Anno X - n° 7
Settembre 2013
TARIFFA REGIME LIBERO: POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE 70% - DCB (BOLOGNA)
www.comune.bologna.it/iperbole/buonenuove
9
Il Manzoni si rinnova
Nasce a Bologna
una scuola
super sicura
I messaggi
del Papa
Perché Francesco
riesce a parlare
con credenti e non
2
Progressi
a Kitanga
Dall’Uganda
messaggi
di speranza
In visita
ex ambasciatore
6
Adamishin,
un pensiero
sull’Italia
4
Perché Francesco non è un Papa che lascia indifferenti
Papa Francesco affascina il mondo (e non
solo quello dei credenti) per il suo modo
disinvolto di porsi.
Avevate mai visto un
Pontefice prendere la
prima utilitaria che gli
capita a mano nel parcheggio del Vaticano e
recarsi, in visita, senza
scorta e preavviso? Lui
lo fa. Carezze ai bambini? Tutti i Papi le hanno
fatte, molto spesso ad
uso e consumo dei fotografi. Lui no, è sistematico, ne abbraccia
mille, ne bacia duemila,
quasi a voler lasciare a
tutti, soprattutto a chi
è più piccolo, più indifeso, più ingenuo, un
atto concreto, umano,
‘sono io, questo è il
mio bacio, questa la
mia carezza’. Lo osservo mentre sfiora
un invalido, coccola un
anziano, lo apprezzo
quando si propone di
battezzare un bambino che ha scampato
l’aborto, sono al suo
fianco quando parla di
pace come unica strada
per il futuro. Potranno
attaccare, i Grandi del
mondo, nazioni ribelli
e fuorilegge ma resta, alto, il suo monito.
Come se quel sabato, in
Piazza San Pietro, avesse realmente riscritto le
regole del vivere comune. Le uniche per poter
accedere, un domani,
ad una vita più alta
e profonda. Immensamente grandi nella
loro semplicità anche
le parole, pronunciate
in quell’italiano incerto
ma così melodioso: un
linguaggio semplice e
diretto che ci ricorda
quello dei maestri delle
elementari, i più cari e
amati del nostro percorso scolastico. Quando ci parla di ‘compiti a
casa’ torniamo tutti con
lo zaino sulle spalle,
il fiocco che pende da
una parte perché annodato in tutta fretta,
il colletto rigido bianco
che lascia un segno
rosso sul collo.
Non ricordiamo la data
del battesimo? Bene, si
resta a casa a cercarla.
Niente parco, niente
bici, niente marmellata
prima di averla ritrovata.
Perché è una data importante, ci dice Francesco, senza la quale
non siamo qualcosa di
‘preciso’.
Senza nulla togliere
ai suoi predecessori
(anche Giovanni Paolo
II si lasciò contagiare
dai Media chiamando Vespa in diretta)
Francesco si muove
con passo diverso. Risponde a Scalfari, su
La Repubblica, perché
Visitate il nostro sito
www.comune.bologna.it/iperbole/buonenuove
Il Consiglio direttivo dell’Associazione no profit,
editrice di “Le Buone Notizie”, è così formato:
Giorgio Albéri - Presidente
Fabio Raffaelli - Vice Presidente
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Donatella Bruni - Revisore dei conti
Comitato di Redazione:
Roberta Bolelli, Giorgia Fioretti,
Massimo Guandalini, Francesca Rispoli Valenti,
Manuela Valentini
sa che, prima di tutto,
deve occuparsi delle
‘pecorelle smarrite’.
Che sono tante, milioni.
E con le quali bisogna
dialogare, dialogare,
dialogare. Noi ci siamo
già. Per noi ci sarà tempo domani.
Occorre far presto con
gli altri, con i tanti che
forse non credono più
nella Chiesa e soprattutto nei suoi uomini.
Forse siamo ancora in
tempo perché il salvabile venga salvato.
Ce lo auguriamo tutti,
all’insegna di quel ‘fratelli’ con cui tutti i giorni
Francesco si rivolge a
noi.
Buona lettura
dal vostro direttore
Fabio Raffaelli
Le Buone Notizie nasce da un’idea
di Francesca Golfarelli e Fabio Raffaelli
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2
Firma
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Si avvicina l’autunno, un miracolo di vita
Dagli alberi pendono le
insegne dell’autunno: l’estate è ormai finita e la
natura ha operato la sua
metamorfosi. Per quasi
cento giorni ogni foglia
ha lavorato alacremente,
svolgendo la funzione più
importante che esista sulla
terra: quella di trasformare
l’energia solare in cibo per
tutti gli esseri viventi.
Proprio quando ha raggiunto il culmine della produzione, però, questa fabbrica
meravigliosa è costretta
a “chiudere”. L’accorciarsi dei giorni annuncia il
cambiamento di stagione.
L’inverno si accinge ad imprigionare la terra nella sua
morsa e gli alberi devono
fare gli ultimi preparativi.
Tutto è pronto, non tanto
per l’inverno quanto per la
primavera.
Le foglie muoiono per soffocamento, soppresse in
base ad un piano ben stabilito. Scomparso il verde
della clorofilla, cominciano
ad apparire i colori caratteristici della linfa di ciascuna
specie.
Nel corso di uno spettacolare ultimo atto che si svolge
con una incredibile rapidità,
le foglie si staccano e cadono volteggiando formando
sul terreno uno strato quasi
di velluto.
Le città, dopo l’esodo estivo, si rianimano, le scuole
si riaprono ed ogni mattina
si vedono gruppi di ragazzi
con i libri sotto il braccio,
con il viso un po’ scuro per
avere lasciato il mare o la
montagna.
In campagna vi è uno strano movimento: i trattori
agricoli percorrono lentamente i campi per rompere
le zolle indurite dalla siccità; dai vigneti vi è un gran
vociare dai contadini che
iniziano la vendemmia. In
montagna, poi, i castagneti
con i loro muschi umidi,
offrono il dolce frutto della
castagna atteso dai bam-
bini per mangiare le prime
caldarroste.
Di giorno in giorno si stende su tutte le cose una
nebbiolina che si fa sempre
più fitta. Poi si muterà in
pioggia nelle giornate in
cui la compagnia diventa
la noia.
Ma non dobbiamo essere
tristi…l’autunno ci offre an-
che giornate indimenticabili
in cui il sole ci presenta
i caldi e molteplici colori
caratteristici della stagione, che hanno il potere di
conferire serenità al nostro
animo. Tutti noi dobbiamo
affrontare nella vita tanti
“autunni” ma sta solo alla
nostra persona se viverli
come anticipo del freddo
inverno o come un proseguo della calda estate.
In noi c’è la forza per trasformare un momento difficile in un’opportunità di
crescita, basta solo dare
ad essa la possibilità di
emergere e non lasciarla
soffocare da convenzioni
banali.
Donatella Bruni
Capitani dell’Anno da Bologna all’Italia
U
omini e donne che hanno
quotidianamente rifiutato l’idea di
lasciarsi vivere dalla recessione,
encomiabili perché sono anche riusciti, con
caparbietà e in condizioni quantomai avverse,
ad ottenere prestigiosi riconoscimenti a
livello internazionale.
Questi i protagonisti dell’Edizione 2013 del
Premio Osservatorio Economico Baker
Tilly Revisa (nato a Bologna da un’idea di
Fabio Raffaelli e oggi divenuto nazionale),
creato per dare luce e rendere omaggio a
quegli imprenditori che, più di altri, stanno
dettando i ritmi della complessa ma, ci
auguriamo, prossima e positiva uscita dal
lungo periodo di recessione.
Il riconoscimento riparte da tre regioni
chiave come la Lombardia, il Lazio e
la Liguria (dopo l’eccezionale successo
ottenuto, in Emilia-Romagna, a fine 2012):
protagonisti di Capitani dell’anno 2013
non saranno solo i ‘veterani’, quelli che da
sempre affascinano il pubblico per le loro
storie intessute di ricordi e abnegazione, ma
anche le giovani leve, quegli imprenditori
che, pur tra mille difficoltà, sono riusciti
a farsi largo in un mondo industriale
sempre più internazionale e concorrenziale,
divenendo paladini vincenti di un modo di
fare impresa moderno e innovativo.
3
Dall’Uganda arrivano messaggi di speranza
è
con piacere
che riferiamo
ai nostri Lettori i progressi avvenuti a Kitanga, villaggio dell’Uganda,
grazie agli aiuti della
Associazione Amici
di Fonhilbe.
