle mie parole, se non sono accompagnate dall’esempio? Per quanto io mi sforzi a dire e a
ridire, la mia parola sarà sempre arida ed inefficace, quando non sia congiunta alla forza della
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convinzione pratica. Alle volte tante cose non si possono neppure dire ed allora è necessario che
sovvenga l’eloquenza silenziosa della mia condotta.
La delicatezza del sentimento, la compassione per le miserie altrui, l’interesse per il bene delle
anime a gloria di Dio, come averli se non vi è in noi un qualche cosa che rispecchi in certa
maniera la bontà di Dio? Un prete non buono è come un medico incapace, un maestro ignorante,
un operaio che non sa il mestier suo. Noi siamo fatti gli specialisti della bontà, gli specchi della
morale, l’argine al vizio invadente. Come lo si può essere, senza mettersi in perfetta regola?
Come un prete buono è una benedizione di Dio, un prete non buono è una maledizione. Povere
quelle anime, che devono vivere sotto l’influsso fatale della meteora infausta di un prete cattivo!
Quando non vengano meno completamente nella fede, esse avranno sempre questo incubo da
sopportare come un contrasto perenne ai loro principi, ai loro slanci di fervore, come una mano di
ghiaccio sull’ardenza delle loro belle anime. O Signore, se proprio un giorno dovessi, per mia
debolezza, discender fino al gradino di un prete cattivo, fatemi pur morire adesso: per quanto mi
sia di immensurabile mortificazione e penitenza, pur tuttavia l’accetto volentieri. Quanto mi
commuove il fatto di vedermi attorno uno stuolo così candido di anime buone, le quali chiedono a
me forza per la loro virtù, per la loro santità!
E se dovessi essere un lupo tra tanti agnelli, un cagnaccio schifoso tra tante colombe? Quale
raccapriccio! Signore, sostenetemi sempre, guardatemi con la vostra benigna misericordia,
fermatemi, mandatemi disgrazie, condannatemi in una prigione per tutta la vita, fatemi morir di
dolore ma non permettete mai una simile sventura! Questa non la voglio assolutamente a
qualunque costo! Non mi esaudirete?
8 aprile 1909, ore 5.
Giovedì santo. Oggi, io pure devo fare la mia Pasqua. È un atto di riconoscenza che devo
compiere verso Cristo per il grande, immenso regalo che Egli mi ha fatto con l’istituzione del
sacramento dell’Eucarestia. Se rifletto, quanto infinito bene, conforto, consolazione mi ha
apportato questo sacramento! Tante volte ero languido ed esso mi ha rinforzato sensibilmente; ero
avvilito e mi ha dato la speranza; ero povero e mi ha arricchito della sua grazia. O Signore, Dio
mio, è stato proprio un dono regale, divino: la Comunione! Quale cosa vi è di più bello? Quale
atto di amore più grande possiamo noi pensare di offrire al Signore? Tutto è meschino intorno a
noi, dentro di noi e fuori di noi. Non possiamo pensare di fare alcuna cosa che piaccia a Dio, se
Egli non ci dà la maniera e l’aiuto necessario. Ora, in questo sacramento, Egli dà non soltanto ciò
che può essere aiuto necessario, ma ci dà nientemeno che Se stesso, del quale possiamo servirci
per fare ed ottenere tutto ciò che vogliamo. Sono quindi momenti nei quali noi diventiamo una
specie d’incarnazione di Dio: altrettanti dei107. Come non approfittarne degnamente di tanto
tesoro? Quante comunioni ho fatto nella mia vita: parecchie migliaia! Se tutte le avessi fatte con
le dovute disposizioni, ora sarei veramente ricco di un paradiso di grandezza e di meriti. Oh, la
mia comunione e non più! La mia giornata è stata, quasi sempre, infibrata di questo atto
soprannaturale di amore della divinità. Il sangue mio si è mille volte mescolato, fuso, trasformato
in quello di Dio! Grazie infinite, mille volte, o mio buon Signore; quel tanto di generosità, con la
quale dovevo corrispondervi, se non l’ho avuta per l’addietro, voglio averla ora e meglio sempre
andando avanti. La mia pasqua di questa mattina deve aver questo scopo speciale: di cominciare
un’era di grande amore verso di Voi, amore che, se deve mantenersi sempre alto e forte, con la
comunione deve assumere le sue proporzioni all’infinito. Vi amo, dunque, mio Signore, per quelli
che non Vi conoscono, che stoltamente Vi odiano, e intendo ricompensarvi oggi di tutto il male
che nella mia famiglia, nelle mie conoscenze, nella mia città, in tutto il mondo può esservi fatto.
9 aprile 1909, ore 6,15.
Vi riconduco, o Signore, l’anima mia debole, pusillanime che teme sempre di venir meno. Sarà
mai possibile? No, perché non lo voglio affatto. Se il Signore ama tanto coloro che non Gli
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appartengono, non amerà anche me, che temo di non appartenergli abbastanza? Piuttosto, è
necessario che io conformi tutta la mia condotta in maniera che siano tolte tutte le debolezze, le
inerzie, le piccole aridità. Bisogna farsi un po’ più santamente vivi.
Riconosco davvero che Dio, in questi giorni, fa piovere sull’anima mia tante grazie. Sono le mie
anime che me le procurano. Poveri esseri, quanto siete buoni e quanto soffrite! Sono esigente io
con voi, vi conduco per strade dirupate e difficili e vi domando: «Perché non camminate, perché
non volate?». E non penso quali sforzi sovrumani vi converrà di fare, solo per muovere un passo!
Perdonatemi, povere anime! Se non vi dicessi quello che vi dico, mi parrebbe di venir meno alla
missione che Dio mi ha affidato. Ma, come prego io per voi? Come vi aiuto con quanto è nelle
mie mani, nella mia mente, nel cuore? Oh, davvero poco! Ciò mi rimorde alquanto nella
coscienza. Devo pregare molto più di quello che non faccio, devo chiedere ancora più al Signore
il suo lume, affinché la mia parola sia per voi giusta, ispirata, buona. Devo studiare ancora di più
per istruirmi, devo impegnarmi ancora di più per esser pronto ad ogni vostro bisogno.
Ah, care mie anime, quanto bene mi fate! È per voi se mi sono mantenuto un po’ meno cattivo; se
ho sentito in me tutta la grandezza della missione che Dio mi ha affidato; se ho riconosciuto che
Dio mi vuole infinitamente bene e se ho potuto in qualche modo ricambiarvelo. O Dio, se io non
Vi amassi, dopo tanto che mi fate, sarei un mostro!
Madonna mia, discendete, fatevi qui presente, guardatemi e datemi tutto il tesoro della vostra
materna bontà! Voglio tanto amare il Signore, voglio tanto esser buono: aiutatemi, dunque, Madre
mia santa! Spero in Voi, perché Voi siete la benefattrice speciale della mia vita. O Maria, fammi
buono, fammi santo, fammi tutto del Signore, almeno per quest’oggi. Ti prometto di
corrispondere nella miglior maniera possibile e di ringraziarti, finché avrò vita.
12 aprile 1909, ore 18,45.
Signore, come sono tardo e renitente nel venire a Voi! È tanto tempo che sono qui senza far nulla,
svogliato e triste; è tanto tempo che mi chiamate a un salutare risveglio di spirito ed io,
girovagando da un posto all’altro, incominciando mille varie faccende senza continuarne una, mi
perdo il tempo, mi disgusto sempre più lo spirito, mi allontano sempre più da Voi. Quale stolta
insipienza è la mia! Vado proprio in cerca del mio peggio, sento che sto male e non mi decido a
fare la minima cosa per sollevarmi, per ritornare un po’ a migliori propositi. Eccomi, o Signore,
così stanco e sfinito come sono. Una nebbia densa come il fumo pare che si frapponga fra me e
Voi e mi tolga completamente la vostra vista.
Mi raccomando, senza fine, alla vostra misericordia perché mi compatiate e mi diate forza di
volervi ancora tutto il bene di prima. È proprio in questo momento che sento che la vostra mano
mi ha abbandonato ed io cammino solo, desolato, senza gioia e senza vita. Dio, padre mio,
accorrete al grido della mia debolezza, che Vi invoca disperatamente. Desidero di mettermi a far
bene; sto tanto male così! Sono irrequieto, di malumore, incontentabile, irritabile per un nonnulla.
Ma perché questo? Perché, anima mia, dimentichi così facilmente e presto i propositi, la volontà
risoluta che avevi fatto di vincere i tuoi difetti? Ora proprio ti pieghi con un sentimento di viltà
sopra te stessa e lasci correre la tua vita, proprio così come porta il vento. Bisogna sostenersi,
bisogna provare in che modo si deve vincere, per poter poi dire con più sicurezza agli altri:
«Dovete far così!».
Facciamo, dunque, al più presto! Per ora la tristezza noiosa, che mi dilaga per tutta l’anima, devo
sopportarla con grande coraggio. Ti passerà, riprendi a fare con grandissima diligenza le tue cose
con l’intenzione di piacere a Dio. Le tue preghiere siano spontanee e ripiene di grande fede e di
grande fiducia. Il Signore aspetta da te questa santa reazione di bene, quella bella vittoria su
quanto tenta di abbattere le tue migliori energie. Sei giovane e quale vergogna, pertanto, il
lasciarti avvilire e trascinare come se fossi un vecchio snervato, che abbia perduto senza frutto il
tesoro dei suoi begli anni.
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13 aprile 1909, ore 5.
Ora, o Signore, prometto di stringermi a Voi e di non lasciarvi più. Sto troppo male senza il
sorriso del vostro pensiero, del vostro conforto. Mi disturba immensamente la pigrizia della quale
mi rendo quasi sempre schiavo. Anche questa mattina potevo essere più pronto nell’alzarmi, ed
invece mi sono abbandonato alla pigrizia. Dipende forse ciò dal non sapermi imporre una regola
fissa, alla quale conformarmi in maniera assoluta. Perché mi avviene, tante volte, di desiderare un
sacrificio maggiore, per il quale non ho le forze? La libertà, che possiedo di farlo o non farlo, mi
determina quasi sempre per la negativa. E allora mi disturbo come per una mancanza di coraggio
e di mortificazione.
È giusto questo? Ad un altro io direi: «Mettiti tranquillo e non pensare più oltre!». A me stesso
non posso dirlo, perché sento una voce, che sale dal fondo della coscienza, che inesorabilmente
mi rimprovera. Mancando io di una guida, alla quale appoggiarmi con la virtù dell’ubbidienza, è
naturale che dubiti sempre di me stesso e che mi trovi impacciato nell’incertezza di questa
esitazione, fino a risentirmene come se fossi cattivo. Però conviene essere ragionevoli ed aiutarsi
con tutti i mezzi per andare avanti.
Gli scrupoli, le angustie, l’orgoglio di far cose grandi non servono a nulla, anzi servono al
contrario. Farò quel tanto che posso e, quindi, mi presenterò a Dio dicendogli: «Eccovi la mia
miseria; aiutatemi Voi a darvi di più!». Dio mio buono, questa mattina sento il bisogno che mi
perdoniate, che mi facciate l’anima bella della vostra sembianza, che mi regaliate un torrente di
grazia. Oggi voglio essere un buon figliuolo, voglio camminare per tutta la mia strada come
portato per mano da Voi. Voglio essere diligente, attivo, cordiale, sincero e tutto buono. Vi offro
di gran cuore tutto quello che farò; ricordatevi che bisogna che stiate a me vicino sempre, senza
allontanarvi un solo istante.
È ora che mi determini a diventare un’anima di grande protezione per le tante altre che mi avete
affidato. Concedetemi di potermi purificare in Voi quest’oggi, di poter acquistare tutta la grazia
della vostra bontà, tutto il tesoro della vostra virtù. Se fossi santo, quale vantaggio ne avrebbero le
anime che vengono da me! Sono bene egoista, se non lo divento e se non procuro ad esse tutto il
miglior bene possibile! Solo Voi, o Signore, potete farmi tale; compite, dunque, l’opera vostra: Vi
prometto di non porre contrasto.
14 aprile 1909, ore 5.
Signore, Dio mio onnipotente, questa mattina sento un grande desiderio di venire a Voi, di
pregarvi, di scongiurarvi con tutta la confidenza e l’amore che m’ispira la vostra bontà. O mio
Dio, non la vedete quell’anima108 quanto soffre per Voi? Soccorretela, dunque, sostenetela nella
lotta così terribile in cui si trova! Il mondo si è scagliato contro di lei, perché ha voluto, a
qualunque costo, ubbidire alla vostra volontà. Poverina, quanto deve pagar caro questo suo
proposito risoluto! Ella è più che disposta a mantenersi ferma e inesorabile, ma le manca una
cosa: le manca il conforto di sentirsi buona, e lo è tanto. Dio caro, mostratevi a lei, fatele
comprendere che tutto quello che fa è di vostro migliore gradimento; fatele vedere che in questi
giorni è la vostra prediletta, mostratele solo un raggio di quell’infinito bene, che le volete. La pace
a quell’anima gliela dovete concedere Voi, perché ella, poverina, così confusa e perduta nella
tempesta, non capisce più nulla, soffre con lo spavento di essere abbandonata anche da Voi. È
troppo grande questo soffrire, o Signore, per un’anima che da tanto tempo vuol esser vostra.
Guardate ai sacrifici che ha fatto per non venir meno, per risparmiare a Voi tante offese. Dio
buono, credo sia l’anima che, più di tutte, ha corrisposto alle mie misere premure.
Dunque, fate che sia anche l’anima da Voi premiata in modo speciale! La voglio santa e Tu me lo
devi concedere, o infinitamente buono e generoso che sei! Vedi? Io soffro per lei: soffro, perché
temo che la forza le possa venir meno. Faccio male a temere? Non devo forse pensare che Tu non
l’abbandonerai mai, perché Ti appartiene con tanti vincoli di fedeltà e di amore? Sì, o Signore,
«chi spera in Te non sarà confuso in eterno»109 ed io più di tutti voglio proprio riposare in Te. Dio
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mio bello, grazie di tutto il bene che mi fai fare; dammi ancora di poter essere il loro conforto, la
loro consolazione! Concedi in quella famiglia un po’ di salute e difendila da tutti gli attacchi
maligni di anime egoiste, che godono delle sue sofferenze. Signore, associo a quell’anima tutto il
mio operare, il mio pregare, il mio soffrire, acciocché vengano al tuo cospetto come una supplica
continua, una dimostrazione perenne di amore eterno ed incrollabile verso di Te.
15 aprile 1909, ore 8.
Quanta tristezza questa mattina! Perché? Non so spiegarmelo! Ieri sera rimasi un po’ scontento di
me stesso e delle cose che mi avvennero. Avrei voluto fare in maniera più tranquilla le mie cose.
È inutile! La mia coscienza vuol essere contentata anche nelle più piccole cose; non è possibile
calmarla, se non si fa quello che vuole.
Questa mattina mi sono alzato all’ora che dovevo recarmi alla Chiesa110; non ho fatto, quindi, la
consueta meditazione; ciò vuol dire per me una diminuzione di conforto e di aiuto. Che farci? Mi
pare, però, che dovrei essere un po’ ragionevole. E voglio esserlo. La tristezza che viene ad
opprimermi la sopporterò con pazienza come se fosse una febbre, un male di testa inevitabile. Mi
metterò a compiere con tutta la massima diligenza i miei doveri. È per questo che mi sono messo
ora a fare la consueta conversazione con Dio.
Anima mia, svegliati un po’! Guarda quanto bene di Dio ti sta attorno; quante anime buone ti
accompagnano, ti aiutano, ti danno esempi di una virtù non comune! Perché, dunque, avvilirti?
Perché non ti fai una forza straordinaria in modo da superare qualunque ostacolo si frapponga al
sollevamento della tua anima? Non lo sai che devi occupare un’altezza superiore a quella degli
altri, per potere indicare ad essi la strada, per poterli attirare a qualunque costo al bene? Animo,
dunque: sii molto buono, sincero, riflessivo, ben fatto! Dovunque puoi trovare del gran bene da
fare. Sai tu quanto ne spargi solo con l’esser molto buono?
L’ammirazione, che susciti involontariamente negli altri, è già una predica; l’attrattiva, che puoi
esercitare, è uno stimolo al bene; se renderai la tua bontà amabile diranno: «Quanto è buono il
Signore nelle anime che Gli assomigliano!». Non vuoi, dunque, essere tu questa parola vivente di
Dio? Ma sì, o Signore, che voglio esserlo con tutto il desiderio dell’anima! Datemi tanto perché
sono misero, sono il nulla. Sostenetemi, oggi, con tutta l’onnipotenza della vostra misericordia!
Vi chiedo mille volte perdono di quanto posso aver fatto di meno bene questa mattina
nell’esercizio del mio ministero. Perdono, Signore mio, purificatemi con la tenerezza del bacio
vostro; Vi prometto sempre di esser migliore, di rendermi un po’ più conforme alla vostra
volontà. Mamma Maria, degnatevi di star con me tutto quest’oggi.
16 aprile 1909, ore 4,30.
Eccomi da Voi, caro Babbo mio. La mia anima è come una piccola fanciulla, che ha bisogno di
esser condotta per mano. Com’è contenta, allorchè sente di essere vicina e in compagnia del
Babbo suo e, invece, quanto soffre allorché teme di essere da Lui lasciata sola! O Signore, così
buono come siete, non mi abbandonate mai, neppure in quei momenti in cui mi vedete meno
pronto, per somma mia stoltezza, a seguirvi. Quando sarà mai che potrò diventar così buono da
formarmi un’intimità tanto più grande da non venir mai turbata da veruna mancanza mia? Lo
desidero tanto. Mettiamoci, dunque, a lavorare sul serio per questo risultato! Innanzi tutto devo
cominciare col chiedere a Dio di essere purificato con la dolcezza del suo perdono.
Dio buono, per quanto Vi è cara l’anima mia, stendete su di lei le ali della vostra misericordia e
datele tutto lo splendore della vostra santa grazia, concedetele di rifiorire in tutta la bellezza della
sua ridente primavera. Lo voglio, o Signore, per la vostra immensa bontà, che non conosce limiti.
Sono disgustato di tutto, detesto qualunque più piccolo male che possa offuscare la purezza della
mia anima e la grande intimità dei miei rapporti con Voi; e sono tanto desideroso di potermi
emendare.
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Come sono debole e miserabile, come sono piccolo, come sono malfermi i passi che faccio nella
via del bene! Ah, davvero, per essere in umiltà non ho da fare troppi ragionamenti sottili; basterà
che io guardi a me stesso, che sia sincero e vedrò tutta la mia profonda nullità. Solo una estrema
confidenza in Dio può impedirmi di perdere il coraggio e di avvilirmi: no, no, il Signore è sempre
a mia disposizione, mi accompagnerà sempre e dovunque col desiderio inestinguibile di rendermi
veramente buono.
Dunque, avanti! Oggi deve essere una giornata regalata al Signore per tutto il bene che intendo
fare: bene a me stesso col farmi buono; bene agli altri per aiutarli, per esser loro di giovamento
nell'anima e nel corpo; bene per il Signore per amarlo con tutto il cuore, offrendogli tutti i miei
più piccoli atti con questo scopo. Lo accettate, o Signore, il mio proposito? Ebbene, fortificatelo
ancora, rendetelo efficace così che stasera possa dirvi: «Grazie, o Signore, di avermi fatto buono
in quest’oggi».
17 aprile 1909, ore 5,15.
Ecco una di quelle mattine in cui mi sento tutto ripieno di quella nausea triste, che mi inaridisce
qualunque sentimento. Quale ne è stata la ragione? È tutto un complesso di cose che,
accumulandosi e addensandosi intorno all’anima mia, le producono questo stato di paralisi
dolorosa. Non so dir niente, non so far niente, non so muovermi in veruna maniera. Che devo
fare? Non bisogna che mi abbandoni a questo stato di cose, così da lasciare tutto il mio bene.
Sopporterò pazientemente e farò del mio meglio.
Rovistando nella mia coscienza, trovo che mi ha danneggiato un contegno non perfettamente
conforme ai propositi formati ieri mattina; trovo che in certe circostanze non mi è riuscito di fare
tutto quel bene che avrei voluto; trovo che la mia giornata di ieri non passò così piena di lavoro e
di frutti corrispondenti, come desidero e mi è indispensabile per farmi contento. Le preghiere, i
miei rapporti con Dio potrei farli un po’ più sentiti e pieni di confidenza, invece mi lascio
sopraffare dalla distrazione. La visita al Santissimo Sacramento111, tanto propizia a produrre in
me dei buoni sentimenti, il rosario, la lettura spirituale furono fatti un po’ meno bene, anzi la
lettura spirituale la trascurai affatto.
Riconosco che sono inezie, ma è purtroppo da queste inezie che l’anima mia trae motivo per
disturbarsi, per illanguidirsi, per sentirsi sola. Dio buono, venite da me, non mi abbandonate! Ho
tanto bisogno di Voi in questi momenti di estrema apatia sensibile. Fate che arrivi a superarla
senza ritardare per nulla il cammino della mia virtù. Non devo arrestarmi per qualsiasi motivo. Il
Signore mi perdona qualunque neo di colpa possa essersi fermato sull’anima, purché io sia
disposto a combatterla, a farmi buono. Quindi, la situazione mia presente non è difforme affatto
da quella di altri giorni, purché io mi faccia una volontà risoluta di non badare a tutte le
contrarietà spirituali che mi si presentano. Bisogna essere generosi, aver dell’ardimento, vincer
tutto. Anzi questo mi deve servire come un motivo per riconoscere la mia estrema debolezza e
miseria e quanto mi sia facile discendere quasi immediatamente da un apice estremo di fervore ad
un abisso profondo di aridità.
18 aprile 1909, ore 5.
Venite alla vostra creatura, Dio onnipotente e santo! Non guardate alla sua deplorante miseria, ma
solo alla vostra bontà, che è senza confini.
O mio buon Dio, è proprio in questa bontà che io mi rifugio e di essa mi copro per non apparire
così indegno agli occhi vostri. Voi lo sapete che cosa sono e quanto è grande la malizia della mia
fragile volontà. È tanto tempo che Vi prometto e le mie promesse non hanno neppure la durata di
un giorno. Quante afflizioni, quante debolezze, quante miserie in me! Perdonatemi sempre;
elargite tutta l’abbondanza della vostra grazia; io sarò un esempio vivente della vostra generosa
bontà. Se sono qualche cosa, lo sono per Voi; io non ho nulla, anzi ho la negazione del bene.
Sono egoista senza misura, dappertutto cerco me stesso, sono perduto in me e guai se, di quando
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in quando, non mi richiamasse la vostra voce. Benché non risponda che stentatamente, pure
qualche cosa lo ottengo.
Oh, Dio, come sono ripugnante agli occhi miei; come sono disgustato e, direi, quasi avvilito! Ma
non devo farlo, sarebbe un apice del mio orgoglio quello di abbandonarmi alla sfiducia, quasi che
quello che posso in qualche maniera, lo potessi per le mie forze e non per quelle di Dio.
Devo contenermi in umiltà, ecco tutto; devo chiedere a Dio in ogni momento che mi sopporti e
che mi conceda, per somma grazia, di potergli stare vicino ugualmente. Vi sono tanti esseri, in
certe case, che sono stati raccolti sulla strada per somma compassione di cuori generosi; esseri
che mostrano in ogni loro atto o parola la rozzezza, o meglio la malignità di un’indole perversa
che, a stento, riescono a reprimere. Io sono uno di questi nella vostra casa, o Signore! Sono stato
raccolto da Voi proprio sulla strada, sono stato strappato ad un pervertimento che mi avrebbe
certo condotto alla prigione, al disonore. Dio santo, sommo mio benefattore, in questo momento
dimentico tutta la miseria mia e mi prostro davanti a Voi, a manifestarvi tutta la mia più viva
riconoscenza. Grazie, o mio Dio, e perdonatemi! Voglio corrispondere un po’ più alla bontà
vostra. Datemene la forza!
19 aprile 1909, ore 5,15.
Se non ci fosse un’estrema confidenza in Dio, quante volte mi sentirei la tentazione di
abbandonare tutti i desideri di fervore e lasciarmi andare alla corrente di una vita senza sapore.
Non lo posso fare per mille ragioni.
Innanzitutto non è possibile che io tratti il Signore con tanta sconoscenza. Egli mi vuol troppo
bene; perché io devo pensare a misurargli il mio? Perché devo pensare a rivolgermi piuttosto
all’interesse di una vita senza incomodi e senza sforzi? Guai, se questo fosse, sarebbe il danno più
grave, l’ingratitudine più mostruosa che io potrei fare al Signore! Dopo avermi Egli raccolto dalla
strada, tanto che io posso con tutta ragione chiamarmi “il monello del Signore”, dopo avermi
rivestito degli ornamenti più nobili e regali della grazia sua, dopo avermi trattato con tante
finezze, perché io dovrei ricompensarlo in questa così brutta maniera? O Signore, toglietemi una
simile disgrazia. Inoltre qual profitto ne verrebbe all’anima mia? Se ho qualche cosa, è proprio
perché Dio me la regala. Lasciandomi io andare, al peggio m’impedirei tante grazie dal Signore e
sarei solo con la mia detestabile miseria. Cosa potrei fare? Nulla. Un prete, o è molto buono, al
sommo grado, o si rende il più disgraziato, il più infelice di questo mondo. Né la vita né la grazia
possono aver per lui attrattiva alcuna. O Signore, toglietemi anche la possibilità lontana di questa
disgrazia. Inoltre se io lascio la via del fervore, come si potranno trovare quelle anime, che sono
appoggiate fortemente a me e aspettano da me luce, calore, fervore, coraggio e virtù? La mia
parola, lo riconosco tante volte, è assai più convincente e più calda, allorchè sono più buono ed ho
meditato più diligentemente.
Posso davvero dire che la mia bontà è il pane spirituale di tanti poveri esseri dal Signore
affidatimi, acciocchè li conduca per la via della perfezione. Quale sconvenienza che il maestro sia
da meno dello scolaro, che la guida ne sappia meno del forestiero, che il sacerdote sia più
miserabile di quelle anime che lo guardano dal basso all'alto! No, no, Signore, non è possibile che
io mi rassegni a questa rilassatezza dannosa a tutti! Concedetemi sempre più l'aiuto vostro,
giacché sono risoluto di seguirvi non già per la strada larga dei discreti, ma per quella più stretta
dei fervorosi.
20 aprile 1909, ore 8.
Signore mio, rifugio del cuore e dell’anima mia, Vi ringrazio che mi permettiate di venire da Voi ,
di conversare con Voi. Sono io, tante volte, che stoltamente mi rifiuto. Ho tante cose da dirvi,
tante cose da domandarvi: ho l’anima che ha sete febbrilmente di Voi. Dio bello e santo,
discendete sopra di me, penetrate tutto l’essere mio in tutta la sua profondità; solo così io sono
qualche cosa e sto bene. Voi siete la mia attività, la mia vita; quando sono con Voi mi sento
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impaziente di agire, di fare del bene, di essere tutto per gli altri. Senza di Voi mi faccio subito
egoista, penso a me, alle cose che mi appartengono, divento un essere parassita.
Perdonatemi tanto, o Signore. Godo di chiamarmi il vostro “piccolo monello” che Voi avete tratto
dalla strada, che avete adottato come vostro figliuolo conducendolo in casa vostra, rivestendolo
con l’eleganza degli vostri abiti. O Dio mio, perché non divento pazzo di riconoscenza per Voi?
Invece vivo dimentico, mangio il vostro pane, come se mi fosse dovuto, sfrutto la vostra bontà
come se ne fossi in credito. Dio mio, perdonatemi, è questa la mia peggior miseria. Non la voglio
e non la voglio! Oggi, intanto, voglio ricordarmi di esser buono, di essere la vostra consolazione.
La fedeltà al mio dovere di lavoro e di studio credo sia il punto che mi riesce più difficile e che mi
indispone maggiormente. Datemi forza, o buon Dio, acciocchè valga a superarlo felicemente.
Perdono di cuore a tutti, voglio bene a tutti, voglio spendermi per tutti. Vi è qualcuno, che mi fa
in qualche modo del male: anche a quello perdono di cuore, donandogli ugualmente la mia buona
affezione, ponendo sinceramente ogni sua miseria a carico mio.
E alle anime, che verranno da me a chiedere aiuto e consiglio, voglio donare tutto me stesso. O
santo amore di Dio, che scuoti tutte le fibre dell’essere mio, rendimi un angelo di benedizione per
tutti! È questa l’unica ambizione che voglio a questo mondo, è questa l’unica ricompensa che
desidero. Maria, mamma santissima mia, oggi vivi sempre a me vicino: fammi Tu da ispiratrice di
bene, sorreggimi, consolami, voglimi bene e portami a Dio. Perdonami se Ti parlo così, ho
bisogno di trattarti in questa maniera per amarti immensamente insieme con Dio.
21 aprile 1909, ore 3,45.
Povera anima mia, volgiti al Signore e tutta in Lui riponi la fiducia del tuo avvenire. Devi
rimanere ancor molto a questo mondo o devi partirne presto, Egli lo sa. Certo che, se tu lasci a
Lui mano libera, come il più bravo e affezionato amministratore, Egli farà unicamente l’interesse
tuo. Ti sei portata abbastanza bene ieri? Parrebbe di sì, però la giornata non finì di mia
soddisfazione. Fui causa di disturbo ad una povera anima, la quale chi sa quanto avrà sofferto in
questa notte. Fu dimezzata la mia visita al Signore, tornai tardi a casa112, la mia lettura spirituale
non ebbe posto nelle mie occupazioni. Un’altra volta voglio davvero essere un po’ più risoluto e
quando riconosco che un dovere più pressante mi chiama altrove, voglio senz’altro distaccarmi da
qualunque conversazione o lavoro di minore importanza.
Il Signore mi regala un’altra giornata per farmi buono, prendiamola, dunque, e approfittiamone.
Una buona persona mi andava suggerendo ieri che il vero mezzo efficace, per ottenere un grande
bene, è quello di farsi santi. Sono io un santo, o Signore? Quale ridicola pretensione! Eppure il
mio stato, i miei doveri, le anime che mi appartengono, esigerebbero assolutamente questa santità
mia. Perché, dunque, non mi impegno con tutte le mie forze per divenirlo?
O Signore, non ho che da abbandonarmi perdutamente tra le braccia vostre e confidare senza
misura in Voi. Lo faccio pertanto, ricevetemi, aiutatemi, concedetemi tutto Voi stesso. O mio
tesoro, non ho altri che Voi, così buono verso di me; a chi altri posso ricorrere per aver bene nella
mia vita se non a Voi? Io sono povero, miserabile, privo di tutto, ma possiedo Voi e, quindi, ho
dalla mia l’Infinito.
Oggi voglio stringermi con un vincolo ancora più grande a Voi, voglio proprio farmi vostro.
Quante belle promesse faccio ogni mattina e poi durante la giornata dimentico tutto. Non mi sarà
possibile quest’oggi sostenermi ancor di più? Invoco il vostro aiuto e spero tanto. Perdonate tutta
la mia miseria, rivestitemi con l’eleganza della vostra grazia e fatemi giungere a sera tutto pieno
di meriti. Nelle vostre mani io affido l’anima mia113, acciocchè ne facciate il vostro tesoro. Dio
mio, Ti ringrazio che mi permetti di trattarti, io miserabile creatura, con tanta intimità e
confidenza. È proprio un peccato non amarti alla follia!
22 aprile 1909, ore 9,30.
172
Dio caro, permettimi la dolcezza di parlare con Te. Sono tanto scontento di tutte le cose di questo
mondo, ne sono tanto sazio e nauseato. Non vi è una gioia, che non sia accompagnata da qualche
spina. Solo Tu, o Signore, sei un bene puro, un’allegrezza senza dolore, un amore senza angoscia.
Ti vado cercando continuamente nel buio che si addensa tutto a me intorno; Ti chiamo, Ti invoco,
grido a Te con tutto il tormento di un desiderio insaziabile. Anima mia, quando sarà mai che
riposerai finalmente tra le sue braccia divine? Dovrai passare per acqua e fuoco, ma certamente vi
riuscirai. La crudezza del dolore ti dovrà irrobustire, la lunghezza della prova ti dovrà abbellire, le
agonie della morte dovranno sradicare fino al fondo le tue più piccole infermità e debolezze, e poi
sorgeranno per te il giorno che non ha sera, il sole che non ha tramonto, la gioia e l’allegrezza che
non avranno più lacrime. Oh, Dio, quale sorte felice! Davvero vale la pena di soffrire una vita per
meritarsi un’eternità così bella, così inebriante! Quando sarà quel giorno in cui farò il mio
trionfale ingresso nel vostro paradiso? Voi lo sapete e io pure vorrei saperlo.
Fatemelo sentire vicino, o Signore, acciocchè la mia virtù si accenda di desiderio, affretti il passo
e giunga velocemente con la rapidità del volo. Gioie umane, deliri dell'amore, fascini della
bellezza, non mi rammarica punto l’avervi lasciato; mi aspetta un bene, che vi supera come il
mare supererà un piccolo rivo d’acqua.
Dovrò soffrire, dovrò agonizzare per la vostra privazione? Ma che importa? Ho 29 anni ormai. Se
non sbaglio, il mezzo del cammino della mia vita è poco lontano. Il più credo ormai di averlo
fatto. Chi lo sa quando Dio mi chiamerà? Forse ancora da qui a 70 anni, il tratto è breve assai.
Trattomi dall’infanzia, ossia da quel periodo di vita nel quale il tempo è sempre troppo lungo e
non passa mai, perché gli si fa fretta continuamente, ora vivo senza neppure avvertirlo e mi
trascorrono gli anni quasi di nascosto. Sono sei anni dacché ho celebrato Messa e mi par l’altro
ieri. Che cosa ho fatto? O Dio, non lo so! Mi metterei in un dolore angoscioso, se non confidassi
nella misericordia infinita del Signore.
23 aprile 1909, ore 4.
Quanto sarei felicemente buono, se sapessi dirmi una parola sola delle tante che rivolgo agli altri.
È davvero una cosa singolare. Però non è il caso di mettersi in agitazione e disturbarsi. Sarò
calmo e sereno, sopportando paziente il peso dell’anima mia. Ciò che mi ha disgustato ieri è stato
il poco buon impiego del tempo. Una giornata così preziosa, come quella di ieri, per la comodità
di potermi occupare in tante belle cose, difficilmente mi capita. Eppure mi sfuggì senza avere
ottenuto qualche cosa di sodo. Non seppi economizzarlo il tempo, poiché quello che feci in due,
tre o quattro ore, avrei potuto compierlo in brevi istanti. Mi mancano l’ordine, l’assiduità, la
costanza. M’accorgo che sono volubile, piuttosto spiccatamente; sono capace di cominciare un
lavoro e poi lasciarlo senz’altro per appigliarmi ad uno differente, che pure lascio incompleto e
così mi avvedo alla fine di non avere fatto alcuna cosa che appieno mi soddisfi. È in questi
momenti che mi assalgono la noia, il disgusto di me stesso, l’amarezza di constatare che non sono
buono a nulla, che non riesco in veruna cosa. È questo, o Signore, che costituisce uno dei miei
difetti più grandi? È questa la causa per cui non progredisco alacremente nella via della virtù?
Molto probabilmente. Oggi pertanto voglio essere molto più attento, voglio vigilare per saper
ubbidire al comando della buona volontà. Ho tante cosine che mi domandano una seria e diligente
occupazione. Lo farò, Ve lo prometto, caro Signore. Maria Santissima, sostienimi anche Tu,
inspirami, aiutami a riuscire. Oggi devo fare parecchie cose, nelle quali mi è indispensabile
l’intervento del Signore. Ottienimelo fin d’ora, Te ne prego! Sai quanto sono buono a nulla, sai
come valgo niente. E sai ancora che, nonostante io conosca la mia miseria, tuttavia agisco con la
fiducia mia dimenticandomi di chiedere l’aiuto dall’alto. Quest’oggi, no!
Offro al Signore tutta la mia giornata e Lo invoco umilmente a volermi accompagnare in ogni
singola azione col suo aiuto. O Signore, così buono come siete, sopportatemi, perdonatemi,
consideratemi oggi come il vostro “piccolo monello” che lavora in casa vostra con l’unico
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desiderio di lavorar bene per darvi consolazione, per fare del bene alle anime, per propagare il
vostro regno.
24 aprile 1909, ore 11,15.
Sapessi dire quanta tristezza pesa sull’anima mia! Lo scostarmi solo un passo dalla regola del mio
bene da compiere, mi è ragione di disturbo senza misura. Sono proprio come un pesce fuor
d’acqua. Ricomponiamoci, dunque! Ora dovrei dire a me stesso ciò che, con tanta esagerata
eloquenza, so dire agli altri, e invece mi accorgo sempre più che è molto più facile dire che fare.
Bisogna tuttavia essere ragionevoli e non lasciarsi andare inconsciamente per una via di fatale
rilassatezza. Bisogna che per nulla trasgredisca la regola delle mie occupazioni e che i miei doveri
si trovino tutti a posto per bene. Aspettiamo pazienti la fine di questa nebbia, che mi avvolge
l’anima e mi dilaga per tutto l’essere. Quale ne è stata la cagione? Non è possibile rinvenirla,
imperocché si tratta di un complesso di cose, insignificanti in se stesse, fatali a mio riguardo. Ora
devo imporre una pace assoluta intorno a me, devo sopportare con molta pazienza e soprattutto
sforzarmi ad agir bene. Non è vero, o Signore, che mi perdonate qualunque mancanza possa aver
contristato l’anima mia? Vi ricordate, o Signore, di quello maggiormente che produce in me lo
scompiglio più grave? Perché non mi fate la grazia di liberarmi da quel tormento così snervante?
Lo sapete pure, o Signore, che io voglio amarvi assolutamente senza nessuna debolezza e senza
nessun inganno. Permettetemelo, dunque, e toglietemi tutto ciò che, anche in apparenza, può
farmi temere di avervi un istante solo abbandonato. Meglio la morte che contristarvi, o Signore.
Io vostro sacerdote, vostro ministro, dispensatore prodigo della vostra grazia, proprio io devo
rimanerne privo? Ah no, Signore, per tutto l’oro del mondo!
Protesto di essere mille volte convinto che tutte le cose di questo mondo, tutte le lusinghe sono
terribili illusioni e che di fronte ad esse è un bene di gran lunga migliore quello che mi avete
elargito Voi. Soffro è vero, agonizzo, ma che importa se altri hanno, per causa mia, tanto bene e
conforto? Questa è la mia più ambita ricompensa, questo è il mio tesoro. Sottoscrivo a piene mani
con tutta l’anima a questa intenzione di bontà. Voglio assolutamente essere così nonostante la
lotta infernale, che tante volte rumoreggia terribilmente nell’anima mia.
25 aprile 1909, ore 5.
Anima mia, così non va! Il fervore dei tuoi giorni migliori sfuma come un’ombra. Resisti assai
spesso alle ispirazioni della grazia, che ti vorrebbe più attiva, più pronta, più viva. Non vedi come
sei scontenta? Non vedi che sei oggi quello che eri un gran tempo fa? Per che cosa sei al mondo?
Quale rendiconto ti chiederà un giorno il Signore! È vero, bisogna lasciar da parte tanta teoria e
venire senz’altro alla pratica.
Ieri mi lasciai dominare dal malumore in maniera da tralasciare la puntualità dei miei doveri. Che
importa che io sappia dire agli altri, se a me stesso so dir così poco?
Sono egoista, ho tanto orgoglio, sono tanto preoccupato di me stesso che dovunque mi porti,
qualunque cosa io faccia, pare che non cerchi, per prima cosa, che me stesso. Dio buono,
compatitemi, perdonatemi! Per quanto vi possa essere di reazione in me stesso, ora disdico,
distruggo quanto vi può essere di falso in me. Voglio venirvi dietro e cercare Voi solo. Dio solo!
Se anch’io cercassi di farlo, come programma e compendio di tutta la mia vita, quanto ne sarei
felice! Cercar soltanto Dio dappertutto: nei miei doveri individuali e in quelli che mi portano agli
altri.
Dio soltanto e quindi: nelle tue preghiere, nella tua Messa non cercare altro che di consolare
Colui, che solo ti ascolta e ti intende fino al profondo del cuore. Dio solo e, quindi, quando parli
alle anime distruggi sino alla radice quella bava di veleno di amor proprio che ti suggerisce,
maledettamente, il pensiero di essere stimato, di essere amato per le cose che dici. Ah, Signore,
infondete tanta vigoria in me che possa per davvero trionfare di questa mia debolezza, che tanto
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male può farmi nel bene stesso. Dio solo nelle tue relazioni, nei tuoi desideri di far del bene, in
tutte le tue industrie che adoperi a profitto degli altri.
Oh, cara espressione “Dio solo” e ancor più cara felicità il poter giungere a questo grado di
perfezione, di essere sommamente più soddisfatti allorquando, nel bene che si fa, si sa che
soltanto lo sguardo di Dio ci vede. Signore, datemi questa fortuna!
26 aprile 1909, ore 5.
Dio mio onnipotente, venite, discendete sull’anima che Vi desidera, che Vi chiama con tanta
vivezza e portatele tutta la pienezza del vostro amore. In questi giorni sono davvero scontento di
me stesso. Tolto il quarto d’ora che impiego nello scrivere queste povere riflessioni, il resto mi va
tutto in una dimenticanza quasi perfetta. Durante la mia meditazione il Signore è il mio tutto,
all’infuori di questa Egli rimane per me quasi uno straniero.
Ma perché? Scuotiti, dunque, o sonnolenta anima mia, risolvi una buona volta di comportarti con
tutta la tenerezza dell’amore che ti lega a Dio, ed offri a Lui delle giornate che siano come un
profumo continuo, che sale al suo cospetto. Che cosa aspetti? Il tempo fugge rapidamente; la tua
giovinezza se ne va, i tuoi sentimenti si fanno sempre più pesanti e agghiacciati; vuoi rivolgerti a
Dio quando non potrai dargli che gli avanzi? Ah no, no! Adesso, in questo momento nel fervore
dei miei 28 anni, voglio tutto donarmi anima e corpo al Signore. Perdonatemi sempre, o Signore;
spargete di continuo il miracolo della vostra misericordia sopra di me in maniera che, quasi per
forza, io riesca a divenir vostro. Dio carissimo, infinitamente santo, fatemela questa grazia:
prendetemi proprio Voi per mano e conducetemi avanti. Oggi voglio proprio dire sul serio. Le
mie cose, i miei doveri voglio compierli con tutta la migliore volontà. Fatemi tutto vostro e che la
mia anima sia sempre rivolta a Voi.
Perché, io sacerdote, non mi avvezzo a riflettere di continuo alla vostra presenza, io che ho
bisogno di tutti gli appoggi, di tutti gli aiuti? Che cosa faccio, se non ho Voi? A che cosa riesco,
se Voi non mi prestate il vostro braccio? Sono cose di cui sono più che persuaso, ma molto
facilmente mi sfuggono di mente. Oggi voglio vedere se mi riesce un po’ diversamente. Che cosa
dirò un giorno se, dopo tante grazie e tanti aiuti, io mi troverò ancora allo stesso livello di
debolezza e di rilassatezza? Maria Santissima, fate che presto, presto io valga a rialzarmi, a
formarmi una vita fervorosa, tutta ripiena del vostro santo amore. Mi esaudirete, non è vero?
27 aprile 1909, ore 3.
Vi sono delle cose in me, che mi umiliano così profondamente che sarei tentato di darmi alla
disperazione, se non confidassi sommamente nella misericordia di Dio. E mi domando: «Perché
questa lotta formidabile, perché queste trepidazioni così terribili, che mi fanno quasi dubitare
della grazia di Dio?». Non lo sapete, o Signore, che io voglio esser vostro a qualunque costo,
anche di morire? Perché, dunque, la mia volontà dev’essere in certi momenti così cambiata da
desiderare quasi il contrario? Perché devo trovarmi in certi istanti di una stranezza così
inconcepibile che mi pare quasi di volere il male e di non importarmene del bene? Non è possibile
che mi abbandoni a questi pensieri, perché altrimenti ne diverrei matto. Dio santo, confido
estremamente in Voi, nella vostra grazia onnipotente che, sono sicuro, preserverà l’anima mia da
qualunque pericolo ed insidia del nemico. Vi prego, liberatemi dalla tentazione, allontanate da me
la schiera di quelli che vogliono unicamente il mio male, a dispetto del gran bene che mi volete
Voi. È mai possibile che essi debbano avere il sopravvento? Non lo sarà mai se Voi venite a
combattere con me, o Signore, o meglio, se Voi vi ponete al mio fianco sempre come una
custodia, una difesa. E Voi verrete certamente, se io Vi chiamo, se Vi voglio, se confido
perdutamente in Voi. Ah, Signore, vorrei rispondervi come san Pietro: «Voi lo sapete se io ho
fiducia in Voi»114. Sapete quanto riconosco essere per me assolutamente indispensabile rifugiarmi
in Voi, onde vincere l’estrema debolezza che mi schianta e mi distrugge. Venite, dunque, ché Vi
desidero con tutta l’anima; difendetemi da tutte le insidie. Quando avrò Voi al mio fianco, non
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temerò di alcuno. Signore, se in qualche mio atto vi potesse essere stato il vostro disgusto, me ne
perdonate è vero? Ah, spero tanto che lo farete nell’estrema generosità vostra. Ridonatemi tutta la
pace di cui ha bisogno l’anima mia; datemi forza a vincere le battaglie di quest’oggi; siate con me
sempre! Anch’io mi sforzerò di pensare spesso a Voi, di vivere sempre alla vostra presenza.
Maria, madre mia purissima, copritemi col vostro manto e difendetemi come cosa vostra. Lo
desidero, lo voglio, Ve ne scongiuro con tutto il cuore .
28 aprile 1909, ore 15,15.
È un momento ben critico che ora trascorro: non so per qual motivo il Signore e tutte le cose sue
mi sembrano da me lontane, in un buio perfetto. Non vedo nulla, non conosco nulla, non sento
nulla. La mia condotta è come quella di un paralitico, che comincia la vita sua al mattino e giunge
fino a sera senza sapere né il perché né il per come. Quanto mi è triste questo stato, nel quale mi
sembra di perder tutto e di acquistar nulla!
Perché non mi aiutate, o Signore? Perché non vi mostrate a me e non mi dite: «Guarda dunque e
voglimi bene?». Signore, non sento più la vostra mano, che mi accompagni e mi guidi; sono solo
nel percorrere la via. O Dio, ascoltate il mio grido; venite; mostratevi a me; venite con me; siate
sempre, sempre il tesoro vivente delle mie mani! Riconosco che è colpa mia, che mi lascio
trasportare dall’apatia, dalla svogliatezza, dalla spensieratezza. Come mi è pesante questo stato, e
pur tuttavia lo scelgo a preferenza dell’altro bello e consolante di pensar sempre o assai spesso a
Voi. Ecco: Ve ne chiedo umilissimamente perdono con tutta l’anima e con tutto il cuore; voglio
farmi forza a vincermi, a farmi un po’ più buono. È tanto che lo dico e non riesco ancora; sono
giunto ad un punto superando, forse, chi sa quante difficoltà, ma a questo punto mi arresto e non
so più camminare avanti.
Quale vergogna! Ma che mi manca, dunque? Eccolo: mettiti calmo e tranquillo a fare il tuo
dovere con molta diligenza e puntualità. Avvezzati, in ogni cosa nuova che intraprendi, ad alzare
la tua mente a Dio, ad offrirgliela generosamente, semplicemente. Sei fervoroso? Ringrazia il
Signore. Non lo sei? Piega umilmente la tua volontà e di’ a te stesso: «Che cosa merito mai?». Io
non merito null’altro che la vendetta del Signore. Egli mi ha risparmiato i suoi castighi, solamente
vuole che, in espiazione, io Lo ami anche quando non sento nulla; che faccia il bene anche
quando non mi attrae. Ma sì che lo farò, o Signore, purché mi prestiate sempre Voi il vostro
braccio.
29 aprile 1909, ore 4,45.
Più mi fermo sul pensiero di dovere amore assolutamente al Signore e più mi sento scosso a farlo
presto, perché il tempo passa troppo velocemente. In questo istante, anima mia, prostrati umile
davanti al Signore e digli: «Perdonatemi, o Signore, di non amarvi abbastanza. Voi siete il sommo
mio ideale: quella cima a cui devo rivolgere tutti i miei pensieri e le forze di me stesso».
Allorché parlo di Voi, protesto di amarvi sino alla follia come il poema della mia grandezza, il
sole della mia bellezza, il sogno del mio cuore; invece, quando andiamo alla pratica, mi accorgo
che sono ben lontano dall’amarvi così intensamente, ma spero di giunger presto.
Intanto so che se io quest’oggi mi sforzo in tutte le maniere per esser buono, per portarmi
estremamente bene a qualunque costo, do senz’altro a Voi una prova grande di amore. So che se
mi ingegnerò di far del bene, darò a Voi tante consolazioni quante sono le piccole mie intenzioni
buone. Perché non lo devo fare? Sarei bene stolto, se trascurassi il tempo prezioso che Dio mi
dona per avvantaggiarmi così grandemente nella via del bene. O Signore, riconosco che ho
bisogno di tutta la vostra forza per riuscire a camminare come vorrei; riconosco che da solo mi
arresto alla prima difficoltà che si presenta. Guarderò, dunque, a Voi per ogni occasione che mi si
presenta, voglio pensare a Voi, ricorrere a Voi, scongiurarvi con tutta l’anima a non partirvi da
me. Vi offro per intanto tutta la mia giornata. Toglietemi, o Signore, tutte le occasioni di far male
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ed invece mandatemi numerose quelle di fare del bene. Sostenete la tranquillità, il coraggio, il
fervore dell’anima mia; fate che sia un fervore che non si spegne mai per tutto quest’oggi.
Se qualche volta dovesse spegnersi per mia distrazione o negligenza, fatemene subito avvertito
con un po’ di rimorso e datemi la forza di sapermi riaccendere all’istante. Quanto sarei contento
stasera, se potessi dire: «Signore, oggi mi è andata abbastanza bene!». Lo spero con il vostro
aiuto, che Vi domando con tutto il cuore ora, unito alle istanze vivissime che, con me, Vi fa la
mamma mia carissima, la Madonna. Angelo Custode mio, custodisci i miei propositi del mattino
e fa’ che siano coronati di un felice successo. Svegliami, ricordami, spingimi avanti sempre,
sempre!
