Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri -Segni Anno 9 - numero 6 (87) - Giugno 2012
Giugno
2012
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Ecclesia in cammino
- Giuseppe Toniolo testimone dell’integrazione
tra la fede in Gesù Cristo Risorto e la vita
quotidiana, + Vincenzo Apicella
p. 3
- Benedetto XVI in visita all’Università
Cattolica di Roma, S. Fioramonti
p. 4
- Fecero ritorno a Gerusalemme ,
Fabricio Cellucci
- Per scegliere.... La Missione,
Sr. Apostoline
- Diaconato. La vocazione: come una brace
che cova sotto la cenere,
Claudio e Teresa Barone
- Giornata Mondiale di preghiera per le
Vocazioni: “Rispondere all’Amore si può”
Sara Lanna
p. 20
Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia
Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti
della Curia e pastorale per la vita della
Diocesi di Velletri-Segni
p. 21
p. 22
p.23
Direttore Responsabile
Mons. Angelo Mancini
Collaboratori
Stanislao Fioramonti
- Esperienze d’ospedale, Sara Gilotta
- Il mmatrimonio tra gay? Un diritto in più e
anticostituzionale, P. G. Liverani
- Peccato e Perdono nella Storia della
Salvezza, Antonio Giglio
p. 5
p. 6
Tonino Parmeggiani
- Il Canto nella Celebrazione della Messa
esequiale, mons. Franco Fagiolo
Mihaela Lupu
p. 25
p. 7
Proprietà
Diocesi di Velletri-Segni
Registrazione del Tribunale di Velletri
- Cos’è il Simbolo della fede?
don Dario Vitali
p. 8
- A proposito di presunte apparizioni:
intervento della Congregazione per la
Dottrina della Fede
n. 9/2004 del 23.04.2004
p. 26
Stampa:
Tipolitografia Graphicplate Sr.l.
- Libri Sacri: possiamo essere tranquilli sul l
oro contenuto? / 2, mons. Luigi Vari
- L’adultera e la Misericordia,
Claudio Capretti
p. 9
p.10
- Sacramenti, l’Eucarestia / 2: aspetti liturgici,
don Antonio Galati
p. 11
- Perù: Vivere in Missione in un Paese
Povero e lontano, Katiuscia Cipri
p. 13
- Vogliamo ripartire? Puntiamo sulla famiglia,
don Cesare Chialastri
- Raccolta di Solidarietà delle Caritas
Parrocchiali di Velletri, Paola Cascioli
- La Giornata diocesana della Famiglia
”Potremo chiamarci ancora famiglia“,
p. Vincenzo Molinaro
- Festa del Pane, esperienze di animatori,
collab. Ufficio catechistico
- Ritiro dei Cresimandi, esperienze,
collab. Ufficio catechistico
p.14
p. 15
p.16
p. 18
p. 19
- Nel pensiero di San Bruno:
Le virtù cardine / 2, don D. Valenzi
p. 28
- Segni: Il fontanile di Casarcioni.
Quando le vere bestie sono gli uomini,
Francesco Canali
p. 29
- Il 23 settembre 1944, dopo 187 giorni, la
sacra Immagine faceva il ritorno a Velletri (...)
La Madonna delle Grazie sfollata a Roma /2
Tonino Parmeggiani
p. 30
- 21 Giugno San Luigi Gonzaga. Il nuovo
Busto del Santo Patrono di Valmontone,
S. Fioramonti
p. 32
- Ritorno alla storia / 29: Sant’Antonio di Padova
e la depenalizzazione per insolvenza,
don Claudio Sammartino
p. 33
- l popolo delle spighe o spicatico,
Francesco Canali
p. 34
- Antonio venditti, Il Bandito della Regina,
romanzo storico, G. Abruzzese
p. 35
- Requiem Tedesco, Brahms,
Mara Della Vecchia
p. 36
- In ricordo di zia Maria,
Carlo Iannucci
p. 36
- Scuola e apprendistato,
prof. Antonio Venditti
p. 37
- Corso base di iconografia,
Arte sacra Veliter
p. 39
- Caravaggio, Crocifissione di san Pietro,
1600 - 1601, S. Maria del popolo,
Cappella Cerasi - Roma,
don Marco Nemesi
p. 39
- Bilancio della Diocesi di Velletri - Segni
per l’anno 2011
- Decreti Vescovili
p. 38
p. 39
Redazione
Corso della Repubblica 343
00049 VELLETRI RM
06.9630051 fax 96100596
[email protected]
A questo numero hanno collaborato
inoltre: S.E. mons. Vincenzo Apicella, mons. Luigi Vari,
mons. Franco Risi, mons. Franco Fagiolo, don Dario Vitali,
don Antonio Galati, Sr. Apostoline Velletri, Sr. Monastero
Madonna delle Grazie Velletri, don Claudio Sammartino,
don Marco Nemesi, don Daniele Valenzi, p. Vincenzo Molinaro,
Claudio Capretti, Katiuscia Cipri, Fabricio Cellucci, Pier
Giorgio Liveran, Paola Cascioli, Antonio Giglio, Ufficio
Catechistico,Claudio e Teresa Barone, Sara Lanna, Antonio
Venditti, Sara Gilotta, Francesco Canali,Giovanni
Abruzzese, Mara Della Vecchia, Carlo Iannucci
Consultabile online in formato pdf sul sito:
www.diocesi.velletri-segni.it
DISTRIBUZIONE GRATUITA
In copertina:
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autorizzazione del direttore.
Giugno
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Vincenzo Apicella, vescovo
I
l 29 aprile scorso, nella basilica di San
Paolo fuori le mura,
è stato beatificato Giuseppe Toniolo,
un professore di Economia politica
dell’Università di Pisa, sposato e padre
di 7 figli, scomparso poco prima della fine della prima guerra mondiale
nel 1918. Abbiamo avuto modo di ricordarlo, in un precedente numero, a
proposito delle Settimane sociali dei
cattolici italiani, da lui “inventate” oltre
cento anni fa.
Oggi sembra opportuno e necessario
riproporlo alla nostra attenzione, non
perché è di moda la categoria dei “professori”, ma come testimone della possibilità di una compiuta integrazione tra la fede in Gesù Cristo Risorto
e la vita quotidiana in tutti i suoi aspetti, la cui mancanza è stata definita
da Paolo VI come la piaga più grave della Chiesa. Egli ha saputo vivere alla luce del Vangelo tutte le situazioni e le scelte di una esistenza “ordinaria”: lo studio, la professione, il matrimonio e la famiglia, l’impegno culturale, sociale e politico, in una Italia
ancora lacerata, in cui i credenti non
potevano ancora sentirsi completamente
“a casa propria”. Egli seppe guidare gli inizi del Movimento cattolico, che trovò la sua strada soprattutto
operando nell’ambito della società civile, essendo preclusa la via dell’impegno propriamente politico.
Nacquero così le cooperative, le associazioni di lavoratori, le banche
popolari, come la Banca Pio X a Velletri, insieme a tante altre iniziative
di assistenza e patronato dei più deboli. Ma perché rispolverare un personaggio scomparso da quasi un secolo, vissuto in un’epoca tanto diversa dalla nostra? Il primo motivo, certamente, è quello per il quale la Chiesa
continua ancora a proclamare Santi e Beati, proponendo alla venerazione dei fedeli quei battezzati che hanno saputo far fruttificare fino in
fondo i talenti ricevuti dal Signore, sempre diversi e tagliati su misura
per ciascuno di noi. Nel caso di Toniolo, inoltre, appare chiaro come la
santità sia tutt’altro che una separazione o una fuga dal mondo e, tantomeno, un genere di vita diverso e speciale: il Concilio prima e Giovanni
Paolo II poi ci hanno detto che la santità è una meta proposta a tutti, in
ogni età e in qualsiasi condizione, come “misura alta della vita cristiana ordinaria” (Novo Millennio Ineunte, 31). Ma ciò che rende particolarmente interessante il nuovo Beato è l’invito pressante, che egli ci rivolge, a verificare il modo e i criteri con cui ci comportiamo nella vita familiare e sociale, nel campo dell’economia, come lavoratori e consumatori, in quello della cultura e anche in quello della politica, nel senso più
ampio e più nobile del termine.
A volte si ha l’impressione che la nostra fede rischia di rimanere un fatto individuale e, spesso, esclusivamente privato, come se bastasse, per
tenerla in piedi, un minimo di pratiche religiose e il rispetto di alcuni precetti e tradizioni , salvo poi, una volta usciti dallo spazio sacro, a lasciarci trascinare, quasi inconsciamente, dalla corrente inesorabile della mentalità di questo mondo. Forse Gesù Cristo non ha nulla da dirci sulle
ingiustizie che si compiono quotidianamente, sulle furbizie con cui si danneggia il prossimo e la società intera, sull’uso che facciamo del nostro
denaro, sullo sfruttamento dei più deboli, sullo spreco o sul danneggiamento
delle risorse della natura, sulla logica del “ciascuno per sé…”, se non
addirittura del “mors tua, vita mea”?
Dal 1891, data dell’Enciclica Rerum
Novarum di Leone XIII, fino ad oggi,
con la Caritas in Veritate di Benedetto
XVI, il Magistero non ha mai smesso di cercare una riposta a questi interrogativi alla luce del Vangelo e si è
venuto così formando un sistema organico di pensiero, in continua evoluzione, che gli “esperti” chiamano Dottrina
sociale della Chiesa, ma che è del
tutto sconosciuta alla grande maggioranza dei cristiani e, possiamo aggiungere, per colpa di noi pastori.
Toniolo fu uno dei principali protagonisti di questa ricerca col suo lavoro scientifico e con la sua azione concreta, basandosi su due principi fondamentali.
Il primo è il “Principio dell’Incarnazione”,
per il quale la fede e la grazia divina non si sostituiscono e non vanificano la natura dell’uomo, ma
devono animare e illuminare la storia concreta per la costruzione di una
convivenza basata sulla giustizia e
sulla pace.
Il secondo è il “Principio della
Resurrezione”, per il quale la storia
degli uomini ha ormai inevitabilmente
come fine, come punto “Omega”, solo
Cristo Risorto, in cui tutte le cose saranno “ricapitolate”(Ef.1,10), perciò
anche la croce, i fallimenti, le immani convulsioni delle vicende umane
non sono in grado di vanificare il progetto di salvezza, che il Padre ha
già realizzato resuscitando il Figlio per la potenza dello Spirito Santo.
Questi due principi rimangono validi oggi e sempre per ogni cristiano e
su questo fondamento possiamo affrontare i problemi attuali: le difficoltà
delle famiglie, cui si accennava nello scorso numero, la crisi dell’occupazione e del lavoro, quella più generale dell’economia e della politica, che richiede, come non si stanca di ripetere Benedetto XVI, non aggiustamenti di facciata, ma un ripensamento e una conversione culturale
e morale profonda, per uscire dal vicolo cieco in cui gli egoismi individuali e corporativi inevitabilmente ci portano.
Nel corso della storia l’umanità si è trovata in tante situazioni che sembravano senza uscita, in tanti scenari apocalittici, sappiamo che ogni
volta il mondo ne è uscito rinnovato, anche se non sempre in meglio,
dipende da chi è capace di prendere il timone del cambiamento, per questo Giovanni Paolo II scriveva profeticamente: “Si tratta di continuare
una tradizione di carità che ha avuto già nei due passati millenni tantissime espressioni, ma che oggi forse richiede ancora maggiore inventiva. E’ l’ora di una nuova fantasia della carità…” (Novo Millennio Ineunte,
50), come quella della generazione di Toniolo. Da questo impegno nessun cristiano può chiamarsi fuori, se è vero quello che afferma l’ultimo
documento del Concilio Vaticano II: “Non si venga ad opporre artificiosamente le attività professionali e sociali da una parte e la vita religiosa dall’altra. Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura
i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna” (Gaudium et Spes, 43).
Nella foto del titolo:
Il Card. Salvator De Giorgi presiede la celebrazione della
Beatificazione di Giuseppe Toniolo
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Stanislao Fioramonti
G
iovedì 3 maggio papa Benedetto XVI
ha compiuto una visita all’Università Cattolica
del Sacro Cuore di Roma, nel 50° anniversario dell’istituzione della Facoltà di Medicina
e Chirurgia “Agostino Gemelli”. In quella occasione il pontefice ha tenuto un importante discorso sul legame tra scienza e fede e sulle distorsioni che di quel legame compie spesso la
cultura moderna.
Diamo un’ampia sintesi di quel discorso.
“Il nostro è un tempo in cui le scienze sperimentali
hanno trasformato la visione del mondo e la stessa auto comprensione dell’uomo. Le molteplici scoperte, le tecnologie innovative che si susseguono a ritmo incalzante, sono ragione di motivato orgoglio, ma spesso non sono prive di inquietanti risvolti. Sullo sfondo, infatti, del diffuso otti-
mismo del sapere scientifico si protende l’ombra di una crisi del pensiero. Ricco di mezzi, ma
non altrettanto di fini, l’uomo del nostro tempo
vive spesso condizionato da riduzionismo e relativismo, che conducono a smarrire il significato delle cose; quasi abbagliato dall’efficacia tecnica, dimentica l’orizzonte fondamentale della
domanda di senso, relegando così all’irrilevanza la dimensione trascendente.
Su questo sfondo, il pensiero diventa debole e
acquista terreno anche un impoverimento etico, che annebbia i riferimenti normativi di valore. Quella che è stata la feconda radice europea di cultura e di progresso sembra dimenticata. In essa, la ricerca dell’assoluto - il quaerere Deum - comprendeva l’esigenza di approfondire le scienze profane, l’intero mondo del
sapere. La ricerca scientifica e la domanda di
senso, infatti, pur nella specifica fisionomia epistemologica e metodologica, zampillano da un’u-
nica sorgente, quel Logos che presiede all’opera
della creazione e guida l’intelligenza della storia. Una mentalità fondamentalmente tecnopratica
genera un rischioso squilibrio tra ciò che è possibile tecnicamente e ciò che è moralmente buono, con imprevedibili conseguenze.
E’ importante allora che la cultura riscopra il vigore del significato e il dinamismo della trascendenza, in una parola, apra con decisione l’orizzonte
del quaerere Deum. (...)
Per restituire alla ragione la sua nativa, integrale
dimensione bisogna allora riscoprire il luogo sorgivo che la ricerca scientifica condivide con la
ricerca di fede, fides quaerens intellectum, secondo l’intuizione anselmiana. Scienza e fede hanno una reciprocità feconda, quasi una complementare esigenza dell’intelligenza del reale. Ma,
paradossalmente, proprio la cultura positivista,
escludendo la domanda su Dio dal dibattito scientifico, determina il declino del pensiero e l’indebolimento
della capacità di intelligenza del reale. Ma il quaerere Deum dell’uomo si perderebbe in un groviglio di strade se non gli venisse incontro una
via di illuminazione e di sicuro orientamento, che
è quella di Dio stesso che si fa vicino all’uomo
con immenso amore. (...)
Religione del Logos, il Cristianesimo non relega la fede nell’ambito dell’irrazionale, ma attribuisce l’origine e il senso della realtà alla Ragione
creatrice, che nel Dio crocifisso si è manifestata
come amore e che invita a percorrere la strada del quaerere Deum. (...)
Ora l’uomo desidera due cose principalmente:
in primo luogo quella conoscenza della verità
che è propria della sua natura. In secondo luogo la permanenza nell’essere, proprietà questa
comune a tutte le cose. In Cristo si trova l’una
e l’altra. (...) E’ proprio percorrendo il sentiero
della fede che l’uomo è messo in grado di scorgere nelle stesse realtà di sofferenza e di morte, che attraversano la sua esistenza, una possibilità autentica di bene e di vita.
Nella Croce di Cristo riconosce l’Albero della vita,
rivelazione dell’amore appassionato di Dio per
l’uomo. La cura di coloro che soffrono è allora
incontro quotidiano con il volto di Cristo, e la dedizione dell’intelligenza e del cuore si fa segno
della misericordia di Dio e della sua vittoria sulla morte. Vissuta nella sua integralità, la ricerca è illuminata da scienza e fede, e da queste
due «ali» trae impulso e slancio, senza mai perdere la giusta umiltà, il senso del proprio limite. In tal modo la ricerca di Dio diventa feconda per l’intelligenza, fermento di cultura, promotrice
di vero umanesimo, ricerca che non si arresta
alla superficie. (...)
Si inserisce qui il compito insostituibile
dell’Università Cattolica, luogo in cui la relazione
educativa è posta a servizio della persona nella costruzione di una qualificata competenza scientifica, radicata in un patrimonio di saperi che il
volgere delle generazioni ha distillato in sapienza di vita; luogo in cui la relazione di cura non
è mestiere, ma missione; dove la carità del Buon
Samaritano è la prima cattedra e il volto dell’uomo
sofferente il Volto stesso di Cristo. L’Università
Cattolica, che ha con la sede di Pietro un parcontinua a pag. 5
Giugno
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L
5
Sara Gilotta
’ospedale e le sue realtà costituiscono
un microcosmo speciale, eppure, ahimè, normale, dove si agitano insieme
tanti mali( quelli fisici) e tanto bene. Un luogo
dove, forse, l’uomo si mostra nel suo “aspetto” migliore, quello della solidarietà vera che
nasce non da quel falso senso di carità, che
pure è tanto conosciuto nel nostro mondo, ma
dal bisogno profondo di considerare l’altro come
un vero fratello da aiutare, pur con le scarse
forze che si possiedono.
E’ questo un sentimento che è insito nella profondità dell’io, in quei recessi edenici, che troppo spesso rimangono nascosti nella nostra psiche e che gli egoismi, le malvagità del mondo tendono ad offuscare, senza riuscire a cancellare del tutto, lasciandoli affiorare solo nei
momenti “speciali” dell’esistere.
Quando più forte si avverte la solitudine, la fragilità e quel senso di abbandono che ci fa sentire come navicelle sbattute dai marosi contro
scogli pericolosi ed inospitali. E’ forse anche
per questo che nulla come la malattia rivela la
vera essenza dell’essere umano, per il quale
il sorriso più affascinante diventa, non quello
proposto continuamente dal mondo rutilante e
colorato, ma quello che brilla al pari di una stella su un viso affaticato dagli anni, dal dolore
e dalla sofferenza.
segue da pag. 4
ticolare rapporto, è chiamata oggi ad essere istituzione esemplare che non restringe l’apprendimento alla funzionalità di un esito economico, ma allarga il respiro su progettualità in cui
il dono dell’intelligenza investiga e sviluppa i doni
del mondo creato, superando una visione solo
produttivistica e utilitaristica dell’esistenza. (...)
Una Facoltà cattolica di Medicina è luogo dove
l’umanesimo trascendente non è slogan retorico, ma regola vissuta della dedizione quotidiana. (...) E’ proprio l’amore di Dio, che risplende
in Cristo, a rendere acuto e penetrante lo sguardo della ricerca e a cogliere ciò che nessuna
indagine è in grado di cogliere. L’aveva ben presente il beato Giuseppe Toniolo, che affermava come è della natura dell’uomo leggere negli
altri l’immagine di Dio amore e nel creato la sua
impronta. Senza amore, anche la scienza perde la sua nobiltà. Solo l’amore garantisce l’umanità della ricerca”.
Forse perché in ospedale si diventa e ci si sente davvero tutti uguali, liberati dalle sovrastrutture
sociali, che spesso ci opprimono, ci cambiano, ci costringono ad essere e non solo a mostrarci diversi da quelli che in verità siamo.
Del resto l’anima mostra il meglio di sé, lì dove
l’amore per l’altro, fatto anche solo di piccoli
gesti di comprensione e di generosità, non ha
bisogno di lunghi discorsi, ma di quella capacità che proviene direttamente da Dio, che , per
dirla con Dante, è “alfa ed omega”, il principio
ed il fine, cioè, di tutti gli affetti piccoli e grandi, che intessono la nostra vita e che da Lui
vengono trasformati in carità –amore.
Anche perché forse in pochi altri luoghi ciascuno
di noi riesce con altrettanta forza ed altrettanta semplicità a comprendere oltre i limiti cui è
aduso, per diventare capace di riconoscere la
sua piccolezza, mettendo da parte, almeno per
un po’, la sua abituale presunzione, che troppo spesso non gli permette di nemmeno di esprimere quella bontà di cuore , che pure possiede e che sola può suscitare un vero sentimento
di giustizia e di misericordia verso l’altro, che
soffre come soffre egli stesso.
Così, se nel mondo la parola “amore” ripetuta continuamente, è divenuta, purtroppo, solo
un suono vuoto, una parola senza vero significato e senza peso, nei luoghi di sofferenza
essa riesce ad essere davvero voce della infinita provvidenza divina, in cui con le parole di
Sant’Agostino possiamo dire: ” In dono tuo requiescemus,…..amor illuc attollit nos. In bona voluntate pax nostra est.”
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A
Pier Giorgio Liverani
ll’indomani del settimo Incontro Internazionale delle Famiglie
a Milano, sarà utile considerare i più recenti e gravi attacchi alla famiglia, che provengono dal laicismo radicale. Eppure
proprio contro la famiglia, struttura di base della comunità cristiana come
della società umana – qualcuno me ha parlato come produttrice di un
“Benessere Interno Lordo” che custodisce la qualità di vita e la solidarietà di ogni popolo – i più pericolosi assalti sono arrivati dall’Unione
Europea e perfino dal presidente degli Stati Uniti.
Naturalmente anche in Italia il laicismo fa la sua parte: al posto di necessarie politiche di sostegno alla famiglia, prepara in Parlamento il cosiddetto “divorzio breve” per rendere ancora più facile lo scioglimento del
vincolo coniugale e meno ponderato e più avventuristico il matrimonio: e insiste per regolamentare e assimilare al matrimonio le coppie
di fatto, comprese quelle omosessuali, anzi per istituire per queste ultime un vero e proprio matrimonio.
La Suprema Corte di Cassazione, del resto, ha sancito per sentenza
il “diritto” di tali coppie di costituirsi e di sentirsi famiglia.
Le considerazioni conseguenti, a questo punto, sono molte e di generi diversi anche lasciando da parte quelle religiose e sacramentali che
riteniamo più che note.
La prima riguarda l’interesse pubblico alla disciplina giuridica del matrimonio (art. 29 Costituzione), destinato non a tutelare la relazione tra
due persone, bensì a garantire l’ordine delle generazioni e la preparazione dei figli ai futuri doveri di membri della società: per questo non
è un privato o gli stessi sposi, ma lo Stato che, nel matrimonio con
rito civile, proclama l’uomo e la donna “uniti in matrimonio” (i parroci
esercitano anche un ruolo come delegati dallo Stato) al punto che (art.
30 Cost.) che sottrarre loro i figli quando i due non fossero in grado
di «mantenerli, istruirli ed educarli» (art.30). Per quale altro interesse
pubblico il rapporto tra due persone dovrebbe avere la tutela delle leggi?
Che cosa muove le lobby gay
a pretendere, senza ha alcuna base etica né storica né di
interesse pubblico, impossibili “diritti” familiari?
Lo si tace, ma – stringi stringi
– la motivazione è sostanzialmente di natura economica e
di convenienze private: la continuità nell’uso dell’abitazione
in caso di morte del titolare (proprietario o affittuario), la successione nell’eredità, la reversibilità della pensione dei partner, i trattamenti fiscali e i concorsi privilegiati per le coppie
giovani e per le famiglie in generale. Tutte cose che, tra l’altro,
porterebbero a ulteriori pesanti aggravi al bilancio dello
Stato. I “diritti” degli omosessuali sono soltanto pallide
bandiere di interessi personalissimi. Ancor meno è fondata l’altra questione, di continuo sollevata, della parità dei
diritti con il richiamo all’articolo 3 della Costituzione.
Si dice: se gli “eterosessuali”
(ma bisognerebbe dire i “normosessuali”) hanno diritto di spo-
sarsi, perché non dovrebbero averlo anche gli omosessuali?
Innanzitutto «tutti i cittadini […] sono uguali davanti alla legge, senza
distinzione di sesso [… e] di condizioni personali e sociali».
Dunque la condizione di omosessuale non può esigere trattamenti particolari. E poi ciò che definisce le persone gay è qualcosa che di meno
vago è ben difficile trovare: un “orientamento” sessuale e un “legame
affettivo”, che sono anche quanto di meno giuridicamente costatabile si possa trovare e definire.
I legami affettivi, che esistono perfino nei confronti degli animali domestici, non hanno peso giuridico neppure nel matrimonio e sono orientamenti sessuali anche quelli degli uomini che preferiscono le bionde
o delle donne che desiderano maschi dagli occhi azzurri.
In ogni caso, nessuno impedisce legami affettivi od orientamenti di qualsiasi genere, ordinati o disordinati tra uomini e tra donne.
E poi, perché due amici o amiche o due pensionati sessualmente normali, ma conviventi per i più vari motivi, non dovrebbero poter godere degli stessi vantaggi che i gay reclamano?
E perché, per regolare i rapporti economici, di proprietà, di uso eccetera non sarebbero sufficienti i normali patti tra privati?
E chi proibisce a un malato in ospedale di indicare come persona di
riferimento il proprio partner?
Insomma, un maschio o una femmina possono essere gay, ma sempre maschi o femmine sono, godendo dunque, come ogni altro maschio
e femmina, di tutti i diritti previsti, tra cui quelli di sposare una persona dell’altro sesso.
Invece i gay pretendono un diritto in più: quello di poter sposare
una persona del proprio sesso, che ai normosessuali non è consentito e che, dunque, manda all’aria ogni principio di uguaglianza.
D’altra parte nessuno vieta a nessuno di vivere la condizione che ciascuno preferisce, accettando come chiunque altro per qualsiasi altra
scelta, le conseguenze dei propri affetti e dei propri orientamenti.
Tutto questo senza affrontare,
in questa sede, i problemi etici
e di fede che i matrimoni gay sollevano.
E ribadendo, invece, il principio
che la Chiesa insegna: pur nella obiettiva definizione di «intrinsecamente disordinati» degli
«atti di omosessualità», che la
Sacra Scrittura presenta come
«gravi depravazioni», le persone omosessuali hanno diritto «al
rispetto e alla non-discriminazione»,
diritto che per gli altri si traduce in dovere di carità e di amore (comunque) del prossimo.
Gli omosessuali «devono essere accolti con rispetto, compassione
e delicatezza» – afferma il
Catechismo della Chiesa Cattolica
– e aiutati a vivere in castità, allo
stesso modo in cui questa virtù è obbligatoria per qualsiasi altra
persona.
Il matrimonio omosessuale equivarrebbe a una parificazione verso il basso del vero matrimonio
e alla squalifica del normale e
fecondo esercizio della sessualità
nelle nozze tra uomo e donna,
svuotando di significato questa
istituzione e con grave danno per
l’intera società.
