Quattro Qcolonne SGRT notizie Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in A.P. 70% regime libero – ANNO XXIII n° 5 15 mArzO 2014 – AUT.Dr/CBPA/CENTrO1 – VALIDA DAL 27/04/07 In un anno 1.300 famiglie rimaste senza un tetto sulla testa eMergeNza CaSa il CaSo Sfrattati dalla crisi la guerra dei pannolini Non riescono più a pagare l’affitto: sempre più frequenti i casi di morosità incolpevole le due facce di un fenomeno che non risparmia più nessuno. abbiamo raccolto le testimonianze di inquilini e proprietari, spesso entrambi disoccupati, messi in ginocchio da un crollo economico che non sembra avere fine. Storie di ordinaria disperazione baCCi, SerafiNi e TaVerNeSe a pagg. CarNeVale Umbri, giù la maschera! Una festa tra modernità e tradizione, facendo i conti in tasca 4-5 DiCoNo Di Noi Quando la banda è stretta È una delle contraddizioni italiane essere primi per tasso di motorizzazione e diffusione dei telefonini ma ultimi tra i grandi paesi sviluppati per banda larga e diffusione dei computer. Della tecnologia sembriamo prendere solo il lato divertente. L’utilizzo della rete è in crescita, ma ancora lontano dagli standard europei. Il 55 per cento delle famiglie italiane dispone di internet, ma nel resto dell’Europa sono invece 70 famiglie su cento che possono disporre della connessione super veloce. Sul territorio italiano, emerge chiaramente come si navighi di più nel Nord Italia rispetto al resto del Paese. Al primo posto la provincia autonoma di Bolzano, seguita dalla Valle d’Aosta e dal Veneto. Nord Italia che appare avvantaggiato anche per la presenza di infrastrutture maggiormente sviluppate. Un altro dato che fa riflettere è il tasso di motorizzazione in rapporto alla popolazione che in Italia è di 62 auto ogni 100 abitanti. E questo nonostante le nostre città, con i loro centri storici concepiti per andare a piedi, siano tra le meno adatte per andare in macchina. Il corrispettivo è l’inquinamento dei centri abitati, con Torino maglia nera per lo smog. Per gli spostamenti gli italiani sembrano continuare a preferire l’auto forse per comodità, ma occorre anche considerare che la rete dei trasporti pubblici in alcune parti della penisola lascia molto a desiderare, come provano le polemiche ricorrenti da parte dei pendolari che devono spostarsi ogni giorno da casa ai posti di lavoro. A dire il vero nella diffusione delle automobili hanno pesato anche due fattori esterni. Il primo, essere un paese produttore di auto: avere la Fiat ha contato. Ha promosso una politica industriale che ha indubbiamente creato professionalità, ma che è stata arricchita di incentivi statali, argomento al centro delle polemiche anche di recente, quando i vertici dell’azienda torinese hanno deciso di trasferire la loro sede legale e fiscale all’estero. La decisione è stata vista come un gesto di ingratitudine. Il secondo, avere una politica disattenta e in ritardo rispetto all’adeguamento delle infrastrutture per il trasporto di massa. Una distrazione che molti hanno visto come una volontà di proteggere l’interesse nazionale. E così a bordo delle loro auto e in tasca gli smartphone, gli italini navigano nel nuovo secolo in attesa della banda larga. ValeNTiNa roSSiNi «Q ui ci tolgono anche le mutande», recita un adagio popolare che vede nelle braghe l’ultima e inviolabile barriera del rispetto umano. Ma siamo sicuri? Alla luce delle proteste per i nuovi pannoloni distribuiti dal sistema sanitario regionale per anziani e disabili, gli slip sembrano un orpello da boom economico. Ad inchiodare la Regione alle sue responsabilità sono i tre sindacati Cgil, Cisl e Uil, insieme a svariate associazioni di volontariato, infermieri e un esercito di laboriose badanti dell’Est. Senza entrare troppo nel dettaglio, per pudore e buongusto, questi pannoloni sarebbero poco assorbenti e la taglia più grande sarebbe molto più piccola degli extra large delle precedenti forniture. La direzione generale dell’Azienda Usl Umbria 1, a seguito delle numerose lamentele sollevate dai cittadini, ha fatto sapere che sta procedendo a una verifica immediata delle criticità segnalate. La gara d’appalto per la fornitura di quelli che burocraticamente vengono chiamati “ausili per l’incontinenza”, secondo quanto veniamo a sapere, è stata vinta tenendo conto di due criteri: qualità e prezzo. A vincere, ironia della sorte, è stata la stessa società multinazionale che si era aggiudicata la gara precedente e che quindi effettuava già la fornitura. Questo “incidente” tra sistema sanitario e malati verrà risolto, speriamo il prima possibile. Lasciamo da parte banali similitudini tra la condizione dell’Italia di oggi e quella degli anziani mentre indossano i “nuovi” pannoloni; sta di fatto che la Regione nelle prossime settimane dovrà lavorare per contenere due incontinenze: quella fisica di migliaia di persone e, soprattutto, la rabbia di chi ha subito queNiCola MeChelli sto disagio. TeNDeNze basta piccoli Comuni via libera alle fusioni UN UoMo iN CoSTUMe DUraNTe il CarNeVale MeDieVale Di L ToDi la tempesta economica colpisce anche la festa più allegra dell’anno. a Todi muore Carnevalandia, che da 13 anni portava per le strade della città costumi dal sapore medievale. perugia non se la passa meglio: non ha ancora riaperto Sandri, la storica pasticceria che rappresentava una sosta obbligata per tutti i perugini. però c’è chi resiste: la Società del bartoccio è in crescita e nei negozi specializzati c’è chi è disposto a spendere fino a 200 euro per affittare un costume Marzi e Sabella a pag. 8 VoloNTariaTo perSoNaggi Un giorno in ambulanza: viaggio nella quotidianità di chi si mette a servizio degli altri Una carriera da ribelle dentro e fuori dal campo: il calciatore Paolo Sollier si racconta borella a pag. 2 paCiolla a pag. 7 ’Umbria mette in soffitta i campanilismi e apre le porte alle fusioni dei piccoli comuni. Hanno avviato l’iter cinque realtà dell’orvietano: Montegabbione, Monteleone d’Orvieto, Fabro, Ficulle e Parrano. Il più grande di questi, Fabro, non arriva a tremila abitanti. Il più piccolo, Parrano, ne ha meno di 600. Gli abitanti si esprimeranno in primavera. Le preoccupazioni certo non mancano. Il timore è quello di perdere la vicinanza con i “propri” uffici comunali. I sindaci sono tutti a favore e adesso saranno chiamati ad una profonda campagna per spiegare i vantaggi dell’operazione ai cittadini che non sembrano del tutto convinti. Il progetto a cui si sta lavorando prevede che restino divisi i servizi di front office, così che il cittadino non si accorga di nulla. Si dovrà accentrare il resto, per aumentare l’efficienza. In queste realtà, infatti, è possibile incontrare un vigile urbano che deve anche dedicarsi al settore elettorale e a quello del commercio. Un tuttologo che solo nei ritagli di tempo fa il suo lavoro, quello di polizia municipale. In Italia le fusioni si stanno diffondendo. Solo quattro i comuni nati da unioni nei primi dieci anni del 2000. Il primo gennaio 2014 invece i municipi nati dalle fusioni sono stati 14. In Umbria quella di questi cinque comuni è la prima, ma non è detto che sia l’ultima. La regione infatti conta 900mila abitanti, divisi in 92 comuni: una media di meno di 10mila abitanti a comune. Senza contare che 280mila abitanti però risiedono tra Perugia e Terni. Davvero una terra di campanili. aleSSaNDro orfei 2 PRIMO PIANO 15 MARzO 2014 Nel 2014 si festeggiano i 150 anni dalla prima Convenzione di Ginevra: nel 1864 nasce la più famosa organizzazione umanitaria i mille volti della Croce rossa N La presenza è capillare: il presidente del comitato regionale, Paolo Scura, spiega le numerose iniziative della Cri sul territorio on c’è fischio d’inizio di una partita di calcio se non c’è in campo l’ambulanza. Ma pochi sanno che il trasporto è una piccola parte di tutte le attività di volontariato di cui si occupa la Croce Rossa. «Che è talmente tante cose, che non la si può rila SToria durre al 118 – dice 1859 heNry DUNaNT, il foNDaTore, è UN iMPaolo Scura, presipreNDiTore SVizzero dente del comitato Che riMaNe SCoNVolTo regionale, 16 anni Dalla MaNCaNza Di SoCin Croce Rossa –. CorSi SaNiTari NelCi sono quattro inl’eSerCiTo DUraNTe la segnanti in pensiobaTTaglia Di SolferiNo ne che a Spello dan1864 priMa CoNVeNzioNe Di giNeVra; NaSCe il no lezioni di italiaCoMiTaTo Di MilaNo no a dei bambini 1885 NaSCe il CoMiTarom, abbiamo i raTo Di perUgia, DireTTo gazzi che portano Dal CoNTe regiNalDo cibo e coperte ai aNSiDei Di CaTraNo senzatetto, ci sono i servizi sociali in carcere, nei reparti pediatrici dell’ospedale e nella radioterapia oncologica. Ci finanziamo con le attività, con le convenzioni con le Asl, ma è la generosità delle persone a mandare avanti la Croce Rossa». Il percorso di formazione (in due livelli) per far parte della Croce Rossa è molto impegnativo. Oltre 100 ore teoriche, alle quali non potrebbe sottrarsi nemmeno un medico che volesse vestire la divisa della Croce Rossa. Poi circa 200 ore di tirocinio per specializzarsi nel trasporto in ambulanza. Le infermiere volontarie, invece, le “crocerossine”, con divisa bianca o celeste, frequentano un corso di 2mila ore. Umbria