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Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in A.P.
70% regime libero
– ANNO XXIII n° 5 15 mArzO 2014 –
AUT.Dr/CBPA/CENTrO1 – VALIDA DAL 27/04/07
In un anno 1.300 famiglie rimaste senza un tetto sulla testa
eMergeNza CaSa
il CaSo
Sfrattati dalla crisi
la guerra
dei pannolini
Non riescono più a pagare l’affitto: sempre più frequenti i casi di morosità incolpevole
le due facce di un fenomeno che
non risparmia più nessuno.
abbiamo raccolto le testimonianze
di inquilini e proprietari, spesso entrambi disoccupati, messi in ginocchio da un crollo economico che non
sembra avere fine. Storie di ordinaria disperazione
baCCi, SerafiNi
e
TaVerNeSe
a pagg.
CarNeVale
Umbri, giù la maschera!
Una festa tra modernità e tradizione, facendo i conti in tasca
4-5
DiCoNo Di Noi
Quando la banda
è stretta
È
una delle contraddizioni italiane essere
primi per tasso di motorizzazione e diffusione dei telefonini ma ultimi tra i grandi paesi sviluppati per banda larga e diffusione dei
computer. Della tecnologia sembriamo prendere solo il lato divertente. L’utilizzo della rete è in crescita, ma ancora lontano dagli standard europei.
Il 55 per cento delle famiglie italiane dispone di internet, ma nel resto dell’Europa sono invece 70 famiglie su cento che possono disporre della connessione super veloce. Sul territorio italiano, emerge chiaramente come si navighi di più nel Nord Italia rispetto al resto del Paese.
Al primo posto la provincia autonoma di Bolzano,
seguita dalla Valle d’Aosta e dal Veneto. Nord
Italia che appare avvantaggiato anche per la presenza di infrastrutture maggiormente sviluppate. Un
altro dato che fa riflettere è il tasso di motorizzazione in rapporto alla popolazione che in Italia è di 62
auto ogni 100 abitanti. E questo nonostante le nostre città, con i loro centri
storici concepiti per andare a piedi, siano tra le
meno adatte per andare in macchina.
Il corrispettivo è
l’inquinamento dei centri
abitati, con
Torino maglia nera per
lo smog. Per gli spostamenti gli italiani sembrano
continuare a preferire l’auto forse per comodità, ma
occorre anche considerare che la rete dei trasporti
pubblici in alcune parti della penisola lascia molto
a desiderare, come provano le polemiche ricorrenti da
parte dei pendolari che devono spostarsi ogni giorno
da casa ai posti di lavoro.
A dire il vero nella diffusione delle automobili hanno pesato anche due fattori esterni. Il primo, essere
un paese produttore di auto: avere la Fiat ha contato. Ha promosso una politica industriale che ha
indubbiamente creato professionalità, ma che è stata arricchita di incentivi statali, argomento al centro delle polemiche anche di recente, quando i vertici dell’azienda torinese hanno deciso di trasferire
la loro sede legale e fiscale all’estero. La decisione
è stata vista come un gesto di ingratitudine. Il secondo, avere una politica disattenta e in ritardo rispetto all’adeguamento delle infrastrutture per il
trasporto di massa.
Una distrazione che molti hanno visto come una volontà di proteggere l’interesse nazionale. E così a
bordo delle loro auto e in tasca gli smartphone, gli
italini navigano nel nuovo secolo in attesa della banda larga.
ValeNTiNa roSSiNi
«Q
ui ci tolgono anche le mutande», recita un adagio popolare che vede nelle
braghe l’ultima e inviolabile barriera
del rispetto umano. Ma siamo sicuri? Alla luce delle
proteste per i nuovi pannoloni distribuiti dal sistema
sanitario regionale per anziani e disabili, gli slip sembrano un orpello da boom economico. Ad inchiodare
la Regione alle sue responsabilità sono i tre sindacati
Cgil, Cisl e Uil, insieme a svariate associazioni di volontariato, infermieri e un esercito di laboriose badanti dell’Est. Senza entrare troppo nel dettaglio, per pudore e buongusto, questi pannoloni sarebbero poco assorbenti e la taglia più grande sarebbe molto più piccola degli extra large delle precedenti forniture. La direzione generale dell’Azienda Usl Umbria 1, a seguito delle numerose lamentele sollevate dai cittadini, ha
fatto sapere che sta procedendo a una verifica immediata delle criticità segnalate. La gara d’appalto per
la fornitura di quelli che burocraticamente vengono
chiamati “ausili per l’incontinenza”, secondo quanto
veniamo a sapere, è stata vinta tenendo conto di due
criteri: qualità e prezzo. A vincere, ironia della sorte, è stata la stessa società multinazionale che si era
aggiudicata la gara precedente e che quindi effettuava
già la fornitura. Questo “incidente” tra sistema sanitario e malati verrà risolto, speriamo il prima possibile. Lasciamo da parte banali similitudini tra la condizione dell’Italia di oggi e quella degli anziani mentre indossano i “nuovi” pannoloni; sta di fatto che la
Regione nelle prossime settimane dovrà lavorare per
contenere due incontinenze: quella fisica di migliaia di
persone e, soprattutto, la rabbia di chi ha subito queNiCola MeChelli
sto disagio.
TeNDeNze
basta piccoli Comuni
via libera alle fusioni
UN
UoMo iN CoSTUMe DUraNTe il CarNeVale MeDieVale Di
L
ToDi
la tempesta economica colpisce anche la festa più allegra dell’anno. a Todi muore
Carnevalandia, che da 13 anni portava per le strade della città costumi dal sapore medievale. perugia non se la passa meglio: non ha ancora riaperto Sandri, la
storica pasticceria che rappresentava una sosta obbligata per tutti i perugini.
però c’è chi resiste: la Società del bartoccio è in crescita e nei negozi specializzati c’è chi è disposto a spendere fino a 200 euro per affittare un costume
Marzi
e
Sabella
a pag.
8
VoloNTariaTo
perSoNaggi
Un giorno in ambulanza:
viaggio nella quotidianità
di chi si mette
a servizio degli altri
Una carriera da ribelle
dentro e fuori dal campo:
il calciatore Paolo Sollier
si racconta
borella
a
pag. 2
paCiolla
a
pag. 7
’Umbria mette in soffitta i campanilismi e
apre le porte alle fusioni dei piccoli comuni.
Hanno avviato l’iter cinque realtà dell’orvietano: Montegabbione, Monteleone d’Orvieto, Fabro,
Ficulle e Parrano. Il più grande di questi, Fabro, non
arriva a tremila abitanti. Il più piccolo, Parrano, ne
ha meno di 600. Gli abitanti si esprimeranno in primavera. Le preoccupazioni certo non mancano. Il timore è quello di perdere la vicinanza con i “propri”
uffici comunali. I sindaci sono tutti a favore e adesso
saranno chiamati ad una profonda campagna per spiegare i vantaggi dell’operazione ai cittadini che non sembrano del tutto convinti. Il progetto a cui si sta lavorando prevede che restino divisi i servizi di front office, così che il cittadino non si accorga di nulla. Si dovrà accentrare il resto,
per aumentare l’efficienza. In queste realtà, infatti, è possibile
incontrare un vigile
urbano che deve anche
dedicarsi al settore elettorale e a quello del commercio.
Un tuttologo che solo nei ritagli di tempo fa il suo lavoro, quello di polizia municipale.
In Italia le fusioni si stanno diffondendo. Solo quattro i comuni nati da unioni nei primi dieci anni del
2000. Il primo gennaio 2014 invece i municipi nati
dalle fusioni sono stati 14.
In Umbria quella di questi cinque comuni è la prima,
ma non è detto che sia l’ultima. La regione infatti conta 900mila abitanti, divisi in 92 comuni: una media di meno di 10mila abitanti a comune. Senza contare che 280mila abitanti però risiedono tra Perugia
e Terni. Davvero una terra di campanili.
aleSSaNDro orfei
2
PRIMO PIANO
15 MARzO 2014
Nel 2014 si festeggiano i 150 anni dalla prima Convenzione di Ginevra: nel 1864 nasce la più famosa organizzazione umanitaria
i mille volti della Croce rossa
N
La presenza è capillare: il presidente del comitato regionale, Paolo Scura, spiega le numerose iniziative della Cri sul territorio
on c’è fischio d’inizio di una partita di
calcio se non c’è in campo l’ambulanza. Ma pochi sanno che il trasporto è
una piccola parte di tutte le attività di volontariato di cui si occupa la Croce Rossa. «Che è talmente tante cose,
che non la si può rila SToria
durre al 118 – dice
1859 heNry DUNaNT, il
foNDaTore, è UN iMPaolo Scura, presipreNDiTore
SVizzero
dente del comitato
Che riMaNe SCoNVolTo
regionale, 16 anni
Dalla MaNCaNza Di SoCin Croce Rossa –.
CorSi SaNiTari NelCi sono quattro inl’eSerCiTo DUraNTe la
segnanti in pensiobaTTaglia Di SolferiNo
ne che a Spello dan1864 priMa CoNVeNzioNe Di giNeVra; NaSCe il
no lezioni di italiaCoMiTaTo Di MilaNo
no a dei bambini
1885 NaSCe il CoMiTarom, abbiamo i raTo Di perUgia, DireTTo
gazzi che portano
Dal CoNTe regiNalDo
cibo e coperte ai
aNSiDei Di CaTraNo
senzatetto, ci sono i
servizi sociali in carcere, nei reparti pediatrici
dell’ospedale e nella radioterapia oncologica. Ci
finanziamo con le attività, con le convenzioni
con le Asl, ma è la generosità delle persone a
mandare avanti la Croce Rossa».
Il percorso di formazione (in due livelli) per
far parte della Croce Rossa è molto impegnativo. Oltre 100 ore teoriche, alle quali non
potrebbe sottrarsi nemmeno un medico che
volesse vestire la divisa della Croce Rossa. Poi
circa 200 ore di tirocinio per specializzarsi nel
trasporto in ambulanza. Le infermiere volontarie, invece, le “crocerossine”, con divisa bianca
o celeste, frequentano un corso di 2mila ore.