1 maggio 1909, ore 4,45.
Per tutto il desiderio che ho di passare io pure questo mese con quel santo entusiasmo di fervore
di tante anime buone, questa mattina voglio cominciare col fare bene la mia meditazione.
A dir vero, più che meditazione è un esame di coscienza, una raccolta di atti di pentimento e di
propositi. Purtroppo sono pentimenti e propositi che non hanno tutta quella forza che dovrebbero
avere imperocché, appena passate due o tre ore, sono già lontani dalla mia memoria.
Maria cara, è davvero una vergogna! Perché così debole di volontà, così facile alla dimenticanza,
alla trascuratezza, al rilassamento? Non so mantenermi calmo, non so dirla virilmente questa
parola: “voglio”. Come, dunque, potrò riuscire a qualunque cosa nella vita, se non mi faccio una
tempra di anima più decisa e più forte? Sarò sempre tra il sì e il no, tra continui pentimenti e
inutili rimpianti sulla mia fragilità e debolezza.
In questo mese di maggio voglio farmi forza a riuscir meglio nella volontà di essere buono. Sarà
questo tutto il mio fioretto, che offrirò giorno per giorno alla Madonna. Riflettendo su me stesso,
in riguardo alla devozione alla Madonna, trovo che non vi è più in me quello che vi era una volta,
cioè quella confidenza e tenerezza filiale che mi accompagnavano sempre, come una stella di
dolcezza e di riposo. Molto di rado penso a Lei, difficilmente mi commuovo nella considerazione
della sua bontà a mio riguardo. Ciò mi dispiace, mi rende desolato. È forse perché non voglio più
bene alla Madonna? Ditemelo, dunque Voi, se questo è il motivo e, nel caso lo fosse, rimediatemi
in questo mese! Tutto quello che farò avrà questo scopo preciso di ottenere in me un risveglio di
quel fervore, che una volta era tanto vivo. Spero che Voi, Madre mia, come siete larga a tutti di
favori e di grazie, lo sarete pure con me. Ma mi accorgo che la stessa proposta Voi fate a me: «In
quella misura che tu sarai largo meco, lo sarò io altrettanto con te»115. Facciamoci, dunque, una
promessa reciproca e sia la vostra quella che aiuta e sostiene la mia. Va bene così?
3 maggio 1909, ore 4,45.
Se potessi fotografare la mia anima, la troverei come un agonizzante che tutto ha perduto dei
sorrisi della vita e solo gli stanno presenti gli orrori della morte. Come si può essere infelici al
mondo? Non ho più desiderio di nulla, rifuggo qualunque cosa possa sembrare consolazione: solo
mi pasco della mia pena. Che giorni!
Ciò che maggiormente mi opprime è lo stato miserando di un’anima, che fa sforzi eroici per
mantenersi buona e tutto le va a rovescio: condizioni di famiglia, amicizia di persone, salute,
stima, tutto. Una persecuzione infernale la circonda da tutte le parti, neppure le anime buone la
risparmiano. Non avevo mai pensato che un’anima potesse soffrire in quella maniera. Ed io che
posso fare per lei? Dio sa quanto vorrei strapparla da una vita così martirizzante, ma non posso
che essere spettatore impotente delle sue amarezze.
Non sono neppure buono per giovarle maggiormente; questo è un delitto. Se io fossi buono,
risparmierei, forse, chi sa quanti mali alle anime che vivono sotto la dipendenza mia. Il Signore
terrebbe conto della santità mia come di una loro purificazione ed invece, poverine, dovranno
forse scontare il peso delle mie negligenze, delle mie apatie. Se io fossi più santo, la mia parola
sarebbe più efficace, le trasporterebbe a vivere più consolate, più coraggiose, più sante. E invece?
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Oh, Dio, che posso dire se non: «Perdonatemi!». Che cosa vi è mai di sinistro nell’anima mia,
dato che, per quanti propositi faccia, non li mantengo mai? Oh, è ben triste dover fare a se stessi
questo rimprovero! La mia mente è ancora quella di una volta: irriflessiva, trascurata, indolente.
Non mi è ancora riuscito di farmi un essere di meditazione. Rifletto così a sbalzi, a tratti isolati,
senza continuità, senza fissarmi mai in un solo pensiero, senza approfondire mai nessuna cosa.
Qual meraviglia che io sia e rimanga sempre un essere superficiale? Oh, mio Dio, mi ripugna
guardare a me stesso, quindi mi rivolgo a Voi, mi getto nelle vostre braccia, proprio come il
vostro monello, disgustato, annientato dal pensiero della sua miseria. Voi, tanto infinitamente
buono, ricevetelo, stringetelo al vostro cuore ancora una volta! Con questa stretta amorosa fate
che io possa trasformarmi in un vostro figliuolo di predilezione.
4 maggio 1909, ore 4.
Quanto più rivolgo lo sguardo sopra me stesso altrettanto, con tristezza, riscontro la mia
deficienza. Mi manca affatto la meditazione. La superficialità della mia mente mi costringe a
rimanere in uno stato sempre mediocre. Quanti esseri vedo intorno a me, che sanno trovare
ragioni e motivi così belli e convincenti per spingersi al bene! Io invece vado a scatti, agisco per
impulso proprio così come spira il vento. Che potrò fare per l’avvenire? Nulla o ben poco. La
ragione intima delle cose mi manca e tutto quello, che è in me, è per puro effetto della grazia di
Dio. Se io cooperassi a questa grazia, chi sa quanto di meglio potrei ottenere. Ma facciamolo,
dunque! Assorbite, o Signore, tutti gli umori cattivi, tutta l’inerzia che ha sì profonde radici in me;
toglietemi questo stato paralitico dell’anima; fate che io cammini e cammini sempre. O Madonna
santa, in questo mese di maggio Vi domando proprio con tutto il cuore questa grazia: di poter
risorgere dal mio stato, di poter far qualche cosa. Sono tanto disgustato ed avvilito di me stesso,
non so proprio a che cosa appigliarmi. Confido infinitamente nella vostra bontà. Vedete: io non so
che cosa pensare, che cosa dire; guardate come sono misero, guardate come sono ripugnante.
O Maria, rifugio di chi ha perduto ogni speranza, accoglietemi tra le vostre braccia, sollevatemi,
dunque, in alto! Se lo volete, potete trasformarmi in un angelo di bontà, di energia, di grazia. O
Mamma mia, fallo, dunque, Te ne prego con quanto so e posso. Ottienimi dal Signore il perdono
di tutto il male che può essere in me. A tua consolazione oggi sarò buono, sopporterò in pace tutto
ciò che mi rattrista e mi annoia la vita. Lavorerò per Te, Ti porterò presente nel pensiero e nel
cuore. Sempre s’intende purché Tu sia sempre benigna del tuo aiuto. O Maria rifugio mio, non si
è mai udito che Tu abbia respinto alcuno ricorrente a Te116. Vorresti proprio fare un’eccezione a
riguardo mio? Non è possibile! Spero quindi, anzi sono sicuro, che oggi mi porterai per la via del
bene e mi ispirerai tutto quello che devo fare per piacere al Signore. Ti prometto che Ti ubbidirò
sempre, sempre! Comincio ora dal far bene la mia benedizione.
5 maggio 1909, ore 4,30.
Ieri sono stato un po’ contento, benché avessi potuto ottenere un qualche cosa di più. La
meditazione è sempre uno scoglio. Non so approfondirmi in nessun pensiero, non so navigare
nell’aria sublime di un concetto fino a trovarne mirabili ed efficaci relazioni, conseguenze od
opportunità. La mia anima è così instabile come un raggio di sole, che penetra per una fessura in
una stanza buia: sempre oscillante, sempre passeggera. A che cosa posso mai riuscire? Sarò
sempre deficiente. Perché non prendi un po’ la tua mente, la tua fantasia e non le dici con
risolutezza: «Ora fermati su questo punto e cammina per questa strada e non fuggire!»?
Che cosa aspetti per farlo? Che le tue facoltà siano indebolite, siano esaurite dalla vecchiaia? È un
delitto. È vero, è vero! Dio, santo mio, invoco tutto il vostro aiuto per farmi forza a riuscire
ancora di più. Vedo che è troppo necessario ottenere quanto mi occorre per far del gran bene, per
saper dire una parola per bene a tutti. Dunque, decidiamoci! Oggi sarò calmo, procurerò di
riflettere sempre nelle cose che dovrò fare e dire, e non lasciarmi guidare dalla distrazione.
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Se nel mese di maggio potessi ottenere questa bella dote, che bel profitto avrei fatto nella virtù!
Tante volte mi affliggo di essere scarso in tutto. La ragione è proprio questa: non medito. Se
riflettessi, saprei trovare tante ragioni da persuadere, darei al mio carattere un’impronta tutta
speciale di assennatezza, di sincerità, di bontà. Viene tutto da questo punto: la meditazione è una
fiaccola, che illumina la strada, la mostra all’anima, ed è sempre assetata di camminare, di
conoscere, di esplorare. Ma perché, dunque, non lo faccio? È davvero una gran perdita, che mi
permetto, non abbracciando con tutte le forze questo mezzo onde ottenere tutto il bene possibile.
Madonna mia, per quanto io sappia e possa mi raccomando di cuore a Voi. Prometto di
riformarmi, di rendermi tutto caro, tutto buono, tutto santo, ma ricordatevi che pongo nelle vostre
mani la mia promessa, acciocchè anche Voi l’abbiate presente per donarmi sempre il vostro aiuto.
È in questo che io ho fiducia più che nelle mie forze. Mamma, tutto quel po’ di bene che mi riesce
fare in questo tuo mese di maggio, accettalo come una preghiera, che implori sempre da Te questa
grazia.
6 maggio 1909, ore 4,30.
Raccogliti, anima mia, sotto le ali protettrici del Signore e rifletti seriamente sul modo migliore
che ti conviene per esser buona. La meditazione deve riuscire l’arma ordinaria con la quale farti
strada. Per meditare, si lasciano da parte tutti i pensieri estranei, bisogna impadronirsi della mente
e soprattutto della fantasia e saperle convergere ad un medesimo punto, onde ottenere un
soddisfacente risultato. Sarà possibile? Certamente, purché io sia disposto a superare delle grandi
difficoltà: la prima è la perseveranza. Se mi ponessi ogni giorno per un po’ di tempo, per esempio
un quarto d’ora, a volermi concentrare, a riflettere, questo, che dapprima riuscirebbe uno sforzo,
poi diverrebbe un abito.
Quando avrò ottenuto l’abito del meditare, io avrò vinto una grande partita, sarò riuscito a
correggermi di un gran difetto: la superficialità della mente. Perché non lo faccio dunque?
Servendomi del metodo dello scrivere, quanto posso riuscire! Ma bisogna che io lo faccia con un
proposito rigoroso, speciale, magari mettendolo sotto la protezione della Madonna. Ora che siamo
nel mese di maggio, stabiliamolo senz’altro e sia formulato in questo modo: «Mamma, Vi
prometto di fare in questo mese la mia meditazione con tutta la diligenza per ottenerne l’abito».
Mi aiuterete Voi, cara Madonna? Senza dubbio. Allora sia come detto. Ogni giorno farò quanto
mi è necessario per mantenere la promessa. Tanto per non trovarmi arido e senza materia,
stabilirò, possibilmente nel giorno prima, quanto dovrà formare il soggetto del giorno seguente. E
una volta stabilito, su quello la mia mente si porterà procurando di trarne, dalle riflessioni, quel
migliore vantaggio che più si applica ai bisogni dell’anima mia. Bisogna far così: se non mi
determino adesso, che sono nel vigore della giovinezza, quando vorrò riuscirvi? Certamente mai!
Intanto purifichiamoci nel perdono di Dio. Signore, rivolgete gli occhi benigni sopra di me!
Questo raggio divino di sole vostro, sono sicuro, mi purificherà l’anima da tutta la nebbia che la
ingombra. Datemi il vostro bacio, rendetemi un’anima di predilezione vostra. Farò tutto bene
quest’oggi col vostro aiuto. L’unica ricompensa, che Vi chiedo, eccola: fatemi far del gran bene a
Voi, a tutti.
10 maggio 1909, ore 14.
Sono quattro giorni che ho trascorso senza donare al Signore la mia solita conversazione. Ho
lasciato Lui in disparte, la mia pigrizia ha vinto contro il desiderio di Dio e la pace della mia
coscienza. Quanto ho da addolorarmi e da riempirmi di sfiducia! Tocco con mano che questo
stato di cose è, per me, un peso più fastidioso di qualunque sacrificio e, tuttavia, pur di non farmi
forza a decidermi ad essere coraggioso, mi rassegno a soffrire passivamente, ignominiosamente.
Quale stranezza di contraddizione vi è in me! La meditazione è ancora, per me, una cosa assai
lontana; tutti i giorni vedo che non ne posso fare a meno, senza sciupare il meglio della mia vita,
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ma tutti i giorni rimango inerte come colui che vuole e poi non vuole. Perché sono così
superficiale, volgare, stupido, ignorante, impulsivo, senza carattere? Perché non medito.
Ieri hai predicato sulla Trasfigurazione di Cristo. Ma che predica! Hai recitato noiosamente
cinque minuti di lezione. Non eri compreso di altro che di un grande timore, della
preoccupazione di non far buona figura. Il resto, oh il resto, era ben lontano! E tutto questo,
perché? Perché non medito. Che testa vuota che sono! Cosa faccio al mondo? Nulla! Oh, parola
terribile: quanto mi sarà fatale un giorno!
Alla sera vado a predica, vado ad ascoltare la parola di uno che pensa. Com’è affascinante, come
strappa la persuasione! Dice forse delle cose dell’altro mondo? No, dice la sua convinzione e la
dice e la sa dire, perché sa leggerla questa sua convinzione nel fondo dell’anima sua; e come fa a
leggerla? Sa meditare. Ecco tutto! Ma io, io dunque, cosa faccio? Signore, non so far altro che
prostrarmi davanti a Voi e dirvi, come il povero paralitico: «Signore, abbi pietà di me!»117. Vorrei
dirvelo con una fede immensa nella vostra misericordiosa bontà e temo di non averla. O Signore,
abbiate proprio pietà di me, perché sono veramente misero, sono veramente degno della vostra
più profonda compassione. Vi offro, come pegno onde implorare la grazia, la nausea dolorosa che
ho di me stesso.
11 maggio 1909, ore 8,15.
Mamma Santa, prendete tra le vostre mani l’anima mia, correggetela, consigliatela, ispiratele tutta
la forza della grazia vostra, affinché possa muoversi e camminare avanti. Questa mattina sono
piuttosto freddo: la S. Messa l’ho celebrata con fatica; neppure la voce mi assecondava
imperocché, per ogni parola, mi conveniva quasi fare uno sforzo. Quanto è doloroso un simile
stato! Ora proverò a rialzarmi. Guidami Tu, Maria Santissima, poiché non sono capace a nulla.
Oggi determino di essere un po’ più riflessivo. Questa riflessività deve consistere in un po’ più di
ponderatezza in tutte le mie cose; mi proibirò di andare avanti così sventato come il solito: tanto
nel parlare, come nel fare le mie cose, userò quella sobrietà, quella dolce carezza che mi è
consigliata dalla coscienza mia. Inoltre le cose, che ieri ho ascoltato alla predica, vedrò di farmele
passare davanti alla mente. Oh, quali riflessioni belle il predicatore non mi fece fare, non mi forzò
a fare sopra me stesso, sopra gli altri! Davvero è necessario essere tanto buoni. Egli parlò degli
increduli. Disse che non dobbiamo trattarli dall’alto in basso come se noi fossimo i soli grandi, i
soli destinati alla gloria ed essi i piccoli, i già condannati all’inferno.
Siamo, è vero, i fortunati, ma senza merito nostro; perché non dobbiamo far parte della nostra
fortuna anche i nostri fratelli? Consideriamo in ogni creatura, anche la più piccola, un’anima,
sorella nostra, di uguali aspirazioni verso il bello, il grande, l’infinito. E parliamo a loro in questo
modo: «Prima di essere increduli, perché non vi fate un’idea giusta della religione che
combattete? Perché vi contentate di averne una debole idea dai giornali, da chi la combatte e non
la studiate invece serenamente in qualche rivista, in qualche trattato che ne parli con
quell’ampiezza che è indispensabile per averne un concetto preciso?». Inoltre, non basta studiare,
bisogna essere umili118. Davanti a Dio siamo tutti piccoli, siamo tutti bambini.
Non basta essere umili, bisogna esser puri di cuore, onesti, ossia non avere alcun segreto interesse
da difendere contro la religione. La fede è un dono e solo gli umili e i puri di cuore la possono
ottenere. Ma direte: «Come può uno meritar la grazia, senza prima possederla?».
12 maggio 1909, ore 4,45.
Nel bisogno grande di una parola di conforto, vengo da Voi, o mio buon Signore, a chiedervela
come una grazia giornaliera. La mia miseria è tanto grande che mi spaventerebbe, se non
confidassi in Voi. L’inclinazione all’egoismo, al benessere mio, al dolce far nulla mi contrasta
sommamente nell’anima e mi estingue le migliori volontà. Che cosa faccio di buono al mondo?
Poco o nulla. E vorrei farne tanto. Comincia dunque, anima mia, da te stessa: che il bene, che devi
compiere, cominci da te per poi riversarsi con più pienezza negli altri. Che devo fare? Bisogna
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irrobustire la volontà, affinché l’adempimento dei tuoi doveri ti faccia più pronto, più fedele, più
inesorabile. Quanto è necessario questo per te!
Questa mattina per esempio, perché non sei stato pronto nell’alzarti, mentre l’indugiare, che hai
fatto, ti ha portato via una parte così preziosa di tempo, che ti manca poi, ora, per fare la tua
consueta meditazione? La volontà non è stata superiore alla pigrizia dell’essere tuo. Perché
quando senti la voce della coscienza, che ti comanda un dovere, non l’assecondi all’istante? Non
vedi che, tardando, ti produci un danno che ti perdura per quasi tutta la giornata? E nossignore
che non mi arrendo! Constato, provo, mi affliggo, mi pento, prometto e poi di nuovo. Il mio
soffrire è grande, molto più grande di quello che m’importerebbe il sacrificio di essere pronto al
mio dovere e, ciononostante, mi assoggetto a questo maggior soffrire, che è a scapito di tutto il
bene mio, pur di non cedere all’ispirazione di essere virtuoso. Come si spiega in me questo
mistero? È perché non medito, perché non voglio piegarmi a meditare; ma perché?
Dimmelo dunque, anima mia! Rispondi: «Perché?». O Dio, perdonatemi tutto quello che sono, e
ascoltate il gemito della mia voce, che viene da un sepolcro. Sento di esser morto, moralmente
morto. Mi sembra davvero di essere come uno di quegli ammalati del popolo ebraico, che si
ponevano vicino alla probatica119 miracolosa, invocando da tutti di essere, per carità, gettati
nell’acqua per avere la salute. Io pure vedo che fino a quando Voi, o Signore, non opererete uno
sconvolgimento pieno nell’anima mia, non mi ritrarrò. Mandatemi, dunque, il vostro Angelo, o
Signore!
13 maggio 1909, ore 4.
Immerso perdutamente tra le braccia della vostra confidenza, ardisco, o Signore, di camminare
avanti, di farmi forza e di lavorare per divenire buono. Se guardo me stesso, sento addirittura
spavento per il gran vuoto che mi trovo; è proprio indispensabile che io tenga l’occhio sempre
rivolto alla grandezza della vostra misericordia. Dio mio, Voi lo sapete come detesto tutto il
complesso delle mie debolezze, tutto il male che vedo tanto appigliarsi all’anima mia; Voi sapete
come io vorrei essere tutto buono, solamente buono, quindi, nella generosità vostra senza fine,
perdonatemi, purificatemi, fatemi bello della grazia vostra. Che devo fare per rimediarmi?
Insegnatemelo Voi! Io davvero non so che pesci pigliare. Vedo che far calcoli sopra calcoli con
l’unico appoggio della mia scienza e prudenza umana, non riesco a nulla. Vorrei, sempre vorrei,
ma non ottengo nulla. Ora mi appiglio a questo supremo mezzo, a quest’ancora di salvezza quale
è quella di abbandonarmi in Voi. O Dio, voglio esservi figliuolo tenero, fedele, acciocché mi siate
Voi padre amoroso. Vedete? Non ho nessuno che mi consigli, che mi guidi, che mi dica una
parola sicura in risposta a tutti i dubbi angosciosi dell’anima mia. Ho tanto desiderato
quest’angelo della mia vita, ma Voi non me l’avete concesso. Si vede che Voi e solamente Voi
volete essere il mio babbo spirituale, la mia fiaccola, la mia guida, solo Voi l’Angelo della mia
strada. Oh, Dio, che devo temere?
Non manca altro che io Vi lasci mano libera, che confidi in Voi totalmente, senza riserva e Voi
parlerete, mi illuminerete, mi condurrete per la via certamente sicura. O Babbo mio, Vi invoco dal
più profondo dell’anima, Vi ringrazio con le fibre più intime del mio cuore! Così appoggiato a
Voi, non temo nulla, propriamente nulla. Qualunque cosa possa venire a disturbarmi, dovrà passar
prima dinanzi a Voi per essere permessa, per essere vagliata secondo quello che conoscete che io
possa sopportare e trionfare. Maria Santissima, fa’ che io possa imprimermi bene questa verità
dell’amore infinito, sul quale io posso fare assegnamento per il profitto della mia anima!
Imprimilo nella mia mente e nel mio cuore questo bacio di Dio.
14 maggio 1909, ore 21,30.
Una persona mi ha riportato, quest’oggi, che mi hanno riconosciuto per un tipo assai nervoso.
Quanto mi scotta l’annunzio di questa cosa, come mi umilia! Che cosa ho, dunque, fatto fino ad
ora, se non sono neppure riuscito a vincere il mio carattere, se esistono ancora in me le debolezze
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primitive, le passioni volgari della mia infanzia? Ci tengo tanto a consigliare agli altri la calma ed
io la perdo ad ogni momento. Stimo tanto e ambisco così vivamente la padronanza del carattere e
sono così debolmente piccolo da lasciarmi trasportare dall’istinto passionale, che mi conduce a
dei tratti umilianti. Allorchè questo fuoco si accende in me, tremo a verga come un paralitico; la
voce mi manca, la lingua s’intoppa nel diluvio delle parole, che vorrebbero uscire violentemente,
confusamente in un tratto solo; la mente mi si offusca e mi fa dire cose puerili senza senso,
umilianti. La virtù mi abbandona, ogni riguardo mi sfugge e divento una piccola bestia che urla,
che trema, che soffre, colpita nel profondo del cuore. Ecco quello che sono, ecco di che mi rendo
capace, io che ho l’aria di uomo superiore, o meglio, io che mi do l’aria di essere in qualche cosa
differente dagli altri. Ed ormai ho ventinove anni. Che cosa aspetto? Non lo so neppure io.
Mi sento impotente e misero: la volontà è ancor debole, ancor bambina; il sacrificio mi pesa, mi
ributta, mi spaventa. È per questo che vivo alla giornata, cercando sempre, per quanto mi è
possibile, la minor spesa, la minor fatica. E intanto gli anni passano ed io sono sempre lo stesso.
Invoco il Signore perché mi aiuti, o meglio, perché faccia Egli, in vece mia, il compito della
riabilitazione di me stesso. Ma il Signore non si mette davanti, sebbene in seconda fila. Egli dice:
«Fa’ ed io ti verrò dietro». Se io non faccio, neppure il Signore mi viene dietro. Ho passato due
giorni davvero disastrosi. Nell’anima mia si è formata come un’incrostazione di umori cattivi, che
mi hanno tolto la pace, il fervore, la limpidezza del pensiero di Dio. Mi sono dimenticato di me
stesso, del bene, per preoccuparmi solo delle faccende materiali della vita. Ma perché, anima mia,
non ti scuoti e non sorgi alla vita sublime di Dio?
15 maggio 1909, ore 7,15.
Una parola sola è bastata per gettare nel mio cuore una tempesta di amarezza. Il bene, che mi
sono prefisso di compiere, mi pare sia contrastato, avvelenato dalla malignità degli uomini. Un
complesso fatale di circostanze concorre a far soffrire degli innocenti. Quanto ciò è doloroso!
Non so, non posso far nulla in loro favore e questo quanto è straziante!
Dio, padre nostro che siete nei cieli, guardateci con l’amorevolezza del vostro sguardo, non ci
lasciate mai, imperocché abbiamo bisogno di questa luce per confortarci, per farci animo nella
lotta continua. Oh, come è caro in questi momenti di sfiducia e di abbandono il pensare che Dio è
sempre quello, che Dio ci rimane sempre ed Egli solo! Per quanto la bufera umana imperversi
intorno a noi, al disopra delle nubi minacciose risplende inalterato il sole, senza che alcuno possa
offuscarlo menomamente. “Dio solo!” Ecco una frase monumentale che dice tutto un poema di
cose, tutto un paradiso di felicità. Dio solo ci comprende, ci giudica, ci ricompensa. Dio solo è il
bello e il vero, è il buono. Dio solo è l’acqua pura, che può assetare le brame infinite del nostro
cuore insaziabile. Dio solo ci vuol bene senza interesse, senza calcoli, senza egoismi. Dio solo ci
rimarrà fedele per tutta la vita, come se ogni giorno, che si accumula sopra di noi, fosse per Lui il
primo. Quando saremo vecchi, quando la salute ci verrà meno, saremo considerati come il rifiuto
di casa e il cuore degli altri si sarà raffreddato per noi: solo il cuore di Dio palpiterà ancora
vivamente, intensamente per noi. Quando la vita starà per abbandonarci e noi saremo confinati in
un letto di dolore, come tronchi inerti in preda ormai alla dissoluzione della materia, Dio si
assiderà vicino al nostro letto, ché niuno più si accosterà se non per sacrificio, per sommo
sacrificio. Dio ci amerà, ci parlerà, ci consolerà. Dio ci aspetterà come alla vigilia di un giorno di
nozze, per condurci, sposi novelli, negli anditi regali della casa sua, negli splendori immortali
della sua gloria. Oh, Dio, Dio, che gran cosa siete! E noi Vi consideriamo così poco! Come siamo
infelici.
16 maggio 1909, ore 19,45.
Dalla silenziosa camera mia, di fronte alla dolcezza suggestiva di un tramonto primaverile, volgo
a Te, o Signore mio, il pensiero, tutta l’anima mia. Che giorno triste è stato quest’oggi per me!
Dio mio, solo in Te è pace, è felicità; al mondo tutte le cose più care confinano sempre col dolore.
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O Dio, infinitamente bello, ricevi l’anima mia che ha sofferto assai. Perché Signore, tanta
angoscia? Povero essere, sei come colpito da una sentenza di morte! O essere buono, essere di
provvidenza, che ti sei rivolto a me, chiedendo l’acqua pura onde assetare le brame ardenti delle
tue aspirazioni più sante, un male imperdonabile ha forse iniettato il suo veleno mortale nelle tue
fibre! Oh, Dio, quale dolore! Vorrei gridare, vorrei esprimere tutta l’angoscia che mi opprime in
questi momenti. Oh, purtroppo, anche essendo buoni, si deve sempre soffrire e quanto! Lo
prevedevo da tanto tempo; un’aria di tristezza m’ingombrava ogni qualvolta, la sentivo, la
incontravo. Povera creatura! Chi sa il tuo avvenire? Dio solamente. Sarà lungo, sarà breve? Forse,
piuttosto breve. Ecco come passano tutte le cose migliori di questa terra! Solo il male, l’angustia,
la lotta rimangono. O Signore, solo il vostro pensiero ci porta sollievo in questo momento!
Che devo dirvi, o Dio santo? Sento in me un complesso di cose che mi occupa, mi riempie, mi
trasporta in alto. È grande il mio dolore, ma è un dolore santificato dalla carezza di Dio. Vasto
orizzonte che ti distendi nello spazio davanti agli occhi miei, quando sarà quel giorno che avremo
finito di agonizzare e verremo come angeli a volare nelle tue immensurabili distanze e godremo
tutti gli splendori di una felicità senza fine? Perché non riflettiamo su questa così bella realtà? Il
mondo è agonia, l’avvenire è gloria. Un giorno io pure, tanto triste come sono al presente, mi
sentirò eternamente felice: troverò un’altra volta tutti gli esseri che con me hanno al presente
sofferto. Dio, fa’ che giunga presto questo momento divino! Dio mio, perché non Ti amiamo, se
ci prepari una ricompensa così grande?
17 maggio 1909, ore 4,15.
“Solo Dio”. L’efficacia, la grandezza, la verità di queste due parole monumentali si provano
quando si hanno qualche sventura e qualche dolore che ci opprimono. Solo Dio è pura gioia e non
tristezza. Le afflizioni di questa misera terra ci spingono a cercare altrove un qualche sollievo e,
siccome questo sollievo non si trova altro che in Dio, ecco che si aspira solo a Lui. Come si
comprende che, se vogliamo poterci unire, potere aspirare solo a Dio, è necessario che solo Dio
noi poniamo come regola della nostra vita, dei nostri atti, delle nostre parole, dei nostri affetti, dei
nostri pensieri. Dobbiamo cercare di piacere solo a Dio, di fare solo Dio l’amico inseparabile dei
nostri giorni. Questa è la verità: la realtà unica della vita. Procura, anima mia, di esserne compresa
e, ai ventotto anni in cui ti trovi, sforzati di realizzarla in te! Fatti buona di una bontà estrema;
cerca in ogni maniera di consolare Dio. Che cosa devi fare? Amarlo. Come? Senza misura,
generosamente. Quando? Sempre: notte e giorno, nella gioia e nella tristezza.
Ecco la vera scienza! Tutto il resto è ombra che passa, fumo che si dilegua, disillusione che si
matura lentamente alle volte, più spesso rapidamente, ma sempre inevitabilmente. Sei giovine, sei
sano, sei cosciente delle tue migliori facoltà. Che importa? Fra breve, pensaci, povera anima mia,
non lo sarai più. Verrà anche per te e presto il momento in cui tutto sarà logoro dagli anni e dalla
fatica: memoria, intelletto, volontà, fantasia, corpo, salute, esteriorità, tutto tutto. Quale
accasciante tristezza non sarà per te allora, se in queste cose avrai riposto la tua gioia, la tua
speranza? Solo una cosa non invecchierà, non sarà logora dagli anni: solo Dio! O Dio, sogno
bello, sogno infinito, poema di grandezza e di felicità, Vi ammiro con tutte le forze più vive della
mia anima, Vi amo, Vi adoro, mi stringo a Voi dal più profondo dell’essere mio. Riconosco
troppo bene chi siete e come volete essere tutto il solo mio tesoro. O Dio mio, Vi chiama, Vi
sospira, Vi brama insaziabilmente l’anima mia. Vedo che un’immensa distanza mi separa da Voi
e riconosco pure che solo la bontà e l’amore mio possono abbreviare questa distanza. Ecco lo
scopo che mi farò in quest’oggi: volare verso Dio, abbreviare il tratto che mi separa dall’unione
eterna con Dio.
18 maggio 1909, ore 4,45.
La gioia, che mi procura il pensiero che Dio e solo Dio sarà sempre mio, è così grande che mi è
caro il tornarvi a riflettere. Dio solo è bello e giovine, è eterno e non tradisce mai. Se io avrò
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stretto con Lui e con Lui solo tutti i vincoli più intimi, più profondi dell’amore, sono sicuro che
non ne andrò deluso giammai. Qualunque sia il mio avvenire: o bello o brutto o lungo o breve,
possedendo Dio, possiedo tutto. “Dio mio è tutto”, dicevano i Santi ed avevano ragione! In Dio vi
è tutta la poesia; vi è l’incanto della bellezza, vi è il fascino della tenerezza e dell’amore; in Dio vi
è verità; vi è grandezza; in Dio vi è tutta la sorgente di quell’acqua pura, onde ha sete insaziabile
il nostro cuore. Anima mia, che cerchi tanto affannosa un bene che ti sia di refrigerio e di pace,
eccolo, eccolo: l’hai intorno e dentro a te! Dio ti copre, ti penetra in ogni parte. Dio è nella luce
che ammiri, nell’aria che respiri, in tutto ciò che ti è necessario alla vita. È Dio, che ti procura la
gioia che ti rallegra, l’amicizia che ti consola, tutto ciò che può avere per te l’aspetto di bene. Ma
questo Dio, perché, dunque, non Lo brami, perché non Lo fai la meta dei tuoi ideali, l’oggetto più
caro di tutto il tuo mondo? Sì, sì è vero, bisogna persuadersene con convinzione: Dio e Dio solo è
il mio tutto! Cerchino altri le gioie umane, le ebbrezze, che può presentare il mondo nelle sue
creature. O presto o tardi, l’illusione verrà ad amareggiare le gioie che con tanta avidità sono
desiderate. Dio non sarà così!
L’attrattiva sua, da principio, è quasi piuttosto languida per noi poveri esseri, che siamo mossi
solo da ciò che è materiale e sensibile; ma, poi, man mano che si cresce e si giunge in possesso
della realtà, la gioia e la consolazione si realizzano così vivamente che giungono fino ad un punto
che vorrei chiamare ebbrezza divina. È proprio tutto un processo inverso. Il mondo comincia
dolce e finisce amaro, Dio invece comincia amaro perché difficilmente sappiamo conoscerlo e poi
finisce dolce gioia ineffabile di quel paradiso che ci aspetta tutti.
Comprendilo dunque, anima mia, e disponiti a volare verso Dio, a conseguire di Lui quella
conoscenza, quel possesso più chiaro e più ampio che ti permetta di godere tutta la gioia
ineffabile della vera bellezza.
19 maggio 1909, ore 4.
Il pensiero di Dio venga in questo momento a portare un po’ di pace e di riposo a questa povera
anima mia! Quante tempeste la sconvolgono! È davvero una bufera perenne, che mi flagella! È
mio dovere rimaner fermo, imperturbabile come una roccia di granito tra il soffiare dei venti. La
corona del cielo sarà la mia ricompensa. Che importa soffrire anche mille anni, se poi un’eternità
ci aspetta di premio e di allegrezza? Ma intanto il momento è critico.
Signore, padre mio, Maria, cara mia madre, Angelo, amico e fratello mio, guardatemi,
difendetemi, sostenetemi perché so che la mia fragilità è spaventosa. Non so se da un momento
all’altro mi possa accadere l’orribile sorpresa di venir meno. Ah, Dio! Quale disgrazia sarebbe! Vi
prego, fulminatemi in questo momento, Ve lo permetto, anzi Ve ne scongiuro, piuttosto che dover
cadere dopo aver lottato per tanto tempo. Ma spero in Voi, Signore, spero che non mi
abbandonerete mai, qualunque sia la circostanza in cui mi troverò. Aiutatemi a rifare l’integrità
dello spirito mio! Datemi la grazia di un po’ di spirito di meditazione! Riconosco che mi manca
tanto e perciò mi fa tanto male. Come potrò riuscire ad alcunchè di buono, se Voi non me lo
concedete per grazia? Vedete, io mi sforzo, o meglio, provo e poi, vedendo di non riuscire,
avvilito mi perdo e lascio andare. Eppure non dovrei fare così: dovrei anzi tener duro e
continuare, nonostante la più ostinata difficoltà. Dio mio, per tutto quello che mi può essere
avvenuto in questo tratto di giorni, domando umilmente il vostro generoso perdono. Purificatemi,
o Signore, con un raggio della vostra bellezza, fatemi puro, fatemi immacolato, rendetemi la veste
più splendida dei vostri figliuoli! So che non merito tanto, ma lo meritate Voi, lo merita il vostro
cuore così infinitamente buono, lo merita la vostra misericordia, che non sa resistere ad alcuna
preghiera. Non Vi chiedo fortune materiali, Vi chiedo solamente quella che è la fortuna delle
fortune, cioè di potervi e sapervi amare con tutta la purezza dell’anima mia. Oh, Dio mio, quando
sarà che diventerò totalmente vostro?
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Maria, mamma cara, fammi buono, ispirami, aiutami in quest’oggi, acciocché abbrevi quel tratto
lungo di strada che mi separa dalla mia eterna felicità. Lo desidero, lo aspiro con tutte le forze
dell'anima mia. Non mi vorrai Tu aiutare? Ne sono sicuro perché sei buona.
20 maggio 1909, ore 4,30.
Signore, Dio mio buono, eccomi! Sono da Voi a chiedervi la grazia di un po’ di lume all’intelletto
e di fervore alla volontà, acciocché possa fare un po’ di meditazione per bene. Ecco un’altra
giornata, che mi si apre davanti.
Saranno gioie o dolori che essa mi porta, o mancanze o virtù che io porto ad essa? Sarà una
giornata che segna sulla strada del paradiso un progresso, un avanzamento oppure un regresso,
una fatale perdita? Sarò, oggi, a Voi di consolazione oppure di disgusto? Ecco le domande, che
mi rivolgo in questo principio di giorno, cui vorrei sentirmi rispondere non dalla bocca mia, ma
da quella che conosce il mio futuro, ossia da Voi. Però, se non è in mio potere il prepararmi una
giornata di gioie e non di dolori, è però nelle mie mani il potermi preparare una giornata
solamente di bene e non di mancanze. A dir il vero, non posso dire di aver cominciato bene,
imperocché mi sono lasciato trasportare dalla mia solita pigrizia nell’'alzarmi. Avrei potuto esser
fuori dal letto alle 4,15, e invece mi sono permesso di godermi la pace del mio letto per un altro
quarto d’ora. È questo un male? Sarebbe eccessiva severità e rigore il pensarlo; certamente non è
un bene ed io me ne sento scontento.
Ma non varrebbe la pena di disturbarsene, se non avessi il proposito di volermi emendare.
Prepariamoci, quindi, a continuar bene la giornata, se non l’abbiamo cominciata di piena
soddisfazione. Oggi potrei farmi santo o potrei divenire un mostro. Tocca a me scegliere.
Scelgo certamente di farmi santo, ma, senza forze, non vi giungerò che in una misura molto
scarsa. Non sarò sempre pronto a correggere valorosamente i difetti, che mi piegheranno verso
l’inerzia e l’apatia; le mie preghiere forse mi riusciranno languide appunto perché lo sforzo, che
mi farò in esse, non sarà completo. Questo è tutto il disponibile mio: quante meschinate, quanta
miseria e grettezza! Dio santo, venite Voi in soccorso della mia ripugnante nullità e fate in
maniera che riesca, ciononostante, a far qualche cosa. Lo desidero vivamente e spero con tanta
fiducia in Voi. Mi vorrete abbandonare? Non lo fate, o Signore, non già perché non lo meriti io,
ma perché non lo meritate Voi.
21 maggio 1909, ore 8.
Ieri, che giornata singolare! Quale sequela numerosa di emozioni, ora dolci, ora amare, ora liete,
ora tristi! La vita! Se riflettessimo, che cosa curiosa è la vita! Quanta stranezza di vicende non ci
sorprende! Non dobbiamo disperare, mai! Vediamo che tutto passa vorticosamente come un
turbine; non ci attacchiamo a nulla, non ci affliggiamo di perder nulla. Il nostro è un viaggio
tumultuoso come attraverso una lunga galleria e, per le feritoie di questa galleria, vediamo il cielo
ora minaccioso ora sereno, ora spaventoso nei tenebrori di una tempesta ed ora sorridente e
smagliante negli incanti del sole. E passiamo, senza fermarci un istante solo. Il viaggio attraverso
la galleria è la vita; l’orizzonte esteriore è l’eternità. Chi avrà combattuto valorosamente e avrà
vinto la grande lotta contro il male, avrà un’eternità di ebbrezze divine. Ma, è proprio vero
questo? Come va che si presenta alla mia mente come una cosa così fuor di ordinario che par
quasi confini con l’impossibilità? Eppure, a riflettere sul serio, è tutto estratto di realtà. È una
parte importantissima, essenziale dei principi religiosi che professiamo. Se non fosse vera
l’eternità della vita oltre tomba e se non fosse vera un’eternità di bene o di male proporzionata al
bene o al male operato nella vita terrena, tutto il resto sarebbe una detestabile follia. Perché credo
in Dio, perché professo e pratico dei principi, perché sono sacerdote, a costo di qualunque
privazione, di qualunque sacrificio della vita? Perché sono egualmente certo che Dio mi chiamerà
ad un giusto ed esattissimo rendiconto al primo risvegliarmi dopo la morte. Se non fosse vero, o
meglio, se non fossi profondamente convinto di questo, oh, Dio lo sa, che cosa sarei?
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Ma è appunto perché credo e credo col cuore, con l’intelletto, con tutta l’anima, che mi piego
come una belva domata davanti a Dio e bacio le sue mani e Gli faccio il dono di tutta la mia
libertà, di tutta la mia volontà, di tutta la mia vita. E sono felice in questa dedizione completa di
me stesso; anzi, il mio maggior corruccio lo sento, allorquando vi è ancor in me qualche cosa che,
invece di appartenere a Dio, appartiene al mio vile egoismo. Mamma Maria, fate che giunga
presto il giorno che me ne sappia distaccare completamente!
22 maggio 1909, ore 4,45.
Morire! Come dev’essere bello quando si sia perfettamente nella grazia di Dio e da questa
sorretti, fortificati, portati per mano! Eppure, quanto spavento noi abbiamo di essa ugualmente! È
davvero una penitenza e, come tale, rimane sempre. Gli orrori, che cagiona la distruzione di se
stessi, sono inevitabili: l’istinto della conservazione rimane inespugnabile sempre, a meno che un
desiderio, ben radicato nell’anima nostra, di lanciarsi in un avvenire migliore non abbia il
sopravvento. Certo, è necessario prepararsi a questa morte in tre maniere: preghiera che Dio ci
aiuti, riflessione frequente, condotta irreprensibile.
Il sopportare l’incontro della morte con serenità è un eroismo e quindi è superiore alle nostre
forze. Noi non sappiamo né quando nè come moriremo. Chi dice a me che la mia morte dovrà
essere dolce oppure spaventosa? Per ogni caso, Dio concede una grazia sufficiente, ossia una
forza proporzionata al male che si deve sopportare. Chiediamola, quindi, questa grazia che Dio
certamente non ci può negare, perché è la più importante. Da una buona morte dipende tutto
l’esito di un’eternità. Che cosa orribile il pensare che, dopo una vita discreta, si debba perdere la
corona della vittoria per non aver saputo tener fronte al male negli ultimi estremi! Dio ce ne
liberi!
Poi bisogna prepararsi riflettendo sovente sulla morte, familiarizzarsi con essa, andando a
considerarla, a vederla, rivederla e saper trovare in essa il lato bello. È certo che, da lontano, una
cosa non può apparire mai nella sua realtà perfetta: o è meno bella o è più brutta. Nell’un caso e
nell’altro il vederla dappresso risolve il problema: vivere assieme, con qualche insistenza, ce la
rende meno estranea, anzi ce ne faremo un’amica di casa. La morte: un’amica! Pare un assurdo,
eppure perché no? Non è la morte, che ci porta i beni migliori? Che cosa facciamo a questo
mondo se non soffrire, sempre soffrire e soffrire senza remissione? La morte è il carceriere, che
viene a dirci: «É finita! Ora usciamo!». Non è vero? La morte ci apre le porte della gloria del
paradiso che, è quanto dire, ci apre le porte della Bellezza, dell’Amore, dell’Ebbrezza più santa,
più vera, più assoluta. Certo non è con garbo che fa questo la morte, anzi viene ruvidamente come
una giustiziera, come un carnefice.
24 maggio 1909, ore 6.
Tutto passa, Dio solo rimane! Verità che si medita poco, ma che tutti sperimentiamo ad ogni
momento. Quante cose mi appartenevano cinque, dieci, venti anni fa che ora ho perduto!
Riportando la mia mente a quei tempi lontani, sento tutto il rimpianto, la triste nostalgia di tante
cose perdute. Quale strazio per l’anima che vorrebbe possedere sempre e non lasciar mai ciò che
le appare come un bene! Eppure la legge inesorabile della vita ha il suo corso prevalente.
Le cose perdute sono: amici, giorni belli, situazioni care rievocate da un noto profumo di
ambienti, da un motivo di una musica che è rimasta impressa nell’anima incancellabilmente. E in
tutti questi ricordi si sente un’onda di amarezza, che stringe il cuore come la desolazione di un
bene che fugge. Quanto è doloroso! Che sarebbe di noi, se davvero tutto fuggisse in maniera che
nulla più ritornasse? La nostra giovinezza, giorno per giorno, perde di pregio, s’intristisce e
declina inesorabile verso la fine della sua parabola.
Sarò vecchio un giorno: il mio corpo non sarà più il presente, i miei passi saranno tardi, la mia
vista si sarà indebolita, il mio capo avrà perduto il suo ornamento, l’udito si sarà fatto difficile, la
salute malferma e, più che tutto, il mio entusiasmo giovanile, forse, sarà sfumato. Dio! Quale
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rovina della mia esistenza! Com’è desolante! Che sarebbe, se non ci fosse Dio? Non varrebbe
meglio togliersi in un bel giorno di maggio la vita e finire così, tra i fiori, risparmiandosi lo
spavento di un così brutto avvenire? Oh sì, certamente! Ma Dio c’è e Dio non passa. La sua eterna
giovinezza ci accompagnerà sempre e farà rifiorire la nostra, anche quando il corpo, ossia la vita
materiale, sarà al suo tramonto.
Com’è doloroso il pensare che tutto passa, così, e com’è confortante che Dio e Dio solo rimane!
Dio può essere di tutti ed è anche il mio Dio: farà parte dell’essere nostro in quella misura che noi
Glielo avremo permesso davvero! Ma, dunque, perché aspettare? Che cosa facciamo se non
provvediamo sinceramente al nostro destino? Tocca a noi farcelo eterno, infinito! Che importa se
la vita sia miserabile, quando Dio si offre a noi a supplemento di ciò che cade e rovina? O Dio,
dammi tanta fortuna!
25 maggio 1909, ore 3,45.
Sapessi dire quale e quanta amarezza serpeggia nell’animo mio, quale veleno micidiale mi toglie
qualsiasi rigoglio di vita! Vi è una cosa in me, che, per poco, non stimo fatale. Essa mi avviene
senza che io possa opporle qualsiasi riparo e viene come un vento devastatore, come un soffio
infuocato sopra un prato di fiori, per inaridir tutto. Quando constato questa dolorosa e tristissima
mia condizione, sento il mio coraggio che quasi viene meno, sento piegarsi tutti i miei sentimenti
e trovo spontanee sulle mie labbra queste parole: «Signore, perché mi abbandonate?». Eppure,
come disse a san Paolo, a me pure Egli dice: «Ti basti la grazia mia»120.
Va più che bene! E quando il genere della tribolazione riguarda proprio la reale permanenza in me
di questa grazia? Certo devo ascoltare la voce più giusta, più retta della mia coscienza, quella che
parla non già per istinto, per impulso, per sentimento, ma per puro dettame di ragione. Sento
questa sottile voce di coscienza retta, che mi tranquillizza e mi fa coraggio, ma insieme a questo
sento pure il tumulto dell’altra mia coscienza che mi arreca, benché senza ragione, del disturbo.
Non prego forse abbastanza il Signore, la Vergine, i Santi per essere liberato da una croce così
disgustosa e così amara? Dio santo e buono, ascoltatemi anche in questi momenti! Non vi è
un’altra croce con la quale sostituire questa, che mi è così spaventosa? Fate, o mio Dio, che tutto
sia in me fuorché il timore di non essere nella grazia vostra; Vi do ampia facoltà di tribolarmi in
qualunque maniera, ma Signore, risparmiatemi la tribolazione, troppo spaventosa, di temere di
essere da Voi lontano. Oh, Dio, questo proprio no! Sono tanto debole che davvero non posso
sopportare una prova di questo genere.
Voi lo vedete come m’infiacchisco, come mi rendo addirittura un nulla, allorché mi trovo sotto
questo incubo straziante. Non è forse sufficiente che io Vi prometta, Vi protesti e Vi giuri, davanti
a tutto ciò che vi è di più santo e di più vero, che io sono disposto piuttosto a morire che a venir
meno? Non è questo il midollo della mia volontà? Anima mia, rispondimi e, se vi è qualche cosa
che non sia conforme alla sincerità di questa mia intenzione, mostramelo apertamente, ché io sono
risoluto di fare qualunque cosa pur di ottenere il bene. Mamma Maria, rifugio mio, accoglietemi
in questo momento e fatemi tutto il bene che mi conoscete necessario!
26 maggio 1909, ore 4,30.
Un rimorso continuo mi rode latente nel fondo dell’anima: quando sarà che mi metterò di
proposito a riuscire una mente riflessiva? Riconosco che senza il meditare non si può far nulla,
specialmente nello stato in cui mi trovo. Ho tanto bene da compiere, bene di ogni genere. Ho da
consigliare me stesso e gli altri; come è mai possibile, se vivo così con la testa a seconda che
porta il vento? Ogni volta che questa mia situazione sconveniente mi si presenta, mi rattristo, mi
pento e quasi mai risolvo con un proposito efficace: mi emendo. Lessi, poco fa, che il lavoro della
mente è per noi tutti il più disgustoso, il più pesante. Ed è davvero così. Materiali come siamo, ci
lasciamo impressionare solo da ciò che tocca i sensi. Il rivolgerci a qualche cosa di superiore vuol
dire sollevarci di peso dall’atmosfera, in cui viviamo, per respirarne un’altra che sta molto al di
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sopra di noi. In altre parole, lavorare materialmente vuol dire camminare, lavorare spiritualmente
vuol dire volare. E se per camminare basta un piccolo sforzo e magari, alle volte, basta anche
soltanto il lasciarsi trascinare, invece il volare non riesce se non lanciandosi di slancio in alto,
spezzando ogni vincolo che ci attira pesantemente a terra. Ora vuol dire fare uno sforzo continuo,
vigoroso, inesorabile.
E ciò costa immensamente, infinitamente. Così abbandonarsi ai pensieri slegati della fantasia è
come lasciarsi trasportare dal vento che tira, ma invece il sapersi tenere in un pensiero fisso vuol
dire volar dritto, affrontando con coraggio l’imperversare dei venti contrari. Io, quando scrivo
queste riflessioni, mi lascio portare dalla fantasia e, quindi, faccio ben poca fatica. È meditazione
la mia? Sì, lo è: appartiene al ramo di quella più facile. Che sforzo faccio? Nessuno, imperocché
scrivo e scrivo, senza saper neppure che cosa, tanto è vero che mentre io traccio sulla carta le mie
parole, la mente si permette e trova il tempo di divagarsi contemporaneamente in altri pensieri.