I bambini sono 600,
ben vestiti, ben
nutriti, puliti e allegri. Con l’invio
degli stanziamenti
previsti nel 2013,
le costruzioni a Kitanga si possono
considerare ultimate. La casa per gli
insegnanti single è
quasi terminata e il
nuovo dormitorio è
in fase avanzata di
costruzione.
La scuola è un’entità
giuridica ben distinta dalla Parrocchia
ed è gestitada due
consigli: consiglio
strategico che fissa gli obiettivi generali e il consiglio
finanziario responsabile della gestione del budget della
scuola che è di circa
330.000.000 scellini
pari a circa 100.000
euro (di questi il
60% è coperto dalle
rette degli alunni, il
10% dai laboratori
e il 30% dai contributi degli amici della
Fondazione Aiutare i
bambini di Milano).
Le piante, messe
a dimora 5/6 anni
fa, crescono bene,
anche se è ancora
lontano il momento
in cui si potrà tagliarle ( 6/7 anni)
e quindi fornire un
reddito. I meli sono
circa 150 e crescono regolarmente. Si
pensa che ci vorranno ancora un paio
di anni prima che
diano frutti in ma-
niera significativa.
Come laboratori c’è
una falegnameria
funzionante, anche
se attualmente non
vi sono scorte di legname. Sono stati
fabbricati qui 80 letti
a castello in legno
per il nuovo dormitorio. Dei mulini è
funzionante quello
per il sorgo ed il
miglio, e quello del
mais. Nell’officina
non è ancora stata
collegata all’elettricità e l’entrata in
funzione è prevista
per fine anno prossimo, poiché alcu-
ne macchine devono ancora arrivare
dall’Italia.
I laboratori pertanto
non possono essere
considerati ancora
come una fonte di
reddito importante
per la scuola. Sarebbe necessario incaricare un manager
con esperienza in
materia economica
(costi/ricavi ecc.)
come responsabile
dei progetti e trovare un falegname
ed un meccanico per
insegnare le nozioni
indispensabili.
Grande importanza
riveste poi il “Progetto The” che fa
parte di una iniziativa governativa che
si fa carico dei costi
dei vivai dalla nascita delle piantine
alla messa a dimora.
Dalla messa a dimo-
ra in poi, i costi sono
del proprietario della terra.
Il progetto di Padre
Gaetano prevede un
investimento di circa 40 acri da parte
della Parrocchia. I
proventi dell’investimento andrebbero
al 60% alla Parrocchia e al 40% alla
scuola. Con Padre Gaetano
si è poi concordato
di variare i progetto per cui il 50%
del terreno sarebbe
acquistato direttamente dalla scuola
e i proventi andrebbero alla scuola.
Per l’entrata in produzione sarebbero
necessari ulteriore
due anni dal momento della piantagione con un costo
di altri 30.000 euro
circa.
Per il 2014 un obiettivo è la sistemazione della scuola Santa Clelia che conta 415 alunne è in
condizioni pessime,
infatti il refettorio
è molto piccolo, col
pavimento di erra e
le alunne sono costrette a mangiare
in piedi,altri edifici
sono senza vetri e
sempre molto angusti Pozzo in Karamoja in collaborazione con Fondazione Aiutare i bambini
Massimo Guandalini
Associazione
AMICI DI FONHILBE Onlus
Via S. Mamolo 125 - 40136 Bologna
IBAN:
IT60 G031 1002 4000 0157 0013 798
Farbanca – Bologna
Cod. Swift per bonifici dall’estero:
FARBIT21
C/C Postale: 99609059
4
Quando gli amici del fegato fanno gruppo
A
RiAE, l’acronimo sta
per “Associazione per
la Ricerca e l’ Assistenza in Epatologia”, nasce
nell’aprile del 2009 ad iniziativa di un piccolo gruppo
di cittadini che hanno avuto
a vario titolo, rapporti “sanitari” con il gruppo guidato
dal professor Pietro Andreone (Responsabile dell’Unità Operativa Semplice di
Struttura Ambulatoriale e
di Ricoveri Diurni per le Malattie del Fegato presso UO
di Semeiotica Medica, AOU
Policlinico S. Orsola-Malpighi
di Bologna).
Si tratta di persone che hanno subito un trapianto di fegato, pazienti ed ex pazienti
affetti da patologie epatiche, loro familiari, amici e
simpatizzanti, tutti animati
dall’intento di mettere a disposizione
delle attività
del gruppo
la propria
esperienza e una
parte (non
i m p o r ta quanto
grande o
piccola) del
proprio tempo.
L’associazione,
che è retta da uno
statuto che la configura
come associazione di volontariato (e quindi Onlus
di diritto), conta oggi più di
cinquanta soci e sviluppa
la propria attività, sotto la
guida di un Consiglio direttivo composto da cinque
persone e con la consulenza
di un comitato scientifico di
illustri clinici e ricercatori,
nelle due direzioni indicate nell’ acronimo:
la ricerca e
l’assistenza.
Al centro della
prima missione sta, quasi
naturalmente, la collaborazioni al
gruppo guidato dal Prof.
Andreone, che si
è sviluppata in vari
modi. Ricordo il sostegno
all’inserimento dei risultati e
dei valori degli esami strumentali e di laboratorio nel
sistema informatico di archiviazione dati anagrafici, e
alla sistemazione del materiale del laboratorio, nonché
la continuazione di patrimoni
bibliografici. Anche le dota-
Come sostenere
le Buone Notizie?
Vedi a pagina 2
zioni strumentali
L’ a s s i s t e n z a è
hanno visto l’imarticolata in un
pegno di ARiAE,
punto di ascolto
con il dono, anpresso gli ambuche ad altri relatori e in alcuni
parti ospedalieri
interventi persodella nostra Renalizzati a favore
gione, di appadi pazienti in conGian Guido Balandi
recchiature per Presidente Ariae
dizione di particola diagnostica ad
lare disagio socio
ultrasuoni, completi di rela- economico.
tive sonde.
Importante, infine, da seSono state istituite e finan- gnalare l’attività di divulziate borse di studio, una, gazione dei temi attinenti
ad esempio, nel quadro di alle malattie del fegato e
un progetto di “Sorveglianza ai corretti stili di vita che
dell’epatocarcinoma” o per ne consentono una efficace
l’avvio di corsi di formazione prevenzione.
specialistici.
Un convegno cittadino ed
Sono stati distribuiti premi uno in provincia si sono svola ricercatori particolarmente ti in questo ambito e sono in
meritevoli, segnalatisi sul previsione interventi mirati
piano internazionale per l’ alla popolazione giovanile
accettazione di loro ricerche con iniziative da svolgersi
in congressi di altissimo va- anche nelle scuole.
lore scientifico.
Pirchia Schildkraut
30
Bastano
Euro
5
Adamishin, un pensiero sull’Italia (e sul mondo)
R
ecentemente
ho incontrato il dottor
Anatolij Adamishin, già ambasciatore prima sovietico e poi russo
in Italia negli anni
1991/1993, quindi
ministro nel governo Cernomyrdin
per i rapporti con
la Comunità degli
Stati indipendenti
al quale ho rivolto
qualche domanda sulla sua vita
e sulla esperienza
politica.
Sono nato nel 1934 a
Kiev, mi sono laureato presso l’Università
di Mosca e dal 1959
al 1964, avevo iniziato la mia carriera diplomatica come
giovane attaché all’
ambasciata in Roma
in via Gaeta. Nei cinque anni di permanenza ho imparato
la lingua italiana di
cui ho mantenuto
sempre una buona
padronanza. Sono
stato un convinto sostenitore della nuova
linea politica sovietica e, forse, le mie
capacità non sono
certo sfuggite a Gorbaciov che poco dopo
la conquista del potere mi ha nominato
nel maggio del 1986
vice ministro degli
6
affermare che l’OSCE
non è diventato - e
ora difficilmente diventerà - un fattore
importante nella costruzione di un sistema di sicurezza europeo. Questa organizzazione ha bisogno
di modernizzazione
che soddisfi tutte le
nazioni partecipanti.
L’ambasciatore
Anatolij Adamishin
mantiene il rango
di diplomatico e
plenipotenziario.
Autore di numerosi
Esteri responsabile
del delicato ufficio
incaricato di seguire le crisi regionali ed in particolare
quelle africane. Per
la soluzione di tutti
questi problemi, dalla Namibia a Cipro,
dall’ Afghanistan alla
Cambogia, ho sempre sostenuto la necessità di un approccio politico evitando
ogni ricorso alla forza
e con una mediazione
delle Nazioni Unite.
Poi, nel 1991, come
lei ha sottolineato,
sono stato nominato ambasciatore in
Italia.
