Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri -Segni Anno 9 - numero 6 (87) - Giugno 2012 Giugno 2012 2 Ecclesia in cammino - Giuseppe Toniolo testimone dell’integrazione tra la fede in Gesù Cristo Risorto e la vita quotidiana, + Vincenzo Apicella p. 3 - Benedetto XVI in visita all’Università Cattolica di Roma, S. Fioramonti p. 4 - Fecero ritorno a Gerusalemme , Fabricio Cellucci - Per scegliere.... La Missione, Sr. Apostoline - Diaconato. La vocazione: come una brace che cova sotto la cenere, Claudio e Teresa Barone - Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni: “Rispondere all’Amore si può” Sara Lanna p. 20 Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri-Segni p. 21 p. 22 p.23 Direttore Responsabile Mons. Angelo Mancini Collaboratori Stanislao Fioramonti - Esperienze d’ospedale, Sara Gilotta - Il mmatrimonio tra gay? Un diritto in più e anticostituzionale, P. G. Liverani - Peccato e Perdono nella Storia della Salvezza, Antonio Giglio p. 5 p. 6 Tonino Parmeggiani - Il Canto nella Celebrazione della Messa esequiale, mons. Franco Fagiolo Mihaela Lupu p. 25 p. 7 Proprietà Diocesi di Velletri-Segni Registrazione del Tribunale di Velletri - Cos’è il Simbolo della fede? don Dario Vitali p. 8 - A proposito di presunte apparizioni: intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede n. 9/2004 del 23.04.2004 p. 26 Stampa: Tipolitografia Graphicplate Sr.l. - Libri Sacri: possiamo essere tranquilli sul l oro contenuto? / 2, mons. Luigi Vari - L’adultera e la Misericordia, Claudio Capretti p. 9 p.10 - Sacramenti, l’Eucarestia / 2: aspetti liturgici, don Antonio Galati p. 11 - Perù: Vivere in Missione in un Paese Povero e lontano, Katiuscia Cipri p. 13 - Vogliamo ripartire? Puntiamo sulla famiglia, don Cesare Chialastri - Raccolta di Solidarietà delle Caritas Parrocchiali di Velletri, Paola Cascioli - La Giornata diocesana della Famiglia ”Potremo chiamarci ancora famiglia“, p. Vincenzo Molinaro - Festa del Pane, esperienze di animatori, collab. Ufficio catechistico - Ritiro dei Cresimandi, esperienze, collab. Ufficio catechistico p.14 p. 15 p.16 p. 18 p. 19 - Nel pensiero di San Bruno: Le virtù cardine / 2, don D. Valenzi p. 28 - Segni: Il fontanile di Casarcioni. Quando le vere bestie sono gli uomini, Francesco Canali p. 29 - Il 23 settembre 1944, dopo 187 giorni, la sacra Immagine faceva il ritorno a Velletri (...) La Madonna delle Grazie sfollata a Roma /2 Tonino Parmeggiani p. 30 - 21 Giugno San Luigi Gonzaga. Il nuovo Busto del Santo Patrono di Valmontone, S. Fioramonti p. 32 - Ritorno alla storia / 29: Sant’Antonio di Padova e la depenalizzazione per insolvenza, don Claudio Sammartino p. 33 - l popolo delle spighe o spicatico, Francesco Canali p. 34 - Antonio venditti, Il Bandito della Regina, romanzo storico, G. Abruzzese p. 35 - Requiem Tedesco, Brahms, Mara Della Vecchia p. 36 - In ricordo di zia Maria, Carlo Iannucci p. 36 - Scuola e apprendistato, prof. Antonio Venditti p. 37 - Corso base di iconografia, Arte sacra Veliter p. 39 - Caravaggio, Crocifissione di san Pietro, 1600 - 1601, S. Maria del popolo, Cappella Cerasi - Roma, don Marco Nemesi p. 39 - Bilancio della Diocesi di Velletri - Segni per l’anno 2011 - Decreti Vescovili p. 38 p. 39 Redazione Corso della Repubblica 343 00049 VELLETRI RM 06.9630051 fax 96100596 [email protected] A questo numero hanno collaborato inoltre: S.E. mons. Vincenzo Apicella, mons. Luigi Vari, mons. Franco Risi, mons. Franco Fagiolo, don Dario Vitali, don Antonio Galati, Sr. Apostoline Velletri, Sr. Monastero Madonna delle Grazie Velletri, don Claudio Sammartino, don Marco Nemesi, don Daniele Valenzi, p. Vincenzo Molinaro, Claudio Capretti, Katiuscia Cipri, Fabricio Cellucci, Pier Giorgio Liveran, Paola Cascioli, Antonio Giglio, Ufficio Catechistico,Claudio e Teresa Barone, Sara Lanna, Antonio Venditti, Sara Gilotta, Francesco Canali,Giovanni Abruzzese, Mara Della Vecchia, Carlo Iannucci Consultabile online in formato pdf sul sito: www.diocesi.velletri-segni.it DISTRIBUZIONE GRATUITA In copertina: Foto Famiglia Il contenuto di articoli, servizi foto e loghi nonché quello voluto da chi vi compare rispecchia esclusivamente il pensiero degli artefici e non vincola mai in nessun modo Ecclesìa in Cammino, la direzione e la redazione Queste, insieme alla proprietà, si riservano inoltre il pieno ed esclusivo diritto di pubblicazione, modifica e stampa a propria insindacabile discrezione senza alcun preavviso o autorizzazioni. Articoli, fotografie ed altro materiale, anche se non pubblicati, non si restituiscono. E’ vietata ogni tipo di riproduzione di testi, fotografie, disegni, marchi, ecc. senza esplicita autorizzazione del direttore. Giugno 2012 3 Vincenzo Apicella, vescovo I l 29 aprile scorso, nella basilica di San Paolo fuori le mura, è stato beatificato Giuseppe Toniolo, un professore di Economia politica dell’Università di Pisa, sposato e padre di 7 figli, scomparso poco prima della fine della prima guerra mondiale nel 1918. Abbiamo avuto modo di ricordarlo, in un precedente numero, a proposito delle Settimane sociali dei cattolici italiani, da lui “inventate” oltre cento anni fa. Oggi sembra opportuno e necessario riproporlo alla nostra attenzione, non perché è di moda la categoria dei “professori”, ma come testimone della possibilità di una compiuta integrazione tra la fede in Gesù Cristo Risorto e la vita quotidiana in tutti i suoi aspetti, la cui mancanza è stata definita da Paolo VI come la piaga più grave della Chiesa. Egli ha saputo vivere alla luce del Vangelo tutte le situazioni e le scelte di una esistenza “ordinaria”: lo studio, la professione, il matrimonio e la famiglia, l’impegno culturale, sociale e politico, in una Italia ancora lacerata, in cui i credenti non potevano ancora sentirsi completamente “a casa propria”. Egli seppe guidare gli inizi del Movimento cattolico, che trovò la sua strada soprattutto operando nell’ambito della società civile, essendo preclusa la via dell’impegno propriamente politico. Nacquero così le cooperative, le associazioni di lavoratori, le banche popolari, come la Banca Pio X a Velletri, insieme a tante altre iniziative di assistenza e patronato dei più deboli. Ma perché rispolverare un personaggio scomparso da quasi un secolo, vissuto in un’epoca tanto diversa dalla nostra? Il primo motivo, certamente, è quello per il quale la Chiesa continua ancora a proclamare Santi e Beati, proponendo alla venerazione dei fedeli quei battezzati che hanno saputo far fruttificare fino in fondo i talenti ricevuti dal Signore, sempre diversi e tagliati su misura per ciascuno di noi. Nel caso di Toniolo, inoltre, appare chiaro come la santità sia tutt’altro che una separazione o una fuga dal mondo e, tantomeno, un genere di vita diverso e speciale: il Concilio prima e Giovanni Paolo II poi ci hanno detto che la santità è una meta proposta a tutti, in ogni età e in qualsiasi condizione, come “misura alta della vita cristiana ordinaria” (Novo Millennio Ineunte, 31). Ma ciò che rende particolarmente interessante il nuovo Beato è l’invito pressante, che egli ci rivolge, a verificare il modo e i criteri con cui ci comportiamo nella vita familiare e sociale, nel campo dell’economia, come lavoratori e consumatori, in quello della cultura e anche in quello della politica, nel senso più ampio e più nobile del termine. A volte si ha l’impressione che la nostra fede rischia di rimanere un fatto individuale e, spesso, esclusivamente privato, come se bastasse, per tenerla in piedi, un minimo di pratiche religiose e il rispetto di alcuni precetti e tradizioni , salvo poi, una volta usciti dallo spazio sacro, a lasciarci trascinare, quasi inconsciamente, dalla corrente inesorabile della mentalità di questo mondo. Forse Gesù Cristo non ha nulla da dirci sulle ingiustizie che si compiono quotidianamente, sulle furbizie con cui si danneggia il prossimo e la società intera, sull’uso che facciamo del nostro denaro, sullo sfruttamento dei più deboli, sullo spreco o sul danneggiamento delle risorse della natura, sulla logica del “ciascuno per sé…”, se non addirittura del “mors tua, vita mea”? Dal 1891, data dell’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, fino ad oggi, con la Caritas in Veritate di Benedetto XVI, il Magistero non ha mai smesso di cercare una riposta a questi interrogativi alla luce del Vangelo e si è venuto così formando un sistema organico di pensiero, in continua evoluzione, che gli “esperti” chiamano Dottrina sociale della Chiesa, ma che è del tutto sconosciuta alla grande maggioranza dei cristiani e, possiamo aggiungere, per colpa di noi pastori. Toniolo fu uno dei principali protagonisti di questa ricerca col suo lavoro scientifico e con la sua azione concreta, basandosi su due principi fondamentali. Il primo è il “Principio dell’Incarnazione”, per il quale la fede e la grazia divina non si sostituiscono e non vanificano la natura dell’uomo, ma devono animare e illuminare la storia concreta per la costruzione di una convivenza basata sulla giustizia e sulla pace. Il secondo è il “Principio della Resurrezione”, per il quale la storia degli uomini ha ormai inevitabilmente come fine, come punto “Omega”, solo Cristo Risorto, in cui tutte le cose saranno “ricapitolate”(Ef.1,10), perciò anche la croce, i fallimenti, le immani convulsioni delle vicende umane non sono in grado di vanificare il progetto di salvezza, che il Padre ha già realizzato resuscitando il Figlio per la potenza dello Spirito Santo. Questi due principi rimangono validi oggi e sempre per ogni cristiano e su questo fondamento possiamo affrontare i problemi attuali: le difficoltà delle famiglie, cui si accennava nello scorso numero, la crisi dell’occupazione e del lavoro, quella più generale dell’economia e della politica, che richiede, come non si stanca di ripetere Benedetto XVI, non aggiustamenti di facciata, ma un ripensamento e una conversione culturale e morale profonda, per uscire dal vicolo cieco in cui gli egoismi individuali e corporativi inevitabilmente ci portano. Nel corso della storia l’umanità si è trovata in tante situazioni che sembravano senza uscita, in tanti scenari apocalittici, sappiamo che ogni volta il mondo ne è uscito rinnovato, anche se non sempre in meglio, dipende da chi è capace di prendere il timone del cambiamento, per questo Giovanni Paolo II scriveva profeticamente: “Si tratta di continuare una tradizione di carità che ha avuto già nei due passati millenni tantissime espressioni, ma che oggi forse richiede ancora maggiore inventiva. E’ l’ora di una nuova fantasia della carità…” (Novo Millennio Ineunte, 50), come quella della generazione di Toniolo. Da questo impegno nessun cristiano può chiamarsi fuori, se è vero quello che afferma l’ultimo documento del Concilio Vaticano II: “Non si venga ad opporre artificiosamente le attività professionali e sociali da una parte e la vita religiosa dall’altra. Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna” (Gaudium et Spes, 43). Nella foto del titolo: Il Card. Salvator De Giorgi presiede la celebrazione della Beatificazione di Giuseppe Toniolo Giugno 2012 4 Stanislao Fioramonti G iovedì 3 maggio papa Benedetto XVI ha compiuto una visita all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, nel 50° anniversario dell’istituzione della Facoltà di Medicina e Chirurgia “Agostino Gemelli”. In quella occasione il pontefice ha tenuto un importante discorso sul legame tra scienza e fede e sulle distorsioni che di quel legame compie spesso la cultura moderna. Diamo un’ampia sintesi di quel discorso. “Il nostro è un tempo in cui le scienze sperimentali hanno trasformato la visione del mondo e la stessa auto comprensione dell’uomo. Le molteplici scoperte, le tecnologie innovative che si susseguono a ritmo incalzante, sono ragione di motivato orgoglio, ma spesso non sono prive di inquietanti risvolti. Sullo sfondo, infatti, del diffuso otti- mismo del sapere scientifico si protende l’ombra di una crisi del pensiero. Ricco di mezzi, ma non altrettanto di fini, l’uomo del nostro tempo vive spesso condizionato da riduzionismo e relativismo, che conducono a smarrire il significato delle cose; quasi abbagliato dall’efficacia tecnica, dimentica l’orizzonte fondamentale della domanda di senso, relegando così all’irrilevanza la dimensione trascendente. Su questo sfondo, il pensiero diventa debole e acquista terreno anche un impoverimento etico, che annebbia i riferimenti normativi di valore. Quella che è stata la feconda radice europea di cultura e di progresso sembra dimenticata. In essa, la ricerca dell’assoluto - il quaerere Deum - comprendeva l’esigenza di approfondire le scienze profane, l’intero mondo del sapere. La ricerca scientifica e la domanda di senso, infatti, pur nella specifica fisionomia epistemologica e metodologica, zampillano da un’u- nica sorgente, quel Logos che presiede all’opera della creazione e guida l’intelligenza della storia. Una mentalità fondamentalmente tecnopratica genera un rischioso squilibrio tra ciò che è possibile tecnicamente e ciò che è moralmente buono, con imprevedibili conseguenze. E’ importante allora che la cultura riscopra il vigore del significato e il dinamismo della trascendenza, in una parola, apra con decisione l’orizzonte del quaerere Deum. (...) Per restituire alla ragione la sua nativa, integrale dimensione bisogna allora riscoprire il luogo sorgivo che la ricerca scientifica condivide con la ricerca di fede, fides quaerens intellectum, secondo l’intuizione anselmiana. Scienza e fede hanno una reciprocità feconda, quasi una complementare esigenza dell’intelligenza del reale. Ma, paradossalmente, proprio la cultura positivista, escludendo la domanda su Dio dal dibattito scientifico, determina il declino del pensiero e l’indebolimento della capacità di intelligenza del reale. Ma il quaerere Deum dell’uomo si perderebbe in un groviglio di strade se non gli venisse incontro una via di illuminazione e di sicuro orientamento, che è quella di Dio stesso che si fa vicino all’uomo con immenso amore. (...) Religione del Logos, il Cristianesimo non relega la fede nell’ambito dell’irrazionale, ma attribuisce l’origine e il senso della realtà alla Ragione creatrice, che nel Dio crocifisso si è manifestata come amore e che invita a percorrere la strada del quaerere Deum. (...) Ora l’uomo desidera due cose principalmente: in primo luogo quella conoscenza della verità che è propria della sua natura. In secondo luogo la permanenza nell’essere, proprietà questa comune a tutte le cose. In Cristo si trova l’una e l’altra. (...) E’ proprio percorrendo il sentiero della fede che l’uomo è messo in grado di scorgere nelle stesse realtà di sofferenza e di morte, che attraversano la sua esistenza, una possibilità autentica di bene e di vita. Nella Croce di Cristo riconosce l’Albero della vita, rivelazione dell’amore appassionato di Dio per l’uomo. La cura di coloro che soffrono è allora incontro quotidiano con il volto di Cristo, e la dedizione dell’intelligenza e del cuore si fa segno della misericordia di Dio e della sua vittoria sulla morte. Vissuta nella sua integralità, la ricerca è illuminata da scienza e fede, e da queste due «ali» trae impulso e slancio, senza mai perdere la giusta umiltà, il senso del proprio limite. In tal modo la ricerca di Dio diventa feconda per l’intelligenza, fermento di cultura, promotrice di vero umanesimo, ricerca che non si arresta alla superficie. (...) Si inserisce qui il compito insostituibile dell’Università Cattolica, luogo in cui la relazione educativa è posta a servizio della persona nella costruzione di una qualificata competenza scientifica, radicata in un patrimonio di saperi che il volgere delle generazioni ha distillato in sapienza di vita; luogo in cui la relazione di cura non è mestiere, ma missione; dove la carità del Buon Samaritano è la prima cattedra e il volto dell’uomo sofferente il Volto stesso di Cristo. L’Università Cattolica, che ha con la sede di Pietro un parcontinua a pag. 5 Giugno 2012 L 5 Sara Gilotta ’ospedale e le sue realtà costituiscono un microcosmo speciale, eppure, ahimè, normale, dove si agitano insieme tanti mali( quelli fisici) e tanto bene. Un luogo dove, forse, l’uomo si mostra nel suo “aspetto” migliore, quello della solidarietà vera che nasce non da quel falso senso di carità, che pure è tanto conosciuto nel nostro mondo, ma dal bisogno profondo di considerare l’altro come un vero fratello da aiutare, pur con le scarse forze che si possiedono. E’ questo un sentimento che è insito nella profondità dell’io, in quei recessi edenici, che troppo spesso rimangono nascosti nella nostra psiche e che gli egoismi, le malvagità del mondo tendono ad offuscare, senza riuscire a cancellare del tutto, lasciandoli affiorare solo nei momenti “speciali” dell’esistere. Quando più forte si avverte la solitudine, la fragilità e quel senso di abbandono che ci fa sentire come navicelle sbattute dai marosi contro scogli pericolosi ed inospitali. E’ forse anche per questo che nulla come la malattia rivela la vera essenza dell’essere umano, per il quale il sorriso più affascinante diventa, non quello proposto continuamente dal mondo rutilante e colorato, ma quello che brilla al pari di una stella su un viso affaticato dagli anni, dal dolore e dalla sofferenza. segue da pag. 4 ticolare rapporto, è chiamata oggi ad essere istituzione esemplare che non restringe l’apprendimento alla funzionalità di un esito economico, ma allarga il respiro su progettualità in cui il dono dell’intelligenza investiga e sviluppa i doni del mondo creato, superando una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza. (...) Una Facoltà cattolica di Medicina è luogo dove l’umanesimo trascendente non è slogan retorico, ma regola vissuta della dedizione quotidiana. (...) E’ proprio l’amore di Dio, che risplende in Cristo, a rendere acuto e penetrante lo sguardo della ricerca e a cogliere ciò che nessuna indagine è in grado di cogliere. L’aveva ben presente il beato Giuseppe Toniolo, che affermava come è della natura dell’uomo leggere negli altri l’immagine di Dio amore e nel creato la sua impronta. Senza amore, anche la scienza perde la sua nobiltà. Solo l’amore garantisce l’umanità della ricerca”. Forse perché in ospedale si diventa e ci si sente davvero tutti uguali, liberati dalle sovrastrutture sociali, che spesso ci opprimono, ci cambiano, ci costringono ad essere e non solo a mostrarci diversi da quelli che in verità siamo. Del resto l’anima mostra il meglio di sé, lì dove l’amore per l’altro, fatto anche solo di piccoli gesti di comprensione e di generosità, non ha bisogno di lunghi discorsi, ma di quella capacità che proviene direttamente da Dio, che , per dirla con Dante, è “alfa ed omega”, il principio ed il fine, cioè, di tutti gli affetti piccoli e grandi, che intessono la nostra vita e che da Lui vengono trasformati in carità –amore. Anche perché forse in pochi altri luoghi ciascuno di noi riesce con altrettanta forza ed altrettanta semplicità a comprendere oltre i limiti cui è aduso, per diventare capace di riconoscere la sua piccolezza, mettendo da parte, almeno per un po’, la sua abituale presunzione, che troppo spesso non gli permette di nemmeno di esprimere quella bontà di cuore , che pure possiede e che sola può suscitare un vero sentimento di giustizia e di misericordia verso l’altro, che soffre come soffre egli stesso. Così, se nel mondo la parola “amore” ripetuta continuamente, è divenuta, purtroppo, solo un suono vuoto, una parola senza vero significato e senza peso, nei luoghi di sofferenza essa riesce ad essere davvero voce della infinita provvidenza divina, in cui con le parole di Sant’Agostino possiamo dire: ” In dono tuo requiescemus,…..amor illuc attollit nos. In bona voluntate pax nostra est.” Giugno 2012 6 A Pier Giorgio Liverani ll’indomani del settimo Incontro Internazionale delle Famiglie a Milano, sarà utile considerare i più recenti e gravi attacchi alla famiglia, che provengono dal laicismo radicale. Eppure proprio contro la famiglia, struttura di base della comunità cristiana come della società umana – qualcuno me ha parlato come produttrice di un “Benessere Interno Lordo” che custodisce la qualità di vita e la solidarietà di ogni popolo – i più pericolosi assalti sono arrivati dall’Unione Europea e perfino dal presidente degli Stati Uniti. Naturalmente anche in Italia il laicismo fa la sua parte: al posto di necessarie politiche di sostegno alla famiglia, prepara in Parlamento il cosiddetto “divorzio breve” per rendere ancora più facile lo scioglimento del vincolo coniugale e meno ponderato e più avventuristico il matrimonio: e insiste per regolamentare e assimilare al matrimonio le coppie di fatto, comprese quelle omosessuali, anzi per istituire per queste ultime un vero e proprio matrimonio. La Suprema Corte di Cassazione, del resto, ha sancito per sentenza il “diritto” di tali coppie di costituirsi e di sentirsi famiglia. Le considerazioni conseguenti, a questo punto, sono molte e di generi diversi anche lasciando da parte quelle religiose e sacramentali che riteniamo più che note. La prima riguarda l’interesse pubblico alla disciplina giuridica del matrimonio (art. 29 Costituzione), destinato non a tutelare la relazione tra due persone, bensì a garantire l’ordine delle generazioni e la preparazione dei figli ai futuri doveri di membri della società: per questo non è un privato o gli stessi sposi, ma lo Stato che, nel matrimonio con rito civile, proclama l’uomo e la donna “uniti in matrimonio” (i parroci esercitano anche un ruolo come delegati dallo Stato) al punto che (art. 30 Cost.) che sottrarre loro i figli quando i due non fossero in grado di «mantenerli, istruirli ed educarli» (art.30). Per quale altro interesse pubblico il rapporto tra due persone dovrebbe avere la tutela delle leggi? Che cosa muove le lobby gay a pretendere, senza ha alcuna base etica né storica né di interesse pubblico, impossibili “diritti” familiari? Lo si tace, ma – stringi stringi – la motivazione è sostanzialmente di natura economica e di convenienze private: la continuità nell’uso dell’abitazione in caso di morte del titolare (proprietario o affittuario), la successione nell’eredità, la reversibilità della pensione dei partner, i trattamenti fiscali e i concorsi privilegiati per le coppie giovani e per le famiglie in generale. Tutte cose che, tra l’altro, porterebbero a ulteriori pesanti aggravi al bilancio dello Stato. I “diritti” degli omosessuali sono soltanto pallide bandiere di interessi personalissimi. Ancor meno è fondata l’altra questione, di continuo sollevata, della parità dei diritti con il richiamo all’articolo 3 della Costituzione. Si dice: se gli “eterosessuali” (ma bisognerebbe dire i “normosessuali”) hanno diritto di spo- sarsi, perché non dovrebbero averlo anche gli omosessuali? Innanzitutto «tutti i cittadini […] sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [… e] di condizioni personali e sociali». Dunque la condizione di omosessuale non può esigere trattamenti particolari. E poi ciò che definisce le persone gay è qualcosa che di meno vago è ben difficile trovare: un “orientamento” sessuale e un “legame affettivo”, che sono anche quanto di meno giuridicamente costatabile si possa trovare e definire. I legami affettivi, che esistono perfino nei confronti degli animali domestici, non hanno peso giuridico neppure nel matrimonio e sono orientamenti sessuali anche quelli degli uomini che preferiscono le bionde o delle donne che desiderano maschi dagli occhi azzurri. In ogni caso, nessuno impedisce legami affettivi od orientamenti di qualsiasi genere, ordinati o disordinati tra uomini e tra donne. E poi, perché due amici o amiche o due pensionati sessualmente normali, ma conviventi per i più vari motivi, non dovrebbero poter godere degli stessi vantaggi che i gay reclamano? E perché, per regolare i rapporti economici, di proprietà, di uso eccetera non sarebbero sufficienti i normali patti tra privati? E chi proibisce a un malato in ospedale di indicare come persona di riferimento il proprio partner? Insomma, un maschio o una femmina possono essere gay, ma sempre maschi o femmine sono, godendo dunque, come ogni altro maschio e femmina, di tutti i diritti previsti, tra cui quelli di sposare una persona dell’altro sesso. Invece i gay pretendono un diritto in più: quello di poter sposare una persona del proprio sesso, che ai normosessuali non è consentito e che, dunque, manda all’aria ogni principio di uguaglianza. D’altra parte nessuno vieta a nessuno di vivere la condizione che ciascuno preferisce, accettando come chiunque altro per qualsiasi altra scelta, le conseguenze dei propri affetti e dei propri orientamenti. Tutto questo senza affrontare, in questa sede, i problemi etici e di fede che i matrimoni gay sollevano. E ribadendo, invece, il principio che la Chiesa insegna: pur nella obiettiva definizione di «intrinsecamente disordinati» degli «atti di omosessualità», che la Sacra Scrittura presenta come «gravi depravazioni», le persone omosessuali hanno diritto «al rispetto e alla non-discriminazione», diritto che per gli altri si traduce in dovere di carità e di amore (comunque) del prossimo. Gli omosessuali «devono essere accolti con rispetto, compassione e delicatezza» – afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica – e aiutati a vivere in castità, allo stesso modo in