Umbria pioniera in Italia della formazione nel
primo soccorso, grazie ad una convenzione con
l’Ufficio scolastico regionale. Sono stati formati 600 insegnanti delle scuole primarie e secondarie. Inoltre, il Comune di Perugia ha da poco
firmato un protocollo d’intesa con il comitato
provinciale, che prevede corsi di formazione di
5 ore rivolti alle famiglie i cui figli frequentano
gli asili nido comunali. Verranno insegnate semplici manovre di soccorso, come ad esempio la
disostruzione pediatrica, efficace nell’85% dei
casi in cui un bambino ingoi degli oggetti che
rischiano di soffocarlo.
Si parla anche di violenza sulle donne: a
dicembre il comitato regionale ha organizzato
un convegno. Del progetto fa parte anche un
concorso che coinvolge 45 scuole dell’Umbria.
Gli studenti hanno partecipato con dei lavori
creativi (testi, video, pitture) che verranno premiati il 16 marzo prossimo.
Scura si emoziona quando racconta dell’accompagnamento dei disabili in vacanza: «Io me
ne sto qui a fare un lavoro di scartoffie. Ma
quando sono andato con loro, ho sentito un
ragazzo cieco strillare “vedo il mondo” in una
pista da sci. Alla base di questa scelta di vita c’è
l’emozione, allora ben vengano anche le necessarie scartoffie».
in ambulanza con
il comitato di Todi
M
atilde ha 90 anni. È così minuta, che non ci
si capacita del peso della barella. Una barella che su e giù per corridoi, reparti, ascensori, percorre molti chilometri in più di quelli sulla strada: circa 4 mila in media al mese, per tutti i mezzi del comitato locale di Todi. Pur non
avendo la convenzione con l’Asl per il 118, dalla residenza comunale per anziani “Cortesi Veralli”, sede della Cri Todi, le ambulanze escono
sempre equipaggiate per l’emergenza. E, anche
se lo sembrano, ad occhi inesperti, non sono
tutte uguali. Quella che accompagna la signora Matilde dall’ospedale di Pantalla al Silvestrini per una visita specialistica, è dotato di defibrillatore, bombole di ossigeno e tutto l’occorrente per la rianimazione. Per salirci – e non in
MiChela SorDiNi, Sopra CoN la SigNora MaTilDe,
iN aMbUlaNza; a DeSTra al CeNTro, Tra giaNlUCa
Milillo e jeNNy VeNTi
orizzontale, sulla barella – la pettorina della Croce Rossa è d’obbligo. Seduti dietro un’ambulanza, le buche della E45 sembrano farsi più profonde, anche se le mani che stringono il volante sono quelle esperte di Gianluca Milillo, che
guida con una patente speciale. Ha 41 anni, due
figli, è sardo di nascita e umbro d’adozione. Dopo 18 anni come dipendente dell’Aprilia, a Marsciano, ha trasformato la crisi in opportunità: è
entrato in mobilità e ha deciso di lasciare il lavoro per fare il vigile del fuoco, e, da un anno,
anche il volontario Cri.
Non ci sono turni qui, solo disponibilità. E così
succede che inizia un nuovo servizio, ancor pri-
i NUMeri
186 paeSi
120 MilioNi i VoloNTari Nel MoNDo
4500 VoloNTari iN UMbria
2 CoMiTaTi proViNCiali, 17 loCali, 8 SeDi DiSTaCCaTe
87 Mezzi Di TraSporTo iN regioNe
8 Maggio giorNaTa MoNDiale Della Cri
paolo SCUra, preSiDeNTe CoMiTaTo regioNale Della CroCe
roSSa iN UMbria, Nel SUo UffiCio Nella SeDe Di perUgia
ma di aver concluso quello precedente: Matilde
è tornata nella sua stanza al Pantalla, ma c’è Pasquina da dimettere. «Ora bisogna vedere come
sono le scale, per capire se ci vuole il sacco per
trasportarla», spiega Michela, 26 anni, infermiera e volontaria Cri. Ha alle spalle otto anni di protezione civile e due esperienze di vita di campo: le tendopoli dell’Aquila e dell’Emilia. L’aiuto
ai terremotati l’ha resa una ragazza pragmatica. Eppure il suo trucco è perfetto: sulle sue palpebre è disegnato un filo sottile di eye-liner nero, sopra un velo di ombretto chiaro.
Le scale a casa di Pasquina sono strette. Ci vuole il sacco e servono le braccia di tutti i presenti. Michela e Gianluca scherzano con Jenny, il capo equipaggio. Ha soli 19 anni, la forza e lo spirito di responsabilità sono quelle di una persona molto più matura della sua età. È lei che risponde al telefono, 24 ore su 24, per disporre i
vari servizi.
Non solo 118, le storie dei volontari
Tè caldo, cibo e coperte: così si combattono il freddo e l’indifferenza
ieci e mezza di sera, stazione Fontivegge, mangiare. Luca, Daniele e Massimiliano parlabinario uno. Nulla di strano, se non per la no con lui, fissano un appuntamento per capire
presenza di uni notaio, un maresciallo dei cara- come possono assisterlo. Questa è la prima volbinieri e un dipendente regionale che, smessi i ta che lo vedono. Ma ci sono anche persone con
panni della professione, ora indossano la stessa cui si instaura un legame. Hanno scoperto da podivisa. Sono in servizio. Quello di “assistenza ai co una persona che
senza fissa dimora”, tra gli interventi sociali di vive in un cunicui si occupa la Croce Rossa. In questo caso, è colo. Perugiil comitato di Perugia insieme a Corciano e De- no, riesce a
ruta. Due sere a settimana, dalle 19 a mezzanot- fingere di
te, in giro per la provincia ci sono loro e molti al- giorno una
tri. «Portiamo tè caldo, viveri e coperte, è la pro- vita da liloco di San Sisto che ce le mette a disposizio- bero prone», dice Massimiliano, 40 anni, di cui 17 in Cro- fessionista.
ce Rossa: il veterano. «Lui è bravissimo ad ap- Non dicono
procciare le persone» dice Daniele, 49 anni. Sì di più, ci tengoperché la parte difficile del loro compito è pro- no al rapporto
l’aUTo CoN le CoperTe e i ViVeri
prio avvicinare chi ha bisogno di aiuto, ma non di fiducia con
lo chiede a parole. Si pensa siano stranieri, clan- lui: è uno degli
destini, o senzatetto. E invece «ora ci troviamo “invisibili”, che a volte per orgoglio o vergogna,
di fronte ai nuovi poveri, persone che hanno un faticano ad accettarlo, un aiuto. «Quando ci dilavoro ma non riescono più a sostenere le spese cono il loro nome, è una conquista per noi e per
oppure padri separati. Gente come noi, è un at- loro è come riacquistare un’identità» conclude
timo cadere nel vortice. Quello che mi fa paura Massimiliano.
è l’indifferenza», aggiunge.
Ragioni diverse spingono al volontariato, ma
Mentre camminano, si accorgono di un ragaz- la voglia di fare qualcosa di concreto per la cozo che sta rovistando nella spazzatura, di fronte munità è quello che accomuna questi tre padri di
alla stazione. All’inizio è titubante, poi accetta al- famiglia che si sentono volontari anche nella locune coperte. È indiano, in Italia da anni, rego- ro vita professionale. E in quella familiare, visto
larmente. Ha una casa, un lavoro, una moglie di- che due di loro hanno conosciuto la moglie in
soccupata e un figlio piccolo. Con 700 euro al Croce Rossa. Loro tre non ne condividono somese e un mutuo, non riesce a comprare da lo la divisa, ma anche, e soprattutto, lo spirito.
D
il bagno al mare, anche se in sedia a rotelle, con la Crisi può
a Croce Rossa per me? Un’opportunità, za deve esserci giorno e notte. Il supporto del
una famiglia, una cosa bella. Non so de- comitato regionale ligure è stato straordinario, ci
finirla in altro modo. Anzi, forse proprio un mo- hanno messo a disposizione tutto. C’erano poi i
do per reinventare la mia vita». A parlare è un vo- volontari dell’OPSA (operatori polivalenti di
lontario, Massimiliano Sciattella, 44 anni sulla soccorso in acqua). Il
carta di identità, molti di meno addosso. Nel merito è anche del1998 è caduto da un ponteggio di sei metri, men- la nostra presitre stava lavorando per la sua impresa edile. «Era dente provintutto a norma, ma la norma non andava bene per ciale, Paola
me, che sono alto 1 metro e 92. Ho avuto un gi- Fioroni, che si
ramento di testa e 90 centimetri di protezione è adoperata
non sono bastati a tenermi su». Ora è in sedia a molto per rearotelle, ma lavora ancora nella sua impresa, si oc- lizzare la vacupa di amministrazione, così come nella Cro- canza. Le date
ce Rossa. «Ci sono entrato nel 2003 per una non erano favorescommessa, volevo vedere se un disabile pote- voli, è un periodo
va fare il volontario».
di ferie per tutti, iN aCQUa CoN UNa VoloNTaria
Si può. E dal 2012 è anche presidente del suo come puoi immagicomitato (Deruta-Torgiano). Lui fa parte del nare». Ed è proprio Paola Fioroni che spiega:
gruppo di operatori che hanno accompagnato «Questa iniziativa rientra in un progetto più am16 ragazzi umbri in una vacanza speciale, l’esta- pio di inclusione sociale. I ragazzi disabili vengote scorsa: «Da qualche anno già si organizzava- no coinvolti non solo in uscite di carattere ludino gite in montagna. Le carrozzelle sono le stes- co, ma anche in attività che permettano loro di
se che usano gli atleti delle Paraolimpiadi. Gra- acquisire delle competenze per rendersi più auzie all’aiuto degli istruttori di sci della finanza e tonomi». «Per i ragazzi – conclude Massimiliadell’associazione “Sportabili” che fa servizio di no – vedere me come volontario è uno stimolo,
assistenza sulle piste. Ma l’estate scorsa è stata il l’approccio è più semplice, si fidano di più. Ma
battesimo dell’acqua: la prima volta al mare. Sia- io non sono tenero, anzi, proprio perché lo vimo stati a Pietra Ligure, dal 25 al 29 agosto. Ave- vo in prima persona, distinguo il pietismo dalla
vamo ragazzi di tutte le età, con disabilità fisi- volontà di aiutare veramente un disabile».
