R
i
c
e r
c
h
e
S
All’interno:
Ettore Borghi, Riflessioni su un anniversario
Alberto Ferraboschi, Il «bardo» della montagna reggiana:
Gian Lorenzo Basetti e la democrazia radicale tra Otto e Novecento
Francesco Paolella, Antisemitismo italiano di Stato
Rodolfo Mattioli, Tre ragazzi uccisi. L’eccidio di Gavassa, Reggio Emilia,
22-23 aprile 1945
Lorenzo Capitani, «Vado al Moro». Documenti e testimonianze
Hermes Grappi, Osvaldo Salvarani, «Un socialista weberiano»
Matthias Durchfeld, Intervistiamo… la nostra storia. I Ragazzi di Vezzano
Alessandra Fontanesi, Come insegnare la storia della Shoah?
Una riflessione sul contenuto, sul metodo e sulla formazione dei formatori
Valda Busani, Le ragioni e le modalità della ricerca
Luciano Casali, Terrorismo fascista, recensione a M. Storchi,
Il sangue dei vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i processi del dopoguerra
Recensioni
Poste italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale - DL 353/2003 (conv. in L. 27/2/2004) art. 1 c. 1 DCB - Reggio Emilia
Andrea Paolella, «Io e Giovannino Guareschi:
due emiliani internati militari in Germania». Intervista a Gaetano Montanari
RS Ricerche Storiche
Giorgio Boccolari, Un Archivio «che parla tanto di lui».
La documentazione cartacea e multimediale di Cesare Zavattini
RS
n. 106 Ottobre 2008
Alfio Moratti, Amos Conti, 8 giugno 1916. L’affondamento del
«Principe Umberto». Strage di soldati reggiani rivelata
grazie agli Albi della Memoria
RS
t or
i
c
h
e
€
13
0
,0
RS
RS
Anno XL
RICERCHE STORICHE
N. 106 aprile 2008
Direttore
Ettore Borghi
Rivista semestrale di Istoreco
(Istituto per la storia della resistenza
e della società contemporanea in
provincia di Reggio Emilia)
Direttore Responsabile
Carlo Pellacani
Vice Direttore
Mirco Carrattieri
Coordinatore di Redazione ed editing
Glauco Bertani
Comitato di Redazione:
Michele Bellelli, Lorenzo Capitani, Alberto Ferraboschi,
Alessandra Fontanesi, Fabrizio Montanari, Francesco Paolella,
Ugo Pellini, Massimo Storchi, Antonio Zambonelli
Direzione, Redazione,
Amministrazione
Via Dante, 11 - Reggio Emilia
Telefono (0522) 437.327 FAX 442.668
http://www.istoreco.re.it
e.mail: [email protected]
Cod. Fisc. 80011330356
Prezzo del fascicolo
Numeri arretrati il doppio
Foto di copertina:
Cimitero militare Casello n. 44,
Sagrado (GO). Tratta da
«Così lontana, così vicina.
Reggio Emilia e i reggiani nella
Grande Guerra», 1-30 novembre 2008.
Polo Archivistico, Via Dante 11
Reggio Emilia – Università ModenaReggio, Via Allegri, 9 Reggio Emilia.
Fonte: Archivio privato Brugnoli
Foto sfondo sezioni:
tratta da: come sopra
€ 13,00
Abbonamento
annuale
€ 20,00
Abbonamento sostenitore € 73,00
Abbonamento
benemerito € 365,00
Abbonamento estero
€ 50,00
I soci dell’Istituto ricevono gratuitamente la rivista
I versamenti vanno intestati a istoreco,
specificando il tipo di Abbonamento,
utilizzando il Conto Corrente bancario
BIPOP-CARIRE n. 11701 oppure il c.c.p.
N. 14832422
La collaborazione alla rivista è fatta solo
per invito o previo accordo con la redazione.
Ogni scritto pubblicato impegna
politicamente e scientificamente
l’esclusiva responsabilità dell’autore.
I manoscritti e le fotografie
non si restituiscono.
Stampa
GRAFITALIA – Via Raffaello, 9 Reggio Emilia
Tel. 0522 511.251
Fotocomposizione
ANTEPRIMA – Via Raffaello, 11/2 Reggio Emilia
Tel. 0522 511.251
Editore proprietario
ISTORECO
Istituto per la Storia della Resistenza
Registrazione presso il Tribunale di Reggio Emilia
n. 220 in data 18 marzo 1967
Con il contributo della Fondazione Pietro Manodori
Indice
Editoriale
Ettore Borghi, Riflessioni su un anniversario
5
Ricerche
Alberto Ferraboschi, Il «bardo» della montagna reggiana:
Gian Lorenzo Basetti e la democrazia radicale tra Otto e Novecento
Francesco Paolella, Antisemitismo italiano di Stato
Alfio Moratti, Amos Conti, 8 giugno 1916. L’affondamento del
«Principe Umberto». Strage di soldati reggiani rivelata grazie
agli «Albi della Memoria»
27
Documenti
Giorgio Boccolari, Un Archivio «che parla tanto di lui». La documentazione
cartacea e multimediale di Cesare Zavattini
67
Memorie
Andrea Paolella, «Io e Giovannino Guareschi: due emiliani internati militari
in Germania». Intervista a Gaetano Montanari
Rodolfi Mattioli, Tre ragazzi uccisi. L’eccidio di Gavassa,
Reggio Emilia, 22-23 aprile 1945
Lorenzo Capitani, «Vado al Moro». Documenti e testimonianze
Hermes Grappi, Osvaldo Salvarani, «Un socialista weberiano»
Didattica
Matthias Durchfeld, Intervistiamo… la nostra storia. I ragazzi di Vezzano
Alessandra Fontanesi, Come insegnare la storia della Shoah?
Una riflessione sul contenuto, sul metodo e sulla formazione dei formatori
Alessandra Fontanesi, Le attività didattiche di Istoreco a.s. 2007-2008
Note e Rassegne
Valda Busani, Le ragioni e le modalità della ricerca
Eletta Bertani, recensione a V. Busani – «C’era freddo dentro il cuore di tutti…»
Ricerca sui fatti del 1° gennaio 1945 a Scandiano ed Arceto
Luciano Casali, Terrorismo fascista, recensione a M. Storchi, Il sangue dei
vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i processi del dopoguerra (1945-46)
Ettore Borghi, Una disputa settembrina
Come si cambia un logo
Recensioni
9
47
91
101
113
119
125
131
143
147
151
153
159
163
167
3
Editoriale
Riflessioni su un anniversario
Ettore Borghi
4-11 novembre 1918. Le date della pace per le innumerevoli famiglie in
lutto, sparse nell’immenso mondo contadino europeo, che avevano visto aggiungersi alla miserabile fatica e all’umiliazione, inflitte quotidianamente da
un ceto proprietario avido ed arrogante, un enorme tributo di sangue per una
causa che non era la loro.
Per altri, per i Paesi ufficiali, per le classi dirigenti e per il ceto medio – tuttavia deluso dalle promesse fatte ma non mantenibili – fu l’ora della vittoria, o
della preparazione per l’immancabile rivincita, che l’esperienza della grande
mattanza faceva presagire sarebbe stata ancora più luttuosa.
Governi europei insensibili agli sviluppi della cultura e ai valori nuovi di
giustizia e di solidarietà avevano irresponsabilmente giocato alla guerra per
obiettivi in generale risibili rispetto al tremendo sacrificio di vite umane. E
non meno colpevole era stata l’enorme dissipazione di ricchezza economica,
in gran parte sottratta ai bisogni veri dei cittadini, in primo luogo della classi
lavoratrici, la cui povertà oggi non è più immaginabile, almeno se si pensa alle
possibilità di sperpero goduta dalla società occidentale dopo i vari boom del
secondo dopoguerra.
Una catastrofe provocata da futili motivi, quasi si fosse rimasti fermi alla
logica delle guerre di devoluzione della Francia assolutista: allargamento dei
confini, un pezzetto alla volta, inteso come compito fondamentale dello Stato,
a costo di esaurirne le risorse e di scavare voragini di debiti. L’immagine di
parrucconi che ci rimandano le fotografie della conferenza di pace sono il
lampante emblema di ciò che quei governanti avevano nella testa. Non è per
caso che rimanessero inascoltati gli avvertimenti dell’unico genio presente alle
trattative, quel John Maynard Keynes che era vicino al circolo di Bloomsbury, dunque anche a Bertrand Russel, che aveva scontato in prigione il suo
pacifismo.
Poi, negli anni Venti, fu di moda scrivere di tramonto dell’Occidente e di
5
decadenza dell’Europa, ma erano esercizi di filosofi e filosofanti, che di quella
decadenza indicavano la causa in lontananze metafisiche. Vennero in seguito
a galla altre facce e altre divise: non più marsine e colletti duri, ma stivaloni
e camicie di svariato colore. Non più bastoni da passeggio (ormai li usava soltanto Charlot nei suoi film) ma manganelli e pugnali.
Sono fenomeni che si diffonderanno quasi esclusivamente in Europa, ma
quella guerra fu anzitutto una guerra europea. Una mente razionale, per fare
un solo esempio, non riesce a giustificare il fatto che giovani neozelandesi venissero dagli antipodi per morire in una penisola sconosciuta sul Mar Nero.
Vale a dire che il conflitto divenne mondiale grazie alla partecipazione di
due imperi fatiscenti almeno in parte europei e di un impero, col suo centro
a Londra, ancora ignaro di essere agli sgoccioli. Solo tardi l’intervento di un
quarto impero ancora agli albori, ma già pronto ad imporre al mondo la sua
egemonia culturale e politica, oltre che la sua moneta...
Un facile ragionamento controfattuale potrebbe suonare così: niente guerra, niente fascismo, nazismo, stalinismo. Perché la Grande guerra fu anche il
principale laboratorio del totalitarismo: mobilitazione di tutta l’economia nazionale sotto un’unica guida e per un solo obiettivo; censura e dispiego di una
propaganda mendace; le critiche viste come disfattismo e tradimento. L’accostamento fra «guerra totale» e totalitarismo è insomma molto più di un gioco
di parole.
6
Foto tratta dalla mostra «Così lontana, così vicina. Reggio Emilia e i reggiani nella Grande Guerra», 90° Prima guerra mondiale; 1-30 novembre 2008. Polo Archivistico, Via Dante 11 Reggio
Emilia – Università Modena-Reggio, Via Allegri, 9 Reggio Emilia. Fonte: Archivio privato Brugnoli.
7
Ricerche
Il «bardo» della montagna reggiana
Gian Lorenzo Basetti e la democrazia radicale
tra Otto e Novecento
Alberto Ferraboschi
Premessa: la tradizione democratica del collegio appenninico
Riconosciuto all’alba del Novecento come il patriarca della democrazia
radicale italiana, Gian Lorenzo Basetti fu una personalità di punta del radicalismo
emiliano con profonde radici sul territorio reggiano. Ricostruire, seppur per
brevi cenni, la longeva vita parlamentare di Gian Lorenzo Basetti1, deputato
del collegio della montagna reggiana dal 1874 al 1908, consente di fare luce su
alcuni aspetti legati al fenomeno del «notabilato democratico» che caratterizzò
in misura non secondaria la democrazia radicale italiana ottocentesca2. Infatti,
la vicenda della circoscrizione elettorale di Castelnovo ne’ Monti di cui Basetti
fu l’espressione politica per oltre trent’anni rappresenta per certi versi il caso
paradigmatico di quei collegi «non competitivi» in grado di generare lunghe
carriere parlamentari destinate a traguardare la svolta del passaggio tra Otto e
Novecento3.
Nel contempo la vicenda parlamentare di Basetti, eletto ininterrottamente
e sostanzialmente senza competizione nel periferico ed appenninico
collegio di Castelnovo ne’ Monti, pone con forza il problema del rapporto
tra pianura e montagna (e città-campagna) all’interno del territorio reggiano;
si tratta di una questione di lunga durata che allunga le sue ombre fino al
periodo novecentesco dell’Italia repubblicana4 e che è destinata a tradursi sul
piano politico in un’alterità di fondo tra il collegio della montagna e le altre
circoscrizioni della provincia, dando vita ad una «anomalia» nella geografia
9
Gian Lorenzo Basetti
elettorale reggiana segnata nel passaggio tra Otto e Novecento dal predominio
moderato e poi dall’egemonia socialista5. Questa alterità della montagna nel
secondo Ottocento si nutriva di una tradizione antigovernativa, minoritaria
ma costantemente attiva nel periodo preunitario6, che trovava alcuni riscontri
significativi nell’endemico fenomeno del brigantaggio, ancora presente in età
napoleonica7, e nella mobilitazione antiestense durante i moti insurrezionali
del 18218. Innestandosi all’interno di un processo di lunga durata, nella fase
postunitaria il controverso rapporto tra pianura e montagna finì per assumere
i tratti di una contrapposizione socio-politica tra l’universo della piccola
proprietà terriera della montagna, in gran parte di orientamento democratico,
e la borghesia del capoluogo che costituiva il blocco sociale di riferimento di
una delle principali roccaforti del moderatismo italiano9.
Anche per questi motivi la vicenda parlamentare di Basetti si intreccia
indissolubilmente con la fisionomia socio-economica ed ambientale del
territorio montano. In effetti, la montagna reggiana aveva le sembianze di
un vasto collegio rurale con una struttura tipicamente contadina, fondata
in gran parte sulla piccola proprietà10, dove l’incidenza di alcune malattie
come la pellagra11 e il colera (una patologia che ancora all’inizio del ’900
infestava le valli appenniniche «seminando terrore tra le popolazioni»12) così
come l’analfabetismo generalizzato13 e l’altissimo indice di mortalità infantile
10
generavano uno stato di prostrazione e di diffuso malessere cui corrispondeva
un sostanziale immobilismo delle amministrazioni locali. Non a caso il più
autorevole giornale del moderatismo reggiano, «L’Italia Centrale», nel 1866
scriveva che
nella montagna nostra, in modo speciale, vi sono comuni i quali difettano di tutto;
che vennero formati a casaccio da persone le quali subirono l’influenza di alcuni
signorotti i quali non mirarono ad altro che a fare i propri particolari interessi
a danno del pubblico bene. È cosa strana ma però vera, che molti di questi
comuni sono affatto privi di strade che mettano al Capo Luogo, e che in causa
della mancanza di persone che sappiano leggere e scrivere, sono amministrati o
barbaramente o da clericali14.
In effetti, come ricordava la commissione della Provincia istituita per redigere
il progetto di una rete stradale della montagna15, i rilievi appenninici risultavano
in gran parte isolati dal momento che il territorio presentava «pochi transiti
appena someggiabili nella stagione estiva, di difficile accesso poi nella stagione
delle piogge, e di impossibile varco in quella delle nevi»16, Peraltro, questo
quadro nel passaggio tra Otto e Novecento non subì significativi cambiamenti
se si considera che nel 1917 il comune di Ligonchio, «la cenerentola della
montagna» secondo l’eloquente epiteto di Meuccio Ruini17, era ancora isolato
essendo sprovvisto di una strada carrabile.
Nella congiuntura postunitaria al tradizionale risentimento per l’arretratezza
e lo stato di abbandono del territorio montano risalente al periodo estense18,
acuito anche dal fallimento dei progetti ferroviari transappenninici19, si
aggiungeva l’insofferenza per l’introduzione della leva obbligatoria e per la
politica di risanamento finanziario attuata dal governo centrale, destinata a
manifestarsi con virulenza in occasione dei moti provocati dalla tassa sul
macinato. Infatti, sulla scia delle manifestazioni di protesta contro l’aumento
del prezzo del pane che attraversarono la penisola tra il 1869 ed il 187020
la montagna reggiana fu teatro di forti spinte contestatrici legate alle bande
repubblicane dei fratelli Manini e Pomelli che portarono alla ribalta l’esistenza
di un diffuso malessere sociale che tendeva ad ammantarsi di tinte ideologiche
di stampo democratico21. In particolare, questi fermenti politici avevano trovato
un importante punto di coagulo nei mercati e nelle tradizionali fiere della
montagna22, così come in alcune forme della sociabilità laico-repubblicana,
consentendo la politicizzazione di quella parte della società che non viveva
chiusa nei propri abitati sparsi. Infatti, come ha osservato Marco Fincardi
in una popolazione che generalmente proiettava la propria identità in parrocchie
isolate, i ritrovi laici – nella scarse osterie e locande o nei rarissimi caffé esistenti
– permettevano a gruppi informali radicali, collegati con le reti associative della
pianura, di essere determinanti per quell’élitaria opinione pubblica montanara che
cercava nei municipi e negli scambi extralocali la propria dimensione politica. Era
11
questo l’ambiente che aveva permesso alle bande guerrigliere del 1869 e 1870 di
agire impunemente, tra la complicità della popolazione23.
Dunque, anche attraverso queste forme di socialità, nella travagliata fase
di costruzione della nazione, tra le popolazioni appenniniche si era fatta
strada la consapevolezza che i nodi da risolvere andavano affrontati con una
rappresentanza politica in grado di conciliare le antiche aspirazioni delle
collettività della montagna reggiana con le nuove istanze di riforma sociale
incarnate dalla democrazia risorgimentale24. In effetti, il collegio appenninico
di Castelnuovo ne’ Monti in età liberale per certi versi rappresenta il caso
emblematico di una comunità locale che si pone «contro» l’assetto scaturito dai
rivolgimenti risorgimentali e dà corpo a questa limitata ribellione attraverso
la scelta di deputati delle forze democratico-progressiste25, a dispetto della
persistenza di significative componenti filo-duchiste26. Il collegio si caratterizzò
infatti per le connaturate forti venature di antiministerialismo restando in mano
alla democrazia radicale a partire dal 1861 con l’elezione di Angelo Brofferio27
e poi di Giovanni Grilenzoni28, quindi di Leopoldo Cattani Cavalcanti29 ed
infine grazie alla longeva vita parlamentare di Gian Lorenzo Basetti, deputato
radicale per circa 34 anni consecutivi, tra il 1874 e il 1908, concludendo dunque
la lunga fedeltà al «bardo» della montagna reggiana solamente con la scomparsa
del deputato. In questo modo l’ampia circoscrizione elettorale30, anche a causa
della sua fisionomia economica e sociale31, ancora alla fine dell’Ottocento
risultava scarsamente permeabile all’influenza socialista32, costituendo una
fedele roccaforte della tradizione radicale tanto da fregiarsi dell’appellativo di
«cittadella della libertà»33.
2. Un caso di notabilato democratico: Gian Lorenzo Basetti
Esponente di una famiglia di solide tradizioni risorgimentali con diffuse
radici sul territorio reggiano e parmense34, a partire dai trascorsi garibaldini35
e dalla matrice democratica Gian Lorenzo Basetti interpretò essenzialmente
in chiave antiministeriale la diffusa insoddisfazione delle popolazioni della
montagna reggiana per l’esito del processo risorgimentale e la critica verso
l’«opprimente» centralismo statale36. Membro di quel folto gruppo di medici
che caratterizzò la classe politico-parlamentare dell’estrema sinistra italiana37,
grazie anche all’esercizio disinteressato dell’attività professionale, Basetti era
una personalità molto nota nella montagna reggiana, trasponendo anche sul
piano professionale l’impegno della democrazia per i temi della questione
sociale38. Pertanto, in un contesto in cui il sistema elettorale risultava fortemente
condizionato dalla capillare egemonia notabilare, la candidatura di Basetti alle
elezioni politiche del 1874 secondo la stampa locale «era sorta spontanea senza
che alcun individuo possa vantarne l’idea o la paternità» in quanto il «Dott. Gian
Lorenzo Basetti meritatamente raccoglie e trovasi circondato dalle simpatie
12
dell’intero paese»39. In effetti, come scriveva «La Minoranza» il nome di Basetti
era «circondato da un aureola di carità» dal momento che «la sua vita passata è
una continua sequela di tributi offerti alla carità, offerti al popolo»40. Dunque,
grazie anche all’appoggio del portavoce «ufficioso» della massoneria reggiana,
il giornale «La Minoranza» che non aveva mancato di elogiare l’«ingegno, la
filantropia e l’amore alla libertà» del medico di Vairo, la candidatura di Basetti
si era affermata come quella di un «degno ed indipendente rappresentante, che
non decamperà mai dalla condotta tenuta dai nostri precedenti deputati, col
benefico vantaggio di conoscere a fondo i nostri bisogni per essere famigliare
di questi luoghi»41. Pertanto, con il sostegno decisivo del principale centro
dell’associazionismo radicale della provincia, la «Società Garibaldi dei Reduci
delle patrie battaglie»42, a ridosso della consultazione elettorale si costituì
un apposito comitato espressione delle gerarchie notabilari della montagna
reggiana (L. Fiori, A. Rabotti, G. Ferrari, dottor G. Rabotti, C. Bellini, dottor E.
Rubini, dottor Notari, L. Leonardi, dottor Monzani, F. Pallaj)43 che propose la
candidatura-protesta di Basetti44. Infatti, in occasione della prima candidatura
a Castelnovo ne’ Monti nel 1874 Basetti era rappresentato come «un giovane
di rare qualità» in grado di interpretare la delusione della società locale per un
governo che aveva tradito le idealità risorgimentali, perseguendo una politica
incapace di rispondere agli interessi generali della nazione e rendendosi
responsabile di un pesante fiscalismo «di cui non trovasi esempio nei più barbari
tempi dell’evo medio»45. In questo quadro, nonostante l’appoggio prefettizio46
e la propaganda del legittimismo clericale per il candidato ministeriale, Basetti
dopo un ballottaggio con Vincenzo Baroni venne eletto alle elezioni politiche
dell’8-15 novembre 1874 sulla scorta di una legittimazione originata in misura
significativa dalla collocazione professionale e dalle benemerenze patriottiche
e risorgimentali. Infatti, se il medico garibaldino al primo turno ottenne 102
suffragi contro i 158 del candidato ministeriale al ballottaggio ebbe 164 voti47
passando così sui banchi della Camera dei Deputati come «eloquente bandiera
di protesta e di profondo malcontento»48.
In effetti che il consenso espresso dal collegio montano a Basetti fosse
anzitutto mosso dalla protesta è ben evidenziato dal fatto che nelle successive
consultazioni del 1876 lo stesso candidato riuscì rieletto sulla scia del successo
della campagna a sostegno della lega per l’abrogazione della tassa sul macinato49,
una delle numerose iniziative di mobilitazione dell’opinione pubblica sui grandi
temi nazionali tipiche della strategia comunicativa democratica ottocentesca50.
Alle elezioni del 1876 Basetti poté beneficiare dell’effetto dell’impegno profuso
nella campagna contro l’impopolare legge sul macinato, presentata sul piano
locale dalla stampa radical-progressista come la manifestazione della «riscossa»
della montagna e, per contro, etichettata dai moderati come una «eccentricità
radicale, almeno ben trovata per ottenere del chiasso»51. Assurto agli onori
della cronaca nazionale e locale per la battaglia politico-parlamentare contro
la tassa sul macinato, Basetti rimase sostanzialmente senza competitori nel suo
13
collegio fino agli albori del Novecento, non solo per la perdurante incapacità dei
moderati di individuare un candidato in grado di contrastarlo ma anche a causa
dell’influenza piuttosto limitata del partito socialista nel territorio appenninico.
Se, infatti, alle elezioni del maggio del 1880 i moderati presentarono nel collegio
di Castelnovo ne’ Monti un candidato di bandiera e Basetti venne eletto con
309 voti, alle elezioni del 1882 – effettuate con il sistema dello scrutinio di
lista a suffragio allargato – i radicali si allontanarono dai liberali progressisti
per condividere la causa del «grande e santo ideale dell’emancipazione delle
plebi»52 sostenuta dal giornale «Lo Scamiciato», riuscendo in tal modo ad
eleggere due loro candidati: Gian Lorenzo Basetti e Gilberto Govi53. Feudo
elettorale del deputato radicale con le proprie roccaforti nel castelnovese,
minozzese54 e ramisetano55, anche nella travagliata congiuntura di fine secolo
quando Basetti fu chiamato a presiedere la sezione provinciale dell’anticrispina
Lega per la difesa della libertà56, il collegio appenninico ribadì la fedeltà al
suo deputato; infatti, dopo la conferma del 1890 e la plebiscitaria vittoria del
1892, Basetti anche nel 1895 grazie al sostegno del nucleo storico «basettiano»57
riuscì ad imporre la propria supremazia sconfiggendo l’agguerrita candidatura
del professor Azzio Caselli, medico ed esponente di spicco del moderatismo
reggiano del tardo Ottocento58.
Al di là dell’irriducibile spirito antigovernativo che caratterizzava i comuni
della montagna nella stagione postunitaria59, il radicamento del medico di
Vairo trovava risposta nella struttura elitaria del suffragio elettorale che,
mediato dai contatti personali e da ramificate clientele, tendeva a trascendere
l’appartenenza politica per affondare nel familismo e nel protagonismo dei
singoli. In effetti, ancora nel 1892 Basetti nel suo collegio era considerato
«l’uomo di tutti i partiti»60 come doveva riconoscere anche «L’Italia Centrale»:
per antica consuetudinaria apatia e un po’ anche per la sfiducia generata da reiterati
disinganni, le questioni politiche non hanno molta presa su questi abitanti, nella
gran maggioranza amanti dell’ordine, della quiete e del lavoro … ed i voti che altre
volte, sia a scrutinio di lista, sia a collegio uninominale, vi ha riportato il Basetti,
erano più che altro dovuti al nome suo e della famiglia e più ancora alla ridicola
leggenda, ormai completamente sfatata, ch’egli sia stato l’autore dell’abolizione del
macinato e del calo nel prezzo del sale61.
Si registra in sostanza l’espressione di un consenso di carattere plebiscitario,
segno evidente dell’utilizzazione e del funzionamento di un sistema notabilare
in funzione di mobilitazione dell’elettorato e di coinvolgimento del voto
cui non erano estranei neppure i parroci nonostante la nota appartenenza
massonica del deputato radicale62. In effetti, malgrado gli accesi toni anticlericali
della «Minoranza» nel deputato radicale anche diversi preti della montagna
riconoscevano non già un pericoloso «sovversivo» quanto un vero e proprio
«benefattore» in virtù non solo dell’attività filantropica svolta come medico ma
anche dell’opera prodigata a Montecitorio a favore degli interessi locali63. Oltre
14
a seguire da vicino alcune questioni legate al territorio reggiano (come la legge
sulla perequazione fondiaria nel compartimento modenese)64, Basetti fin dagli
anni ’70 patrocinò progetti di dotazioni infrastrutturali e di potenziamento
delle linee di comunicazione della montagna reggiana (ad esempio, per
quanto riguarda la spinosa questione delle strade della montagna in occasione
del disegno di legge riguardante la costruzione delle strade provinciali65, a
proposito del progetto della nuova strada Vezzano-Casina66 o ancora per la
provinciale della Val d’Enza con i ponti presso Vetto e Selvanizza) esercitando
il tradizionale ruolo del notabile come punto di incontro tra stato e società
civile (e tra centro e periferia) sicché ancora nel 1895 a poche settimane dal
voto lo storico foglio moderato scriveva:
nel collegio dove il Basetti ha radici da 22 anni e amicizie quasi feticiste – dove
si è creduto, per oltre un quadrilustro, che a lui si dovesse l’iniziativa di tutte le
riforme agognate e l’attuazione delle poche ottenute, che da lui, dalla sua opera
parlamentare si dovessero aspettare il latte e il miele scorrenti nei ruscelli e uno
stato che, invece di esiger tasse, pagasse emolumenti: lassù dove la fedeltà alle
persone difficilmente si spezza67.
Se dunque ancora all’inizio degli anni ’90 il deputato radicale poteva
beneficiare di una riconosciuta legittimazione di stampo comunitario,
nel passaggio tra Otto e Novecento tramontarono le condizioni politicoamministrative che avevano consentito a Basetti di costruire la sua brillante
carriera parlamentare. In effetti, con l’aprirsi del XX secolo, il prepotente
sviluppo del movimento socialista destinato a rendere Reggio Emilia la «capitale»
del socialismo municipale italiano, la crisi del liberalismo ed il progressivo
ingresso dei cattolici nello scontro per il potere locale, avevano trasformato
profondamente le circostanze nelle quali era abituata a muoversi la democrazia
ottocentesca e lo stesso Gian Lorenzo Basetti. In particolare, la crescente
polarizzazione del sistema politico reggiano d’inizio Novecento, segnato dalla
contrapposizione dell’identità di classe fra forze borghesi e proletarie, aveva
ristretto lo spazio politico del radicalismo, rendendone sempre più evidente
la condizione di subalternità nei confronti dell’ormai chiara egemonia del
partito socialista. Questa tendenza, connessa anche alle trasformazioni socioeconomiche, aveva portato ad una radicalizzazione dello scontro politico
destinata a culminare nel 1904 quando si confrontarono nel reggiano da un
lato l’eterogeneo «blocco d’ordine» clerico-moderato della cosiddetta «Grande
Armata» e dall’altro lato la compatta organizzazione del partito socialista.
Nonostante questa situazione di forte polarizzazione, alle elezioni politiche del
1904 Basetti riuscì ad imporre la propria candidatura sul socialista Ferdinando
Laghi, originario di Ramiseto e professore all’università di Parma68 nonché
«grande proprietario della nostra montagna»69 a scapito tuttavia di un significativo
slittamento del medico garibaldino verso l’area socialista. Se, infatti, il collegio
15
di Castelnovo ne’ Monti fu l’unica circoscrizione della provincia dove il partito
socialista non presentò un proprio candidato indirizzando i voti su Basetti70
tuttavia l’anziano parlamentare dovette subire il crescente condizionamento
dei suoi grandi elettori, rappresentati ormai non più solamente dal notabilato
della montagna ma anche dalla potente organizzazione socialista. In questo
contesto, l’elevata partecipazione alle elezioni (la consultazione del 6
novembre 1904 fece registrare una delle percentuali più alte di votanti nel
collegio dal 1861 con 2603 unità, pari al 70 percento dei votanti) ed il responso
elettorale del 1904 che sancì la combattuta vittoria di Basetti sul candidato
della «Grande Armata», Francesco Gualerzi, con 1425 voti contro 1077 – con
proporzioni dunque ben diverse dalle precedenti affermazioni plebiscitarie
– erano i segnali inequivocabili del tramonto di un’era. Infatti, pur essendo
riuscito ad avere la meglio, la tradizionale posizione notabilare di Basetti era
risultata logorata ed inevitabilmente incrinata dalla mobilitazione antisocialista
organizzata dalla «Grande Armata»; come non mancò di osservare anche «L’Italia
Centrale», l’appoggio dell’ex deputato liberale di Correggio, Giovanni Martini,
al candidato ufficiale dei liberali, Francesco Gualerzi, favorì sensibilmente lo
schieramento clerico-moderato dal momento che Martini «abitando qualche
mese dell’anno sulla nostra montagna e dimostrando un certo interessamento
alle laboriose popolazioni, s’era formata una buona base» che riversò sul
candidato della «Grande Armata»71. Ma soprattutto era ormai divenuto troppo
evidente e per certi versi «compromettente» il collateralismo di Basetti con il
partito socialista, in particolare dopo lo sciopero generale del 1904, sicché
diversi grandi elettori preferirono togliere il proprio sostegno ad un candidato
ritenuto eccessivamente accondiscendente verso i socialisti: «oggi non è più
un mistero nemmeno per gli elettori della montagna del contegno tenuto
dall’on. Basetti, dell’azione da lui esplicata in favore dei socialisti; oggi essi
sanno che hanno un candidato appoggiato con tutte le forze dai socialisti;
un candidato legato a doppio filo coi peggiori sovversivi»72. D’altro canto
l’esplicito appoggio del partito socialista a Basetti, testimoniato anche da
una campagna elettorale compiuta insieme al socialista Alessandro Cocchi,
incrinò sensibilmente l’immagine di un leader in grado di imporre la propria
legittimazione comunitaria. Infatti, al di là dell’accusa mossa a Basetti di avere
tradito la vecchia militanza democratica per accaparrarsi i voti socialisti73, non
c’è dubbio che l’ultima affermazione elettorale di Basetti se da un lato confermò
il radicamento del potere notabilare del «signore» della montagna reggiana74,
dall’altro lato evidenziò i limiti e l’inevitabile snaturamento di una prassi politica
destinata a fare i conti con le nuove forme organizzative del partito di massa in
un’area a forte egemonia socialista. Non a caso il sostegno elettorale socialista
avrebbe trovato un riscontro nel comportamento parlamentare tenuto da
Basetti nel corso della XXII legislatura quando il medico parmense appoggiò
in diverse circostanze le posizioni socialiste, come in occasione della mozione
presentata nel maggio del 1906 da Enrico Ferri e Cabrini sulla necessità di
16
provvedimenti legislativi per la prevenzione degli eccidi proletari75, suscitando
l’immediata condanna degli «uomini d’ordine» reggiani:
nella grottesca levata di scudi per il disarmo della forza pubblica, i socialisti
ebbero alla Camera il concorso ed il voto del deputato Basetti. Era troppo naturale!
Dopo il suo atteggiamento all’epoca dello sciopero ferroviario, anche il progetto
che significa la dedizione allo sciopero generale doveva avere il suo appoggio!
Gli uomini d’ordine, chiamati alle urne per la lotta provinciale, si ricordino nei
mandamenti di montagna di questo contegno del loro deputato76.
3. Conclusioni
Espressione della prima generazione della democrazia emiliana uscita
dalle lotte risorgimentali, Basetti rappresenta un protagonista di rilievo di
quel notabilato democratico in grado di affacciarsi all’apertura del XX secolo
quando il «risveglio» politico ed ideologico del radicalismo italiano portò alla
creazione di una struttura nazionale di partito77. Peraltro, il ruolo di «decano»78
e di notabile di livello nazionale del radicalismo italiano assunto dal medico
garibaldino all’alba del Novecento79 era l’esito di una lunga militanza politica
con profonde radici sul territorio. Deputato di lungo corso della montagna
reggiana, Basetti nel corso del secondo Ottocento riuscì a convogliare
all’interno di una prospettiva politico-ideologica il profondo disagio sociale
del territorio appenninico, realizzando un percorso di politicizzazione della
società locale capace di saldare le prospettive politiche portatrici di riforme
con le istanze del contesto territoriale. In effetti, come si è avuto modo di
ricordare, la legittimazione antisistema del medico parmense faceva leva in
misura non secondaria sulla forte identità e sullo spirito rivendicativo della
montagna reggiana come annotava polemicamente anche «L’Italia Centrale»
osservando che quella di Basetti «è una candidatura a cui il corpo elettorale
è fedele più per lo chauvinisme della “piccola patria” che per le idee, contro
alle quali, noi combattiamo colla convinzione più sincera»80. A partire da una
strategia comunicativa che fin dagli anni ’70 si strutturò intorno alla questione
della contrapposizione tra paese legale e paese reale81, la carriera parlamentare
di Basetti si fondò principalmente sulla capacità di interpretare e sollecitare
le aspirazioni dell’elettorato della montagna reggiana, riconosciuto come
«interprete sapiente dei bisogni del paese reale»82, contribuendo all’acquisizione
di una prospettiva sempre meno locale dei problemi che affliggevano la
realtà appenninica; in effetti, grazie anche alla «crociata» contro la tassa sul
macinato indetta in nome degli «Abitanti dei monti reggiani»83, la principale
eredità politica di Basetti come rappresentante del collegio di Castelnovo ne’
Monti è individuabile nella capacità di dare voce alla questione del «riscatto»
della montagna che la recente unificazione italiana sembrava aver negato,
creando le premesse affinché il problema dello sviluppo delle zone montane
17
potesse essere trasferito sul più alto palcoscenico nazionale. Tale eredità,
infatti, sarebbe stata raccolta nella tarda età giolittiana dal cattolico Giuseppe
Micheli84, e dal radicale Meuccio Ruini85; se Micheli, successore di Basetti nel
collegio di Castelnovo ne’ Monti alle elezioni del 190886 si distinse come un
sostenitore di interventi a favore della montagna87, Ruini, presentatosi alle
elezioni del 1913 come delfino ed erede del nume tutelare della democrazia
reggiana ottocentesca88, nelle vesti di rappresentante del collegio appenninico
si affermò come strenuo assertore della cosiddetta «questione montanara»
nell’Italia del primo dopoguerra89.
COLLEGIO ELETTORALE DI CASTELNOVO NE’ MONTI (1874-1904)
DATA
ELETTORI
VOTANTI
VOTI BASETTI
VOTI
AVVERSARI O
DISPERSI
8.11.1874 543
345 (64%)
102
158 (Baroni V.)
71 (Cattani
Cavalcanti)
15.11.1874
5.11.1876
543
602
264 (49%)
389 (65%)
164
271
16.5.1880
618
365 (59%)
309
6.11.1892
5033
1490 (30%)
1436
21.3.1897
3267
1097 (34%)
942
3730
2603 (70%)
(*)
26.5. 1895
3.6. 1900
6.11.1904
3257
3291
2459 (75%)
1153 (35%)
1227
1099
1425
98 (Baroni V.)
103 (Baroni V.)
44 (Ferrari A.)
4 (Bonfadini R.)
1181 (Caselli A.)
13 (voti dispersi)
0
1077 (Gualerzi F.)
(*) Nelle legislature XV, XVI, XVII compreso nel collegio di Reggio Emilia.
Fonte: Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, Le elezioni politiche al parlamento subalpino
e al parlamento italiano. Storia dei collegi elettorali dalle elezioni generali del 17-27 aprile 1848 a
quelle del 21-28 marzo 1897, Roma, parte II, p. 163; ministero di Agricoltura, Industria e Commercio,
Statistica delle elezioni generali politiche 3 e 10 giugno 1900, Roma, Tipografia Nazionale, 1900, p.
71; ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, Statistica delle elezioni generali politiche 6 e 13
novembre 1904, Tipografia Nazionale, Roma 1904, p. 68.
Sulla figura di Gian Lorenzo Basetti, nato a Vairo nell’Appennino parmense nel 1836 e morto a
Parma nel 1908, cfr. G. Micheli, In memoria di G. Lorenzo Basetti, Stab. Tipografico A. Zerbini,
Parma 1908; R. Marmiroli, Gian Lorenzo Basetti. Medico garibaldino e deputato radicale, Nuova
Poligrafica reggiana, Reggio Emilia 1962; F. Bojardi, Gian Lorenzo Basetti. La tassa sul macinato,
Analisi, Bologna 1987; Id, Anniversari da non dimenticare, in «L’Almanacco» 1986/8-9, pp. 3841; D. Morini, In parlamento per 34 anni, in «Tuttomontagna», 2006/127, pp. 60-61.
2
Sul fenomeno del notabilato democratico cfr. E. Mana, Democrazia dentro e fuori il Parlamento
1
18
a fine Ottocento, in «Studi Storici», 1996/4; Id., La democrazia radicale italiana e le forme della
politica, in M. Ridolfi (a cura di), La democrazia radicale nell’Ottocento europeo, Feltrinelli,
Milano 2005, p. 204; G. Orsina, Senza chiesa né classe. Il partito radicale nell’età giolittiana,
Carocci, Roma 1998, pp. 206-209. Più in generale, all’interno dell’ormai vasta produzione
storiografica sulla questione del notabilato e sul ruolo dei notabili nell’età liberale cfr. L. Ponziani
(a cura di), Le Italie dei notabili: il punto della situazione, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli
2001; per alcune indicazioni di tipo metodologico sull’«idealtipo notabilare» cfr. P. Pombeni,
Autorità sociale e potere politico nell’Italia contemporanea, Marsilio, Venezia 1993, pp. 66-73.
3
Cfr. F. Bonini, P. Manichini, Elezioni senza competizione: l’esperienza del secondo uninominale
italiano (1892-1913), consultabile all’indirizzo <www.studielettorali.it>.
4
Sul rapporto tra strutture socio-economiche del territorio appenninico e sviluppi politici
dell’area appenninica nel secondo Novecento alcuni spunti sono rinvenibili in cfr. P. Alberghi,
Quarant’anni di storia montanara. L’Appennino reggiano-modenese dal fascismo alla rinascita,
Modena, 1980.
5
Cfr. F. Bonini, I collegi elettorali reggiani, in «Memoria e Ricerca», luglio 1994, p. 42.
6
«La stessa borghesia castelnovese più in vista, del resto, si recava a studiare all’università
di Pisa, come Feliciano Monzani, che ne venne cacciato nel 1842 per aver aderito a moti
studenteschi sovversivi. Ma erano movimenti, appunto, segreti. La popolazione castelnovese
rimase ancora sostanzialmente affezionata al Duca, e a Francesco IV in particolare (il cui busto
in gesso campeggiava nella sala consiliare), come artefice di un rilancio del Comune e dei suoi
commerci quale mai più si verificherà dopo l’unificazione d’Italia, nel 1859. Al dire della stessa
polizia estense, Castelnovo era sempre stato un paese molto quieto “e si era sempre comportato
con la massima prudenza e subordinazione in ogni cosa”», G. Giovanelli, P. Ielli, Castelnovo ne’
Monti. La fiera di San Michele mille anni di commerci nell’Appennino reggiano, age, Reggio
Emilia s.d., p. 106).
7
Cfr. L. Pucci, Indagini sul brigantaggio nel Dipartimento del Panaro e del Crostolo, in M.
Berengo, S. Romagnoli (a cura di), Reggio e i territori estensi dall’Antico Regime all’Età napoleonica,
Pratiche Editrice, Parma 1979, vol. I, pp. 271-294; O. Rombaldi, A. Cenci, Le montagne del Duca.
L’Appennino Estense dall’ancién regime all’Unità d’Italia (1796-1859), La Nuova Tipolito,
Felina (RE) 1998, pp. 123-126.
8
«Nel corso dei preparativi clandestini dei moti del 1821, quando in ogni ducato si reclutavano
uomini che potessero dar man forte alle sollevazioni piemontesi, il dottor Carlo Franceschini di
Burano di Castelnovo Monti, uno dei capi dei movimenti insurrezionali reggiani e montanaro
di grandi doti umane, assicurò di aver reclutato, durante un suo lungo viaggio attraverso i
nostri paesi, ben 2000 uomini pronti ad unirsi a Ciano ai montanari parmigiani» (A. Manari
Fiorini, Due garibaldini dell’Appennino reggiano, in «Reggio Storia», 1982/17, p. 62). Al riguardo,
anche Giuseppe Giovanelli ha osservato che «non si può dimenticare che, proprio sulle strade
dei mercanti che andavano al Genovesato e in Toscana, vennero introdotte nel reggiano,
passando appunto da Castelnovo, le idee del risorgimento rivoluzionario. Non sembrerà strano
che la polizia ducale sospetti il passaggio da Castelnovo del “famigerato avvocato Mazzini”.
Chi nella Carboneria reggiana deteneva nel 1820 il titolo di “Colonna” e poi di “Pontefice”
era appunto il castelnovese Carlo Franceschini; chi ricevette l’adesione nella società segreta
del martire di Rubiera don Giuseppe Andreoli, fu – secondo quanto appurato dal processo
statuario di Rubiera – il dottor Carlo Fattori di Scurano, località allora appartenente al comune
di Castelnovo» (Giovanelli, Ielli, Castelnovo ne’ Monti. La fiera di San Michele mille anni di
commerci nell’Appennino reggiano, cit., p. 106).
9
Sulla configurazione socio-politica delle élites reggiane della stagione postunitaria sia consentito
fare riferimento a A. Ferraboschi, Borghesia e potere civico a Reggio Emilia nella seconda metà
dell’ottocento (1859-1889), Rubbettino, Soveria Mannelli 2003.
10
Cfr. A. Balletti, G. Gatti, Le condizioni dell’economia agraria nella provincia di Reggio
nell’Emilia, Tipografia Calderini, Reggio Emilia 1886, pp. 32-34.
11
Cfr. Manari Fiorini, Due garibaldini dell’Appennino reggiano, cit., p. 62.
12
Infatti, «L’Italia Centrale» nel 1904 polemizzando con Basetti si chiedeva: «dov’era, lui medico,
quando il colera aveva terrorizzato in parte queste popolazioni?», (Nel collegio di Castelnuovo
19
Monti, in «L’Italia Centrale», 4 novembre 1904).
13
«Malgrado questo ottimo risultato il numero delle scuole non corrisponde ancora a tutti i
bisogni delle popolazioni, in specie nei paesi della montagna dove le frazioni essendo discoste
dal centro del Comune nel quale per legge è aperta la scuola, questa non è frequentata
o lo è in numero limitatissimo dai frazionisti; e per verità chi ha praticate quelle dirupate
strade comprende facilmente che i genitori mal si dispongano a mandare alla lontana scuola
particolarmente le figlie quando nell’estate il sole vi è cocente, e più ancora quando le nevi alte
e ghiacciate rendono maggiormente pericoloso il passaggio di quegli alpestri gioghi. Eppure è
d’uopo estendere la istruzione pubblica nella più larga cerchia, e per la montagna io credo che
tornerebbero utilissime le Scuole Miste fatte dalle maestre anche nelle frazioni più popolate (Atti
del Consiglio Provinciale di Reggio nell’Emilia, Sessione ordinaria dell’anno 1868, Relazione
sulla visita fatta dal Reggente la Prefettura di Reggio nell’Emilia ai Comuni della Provincia letta
al Consiglio Provinciale nella seduta pubblica delli 6 settembre 1868, Tipografia Davolio, Reggio
Emilia 1869, p. 465).
14
Notizie della città, in «L’Italia Centrale», 9 giugno 1866.
15
Lo stato deficitario del sistema delle comunicazioni della zona montana reggiana indusse la
Deputazione provinciale fin dal 1864 a fare istanza al Ministero competente affinché proponesse
alla Camera una legge per aprire nuove vie di comunicazioni e migliorare quelle esistenti nella
parte montuosa della provincia di Reggio. Inoltre, nel 1865 venne istituita una commissione
per la redazione di un piano per la rete stradale della montagna la quale nella sua relazione
conclusiva osservava che «la nostra Provincia se può dirsi a sufficienza provvista nella parte
piana di strada rotabili che in ogni luogo di essa concorrono allo sviluppo della territoriale
ricchezza, non altrettanto può asseverarsi per la parte montuosa» (Atti del Consiglio Provinciale
di Reggio Emilia. Sessioni straordinarie e ordinarie dell’anno 1866, Tipografia Davolio, Reggio
Emilia 1866, p. 255); più in generale, sulla questione della viabilità nel territorio appenninico
dopo l’Unità cfr. G. Badini, Il Cerreto e la sua strada. Un futuro con radici antiche, Provincia di
Reggio Emilia, 2006, pp. 88-89.
16
Ivi, p. 256.
17
Cfr. M. Ruini, Lo sviluppo economico della provincia di Reggio Emilia, Tipografia Artigianelli,
Reggio Emilia 1917, p. 41.
18
«La Commissione medesima toccò i veri e reali bisogni della parte montuosa di questa provincia,
la quale, tacendo anche di tutti gli altri elementi che tendono alla floridezza di un territorio e
che dall’Estense Governo furono negletti, venne pel principale di essi che è quello delle strade,
lasciata in un totale abbandono» (Atti del Consiglio Provinciale Sessioni straordinarie e ordinarie
dell’anno 1866, cit. p. 33).
19
Sulla questione dei collegamenti ferroviari tra Reggio Emilia e la Toscana nei primi decenni
postunitari e in particolare sull’importanza attribuita alla «strada ferrata» per lo sviluppo del
territorio appenninico sia consentito fare riferimento a A. Ferraboschi, I progetti ferroviari
transappenninici dell’Ottocento tra Reggio Emilia e la Toscana, in Comune di Castelnovo ne’
Monti, L’Appennino: un crinale che univa e unirà, La Nuova Tipolito, Felina (RE) 1999, pp.
263-286.
20
«Quando, nel 1869, entrò in vigore la tassa sul macinato la struttura organizzativa mazziniana
del movimento operaio si mostrò disorientata di fronte alle violente, e spesso spontanee,
manifestazioni di protesta che si svilupparono in gran parte del paese contro l’aumento del
prezzo del pane provocato dall’imposta sulla macinazione dei cereali, introdotta dal governo
Menabrea per sanare il disavanzo del bilancio. I moti del macinato, che provocarono oltre 250
morti, un migliaio di feriti e poco meno di 4000 arresti, pur ideologicamente ambigui, furono
l’occasione per portare alla ribalta dell’opinione pubblica l’esistenza di un diffuso malessere
sociale la cui pericolosità, per la classe dirigente liberale, andava individuata non tanto nel
processo di scollamento tra ceti popolari e istituzioni, quanto nelle potenzialità politiche eversive
che ciò avrebbe potuto comportare» (F. Cammarano, Storia politica dell’Italia liberale 1861-1901,
Laterza, Roma-Bari 1999, p. 117).
21
«In montagna i disordini maggiori scoppiano a Vezzano, dove almeno 200 abitanti, provenienti
anche dalle borgate vicine, costringono alla fuga il segretario comunale e bruciano le schede
20
della denuncia del bestiame; ma soprattutto a Casina, dove una parte della Guardia Nazionale,
guidata da Domenico Ferrari e dallo stesso capitano Montruccoli, ha fatto causa comune con
gli insorti, e persino il chierico Scolari finirà arrestato. Qui, diversamente che nel resto della
provincia, la forza militare non riuscirà a riprendere, con rapidità il controllo: ancora nel febbraio,
infatti, tra i monti di Casina e S. Polo, scorrazzano bande armate che assaltano i mulini, rubando
gli introiti della tassa di macinazione. Si tratta di giovani dissidenti mazziniani che, insofferenti
degli indugi del maestro e contro la volontà dei capi locali, hanno sposato la protesta contadina
e, spentasi l’agitazione, si sono buttati alla macchia, forse con l’intenzione di dare inizio a forme
di guerriglia, trasformando il moto contadino in una “romantica rivendicazione repubblicana”»
(S. Spreafico, La chiesa di Reggio Emilia tra antichi e nuovi regimi, Cappelli, Bologna 1982,
vol. I, pp. 542-543). Sull’episodio che, secondo Sandro Spreafico, «ha quasi il sapore di un
dissenso della nuova generazione guidata da Filippo e Secondo Manini» cfr. R. Cavandoli, Per
una bibliografia sulle lotte del macinato, in «Bollettino Storico Reggiano», a. III, luglio 1970,
fasc. 8, pp. 10-12; F. Manzotti, Le bande Manini e Pomelli nel reggiano (1869-1870), in «Atti e
memorie deputazione di storia patria per le antiche province modenesi», s. VIII, vol. X, 1958,
pp. 152-164; A. Balletti, Storia di Reggio Emilia dal 1859 al 1922, Diabasis, Reggio Emilia 1996,
pp. 85-87.
22
«Ma a Castelnovo la tassa toccava anche i commercianti perché penalizzava esasperatamente
il commercio delle granaglie, tradizionale punto di forza dei mercati settimanali e soprattutto
della fiera di San Michele. La lotta all’iniquo balzello contribuì così a trasformare l’immagine
tradizionale della fiera da ribalta dell’autorità ad arengo della politica di popolo. I comizi in
fiera divennero una consuetudine castelnovese largamente partecipata da tutta la montagna, i
cui abitanti impararono qui ad esprimere opinioni e soprattutto dissensi, a costituirsi in forza
politica, a premere sul governo e sulle amministrazioni locali per rivendicare diritti e per fare
comunque sentire la loro voce» (Giovanelli, Ielli, Castelnovo ne’ Monti. La fiera di San Michele
mille anni di commerci nell’Appennino reggiano, cit., p. 116).
23
M. Fincardi, Campagne emiliane in transizione, clueb, Bologna 2008, p. 59.
24
Come ha scritto Giuseppe Giovanelli «se vi furono screzi tra la popolazione montanara e il
nuovo governo, essi presero qui lo spunto principale, non certamente in un partito clericoduchista, enfatizzato dal governo per giustificare le misure contro le libertà e i beni della chiesa.
E in seguito il malcontento potè attizzarsi anche nell’emarginazione economica e politica della
montagna, privata di tutte quelle iniziative che proprio il governo ducale aveva già progettato,
come la costruzione della ferrovia che doveva risalire l’alta Val di Secchia e, valicato l’Appennino
in galleria, biforcarsi a Metra per La Spezia e Lucca. Sui malcontenti del 1860, ebbe invece buon
gioco la propaganda mazziniana e garibaldina la cui ideologia, in pochi anni, arriverà a proporsi
come alternativa alla religione stessa» (G. Giovanelli, Cervarezza. Nove secoli di vita in una
comunità del Monte Ventasso, La Nuova Tipolito, Felina (RE) 1993, p. 51).
25
Di diverso avviso Odoardo Rombaldi per il quale «la linea democratica ed anticlericale» del
collegio si configura essenzialmente come «una reazione alla tradizione antirisorgimentale e
duchista di una parte dell’elettorato della montagna» (O. Rombaldi, Giuseppe Micheli, cattolico,
deputato di Castelnovo Monti, in «Il Pescatore Reggiano», anno 1987, p. 91).
26
Come ha scritto Sandro Spreafico a proposito delle elezioni politiche del 1865, «il partito
“dei tratti di corda” conta sull’Appennino numerose roccaforti: rapporti allarmanti giungono da
Castelnovo Monti, dove il successo dei “neri” o “austriacanti” è stato notevole, grazie anche al
lavoro di don Tommaso Gatti, di don Leonardo Leonardi, del sindaco Pignedoli; da Carpineti, dove
i moderati non hanno potuto presentarsi ed i repubblicani sono stati sopraffatti, confermando i
rapporti di polizia che vogliono il repubblicanesimo montanaro del tutto atipico, semplicemente
protestatorio, utilitaristico e male organizzato; da Villaminozzo, i cui liberali giudicano una “gran
vergogna che s’abbia a dire che un Turri possa entrare in parlamento”» (Spreafico, La chiesa di
Reggio Emilia tra antichi e nuovi regimi, cit., vol. I, pp. 516). Al riguardo Giuseppe Giovanelli
ha osservato che «forse non mancò neppure una certa volontà punitiva nei confronti di una
popolazione che, per ignoranza o perché ammaliata dai benefici di Francesco IV, conservava
ancora una pur bassa ma significativa percentuale di duchisti, che esponenti della polizia e della
prefettura non mancarono certo di esagerare» (Giovanelli, Ielli, Castelnovo ne’ Monti. La fiera di
21
San Michele mille anni di commerci nell’Appennino reggiano, cit., p. 115).
27
Angelo Brofferio (1802-1866) fu eletto al ballottaggio alle elezioni del 3 febbraio 1861
ottenendo 129 voti contro i 94 dell’avvocato Carlo Baroni. In Parlamento si schierò a favore di
Rattazzi e contro Farini e Minghetti.
28
Il mazziniano conte Giovanni Grilenzoni (1796-1868) fu eletto alle elezioni del 29 ottobre
1865, ottenendo 116 voti contro i 105 del clericale Giuseppe Turri. Grilenzoni si dimise in
seguito dall’ufficio di deputato il 29 gennaio 1866 a seguito della polemica con Nicomede
Bianchi innescata dalla pubblicazione di carte riservate tratte dagli archivi estensi (due suppliche
presentate dal Grilenzoni a Francesco V per ritornare in patria, due lettere del 1848 contro
l’annessione al Piemonte e una lettera del maggio 1862 con la quale Grilenzoni rinunciava al
domicilio nella sua città).
29
Leopoldo Cattani Cavalcanti (1813-1882) fu eletto alle elezioni del febbraio 1866 ottenendo 92
voti contro i 77 del maggiore Andrea Spezzani. In seguito venne rieletto nel collegio appenninico
alle elezioni del 1867 e del 1870. In parlamento si schierò con il governo solo durante il II
ministero Rattazzi e quelli retti da Cairoli.
30
In base alle disposizioni legislative del 1891, che sancirono il ripristino del collegio
uninominale, il collegio di Castelnuovo Monti comprendeva i comuni di Castelnuovo Monti,
Vetto, San Polo, Ciano d’Enza, Quattro Castella, Vezzano sul Crostolo, Casina, Carpineti, Villa
Minozzo, Toano, Busana, Collagna, Ramiseto e Ligonchio; per la configurazione montuosa
del territorio, l’elettorato risultava legato essenzialmente alla piccola proprietà terriera, alla
pastorizia e al mondo contadino. Per quanto riguarda la morfologia sociale ed economica della
circoscrizione elettorale di Castelnuovo ne’ Monti diverse informazioni sono reperibili in A. Duri
(a cura di), Amministrazione provinciale di Reggio Emilia, Statistica generale della provincia di
Reggio Emilia, Reggio Emilia, 1910.
31
«La frantumazione in piccole proprietà di puro sostentamento, la rarità del lavoro bracciantile
e di attività terziarie, l’attaccamento al principio di autorità e alla chiesa erano tali che si poteva
considerare un miracolo, in verità dovuto all’astensionismo dei clericali, che il Basetti potesse
essere eletto per tanti anni» (A. Zavaroni, La linea la sezione il circolo. L’organizzazione socialista
reggiana dalle origini al fascismo, Quorum, Reggio Emilia 1990, p. 68).
32
Cfr. Socialismo e socialisti della montagna, in «L’Italia Centrale», 28 settembre 1893.
33
«Questo nostro Collegio per antica e costante tradizione fu chiamato Cittadella della libertà
[corsivo nell’originale], dimostriamo con solenne manifestazione che l’aforismo non fu immeritato.
L’uomo che si rese benemerito, conservando intatta la nostra bandiera, e che condivise le nostre
aspirazioni fu il dott. Gian Lorenzo Basetti» (Ai cittadini elettori, in «La Minoranza», 13 maggio
1880).
34
Lo zio paterno Atanasio (1798-1888), valente e stimato medico chirurgo del quale seguì le
orme professionali fu coinvolto nei moti risorgimentali del 1831 e pertanto costretto all’esilio in
Corsica ed a Corfù dove esercitò la professione medica promuovendo la costruzione della casa
per esuli e patrioti «Exoria». Cfr. Bojardi, La tassa sul macinato, cit., pp. 12-14.