cui questa virtù è obbligatoria per qualsiasi altra persona. Il matrimonio omosessuale equivarrebbe a una parificazione verso il basso del vero matrimonio e alla squalifica del normale e fecondo esercizio della sessualità nelle nozze tra uomo e donna, svuotando di significato questa istituzione e con grave danno per l’intera società. Giugno 2012 H 7 Antonio Giglio o già avuto modo nel 2010, nel mio scritto “ Catechesi ai Detenuti – Segno di un Diaconato ordinato “ di trattare della fenomenologia del peccato e della comprensione del perdono (da pag. 15 a pag.34), a cui rimando l’eventuale lettore interessato; ritengo utile ritornare in argomento con una ulteriore riflessione, frutto dei miei successivi studi sul tema. Mi sono chiesto anzitutto se il perdono rimane comunque un dono, oppure è un qualcosa di automatico, tanto da poter addirittura pretenderlo da Dio; poi, se è possibile che Dio lo rifiuti; ancora, se alla clemenza divina deve necessariamente corrispondere un fattivo atteggiamento di chi ne fa la richiesta, indagando conseguentemente sulle condizioni per riceverlo; ed, infine, cosa implica il fatto di vivere nel perdono. Ci vengono in aiuto le parole del Salmo 130, che ci fanno assolutamente comprendere come, a prescindere da altre considerazioni, l’esperienza del perdono diventa testimonianza di un dono ricevuto “ per essere condiviso “. Il dato certo è che il perdono è “risposta ad una richiesta”, desiderata con tutto il cuore, ma che ha già in essa la risposta all’appello da parte del Signore che leggiamo nel libro dell’Apocalisse al capitolo 3, versetti 19-20. L’orante è servo “nel profondo” del Signore che sta in cielo, come re con il suo appannaggio di perdono, di amore fedele e di redenzione, e solamente la supplica potrà superare il solco causato dal peccato tra lui ed il suo Dio, consentendo così a Dio, che sembra non aspettare altro che questa richiesta di grazia, di corrergli incontro, come il Padre misericordioso che conosciamo nel Vangelo di Luca 15,20. Di fronte a Dio nessuno può ritenersi giusto. Ce lo ricordano il Salmo 143 al versetto 2, il 14 al v.3, il 53 al v.4, il libro di Giobbe 4,17, il primo libro Re 8,46 ed Isaia 6, 3-7 che addirittura ci dice che, per poter stare davanti a Dio tre volte santo, deve essere purificato con il carbone ardente.Ma Dio può perdonare, e l’orante sperare.Il perdono, con la sua radice accadica che significa “aspergere”, ricorre solo 46 volte nell’A.T. ed è un termine riservato strettamente a Dio; costituisce il presupposto della vita nell’annuncio della Nuova Alleanza e conseguente restaurazione, come si legge nel profeta Geremia 31,33-34; 33,7-8 ed in Isaia 55,7. E’ un Dio colmo di tenerezza (si veda il profeta Osea), compassione e misericordia, desideroso di voler provare il Suo amore per l’uomo, facendogli oltrepassare i limiti che la giustizia imporrebbe alla sua relazione di Alleanza con Israele, sempre pronto a riconoscere e pren- dere in considerazione la strutturale debolezza dell’uomo. E’ poi un Dio che fa grazia, benevolenza e favore, in quanto è pronto a tener comunque fede all’alleanza, pur nelle difficoltà delle prove; è il Dio della “verità”, come della sincerità e della lealtà; su di Lui si può fare affidamento perché si sperimenta continuamente il suo soccorso. E’ infine uno che ama il diritto e la giustizia, che trasferisce sulla sposa Israele la giustizia, il diritto, la bontà, la tenerezza e la fedeltà, con un amore capace di esprimersi non solo a parole ma con fatti. Per ottenere il perdono, il popolo dovrà pregare, supplicare e convertirsi, tornando al Signore con tutto il cuore e con tutta l’anima; così farà Salomone ( 1 Re 8, 30-53) che, riportato dalla sfera della morte alla vita grazie alla preghiera, sarà in grado di celebrare il Signore assieme alla comunità. Nel N.T. il perdono non è riservato a Dio ma a Gesù, ma spesso accade che l’uomo cerchi Dio soltanto nel momento della sventura, per dimenticarsi subito dopo di Lui, forse perché sapere che Dio è sempre disposto a perdonare può anche portare a sottovalutare l’importanza della conversione; fondamento della manifestazione del perdono sarà la necessità di una conversione sincera e di un desiderio di perdono dettato da un amore vero; importante quanto ci dicono il profeta Osea 6,6; Isaia 1,11; il Siracide 7,9 e Matteo ai capitoli 9,versetti 12-13 e capitolo 12,versetto 7, dove Dio non accetta sacrifici ed olocausti ma pretende la “contrizione” del cuore e dello spirito. Dio gradisce esclusivamente la nostra persona, con il riconoscimento del proprio peccato e l’offerta totale di una buona volontà rinnovata, sapendo altresì che, se la conversione non è sincera, il Signore non si lascia ingannare (Osea 4,1; 4,2; 6,4). Il profeta Isaia (1, 16-18) mette in bocca al Signore l’esortazione :”Cessate di fare il male, imparate a fare il bene …..Fate giustizia all’orfano, difendete la vedova…..”; anche Gesù condanna scribi e farisei che pagano le decime e trasgrediscono la giustizia e la misericordia (Mt 23, 23-24). Se mancano l’amore e la conversione, allora il giudizio di Dio “sorge come la luce”, nel senso che, per raggiungere la conversione, il Signore arriva anche a punire, come mezzo estremo per far riflettere il suo popolo che si ostina a non ascoltare; ma, sullo sfondo, c’è sempre la possibilità del perdono; Dio desidera e cerca la riconciliazione; per mezzo della sofferenza vuole toccare il cuore del colpevole, costringendolo a riconoscere la sua colpa, ma il perdono precede sempre la conversione. L’amore di Dio c’è sempre prima e non viene mai meno, tant’è che se Israele cercherà il Signore, questi si lascerà trovare perché Egli resta sempre “un Dio vicino” e tenero (Deut. 4,7), anche dopo la rottura dell’alleanza. Riflettendo sulle parole del Siracide 5, 5-7, rileviamo che ci avverte: ”Non essere troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato. Non dire: la sua misericordia è grande; mi perdonerà i molti peccati, perché presso di lui ci sono misericordia e ira, il suo sdegno si riverserà sui peccatori. Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno, perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore e al tempo del castigo sarai annientato”. Ne deduciamo che il perdono, per Dio, non è affatto automatico e che, perfino in Colui che è la sorgente stessa della misericordia, la clemenza è necessariamente correlata alle disposizioni di colui che la riceve. Nel Salmo 130, 5 leggiamo che il perdono è “sperato” ed “atteso con speranza”, dove lo sperare dice l’affermazione di una dipendenza totale e della conversione, riconoscendo che perdono e salvezza sono un dono che non dipende da noi, come neanche i tempi e le circostanze della concessione; al versetto 7 del medesimo Salmo, poi, l’orante si rivolge a tutto il popolo di Dio, peccatore e bisognoso della salvezza, perché si unisca a lui in tale attesa. Una volta perdonati in Cristo, la nostra vita ricomincia, poiché vivere del perdono comporta una preghiera costante e la concessione previa del perdono a chi ci ha offeso (Mt 6, 14-15; Mc 11,25; Lc 11,4), ma tenendo presente che i nostri debiti nei confronti di Dio sono di triplice specie: anzitutto il mondo che ci viene affidato in custodia, poi l’uomo creato da Dio come essere libero per rimanere un “tu” che rispondesse al suo amore, ma molto di più Dio stesso, che si è volontariamente dato come interlocutore dell’uomo, nel senso che Dio si fa vicino agli uomini, creature finite, e dà loro se stesso chiedendo con continua a pag. 8 Giugno 2012 8 COS’È IL SIMBOLO DELLA FEDE? Don Dario Vitali* N ella lettera apostolica Porta fidei, con la quale indice l’anno della fede, Benedetto XVI rammenta che l’11 ottobre 2012 cadranno due anniversari: i cinquant’anni di apertura del concilio e i venti anni di promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. L’accostamento dei due anniversari è un invito implicito a rileggere i documenti del concilio anche attraverso la sintesi dottrinale offerta dal Catechismo della Chiesa Cattolica: «Questo documento, autentico frutto del concilio Vaticano II, fu auspicato dal Sinodo straordinario dei Vescovi del 1985 come strumento al servizio della catechesi» (n. 4). Dopo il lungo cammino di commento corsivo alla Lumen gentium, condotto sulle pagine di Ecclesia negli anni passati, per l’anno della fede è mia intenzione di rileggere il Simbolo della fede, che il Catechismo spiega nella prima delle sue quattro parti, alla luce del Vaticano II. In questo modo sarà possibile tornare alle radici della fede, su cui poggia la vita cristiana. È questa, infatti, la logica che governa la strutturazione del Catechismo in quattro parti, distinte in due sezioni ciascuna: la prima, che sviluppa la professione della fede, è introdotta da una breve sezione (“Io credo-noi crediamo”) dedicata al soggetto della fede, vale a dire la Chiesa, e in essa il singolo credente; la seconda sviluppa i singoli articoli del simbolo della fede. La seconda parte è dedicata ai sacramenti, con una prima sezione dedicata alla dimensione liturgico sacramentale della Chiesa, la seconda ai sette sacramenti, distinti in tre categorie: i sacramenti dell’iniziazione cristiana (battesimo, cresima, eucaristia), i sacramenti della guarigione (Penitenza e unzione degli infermi), i sacramenti del servizio della comunione (ordine e matrimonio). La terza parte tratta della vita in Cristo, specificando anzitutto la vocazione dell’uomo alla comunione con Dio in Cristo per sviluppare in una seconda sezione i dieci comandamenti. La quarta parte è dedicata alla preghiera cristiana, chiarendo anzitutto il posto e l’importanza della preghiera nella vita della Chiesa e del cristiano, e offrendo a chiusura un commento al Padre nostro. Si può dire che non esiste vita in Cristo che non sia motivata da una fede matura, la quale non consiste certo nella sola conoscenza della dottrina, ma che da tale conoscenza non può prescindere. La professione di fede non è un atto cieco e vuoto, un affidamento di sé al buio: questo è fideismo, che la Chiesa ha condannato come contrario alla fede cristiana. Non c’è fede che non sia anche capacità di rendere ragione di ciò che si crede; non c’è testimonianza che non sca- segue da pag. 7 umiltà di essere amato. Gesù chiaramente dice (Mt 18, 33-35) che la relazione fra gli uomini determina la loro relazione con Dio e Paolo, in Col 3, 12-13, esorta conseguentemente i cristiani di quella comunità: ”….Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi”. Sempre, senza conservare rancore, senza lasciar instaurare il disprezzo al posto dell’odio, in quanto questo è il dettato dell’amore, nel quale veniamo inclusi attraverso la redenzione. La nostra forza personale, da sola, purtroppo non basta; ma se crediamo che Cristo ci ha otte- turisca dalla consapevolezza di ciò che costituisce il contenuto della dottrina cristiana. I teologi hanno giustamente distinto la fides qua dalla fides quae: con la prima formula indicano l’atteggiamento con cui l’uomo risponde a Dio, e questo implica tutto l’uomo, coinvolto in un incontro personale che si traduce in relazione. Ma questo incontro implica necessariamente la conoscenza dell’Altro: quale relazione d’amore sarebbe possibile senza sapere nulla della persona che dico di amare? Sant’Agostino coniugava strettamente amore e conoscenza, dicendo che la conoscenza fornisce nuovi motivi all’amore, quale desidera, amando di più, conoscere ancora di più. Naturalmente, questa conoscenza non è semplice raccolta di informazioni. E tuttavia, senza informazioni si manca all’incontro. Studiare il simbolo della fede è un po’ come acquisire queste informazioni previe, che rendono possibile da parte dell’uomo una risposta motivata nella fede a Dio che si rivela come Padre che lo ama e lo salva. Spesso si ama ripetere che in passato la Chiesa ha eccessivamente insistito sull’acquisizione di una conoscenza mnemonica delle verità della fede – quelle che i teologi chiamano fides quae – nella convinzione che bastasse conoscere per credere. Oggi però si rischia l’eccesso opposto, presumendo che la fede sia un sentimento interiore, nutrito di emozioni e non di contenuti oggettivi. La fede cristiana professa delle verità che non sono frutto dell’intelligenza umana, ma ci sono date attraverso la Rivelazione custodita e trasmessa dalla Chiesa. Non che l’incontro con Dio dipenda unicamente dalla conoscenza, o che la conoscenza garantisca automaticamente e sicuramente la relazione di amore con Dio. Anzi, spesso accade il contrario: questo deve suonare di monito soprattutto a chi, come il sottoscritto, svolgendo il suo servizio ecclesiale nel campo della teologia, deve sempre guardarsi dalla tentazione di ridurre il mistero nei confini della ragione. Tuttavia, bisogna ribadire che, senza la conoscenza, la relazione manca di motivazioni e quindi rischia di naufragare. Il dramma della Chiesa, oggi, è quello di un analfabetismo nella fede. Come nella vita civile molti, dopo la scuola, dimenticano anche i rudimenti più elementari di una cultura che non hanno mai amato e finiscono a malapena di saper firmare un documento, allo stesso modo troppi nella Chiesa non conoscono i fondamenti della propria fede e rischiano di costruirsi un sistema di idee a proprio uso e consumo. Che poi il Signore possa guardare con misericordia anche maggiore chi non sa (soprattutto se la mancata conoscenza è dovuta a chi ha mancato a precise responsabilità), è pacifico; ma non giustifica nessuno a rimanere nell’ignoranza. L’ambizione dei contributi che via via compariranno su Ecclesia a commento del Simbolo della fede vorrebbe essere quella di presentare brevemente i contenuti della fede cristiana, perché la conoscenza alimenti la fede e l’amore a Dio e ai fratelli. nuto dal Padre un grandissimo perdono, dobbiamo da quello attingere la forza per esercitare il nostro perdono, che sicuramente è più piccolo, onde evitare che il nostro si deformi in prudenza e diplomazia. A conclusione, desidero ricorrere ad una citazione al femminile. Si tratta di alcune parole di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese che ha vissuto la persecuzione ed è morta ad Auschwitz, e che ci ha lasciato, oltre alle lettere, quella straordinaria testimonianza che è il suo diario degli anni dal 1941 al 1943. Siamo in giorni cruciali, il 19 febbraio 1942, e nel gennaio di quell’anno, nello splendido sce- *Docente Ordinario alla P.U.G. di Roma nario di Wannsee, alle porte di Berlino, era stata pianificata in modo definitivo la “soluzione finale”; riferendosi al colloquio con un amico a proposito di ciò che spinge gli uomini a distruggere altri uomini, scrive: ”Ricordati che sei uomo anche tu…Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi….e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi.”.Parole-macigno, ma quanto vere! Giugno 2012 U 9 graziati perché hanno salvato tutto il patrimonio di cui vennero a conoscenza, e non solo nel campo della letteratura biblica, ma anche in quello della letteratura profana. Abbiamo parlato della possibilità di correggere questi errori, tecnicamente chiamati varianti; la scienza, che permette queste correzioni in vista della produzione di un testo vicino al testo ideale, è la Critica Testuale. Questa scienza non si occupa solo di errori o varianti di tipo involontario, compito oggi relativamente facile grazie alle capacità di calcolo dei computer, ma soprattutto alla correzione delle varianti di tipo volontario; cioè dovute a interventi ragionati sul testo per ottenere un determinato risultato. Si capisce bene come queste siano più pericolose per la purezza del testo; ma di queste parleremo nel prossimo mese. Mons. Luigi Vari* na volta stabilita l’attendibilità storica dei testi, che abbiamo a nostra disposizione, è chiaro, che ci si domanda come essi siano giunti fino a noi, e, se, in questa trasmissione, non si siano verificati su di esso interventi tali da renderlo inaffidabile. La domanda non è peregrina, se solo si ragiona sul fatto, che i testi biblici sono il fondamento dell’ebraismo e del cristianesimo, in tutte le sue espressioni, non si può immaginare che nessuno abbia fatto interventi per forzare qualche significato o affievolirne un altro. La storia dei primi secoli del cristianesimo con il fiorire di eresie di qualunque tipo, ci avverte, che l’uso del testo biblico e le sue distorsioni sono sempre possibili. L’incertezza, che regna, per molti secoli, sulla stessa determinazione del numero e del nome dei libri, che compongono la Bibbia, è segno della fatica di conservare la purezza della Parola. Oltre questo, però ci sono, nella trasmissione del testo una serie di errori, che devono essere conosciuti, per essere corretti. Prima di tutto va chiarito, che noi non possediamo nessuno scritto originale della Bibbia, ma conosciamo tutti i testi attraverso quelli, che chiamiamo i testimoni del testo. Si tratta soprattutto di papiri e di pergamene, che contengono tutto o parte del testo sacro. Questi testimoni sono preziosi per la loro antichità e la loro vicinanza al testo originario, termine ideale del lavoro di ricostruzione del testo. I testimoni più antichi sono i papiri, ma sono anche più rari e più frammentari, vista la fragilità della materia prima, il papiro. Subito dopo vengono le pergamene, che formano dei Codici, alcuni preziosissimi per la loro completezza, o perché riportano, con particolare accuratezza il testo biblico. I codici si dividono, a loro volta, in Codici maiuscoli e minuscoli, a secondo che siano scritti con lettere maiuscole (scrittura più antica) o minuscola. Aprire uno di questo codici è un’esperienza particolare per noi abituati a organizzare la scrittura attraverso accorgimenti tipografici vari, con l’aiuto della punteggiatura, la divisione delle parole, la prima reazione è quella della distanza incolmabile. *Parroco e Biblista Una lettura più attenta, avendo la padronanza della lingua, permette di dividere le parole, di chiarire i termini; ma nello stesso tempo fa nascere molti dubbi, perché nella lingua greca, lingua nella quale sono scritti i testimoni del Nuovo Testamento, ci sono parole, che possono essere divise in maniera diversa; non sempre è facile capire se una lettera sia la fine di una parola o l’inizio di un’altra. Non diversamente dovettero reagire quelli, che ricevevano l’incarico di copiare i testi per renderli disponibili alle chiese vicine; forse peggio di noi si dovettero trovare i monaci, che nei monasteri, si incaricarono di copiare i codici, di non permettere che si perdessero, benché la loro tecnica di copiatura, attenta più alla riproduzione delle parole che al senso complessivo, abbia favorito una catena, che ha prodotto molti errori, ma tutti facilmente correggibili, perché dovuti a condizioni ambientali sfavorevoli (si immagini la cattiva illuminazione, il freddo…); alla conoscenza imperfetta della lingua; alle condizioni della vista, che, affaticata da ore di copiatura, induceva a errori particolari, quali omettere una parola, saltare una riga, ecc. In ogni caso questi uomini devono essere rin- Giugno 2012 10 Claudio Capretti S ono posta in mezzo, al centro di un qualcosa da cui non si può più scappare e dove l’angoscia ha spento ogni speranza. Forse è così che deve sentirsi un’animale braccato, quando capisce che la sua corsa è oramai giunta al termine. In questo momento, capisco anche chi nella vita si sente accerchiato dai suoi nemici e rimane in attesa del colpo di grazia. Così sono io oggi, chiusa, assediata dentro un cerchio. Da bambina giocavamo spesso al gioco del cerchio, mi piaceva stare in mezzo e vedere le mie amiche che tenendosi per mano, facevano un cerchio e iniziavano a ballare intorno a me. Mi sentivo protetta, ero certa che nessuna cosa dall’esterno di quel cerchio mi potesse raggiungere. Alzavo gli occhi al cielo e sorridevo, ed ero felice, capivo che per esserlo bastava veramente poco. Poi molte cose nella mia vita sono cambiate ed oggi mi trovo dentro un cerchio che non protegge, ma che avanza sempre più minacciosamente verso di me. Ho come la sensazione di essere sospesa da un filo, al centro di un pozzo oscuro, in attesa di una parola, di un ordine che recida il filo e mi lasci cadere nel vuoto. Dovrei urlare, chiedere pietà a qualcuno, giustificarmi in qualche modo, ma chi mi ascolterebbe?. Chi potrebbe muoversi a pietà per una come me? Improvvisamente le ginocchia si piegano, più per una resa di cuore che per altro, sono a terra segno di una disfatta finale. Le lacrime miste a sudore cadono per terra, mescolandosi formando una piccola fanghiglia. Fisso avidamente questo particolare, come se fosse l’ultima cosa che mi sia rimasta, l’unica cosa che mi porterò dietro come unico salario di una vita sbagliata. China a terra, fisso quel pezzetto di suolo appena bagnato dal dolore che ho dentro, sembra che da un momento all’altro quel piccolo lembo di terra si apra dinnanzi a me per inghiottirmi. Il terrore incalza sempre di più, la paura ha reso gli onori alla disperazione e mi ha consegnata ad essa, come un trofeo. Qualcuno, non ricordo chi, una volta mi disse che il male adotta questa tattica: sedurre con dolci parole e una volta raggiunto il suo scopo, ti scaraventa nella disperazione più feroce, dicendoti di continuo:“ Sei rimasta sola, è finita! Non vedi come sei sporca?”. E’ tutto vero, ed è capitato a me. Improvvisamente il silenzio della folla interrompe i miei pensieri; tra lo spazio delle ciocche dei miei capelli, intravvedo un anziano che dopo aver alzato le sue braccia per attirare l’attenzione di tutti e intimare il silenzio, punta il suo dito verso di me, e rivolgendosi ad un uomo seduto, gli dice: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?” Ho un sussulto di rabbia; strana questa legge Mosaica che punisce la donna, ma non l’uomo che adultera con essa. Intravvedo appena la figura di quest’uomo che hanno chiamato Maestro; perché stanno delegando a Lui la mia sorte? Perché mi hanno condotta a Lui? Che hanno a che fare i miei accusatori, con quest’uomo? Chi mai sei tu, e perché ti chiamano Maestro? Chiunque tu sia, ho come la sensazione che entrambi siamo dentro questo cerchio, entrambi accerchiati da un qualcosa che vorrebbe distruggerci, eppure Tu sembri incurante di ciò che sta accadendo. Fisso il Tuo dito che non punta verso di me, non mi accusa, ma scrive sulla terra. Cosa lo ignoro, credo che tutti lo ignorino. Cosa risponderai Maestro, a questa domanda? Se dirai di no allora andrai contro la legge, e forse lapideranno anche Te; se dirai di si, allora ne verrai squalificato. In un modo o nell’altro entrambi non faremo una bella fine. Ho la sensazione che il mio cuore si fermi come se venisse compresso da più parti, ora sei Tu al centro dell’attenzione, Tu sei il mio tribunale, ma forse anche il tribunale di Te stesso. Cosa dirai? La richiesta di una Tua risposta da parte dei miei accusatori si fa sempre più incalzante, poi il Tuo dito si ferma e la Tua voce risuona nell’aria: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” . Li guardi, li fissi uno ad uno e torni di nuovo a scrivere per terra, segni che forse rimarranno misteriosi, fino alla fine dei tempi. Vorrei che sul quel fazzoletto di terra Tu stessi scrivendo tutti i miei peccati, perché avrei la speranza che il vento del perdono, soffiando, li cancelli, se li porti via per sempre, ed io avrei ancora una speranza. In un attimo, mi appare evidente tutta la stoltezza umana, la nostra, quando passiamo parte della nostra vita nel ricercare le colpe degli altri, per inciderle nelle pietre e scagliargliele contro con rabbia. Ci inganniamo nel ricercare la nostra colpa e detestarla, ma poi altro non siamo che giudici spietati di tutti, e mai di noi stessi. Tu Maestro buono, non sei così, Tu li incidi su qualcosa che poi verrà cancellato. Non lo so perché, eppure sento la salvezza avvicinarsi a me e capisco che una non risposta, o una risposta diversa da quella che indicano gli uomini, è la risposta vera. Risposte sbagliate che nascono da domande sbagliate che si annullano dinnanzi ad una risposta vera, la Tua. Sei entrato con me dentro questo cerchio, e la Tua Parola lo ha disgregato. Il cuore ritorna a pulsare di nuovo, salvata da quest’uomo, dalla Parola di questo Maestro. Guardo un poco i miei accusatori, stanno allontanandosi da me. Gli ultimi, ad allontanarsi sono i più giovani. Che tutto questo sia servito anche a loro? Chi lo sa… Mi abbandono ad un pianto liberatorio, tutto il peso che gravava sulla mia anima, tutto il male che ho commesso che mi stava condannando, si è come riversato, dissolto su quest’Uomo. Lo hanno coinvolto, messo alla prova, affinché si pronunciasse con una parola di condanna, come voler dire: “Vedi neanche Tu puoi fare qualcosa per questa adultera”. continua a pag.11 Giugno 2012 V don Antonio Galati olendo accostare il sacramento dell’eucaristia dal punto di vista celebrativo, forse un metodo è quello di guardarla focalizzando l’attenzione sulla preghiera eucaristica e, da lì, provare a dare un senso all’intera celebrazione eucaristica che esprima quanto detto nella riflessione sulla Scrittura. La riflessione sulla preghiera eucaristica Se ci si sofferma sulla struttura delle preghiere eucaristiche, almeno quelle più comuni come la seconda e la terza, si possono notare degli elementi ricorrenti che illuminano il sacramento dell’eucaristia in maniera