Anno X - n° 7 Settembre 2013 TARIFFA REGIME LIBERO: POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE 70% - DCB (BOLOGNA) www.comune.bologna.it/iperbole/buonenuove 9 Il Manzoni si rinnova Nasce a Bologna una scuola super sicura I messaggi del Papa Perché Francesco riesce a parlare con credenti e non 2 Progressi a Kitanga Dall’Uganda messaggi di speranza In visita ex ambasciatore 6 Adamishin, un pensiero sull’Italia 4 Perché Francesco non è un Papa che lascia indifferenti Papa Francesco affascina il mondo (e non solo quello dei credenti) per il suo modo disinvolto di porsi. Avevate mai visto un Pontefice prendere la prima utilitaria che gli capita a mano nel parcheggio del Vaticano e recarsi, in visita, senza scorta e preavviso? Lui lo fa. Carezze ai bambini? Tutti i Papi le hanno fatte, molto spesso ad uso e consumo dei fotografi. Lui no, è sistematico, ne abbraccia mille, ne bacia duemila, quasi a voler lasciare a tutti, soprattutto a chi è più piccolo, più indifeso, più ingenuo, un atto concreto, umano, ‘sono io, questo è il mio bacio, questa la mia carezza’. Lo osservo mentre sfiora un invalido, coccola un anziano, lo apprezzo quando si propone di battezzare un bambino che ha scampato l’aborto, sono al suo fianco quando parla di pace come unica strada per il futuro. Potranno attaccare, i Grandi del mondo, nazioni ribelli e fuorilegge ma resta, alto, il suo monito. Come se quel sabato, in Piazza San Pietro, avesse realmente riscritto le regole del vivere comune. Le uniche per poter accedere, un domani, ad una vita più alta e profonda. Immensamente grandi nella loro semplicità anche le parole, pronunciate in quell’italiano incerto ma così melodioso: un linguaggio semplice e diretto che ci ricorda quello dei maestri delle elementari, i più cari e amati del nostro percorso scolastico. Quando ci parla di ‘compiti a casa’ torniamo tutti con lo zaino sulle spalle, il fiocco che pende da una parte perché annodato in tutta fretta, il colletto rigido bianco che lascia un segno rosso sul collo. Non ricordiamo la data del battesimo? Bene, si resta a casa a cercarla. Niente parco, niente bici, niente marmellata prima di averla ritrovata. Perché è una data importante, ci dice Francesco, senza la quale non siamo qualcosa di ‘preciso’. Senza nulla togliere ai suoi predecessori (anche Giovanni Paolo II si lasciò contagiare dai Media chiamando Vespa in diretta) Francesco si muove con passo diverso. Risponde a Scalfari, su La Repubblica, perché Visitate il nostro sito www.comune.bologna.it/iperbole/buonenuove Il Consiglio direttivo dell’Associazione no profit, editrice di “Le Buone Notizie”, è così formato: Giorgio Albéri - Presidente Fabio Raffaelli - Vice Presidente Ornella Elefante - Segretario/Tesoriere Maria Dagradi - Consigliere Paola Miccoli - Consigliere Andrea Ponzellini - Consigliere Luisella Gualandi - Revisore dei conti (Presidente) Donatella Bruni - Revisore dei conti Comitato di Redazione: Roberta Bolelli, Giorgia Fioretti, Massimo Guandalini, Francesca Rispoli Valenti, Manuela Valentini sa che, prima di tutto, deve occuparsi delle ‘pecorelle smarrite’. Che sono tante, milioni. E con le quali bisogna dialogare, dialogare, dialogare. Noi ci siamo già. Per noi ci sarà tempo domani. Occorre far presto con gli altri, con i tanti che forse non credono più nella Chiesa e soprattutto nei suoi uomini. Forse siamo ancora in tempo perché il salvabile venga salvato. Ce lo auguriamo tutti, all’insegna di quel ‘fratelli’ con cui tutti i giorni Francesco si rivolge a noi. Buona lettura dal vostro direttore Fabio Raffaelli Le Buone Notizie nasce da un’idea di Francesca Golfarelli e Fabio Raffaelli Testi e fotografie vanno inviati all’e-mail [email protected] Edito da Associazione Buone Notizie Redazione: Piazza Volta, 7 - 40134 Bologna Tel. 051.614.23.27 - Fax 051.46.67.51 Direttore responsabile: Fabio Raffaelli Direttore editoriale: Giorgio Albèri Segreteria di redazione: Ornella Elefante Stampa: Tipolito Casma - via B. Provaglia 3 - Bologna Registrazione al Tribunale di Bologna n° 7361 del 11/09/2003 BASTANO 30 EURO PER SOSTENERE da ritornare via fax al 051.46.67.51 SCHEDA PER SOSTENERE E ABBONARSI ALLA RIVISTA “LE BUONE NOTIZIE” Io sottoscritto, per conto - proprio, dell’Associazione, dell’Ente - chiede di attivare n° ...................... abbonamenti (10 numeri a 30 euro) a partire dal mese di ............................................ dell’anno ............................... Allego fotocopia del pagamento avvenuto sul c/c postale n° 60313194, ABI 07601, CAB 02400, Codice Iban IT47 N076 0102 4000 0006 0313 194 intestato all’Associazione Buone Notizie. La rivista è da inviare a: 1. Nominativo ............................................................................................................................................................. 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Via .............................................................................................................................. cap ............................................ città .......................................................................................................................... prov. ...................................... tel. ............................................................................. e-mail ............................................................................................... data ............................................ 2 Firma ............................................................................................................... Si avvicina l’autunno, un miracolo di vita Dagli alberi pendono le insegne dell’autunno: l’estate è ormai finita e la natura ha operato la sua metamorfosi. Per quasi cento giorni ogni foglia ha lavorato alacremente, svolgendo la funzione più importante che esista sulla terra: quella di trasformare l’energia solare in cibo per tutti gli esseri viventi. Proprio quando ha raggiunto il culmine della produzione, però, questa fabbrica meravigliosa è costretta a “chiudere”. L’accorciarsi dei giorni annuncia il cambiamento di stagione. L’inverno si accinge ad imprigionare la terra nella sua morsa e gli alberi devono fare gli ultimi preparativi. Tutto è pronto, non tanto per l’inverno quanto per la primavera. Le foglie muoiono per soffocamento, soppresse in base ad un piano ben stabilito. Scomparso il verde della clorofilla, cominciano ad apparire i colori caratteristici della linfa di ciascuna specie. Nel corso di uno spettacolare ultimo atto che si svolge con una incredibile rapidità, le foglie si staccano e cadono volteggiando formando sul terreno uno strato quasi di velluto. Le città, dopo l’esodo estivo, si rianimano, le scuole si riaprono ed ogni mattina si vedono gruppi di ragazzi con i libri sotto il braccio, con il viso un po’ scuro per avere lasciato il mare o la montagna. In campagna vi è uno strano movimento: i trattori agricoli percorrono lentamente i campi per rompere le zolle indurite dalla siccità; dai vigneti vi è un gran vociare dai contadini che iniziano la vendemmia. In montagna, poi, i castagneti con i loro muschi umidi, offrono il dolce frutto della castagna atteso dai bam- bini per mangiare le prime caldarroste. Di giorno in giorno si stende su tutte le cose una nebbiolina che si fa sempre più fitta. Poi si muterà in pioggia nelle giornate in cui la compagnia diventa la noia. Ma non dobbiamo essere tristi…l’autunno ci offre an- che giornate indimenticabili in cui il sole ci presenta i caldi e molteplici colori caratteristici della stagione, che hanno il potere di conferire serenità al nostro animo. Tutti noi dobbiamo affrontare nella vita tanti “autunni” ma sta solo alla nostra persona se viverli come anticipo del freddo inverno o come un proseguo della calda estate. In noi c’è la