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Novecento, note di letteratura della Venezia Giulia
Nel marzo del 2000 l’ANVGD e il Gabinetto Scientifico Vetrario G. P. Vieusseux di Firenze hanno
promosso il convegno di studi Giani Stuparich fra Trieste e Firenze, al quale hanno preso parte diversi
prestigiosi studiosi dello scrittore di origine istriana. Dal volume degli Atti, editi nel 2001, riproduciamo
gli interventi di Ernestina Pellegrini (docente di Letteratura italiana contemporanea nell’Università di
Firenze) sull’Istria nelle pagine di Stuparich e di Patrizia C. Hansen sulla presenza degli scrittori fiumani
nella rivista “La Voce” di Giuseppe Prezzolini.
PATRIZIA C. HANSEN
La collaborazione a «La Voce» degli scrittori fiumani
«Nell'ambito della Voce - scrive uno studioso di letteratura del Novecento, Giuliano
Manacorda - una presenza nuova fu costituita da un piccolo manipolo di scrittori triestini o giuliani
[ ...]. Essi erano la prima valida espressione letteraria [ ...] di una regione geograficamente periferica
[ ...] e, allora, politicamente separata, che aveva una sua storia tutta sua anche dal punto di vista
culturale. [ ...] sempre, anche là dove il risultato letterario possa apparire come non del tutto
raggiunto, resta ammirevole in questi scrittori la concezione della vita come impegno morale, non
mai assunto quale atteggiamento esteriore [...] come poi mostrò la loro fine spesso eroica e tragica».
Se - come è stato sottolineato - «L'intento [ della "Voce"] era di superare la frattura tra politica e
cultura e questo compito veniva assegnato alla classe dei colti che doveva portare nella politica la
sua ricchezza di contenuto ideale», è facile comprendere come per quei giovani intellettuali che
andavano formandosi alle fonti della cultura italiana la rivista fiorentina fosse la sede privilegiata di
un tirocinio che essi percepivano fondamentale e complesso.
«Quando, nel primo Novecento, - citiamo Marino Raicich, promotore di un pregevole
convegno di studi sugli intellettuali di frontiera a Firenze, svoltosi nei primi anni Ottanta - sempre
più numerosi, i giuliani, [. ..] vengono a studiare a Firenze, ritroviamo i loro nomi nel libro dei soci
del Vieusseux». «Ho l'impressione che [ ...] fossero lettori voraci, fossero grandi frequentatori di
biblioteche, non solo per preparare gli esami. [ ...] In quanto al tradurre [ ...] si distinguono i fiumani
che, per la formazione scolastica ricevuta, dato lo status di Fiume, [...] conoscono, quasi soli in
Italia, l'ungherese. C'è una lunga tradizione fiumana in questo senso: penso a Silvino Gigante, già
studente per un anno a Firenze, [ ...] a Gino Sirola che a Firenze presso La Nuova Italia pubblicò nel
1932 Amore e dolore di terra magiara [...], al vociano Enrico Burich che fu operoso traduttore dal
tedesco [...]». Certamente, rilevava ancora Raicich, «né la cultura tedesca né quella ungherese
potevano far smarrire l'identità nazionale di questi uomini», per i quali l'approdo a Firenze (ma
anche, seppure in misura minore, a Bologna e a Padova) assumeva il duplice significato di inserirsi
nel contesto della civiltà letteraria italiana e di un inequivocabile diritto di appartenenza, culturale e
nazionale.