Giugno
2012
H
7
Antonio Giglio
o già avuto modo nel 2010,
nel mio scritto “ Catechesi
ai Detenuti – Segno di un
Diaconato ordinato “ di trattare della
fenomenologia del peccato e della comprensione del perdono (da pag. 15 a
pag.34), a cui rimando l’eventuale lettore interessato; ritengo utile ritornare in argomento con una ulteriore riflessione, frutto dei miei successivi studi sul tema.
Mi sono chiesto anzitutto se il perdono
rimane comunque un dono, oppure
è un qualcosa di automatico, tanto da
poter addirittura pretenderlo da Dio;
poi, se è possibile che Dio lo rifiuti;
ancora, se alla clemenza divina deve
necessariamente corrispondere un fattivo atteggiamento di chi ne fa la richiesta, indagando conseguentemente sulle condizioni per riceverlo; ed, infine, cosa implica il
fatto di vivere nel perdono. Ci vengono in aiuto le parole del Salmo 130, che ci fanno assolutamente comprendere come, a prescindere
da altre considerazioni, l’esperienza del perdono
diventa testimonianza di un dono ricevuto “ per
essere condiviso “.
Il dato certo è che il perdono è “risposta ad una
richiesta”, desiderata con tutto il cuore, ma che
ha già in essa la risposta all’appello da parte
del Signore che leggiamo nel libro dell’Apocalisse
al capitolo 3, versetti 19-20.
L’orante è servo “nel profondo” del Signore che
sta in cielo, come re con il suo appannaggio di
perdono, di amore fedele e di redenzione, e solamente la supplica potrà superare il solco causato dal peccato tra lui ed il suo Dio, consentendo così a Dio, che sembra non aspettare altro
che questa richiesta di grazia, di corrergli incontro, come il Padre misericordioso che conosciamo
nel Vangelo di Luca 15,20.
Di fronte a Dio nessuno può ritenersi giusto.
Ce lo ricordano il Salmo 143 al versetto 2, il 14
al v.3, il 53 al v.4, il libro di Giobbe 4,17, il primo libro Re 8,46 ed Isaia 6, 3-7 che addirittura ci dice che, per poter stare davanti a Dio tre
volte santo, deve essere purificato con il carbone ardente.Ma Dio può perdonare, e l’orante sperare.Il perdono, con la sua radice accadica che significa “aspergere”, ricorre solo 46
volte nell’A.T. ed è un termine riservato strettamente a Dio; costituisce il presupposto della vita nell’annuncio della Nuova Alleanza e conseguente restaurazione, come si legge nel profeta Geremia 31,33-34; 33,7-8 ed in Isaia 55,7.
E’ un Dio colmo di tenerezza (si veda il profeta Osea), compassione e misericordia, desideroso
di voler provare il Suo amore per l’uomo, facendogli oltrepassare i limiti che la giustizia imporrebbe alla sua relazione di Alleanza con
Israele, sempre pronto a riconoscere e pren-
dere in considerazione la strutturale debolezza dell’uomo.
E’ poi un Dio che fa grazia, benevolenza e favore, in quanto è pronto a tener comunque fede
all’alleanza, pur nelle difficoltà delle prove; è il
Dio della “verità”, come della sincerità e della
lealtà; su di Lui si può fare affidamento perché
si sperimenta continuamente il suo soccorso.
E’ infine uno che ama il diritto e la giustizia, che
trasferisce sulla sposa Israele la giustizia, il diritto, la bontà, la tenerezza e la fedeltà, con un
amore capace di esprimersi non solo a parole
ma con fatti.
Per ottenere il perdono, il popolo dovrà pregare,
supplicare e convertirsi, tornando al Signore con
tutto il cuore e con tutta l’anima; così farà Salomone
( 1 Re 8, 30-53) che, riportato dalla sfera della morte alla vita grazie alla preghiera, sarà in
grado di celebrare il Signore assieme alla comunità. Nel N.T. il perdono non è riservato a Dio
ma a Gesù, ma spesso accade che l’uomo cerchi Dio soltanto nel momento della sventura,
per dimenticarsi subito dopo di Lui, forse perché sapere che Dio è sempre disposto a perdonare può anche portare a sottovalutare l’importanza della conversione; fondamento della
manifestazione del perdono sarà la necessità
di una conversione sincera e di un desiderio di
perdono dettato da un amore vero; importante quanto ci dicono il profeta Osea 6,6; Isaia
1,11; il Siracide 7,9 e Matteo ai capitoli 9,versetti 12-13 e capitolo 12,versetto 7, dove Dio
non accetta sacrifici ed olocausti ma pretende
la “contrizione” del cuore e dello spirito.
Dio gradisce esclusivamente la nostra persona, con il riconoscimento del proprio peccato
e l’offerta totale di una buona volontà rinnovata, sapendo altresì che, se la conversione non
è sincera, il Signore non si lascia ingannare (Osea
4,1; 4,2; 6,4). Il profeta Isaia (1, 16-18) mette
in bocca al Signore l’esortazione :”Cessate di
fare il male, imparate a fare il bene …..Fate
giustizia all’orfano, difendete la vedova…..”;
anche Gesù condanna scribi e farisei
che pagano le decime e trasgrediscono
la giustizia e la misericordia (Mt 23,
23-24). Se mancano l’amore e la conversione, allora il giudizio di Dio “sorge come la luce”, nel senso che, per
raggiungere la conversione, il Signore
arriva anche a punire, come mezzo estremo per far riflettere il suo popolo che
si ostina a non ascoltare; ma, sullo sfondo, c’è sempre la possibilità del perdono; Dio desidera e cerca la riconciliazione; per mezzo della sofferenza vuole toccare il cuore del colpevole,
costringendolo a riconoscere la sua colpa, ma il perdono precede sempre la
conversione. L’amore di Dio c’è sempre prima e non viene mai meno, tant’è che se Israele cercherà il Signore,
questi si lascerà trovare perché Egli
resta sempre “un Dio vicino” e tenero (Deut. 4,7),
anche dopo la rottura dell’alleanza. Riflettendo
sulle parole del Siracide 5, 5-7, rileviamo che
ci avverte:
”Non essere troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato.
Non dire: la sua misericordia è grande; mi
perdonerà i molti peccati, perché presso di
lui ci sono misericordia e ira, il suo sdegno
si riverserà sui peccatori.
Non aspettare a convertirti al Signore e non
rimandare di giorno in giorno, perché
improvvisa scoppierà l’ira del Signore e al
tempo del castigo sarai annientato”.
Ne deduciamo che il perdono, per Dio, non è
affatto automatico e che, perfino in Colui che
è la sorgente stessa della misericordia, la clemenza è necessariamente correlata alle disposizioni
di colui che la riceve.
Nel Salmo 130, 5 leggiamo che il perdono è “sperato” ed “atteso con speranza”, dove lo sperare dice l’affermazione di una dipendenza totale e della conversione, riconoscendo che perdono e salvezza sono un dono che non dipende da noi, come neanche i tempi e le circostanze
della concessione; al versetto 7 del medesimo
Salmo, poi, l’orante si rivolge a tutto il popolo
di Dio, peccatore e bisognoso della salvezza,
perché si unisca a lui in tale attesa.
Una volta perdonati in Cristo, la nostra vita ricomincia, poiché vivere del perdono comporta una
preghiera costante e la concessione previa del
perdono a chi ci ha offeso (Mt 6, 14-15; Mc 11,25;
Lc 11,4), ma tenendo presente che i nostri debiti nei confronti di Dio sono di triplice specie: anzitutto il mondo che ci viene affidato in custodia,
poi l’uomo creato da Dio come essere libero per
rimanere un “tu” che rispondesse al suo amore, ma molto di più Dio stesso, che si è volontariamente dato come interlocutore dell’uomo,
nel senso che Dio si fa vicino agli uomini, creature finite, e dà loro se stesso chiedendo con
continua a pag. 8
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2012
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COS’È IL
SIMBOLO DELLA
FEDE?
Don Dario Vitali*
N
ella lettera apostolica Porta fidei, con la quale indice l’anno
della fede, Benedetto XVI rammenta che l’11 ottobre 2012
cadranno due anniversari: i cinquant’anni di apertura del concilio e i venti anni di promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica.
L’accostamento dei due anniversari è un invito implicito a rileggere i
documenti del concilio anche attraverso la sintesi dottrinale offerta dal
Catechismo della Chiesa Cattolica: «Questo documento, autentico frutto del concilio Vaticano II, fu auspicato dal Sinodo straordinario dei Vescovi
del 1985 come strumento al servizio della catechesi» (n. 4).
Dopo il lungo cammino di commento corsivo alla Lumen gentium, condotto sulle pagine di Ecclesia negli anni passati, per l’anno della fede
è mia intenzione di rileggere il Simbolo della fede, che il Catechismo
spiega nella prima delle sue quattro parti, alla luce del Vaticano II.
In questo modo sarà possibile tornare alle radici della fede, su cui poggia la vita cristiana. È questa, infatti, la logica che governa la strutturazione del Catechismo in quattro parti, distinte in due sezioni ciascuna: la prima, che sviluppa la professione della fede, è introdotta da una
breve sezione (“Io credo-noi crediamo”) dedicata al soggetto della fede,
vale a dire la Chiesa, e in essa il singolo credente; la seconda sviluppa i singoli articoli del simbolo della fede.
La seconda parte è dedicata ai sacramenti, con una prima sezione dedicata alla dimensione liturgico sacramentale della Chiesa, la seconda
ai sette sacramenti, distinti in tre categorie: i sacramenti dell’iniziazione cristiana (battesimo, cresima, eucaristia), i sacramenti della guarigione (Penitenza e unzione degli infermi), i sacramenti del servizio della comunione (ordine e matrimonio).
La terza parte tratta della vita in Cristo, specificando anzitutto la vocazione dell’uomo alla comunione con Dio in Cristo per sviluppare in una
seconda sezione i dieci comandamenti.
La quarta parte è dedicata alla preghiera cristiana, chiarendo anzitutto il posto e l’importanza della preghiera nella vita della Chiesa e del
cristiano, e offrendo a chiusura un commento al Padre nostro.
Si può dire che non esiste vita in Cristo che non sia motivata da una
fede matura, la quale non consiste certo nella sola conoscenza della
dottrina, ma che da tale conoscenza non può prescindere.
La professione di fede non è un atto cieco e vuoto, un affidamento di
sé al buio: questo è fideismo, che la Chiesa ha condannato come contrario alla fede cristiana. Non c’è fede che non sia anche capacità di
rendere ragione di ciò che si crede; non c’è testimonianza che non sca-
segue da pag. 7
umiltà di essere amato.
Gesù chiaramente dice (Mt 18, 33-35) che la
relazione fra gli uomini determina la loro relazione con Dio e Paolo, in Col 3, 12-13, esorta
conseguentemente i cristiani di quella comunità:
”….Come il Signore vi ha perdonato, così fate
anche voi”.
Sempre, senza conservare rancore, senza lasciar
instaurare il disprezzo al posto dell’odio, in quanto questo è il dettato dell’amore, nel quale veniamo inclusi attraverso la redenzione.
La nostra forza personale, da sola, purtroppo
non basta; ma se crediamo che Cristo ci ha otte-
turisca dalla consapevolezza di ciò che costituisce il contenuto della
dottrina cristiana. I teologi hanno giustamente distinto la fides qua dalla fides quae: con la prima formula indicano l’atteggiamento con cui l’uomo risponde a Dio, e questo implica tutto l’uomo, coinvolto in un incontro personale che si traduce in relazione. Ma questo incontro implica
necessariamente la conoscenza dell’Altro: quale relazione d’amore sarebbe possibile senza sapere nulla della persona che dico di amare?
Sant’Agostino coniugava strettamente amore e conoscenza, dicendo
che la conoscenza fornisce nuovi motivi all’amore, quale desidera, amando di più, conoscere ancora di più.
Naturalmente, questa conoscenza non è semplice raccolta di informazioni.
E tuttavia, senza informazioni si manca all’incontro. Studiare il simbolo della fede è un po’ come acquisire queste informazioni previe, che
rendono possibile da parte dell’uomo una risposta motivata nella fede
a Dio che si rivela come Padre che lo ama e lo salva. Spesso si ama
ripetere che in passato la Chiesa ha eccessivamente insistito sull’acquisizione
di una conoscenza mnemonica delle verità della fede – quelle che i teologi chiamano fides quae – nella convinzione che bastasse conoscere per credere. Oggi però si rischia l’eccesso opposto, presumendo che
la fede sia un sentimento interiore, nutrito di emozioni e non di contenuti oggettivi.
La fede cristiana professa delle verità che non sono frutto dell’intelligenza umana, ma ci sono date attraverso la Rivelazione custodita e
trasmessa dalla Chiesa. Non che l’incontro con Dio dipenda unicamente
dalla conoscenza, o che la conoscenza garantisca automaticamente
e sicuramente la relazione di amore con Dio. Anzi, spesso accade il
contrario: questo deve suonare di monito soprattutto a chi, come il sottoscritto, svolgendo il suo servizio ecclesiale nel campo della teologia,
deve sempre guardarsi dalla tentazione di ridurre il mistero nei confini della ragione.
Tuttavia, bisogna ribadire che, senza la conoscenza, la relazione manca di motivazioni e quindi rischia di naufragare. Il dramma della Chiesa,
oggi, è quello di un analfabetismo nella fede. Come nella vita civile molti, dopo la scuola, dimenticano anche i rudimenti più elementari di una
cultura che non hanno mai amato e finiscono a malapena di saper firmare un documento, allo stesso modo troppi nella Chiesa non conoscono i fondamenti della propria fede e rischiano di costruirsi un sistema di idee a proprio uso e consumo.
Che poi il Signore possa guardare con misericordia anche maggiore
chi non sa (soprattutto se la mancata conoscenza è dovuta a chi ha
mancato a precise responsabilità), è pacifico; ma non giustifica nessuno a rimanere nell’ignoranza.
L’ambizione dei contributi che via via compariranno su Ecclesia a commento del Simbolo della fede vorrebbe essere quella di presentare brevemente i contenuti della fede cristiana, perché la conoscenza alimenti
la fede e l’amore a Dio e ai fratelli.
nuto dal Padre un grandissimo perdono, dobbiamo da quello attingere la forza per esercitare il nostro perdono, che sicuramente è più
piccolo, onde evitare che il nostro si deformi in
prudenza e diplomazia.
A conclusione, desidero ricorrere ad una citazione al femminile. Si tratta di alcune parole di
Etty Hillesum, giovane ebrea olandese che ha
vissuto la persecuzione ed è morta ad
Auschwitz, e che ci ha lasciato, oltre alle lettere, quella straordinaria testimonianza che è
il suo diario degli anni dal 1941 al 1943.
Siamo in giorni cruciali, il 19 febbraio 1942, e
nel gennaio di quell’anno, nello splendido sce-
*Docente Ordinario alla P.U.G. di Roma
nario di Wannsee, alle porte di Berlino, era stata pianificata in modo definitivo la “soluzione finale”; riferendosi al colloquio con un amico a proposito di ciò che spinge gli uomini a distruggere
altri uomini, scrive:
”Ricordati che sei uomo anche tu…Il marciume che c’è negli altri c’è anche in
noi….e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar
via il nostro marciume. Non credo più che
si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi.”.Parole-macigno, ma quanto vere!
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2012
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graziati perché hanno salvato tutto il patrimonio di cui vennero a conoscenza, e
non solo nel campo della letteratura biblica, ma anche in quello della letteratura profana.
Abbiamo parlato della possibilità di correggere questi errori, tecnicamente
chiamati varianti; la scienza, che permette queste correzioni in vista della produzione di un testo vicino al testo ideale, è la Critica Testuale.
Questa scienza non si occupa solo di
errori o varianti di tipo involontario, compito oggi relativamente facile grazie alle
capacità di calcolo dei computer, ma soprattutto alla correzione delle varianti di tipo
volontario; cioè dovute a interventi
ragionati sul testo per ottenere un determinato risultato. Si capisce bene come
queste siano più pericolose per la purezza del testo; ma di queste parleremo nel
prossimo mese.
Mons. Luigi Vari*
na volta stabilita l’attendibilità
storica dei testi, che abbiamo
a nostra disposizione, è chiaro, che ci si domanda come essi siano
giunti fino a noi, e, se, in questa trasmissione,
non si siano verificati su di esso interventi
tali da renderlo inaffidabile.
La domanda non è peregrina, se solo si
ragiona sul fatto, che i testi biblici sono
il fondamento dell’ebraismo e del cristianesimo,
in tutte le sue espressioni, non si può immaginare che nessuno abbia fatto interventi
per forzare qualche significato o affievolirne
un altro.
La storia dei primi secoli del cristianesimo con il fiorire di eresie di qualunque
tipo, ci avverte, che l’uso del testo biblico e le sue distorsioni sono sempre possibili. L’incertezza, che regna, per molti
secoli, sulla stessa determinazione del numero e del nome dei libri, che compongono la Bibbia, è segno della fatica di conservare la purezza della Parola.
Oltre questo, però ci sono, nella trasmissione
del testo una serie di errori, che devono essere conosciuti, per essere corretti.
Prima di tutto va chiarito, che noi non possediamo nessuno scritto originale della Bibbia,
ma conosciamo tutti i testi attraverso quelli, che
chiamiamo i testimoni del testo. Si tratta soprattutto di papiri e di pergamene, che contengono tutto o parte del testo sacro.
Questi testimoni sono preziosi per la loro antichità e la loro vicinanza al testo originario, termine ideale del lavoro di ricostruzione del testo.
I testimoni più antichi sono i papiri, ma sono
anche più rari e più frammentari, vista la fragilità della materia prima, il papiro.
Subito dopo vengono le pergamene, che formano dei Codici, alcuni preziosissimi per la loro
completezza, o perché riportano, con particolare
accuratezza il testo biblico.
I codici si dividono, a loro volta, in Codici maiuscoli e minuscoli, a secondo che siano scritti
con lettere maiuscole (scrittura più antica) o
minuscola. Aprire uno di questo codici è un’esperienza particolare per noi abituati a organizzare la scrittura attraverso accorgimenti tipografici vari, con l’aiuto della punteggiatura, la
divisione delle parole, la prima reazione è quella della distanza incolmabile.
*Parroco e Biblista
Una lettura più attenta, avendo la padronanza della lingua, permette di dividere le parole, di chiarire i termini; ma nello stesso tempo fa nascere molti dubbi, perché nella lingua
greca, lingua nella quale sono scritti i testimoni
del Nuovo Testamento, ci sono parole, che possono essere divise in maniera diversa; non sempre è facile capire se una lettera sia la fine di
una parola o l’inizio di un’altra.
Non diversamente dovettero reagire quelli, che
ricevevano l’incarico di copiare i testi per renderli disponibili alle chiese vicine; forse peggio di noi si dovettero trovare i monaci, che
nei monasteri, si incaricarono di copiare i codici, di non permettere che si perdessero, benché la loro tecnica di copiatura, attenta più alla
riproduzione delle parole che al senso complessivo, abbia favorito una catena, che ha prodotto molti errori, ma tutti facilmente correggibili, perché dovuti a condizioni ambientali sfavorevoli (si immagini la cattiva illuminazione,
il freddo…); alla conoscenza imperfetta della
lingua; alle condizioni della vista, che, affaticata da ore di copiatura, induceva a errori particolari, quali omettere una parola, saltare una
riga, ecc.
In ogni caso questi uomini devono essere rin-
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Claudio Capretti
S
ono posta in mezzo, al centro di un qualcosa da cui non si può
più scappare e dove l’angoscia ha spento ogni speranza. Forse
è così che deve sentirsi un’animale braccato, quando capisce
che la sua corsa è oramai giunta al termine. In questo momento, capisco anche chi nella vita si sente accerchiato dai suoi nemici e rimane
in attesa del colpo di grazia. Così sono io oggi, chiusa, assediata dentro un cerchio. Da bambina giocavamo spesso al gioco del cerchio, mi
piaceva stare in mezzo e vedere le mie amiche che tenendosi per mano,
facevano un cerchio e iniziavano a ballare intorno a me.
Mi sentivo protetta, ero certa che nessuna cosa dall’esterno di quel cerchio mi potesse raggiungere. Alzavo gli occhi al cielo e sorridevo, ed
ero felice, capivo che per esserlo bastava veramente poco. Poi molte
cose nella mia vita sono cambiate ed oggi mi trovo dentro un cerchio
che non protegge, ma che avanza sempre più minacciosamente verso di me. Ho come la sensazione di essere sospesa da un filo, al centro di un pozzo oscuro, in attesa di una parola, di un ordine che recida il filo e mi lasci cadere nel vuoto.
Dovrei urlare, chiedere pietà a qualcuno, giustificarmi in qualche modo,
ma chi mi ascolterebbe?. Chi potrebbe muoversi a pietà per una come
me? Improvvisamente le ginocchia si piegano, più per una resa di cuore che per altro, sono a terra segno di una disfatta finale.
Le lacrime miste a sudore cadono per terra, mescolandosi formando
una piccola fanghiglia. Fisso avidamente questo particolare, come se
fosse l’ultima cosa che mi sia rimasta, l’unica cosa che mi porterò dietro come unico salario di una vita sbagliata. China a terra, fisso quel
pezzetto di suolo appena bagnato dal dolore che ho dentro, sembra
che da un momento all’altro quel piccolo lembo di terra si apra dinnanzi
a me per inghiottirmi. Il terrore incalza sempre di più, la paura ha reso
gli onori alla disperazione e mi ha consegnata ad essa, come un trofeo. Qualcuno, non ricordo chi, una volta mi disse che il male adotta
questa tattica: sedurre con dolci parole e una volta raggiunto il suo scopo, ti scaraventa nella disperazione più feroce, dicendoti di continuo:“
Sei rimasta sola, è finita! Non vedi come sei sporca?”.
E’ tutto vero, ed è capitato a me. Improvvisamente il silenzio della folla interrompe i miei pensieri; tra lo spazio delle ciocche dei miei capelli, intravvedo un anziano che dopo aver alzato le sue braccia per attirare l’attenzione di tutti e intimare il silenzio, punta il suo dito verso di
me, e rivolgendosi ad un uomo seduto, gli dice: “Maestro, questa
donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di
lapidare donne come questa.
Tu che ne dici?” Ho un sussulto
di rabbia; strana questa legge
Mosaica che punisce la donna,
ma non l’uomo che adultera con
essa. Intravvedo appena la figura di quest’uomo che hanno chiamato Maestro; perché stanno delegando a Lui la mia sorte? Perché
mi hanno condotta a Lui? Che hanno a che fare i miei accusatori,
con quest’uomo?
Chi mai sei tu, e perché ti chiamano Maestro? Chiunque tu sia,
ho come la sensazione che
entrambi siamo dentro questo cerchio, entrambi accerchiati da un
qualcosa che vorrebbe distruggerci, eppure Tu sembri incurante di ciò
che sta accadendo. Fisso il Tuo dito che non punta verso di me, non
mi accusa, ma scrive sulla terra. Cosa lo ignoro, credo che tutti lo ignorino. Cosa risponderai Maestro, a questa domanda?
Se dirai di no allora andrai contro la legge, e forse lapideranno anche
Te; se dirai di si, allora ne verrai squalificato. In un modo o nell’altro
entrambi non faremo una bella fine. Ho la sensazione che il mio cuore si fermi come se venisse compresso da più parti, ora sei Tu al centro dell’attenzione, Tu sei il mio tribunale, ma forse anche il tribunale
di Te stesso. Cosa dirai? La richiesta di una Tua risposta da parte dei
miei accusatori si fa sempre più incalzante, poi il Tuo dito si ferma e
la Tua voce risuona nell’aria: “Chi di voi è senza peccato, scagli per
primo la pietra contro di lei” .
Li guardi, li fissi uno ad uno e torni di nuovo a scrivere per terra, segni
che forse rimarranno misteriosi, fino alla fine dei tempi. Vorrei che sul
quel fazzoletto di terra Tu stessi scrivendo tutti i miei peccati, perché
avrei la speranza che il vento del perdono, soffiando, li cancelli, se li
porti via per sempre, ed io avrei ancora una speranza. In un attimo,
mi appare evidente tutta la stoltezza umana, la nostra, quando passiamo
parte della nostra vita nel ricercare le colpe degli altri, per inciderle nelle pietre e scagliargliele contro con rabbia. Ci inganniamo nel ricercare la nostra colpa e detestarla, ma poi altro non siamo che giudici spietati di tutti, e mai di noi stessi.
Tu Maestro buono, non sei così, Tu li incidi su qualcosa che poi verrà
cancellato. Non lo so perché, eppure sento la salvezza avvicinarsi a
me e capisco che una non risposta, o una risposta diversa da quella
che indicano gli uomini, è la risposta vera. Risposte sbagliate che nascono da domande sbagliate che si annullano dinnanzi ad una risposta vera,
la Tua. Sei entrato con me dentro questo cerchio, e la Tua Parola lo
ha disgregato. Il cuore ritorna a pulsare di nuovo, salvata da quest’uomo,
dalla Parola di questo Maestro. Guardo un poco i miei accusatori, stanno allontanandosi da me. Gli ultimi, ad allontanarsi sono i più giovani.
Che tutto questo sia servito anche a loro? Chi lo sa…
Mi abbandono ad un pianto liberatorio, tutto il peso che gravava sulla
mia anima, tutto il male che ho commesso che mi stava condannando, si è come riversato, dissolto su quest’Uomo. Lo hanno coinvolto,
messo alla prova, affinché si pronunciasse con
una parola di condanna, come voler dire:
“Vedi neanche Tu puoi fare qualcosa
per questa adultera”.
continua a pag.11
Giugno
2012
V
don Antonio Galati
olendo accostare il sacramento dell’eucaristia
dal punto di vista celebrativo, forse un
metodo è quello di guardarla focalizzando
l’attenzione sulla preghiera eucaristica e, da lì,
provare a dare un senso all’intera celebrazione
eucaristica che esprima quanto detto nella riflessione sulla Scrittura.
La riflessione sulla preghiera eucaristica
Se ci si sofferma sulla struttura delle preghiere
eucaristiche, almeno quelle più comuni come la
seconda e la terza, si possono notare degli elementi ricorrenti che illuminano il sacramento dell’eucaristia in maniera particolare.