particolare. Prendendo come riferimento la preghiera eucaristica seconda, si può notare che consta di nove parti: il prefazio, in cui si ringrazia il Padre per il dono del Figlio, soffermandosi su uno o più aspetti del mistero della redenzione in base al tempo liturgico o alla necessità; il Sanctus attraverso cui la Chiesa pellegrina sulla terra si unisce alla lode che la Chiesa celeste canta incessantemente al Padre; il post-sanctus in cui si riprende, dopo il canto della santità di Dio, il dialogo con Lui; l’epiclesi sul pane e sul vino con cui si invoca lo Spirito Santo affinché i doni offerti diventino il corpo e sangue di Cristo; il racconto dell’ultima cena con le parole del Signore sul pane e sul vino che, in forza dell’autorità di quelle parole e con l’intervento dello Spirito, diventano il corpo e sangue del Signore; l’anamnesi offertoriale, con cui si fa memoria del sacrificio, con l’acclamazione del “mistero della fede”, e si offrono al Padre il pane e il vino appena consacrati; l’epiclesi sui presenti, con cui si invoca lo Spirito sul popolo celebrante affinché la partecipazione alla comunione diventi comunione tra loro nella Chiesa; 11 le intercessioni, che possono configurarsi come una specificazione dell’epiclesi sul popolo, nel senso che quello Spirito invocato per creare comunione intervenga in situazioni specifiche (per il papa e il vescovo locale, il mondo intero, i presenti e i defunti) configurando quella comunione ecclesiale come risposta a delle esigenze; la dossologia con cui si canta la gloria della Trinità e che si conclude con l’Amen acclamato dal popolo presente che sottoscrive quanto detto dal sacerdote che in quel momento presiede alla celebrazione. Se ci si concentra sulle sezioni centrali, cioè sulle due epiclesi insieme con il racconto istituzionale e l’anamnesi offertoriale, si può subito affermare che lo Spirito non viene invocato sul pane e sul vino affinché la consacrazione avvenga per se stessa, ma perché quell’epiclesi e quella con- segue da pag. 10 Ed invece Tu mi hai salvata. Molti uomini mi hanno strappato il cuore, lo hanno calpestato, Tu, oggi, me lo hai rubato. Molti lo hanno ferito, Tu, oggi, lo hai guarito. Inutili amori avvelenati lo hanno macchiato, Tu in un solo istante, lo hai purificato, reso di nuovo vergine. Molti mi hanno portato così in alto, affinché cadendo mi facessi più male, Tu Maestro buono oggi mi raccogli dalla polvere, fasci le mie ferite e mi rialzi. Una voce in me finora sconosciuta grida con forza: “Svegliati mio cuore, svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora”. Siamo rimasti soli, io, misera non più prigioniera di un cerchio, dinnanzi alla Misericordia. “Donna dove sono? Nessuno ti ha condannata?” sacrazione aprono alla successiva epiclesi, quella sui presenti che comunicando al corpo e sangue di Cristo vengono trasformati nel corpo ecclesiale. Detto in altro modo, l’eucaristia è un sacramento che ci viene donato non perché chi ci si accosta resti staticamente nell’adorazione, ma perché la sua consumazione e il cibarsi di esso spinga dinamicamente alla formazione dell’unico corpo ecclesiale. Ciò, ovviamente, non toglie nulla al valore in sé del sacramento dell’eucaristia, nel senso che se dopo la consacrazione quel corpo e quel sangue di Cristo non vengono mangiati e bevuti, restano pur sempre realmente corpo e sangue di Cristo, che va adorato. Però considerando la consacrazione in vista della consumazione si rende, penso, maggior onore al Cristo che è lì presente, proprio perché Egli è stato sulla terra “un essere per gli altri” disposto al sacrificio per il bene altrui. E visto che chi è presente, sotto le specie del pane e del vino, è lo stesso che camminava per le strade della Palestina e che si è sacrificato per noi, è più giusto accostarsi alla sua mensa per ricevere da Lui questa vita donata. La Messa come preparazione alla missione Tenendo presente quanto appena detto circa l’obiettivo della consacrazione per la formazione del corpo ecclesiale, si può vedere l’intera celebrazione eucaristica come il momento in cui la comunità cristiana va incontro a Cristo che la chiama e, dopo aver fatto esperienza della sua presenza e essersi cibata della sua vita, viene rimandata nel mondo per testimoniare la resurrezione e, attraverso l’attività giornaliera, santificare il mondo stesso in forza di quel cibo e di quello Spirito ricevuti con la consumazione dell’eucaristia. In altre parole, la Messa divine il momento in cui la Chiesa si raduna intorno al suo centro, Gesù Cristo, viene rafforzata dall’ascolto della sua parola e dalla partecipazione al suo corpo e sangue, e viene rinviata nel mondo ad annunciare il Vangelo nello stesso modo con cui Cristo l’ha fatto, cioè con il dono gratuito di se stessi, che i membri della comunità possono fare perché attraverso l’eucaristia sono stati destinatari del dono gratuito della stessa vita di Cristo. Lo so, Tu sei Dio, solo Lui può perdonare i peccati, solo Lui non condanna. Il senso di essere dinnanzi ad un oceano di misericordia avvolge il mio cuore nella dolcezza, sale il desiderio di immergersi di abbandonarsi in Esso. Non puoi non essere che il Messia, vorrei dirtelo, ma ho la forza di risponderti appena: “Nessuno, Signore” . Nessuno mi ha condannata, mio Signore, non sono più una cosa sola con il peccato. D’ora in poi, chi potrà mai separarmi dal Tuo amore?. Poi la Tua Voce risuona ancora nell’aria, ed è la brezza del perdono che soffiando su di me mi restituisce la vita: “Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare mai più”. Nell’immagine: Gesù e l’adultera, di Polidoro da Lanciano Giugno 2012 12 C mons. Franco Risi on l’aiuto dello Spirito Santo, che guida la Chiesa nella vita della santità, ci possiamo mettere nelle condizioni idonee a vivere con fede la Giornata mondiale di preghiera per la santificazione del clero, che verrà celebrata il 15 giugno 2012. Questa giornata di preghiera di tutta la Chiesa è rivolta in modo particolare ai sacerdoti che hanno accolto l’invito a raggiungere la vetta della santità per la salvezza dell’intera umanità. Essa si fonda sulla Sacra Scrittura: «Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione» (1Ts 4, 3). Per facilitare l’esito di questa giornata, riguardante la santificazione del clero, possiamo tutti rivolgere la nostra attenzione alla preghiera sacerdotale di Gesù, riportata dall’evangelista San Giovanni al capitolo 17: in essa si parla di Gesù che, prima di essere arrestato, innalza al Padre la preghiera sacerdotale, con quattro sguardi che Egli rivolge per la santificazione dell’intera umanità, in modo speciale per quanti scelgono di seguirlo più da vicino. Il primo sguardo è la preghiera tra Gesù e il Padre: al Padre che venuta l’ora «Padre, è venuta l’ora: glorifica il tuo figlio, perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato. E ora Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17, 1-5). Il secondo sguardo è la preghiera di intercessione di Gesù per i suoi Apostoli: «Ho manifestato il tuo Nome agli uomini che mi hai dato dal mondo […] Padre Santo, custodiscili nel tuo nome, quelli che mi hai dato, perché siano una sola cosa come noi […] Non ti prego che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno […] consacrali nella verità. La tua Parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17, 6-11-15-19). Gesù vuole che i suoi Apostoli siano consacrati nella verità, vivano in comunione piena con Dio, senza defezioni, e testimonino l’unità tra loro, manifestando quell’unità che caratterizza il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il terzo sguardo è la preghiera che Gesù rivolge per gli altri discepoli e quindi per tutta l’umanità: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola, perché siano una cosa sola; come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 20-21). Da qui si comprende che il cerchio si allarga ben al di là del ristretto gruppo dei Dodici. Cristo scorge la moltitudine dei suoi discepoli allora, oggi e sempre. Infine il quarto sguardo ci parla di Gesù che ritorna con la sua preghiera al Padre, chiedendogli: «quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato, perché mi hai amato prima della creazione del mondo»(Gv 17, 24). Da tutta questa preghiera si comprende che Gesù si trova all’inizio di tutta la storia della Chiesa e spinge lo sguardo lontano fino all’ultimo giorno. Tutti i credenti, in modo particolare i sacerdoti, che sono in cammino verso la santità non possono confidare solamente nelle forze umane, ma unicamente ed esclusivamente nella protezione divina, impetrata dalla preghiera di Cristo al Padre, sorgente d’amore per l’umanità. La parola santificatrice di Dio è la causa prima della santificazione sacerdotale e di tutti i battezzati aperti al mondo: per questo la santità di Cristo è l’origine e il modello per tutti gli sacerdoti che sono orientati a portare la salvezza che Egli ha compiuto con la sua morte in croce e con la sua risurrezione. Perciò tutta la preghiera sacerdotale di Gesù indica il cammino che tutti i sacerdoti devono percorrere se vogliono arrivare alla vetta della santità. Da tutto quanto esposto, il sacerdote è chiamato in primo luogo a curare il suo rapporto con Dio Padre per poterlo comunicare agli altri che incontra nella sua missione: celebrazione della Santa Messa e degli altri Sacramenti, meditazione della Parola di Dio, recita della liturgia delle Ore, adorazione di Gesù Eucarestia, recita del santo rosario, direzione spirituale e confessione e altre iniziative personali idonee per incontrare Gesù. Tutto questo serve per far crescere nel suo animo quella fecondità che viene e dipende solo da Dio, infatti ogni sacerdote deve cercare di conformarsi e fondare tutte le sue attività pastorali al volere di Dio per un amore costante verso la Chiesa che serve. Da tutto questo scaturisce una crescita costante nella vita personale, sacerdotale e pastorale che gli permetta di relazionarsi con gli altri in modo autentico e far sì che tutti crescano nella santità donata da Dio all’umanità. Concludo rivolgendo una preghiera a Dio Padre per la santificazione di tutti i sacerdoti con una preghiera di Santa Faustina Kowalska: O mio Gesù, ti prego per tutta la Chiesa, concedile l’amore e la luce del tuo Spirito, dà vigore alle parole dei sacerdoti, in modo che i cuori induriti si inteneriscano e ritornino a te, Signore. O Signore, dacci santi sacerdoti; tu stesso conservali nella santità. O divino e sommo sacerdote, la potenza della tua misericordia li accompagni ovunque e li difenda dalle insidie e dai lacci del diavolo, che egli tende continuamente alle anime dei sacerdoti. La potenza della tua misericordia, o Signore, spezzi e annienti tutto ciò che può oscurare la santità dei sacerdoti, poiché tu puoi tutto. Gesù mio amatissimo, ti prego per il trionfo della Chiesa, perché benedica il Santo Padre e tutto il clero; per ottenere la grazia della conversione dei peccatori induriti nel peccato; per una speciale benedizione e luce, te ne prego, Gesù, per i sacerdoti, presso i quali mi confesserò durante la mia vita. Giugno 2012 13 Katiuscia Cipri* Q uesto mese abbiamo deciso di pubblicare la testimonianza di un ragazzo italiano, Pietro Bolognini, che ha vissuto in Perù, nella regione dell’Angash, a Chacas, con la famiglia, per gran parte dei suoi 17 anni. Una testimonianza semplice e bella della lettura dell’amore al prossimo fatta da chi in quella atmosfera di aiuto continuo e gratuito è cresciuto. Ecco cosa ha risposto alla domanda “Cosa significa vivere in missione in un paese povero e lontano”. Sono un ragazzo italiano di diciassette anni, nato Italia: in missione sono arrivato a tre anni, e sono qui da quattordici. La mia vita l’ho trascorsa in Perù. La povertà non la vedevo molto: i bambini miei coetanei erano miei amici! Con loro andavo a scuola, giocavamo a calcio, andavo a pranzare nelle loro case, dove si mangia solo patate e zuppa. A volta li invitavo a casa mia, dove il mangiare era preparato e cucinato meglio. Vedevo che quando mangiavano a casa mia erano più contenti del solito e mi dicevano. “Anche domani possiamo venire?” La mia risposta era sì, perché dopo il pranzo andavamo a giocare a calcio o con la bicicletta o in riva al fiume dove l’acqua era calma o dove si creava una piccola ansa dove era tutto calmo. I primi anni non mi accorgevo che i miei amici erano i figli delle persone che i miei genitori aiutavano, ma pensavo che fossero come me. Dai dodici anni in su ho iniziato, con alcuni rientri in Italia, a capire e a distinguere che le cose che avevo, loro non potevano permettersele per motivi economici. Sono contento dei miei giocattoli che, a volte, regalavo ai miei amici. Con il mio ritorno in Italia, un anno e mezzo fa, ho iniziato a fare cose con- crete per loro: fare una casa, con dei miei compagni di classe, anche loro peruviani, per i vecchietti che non hanno neanche le forze per camminare, a regalare delle cose a dei bambini che trovavo per strada. Nei volti di queste persone ho visto la vera felicità che un uomo può avere; ho visto come si ringraziano le persone che donano qualcosa di buono e che gli appartiene. Da loro ho imparato molto, anche se, come dice il padre Ugo: “I poveri hanno gli stessi difetti dei ricchi”. A volte i poveri continuano a volere le cose comode, veloci e facili da usare. Ho sentito qualche volta delle persone che sono andate in altri posti poveri del mondo; quì in Perù, bene o male, ogni persona possiede un pezzo di terra dove coltiva qualche cosa, però anche loro, pur avendo qualcosa, non sono fortunati come me, perciò è bene che io faccia qualcosa per loro. Vivere qui in missione per quattordici anni mi ha insegnato molto e sicuramente mi ha fatto molto bene. Adesso che tornerò in Italia per rimanerci, non vorrei dimenticarmi della povera gente che ho conosciuto: voglio continuare a fare qualche cosa per loro. La famiglia di Pietro, sette figli, ha vissuto con impegno e dedizione totale la propria presenza in Perù, curando e seguendo le scuole professionali nelle quali i ragazzi imparano un mestiere che permetta loro una vita dignitosa. *Direttore Uff. Missionario diocesano Giugno 2012 14 Chialastri don Cesare* D opo essere stata per tanto tempo ignorata, oggi la famiglia è spesso al centro di riverenze verbali nei dibattiti pubblici. Restano sempre rare le attenzioni politiche reali e concrete. Eppure nel momento in cui la crisi si fa più acuta, sia a livello economico e psicologico, è proprio sulla famiglia che occorre investire. Parlare di famiglia oggi significa anche chiedersi: quanti giovani convivono perché hanno fatto una scelta di libertà e quanti invece rinviano il matrimonio per ragioni di povertà economica o per lavoro che, se c’è, è lontano da dove si desidera vivere? Quante famiglie si fermano al primo figlio perché non ne vogliano altri o rinunciano al secondo o terzo perché non ci sono sufficienti risorse? Quante coppie si separano con una decisione libera e consapevole e quante invece perché in certi momenti duri e di sofferenze sono state impreparate, sole, indifese e senza nessun sostegno o rete di protezione? Queste domande che nascono dall’esperienza più o meno diretta che molti di noi hanno circa la vita familiare. Da esse occorre ripartire, salvando certamente le scelte personali di ciascuno, per riflettere in che modo la società italiana e, in modo particolare, la politica possono sostenere la famiglia nel realizzare la sua funzione essenziale. Negli ultimi decenni la famiglia si è modificata sensibilmente: la struttura familiare si è allungata in senso verticale e si è ridotto l’asse orizzontale.Conosciamo tanti nonni e qualche bisnonno e sempre meno fratelli e cugini! Gli ultraottantenni, di cui una buona parte in condizioni di autosufficienza, entro il 2050 potreb- bero raggiungere il 15% circa su una popolazione di 61, 6 milioni di persone (dati dell’ISTAT). Dunque una famiglia sempre più piccola e più anziana, che si realizza in età avanzata e trattiene i figli a casa anche se diventano adulti. Le diverse situazioni di equilibrio precario rischiano di precipitare di fronte a fatti imprevisti: la perdita del lavoro, la malattia, un genitore anziano non autosufficiente, il nascere o persistere di una dipendenza (es. alcool, gioco, ecc), un figlio problematico. Nascono sensi di inadeguatezza e di colpa, e in alcuni casi si può arrivare allo sgretolamento della vita familiare. Le risposte a queste situazione non sono semplici ed immediate. La famiglia è lo specchio della società nella quale vive: dunque le sue fragilità riflettono quelle della società, e la difficoltà del vivere insieme in famiglia è legata alla difficoltà del vivere insieme nella società. L’ operazione più urgente da fare è di tipo culturale, prima che operativa. Il primo servizio di carità alla famiglia è quello di offrire stimoli affinché essa venga ricolloca- ta dentro una diversa prospettiva culturale. Lo dico puntando l’attenzione su un tratto caratteristico della nostra società e facendo alcune esemplificazioni per le politiche familiari. Tutti concordano nel dire che il tratto più caratteristico della nostra società è il primato dell’individualismo. Questo primato comporta che individuo sia portatore di diritti maggiori di quelli che porta la famiglia, la quale è pensata come un insieme di individui e al servizio della loro realizzazione. Per cui la famiglia ha valore fintanto quest’ultima è piacevole, nel momento in cui non lo è più, allora si impone un cambiamento. La felicità è ricercata da soli e si è scettici riguardo alla possibilità di essere felici in due in modo duraturo. La scelta culturale da fare è quella di partire da una visione centrata sulla persona e sulla rete di relazioni fondamentali che la sostengono: certamente in controtendenza rispetto al clima dominante. Questo ci fa rendere conto come invece oggi i temi del lavoro, del welfare, delle politiche sociali siano organizzati in chiave individuale e puntano in modo determinante sull’uomo adulto (passano in secondo piano i giovani e le donne). Alcuni esempi: La flessibilità e la mobilità sono sempre più proposte come una necessità del sistema produttivo, dentro una prevalente dimensione individualistica esse sono certamente sono una buona opportunità per i singoli. Ma se pensiamo ad una persona reale che vive in una famiglia, allora ci rendiamo conto che essa ha bisogno di un minimo di stabilità e non gli giova affatto l’essere sradicata dalla solidarietà dei legami del territorio e della rete parentale. Le scelte sul mercato del lavoro e sul welfare cambiano notevolmente se si dà la priorità all’individuo o alla famiglia; continua a pag. 15 Giugno 2012 15 Paola Cascioli* C ome molti avranno personalmente constatato sabato 12 e domenica 13 maggio scorsi a Velletri si è tenuta presso i supermercati una raccolta di generi alimentari organizzata dalle Parrocchie e dalla Caritas Diocesana, a favore dei bisognosi della nostra città. L’evento è stato possibile grazie alla collaborazione di oltre sessanta volontari che hanno messo a disposizione diverse ore del proprio tempo per sensibilizzare all’iniziativa i clienti dei supermercati, raccogliere, suddividere per genere ed inscatolare gli alimenti donati. Il nostro ringraziamento va ai responsabili dei supermercati che hanno aderito all’iniziativa (i tre Carrefour, la Coop, l’ Angeloni di viale Regina Margherita ed il Conad Margherita di via D. Veroni) permettendo ai nostri volontari di sostare all’ingresso dei negozi per informare i clienti ed effettuare la raccolta. Un grazie particolare a quei supermercati che hanno contribuito con una donazione di generi alimentari; alla Banca di Credito Cooperativo di Velletri che segue da pag. 14 Un altro esempio è l’occupazione femminile. Sembra che il mercato del lavoro e lo stato sociale siano rimasti ancorati ad una immagine di famiglia tradizionale in cui il padre usciva di casa per trovare il sostentamento della famiglia, mentre la madre si dedicava alla cura della famiglia in casa. Conciliare lavoro e famiglia è lasciato alla fatica delle donne che si fanno carico dei due fronti(famiglia e lavoro) bruciando oppor- ha partecipato con un’offerta per sostenere le spese vive dell’operazione (buste, scatoloni, ecc.); a mons. Angelo Mancini che ha stampato locandine e volantini per l’evento; ai sacerdoti che si sono fatti portavoce dell’iniziativa nelle proprie parrocchie; ai capi-equipe (Elena, Gina, Maria Pia, Roberta, Roberto) che hanno coordinato il lavoro dei volontari presso ogni supermercato; a Raffaele, che ha guidato il furgone con infaticabile pazienza e caricato gli scatoloni di viveri per portarli da ogni negozio al magazzino di stoccaggio; a tutti i volontari che con la loro opera hanno reso possibile questa iniziativa e soprattutto a tutte le persone di buona volontà che hanno donato con generosità i generi alimentari e che hanno così contribuito ad una maggior giustizia sociale, condividendo i propri beni con chi è meno fortunato. Gli alimenti raccolti verranno suddivisi tra le Caritas parrocchiali in quantità proporzionali al numero di assistiti e di abitanti delle parrocchie stesse.Questa raccolta, oltre a procurare cibo per i bisognosi della nostra città, ha permesso ai volontari delle Caritas parrocchiali di Velletri di lavorare insieme per uno scopo comune, conoscendosi meglio, condividendo gioie e fatiche, scambiandosi idee sullo svolgimento del servizio. Siamo certi che questa esperienza potrà essere di stimolo per continuare una fattiva collaborazione tra le parrocchie della nostra città, in favore dei più bisognosi. Ecco, infine, qualche ulteriore informazione sull’evento: I volontari che hanno partecipato all’iniziativa sono stati oltre 60 Sono stati messi gratuitamente a disposizione un furgone ed un camion per il trasporto dei beni ed un magazzino per lo stoccaggio dei colli Sono state stampate gratuitamente 80 locandine e 2000 volantini Hanno partecipato tutte le parrocchie della città. Sono stati acquistati cartoni , buste e portabadges per un totale di 460 euro. Sono stati raccolti 5223 kg. di alimenti di cui: 298 di olio; 212 di alimenti per l’infanzia; 234 di tonno in scatola; 1174 di pelati e passata di pomodoro; 687 di legumi; 889 di pasta e riso; 128 di zucchero; 550 di latte uht; 1051 di generi vari (marmellata, caffè, succhi di frutta, ecc.) tunità per una vita familiare ancora più piena di significato e contemporaneamente privando la società di ulteriori risorse e potenzialità; L’ultimo esempio riguarda l’immigrazione. Il tarlo della sicurezza aumenta gli ostacoli per il ricongiungimento e la tutela delle famiglie degli immigrati. È evidente che la filosofia di fondo della legge italiana considera gli immigrati, quando va bene, come individui che hanno risorse produttive e *Caritas Diocesana non come persone con legami e vincoli affettivi e familiari, nonostante che la nostra Costituzione riconosca il diritto alla famiglia. La chiave per la ripartenza sta dunque nel cambiare la prospettiva con cui le politiche sociali guardano alla famiglia, mettendo al centro la sua identità profonda: le persone e le loro relazioi. Direttore Caritas diocesana* Giugno 2012 16 L P. Vincenzo Molinaro a cronaca di questa prima giornata diocesana dedicata alla pastorale della famiglia si apre con un piacevole clima, limpido e azzurro il cielo. Nascoste le insidie, anche se previste, della pioggia. Molte comunque le presenze, probabile che il nome di Accattoli abbia attratto gli indecisi anche tra coloro che guardano troppo le previsioni meteo. Un ambiente di accoglienza, diciamo senz’altro un aria di famiglia. I bambini scatenati, sull’erba e nei gonfiabili. Fino alle 11 è incontrarsi, ritrovarsi, comprare i biglietti della lotteria, fare delle foto. Poi c’è il richiamo che gli adulti accolgono di buon grado e nella chiesa si apre la rela- zione sul tema dettato dal nostro Vescovo: Avremo tempo per la famiglia? Il giornalista Accattoli non fa valere solo il mestiere e la cultura, di certo notevoli. Quello che emerge è soprattutto la percezione che quanto dice con estrema pacatezza sia avvalorato dalla esperienza. E’ un inno al vissuto. A molti appare un sogno che dura quasi un’ora e che al termine suscita tante domande che portano via più di mezz’ora per le risposte. Mentre all’interno si ascolta e si riflette, fuori le cose cambiano. Al momento del pranzo il sole comincia a coprirsi e da lì a poco il cielo si chiu- de dentro nuvole compatte che fra poco cominceranno a buttare giù pioggia e a creare disagio. Da qui la partenza affrettata per la maggior parte degli intervenuti. Certo, specialmente con i bambini sarebbe stato impossibile rimanere lì e tenerli al coperto. La messa viene anticipata alle ore 15 e la partecipazione è totale. La chiesa si riempie una seconda volta e la parola del Vescovo riporta il sereno. Al termine, estrazione dei premi della lotteria. Anche chi non vince torna a casa con pensieri di soddisfazione. Per costruire una famiglia ci vuole tanto tempo, ma siamo sicuri di non camminare da soli. La comunità diocesana è ormai sull’onda giusta. Avremo tempo per la famiglia Sobrietà e comunicazione Molto suggestiva la tesi sostenuta da Luigi Accattoli. Con la sua solita trasparenza, nella quale la teoria si alimenta della esperienza personale, l’affermazione che a prima vista