L'opzione intellettuale e politica di questi scrittori e traduttori originari di Fiume giungeva al
termine - ormai improcrastinabile - di un lungo percorso storico che aveva condotto prima ad una
diffidenza reciproca tra la città, custode gelosa delle sue prerogative municipali e della sua cultura
italiana, e il governo ungherese, e poi ad un'aperta ostilità tra il potere centrale e le nuove energie
che essa esprimeva. Nel primo decennio del Novecento era ormai lontano l'idillio tra Fiume e
l'Ungheria, che pure aveva fornito un'irripetibile occasione di conoscenza reciproca, grazie al
particolare status giuridico-politico della città, riconosciutole nel 1867, di «corpo separato annesso
alla Corona d'Ungheria». Uno studioso dei più prestigiosi espressi da Fiume nel Novecento, Giorgio
Radetti, notava come la difesa del carattere italiano e delle prerogative municipali «aveva potuto
svolgersi sotto il segno dell'appartenenza politica all'Ungheria, nella coincidenza della tutela dei
diritti nazionali e di un discreto autogoverno [ ...]: ma già alla vigilia della prima guerra mondiale
l’idillio italo-ungherese a Fiume era un ricordo del passato, sempre più contrastante con la politica
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di magiarizzazione avviata dal governo di Budapest [ ...] .In questa situazione [ ...] le aspirazioni
irredentistiche si rafforzarono e si diffusero, soprattutto nelle generazioni più giovani [ ...]».
Emblematica, come suol dirsi, a questo riguardo, la figura (precocemente scomparsa) di
Mario Angheben, già matricola a Budapest e poi studente a Firenze dal 1912 e infine volontario, per
il quale la prepotente e quasi poetica aspirazione a raggiungere il cuore della cultura italiana si
accompagnò ad una tormentosa vicissitudine intellettuale ed interiore. Dalla capitale ungherese,
prima di decidersi per Firenze, aveva scritto ad un amico fiumano: «Appena sbalzato in quest'orribile esilio, [...] in un ambiente [...] così avverso a me, mi sono separato dal mondo ove vivo [ ...]». Il
periodo trascorso a Budapest gli apparve come «un orribile esilio» e il verso virgiliano Italiam
quaero patriam, eletto a proprio motto, sigillò la sua breve vicenda biografica. Dal 1912 a Firenze,
dove aveva composto un saggio sul Tristano e Isotta, aveva più tardi disertato l'esercitoaustriaco
per cadere in guerra a 22 anni: «creatura eletta» riferiva Gemma Harasim, del quale gli amici
fiumani avrebbero voluto raccogliere ogni dettaglio della breve esistenza e della morte.
Per Firenze passarono altri fiumani: il giovanissimo Egisto Rossi, cultore di storia patria e di
un disegno appassionato di rilancio degli studi storiografici su Fiume, e - come abbiamo accennato
–Silvino Gigante, già iscritto al Politecnico di Vienna e più tardi laureato nell'Universitàdi Padova,
Gino Sirola, allievo caro a Pascoli, Attilio Depoli, già iscritto a Budapest. «C'èin questi studenti di
frontiera - ancora Raicich - l'uno diverso dall'altro, ma pure accomunati da una eguale alta tensione [
...], la compresenza di una eticità laboriosa e disciplinata». Ne era un esempio Rossi, artefice nella
sua città della nascita, nel 1910, della Deputazione Fiumana di Storia Patria, che peraltro non vide
sorgere, essendo mancato qualche anno prima. Lo ricordò in una lettera la sua concittadina Gemma
Harasim, a lui legata a Firenze da «analogia di vita, di carattere, di temperamento» benché diversi
fossero gli interessi, chino com'eraEgisto Rossi sull'«indolespecialissima della storia nostra, tutta
diritti e privilegi secolari di contro a peregrini abusi e soprusi di ogni parte». Un'immagine
complessiva della Fiume tra i due secoli è tracciata da Nella Sistoli Paoli, che ne mette in evidenza
la vivacità economica e sociale e, ancorché in un ambiente solidamente mercantile, la ricchezza di
«attività culturali strettamente legate all'italia-nitàdella tradizione» pur in un contesto politico e
nazionale così particolare, volte tutte a ribadire un'identitàmai offuscata dalle appartenenze statuali.
Non è difficile immaginare come «questi studenti di frontiera» intendessero la loro presenza a
Firenze, nel suo ambiente e il rapporto con i suoi migliori esponenti: l'agognataconfluenza
nell'alveodella cultura madre avrebbe dovuto siglare definitivamente la destinazione delle regioni
ancora irredente alla Nazione italiana e insieme rappresentare il conseguimento, da parte delle
diverse personalità giuliane e della loro totalità, di una riconosciuta maturità intellettuale e civile in
grado di offrire uno specifico contributo alla cultura nazionale.