Prendendo come riferimento la preghiera eucaristica seconda, si può notare che consta di nove parti:
il prefazio, in cui si ringrazia il Padre per
il dono del Figlio, soffermandosi su uno
o più aspetti del mistero della redenzione in base al tempo liturgico o alla
necessità;
il Sanctus attraverso cui la Chiesa pellegrina sulla terra si unisce alla lode che
la Chiesa celeste canta incessantemente
al Padre;
il post-sanctus in cui si riprende, dopo
il canto della santità di Dio, il dialogo
con Lui;
l’epiclesi sul pane e sul vino con cui si
invoca lo Spirito Santo affinché i doni
offerti diventino il corpo e sangue di Cristo;
il racconto dell’ultima cena con le parole del Signore sul pane e sul vino che,
in forza dell’autorità di quelle parole e
con l’intervento dello Spirito, diventano il corpo e sangue del Signore;
l’anamnesi offertoriale, con cui si fa memoria del sacrificio, con l’acclamazione del
“mistero della fede”, e si offrono al Padre
il pane e il vino appena consacrati;
l’epiclesi sui presenti, con cui si invoca lo Spirito sul popolo celebrante affinché la partecipazione alla comunione
diventi comunione tra loro nella Chiesa;
11
le intercessioni, che
possono configurarsi
come una
specificazione dell’epiclesi sul popolo, nel senso che quello Spirito invocato per creare comunione intervenga in situazioni specifiche (per il papa e il vescovo locale, il mondo intero, i presenti e i defunti)
configurando quella comunione ecclesiale come
risposta a delle esigenze;
la dossologia con cui si canta la gloria della Trinità
e che si conclude con l’Amen acclamato dal popolo presente che sottoscrive quanto detto dal sacerdote che in quel momento presiede alla celebrazione.
Se ci si concentra sulle sezioni centrali, cioè sulle due epiclesi insieme con il racconto istituzionale e l’anamnesi offertoriale, si può subito affermare che lo Spirito non viene invocato sul pane
e sul vino affinché la consacrazione avvenga per
se stessa, ma perché quell’epiclesi e quella con-
segue da pag. 10
Ed invece Tu mi hai salvata. Molti uomini mi hanno strappato il cuore,
lo hanno calpestato, Tu, oggi, me lo hai rubato.
Molti lo hanno ferito, Tu, oggi, lo hai guarito. Inutili amori avvelenati lo
hanno macchiato, Tu in un solo istante, lo hai purificato, reso di nuovo vergine. Molti mi hanno portato così in alto, affinché cadendo mi facessi più male, Tu Maestro buono oggi mi raccogli dalla polvere, fasci le
mie ferite e mi rialzi. Una voce in me finora sconosciuta grida con forza: “Svegliati mio cuore, svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora”. Siamo rimasti soli, io, misera non più prigioniera di un cerchio,
dinnanzi alla Misericordia.
“Donna dove sono? Nessuno ti ha condannata?”
sacrazione aprono alla successiva epiclesi, quella sui presenti che comunicando al corpo e sangue di Cristo vengono trasformati nel corpo ecclesiale. Detto in altro modo, l’eucaristia è un sacramento che ci viene donato non perché chi ci si
accosta resti staticamente nell’adorazione, ma
perché la sua consumazione e il cibarsi di esso
spinga dinamicamente alla formazione dell’unico corpo ecclesiale. Ciò, ovviamente, non toglie
nulla al valore in sé del sacramento dell’eucaristia, nel senso che se dopo la consacrazione quel
corpo e quel sangue di Cristo non vengono mangiati e bevuti, restano pur sempre realmente corpo e sangue di Cristo, che va adorato. Però considerando la consacrazione in vista della consumazione si rende, penso, maggior onore al Cristo
che è lì presente, proprio perché Egli è stato sulla terra “un essere per gli altri” disposto al sacrificio per il bene altrui. E visto che chi è presente, sotto le specie del pane e del vino, è lo stesso che camminava per le strade della Palestina
e che si è sacrificato per noi, è più giusto accostarsi alla sua mensa per ricevere da
Lui questa vita donata.
La Messa come preparazione alla missione
Tenendo presente quanto appena detto circa l’obiettivo della consacrazione
per la formazione del corpo ecclesiale, si può vedere l’intera celebrazione
eucaristica come il momento in cui la
comunità cristiana va incontro a Cristo
che la chiama e, dopo aver fatto esperienza della sua presenza e essersi cibata della sua vita, viene rimandata nel
mondo per testimoniare la resurrezione e, attraverso l’attività giornaliera, santificare il mondo stesso in forza di quel
cibo e di quello Spirito ricevuti con la
consumazione dell’eucaristia. In altre
parole, la Messa divine il momento in
cui la Chiesa si raduna intorno al suo
centro, Gesù Cristo, viene rafforzata dall’ascolto della sua parola e dalla partecipazione al suo corpo e sangue, e
viene rinviata nel mondo ad annunciare
il Vangelo nello stesso modo con cui
Cristo l’ha fatto, cioè con il dono gratuito di se stessi, che i membri della comunità possono fare perché attraverso l’eucaristia sono stati destinatari del dono
gratuito della stessa vita di Cristo.
Lo so, Tu sei Dio, solo Lui può perdonare i peccati, solo Lui non condanna. Il senso di essere dinnanzi ad un oceano di misericordia avvolge il mio cuore nella dolcezza, sale il desiderio di immergersi di abbandonarsi in Esso. Non puoi non essere che il Messia, vorrei dirtelo, ma
ho la forza di risponderti appena: “Nessuno, Signore” .
Nessuno mi ha condannata, mio Signore, non sono più una cosa sola
con il peccato. D’ora in poi, chi potrà mai separarmi dal Tuo amore?.
Poi la Tua Voce risuona ancora nell’aria, ed è la brezza del perdono
che soffiando su di me mi restituisce la vita:
“Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare mai più”.
Nell’immagine: Gesù e l’adultera, di Polidoro da Lanciano
Giugno
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12
C
mons. Franco Risi
on l’aiuto dello Spirito Santo, che guida la Chiesa nella vita della santità, ci possiamo mettere nelle condizioni idonee a vivere con fede la Giornata mondiale di preghiera per la santificazione del clero, che verrà celebrata il 15 giugno 2012.
Questa giornata di preghiera di tutta la Chiesa
è rivolta in modo particolare ai sacerdoti che
hanno accolto l’invito a raggiungere la vetta della santità per la salvezza dell’intera umanità.
Essa si fonda sulla Sacra Scrittura:
«Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione» (1Ts 4, 3). Per facilitare l’esito di questa giornata, riguardante la santificazione del
clero, possiamo tutti rivolgere la nostra attenzione alla preghiera sacerdotale di Gesù, riportata dall’evangelista San Giovanni al capitolo
17: in essa si parla di Gesù che, prima di essere arrestato, innalza al Padre la preghiera sacerdotale, con quattro sguardi che Egli rivolge per
la santificazione dell’intera umanità, in modo speciale per quanti scelgono di seguirlo più da vicino. Il primo sguardo è la preghiera tra Gesù
e il Padre: al Padre che venuta l’ora «Padre,
è venuta l’ora: glorifica il tuo figlio, perché il Figlio
glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui
che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai
dato. E ora Padre, glorificami davanti a te con
quella gloria che io avevo presso di te prima
che il mondo fosse» (Gv 17, 1-5).
Il secondo sguardo è la preghiera di intercessione di Gesù per i suoi Apostoli: «Ho manifestato il tuo Nome agli uomini che mi hai dato
dal mondo […] Padre Santo, custodiscili nel tuo
nome, quelli che mi hai dato, perché siano una
sola cosa come noi […] Non ti prego che tu li
tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno […] consacrali nella verità. La tua Parola
è verità. Come tu hai mandato me nel mondo,
anch’io ho mandato loro nel mondo; per loro
io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17, 6-11-15-19).
Gesù vuole che i suoi Apostoli siano consacrati
nella verità, vivano in comunione piena con Dio,
senza defezioni, e testimonino l’unità tra loro,
manifestando quell’unità che caratterizza il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo.
Il terzo sguardo è la preghiera che Gesù rivolge per gli altri discepoli e quindi per tutta l’umanità: «Non prego solo per questi, ma anche
per quelli che crederanno in me mediante la
loro parola, perché siano una cosa sola; come
tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi
in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 20-21). Da qui si comprende che
il cerchio si allarga ben al di là del ristretto gruppo dei Dodici. Cristo scorge la moltitudine dei
suoi discepoli allora, oggi e sempre. Infine il quarto sguardo ci parla di Gesù che ritorna con la
sua preghiera al Padre, chiedendogli: «quelli
che mi hai dato siano anch’essi con me dove
sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato, perché mi hai amato prima della creazione del mondo»(Gv 17, 24).
Da tutta questa preghiera si comprende che Gesù
si trova all’inizio di tutta la storia della Chiesa
e spinge lo sguardo lontano fino all’ultimo giorno. Tutti i credenti, in modo particolare i sacerdoti, che sono in cammino verso la santità non
possono confidare solamente nelle forze umane, ma unicamente ed esclusivamente nella protezione divina, impetrata dalla preghiera di Cristo
al Padre, sorgente d’amore per l’umanità.
La parola santificatrice di Dio è la causa prima della santificazione sacerdotale e di tutti i
battezzati aperti al mondo: per questo la santità di Cristo è l’origine e il modello per tutti gli
sacerdoti che sono orientati a portare la salvezza che Egli ha compiuto con la sua morte
in croce e con la sua risurrezione. Perciò tutta la preghiera sacerdotale di Gesù indica il cammino che tutti i sacerdoti devono percorrere se
vogliono arrivare alla vetta della santità.
Da tutto quanto esposto, il sacerdote è chiamato in primo luogo a curare il suo rapporto con
Dio Padre per poterlo comunicare agli altri che
incontra nella sua missione: celebrazione della Santa Messa e degli altri Sacramenti, meditazione della Parola di Dio, recita della liturgia
delle Ore, adorazione di Gesù Eucarestia, recita del santo rosario, direzione spirituale e confessione e altre iniziative personali idonee per
incontrare Gesù. Tutto questo serve per far crescere nel suo animo quella fecondità che viene e dipende solo da Dio, infatti ogni sacerdote
deve cercare di conformarsi e fondare tutte le
sue attività pastorali al volere di Dio per un amore costante verso la Chiesa che serve.
Da tutto questo scaturisce una crescita costante nella vita personale, sacerdotale e pastorale che gli permetta di relazionarsi con gli altri
in modo autentico e far sì che tutti crescano nella santità donata da Dio all’umanità. Concludo
rivolgendo una preghiera a Dio Padre per la santificazione di tutti i sacerdoti con una preghiera di Santa Faustina Kowalska:
O mio Gesù, ti prego per tutta la Chiesa,
concedile l’amore e la luce del tuo Spirito,
dà vigore alle parole dei sacerdoti,
in modo che i cuori induriti
si inteneriscano e ritornino a te, Signore.
O Signore, dacci santi sacerdoti;
tu stesso conservali nella santità.
O divino e sommo sacerdote,
la potenza della tua misericordia
li accompagni ovunque e li difenda
dalle insidie e dai lacci del diavolo,
che egli tende continuamente
alle anime dei sacerdoti.
La potenza della tua misericordia,
o Signore, spezzi e annienti
tutto ciò che può oscurare
la santità dei sacerdoti,
poiché tu puoi tutto.
Gesù mio amatissimo,
ti prego per il trionfo della Chiesa,
perché benedica il Santo Padre e
tutto il clero;
per ottenere la grazia della conversione
dei peccatori induriti nel peccato;
per una speciale benedizione e luce,
te ne prego, Gesù, per i sacerdoti,
presso i quali mi confesserò durante
la mia vita.
Giugno
2012
13
Katiuscia Cipri*
Q
uesto mese abbiamo deciso di pubblicare la testimonianza di un ragazzo italiano, Pietro Bolognini, che ha vissuto in Perù, nella regione dell’Angash, a Chacas,
con la famiglia, per gran parte dei suoi 17 anni.
Una testimonianza semplice e bella della lettura
dell’amore al prossimo fatta da chi in quella atmosfera di aiuto continuo e gratuito
è cresciuto.
Ecco cosa ha risposto alla
domanda “Cosa significa
vivere in missione in un paese povero e lontano”.
Sono un ragazzo italiano di
diciassette anni, nato Italia:
in missione sono arrivato a
tre anni, e sono qui da
quattordici. La mia vita l’ho
trascorsa in Perù. La povertà non la vedevo molto: i bambini miei coetanei erano
miei amici!
Con loro andavo a scuola,
giocavamo a calcio, andavo
a pranzare nelle loro case,
dove si mangia solo patate
e zuppa. A volta li invitavo a
casa mia, dove il mangiare
era preparato e cucinato meglio.
Vedevo che quando mangiavano a casa mia erano più
contenti del solito e mi dicevano. “Anche domani possiamo
venire?”
La mia risposta era sì, perché dopo il pranzo andavamo a giocare a calcio o con
la bicicletta o in riva al fiume dove l’acqua era
calma o dove si creava una piccola ansa dove
era tutto calmo. I primi anni non mi accorgevo
che i miei amici erano i figli delle persone che
i miei genitori aiutavano, ma pensavo che fossero come me. Dai dodici anni in su ho iniziato, con alcuni rientri in Italia, a capire e a distinguere che le cose che avevo, loro non potevano permettersele per motivi economici.
Sono contento dei miei giocattoli che, a volte,
regalavo ai miei amici. Con il mio ritorno in Italia,
un anno e mezzo fa, ho iniziato a fare cose con-
crete per loro: fare una casa, con dei miei compagni di classe, anche loro peruviani, per i vecchietti che non hanno neanche le forze per camminare, a regalare delle cose a dei bambini che
trovavo per strada.
Nei volti di queste persone ho visto la vera felicità che un uomo può avere; ho visto come si
ringraziano le persone che donano qualcosa di
buono e che gli appartiene.
Da loro ho imparato molto, anche se, come dice
il padre Ugo:
“I poveri hanno gli stessi difetti dei ricchi”.
A volte i poveri continuano a volere le cose comode, veloci e facili da usare. Ho sentito qualche
volta delle persone che sono andate in altri posti
poveri del mondo; quì in Perù, bene o male, ogni
persona possiede un pezzo di terra dove coltiva
qualche cosa, però
anche loro, pur avendo
qualcosa, non sono fortunati come me, perciò
è bene che io faccia qualcosa per loro.
Vivere qui in missione per quattordici anni mi
ha insegnato molto e sicuramente mi ha fatto
molto bene.
Adesso che tornerò in Italia per rimanerci, non
vorrei dimenticarmi della povera gente che ho
conosciuto: voglio continuare a fare qualche cosa
per loro.
La famiglia di Pietro, sette figli, ha vissuto con
impegno e dedizione totale la propria presenza in Perù, curando e seguendo le scuole professionali nelle quali i ragazzi imparano un mestiere che permetta loro una vita dignitosa.
*Direttore Uff. Missionario diocesano
Giugno
2012
14
Chialastri don Cesare*
D
opo essere stata
per tanto tempo ignorata, oggi la famiglia
è spesso al centro di riverenze
verbali nei dibattiti pubblici.
Restano sempre rare le attenzioni politiche reali e concrete. Eppure nel momento in cui
la crisi si fa più acuta, sia a
livello economico e psicologico, è proprio sulla famiglia
che occorre investire.
Parlare di famiglia oggi significa anche chiedersi: quanti
giovani convivono perché
hanno fatto una scelta di libertà e quanti invece rinviano il
matrimonio per ragioni di
povertà economica o per
lavoro che, se c’è, è lontano
da dove si desidera vivere?
Quante famiglie si fermano al primo figlio perché non ne vogliano altri o rinunciano al secondo o terzo perché non ci sono sufficienti risorse? Quante coppie si separano con una decisione libera e consapevole e quante invece perché in certi momenti duri e di sofferenze sono
state impreparate, sole, indifese e senza nessun sostegno o rete di protezione?
Queste domande che nascono dall’esperienza
più o meno diretta che molti di noi hanno circa la vita familiare. Da esse occorre ripartire,
salvando certamente le scelte personali di ciascuno, per riflettere in che modo la società italiana e, in modo particolare, la politica possono sostenere la famiglia nel realizzare la sua
funzione essenziale.
Negli ultimi decenni la famiglia si è modificata
sensibilmente: la struttura familiare si è allungata in senso verticale e si è ridotto l’asse orizzontale.Conosciamo tanti nonni e qualche
bisnonno e sempre meno fratelli e cugini! Gli
ultraottantenni, di cui una buona parte in condizioni di autosufficienza, entro il 2050 potreb-
bero raggiungere il 15% circa su una popolazione di 61, 6 milioni di persone (dati dell’ISTAT).
Dunque una famiglia sempre più piccola e più
anziana, che si realizza in età avanzata e trattiene i figli a casa anche se diventano adulti.
Le diverse situazioni di equilibrio precario rischiano di precipitare di fronte a fatti imprevisti: la
perdita del lavoro, la malattia, un genitore anziano non autosufficiente, il nascere o persistere
di una dipendenza (es. alcool, gioco, ecc), un
figlio problematico.
Nascono sensi di inadeguatezza e di colpa, e
in alcuni casi si può arrivare allo sgretolamento della vita familiare. Le risposte a queste situazione non sono semplici ed immediate. La famiglia è lo specchio della società nella quale vive:
dunque le sue fragilità riflettono quelle della società, e la difficoltà del vivere insieme in famiglia
è legata alla difficoltà del vivere insieme nella
società. L’ operazione più urgente da fare è di
tipo culturale, prima che operativa.
Il primo servizio di carità alla famiglia è quello
di offrire stimoli affinché essa venga ricolloca-
ta dentro una diversa prospettiva culturale. Lo dico puntando l’attenzione su un tratto caratteristico
della nostra società e facendo alcune esemplificazioni per le politiche familiari. Tutti concordano nel
dire che il tratto più caratteristico della nostra società è il primato
dell’individualismo.
Questo primato comporta che individuo sia portatore di diritti maggiori di quelli che porta la famiglia, la quale è pensata come un
insieme di individui e al servizio
della loro realizzazione.
Per cui la famiglia ha valore fintanto quest’ultima è piacevole, nel
momento in cui non lo è più, allora si impone un cambiamento. La
felicità è ricercata da soli e si è
scettici riguardo alla possibilità di
essere felici in due in modo duraturo. La scelta culturale da fare
è quella di partire da una visione centrata sulla persona e sulla rete di relazioni fondamentali che la sostengono: certamente in controtendenza
rispetto al clima dominante.
Questo ci fa rendere conto come invece oggi i
temi del lavoro, del welfare, delle politiche sociali siano organizzati in chiave individuale e puntano in modo determinante sull’uomo adulto (passano in secondo piano i giovani e le donne).
Alcuni esempi:
La flessibilità e la mobilità sono sempre più proposte come una necessità del sistema produttivo, dentro una prevalente dimensione individualistica esse sono certamente sono una buona opportunità per i singoli. Ma se pensiamo
ad una persona reale che vive in una famiglia,
allora ci rendiamo conto che essa ha bisogno
di un minimo di stabilità e non gli giova affatto
l’essere sradicata dalla solidarietà dei legami
del territorio e della rete parentale.
Le scelte sul mercato del lavoro e sul welfare
cambiano notevolmente se si dà la priorità all’individuo o alla famiglia;
continua a pag. 15
Giugno
2012
15
Paola Cascioli*
C
ome molti avranno personalmente constatato sabato 12 e
domenica 13 maggio scorsi a Velletri si è tenuta presso i supermercati una raccolta di generi alimentari organizzata dalle
Parrocchie e dalla Caritas Diocesana, a favore dei bisognosi della nostra
città. L’evento è stato possibile grazie alla collaborazione di oltre sessanta volontari che hanno messo a disposizione diverse ore del proprio tempo per sensibilizzare all’iniziativa
i clienti dei supermercati, raccogliere,
suddividere per genere ed
inscatolare gli alimenti
donati.
Il nostro ringraziamento
va ai responsabili dei supermercati che hanno aderito all’iniziativa (i tre
Carrefour, la
Coop, l’ Angeloni
di viale Regina
Margherita
ed il Conad
Margherita di
via D. Veroni)
permettendo ai nostri
volontari di sostare all’ingresso dei negozi per informare i clienti ed effettuare la raccolta.
Un grazie particolare a quei supermercati
che hanno contribuito con una donazione di generi alimentari; alla Banca
di Credito Cooperativo di Velletri che
segue da pag. 14
Un altro esempio è l’occupazione femminile.
Sembra che il mercato del lavoro e lo stato sociale siano rimasti ancorati ad una immagine di famiglia tradizionale in cui il padre usciva di casa
per trovare il sostentamento della famiglia, mentre la madre si dedicava alla cura della famiglia in casa. Conciliare lavoro e famiglia è lasciato alla fatica delle donne che si fanno carico dei
due fronti(famiglia e lavoro) bruciando oppor-
ha partecipato con un’offerta per sostenere le spese vive dell’operazione (buste, scatoloni, ecc.); a mons. Angelo Mancini che ha stampato locandine e volantini per l’evento; ai sacerdoti che si sono fatti
portavoce dell’iniziativa nelle proprie parrocchie; ai capi-equipe (Elena,
Gina, Maria Pia, Roberta, Roberto) che hanno coordinato il lavoro dei
volontari presso ogni supermercato; a Raffaele, che ha guidato il furgone con infaticabile pazienza e caricato gli scatoloni di viveri per portarli da ogni negozio al magazzino di stoccaggio; a tutti i volontari che
con la loro opera hanno reso possibile questa iniziativa e soprattutto
a tutte le persone di buona volontà che hanno donato con generosità
i generi alimentari e che hanno così contribuito ad una maggior giustizia sociale, condividendo i propri beni con chi è meno fortunato.
Gli alimenti raccolti verranno suddivisi tra le Caritas parrocchiali in quantità proporzionali al numero di assistiti e di abitanti delle parrocchie stesse.Questa raccolta, oltre a procurare cibo per i bisognosi della nostra
città, ha permesso ai volontari delle Caritas parrocchiali di Velletri di
lavorare insieme per uno scopo comune, conoscendosi meglio, condividendo gioie e fatiche, scambiandosi idee sullo svolgimento del servizio. Siamo certi che questa esperienza potrà essere di stimolo per
continuare una fattiva collaborazione tra le parrocchie della nostra città, in favore dei più bisognosi.
Ecco, infine, qualche ulteriore informazione sull’evento:
I volontari che hanno partecipato all’iniziativa sono stati oltre 60
Sono stati messi gratuitamente a disposizione un furgone ed un camion
per il trasporto dei beni ed un magazzino per lo stoccaggio dei colli
Sono state stampate gratuitamente 80 locandine e 2000 volantini
Hanno partecipato tutte le parrocchie della città. Sono stati acquistati cartoni , buste e portabadges per un totale di 460 euro.
Sono stati raccolti 5223 kg. di alimenti di cui: 298 di olio; 212 di alimenti per l’infanzia; 234 di tonno in scatola; 1174 di pelati e passata
di pomodoro; 687 di legumi; 889 di pasta e riso; 128 di zucchero; 550
di latte uht; 1051 di generi vari (marmellata, caffè, succhi di frutta, ecc.)
tunità per una vita familiare ancora più piena
di significato e contemporaneamente privando
la società di ulteriori risorse e potenzialità;
L’ultimo esempio riguarda l’immigrazione.
Il tarlo della sicurezza aumenta gli ostacoli per
il ricongiungimento e la tutela delle famiglie degli
immigrati.
È evidente che la filosofia di fondo della legge
italiana considera gli immigrati, quando va bene,
come individui che hanno risorse produttive e
*Caritas Diocesana
non come persone con legami e vincoli affettivi e familiari, nonostante che la nostra
Costituzione riconosca il diritto alla famiglia.
La chiave per la ripartenza sta dunque nel cambiare la prospettiva con cui le politiche sociali
guardano alla famiglia, mettendo al centro la sua
identità profonda: le persone e le loro relazioi.
Direttore Caritas diocesana*
Giugno
2012
16
L
P. Vincenzo Molinaro
a cronaca di questa prima giornata diocesana dedicata alla pastorale della famiglia si apre con un piacevole clima, limpido e azzurro il cielo. Nascoste le insidie, anche
se previste, della pioggia. Molte comunque le
presenze, probabile che il nome di Accattoli abbia
attratto gli indecisi anche tra coloro che guardano troppo le previsioni meteo.
Un ambiente di accoglienza, diciamo senz’altro un aria di famiglia. I bambini scatenati, sull’erba e nei gonfiabili. Fino alle 11 è incontrarsi, ritrovarsi, comprare i biglietti della lotteria, fare
delle foto. Poi c’è il richiamo che gli adulti accolgono di buon grado e nella chiesa si apre la rela-
zione sul tema dettato dal nostro Vescovo:
Avremo tempo per la famiglia?
Il giornalista Accattoli non fa valere solo il mestiere e la cultura, di certo notevoli. Quello che emerge è soprattutto la percezione che quanto dice
con estrema pacatezza sia avvalorato dalla esperienza. E’ un inno al vissuto. A molti appare un
sogno che dura quasi un’ora e che al termine
suscita tante domande che portano via più di
mezz’ora per le risposte.
Mentre all’interno si ascolta e si riflette, fuori le
cose cambiano. Al momento del pranzo il sole
comincia a coprirsi e da lì a poco il cielo si chiu-
de dentro nuvole compatte che fra poco cominceranno a buttare giù pioggia e a creare disagio.
Da qui la partenza affrettata per la maggior parte degli intervenuti.
Certo, specialmente con i bambini sarebbe stato impossibile rimanere lì e tenerli al coperto.
La messa viene anticipata alle ore 15 e la partecipazione è totale. La chiesa si riempie una
seconda volta e la parola del Vescovo riporta
il sereno.
Al termine, estrazione dei premi della lotteria.
Anche chi non vince torna a casa con pensieri di soddisfazione. Per costruire una famiglia
ci vuole tanto tempo, ma siamo sicuri di non
camminare da soli. La comunità diocesana è ormai
sull’onda giusta.
Avremo tempo per la famiglia
Sobrietà e comunicazione
Molto suggestiva la tesi sostenuta da Luigi Accattoli.
Con la sua solita trasparenza, nella quale la teoria si alimenta della esperienza personale, l’affermazione che a prima vista appare inconciliabile pian piano si pone come un orizzonte possibile e affascinante.
La sobrietà ci salverà dalla incomunicabilità. Questa
potrebbe essere una traduzione forzata ma solo
apparentemente.
In effetti, il grande guadagno dal quale spendere in seguito a favore della comunità, viene dal tempo risparmiato con gli atteggiamenti primari di semplicità e sobrietà.
Non si tratta di mettere sul mercato nuova merce, quanto di trasformare il tempo solitamente impiegato
nella gestione affannosa delle cose
nel gesto della comunicazione.
Questo a sua volta è il gesto di apertura verso l’altro considerato famiglia più grande e quindi terreno dove estendere le proprie radici.
Non per conquistare ma per condividere.