35
Dopo essersi laureato in medicina e chirurgia Basetti nel giugno 1866 si arruolò nel corpo
dei volontari garibaldini, partecipando così alla terza guerra d’indipendenza con l’incarico di
medico di battaglione a Bazzecca. Nel 1867 fu al seguito di Garibaldi nella campagna dell’agro
romano a Mentana e a Monterotondo. Sulla partecipazione alle imprese garibaldine di Basetti
cfr. Marmiroli, Gian Lorenzo Basetti, cit., pp. 12-17; Micheli, Il memoria di G. Lorenzo Basetti,
cit., pp. 4-6.
36
«Appartenente alla sinistra, vota con il Governo durante le presidenze Cairoli, si sposta
successivamente all’opposizione, che mai abbandona, se non in rari casi, durante il Governo
Zanardelli» (M.S. Piretti, G. Guidi (a cura di), L’Emilia Romagna in parlamento, Centro ricerche
di storia politica, 1992, vol. II, p. 27).
37
Cfr. E. Mana, «Formare una democrazia illuminata e pensante». Il discorso agli elettori
dell’estrema sinistra (1875-1900), in «Quaderni Storici», 2004/117, p. 716.
38
Cfr. Bojardi, La tassa sul macinato, cit., p. 15.
39
Nostre corrispondenze, in «La Minoranza», 4 ottobre 1874.
40
Nostre corrispondenze, in «La Minoranza», 11 ottobre 1874.
22
«La Minoranza», 18 ottobre 1874.
Sul rapporto tra Basetti e la Società «Garibaldi» cfr. Fincardi, Campagne emiliane in transizione,
cit., p. 59.
43
«La Minoranza», 24 gennaio 1875.
44
«Attendenti sempre a proseguire nella via intrapresa, e volendo serbare incolumi le gloriose
tradizioni del nostro Collegio, curanti più dei generali interessi della Nazione che teneri dei
peculiari bisogni, per ritemprare e rendere più alacre e fervida l’opera del nuovo Parlamento,
abbiamo fatta risoluzione di designarvi a candidato un giovine di rare qualità fornito, e
zelantissimo della fortuna e prosperità di questa nostra cara patria, il dott. Gian Lorenzo Basetti»
(«La Minoranza», 1 novembre 1874).
45
Ibidem.
46
«Cessi una volta il governo, e più le autorità provinciali di ingerirsi, e brogliare nelle questioni
elettorali e curino più diligentemente gli ufficii loro demandati, che non subiranno di questa
sorta disfatte!» (Nostre corrispondenze, in «La Minoranza», 22 novembre 1874).
47
Cfr. Piretti, Guidi (a cura di), L’Emilia Romagna in parlamento, cit., vol. I, p. 270.
48
«La Minoranza», 18 ottobre 1874.
49
Occorre precisare che nel 1876 Basetti venne eletto nei collegi di Castelnovo ne’ Monti e
Langhirano, optando per il collegio della montagna reggiana cfr. Micheli, In memoria di G.
Lorenzo Basetti, cit., p. 3. Sulla «crociata» intrapresa da Basetti per l’abolizione della tassa sul
macinato è d’obbligo il rinvio a Bojardi, La tassa sul macinato, cit..
50
Cfr. Mana, La democrazia radicale italiana e le forme della politica, cit., in particolare p.
201.
51
La lega contro il macinato, in «L’Italia Centrale», 10 gennaio 1877.
52
«Lo Scamiciato», 22 ottobre 1882.
53
Sull’importanza delle elezioni politiche del 1882 e le sue ripercussioni sul contesto
reggiano cfr. F. Cammarano, Consorteria moderata e propaganda socialista. Reggio Emilia
dall’immobilismo sociale alla cultura politica, in P. Pombeni (a cura di), All’origine della «forma
partito» contemporanea. Emilia Romagna 1876-1892: un caso di studio, Il Mulino, Bologna
1984, pp. 140-146.
54
Cfr. Spreafico, La chiesa di Reggio Emilia tra antichi e nuovi regimi, cit., vol. II, p. 277.
55
Cfr. Rombaldi, Giuseppe Micheli, cattolico, deputato di Castelnovo Monti, cit., p. 90.
56
Cfr. Marmiroli, Gian Lorenzo Basetti, cit., p. 19.
57
Alle elezioni del 1895 tra i sostenitori di Basetti figuravano il sindaco di Castelnovo ne’
Monti, avvocato Domenico Notari, il dottor Gaetano Rabotti, Geminiano Ferrari, il dott. Enrico
Amorosi, Vittorio Rabotti e il dottor Eleardo Rubini (Nel collegio di Castelnuovo Monti, in «L’Italia
Centrale», 18 maggio 1895).
58
Per un profilo biografico di Azzio Caselli (1847-1898), medico chirurgo reggiano, cfr. U.
Bellocchi (a cura di), Reggio Emilia. Vicende e protagonisti, Bologna, Edison, 1970, vol. II, p.
376.
59
Cfr. Cammarano, Consorteria moderata e propaganda socialista. Reggio Emilia dall’immobilismo
sociale alla cultura politica, cit., p. 173.
60
«L’Italia Centrale», 28 settembre 1892.
61
Nel collegio di Castelnuovo Monti, in «L’Italia Centrale», 23 maggio 1895.
62
«Ch’egli fosse sinceramente amato dai montanari del reggiano, lo dimostra, non solo
l’ininterrotta elezione, spesso senza competitori, ma anche il fatto che per lui votavano gli stessi
preti, pur sapendolo garibaldino, e quindi piuttosto anticlericale» (R. Marmiroli, Gian Lorenzo
Basetti, cit., p. 18). Sulla benevola posizione di parte del clero della montagna nei confronti di
Basetti cfr. Spreafico, La chiesa di Reggio Emilia tra antichi e nuovi regimi, cit., vol. II, p. 320.
63
«Gian Lorenzo Basetti non diede la caccia, e non ne aveva bisogno, ai voti degli elettori; i
quali se gli professano singolare stima, altrettanto gli portano affetto. Ed è una vera festa in
Castelnovo ne’ Monti, quando egli vi si reca; e ben a ragione, essendoché non è solamente
il Deputato che va ad interessarsi dei bisogni del suo Collegio, ma ben anco il filantropico
Medico, che vi accorre ad impartirvi le instancabili sue cure, ch’egli prodiga con piuttosto unico
che raro disinteresse» (Il deputato Basetti, in «La Minoranza», 23 dicembre 1877).
41
42
23
Cfr. Perequazione fondiaria, in «La Minoranza», 18 dicembre 1879.
Cfr. Strade provinciali governative, in «La Minoranza», 28 febbraio 1975; Nostre corrispondenze,
in «La Minoranza», 16 maggio 1875.
66
«La Minoranza», 16 maggio 1875.
67
La risposta delle urne nella nostra provincia, in «L’Italia Centrale», 28 maggio 1895.
68
Cfr. R. Marmiroli, Socialisti, e non, controluce, La Nazionale, Parma 1966, p. 245.
69
Nel collegio di Correggio, in «L’Italia Centrale», 30 ottobre 1904.
70
«Mentre il partito dei Ferri, dei Prampolini, dei Turati, ecc. ha ovunque portato candidati
proprii, nel collegio di Castelnuovo Monti ha non solo lasciato libero il Basetti, ma ha imposto
a tutti i socialisti della montagna di votare per lui» (Nel collegio di Castelnuovo Monti, in «L’Italia
Centrale», 3 novembre 1904).
71
Il comitato elettorale di Gualerzi poteva contare su un’articolazione territoriale diffusa sull’intero
collegio: a Castelnovo Monti (Bellini Ciro, Rabotti Vittorio, Fiori Lorenzo, dottor Francesco Gatti,
Cavalieri Mario, Ferrari Giuseppe, Cagni Giuseppe), a Busana (dottor Federico Manenti), a Vetto
(Corradi Francesco), a Carpineti (dott. Enrico Manodori), a Casina (Rossi Francesco), a Toano
(dott. G.B. Baroni), a San Polo (Curti Massimiliano, Bolondi Eugenio), a Quattro Castella (cav.
Gustavo Cipriani, Prospero Toschi, Bertolini Tommaso, Del Monte Vittorio), a Collagna (Orlandi
Domenico, Bertoni Giuseppe), a Ramiseto (Pagliai Bartolomeo).
72
Nel collegio di Castelnuovo Monti, in «L’Italia Centrale», 3 novembre 1904.
73
«Gittata come sdrucita zimarra la vecchia toga di democratico, si avvolge nell’ampia clamide
socialista e non si vergogna di farsi portare dai nuovi apostoli, buttando a mare i vecchi amici
per accapparrarsi i favori dei nuovi e più clamorosi compagni» (Nel collegio di Castelnuovo
Monti, in «L’Italia Centrale», 4 novembre 1904).
74
Come evidenziò «L’Italia Centrale» il partito socialista preferì sacrificare «un fedele compagno,
iscritto al partito, piuttosto che molestare l’on. Basetti nel suo collegio» (Ibidem).
75
Cfr. Piretti, Guidi (a cura di), L’Emilia-Romagna in parlamento, cit., vol,. I, p. 148.
76
Il compagno Basetti, in «L’Italia Centrale», 12 maggio 1906.
77
Sulla vicenda della nascita del partito radicale italiano nel 1904 cfr. Orsina, Senza chiesa né
classe, cit.
78
Si veda a questo proposito il profilo di Basetti tratteggiato da Stefano Magagnoli, ritratto come
«decano, guida e capo spirituale della Sinistra, svolse la sua opera con grande discrezione,
senza mai intervenire nel dibattito parlamentare», ed al quale si rimanda anche per una
contestualizzazione della figura di Basetti all’interno della classi dirigenti emiliane cfr. S.
Magagnoli, Ėlites e municipi. Dirigenze, culture politiche e governo della città nell’Emilia del
primo ’900 (Modena, Reggio Emilia e Parma), Bulzoni, Roma 1999, p. 272.
79
«Ormai era assurto a statura nazionale ed era considerato come il patriarca del suo partito,
che lo volle alle cariche maggiori» (Marmiroli, Gian Lorenzo Basetti, cit., p. 27); sul ruolo di
Basetti all’interno del partito radicale ed in particolare nella fase di fondazione del partito
radicale italiano allorché al parlamentare originario dell’Appennino parmense venne offerta la
presidenza del congresso nazionale cfr. Orsina, Senza chiesa né classe, cit., pp. 157-177.
80
Per le nuove elezioni, in «L’Italia Centrale», 1° settembre 1892.
81
«Ciò che adesso più ci rattrista e addolora sarà fra non molto nient’altro che un doloroso ricordo
nella storia italiana, se colla unione di tutte le forze vive della Nazione, il paese reale cesserà
di trovarsi in continua opposizione col paese legale [corsivo nell’originale]» («La Minoranza», 14
maggio 1876). Cfr. anche «La Minoranza», 3 maggio 1880.
82
«A questa fede e alla coraggiosa iniziativa vostra, si deve la parziale scomparsa della più
crudele fra le imposte, quella sulla fame; e a voi si dovrà ben altro, se continuerete ad essere,
come foste sempre, gli interpreti sapienti dei bisogni del paese reale [corsivo nell’originale]» («La
Minoranza», 9 maggio 1880).
83
Lega contro la tassa del macinato, in «La Minoranza», 24 dicembre 1876.
84
Per un inquadramento della personalità di Giuseppe Micheli (1874-1948), genero di Basetti
ed importante esponente del movimento cattolico emiliano e nazionale, tra i numerosi lavori
disponibili, cfr. Giuseppe Micheli dalle sue carte dai suoi libri, Ministero per i beni e le attività
culturali, Biblioteca Palatina di Parma, Museo Bodoniano, Comitato per le celebrazioni per i 50
64
65
24
anni della morte di G. Micheli, Biblioteca Palatina, Parma, 1999.
85
Sulla figura di Meuccio Ruini (1877-1970), esponente di spicco del radicalismo italiano e
uno dei protagonisti della vita politica nazionale del XX secolo sino agli anni Cinquanta e in
particolare dell’elaborazione della Costituzione, all’interno dell’ormai ampia letteratura cfr. S.
Campanozzi, Il pensiero politico e giuridico di Meuccio Ruini, Giuffrè, Milano 2002.
86
Vale la pena di segnalare che le elezioni del 1908 ed il vincolo di parentela che univa Micheli
a Basetti, si prestano a diverse considerazioni sul fenomeno della continuità e persistenza
dell’attività notabilare e la sua trasmissione in ambito familiare. Sulla elezione nel 1908 di
Giuseppe Micheli nel collegio Castelnuovo ne’ Monti cfr. Rombaldi, Giuseppe Micheli, cattolico,
deputato di Castelnovo Monti, cit.
87
La vita politica di Giuseppe Micheli e la sua azione in favore della montagna sono strettamente
legate nella fase iniziale al settimanale «La Giovane montagna» da lui fondato a Parma nel
1900 con l’obiettivo di dare voce alle popolazioni dell’Appennino parmense e di promuoverne
insieme lo sviluppo economico, sociale e politico. In seguito, come ha osservato Oscar
Gaspari «dall’ottimismo positivista, evidente nelle prime annate della “Giovane montagna”, di
uno sviluppo che sarebbe giunto inevitabilmente con ferrovie e strade e con l’applicazione di
moderne tecniche colturali, Micheli, e la rivista con lui, è passato a sollecitare e programmare
un intervento attivo e specifico dello Stato in favore della montagna» (O. Gaspari, La montagna.
Alle origini di un problema politico (1902-1912), Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma
1992, pp. 42-43). Sull’azione di Micheli a favore della montagna cfr. N. Michelotti, L’Appennino
emiliano e il suo promotore Giuseppe Micheli (1874-1948), in Comune di Castelnovo ne’ Monti,
L’Appennino: un crinale che univa e unirà, cit., pp. 141-149.
88
Sul punto sia consentito di rinviare ad A. Ferraboschi, Meuccio Ruini e la vita politicoamministrativa a Reggio Emilia nell’età giolittiana, in «RS-Ricerche Storiche», 2006/102, pp.
29-50.
89
Dopo la costituzione da parte di Ruini del Comitato degli amici della montagna al quale
aderirono un centinaio di deputati di collegi montani di tutta Italia e di diverso orientamento
politico, l’attivismo di Ruini nel promuovere la questione montanara avrebbe trovato uno sbocco
istituzionale con la nascita nel 1919 del Segretariato della montagna. Sul ruolo fondamentale
esercitato da Ruini nell’impostare una moderna politica a favore della montagna cfr. Gaspari,
La montagna. Alle origini di un problema politico (1902-1912), cit.; Id., Il segretariato per la
montagna (1919-1965). Ruini, Serpieri e Sturzo per la bonifica d’alta quota, Presidenza del
Consiglio dei Ministri, Roma, 1994.
25
Antisemitismo italiano di Stato
Francesco Paolella
«Mussolini ha dichiarato a Emil Ludwig: “Non esiste alcuna razza pura.
Il fatto comico è che nessuno dei sostenitori della pura razza tedesca era
tedesco: Gobinaeu era francese; Chamberlain inglese; Woltmann ebreo”. Se
l’antisemitismo diventasse necessario alle necessità del fascismo italiano,
Mussolini, peggio di Machiavelli, seguirebbe Gobinaeu, Chamberlain e
Woltmann e parlerebbe, anche lui, di razza pura»1. Citando la celebre
intervista di Mussolini a Emil Ludwig2, in cui, fra l’altro, il dittatore sostiene la
non-esistenza dell’antisemitismo in Italia, Camillo Berneri esprime in Il delirio
razzista (1935)3 un giudizio originale sulla natura dell’antisemitismo fascista
(e di Mussolini in particolare), giudizio che ci è utile per introdurre alcune
fra le principali questioni legate alle leggi razziali, introdotte in Italia ormai
settanta anni fa, nell’autunno del 1938. Le leggi furono l’apice del periodo
detto della «persecuzione dei diritti» (1938-1943), che precedette quello della
«persecuzione delle vite» (1943-1945), nel quale anche in Italia gli ebrei
conobbero la deportazione e lo sterminio, di cui fu per molti versi la premessa
necessaria.
Berneri, pensatore libertario fra i più originali del Novecento, nel 1935 era
già da quasi un decennio esule all’estero. Con piglio giornalistico, egli riuscì,
quasi «in diretta», a rendere il montare del razzismo nella Germania nazista,
sottolineando come «il fascismo, trionfo dell’irrazionale, ha fatto propri i miti più
screditati dell’etnologia prescientifica»4 e riconoscendo le capacità espansive e la
pericolosità di questo fenomeno a livello continentale. Il giudizio di Berneri su
Mussolini, espresso solo due anni prima della svolta italiana verso il razzismo
di Stato, è importante, come giustamente nota Alberto Cavaglion, perché ci
ricorda un fatto oggi da più parti messo in discussione: Mussolini non fu un
27
antisemita dogmatico, almeno fino alla metà degli anni Trenta. Berneri, in altre
parole, ci invita a non sopravvalutare le convinzioni di Mussolini a proposito
dell’antisemitismo.
Berneri fa un ragionamento opposto a quello che oggi si tende a fare. Non dice:
Mussolini è in pieno delirio razzista. Non vi era infatti in Italia, almeno fino al
1935, un razzismo dottrinale nella mente del duce, né in chi gli stava vicino ...
Se così fosse stato, come oggi alcuni sostengono, la domanda da farsi dovrebbe
essere la seguente: perché aspettare così tanto per emanare leggi contro gli ebrei
che avrebbero potuto essere emanate già nel 1933-1934? Il sentimento di Mussolini
verso gli ebrei era invece a quel tempo oscillante, sottomesso al mutevole quadro
internazionale, ondivago5.
Se è sicuramente sbagliato, come vedremo meglio in seguito, ridurre
le leggi razziali fasciste a pura imposizione nazista, è anche vero che non
bisogna cadere nell’estremo opposto, dipingendo Mussolini come un teorico
dell’antisemitismo e riducendo alle sue convinzioni la storia dell’antisemitismo
italiano.
Intendiamo qui, d’altra parte, offrire qualche spunto proprio per collocare
l’antisemitismo fascista all’interno della più ampia storia del razzismo italiano,
pur, come si diceva poco fa, senza voler in alcun modo negare le responsabilità
di Mussolini e del fascismo nell’ideazione e nell’applicazione della legislazione
antiebraica.
All’epoca il corpus delle leggi antiebraiche venne compreso nella definizione
“leggi per la difesa della razza”, assieme ai provvedimenti legislativi razzistici
promulgati a partire dal 1937 contro le popolazioni indigene delle colonie africane
(e alle precedenti e contemporanee disposizioni pronataliste, demografiche e
matrimoniali). Esse vennero anche denominate ufficialmente “leggi razziali”, dizione
apparentemente oggettiva e incolore, ma che in realtà presupponeva l’adesione
del legislatore e della popolazione al razzismo stesso6.
Tale passaggio da ideologia e teoria «scientifica» a legge, a norma – caratteristica,
questa, di tutto il razzismo del XX secolo – merita molta attenzione. Anche in
Italia fu possibile tradurre quel «delirio» in leggi apertamente discriminatorie e
persecutorie, o, per meglio dire, in una complessiva «legislazione antiebraica»7,
la quale, non lo si dimentichi, fu in buona sostanza applicata dalle istituzioni
italiane e approvata, o quantomeno tollerata, dalla grande maggioranza della
società italiana.
Antisemitismo scientifico
Una premessa indispensabile per il nostro discorso riguarda lo stesso termine
«razzismo». Negli ultimi venti anni gli studi sul razzismo italiano, e specialmente
28
sull’antisemitismo, hanno avuto una notevole intensificazione. Nel 1988,
cinquantenario dalla promulgazione delle leggi, è apparsa la pubblicazione
integrale di tutta la legislazione antiebraica8, mentre l’esposizione bolognese
dedicata a La menzogna della razza (1994)9 ha dato origine a diverse ricerche
e, in particolare, alla creazione, sempre a Bologna, di un «Seminario permanente
per la storia del razzismo italiano» (trasformato nel 1999 in «Centro studi sulla
teoria e la storia del razzismo italiano») ed alla conseguente apparizione di
diversi saggi10. Questo gruppo di ricercatori si è dato la finalità essenziale,
come ha ricordato Alberto Burgio, uno dei fondatori,
di documentare la inconsistenza della mitologia autoassolutoria (il “mito del bravo
italiano”) per ciò che specificamente attiene alla rilevanza del razzismo nella cultura
e nella storia materiale del nostro paese. Autorevolmente accreditata da una parte
della storiografia e difesa dai custodi ufficiali delle glorie patrie, questa mitologia
narra di un processo di formazione dello Stato nazionale immune – unico nel
contesto occidentale – da quella peculiare modalità di nazionalizzazione della
cittadinanza consistente nella etnicizzazione (razzizzazione)11.
Un’origine «di lungo corso» dell’antisemitismo italiano (e occidentale12),
prima ancora che fascista, va collocata nella storia più complessiva del razzismo
italiano. L’Italia, non diversamente dagli altri paesi occidentali, già a partire
dalla seconda metà dell’Ottocento, vide l’affermazione di ideologie e pratiche
razziste, rivolte tanto contro nemici interni (i diversi gruppi di «degenerati» e
«deviati», come i folli o i delinquenti, ma anche contro le donne, i meridionali, e
tutte le altre «classi pericolose») e contro i nemici esterni (via via tedeschi, slavi,
africani). Gli ebrei divennero la «perniciosa sintesi di tutte queste dimensioni,
ossimori viventi: nemici al tempo stesso esterni e interni; incarnazioni della
modernità e di un passato intramontabile; popolo primitivo e ipercivilizzato;
nazione straniera e cosmopolita; alfieri del socialismo e della plutocrazia»13.
Per riconoscere questa prima, fondamentale, continuità nel razzismo italiano,
bisogna disporre di un quadro analitico che tenga conto di una definizione
di razzismo più ampia e più complessa di quella tradizionalmente considerata
(ossia come ideologia legittimante la sola discriminazione contro i gruppi
umani storicamente e razzisticamente considerati come «razze»). Lo stesso
gruppo bolognese ha inteso così sintetizzare la questione, definendo il
razzismo come
insieme di ideologie caratterizzate da una delle due seguenti procedure logiche: a)
trascrizione (non necessariamente consapevole né esplicita) in chiave naturalistica
di caratteristiche storicamente determinate (differenza culturale e/o ineguaglianza
sociale): è il caso del differenzialismo culturalista (nelle sue varianti linguistiche,
religiose, etnoantropologiche), del «razzismo di Stato» (razzizzazione dell’avversario
politico o del nemico bellico), del razzismo sociale (social-darwinismo, eugenetica,
“razzismo di classe”, razzizzazione della devianza); l’antisemitismo costituisce una
forma eminente di questo primo insieme, in quanto ha a proprio fondamento sia
29
elementi di carattere culturale sia ragioni di ordine politico e socio-economico; b)
valorizzazione (ancora una volta non necessariamente consapevole né esplicita)
della diversità naturale: è il caso del sessismo (razzizzazione della donna) e del
razzismo coloniale14.
In questo quadro è possibile riconsiderare tutta una serie, davvero vasta
ed intricata, di «razzismi italiani», e, in particolare, di teorie scientifiche
(antropologiche, psicologiche, biologiche, criminologiche), rivolte a
«difendere la razza» (la società, la nazione, la stirpe) dai pericoli interni ed
esterni di contaminazione, di degenerazione. «Se per un verso questo arsenale
ideologico riprende tratti comune alla discussione occidentale (prima fra
tutti l’ossessiva evocazione del rischio degenerativo), dall’altra parte presenta
caratteri specificamente italiani sullo sfondo di questa mescolanza tra teorie
antropologiche e morfologiche (“biotipologiche”) che negli anni del fascismo
determina il varo di campagne di “bonifica umana” e di “ortogenesi” e ne affida
la gestione alla corporazione medica»15. Nell’Italia degli anni precedenti l’avvio
del razzismo di Stato, la cultura scientifica, e quella medica in particolare,
presentava, come cifra largamente presente, una versione indigena di razzismo.
«Era un razzismo che vedeva con entusiasmo nelle iniziative sanitarie del
regime un progetto strategico di miglioramento della “razza italiana”, che a
quest’ultima attribuiva volentieri qualità speciali, superiori»16.
Qui vogliamo prendere in considerazione qualche esempio dell’influenza
dei saperi scientifici nella storia del razzismo italiano (e dell’antisemitismo
in particolare). Quello delle relazioni fra psichiatria e razzismo è un caso
esemplare del coinvolgimento della cultura scientifica italiana nella formazione
e diffusione dei pregiudizi razzisti. A questo proposito, è importante valutare
quanto i saperi medico-psichiatrici pesarono nella legittimazione delle
discriminazioni.
Il razzismo contro gli anormali, specifico del XX secolo, è nato dalla psichiatria ...
Portabandiera della protezione biologica della specie, la scienza psichiatrica cova
il razzismo di Stato contro gli anormali. Con la “caccia ai degenerati” gli ospedali
si gonfiano, ma è subito evidente che l’internamento non è il mezzo più adatto
a rispondere a una missione che non è curare la malattia, ma prevenire i pericoli
inscritti aleatoriamente in ogni stato di anormalità. Per questa via si giunge alle
politiche eugenetiche dell’inizio del XX secolo ... Innestando il razzismo contro gli
anormali su quello etnico e in particolare antisemita, il nazismo produrrà una vasta
legislazione di stampo biopolitico, con un’escalation delle politiche eugenetiche
che sfoceranno in programmi di eutanasia selvaggia17.
L’Italia non ha mai conosciuto, è bene specificarlo, programmi di «eutanasia
selvaggia», ma sarebbe un errore pensare che il nostro Paese sia stato estraneo
ai fenomeni sopra descritti, e, in particolare, al dibattito scientifico che li ha
accompagnati e sostenuti. Proviamo a chiederci, come già ha fatto, fra gli altri,
Michel Foucault, «come mai la psichiatria abbia potuto funzionare così bene,
30
e spontaneamente, sotto il fascismo ed il nazismo ... Perché pressoché l’intera
corporazione psichiatrica, in Italia, è stata coinvolta nell’allestimento del
discorso razzista?»18 Tale questione, ancora poco affrontata dalla storiografia19,
è stata al centro di un convegno, Il sapere le la vergogna. Psichiatria, scienza,
cultura nelle leggi razziali del 1938, svoltosi nel 1998 e organizzato dal «Centro
di documentazione di storia della psichiatria» di Reggio Emilia. Per ricostruire
la storia del rapporto fra saperi bio-medici, scienze umane e razzismo, non si
può non risalire almeno fino alla metà dell’Ottocento.
La psichiatria, in particolare, a partire dalla teoria della degenerescenza,
combinata con i “saperi sull’ereditarietà”, ha potuto dar luogo ad una nuova
forma di razzismo, un nuovo razzismo, o una sua nuova modulazione, che è
essenzialmente uno strumento di difesa interna della società “contro i pericoli che
la corrodono dall’interno”, e ciò attraverso “l’eliminazione del pericolo biologico”
ed il rafforzamento ‘direttamente legato a tale eliminazione’, della specie o della
razza20.
La traduzione giuridica del «delirio razzista», di cui parla Berneri, va inquadrata
nell’ambito della nascita moderna del bio-potere, ossia della «presa in carico
della vita» (in senso biologico) delle popolazioni da parte del governo, una
presa in carico che si è espressa soprattutto con la creazione di «dispositivi
biosicuritari», rimedi, appunto, contro la degenerazione, la malattia sociale,
contro tutti i pericoli per la stirpe, in nome dei principi di una «medicina
sociale». Anzi, considerando in particolare l’antisemitismo, si ebbe l’invenzione
di una vera e propria «psicopatologia della razza ebraica».
Perlomeno a partire dagli anni Settanta del secolo scorso [l’Ottocento]
l’antisemitismo che nella sua originaria genesi teologica aveva funzionato
da matrice di tutti i razzismi, come è stato detto, è diventato l’oggetto di un
investimento medico-psichiatrico, e l’ebreo è stato sottoposto ad un processo di
progressiva patologizzazione psichiatrica. La totalità dell’esperienza dell’ebraismo,
in particolare di quello askenazita, viene ricodificata alla luce delle categorie della
patologia mentale: dalla circoncisione alle pratiche e regole sessuali, dai matrimoni
endogamici (identificati con vere e proprie relazioni incestuose) alle particolari
caratteristiche dell’esperienza mistica di determinati movimenti religiosi in seno
all’ebraismo, all’uso “corrotto” del linguaggio21.
Gli ebrei dovevano rappresentare, una volta acquisita «scientificamente»
una gerarchia fra le razze, una deviazione ad un tempo biologica e morale,
fisica e mentale. L’apice dell’alleanza fra saperi medico-scientifici e sociali da
una parte, e politica e diritto dall’altra, si ebbe proprio con l’affermazione
dell’antisemitismo fascista.
Non sarà allora un caso se la psichiatria si avvierà nel corso dell’Ottocento a
diventare una “scienza sociale”, destinata a formare la base e ad assumere il carattere
31
di una “funzione di stato”, come uno dei direttori del S. Lazzaro [il manicomio di
Reggio Emilia] aveva scritto nel 1910, ed è alla “trasformazione fisica e psichica
della razza”, come dirà un medico del S. Lazzaro nel 1934, che il ceto medico si
candida, perché “la difesa più strenua dell’individuo e della stirpe è funzione di
governo, epperciò è funzione politica” e dopo l’avvento del regime fascista, scrive
un altro medico nel 1927 finalmente ci si incammina a fare “della difesa e del
perfezionamento della razza l’idea dominante, l’idea-scopo”22.
L’obiettivo era quello di dare vita ad una vera e propria «medicina
politica»23.
La legislazione contro gli ebrei del 1938 venne a collocarsi nel quadro di un duplice
sviluppo. Da una parte il potenziamento degli orientamenti popolazionistici che
il regime fascista aveva assunto con sempre maggiore decisione a partire dalla
seconda metà degli anni Venti, come condizione preliminare e non soltanto come
corollario della sua politica di potenza; dall’altra, l’avvio di una politica di tutela della
razza come conseguenza della conquista coloniale in Abissinia e dell’incontro con
popolazioni africane che non poteva non porre il problema della “contaminazione”
della popolazione italiana con gli indigeni24.
A partire dagli inizi del Novecento, anche l’Italia conobbe l’espansione di
un movimento eugenetico, spinto dagli sviluppi della medicina e delle scienze
sociali (come la demografia e la statistica). Il nesso eugenica-razzismo è stato ad
esempio approfondito in due studi italiani recenti25, da quali emerge l’influenza
che via via assunse il problema della «difesa della razza», in un contesto (non
dimentichiamo coloniale) sempre più attento al dato demografico e che
progressivamente slittò dagli aspetti soltanto quantitativi a quelli qualitativi,
ponendo le basi per politiche di discriminazione razziale e di apartheid. In
sintesi, «il razzismo riveste un ruolo importante in una discussione dei problemi
della popolazione sotto il fascismo per almeno due ragioni: la prima è che la
politica razzista influì su parecchie variabili demografiche (nuzialità, fecondità
e migrazione); la seconda, che il razzismo fu visto in quel periodo come parte
della più ampia “politica demografica” e ad essa fu anche legato sotto il profilo
istituzionale»26. Si trattò di un percorso che ebbe un momento fondamentale di
ufficializzazione con il cosiddetto Discorso dell’Ascensione, tenuto da Mussolini
alla Camera il 26 maggio 1927. Vi leggiamo:
È evidente che in uno Stato bene ordinato la cura della salute fisica del popolo deve
essere al primo posto ... La razza italiana, il popolo italiano nella sua espressione
fisica, è in periodo di splendore o ci sono dei sintomi di decadenza? Se il movimento
retrocede quali sono le possibili prospettive per il futuro? Questi interrogativi sono
importanti non solo per medici di professione, non solo per colore che professano
le dottrine della sociologia, ma soprattutto per gli uomini di governo27.
Un secondo intervento mussoliniano nella stessa direzione, di poco
32
successivo, fu la prefazione al libro dello statistico Richard Korherr, Regresso
delle nascite: morte dei popoli28.
Qui Mussolini – nota Roberto Maiocchi – assume un tono catastrofico: i dati
demografici dimostrano che i paesi più evoluti sono entrati un una fase di regresso
e si profila un mutamento dei rapporti di forza tra le varie razze; “negri e gialli
sono dunque alle porte? Sì, sono alle porte e non soltanto per la loro fecondità, ma
anche per la coscienza che essi hanno preso della loro razza e del suo avvenire
nel mondo”. L’Italia non sfugge al pericolo della denatalità e bisogna correre ai
ripari con una legislazione che stimoli la natalità ... Con questo scritto diveniva
ufficialmente parte dell’ideologia del fascismo l’equazione numero = forza, veniva
autorevolmente lanciata la parola d’ordine della crescita quantitativa degli italiani
e, suo corollario inevitabile, apparivano condannate senza scampo le pratiche
neomalthusiane di controllo delle nascite29.
Divenne prioritaria una lotta contro le «malattie sociali», attraverso una
campagna per la natalità (contro l’aborto e il celibato), bonifiche rurali, una
lotta ai danni dell’urbanesimo, ed attraverso una educazione fisica e sessuale
di massa.
Statistici e demografi favorevoli alla politica nativista non si limitarono a fornire
supporti per teorizzare la prolificità della popolazione italiana e all’occorrenza
contribuire ad aumentarla; essi sposarono in pieno anche la retorica del regime
che operava l’equazione prolificità uguale popoli giovani, costruendo su di essa la
contrapposizione e la polemica con i popoli vecchi e senescenti, che erano le più
antiche democrazie e le potenze coloniali con le quali voleva ora misurarsi l’Italia
nel suo impeto di conquistare un impero30.
D’altra parte, furono soprattutto gli studi antropologici di africanistica ad
essere un serbatoio di stereotipi, materiale per consacrare nell’immaginario,
ancora prima che nella legislazione, l’esistenza di una distanza incolmabile
fra le razze (e la superiorità di quella «bianca»). Si pensi all’opera di Lidio
Cipriani, antropologo a Firenze, per anni impegnato in Africa, dove raccolse
una notevole quantità di materiale fotografico. Fu anche fra i firmatari del
documento Il fascismo e i problemi della razza (il cosiddetto Manifesto degli
scienziati razzisti), pubblicato nel luglio del 193831.
Sul finire del 1937 l’edificio razzista è in piena costituzione. L’antropologo Lidio
Cipriani si è ormai acquistato il ruolo di ideologo di riferimento del regime per
le questioni demografiche africane; il varo della legislazione contro le “unione
miste” dà ragione alla sua impostazione teorica dei rapporti tra “bianchi e neri” in
colonia, e gli articoli su “Gerarchia” ne sanciscono il riconoscimento ufficiale. Tra
i numerosi progetti e lavori che ha in cantiere uno riguarda la presenza di soggetti
di colore in Italia che, secondo la sua visione razzista della realtà, costituiscono una
vera minaccia alla purezza della popolazione bianca32.
33
La legislazione razzista del 1937, oltre ad essere prodromo a quella
antiebraica dell’anno successivo, segnò il passaggio da una «semplice» politica
coloniale razzistica ad una politica razzistica «pura». Fu il ministro per le Colonie,
Alessandro Lessona, a rendere concreta questa volontà discriminatoria e a dare
valore giuridico a tutte le forme non istituzionali di razzismo, presentando ai
suoi colleghi, il 4 gennaio 1937, un progetto di legge che prevedeva il divieto
– sia nel territorio del Regno, sia nelle colonie – di tenere «relazioni d’indole
coniugale» tra un cittadino italiano e un suddito dell’aoi (Africa orientale italiana).
Il progetto fu approvato e pubblicato il 19 aprile di quell’anno (rdl 880/1937),
con il titolo Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi,
punendo con la reclusione da uno a cinque anni i rapporti di «madamismo».
Questa scelta si inserì in una campagna già avviata contro il meticciato, venne
poi perfezionata da parte dei governatori ed ampliata da successive norme33.
Nel 1940, quando già le leggi antiebraiche erano in vigore da quasi due
anni, vi fu l’emanazione delle Norme relative ai meticci (rdl 822 del 13
maggio 1940): «la ratio della legge consiste essenzialmente nel negare la
qualifica di cittadino al meticcio; essa anzi nega la figura stessa del meticcio
per assimilarlo in ogni circostanza al nativo»34. Nel 1938, quando il razzismo
era ormai divenuto parte essenziale della politica interna e della propaganda
del fascismo, il regime iniziò una politica di espulsioni dall’Italia, perché «la
presenza di persone di colore integrate o in via d’integrazione nella società
italiana avrebbe rappresentato un evidente, sfacciato segnale dell’incapacità
del regime ad applicare i principi razzisti tanto ostentati»35.
Dobbiamo ora analizzare per un momento, alla luce dei rapporti già
emersi fra eugenica e razzismo, dei diversi razzismi del fascismo. Dopo che
già Renzo De Felice aveva proposto la distinzione fra razzismo biologico e
razzismo spirituale, è stata avanzata più di recente, con non poco successo,
una suddivisione dei razzismi fascisti tra razzismo biologico, nazional-razzismo
e razzismo spirituale (o esoterico)36. Si tratta di una partizione puramente
«ideale», perché gli scritti razzisti mostrano il riferimento contemporaneo a più
forme di razzismo. Essa pesò soprattutto per determinare le diverse tecniche
di definizione dei soggetti da perseguitare, di chi, cioè, dovessero essere
considerato ebreo:
Relativamente all’individuazione dei perseguitandi, si può schematicamente
riepilogare che, in questa tripartizione, la prima tendenza – il razzismo biologico –
rappresentava una sorta di posizione mediana tra la tendenza nazional-razzista,
incline a tener maggiormente conto degli eventuali “meriti” nazional-fascisti che
degli ottavi di sangue, e la tendenza esoterico-tradizionalista, secondo il cui
approccio fobico anche una ridotta parte di cosiddetto “sangue ebraico” costituiva
un attentato alla sanità dell’individuo e della società tutta37.
Comunque sia, la differenza essenziale è nel modo di considerare l’influenza
dell’ambiente e dell’ereditarietà sulla razza38. A dividere il razzismo biologico,
34
materialista, da quello spirituale (o «dell’anima») era, in estrema sintesi, la
diversa risposta alla seguente domanda: a quale base agganciare il concetto
di razza? Se il razzismo biologico si fondava su un fondamento organico (il
sangue), e il nazional-fascismo prediligeva i concetti di nazione e di stirpe, il
razzismo esoterico-tradizionalista si affidava all’anima, a uno spirito atavico,
che soltanto gli iniziati avrebbero potuto afferrare.
Il razzismo biologico (fra i cui esponenti c’erano Guido Landra e Telesio
Interlandi, direttore del periodico «La Difesa della razza») proponeva
l’autoevidenza dell’esistenza biologica delle razze, un punto di vista che
possiamo trovare, fra l’altro, anche nel cosiddetto Manifesto degli scienziati
razzisti: «Le razze umane esistono» (punto 1); «Esistono grandi razze e piccole
razze» (punto 2); «Il concetto di razza è concetto puramente biologico» (punto
3); «Esiste ormai una pura “razza italiana”» (punto 6)39. Fra i problemi che
si trovarono di fronte i propugnatori del razzismo biologico, ci fu quello
di individuare una classificazione, capace di fare ordine fra le universali
«mescolanze razziali», oltre alla difficoltà di dimostrare il nesso fra dato biologico
e dato culturale, tra dato somatico e dato psichico. Anche il razzismo biologico
non riuscì a sottrarsi ad una ambiguità di fondo, comune a tutte le diverse
posizioni razzistiche. Prendiamo ad esempio un articolo di Eugenio Fischer,
apparso su «La difesa della razza» del 5 novembre 1939: «Le razze sono dati
assolutamente reali. La razza non è una finzione teorica. Le razze sono gruppi
con definiti geni uguali ... Ai ceppi ereditari dell’uomo appartengono anche
quelli delle sue qualità spirituali. La ricerca delle coppie, la ricerca psichiatrica
e la ricerca genealogica hanno pienamente dimostrato che, anche per tutte le
qualità spirituali, talenti, attitudini, e così via, i geni costituiscono sempre il
fondamento»40.
Il razzismo biologico, proprio per la sua impostazione, fece molta fatica
a radicarsi nel panorama italiano. Il nazional-razzismo fu, invece, per lungo
tempo quello prevalente nel nostro Paese. Può sembrare a tutta prima una
forma più blanda di razzismo, perché faceva riferimento a concetti quali la
nazione, la stirpe, ovvero la cultura, le tradizioni, la lingua di un popolo. La
cultura diventava in questo caso, però, una «seconda natura». I nazional-razzisti
sostenevano l’esistenza di una comunità culturalmente e storicamente (e non
biologicamente) determinata, ma non per questo meno degna di essere «difesa»
e distinta dalle altre. «Secondo i nazional-razzisti, solo chi è nato in Italia da
genitori italiani e da progenitori italiani, ha respirato da sempre aria italiana,
si comporta da italiano ... Entra in gioco il concetto di stirpe, che – giocando
sull’ambiguità della parola sangue, la quale può essere intesa in senso sia
letterale sia figurato – introduce un’idea di discendenza biologica nel concetto
di civiltà»41. Troviamo anche qui un’ambiguità di fondo, visto che era comunque
necessario riferirsi sia al biologico, sia allo spirituale. Tra razzismo biologico e
nazional-razzismo esisteva un movimento di reciproca contaminazione: mentre
il primo doveva richiamarsi ai valori spirituali, culturalizzando il sangue, per
35
affermare una gerarchia fra le razze, il nazional-fascismo doveva ricorrere ad
una naturalizzazione dello stesso sangue per dare senso all’esistenza della
razza.
Abbiamo infine il razzismo esoterico-tradizionalista, rappresentato in Italia
soprattutto dall’opera di Julius Evola e che, nel corso del tempo, diede un
peso crescente al dato biologico42. Al nazional-razzismo, Evola rimproverava
di aver banalizzato l’idea di razza con quella di comunità nazionale. D’altra
parte, la razza dei biologisti non era immune da una democratizzazione, una
volgarizzazione.
Essere ebrei è per Evola uno stigma ben più profondo e indelebile di quanto
non riconoscano i nazionalisti. Specularmente, essere ariani (o, meglio, arii) è una
condizione che va ben al di là dell’appartenenza a una certa comunità nazionale
... Inoltre, degradare il concetto di razza a quello di popolo (o di nazione) significa
automaticamente negare il carattere aristocratico dell’arianesimo che, nell’ottica del
razzismo esoterico, è oltre che un fatto biologico (arii si nasce, non si diventa) – un
principio di elezione spirituale altamente selettivo43.
Evola cercava di svincolarsi dal principio materialistico della «razza del
sangue», per sottometterla alla «razza dello spirito». La «razza dello spirito» è
una visione del mondo aristocratica, guerriera, irriducibilmente opposta alla
visione del mondo moderna, egualitaria, razionalistica e giudaica44.
Le leggi antiebraiche
Volendo comprendere il contesto in cui nacquero le leggi antiebraiche del
1938, oltre a quanto detto sinora, occorre tenere in considerazione anche
diversi altri elementi, di natura più strettamente politica (di politica interna e di
politica estera). Negli anni fra il 1935 ed il 1937, ci fu il periodo di transizione
del regime verso pozioni antisemite sempre più manifeste e coerenti. Da una
parte, l’ebraismo italiano si erano mostrato sempre indisponibile a perdere la
propria peculiare identità (in ciò scontrandosi con la minoranza interna degli
«ebrei fascistissimi»). Gli ebrei italiani non erano integralmente «fascistizzabili».
Essi, in altre parole, non sapevano corrispondere all’immagine di «nuovo
italiano», che il fascismo voleva diffondere. La carta dell’antisemitismo fu usata
per rivitalizzare dall’interno l’identità collettiva del Paese, investendo, per una
più decisa «fascistizzazione», su un modello razzista di società (e ricuperando –
non lo si dimentichi mai – il profondo e mai sradicato antigiudaismo cattolico45).
Gli ebrei dovevano servire a materializzare il nemico (e questo meccanismo
sarebbe stato utilizzato dal fascismo soprattutto negli anni di guerra).
L’antisemitismo (fondato anche sull’equazione di «ebraismo = antifascismo»)
doveva rivestire il ruolo di grande mito collettivo, con cui far emergere sempre
e ovunque la pericolosità e la nocività degli ebrei, e contribuendo a diffondere
una vera e propria psicologia di guerra.
36
Sicuramente influì nelle decisioni del regime, soprattutto sui tempi della
genesi delle persecuzioni, la politica di avvicinamento alla Germania nazista,
ma soprattutto per la scelta di campo che il fascismo volle fare. Il regime
decise di schierarsi contro il campo delle democrazie occidentali, liberali, che
dipingeva deboli, soggiogate dal dominio ebraico e che, anche in ambito
coloniale, avevano favorito la «contaminazione razziale» (erano proprio gli
anni dell’«impero fascista»). La spirale antisemita in Italia non era, del resto, un
fenomeno isolato.
Negli anni Trenta pressoché tutta l’Europa conobbe l’aumento, in modi sempre
diversi, dell’antiebraismo e della sua legittimazione. La normativa persecutoria
introdotta dal nazismo in Germania a partire dal 1933 fu da un lato un prodotto e una
testimonianza di tale processo, e dall’altro un forte stimolo al suo ulteriore sviluppo,
perché mostrò al continente che era tecnicamente, politicamente e moralmente
possibile legiferare contro i propri cittadini ebrei. Detto ciò, va riaffermato che non
sono stati reperiti o localizzati documenti o indizi che testimonino interventi diretti
o indiretti di Berlino, negli anni Trenta, affinché altri Stati adottassero legislazioni
similari46.
Le leggi antiebraiche non furono materia d’importazione dall’estero (ossia
dalla Germania), ma il risultato di una scelta autonoma e prettamente politica
del fascismo, con una deliberata finalità antiebraica. È bene ricordare ancora
che la promulgazione di quelle leggi non fu l’esito di un complesso processo
teorico-ideologico47.
Colpisce, infine, la (relativa) brevità della transizione italiana, che, partendo
da casi isolati, sporadici, periferici (piccoli torti, vessazioni, minacce), giunse
ad un antisemitismo generalizzato ed indifferenziato. Quest’ultimo poté
diffondersi grazie ad una progressiva (anche se non omogenea) opera di
propaganda48. Soprattutto dal 1937 la pubblicistica e l’editoria si affiancarono
alla stampa già apertamente antisemita (come «Il Regime fascista» di Roberto
Farinacci), espressione di un’anima già da sempre presente nel movimento
fascista. Qui vogliamo citare almeno il libro Gli ebrei in Italia di Paolo Orano:
«Pressoché unico compito del volumetto fu quello di assegnare la qualifica
di irriducibili nemici dell’Italia fascista totalitaria (da tempo attribuita agli
ebrei sionisti) anche agli ebrei “ebraizzanti”, cioè a quegli ebrei che non si
caratterizzavano unicamente per l’osservanza della ritualità religiosa ebraica,
bensì conservavano un’identità ebraica e una qualche coscienza collettiva e
quindi, tra l’altro, soccorrevano i profughi tedeschi, criticavano la Germania
nazista, contestavano l’alleanza tra le due dittature»49. Il 16 febbraio 1938 fu
emessa l’Informativa diplomatica n. 14, che può essere considerata il primo
documento ufficiale dell’antisemitismo fascista. Vi si legge:
Il Governo fascista non ha mai pensato, né pensa di adottare misure politiche,
economiche, morali contrarie agli ebrei in quanto tali, eccettuato beninteso nel caso
37
in cui si tratti di elementi ostili al Regime ... Il Governo fascista si riserva tuttavia di
vigilare sull’attività degli ebrei venuti di recente nel nostro Paese e di far sì che la
parte degli ebrei nella vita complessiva della Nazione non risulti sproporzionata ai
meriti intrinseci dei singoli e all’importanza numerica della loro comunità50.
Pochi mesi dopo fu la volta del già ricordato documento teorico Il fascismo
e i problemi della razza; il 6 ottobre, il Gran consiglio del fascismo intervenne
con una Dichiarazione sulla razza, in cui fu data la prima definizione di
«appartenente alla razza ebraica», volendo, con questa formula, definire
l’appartenenza come fatto puramente biologico e non identitario o religioso:
Il Gran Consiglio del Fascismo, circa l’appartenenza o meno alla razza ebraica,
stabilisce quanto segue: a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi
ebrei; b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da madre
di nazionalità straniera; c) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo
nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica; d) non è considerato
di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra
religione all’infuori dell’ebraica, alla data del 1° ottobre XVI51.
Per stabilire con ragionevole certezza una definizione giuridica di
«appartenente alla razza ebraica», gli uffici procedettero a sviluppare una vera
e propria «casistica del sangue», approntando una complicata indagine fra
alberi genealogici.
Il sistema classificatorio al dunque varato definiva la “razza” di una persona
innanzitutto sulla base della “razza” dei suoi genitori e in secondo luogo – se essi
appartenevano a “razze” diverse – sulla base dapprima della nazionalità dei genitori
stessi e poi delle caratteristiche individuali delle persone in oggetto. Questo sistema
veniva applicato anche per definire la “razza” di ciascun genitore e così a ritroso –
se necessario – per alcune altre generazioni, sino a raggiungere un momento (mai
definito pubblicamente) nel quale si dava per scontata la coincidenza tra religione
cristiana e “razza ariana” e tra religione ebraica a “razza ebraica”. A differenza
di quello nazista, il sistema fascista non prevedeva una categoria apposita per i
“misti”: una persona cioè era classificata “di razza ebraica” o di “razza ariana”52.
In questa sede, per ovvie ragioni, non possiamo ricostruire tutti i passaggi
che, tra il 1937 ed il 1938, furono di necessaria preparazione al varo della
legislazione antiebraica. Si procedette ad allestire gli apparati burocratici, che
sarebbero poi stati deputati a gestire le persecuzioni. A questo proposito,
nel luglio del 1938 ci fu la trasformazione dell’Ufficio centrale demografico
nella Direzione generale per la demografia e la razza, mentre in agosto
nacque, presso il ministero della Cultura popolare, un apposito Ufficio studi
per i problemi della razza. «La prima (nota come Demorazza e in settembre
affiancata da un Consiglio superiore per la demografia e la razza) effettuò
il lavoro di pre-elaborazione e poi di gestione della normativa razzistica; il
secondo (talora indicato come Ufficio razza) operò principalmente nei campi
38
dell’orientamento, della propaganda e della documentazione, organizzando
tra l’altro in varie città, a partire dal 1941, il Centro per lo studio del problema
ebraico»53. La burocrazia statale fu un supporto indispensabile per l’attuazione
del disegno antisemita. Le leggi e le disposizioni amministrative furono
applicate con solerzia, capillarmente, segno di una sostanziale adesione o, per
lo meno, di una generalizzata indifferenza verso le politiche antisemite54.
Nei primi nove mesi del 1938 Mussolini, assieme agli uffici deputati, si
impegnò nell’elaborazione della legislazione antiebraica, in modo che questa
risultasse coerente con lo stile e gli obiettivi del fascismo. In questo periodo il
modello di persecuzione da seguire fu modificato diverse volte, soprattutto in
rapporto alle esenzioni da accordare. Ad influire sulle opinioni di Mussolini,
furono sicuramente i risultati del censimento speciale degli ebrei italiani e
stranieri, svoltosi il 22 agosto 1938. Gli ebrei furono individuati e schedati.
L’operazione, gestita dalla Demorazza e importata su criteri razzistici, portò ad
accertare che nel Regno vi erano 58.412 residenti nati da almeno un genitore
ebreo o ex ebreo, suddivisi in 48.032 italiani e 10.380 stranieri residenti da oltre
sei mesi ... Di essi, 46.656 (37.241 italiani e 9.415 stranieri) erano “ebrei effettivi”
(cioè erano iscritti a una comunità ebraica o comunque avevano dichiarato di
appartenere all’ebraismo) e 11.756 appartenevano a varie categorie, le più cospicue
delle quali erano quella di coloro che si erano distaccati dall’ebraismo (circa
duemilaseicento) e quelli dei figli non ebrei di matrimoni “razzialmente misti”
(poco più di settemila)55.
Mussolini mostrò ben presto la convinzione di poter avanzare molto nella
direzione dell’arianizzazione della società italiana, senza dimenticare, a questo
proposito, che il fine ultimo della legislazione antiebraica era allora quello
di «liberare» l’Italia dagli ebrei, costringendoli all’espatrio (ed espellendo gli
ebrei stranieri). Ai primi di settembre fu emesso il provvedimento legislativo
(rdl 1381/1938), in cui si prevedeva l’espulsione degli ebrei stranieri e la
arianizzazione della scuola pubblica (rdl 1390/1938 e rdl 1630/1938). Tra il
7 ed il 10 novembre il Consiglio dei ministri approvò le misure di ordine
generale (rdl 1779/1938). In dicembre e negli anni successivi vi furono ulteriori
provvedimenti, soprattutto disposizioni di tipo amministrativo, dedicati, di
regola, a perfezionare nei diversi ambiti l’indirizzo generale. Tutte queste
norme erano state scritte in esclusiva funzione antiebraica, tranne quella (rdl
1728/1938) che vietava i matrimoni tra un italiano «di razza ariana» e persona
di altra razza. Tutte le leggi furono sottoscritte dal re, Vittorio Emanuele III e
vennero approvate dalle Camere (la Camera all’unanimità; il Senato, di nomina
regia, a larghissima maggioranza).
La legislazione divise i cittadini italiani in due categorie: ebrei e non ebrei.
Ciò rappresentò la rottura del patto di cittadinanza, così come si era affermato
nel processo risorgimentale. Il fascismo volle estromettere gli ebrei dalla vita
sociale del Paese. Le leggi del 1938 intesero perseguitare gli ebrei, togliendo
39
loro le possibilità concrete di sopravvivere, colpendo innanzitutto il diritto di
proprietà ed il diritto al lavoro. Tutti gli ebrei, che erano impiegati pubblici e
assimilati (rdl 1728/1938) furono allontanati: oltre che dall’esercito, vennero
licenziati da tutti gli uffici e da tutte le mansioni (poste, vigili del fuoco, trasporti,
ministeri, etc.). Contestualmente, si iniziò un’opera simile per gli impieghi
privati, espellendo gli ebrei anzitutto da quelle attività che interessavano la
«difesa della nazione», anche solo ausiliarmente (quindi, ad esempio, dalla
fiat, dai cantieri navali, dalla Compagnia generale di elettricità). L’espulsione
colpì i dipendenti di banche ed assicurazione ed anche i liberi professionisti.
«Tra il 1938 e il 1942 fu loro precluso il rinnovo ed il rilascio di licenze di
attività subordinate ad autorizzazione di polizia (tra le altre, quelle turisticoalberghiere ed il commercio ambulante); nel 1939 furono sostanzialmente
esclusi dalle professioni autonome regolate da albi, ossia quelle di medico,
ostetrica, veterinario, avvocato, ingegnere, geometra, agronomo»56. Anche
per i beni posseduti si svolsero appositi censimenti. I divieti sulle proprietà
riguardavano il possesso, anche parziale, di aziende commerciali o industriali
che interessavano la difesa della nazione (furono escluse le società per azioni).
Per i beni immobili furono fissati dei limiti: cinquemila lire di estimo per i
terreni e ventimila lire per i fabbricati urbani. I beni ulteriori dovevano essere
ceduti all’egeli (l’Ente di gestione e liquidazione immobiliare), dietro rimborsi
erogati in titoli di Stato trentennali.
La Legge 1728/1938 disciplinava anche la cosiddetta «discriminazione»
(riferita, in questo caso, a una distinzione fra ebrei ed ebrei, e non fra ebrei ed
ariani). Si trattava di una limitata esenzione da parte delle persecuzioni, per
alcuni nuclei familiari ebraici. Esse riguardavano le famiglie «un cui componente
fosse caduto in guerra o per la causa fascista o (anche se deceduto prima del
novembre 1938) avesse acquisito particolari “benemerenze” di ordine bellico
(volontario, ferito, decorato), politico (iscrizione al pnf prima del 1923 o nel
secondo semestre del 1924, cioè prima della costituzione del governo Mussolini
o subito dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti) di altro “eccezionale tipo”»57.
Gli ebrei discriminati, rispetto agli altri, potevano godere di condizioni più
vantaggiose in merito al possesso di beni immobili e di aziende ed avevano
qualche concessione nel caso fossero stati liberi professionisti (potevano cioè
avere anche clienti non ebrei). La discriminazione non era automatica. Ci
furono circa 9000 domande. A gennaio 1943 ne risultavano accolte meno
di 3000. L’unica modifica alle norme di novembre fu la Legge 1024/1939,
per la procedura di «arianizzazione». Essa prevedeva che una persona potesse
dimostrare di avere un genitore (o un altro ascendente) biologico diverso da
quello registrato negli atti ufficiali di nascita. Date le sue caratteristiche, questa
proceduta fu di fatto utilizzata solo da persone di religione cristiana inizialmente
classificate «di razza ebraica», le quali volevano essere riconosciute miste per
poter poi essere riclassificate «di razza ariana»58. Come è facile immaginare,
questa «pratica», che si svolgeva davanti a un vero «tribunale della razza» e
40
che coinvolse un numero assai limitato di persone (circa 160 al 1942), non
va intesa come un addolcimento del dispositivo persecutorio, ma soltanto
una deroga per casi eccezionali. I perseguitati furono, secondo un’ipotesi a
partire dai dati del censimento di agosto 1938, circa 51.100, di cui 46.656 «ebrei
effettivi» e 4500 non ebrei (cioè cattolici o altro). 39.000 circa erano italiani. Si
può ipotizzare che, nell’autunno del 1938, ci fossero circa 3100 ebrei stranieri
«regolari», e che 8100 fossero invece obbligati a lasciare l’Italia. Il regime vietò
l’ingresso di ebrei stranieri a scopo di residenza. Con il passare del tempo,
si iniziò a preparare l’internamento in campi di tutti gli ebrei stranieri non
autorizzati a risiedere, con il fine di procedere poi alla loro emigrazione59.