«Dell'Italiai fiumani, similmente agli altri giuliani, amavano soprattutto Firenze - annota
ancora Sistoli Paoli - attratti ‘dalla presenza in questa città d'unasocietà accademico-mondana [...]’,
in cui si potevano trovare rappresentate tutte le correnti culturali italiane». Bisogna altresì ricordare
che il Municipio di Fiume, insieme con non molti altri, prevedeva l'assegnazionedi borse di studio
per insegnanti e pedagoghi che volessero perfezionarsi a Firenze nella lingua. Nel capoluogo
toscano essi avvertivano la ricchezza di un ambiente colto anche nell'attualitàe disinvolto nelle
discussioni critiche, fucina di nuove elaborazioni letterarie e civili. La rivista di Prezzolini, che si
era posta così ambiziosi fini di rinnovamento della cultura e del pensiero italiani in ogni settore
della vita, non poteva non costituire uno dei primi motivi di interesse e di attrazione per quei
giovani giuliani presso i quali i temi della letteratura e della politica, della filosofia e della musica,
erano intimamente correlati con quel senso etico dell'esistenzae dell'esperienzache abbiamo già
richiamato, e per i quali l'elaborazionedi una cultura, così come il loro precipuo apporto alla
cultura, non era disgiunto da un confronto con la realtà storica. Nel suo intento di coniugare cultura
e attualità, la rivista fiorentina aveva peraltro ospitato nel 1909 i numerosi e noti interventi di Scipio
Slataper, ma anche della fiumana Gemma Harasim, che più avanti vedremo meglio,
sull'irredentismoe sui futuri assetti politici delle realtà nazionali presenti nella compagine
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absburgica, e più in generale, negli anni ad opera di autori diversi, sul nazionalismo. Sottoposta per
questa ragione a sequestri nell'Austria-Ungheria,era naturale che venisse eletta ancora a sede
privilegiata di quel lavoro di informazione che altri giovani irredenti si proponevano di svolgere per
sollecitare l'attenzione dell'Italia verso Fiume.
Così, da Budapest, lo studente Enrico Burich. Nato a Fiume nel 1889, si iscrisse nel 1907
alla irredentista «Giovine Fiume», vicino ai giovani intellettuali «non molto numerosi ma entusiasti
e decisi, che si battono per rinnovare e scuotere il piccolo mondo della politica cittadina», come
ebbe ascrivere Giorgio Radetti. Egli si trovò, tra gli altri, con Amedeo Hodnig, che fu allievo di
Pascoli a Bologna: «Eravamo sempre insieme [ ...] leggevamo gli stessi libri, in primo luogo Dante,
De Sanctis, Virgilio e Pascoli [...] Mazzini ci era sempre presente». Studente universitario nella
capitale ungherese dopo gli studi classici nella sua città, arrivò a Firenze nel 1909 con una borsa di
studio del Municipio per frequentare i corsi estivi dell'università.Per tramite di Gemma Harasim
entrò in contatto con Prezzolini. «Con lei andai per la prima volta alla redazione della "Voce" cioè
nello studio di Giuseppe Prezzolini - ricordava Burich -. Non mi parve vero di avvicinarmi così sin
dal primo giorno al movimento de "La Voce". Devo dire che in seguito varcai molto più volentieri il
portone Via della Robbia 42 che non quello dell'Istitutodi Studi Superiori». Se “La Voce” si
proponeva di sottoporre anche il fenomeno dell'irredentismoad un'analisi spregiudicata «in questo
movimento di idee e di prospettive di azione, [...] Enrico Burich cerca di portare anche la voce
dell'irredentismofiumano [...] È lui che attira l'attenzionedi Slataper sulle vicende della "Giovane
Fiume" e ispira [ ...] interventi di Prezzolini [ ...]»: è di Burich, infatti, l'articoloStudenti italiani a
Budapest, sollecitato dallo stesso Prezzolini, che apparve il 9 giugno 1910.
«L'ambiente- si leggeva in quella corrispondenza - non esercita che un'azionenegativa. [...].