che e cognitive. Puoi immaginarti quanto sia difpagiNa a CUra Di
ficile organizzare cinque giorni, in cui l’assistenaleSSaNDra borella
«L
PRIMO PIANO
15 MARzO 2014
3
Prosegue il nostro viaggio nei centri d’emergenza regionali: mantenere l’efficienza nonostante le tante difficoltà
pronto soccorso: la pulce e il gigante
Assisi, una piccola grande squadra di medici agguerriti
«S
Il primato di Foligno, la struttura con meno ricoveri d’Italia
S
iamo un piccolo gruppo di gente ag- ra sono venuto qui. Avevo otto costole rotte. L’essantadue pazienti in una manciata di ma tutti i mezzi sono impegnati. Il dottore fa
guerrita che è riuscito a fare di questo hanno visto immediatamente dopo la radiograore, tre medici in servizio: fanno oltre una chiamata al 118, le figlie alzano la voce. Non
luogo un centro d’avanguardia per la fia».
venti visite a testa. Non è un esercizio di perde la calma: «Resta qui stanotte».
medicina d’urgenza in Umbria». Francesco BorIn questo pronto soccorso immerso nel verde, data journalism, ma la cronaca spiccia del pronUna scelta necessaria, ma in controtendenza:
gognoni, direttore del pronto soccorso di Assi- più simile ad un residence turistico che ad un to soccorso di Foligno in un anonimo merco- questa struttura vanta da ormai tre anni un prisi, ci accoglie nel ospedale, ci vanno in tanti. I numeri crescono ledì mattina.
mato nazionale,
suo studio, una di anno in anno, un aumento facile da spiegare:
Numeri che parlano da soli: qui la giornata si il minor numepiccola stanza l’invecchiamento della popolazione è la causa chiude sui 140 accessi, con punte di 180; 45000 ro di ricoveri risacrificata dai principale. Inoltre non ci si può dimenticare che all’anno e sono in continuo aumento. Per i mo- spetto alla mole
lavori in corso Assisi è meta di turismo religioso, certamente tivi più disparati, anche logistico-stradali: «Per delle visite. Vale
nella camera ac- non in voga tra i più giovani.
chi vive a Bastia e ad Assisi è più comodo veni- a dire che chi
canto, dove tra
Nel 2013 sono stati fatti 15 mila interventi, re qui – spiega l’ex direttrice dell’usl3, Maria Gi- viene qui viene
giorni di questi solo il 7% è proseguito in un ricove- gliola Rosignoli – considerando che la situazio- dimesso in popochi
sorgerà
uno ro. Una specie di miracolo, che alleggerisce ne a Perugia è spesso più critica». E poi qui si che ore. «Non
spazio dedicato l’azienda ospedaliera dai costi e permette ai re- spera di trovare una struttura più grande ed ef- significa una
alla violenza sul- parti di garantire cure migliori ai pazienti. Come ficiente: nemmeno a farlo apposta ad aspetta- minor attenziole donne. Come si spiega?
re, con un codice bianco, c’è una signora di Ba- ne dei controlli
a dire: contano
«La nostra forza si chiama “osservazione bre- stia, Maria Lillani: «Embè, mica è vietato, dove – spiega con oralberto Coscia
più le persone ve”. Consiste in due stanze, per un totale di quat- sta scritto che devo andare al mio: non c’è un re- goglio il direttofraNCeSCo borgogNoNi
che le comodità tro letti, dove tratteniamo alcuni pazienti dalle 12 golamento, no?».
re Silvano Lolli
personali. E non è retorica, Francesco ha mes- alle 24 ore. È un servizio che funziona come filIn realtà ognuno dovrebbe rivolgersi all’ospe- – ma la gestione puntuale dell’osservazione breso la sua carriera a disposizione dei pazienti, co- tro per il ricovero, evitando di caricare troppo i dale del proprio comune (o a quello più vicino), ve e la sinergia con gli altri reparti». Eppure con
nosce bene il valore del
reparti. Ma non solo. Molti pa- ma una volta arrivati da fuori sede, infermieri e questi ultimi la convivenza non è sempre facicalore umano, fondazienti che nelle prime ore non personale al massimo sbuffano un po’, però mi- le: il problema centrale è la mancanza di appala nostra forza riportano alterazioni nelle ana- ca ti cacciano via. A complicare le cose, oltre al- recchiature esclusive; ad esempio tac e risonanmentale quando si lavora in emergenza.
lisi, dopo 12 ore presentano le solite visite improprie, la vicinanza della guar- za magnetica sono in condivisione con l’unità di
si chiama
Lui l’emergenza la cocomplicazioni anche gravi. Te- dia medica, che attira pazienti come il miele: è radiologia. Si assiste ad un curioso cortocircui“osservazione
nosce bene, la fa e la innerli sotto osservazione ci per- stata spostata qui qualche anno fa per allegge- to, tra il bacino di utenza allargato ben oltre il
segna. Dirige, infatti, il
mette di evitare che, ad esem- rire la pressione sulle sale d’emergenza, parados- comprensorio folignate e la necessità di condibreve”.
centro di formazione in
pio, l’infarto arrivi quando or- salmente si è ottenuto l’effetto contrario.
videre la tecnologia, che rende più difficile spieUn filtro per non mai il malato è lontano dal- Insomma, per una ragione o per l’altra, le sta- gare i motivi del successo. «Certo abbiamo la
Emergenza Urgenza
nell’ex ospedale di Marl’ospedale», spiega Borgognoni. tistiche sfiorano quelle di Perugia. Ma, fatte le precedenza, ma a volte non basta– continua Coappesentire
sciano. «Un medico di
E questo non è l’ultimo vanto: dovute proporzioni, il confronto non regge: qui scia- soprattutto quando abbiamo a che fare con
pronto soccorso deve
il 118 di Assisi è stato precurso- lavorano solo nove medici (più un reperibile che i dolori toracici e addominali, quando può trati reparti
saper gestire in modo
re anche nella cura dell’infarto rimane a disposizione), meno della metà del tarsi veramente di tutto, farebbe comodo avere
autonomo la fase iniziale delle patologie per le acuto del miocardio. Tutte le ambulanze hanno Santa Maria della Misericordia. Alberto Coscia strumenti dedicati». Ci sarebbe da parlare anche
quali i ritardi si pagano – spiega Borgognoni – la a bordo strumenti che permettono di affronta- è uno di questi, trent’anni di esperienza alle spal- del lavoro degli infermieri, del personale che
formazione continua è fondamentale per garan- re al meglio l’emergenza. L’elettrocardiogramma
ogni giorno affianca
tire ai pazienti le mil’equipe medica, ma il
gliori cure possibili.
telefono squilla ancora.
Puntare su questo ci ha
Lui alza gli occhi: «Per
fatto raggiungere risulfortuna è passata la
tati importanti». L’orbolgia del lunedì».
goglio e la passione
Togliamo il disturbo,
con cui racconta del
proprio mentre transita
suo lavoro non tradisu quattro ruote un pascono la realtà. Nella
ziente molto gioviale. Il
sala d’attesa del piccosignor Mario ha quasi
lo ospedale di Assisi,
80 anni, è entrato alle
aspettano in pochi; i
11 della mattina e alle
visi sono sereni, fidu18 è ancora adagiato
ciosi. Le persone si
sulla barella, ma non si
sentono a casa. «Venialamenta. «Niente di
mo da sempre in questo ospedale, in famiglia siagrave, la solita labirintite di passaggio», spiega.
mo in sette, in tanti sono anziani, per un moti- anatomia di un successo: numeri e statistiche in pillole Ha fatto tre visite accurate: tac e doppler, prima
vo o per un altro, qui ci passiamo abbastanza
di passare per lo studio dell’otorino. Quando arassisi
foligno
spesso», raccontano Loredana ed Elvio mentre
riva l’infermiere a portargli l’acqua, trova il temaspettano che una parente venga visitata. «L’ampo di scherzare: «Sento un fischio, certo alla mia
3400 interventi 118
45000 interventi di pronto soccorso
bulanza è aretà è impensabile ricevere applausi». L’infermierivata dopo
15000 interventi di pronto soccorso
160 visite al giorno
re sorride, ma un attimo dopo distoglie lo sguarnemmeno
do e torna serio: quanto è dura sdrammatizza1132 ricoveri in “osservazione breve”
9 medici in servizio
cinque minure ogni giorno, ogni minuto. Lavorare miscelanti. Qui è tutdo leggerezza ed attenzione.
to ottimo. I viene effettuato on line, cosicché il medico pos- le nel reparto di anestesia e rianimazione del San
Forse attirati da questa estemporanea ondata
servizi sono sa analizzarlo in tempo reale dal reparto. Il con- Giovanni Battista. Ci sediamo a parlare con lui di allegria, si affacciano – immancabile cravatta
efficienti, per sulto con chi segue il paziente in ambulanza av- e in dieci minuti bussano
e valigetta in mano – un
non parlare viene telefonicamente. I tempi sono praticamen- due volte alla porta: sono
paio di informatori medici:
dell’igiene: te immediati.
il problema
attimi concitati, manca il
regola vuole che ogni quatpuliscono tre
Adesso questo metodo è stato preso come direttore e c’è una patro pazienti tocchi a uno di
è che mancano
volte al gior- esempio dalla Regione Umbria che lo ha ratifi- ziente anziana sul lettino
loro. Ma capita che saltino
no», dice Lo- cato in un protocollo. Ma qui, sottolinea Borgo- parcheggiato proprio dagli schemi: «Questo è un
apparecchiature:
redana. Gli gnoni, funzionava già dal 2006.
vanti al suo ambulatorio.
reparto a parte e non funloreDaNa eD elVio DaiaNi
tac e risonanza
fa eco suo
Insomma, difficile non sentirsi sicuri in que- La situazione è delicata,
ziona proprio così», bronmarito: «Un sto piccolo angolo di umanità. Sembra che quel- devono decidere se ditolano.