“Rendere sobria la vita per farla comunicativa”
questa l’affermazione di partenza. Un taglio al
cammino di una singola famiglia che si trova a
scoprire nuovi orizzonti come pure a un disegno di pastorale familiare che magari non deve
o non vuole gestire grosse attività, ma incanalare un movimento collettivo di rieducazione illuminata. In alto, come stella polare, c’è la Trinità
di Dio, immagine e ispirazione di qualsiasi nucleo
che assomigli alla famiglia, con la sua intima comunione, con il suo amore che fuoriesce e invade la creazione.
L’origine di ogni relazione è scritta nella Trinità.
E’ da lì che nasce la gratuità, il personalismo,
La persona cerca la comunione, vuole anche
andare oltre la propria famiglia. Con una citazione coraggiosa di Dante, Accattoli disegna la
profondità della relazione: “S’io m’intuassi, come
tu t’immii”.
L’uomo cerca di entrare nel tu di Dio seguendo il cammino di Cristo nella incarnazione. Egli
è entrato così perfettamente nell’umanità, è entrato in me, questo è lo specchio dove guardarsi
per realizzare la comunione coniugale.
Si può trovare tempo per queste cose?
Anche i giovani si lamentano sempre di non avere tempo, sembra che debbano rivoltare il mondo. Eppure si chiede loro solo di studiare. Altro
invece è quello che richiede un matrimonio. Ma
qui si manifesta la elasticità del tempo.
Un tempo vissuto per gli altri si dilata, si raddoppia. Il tempo della preghiera risulta ampio,
accogliente. Non è sottratto alle occupazioni. Il
tempo dato agli altri, specialmente quando è vissuto in coppia, diventa davvero doppio.
Pure la coppia ha bisogno di tempo. Darne ai
figli, agli amici, alla preghiera, ecco il segreto
del tempo ritrovato. Condividere la festa, il lavoro vuol dire raddoppiare il risultato.
Condividere la mensa, trasformare questo
tempo in preghiera comune, in conversazione,
ascolto, riflessione.
Lo stile della mensa spesso è la spia di una relazione educativa riuscita. E’ quindi da curare e
da proporre. Coltivare il clima quotidiano della
mensa. Diventa il luogo simbolo del ritrovarsi ma
anche il luogo dell’apertura agli altri e non solo
nei discorsi.
Cominciare presto a prendersi cura degli altri
è il messaggio facile da dare ai propri figli quando essi ne sentono la bellezza e la semplicità
nella parole dei genitori e ne vedono nella loro
Giugno
2012
vita esempi concreti e non vuote parole.
Anche nelle risposte date agli intervenuti,
Accattoli, si è mantenuto in un campo di positività e di stimolo per le famiglie che non devono sentirsi assediate.
Citando Tertulliano (Apologeticum), ha dimostrato
come nel secondo secolo dopo Cristo c’erano
tanti dei problemi familiari di oggi.
Il primo è che i cristiani sono minoranza. In quel
tempo erano una minoranza attiva e intraprendente, oggi invece siamo una minoranza triste
perché ci sentiamo decadere e diventare sem-
17
pre meno propositivi, ma non è questo il punto. Bisogna invertire la tendenza, vivendo i valori cristiani con intensità e gioia. Con un’altra citazione precisa, il relatore evidenzia che in pieno Rinascimento, Erasmo da Rodderdam
lamenta che l’affetto degli sposi viene a mancare prima che essi abbiano il tempo di conoscersi. Sembra preso da un giornale di gossip.
Invece è importante dare gli anticorpi alle famiglie, mostrare quante sono quelle fedeli, quanto sono felici, quanto sono generose, come sanno ospitare.
PROPOSTE PER
L’ESTATE 2012
DEL CENTRO DI SPIRITUALITÀ
SANTA MARIA DELL’ACERO
26 – 30 agosto 2012
ESERCIZI SPIRITUALI PER ADULTI
“Il mio arco pongo sulle nubi” (Gen 9,13)
30 agosto – 3 settembre 2012
GIORNATE DI PREGHIERA PER I GIOVANI
(18-30 ANNI)
“State sempre lieti nel Signore” (Fil 4,4)
Per informazioni e iscrizioni:
sr. Gianna, sr. Monica, sr. Annalisa
(Suore Apostoline Velletri)
Tel 06-963.33.24 / 06-96.40.823
[email protected]
La famiglia cristiana, si avvia alla conclusione
il nostro relatore affondando nel vangelo, non
si affanna ad accumulare, cerca una vita sobria
e comunicativa, povera ma ricca di relazioni.
Oggi, pur nelle difficoltà del tempo, ci sono tanti aspetti positivi, anche nelle leggi, c’è da fare
per la famiglia, ma ci sono cose valide.
Nella famiglia non c’è più tanta violenza come
nel passato, c’è rispetto, c’è dialogo. E’ il tempo ritrovato di ogni giorno che si misura solo con
l’amore eterno e sempre attuale del nostro Dio,
che si è relazionato con noi nella persona di Gesù.
Giugno
2012
18
L’ufficio catechistico durante l’anno pastorale 2011/2012 ha proposto varie attività alla diocesi, in particolare gli incontri di formazione per i catechisti che si sono svolti nelle diverse parrocchie. Due sono stati i ritiri all’Acero, il 24-25 marzo e il 14-15 aprile, per i ragazzi che si preparano a ricevere il sacramento della
Cresima, il tema della due giorni è stato Voglio un sono, voglio un senso...”Vi ho dato l’esempio”.
L’ultimo appuntamento, la Festa del Pane, indirizzata ai bambini della prima Comunione, si è svolto il 21
aprile. Seguiranno alcuni articoli di presentazione dei vari incontri e alcune esperienze di catechisti e animatori che vi hanno partecipato.
Ufficio catechistico
do tutti insieme in processione ci siamo diretti in chiesa per l’incontro con Gesù.
E’ stato emozionante vivere con i ragazzi di tutta la
diocesi e i loro catechisti un
momento di preghiera intenso davanti a Gesù Eucaristia,
a pochi giorni dalla prima
Comunione.
Durante il viaggio di ritorno
sul pullman abbiamo raccolto
le impressioni sul pomeriggio trascorso insieme e i ragazzi hanno assegnato un bel
10 alla festa con l’aggiunta della lode per la merenda con pane e nutella!
Dai loro volti sorridenti è venuta la conferma del giudizio
L
a Festa del Pane è uno
di quegli eventi che
ricorderemo con gioia,
in cui non c’è stato spazio
per la noia e la tristezza, una
festa che ha reso i ragazzi
protagonisti coinvolgendoli in attività divertenti e formative. Dopo un’iniziale diffidenza, i ragazzi hanno preso presto confidenza con i
“negozi” speciali dove prendere tutto gratuitamente e
tra il gioco, l’arte, lo sport,
il ballo, la solidarietà e l’incontro con Dio, il tempo è
passato velocemente e l’entusiasmo è rimasto vivo
fino alla fine. Sebbene tutte le attività abbiano riscosso successo, particolarmente graditi dai ragazzi sono stati il ballo, lo sport e lo stand della solidarietà.
Significativo è stato l’angolo dell’incontro con Dio, nel quale i ragazzi
hanno sperimentato la bellezza del silenzio che consente di ascoltare
la voce del Signore.
Il momento più bello della festa è stato al termine delle attività, quan-
positivo e sempre da
loro è scaturita la
richiesta di poter rivivere la stessa esperienza
il prossimo anno.
ESPERIENZE DI ANIMATORI CHE
HANNO PARTECIPATO ALLA FESTA DEL PANE
P
ane e vita: è festa; in quste semplici parole è contenuto tutto ciò che hanno sperimentato, sabato 21 aprile a Santa Maria
dell’Acero, i ragazzi della mia piccola comunità che si preparano a ricevere la prima comunione.
Era per loro la prima esperienza di condivisione
con altre realtà parrocchiali della diocesi, ma
soprattutto è stato il modo per capire pienamente cosa significa vedere e ascoltare
Gesù. Durante la festa hanno sperimentato,
attraverso il personaggio del profeta Samuele
che, il silenzio è il modo più semplice per sentire Gesù che ci chiama, ed hanno poi condiviso questo silenzio con tutti gli altri ragazzi durante l’adorazione Eucaristica.
La domenica, durante il catechismo, hanno raccontato con entusiasmo ai compagni, che non
avevano partecipato, quel momento di festa
vissuta tra giochi e preghiera.
Marilena,
Chiesa di San Francesco, Velletri
POSSIAMO VEDERE GESÙ?
CERTO CHE SI!
e l’hanno dimostrato i bambini che
quest’anno faranno la loro prima comunione. Trascorrendo un pomeriggio
all’Acero hanno potuto vedere con i propri
occhi che Gesù è presente anche nella danza, nell’arte e nello sport.
A conclusione della giornata la preghiera
ha reso l’incontro ancora più intenso e ricco di gioia.
Grazie alla festa questi bambini hanno raggiunto una maggiore consapevolezza della presenza di Gesù nella loro vita.
C
Simone e Roberta
Collegiata di Valmontone
Giugno
2012
RITIRO DEI
CRESIMANDI
Il 24-25 marzo e il 14-15 aprile si sono
incontrati all’Acero i cresimandi di alcune
parrocchie della Diocesi.
Voglio un sogno, voglio un senso...
”Vi ho dato l’esempio” è stato il tema dei due
giorni. Lasciamo la parola alle catechiste...
C
osa ti porti dietro dal ritiro della cresima?
Cosa rivivresti? Con queste domande rivolte ai cresimandi, noi catechiste abbiamo
pensato di riassumere e proseguire l’esperienza della 2 giorni tenutasi lo scorso 14-15 Aprile
all’Acero.
Esperienza a cui i ragazzi nonostante le diverse complicazioni che l’età comprende, hanno sorprendentemente vissuto bene, questo a dimostrare
19
che anche il giovane più indisciplinato, se seguito può sostituire la proprio irrequietezza con la
voglia di sapere. Dalle risposte che hanno dato,
viene da chiederci, ma non è che i nostri ragazzi non hanno nessuno che li stia ad ascoltare e
che risponda alle loro domande?
Da qui l’idea di ripetere in parte la fase finale del
ritiro che comprendeva l’incontro con il Vescovo
e a cui i ragazzi potevano porre delle domande;
domande che per ragioni di tempo lì all’Acero non
è stato possibile trattare completamente e che
quindi abbiamo cercato di esaudire tornati a casa.
Anche in questo caso i giovani cresimandi hanno dimostrato una certa attenzione e sensibilità
su determinate tematiche del tipo: cosa c’è dopo
la morte? Perche un giovane muore?
O perché avvengono i miracoli? Oppure ancora, domande sulla vita dei consacrati o dei laici
che adempiono a dei ruoli ben precisi verso il prossimo, curiosità stimolate soprattutto dalle testimonianze
di quattro persone tenutasi lì all’Acero.
Esperienza di un’animatrice
Valentina Ferracci*
S
arà forse per la completa assenza di campo satellitare, o per trovarsi completamente circondati da un paesaggio “diverso” da quello quotidiano, oserei direi quasi “narniesco” : fatto sta che credo
di aver passato poco più
di ventiquattro ore “sospesa”. Dimenticarsi di tutto ciò che lasci prima di
arrivare, è accaduto in
maniera semplice e
spontanea, così come
immergersi nelle esperienze di chi è venuto lì
per raccontarsi....
Per una persona così
poco loquace, forse
troppo come me è stato facile mettersi in un
angolo e entusiasmarmi nell’ascoltare tutti i pensieri dei nostri ragazzi, i loro sogni, le loro domande e i loro sorrisi ... avendo l’opportunità di conoscerli sempre di più; osservarli “da fuori” , prestando attenzione a tutti quei dettagli di cui spesso
neanche ci accorgiamo è stata un’esperienza da “occhioni lucidi”!! Se alcu-
G
li incontri di formazione proposti dall’ufficio
catechistico hanno avuto ad oggetto la
programmazione di un’unità di catechesi.
La scelta è stata adottata partendo dalle esigenze
manifestate dai catechisti negli incontri dell’anno precedente. In particolare, si è ritenuto
importare fornire i criteri per elaborare,attraverso la tecnica laboratoriale, una parte del percorso formativo, ponendo al centro non i contenuti, ma i ragazzi. Il “quotidiano” va tenuto sempre presente dai catechisti perché è il luogo del-
Catechiste Parrocchia S. Maria Intemerata Lariano
ne cose di quella giornata ora le ricordo meno intensamente, un qualcosa che non dimenticherò facilmente è di essere tornata a casa con la
convinzione che tutto ciò di cui si è discusso, parlato, disegnato, visto...credevo fosse stato pensato per i nostri ragazzi... invece penso di averlo vissuto in prima persona, come se fosse stato pensato anche per me; con
qualche anno in più ho avvertito quelle parole, quelle esperienze, e quei
gesti con grande intensità.
Per tutto ciò sono felice di confermare come verità assoluta la
frase sulle esperienze di vari campi all’ Acero, che spesso ho sentito dire prima di partire: “ i ragazzi bisogna convincerli ad andare e tirarli via quando è l’ora di
tornare a casa....” vale per me,
ed è stato entusiasmante vederlo confermato dai miei ragazzi... Per tutto questo se penso
al nostro breve soggiorno, mi
ritrovo a canticchiare:
“Ho imparato a sognare, quando inizi a scoprire che ogni
sogno ti porta più in là oltre
muri e confini ho imparato a
sognare da là...”
*Chiesa Ss Giuseppe e
Vitaliano p. Segni
INCONTRI DI FORMAZIONE PER I CATECHISTI DELLA DIOCESI
PER L’ANNO PASTORALE 2011/2012
PERCHE’ PROGRAMMARE…
Quattro tipi di vocazioni, di realizzazione di sogni
e d’incontro con Dio nella loro vita che a detta
dei ragazzi è stato uno dei momenti più coinvolgenti
pieno di scambi, informazioni, emozioni e conoscenza di altre realtà non presenti nella nostra
parrocchia. Bella soprattutto la condivisione
attraverso espressioni di pensiero e giochi sia tra
i ragazzi che con noi catechisti, ma anche con
queste figure incontrate consacrate e non.
Molti momenti piacevoli insieme, dal gioco al ballo, la proiezione del film la fraternizzazione e le
attività proposte, che hanno fatto si che trasformassero il luogo in un posto in cui i cresimandi
anche a detta loro si sentissero accolti.
Un’unica voce riassume tutto questo con nostro
grande piacere, cioè la voglia e l’espressione sognante nei loro occhi che non vedono l’ora di ripetere l’esperienza.
l’incontro tra Dio e l’uomo e se non si tiene conto della realtà si costruiscono castelli in aria. Gli
incontri, svolti a livello cittadino, sono stati articolati in due momenti. Nel primo si sono presentate
le caratteristiche della programmazione e le modalità di eseguirla nelle varie fasi: partire dall’analisi della situazione dei ragazzi a livello familiare, scolastico e sociale, definire gli obiettivi, il ragazzo non solo conosce,ma matura un atteggiamento,
scegliere i contenuti, adottare le metodologie ritenute più idonee, scegliere i materiali ed i tempi
di attuazione.
Nel secondo incontro i catechisti, insieme, effet-
tuavano una vera programmazione, utilizzando
i materiali messi a disposizione, come riviste e
siti internet, oltre al testo di catechesi. L’esperienza,
anche se limitata nei tempi, è stata significativa
perché ha offerto l’opportunità di un lavoro comune, che non in tutte le comunità parrocchiali avviene, ed ha stimolato una riflessione sula catechesi
,oggi, che non dovrebbe limitarsi ad offrire informazioni sulla fede ma a far crescere nella fede,
facendo maturare il senso della vita secondo il
vangelo, a sviluppare motivazioni profonde per
credere e sperare, a favorire valide ragioni per
impegnarsi e servire gli altri nella Chiesa per il
mondo.
Ufficio catechistico
Giugno
2012
20
Fabricio Cellucci*
I
talo Calvino in perché leggere i classici nel capitolo
in cui parla dell’Odissea, come
viaggio di ritorno di Ulisse , tratta dell’argomento della memoria
affettiva nel precisare che La memoria conta veramente- per gli individui, le collettività e le societàsolo se si tiene insieme l’impronta
del passato e il progetto del futuro, se permette di fare senza dimenticare quel che si voleva fare, di
diventare senza smettere di
essere, di essere sempre senza
smettere di diventare.
In Seminario il discernimento aiuta anche nel compiere un nuovo viaggio verso casa: la scelta
di camminare in seminario nell’approfondimento sulla propria vocazione, progetto unico e irripetibile dell’Amore del Signore, permette una
novità di vita, ci dice la nuove vocazioni per una nuova europa al numero 37, ma è anche segno (il discernimento che si compie) del recupero della propria identità, anzi viene aggiunto che, si compie quasi un
ritorno a casa alle radici dell’IO. Troviamo simboleggiato questo nel brano dei discepoli di Emmaus in cui possiamo leggere […] e fecero ritorno a Gerusalemme.
Camminare nella propria storia e farla illuminare dal Signore, per scoprire il filo rosso che da sempre siamo legati a Lui che è , la via verità
e la vita. Visitare tutta la nostra storia, nulla è escluso dallo sguardo di
Dio, che come amico e compagno di viaggio, quindi come il poeta Virgilio
con Dante per usare un immagine che conosciamo, ci accompagna.
In un cammino vocazionale dove scoprire e rispondere da credenti alla
vocazione al sacerdozio ministeriale significa avere la perseveranza di
camminare per trovare la pietra su cui è scritto il proprio nome (cfr Ap
2, 17-18) oppure tornare alle sorgenti dell’io.
Compiere un cammino per scoprirsi e comprendere sempre meglio
che prima di tutto siamo Mistero,
nell’accezione paolina del termine.
Io non un altro sono chiamato,
il Signore chiama me e non un
altro, davanti a Lui non possiamo delegare ognuno è responsabile per se della chiamata particolare che il Signore lo invita
a mettersi in gioco per arrivare
alla salvezza, in quel modo tutto speciale che fin dal principio
è pensato per quella determinata
storia.
Nel cammino di seminario questo si declina nell’acquisire competenze teologiche, spirituali,
pastorali, ma ci ricordava non molto tempo fa il nostro rettore anche
nel fare un cammino di chiarezza che si muovono nel nostro cuore, alla
luce di un obbiettivo di raggiungere quella pace capace di stabilità nel
camminare sulla strada della mia vita, sai nel tempo sereno sia quando sembra approssimarsi un terremoto, che possa destabilizzare la nostra
abitazione. Allora è necessario verificare lo stato della mia casa: magari so di non avere la casa migliore, ma conoscendone i limiti e le potenzialità, so come prendermi cura di essa in occasioni problematiche o
pericolose. Tutto per scoprirci e poter vivere in pace: capaci di fare i
conti con quello che siamo, fare i conti con noi stessi, raggiungere la
consapevolezza sufficiente delle nostre risorse e delle nostre fatiche
che ci permette di verificarci e poter guardare il cammino che facciamo e vedere se stiamo andando nella giusta direzione o magari il Signore
ci sta chiedendo altro.
Tutto alla lice dell’obbiettivo essere e crescere in Gesù, per vivere l’esperienza della vera pace:
Egli infatti, è la nostra pace (Ef 2, 14).
O Dio, fonte dei ogni comunione,
nessuno ha nulla da dare ai fratelli
se prima non comunica con Te;
donaci il tuo Spirito,
vincolo di perfetta unità,
perché ci trasformi nell’umanità
nuova libera e unità nell’Amore.
*Seminarista diocesano
Nell’immagine del titolo:
“La scomparsa” di Arcabas,
dal ciclo pittorico di Torre de’ Roveri,
dedicato ai Pellegrini di Emmaus
(1993-1994)
Giugno
2012
21
Sr. Apostoline Velletri
In questo numero ci apriamo alla missione!
Sr. Fernanda Tettamanzi,
delle Missionarie di Maria
– Saveriane – ci aiuta a comprendere il cuore della vocazione missionaria, a partire dalla domanda di una
ragazza che chiede di
essere aiutata nel discernimento.
«Partire per la missione
mi attira…
sarà vocazione o
slancio di solidarietà?»
(Giulia)
artire per la missione: perché partire? per
che cosa? come? quale missione? Sono
domande che nascono quando il desiderio
è bello e vero.
Conta molto la decisione di ascoltare con attenzione, di uscire da te stessa. Ascoltare il Signore
che ti parla attraverso la Scrittura, gli avvenimenti, le persone. È importante tenere aperta
la domanda, disporsi a lasciarsela modificare
e a verificare la direzione del viaggio.
Lo slancio di solidarietà è espressione di un cuore sensibile, disponibile a recare aiuto a chi soffre. Se, nel coltivare tale atteggiamento, ti mantieni in ascolto, con umiltà e desiderio di autenticità, ti accade una sorpresa sconvolgente. Scopri
che è Dio che ti viene incontro, si dona a te, ti
mostra il suo volto in Gesù di Nazaret. Lui ti attende nel povero. Ti accorgi allora che il tuo voler
fare qualcosa per gli altri va misurato sul Suo
essere dono per te, per ciascuno.
P
Che cosa è la missione…
Scopri così che missione è, prima di tutto, entrare in un dono gratuito che ci precede e ci sostiene. La missione nasce dall’incontro intimo, personale, trasformante con il Signore Gesù. Prima
che un nostro operare, è un contemplare l’opera amorosa di Dio, ciò che lui ha fatto e fa
per te, per l’umanità. Maria ce lo insegna, nel
canto del Magnificat.
Missione è essere segno del Suo amore.
Solidarietà efficace è “servire l’uomo rivelandogli
l’amore di Dio che si è manifestato in Gesù Cristo”
(Redemptoris missio n. 2). Senza la carità di
Dio l’andare ad aiutare resta in balìa delle emozioni del momento e facilmente si riduce a uno
sterile avvitarsi sulla ricerca solo della propria
realizzazione.
Che cosa porta la missione…
Se vai portando la solidarietà del Signore, ti accorgi che, mentre ti chini sulle ferite degli altri, vieni tu stessa risanata. Tuoi maestri sono i “piccoli” che sanno di aver bisogno di Dio, mentre
i “grandi” credono di arrangiarsi da soli.
«Voglio anch’io conoscere il tuo Dio», si è sentita dire una mia sorella che, con la sua presenza
di cura amorevole, svelava il volto della misericordia a un uomo sofferente e solo. Che lo sappia o no, questo mondo complesso e affascinante, tribolato e desideroso di vita vera, cerca lo sguardo d’amore di Dio.
L’apertura alla missione, come avventura di fede
e di amore, diventa anche spazio di scoperta
della tua identità, del nome che da sempre Dio
ha scelto per te. È rivelazione che puoi cogliere in un clima di ascolto orante, di confronto e
di disponibilità generosa.
Se hai incontrato Gesù e ti lasci guardare da
Lui, senti che Lui riempie di senso e di gioia la
tua vita. Cogli la portata liberante del suo Vangelo,
pienezza di umanità, dono destinato a tutti.
Certe parole del Vangelo, sembrano poi scritte in grassetto per te: Gesù «ne costituì Dodici
– che chiamò apostoli – perché stessero con
lui e per mandarli…» (Mc 3,14-15); «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…» (Mt 28,19).
“Andare” come consacrato o come
sposato? Ascolta, prega.
La prospettiva del matrimonio ti appare bella e
possibile. Il Vangelo, colto come la perla preziosa, il bene più urgente e necessario per tutti, ti muove a una dedizione totale alla sua causa. Ti può accadere che lo sguardo d’amore del
Signore ti rapisca il cuore. Risuonano intensi
dentro di te gli appelli avvertiti nell’ascolto orante di quelle parole della Scrittura, nell’incontro
con quei testimoni della missione.
Non puoi stare tranquillo sapendo che molti atten-
dono di conoscere a immagine di Chi sono
fatti, vedendo
quei volti sfigurati. Tanti sono
i vuoti di annuncio e di compassione.
La convinzione
sentita di essere amato e scelto dal Signore ti
spinge a una
consegna totale a Lui.
È forte l’impulso interiore ad
appartenergli in
modo esclusivo,
a scegliere la sua modalità d’amare, diventando spazio di fraternità per chiunque.
Perché si affretti la riunione dell’unica famiglia
dei figli e delle figlie di Dio. Scatta allora la decisione che scioglie l’incertezza, nell’affidamento totale a Colui che ti chiama.
Cosa comporta la missione…
Certo, occorre l’umiltà di confrontarsi con persone sagge per una realistica conoscenza di
te stesso, delle tue motivazioni, capacità e limiti. La consacrazione per la missione, implicando un partire anche fisico, esige la disponibilità a lasciare la propria terra, a distaccarsi dalla propria famiglia d’origine e cultura.
Comporta la sfida dell’incontro con l’altro: altre
persone, altra cultura, altro ambiente. Richiede
la capacità di andare incontro all’altro nell’ascolto,
nel rispetto, nella stima, con un sereno e chiaro senso della propria identità. Mentre offri ciò
che sei, vieni arricchito dal dono che l’altro è
per te, con la sua fede e visione di vita.
Dopo un’opportuna ponderazione decidi allora di mettere in gioco la tua vita, per farne un
dono d’amore, appoggiato al Signore che ti tiene per mano.
La scelta, qualunque essa sia, sarà da alimentare
e rinnovare ogni giorno. Potrai sempre contare sulla Sua fedeltà e sulla Sua forza.
www.saveriane.it
(da SE VUOI 3/2010)
Giugno
2012
22
Claudio e Teresa Barone
i è stato chiesto di scrivere della mia
vocazione al diaconato permanente.
È la prima volta che lo faccio e ricorro alla forma umile della testimonianza. Trovo
difficoltoso scrivere di cose che sento molto personali. Forse è bene che mi presenti
o meglio, che ci presentiamo: siamo Claudio
Barone e Teresa.
Siamo approdati in questa Diocesi nell’agosto del 1990 insieme ai nostri figli Cristian
e Ilenia; certo allora, almeno io, ero, come
si suol dire, abbastanza lontano dalla
Chiesa.
Ero uno dei tanti cristiani battezzati, che hanno frequentato la parrocchia da ragazzi ma
ormai non più frequentanti né tantomeno vogliosi di avere contatti con certe realtà presbiterali! Il mio lavoro mi portava spesso a stare fuori casa.
Nel 1997, dopo vari inviti da parte di amici
a mandare la figlia a catechismo per la cresima, l’accompagnai a casa di questi amici
che la portavano al catechismo insieme alle
M
loro figlie e dopo si ripassava a casa loro per
riprenderla. Poi iniziai ad accompagnarla io
stesso presso la parrocchia di San Giovanni
Battista in Velletri.