appare inconciliabile pian piano si pone come un orizzonte possibile e affascinante. La sobrietà ci salverà dalla incomunicabilità. Questa potrebbe essere una traduzione forzata ma solo apparentemente. In effetti, il grande guadagno dal quale spendere in seguito a favore della comunità, viene dal tempo risparmiato con gli atteggiamenti primari di semplicità e sobrietà. Non si tratta di mettere sul mercato nuova merce, quanto di trasformare il tempo solitamente impiegato nella gestione affannosa delle cose nel gesto della comunicazione. Questo a sua volta è il gesto di apertura verso l’altro considerato famiglia più grande e quindi terreno dove estendere le proprie radici. Non per conquistare ma per condividere. “Rendere sobria la vita per farla comunicativa” questa l’affermazione di partenza. Un taglio al cammino di una singola famiglia che si trova a scoprire nuovi orizzonti come pure a un disegno di pastorale familiare che magari non deve o non vuole gestire grosse attività, ma incanalare un movimento collettivo di rieducazione illuminata. In alto, come stella polare, c’è la Trinità di Dio, immagine e ispirazione di qualsiasi nucleo che assomigli alla famiglia, con la sua intima comunione, con il suo amore che fuoriesce e invade la creazione. L’origine di ogni relazione è scritta nella Trinità. E’ da lì che nasce la gratuità, il personalismo, La persona cerca la comunione, vuole anche andare oltre la propria famiglia. Con una citazione coraggiosa di Dante, Accattoli disegna la profondità della relazione: “S’io m’intuassi, come tu t’immii”. L’uomo cerca di entrare nel tu di Dio seguendo il cammino di Cristo nella incarnazione. Egli è entrato così perfettamente nell’umanità, è entrato in me, questo è lo specchio dove guardarsi per realizzare la comunione coniugale. Si può trovare tempo per queste cose? Anche i giovani si lamentano sempre di non avere tempo, sembra che debbano rivoltare il mondo. Eppure si chiede loro solo di studiare. Altro invece è quello che richiede un matrimonio. Ma qui si manifesta la elasticità del tempo. Un tempo vissuto per gli altri si dilata, si raddoppia. Il tempo della preghiera risulta ampio, accogliente. Non è sottratto alle occupazioni. Il tempo dato agli altri, specialmente quando è vissuto in coppia, diventa davvero doppio. Pure la coppia ha bisogno di tempo. Darne ai figli, agli amici, alla preghiera, ecco il segreto del tempo ritrovato. Condividere la festa, il lavoro vuol dire raddoppiare il risultato. Condividere la mensa, trasformare questo tempo in preghiera comune, in conversazione, ascolto, riflessione. Lo stile della mensa spesso è la spia di una relazione educativa riuscita. E’ quindi da curare e da proporre. Coltivare il clima quotidiano della mensa. Diventa il luogo simbolo del ritrovarsi ma anche il luogo dell’apertura agli altri e non solo nei discorsi. Cominciare presto a prendersi cura degli altri è il messaggio facile da dare ai propri figli quando essi ne sentono la bellezza e la semplicità nella parole dei genitori e ne vedono nella loro Giugno 2012 vita esempi concreti e non vuote parole. Anche nelle risposte date agli intervenuti, Accattoli, si è mantenuto in un campo di positività e di stimolo per le famiglie che non devono sentirsi assediate. Citando Tertulliano (Apologeticum), ha dimostrato come nel secondo secolo dopo Cristo c’erano tanti dei problemi familiari di oggi. Il primo è che i cristiani sono minoranza. In quel tempo erano una minoranza attiva e intraprendente, oggi invece siamo una minoranza triste perché ci sentiamo decadere e diventare sem- 17 pre meno propositivi, ma non è questo il punto. Bisogna invertire la tendenza, vivendo i valori cristiani con intensità e gioia. Con un’altra citazione precisa, il relatore evidenzia che in pieno Rinascimento, Erasmo da Rodderdam lamenta che l’affetto degli sposi viene a mancare prima che essi abbiano il tempo di conoscersi. Sembra preso da un giornale di gossip. Invece è importante dare gli anticorpi alle famiglie, mostrare quante sono quelle fedeli, quanto sono felici, quanto sono generose, come sanno ospitare. PROPOSTE PER L’ESTATE 2012 DEL CENTRO DI SPIRITUALITÀ SANTA MARIA DELL’ACERO 26 – 30 agosto 2012 ESERCIZI SPIRITUALI PER ADULTI “Il mio arco pongo sulle nubi” (Gen 9,13) 30 agosto – 3 settembre 2012 GIORNATE DI PREGHIERA PER I GIOVANI (18-30 ANNI) “State sempre lieti nel Signore” (Fil 4,4) Per informazioni e iscrizioni: sr. Gianna, sr. Monica, sr. Annalisa (Suore Apostoline Velletri) Tel 06-963.33.24 / 06-96.40.823 [email protected] La famiglia cristiana, si avvia alla conclusione il nostro relatore affondando nel vangelo, non si affanna ad accumulare, cerca una vita sobria e comunicativa, povera ma ricca di relazioni. Oggi, pur nelle difficoltà del tempo, ci sono tanti aspetti positivi, anche nelle leggi, c’è da fare per la famiglia, ma ci sono cose valide. Nella famiglia non c’è più tanta violenza come nel passato, c’è rispetto, c’è dialogo. E’ il tempo ritrovato di ogni giorno che si misura solo con l’amore eterno e sempre attuale del nostro Dio, che si è relazionato con noi nella persona di Gesù. Giugno 2012 18 L’ufficio catechistico durante l’anno pastorale 2011/2012 ha proposto varie attività alla diocesi, in particolare gli incontri di formazione per i catechisti che si sono svolti nelle diverse parrocchie. Due sono stati i ritiri all’Acero, il 24-25 marzo e il 14-15 aprile, per i ragazzi che si preparano a ricevere il sacramento della Cresima, il tema della due giorni è stato Voglio un sono, voglio un senso...”Vi ho dato l’esempio”. L’ultimo appuntamento, la Festa del Pane, indirizzata ai bambini della prima Comunione, si è svolto il 21 aprile. Seguiranno alcuni articoli di presentazione dei vari incontri e alcune esperienze di catechisti e animatori che vi hanno partecipato. Ufficio catechistico do tutti insieme in processione ci siamo diretti in chiesa per l’incontro con Gesù. E’ stato emozionante vivere con i ragazzi di tutta la diocesi e i loro catechisti un momento di preghiera intenso davanti a Gesù Eucaristia, a pochi giorni dalla prima Comunione. Durante il viaggio di ritorno sul pullman abbiamo raccolto le impressioni sul pomeriggio trascorso insieme e i ragazzi hanno assegnato un bel 10 alla festa con l’aggiunta della lode per la merenda con pane e nutella! Dai loro volti sorridenti è venuta la conferma del giudizio L a Festa del Pane è uno di quegli eventi che ricorderemo con gioia, in cui non c’è stato spazio per la noia e la tristezza, una festa che ha reso i ragazzi protagonisti coinvolgendoli in attività divertenti e formative. Dopo un’iniziale diffidenza, i ragazzi hanno preso presto confidenza con i “negozi” speciali dove prendere tutto gratuitamente e tra il gioco, l’arte, lo sport, il ballo, la solidarietà e l’incontro con Dio, il tempo è passato velocemente e l’entusiasmo è rimasto vivo fino alla fine. Sebbene tutte le attività abbiano riscosso successo, particolarmente graditi dai ragazzi sono stati il ballo, lo sport e lo stand della solidarietà. Significativo è stato l’angolo dell’incontro con Dio, nel quale i ragazzi hanno sperimentato la bellezza del silenzio che consente di ascoltare la voce del Signore. Il momento più bello della festa è stato al termine delle attività, quan- positivo e sempre da loro è scaturita la richiesta di poter rivivere la stessa esperienza il prossimo anno. ESPERIENZE DI ANIMATORI CHE HANNO PARTECIPATO ALLA FESTA DEL PANE P ane e vita: è festa; in quste semplici parole è contenuto tutto ciò che hanno sperimentato, sabato 21 aprile a Santa Maria dell’Acero, i ragazzi della mia piccola comunità che si preparano a ricevere la prima comunione. Era per loro la prima esperienza di condivisione con altre realtà parrocchiali della diocesi, ma soprattutto è stato il modo per capire pienamente cosa significa vedere e ascoltare Gesù. Durante la festa hanno sperimentato, attraverso il personaggio del profeta Samuele che, il silenzio è il modo più semplice per sentire Gesù che ci chiama, ed hanno poi condiviso questo silenzio con tutti gli altri ragazzi durante l’adorazione Eucaristica. La domenica, durante il catechismo, hanno raccontato con entusiasmo ai compagni, che non avevano partecipato, quel momento di festa vissuta tra giochi e preghiera. Marilena, Chiesa di San Francesco, Velletri POSSIAMO VEDERE GESÙ? CERTO CHE SI! e l’hanno dimostrato i bambini che quest’anno faranno la loro prima comunione. Trascorrendo un pomeriggio all’Acero hanno potuto vedere con i propri occhi che Gesù è presente anche nella danza, nell’arte e nello sport. A conclusione della giornata la preghiera ha reso l’incontro ancora più intenso e ricco di gioia. Grazie alla festa questi bambini hanno raggiunto una maggiore consapevolezza della presenza di Gesù nella loro vita. C Simone e Roberta Collegiata di Valmontone Giugno 2012 RITIRO DEI CRESIMANDI Il 24-25 marzo e il 14-15 aprile si sono incontrati all’Acero i cresimandi di alcune parrocchie della Diocesi. Voglio un sogno, voglio un senso... ”Vi ho dato l’esempio” è stato il tema dei due giorni. Lasciamo la parola alle catechiste... C osa ti porti dietro dal ritiro della cresima? Cosa rivivresti? Con queste domande rivolte ai cresimandi, noi catechiste abbiamo pensato di riassumere e proseguire l’esperienza della 2 giorni tenutasi lo scorso 14-15 Aprile all’Acero. Esperienza a cui i ragazzi nonostante le diverse complicazioni che l’età comprende, hanno sorprendentemente vissuto bene, questo a dimostrare 19 che anche il giovane più indisciplinato, se seguito può sostituire la proprio irrequietezza con la voglia di sapere. Dalle risposte che hanno dato, viene da chiederci, ma non è che i nostri ragazzi non hanno nessuno che li stia ad ascoltare e che risponda alle loro domande? Da qui l’idea di ripetere in parte la fase finale del ritiro che comprendeva l’incontro con il Vescovo e a cui i ragazzi potevano porre delle domande; domande che per ragioni di tempo lì all’Acero non è stato possibile trattare completamente e che quindi abbiamo cercato di esaudire tornati a casa. Anche in questo caso i giovani cresimandi hanno dimostrato una certa attenzione e sensibilità su determinate tematiche del tipo: cosa c’è dopo la morte? Perche un giovane muore? O perché avvengono i miracoli? Oppure ancora, domande sulla vita dei consacrati o dei laici che adempiono a dei ruoli ben precisi verso il prossimo, curiosità stimolate soprattutto dalle testimonianze di quattro persone tenutasi lì all’Acero. Esperienza di un’animatrice Valentina Ferracci* S arà forse per la completa assenza di campo satellitare, o per trovarsi completamente circondati da un paesaggio “diverso” da quello quotidiano, oserei direi quasi “narniesco” : fatto sta che credo di aver passato poco più di ventiquattro ore “sospesa”. Dimenticarsi di tutto ciò che lasci prima di arrivare, è accaduto in maniera semplice e spontanea, così come immergersi nelle esperienze di chi è venuto lì per raccontarsi.... Per una persona così poco loquace, forse troppo come me è stato facile mettersi in un angolo e entusiasmarmi nell’ascoltare tutti i pensieri dei nostri ragazzi, i loro sogni, le loro domande e i loro sorrisi ... avendo l’opportunità di conoscerli sempre di più; osservarli “da fuori” , prestando attenzione a tutti quei dettagli di cui spesso neanche ci accorgiamo è stata un’esperienza da “occhioni lucidi”!! Se alcu- G li incontri di formazione proposti dall’ufficio catechistico hanno avuto ad oggetto la programmazione di un’unità di catechesi. La scelta è stata adottata partendo dalle esigenze manifestate dai catechisti negli incontri dell’anno precedente. In particolare, si è ritenuto importare fornire i criteri per elaborare,attraverso la tecnica laboratoriale, una parte del percorso formativo, ponendo al centro non i contenuti, ma i ragazzi. Il “quotidiano” va tenuto sempre presente dai catechisti perché è il luogo del- Catechiste Parrocchia S. Maria Intemerata Lariano ne cose di quella giornata ora le ricordo meno intensamente, un qualcosa che non dimenticherò facilmente è di essere tornata a casa con la convinzione che tutto ciò di cui si è discusso, parlato, disegnato, visto...credevo fosse stato pensato per i nostri ragazzi... invece penso di averlo vissuto in prima persona, come se fosse stato pensato anche per me; con qualche anno in più ho avvertito quelle parole, quelle esperienze, e quei gesti con grande intensità. Per tutto ciò sono felice di confermare come verità assoluta la frase sulle esperienze di vari campi all’ Acero, che spesso ho sentito dire prima di partire: “ i ragazzi bisogna convincerli ad andare e tirarli via quando è l’ora di tornare a casa....” vale per me, ed è stato entusiasmante vederlo confermato dai miei ragazzi... Per tutto questo se penso al nostro breve soggiorno, mi ritrovo a canticchiare: “Ho imparato a sognare, quando inizi a scoprire che ogni sogno ti porta più in là oltre muri e confini ho imparato a sognare da là...” *Chiesa Ss Giuseppe e Vitaliano p. Segni INCONTRI DI FORMAZIONE PER I CATECHISTI DELLA DIOCESI PER L’ANNO PASTORALE 2011/2012 PERCHE’ PROGRAMMARE… Quattro tipi di vocazioni, di realizzazione di sogni e d’incontro con Dio nella loro vita che a detta dei ragazzi è stato uno dei momenti più coinvolgenti pieno di scambi, informazioni, emozioni e conoscenza di altre realtà non presenti nella nostra parrocchia. Bella soprattutto la condivisione attraverso espressioni di pensiero e giochi sia tra i ragazzi che con noi catechisti, ma anche con queste figure incontrate consacrate e non. Molti momenti piacevoli insieme, dal gioco al ballo, la proiezione del film la fraternizzazione e le attività proposte, che hanno fatto si che trasformassero il luogo in un posto in cui i cresimandi anche a detta loro si sentissero accolti. Un’unica voce riassume tutto questo con nostro grande piacere, cioè la voglia e l’espressione sognante nei loro occhi che non vedono l’ora di ripetere l’esperienza. l’incontro tra Dio e l’uomo e se non si tiene conto della realtà si costruiscono castelli in aria. Gli incontri, svolti a livello cittadino, sono stati articolati in due momenti. Nel primo si sono presentate le caratteristiche della programmazione e le modalità di eseguirla nelle varie fasi: partire dall’analisi della situazione dei ragazzi a livello familiare, scolastico e sociale, definire gli obiettivi, il ragazzo non solo conosce,ma matura un atteggiamento, scegliere i contenuti, adottare le metodologie ritenute più idonee, scegliere i materiali ed i tempi di attuazione. Nel secondo incontro i catechisti, insieme, effet- tuavano una vera programmazione, utilizzando i materiali messi a disposizione, come riviste e siti internet, oltre al testo di catechesi. L’esperienza, anche se limitata nei tempi, è stata significativa perché ha offerto l’opportunità di un lavoro comune, che non in tutte le comunità parrocchiali avviene, ed ha stimolato una riflessione sula catechesi ,oggi, che non dovrebbe limitarsi ad offrire informazioni sulla fede ma a far crescere nella fede, facendo maturare il senso della vita secondo il vangelo, a sviluppare motivazioni profonde per credere e sperare, a favorire valide ragioni per impegnarsi e servire gli altri nella Chiesa per il mondo. Ufficio catechistico Giugno 2012 20 Fabricio Cellucci* I talo Calvino in perché leggere i classici nel capitolo in cui parla dell’Odissea, come viaggio di ritorno di Ulisse , tratta dell’argomento della memoria affettiva nel precisare che La memoria conta veramente- per gli individui, le collettività e le societàsolo se si tiene insieme l’impronta del passato e il progetto del futuro, se permette di fare senza dimenticare quel che si voleva fare, di diventare senza smettere di essere, di essere sempre senza smettere di diventare. In Seminario il discernimento aiuta anche nel compiere un nuovo viaggio verso casa: la scelta di camminare in seminario nell’approfondimento sulla propria vocazione, progetto unico e irripetibile dell’Amore del Signore, permette una novità di vita, ci dice la nuove vocazioni per una nuova europa al numero 37, ma è anche segno (il discernimento che si compie) del recupero della propria identità, anzi viene aggiunto che, si compie quasi un ritorno a casa alle radici dell’IO. Troviamo simboleggiato questo nel brano dei discepoli di Emmaus in cui possiamo leggere […] e fecero ritorno a Gerusalemme. Camminare nella propria storia e farla illuminare dal Signore, per scoprire il filo rosso che da sempre siamo legati a Lui che è , la via verità e la vita. Visitare tutta la nostra storia, nulla è escluso dallo sguardo di Dio, che come amico e compagno di viaggio, quindi come il poeta Virgilio con Dante per usare un immagine che conosciamo, ci accompagna. In un cammino vocazionale dove scoprire e rispondere da credenti alla vocazione al sacerdozio ministeriale significa avere la perseveranza di camminare per trovare la pietra su cui è scritto il proprio nome (cfr Ap 2, 17-18) oppure tornare alle sorgenti dell’io. Compiere un cammino per scoprirsi e comprendere sempre meglio che prima di tutto siamo Mistero, nell’accezione paolina del termine. Io non un altro sono chiamato, il Signore chiama me e non un altro, davanti a Lui non possiamo delegare ognuno è responsabile per se della chiamata particolare che il Signore lo invita a mettersi in gioco per arrivare alla salvezza, in quel modo tutto speciale che fin dal principio è pensato per quella determinata storia. Nel cammino di seminario questo si declina nell’acquisire competenze teologiche, spirituali, pastorali, ma ci ricordava non molto tempo fa il nostro rettore anche nel fare un cammino di chiarezza che si muovono nel nostro cuore, alla luce di un obbiettivo di raggiungere quella pace capace di stabilità nel camminare sulla strada della mia vita, sai nel tempo sereno sia quando sembra approssimarsi un terremoto, che possa destabilizzare la nostra abitazione. Allora è necessario verificare lo stato della mia casa: magari so di non avere la casa migliore, ma conoscendone i limiti e le potenzialità, so come prendermi cura di essa in occasioni problematiche o pericolose. Tutto per scoprirci e poter vivere in pace: capaci di fare i conti con quello che siamo, fare i conti con noi stessi, raggiungere la consapevolezza sufficiente delle nostre risorse e delle nostre fatiche che ci permette di verificarci e poter guardare il cammino che facciamo e vedere se stiamo andando nella giusta direzione o magari il Signore ci sta chiedendo altro. Tutto alla lice dell’obbiettivo essere e crescere in Gesù, per vivere l’esperienza della vera pace: Egli infatti, è la nostra pace (Ef 2, 14). O Dio, fonte dei ogni comunione, nessuno ha nulla da dare ai fratelli se prima non comunica con Te; donaci il tuo Spirito, vincolo di perfetta unità, perché ci trasformi nell’umanità nuova libera e unità nell’Amore. *Seminarista diocesano Nell’immagine del titolo: “La scomparsa” di Arcabas, dal ciclo pittorico di Torre de’ Roveri, dedicato ai Pellegrini di Emmaus (1993-1994) Giugno 2012 21 Sr. Apostoline Velletri In questo numero ci apriamo alla missione! Sr. Fernanda Tettamanzi, delle Missionarie di Maria – Saveriane – ci aiuta a comprendere il cuore della vocazione missionaria, a partire dalla domanda di una ragazza che chiede di essere aiutata nel discernimento. «Partire per la missione mi attira… sarà vocazione o slancio di solidarietà?» (Giulia) artire per la missione: perché partire? per che cosa? come? quale missione? Sono domande che nascono quando il desiderio è bello e vero. Conta molto la decisione di ascoltare con attenzione, di uscire da te stessa. Ascoltare il Signore che ti parla attraverso la Scrittura, gli avvenimenti, le persone. È importante tenere aperta la domanda, disporsi a lasciarsela modificare e a verificare la direzione del viaggio. Lo slancio di solidarietà è espressione di un cuore sensibile, disponibile a recare aiuto a chi soffre. Se, nel coltivare tale atteggiamento, ti mantieni in ascolto, con umiltà e desiderio di autenticità, ti accade una sorpresa sconvolgente. Scopri che è Dio che ti viene incontro, si dona a te, ti mostra il suo volto in Gesù di Nazaret. Lui ti attende nel povero. Ti accorgi allora che il tuo voler fare qualcosa per gli altri va misurato sul Suo essere dono per te, per ciascuno. P Che cosa è la missione… Scopri così che missione è, prima di tutto, entrare in un dono gratuito che ci precede e ci sostiene. La missione nasce dall’incontro intimo, personale, trasformante con il Signore Gesù. Prima che un nostro operare, è un contemplare l’opera amorosa di Dio, ciò che lui ha fatto e fa per te, per l’umanità. Maria ce lo insegna, nel canto del Magnificat. Missione è essere segno del Suo amore. Solidarietà efficace è “servire l’uomo rivelandogli l’amore di Dio che si è manifestato in Gesù Cristo” (Redemptoris missio n. 2). Senza la carità di Dio l’andare ad aiutare resta in balìa delle emozioni del momento e facilmente si riduce a uno sterile avvitarsi sulla ricerca solo della propria realizzazione. Che cosa porta la missione… Se vai portando la solidarietà del Signore, ti accorgi che, mentre ti chini sulle ferite degli altri, vieni tu stessa risanata. Tuoi maestri sono i “piccoli” che sanno di aver bisogno di Dio, mentre i “grandi” credono di arrangiarsi da soli. «Voglio anch’io conoscere il tuo Dio», si è sentita dire una mia sorella che, con la sua presenza di cura amorevole, svelava il volto della misericordia a un uomo sofferente e solo. Che lo sappia o no, questo mondo complesso e affascinante, tribolato e desideroso di vita vera, cerca lo sguardo d’amore di Dio. L’apertura alla missione, come avventura di fede e di amore, diventa anche spazio di scoperta della tua identità, del nome che da sempre Dio ha scelto per te. È rivelazione che puoi cogliere in un clima di ascolto orante, di confronto e di disponibilità generosa. Se hai incontrato Gesù e ti lasci guardare da Lui, senti che Lui riempie di senso e di gioia la tua vita. Cogli la portata liberante del suo Vangelo, pienezza di umanità, dono destinato a tutti. Certe parole del Vangelo, sembrano poi scritte in grassetto per te: Gesù «ne costituì Dodici – che chiamò apostoli – perché stessero con lui e per mandarli…» (Mc 3,14-15); «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…» (Mt 28,19). “Andare” come consacrato o come sposato? Ascolta, prega. La prospettiva del matrimonio ti appare bella e possibile. Il Vangelo, colto come la perla preziosa, il bene più urgente e necessario per tutti, ti muove a una dedizione totale alla sua causa. Ti può accadere che lo sguardo d’amore del Signore ti rapisca il cuore. Risuonano intensi dentro di te gli appelli avvertiti nell’ascolto orante di quelle parole della Scrittura, nell’incontro con quei testimoni della missione. Non puoi stare tranquillo sapendo che molti atten- dono di conoscere a immagine di Chi sono fatti, vedendo quei volti sfigurati. Tanti sono i vuoti di annuncio e di compassione. La convinzione sentita di essere amato e scelto dal Signore ti spinge a una consegna totale a Lui. È forte l’impulso interiore ad appartenergli in modo esclusivo, a scegliere la sua modalità d’amare, diventando spazio di fraternità per chiunque. Perché si affretti la riunione dell’unica famiglia dei figli e delle figlie di Dio. Scatta allora la decisione che scioglie l’incertezza, nell’affidamento totale a Colui che ti chiama. Cosa comporta la missione… Certo, occorre l’umiltà di confrontarsi con persone sagge per una realistica conoscenza di te stesso, delle tue motivazioni, capacità e limiti. La consacrazione per la missione, implicando un partire anche fisico, esige la disponibilità a lasciare la propria terra, a distaccarsi dalla propria famiglia d’origine e cultura. Comporta la sfida dell’incontro con l’altro: altre persone, altra cultura, altro ambiente. Richiede la capacità di andare incontro all’altro nell’ascolto, nel rispetto, nella stima, con un sereno e chiaro senso della propria identità. Mentre offri ciò che sei, vieni arricchito dal dono che l’altro è per te, con la sua fede e visione di vita. Dopo un’opportuna ponderazione decidi allora di mettere in gioco la tua vita, per farne un dono d’amore, appoggiato al Signore che ti tiene per mano. La scelta, qualunque essa sia, sarà da alimentare e rinnovare ogni giorno. Potrai sempre contare sulla Sua fedeltà e sulla Sua forza. www.saveriane.it (da SE VUOI 3/2010) Giugno 2012 22 Claudio e Teresa Barone i è stato chiesto di scrivere della mia vocazione al diaconato permanente. È la prima volta che lo faccio e ricorro alla forma umile della testimonianza. Trovo difficoltoso scrivere di cose che sento molto personali. Forse è bene che mi presenti o meglio, che ci presentiamo: siamo Claudio Barone e Teresa. Siamo approdati in questa Diocesi nell’agosto del 1990 insieme ai nostri figli Cristian e Ilenia; certo allora, almeno io, ero, come si suol dire, abbastanza lontano dalla Chiesa. Ero uno dei tanti cristiani battezzati, che hanno frequentato la parrocchia da ragazzi ma ormai non più frequentanti né tantomeno vogliosi di avere contatti con certe realtà presbiterali! Il mio lavoro mi portava spesso a stare fuori casa. Nel 1997, dopo vari inviti da parte di amici a mandare la figlia a catechismo per la cresima, l’accompagnai a casa di questi amici che la portavano al catechismo insieme alle M loro figlie e dopo si ripassava a casa loro per riprenderla. Poi