forza per trasformare un momento difficile in un’opportunità di crescita, basta solo dare ad essa la possibilità di emergere e non lasciarla soffocare da convenzioni banali. Donatella Bruni Capitani dell’Anno da Bologna all’Italia U omini e donne che hanno quotidianamente rifiutato l’idea di lasciarsi vivere dalla recessione, encomiabili perché sono anche riusciti, con caparbietà e in condizioni quantomai avverse, ad ottenere prestigiosi riconoscimenti a livello internazionale. Questi i protagonisti dell’Edizione 2013 del Premio Osservatorio Economico Baker Tilly Revisa (nato a Bologna da un’idea di Fabio Raffaelli e oggi divenuto nazionale), creato per dare luce e rendere omaggio a quegli imprenditori che, più di altri, stanno dettando i ritmi della complessa ma, ci auguriamo, prossima e positiva uscita dal lungo periodo di recessione. Il riconoscimento riparte da tre regioni chiave come la Lombardia, il Lazio e la Liguria (dopo l’eccezionale successo ottenuto, in Emilia-Romagna, a fine 2012): protagonisti di Capitani dell’anno 2013 non saranno solo i ‘veterani’, quelli che da sempre affascinano il pubblico per le loro storie intessute di ricordi e abnegazione, ma anche le giovani leve, quegli imprenditori che, pur tra mille difficoltà, sono riusciti a farsi largo in un mondo industriale sempre più internazionale e concorrenziale, divenendo paladini vincenti di un modo di fare impresa moderno e innovativo. 3 Dall’Uganda arrivano messaggi di speranza è con piacere che riferiamo ai nostri Lettori i progressi avvenuti a Kitanga, villaggio dell’Uganda, grazie agli aiuti della Associazione Amici di Fonhilbe. I bambini sono 600, ben vestiti, ben nutriti, puliti e allegri. Con l’invio degli stanziamenti previsti nel 2013, le costruzioni a Kitanga si possono considerare ultimate. La casa per gli insegnanti single è quasi terminata e il nuovo dormitorio è in fase avanzata di costruzione. La scuola è un’entità giuridica ben distinta dalla Parrocchia ed è gestitada due consigli: consiglio strategico che fissa gli obiettivi generali e il consiglio finanziario responsabile della gestione del budget della scuola che è di circa 330.000.000 scellini pari a circa 100.000 euro (di questi il 60% è coperto dalle rette degli alunni, il 10% dai laboratori e il 30% dai contributi degli amici della Fondazione Aiutare i bambini di Milano). Le piante, messe a dimora 5/6 anni fa, crescono bene, anche se è ancora lontano il momento in cui si potrà tagliarle ( 6/7 anni) e quindi fornire un reddito. I meli sono circa 150 e crescono regolarmente. Si pensa che ci vorranno ancora un paio di anni prima che diano frutti in ma- niera significativa. Come laboratori c’è una falegnameria funzionante, anche se attualmente non vi sono scorte di legname. Sono stati fabbricati qui 80 letti a castello in legno per il nuovo dormitorio. Dei mulini è funzionante quello per il sorgo ed il miglio, e quello del mais. Nell’officina non è ancora stata collegata all’elettricità e l’entrata in funzione è prevista per fine anno prossimo, poiché alcu- ne macchine devono ancora arrivare dall’Italia. I laboratori pertanto non possono essere considerati ancora come una fonte di reddito importante per la scuola. Sarebbe necessario incaricare un manager con esperienza in materia economica (costi/ricavi ecc.) come responsabile dei progetti e trovare un falegname ed un meccanico per insegnare le nozioni indispensabili. Grande importanza riveste poi il “Progetto The” che fa parte di una iniziativa governativa che si fa carico dei costi dei vivai dalla nascita delle piantine alla messa a dimora. Dalla messa a dimo- ra in poi, i costi sono del proprietario della terra. Il progetto di Padre Gaetano prevede un investimento di circa 40 acri da parte della Parrocchia. I proventi dell’investimento andrebbero al 60% alla Parrocchia e al 40% alla scuola. Con Padre Gaetano si è poi concordato di variare i progetto per cui il 50% del terreno sarebbe acquistato direttamente dalla scuola e i proventi andrebbero alla scuola. Per l’entrata in produzione sarebbero necessari ulteriore due anni dal momento della piantagione con un costo di altri 30.000 euro circa. Per il 2014 un obiettivo è la sistemazione della scuola Santa Clelia che conta 415 alunne è in condizioni pessime, infatti il refettorio è molto piccolo, col pavimento di erra e le alunne sono costrette a mangiare in piedi,altri edifici sono senza vetri e sempre molto angusti Pozzo in Karamoja in collaborazione con Fondazione Aiutare i bambini Massimo Guandalini Associazione AMICI DI FONHILBE Onlus Via S. Mamolo 125 - 40136 Bologna IBAN: IT60 G031 1002 4000 0157 0013 798 Farbanca – Bologna Cod. Swift per bonifici dall’estero: FARBIT21 C/C Postale: 99609059 4 Quando gli amici del fegato fanno gruppo A RiAE, l’acronimo sta per “Associazione per la Ricerca e l’ Assistenza in Epatologia”, nasce nell’aprile del 2009 ad iniziativa di un piccolo gruppo di cittadini che hanno avuto a vario titolo, rapporti “sanitari” con il gruppo guidato dal professor Pietro Andreone (Responsabile dell’Unità Operativa Semplice di Struttura Ambulatoriale e di Ricoveri Diurni per le Malattie del Fegato presso UO di Semeiotica Medica, AOU Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna). Si tratta di persone che hanno subito un trapianto di fegato, pazienti ed ex pazienti affetti da patologie epatiche, loro familiari, amici e simpatizzanti, tutti animati dall’intento di mettere a disposizione delle attività del gruppo la propria esperienza e una parte (non i m p o r ta quanto grande o piccola) del proprio tempo. L’associazione, che è retta da uno statuto che la configura come associazione di volontariato (e quindi Onlus di diritto), conta oggi più di cinquanta soci e sviluppa la propria attività, sotto la guida di un Consiglio direttivo composto da cinque persone e con la consulenza di un comitato scientifico di illustri clinici e ricercatori, nelle due direzioni indicate nell’ acronimo: la ricerca e l’assistenza. Al centro della prima missione sta, quasi naturalmente, la collaborazioni al gruppo guidato dal Prof. Andreone, che si è sviluppata in vari modi. Ricordo il sostegno all’inserimento dei risultati e dei valori degli esami strumentali e di laboratorio nel sistema informatico di archiviazione dati anagrafici, e alla sistemazione del materiale del laboratorio, nonché la continuazione di patrimoni bibliografici. Anche le dota- Come sostenere le Buone Notizie? Vedi a pagina 2 zioni strumentali L’ a s s i s t e n z a è hanno visto l’imarticolata in un pegno di ARiAE, punto di ascolto con il dono, anpresso gli ambuche ad altri relatori e in alcuni parti ospedalieri interventi persodella nostra Renalizzati a favore gione, di appadi pazienti in conGian Guido Balandi recchiature per Presidente Ariae dizione di particola diagnostica ad lare disagio socio ultrasuoni, completi di rela- economico. tive sonde. Importante, infine, da seSono state istituite e finan- gnalare l’attività di divulziate borse di studio, una, gazione dei temi attinenti ad esempio, nel quadro di alle malattie del fegato e un progetto di “Sorveglianza ai corretti stili di vita che dell’epatocarcinoma” o per ne consentono una efficace l’avvio di corsi di formazione prevenzione. specialistici. Un convegno cittadino ed Sono stati distribuiti premi uno in provincia si sono svola ricercatori particolarmente ti in questo ambito e sono in meritevoli, segnalatisi sul previsione interventi mirati piano internazionale per l’ alla popolazione giovanile accettazione di loro ricerche con iniziative da svolgersi in congressi di altissimo va- anche nelle scuole. lore scientifico. Pirchia Schildkraut 30 Bastano Euro 5 Adamishin, un pensiero sull’Italia (e sul mondo) R ecentemente ho incontrato il dottor Anatolij Adamishin, già ambasciatore prima sovietico e poi russo in