I primi provvedimenti, a settembre, riguardarono la scuola e l’università.
Questa scelta non fu (o non fu essenzialmente) dettata da ragioni di ordine
pratico (l’imminente inizio dell’anno scolastico), ma da una precisa esigenza
politica. La priorità era quella di «bonificare» l’educazione nazionale, l’educazione
dei nuovi fascisti, dalle pericolose influenze della «cultura giudaica» e, ancora,
per mobilitare per prime le giovani generazioni.
Nella scuola e nelle università vennero adottate le seguenti principali misure contro
le persone o le presenze “di razza ebraica”: 1) esclusione (ossia espulsione dei
già presenti e divieto di nuovi accessi) degli studenti dalle scuole elementari e
medie frequentate da alunni “ariani” (gli esclusi potevano frequentare le scuole
di enti cattolici, se battezzati, o – laddove fossero state istituite – le “speciali
sezioni” di scuola elementare statale o le scuole delle comunità israelitiche; queste
concessioni furono determinate dalle volontà governativa di non corrodere il
principio della scolarità obbligatoria); 2) esclusione degli studenti dalle università
(con la temporanea eccezione, originata da considerazioni relative agli accordi
internazionali di reciprocità, di coloro che – italiani o stranieri, ma non tedeschi
– erano già iscritti nell’anno accademico 1937-38 e non erano fuori corso); 3)
esclusione degli insegnanti dalle scuole pubbliche e private di ogni ordine e grado
(a eccezione delle eventuali scuole ebraiche o “speciali”); 4) esclusione degli
impiegati dalle scuole, dagli uffici ministeriali, ecc.; 5) divieto di adozione nelle
scuole medie dei libri di testo redatti, commentati o riveduti da autori “di razza
ebraica”, anche se in collaborazione con autori “ariani”, e di quelli contenenti
riferimenti al pensiero di ebrei morti dopo il 185060.
È facile comprendere quanto gravi furono le conseguenze anche per il
mondo culturale e scientifico italiano. Vennero licenziati più di cento fra
direttori e maestri elementari, quasi trecento fra presidi e docenti di scuola
media (170 nei licei e alle magistrali, più di cento negli istituti tecnici). Dalle
università vennero cacciati quasi cento fra professori ordinari e straordinari, ed
almeno trecento persone fra assistenti e liberi docenti61.
Più in generale, e con il passare dei mesi, si accrebbero le persecuzioni nel
mondo culturale (in senso lato) ed editoriale. Al di là dei casi personali (di
favoritismo o di corruzione)62, non vi furono veri episodi di disapplicazione
delle leggi (nella scuola come altrove). Nei primi mesi dall’entrata in vigore
41
delle leggi, le case editrici smisero di pubblicare nuovi libri di ebrei e si iniziò
a procedere al ritiro dei testi già in commercio. Già nel 1938 gli ebrei erano
stati di fatto allontanati dalle redazioni di giornali e riviste, mentre a dicembre
furono bloccate le pubblicazioni della stampa ebraica. «Pittori e scultori ebrei
vennero esclusi dalle mostre e censurati e videro improvvisamente sconvolte
le loro relazioni professionali ... Gli ebrei furono anche espulsi da tutte le
accademie e società scientifiche della penisola (i soci italiani e stranieri
allontanati furono almeno 672; l’Accademia dei Lincei ne allontanò 30, mentre
l’Accademia d’Italia non ne aveva mai accolti) e venne loro vietato – se non
discriminati – l’accesso alle biblioteche pubbliche»63. Furono colpiti anche egli
ebrei che lavoravano nel teatro, nel cinema e nel mondo della musica. Le
opere di autori ebrei furono eliminate dai cartelloni delle stagioni di lirica e
prosa, dai programmi delle trasmissioni radiofoniche e dai cataloghi delle case
discografiche.
È importante notare che, in molti casi, questi divieti erano originati da
disposizioni amministrative e non da apposite leggi. Emerge il carattere
perfettamente deduttivo di molte proibizioni rispetto al principio generale
razzista, secondo il quale gli ebrei erano nemici della nazione, anche in
assonanza, talvolta in un senso molto generico, con i più diffusi pregiudizi
antisemiti. Citiamo soltanto alcuni esempi. Agli ebrei era vietato essere agenti
d’affari, agenti di brevetti, commercianti di preziosi, piazzisti, mediatori,
tipografi, fotografi, raccoglitore di rottami metallici e di metalli, raccoglitori,
venditori di indumenti militari fuori uso. Non potevano vendere oggetti antichi,
oggetti d’arte, oggetti sacri, libri, articoli per bambini, articoli di cartoleria. Non
potevano vendere carburo di calcio, non potevano condurre autoveicoli di
piazza. Non potevano avere la licenza di pescatore dilettante né il porto d’armi.
Non potevano detenere né vendere apparecchi radio. Non potevano essere
amministratori o custodi di palazzi abitati da ariani, non potevano affittare
camere ai non ebrei. Non potevano pilotare aerei, non potevano allevare
colombi viaggiatori, non potevano essere poveri (cioè iscriversi agli appositi
elenchi, per usufruire dell’assistenza pubblica). Agli ebrei fu vietato appartenere
anche alle associazioni ricreative (come alla Società della protezione degli
animali) e sportive (sia professionali, sia dilettantistiche)64.
C. Berneri, Mussolini grande attore. Scritti su razzismo, dittatura e psicologia delle masse,
Spartaco, Santa Maria Capua Vetere 2007, pp. 176-177, corsivo nel testo.
2
Cfr. E. Ludwig, Colloqui con Mussolini, Mondadori, Milano 1932, pp. 75-76.
3
Il libro uscì in spagnolo, con il titolo El delirio racista, a Buenos Aires. Venne tradotto per
la prima volta in italiano nel volume Mussolini «normalizzatore» e Il delirio razzista, edito
dall’Archivio Famiglia Berneri nel 1986. Noi citiamo dalla nuova edizione, curata da Alberto
Cavaglion.
4
Ivi, p. 174.
1
42
A. Cavaglion, Introduzione a Berneri, Mussolini grande attore, cit., p. 21. Il riferimento qui
ci pare andare, in particolare, a G. Fabre, Mussolini razzista. Dal socialismo al fascismo: la
formazione di un antisemita, Garzanti, Milano 2005.
6
M. Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi, Einaudi, Torino 2002, pp. 4-5,
corsivo nel testo.
7
«In termini letterali, la dicitura “leggi antiebraiche” denomina solo l’insieme dei provvedimenti
legislativi veri e propri (regi decreti legge, leggi, ecc.). Dopo che la storiografia ha ricostruito
il rilevante ruolo – non solo attuativo ma anche complementare e innovativo – svolto
nella persecuzione dai provvedimenti amministrativi (le “circolari” e gli altri provvedimenti
ministeriali), tale dizione e quella di “legislazione antiebraica” sono state sempre più riferite
dagli storici all’insieme dei provvedimenti persecutori» (ivi, p. 5).
8
Cfr. M. Sarfatti, Documenti della legislazione antiebraica. I testi delle leggi in Id. (a cura di),
1938 le leggi contro gli ebrei, fascicolo speciale de «La Rassegna mensile di Israel», vol. LIV,
1988/1-2, pp. 49-167.
9
La menzogna della razza. Documenti e immagini del razzismo e dell’antisemitismo fascista,
Bologna, Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, 27 ottobre-10 dicembre 1994. Cfr. il catalogo
della mostra a cura del Centro Studi Furio Jesi (Grafis, Bologna 1994).
10
Cfr. A. Burgio, L. Casali (a cura di), Studi sul razzismo italiano, Clueb, Bologna 1996; A.
Burgio (a cura di), Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia 1870-1945, Il Mulino,
Bologna 1999.
11
Burgio, Per la storia del razzismo italiano in Burgio (a cura di), Nel nome della razza, cit.,
pp. 9-10, corsivo nel testo.
12
Cfr. E. Traverso, La violenza nazista. Una genealogia, Il Mulino, Bologna 2002, in particolare
il cap. IV, Classificare e reprimere, pp. 123-155.
13
Ivi, p. 10.
14
A. Burgio, Una ipotesi di lavoro per la storia del razzismo italiano in Burgio, Casali (a cura di),
Studi sul razzismo italiano, cit., pp. 20-21, corsivi nel testo.
15
Burgio, Per la storia del razzismo italiano, cit., pp. 11-12. Il tema della degenerazione è
davvero, assieme alla nozione di ereditarietà, al centro del discorso razzista degli ultimi due
secoli. Cfr. D. Pick, Volti della degenerazione. Una sindrome europea. 1848-1918, La Nuova
Italia, Firenze 1999.
16
R. Maiocchi, Scienza e fascismo, Carocci, Roma 2004, p. 154.
17
P. Di Vittorio, Psichiatria in O. Marzocca et al. (a cura di), Lessico di biopolitica, Manifestolibri,
Roma 2006, pp. 244-249. Per il «razzismo contro gli anormali», il riferimento d’obbligo è a M.
Foucault, Gli anormali. Corso al Collège de France (1974-1975), Feltrinelli, Milano 2000, in
particolare pp. 260-286. Cfr. anche P. Chiantera-Stutte, La distopia biopolitica: la rappresentazione
della comunità nelle strategie biopolitiche del Terzo Reich in L. Cedroni, P. Chiantera-Stutte,
Questioni di biopolitica, Bulzoni, Roma 2003, pp. 81-205. Sul rapporto fra psichiatria e nazismo,
cfr. B. Müller-Hill, Scienza di morte. L’eliminazione degli ebrei, degli zigani e dei malati di mente,
1933-1945, ets, Pisa 1989; A. Lallo, L. Toresini, Psichiatria e nazismo, Ediciclo, Portogruaro 2001;
D. Fontanari, L. Toresini, Psichiatria e nazismo. Atti del Convegno internazionale, San Servolo 9
ottobre 1998, «Fogli di informazione», Pistoia 2001; C. Marta, La scienza dello sterminio nazista.
Antropologia, igiene della razza e psichiatria in F. Soverina (a cura di), Olocausto/Olocausti,
Odradek, Roma 2003, pp. 65-78. Sulla storia dell’eugenetica, cfr. A. Pichot, La société pure. De
Darwin à Hitler, Champs-Flammarion, Paris 2000. Sul movimento eugenetico in Italia, cfr. C.
Pogliano, Scienza e stirpe: eugenica in Italia (1912-1939) in «Passato e presente», 1984/5,, pp.
61-95; C. Pogliano, Eugenisti, ma con giudizio in Burgio (a cura di), Nel nome della razza, cit.,
pp. 423-442; C. Mantovani, Rigenerare la società. L’eugenetica in Italia dalle origini ottocentesche
agli anni Trenta, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004; F. Cassata, Molti, sani e forti. L’eugenetica
in Italia, Bollati Boringhieri, Torino 2006; A. L. Simonnot, Igiene ed eugenismo nel XX secolo in
«Rivista sperimentale di freniatria», 2008/1, pp. 47-60; B. Massin, L’eutanasia psichiatrica sotto il
III Reich. La questione dell’eugenetica, ivi, pp. 61-86.
18
M. Bertani, La vergogna del sapere. Un’introduzione in Il sapere e la vergogna. Psichiatria,
scienza, cultura nelle leggi razziali del 1938. Convegno Internazionale di studi. Reggio Emilia,
5
43
20–21 novembre 1998, Centro di Documentazione di Storia della Psichiatria, Reggio Emilia 2002,
p. 10.
19
«Mentre però in Germania è stato svolto un notevole lavoro di ricerca per portare alla luce
le responsabilità politiche della psichiatria istituzionale, in Italia, ove si eccettui la citazione del
clinico neuropsichiatra Arturo Donaggio tra i firmatari del “Manifesto degli scienziati razzisti” del
1938 ... non sembra che sia stata dedicata attenzione storiografica al ruolo svolto dalla psichiatria
italiana nella formazione dell’humus culturale che poté alimentare il razzismo nazionalistico
fascista» (F. Giacanelli, Tracce e percorsi del razzismo nella psichiatria italiana della prima metà
del Novecento in Burgio (a cura di), Nel nome della razza, cit., p. 390, corsivo nel testo).
20
Bertani, La vergogna del sapere, cit., p. 10.
21
Ivi, p. 18. «Anche in Italia assistiamo alla messa a punto, da parte della corporazione medicopsichiatrica, di un complesso apparato clinico-teorico e istituzionale destinato a consentire di fare
ciò che le diverse antropologie dell’epoca non riuscivano a fare se non al prezzo di una evidente
falsificazione scientifica, vale a dire trascrivere nell’anima i segni della differenza razziale che il
corpo non riusciva a contenere, attraverso l’invenzione (o meglio la reinvenzione, dopo la sua
produzione all’interno del discorso patristico) di una figura: quella della psicopatologia ebraica,
quella della malattia (dell’anima) giudaica. Ecco perché, in primo luogo, diventa necessario
fissare il principio bio-tassonomico secondo il quale “tutte le varietà o razze umane non si
differenziano soltanto per i loro caratteri fisici, ma altresì per quelli mentali”» (M. Bertani, Folli,
psichiatri, ebrei al San Lazzaro di Reggio Emilia tra Ottocento e Novecento in V. Marchetti (a
cura di), L’applicazione della legislazione antisemita in Emilia Romagna, Il Nove, Bologna
1999, p. 25).
22
Bertani, La vergogna del sapere, cit., p. 12.
23
«“E avviene così che la medicina individuale e quella delle stirpi, procedendo, mettan capo
alla medicina politica, funzione di governo”. Di qui la necessità di delineare i nuovi compiti di
uno “stato coordinatore”, che interviene sulla “polivalenza biologica e psicologica” dominante
in Italia in base all’imperativo di proteggere nella sanità della stirpe la sanità della razza” (P.
Petrazzani, 1930)» (ivi, p. 13).
24
E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 22.
25
Cfr. G. Israel, P. Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, Il Mulino, Bologna 1998; R.
Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, La Nuova Italia, Firenze 1999.
26
C. Ipsen, Demografia totalitaria. Il problema della popolazione nell’Italia fascista, Il Mulino,
Bologna 1992, p. 253. Cfr. anche A. Treves, Le nascite e la politica nell’Italia del Novecento, led,
Milano 2001; A. Treves, Demografi, fascismo, politica delle nascite. Nodi problematici e prospettive
di ricerca in «Popolazione e storia», 2003/1; G. Dalla Zuanna (a cura di), Numeri e potere.
Statistica e demografia nella cultura italiana fra le due guerre, L’Ancora del Mediterraneo,
Napoli 2004.
27
B. Mussolini, Discorso dell’Ascensione. Il regime fascista per la grandezza d’Italia. Pronunciato
il 26 maggio 1927 alla Camera dei deputati, Roma 1927, p. 11.
28
R. Korherr, Regresso delle nascite: morte dei popoli, Littoria, Roma 1928. Oltre a quella di
Mussolini, questa traduzione presenta una prefazione di Oswald Spengler.
29
Maiocchi, Scienza e fascismo, cit., pp. 144-145.
30
Collotti, Il fascismo e gli ebrei, cit., p. 30.
31
«Presentato come opera di un “gruppo di studiosi fascisti ... sotto l’egida del Ministero della
Cultura Popolare”, in realtà steso da Guido Landra, con la consulenza di alcuni altri, sulla
base di precisi orientamenti comunicatigli direttamente il 24 giugno da Mussolini e di ulteriori
indicazioni di Alfieri [Dino Alfieri, ministro dell’Educazione popolare]» (M. Sarfatti, Gli ebrei
nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 20072, p. 162).
32
G. Gabrielli, Africani in Italia negli anni del razzismo di Stato in Burgio (a cura di), Nel nome
della razza, cit., p. 203. Cfr. N. Labanca, Il razzismo coloniale italiano, ivi, pp. 145-163; A. Del
Boca, Le leggi razziali nel regime di Mussolini in A. Del Boca, M. Legnani, M.G. Rossi (a cura di),
Il regime fascista. Storia e storiografia, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 329-351.
33
«Il decreto dell’aprile del 1937 non era che il primo passo della codificazione del razzismo
contro gli indigeni. Portata ancora più ampia ebbe infatti la legge del 29 giugno 1939 n. 1004, che
44
prevedeva il nuovo reato di “lesione del prestigio della razza” e prescriveva pertanto sanzioni
penali per la difesa del prestigio della razza di fronte ai nativi dell’Africa italiana”. Ma che cosa
si doveva intendere per “lesione del prestigio di razza”? Era questo anzitutto, secondo la legge,
“l’atto del antivo diretto ad offendere il cittadino nella sua qualità di appartenente alla razza
italiana o, comunque, in odio alla razza italiana” ... La nuova legge non riguardava soltanto gli
aspetti delle relazioni sessuali, ma aveva un campo d’intervento praticamente senza confini, sia
che il cittadino si fosse piegato a un rapporto di dipendenze di un nativo, sia che frequentasse
luoghi (esercizi pubblici, cinematografi, ecc.) riservati ai nativi, sia che desse pubblico scandalo
mostrandosi in stato di ebbrezza in luogo riservato ai nativi o in luogo pubblico» (Collotti, Il
fascismo e gli ebrei, cit., p. 38).
34
Ivi, p. 39, corsivo nel testo.
35
Gabrielli, Africani in Italia negli anni del razzismo di Stato, cit., p. 207.
36
Cfr. M. Raspanti, I razzismi del fascismo in Centro Studi Furio Jesi (a cura di), La menzogna
della razza, cit., pp. 73-89 e V. Pisanty, La difesa della razza. Antologia 1938-1943, Bompiani,
Milano 2006, pp. 102-140; per una discussione cfr. A. Cavaglion, Due modeste proposte in Burgio
(a cura di), Nel nome della razza, cit., pp. 379-386.
37
M. Sarfatti, Il razzismo fascista nella sua concretezza: la definizione di «ebreo» e la collocazione
di questi nella costruenda gerarchia razziale, ivi, pp. 322-323 (corsivi nel testo).
38
«Da un lato, il razzismo “biologico”, che ha il suo organo principale nella rivista “La difesa
della razza”, proporne un’eugenica “mendeliana”, ereditarista, che suggerisce al fascismo di
adottare la via germanica, prematrimoniale obbligatoria; dall’altro lato, il razzismo “nazionalista”
predilige un’eugenica “lamarckiana” o ambientalista, ostile al modello nordico e concepita
sostanzialmente come un prolungamento e un approfondimento del più ampio progetto di
bonifica e di potenziamento demografico della nazione avviato dal regime» (Cassata, Molti, sani
e forti, cit., p. 220).
39
Cfr. M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938,
Zamorani, Torino 1994, pp. 18-19.
40
Fischer, La realtà della razza, cit. in Pisanty, La difesa della razza, cit., p. 117.
41
Ivi, p. 104, corsivo nel testo.
42
«Anche il razzismo esoterico-tradizionalista ... sviluppa un proprio discorso sul tema
dell’ereditarietà, rivelando singolari convergenze, in materia eugenica, con le posizioni del
razzismo biologico» (Cassata, Molti, sani e forti, cit., p. 252). Su Evola, cfr. F. Germinario, Razza
del sangue, razza dello spirito. Julius Evola, l’antisemitismo e il nazionalsocialismo 1930-1943,
Bollati Boringhieri, Torino 2001; F. Cassata, A destra del fascismo. Profilo politico di Julius Evola,
Bollati Boringhieri, Torino 2003.
43
Pisanty, La difesa della razza, cit., p. 121.
44
«Tale visione del mondo [quella moderna] si identifica con lo “spirito semitico” il quale – come
un “acido” o un “bacterio” – da millenni corrode e intossica lo spirito (prima) e il sangue (poi)
della civiltà occidentale» (ivi, p. 122, corsivi nel testo).
45
Cfr. P. Stefani, L’antigiudaismo. Storia di un’idea, Laterza, Roma-Bari 2004. D’altra parte, grande
fu l’influenza che ebbe per la crescita dell’antisemitismo, la stipula nel 1929 del Concordato con
la Chiesa cattolica, così come sulla creazione del nuovo Statuto delle Comunità ebraiche (1931),
momento culminante di quella che Michele Sarfatti ha chiamato la «persecuzione della parità
dell’ebraismo», essendo questo divenuto ormai soltanto un «culto ammesso».
46
Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi, cit., p. 9.
47
«Nonostante questa volontarietà, essa non sembra essere stata preceduta da riflessioni
particolarmente dense; il processo di crescita dell’antisemitismo in Europa, in Italia, nel fascismo
e in Mussolini aveva trasformato le decisioni operative al riguardo da rilevanti a banali» (Sarfatti,
Gli ebrei nell’Italia fascista, cit., p. 120).
48
Cfr. N. Tranfaglia, La stampa del regime 1932-1943. Le veline del Minculpop per orientare
l’informazione, Bompiani, Milano 2005, in particolare pp. 148-157.
49
Ivi, p. 137. Cfr. P. Orano, Gli ebrei in Italia, Pinciana, Roma 1937.
50
Citato in Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 18.
51
Citato in ivi, p. 188.
45
Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, cit., p. 169.
Ivi, pp. 158-159.
54
«Nessun dubbio che le leggi razziali abbiano scosso le coscienze e gli italiani non abbiano
eguagliato i tedeschi “in ferocia”. Eppure esse furono applicate. Ci fu una giurisprudenza. E
anche se oggi possiamo consolarci avvertendo come “negli interstizi dell’ordinamento fascista
abbiano trovato spazio forme di cauta opposizione e prassi interpretative ed applicative volte a
contenere la portata devastante della legislazione razziale”, è impossibile non riconoscere che
giurisprudenza, dottrina e prassi amministrativa si muovono complessivamente “nel solco di
un’adesione incondizionata ai motivi ispiratori della politica antisemita del regime”» (Quaglioni,
Le leggi razziali e le «incertezze» dei diritti umani in Il sapere e la vergogna, cit., p. 43).
55
Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, cit., p. 160.
56
Ivi, p. 205. Cfr. M. Sarfatti, Il lavoro negato. Dati e spunti di riflessione sulla normativa
antiebraica in Italia in «Qualestoria», 1989/1, pp. 33-42.
57
Ivi, p. 177.
58
Ivi, pp. 173-174, corsivo nel testo.
59
«L’internamento, minacciato dal governo sin dagli inizi della persecuzione, appare deciso il 16
maggio 1940. Nei giorni seguenti Mussolini stabilì che gli ebrei stranieri dovevano essere internati
in campi a loro riservati, cioè separati, e fece informare ufficialmente l’Unione delle comunità
[ebraiche] che inizialmente gli uomini sarebbero stati internati in campi di concentramento e
le donne e i bambini sarebbero stati internati in comuni, per essere poi tutti “accentrati in una
località dell’Italia meridionale e precisamente a Tarsia (provincia di Cosenza), dove dovranno
restare anche a guerra ultimata per essere trasferiti di là nei paesi disposti a riceverli”» (ivi, p.
188). Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (19401943), Einaudi, Torino 2004.
60
Ivi, pp. 211-212, corsivo nel testo. Cfr. D. Adorni, «Il furbissimo giudeo»: legislazione razziale
e propaganda nella scuola fascista in B. Maida (a cura di), I bambini e le leggi razziali in Italia,
Giuntina, Firenze 1999, pp. 35-63.
61
Cfr. R. Finzi, L’università italiana e le leggi antiebraiche, Editori Riuniti, Roma 2003.
62
«In alcuni casi, l’aiuto al singolo amico stimato venne dato da personalità che appoggiavano
la legislazione emanata contro tutti gli ebrei (il maggiore intellettuale del regime, Giovanni
Gentile, non espresse alcuna protesta contro le leggi, delle quali fu sostenitore o complice, ma
si profuse nell’aiuto a un suo protetto)» (Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di
oggi, cit., p. 41, corsivi nel testo).
63
Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, cit., p. 216.
64
Cfr. S. Giuntini, Sport e fascismo: le leggi razziali del 1938 in «Patria indipendente», 1995/10-11,
pp. 43-44.
52
53
46
8 giugno 1916
L’affondamento del
«Principe Umberto»
Strage di soldati reggiani rivelata grazie
agli «Albi della memoria»
Alfio Moratti
Amos Conti
Roma 9 giugno 1916, notte. Il laconico lancio dell’Agenzia Stefani1:
Piroscafo Italiano con truppe affondato nel Basso Adriatico. Ieri verso il tramonto
due sommergibili nemici hanno attaccato nel basso Adriatico un nostro convoglio
composto da tre piroscafi trasportanti truppa e materiale e da una squadriglia
di cacciatorpediniere. I sommergibili, contrattaccati prontamente, riuscirono
nondimeno a lanciare i siluri di cui uno colpì il “Principe Umberto”, che affondò in
pochi minuti. Nonostante i mezzi di salvataggio di cui il convoglio disponeva e il
pronto soccorso di altre navi in crociera, le perdite, non ancora precisate, si ritiene
ammontino a circa metà dei militari imbarcati su quel piroscafo2.
Il comunicato è rilanciato da un giornale reggiano3, senza precisare che
nell’affondamento del trasporto truppe sono dispersi in mare anche 53 reggiani
della città e della provincia, militari che, inquadrati nel 55° reggimento di
fanteria, si apprestano a fare ritorno in patria dall’Albania.
Nessuna successiva notizia dell’avvenimento viene pubblicata dai giornali
locali nelle settimane successive fino alla comparsa, sul «Giornale di Reggio» del
47
Il piroscafo «Principe Umberto»
10 luglio, di un necrologio4 della famiglia in memoria del capitano di fanteria
Mario Saccozzi, che, annunciandone la scomparsa in mare nell’affondamento
del «Principe Umberto», conferma indirettamente la tragica fine dei nostri
concittadini5.
Gli italiani in Albania ed il salvataggio dell’esercito serbo
Le truppe italiane sono in Albania già dal 1914 quando l’Austria, che ha
ricevuto nel 1878 il mandato di amministrare temporaneamente la Bosnia e
l’Erzegovina, ha rapidamente stabilito nell’intera penisola balcanica un’estesa
rete d’interessi commerciali e ha istituito scuole e missioni religiose che
esercitano un’attiva propaganda a proprio favore.
L’Italia è evidentemente interessata all’altra sponda dell’Adriatico, dove
pretende di stabilire «un primato italiano» sull’Albania. Il 30 ottobre del 1914
ritiene opportuno occupare con una compagnia da sbarco di marinai e un’unità
di sanità militare l’isola di Saseno, un isolotto di poco più di quattro chilometri
di lunghezza e due di larghezza, davanti al porto di Valona.
Seguendo le decisioni delle potenze europee del 1914, all’inizio della
guerra, l’Albania è un principato di 850.000 abitanti con capitale Durazzo,
governata da un sovrano di etnia tedesca, il principe Guglielmo di Wied. In
realtà vi regna una completa anarchia ed il governo legittimo è insidiato da
48
tutte le parti. Nei mesi successivi la situazione rimane assolutamente incerta e
ai primi di dicembre del 1915 ricominciano importanti disordini.
L’Italia invia allora un corpo speciale, forte di tre divisioni, destinato ad
occupare i porti di Durazzo e di Valona, la città che sorge di fronte alla costa
pugliese a quaranta miglia marine da Otranto6. È una misura precauzionale per
lo stato di assoluto caos che regna in Albania dove gli agenti austriaci e turchi
soffiano velatamente sul fuoco per spingere gli albanesi contro i serbi, ma
in pratica ne risulta un’occupazione definitiva; da parte italiana è una mossa
ardita, ma anche di un indubbio pericolo.
Infatti, anche se il governo italiano ha ottenuto dagli Alleati, come ricompensa
della sua entrata in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa, la promessa della
sovranità assoluta su Valona e il suo hinterland e la protezione dell’Albania
centrale, che è uno stato indipendente mussulmano con Durazzo capitale,
sono ancora validi i deliberati della conferenza di Londra che ha istituito il
regno di Albania del principe Guglielmo di Wied. Ciò almeno in attesa della
fine della guerra.
Frattanto, nel novembre del 1915, l’esercito serbo sconfitto, sfuggito
all’accerchiamento, è in completa ritirata verso l’Albania, tallonato e premuto
dalle divisioni bulgare7 che a ovest impediscono il suo congiungimento con
gli alleati, oltre che tormentato dai partigiani albanesi, spesso inquadrati da
ufficiali austriaci. Quel che resta dell’esercito serbo, circa 140.000 uomini,
presenta una scarsa consistenza militare effettiva.
Molti soldati serbi durante la ritirata si sono sbandati e hanno gettato le
armi. Una forza ancora omogenea è la cavalleria con 13.000 uomini con
10.000 cavalli; fra le unità ancora organizzate anche un reparto della scuola
sotto ufficiali, comandata dal colonnello Ritnich, formata da molte migliaia
di sedicenni. Alla costa adriatica arriveranno comunque anche dieci cannoni,
che sono tutto quel che resta dell’artiglieria serba. Secondo il racconto del
Tedeschi vi sono anche degli italiani, mentre pure fra i prigionieri austriaci c’è
qualche ufficiale di etnia italiana dei territori irredenti, arruolato nell’esercito
austriaco.
L’esercito e la marina italiani, nel corso della fine di dicembre del 1915 e dei
primi due mesi del 1916, compiono il drammatico salvataggio delle decine di
migliaia di superstiti dell’armata serba sconfitta dalle truppe austro-germaniche
e bulgare e consegnano alla storia una delle pagine più importanti della prima
guerra mondiale. L’ultima pagina di una delle più rilevanti imprese, quella che
il ministro inglese Balfour definisce una delle migliori prove del buon successo
delle operazioni marittime nel Mediterraneo, «…il trasporto dell’esercito serbo,
dovuto soprattutto all’energia ed all’efficacia della Marina Italiana»8.
Il successo dell’intervento, riconosciuto anche a livello internazionale, viene
enfatizzato negli anni successivi anche dal regime fascista. Una traccia di ciò è
offerta dalle immagini stampate sulle copertine dei quaderni scolastici ancora
a fine anni Trenta.
49
50
Fonte: Archivio di Stato (RE). Pubblicazione concessa dal Ministero BAC - Archivio di Stato - Reggio Emilia -
51
Autorizzazione n. 11/2008
L’operazione salvataggio, tendente a riportare le forze serbe in linea di
combattimento contro l’Austria, si conclude indirizzando a Valona, ancora
a piedi, una parte dei fuggiaschi con la protezione di reparti dell’esercito
italiano. Alla fine di febbraio del 1916, poiché è stato completato il salvataggio
dei serbi, mentre gli austriaci e i bulgari avanzano in Albania, le truppe italiane
abbandonano Durazzo e San Giovanni di Medua, dopo avere dato alle fiamme
tutto ciò che non è possibile imbarcare, ripiegando poi per mare su Valona,
ritenuta la chiave dell’Adriatico, dove sono state apprestate le necessarie opere
di difesa dietro alla Voyussa.
L’esercito italiano rimane quindi in Albania per impedirne la completa
conquista e appoggiare i movimenti antiaustriaci che lottano per l’autonomia
albanese, mentre le navi italiane proseguono nel loro impegno per la vigilanza
e il pattugliamento delle acque e come scorta ai piroscafi addetti al trasporto
di rifornimenti e di soldati9.
Il 55° reggimento di fanteria
Nel 1916, il 55° reggimento di fanteria dell’esercito italiano, insieme
al gemello 56°, costituisce la Brigata di fanteria Marche10. Per tradizione il
reggimento ha la sua sede storica a Treviso, dove fra l’altro ha la sua caserma
ed un monumento che lo ricorda e dove, ancora oggi, viene commemorato in
particolar modo l’avvenimento dell’8 giugno 1916. Nelle sue compagnie sono
presenti anche molti soldati emiliani, in particolar modo bolognesi e reggiani,
specie nel primo e nel secondo battaglione11.
Nel maggio 1915, all’inizio del conflitto, il reggimento è destinato al fronte
del Cadore, dove partecipa valorosamente ai combattimenti sul Monte Piana
e nei mesi successivi sul Sabotino12. È in Albania, dal febbraio del 1916, per
partecipare con i suoi tre battaglioni alla difesa del porto di Valona, un presidio
essenziale per il salvataggio dei superstiti dell’esercito serbo. A Durazzo, infatti,
dove al momento è concentrata la maggior parte degli scampati alla terribile
marcia verso la costa, è molto pericoloso tentare l’imbarco sulle navi italiane e
alleate, che incrociano al largo, poiché dalla vicina base navale austriaca delle
Bocche di Cattaro i sommergibili possono facilmente attaccare i convogli.
Le colonne serbe sono quindi indirizzate a piedi, con la protezione dei
soldati italiani e l’appoggio durante il percorso delle parrocchie ortodosse, al
porto di Valona. Secondo il racconto del colonnello Meneghetti, allora ufficiale
del III battaglione, che ne riporta diffusamente nella sua pubblicazione la
storia, «i compiti principali del reparto sono tre: 1° guardar la stretta di Dorza
dalle provenienze d’oltre Voyussa e da quelle di Tepeleni; 2° lavorare alle
opere del campo trincerato lungo la sponda della Voyussa e sul Coston di
Dorza; 3° far propaganda d’italianità fra la popolazione indigena»13.
Nel giugno del 1916 il 55° reggimento, in occasione dell’offensiva che
52
gli austriaci hanno iniziato in maggio sugli altipiani, la «Spedizione punitiva»
(Strafexpedition), viene richiamato in patria dall’Albania come rinforzo ai
combattenti nel Trentino. Sempre secondo il racconto del Meneghetti, il 7
giugno, l’intero reggimento è accampato vicino al ponte di Drasciovizza e
un aereo austriaco lascia cadere alcune bombe senza cagionare danni. La
sera dell’8 giugno il reggimento si sta apprestando all’imbarco sul piroscafo
«Principe Umberto» per il rientro in patria.
Prosegue il racconto di Meneghetti: «Nella giornata dell’8 si fece l’imbarco
al porto di Valona, sopra due piroscafi: sul Principe Umberto il comando del
reggimento, i battaglioni I e II e le compagnie 11a e 12a del III (complessivamente
2540 uomini di truppa e 65 ufficiali); sul Ravenna il comando del III battaglione,
le compagnie 9a e 10a, tutto il carreggio e le salmerie reggimentali. Alle ore
19 il convoglio sciolse gli ormeggi dai pontili 1 e 2, con la scorta di quattro
caccia».
Secondo una notizia fornita dal «Corriere della Sera», fanno parte del
convoglio anche altri tre trasporti truppe: il «Re Vittorio», lo «Stampalia» e lo
«Jonio».
Il piroscafo trasporto-truppe «Principe Umberto»
Il natante, appartenente alla Società navigazione generale italiana (ngi), è
stato costruito a Palermo dai Cantieri navali riuniti. Varato il 31 marzo 1908,
entra in servizio il 13 maggio 1909 sulla linea sudamericana, al comando del
capitano Enrico De Barbieri. Presenta 7929 tonnellate di stazza lorda e 4202 di
stazza netta e le sue due macchine sviluppano una forza di 9000 cavalli e una
velocità di diciotto nodi.
Insieme al «Regina Elena» e al «Re Vittorio» è impiegato, dal giorno del suo
varo, sulla rotta Genova-Rio della Plata. Secondo la descrizione che ne fa in
un suo libro Tomaso Gropallo, questa serie di navi che è stata battezzata «Serie
Regale», può trasportare cento passeggeri di prima classe, 124 di seconda e
milleduecento emigranti14. Dall’inizio del 1916, insieme alle altre due navi
della serie, fa parte della flotta mercantile adibita al trasporto truppe e alterna
viaggi fra Salonicco e la Libia.
La tragica sera dell’8 giugno 1916
A circa quindici miglia dal porto di Valona, a sud-ovest di Capo Linguetta, a
quaranta miglia marine da Otranto, il convoglio è attaccato da due sottomarini
austriaci. Il tratto di mare è estremamente pericoloso, già teatro dell’affondamento
nel dicembre del 1915 del trasporto «Re Umberto» e del cacciatorpediniere
«Intrepido» per urto contro mine disseminate dal sommergibile tedesco uc-14.
53
L’area di affondamento del «Principe Umberto»
Nonostante l’azione delle siluranti di scorta, il sottomarino U-boat U-5 della
marina austriaca15, comandato dall’Oberleutnant Friedrich Schlosser (18851959), riesce a lanciare due siluri: uno passa a pochi metri dallo «Jonio», l’altro
invece colpisce in pieno il «Principe Umberto», che affonda in cinque minuti,
mentre la maggior parte degli imbarcati è sottocoperta. Un incrociatore italiano
si aggiunge ai cacciatorpediniere nell’inseguimento dei sommergibili, che però
riescono ad allontanarsi indisturbati.
Malgrado che tutte le imbarcazioni di bordo siano rapidamente poste al
soccorso dei naufraghi «delle dieci compagnie e dei comandi e dei servizi
del 55° reggimento imbarcati sul piroscafo silurato, poterono essere tratti in
salvo 766 uomini di truppa e 13 ufficiali, dei quali solo uno superiore (il
maggiore Saibante) e due soli capitani (Ghirardi e Covra)». Proprio il capitano
Covra, undici giorni dopo l’affondamento, secondo lo scritto di Meneghetti,
già ampiamente citato, così ricorda: «sullo specchio d’acqua debolmente
illuminato dalla luna, non si vedevano che ombre nere che lottavano con
la morte; il silenzio del mare tranquillo era rotto dalle voci che imploravano
aiuto, che disperatamente invocavano la mamma, la moglie, i figli». Periscono
complessivamente 1774 uomini di truppa e cinquantadue ufficiali, senza
contare i naufraghi dell’equipaggio. I reggiani dispersi in mare sono 53.
I reggiani del «Principe Umberto»
I soldati reggiani della città e della
provincia che perdono la vita in
mare, sono soprattutto militari di
truppa. Fra essi, infatti, vi è un
solo ufficiale, il capitano Mario
Saccozzi, nato in realtà a Modena
nel 1886 da famiglia di Correggio,
ma residente a Reggio dove il
padre è Direttore del Manicomio
Giudiziario16. Fra i ricoverati
dell’istituto vi è anche l’allora
famoso
brigante
Musolino,
che invia al suo direttore una
commossa missiva di condoglianze,
anche se ovviamente in vari punti
delirante ed incomprensibile. La
trascrizione del documento è riportata in
Appendice A17.
Mario Saccozzi
55
Ricordo funebre di Mario Saccozzi
Come sottotenente in servizio permanente effettivo (spe), Saccozzi è
assegnato, come primo incarico, al 55° reggimento di fanteria, che allora
costituisce il presidio di Reggio Emilia, poi sostituito dal 66°. Già nei primi mesi
di guerra combatte sull’Isonzo e dopo una breve interruzione per malattia, è
di nuovo reintegrato nel 55° con il quale va incontro al tragico destino del
56
«Principe Umberto». Il fratello Eugenio, anch’egli combattente nella grande
guerra, lo ricorda con una forte emotività in una delle sue poesie raccolte in
un volumetto18.
Poco si conosce degli altri militari reggiani periti del naufragio. È stato
peraltro possibile, grazie agli «Albi della Memoria», ricostruire l’elenco completo
dei caduti [si veda tab. A] e rintracciare le fotografie di diversi soldati [vedi
Appendice B], alcuni estratti dello stato di servizio militare (foglio matricolare),
oltre a qualche notizia da lontani parenti. Lina Davoli, ad esempio, ha donato
una foto e fornito notizie dello zio caduto, caporale Dante Davoli, mentre Franca
Carretti ha ritrovato una foto del nonno Arturo Carretti, soldato correggese.
Le notizie di alcuni dei dispersi nell’affondamento sono riportate anche nel
fascicolo «In Memoriam», edito dal Municipio di Reggio Emilia nel 191919.
La poesia di Eugenio Saccozzi, dedicata al fratello Mario
57
Tab. A - La lista dei 53 caduti reggiani del «Principe Umberto»
Caduti
Comune
Ballabeni Pietro
Fabbrico
Baroni santevilla minozzo
BEGHI GEMINIANO
SCANDIANO
BIGI ARNALDO
GUALTIERI
BIZZARRI AUGUSTO
SAN MARTINO IN RIO
BOLIOLI BONAVENTURA
COLLAGNA
BORCHINI GISBERTO
REGGIO EMILIA
BOTTAZZI ADELCHI
CADELBOSCO SOPRA
CAMPANI NATALE
SCANDIANO
CAPITANI GIUSEPPE
VILLA MINOZZO
CARRETTI ARTURO
CORREGGIO
CASOLI ABERALDO
CADELBOSCO SOPRA
CATELANI SILVERIO
CASALGRANDE
CATELLANI ALFREDO
REGGIO EMILIA
CECCARELLI MICHELE ARCA CASTELNOVO MONTI
COCCONCELLI DEMETRIO POVIGLIO
COLORETTI NARCISO
VILLA MINOZZO
CONTI ASCARINO
CIANO D’ENZA
CORNIOLI PIETRO
CARPINETI
CORRADINI ARTEMIO
REGGIO EMILIA
CORRADINI GIUSEPPE
BIBBIANO
DALLAGLIO CLINIO
SAN POLO D’ENZA
DALLARI UMBERTO AMI
REGGIO EMILIA
DAVOLI DANTE
REGGIO EMILIA
DAVOLI GIUSEPPE
CAVRIAGO
DONELLI ARISTODEMO
SANT’ILARIO D’ENZA
Età
20
24
22
24
26
21
26
28
21
26
27
21
24
28
23
22
22
21
22
20
30
22
25
22
21
27
Caduti
FERRARI PIETRO
FERRARI RICCARDO
FONTANESI ARTURO
GALEOTTI GIOVANNI
GOMBIA MEDARDO
GRADELLINI UMBERTO
IEMMI LUIGI
INCERTI GIACOMO
LUCCHI GIUSEPPE
MARTELLI SANTE
NOTARI LUIGI
PANCIROLI CIRO
PIFFERI AUGUSTO
PRAMPOLINI ADELFO
PRINI DOMENICO
PUGLIA GIUSEPPE
RABITTI UMBERTO
RIVI RICCARDO
SACCANI LINO
SACCOZZI MARIO
SARTORI NINO UGO
SCHIATTI PIETRO
SELIGARDI PRIMO
TONDELLI ERMINIO
ZANICHELLI AMILCARE
ZANICHELLI ANTONIO
ZINI MARIO
Comune
SCANDIANO
GUASTALLA
CADELBOSCO SOPRA
CAMPAGNOLA
NOVELLARA
REGGIO EMILIA
LUZZARA
ALBINEA
CASALGRANDE
BORETTO
VIANO
REGGIO EMILIA
CASTELLARANO
SCANDIANO
TOANO
LIGONCHIO
REGGIO EMILIA
CASTELLARANO
POVIGLIO
REGGIO EMILIA
BIBBIANO
ALBINEA
REGGIO EMILIA
CORREGGIO
GUASTALLA
GUASTALLA
NOVELLARA
Età
28
20
20
26
25
23
26
22
20
20
28
21
22
22
24
22
22
23
27
30
21
25
21
21
21
21
22
I caduti del 55° non sono però dimenticati. Una sezione del museo civico
della città di Treviso è intitolata congiuntamente al Risorgimento ed al 55°
reggimento, mentre nella Caserma «Medaglia d’oro Serena» di Dosson (TV) è
stato eretto un monumento dedicato ai caduti del reggimento stesso. Infine, il
sacrificio dei quasi duemila caduti in mare viene ricordato, con una cerimonia
celebrativa, alla quale partecipano anche alcuni parenti dei soldati reggiani, in
occasione del cinquantenario dell’evento il giorno 8 giugno 1966, con ampio
risalto sulla stampa locale20.
Il tributo pagato dai giovani soldati reggiani in questo solo fatto di guerra
appare di una consistenza numerica veramente inusitata. Un caso che per la
comunità reggiana sembra fortunatamente rimasto unico nel corso del conflitto.
La dimensione di una tale tragedia collettiva non era però mai giunta prima
d’ora a conoscenza dell’opinione pubblica, complici i limiti e le restrizioni del
sistema informativo del tempo. Ogni famiglia toccata ha vissuto ovviamente in
solitudine la perdita del proprio caro, senza occasione di momenti di onoranza
58
La commemorazione del cinquantenario, «Gazzettino di Treviso», 9 giugno 1966
59
e memoria collettiva, che almeno avrebbero potuto gratificare il cuore e lenire
la sofferenza dei congiunti ed enfatizzare il monito per le nuove geneazioni.
Agenzia di stampa fondata a Torino nel 1853. Con l’avvento del fascismo divenne la «voce del
regime».
2
«Il Corriere della Sera», 10 giugno 1916.
3
«Il Giornale di Reggio», 11 giugno 1916.
4
Il testo del necrologio recita: «Disperando ormai che il loro amato figlio e fratello Mario
Saccozzi, Capitano del 55° Reggimento Fanteria, abbia potuto sottrarsi alla dura sorte toccata
a quei forti che nel siluramento della nave “Principe Umberto” furono vittime della rabbia
insidiosa del nemico, il padre dott. cav. Augusto Saccozzi, la madre Amelia Bertesi, i fratelli
Gino, Eugenio, Gastone, la sorella Gisella danno il triste annuncio della sua morte».
5
Già due giorni prima della comparsa del necrologio, sullo stesso quotidiano dell’8 luglio,
compare un trafiletto che con il titolo: Per un caro concittadino scomparso, adombra la
possibilità che il capitano Mario Saccozzi sia perito nell’affondamento del «Principe Umberto».
Ancora nessun cenno della tragedia degli altri soldati reggiani.
6
E. Bertotti, La nostra spedizione in Albania (1915-1916), Società Editrice Unitas, Milano
1926.
7
E.C. Tedeschi, Virtù contro furore (da Adrianopoli a Belgrado), Edizioni C.A. Bontempelli,
Roma 1915.
8
P. Giordani, La marine italienne dans la guerre européenne pour l’Armée Serbe, Ed. Alfieri &
Lacroix, Milano, 1917.
9
A. Quattrini, I marinai italiani e l’esercito serbo, Edizioni Ufficio speciale del ministero della
Marina, Roma 1918.
10
Nelle sale espositive dell’Associazione Arma di cavalleria di Reggio Emilia è conservato un
manichino in uniforme grigio verde, con le mostrine bianco azzurre della brigata Marche.
11
Si veda: «Il Museo Virtuale della Certosa – Museo del Risorgimento», Bologna, all’indirizzo
Internet: http://certosa.cineca.it/1/eventi.php?ID=126&TBL=EVENTI STORICI (versione agosto
2008).
12
W. Schaumann, Monte Piana, Ghedina-Tassotti Editori, Bassano del Grappa 1986.
13
N. Meneghetti, Un battaglione sacro. Il III del 55°, Tipografia «La Commerciale», Conegliano
1929.
14
T. Gropallo, Navi a vapore e armamenti italiani: dal 1918 ai giorni nostri, Mursia editore,
Milano 1976.
15
Alias: Imperiale e Regia Marina da Guerra (k.u.k. Kriegsmarine = kaiserliche un königliche
Kriegsmarine).
16
E. Paterlini Brianti, La grande guerra nella memoria reggiana, Biblioteca di Reggio Storia,
2006.
17
Il documento è pubblicato per gentile concessione della nipote Amelia Saccozzi Guidetti, che
ha fornito anche altra importante documentazione sul congiunto capitano Mario Saccozzi.
18
E. Saccozzi, I canti dell’eroe, Luigi Bonvicini-Editore, Reggio Emilia 1921. Le xilografie che
corredano il volume sono opera dell’altro fratello Gino Saccozzi, pittore.
19
Pubblicazione «In Memoriam», editore Municipio di Reggio Emilia, 13 aprile 1919, per i tipi
della Cooperativa lavoranti tipografi.
20
«L’Avvenire d’Italia-Marca Trevigiana», edizione di Treviso del 29 maggio1966 e «Gazzettino di
Treviso», 9 giugno 1966.
1
60
Appendice A
Lettera di Giuseppe Musolino al dottor Augusto Saccozzi*
7 luglio 1916
Ill.mo sig. Direttore, Prego la S.V. con tutta la sua famiglia di alleviare il
suo dolore; anzi di non pensare affatto più alla sua morte di martire, ma
soltanto alla sua bella anima che ci attende in cielo.
Mi deve scusare la S.V. se non le scrissi in questi giorni, non sapeva il disastro sicuro. Anche il Cappellano ieri sera mi aveva assicurato che non
era successo niente; io sebbene non ci ho creduto pure dovette aspettare
S.V. per assicurarmi con certezze. Perciò dunque mi deve scusare la S.V.
anche per la lettera che scrissi a mia sorella il primo di questo mese, non
sapeva il disastro altrimenti non ci avesse scritto o se scrivevo, scrivevo
molte lettere di condoglianze alla mia famiglia. Anzi la prego SV di scrivere subito una lettera di condoglianze alla mia famiglia, comunicarle il
disastro a mia sorella Anna.
Immaginatevi in che modo viaggiava il capitano, che cosa aveva andato a
fare in Albania, se lo aveva mandato qualcuno, tutto insomma dobbiamo
sapere, se lo han tradito, se dobbiamo vendicarlo.
L’altra cosa che desidererei dalla di S.V. di mandare questo fascicolo di
lettere mie, a nato Salvatore Musolino, essendo che a Santo Stefano di
Aspromonte noi abbiamo un amico di molta fiducia e desidero che questo amico leggesse tutto il fascicolo delle lettere che scrissi a lei ed al cappellano. In altro caso se non mandaste il fascicolo, non importa, purché
lo fare sapere le cose più importanti, la distruzione dei nemici e ridurre
subito Roma in cenere. (spiegandole la causa necessaria, irreparabile).
Se poi le volete mandare il fascicolo di tutte le lettere, le dite, non appena
il mio nemico o abbia letto me lo deve subito restituire.
Le dovete dire alla mi famiglia che subito voglio la morte di tutti i nemici
italiani, che la guerra deve cominciare dal Piemonte di Roma, che subito
voglio distrutto Roma e aboliti i piemontesi nemici.
La ringrazio S.V., la saluto con tutta la sua famiglia, il pittore, le raccomando il conforto con tutta la famiglia ripeto, le accerto la riconoscenza
dell’onesto glorioso sangue sparso del suo figliolo, le accerto che io lo
sto piangendo fratello, suo Musolino Giuseppe.
*Trascrizione. Giuseppe Musolino, conosciuto come il «u rre dill’Asprumunti», ferocissimo bandito calabrese, responsabile di almeno dieci omicidi e condannato
all’ergastolo, trascorre molti anni della sua detenzione nel manicomio criminale
di Reggio Emilia, dove muore il 22 gennaio del 1956.
Appendice B
Le foto di alcuni caduti
Arturo Carretti
Il foglio matricolare di Arturo Carretti
Adelchi Bottazzi
Dante Davoli
Abelardo Casoli
Giuseppe Davoli
Pietro Ferrari
Riccardo Ferrari
Pietro Schiatti
Adolfo Prampolini
Documenti
Un Archivio «che parla tanto di lui»
La documentazione cartacea e multimediale di
Cesare Zavattini
Giorgio Boccolari*
L’Archivio di Cesare Zavattini, definitivamente approdato alla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, costituisce un «caso» a sé stante nell’ambito degli archivi
di persona1. La caratteristica saliente di questo straordinario lascito culturale
è costituita dalla vastità e complessità dei materiali che lo compongono. Essi
sono, infatti, contrassegnati dall’interazione tra ambiti diversi – cinematografia,
letteratura, teatro, poesia, diaristica, epistolografia, pubblicistica – per non citare che le tematiche di maggiore rilevanza.
Note critico-biografiche
Cesare Zavattini compare sulla scena della letteratura italiana negli anni ’30
con un nuovo umorismo poetico, così personale e suggestivo, che diventerà
un genere a sé stante. Ma la poetica e lo stile di Zavattini scrittore hanno un’altra non secondaria caratteristica: il rapporto con due importantissimi mezzi di
comunicazione di massa, il giornalismo (dal quale «Za»2 proviene) e il cinema
(nel quale la sua carriera ha toccato il vertice con risultati di risonanza e influenza internazionali).
L’interscambio giornalismo-letteratura-cinema non è casuale, alla sua base
*Curatore dell’Archivio Cesare Zavattini (d’ora in poi ACZ), Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia.
67
c’è la sensibilità straordinariamente moderna3 dell’uomo Zavattini, un artista
per il quale la componente dell’immaginazione ha sempre avuto un peso determinante pur essendo essa alimentata da una continua attenzione alle concrete esperienze degli uomini. Nel giornalismo e nel cinema egli ha espresso
e nutrito il suo prorompente bisogno di presa diretta con la realtà e, al tempo
stesso, ha tratto una lezione tutta moderna d’innovazione del linguaggio e di
efficacia comunicativa. Za è stato per molti aspetti un precursore. Perennemente giovane (Forever young, per dirla con Bob Dylan), dotato di eccezionale vitalità, spinto da un continuo bisogno di ricerca e di sperimentazione, Zavattini, anche per un suo personale stimolo a rinnovarsi, ha sempre dimostrato
la straordinaria capacità di esprimere ogni volta qualcosa di nuovo in tutte le
svariate attività alle quali si è applicato.
Nato nel 1902 a Luzzara (Reggio Emilia), esordì nel 1927 come giornalista
alla «Gazzetta di Parma»4. Nel 1930 si trasferì a Milano. Dopo alterne vicende,
la sua carriera giornalistica ebbe un’ascesa galoppante5. Nel 1935 assunse la
direzione di «Cinema illustrazione», poi del «Secolo illustrato» e di «Grandi firme» (1937-38). Vera macchina d’idee, fu conteso dai maggiori editori italiani.
Dopo una prima esperienza alla Rizzoli, nel 1936 venne assunto da Mondadori
come direttore editoriale di tutti i periodici, compreso il settore «Walt Disney»
del quale s’interesserà in prima persona creando storie «a quadretti» che costituiscono ancor oggi un must tra i comics italiani. Instancabile inventore di
giornali e rubriche, nella pubblicistica del tempo anticiperà settimanali e formule giornalistiche oggi divenute usuali6. Nel 1941 inizierà la collaborazione
con la rivista «Primato». Poi una pausa di qualche anno e la guerra. Nel 1950,
riprenderà l’attività pubblicistica varando sul settimanale «Epoca» la rubrica
Italia domanda (frutto di un suo progetto proposto a Bompiani già nel 1947).
Nel 1958, verrà assunto nuovamente da Mondadori come consulente editoriale
per le testate giornalistiche. Molte furono le iniziative editoriali e giornalistiche
nel dopoguerra, anche se non sempre i suoi progetti si poterono realizzare7.
Intanto, con un travolgente successo, erano usciti i suoi primi libri, tutti editi da Bompiani: Parliamo tanto di me (1931), un genere d’umorismo inedito
nella nostra letteratura8, e I poveri sono matti (1937), che fu definito «uno dei
libri più sconcertanti usciti negli ultimi 25 anni».
Dello stesso periodo furono anche i primi soggetti cinematografici (il primo
in assoluto, Darò un milione9, è del 1935). Anche in questo campo, Zavattini
inventò qualcosa di nuovo, dando l’avvio ad un tipo di commedia brillante,
allora insolito nel cinema italiano, che coglieva garbatamente una certa psicologia della gente semplice.
Durante la guerra uscirono altri due libri: nel 1941, Io sono il diavolo e,
nel 1943, Totò il buono, che costituì una tappa fondamentale nell’evoluzione
di Zavattini. In questo stesso periodo (nel 1940 si era trasferito a Roma), la
tematica dei suoi soggetti e sceneggiature si rinnovò ancora, assumendo ambientazioni più precise che indagavano criticamente il mondo borghese come
68
Cesare Zavattini, Giaci Mondaini, Darò un milione, soggetto cinematografico del film uscito nel
1935, diretto da Mario Camerini, pubblicato come supplemento alla rivista «Cinema illustrazione»
nel settembre dello stesso anno. (Archivio Cesare Zavattini [acz], Biblioteca Panizzi [bp], Biblioteca speciale zavattiniana – Reggio Emilia)
in Quattro passi tra le nuvole del 1942 e in I bambini ci guardano del 194410.
Spazzato via il fascismo nel grande sommovimento sociale dell’immediato
dopoguerra, ecco prorompere lo Zavattini uomo di cinema. Un’epoca gloriosa
del cinema italiano, il neorealismo, che Za esportò andando personalmente a
divulgarne i postulati e anche a proporlo sperimentalmente in Spagna, a Cuba
e in Messico, ebbe il suo segno determinante. Tra gli anni ’40 e ’50 nessuno
riuscì a dare alla cinematografia un apporto maggiore del suo, sia dal punto di
vista teorico sia da quello artistico.
Miracolo a Milano (1950), il film tratto dal romanzo Totò il buono, è ancor
oggi tra i capolavori della cinematografia italiana riconosciuti in tutto il mondo, un’opera frutto dello straordinario tandem creativo che egli costituì col
regista De Sica11. Alla sorprendente collaborazione di due personalità tanto
complementari vanno ascritte, in buona misura, lo slancio, le tematiche e il
successo del neorealismo che annovera tra i suoi capisaldi altre tre loro opere
d’eccezione: Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Umberto D. (1951)12. In
questi quattro film è condensato il momento più alto e genuino della poetica
e della concezione cinematografica di Zavattini: l’amore per la realtà popolare,
sempre sentita con viva solidarietà per gli umili, i diseredati, le vittime d’un
ingiusto sistema sociale; le forme di approccio con questa realtà, a volte favolistiche (Miracolo a Milano), a volte sentimentali (Sciuscià e Ladri di biciclette),
a volte asciuttamente realistiche (Umberto D.) – il cinema concepito come un
grande strumento civile che parla ai sentimenti e alla coscienza del pubblico
fuori da ogni sfruttamento commerciale.