Le posso domandare un breve
pensiero sulla si-
tuazione italiana?
A parere della stampa
russa, “in Italia non
vi è molta tranquillità ” e ciò da troppo
tempo. Sarebbe necessaria una governabilità più stabile
per evitare eventuali
ripercussioni negative anche su tutta
l’Europa. Sarebbe
auspicabile, nel caso
di nuove elezioni, una
presenza maggiore di
votanti. L’Italia e la
sua economia stanno
superando i periodi
“neri”, ma il Paese
deve fare la scelta
tra le riforme, l’UE
e la continuazione
dell’attuale sviluppo
interno.
Lei pensa che si po-
trà andare verso
un governo mondiale?
Il mondo sta dive nt a ndo
sempre meno governabile; la globalizzazione si sovrappone
ad un altro periodo storico che può
portare alla disintegrazione del vecchio
sistema delle relazioni internazionali. Se l’umanità deve
affrontare le sfide del
21 ° secolo, si deve
sviluppare un codice
universale di comportamento. Dopo la
firma dell’Atto finale
di Helsinki, si può
articoli scientifici
e giornalistici su
una vasta gamma
di problemi internazionali ha scritto
anche diversi libri
in russo: “White
Sun dell’Angola” e
l’italiano: “Il tramonto del Grande
Impero”. Premiato
con una serie di
medaglie e gli ordini da parte dei governi russi e stranieri.
Giorgio Albéri
San Giovanni in Monte? Ospitò anche un Santo
di Marco Poli
I
n via Manzoni, 5, accanto alla porta d’ingresso dell’Oratorio di
San Filippo Neri (nella
foto in alto) e a pochi metri dall’ingresso della chiesa
dei padri Filippini, si può
leggere una lapide (foto
sotto) collocata nel 1986
in occasione del bicentenario della nascita di San
Gaspare del Bufalo:
“San Gaspare del Bufalo,
fondatore dei Missionari
del Preziosissimo sangue,
dimorò in questa casa nel
1811 accolto con paterna
e cristiana carità dai Padri
Filippini prima di essere
rinchiusa nel carcere di
San Giovanni in Monte con
altri sacerdoti fedeli al Papa
durante l’oppressione napoleonica”.
Le vicende storiche sono
abbastanza note e chiunque abbia visto il bel film
interpretato da Alberto
Sordi “Il marchese del Gril-
lo”, ricorda gli avvenimenti
che videro protagonista il
papa Pio VII, magistralmente interpretato da Paolo Stoppa.
Pio VII, il benedettino cesenate Barnaba Chiaramonte, succeduto nel 1800 al
concittadino Angelo Braschi
(Pio VI), aveva firmato nel
1801 il concordato con
Napoleone che ripristinava
in Francia quella libertà di
culto soppressa dalla rivoluzione. Nel 1804, in Notre
Dame, aveva incoronato
Napoleone quale Imperatore. Pareva che le buone
relazioni fra Napoleone e
il Papa fossero destinate a
durare; non fu così e dopo
l’occupazione di Roma da
parte delle truppe francesi, Napoleone decretò
l’annessione di tutto lo
Stato Pontificio. Quando il
Papa scomunicò gli invasori, i francesi gli chiesero
di ritirare la scomunica
e di rinunciare al potere
temporale; Pio VI rispose
con la famosa frase Non
possiamo. Non dobbiamo.
Non vogliamo. Di fronte al
diniego, il Papa fu arrestato
e portato prima a Grenoble e poi a Savona come
prigioniero. Ai sacerdoti
e al clero tutto fu chiesto
il giuramento di fedeltà a
Napoleone. Fra quelli che
si rifiutarono, alcuni furono esiliati, altri furono
imprigionati. Fra coloro
che subirono sia l’esilio,
sia il carcere vi fu anche un
futuro Santo, Gaspare del
Bufalo. Nato a Roma nel
1786, dopo aver compiuti
gli studi presso gli Scolopi
e poi presso il Collegio Romano, divenne sacerdote
nel 1808. Si segnalò all’opinione pubblica per le sue
opere di evangelizzazione
delle fasce più emarginate
della società: in particolare
fu il prete dei birocciai e dei
contadini. Fu instancabile
nel predicare in mezza Italia e soprattutto nei piccoli
centri dove era più facile
avere il rapporto diretto e
immediato con la popola-
dove fu ospitato, come si
può leggere sulla lapide
citata, dai padri della Congregazione dell’Oratorio di
San Filippo Neri. Tuttavia,
dopo alcuni mesi, di fronte al persistente rifiuto di
giurare fedeltà, Gaspare
del Bufalo fu incarcerato
in San Giovanni in Monte
dove rimase rinchiuso per
sette mesi e da dove uscì
per conoscere i carceri più
duri di Imola e di Lugo.
Rientrato a Roma, Gaspare
del Bufalo riprese la sua
attività al fianco dei più
bisognosi: poveri, malati,
carcerati. Nel 1815 fondò
la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo
Sangue e negli anni successivi riuscì con tenacia
e con grande sacrificio ad
aprire “case della missione”
e a formare il primo gruppo
di aderenti alla nuova Congregazione che esiste tuttora ed è presente in varie
parti del mondo con circa
150 case e 600 membri.
Morì a Roma il 28 dicembre 1837 e fu sepolto nella
zione. Quando i francesi
chiesero anche a Gaspare
del Bufalo di giurare fedeltà
a Napoleone, egli rispose
con le stesse parole del
Papa: Non possiamo. Non
dobbiamo. Non vogliamo.
Fu esiliato e per quattro
anni non poté rientrare a
Roma: dopo essere stato a
Piacenza, giunse a Bologna
chiesa di S. Maria in Trivio,
nei pressi della Fontana di
Trevi. Fu beatificato da Pio
X nel 1904 e proclamato
Santo da Pio XII nel 1954.
E’ patrono della città di
Sonnino, in provincia di
Latina, centro del brigantaggio, che Gaspare del Bufalo salvò dalla distruzione
ordinata dal Papa.
7
Scuole sicure, diritto e dovere della società civile
L
e scuole sono (assieme agli ospedali) gli edifici
pubblici che dovrebbero offrire le maggiori garanzie di sicurezza, perché esse
contengono il nostro
bene più prezioso:
il nostro futuro. Ciò
significa che, a fronte
di qualsiasi evento
incidentale che possa
interessarle, dovrebbe
esserne garantita la
totale integrità.
Nell’ambito delle audizioni svolte dall’VIII
Commissione Permanente Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici
altamente vulnerabili
al sisma include numerose scuole, spesso ospitate da edifici
antichi o semplicemente vecchi, per i
quali l’adeguamento
sismico è impossibile od eccessivamente costoso. Nei casi
suddetti appare inderogabile spostare la
scuola in altri edifici, o
esistenti (qualora essi
offrano le necessarie
garanzie di sicurezza
o possano essere adeguati sismicamente),
ovvero ricostruiti ad
hoc con le migliori
tecnologie disponibili
a problemi statici degli
edifici scolastici o di
loro parti. A causa del
crollo del controsoffitto dell’aula della 4a
D del Liceo Scientifico
Darwin di Rivoli (Torino), il 22 novembre
2008 perse la vita il
giovane studente Vito
Scafidi: la protezione civile stimò allora
che sarebbero serviti
almeno 13 miliardi
di euro per mettere a norma le nostre
scuole. Il problema da
risolvere per rendere
sicure le scuole italiane è dunque enorme dal punto di vista
Per stimolare le istituzione italiane a fare,
finalmente, il proprio
dovere in materia di
prevenzione, in particolare per rendere sicure le nostre
scuole, sono nate in
Italia numerose associazioni, tra le quali
l’Associazione “Ilaria
Rambaldi” di Lanciano (Chieti), fondata
dall’avv. Maria Grazia
Piccinini, mamma di
Ilaria, uccisa a L’Aquila dal terremoto
dell’Abruzzo del 2009,
e l’Associazione “Una
Scuola per la Vita”,
fondata a Bondeno
Prevenzione Sismica e
Ambientale”, che raggruppi tutte le diverse
associazioni sparse sul
territorio nazionale, in
modo da acquisire la
necessaria “forza contrattuale” nei riguardi
delle istituzioni. A tal
fine, si è anche ritenuto indispensabile che il
Coordinamento si avvalga del supporto di
tre commissioni: una
per gli aspetti tecnicoscientifici, una per
quelli giuridici ed una
per l’informazione. La
serata su “Scuole sicure: diritto e dovere
della società civile”,
della Camera dei Deputati nel 2012, in occasione dell’«Indagine
conoscitiva sullo stato
della sicurezza sismica
in Italia», promossa
con la collaborazione dell’associazione
scientifica GLIS (Isolamento ed altre Strategie di progettazione
Antisismica) e dell’ENEA, è stato però sottolineata la gravissima
situazione di scarsa
sicurezza delle scuole
italiane. Il 49% di esse
non ha certificato di
agibilità, quasi 28.000
sono in aree ad elevato rischio sismico ed
oltre 6.000 in aree ad
elevato rischio idrogeologico. Oltre il 70%
dell’edificato italiano,
poi, non è in grado di
resistere ai terremoti
ai quali può risultare
soggetto e tale elevato numero di edifici
(in particolare con
l’isolamento sismico,
applicato per la prima
volta in Italia solo nella ricostruzione della scuola elementare
Francesco Jovine di
San Giuliano di Puglia,
che era crollata durante il terremoto del
Molise e della Puglia
del 2002, uccidendo
27 bambini ed una
maestra). Gli edifici
antichi che non possano essere adeguati
sismicamente potranno essere dedicati ad
altre attività e quelli
semplicemente vecchi
dovrebbero essere
demoliti e ricostruiti.