Italia negli anni 1991/1993, quindi ministro nel governo Cernomyrdin per i rapporti con la Comunità degli Stati indipendenti al quale ho rivolto qualche domanda sulla sua vita e sulla esperienza politica. Sono nato nel 1934 a Kiev, mi sono laureato presso l’Università di Mosca e dal 1959 al 1964, avevo iniziato la mia carriera diplomatica come giovane attaché all’ ambasciata in Roma in via Gaeta. Nei cinque anni di permanenza ho imparato la lingua italiana di cui ho mantenuto sempre una buona padronanza. Sono stato un convinto sostenitore della nuova linea politica sovietica e, forse, le mie capacità non sono certo sfuggite a Gorbaciov che poco dopo la conquista del potere mi ha nominato nel maggio del 1986 vice ministro degli 6 affermare che l’OSCE non è diventato - e ora difficilmente diventerà - un fattore importante nella costruzione di un sistema di sicurezza europeo. Questa organizzazione ha bisogno di modernizzazione che soddisfi tutte le nazioni partecipanti. L’ambasciatore Anatolij Adamishin mantiene il rango di diplomatico e plenipotenziario. Autore di numerosi Esteri responsabile del delicato ufficio incaricato di seguire le crisi regionali ed in particolare quelle africane. Per la soluzione di tutti questi problemi, dalla Namibia a Cipro, dall’ Afghanistan alla Cambogia, ho sempre sostenuto la necessità di un approccio politico evitando ogni ricorso alla forza e con una mediazione delle Nazioni Unite. Poi, nel 1991, come lei ha sottolineato, sono stato nominato ambasciatore in Italia. Le posso domandare un breve pensiero sulla si- tuazione italiana? A parere della stampa russa, “in Italia non vi è molta tranquillità ” e ciò da troppo tempo. Sarebbe necessaria una governabilità più stabile per evitare eventuali ripercussioni negative anche su tutta l’Europa. Sarebbe auspicabile, nel caso di nuove elezioni, una presenza maggiore di votanti. L’Italia e la sua economia stanno superando i periodi “neri”, ma il Paese deve fare la scelta tra le riforme, l’UE e la continuazione dell’attuale sviluppo interno. Lei pensa che si po- trà andare verso un governo mondiale? Il mondo sta dive nt a ndo sempre meno governabile; la globalizzazione si sovrappone ad un altro periodo storico che può portare alla disintegrazione del vecchio sistema delle relazioni internazionali. Se l’umanità deve affrontare le sfide del 21 ° secolo, si deve sviluppare un codice universale di comportamento. Dopo la firma dell’Atto finale di Helsinki, si può articoli scientifici e giornalistici su una vasta gamma di problemi internazionali ha scritto anche diversi libri in russo: “White Sun dell’Angola” e l’italiano: “Il tramonto del Grande Impero”. Premiato con una serie di medaglie e gli ordini da parte dei governi russi e stranieri. Giorgio Albéri San Giovanni in Monte? Ospitò anche un Santo di Marco Poli I n via Manzoni, 5, accanto alla porta d’ingresso dell’Oratorio di San Filippo Neri (nella foto in alto) e a pochi metri dall’ingresso della chiesa dei padri Filippini, si può leggere una lapide (foto sotto) collocata nel 1986 in occasione del bicentenario della nascita di San Gaspare del Bufalo: “San Gaspare del Bufalo, fondatore dei Missionari del Preziosissimo sangue, dimorò in questa casa nel 1811 accolto con paterna e cristiana carità dai Padri Filippini prima di essere rinchiusa nel carcere di San Giovanni in Monte con altri sacerdoti fedeli al Papa durante l’oppressione napoleonica”. Le vicende storiche sono abbastanza note e chiunque abbia visto il bel film interpretato da Alberto Sordi “Il marchese del Gril- lo”, ricorda gli avvenimenti che videro protagonista il papa Pio VII, magistralmente interpretato da Paolo Stoppa. Pio VII, il benedettino cesenate Barnaba Chiaramonte, succeduto nel 1800 al concittadino Angelo Braschi (Pio VI), aveva firmato nel 1801 il concordato con Napoleone che ripristinava in Francia quella libertà di culto soppressa dalla rivoluzione. Nel 1804, in Notre Dame, aveva incoronato Napoleone quale Imperatore. Pareva che le buone relazioni fra Napoleone e il Papa fossero destinate a durare; non fu così e dopo l’occupazione di Roma da parte delle truppe francesi, Napoleone decretò l’annessione di tutto lo Stato Pontificio. Quando il Papa scomunicò gli invasori, i francesi gli chiesero di ritirare la scomunica e di rinunciare al potere temporale; Pio VI rispose con la famosa frase Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo. Di fronte al diniego, il Papa fu arrestato e portato prima a Grenoble e poi a Savona come prigioniero. Ai sacerdoti e al clero tutto fu chiesto il giuramento di fedeltà a Napoleone. Fra quelli che si rifiutarono, alcuni furono esiliati, altri furono imprigionati. Fra coloro che subirono sia l’esilio, sia il carcere vi fu anche un futuro Santo, Gaspare del Bufalo. Nato a Roma nel 1786, dopo aver compiuti gli studi presso gli Scolopi e poi presso il Collegio Romano, divenne sacerdote nel 1808. Si segnalò all’opinione pubblica per le sue opere di evangelizzazione delle fasce più emarginate della società: in particolare fu il prete dei birocciai e dei contadini. Fu instancabile nel predicare in mezza Italia e soprattutto nei piccoli centri dove era più facile avere il rapporto diretto e immediato con la popola- dove fu ospitato, come si può leggere sulla lapide citata, dai padri della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri. Tuttavia, dopo alcuni mesi, di fronte al persistente rifiuto di giurare fedeltà, Gaspare del Bufalo fu incarcerato in San Giovanni in Monte dove rimase rinchiuso per sette mesi e da dove uscì per conoscere i carceri più duri di Imola e di Lugo. Rientrato a Roma, Gaspare del Bufalo riprese la sua attività al fianco dei più bisognosi: poveri, malati, carcerati. Nel 1815 fondò la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue e negli anni successivi riuscì con tenacia e con grande sacrificio ad aprire “case della missione” e a formare il primo gruppo di aderenti alla nuova Congregazione che esiste tuttora ed è presente in varie parti del mondo con circa 150 case e 600 membri. Morì a Roma il 28 dicembre 1837 e fu sepolto nella zione. Quando i francesi chiesero anche a Gaspare del Bufalo di giurare fedeltà a Napoleone, egli rispose con le stesse parole del Papa: Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo. Fu esiliato e per quattro anni non poté rientrare a Roma: dopo essere stato a Piacenza, giunse a Bologna chiesa di S. Maria in Trivio, nei pressi della Fontana di Trevi. Fu beatificato da Pio X nel 1904 e proclamato Santo da Pio XII nel 1954. E’ patrono della città di Sonnino, in provincia di Latina, centro del brigantaggio, che Gaspare del Bufalo salvò dalla distruzione ordinata dal Papa. 7 Scuole sicure, diritto e dovere della società civile L e scuole sono (assieme agli ospedali) gli edifici pubblici che dovrebbero offrire le maggiori garanzie di sicurezza, perché esse contengono il nostro bene più prezioso: il nostro futuro. Ciò significa che, a fronte di qualsiasi evento incidentale che possa interessarle, dovrebbe esserne garantita la totale integrità. Nell’ambito delle audizioni svolte dall’VIII Commissione Permanente Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici altamente vulnerabili al sisma include numerose scuole, spesso ospitate da edifici antichi o semplicemente vecchi, per i quali l’adeguamento sismico è impossibile od eccessivamente costoso. Nei casi suddetti appare inderogabile spostare la scuola in altri edifici, o esistenti (qualora essi offrano le necessarie garanzie di sicurezza o possano essere adeguati sismicamente), ovvero ricostruiti ad hoc con le migliori tecnologie disponibili a problemi statici degli edifici scolastici o di loro parti. A causa del crollo del controsoffitto dell’aula della 4a D del Liceo Scientifico Darwin di Rivoli (Torino), il 22 novembre 2008 perse la vita