pioniera in Italia della formazione nel primo soccorso, grazie ad una convenzione con l’Ufficio scolastico regionale. Sono stati formati 600 insegnanti delle scuole primarie e secondarie. Inoltre, il Comune di Perugia ha da poco firmato un protocollo d’intesa con il comitato provinciale, che prevede corsi di formazione di 5 ore rivolti alle famiglie i cui figli frequentano gli asili nido comunali. Verranno insegnate semplici manovre di soccorso, come ad esempio la disostruzione pediatrica, efficace nell’85% dei casi in cui un bambino ingoi degli oggetti che rischiano di soffocarlo. Si parla anche di violenza sulle donne: a dicembre il comitato regionale ha organizzato un convegno. Del progetto fa parte anche un concorso che coinvolge 45 scuole dell’Umbria. Gli studenti hanno partecipato con dei lavori creativi (testi, video, pitture) che verranno premiati il 16 marzo prossimo. Scura si emoziona quando racconta dell’accompagnamento dei disabili in vacanza: «Io me ne sto qui a fare un lavoro di scartoffie. Ma quando sono andato con loro, ho sentito un ragazzo cieco strillare “vedo il mondo” in una pista da sci. Alla base di questa scelta di vita c’è l’emozione, allora ben vengano anche le necessarie scartoffie». in ambulanza con il comitato di Todi M atilde ha 90 anni. È così minuta, che non ci si capacita del peso della barella. Una barella che su e giù per corridoi, reparti, ascensori, percorre molti chilometri in più di quelli sulla strada: circa 4 mila in media al mese, per tutti i mezzi del comitato locale di Todi. Pur non avendo la convenzione con l’Asl per il 118, dalla residenza comunale per anziani “Cortesi Veralli”, sede della Cri Todi, le ambulanze escono sempre equipaggiate per l’emergenza. E, anche se lo sembrano, ad occhi inesperti, non sono tutte uguali. Quella che accompagna la signora Matilde dall’ospedale di Pantalla al Silvestrini per una visita specialistica, è dotato di defibrillatore, bombole di ossigeno e tutto l’occorrente per la rianimazione. Per salirci – e non in MiChela SorDiNi, Sopra CoN la SigNora MaTilDe, iN aMbUlaNza; a DeSTra al CeNTro, Tra giaNlUCa Milillo e jeNNy VeNTi orizzontale, sulla barella – la pettorina della Croce Rossa è d’obbligo. Seduti dietro un’ambulanza, le buche della E45 sembrano farsi più profonde, anche se le mani che stringono il volante sono quelle esperte di Gianluca Milillo, che guida con una patente speciale. Ha 41 anni, due figli, è sardo di nascita e umbro d’adozione. Dopo 18 anni come dipendente dell’Aprilia, a Marsciano, ha trasformato la crisi in opportunità: è entrato in mobilità e ha deciso di lasciare il lavoro per fare il vigile del fuoco, e, da un anno, anche il volontario Cri. Non ci sono turni qui, solo disponibilità. E così succede che inizia un nuovo servizio, ancor pri- i NUMeri 186 paeSi 120 MilioNi i VoloNTari Nel MoNDo 4500 VoloNTari iN UMbria 2 CoMiTaTi proViNCiali, 17 loCali, 8 SeDi DiSTaCCaTe 87 Mezzi Di TraSporTo iN regioNe 8 Maggio giorNaTa MoNDiale Della Cri paolo SCUra, preSiDeNTe CoMiTaTo regioNale Della CroCe roSSa iN UMbria, Nel SUo UffiCio Nella SeDe Di perUgia ma di aver concluso quello precedente: Matilde è tornata nella sua stanza al Pantalla, ma c’è Pasquina da dimettere. «Ora bisogna vedere come sono le scale, per capire se ci vuole il sacco per trasportarla», spiega Michela, 26 anni, infermiera e volontaria Cri. Ha alle spalle otto anni di protezione civile e due esperienze di vita di campo: le tendopoli dell’Aquila e dell’Emilia. L’aiuto ai terremotati l’ha resa una ragazza pragmatica. Eppure il suo trucco è perfetto: sulle sue palpebre è disegnato un filo sottile di eye-liner nero, sopra un velo di ombretto chiaro. Le scale a casa di Pasquina sono strette. Ci vuole il sacco e servono le braccia di tutti i presenti. Michela e Gianluca scherzano con Jenny, il capo equipaggio. Ha soli 19 anni, la forza e lo spirito di responsabilità sono quelle di una persona molto più matura della sua età. È lei che risponde al telefono, 24 ore su 24, per disporre i vari servizi. Non solo 118, le storie dei volontari Tè caldo, cibo e coperte: così si combattono il freddo e l’indifferenza ieci e mezza di sera, stazione Fontivegge, mangiare. Luca, Daniele e Massimiliano parlabinario uno. Nulla di strano, se non per la no con lui, fissano un appuntamento per capire presenza di uni notaio, un maresciallo dei cara- come possono assisterlo. Questa è la prima volbinieri e un dipendente regionale che, smessi i ta che lo vedono. Ma ci sono anche persone con panni della professione, ora indossano la stessa cui si instaura un legame. Hanno scoperto da podivisa. Sono in servizio. Quello di “assistenza ai co una persona che senza fissa dimora”, tra gli interventi sociali di vive in un cunicui si occupa la Croce Rossa. In questo caso, è colo. Perugiil comitato di Perugia insieme a Corciano e De- no, riesce a ruta. Due sere a settimana, dalle 19 a mezzanot- fingere di te, in giro per la provincia ci sono loro e molti al- giorno una tri. «Portiamo tè caldo, viveri e coperte, è la pro- vita da liloco di San Sisto che ce le mette a disposizio- bero prone», dice Massimiliano, 40 anni, di cui 17 in Cro- fessionista. ce Rossa: il veterano. «Lui è bravissimo ad ap- Non dicono procciare le persone» dice Daniele, 49 anni. Sì di più, ci tengoperché la parte difficile del loro compito è pro- no al rapporto l’aUTo CoN le CoperTe e i ViVeri prio avvicinare chi ha bisogno di aiuto, ma non di fiducia con lo chiede a parole. Si pensa siano stranieri, clan- lui: è uno degli destini, o senzatetto. E invece «ora ci troviamo “invisibili”, che a volte per orgoglio o vergogna, di fronte ai nuovi poveri, persone che hanno un faticano ad accettarlo, un aiuto. «Quando ci dilavoro ma non riescono più a sostenere le spese cono il loro nome, è una conquista per noi e per oppure padri separati. Gente come noi, è un at- loro è come riacquistare un’identità» conclude timo cadere nel vortice. Quello che mi fa paura Massimiliano. è l’indifferenza», aggiunge. Ragioni diverse spingono al volontariato, ma Mentre camminano, si accorgono di un ragaz- la voglia di fare qualcosa di concreto per la cozo che sta rovistando nella spazzatura, di fronte munità è quello che accomuna questi tre padri di alla stazione. All’inizio è titubante, poi accetta al- famiglia che si sentono volontari anche nella locune coperte. È indiano, in Italia da anni, rego- ro vita professionale. E in quella familiare, visto larmente. Ha una casa, un lavoro, una moglie di- che due di loro hanno conosciuto la moglie in soccupata e un figlio piccolo. Con 700 euro al Croce Rossa. Loro tre non ne condividono somese e un mutuo, non riesce a comprare da lo la divisa, ma anche, e soprattutto, lo spirito. D il bagno al mare, anche se in sedia a rotelle, con la Crisi può a Croce Rossa per me? Un’opportunità, za deve esserci giorno e notte. Il supporto del una famiglia, una cosa bella. Non so de- comitato regionale ligure è stato straordinario, ci finirla in altro modo. Anzi, forse proprio un mo- hanno messo a disposizione tutto. C’erano poi i do per reinventare la mia vita». A parlare è un vo- volontari dell’OPSA (operatori polivalenti di lontario, Massimiliano Sciattella, 44 anni sulla soccorso in acqua). Il carta di identità, molti di meno addosso. Nel merito è anche del1998 è caduto da un ponteggio di sei metri, men- la nostra presitre stava lavorando per la sua impresa edile. «Era dente provintutto a norma, ma la norma non andava bene per ciale, Paola me, che sono alto 1 metro e 92. Ho avuto un gi- Fioroni, che si ramento di testa e 90 centimetri di protezione è adoperata non sono bastati a tenermi su». Ora è in sedia a molto per rearotelle, ma lavora ancora nella sua impresa, si oc- lizzare la vacupa di amministrazione, così come nella Cro- canza. Le date ce Rossa. «Ci sono entrato nel 2003 per una non erano favorescommessa, volevo vedere se un disabile pote- voli, è un periodo va fare il volontario». di ferie per tutti, iN aCQUa CoN UNa VoloNTaria Si può. E dal 2012 è anche presidente del suo come puoi immagicomitato (Deruta-Torgiano). Lui fa parte del nare». Ed è proprio Paola Fioroni che spiega: gruppo di operatori che hanno accompagnato «Questa iniziativa rientra in un progetto più am16 ragazzi umbri in una vacanza speciale, l’esta- pio di inclusione sociale. I ragazzi disabili vengote scorsa: «Da qualche anno già si organizzava- no coinvolti non solo in uscite di carattere ludino gite in montagna. Le carrozzelle sono le stes- co, ma anche in attività che permettano loro di se che usano gli atleti delle Paraolimpiadi. Gra- acquisire delle competenze per rendersi più auzie all’aiuto degli istruttori di sci della finanza e tonomi». «Per i ragazzi – conclude Massimiliadell’associazione “Sportabili” che fa servizio di no – vedere me come volontario è uno stimolo, assistenza sulle piste. Ma l’estate scorsa è stata il l’approccio è più semplice, si fidano di più. Ma battesimo dell’acqua: la prima volta al mare. Sia- io non sono tenero, anzi, proprio perché lo vimo stati a Pietra Ligure, dal 25 al 29 agosto. Ave- vo in prima persona, distinguo il pietismo dalla vamo ragazzi di tutte le