Codice bianco, insono condivise
paio d’anni fa sono caduto da un albero, mi han- la strana pace che si respira sotto il cielo di As- metterla o ricoverarla.
somma? «No, trasparente:
no portato in un altro pronto soccorso: “non hai sisi sia riuscita ad entrare nelle fessure. Un ven- Nelle condizioni in cui si
con radiologia
adesso ci passano avanti
niente” m’hanno detto, sono stato subito dimes- to tiepido che non cura solo le malattie.
trova può essere trasporpure i giornalisti».
MiChela MaNCiNi
so. A casa però sentivo un dolore terribile, allofederico frigeri
tata solo in ambulanza,
“
”
“
”
n V
el ia
la gg
c io
r
is
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io si
g i
g cr
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Emergenza casa: boom di sfratti per morosità
Con la crisi, anche pagare l’affitto può diventare un ostacolo insormontabile. In aumento i casi di morosità incolpevole, ormai arrivati al 90% del totale. Dall’altra parte i piccoli proprietari, “ammortizzatori sociali” al posto delle istituzioni
P
erdere il lavoro e dover scegliere se
pagare l’affitto oppure le bollette.
Se fino a pochi anni fa le quattro
mura rappresentavano una sicurezza per
l’80 per cento degli italiani, adesso si
sgretolano difronte alla crisi, che mette
in ginocchio decine di migliaia di famiglie. Non si possono permettere né una
casa né tanto meno un affitto. Non per
volontà, né per scelta. Sono l’esercito dei
morosi incolpevoli: quelli che non riescono a pagare perché non hanno soldi,
spesso a causa di un lavoro che non c’è
più. Un fenomeno che in Italia è cresciuto del 64 per cento soltanto negli ultimi
cinque anni.
Secondo una stima della Regione Umbria, il 90 per cento degli sfratti eseguiti
nel 2013 sono da imputare alla morosità
incolpevole: almeno 1.100 su un totale di
1.300. Un numero che cresce a vista
d’occhio se si considera l’intera penisola
dove, nell’ultimo anno, sono state sfrattate più di 68 mila famiglie.
Servono nuove leggi e fondi
Sfratto, un’emergenza su due fronti: inquilino e proprietario
U
na situazione psicologica delicata, da
entrambe le parti. Troppo spesso si
giudica lo sfratto solo dal punto di vista dell’inquilino, che magari ha perso il lavoro
per la crisi e non riesce più ad arrivare a fine
mese. In realtà i proprietari di case da affittare
non sono soltanto “ricchi” disposti a tutto pur
di avere denaro in più per soddisfare i propri capricci. Sono anche famiglie che hanno fatto sacrifici in modo da comprare un secondo appartamento per avere un
reddito integrativo e vivere dignitosamente in
momenti di difficoltà, o
che magari hanno ereditato un alloggio e devono
mantenerlo. Ecco che allora una normativa che
tuteli tutte le persone
coinvolte sarebbe necessaria.
«Purtroppo questo non avviene» spiega Giacomo Iucci, presidente dell’Asspi (Associazione sindacale piccoli proprietari immobiliari) di
Perugia, «il diritto esisterebbe da un lato e dall’altro. I costi che un proprietario si trova a
fronteggiare sono spesso molto maggiori di
quelli dell’inquilino. Infatti i tempi per lo sfratto sono lunghi -intorno ad un anno almeno- e,
finché non si applica il provvedimento, bisogna
farsi carico di tutte le spese, anche quelle legali
ovviamente. Assurdo poi che sia obbligtorio anticipare le tasse su un reddito che non esiste».
Ci sono poi i casi dei “morosi di professione”
persone che prendono appartamenti in affitto
e poi non pagano aspettando di essere sfrattati
ed approfittando della situazione finché la leg-
ge lo permette loro: «Il nostro avvocato si è trovato in causa con una donna che aveva già portato in tribunale tempo prima, proprio per lo
stesso motivo» puntualizzaGiacomo Iucci.
La crisi ha fatto aumentare il numero di casi
di questo genere. L’Asspi di Perugia ne ha cinque in piedi solo in questo momento: «E non
sono per nulla pochi per una sola associazione
se si calcola che molti proprietari procedono
senza il nostro appoggio, assumento avvocati
privatamente» commenta
il presidente.
Al Sunia, Cgil, la solfa è
la stessa. «Negli ultimi due
anni, impennata mostruosa di sfratti. A noi preoccupa molto la situazione e,
soprattutto, come questa
viene gestita da istituzioni
e servizi sociali» dichiara Cristina Piastrelli, segretario generale, «I nostri clienti ci raccontano di addetti sbrigativi che non sanno gestire
con sensibilità appropriata i vari casi. Bisogna
capire che si tratta di momenti umilianti e di vero stress psicologico per quelli che vengono
chiamati morosi incolpevoli. Non è per nulla
semplice raccontarsi ed aprirsi con estranei;
sentirsi rispondere male non fa che rendere la
cosa ancora più insostenibile. Dovrebbe essere motivo di orgoglio venire incontro a famiglie
in difficoltà che sono davvero disperate. Quando manca la casa, manca davvero tutto». Cristina Piastrelli auspica un intervento diretto delle
istituzioni per fare fronte a quella che è davvero un’emergenza sociale.
Così, mentre aumenta il numero delle
persone in difficoltà, cresce anche il numero degli appartamenti sfitti: secondo
uno studio Halldis (società di servizi immobiliari), circa 3,5 milioni in tutta Italia. Non solo nel privato, ma anche nel
pubblico. Gli alloggi popolari vuoti, non
assegnati perché tenuti male e quindi
inagibili, sono circa 40 mila. Per ristrutturarli servirebbero fondi che, con la crisi,
sono sempre meno reperibili.
Queste case, però, sono ancora poche
se confrontate col numero delle famiglie
in difficoltà che da anni attendono l’assegnazione di un alloggio popolare. Un
esercito di 650 mila famiglie, comprese le
10 mila dell’Umbria. Un numero troppo
alto anche per l’edilizia popolare regionale, che riesce ad sistemare circa 300 famiglie all’anno. Sul podio delle città “non
virtuose” Prato, Lodi e Novara, rispettivamente con uno sfratto ogni 25, ogni 34
e ogni 40 affittuari. Salva l’Umbria, ma
non di molto. Infatti, nella nostra regio-
ne viene sfrattata una famiglia ogni 53 in
affitto. In particolare, una su 50 a Perugia
e una su 56 a Terni. Numeri che posizionano l’Umbria al settimo posto tra le regione italiane per richieste di sfratto.
A ottobre, il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi aveva parlato di fondi
specifici da destinare alla morosità colpevole: circa 40 milioni di euro da aggiungere ai100 già stanziati per il sostegno
al pagamento del canone. Soldi destinati a finire nelle casse dei Comuni e, di
conseguenza, nelle rispettive “aziende di
edilizia pubblica”.
Una problema, quello degli sfratti, affrontato anche dall’ex premier Enrico Letta. Difatti, tra i contenuti del decreto Mille proroghe, c’era anche un tentativo di
risolvere la situazione bloccando gli sfratti per finita locazione. Un provvedimento di per sé già sufficiente a scatenare le
polemiche dato che, secondo la legge
9/2007, questo tipo di intervento non include gli sfratti per morosità, ovvero la
parte più consistente del problema. Il risultato è stato quello di rinviare gli sfratti, garantendo per altri 12 mesi un tetto
sopra la testa ad appena un migliaio di
famiglie. Ma le contraddizione del decreto non finiscono qui. Difatti, quando si
parla di sfratti, spesso non si considera
l’altra parte, quella del proprietario, ormai costretto a diventare "ammortizzatore sociale" al posto delle istituzioni. Come chiedere a un proprietario, che magari conta proprio su quell’affitto per an-
dare avanti, di rinunciarvi? E non solo,
ma anche di continuare a pagare le bollette e il condominio.
Una crisi che, ovviamente, non colpisce
solo chi deve versare (o riscuotere) un affitto.
Quando si tratta di pagare, anche una rata
del mutuo può diventare insostenibile. Così aumentano anche i casi di alloggi messi
all’asta dove è la banca a prendere in mano la situazione, vendendo la casa con i proprietari ancora dentro.
CECILIA ANDREA BACCI
La Regione investe nuovi fondi
2013
L’assessore Vinti: «Tanti progetti in campo, ma governo assente»
1300
L
’Umbria è la quinta regione più piccola d’Italia, il suo Prodotto interno lordo non raggiunge il 2% di quello nazionale. Eppure, in tema di sostegno agli affitti, la quota di finanziamenti che sta mettendo
sul piatto è oltre il doppio dei trasferimenti
provenienti dallo Stato. Questo contrasto sembra rappresentare un diverso livello di attenzione sull’emergenza abitativa che grava su ampi
strati della popolazione, quelli più indigenti o
che, a causa della crisi, sono andati incontro a
un improvviso impoverimento. «Le risposte a
livello nazionale – commenta l’assessore ai Lavori Pubblici Stefano Vinti – finora sono state
molto deludenti. Servirebbero molte più risorse di quelle investite. Basti pensare che sul
fronte della morosità incolpevole, che rappresenta circa il 90 % degli sfratti, i fondi nazionali non superano i 40 milioni di euro per i prossimi due anni».
Una casistica, quella della morosità incolpevole, su cui la Regione Umbria, insieme con
l’ATER (Azienda territoriale per l’edilizia residenziale), è recentemente intervenuta: un milione e mezzo di euro per favorire l’incontro tra
la domanda di alloggi e l’offerta di case sfitte.