il giovane studente Vito Scafidi: la protezione civile stimò allora che sarebbero serviti almeno 13 miliardi di euro per mettere a norma le nostre scuole. Il problema da risolvere per rendere sicure le scuole italiane è dunque enorme dal punto di vista Per stimolare le istituzione italiane a fare, finalmente, il proprio dovere in materia di prevenzione, in particolare per rendere sicure le nostre scuole, sono nate in Italia numerose associazioni, tra le quali l’Associazione “Ilaria Rambaldi” di Lanciano (Chieti), fondata dall’avv. Maria Grazia Piccinini, mamma di Ilaria, uccisa a L’Aquila dal terremoto dell’Abruzzo del 2009, e l’Associazione “Una Scuola per la Vita”, fondata a Bondeno Prevenzione Sismica e Ambientale”, che raggruppi tutte le diverse associazioni sparse sul territorio nazionale, in modo da acquisire la necessaria “forza contrattuale” nei riguardi delle istituzioni. A tal fine, si è anche ritenuto indispensabile che il Coordinamento si avvalga del supporto di tre commissioni: una per gli aspetti tecnicoscientifici, una per quelli giuridici ed una per l’informazione. La serata su “Scuole sicure: diritto e dovere della società civile”, della Camera dei Deputati nel 2012, in occasione dell’«Indagine conoscitiva sullo stato della sicurezza sismica in Italia», promossa con la collaborazione dell’associazione scientifica GLIS (Isolamento ed altre Strategie di progettazione Antisismica) e dell’ENEA, è stato però sottolineata la gravissima situazione di scarsa sicurezza delle scuole italiane. Il 49% di esse non ha certificato di agibilità, quasi 28.000 sono in aree ad elevato rischio sismico ed oltre 6.000 in aree ad elevato rischio idrogeologico. Oltre il 70% dell’edificato italiano, poi, non è in grado di resistere ai terremoti ai quali può risultare soggetto e tale elevato numero di edifici (in particolare con l’isolamento sismico, applicato per la prima volta in Italia solo nella ricostruzione della scuola elementare Francesco Jovine di San Giuliano di Puglia, che era crollata durante il terremoto del Molise e della Puglia del 2002, uccidendo 27 bambini ed una maestra). Gli edifici antichi che non possano essere adeguati sismicamente potranno essere dedicati ad altre attività e quelli semplicemente vecchi dovrebbero essere demoliti e ricostruiti. Il terremoto, inoltre, non è il solo evento incidentale pericoloso per l’incolumità della popolazione scolastica: lo sono, ad esempio, anche incendi e crolli dovuti economico. Però, ciò non giustifica la perdurante inerzia delle istituzioni. Occorreranno alcuni decenni per risolvere il suddetto problema, ma per giungervi occorre iniziare subito: i metodi (anche carattere sia sismologico) per stabilire le priorità ormai esistono, così come esistono le tecnologie adeguate. Se si vuole che l’opinione pubblica italiana acquisisca una corretta percezione dei rischi (in particolare di quello sismico), sta alle istituzioni dare l’esempio, promuovendo, finalmente, corrette politiche di prevenzione. Ma anche l’opinione pubblica non può restare inerte. Deve acquisire una corretta percezione del rischio. (Ferrara) da alcuni genitori degli alunni dei vari plessi scolastici locali danneggiati dal terremoto dell’Emilia del 2012, fra i quali l’ing. Paolo Patrincini. Come l’avv. Piccinini, anche la signora Cinzia Scafidi di Rivoli, mamma di Vito, sta adoperandosi con tutta se stessa affinché nessun altro genitore abbia a soffrire come lei, per la morte di un figlio. Gli ambienti tecnico-scientifici, in particolare il GLIS e l’International Seismic Safety Organization (ISSO), si sono da tempo attivati a sostegno delle suddette associazioni. È però apparsa evidente la necessità di costituire un “Coordinamento Nazionale Associazioni di Volontariato per la svoltasi con successo all’Hotel Savoia Regency di Bologna nella serata del 13 giugno ha costituito l’occasione per ufficializzare la nascita del suddetto Coordinamento. La manifestazione, pro- 8 Manzoni, campioni di sicurezza a Bologna D i certo i Licei Manzoni che, proprio in questi giorni inaugurano, al Villaggio del Fanciullo, la nuova sede. Un trasferimento (dallo storico immobile di via Santo Stefano) pro- posta dall’Associazione Impegno Civico, è stata da essa organizzata congiuntamente ai Rotary Club Bologna Est e Bologna Valle del Savena, nonché ai Lions Club Bologna Re Enzo e Budrio, con grammato da anni e reso necessario dall’esigenza di fornire ai giovani allievi spazi più confortevoli e adatti ad una moderna didattica. Molti laboratori quindi ma anche attenzione massima alle normative an- il patrocinio del GLIS e dell’ISSO. Hanno partecipato, come relatori, l’avv. Piccinini, l’ing. Patroncini, l’On. Gianluca Benamati (relatore della citata Indagine conoscitiva della Camera dei Deputati), nonché la prof.ssa Donatella Dominici (Università de L’Aquila) ed il prof. Alessandro De Stefano (Politecnico di Torino), che, assieme allo scrivente, costituiranno il primo nucleo della commissione dedicata agli aspetti tecnico-scientifici. Per un infortunio non è potuta intervenire la signora Cinzia, che, comunque, ha comunicato la sua piena adesione all’iniziativa. I lavori sono stati introdotti dai presidenti dei club organizzatori e, in particolare per quanto attiene agli aspetti tecnici, dallo scrivente. Moderatrice è stata la dott.ssa Patrizia Calzolari de Il Giornale della Protezione Civile. L’avv. Piccinini e l’ing. tisismiche. Per studiare bene, quindi, in totale sicurezza. Nella foto la professoressa Giovanna Degli Esposti, al timone da anni del Manzoni, mentre illustra agli allievi i pregi della nuova sede. Patroncini hanno brevemente illustrato le motivazioni che li hanno portati a fondare le loro due associazioni ed hanno annunciato la firma dell’atto costitutivo del Coordinamento, che è poi effettivamente avvenuta a conclusione della serata (l’adesione a tale Coordinamento sarà aperta, con pari dignità, a tutte le altre associazioni del settore). I proff. Dominici e De Stefano si sono soffermati sugli aspetti tecnico-scientifici più rilevanti già prima citati. L’On. Benamati ha ricordato le iniziative parlamentari già effettuate nella passata legislatura e quelle ora previste, sottolineando l’importanza della fondazione del Coordinamento ed auspicando che esso, con il supporto delle tre commissioni di cui si è dotato, elabori una proposta di legge d’iniziativa popolare in materia di prevenzione, in particolare delle scuole. Nel concludere i lavori, lo scrivente, interpretando anche il pensiero dell’avv. Piccinini e dell’ing. Patroncini, ha affermato che l’elaborazione di tale proposta di legge sarà senz’altro obiettivo prioritario del Coordinamento. Alessandro Martelli Presidente di Impegno Civico e socio del Rotary Club Bologna Est Presidente delle associazioni scientifiche GLIS ed ISSO 9 Perché ritorno tra questi alberi del Salento S crivo queste righe da un uliveto del basso Salento, ma così basso che se da dove mi trovo partisse un’autostrada per Valona, in Albania - (mi verrebbe da dire un ponte…) -, arriverei colà ben prima che se dovessi, invece, raggiungere Bari, che pure dista 130 km a nord. è tradizione da queste parti che gli uomini comprino alberi di ulivo per i nipoti, più che per i figli, per un insieme di ragioni, alcune della quali intrinseche alla cultura del luogo, altre alla vita stessa della pianta, che giunge alla piena maturazione, e quindi alla produzione, dopo diversi anni dalla messa a dimora. Così ha fatto pure mio padre che, pur non essendo contadino, e non abitando qui ormai da diversi lustri, ha comunque deciso di investire parte dei risparmi di una vita di lavoro, per comprare una discreta tenuta agricola, non a mio fratello ed a me, ma alle sue quattro nipoti, perché “ abbiano sempre in mente dove tutto ebbe inizio, e non scordino mai le loro radici”, saldando, così, il