È iniziato così il mio cammino verso Cristo
o, come dice un canto, forse era Cristo che
si stava facendo vicino (o ero io che fino ad
allora mi ero rifiutato di ascoltarlo?).
In seguito ho accompagnato sempre io stesso mia figlia e piano piano, ed in modo quasi inconsapevole, mi sono trovato sulla strada del ritorno a Cristo.
Questo ritorno a Cristo si è rivelato come una
brace che cova sotto la cenere, ma tanta, tanta cenere, e proprio come la brace, una volta venuta all’aria, inizia ad ardere e si trasforma in un fuoco che si autoalimenta e che
diventa impossibile arginare se non a rischio
di ustionarsi sempre di più, così mi sono sentito sempre più coinvolto al punto che non
potevo più fare a meno di passare, anche solo
per qualche minuto, in chiesa davanti al
Santissimo.
È stato così che mi sono trovato a conoscere
l’esistenza del Rinnovamento nello Spirito Santo
e del suo modo di
essere parte della
Chiesa. Ho iniziato a leggere la
Bibbia quasi come
un qualsiasi libro,
ma ho dovuto fare
i conti con la mia
inadeguatezza alla
comprensione dei
testi senza qualcuno
che me li spiegasse, quindi chiesi a don Dario
come fare e lui semplicemente mi invitò a frequentare dei
corsi
presso
l’I.S.S.R. di Velletri
almeno per tentare di meglio comprendere quel che
leggevo.
Ormai la messa
domenicale e festiva era diventata un
bisogno primario e
Teresa, mia moglie,
iniziò anch’essa a
venire con me.
Una domenica fui
invitato a leggere dall’ambone, sebbene sorpreso, dissi di sì. Ormai cominciavo a sentirmi parte integrante di quella parrocchia e
della comunità che la formava.
Il 1° gennaio del 2000 (e chi se lo scorda!)
fui invitato a far servizio all’altare; cosa strana, non ricordo la data della prima volta che
fui indicato quale ministro straordinario per
l’eucarestia durante una celebrazione di una
festività che ora non ricordo, ma quel che ricordo, e molto chiaramente, è la sudarella fredda che mi prese ed il gran timore accompagnato
da un tremore intimo, al pensiero che dovevo distribuire Cristo sotto la forma del Pane
Eucaristico ad una parte dei fedeli presenti! (questo timore mi accompagna ancora oggi
e non so se passerà mai).
Con mio dispiacere fu decretata la chiusura dell’I.S.S.R., quindi mi sono trovato senza scuola. Con Teresa iniziammo a far parte della Caritas parrocchiale a cui partecipo
ancora oggi, sebbene si possa dire più “al
bisogno” mentre Teresa lo fa in modo continuativo.
Ultimamente Teresa ed io abbiamo seguito
insieme il corso per ministri straordinari per
l’Eucaristia.
Nel 2008 mi fu proposto di intraprendere il
cammino per il diaconato permanente che ho
accettato con gioia, gioia condivisa ampiamente da Teresa. Nel frattempo iniziai a frequentare dei corsi presso il Pontificio
Collegio Leoniano di Anagni nell’attesa che
si stabilisse il cammino di formazione per i
continua a pag. 23
Giugno
2012
23
Sara Lanna
I
l cammino di risposta alla personale vocazione all’amore è la realtà più autentica, affascinante, misteriosa e alta della nostra vita. E’ anche l’unica che può dare
un senso profondo e un compimento vero a
ciò che siamo e desideriamo vivere.
Perché dall’Amore siamo stati creati e a questo siamo chiamati.
Il 28 aprile 2012, vigilia della Giornata Mondiale
di preghiera per le Vocazioni, la nostra chiesa diocesana si è riunita ad Artena, nella chiesa del Rosario, per pregare per le vocazioni. “Rispondere all’Amore si può” è il tema
proposto quest’anno dal Centro Nazionale per
le Vocazioni.
La veglia, preparata dal Centro Diocesano
Vocazioni, è stata articolata in tre momenti:
la memoria dell’amore, o amore come eros,
in cui abbiamo meditato come Dio abbia messo nel cuore dell’uomo il desiderio di trovare compimento al proprio desiderio in un altro
essere che gli sia complementare; l’amore
con philia, amicizia, grazie alla quale gli uomini si riconoscono come fratelli e si sentono
partecipi di un’unica vocazione che è amore; l’amore come agape, ovvero l’amore che
si dona senza chiedere nulla in cambio.
Mentre il primo e il secondo momento sono
stati simboleggiati dalle fedi nuziali il primo,
l’olio profumato il secondo, portati all’altare;
il terzo momento è culminato nella contemplazione dell’Amore: è stata svelata l’immagine del volto di Cristo, il Cristo del crocifisso
di S. Damiano.
I testi, le preghiere, i canti, le testimonianze e i simboli scelti hanno contribuito la rappresentativa comunità diocesana a pregare
insieme per il dono di vocazioni nella chiesa e per essere capaci di rispondere pienamente alla vocazione all’amore.
Anche questa Veglia diocesana ha dimostrato
come la preghiera insieme, la testimonianza e il supporto reciproco, cercare e trovare luoghi e opportunità di ascolto dell’Amore
segue da pag. 22
diaconi nella diocesi.
Dal 2007 sono ormai in pensione così mi son
potuto dedicare a realizzare un desiderio che
avevo nel cuore dal 2000, l’anno della GMG
che si tenne a Roma, cioè partire per ripercorrere a piedi gli antichi sentieri di un Cammino
medievale che porta alla tomba dell’Apostolo
San Giacomo il Maggiore.
A fine agosto 2009, avendo già percorso
il Cammino francese, partii per il pellegrinaggio
a Santiago di Compostela percorrendo la Via
de La Plata partendo da Siviglia e calcando le antiche vie Pecuarie e molti tratti di Calzada
Romana e percorrendo il Sanabres.
Durante il cammino si hanno molte possibilità
di stare soli e poter pensare e pregare, oltre
ad incontrare persone di tutto il mondo e che,
dopo nemmeno cinque minuti sembra di conoscere da sempre, pur non sapendo neanche
il nome o la professione!
Al mio ritorno, metà ottobre, trovai la gradita sorpresa che finalmente era stato pianificato un percorso per gli aspiranti al diaconato! Ora continuo a frequentare dei corsi al Pontificio Collegio Leoniano di Anagni
e altri corsi presso il centro di formazione
teologica in Velletri.
Devo dire che non è facile, specie per chi
come me ha la memoria che ogni tanto, spesso, comincia a far cilecca, ma come scritto
ai piedi del quadro della Divina Misericordia
dico: “Signore, io confido in te!”
E nel frattempo continuo a servirlo come meglio
posso e quando diventa pesante, mi affido
al salmo 23: “il Signore è il mio pastore non
manco di nulla!”
che chiama sono fondamentali se si desidera
vivere e camminare per dare compimento al
progetto d’amore che Dio ha per ciascuno
di noi.
Giugno
2012
24
ueste parole del Santo Padre Benedetto XVI nell’omelia della Veglia Pasquale del 2008, ci permettono di entrare nel tema
proposto che è l’Offertorio della Santa Messa, qui tratteremo soltanto brevemente alcuni aspetti.
Dopo la processione offertoriale vi è da parte del sacerdote il gesto
dell’elevazione dei doni e delle orazioni che lo accompagnano: «Benedetto
sei tu, Signore, Dio dell’universo. Dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo.
Lo presentiamo a te perché diventi per noi cibo di vita eterna».
Il contenuto delle preghiere è collegato con le orazioni che gli ebrei
recitavano a tavola. Orazioni che, nella forma di benedizioni, hanno per punto di riferimento la Pasqua di Israele e sono pensate, declamate e vissute pensando ad essa.
Questo suppone che esse sono state scelte in quanto anticipazione silenziosa del mistero pasquale di Gesù Cristo.
Per questo, la preparazione e la realtà definitiva del sacrificio di Cristo
si compenetrano in queste parole. Nello stesso tempo, «portiamo
all’altare anche la sofferenza e il dolore del mondo, coscienti che
tutto è prezioso agli occhi di Dio».
In realtà, «il celebrante, in quanto ministro del sacrificio, è l’autentico sacerdote, che porta a compimento - in virtù del potere specifico della sacra ordinazione - il vero atto sacrificale che conduce di
nuovo tutti gli esseri a Dio.
Invece coloro che partecipano all’Eucaristia, senza sacrificare come
lui, offrono assieme a lui, in virtù del loro sacerdozio comune, i propri sacrifici spirituali, rappresentati dal pane e dal vino, dal momento della loro preparazione sull’altare».
Il pane e il vino diventano, in un certo senso, simbolo di tutto ciò
che l’assemblea eucaristica in quanto tale porta in offerta a Dio
e che essa offre in spirito.
Questa è la forza ed il significato spirituale della presentazione dei
doni. In questa linea si comprende l’incensazione dei doni collocati sull’altare, della croce e dell’altare stesso, che significa l’oblazione della Chiesa e la sua preghiera, che salgono come incenso verso la presenza di Dio.
«Si comprende ora meglio perché la Liturgia Eucaristica, con il suo
valore di presentazione e di offerta della creazione e di se stessi a Dio iniziasse, nella Chiesa antica, con l’acclamazione: Conversi
ad Dominum - dobbiamo sempre allontanarci dai cattivi sentieri sui quali tanto spesso ci incamminiamo con i nostri pensieri
e le nostre opere.
Dobbiamo invece sempre dirigerci verso di Lui. Dobbiamo essere
sempre convertiti, con la nostra vita intera diretta verso Dio».
Questo cammino di conversione, deve essere più intenso ed immediato nel momento previo alla Preghiera Eucaristica, giacché il gesto
di presentazione dei doni e l’atteggiamento con cui si realizza, stimolano il desiderio di conversione e di oblazione di sé.
E’ il nostro più vivo desiderio che possiamo partecipare tutti più coscientemente e fruttuosamente ad ogni Santa Messa!
Q
Suore del Monastero
“Madonna delle Grazie” di Velletri
«Nella Chiesa antica esisteva la consuetudine
che il vescovo o il sacerdote dopo
l’omelia esortasse i fedeli esclamando:
“Conversi ad Dominum“ volgetevi ora verso il Signore.
Ciò significava anzitutto che essi si voltassero
verso l’oriente, nella direzione da cui sorge il sole
in quanto segno di Cristo che ritorna,
all’incontro con il quale noi andiamo nella
celebrazione eucaristica.
Dove per qualche ragione questo non era possibile,
essi volgevano lo sguardo all’immagine di Cristo
nell’abside oppure alla croce, per orientarsi
verso il Signore.
Perché, in definitiva, si trattava di questo
fatto interiore: della conversio, del dirigere
la nostra anima verso Gesù Cristo e,
in questo modo, verso il Dio vivente,
verso la luce vera». 1
1
Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche della Santa Sede,
Il Sacerdote nell’offertorio della S. Messa.
Giugno
2012
25
mons. Franco Fagiolo*
D
opo la presentazione della parte musicale della
nuova versione del Rito
delle Esequie, ci fermiamo un
momentino su cosa e come
cantare ai funerali.
Naturalmente, come dovrebbe sempre accadere, bisogna prima di
tutto considerare bene le circostanze, le persone che vi partecipano, il tipo di assemblea che
si raduna. Il carattere della musica dovrebbe ispirare un senso di
serenità e di pacificazione, evitando tutto quello che può sembrare lacrimevole, funebre.
E ricordiamoci che anche in queste particolari circostanze, di
fondamentale importanza è la partecipazione al canto da parte di
tutta l’assemblea. Ciò non toglie
che, avendo a disposizione il Coro,
in qualche momento l’assemblea
possa partecipare anche soltanto
con l’ascolto.
Prima di tutto, come in tutte le celebrazioni, la prima preoccupazione è quella di
eseguire in canto i dialoghi tra il celebrante e
l’assemblea, le acclamazioni (canto al Vangelo,
Santo, anamnesi, dossologia), l’Agnello di Dio
alla frazione del pane (e invece, purtroppo, tante volte si fa spazio a un canto per lo scambio
del segno della pace, tralasciando l’Agnello di
Dio che è un canto rituale!!!!!).
E, come al solito, sono da preferire quelle melodie abituali, per favorire al massimo la partecipazione dell’assemblea.
Grande importanza, e non soltanto alla messa
esequiale, deve essere data al canto del Salmo
responsoriale. Da qualche anno, raccomandato da più parti, si sta insistendo molto per riportare in auge questo canto rituale. Contributi di
riflessione e proposte musicali di diverso tipo
sono ormai a disposizione degli animatori musicali. Anche la nuova versione del Rito delle Esequie
ne propone diversi, musicati appositamente per
l’occasione.
È difficile e impegnativo cantare il Salmo responsoriale, lo sappiamo tutti. Ma mai si comincia
e mai diventa un fatto normale, consueto. Intanto
cominciamo con il cantare almeno il ritornello:
ce ne sono tanti, per tutti i gusti e per ogni circostanza. Basta cominciare! Il Salmo responsoriale è la risposta dell’assemblea a Dio che
parla nelle scritture.
Infatti è la Parola di Dio che proclama il mistero pasquale, dona la speranza di incontrarci ancora nel regno di Dio, ravviva la pietà verso i defunti ed esorta alla testimonianza di una vita veramente cristiana. E questa Parola esige una risposta: “Per esprimere il dolore e per promuovere con efficacia la fiducia, nei riti per i defunti
la Chiesa ricorre soprattutto alla preghiera dei
Salmi” (Premesse al rito delle Esequie n. 12).
Merita particolare attenzione il Canto di com-
miato, particolarmente raccomandato dal Rito:
è questo un momento importante e difficile!
Probabilmente, il rituale della celebrazione dei
funerali, già da tempo, è stato forse il primo a
proporre un canto rituale proprio: si tratta del
canto del commiato.
È l’ultimo saluto rivolto dalla comunità cristiana a un suo membro, prima che il corpo venga portato alla sepoltura. È vero che c’è sempre, nella morte una separazione, ma i cristiani, membra come sono di Cristo e una sola cosa
in lui, non possono essere separati neppure dalla morte. Deve essere un canto che si presti,
per il testo e la melodia, a essere eseguito da
tutti, in modo che tutti lo sentano come un momento culminante del rito (cfr. Premesse Rito delle Esequie nn. 10-11).
Dopo queste importanti, doverose e significative riflessioni sul canto nella celebrazione esequiale (Ecclesia maggio e giugno 2012), al prossimo numero, concretamente, titoli e autori per
una giusta e dignitosa scelta di canti per la celebrazione dei funerali.
*Responsabile Diocesano del
Canto per la Liturgia
[email protected]
Giugno
2012
26
SACRA CONGREGAZIONE
PER LA DOTTRINA
DELLA FEDE
NORME PER PROCEDERE
NEL DISCERNIMENTO
DI PRESUNTE
APPARIZIONI
E RIVELAZIONI
Prefazione
1. La Congregazione per la Dottrina della Fede
si occupa delle materie che hanno attinenza con
la promozione e la tutela della dottrina della fede
e della morale, ed inoltre è competente per l’esame di altri problemi connessi con la disciplina
della fede, come i casi di pseudo-misticismo,
di asserite apparizioni, di visioni e messaggi attribuiti a origine soprannaturale. In ottemperanza a quest’ultimo delicato compito affidato al
Dicastero, ormai oltre trent’anni fa furono preparate Normae de modo procedendi in diudicandis praesumptis apparitionibus ac revelationibus.
Il Documento, deliberato dai Padri della
Sessione Plenaria della Congregazione, fu approvato dal Servo di Dio Papa Paolo VI il 24 febbraio 1978 e conseguentemente emanato dal Dicastero
il giorno 25 febbraio 1978. A quel tempo le Norme
furono inviate alla conoscenza dei Vescovi, senza darne una pubblicazione ufficiale anche in
considerazione del fatto che esse riguardano in
prima persona i Pastori della Chiesa.
2. Come è noto, con il passare del tempo, il
Documento, è stato pubblicato in alcune opere su detta materia, in più di una lingua, ma senza l’autorizzazione previa di questo Dicastero
competente. Oggi bisogna riconoscere che i principali contenuti di questo importante provvedimento normativo sono di pubblico dominio.
Questa Congregazione per la Dottrina della Fede
ha ritenuto pertanto opportuno pubblicare le suddette Norme, provvedendo ad una traduzione
nelle principali lingue.
3. La attualità della problematica di esperienze legate ai fenomeni soprannaturali nella vita
e nella missione della Chiesa è stata rilevata anche
recentemente dalla sollecitudine pastorale dei
Vescovi radunati nella XII Assemblea Ordinaria
del Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio nell’ottobre 2008. Tale preoccupazione è stata raccolta dal Santo Padre Benedetto XVI, inserendola
nell’orizzonte globale dell’economia della salvezza, in un importante passaggio dell’Esortazione
Apostolica Post-sinodale Verbum Domini.
Sembra opportuno ricordare qui tale insegnamento del Pontefice, da accogliere come invito a dare conveniente attenzione a quei fenomeni soprannaturali, cui si rivolge anche la presente pubblicazione:
«La Chiesa esprime la consapevolezza di trovarsi con Gesù Cristo di fronte alla Parola definitiva di Dio; egli è “il Primo e l’Ultimo” (Ap
1,17). Egli ha dato alla creazione e alla storia
il suo senso definitivo; per questo siamo chiamati a vivere il tempo, ad abitare la creazione
di Dio dentro questo ritmo escatologico della
Parola; “l’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr 1 Tm
6,14 e Tt 2,13)” (Dei Verbum, 4).
Infatti, come hanno ricordato i Padri durante
il Sinodo, la “specificità del cristianesimo si manifesta nell’evento Gesù Cristo, culmine della
Rivelazione, compimento delle promesse di Dio
e mediatore dell’incontro tra l’uomo e Dio. Egli
‘che ci ha rivelato Dio’ (Gv 1,18) è la Parola
unica e definitiva consegnata all’umanità” (Propositio
4). San Giovanni della Croce ha espresso questa verità in modo mirabile: “Dal momento in
cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una
sola volta in questa sola Parola e non ha più
nulla da dire ... Infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai profeti, l’ha detto tutto nel
suo Figlio, donandoci questo tutto che è il suo
Figlio. Perciò chi volesse ancora interrogare il
Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non
solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo
unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità” (Salita al Monte Carmelo, II, 22)».
Tenendo presente quanto sopra, il Santo Padre
Benedetto XVI rileva:
«Il Sinodo ha raccomandato di “aiutare i fedeli a distinguere bene la Parola di Dio dalle
rivelazioni private” (Propositio 47), il cui ruolo “non è quello... di ‘completare’ la
Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una deter-
minata epoca storica”
(Catechismo della Chiesa
Cattolica, 67).
Il valore delle rivelazioni private è essenzialmente
diverso dall’unica rivelazione pubblica: questa
esige la nostra fede; in essa
infatti per mezzo di parole umane e della mediazione della comunità
vivente della Chiesa, Dio
stesso parla a noi. Il criterio per la verità di una
rivelazione privata è il suo orientamento a Cristo
stesso. Quando essa ci allontana da Lui, allora essa non viene certamente dallo Spirito Santo,
che ci guida all’interno del Vangelo e non fuori di esso. La rivelazione privata è un aiuto per
questa fede, e si manifesta come credibile proprio perché rimanda all’unica rivelazione pubblica.
Per questo l’approvazione ecclesiastica di una
rivelazione privata indica essenzialmente che
il relativo messaggio non contiene nulla che
contrasti la fede ed i buoni costumi; è lecito renderlo pubblico, ed i fedeli sono autorizzati a dare ad esso in forma prudente la
loro adesione. Una rivelazione privata può
introdurre nuovi accenti, fare emergere nuove forme di pietà o approfondirne di antiche.
Essa può avere un certo carattere profetico (cfr
1 Tess 5,19-21) e può essere un valido aiuto per
comprendere e vivere meglio il Vangelo nell’ora attuale; perciò non lo si deve trascurare.
È un aiuto, che è offerto, ma del quale non è
obbligatorio fare uso. In ogni caso, deve trattarsi di un nutrimento della fede, della speranza e della carità, che sono per tutti la via permanente della salvezza (cfr Congregazione per
la Dottrina della Fede, Il messaggio di Fatima,
26 giugno 2000: Ench. Vat. 19, n. 9741021)»[1].
4. È viva speranza di questa Congregazione che
la pubblicazione ufficiale delle Norme per procedere nel discernimento di presunte apparizioni e rivelazioni potrà aiutare l’impegno dei
Pastori della Chiesa cattolica nell’esigente compito di discernimento delle presunte apparizioni
e rivelazioni, messaggi e locuzioni o, più in generale, fenomeni straordinari o di presunta origine
soprannaturale. Nel contempo si auspica che il
testo possa essere utile anche ai teologi ed agli
esperti in questo ambito dell’esperienza viva della Chiesa, che oggi ha una certa importanza e
necessita di una riflessione sempre più approfondita.
William Card. Levada
Prefetto
Città del Vaticano, 14 dicembre 2011, memoria liturgica di San
Giovanni della Croce.
[1] Esortazione Apostolica Post-sinodale Verbum Domini sulla Parola
di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, 30 settembre 2010,
n. 14: AAS 102 (2010) 695-696 Al riguardo si vedano anche i
passi del Catechismo della Chiesa Cattolica dedicati al tema (cfr
nn. 66-67).
Giugno
2012
Nota preliminare
Origine e carattere
delle Norme
Durante la Sessione Plenaria annuale del novembre 1974, i Padri di questa Sacra Congregazione
hanno esaminato i problemi relativi alle presunte
apparizioni e alle rivelazioni spesso loro connesse, e sono pervenuti alle seguenti conclusioni:
1. Oggi, più che in passato, la notizia di queste apparizioni si diffonde rapidamente tra i fedeli grazie ai mezzi di informazione (mass
media). Inoltre, la facilità degli spostamenti favorisce e moltiplica i pellegrinaggi. L’Autorità ecclesiastica è perciò chiamata a pronunciarsi in merito senza ritardi.
2. D’altra parte, la mentalità odierna e le esigenze scientifiche e quelle proprie dell’indagine critica rendono più difficile, se non quasi impossibile, emettere con la debita celerità i giudizi
che concludevano in passato le inchieste in materia (constat de supernaturalitate, non constat de
supernaturalitate) e che offrivano agli Ordinari
la possibilità di autorizzare o proibire il culto pubblico o altre forme di devozione tra i fedeli.
Per queste ragioni, affinché la devozione
suscitata tra i fedeli da fatti di questo genere
possa manifestarsi nel rispetto della piena comunione con la Chiesa e portare frutti, dai quali
la Chiesa stessa possa in seguito discernere
la vera natura dei fatti, i Padri hanno ritenuto
di dover promuovere in materia la seguente procedura.
Quando l’Autorità ecclesiastica venga informata
di qualche presunta apparizione o rivelazione,
sarà suo compito:
a) in primo luogo, giudicare del fatto secondo
criteri positivi e negativi (cfr. infra, n. I);
b) in seguito, se questo esame giunge ad una
conclusione favorevole, permettere alcune
manifestazioni pubbliche di culto o di devozione, proseguendo nel vigilare su di esse con grande prudenza (ciò equivale alla formula: «pro nunc
nihil obstare»);
c) infine, alla luce del tempo trascorso e dell’esperienza, con speciale riguardo alla fecondità dei frutti spirituali generati dalla nuova devozione, esprimere un giudizio de veritate et supernaturalitate, se il caso lo richiede.
I. Criteri per giudicare, almeno con una
certa probabilità, del carattere delle
presunte apparizioni o rivelazioni
A) Criteri positivi:
a) Certezza morale, o almeno grande probabilità dell’esistenza del fatto, acquisita per mezzo di una seria indagine.
b) Circostanze particolari relative all’esistenza
e alla natura del fatto, vale a dire:
1. qualità personali del soggetto o dei
soggetti (in particolare, l’equilibrio psichico, l’o-
27
nestà e la rettitudine della vita morale, la sincerità e la docilità abituale verso l’autorità ecclesiastica, l’attitudine a riprendere un regime normale di vita di fede, ecc.);
2. per quanto riguarda la rivelazione,
dottrina teologica e spirituale vera ed esente da
errore;
3. sana devozione e frutti spirituali abbondanti e costanti (per esempio, spirito di preghiera,
conversioni, testimonianze di carità, ecc.).
B) Criteri negativi:
a) Errore manifesto circa il fatto.
b) Errori dottrinali attribuiti a Dio stesso, o alla
Beata Vergine Maria, o a qualche santo nelle
loro manifestazioni, tenuto conto tuttavia della
possibilità che il soggetto abbia aggiunto – anche
inconsciamente –, ad un’autentica rivelazione
soprannaturale, elementi puramente umani oppure qualche errore d’ordine naturale (cfr
Sant’Ignazio, Esercizi, n. 336).
c) Una ricerca evidente di lucro collegata strettamente al fatto.
d) Atti gravemente immorali compiuti nel
momento o in occasione del fatto dal soggetto o dai suoi seguaci.
e) Malattie psichiche o tendenze psicopatiche
nel soggetto, che con certezza abbiano esercitato una influenza sul presunto fatto soprannaturale, oppure psicosi, isteria collettiva o altri
elementi del genere.
Va notato che questi criteri positivi e negativi
sono indicativi e non tassativi e vanno applicati
in modo cumulativo ovvero con una qualche loro
reciproca convergenza.
II. Intervento dell’Autorità
ecclesiastica competente
1. Se, in occasione del presunto fatto soprannaturale, nascono in modo quasi spontaneo tra
i fedeli un culto o una qualche devozione, l’Autorità
ecclesiastica competente ha il grave dovere di
informarsi con tempestività e di procedere con
cura ad un’indagine.
2. L’Autorità ecclesiastica competente può intervenire in base a una legittima richiesta dei fedeli (in comunione con i Pastori e non spinti da
spirito settario) per autorizzare e promuovere
alcune forme di culto o di devozione se, dopo
l’applicazione dei criteri predetti, niente vi si oppone. Si presterà però attenzione a che i fedeli
non ritengano questo modo di agire come
un’approvazione del carattere soprannaturale del fatto da parte della Chiesa (cfr Nota
preliminare, c).
3. In ragione del suo compito dottrinale e pastorale, l’Autorità competente può intervenire
motu proprio; deve anzi farlo in circostanze gravi, per esempio per correggere o prevenire abusi nell’esercizio del culto e della devozione, per
condannare dottrine erronee, per evitare pericoli di un misticismo falso o sconveniente, ecc.
4. Nei casi dubbi, che non presentano alcun rischio
per il bene della Chiesa, l’Autorità ecclesiasti-
ca competente si asterrà da ogni giudizio e da
ogni azione diretta (perché può anche succedere che, dopo un certo periodo di tempo, il presunto fatto soprannaturale cada nell’oblio); non
deve però cessare di essere vigile per intervenire,
se necessario, con celerità e prudenza.