Qualunque sia la vita intellettuale di Budapest, importa poco; tant'è,rimane estranea all'animadei
gio-vani fiumani. [...] è naturale invece un continuo deperimento, una lenta castrazione intellettuale,
una infiltrazione di indifferenza [ ...]. Del resto, nelle biblioteche non si trovano nemmeno tutti i
classici italiani (di altri libri italiani non si parla) [ ...]. La legge che obbliga i giovani fiumani di
studiare a Budapest ha l'effettoopposto di quello che si propone: invece di farli diventar ungheresi,
li restituisce a Fiume più italiani che mai [...]». «Un amore esclusivo e polemico - annotava Radetti
circa l'amoredi Burich e di quei giovani per l'Italia- fatto spesso di ostilità verso tutto ciò che si
voleva imporre ad essi con la forza», ma non privo di una facoltà di giudizio critico ed auto critico
che lo aveva portato, dopo due anni di studio in Ungheria, a Firenze, a ricercare sodali autentici ed
esperienze essenziali. Laureatosi a Firenze ne11912, si vide rifiutare la possibilità di insegnare nella
sua città natale per gli ormai noti orientamenti italiani, e la collaborazione alla «Voce» fu uno dei
primi capi d'imputazione.
Il numero dell'8dicembre 1910, dedicato all'irredentismo,annunciava un contributo di
Burich sulla «Giovine Fiume» , il periodico dell'omonimomovimento, soppresso quello stesso anno
dalle autorità ungheresi e sulla cui chiusura era apparso sulla « Voce» , il 31 marzo, un commento di
Scipio Slataper. L'articolodi Burich in questione non vide mai la luce, ma l'ulterioreinasprirsi dei
rapporti tra Fiume e il governo centrale magiaro lo spinse ad indirizzare, tre anni dopo il suo primo
articolo, un altro intervento firmato con lo pseudonimo di «Un fiumano», La tragedia dell'italianità
di Fiume, cui fecero seguito altri su diversi fogli del Regno. Il 28 agosto del '13«La Voce» lo
pubblicò con grande evidenza: un «appello disperato» lo definì il suo autore, contro la
magiarizzazione ormai brutale della città e delle sue autonomie. «Non saprei dire - avrebbe
commentato alcuni decenni più tardi - quale eco abbia avuto questo grido d'allarme in Italia.
Prezzolini non me ne parlò». Dall'altraparte, presso le autorità di Budapest, la collaborazione alla
rivista fiorentina costituiva invece motivo di sospetto e di pregiudiziale condanna. Chiamato a
risponderne, gli fu negato il tirocinio presso il liceo statale di Fiume e sarebbe stato destinato a
Budapest se non fosse intervenuto, da Catania, Giuseppe Lombardo Radice che riuscì ad ottenergli
un incarico nella città siciliana. «[ ...] esco dalla cerchia di queste colline digradanti al mare!
-avrebbe ricordato poi - Da generazioni i fiumani sono attaccati qui come granchi ai loro scogli.
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Ognuno di essi ha il suo compito in questa cittadella assediata, chi sugli spalti, chi sui merli, chi sul
ponte levatoio». Negli ultimi mesi del 1914 inviò alla rivista un opuscolo sul problema di Fiume che
venne però ospitato l'anno seguente, con il titoloFiume e l'Italianella collezione «Problemi italiani»
di Ugo Ojetti. Bisogna ricordare che la collezione si avvaleva di un comitato composto, tra gli altri,
da Gaetano Salvemini, Salomone Morpurgo e Giulio Caprin, e che avrebbe dovuto ospitare, in
luogo del contributo di Burich, un opuscolo di un esponente politico fiumano, molto attivo nella
propaganda di quegli anni, Icilio Baccich: con la comparsa del saggio di Burich il nome di
Salvemini scomparve dal numero del componenti di quel comitato: una coincidenza, forse, anche se
la sua posizione nei confronti della questione adriatica era, notoriamente, ben distante dalle
rivendicazioni dei nazionalisti.