Il terremoto, inoltre,
non è il solo evento
incidentale pericoloso per l’incolumità della popolazione
scolastica: lo sono,
ad esempio, anche
incendi e crolli dovuti
economico. Però, ciò
non giustifica la perdurante inerzia delle
istituzioni. Occorreranno alcuni decenni
per risolvere il suddetto problema, ma
per giungervi occorre
iniziare subito: i metodi (anche carattere sia
sismologico) per stabilire le priorità ormai
esistono, così come
esistono le tecnologie
adeguate. Se si vuole
che l’opinione pubblica
italiana acquisisca una
corretta percezione
dei rischi (in particolare di quello sismico),
sta alle istituzioni dare
l’esempio, promuovendo, finalmente,
corrette politiche di
prevenzione.
Ma anche l’opinione
pubblica non può restare inerte. Deve acquisire una corretta
percezione del rischio.
(Ferrara) da alcuni genitori degli alunni dei
vari plessi scolastici
locali danneggiati dal
terremoto dell’Emilia
del 2012, fra i quali
l’ing. Paolo Patrincini.
Come l’avv. Piccinini,
anche la signora Cinzia Scafidi di Rivoli,
mamma di Vito, sta
adoperandosi con tutta se stessa affinché
nessun altro genitore
abbia a soffrire come
lei, per la morte di
un figlio. Gli ambienti
tecnico-scientifici, in
particolare il GLIS e
l’International Seismic
Safety Organization
(ISSO), si sono da
tempo attivati a sostegno delle suddette
associazioni. È però
apparsa evidente la
necessità di costituire
un “Coordinamento
Nazionale Associazioni
di Volontariato per la
svoltasi con successo
all’Hotel Savoia Regency di Bologna nella
serata del 13 giugno
ha costituito l’occasione per ufficializzare la
nascita del suddetto
Coordinamento. La
manifestazione, pro-
8
Manzoni, campioni di sicurezza a Bologna
D
i certo i Licei Manzoni che, proprio in questi giorni inaugurano, al Villaggio del Fanciullo, la
nuova sede.
Un trasferimento (dallo storico immobile di via Santo Stefano) pro-
posta dall’Associazione Impegno Civico, è
stata da essa organizzata congiuntamente
ai Rotary Club Bologna
Est e Bologna Valle
del Savena, nonché
ai Lions Club Bologna
Re Enzo e Budrio, con
grammato da anni e reso necessario
dall’esigenza di fornire ai giovani
allievi spazi più confortevoli e adatti
ad una moderna didattica.
Molti laboratori quindi ma anche attenzione massima alle normative an-
il patrocinio del GLIS
e dell’ISSO. Hanno
partecipato, come relatori, l’avv. Piccinini,
l’ing. Patroncini, l’On.
Gianluca Benamati
(relatore della citata
Indagine conoscitiva della Camera dei
Deputati), nonché la
prof.ssa Donatella Dominici (Università de
L’Aquila) ed il prof.
Alessandro De Stefano (Politecnico di
Torino), che, assieme
allo scrivente, costituiranno il primo nucleo
della commissione
dedicata agli aspetti
tecnico-scientifici. Per
un infortunio non è
potuta intervenire la
signora Cinzia, che,
comunque, ha comunicato la sua piena
adesione all’iniziativa.
I lavori sono stati introdotti dai presidenti
dei club organizzatori
e, in particolare per
quanto attiene agli
aspetti tecnici, dallo
scrivente. Moderatrice è stata la dott.ssa
Patrizia Calzolari de Il
Giornale della Protezione Civile.
L’avv. Piccinini e l’ing.
tisismiche. Per studiare bene, quindi,
in totale sicurezza.
Nella foto la professoressa Giovanna
Degli Esposti, al timone da anni del
Manzoni, mentre illustra agli allievi i
pregi della nuova sede.
Patroncini hanno brevemente illustrato le
motivazioni che li hanno portati a fondare le
loro due associazioni
ed hanno annunciato
la firma dell’atto costitutivo del Coordinamento, che è poi effettivamente avvenuta
a conclusione della
serata (l’adesione a
tale Coordinamento
sarà aperta, con pari
dignità, a tutte le altre
associazioni del settore). I proff. Dominici
e De Stefano si sono
soffermati sugli aspetti tecnico-scientifici
più rilevanti già prima
citati.
L’On. Benamati ha
ricordato le iniziative
parlamentari già effettuate nella passata
legislatura e quelle
ora previste, sottolineando l’importanza
della fondazione del
Coordinamento ed auspicando che esso,
con il supporto delle
tre commissioni di cui
si è dotato, elabori
una proposta di legge
d’iniziativa popolare in
materia di prevenzione, in particolare delle
scuole. Nel concludere
i lavori, lo scrivente,
interpretando anche
il pensiero dell’avv.
Piccinini e dell’ing. Patroncini, ha affermato
che l’elaborazione di
tale proposta di legge
sarà senz’altro obiettivo prioritario del Coordinamento.
Alessandro Martelli
Presidente
di Impegno Civico
e socio
del Rotary Club
Bologna Est
Presidente
delle associazioni
scientifiche
GLIS ed ISSO
9
Perché ritorno tra questi alberi del Salento
S
crivo queste righe da
un uliveto del basso
Salento, ma così basso che se da dove mi trovo
partisse un’autostrada per
Valona, in Albania - (mi
verrebbe da dire un ponte…) -, arriverei colà ben
prima che se dovessi, invece, raggiungere Bari, che
pure dista 130 km a nord.
è tradizione da queste parti
che gli uomini comprino
alberi di ulivo per i nipoti,
più che per i figli, per un
insieme di ragioni, alcune
della quali intrinseche alla
cultura del luogo, altre
alla vita stessa della pianta, che giunge alla piena
maturazione, e quindi alla
produzione, dopo diversi
anni dalla messa a dimora.
Così ha fatto pure mio padre che, pur non essendo
contadino, e non abitando
qui ormai da diversi lustri,
ha comunque deciso di
investire parte dei risparmi di una vita di lavoro,
per comprare una discreta
tenuta agricola, non a mio
fratello ed a me, ma alle
sue quattro nipoti, perché
“ abbiano sempre in mente
dove tutto ebbe inizio, e
non scordino mai le loro
radici”, saldando, così, il
debito con la Tradizione,
che suo padre, mio nonno,
non aveva potuto onorare
alla fine degli anni cinquanta, con la sua pensione da
carabiniere.
E così ogni estate ritorno
tra queste alberi, molti dei
quali secolari, e mi piace
rimanere a guardarli, uno
ad uno, così uguali ma
così diversi, ore ed ore nel
silenzio talora interrotto
dal fruscio delle fronde,
che sembrano, con il loro
movimento, risvegliare i
compagni dal sonno millenario, per poi riconsegnarli
- appagate - all’atavico torpore dei pomeriggi assolati.
Passeggio qua e la, e mi
chiedo quanta vita queste
piante abbiano visto passare al loro cospetto, a
10
Le piante?
Ci salvano
dalle polveri
L
dispetto del loro apparente
isolamento: quanti mezzadri le hanno lavorate, ne
hanno raccolto il prezioso
frutto, quante famiglie ne
hanno tratto sostentamento, al costo di quale fatica
e sudore.
Alberi nodosi, imponenti ed
impassibili, sempre prodighi ad ogni raccolto ed alla
successiva molitura, nel
ricompensare il lavoro di
chi li cura.