III. Autorità competenti per intervenire
1. Spetta innanzitutto all’Ordinario del luogo il
compito di vigilare e intervenire.
2. La Conferenza Episcopale regionale o
nazionale può intervenire:
a) se l’Ordinario del luogo, fatta la propria parte, ricorre ad essa per discernere con più sicurezza sul fatto;
b) se il fatto attiene già all’ambito nazionale o
regionale, sempre comunque con il consenso
previo dell’Ordinario del luogo.
3. La Sede Apostolica può intervenire, sia su
domanda dell’Ordinario stesso, sia di un gruppo qualificato di fedeli, sia anche direttamente
in ragione della giurisdizione universale del Sommo
Pontefice (cfr. infra, n. IV).
IV.Intervento della Sacra Congregazione
per la Dottrina della Fede
1. a) L’intervento della Sacra Congregazione può
essere richiesto sia dall’Ordinario, fatta la propria parte, sia da un gruppo qualificato di fedeli. In questo secondo caso, si presterà attenzione a che il ricorso alla Sacra Congregazione
non sia motivato da ragioni sospette (come, per
esempio, la volontà di costringere l’Ordinario a
modificare le proprie legittime decisioni, a ratificare qualche gruppo settario, ecc.).
b) Spetta alla Sacra Congregazione intervenire motu proprio nei casi più gravi, in particolare quando il fatto coinvolge una consistente parte della Chiesa, sempre dopo aver consultato
l’Ordinario, e, se la situazione lo richiede, anche
la Conferenza Episcopale.
2. Spetta alla Sacra Congregazione giudicare
e approvare il modo di procedere dell’Ordinario
o, se lo ritiene possibile e conveniente, procedere ad un nuovo esame del fatto, distinto da
quello realizzato dall’Ordinario e compiuto o dalla Sacra Congregazione stessa, o da una
Commissione speciale.
Le presenti Norme, deliberate nella Sessione Plenaria di
questa Sacra Congregazione, sono state approvate dal
Sommo Pontefice Paolo VI, felicemente regnante, il 24
febbraio 1978.
Roma, dal palazzo della Sacra Congregazione
per la Dottrina della Fede, 25 febbraio 1978.
Franjo Cardinale Šeper
Prefetto
+ Jérôme Hamer, O.P.
Segretario
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2012
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S
Don Daniele Valenzi
econdo l’idea di Bruno di Segni le quattro virtù cardinali sono quelle per le
quali è governato tutto il mondo, e sono
così unite tra di loro che non possono avere
ragione di essere le une senza le altre: “Chi ne
possiede una, le possiede tutte, e a chi ne manca una qualsiasi, non ne possiede nessuna”.
La prudenza che Bruno chiama “sapienza”, la
giustizia, la fortezza e la temperanza vengono
descritte come sempre attraverso quei passi della scrittura che il vescovo di Segni trova illuminanti per cogliere il significato profondo e spirituale di queste quattro virtù.
Così in breve viene detto di che tipo, e come
queste virtù principali della vita cristiana siano
necessarie per ciascuno.
Di seguito riporto le indicazioni che il santo pastore consegna perché possano essere conseguite
tali virtù e il dramma che vive chi le smarrisce
o non le ha mai possedute.
Vediamo ora come conformarsi ad esse, e come
non si stia bene senza che esse ci siano. Ma
a chi sembra che sia impossibile averle tutte,
si adoperi per quanto possibile, persino di averne una sola, poiché se la avesse, le altre, senza dubbio, la seguiranno. Fa, dunque, o principe, chiunque tu sia, in modo da avere la giustizia, e conservarla.
Questa infatti sembra essere più necessaria per
te, e poi per mezzo di questa sola anche saggio, e forte e temperante apparirai.
Ma guarda tu che stai facendo giustizia agli altri,
non dimenticati di te stesso, e tu che eserciti
la giustizia in mezzo al popolo, praticala
anche per te stesso.
Giusto fu Abramo, così come di lui sta scritto:
“Perché Abramo credette a Dio, e gli fu accreditato come giustizia (Rm 4, 3).
” Quale maggiore giustizia di credere e di obbedire al proprio Creatore? E perché ha avuto questa singola virtù, non c’è alcun dubbio che egli
ebbe anche tutte le altre virtù.
Forte fu Giuseppe, che superò la sua passione mettendo alla prova se stesso, in quella fortezza appare sapiente, giusto, e temperante.
Giusti erano i tre ragazzi che, contrariamente
alle leggi del paese che non vollero adorare un
idolo, in questo gesto viene rivelato quanto sapienti, e anche quanto temperanti furono.
Sapiente era Daniele a cui Dio aveva rivelato
i suoi segreti; quanto fu giusto lo provarono i
due anziani; tanto fu forte, che posto nella fossa i leoni non osavano assalirlo. Poiché infatti aveva già abbandonato i vizi, per questo i leoni lo temevano.
Questa era la temperanza con cui ha mangiato,
verdure, ed i suoi lunghi digiuni testimoniare.
Ma vuoi sentire di quelli ai quali, poiché mancava una di queste virtù, hanno perso anche
le altre? Perse Davide la fortezza, dopo aver
visto Bersabea il piacere della carne lo vinse,
allora tutte le altre virtù atterrite fuggirono da
lui. Chi può dubitare che sia stato non sapiente, non giusto, e privo di temperanza, egli che,
sopraffatto dalla lussuria, commise nello
stesso tempo peccati tanto gravi? Ma
felice è colui che,
condotto dalla penitenza, meritò di sentire: “ti è perdonato il
tuo peccato
(2 Sam 12, 13).
” Anche Salomone, persa la sapienza, per la
quale era ricco delle
altre, sacrificò agli
idoli: da questo subito svanirono giustizia,
fortezza e temperanza. Così, dunque,
cercane una per volta: e sappi, che la quattro virtù non possono
stare senza le altre.
Se, invece, vuoi vedere quelle ben unite e stette tra di loro, osserva gli apostoli e martiri, osserva i confessori e i dottori della Chiesa che quelle circondarono e cinsero, tanto che potevano
essere messi a morte, e tuttavia non potevano essere separati da esse e strappati via.
Questo significano (Esodo 25), quei quattro anelli d’oro, che erano nell’arca dell’alleanza attraverso i quali le due aste introdotte non erano
mai separati da loro: ora erano quelle aste coperte di oro purissimo. Infatti, poiché l’arca dell’alleanza
significa la Chiesa santa, è ben noto.
Dunque i quattro anelli sono le quattro virtù sopra
nominate, sono, naturalmente, d’oro, e più splendenti di ogni bellezza, e chi non è stato messo in ordine attraverso di queste non è né famoso, né bello. Comprendo per le due aste Pietro
e Paolo, e tutti gli altri santi, senza i quali la Chiesa
di Dio, né può essere sollevata, né sostenuta
e nemmeno retta. E questi sono d’oro, perché
risplendono per la luce di una vita senza macchia e di saggezza. Mai le aste sono tirate fuori dagli anelli, perché gli uomini santi non possono essere mai separati dalle suddette virtù.
Con questi, quindi, si porta l’arca, poiché attraverso la fede, la dottrina e gli esempi di questi si regge la santa Chiesa, e per mezzo dei
gradi delle virtù dei vescovi e del ministero dei
sacerdoti è innalzata alle cose del cielo.
Bisogna sempre rispettare i vescovi e i sacerdoti, perché senza le aste non si può portare
l’arca di Dio. Portano l’arca di Dio senza le aste
gli eretici, che vanno proclamando le loro nenie
e fuggono l’autorità degli apostoli e si allontanano dalla fede cattolica e dalla dottrina. Siano
sempre memori di quanto è accaduto ai figli di
Eli, Ofni vale a dire, e Finehas, che presero l’arca di Dio, ed essi morirono in battaglia.
Per la vita d i modi erano più riprovevole e temerario. Quindi non è senza ragione che vengono interpretati per Ofni i piedi nudi, per
Finehas, la bocca del muto.
Non è infatti conveniente che riceva il governo della Chiesa di Dio colui che è muto, e che
non ha ancora i piedi calzati con la preparazione del Vangelo della pace.
Questi tali, dunque, catturano la Chiesa di Dio
e la consegnano in schiavitù agli spiriti malvagi;
ma anche questi moriranno in battaglia, loro che
avrebbero dovuto liberare gli altri dalla morte.
I quattro colori con i quali erano ricamati la tenda e i teli del tabernacolo, che erano posti ovunque insieme e mai separatamente, questi quattro significano le virtù.
Giacinto vale a dire, porpora e scarlatto tinto
due volte, bisso ritorto di queste cose abbiamo sufficientemente parlato nel commento all’Esodo.
Ma ora solo ci occupiamo di parlare di una questione. Mentre per quelli era ornato e decorato il tabernacolo, invece per questi la Chiesa,
perché senza saggezza, senza giustizia, senza fortezza e temperanza, nessuna anima può
essere ornata e decorata. Questi sono quegli
gli ornamenti di cui si dice: “La regina era alla
tua destra in veste dorata, circondata intorno
da varietà di colori (Sal 44, 10).”
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2012
L
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Francesco Canali
a città di Segni nella metà dell’Ottocento
contava circa 4.300 abitanti, con un’economia basata sulla piccola burocrazia locale, notai, magistrati, salariati, sulla curia vescovile, le grandi proprietà ecclesiastiche e, in gran
parte, sull’agricoltura. Il suo territorio, che si estendeva per oltre 60 Kmq., era costituito da una parte montagnosa ed una pianeggiante, fino a toccare i confini di Montefortino, Valmontone,
Paliano e il fiume Sacco dove per secoli l’allevamento
del bestiame è stato una risorsa importante e molto fiorente. Da un censimento del 1837 si rileva
il seguente numero di animali da pascolo presenti
nel territorio: mucche 664, cavalli 460, muli 180,
asini 171, maiali 2410, capre 2293 e pecore 1464.
Da questi dati si rileva l’importanza economica dell’allevamento e in particolare delle vacche da lavoro (appeccatrici) , dei cavalli e dei neri ovvero i
maiali allevati allo stato semi-brado; un numero
inferiore veniva allevato nei stabolari a ridosso delle mura cittadine, le capre e le pecore infine avevano i loro pascoli naturali sulle montagne, e per
la sopravvivenza di costoro era fondamentale e
vitale la disponibilità di acqua.
Nell’agro segnino erano infatti numerosi i fontanili e le sorgenti di acqua private e pubbliche, sparse su tutto il territorio, per la cui manutenzione
l’amministrazione comunale stanziava forti somme di denaro. Uno dei più importanti era quello
fatto costruire agli inizi dell’800 “a proprie spese per comodo dei bestiami” dal sacerdote segnino Don Pasquale Milani “restringendo l’acqua derivante da una fonte” che scaturiva in un appezzamento di sua proprietà in località casarcioni, facente parte del quarto d’erba d’inverno più conosciuto
come il “quarto d‘erba mentuccia”.
Il fontanile, situato nei pressi del Santuario di Rossilli
a ridosso della Via Latina, allora importantissima
via di comunicazione tra il nord e il sud dell’Italia,
rivestiva una grande importanza non solo per il
beveraggio degli animali, ma anche come punto
di ristoro e sosta per i numerosi viandanti e pellegrini che transitavano lungo l’antica via consolare. Il sacerdote segnino, appartenente ad una
delle primarie famiglie della città e cantore (basso) insieme agli altri “compaesani” Don Bernardo
Valenzi (basso), Nicola Gizzi (soprano), Leandro
Piazza (basso) nella prestigiosissima Cappella Sistina,
anche per questo motivo nel corso degli anni, aveva sempre consentito agli allevatori di servirsi del
“prezioso comodo” fino a quando “annoiato in seguito ai numerosi guasti e per i molti dispetti e millantazioni dei pastori”, con apposita istanza inoltrata alle autorità competenti, aveva stabilito “un
precetto di non più far beverare le mandrie di bestiame senza un suo preventivo permesso”.
Ma, alcuni pastori ed allevatori, disobbedendo alla
normativa, avevano condotto il loro bestiame nel
fontanile senza il preventivo permesso del sacerdote. Ne era scaturita una denuncia e la condanna
di due allevatori.
In verità, in quel tempo erano frequenti le liti tra
i proprietari di abbeveratoi e gli allevatori di bestiame come frequenti erano ad esempio le liti per
stabilire a chi spettasse l’utilizzo delle acque, se
al proprietario del fondo in cui scaturiva l’acqua
o al proprietario del terreno da cui scaturiva il prezioso liquido, dispute interminabili che spesso finivano sui banchi dei tribunali, poiché tanta era l’importanza dell’acqua in un’economia agricola
come quella nell’Ottocento.
Della vicenda si interessarono le due massime autorità della città, il Gonfaloniere e il Governatore.
Chiamato in causa come amministratore e direttamente interessato, come vedremo, il 22 settembre
1825 il Gonfaloniere di Segni Domenico Colabucci,
indirizzava una lettera alla Delegazione Apostolica
di Frosinone riguardo proprio alla controversia scaturita tra il sacerdote Don Pasquale Milani ed i possidenti di bestiame, circa l’utilizzo delle acque del
fontanile di casarcioni e la denuncia che ne era
seguita: “Per ragion dell’officio e pubblico interesse,
mi conviene render noto all’ Ecc.za Vostra
Reverendissima che un tal Sig. Don Pasquale Milani
di questa città in un suo terreno chiamato casarcioni fabbricato da circa venti anni a questa parte ove ha sempre permesso che si abbeverassero gli animali, nella corrente stagione estiva a
causa della scarsità dell’acqua, il ridetto Don Milani
con sua istanza promossa davanti a questo
Governatore, ha preteso che niuno potesse far
abbeverare le proprie bestie in detto suo terreno
situato in vicinanza delle pubbliche vie comunali senza previo il di lui permesso.
Questa novità potrebbe pregiudicare sia i proprietari
dei bestiami che i forestieri che continuamente passano essendo il detto abbeveratoio nei pressi della strada pubblica. Il suddetto Don
Milani ha poi promosso causa giudiziale contro Luigi Manni e Andrea
Fratipiparo per avere costoro aver
fatto abbeverare le loro bestie cavalline e bovine in detto fontanile; ho
voluto tutto ciò dedurre, concludeva la missiva, a notizia di Vostra
Eccellenza Reverendissima acciò voglia
degnarsi di abbassare gli ordini e perché revochi l’istanza del Milani tendente a pretendere che sia riportato il di lui permesso prima di abbeverare e che sia cassato l’esposto
contro i suddetti allevatori…”.
Dell’intera vicenda se ne era occu-
pato anche il Governatore della città, Vincenzo
Tomassi, il quale, contesta al Gonfaloniere di “aver
reclamato per ragione del suo officio” contro una
disposizione del Tribunale rilasciata in favore del
sacerdote Don Pasquale Milani di “non far beverare nel fontanile di sua proprietà senza un suo
preventivo permesso”. Riguardo poi le denunce
pendenti a carico del cavallaro Luigi Manni e del
bovaro Andrea Fratipiparo, il Governatore tiene
a precisare: “Se il fontanile fu costruito dal Sig.
Pasquale Milani con il suo denaro, se questo esiste nel proprio fondo ove scaturisce la fonte, non
vedo ragione per cui il Sig. Gonfaloniere o altri
possidenti di bestiame possano pretendere di esercitare un diritto sopra una proprietà privata” auspicando anzi che la denuncia “possa avere il suo
pieno vigore” rimarcando infine il fatto, di non poco
conto, che il bestiame accudito dal Manni fosse
di proprietà del Colabucci. Non conosciamo il proseguo della vertenza anche se, a memoria d’uomo, anche dopo la morte del sacerdote e cantore, avvenuta il 18 ottobre dello stesso anno, il fontanile ha continuato a dissetare animali e uomini fino a quando questi ultimi, dimentichi del prezioso servigio reso per oltre due secoli alla comunità, nella più totale indifferenza si sono resi complici dell’abbandono e dell’oblio dell’abbeveratoio.
Forse il sacerdote segnino aveva ragione! Alla vista
di ciò che resta dell’antica fonte, probabilmente
avrebbe consentito ai soli fedeli e amici animali
di potersi rinfrescare e rifocillarsi !?
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2012
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Il 23 settembre 1944, dopo 187 giorni, la sacra Immagine faceva
il ritorno a Velletri, dopo essere stata portata, al mattino, nell’ udienza che il Santo Padre Pio XII aveva concesso ad una delegazione diocesana.
Tonino Parmeggiani
C
ome abbiamo visto
nel numero precedente, il quadro della Madonna delle Grazie era
stato trasportato su ordine del
Cardinal Enrico Gasparri,
per motivi di sicurezza, lunedì 20 marzo 1944, nella
Chiesa del Gesù a Roma dove,
nella prima domenica di maggio, venne celebrata la
Festa in Suo onore (in contemporanea anche nella
Cattedrale di S. Clemente a
Velletri), alla presenza del clero, delle autorità cittadine e
di tutti i veliterni rifugiatisi a
Roma, per i quali la sacra
Immagine era diventata un sicuro riferimento di speranza.
Pochi giorni dopo, il 2 giugno,
le truppe degli alleati occuparono il territorio a sud di Roma
per cui, in città, si avviò da
subito l’opera di sgombero delle macerie, cominciarono ad
arrivare i primi aiuti materiali, i cittadini pian piano presero a ritornare, il Commissario
Prefettizio Clelio Bianchi iniziava il suo lavoro amministrativo
per la ricostruzione.
Era cosa ovvia che il pensiero
andasse anche alla Madonna
delle Grazie “sfollata a Roma”
per cui alcune persone formarono un comitato che
cominciò a riunirsi a casa
dell’Ing. Felice Remiddi e fissò, per sabato 23 settembre,
dopo 187 giorni, l’atteso ritorno a Velletri della sua Patrona,
preparando altresì un manifesto:
«23 Settembre 1944, torna fra il suo popolo fedele la Sacra e Venerabile
Immagine della MADONNA DELLE GRAZIE.
Torna, dopo aver seguito una parte dei suoi figli profughi in Roma, nella nostra città martoriata per ridarci il conforto delle sue benedizioni
e delle sue Grazie: per aiutarci, con la Divina Provvidenza e protezione, nella difficile opera di ricostruzione che ci attende: torna per ravvivare in noi la fede, lo spirito di sacrificio, la carità, che possono renderci puri, accetti e benedetti dal Figlio Divino.
Cittadini, prepariamoci a
festeggiare l’avvenimento
solenne. Prepariamo innanzi tutto le anime nostre, perché cominci una nuova vita
spirituale e cristiana che
sarà la preparazione e la
base della nostra nuova guida civile.
Prepariamoci anche materialmente perché la Celeste
nostra protettrice Maria SS.
delle Grazie trovi già la nostra
città riordinata, pronta a
riprendere la sua vita
quando tornerà tra noi…».
Per l’occasione Papa Pio
XII concesse, nella mattinata dello stesso giorno,
una speciale udienza ad
una rappresentanza della
Diocesi, recante con se
il quadro della Madonna.
Sia nella cattedrale veliterna
che nella Chiesa del Gesù,
nei giorni 20, 21 e 22 marzo si svolse un Triduo; sabato 23 alle ore 10, dopo la
celebrazione di una S.
Messa, dal Gesù partì il corteo verso il Vaticano e qui
riprendiamo dall’articolo
de “L’OSSERVATORE
ROMANO” di domenica 24:
«Questa mattina sabato,
alle ore 10,30, nella Sala
del Concistoro, il Santo
Padre ha ricevuto un folto gruppo di sacerdoti e di
fedeli della Diocesi
Suburbicaria di Velletri, con
la rappresentanza ufficiale della Città e di tutti i
Comuni della Diocesi, i quali con devotissimo pensiero
filiale, prima di riaccompagnare il vetusto quadro
della Vergine SS.ma delle Grazie nella loro
continua a pag. 31
Giugno
2012
segue da pag.30
Cattedrale, hanno voluto portarlo nella Casa del Supremo Pastore, nella speciale Udienza, sollecitata allo scopo di “esprimere a Sua Santità
la unanime vivissima gratitudine per la generosità usata verso Velletri
in dure circostanze e per implorare l’Apostolica Benedizione sulla Diocesi
intera”. La veneratissima Icone è stata collocata a lato del trono.
Sono intervenuti: Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Salvatore Rotolo,
Vescovo tit. di Nazianzo, Ausiliare dell’Em.mo Signor Cardinale Vescovo
di Velletri; una rappresentanza del Capitolo della Cattedrale e il Parroco
Monsignor Moresi; Monsignor Ginnetti; una larga delegazione dei Parroci
della Diocesi; vari religiosi, tra cui le rappresentanze dei Frati Minori
e dei Cappuccini; il Rev.mo P. Bitetti
S.J., il quale ha predicato in Velletri il
triduo di preparazione al desideratissimo ritorno della cara Immagine; varie
religiose; e numerosi fedeli. Presenti
inoltre il Sindaco di Velletri (l’allora
Commissario prefettizio Cav. Clelio Bianchi
n.d.a.) con la Giunta Comunale al completo; tutti i Sindaci della Diocesi, tra
cui quelli di Littoria, Norma, Cisterna,
Cori, Giulianello, Roccamassima e di
altri centri importanti; e varie altre personalità.
L’Augusto Pontefice, accolto da una
vibrante manifestazione di omaggio al
Suo ingresso nella Sala, si è dapprima soffermato in preghiera dinnanzi
alla venerata Icone, fervidamente
raccomandando, con lo slancio del Suo
cuore, alla Madre celeste tutti i diletti figli della Diocesi veliterna: quindi si è assiso in trono ed ha rivolto
ai convenuti alcune fervide parole di compiacimento e di augurio».
La descrizione dell’ingresso nei Palazzi Vaticani la prendiamo dal volume di Renato Guidi:
«L’Immagine della Madonna, accompagnata da mons. Celestino Amati,
entra dal portone di bronzo nei Sacri Palazzi Apostolici e viene posta
nella Sala del Concistoro. Vediamo il quadro antichissimo con una lieve venatura, una piccola scalfitura prodotta dagli eventi bellici: nessuno è stato risparmiato, anche la Madonna è rimasta ferita.
Nell’argenteo vestito la Madre dei Veliterni splende, raggiante di tornare tra i suoi figli».
Sua Santità Pio XII rivolse alla comunità diocesana un bel discorso,
volto a rincuorare gli animi della gente, dopo tante sofferenze, di cui
riportiamo alcuni brani:
«Nel rimirarvi oggi presso di Noi, diletti figli, Ci è caro di pensare che
la SS.ma Vergine delle Grazie, Patrona principale della città e della
diocesi di Velletri, vi abbia ispirato ella stessa il desiderio di riunirvi
31
qui intorno a lei, prima di ricondurla nella sua secolare dimora. Voi non
avreste potuto trovare una maniera più delicata di attestarCi la vostra
gratitudine. …
Quando sotto la violenza della bufera micidiale e devastatrice, voi doveste abbandonare la terra nativa, la vostra sollecitudine filiale volle mettere al sicuro l’immagine della Madre amatissima. E dove avrebbe ella
potuto avere un asilo più dolce al suo cuore, che nella casa la quale
porta il nome del suo Figlio divino, nella venerabile Chiesa del Gesù?
Là era a voi di conforto l’andare a salutarla, a confidarle le vostre angosce e le vostre pene, a manifestarle le vostre speranze, a domandarle
consiglio, a sottometterle i vostri buoni propositi. L’esilio è sempre doloroso … ma come la pena è alleviata,
quando si ha con sé la madre e si può,
nonostante tutto, adunarsi intorno a lei!
Ed ecco che l’ora del ritorno della venerata effigie è sonata. Ritorno ansiosamente atteso, ma la cui gioia è offuscata
dal pensiero di tante rovine della
vostra vetusta città. …
Ma non soltanto le case di pietra e di
cemento debbono essere rialzate,
bensì anche tutto l’edificio spirituale, morale e sociale. Promuovere questa ricostruzione è la nobile missione propria
di voi, pastori di anime, e di voi, cui è
affidata l’amministrazione dei comuni».
Seguono due esortazioni, sul piano materiale e spirituale: «Nell’opera di riedificazione materiale Noi non possiamo che
lodare e incoraggiare il proposito di coloro, i quali, pur desiderosi di far rivivere le linee e le forme simboliche ed estetiche di un passato rimasto
caro, intendono di applicare alle nuove costruzioni e riparazioni i perfezionati metodi della tecnica moderna»; di certo allora Sua Santità
non avrebbe immaginato che la “tecnica moderna”, in mano alla insorgente speculazione, avrebbe colto solo l’occasione per costruire enormi cubature che, rispetto al manufatto edilizio originale, ne conservavano
solo il nome!
Continua il Papa: «Nell’opera di rinnovamento spirituale, morale e sociale, a più forte ragione importa che, riannodando la catena troppo spesso interrotta delle sante tradizioni religiose e familiari, si prepari con
un lodevole senso di progresso un avvenire migliore e più sano, una
famiglia più fermamente fedele alla legge di Dio, una società più fraterna, più onesta, più giusta, in una parola più veramente e profondamente cristiana». L’udienza si concluse con la “Nostra paterna Apostolica
Benedizione, pegno ed auspicio di conforto, di prosperità e di pace”
dopodiché Mons. Rotolo presentò al Santo Padre alcune delle personalità
presenti.
Verso le ore 13 il lungo corteo di macchine, partì alla volta di Velletri,
dove giunse due ore dopo, con molti veliterni che avevano voluta accoglierla al confine del territorio comunale verso Genzano; l’arrivo nell’attuale piazza Garibaldi fu un immancabile tripudio di gioia e di festa:
crediamo che per ognuno degli astanti e per l’intera città, questo ritorno del quadro della Madonna delle Grazie era da interpretarsi come
l’inizio di una nuova era, quella della ricostruzione. Processionalmente,
attraversando la città tra le distruzioni e le macerie, l’Immagine fece
il suo ritorno in Cattedrale nel cui piazzale Padre Bitetti S.J. tenne una
omelia, la mattina di Domenica 24 settembre, il Vescovo Sua Eminenza
il Cardinale Enrico Gasparri celebrò una Solenne Messa pontificale
con Benedizione papale. La Madonna era ritornata nella sua
Cattedrale, nella sua Velletri, nella sua Diocesi.
(fine)
Nella pagina accanto: Una delicata riproduzione su tavola
dell’Icona della Madonna delle Grazie
eseguita dal pittore veliterno Aurelio Mariani (1863 - 1939),
foto di G. Chrysostomidis.