Il 20 dicembre scorso scadeva il termine entro
il quale i proprietari potevano mettere a disposizione i loro immobili, beneficiando di alcuni
incentivi. «Ad un primo screening risultano circa 100 nuovi alloggi utilizzabili. Per il momento lo consideriamo un buon risultato. Si può dire che, in un momento di crisi come questo, c’è
stata una risposta apprezzabile, in termini di
solidarietà ed impegno per la comunità, da parte dei proprietari».
sfratti
in Umbria
68 mila
in tutta
Italia
90%
casi di morosità
incolpevole
40 mila
alloggi sfitti
in tutta Italia
SOPhIE TAVERNESE
Ma c’è anche un’altra iniziativa su cui la Regione sta lavorando dal 2010, e che prevede la costruzione di oltre 300 alloggi da destinare a chi
è privo di abitazione o ha un appartamento considerato inadeguato. Recentemente sono stati
fissati nuovi parametri per poter rientrare nella
platea dei beneficiari. «Si tratta più che altro di
un aggiornamento, reso necessario dal fatto che
molte cose, negli ultimi anni, sono cambiate.Per
quanto riguarda il reddito, il parametro di riferimento adesso è l’ISEE, che non può superare
i 12mila euro. Era inoltre necessario ridefinire in
quali casi un alloggio può essere considerato
non adeguato alle esigenze di vita di una persona o di un nucleo familiare».
Non sono mancate, a dire il vero, alcune
polemiche. C’è chi ha ritenuto eccessiva l’attenzione rivolta agli immigrati. Lo scorso
anno, a Ponte Pattoli, 14 famiglie di stranieri
hanno ottenuto delle case popolari, a fronte di
un numero molto ridotto di italiani. Si trattava
ovviamente di famiglie regolarmente inserite
nelle graduatorie, ma alcune associazioni, tra le
quali CasaPound, hanno espresso il loro dissenso. «Sono polemiche del tutto strumentali.
Noi cerchiamo di rispondere alle necessità di
chi si trova in difficoltà, e non facciamo distinzioni di etnia, religione, provenienza geografica né di nessun altro tipo. Tutte le persone
sono uguali, a maggior ragione in una situazione di estremo bisogno».
Attualmente in Umbria si stimano circa 40mila vani non affittati. La speranza è che, con l’impegno di istituzioni e proprietari, possano diventare una dimora dignitosa per chi ne è privo.
LUCA SERAFINI
«Nessuno ha mostrato un po’ di comprensione»
EMERGENZA CASA
«Senza quei soldi non potevo andare avanti»
Vincenzo, 37 anni, costretto a vivere con i 250 euro della pensione della suocera. Ora è arrivato anche lo sfratto
Le parole
Giuseppe Sismondi, proprietario costretto a sfrattare una famiglia: «Scelta difficile, ma avevo perso il lavoro»
D
a novembre non riceve più la busta paga.
Vincenzo, perugino di 37 anni, vive in un
appartamento di via dei Filosofi con la fidanzata di 26 anni e la suocera invalida al 65%. Il
loro unico reddito è la pensione dell’anziana di
250 euro al mese perché lui ha perso il lavoro
come rappresentante di prodotti per parrucchieri. O meglio, ha deciso di andarsene, visto
che l’azienda in crisi non lo pagava più nonostante i contratti procurati. La fidanzata non
lavora da due anni nonostante le continue
ricerche. Inutile inviare curriculum, la crisi e il
clima politico incerto hanno azzerato ogni speranza.
«Quello che potevo dare l’ho dato. Chiedendo prestiti ad amici e familiari abbiamo messo
insieme 200 euro da dare al proprietario dell’appartamento questo ultimo mese» racconta Vincenzo. Ma, senza nessun preavviso, è arrivato a
casa l’atto
ingiuntivo di
sfratto. Inevitabile dato
che era da
quattro mesi
che i proprietari non
ricevevano
l’affitto.
«Qui vivevano i genitori della mia ragazza.
Quando il padre, la scorsa estate, è morto,
abbiamo deciso di tornare a Perugia, visto che
per lavoro vivevamo a Firenze. Arrivati alla
fine del contratto, i padroni di casa hanno
aumentato il canone a causa delle spese di
riscaldamento. Da 330 a 450 euro» spiega
Vincenzo. Un aumento significativo, che
diventa insostenibile quando si è disoccupati.
«D’altra parte non potevamo permetterci di
andare a cercare altrove, in quanto senza una
busta paga fissa –che io non avevo nemmeno
quando ero occupato poiché lavoravo a provvigione- non avevamo nemmeno i soldi per la
caparra».
Il 18 marzo si terrà l’udienza. «Non ho nemmeno provato a rivolgermi ai sindacati. Tanto
non hanno mai fatto nulla per aiutarmi a fronteggiare la mia situazione lavorativa. Nessuno
ha mostrato segni di comprensione, tanto
meno i proprietari di casa che non si sono
neanche preoccupati di inviarci la lettera di diffida» sottolinea Vincenzo che è diventato coordinatore del “Movimento 9 dicembre” a
Perugia, quello dei forconi. Una delle numerose vittime della crisi; «Non se ne può più.
Voglio giustizia sociale».
C.A.B.
E
S.T.
MOROSITà INCOLPEVOLE: riguarda quegli inquilini che, a causa della perdita di reddito, non
sono più in grado di pagare il canone d’affitto. Definizione al centro di polemiche poiché, tralasciando gli “occupanti di professione”, tutti gli affittuari sono potenziali vittime della crisi economica.
CANONE SOCIALE: riguarda alloggi costruiti dall’edilizia pubblica, assegnati a nuclei familiari
a basso reddito secondo la composizione di una graduatoria.
CANONE CONCORDATO: quota inferiore rispetto a quello normale e che concede specifiche
agevolazioni fiscali al proprietario di casa.
SFRATTI: fasi e costi
Avviare una pratica di sfratto può costare fino a 1.000 euro. A questi costi si aggiungono
tutte le mensilità perse più il (probabile) pagamento delle spese dell’inquilino, incapace di
sostenerle a causa delle difficoltà economiche.
Dopo la lettera di diffida, prima comunicazione ufficiale, arriva l’ingiunzione di sfratto e la
comunicazione della data dell’udienza. In Tribunale, l’inquilino può chiedere il “termine di grazia”, in pratica un periodo di tempo (3/4 mesi) entro il quale saldare la morosità. Nel caso in
cui l’inquilino non si presenti (o non si opponga) viene convalidato lo sfratto. L’alloggio dovrà
essere liberato entro un mese.
Davanti ad inquilini che si ostinano a non lasciare casa affittata, gli Ufficiali Giudiziari si rivolgono alla forza pubblica, che procederà con l’esecuzione forzata. L’iter descritto si conclude con il
"verbale di rilascio immobile", dove l’Ufficiale Giudiziario certifica l’avvenuto sfratto.
G
iuseppe Sismondi ha una casa nella periferia di Perugia. In virtù di questa proprietà, è stato costretto a recitare il ruolo del
proprietario che sfratta l’inquilino moroso. E
tuttavia, si sarebbe potuto trovare tranquillamente nella situazione opposta, nella condizione dell’affittuario privo di risorse, e cacciato
dall’abitazione.
La brutalità della crisi a volte appiattisce tutte
le differenze, se non quelle dovute al caso.
«Quella famiglia risiedeva nel mio appartamento da un anno e mezzo. Poi improvvisamente
per sei mesi di fila non hanno più pagato l’affitto. Il problema è che, nel frattempo, io avevo
perso il lavoro, e quella era la mia unica fonte
di reddito. Senza quei soldi non potevo andare
avanti, e per questo sono stato costretto a mandarli via».
Un’improvvisa disoccupazione che, per ironia
della sorte, ha colpito nello stesso momento le
due parti in causa. «Si trattava di una famiglia
con marito, moglie e due figli. Ad un certo
punto il marito, come me, è stato licenziato.
Nonostante anch’io mi trovassi in una condizione molto complessa, mi sono reso disponibile ad accettare pagamenti ridotti, una quota
minima ogni tanto. Ho provato ad andargli
incontro in tutti i modi, ma non c’è stato nulla
da fare». La ferita emotiva è stata forte. «Non è
stata una decisione presa a cuor leggero. Non
erano necessari grandi sforzi per immedesimarmi nella loro situazione, dal momento che
anch’io avevo appena perso il lavoro».
Quell’appartamento, da allora, è rimasto sfitto, nonostante per Giuseppe costituisca una
potenziale entrata in grado di farlo respirare.
Del bando della Regione con gli incentivi ai
proprietari non era a conoscenza, ma in ogni
caso difficilmente avrebbe potuto usufruirne.
«Il problema è che quella famiglia lo ha lasciato in condizioni pietose, e per rimetterlo a
nuovo avrei bisogno di soldi che al momento
non ho. Posso assicurare che, per come è
messo ora, non lo affitterebbe nessuno. Credo
sia preferibile andare a vivere sotto un ponte,
se mi passate la battuta amara».
L. S.
6
SPORT
15 MARzO 2014
Maurzio Menghinella è uno dei quattro italiani a partecipare alle grandi gare di “sleddog”. Sfidando il freddo e la neve
Cani e slitta: da Spello alla gelida alaska
«Per me il benessere dell’animale è la prima cosa. Sono disposto a rinunciare a una gara preperata per mesi, se il mio husky si fa male»
Maurizio Menghinella è un musher. Con la sua
slitta e i suoi cani gareggia tra le nevi di tutto il
mondo, con temperature che raggiungono i meno quaranta gradi e senza nessuno strumento
per orientarsi. È lo sleddog, la corsa con i cani
da slitta. In Italia sono solo in quattro a competere ad alto livello e Maurizio è uno di loro. Vive a Spello, dove ha un negozio dedicato ai suoi
hobby, insieme alla moglie e ai suoi 15 cani.
Come nasce questa passione?
Avevo due hobby nella vita. Il motocross, che ho
praticato per 12 anni e i cani. Ho praticato delle
esposizioni di bellezza con i miei dobermann,
ma effettivamente l’adrenalina non era proprio il
massimo. Poi ho scoperto l’esistenza dello sleddog e mi sono avvicinato a questa disciplina con
curiosità.