Creatore assiduo, Zavattini diventò l’animatore di un dibattito che coinvolse tutto il mondo cinematografico. Si batté contro ogni censura che limitasse
l’espressione artistica (esemplare su questo tema la commedia del 1958 Come
nasce un soggetto cinematografico)13, proponendo forme di produzione che
tendessero a svincolare il cinema dai condizionamenti commerciali. Realizzò
film che si prefiggevano di riportare immediatamente la realtà sullo schermo
come L’amore in città del 1953 – un film sui generis poiché l’idea iniziale era
quella di redigere una sorta di rivista cinematografica semestrale chiamata «Lo
Spettatore» di cui questa pellicola avrebbe dovuto essere il primo numero – o
I misteri di Roma14 del 1963, esperimenti coi quali anticipò la candid-camera,
il cinema-verità, il cinema-inchiesta15.. Erano le prove generali di un genere di
film, quello «saggistico», che non avrà soverchia fortuna nel nostro Paese; esso
comprenderà anche il film-viaggio, il film-lampo16 il film delle confessioni,
controverso filone utilizzato per Siamo donne. Sempre nell’ambito della sperimentazione lanciò l’idea dei «cinegiornali della pace», si dedicò ai «cine-giornali
liberi», per avviare un cinema politico con autonomi circuiti di diffusione17.
Culminata alla metà degli anni ’50 la grande stagione del neorealismo, riaffiorarono i suoi interessi letterari18. Oltre a un «diario» apparso per anni su
«Cinema nuovo», pubblicò alcuni libri, tra i quali: Non libro più disco (1970)19,
un’altra personalissima confessione sugli interrogativi angosciosi posti dalla
70
Copertina della rivista «Il soggetto cinematografico», 1° agosto 1951 con la foto di una scena del
film Umberto D. Soggetto e Sceneggiatura di Cesare Zavattini, regia di Vittorio De Sica, Umberto
D. ottenne la Nomination all’Oscar per il miglior soggetto nel ’57. La storia di Umberto D Zavatini l’aveva depositata alla siae nel 1948 col titolo Un uomo e il cane. (acz, bp, Biblioteca speciale
zavattiniana – Reggio Emilia)
realtà di quel tempo; una raccolta di poesie in dialetto luzzarese, Stricarm’ in
d’na parola (trad.: Stringermi in una parola, 1973)20; La notte che ho dato uno
schiaffo a Mussolini (1976)21, un’opera che, come il Non libro, era scritta con
un linguaggio che conteneva spunti della letteratura sperimentale coeva alla
Roberto Di Marco (Gruppo ’63)22 ed era anche, contestualmente, quella della
lacerazione della nostra cultura. Ma Zavattini, sperimentalista lo fu a tutto tondo. In qualche modo innovatore lo sarà nei primi libri e per i «raccontini» che
confluiranno in Io sono il diavolo pubblicati su «Tempo» tra il luglio del ’40 e
l’agosto del ’41, o in quelli che per tre anni dal ’36 al ’39 uscirono nella rubrica
«Cinquanta righe circa» sul settimanale satirico «Marc’Aurelio». Ed è indubbio
che sperimentalista lo sia stato veramente se solo si pensa ai testi presentati
nella rubrica – da lui inventata e curata – «Domande agli uomini», apparsa sul
settimanale «Vie nuove» tra il 1956 e il 195723, elaborati che volevano essere
un approccio letterario al Neorealismo, fino all’ardita e anticipatrice sperimentazione della scrittura, nella forma dei «Telegrammi», articoli brevissimi di una
rubrica a sua firma, comparsa tra il 1978 e l’83 sul quotidiano «Paese Sera»24.
All’inizio degli ottant’anni, diresse – era il 1981 – impegnandosi come regista, un suo lungometraggio, La veritàaaa25, un film che avrebbe dovuto essere
interpretato da Roberto Benigni26 e che poi ebbe per attore protagonista lo
stesso Za. Il soggetto, la cui prima versione risaliva al 1962 e l’ultima al 198127,
è conservato assieme agli altri in archivio. È un enorme cumulo di annotazioni, stesure, abbozzi, variazioni, appunti, dichiarazioni e materiali preparatori
che, a sistemazione avvenuta, potranno fornire la storia di un film definito
«testamentale e irripetibile»28. Zavattini si spense a Roma il 13 ottobre 1989.
La sua salma venne traslata nel cimitero di Luzzara, suo paese natale, dove è
sepolto.
L’Archivio: note di carattere generale
L’Archivio di Cesare Zavattini si formò e si consolidò a Roma, nella storica abitazione dell’artista, al civico 40 di via Sant’Angela Merici. Di qui sarà
avviato già dal 1991 il trasferimento alla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.
L’importante lascito è ora depositato presso la biblioteca reggiana grazie alla
sensibilità dei figli Arturo e Marco, ai rapporti che nel corso degli anni erano
stati allacciati dallo scrittore luzzarese con intellettuali, artisti, amministratori
pubblici ed uomini politici della sua terra ma anche, è doveroso sottolinearlo,
grazie all’impegno del direttore della Biblioteca Panizzi, Maurizio Festanti29.
Una convenzione stipulata fin dal 1990 tra la Regione Emilia-Romagna, il Comune di Reggio Emilia30 e gli eredi Zavattini, diede inizio ufficialmente al trasferimento dei materiali31.
Organizzato in prima istanza, per comodità di consultazione e d’uso, da
colui che l’aveva prodotto (Cesare Zavattini), l’Archivio è stato poi oggetto di
un paziente e preziosissimo lavoro di controllo e cura scientifica ad opera del
figlio Arturo.
72
L’entità davvero sorprendente dei suoi carteggi dà conto della vastità dei
rapporti epistolari zavattiniani, ma anche della qualità dei contatti e delle relazioni con personalità del mondo della cultura, dell’arte, della politica e del
cinema che egli riuscì ad intessere. Dapprima, all’epoca del servizio militare
a Firenze (1929), incontrò gli scrittori e i poeti del caffé «Le giubbe rosse»; trasferitosi a Milano allacciò una vastissima rete di conoscenze grazie anche al
suo lavoro nelle case editrici Rizzoli e Mondadori, ebbe quindi altri incontri
determinanti negli anni ’40 a Roma, grazie all’attività cinematografica, nella
stagione d’oro del Neorealismo e via via nella lunga e fervente opera artistica
e d’impegno politico-culturale del dopoguerra.
Zavattini coltivò, infatti, uno stretto rapporto con le proprie carte, tanto
che si potrebbero individuare alcuni momenti periodizzanti per la vita dell’Archivio in riferimento alle varie fasi, spesso concatenate, della sua poliedrica
attività. È così possibile affermare che dal 1940, quando arrivò nella capitale,
il lavoro di archiviazione si fece più ordinato e sistematico. Alla conclusione
del conflitto mondiale, s’impegnò nella costituzione di un fondo dei lavori
cinematografici, poi, conclusa l’esperienza del neorealismo, rivolse progressivamente maggiore al lavoro letterario, alle numerose stesure delle sue opere,
ma anche alle svariate attività cui proficuamente si dedicò.
Per sistemare «fisicamente» la gran mole delle carte prodotte e per sbrigare
la fitta corrispondenza che intratteneva, si avvalse dell’aiuto di vari collaboratori: Amleto Micozzi (che collaborò con lui negli anni ’50), Pierluigi Raffaelli e
diversi altri, dattilografe comprese. Subito dopo la sua scomparsa, il figlio Arturo cercò di dare un senso logico alla sistemazione dei diversi documenti che
nondimeno erano già stati, sia pur sommariamente, ordinati dal padre. Valeria
Faletra (coadiuvata da Paola Trasciatti), per conto della Regione Emilia-Romagna, riordinò e redasse una prima bozza dell’inventario della Raccolta dei
lavori cinematografici. Quindi, Chiara Daniele, all’epoca direttrice dell’Istituto
Gramsci di Roma, si occupò della primissima parte dell’inventario dei carteggi
zavattiniani, inventario che venne però continuato e concluso dalla Biblioteca
Panizzi di Reggio Emilia, grazie all’apporto di vari collaboratori32.
I documenti mancanti
Nonostante la vastità e la ricchezza dell’archivio zavattiniano, affinché l’informazione su questo importantissimo lascito sia riportata in tutti i suoi diversi
aspetti è necessario rilevare alcune significative ma non certo vitali carenze, in
parte segnalate dallo stesso Zavattini. Si tratta delle testimonianze documentali
relative alla sua prima nodale «stagione» letteraria che lo vide frenetico recensore e scrittore dai connotati solo apparentemente umoristici. Sarebbe ragionevole aspettarsi tracce più consistenti di questo lavoro di scrittore, soprattutto
in riferimento ai «tre libri»33, se solo si pensa al modo di procedere di Za, che
rivedeva e riduceva costantemente i suoi testi, creando, così, diverse versioni
73
dei manoscritti e/o dattiloscritti originali; documenti che non sono stati rintracciati, se non in minima parte, nell’archivio, sebbene adeguate informazioni su
questi stessi siano reperibili da altre fonti ivi conservate34. D’altronde la prima
parte della vita dell’artista luzzarese fu molto travagliata, sia per i cambi di
residenza (che in genere hanno un peso rilevante nella conservazione dei
documenti personali), sia perché anche Za, come molti intellettuali ed artisti
del Novecento, dovette attraversare, fortunatamente senza gravi danni personali, eventi drammaticamente significativi come il turbine fascista e la seconda
guerra mondiale. Ma c’è un’altra forse più convincente motivazione cui Zavattini ha fatto talvolta cenno in alcune lettere, sia pure soltanto di sfuggita.
Probabilmente nel 1937, ma la data non è certa, Za bruciò «nel giro di un’ora
in non so in quale caldaia» (scriveva a Matelda Feltre nel 1973), una cassa di
documenti, epistolari e non, per il timore di una perquisizione da parte della
polizia fascista. Avevano poco prima arrestato un parente di Carlo Bernari (al
secolo Carlo Bernard), tale Peirce, antifascista, e temeva, per quel tanto di
«fronda» che c’era nel carteggio con lo scrittore napoletano d’origine francese,
di subire analoghe conseguenze35. Non sono noti i criteri – se ve ne furono –
con cui bruciò quelle carte. Lui stesso disse, comunque, che dovette o volle
farlo in tutta fretta. Sicuramente non ponderò accuratamente l’operazione. È
certo che tra quelle carte vi fosse anche una lettera di Benedetto Croce che
cercò poi disperatamente36.
Tra i testi che non hanno, per ragioni in gran parte ignote, una sufficiente
testimonianza nelle carte dell’Archivio, c’è il Non libro più disco, opera assai
più tarda (1970) rispetto ai Tre libri, della quale non sono reperibili versioni
precedenti, revisioni o altra documentazione, a parte i sempre numerosi «eco
della stampa». Un’altra attività di un certo spessore artistico e di notevoli potenzialità, ma per anni assai poco considerata e di conseguenza scarsamente
documentata è quella dei fumetti. Zavattini se ne occupò – com’è stato scritto
– in punta di penna, in forma quasi clandestina. La situazione della cultura italiana dell’epoca (anni ’30) e un certo antiamericanismo connaturato al regime
fascista che si opponeva ai fumetti come espressione della corruzione culturale d’Oltreoceano37, influenzavano anche un anticonformista come Zavattini. Lo
stesso Pavese, che nel 1933 aveva tradotto per l’editore torinese Frassinelli Le
avventure di Topolino, di un allora sconosciuto «Walter» Disney, non si firmò,
considerando «frivola» la pubblicazione38.
Ciononostante, l’estro artistico innato non impedì a Zavattini di ottenere
anche in questo settore, che sottovalutò almeno fino al primo dopoguerra, importanti risultati. Fu a partire dal 1936 che Za si accostò al «fumetto», dettando
i soggetti ad una dattilografa nei ritagli di tempo dal suo ufficio di direttore
editoriale alla Mondadori. In questo modo diede vita ai cicli di «Saturno»39 e di
«Aeroporto “Z”»40, ai quali fecero seguito il fumetto a contenuto sociale «Zorro
della metropoli»41, «La primula rossa del Risorgimento»42; nel dopoguerra creò
«Un uomo contro il mondo»43 e numerosi altri che furono spesso soltanto
74
«Paperino e altre avventure», a. 2., n. 18, 28 aprile 1938. Contiene una puntata della storia zavattiniana a fumetti: Dino e Dario alla caccia di Will Sparrow, il pirata del cielo (acz, bp, Raccolta
dei fumetti – Reggio Emilia)
75
ideati e poi sviluppati da collaboratori della casa editrice Mondadori, «storie
a quadretti» delle quali oggi si possono fare solo ipotetiche attribuzioni di
paternità.
Se il fumetto di fantascienza era nato con l’apparizione della prima striscia
di Buck Rogers, ideata da Philip Francis Nowlan nel 1929, cui fece seguito
nel ’34 Flash Gordon di Alex Raymond, la risposta italiana arrivò proprio da
Cesare Zavattini nello speciale de «I tre porcellini» del 31 dicembre 1936 con
Saturno contro la Terra (testi di Zavattini e Pedrocchi, disegni di Scolari)44.
In questo approccio ai fumetti per la Mondadori, Zavattini sviluppò la suddetta fortunata serie di «storie» nelle quali espresse sottili tematiche pacifiste
non colte dal regime fascista che, di conseguenza, non censurò. La «fortuna» della saga di Saturno indusse Mondadori, per il tramite della «Helicon»
italiana, un’organizzazione creata negli anni Trenta per promuovere il fumetto
nazionale all’estero, a tradurre in inglese le avventure di Rebo, il protagonista
dell’epopea saturniana, al fine di imporre il fumetto fantascientifico autarchico in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Si ha la certezza che anche negli usa,
quattro numeri di Saturn against the earth siano stati pubblicati nei «Future
Comics» tra giugno e settembre 1940.
La politica estera italiana, in considerazione dello stato di belligeranza
in atto, bloccò l’ambizioso progetto mondadoriano45. Ma non è tutto. Oltre
all’America latina, nella quale pare che i fumetti di Saturno avessero conosciuto una qualche diffusione – particolarmente in Argentina, Brasile e Messico –
strisce con le nuvolette ideate da Za uscirono sicuramente in Francia e, forse,
anche in Spagna e Portogallo, sebbene in questi ultimi due casi si tratti per ora
unicamente di supposizioni46. Di quest’ampia attività nell’archivio zavattiniano
restano solo alcuni carteggi e poco altro, purtroppo non i soggetti47. Peraltro
un bombardamento nel 1944 rase al suolo la sede della «Helicon»; andò così
perduto anche l’Archivio della società che avrebbe potuto chiarire molte cose,
anche quale tipo di diffusione essi ebbero all’estero48.
Un ulteriore aspetto assai poco conosciuto dell’attività zavattiniana è quello
degli esordi nel mondo cinematografico. Per svariate ragioni, non ultima la
manchevole documentazione dovuta anche all’eccezionalità del periodo – la
guerra e l’immediato dopoguerra – questa fase artistica oltre ad essere scarsamente documentata è anche poco nota ed un po’ sorprendente. A Roma, infatti, l’esordio di Zavattini nel grande cinema avvenne in gran parte nell’ambito
della Orbis prima e dell’Universalia poi, due case di produzione legate direttamente al Vaticano49. Nell’archivio zavattiniano, di questa vasta e importante
attività artistica per la cinematografia cattolica (che lo ha visto impegnato in
primis assieme a Diego Fabbri), restano soltanto pochissime tracce, recensioni
e/o annunci di film o di progetti di film, per lo più in ritagli di giornale (Echi
della stampa)50. Il luogo comune secondo il quale Za sarebbe stato di orientamento radicalmente contrario, pensando alle sue successive frequentazioni
dell’Intellighenzia marxista italiana ed internazionale (ebbe persino rapporti
76
personali con Fidel Castro e Che Guevara), trova – e non qui soltanto – una
secca smentita. È scontato, comunque, che carenze di documentazione caratterizzino il complesso della sua attività per il cinema (di scrittore e non solo)
essendo stata essa, com’è ormai consueto affermare, «vasta e disseminata». A
questo proposito la Biblioteca Panizzi, che conserva e intende valorizzare sempre più l’archivio zavattiniano, s’è prefissa il compito di individuare le opere a
stampa, non soltanto italiane, che hanno pubblicato suoi soggetti e sceneggiature, e di procedere alla mappatura dei luoghi (archivi, biblioteche generaliste
o istituti culturali specializzati come gli archivi e le biblioteche delle cineteche,
ecc.) che posseggono carte relative ai lavori cinematografici di Za, al fine di
fornire, attraverso il sito Web <www.cesarezavattini.it>, informazioni precise e
dettagliate su tutto quanto può illustrare la sua attività cinematografica.
Topografia dell’Archivio
Subito dopo la morte di Zavattini, il suo Archivio era costituito da alcuni
fondi speciali monotematici51, tre dei quali molto vasti, ordinati per comodità
da lui stesso in modo autonomo: si trattava dell’Epistolario, della Raccolta dei
lavori cinematografici e degli Articoli di giornali e riviste: i cosiddetti «Echi
della stampa». Oltre ad una cospicua raccolta fotografica, c’era – ed è in corso
il riversamento su ausili informatici – una sezione di Documenti «audio e video»
che, per la loro natura e per i supporti non consueti, almeno in riferimento
agli archivi tradizionali, erano stati collocati a parte. Questi ultimi conferiscono all’Archivio quel carattere di multimedialità che è una delle caratteristiche
peculiari dell’opera zavattiniana.
Ma il «cuore» dell’Archivio, quello «storico» e più tradizionale rappresentato
dalle «sudate»52 Carte di Za, si componeva di documenti che sono stati suddivisi in «titoli» e che collocati in «contenitori bianchi di cartone»53, rappresentavano
l’unica grossolana unità di misura del medesimo54. Ora che lo stesso è collocato all’interno della Panizzi, vi fa idealmente parte una Raccolta di dipinti
acquisita dal Museo civico reggiano, che illustra compiutamente il percorso
pittorico di Zavattini, mentre è complementare una Biblioteca specializzata
fornita di tutte le opere di e su Zavattini, compresi gli spogli dei periodici,
nelle varie, numerose edizioni italiane e straniere.
Il riordino
All’inizio del lavoro d’inventariazione dell’Archivio, preceduto, come da
prassi, dalla consueta operazione di «riordino», si è constatato come esso fosse
«condizionato» e sommariamente ordinato: l’Archivio era stato suddiviso in
«titoli» la quasi totalità dei quali era stata attribuita dallo stesso Zavattini55. Con
l’avvio della catalogazione, ci si è resi conto che l’archivio zavattiniano aveva
adempiuto egregiamente al compito di «autodocumentazione» del suo «produt-
77
tore»: Zavattini aveva sistemato le proprie carte per poterle riesaminare, per
avere memoria di quanto aveva prodotto, in funzione di lavori successivi ed
anche per lasciare una traccia non formale della propria opera.
I problemi connessi alle operazioni di riordino e inventario
Per redigere l’inventario descrittivo dell’Archivio si sono incontrate molteplici difficoltà; le più rilevanti derivate dal numero elevatissimo e dalla varietà
dei materiali che lo compongono. In questo senso, ancora una volta, la puntuale opera di decodificazione delle carte operata dal figlio Arturo è stata illuminante e risolutiva. Delle diverse sezioni in cui era originariamente suddiviso
l’Archivio, due, come abbiamo accennato in precedenza, erano già in gran
parte ordinate (l’Epistolario e la Raccolta dei lavori cinematografici); l’altra,
quella degli «Echi della stampa», lo era più sommariamente ed ha avuto un iter
più laborioso. Tutto il resto era da fare56.
L’Epistolario
Uno dei fondi speciali espunti dall’Archivio e schedati a parte è quello dei
carteggi, il cui catalogo informatizzato permette oggi di accedere al ricchissimo Epistolario zavattiniano. Tra le lettere dei corrispondenti e le minute
di risposta, l’ordine di grandezza sopravanza le centomila unità. L’Epistolario
annovera moltissimi nomi prestigiosi; vi sono registi, attori, critici, direttori artistici, produttori, politici, uomini di cultura, artisti, scrittori, editori, ecc.57 – da
De Sica a Blasetti, da William Wyler a Pier Paolo Pasolini, da Giorgio Strehler a
Dario Fo, Renato Rascel, Totò, Arnoldo Mondadori, Valentino Bompiani – ma
anche numerosi nomi meno celebri o addirittura sconosciuti, che scrivevano
a Za per i motivi più disparati: il giudizio su una loro opera, una recensione,
una richiesta di denaro, una raccomandazione. Nel complesso le lettere costituiscono un lascito spirituale di vastissima portata e ci propongono un sorprendente «spaccato» della società e, soprattutto, della cultura italiana (e non
solo) del secolo scorso.
I lavori cinematografici
Un altro fondo speciale, catalogato a parte, è quello dei lavori cinematografici. Acquisito dalla Biblioteca Panizzi già nel 199258, esso si compone di
materiali in gran parte inediti e di varia lunghezza. In generale, oltre ai soggetti, sono presenti sceneggiature, trattamenti, scalette, note di lavorazione, note
bibliografiche, filmografia ed altra interessante documentazione complementare. Zavattini si distinse per la produzione copiosissima di soggetti, oltre che
di sceneggiature cinematografiche, e per il tenace impegno volto alla rinascita
78
Fotobusta del film Ladri di biciclette (1948), soggetto di C. Zavattini, sceneggiatura di C. Zavattini in collaborazione con altri. Premio Oscar per il miglior film straniero nel 1950. (acz, bp,
Raccolta dei manifesti – Reggio Emilia)
del cinema. Ben sapendo di dover fare i conti con la realtà (il mercato), Za lo
ha sempre considerato una forma d’arte duttile e popolare ed uno strumento
utile al rinnovamento civile della società.
Za iniziò a scrivere soggetti cinematografici, lo abbiamo accennato all’inizio, già dalla metà degli anni ’30. I soggetti dei film più celebrati – I bambini ci
guardano (1944), Sciuscià (1945), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano
(1950), Umberto D. (1951)59, Il tetto (1956), per menzionarne solo alcuni – sono
quelli del filone neorealista, una corrente cinematografica della quale, com’è
noto, egli fu tra i padri fondatori ed uno dei teorici più accreditati60.
I lavori cinematografici di Zavattini, raccolti in fascicoli e conservati in Archivio sono oltre duecentoventidue, di cui solo 64 realizzati. In realtà la sua
produzione fu molto più vasta. I film nei quali è documentabile un determinante contributo zavattiniano, quelli della cosiddetta filmografia esaustiva, furono assai più di centocinquanta. Senza dimenticare, come ha scritto di recente Tullio Kezich, quell’incredibile «officina di riparazione di film in panne» che
fu nel tempo la sua casa romana, valutazione che amplierebbe di molto questa
stima61. Nel complesso, il Fondo si compone approssimativamente di oltre die-
79
cimila pagine (soggetti e sceneggiature prevalentemente presentate in cartelle
dattiloscritte, in molti casi con preziose annotazioni autografe di mano dello
stesso Zavattini). A questa raccolta si sono aggiunte ora le recensioni ai film e
alcuni nuovi soggetti che erano dispersi. Un esempio: Elisabetta Castiglioni62,
nel completare uno studio su Renato Rascel, ha rintracciato presso l’Archivio
del famoso attore in Roma, il soggetto scritto da Zavattini in collaborazione
con Bollero, Pietrangeli e Vergano, dell’Erede di Don Chisciotte, un lavoro
che non figurava nell’archivio zavattiniano. La stessa studiosa ha poi scovato
un’ulteriore versione a stampa del Don Chisciotte, il cui originale è conservato
all’interno di un’altra raccolta documentaria a Cesena, nell’archivio Pietrangeli63. Nello stesso Archivio è conservata la copia di un altro soggetto zavattiniano non realizzato: La grande vacanza. Oltre a questi testi la Castiglioni64 ha
recuperato anche una nuova versione, mutila, del soggetto dell’Ultimo eroe
(mai realizzato in film), scritto da Zavattini in collaborazione con A.G. Majano, G. Gentilomo e D. Meccoli, che contiene alcune modeste ma ugualmente
interessanti variazioni rispetto all’originale. Sulla base dei suoi studi, la Castiglioni ha anche scoperto che un fantomatico soggetto zavattiniano, intitolato
Lo Schiaffo, è stato inglobato nel soggetto del Giudizio universale. Quel soggetto, infatti, avrebbe dovuto essere interpretato da Rascel, mentre nel film,
la parte, quella del cameriere, è affidata a Nino Manfredi65. Alla categoria dei
soggetti mancanti in Archivio, perché Za non figura tra gli autori accreditati e
tuttavia è certo il suo impegno, accanto a numerosi film cubani e messicani, vi
sono pellicole molto note come Roman Holiday (Vacanze romane) di William
Wyler (1953), al quale Za ha fornito indicazioni decisive66, A Farewell to Arms
(Addio alle armi) di Charles Vidor (1957) nel quale collaborò alla stesura dei
copioni e alla sceneggiatura67, L’oro di Roma di Carlo Lizzani (1961), Alta
infedeltà (1964) di vari registi, Promise at dawn (Promessa all’alba) di Jules
Dassin (1971), ecc.
L’attività giornalistica: gli «Eco della stampa»
S’è già detto che tra i materiali depositati presso la Biblioteca Panizzi negli
anni scorsi, un settore particolarissimo è costituito dagli «Eco della stampa»:
articoli di e su Cesare Zavattini, raccolti dagli anni ’30 ad oggi, che sono stati
ordinati cronologicamente per giorno, mese e anno. Questi materiali sono
molto importanti se si pensa alle informazioni che possono fornirci sul poco
documentato periodo pre-bellico e se si considera che si tratta di una rassegna
stampa che rende conto e contestualizza oltre cinquant’anni di traboccante
produzione zavattiniana, non tutta adeguatamente documentata. Negli «Echi»
troviamo le recensioni dei Tre libri, quelle relative a pellicole ora pressoché
introvabili (come Miracolo a Pompei68 ed altre minori), le recensioni critiche
alle mostre di pittura, i puntuali commenti ad ogni benché minima attività,
anche quelle solo annunciate e che poi non ebbero una realizzazione prati-
80
ca. Per questo motivo è in corso d’opera, grazie ad un finanziamento dell’ibc
(Istituto per i beni culturali) della Regione Emilia-Romagna, un progetto di
«scansione» di una scelta degli Echi più significativi, per consentire ricerche a
tutto campo.
La Raccolta dei dipinti
La Collezione Zavattini è un fondo «aggregato», costituito da centoventi
dipinti acquisiti dal Museo civico reggiano69, che abbracciano tutto l’arco temporale del lavoro artistico di Za. La ricerca on line sul sito Web dell’artista luzzarese permette di visualizzare i dipinti in ordine cronologico, di conoscerne
il titolo, il periodo e le tecniche di realizzazione. L’autoritratto, i temi religiosi,
i funeralini, la contaminazione con la parola scritta, l’esaltazione della fisica e
della metafisica dei materiali usati, il senso dell’incompiutezza dei suoi quadri,
sono una costante della sua pittura70. Le opere sono in perfetta sintonia con
l’intera fisionomia della sua multiforme attività.
Dal punto di vista pittorico, Zavattini non è facilmente collocabile in scuole
e tendenze, e lui stesso non amava che ciò venisse fatto71. Egli rappresenta un
unicum che solo alla lontana può evocare, per analogia, i casi, anch’essi isolati, di un Maccari, un Baj o un Moreni. Za mostrò in questo campo anche un
altro aspetto della sua indole: il collezionismo. In tale veste seppe essere del
tutto originale: da un lato mettendo insieme una straordinaria raccolta di libri
d’arte (circa 3500) che costituiscono un corpus a sé stante, di enorme valore
bibliografico e documentario, dall’altro costituendo, con pazienza, perseveranza e un pizzico di bizzarria, una sorta di collezione universale di quadri
di piccolo formato, nella quale convogliare un numero estesissimo di artisti.
Grandi artisti per piccole dimensioni, è questa la formula applicabile alla sua
celebre raccolta 8 x 10, che annoverava oltre 1500 quadretti, tutti delle stesse
identiche ridotte dimensioni e tutti articolati secondo i soggetti richiesti da lui
stesso: un autoritratto e un tema libero72. La collezione minima73, che giunse
ad annoverare la quasi totalità degli artisti italiani del ’900, così come la più
generale produzione pittorica, sono ampiamente documentate nel catalogo
descrittivo dell’archivio zavattiniano.
Il settore fotografico
La sezione fotografica dell’Archivio è composta da diversi materiali: vi si
trovano le fotografie dell’opera pittorica di Zavattini; i ritratti dedicati a Zavattini da fotografi famosi (Avedon, Berengo Gardin, William Klein, Duane
Michals, Zanca, ecc.); le foto di Luzzara, della Bassa Padana e del Po, ma soprattutto le foto di album di Zavattini, di proprietà della famiglia: ad oggi ne
sono state riprodotte svariate centinaia. Una parte di queste foto saranno rese
81
visionabili e «scaricabili» dal sito Web. Spicca in questo ambito il rapporto tra il
grande fotografo Paul Strand – pioniere della fotografia «artistica» del Novecento – e Cesare Zavattini. Un incontro fortunato, incentrato sulla transizione dalla
progettualità cinematografica a quella letteraria. In qualche modo il rapporto
sperimentale tra Strand e Za costituirà lo spartiacque tra il cinema narrativo di
vecchio tipo e il nuovo cinema che si definiva «saggistico». L’incontro avrebbe
dovuto condurre alla realizzazione di una collana di libri (titolo: «Italia mia»)
per Einaudi, della quale uscì purtroppo un solo volume Un paese (su Luzzara) di Strand e Zavattini, appunto74. Si trattava di un libro davvero esemplare,
concettualmente complesso, nato dall’incontro con il cinema, una sintesi tra
libro e film75.
La Biblioteca zavattiniana
La Biblioteca speciale di Cesare Zavattini è sostanzialmente un «centro di
documentazione» aggregato all’Archivio e relativo alle opere di e su Za. I libri
provengono in buona parte dalla Biblioteca che si trovava nella casa romana
dell’artista. Intesa come biblioteca d’autore (ed anche come centro di documentazione dell’opera di Za), cinque sono le caratteristiche della raccolta reggiana: a) sono qui conservati tutti gli esemplari delle sue opere, nelle diverse
edizioni, che l’autore medesimo aveva raccolto. Sempre provenienti da Roma
sono conservati i testi svariatissimi scritti da altri che illustrano le sue attività.
Di questi ultimi una buona parte era stata acquisita dallo stesso Zavattini e
collocata nella propria biblioteca privata (nel complesso, tra opere sue o su di
lui, ve ne sono circa quattrocento); b) la raccolta è arricchita da tutti i volumi
usciti dopo la sua morte e da altri testi su di lui (circa trecento); c) v’è poi una
collezione di fumetti che pubblicano le sue storie avventurose, poco più di un
centinaio di fascicoli, oltre a diverse opere attinenti la fumettistica zavattiniana
(circa 150 testi); d) vi sono inoltre decine e decine di tesi di laurea su di lui e
sulla sua opera; e) sono consultabili inoltre alcune centinaia di numeri sparsi di riviste con saggi o altri scritti (raccontini, poesie, ecc.) di e su Zavattini
(circa trecento numeri); f) sono state infine acquisite alcune annate, pur non
complete, di periodici da lui diretti o sui quali teneva rubriche o scriveva: da
«Cinema Nuovo» a «Tempo», dal «Giornale delle meraviglie» a «Settebello», da
«Novella» al «Milione».
La consultazione dell’Archivio
Dal sito Internet dell’Archivio, che è rintracciabile all’indirizzo: <http://
www.cesarezavattini.it>76, è possibile attivare un collegamento (link) con i
cataloghi informatizzati dei fondi speciali (Carteggi, Lavori cinematografici,
Collezione dei dipinti). Esiste già, inoltre, l’Inventario analitico/descrittivo di
82
tutto l’Archivio77. Per ora è soltanto ad uso interno; presto sarà consultabile nel
sito della Biblioteca Panizzi e in quello specifico di Cesare Zavattini. L’Inventario è già, comunque, uno strumento indispensabile per coloro i quali chiedono
consulenze per ricerche del più vario genere: la redazione di opere a stampa,
saggi per riviste, tesi di laurea, ecc78.
In sostanza l’Archivio, che, non va dimenticato, si compone anche di una
nutrita serie di preziosi manifesti, di locandine e fotobuste cinematografiche,
dà conto della straordinaria attività di Zavattini il quale, oltre che pittore sensibilissimo, scrittore, soggettista di fumetti e soprattutto soggettista e sceneggiatore cinematografico, fu – lo abbiamo citato di sfuggita – commediografo (nel
’59 a Venezia debuttò la sua commedia Come nasce un soggetto cinematografico allestita dalla Compagnia del Piccolo Teatro di Milano)79, poeta, animatore
culturale in Italia e all’estero ed anche promotore di cooperative culturali80.
Nel 1955, a coronamento di un impegno non certo effimero, gli venne assegnato il «Premio mondiale per la Pace»81; nel 1978, nel corso della trasmissione
radiofonica Voi ed io. Punto e a capo, da lui diretta e condotta, pronuncerà la
famosa «parolaccia» (Cazzo!) proferita in diretta nella puntata del 25 ottobre
’76, la prima nella storia dell’emittenza pubblica. Oggi può apparire eccessivo, eppure essa rappresentò la cartina al tornasole di un mutamento ormai
consolidato nel costume italiano e segnò una svolta nell’ambito della rai-tv.
Proprio sui suddetti mass-media divenuti centrali nella vita di oggi e sulla sua
opera innovativa nell’utilizzazione dei medesimi, è di prossima uscita un volume di Gualtiero De Santi. Dopo la sua apertura al pubblico, l’Archivio – un
«libro aperto» che è un patrimonio della città – sta diventando sempre più un
eccezionale strumento di ricerca e di studio, non soltanto su Zavattini e la sua
opera, ma anche, indipendentemente da Za, sulla storia artistica, culturale sociale del secolo scorso82.
1
Solo in tempi relativamente recenti gli archivi di persona hanno acquisito una peculiare
importanza; in passato essi venivano preferibilmente smembrati o più spesso distrutti. Nel primo
caso se ne conservavano soltanto gli scritti più importanti. (Cfr. Specchi di carta. Gli archivi di
persone fisiche: problemi di tutela e ipotesi di ricerca, Fondazione Ezio Franceschini, Firenze
1993, p. 9).
2
In questa forma abbreviata lo hanno sempre chiamato affettuosamente amici ed estimatori.
3
Gualtiero De Santi scrive che una delle virtù della scrittura zavattiniana è «l’esperienza della
modernità» (Cfr. G. De Santi, Una parola moderna: Zavattini scrittore. Atti della giornata di Studi, Reggio Emilia, 25 ottobre 2002, Aliberti, Reggio Emilia 2005, p. 80).
4
Cfr. Zavattini 1928 (Corsivi per la «Gazzetta di Parma» 1926/1928), proposta di lettura del
Collettivo di studio itc, a cura di G. Negri, Gruppo cooperazione editoriale, Suzzara 1973; Dite
la vostra. Scritti giovanili, pref. di V. Fortichiari, a cura di G. Conti, Guanda, Parma 2002.
5
È illuminante a questo proposito il libro di M. Carpi, Zavattini direttore editoriale, pubblicato a
Reggio Emilia nel 1° numero della collana dei «Quaderni dell’archivio» (cfr. M. Carpi, Cesare Zavattini direttore editoriale, Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi-Archivio Cesare Zavattini-Aliberti,
2002).
6
Ibidem.
7
Cfr. «Il disonesto»; «Italia domanda», ecc.
83
Scrittore non sempre facile da inquadrare nelle «correnti» che il Novecento riconobbe, autore
singolarmente critico verso la società, osservata tanto nei suoi aspetti dolorosi quanto in quelli
umoristici, Zavattini costituì un fenomeno particolarissimo nell’ambito della letteratura italiana
del secolo scorso. (Cfr. W. Mauro, Reale e «surreale» in Zavattini, in Letteratura italiana. Novecento, collana diretta da G. Grana, Marzorati, Milano 1979, pp. 5435-5440).
9
Cfr. Darò un milione, [di] G. Mondaini, E. Patti, I. Perilli, C. Zavattini, in «Cinema illustrazione»,
v. 10., nn. 35-37 (28 ago.-11 set. 1935).
10
Cfr. Filmografia, ad vocem, in <www.cesarezavattini.it >, gen. 2008.
11
Cfr. G. Aristarco, «Zavattini-De Sica», in P. Nuzzi (a cura di), Una vita Za, Guanda, Parma 1995;
G.P. Brunetta, «Zavattini e De Sica = 1 + 1 = 1», in G.P. Brunetta, Cent’anni di cinema italiano,
Laterza, Roma-Bari 1991.
12
Cfr. Filmografia, ad vocem, in Cesare Zavattini, <www.cesarezavattini.it>.
13
Il cui testo venne pubblicato a Milano da Bompiani nel 1959.
14
C. Zavattini, I misteri di Roma, a cura di F. Bolzoni, Cappelli, Bologna 1963.
15
Tra le opere, di cui si possiedono varie versioni e studi preparatori, è interessante il progetto
per il film mai realizzato sull’attore Maurizio Arena, che all’epoca – 1962 – stava attraversando
un’inarrestabile parabola discendente. Si trattava di quel tentativo di cinema-verità, che Zavattini non riuscirà mai a concretizzare compiutamente. Il progetto del film avrebbe dovuto essere
attuato in collaborazione tra l’allora giovane regista Dino Bartolo Partesano e Marco Zavattini.
Nelle carte della «Panizzi» che comprendono molte versioni del progetto, l’opera – il cui titolo
è La cavia – è sottotitolata A carte scoperte, ma reca anche altri otto titoli che rispecchiano differenti ma convergenti approcci: Il gallo, Biografia di un amatore, Il suo film, La pelle dell’orso,
Fino in fondo, L’anima al diavolo, Mille amori, A. [cioè Arena] e La nobiltà.
16
Cfr. il film a episodi L’amore in città (1953) e l’episodio Storia di Caterina, soggetto di Za,
regia dello stesso in collaborazione con Francesco Maselli.
17
Cfr. T. Masoni, P. Vecchi (a cura di), Cinenotizie in poesia e in prosa. Zavattini e la non-fiction,
Lindau, Torino 2000
18
Cfr. la bibliografia «essenziale» delle sue opere, pubblicata, oltre che sul sito Web, nel volume
di M. Carpi, Cesare Zavattini, direttore editoriale, op. cit.
19
C. Zavattini, Non libro + disco, Bompiani, Milano 1970.
20
Cfr. C. Zavattini, Stricarm’ in d’ na parola, Scheiwiller, Milano 1973. Un libro che Pasolini definì «bello in assoluto». [Cfr. C. Zavattini, Poesie. Nota di P.P. Pasolini, Tascabili Bompiani, Milano
1985 (la citazione è in ultima di copertina)].
21
C. Zavattini, La notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini, Bompiani, Milano 1976.
22
Cfr. <http://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Di_Marco> (luglio 2008).
23
Cfr. C. Zavattini, Domande agli uomini, Le Lettere, Firenze 2007.
24
Detta ricerca rappresentava una concreta ma a lungo ignorata maturazione del suo sperimentalismo linguistico e formale, che si esplicava nello stile di una «lettera breve» con la quale Za si
prefiggeva di dare «giudizi icastici e satirici sulla pelle degli avvenimenti politici e parapolitici».
Essa trovò il proprio approdo nei testi pubblicati sul quotidiano romano dal 1978 al 1983 e ripubblicati in coda al saggio della Gargiulo (cfr. M.L. Gargiulo, La «parola mutilata»: Stratagemmi
letterari in Cesare, in «Palazzo Sanvitale», 2005/13-14).
25
Za lo definì «Film da camera» e molti critici lo considerarono il suo testamento spirituale. (Cfr.
C. Zavattini, La veritàaaa, Milano, 1983).
26
In una lettera inviata a Soler, giornalista della tv spagnola, nel 1979, Za precisava che Roberto
Benigni, interprete mancato del suo La veritàaaa, «è un giovane comico che sta ottenendo un
crescente successo nel nostro paese».
27
Cfr. O. Caldiron, Za regista, in P. Nuzzi (a cura di), Le opere e i giorni di Cesare Zavattini, vol.
1. Giornalismo, letteratura, cinema, Edizioni Bora, Bologna 1997, p. 243n.
28
Cfr. O. Caldiron (a cura di), Cesare Zavattini, Edizioni Cinecittà Estero, Roma 1990, p. 50. In
testa al frontespizio: ministero del Turismo e dello Spettacolo .
29
Già sulla rivista «IBC Informazioni» del 1988, Zavattini vivente, si adombrava la possibilità
dell’acquisizione da parte di un’istituzione pubblica (la reggiana Biblioteca Panizzi), dell’archivio di Za. (Cfr. N. Pisauri, Lussuria e devozione, in «IBC», mag.-ago. 1988, p. 21).
8
84
Nel numero di maggio 1990 la rivista «Bolaffi Arte» annunciava che «il Comune di Reggio Emilia ha approvato l’acquisizione del suo Archivio …».
31
Acquisizioni di archivi di persona, di fondi documentari o di classiche raccolte di manoscritti – con il comune denominatore delle origini reggiane o dell’attività svolta in sede locale dai
personaggi che li hanno prodotti – non sono un evento raro per la Biblioteca Panizzi. Per una
visione d’insieme delle acquisizioni di manoscritti e di fondi archivistici della «Panizzi», si veda
R. Marcuccio, Il documento manoscritto nella biblioteca pubblica di ente locale. Patrimonio,
esperienze e progetti della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, in «Biblioteche Oggi», 2002/1,
pp. 12-22.
32
Oltre a chi scrive, Carla Bisi, Silvia Friggeri, Giorgia Giovanelli, Silvia Pastorini, Vanna Porta,
Giovanna Porta Del Longo, Manuela Marchesi e particolarmente Edmea Camurri, sono le persone che hanno contribuito all’inventariazione delle lettere e all’inserimento dei loro dati nel
programma informatizzato, oggi catalogo dei carteggi di Za.
33
C. Zavattini, I tre libri: Parliamo tanto di me, I poveri sono matti, Io sono il diavolo, Bompiani,
Milano 1955.
34
Cfr. Archivio Cesare Zavattini, Inventario descrittivo, ad vocem.
35
Oltre che in originale nell’Epistolario, il testo di questa lettera si trova anche in C. Zavattini,
Una, cento, mille lettere, a cura di S. Cirillo, Bompiani, Milano 1998, p. 304 (minuta n. 186 a
Matelda Feltre, Roma, 7 luglio 1973).
36
Testimonianza di Paolo Nuzzi, gennaio 2008.
37
Il regime fascista prima e i due principali partiti di massa del dopoguerra poi osteggiarono i
fumetti in quanto sottoprodotto culturale della società americana [Cfr. M. Juri, Stelle e strips. La
stampa a fumetti italiana tra americanismo e antiamericanismo (1935-1955), Eum, Macerata
2007].
38
Cfr. G. De Rienzo, Pavese, vagabondo di città e collina, in «Corriere della Sera», 15 giugno
2008, p. 33.
39
Sceneggiato da F. Pedrocchi e disegnato da G. Scolari (in «I tre porcellini» e poi in «Topolino»,
1936-1938).
40
Sceneggiato da Pedrocchi e illustrato da Kurt Caesar (in «Topolino», 1940).
41
Sceneggiato da G. Martina e disegnato da W. Molino («Paperino», 1937-1938).
42
Illustrato da P.L. De Vita (in «Paperino», 1938-39).
43
Sceneggiato da M. Gentilini e disegnato da Scolari («Topolino», 1947-48).
44
In realtà, nel 1935, un anno prima di Saturno contro la terra, era uscito un altro fumetto di
questo genere, tutto italiano. Si trattava di S.K. 1, una striscia disegnata per «Topolino» da G. Moroni Celsi. Partita nel 1935, S.K. 1 era in realtà una space-opera largamente ispirata, o meglio, in
larga misura copiata, da Flash Gordon: la matrice comune era lo spostamento su altri pianeti di
esseri e mondi tipicamente mitologici. Nonostante il contesto fantascientifico, gli studiosi sono
abbastanza concordi nel collocarlo nella categoria «fantasy». Si trattava di una delle più autorevoli incursioni del fumetto italiano nel territorio della science-fiction. Zavattini resta dunque il
primo autore di fumetti di fantascienza veri e propri.
45
R. Baccani, L. Tamagnini, Saturno alla conquista del continente americano, in «Fumetto»,
2006/57, p. 23.
46
Testimonianza di L. Tamagnini, vice presidente anafi, direttore di «Fumetto», agosto 2008.
47
È stata comunque ormai completata l’acquisizione, da parte della Biblioteca Panizzi, di tutti i
fascicoli originali contenenti i suoi fumetti.
48
Testimonianza Tamagnini cit.
49
Negli anni ’40 in ambiente cattolico erano nate due case cinematografiche: la Orbis e l’Universalia. L’Orbis ebbe un parto tribolato tra il ’43 e il ’44; si costituì grazie all’impegno del drammaturgo cattolico Diego Fabbri e di Luigi Gedda, dirigente dell’Azione cattolica. Fabbri, che stava
lavorando al soggetto, La casa dell’angelo, convinse Zavattini e De Sica a legarsi alla nuova casa
cinematografica e, riflettendo con Za sul medesimo soggetto, confezionarono La porta del cielo
(1944). Con essa, Fabbri e Gedda «recluta(ro)no Zavattini come sceneggiatore» mentre De Sica
garantiva la sua collaborazione alla Casa cinematografica gradita al Vaticano. (Cfr. E. Lonero, A.
Anziano, La storia della Orbis-Universalia. Cattolici e neorealismo, pref. di D.E. Viganò, Effatà
30
85
editrice, Cantalupa [TO] 2004, p. 69) Il secondo film fu Il testimone realizzato nel 1945, sceneggiato da Fabbri e Zavattini, cui ne seguiranno numerosi altri, sia per l’Orbis sia, in seguito, per
l’Universalia che l’aveva assorbita. Za scriverà poi, con Fabbri e Soldati, il soggetto del cortometraggio «Chi è Dio?» che avrebbe dovuto essere il primo di una serie di operette catechistiche a
scopo didattico (mai realizzate).
50
Su questo particolare aspetto mi permetto di rinviare a G. Boccolari, Tracce di religiosità
nell’attività artistica zavattiniana. Appunti per una prima ricognizione sul tema, in «L’Almanacco», 2007/48-49, pp. 103-129.
51
«Sub-fondi».
52
Ci si riferisce qui al grande lavoro di revisione delle sue opere. Spesso le migliaia di pagine
prodotte, al momento della pubblicazione si riducevano a un centinaio o poco più.
53
I «contenitori» avevano le seguenti dimensioni: 35 x 28 x 10 cm.
54
Le «carte» comprendevano i seguenti «titoli»: Neorealismo; La Veritààà; Cuba; Mexico; Io e Van
Gogh; Come nasce un soggetto cinematografico (teatrale), Fare una poesia alla vigilia della
guerra; Ipocrita; Al macero; Le cento parole; anac; La notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini;
I misteri di Roma; Diario (materiali preparatori, «Paese Sera»); Diario cinematografico; Poesie;
Un paese; Un paese – Italia mia; Un paese vent’anni dopo; Straparole; Riandando; Lettere da
Cuba; Viaggetto sul Po; Voi ed io (Za e la radio); Il disonesto; Italia domanda; Italia mia (Televisiva) 1975; Ligabue TV; Cinegiornali liberi (C.L.); Za e la Pace; Asiago [“Discutiamo Zavattini”,
Convegno, 1975]; Gazzetta di Parma; Zavattini: La leggerezza del pensiero [Convegno di Urbino 1990]; The children of Sanchez; Cooperazione culturale; Cronache da Hollywood; Circolo
romano del cinema (Circolo Italiano del Cinema); Archivio storico audiovisivo del movimento
operaio; Gli altri; Manifestazioni su Za; Manifesti e locandine di mostre e manifestazioni su Za;
Recensioni film Za; Recensioni sull’opera letteraria; Materiali vario; Fotografie; Premi; Tesi di
laurea; 8 x 10; Le voglie letterarie; Giornale «Contro»; L’Italia che legge; Naifs; Luzzara; Padania;
Za pittore; Za-Gregoretti; Ciao Za-Zavattini in España; Das Wunde[r] von Mailand; Hommage
a Cesare Zavattini-30 ans du cinema italienne; Cesare Zavattini (Mostra antologica, Milano
1989); Carte intime e familiari; Manifesti; Totò il buono (manoscritto originale).
55
Tranne alcune eccezioni relative a materiali raccolti dopo la sua scomparsa.
56
L’Archivio è stato schedato da due validissime ricercatrici: Chiara Boschini e Francesca
Cervi.
57
P. Mattei, In 300 lettere la sua personalità, la sua filosofia, in «Avanti!», 8 ottobre 1988.
58
Sui soggetti cinematografici si veda C. Zavattini, Basta coi soggetti!, a cura di Roberta Mazzoni,
Bompiani, Milano 1979; su quelli della Raccolta reggiana, cfr. G. Boccolari, I soggetti cinematografici di Cesare Zavattini conservati nella Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, in «Diviso in
due». Cesare Zavattini: cinema e cultura popolare, Diabasis, Reggio Emilia 1999, pp. 153-162.
59
Che i film siano materia di studio non solo per la storia del cinema ma anche per quella della
cultura, è ormai fuori discussione. Stupisce pertanto la puntigliosità e lo spirito di rivalsa che un
personalità di grandissime qualità e cultura come Tatti Sanguineti, nell’ambito delle celebrazioni
del centenario della nascita di Giovannino Guareschi, mette in campo contro Zavattini. Il vecchio Za ha un curriculum che non teme smentite e per quanto i due scrittori padani si amassero
e talvolta, com’è naturale in persone della loro tempra, fossero in disaccordo, il loro non era
certo un rapporto minato dalla querelle sollevata da Sanguineti. Infatti, in uno smaliziato saggio
sulla cinematografia del dopoguerra che ha al centro la vicenda guareschiana, quest’ultimo
azzarda che Zavattini abbia tratto lo spunto per il soggetto di Umberto D. da uno o due raccontini dell’autore di Don Camillo. Tesi interessante, se fosse vera, poiché non sminuirebbe Za
(che ha, comunque, prodotto un soggetto autonomo, straordinariamente bello e commovente),
ma anzi esalterebbe le sinergie artistiche e le contiguità etniche e culturali (basso-padane) dei
due scrittori. In realtà detta tesi appare invece il frutto di un’interpretazione smaccatamente
«guareschicentrica» della storia del cinema di quel periodo, interpretazione la cui autenticità
sarebbe addirittura confermata da una prova assai poco convincente di un ex collaboratore di
Za, secondo il quale tra le opere che Zavattini conservava nella sua stanza da lavoro c’era, in un
cassetto, anche il libro incriminato. (Cfr. T. Sanguineti, Umberto D. è la mamma di Guareschi: da
Umberto D. a Dina M., in E. Bandini, G. Casamatti, G. Conti, (a cura di) Le burrascose avventure
86
di Giovannino Guareschi nel mondo del cinema, mup, Parma 2008, pp. 279-283).
60
Per uno sguardo più generale a questo sub-fondo cfr. l’inventario descrittivo della Raccolta
dei Soggetti cinematografici dell’acz nel sito Web di Za.
61
L’apposizione di una targa commemorativa sulla facciata della sua storica abitazione per
iniziativa del comune di Roma, è stata segnalata da Tullio Kezich nel «Magazine» del «Corriere
della Sera» dell’8 dic. 2005 con un articolo dal titolo Non dimentichiamo Zavattini, che trasformò la casa in un’officina di riparazione dei copioni in panne. Kezich ricorda come il suo
appartamento sia stato «per decenni la Mecca di tutti i cinecatecumeni, oltre a funzionare come
un’officina di riparazione di copioni in panne. Straordinario inventore di soluzioni narrative e
personaggi, il padrone di casa era un impareggiabile “play’s doctor”: un tocco qui, un’ideuzza
là, qualche battuta di rinforzo e il film da fare era salvo».
62
Cfr. E. Castiglioni, Percorsi interrotti: i progetti che Rascel non ha realizzato, Roma, Mirabilia,
2000; E. Castiglioni (a cura di), Renato Rascel: immagini di scena, Mirabilia, Roma 2000. Laureata in Lettere, è stata dottoressa di ricerca presso l’Università «La Sapienza» di Roma. Autrice di
vari siti su Rascel <www.renatorascel.it>; <www.italiamemoria.it/rascel/rascel.htm>; ecc.
63
Cfr. C. Zavattini, L’erede di don Chisciotte, in Lampi d’estate e altri soggetti, a c. di A. Maraldi,
Prem. di U. Pirro, Cesena, «Il ponte vecchio», 1997, pp. 79-93.
64
Cfr. E. Castiglioni, Renato Rascel: il comico in trasformazione, Tesi di dottorato, coordinatore
F. Marotti, Tutor Renzo Tian, Roma, Università degli studi «La Sapienza», 2000, 2 voll.
65
Cfr. Boccolari, I soggetti cinematografici, cit., pp. 155-156.
66
Cfr. la lettera di Za a W. Wyler, Roma 15 gennaio 1952.
67
Cfr. lettera inviata da David O. Selznick, produttore, a C. Zavattini il 14 luglio 1957.
68
Za farà il commento e lo speaker in questo cortometraggio uscito nel ’49. (Cfr. G. Gambetti,
Cesare Zavattini. Guida ai film, Icom, Roma 1994, p. 198).
69
Zavattini iniziò a dipingere nel 1938. Nel 1943 vinse il premio della galleria del Cavallino
«Scrittori che dipingono» prevalendo su Montale, Ungaretti, Moravia, Gatto e Buzzati, avviando
così una lunga stagione espositiva siglata da numerose mostre in Italia e all’estero. (Cfr. R. Barilli
(a cura di), Una vita Za. Le opere e i giorni di Cesare Zavattini. Dipinti 1938-1988, Guanda,
Parma 1995).
70
S. Parigi, Fisiologia dell’immagine. Il pensiero di Cesare Zavattini, Lindau, Torino 2007, pp.
99-105.
71
«Zavattini inventò un suo mondo, descritto col gusto narrativo di chi conosce bene l’arte del
raccontar storie, un mondo illuminato dal sole del grottesco e scosso dai venti della caricaturalità, un mondo in cui tutto parla e si parla con l’idioma del bambino adulto che conosce la
poetica aristocraticità dell’imperizia, quella del «barbaro» colto ed ammiccante, capace di abbattere con un soffio l’edificio della tradizione classica dell’arte occidentale». (G. Gigliotti, Il caso
Zavattini, in Festival Internazionale dei Cinegiornali liberi, Reggio Calabria, 1999).
72
Fu nel ’40 il critico Raffaele Carrieri a far dono a Zavattini di una piccola tela di Campigli
(Le cucitrici) ed a fornirgli involontariamente l’idea di dar vita al progetto collezionistico più
curioso d’Italia, che contava nomi illustrissimi come quelli di De Pisis, Matta, Donghi, Cagli,
D’Orazio, Scordia, Brindisi, Clerici, Franchina, Depero, Vacchi, Zancanaro, Messina, Crippa,
Dottori e tanti altri.
73
Cfr. E. Gribaudo (a cura di), La raccolta 8 per 10 di Cesare Zavattini, Edizioni d’arte Fratelli
Pozzo, stampa, Torino 1967.
74
Cfr. Un paese (testo di C. Zavattini, fotografie di Paul Strand), Einaudi, Torino 1955; Un paese
vent’anni dopo (testo di C. Zavattini, fotografie di G. Berengo Gardin), Einaudi, Torino 1976; P.
Strand, C. Zavattini, Paul Strand, Cesare Zavattini. Lettere e immagini, a cura di Elena Gualtieri,
Reggio Emilia, Luzzara, Bologna, 2005.
75
Cfr. Parigi, Fisiologia dell’immagine, cit., pp. 281-282.
76
Ibidem.
77
Esiste anche il catalogo della Biblioteca speciale ora solo ad uso interno.
78
Per richieste d’informazioni via e-mail l’indirizzo di posta elettronica è il seguente: archivio.
[email protected]
79
Sull’attività teatrale di Zavattini cfr. C. Jandelli, Zavattini fra cinema e teatro, Bulzoni, Roma,
87
2002; S. Burani, Cesare Zavattini: Teatro Za, Università di Bologna (facoltà di Lettere e Filosofiadams), a.a. 2006-2007, relatore G. Liotta.
80
Sull’attività culturale cfr. G. De Vincenti, Za animatore culturale, in P. Nuzzi (a cura di), Cesare
Zavattini, Una vita in mostra. Giornalismo Letteratura Cinema, Bora, Bologna 1998, vol. 1.
81
Cfr. Archivio Cesare Zavattini, «Za e la Pace» in <www.cesarezavattini.it>.
82
Tutto questo grazie ad un catalogo analitico (inventario descrittivo) che presto sarà pubblicato
nel sito Web di Za e in quello della Biblioteca Panizzi.
88
Lettere del pittore Giorgio Morandi al «collega» Zavattini. (acz,
bp,
Epistolario – Reggio Emilia)
Memorie
«Io e Giovannino Guareschi:
due emiliani internati militari
in Germania»
Intervista a Gaetano Montanari
Andrea Paolella
«Una piccola arca di Noé navigante in mezzo a
un diluvio di malinconia e dentro ogni specie di esseri:
dalla pulce al poeta, dal topo al parastatale»
G. Guareschi, Diario clandestino
Gaetano Montanari è nato a Reggio Emilia il 28 aprile 1924. Lavora presso
la ditta «L’Enologica» e poi presso le Farmacie comunali riunite. Militare a Bologna è stato internato militare in Bassa Sassonia dal 9 settembre ’43. Collabora, dal primo numero, al mensile diretto da Ivano Davoli, «Stampa reggiana».