Le ore volano, e non vorrei
mai venir via, per quella
percezione, assoluta e singolare (che mi capita solo
qui), di vivere in un luogo
fisico che coincide con un
luogo dell’anima.
E continuerò a tornarci, nel
mio uliveto del basso Salento, anno dopo anno, per
il resto della mia vita, e così
– confido – faranno le mie
figlie, e poi i miei nipoti,
celebrando ad ogni stagione quel rito tutto pagano
della molitura in frantoio,
consacrato dall’assaggio
del primo olio – vero oro
verde - con un pezzo di
pane, meglio se di grano
duro.
Perché io sono sicuro che
quelle piante siano li, ogni
anno, ad aspettare il mio
ritorno, che, solo, consente
loro di tornare al perenne
stato di apparente riposo.
E sono anche certo che
quel fruscio di fronde, di
cui vi ho scritto prima, sia
il loro saluto ed il loro particolare ringraziamento, per
aver ancora una volta onorato, con la mia presenza,
la Tradizione.
Perché la Tradizione è sacra, ed è dovere di ogni
uomo custodirla – intatta
– alle future generazioni.
Antonio Vecchio
e piante sono essenziali
per la nostra vita e per
quella degli altri esseri
viventi presenti sulla Terra,
non fosse altro perché, come
tutti sanno, ci forniscono
l’ossigeno e sottraggono
dall’aria l’anidride carbonica.
Ora una ricerca americana
ha focalizzato l’attenzione su
un altro aspetto: l’efficacia
del verde urbano nell’eliminare dall’aria che respiriamo le polveri sottili. È stata
condotta nelle principali città
statunitensi dal U.S. Forest
Service e dal Davey Institute, ed è il primo sforzo per
stimare l’impatto complessivo del verde urbano sulle
concentrazioni del particolato fine inquinante (inferiore
ai 2,5 micron, o Pm2,5).
Le polveri sottili atmosferiche hanno effetti gravi sulla
salute: non solo infiammazioni polmonari ma anche
accelerata aterosclerosi e
alterazioni delle funzioni
cardiache, compresa una
mortalità precoce. «Oltre
l’80 per cento degli americani vivono in aree urbane che
nel complesso contengono
circa 40 milioni di ettari di
alberi», spiega Michael T.
Rains, direttore della stazione di ricerca del servizio
forestale. «Questo studio
illustra chiaramente che i
boschi urbani degli Stati
Uniti sono investimenti di
capitale, perché aiutando a
produrre aria e acqua pura,
riducono i costi energetici e
rendendo la città più vivibile.
Semplicemente le foreste
urbane migliorano la vita».
La quantità totale di Pm2,5
rimossa annualmente dagli
alberi varia dalle 4,7 tonnellate a Syracuse, alle 64,5
tonnellate di Atlanta, monetizzate in equivalenti valori
annuali che variano da 1,1
milioni di dollari a Syracuse
ai 60,1 milioni di dollari a
New York.
Per quanto riguarda New
York si calcola che gli alberi
salvino una media di otto
vite umane ogni anno.
Come è bello leggere e quante cose si imparano
Un breve stacco, tra un articolo e l’altro, per gustare
qualche verso che può riempirci di serenità e di saggezza.
O magari aprire le porte a un bel sorriso.
Buona lettura
Dammi, o Signore, una buona digestione
ed anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo
col buon umore necessario per mantenerla.
Dammi, o Signore, un’anima santa
che faccia tesoro di quello che è buono e puro,
affinché non si spaventi del peccato,
ma trovi alla Tua presenza
la via per metter di nuovo le cose a posto.
Dammi un’anima che non conosca la noia,
i brontolamenti, i sospiri e i lamenti
e non permettere che io mi crucci eccessivamente
per quella cosa troppo evidente
che si chiama “io”.
Dammi, o Signore, il senso del ridicolo.
Concedimi la grazia
Di comprendere uno scherzo,
affinché conosca nella vita un po’ di gioia
e possa farne parte anche agli altri. Amen
San Tommaso Moro
Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe,
percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei
dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove
sono caduto io e rialzati come ho fatto io.
Luigi Pirandello
Fiera di Santa Lucia 2013, presentato il prototipo del nuovo chiosco
G
li architetti Paola Veneto e Roberto Bianchi
di Roma, vincitori del
concorso scorso, hanno presentato il primo
prototipo di chiosco
per la Fiera di S. Lucia
2013 e hanno illustrato gli aspetti fondamentali della tecnica
costruttiva oltre i vari
passaggi per la realizzazione dell’intero
progetto.
Gli operatori della fiera di S. Lucia, hanno
potuto toccare con
mano il prototipo e
ricevere molte informazioni tecniche di
grande interesse.
Tutti i presenti hanno ammesso che la
percezione che hanno avuto è quella di
un chiosco innovativo, sicuramente una
sorpresa in quanto,
i più, pensavano di
trovarsi davanti a un
chiosco, sostanzialmente di legno, con
“classiche” pareti.
“Niente di tutto questo - dichiara la presidente del COFIBO
Luisa Caroli – è un
chiosco progettato
e non prefabbricato,
con la sostanziale differenza che i materiali
usati consentono risparmi considerevoli e
un comfort maggiore,
per non rinunciare alle
qualità delle tecniche
tradizionali e fare un
passo avanti nel risparmio energetico
e nella sostenibilità
ambientale”.
Il Concorso di Progettazione per la riqualificazione dell’Antica
Fiera di Santa Lucia,
bandito da COFIBO il
Consorzio degli operatori della Fiera di Santa Lucia e Confcom-
mercio Ascom Bologna, in collaborazione
con l’Ordine degli Architetti di Bologna ed
il Comune di Bologna,
si era chiuso lo scorso
anno con la proclamazione dei risultati. “Il
COFIBO - afferma Nicola Fusaro Presidente
Fiva Confcommercio
Bologna- è una realtà
imprenditoriale bolognese che ha fatto,
della riqualificazione
dei mercati, la sua
mission”.
G i a n c a r l o To n e l li, direttore generale Confcommercio
Ascom Bologna continua e dichiara: “Il
concorso è nato con
l’obiettivo di realizzare
un progetto unitario rivolto alla valorizzazione della Fiera di Santa
Lucia nel contesto urbanistico ambientale
ed architettonico del
luogo, attraverso la
progettazione di nuove strutture di vendita
per gli operatori della
fiera stessa, della definizione della forma
degli spazi, dei materiali, degli arredi e
dell’illuminazione al
fine di favorire l’uso
collettivo del contesto
urbano quale luogo attraente per l’incontro
della cittadinanza”.
“Il progetto - conclude Anna Maria
Beckers Segretario
Fiva Confcommercio
Ascom Bologna - è un
esempio di valorizzazione del commercio
e della tradizione cittadina e assicura, al
centro storico di Bologna ed alla Fiera di
Santa Lucia, un salto
di qualità, reinterpretandone gli spazi in
armonia con l’identità
storica, urbana e ambientale del Portico dei
Servi”.
11
Quali legami tra Marconi e un Club femminile?
P
rima dell’estate un gruppo di
socie e amici del
Soroptimist International di Bologna
hanno visitato il Museo della Comunicazione e del Multimediale G. Pelagalli,
altrimenti conosciuto
come “Mille voci…
mille suoni”.
Essere stati secondi o
terzi, nella giornata,
rispetto a un gruppo di studenti non è
certo una novità, per
un Museo che cattura
i ragazzi come una
calamita, e ci ha consentito di gustare gli
apprezzamenti appena “sfornati” espressi
sul registro delle presenze con linguaggio
giovanile più o meno
colorito, ma sempre
entusiasta. Non è
un caso che studenti approdati in Via
Col di Lana 7/N con
l’animo a volte un
po’ rassegnato che
accompagna un’escursione museale
esprimano spesso il
desiderio, una volta
entrati, di usufruire
della full immersion,
con grande gioia del
fondatore!
Patrimonio UNESCO
della Cultura, il Museo Pelagalli vanta
12 settori con oltre
2.000 pezzi esposti,
per un totale di 250
anni di storia della
comunicazione. I fonografi a tromba, le
macchine musicali
del ‘700 e dell’800,
la radio story, la
“musica a colori” dei
Juke Boxes, tutto ci
ha conquistato, e ci
ha donato genuino
stupore assistere ad
alcune dimostrazioni
scientifiche interattive di elettrostatica, elettrodinamica,
video, audio, cinematografia, e naturalmente di ricetra-
12
smissione marconiana delle onde radio.