Nel dicembre del 1914 Burich disèrtò l'esercitoaustro-ungarico per arruolarsi in quello
italiano. Era ancora peraltro intento a costruirsi una personalità che dalla connaturata inclinazione
per l'impegnoe la riflessione riuscisse a pervenire ad una maturità salda e consapevole: a questo
riguardo, è significativa una lettera a Prezzolini datata 1914, al quale scriveva: «ho ricevuto
finalmente la Voce, ed ho letto subito le tue parole d'unuomo moderno [ ...]. Vivevo di giorno in
giorno, di sensazioni disordinate [...]. Poi un atroce nichilismo, poi una paura orribile, ed infine il
senso di responsabilità di fronte ad ogni azione che pur devo fare se vivo. [ ...] Io non sono il
‘ragazzo per bene’ che tu descrivi. [ ...] Ora tu mi hai aiutato a capire me stesso. Ora io sono con te
anima e corpo. [ ...] Quando tu dicevi semplicemente ‘fa', lavora, compromettiti’ io non ti capivo
[...] .Ti ammiravo, è vero, ma mi pareva di veder in tutta l'operatua della Voce un sacrifizio a cui tu
ti sottoponevi puramente per disciplinare e cercare te stesso. Ora [...] io ti vedo e ti abbraccio in
tutt'altraluce. Io [...] anderò avanti, riacquisterò la fiducia in me stesso e lavorerò. [ ...] Continua le
parole d'unuomo moderno. [...]». Se la personalità di Burich era dunque, allora, ancora debitrice
dell'esempio di Prezzolini e delle sueParole, l'esigenza così profondamente sentita di darsi un senso
ed una struttura è frutto della «scuola di rigore, di disciplina» propria dei giovani giuliani.
Volontario dunque della prima guerra mondiale, Burich venne destinato al comando della IV armata
in qualità di interprete per il tedesco e l'ungherese.«Tu sai - scriveva ad un familiare - il mio
entusiasmo per questa guerra e sai anche la mia fede. Ma certe cose viste da vicino sono terribili e ti
fanno restare muto e meditabondo... Nessuno può immaginare l'ardimentoe il valore del nostro
soldato. Quello che ha fatto in questi giorni [siamo nel 1916] è davvero sovrumano. Ma io non so
parlare della guerra con nessuno». Nel 1915 Prezzolini si era schierato in favore della lotta per
Fiume: esito, anche, delle pressioni e del lavoro di fiumani e giuliani che pure aveva conosciuto
momenti di accesa dialettica. Erano ormai distanti le polemiche tra sostenitori del diritto nazionale e
fautori di un «irredentismo culturale» o di una riduzione delle aspirazioni italiane sulle terre
orientali. In quel serrato confronto che in Italia si era avuto intorno a quei temi si era inserita, ancora
nel 1909, Gemma Harasim.
Nata a Fiume nel 1876 da padre di origine boema e madre d'originecroata, esempio pertanto
della forza di assimilazione della cultura italiana, compì studi magistrali e divenne insegnante nelle
«scuole cittadine», le scuole secondarie del Comune. «Donna di fortissima, viva e schietta
personalità, e di ferme convinzioni morali, politiche, educative, [ ...] abituata alla autonomia del
pensiero, alla responsabilità delle scelte civili e culturali, oltre che educative. Fautrice coraggiosa
della cultura italiana e del libero reggimento di Fiume, non era però una "irredentista", era anzi di
orientamento socialistico internazionalista; vedeva nell'unionetra i lavoratori delle varie nazionalità
la soluzione del problema austro-ungarico e adriatico». A Firenze negli anni 1907-1908 e 19081909 (e non fu naturalmente la sola delle neodiplomate inviate dal Municipio fiumano a Firenze), la
Harasim aveva al suo attivo una pubblicazione a carattere pedagogico, apparsa a Fiume ne11906, e
recensita con favore anche da Benedetto Croce. Fu questi che segnalò a Giuseppe Lombardo
Radice, direttore dal 1907 di «Nuovi Doveri», il lavoro dell'insegnantefiumana, che fu chiamata,
nel 1908, a collaborare alla rivista siciliana. Marino Raicich ricordava come, proprio in essa, la
Harasim «rivendicava per la donna una cultura umana e non un ghetto di inferiorità o peggio una
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cultura tipicamente femminile» mentre «alla scuola delle terre irredente [ ...] naturalmente si ritrova
il contributo di Gemma Harasim polemico verso le borie nazionalistiche»: per l'insegnantefiumana
l'istruzionescolastica era «un problema complesso di vita, di coltura, di fratellanza umana, non
risolvibile con le solite frasi spavalde e roboanti». E fu Lombardo Radice a segnalarla a Prezzolini.