L’intervista è stata raccolta a Reggio Emilia il 10-11 giugno 2008.
Partiamo da lei. Che cosa ha fatto prima della guerra?
A tredici anni ho iniziato a lavorare come garzone presso L’Enologica, ditta
attrezzata per la vendita di prodotti di vinificazione. Ho fatto le scuole elementari e poi, dopo un anno d’inattività, mi sono iscritto ad un corso per corrispondenza ginnasiale di cinque anni. Dopodiché, ho continuato il liceo classico sempre per corrispondenza. Cinque di ginnasio e tre di liceo. Quando mi
ero preparato per sostenere l’esame per passare dalla scuola privata a quella
pubblica, Vittorio Emanuele III mi mandò una cartolina d’invito per difendere
91
Gaetano Montanari
la patria. Avevo 19 anni. Nel frattempo ho lavorato alle Farmacie comunali
riunite di Reggio Emilia. Avevo tempo di lavorare. Degli anni del fascismo
ricordo il «sabato fascista» che era mezza giornata di riposo per chi lavorava.
Dovevamo presentarci presso la sede politica del Fascio, il cui segretario era
Vittorio Rossi. Penso che l’abbiano fucilato. Si tenevano lezioni di politica e si
facevano delle marcette. Ci parlavano sempre del duce, della madre del duce
e dei figli del duce. Quando eravamo entrati in guerra volevano farci odiare
Francia e Inghilterra. Se non andavi, dovevi bere olio di ricino. Per le festività
nazionali facevamo le adunate in Piazza d’Armi dove ora c’è la Banca d’Italia.
Eravamo costretti a stare lì fino a che non ci davano il rompete le righe. Mi
ricordo quando venne Starace: dovevamo stare lungo le strade. Io ero a San
Pellegrino e lo avevo visto spuntare da Porta Castello a piedi. Durante la guerra, il governo italiano aveva stanziato una forte somma per risanare il Borgo
Emilio. Mussolini era venuto lui stesso a Reggio Emilia pilotando l’aereo. In
auto era arrivato in via Nobili e io ero lì perché mi avevano precettato. C’era
un frate e Mussolini, uscito dalla macchina, prese il cordone del frate e lo
baciò. Guardando le case del Borgo Emilio si era messo le mani sugli occhi.
Aveva visto che non era stato fatto nulla e nemmeno avevano cominciato i
lavori. Montò subito dopo sull’auto e andò via.
La casa dove abitavo e dove abito ancora adesso, in via Bedogni, era nel
92
quartiere di Rosta Vecchia. Qui c’era il mulino della Rosta che funzionava ad
acqua, macinava frumento, diventò poi oleificio, l’oleificio andò male e poi
ci costruirono dei condomini. C’erano delle case che erano abitate da povera
gente, gente che abitava in condizioni penose, proprio povera gente e via via
sono state demolite e ricostruite. Per divertirci andavamo ai baracconi [Luna
park, NdR] e ai veglioni, dove si ballava. Andavo a vedere la Reggiana e di
quella squadra ricordo il portiere Corazza. Pietranera, che era un gerarca fascista, per aumentare il tifo ci faceva entrare senza pagare. Ricordo un ReggianaParma. La Reggiana perdeva 2 a 0 alla fine del primo tempo. Avevano aperto
le porte e lo stadio si era riempito. La Reggiana aveva poi vinto per 3 a 2. Ci
mettevamo sempre dietro le porte. Degli amici che frequentavo prima della
guerra, ricordo uno che è rimasto sotto le bombe degli aerei che hanno colpito
la stazione nel gennaio 1944 e sono morti lui, suo padre e la sorella. Abitavano
ai margini della stazione, proprio attaccato. Ci trovavamo sempre a casa sua e
ci sarei rimasto anch’io se non mi avessero chiamato alle armi prima.
Che cosa ricorda del periodo militare fino all’8 settembre?
Venni chiamato alle armi il 5 luglio 1943. Eravamo in forza all’aeroporto
di Bologna perché stavano organizzando i primi battaglioni antiparacadutisti.
L’8 settembre avevamo da poco fatto il giuramento, cioè avevamo percorso la
tappa che riguardava il car, il primo addestramento. Appartenevamo all’aeronautica ma le istruzioni le ricevevamo dalla fanteria. In una mattina del mese
di luglio eravamo in circonvallazione a San Giovanni in Persiceto, in riposo.
Vediamo sopra di noi una massa di aerei. Nessun allarme. Noi ragazzi li salutavamo con le bustine bianche. Cinque minuti dopo su Bologna ha grandinato.
Pensavamo fossero dei nostri. Usava il bombardamento a tappeto. Le bombe
cadevano orizzontali e le sganciavano molti chilometri prima facendole planare. Ci fu il 25 luglio che non ci toccò molto. Arrivò l’8 settembre e il 9 avevamo
la caserma circondata. Fin dalla mattina ci veniva chiesto chi voleva combattere con loro. Nessuno aderì.
Che cosa ricorda dell’8 settembre e del viaggio verso il campo di
prigionia?
Ci avevano disarmato. Avevamo buttato i fucili e le baionette in un mucchio. La sera del giorno 9 ci avevano incolonnati e a piedi, da San Giovanni
in Persiceto, ci avevano condotti fino al Settimo cavalleria a Bologna, di notte.
Alle prime luci del giorno siamo arrivati a Porta Saragozza, caserma 10° Lancieri. Rimanemmo dieci giorni e passava di tanto in tanto un frate che ci diceva: «Ragazzi abbiate fede, gli americani sono sbarcati a Cesenatico». Cercava
inutilmente di infonderci coraggio. Poi un bel mattino ci svegliarono e, con lo
zaino in spalla, ci portarono alla stazione centrale di Bologna, all’Arcoveggio,
dove c’era un carro bestiame ad attenderci. Ci caricavano dicendoci: «Salire!
93
Salire!» Terminato l’imbarco, avevano chiuso gli sportelli e ci eravamo trovati in
56 privi di acqua e viveri. Ricordo di aver visto la città di Padova. Non si andò
da Bolzano ma da Pontebba e poi da Villach in Austria. Il viaggio era durato
48 ore, il treno ogni tanto si fermava per dei convogli di truppe tedesche in
giro. Mi ricordo che avevano aperto le porte e fecero bere e bevvi un litro
d’acqua in un fiato. Ci diedero una scatoletta di pesce fatto a Bari, vomitante,
quasi un emetico. La fame è brutta ma la sete è peggio, si sentono le budella
che si stringono. Eravamo sempre seguiti dalle sentinelle. Un paio sono morti
ma non nel nostro vagone. Eravamo arrivati a FallingBostel StammLager dove
erano concentrate truppe e reparti da tutto il mondo e noi eravamo gli ultimi. I
prigionieri americani avevano il diritto a un pacco di cinque chilogrammi della
Croce rossa settimanalmente, mentre noi no, non ci consideravano prigionieri
di guerra., ma imi, Internati militari italiani. Noi italiani, come i russi non avevamo niente, nessun aiuto.
E quali erano le condizioni igieniche del campo?
Dei tanti mezzi di cui i tedeschi disponevano per convincere e costringere
gli internati a collaborare, c’era anche l’assoluta mancanza d’igiene, che sarebbe meglio chiamare sporcizia. Una sporcizia che non nacque dalla trascuratezza da parte dei militari per mantenersi puliti, bensì dall’assoluta mancanza di
mezzi, anche quelli più comuni ed elementari per evitarla. I tedeschi volevano
i pidocchi, le pulci e le cimici. Volevano che i poveri indumenti di cui gli internati disponevano, cadessero a pezzi; che le maglie, le mutande, le calze, le
camicie, i pantaloni e le giubbe venissero indossate per settimane, per mesi,
senza poter disporre di un ricambio o dei più semplici mezzi per poterli lavare, come acqua e sapone. Tale situazione andò peggiorando con l’andar del
tempo. I nostri aguzzini volevano rendere sempre più insopportabile la vita
agli internati e spingerli a mettere quella maledetta firma di adesione in calce
alle loro richieste e che noi, nonostante tutto, non sottoscrivemmo mai.
Come erano le condizioni di vita del campo? Che cosa ricorda delle
sentinelle?
Al campo lavoravo in fonderia, si facevano turni di dodici ore. C’era il
turno di dodici ore di giorno e quello di dodici ore di notte. Mi ammalai di
appendicite e mi trasferirono in infermeria, non è che stessi meglio, ma almeno avevo un lenzuolo e non della paglia. Mi aveva operato un chirurgo slavo
prigioniero di guerra. Mi avevano messo su un tavolo e come bende usavano
la carta igienica. Rimasi in quel campo fino al mese di ottobre. Venni trasferito
a Wietzendorf. Le condizioni di vita non erano migliorate, erano tremende. Ci
bombardavano gli alleati e per poco non ci lasciavo la pelle. C’erano i problemi della fame e delle botte. Ho visto uno dei nostri soldati obbligato da
una sentinella a chinarsi in terra con le ginocchia e doveva tenere un mattone
94
sollevato per ogni mano. Ogni volta che il mattone cadeva il tedesco gli dava
un botta sulla schiena con il calcio del fucile, ma non so che colpa avesse avuto. Oppure ti legavano a un palo per ore. C’erano anche i parassiti, pidocchi
grossi come piselli e di notte avevamo le cimici, che scendevano solo di notte,
per riempirsi di sangue ed erano grosse come scarafaggi.
Mangiavamo un mestolo di sbobba al giorno e non si capiva se era sabbia
o rape e un filone di pane nero da dividere in sette, fatto di farina di pioppo
e altre porcherie. Solo il sabato e la domenica, a Wietzendorf, distribuivano
una minestra d’orzo. Gli internati soffrivano molto di questa situazione: i casi
di anemia perniciosa, difterite, pleurite, tubercolosi e tifo petecchiale non si
contavano.
All’aeroporto di Bologna pesavo 67 chili, nel Natale del ’43, dopo tre mesi
di cura, ne pesavo 44. A Wietzendorf non si lavorava. Sapevamo di un lager
dove in un settore erano tenuti dei bambini con l’ordine di tenerli in vita per
uno scambio di prigionieri sennonché, non consapevoli di quel che succedeva, facevano chiasso e cantavano e al Deutsch Führer i bambini davano
fastidio perché turbavano il placido sonno digestivo. Fece incolonnare i bambini nel loro grembiule bianco in direzione del cimitero, ma gli innocenti
credevano di fare una bella passeggiata in campagna e si avviarono ridendo
tenendosi per mano, osservando meravigliati gli alberi, l’azzurro del cielo, gli
uccelli. Una bambina si staccò dalla mano della compagna per raccogliere un
fiore sul ciglio della strada. Due mitragliatrici li attendevano a una svolta e li
sterminarono tutti e settecento. Non si sa da dove venissero. Nonostante tutto
non dimenticavamo di essere uomini ed era quello l’importante. Le calorie
pro die si aggiravano attorno alle 500, da notare che il fabbisogno giornaliero
per un uomo di 70 chilogrammi è di 1600 Calorie. Guareschi prima pesava 89
chilogrammi poi si è ridotto a 45 chilogrammi. Fino alla Liberazione eravamo
rimasti lì, a Wietzendorf, siccome erano presenti ufficiali, si facevano corsi di
storia e concorsi, come quello di poesia vinto da Porfirio. C’era Gianrico Tedeschi, attore tuttora in voga nonostante i suoi 88 anni. Mancavano le forze
per fare attività fisica. Quando venne Guareschi da Benjaminow le cose erano
cambiate per la sua verve. Sapevamo chi era Guareschi perché nel ’43 aveva
pubblicato il suo primo libro con la casa editrice Rizzoli. Sempre nel ’43 era
nata Carlotta, la sua prima figlia. Coppola era un bravo fisarmonicista, un ottimo musicista e Guareschi scriveva favolette e Coppola le musicava. Erano
riusciti a costruire una radio che trasmetteva alle baracche spettacolini e varietà tramite un altoparlante di fortuna. In un altro campo c’era radio Caterina
costruita dal tenente Martignago e dal sottotenente Oliviero. Oliviero era un
ingegnere elettronico e rubando la dinamo di una bici di un sergente tedesco,
con pane raffermo e rame era riuscito, non so come, a ricevere fin da Berlino,
Bari e Londra. Lui stesso faceva da antenna.
Le foto del nostro campo erano fatte da Stefano Vialli, che con sé aveva
un rotolo nuovo e fece riprese del campo quando non si vedevano in giro
95
Statua di Giovannino Guareschi in bicicletta – Fontanelle di
Roccabianca (PR)
tedeschi. La pellicola è stata salvata da un frate che la teneva legata ad una
coscia. Lui ha fatto foto anche al campo di SandBostel. Aveva rischiato molto:
lo avrebbero sicuramente impiccato. Vialli con quelle foto ha pubblicato anche
un album.
Dire tutta la vicenda significa dire tutto e dire niente. Significa aver partecipato al più grande caos di popoli e di razze della storia, tra i milioni di
vittoriosi e vinti della seconda guerra mondiale fra gli orrori del lavoro nelle
miniere, gli spasimi della fame e del freddo, delle malattie e dei parassiti. Il
migliore scritto sull’argomento è per me quello del comandante di vascello
96
Gerhard Schreiber, IMI nei campi di concentramento del terzo Reich [Roma
1997]. Grazie a Giovannino Guareschi, Gianrico Tedeschi, Arturo Coppola e
molti altri, nessuno di noi restò qual era: e chi non divenne più ipocondriaco,
era diventato più buono.
Ha perso qualche amico durante la guerra?
Ad Hallendorf, campo di prigionia, avevo perso Renato Cappelli, che era
aviere. Era un emiliano buono e generoso, un ragazzo di vent’anni. Era nel
pieno della giovinezza ma la morte non conosce pietà. L’avevamo portato al
cimitero sulla collina. Davanti alla fossa il cappellano giunse le mani in segno
di preghiera. La sentinella ordinò l’attenti ed esplose un colpo di fucile verso
l’alto. Il cappellano prese, allora, una zolla di terra umida e nera e la depose
sulla salma. Calato nella buca i tedeschi si erano ripresi la bara. Un altro mio
amico, Giovanni Ferrari, invece è morto sotto un bombardamento mentre lavorava lungo una ferrovia in Germania e una bomba l’aveva preso in pieno.
Che cosa ricorda del viaggio di ritorno?
Al ritorno viaggiavamo sempre su carri bestiame con i portelloni aperti,
però avevamo anche dei viveri. A Mittenwald, ai confini con l’Austria, in una
caserma di alpini tedeschi, eravamo rimasti due o tre giorni, un posto bellissimo sulle Alpi dove gli alleati avevano attrezzato un campo per la disinfestazione degli ex-internati, usavano una pistola caricata a polvere ddt. Ci infarinavano i capelli, ascelle e pube per due volte, a distanza di dodici ore. I pidocchi
sono rimasti in Germania. Ci lasciarono a dodici chilometri da Verona, vicino
a Pescantina, perché i treni non arrivavano fino in stazione. C’erano bus e vetturette destinate a Milano. Per Reggio Emilia c’era un furgone di partigiani di
Guastalla e ci avevano condotti lì. Avevano camere con dei letti ma preferimmo tornare subito a casa. Arrivammo a Reggio in piazzetta Sant’Agostino, dove
una ragazza prendeva nota di tutti gli arrivi. Ero tornato con Bolognesi, un
amico di Canali. Non avevo notizie di casa. Ero andato in via Campo Marzio,
da una mia zia. Ci avevano aperto. Ci fecero dormire lì, al mattino eravamo
andati verso casa. Mio padre veniva in bici lungo viale Risorgimento, lui poi
è andato ad avvisare i genitori del mio amico a Canali. Suo padre era venuto
col carretto a prenderlo. Io non riuscii a dormire su un letto per due mesi; ero
talmente abituato a dormire sul duro che andavo a dormire sul tavolo in cucina, a letto non riuscivo a stare. Dopo la guerra mi sono messo a lavorare in
proprio ed eccomi qui. Guareschi al ritorno non era assieme a me: era partito
per l’Italia a settembre.
Parliamo dei suoi compagni di prigionia. Vi incontrate ancora?
Eravamo tutti amici. Il primo maggio di quest’anno eravamo in quattro
dell’ex-campo di Wietzendorf. Si festeggia ogni primo di maggio la nascita di
97
Giovannino Guareschi. Arrigo Bompiani di Bologna di anni 93, Astro Gambari
di anni 88, Di Masi Torello, il dottor Carlo Alberto Borsari di anni 88, di Salsomaggiore. Dormivamo in castelli di quattro file, di notte spegnevano le luci
nella camerata e c’erano problemi a ritrovare il posto se andavamo in bagno.
Ci toccava aspettare l’alba. Oltre a Guareschi e Tedeschi, altri internati meritano un ricordo: Cappelletti, Golzio, Sinopoli e i fratelli Betti che organizzarono
giornali parlati e conferenze, costituirono cori e diedero vita a corsi universitari
di diritto, sociologia, politica e lingue. Ricordo Novello che diceva: «Io sono
ripetente!» Lui era stato capitano degli alpini durante la Grande guerra ed era
stato in campo di prigionia austriaco. Abbiamo lasciato in Germania 55.000
morti, gli ammalati di tbc scendevano al Brennero e li conducevano subito al
sanatorio. Nei primi quattro mesi abbiamo avuto migliaia di morti perché non
sono riusciti a superare il trauma. Il Grande diario di Guareschi è la nostra
storia. Lo vedevo scrivere, prendere appunti. Al campo aveva scritto le Favole
di Natale. Dopo la Liberazione ci trovavamo tra tutti gli appartenenti alla stessa
arma. Diversamente da me, lui era tenente d’artiglieria.
Ha più visto Guareschi dopo la guerra?
Lui lavorava a Milano. Ci telefonavamo. Io poi lo seguivo sempre attraverso
il «Candido». L’avevo visto a Brescello mentre girava il film Don Camillo e a
Reggio Emilia quando ebbe il dibattito con il sindaco Bonazzi. Dopo la Liberazione avevamo soprattutto il problema del lavoro. Ai raduni degli ex-internati
ho conosciuto i figli. Eravamo più di quaranta, ora siamo rimasti in quattro di
cui un novantatreenne.
Che cosa ne pensa della manifestazione del centenario di Guareschi?
Lui è stato un pacificatore. A noi rincresceva disturbarlo, con tutte le vicende che lo riguardavano, come quella faccenda con De Gasperi. La saga di Don
Camillo e Peppone è per me un’opera letteraria di grande rilevanza, mi ricorda
De Amicis. I letterati non lo tenevano in considerazione. È necessario scrivere
nel modo più semplice possibile perché tutti possano capire e Guareschi ci
ha insegnato questo. La manifestazione del centenario, anche per intervento
del precedente governo, è riuscita coi fiocchi e le frange. Hanno costruito
una bellissima statua di Guareschi in bicicletta. I figli, oggi, hanno un archivio
importante.
Che cosa mi dice di Natta, suo compagno di prigionia?
Sandro Natta era al campo ma non ci ho mai parlato. È rimasto con me fino
all’8 febbraio del ’45, poi è stato trasferito. Aveva scritto un libro ma il partito,
per i primi sette anni, non glielo aveva fatto pubblicare. Oltre Natta c’era Setti,
terzino dell’Ambrosiana. A FallingBostel c’era la nazionale belga al completo
98
ma le prendeva sempre dai nostri che erano tutti buoni giocatori. C’era anche
il corridore francese Masson che aveva avuto un permesso per poter uscire
in bicicletta e farsi duecento chilometri per tenersi allenato. Fece un po’ di
fortuna dopo la guerra.
99
Tre ragazzi uccisi
L’eccidio di Gavassa, Reggio Emilia
22-23 aprile 1945
Rodolfo Mattioli*
Tre ragazzi uccisi. Alcune questioni preliminari
Sulla quantificazione del drappello della Wehrmacht che circondò Casa
Marchetti a Gavassa, frazione del forese del comune di Reggio Emilia, ci troviamo di fronte a due testimonianze, entrambe dirette e credibili: una afferma
che a circondare la casa fu un nutrito gruppo di soldati. È una testimonianza
ragionevole, dal momento che se fossero stati solo cinque o sei non si capisce
come mai un numero più o meno uguale di partigiani, forse nascosti nelle
vicinanze, se la sia data a gambe, lasciando catturare e poi trucidare alcuni
loro compagni. Tuttavia, un testimone diretto, allora poco più che decenne,
afferma di aver visto un gruppo, composto da cinque o sei tedeschi con i partigiani ammanettati, muovere per vie traverse. Quindi è possibile che i soldati
che circondarono la casa si siano successivamente divisi in due o tre tronconi,
onde prevenire spiacevoli sorprese: un’avanguardia, un centro con i prigionieri, e una retroguardia, che marciavano a un centinaio di metri l’uno dall’altra.
* Il redattore di queste note, basandosi sulle testimonianze dei genitori, confrontate con quelle
di alcuni parenti delle altre vittime e di abitanti della zona, nonché sui dati e con l’assistenza
determinante dei ricercatori dell’Istituto Storico della Resistenza (istoreco) di Reggio Emilia, in
particolare nella persona di Mario Frigeri, è il nipote per parte di madre di Bruno Spaggiari. In
esse non è difficile distinguere ciò che è stato effettivamente appurato, da ciò, che, per forza di
cose, si può solo, alquanto approssimativamente, immaginare.
101
L’altra testimonianza afferma che alcuni soldati motorizzati procedettero
per la strada e altri a piedi per strade traverse. Inoltre, proprio nei giorni 2223 aprile, sono documentati numerosi scontri tra tedeschi in ritirata e squadre
partigiane. Pertanto, la presenza di tedeschi, in drappelli più o meno numerosi
che sopraggiungevano a ondate, era ancora consistente.
Ci sono, tuttavia, aspetti che continuano a non trovare spiegazioni
convincenti.
1) L’efferatezza del crimine. Non pare si trattasse di ss, ma di soldati della
Wehrmacht. Certo, dai tedeschi, specie in quei frangenti, ci si poteva aspettare
di tutto, tuttavia le modalità dell’esecuzione non sono consuete e fanno pensare che quel «di più» di sadica violenza abbia una motivazione particolare, per
quanto non sia stato possibile appurare quale. Si è parlato di un’avanguardia
di motociclisti isolati che precedevano il drappello e che alla vista di un gruppo, presumibilmente di partigiani, fecero dietro front per avvertire la squadra
che seguiva. È possibile che siano stati bersagliati e anche feriti, magari uno
dei due, ucciso. Dal loro punto di vista, i tedeschi in ritirata probabilmente
non si capacitavano delle imboscate dei partigiani, dal momento che stavano
sgombrando il paese; dall’altra parte, sebbene fosse chiaro che la Germania
era ormai vicina alla disfatta, non ci si aspettava un epilogo tanto rapido della
guerra. Pertanto, i partigiani ritenevano di dover neutralizzare il maggior numero possibile di tedeschi. Gli scontri sopra accennati e le perdite che certamente avranno causato potrebbero spiegare la inaudita ferocia dei tedeschi.
2) Perché Walter Manzotti, la cui famiglia era anch’essa sfollata da Roncadella nelle vicinanze di Casa Marchetti, non fuggì in mezzo ai campi come, secondo le testimonianze, fecero altri? Conosceva la zona, era giovane, allenato,
difficilmente i tedeschi lo avrebbero raggiunto, ammesso che avessero avuto
voglia di rincorrerlo col rischio di incappare in qualche imboscata. Comunque,
è possibile che avesse un motivo particolare per rifugiarsi a Casa Marchetti,
magari per avvertire Bruno Spaggiari e gli altri che c’era un pericolo imminente o che c’era stata una spiata. Mia madre ne accennò a suo tempo, ma l’ipotesi
rimase senza una risposta. Se l’accerchiamento non avvenne semplicemente
per la volontà di acciuffare Walter Manzotti, resterebbe da spiegare perché i
tedeschi presero di mira proprio Casa Marchetti. Avevano, forse, appreso che
il fratello maggiore di Bruno Spaggiari, Augusto ricopriva un incarico importante nella 26a Brigata Garibaldi? È possibile, ma è più probabile che in quei
momenti si facesse piuttosto quello che capitava.
3) Tutte le testimonianze (indirette), tranne una, riferiscono che non erano
solo gli scarponi a emergere dalla fossa, ma anche le teste (fracassate). Ci fu
chi disse, addirittura, che fossero staccate dal corpo e poste sopra la fossa a
mo’ di macabro trofeo. A proposito degli scarponi di Walter Manzotti, che
possono aver fornito ai tedeschi la prova della milizia partigiana dei giovani
e del favoreggiamento di Luigi Zinani, è stato fatto presente che il padre di
Manzotti, calzolaio, era stato precettato dai tedeschi: questo renderebbe la
102
cosa abbastanza verosimile. Ma perché, allora, i tedeschi si presero la briga di
ricoprire parzialmente i cadaveri? Per nascondere il misfatto? Impensabile, dal
momento che furono visti condurre via i prigionieri, che il luogo dove vennero
custoditi era noto e che furono udite le urla dei torturati. Un’ipotesi, diversa,
attribuisce a questa macabra scelta la volontà dei soldati tedeschi di lasciare
dietro di sé un monito «esemplare» alla popolazione. Allora, la spiegazione più
congruente ritorna ad essere quella di mia madre, confermata da un testimone
indiretto, che da ragazzo (aveva, all’epoca dei fatti, superato da poco i dieci
anni) raccolse i racconti dei «grandi»: furono sepolti ancora vivi per essere successivamente massacrati a colpi di vanga o di piccone.
Non sembra neppure attendibile che le torture avessero lo scopo di far loro
confessare nascondigli, nominativi o postazioni partigiane: in quel particolare
momento è, perlomeno, dubbio che i tedeschi avessero tempo e modo per
andare a caccia di partigiani; se ne incontravano sulla loro strada era un conto,
altrimenti c’era anche il rischio che il cacciatore venisse cacciato. È possibile, invece, che le torture (siccome erano udite nelle vicinanze, in particolare
dalle donne della casa più prossima, quindi la notizia poteva essersi diffusa)
avessero in realtà lo scopo, oltre a quello di sfogare la loro rabbia, di sfidare i
partigiani nascostisi nei dintorni. Come a dire, vediamo cosa sapete fare per i
vostri compagni, oltre che scappare.
Che furono loro inflitte torture, in misura diversa, sembra accertato. Ma che
tipo di torture? Si «limitarono» a schiaffi, pugni, calci o li sottoposero a vere
e proprie sevizie? Purtroppo, alcuni indizi lasciano supporre che tale limite
fu oltrepassato. Una donna, allora staffetta partigiana, riferisce che i fratelli,
pure partigiani, videro i cadaveri che presentavano ferite da taglio. Che tipo
di ferite? Secondo un testimone indiretto, allora poco più che decenne, le zie,
che abitavano in prossimità di Casa Marchetti, hanno udito a lungo durante la
notte, loro malgrado, urla strazianti. Un pugno, un calcio, una ferita può certo
provocare un urlo, non uno strazio continuato.
Tra i tanti, ancora un interrogativo permane: come mai, in un lasso di tempo così lungo – circa 24 ore – in un momento di disgregazione dell’esercito
tedesco, nessuna squadra partigiana ha tentato di salvarli? Una squadra, anche
esigua, di gente decisa, con una perfetta conoscenza dei luoghi, poteva infliggere gravi danni anche a un numero soverchiante di tedeschi, o perlomeno
tentare uno scambio, contrattare il rilascio. I famigliari di due partigiani non
sono riusciti a contattare nessuno? Ci s’illuse forse che, alla fine, li avrebbero portati con loro a mo’ di ostaggi e che un’eventuale azione poteva essere
differita e tentata successivamente? Nessuna di queste domande può oramai
ricevere una soddisfacente risposta.
In qualche punto le testimonianze sono risultate discordanti (come del resto i referti della polizia mortuaria, i registri parrocchiali, i dati d’archivio). Perlopiù, concordano sul fatto che sono stati massacrati a colpi di vanga, piccone
o simili. Ma i referti presso la polizia mortuaria parlano genericamente di armi
103
da fuoco. A chi dare credito? I referti sono estremamente generici, non dicono
quanti colpi hanno subito e neppure in quale parte del corpo, non sono firmati. Chi li ha redatti? Dove? Qual era la prassi in quei convulsi momenti? Non è
possibile sapere. Magari qualche funzionario per humana pietas ha preferito
redigere un certificato generico. Oppure, ancora, in simili circostanze, a redigerli è stato un funzionario della polizia mortuaria nel suo ufficio, che non
ha neppure visto i cadaveri e ha compilato burocraticamente un modulo. Del
resto, non sono pochi i casi accertati di analoghe difformità. È mai possibile
che la memoria collettiva si sia inventata una tale efferatezza? Per quale oscuro
motivo? Che bisogno c’era di aggiungere, a quelli effettivamente perpetrati,
altri immaginari? Coloro che videro i cadaveri riferirono della inaudita ferocia
del massacro; altri si rifiutarono persino di parlarne, accompagnando il rifiuto
con un gesto tristemente eloquente. D’altra parte, almeno per Luigi Zinani,
sembra certo che fu colpito con un colpo alla testa, e non è da escludere che
anche gli altri siano stati, infine, colpiti per assicurarsi della loro morte o anche
per semplice sadismo.
È possibile, seppure meno probabile, che il più determinato dei tre, confidando ingenuamente in cuor suo nella vendetta del fratello maggiore, sia
stato proprio il ragazzo, Bruno Spaggiari. Potrebbe aver urlato in faccia ai suoi
aguzzini: «Vigliacchi! Ve la prendete con gente inerme, ma mio fratello con la
sua squadra vi ammazzerà tutti». Oppure, che nei momenti cruciali sia emersa
la solidità contadina di Luigi Zinani. O spinti dal dolore e dal terrore e, magari,
anche da vaghe promesse si siano accusati l’un l’altro. O, piuttosto che, avendo capito fin dall’inizio qual era la loro sorte, per quanto possibile in simili
frangenti, si siano confortati a vicenda. È possibile che l’ordine dell’esecuzione
sia stato diverso, anche se sembra verosimile che sia avvenuto in sadica sequenza. Ognuna di queste possibilità non modifica il senso di questo tragico
episodio.
Chi scrive era a conoscenza del racconto di sua madre da molti anni, ma
quello che ha reso farraginoso la ricostruzione della vicenda è stato, forse,
proprio la sua reticenza a testimoniare quei fatti nella loro immediatezza. Forse si sarebbe potuto documentare ogni aspetto di questa tragedia. Non si è mai
potuto sapere chi fossero i membri di quel drappello, né se abbiano raggiunto
la Germania e siano rimasti impuniti o se, invece, abbiano concluso la loro
criminale esistenza nel corso di altre vicende belliche. In cuor suo, l’autore, di
queste note, si augura che si siano ricongiunti con le loro famiglie, e che ogni
notte abbiano sognato quei tre ragazzi, sepolti vivi e massacrati a picconate,
con i volti dei loro figli.
Il racconto
È domenica, sono circa le 10 del mattino. La giornata è limpida. A casa
Marchetti, una casa colonica, sulla strada che da Villa Masone porta a Gavassa, a circa un chilometro dalla via Emilia, vivono la famiglia Zinani, che
104
lavora il podere, e la famiglia del mugnaio Guido Spaggiari. Gli Spaggiari,
dopo la costituzione della Repubblica sociale nel centro-nord, vi sono sfollati
dalla propria abitazione sulla via Emilia, diventata assai pericolosa a causa dei
bombardamenti alleati che hanno distrutto o danneggiato varie abitazioni, con
morti e feriti. Da poco gli americani hanno sfondato la Linea gotica e i tedeschi
hanno dovuto ritirarsi disordinatamente. Nei giorni precedenti le strade erano
intasate da colonne di tedeschi in ritirata che si portavano dietro tutto quello
che potevano portare dell’armamento, più tutto quello che avevano razziato,
animali per il traino e per sfamarsi.
Ormai dunque è finita, i tedeschi se ne sono andati o se ne stanno andando. Ma non tutti sono passati. Ci sono i ritardatari, gli sbandati, o forse anche
reparti speciali di retroguardia. Improvvisamente nei dintorni di Casa Marchetti
le cose precipitano. Alcuni partigiani e non, gli uomini adulti insomma, cercano rifugio in mezzo all’erba alta dei campi. Arriva trafelato Walter Manzotti,
classe 1923, partigiano della 76a brigata sap: via via, nascondiamoci c’è un
rastrellamento. Lui e Luigi Zinani (1913) si nascondono nel fienile e ritirano
la scala a pioli. Ma i tedeschi hanno intravisto la corsa di Manzotti, o, come
asserirono altri, hanno notato la scala a pioli mentre veniva ritirata; comunque
hanno intuito qualcosa. La casa viene circondata da un gruppo nutrito di soldati. Non sono ss, sono soldati della Wehrmacht. Che cosa succede? I tedeschi
non dovrebbero avere una certa premura? Le minacce saranno state le solite:
se i «banditi» non si consegnano incendiamo la casa; facciamo kaputt tutti
quanti, e simili.
Nonostante le suppliche della madre, che gli dice di starsene nascosto,
come sta facendo suo padre, chiuso in un armadio, il garzone da barbiere Bruno Spaggiari, classe 1930, staffetta partigiana della 76a brigata sap, scende sotto
il porticato (non è certo se prima o dopo l’accerchiamento). A me non faranno
niente, risponde con spavalderia giovanile. Ma perché si mostra tanto sicuro?
Perché correre un rischio così elevato? Si dice che non bisogna fissare un
cane negli occhi, se non si vuole essere aggrediti: Bruno, per quanto giovane,
non poteva passare per un innocuo ragazzino (portava già le brache lunghe,
alla «zuava» com’era di moda allora; la foto ricordo ce lo mostra come un bel
giovanotto; aveva già la ragazza): quale poteva essere allora la fonte della sua
(eccessiva) sicurezza? Lui faceva il barbiere; è dunque probabile che i tedeschi, specie quelli che da tempo presidiavano stabilmente la zona, andassero
da lui, che ci avessero pure scherzato; forse, durante i mesi dell’occupazione
tedesca, si recava a fare i capelli direttamente al comando di zona. Quando la
casa è stata circondata, avrà pensato di sfruttare, per sé e per gli altri, le sue
buone relazioni con qualche soldato di sua conoscenza? qualcuno a cui magari
avevano precedentemente offerto da bere o da mangiare? O forse intendeva
semplicemente andare ad aprire bottega, come si usava allora, anche di domenica mattina e alle volte pure nel pomeriggio? Oppure recarsi direttamente,
con gli strumenti del mestiere, a casa di qualche numerosa famiglia contadina,
105
M
I LUOGHI DEL FATTO
Prato
Via
e
llin
be
Ga
Masone
C. Marchetti
come pure si usava a quei tempi, a raggranellare qualche lira? Aveva con sé
un lasciapassare del comando tedesco? Gli hanno trovato qualcosa di compromettente nella borsa degli attrezzi?
Purtroppo quella volta non c’erano, o non c’erano solo, i tedeschi che
si facevano sbarbare da lui, c’erano anche quelli che scendevano, sconfitti,
decimati, dalle montagne. Ma perché i tedeschi si dirigono proprio a Casa
Marchetti? Per aver notato Manzotti correre, ammesso che effettivamente l’abbiano notato, o cercavano qualcuno in particolare? Magari, il fratello maggiore
di Bruno, Augusto Spaggiari, dapprima Intendente, poi ispettore di btg. con
incarico organizzativo della 26a brigata Garibaldi, che tuttavia si trovava ancora
in montagna tra i reparti combattenti? Scambiano Bruno per Augusto? Si ventilò l’ipotesi di una spiata. Si trattò di una vendetta? L’ipotesi appare, tuttavia,
non confermata.
Sembra, invero, che ci fossero stati nelle vicinanze ripetuti scontri e che
alcuni partigiani fossero riusciti a riparare proprio nei dintorni. Era Walter
Manzotti uno di questi? Fu riconosciuto? Comunque sia, la casa è circondata:
catturano Bruno Spaggiari e costringono Manzotti e Zinani a scendere dal
fienile sotto minaccia di incendiare tutto, insomma di fare un macello. Forse,
Walter Manzotti cerca di salvare il compagno, gli fa cenno di star zitto e scende
da solo; oppure scende per primo Luigi Zinani, che, non essendo partigiano,
stava nel fienile a fare il suo lavoro; spera così di convincere i tedeschi e di
salvare il compagno; i tedeschi però non si lasciano ingannare e continuano a
minacciare; magari anche con la lusinga, che, se scendono tutti, non faranno
loro alcun male. Il fratello di Luigi Zinani sfugge alla cattura nascosto in un
buio sottoscala. Altrettanto il padre di Bruno Spaggiari, nascosto in un armadio. Le donne e i bambini spiano con angoscia dalla finestra della grande
cucina. Ma i tedeschi non hanno tempo per fare una perquisizione in piena
regola e si «accontentano» dei tre giovani.
Poi? Hanno già deciso la loro sorte? O li perquisiscono e trovano loro
addosso qualcosa di compromettente, come scarponi in dotazione alla Wehrmacht e pensano che siano il frutto di un’azione partigiana? Fatto sta che li
catturano, li ammanettano e li costringono ad andare con loro. Urlano che, se
qualcuno tenta di seguirli, ammazzano tutti.
Le mamme però non possono rassegnarsi, li seguono per un tratto (o si
recano al Casello per un vano tentativo di intercessione), supplicando di lasciarli andare; soprattutto la madre di Bruno Spaggiari, che appunto è solo un
ragazzo, non ha nemmeno quindici anni; la madre di Luigi Zinani assicura che
il suo figliolo non ha a che fare con la lotta armata, che non si è mai mosso da
casa, che bada solo a fare il suo lavoro. I tedeschi le respingono, le minacciano con il mitra, e minacciano di fucilare immediatamente i giovani se non se
ne tornano indietro. Magari le rassicurano pure. Li hanno presi solo per farsi
insegnare la strada, come ostaggi per prevenire imboscate, per portarli in Ger-
108
mania. Forse hanno detto la stessa cosa anche ai giovani. Non hanno l’aria di
scherzare, quando le minacciano con il mitra, le respingono e le gettano violentemente per terra. Forse sono i giovani stessi a rassicurale: perché cercano
di illudersi essi stessi, o semplicemente perché vogliono evitare un sacrificio
inutile. Così li vedono allontanarsi nel tremolio delle immagini che diventano
via via più evanescenti.
Probabilmente i tedeschi si dispongono in gruppi per raggiungere il «Casello delle due secchie» dove è previsto il raggruppamento. Alcuni avanti, altri al
centro con i prigionieri, altri ancora di retroguardia. Percorrono, per strada e
per traverse, circa tre chilometri, fino a Gavassa. È ormai l’una. I tedeschi sono
stanchi e affamati. Si fermano al «Casello», dove è previsto il raggruppamento,
per riposare, mangiare, decidere il da farsi. Sono carichi d’odio e di paura. Bevono. Riusciranno a raggiungere la Germania? Devono prima raggiungere, poi
traversare il Po. Forse, quando hanno abbandonato le postazioni della Linea
gotica sull’Alto Appennino, erano assai più numerosi; forse i partigiani, cercando di sbarrare loro la via del ritorno, li hanno decimati. Poi ci saranno quelli
che li aspettano ancora al di qua e di là dal Po. Per catturarli, per ucciderli, loro
che sono accorsi a combattere a fianco dell’Italia in Libia, in Grecia, in Sicilia.
Odio e furore. Si fa notte, una notte d’inferno. Poi, in qualche indicibile modo,
arriva anche il mattino. I tedeschi sanno che non possono fermarsi oltre. E intanto cosa farsene dei tre? Mica possono tirarseli dietro in eterno, così, magari,
se loro finiscono male, quelli se la cavano. È venuto il momento di regolare i
conti. Fuciliamoli e facciamola finita. Ma qualcuno non è d’accordo: no, troppo
comodo, no! Vi faccio vedere io come si trattano i questi banditi traditori.
Nei casolari vicini ricominciano a sentirsi delle urla strazianti, miste a pianti e a imprecazioni. Forse vogliono far confessare loro qualcosa. Vogliono
che denuncino dove sono nascosti gli altri partigiani, dove sono appostate le
squadre che li spettano per sbarrare loro la via della ritirata. Ma non ha molto
senso. Semmai solo per umiliarli, per mettere alla prova la loro resistenza. I
tedeschi non hanno tempo per dar la caccia ai partigiani, ora sono loro ad
essere cacciati. No. Deve trattarsi di una pura orgia di efferata violenza. Nella
casa più vicina due donne sono costrette ad ascoltare quelle urla disperate
che sembrano non finire più. Si tappano le orecchie e corrono di qua e di là
chiuse nella loro stanza con le finestre socchiuse, cariche di orrore e di paura.
Ma portarsi le mani alle orecchie non serve, sembra quasi che lo strazio aumenti. Ogni tanto abbassano le mani, spiano dalle fessure degli stipiti. Forse
finalmente è finita. No, solo una breve tregua e si ricomincia. Guardano dalle
fessure. Orrore. I tedeschi non li hanno ancora ammazzati, li costringono a
scavarsi la fossa. Distolgono lo sguardo, ma non ce la fanno. Sembra loro di
impazzire. Non possono guardare, non possono ascoltare, ma neppure staccare gli occhi, chiudersi gli orecchi. La scena si svolge in lontananza, loro non
vedono bene i particolari. Non vedono il sangue misto a pianto che riga i loro
volti, non vedono quante volte, colpiti dal calcio del mitra o dalle baionette
109
innestate, cadono a terra supplicando di finirli; non distinguono le invocazioni
a Dio e alla mamma, magari anche le imprecazioni di chi li maledice e predice
loro l’inesorabile vendetta dei compagni partigiani.
Ma perché imporre alle vittime di scavarsi la fossa, visto che, si suppone,
dovrebbero avere una certa fretta? Perché non abbandonare i cadaveri così
come sono? Forse per nascondere il crimine? Impensabile. I corpi rimarranno parzialmente e sommariamente ricoperti. Ma allora? Una sola spiegazione
sembra verosimile: per infliggere loro una preventiva prolungata insostenibile
tortura psicologica. Le fosse non sono abbastanza profonde, ma il tempo stringe. Finalmente il martirio è alla fine. Ora gli spareranno una raffica di mitra,
loro cadranno dentro e stop. Ma, santo Dio, proprio ora che si preparavano a
festeggiare la fine della guerra e la vittoria contro il nazi-fascismo! Cercano di
non guardare, aspettano il colpo di grazia. Ora non urlano più. Singhiozzano
sommessamente. Qualcuno sente i pantaloni bagnarsi e questo gli procura un
breve attimo di sollievo. I tedeschi sghignazzano soddisfatti. Ma perché non
si decidono? Maledizione! Proprio ora che si respira finalmente aria di libertà,
che le ragazze, come accade in primavera, indossano quei loro abitini leggeri,
che ne mettono in evidenza la grazia. Carla, Maria, Simonetta si staranno chiedendo perché ieri non si sono fatti vivi; si sentiranno offese. Quei tre mascalzoni ce la pagheranno, sì, gliela dobbiamo proprio far pagare!
Ma i veterani della compagnia hanno un’idea migliore. A forza di botte
scaraventano il più determinato, Walter Manzotti, nella fossa, e costringono gli
altri due a ricoprirlo, lasciando però fuori la testa. I due si rifiutano, ma una
tempesta di violenza si abbatte su di loro. Magari anche promesse: lui è l’unico
responsabile); facciamo kaputt solo lui. Walter Manzotti stesso vuol farla finita,
li prega di eseguire. Se hanno ancora lacrime per piangere, piangono. Poi è
la volta del più giovane, Bruno Spaggiari, e questa volta tocca al contadino
Luigi Zinani adempiere all’ingrata mansione. Terminato il «lavoro» Luigi Zinani
viene assassinato con un colpo alla tempia. E a lui devono proprio pensare i
tedeschi. Ma non tutti hanno la stessa tempra. Qualcuno ha lo stomaco in disordine, dice di doversi allontanare per una urgenza. Altri si guardano intorno
a mo’ di sentinelle, il più lontano possibile.
Un veterano prende la vanga, la soppesa, è robusta e ben equilibrata. Si
dirige quindi sul più giovane, Bruno Spaggiari. Gli appoggia la lama sulla
testa, per prendere le misure, come si fa con l’accetta quando si spacca la legna. La alza in alto… il colpo non parte. Magari sbaglia di proposito il primo
fendente: il divertimento non può finire così presto. Pietà, grida il compagno,
lui non c’entra, prenditela con me, cane rognoso. I tedeschi si scambiano occhiate d’intesa l’un l’altro e ridono: non avere fretta, bandito, noi accontentare
te presto. Bruno Spaggiari chiude gli occhi, insacca la testa, per quello che
può, come si fa quando ci si aspetta uno scappellotto, ma poi non ce la fa,
deve riaprirli, li apre e li richiude, li riapre e di nuovo li richiude: vede degli
stivaloni davanti a sé, vede il verde della campagna in una giornata di sole,
110
vede in cielo il disegno di qualche nuvoletta inoffensiva, poi chissà, vede, non
vede gli spruzzi di sangue che inondano la terra, gli stivali degli assassini, il
volto dei compagni.
«Visto come si fa?», dice il veterano agli altri che ridono. Sono ubriachi? Di
odio e di paura sicuramente sì. Il secondo deve dimostrare che è bravo quanto
e più del primo. Walter Manzotti non impreca, non urla più, trova solo la forza
di piangere sommessamente mentre cerca di infilare la faccia nel terriccio, per
trovare rifugio nella grande madre Terra. «Partigiano, bandito, traditore! Pensavo che mi sarei divertito di più» gli urla l’assassino nel fendere il colpo.
Nella casa vicina le donne si stendono sul letto. È finita, se si può considerare finito un incubo che non può non accompagnarci ancora, e per sempre.
Nota personale
Non ho conosciuto lo zio Bruno: quando è stato ucciso avevo meno di tre anni.
Inoltre, da circa un anno i miei si erano trasferiti a Villaguardia di Como. Mio padre
lavorava allora alla Candele Maserati, fabbrica considerata strategica dai tedeschi;
perciò era stata dislocata in luogo considerato più protetto e più vicino alla Germania,
per sottrarsi alle continue interruzioni della produzione dovute ai bombardamenti alleati. Pertanto non eravamo presenti all’epoca dei fatti, e i miei genitori appresero della
tragedia solo al ritorno da Villaguardia, un paio di mesi dopo circa.
Io non l’ho conosciuto, ma lui sì. Mi hanno raccontato che, ragazzino dodicenne,
faceva la faccia feroce in prossimità della mia nascita e nei miei primi mesi di vita: «gli
faccio qui, gli faccio là, ecc.». Ma, poi, quando riteneva di non essere osservato, veniva
a coccolarmi e a giocherellare in vario modo per tenermi tranquillo, magari soffiando
leggermente nella sua inseparabile tromba.
Ho conosciuto invece lo zio Augusto, ma, purtroppo, non mi ha mai parlato della
sua militanza partigiana e neppure di questi fatti, né io, ancora purtroppo, l’ho mai
interpellato in merito. Nel 1946, aveva avuto un figlio, che aveva chiamato Bruno,
come il fratello assassinato. Ma quel nome non gli ha portato fortuna perché, due anni
dopo, il poverino è morto di malattia e ora è sepolto nel cimitero di Villa Masone nella
stessa tomba dello zio. Augusto Spaggiari è morto a quarant’anni, per infarto, quando
io ne avevo circa venti. L’ho conosciuto come un uomo forte e deciso, ma chissà quale
tarlo roditore ha accompagnato il resto della sua vita, fino a portarlo alla prematura
scomparsa.
111
«Vado al Moro»
Documenti e testimonianze
a cura di Lorenzo Capitani
Con questo titolo, nel maggio dello scorso anno scolastico, si è svolta, al
Liceo Scientifico «Aldo Moro» di Reggio Emilia, un’iniziativa che ha inteso ricostruire il contesto storico e politico che portò nel 1978 l’allora 2° Liceo Scientifico a darsi un’intitolazione così significativa, proprio a pochi mesi dal tragico
epilogo del rapimento di Aldo Moro.
Nell’intitolazione di una scuola c’è sempre qualcosa che merita di essere
indagato, poiché il microcosmo che essa rappresenta può spesso illuminare
un momento, un passaggio di una vicenda culturale mai del tutto secondario
nella storia di una comunità.
La chiacchierata di una mattina, con diverse testimonianze di docenti presenti nei momenti decisionali relativi a quella scelta, ha messo in evidenza elementi così interessanti che ci hanno spinto ad una ricostruzione più meditata,
che ci piace proporre in questa sede, come piccola riflessione storica su un
momento delicato della vita della nostra città.
Va detto innanzitutto che si arrivò a quella decisione, nell’ottobre del 1978,
dopo una discussione assai vivace del Collegio Docenti, molto diviso al suo interno, con motivazioni politiche e culturali che attraversavano trasversalmente
i vari schieramenti.
Chi erano quei docenti, che cosa rappresentava quella scuola nella geografia formativa di Reggio, perché tante discussioni e tante opposizioni, come
giudicare infine quella scelta oggi a trent’anni di distanza?
Ci sembrano domande di un certo interesse, anche per ricavare uno spaccato attendibile dell’origine di un Istituto che da allora ha occupato un posto
sempre più rilevante nel sistema scolastico reggiano.
In questo numero pubblichiamo due documenti che rappresentano in un
113
certo senso l’origine e la conclusione della storia: la formale richiesta in sede
di Consiglio provinciale, da parte di Gustavo Simonelli, a nome della Democrazia cristiana, di intitolare il 2° Liceo Scientifico ad Aldo Moro (seduta del 16
maggio 1978), la comunicazione del presidente Parenti al Consiglio provinciale di una lettera del preside del Liceo con la comunicazione della decisione
del Collegio dei professori (seduta del 21 novembre 1978).
Pubblichiamo altresì una prima vivace testimonianza di Ugo Pellini, allora giovane insegnante alle prese con un dibattito che si fece presto
incandescente.
Nel prossimo numero presenteremo altre interviste e testimonianze, con le
quali ci ripromettiamo di offrire un quadro più esauriente.
Naturalmente chi volesse mettersi in contatto con la redazione per contributi o informazioni sarebbe il benvenuto.
Documenti
documento 1
Provincia di Reggio Emilia
Palazzo Salvador Allende
Verbale
delle Deliberazioni del Consiglio provinciale
Seduta del 16 maggio 1978
Sessione straordinaria
[...]
oggetto:
Comunicazioni: varie ed eventuali: ... Lettera del gruppo DC con richiesta
di intitolare una scuola alla memoria dell’on. Moro ...
PRESIDENTE:
Pur ricordando che abbiamo commemorato la figura dell’On.le Aldo Moro
e del barbaro assassinio di cui è stato vittima nella seduta congiunta del
Consiglio Provinciale e del Consiglio comunale tenuta nella sala del Tricolore
desideriamo ancora ricordare la sua lata [sic] figura e reiterare e riconfermare
l’omaggio di tutto il Consiglio Provinciale, di tutti i suoi gruppi ed il proponimento che anche nel nostro Consiglio si abbia a seguire il suo alto insegnamento.
114
A proposito della scomparsa di Aldo Moro diamo comunicazione di una
lettera pervenuta dal gruppo democristiano che dice:
«Al Signor Presidente, ai signori capigruppo del pci, psi, psdi del Consiglio
Provinciale, a nome del gruppo della Democrazia Cristiana della Provincia
avanzo formale richiesta di intitolare una scuola della nostra Amministrazione
(il 2° Liceo Scientifico) alla memoria dell’On.le Aldo Moro recentemente e tragicamente scomparso. Sarebbe questa la testimonianza più efficace da parte
della nostra Amministrazione per onorare lo statista barbaramente trucidato
dalle brigate rosse».
Chiedo che della presente richiesta [sia] informato il Consiglio Provinciale
nella odierna seduta convinto dell’adesione della Giunta e dei gruppi consiliari
alla presente proposta porgo rispettosi ossequi.
Simonelli Gustavo
[...]
documento 2
Provincia di Reggio Emilia
Palazzo Salvador Allende
Verbale
delle Deliberazioni del Consiglio provinciale
Seduta del 21 novembre 1978
Sessione straordinaria
[...]
Ho il piacere di dare – inoltre – lettura di una lettera pervenuta dal Preside
del Liceo Scientifico II che soddisfa anche la proposta del gruppo democristiano a suo tempo.
«Egregio Signor Presidente, ho il piacere di comunicare che il collegio dei
professori di questo Liceo nella seduta del 16 ottobre u.s. ha deliberato a maggioranza di accogliere la proposta avanzata dai gruppi consiliari provinciali
relativa alla intitolazione del II° Liceo Scientifico all’Onorevole Aldo Moro.
Assicuro la S.V. che questa presidenza avvierà per quanto le compete tutte
le pratiche necessarie affinché la delibera trovi concreta attuazione nel più
breve tempo possibile».
[...]
115
Testimonianze
Ugo Pellini
Il nome del Liceo Moro
Nell’autunno del 1978 fu convocato il Collegio dei docenti dell’allora Liceo
scientifico 2° di Reggio Emilia, per decidere sul nome da dare a questo Istituto,
nato appena tre anni prima da una divisione con il Liceo scientifico «Spallanzani», orami diventato troppo grosso e numeroso. La divisione dei due Licei non
era stata né semplice né indolore; si era optato per la scelta personale di ogni
singolo docente a partire dall’anzianità di servizio con il risultato che i docenti
più anziani avevano optato per lo Spallanzani, quelli più giovani si erano ritrovati tutti nel Secondo Liceo. In realtà alcune scelte personali avevano fatti sì
che i docenti di sinistra avessero scelto di stare con i «giovani».
Erano i tempi delle grandi «passioni politiche», del «compromesso storico»,
del «terrorismo» e della forte politicizzazione nella scuola. Da pochi mesi era
stato assassinato l’onorevole Aldo Moro e l’Amministrazione provinciale aveva
richiesto al Liceo scientifico 2° che la scuola fosse intitolata all’insigne politico
democristiano.
I docenti di quel collegio erano poco più di una trentina: le classi erano in
calo visto che la scuola giovane era poco conosciuta e i reggiani preferivano
iscrivere i loro figli al più collaudato «Spallanzani». Come un po’ in tutte le
scuole di quel periodo vi erano, sia tra i docenti che tra gli studenti, grossi
scontri tra «conservatori di destra» e «rivoluzionari di sinistra»; non mancavano,
ma erano meno visibili, i «moderati».
In un’aula dell’edificio, allora in via Franchetti, il preside Barozzi, conosciuto in città come esponete dell’ucim (Unione cattolica insegnanti medi), presentò e caldeggiò la proposta della Provincia, naturalmente sottolineando la
figura di Aldo Moro e facendo presente l’importanza della scelta che stavamo
per fare. Al momento della discussione si scatenò la bagarre: questo nome fu
subito contestato da insegnanti noti come extraparlamentari di sinistra, come
si diceva allora, che misero in evidenza come fosse prematuro dare un giudizio su un onorevole democristiano, da tempo considerato come esponente
di un «regime» e con tanti scheletri nell’armadio. Ricordiamo che al tempo del
rapimento di Moro si erano battuti due schieramenti: «il partito della fermezza»
che non voleva riconoscere politicamente le br e quello di che voleva che fosse salvata la persona trattando con i terroristi. In campo, anche se molto minoritaria, c’era anche la posizione di che diceva «né con lo Stato, né con le br».
A questo punto intervennero con vigore due insegnanti legati al pci (partito
comunista italiano) affermando che questa decisione era importante per la
democrazia del nostro paese, che tutta la città ci guardava, e che se avessimo
risposto negativamente alle richieste della Provincia avremmo fatto il gioco dei
brigatisti. A loro diedero man forte anche altri insegnanti legati alla Democra-
116
zia cristiana che sottolinearono l’importanza della democrazia e del massimo
sacrificio di uno dei loro massimi esponenti. Era la riproposizione in collegio
docenti del compromesso storico.
Non del tutto inaspettatamente intervenne a questo punto un docente noto
per le sue posizioni conservatrici che espose pacatamente le sue idee: era
assurdo dare il nome di un Liceo scientifico ad un personaggio, anche se importante, che non aveva nulla a che fare con la cultura scientifica e suggerì,
in alternativa a Moro, il nome di Cartesio. Un’altra insegnante, nota per la sue
posizioni «moderate», propose il nome di Giovan Battista Venturi, uno scienziato reggiano conosciuto per le sue scoperte nel campo della fisica.
La discussione proseguì però sui binari «politici»; ci fu anche chi polemizzò
dicendo che se le br avessero ucciso Berlinguer (segretario del pci) invece che
Moro molti non si sarebbero posti il problema di discuterlo ed accettarlo; ci
furono altri interventi sul «personaggio Moro»: c’era chi ne sottolineava i pregi
e chi i difetti.
Alla fine, visti gli scontri anche personali, fu richiesto che la votazione fosse
fatta a scrutinio segreto; prevalsero di poco (credo sedici contro quattordici)
i favorevoli al nome Moro e dall’anno scolastico successivo il Liceo assunse il
nome di Liceo scientifico «Aldo Moro».
Sulla base degli interventi è probabile che votarono a favore gli insegnanti
legati al pci e alla dc (i sostenitori del compromessi storico) contro quelli legati
ai cosiddetti gruppi extraparlamentari di sinistra e gli insegnanti più tradizionalisti o di destra.
Io, al mio primo collegio in quella scuola, non intervenni e votai contro.
117
Osvaldo Salvarani
«Un socialista weberiano»*
Hermes Grappi
Siamo qui riuniti sorretti dalla consapevolezza che la memoria è un prezioso patrimonio dei sopravvissuti.