Ricordando la genialità di Marconi che ha
generato gran parte
di ciò che abbiamo
visto, cogliendo la
suggestione dei pezzi
originali della sala a
lui dedicata e assaporando la soddisfazione di “aver fatto
la cosa giusta”; il
Club Soroptimist di
Bologna ha coronato
un percorso iniziato
molti anni fa.
Data infatti al 1995,
centenario della radio, la realizzazione
del gemellaggio del
mison, la Presidente
O’Tierney concludeva
il suo intervento in
modo molto lusinghiero per il nostro
Il Comm. Pelagalli con Rosanna Scipioni
Club di Bologna con
il Club Soroptimist di
Dublino, sancito da
un importante evento
celebrativo presso la
Provincia di Bologna
che vide, tra gli interventi, l’interessante
discorso della Presidente del Club irlandese, Ùna O’Tierney:
spaziando dalla descrizione dei luoghi
d’Irlanda che furono
teatro di esperimenti
di Marconi (tra essi
Clifden, da cui nel
1910 fu inviato un
messaggio a Buenos
Aires, a 9.650 km!)
all’importanza che
ebbe la musica nella
sua vita grazie all’influenza della madre,
l’irlandese Annie Ja-
Paese, dichiarando
che l’Irlanda è immensamente fiera
della straordinaria
figura di Guglielmo
Marconi e dei suoi
successi.
A distanza di quasi
vent’anni, in corrispondenza del centenario della tragedia del Titanic in cui
fu possibile salvare
molte centinaia di
passeggeri con le comunicazioni radio, il
Club Soroptimist di
Bologna ha voluto
rafforzare il gemellaggio con il Club di
Dublino e riempire di
nuovo significato il
ruolo della madre di
Marconi, sua prima e
tenace sostenitrice, e
il messaggio di crescita che le sue scoperte rappresentano
per i giovani.
“Il Club Soroptimist
celebra il genio Guglielmo Marconi e la
sua personalità di
uomo, di inventore e
di studioso” è stato il
titolo del Convegno
organizzato dal Club
di Bologna il 10 novembre dello scorso
anno a Pontecchio
Marconi, presso Villa
Griffoni. L’incontro
ha riscosso grande
successo grazie ai
contenuti di elevato valore culturale e
alla formula particolarmente innovativa
che ha affiancato a
relatori tradizionali
giovani leve future,
ossia studenti delle
superiori di Istituti
scolastici bolognesi
(Liceo Galvani e Istituto Aldini-Valeriani)
impegnati in progetti sperimentali nel
campo della Fisica.
Presieduto da chi
scrive, il Convegno
ha ricevuto autorevoli interventi introduttivi (tra cui quelli
di Gabriele Falciasecca, Presidente della
Fondazione Marconi
e di Flavia Pozzolini,
Presidente del Soroptimist International
d’Italia) e significative partecipazioni.
Seguiti alle brillanti e
apprezzate relazioni
di Barbara Valotti e di
Marina Barbiroli, gli
interventi dei quattro
ragazzi hanno letteralmente conquistato
il pubblico per padronanza dei contenuti,
per qualità espositiva
e per genuina passione. Particolarmente
adatto alle finalità
del Club l’intervento
“L’impronta muliebre nella crescita e
nell’affermazione di
Guglielmo Marconi”,
tenuto da Barbara
Valotti, direttrice del
Museo Marconi. Proprio la visita dell’interessantissimo Museo
e del laboratorio di
Marconi, dove è stato possibile anche
ascoltare un’antica
registrazione della
voce dell’inventore,
ha concluso la giornata aggiungendo un
altro significativo tassello al nostro percorso marconiano.
Mi piace sottolineare,
in chiusura, che aver
coinvolto gli studenti
è scelta che ci riempie
di orgoglio, ancor più
dopo la visita al Museo Mille voci… mille
suoni, meta prediletta di tanti ragazzi.
Il Soroptimist International, legandosi a
Guglielmo Marconi,
si è espresso per il
futuro e per i giovani.
Rosanna Scipioni
Presidente
Soroptimist Bologna
Telefono Amico, da oltre quarant’anni
T
ra le Associazioni presenti nella
nostra città merita di essere citata Telefono Amico
Bologna, nata nel
1972 con lo scopo
di offrire una presenza amichevole a
chiunque ne senta il
bisogno.
La sua origine si deve
ad un gruppo di circa 25 ragazzi, per
lo più universitari,
e ad un frate domenicano, che da
tempo si incontravano periodicamente
per parlare della loro
vita, dei progetti e
dei sogni e sentirono
il bisogno di creare
qualcosa di nuovo.
I ragazzi affrontava-
no tanti argomenti
di interesse sociale
comune e durante
una di queste serate parlarono di un
“Telefono Amico” del
sud; nacque così l’idea di istituirlo anche
a Bologna.
Essendo tutti studenti scelsero di garantire
i l
servizio pomeridiano, le linee
telefoniche operative
erano due e già il
primo mese le telefonate ricevute furono
trecento. Le persone
che chiamavano erano tutte accomunate
dal problema della
solitudine e avevano
bisogno di parlare e
di essere ascoltate.
Col passare degli anni
le richieste d’aiuto
si sono moltiplicate
come pure il numero
dei volontari la cui
caratteristica rimane
quella di credere nel
rapporto umano ed
essere disposti a dedicare parte del loro
tempo al dialogo e,
soprattutto, all’ascolto accogliendo chiunque telefoni con vero
e sincero interesse.
Chi chiama sa di po-
ter
contare sull’anonimato e sulla segretezza. Attraverso l’organizzazione di appositi
turni si garantisce la
presenza al telefono ogni giorno dalle 15.30 alle 23.30.
L’associazione si autofinanzia per poter
mantenere la sue
tre principali caratteristiche di essere
apolitica, apartitica, aconfessionale.
La ricerca dei volon-
tari viene sempre effettuata tramite articoli sul giornale e con
volantini distribuiti
in alcuni punti delle
città. Per entrare a
far parte del servizio
occorre superare un
colloquio preliminare
per poter accedere
al corso formativo
che si tiene anche
due volte l’anno e
ci sono stati fino ad
una quarantina di
volontari associati in
un anno (dal 1972 ad
oggi hanno prestato la loro opera circa 300 persone con
una media annuale di
5000-6000 chiamate
ricevute).
Donatella Bruni
Una visita al Teatro dei Sogni
Q
uest’estate, mentre
trascorrevo le vacanze in Inghilterra,
ho avuto l’opportunità di realizzare uno dei
miei tanti sogni, quello di
visitare lo stadio del Manchester United, il cui manto
erboso è stato calcato da
leggende del calcio passato e attuale come George
Best, Bobby Charlton, Ryan
Giggs, Paul Scholes e Cristiano Ronaldo.
Sto parlando dello stadio
‘Old Trafford’, noto anche
come ‘The Theater of Dreams’, il Teatro dei Sogni.
Lo stadio si trova a Manchester, precisamente nel
borgo di Trafford, e ospita
le partite del Manchester
United dal 1910.
Lo splendore dell’impianto,
che può contenere fino a
circa 76.000 spettatori,
passa quasi in secondo
piano rispetto alle emozioni che l’impianto stesso
suscita.
Certo, chi come me ha una
forte passione per il calcio
può apprezzare a pieno la
bellezza di questo stadio e
le emozioni che desta.
Non è però necessario in-
tendersi di questo sport per
apprezzare l’eleganza e la
modernità dell’impianto,
che ospita al suo interno
anche diversi punti di ristoro, negozi ufficiali e, naturalmente, il ricco museo del
Manchester United, in cui
sono esposti tutti i trofei
conquistati dai ‘Red Devils’
nei loro 135 gloriosi anni di
storia.
Ormai sono già passati
quasi tre mesi dalla mia
visita ma ancora adesso
mi emoziono ripensando
a quando ero li in piedi, a
pochi passi da quell’erba
finissima sulla quale hanno
corso tanti calciatori, e nella mia mente immaginavo
di essere io, un giorno,
a correre su quel manto,
davanti a 76.000 persone,
come hanno fatto in passato tanti grandi campioni.
Marco Bergonzini
13
Indietro negli anni, ascoltando ‘Traviata’
“B
righella,
vieni qui,
sta cominciando”… Prendo la
mia seggiolina nera
“viennese” e mi avvicino alla radio “Ducati”
che sta trasmettendo
l’inizio de “La Traviata”. La sera è un po’
fredda e, fuori casa,
forse piove. Il “preludio atto primo” è un
capolavoro, i violini,
in un turbinìo di note,
fanno ricordare il tema
principale dell’opera
e ripetono più volte
la celeberrima aria
“Amami Alfredo”. Lo
sguardo è quasi fisso
al grande altoparlante; la stanza è illuminata debolmente da
una lampada a stelo.