Nella foto: Chiesa del Gesù a Roma
Giugno
2012
32
Foto del Busto di S. Luigi di Francesco Fioramonti
Stanislao Fioramonti
I
l culto per Luigi Gonzaga iniziò a
Valmontone verso la metà del ‘700, dopo
che papa Benedetto XIII aveva proclamato
santo (30 dicembre 1726) e poi patrono degli
studenti (1729) il giovane erede del marchese
di Castiglione delle Stiviere. Egli aveva rinunciato al marchesato per diventare gesuita ed
era morto a Roma nel 1591, a soli 23 anni, per
tisi risvegliata dalla sua continua opera di soccorso degli appestati (per questo è invocato contro le malattie polmonari e nel 1991 papa Giovanni
Paolo II lo proclamò protettore dei malati di AIDS,
la peste del XX secolo).
San Luigi divenne patrono principale di
Valmontone “a furor di popolo” solo a fine ‘700
o inizi ‘800, quando secondo la tradizione locale il paese scampò a una grave pestilenza grazie alla sua intercessione.
Il riconoscimento ufficiale di tale patronato da
parte della Chiesa, con papa Pio IX, è del 1850
e nel 1855 il popolo inaugurò la grande statua
e macchina in legno dorato con la quale il santo è portato in processione il sabato preceden-
te l’ultima domenica di settembre, anche se la
festa liturgica del santo cade il 21 giugno.
Prima che questa statua entrasse in funzione,
“oggetti” concreti della devozione popolare verso S. Luigi erano un “tondino” (portaritratti ovale) settecentesco che inquadrava un’immagine
del santo - probabilmente quella che ancora si
conserva in sacrestia, dipinta da Sebastiano Conca
e recentemente restaurata – e che fu posto nel
secondo altare di sinistra della Collegiata (cappella dell’Annunziata) come sottoquadro della
pala più grande; e un mezzobusto in legno argentato, alto circa 50-70 cm, che purtroppo è stato rubato dalla Collegiata una quarantina d’anni fa, verso il 1970.
Questo mezzobusto fu acquistato probabilmente
alla fine del ‘700, anche se i documenti storici
non lo ricordano mai (tanto che qualcuno crede che sia stato comprato dall’arciprete Cocchia
nel periodo 1945-76); solo nell’Inventario parrocchiale del 1857 si parla, al capitolo “Metalli”,
di “quattro reliquiari grandi appartenenti a S. Luigi”,
ma quel mezzobusto non era un “metallo”. Esso
era portato in processione la vigilia della festa
del Santo. Quando per questo scopo fu adot-
tata la macchina processionale più grande (1855),
esso veniva esposto nel presbiterio dell’altare
maggiore della Collegiata durante il triduo di giugno del Santo ed era indicato col nome di “San
Luigi piccolo”.
Negli anni dopo la metà del ‘900 don Paolo Cocchia
lo utilizzò ancora per le processioni dei fanciulli
che aveva istituito il 21 giugno e, la vigilia di questo stesso giorno, per la processione pubblica
nel decennio in cui il vescovo diocesano Carli
abolì la festa di S. Luigi di settembre a
Valmontone (1967-76).
Dopo quarant’anni di assenza, il busto di S. Luigi
torna dunque quest’anno 2012 grazie all’iniziativa
del parroco della Collegiata don Luigi Vari, alla
partecipazione popolare che ha risposto come
sempre generosamente alla richiesta di contributi (durante la benedizione prepasquale delle
famiglie si è distribuita come ricordo l’immagine di una processione patronale e una lettera
in cui si sollecitava la partecipazione alla realizzazione del nuovo busto), e alla sensibilità dell’artista valmontonese Piero Casentini, che ha
realizzato l’opera senza pretendere compensi.
Casentini è pittore affermato, scultore, esperto
di arte religiosa moderna e realizzatore di arredi sacri (il suo sogno artistico è quello di avere
la committenza di una intera chiesa nuova, per
la quale realizzare dalla progettazione all’arredo sacro alla decorazione artistica); noto anche
tra noi per le opere che ha lasciato nelle nostre
chiese (soprattutto in quella francescana di S.
Angelo, ma anche in Collegiata e a S. Anna),
in circa 40 giorni lavorativi ha modellato un grosso blocco d’argilla, ne ha ricavato il calco in gesso, lo ha colmato con una resina speciale, che
poi ha rivestito di foglie d’argento ed ha infine
trattato con una patinatura particolare per darle l’aspetto di antico.
Ne è risultata è un’opera alta 90 cm, larga 45
e piuttosto leggera (pesa circa 25 kg), raffigurante un giovane che di antico ha soltanto la capigliatura (“caravaggesca, l’ha definita Piero): il
volto è sereno, lo sguardo fisso e profondo, la
talare tutta ricamata che indossa indica la sua
decisa scelta religiosa, con la mano destra stringe il Crocifisso, scopo della sua vita, e con la
sinistra indica in alto, verso Dio, dove tutti dobbiamo tendere.
Nel complesso l’immagine di un “guerriero della fede” (altro che santino col collo torto della
vecchia iconografia), moderna nell’aspetto,
destinata a far breccia nel cuore dei giovani (dei
quali è il protettore), che dimostra fierezza, “quella che un pò manca a noi cristiani”, ha detto l’autore. Un’immagine destinata, la sera del 21 giugno 2012 dopo la messa, ad essere portata di
nuovo in processione per le vie del paese, accompagnata dal gruppo dei “paggetti di S. Luigi” in
costume seicentesco, dalle associazioni cattoliche del paese e dal popolo; è già pronta al riguardo una nuova macchina processionale in
legno, con raggiera posteriore e anteriormente lo stemma della Compagnia di Gesù (la famiglia religiosa di S. Luigi), realizzato dal falegname
Angelo Nardi di Castel S. Pietro Romano.
continua a pag. 33
Giugno
2012
33
don Claudio Sammartino
C
aro Reverendo, proprio
perché lei è parroco di
una chiesa che si onora di avere come patrono il grande S. Antonio di Padova, vorrei
proporle uno dei più grandi miracoli che il nostro Santo operò durante la sua breve vita.
Verso la fine della Quaresima dell’anno di Grazia 1231, la predicazione del santo lusitano riuscì
a concretizzarsi in una legge veramente “rivoluzionaria” e di enorme importanza sociale.
Anche ai nostri tempi, purtroppo,
c’era la mortifera piaga dell’usura, che stritolava letteralmente chi per
necessità economica si faceva prestare del denaro da autentiche sanguisughe umane, che godevano anche dell’appoggio della legge, sempre pronta a punire (a volte con il carcere a vita) non soltanto chi non
fosse in grado di restituire ciò che aveva ottenuto in prestito, ma anche
chi si fosse reso garante per lui.
Padova, come numerose città italiane ed europee, viveva in un clima
di squilibrio sociale che favoriva chi, avendo disponibilità di denaro liquido, apriva dei banchi di prestito imponendo tassi di interessi molto elevati. Inutile spiegarle, trasognato curato, che in molti si rovinavano la
vita e purtroppo sperimentavano l’ingiustizia di una legge che proteggeva i “finanzieri” del tempo!
Grazie a Dio però, la nostra città provò l’autorevolezza di un umile frate, che armato della sola Parola di Dio, riuscì a bloccare i “disegni degli
empi”. Infatti, al termine della predicazione quaresimale, e precisamente
il 15 marzo del 1231, il governo della città emanò una legge veramente
sorprendente che testualmente proclamava: “Su richiesta del venerabile fratello, il pio Antonio, dell’Ordine dei frati minori, in futuro nessun
debitore o suo garante potrà essere privato della sua libertà, quando
sia incapace di estinguere il proprio debito”.
La legge prevedeva poi la requisizione dei beni del debitore insolvente, ma proibiva espressamente di ricorrere alla carcerazione come risar-
cimento per la mancata restituzione del prestito ottenuto.
Caro reverendo, anche lei si chiederà in cosa consista il miracolo
operato dal nostro Santo; ebbene,
ma non è un vero fatto prodigioso
che un uomo senza potere economico
né appoggi politici, vedesse accolta una sua richiesta che fu addirittura sancita in una legge, che ottenne la liberazione immediata di numerose vittime del bisogno e che restituì dignità alla giustizia umana?
Non è forse un miracolo eclatante
che dei politici legati ai giochi di potere e ad interessi di parte anche economici (creda, caro padre, anche
ai nostri tempi…) ascoltassero l’ammonimento, il consiglio e la richiesta di vera ed evangelica giustizia che provenivano dalla pratica di vita
di un umile frate, che con il suo intervento nel sociale dimostrava che
il Regno di Dio non riguardava soltanto il futuro escatologico, ma interessava anche del vissuto quotidiano dei figli di Dio?
Quello che a Padova chiamavamo semplicemente il Santo era un formidabile predicatore delle verità cristiane non soltanto con la sua incontestabile scienza biblica e teologica, ma soprattutto con la pratica di vita
del Vangelo “vissuto sine glossa” come insegnava S. Francesco!
Noi del tempo comprendemmo subito che per scardinare certi “dogmi”
della vita economica e politica, ci fosse bisogno dell’esempio di vita e
dell’autorevolezza di un fraticello forte soltanto della Grazia e della Verità
di Dio. Caro reverendo, per adesso le chiedo venia per averle fatto perdere tempo con queste mie divagazioni che forse le sembreranno inutili e sconclusionate, ma che sono scaturite dal desiderio di far conoscere la grandezza di un Santo che fu taumaturgo in tutti i campi, nessuno escluso. Che l’esempio e l’intercessione di S. Antonio aiuti tutti
voi pastori del 3° millennio ad affrontare le sfide che i nuovi tempi vi
propongono. Con simpatia, un “cane sciolto”del Libero Ordine di San
Pietro.
Nell’immagine: Miracolo di S. Antonio di Padova,
Francisco Goya, 1798, Madrid
segue da pag. 32
Non so se per quest’anno sarà possibile, ma sarebbe bello che nella processione di S. Luigi di giugno il patrono fosse accompagnato nel suo giro
del paese anche da segni della nostra storia.
Mi è venuto in mente che la statua potrebbe essere preceduta da vessilli, con portatori in costume, di tutte le entità che hanno avuto il dominio di Valmontone nel corso dei secoli; potrebbero sfilare così le bandiere della Chiesa Cattolica
(i cui colori antichi erano il bianco e il rosso, magari con le chiavi di Pietro), della Famiglia Conti,
degli Sforza di Santa Fiora, dei Barberini, dei
Pamphili, dei Doria-Pamphily-Landi; seguirebbe il gonfalone di Valmontone, con gli stemmi
delle tre parrocchie valmontonesi e della diocesi
di Velletri-Segni e con quello della famiglia Gonzaga.
A questa simbologia si potrebbero aggiungere
nel tempo le bandiere delle località italiane e straniere che hanno come patrono S.Luigi Gonzaga,
se con esse si volesse intraprendere una serie
di contatti per istituire una sorta di gemellaggio
attivo.
Una terza iniziativa per rafforzare il legame affettivo con il nostro patrono potrebbe essere quella di effettuare ogni anno un pellegrinaggio in
uno dei luoghi legati al santo; le destinazioni interessanti non mancherebbero, da Roma (S. Ignazio
con la tomba e le Cappellette, il Collegio Romano,
S. Balbina, S. Andrea al Quirinale...) a Napoli
(chiesa del Gesù Vecchio, Duomo...); da
Castiglione delle Stiviere in provincia di Brescia,
dove Luigi è nato il 9 marzo 1568 e dove è con-
servata la reliquia del suo cranio e un interessante museo, a Firenze dove maturò la sua vocazione religiosa; da Madrid a Milano, tappe importanti della sua vita civile e intellettuale; e così
via per tante altre località.
Il nuovo busto di S. Luigi insomma può essere
l’occasione per rinsaldare il nostro legame con
il santo non solo dal punto di vista devozionale, ma anche e soprattutto da quello della comprensione profonda e dell’adesione alle sue scelte, che lo rendono un giovane sempre attuale
perché ha saputo rinunciare serenamente e decisamente a privilegi e vantaggi terreni per “concepire la sua esistenza come un dono da spendere per gli altri”, come ben disse papa Paolo
VI nel 1968.
Giugno
2012
34
Francesco Canali
C
on nota del 6
aprile 1842, la
Legazione
Apostolica di Velletri interpellava il priore di
Gavignano, Cap. Vincenzo
Baiocchi, su quale fosse
la “consuetudine in vigore in rapporto alle spigarole, cioè se siano queste
solite andare a raccogliere
le spighe appresso ai
mietitori, oppure dopo
che le casole siano state tolte dai rispettivi terreni”
( le casole erano covoni
di grano accatastati) specificando se “nel primo caso
tale consuetudine fosse stata costì introdotta prima dell’anno 1781, oppure posteriormente e se esse spigarole oltre l’andare appresso ai mietitori, siano anche solite andare a raccogliere le spighe dopo la mietitura e specialmente allorché vengono trasportate le casole…”.
Nella risposta, il priore sottolineava come “da consuetudine immemorabile in questo luogo è che le spigarole sono solite raccogliere le spighe sia appresso ai mietitori che dopo sono state tolte le casole dai
terreni finita la mietitura e specialmente dopo che le casole vengono
trasportate nei granai. Non saprei poi con precisione, concludeva il priore, la vera epoca in cui sia stata introdotta in questo luogo siffatta consuetudine poiché è da tempo immemorabile”.
Chi erano queste spigarole, più conosciute come spigolatrici che, ricurve, racimolavano e raccoglievano le spighe e i chicchi di grano caduti per terra al seguito dei mietitori?
Le spigarole o il “popolo della spiga o spigatico”, appartenevano alla
categoria più povera e indigente della comunità, poste all’ultimo gradino della scala sociale al di sotto persino dell’ ” informe gruppo del contadiname” 1, escluse da tutto e dalla storia, esentate persino dal pagamento del focatico per “estrema povertà”, presenti solo in qualche scampolo di letteratura come “La spigolatrice di Sapri”.
Il “popolo della spiga” era costituito prevalentemente da vedove, donne sole o nuclei familiari particolarmente numerosi. Nella metà dell’Ottocento
a Gavignano quasi una famiglia su dieci poteva essere annoverata in
questa fascia, dunque una grossa fetta di popolazione costretta molto spesso per sopravvivere, a ricorrere alla carità elargita dalle istituzioni religiose come confraternite, pii sodalizi, opere di carità ecc.
Unico “privilegio”, la raccolta delle spighe e i chicchi di grano nei campi dopo la mietitura, diritto conteso però anche dai neri ovvero gli animali neri, cioè i maiali. Così si legge nell’art.1° del “ Capitolato per l’affitto del popolo spicatico “ andato in vigore il 3 aprile 1835:
“Il popolo delle spighe conosciuto sotto il nome di spigatico, consiste
nel diritto di pascere le spighe rimaste nei diversi campi del territorio
dopo la raccolta delle messi cogli animali neri od altri bestiami”, capitolato stilato proprio per regolamentare l’accesso dei maiali nei campi da spigare. I primi decreti, a noi noti, che regolavano il diritto alla
raccolta della spiga, risalgono agli inizi del ’700 anche se tale pratica
veniva esercitata sicuramente già nei secoli precedenti.
Nel consiglio comunale del 29 novembre 1702, ad esempio, si intimava all’affittuario delle erbe estive (affitto che aveva inizio il 9 maggio e
terminava il 29 settembre), a garantire il diritto di “far spigare” tutti gli
abitanti del paese. Diritto confermato qualche decennio in appresso (l’8
dicembre 1712): “Che il detto compratore di detta spiga ed erbe non
possa impedire a persona alcuna di andare a capezzare il grano nel-
le are in tempo di tritare…”
e ancora “che il compratore della spiga et erbe non
possa entrare in detta spiga con li porci se non sia
il 5 di agosto”.
La raccolta delle spighe o
“ruspo”, aveva inizio il 18
luglio al termine della mietitura preceduta da un
bando pubblico e terminava
il 29 settembre per permettere
ai contadini di preparare i
campi per le nuove semine. Nel caso che non fosse stato ancora completato
il restringimento delle regni,
ovvero la sistemazione
dei covoni nelle are, la raccolta veniva posticipata di
alcuni giorni non senza preavviso da parte della magistratura. Come accennato, il problema principale per
le spigarole era rappresentato dalla presenza dei neri i quali, a differenza degli altri animali come gli ovini la cui presenza nei campi veniva tollerata, recavano gravi danni al terreno a tutto svantaggio della raccolta della spiga. Già in un pubblico consiglio dell’ 11 marzo 1720 il
consiglio comunale aveva decretato che “essendosi intesi molti reclami e voci del popolo che sarebbe bene fare levare dal territorio li porci in ispecie nella vendita che deve farsi dell’erba e delle spighe, per li
gravi danni che si ricevono dai medesimi, come le spighe che raccolgono li poveri e guastano e ruinano anche le fontane…”.
Ai neri, oggetto di continui reclami da parte dei bovari per i continui sconfinamenti nelle riserve e difese, era infatti interdetto il pascolo prima
del 1° agosto proprio per permettere una più ricca e abbondante raccolta di spighe. I maiali potevano entrare nei campi aperti solo se accompagnati dai guardiani ed era loro vietato l’utilizzo degli abbeveratoi e
delle fontane pubbliche e dovevano “fermarsi nelle strade pubbliche dovendo queste servire per mero transito e non per altro”.
Nel cap. 3 del Capitolato…veniva meglio specificato: “Entrati che saranno i neri nel pascolo, essi dovranno pascolare nei soli campi aperti del
territorio accompagnati da custodia in masseria riunita. Dovranno di più
tenersi lontani dalle trite (covoni di grano) per uno spazio non minore
di 20 passi di circuito, come ancora dai pagliari all’uso destinati de bovi
aratori” e ancora “l’ingresso poi dei neri nei distretti, prati, vigne ed altri
territori di qualunque sorte, sarà punito colle pene annunciate coll’aggiunta di scudo uno per ogni capo trovato nei detti luoghi”. I contravventori venivano infatti puniti con multe assai elevate.
La consuetudine di raccogliere le spighe nei campi è continuata anche
dopo l’Unità d’Italia. Per allontanare i maiali dall’abitato nell’estate, periodo durante il quale si verificavano più frequentemente le epidemie, il
consiglio comunale in data 29 aprile 1877 deliberava di “allontanare i
maiali domestici dall’abitato ed immetterli nel pascolo dello spicatico
col pagamento di L.2,50 a capo”.
Questo era il miserabile “popolo delle spighe” sopravvissuto fino alla
metà del secolo scorso! Ancora oggi qualcuno ricorda quelle povere
vecchie “spigarole” ricurve sotto il peso degli anni e della fatica a contendere le spighe di grano ai maiali.
1
In verità negli ultimi decenni è andato sempre più crescendo l’interesse storiografico verso il mondo agricolo e la società contadina. I contadini sono infatti passati, come scrive lo storico Gioacchino Giammaria “dal misconoscimento
storiografico ad una attenzione diversa, a partire dalla nuova storia economica fino alle più recenti inchieste”.
Giugno
2012
I
Giovanni Abruzzese
l prof. Antonio Venditti, per tutti a Velletri
“il Preside Venditti”, dopo le precedenti tre
pubblicazioni di prestigiose terne di poesie, torna ora a pubblicare un romanzo: “Il Bandito
della Regina”. Lo fa con la sua consueta umiltà e in sordina, quasi si trattasse di poca cosa,
ma così non è! Il libro esce impreziosito dell’apporto grafico del maestro Agostino De
Romanis che ne ha curato la copertina a colori e “decorato” l’interno con bellissime stampe.
Anche questa volta, come per le precedenti pubblicazioni, il ricavato delle vendite sarà devoluto all’associazione benefica “Velletri per il Mali”
della quale è presidente il prof. Pier Luigi Starace
che tanto si adopera per portare aiuti concreti
a quelle popolazioni meno fortunate.
Il romanzo è decisamente da riferire a quello storico e lo stile narrativo dell’autore è di quelli che
prende. Si apre il libro a caso, su un punto qualsiasi e subito si viene trascinati nel vigore degli
eventi. Le parti descrittive, quelle narrative e i
dialoghi dei personaggi sono equilibratamente
dosati e gli uni supportano e chiariscono i motivi presenti negli altri: il risultato è una efficace
scrittura che consente una deliziosa lettura.
Il racconto è quello del brigante Vincenzo Vendetta,
detto “Cencio” che calcò la scena della vita cittadina nella prima metà dell’ottocento, epoca ricca di tensioni sociali e politiche, preludio della
stagione risorgimentale in Italia.
Velletri allora era una legazione dello stato pontificio e in più occasioni si trovò ad essere punto di transito di personaggi chiave che qui si avvicendarono per alterne e opposte vicende: Federico
I di Borbone, Garibaldi, Papa Pio IX.
L’autore rivela che l’interesse per questo personaggio prese a farsi strada nella sua mente
quando, appena decenne, seguiva con trepidazione
le memorie sul brigante di un commerciante, suo
fiero discendente. Così prende a intessere il racconto con eventi storici locali e interregionali e
storie private dei personaggi coinvolti nelle vicende di Cencio. Particolarmente godibile, nella parte iniziale del libro, è l’affresco che con il concerto di parole usate come pennellate a tinte tenui
e decise, dipingono l’ambiente del territorio della Velletri del tempo con le sue vigne, gli orti, i
fossi, le sorgenti, i boschi, gli spiazzi erbosi che
fanno da palcoscenico e scenografia alla semplice ma affascinante vita degli abitanti che in
esso si integrano con i loro rituali gesti quotidiani. Azioni che hanno il semplice e naturale
fine di suggere dalla vita ciò che è più autentico e necessario per integrarsi armonicamente
con il creato.
Protagonista assoluto in questa dimensione è
Cencio durante l’età della fanciullezza, che però
viene turbata da un incidente di percorso che
segnerà per sempre il suo destino. Il giovane
da subito si manifesta intollerante alle soverchierie,
alle prepotenze e alle ingiustizie, soprattutto quelle giustificate dalla logica del potere e dall’arroganza del privilegio di casta che una élite sociale, dei cosiddetti notabili, pretende di garantire
per sé negando agli altri la partecipazione allar-
35
gata al godimento delle risorse comuni.
Di Cencio, ritrae un
profilo di uomo emblematico, ma allo stesso tempo semplice,
comune e straordinario, sprovveduto ma
anche scaltro, titubante
e risoluto… un uomo
come tanti, ma come
pochi coraggioso e
geloso della sua e dell’altrui libertà e dignità. Cencio diviene
“bandito”, ma mai criminale, per questo è
costretto ad una vita
isolata, in contumacia, lontano dagli
affetti e dalla società “civile”.
Quando non vive
questa condizione è recluso in galera, quindi sempre isolato. L’autore pare lo voglia vedere come
un contemplativo laico, ma non troppo! La scelta di vivere da brigante, poi, non trova giustificazione nella mania di protagonismo, né nella
mitomania e neppure nella cupidigia o avidità
di denaro, piuttosto egli sembra avere scelto di
sacrificarsi per il bene delle persone che ama,
verso le quali è sempre premuroso e generoso. Ne esce un profilo di veliterno Roobin Hood
animato da sentimenti filantropici piuttosto che
disegni criminali.
Cencio non somiglia al brigante tipico: ignorante,
arrogante e fors’anche poco intelligente; no! Egli
sa leggere, scrivere e possiede una buona loquela che gli consente di trattare alla pari con chi
pari non è sia per condizione sociale, sia per il
modo di vedere il mondo.
Un uomo che ama e quasi non conosce cosa
sia l’odio; che si sforza di avere fiducia nei simili e fede nell’onnipotente, ma ciononostante delinque! Per non essere calpestato? Per istinto di
sopravvivenza? Per tentare di ristabilire un principio di equità violato?
Chissa! Vero è, che Cencio amava visceralmente
la libertà e tutto quello che ad essa alludeva:
gli animali selvatici, l’aria aperta, gli spazi sconfinati, le relazioni non vincolanti.
Per tutto questo aveva però, paradossalmente
dovuto rinunciare alla libertà civile, quella di cittadino, e per riavere questa, progetta una messinscena che ha del
geniale ma anche dell’ingenuo a cui
lo spinge la disperazione e il sentimento di amore verso i suoi cari
che vorrebbe liberi insieme a lui. La
scelta di portare avanti tale strategia
segnerà l’epilogo della vita avventurosa di Cencio Vendetta un
uomo che il nostro autore, Antonio
Venditti, vuole mondato dai suoi peccati per il solo gesto di avere avuto fede nella potenza divina e nella benevolenza materna della
Madonna delle Grazie, cui
si rivolge come figlio
assetato di amore, comprensione e Giustizia… divina!
Nella parte finale, Venditti
relaziona sull’accurata
analisi delle carte processuali
riguardanti il bandito dalle quali non emergono prove probanti del suo coinvolgimento nel delitto del
maresciallo Antonio Generali.
Di tutte le “birbonerie” questa rappresenta certamente la più sacrilega, decisamente superiore a tutte quelle che gli vengono
addebitate, compresa
quella del furto dell’effige
della Madonna. Il brigante, si è macchiato sì, della colpa di aver combattuto l’arroganza e la prepotenza con le medesime armi, al punto di riuscire a entrare a far
parte del “sistema” auto eleggendosi parte attiva del malaffare e per questo pretendente l’immunità o l’impunità, ma forse a tanto non dovrà
essersi spinto.
La volontà persecutoria degli inquirenti e della
magistratura sembra dettata più da motivi di opportunità a conservare un ordine pubblico incentrato sulla necessità del rispetto dell’autorità. Una
sorta di esercizio a cercare di governare le masse diffondendo tra esse un sentimento di paura, una logica del terrore che induca alla supina obbedienza di canoni, strutture sociali, istituzioni… intoccabili, per non ridurre le opportunità di agio della classe sociale dominante.
Venditti anche in questa occasione non ha mancato di rivelare il suo animo profondo di educatore, attento più alla persona che alle sue gesta,
all’animo profondo che muove gli esseri umani, pronto non a giustificare ma a comprendere, a cercare una spiegazione logica, plausibile, razionale ai comportamenti che spesso celano i veri intenti.
Solo chi ha la chiave di volta giusta riesce a decifrare con serenità gli altri, e questa chiave è la
Pietas, è lo sguardo interiore che riesce a trovare in ognuno un riflesso di Dio che è Amore!
Il libro è in vendita presso la libreria “Numero
6” in via Croce, gestita dal noto Roberto Zaccagnini.