età, con disabilità fisi- volontà di aiutare veramente un disabile». che e cognitive. Puoi immaginarti quanto sia difpagiNa a CUra Di ficile organizzare cinque giorni, in cui l’assistenaleSSaNDra borella «L PRIMO PIANO 15 MARzO 2014 3 Prosegue il nostro viaggio nei centri d’emergenza regionali: mantenere l’efficienza nonostante le tante difficoltà pronto soccorso: la pulce e il gigante Assisi, una piccola grande squadra di medici agguerriti «S Il primato di Foligno, la struttura con meno ricoveri d’Italia S iamo un piccolo gruppo di gente ag- ra sono venuto qui. Avevo otto costole rotte. L’essantadue pazienti in una manciata di ma tutti i mezzi sono impegnati. Il dottore fa guerrita che è riuscito a fare di questo hanno visto immediatamente dopo la radiograore, tre medici in servizio: fanno oltre una chiamata al 118, le figlie alzano la voce. Non luogo un centro d’avanguardia per la fia». venti visite a testa. Non è un esercizio di perde la calma: «Resta qui stanotte». medicina d’urgenza in Umbria». Francesco BorIn questo pronto soccorso immerso nel verde, data journalism, ma la cronaca spiccia del pronUna scelta necessaria, ma in controtendenza: gognoni, direttore del pronto soccorso di Assi- più simile ad un residence turistico che ad un to soccorso di Foligno in un anonimo merco- questa struttura vanta da ormai tre anni un prisi, ci accoglie nel ospedale, ci vanno in tanti. I numeri crescono ledì mattina. mato nazionale, suo studio, una di anno in anno, un aumento facile da spiegare: Numeri che parlano da soli: qui la giornata si il minor numepiccola stanza l’invecchiamento della popolazione è la causa chiude sui 140 accessi, con punte di 180; 45000 ro di ricoveri risacrificata dai principale. Inoltre non ci si può dimenticare che all’anno e sono in continuo aumento. Per i mo- spetto alla mole lavori in corso Assisi è meta di turismo religioso, certamente tivi più disparati, anche logistico-stradali: «Per delle visite. Vale nella camera ac- non in voga tra i più giovani. chi vive a Bastia e ad Assisi è più comodo veni- a dire che chi canto, dove tra Nel 2013 sono stati fatti 15 mila interventi, re qui – spiega l’ex direttrice dell’usl3, Maria Gi- viene qui viene giorni di questi solo il 7% è proseguito in un ricove- gliola Rosignoli – considerando che la situazio- dimesso in popochi sorgerà uno ro. Una specie di miracolo, che alleggerisce ne a Perugia è spesso più critica». E poi qui si che ore. «Non spazio dedicato l’azienda ospedaliera dai costi e permette ai re- spera di trovare una struttura più grande ed ef- significa una alla violenza sul- parti di garantire cure migliori ai pazienti. Come ficiente: nemmeno a farlo apposta ad aspetta- minor attenziole donne. Come si spiega? re, con un codice bianco, c’è una signora di Ba- ne dei controlli a dire: contano «La nostra forza si chiama “osservazione bre- stia, Maria Lillani: «Embè, mica è vietato, dove – spiega con oralberto Coscia più le persone ve”. Consiste in due stanze, per un totale di quat- sta scritto che devo andare al mio: non c’è un re- goglio il direttofraNCeSCo borgogNoNi che le comodità tro letti, dove tratteniamo alcuni pazienti dalle 12 golamento, no?». re Silvano Lolli personali. E non è retorica, Francesco ha mes- alle 24 ore. È un servizio che funziona come filIn realtà ognuno dovrebbe rivolgersi all’ospe- – ma la gestione puntuale dell’osservazione breso la sua carriera a disposizione dei pazienti, co- tro per il ricovero, evitando di caricare troppo i dale del proprio comune (o a quello più vicino), ve e la sinergia con gli altri reparti». Eppure con nosce bene il valore del reparti. Ma non solo. Molti pa- ma una volta arrivati da fuori sede, infermieri e questi ultimi la convivenza non è sempre facicalore umano, fondazienti che nelle prime ore non personale al massimo sbuffano un po’, però mi- le: il problema centrale è la mancanza di appala nostra forza riportano alterazioni nelle ana- ca ti cacciano via. A complicare le cose, oltre al- recchiature esclusive; ad esempio tac e risonanmentale quando si lavora in emergenza. lisi, dopo 12 ore presentano le solite visite improprie, la vicinanza della guar- za magnetica sono in condivisione con l’unità di si chiama Lui l’emergenza la cocomplicazioni anche gravi. Te- dia medica, che attira pazienti come il miele: è radiologia. Si assiste ad un curioso cortocircui“osservazione nosce bene, la fa e la innerli sotto osservazione ci per- stata spostata qui qualche anno fa per allegge- to, tra il bacino di utenza allargato ben oltre il segna. Dirige, infatti, il mette di evitare che, ad esem- rire la pressione sulle sale d’emergenza, parados- comprensorio folignate e la necessità di condibreve”. centro di formazione in pio, l’infarto arrivi quando or- salmente si è ottenuto l’effetto contrario. videre la tecnologia, che rende più difficile spieUn filtro per non mai il malato è lontano dal- Insomma, per una ragione o per l’altra, le sta- gare i motivi del successo. «Certo abbiamo la Emergenza Urgenza nell’ex ospedale di Marl’ospedale», spiega Borgognoni. tistiche sfiorano quelle di Perugia. Ma, fatte le precedenza, ma a volte non basta– continua Coappesentire sciano. «Un medico di E questo non è l’ultimo vanto: dovute proporzioni, il confronto non regge: qui scia- soprattutto quando abbiamo a che fare con pronto soccorso deve il 118 di Assisi è stato precurso- lavorano solo nove medici (più un reperibile che i dolori toracici e addominali, quando può trati reparti saper gestire in modo re anche nella cura dell’infarto rimane a disposizione), meno della metà del tarsi veramente di tutto, farebbe comodo avere autonomo la fase iniziale delle patologie per le acuto del miocardio. Tutte le ambulanze hanno Santa Maria della Misericordia. Alberto Coscia strumenti dedicati». Ci sarebbe da parlare anche quali i ritardi si pagano – spiega Borgognoni – la a bordo strumenti che permettono di affronta- è uno di questi, trent’anni di esperienza alle spal- del lavoro degli infermieri, del personale che formazione continua è fondamentale per garan- re al meglio l’emergenza. L’elettrocardiogramma ogni giorno affianca tire ai pazienti le mil’equipe medica, ma il gliori cure possibili. telefono squilla ancora. Puntare su questo ci ha Lui alza gli occhi: «Per fatto raggiungere risulfortuna è passata la tati importanti». L’orbolgia del lunedì». goglio e la passione Togliamo il disturbo, con cui racconta del proprio mentre transita suo lavoro non tradisu quattro ruote un pascono la realtà. Nella ziente molto gioviale. Il sala d’attesa del piccosignor Mario ha quasi lo ospedale di Assisi, 80 anni, è entrato alle aspettano in pochi; i 11 della mattina e alle visi sono sereni, fidu18 è ancora adagiato ciosi. Le persone si sulla barella, ma non si sentono a casa. «Venialamenta. «Niente di mo da sempre in questo ospedale, in famiglia siagrave, la solita labirintite di passaggio», spiega. mo in sette, in tanti sono anziani, per un moti- anatomia di un successo: numeri e statistiche in pillole Ha fatto tre visite accurate: tac e doppler, prima vo o per un altro, qui ci passiamo abbastanza di passare per lo studio dell’otorino. Quando arassisi foligno spesso», raccontano Loredana ed Elvio mentre riva l’infermiere a portargli l’acqua, trova il temaspettano che una parente venga visitata. «L’ampo di scherzare: «Sento un fischio, certo alla mia 3400 interventi 118 45000 interventi di pronto soccorso bulanza è aretà è impensabile ricevere applausi». L’infermierivata dopo 15000 interventi di pronto soccorso 160 visite al giorno re sorride, ma un attimo dopo distoglie lo sguarnemmeno do e torna serio: quanto è dura sdrammatizza1132 ricoveri in “osservazione breve” 9 medici in servizio cinque minure ogni giorno, ogni minuto. Lavorare miscelanti. Qui è tutdo leggerezza ed attenzione. to ottimo. I viene effettuato on line, cosicché il medico pos- le nel reparto di anestesia e rianimazione del San Forse attirati da questa estemporanea ondata servizi sono sa analizzarlo in tempo reale dal reparto. Il con- Giovanni Battista. Ci sediamo a parlare con lui di allegria, si affacciano – immancabile cravatta efficienti, per sulto con chi segue il paziente in ambulanza av- e in dieci minuti bussano e valigetta in mano – un non parlare viene telefonicamente. I tempi sono praticamen- due volte alla porta: sono paio di informatori medici: dell’igiene: te immediati. il problema attimi concitati, manca il regola vuole che ogni quatpuliscono tre Adesso questo metodo è stato preso come direttore e c’è una patro pazienti tocchi a uno di è che mancano volte al gior- esempio dalla Regione Umbria che lo ha ratifi- ziente anziana sul lettino loro. Ma capita che saltino no», dice Lo- cato in un protocollo. Ma qui, sottolinea Borgo- parcheggiato proprio dagli schemi: «Questo è un apparecchiature: redana. Gli gnoni, funzionava già dal 2006. vanti al suo ambulatorio. reparto a parte e non funloreDaNa eD elVio DaiaNi tac e risonanza fa eco suo Insomma, difficile non sentirsi sicuri in que- La situazione è delicata, ziona proprio così», bronmarito: «Un sto piccolo angolo di umanità. Sembra che quel- devono decidere se