Però, sappiamo che questa ricchezza è deperibile perché è esposta non
solo alla dialettica del ricordo ma, purtroppo, anche all’amnesia.
Oggi, sfortunatamente, i riflettori sono puntati su un’immagine dilatata del
presente. Ciò conduce ad una pericolosa svalutazione del passato e di chi è
depositario dell’esperienza del passato stesso.
È fuor di dubbio che chi non ricorda, non vive!
Ecco perché vogliamo ricordare, evocare, il Comandante partigiano Aldo –
Osvaldo Salvarani.
L’inadeguatezza delle mie parole per assolvimento del compito affidato,
la povertà delle locuzioni, non potranno, di certo, annebbiare la sincerità del
vostro e del mio autentico sentimento di affetto, di gratitudine e davvero di
ammirazione e stima per il caro amico e compagno scomparso.
A nome dell’istoreco, vogliamo qui riconfermare la solidarietà e il cordoglio
ai famigliari dello scomparso: allo stimato figlio dottor Carlo, ai giovani nipoti
Daniele e Anastasia e ai fratelli Sabatini – figli dell’amata sorella.
Non ho incontrato Aldo durante la guerra partigiana perché operavo in città
*Pubblichiamo il testo che Hermes Grappi ha letto all’assemblea dei soci di istoreco, il 9 maggio
scorso, in memoria di Osvaldo Salvarani Aldo
119
nella 76a sap – III Btg, in condizioni davvero non meno rischiose dei partigiani
in montagna.
Ho, invece, conosciuto Osvaldo immediatamente dopo la liberazione.
E particolarmente in questi ultimi cinque lustri, ho avuto la fortuna di avere
con esso un’assidua e costante frequentazione in occasione di conviviali, e fecondi, incontri settimanali in compagnia degli straordinari e compianti: Marta
Ferrari, Vittorio Cavicchioni, Loris Malaguzzi, Athos Porta ed altri. Ho dunque
avuto l’opportunità di poter, d’appresso, apprezzare le qualità etiche, umane
ed ideali di Osvaldo Salvarani.
Figlio di un socialista prampoliniano – (custode della Cassa di risparmio)
Osvaldo Salvarani – allorché costretto dalla funesta guerra di Mussolini – a
venticinque anni – con il grado di tenente di fanteria – fu sul fronte grecoalbanese nel 1940-41 e successivamente dopo quattro anni – nel giugno del
1944 – senza alcuna cartolina di precetto – fu tra le formazioni partigiane nella
montagna reggiana.
1940-1944. Dalla guerra fascista, alla lotta armata
Uno snodo; uno scarto; un mutamento che rappresenta, in modo paradigmatico, l’inevitabile sconfitta del nazi-fascismo e l’inizio di una profonda ed
incisiva svolta storica del nostro paese. Dunque una fulminea e straordinaria
accelerazione della storia che ha mutato l’esistenza di generazioni.
La scelta – che ha attraversato quel presente di Osvaldo – non fu imposta,
né obbligata ma libera, coraggiosa (oltreché rischiosa) ancorché non riconducibile ad una precedente militanza clandestina in un partito antifascista. Scelta
esclusivamente determinata dai suoi sentimenti democratici liberali e dunque
sostanzialmente in coerenza con gli ideali socialisti prampoliniani del padre
Dante.
Lassù… in montagna – dopo una grave crisi delle formazioni partigiane – a
seguito del potente e disastroso rastrellamento tedesco avvenuto nell’estate
del 1944, il cln provinciale – precisamente il 5 settembre 1944 – procedette
alla costituzione di un Comando unico militare – zona montana – anche per
contenere pericolose spinte frazionistiche che si erano manifestate tra le formazioni garibaldine e Fiamme Verdi. A tale scopo, dopo pochi giorni, Osvaldo
Salvarani fu nominato capo di stato maggiore del medesimo comando. Il professor Giuseppe Giovanelli, nel suo interessante libro La 284a Brigata Fiamme
Verdi, commenta così quella nomina: «Osvaldo Salvarani, un elemento tale che
svolgerà per esperienza militare e onestà personale un ruolo equilibratore e
legalitario».
Qui, in guisa icastica, sono giustamente riconosciute qualità che accompagneranno costantemente tutta la vita e l’attività pubblica, amministrativa e
professionale di Osvaldo – svolta con particolare discrezione.
120
Nei confronti dei fatti delittuosi, accaduti nella nostra provincia, immediatamente dopo la Liberazione, per responsabilità di partigiani, Osvaldo Salvarani,
nel silenzio di molti, il 7 ottobre 1945, sull’organo dell’anpi «Volontario della
libertà», ebbe il coraggio di condannare duramente i responsabili degli omicidi scrivendo tra l’altro: «Altri partigiani hanno dunque disonorato il nostro
nome, insozzando ed infangando la memoria dei compagni caduti»… e proseguendo… «Contro coloro che sbagliarono e commisero violenze e rapine si
prendano provvedimenti energici, si consegnino alla giustizia e si rendano di
pubblica ragione».
Ottobre 1945. Quanta preveggenza e attualità!
Vi è qui singolare e straordinario esempio dell’autenticità della lotta partigiana, dell’onestà di un suo bravo comandante. Vi è qui una bella testimonianza
di un antifascista democratico, inflessibile, severo nemico di ogni illegalità.
Immediatamente dopo la Liberazione, a seguito dell’insistenza dell’indimenticabile sindaco di Reggio, Campioli, Osvaldo assunse la responsabilità di
assessore alle Imposte tributi al Comune e, alle prime elezioni amministrative
libere, si presentò nella lista di sinistra come indipendente.
Nello stesso periodo, Osvaldo inizia il suo impegno professionale nel movimento cooperativo reggiano come direttore della Federcoop, successivamente direttore amministrativo del Consorzio cooperativo ferrovie reggiane, poi
direttore della Banca cooperativa popolare di Reggio, indi presidente della
stessa.
Per il suo prestigio professionale e serietà fu pure chiamato da aziende
private a svolgere la funzione di sindaco revisore.
In breve; nella sua lunga, capace e stimata vita professionale, Osvaldo, non
si staccò mai dal suo totale servizio per le strutture pubbliche e cooperative,
proseguendo il suo impegno ed interesse per l’anpi e l’istoreco.
Questa fu la sua cifra etica. È la stessa del figlio: apprezzato dottor Carlo.
Non può sfuggire che nelle scelte del padre Osvaldo e nel figlio Carlo vi è il
segno del weberiano principio dell’«etica della responsabilità».
È fuor di dubbio che la comunità reggiana deve molto a Osvaldo Salvarani;
esemplare patriota antifascista a tutto tondo. Opportuno e doveroso dunque
il proposito della giunta di Reggio di consacrargli una via. Pure, bene ha fatto
Massimo Storchi a dedicargli l’ultima sua pregevole opera: Il sangue dei vincitori.
Osvaldo ci ha lasciato una preziosa eredità. Questo tesoro è la ricchezza
del nostro presente. Noi vogliamo costruirlo con affetto e riconoscenza. Ci
conforta ricordare la straordinaria lucidità mentale di Osvaldo mantenuta sino
all’ultimo istante. Ciò non gli ha mai fatto apparire la vecchiaia più ingrata della morte, almeno sino alla scomparsa dell’amata consorte: Caterina Bertolini.
Osvaldo era ben cosciente e amareggiato perché viviamo in epoca galleg-
121
giante, ondeggiante, povera di punti saldi di riferimento e solidi ancoraggi.
Malauguratamente viviamo in un paese impaurito, diviso, chiuso in se stesso e
pervaso da un’indecente tolleranza morale e di colpevole indulgenza nei confronti di molte insulsaggini. Viviamo in un paese sommerso da insopportabili
anomalie e schiacciato da un colossale conflitto di interessi.
Vi è chi tenta di distruggere il nostro passato: la Resistenza, l’antifascismo
persino il Risorgimento. Davvero tentano di rubarci la verità, e anche con becero populismo, deturpare i nostri valori umani.
Ma non ci riusciranno perché i nostri ideali, i nostri valori, la nostra storia
ha saputo dare all’Italia uomini come Osvaldo Salvarani e Ermanno Dossetti,
dai quali abbiamo ricevuto e conserviamo un nobile testimone.
122
Autunno 1944 – Il Comando unico delle formazioni partigiane reggiane. Osvaldo Salvarani Aldo
è il secondo da sinistra
Didattica
Intervistiamo… la nostra storia
I Ragazzi di Vezzano*
Matthias Durchfeld
Il film
Ragazzi di Vezzano è il titolo di un breve film documentario, realizzato da
istoreco in collaborazione con la classe 3aB della scuola media «Angelo Manini»
ed il comune di Vezzano, nell’ambito del progetto di storia contemporanea
«Intervistiamo... la nostra storia», svoltosi nella primavera 2008.
La trama
Tramite interviste a tre protagonisti/testimoni, gli studenti raccontano la
storia del gruppo antifascista di Vezzano «Soccorso Rosso», dei numerosi arresti fino alla fuga collettiva dal carcere di Reggio Emilia, il San Tommaso, il 15
ottobre 1944.
Dall’ottobre 1943, alcuni gruppi di ragazzi raccoglievano contributi destinati alle famiglie dei prigionieri politici ed ai primi partigiani. Inoltre si riunivano
per leggere la stampa clandestina antifascista. Ma l’Ufficio politico investigativo (upi) della gnr (Guardia nazionale repubblicana) era riuscita ad
infiltrare un informatore, loro compaesano, nel gruppo. E così, nell’aprile
*Ragazzi di Vezzano, 2008, regia Nico Guidetti, istoreco 2008, è disponibile presso il Comune di
Vezzano e presso Istoreco.
125
1944, i ragazzi antifascisti del «Soccorso Rosso» di Vezzano sul Crostolo
venivano quasi tutti arrestati.
Le percosse, le fucilazioni per rappresaglia e le minacce di essere deportati in Germania portarono i componenti del gruppo a tentare, una
volta passati dal carcere dei Servi a quello di San Tommaso, un’evasione
collettiva.
Dopo il fortunato esito del loro piano, tanti dei ragazzi di Vezzano raggiunsero le formazioni partigiane operanti in montagna.
È l’unica fuga di gruppo riuscita di cui si abbia memoria.
Il progetto 2008
A tutt’oggi, solo un articolo di Guerrino Franzini, comparso sul numero 7-8
di «RS-Ricerche Storiche» nel lontano 1969, raccontava dell’evasione dei detenuti antifascisti dal carcere di San Tommaso. Un storia praticamente dimenticata. Era il momento giusto, quindi, per riscoprirla e documentarla con i nuovi
mezzi di comunicazione, rendendela fruibile alle generazioni di oggi.
La storia dei Ragazzi di Vezzano, per la sua particolarità e ricchezza di dettagli, ha consentito di costruire sia un percorso storico-didattico sia un percorso storico-culturale, che andrà ad arricchire non solo le «esperienze didattiche»
della Media di Vezzano ma anche l’archivio del Comune, a futura memoria.
Ripercorriamo gli aspetti più importanti della storia su cui è stato costruito
il progetto didattico:
•I prigionieri vezzanesi vennero arrestati esclusivamente per reati di opinione. Gli studenti hanno potuto rendersi conto delle ingiustizie che furono
commesse durante il periodo della dittatura fascista e della guerra anche
nel territorio di Vezzano e dei sacrifici che la generazione dei loro nonni, se
non addirittura dei bisnonni, ha dovuto affrontare per porre le basi di una
società più giusta e democratica.
•Gli studenti hanno avuto l’opportunità di affrontare i temi quali «il tradimento», «il carcere», «la tortura». Si sono misurati, poi, su questioni delicate
e complesse quali il «coraggio di non piegarsi», «la forza della solidarietà» e
con i protagonisti/testimoni hanno condiviso la gioia della Liberazione.
•I prigionieri vezzanesi conobbero in carcere il partigiano Natale Romagnoli,
personaggio centrale del progetto scolastico con istoreco nel 2007. Per gli
studenti esisteva, quindi, un contesto storico conosciuto e una continuità
didattico-educativa.
•Il Comune ha potuto cogliere l’occasione di produrre delle videointerviste
di alta qualità professionale per il proprio archivio. Oggi, quindi, è in pos-
126
I testimoni ad una finestra del carcere San Tommaso
sesso di nuovi documenti per lo studio della storia e della memoria della
persecuzione fascista a Vezzano e dei vezzanesi che aderito al movimento
partigiano reggiano.
•Il Comune ha prodotto un film documentario in collaborazione con i protagonisti e nei luoghi storici.
La realizzazione
Dopo alcune lezioni di introduzione storica e programmazione delle interviste, gli studenti hanno svolto piccole ricerche all’Archivio comunale e nel
Polo archivistico-istoreco.
Successivamente si è passato alle tre videointerviste con i protagonisti/testimoni. L’impegno della professoressa Bruna Lolli, la pazienza del videomaker
Nico Guidetti e la piacevole naturalezza degli intervistati ne hanno fatto per
gli studenti delle lezioni di storia davvero particolari.
Sicuramente ha giocato a favore dell’attenzione degli studenti la possibilità
di accedere alla storia, quella «seria», tramite il racconto di un atto di disobbedienza, con aspetti avventurosi come la fuga da un carcere.
La stessa motivazione ha funzionato anche durante la visita, insieme ai
protagonisti/testimoni, all’ex-carcere di San Tommaso, luogo della loro detenzione e della fuga.
I problemi
Rimane sempre difficile accordare i tempi della scuola con le necessità di
un progetto che coinvolge un alto numero di persone esterne. Questa complessità, d’altronde, è uno dei punti a favore dello stesso progetto, possibile
solo con persone che non si arrendano alla routine scolastica.
Altro problema è stato quello della «timidezza» degli studenti. Davanti alla
telecamera accesa, diveniva difficile convincerli a partecipare attivamente alle
interviste. Questa difficoltà crediamo non sia da risolvere a tutti i costi, ma
semplicemente da tenere in considerazione, agendo a piccoli passi, senza
imposizioni o forzature.
I risultati
Oltre all’obiettivo principale dello studio del ’900, sono stati raggiunti diversi altri risultati:
•Gli studenti hanno conosciuto il luogo dell’archivio e si sono avvicinati alla
storia orale, al lavoro con i testimoni.
128
•Hanno prodotto materiale documentaristico e partecipato alla costruzione di
uno strumento complesso come un vero e proprio film.
•Hanno scoperto il fascino e la forza del «fare» in prima persona, piuttosto
che consumare passivamente del materiale storico confezionato da altri.
•Sì è, infine, sperimentato l’incontro intergenerazionale.
A testimonianza del successo di tale dialogo, il 23 giugno 2008, vi è stato
un evento pubblico a conclusione del progetto. Alla proiezione del film erano
presenti tutti: i «ragazzi» di ieri e quelli di oggi. Accanto a loro un’ampia parte
della cittadinanza, il sindaco, Paolo Pagnozzi, e la presidente della Provincia,
Sonia Masani. Raramente, possiamo dire con soddisfazione, si è notata una
presenza così numerosa di studenti e genitori durante l’annuale commemorazione della strage della Bettola.
Generazioni a confronto
129
Il Muro dei nomi – 76.000 ebrei, di cui 11.000 bambini, deportati dalla Francia dai nazisti con
la collaborazione del governo di Vichy
Come insegnare la storia
della Shoah1?
Una riflessione sul contenuto, sul metodo
e sulla formazione dei formatori
Alessandra Fontanesi
Una grande opportunità, personale e professionale, quella che mi si è presentata il maggio scorso: poter inoltrare la candidatura per frequentare il corso
di formazione universitaria, per docenti in ruolo francesi delle scuole secondarie di primo e secondo grado, presso il Mémorial de la Shoah di Parigi.
Un’occasione fornitami da uno dei maggiori storici contemporanei, e maestro
di umanità, Georges Bensoussan: responsabile scientifico della Revue de l’Histoire de la Shoah.
Il corso che si è svolto a Parigi dal 6 al 12 luglio 2008, ovviamente in lingua
francese, nasce con la finalità di dotare i docenti di lettere, storia, geografia
e filosofia dell’«attrezzatura» culturale, storica e didattica per poter affrontare
nel modo più opportuno l’insegnamento della Shoah, il genocidio del popolo
ebraico, nelle scuole di ogni ordine e grado. Poiché in Francia, sia l’insegnamento del secondo conflitto mondiale sia quello della Shoah (così come in
letteratura i testi di Primo Levi), fanno parte dei curricoli delle classi terminali
e intermedie dei vari ordini di scuola.
Una grande opportunità è stata anche quella di potermi confrontare con
i colleghi francesi, scambiare opinioni sui rispettivi sistemi scolastici e sulle
esperienze svolte su questo preciso argomento: l’impressione ricevuta è largamente positiva. I professori con cui mi sono trovata più in stretto contatto
131
si sono rivelati per preparazione, motivazione e qualità dei progetti sull’insegnamento della Shoah già realizzati – compresa l’organizzazione di un viaggio
della memoria ad Auschwitz con i propri ragazzi – decisamente qualificati.
Non ultima nota a favore del sistema educativo d’Oltralpe: l’età media dei
corsisti era fra i trenta e i trentacinque anni, fra cui docenti venticinquenni
neoimmessi in ruolo.
Venendo alla struttura del corso parigino, si può affermare senza dubbio
che sia stato rilevante per qualità e tipologia degli interventi dei relatori: oltre a Bensoussan stesso, Henry Rousso, Denis Peschanski, Katy Hazan e Joël
Kotek fra gli altri per un totale di quarantasette ore di docenza comprese le
visite al Musée d’Art et d’Histoire du Judaisme2, la visita guidata all’esposizione
permanente del Mémorial de la Shoah, e quella al campo di concentramento di Drancy3, nella banlieue parigina, «anticamera della morte» per migliaia
di deportati ebrei dalla Francia ai campi di sterminio situati nella Polonia
occupata.
La natura del corso prevedeva di mettere a conoscenza l’insegnante della
metodologia dell’insegnamento della Shoah a 360°: quindi durante l’Université
d’été abbiamo avuto la chance di incontrare e parlare con alcuni sopravvissuti
delle persecuzioni antisemite durante il secondo conflitto mondiale e, alcuni di
loro, reduci dai campi. Donne e uomini, un tempo bambini perseguitati, che
ormai da molti anni svolgono il loro «lavoro» testimoniale: Ida Grinspan, Henri
Borlant e Larissa Cain.
Le sessioni di studio sono state poi magistralmente coordinate e condotte
da Philippe Boukara e, dal responsabile della Formazione docenti del Mémorial de la Shoah, Iannis Roder, docente di storia e geografia in una scuola
«media» (collège) della periferia parigina.
Perché insegnare la Shoah: questioni di metodo e contenuto
Perché un corso universitario sull’insegnamento della Shoah? Per i francesi, dal punto di vista della costruzione della memoria nazionale e della ricerca
storica, la «scoperta» della Shoah come evento storico che colpisce – nella terra
dei diritti dell’uomo – cittadini francesi considerati ebrei da leggi dello Stato
di Vichy e cittadini stranieri risiedenti su suolo francese sempre considerati di
«razza» ebraica per le ragioni di cui sopra, diventa oggetto storico a partire dagli
anni ’80. Per una serie di coincidenze internazionali e per il processo a Klaus
Barbie a Lione4, fortemente mediatizzato, e che conduce nelle case di tutti i
francesi le storie di uomini, donne e bambini perseguitati e uccisi in quanto
ebrei. Da lì la «scoperta» di un’altra memoria e un’altra storia, oltre a quella
cristallizzata e reificata della Résistance, e di un’altra deportazione: quella che
andava alla ricerca di uomini, donne e bambini per «eliminarli dalla faccia della
terra» in quanto nemici tout court per il semplice fatto di essere nati, e non
per aver commesso presunti crimini. Dagli anni ’90 a oggi, un lavoro lungo,
132
Il campo di concentramento di Drancy, alle porte di Parigi, anticamera della morte del campo
di sterminio di Auschwitz-Birkenau
travagliato e coraggioso, ha coinvolto oltre che storici dell’età contemporanea,
anche la République – lo Stato francese – che ha infine posto rimedio ai molti
anni di oblio nei confronti della Shoah, ammettendo anche la complicità del
«cosiddetto» governo dello Stato francese di Vichy nella persecuzione degli
ebrei. Lavoro non privo di scogli che ha portato, per ciò che concerne l’educazione dei futuri cittadini francesi, all’inserimento dell’insegnamento della
storia della Shoah nei programmi scolastici, con consigliabile visita sui luoghi
di memoria; un insegnamento che non sia solo un approfondimento del periodo del secondo conflitto mondiale. Da qui nasce ovviamente l’idea di saper
insegnare la «catastrofe» del popolo ebraico in modo adeguato.
Perché insegnare la Shoah instancabilmente? Perché a volte «privilegiarla»?
In questo momento di hypermnésie della memoria della Shoah, come l’ha
chiamata Bensoussan, ossia di esaltazione della memoria del genocidio del
popolo ebraico, c’è ancora bisogno di insegnarlo? Risposta: sì, ma ciò che
emerge dal messaggio acquisito all’Université d’été è soprattutto la necessità di
studiarla bene, e quindi di insegnarla altrettanto bene. Scientificamente.
Ragionando per comparazione non posso che riferirmi qui al panorama
italiano dove, quasi in antitesi al «modello» francese, la scientificità e il lavoro
133
storiografico – non solo in riferimento all’ambito specifico della Shoah – lasciano spesso il posto alla sovraesposizione memoriale e quindi, emotivaemozionale, di ciò che è stato il genocidio degli ebrei. In Italia, a partire dagli
anni ’90, e nel corso del decennio successivo5, si assiste alla grande esplosione
dell’insegnamento della Shoah fortemente legata all’esperienza del racconto
del testimone, alla presa di parola di chi ha vissuto sulla propria pelle gli
eventi. E oggi, lo studio delle fonti e/o delle maggiori ricerche riguardanti il
tentativo quasi riuscito di distruzione degli ebrei d’Europa, è marginale per
chi sceglie di affrontare il tema in classe. È vero, parafrasando la direttrice
dell’Istituto di Rimini, Laura Fontana, che da anni si batte per affrontare il tema
con uno studio serio e metodico delle fonti, che c’è dell’approssimazione6. In
Italia si pensa ormai troppo spesso di risolvere lo studio della Shoah con un
«pellegrinaggio» nei luoghi (che sono sempre e quasi solo Auschwitz, inserendo a volte la visita del campo come una tappa mordi e fuggi all’interno di
una gita scolastica) o con l’emozione suscitata dall’ascolto della testimonianza,
senza contestualizzazione. È vero anche che, nelle rete degli Istituti, rare sono
le esperienze approssimative. Tuttavia credo che, per superare l’impasse, il
metodo francese di formare il formatore, avendo tutti i presupposti di sostegno statale che servono – insegnamento della Shoah nei programmi, riconoscimento della formazione docenti, valorizzazione di progetti didattici – sia la
strada da seguire.
Non da ultima rimane la questione: perché insegnare la Shoah? Perché, e
ritorno ai riferimenti francesi citando ancora una volta Bensoussan, è un crimine commesso contro ogni essere umano e non solo contro il popolo ebraico7.
Basterebbe questo per mettersi al lavoro.
Perché si tratta di un genocidio. E si tratta di genocidio, lo sappiamo bene,
quando si vuole eliminare un popolo dalla faccia della terra uccidendo anche
la sua progenie – i bambini – e coloro che assicurano la discendenza, le donne.
Entrare nella specificità del crimine commesso dai nazisti, e dai collaboratori
fascisti, significa che la storia del genocidio non deve essere banalizzata ma
esaminata nelle sue cause e radici, messa in contesto. La storia del genocidio
del popolo ebraico può essere paragonata, ponendo i giusti termini di paragone: se ne dimostreranno in questo modo la vastità del crimine commesso,
l’unicità dei milioni di vite umane perse e il fatto che i nazisti – e tutti i loro
collaboratori – siano riusciti nel loro tentativo di cancellare un popolo, una
cultura, delle usanze, delle credenze, dei saperi nell’Europa del XX secolo.
Ancora sul metodo
Affrontati i motivi per cui è consigliabile che i futuri cittadini acquisiscano
la «lezione» proveniente dall’evento storico in questione, acquisito che sopra
ogni cosa vale la precisione e la conoscenza delle fonti – ma questo per ogni
periodo a cui ci avviciniamo – resta ancora qualcosa da dire sul metodo e sulle
134
motivazioni all’insegnamento.
Il metodo. Rincuora aver ritrovato le strategie di approccio che anche istoreco, mutatis mutandis, utilizza nelle proposte didattiche: dalle lezioni, alle proposte didattiche sino al più ampio progetto di Viaggio della Memoria annuale,
lo sforzo è sempre stato quello di lavorare intrecciando più livelli: storia, memoria, territorio. Dalle specifiche proposte di lavoro della Université d’été da
svolgersi con i ragazzi, escono suggerimenti preziosi.
Decostruire i pregiudizi: un assunto di base e un metodo per procedere.
Qualsiasi siano le proposte didattiche che si vogliono svolgere con gli alunni,
si deve tener conto del contesto di insegnamento – della classe – partendo
proprio dalle domande «scomode» degli alunni. Quelle domande basate sul
pregiudizio antiebraico che ormai non serpeggiano più tra i banchi ma sono
spesso esplicitate; affermazioni che il docente deve essere in grado di smontare proprio grazie alla buona preparazione sull’argomento. Certo, oggi nelle
classi francesi affermazioni che poggiano su pregiudizi antisemiti sono più
frequenti che nelle classi italiane, tuttavia può capitare anche qui, e occorre
gestire la situazione approfondendo proprio la storia di quel cliché. Non passando oltre.
Uno dei cliché più ricorrenti è: «Perché gli ebrei non hanno fatto nulla, perché si sono lasciati massacrare?». Per smontarlo occorre analizzare il concetto
di «vittima», definizione utilizzata oggi in modo troppo diffuso e trasversale; si
pensi nuovamente al caso italiano in cui l’uso politico della storia del secondo
conflitto mondiale inserisce tutti (fascisti, resistenti e perseguitati) in questa
salvifica definizione. In secondo luogo. Gli ebrei non sono tutti vittime e non
lo sono sempre stati storicamente; insegnando la loro storia e la loro cultura
– che non coincidono metonimicamente con la storia della Shoah – questo è
evidente: quella del popolo ebraico è una storia di persecuzioni secolari ma
anche di resistenze e aggressioni sin dai tempi antichi. Esemplificando: per
smontare il cliché ebreo-vittima, nel periodo storico che abbiamo preso in
considerazione, basterebbe parlare delle varie forme di resistenza attuate in
condizioni estreme durante le varie fasi di persecuzione all’Est: dal ghetto di
Varsavia al centro di sterminio di Sobibor, fino alla rivolta dei Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau che il 4 ottobre del ’44 fecero esplodere il complesso di camera a gas e crematorio n. IV.
Tornando alle proposte di lavoro: si è già detto sopra quanto l’intreccio storia/scientificità, memoria e luoghi sia capitale anche nell’insegnamento della
Shoah appreso al Mémorial. Con alcune specificità: non mi soffermerò sulla
bibliografia consigliata di cui troverete ampi riferimenti sul sito del Mémorial,
preferisco approfondire l’approccio ai luoghi e l’uso della testimonianza. Partendo da quest’ultima, l’indicazione è netta: che sia «un buon testimone», una
voce che racconti la propria storia – e solo quella – e ci accompagni nei suoi
ricordi. Noi insegnanti dovremo preparare prima i ragazzi all’ascolto di una
testimonianza, con un’adeguata contestualizzazione storica; saremo sempre
135
noi a dipanare i ricordi che a volte distorceranno la realtà storica, perché la
memoria è viva e in continua mutazione. Noi, ancora una volta, avremo il
compito difficile di incanalare l’emozione scatenata dalla testimonianza in una
motivazione allo studio, in seguito più distaccato, dei fatti. Perché alle emozioni si colleghino fatti storici ben precisi.
Altro consiglio fondamentale: partire dalla storia e non dalla memoria, partire dai documenti e arrivare poi alle fonti orali. E cercare di essere il più distaccati possibile nell’affrontare la storia della Shoah proprio per non lasciare
adito e non indugiare in pietismi dannosi o, peggio, in spettacolarizzazioni del
dolore che banalizzerebbero il fatto storico. Ricordiamoci spesso che stiamo
facendo storia.
Sui luoghi. Visite auspicabili e non imprescindibili; viaggi sul luogo sempre
all’interno del «fare storia» e non vissuti come un pellegrinaggio catartico. I luoghi dove gli eventi si sono svolti: saranno da decriptare, a volte da leggere ex
novo perché immersi nell’oblio, a volte segnati da stratificazioni di memorie.
Sui luoghi con i documenti, con le fotografie (quando esistono), a volte con il
racconto del testimone che si intreccia alla narrazione storica sempre in primo
piano e che è il fil rouge per i nostri studenti.
Le microstorie. Un altro approccio didattico consigliato è quello di riutilizzare le microstorie di deportazione attraverso una serie di strategie laboratoriali
da realizzare in classe. Metodo conosciuto e utilizzato ma che, rispetto all’insegnamento della storia della Shoah, è particolarmente importante a causa del
tentativo dell’ideologia nazista (spesso raggiunto nei campi8) di disumanizzare
«l’ebreo». Restituire quindi un nome, un volto, ricostruire un percorso, il numero di convoglio, ritrovare gli ultimi documenti o biglietti scritti dal deportato
prima della partenza nel vagone bestiame, tutta questa analisi ha lo scopo
di smontare le grandi cifre e renderle umane. Poiché i sei milioni di persone
assassinate durante la Shoah sono uno+uno+uno… sino a sei milioni, sino a
restituire cioè dignità a un essere umano deportato per la sola colpa di essere
nato.
In conclusione
Capiamo bene in questo contesto quanto sia rilevante il ruolo del docente.
Quanto sia rilevante la sua preparazione, la sua attenzione ai percorsi e alle
strategie che deve essere in grado di elaborare e mettere in atto. Questa consapevolezza nata durante l’Université d’été al Mémorial de la Shoah di Parigi,
mi pare, in prospettiva, fondamentale: la centralità della formazione del docente. Concetto estendibile a ogni ambito di insegnamento, eppure così poco
centrale nel discorso educativo nazionale. Diciamo la verità: vedendo il ruolo
a cui è stata relegata la scuola italiana dalla metà degli anni ’90 a oggi, non è
possibile essere troppo ottimisti per il futuro.
Tuttavia, lo sforzo di rendere più autonomi i docenti attraverso l’aggiorna-
136
mento prima e la formazione poi, e meno «appoggiati» a un esperto del settore,
è sempre stato l’intento che muoveva e muove la rete degli Istituti storici. E
su questo, la volontà di indietreggiare non c’è: se il Ministero confermerà le
risorse (comandi) anche per gli anni a venire, le proposte formative di istoreco
per i docenti, sui temi della Shoah e più in generale sulla storia ’900 e l’educazione alla cittadinanza, non potranno che rivestire il ruolo fondamentale che
già hanno nella programmazione delle attività dell’Istituto. Il fine a cui tendere
è un insegnante autonomo nelle conoscenze che utilizzi l’istituzione storica
come risorsa e non come «stampella». Una bella scommessa.
L’unicum e l’humus
Vorrei ritornare su un concetto già precedentemente espresso e che prendeva spunto da una frase di Bensoussan: la Shoah è un crimine diretto contro
ogni essere umano e non solo contro il popolo ebraico. Frase, quest’ultima,
che mi permetterei di modificare in questo modo: la Shoah è, ad oggi, il crimine più efferato commesso contro l’umanità.
Ed è allo stesso tempo, sempre parafrasando lo storico francese, un avvenimento senza precedenti, ma non senza radici. Un unicum che ha delle
spiegazioni: ideologiche, storiche, sociali. Chi vuole intraprendere la strada
dell’insegnamento di questa storia sa che deve mettere in grado i propri alunni di andare ad indagare quelle radici, di ritrovarle nella storia europea del
pregiudizio antigiudaico9, humus del moderno antisemitismo e delle scienze
biologiche inneggianti al bio potere e alla eugenetica della fine del XIX e inizio XX secolo. Deve essere consapevole che non potrà più limitarsi a inserire
una videocassetta o risolvere la Storia con una Testimonianza, sa infine che
il solo «andare ad Auschwitz» non vaccina contro il razzismo. Poiché sono i
presupposti del «disastro» da esaminare: la spiegazione dei meccanismi antidemocratici sottesi alle ideologie naziste e fasciste, la base del consenso nazista,
le ragioni del fatto che il crimine più efferato commesso da esseri umani verso
loro simili sia stato realizzato non da barbari ma dalla nazione più civilizzata e
tecnologicamente avanzata dell’Europa in quel momento. Spiegare, analizzare,
studiare, comparare in un esercizio metodico e critico senza fine.
Provare a rendere consapevoli noi stessi, e i nostri studenti, di quel crimine
forse può renderci cittadini migliori.
Le Mémorial, c’est quoi?
Il Mémorial de la Shoah, Musée et Centre de Documentation Juive Contemporaine è un museo, memoriale e archivio sulla storia delle persecuzioni
antisemite in Francia nel periodo 1940-44. La storia del centro di studio, divulgazione e didattica della Shoah a oggi più importante in Europa, è complessa.
137
Il Mémorial de la Shoah, visto dall’aula didattica, la vetrata è composta da stelle di David
La composita struttura attuale (museo-memoriale-centro documentazione) è
figlia di periodi storici diversi.
Il cdjc: il Centro di documentazione ebraica contemporanea è creato a Grenoble, ovvero in zona di occupazione italiana prima dell’8 settembre ’43, per
«raccogliere le prove della persecuzione degli ebrei al fine di testimoniare e di
chiedere giustizia alla fine della guerra»10. Nonostante l’occupazione nazista,
le persecuzioni e deportazioni, alla fine del conflitto i responsabili del cdjc,
aiutati anche dalla Resistenza francese e dopo essersi trasferiti nella capitale,
riusciranno a raccogliere numerosi e rilevanti archivi dei carnefici: le carte del
Commissariato generale per gli Affari ebraici di Parigi, quello dell’ambasciata
e dello Stato maggiore tedeschi, della Delegazione generale del governo di
Vichy a Parigi e le carte fondamentali dell’Ufficio antiebraico della Gestapo.
Il lavoro di ricerca, riordino e pubblicazione inizia dopo la guerra, animato –
fra gli altri – da Léon Poliakof e dal fondatore del cdjc Isaac Schneersohn. Il
Centro di documentazione sarà consultato poi durante i procedimenti contro
imputati nazisti a Norimberga e in altri processi in Germania, Francia e in quello contro Eichmann in Israele, nel 1960. Nel 1980 il cdjc fornirà alla giustizia
francese il documento (il famoso «telex d’Izieu») che permette di procedere
all’incriminazione di Klaus Barbie durante il processo di Lione, documento
che consentì la condanna all’ergastolo del capo della Gestapo lionese per crimini contro l’umanità.
Oggi gli archivi sono consultabili al terzo piano dello stabile del Mémorial
de la Shoah in Rue de Geoffroy l’Asnier a Parigi (il catalogo è in Internet).
Il Mémorial du martyr juif inconnu: nasce dall’idea del fondatore del cdjc,
Isaac Schneersohn, che voleva consacrare un luogo e una tomba alle vittime
della Shoah. Un’idea non subito ben accolta da un parte della comunità ebraica francese che temeva un ripiegamento sul passato, idea che trovò tuttavia
piena realizzazione nel 1953 quando la prima pietra sarà posata su un terreno
donato dall’amministrazione parigina. Il Mémorial sarà inaugurato tre anni
dopo davanti alle delegazioni provenienti da tutto il mondo e con cinquanta
delegazioni di comunità ebraiche venute da ogni dove. Si tratta del primo memoriale per le vittime del genocidio ebraico creato dopo la fine del secondo
conflitto mondiale. Di lì a poco anche lo stato di Israele creerà Yad Vashem
a Gerusalemme, con lo scopo di preservare il ricordo e il nome delle vittime
della Shoah. Nel 1957 vengono deposte nella cripta del Memoriale del martire
ebreo ignoto le ceneri di alcuni campi di sterminio e del Ghetto di Varsavia.
All’indomani della costruzione di questo Mémorial anche il cdjc si trasferisce
a Parigi: insieme creeranno negli anni un struttura in grado di fare ricerca, divulgazione e sostegno all’insegnamento della Shoah.
A partire dagli anni ’90 si svolgono qui importanti celebrazioni quali la
commemorazione della rivolta del Ghetto di Varsavia, il 27 gennaio e la Giornata nazionale della Deportazione che in Francia è il 16 luglio.
Il Mémorial de la Shoah11: sorge alla fine del 2004, voluto dal consiglio di
139
amministrazione del Mémorial du martyr juif inconnu e cdjc con il sostegno
dello Stato francese, della Città di Parigi e della regione Île de France, proprio
per fornire uno spazio idoneo per la trasmissione della storia e memoria del
genocidio del popolo ebraico. Viene ristrutturato un edificio in cui troveranno
spazio le attuali sale di consultazione del Memoriale, la mediateca con le interviste dei sopravvissuti alla Shoah, l’esposizione permanente sulla storia della
Shoah, dell’occupazione e del Governo di Vichy in Francia posta in un più
ampio contesto europeo che parte dalla storia delle persecuzioni antigiudaiche. Infine davanti all’edificio è costruito il Muro dei Nomi, su cui sono incisi
i nomi dei 76.000 ebrei deportati dalla Francia, di cui 11.000 bambini.
«Shoah è una parola ebraica che significa catastrofe, disastro, distruzione. Il termine compare
più volte nel testo biblico, e quindi faceva parte del vocabolario ebraico rivitalizzato dai primi
sionisti in Palestina. Essi lo utilizzarono per denominare la persecuzione antiebraica nazista già
all’inizio del 1937, poi nel corso del 1938, con riferimento alla condizione degli ebrei in Austria
dopo l’annessione alla Germania in marzo e al pogrom tedesco di novembre, e infine negli anni
seguenti, con riferimento ormai all’annientamento fisico di milioni di ebrei europei», M. Sarfatti,
La Shoah in Italia, Einaudi, Torino 2005.
2
Per maggiori informazioni consultare il sito Internet <www.mahj.org>.
3
«Nel giugno del 1940, gli occupanti [tedeschi, NdR] vi riuniscono i prigionieri di guerra francesi, prima di inviarli in Germania. Poi dal 20 agosto 1941 al 17 agosto 1944, Drancy diventa il
principale campo di internamento e transito per la deportazione degli ebrei dalla Francia. …
Sugli 80.000 uomini e donne che vi furono internati, 67.000 saranno inviati verso i centri di sterminio, prevalentemente Auschwitz-Birkenau. Solo 2500 persone sopravvissero». P.J. Biscarat, Les
enfants d’Izieu 6 avril 1944. Un crime contre l’humanité, Ed. Le Dauphiné, 2003 (Traduzione
della redattrice)
4
Il 4 luglio del 1987 il capo della Gestapo di Lione Klaus Barbie è condannato all’ergastolo per
aver commesso crimini contro l’umanità. Barbie non solo ha torturato e fatto deportare Jean
Moulin, il capo delle ffi – la resistenza interna francese – morto nel vagone bestiame a causa
delle sevizie; è stato anche colui che ha fatto deportare i quarantaquattro bambini ebrei della
Colonia di Izieu (Isère) e i sette adulti che si prendevano cura di loro, condannandoli a morte
certa nei campi dell’est Europa.
5
La legge che istituisce il 27 gennaio Giorno della Memoria della Shoah e delle deportazioni è
del 20 luglio 2000, le celebrazioni iniziano dal gennaio 2001.
6
Cfr. L. Fontana, Viaggi della memoria: pellegrinaggi laici?, Newsletter Istituto Storico di Rimini,
2008/ 4.
7
«La distruzione degli ebrei d’Europa fu dal principio alla fine un fatto storico. La messa in luce
delle sue origini culturali e politiche ancora la Shoah alla storia universale, contribuisce a far
comprendere a ognuno di noi che questa tragedia non è solo degli ebrei ma di noi tutti», G.
Bensoussan, Europe une passion génocidaire, p. 22, Mille et une Nuits, Paris 2006 (trad. dalla
redattrice).
8
Il processo di disumanizzazione del deportato è rintracciabile nei documenti nazisti laddove i
prigionieri sono denominati Stück (pezzo), nel momento dell’immatricolazione all’ingresso del
campo di concentramento per coloro che erano destinati all’eliminazione tramite lavoro (nel
campo di Auchwitz-Birkenau la matricola è impressa nella carne, come un marchio, con il tatuaggio), nel momento della selezione che tratta gli internati solo come numeri di cui deve tornare il conto, ecc. E ancora prima si veda tutta la propaganda razzista dei nazisti finalizzata alla
comparazione degli ebrei a insetti o animali perché considerati Untermeschen, sottouomini.
9
«La distinzione fra l’antigiudaismo della Chiesa e l’antisemitismo contemporaneo è una rico1
140
struzione del dopoguerra che punta a sdoganare la Chiesa, e con lei l’Europa, di un crimine
perpetrato dalla Germania nazista assistita dai suoi innumerevoli complici, anche se è vero che
questo distinguo ha iniziato a operare già dalla presa del potere da parte dei nazisti nel 1933.
“È la Chiesa che ci ha insegnato che gli ebrei sono un pericolo terribile” gridava nell’ottobre
del 1938, a Bologna, il capo fascista Roberto Farinacci in un discorso relativo alle relazioni fra
la Chiesa e gli ebrei». G. Bensoussan, Europe une passion génocidaire, p. 18, Mille et une Nuits,
Paris 2006 (trad. della redattrice).
10
Per maggiori informazioni consultare il sito Internet <www.memorialdelashoah.org>.
11
Per uno studio comparato sul come fare memoria e storia del genocidio del popolo ebraico
attraverso il confronto fra alcuni memoriali si veda A. Minerbi, M. Sarfatti, L’era dei musei della
Shoah. Sei recenti allestimenti, in «Italia contemporanea» 2007/249.
141
Le attività didattiche di Istoreco
a.s. 2007-2008
Alessandra Fontanesi
L’attività della sezione Didattica di Istoreco si esprime nella proposta «Prendi il tempo» – lezioni, attività, laboratori per le scuole di ogni ordine e grado,
nella formazione per adulti di origine straniera – coordinando-realizzando il
progetto «Ora che siamo a Reggio Emilia», fornendo consulenza storico-didattica ad altre Istituzioni e collaborando trasversalmente con gli altri componenti
dell’Istituto (editoria, esteri, Giovani ricercatori reggiani, ecc).
Prendi il tempo
«Prendi il tempo» racchiude, come già detto, le varie proposte di lezioni,
laboratori, viaggi e consulenze didattiche riguardo la storia contemporanea e
in particolare quella del ’900, che la sezione e i suoi collaboratori offrono alle
scuole e ai docenti di ogni ordine e grado della provincia di Reggio Emilia.
Le richieste di collaborazione con la sezione Didattica non solo provengono ormai da tutto il territorio provinciale ma, in certi casi, anche da fuori
provincia. Particolarmente significativo è stato il lavoro di proposta formativa
ai docenti delle scuole primaria e secondaria di primo e secondo grado che
hanno contraddetto il pensiero corrente riguardo la scarsa volontà degli insegnanti a partecipare a progetti di aggiornamento, seguendo in buon numero
agli incontri con esperti, le presentazioni di libri e le attività laboratoriali proposte dalla sezione Didattica dell’Istituto. Il numero complessivo di docenti
contattati attraverso le nostre attività sono circa trecento, mentre gli studenti
circa tremila, tenendo conto di una media di venticinque alunni per classe.
143
Sono in particolare da ricordare i progetti: «La Costituzione disegnata» con
l’Istituto d’arte «G. Chierici»; «La storia della Costituzione Italiana» con la scuola
secondaria di 1° grado «Pertini»; l’aumento delle richieste riguardanti le attività
di visite guidate inerenti «Reggio Ebraica» (cimitero e ghetto) e «Storia in città».
Ora che siamo a Reggio Emilia
«Ora che siamo a Reggio Emilia», percorsi di cittadinanza attiva per adulti
di origine straniera, alla sua seconda edizione, è coordinato dalla sezione Didattica dell’Istituto. Utilizzando le date di feste e ricorrenze significative per
la storia del ’900 si sono affrontati quest’anno i seguenti temi: l’emigrazione
italiana dei primi del ’900, i simboli dello Stato repubblicano e in particolare
la nascita del vessillo tricolore, il razzismo, i diritti delle donne, la Resistenza
e la costruzione dello Stato democratico, la Repubblica e le sue istituzioni.
Marcando ogni incontro con l’analisi dell’articolo della Costituzione italiana i
cui contenuti riguardavano i temi dell’incontro stesso, e ricordando in questo
modo l’anniversario del 1948. Spesso le attività si sono rivolte anche a cittadini
reggiani non stranieri ottenendo un buon successo, a dimostrare che l’educazione alla cittadinanza attraverso la storia locale, o la storia del territorio, è argomento interessante per molti. Il progetto l’anno prossimo cambierà aspetto
e contenuti e non sarà probabilmente più la sezione Didattica a coordinarlo.
Consulenza ad altre istituzioni
«Consulenza ad altre istituzioni», la sezione Didattica, insieme alla sezione
Esteri, ha svolto consulenza per i contenuti storico-divulgativi degli eventi del
festival della repubblica partigiana di Montefiorino intitolato «Zona libera», che
si è tenuto dal 1° al 15 giugno nel territorio della ex repubblica partigiana. Per
l’organizzazione di queste proposte ai vari Comuni, la sezione Didattica ha collaborato con l’Istituto di Modena; i comuni della provincia reggiana coinvolti
sono stati Ligonchio, Villa Minozzo e Toano. Le attività proposte sono state:
presentazione del portale e del progetto era, presentazione del libro Sentieri
Partigiani e attività ad esso correlate, conferenza di presentazione dell’evento
«Mondiali antirazzisti», creato per la prima volta nel 1997 nel territorio della
«Repubblica».
La attività di consulenza e collaborazione con il museo memoriale Maison
d’Izieu, importante luogo di memoria e di storia della regione francese Rodano-Alpi, ha portato a creare una giornata di formazione per docenti francesi
ed europei che la sezione Didattica di Istoreco ha concepito e realizzato per lo
scorso 29 ottobre. In questa giornata, i colleghi francesi e di altre nazioni europee hanno conosciuto i laboratori creati dalla sezione Didattica dell’Istituto
144
e, in particolare: Storia in città – percorsi guidati sulla storia della del secondo
conflitto mondiale a Reggio Emilia e Reggio Ebraica – storia della presenza
ebraica a Reggio Emilia. Le attività sono state svolte in lingua francese.
La sezione Didattica collabora poi con la sezione Esteri per quanto riguarda
i contenuti pedagogici del progetto «Viaggio della Memoria», coopera con il
progetto «giorno», è attiva nella redazione della rivista «RS-Ricerche storiche» e
sta sviluppando la ricerca nel proprio ambito specifico mettendo in cantiere
nuovi strumenti didattici per i prossimi anni scolastici, augurandosi che il comando venga riconfermato.
145
Note e Rassegne
Le ragioni e le modalità
della ricerca*
Valda Busani
18 luglio 2007: annunciata il giorno prima sui giornali, si tiene una «commemorazione delle otto persone prelevate a Scandiano il 1° gennaio 1945». Nell’iniziativa
manca il riferimento ad Adriano Montanari.
È promossa da consiglieri comunali del Polo-AN di Scandiano, presso le ciminiere
dell’ex fornace di Ca’ de Caroli, dove qualcuno ritiene siano stati distrutti i corpi. I
promotori lo danno per certo.
Sono presenti una ventina di persone, tra cui alcuni familiari degli scomparsi. Si
prega in loro memoria. Si posiziona una grande croce, si depongono fiori. E alla fine,
in diversi – tutti giovani – salutano i «camerati scomparsi» urlando il saluto fascista a
braccio teso.
Sono presente anch’io. Con alcuni altri cittadini/e di Ca’ de Caroli, assistiamo a
distanza e in silenzio. In mano teniamo cartelli su cui abbiamo scritto «La democrazia
nasce dalla Resistenza. No al fascismo».
Perché ci sembra evidente che quello a cui assistiamo non è una semplice commemorazione dettata dalla pietas. Il dolore delle famiglie, il loro diritto a ricordare i
propri cari, ad avere risposte sulla loro sepoltura, diventa pretesto per uno dei tanti
momenti di revisionismo storico a cui ci stiamo purtroppo abituando. Pretesto per
sminuire le responsabilità storiche, etiche e politiche del fascismo. Per dire che «erano
tutti uguali», fascisti e partigiani, in una lettura sfuocata in cui il torto e la ragione si
confondono. Dimenticando che sono quei partigiani che hanno riconquistato la libertà
di parola per tutti/tutte noi. Anche per chi ne abusa, fino a fare apologia di fascismo.
*Pubblichiamo la postafazione contenuta in Valda Busani, «C’era freddo dentro il cuore di tutti….». Ricerca
sui fatti del 1° gennaio 1945 a Scandiano ed Arceto, Istoreco-Comune di Scandiano, Scandiano 2008, pp.
116 s.i.p.
147
In alcuni firmiamo un esposto al Sindaco e ai carabinieri, per chiedere di accertare
se ci siano state violazioni di legge nello svolgersi della manifestazione, e in particolare in quel saluto fascista.
A vederlo urlato da ragazzi, si sente un nodo allo stomaco.
La croce viene poi rimossa, per intervento del Sindaco. La sua collocazione, come
la manifestazione, non era autorizzata.
Nei giorni seguenti, articoli e polemiche sui giornali.
Mi chiama il Sindaco, propone di condurre una ricerca storica per ricostruire i fatti
del 1° gennaio ’45. Per capire chi sono quelle persone prelevate dai partigiani, quali
ruoli e responsabilità ricoprivano nel fascismo locale, quale era il contesto di allora,
cosa accadeva a Scandiano in quei tempi. Per ricostruire come sono andate le cose.
Pare anche a me il solo modo serio di affrontare la questione: la ricerca della verità storica, per quanto possibile oltre sessant’anni dopo. Qualunque essa sia. Senza
reticenze, senza timori.
Perché della verità non si deve avere paura. «La verità è sempre rivoluzionaria» ho
letto a vent’anni nelle pagine di Antonio Gramsci. E anni dopo, nelle pagine di Gandhi: «La verità non danneggia mai una causa giusta». E che la Resistenza sia una causa
giusta credo sia fuori discussione. Almeno per me.
Resta però il bisogno di conoscere meglio, di capire di più. Anche le ombre, e non
solo le luci. Anche le zone grigie, forse inevitabili in tempi tanto oscuri e tragici. Senza
rimuovere niente. Perché è la rimozione che consente – e ha consentito – mistificazioni e deformazioni ideologiche.
Inizia così questa ricerca.
Sui libri, innanzitutto, che raccontano e documentano la lotta di Liberazione nella
provincia reggiana e nello scandianese.
Sui documenti, sulle carte originali, sui giornali dell’epoca. Nell’archivio storico del
Comune, in quello di istoreco, nel fondo «Sereno Folloni», negli archivi privati di «Amleto Paderni» e «Bruno Lorenzelli», protagonisti della resistenza nella V zona.
Fogli, a volte sottili di carta velina, scritti a penna, a matita, o con macchine da scrivere, nel vivo della lotta, nel tumulto degli eventi. Meraviglia la volontà, la capacità,
la determinazione di documentare il più possibile i fatti, di lasciare traccia di quanto
sta accadendo, di dar conto di tutto, mentre si sta combattendo, mentre si cerca di
sfuggire al rastrellamento o all’arresto.
Non so raccontare l’emozione di tenere fra le mani il piccolo foglietto, piegato e
ripiegato fino a farlo diventare minuscolo perché possa passare clandestinamente di
mano in mano, che Gianfletter Ottorino Vecchi – di cui ho sentito raccontare in famiglia fin da piccola – scrive alla madre dal comando tedesco in cui è prigioniero e
torturato, e da cui uscirà solo per essere trucidato.
Ai documenti si decide di aggiungere le voci. Le testimonianze di coloro che hanno
vissuto i fatti.
A partire dai familiari delle persone prelevate. Contatto coloro che è stato possibile
rintracciare. Non tutti sono disponibili a raccontare. Perché il dolore è ancora vivo,
non si riesce a tradurlo in parole, si ha paura di risvegliarlo.
Perché sono passati tanti anni, ed è inutile riparlare di cose che non si possono più
cambiare. Perché da tempo si cerca solo di dimenticare.
148
E anche perché c’è diffidenza, quasi ostilità. L’iniziativa viene da un’amministrazione comunale «di sinistra», la parte «avversa», quella di cui non ci si fida, con la quale
non ci si vuole incontrare. Sono sentimenti ed emozioni da rispettare: il dolore, le
ferite aperte, e anche le diffidenze, i rifiuti.
Qualcuno invece accoglie l’invito a raccontare, attorno a un tavolo con il registratore acceso. Raccontare è quasi liberatorio, si ha l’impressione che si aspettasse da
tempo l’occasione per farlo. «È la prima volta che vengono a chiedere come è stato.
Fino adesso non è mai venuto nessuno…».
È come se si sentisse di poter dare dignità al proprio vissuto, di poter finalmente
dar voce alla propria esperienza, dopo averla a lungo tenuta nel silenzio, nel privato
delle proprie famiglie.
Anche qui c’è dolore, naturalmente. A volte rielaborato quasi con serenità, attraverso i lunghi anni trascorsi, nella consapevolezza che «la guerra era fatta così!». A volte
ancora raggrumato in un nodo difficile da sciogliere, che alimenta la domanda forte di
individuare e «denunciare» i responsabili, o presunti tali.
Nascono così le scelte diverse. Quella di «fare i nomi» dei partigiani ritenuti gli autori dei prelevamenti, e di chiederne la pubblicazione, in una sorta di «risarcimento» a
posteriori, dovuto alla memoria dei propri familiari.
E quella, invece, di pronunciare i nomi durante il racconto, decidendo però di non
pubblicarli, per riguardo a queste altre famiglie, quelle dei partigiani, per non provocare altri dolori.
Scelte differenti. La ricerca le rispetta entrambe, riportando il racconto come i testimoni chiedono che venga riportato.
Le altre voci raccolte sono quelle dei partigiani, «…allora ci chiamavano ribelli non
partigiani…» e di chi ha sostenuto la lotta di Liberazione.
Nessuno dei partigiani chiamati in causa per i fatti di cui si parla, è ancora tra noi.
I partigiani intervistati erano nel servizio informativo o in sap operanti sul territorio
scandianese, o nelle brigate garibaldine della montagna. Non hanno partecipato alle
azioni del 1° gennaio, non appartenevano ai distaccamenti coinvolti.
Anche qui c’è molto dolore. Per i compagni persi a vent’anni, uccisi mentre si combatteva fianco a fianco. Per quelli arrestati e trucidati dopo torture tremende, di cui
ancora oggi non si riesce a parlare senza piangere, «…l’arresto di Tognoli l’ho proprio
vissuto di persona…».
Per tutta la violenza che si è dovuta vivere, subire, e a volte praticare. Per avere
visto uccidere, e per aver dovuto uccidere. Per le ferite che questo lascia nell’anima,
anche a distanza di tanto tempo. Per le ferite del corpo e dello spirito, quando, a soli
diciotto anni, si è stati nelle mani dei nazisti e dei fascisti per settimane, e il paradosso
è che si era scelto di entrare nel Servizio di informazione e non in altri gruppi, proprio per non doversi trovare nella necessità di usare le armi: «Io, di andare a uccidere,
proprio no…».
Si comprende allora perché, per alcuni di loro, quell’esperienza vissuta «faceva
parte di una cosa, sotto un certo aspetto, da dimenticare, come una sofferenza interna
che volevo cacciare … le ingiustizie e tutto quello che è successo in quel periodo …
perché quando parlavi dei ragazzi del paese, certo alcuni erano fascisti, altri partigiani, ma erano tutti ragazzi, li conoscevi, ci eri andato a ballare e se ci ripensi ti viene
149
proprio voglia di dire “chiudiamo”, perché ci si logora, è un dolore ancora profondo
… Dopo la Liberazione parlammo poco di fatti accaduti»*.
E poi «uno non sapeva quello che facevano gli altri… la riservatezza era la base
della struttura, molto importante, perché sotto le torture non si resisteva…».
Forse per queste ragioni, nessuno dei partigiani intervistati riferisce una conoscenza diretta dei fatti del 1° gennaio ’45. Né delle modalità dei prelevamenti, né dei
partigiani che potrebbero averli effettuati, né della sorte dei fascisti scomparsi. Le loro
testimonianze non sono quindi riportate per esteso.
Ma i loro racconti hanno contribuito a ricostruire il contesto, il clima di quei giorni
terribili. A verificare fatti, date, riscontri. A ricostruire i profili, le singole personalità,
i differenti modi di agire. A comprendere meglio la complessità dell’organizzazione
clandestina del movimento partigiano, anche la sua spontaneità e improvvisazione, la
difficoltà a governarlo pienamente. A volte confermano circostanze già documentate
dalle carte, o da altre testimonianze. Non aggiungono altri elementi. Difficile dire se
davvero non sanno, o se scelgono di non raccontare. Resta il dubbio di una chiusura,
a difesa di un’immagine della Resistenza che sentono oggi minacciata. Di un silenzio,
con il quale si pensa di proteggere la memoria di quelli che non ci sono più. Di un
imbarazzo a parlare anche delle zone d’ombra, di quello che forse si vorrebbe non
fosse accaduto. «Vedi, delle cose malfatte purtroppo ne sono capitate, perché in una
guerra può succedere…».
E forse si pensa che sia meglio continuare a rimuoverle piuttosto che affrontarle. È
una scelta che si può comprendere, rispettare, anche se non la si condivide.