debito con la Tradizione, che suo padre, mio nonno, non aveva potuto onorare alla fine degli anni cinquanta, con la sua pensione da carabiniere. E così ogni estate ritorno tra queste alberi, molti dei quali secolari, e mi piace rimanere a guardarli, uno ad uno, così uguali ma così diversi, ore ed ore nel silenzio talora interrotto dal fruscio delle fronde, che sembrano, con il loro movimento, risvegliare i compagni dal sonno millenario, per poi riconsegnarli - appagate - all’atavico torpore dei pomeriggi assolati. Passeggio qua e la, e mi chiedo quanta vita queste piante abbiano visto passare al loro cospetto, a 10 Le piante? Ci salvano dalle polveri L dispetto del loro apparente isolamento: quanti mezzadri le hanno lavorate, ne hanno raccolto il prezioso frutto, quante famiglie ne hanno tratto sostentamento, al costo di quale fatica e sudore. Alberi nodosi, imponenti ed impassibili, sempre prodighi ad ogni raccolto ed alla successiva molitura, nel ricompensare il lavoro di chi li cura. Le ore volano, e non vorrei mai venir via, per quella percezione, assoluta e singolare (che mi capita solo qui), di vivere in un luogo fisico che coincide con un luogo dell’anima. E continuerò a tornarci, nel mio uliveto del basso Salento, anno dopo anno, per il resto della mia vita, e così – confido – faranno le mie figlie, e poi i miei nipoti, celebrando ad ogni stagione quel rito tutto pagano della molitura in frantoio, consacrato dall’assaggio del primo olio – vero oro verde - con un pezzo di pane, meglio se di grano duro. Perché io sono sicuro che quelle piante siano li, ogni anno, ad aspettare il mio ritorno, che, solo, consente loro di tornare al perenne stato di apparente riposo. E sono anche certo che quel fruscio di fronde, di cui vi ho scritto prima, sia il loro saluto ed il loro particolare ringraziamento, per aver ancora una volta onorato, con la mia presenza, la Tradizione. Perché la Tradizione è sacra, ed è dovere di ogni uomo custodirla – intatta – alle future generazioni. Antonio Vecchio e piante sono essenziali per la nostra vita e per quella degli altri esseri viventi presenti sulla Terra, non fosse altro perché, come tutti sanno, ci forniscono l’ossigeno e sottraggono dall’aria l’anidride carbonica. Ora una ricerca americana ha focalizzato l’attenzione su un altro aspetto: l’efficacia del verde urbano nell’eliminare dall’aria che respiriamo le polveri sottili. È stata condotta nelle principali città statunitensi dal U.S. Forest Service e dal Davey Institute, ed è il primo sforzo per stimare l’impatto complessivo del verde urbano sulle concentrazioni del particolato fine inquinante (inferiore ai 2,5 micron, o Pm2,5). Le polveri sottili atmosferiche hanno effetti gravi sulla salute: non solo infiammazioni polmonari ma anche accelerata aterosclerosi e alterazioni delle funzioni cardiache, compresa una mortalità precoce. «Oltre l’80 per cento degli americani vivono in aree urbane che nel complesso contengono circa 40 milioni di ettari di alberi», spiega Michael T. Rains, direttore della stazione di ricerca del servizio forestale. «Questo studio illustra chiaramente che i boschi urbani degli Stati Uniti sono investimenti di capitale, perché aiutando a produrre aria e acqua pura, riducono i costi energetici e rendendo la città più vivibile. Semplicemente le foreste urbane migliorano la vita». La quantità totale di Pm2,5 rimossa annualmente dagli alberi varia dalle 4,7 tonnellate a Syracuse, alle 64,5 tonnellate di Atlanta, monetizzate in equivalenti valori annuali che variano da 1,1 milioni di dollari a Syracuse ai 60,1 milioni di dollari a New York. Per quanto riguarda New York si calcola che gli alberi salvino una media di otto vite umane ogni anno. Come è bello leggere e quante cose si imparano Un breve stacco, tra un articolo e l’altro, per gustare qualche verso che può riempirci di serenità e di saggezza. O magari aprire le porte a un bel sorriso. Buona lettura Dammi, o Signore, una buona digestione ed anche qualcosa da digerire. Dammi la salute del corpo col buon umore necessario per mantenerla. Dammi, o Signore, un’anima santa che faccia tesoro di quello che è buono e puro, affinché non si spaventi del peccato, ma trovi alla Tua presenza la via per metter di nuovo le cose a posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti e non permettere che io mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo evidente che si chiama “io”. Dammi, o Signore, il senso del ridicolo. Concedimi la grazia Di comprendere uno scherzo, affinché conosca nella vita un po’ di gioia e possa farne parte anche agli altri. Amen San Tommaso Moro Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Luigi Pirandello Fiera di Santa Lucia 2013, presentato il prototipo del nuovo chiosco G li architetti Paola Veneto e Roberto Bianchi di Roma, vincitori del concorso scorso, hanno presentato il primo prototipo di chiosco per la Fiera di S. Lucia 2013 e hanno illustrato gli aspetti fondamentali della tecnica costruttiva oltre i vari passaggi per la realizzazione dell’intero progetto. Gli operatori della fiera di S. Lucia, hanno potuto toccare con mano il prototipo e ricevere molte informazioni tecniche di grande interesse. Tutti i presenti hanno ammesso che la percezione che hanno avuto è quella di un chiosco innovativo, sicuramente una sorpresa in quanto, i più, pensavano di trovarsi davanti a un chiosco, sostanzialmente di legno, con “classiche” pareti. “Niente di tutto questo - dichiara la presidente del COFIBO Luisa Caroli – è un chiosco progettato e non prefabbricato, con la sostanziale differenza che i materiali usati consentono risparmi considerevoli e un comfort maggiore, per non rinunciare alle qualità delle tecniche tradizionali e fare un passo avanti nel risparmio energetico e nella sostenibilità ambientale”. Il Concorso di Progettazione per la riqualificazione dell’Antica Fiera di Santa Lucia, bandito da COFIBO il Consorzio degli operatori della Fiera di Santa Lucia e Confcom- mercio Ascom Bologna, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Bologna ed il Comune di Bologna, si era chiuso lo scorso anno con la proclamazione dei risultati. “Il COFIBO - afferma Nicola Fusaro Presidente Fiva Confcommercio Bologna- è una realtà imprenditoriale bolognese che ha fatto, della riqualificazione dei mercati, la sua mission”. G i a n c a r l o To n e l li, direttore generale Confcommercio Ascom Bologna continua e dichiara: “Il concorso è nato con l’obiettivo di realizzare un progetto unitario rivolto alla valorizzazione della Fiera di Santa Lucia nel contesto urbanistico ambientale ed architettonico del luogo, attraverso la progettazione di nuove strutture di vendita per gli operatori della fiera stessa, della definizione della forma degli spazi, dei materiali, degli arredi e dell’illuminazione al fine di favorire l’uso collettivo del contesto urbano quale luogo attraente per l’incontro della cittadinanza”. “Il progetto - conclude Anna Maria Beckers Segretario Fiva Confcommercio Ascom Bologna - è un esempio di valorizzazione del commercio e della tradizione cittadina e assicura, al centro storico di Bologna ed alla Fiera di Santa Lucia, un salto di qualità, reinterpretandone gli spazi in armonia con l’identità storica, urbana e ambientale del Portico dei Servi”. 