ditolano. Codice bianco, insono condivise paio d’anni fa sono caduto da un albero, mi han- la strana pace che si respira sotto il cielo di As- metterla o ricoverarla. somma? «No, trasparente: no portato in un altro pronto soccorso: “non hai sisi sia riuscita ad entrare nelle fessure. Un ven- Nelle condizioni in cui si con radiologia adesso ci passano avanti niente” m’hanno detto, sono stato subito dimes- to tiepido che non cura solo le malattie. trova può essere trasporpure i giornalisti». MiChela MaNCiNi so. A casa però sentivo un dolore terribile, allofederico frigeri tata solo in ambulanza, “ ” “ ” n V el ia la gg c io r is i io si g i g cr ia V lla e n Emergenza casa: boom di sfratti per morosità Con la crisi, anche pagare l’affitto può diventare un ostacolo insormontabile. In aumento i casi di morosità incolpevole, ormai arrivati al 90% del totale. Dall’altra parte i piccoli proprietari, “ammortizzatori sociali” al posto delle istituzioni P erdere il lavoro e dover scegliere se pagare l’affitto oppure le bollette. Se fino a pochi anni fa le quattro mura rappresentavano una sicurezza per l’80 per cento degli italiani, adesso si sgretolano difronte alla crisi, che mette in ginocchio decine di migliaia di famiglie. Non si possono permettere né una casa né tanto meno un affitto. Non per volontà, né per scelta. Sono l’esercito dei morosi incolpevoli: quelli che non riescono a pagare perché non hanno soldi, spesso a causa di un lavoro che non c’è più. Un fenomeno che in Italia è cresciuto del 64 per cento soltanto negli ultimi cinque anni. Secondo una stima della Regione Umbria, il 90 per cento degli sfratti eseguiti nel 2013 sono da imputare alla morosità incolpevole: almeno 1.100 su un totale di 1.300. Un numero che cresce a vista d’occhio se si considera l’intera penisola dove, nell’ultimo anno, sono state sfrattate più di 68 mila famiglie. Servono nuove leggi e fondi Sfratto, un’emergenza su due fronti: inquilino e proprietario U na situazione psicologica delicata, da entrambe le parti. Troppo spesso si giudica lo sfratto solo dal punto di vista dell’inquilino, che magari ha perso il lavoro per la crisi e non riesce più ad arrivare a fine mese. In realtà i proprietari di case da affittare non sono soltanto “ricchi” disposti a tutto pur di avere denaro in più per soddisfare i propri capricci. Sono anche famiglie che hanno fatto sacrifici in modo da comprare un secondo appartamento per avere un reddito integrativo e vivere dignitosamente in momenti di difficoltà, o che magari hanno ereditato un alloggio e devono mantenerlo. Ecco che allora una normativa che tuteli tutte le persone coinvolte sarebbe necessaria. «Purtroppo questo non avviene» spiega Giacomo Iucci, presidente dell’Asspi (Associazione sindacale piccoli proprietari immobiliari) di Perugia, «il diritto esisterebbe da un lato e dall’altro. I costi che un proprietario si trova a fronteggiare sono spesso molto maggiori di quelli dell’inquilino. Infatti i tempi per lo sfratto sono lunghi -intorno ad un anno almeno- e, finché non si applica il provvedimento, bisogna farsi carico di tutte le spese, anche quelle legali ovviamente. Assurdo poi che sia obbligtorio anticipare le tasse su un reddito che non esiste». Ci sono poi i casi dei “morosi di professione” persone che prendono appartamenti in affitto e poi non pagano aspettando di essere sfrattati ed approfittando della situazione finché la leg- ge lo permette loro: «Il nostro avvocato si è trovato in causa con una donna che aveva già portato in tribunale tempo prima, proprio per lo stesso motivo» puntualizzaGiacomo Iucci. La crisi ha fatto aumentare il numero di casi di questo genere. L’Asspi di Perugia ne ha cinque in piedi solo in questo momento: «E non sono per nulla pochi per una sola associazione se si calcola che molti proprietari procedono senza il nostro appoggio, assumento avvocati privatamente» commenta il presidente. Al Sunia, Cgil, la solfa è la stessa. «Negli ultimi due anni, impennata mostruosa di sfratti. A noi preoccupa molto la situazione e, soprattutto, come questa viene gestita da istituzioni e servizi sociali» dichiara Cristina Piastrelli, segretario generale, «I nostri clienti ci raccontano di addetti sbrigativi che non sanno gestire con sensibilità appropriata i vari casi. Bisogna capire che si tratta di momenti umilianti e di vero stress psicologico per quelli che vengono chiamati morosi incolpevoli. Non è per nulla semplice raccontarsi ed aprirsi con estranei; sentirsi rispondere male non fa che rendere la cosa ancora più insostenibile. Dovrebbe essere motivo di orgoglio venire incontro a famiglie in difficoltà che sono davvero disperate. Quando manca la casa, manca davvero tutto». Cristina Piastrelli auspica un intervento diretto delle istituzioni per fare fronte a quella che è davvero un’emergenza sociale. Così, mentre aumenta il numero delle persone in difficoltà, cresce anche il numero degli appartamenti sfitti: secondo uno studio Halldis (società di servizi immobiliari), circa 3,5 milioni in tutta Italia. Non solo nel privato, ma anche nel pubblico. Gli alloggi popolari vuoti, non assegnati perché tenuti male e quindi inagibili, sono circa 40 mila. Per ristrutturarli servirebbero fondi che, con la crisi, sono sempre meno reperibili. Queste case, però, sono ancora poche se confrontate col numero delle famiglie in difficoltà che da anni attendono l’assegnazione di un alloggio popolare. Un esercito di 650 mila famiglie, comprese le 10 mila dell’Umbria. Un numero troppo alto anche per l’edilizia popolare regionale, che riesce ad sistemare circa 300 famiglie all’anno. Sul podio delle città “non virtuose” Prato, Lodi e Novara, rispettivamente con uno sfratto ogni 25, ogni 34 e ogni 40 affittuari. Salva l’Umbria, ma non di molto. Infatti, nella nostra regio- ne viene sfrattata una famiglia ogni 53 in affitto. In particolare, una su 50 a Perugia e una su 56 a Terni. Numeri che posizionano l’Umbria al settimo posto tra le regione italiane per richieste di sfratto. A ottobre, il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi aveva parlato di fondi specifici da destinare alla morosità colpevole: circa 40 milioni di euro da aggiungere ai100 già stanziati per il sostegno al pagamento del canone. Soldi destinati a finire nelle casse dei Comuni e, di conseguenza, nelle rispettive “aziende di edilizia pubblica”. Una problema, quello degli sfratti, affrontato anche dall’ex premier Enrico Letta. Difatti, tra i contenuti del decreto Mille proroghe, c’era anche un tentativo di risolvere la situazione bloccando gli sfratti per finita locazione. Un provvedimento di per sé già sufficiente a scatenare le polemiche dato che, secondo la legge 9/2007, questo tipo di intervento non include gli sfratti per morosità, ovvero la parte più consistente del problema. Il risultato è stato quello di rinviare gli sfratti, garantendo per altri 12 mesi un tetto sopra la testa ad appena un migliaio di famiglie. Ma le contraddizione del decreto non finiscono qui. Difatti, quando si parla di sfratti, spesso non si considera l’altra parte, quella del proprietario, ormai costretto a diventare "ammortizzatore sociale" al posto delle istituzioni. Come chiedere a un proprietario, che magari conta proprio su quell’affitto per an- dare avanti, di rinunciarvi? E non solo, ma anche di continuare a pagare le bollette e il condominio. Una crisi che, ovviamente, non colpisce solo chi deve versare (o riscuotere) un affitto. Quando si tratta di pagare, anche una rata del mutuo può diventare insostenibile. Così aumentano anche i casi di alloggi messi all’asta dove è la banca a prendere in mano la situazione, vendendo la casa con i proprietari ancora dentro. CECILIA ANDREA BACCI La Regione investe nuovi fondi 2013 L’assessore Vinti: «Tanti progetti in campo, ma governo assente» 1300 L ’Umbria è la quinta regione più piccola d’Italia, il suo Prodotto interno lordo non raggiunge il 2% di quello nazionale. Eppure, in tema di sostegno agli affitti, la quota di finanziamenti che sta mettendo sul piatto è oltre il doppio dei trasferimenti provenienti dallo Stato. Questo contrasto sembra rappresentare un diverso livello di attenzione sull’emergenza abitativa che grava su ampi strati della popolazione, quelli più indigenti o che, a causa della crisi, sono andati incontro a un improvviso impoverimento. «Le risposte a livello nazionale – commenta l’assessore ai Lavori Pubblici Stefano Vinti – finora sono state molto deludenti. Servirebbero molte più risorse di quelle investite. Basti pensare che sul fronte della morosità incolpevole, che rappresenta circa il 90 % degli sfratti, i fondi nazionali non superano i 40 milioni di euro per i prossimi due anni». Una casistica, quella della morosità incolpevole, su cui la Regione Umbria, insieme con l’ATER (Azienda territoriale per l’edilizia residenziale), è recentemente intervenuta: un milione e mezzo di euro per favorire l’incontro tra la domanda di alloggi e l’offerta di case sfitte. Il 20 dicembre scorso scadeva il termine entro il quale i proprietari potevano mettere a disposizione i loro immobili, beneficiando di alcuni incentivi. «Ad un primo screening