Insieme al Sindaco – mentre la ricerca procedeva – abbiamo incontrato le persone
coinvolte: non solo i familiari degli scomparsi che hanno accettato di raccontare. Anche i familiari dei partigiani chiamati in causa dalle testimonianze: figli e figlie spesso
nati/e dopo la guerra, non hanno vissuto i fatti di cui si parla. Informarli della ricerca
in corso, del possibile coinvolgimento dei loro padri, ci è sembrato un gesto di rispetto
dovuto.
Anche qui abbiamo incontrato dolore, a volte smarrimento. Ma da tutti/tutte anche
comprensione e sostegno.
La ricerca non ha alcuna pretesa, ovviamente, di essere esaustiva. Ci sono domande che rimangono aperte.
A partire da quelle sul destino dei corpi delle persone prelevate e uccise. Forse
qualcuno potrebbe – anche oggi, a distanza di oltre sessant’anni – contribuire a fare
maggiore chiarezza. Sarebbe un gesto di pietas e solidarietà umana. Che potrebbe
contribuire a voltare pagina, mettendo fine alle strumentalizzazioni.
Restano, naturalmente, tutte intere le responsabilità storiche e politiche, anche
quelle dei singoli. Restano le differenze tra chi fu col fascismo e chi scelse di dire
no.
Non sono uguali i «ragazzi di Salò» e i ragazzi che andarono in montagna. «Si vuole la pacificazione generale per tutti, ma … noi abbiamo lottato per liberare, voi per
opprimere».
* Testimonianza di Gaspare Denti.
150
Proprio in ragione di questa differenza, fondamentale e prima di tutto etica, si può
e si deve avere il coraggio e la capacità di continuare a ricercare la verità dei fatti.
Che non sta banalmente nel mezzo, ma dolorosamente in profondità.
V. BUSANI – “C’era freddo dentro il cuore di tutti….”. Ricerca sui fatti del 1° gennaio 1945 a Scandiano ed Arceto
recensione di Eletta Bertani
È questo il primo volume di una collana: «Scandiano Storie» che il Comune ha
promosso per dare continuità alla ricerca su se stessa di una comunità «che vuole raccontarsi per conoscere meglio il processo di formazione della propria identità politica
e culturale» (dalla presentazione di Nadia Lusetti, assessore alla Cultura), cosa peraltro
che già sta facendo in diverse forme e linguaggi.
La ricerca di Valda Busani affronta un nodo intricato, doloroso e controverso della
guerra di Liberazione a Scandiano, il prelevamento da parte dei partigiani, il primo
gennaio 1945, di nove fascisti, sei uomini, due donne, un ragazzo di diciassette anni,
che non faranno più ritorno.
Un episodio, questo, che lacererà profondamente nel tempo quella comunità, sarà
oggetto della ricorrente richiesta dei familiari di conoscere la fine dei loro congiunti,
alimenterà dure contestazioni ed accuse alla Resistenza e sarà alla base (come altri
eventi della guerra di Liberazione) di una polemica politica ancora viva e anche di
palesi strumentalizzazioni.
Da qui, come ricorda il Sindaco nella premessa, la scelta del Comune di «cercare di
fare piena luce sui fatti» partendo da due assunti: la consapevolezza del ruolo essenziale della Resistenza per la conquista della libertà e della democrazia e la convinzione
che «la verità storica, quale che essa sia, non deve fare paura».
Valda Busani affronta il difficile compito della ricerca della verità su quegli eventi
con onestà intellettuale e profondo senso etico, con uno sforzo rigoroso di ricostruzione dei fatti e del contesto storico in cui essi sono accaduti, utilizzando tutte le fonti a
disposizione (precedenti scritti e testimonianze, documenti di archivi pubblici e privati, raccolta di testimonianze dell’una e dell’altra parte, ivi compresi i racconti di alcuni
dei familiari delle vittime). Parte dei documenti utilizzati è pubblicata nel volume come
appendice documentaria alla ricerca.
Spiega essa stessa, nella postfazione, le ragioni e il contesto da cui è nato il suo
lavoro: il bisogno di andare più a fondo nella ricerca della verità, di scavare più profondamente in una vicenda che ha lacerato la comunità di Scandiano, è stata fonte di
grande dolore e sofferenza, è stata anche all’origine d’inaccettabili strumentalizzazioni
politiche, volte a denigrare e delegittimare nel suo insieme la Resistenza, i suoi protagonisti, le sue forze portanti.
È un lavoro di scavo che parte da alcune domande fondamentali: chi erano le
persone scomparse, quali i loro ruoli nel movimento fascista locale, perché vennero
prelevate, quale il contesto in cui i fatti accaddero, quale posizione sui fatti assunsero i
responsabili del cln locale e provinciale e quale, se ci fu, la dialettica al loro interno?
L’autrice cerca di dare risposta a queste domande riconoscendo anche con umiltà
che non a tutte è stato possibile rispondere, anche per la grande distanza dagli eventi
e la scomparsa di tanti protagonisti.
151
Particolarmente importante ed interessante nel lavoro della Busani la ricostruzione,
attraverso lettere e fonti documentali, della dialettica interna al mondo della Resistenza
e della sua catena di comando su quanto accaduto, la ricostruzione delle posizioni
assunte nel cln di Scandiano dalle diverse forze politiche che lo componevano.
Da esse emerge chiaramente lo sforzo di «governare» uno scontro drammatico, di
darsi criteri e regole rispetto alla individuazione e punizione dei fascisti responsabili
di colpe gravi, un codice etico rigoroso ispirato a criteri di giustizia rispetto all’uso
della violenza (si vedano le chiare direttive dei cln al riguardo). Sforzo, questo, tanto
più meritorio in quanto compiuto nel contesto drammatico della guerra e della occupazione tedesca, dei rastrellamenti, degli arresti, delle rappresaglie, del durissimo
prezzo di sofferenze, sacrifici e sangue pagato sia dai partigiani che dalla popolazione
civile. Ma emerge anche la difficoltà del cln a governare e controllare i comportamenti
di gruppi di partigiani o singoli uomini, alcuni dei quali agirono in modo autonomo,
sfuggendo talora al controllo e compiendo azioni in contrasto con le «regole» chiaramente fissate.
In questa chiave di lettura la ricerca approfondisce ed interpreta all’interno del
dramma collettivo, due vicende particolarmente controverse e dolorose: l’uccisione di
Pietro Lasagni, un giovane di 16 anni e mezzo, collaboratore delle sap, ritenuto spia, e
di Bice Sacchi, gestore del magazzino monopoli di Scandiano.
A nostro avviso, nell’insieme, e pur nella difficoltà di dare una risposta univoca alla
domanda fondamentale sulle responsabilità delle uccisioni, la ricerca offre tuttavia di
questo contesto complesso nuovi elementi di conoscenza e chiavi di comprensione e
di interpretazione.
L’autrice non si limita, infatti, a «registrare» i fatti e le situazioni, non li isola, ma li
colloca all’interno di un processo storico, che ricostruisce nella sua complessità e nel
suo senso complessivo, aiutando così a «comprendere», non certo a giustificare.
In tal modo, mentre da una parte non assume mai una posizione falsamente equidistante, neutrale, ma ha e dichiara un preciso punto di vista sulle ragioni e sui torti,
dall’altra, nel contempo, va in profondità nella ricostruzione dei fatti, evitando le semplificazioni e le giustificazioni a priori.
Merito della ricerca è anche di avere dato il giusto spazio e valore alla dimensione
umana e personale del dramma, dando voce, oltre che alle testimonianze dei partigiani, anche alle ragioni e ai sentimenti dei familiari delle vittime, ascoltati con rispetto
sincero del proprio dolore e dei propri sentimenti.
Come giustamente ricorda Massimo Storchi nell’introduzione, le persone coinvolte
sono viste oltre e al di là della propria collocazione politica ed ideologica negli eventi,
si dà loro voce nella loro integrità e complessità e anche contraddittorietà di esseri
umani.
Una qualità in più, a nostro avviso, di questa ricerca, il cui senso complessivo è
riassunto perfettamente nelle frasi scelte dall’autrice per introdurla:
«La verità si troverebbe nel mezzo? Nient’affatto. Solo nella complessità» (A. Schnitzler).
«La verità non danneggia mai una causa giusta» (Mahatma Gandhi).
152
Terrorismo fascista*
Luciano Casali
1. Il libro prende in esame, soprattutto attraverso documenti interni al regime di
Salò, confessioni, memoriali, testimonianze, materiale processuale relativi alle violenze di cui furono protagonisti i fascisti repubblicani, i processi cui furono sottoposti,
le loro condanne in prima istanza e le successive risultanze, di assoluzione, grazia,
riduzione delle pene. Nelle pagine conclusive (pp. 268-275) troviamo infine l’elenco
completo dei 243 fascisti repubblicani che furono condannati dalla Corte di assiste
straordinaria di Reggio Emilia: 54 condannati a morte, quattro all’ergastolo, sette a 30
anni di detenzione e via scemando, per un totale di 3117 anni di reclusione. Delle 54
condanne a morte ne furono eseguite sei.
È un libro estremamente documentato, ricco di notizie spesso tremende (si pensi
alle molte pagine dedicate alle orribili torture inflitte ai prigionieri in mano all’Ufficio
politico investigativo, alle violenze inumane commesse a Villa Cucchi, pp. 133-160),
ma dal quale possiamo trarre anche notizie di carattere più generale, valide a comprendere il senso e il comportamento più generali della Repubblica sociale italiana
e non solo nella provincia di Reggio Emilia. E ci pare opportuno partire proprio da
queste.
2. Siamo convinti che, nello studio della Resistenza e degli avvenimenti italiani del
periodo 1943-1945, ancora molto lavoro sia necessario portare avanti a proposito di
quella che possiamo definire una «terza componente». In effetti molto è stato studiato
e scritto a proposito delle scelte e del comportamento dei partigiani; da qualche anno
è cominciata un’importante analisi delle vicende interne della Repubblica sociale e,
*A proposito di M. STORCHI, Il sangue dei vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i processi del
dopoguerra (1945-46), Aliberti editore, Roma-Reggio Emilia 2008, pp. 285.
La recensione di Casali è uscita in «Storia e problemi contemporanei» dell’Istituto regionale per
la storia del movimento di liberazione nelle Marche, Ancona, n. 47/2008. Si ringrazia la Rivista
per la gentile concessione.
153
attraverso i nuovi documenti che sono stati messi a disposizione a Roma nell’Archivio
centrale dello Stato, diventa sempre più chiaro il comportamento dei dirigenti di Salò
a tutti i livelli (centrale e nelle singole province) e si cominciano ad evidenziare i loro
contrasti e le loro tendenze politiche e militari. Viene smantellata la «leggenda», da loro
creata e diffusa, di avere contribuito con la loro presenza e attività, a consentire un
più tranquillo impatto con l’occupazione tedesca, ad avere evitato stragi e conflitti ben
maggiori che i nazisti avrebbero causato alla popolazione italiana se non ci fossero
stati gli uomini di Salò.
Ancora poco tuttavia sappiamo della gente che restò diciamo così nel mezzo:
che non si schierò apertamente né con gli uni né con gli altri. Già molti anni fa ci
chiedevamo quale politica del consenso avevano messo in atto i fascisti e i partigiani
e avevamo cercato di verificare attraverso quali tecniche propagandistiche e di comportamento avevano tentato di mobilitare l’opinione pubblica, di catturare il favore,
l’adesione o l’astensione della popolazione1.
Non c’è bisogno di sottolineare più di tanto l’importanza che è andata assumendo
la propaganda nell’età contemporanea, nei confronti della società di massa. In un libretto pubblicato, nel 1927, negli Stati Uniti e intitolato appunto Propaganda, Edward
Bernays si diceva convinto della necessità di intervenire con appropriati «suggerimenti»
(così lui li chiamava) per aiutare la gente a scegliere sia i prodotti industriali sia i prodotti politici, senza sostanziale differenza nelle tecniche di presentazione degli uni e
degli altri. Scriveva Bernays:
Nella nostra organizzazione sociale attuale, l’approvazione del pubblico risulta cruciale per
qualsiasi progetto di grande rilievo. Da cui deriva che un movimento, anche degno di tutti
gli elogi, non può che fallire se non ottiene di imprimere la sua immagine nella mente pubblica … Oggi i leader che si installano nel potere … hanno la necessità di conseguire l’approvazione delle masse, per cui ricorrono alla propaganda, un mezzo che appare sempre
più poderoso quando si tratta di conseguire tale approvazione2.
Di questo erano ben consapevoli anche i politici. Lo stesso Adolf Hitler nel 1925
scrivendo il suo Mein Kampf dedicava al tema della propaganda numerose pagine e
sottolineava come indispensabile per la conquista e il mantenimento del potere il ricorrere ai mezzi di comunicazione di massa, a tutti i mezzi di comunicazione di massa,
a cominciare da quelli più moderni e quindi più efficaci.
Philip Cannistraro nel suo libro che dedica all’argomento e che intitola proprio La
fabbrica del consenso prende in esame con molta attenzione il rapporto fra fascismo
ed opinione pubblica e ci descrive con molti particolari l’utilizzazione dei mass media
durante i vent’anni del regime, ma non può non rilevare che comunque, nonostante
l’impegno, dalla seconda metà degli anni Trenta e soprattutto con lo scoppio della
seconda guerra mondiale, il fascismo non riuscì più a trovare slogans o parole d’ordine adeguate: il consenso andò rapidamente decrescendo e crollando; la fiducia andò
scomparendo e non solo a seguito dei risultati disastrosi della guerra.
E di questo i fascisti si resero perfettamente conto e se ne resero ancor più conto
nel settembre 1943 quando si trovarono di fronte ad un problema che andava risolto
con la massima celerità e che non poteva mancare nei suoi risultati, pena il fallimento
154
completo dell’iniziativa cui stavano dando vita: presentare agli italiani la loro nuova
creatura, la Repubblica sociale, ed ottenerne l’approvazione, il consenso, l’adesione.
Nonostante i magnifici manifesti di Boccasile, non appariva facile ottenere l’approvazione degli italiani alla continuazione della guerra; lo slogan principale che venne
lanciato, quello di mantenere fede alla parola data e di rimanere fedeli ai «camerati
germanici», non poteva prescindere dal fatto che la guerra appariva agli italiani irrimediabilmente perduta, che gli anglo-americani avanzavano lungo la Penisola, che
i bombardamenti colpivano disastrosamente le città che erano senza alcuna difesa
reale.
Come scrive Massimo Storchi: «Con la Repubblica di Salò l’uso della violenza diventa la norma per il controllo dell’ordine pubblico e per le diverse forze di polizia
incaricate di tutelarlo» (p. 147).
Per un libro appena uscito, abbiamo scelto il titolo di La politica del terrore3, volendo significare con ciò che lo strumento attraverso il quale i fascisti di Salò cercarono di conquistare il controllo del territorio e dei cittadini non fu tanto quello della
propaganda, che ormai ritenevano fallito o insufficiente per riprendere rapidamente
il consenso e l’adesione al nuovo Stato che stava nascendo, ma fu semplicemente e
direttamente l’arma del terrore.
Certo – e riprendiamo ancora le parole di Massimo Storchi – «l’uso della violenza
era stato frequente durante il regime fascista. Le bastonature e la somministrazione
di olio di ricino erano proseguite per gli avversari più ostinati anche nel corso del
Ventennio» (p. 147); basti pensare al comunista forlivese Gastone Sozzi, ucciso nel
carcere di Perugia nel 1929 o al comunista reggiano Aderito Ferrari «morto» al confino
nel 1937 e l’elenco potrebbe allungarsi. Ma va ricordato che questi metodi violenti nel
corso del Regime venivano adottati solo nei confronti degli avversari irriducibili, dei
sovversivi che non si lasciavano domare e che normalmente venivano messi in atto
lontano dagli occhi dell’opinione pubblica e di nascosto; semplicemente per eliminare
chi ostinatamente non accettava l’ordine imposto.
Nei mesi di Salò invece la violenza diventò uno strumento esplicitamente utilizzato
di fronte all’opinione pubblica, divenne l’arma principale per mantenere tranquilla la
maggioranza della popolazione; si trattò di un terrore voluto e costruito, non nascosto:
rastrellamenti, saccheggi, incendi, stupri, uccisioni di donne, bambini e anziani con i
corpi degli ammazzati che venivano lasciati per giorni esposti nelle piazze alla vista
dei passanti affinché costituissero un ammonimento, affinché tutti potessero vedere
che cosa significasse non essere d’accordo, o semplicemente non obbedire in silenzio.
Mancò, nell’esecuzione di questi atti, qualsiasi riflessione politica più ampia, qualsiasi
tentativo di costruire alleanze, di convincere i cittadini: c’era semplicemente la rappresaglia più ampia, la ricerca del silenzio dei cittadini attraverso l’uso esplicito del terrore. Si colpiva – e sono ancora parole di Massimo Storchi, pp. 57-58 – alla cieca, senza
considerare le conseguenze immediate degli atti che si compivano. Si pensi all’uccisione di don Pasquino Borghi nel gennaio 1944: la fucilazione di un sacerdote, al di fuori
di ogni legge vigente e delle regole concordatarie, troncava sul nascere ogni possibile
collaborazione con la Chiesa reggiana e con i cattolici reggiani4, ma costituiva un monito estremamente pesante e facilmente intuibile da parte di tutti i cittadini reggiani:
non c’era rispetto per i sacerdoti, figuriamoci per gli «altri». Non si facevano neppure
155
considerazioni di carattere psicologico: l’uccisione dei sette fratelli Cervi nel dicembre
1943 determinò l’immediata nascita del mito dei sette fratelli, partigiani ed antifascisti:
un effetto esattamente opposto a quello che si sarebbe voluto raggiungere.
3. Sono tremende le testimonianze di coloro che nell’estate 1945 raccontarono
le sevizie cui erano stati sottoposti davanti al Tribunale, durante il processo tenutosi
contro Attilio Tesei e gli uomini che con lui si erano occupati di portare avanti gli «interrogatori» a Villa Cucchi (pp. 153-155).
Ave Formentini, al tempo ragazza diciottenne, afferma di essere stata legata nuda
su due tavolini con la testa in basso, gli arti fissati alle gambe degli stessi tavoli, quelli
inferiori divaricati, di esservi rimasta per ore; di avere avuto i capezzoli stretti e attorcigliati da un paio di pinze, sì da soffrirne poi per sei mesi, di essere stata unta sul
sesso con materiale non identificato e di avere avuto aizzati su di esso due cani che
avidamente e a lungo la leccarono; il supplizio venne ripetuto il giorno dopo.
Altri, già ridotti in condizioni pietose per precedenti torture, furono sottoposti,
mediante congegni appositi, a scariche di corrente elettrica in parti sensibili del corpo.
Ennio Formentini nelle orecchie; Enzo Gorini nelle orecchie, nel naso, nella lingua,
negli organi genitali; altri ancora ebbero, quale ultimo e massimo tormento, dopo ore
e ore di precedenti torture, la compressione forte e protratta dei testicoli a forza di
mano e con bastoncelli.
E si potrebbe continuare.
Giampaolo Pansa nelle sue numerose e recenti pubblicazioni non si chiede perché,
dopo la Liberazione, ci furono casi – anche abbastanza numerosi – che videro i fascisti
repubblicani fatti segno della furia vendicativa popolare e furono uccisi; semplicemente descrive gli episodi, suggerendo o affermando esplicitamente che si trattava di
uccisioni aberranti che facevano parte di una precisa strategia politica comunista tesa
a preparare un momento rivoluzionario e togliere credibilità alla democrazia appena
nata.
Possono indubbiamente esserci state anche esecuzioni a carico di giovani repubblicani che non erano stati particolarmente impegnati nell’attività portata avanti da Salò,
ma resta indubbiamente il fatto che il clima creato dagli uomini della Repubblica sociale, l’ordine mantenuto tramite una feroce politica del terrore e della tortura, possono farci capire (anche se ovviamente non giustificano) l’atmosfera che si determinò e
che indusse la gente comune a giustiziare alcuni di coloro che maggiormente si erano
adoperati per il consolidamento dello Stato neofascista. È evidente che la gente, dopo
ciò che era stata costretta a subire, esigeva giustizia, a costo di farsela (erroneamente)
con le proprie mani.
È proprio a proposito di questo che Massimo Storchi nel suo libro (pp. 24-48) ci
offre alcuni dati che sono di grande interesse. Se nell’aprile 1945, nelle giornate immediatamente successive all’insurrezione e alla Liberazione, i morti fascisti furono in provincia di Reggio Emilia 315, nel corso del successivo mese di maggio scesero a 167 (di
cui 109 nei primi 15 giorni di maggio) e in giugno si assistette a sole cinque uccisioni;
ma proprio il 6 giugno si era aperto, presso la Corte di assise straordinaria di Reggio,
il processo contro Cesare Pilati ed altri dirigenti dell’Ufficio politico repubblicano.
Come osserva giustamente Storchi, l’azione della Corte di assise servì nell’immediato a
smorzare il clima di furore popolare, ricondusse il desiderio di giustizia nell’alveo delle
156
istituzioni, sottraendolo al rischio della vendetta diffusa o privata, operò egregiamente
da valvola di sfogo, dopo che già alla metà di maggio la stessa prefettura aveva fatto
l’esplicita richiesta (che ovviamente fu respinta) di poter procedere immediatamente
e senza processi alla fucilazione dei nove responsabili dei maggiori crimini commessi nel corso della repressione antipartigiana, nella convinzione che atti esemplari di
giustizia avrebbero contribuito largamente a sdrammatizzare la situazione. L’avvio dei
processi si accompagnò alla fine degli atti di violenza sommaria, in quanto si ritenne
che la giustizia potesse venire garantita dalla ripresa delle istituzioni dello Stato democratico e ad esse ci si affidò.
4. Nell’esaminare i processi subiti dai principali criminali fascisti reggiani5, Storchi
ricostruisce con ricchezza di documenti la loro attività e dimostra l’importanza che
ebbe la politica del terrore per mettere in piedi la Repubblica sociale italiana e per
tentare di consolidarla in seguito.
Nella sua ricostruzione ci troviamo di fronte a due periodi soprattutto durante i
quali i fascisti repubblicani, nonostante una difficile situazione interna e il protrarsi di
numerosi conflitti fra camerati per mantenere e occupare i posti del potere6, esplicarono ampiamente un’attività di tortura, uccisione, distruzione di case e incendi, violenze
di tutti i generi. Questi periodi furono i primi mesi subito dopo la nascita della Repubblica, quando i fascisti optarono per l’arma della violenza come principale strumento
per occupare il potere, non ritenendo adeguata l’arma della propaganda per ottenere
un sia pur silenzioso consenso; e i mesi fra l’autunno 1944 e l’inverno 1945.
Ci troviamo di fronte ad uno stillicidio quotidiano di violenze, che furono ben note
allo stesso Mussolini che non aveva esitato a chiedere ai fascisti delle province di intervenire ripetutamente e senza scrupoli con l’arma delle rappresaglie e delle fucilazioni
per debellare il ribellismo7.
Non è privo di significato che lo stesso Mussolini avesse sollecitato ad uccidere
italiani per semplice rappresaglia e non perché avessero commesso qualche delitto
più o meno esecrabile e chiedesse di esserne tempestivamente informato; ma il libro
di Storchi ci dimostra che i fascisti reggiani – e anche quelli di altre province, come
ha mostrato il libro sull’Ufficio politico investigativo del Partito fascista repubblicano
di Bologna pubblicato nello scorso ottobre8 – non attesero o non avevano bisogno
di una sollecitazione di Mussolini per torturare e uccidere i cittadini inermi. Siamo
dunque di fronte ad una documentazione che ridistribuisce (se così possiamo dire)
le responsabilità delle stragi e delle violenze durante il periodo 1943-1945: se fino a
qualche tempo fa si ritenevano i soli nazisti responsabili del clima di violenza sulle popolazioni civili creatosi in quegli anni; ora i nuovi studi rendono sempre più evidente
una co-partecipazione fascista, una co-responsabilità degli uomini di Salò che anzi
furono i principali riposabili del clima generalizzato di terrore e di paura che venne
radicato e diffuso fra la gente comune nel corso di quei venti mesi.
1
S. Carli-Ballola, L. Casali, Alla ricerca del consenso. La stampa fascista e antifascista nel 1943-44, in «Linea
Gotica 1944», Angeli, Milano 1986.
2
Edward Bernays, Propaganda, Melusina, Barcelona 2008, passim.
3
L. Casali, D. Gagliani (a cura di), La politica del terrore. Stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Roma-
157
gna, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008.
4
Si vedano le lettere del vescovo di Reggio alle pp. 189-198.
5
Alle pp. 217-265 i testi completi delle sentenze relative ai cinque processi più significativi.
6
Per i contrasti interni al pfr reggiano, si vedano soprattutto le pp. 98-102.
7
Cfr. Casali, Gagliani (a cura di), La politica del terrore, cit., pp. 318-321 e passim.
8
R. Sasdelli (a cura di), Ingegneria in guerra. La Facoltà di Ingegneria di Bologna dalla Rsi alla Ricostruzione 1943-1947, clueb, Bologna 2007; ne abbiamo parlato su «Storia e problemi contemporanea», n. 47,
pp. 201-202.
158
Una disputa settembrina
Ettore Borghi
Quando usciranno queste pagine sarà quasi certamente svanita dalla memoria la
disputa settembrina sul fascismo italiano, suscitata nientemeno che da due cultori del
calibro di Alemanno, sindaco di Roma, e di La Russa, ministro della Difesa (o dobbiamo dire, in pectore, «della guerra»?). Nel frattempo altri temi, sintomo ed eco di una
politica fatta di improvvisazioni e di cinica spregiudicatezza, avranno goduto ad ondate successive le loro quarantotto ore di pubblicità, rivolta ad un’opinione pubblica
distratta e disposta a lasciarsi guidare per mano verso crescenti livelli di assuefazione
a soluzioni autoritarie e di sostegno entusiastico alle decisioni del Capo.
Non varrebbe dunque la pena tornarci sopra, se non fosse che certe dichiarazioni
strillate da personaggi, ahimé, istituzionali (che è eufemistico considerare solo «simpatizzanti» e nostalgici del fascismo) hanno avuto, e non sarà l’ultima volta, il potere di
costringere alla risposta molti storici autentici e qualche giornalista informato e serio,
sopravvissuto alla grande omologazione. Ecco allora l’ennesima necessità di replicare
l’abicì della questione, una fatica di Sisifo a cui solo il nostro paese, in tutta l’Europa
che ha praticato o subito regimi di stampo fascista, sembra essere condannato.
Poiché certi discorsi non sono lapsus, ma atti deliberati di persone doppiamente
responsabili – in quanto adulte e in quanto investite di funzioni pubbliche – ne consegue che dobbiamo intenderli come sintomi rivelatori di una realtà che va riconosciuta
come tale, per quanto sia dura: la presenza nella nostra società di una diversificata
gamma di pulsioni autoritarie, estranee od ostili ai principi costituzionali, non come fenomeno marginale, ma come processo eversivo già in atto, in forma solo in apparenza
dolce. Ormai non è più il caso di parlare di «memorie divise», ma di riflettere sul riproporsi di una grave frattura nella vita pubblica italiana, che si manifesta in modi meno
riconoscibili, ma non senza analogie con quella degli anni Venti del secolo scorso. E
i riferimenti alla storia «riveduta e corretta», provenienti da diversi pulpiti nazionali e
periferici, fungono da sonde, pretesti e parole d’ordine, perciò sarebbe imprudente
considerarli nell’ottica collaudata del «passato che non passa».
In punto di storiografia, se di questo si trattasse, non dovrebbe esserci disputa: ba-
159
sterebbe riferirsi ai risultati – almeno i molti non controversi – dell’enorme bibliografia
disponibile, e non ci sarebbero dubbi sul senso complessivo del progetto hitleriano
di un «nuovo ordine europeo», sull’avventata partecipazione ad esso dell’Italia fascista,
nonché sulla devastante macchina di distruzione e di sterminio dispiegata per realizzarlo. Inevitabili le conclusioni: a) lo scatenamento della guerra fu di per sé un crimine; b) quella decisione non fu, nella storia di quella Germania e di quella Italia, un
evento accidentale, ma lo sbocco logico della concezione del potere e delle relazioni
fra i popoli intrinseca a quei regimi. Non una pratica, ma la pratica distintiva, la loro
ragion d’essere; c) in caso di vittoria delle forze dell’Asse l’Europa, sotto l’egemonia
della Germania nazista, sarebbe stata fondata – per usare le limpide parole di Enzo
Collotti – «programmaticamente, e non solo di fatto, sulla disuguaglianza politica, razziale, economica e sociale tra i suoi componenti» (vedi L’Europa nazista, Giunti 2002,
p. 394).
Allora sarebbe bene sbarazzarsi dei finti problemi che si avvalgono di un linguaggio pseudofilosofico, come la determinazione di che cosa sia stato «male assoluto» e
che cosa no, quesito su cui non si vede come possa dare risposta un’indagine storica
(o si pensa che possa risolverlo l’autorità politica per mezzo di un decreto?).
In questa stessa luce sembra a chi scrive una regola di prudenza evitare concetti
estremamente vaghi come «modernizzazione» a proposito della politica fascista in Italia (sarebbe stata la sua parte «buona»). E ricordando la lezione di Salvemini, espressa
nell’introduzione al suo libro sulla Rivoluzione francese, evitiamo di attribuire valore
sostanziale a concetti astratti, facendoli diventare gli attori della storia. Non «il fascismo», ma l’Italia nel periodo fascista è stata responsabile delle leggi razziali e della
guerra di aggressione a fianco della Germania hitleriana. La necessità di quell’Italia di
fare i conti con se stessa era chiara a una lucida minoranza che – si vedano gli scritti
di Dionisotti recensiti in altra parte di questo fascicolo – scorse i caratteri di una guerra
civile («un primo atto») già nello scontro fra italiani e italiani nella guerra di Spagna
e individuò nell’assassinio dei fratelli Rosselli l’evento simbolico che imponeva di
proseguirla («oggi in Spagna, domani in Italia»). Si trattava, per lo spirito «giellista», di
andare più a fondo rispetto alla semplice sparizione delle forme più vistose e riconoscibili della politica fascista, risalendo anche alle radici, agli aspetti di continuità fra la
società prefascista e il regime pienamente spiegato. Questa riflessione sarebbe stata
la condizione indispensabile per prevenire il riemergere delle pulsioni autoritarie, antidemocratiche, razziste già presenti nell’Italia liberale (si pensi al razzismo antislavo
ben documentato da A. Kersevan in un lavoro recensito su queste stesse pagine) e poi
portate a trionfale attuazione nel periodo mussoliniano.
Scaricare tutto su un astratto «fascismo» (la malattia passeggera, secondo certe interpretazioni crociane, indulgenti anche verso la monarchia), magari insistendo soprattutto sul suo periodo di maggiore affinità con gli occupanti nazisti, sarebbe invece stato,
come in effetti fu, il prodromo di una rapida autoassoluzione e di un’efficace strategia
di rimozione e di oblio delle più diffuse responsabilità (il «consenso» di cui parlano
autorevoli storici).
Nel drammatico dopoguerra altri, i due maggiori partiti di massa, videro, forse
con qualche ragione dalla loro parte, diverse urgenze, e furono aperte le porte ad
una «conciliazione» che avrebbe dovuto trovare il suo sigillo nella condivisione dello
160
spirito repubblicano e costituzionale. Come si sa, l’immediato riorganizzarsi del (neo)
fascismo fu una prima smentita di queste attese, ma di ben altro peso è stata – possiamo dirlo col senno di oggi – la persistente indifferenza o estraneità di molti (non solo
singoli, ma pubbliche istituzioni e diverse forme di magistero) al progetto di rinnovamento radicale della società iscritto nella Costituzione.
Oggi che questa estraneità si manifesta nelle parole e negli atti di chi sta al governo, non sorprende la dilettantesca, ma nondimeno pericolosa, «revisione» della nostra
storia recente. A cui sarà bene contrapporre uno sforzo di conoscenza che allarghi
anche le frequentazioni «nostre» (non dico degli storici di professione, che non hanno
bisogno di questo invito).
Per fare un solo esempio, ci si sforzi di vedere la nostra Resistenza nel quadro
europeo, alzando lo sguardo oltre il cortile di casa. Tanto per dire, cerchiamo di vedere le ragioni e i sacrifici degli «altri» partigiani, quelli che in Grecia e in Jugoslavia
combatterono contro l’esercito italiano aggressore e occupante. Impariamo (si legga
l’equilibrato volumetto di Maria Verginella, Il confine degli altri, ed. Donzelli), e vedere noi come feroci prevaricatori. Diamo una mano alle voci che da tempo lavorano
a decostruire la favola dell’«italiano brava gente». Se non altro, scopriremo qualche
riscontro efficace dell’effettiva continuità fra il fascismo «veramente cattivo» di Salò e
quello «bonario» e «più complesso» (Alemanno dixit) che lo aveva preceduto.
161
Come si cambia un logo
Pubblichiamo la richiesta della casa editrice Rizzoli per ottenere dal nostro Istituto l’autorizzazione all’uso del logo «partigiani in cammino» per il libro di Giampaolo Pansa, I tre inverni
della paura. E la nostra risposta. Ogni commento è superfluo,
lasciamo al lettore la valutazione.
Il logo
La foto
Corrispondenza
e.mail
11 marzo 2008
allegato: copertina Pansa.jpg
oggetto: c.a. Vanni Orlandini, da Rizzoli
Gentile dott. Vanni Orlandini,
come d’accordi presi le invio la copertina di Pansa, in particolare mi servirebbe
sapere a chi rivolgermi per ottenere l’immagine in alta risoluzione, per pagare i diritti
163
dell’immagine e per inserire i crediti sulla copertina.
La ringrazio fin da subito per la collaborazione e attendo sue notizie domani, in
tarda mattinata
Cordiali saluti
XXXXXXX
Risposta di Istoreco
Reggio Emilia, 12 Marzo 2008
Gent.ma
Sig.ra XXXXXXX
Prot. n° 065-08/VO/lr
Gentile Signora XXXXXXX,
abbiamo preso visione della bozza di copertina per il libro-romanzo di Giampaolo
Pansa, recante una immagine di proprietà
istoreco.
Il libro, 1ª versione
Purtroppo non possiamo accogliere la
Vostra richiesta perché l’immagine stessa
costituisce il logo della Sezione Esteri di
istoreco, dei Viaggi della Memoria, dell’organizzazione delle iniziative sui Sentieri
Partigiani e dell’organizzazione di stage ai quali partecipano decine di giovani italiani
e stranieri.
Non è quindi pensabile che attorno a tale logo possano esserci iniziative che interferiscano o, perlomeno, confondano o coinvolgano, seppure indirettamente, iniziative
che è bene, anzi necessario, restino separate e ben individuabili.
Pertanto, l’utilizzo dell’immagine proposta per la copertina del libro di cui la Vostra
mail, non è da istoreco autorizzata.
Qualora interessino altre immagini del nostro catalogo fotografico, si prega di segnalarlo allo scopo di esaminare assieme il possibile utilizzo autorizzato.
Cordialmente.
p. Istoreco
f.to Il Direttore
(Vanni Orlandini)
164
e. mail
22 aprile 2008
Gentile dottor Orlandini, come d’accordo le invio la copertina del libro. In attesa
di un suo gentile commento.
XXXXXXX
Il libro, 2ª versione
165
Recensioni
M. Fincardi, Campagne emiliane in transizione,
88-491-2931-1, 18 €
clueb,
Bologna, 2008 ISBN 978-
Questa raccolta, che ripropone saggi pubblicati tra il 1990 e il 2006, molti dei quali
inediti in Italia, integra e prosegue il discorso avviato da Fincardi nel 2001 con La terra
disincantata, proponendo una storia della «bassa» padana tra ’800 e ’900 che demolisce molti luoghi comuni non solo storiografici.
Quella dello studioso guastallese è, infatti, una storia delle campagne che supera
l’ottica economicistica, quella naturalistica, quella etnologica, per indagare il paesaggio sociale e le forme di sociabilità, le rappresentazioni culturali e i riferimenti simbolici, le modalità di politicizzazione e le strategie di rivendicazione.
È una storia regionale, incentrata sulle aree emiliane, che non ragiona in termini di
scansioni amministrative o di distretti economici, né tantomeno di tradizioni astoriche,
bensì indaga pratiche e rappresentazioni proprie di un’area specifica per cogliere a
questo livello, al quale appaiono con notevole densità e definizione, i passaggi della
grande storia.
È una storia della transizione verso la contemporaneità, vista però non come
un’astrazione nominalistica o un processo imposto dall’alto, bensì quale risultato della
complessa interazione tra vincoli strutturali, risorse simboliche e scelte individuali.
Fincardi ci dice essenzialmente che l’immagine delle campagne italiane come immobili e passive appendici delle città, entrate nella storia solo con la prima guerra
mondiale, deve essere totalmente rivista.
Innanzitutto, perché ci sono campagne molto diverse tra loro: particolarmente marcata è la distinzione tra quelle mezzadrili, effettivamente più statiche, e quelle bracciantili, le quali svolgono invece una parte attiva della modernizzazione del paese.
In particolare Fincardi ipotizza qui, a partire dalle sua analisi sull’area tra la va
Emilia e il Po, l’esistenza di una «Italia mediana», non geograficamente contigua, ma
storicamente coerente, che proprio grazie alla forte presenza bracciantile sviluppa una
peculiare dinamicità.
In questo contesto il confine tra città e campagna tende sempre più a sfumare, man
mano che il movimento di uomini, di merci e di idee diffonde ambizioni e soluzioni
«moderne».
Alla base di questa evoluzione si trova certo l’azione omologante dello Stato, che
agisce tramite la scuola, la leva, il fisco, le elezioni, le poste, i lavori pubblici (molto
belle le pagine sui cantieri di bonifica); ma anche l’apertura dei mercati, compreso
quello del lavoro; e soprattutto lo svilupparsi delle reti di relazione e comunicazione.
I braccianti sono spesso costretti alla pluriattività o all’emigrazione: in entrambi i
casi entrano in contatto con realtà nuove, che impongono loro uno sforzo di adattamento e insieme aprono nuovi orizzonti mentali e materiali.
Appaiono in questo senso molto stimolanti le pagine che l’autore dedica a questa
«realtà popolare in movimento»: i «precari» dell’epoca (ambulanti, stagionali, girovaghi), vettori di culture extra-locali; i meccanismi di emulazione e competizione nella
167
gara a «modernizzarsi» che coinvolgono i giovani nelle campagne padane di fine secolo (si pensi al loro comportamento sessuale sorprendentemente «laico»); le botteghe,
le aule e le osterie come luoghi di trasmissione molecolare di una mentalità posttradizionale.
Oltre alle occasioni di evasione, contano le risorse disponibili: Fincardi incentra la
sua attenzione sui modelli di sociabilità, ricreativa e poi rivendicativa, che i braccianti
mutuano dal contatto e dall’interazione con il mondo piccolo-borghese.
In particolare le forme dell’associazionismo antagonista, dalle società di reduci
garibaldini ai gruppi radicali, fungono da matrici per quelle contadine: di qui la forte
politicizzazione e sindacalizzazione dei braccianti padani (a loro – ci ricorda l’autore –
e non al proletariato di fabbrica del triangolo industriale si devono le lotte più accese
e i risultati più consistenti della storia italiana); ma anche il paradossale effetto nazionalizzante che esercita su di loro la scelta internazionalista, proiettandoli su una scala
diversa da quella paesana e ponendoli a confronto con problemi e strumenti del tutto
diversi da quelli propri del mondo di antico regime (Fincardi parla provocatoriamente
di una «nazionalizzazione concorrente»).
Questo impianto analitico e l’approccio interpretativo che ne deriva, suggeriscono
spunti euristici anche sulla storia che segue: è proprio guardando alla vitalità dell’Italia
mediana, culla degli estremismi di ogni colore, che si possono, infatti, cogliere meglio
le strategie di affermazione del fascismo agrario, la sua premura nello «sbracciantizzare» l’area padana, la sua mitopoietica di un «ruralismo» neutralizzante, il suo collateralismo alle forze della reazione.
Così anche si può capire la funzionalità allo sviluppo di quella linea rossa che
congiunge, pur attraverso non trascurabili discontinuità, il socialismo prampoliniano
(ma anche – sembra dire Fincardi – il sindacalismo rivoluzionario) al riformismo postbellico; con una lettura del «modello emiliano» imperniata sul paradosso di una cultura
di parte che diventa matrice di civismo.
E ancora si possono proporre interessanti considerazioni sull’oggi e sulla drammatica situazione di un nuovo bracciantato, quello dell’immigrazione, che al contrario di
quello qui in esame, manca di una cultura associativa e di luoghi di contiguità con il
moderno tali da far intravedere per lui una promozione sociale (senza la quale peraltro, ci dice l’autore – non può esservi sviluppo).
Si tratta dunque di un libro denso e ambizioso, per questo non sempre facile e
talvolta discutibile, ma sempre assai stimolante, anche per chi non si occupa di storia
rurale: tra teatrini di paese e parroci disperati, vi si ritrovano, infatti, luci e ombre della
nostra storia profonda.
Mirco Carrattieri
L. Baldissara (a cura di), Tempi di conflitti, tempi di crisi. Contesti e pratiche del
conflitto sociale a Reggio Emilia nei «lunghi anni Settanta», L’Ancora del Mediterraneo,
Napoli-Roma, 2008, pp. 571, 30 €
Il volume che raccoglie gli esiti di una ricerca promossa dal Centro Studi R60
affronta il problema di una lettura storiografica degli anni Settanta, letti attraverso
168
l’osservatorio reggiano, osservatorio privilegiato per la ricchezza e la complessità dei
fenomeni politici e sociali che in quegli anni seppero esprimersi proprio nella nostra
provincia. Un decennio di grandi movimenti sociali, di trasformazioni antropologiche
e anche, purtroppo, di un’esplosione della violenza politica che ebbe proprio nel nostro territorio uno dei suoi punti di elaborazione ed avvio. Gli anni Settanta letti come
come frattura cronologica, segnata dalla crisi del modello capitalistico e dalla crisi della politica incapace di dare risposte adeguate alle istanze di partecipazione innescate
dalle lotte studentesche ed operaie.
Un periodo di grande dinamicità per affrontare il quale, come Baldissara suggerisce
nella introduzione (corredata anche da una «bussola bibliografica» di grande utilità), è
necessario «volgere lo sguardo a quegli anni come a delle rapide, attraverso le quali
lo scorrere dei processi storici viene repentinamente accelerato, e dove la pendenza
e la velocità imprimono un vorticoso rimescolamento ai fenomeni sociali e politici,
alle dinamiche economiche ed istituzionali, provocando il precipitare di quei processi
verso esiti poco prima ancora inaspettati e inimmaginalbili, aprendo nuovi scenari e
mutando i fondamenti su cui poggia l’ordine della società».
Ma la lettura che le varie ricerche propongono assume una dimensione necessariamente allargata, per approfondire il periodo in questione anche alla luce di un percorso avviato nel dopoguerra e che trova nella svolta del 1959 il suo punto di accelerazione quando il pci con la Conferenza regionale, che segnò l’adesione, pur in sensibile
ritardo, alle posizioni dell’VIII Congresso nazionale del 1956, accettò di governare lo
sviluppo, la «grande trasformazione», non solo tramite quel corporativismo municipale
che si esprimeva in promozione localistica e protezione comunitaria ma perché si capì
subito (o quasi) che la crescita economica era nello stesso tempo la precondizione
necessaria dell’emancipazione delle classi popolari e il tramite di avvicinamento tra
classe operaia e ceti medi. Una scelta che riesce a conciliare l’identità comunista con la
modernità dirompente, riuscendo a costruire quel «modello emiliano» che, non a caso
viene proposto come esempio/alternativa ad una crescita che produca lacerazioni,
fratture e ingiustizie sociali.
La ricerca si snoda attraverso tre grandi filoni tematici (economia e società, sindacato e istituzioni, politica e culture) che riescono ad attraversare gran parte dei fenomeni
che la provincia reggiana seppe esprimere in quegli anni in termini di innovazione
e capacità di progetto, dalla ristrutturazione industriale allo sviluppo della piccola
impresa, dalla centralità del «comune democratico» alla crisi economica e i ritardi del
sindacato, dalla militanza nella stagione dei movimenti alla elaborazione di innovative
politiche culturali in sintonia con quanto di più avanzato si stava producendo nell’effervescente scenario internazionale. (ms)
D. COLOMBO, L’estate delle magliette a strisce. Luglio 1960, la rivolta contro Tambroni, Sedizioni, Milano 2008, 14 €
Diego Colombo, corrispondente dalla Brianza per il «Corriere della Sera», nel suo
libro L’estate delle magliette a strisce narra degli scontri di piazza e delle rivolte del
luglio 1960, delle tre settimane che sconvolsero il Paese.
169
L’autore dà un taglio giornalistico all’opera cercando di rimanere il più possibile
fedele ai fatti, coinvolge in medias res il lettore, lo catapulta nel clima teso di un’Italia
che, a quindici anni dalla Liberazione e mentre erano ancora in vita e attivi quasi tutti
i suoi protagonisti, viene travolta dal ciclone del governo Tambroni formatosi con i
voti decisivi del msi, erede diretto del fascismo. Non si tratta di semplice cronaca degli
eventi, il libro ripercorre i dolorosi avvenimenti che funestarono quell’estate dando
risalto alle testimonianze dei suoi protagonisti, i ragazzi delle magliette a strisce ma
anche i partigiani e gli operai.
In quegli anni, in cui avveniva la grande trasformazione italiana del boom economico, i giovani erano visti come avulsi dall’impegno politico o marginalmente toccati
dalle questioni di partito, «nelle cronache dei giornali indossavano jeans lisi, portavano
i capelli lunghi, giravano in vespa, avevano il mito dell’America … a differenza dei loro
padri, ogni ora trascorsa in fabbrica era un’ora rubata all’unica cosa che li interessava
davvero, essere giovani. Non erano iscritti al sindacato ... Ma quando c’era da scioperare non si tiravano indietro … La politica ci stava nella loro vita. Senza esagerare
però…» (pp. 81-82).
Questi giovani sono il fulcro della «Nuova Resistenza», la generazione a cui molti di
noi avrebbero voluto appartenere; l’autore stesso, l’8 agosto 2008 durante la presentazione del libro a Reggio Emilia (organizzata da «Pollicino Gnus» in collaborazione con
istoreco), la definisce la «generazione dei suoi vent’anni», non è un dato cronologico
ma si tratta della mitizzazione di un gruppo di giovani capaci di esprimere il loro dissenso. Una generazione consapevole, infatti il «mito della Resistenza aveva fatto breccia tra i figli della guerra. I più giovani, quelli nati appena prima o durante il secondo
conflitto mondiale, erano cresciuti a pane e antifascismo…» (p. 87).
I ragazzi delle magliette a strisce sentirono la necessità di scendere in piazza per
rinnovare la lotta antifascista e per contrastare Tambroni che, con la sua politica («Quo
tua te virtus: fin dove ti condurrà il tuo valore»*), diede inizio al processo di legittimazione del msi che decise di tenere il VI congresso a Genova, città medaglia d’oro
della Resistenza, dal 2 al 4 luglio 1960. È evidente che questi avvenimenti politici riaprirono le ferite lasciate dagli orrori del secondo conflitto mondiale, che avevano visto
contrapporsi partigiani e fascisti. Il discorso di Pertini alla vigilia degli scontri ne è la
conferma: «Io nego che i missini abbiano il diritto di tenere a Genova il loro congresso
… Si tratta, del resto, di un congresso che viene convocato qui non per discutere ma
per provocare e contrapporre un passato vergognoso ai valori politici e morali della
Resistenza … Difendiamo la Resistenza» (pp. 27-28).
Parola chiave è «Nuova Resistenza», infatti Colombo cita un articolo di Carlo Levi
uscito su «Vie Nuove», intitolato proprio La Nuova Resistenza, nel quale si fanno coincidere le manifestazioni di piazza con una nuova lotta di Liberazione che ebbe inizio a
Genova e in breve si diffuse in tutta Italia: le piazze si riempirono di giovani a Licata,
a Roma, a Reggio Emilia, a Palermo e a Catania.
Gli scontri furono duri e l’autore li descrive, senza tralasciare alcun particolare, attraverso gli occhi di coloro che vissero in prima persona le cariche e la violenza delle forze dell’ordine, dei parenti e gli amici delle vittime, di coloro che sono stati condannati
al carcere perché sovversivi. I capitoli «Quaranta minuti di sangue» e «Martiri straccioni»
sono interamente dedicati all’eccidio di Reggio Emilia, si tratta della minuziosa cronaca
170
dei fatti, della descrizione dei suoi protagonisti, ovvero giovani e partigiani che scesero
in piazza per evitare il ripetersi della storia. Lauro Farioli, Marino Serri, Afro Tondelli,
Emilio Reverberi, Ovidio Franchi sono cinque delle dodici vittime di quell’estate tragica e nel contempo rivelatrice di una «Nuova Resistenza», intesa come momento nuovo
ma anche di continuità con la Resistenza del secondo conflitto mondiale.
L’antifascismo del luglio 1960 si esaurì con la caduta del monocolore Tambroni a
dimostrazione che i giovani protagonisti di quell’estate erano motivati e consapevoli,
ognuno di loro con la sua storia ha contribuito a rendere quella generazione unica.
Loredana P. Cicciù
* P.G. Murgia, Luglio 1960, Sugar, Milano, 1968, p. 53, nota 13.
L. BINCOLETTO, L. SMANIOTTO, Il fronte a casa nostra. Il Basso Piave nelle immagini e nei ricordi della Grande Guerra, Biennegrafica, Musile di Piave (VE) 2008,
pp. 223, s.i.p.
Il volume offre una ricostruzione degli eventi bellici che sconvolsero l’area del
Basso Piave a partire dall’ottobre 1917, fino alla cessazione delle ostilità. La disfatta
di Caporetto e la rapida avanzata austriaca trasformarono in campo di battaglia città
e paesi che erano rimasti a lungo di retrovia. Una marea umana di reparti italiani in
ritirata investì in particolare le cittadine di San Donà di Piave (VE), sulla riva nord, e
della vicina Musile, su quella sud, attestandosi ad estrema difesa proprio sulla linea del
fiume ed ingaggiando combattimenti continui con le forze austriache avanzanti.
Il successo nella battaglia per fermare l’esercito austriaco sul fiume impose ai luoghi rivieraschi un tributo imponente di distruzione e morte. Intere cittadine quasi
completamente distrutte furono il tragico lascito dei mesi del «fronte a casa nostra».
Tante furono anche le vittime fra gli abitanti e migliaia i civili in fuga, profughi in lontanissime località della penisola.
Il lavoro dei curatori del volume, presentato a Musile unitamente ad una mostra
commemorativa, riporta con notevoli dettagli e pregevole efficacia la cronaca delle
operazioni sulla scala locale, con dovizia di immagini fotografiche e mappe dei luoghi,
oltre a numerosi racconti di militari protagonisti e civili testimoni di quei drammatici
momenti vissuti dalle comunità al centro della narrazione.
Dalle pagine emerge poi uno sconosciuto e sorprendente aggancio reggiano. Si
tratta della parte del lavoro che descrive il ruolo avuto dal giovane concittadino Ettore
Borghi, ingegnere allora ufficiale del Genio, nelle azioni di abbattimento dei ponti sul
Piave, estremo tentativo di arrestare l’avanzata austriaca. La descrizione delle operazioni è molto precisa e corredata, fra le altre, da inedite immagini riprese da un album
fotografico redatto dall’ufficiale reggiano ed ora in possesso ereditario dell’omonimo
nipote, che lo ha messo a disposizione dei curatori e del pubblico.
I ponti sul Piave fatti saltare dalla 20a Compagnia minatori, comandata da Borghi,
il giorno 9 novembre 1917 fra i comuni di San Donà e Musile furono due, uno ferroviario ed uno stradale, come documentano le diverse fotografie scattate dallo stesso
Borghi ed ora pubblicate nel lavoro in rassegna. La cronaca originale dei brillamenti
risale ai racconti di testimoni diretti degli eventi, raccolti nel primo dopoguerra in un
171
memoriale di storia locale ad opera di monsignor Costante Chimenton, professore del
seminario di Treviso. Fra le testimonianze raccolte dal Chimenton nel suo memoriale,
edito per la prima volta a Treviso nel 1928, spicca quella del tenente ingegner Leonardo Trevisiol, appartenente alla stessa compagnia minatori comandata dal capitano
Borghi e partecipante alle azioni.
La sistematica distruzione dei ponti attuata in quei giorni lungo tutto il corso del
fiume fu un contributo importante nel blocco dell’incalzante azione austriaca, che
ormai rischiava di dilagare nella Pianura padana. Dalle posizioni consolidate l’esercito
italiano potè poi ripartire alla controffensiva nel giugno dell’anno seguente, battaglia
del Solstizio, per giungere all’epilogo vittorioso il 4 novembre 1918.
A conclusione appare senz’altro doveroso esprimere un particolare apprezzamento
per un lavoro che, al merito di un’efficace ricostruzione degli eventi nell’area interessata, associa un’altrettanto efficace sollecitazione di interesse e di monito relativamente alla tragedia umana e materiale delle guerre, rivolto in particolare alle nuove generazioni. Anche lo sviluppo e l’approfondimento delle ricerche storiche su base locale
possono sicuramente trarre significativi stimoli da una lettura del volume.
Amos Conti
A. Mammi, La stagione ostile, comuni di Scandiano Casalgrande, Rubiera,
Castellarano, Baiso, Viano 2008, pp. 157, s.i.p.
Il professor Mammi ha raccolto decine di testimonianze e interviste di ex deportati
militari e lavoratori coatti civili e dei loro parenti al fine di ricostruire la realtà della
deportazione in una zona nevralgica della provincia reggiana quale il distretto delle
ceramiche. Una ricerca (nata per volontà dello spi-cgil della zona fra il Secchia e il
Tresinaro) dettagliata e paziente attraverso tutti i comuni del comprensorio, svolto
anche con l’ausilio delle carte delle associazioni di ex combattenti e internati al fine di
ricostruire anche una sorta di mappa volta a conoscere quanti residenti nel territorio
hanno vissuto la terribile esperienza della vita nei campi di concentramento nazisti.
Non tutte le interviste fatte sono state pubblicate nel volume, ma la scelta non è stata fatta in base a criteri per così dire «commerciali», bensì, come tiene a sottolineare
l’autore nella sua postfazione, in base alla possibilità di tracciare un profilo coerente
e completo dell’interessato. Non solo la sua esperienza di deportato, ma anche la sua
vita precedente e quella successiva, per chi ne ha avuto la possibilità.
Molto interessante è il taglio che si è voluto dare al libro: non la classica domandarisposta delle interviste, ma qualcosa di diverso, di più accattivante per il lettore. Senza
nulla togliere alla veridicità delle testimonianze raccolte, l’Autore ha scelto di esporle
in forma narrata, come tanti racconti di un’esperienza che per tutti ha avuto tratti inevitabilmente comuni e al tempo stesso per tutti è stata così unica e personale. In tal
modo gli intervistati diventano quasi i veri autori del libro con le loro storie, gli aneddoti, le speranze e le paure vissute durante la loro stagione ostile. In maniera diretta
e inequivocabile raccontano, i protagonisti, di «aver rubato le patate ai maiali», di aver
avuto la vita salva grazie ad un orologio, di aver pianto per la fame, di essere sopravvissuti alle terribili grotte di Kahala. Ma c’è anche chi è tornato a casa da Mauthausen
172
cinquant’anni dopo, dentro una piccola cassa.
In appendice sono stati pubblicati numerosi documenti e fotografie sul lager di
Kahala, sui comitati di aiuto ai prigionieri rimpatriati, gli intervistate e anche alcune
lettere scritte a casa durante la cattività. (mb)
G. CASTAGNETTI, I racconti del Crostolo. Storie, memorie, fantasie, Dea C. editrice, Montecavolo (RE) 2007, s.i.p.
A prima vista, Castagnetti si muove sul piano dell’aneddotica, fra bozzetto, evocazione e curiosità. Una più attenta lettura consente però di cogliere nel libro un lavoro
di precisa identificazione di un luogo (l’area lungo il Crostolo aggrumata attorno
all’istmo sottile che collega le due sponde: la passerella per ciclisti e pedoni di via
Premuda) e di una stagione (i decenni che precedono l’esplodere del boom economico ed edilizio). Un territorio bipartito dalle esigue acque del torrente, ma strettamente
connesso nella stessa toponomastica, d’ispirazione risorgimentale e soprattutto garibaldina (a Goito, Pastrengo, Marsala, Milazzo fanno simmetrico riscontro Calatafimi,
Volturno, Curtatone, Castelfidardo, per limitarci a pochi esempi). Periferia ancora ieri,
se non fosse che la prossimità del cimitero monumentale ne ha fatto da sempre qualcosa di più di un borgo separato, piuttosto uno dei punti focali nella rappresentazione
del territorio comunale da parte di tutti i reggiani.
Alle persone e agli atti di quella stagione l’Autore si rivolge bensì da narratore, ma con lo sguardo dell’antropologo e dell’archeologo. Sa, infatti, di descrivere
il «mondo di ieri», di cui nelle pagine introduttive si fa esplicita guida per il lettore.
Dell’archeologo coltiva l’attenzione per gli oggetti della vita quotidiana (gli attrezzi
da lavoro, la suppellettile, gli indumenti, i cibi e le bevande, o piuttosto il lambrusco,
universale bevanda-conforto delle vite grame). Dell’antropologo possiede la capacità
d’immersione, la disponibilità a compiere indagini sotto forma di esperienza partecipata. È questa la matrice di un raccontare che non è narrazione di fatti, ma narrazione
di narrazioni. Appare cioè, in filigrana, una comunità intessuta di relazioni faccia-afaccia, dove il ricordo qualche volta caricaturale e il frequente commento (talora anche
malizioso e pungente) della figura o dei comportamenti altrui sono merce quotidiana
che non nuoce, anzi sottolinea la sostanziale solidarietà e simpatia nei rapporti interpersonali. Il vicinato, insomma, come convivenza effettiva, essendo di là da venire la
mera condivisione dell’indirizzo e del codice postale, propria delle più recenti «folle
solitarie».