iniziai ad accompagnarla io stesso presso la parrocchia di San Giovanni Battista in Velletri. È iniziato così il mio cammino verso Cristo o, come dice un canto, forse era Cristo che si stava facendo vicino (o ero io che fino ad allora mi ero rifiutato di ascoltarlo?). In seguito ho accompagnato sempre io stesso mia figlia e piano piano, ed in modo quasi inconsapevole, mi sono trovato sulla strada del ritorno a Cristo. Questo ritorno a Cristo si è rivelato come una brace che cova sotto la cenere, ma tanta, tanta cenere, e proprio come la brace, una volta venuta all’aria, inizia ad ardere e si trasforma in un fuoco che si autoalimenta e che diventa impossibile arginare se non a rischio di ustionarsi sempre di più, così mi sono sentito sempre più coinvolto al punto che non potevo più fare a meno di passare, anche solo per qualche minuto, in chiesa davanti al Santissimo. È stato così che mi sono trovato a conoscere l’esistenza del Rinnovamento nello Spirito Santo e del suo modo di essere parte della Chiesa. Ho iniziato a leggere la Bibbia quasi come un qualsiasi libro, ma ho dovuto fare i conti con la mia inadeguatezza alla comprensione dei testi senza qualcuno che me li spiegasse, quindi chiesi a don Dario come fare e lui semplicemente mi invitò a frequentare dei corsi presso l’I.S.S.R. di Velletri almeno per tentare di meglio comprendere quel che leggevo. Ormai la messa domenicale e festiva era diventata un bisogno primario e Teresa, mia moglie, iniziò anch’essa a venire con me. Una domenica fui invitato a leggere dall’ambone, sebbene sorpreso, dissi di sì. Ormai cominciavo a sentirmi parte integrante di quella parrocchia e della comunità che la formava. Il 1° gennaio del 2000 (e chi se lo scorda!) fui invitato a far servizio all’altare; cosa strana, non ricordo la data della prima volta che fui indicato quale ministro straordinario per l’eucarestia durante una celebrazione di una festività che ora non ricordo, ma quel che ricordo, e molto chiaramente, è la sudarella fredda che mi prese ed il gran timore accompagnato da un tremore intimo, al pensiero che dovevo distribuire Cristo sotto la forma del Pane Eucaristico ad una parte dei fedeli presenti! (questo timore mi accompagna ancora oggi e non so se passerà mai). Con mio dispiacere fu decretata la chiusura dell’I.S.S.R., quindi mi sono trovato senza scuola. Con Teresa iniziammo a far parte della Caritas parrocchiale a cui partecipo ancora oggi, sebbene si possa dire più “al bisogno” mentre Teresa lo fa in modo continuativo. Ultimamente Teresa ed io abbiamo seguito insieme il corso per ministri straordinari per l’Eucaristia. Nel 2008 mi fu proposto di intraprendere il cammino per il diaconato permanente che ho accettato con gioia, gioia condivisa ampiamente da Teresa. Nel frattempo iniziai a frequentare dei corsi presso il Pontificio Collegio Leoniano di Anagni nell’attesa che si stabilisse il cammino di formazione per i continua a pag. 23 Giugno 2012 23 Sara Lanna I l cammino di risposta alla personale vocazione all’amore è la realtà più autentica, affascinante, misteriosa e alta della nostra vita. E’ anche l’unica che può dare un senso profondo e un compimento vero a ciò che siamo e desideriamo vivere. Perché dall’Amore siamo stati creati e a questo siamo chiamati. Il 28 aprile 2012, vigilia della Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni, la nostra chiesa diocesana si è riunita ad Artena, nella chiesa del Rosario, per pregare per le vocazioni. “Rispondere all’Amore si può” è il tema proposto quest’anno dal Centro Nazionale per le Vocazioni. La veglia, preparata dal Centro Diocesano Vocazioni, è stata articolata in tre momenti: la memoria dell’amore, o amore come eros, in cui abbiamo meditato come Dio abbia messo nel cuore dell’uomo il desiderio di trovare compimento al proprio desiderio in un altro essere che gli sia complementare; l’amore con philia, amicizia, grazie alla quale gli uomini si riconoscono come fratelli e si sentono partecipi di un’unica vocazione che è amore; l’amore come agape, ovvero l’amore che si dona senza chiedere nulla in cambio. Mentre il primo e il secondo momento sono stati simboleggiati dalle fedi nuziali il primo, l’olio profumato il secondo, portati all’altare; il terzo momento è culminato nella contemplazione dell’Amore: è stata svelata l’immagine del volto di Cristo, il Cristo del crocifisso di S. Damiano. I testi, le preghiere, i canti, le testimonianze e i simboli scelti hanno contribuito la rappresentativa comunità diocesana a pregare insieme per il dono di vocazioni nella chiesa e per essere capaci di rispondere pienamente alla vocazione all’amore. Anche questa Veglia diocesana ha dimostrato come la preghiera insieme, la testimonianza e il supporto reciproco, cercare e trovare luoghi e opportunità di ascolto dell’Amore segue da pag. 22 diaconi nella diocesi. Dal 2007 sono ormai in pensione così mi son potuto dedicare a realizzare un desiderio che avevo nel cuore dal 2000, l’anno della GMG che si tenne a Roma, cioè partire per ripercorrere a piedi gli antichi sentieri di un Cammino medievale che porta alla tomba dell’Apostolo San Giacomo il Maggiore. A fine agosto 2009, avendo già percorso il Cammino francese, partii per il pellegrinaggio a Santiago di Compostela percorrendo la Via de La Plata partendo da Siviglia e calcando le antiche vie Pecuarie e molti tratti di Calzada Romana e percorrendo il Sanabres. Durante il cammino si hanno molte possibilità di stare soli e poter pensare e pregare, oltre ad incontrare persone di tutto il mondo e che, dopo nemmeno cinque minuti sembra di conoscere da sempre, pur non sapendo neanche il nome o la professione! Al mio ritorno, metà ottobre, trovai la gradita sorpresa che finalmente era stato pianificato un percorso per gli aspiranti al diaconato! Ora continuo a frequentare dei corsi al Pontificio Collegio Leoniano di Anagni e altri corsi presso il centro di formazione teologica in Velletri. Devo dire che non è facile, specie per chi come me ha la memoria che ogni tanto, spesso, comincia a far cilecca, ma come scritto ai piedi del quadro della Divina Misericordia dico: “Signore, io confido in te!” E nel frattempo continuo a servirlo come meglio posso e quando diventa pesante, mi affido al salmo 23: “il Signore è il mio pastore non manco di nulla!” che chiama sono fondamentali se si desidera vivere e camminare per dare compimento al progetto d’amore che Dio ha per ciascuno di noi. Giugno 2012 24 ueste parole del Santo Padre Benedetto XVI nell’omelia della Veglia Pasquale del 2008, ci permettono di entrare nel tema proposto che è l’Offertorio della Santa Messa, qui tratteremo soltanto brevemente alcuni aspetti. Dopo la processione offertoriale vi è da parte del sacerdote il gesto dell’elevazione dei doni e delle orazioni che lo accompagnano: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo. Dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Lo presentiamo a te perché diventi per noi cibo di vita eterna». Il contenuto delle preghiere è collegato con le orazioni che gli ebrei recitavano a tavola. Orazioni che, nella forma di benedizioni, hanno per punto di riferimento la Pasqua di Israele e sono pensate, declamate e vissute pensando ad essa. Questo suppone che esse sono state scelte in quanto anticipazione silenziosa del mistero pasquale di Gesù Cristo. Per questo, la preparazione e la realtà definitiva del sacrificio di Cristo si compenetrano in queste parole. Nello stesso tempo, «portiamo all’altare anche la sofferenza e il dolore del mondo, coscienti che tutto è prezioso agli occhi di Dio». In realtà, «il celebrante, in quanto ministro del sacrificio, è l’autentico sacerdote, che porta a compimento - in virtù del potere specifico della sacra ordinazione - il vero atto sacrificale che conduce di nuovo tutti gli esseri a Dio. Invece coloro che partecipano all’Eucaristia, senza sacrificare come lui, offrono assieme a lui, in virtù del loro sacerdozio comune, i propri sacrifici spirituali, rappresentati dal pane e dal vino, dal momento della loro preparazione sull’altare». Il pane e il vino diventano, in un certo senso, simbolo di tutto ciò che l’assemblea eucaristica in quanto tale porta in offerta a Dio e che essa offre in spirito. Questa è la forza ed il significato spirituale della presentazione dei doni. In questa linea si comprende l’incensazione dei doni collocati sull’altare, della croce e dell’altare stesso, che significa l’oblazione della Chiesa e la sua preghiera, che salgono come incenso verso la presenza di Dio. «Si comprende ora meglio perché la Liturgia Eucaristica, con il suo valore di presentazione e di offerta della creazione e di se stessi a Dio iniziasse, nella Chiesa antica, con l’acclamazione: Conversi ad Dominum - dobbiamo sempre allontanarci dai cattivi sentieri sui quali tanto spesso ci incamminiamo con i nostri pensieri e le nostre opere. Dobbiamo invece sempre dirigerci verso di Lui. Dobbiamo essere sempre convertiti, con la nostra vita intera diretta verso Dio». Questo cammino di conversione, deve essere più intenso ed immediato nel momento previo alla Preghiera Eucaristica, giacché il gesto di presentazione dei doni e l’atteggiamento con cui si realizza, stimolano il desiderio di conversione e di oblazione di sé. E’ il nostro più vivo desiderio che possiamo partecipare tutti più coscientemente e fruttuosamente ad ogni Santa Messa! Q Suore del Monastero “Madonna delle Grazie” di Velletri «Nella Chiesa antica esisteva la consuetudine che il vescovo o il sacerdote dopo l’omelia esortasse i fedeli esclamando: “Conversi ad Dominum“ volgetevi ora verso il Signore. Ciò significava anzitutto che essi si voltassero verso l’oriente, nella direzione da cui sorge il sole in quanto segno di Cristo che ritorna, all’incontro con il quale noi andiamo nella celebrazione eucaristica. Dove per qualche ragione questo non era possibile, essi volgevano lo sguardo all’immagine di Cristo nell’abside oppure alla croce, per orientarsi verso il Signore. Perché, in definitiva, si trattava di questo fatto interiore: della conversio, del dirigere la nostra anima verso Gesù Cristo e, in questo modo, verso il Dio vivente, verso la luce vera». 1 1 Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche della Santa Sede, Il Sacerdote nell’offertorio della S. Messa. Giugno 2012 25 mons. Franco Fagiolo* D opo la presentazione della parte musicale della nuova versione del Rito delle Esequie, ci fermiamo un momentino su cosa e come cantare ai funerali. Naturalmente, come dovrebbe sempre accadere, bisogna prima di tutto considerare bene le circostanze, le persone che vi partecipano, il tipo di assemblea che si raduna. Il carattere della musica dovrebbe ispirare un senso di serenità e di pacificazione, evitando tutto quello che può sembrare lacrimevole, funebre. E ricordiamoci che anche in queste particolari circostanze, di fondamentale importanza è la partecipazione al canto da parte di tutta l’assemblea. Ciò non toglie che, avendo a disposizione il Coro, in qualche momento l’assemblea possa partecipare anche soltanto con l’ascolto. Prima di tutto, come in tutte le celebrazioni, la prima preoccupazione è quella di eseguire in canto i dialoghi tra il celebrante e l’assemblea, le acclamazioni (canto al Vangelo, Santo, anamnesi, dossologia), l’Agnello di Dio alla frazione del pane (e invece, purtroppo, tante volte si fa spazio a un canto per lo scambio del segno della pace, tralasciando l’Agnello di Dio che è un canto rituale!!!!!). E, come al solito, sono da preferire quelle melodie abituali, per favorire al massimo la partecipazione dell’assemblea. Grande importanza, e non soltanto alla messa esequiale, deve essere data al canto del Salmo responsoriale. Da qualche anno, raccomandato da più parti, si sta insistendo molto per riportare in auge questo canto rituale. Contributi di riflessione e proposte musicali di diverso tipo sono ormai a disposizione degli animatori musicali. Anche la nuova versione del Rito delle Esequie ne propone diversi, musicati appositamente per l’occasione. È difficile e impegnativo cantare il Salmo responsoriale, lo sappiamo tutti. Ma mai si comincia e mai diventa un fatto normale, consueto. Intanto cominciamo con il cantare almeno il ritornello: ce ne sono tanti, per tutti i gusti e per ogni circostanza. Basta cominciare! Il Salmo responsoriale è la risposta dell’assemblea a Dio che parla nelle scritture. Infatti è la Parola di Dio che proclama il mistero pasquale, dona la speranza di incontrarci ancora nel regno di Dio, ravviva la pietà verso i defunti ed esorta alla testimonianza di una vita veramente cristiana. E questa Parola esige una risposta: “Per esprimere il dolore e per promuovere con efficacia la fiducia, nei riti per i defunti la Chiesa ricorre soprattutto alla preghiera dei Salmi” (Premesse al rito delle Esequie n. 12). Merita particolare attenzione il Canto di com- miato, particolarmente raccomandato dal Rito: è questo un momento importante e difficile! Probabilmente, il rituale della celebrazione dei funerali, già da tempo, è stato forse il primo a proporre un canto rituale proprio: si tratta del canto del commiato. È l’ultimo saluto rivolto dalla comunità cristiana a un suo membro, prima che il corpo venga portato alla sepoltura. È vero che c’è sempre, nella morte una separazione, ma i cristiani, membra come sono di Cristo e una sola cosa in lui, non possono essere separati neppure dalla morte. Deve essere un canto che si presti, per il testo e la melodia, a essere eseguito da tutti, in modo che tutti lo sentano come un momento culminante del rito (cfr. Premesse Rito delle Esequie nn. 10-11). Dopo queste importanti, doverose e significative riflessioni sul canto nella celebrazione esequiale (Ecclesia maggio e giugno 2012), al prossimo numero, concretamente, titoli e autori per una giusta e dignitosa scelta di canti per la celebrazione dei funerali. *Responsabile Diocesano del Canto per la Liturgia [email protected] Giugno 2012 26 SACRA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE NORME PER PROCEDERE NEL DISCERNIMENTO DI PRESUNTE APPARIZIONI E RIVELAZIONI Prefazione 1. La Congregazione per la Dottrina della Fede si occupa delle materie che hanno attinenza con la promozione e la tutela della dottrina della fede e della morale, ed inoltre è competente per l’esame di altri problemi connessi con la disciplina della fede, come i casi di pseudo-misticismo, di asserite apparizioni, di visioni e messaggi attribuiti a origine soprannaturale. In ottemperanza a quest’ultimo delicato compito affidato al Dicastero, ormai oltre trent’anni fa furono preparate Normae de modo procedendi in diudicandis praesumptis apparitionibus ac revelationibus. Il Documento, deliberato dai Padri della Sessione Plenaria della Congregazione, fu approvato dal Servo di Dio Papa Paolo VI il 24 febbraio 1978 e conseguentemente emanato dal Dicastero il giorno 25 febbraio 1978. A quel tempo le Norme furono inviate alla conoscenza dei Vescovi, senza darne una pubblicazione ufficiale anche in considerazione del fatto che esse riguardano in prima persona i Pastori della Chiesa. 2. Come è noto, con il passare del tempo, il Documento, è stato pubblicato in alcune opere su detta materia, in più di una lingua, ma senza l’autorizzazione previa di questo Dicastero competente. Oggi bisogna riconoscere che i principali contenuti di questo importante provvedimento normativo sono di pubblico dominio. Questa Congregazione per la Dottrina della Fede ha ritenuto pertanto opportuno pubblicare le suddette Norme, provvedendo ad una traduzione nelle principali lingue. 3. La attualità della problematica di esperienze legate ai fenomeni soprannaturali nella vita e nella missione della Chiesa è stata rilevata anche recentemente dalla sollecitudine pastorale dei Vescovi radunati nella XII Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio nell’ottobre 2008. Tale preoccupazione è stata raccolta dal Santo Padre Benedetto XVI, inserendola nell’orizzonte globale dell’economia della salvezza, in un importante passaggio dell’Esortazione Apostolica Post-sinodale Verbum Domini. Sembra opportuno ricordare qui tale insegnamento del Pontefice, da accogliere come invito a dare conveniente attenzione a quei fenomeni soprannaturali, cui si rivolge anche la presente pubblicazione: «La Chiesa esprime la consapevolezza di trovarsi con Gesù Cristo di fronte alla Parola definitiva di Dio; egli è “il Primo e l’Ultimo” (Ap 1,17). Egli ha dato alla creazione e alla storia il suo senso definitivo; per questo siamo chiamati a vivere il tempo, ad abitare la creazione di Dio dentro questo ritmo escatologico della Parola; “l’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr 1 Tm 6,14 e Tt 2,13)” (Dei Verbum, 4). Infatti, come hanno ricordato i Padri durante il Sinodo, la “specificità del cristianesimo si manifesta nell’evento Gesù Cristo, culmine della Rivelazione, compimento delle promesse di Dio e mediatore dell’incontro tra l’uomo e Dio. Egli ‘che ci ha rivelato Dio’ (Gv 1,18) è la Parola unica e definitiva consegnata all’umanità” (Propositio 4). San Giovanni della Croce ha espresso questa verità in modo mirabile: “Dal momento in cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola e non ha più nulla da dire ... Infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai profeti, l’ha detto tutto nel suo Figlio, donandoci questo tutto che è il suo Figlio. Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità” (Salita al Monte Carmelo, II, 22)». Tenendo presente quanto sopra, il Santo Padre Benedetto XVI rileva: «Il Sinodo ha raccomandato di “aiutare i fedeli a distinguere bene la Parola di Dio dalle rivelazioni private” (Propositio 47), il cui ruolo “non è quello... di ‘completare’ la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una deter- minata epoca storica” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 67). Il valore delle rivelazioni private è essenzialmente diverso dall’unica rivelazione pubblica: questa esige la nostra fede; in essa infatti per mezzo di parole umane e della mediazione della comunità vivente della Chiesa, Dio stesso parla a noi. Il criterio per la verità di una rivelazione privata è il suo orientamento a Cristo stesso. Quando essa ci allontana da Lui, allora essa non viene certamente dallo Spirito Santo, che ci guida all’interno del Vangelo e non fuori di esso. La rivelazione privata è un aiuto per questa fede, e si manifesta come credibile proprio perché rimanda all’unica rivelazione pubblica. Per questo l’approvazione ecclesiastica di una rivelazione privata indica essenzialmente che il relativo messaggio non contiene nulla che contrasti la fede ed i buoni costumi; è lecito renderlo pubblico, ed i fedeli sono autorizzati a dare ad esso in forma prudente la loro adesione. Una rivelazione privata può introdurre nuovi accenti, fare emergere nuove forme di pietà o approfondirne di antiche. Essa può avere un certo carattere profetico (cfr 1 Tess 5,19-21) e può essere un valido aiuto per comprendere e vivere meglio il Vangelo nell’ora attuale; perciò non lo si deve trascurare. È un aiuto, che è offerto, ma del quale non è obbligatorio fare uso. In ogni caso, deve trattarsi di un nutrimento della fede, della speranza e della carità, che sono per tutti la via permanente della salvezza (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Il messaggio di Fatima, 26 giugno 2000: Ench. Vat. 19, n. 9741021)»[1]. 4. È viva speranza di questa Congregazione che la pubblicazione ufficiale delle Norme per procedere nel discernimento di presunte apparizioni e rivelazioni potrà aiutare l’impegno dei Pastori della Chiesa cattolica nell’esigente compito di discernimento delle presunte apparizioni e rivelazioni, messaggi e locuzioni o, più in generale, fenomeni straordinari o di presunta origine soprannaturale. Nel contempo si auspica che il testo possa essere utile anche ai teologi ed agli esperti in questo ambito dell’esperienza viva della Chiesa, che oggi ha una certa importanza e necessita di una riflessione sempre più approfondita. William Card. Levada Prefetto Città del Vaticano, 14 dicembre 2011, memoria liturgica di San Giovanni della Croce. [1] Esortazione Apostolica Post-sinodale Verbum Domini sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, 30 settembre 2010, n. 14: AAS 102 (2010) 695-696 Al riguardo si vedano anche i passi del Catechismo della Chiesa Cattolica dedicati al tema (cfr nn. 66-67). Giugno 2012 Nota preliminare Origine e carattere delle Norme Durante la Sessione Plenaria annuale del novembre 1974, i Padri di questa Sacra Congregazione hanno esaminato i problemi relativi alle presunte apparizioni e alle rivelazioni spesso loro connesse, e sono pervenuti alle seguenti conclusioni: 1. Oggi, più che in passato, la notizia di queste apparizioni si diffonde rapidamente tra i fedeli grazie ai mezzi di informazione (mass media). Inoltre, la facilità degli spostamenti favorisce e moltiplica i pellegrinaggi. L’Autorità ecclesiastica è perciò chiamata a pronunciarsi in merito senza ritardi. 2. D’altra parte, la mentalità odierna e le esigenze scientifiche e quelle proprie dell’indagine critica rendono più difficile, se non quasi impossibile, emettere con la debita celerità i giudizi che concludevano in passato le inchieste in materia (constat de supernaturalitate, non constat de supernaturalitate) e che offrivano agli Ordinari la possibilità di autorizzare o proibire il culto pubblico o altre forme di devozione tra i fedeli. Per queste ragioni, affinché la devozione suscitata tra i fedeli da fatti di questo genere possa manifestarsi nel rispetto della piena comunione con la Chiesa e portare frutti, dai quali la Chiesa stessa possa in seguito discernere la vera natura dei fatti, i Padri hanno ritenuto di dover promuovere in materia la seguente procedura. Quando l’Autorità ecclesiastica venga informata di qualche presunta apparizione o rivelazione, sarà suo compito: a) in primo luogo, giudicare del fatto secondo criteri positivi e negativi (cfr. infra, n. I); b) in seguito, se questo esame giunge ad una conclusione favorevole, permettere alcune manifestazioni pubbliche di culto o di devozione, proseguendo nel vigilare su di esse con grande prudenza (ciò equivale alla formula: «pro nunc nihil obstare»); c) infine, alla luce del tempo trascorso e dell’esperienza, con speciale riguardo alla fecondità dei frutti spirituali generati dalla nuova devozione, esprimere un giudizio de veritate et supernaturalitate, se il caso lo richiede. I. Criteri per giudicare, almeno con una certa probabilità, del carattere delle presunte apparizioni o rivelazioni A) Criteri positivi: a) Certezza morale, o almeno grande probabilità dell’esistenza del fatto, acquisita per mezzo di una seria indagine. b) Circostanze particolari relative all’esistenza e alla natura del fatto, vale a dire: 1. qualità personali del soggetto o dei soggetti (in particolare, l’equilibrio psichico, l’o- 27 nestà e la rettitudine della vita morale, la sincerità e la docilità abituale verso l’autorità ecclesiastica, l’attitudine a riprendere un regime normale di vita di fede, ecc.); 2. per quanto riguarda la rivelazione, dottrina teologica e spirituale vera ed esente da errore; 3. sana devozione e frutti spirituali abbondanti e costanti (per esempio, spirito di preghiera, conversioni, testimonianze di carità, ecc.). B) Criteri negativi: a) Errore manifesto circa il fatto. b) Errori dottrinali attribuiti a Dio stesso, o alla Beata Vergine Maria, o a qualche santo nelle loro manifestazioni, tenuto conto tuttavia della possibilità che il soggetto abbia aggiunto – anche inconsciamente –, ad un’autentica rivelazione soprannaturale, elementi puramente umani oppure qualche errore d’ordine naturale (cfr Sant’Ignazio, Esercizi, n. 336). c) Una ricerca evidente di lucro collegata strettamente al fatto. d) Atti gravemente immorali compiuti nel momento o in occasione del fatto dal soggetto o dai suoi seguaci. e) Malattie psichiche o tendenze psicopatiche nel soggetto, che con certezza abbiano esercitato una influenza sul presunto fatto soprannaturale, oppure psicosi, isteria collettiva o altri elementi del genere. Va notato che questi criteri positivi e negativi sono indicativi e non tassativi e vanno applicati in modo cumulativo ovvero con una qualche loro reciproca convergenza. II. Intervento dell’Autorità ecclesiastica competente 1. Se, in occasione del presunto fatto soprannaturale, nascono in modo quasi spontaneo tra i fedeli un culto o una qualche devozione, l’Autorità ecclesiastica competente ha il grave dovere di informarsi con tempestività e di procedere con cura ad un’indagine. 2. L’Autorità ecclesiastica competente può intervenire in base a una legittima richiesta dei fedeli (in comunione con i Pastori e non spinti da spirito settario) per autorizzare e promuovere alcune forme di culto o di devozione se, dopo l’applicazione dei criteri predetti, niente vi si oppone. Si presterà però attenzione a che i fedeli non ritengano questo modo di agire come un’approvazione del carattere soprannaturale del fatto da parte della Chiesa (cfr Nota preliminare, c). 