Sarà stato difficile fare i primi passi in una
regione come l’Umbria…
La prima difficoltà era capire come rimediare una slitta e
ho scoperto che il più
grosso ri-
notte dormi in albergo o dormi fuori in roulotte, ma al
massimo per una
notte. Poi ci sono le
mie preferite, che si
fanno in Svezia,
Norvegia, Finlandia
e Russia. Fai dai
500km ai 1800 km
di lunghezza e durano da una settimana
a 15 giorni. Lì parti
e gestisci tu tutta la
gara. C’è la partenza
e poi dei checkpoint
dove tu devi passare obbligatoriamenlo SleDDog è UNo SporT iNVerNale praTiCaTo SU SliTTe TraiNaTe Da CaNi
te ogni 60-80 km.
Quando arrivi ai
checkpoint i cani venvenditore di slitte del mondo e costruttore sta a
Bologna. Più semplice di quanto immaginassi. E gono controllati dai veterinari e si dà loro da
poi ovviamente ho preso due cani siberian hu- mangiare.
sky, che in questo sport è un cane storico perché
nasce sulla neve (anche se ad alti livelli li incro- In queste corse di resistenza, qual è il vostro
ciamo con i cani da caccia). Poi ho noleggiato un equipaggiamento?
team di 12 cani e li ho portati a casa con me.Con Per la strumentazione non c’è niente. Nessuna
questi cani mi sono iscritto alle prime gare che si bussola o telefono satellitare. Devi seguire solo
svolgevano qui in Italia, un po’ di sprint, un dei paletti che mettono le motoslitte ogni 70
po’ di media distanza e poi l’ “Alpentrail”, metri. Sono tipo i paletti dello sci da fondo, alche dura una settimana e che è un po’ co- ti due metri e mezzo con dei catarifrangenti per
la notte. Se c’è qualche inconveniente in slitta
me il giro d’Italia.
devi avere il necessario per sopravvivere 24 ore,
con tutto il necessario per nutrire te e i cani. DoCome si svolgono le gare?
La maggior parte delle volte si parte da un po un giorno ti vengono a cercare. L’importanposto e si ritorna allo stesso punto per 50 te è non perdere il percorso, cosa per niente fakm. Altre gare sono invece a tappe, e so- cile, perché non è come lo sci di fondo che trono un po’ più complicate. In queste gare la vi la pista battuta.
Qual è la cosa più difficile?
La cosa più complicata è tenere in
forma i cani, che possono essere 8 o 12. Il cane non devi averci un minimo problema, soprattutto ai piedi e ai
polpastrelli. Poi basta una banale storta sulla spalla mentre si
va in discesa sulla neve morbida per compromettere tutto. Ogni 20km o ogni 2 ore è necessario
fermarsi e controllare le scarpette che portano ai
piedi e nutrirli con degli snack molto proteici. Se
tu ami il cane, tu non lo spingi al limite pur di
arrivare al risultato. Per me viene prima di tutto
il benessere del cane, poi c’è il risultato. Ad esempio a Capo Nord ho partecipato ad una gara di
600 chilometri, preparata duramente. Al secondo giorno due cani non andavano come dovevano e sono tornato a casa. Me c’è gente che uccide i cani, pur di arrivare al traguardo.
Il suo prossimo progetto?
Sto preparando una
gara in Alaska il prossimo anno a marzo,
dove non sono mai
stai prima. È una gara un po’ diversa dalle
MaUrizio MeNghiNella
altre, perché si basa
sulla velocità invece che sulla resistenza. Non è
la mitica “Iditarod”, che è lunga 1800 km, perché è impossibile allenare in Umbria i cani a queste distanze, ma è la più antica gara del mondo.
Partirò con uno staff medico veterinario e in collaborazione con l’Univeristà di Perugia. In pratica è come se l’Umbria intera sfidasse l’Alaska.
MiChele raViarT
alpinismo...anche in Umbria!
P
Scialpinismo, arrampicata libera, sci escursionismo: una scuola promuove corsi per discipline invernali nel cuore verde d’Italia
oche montagne e una posizione geografica lontana dai poli alpinistici dell’Italia
centrale, come l’Abruzzo o le Marche.
«Nonostante questo, la cultura della montagna
è sempre appartenuta a questa regione ed anche se di nicchia, gli sport alpinistici sono seguiti molto bene in Umbria». Lo assicura
Claudio Busco, direttore della Scuola intersezionale umbra di alpinismo, arrampicata libera, scialpinismo e sci escursionismo:
le quattro discipline per le ascensioni in
montagna vengono insegnate e tramandate dagli anni ‘80 nella Scuola Vagniluca.
La Scuola prende il nome da Giulio Vagniluca, alpinista-filosofo umbro che si impegnò
a fondo per l’istituzione di corsi di alpinismo a
Perugia. «Oggi la Scuola coinvolge tutte le sezioni CAI (Club Alpino Italiano) dell’Umbria, eccetto Spoleto, con un’offerta formativa che va
dai corsi base a quelli avanzati». I 41 istruttori
delle quattro diverse discipline oltre all’insegnamento per i soci si occupano anche della formazione degli aspiranti istruttori, in modo da costituire una forma di “ereditarietà” della professione all’interno della Vagniluca.
«Le lezioni teoriche sono seguite subito da
quelle pratiche: per esempio, se la lezione teorica è sull’orientamento e la topografia, nella lezione successiva si metteranno in pratica le nozioni apprese in aula. Durante le uscite in montagna (sui monti Sibillini, al Terminillo, ma anche sul Monte Bianco) noi cerchiamo di fare didattica più che pratica: cerchiamo di istituire
una cultura della montagna, di trasmettere i
principi con i quali si può
affrontare una scalata in sicurezza, ma è im-
pensabile pretendere che si diventi alpinisti solo con qualche ora di esperienza. Ci vuole molto più tempo». La cautela, dice Busco, non è mai
troppa perché il pericolo, in montagna, è sempre in agguato. Proprio per ragioni di sicurez-
a lezione di
“ghiaccio”
È
cominciato a febbraio ma andrà avanti fino a maggio, il corso di scialpinismo
avanzato della scuola Vagniluca. Una disciplina che, a questo livello, si fa per la prima volta in Umbria, come spiega il direttore
del corso, Mirco Ranocchia: «Fino a ora non
c’erano istruttori adeguati per questa categoria di corso, che è la SA2, cioè un livello riservato a chi ha già un buon bagaglio di esperienze personali in montagna».
Dieci lezioni teoriche, che si svolgono prevalentemente presso il Cai di Foligno, e 8 lezioni pratiche: questa la struttura del corso,
a cui hanno avuto accesso solo coloro che
avevano acquisito precedentemente un buon
livello di scialpinismo. Ma in cosa consiste
questa disciplina? «Unisce una parte sciistica
a una parte alpinistica: dopo esser usciti con
gli sci a un certo punto si arriva a una parte
del percorso alpinistica. Ci mettiamo gli sci in
spalla e cominciamo a salire, su roccia o su
ghiaccio».
Gli allievi imparano a muoversi sul ghiacciaio,
ad ovviare alle cadute da crepaccio, apprendono le tecniche per costruire un ricovero di
emergenza e una barella per trasportare un
eventuale ferito. «Al mio corso ci sono 13 allievi da tutta l’Umbria, che abbracciano due fasce d’età: un gruppo sui 55-60 anni e uno che
va dai 30 ai 40. Ci sono anche due donne». La
richiesta umbra di scialpinismo è alta: «Non
riusciamo ad accogliere tutte le richieste che
riceviamo. All’ultimo corso avevamo avuto 64
richieste e abbiamo presi solo 18 persone.
L’Umbria ha una forte vocazione alla montaC. b.
gna, nonostante tutto».
za la Scuola Vagniluca pone dei limiti al numero di allievi per classe, soprattutto quando si
tratta delle lezioni pratiche, quindi delle escursioni in natura. «Un corso base, quindi più semplice, può arrivare anche a 25 persone ma per
quelli avanzati cerchiamo di tenerci sulla dozzina. Quello che ci interessa non è la quantità
ma la qualità: l’importante è insegnare ad essere autonomi quando si è a contatto con la roccia. E poi in montagna non è che ci si può andare in cinquanta».
CarloTTa baleNa
allieVi
Della
SCUola VagNilUCa
7
SPORT
15 MARzO 2014
Controverso, senza freni. La bandiera del Perugia si racconta: «Quel gesto era rivolto a me stesso, non era fatto per dividere»
Sollier, un pugno contro il mondo
Calciatore impegnato e scrittore, negli anni Settanta raccontò il mondo del calcio dall’interno, facendo infuriare dirigenti e allenatori
U
n pugno chiuso, la maglia rossa del
Perugia, un ragazzo con barba e capelli lunghi. Quando si dice “Paolo
Sollier” è a questo che si pensa. «La fama di
quel gesto mi precedeva ovunque andassi. Per
me era una cosa naturale, un saluto che facevo
con degli amici che la pensavano come me.
Quando sono arrivato in A mi sono imposto di
non smettere di farlo». Ma poi quel pugno è
diventato qualcosa che divideva, un simbolo da
applaudire o fischiare a prescindere: «Non era
quello che volevo io. Non ho mai amato il proselitismo. Era un gesto rivolto soprattutto a me
stesso. Per ricordarmi chi ero e non perdere la
strada». Paolo Sollier, che oggi ha 63 anni, è
stato uno dei protagonisti della storica prima
promozione in serie A del Perugia: «E pensare
che quella stagione 1974-1975 era cominciata
malissimo. Eravamo una squadra fatta da inesperti, scarti della serie A e gente che veniva
dalla C. Tra noi ci guardavamo e ci chiedevamo
“ma dove andiamo?”. In realtà l’allenatore
Ilario Castagner aveva assemblato un gruppo
con grandi mezzi tecnici». La città amava
Sollier, e lui la ricambiava: «Perugia era una
meraviglia continua. E in un giorno di pioggia
non c’era nessun altro posto che la valesse».
Sollier non era un giocatore come tutti gli
altri. Militava in Avanguardia Operaia, leggeva
paolo Sollier
libri impegnati, portava i compagni di squadra
a vedere film di Antonioni e Buñuel. E poi
scriveva. In “Calci e sputi e colpi di testa”, il
suo libro uscito quando giocava ancora a
Perugia, raccontava il mondo del calcio dal
punto di vista «di un ragazzo che si sforzava di
rimanere normale. Con tutte le passioni, non
solo politiche, dei ragazzi dell’epoca». Il libro
gli costò una marea di critiche e il deferimento
da parte della Figc. «Era un diario in presa
diretta di tutto quello che succedeva, e questo
li faceva incazzare. E poi c’erano le parolacce.