risultano circa 100 nuovi alloggi utilizzabili. Per il momento lo consideriamo un buon risultato. Si può dire che, in un momento di crisi come questo, c’è stata una risposta apprezzabile, in termini di solidarietà ed impegno per la comunità, da parte dei proprietari». sfratti in Umbria 68 mila in tutta Italia 90% casi di morosità incolpevole 40 mila alloggi sfitti in tutta Italia SOPhIE TAVERNESE Ma c’è anche un’altra iniziativa su cui la Regione sta lavorando dal 2010, e che prevede la costruzione di oltre 300 alloggi da destinare a chi è privo di abitazione o ha un appartamento considerato inadeguato. Recentemente sono stati fissati nuovi parametri per poter rientrare nella platea dei beneficiari. «Si tratta più che altro di un aggiornamento, reso necessario dal fatto che molte cose, negli ultimi anni, sono cambiate.Per quanto riguarda il reddito, il parametro di riferimento adesso è l’ISEE, che non può superare i 12mila euro. Era inoltre necessario ridefinire in quali casi un alloggio può essere considerato non adeguato alle esigenze di vita di una persona o di un nucleo familiare». Non sono mancate, a dire il vero, alcune polemiche. C’è chi ha ritenuto eccessiva l’attenzione rivolta agli immigrati. Lo scorso anno, a Ponte Pattoli, 14 famiglie di stranieri hanno ottenuto delle case popolari, a fronte di un numero molto ridotto di italiani. Si trattava ovviamente di famiglie regolarmente inserite nelle graduatorie, ma alcune associazioni, tra le quali CasaPound, hanno espresso il loro dissenso. «Sono polemiche del tutto strumentali. Noi cerchiamo di rispondere alle necessità di chi si trova in difficoltà, e non facciamo distinzioni di etnia, religione, provenienza geografica né di nessun altro tipo. Tutte le persone sono uguali, a maggior ragione in una situazione di estremo bisogno». Attualmente in Umbria si stimano circa 40mila vani non affittati. La speranza è che, con l’impegno di istituzioni e proprietari, possano diventare una dimora dignitosa per chi ne è privo. LUCA SERAFINI «Nessuno ha mostrato un po’ di comprensione» EMERGENZA CASA «Senza quei soldi non potevo andare avanti» Vincenzo, 37 anni, costretto a vivere con i 250 euro della pensione della suocera. Ora è arrivato anche lo sfratto Le parole Giuseppe Sismondi, proprietario costretto a sfrattare una famiglia: «Scelta difficile, ma avevo perso il lavoro» D a novembre non riceve più la busta paga. Vincenzo, perugino di 37 anni, vive in un appartamento di via dei Filosofi con la fidanzata di 26 anni e la suocera invalida al 65%. Il loro unico reddito è la pensione dell’anziana di 250 euro al mese perché lui ha perso il lavoro come rappresentante di prodotti per parrucchieri. O meglio, ha deciso di andarsene, visto che l’azienda in crisi non lo pagava più nonostante i contratti procurati. La fidanzata non lavora da due anni nonostante le continue ricerche. Inutile inviare curriculum, la crisi e il clima politico incerto hanno azzerato ogni speranza. «Quello che potevo dare l’ho dato. Chiedendo prestiti ad amici e familiari abbiamo messo insieme 200 euro da dare al proprietario dell’appartamento questo ultimo mese» racconta Vincenzo. Ma, senza nessun preavviso, è arrivato a casa l’atto ingiuntivo di sfratto. Inevitabile dato che era da quattro mesi che i proprietari non ricevevano l’affitto. «Qui vivevano i genitori della mia ragazza. Quando il padre, la scorsa estate, è morto, abbiamo deciso di tornare a Perugia, visto che per lavoro vivevamo a Firenze. Arrivati alla fine del contratto, i padroni di casa hanno aumentato il canone a causa delle spese di riscaldamento. Da 330 a 450 euro» spiega Vincenzo. Un aumento significativo, che diventa insostenibile quando si è disoccupati. «D’altra parte non potevamo permetterci di andare a cercare altrove, in quanto senza una busta paga fissa –che io non avevo nemmeno quando ero occupato poiché lavoravo a provvigione- non avevamo nemmeno i soldi per la caparra». Il 18 marzo si terrà l’udienza. «Non ho nemmeno provato a rivolgermi ai sindacati. Tanto non hanno mai fatto nulla per aiutarmi a fronteggiare la mia situazione lavorativa. Nessuno ha mostrato segni di comprensione, tanto meno i proprietari di casa che non si sono neanche preoccupati di inviarci la lettera di diffida» sottolinea Vincenzo che è diventato coordinatore del “Movimento 9 dicembre” a Perugia, quello dei forconi. Una delle numerose vittime della crisi; «Non se ne può più. Voglio giustizia sociale». C.A.B. E S.T. MOROSITà INCOLPEVOLE: riguarda quegli inquilini che, a causa della perdita di reddito, non sono più in grado di pagare il canone d’affitto. Definizione al centro di polemiche poiché, tralasciando gli “occupanti di professione”, tutti gli affittuari sono potenziali vittime della crisi economica. CANONE SOCIALE: riguarda alloggi costruiti dall’edilizia pubblica, assegnati a nuclei familiari a basso reddito secondo la composizione di una graduatoria. CANONE CONCORDATO: quota inferiore rispetto a quello normale e che concede specifiche agevolazioni fiscali al proprietario di casa. SFRATTI: fasi e costi Avviare una pratica di sfratto può costare fino a 1.000 euro. A questi costi si aggiungono tutte le mensilità perse più il (probabile) pagamento delle spese dell’inquilino, incapace di sostenerle a causa delle difficoltà economiche. Dopo la lettera di diffida, prima comunicazione ufficiale, arriva l’ingiunzione di sfratto e la comunicazione della data dell’udienza. In Tribunale, l’inquilino può chiedere il “termine di grazia”, in pratica un periodo di tempo (3/4 mesi) entro il quale saldare la morosità. Nel caso in cui l’inquilino non si presenti (o non si opponga) viene convalidato lo sfratto. L’alloggio dovrà essere liberato entro un mese. Davanti ad inquilini che si ostinano a non lasciare casa affittata, gli Ufficiali Giudiziari si rivolgono alla forza pubblica, che procederà con l’esecuzione forzata. L’iter descritto si conclude con il "verbale di rilascio immobile", dove l’Ufficiale Giudiziario certifica l’avvenuto sfratto. G iuseppe Sismondi ha una casa nella periferia di Perugia. In virtù di questa proprietà, è stato costretto a recitare il ruolo del proprietario che sfratta l’inquilino moroso. E tuttavia, si sarebbe potuto trovare tranquillamente nella situazione opposta, nella condizione dell’affittuario privo di risorse, e cacciato dall’abitazione. La brutalità della crisi a volte appiattisce tutte le differenze, se non quelle dovute al caso. «Quella famiglia risiedeva nel mio appartamento da un anno e mezzo. Poi improvvisamente per sei mesi di fila non hanno più pagato l’affitto. Il problema è che, nel frattempo, io avevo perso il lavoro, e quella era la mia unica fonte di reddito. Senza quei soldi non potevo andare avanti, e per questo sono stato costretto a mandarli via». Un’improvvisa disoccupazione che, per ironia della sorte, ha colpito nello stesso momento le due parti in causa. «Si trattava di una famiglia con marito, moglie e due figli. Ad un certo punto il marito, come me, è stato licenziato. Nonostante anch’io mi trovassi in una condizione molto complessa, mi sono reso disponibile ad accettare pagamenti ridotti, una quota minima ogni tanto. Ho provato ad andargli incontro in tutti i modi, ma non c’è stato nulla da fare». La ferita emotiva è stata forte. «Non è stata una decisione presa a cuor leggero. Non erano necessari grandi sforzi per immedesimarmi nella loro situazione, dal momento che anch’io avevo appena perso il lavoro». Quell’appartamento, da allora, è rimasto sfitto, nonostante per Giuseppe costituisca una potenziale entrata in grado di farlo respirare. Del bando della Regione con gli incentivi ai proprietari non era a conoscenza, ma in ogni caso difficilmente avrebbe potuto usufruirne. «Il problema è che quella famiglia lo ha lasciato in condizioni pietose, e per rimetterlo a nuovo avrei bisogno di soldi che al momento non ho. Posso assicurare che, per come è messo ora, non lo affitterebbe nessuno. Credo sia preferibile andare a vivere sotto un ponte, se mi passate la battuta amara». L. S. 6 SPORT 15 MARzO 2014 Maurzio Menghinella è uno dei quattro italiani a partecipare alle grandi gare di “sleddog”. Sfidando il freddo e la neve Cani e slitta: da Spello alla gelida alaska «Per me il benessere dell’animale è la prima cosa. Sono disposto a rinunciare a una gara preperata per mesi, se il mio husky si fa male» Maurizio Menghinella è un musher. Con la sua slitta e i suoi cani gareggia tra le nevi di tutto il mondo, con temperature che raggiungono i meno quaranta gradi e senza nessuno strumento per orientarsi. È lo sleddog, la corsa con i cani da slitta. In Italia sono solo in quattro a competere ad alto livello e Maurizio è uno di loro. Vive a Spello, dove ha un negozio dedicato ai suoi hobby, insieme alla moglie e ai suoi 15 cani. Come nasce questa passione? Avevo due hobby nella vita. Il motocross, che ho praticato per 12 anni e i cani. Ho praticato delle esposizioni di bellezza con i miei dobermann, ma effettivamente l’adrenalina non era proprio il massimo. Poi ho scoperto l’esistenza dello sleddog e mi sono avvicinato a questa disciplina con curiosità. Sarà stato difficile