3. In ragione del suo compito dottrinale e pastorale, l’Autorità competente può intervenire motu proprio; deve anzi farlo in circostanze gravi, per esempio per correggere o prevenire abusi nell’esercizio del culto e della devozione, per condannare dottrine erronee, per evitare pericoli di un misticismo falso o sconveniente, ecc. 4. Nei casi dubbi, che non presentano alcun rischio per il bene della Chiesa, l’Autorità ecclesiasti- ca competente si asterrà da ogni giudizio e da ogni azione diretta (perché può anche succedere che, dopo un certo periodo di tempo, il presunto fatto soprannaturale cada nell’oblio); non deve però cessare di essere vigile per intervenire, se necessario, con celerità e prudenza. III. Autorità competenti per intervenire 1. Spetta innanzitutto all’Ordinario del luogo il compito di vigilare e intervenire. 2. La Conferenza Episcopale regionale o nazionale può intervenire: a) se l’Ordinario del luogo, fatta la propria parte, ricorre ad essa per discernere con più sicurezza sul fatto; b) se il fatto attiene già all’ambito nazionale o regionale, sempre comunque con il consenso previo dell’Ordinario del luogo. 3. La Sede Apostolica può intervenire, sia su domanda dell’Ordinario stesso, sia di un gruppo qualificato di fedeli, sia anche direttamente in ragione della giurisdizione universale del Sommo Pontefice (cfr. infra, n. IV). IV.Intervento della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede 1. a) L’intervento della Sacra Congregazione può essere richiesto sia dall’Ordinario, fatta la propria parte, sia da un gruppo qualificato di fedeli. In questo secondo caso, si presterà attenzione a che il ricorso alla Sacra Congregazione non sia motivato da ragioni sospette (come, per esempio, la volontà di costringere l’Ordinario a modificare le proprie legittime decisioni, a ratificare qualche gruppo settario, ecc.). b) Spetta alla Sacra Congregazione intervenire motu proprio nei casi più gravi, in particolare quando il fatto coinvolge una consistente parte della Chiesa, sempre dopo aver consultato l’Ordinario, e, se la situazione lo richiede, anche la Conferenza Episcopale. 2. Spetta alla Sacra Congregazione giudicare e approvare il modo di procedere dell’Ordinario o, se lo ritiene possibile e conveniente, procedere ad un nuovo esame del fatto, distinto da quello realizzato dall’Ordinario e compiuto o dalla Sacra Congregazione stessa, o da una Commissione speciale. Le presenti Norme, deliberate nella Sessione Plenaria di questa Sacra Congregazione, sono state approvate dal Sommo Pontefice Paolo VI, felicemente regnante, il 24 febbraio 1978. Roma, dal palazzo della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, 25 febbraio 1978. Franjo Cardinale Šeper Prefetto + Jérôme Hamer, O.P. Segretario Giugno 2012 28 S Don Daniele Valenzi econdo l’idea di Bruno di Segni le quattro virtù cardinali sono quelle per le quali è governato tutto il mondo, e sono così unite tra di loro che non possono avere ragione di essere le une senza le altre: “Chi ne possiede una, le possiede tutte, e a chi ne manca una qualsiasi, non ne possiede nessuna”. La prudenza che Bruno chiama “sapienza”, la giustizia, la fortezza e la temperanza vengono descritte come sempre attraverso quei passi della scrittura che il vescovo di Segni trova illuminanti per cogliere il significato profondo e spirituale di queste quattro virtù. Così in breve viene detto di che tipo, e come queste virtù principali della vita cristiana siano necessarie per ciascuno. Di seguito riporto le indicazioni che il santo pastore consegna perché possano essere conseguite tali virtù e il dramma che vive chi le smarrisce o non le ha mai possedute. Vediamo ora come conformarsi ad esse, e come non si stia bene senza che esse ci siano. Ma a chi sembra che sia impossibile averle tutte, si adoperi per quanto possibile, persino di averne una sola, poiché se la avesse, le altre, senza dubbio, la seguiranno. Fa, dunque, o principe, chiunque tu sia, in modo da avere la giustizia, e conservarla. Questa infatti sembra essere più necessaria per te, e poi per mezzo di questa sola anche saggio, e forte e temperante apparirai. Ma guarda tu che stai facendo giustizia agli altri, non dimenticati di te stesso, e tu che eserciti la giustizia in mezzo al popolo, praticala anche per te stesso. Giusto fu Abramo, così come di lui sta scritto: “Perché Abramo credette a Dio, e gli fu accreditato come giustizia (Rm 4, 3). ” Quale maggiore giustizia di credere e di obbedire al proprio Creatore? E perché ha avuto questa singola virtù, non c’è alcun dubbio che egli ebbe anche tutte le altre virtù. Forte fu Giuseppe, che superò la sua passione mettendo alla prova se stesso, in quella fortezza appare sapiente, giusto, e temperante. Giusti erano i tre ragazzi che, contrariamente alle leggi del paese che non vollero adorare un idolo, in questo gesto viene rivelato quanto sapienti, e anche quanto temperanti furono. Sapiente era Daniele a cui Dio aveva rivelato i suoi segreti; quanto fu giusto lo provarono i due anziani; tanto fu forte, che posto nella fossa i leoni non osavano assalirlo. Poiché infatti aveva già abbandonato i vizi, per questo i leoni lo temevano. Questa era la temperanza con cui ha mangiato, verdure, ed i suoi lunghi digiuni testimoniare. Ma vuoi sentire di quelli ai quali, poiché mancava una di queste virtù, hanno perso anche le altre? Perse Davide la fortezza, dopo aver visto Bersabea il piacere della carne lo vinse, allora tutte le altre virtù atterrite fuggirono da lui. Chi può dubitare che sia stato non sapiente, non giusto, e privo di temperanza, egli che, sopraffatto dalla lussuria, commise nello stesso tempo peccati tanto gravi? Ma felice è colui che, condotto dalla penitenza, meritò di sentire: “ti è perdonato il tuo peccato (2 Sam 12, 13). ” Anche Salomone, persa la sapienza, per la quale era ricco delle altre, sacrificò agli idoli: da questo subito svanirono giustizia, fortezza e temperanza. Così, dunque, cercane una per volta: e sappi, che la quattro virtù non possono stare senza le altre. Se, invece, vuoi vedere quelle ben unite e stette tra di loro, osserva gli apostoli e martiri, osserva i confessori e i dottori della Chiesa che quelle circondarono e cinsero, tanto che potevano essere messi a morte, e tuttavia non potevano essere separati da esse e strappati via. Questo significano (Esodo 25), quei quattro anelli d’oro, che erano nell’arca dell’alleanza attraverso i quali le due aste introdotte non erano mai separati da loro: ora erano quelle aste coperte di oro purissimo. Infatti, poiché l’arca dell’alleanza significa la Chiesa santa, è ben noto. Dunque i quattro anelli sono le quattro virtù sopra nominate, sono, naturalmente, d’oro, e più splendenti di ogni bellezza, e chi non è stato messo in ordine attraverso di queste non è né famoso, né bello. Comprendo per le due aste Pietro e Paolo, e tutti gli altri santi, senza i quali la Chiesa di Dio, né può essere sollevata, né sostenuta e nemmeno retta. E questi sono d’oro, perché risplendono per la luce di una vita senza macchia e di saggezza. Mai le aste sono tirate fuori dagli anelli, perché gli uomini santi non possono essere mai separati dalle suddette virtù. Con questi, quindi, si porta l’arca, poiché attraverso la fede, la dottrina e gli esempi di questi si regge la santa Chiesa, e per mezzo dei gradi delle virtù dei vescovi e del ministero dei sacerdoti è innalzata alle cose del cielo. Bisogna sempre rispettare i vescovi e i sacerdoti, perché senza le aste non si può portare l’arca di Dio. Portano l’arca di Dio senza le aste gli eretici, che vanno proclamando le loro nenie e fuggono l’autorità degli apostoli e si allontanano dalla fede cattolica e dalla dottrina. Siano sempre memori di quanto è accaduto ai figli di Eli, Ofni vale a dire, e Finehas, che presero l’arca di Dio, ed essi morirono in battaglia. Per la vita d i modi erano più riprovevole e temerario. Quindi non è senza ragione che vengono interpretati per Ofni i piedi nudi, per Finehas, la bocca del muto. Non è infatti conveniente che riceva il governo della Chiesa di Dio colui che è muto, e che non ha ancora i piedi calzati con la preparazione del Vangelo della pace. Questi tali, dunque, catturano la Chiesa di Dio e la consegnano in schiavitù agli spiriti malvagi; ma anche questi moriranno in battaglia, loro che avrebbero dovuto liberare gli altri dalla morte. I quattro colori con i quali erano ricamati la tenda e i teli del tabernacolo, che erano posti ovunque insieme e mai separatamente, questi quattro significano le virtù. Giacinto vale a dire, porpora e scarlatto tinto due volte, bisso ritorto di queste cose abbiamo sufficientemente parlato nel commento all’Esodo. Ma ora solo ci occupiamo di parlare di una questione. Mentre per quelli era ornato e decorato il tabernacolo, invece per questi la Chiesa, perché senza saggezza, senza giustizia, senza fortezza e temperanza, nessuna anima può essere ornata e decorata. Questi sono quegli gli ornamenti di cui si dice: “La regina era alla tua destra in veste dorata, circondata intorno da varietà di colori (Sal 44, 10).” Giugno 2012 L 29 Francesco Canali a città di Segni nella metà dell’Ottocento contava circa 4.300 abitanti, con un’economia basata sulla piccola burocrazia locale, notai, magistrati, salariati, sulla curia vescovile, le grandi proprietà ecclesiastiche e, in gran parte, sull’agricoltura. Il suo territorio, che si estendeva per oltre 60 Kmq., era costituito da una parte montagnosa ed una pianeggiante, fino a toccare i confini di Montefortino, Valmontone, Paliano e il fiume Sacco dove per secoli l’allevamento del bestiame è stato una risorsa importante e molto fiorente. Da un censimento del 1837 si rileva il seguente numero di animali da pascolo presenti nel territorio: mucche 664, cavalli 460, muli 180, asini 171, maiali 2410, capre 2293 e pecore 1464. Da questi dati si rileva l’importanza economica dell’allevamento e in particolare delle vacche da lavoro (appeccatrici) , dei cavalli e dei neri ovvero i maiali allevati allo stato semi-brado; un numero inferiore veniva allevato nei stabolari a ridosso delle mura cittadine, le capre e le pecore infine avevano i loro pascoli naturali sulle montagne, e per la sopravvivenza di costoro era fondamentale e vitale la disponibilità di acqua. Nell’agro segnino erano infatti numerosi i fontanili e le sorgenti di acqua private e pubbliche, sparse su tutto il territorio, per la cui manutenzione l’amministrazione comunale stanziava forti somme di denaro. Uno dei più importanti era quello fatto costruire agli inizi dell’800 “a proprie spese per comodo dei bestiami” dal sacerdote segnino Don Pasquale Milani “restringendo l’acqua derivante da una fonte” che scaturiva in un appezzamento di sua proprietà in località casarcioni, facente parte del quarto d’erba d’inverno più conosciuto come il “quarto d‘erba mentuccia”. Il fontanile, situato nei pressi del Santuario di Rossilli a ridosso della Via Latina, allora importantissima via di comunicazione tra il nord e il sud dell’Italia, rivestiva una grande importanza non solo per il beveraggio degli animali, ma anche come punto di ristoro e sosta per i numerosi viandanti e pellegrini che transitavano lungo l’antica via consolare. Il sacerdote segnino, appartenente ad una delle primarie famiglie della città e cantore (basso) insieme agli altri “compaesani” Don Bernardo Valenzi (basso), Nicola Gizzi (soprano), Leandro Piazza (basso) nella prestigiosissima Cappella Sistina, anche per questo motivo nel corso degli anni, aveva sempre consentito agli allevatori di servirsi del “prezioso comodo” fino a quando “annoiato in seguito ai numerosi guasti e per i molti dispetti e millantazioni dei pastori”, con apposita istanza inoltrata alle autorità competenti, aveva stabilito “un precetto di non più far beverare le mandrie di bestiame senza un suo preventivo permesso”. Ma, alcuni pastori ed allevatori, disobbedendo alla normativa, avevano condotto il loro bestiame nel fontanile senza il preventivo permesso del sacerdote. Ne era scaturita una denuncia e la condanna di due allevatori. In verità, in quel tempo erano frequenti le liti tra i proprietari di abbeveratoi e gli allevatori di bestiame come frequenti erano ad esempio le liti per stabilire a chi spettasse l’utilizzo delle acque, se al proprietario del fondo in cui scaturiva l’acqua o al proprietario del terreno da cui scaturiva il prezioso liquido, dispute interminabili che spesso finivano sui banchi dei tribunali, poiché tanta era l’importanza dell’acqua in un’economia agricola come quella nell’Ottocento. Della vicenda si interessarono le due massime autorità della città, il Gonfaloniere e il Governatore. Chiamato in causa come amministratore e direttamente interessato, come vedremo, il 22 settembre 1825 il Gonfaloniere di Segni Domenico Colabucci, indirizzava una lettera alla Delegazione Apostolica di Frosinone riguardo proprio alla controversia scaturita tra il sacerdote Don Pasquale Milani ed i possidenti di bestiame, circa l’utilizzo delle acque del fontanile di casarcioni e la denuncia che ne era seguita: “Per ragion dell’officio e pubblico interesse, mi conviene render noto all’ Ecc.za Vostra Reverendissima che un tal Sig. Don Pasquale Milani di questa città in un suo terreno chiamato casarcioni fabbricato da circa venti anni a questa parte ove ha sempre permesso che si abbeverassero gli animali, nella corrente stagione estiva a causa della scarsità dell’acqua, il ridetto Don Milani con sua istanza promossa davanti a questo Governatore, ha preteso che niuno potesse far abbeverare le proprie bestie in detto suo terreno situato in vicinanza delle pubbliche vie comunali senza previo il di lui permesso. Questa novità potrebbe pregiudicare sia i proprietari dei bestiami che i forestieri che continuamente passano essendo il detto abbeveratoio nei pressi della strada pubblica. Il suddetto Don Milani ha poi promosso causa giudiziale contro Luigi Manni e Andrea Fratipiparo per avere costoro aver fatto abbeverare le loro bestie cavalline e bovine in detto fontanile; ho voluto tutto ciò dedurre, concludeva la missiva, a notizia di Vostra Eccellenza Reverendissima acciò voglia degnarsi di abbassare gli ordini e perché revochi l’istanza del Milani tendente a pretendere che sia riportato il di lui permesso prima di abbeverare e che sia cassato l’esposto contro i suddetti allevatori…”. Dell’intera vicenda se ne era occu- pato anche il Governatore della città, Vincenzo Tomassi, il quale, contesta al Gonfaloniere di “aver reclamato per ragione del suo officio” contro una disposizione del Tribunale rilasciata in favore del sacerdote Don Pasquale Milani di “non far beverare nel fontanile di sua proprietà senza un suo preventivo permesso”. Riguardo poi le denunce pendenti a carico del cavallaro Luigi Manni e del bovaro Andrea Fratipiparo, il Governatore tiene a precisare: “Se il fontanile fu costruito dal Sig. Pasquale Milani con il suo denaro, se questo esiste nel proprio fondo ove scaturisce la fonte, non vedo ragione per cui il Sig. Gonfaloniere o altri possidenti di bestiame possano pretendere di esercitare un diritto sopra una proprietà privata” auspicando anzi che la denuncia “possa avere il suo pieno vigore” rimarcando infine il fatto, di non poco conto, che il bestiame accudito dal Manni fosse di proprietà del Colabucci. Non conosciamo il proseguo della vertenza anche se, a memoria d’uomo, anche dopo la morte del sacerdote e cantore, avvenuta il 18 ottobre dello stesso anno, il fontanile ha continuato a dissetare animali e uomini fino a quando questi ultimi, dimentichi del prezioso servigio reso per oltre due secoli alla comunità, nella più totale indifferenza si sono resi complici dell’abbandono e dell’oblio dell’abbeveratoio. Forse il sacerdote segnino aveva ragione! Alla vista di ciò che resta dell’antica fonte, probabilmente avrebbe consentito ai soli fedeli e amici animali di potersi rinfrescare e rifocillarsi !? Giugno 2012 30 Il 23 settembre 1944, dopo 187 giorni, la sacra Immagine faceva il ritorno a Velletri, dopo essere stata portata, al mattino, nell’ udienza che il Santo Padre Pio XII aveva concesso ad una delegazione diocesana. Tonino Parmeggiani C ome abbiamo visto nel numero precedente, il quadro della Madonna delle Grazie era stato trasportato su ordine del Cardinal Enrico Gasparri, per motivi di sicurezza, lunedì 20 marzo 1944, nella Chiesa del Gesù a Roma dove, nella prima domenica di maggio, venne celebrata la Festa in Suo onore (in contemporanea anche nella Cattedrale di S. Clemente a Velletri), alla presenza del clero, delle autorità cittadine e di tutti i veliterni rifugiatisi a Roma, per i quali la sacra Immagine era diventata un sicuro riferimento di speranza. Pochi giorni dopo, il 2 giugno, le truppe degli alleati occuparono il territorio a sud di Roma per cui, in città, si avviò da subito l’opera di sgombero delle macerie, cominciarono ad arrivare i primi aiuti materiali, i cittadini pian piano presero a ritornare, il Commissario Prefettizio Clelio Bianchi iniziava il suo lavoro amministrativo per la ricostruzione. Era cosa ovvia che il pensiero andasse anche alla Madonna delle Grazie “sfollata a Roma” per cui alcune persone formarono un comitato che cominciò a riunirsi a casa dell’Ing. Felice Remiddi e fissò, per sabato 23 settembre, dopo 187 giorni, l’atteso ritorno a Velletri della sua Patrona, preparando altresì un manifesto: «23 Settembre 1944, torna fra il suo popolo fedele la Sacra e Venerabile Immagine della MADONNA DELLE GRAZIE. Torna, dopo aver seguito una parte dei suoi figli profughi in Roma, nella nostra città martoriata per ridarci il conforto delle sue benedizioni e delle sue Grazie: per aiutarci, con la Divina Provvidenza e protezione, nella difficile opera di ricostruzione che ci attende: torna per ravvivare in noi la fede, lo spirito di sacrificio, la carità, che possono renderci puri, accetti e benedetti dal Figlio Divino. Cittadini, prepariamoci a festeggiare l’avvenimento solenne. Prepariamo innanzi tutto le anime nostre, perché cominci una nuova vita spirituale e cristiana che sarà la preparazione e la base della nostra nuova guida civile. Prepariamoci anche materialmente perché la Celeste nostra protettrice Maria SS. delle Grazie trovi già la nostra città riordinata, pronta a riprendere la sua vita quando tornerà tra noi…». Per l’occasione Papa Pio XII concesse, nella mattinata dello stesso giorno, una speciale udienza ad una rappresentanza della Diocesi, recante con se il quadro della Madonna. Sia nella cattedrale veliterna che nella Chiesa del Gesù, nei giorni 20, 21 e 22 marzo si svolse un Triduo; sabato 23 alle ore 10, dopo la celebrazione di una S. Messa, dal Gesù partì il corteo verso il Vaticano e qui riprendiamo dall’articolo de “L’OSSERVATORE ROMANO” di domenica 24: «Questa mattina sabato, alle ore 10,30, nella Sala del Concistoro, il Santo Padre ha ricevuto un folto gruppo di sacerdoti e di fedeli della Diocesi Suburbicaria di Velletri, con la rappresentanza ufficiale della Città e di tutti i Comuni della Diocesi, i quali con devotissimo pensiero filiale, prima di riaccompagnare il vetusto quadro della Vergine SS.ma delle Grazie nella loro continua a pag. 31 Giugno 2012 segue da pag.30 Cattedrale, hanno voluto portarlo nella Casa del Supremo Pastore, nella speciale Udienza, sollecitata allo scopo di “esprimere a Sua Santità la unanime vivissima gratitudine per la generosità usata verso Velletri in dure circostanze e per implorare l’Apostolica Benedizione sulla Diocesi intera”. La veneratissima Icone è stata collocata a lato del trono. Sono intervenuti: Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Salvatore Rotolo, Vescovo tit. di Nazianzo, Ausiliare dell’Em.mo Signor Cardinale Vescovo di Velletri; una rappresentanza del Capitolo della Cattedrale e il Parroco Monsignor Moresi; Monsignor Ginnetti; una larga delegazione dei Parroci della Diocesi; vari religiosi, tra cui le rappresentanze dei Frati Minori e dei Cappuccini; il Rev.mo P. Bitetti S.J., il quale ha predicato in Velletri il triduo di preparazione al desideratissimo ritorno della cara Immagine; varie religiose; e numerosi fedeli. Presenti inoltre il Sindaco di Velletri (l’allora Commissario prefettizio Cav. Clelio Bianchi n.d.a.) con la Giunta Comunale al completo; tutti i Sindaci della Diocesi, tra cui quelli di Littoria, Norma, Cisterna, Cori, Giulianello, Roccamassima e di altri centri importanti; e varie altre personalità. L’Augusto Pontefice, accolto da una vibrante manifestazione di omaggio al Suo ingresso nella Sala, si è dapprima soffermato in preghiera dinnanzi alla venerata Icone, fervidamente raccomandando, con lo slancio del Suo cuore, alla Madre celeste tutti i diletti figli della Diocesi veliterna: quindi si è assiso in trono ed ha rivolto ai convenuti alcune fervide parole di compiacimento e di augurio». La descrizione dell’ingresso nei Palazzi Vaticani la prendiamo dal volume di Renato Guidi: «L’Immagine della Madonna, accompagnata da mons. Celestino Amati, entra dal portone di bronzo nei Sacri Palazzi Apostolici e viene posta nella Sala del Concistoro. Vediamo il quadro antichissimo con una lieve venatura, una piccola scalfitura prodotta dagli eventi bellici: nessuno è stato risparmiato, anche la Madonna è rimasta ferita. Nell’argenteo vestito la Madre dei Veliterni splende, raggiante di tornare tra i suoi figli». Sua Santità Pio XII rivolse alla comunità diocesana un bel discorso, volto a rincuorare gli animi della gente, dopo tante sofferenze, di cui riportiamo alcuni brani: «Nel rimirarvi oggi presso di Noi, diletti figli, Ci è caro di pensare che la SS.ma Vergine delle Grazie, Patrona principale della città e della diocesi di Velletri, vi abbia ispirato ella stessa il desiderio di riunirvi 31 qui intorno a lei, prima di ricondurla nella sua secolare dimora. Voi non avreste potuto trovare una maniera più delicata di attestarCi la vostra gratitudine. … Quando sotto la violenza della bufera micidiale e devastatrice, voi doveste abbandonare la terra nativa, la vostra sollecitudine filiale volle mettere al sicuro l’immagine della Madre amatissima. E dove avrebbe ella potuto avere un asilo più dolce al suo cuore, che nella casa la quale porta il nome del suo Figlio divino, nella venerabile Chiesa del Gesù? Là era a voi di conforto l’andare a salutarla, a confidarle le vostre angosce e le vostre pene, a manifestarle le vostre speranze, a domandarle consiglio, a sottometterle i vostri buoni propositi. L’esilio è sempre doloroso … ma come la pena è alleviata, quando si ha con sé la madre e si può, nonostante tutto, adunarsi intorno a lei! Ed ecco che l’ora del ritorno della venerata effigie è sonata. Ritorno ansiosamente atteso, ma la cui gioia è offuscata dal pensiero di tante rovine della vostra vetusta città. … Ma non soltanto le case di pietra e di cemento debbono essere rialzate, bensì anche tutto l’edificio spirituale, morale e sociale. Promuovere questa ricostruzione è la nobile missione propria di voi, pastori di anime, e di voi, cui è affidata l’amministrazione dei comuni». Seguono due esortazioni, sul piano materiale e spirituale: «Nell’opera di riedificazione materiale Noi non possiamo che lodare e incoraggiare il proposito di coloro, i quali, pur desiderosi di far rivivere le linee e le forme simboliche ed estetiche di un passato rimasto caro, intendono di applicare alle nuove costruzioni e riparazioni i perfezionati metodi della tecnica moderna»; di certo allora Sua Santità non avrebbe immaginato che la “tecnica moderna”, in mano alla insorgente speculazione, avrebbe colto solo l’occasione per costruire enormi cubature che, rispetto al manufatto edilizio originale, ne conservavano solo il nome! Continua il Papa: «Nell’opera di rinnovamento spirituale, morale e sociale, a più forte ragione importa che, riannodando la catena troppo spesso interrotta delle sante tradizioni religiose e familiari, si prepari con un lodevole senso di progresso un avvenire migliore e più sano, una famiglia più fermamente fedele alla legge di Dio, una società più fraterna, più onesta, più giusta, in una parola più veramente e profondamente cristiana». L’udienza si concluse con la “Nostra paterna Apostolica Benedizione, pegno ed auspicio di conforto, di prosperità e di pace” dopodiché Mons. Rotolo presentò al Santo Padre alcune delle personalità presenti. Verso le ore 13 il lungo corteo di macchine, partì alla volta di Velletri, dove giunse due ore dopo, con molti veliterni che avevano voluta accoglierla al confine del territorio comunale verso Genzano; l’arrivo nell’attuale piazza Garibaldi fu un immancabile tripudio di gioia e di festa: crediamo che per ognuno degli astanti e per l’intera città, questo ritorno del quadro della Madonna delle Grazie era da interpretarsi come l’inizio di una nuova era, quella della ricostruzione. Processionalmente, attraversando la città tra le distruzioni e le macerie, l’Immagine fece il suo ritorno in Cattedrale nel cui piazzale Padre Bitetti S.J. tenne una omelia, la mattina di Domenica 24 settembre, il Vescovo Sua Eminenza il Cardinale Enrico Gasparri celebrò una Solenne Messa pontificale con Benedizione papale. La Madonna era ritornata nella sua Cattedrale, nella sua Velletri, nella sua Diocesi. (fine) Nella pagina accanto: Una delicata riproduzione su tavola dell’Icona della Madonna delle Grazie eseguita dal pittore veliterno Aurelio Mariani (1863 - 1939), foto di G. Chrysostomidis. Nella foto: Chiesa del Gesù a Roma Giugno 2012 32 Foto del Busto di S. Luigi di Francesco Fioramonti Stanislao Fioramonti I l culto per Luigi Gonzaga iniziò a Valmontone verso la metà del ‘700, dopo che