Quando comincia il famoso brindisi, inizio a
tempestare di domande la persona che mi
ha chiamato. “Papà,
come sono vestite le
persone, in che epoca
si svolge la storia?”
Avevo cinque anni ed
il mondo per me era
tutto da scoprire. Ma
la vita mi aveva già
regalato tanto: fra le
14
altre, un uomo che,
piano piano, mi stava trasferendo buona
parte della sua conoscenza, della sua
esperienza.
Sono trascorsi
trent’anni dalla sua
scomparsa e non passa giorno che la mia
mente non ri cordi
qualche sua parola,
qualche suo insegnamento. Non mi diceva
come dovevo vivere, lasciava che io lo
guardassi vivere.
Che importanza ha la
figura del padre!
Freud sosteneva che
la perdita del padre
è l’avvenimento più
straziante nella vita di
un uomo, ed è vero:
viene a mancare il
legame naturale fra il
passato ed il presente.
“La vicenda si svolge
nell’ottocento - sottolinea mio padre - ed
è una storia triste,
perché due persone,
Violetta ed Alfredo,
si amano molto, ma
il loro sentimento è
destinato a finire per
la morte di lei”.
I miei occhi, mentre
la musica continua
ad echeggiare nella
stanza, guardano un
po’ la radio ed anche
il mio interlocutore;
la fantasia mi fa immaginare i costumi,
le scene, l’orchestra.
A quell’età non ero
ancora stato a Teatro…
il mio palcoscenico era
quella stanza con quel
meraviglioso regista
che era papà.
Siamo quasi alla fine
del secondo atto e
l’aria “Follie! Delirio
vano è questo” mi fa
pensare come si possa
impazzire d’amore…a
so affettuosamente
con questo nome),
le amarezze sono le
tracce della nostra appartenenza al genere
umano, la dimostrazione che abbiamo
frequentato i luoghi
dove la vita ci dà un
significato, dove si costruiscono delle esperienze che lasciano
impronte nella mente,
qualcosa di bello e forte o di buono e cattivo.
A volte, quando raggiungiamo gli obiettivi
dei nostri sogni, può
capitare che, durante
il percorso, ci venga
quell’età è quasi impensabile capire…Alla
mia domanda: “perché bisogna soffrire?”,
mi viene risposto che:
“le ferite segnano il
nostro passaggio attraverso le esperienze
e non possono essere
scelte o evitate. Sono
la dimostrazione concreta della nostra vita,
della voglia di misurare la nostra capacità
di amare, di provare
dolore, di vincere la
solitudine”.
Forse non tutte le parole vengono capite
dalla mia mente, ma
continuo ad ascoltare. “Vedi, Brighella
(mi chiamava spes-
inflitta qualche ferita,
ma essa ci farà maggiormente fortificare
e rimarrà dentro di
noi la voglia di ridere,
alzare la voce e di
combattere”.
Quanto tempo è passato! Eppure certe
cose rimangono indelebili…scandire il
tempo è una splendida
“invenzione” umana,
perché definisce le
tappe di un percorso,
a cui poter sempre
fare riferimento per
programmare ulteriori
e più complete esperienze.
Celebrare, poi, i momenti più importanti
di particolari eventi,
diventa testimonianza
non solo di piacevolezza, ma di ulteriore
accettazione dei sogni
in parte realizzati.
L’opera sta finendo;
siamo al terzo atto
e Violetta, ammalata, ci fa ascoltare la
triste aria “Addio del
passato”.
Papà ha appoggiato il
capo alla poltrona, gli
occhi sono chiusi: sta
“gustando” il finale o
la stanchezza di una
giornata di impegnativo lavoro ha avuto
il sopravvento? Non
dico nulla, ascolto, ma
la curiosità, dopo un
po’, mi fa dimenticare
il rispetto per i lavoratori. “Papà, perché
Violetta muore?” Riapre gli occhi e, sempre con la sua grande
cultura e capacità di
riprendere il filo conduttore, mi racconta
che la protagonista
è ammalata del “mal
sottile” (tubercolosi)
e che, a quell’epoca,
non vi era speranza di
guarigione.
“La morte e la malattia
– mi fa notare – sono
nel percorso della vita
che abbiamo ricevuto
o scelto e rappresentano il presente o ciò
che deve avvenire. La
morte esiste perché vi
è la vita. Ma sono concetti che potrai capire
quando avrai qualche
anno in più!”
“La Traviata” sta veramente finendo, dopo
l’ultimo incontro con
Alfredo, Violetta esala l’ultimo respiro;
l’orchestra, in un crescendo che trascina
l’ascoltatore, pone
termine all’esecuzione e la stanza dove ci
troviamo cade in un
singolare silenzio.
La mamma, dalla sala
d a p ra n zo, r o m p e
quella quiete riportandoci alla realtà: “La
cena è pronta, venite
a mangiare?”
Giorgio Albéri
Quante sfumature ha la ‘mia’ Bologna
Un giorno della passata
estate, ho trovato nella
buchetta delle lettere
un invito che subito ha
attirato la mia attenzione. In esso è raffigurato
anche la chiesa di S. Michele in Bosco coperta
di neve. Ho rintracciato
l’autrice del quadro,
Anna Laura Manfredi
Orsi, alla quale ho rivolto alcune domande. Mi
può parlare un po’ di lei?
Sono bolognese doc e fin
dall’infanzia, quando mi
mettevano sul mio tavolinetto un foglio, subito lo
scarabocchiavo con mille
colori. Poi, piano piano
col passare degli anni, nel
foglio venivano riprodotti
oggetti, animali ed infine,
sviluppata una particolare
tecnica negli anni della maturità, anche dei paesaggi.
Ho notato che la sua pittura cosiddetta a mano
libera mostra una ricerca del particolare, dando
alle sue opere una bella
ta ed un foglio,
dare sfogo alla
mia creatività.
Ma nell’invito
vi sono raffigurati quadri
colorati…
Quando ho scoperto il colore
devo ammettere
che ho provato una grande
suggestione ed
entusiasmo; il
pastello e l’acquarello, che mi
danno un grande senso di freschezza ed immediatezza, mi
hanno permesso
di trovare quelle
sfumature della
“mia” Bologna e,
quando dipingo
fiori, le varie tonalità che
la natura mette nei petali.
Il suo maestro?
Gli Impressionisti e l’800 mi hanno appassionata.
Quando mi sono trovata ad
Personale di ANNA LAURA MANFREDI ORSI
Anna Laura Manfredi Orsi al tavolo di pittura
sull’invito vi è scritto
“Ciccoli”. E’ un soprannome?
E’ una storia lunga e un
po’ strana. Quando ero
molto piccola, per “farmi
strada” tra i miei tre fratelli
maschi, spintonavo come il
giocatore di calcio Ciccolo,
che entrava in campo in
maniera esuberante come
la mia (era un attaccante
della nazionale degli anni
sessanta n.d.r.).
Ovviamente, tale compor-
tamento mi è stato raccontato. Da allora e tuttora, chi
mi conosce profondamente
e gli amici più cari, mi
chiamano così...e questo
mi da un senso di dolcezza
antica e giustifica il perché
della scelta di questo nome
d’arte.
Allora dal 5 al 26 ottobre tutti da “Ciccoli” in
via Cattani 5 in Bologna
presso l’Associazione
“Momenti d’artista”.
Giorgio Albéri
Dal 5 al 26 ottobre 2013
Vicolo Cattani 5/B Bologna
Autunno
Presentazione:
Bologna con le sue torri, i lunghi portici, le mura merlate, le antiche chiese
e le ampie piazze. Bologna fosca e silenziosa sotto una fitta coltre di neve.
Bologna umida e assonnata nei chiari inverni, Bologna rosseggiante in un
tramonto estivo, Bologna pacifica e pittoresca, attraversata da
qualche rara comparsa. E’ questa la città minuziosamente descritta, con
intricati tratteggi, pennellate calligrafiche e nuances di colore, negli
acquerelli e nei disegni di Anna Laura Manfredi Orsi, abile interprete di
quel lessico di forme familiari in cui riconoscersi contemplando.
Dott.ssa Alessandra
Sandrolini
S. Michele in bosco
ANNA LAURA MANFREDI ORSI
prospettiva con precisione.
Fin da ragazza ho cercato di perfezionarmi nel
“chiaro scuro” attingendo
dai maestri del passato,
quell’esperienza che mi ha
permesso, con una mati-
avere del tempo, che fino
ad allora avevo occupato a
crescere i miei tre figli, ho
ripreso la matita in mano
ed i “vecchi” di Van Gogh,
mio grande Maestro, sono
stati il mio ABC.