fare i primi passi in una regione come l’Umbria… La prima difficoltà era capire come rimediare una slitta e ho scoperto che il più grosso ri- notte dormi in albergo o dormi fuori in roulotte, ma al massimo per una notte. Poi ci sono le mie preferite, che si fanno in Svezia, Norvegia, Finlandia e Russia. Fai dai 500km ai 1800 km di lunghezza e durano da una settimana a 15 giorni. Lì parti e gestisci tu tutta la gara. C’è la partenza e poi dei checkpoint dove tu devi passare obbligatoriamenlo SleDDog è UNo SporT iNVerNale praTiCaTo SU SliTTe TraiNaTe Da CaNi te ogni 60-80 km. Quando arrivi ai checkpoint i cani venvenditore di slitte del mondo e costruttore sta a Bologna. Più semplice di quanto immaginassi. E gono controllati dai veterinari e si dà loro da poi ovviamente ho preso due cani siberian hu- mangiare. sky, che in questo sport è un cane storico perché nasce sulla neve (anche se ad alti livelli li incro- In queste corse di resistenza, qual è il vostro ciamo con i cani da caccia). Poi ho noleggiato un equipaggiamento? team di 12 cani e li ho portati a casa con me.Con Per la strumentazione non c’è niente. Nessuna questi cani mi sono iscritto alle prime gare che si bussola o telefono satellitare. Devi seguire solo svolgevano qui in Italia, un po’ di sprint, un dei paletti che mettono le motoslitte ogni 70 po’ di media distanza e poi l’ “Alpentrail”, metri. Sono tipo i paletti dello sci da fondo, alche dura una settimana e che è un po’ co- ti due metri e mezzo con dei catarifrangenti per la notte. Se c’è qualche inconveniente in slitta me il giro d’Italia. devi avere il necessario per sopravvivere 24 ore, con tutto il necessario per nutrire te e i cani. DoCome si svolgono le gare? La maggior parte delle volte si parte da un po un giorno ti vengono a cercare. L’importanposto e si ritorna allo stesso punto per 50 te è non perdere il percorso, cosa per niente fakm. Altre gare sono invece a tappe, e so- cile, perché non è come lo sci di fondo che trono un po’ più complicate. In queste gare la vi la pista battuta. Qual è la cosa più difficile? La cosa più complicata è tenere in forma i cani, che possono essere 8 o 12. Il cane non devi averci un minimo problema, soprattutto ai piedi e ai polpastrelli. Poi basta una banale storta sulla spalla mentre si va in discesa sulla neve morbida per compromettere tutto. Ogni 20km o ogni 2 ore è necessario fermarsi e controllare le scarpette che portano ai piedi e nutrirli con degli snack molto proteici. Se tu ami il cane, tu non lo spingi al limite pur di arrivare al risultato. Per me viene prima di tutto il benessere del cane, poi c’è il risultato. Ad esempio a Capo Nord ho partecipato ad una gara di 600 chilometri, preparata duramente. Al secondo giorno due cani non andavano come dovevano e sono tornato a casa. Me c’è gente che uccide i cani, pur di arrivare al traguardo. Il suo prossimo progetto? Sto preparando una gara in Alaska il prossimo anno a marzo, dove non sono mai stai prima. È una gara un po’ diversa dalle MaUrizio MeNghiNella altre, perché si basa sulla velocità invece che sulla resistenza. Non è la mitica “Iditarod”, che è lunga 1800 km, perché è impossibile allenare in Umbria i cani a queste distanze, ma è la più antica gara del mondo. Partirò con uno staff medico veterinario e in collaborazione con l’Univeristà di Perugia. In pratica è come se l’Umbria intera sfidasse l’Alaska. MiChele raViarT alpinismo...anche in Umbria! P Scialpinismo, arrampicata libera, sci escursionismo: una scuola promuove corsi per discipline invernali nel cuore verde d’Italia oche montagne e una posizione geografica lontana dai poli alpinistici dell’Italia centrale, come l’Abruzzo o le Marche. «Nonostante questo, la cultura della montagna è sempre appartenuta a questa regione ed anche se di nicchia, gli sport alpinistici sono seguiti molto bene in Umbria». Lo assicura Claudio Busco, direttore della Scuola intersezionale umbra di alpinismo, arrampicata libera, scialpinismo e sci escursionismo: le quattro discipline per le ascensioni in montagna vengono insegnate e tramandate dagli anni ‘80 nella Scuola Vagniluca. La Scuola prende il nome da Giulio Vagniluca, alpinista-filosofo umbro che si impegnò a fondo per l’istituzione di corsi di alpinismo a Perugia. «Oggi la Scuola coinvolge tutte le sezioni CAI (Club Alpino Italiano) dell’Umbria, eccetto Spoleto, con un’offerta formativa che va dai corsi base a quelli avanzati». I 41 istruttori delle quattro diverse discipline oltre all’insegnamento per i soci si occupano anche della formazione degli aspiranti istruttori, in modo da costituire una forma di “ereditarietà” della professione all’interno della Vagniluca. «Le lezioni teoriche sono seguite subito da quelle pratiche: per esempio, se la lezione teorica è sull’orientamento e la topografia, nella lezione successiva si metteranno in pratica le nozioni apprese in aula. Durante le uscite in montagna (sui monti Sibillini, al Terminillo, ma anche sul Monte Bianco) noi cerchiamo di fare didattica più che pratica: cerchiamo di istituire una cultura della montagna, di trasmettere i principi con i quali si può affrontare una scalata in sicurezza, ma è im- pensabile pretendere che si diventi alpinisti solo con qualche ora di esperienza. Ci vuole molto più tempo». La cautela, dice Busco, non è mai troppa perché il pericolo, in montagna, è sempre in agguato. Proprio per ragioni di sicurez- a lezione di “ghiaccio” È cominciato a febbraio ma andrà avanti fino a maggio, il corso di scialpinismo avanzato della scuola Vagniluca. Una disciplina che, a questo livello, si fa per la prima volta in Umbria, come spiega il direttore del corso, Mirco Ranocchia: «Fino a ora non c’erano istruttori adeguati per questa categoria di corso, che è la SA2, cioè un livello riservato a chi ha già un buon bagaglio di esperienze personali in montagna». Dieci lezioni teoriche, che si svolgono prevalentemente presso il Cai di Foligno, e 8 lezioni pratiche: questa la struttura del corso, a cui hanno avuto accesso solo coloro che avevano acquisito precedentemente un buon livello di scialpinismo. Ma in cosa consiste questa disciplina? «Unisce una parte sciistica a una parte alpinistica: dopo esser usciti con gli sci a un certo punto si arriva a una parte del percorso alpinistica. Ci mettiamo gli sci in spalla e cominciamo a salire, su roccia o su ghiaccio». Gli allievi imparano a muoversi sul ghiacciaio, ad ovviare alle cadute da crepaccio, apprendono le tecniche per costruire un ricovero di emergenza e una barella per trasportare un eventuale ferito. «Al mio corso ci sono 13 allievi da tutta l’Umbria, che abbracciano due fasce d’età: un gruppo sui 55-60 anni e uno che va dai 30 ai 40. Ci sono anche due donne». La richiesta umbra di scialpinismo è alta: «Non riusciamo ad accogliere tutte le richieste che riceviamo. All’ultimo corso avevamo avuto 64 richieste e abbiamo presi solo 18 persone. L’Umbria ha una forte vocazione alla montaC. b. gna, nonostante tutto». za la Scuola Vagniluca pone dei limiti al numero di allievi per classe, soprattutto quando si tratta delle lezioni pratiche, quindi delle escursioni in natura. «Un corso base, quindi più semplice, può arrivare anche a 25 persone ma per quelli avanzati cerchiamo di tenerci sulla dozzina. Quello che ci interessa non è la quantità ma la qualità: l’importante è insegnare ad essere autonomi quando si è a contatto con la roccia. E poi in montagna non è che ci si può andare in cinquanta». CarloTTa baleNa allieVi Della SCUola VagNilUCa 7 SPORT 15 MARzO 2014 Controverso, senza freni. La bandiera del Perugia si racconta: «Quel gesto era rivolto a me stesso, non era fatto per dividere» Sollier, un pugno contro il mondo Calciatore impegnato e scrittore, negli anni Settanta raccontò il mondo del calcio dall’interno, facendo infuriare dirigenti e allenatori U n pugno chiuso, la maglia rossa del Perugia, un ragazzo con barba e capelli lunghi. Quando si dice “Paolo Sollier” è a questo che si pensa. «La fama di quel gesto mi precedeva ovunque andassi. Per me era una cosa naturale, un saluto che facevo con degli amici che la pensavano come me. Quando sono arrivato in A mi sono imposto di non smettere di farlo». Ma poi quel pugno è diventato qualcosa che divideva, un simbolo da applaudire o fischiare a prescindere: «Non era quello che volevo io. Non ho mai amato il proselitismo. Era un gesto rivolto soprattutto a me stesso. Per ricordarmi chi ero e non perdere la strada». Paolo Sollier, che oggi ha 63 anni, è stato uno dei protagonisti della storica prima promozione in serie A del Perugia: «E pensare che quella stagione 1974-1975 era cominciata malissimo. Eravamo una squadra fatta da inesperti, scarti della serie A e gente che veniva dalla C. Tra noi ci guardavamo e ci chiedevamo “ma dove andiamo?”