La prima delle Lettere da Fiume apparve sulla «Voce» il 10 giugno 1909 e contiene
un'importantedefinizione della particolarissima natura dell'istruzione,ma non solo, a Fiume. «‘la
città libera di Fiume è unita all'Ungheriaquale corpo separato’. In questo più unico che raro
documento di logica e di pensiero, [ ...] sta il primo germe di una pericolosa malattia delle nostre
scuole: ‘l'isolamento
’. [ ...] come la nostra storia, la vita, la coltura; unita a nessuno e separata da
tutto il mondo [ ...]». Da questa premessa l'autrice giungeva a definire «la solitudine penosa» della
«nostra scuola» e la necessità «di riforme serie» atte a «purificare e sollevare» l'istituzione
dall'asfissia.Nella Lettera successiva, dell'8luglio, la Harasim indicava in due le presenze
realmente esistenti nella vita politica e civile della sua città, l'italianae la croata, essendo quella
ungherese imposta dall'alto e comunque minoritaria. «Per la nostra piccola Fiume, più
disastrosamente assai: [ ...] esistono i croati e [. ..] esistono gli ungheresi». La Harasim
stigmatizzava l'atteggiamento fortemente e tradizionalmente difensivo del Comune e della
cittadinanza fiumani, preoccupati di mantenere lontano ogni pericolo d'infIltrazionecroata nelle
istituzioni e nella società, con il risultato ultimo di ritrovarsi ora «tra due barriere insormontabili»: la
forzatura ungherese e la rivendicazione slava. Al popolo, che sapeva gridare «viva» in tre lingue, la
Harasim si appellava per superare la lotta nazionale, da lei avvertita come «confine [in cui] cessa
ogni forza di ragionamento». «Noi possediamo - aggiungeva - dei buoni circoli italiani di studio [...]
che potrebbero fare molto per un riavvicinamento pieno col popolo [...]. Circoli e società italiane
nostre che dovrebbero unirsi: [ ...] a quanto di più serio produce la coltura italiana presente».
Cresciuta in un ambiente molto prossimo al socialismo internazionalista, le sue corrispondenze
sottendono la collaborazione, in unità di popolo, tra le diverse componenti nazionali di Fiume. E
nella scuola riponeva la fede in un riscatto, per così dire, dal localismo e dagli estremismi
nazionalistici. «Per ora da noi, bisogna lavorare con pazienza e tenacia a tante piccole cose a
preparare un poco di terreno buono per l’avvenire [ ...] affrettare quel po'di risveglio per cui stiamo
lavorando modestamente e silenziosamente». Ciò non le impediva di riconoscere come italiano il
municipio, tutte le istituzioni, le scuole, gli uffici, i teatri, la lingua, quest'ultima«intesa da quasi
tutti indistintamente», «dai Croati benissimo, anzi da taluni di essi è parlata anche in famiglia ed in
società, pur tenendo partito contro gl'Italiani»,né di auspicare l'istituzionedi un istituto superiore
italiano in cui le future insegnanti fiumane potessero istruirsi nella lingua materna.
Una conferma del particolare ambiente della scuola fiumana viene da Maria Guerrera,
scolara della Harasim, che oltre a ricordare la sacralità della scuola nella Fiume d'anteguerra,
rammentava anche come essa «riuniva [ ...] noi bimbe di differenti nazionalità: italiane, ungheresi,
tedesche, croate, [ ...] di diversa religione e di differente condizione sociale. [ ...] La politica nella
scuola era cultura: gli insegnanti volevano che noi acquistassimo intimità con il pensiero italiano e
con tutte le manifestazioni della vita della madre patria lontana [ ...]». In quella città dalla sensibilità
acuminata «non si faceva politica a scuola, ma la politica se vogliamo c'erae non poteva non
esserci, perché, viva nella coscienza degli educatori, essa penetrava in tutto l'insegnamentoe ne
formava una solida base».