Quindi capisco che non risolverò mai il problema, e invece mi sarà forse necessario abbandonare
questo metodo dello scrivere imperocché, se mi porta via quel quarto d’ora che v’impiego ogni
giorno, riconosco che del vantaggio, quale lo vorrei io, me ne arreca ben poco.
27 maggio 1909, ore 4,15.
Signore mio, ricevetemi alla vostra presenza, guardatemi con la tenerezza del vostro amore,
compatitemi, sollevatemi sino a Voi! So di esser tanto miserabile, di far nulla, di rimanere sempre
in questo stato di obbrobriosa inerzia, di apatia insopportabile. Se rifletto, quante grazie non mi
fate Voi, quanti richiami con la vostra grazia più eletta! Ed io rispondo a mala pena tra il sonno
della mia inqualificabile indolenza. Poi, dimentico tutto. Vivo senza scopo la mia vita di
ventinove anni121, mentre potrei e dovrei far tanto. Vivo come uno straniero che non Vi conosce
e, allorchè mi ricorre il vostro pensiero, rispondo indifferente come se fosse la prima volta che Vi
conoscessi. E dire che sono vostro intimo, vostro sacerdote, quello che ha, in comune con Voi, le
aspirazioni e la vita. Dio, quale miserabile condizione la mia!
Ne sono davvero disgustato, ed è per questo che Vi prego di aiutarmi talmente da esserne liberato.
In questo principio di giornata, come il solito rifaccio le mie promesse; perché non dovrò
mantenerle? Ecco, o mio buon Signore: oggi sarò più vostro; mi ricorderò più spesso di Voi;
lavorerò con più retta intenzione; tratterò con migliore maniera; sarò più sobrio, più regolato nelle
mie azioni; sarò fedele nelle mie preghiere, sarò tutto il meglio possibile. Voglio spendere questa
giornata a tutta vostra gloria in maniera che, questa sera, possiate dirmi: «Sì, sono contento di
te!».
Dio mio, ma non lo sapete, dunque, che Vi voglio bene, ossia che voglio tanto volervi bene? La
mia ragione mi predica mille volte al giorno che Voi e Voi solo siete il tesoro mio, che Voi e Voi
solo siete la bellezza, che tanto sospira la mia anima, che siete il Bene, la Ricchezza, la Felicità
verso cui spasimo col tormento di un desiderio insaziabile, giorno e notte. Dio mio, stella mia,
genio mio, Ti invoco! Sorridi alla mia vita: mostrati; fa’ che Ti comprenda, che m’invaghisca, che
mi perda in Te! Soffro troppo lontano da Te; è troppo crudele la disillusione che mi procura ad
ogni passo la vita. Dio, fa’ che non Ti disgusti mai; fa’ che abbia orrore al solo pensiero di
voltarmi contro di Te. Dio, fonte di purezza, voglio esser puro anch’io! Luce di santità, involgi
tutta la mia anima e rendila un sole, come Tu sei!
28 maggio 1909, ore 3.
Com’è andata la giornata di ieri? Secondo il solito, senza nulla di speciale: propositi alla mattina,
distrazione durante il giorno, pentimento alla sera. Questa mattina, anche per altre circostanze mi
troverei piuttosto avvilito, se non pensassi che devo confidare perdutamente nel Signore. Voi lo
vedete, o Signore, il mio interno, Voi vedete quanto io abbia bisogno di volervi bene e quanto lo
desideri. Com’è che non vi riesco? Quanto mi affliggo!
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Maria Santissima, perché non venite in mio aiuto? Voi vedete tutto il mio ardente desiderio, e
quanto mi punga il pensiero di dover rimanere sempre ad uno stesso livello. Così non dev’essere!
Sono anni ed anni che tendo in alto e temo piuttosto di essere disceso più in basso. Oh no, non
dev’essere, perché non voglio che sia! Maria Santissima, cara mamma del mio cuore, aiutami
quest’oggi in una maniera tutta speciale! Ottieni da Dio il perdono di ogni mia debolezza che
possa offuscare la purezza della mia anima! Dimenticherò tutto e, unicamente fidando nella
celeste protezione che mi guida, andrò avanti risoluto senza venir meno mai. Dio mi perdoni! Dio
mi aiuti! Dio mi conduca in alto! Soffrirò di non riuscire, ma non mi lascerò andare giammai.
Anche se tutta la vita mia dovesse consistere in uno sforzo continuo di tentare e non riuscire, io
devo seguire ugualmente l’ispirazione che Dio mi manda e guai se la trascurassi! L’insuccesso
servirà a tenermi in grande umiltà, a conoscermi sempre per quello che sono, a non credermi
giammai di più. Ma Signore, concedetemi però che l’amore per Voi sia puro, inalterabile,
profondo. Che io senta di amarvi, deh, concedetemelo! Non Vi chiedo altra ricompensa. Se io Vi
amerò davvero, sarò anche umile, sarò come Voi mi volete.
Ah, Dio dell’anima mia, è tanto che Vi cerco, che Vi invoco disperatamente, perché non
rispondete, perché non Vi mostrate? È vero che sono indegno di un vostro sguardo e Voi lo sapete
bene. Ma se mi lasciate Voi, Dio mio, dove dovrò rivolgermi? Chi consolerà l’afflizione
desolante dell’anima mia, chi riempirà il mio vuoto? Quanta vanità nella vita, che cumulo
straziante di disillusioni! Signore mio, venite Voi, somma Realtà, sommo Bene; venite Voi a
mettere in pace il tumulto dell’anima mia, che grida continuamente senza riposo.
29 maggio 1909, ore 9,45.
Signore mio, vengo da Voi. Non ho ancora fatto la mia conversazione con Voi e mi pare di essere
ancor digiuno. Perdonatemi, Signore, perchè solo così tardi vengo da Voi! Questa mattina ho
detto una Messa della quale non sono contento. Non mi ero sufficientemente preparato e ho
procurato di celebrarla secondo il comodo mio piuttosto che con l’applicazione di una volontà
fervorosa.
Perdonami ancor di questo, o Dio della misericordia, Dio del perdono! Quanto Ti amo! Perché sei
così buono, così infinito nella tenerezza del tuo cuore adorabile? Se non avessimo Te, cosa
saremmo noi se non poveri miserabili? Nulla, peggio che nulla! La vita com’è nauseante! Le
creature: quale infinita gradazione di temperamenti, di aspetti, di genialità! Vi è il buono, il meno
buono e il cattivo, vi è l’ottimo e il perverso, vi è chi ci odia e chi ci ama follemente; vi è chi ci
cura e chi si consuma per noi, e vi è chi ci sfrutta, chi desidera ogni nostro male, perfino la nostra
morte per il trionfo del suo egoismo.
Che quadro disgustoso non sono le creature, se consideriamo che sono più quelli che ci sono
alieni di quelli che ci appartengono! È forse eccessiva questa mia pretesa? No: Dio me l’ha fatta
tale. Non solo uno, ma tutti vorrei che mi volessero bene, che mi circondassero di tutte le loro
simpatie. E invece, tutt’altro! Se interrogo il mio cuore, oh, Dio, quale cumulo infinito di
domande, di desideri122 sconfinati non mi porge! Per fortuna che faccio il sordo e gli chiudo la
porta in faccia, se no guai! È meglio adattarsi nella vita, è meglio prendere ciò che viene: il bene e
il male. Il bene lo prenderò come una gioia della quale sarò riconoscente a Dio; il male lo
prenderò come una medicina per migliorarmi, per distaccare da me tutto ciò che è profano, che mi
disgiunge dal mio sommo ideale: l’ultimo fine. Come sarò felice un giorno! Vale, dunque, la pena
di rassegnarsi ad essere infelici per trenta o quarant’anni. Per quanto le bufere della vita
imperversino sopra di me, io le affronterò a viso aperto e dirò alla mia tempesta: «Ti vincerò!».
Un giorno, un giorno i miei piedi poseranno sulla folgore, nel volo che farò verso gli spazi eterni.
1 giugno 1909, ore 4,45.
Eccomi in un altro mese che la Provvidenza mi dona per mio vantaggio materiale e spirituale.
Quale conto dovrò renderne un giorno, se non ne approfitterò abbastanza! Certamente, se io
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avessi sempre corrisposto alla grazia di Dio, a quest’ora mi troverei ad un grado di virtù non
comune, invece mi porto avanti così, proprio come Dio non vuole. E potrei far tanto! La prima
arma che mi manca è la meditazione. Quante volte mi rivolgo a me stesso e riconosco la necessità
grande che ho di questo mezzo! Anche ieri mattina riflettei su questo punto e decisi, con quel po’
di forza di volontà che mi era possibile, di mettermi proprio sul dovere. Ma poi è proprio vero che
le fatiche del pensiero sono assai dure e che per questo le scansiamo! Bisognerebbe farsi una
forza straordinaria, che noi non ci facciamo! Eppure con esse si giunge ad un gran bene: è con la
meditazione che si accentuano le forze della mente, del cuore e della volontà!
Quante cose slegate passano per la mia mente come al cinematografo e poi scompaiono! Al
momento di accingermi a fissarle sulla carta, mi scompaiono assolutamente e mi riesce del tutto
impossibile rintracciarle di nuovo. Così, allorchè mi pongo con intenzione seria di volontà a
meditare sopra un soggetto, mi trovo proprio come di fronte ad un muro che mi attraversa la
strada e non ricavo nulla. È la mia mente che, mancando di forza di penetrazione, manca di
quell’abitudine bella per la quale può lanciarsi nel campo di una verità e perdersi in quello senza
lasciar traccia di sé. La meditazione rinvigorisce le forze del cuore.
Certi motivi di larghezza della generosità non si provano, se non si sono meditati. La
compassione degli altri è frutto della visione costante del lato buono che in essi appare, lato che ci
tocca e ci fa vibrare le corde più delicate dell’anima nostra e ci fa sentire la grande sproporzione
che sta tra il loro soffrire e la loro grande bontà. È questa sproporzione, che forza il nostro cuore a
venire in aiuto di quei poveretti. Come è possibile tutto questo, se non si aprono gli occhi?
La meditazione tempra le forze della volontà. Difatti, facendo ritornare sopra se stessi, ci fa
vedere la grande necessità di esser buoni; fa pregustare la dolcezza che si prova, quando si cerca
Dio e soltanto Dio: tutte cose che noi approviamo in teoria ma non possiamo abbracciarle in
pratica fino a tanto che non le assimiliamo con una buona meditazione.
2 giugno 1909, ore 4,30.
Signore, ricevetemi alla vostra presenza e parlatemi!
Parlate alla mia mente, che va brancolando in un’aria cupa, piena di tristezza senza veder chiaro
da che parte andare per seguire il meglio; parlate al mio cuore che grida, freme, agonizza nella
brama insaziabile di un bene che lo contenti; parlate alla mia volontà, che si trascina debole e
fiacca assai lentamente nella via del dovere! Oh, davvero riconosco di essere una gran miserabile
cosa! Che devo fare per rimediarmi? Ricorrere a Voi, che siete onnipotente e buono; chiedervi
tutto un mondo di forza e di bene; chiedervi la vita che, sento, mi viene meno giorno per giorno.
Dio immenso, guardate su di me e con me guardate pure quelle povere anime, che Voi mi avete
affidato per condurle al paradiso. Dio buono, quanto vorrei dire e fare per esse e, tuttavia,
riconosco di non dire e fare abbastanza. Ispiratemi Voi, prestatemi i vostri pensieri e i sentimenti
più belli! È vero che mi farò bello di Voi, ma non dubitate che sempre a Voi riferirò la gloria di
tutto, Signore! Signore, Vi invoco dal più profondo della mia anima, siete il mio mondo, il mio
infinito. Quando penso che ho diritto di rivolgermi a Voi, di metter fiducia in Voi, di riposarmi in
Voi, mi tranquillizzo come un fanciullo, che sa di poter reclinare il capo tra le braccia della sua
mamma. Oh, Dio mio! Quanto Vi debbo, com’è legata la mia esistenza alla vostra in maniera che
sarebbe nulla senza di Voi! Come potrò compensarvi, come potrò rendervi una riconoscenza
meno indegna di Voi? Ah, lo so, lo comprendo e, se lo volessi, lo potrei mille volte: devo essere
veramente buono! La bontà è la moneta con la quale volete essere ricompensato; è il regalo di
riconoscenza che, unico, Vi piace. Perché non lo fai dunque, o povera anima mia? Oggi che hai
tempo, procura di sollecitare questa giusta dimostrazione di doverosa riconoscenza a Dio; fallo
con tutti i mezzi che ti sono nelle mani. Tieni vivo il pensiero di Dio come un faro che ti illumini,
come un fuoco che ti riscaldi, come un genio che t’ispiri, e farai tutto quello che vuoi. Sì, mio
Signore, anche questa mattina Ve lo prometto di cuore e spero, con tutta la mia sincera volontà, di
mantenerlo.
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3 giugno 1909, ore 4,30.
Per quanto ieri cercassi di richiamare alla mente i particolari delle promesse del mattino, pur
tuttavia non mi riuscì possibile. La memoria mi si chiuse talmente da togliermi qualsiasi ricordo.
Ecco una ragione del mio insuccesso nel bene; ecco perché mi trovo sempre a quel punto. La mia
mente distratta ne ha una causa maggiore.
Conviene, quindi, che mi stabilisca una qualche industria particolare ben determinata con la quale
tenere, sempre in pronto, un nutrimento speciale per l’anima di cui potersi servire al momento.
Questo nutrimento spirituale oggi lo farò consistere in questo pensiero: se io non divento buono
anche di più, la mia vita rimane senza scopo. Che devo fare per riuscirvi?
Regolar prima la mente. La mente è il lume che prende e rischiara la strada. Se questo lume è
spento, a che potrà servire? A confusione, a nulla. Quindi, ecco il perché io giro, cammino e mi
trovo sempre a quel punto. Non vedo la strada, prendo direzioni false, che non costituiscono per
me altro che un perditempo. Dunque, accendiamola questa fiaccola e teniamola sempre a noi
davanti! Saremo certi così di proseguire in avanti sempre. Dal lume della mente ne verranno pure
il calore al cuore e la forza alla volontà. Come sono freddo e, in certi momenti, apatico! Il cuore
mi diviene talora come un sasso. Qualunque miglior sentimento lo trova duro e inflessibile
inesorabilmente. Quale stranezza! Io, che mi vanterei di possedere un cuore migliore di altri, a
certi punti riconosco di averlo, purtroppo, peggiore: non è sincero, non è spontaneo, non è
ragionevole. Perché certe minime cose mi commuovono e certe grandi mi lasciano
imperturbabile? Questo è un enigma, che non so in veruna maniera spiegare. La mia mente faccia,
dunque, luce su questo mistero.
Ottenuta la luce della mente, ottenuto il calore del cuore, la conseguenza della forza della volontà
è immediata. La volontà si piega, si dirige verso tutto ciò che è attraente, giusto, desiderabile.
Diamole, dunque, quest’attraenza, questa giustezza, questa desiderabilità suggestionandola con lo
splendore della verità, con la carezza dell’amore, col fascino, in una parola, del vero e del bene,
ossia col fascino di Dio.
Ecco in che modo devo, quasi per dire, produrre Dio in me, ecco in che modo devo presentarlo
all'anima mia tanto da renderla disposta a seguirlo, ad abbracciarlo con tutte le sue forze di mente,
di cuore e di volontà.
4 giugno 1909, ore 4,45.
Avrò raggiunto lo scopo della mia vita, se otterrò di perfezionare la mente, il cuore e la volontà.
Alla mente dovrò dare tutta la luce, lo splendore del Vero; al cuore tutta la vivezza, la santità del
vero Amore, alla volontà tutta la forza più santa per conseguire il Bene. Centro di queste mie
perfezioni dev’essere Dio. Da Lui devono venirmi luce, calore e forza e a Lui devo portarmi,
attraverso questa luce, questo calore e questa forza. Dovrò, quindi, avere di Dio quell’intuito
grande di una fede profonda, immensurabile; dovrò amarlo con tutta la tenerezza più viva, con
tutto l’ardore fremente della mia giovinezza; dovrò conseguirlo, abbracciarlo, stringerlo a me in
una vita intemerata di virtù, esuberante di opere buone. In questa maniera sono sicuro che mente,
cuore e volontà otterranno il massimo della loro perfezione, perché, partecipando a tutta la
purezza di Dio, rimarrà l’anima mia come divinizzata. Oh, come devo imprimere bene nella
mente mia questa bella verità!
Dio deve essere tutta la mia risorsa, tutta la mia grandezza, il mio splendore. Il mondo è per me
nulla: il mondo mi toglierà e mi sfrutterà le migliori energie; Dio, invece, mi domanda dieci per
darmi cento. Oh, Dio, come è mai possibile non venire a Voi? Perché non la comprendiamo e non
la riduciamo in pratica questa immensa verità? Perché siamo pigri, perché siamo disgraziati,
infelici. Noi cerchiamo senza riposo; ci affliggiamo inconsolabilmente per un bene, che ci sfugge
ad ogni momento e non ci accorgiamo che, purché lo vogliamo, noi nuotiamo in un mare di bene
che ci appartiene perfettamente; non abbiamo che ad aprir gli occhi, a distendere le mani, ad
abbandonarci anima e corpo.
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O Dio, Mamma mia santa, Angelo mio, datemi questa immensa fortuna! Fate che questa verità
s’imprima così bene nell’anima mia e che l’abbia ad ogni momento a considerare come la mia più
grande e più reale felicità. Oh, quanto lo desidero, quanto lo voglio! Oggi voglio rendermi sempre
meno indegno di questa grazia con il portarmi assai bene. Dio mi sosterrà, mi allungherà la mano
per rialzarmi, quando sarò caduto. Oh, quanto spero in Lui, quanto confido nel Signore così
buono e così grande! Madre mia, Maria Santissima non mi abbandonate neppure adesso!
5 giugno 1909, ore 4,30.
Che giornata triste ieri! Il termometro dello spirito mio è disceso non so quanti gradi sotto zero. E
tutto perché? Perché non ho bene impiegato il mio tempo. È stata un’ora e mezzo che mi sono
applicato allo studio del piano, ma l’ho fatto con tale svogliatezza che, in primo luogo, non mi ha
giovato punto e poi mi ha recato una tale prostrazione d’animo, che mi ha accompagnato fino al
momento che ho chiuso gli occhi al sonno. Questo stato d’animo mi ha recato i più neri pensieri
di rammarico verso persone e cose. Avendo dovuto applicarmi, per ragioni di ministero, l’ho fatto
con tale freddezza che mi è stato notato. Quale rimorso! Perché faccio scontare agli altri il peso
dell’anima mia, il frutto della mia svogliatezza? Questo è un delitto di cui non devo rendermi io
pure colpevole, se tanto lo combatto negli altri? Come si faceva? Mi sentivo davvero il veleno nel
cuore; ogni parola, che mi usciva di bocca, era proprio strappata con le tenaglie. Mi era proprio
impossibile dir cose contro voglia. Certamente devo procurare di non soccombere più sotto questo
peso di tristezza. Devo farmi forza sempre e vincere la nebbia con la risolutezza decisa della mia
anima.
Quando mi posi in letto allora, credo, mi rimediai. Offrii tutto al Signore discacciando i pensieri,
che mi disturbavano. Dissi: «Che importa a me tutto questo?». Se vi sono persone, che mi trattano
volgarmente, io non me ne voglio curare affatto. Vi è Dio, che mi compensa mille volte di
qualsiasi volgarità mi venga usata.
Dio! Oh, che grande, che immensa, che infinitamente bella cosa! Perdonatemi, Signore, se così Vi
chiamo. Perché non mi consolo sempre nel riflettere che Voi mi appartenete sempre, sempre
anche quando tutto il mondo si arrovellasse contro di me? Come siamo stolti, quando ci
disturbiamo; come siamo incoerenti! È proprio una disgrazia che noi dobbiamo lasciarci
sopraffare da queste apparenti amarezze! Quale amarezza reale, infatti, vi può essere allorquando
è sempre viva in noi la bella realtà di Dio? Oh, Dio! Quanto Vi voglio amare; quanto voglio
mettere nell’animo mio il trono della vostra presenza: l’altare del vostro amore! Aiutatemi, fate
che sia!
6 giugno 1909, ore 19.
Sei anni oggi, il giorno caro, indimenticabile della mia ordinazione sacerdotale. Come lo ricordo:
un giorno pieno di sole, di grazia, di candidezza, di natalizio al soprannaturale! Credo che, se mi
fossi in quel giorno battezzato, non avrei provato una gioia maggiore. In quella cappellina poetica
dell’arcivescovado, ripiena di ricordi e di segni nelle pareti istoriate, nelle finestre a colori, come
mi cantava il cuore, mi deliziava l’anima, mi sorrideva l’universo! La mia mamma, pochi amici e
Dio. Dio, in tutta la pienezza della sua grazia, si donava tutto a me nel momento che io a Lui tutto
consacravo: la giovinezza, il cuore, l’anima, la vita.
Il punto che riserbai, come fisso nella mia fantasia, fu quando, alla consacrazione delle mani con
l’infusione del sacro Crisma, furono queste dolcemente vincolate da un candido lino, finemente
ricamato da una mia conoscente, anzi parente in qualche modo, consacrata lei pure a Dio col
nome di suor Agnese. In quel candido lino, così santamente preparato e santamente usato, mi
piacque raffigurare la veste candida della mia innocenza sacerdotale.
Ricordo che sommessamente dicevo: «Signore, fate che non abbia mai a macchiare questa veste
candida, questo santo pegno dell’illibatezza dell’anima mia, sposata in questo giorno allo
splendore della grazia vostra». Se venisse quel brutto momento, quell’istante disastroso che io
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dovessi venir meno, allora Voi mi straccerete questo pegno divino, come anticamente si usava in
faccia al misero che aveva, per la prima volta dopo il battesimo, macchiato la sua anima di
peccato mortale, stracciandogli una simbolica veste bianca, e gli si diceva dolorosamente: «Vedi?
L’hai perduta; l’hai distrutta; è tolta in eterno, per te, la veste candida della tua innocenza
battesimale». Quale tremendo disastro sarebbe per me un giorno, se mi si dovesse questo lino
schiantare davanti agli occhi e mi si dovesse dire: «Vedi? L’hai perduta; l’hai distrutta; è tolta in
eterno per te la veste candida della tua innocenza sacerdotale». A sei anni di distanza, è avvenuto
questo terribile momento? Gran Dio! No! Vi ringrazio con tutta l’effusione dell’anima.
7 giugno 1909, ore 4.
Signore mio, accoglietemi alla dolce vostra presenza e datemi la vostra grazia, che mi illumini, mi
dia forza e fervore. Oggi è l’anniversario della mia prima Messa, del primo giorno che io salii
all’altare. Da quel giorno quante Messe! Se tutte io le avessi celebrate con quello spirito di
fervore necessario, a quest’ora quale infinito tesoro di meriti non mi apparterrebbe! E invece
quante, forse, ve ne saranno di cui mi devo pentire; quante recitate in fretta, senza attenzione,
senza fervore! Sapessi che cosa è la Messa, che atto sublime, che slancio di amore per una povera
creatura, che mistero di grazia! Un giorno desidererò la mia Messa, quando le forze non mi
reggeranno più per poterla celebrare; oggi, invece, Dio mi concede tutti i giorni di accostarmi a
Lui; tutti i giorni discende fra le mie mani, riposa nel mio cuore.
Povera anima mia, pensa, dunque, a questo grande portento di predilezione che Dio ti usa! Che
cosa meritavi tu, per ottenere questo tratto di predilezione speciale? Eppure Dio non ha guardato
ai tuoi meriti, ma solo al suo amore; ha voluto ricolmarti di bene a qualunque costo; ha voluto
essere il centro dell’anima, del cuor tuo, benché tu non lo desiderassi affatto. Se Dio avesse
voluto agire secondo il diritto suo, a quest’ora dove e che cosa saresti? Vedi, dunque, quanto sei
stato beneficato e vedi quanto Dio ti ha portato in alto, ti ha fatto grande, ti ha donato una veste,
per la quale sei costituito uno dei suoi amici, dei suoi ministri, dei suoi confidenti! Oh, se
l’intendessi profondamente questo tratto di amore divino! Anziché comprendere, devo
corrispondere. La mia vita sia la riconoscenza più cara a quanto Egli mi ha donato.
E, soprattutto, la mia Messa sia il centro dei miei affetti, dei miei pensieri più cari per il Signore.
La mia premura non venga meno anche quando devo combattere con l’aridità che mi snerva, che
mi toglie qualsiasi consolazione. Che importa se non consolo me stesso, allorquando sono tanto la
consolazione cara di Dio? Questo è quello che voglio fare a qualunque costo! Maria Santissima,
ottenetemi un perdono generale per tutte le mancanze commesse nella celebrazione della mia
Messa e fatemi la grazia di mantenere vigorosamente la promessa solenne, che in questo
anniversario Vi faccio, di celebrarla andando avanti con tutto il fervore possibile.
8 giugno 1909, ore 3,45.
Quante buone ispirazioni, quali bei sentimenti il Signore mi concede! Quante gemme preziose
Egli non lascia cadere sull’anima mia, al fine di arricchirla, di renderla meno indegna di sé! Ed io
che cosa faccio? Approfitto di questa generosa liberalità per farmi forza maggiormente e
diventare realmente buono? Il desiderio permane sempre in me; questo è vero, ma l’effetto pratico
è assai difficile. Ciò mi conturba alquanto e mi spinge a rivolgermi a Dio, a pregarlo ancora, a
moltiplicare su di me la sua premura, a strapparmi a viva forza dalla mia inerzia naturale, a
spingermi risolutamente con un colpo della sua grazia nella via alta della virtù. Sento in me, come
l’eco di un temporale lontano, il tumulto delle passioni; la mia suscettibilità è ancora purtroppo
fatalmente viva; mi affliggo umanamente per ogni indelicatezza, per ogni volgarità e, mio
malgrado, mi sento spinto alla vendetta.
No, caro Signore! Ad esempio vostro, su queste inezie voglio passar sopra; voglio mostrarmi
superiore; non voglio perdere la mia pace. Se mi trattano male, difendetemi Voi; io non muoverò
un passo, perché procurando anche la mia riparazione o soddisfazione naturale (cosa molto
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ambigua e alle volte assai troppo contraria alla mia aspettativa) temo di disgustare Voi. Non
penserò più a nulla, perdonerò a tutti e con un atto generoso mi meriterò di essere compatito e
sopportato io pure da Voi per le tante mie volgarità e grettezze, che ho usato a vostro riguardo.
Non va bene così, o Signore? Mi si potrà forse accusare di acquiescenza, di viltà, di nessuno
spirito di volontà? Il mondo certo lo farà, ma che m’importa del mondo? Per me è mortificazione,
non piccola, regolarmi a questo modo: è la mia volontà che io rinnego e quindi sono sicuro di fare
senz’altro la vostra. Oh mio Dio, come si sta bene quando si è così disposti! Come si vive in pace,
quando si sa che per ogni ingiustizia, che ci viene fatta, vi è un amico, un padre che sta nei cieli, il
quale prenderà Egli le nostre difese, ci darà infallibilmente piena soddisfazione a patto che Lo
lasciamo fare e ubbidiamo al desiderio suo che è quello di rimanere sul momento in pace, di non
agitarci e di sforzarci a perdonare. Dio, come Vi ringrazio!
9 giugno 1909, ore 3,30.
Vola, anima mia, con tutto lo slancio della tua giovinezza nell’aria pura di pace e di amore che si
respira davanti a Dio! Ivi è tutto per te!
Dimentica le miserie della vita, dimentica gli affanni, le tristezze per abbandonarti unicamente
alla felicità di appartenere a Lui! Che importa che vada tutto male al mondo, quando si possegga
Dio? Oh, davvero se riflettessi, questa è la più grande, la più vera, la più consolante realtà!
Bisogna rifugiarvisi con tutta l’anima, formarvi un’unione, un’intimità indissolubile e poi non si
teme più nulla. Dio! Ecco la gran vita, la gran ricchezza, la gran felicità! Lo possiedi tu, povera
anima mia?
Che cosa ti manca a possederlo in una forma anche più grande e più sicura? La coscienza mi
risponde: «Manca l’esser più buoni». Che cosa mi manca, dunque, per esser migliore? Un cuor
generoso e risoluto. Perder tutto, pur di non perdere questo gran capitale che è il Signore.
O Maria, Angelo mio Custode, aiutatemi tanto a riuscire in questa decisiva impresa, a questa
soluzione divina della vita mia. Bisogna farlo! Non vi è altra via per me. Riconosco le cose del
mondo tutte vane, miserabili e sono tanto contento di trovarmi in una condizione di doverne
necessariamente fare senza. Impicci umani non ve ne sono per me, mi trovo perfettamente libero,
grazie a Dio. E quindi? Che mi proibisce di slanciarmi tutto in questo proposito santo? La
debolezza della volontà. E non dovrà forse decidersi anche la volontà, allorquando la ragione
mostra, sino all’evidenza, un bene così grande? Oh sì, davvero! Detto e fatto! Oggi voglio proprio
vedere se dico sul serio! Ho ventinove anni e sei di sacerdozio; la giovinezza fugge; il tempo
perde strada ad ogni istante; che cosa aspetto?
O Signore mio, Vi prego dal più profondo dell’anima, con tutta l’effusione sincera dell’essere
mio: «Fatemi buono, aiutatemi a divenirlo; saldate la mia volontà; sorreggete la mia debolezza!
Da me sono nulla, incapace di nulla, con Voi sono tutto». Il gemito della mia miseria lo faccio
venire implorante dinnanzi a Voi. Vorrete forse non ascoltarmi? Oh, è impossibile! Sto quindi
sicuro che oggi il vostro braccio mi porterà fino a sera con tutto lo splendore della grazia vostra.
Maria, mamma cara, guardami, proteggimi, prega per me!
12 luglio 1909, ore 6,45.
Per quanto, povera anima mia, ti porti agitata da mille incostanti desideri, per qualunque parte ove
fiorisce il bello, ove fiorisce il grande, ove fiorisce il buono, ti conviene tornar sempre sui passi
tuoi e dire a te stessa: «Anche questo è vanità. Dio solo, ecco il tutto!». Perché dunque non si
sente, anche materialmente, il fascino di Dio? Perché una Bellezza così meravigliosa, una
Grandezza così sterminata, una Bontà così infinita, non ci commuovono, non ci penetrano, non ci
conquistano? Mistero! La lotta tremenda tra lo spirito e la materia: ecco la causa di questo
equilibrio strano! La materia cerca e vuole ciò che è materia e, intanto che si è qua al mondo,
siamo davvero in casa della materia, ospiti suoi, suoi prigionieri. Oh, lo spirito! Lo spirito deve
guadagnarsi, palmo a palmo, il corso della sua strada: deve guadagnarselo a costo di stenti assai
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laboriosi. Quanto è difficile sollevarsi in alto! Quale peso di debolezze bisogna saper vincere!
Come bisogna essere costanti, inflessibili, inesorabili!
Tutti i giorni si promette a Dio il sopravvento dello spirito nella vita, come se fosse la cosa più
naturale, più facile; e tutti i giorni si constata che ci ha superato la materia, se non in tutto, almeno
in gran parte. Come si comprende che non si può esser buoni, se Dio non aiuta! Come si tocca
con mano che siamo miserabili! Poveri noi, se Dio ci lascia! Purtroppo è vero!
Ascoltatemi, dunque, o Signore! Oggi desidero, voglio esser buono. Donatemi il vostro braccio,
un atomo solo della vostra onnipotenza! La mia mente com’è sfrenata! Datemi un po’ di ordine,
un po’ di riflessione! Il mio cuore com’è materiale! Spiritualizzatelo! Come sono rozzo,
ignorante! Illuminatemi!
Signore, fatemi giungere a sera con la coscienza di aver passato una giornata un po’ più per bene.
Lo voglio tanto, o Signore! Muoio dal desiderio di volare, e ho le ali assai deboli: faccio un
piccolo tratto e poi giù, di nuovo, vicino a terra. Signore, spero tanto nella vostra predilezione!
Datemi, dunque, la vostra mano! E quando vedete che mi addormento, datemi uno strappo forte e
ditemi: «Andiamo!». Lo farete, o Signore? Promettetemelo come Vi prometto io adesso. Grazie,
mio buon Signore!
Spero di non essere il primo a violare la promessa.
13 luglio 1909, ore 4.
Ieri sono rimasto un po’ più contento. Quanto Vi devo ringraziare, o Signore! Spero, oggi, di
portarmi altrettanto. Riconosco che quello, che mi fece tanto bene, fu la calma in un lavoro
costante, che mi occupò tutta la giornata. Disposi le cose in maniera che pervenni, alla sera, con
un seguito di opere che lasciò nel mio spirito una pace così bella.
Ve ne ringrazio infinitamente, o Signore, e poi Vi chiedo, anche per quest’oggi, il vostro aiuto.
Da me, lo sapete, non faccio niente: sono pigro, irresoluto, mi lascio facilmente abbindolare dalla
tentazione di perdere il tempo e così mi accorgo che ho già guastato, senza saperlo, il proposito
che mi ero fatto alla mattina.
Che bella cosa esser buoni! Come si affronta con coraggio tutto, quando si è con Dio! La vita è
nulla, la giovinezza è una vanità, tutti i tesori del mondo sono come se non fossero. Si ha il
Signore e non basta? Oh, se riflettessi seriamente chi è il Signore e quale grande bene Egli non
arreca all’anima mia! Ieri andai a visitare una povera inferma che, poverina, teme di morire.
Come lo ha detto spesse volte: «Oh, se avessi fatto sempre bene nella vita, come sarei contenta
ora! E come mi angustia, invece, il pensiero di essere stata per tanto tempo lontana da Dio!».
Come ha ragione! Deve essere proprio così il sentimento degli ultimi giorni nostri. Che cosa avrà
importato il godere le fortune, le felicità? Nulla! Solo il bene è qualche cosa di reale, di
permanente. E mi diceva ancora: «Beato lei che è stato sempre buono! Fossi stata anch’io così!».
Quale lezione mi mandò il Signore! Come mi fa comprendere, in tutte le maniere, la grande
importanza, la grande necessità di essere tutto suo. Voglio proprio sforzarmi quest’oggi, voglio
proprio fare del mio meglio. Mi aiutate nevvero, o Signore? Ne ho tanto bisogno! Ecco: io
penserò a Voi e Voi penserete a me. Comincerò col celebrare di gran cuore la mia Messa. Oh, la
Messa, com’è sempre bella, com’è sempre grande! Vorrei avere il cuore di un angelo, per
celebrarla meno indegnamente! Accompagnatemi col vostro aiuto di predilezione e sono sicuro
che mi comporterò bene. Poi seguirò le occupazioni della giornata e così vedrò di compiere la
vostra volontà. Signore, Vi chiedo ancora questo: «Fate che il mio pensiero ricorra, oggi, spesso a
Voi, che possa ricordarmene spesso sì da formare un’unione più costante, più intima. Ho tanto
bisogno di farlo per rinforzarmi nel fervore della volontà. Ve ne ricordate, è vero? Grazie, mio
Signore buono!».
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15 luglio 1909, ore 4,45.
Chi può comprendere la gioia di appartenere a Dio? Essere figli suoi, donare a Lui tutto,
dipendere da Lui in tutto è una festa, una ricchezza così grande che non può figurarsela chi non la
prova. Innanzitutto Dio diventa un Essere che vi circonda, vi segue, vi penetra dovunque,
inondando il nostro essere di tutta la tenerezza della sua luce e del suo amore. Questa luce e
quest’amore ricompensano mille volte del vuoto che intorno a noi produce il mondo. Che si
desidera di più, quando possiamo dire: «Ho il Signore!»? Il resto è superfluo, è miserabile.
O Dio, mia festa, mia allegrezza, quanto Ti voglio amare! Come l’otterrò? Innanzitutto ti farai
una cura gelosa di non disgustarlo mai. L’ubbidienza è la legge dell’amore. La sua legge sia per te
la legge del tuo amore. La bontà negativa è il primo piano sul quale si deve fabbricare l’edificio
altissimo dell’amore di Dio. Oh, quest’oggi sarò tanto buono! Voglio esserlo in ogni minima
cosa!
Lo sarò nelle gioie e nel dolore: nelle gioie per assaggiarle sobriamente, nel dolore per
rassegnarmi generosamente. Il mio dovere! Ecco la mia penitenza!
Ordine, applicazione, fedeltà, voglio davvero osservarli.
La mia bontà positiva la voglio far consistere in un’estrema sconfinata fiducia in Lui sino a
produrre il totale abbandono della mia anima. I miei interessi li affido completamente a Dio:
interessi materiali e molto più gli spirituali. Signore, fate Voi, regolatemi Voi! Io Vi porterò il
risultato degli sforzi miei e Voi lo amministrerete. Sono sicuro che lo farete mille volte meglio di
me. Io non voglio saper nulla all’infuori di questo: che mi volete molto bene.
O mio Dio, sapete quanta sete irrefrenabile ha il mio cuore della bevanda dell’amore!
Dio, quest’acqua pura, che il mondo non ha, dammela Tu che sei Bellezza , che sei Innocenza,
che sei Grandezza!
O Dio del sole, della primavera e dei fiori, Ti amo, Ti amo! Vorrei dirtelo cento volte, vorrei
mostrartelo in mille maniere, insegnami Tu! Oggi mi sarà dolce volare col pensiero a Te, cercarti
sempre come il mio rifugio.
Accetta fin d’ora il bacio che l’anima mia, in uno slancio di tenerezza affettuosa, Ti manda con
tutto il cuore. Accoglilo fra i tanti che vengono a Te in quest’ora divina dell'amore. Accoglilo e
sia come un fiore che Ti stampa sulla fronte la povera anima mia.
20 luglio 1909, ore 5.
Sento il bisogno di venire a Voi, giacché mi trovo così spossato e avvilito. Il vostro sguardo, o
Signore, penetra sino al fondo la mia anima. Come la trovate? Io mi sento male: ho qualche cosa
in me, che mi riempie di amarezza, di scontento, di confusione. Non ho nessuno cui manifestare
questo stato imbarazzante, se non a Voi. Ascoltatemi paziente e porgetemi la vostra mano
benigna! Quanto mi premerebbe di riuscire a togliermi questo disturbo e non riesco. Dopo un
tratto di tempo piuttosto breve, eccomi di nuovo nel solito. Quali gemiti, quali sospiri devo
innalzarvi, o mio Dio, per ottenere questa grazia! Che cosa devo fare? Che strada devo prendere?
Io non la conosco, insegnatemela! Sono disposto a tutto pur di svincolarmi da quest’incubo.
Maria, madre mia, sfolgorate sopra di me un raggio solo della vostra candidissima luce e
mostratemi il mezzo necessario, per ottenere la pace dell’anima mia! Così non mi è possibile
continuare: la burrasca è troppo iniqua.
Ma perché mi agito tanto? Non lo sapete, forse, che io desidero e voglio a qualunque costo amarvi
sempre? Non lo accogliete, non lo benedite Voi questo mio desiderio? Che importa se la mia
anima ha certi momenti di inspiegabile stranezza, per la quale pare quasi che perda le disposizioni
migliori della sua volontà? Dio non si lascia, se non lo si vuole.
Quanto mi conforta questo pensiero! Venga dunque a Voi, o mio buon Dio, tutto il fiore delle mie
energie, venga tutta l’esuberante forza del mio desiderio per dirvi con tutto il cuore e con tutta
l’anima: «Non voglio abbandonarvi mai, ma amarvi sempre nell’oscurità e nell’abbandono, felice
unicamente di fare la vostra volontà». La mia miseria a Voi è ben nota ed io non devo far altro
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che riconoscerla, detestarla, che ingegnarmi a vincerla. Ve lo prometto che lo farò tanto di cuore,
o mio Signore, sempre confidando nella vostra paterna protezione. Oggi sarò buono, tanto buono
per Voi. Terrò in calma l’agitazione, che vorrebbe farsi strada nell’anima mia. Adorerò la vostra
volontà in qualunque disgusto, in qualunque contrarietà mi possa avvenire. Lo farò, se mi darete
la vostra santa grazia che m’illumini l’intelletto e mi fortifichi la volontà. O Signore, guardate alla
vostra infinita misericordia e non all’infinita mia miseria!
25 settembre 1909, ore 4,15.
È ora che rifletta seriamente sopra me stesso e che decida una buona volta quello che voglio fare.
Riconosco che la mancanza di meditazione mi uccide. Vorrò, dunque, seguitare a non farmi forza
mai? È vero che il lavoro della mente è un lavoro difficile; vorrò, dunque, fare soltanto ciò che è
facile?
Dio mio, che date la forza, movete i cuori e illuminate gli intelletti, Ve la domando proprio questa
preziosissima grazia: fatemi riuscire una mente di meditazione. Ho capito! Volete da me un
pegno, una prova, un sacrificio. Ebbene, Ve lo darò. Ecco intanto la mia promessa che spero di
mantenere, perché Ve la faccio sinceramente e con tutta la buona intenzione: «Non lascerò
passare giorno senza almeno venti minuti di conversazione mentale con Voi. Siete contento?
Badate, però, che io non posso disporre che di un po’ di buona volontà. Il resto fatelo Voi!».
Cominciamo questa mattina. La meditazione sviluppa la fecondità della mia mente, porge motivi
di fervore al cuore, energie alla volontà. Che facciamo, se non meditiamo? Andiamo avanti come
in una notte oscura: senza idee forti, senza una norma precisa. Un pentimento, quasi continuo, ci
angustia, ci avvilisce, senza riuscire a farci migliori.
Intanto, ecco il mio stato prodotto dal non aver voluto mai meditare seriamente. Sono ancora così
pusillanime, così arido di pensieri, così preoccupato di me stesso, così poco serio, così poco
qualche cosa come ero una volta! È una stoltezza. I miei interessi spirituali vanno come Dio lo sa.
Potrei far tanto e invece non faccio proprio nulla.
Quali sono gli impedimenti che mi distolgono dal meditare? Eccoli: poca energia, pigrizia,
mancanza di un soggetto, fantasia insubordinata, poco ordine ecc. Vedo che bisogna proprio
rimediare, Signore! Se la mia parola è capace di esprimere tutta la migliore intenzione della mia
volontà, ecco, lo dico proprio con tutto il cuore: «Farò davvero quello che riconosco tanto
necessario». Metterò un po’ di ordine nella mia anima: meditazione ed esame di coscienza
saranno i due lumi che terrò sempre accesi in me, per veder Voi e vedere me stesso. Dio, che siete
tanto buono, prestatemi l’aiuto vostro, nel quale faccio affidamento più che sulla misera mia
volontà!
26 settembre 1909, ore 4,15.
Eccomi, o Signore, a mantenere la mia promessa. Non fosse altro, l’avrò mantenuta almeno per
un giorno. Ieri sono stato abbastanza discreto, non però come avrei desiderato. Oggi vedrò di
tenere un po’ più gli occhi aperti.
Sento di essere scarso nella mia fede. Quanti motivi avrei di riposarmi su di essa, come sulle
braccia della mia mamma! Il bene, che mi ha fatto la fede, è immensurabile. Quale dono mi ha
fatto il Signore nel concedermela! Cosa sarei stato io senza la fede? Un qualche cosa di ributtante.
La strada, per la quale si erano incamminati gli inizi della mia vita, era davvero una strada di
precipizio123. Chi mi ha salvato? La fede! A quest’ora io penso che non sarei più al mondo. Ma
lasciamo andare. Certo il primo sentimento, che la fede deve produrre in me, è quello di una
riconoscenza per chi mi ha salvato la vita. Questo sentimento di riconoscenza, come lo posso
dimostrare? Amando la mia fede e possedendola in una maniera superlativa. L’amore alla mia
fede mi deve ispirare a difenderla con tutte le forze del mio ingegno, del mio cuore e della mia
volontà.
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Molto opportunamente la mia vita è proprio consacrata a questo e sono molto felice di potermici
dedicare. Lo studio della religione, per insegnarla agli altri, dev’essere come un primo atto di
proposito. Di professarla pubblicamente non se ne fa neppure questione. Sono sacerdote e tanto
basta; piuttosto bisogna che io procuri di professarla in un modo superlativo nel mio interno.
Devo proprio vivere di fede in tutte le mie cose. La fede deve penetrare in tutta l’essenza del mio
essere in modo che non vi siano in me atti , pensieri o parole che non ne contengano come il
profumo. Per averla tale questa fede, bisogna poi nutrirla, tenerla viva sempre. Per questo fine
bisogna chiederla al Signore imperocché, com’è una grazia la sua prima infusione, sono pure una
grazia l’aumento e la perfezione della medesima. Inoltre è necessario che io stesso procuri di
coltivarla, studiando intellettualmente ed affettivamente. Per la parte dell’intelletto ora non ho
rimorsi, poiché mi sembra di farlo in una qualche misura; per la parte affettiva invece riconosco
che potrei fare ancor di più.
27 settembre 1909, ore 3,45.
Fede! Mio Signore, nell’unico intento di darvi consolazione e far del bene all’anima mia, mi
accingo a fare la mia meditazione. Prendetemi a Voi vicino, siate la mia ispirazione, il mio
fervore e datemi quella grazia che Vi domando sempre, cioè rendetemi sempre migliore. La fede
è luce all’intelletto e forza alla volontà, e fa sì che le cose soprannaturali le vediamo come faccia
a faccia. E il primo a comparirci chiaro, evidente è Dio.
Dio è sempre a noi presente, anzi noi viviamo come perduti in Lui. Perché non Lo vediamo, non
Lo sentiamo? Perché una nebbia, un’oscurità fatale ottenebrano il nostro intelletto in modo che ci
pare di vivere lontano da Dio come ad una distanza infinita. La fede, dunque, toglie questa triste
illusione e ci porta il soprannaturale come davanti agli occhi.
Il primo effetto, quindi, della fede è quello di farci credere come ad un’immediata evidenza.
Perché non dovremmo credere ciò che vediamo, che sentiamo, che ci avvolge da ogni parte?
Che bella cosa questa luce: è la soddisfazione naturale del nostro intelletto e il suo fine raggiunto
la sua felicità. Di fronte a questa verità conosciuta così chiaramente, non si può rimanere
indifferenti. Ed ecco che, come per conseguenza, questa produce l’atto della volontà, ossia ci
spinge ad agire in conformità di ciò che vediamo. Che cosa vediamo? Vediamo che Dio è bello, è
buono, è grande. Dunque? Bisogna amarlo! Non è uno sforzo, che fa il cuore, ad amare ciò che
riconosce bello, buono e grande. Alla fede è, quindi, necessariamente conseguente l’amore: e non
un amore sterile di parole, ma un amore di fatti.
«Fides sine operibus mortua est»124, ben a ragione. Come si può difatti resistere a non migliorarsi
di fronte a cose così divine che ci parlano, ci avvincono, ci trasportano in Dio? Oh, la fede, nella
sua vera pienezza, com’è desiderabile! Maria Santissima concedetemela sempre più viva, sempre
più forte, sempre più profonda! Certo la fede è causa di opere ed è anche effetto di queste. Per
meritarci la fede è necessario agire rettamente. Oggi, dunque, appunto per questo fine
comportiamoci bene. Spero nell’aiuto grande di Dio, della Madonna e del mio Angelo Custode.
Tenetemi sveglio, o cari Esseri miei! Datemi tutto l’impulso necessario a far bene.
28 settembre 1909, ore 5,30.
Dio, accoglietemi sotto le ali della vostra misericordia! Concedetemi di potervi trovare e sentire a
me vicino in questo quarto d’ora di meditazione.
Rifletterò sopra la fede: quella fede che riconosco di possedere in una maniera così languida e
desidererei di averla tanto viva. È un dono vostro la fede, che concedete a chi non vi pone
ostacolo. Togliete, o Signore, questi ostacoli e datemi la grazia dei vostri doni!
Perché non ho una fede forte, ardente, viva? Sempre per il motivo che manco di riflessione. Vivo
la mia giornata come un ragazzaccio qualunque, perduto alla ventura delle cose che gli
succedono. È proprio uno sbaglio questo; lo riconosco. Come rimediarlo? Bisogna farsi un
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proposito robusto per farlo arrivare intatto fino a sera. Perché non ne dovrò esser capace? È
un’imperdonabile debolezza la mia che devo togliere.
Oggi sia una giornata proprio come va. Questa mattina chiederò perdono al Signore della mia
trascuratezza e, rinfrancato dalla pienezza della grazia sua, riuscirò certamente, però senza
soverchia tensione: calmo, sereno, tranquillo sempre. Come dovrei fare? Eccolo! Prima e dopo
un’azione importante, come lo studio, l’uscire di casa, il tornare, il pranzo, la cena, ecc., perché
non rievocare, per un attimo solo, l’intenzione di piacere a Dio? Credo che questo basterebbe per
tenermi in continua comunicazione con Lui, non soltanto, ma per farmi più attento a non mancare
nei piccoli difetti giornalieri e raggiungere quel tratto di perfezione interna ed esterna che consiste
in una squisitezza inalterabile di pensare e di sentire, in una sincerità senza affettazione, in
un’affabilità di modi sempre soave, sempre buona.
Ecco che cosa produrrebbe la mia fede! Perché? Ma perché la fede mi direbbe ad ogni momento:
«Bada che Dio è qui con te; bada che ti vede e ti vuol bene e aspetta da te di essere trattato con
tutte le finezze della tua amicizia». Se avessi con me una persona cara, carissima, quante premure
mi darei di non procurarle il minimo dispiacere, anzi di farle le migliori attenzioni, le più belle
delicatezze! Non è logico che Dio – pensa: Dio! – si meriti ugualmente? Se riflettessimo sempre,
come troveremmo tutto giusto e come saremmo spinti ad abbracciarlo con ogni mezzo, anche con
ogni sforzo! Oggi, o Signore, voglio provarmi.
29 settembre 1909, ore 4,45.
Dio del cuore e dell’anima mia, sono qui da Voi perché mi doniate la grazia di fare con frutto la
mia meditazione. La mia condotta di ieri è stata quasi discreta. Avrei potuto ricordarmi di più del
Signore, ma non vi sono sempre riuscito. Le occupazioni sono state quasi continue e mi hanno
anche un po’ distratto. Oggi vedrò di far meglio.