Io volevo scrivere in maniera realistica. Se le
usavano scrittori veri come Moravia e Pasolini,
allora poteva usarle anche uno finto come me».
E un passaggio di quel libro fece infuriare
anche Castagner, l’allenatore che l’aveva scovato alla Pro Vercelli e lanciato nel calcio che
contava: «Io scrissi che dopo la promozione in
serie A lui aveva cambiato atteggiamento. Non
era più “uno di noi” ma voleva essere davvero
“l’allenatore”, era molto impostato. Mi rispose
con una lettera cattivissima, ma non aveva tutti
i torti. Poi però quando ci rivedemmo al funerale di Renato Curi (il centrocampista del Perugia
morto in campo durante una partita con la Juventus)
ci riabbracciamo e capimmo che erano tutte
cazzate».
Dopo gli anni a Perugia, Sollier passò al
Rimini. Li trovò Helenio Herrera, “il mago”.
Un allenatore che aveva la fama di essere un
sergente di ferro. «Molti mi telefonavano chiedendomi “e ora come farai con Herrera?”. In
realtà siamo andati sempre d’accordo».
Talmente d’accordo che il “mago”, con Sollier,
a volte svestiva i panni del duro: «Una volta
dovevo andare a Parigi con una ragazza di
Perugia. Per questo avevo bisogno di un permesso di qualche giorno. Tutti mi dicevano
“ma sei pazzo, ma cosa vai a chiedere un permesso ad Herrera”. Io glielo chiesi, lui rispose
con uno dei suoi silenzi lunghissimi». Poi il
“mago” parlò, nel suo tipico slang italo-spagnolo: «Si tu vuole ti dò la chiave del mio
appartamento a Parigi». Sollier l’aveva spuntata, ma non era finita lì: «Mentre uscivo dal
suo spogliatoio mi chiamò e pensai “ecco la
fregatura”. Invece mi disse: “Mi deve prometere che tu fa un allenamento a Parigi”. E
lo feci. Andai ai giardini Luxembourg e giocai una partitella con dei ragazzini che ovviamente nemmeno sapevano chi fossi. Uno dei
miei momenti calcistici più belli».
Malgrado fosse un giocatore “atipico”,
soprattutto per la sua militanza politica, il
rapporto tra Sollier i compagni di squadra è
sempre stato ottimo. «Solo una volta mi
attaccarono. Dopo quel famoso LazioPerugia». Pochi giorni prima della partita un
giornalista aveva chiesto a Sollier se sapesse
che i tifosi della Lazio erano molto di destra,
e che alcuni di loro si riconoscevano nel
fascismo. Lui rispose: «Bene, vul dire che se
vinciamo sarà come battere la squadra di
Mussolini». Poco dopo, la frase di Sollier era
su tutti i giornali sportivi: «Forse potevo
risparmiarmela, ma era solo una battuta. Il
la sua carriera
Esordisce in serie
C con la Cossatese, nel 1969.
Dalla
stagione
1973-1974 è alla
Pro Vercelli, sempre in C. Poi passa
al Perugia: con i
grifoni totalizza
complessivamente
21 presenze in
Serie A e 124 presenze e 11 reti in
Serie B. Passa al
Rimini, in serie B,
per tre stagioni. Nel 1979 torna in C, alla Pro
Vercelli e alla Biellese, per poi tornare alla
Cossatese dove chiude con il calcio giocato.
giorno della partita mi ritrovai a giocare sotto
uno striscione con su scritto “Sollier boia”.
Ci furono scontri sugli spalti, e qualche perugino rimase ferito. Mi dispiacque molto, perché, anche se indirettamente, era colpa mia».
Oggi Sollier vive a Vercelli, poco lontano
da Chiomonte, dove è nato e dove progetta
di tornare, «quando inizieranno gli anni del
declino». Dopo la carriera da calciatore ha
allenato diverse squadre, soprattutto a livello
dilettantistico. Da qualche anno è alla guida
della nazionale italiana scrittori, intitolata a
Osvaldo Soriano, l’autore che ha saputo unire
più di tutti il mondo della letteratura e quello
del calcio. «C’è così tanto entusiasmo che
sembra un settore giovanile postdatato. A
vederci giocare non viene quasi nessuno, ma
abbiamo fatto diversi tornei europei con altre
nazionali di scrittori». Guardando indietro,
Sollier non ha rimpianti: «Molti dicono che se
non fossi stato così politicizzato avrei fatto
più carriera. Ma non è vero. Se non ho fatto
meglio è stato perché non ero bravo abbastanza, molto semplicemente».
Meroni, Vendrame e gli altri: storie di campioni ribelli
P
Fantasiosi e irriverenti, capaci di rifiutare la nazionale pur di non tagliarsi i capelli o di andare in panchina con cappello e pelliccia
adova- Cremonese, serie C, stagione
1976-1977. Risultato inchiodato sullo zero a zero, si dice che i calciatori in campo si siano accordati con una combine. A un
tratto un giocatore del Padova prende la palla
sulla sua tre-quarti di campo, dribbla la sua intera squadra senza che nessuno riesca a fermarlo, arriva a fintare il tiro davanti al suo portiere.
Il malcapitato si
tuffa inutilmente su di lui cercando di levargli
il pallone, il suo
compagno di
squadra va verso
la linea di porta,
poi si ferma.
Quel giocatore,
capelli lunghi,
aria da hippie, è
Ezio Vendrame.
ezio VeNDraMe
Qualche anno
dopo, nella sua autobiografia “Se mi mandi in tribuna godo” spiegherà che quella corsa impazzita verso la sua porta era un modo «per salvare
l’emozione». Pare che un tifoso del Padova morì di infarto durante il numero del ribelle Vendrame, che però non si è mai scomposto: «Un de-
bole di cuore non avrebbe mai dovuto venire a
vedermi giocare».
Vendrame, mezzala veloce e fantasiosa, era destinato a diventare un campione. Ma dopo soli
giaNfraNCo zigoNi
tre anni di serie A al Vicenza finì la sua carriera
nelle serie minori. Troppo ribelle per andare
d’accordo con gli allenatori. Ma anche per questo sempre adorato dai tifosi delle sue squadre.
Più fortunata la carriera di un altro calciatore
simbolo degli anni Settanta, Gianfranco zigoni, che proprio con Vendrame scrisse un libro,
“Dio zigo pensaci tu”. «Come me al mondo ci
sono solo due giocatori: Pelè e Maradona. Calcisticamente siamo tre extraterrestri». Basterebbe
questa frase a spiegare che tipo era, zigoni, 265
presenze e 63 gol in Serie A con le maglie di Juventus, Genoa, Roma e Verona.
Proprio come il calciatore ribelle per eccellenza, il nordirlandese George Best, zigoni amava
le donne, l’alcol e i motori. Nei suoi anni alla Juventus giocò poche volte: troppe le squalifiche
accumulate per il suo temperamento irrequieto.
Andò meglio alla Roma, ma fu all’Hellas Verona che zigoni entrò nella leggenda. Una volta
Valcareggi lo lasciò in panchina e lui, per protesta, ci andò in pelliccia e cappello. Alla fine di
un Verona-Vicenza, invece, saltò in dribbling
quattro avversari e infilò il pallone all’incrocio
dei pali. Per poi andare direttamende negli spogliatoi, imitato da centinaia di tifosi che uscirono dallo stadio.
Gigi Meroni, invece, amava l’arte, sapeva dipingere e persino disegnare vestiti e cravatte. A Torino lo chiamavano “la frafalla granata”, perché
quando dribllava gli avversari sembrava volare. E
poi era un anticonformista: portava i capelli lunghi e conviveva con una ragazza polacca già sposata, una cosa quasi impensabile per l’epoca. Meroni giocava ala destra, il ruolo degli irregolari per
eccellenza.. Era l’artista del gol impossibile, del
dribbling perfetto e bello come una pennellata
d’autore. Quando Edmondo Fabbri lo chiamò in
nazionale gli impose di tagliarsi i capelli. Mero-
ni, uno capace di andare in giro con una gallina al
guinzaglio, di travestirsi da giornalista per chiedere alla gente cosa ne pensava di Meroni, uno che
disegnava i suoi vestiti sul modello di quelli dei
Beatles, rispose «no, grazie». Morì a 24 anni, investito da un’auto guidata da un diciannovenne
neopatentato, Attilio
Romero, suo grande tifoso, che poi nel 2000
diventò presidente del
Torino.
Qualche giorno dopo
c’era il derby Torino- Juventus. All’inizio della
partita un elicottero gigi MeroNi
inondò di fiori la fascia destra del campo. Quella di Gigi Meroni. Il centravanti argentino Nestor
Combin, grande amico di Meroni, acquistato dai
granata quando era considerato finito e rinato
grazie agli assist della «farfalla», insistette per giocare nonostante avesse una febbre altissima. Lottò come un leone e segnò tre reti. La quarta ufficialmente fu segnata dal successore di Meroni,
Alberto Carelli. Ma tutti sanno che in realtà la mise a segno la maglia numero sette.
pagiNa a CUra Di
aNToNello paCiolla
La ricorrenza
8
15 MARzO 2014
Dai carri di San Sisto fino ad Acquasparta passando per le giornate del Bartoccio, ecco gli appuntamenti in Umbria
Quel che resta del Carnevale
Bambini, adulti e anche cani: tutti scendono in strada mascherati per festeggiare la giornata durante la quale tutto è concesso
C
osa è rimasto del Carnevale? Una ricorrenza dall’origine antica, un momento in
cui tutto era permesso prima di sprofondare nell’austerità e nel raccoglimento della Quaresima, durante i quali svaghi e spettacoli teatrali
erano banditi. Un ricordo talmente forte
che ancora oggi il viola, usato nei paramenti sacri durante quei quaranta giorni,
viene considerato dagli attori un colore
malaugurante. Ma oggi, in tempo in cui i
divertimenti non mancano e sono a portata di mano 365 giorni all’anno, qual è il
senso del carnevale?