In consonanza d'ideecon le posizioni di un Salvemini, conosciuto nel 1909 insieme con
Burich, la Harasim non condivise l'interventismodi Lombardo Radice, con il quale si era sposata, e
disapprovò la sua collaborazione con Gentile per la riforma della scuola. «Caro Prezzolino scriveva alcuni anni dopo l'esperienzafiorentina - [...] tanto mi sono distaccata da loro, da .tutti per
quella profonda divergenza d'ideeche c'è fra me e tutti, che forma la più profonda e dolorosa
angoscia mia [ ...] - pensi ai buoni tempi della nostra prima ‘Voce’». Burich, ancorché culturalmente
e caratterialmente distante dal nazionalismo estremo, non aveva potuto condividere l'impostazione
della Harasim, che ricalcava, in un frangente attraversato da una così eclatante crisi del vecchio
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ordine, le orme di un «irredentismo culturale» insufficiente a suggerire una concreta, immediata
alternativa alle contrapposizioni frontali. «Si sarebbe fatto in tempo - si chiedeva Burich - a
smantellare il nazionalismo e a sostituirlo col socialismo internazionale?», quando peraltro il partito
croato poteva considerarsi ancora più irriducibile nelle sue rivendicazioni nazionali. Secondo lo
studioso le Lettere misero piuttosto opportunamente a fuoco diversi aspetti della specifica
condizione di Fiume e diedero un contributo importante alla conoscenza dei suoi problemi, ma non
incisero ovviamente - e come avrebbero potuto - sull'effettiva evoluzione del corso storico.
È interessante notare peraltro come la collaborazione tra i membri dell'anticosodalizio
fiorentino non fosse venuto meno ancora molti anni dopo, se nel 1937 Giuseppe Lombardo Radice
si rivolse all'amicoBurich - dal 1934 al 1942 comandato presso l'Istitutoitalo-germanico di Colonia
«Petrarca Haus» - al fine di ottenerne la collaborazione per il costituendo «Museo-Archivio
didattico» dell'Istitutodi Pedagogia dell'Universitàdi Roma. La rivista «Fiume», che dal 1952
riprese le pubblicazioni sotto la guida autorevole di Giorgio Radetti, ripubblicò nel 1961 le Lettere
da Fiume di Gemma Harasim. «Esse rappresentano - scrisse allora il direttore nella nota introduttiva
- un tentativo di intendere la situazione fiumana [ ...] in relazione ai nuovi problemi e ai nuovi
compiti che la storia imponeva [...]. Il discorso della Harasim [...] restò isolato e inascoltato, in
mezzo al crescente frastuono degli opposti nazionalismi e della propaganda di guerra [...]». Quelle
Lettere ricordavano, a parere di Radetti, nel tono e nell'ispirazione,le Lettere triestine di Scipio
Slataper. Nel radicalizzarsi delle contrapposizioni esse furono – era Burich a rammentarlo - una
doccia fredda per molti fiumani (ed egli non le condivise), che percepivano allarmati l'angustiadella
condizione nella quale l'evoluzionedei rapporti e con l'Ungheriae con il vicino croato li aveva
ormai condotti. Il conflitto, evidentemente, avrebbe siglato la fine di ogni disquisizione. Mentre la
Harasim avrebbe seguito da lontano i più giovani concittadini che, ancora prima e dopo la guerra,
avrebbero continuato a frequentare Firenze, Burich «troppo lontano con tutta la sua anima, dalla
tendenza [ ...] al ‘reducismo’, [ ...] riprende la sua opera di educatore e di studioso» e non avrebbe
mancato di impegnarsi, nel drammatico frangente dell'occupazionejugoslava della sua città, nel
1945, in un'attivitàclandestina di incitamento, rivolto agli italiani di Fiume, alla resistenza:
conferma, a più decenni di distanza, dell'anticoe radicato senso etico dell'esistenzae della cultura
proprio di quelle generazioni di intellettuali di frontiera.
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