Presentemente sono preoccupato da pensieri un po’ amari, che mi disgustano e mi tolgono la
volontà di dedicarmi bene alla meditazione. Bisogna mandarli via e star qui davanti al Signore
con tutta la bontà possibile. Signore, perdonatemi qualunque sentimento meno buono, meno
generoso. Vi prometto che ciò che non è conforme al cuor vostro lo discaccerò senz’altro.
Pensiamo piuttosto a passare, oggi, una bella giornata di fede.
Tutte le amarezze della vita non devono servirmi ad altro che a riconoscere sempre più che il bene
vero non è riposto nelle cose di quaggiù, ma lo avremo soltanto quando avremo terminato di
vivere. Quante cose tutte contrarie ai nostri desideri e alle nostre esigenze! Come saremmo ben
miseri, se non avessimo qualche cosa che ci aspettasse di meglio, superiore a tutte le tristezze del
tempo! Non bisogna fermarsi sulle cose tristi, ma bisogna rilevare invece tutto e solo ciò che può
parlarci di una bellezza, di una grandezza, di una bontà infinita.
Questo è quello che la fede viva e profonda deve mostrarci all’evidenza. Insino a tanto che non
sarò riuscito a sapermi strappare di volo alle mie amarezze, per perdermi solamente nelle cose
belle del soprannaturale, non potrò dire di possedere completamente questo dono di Dio. E perché
è un dono di Dio, io devo chiederglielo continuamente. Signore, infondete dunque nell’anima
mia, nel cuore, nella mente, nella volontà, una fede profonda, simile a quella di certi Santi.
Madonna Santissima, Voi che siete quella che più di tutti avete nel cuore la fede nel vostro divin
Figlio, date anche a me una scintilla di quel grande sentimento che Vi animava: fatemi degno di
appartenere alla schiera di coloro che credono più ardentemente e vivono come immersi in questo
grande oceano di luce che è la fede. Questa mattina non so dire che cose senza nesso. Vi prego,
aiutatemi Voi!
30 settembre 1909, ore 5,30.
Accoglietemi con la consueta vostra benignità, o Signore! Sono qui, misera creatura bisognosa di
tutto, sprovvista di tutto. Vi adoro, o gran Dio, dalla polvere del mio nulla e Vi amo.
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Sento che la fede in me è qualche cosa d’immensamente debole, d’immensamente languido.
Quanto mi sentirei più animato, se le cose mi apparissero sempre più reali ed evidenti! Quando
penso al soprannaturale? Eppure esso è tutto il mio mondo. Che faccio quaggiù? Mi preparo a
perder tutto: salute, giovinezza, brio, sostanze. Tutto non possiedo che in deposito. Ogni giorno,
che passa, è un tratto di strada che mi si abbrevia. Quando morirò io? Sarà presto o sarà tardi?
Compiango tanto chi è presso a morire e chi è già morto come se io fossi privilegiato della vita.
Eppure, non vi è cosa più naturale e più necessaria per tutti che il morire. Vivendo con queste
considerazioni, come non si deve sempre tenere la fronte in alto, perduti in qualche cosa che non
venga meno giammai? Oh, la fede dev’essere una grande ala potente che ci trasporti al di sopra
del creato e ci faccia respirare un’aria migliore.
Se non credessimo, sarebbe triste, desolante la vita; mentre se pensassimo per davvero alla vita
futura, come sarebbe infinitamente consolante la dolcezza delle speranze divine!
È sempre la fede, questo angelo, che si nasconde vicino a noi e che dovremmo cercare e tenercelo
compagno indivisibile per tutta la vita. Oh, davvero devo farlo io pure! Cercherò la mia fede,
meditando molto. La meditazione deve divenire la mia arma di conquista. Certo, sento di essere
povero di idee; bisogna che mi procuri il modo di fecondarle. Dio sarà con me sempre. Il primo
mezzo da usare sarà la preghiera.
Da mane a sera, le mie mani saranno levate a Dio a implorare questa grazia di vederlo, di
conoscerlo. I miei occhi saranno verso di Lui con l’avidità di uno che brama ardentemente un
bene a lungo desiderato, con la fiducia di colui che ha una speranza immortale nel cuore. Dio
risponderà certamente al mio grido, allo slancio potente dell'anima mia.
Venite, o Signore, compite l’opera vostra! Mi avete condotto per tante strade di Provvidenza, mi
avete salvato da tanti pericoli e ora introducetemi nella stanza vostra e fatemi uno dei vostri
intimi!
200
Da «La Lucciola»125 del settembre 1909
Come sogno il mio Avvenire
Fin da quattro anni sono cominciati i miei sogni sull’avvenire, allorché mio padre mi ballonzolava
amorosamente sulle ginocchia, raccontandomi, a vivi tratti, le sue gesta gloriose sui campi veneti,
nella guerra per l’Indipendenza. Allora la mia piccola anima viveva assorta, suggestionata dalle
grandi conquiste, senza rendersi conto di ciò che forma la realtà della vita.
Ed ho vissuto così i miei 10 e 15 anni nel campo delle chimere, inseguendo, volubile ed
incostante, or questo or quell’ideale, proprio come una farfalla che sorvola senza posarsi, sopra un
campo di fiori. Ho sognato la libertà la gloria le avventure l’amore.
Oh, l’amore! Quanto ho tremato davanti a questo maliardo tiranno, quanto ho pianto quanto mi
sono distrutto!
Il mio sogno d’amore era fatto di tutta la purezza e la grazia dell’innocenza, di tutti i fascini della
bellezza, di tutti gli incanti della natura, di tutti i tesori della bontà, e pareva non dovesse
spegnersi mai. Invece, in una tristissima sera, si oscurò il mio sole, venne meno e cadde nella
notte… e per sempre. Così mi spensi io pure, si spense la mia giovinezza come povera primavera
senza fiori.
Tutto era perduto, con il dolore tutto crollato nella mia esistenza: il dolore mi aveva mostrato la
vanità del mondo intero per chi ha i fremiti dell’infinito.
Su queste rovine di gioventù, di vita, su queste ceneri di sogni infranti, Dio venne, Dio potè
sentire, Dio innalzò il disegno di un Sogno tutto suo, grande e infinito. È stata come una voce
potente di risurrezione che ha risuonato trionfale sul mio sepolcro ed ha gridato: «Sempre più in
alto all’io, distrutto sostituisci il Bene, sostituisci Iddio!».
Come sono rinata all’ideale ai sogni all’avvenire a tutta l’esuberanza della vita: Il Bene, Iddio!.
Bene a me stessa per gli altri: Dio come scopo finale, nell’espansione della gloria sua; inoltre,
aspirazioni a migliorare me stessa a vantaggio degli altri, affinché altri possano aver luce dal mio
intelletto forza dal mio carattere, affetto e conforto dal cuore.
Quanto bramerei riuscire anche solo una piccola fiammella fumigante, che, posta nella notte sovra
un sentiero tenebroso, possa servire di orientazione e di guida a chi è smarrito nella via! Quanto
vorrei ai deboli ai vinti della vita saper infondere forza e coraggio e poter dire: «Vedete? Io pure
ho sofferto ho tremato io pure! Non vi avvilite! Ancora uno sforzo e il trionfo vi farà nobili e
grandi».
Ma più che nell’intelletto e nella volontà intravedo nel cuore una via ampia, un campo sconfinato.
Lacrime, tristezze, indigenze desolazioni… ecco ciò che mi commuove ciò che desta un sussulto
di tenerezza e di compassione infinita. E sogno! Sogno di farmi un piccolo raggio di sole per certi
dolori oscuri, per certi caduti nell’abbandono: sogno di rendermi una goccia di balsamo per certe
amarezze senza conforto, un’ombra protettrice un rifugio, un riposo per chi è stanco e perduto nel
gran deserto della vita. Oh, il santo orgoglio di sapersi amici di chi non ne ha nessuno, di sentirsi
amati e benedetti da quelli a cui la vita non ha sempre dato rose ed amore, ma spine e disprezzo.
Sento vivo il bisogno di asciugar delle lacrime126, di risanare dei cuori: sento la necessità di una
speranza incrollabile in una giovinezza, in un amore eterno che mi rifaccia del vuoto immenso
prodotto nell’animo mio, dalle terribili disillusioni della vita.
E la Fede mi dice che non per una chimera si affanna la giovanile speranza mia, ma per la più
sicura e infallibile delle realtà. È quindi senza timore che mi abbandono alla santa poesia di
questo sogno, e mi è dolce vivere perennemente così fino al cadere del giorno in cui dovrò pure
cadere anch’io.
Oh, la morte, null’altro sarà per me che l’apoteosi di una vita che lascerò senza rimpianti. Venga
pure questa fata tremenda benefica; mi trovi pure giovine gagliarda o vecchia cadente ma sempre
sulla breccia con la fronte alta, sperante e sempre assorta perduta nel suo sogno.
201
Morirò felice come il fiore che, esauriti per l’aria tutto l’incanto della sua bellezza e tutta la
fragranza dei suoi profumi, è raccolto a sera per conservarlo nella reggia del suo Signore a
perenne ricordo di una splendida giornata piena di azzurro e di sole.
Flamen
202
ESERCIZI SPIRITUALI
203
204
Esercizi spirituali 1905 127
Non sei tratto dagli angeli, ma dagli uomini, dunque ricordati che, purtroppo, sei ancora un uomo
con le sue debolezze.
È Dio che ti ha preso, ti ha scelto a preferenza di mille altri, forse meno indegni di te. Che
riconoscenza non deve essere la tua! Ringrazialo tutti i giorni: “pro hominibus constituitur”128;
non ti sei fatto prete per farti una posizione, per salvar solo te stesso, ma per gli altri, cioè in tutto
ciò che può condurre gli uomini a Dio e, quindi, non solo curando il loro benessere spirituale, ma
anche il materiale, perchè possano dirti: «Che buon cuore!». Dopo, acquistata la loro simpatia,
potrai seminare. Gesù Cristo non era sempre in piazza, non faceva perfino il medico? Il popolo ci
procura da vivere e ci incarica di offrire all’Altissimo i suoi omaggi per Lui.
Siamo gli incaricati: facciamolo, quindi, con spirito buono di dovere.
La retta intenzione è il midollo di ogni buona azione.
Dopo la confessione, uno può dire realmente e con verità: «Io sono un angelo», anche chi poco
prima avesse tutti i peccati del mondo nell’anima.
Se un reo di omicidio potesse sperare di avere un tribunale di clemenza prima di quello di
giustizia, con quanta effusione vi si accosterebbe! Tale è la confessione.
Il Sacerdote è “medico” delle anime, maestro di tutti, guerriero per l’onor di Dio e la conquista
delle anime.
Dopo la Messa, non vi è nella Chiesa maggior capitale e tesoro che l’Uffizio Divino, da cui
ricevere fiumi di grazia. Esso è la preghiera più meritoria ed efficace presso Dio.
L’orazione, fatta bene, è un profumo odoroso, che Dio gradisce immensamente; quella fatta male
è un fumo puzzolente che Dio aborre; la preghiera buona è una lode, un onore a Dio; la preghiera
cattiva è un disonore; la preghiera buona è un ringraziamento; la cattiva è un biasimo; la buona è
un’impetrazione; la cattiva un rifiuto. A Dio piace più il latrato di un cane che la preghiera
strapazzata di un sacerdote. Disse una volta Dio per Malachia: “Maledicam benedictionibus
vestris”129.
Quando mancasse il tempo, bisogna abbreviare piuttosto la meditazione che affrettare l’Uffizio.
Disposizioni per recitarlo bene.
Lascia alla porta tutti gli altri pensieri: adesso devi pregare.
Pensa che preghi a nome della Chiesa, tratti l’affare della tua missione: l’acquisto delle anime.
Dio ti guarda con più amore e ti ascolta e gli angeli ti accompagnano.
Fa’ la tua offerta ed intenzione con “Aperi Domine etc.130”.
Mettiti in posizione decente: ti servirà per star raccolto.
L’attenzione è di tre sorte: a) ad verba: si attende a pronunciar bene le parole; b) ad sensum: si
attende al senso di quel che si dice; c) ad Deum: si attende con la mente a Dio adorandolo,
ringraziandolo, amandolo, chiedendogli grazie. È la migliore attenzione.
E recita bene l’Uffizio, dal momento che fai la fatica di dirlo! Pensa che stanno due intorno a te:
l’angelo e il demonio; il primo, a scriverti il merito e il secondo il demerito.
Quanti lumi e grazie si ricevono dai Salmi! Il salmo illumina la mente, rallegra l’anima,
l’indirizza al Cielo, la rende familiare a Dio. Quante profezie nei Salmi, quanti atti di confidenza,
di amore, di ringraziamento, di umiltà, di pentimento, di preghiera, di proponimento! Quante
volte si dice il Pater noster! In questo si trovano tre atti di amore perfetto: “Sanctificetur nomen
tuum”, che tutti Lo conoscano; “Adveniat regnum tuum”, che possieda interamente i nostri cuori;
“Fiat voluntas tua”, che ci sia la perfetta uniformità al suo volere, nel che sta il vero amore.
Com’è bello il Gloria Patri col quale diamo fede, lode, ringraziamento, compiacenza, felicità di
Dio!
S. Maria Maddalena de’ Pazzi, ogni volta che inchinava la testa, figurava di offrirla al carnefice
per la fede.
Quante volte si ricorre alla Madonna!
205
Recitalo sempre con questa intenzione: «Se lo dico bene, il Signore mi farà la grazia per la mia
missione di un frutto abbondante».
206
Esercizi Spirituali 1908
Sono rimasto molto vivamente impressionato dalla chiarezza, evidenza e bellezza della verità che
il predicatore ci elargiva con tanta disinvoltura e naturalezza. Mi sono sentito commosso e mi ha
spinto ad udirlo sempre più volentieri.
Delle riflessioni pratiche, individuali, non ho fatto che questa: dello studio indefesso del
pianoforte che ne faccio? Mi condurrà a Dio? Non vi è forse qualche spreco eccessivo di tempo e
non vi è forse qualche intenzione troppo umana? Ricordi quando ha detto che, se non si sceglie
bene, si è fuori di strada? Si faranno dei grandi passi, si volerà, ma fuori di strada; ci faremo un
nome, una fortuna. Sono rimasto nel dubbio e ho promesso di conferirne in proposito col
predicatore alla prima occasione.
Entro oggi ho riflettuto: cosa faccio io negli Esercizi? A che cosa devo provvedere? Ho delle
riforme da fare?
Ho passato cinque anni di sacerdozio; che cosa ho ottenuto? Un bene molto scarso. Non ho fatto
tutto quello che potevo.
Il mio spirito è rimasto molto debole, molto trasandato. Non sono ancor riuscito a farmi contento
in proposito. La meditazione: molto poco. Già non ne ho ancora acquistato la disposizione.
L’esame di coscienza: neppure.
Il mio danaro è rimasto inoperoso. La mia giovinezza: altrettanto. I miei talenti non sono
cresciuti: sono forse diminuiti per il lasso del tempo. Se morissi ora, potrei dire con san Paolo:
«Cursum consummavi fidem servavi»131? Forse no!
Ecco: devo rimediare, devo raccogliere l’anima nelle mie mani e saperla disporre, agguerrire per
una vita più forte ed attiva.
Raccogliendo quanto in questi giorni ha mulinato nella mia mente, devo dire di essermi trovato
come in una densa nebbia, la quale è stata interrotta, a quando a quando, da sprazzi di luce, brevi
come un lampo. A questi rapidi fulgori di grazia, ho riconosciuto di non essere se non tiepido,
nemmeno fervoroso.
La bontà negativa, se vi è per le colpe gravi, è un po’ scarsa per le colpe leggere e deliberate; è
molto scarsa per le indeliberate. La bontà positiva lascia molto a desiderare.
L’amor proprio è ancora quello di una volta, se non è cresciuto; manco di pazienza piuttosto
spesso ed ho dei momenti che sono proprio maligno. Se non li respingessi, sento che ho l’istinto
veramente cattivo nell’apprezzare e nel giudicare. Io, che sono pieno di debiti con Dio fino agli
occhi! Io, che posso ben ringraziare la Madonna e i Santi se sono ancora nella possibilità di
scansare l’inferno e di guadagnarmi il paradiso!
La negligenza, l’indolenza, la fiacca di spirito mi ravvolgono come un insetto in una tela di ragno.
Per quanto mi scuota, sono sempre impacciato. Non sono sincero, ho un brutto carattere, un brutto
modo di fare: esagerato, incivile, sregolato. Che bel capolavoro che sono! E dire che tante volte
torco il collo, come se fossi un santo; sospiro come un serafino; gemo come una colombina. Che
vergogna! Gli altri mi stimano per una gran cosa e invece ecco, nello specchio, la mia vera
fotografia! Signore, mi detesto e mi abomino per le macchie che offuscano e deturpano la
bellezza dell’anima che mi avete dato.
L’insistenza, che ho io dalla grazia di Dio, credo non l’abbia nessuno: ad ogni momento sento una
spinta, uno scontento, un rimorso. Dovrei esserlo davvero a quest’ora un santo, e invece?! Se
voglio dire il vero, come sono facile al risentimento e come nutro lungamente l’umor nero!
È forse virtuoso il contegno sostenuto, quasi burbero, che ho con mio fratello? È vero che mi ha
fatto dei torti ignominiosi, ma il perdono delle offese dove va? La mia mamma se ne scandalizza.
207
Io temo che egli ritorni un’altra volta da capo. È poi una scusa giusta? Sentiremo consiglio
domani.
Con quel debitore renitente, come mi sento spinto ad usare mezzi risoluti e cattivi! Se dovesse il
Signore trattarti altrettanto, come la ti andrebbe? I santi non facevano mica in questa guisa! E
quella persona che ti tratta con diffidenza, con poca sincerità, come tenti ripagarla con la stessa
moneta! Se ella non ha certe grazie, certi principi, tu bene li hai, perché Dio te li dona in
abbondanza. È vero! È vero!
Se morissi al momento, come sarei contento di fare il viaggio? Povero me! Chi sa quanto
purgatorio!
Ma in questi Esercizi il Signore ti fa vedere appunto queste cose, perchè emendi soprattutto
quell’apatia nelle confessioni che fai senza preparazione e con poca contrizione! Non pensi mai a
quello che ha fatto e sofferto Gesù per te?! Non pensi mai ai benefizi che Dio ti ha concesso?! Lo
ringrazi così per convenienza, ma tante volte non vi metti il cuore. Ingrato!
Ho conversato tanto con Gesù in Sacramento dopo la Messa.
Mi ha fatto tanto bene. Ho riconosciuto che il rammaricarsi dei propri difetti è cosa inutile, se non
si ha il proposito di reagire con noi stessi in maniera da regalare al Signore tanto bene per
altrettanto male. È proprio necessario che faccia così! Abbandonato perdutamente nella
misericordia di Dio, spero di poter mettermi un po’ bene. Che cosa devo fare?
Innanzitutto meditare, meditare e meditare! È necessario aversi un po’ di cura, altrimenti com’è
possibile sostenersi? Quello che devo fare non l’ho tutto qui presente, ma dovrà venire man mano,
volta per volta, secondo quanto la mia ragione, illuminata dalla bontà di Dio, me ne suggerirà.
Intanto: combatterò la pigrizia, la negligenza, la pesantezza, la svogliatezza. Il primo passo sarà
quello di svegliarmi bene al mattino. Quest’atto di prontezza, che conferisce tanto all’energia
della volontà e dà una spinta così efficace al fervore, non lo faccio quasi mai. È vero che mi
sveglio presto ma, allorchè si tratta di togliersi da quel beato nido, quanta lentezza, quante piccole
concessioni alla pigrizia, al sonno! In questi santi Esercizi voglio promettere di regolarmi bene.
Combatterò l’amor proprio e la superbia. Mi farò scrupolo anche degli atti indeliberati. Ho tanti
motivi da tenermi basso in tutti i rami. Riconosco proprio che non v’è in me una sola parte
completamente sana: ognuna ha il suo difetto, sia la bontà, sia l’ingegno, sia le doti di corpo e di
spirito. Non ho che ad essere sincero per sentirmi umile.
Combatterò ogni più piccola finzione. Come mi ripugnano le doppiezze, le vili contraffazioni, le
vili affettazioni negli altri! Eppure io faccio forse peggio! Ogni volta che ho soggezione, prendo a
prestito un contegno, delle parole, degli atti che non sono miei. E Dio mi punisce permettendomi
maggior confusione. Se fossi sincero, schietto, umile, semplice, forse riuscirei molto meglio!
Voglio quindi rimediarmi!
Combatterò l’umor nero in tutte le sue manifestazioni: di parole, di sentimenti e di atti.
La tua mamma, che dovresti indorare – e baciar la terra dove passa –, è proprio quella che tratti
forse meno bene degli altri. Avrebbe ben ragione di dire poveretta: «I miei figliuoli sono buoni
dappertutto fuorché in casa!». Perché essere così esigente, perché riprenderla così seccamente,
quando non è puntuale, quando non indovina i tuoi gusti, quando sbaglia? È vero che ha i suoi
difetti, ma chi è che non li abbia? Dopo tutto, i difetti non devono scomparire di fronte a tante
buone qualità, a tanto amore che ti porta?
Eccomi quale sono io con tutti i miei sdilinquimenti sentimentali, con tutte le mie tenerezze
lacrimevoli, con tutti i miei sospiri, il mio cuor d’oro, la mia anima di angelo! Gesù Signore,
perdonatemi Voi, che sapete tutto e rendetemi davvero quale vedo che mi volete con la stima
degli altri.
Combatterò il mio contegno incivile, inurbano, il mio parlare sregolato, il mio fare superbamente
impicciato, il mio silenzio, le mie taciturnità egoiste di certi momenti e vedrò, per quanto sia
possibile, di non essere mai di peso agli altri.
208
Ho fatto con diligenza il mio esame di coscienza e l’atto di contrizione per prepararmi alla
confessione imminente.
Ho la coscienza di aver fatto con impegno queste cose e mi sono sentito assecondato tanto dalla
grazia di Dio. Ho concepito orrore della mia vita; mi sono umiliato davanti a Dio e davanti a tutti
i miei confratelli circostanti; ho chiesto nel silenzio del mio cuore perdono ed ho promesso di
ricambiare il Signore offrendogli in avvenire tanto amore per tanto odio, tanto bene per tanto
male. L’ho promesso di cuore con le lacrime agli occhi; non mi avrà ascoltato il Signore?
Ho riconosciuto la mia immensurabile debolezza e quindi mi sono affidato alla protezione
materna della Madonna. Ho detto: «La mia Madonna, vedete! Sono proprio buono a niente, sono
zero in tutti i sensi; Voi, tanto buona e tanto cara, prendetemi sotto la vostra speciale protezione!
Con le vostre mani lavorate la mia mente, il mio cuore, la mia volontà inclinandoli al bene;
ripassate i miei atti, i miei desideri, le mie risoluzioni; correggete la meno retta intenzione;
formateli proprio come devono essere per potersi presentare degnamente al vostro Gesù. Fatelo
oggi, fatelo domani, fatelo sempre! Vi considererò come il mio genio inspiratore, la mano che mi
salva, la fata benefica che mi dà fortuna. Perdonatemi, cara Mamma, se Vi chiamo così!».
Mi sono un po’ dipartito da Voi, mi sono un po’ sottratto alla vostra celeste influenza, è quindi
naturale che, a questo nuovo rivedervi, io senta verso di Voi uno slancio vivo di tenerezza.
Quanto bene mi avete fatto! Lo ricordo ancora. Un giorno, nelle mie dissolutezze, Vi amavo
ugualmente. Al vostro nome m’intenerivo, mi arrestavo nel male, eravate la mia luce purissima,
che non sdegnavate di sfolgorare sul fango della mia anima mostruosa, per purificarla.
E ci siete riuscita! Ci siete riuscita con una trama misteriosa di dolcissime arti. E lo ricordo
ancora; ricordo tutto con un singhiozzo di lacrime, che mi sale tumultuosamente dal cuore. Grazie
adesso, per allora! Non Vi ho mai ringraziato così come quest’oggi, ma voglio ringraziarvi ancor
più nel mio avvenire col cuore mio e con quello degli altri.
Il predicatore è stato veramente divino. Ha parlato per un’ora abbondante e l’avrei ascoltato
ancora. Parlava commosso, compreso e diceva delle cose veramente divine. Sembrava ispirato. Se
mi è possibile, trascrivo qualche cosa.
Gesù desiderava tanto la sua ora e l’affrettava. Poteva andar lontano, ma andò proprio sul luogo
dove sapeva doveva venire Giuda. E Giuda venne coi suoi satelliti.
Giuda, dalle piccole mancanze di attacco al danaro – sottraeva dall’erario apostolico qualche
somma, di quando in quando, per occulta compensazione delle sue fatiche –, era giunto fino al
peccato grave di tradire Gesù per aver del danaro. Poco prima aveva anche riprovato Maddalena
che aveva sprecato dell’unguento, che si sarebbe potuto vendere per profitto dei poveri. Si
capisce: per avere lui pure la parte sua. Giuda venne e si accostò a baciar Gesù.
Contemplate questo quadro: Gesù che riceve il bacio di Giuda, Dio che bacia il diavolo: il Bene
che bacia il Male. Quale contrasto infinito! Eppure Gesù vi si assoggetta.
Siamo mai stati noi nel posto di Giuda? Se lo abbiamo imitato nella colpa, non imitiamolo nella
penitenza, che fu peggiore della colpa.
Gesù è trascinato ai tribunali. È accusato e tace. I suoi discepoli Lo abbandonano. Pietro Lo
tradisce. Gesù, nel colmo della sua amarezza, proferisce internamente il suo: “Fiat voluntas
tua”132.
È portato davanti al giudice; questi, contro ogni regola legale, Lo interroga per farlo cadere nel
tranello. E Gesù risponde sincero e calmo: «Sì, sono il figlio di Dio». Ecco la bestemmia! Lo
schiaffeggiano, Gli sputano in viso e Lo dichiarano degno di morte.
Lo portano a Ponzio Pilato il quale, trovandolo senza colpa e non volendo responsabilità, Lo
manda ad Erode.
209
Erode, l’infame, Lo desidera perché Lo stima un mago, un fattucchiere e vuole vedere dei prodigi.
Lo riceve con tutta cordialità e Gli comanda di fare un prodigio, un giuoco di prestigio, se vuole
la libertà. Ma Gesù tace. Erode Lo rimanda e si vendica facendolo vestire da pagliaccio, da pazzo
e facendolo passare di giorno per tutta la città.
Considerate: la Sapienza stessa rivestita e burlata come un pazzo! Pilato Lo interroga di nuovo e,
volendo salvare capra e cavoli, Lo fa punire con la flagellazione.
Gesù è svestito, è legato con corda ad una colonna spezzata e due manigoldi afferrano i flagelli e
menano colpi disperati. Le carni santissime di Gesù si fanno livide, dapprima si strappano e
menano rivi di sangue.
Innanzitutto lo strazio del corpo delicatissimo, sensibilissimo di Gesù sotto quella tempesta di
colpi. La flagellazione era così terribile che tanti vi morivano sul fatto. La divinità di Gesù
sostenne la sua umanità, perché doveva bere fino all’ultima goccia il calice dei dolori.
Tagliarono le funi e Gesù cadde bocconi, stremato di forze. Allora i soldati, veri mostri di
crudeltà, pensarono di unire altro dolore: l’ignominia, vestendolo da re da burla. Era questa una
soddisfazione propria dei soldati romani, i quali avevano tanto in odio i sovrani orientali che
spesso si prendevano il perfido giuoco di metterli così alla berlina, improvvisandoli in re da burla.
Gli buttarono addosso un cappotto, una vestaglia rossa qualunque, composero una corona di spine
sulla fronte, una canna per scettro in mano e, fattolo sedere sopra un sasso, Gli si inginocchiarono
davanti salutandolo re, per scherno.
Pilato Lo mostrò in questo sembiante al popolo sperando di commuoverlo, ma il popolo, come
una belva, mandò un urlo di gioia feroce e ne chiese la morte. Anzi, siccome Pilato nicchiava,
esso gli intimò che, se non fosse stato risoluto, l’avrebbero accusato come nemico di Cesare.
Pilato ricorse ad un ultimo espediente: quello di Barabba.
Ma il popolo: «Sia salvo Barabba e morte a Gesù!»133. Quale ingratitudine! Che mostruosità!
Eppure, non lo facemmo tante volte noi pure?
Pilato, dunque, si lavò le mani, Lo dichiarò giusto e Lo condannò a morte. Ecco la giustizia
umana! Gesù prese, dunque, la sua croce e si incamminò al Calvario.
La folla era enorme per la solennità della Pasqua e fece una doppia ala stipata al passaggio di
Gesù. E come è naturale, tutti Lo aspettavano ansiosi e tutti commentavano.
In questa varietà di commenti emersero come tre correnti, a formare la così detta opinione
pubblica.
La prima corrente, la più universale, era la corrente degli scapestrati che prendevano parte, se non
attiva, almeno consenziente a quanto facevano i manigoldi. E magari, al suo passaggio, non Gli
risparmiarono insulti e parole di bestemmia.
La seconda era la così detta dei moderati, i quali riconoscevano in Gesù un personaggio certo
grande, specie per le sue gesta straordinarie, ma dicevano: «Egli non ha saputo fare; non ha avuto
tattica; s’è messo col popolo ed ha disgustato i maggiorenti. Ecco cosa Gli dà il popolo!».
La terza, la più esigua, era quella dei suoi amici che avevano stima in Lui. Essi aspettavano che
Gesù operasse anche allora un miracolo. Ma, vedendo che il miracolo non veniva e tutto era già
perduto, cascarono essi pure dall’altra parte contro di Lui e dissero: «Dunque, ci ha ingannato!
Come aveva saputo fingere bene!». Ecco Cristo come è trattato da coloro ai quali aveva fatto
tanto bene! Ecco com’è abbandonato!
Gesù viene ansante, sfinito, cade tre volte e tre volte si rialza. Nessun volto amico tra la folla,
all’infuori di alcune pie donne e all’infuori della sua mamma, la Madonna.
La Madonna era rimasta nella sua camera ad adorare, rassegnata alla volontà di Dio. Ma, appena
saputa la sua sentenza di morte, esce e si mostra pubblicamente la madre dell’infame, non
curando sarcasmi, insulti, maledizioni.
E Lo accompagna, coraggiosa, al Calvario senza perderlo mai di mira. Lo vede essere spogliato;
Lo vede disteso sulla croce; vede i chiodi, i martelli; ode i colpi, lo scricchiolio delle ossa e dei
nervi trapassati dai chiodi; Lo vede sfigurato, non avente più aspetto umano, fatto “l’abiezione
della plebe”134; Lo vede essere innalzato tra due ladroni come l’ultimo assassino della terra.
210
Chi sa dire quali pensieri, quali sentimenti correvano per la sua mente? Ella non piangeva, ma
stava in piedi, impietrita come una statua.
E davvero una madre, che assista all’assassinio del suo figliolo, o muore o resta in piedi sostenuta
da un eroismo senza nome, che solo il cuore di una madre può comprendere.
Gesù esclama: «Ho sete»135, non già per avere alcun refrigerio, ma per gustare ancora l’ultima
mortificazione dei suoi sensi, per riparare la sete febbrile delle nostre passioni.
I manigoldi Gli danno il fiele e Lo insultano.
Gesù è veramente ebbro di dolore e di amore. Lo aveva detto: «Quando sarò innalzato da terra
attrarrò a me tutto il mondo»136. Era quello il suo momento.
All’insulto della folla rispondeva con benedizioni e la sua voce s’innalzò al Padre a chiedere che
perdonasse a loro, perchè non sapevano quello che facevano. E in questo momento la fiumana di
grazia divina cominciò a discendere e il primo ad usufruirne fu il ladrone.
Rivolto, quindi, a quelli che stavano ai piedi della croce, Maria Santissima, san Giovanni e la
Maddalena, fece il suo testamento ed alla sua sposa, cioè la Chiesa, l’umanità, l’anima fedele
lasciò l’unico suo tesoro rimastogli qui in terra: la sua Mamma. Disse quindi: «O donna, ecco il
tuo figlio! O Giovanni, ecco la tua mamma!».
Riflettiamo su quanta tenerezza racchiudano queste parole proferite in quei momenti!
La folla non cessava dall’insultarlo e dallo schernirlo dicendogli che, se fosse figlio di Dio,
discendesse dalla croce.
Ma Egli il miracolo non lo voleva, perché ne voleva un altro ben più grande, cioè il miracolo del
suo amore trionfante sopra una nequizia così immensurabile.
Avrebbero forse creduto lo stesso? No, perché la nequizia umana non crede non già perché
manchi la luce, ma anzi perché la verità, con la sua luce, la offenderebbe. Si vuole le tenebre e si
rinnega la verità quanto più questa si mostra sfolgorante nella sua più chiara evidenza. Se Gesù
fosse disceso, Lo avrebbero certamente preso di nuovo per crocifiggerlo, Lui permettendo,
un’altra volta.
Gesù voleva bere il calice sino all’ultima goccia. Si era umiliato, aveva sofferto, aveva versato
tutto il suo sangue, esaurite tutte le finezze del suo amore; che cosa Gli restava? Nulla!
“Consummatum est”137. Tutto è finito: la volontà del Padre mio è adempiuta completamente.
Oh, se anche noi in punto di morte potessimo dire: «Consummatum est! Ho finito, ho fatto tutto.
Cursum consummavi fidem servavi». Oh, se anche alla fine della nostra giornata potessimo
riposarci e chiudere gli occhi stanchi su queste due preziose parole, come saremmo beati e
contenti!
L’ultima parola, che disse Gesù, la pronunziò ad alta voce benché fosse esaurito, per mostrare che
moriva perché voleva e, se non avesse voluto, la forza sapeva dove l’avrebbe presa.
Fu a questo scoppio di voce: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?»138, che tanti
esclamarono stupefatti: «Veramente Egli era il figliuolo di Dio! »139. Dio che abbandona Dio,
mentre tutti Lo hanno abbandonato! Considerate quanto è tremendo e quanto è consolante per
noi! Dio abbandona il suo Divin Figlio per non abbandonar noi. «In manus tuas commendo Dive
Spiritum meum»140. E ciò detto, spirò.
Adesso è il momento dei miracoli, adesso è il momento di mostrare dei prodigi per glorificare la
croce, e non prima per sfuggire la croce. Il sole si oscura, la luna si tinge di sangue, il velo del
tempio si scinde per metà. Il sasso della montagna si fende contro ogni regola ordinaria.
A proposito di questa fenditura del sasso, contro la sua naturale direzione, abbiamo una prova del
prodigio divino. Un protestante, tra gli altri scienziati, anche ultimamente lo ha constatato e ha
detto che, se non vi fosse altra prova della divinità di Cristo, quella fenditura parla troppo chiaro:
ne è una prova lapidaria che sta contro tutti i sofismi di qualunque non credente.
Dio è morto per risorgere o meglio Dio è morto per trasportare nella sua risurrezione tutti gli
uomini, tutte le anime in Lui credenti, al possesso di quel paradiso che Egli ci ha comprato al
prezzo del suo martirio.
211
Stamattina mi sono confessato: ho conferito col Padre predicatore il quale mi ha consigliato,
chiarito, messo a posto, con poche ma precise parole; mi sono sentito rimesso ad una corrente
nuova.
Dio ha abbondato nella sua luce e nella sua grazia: ho pianto, ho promesso, ho giurato di
ricambiare Dio con altrettanto amore, dal momento che non ha voluto che io mi distruggessi
nell’odio eterno.
La mia vita d’infanzia è stata spaventosa; la mia giovinezza, la virilità, la vecchiaia, se Dio mi
vorrà fino a quella mèta, saranno tutte fiorenti di bene.
Mi sono sentito inondato da un fiotto di amore, che mi ha dilatato il cuore, e da una gioia così
viva che era da gran tempo che non avevo provato. Mi è parso di rivivere certi momenti della mia
vita di seminario.
O Signore, o Madonna, è grazia vostra; fate che la mia riconoscenza sia efficace ed eterna!
I miei propositi.
Verso Dio:
- consacrazione al Sacro Cuore di Gesù (oblazione, riparazione)
- tre Ave e Gloria (sera e mattina)
- consacrazione alla Madonna
- tre «Dio sia benedetto» e tre Ave (sera e mattina).
Protettori:
- Angelo Custode: tre Gloria ed Angelus Dei
- S. Francesco di Sales: tre Gloria, «S. Francesco, ora pro me»
- meditazione (trenta minuti)
- esame di coscienza (cinque minuti)
- un’ora di Messa
- quarantacinque minuti di Uffizio
- venti minuti: visita e rosario
- trenta minuti: lettura spirituale.
Prometto di amar Dio e la Madonna, sforzandomi di piacer Loro in tutte le mie operazioni, parole
e pensieri. La Madonna mi deve aiutare e farmi da mamma nella rettitudine delle intenzioni.
Verso il prossimo:
- contegno civile, garbato, sobrio, affettuoso, disinteressato, sincero, umile, gioviale.
Faccio un proposito particolare verso la mia mamma: raddolcirle un po’ più la compagnia,
facendomi più disinvolto e meno taciturno. Mi sforzerò di farle sentire, il meno possibile, il peso
delle mie tristezze.
Verso me stesso:
- energia di volontà, libertà di spirito, larghezza di cuore, spirito di abnegazione e di sacrificio,
attività indefessa.
Zelo:
- comporre prediche per il corso di Esercizi Spirituali; studio: morale e dogmatica.
Non darmi pace fintanto che non ho trovato altri mezzi di far del bene.
L’intenzione dominante: restituzione di amore a Dio.
A Voi, Gesù e Maria, affido questi miei propositi. Badate che fin d’ora protesto che, abbandonato
a me stesso, è come se non li avessi fatti.
Se vi preme che io li mantenga, datemi tutto intero il vostro aiuto, datemene in una misura più
copiosa degli altri, perchè Voi sapete troppo bene che non sono buono a nulla. Solo in questo
supremo abbandono li ho fatti e li ho scritti. Se mai io li dimenticassi, queste parole e queste
lettere siano davanti a Voi come una preghiera, come un aggiustamento d’intenzione.
212
Esercizi Spirituali 1911
1 Ottobre
Introduzione.
Non so cominciare se non col presentarvi Dio nell’aspetto più tenero e soave della sua
misericordia, con la quale vuole che Lo chiamiamo Padre nostro. E veramente sono tutta
tenerezza sua i giorni degli Esercizi che ci dona.
Accettiamoli, riconoscenti, scuotendo l’anima nostra da quell’insensibilità che può cagionarci la
consuetudine e facciamoli bene.
Perché dobbiamo farli bene? Come dobbiamo farli bene?
Sono una grazia grande gli Esercizi se li consideriamo oggettivamente e soggettivamente.
Mi sono un po’ addormentato, per cui la mente si è confusa tra le nebbie ed ora non ricorda più
nulla. Abbiamo incominciato così così, un po’ meno bene.
Quel maledetto sonno! Prometto di farmi più violenza. Dio, perdonatemi!
Sono un po’ insensibile, impietrito. Ho detto Messa, ma anche se non l’avessi detta, non me ne
sarebbe troppo dispiaciuto. Ed è il giorno dei Santi Angeli Custodi, mio onomastico! Voglio tanto
bene agli Angeli. Ho l’anima smemorata, insonnolita. Perché? Non mi pare di aver avuto troppe
distrazioni, però neppure soverchio fervore. Molta calma.
L’orizzonte dell’anima mia non è smagliante di sole e neppure coperto di nubi.
È notte, o meglio, crepuscolo. Dio volesse che fosse il crepuscolo dell’aurora!
Morte.
Per quanto la morte sia certa, è incerta l’ora; è incerto come moriremo.
È certa e, quindi prepariamoci a morire.
È incerta e, quindi stiamo preparati.
Non sappiamo come moriremo e, quindi prepariamoci il meglio possibile.
È certa: tutti moriamo.
È incerta: del quando e del dove.
Non sappiamo come moriremo.
“Qualis vita finis ita”141. Un prete, da 30 anni vita cattiva, s’inferma a morte. Il vescovo va, trova
i parenti in festa. Trova il medico e si mette d’accordo con lui che gli faccia un segno quando il
sacerdote sarà agli estremi. Avuto il segno di una mezz’ora ancora di tempo, il vescovo: «Volete
fare un’opera di edificazione per i vostri parrocchiani, volete riconciliarvi con Dio?».
E il prete freddo. «Non avete nulla che vi angusti l’anima?», insiste il vescovo.
Ed egli: «Ma sì, mi rincresce di non poter recarmi giovedì ad un pranzo di nozze». E dopo
mezz’ora era spirato.
Finito il discorso, abbiamo recitato un Pater, Ave e Gloria per il primo dei presenti che dovrà
morire. Chi sarà?
Questo secondo giorno è terminato come un’ordinaria giornata invernale.
Sonno nell’anima mia, non risvegliata da nulla. Approvo con tutto il consenso dell’intelletto le
meditazioni, ma non mi sento scosso. Mi giova pensare che il lavoro della grazia di Dio sia
sotterraneo in me, perché sento come conseguenza di causa ignota, una gran volontà di
convertirmi al fervore che mi cresce lentamente, sempre.
Mi è necessario delineare bene dei contorni, delle tracce di proposito e su quelle lanciare a tutto
vapore la mia volontà.
213
Avrò la perseveranza? Sarò forte sempre? Calcolando sopra di me, posso rispondere senz’altro
no.
Ma di me sono disgustato, sono inquieto con me stesso, non mi credo più, non mi fido più, mi
aborro e detesto i peccati che ho commesso.
Ma in compenso confido tanto nel Signore e, cosa un po’ nuova, mi ritorna soave, insistente, a
battere al cuore la confidenza nella Mamma mia d’una volta, la Madonna. Dio mi batte sovente
con questo invito che fa breccia nel mio cuore: «Pensa tu a Dio e Dio penserà a te».
Sì, caro Signore!
Giudizio.
Il Giudizio particolare e universale.
Tanto nell’uno che nell’altro il predicatore ha trattato la misericordia e la giustizia di Cristo.
Nel primo, la misericordia e giustizia di Dio hanno la loro pienezza; nel secondo hanno il loro
trionfo.
Tanto nell’uno che nell’altro ci ha presentato il quadro del sacerdote buono, magnificato dalla
misericordia, e quello del cattivo, fulminato dalla giustizia. Niente di speciale. Buone le
considerazioni sulla giustizia.
Se Cristo, quando nacque tenero bambino, pure turbò il re Erode e tutto il popolo con lui; se
quando Gesù con la risposta “sono io”142 fece stramazzare a terra gli sgherri, che erano venuti a
catturarlo, quale sarà lo spavento che incuterà al sacerdote traditore, innanzi al suo tribunale?
Signore, quella continua citazione di testi, non so perché, finisce per stancarmi. Ha un non so che
di artificioso che toglie alla spontaneità del pensiero la facilità di riposare sulla verità proposta.
In tempo della Messa comune ho fatto un po’ di esame di coscienza e mi par d’aver compreso
che, per darmi totalmente al fervore, ossia ad una certa vivacità di amore verso Dio, ho certe
faccende da accomodare: con l’arcivescovo, in casa, con la mia coscienza, col testamento, con la
scelta di una guida spirituale.
Tre passioni o difetti predominanti: orgoglio, dissipazione, disordine nel lavoro, appoggiati sopra
una base unica di fenomenale debolezza di volontà.
Farò una confessione semi–generale per umiliarmi. Mi servirà a mettermi a posto, se avessi avuto
qualche difetto di preparazione, di sincerità e di dolore nelle mie confessioni ordinarie.
L’inferno.
Trattato ampiamente nel doppio aspetto della pena: del danno e del senso.
L’oratore ha urlato, indisponendo alquanto il mio desiderio di calma e di ragionamento, per cui
non sono stato raccolto. Ho ascoltato senza ricongiungere il filo del discorso. Certo mi ha fatto
pensare.
E se dovessi io pure cadere nell’inferno? Oh, Dio, mi sembra impossibile! Voi così buono, che mi
volete così bene! Fatemi morire piuttosto adesso che ho tanto desiderio di diventar buono, se
anche non lo sono.
Venuta di Gesù Cristo – sua morte.
Mi ha prodotto una non lieve impressione.
Stasera sono un po’ più sveglio. Dio, assecondate la vostra misericordia sopra di me, o meglio,
fate che io Vi corrisponda sinceramente e pienamente.
214
Imitazione di Cristo.
Non ricordo perfettamente nulla. Povero Gesù! Con chi avete a che fare! Sono smemorato,
distratto, insulso. Mi perdonate? Non vorrei essere così! Eppure, mio malgrado, riesco sempre
peggio. È la mia mente che è stanca, è la mia memoria che ha troppo (s’intende per il suo
consueto) lavorato in questi giorni? Non lo so. Vuol dire che cercherò in pratica di piacervi
sempre; piacendovi, farò la vostra volontà e facendo la vostra volontà mi rassomiglierò a Voi, non
è vero? Aiutate, dunque, la vostra povera creatura a rialzarsi!
In tempo della Messa ho cercato alla meglio di prepararmi alla confessione, che deve essere come
l’ultima. Sento che la confessione di stavolta ha da essere un punto di partenza, per ricominciare
con forza ad essere un vero sacerdote, fatto secondo il cuore di Gesù.
Mi sono confessato.
Sono andato con molto desiderio di confessarmi bene. La bontà, con cui sono stato accolto, la
pazienza, con cui quel caro Padre mi ha ascoltato fino in fondo, la benignità, con cui mi ha
giudicato, mi hanno commosso fino alle lacrime.
Dio, Dio come siete buono! E fino a quando continuerò io ad essere così insipido per Voi? È la
milionesima grazia che mi fate con la confessione di stamattina.
Sarebbe un’infamia, se non mi avessi ancora a decidere.
Il passo è fatto. Signore, Voi lo sapete come sono disposto.
Non aeree intenzioni, non sterili desideri, non inutili parole. Signore, voglio farmi buono! Questa
mia pigra volontà voglio spingerla avanti come un asino vecchio, che non vuole più camminare.
Avrò da sudare, avrò da agonizzare. Signore, spero che mi aiuterete anche Voi.
Mi ha dato una penitenza più che leggera il confessore, perché ha capito che la mia più grande
penitenza sarà quella di vincere me stesso.
Mettiamoci dunque all’opera, povero nulla che sono, poiché il Tutto ha promesso di stare con me!
Umiltà.
Ho promesso di stare attento alla predica per penitenza e un qualche po’ l’ho fatto. Ma ho sempre
dovuto dire: «In compenso Vi offro il mio riconoscimento di esser nulla».
Umiltà di Gesù Cristo; ragioni di esser umili; mezzi per esser umili.
Cristo è stato umile: prima dell’Incarnazione; nell’Incarnazione; dopo l’Incarnazione.
Prima dell’Incarnazione, perchè era predetto che sarebbe stato «l’opprobrium hominum et
abiectio plebis»143.
Nell’Incarnazione per cinque gradi:
volle farsi uomo144; formam servi accipiens145; indossare i nostri peccati146; et Verbum caro147;
exinanivit148.
Dopo l’Incarnazione. Fatti della vita di Cristo.
Ragioni di esser umili: l’umiltà è il fondamento delle altre virtù.
La gloria è nulla in sè: per il luogo, un punto della terra; per il numero, ben pochi; per il tempo.
Noi siamo nulla, se ci consideriamo al di dentro; al di fuori: quanti sono migliori di noi! Al di
sopra: gli angeli, i santi, ecc.
Modi: preghiera; diffidenza; confidenza; parlar poco; combattere sempre.
215
Zelo.
Lo zelo è l’eroismo del fervore: è quanto la carità ha di più prelibato, di più delicato.
Si deve aver zelo: per riguardo al vero amore di Dio; per riguardo al vero amore del prossimo; per
riguardo al vero amore di noi stessi.
Se si ama Dio veramente, fortemente, Lo si ama al grado di desiderare che tutti Lo conoscano,
che tutti Lo amino e di sentire dispiacere che vi sia chi non Lo conosca, che vi sia che non Lo
ami. Se si ama realmente Dio, si vuole tutto quello che vuole Lui. Ora, che vuol maggiormente
Dio se non il bene di tutti?
L’amore di Dio e l’amore del prossimo sono due foglie di un ramo solo, due palpiti di un cuor
solo in modo che non si può amar l’uno senza l’altro. Ora, il vero amor del prossimo che cosa
domanda di meglio del bene spirituale?
Il vero amor di se stessi deve portare alla necessità: di ringraziar Dio dei benefizi ricevuti; di
corrispondere alla grazia immensa della vocazione.
Ora qual maniera migliore vi può essere di ringraziare Dio che fare a Lui dei benefizi? La nostra
vocazione, per sua natura e per suo fine, ha l’apostolato. Quindi non vi corrisponderemmo in
nessuna maniera, se non ci adoperassimo a compiere questo bene, questo apostolato.
Lo zelo dev’essere: retto, discreto, puro, ossia di retta intenzione e quindi non amor proprio, non
passioni, non gelosie; discreto ossia deve riscaldare e non bruciare; puro ossia fatto con una
condotta esemplare, specialmente con la carità, con la benevolenza, con le belle maniere.
Come sono contento della giornata di oggi! È stata una vera giornata di benedizione
specialissima! La mia confessione come mi è stata cara! La bontà di quel Padre mi ha regalato
tanto bene che ne serberò, credo, perenne memoria.
Non mi sono troppo agitato, sono stato calmo, con una dolcezza interna per nulla tumultuosa, per
nulla esorbitante ma deliziosa, soave. Mi pare oggi di voler un gran bene di umiltà, di confidenza,
di abbandono, di fede al Signore. Lo manterrò sempre?
È uno dei capitoli questo della mia confidenza. Sì, lo manterrò sempre perché Voi, Dio mio, mi
aiuterete sempre, sarete con me sempre così buono come oggi e io non voglio più confidare in me
stesso. Mi affido a Voi e alla mia cara Madonna. Non voglio più dimenticarmi della Madonna e
non deve passar giornata senza fare qualche cosa per Lei. O la mia Mamma tenerissima, tenetemi
fra le vostre braccia come mi avete tenuto quest’oggi: sarò invulnerabile certamente per tutta
l’eternità!
Quinta giornata.