Signora Anna Laura,
ha il piacere di invitare la S.V. all’inaugurazione
della personale che si terrà
sabato 5 ottobre ore 17,30
domenica 6 ottobre ore 16,00
all’ Associazione “Momenti d’ Artista”
www.ciccoli.it
[email protected]
15
Il popolo della notte
Continua la pubblicazione
del racconto di Federico Nenzioni.
A nulla l’uomo rinuncia
con più fatica che a un vizio,
e pochi vizi sono così ostinati
come quello di cui è vittima il ladro.
Hermann Hesse
LA CAVERNA DI ALì BABà
“Evviva!”, quel posto era frequentato, una fredda luce al
neon illuminò lo spazio intorno, abbagliando i nostri occhi
stanchi.
“Aspettiamo qui e, prima o poi,
qualcuno si farà vivo”, convenimmo all’unisono.
Il posto in cui ci trovavamo aveva l’aspetto di un magazzino,
c’era una quantità incredibile di
oggetti: biciclette, ciclomotori,
apparecchi radio, quadri, vasellame e, in un armadio, posate
d’argento, medaglie, collane di
perle, anelli, orecchini, orologi,
collezioni di francobolli e tante
altre cose mescolate alla rinfusa. Ci proponemmo di ispezionare meglio il locale più tardi,
perché, intanto, due cassoni
di legno colmi di paglietta da
imballo invitavano i nostri corpi
esausti a stendersi e riposare.
Quanto dormimmo? Certamente parecchie ore; quando
ci svegliammo la finestrella, là
in alto, lasciava trapelare una
luce crepuscolare.
A mente fresca cominciammo
a fare alcune considerazioni;
dove ci trovavamo? Non poteva
essere il magazzino di un negozio, le merci contenute erano
troppo dissimili fra loro, forse il
deposito di un monte dei pegni?
Rovistando qua e là trovammo
la risposta che cercavamo.
Cicciomagher rinvenne fra le biciclette accatastate in un angolo quella di Giovannino, che gli
era stata appena rubata: una
Legnano color olio gelato con
cambio Campagnolo a quattro
velocità, le forcelle e i parafanghi cromati e una zampetta di
coniglio fissata al sellino.
E non fu nemmeno difficile
individuare l’identità dei ladri:
trovammo il banchetto con il
campionario di pentole e padelle di Scarpan e Lametta.
A tempo perso i due malandrini
esercitavano, a quanto pareva,
un’attività ben più redditizia di
quella dell’ambulante.
Capimmo, anche, dove la banda dei bassotti si approvvigionava: non era difficile per naso
schiacciato, smilzo come Cicciomagher, passare attraverso
la sbarre del cancello.
Che fare?
Non era certo il caso di farsi
sorprendere lì da Scarpan e
Lametta; forse la soluzione
migliore era quella di nascondersi al loro arrivo, approfittare
di una distrazione e andarsene
per la porta.
Ma fu, ancora una volta, il caso
a decidere per noi; mentre facevamo queste considerazioni,
Calzinaz, dopo essersi acceso
una sigaretta, gettava il fiammifero ancora incandescente
alle sue spalle che, cadendo in
un cassone pieno di paglietta
da imballo, appiccava immediatamente il fuoco.
È incredibile la velocità con
cui si diffonde un incendio. Le
fiamme mulinando e crepitando
attaccarono ciò che c’era intorno, sparando ovunque scintille
e diffondendo un fumo nero,
acre, irrespirabile.
Cercare di contenere l’incendio
non era possibile, ci precipitammo verso l’uscita, proprio
mentre qualcuno trafficava
all’esterno della porta.
Urla e imprecazioni ci investirono alle spalle: “Maledetti, so chi
siete, vi troverò comunque!”.
Inseguiti da questo poco rassicurante viatico e ostacolati da
una moltitudine di topi che ci
si ficcavano fra i piedi, ci tuffammo nell’Aposa, insieme a
quei poco simpatici compagni di
fuga, con capelli, ciglia e vestiti
bruciacchiati.
Un fiume di fuoco fuoriusciva
dal passaggio che immetteva
nello scantinato, riversandosi
nel torrente Aposa, illuminando a giorno un lungo tratto del
tunnel.
Intanto, le fiamme si erano
propagate dallo scantinato ai
piani superiori.
In superficie, fumo e fiamme
avvolgevano una vecchia casa
in via Valdonica.
Solo a sera i pompieri riuscirono
a circoscrivere l’incendio, che
scoppiato inspiegabilmente alle
16,30, aveva messo in pericolo
un isolato di un quartiere già
sotto shock per la misteriosa
scomparsa di quattro ragazzini.
La casa, a detta dei vicini, di
proprietà “di quelli che vendono
tegami e padelle di venerdì in
piazza VIII Agosto” era andata
completamente distrutta con il
suo segreto tesoro.
Intanto “coloro che vendevano
padelle e tegami”, ormai ambulanti disoccupati e ladri senza
refurtiva e senza casa, anneriti
e bruciacchiati, per segrete vie
erano ritornati nei sotterranei,
più che mai decisi a farla pagare
a coloro che avevano appiccato
il fuoco.
Nel frattempo, senza più zaini
L’EREMITA
La figura controluce avanzò
verso di noi, materializzandosi
ai nostri occhi. Un vecchietto
magro con due tondi occhi gialli
che lo facevano assomigliare a
una civetta e con indosso un
saio consunto, si protese verso
di noi: “Siete dunque voi tre
che da qualche giorno turbate
la quiete di questi luoghi?” ci
rimproverò, severo.
“Come noi tre?”, ci guardammo
intorno allarmati: Sussezza non
era tra noi.
16
“Ma non era dietro di te, Calzinaz?”, chiese Cicciomagher.
“Sì, chiudeva la fila, ma non
mi sono preoccupato di ciò che
succedeva alle mie spalle, ero
troppo spaventato per farci
caso”.
“È nelle mani di quei manigoldi,
dunque!”, esclamai, angosciato.
Ci guardammo, ammutoliti.
Lo strano personaggio si avvicinò di un passo: “Non vi agitate, avvertirò subito il popolo
della notte perché si mobiliti
immediatamente per ritrovare
il vostro amico”.
Era, ormai, tutto troppo per
noi: l’incendio, l’inseguimento,
la sparizione di Sussezza, il
popolo della notte, l’eremita…
La nostra mente e i nostri sensi
sovreccitati ci avevano indotto
in uno stato di trance paralizzante: non eravamo più in
grado di intendere e di volere.
Il vecchietto ci fece bere un
infuso di colore verde, dal vago
Archi di vari stili si susseguono lungo
la volta del torrente Aposa.
né lampada, fradici e sotto
shock, cercavamo di mettere
più spazio possibile fra noi e
quell’inferno.
Procedevamo in direzione della
corrente senza un piano preciso, quando vedemmo venirci
incontro Scarpan e Lametta,
urlanti e gesticolanti.
Facemmo immediatamente dietro front, ritornando sui nostri
passi, ficcandoci così in una
trappola senza uscita, incalzati
alle spalle dai due energumeni
e impossibilitati, davanti, a
proseguire a causa dell’incendio
che ci sbarrava la strada.
In basso a destra scorgemmo
un passaggio che scompariva
nel nulla; d’impulso m’infilai in
quello stretto pertugio, prontamente seguito dagli amici.
Un buio, ripido, scivoloso budello ci risucchiò a velocità sostenuta verso il basso, mentre
in alto, all’imbocco, Scarpan
e Lametta, sfogavano il loro
frustrato livore indirizzandoci
tremende invettive.
Scivolammo a lungo nell’oscurità più assoluta finché non
venimmo proiettati all’esterno
su una pila di scatoloni di cartone che sparpagliarono tutto
intorno il loro contenuto.
Non ci eravamo ancora ripresi,
quando un’allampanata silhouette con un lume in mano
si stagliò controluce nel vano
di una porticina, rischiarando
una cappellina con un altare e
alcune panche.
Era dunque vera la leggenda
che si tramandava da secoli
sull’esistenza di una chiesa nei
recessi sotterranei della città!
L’eremita è un pazzo?
Anche se lo fosse,
sarebbe comunque un pazzo felice.
Frederick Konrad
sapore di menta e rosmarino,
che ci procurò un sonno profondo e senza sogni.
Ci svegliammo ai piedi dell’altarino, su cui era stata posata
una lanterna che allungava
lunghe ombre tutto intorno.
Fine 6a puntata
(segue nei prossimi numeri)
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