11 Quali legami tra Marconi e un Club femminile? P rima dell’estate un gruppo di socie e amici del Soroptimist International di Bologna hanno visitato il Museo della Comunicazione e del Multimediale G. Pelagalli, altrimenti conosciuto come “Mille voci… mille suoni”. Essere stati secondi o terzi, nella giornata, rispetto a un gruppo di studenti non è certo una novità, per un Museo che cattura i ragazzi come una calamita, e ci ha consentito di gustare gli apprezzamenti appena “sfornati” espressi sul registro delle presenze con linguaggio giovanile più o meno colorito, ma sempre entusiasta. Non è un caso che studenti approdati in Via Col di Lana 7/N con l’animo a volte un po’ rassegnato che accompagna un’escursione museale esprimano spesso il desiderio, una volta entrati, di usufruire della full immersion, con grande gioia del fondatore! Patrimonio UNESCO della Cultura, il Museo Pelagalli vanta 12 settori con oltre 2.000 pezzi esposti, per un totale di 250 anni di storia della comunicazione. I fonografi a tromba, le macchine musicali del ‘700 e dell’800, la radio story, la “musica a colori” dei Juke Boxes, tutto ci ha conquistato, e ci ha donato genuino stupore assistere ad alcune dimostrazioni scientifiche interattive di elettrostatica, elettrodinamica, video, audio, cinematografia, e naturalmente di ricetra- 12 smissione marconiana delle onde radio. Ricordando la genialità di Marconi che ha generato gran parte di ciò che abbiamo visto, cogliendo la suggestione dei pezzi originali della sala a lui dedicata e assaporando la soddisfazione di “aver fatto la cosa giusta”; il Club Soroptimist di Bologna ha coronato un percorso iniziato molti anni fa. Data infatti al 1995, centenario della radio, la realizzazione del gemellaggio del mison, la Presidente O’Tierney concludeva il suo intervento in modo molto lusinghiero per il nostro Il Comm. Pelagalli con Rosanna Scipioni Club di Bologna con il Club Soroptimist di Dublino, sancito da un importante evento celebrativo presso la Provincia di Bologna che vide, tra gli interventi, l’interessante discorso della Presidente del Club irlandese, Ùna O’Tierney: spaziando dalla descrizione dei luoghi d’Irlanda che furono teatro di esperimenti di Marconi (tra essi Clifden, da cui nel 1910 fu inviato un messaggio a Buenos Aires, a 9.650 km!) all’importanza che ebbe la musica nella sua vita grazie all’influenza della madre, l’irlandese Annie Ja- Paese, dichiarando che l’Irlanda è immensamente fiera della straordinaria figura di Guglielmo Marconi e dei suoi successi. A distanza di quasi vent’anni, in corrispondenza del centenario della tragedia del Titanic in cui fu possibile salvare molte centinaia di passeggeri con le comunicazioni radio, il Club Soroptimist di Bologna ha voluto rafforzare il gemellaggio con il Club di Dublino e riempire di nuovo significato il ruolo della madre di Marconi, sua prima e tenace sostenitrice, e il messaggio di crescita che le sue scoperte rappresentano per i giovani. “Il Club Soroptimist celebra il genio Guglielmo Marconi e la sua personalità di uomo, di inventore e di studioso” è stato il titolo del Convegno organizzato dal Club di Bologna il 10 novembre dello scorso anno a Pontecchio Marconi, presso Villa Griffoni. L’incontro ha riscosso grande successo grazie ai contenuti di elevato valore culturale e alla formula particolarmente innovativa che ha affiancato a relatori tradizionali giovani leve future, ossia studenti delle superiori di Istituti scolastici bolognesi (Liceo Galvani e Istituto Aldini-Valeriani) impegnati in progetti sperimentali nel campo della Fisica. Presieduto da chi scrive, il Convegno ha ricevuto autorevoli interventi introduttivi (tra cui quelli di Gabriele Falciasecca, Presidente della Fondazione Marconi e di Flavia Pozzolini, Presidente del Soroptimist International d’Italia) e significative partecipazioni. Seguiti alle brillanti e apprezzate relazioni di Barbara Valotti e di Marina Barbiroli, gli interventi dei quattro ragazzi hanno letteralmente conquistato il pubblico per padronanza dei contenuti, per qualità espositiva e per genuina passione. Particolarmente adatto alle finalità del Club l’intervento “L’impronta muliebre nella crescita e nell’affermazione di Guglielmo Marconi”, tenuto da Barbara Valotti, direttrice del Museo Marconi. Proprio la visita dell’interessantissimo Museo e del laboratorio di Marconi, dove è stato possibile anche ascoltare un’antica registrazione della voce dell’inventore, ha concluso la giornata aggiungendo un altro significativo tassello al nostro percorso marconiano. Mi piace sottolineare, in chiusura, che aver coinvolto gli studenti è scelta che ci riempie di orgoglio, ancor più dopo la visita al Museo Mille voci… mille suoni, meta prediletta di tanti ragazzi. Il Soroptimist International, legandosi a Guglielmo Marconi, si è espresso per il futuro e per i giovani. Rosanna Scipioni Presidente Soroptimist Bologna Telefono Amico, da oltre quarant’anni T ra le Associazioni presenti nella nostra città merita di essere citata Telefono Amico Bologna, nata nel 1972 con lo scopo di offrire una presenza amichevole a chiunque ne senta il bisogno. La sua origine si deve ad un gruppo di circa 25 ragazzi, per lo più universitari, e ad un frate domenicano, che da tempo si incontravano periodicamente per parlare della loro vita, dei progetti e dei sogni e sentirono il bisogno di creare qualcosa di nuovo. I ragazzi affrontava- no tanti argomenti di interesse sociale comune e durante una di queste serate parlarono di un “Telefono Amico” del sud; nacque così l’idea di istituirlo anche a Bologna. Essendo tutti studenti scelsero di garantire i l servizio pomeridiano, le linee telefoniche operative erano due e già il primo mese le telefonate ricevute furono trecento. Le persone che chiamavano erano tutte accomunate dal problema della solitudine e avevano bisogno di parlare e di essere ascoltate. Col passare degli anni le richieste d’aiuto si sono moltiplicate come pure il numero dei volontari la cui caratteristica rimane quella di credere nel rapporto umano ed essere disposti a dedicare parte del loro tempo al dialogo e, soprattutto, all’ascolto accogliendo chiunque telefoni con vero e sincero interesse. Chi chiama sa di po- ter contare sull’anonimato e sulla segretezza. Attraverso l’organizzazione di appositi turni si garantisce la presenza al telefono ogni giorno dalle 15.30 alle 23.30. L’associazione si autofinanzia per poter mantenere la sue tre principali caratteristiche di essere apolitica, apartitica, aconfessionale. La ricerca dei volon- tari viene sempre effettuata tramite articoli sul giornale e con volantini distribuiti in alcuni punti delle città. Per entrare a far parte del servizio occorre superare un colloquio preliminare per poter accedere al corso formativo che si tiene anche due volte l’anno e ci sono stati fino ad una quarantina di volontari associati in un anno (dal 1972 ad oggi hanno prestato la loro opera circa 300 persone con una media annuale di 5000-6000 chiamate ricevute). Donatella Bruni Una visita al Teatro dei Sogni Q uest’estate, mentre trascorrevo le vacanze in Inghilterra, ho avuto l’opportunità di realizzare uno dei miei tanti sogni, quello di visitare lo stadio del Manchester United, il cui manto erboso è stato calcato da leggende del calcio passato e attuale come George Best, Bobby Charlton, Ryan Giggs, Paul Scholes e Cristiano Ronaldo. Sto parlando dello stadio ‘Old Trafford’, noto anche come ‘The Theater of Dreams’, il Teatro dei Sogni. Lo stadio si trova a Manchester, precisamente nel borgo di Trafford, e ospita le partite del Manchester United dal 1910. Lo splendore dell’impianto, che può contenere fino a circa 76.000 spettatori, passa quasi in secondo piano rispetto alle emozioni che l’impianto stesso suscita. Certo, chi come me ha una forte passione per il calcio può apprezzare a pieno la bellezza di questo stadio e le emozioni che desta. Non è però necessario in- tendersi di questo sport per apprezzare l’eleganza e la modernità dell’impianto, che ospita al suo interno anche diversi punti di ristoro, negozi ufficiali e, naturalmente, il ricco museo del Manchester United, in cui sono esposti tutti i trofei conquistati dai ‘Red Devils’ nei loro 135 gloriosi anni di storia. Ormai sono già passati quasi tre mesi dalla mia visita ma ancora adesso mi emoziono ripensando a quando ero