Ho una festa calma e tranquilla nel cuore. Sono così contento, o meglio, Dio mi ha fatto così
contento! Che peccato, se tutto dovesse sfumare in un ricordo lontano per rimanerne solo la
responsabilità di una grazia di più e il rimorso di un più stretto rendiconto!
Maria, madre cara, no vero? Ho celebrato con più desiderio di raccoglimento; devo dir desiderio,
perché di fatto l’ho ottenuto non troppo.
Propositi.
Di speciali non saprei quali notare: sarebbero troppi e temo di non mantenerli. Tuttavia proverò di
disporne qualcuno:
davanti a Voi, S. Cuore di Gesù che Vi scelgo per mio programma di devozione e a Voi, cara
madre Maria, che Vi riprendo come la mia Mamma Protettrice e a Voi, Angelo mio Custode, ecco
quello che prometto: di regolarmi sempre secondo la massima: «Pensa tu a Dio e Dio penserà a
te».
216
Mi abbandonerò alla disposizione di Dio, come una foglia in braccio alla corrente, e procurerò
così di togliermi qualunque preoccupazione.
Per poter sempre più confermarmi secondo questa regola, cercherò al più presto una guida
dell’anima mia, affinchè l’ubbidienza sciolga quei dubbi in cui l’anima mia si trova spesso
imbrogliata.
Metterò nei miei pensieri, nelle mie parole, nelle mie azioni: ordine, calma, robustezza di volontà.
L’ordine mi farà disporre tutto bene in modo che il lavoro mi apparisca più chiaro e più facile. E
particolarmente quest’ordine mi deve aiutare a far tutto bene, anche a scrivere; voglio avvezzarmi
a metter impegno di scriver bene.
La calma favorirà l’ordine e la chiarezza e la forza di agire.
La robustezza mi darà pazienza e costanza nei miei propositi, in tutte le mie azioni.
Una mezz’ora di meditazione, e non di distrazione, mi sforzerò di farla tutti i giorni.
Tutti i giorni una dimostrazione di simpatia alla Madonna, alla quale dedico in particolare il
lavoro, la meditazione e le opere buone.
Al Cuore di Gesù i miei atti di ministero e di devozione.
Al mio Angelo Custode dedico il mio portamento modesto, calmo, delicato, tranquillo.
Prometto di precisare sempre più questi propositi e di farmi un regolamento.
217
Esercizi Spirituali 1913
21 settembre
Benché non di mio turno, pur tuttavia li ho scelti, onde con maggior santificazione prepararmi ad
un lavoro di grande responsabilità materiale e morale.
O Signore, lascio in un momento, forse meno propizio, tante faccende149, tante cure materiali per
applicarmi ai supremi interessi dell’anima mia.
Per quanto preveda che la mia assenza dalle cose materiali possa pregiudicare il loro buon esito,
pur tuttavia, o Signore, ho deciso di abbandonarle ugualmente, perché credo con ciò di far
maggior piacere a Voi.
Mio Signore, nella mia assenza metto Voi direttore responsabile di tutto. Fate Voi le veci mie:
ispirate, governate, reggete tutti i miei interessi che, in fondo, non possono né devono essere che
interessi vostri. A tutto pensate Voi, mio Dio. Io metto la mia fiducia più grande in Voi, Voi
farete assai meglio di quello che non posso far io. Che sciocchezza solo dubitarne!
Queste cose, o mio Dio, le penso, le preciso, le scrivo non per altro che per assicurare, per
confermare sempre maggiormente a me stesso questa intenzione.
Ho bisogno grande di provvedere alla grandissima impresa dell’anima mia, la quale purtroppo, se
non è sostenuta da forti risorse, cade, cade definitivamente. (nell’originale finissimamente).
Dio buono, immensamente grande, sono venuto agli Esercizi per Voi solo, per Voi, vincendo le
difficoltà che me ne allontanano. Deh, fatemi in ricompensa la grazia di non lavorare invano.
Ispiratemi! Fatemi santo! Lo voglio, lo voglio con tutta l’anima!
Lettura spirituale.
Mi hanno fatto una certa impressione certe riflessioni sulla fortezza.
La mancanza di ordine, di riflessione, ecc. è debolezza di volontà e quindi è mancanza di fortezza.
È proprio così nell’anima mia, la cui caratteristica è la debolezza della volontà.
Comincio un lavoro, ne comincio tanti per innata aspirazione al lavoro, ma poi tralascio, mi
piego, mi sfinisco in una stanchezza che non resiste alla costanza. È il mio debole, nel quale devo
convergere tutta l’attenzione dell’anima per rimediare. Non sono forte; ecco la ragione per cui da
dieci, magari da quindici o vent’anni desidero di diventare molto buono e non vi riesco mai.
La meditazione, per esempio, non sono ancora riuscito a farla un po’ ordinatamente. Cosa
costerebbe alzarsi un po’ per tempo alla mattina in maniera da avere disponibile e comoda una
mezz’oretta di meditazione? Prometto, prometto e poi nulla concludo.
Neppure mi provvedo di un ordine di argomenti. Quante volte mi sono accinto a meditare e poi ho
dovuto perdermi per mancanza di un soggetto di meditazione!
Alla conquista della fortezza, dunque, bisogna muoversi con tutte le armi possibili e prima di tutto
con l’umiltà e la preghiera. Umiltà! Umiltà per diventare i prediletti di Dio e preparare il terreno
alla preghiera! Anche la superbia è un frutto della debolezza.
Se mi fossi dato d’attorno con un po’ di meditazione fatta con forte costanza, i motivi di
umiliarmi non mi sarebbero mancati e avrei ottenuto ogni cosa.
Buon Dio, fatemi forte! Ho bisogno di essere un’anima più vigorosa in tutto il senso della parola:
un po’ più di energia e tutto si vincerà con l’aiuto di Dio. O mio Dio, guardatemi! La desidero
questa fortezza e la voglio ottenere proprio con tutto il cuore. È la base delle altre virtù la
fortezza? In un certo senso, sì. Venga, dunque, ed esercitiamola fin d’ora in questi Esercizi
comportandomi con una fermezza inesorabile di volontà nel fedele adempimento dei doveri
presenti.
Continuazione sulla virtù della fortezza.
218
Mi ha sempre fatto impressione che i mezzi suggeriti dal libro sono quegli stessi che io avevo
pensato: preghiera incessante. Ha aggiunto (mi pare) di fare attenzione sulle parole del Pater
noster: «Panem nostrum quotidianum da nobis hodie»: il pane cioè dell’anima che, come quello
del corpo, ha lo scopo d’infondere energia di vita. Poi, per pratica, ha aggiunto l’autore del libro:
«Se volete esercitare una ginnastica irrobustente lo spirito, badate a far bene tutte le cose piccole,
non trascurandone veruna. Siate, inesorabilmente, esatti e, se volete incominciar subito, osservate
scrupolosamente le regole e il silenzio di questi giorni di ritiro». È proprio così che voglio fare io
e, per cominciar all’istante, mi propongo tra le altre cose di scrivere bene questi appunti degli
Esercizi. Ritornerò sopra la virtù della fortezza perché mi pare tanto il caso mio.
Come ha detto bene: «Molte cose buone intraprendete e poche ne terminate. Tutta debolezza,
sempre debolezza, unicamente debolezza. Mettete forza, dunque, nella vostra volontà. Essa è la
molla potente di tutto l’organismo vostro spirituale. È da essa che si muove l’intelletto a cercare
più insistentemente le verità della fede; è da essa che si scuote il cuore ad amare più
ardentemente; dunque, animo alla conquista di questa rocca, non ci fermiamo fino a tanto che non
ce ne siamo sufficientemente impadroniti!».
Seconda giornata.
Intenzione del silenzio. I nostri bisogni spirituali.
Mi sono alzato alle 6,15, un po’ perché mi sono proposto di non celebrare la Messa prima di
confessarmi e poi anche perché mi sento un po’ raffreddato fisicamente.
Bruttezza del peccato, considerata in rapporto al dolore che ne dobbiamo avere verso Dio.
Ha detto molte belle cose in proposito, che mi hanno determinato a decidere presto la mia
confessione quasi generale. In tempo della Messa ho fatto un po’ di riflessione, con la quale mi
sono sempre più convinto che senza l’aiuto di Dio non posso far nulla.
Bisogna che io mi procuri questo aiuto di Dio con tutti i mezzi: primo con l’intercessione della
Madonna. Oh, la mia mamma cara, Madonna Santissima, come mi rincresce di essere sempre
poco ricordevole di Voi, mentre Voi chi sa quanto siete ricordevole di me! Ciò mi confonde, mi
addolora, m’indispettisce. Che posso fare io, povero miserabile, miserabilissimo senza di Voi?
Nulla, proprio nulla! Lo riconosco questo, Madre mia buona, lo vedo, lo protesto altamente con
tutta la mia anima davanti a Voi, a tutto il cielo e la terra. Perdonatemi se non sempre la mia
anima è conscia di se stessa, di quello che è e che deve fare. Mia buona Mamma, chi sa quanto vi
rincresce di vedermi così freddo, mentre Voi mi vorreste tanto tenero. Mi dispiace della mia
mostruosità e voglio rimediare a tanta stoltezza.
Oggi voglio fare la mia confessione la più ampia, la più umile, la più sincera.
Voglio figurarmi di essere come in punto di morte, in un momento concessomi dalla misericordia
di Dio, per fare giustizia di me stesso davanti a un tribunale tutto indulgenza, tutto perdono, tutto
amore. Come sarei stolto, se non ne approfittassi!
Lo farò, dunque, ma assieme a Voi, o Madre mia, sotto la vostra guida e protezione.
Voglio prepararmi bene, accusarmi spietatamente, pentirmi profondamente e convertirmi
risolutamente. Ve ne prego, o Madre mia, con tutto il fervore dell’anima: concedetemi questa
grazia così grande, così importante!
Voglio come ribattezzarmi di nuovo e far tornare bianca, pura, immacolata la stola della
innocenza battesimale e sacerdotale.
Deve essere la mia ultima decisione: o convertirmi o morire! Non vi può essere via di mezzo.
Cominciamo, dunque, oggi, adesso, proprio in questo momento, il grande atto della
riconciliazione.
219
Preghiera.
Eccomi, o mio buon Signore, alla divina vostra presenza prostrato, umiliato e confuso di tante mie
scelleratezze. Vi vedo crocifisso e morto sopra la croce per colpa mia. Io, vostro sacerdote e
vostro amico, divenuto invece vostro carnefice e vostro nemico. Gesù, perdonatemi! Ora sono
fermamente risoluto di rivendicare con una vita, tutta amore e sacrificio, il passato, tutto egoismo
e miserabilità.
Aiutatemi a pentirmi, a lavare con le mie lacrime e magari anche col mio sangue questa povera
anima, tanto macchiata. Ve ne prego, Ve ne scongiuro con tutta la forza di cui sono capace.
Mi riconosco povero, misero, infinitamente povero, infinitamente misero; mi riconosco tanto più
povero e tanto più misero, quanto più sono orgoglioso e superbo. Ma non vorrò essere più così!
L’orrore dei miei peccati mi rende abbastanza conscio della mia deformità, della mia
bassezza;sono l’ultimo degli ultimi, il povero dei poveri, il miserabile dei miserabili. Appunto
perché tale, bisogna che Voi, o mio Signore, abbiate più compassione; sono un povero lebbroso,
cieco e sordo perché tanto ammalato, eppure incosciente ed insensibile.
Tutto quello che Vi dico è solo perché lo voglio; il sentire è duro come un sasso.
Sono ammalato, gravemente ammalato.
Maria Santissima, conducetemi a Gesù e dite Voi per me quello che io non so dire; mettetemi nel
cuore i sentimenti vostri, sulle labbra le parole vostre e sfolgorate nel mio intelletto un po’ della
vostra luce, perché abbia a vedere tutto ciò che mi riguarda. Fatemi fare una santa conversione!
Bacio, o Gesù, con tutto l’affetto il vostro corpo disteso qui, davanti a me, sopra la croce. Lo
bacio con quel rispetto, con quel dolore, con quell’amore con cui lo baciava la vostra Maria
Maddalena. Come lei e, forse, più di lei ho peccato e, come lei e anche più di lei voglio
domandarvene perdono.
Non mi alzerò dai vostri piedi sino a tanto che anch’io non abbia sentito dalla vostra bocca quelle
dolci parole: «Ti è perdonato molto, perché hai amato molto; va’ in pace e non più peccare!»150.
Disonestà.
Dio buono, santo, aiutatemi! L’anima mia è come una pellegrina che, dopo qualche passo, sente
subito la stanchezza e vorrebbe riposare. Spingetemi, dunque, con gli stimoli della vostra grazia,
acciocchè compia perfettamente quanto è in vostro desiderio. Lo voglio fare, sapete, il passo di
una grande risoluzione per vincere tutte le mie debolezze. Quando uscirò dagli Esercizi, voglio
proprio essermi cambiato del tutto; voglio avere in pronto un progetto di vita santa, che spero
durerà fino alla mia morte.
La morte! Come vi penso di rado! E può essermi tanto vicina!
Che cosa vorrei aver fatto, se oggi stesso dovessi morire? La morte non riesce a spingere avanti la
riflessione del desiderio, ma prevedo che in quei momenti molte cose desidererò di aver fatto,
oltre a quello che mi ricorderò di avere realmente operato.
O Signore, fatemi dunque convertire in maniera che, quando sarò in punto di morte, io ricordi con
piacere questi giorni, queste risoluzioni, questi stimoli efficaci della vostra grazia. Lo voglio
tanto, o mio Signore, Ve ne prego tanto di cuore!
Deh, esauditemi! Ascoltate la Madonna vostra cara, che Vi prega anch’essa per me! Non mi
trattate come mi meriterei, ma come la vostra misericordia vi suggerisce!
Oggi, o mio Signore, devo confessarmi, ossia devo fabbricarmi un tribunale di misericordia; fate
che tutti i processi siano esatti, perfetti, tanto da parte mia quanto da parte di altri.
Compite le vostre grazie! Mi avete chiamato in questo deserto di silenzio e di ritiro per parlarmi,
per farmi delle grandi comunicazioni di grazie. Eccomi, o Signore, io sono da Voi, parlate,
operate in me come meglio vi piace!
È tutta nella mia volontà l’intenzione di non mettere alcun ostacolo.
220
La morte.
Mi ha fatto buona impressione la visita al Santissimo Sacramento fatta dall’Arcivescovo, nella
quale ha esposto e commentato l’episodio evangelico della Samaritana al pozzo di Sichem.
Quanta bontà da parte di Gesù nel chiederle da bere, per avere un pretesto onde parlarle e
commuoverle il cuore e convertirla! Non è forse il nostro caso questo?
Noi eravamo tanti poveri samaritani, lontani assai da Gesù; Egli è venuto e ci ha abbordato,
chiedendoci da bere, ossia un’opera buona fatta in nome suo. Accettando, siamo come venuti a
colloquio con Lui e Gesù ci ha commosso con parole tenerissime cominciando a dirci: «Oh, se
sapessi chi è colui che domanda a te da bere!»151.
Mio Gesù! Sì che lo so chi siete, solo non Vi penso troppo. Bontà mia somma, quante volte sei
venuto da me con questo affettuoso stratagemma e mi hai chiamato ad aprir gli occhi, a vedere chi
era colui che faceva pressione al mio cuore! Non voglio essere più così stolto da non seguirvi
immantinente.
Dopo la benedizione della sera, mi sono accostato alla confessione nella quale, vincendo un po’
l’umiliazione, ho esposto per sommi capi i punti neri della mia vita.
È la confessione per il Giubileo, che rinnoverò non appena terminati gli Esercizi; è la confessione
che ho cercato di compiere come se fosse l’ultima, come se dopo di essa mi fossi dovuto
presentare al tribunale di Dio.
Terminata la confessione, ho fatto la penitenza in Cappella rimanendovi fino alle 23,30.
Quanta bontà di Dio! Come sono care, come sono teneramente pure le gioie della riconciliazione!
Dio ci accoglie e ci tratta subito come dei beniamini di lunga consuetudine. I fervori dello spirito
trovano subito il contatto di Dio, un contatto che non ha rimproveri, non ha allusioni al passato,
ma tutte le delicatezze di un’abituale innocenza.
Caro nostro Iddio, anche se non avessimo altro argomento per credere in Voi che questi tratti
visibili della vostra bontà infinita, ne avremmo più che a sufficienza.
Andato al riposo, ho dormito il sonno degli angeli.
Terza giornata.
Intenzione del silenzio: grazia di morire bene.
Mi sono svegliato alle ore 4. Sono andato a celebrare la Messa come ad una festa: la festa della
mia nuova e più grande amicizia con Dio.
Buon Gesù, io sono come attonito, confuso dalla vostra bontà e non ho saputo dir altro: «Dio,
come siete buono! Come Vi ringrazio, come desidero di compensarvi meglio in avvenire!».
Riflessioni in fascio.
Il confessore mi ha raccomandato con molta insistenza: «Meditazione!Meditazione! Meditazione!
Tutti i giorni con l’aiuto di un buon libro, per ora il Chaignon152, stante la fantasia troppo
sbrigliata». E poi, quando mi sarò per bene addomesticato, allora potrò far senza il libro.
Ha ragione: è il mio punto debole la meditazione. Devo farmi forza: la fortezza mi manca. Devo
ottenerla dal Signore con una preghiera insistente ed umile. Prima la preghiera e poi l’umiltà, o
viceversa? Credo l’una e l’altra assieme, poiché senza preghiera non posso avere umiltà e senza
umiltà la mia preghiera superba non è esaudita.
È un po’ enigmatica questa faccenda di dover fare due cose simultaneamente, mentre l’una deve
dipendere dall’altra. Vi è una via di mezzo: rivolgersi alla Madonna; Ella è tanto
compassionevolmente buona da correggermi anche la preghiera, se è fatta meno bene, e da
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indirizzarla al Signore riordinata. La devozione alla Madonna, dunque, prima di tutto. È la cosa
per me più possibile, più facile e quindi di prima necessità.
Riflessioni in fascio.
Bisogna raccogliere e precisare quanto forma il progetto della riforma.
Primo partito immediato è farmi molto amico della Madonna. Io ho bisogno di troppe cose che
non so come domandare e mi conviene quindi procurarmi una potente avvocata. Chi più della
Madonna può fare al caso mio?
Secondo passo è la preghiera umile fatta con insistenza ad ogni richiamo di attenzione, di
avvertenza, perché Dio mi conceda le primissime grazie: l’umiltà e la confidenza in Lui.
Terzo passo: invocare la forza nella logora dinamo del mio organismo morale; invocare il sangue
dell’energia nelle povere vene dell’anima mia; invocare la forza generatrice di calore e di luce nel
campo ormai spento del mio spirito.
Dopo che ho messo queste tre basi fondamentali, comincerò a fare l’opera mia, sicuro che, benché
insufficiente, pure sarò aiutato e guidato nell’effetto dalla protezione di Dio da me invocata e,
quindi, per diritto procurata. Cercherò d’innalzare l’edificio dei miei propositi:
Ordine fin nelle più piccole cose.
Serietà di carattere: dolce, prudente, calmo, raccolto.
Mortificazione per esercizio ginnastico di forza nella volontà.
Meditazione mezz’ora, costi quello che vuol costare sopra il Chaignon.
Ufficio pronunziato più adagio e spiccato, costi quello che vuol costare.
Un’ora almeno di studio al giorno: morale o dogmatica o Sacra Scrittura o storia sacra.
Lavoro indefesso, almeno 10 ore al giorno tutto compreso.
Esame di coscienza con un formulario che mi farò negli Esercizi.
Il quarto d’ora di ringraziamento e il quarto d’ora di preparazione alla Messa, quando il ministero
non me lo impedisca.
Rigorosa diligenza nel giorno di ritiro mensile.
Giornata spesa tutta intera, ossia giornata piena.
3 ore:
45 minuti: Uffizio
Un’ora Messa
Mezz’ora meditazione
15 minuti lettura spirituale
20 minuti visita
5 minuti esame
5 minuti altre preghiere sparse.
10 ore:
un’ora di studio sacro
9 ore: lavoro vario, ministero ecc
3 ore: cibo e sollievo.
8 ore: riposo.
Me ne accorgo che sono troppe cose. Vi riuscirò? Spero nella Madonna come spererei per
un’impresa molto ardua, ma pur necessaria.
222
Formulario per l’Esame di Coscienza:
Uffizio
Messa
Meditazione
Visita
Lettura spirituale
Studio
Lavoro.
Bene:
Presenza di Dio (fede, speranza, amore)
Presenza della Madonna
Umiltà
Fortezza
Ordine
Rassegnazione
Carattere (pensieri, parole, opere)
Carità
Ministero.
Mi ha fatto ottima impressione la meditazione di stamane e mi sono rimaste impresse le parabole
di sant’Ignazio153 addotte in proposito:
1) Il regno dei buoni bisogna figurarselo come un esercito guidato da un capitano (Cristo), il
quale dice ai suoi seguaci: «Venite con me! Dove sarete voi sarò anch’io: combatterò con voi,
seguirò la vostra sorte. Non rimanete a casa, perché il nemico vi ucciderebbe certamente. Se
verrete con me, benché dobbiate lottare aspramente e lungamente, pure vincerete certamente ed
entrerete trionfanti nel possesso di un regno, che vi sarà dato in premio della vostra battaglia».
2) Figuriamoci come due bandiere: quella del diavolo e quella di Dio. Il diavolo promette gioie,
onori, piaceri, grandezze ed ha un numero sterminato di seguaci; Dio, al rovescio, promette lotte,
tribolazioni, croci ed ha pochi seguaci. Ma l’esercito del demonio dura poco e finisce in un
terribile disinganno; quello di Dio segue oltre all’eternità e finisce in un trionfo immortale.
Quante belle cose ha presentato Dio alla mia anima questa mattina! Era proprio come una rugiada
che pioveva benefica, un pane che mi nutriva, una gioia che riempiva il mio cuore.
Grazia: «Deh, fate, o Signore, che tutto questo rimanga impresso talmente in me da non
dimenticarmene più, e da plasmarmi necessariamente, istintivamente secondo il vostro sublime
divino ideale».
Durante la Santa Messa dell’Arcivescovo ho pregato tanto la Madonna perchè mi conceda di non
rendermi indegno di tante grazie, che il Signore mi fa in questi giorni.
Per la Madonna che cosa vogliamo fare?
Ditemelo Voi, o mia Mamma, quello che vi piace ed anche quello che io sarò capace di fare. È
vergognoso che io Vi prometta per poi non mantenere. Siete contenta del Rosario intero tutti i
giorni, dell’invocarvi almeno cinque volte tutti i giorni, dell’offrirvi almeno un fioretto tutti i
giorni? Spero di sì! Aiutatemi, dunque, a mantenere la promessa che Vi faccio, sulla quale ogni
sera mi esaminerò e non andrò a letto senza avervi pagato il mio debito.
Cara mia mamma Maria, fate, in ricompensa, che io Vi voglia sempre bene come adesso! Io devo
aver ricevuto da Voi dei grandi benefizi nella mia vita e Ve ne voglio essere riconoscente con
223
tutta l’anima. La mia Madonna, fate che lo sia! Non voglio dirlo soltanto, ma anche farlo! Da Voi
spero tanto aiuto da farmi proprio buono del tutto.
Ah, cara Maria, mamma santissima mia buona, voglio amarvi fino alla morte, anzi oltre alla
morte, perché anche in paradiso voglio starvi tanto vicino per dirvi sempre la mia riconoscenza
per avermi salvato dall’inferno.
Regoliamo un po’ quel benedetto esame di coscienza, perchè sia una cosa buona e possibile per
me, tanto dappoco.
Prospetto di Esame di coscienza giornaliero
Con Dio
Col prossimo
Fede
Speranza
Amore
Pensieri
Giaculatorie
Offerta opere
Fervore alla Madonna
Fioretti alla Madonna
Pensar bene
Giudicar bene
Desiderar bene
Parlare in bene
Tacere
Rispettare
Soccorrere
Piacere
Coprire
Perdonare
Con noi stessi
Doveri di stato
Umiltà
Calma
Dolcezza
Penitenza volontaria
Penitenza necessaria
Fortezza
Ordine
Puntualità
Candidezza
Sincerità
Rettitudine
Franchezza
Meditazione
Uffizio
Messa
Lettura
Rosario
Visita
Esame
Altre preghiere
Studio Sacra Scrittura
Lavoro
Scuola
Ministero
Meditazione.
Povertà, abbandono in Dio, ubbidienza nella vita di Gesù Cristo: ha parlato mirabilmente su tutto.
Di notevole mi ha fatto buona impressione la ragione per cui dobbiamo ubbidire ai nostri
superiori, anche quando ci sembra che non ci comandino per il meglio:
«Può darsi benissimo che i superiori non ci comandino per il meglio, ma novantanove su cento
essi ci comandano almeno per il bene. E se ci comandano per il bene, noi dobbiamo ubbidire
sempre sacrificando il nostro meglio. Se Dio sa cavare il bene dal male, non saprà cavare il
meglio dal bene? È una vana stoltezza, quindi, il mettersi per la mente certe idee di coscienza o
subcoscienza. Ubbidiamo sempre a tutti i superiori ossia a tutti quelli che hanno sopra di noi una
qualunque ragione di superiorità. Guardate come vanno a finir male tutti coloro che, per un
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motivo o per l’altro, vogliono fare per conto proprio. Guardate i protestanti, guardate anche i
Murri, ecc.»154.
Ha detto ancora: «Probabilmente siamo vicini ad una grande persecuzione. Siatene preparati e,
nel momento della prova, se verrà, non vi distaccate dalle guide supreme che sono il Papa ed il
Vescovo e tutto vi andrà a finire sempre bene».
Quante belle cose ha detto! Fra le altre: «I preti sono in genere il ceto più indisciplinato. Ed è
vero! Nei congressi, nelle processioni, negli Esercizi quelli che si distinguono per poco ordine
sono i preti. Se noi fossimo solidali, saremmo una forza ancora più formidabile! Quale
organizzazione così perfetta e numerosa come la nostra? Eppure, nell’effetto, siamo al di sotto di
tutti gli altri partiti. Perchè? Perché siamo indisciplinati!».
La giornata è finita abbastanza bene.
Zelo.
Per ottenere ciò che vogliamo da Dio bisogna pregare e far penitenza.
Una gran distrazione mi ha portato via una metà quasi della meditazione e così mi sono sfuggite
tante bellissime cose che il predicatore ha detto. Motivo dello zelo: la preziosità dell’anima.
Ricordo: «Siate devoti della Madonna, mettetela a parte delle vostre imprese, fate come un
comitato di azione comune con la Madonna».
Ah, sì! Di questo posso servirmi a sufficienza per il profitto della meditazione.
Il Comitato spirituale delle mie opere voglio proprio farlo:
Consiglio Direttivo: Dio (Padre, Figliuolo, Spirito Santo), la presidenza; la Madonna, la vicepresidente; i consiglieri: san Giuseppe, san Francesco di Sales, san Vincenzo dei Paoli e san
Camillo de’ Lellis; la mia piccola persona: segretario.
Oh, sì, mio Signore: lo sapete come desidero, come imploro codesta Direzione soprannaturale
delle mie cose! Come di cuore Vi consacro tutto, tutto! Accettate, o mio Dio, questa mia
intenzione che non so come esprimerla perché sia assoluta, sicura, vera, proprio tale e quale la
desiderate Voi.
È una debolezza di fede l’insistere così davanti a Voi, o Signore? Toglietemela e fate che i nostri
rapporti diventino facili, immediati, confidenti, sicuri. Voglio che sia così e quindi: basta!
Deve essere come una lettera impostata: basta lasciarla andare semplicissimamente nella buca
della posta perché arrivi con certezza a destinazione.
Domani, o Signore, incomincerò il mio nuovo esame di coscienza, fatto secondo lo scritto.
Santissima Eucarestia.
Voglio proprio promettere di ricordarmi di questi santi consigli e metterli in pratica:
«Quando noi ci comunichiamo, la nostra natura rimane divinizzata e, perché tale, ogni nostro atto
che compiamo in quel momento acquista un valore infinito: adorazione, espiazione,
ringraziamento, impetrazione.
Dio ha speso circa quaranta secoli155 a preparare questa grande istituzione: noi impieghiamo
quindici minuti di preparazione alla nostra Messa!
Celebriamo non solo a profitto nostro, ma anche ad edificazione degli altri! Che si capisca la
nostra fede, che si veda in ogni atto, in ogni atteggiamento, che si senta in ogni nostra parola, che
si legga nel nostro volto, nelle nostre mani, in tutta la persona! E il ringraziamento?
Non lo trascuriamo per qualsiasi motivo: per regola venti minuti, essendo chiamati per ministero
almeno cinque minuti, col proposito di supplire con qualche altra opera buona durante la giornata.
Il ringraziamento sia disposto così:
225
1) Qualche minuto di adorazione silenziosa, figurandoci accompagnati dagli Angeli, dalle anime
purganti, dalle creature tutte della terra, dai nostri cari e dalle anime, che abbisognano di noi tutti
protesi con la faccia per terra.
2) Poi baciare le piaghe del corpo di Gesù realmente presente in noi, le piaghe del Crocifisso
vivente in noi.
3) Ringraziamento, espiazione, impetrazione. I momenti dopo la Messa sono i momenti più
preziosi, i momenti di negoziare con Dio. Non dimenticare mai di ringraziar Dio di avermi fatto
sacerdote».
Oh, la Messa! È tutta la gioia, la ricchezza, la fortuna più grande della vita, del mio sacerdozio!
Riforma.
Io credo che tutto sia vano, anzi prevedo di fare anche stavolta un gran fiasco, se non mi metto nel
proposito di appoggiarmi disperatamente sull’aiuto di Maria Santissima. Mi sento tante
preoccupazioni che davvero c’è da temere.
Gli interessi della mia Opera156 mi pare che non vadano molto bene.
No, mio caro Signore, li ho affidati a Voi e non voglio per nulla venir meno di confidenza.
Resisterò, anzi detesterò tutte le mie stupide timidezze.
Dio mio e mio tutto! Voi mi bastate; solo in Voi spero, solo in Voi mi abbandono! Fate di me e
delle cose mie ciò che vi piace e non badate ad altro! Vi prometto che, dopo questo, io voglio
vivere santamente spensierato. Quando potrò lavorare, lavorerò, mi farò a pezzi; quando non
potrò lavorare, guarderò fiducioso alla mia stella che siete Voi, mio Dio, e dirò: «Ora tocca a
Voi».
Dalle cinque alle sei di quest’oggi abbiamo fatto un’ora di adorazione al Santissimo Sacramento
durante la quale l’Arcivescovo ha fatto quattro commenti a brani di Vangelo.
Mi è rimasta come una felice idea di dividere la visita al Santissimo Sacramento in quattro punti
corrispondenti ai quattro motivi della S. Messa: adorazione, ringraziamento, propiziazione,
impetrazione.
Passione di nostro Signore.
Mi ha fatto molta impressione. È una vera pittura che l’oratore ha fatto di Cristo martire.
Ha caricato a tinte molto forti quando ha detto che Gesù nell’orto, carico dei nostri peccati, reietto
dal Padre suo e dagli uomini, ha sofferto la pena di un dannato.
Quante ingiustizie, quanti tradimenti, quanti rinnegamenti nel suo processo!
Fra queste, quelle che più colpiscono, sono il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro.
Questa meditazione mi ha molto scosso e, tornandoci sopra, mi farà molto bene.
Ultima sera.
Dopo la cena si sono ringraziati i predicatori e ci si è trattenuti a parlare con l’Arcivescovo, il
quale ha narrato episodi commoventissimi della vita di Don Bosco.
Mi sono confessato ancora un’altra volta e mi sento completamente rinato.
Beati Esercizi, come vi riconosco una grande benedizione del Signore! Ve ne ringrazio con tutta
l’effusione del cuore, o mio Dio! In ricompensa voglio farmi estremamente buono, voglio essere
la vostra consolazione. Sarà la volta buona questa? Non lo so! Domandatelo alla Madonna, alla
quale ho affidato l’incarico di avvocata responsabile.
I miei propositi li ho già fatti e sono compresi nell’esame di coscienza.
226
In particolare, restringendo, voglio essere più devoto della Madonna per ottenere di poter esser
umile, per poter pregare con umiltà, per ottenere di esser forte e ordinato, riflessivo, e riunire alla
fede una confidenza, un amore in Dio quali un santo può sperare.
Caro Don Bosco, che mi avete tanto impressionato in questi giorni con la lettura della vostra vita,
della vostra fede, deh, siate buono anche con me, concedetemi di seguire se non da vicino, almeno
da lontano, le vostre orme nell’impresa a cui mi sono accinto per amore di Dio. Vi scelgo tra i
miei protettori157 speciali con san Giuseppe, san Francesco di Sales, san Vincenzo de’ Paoli, san
Camillo de’ Lellis.
Tenetemi come un bambino dei vostri oratori, fatemi vostro protetto!
227
Esercizi Spirituali 1914
20 – 26 settembre.
Incominciati volentieri dopo una giornata burrascosa, piena di umiliazioni, dispiaceri, però non
sono mancate consolazioni nel fare del bene: istituzione “Mutuo Soccorso”158.
Il predicatore, padre Mazza della Compagnia di Gesù, è molto chiaro. Mi ha colpito questo punto:
gli Esercizi non sono un santo ozio, ma un periodo di lotta per vincere se stessi; tanto più proficui
gli Esercizi, quanto più senti l’agitazione della lotta.
Sono freddo, non troppo entusiasta, ma desidero e spero di far molto bene questi Esercizi, che mi
sono scelto di spontanea volontà.
Il fine.
Cose comuni, ma però esposte in maniera da far riflettere.
È giusto: siamo di Dio nell’essere e nell’operare, perché da Lui tutto deriva e quindi dobbiamo
appartenere al nostro padrone e operare per il nostro padrone, ossia conoscere, amare, servire Lui
solo.
Mi piace l’idea: come si fa a servire Dio? Quello che fa un servo quando si mette a servizio di un
padrone, cioè: non far più la sua volontà ma quella del padrone. Quindi servire Dio vuol dire fare
la volontà di Dio.
Come si conosce questa volontà di Dio? Vi sono certi mezzi che si possono chiamare fasci di luce
della volontà di Dio: i comandamenti di Dio, i comandamenti della Chiesa, le regole dei Canoni
nelle loro più minute prescrizioni, gli ordini dei nostri Superiori e, infine, la voce della nostra
coscienza ogni volta che si pronunzia con la semplice, eppur tanto significativa, parola “dovere”.
Il dovere si potrebbe chiamare in altra maniera: la volontà di Dio.
Anima mia, hai sempre osservato questo fine naturale di servir Dio coi tuoi sensi, con le tue
facoltà, con tutta te stessa? Quante volte no! Di’ dunque: «Ho sbagliato! Correggiamo, torniamo
indietro!». Questo è quello che bisogna fare in questi santi Esercizi.
Frasi o pensieri impressionanti: bisogna essere generosi negli Esercizi, nel seguire le ispirazioni
del Signore e nel donare a Dio tutto quello che ci domanda.
È vero, è vero: c’è qualche cosa che temo che il Signore mi domandi. Per questo mi ha fatto
impressione, fin dalla prima sera, questa parola “generosità”.
Ebbene, o Signore, se Voi me lo domandate questo sacrificio, Vi prometto che lo voglio fare a
costo di piangere lungamente. In questo momento sono calmo e contento.
Mi pare che la barca dell’anima mia cominci a distaccarsi dallo stagno del suo ozioso riposo e
cominci a muoversi sulla corrente viva della grazia di Dio. Oh, così fosse!
Dio, Dio mio, fatemi far bene questi santi Esercizi!
Sono venuto, non costretto, ma di mia volontà. Premiatemi! Fatemeli far bene! Convertitemi! Se
mi convertite, Vi prometto che Vi amerò tanto che mi farò molto buono, che mi donerò tutto a
Voi. Oh, Dio! Ne ho tanto bisogno! Lo sapete purtroppo! Caro mio Signore, fate che giunga
alfine l’era sospirata del mio completo distacco dal mondo, della mia assoluta conversione a Voi,
unico mio bene.
Noto in questo primo giorno, nel ritrovarmi in Seminario, negli ambienti della mia dimora di
dieci, venti anni fa, una certa nostalgia dei begli anni passati, un rimpianto inevitabile di quei
giorni, che mi fa dire: «Come tutto passa presto, come tutto dolorosamente finisce!».
Oh, ma Voi, Giovinezza Eterna mia, non finite mai! Deh, fate che mi attacchi a Voi e non a me
stesso, ai miei anni passati, alle cose di questo mondo che si perdono! Ve ne prego tanto, o
Signore!
228
Un affare159 terreno mi distoglie in questo momento dalla dolce quiete del raccoglimento e mi
costringe a uscire per accomodare la partita, che mi ha tanto afflitto ieri. Sono andato e non so se
sarò riuscito.
Ho perduto un’istruzione ed il primo esame di coscienza. Sono ripiombato nella confusione di
mille pensieri di rammarico e di trepidazione.
Mio Signore, perché non mi aiutate a mettere un po’ a posto quella disgraziata faccenda? Se ho
sbagliato, lo vedete pure quanto ne soffro e ne sono amaramente pentito! Liberatemi da
quell’affanno di cose; sono poi tanto disposto a donare tutto a Voi: i miei interessi, i miei capitali,
tutto quello che possiedo al mondo. Perché non mi permettete di farlo? È un castigo? È
un’espiazione mia, per altri?
Dio, Dio mio, padre mio, non permettete che io sia sempre così in balìa di quest’avversità di cose!
Lo avete poi detto che chi getta sopra di Voi le sue cure, Voi lo difenderete, lo sosterrete; non
permetterete che sia sempre sconsolato così in eterno!
O Signore, non voglio pensare più a nulla in questi santi Esercizi.
Ma non mi fate più arrivare la lettera di questa mattina che mi ha costretto ad occuparmi di cose
tutto affatto diverse dagli interessi dell’anima!
Mio Dio, ascoltate il vostro ultimo servo!
Necessità di santificazione per un sacerdote.
Signore, dite Voi qualche cosa all’anima mia che ha tanto bisogno di essere scossa, di essere
trasformata dalla sua dolorosa infermità.
Unica cosa, che posso rilevare dalle parole del predicatore, è: «Vigilate et orate160 – se volete
santificarvi – ossia mortificazione e preghiera». Mortificazione: per distaccarci dalle cose della
terra e, più di tutto, da noi stessi; preghiera per unirci a Dio. Ho pregato, con un po’ di angoscia
fervorosa, nel tempo libero in cui è prescritta la recita del Rosario.
Mi sento così angustiato, abbandonato da tutti, circondato da mille difficoltà, bisognoso di tante
cose per cui mi sono rivolto a Dio con una certa risolutezza disperata. Ma, Signore, lo sapete che
senza di Voi io sono perduto! Deh, per la vostra grande misericordia, per la vostra paterna bontà,
non mi abbandonate! Che cosa volete da me?
Ecco io sono risoluto a darvi tutto: mi domandaste anche tutta la mia sostanza, la mia pace, la
gioia di questa terra. Se mi domandate ancora di partire di casa e di ritirarmi in un eremo,
Signore, ascoltate l’anima mia in questo momento di piena coscienza tranquilla, di assoluto
comando della volontà: «Io sono disposto, per quanto mi costi, forse, a degli strazi a sangue. Non
mi importerà nulla: voglio soffrire per Voi».
Martedì 22 settembre.
Alzata alle ore 4. Messa in San Girolamo161. Preghiera a intervalli, ad aspirazioni umili, insistenti
per circa due ore, celebrando io Messa e servendone parecchie ai miei confratelli. Mi ha fatto un
po’ bene. Però sento che ho bisogno di riflettere, riflettere molto su me stesso.
Nei santi Esercizi devo rimediare molte cose, devo impostarne molte altre, devo prendere delle
decisioni, devo uscirne rifatto spiritualmente come da un luogo di cura intensa, risoluta. Guai, se
non concludo! È il Signore che passa, che mi guarda col suo occhio divino, che mi chiama con la
sua voce soave, che mi offre la sua mano, la sua amicizia, il suo perdono, il suo cuore. Guai se
faccio il sordo, il pigro, lo stupido ancora!
No, no, mio Signore! Eccomi, io vengo. Senza di Voi mi accorgo che sono incamminato alla
rovina. Da un certo tempo in qua sono diventato più debole, più proclive al male, quasi disposto
al tradimento, a farmi disertore. Dio, Dio mio! Ma è possibile?
229
Voi mi avete salvato fin dall’infanzia, mi avete tratto proprio dal fango di una situazione che,
umanamente parlando, era senza rimedio. È terminato il numero delle grazie, che mi dovevate
fare? Sono divenuto forse indegno di riceverne?
O Signore mio, allontanatemi tanta sventura! Tornerò sui passi miei, rinnegherò tutto il mio
passato. «Signore Gesù, figlio di Davide, abbiate pietà di me!»162. Ve lo mando questo grido
proprio con quell’ansia disperata di quel cieco che, sentendovi passare per la via, non trovò alcun
soccorso alla sua sventura che nella sua voce, nella sua implorante voce piena di desiderio, di
un’angosciosa preghiera. Vi voltaste Voi, Signore, e lo guardaste con la vostra solita tenerissima
compassione e, manco a dubitarlo, lo salvaste subito. Fate altrettanto con me!
Sono lo stesso cieco, lo stesso disgraziato, lo stesso perduto, anzi più cieco, più disgraziato, più
perduto. Voltatevi verso di me e guardatemi!
Ne ho abbastanza che mi guardiate, perché sono sicuro che non potrete resistere alla compassione,
vedendomi.
Signore, sono vostro sacerdote, ossia vostro apostolo come san Pietro, che amavate tanto. Non
donerete a me quello sguardo che spezzò il cuore di Pietro e lo fece piangere per tutta la vita?
Il peccato considerato in ciascuno di noi.
Non ho potuto seguirlo. Nulla mi ha destato interesse. La sua parola passa sull’anima mia come
una freccia senza punta che non può penetrare in alcuna maniera.
E dire che avrei tanto bisogno di riflettere e piangere su questo argomento così importante.
Dio mio! Io non sento altro che questo:
un gran bisogno d’essere umile,
un gran bisogno di amarvi più degli altri,
un gran bisogno di fare molto, di consumare tutta la mia vita fino a morirne nel vostro servizio.
Come farò per riuscirci? Qui sta il mio difficile: il mio punto angoscioso per cui Vi prego in
questi giorni con una certa follia. O Maria Santissima, fatemi pregare bene, fatemi ottenere, anzi
pregate Voi, ottenete Voi!
La mia Mamma carissima! Non si è sempre detto che Voi siete il rifugio dei peccatori? I più
antipatici, i più duri, i più indegni? Ebbene, sono io proprio quello.
Dunque, non ho che Voi per rifugio e Vi invoco con tutto il cuore. Vi invoco purtroppo con la
languidezza di un anemico morente; sento che non ho quel fuoco di preghiera che dovrei; sento
tutto, capisco tutto, ma allora se così non fosse, sarei come il più duro, il più antipatico, il più
indegno dei peccatori? Ho quindi diritto proprio e solo per questo alla vostra protezione.
Sono un reo di cui nessun avvocato accetta la causa, perché troppo imbrogliata, troppo fosca,
forse anche perduta; ma Voi, Maria, vi compiacete di essere quest’ultima tavola di salvezza ed io
vengo da Voi dicendovi con tutto me stesso: «Maria, non ho più nessuno163 all’infuori di Voi.
Accettatemi, non mi rifiutate, non mi mettete alla porta, perché credo mi verrà la disperazione se
anche Voi, la creatura più tenera, più delicata, più compassionevole, mi rigettate.
Non ho bisogno di dirvi ciò che mi vuole: Voi già lo sapete. Esauditemi, esauditemi, o buona
Madre mia! Siete la mia Mamma!».
Oh, mia madre, quando tutti mi accusavano lei sola mi difendeva; quando tutti mi perseguitavano,
lei mi accoglieva; troppo buona mi nascondeva tra le sue braccia, mi accarezzava, mi baciava
anche allora che ero degno di rimprovero e di castigo.
Volete Voi, Maria tenerissima, essere da meno della mia mamma terrena? Oh, no di certo!
230
Meditazione.
Intanto incombe la necessità che io conchiuda qualche cosa, qualche cosa di sostanzioso, di serio.
Come fare? In certi momenti mi viene la tentazione di non disturbarmi poi tanto, ma di fare alla
meglio. No, non è possibile alla meglio. Se concludo solo per il fare alla meglio, io mi perdo
certissimamente.
Oh, Signore, come riconosco che, abbandonato a me stesso, perdo tutta la forza; divento proprio
quello che sono.
No, mio Dio, per carità, per quanto avete di più caro in cielo ed in terra, per tutte le anime che Vi
pregano per me, per qualunque cosa possa io aver fatto nella mia vita, anche piccola che Vi sia
piaciuta, non mi togliete il vostro aiuto, non punite la mia superbia col lasciarmi solo.
No, non lo voglio, o Signore!
Protesto che non posso farne a meno; protesto che sono io che Ve lo domando, Ve lo scongiuro
prostrato ai vostri piedi come una Maddalena, che piange lacrime non visibili, ma lacrime di muto
dolore, di spasimo interno, di febbre di desiderio.
Io mi vedo sotto ai piedi un abisso, se non mi risolvo a qualche cosa di energico, di risoluto. Ma
la mia debolezza è tanto grande! Salvatemi! Salvatemi!
Eccomi sono qui che Vi ascolto; pendo dalla vostra volontà come un servo da quella del suo
padrone. Dite, dite, buon Gesù, che cosa volete da me? Che volete che io faccia?
Mi confiderò col predicatore degli Esercizi. Gli dirò tutto, come lo dicessi al vostro vicario in
terra, e Voi, o Signore, risponderete.
Farò una confessione ampia dell’anima mia, gli dirò il bene ed il male. Perché non gli dirò anche
quel po’ di bene, perché si faccia un qualche concetto approssimativo di me? Se Dio, invece del
predicatore, stesse lì a confessarmi, che cosa mai non Gli direi! Forse non direi nulla, ma
guarderei il Signore in faccia e non avrei altro che a chiedergli: «Signore, guardatemi pure! Voi
sapete tutto. Che cosa devo fare?».
Il Signore sensibilmente non si mostrerà, ma il suo ministro certamente rappresenterà le sue veci
ed io, se avrò fede, se mi fiderò di Dio, riceverò esattissimamente, fedelissimamente, né più né
meno che la volontà stessa di Dio.
Via, dunque, le dubbiezze umane, le languidezze di fede, questo materialismo fatale, e agiamo
con tutta confidenza perduti in Dio! E confessiamoci presto! A che pro aspettare? Entro domani
voglio concludere qualche cosa.
Mercoledì 23 settembre.
Notte calma. Alzata alle ore 4. Messa in S. Girolamo. Salito in cappella per un’ora di
meditazione. Lettura davanti al Santissimo Sacramento.
La lettura degli Esercizi al clero164 del can.co Giordano mi ha fatto assai bene.
Il marmo del cuor mio si è un po’ spezzato: sono veramente risoluto di mettermi a fare una buona
confessione e al più presto.
Certo mi fa impressione quel detto: «Nescitis an odio an amore Dei digni sitis»165. Che sia proprio
vero?
O mio Signore, se per disgrazia io Vi fossi oggetto di odio, in questi santi giorni voglio bene
mettermi nella morale certezza di esservi in amore con una confessione generale.
Sì, lo voglio, per quanto sia capace la mia volontà di volere.
Invoco il Signore e la Madonna ad ogni momento in questi giorni e bisognerà bene che mi
aiutino, se voglio stare alle promesse. Sono convintissimo di non poter fare da me stesso, mi
rivolgo perciò al loro potentissimo, sicurissimo aiuto.
Dio mio, siate con me! Maria, cara Madre, statemi vicino sempre! Angelo mio custode, siatemi
generoso di tutta la vostra fraterna assistenza! La confessione di quest’anno voglio proprio farla
231
molto bene, come se fosse l’ultima o almeno come un sicuro punto di partenza sul quale possa
fare affidamento per un nuovo periodo di rapporti con Dio, di responsabilità, di coscienza.
Le parole del predicatore non mi giovano un gran che; in compenso il Signore mi aiuta da altra
parte.
Tutt’oggi non faccio che raccomandarmi al Signore, alla Madonna, all’Angelo Custode perché mi
concedano di poter fare una buona confessione.
Ho pregato per l’esame di coscienza, che ho scritto per esteso in un foglio di carta; ho pregato per
la contrizione, per l’accusa, per il pentimento, per le risoluzioni da prendere; insomma mi pare di
aver fatto un qualche po’ di diligenza, per quanto sta nelle mie forze.
E sono andato alfine a confessarmi. Sono rimasto confuso di tanta bontà, di tanto facile chiarezza
ai miei dubbi. Sono uscito con le lacrime agli occhi, ma felice.
«Quam dilecta tabernacula tua, Domine virtutum, compescit et deficit anima mea in atria tua»166.
Questa sera devo contenermi per non dissiparmi nella troppa dolcezza. Quanto siete buono, o
Signore, non merito tanta finezza del vostro cuore! Io non so che dirmi. Davvero, se non divento
buono stavolta, non ci riesco più.
Signore, Ve lo prometto: domani comincerò a fissare i miei propositi.
Non mi lasciate, dunque, adesso che vi siete donato tutto a me!
Giovedì 24 settembre.
Sento il bisogno di esser calmo e di prestare all’anima mia, al Signore tutta la diligente e generosa
attività dei primi giorni.
In genere succede che si semina molto e si miete poco; il piacere di veder germogliare tanto bene
di Dio, alle volte, pare che ispiri quasi il pensiero di aver fatto abbastanza e quindi il desiderio del
riposo. E invece il vero frutto e il vero interesse del lavoro non stanno nel seminare, ma nel
mietere.
Sarebbe davvero un peccato che l’agricoltore, dopo aver faticato tanti mesi a seminare, a curare lo
sviluppo del seme, nel vederlo poi cresciuto su bene, si mettesse senz’altro al riposo beato e
contento di vedere il suo grano così ben cresciuto, così corrispondente alle sue fatiche. Sarebbe
una pazzia. Attenti, dunque, a non lasciarsi cogliere da questa pazzia! Gli ultimi giorni degli
Esercizi devono essere i più attivi, come sono i più attivi i giorni del raccolto.