papa Benedetto XIII aveva proclamato santo (30 dicembre 1726) e poi patrono degli studenti (1729) il giovane erede del marchese di Castiglione delle Stiviere. Egli aveva rinunciato al marchesato per diventare gesuita ed era morto a Roma nel 1591, a soli 23 anni, per tisi risvegliata dalla sua continua opera di soccorso degli appestati (per questo è invocato contro le malattie polmonari e nel 1991 papa Giovanni Paolo II lo proclamò protettore dei malati di AIDS, la peste del XX secolo). San Luigi divenne patrono principale di Valmontone “a furor di popolo” solo a fine ‘700 o inizi ‘800, quando secondo la tradizione locale il paese scampò a una grave pestilenza grazie alla sua intercessione. Il riconoscimento ufficiale di tale patronato da parte della Chiesa, con papa Pio IX, è del 1850 e nel 1855 il popolo inaugurò la grande statua e macchina in legno dorato con la quale il santo è portato in processione il sabato preceden- te l’ultima domenica di settembre, anche se la festa liturgica del santo cade il 21 giugno. Prima che questa statua entrasse in funzione, “oggetti” concreti della devozione popolare verso S. Luigi erano un “tondino” (portaritratti ovale) settecentesco che inquadrava un’immagine del santo - probabilmente quella che ancora si conserva in sacrestia, dipinta da Sebastiano Conca e recentemente restaurata – e che fu posto nel secondo altare di sinistra della Collegiata (cappella dell’Annunziata) come sottoquadro della pala più grande; e un mezzobusto in legno argentato, alto circa 50-70 cm, che purtroppo è stato rubato dalla Collegiata una quarantina d’anni fa, verso il 1970. Questo mezzobusto fu acquistato probabilmente alla fine del ‘700, anche se i documenti storici non lo ricordano mai (tanto che qualcuno crede che sia stato comprato dall’arciprete Cocchia nel periodo 1945-76); solo nell’Inventario parrocchiale del 1857 si parla, al capitolo “Metalli”, di “quattro reliquiari grandi appartenenti a S. Luigi”, ma quel mezzobusto non era un “metallo”. Esso era portato in processione la vigilia della festa del Santo. Quando per questo scopo fu adot- tata la macchina processionale più grande (1855), esso veniva esposto nel presbiterio dell’altare maggiore della Collegiata durante il triduo di giugno del Santo ed era indicato col nome di “San Luigi piccolo”. Negli anni dopo la metà del ‘900 don Paolo Cocchia lo utilizzò ancora per le processioni dei fanciulli che aveva istituito il 21 giugno e, la vigilia di questo stesso giorno, per la processione pubblica nel decennio in cui il vescovo diocesano Carli abolì la festa di S. Luigi di settembre a Valmontone (1967-76). Dopo quarant’anni di assenza, il busto di S. Luigi torna dunque quest’anno 2012 grazie all’iniziativa del parroco della Collegiata don Luigi Vari, alla partecipazione popolare che ha risposto come sempre generosamente alla richiesta di contributi (durante la benedizione prepasquale delle famiglie si è distribuita come ricordo l’immagine di una processione patronale e una lettera in cui si sollecitava la partecipazione alla realizzazione del nuovo busto), e alla sensibilità dell’artista valmontonese Piero Casentini, che ha realizzato l’opera senza pretendere compensi. Casentini è pittore affermato, scultore, esperto di arte religiosa moderna e realizzatore di arredi sacri (il suo sogno artistico è quello di avere la committenza di una intera chiesa nuova, per la quale realizzare dalla progettazione all’arredo sacro alla decorazione artistica); noto anche tra noi per le opere che ha lasciato nelle nostre chiese (soprattutto in quella francescana di S. Angelo, ma anche in Collegiata e a S. Anna), in circa 40 giorni lavorativi ha modellato un grosso blocco d’argilla, ne ha ricavato il calco in gesso, lo ha colmato con una resina speciale, che poi ha rivestito di foglie d’argento ed ha infine trattato con una patinatura particolare per darle l’aspetto di antico. Ne è risultata è un’opera alta 90 cm, larga 45 e piuttosto leggera (pesa circa 25 kg), raffigurante un giovane che di antico ha soltanto la capigliatura (“caravaggesca, l’ha definita Piero): il volto è sereno, lo sguardo fisso e profondo, la talare tutta ricamata che indossa indica la sua decisa scelta religiosa, con la mano destra stringe il Crocifisso, scopo della sua vita, e con la sinistra indica in alto, verso Dio, dove tutti dobbiamo tendere. Nel complesso l’immagine di un “guerriero della fede” (altro che santino col collo torto della vecchia iconografia), moderna nell’aspetto, destinata a far breccia nel cuore dei giovani (dei quali è il protettore), che dimostra fierezza, “quella che un pò manca a noi cristiani”, ha detto l’autore. Un’immagine destinata, la sera del 21 giugno 2012 dopo la messa, ad essere portata di nuovo in processione per le vie del paese, accompagnata dal gruppo dei “paggetti di S. Luigi” in costume seicentesco, dalle associazioni cattoliche del paese e dal popolo; è già pronta al riguardo una nuova macchina processionale in legno, con raggiera posteriore e anteriormente lo stemma della Compagnia di Gesù (la famiglia religiosa di S. Luigi), realizzato dal falegname Angelo Nardi di Castel S. Pietro Romano. continua a pag. 33 Giugno 2012 33 don Claudio Sammartino C aro Reverendo, proprio perché lei è parroco di una chiesa che si onora di avere come patrono il grande S. Antonio di Padova, vorrei proporle uno dei più grandi miracoli che il nostro Santo operò durante la sua breve vita. Verso la fine della Quaresima dell’anno di Grazia 1231, la predicazione del santo lusitano riuscì a concretizzarsi in una legge veramente “rivoluzionaria” e di enorme importanza sociale. Anche ai nostri tempi, purtroppo, c’era la mortifera piaga dell’usura, che stritolava letteralmente chi per necessità economica si faceva prestare del denaro da autentiche sanguisughe umane, che godevano anche dell’appoggio della legge, sempre pronta a punire (a volte con il carcere a vita) non soltanto chi non fosse in grado di restituire ciò che aveva ottenuto in prestito, ma anche chi si fosse reso garante per lui. Padova, come numerose città italiane ed europee, viveva in un clima di squilibrio sociale che favoriva chi, avendo disponibilità di denaro liquido, apriva dei banchi di prestito imponendo tassi di interessi molto elevati. Inutile spiegarle, trasognato curato, che in molti si rovinavano la vita e purtroppo sperimentavano l’ingiustizia di una legge che proteggeva i “finanzieri” del tempo! Grazie a Dio però, la nostra città provò l’autorevolezza di un umile frate, che armato della sola Parola di Dio, riuscì a bloccare i “disegni degli empi”. Infatti, al termine della predicazione quaresimale, e precisamente il 15 marzo del 1231, il governo della città emanò una legge veramente sorprendente che testualmente proclamava: “Su richiesta del venerabile fratello, il pio Antonio, dell’Ordine dei frati minori, in futuro nessun debitore o suo garante potrà essere privato della sua libertà, quando sia incapace di estinguere il proprio debito”. La legge prevedeva poi la requisizione dei beni del debitore insolvente, ma proibiva espressamente di ricorrere alla carcerazione come risar- cimento per la mancata restituzione del prestito ottenuto. Caro reverendo, anche lei si chiederà in cosa consista il miracolo operato dal nostro Santo; ebbene, ma non è un vero fatto prodigioso che un uomo senza potere economico né appoggi politici, vedesse accolta una sua richiesta che fu addirittura sancita in una legge, che ottenne la liberazione immediata di numerose vittime del bisogno e che restituì dignità alla giustizia umana? Non è forse un miracolo eclatante che dei politici legati ai giochi di potere e ad interessi di parte anche economici (creda, caro padre, anche ai nostri tempi…) ascoltassero l’ammonimento, il consiglio e la richiesta di vera ed evangelica giustizia che provenivano dalla pratica di vita di un umile frate, che con il suo intervento nel sociale dimostrava che il Regno di Dio non riguardava soltanto il futuro escatologico, ma interessava anche del vissuto quotidiano dei figli di Dio? Quello che a Padova chiamavamo semplicemente il Santo era un formidabile predicatore delle verità cristiane non soltanto con la sua incontestabile scienza biblica e teologica, ma soprattutto con la pratica di vita del Vangelo “vissuto sine glossa” come insegnava S. Francesco! Noi del tempo comprendemmo subito che per scardinare certi “dogmi” della vita economica e politica, ci fosse bisogno dell’esempio di vita e dell’autorevolezza di un fraticello forte soltanto della Grazia e della Verità di Dio. Caro reverendo, per adesso le chiedo venia per averle fatto perdere tempo con queste mie divagazioni che forse le sembreranno inutili e sconclusionate, ma che sono scaturite dal desiderio di far conoscere la grandezza di un Santo che fu taumaturgo in tutti i campi, nessuno escluso. Che l’esempio e l’intercessione di S. Antonio aiuti tutti voi pastori del 3° millennio ad affrontare le sfide che i nuovi tempi vi propongono. Con simpatia, un “cane sciolto”del Libero Ordine di San Pietro. Nell’immagine: Miracolo di S. Antonio di Padova, Francisco Goya, 1798, Madrid segue da pag. 32 Non so se per quest’anno sarà possibile, ma sarebbe bello che nella processione di S. Luigi di giugno il patrono fosse accompagnato nel suo giro del paese anche da segni della nostra storia. Mi è venuto in mente che la statua potrebbe essere preceduta da vessilli, con portatori in costume, di tutte le entità che hanno avuto il dominio di Valmontone nel corso dei secoli; potrebbero sfilare così le bandiere della Chiesa Cattolica (i cui colori antichi erano il bianco e il rosso, magari con le chiavi di Pietro), della Famiglia Conti, degli Sforza di Santa Fiora, dei Barberini, dei Pamphili, dei Doria-Pamphily-Landi; seguirebbe il gonfalone di Valmontone, con gli stemmi delle tre parrocchie valmontonesi e della diocesi di Velletri-Segni e con quello della famiglia Gonzaga. A questa simbologia si potrebbero aggiungere nel tempo le bandiere delle località italiane e straniere che hanno come patrono S.Luigi Gonzaga, se con esse si volesse intraprendere una serie di contatti per istituire una sorta di gemellaggio attivo. Una terza iniziativa per rafforzare il legame affettivo con il nostro patrono potrebbe essere quella di effettuare ogni anno un pellegrinaggio in uno dei luoghi legati al santo; le destinazioni interessanti non mancherebbero, da Roma (S. Ignazio con la tomba e le Cappellette, il Collegio Romano, S. Balbina, S. Andrea al Quirinale...) a Napoli (chiesa del Gesù Vecchio, Duomo...); da Castiglione delle Stiviere in provincia di Brescia, dove Luigi è nato il 9 marzo 1568 e dove è con- servata la reliquia del suo cranio e un interessante museo, a Firenze dove maturò la sua vocazione religiosa; da Madrid a Milano, tappe importanti della sua vita civile e intellettuale; e così via per tante altre località. Il nuovo busto di S. Luigi insomma può essere l’occasione per rinsaldare il nostro legame con il santo non solo dal punto di vista devozionale, ma anche e soprattutto da quello della comprensione profonda e dell’adesione alle sue scelte, che lo rendono un giovane sempre attuale perché ha saputo rinunciare serenamente e decisamente a privilegi e vantaggi terreni per “concepire la sua esistenza come un dono da spendere per gli altri”, come ben disse papa Paolo VI nel 1968. Giugno 2012 34 Francesco Canali C on nota del 6 aprile 1842, la Legazione Apostolica di Velletri interpellava il priore di Gavignano, Cap. Vincenzo Baiocchi, su quale fosse la “consuetudine in vigore in rapporto alle spigarole, cioè se siano queste solite andare a raccogliere le spighe appresso ai mietitori, oppure dopo che le casole siano state tolte dai rispettivi terreni” ( le casole erano covoni di grano accatastati) specificando se “nel primo caso tale consuetudine fosse stata costì introdotta prima dell’anno 1781, oppure posteriormente e se esse spigarole oltre l’andare appresso ai mietitori, siano anche solite andare a raccogliere le spighe dopo la mietitura e specialmente allorché vengono trasportate le casole…”. Nella risposta, il priore sottolineava come “da consuetudine immemorabile in questo luogo è che le spigarole sono solite raccogliere le spighe sia appresso ai mietitori che dopo sono state tolte le casole dai terreni finita la mietitura e specialmente dopo che le casole vengono trasportate nei granai. Non saprei poi con precisione, concludeva il priore, la vera epoca in cui sia stata introdotta in questo luogo siffatta consuetudine poiché è da tempo immemorabile”. Chi erano queste spigarole, più conosciute come spigolatrici che, ricurve, racimolavano e raccoglievano le spighe e i chicchi di grano caduti per terra al seguito dei mietitori? Le spigarole o il “popolo della spiga o spigatico”, appartenevano alla categoria più povera e indigente della comunità, poste all’ultimo gradino della scala sociale al di sotto persino dell’ ” informe gruppo del contadiname” 1, escluse da tutto e dalla storia, esentate persino dal pagamento del focatico per “estrema povertà”, presenti solo in qualche scampolo di letteratura come “La spigolatrice di Sapri”. Il “popolo della spiga” era costituito prevalentemente da vedove, donne sole o nuclei familiari particolarmente numerosi. Nella metà dell’Ottocento a Gavignano quasi una famiglia su dieci poteva essere annoverata in questa fascia, dunque una grossa fetta di popolazione costretta molto spesso per sopravvivere, a ricorrere alla carità elargita dalle istituzioni religiose come confraternite, pii sodalizi, opere di carità ecc. Unico “privilegio”, la raccolta delle spighe e i chicchi di grano nei campi dopo la mietitura, diritto conteso però anche dai neri ovvero gli animali neri, cioè i maiali. Così si legge nell’art.1° del “ Capitolato per l’affitto del popolo spicatico “ andato in vigore il 3 aprile 1835: “Il popolo delle spighe conosciuto sotto il nome di spigatico, consiste nel diritto di pascere le spighe rimaste nei diversi campi del territorio dopo la raccolta delle messi cogli animali neri od altri bestiami”, capitolato stilato proprio per regolamentare l’accesso dei maiali nei campi da spigare. I primi decreti, a noi noti, che regolavano il diritto alla raccolta della spiga, risalgono agli inizi del ’700 anche se tale pratica veniva esercitata sicuramente già nei secoli precedenti. Nel consiglio comunale del 29 novembre 1702, ad esempio, si intimava all’affittuario delle erbe estive (affitto che aveva inizio il 9 maggio e terminava il 29 settembre), a garantire il diritto di “far spigare” tutti gli abitanti del paese. Diritto confermato qualche decennio in appresso (l’8 dicembre 1712): “Che il detto compratore di detta spiga ed erbe non possa impedire a persona alcuna di andare a capezzare il grano nel- le are in tempo di tritare…” e ancora “che il compratore della spiga et erbe non possa entrare in detta spiga con li porci se non sia il 5 di agosto”. La raccolta delle spighe o “ruspo”, aveva inizio il 18 luglio al termine della mietitura preceduta da un bando pubblico e terminava il 29 settembre per permettere ai contadini di preparare i campi per le nuove semine. Nel caso che non fosse stato ancora completato il restringimento delle regni, ovvero la sistemazione dei covoni nelle are, la raccolta veniva posticipata di alcuni giorni non senza preavviso da parte della magistratura. Come accennato, il problema principale per le spigarole era rappresentato dalla presenza dei neri i quali, a differenza degli altri animali come gli ovini la cui presenza nei campi veniva tollerata, recavano gravi danni al terreno a tutto svantaggio della raccolta della spiga. Già in un pubblico consiglio dell’ 11 marzo 1720 il consiglio comunale aveva decretato che “essendosi intesi molti reclami e voci del popolo che sarebbe bene fare levare dal territorio li porci in ispecie nella vendita che deve farsi dell’erba e delle spighe, per li gravi danni che si ricevono dai medesimi, come le spighe che raccolgono li poveri e guastano e ruinano anche le fontane…”. Ai neri, oggetto di continui reclami da parte dei bovari per i continui sconfinamenti nelle riserve e difese, era infatti interdetto il pascolo prima del 1° agosto proprio per permettere una più ricca e abbondante raccolta di spighe. I maiali potevano entrare nei campi aperti solo se accompagnati dai guardiani ed era loro vietato l’utilizzo degli abbeveratoi e delle fontane pubbliche e dovevano “fermarsi nelle strade pubbliche dovendo queste servire per mero transito e non per altro”. Nel cap. 3 del Capitolato…veniva meglio specificato: “Entrati che saranno i neri nel pascolo, essi dovranno pascolare nei soli campi aperti del territorio accompagnati da custodia in masseria riunita. Dovranno di più tenersi lontani dalle trite (covoni di grano) per uno spazio non minore di 20 passi di circuito, come ancora dai pagliari all’uso destinati de bovi aratori” e ancora “l’ingresso poi dei neri nei distretti, prati, vigne ed altri territori di qualunque sorte, sarà punito colle pene annunciate coll’aggiunta di scudo uno per ogni capo trovato nei detti luoghi”. I contravventori venivano infatti puniti con multe assai elevate. La consuetudine di raccogliere le spighe nei campi è continuata anche dopo l’Unità d’Italia. Per allontanare i maiali dall’abitato nell’estate, periodo durante il quale si verificavano più frequentemente le epidemie, il consiglio comunale in data 29 aprile 1877 deliberava di “allontanare i maiali domestici dall’abitato ed immetterli nel pascolo dello spicatico col pagamento di L.2,50 a capo”. Questo era il miserabile “popolo delle spighe” sopravvissuto fino alla metà del secolo scorso! Ancora oggi qualcuno ricorda quelle povere vecchie “spigarole” ricurve sotto il peso degli anni e della fatica a contendere le spighe di grano ai maiali. 1 In verità negli ultimi decenni è andato sempre più crescendo l’interesse storiografico verso il mondo agricolo e la società contadina. I contadini sono infatti passati, come scrive lo storico Gioacchino Giammaria “dal misconoscimento storiografico ad una attenzione diversa, a partire dalla nuova storia economica fino alle più recenti inchieste”. Giugno 2012 I Giovanni Abruzzese l prof. Antonio Venditti, per tutti a Velletri “il Preside Venditti”, dopo le precedenti tre pubblicazioni di prestigiose terne di poesie, torna ora a pubblicare un romanzo: “Il Bandito della Regina”. Lo fa con la sua consueta umiltà e in sordina, quasi si trattasse di poca cosa, ma così non è! Il libro esce impreziosito dell’apporto grafico del maestro Agostino De Romanis che ne ha curato la copertina a colori e “decorato” l’interno con bellissime stampe. Anche questa volta, come per le precedenti pubblicazioni, il ricavato delle vendite sarà devoluto all’associazione benefica “Velletri per il Mali” della quale è presidente il prof. Pier Luigi Starace che tanto si adopera per portare aiuti concreti a quelle popolazioni meno fortunate. Il romanzo è decisamente da riferire a quello storico e lo stile narrativo dell’autore è di quelli che prende. Si apre il libro a caso, su un punto qualsiasi e subito si viene trascinati nel vigore degli eventi. Le parti descrittive, quelle narrative e i dialoghi dei personaggi sono equilibratamente dosati e gli uni supportano e chiariscono i motivi presenti negli altri: il risultato è una efficace scrittura che consente una deliziosa lettura. Il racconto è quello del brigante Vincenzo Vendetta, detto “Cencio” che calcò la scena della vita cittadina nella prima metà dell’ottocento, epoca ricca di tensioni sociali e politiche, preludio della stagione risorgimentale in Italia. Velletri allora era una legazione dello stato pontificio e in più occasioni si trovò ad essere punto di transito di personaggi chiave che qui si avvicendarono per alterne e opposte vicende: Federico I di Borbone, Garibaldi, Papa Pio IX. L’autore rivela che l’interesse per questo personaggio prese a farsi strada nella sua mente quando, appena decenne, seguiva con trepidazione le memorie sul brigante di un commerciante, suo fiero discendente. Così prende a intessere il racconto con eventi storici locali e interregionali e storie private dei personaggi coinvolti nelle vicende di Cencio. Particolarmente godibile, nella parte iniziale del libro, è l’affresco che con il concerto di parole usate come pennellate a tinte tenui e decise, dipingono l’ambiente del territorio della Velletri del tempo con le sue vigne, gli orti, i fossi, le sorgenti, i boschi, gli spiazzi erbosi che fanno da palcoscenico e scenografia alla semplice ma affascinante vita degli abitanti che in esso si integrano con i loro rituali gesti quotidiani. Azioni che hanno il semplice e naturale fine di suggere dalla vita ciò che è più autentico e necessario per integrarsi armonicamente con il creato. Protagonista assoluto in questa dimensione è Cencio durante l’età della fanciullezza, che però viene turbata da un incidente di percorso che segnerà per sempre il suo destino. Il giovane da subito si manifesta intollerante alle soverchierie, alle prepotenze e alle ingiustizie, soprattutto quelle giustificate dalla logica del potere e dall’arroganza del privilegio di casta che una élite sociale, dei cosiddetti notabili, pretende di garantire per sé negando agli altri la partecipazione allar- 35 gata al godimento delle risorse comuni. Di Cencio, ritrae un profilo di uomo emblematico, ma allo stesso tempo semplice, comune e straordinario, sprovveduto ma anche scaltro, titubante e risoluto… un uomo come tanti, ma come pochi coraggioso e geloso della sua e dell’altrui libertà e dignità. Cencio diviene “bandito”, ma mai criminale, per questo è costretto ad una vita isolata, in contumacia, lontano dagli affetti e dalla società “civile”. Quando non vive questa condizione è recluso in galera, quindi sempre isolato. L’autore pare lo voglia vedere come un contemplativo laico, ma non troppo! La scelta di vivere da brigante, poi, non trova giustificazione nella mania di protagonismo, né nella mitomania e neppure nella cupidigia o avidità di denaro, piuttosto egli sembra avere scelto di sacrificarsi per il bene delle persone che ama, verso le quali è sempre premuroso e generoso. Ne esce un profilo di veliterno Roobin Hood animato da sentimenti filantropici piuttosto che disegni criminali. Cencio non somiglia al brigante tipico: ignorante, arrogante e fors’anche poco intelligente; no! Egli sa leggere, scrivere e possiede una buona loquela che gli consente di trattare alla pari con chi pari non è sia per condizione sociale, sia per il modo di vedere il mondo. Un uomo che ama e quasi non conosce cosa sia l’odio; che si sforza di avere fiducia nei simili e fede nell’onnipotente, ma ciononostante delinque! Per non essere calpestato? Per istinto di sopravvivenza? Per tentare di ristabilire un principio di equità violato? Chissa! Vero è, che Cencio amava visceralmente la libertà e tutto quello che ad essa alludeva: gli animali selvatici, l’aria aperta, gli spazi sconfinati, le relazioni non vincolanti. Per tutto questo aveva però, paradossalmente dovuto rinunciare alla libertà civile, quella di cittadino, e per riavere questa, progetta una messinscena che ha del geniale ma anche dell’ingenuo a cui lo spinge la disperazione e il sentimento di amore verso i suoi cari che vorrebbe liberi insieme a lui. La scelta di portare avanti tale strategia segnerà l’epilogo della vita avventurosa di Cencio Vendetta un uomo che il nostro autore, Antonio Venditti, vuole mondato dai suoi peccati per il solo gesto di avere avuto fede nella potenza divina e nella benevolenza materna della Madonna delle Grazie, cui si rivolge come figlio assetato di amore, comprensione e Giustizia… divina! Nella parte finale, Venditti relaziona sull’accurata analisi delle carte processuali riguardanti il bandito dalle quali non emergono prove probanti del suo coinvolgimento nel delitto del maresciallo Antonio Generali. Di tutte le “birbonerie” questa rappresenta certamente la più sacrilega, decisamente superiore a tutte quelle che gli vengono addebitate, compresa quella del furto dell’effige della Madonna. Il brigante, si è macchiato sì, della colpa di aver combattuto l’arroganza e la prepotenza con le medesime armi, al punto di riuscire a entrare a far parte del “sistema” auto eleggendosi parte attiva del malaffare e per questo pretendente l’immunità o l’impunità, ma forse a tanto non dovrà essersi spinto. La volontà persecutoria degli inquirenti e della magistratura sembra dettata più da motivi di opportunità a conservare un ordine pubblico incentrato sulla necessità del rispetto dell’autorità. Una sorta di esercizio a cercare di governare le masse diffondendo tra esse un sentimento di paura, una logica del terrore che induca alla supina obbedienza di canoni, strutture sociali, istituzioni… intoccabili, per non ridurre le opportunità di agio della classe sociale dominante. Venditti anche in questa occasione non ha mancato di rivelare il suo animo profondo di educatore, attento più alla persona che alle sue gesta, all’animo profondo che muove gli esseri umani, pronto non a giustificare ma a comprendere, a cercare una spiegazione logica, plausibile, razionale ai comportamenti che spesso celano i veri intenti. Solo chi ha la chiave di volta giusta riesce a decifrare con serenità gli altri, e questa chiave è la Pietas, è lo sguardo interiore che riesce a trovare in ognuno