Giugno
2012
36
Mara Della Vecchia
N
ella sua produzione musicale Johannes Brahms riservò una
parte cospicua alla musica corale, sia a cappella che accompagnata e tra questa dedicò delle opere importanti alla musica sacra a partire dall’Ave Maria op. 12 per coro femminile, orchestra e
organo del 1858 e soprattutto il Requiem Tedesco, la cui composizione
era stata preceduta da una serie di cori sacri che costituiscono una sorta di preparazione e avvicinamento, come i Marienliedere op.22 del 1859,
il Salmo XIII op. 27 del 1860, il coro sacro Lass dich nur nichts dauren
op. 30, i Drei geistliche Choere op. 37. Il Requiem Tedesco op. 45 fu
composto tra il 1857 e il 1868 e fu eseguito per la prima volta integralmente al Gewandhaus di Lipsia nel 1869, dopo l’esecuzione parziale avvenuta a Brema nell’anno precedente.
Questa composizione prese vita in un periodo molto difficile per il giovane musicista, infatti aveva perso la madre nel 1865 e aveva subito l’abbandono della donna amata la quale aveva lasciato la Germania per trasferirsi in Irlanda, inoltre stava vivendo lontano da Clara Schumann, don-
Carlo Iannucci
N
el medesimo giorno
(27 aprile)
in cui era nata, Maria
Luisa se n’è tornata alla
casa del Padre quasi
un secolo dopo, forse
a testimoniare che la
vita e la morte sono una
cosa sola, che si nasce
per morire e si muore
per vivere, come fa il
seme fradicio generando
nuova vita.
Era la sorella di mio
padre e ci volevamo un
gran bene, l’ho vista soffrire e soffrire, resistere con tenacia fino a cadere, recisa dalla “falce che pareggia tutte le erbe
del prato”.
Dice il saggio che la vecchiaia è essa stessa
malattia, però arriva il momento in cui i farma-
na importantissima per la sua formazione e crescita artistica e doveva abituarsi ad una nuova situazione familiare in quanto suo padre aveva deciso di risposarsi.
Per il testo del Requiem, Brahms preferì non utilizzare
quello tradizionale, bensì di comporne uno originale, scegliendo liberamente dei brani dal testo biblico.
L’emozione suscitata nel pubblico che assistette alla prima esecuzione del Requiem fu grande e profonda, dall’incipit del coro d’inizio: “Beati coloro che sono in lutto”
fino alla conclusione che invoca e la vita eterna, l’effetto solenne e grandioso non conosce cedimenti.
Uno dei critici musicali dell’epoca lo paragonò alla Messa
in Si minore di Bach e alla Missa Solemnis di Beethoven.
E infatti è proprio a questa grande tradizione tedesca che
il Requiem brahmasiano si ispira, una musica severa, più
affine alle costruzioni musicali rigorose di Bach e di Haendel,
che alla musica romantica a lui più vicina .
Proprio per questo, se da un lato veniva apprezzato per
aver dato seguito alla grande tradizione della musica tedesca, dall’altro
veniva causticamnte criticato per lo stesso motivo e additato come un
vecchio parruccone, come ebbe a dire Wagner che, parlando del suo
collega disse che sembrava aver indossato “la parrucca dell’Alleluja di
Haendel”. Il Requiem risulta formato da sette parti , dopo l’apertura “Beati
coloro che soffrono”, la seconda parte è caratterizzata da un coro all’unisono “ogni carne è come erba e tutta la gloria umana è come il fiore
dell’erba”. Inizia la terza parte con le parole del Salmo XXXIX “Signore
fammi conoscere la misura dei miei giorni.
Un corale fugato costituisce la quarta sezione, mentre nella quinta parte interviene il soprano solista “Voi siete ora tristi... voglio consolarvi come
una madre consola il suo bimbo”.
“Perché noi non abbiamo quaggiù nessuna dimora sicura”, è il testo della sesta parte, nella quale l’incertezza del modo, tra maggiore e minore, evoca l’ansia e l’angoscia dell’animo umano che spera nella vita eterna. L’ultima parte inizia con la proclamazione della resurrezione dei morti da parte della voce del baritono e si conclude con le parole dell’Apocalisse:
“Felici coloro che muoiono nel Signore”.
ci e la cura solerte di chi ti ama non bastano
più : dobbiamo convincerci che siamo gocce cadute dall’Alto, diventiamo rigagnoli, ruscelli, torrenti
e fiumi ma in fondo, sempre e comunque, ci attende l’immenso oceano della misericordia di Dio.
Proprio Dio vogliamo ringraziare per la vita donata a Maria Luisa, così piena ed intensa come
anche noi l’abbiamo conosciuta.
Ascoltando le sue vivide memorie, talvolta Le
chiedevo... di scrivere il romanzo della Sua vita,
tanti erano i piccoli e grandi segreti custoditi,
oggi utili per meglio comprendere Segni, segnini e... ”segninità”. Così avremmo saputo del ponte Scarabeo, nei cui pressi era nata, come testimonia il vicolo Calamita, soprannome della Sua
famiglia; della giovinezza vissuta lungo la solatia “bia piana”; del primo lavoro nel Telegrafo
della madre (Cesira Cipollini), poi nell’Ufficio Postale
di Segni, dove per oltre quarant’anni ha servito ed assistito migliaia e migliaia di cittadini, che
lì impararono a conoscerne la vivacità e la simpatia; del Suo matrimonio con Giuseppe
Allegrini e della nascita dei suoi Rosa e Pietro;
della tragica fine dei suoi fratelli Antonio - forse la prima vittima segnina, e decenne, di un
incidente stradale - e Attilio (36 anni, mio padre);
delle alterne fortune della Sua famiglia, del Suo
arrivo alla pensione, dei suoi viaggi avventurosi
per mezz’Europa; del culto appassionato delle Sue amicizie, della parola intelligente e della polemica , spesso sferzante.
Poi arrivò la stagione più triste delle rovinose
cadute, dei femori infranti e testardamente risanati, le lunghe degenze e le sorprendenti riprese, fino alla svolta drammaica della Sua vita,
la morte del figlio Pietro, lutto dal quale non seppe più riprendersi malgrado il correre del tempo. Perfino la Sua fede sembrava vacillare al
pensiero del figlio ed era sempre difficile discuterne : accarezzava tuttavia il sogno di poterlo riabbracciare nell’altra vita e questo era il segno
indiscutibile della Sua fede nel buon Dio: ... ai
fedeli che in Te confidano concedi i Tuoi santi
doni, la virtù e il premio, la morte santa, la gioia
eterna.... Animati dalla speranza del Paraclito,noi,
che restiamo nella crescente, umana solitudine, vogliamo ricordare Maria Luisa, zia Maria,
che aspetta l’affetto dei nostri pensieri e delle
nostre preghiere, perchè, al di là della dubbiezza
foscoliana, ”il sonno della morte è men duro nelle urne confortate dal pianto”...
Giugno
2012
Prof. Antonio Venditti
F
rancesco Profumo, Ministro “tecnico” del
M.I.U.R. (Ministero dell’Istruzione,
dell’Università, della Ricerca), in una delle poche esternazioni ha dichiarato di non voler
modificare la Riforma della scuola e dell’università, sviluppata dal precedente Ministro. E ciò va
considerato positivo in un Paese in cui, con l’avvicendarsi dei Governi, sul piano dialettico e non
solo, esisteva la prassi di distinguersi dal passato e di modificare almeno in parte anche risultati utili, faticosamente raggiunti.
Sotto il profilo del buon funzionamento dell’istituzione scolastica, la continuità è senz’altro un
valore positivo. Ciò ovviamente non significa che
si debba adottare l’immobilismo della conservazione, perché, proprio quando non si perseguono sconvolgimenti, è più che doveroso l’adattamento continuo alle nuove esigenze.
Si deve fronteggiare una grave emergenza, in un
periodo in cui è di drammatica attualità la “questione” giovanile, per il 31% di disoccupazione,
secondo le statistiche ufficiali, basate sulle liste
di quanti ricercano un lavoro, senza tener conto degli apatici o scoraggiati, che si trovano nella inquietante situazione di non far niente, cioè
non studiano e non aspirano nemmeno a svolgere un’attività lavorativa con vari pretesti.
Anche la scuola deve fare la sua parte, non soltanto con la serietà e con il rigore negli studi, finalizzati sempre più all’effettivo ingresso nel mondo del lavoro, ma anche adattando l’”obbligo scolastico” a tale ineludibile necessità. Il Ministro, fissando tale “obbligo” a 17 anni, ha voluto dire una
parola chiara in una questione, purtroppo, controversa, per facilitare l’auspicato risultato.
La soluzione dovrebbe porre fine al contrasto tra
le due diverse concezioni : termine del percorso propriamente scolastico a 16 anni o a 18 anni,
secondo le due diverse norme adottate da leggi precedenti.
La soluzione “salomonica” a 17 anni è congeniale
ad un più immediato e sicuro ingresso nell’apprendistato, dopo la frequenza di corsi di adeguata
formazione che permettano anche il conseguimento
di una “qualifica” professionale.
La domanda pressante è : “Cosa deve fare la
scuola per favorire concretamente l’ingresso
dei giovani nel mondo del lavoro?”
La risposta è talmente ovvia che viene da chiederci perché negli anni passati ciò non sia stato
fatto davvero, invece di impegnare il tempo in estenuanti quanto inconcludenti discussioni teoriche.
La scuola deve preparare i giovani a svolgere tutti i lavori necessari, non soltanto quelli impiegatizi e le professioni ritenute falsamente le più “nobili”. Se tutti i giovani sono obbligati a frequentare fino a 18 anni le scuole superiori che, con il
conseguimento del diploma, permettono l’accesso
alle facoltà universitarie, ne consegue – come l’esperienza evidenzia – che l’aspirazione comune è quella di avere un impiego possibilmente importante o di svolgere professioni prestigiose secondo la pubblica opinione.
Certo, tra le aspettative rosee e la non facile realtà, il divario è grande, come dimostra l’insuccesso
soprattutto a livello universitario, con un gran nume-
37
ro di rinunciatari dopo i primi anni e con
il ritardo endemico nel conseguimento
delle lauree.
Ne deriva un
rilevante numero di giovani
che male hanno progettato
il loro avvenire, forse illudendosi di proseguire nel
facile andazzo
degli studi, giovani che non
hanno un piano di riserva e
che comunque non vogliono ridimensionare le loro
aspettative,
nonostante le
prove contrarie, e che ricercano almeno per un
po’ lavori impossibili, senza alcun risultato, e poi
naturalmente cadono nello scoraggiamento e si
adagiano nella condizione di “bamboccioni”, senza più ricercare un’occupazione che li renda autonomi e permetta loro di formarsi una nuova famiglia.
La responsabilità di tale preoccupante situazione va equamente divisa tra le tre istituzioni, da
cui queste generazioni senza futuro dipendono
: la famiglia, la società, la scuola. La famiglia avrebbe dovuto, al di là delle mode e degli interessi,
capire meglio e motivare le aspirazioni dei figli,
nel confronto con le capacità concrete e con le
esigenze della realtà, ridimensionando le attese
e sostenendo le vere attitudini.
La società avrebbe dovuto programmare il futuro delle nuove generazioni, puntando sul lavoro
per tutti, in applicazione del 1° articolo della Costituzione,
combattendo le ingiustizie, i privilegi, le disuguaglianze.
La scuola, assicurando una solida formazione di
base, a tutti i soggetti dell’educazione, secondo
il diritto di ognuno alla formazione integrale della personalità, avrebbe dovuto ridurre e non aumentare la forbice con le reali esigenze della società, preparando ogni giovane , secondo le sue attitudini e capacità, ad un possibile ruolo lavorativo. Applicando al meglio la Riforma della scuola secondaria superiore, nel rilancio dell’istruzione
tecnica e professionale, si può determinare una
svolta nell’immissione dei giovani nel mondo del
lavoro, preparandoli, oltreché con una solida formazione di base, anche in relazione a tutte quelle attività in cui esistono possibilità di impiego immediato, per le quali sono le stesse aziende a chiedere le fondamentali conoscenze.
L’elasticità, tanto evidenziata nel mercato del lavoro, deve essere adottata anche in ambito scolastico, nel senso che, con tutto rispetto per i piani di studio e per i programmi, si devono ricercare forme nuove di preparazione, che preluda-
no, ad esempio, dopo il conseguimento della “qualifica” professionale, proprio a 17 anni, all’immediata attivazione di corsi specifici, magari in collaborazione con le aziende, per l’acquisizione delle competenze necessarie allo svolgimento di determinati tipi di lavoro, propedeutici all’inizio dell’apprendistato, primo lavoro regolamentato e retribuito. E si deve davvero fare in modo che il lavoro duri per tutta la vita, perché – come stiamo amaramente constatando – senza lavoro, non solo
vengono a mancare gli indispensabili mezzi di sussistenza, ma la stessa dignità dell’uomo e della
donna viene umiliata e la società viene sconvolta
nel suo intimo.
Ma, poiché, nella mobilità dei mercati, non è possibile il mantenimento dello stesso tipo di lavoro, fermo restando il sacrosanto diritto di lavorare,
si deve determinare nei giovani la capacità di adeguamento continuo alle situazioni emergenti, cioè
la volontà e la capacità di svolgere lavori nuovi,
sempre in relazione alle diverse attitudini, ma con
l’acquisizione delle nuove conoscenze e competenze
necessarie.
Si va, quindi, verso un formazione continua, per
la quale la scuola deve attrezzarsi, per essere
davvero al servizio della società.
Questo emerge dal dibattito attuale sulla riforma
del lavoro e questo era certamente il senso delle dichiarazioni del senatore Mario Monti,
Presidente del Consiglio dei Ministri, terminate,
però, nella battuta infelice che il posto fisso è “monotono”, perché in una questione così angosciante per i milioni di disoccupati ed i milioni di precari, soprattutto giovani, non serve l’ironia,
anche con i buoni propositi e le adeguate azioni per riaprire le prospettive di crescita dell’economia nella competitività richiesta dalla globalizzazione dei mercati, con il conseguente recupero di molti posti di lavoro, andati perduti negli
ultimi anni, e la creazione di tanti altri, nello sviluppo delle nuove tecnologie.
Giugno
2012
38
Bollettino diocesano:
BILANCIO DELLA DIOCESI DI VELLETRI-SEGNI
PER L’ANNO 2011
1. COSTI
Euro
2. RICAVI
Euro
1.1. GESTIONE ORDINARIA
2.1. GESTIONE ORDINARIA
Gestione immobiliare:
Tasse e Tributi:
- Gestione Episcopio ed assicurazione
1.991
- Rimborso marche
- Manutenzione Episcopio
1.442
Contributi percepiti:
- Gestione altri edifici ed assic.
2.260
- Contributi ordinari percepiti (C.E.I. 8 per mille)
289.075
- Gestione Museo, Archivio e Biblioteca (utenze, assic.)
52.010
- Contributi per i Cappellani (dall’ A.S.L. e Op. Berardi)
21.677
- Gestione Teatro Aurora (utenze, assic.)
3.985
Offerte e proventi vari:
- Tempietto del Sangue (utenze, assic.)
- Inizio lavori per abitazione sacerdoti
815
6.292
Gestione Uffici:
- Offerte varie
2.335
- Rimborsi da servizi vari (Cancelleria, T. Aurora, Mensa)
24.739
- Offerte Ufficio Scuola
1.400
- Funzionamento Uffici (utenze, fotocopiatrici)
14.213
Fitti Attivi:
- Oneri diversi (abbonamenti, cancell., gest. informat., pulizia)
12.770
- Fitti attivi
Spese attività Uffici:
120
39.851
Proventi finanziari:
- Spese Attività Uffici (ritiro clero, assic. infortuni 60 ragazzi)
3.245
- Interessi su C/C
780
- Pastorale Diocesana (past. dioc., vocazionale, giovanile)
13.230
- Interessi su Titoli
3243
Comunicazioni sociali
25.200
TOTALE
383.220
Spese del personale:
- Spese personale (stipendi, contributi vari, spese Mensa)
23.892
- Contributi erogati (Capp. Ospedale, Op. Berardi, Sem. Anagni)
45.005
Contributo straordinari erogati:
- Gestione Acero, Casa Famiglia Segni, Archivio Segni
( N. B. le cifre sono arrotondate all’euro)
28.485
Altre componenti passive:
- Sopravvenienze passive, appartamento don L. Carosi
8.276
Imposte e tasse:
- Imposte e tasse ( Redditi Ires, ICI, Imposte di Registro)
6.542
Spese per il Vescovo:
- Per il Vescovo Diocesano
9.575
- Contributo per il Vescovo Emerito
4.897
TOTALE
264.125
1.2. GESTIONE STRAORDINARIA
TOTALE
- Contributo straordinario dalla C.E.I. per l’acquisto
dell’edificio e terreno dall’Opera Don Guanella
829.000
- Vendita dell’appartamento lasciato alla Diocesi da Don
- Spesa iniziale oer l’ acquisto di un edificio con terreno
dall’Opera Don Guanella
2.2. GESTIONE STRAORDINARIA
Luigi Carosi, per realizzare abitazioni per sacerdoti
808.000
808.000
- Ricavato dall’esproprio di terreno all’Acero dall’ ACEA
TOTALE
207.504
7.163
1.043.667
Giugno
2012
39
Bollettino diocesano:
Prot. VSC 13A/ 2012
DECRETO VESCOVILE DI EREZIONE E DI APPROVAZIONE DELLO STATUTO
DELLA C ONFRATERNITA “G IOVANNI PAOLO II”
SITA IN L ARIANO , PRESSO LA PARROCCHIA S. M ARIA I NTEMERATA
Vista l’istanza presentata da un gruppo di fedeli e dal parroco di S. Maria Intemerata in Lariano, p. Vincenzo Molinaro, tendente ad ottenere, a
norma del can. 314 del Codice di diritto canonico, il riconoscimento di una Confraternita e l’approvazione del suo statuto, adeguato alle norme
canoniche e civili vigenti
Verificato, a seguito di attento esame, che lo statuto da approvare risulta, nei singoli articoli e nel suo complesso, sostanzialmente conforme
alle suddette norme
Considerate le favorevoli informazioni assunte sulla vita, le vicende e le attività svolte dagli interessati fino al presente.
Tenuto conto che tutta l’attività della erigenda Confraternita si svolge in pieno accordo con la parrocchia di S. Maria Intemerata, presso la qua
le la stessa ha sede,
in forza della mia autorità ordinaria
DECRETO
Che viene eretta e riconosciuta la Confraternita “Giovanni Paolo II”, sita in Lariano presso la Parrocchia S. Maria Intemerata, Piazza S.
Eurosia 5, è contestualmente approvato il suo statuto composto da 24 articoli e al presente atto allegato, mandando a chiunque spetti di
osservarlo e di farlo osservare, riservando a me e ai miei Successori ogni altra necessaria approvazione di successive modifiche in tutto o in
parte, qualora nel corso del tempo l’Assemblea dei Confratelli le dovesse eventualmente deliberare.
Il presente decreto, redatto in tre copie, verrà inviato alla Confraternita e alla Parrocchia presso la quale la prima ha sede, mentre una copia,
come di dovere, resterà agli atti della Cancelleria.
Velletri, 1° Maggio 2012
+ Vincenzo Apicella, vescovo
Mem. di San Giuseppe lavoratore
1° anniversario della Beatificazione di Giovanni Paolo II
----------------------------------------------------------------------------------------------Prot. VSC 16A/ 2012
Con la chiusura del Convento dei PP. Cappuccini è venuto a mancare presso il Cimitero Monumentale di Velletri il sacerdote cappellano per
l’assistenza spirituale. Al fine di garantire una adeguata assistenza spirituale in un luogo così importante, per la facoltà concessami dal C.J.C.
con il presente decreto
nomino te
Rev.mo Ghibaudo mons. Giovanni
Cappellano del Cimitero di Velletri.
Velletri, 08.05.2012
+ Vincenzo Apicella, vescovo
il Cancelliere Vescovile,
Mons. Angelo Mancini
Arte Sacra Veliter
E
’ arrivato a metà del cammino, il corso
base di iconografia bizantina, organizzato dal maestro d’arte Fabio Pontecorvi nel laboratorio del Museo diocesano
di Velletri con il supporto logistico degli amici dell’associazione
culturale il Trivio.
Un percorso importante per gli
allievi che con entusiasmo e
stupore sono entrati a contatto
con la tempera all’uovo, pigmenti naturali, foglia in oro ma
soprattuto con il soggetto
che stanno rappresentando.
Il volto di Cristo non dipinto da mano
d’uomo Achiropita o acheropita,
dal Greco bizantino ἀχειροποίητα
("ἀ-" privativo + "χείρ" = mano + "ποιείν"
= fare, produrre), significa “non fatto da mano (umana)”.
Il percorso tecnico, che partendo dal
disegno su tavola in massello
ingessata (Levkas)
per poi seguire
con la grafia del volto e la campitura
del volto (Sankir)
un colore scuro tipo verde oliva, fino all’inizio delle lumeggiature a significare anche il
percorso di ogni cristiano che
dal buio delle tenebre viene
accolto dalla luce dell’amore
di Dio.
Importante il significato sim-
bolico e teologico dei tratti somatici del volto e
dei colori che aiutano a leggere l’icona e la sua
spiritualità.
Un contributo importante è stato quello della
presenza della docente in Scienze religiose
Alessandra Mancini che ha spiegato con il contributo di slide la storia del Mandillion (immagine del volto di Gesù).
Caravaggio,
Crocifissione di san Pietro,
1600 – 1601, Cappella Cerasi di
Santa Maria del Popolo a Roma
don marco Nemesi*
D
opo la commissione per la Cappella Contarelli, Caravaggio
si vede assegnare un altro autorevole incarico: la realizzazione delle due tele laterali per la cappella Cerasi in Santa
Maria del Popolo. Tiberio Cerasi, tesoriere generale della Camera Apostolica
sotto papa Clemente VIII, nel luglio del 1600 aveva acquistato in Santa
Maria del Popolo la cappella Foscari (dedicata ai Santi Pietro e Paolo
e situata nel transetto accanto all’altare maggiore), con il diritto di modificarla a suo piacimento.
Cerasi si era rivolto ai massimi artisti di quegli anni: un’Assunta per la
pala d’altare viene commissionata ad
Annibale Carracci, mentre a Caravaggio
si richiedono due dipinti laterali, da
eseguire su tavola di cipresso, raffiguranti la Crocifissione di san Pietro
e la Conversione di san Paolo, i due
santi ai quali la cappella era dedicata. Alla morte di Cerasi, ne diventa
erede universale l’Ospedale della
Consolazione. Probabilmente a causa di un rallentamento nell’esecuzione
dei lavori di ampliamento della cappella, affidati all’architetto Carlo
Maderno, le due opere eseguite da
Caravaggio furono sistemate nella cappella soltanto nella primavera del 1605.
Tuttavia, i dipinti tuttora visibili nella
cappella Cerasi non sono su tavola
di cipresso, ma su tela.
Delle due tavole, che già nel Seicento
presero la via della Spagna, ne sopravvive oggi solo una Conversione di Paolo,
confluita a Roma nella collezione
Odescalchi. Della seconda, la
Crocifissione di san Pietro, si persero le tracce molto presto. Il biografo
Baglione, suggerisce che il motivo della sostituzione delle prime versioni su
tavola fu il rifiuto del committente rimasto insoddisfatto.
Affascinante è l’ipotesi che Caravaggio stesso abbia percepito l’inadeguatezza dei dipinti da lui eseguiti su tavola rispetto allo spazio ristretto, da poco restaurato, della cappella, dove si sarebbero trovate a fianco a fianco con la magnifica e innovativa pala d’altare di Annibale Carracci,
l’Assunta che a braccia aperte sembra volere uscire dalla tela per correre incontro ai visitatori.
Caravaggio avrebbe quindi concepito le due nuove versioni tra il 1601
e il 1605. Sia la struttura compositiva sia la corrispondenza dei gesti tra
la pala centrale di Carracci e i due dipinti laterali di Caravaggio creano
nella piccola cappella una spazialità particolare, quasi teatrale, una sug-
gestione in cui è potentemente coinvolto, da protagonista, chiunque entri
in quel modesto spazio.
I rimandi fra i due quadri raffiguranti san Pietro e san Paolo sono tanto
forti e stringenti da creare un dialogo serrato e di forte emozione. Caravaggio
in questo dipinto usa la luce per concentrare lo sguardo di chi osserva
il quadro su poche figure: san Pietro con le mani già trafitte dai chiodi,
è poggiato sulla croce che sta per essere innalzata e sembra cercare
con lo sguardo il conforto di qualche presenza amica, ma incontra soltanto il vuoto. Il senso di umanità, d’intensa partecipazione, si estende
anche ai tre aguzzini che non sono presentati come personaggi che agiscono in modo brutale e crudele, ma sono piuttosto uomini semplici, costretti a un lavoro faticoso. I tre aguzzini, oltre a guardare nella direzione opposta dell’apostolo, sono disposti intorno a lui a raggiera sul lato sinistro
della scena, impegnati nell’ultimo atto dell’esecuzione.
L’uomo in basso innalza con la forza delle spalle l’asse della croce; quello al centro assicura al legno l’estremità della corda con cui sono legati i piedi di Pietro; un terzo carnefice sta per tirare il capo della corda per
sollevare la croce, da cui l’apostolo,
per sua volontà, sarà appeso a testa
in giù. Simbolo salvifico della fede cristiana, la croce è per Caravaggio il
fulcro della scena: il suo innalzamento
rappresenta simbolicamente la costruzione della Chiesa, affidata da Cristo
a Pietro, su cui si concentra la luce.
Il sasso in primo piano è da interpretarsi
come un crittogramma del nome
(Pietro/pietra).
L’ambientazione della scena corrisponderebbe al luogo storicamente
indicato come sede del martirio: il
Gianicolo. Il tema del dipinto influì in
seguito sulla scelta di Rubens nel dipinto nella cappella di Sant’Elena in Santa
Croce in Gerusalemme e di Guido Reni
nella pala già all’abbazia delle Tre
Fontane.
Stupenda è la lettura letteraria che
ne ha dato Roberto Longhi:
«Sulle rocce brune che saranno
(con quella luce negli occhi)
ultimo ricordo del martire, presso la cava di pozzolana o la calcare di San Pietro in Montano, il
pittore, impassibile, gira la fatica dei serventi (il cui gesto, è doveroso riconoscerlo, è di operai che
si affaticano e non di carnefici che
incrudeliscano nella bisogna), tutti in giubboni e brache frusti,
baveri sgualciti e pur rifiorenti nel lume), piedi fangosi e con i
pochi attrezzi; e riprende da vicino il santo, forse notissimo modello buono di via Margutta, che, già infitto alla croce, ci guarda calmo, cosciente come un moderno eroe laico; mentre il mantello
bigio-azzurro va scivolando in un angolo sotto l’ombra del badile brunito, accanto al pietrone friabile e caldo come un pane ancora impolverato dalla cenere del forno».
*Direttore Uff. diocesano Beni culturali,
Chiese e Arte sacra
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