Stamattina ho celebrato la Messa di ringraziamento; ho incaricato Gesù, venuto nel mio cuore, a
ringraziare Lui stesso il suo Eterno Padre della grande grazia che mi ha fatto in questi giorni.
L’anima mia, come prima, era occupata nel raccomandarsi a Dio e nel dire ad ogni istante:
«Signore, non mi abbandonate, abbiate pietà di me, fatemi far bene questi Esercizi»; ora, con la
stessa insistenza, con la stessa assiduità, devo dire: «Signore, come Vi ringrazio, come mi sento di
dovervi essere assai riconoscente!». Maria Santissima, ringraziate il Signore per me, fate che io
corrisponda alla sua grazia.
E, davvero, voglio farlo!
Riforma dell’anima mia.
Quali sono i miei difetti?
Eccoli: grande debolezza di volontà, grande dissipazione, grande orgoglio. Mi pare che siano
questi i tre grandi mali che rovinano l’anima mia rendendola impotente a qualunque progresso.
È una terra sterile. Qualunque cosa vi si pianti, cresce per il momento e poi cade e muore.
Che cosa bisogna fare? Bisogna finirla con le chiacchiere e andare al sodo.
Da che punto si comincia? Credo sia il caso di prenderli tutti e tre alla volta: perché l’uno include
l’altro.
232
Umanamente parlando, la mia posizione sarebbe fallita, perché non posso pensare alla debolezza
della mia volontà, perché sono dissipato; non posso vincere la dissipazione perché sono debole di
volontà; non posso vincere l’orgoglio perché sono dissipato e debole.
Bisogna cominciare dal pregar molto il Signore, che mi prenda per mano, che mi faccia da
medico. Vedendo che io sono così malato e così sprovvisto di mezzi per guarirmi, bisogna per
forza che io pensi a Dio, perché abbia compassione di me.
Oh, Dio! Dio mio, Vi pregherò!
Primo proposito: la preghiera.
Sforzarmi a pregar bene in tutti gli esercizi di pietà che mi occorrono nella giornata.
Pregar molto: bisogna mettere assieme lo spirito della preghiera, l’abitudine della preghiera con le
giaculatorie, con le aspirazioni, con tutti quei mezzi che mi conducono a Dio.
Pregare con fede, con fiducia. Dio mi salverà, Dio mi aiuterà certamente a salvarmi. È questo il
punto di partenza, il nodo forse della questione.
Pregherò il Signore, perché mi dia la prima, primissima grazia: il sentire basso di me stesso e
sentire prepotente il bisogno di Lui. Datemi, o Signore, finalmente questa grandissima grazia:
umiltà e confidenza. Queste sono le due ali che mi devo mettere ai fianchi, se voglio volare un po’
in alto. Diversamente i miei non sono voli, ma salti. Il volo sale in alto, ma il salto cade in terra.
Quindi, il filo del mio proposito sta in questo modo: la preghiera per ottenere l’umiltà e la
confidenza. È questo il fondamento dell’edificio.
Primo scalino: preghiera per arrivare all’umiltà e poi alla confidenza in Dio.
Pregherò il Signore riconoscendomi indegno di essere esaudito; Lo pregherò come un povero
diavolo, che sta alla sua porta a chiedere l’elemosina; guairò come un piccolo cane, che ha fame e
che tante volte non brama altro che lo si guardi, gli si mostri un po’ di benevolenza.
Così io farò col Signore.
Venerdì 25 settembre.
Ultimo giorno. Alzata alle ore 4. Messa, ecc. come ieri.
Mi sento un po’ scoraggiato nel vedermi, nel sentirmi così vuoto, ma pregherò il Signore. La mia
preghiera la farò, importuna, sino a tanto che non mi vedrò esaudito.
La dissipazione continua ancora. Un mondo di pensieri si affolla nella mia mente per combatterla,
per confonderla, per farle perdere tutta la sua direzione.
Oh, Dio! Dio mio, non so dirvi altro! Difendetemi Voi! Fatemi star raccolto Voi!
Prima di andare avanti è necessario fermarsi a questa prima pietra: la preghiera.
Io credo che il mio proposito base, centro, sostanza di tutti gli altri sia questo: mettere assieme un
buon pregare.
Tutto viene di qui. Come devo procurarmi il resto, se mi mancano i mezzi?
Preghiera prima e mortificazione poi.
Sono state le parole che mi hanno colpito fin da principio: «Vigilate et orate»167.
Preghiera e mortificazione.
Come mettere a posto la mia preghiera?
Ecco mi provo a tracciare qualche linea: a chi la devo fare; quando la devo fare; come la devo
fare.
A chi. Con ciò io intendo il genere, il numero delle devozioni che mi voglio proporre: il
Santissimo Sacramento; il Cuore di Gesù; la Madonna; l’Angelo Custode; i Santi che mi vengono
in mente, o meglio, che voglio fare miei protettori: san Giuseppe, san Francesco di Sales, santa
Teresa del Bambin Gesù, Gemma Galgani.
233
Quando pregherò. Non ardisco di farmi dei progetti di aumenti di preghiera, perché temo di
non mantenerli. Però vorrei toccare qualche punto che desidererei fissare.
Innanzitutto:
fedeltà scrupolosa alla preghiera ordinaria:
offerta del mattino appena svegliato, preghiera del mattino, Uffizio, meditazione, Messa,
preghiera prima e dopo il lavoro, Angelus, preghiera prima e dopo il pasto; prima e dopo il
riposo, lettura spirituale, Uffizio, visita al Santissimo Sacramento, Rosario, preghiera prima e
dopo cena, De profundis, preghiere della sera, esame di coscienza, atto di contrizione.
A queste, se mi riesce, voglio aggiungere:
ogni giorno:
almeno venti ricordi o aspirazioni e giaculatorie al Signore fuori dei tempi ordinari; segnarmi
appena desto; piegar le mani e dire: «Eccomi Signore. Sono da Voi, tutto per Voi!».
Ogni settimana:
un’ora di adorazione al Santissimo Sacramento oppure: via Crucis, oppure: una visita alla
Madonna Greca168.
Ogni mese:
all’ultimo giorno ritiro mensile con la lettura del foglio precedente, e scrittura di un foglio
nuovo di propositi per il mese venturo.
Ogni anno:
gli Esercizi Spirituali.
È troppo? Forse sì. Perciò mi fermo e non vado più avanti. Mi pare che se riesco a quanto ho
promesso sopra, alla fine d’ogni mese mi troverò contento e credo che anche il Signore sia
contento.
Come devo pregare? Con immensa umiltà; con immensa confidenza, con un po’ di coraggio e
di mortificazione.
Per l’umiltà:
mi considererò come un povero cane che guaisce dietro la porta del suo padrone, ovvero come
un monello di strada raccolto per compassione dal buon Signore Gesù, ovvero un Giuda che,
dopo aver tradito il suo Signore, invece di andare all’albero per impiccarsi, è andato ai cancelli
della prigione di Gesù per domandargli perdono.
Per la confidenza:
penserò che, per quanto io sia un mostro, il Signore è tanto buono che Gli si fa un torto a non
confidare per qualsiasi motivo in Lui. Penserò a Maria Maddalena ai suoi piedi. Penserò che
più confidenza si ha, più si apre l’anima a ricevere il sole della grazia di Dio.
Per un po’ di coraggio e di mortificazione:
avrò pazienza a continuare adagio, calmo e tranquillo fino alla fine, mandando via le
distrazioni, sopportando l’aridità e qualunque altra tentazione del momento. Soprattutto sarò
inesorabile nel non trascurare e non rimandare ad altro tempo la preghiera. E poi basta, vero?
Sì, per la preghiera; ma la mortificazione?
Per la mortificazione io non oso promettere altro che questo: fare e sopportar bene tutte le cose.
Ma è troppo! Allora sarei santo bello e fatto! È vero, cercherò di fare quanto posso. Mi proverò.
Fare bene: ossia regola, ordine, puntualità in tutte le cose.
Sopportar bene qualunque cosa il Signore mi permetta senza abbandonarmi, come ho sempre
fatto, all’avvilimento quasi disperato.
Quando la mia natura, per qualsiasi cosa, vorrà recalcitrare, procurerò di mettermi davanti queste
parole: preghiera e penitenza! Voglio che si possa dire: “Bene omnia fecit et sustulit”169.
Di speciale, se mi riesce, voglio aggiungere:
ogni giorno, alzarmi presto e con prontezza al mattino;
consapevolezza di un atto di umiltà, negativa e positiva;
penitenza passiva e attiva per quanto piccola;
234
ogni settimana: senza frutta il venerdì e il sabato.
E basta!
Concludendo, i miei propositi stanno in due parole:
Preghiera:
ordinaria – speciale
comune (giorno, settimana, mese, anno)
Mortificazione:
ordinaria – speciale
vita comune, ordinata (giorno, settimana).
Ultima sera.
Sono contento, ma tremo sulla perseveranza dei miei propositi.
Ne ho fatti troppi o troppo pochi? Ho presunzione o sfiducia di mantenerli?
Il predicatore ha insistito che questi pensieri sono di troppa preoccupazione di se stessi; il che
porta facilmente ad uno spirito di orgoglio, o presto o tardi.
Bisogna staccare la mente da se stessi e fissarla solo in Dio con un mondo di confidenza.
È proprio così!
Voglio avere quindi un mondo di confidenza nel mio Dio e non pensarci più.
Signore, io esco dagli Esercizi, ma non mi parto da Voi.
«Mane nobiscum Domine quoniam advesperascit»170.
Oggi il predicatore ha detto cose che mi hanno colpito: le apparizioni del Signore, dopo la
Risurrezione, a Maria Maddalena171, ai due discepoli di Emmaus172, a san Pietro173, a san
Tommaso174.
Quanta impressione mi hanno fatto! Quelle di Maria e dei discepoli di Emmaus voglio tenerle
come due soggetti della mia meditazione.
Esame
Preghiera
Sveglia
Offerta
Prime preghiere
Uffizio
Meditazione
Messa
Prima e dopo il lavoro
Angelus
Puntualità
Prima dopo il pranzo
Prima e dopo il riposo
Uffizio
Lettura
Visita al Santissimo Sacramento
Rosario
Angelus
Prima dopo cena
De profundis
Mortificazione
Alzata
Lavoro
Umiltà negativa
Umiltà positiva
Penitenza attiva
Penitenza passiva
Ordine
Dolcezza
Raccoglimento
Pensieri
Parole
Sincerità
235
Preghiere della sera
Esame di coscienza
Giaculatorie
Meditazioni
Miseria mia
Confidenza in Dio
Fede
Amore di Dio
Vanità delle cose del mondo
Dio solo
Morte
Pazienza
Giudizio
Inferno
Paradiso
Retta intenzione
Presenza di Dio
Calma e semplicità
Raccoglimento
Generosità
Ordine
Fortezza
Crocifisso
Eucarestia
Sacro Cuore di Gesù
San Giuseppe
Angelo Custode
Apparizione a Maria Maddalena
Apparizione ai discepoli di Emmaus
Lettura Esercizi al clero del can.co
Giordano
Zelo
236
Esercizi Spirituali 1922
18 settembre.
Alzata alle ore 5. Celebrato Messa. Freddo freddo, quasi ghiaccio175. L’esempio di altri sacerdoti
santi, che non hanno celebrato per riguardo, mi ha dato un certo scontento di me stesso, un
rimorso di presuntuoso e peggio.
Prima impressione: abbiamo scritto, da per tutto, il nome di Dio: sulle labbra, sulle carte, sulle
immagini, sulle stole, sugli abiti; in un solo posto non lo abbiamo: nel cuore.
Seconda impressione: i lampi di grazia, che brilleranno in questi giorni fra le ombre solitarie del
tempio, chi lo sa se non siano gli ultimi aneliti di una face, che sta per spegnersi ad alcuno di noi
per sempre.
Terza impressione: non calpestiamo una grazia, che può formare la nostra gioia o il nostro dolore
per tutta l’eternità.
Nel tempo della recita delle Ore, mi sono sentito i primi palpiti della Grazia.
Ho recitato con intenso fervore, dominato dal risorgere di una volontà che vuol essere
risolutamente decisa.
Terza giornata.
Alzata alle ore 4. Mi preparo con molto ardore alla mia confessione riparatrice. Ho celebrato per
questo. Mi sono disposto con un minuzioso esame di coscienza messo per iscritto. Ho chiesto
perdono al Signore senza scosse, senza lacrime, ma con una volontà feroce.
La mia Confessione.
Dopo le Ore, è venuto il Padre Guardiano176 dei Cappuccini.
Mi è parso l’invito dolce di Dio e sono andato, e ho detto tutto, e mi sono buttato a terra,
annientato davanti a Dio misericordioso. Non ho taciuto nulla: mi sono sforzato di dire per quanto
ho potuto. Mi sono pentito, rammaricato col desiderio di poterlo fare al massimo grado. Ho
promesso con la più forte risolutezza.
Spero, tengo per certo, che con la grazia di Dio, umanamente io non potevo fare di più.
Chiudiamo quindi il libro vecchio, abbandoniamo tutti i dubbi, ve ne fossero un milione, nel seno
della misericordia di Dio e cominciamo davvero la vita nuova.
La penitenza l’ho fatta come si può fare in punto di morte.
Riflessioni.
La predica sulla confessione non l’ho ascoltata tutta, perché proprio in quel mentre io mi
confessavo. Quello, che ho ascoltato e mi ha colpito, è stato che la penitenza, ordinata dal
confessore, ha un valore sacramentale, per cui vale più un’Ave Maria indetta dal confessore che
non una settimana di digiuno. Figurarsi se non mi sono studiato di far bene la penitenza della mia
confessione generale, che spero sarà l’ultima, bisognosa di tanta preoccupazione!
Bellezza della povertà:
essa consiste in quel distacco dell’anima che, quando c’è, ci fa essere poveri anche in mezzo alla
ricchezza e, quando non c’è, ci fa essere avari anche nella povertà.
In questo senso Cristo ha detto: “Beati i poveri di spirito”177.
237
Ha parlato della povertà, che si deve nel: mangiare, bere, dormire, vestire, divertire, intesa nel
senso giusto e non esagerato.
Quarta giornata.
Alzata alle ore 4. Giorno di fervore. Nuova Messa di ringraziamento.
Fate, o Signore, che non mi dimentichi mai, che non mi stanchi di confidare in Voi, perché sento
che questa è la fonte della mia forza, del mio fervore, della mia salvezza.
La Fede.
La Fede consiste soprattutto nel:
vedere Dio in tutto; vedere tutto in Dio.
Nel veder Dio in tutto riusciremo:
ad ammirarlo nelle cose; amarlo nelle persone; accettarne i disegni negli avvenimenti.
Nel vedere tutto in Dio, riusciremo a mettere al loro posto: le cose come mezzo e non come fine;
noi stessi che siamo nulla davanti a Dio.
Guardiamo Dio nelle cose e vedremo la sua bellezza, la sua potenza, la sua sapienza e bontà nella
natura.
Guardiamolo nelle persone e Lo ameremo nell’autorità, nell’amicizia, nei poveri, negli ammalati,
nei moribondi, nei penitenti, nei fanciulli. Ameremo Iddio e ameremo il prossimo.
Guardiamolo negli avvenimenti prosperi per ringraziarlo ed in quelli avversi per dire: «Sia fatta la
vostra volontà». Dio non vuole direttamente il dolore, ma indirettamente, perché lo permette.
Guardiamo tutte le cose in Dio e le riconosceremo178.
Oggi ho dovuto recarmi in Duomo per il suono dell’Organo, essendo festa di san Matteo.
Mi è stata riportata una notizia del Laboratorio179, che mi ha un po’ disturbato e scompigliato la
calma dei miei Esercizi. Ho terminato la giornata molto distrattamente; ciò mi è di non lieto
presagio. Quanto poco basta a scompigliarmi! Che sarà mai, quando sarò buttato in mezzo a tutto
il frastuono della vita ordinaria?
Dio mio! Quanto mi sento debole, infinitamente debole! Soccorretemi, dunque!
Una nube nera mi ha travolto, tormentato, straziato durante la predica. Ho sofferto, ho pregato e
dopo il caffè è scomparsa del tutto.
Ultima giornata.
Alzata ore 4. Messa discreta. Ho fatto il mio regolamento che qui unisco.
Un certo avvilimento mi è preso leggendo i propositi degli Esercizi del 1919, che erano così
ardenti e generosi e che non ho mantenuto. Sarà così anche questa volta?
Mai come in questo momento il pensiero della mia incostanza e della mia volubilità pesa,
desolante e sconfortante sull’anima mia.
Se Dio non mi aiuta, sono perduto.
238
Esercizi Spirituali 1925
Santa Teresa del Bambino Gesù, quando in punto di morte le si consigliava la rassegnazione e la
si pregava di raccomandarsi a Dio perché le desse la guarigione, rispondeva: «Veramente per me
è il contrario: la rassegnazione occorrerebbe per vivere e non per morire e, se prego il Signore di
guarire, Gli domanderei una cosa tutto affatto contraria al mio piacere».
Semplicità verso se stessi.
È ormai ora di prendere il volo e di concludere il frutto degli Esercizi.
E qui bisogna prendere a guida e maestra santa Teresa del Bambin Gesù che la Divina
Provvidenza ha suscitato, in questi ultimi tempi, come l’esempio luminoso, suggestivo, di una
santità che non ha alcuna di quelle cose che spaventano. Ne ha molte invece che sembrano
possibili anche a noi. Ella ha detto di sè di volere attrarre molte anime nella via profumata di fiori
per la quale è passata lei. Un po’ di vita per sommi capi.
Orbene, questa santa, scrivendo a sua sorella Leonia le diceva: «Se vuoi farti santa non aver che
un’unica mira: quella di far piacere a Gesù».
Per arrivare a questo, bisogna cercare la via di entrare nella predilezione di Cristo, che Egli ha
mostrato di avere, in modo speciale per i fanciulli: bisogna farsi fanciulli.
Gesù ha detto: «Nisi efficiamini sicut parvuli non intrabitis in regnum caelorum»180.
Farsi come i fanciulli: umili.
Umiltà è conoscenza e compiacenza del proprio nulla.
L’umiltà del fanciullo è: conoscenza, accettazione e compiacenza di essere piccolo; oblio di sé,
conoscenza e accettazione di essere obliato dagli altri.
Semplicità verso Dio – amore di Dio.
La semplicità verso se stessi porta all’umiltà.
La semplicità verso Dio porta all’amore di Dio.
La sorgente di questo amore non scaturisce dalla sensibilità, ma dalla purità d’intenzione, ossia di
proporsi, in tutto quello che si dice, si pensa e si fa, di piacere a Dio.
L’intenzione è l’anima delle nostre azioni, senza la quale esse sono corpo morto, senz’anima.
Per questo il Vangelo dice: «Se il tuo occhio sarà semplice, tutto il tuo corpo sarà splendente; se il
tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso»181.
L’occhio è per il corpo ciò che l’intenzione è per l’anima.
L’intenzione, che costituisce la semplicità, ha vari gradi di perfezione:
quanto più è attuale (modo d’intenzione);
quanto più è pura (altezza o fine).
L’attuale è più intensa e forte della virtuale.
La pura intenzione, nei suoi gradi:
beni terreni, grazie terrene;
beni celesti, grazie celesti;
Dio per i suoi favori;
Dio per se stesso.
239
Semplicità verso il nostro prossimo.
«Beati i puri di cuore, perchè essi vedranno Iddio»182.
Questa purezza di cuore non è che la purezza dell’anima: non altro è che la purezza d’intenzione.
Questa purezza d’intenzione fa vedere Dio in noi stessi come la causa di qualunque cosa buona
possiamo essere e fare.
Fa vedere Iddio, perché Lo tiene presente in tutti i pensieri, in tutte le parole, in tutti gli atti.
Lo fa vedere nel nostro prossimo in quanto non tratta col medesimo che in Dio e per Iddio.
Ottobre.
Ho 45 anni. Questo pensiero mi sta davanti come una sfinge. Che cosa passi nell’anima mia io
non so: rimpianto di vita che fugge, rimorso di non aver tesoreggiato abbastanza i grandi tesori di
Dio, melanconie dell’autunno incipiente? Un po’ di tutto questo.
Sono entrato in Esercizi freddo, invecchiato.
Bei fervori dei miei Esercizi trascorsi, dove siete andati? Anima mia, non me lo domandare!
Angelo mio custode, non sospirare! Maria Santissima, Gesù mio Redentore, non mi guardate con
quell’occhio severo! Comprendo tutto. Io per primo sono stomacato di me stesso. Voglio far bene
questi nuovi Esercizi perchè capisco quanto siano un dono sensibile del vostro amore per me.
Prima sera.
Sono arrivato in ritardo a cena. Un mio collega mi ricorda, sorridendo ironico, un innocuo
episodio del mio servizio militare183, buttandomi sul viso le parole tragicomiche del mio tenente
d’allora: cominciamo molto male!
Il predicatore ha parlato stasera sull’obbligo che il prete ha di essere santo. Non una, ma cento
ragioni stanno a suo favore. Sono andato a letto vuoto di mente, di cuore e di tutto. O mio Dio,
abbiate compassione!
Lunedì.
Notte e sonno affannoso. Sono in una camera a pian terreno e ciò forse non mi conferisce
pazienza.
Mi sono alzato alle ore 5,30 per dir Messa in Duomo. Quest’impegno non mi dispiace, ma forse
mi toglierà uno dei momenti più deliziosi e fervorosi degli Esercizi che era appunto quello della
Messa, tranquilla e placida, detta nella chiesina del Seminario.
La prima giornata è finita non cattiva, ma neppure troppo fervorosa. Mi sembra di essere
impassibile.
Leggo Lo spirito di santa Teresa184 e mi fa bene per quanto certi punti paradossali mi urtino. Che
ne capisco io della santa follia dell’amore? Anche l’amore di Dio pare che porti in questo mondo
un certo squilibrio che, a mente fredda, si direbbe possibile di critica. Ma non è propria di ogni
passione tale esuberanza a scapito della ragione?
Sono andato a letto col desiderio di seppellirmi nell’oblio di tutto, fra le braccia di Dio.
Martedì.
Notte burrascosa, penosa, affannosa.
240
Alzata alle ore 5, Messa in Duomo, calma austera, impassibile. In compenso: pensiero fisso che
mi martella sul punto di dover riabilitare la mia vita: diventare migliore, sfruttare al massimo
questi anni che riconosco come un tesoro soltanto quando sono passati.
Meditazione.
Quanto bene potrei fare, se fossi a posto! Il diavolo mi schiaffeggia con un tormento infernale.
Maria Santissima, venite in mio aiuto! Santa Teresa, fatemi da sorella! Ho bisogno in questi
Esercizi di una grazia gigantesca, più grande di tutte le altre. Mandatemela! Il modo lo conoscete.
Non avete che a volerlo sul serio. Io Vi invoco con una preghiera, la più ardente, con un accento
disperato. Non ho che il vostro rifugio. Salvatemi!
Confessione.
Nihil novi185. Però mi ha risvegliato il desiderio di confessarmi bene, di fare, come le altre volte,
centro dei miei Esercizi un’ampia buona e sincera confessione generale dagli ultimi Esercizi a
questa parte.
Ho cominciato il mio esame e la mia preparazione. La predica è stata discreta.
Dopo cena ho fatto la mia confessione. Sono stato accolto con gioia, con compassione, con
delicatezza, con amore: la scena del padre al figliuol prodigo.
Sono rimasto confuso e schiacciato da tanta bontà.
Mi sono confessato fremente di pentimento, di proponimento della miglior buona volontà.
Oh, quanto è vero che le gioie del Signore compensano mille volte quelle del mondo! Grazie, o
Signore! Grazie dal più profondo dell’anima! Voglio ricordarmi in eterno di questi divini istanti
per non offendervi più e per darmi generosamente, perdutamente, al vostro santo servizio.
Sono andato a letto in un’oasi di benedizione e di pace.
Mercoledì.
Notte dormita interamente. Alzata 4,45. Fervore calmo e profondo.
Missa pro anima mea186. Quanta gioia tuffar l’anima mia nel sangue di Gesù e così offrirmi
all’Eterno Padre in adorazione, propiziazione, ringraziamento, preghiera!
Meditazione.
Termina la giornata calma e serena, deliziata dallo spirito187 di santa Teresa del Bambino Gesù,
che sembra alitare intorno a me.
Mi pasco in questi giorni della lettura de Lo spirito di santa Teresa del Bambino Gesù che mi
colpisce, mi occupa tutto. Pare che m’inviti a seguire le orme di questa santa che, con tante
carezze, mi affascina per il suo grande, folle amore a Gesù Cristo.
Potrò riuscirvi? Sarebbe un miracolo di santa Teresa operato su di me! Voglia Iddio che mi venga
tanta grazia, tanta fortuna!
Giovedì.
Notte tranquilla. Alzata 4,45 passate. Messa buona.
241
Mi continua l’impressione di santa Teresa. L’ho fatta questa mattina con tanto piacere l’offerta di
me stesso come vittima d’olocausto all’Amore misericordioso di Dio, servendomi della preghiera
composta da santa Teresa.
La lettera è andata. Tocca alla Madonna, assieme a santa Teresa, a farla recapitare a Dio e a
confermare la grazia.
Che grazia grande! Che dono infinito! Sarebbe il principio della mia salvezza e della risoluzione
santa della mia vita.
242
Esercizi Spirituali 1929
22 settembre.
Padre Petazzi è l’oratore. Parla con molto senno e convinzione.
Bisogna entrare negli Esercizi di buona voglia, anzi con un santo entusiasmo.
Non v’è altra tristezza al mondo che il non esser santi, non vi è altro bisogno che l’esser santi.
Combattere la sfiducia: tentazione propria dei sacerdoti.
Quante volte abbiamo fatto Esercizi che ci appaiono come tanti cimiteri, nei quali si elevano,
come tante tombe, i nostri propositi già morti e sepolti.
Iddio ci aiuterà. Il tornare a promettere è un sintomo di risurrezione, di vita. E Dio benedice
sempre questo nostro sforzo, dovesse anche vederlo non coronato di riuscita.
Santa Teresa del Bambin Gesù domandava che Gesù la ipnotizzasse, perché non dovesse più
pensare che a Lui, parlare di Lui, desiderare ed operare nient’altro che per Lui.
Esempio di García Moreno che, per fare il Concordato con Pio IX188, gli inviò una carta bianca,
munita di sua firma, perchè il Papa vi scrivesse quanto voleva.
Anche noi dobbiamo dare carta bianca a nostro Signore! Fidiamoci di Lui!
La parola del padre gesuita mi ha attratto specialmente quando ha detto: «Chi sa quante anime
aspettano dai nostri Esercizi, fatti bene, la loro fortuna di santità e, forse, ancora la fortuna della
loro salvezza!».
Dopo la predica, nell’uscire di Chiesa, ci è stato distribuito un foglietto stampato con gli appunti
della predica offerti dall’oratore. Che bella geniale trovata!
Grazie, o mio Dio! Sono così calmo, così desideroso di far bene, questa sera! Concedetemi, che io
prosegua così sino alla fine!
Alle ore 22 scrivo questi appunti e mi dispongo a riposarmi sulle braccia di Dio.
23 settembre.
FINE DEL SACERDOTE.
Cose rimaste impresse.
Perché il giogo di Dio sia soave, è necessario portarlo del tutto e volentieri.
Bisogna dir “sì “al Signore e non dir “se”: accettare tutto senza riserva.
Guai a quel sacerdote che non sente più la poesia della santità!
Non è più quello che il popolo chiama con parola indovinata “uomo di Dio”.
Un sacerdote, che non prende tutto e intero il suo dovere secondo la volontà di Dio, sarà sempre
un sacerdote triste e melanconico. La sua vita sarà tutta sbagliata.
Uso delle creature. Impressioni.
Mi sento pesante. Non ho la vivacità degli altri anni nei miei Esercizi.
Mi sembra di essere ottuso di pensiero e di sentimento. Ascolto con piacere ma poi mi perdo.
Ho pensato di farmi amico del Sacro Cuore, di tenermelo vicino sempre come una guida, come il
mio babbo. Questa mattina, la meditazione letta all’Ospizio mi ha fatto così bene nel sentire:
«Gesù è la nostra santità. Siete vuoti, pesanti, privi di tutto? Accostatevi a Gesù e ditegli: “Voi
siete la mia ricchezza: Vi offro la vostra santità come se fosse mia”».
243
Oh sì, Gesù! Per tutti questi Esercizi statemi vicino! Voglio fare quello che volete Voi, come un
buon figliuolo finalmente, come un vostro buon figliuolo che voglio essere da ora in avanti.
Vigilate! La nostra vita è una perenne vigilia. Alle volte la vigilia è molto bella perchè in essa vi è
un pregustamento della festa: la vigilia di un esame, la vigilia di un lavoro diligentemente curato
con sacrificio e pena; dolci sacrifici, dolci pene che ci facevano pregustare la festa del trionfo.
Così sarà la nostra vita, se noi ne faremo una bella vigilia che ci faccia pregustare la conquista
dell’eternità.
Vanitas vanitatum189.
L’oro è un buon servo, ma un pessimo padrone, cioè quando gli si fa fare da servo, usandolo
bene; è un bene, ma quando ci si rende schiavi è lui il padrone.
Così di tutte le cose del mondo.
Non si dice già che siano nulla, un qualche valore ce l’hanno, ma non corrispondono allo scopo;
quindi sono vane.
Bilancio del primo giorno.
Senza aver avuto tratti speciali di fervore, scosse di entusiasmo, mi sono mantenuto discretamente
ben disposto.
Di particolare mi è venuta una grande fiducia in Gesù Cristo.
Leggo di nuovo la deliziosa vita di santa Teresina. Mi fa l’effetto di un rifugio di purezza e
d’innocenza per l’anima mia.
Spero che questo dono di Dio sia quello che conduce al porto la povera sbattuta anima mia.
Il Pater Noster del pentimento.
Fu insegnato da nostro Signore alla beata Angela da Foligno. Avendolo ella richiesto che le
insegnasse di fare un atto di contrizione perfetta, le disse che recitasse bene il Pater Noster.
L’applicazione fattane dall’oratore è geniale per quanto, in qualche punto, un po’ forzata.
Mi ha fatto bene e propongo di valermene per altre meditazioni.
Trovo sempre grande diletto nella lettura della vita di santa Teresina.
Mi commuove l’affettuosità di suo padre, corrisposta con tanta infantile tenerezza dalla piccola
santina. In refettorio leggiamo la vita del Curato d’Ars190.
La sua devozione alla Madonna era ad un grado quasi eccessivo.
Il demonio gli disse un giorno che sarebbe caduto come tanti altri servi confratelli, se non fosse
stato protetto in un modo speciale dalla Madonna.
Oh, fossi anch’io così devoto della Madonna! Ma che cosa mi proibisce di esserlo?
Leggo nella vita di santa Teresina questo brano, che fa così bene al caso mio:
«Gesù mi fece intendere che la gloria vera ed unica è quella che durerà eterna, e che per
acquistarla non è necessario esser ricchi e compiere azioni strepitose, ma celarsi agli occhi altrui
ed a quelli propri, di maniera che non sappia la sinistra quello che fa la destra.
Pensai allora di essere nata anch’io per la gloria e, cercando i mezzi per raggiungerla, mi fu
rivelato che la mia gloria consisterebbe nel farmi santa.
Se si consideri quanto fossi imperfetta allora e quanto lo sia anche adesso, dopo tanti anni di
religione, questo mio desiderio potrebbe apparir temerario; ma pure sento sempre la mia ardita
fiducia di divenire una gran santa.
Non ho alcun assegnamento sopra i meriti miei perché non ne ho, ma spero in Colui che è la virtù
e la stessa santità; e sarà Lui solo che, contentandosi dei miei deboli sforzi, mi solleverà fino a sé,
mi coprirà dei suoi meriti e mi farà santa.
Allora non pensavo che, per giungere alla santità, occorresse tanto soffrire».
244
Bilancio del secondo giorno.
Mi trovo abbastanza bene. Senza grandi scosse mi sembra di essere tenacemente disposto a
volermi metter bene a qualunque costo.
Sento il peso della mia miseria, la bizzarria della mia fantastica volontà, ma corro fra le braccia di
Gesù, mio Salvatore e Gli dico: «Solo in Voi spero».
Non farò mai più la sciocchezza di credermi qualche cosa. Dio, sempre Dio e soltanto Dio!
Stasera vado a letto, abbandonandomi perdutamente in Dio.
Terza giornata.
Alzata ore 4,45. Solita pigrizia non vinta. Che stupido! Farò mille volte la promessa di offrire al
Signore il sacrificio di un’alzata pronta e poi, nel momento, mi lascio vincere da cento ragioni che
mi portano via quel momento così prezioso e quell’ora così importante prima della Santa Messa.
Eppure, vi devo riuscire! Deve essere questa una delle cose che mi propongo, in maniera
inesorabile, in questi Esercizi e per la quale Iddio mi deve tanto aiutare.
La Morte.
L’oratore questa volta è stato delizioso. Ha trattato l’argomento in una forma tutta pratica, tutta
fatta per noi sacerdoti.
La sua parola è sempre elevata, signorile. Si vede che è uomo di gran mente e di grande
riflessione. Ne conservo gli appunti nel foglietto distribuito e me lo tengo ben caro.
La Penitenza.
È stato tutto un inno alla misericordia di Dio, ispirante la massima fiducia nel suo perdono e il
desiderio di amarlo tanto più quanto più si è peccato.
Cristo, Re d’Amore.
Mi è rimasto sempre più spiccatamente impresso il pensiero che io devo tutto il resto della mia
vita all’amore di Gesù. È questo il punto essenziale che deve venir fuori da questi Esercizi. Non
vi deve esser cosa che Dio mi domandi e che io non sia disposto a donargli.
Tutte le altre riflessioni sono inutili. È necessario, intanto, dato che ho ancora non più giovinezza,
ma virilità e forza, fare questo ritorno a Dio.
I vessilli.
Insiste l’oratore sugli stessi argomenti che ribadiscono un presso a poco lo stesso concetto. Il
Signore mi deve dare l’aiuto e tutto è compiuto.
Quest’oggi mi preparo a fare la santa confessione che è il centro di arrivo e il punto di partenza
dei santi Esercizi.
O Signore, Dio di bontà, assistetemi! È un’opera grandiosa a cui io pongo mano; com’è possibile
che io vi possa riuscire, se Voi non mi state al fianco e non mi date tutto?
245
Frullano intorno alla mia anima densissime nubi di terrore, di sfiducia, di quasi disperazione. Voi
dissipatele! Ho provato tante volte questi momenti e poi sono ritornato come prima. Questa volta,
Ve lo giuro, non confido affatto in me stesso. Ho anzi spavento della mia prodigiosa miseria.
Desolazioni e consolazioni.
L’argomento è stato trattato con somma finezza.
Nelle desolazioni ha suggerito, come rimedio, di rivolgersi al Signore ripetendo sempre la stessa
cosa: un gemito, una giaculatoria, un’invocazione, anche una parola sola, anche solo “Gesù!
Maria!”.
È il sistema della preghiera di Gesù nel Getsemani, il quale, per tre ore pregò, dice il Vangelo,
«eundem sermonem dicens»191. E la sua giaculatoria era questa:
«Pater si fieri potest transeat a me calix iste. Attamen non mea voluntas sed tua fiat»192.
San Filippo Neri suggeriva, nel tempo delle desolazioni, di prendere la corona in mano e passare i
grani, ad uno ad uno, ogni volta dicendo:
«Vi ringrazio, Signore Dio mio, perché non fate secondo il modo mio».
Mi sono confessato.
Quante angustie prima, altrettanta pace dopo. Il padre Petazzi, da cui sono andato, è stato così
buono, così facile, così sicuro con me. Se non mi fossi contenuto, avrei pianto forte, forte. Com’è
buono il Signore! Che gran peccato fargli torto!
In questi Esercizi ho sperimentato, in una maniera tutta singolare, la sua infinita tenerezza verso
di me.
Avevo tanta paura di non farli bene, come dovrei farli tutti gli anni. È un sacrificio che è molto
bene compensato.
Riforme da fare negli Esercizi.
Bisogna darsi al Signore senza esitare, senza tergiversare.
Non possiamo sapere se sia questa l’ultima volta che Dio passa vicino a noi.
«Timeo Dominum transeuntem»193.
Non possiamo sapere se, corrispondendo a questa grazia, sia questo il primo anello di altre grazie
più gloriose.
Un cristiano giapponese, che sapeva di essere destinato al martirio del fuoco, per prepararsi bene
volle far la prova di mettere solo un braccio nel fuoco. Visto che non poteva resistere, andò dal
padre tutto disperato a dirgli che egli certamente avrebbe rinunziato alla fede, perché non poteva
sopportare il martirio del fuoco, ma il padre gli rispose: «Tu ora non hai saputo sopportare, perché
non avevi la grazia di Dio; quando sarà il momento, Dio ti darà una grazia speciale e
sopporterai». E così fu.
Non dobbiamo quindi allarmarci per i sacrifici che dovranno venire, perché Iddio darà la forza a
seconda del bisogno.
Il padre Colnago194, mentre faceva orazione, ebbe l’idea, non si sa perché, che il Signore volesse
che, per umiltà, si fingesse pazzo. Respinse l’idea come una stranezza qualunque, ma poi gli
ritornò così insistente che, tanto per liberarsene, credette bene dirlo al suo superiore,
persuasissimo che gli avrebbe detto di respingerla e così non ci avrebbe pensato più. E invece, il
superiore prese la cosa in altro modo e gli disse che anche a lui sembrava che Dio volesse quella
cosa.
Ubbidientissimo com’era, padre Colnago accettò il consiglio e mise ad effetto la strana impresa
andando per il paese con un cappellaccio in testa, una carriola ecc. Ci possiamo figurare lo strazio
246
che dovette provare in cuor suo egli, che era stimatissimo dal paese, quando si sentiva dire:
«Povero padre Colnago, è diventato pazzo!».
I suoi concittadini andarono dal superiore a dirgli che bisognava ricoverare padre Colnago in un
manicomio, ma egli rispose che sperava fosse cosa passeggera. E difatti disse al padre Colnago:
«Ora basta! Non sei più matto». Ebbene, da quel giorno padre Colnago si fece santo ed ebbe da
Dio il dono dei miracoli.
Santa Teresa vide un giorno in spirito che i Calvinisti avevano assaltato una barca dove si
trovavano 40 missionari. Dopo avere intimato ad essi di rinunziare alla fede, li uccisero tutti e
volarono al cielo 40 belle anime, coronate della palma del martirio. Fra questi vi era un suo
parente, un certo padre Godoy. Il Signore le fece sapere che egli aveva avuto la grazia del
martirio, perchè un giorno, mentre era ancora studente, dovendo andare ad una gita, fu richiesto
da un vecchio padre di rimanersene a casa perchè gli servisse la Messa. Fu grande il suo
sacrificio, ma seppe dissimularlo e rimase a casa a servire la Messa a quel padre. Questo sacrificio
gli meritò la grazia del martirio.
Bilancio della giornata.
Per quanto sia cominciata un po’ scarsamente, pur tuttavia la confessione mi ha portato una gran
luce di pace e di gioia.
Se invece di oggi mi fossi confessato ieri, sarebbe stato tanto di guadagnato!
Non mi dimenticherò mai che il Signore è buono con chi Lo cerca, e voglio mantenere la
promessa di darmi a Lui con la più generosa buona volontà.
Venerdì – ultimo giorno.
Alzata pronta, fervorosa, ore 4,15. Come mi sento subito un altro, quando comincio bene la
giornata, alzandomi prontamente e presto!
Mi sembra di ritornare ai miei venti anni. Datemi, o Signore, un’eterna giovinezza di fervore e di
generosa attività, pronta, sovrabbondante, fresca.
Meditazione e Messa all’Ospizio.
Non troppo fervore, ma molta calma.
Comprendo che molto ancora avrò da lavorare per rimettermi del tutto. Ma io spero solo nel
Signore, nella Madonna, e nella mia Teresina del Bambin Gesù.
Il Curato d’Ars.
È stata una predica extra; non ci è stato dato il foglietto di riassunto.
Padre Petazzi ha parlato del Curato d’Ars come modello di sacerdote che ha fatto prodigi di bene,
perché aveva Dio con sé.
La sua grande fede, il suo grande amore a Gesù Cristo: ecco l’immenso tesoro che in lui teneva il
posto di tutto e lo faceva un essere affascinante che conquistava anime e cuori a Dio. Le sue
parole, le sue prediche erano delle più semplici; aveva una voce fioca, uno stile francese molto
ordinario, talora con qualche sgrammaticatura; emetteva certi gridi per nulla artisticamente
oratori, ma faceva tremare; faceva piangere; istillava l’odio, l’amore, la speranza, il dolore, la
247
gioia come il più magico degli oratori del mondo. Non era lui che parlava, era Dio che parlava in
lui.
Egli si riteneva meno di nulla, si disprezzava, si diceva ignorante, sciocco, originale; andava
vestito men che mediocremente; amava esser preso in burla dai suoi colleghi, eppure le folle gli
correvano dietro; gli scienziati, i personaggi illustri, le autorità civili e religiose facevano a gara di
inchinarsi davanti a lui per ricevere una parola, un consiglio, un’assoluzione, una firma, un motto
su qualche immagine.
La creatura era scomparsa nella sua grande umiltà e vi aveva preso il posto Dio stesso.
La sua vita era un miracolo vivente. Non mangiava che pochissimo e malamente; non dormiva
quasi affatto; confessava e lavorava tutto il giorno, eppure era pieno di un’energia che nessun
altro aveva. Sempre allegro, sempre pieno di spirito, amante di tutti, pronto a favorir tutti: uno
spettacolo di carità e di attività.
Fossimo anche noi della fede e dell’amore del Curato d’Ars, faremmo e diventeremmo come il
Curato d’Ars!
Piuttosto mi sembra che sia necessario venire ad una conclusione, ossia riassumere qual è la
decisione che io intendo prendere da questi santi Esercizi che sono stati per me un grande tratto di
misericordia del Signore.
Vorrei che essi costituissero davvero come una svolta nella storia della mia vita. Lo volesse Iddio!
248
Esercizi Spirituali 1933
17 – 21 settembre.
Sono entrato con l’animo un po’ pesante, quasi stordito: mortificazioni sensibili dell’amor proprio
a cui non ho voluto badare.
La mia salute non è più quella di una volta: comincio a sentirmi vecchio e a darmi le pose da
vecchio. Che orrore! Mi vengono in mente gli Esercizi degli anni giovanili e ne ho un vago
rimpianto. Ho il terrore di non saper più essere così docile, corrispondente, attivo negli Esercizi
come una volta, per cui cerco di risvegliarmi come per un senso di reazione giovanile dell’anima
contro il povero corpo, che invecchia suo malgrado, anzi a suo dispetto.
L’uomo (confessione).
Il predicatore ha trattato così bene della confessione del sacerdote!
Mi sembra abbia toccato i seguenti punti: preparazione; atto della confessione; frequenza della
confessione; confessione annuale o triennale; attenzione agli avvisi del confessore.
Preparazione:
mettersi alla presenza di Dio; fede nel grande sacramento della misericordia di Dio, nella
sua efficacia assoluta, immediata; invocazione di aiuto della Madonna, che ci copra col
suo manto, e degli Angeli Custodi, che ci coprano con le loro ali.
Confessione in atto:
retta intenzione nelle cinque cose occorrenti per ben confessarsi: esame, dolore,
pentimento, accusa, penitenza; umiltà che sia come la nota caratteristica della nostra
penitenza.
Negli Esercizi proporsi la confessione dagli ultimi Esercizi fatti, notando: se mantenuti i
propositi; se diventati migliori.
Impressioni della sera.
La prima giornata è passata quasi in fretta e furia. Mi sembra di non aver tempo a far nulla: né a
leggere né a far commenti.
La mia mente è quasi istupidita. Non mi sembra di essere assente dagli Esercizi, ma nemmeno di
esservi tanto presente.
Sono forse impassibile. Le prediche mi piacciono, ma non mi smuovono. Sembro di sasso. Dio,
non mi abbandonate! Ho il terrore di esser vecchio nell’anima.
Non lo voglio essere, no, proprio no! Sento in me la nostalgia della mia bella giovinezza sempre
triste sì, ma sempre ardita, sognante, temeraria. Oh, Dio, chi me la ritorna la mia giovinezza d’una
volta?
Sono anche un poco ammalato di corpo. Non vuol far bene: il freddo, il terribile freddo sembra
sia lì che mi attende. Deh, almeno che non sia fredda l’anima mia!
Signore, tenetemi sveglio, tenetemi caldo Voi!
Quante volte ho sognato di essere alla fine degli Esercizi e di averli passati freddamente,
svogliatamente, scioperatamente di non aver concluso nulla!
Ed allora nel sogno ho provato una grande amarezza, un gran rimorso, come se questo volesse
dire che, dunque, ero vicino a morire.
O Signore, salvatemi da questa disgrazia e datemi di fare gli Esercizi come li ho sempre fatti: cioè
sempre un po’ bene, mai buttati via!
249
Terza giornata.
Notte calma, riposante. Messa celebrata discretamente.
Ho risoluto di mettermi in perfetta unione con la Madonna. Oh, quanto La desidero vicino a me!
Venite, o Mamma: la mia compagnia è fredda, è apatica, alle volte forse, chi sa quanto disgustosa.
Ma Voi siete tanto buona, siete la mia mamma, desiderate tanto di essere la mia mamma, o
meglio, che io mi persuada che Voi lo siete e lo volete essere anche se non me lo merito.
Che gioia! State con me per tutti i giorni degli Esercizi! Siate nella mia cameretta tanto disadorna
e nascosta, ma tanto calma. Venite con me in cappella, nei corridoi, dappertutto!
Scuotetemi quando m’impigrisco, m’incanto, mi addormento.
Lo voglio proprio davvero, o mia buona Mamma! Ne ho tanto bisogno!
Conforto.
Dice sant’Ambrogio195: «Il sacerdote è una moneta d’oro, che porta l’impronta di Cristo. Per
quanto caduta nel fango, rimane sempre oro e non si cancella l’impronta preziosa che porta. Basta
che sia tolta dal fango, per riacquistare la lucentezza e il valore reale di prima».
La predica mi ha fatto grande impressione.
Fatemi conoscere, o Signore, il vero stato dell’anima, datemi i mezzi e la forza per sollevarmi a
quel grado di santità che Voi volete da me.
Ho 53 anni! Che orrore per me quest’oggi! Come ne sento il peso, la responsabilità!
Che cosa ho fatto per l’anima mia? Quanto tempo è che il Signore mi perseguita e mi fa capire
che mi vuole tutto per sé; ed invece, sono un distrattone, un indifferentone, un perso nelle cose di
quaggiù, un attaccato alla vita, un ambizioso, un pigraccio sregolato? Quanto tempo che perdo e
mi lamento che ho poco tempo e che il tempo passa troppo presto!
Fine della seconda giornata.
Sono quasi contento. Però a sera, data l’indisposizione di un sacerdote, il can.co Giulio Lolli di
Cervia, per il quale sono stato chiamato a prestare l’opera mia esperta (!) – che ridicolo a
compiacermene! – mi sono distratto, ho parlato, mi sono affaccendato, ho scherzato più di quello
che avrei dovuto. È stata una piccola corrente di dissipazione che, senza farmi un gran male,
nemmeno mi ha fatto un gran bene. Devo stare sempre attento, perché mi pare che il Signore mi
debba fare le solite grazie negli Esercizi a patto che Gli sia fedele, che non faccia il distratto, il
solito sciagurato, perchè so farlo troppo bene anch’io, quando mi ci metto. Dio, perdonatemi
sempre! Sono il vostro povero fanciullo, o per dirla proprio tutta, il vostro “povar burdèl” (povero
bambino) come mi diceva con tanta compassione e con tanto amore la mia povera mamma: «Oh,
quando non ci sarò più io, oh, povar burdel!». Eravate Voi, o Signore, che glielo facevate dire.
Non ditemelo, dunque, Voi in quel senso che lo diceva lei, ma in un altro: «Se non sono sempre io
con te (ditemi), o meglio, se tu ti distacchi da me, oh, che povero figliuolo che sei! Oh, povar
burdel!».
Istruzione.
Il Sacerdote ministro:
nell’Ufficio; nella Messa; nella confessione.
L’Ufficio è la preghiera ufficiale;
si deve dirlo: digne, attente, ac devote196.
250
Dire l’Ufficio «ante tempus est diligentia».
Dire l’Ufficio «in tempore est ubidientia».
Dire l’Ufficio «post tempus est negligentia»197.
Serve un’intenzione particolare ad ogni parte dell'Ufficio.
La Messa:
preparazione remota: essere in grazia di Dio.
Preparazione prossima: almeno 10 minuti (almeno 8) di raccoglimento e preghiera, salvo
rare eccezioni. Quando proprio non si può, almeno un attimo di raccoglimento, appoggiati
sugli apparati.
Tempo della Messa: meno di un quarto d’ora (mancanza grave); meno di venti minuti
(mancanza lieve); giusto: dai venti ai venticinque minuti oppure dai venticinque ai trenta
minuti.
«Ab amicto ad amictum»198.
Ringraziamento obbligatorio, dai dieci ai quindici minuti.
Confessione:
andarvi pronti senza farsi aspettare; trattare paternamente e cautamente.
Fine della terza giornata.
Giornata calma; qualche svarioncello (paroletta che si poteva a meno di dire); qualche pigrizia;
meno puntualità.
Mi vado preparando alla confessione, che per me è il centro, è l’anima degli Esercizi.
L’esame è stato fatto con diligenza. Il dolore lo desidero profondo, sincero, di detestazione della
mia miseria, e di compassione per il Signore che mi vuole così bene da attendermi sino a questo
decimo corso di Esercizi Spirituali:
1° − 1905
2° − 1908
3° − 1911
4° − 1913
5° − 1914
6° − 1919
7° − 1922
8° − 1925
9° − 1929
10° − 1933
E se fossero gli ultimi? Mio Dio, fatemi diventare santo prima che vengano gli ultimi, se no sono
rovinato! Quanto bisogno ho di farmi santo, come lo sospiro, come l’insegno agli altri e come non
ci riesco! Ho mantenuto le promesse del 1929?
Ma neppure per sogno! In questo frattempo il Signore mi ha visitato nel 1930 con la morte199 del
braccio destro delle mie opere e con la mia malattia200 che, cominciata nel 1931, perdura ancora,
per quanto sembri in via d’andarsene.