. In realtà l’allenatore Ilario Castagner aveva assemblato un gruppo con grandi mezzi tecnici». La città amava Sollier, e lui la ricambiava: «Perugia era una meraviglia continua. E in un giorno di pioggia non c’era nessun altro posto che la valesse». Sollier non era un giocatore come tutti gli altri. Militava in Avanguardia Operaia, leggeva paolo Sollier libri impegnati, portava i compagni di squadra a vedere film di Antonioni e Buñuel. E poi scriveva. In “Calci e sputi e colpi di testa”, il suo libro uscito quando giocava ancora a Perugia, raccontava il mondo del calcio dal punto di vista «di un ragazzo che si sforzava di rimanere normale. Con tutte le passioni, non solo politiche, dei ragazzi dell’epoca». Il libro gli costò una marea di critiche e il deferimento da parte della Figc. «Era un diario in presa diretta di tutto quello che succedeva, e questo li faceva incazzare. E poi c’erano le parolacce. Io volevo scrivere in maniera realistica. Se le usavano scrittori veri come Moravia e Pasolini, allora poteva usarle anche uno finto come me». E un passaggio di quel libro fece infuriare anche Castagner, l’allenatore che l’aveva scovato alla Pro Vercelli e lanciato nel calcio che contava: «Io scrissi che dopo la promozione in serie A lui aveva cambiato atteggiamento. Non era più “uno di noi” ma voleva essere davvero “l’allenatore”, era molto impostato. Mi rispose con una lettera cattivissima, ma non aveva tutti i torti. Poi però quando ci rivedemmo al funerale di Renato Curi (il centrocampista del Perugia morto in campo durante una partita con la Juventus) ci riabbracciamo e capimmo che erano tutte cazzate». Dopo gli anni a Perugia, Sollier passò al Rimini. Li trovò Helenio Herrera, “il mago”. Un allenatore che aveva la fama di essere un sergente di ferro. «Molti mi telefonavano chiedendomi “e ora come farai con Herrera?”. In realtà siamo andati sempre d’accordo». Talmente d’accordo che il “mago”, con Sollier, a volte svestiva i panni del duro: «Una volta dovevo andare a Parigi con una ragazza di Perugia. Per questo avevo bisogno di un permesso di qualche giorno. Tutti mi dicevano “ma sei pazzo, ma cosa vai a chiedere un permesso ad Herrera”. Io glielo chiesi, lui rispose con uno dei suoi silenzi lunghissimi». Poi il “mago” parlò, nel suo tipico slang italo-spagnolo: «Si tu vuole ti dò la chiave del mio appartamento a Parigi». Sollier l’aveva spuntata, ma non era finita lì: «Mentre uscivo dal suo spogliatoio mi chiamò e pensai “ecco la fregatura”. Invece mi disse: “Mi deve prometere che tu fa un allenamento a Parigi”. E lo feci. Andai ai giardini Luxembourg e giocai una partitella con dei ragazzini che ovviamente nemmeno sapevano chi fossi. Uno dei miei momenti calcistici più belli». Malgrado fosse un giocatore “atipico”, soprattutto per la sua militanza politica, il rapporto tra Sollier i compagni di squadra è sempre stato ottimo. «Solo una volta mi attaccarono. Dopo quel famoso LazioPerugia». Pochi giorni prima della partita un giornalista aveva chiesto a Sollier se sapesse che i tifosi della Lazio erano molto di destra, e che alcuni di loro si riconoscevano nel fascismo. Lui rispose: «Bene, vul dire che se vinciamo sarà come battere la squadra di Mussolini». Poco dopo, la frase di Sollier era su tutti i giornali sportivi: «Forse potevo risparmiarmela, ma era solo una battuta. Il la sua carriera Esordisce in serie C con la Cossatese, nel 1969. Dalla stagione 1973-1974 è alla Pro Vercelli, sempre in C. Poi passa al Perugia: con i grifoni totalizza complessivamente 21 presenze in Serie A e 124 presenze e 11 reti in Serie B. Passa al Rimini, in serie B, per tre stagioni. Nel 1979 torna in C, alla Pro Vercelli e alla Biellese, per poi tornare alla Cossatese dove chiude con il calcio giocato. giorno della partita mi ritrovai a giocare sotto uno striscione con su scritto “Sollier boia”. Ci furono scontri sugli spalti, e qualche perugino rimase ferito. Mi dispiacque molto, perché, anche se indirettamente, era colpa mia». Oggi Sollier vive a Vercelli, poco lontano da Chiomonte, dove è nato e dove progetta di tornare, «quando inizieranno gli anni del declino». Dopo la carriera da calciatore ha allenato diverse squadre, soprattutto a livello dilettantistico. Da qualche anno è alla guida della nazionale italiana scrittori, intitolata a Osvaldo Soriano, l’autore che ha saputo unire più di tutti il mondo della letteratura e quello del calcio. «C’è così tanto entusiasmo che sembra un settore giovanile postdatato. A vederci giocare non viene quasi nessuno, ma abbiamo fatto diversi tornei europei con altre nazionali di scrittori». Guardando indietro, Sollier non ha rimpianti: «Molti dicono che se non fossi stato così politicizzato avrei fatto più carriera. Ma non è vero. Se non ho fatto meglio è stato perché non ero bravo abbastanza, molto semplicemente». Meroni, Vendrame e gli altri: storie di campioni ribelli P Fantasiosi e irriverenti, capaci di rifiutare la nazionale pur di non tagliarsi i capelli o di andare in panchina con cappello e pelliccia adova- Cremonese, serie C, stagione 1976-1977. Risultato inchiodato sullo zero a zero, si dice che i calciatori in campo si siano accordati con una combine. A un tratto un giocatore del Padova prende la palla sulla sua tre-quarti di campo, dribbla la sua intera squadra senza che nessuno riesca a fermarlo, arriva a fintare il tiro davanti al suo portiere. Il malcapitato si tuffa inutilmente su di lui cercando di levargli il pallone, il suo compagno di squadra va verso la linea di porta, poi si ferma. Quel giocatore, capelli lunghi, aria da hippie, è Ezio Vendrame. ezio VeNDraMe Qualche anno dopo, nella sua autobiografia “Se mi mandi in tribuna godo” spiegherà che quella corsa impazzita verso la sua porta era un modo «per salvare l’emozione». Pare che un tifoso del Padova morì di infarto durante il numero del ribelle Vendrame, che però non si è mai scomposto: «Un de- bole di cuore non avrebbe mai dovuto venire a vedermi giocare». Vendrame, mezzala veloce e fantasiosa, era destinato a diventare un campione. Ma dopo soli giaNfraNCo zigoNi tre anni di serie A al Vicenza finì la sua carriera nelle serie minori. Troppo ribelle per andare d’accordo con gli allenatori. Ma anche per questo sempre adorato dai tifosi delle sue squadre. Più fortunata la carriera di un altro calciatore simbolo degli anni Settanta, Gianfranco zigoni, che proprio con Vendrame scrisse un libro, “Dio zigo pensaci tu”. «Come me al mondo ci sono solo due giocatori: Pelè e Maradona. Calcisticamente siamo tre extraterrestri». Basterebbe questa frase a spiegare che tipo era, zigoni, 265 presenze e 63 gol in Serie A con le maglie di Juventus, Genoa, Roma e Verona. Proprio come il calciatore ribelle per eccellenza, il nordirlandese George Best, zigoni amava le donne, l’alcol e i motori. Nei suoi anni alla Juventus giocò poche volte: troppe le squalifiche accumulate per il suo temperamento irrequieto. Andò meglio alla Roma, ma fu all’Hellas Verona che zigoni entrò nella leggenda. Una volta Valcareggi lo lasciò in panchina e lui, per protesta, ci andò in pelliccia e cappello. Alla fine di un Verona-Vicenza, invece, saltò in dribbling quattro avversari e infilò il pallone all’incrocio dei pali. Per poi andare direttamende negli spogliatoi, imitato da centinaia di tifosi che uscirono dallo stadio. Gigi Meroni, invece, amava l’arte, sapeva dipingere e persino disegnare vestiti e cravatte. A Torino lo chiamavano “la frafalla granata”, perché quando dribllava gli avversari sembrava volare. E poi era un anticonformista: portava i capelli lunghi e conviveva con una ragazza polacca già sposata, una cosa quasi impensabile per l’epoca. Meroni giocava ala destra, il ruolo degli irregolari per eccellenza.. Era l’artista del gol impossibile, del dribbling perfetto e bello come una pennellata d’autore. Quando Edmondo Fabbri lo chiamò in nazionale gli impose di tagliarsi i capelli. Mero- ni, uno capace di andare in giro con una gallina al guinzaglio, di travestirsi da giornalista per chiedere alla gente cosa ne pensava di Meroni, uno che disegnava i suoi vestiti sul modello di quelli dei Beatles, rispose «no, grazie». Morì a 24 anni, investito da un’auto guidata da un diciannovenne neopatentato, Attilio Romero, suo grande tifoso, che poi nel 2000 diventò presidente del Torino. Qualche giorno dopo c’era il derby Torino- Juventus. All’inizio della partita un elicottero gigi MeroNi inondò di fiori la fascia destra del campo. Quella di Gigi Meroni. Il centravanti argentino Nestor Combin, grande amico di Meroni, acquistato dai granata quando era considerato finito e rinato grazie agli assist della «farfalla», insistette per giocare nonostante avesse una febbre altissima. Lottò come un leone e segnò tre reti. La quarta ufficialmente fu segnata dal successore di Meroni, Alberto Carelli. Ma tutti sanno che in realtà la mise a segno la maglia numero sette. pagiNa a CUra Di aNToNello paCiolla La ricorrenza 8 15 MARzO 2014 Dai carri di San Sisto fino ad Acquasparta passando per le giornate del Bartoccio, ecco gli appuntamenti in Umbria Quel che resta del Carnevale Bambini, adulti e anche cani: tutti scendono in strada mascherati per festeggiare la giornata durante la quale tutto è concesso C osa è rimasto del Carnevale? Una ricorrenza dall’origine antica, un momento in cui tutto era permesso prima di sprofondare nell’austerità e nel raccoglimento della Quaresima, durante i quali svaghi e spettacoli teatrali erano banditi. Un ricordo talmente forte che ancora oggi il