Ovviamente non manca, in Castagnetti, un sorvegliato, personale piacere del narrare, coltivato per passione e affinato alla scuola di scrittura creativa della professoressa
Iris Ruozzi, a cui l’Autore riconosce il merito di «accompagnare per mano alla conoscenza e alla pratica» gli allievi della benemerita Università dell’età libera. (eb)
173
M. PELLEGRI, Parma 1943-1945. Le ferite della guerra e la rinascita della città, mup
Editore, Parma 2006, pp. 300, s.i.p.
Cronaca per immagini, ci sembra la definizione più appropriata per il lavoro di
Marco Pellegri. La cronistoria delle incursioni aeree sulla città di Parma e dintorni,
dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, viene scandita grazie a sintetiche descrizioni e
corpose serie di immagini, tutte di notevole suggestione e capaci di evocare nel lettore
la drammaticità degli eventi.
Lo scopo di testimoniare uno dei flagelli più odiosi della guerra, quello dei bombardamenti aerei, appare senz’altro raggiunto. La forza evocativa delle foto colte sul
campo, quasi in tempo reale con gli eventi, offre ai cittadini di oggi e alle nuove
generazioni, in special modo, l’opportunità di incidere in modo indelebile nella memoria collettiva, di poter rivivere in ogni momento una tragedia umana e materiale di
proporzioni impensabili per chi non sia stato testimone diretto e cosciente. Rivivere la
storia, raccogliere il monito!
Il lavoro, dopo le opportune premesse sulle prime fasi della guerra, accompagnate
dalle immagini di una città ancora integra nel suo tessuto urbano, caratterizzato da
importanti edificazioni storiche, procede con la descrizione particolare dei cinque
bombardamenti aerei alleati di tipo pesante, o strategico, subiti da Parma nel breve
volgere di due mesi, fra il 23 aprile ed il 22 giugno 1944.
Due mesi che registrano la devastazione di numerosi quartieri del centro urbano,
provocando circa quattracento vittime fra i civili. Gli obiettivi dichiarati dagli Alleati
sono sempre lo scalo ferroviario, i ponti e le infrastrutture connesse, ma l’imprecisione
dei colpi non risparmia nulla e nessuno ed ogni volta pagano i civili. La stampa locale
attribuisce gli attacchi alla volontà degli Alleati di colpire la popolazione e giunge a
pubblicare un’invettiva contro il celebre direttore d’orchestra Arturo Toscanini, concittadino, colpevole di essere emigrato negli Stati Uniti e di appoggiarli nella loro guerra
criminale.
La descrizione dei singoli eventi è corredata dalle immagini delle distruzioni nei
quartieri maggiormente colpiti, con una particolare evidenza per gli edifici storici e
di culto. Molte foto riprendono al tempo stesso i cittadini. Donne ed uomini accorsi
sui luoghi distrutti, che appaiono attoniti, sbigottiti di fronte al quell’incomprensibile
scempio delle proprie case, della propria città, della propria storia. Altre foto poi ci riportano alle precipitose fughe dalla città in occasione degli allarmi: un esodo di massa
destinato a ripetersi quasi ogni giorno in una sorta di caotica transumanza.
Le parti conclusive del volume, oltre a descrivere in breve le fasi finali del conflitto,
rappresentano con altrettanta efficacia le fasi della ricostruzione, ponendo a confronto
le immagini dei luoghi colpiti con quelle della ricostruzione. Un aspetto che infine
avrebbe meritato adeguato rilievo, essendo l’occasione propizia, è quello delle vittime
civili, per le quali si riportano solo dati numerici.
Dare un nome e, per quanto possibile, un volto a queste vittime innocenti del conflitto, avrebbe contribuito a meglio onorarle e a scolpire il loro sacrificio nella memoria
di tutti. Ciò senza nulla togliere alla pregevole sostanza dell’opera ed alla capacità di
coinvolgere emotivamente il lettore di altre città; un’opera che ogni città colpita dovrebbe poter annoverare nel proprio corredo storiografico.
Amos Conti
174
C. Dionisotti, Scritti sul fascismo e sulla Resistenza, Einaudi, Torino 2008, pp.
LXVIII-276 25 €
Se volete prendere le distanze dalle malinconiche polemiche seguite alle recenti
celebrazioni dell’8 settembre, ma contemporaneamente ritrovare un terreno solido a
cui ancorare il disgusto per ogni operazione di disinvolta svalorizzazione di quanto
abbiano significato nella storia d’Italia l’antifascismo e la Resistenza, troverete ora in
libreria un insperato soccorso dalle parole di un grande Maestro degli studi italiani, per
usare le parole di Carlo Ossola.
Da tempo annunciati, infatti, escono ora questi scritti di Carlo Dionisotti, recuperati
integralmente da Giorgio Panizza, che, in un’ampia e circostanziata introduzione, non
si limita a contestualizzare i testi raccolti, ma riesce ad offrire un quadro assai stimolante del retroterra culturale e politico nel quale essi hanno preso vita.
Così la fisionomia di questo filologo piemontese, formatosi a Torino nel gruppo
di Giustizia e libertà insieme con Aldo Garosci, «cospiratore latente» come egli stesso
avrebbe detto di sé e del collega Arnaldo Momigliano, capace di coniugare rigore degli studi storici e letterari con un antifascismo radicale ed appassionato, esce quanto
mai viva e stimolante.
Come ricorda Massimo Raffaeli in un acuto commento su «Alias» (supplemento
del sabato del «Manifesto» del 2 agosto 2008), «allievo del nazionalista e fascistissimo Vittorio Cian, con assoluta dignità e senza mai recedere dal proprio antifascismo, Dionisotti aveva trascorso gli anni apicali del regime fra le carte degli autori
umanistico-rinascimentali, presto divenendo il massimo fra gli specialisti di Bembo e
Machiavelli … i mesi della occupazione tedesca li aveva trascorsi a Roma cercando
rifugio nelle sale della Biblioteca Vaticana da cui trasse l’edizione, vibrante di spirito
civile, della Orazione ai nobili di Lucca, di Giovanni Guidiccioni, il testo che rimanda
alla violenta sollevazione popolare del 1531 contro una oligarchia tirannica e corrotta».
Una sorta di legittimazione storica della stagione della Resistenza.
L’impegno diretto sulla stampa di partito durerà i pochi mesi successivi alla
Liberazione, prima del trasferimento in Inghilterra, ma sarà sufficiente a consolidare
nello studioso di straordinario rigore l’impegno a vigilare anche da lontano contro
ogni appannamento del giudizio storico e politico sul ventennio.
Cinque le sezioni del volume: i testi redatti in clandestinità, fra il ’42 e il ’44, gli
scritti successivi, testi per la radio e le prime forme della stampa libera, abbozzi di
progetti editoriali, pagine degli anni Sessanta (con passaggi di grande interesse sia
sui pericoli del neofascismo missino sia su alcune approssimazioni nei richiami alla
Resistenza da parte del movimento studentesco), due ultimi interventi sui pericoli ricorrenti nella storia italiana di eterni trasformismi.
Impossibile in questa sede ripercorrere le tappe di un pensiero, che pure emerge in
modo molto nitido, nonostante la eterogeneità dei testi raccolti. Siano consentite due
sottolineature: il nesso tra una cultura storica e letteraria, che cerca di individuare le
difficoltà originarie di un Paese dalle tradizioni civili complesse e problematiche, e un
antifascismo radicale e conseguente, debitore della grande lezione politica e morale
di Piero Gobetti, con l’approdo ad un giudizio inappellabile del regime, con le sue
pretese di dominare la storia e la sorte degli individui (indicativi a questo proposito i
175
commenti sulla vicenda Gentile, inquadrata nel contesto di una lotta senza quartiere
tra tirannia e libertà), l’amore per la scuola e la formazione, considerati come veri antidoti ad ogni tentazione totalitaria.
Non mancano su questo punto, negli scritti più vicini a noi, osservazioni critiche
e disincantate sulla caduta del livello degli studi e sui pericoli delle approssimazioni
culturali. Anche contro queste derive, il richiamo alla Resistenza si fa voce alta ed appassionata, ben lontana dalle tentazioni della retorica.
In un testo del 1965, a proposito delle polemiche storiche e politiche per «non aver
saputo e potuto coronare l’opera della Resistenza con un’Italia più sana, più schietta,
più nuova», Dionisotti invita sommessamente e laicamente considerare la sostanza, per
certi versi straordinaria, di quella rivolta di popolo, che pure ci ha lasciato tanti problemi insoluti, da cui si deve partire per un nuovo slancio, pure in tempi così diversi.
«La storia aspra e pronta della Resistenza, irriducibile ai miti retorici, ai belletti e agli
impiastri letterari che purtroppo ricoprono tanta parte della storia d’Italia, pare fatta
apposta per aiutarci a vivere questo pezzo di vita che ci resta: una vita anche aspra
e pronta e senza illusioni, ma non senza l’incanto di una maggiore libertà e di una
maggiore giustizia nella convivenza umana».
Lorenzo Capitani
R. ATKINSON, The Day of Battle. The War in Sicily and Italy 1943-1944, Little/
Brown, London 2007, 35 £
Queste sporadiche note a margine non intendono essere una recensione, né l’impossibile riassunto dei contenuti del libro, ma è sperabile che riescano egualmente a
suggerire quanto utile ed interessante ne sia la lettura.
Il taglio è quello classico del candidato al premio Pulitzer: la gamma delle fonti è
vastissima (la sola selezione riportata in bibliografia occupa trenta pagine molto fitte,
mentre la lista completa è fornita online). Però la predilezione per la voce diretta dei
protagonisti (diari, lettere) consente al racconto di evitare sia la farragine del lavoro
«accademico» sia la tecnicità impersonale delle storie «ufficiali» di parte britannica e
americana, che pure sono più volte usate. Qualcosa di più, insomma, della seria divulgazione, ma con esiti altrettanto avvincenti.
L’opera si rivolge principalmente ad un pubblico anglosassone per parlargli di una
lunga campagna militare svoltasi in Italia, e proprio questo lato presenta agli occhi
del lettore italiano una serie di piacevoli sorprese. Innanzi tutto appare insolitamente
accurata – nelle pagine di un non «italianista» – la grafia della toponomastica e delle
espressioni della nostra lingua integrate nel testo. Data la notevole frequenza di nomi e
frasi in italiano il tasso delle sviste, molte delle quali veniali, è infatti quasi trascurabile.
Ancor maggiore simpatia suscita la folta serie di richiami alla storia della Penisola, in
epoca classica, medievale e recente, che l’Autore, senza trascurare le storie di Livio o i
grandi miti letterari omerici e virgiliani, presenta ai suoi presumibilmente ignari lettori,
seguendo il lento procedere del fronte che semina lutti e paesaggi lunari in quella terra
di vigne e di ulivi e di echi del passato. Non solo «le mura e gli archi», ma le grandi
figure (Benedetto a Montecassino, Tommaso ad Aquino…), i costumi e le genti.
176
Alla sofferenza del nostro popolo meridionale, che più volte negli undici mesi
minuziosamente raccontati (luglio 1943-giugno 1944) raggiunge il livello di vera e
propria catastrofe, Atkinson rivolge molta attenzione, per lo più attraverso le parole dei testimoni (militari e giornalisti non ancora embedded nel senso attuale del
termine). Sono tragedie collettive che toccano una miriade di città martiri (Adrano,
Messina, Bari, le «piccole Stalingrado» come Ortona e Cassino…), ma anche singoli
episodi indimenticabili, come quando in una casa colonica della campagna avellinese
un plotone in avanzata scopre una donna dal volto di antica pergamena che veglia su
quattro figli uccisi dalle bombe, o quando, ad Anzio, in una stalla vengono scorte e
immediatamente liberate sei donne incatenate e in procinto di essere messe a morte
perché scoperte in possesso di cibo procurato al mercato nero di Roma. Se si guarda
bene al contesto, persino nel termine gergale «Dago», con cui spesso nelle loro lettere
gli americani in divisa designano noi italiani, è dato rilevare più compartecipazione e
simpatia che non l’originario dileggio.
Ovviamente una grande cura e un’attenta riflessione vengono dedicate alle due tragedie a noi più note (anche se non ci si può troppo illudere sulla stravagante memoria
degli italiani: intermittente, al fondo familistica e media-dipendente). Alla distruzione
di Montecassino è dedicata una lunga analisi, che ne rivela i retroscena e ne denuncia
il doppio errore, umanitario e strategico. Le uccisioni e gli stupri di gruppo commessi
dalle truppe coloniali comandate dal generale Juin sono narrati anche nello specchio
dell’indignazione espressa da molti Alleati, come quel cappellano militare che, nel
denunciare i fatti a Clark, gli scrive che gli uomini della sua formazione erano più
disposti a sparare sui Goumiers che sui tedeschi.
Un altro aspetto del nostro Paese che costituisce un’amara scoperta e un tema ossessivo nei diari e nelle lettere di chi lo veniva scoprendo a proprie spese è la natura
del territorio: i fiumi a carattere torrentizio (Rapido, Volturno…) ma soprattutto i rilievi
della dorsale appenninica. L’orografia della penisola, entro certi limiti propizia alla
guerra partigiana, si rivela nella guerra ordinaria un’esasperante successione di ostacoli che favoriscono chi si difende e condannano gli attaccanti a gravissime perdite. Per
molti comandanti inglesi e americani la situazione sembra riprodurre gli incubi della
Grande Guerra, in cui la maggior parte di loro aveva compiuto le prime esperienze.
Nella sua prospettiva, il racconto di Atkinson è, per così dire, «dalla parte degli
Alleati», nel senso che di loro si colgono molto attentamente le voci e i giudizi dei
capi militari e politici, ma spesso, in forma ricorrente quando la fonte è interessante,
anche quella dei testimoni di rango intermedio o dei soldati semplici, mentre la parte
germanica è studiata limitatamente alle figure dei comandanti (Kesserling, von Senger
und Etterlin, von Mackensen…) e ai loro rapporti con Berlino. Non c’è però nel libro
niente di apologetico o di encomiastico, anzi vengono alla luce con chiarezza i limiti
personali (l’intemperanza di Patton, la vanità di Clark, la scarsa considerazione in cui
alcuni generali americani tenevano Montgomery) ma soprattutto quelli organizzativi e
strategici, come la carente coordinazione fra le diverse armi, marina, aviazione, fanteria, truppe corazzate, che ebbe esiti catastrofici nelle operazioni di sbarco, e fu occasione primaria di gravissime perdite a causa di quello che, con l’attuale eufemismo, si
chiamerebbe «fuoco amico».
Quello che si scopre con chiarezza è che nella guerra la strategia non viene ap-
177
plicata, ma sperimentata per la prima volta. La Sicilia, Salerno, Anzio fanno scuola,
in corpore vili, per lo sbarco in Normandia. Ma la guerra fa scuola anche in un altro
senso: non si parte con la voglia di uccidere, la si assimila strada facendo, come desiderio di rivalsa per i mesi vissuti – scrive il corrispondente di guerra Ernie Pyle – like
an animal (come un animale), in un mondo estraneo dove ogni cosa è anormale ed
instabile. L’esperienza delle morti e delle mutilazioni dei compagni, unita al terrore
delle esplosioni e all’incubo dei cecchini, genera desideri di vendetta, con la stessa
forza con cui le notizie da casa, in cui trapela la sorte delle città tedesche bombardate
a tappeto, esasperano la già feroce determinazione della parte germanica.
Il racconto si conclude con la liberazione di Roma, obiettivo simbolico subito
espulso dalle prime pagine dall’immediatamente successiva operazione Overlord, con
la quale il fronte italiano cessava di avere un valore primario agli occhi dello stesso
Churchill, che ne era stato un ostinato fautore.
Ma nell’Epilogo viene abbozzato il seguito e, soprattutto, viene fornito il bilancio
degli «undici mesi» per il nostro Mezzogiorno. E questo è un quadro forse non abbastanza presente alla nostra coscienza di posteri più attenti a un’altra storia, quella
che ebbe come teatro il Nord. Basti pensare alle mine disseminate (mezzo milione la
stima solo per le dieci miglia fra Ortona e Orsogna). E poi il vanto del Regime, l’area
bonificata delle paludi Pontine, di nuovo allagata e preda della malaria, così come la
stessa Cassino. Paesi fantasma (come San Pietro) non più risorti nel luogo delle loro
rovine. Diffusione massiccia di tifo, epatite, meningite, tubercolosi.
Per questa tragica storia, che accomuna una delle pagine più dure del nostro passato alla sorte di tutta una generazione sacrificata (ogni continente ebbe combattenti
e caduti in Italia) non si può dare miglior commento delle parole antiretoriche pronunciate dal generale Lucian Truscott, il successore di Clark al comando della Quinta
Armata, nel cimitero americano di Nettuno in occasione del Memorial Day 1945. Egli
promise che se si fosse imbattuto in qualcuno, specialmente se uomini di età, che
giudicasse gloriosa la morte in battaglia, avrebbe dato loro una sistemata (he would
straighten them out).
Ettore Borghi
F. CASSATA, Il fascismo razionale. Corrado Gini fra scienza e politica, Carocci,
Roma 2006, pp. 225, 18 €
Il libro ricostruisce la carriera di Corrado Gini, demografo, statistico e sociologo, la
cui opera si è strettamente intrecciata alla politica demografiche del fascismo, soprattutto fino alla prima metà degli anni Trenta.
Fra la metà degli anni Venti ed il 1932, Gini è presidente dell’istat e del cisp (Comitato
italiano per lo studio dei problemi della popolazione) e, «forte del proprio rapporto
diretto e personale con Mussolini, mantiene una sostanziale egemonia nella “costruzione scientifica” della politica demografica del regime» (p. 13).
Senza dubbio, l’opera dello studioso di Motta di Livenza è importante nell’affermazione della campagna popolazionista del regime (e nella compilazione del celebre
Discorso dell’Ascensione, tenuto da Mussolini nel maggio del 1927).
178
Così Cassata sintetizza la posizione di Gini nell’ambito dei rapporti fra la sua scienza e la politica durante il ventennio: «Gini può sostenere la politica natalista non in
quanto militante politico, ma in quanto scienziato. In secondo luogo, l’adozione del
paradigma della “popolazione” contro quello della “società” consente una neutralizzazione scientifica del discorso ideologico, attraverso cui si realizza una legittimazione
incrociata fra il campo scientifico e quello politico, basata, più che sul reciproco sostegno, sulla tendenza alla confusione degli ambiti. In questa prospettiva, a un “Mussolini
statistico” spesso finisce, dunque, per accompagnarsi un “Gini politico”» (p. 54, corsivo
nel testo).
Cassata è già autore di un volume sull’eugenetica in Italia (Molti, sani e forti, Torino
2006), dal quale pure emerge la preminenza dell’opera giniana nella scuola italiana di
eugenica «latina e fascista».
L’autore del libro deve molto alle ricerche dedicate al rapporto fra demografia e fascismo, a firma di Carl Ipsen (Demografia totalitaria, Bologna 1992) e di Anna Treves
(Le nascite e la politica nell’Italia del Novecento, Milano 2002). (fp)
E. GENTILE, Fascismo di pietra, Laterza, Roma-Bari 2007, pp. 272, 16 €
Il libro di Emilio Gentile, storico del fascismo fra i più noti ed apprezzati, anche oltre confine (basta scorrere, per averne conferma, le traduzioni nella sua bibliografia),
è un’ottima introduzione allo studio del rapporto fra fascismo e architettura (come fra
fascismo e urbanistica), lungo tutto il Ventennio.
L’oggetto della ricerca, puntualmente sostenuta dalle fotografie, è segnatamente la
città di Roma ed il modo in cui la capitale venne considerata dal movimento fascista
(poi partito, poi regime) e dal duce in particolare. A dire il vero, «il fascismo delle
origini odiava la Roma reale del suo tempo. Fu Mussolini ad innestare nel fascismo
nascente il mito di Roma. Quando giunsero al potere, i fascisti avevano adottato il mito
di Roma, ma continuavano a detestare la Roma reale» (p. VII). Il movimento fascista
non era nato «sotto il segno» di Roma e della romanità. «Il termine “fascismo” non aveva ascendenze romane, perché derivava non dal fascio littorio ma dal termine “fascio”
inteso come sinonimo di associazione, in uso nel linguaggio della sinistra» (p. 42).
La parte più interessante (solo all’apparenza eccentrica rispetto all’argomento del
volume) è quella dedicata al grande tentativo (fortunatamente fallito), portato avanti
dal regime, di compiere (specie dopo l’Etiopia) una vera e propria «rivoluzione antropologica», rendendo gli italiani come (ma senza alcuna nostalgia) i legionari dell’antico
impero romano. «La rigenerazione degli italiani, il fascismo universale, Roma capitale
della nuova civiltà: sono questi i fondamentali motivi che ispirarono la più grandiosa
ambizione imperiale di Mussolini, quella di diventare immortale nella storia quale fondatore di un nuovo modello di Stato e un nuovo stile di vita» (p. 198).
Merita attenzione, in conclusione, il fatto che per Roma non valesse il principio
fascista della lotta all’urbanesimo (anche in nome della sanità della stirpe). Solo la
capitale poteva svilupparsi, secondo la «vitalità» delle metropoli moderne.
Francesco Paolella
179
M. GUARINO, I soldi dei vinti, Luigi Pellegrini editore, Cosenza 2008, pp. 368,
20 €
Mario Guarino è giornalista, fa dunque parte di un mondo che produce un’ingente massa d’informazioni destinate a durare per breve tempo, incalzate dalle ondate
successive, con i ben noti effetti di obliterazione per accumulo o per sostituzione. I
non molti lettori di periodici e le folle degli spettatori televisivi soggiacciono quindi al
rischio di una rappresentazione frammentaria del presente e di un evanescente ricordo
del passato anche prossimo. Guarino ha però al suo attivo un non piccolo numero
di libri, che toccano alcuni dei più scottanti temi della storia italiana recente, da una
tempestiva inchiesta su Berlusconi (1994), a un’indagine sui rapporti fra Vaticano e
finanza, alla biografia di Licio Gelli … Fatti ben documentati, argomenti di persistente
attualità, scrittura «in presa diretta».
Anche questo volume ha un taglio giornalistico, come dichiara sin dal titolo, che
gioca ironicamente con recenti successi di fantastoria. Non è quindi raccomandabile
tanto per la scoperte di documenti inesplorati o per la ricchezza di particolari inediti,
quanto piuttosto per l’accurato riordino dell’intera materia, a beneficio di tutti noi,
smemorati o distratti.
I soldi dei vinti segue le vicende dell’oligarchia fascista, o collegata al fascismo da
affinità culturale ed interessi materiali, nell’Italia monarchica, nella repubblica di Salò
e, infine, nella repubblica democratica. Di questa classe dirigente vengono alla luce le
strette connessioni fra poteri ed incarichi pubblici, affarismo, sperpero e appropriazione privata delle risorse di tutti, una realtà che la propaganda fascista, coi suoi effetti
d’immagine estesi oltre il crollo del regime e in parte tuttora diffusi, cercava di celare
dietro l’esibizione retorica della devozione «virile» e assoluta al Capo e alla Causa.
L’Autore ci guida in una folta selva di storie personali, che nell’insieme suggerisce molto più di una semplice ipotesi sulla sostanziale permanenze nel tempo degli
stessi gruppi di potere, al di sotto della sottile scorza delle mutate forme politiche
(monarchico liberale, dittatoriale, democratico repubblicana). Banche, grandi mezzi
d’informazione, proprietà industriale, alta dirigenza dello stato e alte cariche militari,
sono spesso nelle mani delle stesse persone o gruppi, caratterizzati dalla scarsa propensione o dalla dichiarata ostilità verso i principi di eguaglianza, pur quando siano
presenti nelle astratte norme giuridiche e vengano formalmente omaggiati. È in particolare dopo la Liberazione che la continuità, non già dello Stato in astratto, ma della
concreta titolarità degli effettivi poteri, prendendo forza dall’amnistia e dal fallimento
dell’epurazione, produce il ritorno in sella dei «vinti» – o in forma gattopardesca o nel
ruolo di mai domi – per niente disturbati dal vento del Nord.
Gli anni della dittatura sono segnati dalla possibilità per i pochi eletti di partecipare
a una grande abbuffata, spettacolo oltraggioso in quell’Italia poverissima, in cui il peso
della debolezza imprenditoriale e dell’asfittica offerta di consumi grava sulla classi lavoratrici, costrette alla moderazione salariale e messe ulteriormente in difficoltà dalla
«prestigiosa» difesa della lira.
La nota dominante nel comportamento dei gerarchi è il conflitto d’interessi: accaparratori di cariche, spesso dotati di propri organi di stampa (molti di loro, come il
duce, provengono dal giornalismo), sono regolarmente al centro di un rapporto fra
180
spesa pubblica e affari privati, svolgendo il comodo e profittevole ruolo di controlloricontrollati, o di committenti (per la parte pubblica) di commesse a società in cui
hanno personale interesse. Gli sperperi connessi alle insensate operazioni coloniali
(grandi opere, forniture belliche), mentre spolpano le risorse pubbliche sono alla base
d’ingenti fortune private. Mondo finanziario e mondo industriale (una concentrata
oligarchia di famiglie tempestivamente schierate a favore del fascismo e aduse già
nell’epoca liberale a giovarsi della protezione statale) partecipano al banchetto, salvo
rifugiarsi sotto l’ala protettrice dello stato nei momenti di crisi. Non sono esenti dall’offrire facili guadagni a beneficio di pochi individui nemmeno le opere, come Cinecittà
e l’industria cinematografica in genere, che pure sono indizio di una lucida capacità
di cogliere l’importanza di questo nuovo settore (peraltro ben sfruttato mediante la
propaganda dei cinegiornali).
Nella repubblica di Salò vi è una coincidenza perfetta fra gli artefici delle più bieche crudeltà e la rapina sistematica come ragion d’essere delle loro azioni. La persecuzione degli ebrei, ad esempio, vede particolarmente attive le più efferate bande (Carità
e Koch in primo piano) che primeggiano nella razzia dei beni ebraici (quadri, tappeti,
opere d’arte, ma anche i più elementari oggetti di uso personale) e nella successiva
appropriazione a personale beneficio, in violazione delle stesse norme emanate in
materia dallo stato fantoccio!
La cancellazione delle colpe operata dalla cosiddetta amnistia Togliatti (in realtà
atto collegiale del governo De Gasperi) restituendo la libertà ai responsabili dei delitti comuni o politici (anche «ordinariamente efferati»!) lascia generalmente nelle loro
mani, o in quelle dei loro eredi, anche il maltolto (oltre a funzioni e gradi negli impieghi civili e militari).
La quasi immediata costituzione del msi è indizio certo che la volontà di pacificazione che stava alla base di quelle decisione venne interpretata dai beneficiari sostanzialmente come atto di debolezza da parte dei «vincitori» e come frutto della propria
rinnovata capacità di condizionarne le scelte e di rimanere nel gioco, grazie anche alle
più disparate relazioni ancora in vita con enti e personalità (anche religiose) molto influenti. Perché, dimostra chiaramente l’Autore, la storia di un neofascismo corpo estraneo rispetto al sistema di potere della «prima» Repubblica, indenne da divisioni interne
e immune dagli scandali finanziari e dai versamenti occulti propri di quella stagione
altro non è che un mito propagandistico (Guarino cita, fra l’altro, i rapporti di denaro
con un giovane Berlusconi e con un navigato Licio Gelli negli anni Settanta).
Citando Giorgio Galli, Giorgio Bocca e Paolo Sylos Labini, l’Autore afferma in
conclusione che c’è un’evidente linea ereditaria fra l’affarismo predatorio attuato dai
gerarchi sin dagli anni Venti e quello che appare trionfante nella politica attuale. Ed è
curioso che questa tesi di una linea di continuità sia messa in discussione dallo stesso
Editore dell’opera, che, nella pur elogiativa introduzione affidata a Saverio Di Bella,
prende le distanze sia da tale valutazione sia, più in particolare, dall’affermazione che
«il virus principale del berlusconismo» consista nel «denaro come valore assoluto della
vita». Ci si domanda se gli stessi rilievi sarebbero stati formulati se il libro si fosse stampato soltanto qualche mese più tardi.
Ettore Borghi
181
A. KERSEVAN, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per
civili jugoslavi 1941-1943. Nutrimenti, Roma 2008, pp. 287, 18 €
Quello del «confine orientale» è uno dei tanti aspetti della storia del nostro Novecento
su cui le prese di posizione di ordine politico (o addirittura «istituzionale») e le ricerche
di natura propriamente storica hanno costituito un intreccio pressoché inestricabile.
Ma in nessun altro caso si è assistito a una vera e propria campagna organizzata, con
una strategia di lungo periodo, da un ben individuato settore dello schieramento politico (quello neo, post o filofascista), i cui sforzi sono stati coronati da un innegabile
successo: far sì che un episodio relativamente circoscritto di displaced persons e di
contropulizia etnica fosse considerato dall’Italia ufficiale un evento inaudito, capace
di assumere, data la sua eccezionalità, il valore di simbolo e di memento per tutta la
comunità nazionale.
L’obiettivo di far diventare senso comune un punto di vista a dir poco parziale
esige la messa in opera di sistematici interventi almeno a due livelli, uno esplicito e
apparentemente arduo (imporre una propria «narrazione», a dispetto della crescente
disponibilità di contrastanti ricostruzioni scientifiche), uno più implicito, favorito da
preesistenti convinzioni di generica, ma diffusa matrice «culturale» o scolastica (assumere a propria premessa un insieme di sottintesi per così dire «etici», connessi con
l’ideologia nazionalista e militarista, dando per scontata la loro universalità).
Sotto questo secondo profilo risulta essenziale la neutralizzazione, o «naturalizzazione» etica della guerra, da cui consegue la non imputabilità dell’iniziativa bellica e
di tutte le sue conseguenze (senza fare eccezione neppure per quella guerra 1939-45,
deliberata a meno di una generazione dalla grande carneficina del primo conflitto
«mondiale», come se nessuna lezione si dovesse trarre da quella colossale ecatombe di
giovani maschi e dalla somma di dolori indicibili delle popolazioni civili, una tragedia
tale da far pronunciare allo stesso Kaiser, non certo un cuore tenero, il celebre Ich
habe es nicht gewollt, non ho voluto che questo accadesse). Ma una simile elusione
delle responsabilità per lo scatenamento del conflitto non impedisce di caricare, con
apparente paradosso, di senso etico i comportamenti individuali al suo interno, sottoponendoli alle stesse categorie che la tradizione militare ha storicamente codificato
come assoluti valori o disvalori: gerarchia, disciplina, obbedienza agli ordini senza
discussioni, disponibilità ad uccidere contro «codardia», comprensione o «fraternizzazione» verso il «nemico» (inclusi i civili in territorio occupato), «disfattismo», ecc…
La quasi generale accettazione di questo capovolgimento di giudizio che subiscono i
comportamenti considerati doverosi nella vita civile allorché si passa alle prerogative
e agli obblighi «normali» dei militari (purché «regolari», debitamente inquadrati e in
divisa, esclusi dunque i «ribelli», guerriglieri e resistenti) trova il terreno preparato dalla
tradizione didattica di histoire bataille, imperversante per generazioni e tuttora largamente operativa in quegli insidiosi artefatti che sono i manuali scolastici.
Il valor militare e la fedeltà alle insegne e alle alleanze vengono esaltati indipendentemente dalla causa per cui si manifestano, così per esempio El Alamein è un
vanto, il desiderio di «tornare a baita» degli alpini del sergente maggiore Rigoni Stern
un sentimento soltanto umanamente giustificabile, la gioiosa autoconsegna di interi
reparti italiani agli Alleati dopo lo sbarco in Sicilia un imbarazzante episodio da dimen-
182
ticare (su questo punto sono di grande interesse le lettere e testimonianze dei militari
angloamericani raccolte da Rick Atkinson in The Day of Battle. The War in Sicily and
Italy 1943-1944, London 2007).
È insomma il «campo» militare, attore ed arbitro allo stesso tempo, a dettare la
misura del lecito, dell’illecito e del tollerabile, sulla base di una tradizione consolidata
che assegna allo stesso campo la scansione del tempo delle armi attive e della fine
delle ostilità (non c’è pari diritto per il ribelle, anche in casa propria, o per il civile
che impugni le armi fuori dalle regole). Basti pensare alla pratica impunita di «passare
per le armi» gli ostaggi nei territori occupati: gli ostaggi vengono uccisi senza essere
processati proprio perché innocenti rispetto al fatto per cui si sanziona la rappresaglia.
Stanno qui le principali premesse dell’assolutoria indulgenza verso i propri criminali
di guerra che caratterizzerà il dopoguerra italiano, in misura forse superiore a qualsiasi altra situazione europea, Germania adenaueriana compresa. (Si veda comunque,
su questo tema, la ricerca di Filippo Focardi, Criminali di guerra in libertà, Carocci,
Roma 2008 e il commento di Enzo Collotti alla mostra Die Moerder sind unter uns
allestita a Ulm nel cinquantenario del processo tenutosi in quella città contro dieci
imputati per l’uccisione in massa di ebrei lituani: sta in «il manifesto», 7 giugno 2008).
Da parte sua, la «narrazione» (a modesto avviso dello scrivente termine più proprio dell’equivoco ed inflazionato «memoria», che gli storici farebbe bene a lasciare a
discipline più competenti, limitandosi per proprio conto alla consolidata declinazione
al plurale di questa parola) si articola in una pluralità di livelli, che realizzano, nel
complesso, la più completa decontestualizzazione del fenomeno comunemente detto
«delle foibe e dei profughi giuliano-dalmati».
Il primo livello discende dalla suddetta «naturalizzazione» della guerra, e consiste
nell’isolare quel singolo, indiscutibile dramma (come fatto «caldo») dalla miriade di
altrettanto crudeli sofferenze patite dalla nostra e dalle altre genti, in divisa o in abiti
civili. La tradizionale storiografia militare ci mette del suo, rivolgendosi alle guerre con
uno sguardo tecnico, attento all’oggettività delle strategie, al bilancio delle perdite e
dei mezzi impiegati, all’accurata stesura e ricognizione delle mappe. Poiché la rappresentazione reale dell’intera catastrofe, piombata con pari violenza sulla parte «vinta» e
su quella «vincitrice», sarebbe insopportabile per chiunque, allora ci si può rifugiare nel
vecchio adagio per cui una morte è una tragedia, un milione di morti una statistica.
A questo isolamento, per così dire «spaziale», se ne affianca uno temporale: non ci
sarebbero antecedenti, tutto verrebbe a nascere fuori dalla storia, unicamente espressione della brutale barbarie «slava» intensificata della disumana ideologia «comunista».
Guarda caso – come ben sa il lettore del lavoro di Alessandra Kersevan – lo stesso
schema della propaganda fascista degli anni 1941-1943, volta a giustificare dapprima
l’aggressione ad uno stato sovrano (la Jugoslavia), poi il suo smembramento e infine
la criminale repressione di ogni forma di resistenza.
Tutto culmina – ancora una volta in piena continuità con la propaganda dell’Italia
fascista – nella connotazione soltanto ideologica della Resistenza jugoslava (comunista,
«titina»), separandone le ragioni dalla complessiva Resistenza europea (o, forse, mirando a bollarne una per sminuire il valore delle altre). Sparisce la storia della gestazione
tutta italiana della Croazia di Ante Pavelič e la copertura della sua politica antisemita
e antiserba; scompare del pari l’annessione, a guerra in corso, di città croate dalmate
183
e della provincia di Lubiana, con l’italianizzazione forzata (in effetti un gravissimo
progetto di pulizia etnica) della popolazione slovena; scompaiono il pugno di ferro
in Montenegro e l’annessione del Kossovo all’Albania «italiana». Con questa sequenza
di magie è possibile occultare la realtà di una grande guerra di liberazione nazionale,
alla quale, ma anche questo sembra un oggetto rimosso, dopo l’8 settembre si unirono
decine di migliaia di italiani in armi, col contributo di almeno 20.000 caduti.
Ma quegli antecedenti sono indispensabili – dimostra la Kersevan in modo perentorio – per comprendere la genesi e la natura dei Lager italiani (tema, questo sì, a lungo latitante nell’Italia repubblicana, ma ormai ampiamente documentato da una serie
di ricerche, fra cui fa spicco l’opera fondamentale di Carlo Spartaco Capogreco).
Kersevan ci obbliga a riflettere sulla questione del confine orientale come questione italiana, come problema che investe l’identità storica della nostra nazione. A partire dai suoi connotati razzisti, che il regime fascista esaspera, ma che sono ampiamente
presenti ed operanti già nell’Italia postrisorgimentale e liberale. Con questo fardello,
si deve constatare con rammarico, l’Italia repubblicana non ha mai regolato i conti.
Poiché è un’imbarazzante verità la lunga persistenza dello stereotipo negativo dello
«slavo», sia nelle proclamazioni «teoriche» volte a negarne storia e cultura, sia nell’imposizione forzosa di svariate forme di persecuzione delle espressioni linguistiche e
culturali di sloveni e croati, spacciate per elargizione della propria «superiore» civiltà
alle popolazioni «allogene» e alloglotte di mano in mano annesse con l’espandersi dei
confini nazionali (dal 1866 al 1941). Ma nessun atto di pieno, ufficiale riconoscimento
di questa lunga serie di soprusi è venuto dalla Repubblica («nata dalla Resistenza», sottolinea Kersevan con giustificato sarcasmo), tanto che, per fare soltanto un esempio,
nessun uomo politico italiano è mai andato nell’isola di Rab, per rendere omaggio
alle vittime di un campo (formalmente d’internamento, nei fatti di sterminio) in cui la
mortalità fu superiore a quella di Buchenwald!
L’ottica razzista con cui l’Italia affronta la questione del confine orientale offre un
osservatorio di grande importanza per riflettere, come si è detto, su aspetti non secondari di continuità fra l’epoca liberale e quella fascista, ma soprattutto per mettere in
dubbio, se mai qualcuno volesse insistervi, la distinzione fra un fascismo relativamente
tollerante (autoritario, ma non totalitario), prima dell’8 settembre, e il truce e criminale
fascismo repubblicano.
Basti qualche esempio, preso sporadicamente. Già all’indomani dell’annessione
della «Venezia Giulia», cioè in epoca liberale anche se il territorio era amministrato
da un governatore militare, vengono allontanati i funzionari sloveni, croati, tedeschi:
impiegati pubblici, ferrovieri, maestri sono sostituiti con personale proveniente da
altre regioni. Questi provvedimenti, intensificati poi dal fascismo e accompagnati dai
crescenti limiti imposti alla stampa e alla lingua materna, «furono la causa di un primo grande esodo dalla regione, che interessò circa centomila sloveni e croati, che si
rifugiarono nel Regno di Jugoslavia o emigrarono in altri paesi» (p. 23). Tralasciando
le abbastanza note, bieche gesta dello squadrismo triestino, basterebbe esaminare un
parziale elenco degli atti d’imperio compiuti dal regime fascista per avere sotto gli occhi un quadro coerente di sostanziale genocidio culturale: «italianizzazione dei nomi e
dei toponimi; divieto di parlare la propria lingua nella scuola e negli uffici; chiusura di
giornali, biblioteche e istituzioni culturali slovene e croate; spostamento di dipendenti
184
pubblici «allogeni» in altre parti del regno e loro sostituzione in loco con elementi
di sicura «italianità»; distruzione degli enti economici e finanziari sloveni e croati …
requisizione delle terre di contadini sloveni e croati attraverso la persecuzione fiscale
e loro assegnazione tramite l’Ente delle Tre Venezie a contadini provenienti da altre
regioni» (p. 27).
Di eccezionale rilievo (data anche la relativamente esigua popolazione) sono le
cifre che riguardano la giustizia negata, sommaria e «speciale». «Dei 978 processi del
Tribunale Speciale – ricorda Kersevan – ben 131 furono celebrati contro sloveni e
croati della Venezia Giulia. Di 47 condanne a morte, pronunciate da questo tribunale
fascista, ben 36 riguardarono sloveni e croati, e 26 furono eseguite». Analoghe considerazioni possono farsi per le migliaia d’internati e confinati negli anni Trenta. «Il confino di polizia fu il mezzo repressivo forse più efficace per la persecuzione “etnica”,
perché poteva essere comminato in via amministrativa, cioè direttamente dalla polizia
senza intervento della magistratura» (p. 29).
Se queste erano le premesse, non sorprendono i caratteri crudelmente repressivi
assunti dall’occupazione militare italiana (1941-43) in terra slovena, croata e montenegrina. Alla durezza dei fascistissimi alti comandi dell’esercito si intrecciava e sovrapponeva, in un intricato gioco di competenze e di scaricabarile sugli oneri, il fanatismo
dei nostri Gauleiter, a capo dell’amministrazione civile dopo l’annessione delle nuove
province: rapina dei beni, cancellazione dell’identità culturale, condanne gravissime
per ogni forma di opposizione, e anche di semplice relazione famigliare o di vicinato con i sospettati di far parte della Resistenza. Possiamo dunque concludere che
Kersevan giustifica con abbondanza di fatti documentati l’espressione «pulizia etnica»
da lei usata nel sottotitolo del libro.
È avvilente constatare che la condizione degli «italiani per annessione» (cioè degli
abitanti jugoslavi delle province di Lubiana, Spalato e Cattaro), anziché avvantaggiarsi dell’elargita cittadinanza, divenne peggiore rispetto a quella in cui versavano
le altre popolazioni militarmente occupate. In modo particolare, agli oltraggi e alle
persecuzioni già subite dagli «allogeni» nella Venezia Giulia in tempo di pace venne
ad aggiungersi la conseguenza, per gli internati nei campi, di non poter essere tutelati
dalla Croce Rossa e da altre organizzazioni umanitarie internazionali, dal momento
che la loro sorte veniva a configurarsi come «questione interna». In termini crudi, ciò
significava letteralmente morte per fame, freddo, malattia di centinaia d’innocenti,
specialmente donne, anziani e bambini.
La famigerata circolare 3C, emanata il primo marzo 1942 dal generale Roatta, ed
illustrata da una vasta gamma di documenti della II Armata da lui comandata, consente
di equiparare in tutto e per tutto, semmai con qualche crudeltà gratuita in più, l’azione repressiva italiana in terra slovena a quella dei nazisti nell’Italia occupata dopo l’8
settembre. Essa prevedeva, riassume l’Autrice, «la fucilazione di ostaggi da prelevare
soprattutto fra gli arrestati ritenuti comunisti, la fucilazione degli uomini adulti dei paesi presso i quali fossero avvenuti atti di sabotaggio nei confronti dell’esercito italiano
o dei collaborazionisti, la deportazione del resto della popolazione, donne, vecchi,
bambini, l’incendio dei villaggi attuato dai reparti chimici, con i lanciafiamme, il bombardamento dei villaggi» (p. 56).
È su questa base che i Lager italiani si popolano d’innocenti, cui la miseria dei
185
parenti rimasti liberi impedisce di inviare sufficienti soccorsi alimentari o vestiario (ma
non mancano i casi d’intercettazione dei pur modesti invii: pane, frutta secca, e della
stessa corrispondenza).
Studiosa del campo di Gonars, Kersevan estende in questo volume la sua analisi a
tutto l’universo concentrazionario italiano. È un lavoro che prosegue la grande opera
di Capogreco (e le molte altre ricerche disponibili, di cui di volta in volta si dà conto),
ma con propri aspetti di originalità. Grazie anche all’uso di un particolare tipo di nuove fonti (come le lettere delle vittime che la censura tratteneva, ma che il maniacale
scrupolo burocratico accoglieva in archivi, ora accessibili, di copie conformi) l’Autrice
induce il lettore a prendere coscienza della soggettività e della dignità di quell’umanità avvilita, dà voce alle persone (indimenticabili i diari dei bambini sopravvissuti)
e fa rivivere la loro vicenda sottraendola alla neutralità delle pur drammatiche, e non
ignorabili, statistiche.
Di queste testimonianze, così come di molti documenti ufficiali, o di private fonti
memorialistiche anche di parte italiana, il volume incorpora una messe abbondante,
ma la grande bravura espositiva dell’Autrice rende questi inserimenti una componente
perfettamente integrata nel testo, evitando al lettore il faticoso rinvio alla note, che
pure non mancano ma sono limitate alle esigenze funzionali e alle necessità di correttezza scientifica.
È augurabile che, in tempi di revisionismo politicamente incorretto, opere come
questa entrino a far parte dei riferimenti indispensabili per l’autocoscienza civile e per
il superamento di quell’oblio programmato che è cominciato assai presto, all’indomani
stesso della Liberazione.
Ettore Borghi
S. WEIL, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, Roma 2008,
pp. 69, 7 €
Che cosa comporta scrivere la storia di un partito? Più che la descrizione di un’ideologia (tanto più aleatoria quanto più «radicale») e di un sistema di potere e di corruzioni, è soprattutto la descrizione di una disciplina per i militanti (e, immancabilmente,
d’immoralità, eresie, processi, ecc.).
Sembra che non siano passati tanti anni, da quando, nel 1950, «La Table ronde» ha
pubblicato questo manifesto di Simone Weil, poi inserito fra Les Écrits de Londres et
dernières lettres (Gallimard 1957). Nei loro commenti alla prima pubblicazione (compresi nel presente volume), André Breton ed Alain hanno riconosciuto facilmente il
partito comunista come obiettivo principale delle riflessioni della Weil. Ad esempio,
scrive Alain: «Il partito comunista si è incaricato di portare alla perfezione la decadenza
e la nullità di un partito ... Ci si accorgerà per prima cosa del fatto che questo partito
non ha alcun pensiero, fatto che dimostra una stupidità che non è in rapporto con la
comune stupidità, ma che la supera di gran lunga» (p. 62).
Solo polemica à la Guareschi (il che sarebbe comunque qualcosa, nel clima del
1950)? Solo antistalinismo? No, perché fra le pagine della Weil si scopre una puntuale
descrizione di ciò che il partito (meccanismo diabolico, arma profana per provocare
186
passioni collettive, tradimento radicale della ricerca del vero e del giusto) ha iniziato a
rappresentare in questa parte di mondo negli ultimi due secoli.
La democrazia, il principio di maggioranza, le istituzioni rappresentative, non sono
di per sé un bene (anzi sono un male pressoché puro, essendo il ribaltamento del
rapporto mezzi-fine). Sarebbero strumenti buoni se permettessero a verità e giustizia
di vincere materialmente gli errori e i crimini.
Ma che cos’è un partito?
«Un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva. Un partito
politico è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva
sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte. Il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita, e questo
senza alcun limite» (p. 31).
Quale militante può negare di vivere, soprattutto al giorno d’oggi, in un contesto, il
partito appunto, governato da questi principi? Ogni partito è un progetto totalitario. Il
veleno (la «lebbra» secondo la Weil) partitico è (era) ormai evaso dalla sua sede iniziale, diffondendosi nulla cultura, nella religione. Ovunque si milita. «Anche nelle scuole
non si sa più stimolare il pensiero dei ragazzi se non invitandoli a prendere partito pro
o contro un determinato pensiero. Si cita una frase di un grande autore e si chiede
loro: “Siete d’accordo o no? Sviluppate i vostri argomenti”» (p. 55).
Chi parla a nome di un partito, chi s’impegna a rappresentarlo, non è mai in buona
fede, non può che mentire. Che cos’è il punto di vista comunista, socialista, liberale?
Dove s’impara? Il partito ha una penalità sua propria, che minaccia e fa parlare ogni
suo membro, specie se deputato alla propaganda, come un comunista, un socialista,
un liberale. È, per la Weil, il magnifico conforto del non dover pensare. «Un uomo che
aderisce a un partito ha verosimilmente visto nell’azione e nella propaganda di quel
partito cose che gli sono parse giuste e buone. Ma non ha mai studiato la posizione
del partito relativamente a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando a far parte del
partito, accetta posizioni che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando, poco a poco, conoscerà le posizioni che oggi ignora, le accetterà senza
esaminarle» (p. 48). L’oppressione clericale è stata il vero modello della disciplina di
partito. Ed è vero che i partiti comunisti hanno realizzato questo straordinariamente.
Quindi, non resta che la soppressione (o, come propone André Breton, la «messa
al bando») dei partiti, non con un inutile atto di forza, ma attendendo il salvifico disinganno dei servi (che sono sempre di più) e degli onesti militanti (che paiono ormai
destinati all’estinzione).
Francesco Paolella
J. KASPER, E. MANFREDOTTI (a cura di), Perdonare, le tragedie dimenticate,
Marietti 1820, Genova-Milano 2007, pp. 206, 24 €
Il libro è una raccolta di tracce attorno al tema del perdono, alla luce della storia
del Novecento (e in maniera particolare della Shoah). Gli autori, filosofi oppure scrittori, riescono a fondere i propri linguaggi proprio per mettere in difficoltà il linguaggio,
il potere delle parole, della legge, della politica, davanti allo «scandalo» del perdono.
187
Secondo le curatrici del volume, «Imprescrivibile, il perdono non può nemmeno essere
normalizzato dal diritto, che come ordinamento è finalizzato alla regolamentazione
sociale, ovvero al controllo della vita» (p. 7). Il perdono è anche ciò che mette a nudo
il tempo, ciò che lo sovverte; il perdono è libertà inutile.
Qui vogliamo riferire soltanto sul testo dell’intervista, rilasciata da Jacques Derrida
a Michel Wieviorka per «Le Monde des Débats» una decina di anni fa e qui tradotta. Il
punto di partenza del filosofo è il mettere a fuoco la proliferazione delle scene pubbliche di pentimento e di perdono, in relazione al più ampio movimento per il «dovere
della memoria». E bisogna far bene attenzione a non confondere il perdono con la
scusa, l’amnistia, la prescrizione, la riconciliazione, e con tutte le altre possibilità che
riguardano il mondo del diritto e della politica. «Vi è sempre un calcolo strategico e
politico nel gesto generoso di chi offre la riconciliazione o l’amnistia» (p. 28). Quando
il perdono diventa «normalizzato», pubblicizzato, politicizzato e così via, esso perde in
purezza. «Il perdono non è, non dovrebbe essere né normale, né normativo né normalizzante. Dovrebbe restare eccezionale e straordinario, a prova dell’impossibile, come
se interrompesse il corso ordinario della temporalità storica» (p. 21, corsivi nel testo).
D’altra parte, e ponendosi in alternativa per questo sia rispetto a Jankélévitch (cfr.
Perdonare?), sia ad Hannah Arendt (cfr. Vita activa) – alla quale la studiosa Olivia
Guaraldo dedica un bel saggio in questo volume – per Derrida è possibile perdonare
soltanto l’impossibile. Il perdono deve restare una «follia dell’impossibile». «Immaginate
dunque che io perdoni a condizione che il colpevole si penta, faccia ammenda, chieda
perdono e quindi sia cambiato attraverso un nuovo impegno, e che da quel momento
non sia più lo stesso che si era reso colpevole. Si può ancora parlare di perdono in
questo caso? Sarebbe troppo facile da entrambi i lati: si perdonerebbe infatti una persona diversa dal colpevole stesso» (pp. 26-27).
Francesco Paolella
M. MASTROGREGORI, I due prigionieri. Gramsci, Moro e la storia del Novecento
italiano, Marietti 1820, Genova 2008, pp. 340, 22 €
Il lavoro di Massimo Mastrogregori, nella sua chiarezza espositiva, dovuta senz’altro alla sua origine di lezioni universitarie, non solo offre spunti di acuta riflessione
sulle condizioni dei prigionieri Gramsci e Moro, ma al contempo delineando sinteticamente i loro profili, e biografici e di pensiero, disegna il contesto storico in cui essi
vissero. L’uno prigioniero delle carceri fasciste, l’altro prigioniero-ostaggio dei terroristi
delle Brigate rosse.
I due prigionieri, infatti, è un saggio di storia comparata che dei due uomini politici
«offre un ritratto, un’analisi del contesto storico e un’interpretazione dei testi che scrissero nel carcere: Quaderni e Lettere di Gramsci, Memoriale e lettere di Moro» (p. 7).
Intenti rispettati in pieno e, direi, superati. Noi aggiungeremmo che, grazie all’ampio apparato di note critico-bibliografiche in cui sono indicati percorsi di lettura e
di approfondimento sulle due figure di intellettuali-uomini d’azione unito, come si
diceva, alla chiarezza espositiva anche il neofita riesce a raccapezzarsi. Nel senso che,
alla fine del «viaggio» nella storia dell’Italia del Novecento, l’ipotetico neofita sa chi
188
era Gramsci e sa chi era Moro, e soprattutto si rende conto dell’Italia e monarchicofascista e repubblicana. Del fascismo e del comunismo italiano, visto, giustamente,
quest’ultimo attraverso le lenti della Russia rivoluzionaria e della relazione fra essa, il
pci e Gramsci in un intreccio non sempre limpido. Dell’Italia repubblicana, di cui Moro
fu un artefice. Eletto alla Costituente, nelle liste della dc, fece parte della commissione dei 75 e del comitato di 18 persone che scrisse il testo della Costituzione. Lavoro
costituente, che per Moro fu, come, in altri contesti, per tanti altri giovani intellettuali
passati attraverso il fascismo, la palestra per la democrazia.
«Fu per lui [Moro] – scrive l’A. – un’esperienza importantissima, assolutamente fondativa. Qui c’è, indubbiamente, una frattura. Nasce qualcosa di nuovo, questa è storia
nuova rispetto alla formazione cattolica e fascista di Moro. È in questo momento, alla
Costituente, che nasce il Moro che pensa la democrazia» (pp. 87-88)
Aspetto non indifferente per la storia successiva della giovane repubblica. Il passaggio dal centrismo democristiano degli anni ’50 all’ipotesi di governo con il partito
socialista vide il sanguinoso luglio ’60 con il tentativo autoritario di Tambroni, poi
sconfitto; l’estate del ’64 con il piano golpista «Solo», che al centro sinistra voleva mettere la parola fine, e che Moro, riuscì ad impedire, sacrificando, però, le potenzialità
riformatrici dell’accordo coi socialisti di Nenni. Infine, il tragico epilogo con il suo sequestro avvenuto, il 16 marzo 1978, alla vigilia di un passaggio storico: l’ingresso del
pci nell’area di governo. Infatti, «il problema fondamentale degli anni ’70, visto dalla
fine degli anni ’60, è che cosa fare con i comunisti. La soluzione di Moro è quella di
aprire, così com’era stato fatto coi socialisti, anche ai comunisti, tendendoli però sotto
controllo». (p. 101)
Ma chi sono i carcerieri di Moro, presidente della dc? Solo le br? «La domanda –
scrive l’A. – riguarda anche le responsabilità, come nel caso di Gramsci, non di chi imprigiona il dirigente politico, ma di chi non fa abbastanza per liberarlo, di chi lo tiene
in carcere … [Come nel caso di Gramsci] anche nel caso di Moro ci si può chiedere
se non ci sono stati anche altri carcerieri, oltre alle br [come per Gramsci, che oltre
al fascismo anche il partito italiano e quello russo per le note vicende del dissenso
del Sardo nel ’26, non lo volevano libero] egli chiede in parte delle sue lettere, uno
scambio di prigionieri, che fu rifiutato dal fronte della fermezza e discusso da quello
della trattativa (pp. 153-54) … [come Gramsci che] dall’inizio alla fine … continuerà a
pensare che una possibilità sarebbe quella di essere scambiato con altri prigionieri – in
ciò si comporta proprio come Moro, almeno in apparenza» (p. 232).
Glauco Bertani
A. TORRE (a cura di), Le carte delle immagini, Ediesse, Roma 2008, pp. 300, 15 €
Gli archivi sono composti da molteplici materiali dalle differenti tipologie, prodotti
contestualmente alla realizzazione e alla fruizione di audiovisivi, come per esempio
soggetti e sceneggiature, fotografie, manifesti, scalette, contratti e molto altro. Si tratta
di fonti spesso sommerse per le quali generalmente non sono previsti interventi adeguati di acquisizione e ordinamento, poco utilizzate dai ricercatori che si avvalgono
di fonti audiovisive.
189
La pubblicazione affronta i temi dell’uso e della conservazione di questi materiali. I
criteri guida che ci vengono proposti per affrontare la lettura sono fondamentalmente
due: il primo sostiene che questa documentazione, eterogenea e composita, può fornire indicazioni utili ai ricercatori e può portare a ripercussioni sul piano economico
e giuridico. Pertanto, deve essere conservata e valorizzata. Il secondo afferma, sulla
base della natura documentaria del materiale, che la disciplina archivistica può essere
vantaggiosamente impiegata dagli archivi d’immagini in movimento al fine di mettere
in relazione la documentazione audiovisiva, cartacea e iconografica conservata.
Il saggio si divide in tre parti, la prima sezione è dedicata al contributo che i documenti cartacei ed iconografici connessi ai prodotti audiovisivi possono apportare
agli studi umanistici, con particolare riferimento all’impiego di questi materiali per la
contestualizzazione delle fonti cinematografiche e televisive.
La seconda sezione si occupa dell’ordinamento archivistico e della conservazione
di questa particolare tipologia di documentazione.
La terza sezione affronta il tema dei giacimenti di documenti presenti sul territorio,
ovvero archivi di aziende, di persone e di associazioni attive nel campo cinematografico e televisivo. (lv)
190
Finito di stampare
da Grafitalia, Reggio Emilia
nel novembre 2008
Scarica

R i c e R c h e S t O R i c h e