Se non mi faccio santo stavolta, mio Dio, quale rendiconto!
Quarta giornata.
Notte sempre buona. Alle ore 3,30 circa, pioggia dirotta con lampi e tuoni. Mandate a me, o
Signore, un buon temporale che purifichi l’aria dell’anima mia e poi riconducetemi un sole più
fulgido, un cielo più limpido e sereno.
Oggi sarà il giorno della mia confessione che voglio fare come se fosse l’ultima della mia vita ed
anche come l’ultima della mia conversione.
251
Conversione alla santità.
Oh, se fosse vero! Questa sarebbe l’impresa più grande e più gloriosa della mia vita! Il resto, che
cosa importa? Ho 53 anni e 30 di Sacerdozio. Potessi ancora dare a Dio altri 30 anni di vita santa,
onde riparare gli altri 30 passati così, così!
Signore, Voi che sapete tutto, venitemi incontro! Anche se non saranno 30 gli anni che ancora mi
restano, datemene almeno tanti coi quali possa ugualmente riparare il tempo perduto. Quanto siete
buono Voi, o Signore, e quanto io cattivo!
Vorrei avere, o Signore, le lacrime della Maddalena e di san Pietro, la risolutezza di san Paolo e
di sant’Agostino per pentirmi sinceramente davanti a Voi.
Ma se non ho le lacrime degli occhi, ho il pianto del cuore; se mi manca il dolore della sensibilità,
ho quello del desiderio, cioè della volontà.
Detesto, o Signore, la mia vita inutile e tante volte peggio che inutile.
Vorrei spezzare questo mio cuore che non Vi ha amato abbastanza, questa mia volontà che è così
pigra, questa mente mia che è così imbambolata!
Che sarei io ora, se Vi avessi amato fin dai miei primi anni come uno dei vostri santi più belli?
Quanto tempo ho perduto in cianfrusaglie! Quante grazie ho sciupato!
Voi mi avete guardato e trattato con simpatia fin dai primi anni. Mi avete assistito e salvato in
tanti pericoli come il vostro prediletto, il vostro favorito.
Sono davvero come un figliolo troppo amato, troppo accarezzato dalla mamma sua e che se ne
prevale per commettere, più franco e più ostinato, le sue mille stoltezze. Tanto, la mamma lo
perdona sempre! Basta un complimento o una mezza lacrima o un atteggiamento un po’ pentito o
un “mamma, non lo faccio più”, e la mamma è più cotta di prima, e rimane il bimbo più sventato
e più incapricciato di prima.
Mi avete avvezzato male, o Signore, mi avete fatto un piccolo enfant gaté201. Ma ora non più. Ve
lo giuro con tutta la serietà di cui può essere capace la leggera anima mia.
Perdonatemi ancora, prendetemi ancora, rifatemi nuove ancora la stola battesimale e quella
sacerdotale; datemi ancora l’anello d’oro, il pegno del nostro amore interminabile, eterno.
Sarò buono, o Signore, sarò il vostro diletto, il vostro servo, il vostro buon testone, il vostro
povero diavolo; no, piuttosto povero figliuolo, il monello di strada ravveduto, tornato a casa,
nascosto in un angolo che guarda, di nascosto, a lungo, la vostra infinita tenerezza calpestata dalla
mia infinita ignoranza e stupida cattiveria.
Ammettetemi, o Signore, alla tenerezza della vostra amicizia, al bacio del vostro amore e fatemi
sentire che avete dimenticato tutto nella gioia del mio ritorno!
Ma il mio ritorno ultimo, definitivo, assoluto!
Umiltà.
Tre gradi di umiltà:
non fare atti di superbia (umiltà negativa);
accettare con indifferenza disinvolta, tranquilla, paziente (umiltà positiva);
andare in ricerca di umiliazioni e compiacersene (umiltà di lusso, umiltà eroica).
L’umiltà è il fondamento di tutte le virtù.
La pace con Dio.
Scrivo questa pagina perchè mi sia di pace e di gioia perenne.
In questi giorni ho preparato la mia confessione generale in maniera scrupolosa. Ho fatto il mio
esame di coscienza, impiegando vari giorni e scrivendolo in un foglio di carta.
252
Ho messo in pratica quanto potevo per domandar perdono al Signore, ripetendo molte volte gli
atti di contrizione. Ho invocato la Madonna, perchè sia vicina a me come la mamma, la maestra al
suo piccolo che fa la confessione della Cresima o della prima Comunione.
Mi sono umiliato davanti al confessore come Maria Maddalena davanti ai piedi di Gesù.
Ho avuto l’assicurazione del Padre missionario, tanto bravo, tanto buono, tanto santo, che la mia
confessione è ottima sotto ogni rapporto e che Dio certamente mi ha perdonato.
Ho promesso con tutto il cuore di cambiar vita del tutto, non solo per metà: di amar Dio non come
un lontano conoscente o superiore, ma come il mio babbo buono e dolce; di amarlo come il mio
tesoro, come il mio tutto e, non solo per questi giorni belli, ma per sempre sino alla morte, usque
dum vivam et ultra.202
Sento nel cuore la pace, la gioia, la festa del perdono di Dio, come quella del figliuol prodigo.
Dunque? Dunque la pace è fatta; il nuovo battesimo è ricevuto; la nuova vita col Signore
comincia oggi come se fossi nato oggi.
21 settembre 1933 (anno trentesimo del mio Sacerdozio).
Un po’ tardi, vero? Meglio tardi che mai.
Dunque, non solo mai più vita stupida, dissipata, insulsa, ma nemmeno più vita timorosa di non
essere in pace con Dio. La mia vita nuova col Signore comincia oggi e non devo farmi venire mai
più malinconie di sorta sul mio passato. Nel caso, verrò a leggere queste pagine, mi persuaderò e
mi consolerò.
Piuttosto pensiamo per l’avvenire, per il quale spero che Dio mi aiuti.
Propositi.
Prima di tutto risolvo di farne pochi e facili, altrimenti mi succede che hanno vita corta come
quelli degli altri anni.
Certo mi vorrà un po’ di risolutezza, di coraggio, di volontà estrema. Non bisogna che perda il
filo dei santi Esercizi. Se no, è fatta!
Raccolgo i miei propositi in questa parola “fuoco” perché mi ricordi che devono essere di fuoco:
un fuoco ardente, illuminante, bruciante sempre. E cioè:
F − ortezza costanza inesorabile a mantenere ciò che prometto, a rialzarmi quando manco.
U − miltà vera, profonda, generale, costante, spietata nei tre gradi, come l’abbiamo meditata.
O − rdine cioè puntualità, esattezza. Disporrò anche l’ordine esterno per aver l’ordine interno.
«Serva ordinem et ordo servabit te»203.
Mi farò sempre un programma: non voglio più vivere così a fantasia.
C − arità. Quella carità, che deve essere la scintilla la quale deve sempre tenere acceso il fuoco
dei miei propositi. Carità a Dio: amore fino a farlo diventare ardente, fremente, generoso,
bruciante, eroico; amore alla Madonna da non arrestarsi mai, ma da aumentare tutti i giorni.
Amore verso il prossimo: amore sodo, sincero, spirituale, vivo, bello internamente ed anche
esternamente quale può averlo un cristiano, quale può averlo un sacerdote che vuole dovunque e
con tutti far vivere Cristo stesso, far sentire Cristo stesso: «Sacerdos alter Christus»204.
O − blio di me, di tutto me, di tutte le mie cose, di tutti i miei interessi materiali e spirituali in un
dolcissimo perfetto abbandono in Dio. La Madonna sarà quella che mi aiuterà a raggiungere il
grado più avanzato in questo oblio. Intanto Lei sarà la mia buona mamma, che terrà tutti i miei
conti, che prenderà tutto il mio bene e, dico ancora, tutto il mio male. Il mio bene per scriverlo al
mio attivo e offrirlo al babbo, Dio; il male per bruciarlo, distruggerlo, buttarlo via.
Non va bene così? Io direi di far punto e basta.
253
Fine della quarta giornata.
Giornata come sempre deliziosa, da segnarsi a caratteri d’oro. Una delle giornate più belle della
mia vita. Mi sembra di incominciar da capo, di ritornar fanciullo.
È proprio vero: le gioie dello spirito non hanno un confronto con qualunque ebbrezza terrena.
Questa è tumulto, quella è pace e serenità; questa è pochissimo miele misto a noia e stanchezza, a
dolore, a rimorso; quella invece è solo dolcezza, è vita, sogno di primavera, fascino di giovinezza,
incanto di anni passati, i begli anni d’infanzia.
Non avessero altro compenso che questo, gli Esercizi sono un grande tesoro.
Vale la pena di accettare e sopportare quell’ombra di noia e di tristezza che si prova quasi sempre,
o molto o poco, prima di incominciarli.
Dico non avessero altro frutto che questo momentaneo ristoro, che questa bella giornata di sole. A
proposito: proprio oggi la giornata è stata brutta, piovosa.
Ma che brutto, ma che piovoso! Vi era tanto sole nell’anima che riverberava anche sul cielo
annuvolato, sull’aria umida di triste pioggia. Ed allora tutto assumeva la luminosità di questo
riverbero divino e sembrava quasi bello.
Se si conoscessero queste gioie misteriose, si spopolerebbero i teatri, i cinematografi, le sale da
ballo e si accorrerebbe qua a gustare le gioie di questo sport spirituale, ben più bello e gustoso di
qualunque sport di altro genere.
Quinta e ultima giornata.
Notte piovosa. Mattino altrettanto. Ma è sereno nell’anima mia e basta. Messa celebrata benino.
Propositi.
Alzata: puntuale, vivace, vestito in fretta.
Ordinariamente voglio impiegar mezz’ora tra il vestirmi, l’Uffizio e la preparazione alla Messa,
così divisa: minuti 10, vestito; minuti 10, Uffizio; minuti dieci, preparazione alla Messa.
Meditazione e Messa all’Ospizio.
La Madonna: voglio star sempre con Lei. Mi servirò di tutto per rievocarne il pensiero e
tenermelo presente. A Lei e per Lei voglio dar tutto, perchè Lei faccia quello che crede.
Ogni giorno procurerò di fare: Uffizio, meditazione, Messa.
Tre ore di orazione: visita, Rosario, lettura, esame, varie.
Due ore di studio: Morale, Apologia, Diritto, Sinodo, predicazione.
Sette ore di lavoro: Ospizio; cioè tre ore, refezione e passeggio; due ore, libere; sette ore, riposo.
Domeniche, feste e vacanza cioè senza programma.
Se mi riesce, voglio scappare da Gesù in chiesa sette volte al giorno.
Ogni settimana: la confessione almeno una volta.
Ogni mese: il ritiro fatto sul serio.
Ogni anno: gli Esercizi.
Ultima Meditazione.
Ragioni di conforto e di speranza alla fine degli Esercizi.
Il predicatore ha esordito significando la gioia che proveremo tutti noi, che abbiamo fatto bene gli
Esercizi e, a conclusione di conforto e di speranza, ci fa meditare sulle due apparizioni di Cristo:
quella nel cenacolo205 e quella alla riva del lago di Tiberiade206.
Cristo si presenta agli Apostoli e dice loro: «Non temete, la pace sia con voi!».
Gli apostoli si riempiono di gioia come voi perché Cristo non è dunque morto, ma è risorto. Voi,
poveri preti, «gaudete et esultate»207 perché avete ancora la gioia di Cristo presente in voi. Gesù è,
254
dunque, onnipotente perché comanda sulla morte e, com’è risuscitato Lui, così risusciterà
chiunque è con Lui. E voi siete con Lui e la potenza di Cristo sarà sempre con voi.
Gesù è con noi per darci la ricompensa: il paradiso.
Il paradiso bisogna: crederlo, sperarlo, volerlo.
Lo crediamo sì, perché abbiamo la fede. Ma in questo caso crederlo vuol dire: pensarlo sempre,
sentirlo sempre, vederlo sempre.
Se davvero fossimo in questa condizione, niente ci farebbe paura a questo mondo.
Sperarlo perché Dio non l’ha fatto solo per gli angeli, ma anche per tutti gli uomini e, fra questi,
voi, poveri preti, che avete lasciato le gioie del mondo e vi rompete la testa per il regno di Cristo.
Desiderarlo, volerlo, aspirarlo sempre.
Un cardinale, tutto sossopra, andò un giorno da san Filippo Neri, che si sapeva un santo, per avere
un consiglio e confortarsi nei suoi enormi travagli. Mentre il cardinale raccontava la sua lunga
storia dolorosa, san Filippo non faceva che passarsi nelle mani il suo berretto, proprio come
faceva Renzo del Manzoni davanti all’avvocato Azzecca−garbugli. Quando il cardinale ebbe
finito, san Filippo continuava nella sua manovra un po’ ridicola. Al che il cardinale soggiunse:
«Come, non mi risponde nulla?». Ed allora san Filippo, con uno dei suoi scatti originali, alzò il
berretto e, quasi folle, incominciò a gridare: «Paradiso! Paradiso! Paradiso!». Il cardinale, tutto
mortificato, cominciò a pensare: «Ma, questo è matto!». E senz’altro si alzò disilluso e si ritirò nei
suoi appartamenti. Ma poi, ripensando con calma alla scena di san Filippo, incominciò a capire e
disse: «Ma sicuro! Se tra poco mi aspetta il paradiso, che cosa contano tutte le storie, anche le più
dolorose, di quaggiù?». E così pensando e ripensando, comprese la lezione e si pacificò in modo
da non soffrire mai più le angustie di prima. San Filippo aveva proprio ragione! Facciamo così
anche noi!
Quando abbiamo dei dispiaceri, quando abbiamo dei debiti, facciamo come san Filippo: giriamo
il berretto e poi diciamo gridando: «Paradiso! Paradiso!».
255
Esercizi Spirituali 1936 208
Orario.
6,30
7
9,30
9,45
10,30
11,45
12
13,15
14,45
15
16
17,30
18,45
20
21
21,15
Levata
Messa – colazione – tempo libero
Lettura
Ore – tempo libero
Meditazione – tempo libero
Esame
Pranzo – passeggio
Ritiro in camera
Levata
Vespro – lettura – ritiro
Riforma – tempo libero
Mattutino e Laudi – passeggio
Visita – meditazione
Cena – passeggio
Esame e preghiera in cappella
Riposo.
4 Settembre.
Dopo esser stato in gita nella villa dell’ing. Baldini a Ponte Celle209 coi miei ricoverati, sono
venuto in Esercizi.
Introduzione.
Scopo degli Esercizi: conoscere più Dio, conoscere più se stessi.
Mi ha colpito questo e mi fermo di preferenza: conoscere più Dio; sentire più Dio; gioire più di
Dio che mi vuole un unico gran bene di: paternità, maternità, fraternità, amicizia, predilezione,
generosità.
Un bene, che sempre incoraggia, perdona, solleva, rileva in me i più piccoli meriti per esaltarli a
mio profitto; scusa, copre, guarisce pietoso i miei difetti proprio come una mamma che vive, si
esalta dei valori del suo figliuolo e lo fa bello, buono, bravo a qualunque costo.
Conoscere me: un miserabile fallito, una nullità solenne, un ammalato cronico, un deficiente
intellettuale, materiale e morale, un mezzo scemo. Potrei dire: uno stupido, un imbecille qualsiasi,
che nemmeno sa di esserlo e posa a grande.
Dio mio, che estrema vergogna!
Dovrei nascondermi sempre e invece ho la stupida velleità di mettermi in mostra; dovrei accettare
come giusto, giustissimo un infimo posto ed invece me ne impermalisco a sangue.
Chi sa come sarò antipatico a Dio e come Egli penerà a sopportarmi e a coprirmi!
Signore, fate che io esca da questi Esercizi penetrato di queste due verità:
Voi buono – io cattivo;
Voi generoso – io miserabile;
Voi tesoro unico – io disastro fallimentare.
Mezzi per far bene gli Esercizi: buona volontà, silenzio, preghiera.
256
Cose semplici, dette alla buona da un Cappuccino, un meridionale brizzolato ma svelto: deve
essere sulla cinquantina un po’ passata. E se fossero i miei ultimi Esercizi?
Ecco il pensiero con cui sono andato a letto questa prima sera e che mi ha determinato a volerli
far bene.
«Maria Santissima, dolce madre mia, mi abbandono alla tua materna custodia, ecc.», ecco la mia
preghiera210 caratteristica degli Esercizi 1936!
Anno 1936: ancora ammalato dal 1931 in poi; freddo che mi perseguita ancora durante l’estate:
altro incomodo perdurante dal 1931.
Fine prima giornata.
I tre pensieri che mi seguivano:
possono essere gli ultimi Esercizi; conoscere più Dio buono; conoscer più me cattivo.
Si è letto in Chiesa un opuscolo sull’amore del Sacro Cuore di Gesù, che mi ha fatto proprio bene.
Ha cantato sul tono che mi piace tanto: Dio Amore.
E Lo ha proprio descritto come piace a me: Dio, sempre amore, perchè ama sempre, sempre
perdona, sempre rimedia, sempre solleva, sempre vuole attrarre a Sé.
Che cosa vado a cercare dalle creature, che sono misere?
Bilancio della terza giornata.
Il predicatore è come un buon svegliarino; si respira un’aria che parla di anima, di cielo, di Dio.
Sto per prepararmi alla mia confessione – ed è sempre un travaglio – ma è la cosa più importante
dei miei Esercizi. Lo capisco, lo sento: se gli Esercizi non sboccano in una bella confessione
generale, rimangono Esercizi vuoti: quegli Esercizi di cui ho sognato tante volte e che mi hanno
lasciato tanto terrore.
Ubbidienza.
Bisogna ubbidire per Iddio, pensando a Dio, non alle creature. Soltanto per questo la nostra
ubbidienza è bella, è virtuosa, è santa.
Bisogna fare come quando si bacia un crocifisso. Forse che lo baciamo volentieri perché è d’oro o
d’argento e malvolentieri quando è di altro metallo meno prezioso?
Lo baciamo con affetto, perché è l’immagine di Cristo e non per altro.
Altrettanto dobbiamo fare per l’ubbidienza.
Mi sono confessato dal padre Cherubino211, Guardiano dei Cappuccini. La preparazione è stata
più che discreta; l’esame più che diligente, scritto; l’accusa più che candida; il pentimento e il
proposito tanto di cuore.
Una di quelle confessioni che chiudono a tutt’oggi il periodo passato; confessione che mi ha
lasciato una grande pace e serenità, anzi gioia; confessione di cui mi ricorderò sempre volentieri,
specialmente in punto di morte.
Mi sembra di esser ringiovanito oggi; il sole è più bello, gli Esercizi più belli, le persone più care,
tutto risplende di paradiso.
Come è provvidenziale che si facciano gli Esercizi; che si riprenda un po’ l’anima propria, la si
sollevi da un fondo di nebbia triste, d’incertezza pericolosa, di dubbi sconfortanti e la s’innalzi al
cielo, all’aria, al sole, alla gioia!
Sono momenti che assomigliano un po’ ad altri momenti belli della nostra vita: la prima
Comunione, la prima Messa, gli altri santi Esercizi fatti nel passato.
Come Vi ringrazio, o Signore, e come Vi prometto di voler ricominciare proprio per bene da
capo!
257
Il Padre mi ha detto due parole che mi sono rimaste impresse, come raggi deliziosi nell’anima:
«Lei sia l’angelo della sua Casa!».
Quanto è buono Dio quando, prostrandoci davanti a Lui, confusi e disfatti delle nostre iniquità,
invece di condannarci, di terrorizzarci, di buttarci via come degli stracci ributtanti, ci dice, invece,
come se già lo fossimo: «Sii l’angelo della tua Casa!»212.
Lo voglio esser davvero! Mi piace tanto, mi conforta tanto, mi anima tanto questo pensiero di
poterlo essere da ora in avanti, molto più e meglio che non lo sia stato finora.
Voglio buttar via tutto ciò che mi può tagliare le ali; voglio buttarmi in alto e portar tutte, in
paradiso, quelle anime che Dio mi ha affidato: nessuna eccettuata!
Voglio farlo il mio motto d’ordine: credo che mi farà bene per il tempo, per il modo con cui mi è
stato detto che mi ha veramente colpito, commosso come se lo avessi sentito dalle labbra buone,
dolci, soavi dello stesso Gesù.
«Lei sia l’angelo della sua Casa!» me lo scriverò per averlo sempre davanti, per sentirmelo
sempre ripetere nella dolcissima melodia con cui l’ho sentito stamattina.
È stato il regalo della mia bella confessione.
Quanto sei buono, o Gesù, e quanto vorrei vivere cento anni per poterti ripetere la mia infinita
riconoscenza con le parole e coi fatti!
Bilancio della quinta giornata.
Mi pare di avere corrisposto al primo quesito di quando sono venuto negli Esercizi.
Se fossero gli ultimi?
Ho provveduto a regolare molto bene le partite dell’anima come se fossi in punto di morte?
Ora al secondo: conoscenza di Dio; e al terzo: conoscenza di me stesso.
Questi punti, più che costituire una cosa da ottenere negli Esercizi, devono concludersi in un
proposito di volerci impegnare tutta la vita per potervi riuscire.
Conoscenza di Dio come buono: conoscenza, cioè persuasione intima, profonda, costante,
inalterabile che Dio è buono, cioè mi vuole un gran bene, un bene come nessuno al mondo me ne
vuole così. E sì che non manca al mondo chi mi vuol bene in una maniera tenerissima! Non vi
posso pensare senza sentirne una grande commozione di mille sentimenti, che mi fanno tanto
pensare e soffrire.
Conoscenza di me come miserabile, povero, ammalato, impotente: un perfetto nulla.
Non basta tirar fuori le parole più significative, se poi non toccano la convinzione mia, il mio
sentire.
Bisogna che io preghi Dio di concedermi sempre questa doppia conoscenza, mista di convinzione
sentita verso di Lui e riguardo a me.
Venerdì, ultimo giorno.
Ho la smania, come sempre, di finire.
Per quanto belli e cari questi Esercizi, pure sento in me (oh, questo sì che lo sento) la smania di
correre pazzamente nel campo libero e vario della vita.
E dire che qui ho la pace e là avrò tanta guerra.
Alzata diligente, ore 5. Messa un po’ meglio di ieri. Sono scappato via dall’Ospizio dove è un
mondo di affari, vicende, interessi213 ecc. Figurarsi! Sono in corso, da 15 giorni circa, lavori di
abbattimento dei vecchi locali per l’assestamento dei nuovi. Credo che il Signore mi compatirà, se
mi sento la febbre nel sangue, però ho promesso al Signore di arrivare alla fine degli Esercizi da
galantuomo. Quindi, via i pensieri, via le preoccupazioni all’infuori di quelle che ora stanno al di
sopra di tutto: più conoscenza di Dio e del mio miserabile io.
258
La Carità.
Il predicatore ha detto tante belle cose che mi hanno fatto bene. Ho tanto bisogno di studiare la
carità; voglio cercarla come la mia miniera d’oro.
Oggi è l’ultimo giorno. Non voglio uscire dagli Esercizi senza essermi fatto un programma. Certo
non faccio promesse, perché so di non mantenerle.
Oh, le belle promesse di tutti i miei Esercizi passati! Quante ne ho mantenute?
Dopo il primo giorno erano già fiori che chinavano la fronte per iniziata mancanza di vita.
L’unico proposito, che voglio fare, è quello di non più credermi, o meglio, di credermi incapace a
nulla, se Dio non mi fa tutto.E allora? È molto comodo conchiudere in tal maniera.
Non dico di non far nulla, ma di prendere la via di non confidare affatto e per nulla in me, ma solo
e sempre in Dio.
Per questo voglio buttarmi nelle braccia della Madonna perché faccia Lei.
Quando dico la preghiera “Maria Santissima, dolce Madre mia, ecc.”, intendo ripetere questo
patto speciale degli Esercizi.
Che la Madonna mi conduca alla confidenza in Dio, e diffidenza in me, cioè:
me lo tenga a mente; m’ispiri quello che devo fare per ottenerlo; me l’ottenga dal Signore.
Maria Santissima.
Il padre ha parlato anche della Madonna nella predica di questa mattina, ha detto tante belle cose.
Io ho fatto il proposito di volermi meritare il dono di saper parlare della Madonna in modo da
destare negli altri la devozione a Lei, cercando:
di volerle un gran bene;
di studiare, leggere molti autori per ricavare qualche cosa che aumenti in me questo bene;
di preparare qualche predica, proprio speciale, per la Madonna.
Io pure, quando devo parlare della Madonna, mi sento una grande tristezza, perché non so dire,
non so fare. Mi faccio stizza da me stesso.
E vorrei e dovrei dire tanto bene, perché vi è un mondo di cose belle e care da dire intorno alla
Madonna.
Maria Santissima, fate che non siano soltanto pie aspirazioni di Esercizi che poi si dimenticano e
dormono sepolte nell’oblio!
Tornando ai miei punti degli Esercizi, non voglio lasciarmi scappare questi ultimi momenti come
ho fatto tante volte in altri Esercizi, senza venire ad una conclusione pratica.
Ho detto: «Prima cosa, mettere sotto l’interessamento della Madonna i miei due punti».
Poi per mostrare la mia buona volontà al Signore e alla Madonna, voglio fare un tentativo di
programma, per quanto abbia una preventiva probabilità che poco lo manterrò.
Per conoscere sempre più Dio, voglio dargli spesso:
il mio pensiero, la mia invocazione, il mio ringraziamento, la mia riparazione, il mio abbandono.
Voglio pensarlo sempre come l’Essere che è:
la Bontà mia, la Bellezza mia, l’Amore mio, la Gioia mia, la Vita mia, valendomi e guardandolo
in tutta la bontà, la bellezza, gli amori, le gioie e la vita di quaggiù.
Voglio invocarlo con le più belle espressioni, preghiere, giaculatorie di cui voglio farmene una
raccolta.
Voglio ringraziarlo di tutto ciò che è per me.
Voglio ripararlo di averlo tante volte contristato con la mia cattiveria, la bruttezza, la freddezza, la
tristezza, la morte mia.
Voglio abbandonarmi: totalmente, perdutamente, sempre.
L’abbandono in Dio non mi sarà difficile, quando sarò normale e nelle vicende serene.
Mi sembra impossibile, invece, quando sarò triste e mi sovrastano vicende paurose.
259
La tristezza, il timore.
Ecco le mie tentazioni più forti contro l’abbandono in Dio! Per vincere la tristezza voglio posarmi
sul cuore di Gesù come san Giovanni, e così obliare e guarire.
Contro il timore, pur tremando nell’anima e sanguinando nel cuore, dirò: «Sarà quello che il mio
Amore vuole».
D’ora in avanti i nomi che darò a Dio saranno: Bellezza, Amore, Bontà, Gioia, Vita, Ricchezza,
Tesoro, Babbo Santo, Tenerezza infinita, Mamma divina ecc.
E il secondo punto? Conoscenza di me stesso? So chi sono, ma non lo penso.
Io sfuggo a me stesso e vengo sempre a galla come una palla di sughero.
È necessario in un primo momento:
che preghi, perché Dio mi doni l’umiltà; che bruci inesorabile, con una volontà di fuoco,
qualunque tentativo di superbia che avverto nel mio pensiero, nelle mie parole, nel mio fare, nelle
mie commozioni (precisamente, anche le mie commozioni sono fatte della più vergognosa e
stupida miseria); che faccia qualche atto di umiltà specialmente prendendomela a morte con la
mia signora timidezza che è anch’essa in gran parte un’ingloriosa figlia della mia superbia.
Ho fatto abbastanza? Siete contento, o Signore?
Faccio ancora il proposito di farmene punto di esame di coscienza alla sera.
E poi basta, se no perdo tutto come ho fatto altre volte che, per troppo promettere, ho mantenuto
nulla.
Riassumo ancora le cose che mi hanno fatto bene in questi Esercizi:
ricordati che possono essere gli ultimi; tieni a mente di non ridurti all’ultimo giorno degli Esercizi
senza aver fatto nulla, con la minaccia sinistra, col rimorso angoscioso che Dio ti ha mostrato più
volte nel sogno; conoscere Dio per quel buono che è; conoscere te per quel miserabile che sei;
«Lei sia l’angelo della sua Casa!».
260
Esercizi Spirituali 1938
4 Settembre.
Sera piovosa. Pochi sacerdoti. Calma, tranquillità in abbondanza, animo sereno, nessun pensiero o
sentimento disgustoso. Accetto, volonteroso e rassegnato, la camera e il posto affidatomi.
Dopo cena mi trattengo a parlare famigliarmente con don Ferruccio Fuschini, parroco di
Consandolo.
Alle 9,15 arrivano i sacerdoti del ferrarese. Diventiamo circa una ventina.
Si va in Chiesa e si comincia. Oratore: il can.co Canestri di Forlì, molto romagnolo, ma molto
riflessivo e profondo. Mi sembra di ascoltare il povero rettore mio, il can.co Ferdinando Savini.
Parla adagio con molte pause lunghe ed eloquenti. Mi piace.
6 settembre.
Non so pensare, senza commuovermi, alle infinite astuzie, sapienti, amorose che non ha usato il
Signore per chiamare al sacerdozio me, figlio di poveri genitori, sepolto in mezzo al fango della
strada, infangato io stesso fin sopra agli occhi, restio allo sforzo e al sacrificio.
Prima: la morte della mia sorella fece venire in casa nostra, come affittuaria, quella pia donna214 a
cui presi affezione (a 6 anni), che mi condusse nelle chiese che non avevo mai visto; che parlava
con entusiasmo delle funzioni religiose e dei sacerdoti; che mi fece far conoscenza con due
sacerdoti miei parenti; che mi istillò la smania inconsapevole di portare le vesti da sacerdote, di
fare io pure (chi sa in che modo) funzioni religiose in casa e che mi accese il sogno di entrare in
Seminario.
Mio padre encomiava esageratamente il mio ingegno, mentre io avevo in orrore lo studio.
Nonostante la cura di farmi studiare con maestri a ripetizione, nonostante i rimproveri, i castighi,
le raccomandazioni, le preghiere, nonostante i regali, i doni perché studiassi e fossi buono se
volevo farmi sacerdote, la mia inqualificabile testardaggine mi spingeva invece a fare sempre
peggio. In Seminario: mio Dio, quale poema infinito di amore non hai attuato per attrarmi, per
soggiogarmi, per vincermi! Infine hai vinto, ma non prima di aver tentato tutto il tentabile.
Nel Sacerdozio: lo sai Tu, o Signore, quanto mi hai compatito, perdonato, riparato, dandomi poi
incarichi di estrema delicatezza e fiducia. Sono davvero un miserabile se non corrispondo
finalmente!
Voglio celebrare proprio bene la mia Messa, seguendola nel significato delle parole che
pronunzierò esattamente. La Messa, bene celebrata, è una predica. Non lo voglio dimenticare.
Oggi sono stato a confessarmi. L’ho fatto con la maggiore (o almeno discreta) diligenza possibile.
Il padre Cappuccino215 mi ha detto poche parole. Sono rimasto contento ugualmente.
Ringrazio il Signore di avermi portato in soavità e tranquillità nella via della pace. Ho fatto la
confessione generale dagli ultimi Esercizi del 1936 ad oggi.
Ho fatto tante promesse al Signore di volermi rimettere sulla via del fervore. Io spero tutto e solo
in Lui e niente in me. Se Lui vuole mi può condurre in alto prendendomi di peso sulle sue braccia.
Se lascia fare a me io farò come sempre: zero, virgola zero, porta zero.
La Resurrezione.
Questa sera avevo tanto bisogno di una parola dolce e forte perché il mio spirito aveva tanta sete
di meditare sulla bontà, sulla misericordia del Signore.
261
Vi è stato un piccolo accenno nella finezza che Cristo usa con Pietro dopo la risurrezione,
nonostante il suo vile rinnegamento.
Cristo nemmeno glielo accenna dopo che ha visto che tanto amaramente aveva pianto il suo fallo.
Dopo il nostro pentimento pare che il Signore ci preghi di tornare come prima, di credere al suo
grande amore che è non solo come prima, ma assai di più.
Quale mistero d’infinita bontà! Come non amare un Signore così buono? Che peccato che ci si
debba ostinare ad essere noi così cattivi, indifferenti, sgarbati mentre Lui è così buono, fine e
delicato nel suo grande amore!
Signore, dammi la grazia che io me ne ricordi sempre!
Maria Santissima, ripetimi sempre questo grande mistero dell’amore di Dio che combatte, senza
stancarsi mai, l’infinita miseria e debolezza e cattiveria mia.
Venerdì.
Notte bella, alzata 4,30. Avrei potuto essere più raccolto. Messa discreta. Preoccupazioni
materiali un po’ troppo. Sono sempre un materialaccio, perché non mi voglio buttare arditamente
nella Provvidenza di Dio.
Ma sì che lo voglio! Potrei però certe volte preferire il più bello nel mio dovere piuttosto che
scegliere il “forse”: non vi è un gran male a fare diversamente. Ciò poi mi lascia una punta di
scontento nell’anima.
Mio Dio, riparerò un’altra volta! Perdonatemi intanto e non mi punite nella vostra estrema bontà!
Ascensione.
Propositi? Voi lo sapete, o Signore, che i miei propositi non sono altro che un pio desiderio
circondato tutt’intorno da un mare di debolezze.
I miei punti scarsi sono: poco pensiero di Dio, poco corretto col prossimo, grande disordine,
prodotti da fiacchezza di volontà.
Per conseguenza, tolte le orazioni del mattino, il pensiero di Dio mi ricorre raramente.
Col prossimo: o troppo duro o vanesio.
Comincio la giornata con un atto di pigrizia, perdo tanto tempo in ozio, trascuro lo studio e
finisco senza nemmeno fare un po’ di esame.
Dunque, dovrei proporre di guadagnarmi la penitenza di un’alzata pronta, svelta, risoluta come la
suggerisco agli altri.
La S. Messa bisogna inghirlandarla con un po’ di preparazione. Voglio farmi un formulario di
preghiere che, come un minimum, voglio recitar sempre: quando non dico Mattutino e Laudi; nel
pomeriggio, la mia alzata deve essere un’ora prima delle preghiere all’Ospizio. Diversamente non
gliela faccio; e poi sto male.
Il ringraziamento dopo la Messa deve essere di prescrizione. Questo ordinariamente lo faccio.
Perché non ordinare il mio lavoro? Un po’ di studio via, ci potrebbe scappare!
Per esempio, in due ore, minimum: mezz’ora di Morale, mezz’ora di Apostolica, un’ora varie:
Codice, giornale, Sinodo ecc.
La mia chiesina216 dev’essere il luogo del mio frequente ritrovo per riprendere il filo dei miei
propositi.
Non si va a letto al pomeriggio senza almeno: tre Ave Maria e il Maria Santissima, dolce Madre
mia; così quando mi alzo.
Vespro e Compieta, poi lettura e lavoro.
Non si va all’Ospizio e non si esce senza far atto di presenza di amore e di ossequio al Padrone
dell’Ospizio: Gesù in Sacramento che sta in casa dell’Ospizio.
262
Dopo il Rosario e la Benedizione, perché non fermarti un po’? Starebbe così bene! Lo fanno tutti!
Un quarticello d’ora o meglio mezz’ora. Sarebbe la tua mezz’ora. La fanno tutti! E tu,
vergognoso, che sei il capo, quando fai la tua mezz’ora?
Fa’ un po’ di passeggio per questo tuo povero corpo che incomincia a marcire, se non lo muovi
un po’!
Cena. Non si va a letto senza aver fatto l’esame di coscienza sopra: alzata; Messa: preparazione,
celebrazione, ringraziamento; dolcezza; sensibilità; tristezza (quando ti lasci prendere dalla
tristezza diventi una bestia. Non fai più nulla di buono, perdi il fervore, l’amore, l’abbandono in
Dio. Distraiti e sta’ allegro e «Iacta super Dominum curam tuam. Ipse te enutriet. Non dabit in
aeternum fluctuationem justa»217, «Beatus vir qui intelligit super egenum et pauperem. In die
mala liberabit eum Dominus»218); pensiero di Dio; la Madonna; lo studio; quante visite a Gesù;
mezz’ora.
Ci vuol tanto a esaminarsi su questi punti? Non è ancor venuta l’ora di deciderti a fare un po’
bene ed hai 58 anni suonati?
Signore, Tu vedi il mio cuore; sai che vorrei mantenere; sai anche se mancherò. Deh, fa’ che non
manchi, o almeno che mi riprenda subito.
«O Maria, dolce madre mia, tutte le mie angustie e miserie metto nelle tue mani perché per la tua
intercessione e i tuoi meriti tutte le mie opere s’indirizzino e si conformino nella santa volontà di
Dio».
Alla fine della giornata voglio darmi un voto per ogni punto. Sono 10.
10 x 10 = 100. Arriverò mai a 100?
Quello sarà il mio giorno bello, luminoso, santo. Fa’, o Madonna mia, che ce ne siano tanti che
coprano tanti giorni tenebrosi.
263
Esercizi Spirituali 1940
Domenica sera 8 Settembre.
Ritorno da Coccolia alle ore 20,30.
Sono stato in quella parrocchia per suonare l’organo e accompagnare il canto delle bambine
dell’Istituto “Buon Pastore”.
Essendo ritornato ad ora tarda, ho creduto bene cenare in fretta a casa219. Poi mi sono recato in
Seminario a preparare la mia camera.
Poi circa le 21,30 in cappella per la predica d’introduzione.
Predicatore, mons. Utili di Forlì, romagnolo puro sangue; ha esordito con le parole di san Paolo
che invoca pace e misericordia e grazia di Dio ai suoi cristiani. Questo corso di Esercizi mi
sembra velato dalla melanconia dei miei 60 anni.
Sento che pesano più che sulle spalle, sulla memoria, sull’intelligenza, sugli occhi, sul respiro. Ho
l’impressione di essere non molto lontano dalla mia fine.
E se fossero gli ultimi Esercizi? Come vorrei averli fatti?
O Signore, non ho che un rifugio, una speranza: quella di rivolgermi a Voi.
Voi siete buono: perdonatemi! Siete forte e pieno di vita: datemi forza e vita; siete la gioia: fatemi
vincere tanta tristezza, che pesa intorno a me!
Con questi pensieri sono andato a letto circa le ore 22.
Se Dio mi aiuta, posso far bene gli Esercizi; se Lui non mi aiuta sento che tutto è cadente intorno
a me.
Lunedì.
Alzata ore 4,40.
Notte discreta. Si è accentuato il mio disturbo che mi dà − non so perché − tanta apprensione.
Dopo tutto sarà quello che Dio vuole.
Alle 5 sono andato all’Ospizio. Ho fatto quindici minuti di lampada, poi meditazione per la
Famiglia religiosa e S. Messa. Messa piuttosto fredda, pesante, triste.
Che il Signore mi perdoni mentre vorrei essere tanto vivo e fervoroso. Vorrei essere tanto
abbandonato, ma l’abbandono mi sfugge.
Noi, invece, siamo ancora qui di fronte al cumulo di infinite grazie che ci ha fatto il Signore.
Mi ha fatto buona impressione questa constatazione delle enormi, infinite grazie che Dio ha
messo a mia disposizione per farmi sacerdote: grazie, a cui io penso quasi mai.
Propongo di farle oggetto in avvenire delle mie frequenti riflessioni.
Volevo propormi alcuni punti fondamentali, ma poi mi sfuggono.
Sacro Cuore di Gesù, venite con me, siate il mio rifugio! Avete promesso che i vostri devoti, se
peccatori si convertiranno, se tiepidi si infervoreranno, se fervorosi arriveranno alla più alta
perfezione. A quale gruppo appartengo? Spero di non appartenere certo al primo, ma senza fallo
appartengo al secondo.
Mi occorre quindi svincolarmi da questo torpore e mi occorre mettermi decisamente tra i
fervorosi.
Mi vogliono:
più abbandono in Dio, più esattezza nei miei doveri; più pensiero frequente di Dio, più filiale
devozione alla Madonna.
Maria, fatemi arrivare a questi punti, che devono essere il frutto dei miei Esercizi.
La predica non mi è sembrata nulla d’interessante.
Nell’esame delle 11,45 ho riflettuto come inizierò il mio “Rinnovamento di vita”.
264
Innanzitutto una buona confessione, fatta con tutto l’impegno della preparazione (esame), del
pentimento e del proposito; poi devo studiare i mezzi per realizzare, una buona volta, il più
assoluto abbandono in Dio per tutto il resto della mia vita.
Proposito speciale.
Mi propongo di attuarlo fin d’ora con tutte le forze dell’anima mia invocando l’aiuto di Dio e
della Madonna con preghiere (giaculatorie, aspirazioni) e con atti di pazienza.
La mia Messa e l’Uffizio per quello; il Rosario, le preghiere del mattino e della sera, prima e dopo
il mangiare e gli atti di pazienza voglio offrirli al Signore perchè mi conceda questa grazia.
Ve ne sono tanti di questi atti di pazienza: lo star chiuso senza libertà, il sonno, il predicatore che
talvolta è pesante, l’aridità che mi fiacca ecc.
L’inferno.
Il predicatore l’ha svolto nei tre punti soliti:
la pena del senso; la pena del danno; la pena eterna.
Non cose nuove, ma riflessioni giuste che facevano bene. Peccato che molte parole si perdano! Si
fa tanta fatica a seguirlo! La giornata è stata un po’ penosa. Mi preoccupa la mia confessione
generale che spero di fare domani. Sono un po’ avvilito.
Non ho altra speranza che nell’aiuto del Signore e nell’assistenza della Madonna, che oggi ho
molto invocato.
La mia miseria mi schiaccia; mi perdonerà il Signore? Potrò riprendere la mia vita di tranquillo
fervore nella via del bene? È quello che spero, se il Signore mi aiuta e la Madonna non mi
abbandona.
Ho finito il mio esame di coscienza e domani farò la confessione generale di tutta la mia vita
come se fossi in punto di morte.
Poi non la farò più e chiuderò così il ciclo doloroso della mia vita spirituale.
Così lo chiude anche il Signore.
Oggi è stata una giornata laboriosa, difficile, penosa per l’anima mia.
Misericordia di Dio.
Ero meno tormentato dal sonno, ma la predica non mi ha destato alcun interesse. Era così bello
l’argomento! Parlatemi Voi, o Signore, della vostra bontà che è stata così grande verso di me e lo
è ancora tanto!
Quando penso al mio seminario e alle molte infinite tenerezze di cui il Signore mi ha circondato
da parte dei superiori, mi sento confuso e non trovo parole per ringraziarlo.
Quante occasioni mi ha mandato per tener desto e vivo il mio fervore! Quanti begli Esercizi!
Come ne uscivo trasformato e rifatto alla vita! La mia bella prima Comunione nella quale feci la
mia prima vera confessione generale con pentimento di lacrime, fu come se mi si aprisse un
orizzonte nuovo: l’orizzonte bello, luminoso della grazia e dell’amicizia di Dio, che non avevo
mai gustato!
Erano le prime impressioni spirituali, che Dio mi mandò fortemente come un uragano che
purificò l’aria nera della colpa e vi portò la luce sfolgorante, purissima delle celesti gioie.
Avessi corrisposto sempre a questo felice colpo di grazia, mi sarei fatto un’anima gloriosa per
tutti i motivi! E invece?
Ma Iddio non ha lasciato di perseguitarmi dolcemente quando io di nuovo ho abbandonato Lui.
E lo ha fatto in una maniera tutta divina.
Ricordo − oh, come ricordo − il dramma di amore col quale Egli ha circondato il cuore, l’anima,
tutta la mia vita, perché non Gli scappassi! Ed ha vinto!
265
Che sarebbe stato di me, se nella tremenda follia, dai miei 14 ai 20 anni, non avessi avuto davanti
a me, intorno a me e dietro di me questo fascino divino a cui dovevo pur piegarmi annientato,
nonostante la mia natura selvaggia, la mia fantastica ribellione a tutto e a tutti, nonostante i miei
sogni di libertà e di mondo che mi tormentavano giorno e notte, con insistenza spaventosa?
Caro Signore, come siete stato infinitamente buono a mio riguardo!
E non dovrei io essere un po’ generoso con Voi? Non dovrei darvi tutta la mia fiducia, il mio
abbandono a Voi, così tenerissimo sempre con me?
La meditazione − l’Ufficio − Visita al Santissimo Sacramento.
La meditazione dev’essere l’ultima a lasciarsi e non la prima da un sacerdote.
L’ora migliore: al mattino; tempo: una mezz’oretta.
Visita: com’è sconveniente che i popolani, i familiari, i nostri penitenti facciano la visita a Gesù
in Sacramento e solo il parroco non la faccia!
Riflessioni sulla bontà di Dio a mio riguardo.
Quante volte Dio mi ha perdonato!
Quante volte Dio mi ha coperto!
Quante volte, per costringermi a rimettermi al bene, mi ha fatto arrossire della soverchia stima
che certe persone hanno verso di me!
Quante volte Dio mi ha risparmiato!
Quante volte Dio mi ha rimediato delle faccende imbrogliate!
La mia confessione.
Gesù, tanto buono, e Maria, madre sempre carissima, mi hanno condotto alla confessione per
donarmi tanta pace e gioia.
Ho fatta la confessione generale di tutta la mia vita come se fossi in punto di morte.
Il padre Cherubino, tanto buono, mi ha ascoltato fino alla fine e mi ha detto queste precise parole:
«Ringrazi molto il Signore, perché Egli è stato molto buono con lei. Viva tutta la sua vita per
ringraziarlo di tanta bontà e, per ricompensarlo, facendo il maggior bene possibile. Faccia
consistere questo bene nel farsi santo lei e fare santi molti altri».
Sono partito dalla camera come rinato, sono corso in cappella a incominciare il mio
ringraziamento, anzi la mia vita di ringraziamento.
Questa sera la mia anima è in festa. Sono ripagato ad usura delle tristezze dei giorni passati.
Come sono contento di essere venuto agli Esercizi! Anche se mi sono costati un po’ di
ripugnanza, e ne avrei fatto a meno assai volentieri; riconosco che era qui, dove il Signore mi
voleva per farmi tante grazie. Guai, se non avessi accettato il suo invito!
Non era il mio turno, essendo solo due anni trascorsi dagli ultimi Esercizi, pure ho accettato
l’invito e mi trovo tanto, tanto contento! Canta, o anima mia, le benedizioni del Signore! La tua
vita ricomincia da oggi davanti a Dio: s’intende la tua vita di fervore!
Fa’ in maniera di portare, sino all’ultimo giorno, viva e smagliante la grazia che hai ricevuto oggi!
Non temere più del tuo passato, sul quale si stende sopra un manto: tu sei come ribattezzato
un’altra volta.
Dio, come siete buono e come sono belle e gioconde le vostre grazie! Come sono belli i giorni
spesi vicino a Voi! Anche se qualche nube offusca l’orizzonte dell’anima, pure s’intravede
sempre il roseo spuntare dell’aurora di ogni gioia, di ogni pace, di una nuova esuberante,
bellissima vita!
266
La S. Messa − La sua grandezza − Come celebrarla bene.
Il 90 % delle grazie, che riceviamo, ci proviene dalla Messa.
È sacrificio di espiazione. Se il mondo non sprofonda nell’abisso colpito dai fulmini della
Giustizia di Dio per le sue iniquità, proviene dalle S. Messe che si celebrano per tutta la terra.
La Messa è: adorazione, ringraziamento, espiazione, impetrazione.
Il predicatore non ha detto cose rilevanti, ma l’ho ascoltato volentieri perché l'anima mia era così
ben disposta, che passava volentieri sopra tutto, anche sopra qualche pesantezza.
Grazie, o Signore, della giornata del giovedì degli Esercizi che, di solito, è sempre la bella
giornata. Anche oggi si è ripetuto quanto avvenuto negli anni trascorsi.
Questa sera l’anima mia va al riposo col sorriso, con la gioia, col canto nel cuore.
Così possa essere sempre tutto il resto della vita mia, quaggiù, sino a incominciare la nuova vita
del paradiso.
Venerdì.
Nottata con un po’ di travaglio. Il disturbo dei giorni scorsi non mi ha lasciato. Ma è poca cosa in
confronto alla grande pace che il Signore ieri mi ha donato. Continua ancora la mia festa.
Nell’alzata ho indugiato un po’ perché non mi sentivo bene. Non ne ho provato rimorso. Voglio
essere buono sì, ma anche un po’ semplice. Diversamente non gliela faccio e mi lascio andare
nello sconforto.
È necessario che io prevenga questo pericolo di avvilirmi, perché allora cascano tutti i bei
propositi.
Certe cose voglio farle sì, ma non a patto che, non facendole, io debba sentirmi in difetto, ossia in
rottura col mio bel fervore. Il mio abbandono in Dio deve avere anche questo lato: di sopprimere
questa specie di orgoglio spirituale, ossia la compiacenza di essere un quasi perfetto.
Quando non riesco a mantenere certe promesse (per esempio quella di alzarmi un’ora prima
dell’orario comune di preghiere dell’Ospizio) non voglio accasciarmi sul pensiero che mi dice:
«Vedi? Nessuna promessa mantieni!». Questo mi fa male; mi manda indietro; mi mette in
sfiducia e, quindi, in quello stato che è fra il buono e il cattivo, ossia il trasandato. E non mi fa più
stare attento a non mancare nelle piccole cose, ad essere diligente ed avido dei piccoli atti di
amore e di virtù. Voglio dire invece, abbandonandomi in Dio: «Vedete, o Signore, come sono
piccolo e debole; per questo mi abbandono con più fiducia ed oblio di me tra le vostre braccia
divine». Ho detto che il frutto di questi cari, begli Esercizi deve essere una più viva ed assoluta
conferma nell’abbandono in Dio.
È questa la mia bianca mattina, una di quelle più luminose che mi danno nel cuore la sensazione
di una gioia purissima, sentita. Sono poche queste mattine, che potrei chiamare le mattine della
mia pasqua, della mia risurrezione, del mio alleluia!
Mi pare di avere sorpassato una distanza tra me e Dio e di essermi avvicinato molto a Lui. Non è
giusto che nel mio orizzonte, nell’aria che mi circonda, vi sia una invasione di luce più intensa,
quale può derivare dall’avvicinamento del grande Sole Dio?
O mio Sole adorato, siate mille, mille volte benedetto!
Per l'abbandono in Dio.
Mi sembra che occorra procurarmi molti pensieri che me ne diano una forte impressione, una
profonda convinzione.