viola, usato nei paramenti sacri durante quei quaranta giorni, viene considerato dagli attori un colore malaugurante. Ma oggi, in tempo in cui i divertimenti non mancano e sono a portata di mano 365 giorni all’anno, qual è il senso del carnevale? L’Italia è famosa soprattutto per le maschere veneziane e i carri di Viareggio, ma anche in Umbria non mancano le opportunità per festeggiare. Uno dei fiori all’occhiello è il carnevale di Acquasparta, in provincia di Terni. «Vengono persone da tutto il Centro Italia – spiega Sergio Saveri, vicepresidente del comitato che realizza la manifestazione – La nostra festa è pensata per i più piccoli e questo è il nostro punto di forza. Se loro si divertono stanno bene anche gli adulti ed i genitori». Accanto ai carri a forma pasticceria Sandri un febbraio agrodolce «Nessuno fa gli struffoli come noi: oggi quasi tutti usano il lievito, quello che si acquista al supermercato, noi invece continuiamo a farli senza, ed è tutta un’altra cosa». A spiegarlo è Carla Schucani, la titolare della storica pasticceria di Corso Vannucci. Dopo 153 anni, la sua attività ha chiuso i battenti l’estate scorsa ma si prepara a riaprire prima di Pasqua. Questo è il primo carnevale senza i dolci più celebri del centro storico, ma la signora Carla non ha dubbi. «In questo periodo dell’anno abbiamo sempre avuto moltissimi clienti nonostante la crisi: frappe, brighelle, frittole e cicerchiata fanno parte di quella tradizione che non passa mai di moda. Ma ormai il carnevale sta diventando un’occasione come tante: oggi ci sono mille modi per divertirsi, non si aspettano le feste comandate. La vera mascherata si fa tutto l’anno.» a. M. Da di trenino e di slitta, per le vie della città sfilano le majorette accompagnate dalla musica della banda. «Il carnevale è un’esplosione di gioia e i padroni della festa sono proprio i bambini» continua Saveri. Ma lo spirito della festa può coinvolgere tutti. Quest’anno a Spoleto, per la prima volta, si è tenuto il Canevale, dove a mascherarsi sono stati i cani, probabilmente più per la gioia dei padroni che per la propria. Un appuntamento pluridecennale è invece la sfilata dei carri di San Sisto. Ormai siamo giunti alla 35esima edizione e da quattro anni i festeggiamenti sono organizzati dall’Associazione carnevale dei rioni. «L’organizzazione è nata per far fare un salto di qualità ad una manifestazione che ormai va avanti da decenni» spiega il presidente Valter Ficola. A organizzare il carnevale sono sei rioni che per mesi lavorano per la riuscita della festa. «All’inizio ogni carro veniva costruito in un posto diverso e fino all’ultimo giorno nessuno poteva sapere a cosa stessero lavorando gli altri. Adesso invece, sia per una questione di spazio ma anche per ridurre i costi, facciamo tutto insieme». La realizzazione inizia a novembre. All’inizio lavorano solo quattro o cinque persone, ma con l’avvicinarsi del carnevale i partecipanti arrivano a diventare anche 40, tra i quali trovano spazio anche i bambini. «Purtroppo quest’ anno sfileranno solo quattro rioni perché gli altri due sono a corto di persone» spiega Ficola. Si tratta di un brutto colpo per l’associazione. La realizzazione dei carri rappresenta soprattutto un momento di convivialità, in grado di unire il quartiere. «Lo spirito è quello di stare insieme e di tenere legato il quartiere. Da noi ci sono anche molti stranieri e il nostro obiettivo è anche quello di portare sempre nuove per- SiNiSTra: MaSChera DUraNTe il CarNeVale MeDieVale Di ToDi; Carro allegoriCo Del CarNeVale Dei baMbiNi Di Quattro Colonne Anno XXIII numero 5 – 15 marzo 2014 Periodico del Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione e l’Agg.to di Giornalismo Radiotelevisivo Direttore responsabile: Antonio Socci SGRT Notizie Presidente: Nino Rizzo Nervo Direttore: Antonio Bagnardi Coordinatori didattici: Luca Garosi – Dario Biocca Redazione degli allievi della Scuola a cura di Sandro Petrollini Registrazione al Tribunale di Perugia N. 7/93 del marzo 1993 sone a partecipare per la realizzazione dei carri» racconta Ficola. Ma l’esperienza comunitaria non si limita solo alla sfilata dei carri. «Quest’anno abbiamo anche organizzato una lotteria del carnevale e per l’occasione abbiamo organizzato un torneo di calcio allo stadio comunale di San Sisto, anche per far coinvolgere le persone dei rioni che non hanno sfilato». Proprio per tenere vive le tradizioni della regione è nata tre anni fa la Società del Bartoccio, un’associazione che non a caso ha scelto il della maschera seicentesca tipica dell’Umbria. Bartoccio era infatti l’uomo di campagna che, arrivato alCUNi parTeriCpaNTi al CarNeVale Di ToDi in città, si trovava di fronte ai vizi e alle contraddizioni delle persone che vivevano lì. Proprio “bartocciate” vengono chiamati i componimenti satirici con i quali si prendevano di mira i ricchi ed i potenti. «Facciamo iniziative cercando di mantenere un certo livello culturale ma sappiamo anche essere popolari, per esempio organizzando degli incontri ‘mangerecci’» spiega Renzo zuccherini, presidente della società. Proprio il carnevale ha dato lo spunto per mettere in piedi un programma ricco di eventi, iniziato il 15 febbraio e che durerà fino al primo marzo. Se fino a tre anni fa l’organizzazione di queste giornate era in mano ad un gruppetto di persone, adesso le adesioni sono molte di più. «Da quest’anno possiamo anche contare sull’aiuto di alcune associazioni del centro storico e dei borghi umbri, che con i loro laboratori artigiani hanno collaborato alla realizzazione del carnevale» racconta zuccherini. Ma per una manifestazione che nasce, ce n’è una che muore. È il caso di Carnevalandia, l’evento che per tredici anni si è tenuto a Todi e che quest’anno, per la prima volta, non ci sarà. A mettere fine a questa esperienza è stata la mancanza di fondi, come spiega Luca Rossini, che fino al- aCQUaSparTa; UN alTro MoMeNTo Del CarNeVale MeDieVale Di In redazione Laura Aguzzi – Cecilia Andrea Bacci – Carlotta Balena – Antonio Maria Bonanata – Alessandra Borella – Edoardo Cozza – Nicole Di Giulio – Giuseppe Di Matteo – Federico Frigeri – Lorenzo Maria Grighi – Manlio Grossi – Michela Mancini – Alessia Marzi – Nicola Mechelli – Alessandro Orfei – Antonello Paciolla – Lucina Meloni Paternesi – Michele Raviart – Valentina Rossini – Giulia Sabella – Luca Serafini – Antonella Spinelli – Sophie Tavernese – Caterina Villa Maschere, che business Il viso rotondo di Angela Merkel, quello spigoloso di Valdimir Putin, il sorriso di Kate Middleton e l’inconfondibile cresta di Balotelli. Le maschere di carnevale sono da sempre la brillante rivisitazione dell’attualità. Non è un caso infatti che tra i volti più ambiti spunti anche quello di Matteo Renzi. Per vestire i panni carnevaleschi possono bastare anche pochi spiccioli. Si può essere originali anche acquistando una mascherina di cartone da tre euro, purché si abbia un po’ di fantasia. Ma si sa, oggi il tempo è denaro e per molti forse le giornate durano troppo poco per ingegnarsi con il baule in soffitta. E se i vestiti cuciti dalla nonne sono ormai pezzi rari, la soluzione può essere affittare un costume per un giorno. Vengono accontentati anche i gusti dei più “originali”: toreri, suore, supereroi, principesse, cavalieri medievali, ballerine anni ‘80. Si parte da un prezzo base di 20 euro per arrivare ai 200 euro dei travestimenti più ricercati. Trasformarsi per una sera in un doge veneziano, con tanto di panciotto e tricorno, costa una cinquantina di euro. Lavanderia post bisboccia inclusa. Maschere per tutti i gusti, che si tratti di grandi o piccini. Ma la vera protagonista di questo carnevale 2014 è il fortunato cartone animato inglese Peppa Pig. La maialina adorata da tutti i bambini ha invaso le vetrine dei negozi. Resiste in un angolo il timido Arlecchino, intramontabile ma un po’ sbiadito. aleSSia Marzi l’anno scorso si è occupato dell’organizzazione. «Di fatto non c’è neanche mai stato un colloquio con la nuova amministrazione» racconta. Erano due i momenti che componevano Carnevalandia: uno era il carnevale medievale che si teneva a Todi, mentre il secondo si svolgeva a Ponte Rio con la sfilata dei carri allegorici. L’anno scorso sono riusciti a mantenere almeno quest’ultimo appuntamento, ma invece per l’edizione 2014 non c’è stato niente da fare. «Si trattava dell’unico carnevale medievale d’Italia, era un’importante attrazione turistica, ci dispiace molto che non ci sia più» racconta Rossini. La crisi mette fine quindi ad uno degli appuntamenti più importanti dell’Umbria. Sarebbe il caso di prendere spunto da Arlecchino, la più famosa tra le maschere. Non avendo i soldi per comprare un vestito, la madre cucì insieme tanti pezzi di stoffa diversi portati dai suoi amici in modo da dargli un abito. Proprio l’abito che è diventato il simbolo del carnevale. giUlia Sabella ToDi; Carro allegoriCo Del CarNeVale Di SaN SiSTo Segreteria: Villa Bonucci 06077 Ponte Felcino (PG) Tel. 075/5911211 Fax. 075/5911232 e-mail: [email protected] http://www.sgrtv.it Spedizione in a.p. art.2 comma 20/c legge 662/96 Filiale di Perugia Stampa: Graphic Masters - Perugia