L’Italia è famosa soprattutto per le maschere veneziane e i carri di Viareggio, ma
anche in Umbria non mancano le opportunità per festeggiare. Uno dei fiori all’occhiello è il carnevale di Acquasparta, in
provincia di Terni. «Vengono persone da
tutto il Centro Italia – spiega Sergio Saveri, vicepresidente del comitato che realizza la manifestazione – La nostra festa è pensata per i più piccoli e questo è il nostro punto
di forza. Se loro si divertono stanno bene anche
gli adulti ed i genitori». Accanto ai carri a forma
pasticceria Sandri
un febbraio agrodolce
«Nessuno fa gli struffoli come noi: oggi
quasi tutti usano il lievito, quello che si acquista al supermercato, noi invece continuiamo a farli senza, ed è tutta un’altra cosa». A spiegarlo è Carla Schucani, la titolare della storica pasticceria di Corso Vannucci. Dopo 153 anni, la sua attività ha
chiuso i battenti l’estate scorsa ma si prepara a riaprire prima di Pasqua.
Questo è il primo
carnevale senza i
dolci più celebri
del centro storico, ma la signora
Carla non ha
dubbi. «In questo periodo dell’anno abbiamo
sempre avuto
moltissimi clienti nonostante la crisi: frappe, brighelle, frittole e cicerchiata fanno
parte di quella tradizione che non passa
mai di moda. Ma ormai il carnevale sta diventando un’occasione come tante: oggi ci
sono mille modi per divertirsi, non si aspettano le feste comandate. La vera mascherata si fa tutto l’anno.»
a. M.
Da
di trenino e di slitta, per le vie della città sfilano
le majorette accompagnate dalla musica della
banda. «Il carnevale è un’esplosione di gioia e i
padroni della festa sono proprio i bambini» continua Saveri.
Ma lo spirito della festa può coinvolgere tutti. Quest’anno a Spoleto, per la prima volta, si è tenuto il Canevale, dove a
mascherarsi sono stati i cani, probabilmente più per la gioia dei padroni che per
la propria.
Un appuntamento pluridecennale è invece la sfilata dei carri di San Sisto. Ormai siamo giunti alla 35esima edizione e
da quattro anni i festeggiamenti sono organizzati dall’Associazione carnevale dei rioni. «L’organizzazione è nata per far fare un salto di qualità
ad una manifestazione che ormai va avanti da decenni» spiega il presidente Valter Ficola. A organizzare il carnevale sono sei rioni che per mesi lavorano per la riuscita della festa. «All’inizio ogni
carro veniva costruito in un posto diverso e fino
all’ultimo giorno nessuno poteva sapere a cosa
stessero lavorando gli altri. Adesso invece, sia per
una questione di spazio ma anche per ridurre i costi, facciamo tutto insieme».
La realizzazione inizia a novembre. All’inizio
lavorano solo quattro o cinque persone, ma con
l’avvicinarsi del carnevale i partecipanti arrivano
a diventare anche 40, tra i quali trovano spazio anche i bambini.
«Purtroppo quest’ anno sfileranno solo quattro
rioni perché gli altri due sono a corto di persone» spiega Ficola. Si tratta di un brutto colpo per
l’associazione. La realizzazione dei carri rappresenta soprattutto un momento di convivialità, in
grado di unire il quartiere. «Lo spirito è quello di
stare insieme e di tenere legato il quartiere. Da noi
ci sono anche molti stranieri e il nostro obiettivo è anche quello di portare sempre nuove per-
SiNiSTra: MaSChera DUraNTe il CarNeVale MeDieVale Di
ToDi;
Carro allegoriCo Del CarNeVale Dei baMbiNi Di
Quattro Colonne
Anno XXIII
numero 5 – 15 marzo 2014
Periodico del Centro Italiano di Studi Superiori
per la Formazione e l’Agg.to di Giornalismo Radiotelevisivo
Direttore responsabile:
Antonio Socci
SGRT Notizie
Presidente: Nino Rizzo Nervo
Direttore: Antonio Bagnardi
Coordinatori didattici:
Luca Garosi – Dario Biocca
Redazione degli allievi della Scuola
a cura di Sandro Petrollini
Registrazione al Tribunale di Perugia
N. 7/93 del marzo 1993
sone a partecipare per la realizzazione dei carri»
racconta Ficola. Ma l’esperienza comunitaria non
si limita solo alla sfilata dei carri. «Quest’anno abbiamo anche organizzato una lotteria del carnevale e per l’occasione abbiamo organizzato un
torneo di calcio allo stadio comunale di San Sisto,
anche per far coinvolgere le persone dei rioni che
non hanno sfilato».
Proprio per tenere vive le tradizioni della regione è nata tre anni fa la Società del Bartoccio,
un’associazione che non a caso ha scelto il della
maschera seicentesca tipica dell’Umbria. Bartoccio era infatti l’uomo di campagna che, arrivato
alCUNi
parTeriCpaNTi al
CarNeVale
Di
ToDi
in città, si trovava di fronte ai vizi e alle contraddizioni delle persone che vivevano lì. Proprio
“bartocciate” vengono chiamati i componimenti satirici con i quali si prendevano di mira i ricchi ed i potenti. «Facciamo iniziative cercando di
mantenere un certo livello culturale ma sappiamo
anche essere popolari, per esempio organizzando degli incontri ‘mangerecci’» spiega Renzo
zuccherini, presidente della società.
Proprio il carnevale ha dato lo spunto per mettere in piedi un programma ricco di eventi, iniziato il 15 febbraio e che durerà fino al primo marzo. Se fino a tre anni fa l’organizzazione di queste giornate era in mano ad un gruppetto di persone, adesso le adesioni sono molte di più. «Da
quest’anno possiamo anche contare sull’aiuto di
alcune associazioni del centro storico e dei borghi umbri, che con i loro laboratori artigiani hanno collaborato alla realizzazione del carnevale»
racconta zuccherini.
Ma per una manifestazione che nasce, ce n’è
una che muore. È il caso di Carnevalandia, l’evento che per tredici anni si è tenuto a Todi e che
quest’anno, per la prima volta, non ci sarà. A mettere fine a questa esperienza è stata la mancanza
di fondi, come spiega Luca Rossini, che fino al-
aCQUaSparTa;
UN alTro MoMeNTo Del CarNeVale MeDieVale Di
In redazione
Laura Aguzzi – Cecilia Andrea Bacci – Carlotta Balena –
Antonio Maria Bonanata – Alessandra Borella – Edoardo
Cozza – Nicole Di Giulio – Giuseppe Di Matteo –
Federico Frigeri – Lorenzo Maria Grighi – Manlio
Grossi – Michela Mancini – Alessia Marzi – Nicola
Mechelli – Alessandro Orfei – Antonello Paciolla – Lucina
Meloni Paternesi – Michele Raviart – Valentina Rossini –
Giulia Sabella – Luca Serafini – Antonella Spinelli –
Sophie Tavernese – Caterina Villa
Maschere, che business
Il viso rotondo di Angela Merkel, quello spigoloso di Valdimir Putin, il sorriso di Kate
Middleton e l’inconfondibile cresta di
Balotelli. Le maschere di carnevale sono da
sempre la brillante rivisitazione dell’attualità. Non è un caso infatti che tra i volti più
ambiti spunti anche quello di Matteo Renzi.
Per vestire i panni carnevaleschi possono
bastare anche pochi spiccioli. Si può essere
originali anche acquistando una mascherina
di cartone da tre euro, purché si abbia un
po’ di fantasia. Ma si sa, oggi il tempo è
denaro e per molti forse le giornate durano
troppo poco per ingegnarsi con il baule in
soffitta. E se i vestiti cuciti dalla nonne sono
ormai pezzi rari, la soluzione può essere
affittare un costume per un giorno.
Vengono accontentati anche i gusti dei più
“originali”: toreri, suore, supereroi, principesse, cavalieri medievali, ballerine anni
‘80. Si parte da un prezzo base di 20 euro
per arrivare ai 200 euro dei travestimenti
più ricercati. Trasformarsi per una sera in
un doge veneziano, con tanto di panciotto e
tricorno, costa una cinquantina di euro.
Lavanderia post bisboccia inclusa.
Maschere per tutti i gusti, che si tratti di
grandi o piccini. Ma la vera protagonista di
questo carnevale 2014 è il fortunato cartone animato inglese Peppa Pig. La maialina
adorata da tutti i bambini ha invaso le vetrine dei negozi. Resiste in un angolo il timido Arlecchino, intramontabile ma un po’
sbiadito.
aleSSia Marzi
l’anno scorso si è occupato dell’organizzazione.
«Di fatto non c’è neanche mai stato un colloquio
con la nuova amministrazione» racconta. Erano
due i momenti che componevano Carnevalandia:
uno era il carnevale medievale che si teneva a Todi, mentre il secondo si svolgeva a Ponte Rio con
la sfilata dei carri allegorici. L’anno scorso sono
riusciti a mantenere almeno quest’ultimo appuntamento, ma invece per l’edizione 2014 non c’è
stato niente da fare. «Si trattava dell’unico carnevale medievale d’Italia, era un’importante attrazione turistica, ci dispiace molto che non ci sia
più» racconta Rossini.
La crisi mette fine quindi ad uno degli appuntamenti più importanti dell’Umbria. Sarebbe il caso di prendere spunto da Arlecchino, la più famosa tra le maschere. Non avendo i soldi per comprare un vestito, la madre cucì insieme tanti pezzi di stoffa diversi portati dai suoi amici in modo
da dargli un abito. Proprio l’abito che è diventato
il simbolo del carnevale.
giUlia Sabella
ToDi;
Carro allegoriCo Del CarNeVale Di
SaN SiSTo
Segreteria: Villa Bonucci
06077 Ponte Felcino (PG)
Tel. 075/5911211
Fax. 075/5911232
e-mail: [email protected]
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Spedizione in a.p. art.2 comma 20/c
legge 662/96 Filiale di Perugia
Stampa: Graphic Masters - Perugia
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