li in piedi, a pochi passi da quell’erba finissima sulla quale hanno corso tanti calciatori, e nella mia mente immaginavo di essere io, un giorno, a correre su quel manto, davanti a 76.000 persone, come hanno fatto in passato tanti grandi campioni. Marco Bergonzini 13 Indietro negli anni, ascoltando ‘Traviata’ “B righella, vieni qui, sta cominciando”… Prendo la mia seggiolina nera “viennese” e mi avvicino alla radio “Ducati” che sta trasmettendo l’inizio de “La Traviata”. La sera è un po’ fredda e, fuori casa, forse piove. Il “preludio atto primo” è un capolavoro, i violini, in un turbinìo di note, fanno ricordare il tema principale dell’opera e ripetono più volte la celeberrima aria “Amami Alfredo”. Lo sguardo è quasi fisso al grande altoparlante; la stanza è illuminata debolmente da una lampada a stelo. Quando comincia il famoso brindisi, inizio a tempestare di domande la persona che mi ha chiamato. “Papà, come sono vestite le persone, in che epoca si svolge la storia?” Avevo cinque anni ed il mondo per me era tutto da scoprire. Ma la vita mi aveva già regalato tanto: fra le 14 altre, un uomo che, piano piano, mi stava trasferendo buona parte della sua conoscenza, della sua esperienza. Sono trascorsi trent’anni dalla sua scomparsa e non passa giorno che la mia mente non ri cordi qualche sua parola, qualche suo insegnamento. Non mi diceva come dovevo vivere, lasciava che io lo guardassi vivere. Che importanza ha la figura del padre! Freud sosteneva che la perdita del padre è l’avvenimento più straziante nella vita di un uomo, ed è vero: viene a mancare il legame naturale fra il passato ed il presente. “La vicenda si svolge nell’ottocento - sottolinea mio padre - ed è una storia triste, perché due persone, Violetta ed Alfredo, si amano molto, ma il loro sentimento è destinato a finire per la morte di lei”. I miei occhi, mentre la musica continua ad echeggiare nella stanza, guardano un po’ la radio ed anche il mio interlocutore; la fantasia mi fa immaginare i costumi, le scene, l’orchestra. A quell’età non ero ancora stato a Teatro… il mio palcoscenico era quella stanza con quel meraviglioso regista che era papà. Siamo quasi alla fine del secondo atto e l’aria “Follie! Delirio vano è questo” mi fa pensare come si possa impazzire d’amore…a so affettuosamente con questo nome), le amarezze sono le tracce della nostra appartenenza al genere umano, la dimostrazione che abbiamo frequentato i luoghi dove la vita ci dà un significato, dove si costruiscono delle esperienze che lasciano impronte nella mente, qualcosa di bello e forte o di buono e cattivo. A volte, quando raggiungiamo gli obiettivi dei nostri sogni, può capitare che, durante il percorso, ci venga quell’età è quasi impensabile capire…Alla mia domanda: “perché bisogna soffrire?”, mi viene risposto che: “le ferite segnano il nostro passaggio attraverso le esperienze e non possono essere scelte o evitate. Sono la dimostrazione concreta della nostra vita, della voglia di misurare la nostra capacità di amare, di provare dolore, di vincere la solitudine”. Forse non tutte le parole vengono capite dalla mia mente, ma continuo ad ascoltare. “Vedi, Brighella (mi chiamava spes- inflitta qualche ferita, ma essa ci farà maggiormente fortificare e rimarrà dentro di noi la voglia di ridere, alzare la voce e di combattere”. Quanto tempo è passato! Eppure certe cose rimangono indelebili…scandire il tempo è una splendida “invenzione” umana, perché definisce le tappe di un percorso, a cui poter sempre fare riferimento per programmare ulteriori e più complete esperienze. Celebrare, poi, i momenti più importanti di particolari eventi, diventa testimonianza non solo di piacevolezza, ma di ulteriore accettazione dei sogni in parte realizzati. L’opera sta finendo; siamo al terzo atto e Violetta, ammalata, ci fa ascoltare la triste aria “Addio del passato”. Papà ha appoggiato il capo alla poltrona, gli occhi sono chiusi: sta “gustando” il finale o la stanchezza di una giornata di impegnativo lavoro ha avuto il sopravvento? Non dico nulla, ascolto, ma la curiosità, dopo un po’, mi fa dimenticare il rispetto per i lavoratori. “Papà, perché Violetta muore?” Riapre gli occhi e, sempre con la sua grande cultura e capacità di riprendere il filo conduttore, mi racconta che la protagonista è ammalata del “mal sottile” (tubercolosi) e che, a quell’epoca, non vi era speranza di guarigione. “La morte e la malattia – mi fa notare – sono nel percorso della vita che abbiamo ricevuto o scelto e rappresentano il presente o ciò che deve avvenire. La morte esiste perché vi è la vita. Ma sono concetti che potrai capire quando avrai qualche anno in più!” “La Traviata” sta veramente finendo, dopo l’ultimo incontro con Alfredo, Violetta esala l’ultimo respiro; l’orchestra, in un crescendo che trascina l’ascoltatore, pone termine all’esecuzione e la stanza dove ci troviamo cade in un singolare silenzio. La mamma, dalla sala d a p ra n zo, r o m p e quella quiete riportandoci alla realtà: “La cena è pronta, venite a mangiare?” Giorgio Albéri Quante sfumature ha la ‘mia’ Bologna Un giorno della passata estate, ho trovato nella buchetta delle lettere un invito che subito ha attirato la mia attenzione. In esso è raffigurato anche la chiesa di S. Michele in Bosco coperta di neve. Ho rintracciato l’autrice del quadro, Anna Laura Manfredi Orsi, alla quale ho rivolto alcune domande. Mi può parlare un po’ di lei? Sono bolognese doc e fin dall’infanzia, quando mi mettevano sul mio tavolinetto un foglio, subito lo scarabocchiavo con mille colori. Poi, piano piano col passare degli anni, nel foglio venivano riprodotti oggetti, animali ed infine, sviluppata una particolare tecnica negli anni della maturità, anche dei paesaggi. Ho notato che la sua pittura cosiddetta a mano libera mostra una ricerca del particolare, dando alle sue opere una bella ta ed un foglio, dare sfogo alla mia creatività. Ma nell’invito vi sono raffigurati quadri colorati… Quando ho scoperto il colore devo ammettere che ho provato una grande suggestione ed entusiasmo; il pastello e l’acquarello, che mi danno un grande senso di freschezza ed immediatezza, mi hanno permesso di trovare quelle sfumature della “mia” Bologna e, quando dipingo fiori, le varie tonalità che la natura mette nei petali. Il suo maestro? Gli Impressionisti e l’800 mi hanno appassionata. Quando mi sono trovata ad Personale di ANNA LAURA MANFREDI ORSI Anna Laura Manfredi Orsi al tavolo di pittura sull’invito vi è scritto “Ciccoli”. E’ un soprannome? E’ una storia lunga e un po’ strana. Quando ero molto piccola, per “farmi strada” tra i miei tre fratelli maschi, spintonavo come il giocatore di calcio Ciccolo, che entrava in campo in maniera esuberante come la mia (era un attaccante della nazionale degli anni sessanta n.d.r.). Ovviamente, tale compor- tamento mi è stato raccontato. Da allora e tuttora, chi mi conosce profondamente e gli amici più cari, mi chiamano così...e questo mi da un senso di dolcezza antica e giustifica il perché della scelta di questo nome d’arte. Allora dal 5 al 26 ottobre tutti da “Ciccoli” in via Cattani 5 in Bologna presso l’Associazione “Momenti d’artista”. Giorgio Albéri Dal 5 al 26 ottobre 2013 Vicolo Cattani 5/B Bologna Autunno Presentazione: Bologna con le sue torri, i lunghi portici, le mura merlate, le antiche chiese e le ampie piazze. Bologna fosca e silenziosa sotto una fitta coltre di neve. Bologna umida e assonnata nei chiari inverni, Bologna rosseggiante in un tramonto estivo, Bologna pacifica e pittoresca, attraversata da qualche rara comparsa. E’ questa la città minuziosamente descritta, con intricati tratteggi, pennellate calligrafiche e nuances di colore, negli acquerelli e nei disegni di Anna Laura Manfredi Orsi, abile interprete di quel lessico di forme familiari in cui riconoscersi contemplando. Dott.ssa