Propongo di scriverne quanti me ne capitano perchè destino in me nuova luce:
267
«In manibus tuis sortes meae»220. Voglio pensarlo, dirlo ed esserne persuaso in tutti gli
avvenimenti favorevoli o contrari della vita: malattia, pericoli, guerre221, incursioni aeree222,
persecuzioni, abbandoni, dimenticanze ed anche, finalmente, la morte.
Il Signore nel nostro pellegrinaggio ci conduce in due modi: o ci tiene per mano facendoci
camminare con Lui o ci porta fra le braccia della sua Provvidenza. Ci tiene per mano quando ci fa
camminare nell’esercizio delle virtù e vuole i nostri piccoli passi, cioè quanto ci è possibile dal
canto nostro. Dopo ci prende fra le sue braccia e fa in noi delle opere al di sopra delle nostre
possibilità. È proprio quello che ha fatto in me in questi giorni: dapprima il travaglio, la
ripugnanza del “se e come” potevo confessarmi. Poi, la gioia di un risultato al di sopra delle mie
forze.
«I capelli del vostro capo sono contati. Non uno cadrà dalla vostra testa senza il permesso del
vostro Padre celeste»223; quindi anche le peripezie dei miei incomodi e della mia salute.
«Tutto concorre al bene di quelli che la volontà di Dio ha chiamato a farsi santi»224.
Tutto: quindi tutti i movimenti cosmici, fisici e morali; le influenze esercitate da tutti gli esseri,
cioè angeli, uomini, animali, piante, sugli sviluppi, anche i più insignificanti, della mia vita fisica,
morale, intellettuale. Quale estasi, quando in cielo vedremo i particolari di questa verità a nostro
riguardo!
«Chi si fida di Dio, Dio vive in lui»225. La nostra grande forza è conoscere la nostra debolezza e la
nostra grande debolezza è il crederci forti. È più gran santo colui che meglio comprende il suo
nulla.
Per l’abbandono in Dio.
Spiritualmente sono una miseria.
Fisicamente sono un ammalato.
Nella vita sono una barca in balìa degli avvenimenti.
Non sono che un nulla.
Non valgo nulla.
Non posso nulla.
Solo in Dio sono tutto, valgo tutto, posso tutto.
Quali propositi pratici voglio fare?
Voglio esercitare l’abbandono in Dio: negli insuccessi dell’anima mia; nelle trepidazioni delle
imprese; nelle trepidazioni degli eventi; nelle preoccupazioni della salute; in tutte le tristezze
dell’anima mia; quando sono freddo e apatico nella preghiera; quando le mie figliuole e i miei
figliuoli non fanno bene.
Negli insuccessi dell’anima mia voglio dire:
«Non lo sapete, o Signore, che sono un miserabile? Rialzatemi Voi, guaritemi Voi, rimettetemi
Voi in quel grado di virtù in cui mi volete! Sono come un pulcino, che non sa volare. Prendetemi
nelle vostre braccia e portatemi in alto!».
Nelle trepidazioni delle imprese dirò:
«Se Voi mi volete aiutare, riuscirò; se non mi aiutate, farò fiasco. Nell’un caso e nell’altro, datemi
la gioia di abbandonarmi in Voi».
Nelle trepidazioni degli eventi penserò e dirò di cuore:
«In manibus tuis sortes meae226; statemi vicino e non avrò paura di nulla».
Nelle preoccupazioni della salute dirò di cuore:
«Questo povero mio corpo ha bisogno tanto di scontare. Se è vostra disposizione che incominci
fin d’ora la sua espiazione e purificazione, Signore, datemene la forza e poi fate Voi»; oppure:
«Signore, se volete anche il mio povero corpo, io Ve lo do. Fatene quello che volete! Solo datemi
la forza!»; oppure la preghiera della Madonna: «Maria Santissima, dolce Madre mia, ecc.».
In tutte le tristezze dell’anima mia dirò:
268
«Signore, non mi badate; voglio essere rassegnato. Quando a Voi piacerà, mi farete tornare la
pace, la gioia; per intanto voglio dimenticare l’infinita tristezza della vita, riposando in dolce
sonno, sul vostro cuore, l’anima mia».
Quando sono freddo, apatico nella preghiera:
«Signore, vorrei essere tanto fervoroso, vorrei sentirvi, vorrei essere fuoco e fiamma per Voi!
Prendetevi i miei desideri in questi momenti così difficili e penosi!».
Quando i miei figliuoli e le mie figliuole non fanno bene, dirò:
«Sarà colpa mia che non so dire, non so fare. Signore, dite Voi, fate Voi, rimediate Voi!».
E la Madonna?
Mi sfugge sempre. E vorrei metterla sempre in prima linea.
La Madonna è la mamma di casa, della casa dove sta il mio abbandono in Dio.
Quando entrerò in questa casa, io cercherò sempre prima di tutto la Mamma perchè Lei dica, Lei
pensi, Lei offra, Lei senta, Lei faccia per me.
Quindi, anche se lo dico, intendo che passi per la bocca sua.
Mia dolce Mamma, non vedete quanto ho bisogno di Voi? State con me; fatemi sentire che mi
siete vicina, datemi il senso giocondo della vostra presenza!
Questo patto che io faccio oggi, voglio che sia fatto per sempre, per sempre!
Maria, guardatemi, ascoltatemi, incominciate ora la vostra missione di mamma che guarda il suo
figliuolo, lo scuote, gli fa sentire e gli dice: «Non vedi che sono qui?».
Oh, Mamma, datemi la perenne gioia di sapervi, di sentirvi, di vedervi sempre vicina a me!
Grazie, o Signore, di questi bei santi Esercizi che sono stati un altro anello di quella lunga catena
di grazie che mi avete fatto in vita! Fate che sia congiunto a quell'ultimo anello della grande
corona che mi fa andare in paradiso!
269
Esercizi Spirituali 1945
17 – 22 settembre.
Il Sacerdote.
Ciò che mi rimane impressa è l’idea dell’esame di coscienza.
Qual è la mia vita di sacerdote?
In genere potrebbe dirsi anche discreta, ma in particolare ha qualche punto cui bisogna
provvedere. In che modo?
In una buona risoluzione. Quale?
La risoluzione di: contenermi; spiritualizzarmi; mortificarmi; maggior rendimento; maggior
serenità; forza e coraggio.
Nell’anima: più Dio, più spiritualità, più dolcezza, più serenità, più forza e coraggio.
Nella vita: più spiritualità, più rendimento.
Conclusione della seconda giornata.
Mi trovo abbastanza ben disposto, però devo fissare i punti della mia riforma; voglio siano pochi,
ma decisi e risoluti. Gli Esercizi non sono pesanti, ma anzi molto larghi e facili.
Certo il Signore batte forte nell'anima nostra: bisogna aprirgli, ascoltarlo e secondarlo!
Confessione.
La confessione è un bagno dell’anima nel sangue di Gesù Cristo da cui ne esce risorta alla grazia.
L'oratore ha detto tante cose belle che mi sono sfuggite.
Ha detto: «Noi manchiamo di fede nella confessione che tante volte compiamo a tratti troppo
lunghi d’aspettazione. Noi manchiamo di fiducia: non confidiamo che Dio sia buono, sempre
buono, troppo buono».
Il ritorno del figliuol prodigo e tante altre belle cose ha detto che più non ricordo.
In compenso oggi mi sono confessato.
Questa mattina nell’ora di tempo libero ho scritto il mio esame di coscienza e oggi, alle 15,15
sono andato ai Cappuccini227 e con calma, con diligenza, con buona volontà, ho fatto la
confessione generale degli Esercizi dal 1940 a tutt’oggi: cinque anni.
Mi sembra di avere fatto bene e non mi preoccupo d’altro all’infuori di fare dei buoni propositi:
pochi, ma forti.
Prego il Signore e la Madonna santa a volermi ispirare e, quello che più conta, a darmi la forza di
poterli mantenere.
Giovedì sera.
Riforma.
Se ho ben compreso, più che fare molti propositi, è meglio farne pochi, ma tali che vadano
veramente sino al fondo, sino alla radice del male da cui mi devo liberare per riformare la mia
vita. Quali sono i punti cui devo mirare per rialzare la povera anima mia?
270
Verso Dio: un po’ più di avvicinamento, d’intimità, di fiducia. Dio non dev’essere un estraneo,
rispettato, dimenticato, temuto, ma un familiare cercato, amato, compiaciuto.
Verso il prossimo: un po’ più di rettitudine soprannaturale con le persone trattando con loro e
vedendole sempre e solo come delle anime che devo portare a Dio nella santificazione e salvezza.
Verso di me: un po’ più di fortezza che vinca l’ostacolo della pigrizia, la persecuzione del sonno,
il travaglio della malinconia.
Se io mettessi in pratica questa riforma, cambierei dalla notte al giorno.
Mi vogliono l’assistenza, la premura e l’aiuto della mia indimenticabile carissima mamma, la
Madonna. Ebbene, che cosa mi proibisce di rivolgermi a Lei e di dirle dal più profondo del cuore:
«Mamma venite, dunque! Non ci mancate altro che Voi!
Voi lo sapete che senza di Voi mi va tutto in fumo!
Dunque, venite e fate Voi quello che occorre perché possa fare anch’io».
Propositi.
Verso Dio: un po’ più di avvicinamento, d’intimità, di fiducia. Dio non deve essere un estraneo,
un indifferente, un dimenticato, ma un familiare sempre presente, desiderato, cercato,
compiaciuto.
Col prossimo: un po’ più di spiritualità nei rapporti con le persone considerandole sempre e solo
delle anime da condurre a Dio, da santificare, da salvare e così esse conducano me a Dio, mi
santifichino, mi salvino.
Con me stesso: più riflessione; da ricordare più Dio, più la Madonna, più i miei interessi spirituali
dell’esame particolare; più forza:da vincere la pigrizia nel lavoro, la persecuzione del sonno; più
gioia: da vincere il tormento della malinconia e della tristezza.
Sia benedetto Iddio che mi ha fatto la grazia di questi Esercizi, che mi hanno fatto come sempre
tanto bene e dei quali mi sentivo, in precedenza, seccato e di cui avrei fatto a meno piuttosto
volentieri.
Com’è opportuno e indovinato lasciarsi sempre condurre da Dio!
271
Esercizi Spirituali 1950
3 settembre.
Sono ammalato di corpo e di anima. Fisicamente sono invaso da una stanchezza che mi rende
penoso il più piccolo movimento, faticoso il più piccolo lavoro.
Ho 70 anni! Li sento pesare come una cappa di piombo.
Spiritualmente mi sento un’anima finita, incapace di far più nulla.
Eppure, se Dio mi lascia al mondo è segno che vuole ancora qualche cosa da me228.
Che questi Esercizi risveglino in me lumi e forze soprannaturali, per procedere per quel tempo
che Dio vorrà che io passi ancora quaggiù.
Domenica sera.
Entrata tranquilla. Scomparse affatto le pene di amor proprio. Ripugnanza estrema di fare gli
Esercizi. Cercato di sopportare con pazienza. Li faccio in isconto dei miei peccati. Se avessi
voluto, avrei potuto avere la dispensa per le mie scarse condizioni di salute, prodotte dal caldo
eccessivo della stagione.
A farlo apposta, proprio ieri, due settembre, è piovuto e si è rinfrescata l’aria e mi sono sentito
meglio nel fisico ed ho accettato di entrare in Esercizi. Sarà quello che Dio vuole.
Un giorno sarò contento di averli fatti. Predicatore: il vescovo di Sarsina.
Parla concettoso, elevato ma con voce bassa che non si fa comprendere.
Domani voglio mettermi più vicino per non perdere più le sue parole.
Ho il permesso di dormire all’Ospizio e di celebrare ivi la S. Messa.
La cosa mi ha fatto tanto piacere. Il Signore mi viene incontro per rendermi meno pesanti questi
cinque giorni, donati a Lui per l’anima mia. Siate benedetto, o Signore, per l’infinita bontà che mi
usate sempre. Giornata nebbiosa, sperduta,senza colore e sapore.
Non è così che voglio fare questi Esercizi! Non devono essere giorni di stanchezza e di sonno, ma
di risveglio e di vita. Signore, aiutatemi!
A casa alla sera, nonostante i propositi fatti, non sono stato calmo.
Ho gridato: «Che brutta cosa non essere capaci di dominarsi!».
Seconda giornata.
È passata un po’ più discreta. Ho notato in me un certo risveglio di pace, di volontà di dare a Dio
un po’ più completamente questo resto di vita, che ancora mi riserba.
Che cosa mi occorre? Più unione con Dio per aver più luce, più amore, più forza.
E, per andare più vicino a Dio, mi occorrono l’aiuto e la protezione di Maria Santissima.
Grazie, o Signore, di questa seconda giornata di Esercizi che non credevo di incontrare così
calma, così serena, così spirituale come quelle che ho avuto negli Esercizi degli scorsi anni.
Ora sono contento di esservi entrato, anche se mi è costato non poca ripugnanza.
Il Sacerdote e la Chiesa.
Il sacerdote deve dare tutto se stesso: la mente, il cuore, gli interessi, la giovinezza, le sue forze,
tutto quello che ha, che sa, che può.
272
È così che si serve Gesù Cristo, il quale dà a noi tutto se stesso che è un bel po’ più di quello che
possiamo noi dare a Lui. Riflessioni belle, bellissime; per me, non di pratica applicazione. Mi
sembra di camminare per una strada densa di nebbia nella quale, pur movendo i passi, non so
dove mi conduca.
Signore, siatemi vicino! Maria Santissima, tenetemi per mano come si tiene un povero cieco, un
ammalato! Preghiera: è la nostra forza dalla quale possiamo ottenere, per noi e per altri, ricchezze
di grazie senza fine.
Meditazione: conversata, affettiva, contemplativa o mistica.
Può farsi: in forma di conversazione tra noi e Dio; in forma di scambio di affetti e di propositi; in
forma mistica di contemplazione.
Il predicatore ha parlato della “Unione Apostolica dei Sacerdoti” alla quale siamo invitati tutti a
far parte. Dopo la conferenza è stato distribuito da don Romeo Dalmonte un foglietto contenente
note dichiarative in proposito. Non è il caso di parteciparvi? È sempre un bene a cui si partecipa e
chi sa di quante grazie mi può essere apportatore!
Se il Sacro Cuore di Gesù e la Madonna lo desiderano, perché non devo far loro questo piacere?
Sarà un piacere di più che riparerà i molti dispiaceri che ho Loro dato nella vita.
È necessario che, in quest’ultima parte della mia permanenza quaggiù, mi dia dattorno a
moltiplicare il bene, perché poi mi mancheranno l’occasione e il tempo.
Madonna mia santa, ripetetemela spesso questa necessità, perché io non lo dimentichi mai.
Giorno per giorno, momento per momento, fatemi sentire la vostra voce di mamma che mi dica:
«Ricordati figliolo, che questo è bene farlo e questo no! Non ti confondere e segui quello che
t’ispiro!». Ho bisogno di tanto aiuto e di tanta forza. Datemeli Voi, perché sento che, dalla parte
umana, tutto mi viene meno.
Nei miei Esercizi voglio mettermi bene: una buona confessione come fosse l’ultima; dei buoni
propositi come se fossero i primi.
Essere vigilanti.
Vigilare su se stessi.
Vigilare sulle anime a noi affidate.
Vigilare su se stessi: non perdere mai il controllo della propria coscienza, quindi essere puntuali e
fedeli nella confessione frequente (settimanale), non frequente (quindicinale), troppo rara
(mensile) a meno non vi sia qualche impedimento ragionevole.
La terza giornata è trascorsa discretamente; l’anima mia è calma, è desiderosa di far bene,di darsi
a Dio nella maniera più forte e completa.
S. Messa.
Chi di noi non desidererebbe nella maniera più viva e sincera di celebrare una S. Messa come ha
celebrato la prima? Questo richiamo alla giornata di sogno della mia prima Messa mi è stato
quanto mai nuovo e confortevole.
Certo nel giorno della mia prima Messa l’anima mia era sollevata a pensieri di cielo, ad affetti e
propositi straordinari, eccezionali che, purtroppo, hanno avuto vita breve.
Comunque, se io voglio, posso tornare a pascermi di quelle eccezionali delizie, perché il Signore
è sempre Lui! Oh, l’anima mia è forse cambiata! Ma con la grazia del Signore vuol ritornare ad
essere quella che era 47 anni fa!
Pregherò tanto Maria Santissima, perchè mi riconduca così fresco di volontà, così ardente di
fervore, così pieno di speranze com’ero nel 1903.
273
È quello, nè più nè meno, che mi propongo durante questi Esercizi: che l’anima mia, a dispetto
dei miei 70 anni, ritorni giovine nei suoi desideri, nei suoi ideali come era allora.
L’incontro di Gesù con Zaccheo.
Sull’episodio di Zaccheo229, voglio impostare i miei propositi degli Esercizi di quest’anno.
Signore, sto per confessarmi, ossia sto per valermi del vostro sangue divino per purificare l’anima
mia. Voi lo vedete, o Signore, ho il cuore e il corpo macchiati di molti peccati, la mente e i miei
sensi non cautamente custoditi.
Pertanto, o buon Dio, o tremenda Maestà, io, sorpreso, confuso fra le tante mie angustie, ricorro a
Te, fonte di misericordia, a Te mi affretto di venire per essere sanato, sotto la tua protezione mi
rifugio e, siccome non posso sostenerti come giudice, sospiro di averti come Salvatore. A Te, o
Signore, mostro le mie piaghe, a Te rivelo la mia confusione. So che i miei peccati sono molti e
grandi per i quali ho sempre gran timore, ma spero nelle tue misericordie che sono senza numero.
Guardami, dunque, o Signore mio Gesù Cristo, con gli occhi della tua misericordia, Tu che sei
Dio e uomo e sei morto in croce per noi!
Esaudiscimi, o Signore, perché io spero in Te; abbi misericordia di me, pieno di miserie e di
peccati, Tu che fonte di misericordia sei e mai cesserai di fluire!
Salve, o vittima salutare per me e per tutto l’umano genere, offerta sulla croce!
Salve, o nobile e prezioso sangue, sgorgante dalle piaghe del mio Signore Gesù Cristo e
purificante i peccati di tutti gli uomini!
Ricordati, o Signore, che io sono creatura tua, che hai redento col tuo sangue!
Mi pento di aver peccato e desidero emendare il male che ho fatto.
Toglimi, dunque, o clementissimo Padre, tutte le iniquità ed i peccati miei affinché, purificato di
mente e di corpo, sia fatto degno di gustare il Santo dei Santi. E concedimi che questa santa
degustazione del Corpo e Sangue tuo, che io indegno ardisco assumere, sia la remissione dei miei
peccati, sia la purificazione completa dei miei delitti, sia la fuga di tutti i pensieri cattivi e sia la
infusione dei buoni sentimenti e di un’efficace spinta a fare opere che Ti piacciano. E fate che io
abbia una sicura protezione e difesa del corpo e dell’anima contro tutti i miei nemici!
Confessione.
Mi sono confessato finalmente da un padre Cappuccino, piuttosto vecchio. Ho fatto una lunga
accusa scritta e, quindi, con più diligenza dagli ultimi Esercizi 1945 fino ad oggi.
Non mi ha detto che poche cose piacevoli e mi ha dato l’assoluzione.
Spero, tengo per certo, che il Signore avrà confermato, a patto che io mi metta ad essere migliore
in avvenire. Il che è quanto prometto con tutto il cuore.
274
MEDITAZIONI 1942-1952
275
276
MEDITAZIONI230
24 aprile 1950.
Getta uno sguardo sugli anni trascorsi! In quante traversie ti sei trovato! Quante volte l’anima tua
si è trovata come perduta, abbandonata da tutti! E poi Dio ha accomodato le tue faccende; ti ha
rimesso in cammino; ti ha provveduto in maniera che quello, che sembrava difficile, è diventato
facile, e quello, che sembrava impossibile, è diventato possibile.
La preghiera.
È una conversazione, un contatto, un abbandono in Dio.
Si dice a Dio: «Signore, Voi vedete come sono niente, sostenetemi Voi e fatemi corrispondere
alla missione che mi avete affidato».
Signore, io sono triste, consolatemi Voi!
Signore, datemi una grande fede che mi faccia vedere Voi dappertutto. Non mi abbandonate, non
mi lasciate solo, benché lo meriti. Siete tanto buono verso i poveri, verso i miserabili; io sono uno
di questi. Sento che ho bisogno imprescindibile di Voi: statemi vicino!
Perdonatemi sempre, rialzatemi sempre, datemi quella forza spirituale che sento venirmi meno.
Come posso camminare, se Voi non mi conducete? Vorrei dire tante cose, o Signore, e non so
come. Leggete Voi nel fondo dell’anima mia! Voi sapete quello di cui abbisogna il mio spirito.
Signore, mi affido a Voi, mi raccomando a Voi, mi abbandono a Voi.
Noi avremmo bisogno di venir spesso ai piedi di Dio, e parlargli così come detta il cuore: non
badando se diciamo cose comuni, se ripetiamo sempre le stesse cose.
Il parlare con Dio è di per se stesso una cosa grande che solleva, che fa dimenticare i nostri guai,
che guarisce le nostre fiacchezze.
Vinciamo la ripugnanza, che ne sentiamo, e buttiamoci con grande fiducia nelle braccia di Dio!
29 aprile 1950.
Mettiamo in pratica gli atti della vita interiore:
vedere Dio; ascoltare Dio; parlare a Dio; servire Dio; rifugiarsi in Dio.
Servire Dio: ossia far tutto per Lui come se in ogni cosa vedessimo un suo comando, un suo
piacere, un suo desiderio.
Rifugiarsi in Lui: in ogni nostra necessità, in ogni nostro dolore, in ogni nostra preoccupazione, in
ogni nostra paura. Dovunque e sempre pensiamo che Dio è sempre pronto ad aiutarci, a
consolarci, a difenderci, a prendere le nostre parti come se le difficoltà nostre, più che riguardare
noi, toccassero Lui direttamente.
Dolce verso gli altri.
Essere dolci verso gli altri alle volte è più difficile che essere dolci verso gli avvenimenti.
Eppure bisogna esserlo, se vogliamo corrispondere pienamente ai desideri di Dio.
Non sempre questo è compreso, nemmeno da quelle anime che fanno professione di un più
grande attaccamento a Dio.
A tutto si pensa fuorchè al dovere che abbiamo di trattar bene il nostro prossimo, se vogliamo che
la santità sia vera e completa.
277
Non si spiega come certe anime, che sembrano tanto piene di volontà di far piacere a Dio, non ne
hanno affatto per far piacere al prossimo. Il loro modo di trattare è sgarbato, facilmente irritabile,
tutt’altro che conforme ad amabilità e dolcezza.
Alle volte sono più difficili da trattarsi certi santi, che pure sono assidui alla preghiera, ai
sacramenti, al compimento di opere buone. Pare che la loro sia una santità aspra, sgarbata; si
potrebbe chiamare una specie di santità “sotto aceto”, che agghiaccia, disgusta coloro coi quali
hanno a trattare.
Questi non hanno capito che il primo articolo di ogni santità è la carità schietta e sincera, che non
si limita a non fare del male, ma cerca tutti i modi per far piacere.
Non si può essere dolci e buoni verso Dio, se non si è buoni anche verso il prossimo.
Se si hanno difetti di temperamento, di carattere, se la nostra educazione non ha guardato troppo
per il sottile in fatto di certi comandamenti di Dio, che prescrivono di trattare il prossimo come
noi stessi, bisogna correggersi ed impiegare tutti i mezzi della buona volontà per poter riuscire a
dire a stessi alla fine della giornata: «Oggi non ho fatto dispiacere ad alcuno, ma ho cercato di
essere dolce, buono, affabile con tutti».
Se qualche volta s’incontrano persone difficili, non bisogna accentuare la loro infelicità di
carattere, col supporre delle malignità che non esistono.
Sia fatta la volontà di Dio.
Significa l’atto dell’abbandono, il più assoluto, nelle disposizioni di un Padre che ci ama.
Significa l’accettazione pura e semplice di tutto ciò che Egli permette, persuasi che tutto andrà per
il nostro bene.
Significa che vogliamo rassegnarci a tutto quello che ci avviene, domandando a Lui la forza che
noi non abbiamo.
Significa il desiderio che abbiamo di purificarci, di espiare, di renderci sempre più degni
dell’amore di Dio.
È sempre una preghiera, un abbandono, un atto di fede, di speranza, di amore.
Più fedeltà al dovere.
Essa consiste nel cominciare prontamente, puntualmente all’ora prescritta il dovere imposto, a
non rimandarlo negligentemente nemmeno di un minuto: per questa puntualità si è sempre i primi
ad arrivare ai luoghi richiesti dalle regole. E questa dà un tono di fervore, che piace tanto al
padrone.
Danno invece un tono di svogliatezza e di neghittosità disgustosa, non certo molto piacevole,
coloro che arrivano sempre in ritardo e sono sempre gli ultimi.
La puntualità al dovere consiste nel non interrompere il proprio lavoro che ci è comandato, per
fare altre cosette di nostro svago e piacimento: per leggere una rivista o un brano di giornale,
perdersi in vane e inopportune conversazioni, sciupare il tempo nell’ozio e nella fannullaggine.
Se, alla sera, si dovesse domandare a certuni qual è il lavoro che hanno prodotto nella loro
giornata, si riscontrerebbe che hanno frullato e frullato e non hanno concluso nulla.
Quale sarà il giudizio del padrone Iddio, quando si presenteranno davanti a lui al rendiconto
finale, quando si metteranno assieme tanti minuti o quarti d’ora di tempo che hanno buttato al
vento?
Sii sempre calmo e sorridente, pieghevole e disposto a fare volentieri quello che ti è comandato.
Non essere mai aspro e duro, anche se ti viene domandato qualche cosa che non puoi fare. C’è
sempre la maniera di condire, con qualche parola serena, le ragioni per cui non puoi contentare
colui che ti chiede qualche cosa, senza rispondere secco, corrucciato, lamentoso.
278
Sii sempre pronto a scusare, a compatire, a perdonare chi non fa a modo tuo, senza prendere
quell’aria da giudice severo, inesorabile.
Rimedia per quanto puoi, ai difetti degli altri senza andare a riferirli, perché siano riprovati e
condannati.
Se vuoi essere l’uomo di Dio, è questa la tua via, nella quale stanno bene anche le tue preghiere,
con le quali dirai spesso: «Signore, fate che io sia buono con tutti, che io sia paziente, che non
m’inquieti mai, che non condanni mai nessuno. Fatemi essere il fratello, l’amico di tutti perchè io
possa ritrovare in Voi il fratello, l’amico dell’anima mia».
Solo così sarai veramente l’amico di Dio, che ti seguirà dolcemente, soavemente, per tutti i giorni
della tua vita sino a tanto che non passerai a vivere insieme con Lui nella sua gloria.
Per essere allegri.
Bisogna fuggire come un veleno i pensieri tristi. Se ne abbiamo, spazziamoli via come si spazza
via tutto ciò che può farci male. Quante persone sarebbero calme e tranquille, se fossero capaci di
comandare ai loro pensieri.
Il pensare è un’autosuggestione, ossia ci rendiamo capaci di soffrire realmente di quello che la
nostra fantasia ammalata colorisce delle tinte più oscure.
Ed anche se si tratta di tristezze vere, siccome il pensarvi non serve a nulla, bisogna saperci
imporre la volontà di non cercare il nostro peggio con l’assaporare, coi nostri pensieri, tutta
l’amarezza delle nostre pene.
Se abbiamo una piaga, una ferita, non stiamo tanto lì sopra a guardarle, a contemplarle, ma
copriamole per bene e cerchiamo così di dimenticarle.
Se abbiamo un cibo che ci disgusta, non assaporiamolo per continuare ad accrescere in noi la
ripugnanza del medesimo, ma tiriamolo via e non pensiamoci affatto.
Ci sono delle piaghe, delle ferite che bisogna coprire e dimenticare; ci sono dei cibi disgustosi che
bisogna tirar via. Se faremo in questo modo, diventeremo anche noi delle persone calme e serene
e molto difficili ad essere tristi.
Per riparare il male fatto mettiamoci a fare molte cose buone, moltiplichiamole intorno a noi
senza fine. Cominciamo col dire bene una preghiera, una giaculatoria; col fare una Comunione,
una visita al Santissimo Sacramento.
Sopportiamo con pazienza un dolore fisico, un lavoro noioso, una persona un po’ aspra.
Sopportiamo senza tanto brontolare il caldo, il freddo della stagione.
Accettiamo con pace un avvenimento che ci urta, che ci vorrebbe avvilire.
Facciamo molti atti di bontà con parole buone, con servizi pronti, benevoli.
Non dimentichiamo l’intenzione di dare a tutti i nostri respiri, ai palpiti del nostro cuore, a tutti i
nostri passi, ai nostri movimenti, un significato, un desiderio, una volontà che siano tutti atti di
amore di Dio.
In una sola giornata quanti atti di bontà possiamo compiere che seppelliscono senz’altro il
disastro di mille sconfitte.
Come si risorge.
Domandando spesso perdono al Signore, pregando con molta umiltà e abbandono, soffrendo in
isconto dei propri peccati, moltiplicando senza fine atti di carità, di dolcezza, di compatimento, di
perdono.
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Per rialzarsi.
Domandare spesso perdono al Signore. Pregare con molta umiltà e abbandono in Dio. Lavorare,
soffrire e morire in penitenza. Moltiplicare atti di carità, di perdono, di gentilezza.Confidare
sempre e non smarrirsi mai.
Devozione alla Madonna.
La devozione alla Madonna deve essere una devozione d’intimità, di familiarità quale si può
avere con una mamma di casa. Si sta volentieri insieme con lei: la si cerca sempre come quando,
da bambini, la sua lontananza metteva nell’anima nostra una certa paura.
La presenza della Madonna ci conforta, ci difende, ci aiuta, ci salva.
Abituiamoci a ricorrere a Lei per tutti i nostri guai.
Perché non lo facciamo? Non abbiamo l’abitudine, purtroppo! Oggi, per esempio, proponiamoci
di trattare con la Madonna per tante volte quanti sono i nostri crucci, i nostri dolori, le nostre
spine, i nostri momenti oscuri. Sono tanti e quindi saranno anche tante le volte che noi correremo
da Lei per dirle semplicemente: «Maria, aiutatemi Voi, ispiratemi Voi, consolatemi Voi,
difendetemi Voi, accomodatemi Voi».
Basta questo, perché la devozione alla Madonna abbia in quest’oggi un grande impero sopra di
noi. Dovrei ricordarmi della Madonna almeno un centinaio di volte.
Basterebbe che io fissassi i punti nei quali dovrei ricorrere a Lei:
quando sono triste; quando le faccende di casa non vanno come dovrebbero; quando mi sento
fiacco, arido, svogliato; quando non so cosa fare; quando sento il peso dei miei anni; quando i
disturbi del corpo mi affliggono; quando una piccola gioia viene a rallegrarmi; quando
un’umiliazione mi mortifica; quando sento la nostalgia della patria celeste, della casa paterna del
paradiso; quando ho commesso qualche mancanza; quando sento rimorso del mio passato; quando
mi sembra di essere diventato un pezzo di legno; quando recito la S. Messa; quando faccio la
preparazione e il ringraziamento; quando devo andarmi a confessare; quando domando qualche
grazia al Signore; quando devo ringraziare il Signore.
Bontà di Dio.
Noi non pensiamo mai alla bontà di Dio o lo facciamo superficialmente senza andare a fondo.
La bontà di Dio consiste: nel volerci bene, nel farci bene.
Dio ci vuol bene come un padre, una madre, un fratello, una sorella, un amico, un’amica, un
amante, un fidanzato, uno sposo. Anzi queste forme di amore umano non sono altro che
un’imitazione, un emblema, una riproduzione imperfetta dell’amore di Dio.
Dio ci vuol bene come il più ideale dei padri e delle madri, dei fratelli ecc.
Consideriamo un po’, per farci un’idea dell’amore di Dio, il bene dei nostri genitori; che mondo
infinito di bene, a nostro riguardo, c’è nel cuore di quegli esseri che chiamiamo babbo e mamma e
poi concludiamo: «Così mi vuole bene Iddio!». Quanti ricordi nella nostra vita! Il bene di nostra
madre, che si manifestava con le lacrime; quello di nostro padre, che si manifestava con un’ira
impotente, e quando ci castigava, egli sentiva dentro di sè un dispiacere infinito.
Chi sa misurare la profondità di questo amore, che ha per espressione le lacrime, e quest’altro
amore che soffre un dolore indicibile nel darci il castigo, che mille volte meritiamo? Così è
l’amore di Dio per noi. Se lo potessimo vedere coi nostri occhi, noi lo vedremmo come una
debolezza che piange, una fortezza che soffre di doverci punire.
Oh, mio Dio, abbiamo mai pensato così? Un cuore materno, che facciamo piangere, un cuore di
padre, che facciamo soffrire nel doverci punire! Oh, abissi di amore, chi vi potrà misurare e
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comprendere! Se noi fossimo buoni, saremmo la gioia, la gloria di questo Padre, che pare che non
viva che per noi, con noi, di noi.
Quando ritorniamo a Lui, Egli è felice e ci fa festa come il padre del figliuol prodigo, come il
buon pastore, che ritrova la pecorella smarrita.
Si fa più festa in cielo per un peccatore, che si converte, che per novantanove giusti, che non
hanno bisogno di penitenza231. Perché non approfittare di una bontà così grande?
Perchè non andare da Lui e dirgli: «O Signore, quanto Vi amo nella vostra bontà!». Come
riconosco che è un gran delitto il far piangere il vostro amore per me! Quanto vorrei colmarvi di
gioia, farvi sorridere di compiacenza!
Oggi voglio pensare tanto di essere il vostro figliuol prodigo, ritornato a casa e ricolmato di tanta
festosa tenerezza, mentre meriterei di essere cacciato di casa per tanta bontà, che ho calpestato,
per tanta ricchezza di grazia, che ho sciupato, per tanti bei disegni che Voi avevate formulato
sopra di me e che io ho mandato a monte.
Se anche a me volete dare il perdono, perché siete infinito, meriterei un perdono stretto,
silenzioso, ma Voi mi date un perdono largo, generoso, un perdono festoso, un perdono di amore.
Mi perdonate come il padre mio, che tante volte, dopo avermi castigato, poi rinveniva; pareva che
fosse pentito di avermi fatto soffrire; diceva che il castigo inflittomi lo faceva soffrire come se il
castigo, invece che rivolto a me, fosse rivolto a lui.
Quali misteri profondi d’amore, quali stranezze è capace di produrre in colui che si trova sotto il
suo impero!
Signore, Voi siete buono, estremamente buono verso di me! Perché non devo pascermi di questa
ricchezza, di questa gioia e sentirmi protetto, abbracciato da questo grande tesoro d’amore che mi
accompagna, mi segue per tutta la vita? Dio è mia madre232!
Ecco un pensiero,che dovrebbe brillare nell'anima mia come una stella!
Se Dio è mia madre, devo andare a Lui come andrei da mia madre, parlare a Lui come parlerei a
mia madre, confidare, sperare in Lui come confiderei e spererei nella madre mia.
Quando sono cattivo, dovrei prostrarmi ai piedi suoi e dirle: «Mamma, ho fatto male;
rimediatemi, perdonatemi, non ci pensate più! Prometto di riparare».
Voglio mettere tutto il mio pensiero in Dio e tutto appoggiarmi a Lui.
Che sarà di me oggi? Quante cose verranno a rattristarmi o rallegrarmi?
Per ogni cosa, che mi rattrista, voglio ricorrere a Dio e dirgli: «Signore aiutatemi! È una cosa che
mi fa tanto male, che mi mette tanta amarezza. Signore, mi perdo in Voi!». Per ogni cosa, che
sembra al di sopra delle mie forze, voglio dirgli: «Signore, non mi abbandonate! Supplitemi Voi!
Siate Voi la sufficienza mia!». Perché mi affanno, perché mi affliggo? Non è Dio con me? Sia
questo il mio grande pensiero, sia questo il mio grande conforto. Dio è con me. Dio mi darà
quello che mi ha dato sempre: la sua assistenza, il suo appoggio, il suo aiuto, la sua ispirazione, la
sua difesa.
Oggi mi sarete vicino, cercherò io di essere vicino a Voi con la mia speranza, con la mia
invocazione. Compatite la mia miseria, la mia distrazione, la mia debolezza!
O Maria Santissima, dolce madre mia, Voi lo sapete che mi abbandono alla vostra materna
custodia! Conducetemi al Signore quando io me ne dimentico, quando mi perdo, quando mi
rattristo, quando ho paura! Oggi voglio dire mille volte: «Mio Dio, mi abbandono in Voi!»,
quando sono per i corridoi, per le scale, quando la mia mente è perduta in paure e tristezze.
Giornata di riparazione.
Indirizzerò tutto il bene che farò e tutto il male che soffrirò a questo scopo: riparare il mio
passato. Qual è il bene che posso fare?
281
La mia preghiera, la mia Messa col suo lungo ringraziamento, l’Ufficio, le visite al Santissimo
Sacramento, il Rosario della sera, gli impegni dell’Opera mia, specialmente quelli che mi possono
dare noia, difficoltà, preoccupazione.
Dappertutto vedrò Dio, che mi propone la riparazione del mio triste passato.
E quindi: calma, accettazione, serenità. Non voglio agitarmi, inquietarmi, avvilirmi, disperarmi.
Non serve a nulla, anzi fa sentire più penosa la croce e meno confortevole l’assistenza di Dio.
Lasciati condurre, lasciati portare dalla mano di Dio, che devi vedere e sentire in tutte le vicende,
persone e cose. O mio Dio, ne faccio ora l’intenzione: «Datemi Voi l’avvertenza e la volontà, che
mi sono necessarie. In quest’oggi, o mio Signore, tutto il bene che farò e tutto il male che soffrirò
li consacro al vostro amore. È per sempre più piacervi, o mio buon Dio! Unisco il voler mio al
voler vostro ».
Il bene: preghiere, lavoro, carità, umiltà, pazienza, pensieri soprannaturali, abbandono in Dio,
purezza, visita al Santissimo Sacramento, pentimento, pace, ordine, sincerità, giustizia, fede,
speranza, esame di coscienza, giaculatorie, opere di misericordia.
Il male: pene del corpo, il freddo, il caldo, le indisposizioni, sonno.
Pene dell’anima: nevrastenia, tedio, tristezza, paura, tentazioni.
Come consacrare a Dio il bene.
Intendendo di farlo per suo piacere, per suo amore.
Ci vuol tanto dirlo alla mattina e ogni qual volta mi viene in mente?
Signore, lo faccio, perché Voi lo desiderate e, quindi, lo faccio per darvi piacere, per vostro
amore. L’amore di Dio deve essere l’orizzonte, al quale devono essere rivolti i miei sguardi, le
mie intenzioni, il fine di tutta la mia vita.
Bisogna comprarsi così la gioia della nostra eternità, che sarà precisamente l’amore di Dio
esercitandolo ora nella vita presente.
Altra intenzione, da aggiungere a quella dell’amore di Dio, può essere quella di riparare col bene
tutto il male che possiamo aver fatto nella vita.
Alla sera, nell’esame di coscienza, le domande possono essere queste:
Oggi quanto bene ho fatto?
L’ho fatto tutto e solo per amore di Dio, oppure ho mischiato ad esso qualche altro fine inutile,
contraddittorio?
Come ho pregato?
Come ho lavorato?
Come ho amato?
Quanto bene ho fatto?
Come mi sono abbandonato?
Il bene è l'amore di Dio messo in pratica.
Tutto il male che io soffrirò.
Il mio male fisico. Il mio corpo è diventato un povero straccio, che si trascina faticosamente sotto
il peso dei suoi 70 anni, coi molti acciacchi della vecchiaia.
Oh, davvero la vecchiaia è il tempo della penitenza!
Dal primo svegliarmi del mattino sino agli ultimi momenti della sera, è tutta una corona di spine,
che passano lasciando ognuna una ferita.
A coronamento dei mali del corpo, vi sono quelli dell’anima: la tristezza, il tedio, la paura, la
nevrastenia.
282
Devo invocare che Dio mi aiuti perché non mi vengano l’avvilimento, lo scoraggiamento e la
disperazione. Oh, com’è brutto tutto questo!
Com’è brutta la nevrastenia che fa vedere tutto nero: il presente, il passato, l’avvenire.
Il mio rifugio è di invocare che il Signore, sole divino della mia vita, venga vicino alle mie
battaglie: che mi doni la luce, l’amore, la gioia, la forza necessaria per saper resistere.
Devo resistere, devo farmi forza e coraggio, non mi devo avvilire.
A che cosa serve l’avvilirsi? A star peggio e a perdere il premio di chi soffre coraggiosamente.
Devo star sveglio. Devo prendere il sonno quando Dio me lo dà e quando me lo toglie devo dire:
«Signore, sia fatta la vostra volontà. Datemi la forza di stare sveglio».
La vita non è un lungo dormire, ma è una veglia perenne. Io sono una sentinella, perchè devo
stare sempre vigile al posto che Dio mi ha assegnato.
Nel mio soffrire: calma, forza, rassegnazione.
Calma. Non bisogna agitarsi, aumentando così il peso e il dolore delle nostre croci. Con la calma
si è più padroni di sè, si vede meglio ciò che conviene fare, si soffre meno.
Ciò che non è eterno è nulla. E quindi, non abbiamo paura, non facciamoci schiavi della
tribolazione, ma soffriamo come dei buoni figliuoli. O Signore, datemi la calma di un buon
figliuolo!
Coraggio. Devo farmi animo, ardimento, audacia, sangue freddo come un soldato al fronte,
all’assalto, alla baionetta. Sarà quello che sarà. Dio è con me! Questa è la cosa più importante. Mi
soccorrerà, mi darà l’aiuto che mi ha sempre dato ogni qualvolta ho sperato in Lui, sono ricorso a
Lui.
Rassegnazione. Devo accettare quello che mi viene, come qualche cosa disposto dalla volontà
amorosa di Dio, che devo amare, adorare come Lui stesso. Devo chinare il capo, soffrire in
silenzio senza tante lamentele esterne ed interne. «Sia fatta la volontà di Dio» deve essere la
conclusione, la fine di tutte le tue discussioni, la tua parola d’ordine, il tuo proposito, la tua
volontà. Dio ci penserà.
Santificazione. Il dolore purifica, santifica, guarisce come un’operazione chirurgica fatta da una
mente sapiente, da un cuore paterno, da una mano sicura.
Dopo che ho sofferto, la mia anima è più bianca, più bella, più attraente, più degna del bacio di
Dio.
Quando si soffre, l’anima prende le somiglianze di Gesù sofferente e attrae lo sguardo della
simpatia di Dio come l’attrae il volto del Figliuol suo.
Un’anima che soffre, o molto o poco, guadagna sempre davanti a Dio a seconda delle sue
disposizioni più o meno affettuose verso di Lui.
Oggi voglio ricordarmi di soffrire: con calma, con coraggio, con rassegnazione.
Sii calmo! Non permettere che la fantasia faccia del chiasso nell’anima tua. La tua fantasia è una
irragionevolezza, una debolezza, una mezza pazzia. Può essere in casa non come padrona, ma
come serva.
La padrona è la ragione che deve rappresentarti quei motivi che consolano, che fanno coraggio,
che danno forza.
Con forza. Sii padrone tu, in casa tua: padrone dei tuoi pensieri, delle tue parole, dei tuoi atti.
Un pensiero, che rattrista, mandalo via! Scaccialo come un cane, che viene ad abbaiare nella tua
camera, come un pazzo, un ubriaco che vuol questionare con te. È tempo perduto.
Se vuoi la pace in casa tua, devi comandare tu e mettere alla porta tutti i nemici della tua pace. Fra
questi vi sono i tuoi pensieri.
Da’ al Signore la guida della tua barca, dagliela tutta intera!
Quando vuoi pensare che sarà di te domani, come sopporterai tutte le sofferenze della vita, le
malattie, i disturbi, la morte, allora vuoi fare tu da guida.
È inutile: t’imbrogli, ti spaventi, ti rattristi. Lascia che ci pensi Iddio!
Signore, Voi siete il mio arbitro, il mio nocchiero, il mio tutto. Pensateci Voi!
283
Ci pensi, dunque, Lui, non io! Il tuo avvenire è come un libro proibito e non devi avere smania di
leggerlo, di conoscerlo: tanto non capisci nulla.
Il più bello è stare alla giornata e abbandonarsi perdutamente a quello che dispone il Babbo.
Oh, davvero, se lo facessi proprio sempre, come sarei santo anch'io, un santo felice!
O Maria, dolce madre mia, datemi questa intera fiducia in Dio, che è la ricchezza più grande che
io possa desiderare!
Voi sapete che io mi abbandono alla vostra materna custodia, oggi e sempre!
Custoditemi, quindi, in questa grazia di confidare sempre, di rifugiarmi sempre in Dio, di fare che
Iddio sia sempre il re del mio cuore, della mia anima, il re della mia speranza, della mia gioia, di
tutta la mia vita.
O Signore, se tanti non si curano di Voi, io mi curo di Voi tanto, Vi cerco tanto.
Se altri Vi respingono, io Vi apro tutte le porte e Vi dico dal più profondo del cuore: «Venite,
venite, o mio buon Dio! Io Vi voglio, Vi desidero ansiosamente».
Se altri Vi disprezzano, io Vi amo, Vi amo tanto. Voi siete il mio re, il mio amore, la mia vita, il
mio tutto: Voi siete me ed io voglio essere Voi.
Queste frasi, che si dicono gli amanti, non sempre con sincerità, io le dico a Voi
sincerissimamente, perché voglio che questo sia. Oggi, o Signore, siete tutto mio, io voglio essere
tutto vostro. Siate Voi me, io voglio essere Voi.
Lo voglio, lo voglio fermamente, costantemente, inderogabilmente, anche quando la mia testa si
perde, si disorienta nelle povere cose di questa terra.
Prima di tutto e soprattutto, io sono con Voi e per Voi e Voi siete con me e per me.
Quale gioia non proverei, se lo pensassi sempre, se questo pensiero diventasse come un punto
fisso nel mio cuore, nell’anima mia, perchè non si parta mai!
O Maria, dolce madre mia, fate che questo sia! Siate Voi l’artefice della mia santificazione,
datemi tutto quello che mi occorre, specialmente la confidenza e l’abbandono più completo in
Dio, che sono la base, il sostegno di tutta la santità ed anche della pace e della gioia.
Per passare una giornata più santa.
Voglio unirmi di più alla Madonna Maria Santissima come un buon figliuolo, che non può
distaccarsi dalla mamma sua: da lei dipende, in tutto si rivolge a lei, cerca di farle sempre piacere,
di non disgustarla mai.
Nelle mie preghiere mi sia vicino, per farmele recitare bene, perché tenga raccolta la mia mente,
desto il mio cuore, viva la mia confidenza, la mia speranza.
In qualunque momento voglio appoggiarmi a Lei come un bambino che, non sapendo camminare,
s'appoggia alla sua mamma.
Che gran dono la mamma nella vita materiale e che gran dono nel campo spirituale!
Perché non approfittarne? La Mamma, nell’alzata del mattino, deve essere il mio primo pensiero,
perché mi aiuti a far bene il primo sacrificio della giornata.
Che il primo fiore della mia penitenza giunga a Dio rivestito di questi bei pensieri, di queste belle
parole: «Maria Santissima, dolce madre mia, mi abbandono alla tua materna custodia». La
Madonna certamente sosterrà, fino dai primi momenti della giornata, questa povera anima mia,
allora tanto triste, tanto desolata.
Nel vestirmi continuerò a invocarla con pace, senza preoccupazione.
Senza bisogno di formule speciali, Le dirò semplicemente: «Madonna, madre mia, siate qui con
me. Fate che sia santo questo primo istante della mia veglia nella nuova giornata. Datemi forza,
coraggio!». Poi, vestito, dico le mie preghiere della giornata, fra cui sono quelle rivolte
direttamente a Lei.
La preghiera della confidenza in Maria voglio dirla adagio, con riflessione, con vivo desiderio,
perchè sia proprio nell’anima mia quello che dico. La Madonna mi sente, mi dà quello che
284
domando: una sempre più profonda confidenza in Lei. Voglio che i sentimenti di confidenza, così
forti, mi seguano per tutta la giornata, per tutta la vita. Sì, o Maria, per tutta la giornata, per tutta
la vita ripongo in Voi ogni mia speranza, ogni mio conforto, perché credo fermamente che,
dall’alto del cielo, vegliate giorno e notte su quelli che sperano in Voi. Voglio vivere per
l’avvenire senza alcuna preoccupazione e riversare sopra di Voi ogni mia angustia.
Alla mia salute pensateci Voi, alla perdita delle mie forze mentali e fisiche pensateci Voi. Lo
vedete che sono vecchio, ammalato, pieno di acciacchi. Chi, dunque, più di me ha bisogno di
Voi?
Siate la mia infermiera, datemi la vostra mano, conducetemi passo, passo come si conducono quei
poveri esseri che non si possono lasciare soli, perché corrono pericolo di farsi male. O Maria,
corro anch’io pericolo di farmi male in tante occasioni, che mi capitano di ogni genere. Ho quindi
bisogno che mi diate il vostro braccio. Non è così che mi dovete soccorrere? È così che mi
riposerò, d’ora innanzi, in pace, appoggiato sul vostro cuore purissimo. Io non penserò che ad
amarvi e ad ubbidirvi mentre Voi, da buona mia Mamma, v’incaricherete di tutti gli interessi più
cari del vostro povero figliuolo.
Quali sono i miei più cari interessi? Il primo fra tutti è la mia salvezza eterna.
Questa è la cosa più grande che mi riguarda: salvarmi l’anima, andare in paradiso.
Che importa tutto il resto?
Voi mi condurrete tutti i momenti su quel sentiero, che conduce al cielo.
Se qualche volta avessi la disgrazia di perderlo od anche solo per qualche poco allontanarmene,
Voi, o Mamma mia, mi otterrete la grazia di rimettermi subito sul sentiero, di pentirmi
efficacemente e di riprendere subito il mio viaggio che sale verso Dio.
Quante volte avete fatto questo nella mia vita! Oh, come Ve ne ringrazio di cuore! Se io mi salvo,
lo devo
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Preambolo di Giuseppe Rabotti - Opera Santa Teresa del Bambino