un riflesso di Dio che è Amore! Il libro è in vendita presso la libreria “Numero 6” in via Croce, gestita dal noto Roberto Zaccagnini. Giugno 2012 36 Mara Della Vecchia N ella sua produzione musicale Johannes Brahms riservò una parte cospicua alla musica corale, sia a cappella che accompagnata e tra questa dedicò delle opere importanti alla musica sacra a partire dall’Ave Maria op. 12 per coro femminile, orchestra e organo del 1858 e soprattutto il Requiem Tedesco, la cui composizione era stata preceduta da una serie di cori sacri che costituiscono una sorta di preparazione e avvicinamento, come i Marienliedere op.22 del 1859, il Salmo XIII op. 27 del 1860, il coro sacro Lass dich nur nichts dauren op. 30, i Drei geistliche Choere op. 37. Il Requiem Tedesco op. 45 fu composto tra il 1857 e il 1868 e fu eseguito per la prima volta integralmente al Gewandhaus di Lipsia nel 1869, dopo l’esecuzione parziale avvenuta a Brema nell’anno precedente. Questa composizione prese vita in un periodo molto difficile per il giovane musicista, infatti aveva perso la madre nel 1865 e aveva subito l’abbandono della donna amata la quale aveva lasciato la Germania per trasferirsi in Irlanda, inoltre stava vivendo lontano da Clara Schumann, don- Carlo Iannucci N el medesimo giorno (27 aprile) in cui era nata, Maria Luisa se n’è tornata alla casa del Padre quasi un secolo dopo, forse a testimoniare che la vita e la morte sono una cosa sola, che si nasce per morire e si muore per vivere, come fa il seme fradicio generando nuova vita. Era la sorella di mio padre e ci volevamo un gran bene, l’ho vista soffrire e soffrire, resistere con tenacia fino a cadere, recisa dalla “falce che pareggia tutte le erbe del prato”. Dice il saggio che la vecchiaia è essa stessa malattia, però arriva il momento in cui i farma- na importantissima per la sua formazione e crescita artistica e doveva abituarsi ad una nuova situazione familiare in quanto suo padre aveva deciso di risposarsi. Per il testo del Requiem, Brahms preferì non utilizzare quello tradizionale, bensì di comporne uno originale, scegliendo liberamente dei brani dal testo biblico. L’emozione suscitata nel pubblico che assistette alla prima esecuzione del Requiem fu grande e profonda, dall’incipit del coro d’inizio: “Beati coloro che sono in lutto” fino alla conclusione che invoca e la vita eterna, l’effetto solenne e grandioso non conosce cedimenti. Uno dei critici musicali dell’epoca lo paragonò alla Messa in Si minore di Bach e alla Missa Solemnis di Beethoven. E infatti è proprio a questa grande tradizione tedesca che il Requiem brahmasiano si ispira, una musica severa, più affine alle costruzioni musicali rigorose di Bach e di Haendel, che alla musica romantica a lui più vicina . Proprio per questo, se da un lato veniva apprezzato per aver dato seguito alla grande tradizione della musica tedesca, dall’altro veniva causticamnte criticato per lo stesso motivo e additato come un vecchio parruccone, come ebbe a dire Wagner che, parlando del suo collega disse che sembrava aver indossato “la parrucca dell’Alleluja di Haendel”. Il Requiem risulta formato da sette parti , dopo l’apertura “Beati coloro che soffrono”, la seconda parte è caratterizzata da un coro all’unisono “ogni carne è come erba e tutta la gloria umana è come il fiore dell’erba”. Inizia la terza parte con le parole del Salmo XXXIX “Signore fammi conoscere la misura dei miei giorni. Un corale fugato costituisce la quarta sezione, mentre nella quinta parte interviene il soprano solista “Voi siete ora tristi... voglio consolarvi come una madre consola il suo bimbo”. “Perché noi non abbiamo quaggiù nessuna dimora sicura”, è il testo della sesta parte, nella quale l’incertezza del modo, tra maggiore e minore, evoca l’ansia e l’angoscia dell’animo umano che spera nella vita eterna. L’ultima parte inizia con la proclamazione della resurrezione dei morti da parte della voce del baritono e si conclude con le parole dell’Apocalisse: “Felici coloro che muoiono nel Signore”. ci e la cura solerte di chi ti ama non bastano più : dobbiamo convincerci che siamo gocce cadute dall’Alto, diventiamo rigagnoli, ruscelli, torrenti e fiumi ma in fondo, sempre e comunque, ci attende l’immenso oceano della misericordia di Dio. Proprio Dio vogliamo ringraziare per la vita donata a Maria Luisa, così piena ed intensa come anche noi l’abbiamo conosciuta. Ascoltando le sue vivide memorie, talvolta Le chiedevo... di scrivere il romanzo della Sua vita, tanti erano i piccoli e grandi segreti custoditi, oggi utili per meglio comprendere Segni, segnini e... ”segninità”. Così avremmo saputo del ponte Scarabeo, nei cui pressi era nata, come testimonia il vicolo Calamita, soprannome della Sua famiglia; della giovinezza vissuta lungo la solatia “bia piana”; del primo lavoro nel Telegrafo della madre (Cesira Cipollini), poi nell’Ufficio Postale di Segni, dove per oltre quarant’anni ha servito ed assistito migliaia e migliaia di cittadini, che lì impararono a conoscerne la vivacità e la simpatia; del Suo matrimonio con Giuseppe Allegrini e della nascita dei suoi Rosa e Pietro; della tragica fine dei suoi fratelli Antonio - forse la prima vittima segnina, e decenne, di un incidente stradale - e Attilio (36 anni, mio padre); delle alterne fortune della Sua famiglia, del Suo arrivo alla pensione, dei suoi viaggi avventurosi per mezz’Europa; del culto appassionato delle Sue amicizie, della parola intelligente e della polemica , spesso sferzante. Poi arrivò la stagione più triste delle rovinose cadute, dei femori infranti e testardamente risanati, le lunghe degenze e le sorprendenti riprese, fino alla svolta drammaica della Sua vita, la morte del figlio Pietro, lutto dal quale non seppe più riprendersi malgrado il correre del tempo. Perfino la Sua fede sembrava vacillare al pensiero del figlio ed era sempre difficile discuterne : accarezzava tuttavia il sogno di poterlo riabbracciare nell’altra vita e questo era il segno indiscutibile della Sua fede nel buon Dio: ... ai fedeli che in Te confidano concedi i Tuoi santi doni, la virtù e il premio, la morte santa, la gioia eterna.... Animati dalla speranza del Paraclito,noi, che restiamo nella crescente, umana solitudine, vogliamo ricordare Maria Luisa, zia Maria, che aspetta l’affetto dei nostri pensieri e delle nostre preghiere, perchè, al di là della dubbiezza foscoliana, ”il sonno della morte è men duro nelle urne confortate dal pianto”... Giugno 2012 Prof. Antonio Venditti F rancesco Profumo, Ministro “tecnico” del M.I.U.R. (Ministero dell’Istruzione, dell’Università, della Ricerca), in una delle poche esternazioni ha dichiarato di non voler modificare la Riforma della scuola e dell’università, sviluppata dal precedente Ministro. E ciò va considerato positivo in un Paese in cui, con l’avvicendarsi dei Governi, sul piano dialettico e non solo, esisteva la prassi di distinguersi dal passato e di modificare almeno in parte anche risultati utili, faticosamente raggiunti. Sotto il profilo del buon funzionamento dell’istituzione scolastica, la continuità è senz’altro un valore positivo. Ciò ovviamente non significa che si debba adottare l’immobilismo della conservazione, perché, proprio quando non si perseguono sconvolgimenti, è più che doveroso l’adattamento continuo alle nuove esigenze. Si deve fronteggiare una grave emergenza, in un periodo in cui è di drammatica attualità la “questione” giovanile, per il 31% di disoccupazione, secondo le statistiche ufficiali, basate sulle liste di quanti ricercano un lavoro, senza tener conto degli apatici o scoraggiati, che si trovano nella inquietante situazione di non far niente, cioè non studiano e non aspirano nemmeno a svolgere un’attività lavorativa con vari pretesti. Anche la scuola deve fare la sua parte, non soltanto con la serietà e con il rigore negli studi, finalizzati sempre più all’effettivo ingresso nel mondo del lavoro, ma anche adattando l’”obbligo scolastico” a tale ineludibile necessità. Il Ministro, fissando tale “obbligo” a 17 anni, ha voluto dire una parola chiara in una questione, purtroppo, controversa, per facilitare l’auspicato risultato. La soluzione dovrebbe porre fine al contrasto tra le due diverse concezioni : termine del percorso propriamente scolastico a 16 anni o a 18 anni, secondo le due diverse norme adottate da leggi precedenti. La soluzione “salomonica” a 17 anni è congeniale ad un più immediato e sicuro ingresso nell’apprendistato, dopo la frequenza di corsi di adeguata formazione che permettano anche il conseguimento di una “qualifica” professionale. La domanda pressante è : “Cosa deve fare la scuola per favorire concretamente l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro?” La risposta è talmente ovvia che viene da chiederci perché negli anni passati ciò non sia stato fatto davvero, invece di impegnare il tempo in estenuanti quanto inconcludenti discussioni teoriche. La scuola deve preparare i giovani a svolgere tutti i lavori necessari, non soltanto quelli impiegatizi e le professioni ritenute falsamente le più “nobili”. Se tutti i giovani sono obbligati a frequentare fino a 18 anni le scuole superiori che, con il conseguimento del diploma, permettono l’accesso alle facoltà universitarie, ne consegue – come l’esperienza evidenzia – che l’aspirazione comune è quella di avere un impiego possibilmente importante o di svolgere professioni prestigiose secondo la pubblica opinione. Certo, tra le aspettative rosee e la non facile realtà, il divario è grande, come dimostra l’insuccesso soprattutto a livello universitario, con un gran nume- 37 ro di rinunciatari dopo i primi anni e con il ritardo endemico nel conseguimento delle lauree. Ne deriva un rilevante numero di giovani che male hanno progettato il loro avvenire, forse illudendosi di proseguire nel facile andazzo degli studi, giovani che non hanno un piano di riserva e che comunque non vogliono ridimensionare le loro aspettative, nonostante le prove contrarie, e che ricercano almeno per un po’ lavori impossibili, senza alcun risultato, e poi naturalmente cadono nello scoraggiamento e si adagiano nella condizione di “bamboccioni”, senza più ricercare un’occupazione che li renda autonomi e permetta loro di formarsi una nuova famiglia. La responsabilità di tale preoccupante situazione va equamente divisa tra le tre istituzioni, da cui queste generazioni senza futuro dipendono : la famiglia, la società, la scuola. La famiglia avrebbe dovuto, al di là delle mode e degli interessi, capire meglio e motivare le aspirazioni dei figli, nel confronto con le capacità concrete e con le esigenze della realtà, ridimensionando le attese e sostenendo le vere attitudini. La società avrebbe dovuto programmare il futuro delle nuove generazioni, puntando sul lavoro per tutti, in applicazione del 1° articolo della Costituzione, combattendo le ingiustizie, i privilegi, le disuguaglianze. La scuola, assicurando una solida formazione di base, a tutti i soggetti dell’educazione, secondo il diritto di ognuno alla formazione integrale della personalità, avrebbe dovuto ridurre e non aumentare la forbice con le reali esigenze della società, preparando ogni giovane , secondo le sue attitudini e capacità, ad un possibile ruolo lavorativo. Applicando al meglio la Riforma della scuola secondaria superiore, nel rilancio dell’istruzione tecnica e professionale, si può determinare una svolta nell’immissione dei giovani nel mondo del lavoro, preparandoli, oltreché con una solida formazione di base, anche in relazione a tutte quelle attività in cui esistono possibilità di impiego immediato, per le quali sono le stesse aziende a chiedere le fondamentali conoscenze. L’elasticità, tanto evidenziata nel mercato del lavoro, deve essere adottata anche in ambito scolastico, nel senso che, con tutto rispetto per i piani di studio e per i programmi, si devono ricercare forme nuove di preparazione, che preluda- no, ad esempio, dopo il conseguimento della “qualifica” professionale, proprio a 17 anni, all’immediata attivazione di corsi specifici, magari in collaborazione con le aziende, per l’acquisizione delle competenze necessarie allo svolgimento di determinati tipi di lavoro, propedeutici all’inizio dell’apprendistato, primo lavoro regolamentato e retribuito. E si deve davvero fare in modo che il lavoro duri per tutta la vita, perché – come stiamo amaramente constatando – senza lavoro, non solo vengono a mancare gli indispensabili mezzi di sussistenza, ma la stessa dignità dell’uomo e della donna viene umiliata e la società viene sconvolta nel suo intimo. Ma, poiché, nella mobilità dei mercati, non è possibile il mantenimento dello stesso tipo di lavoro, fermo restando il sacrosanto diritto di lavorare, si deve determinare nei giovani la capacità di adeguamento continuo alle situazioni emergenti, cioè la volontà e la capacità di svolgere lavori nuovi, sempre in relazione alle diverse attitudini, ma con l’acquisizione delle nuove conoscenze e competenze necessarie. Si va, quindi, verso un formazione continua, per la quale la scuola deve attrezzarsi, per essere davvero al servizio della società. Questo emerge dal dibattito attuale sulla riforma del lavoro e questo era certamente il senso delle dichiarazioni del senatore Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri, terminate, però, nella battuta infelice che il posto fisso è “monotono”, perché in una questione così angosciante per i milioni di disoccupati ed i milioni di precari, soprattutto giovani, non serve l’ironia, anche con i buoni propositi e le adeguate azioni per riaprire le prospettive di crescita dell’economia nella competitività richiesta dalla globalizzazione dei mercati, con il conseguente recupero di molti posti di lavoro, andati perduti negli ultimi anni, e la creazione di tanti altri, nello sviluppo delle nuove tecnologie. Giugno 2012 38 Bollettino diocesano: BILANCIO DELLA DIOCESI DI VELLETRI-SEGNI PER L’ANNO 2011 1. COSTI Euro 2. RICAVI Euro 1.1. GESTIONE ORDINARIA 2.1. GESTIONE ORDINARIA Gestione immobiliare: Tasse e Tributi: - Gestione Episcopio ed assicurazione 1.991 - Rimborso marche - Manutenzione Episcopio 1.442 Contributi percepiti: - Gestione altri edifici ed assic. 2.260 - Contributi ordinari percepiti (C.E.I. 8 per mille) 289.075 - Gestione Museo, Archivio e Biblioteca (utenze, assic.) 52.010 - Contributi per i Cappellani (dall’ A.S.L. e Op. Berardi) 21.677 - Gestione Teatro Aurora (utenze, assic.) 3.985 Offerte e proventi vari: - Tempietto del Sangue (utenze, assic.) - Inizio lavori per abitazione sacerdoti 815 6.292 Gestione Uffici: - Offerte varie 2.335 - Rimborsi da servizi vari (Cancelleria, T. Aurora, Mensa) 24.739 - Offerte Ufficio Scuola 1.400 - Funzionamento Uffici (utenze, fotocopiatrici) 14.213 Fitti Attivi: - Oneri diversi (abbonamenti, cancell., gest. informat., pulizia) 12.770 - Fitti attivi Spese attività Uffici: 120 39.851 Proventi finanziari: - Spese Attività Uffici (ritiro clero, assic. infortuni 60 ragazzi) 3.245 - Interessi su C/C 780 - Pastorale Diocesana (past. dioc., vocazionale, giovanile) 13.230 - Interessi su Titoli 3243 Comunicazioni sociali 25.200 TOTALE 383.220 Spese del personale: - Spese personale (stipendi, contributi vari, spese Mensa) 23.892 - Contributi erogati (Capp. Ospedale, Op. Berardi, Sem. Anagni) 45.005 Contributo straordinari erogati: - Gestione Acero, Casa Famiglia Segni, Archivio Segni ( N. B. le cifre sono arrotondate all’euro) 28.485 Altre componenti passive: - Sopravvenienze passive, appartamento don L. Carosi 8.276 Imposte e tasse: - Imposte e tasse ( Redditi Ires, ICI, Imposte di Registro) 6.542 Spese per il Vescovo: - Per il Vescovo Diocesano 9.575 - Contributo per il Vescovo Emerito 4.897 TOTALE 264.125 1.2. GESTIONE STRAORDINARIA TOTALE - Contributo straordinario dalla C.E.I. per l’acquisto dell’edificio e terreno dall’Opera Don Guanella 829.000 - Vendita dell’appartamento lasciato alla Diocesi da Don - Spesa iniziale oer l’ acquisto di un edificio con terreno dall’Opera Don Guanella 2.2. GESTIONE STRAORDINARIA Luigi Carosi, per realizzare abitazioni per sacerdoti 808.000 808.000 - Ricavato dall’esproprio di terreno all’Acero dall’ ACEA TOTALE 207.504 7.163 1.043.667 Giugno 2012 39 Bollettino diocesano: Prot. VSC 13A/ 2012 DECRETO VESCOVILE DI EREZIONE E DI APPROVAZIONE DELLO STATUTO DELLA C ONFRATERNITA “G IOVANNI PAOLO II” SITA IN L ARIANO , PRESSO LA PARROCCHIA S. M ARIA I NTEMERATA Vista l’istanza presentata da un gruppo di fedeli e dal parroco di S. Maria Intemerata in Lariano, p. Vincenzo Molinaro, tendente ad ottenere, a norma del can. 314 del Codice di diritto canonico, il riconoscimento di una Confraternita e l’approvazione del suo statuto, adeguato alle norme canoniche e civili vigenti Verificato, a seguito di attento esame, che lo statuto da approvare risulta, nei singoli articoli e nel suo complesso, sostanzialmente conforme alle suddette norme Considerate le favorevoli informazioni assunte sulla vita, le vicende e le attività svolte dagli interessati fino al presente. Tenuto conto che tutta l’attività della erigenda Confraternita si svolge in pieno accordo con la parrocchia di S. Maria Intemerata, presso la qua le la stessa ha sede, in forza della mia autorità ordinaria DECRETO Che viene eretta e riconosciuta la Confraternita “Giovanni Paolo II”, sita in Lariano presso la Parrocchia S. Maria Intemerata, Piazza S. Eurosia 5, è contestualmente approvato il suo statuto composto da 24 articoli e al presente atto allegato, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare, riservando a me e ai miei Successori ogni altra necessaria approvazione di successive modifiche in tutto o in parte, qualora nel corso del tempo l’Assemblea dei Confratelli le dovesse eventualmente deliberare. Il presente decreto, redatto in tre copie, verrà inviato alla Confraternita e alla Parrocchia presso la quale la prima ha sede, mentre una copia, come di dovere, resterà agli atti della Cancelleria. Velletri, 1° Maggio 2012 + Vincenzo Apicella, vescovo Mem. di San Giuseppe lavoratore 1° anniversario della Beatificazione di Giovanni Paolo II ----------------------------------------------------------------------------------------------Prot. VSC 16A/ 2012 Con la chiusura del Convento dei PP. Cappuccini è venuto a mancare presso il Cimitero Monumentale di Velletri il sacerdote cappellano per l’assistenza spirituale. Al fine di garantire una adeguata assistenza spirituale in un luogo così importante, per la facoltà concessami dal C.J.C. con il presente decreto nomino te Rev.mo Ghibaudo mons. Giovanni Cappellano del Cimitero di Velletri. Velletri, 08.05.2012 + Vincenzo Apicella, vescovo il Cancelliere Vescovile, Mons. Angelo Mancini Arte Sacra Veliter E ’ arrivato a metà del cammino, il corso base di iconografia bizantina, organizzato dal maestro d’arte Fabio Pontecorvi nel laboratorio del Museo diocesano di Velletri con il supporto logistico degli amici dell’associazione culturale il Trivio. Un percorso importante per gli allievi che con entusiasmo e stupore sono entrati a contatto con la tempera all’uovo, pigmenti naturali, foglia in oro ma soprattuto con il soggetto che stanno rappresentando. Il volto di Cristo non dipinto da mano d’uomo Achiropita o acheropita, dal Greco bizantino ἀχειροποίητα ("ἀ-" privativo + "χείρ" = mano + "ποιείν" = fare, produrre), significa “non fatto da mano (umana)”. Il percorso tecnico, che partendo dal disegno su tavola in massello ingessata (Levkas) per poi seguire con la grafia del volto e la campitura del volto (Sankir) un colore scuro tipo verde oliva, fino all’inizio delle lumeggiature a significare anche il percorso di ogni cristiano che dal buio delle tenebre viene accolto dalla luce dell’amore di Dio. Importante il significato sim- bolico e teologico dei tratti somatici del volto e dei colori che aiutano a leggere l’icona e la sua spiritualità. Un contributo importante è stato quello della presenza della docente in Scienze religiose Alessandra Mancini che ha spiegato con il contributo di slide la storia del Mandillion (immagine del volto di Gesù). Caravaggio, Crocifissione di san Pietro, 1600 – 1601, Cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo a Roma don marco Nemesi* D opo la commissione per la Cappella Contarelli, Caravaggio si vede assegnare un altro autorevole incarico: la realizzazione delle due tele laterali per la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo. Tiberio Cerasi, tesoriere generale della Camera Apostolica sotto papa Clemente VIII, nel luglio del 1600 aveva acquistato in Santa Maria del Popolo la cappella Foscari (dedicata ai Santi Pietro e Paolo e situata nel transetto accanto all’altare maggiore), con il diritto di modificarla a suo piacimento. Cerasi si era rivolto ai massimi artisti di quegli anni: un’Assunta per la pala d’altare viene commissionata ad Annibale Carracci, mentre a Caravaggio si richiedono due dipinti laterali, da eseguire su tavola di cipresso, raffiguranti la Crocifissione di san Pietro e la Conversione di san Paolo, i due santi ai quali la cappella era dedicata. Alla morte di Cerasi, ne diventa erede universale l’Ospedale della Consolazione. Probabilmente a causa di un rallentamento nell’esecuzione dei lavori di ampliamento della cappella, affidati all’architetto Carlo Maderno, le due opere eseguite da Caravaggio furono sistemate nella cappella soltanto nella primavera del 1605. Tuttavia, i dipinti tuttora visibili nella cappella Cerasi non sono su tavola di cipresso, ma su tela. Delle due tavole, che già nel Seicento presero la via della Spagna, ne sopravvive oggi solo una Conversione di Paolo, confluita a Roma nella collezione Odescalchi. Della seconda, la Crocifissione di san Pietro, si persero le tracce molto presto. Il biografo Baglione, suggerisce che il motivo della sostituzione delle prime versioni su tavola fu il rifiuto del committente rimasto insoddisfatto. Affascinante è l’ipotesi che Caravaggio stesso abbia percepito l’inadeguatezza dei dipinti da lui eseguiti su tavola rispetto allo spazio ristretto, da poco restaurato, della cappella, dove si sarebbero trovate a fianco a fianco con la magnifica e innovativa pala d’altare di Annibale Carracci, l’Assunta che a braccia aperte sembra volere uscire dalla tela per correre incontro ai visitatori. Caravaggio avrebbe quindi concepito le due nuove versioni tra il 1601 e il 1605. Sia la struttura compositiva sia la corrispondenza dei gesti tra la pala centrale di Carracci e i due dipinti laterali di Caravaggio creano nella piccola cappella una spazialità particolare, quasi teatrale, una sug- gestione in cui è potentemente coinvolto, da protagonista, chiunque entri in quel modesto spazio. I rimandi fra i due quadri raffiguranti san Pietro e san Paolo sono tanto forti e stringenti da creare un dialogo serrato e di forte emozione. Caravaggio in questo dipinto usa la luce per concentrare lo sguardo di chi osserva il quadro su poche figure: san Pietro con le mani già trafitte dai chiodi, è poggiato sulla croce che sta per essere innalzata e sembra cercare con lo sguardo il conforto di qualche presenza amica, ma incontra soltanto il vuoto. Il senso di umanità, d’intensa partecipazione, si estende anche ai tre aguzzini che non sono presentati come personaggi che agiscono in modo brutale e crudele, ma sono piuttosto uomini semplici, costretti a un lavoro faticoso. I tre aguzzini, oltre a guardare nella direzione opposta dell’apostolo, sono disposti intorno a lui a raggiera sul lato sinistro della scena, impegnati nell’ultimo atto dell’esecuzione. L’uomo in basso innalza con la forza delle spalle l’asse della croce; quello al centro assicura al legno l’estremità della corda con cui sono legati i piedi di Pietro; un terzo carnefice sta per tirare il capo della corda per sollevare la croce, da cui l’apostolo, per sua volontà, sarà appeso a testa in giù. Simbolo salvifico della fede cristiana, la croce è per Caravaggio il fulcro della scena: il suo innalzamento rappresenta simbolicamente la costruzione della Chiesa, affidata da Cristo a Pietro, su cui si concentra la luce. Il sasso in primo piano è da interpretarsi come un crittogramma del nome (Pietro/pietra). L’ambientazione della scena corrisponderebbe al luogo storicamente indicato come sede del martirio: il Gianicolo. Il tema del dipinto influì in seguito sulla scelta di Rubens nel dipinto nella cappella di Sant’Elena in Santa Croce in Gerusalemme e di Guido Reni nella pala già all’abbazia delle Tre Fontane. Stupenda è la lettura letteraria che ne ha dato Roberto Longhi: «Sulle rocce brune che saranno (con quella luce negli occhi) ultimo ricordo del martire, presso la cava di pozzolana o la calcare di San Pietro in Montano, il pittore, impassibile, gira la fatica dei serventi (il cui gesto, è doveroso riconoscerlo, è di operai che si affaticano e non di carnefici che incrudeliscano nella bisogna), tutti in giubboni e brache frusti, baveri sgualciti e pur rifiorenti nel lume), piedi fangosi e con i pochi attrezzi; e riprende da vicino il santo, forse notissimo modello buono di via Margutta, che, già infitto alla croce, ci guarda calmo, cosciente come un moderno eroe laico; mentre il mantello bigio-azzurro va scivolando in un angolo sotto l’ombra del badile brunito, accanto al pietrone friabile e caldo come un pane ancora impolverato dalla cenere del forno». *Direttore Uff. diocesano Beni culturali, Chiese e Arte sacra