Alessandra Sandrolini S. Michele in bosco ANNA LAURA MANFREDI ORSI prospettiva con precisione. Fin da ragazza ho cercato di perfezionarmi nel “chiaro scuro” attingendo dai maestri del passato, quell’esperienza che mi ha permesso, con una mati- avere del tempo, che fino ad allora avevo occupato a crescere i miei tre figli, ho ripreso la matita in mano ed i “vecchi” di Van Gogh, mio grande Maestro, sono stati il mio ABC. Signora Anna Laura, ha il piacere di invitare la S.V. all’inaugurazione della personale che si terrà sabato 5 ottobre ore 17,30 domenica 6 ottobre ore 16,00 all’ Associazione “Momenti d’ Artista” www.ciccoli.it [email protected] 15 Il popolo della notte Continua la pubblicazione del racconto di Federico Nenzioni. A nulla l’uomo rinuncia con più fatica che a un vizio, e pochi vizi sono così ostinati come quello di cui è vittima il ladro. Hermann Hesse LA CAVERNA DI ALì BABà “Evviva!”, quel posto era frequentato, una fredda luce al neon illuminò lo spazio intorno, abbagliando i nostri occhi stanchi. “Aspettiamo qui e, prima o poi, qualcuno si farà vivo”, convenimmo all’unisono. Il posto in cui ci trovavamo aveva l’aspetto di un magazzino, c’era una quantità incredibile di oggetti: biciclette, ciclomotori, apparecchi radio, quadri, vasellame e, in un armadio, posate d’argento, medaglie, collane di perle, anelli, orecchini, orologi, collezioni di francobolli e tante altre cose mescolate alla rinfusa. Ci proponemmo di ispezionare meglio il locale più tardi, perché, intanto, due cassoni di legno colmi di paglietta da imballo invitavano i nostri corpi esausti a stendersi e riposare. Quanto dormimmo? Certamente parecchie ore; quando ci svegliammo la finestrella, là in alto, lasciava trapelare una luce crepuscolare. A mente fresca cominciammo a fare alcune considerazioni; dove ci trovavamo? Non poteva essere il magazzino di un negozio, le merci contenute erano troppo dissimili fra loro, forse il deposito di un monte dei pegni? Rovistando qua e là trovammo la risposta che cercavamo. Cicciomagher rinvenne fra le biciclette accatastate in un angolo quella di Giovannino, che gli era stata appena rubata: una Legnano color olio gelato con cambio Campagnolo a quattro velocità, le forcelle e i parafanghi cromati e una zampetta di coniglio fissata al sellino. E non fu nemmeno difficile individuare l’identità dei ladri: trovammo il banchetto con il campionario di pentole e padelle di Scarpan e Lametta. A tempo perso i due malandrini esercitavano, a quanto pareva, un’attività ben più redditizia di quella dell’ambulante. Capimmo, anche, dove la banda dei bassotti si approvvigionava: non era difficile per naso schiacciato, smilzo come Cicciomagher, passare attraverso la sbarre del cancello. Che fare? Non era certo il caso di farsi sorprendere lì da Scarpan e Lametta; forse la soluzione migliore era quella di nascondersi al loro arrivo, approfittare di una distrazione e andarsene per la porta. Ma fu, ancora una volta, il caso a decidere per noi; mentre facevamo queste considerazioni, Calzinaz, dopo essersi acceso una sigaretta, gettava il fiammifero ancora incandescente alle sue spalle che, cadendo in un cassone pieno di paglietta da imballo, appiccava immediatamente il fuoco. È incredibile la velocità con cui si diffonde un incendio. Le fiamme mulinando e crepitando attaccarono ciò che c’era intorno, sparando ovunque scintille e diffondendo un fumo nero, acre, irrespirabile. Cercare di contenere l’incendio non era possibile, ci precipitammo verso l’uscita, proprio mentre qualcuno trafficava all’esterno della porta. Urla e imprecazioni ci investirono alle spalle: “Maledetti, so chi siete, vi troverò comunque!”. Inseguiti da questo poco rassicurante viatico e ostacolati da una moltitudine di topi che ci si ficcavano fra i piedi, ci tuffammo nell’Aposa, insieme a quei poco simpatici compagni di fuga, con capelli, ciglia e vestiti bruciacchiati. Un fiume di fuoco fuoriusciva dal passaggio che immetteva nello scantinato, riversandosi nel torrente Aposa, illuminando a giorno un lungo tratto del tunnel. Intanto, le fiamme si erano propagate dallo scantinato ai piani superiori. In superficie, fumo e fiamme avvolgevano una vecchia casa in via Valdonica. Solo a sera i pompieri riuscirono a circoscrivere l’incendio, che scoppiato inspiegabilmente alle 16,30, aveva messo in pericolo un isolato di un quartiere già sotto shock per la misteriosa scomparsa di quattro ragazzini. La casa, a detta dei vicini, di proprietà “di quelli che vendono tegami e padelle di venerdì in piazza VIII Agosto” era andata completamente distrutta con il suo segreto tesoro. Intanto “coloro che vendevano padelle e tegami”, ormai ambulanti disoccupati e ladri senza refurtiva e senza casa, anneriti e bruciacchiati, per segrete vie erano ritornati nei sotterranei, più che mai decisi a farla pagare a coloro che avevano appiccato il fuoco. Nel frattempo, senza più zaini L’EREMITA La figura controluce avanzò verso di noi, materializzandosi ai nostri occhi. Un vecchietto magro con due tondi occhi gialli che lo facevano assomigliare a una civetta e con indosso un saio consunto, si protese verso di noi: “Siete dunque voi tre che da qualche giorno turbate la quiete di questi luoghi?” ci rimproverò, severo. “Come noi tre?”, ci guardammo intorno allarmati: Sussezza non era tra noi. 16 “Ma non era dietro di te, Calzinaz?”, chiese Cicciomagher. “Sì, chiudeva la fila, ma non mi sono preoccupato di ciò che succedeva alle mie spalle, ero troppo spaventato per farci caso”. “È nelle mani di quei manigoldi, dunque!”, esclamai, angosciato. Ci guardammo, ammutoliti. Lo strano personaggio si avvicinò di un passo: “Non vi agitate, avvertirò subito il popolo della notte perché si mobiliti immediatamente per ritrovare il vostro amico”. Era, ormai, tutto troppo per noi: l’incendio, l’inseguimento, la sparizione di Sussezza, il popolo della notte, l’eremita… La nostra mente e i nostri sensi sovreccitati ci avevano indotto in uno stato di trance paralizzante: non eravamo più in grado di intendere e di volere. Il vecchietto ci fece bere un infuso di colore verde, dal vago Archi di vari stili si susseguono lungo la volta del torrente Aposa. né lampada, fradici e sotto shock, cercavamo di mettere più spazio possibile fra noi e quell’inferno. Procedevamo in direzione della corrente senza un piano preciso, quando vedemmo venirci incontro Scarpan e Lametta, urlanti e gesticolanti. Facemmo immediatamente dietro front, ritornando sui nostri passi, ficcandoci così in una trappola senza uscita, incalzati alle spalle dai due energumeni e impossibilitati, davanti, a proseguire a causa dell’incendio che ci sbarrava la strada. In basso a destra scorgemmo un passaggio che scompariva nel nulla; d’impulso m’infilai in quello stretto pertugio, prontamente seguito dagli amici. Un buio, ripido, scivoloso budello ci risucchiò a velocità sostenuta verso il basso, mentre in alto, all’imbocco, Scarpan e Lametta, sfogavano il loro frustrato livore indirizzandoci tremende invettive. Scivolammo a lungo nell’oscurità più assoluta finché non venimmo proiettati all’esterno su una pila di scatoloni di cartone che sparpagliarono tutto intorno il loro contenuto. Non ci eravamo ancora ripresi, quando un’allampanata silhouette con un lume in mano si stagliò controluce nel vano di una porticina, rischiarando una cappellina con un altare e alcune panche. Era dunque vera la leggenda che si tramandava da secoli sull’esistenza di una chiesa nei recessi sotterranei della città! L’eremita è un pazzo? Anche se lo fosse, sarebbe comunque un pazzo felice. Frederick Konrad sapore di menta e rosmarino, che ci procurò un sonno profondo e senza sogni. Ci svegliammo ai piedi dell’altarino, su cui era stata posata una lanterna che allungava lunghe ombre tutto intorno. Fine 6a puntata (segue nei prossimi numeri)