95
Gabriella Pantò
La ceramica in Piemonte tra la fine del VI e il X secolo
Il dato che immediatamente coglie chi si occupa
di ceramica è come il Piemonte, tra le regioni
dell’Italia settentrionale, sia rimasto singolarmente
povero di pubblicazioni con contesti del periodo che
qui ci interessa, mentre in generale le poche ricerche suggerivano la rarità, quando non addirittura
l’assenza, delle produzioni ceramiche altomedievali.
Nonostante la non indifferente mole di lavoro svolto
negli ultimi quindici anni dalla Soprintendenza
Archeologica si risente ancora della carenza di studi
specifici con contesti da scavi stratigrafici ben datati e con “fossili guida”, che possano rendere meno
problematica e incerta la cronologia dei materiali e
con essa la storia della produzione e dei consumi.
Allo stato attuale la difficoltà di individuare i tipi
ceramici altomedievali è da ricondurre solo in parte
alla scarsità dei dati archeologici disponibili mentre
maggiormente incidente è la mancanza di sicuri criteri di identificazione. Pur nell’incertezza che deriva
dall’approccio verso un tipo di ricerca non ancora
sufficientemente sviluppato si è tentato di proporre
un quadro regionale sulla produzione e diffusione
della ceramica tra la fine del VI e il X secolo considerando i materiali provenienti da dodici scavi condotti nell’ultimo decennio in undici località distribuite
in tutta la regione (fig. 1) comprendenti complessi
religiosi e cimiteriali (Centallo, Cureggio), castra
(Pecetto, Belmonte), insediamenti rurali (Mombello), città di nuova fondazione (Chivasso), città romane con continuità insediativa (Torino, Vercelli, Alba,
Asti). Nell’esposizione dei diversi siti si è preferito
seguire l’ordine topografico segnalando, di volta in
volta, il tipo di contesto stratigrafico e le proposte
cronologiche dei materiali definite sulla base delle
correlazioni stratigrafiche e dei confronti. Poichè si
tratta di ricerche inedite i dati di scavo presentati in
questa sede sono necessariamente succinti e devono
essere considerati provvisori. Per le città romane
con continuità fino ai nostri giorni dove attività
soprattutto edilizie hanno prodotto stratigrafie fortemente disturbate è da segnalare, come generalmente riscontrato per le situazioni pluristratificate,
la forte residualità dei materiali.
Fig. 2. Periodizzazione dei contesti esaminati (grafica
L.Rossi).
* Desidero ringraziare il Soprintendente dott.ssa Liliana Mercando e i colleghi Alberto Crosetto, Fedora Filippi, Egle Micheletto, Giulia Molli Boffa, Luisella Pejrani, Miretta Sardo, Emanuela Zanda, per avermi messo a disposizione materiali e dati
di scavo inediti. I disegni dei materiali e l’impostazione grafica
delle tavole sono di Susanna Salines, Alessandro La Ferla,
Luca Rossi, Walter Visentin; le fotografie dei materiali di Giacomo Gallarate.
Fig. 1. Ubicazione delle località presentate.
96
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
Torino , strada fuori porta Decumana (figg. 3-4).
Lavori di adeguamento funzionale del castello
di Torino, dalla metà del XVII secolo chiamato
Palazzo Madama (oggi sede del Museo Civico
d’Arte Antica), hanno richiesto lo scavo preventivo
di un’ampia area esterna antistante la porta Decumana inglobata nel castello dell’inizio del XIV
secolo.
Lo scavo in estensione1 ha consentito di documentare la fitta sequenza stratigrafica relativa
all’impianto di due strade tra loro ortogonali, con
asse privilegiato in uscita dalla città verso il fiume
Po, in uso a partire dal I sec. a.C., con rifacimenti e
variazioni di orientamento degli assi viari fino al
XIV secolo. I sedimi adiacenti furono interessati
attraverso i secoli da varie attività anche insediative, con strutture precarie.
Da strati probabilmente riconducibili alla fine
del VI inizio VII secolo si è selezionato un certo
numero di ciotole/coperchio sulla base degli impasti e dei caratteri tecnologici constatando come la
morfologia si ripeta con una certa costanza. L’orlo
non risulta marcato all’esterno, ma è arrotondato
e ispessito verso l’interno (nn. 1-5). Varia l’inclinazione delle pareti. I diametri al bordo si attestano
tra i 19 e i 32 cm. Le argille utilizzate sono varie,
con caratteri non omogenei, piuttosto depurate o
ricche di microinclusi finemente macinati (n. 5). I
frammenti presentano fiammature e annerimenti
per l’uso. La diffusione di questa forma sembra
prevalere nella metà del VI secolo, ma si ritrova in
contesti anche altomedievali2.
Tra la ceramica grezza si segnala la presenza
di un’olla (n.6) con orlo esternamente arrotondato,
distinto dal breve collo, pareti di forte spessore.
L’impasto è grezzo di colore arancio chiaro con
entrambe le superfici esterne brunite “a patina
nera”.
Un’olla a orlo estroflesso appuntito esternamente sagomato, con lieve incasso per il coperchio
(n. 7), ad impasto di colore rosso arancio scarsamente depurato, presenta sul corpo esterno gocciolature di vetrina, di carattere chiaramente casuale, che ne indicano la provenienza dalle stesse fabbriche che producevano l’invetriata.
Compaiono in questo livello alcuni frammenti
1 Ricerche dirette da F. Filippi. Per una prima notizia FILIPPI,
LEVATI 1993, pp. 287-290 con bibliografia precedente. Materiali in corso di studio da parte di F. Filippi, P. Levati, C. Morra.
Poichè i dati di scavo sono in fase di elaborazione nell’esposizione che segue si accennerà solo brevemente alla cronologia
relativa dello scavo utilizzata, insieme all’associazione dei
materiali, per le proposte cronologiche dei diversi tipi ceramici
la cui durata nel tempo non è definibile a causa dell’alta residualità dei materiali in tutta la sequenza stratigrafica. Non ho
potuto visionare, e quindi non vengono qui considerate, le sigillate, le ceramiche fini e le anfore.
2 Per tutti cfr. TASSINARI, COMPOSTELLA 1995, tav. 57.7 p. 146.
Fig. 3. Torino, strada fuori Porta Decumana. Ceramica grezza.
di parete, probabilmente di olle, ma per il momento non si dispone di pezzi che consentano la ricostruzione delle forme, realizzati con argille piuttosto depurate, sempre sabbiose al tatto, leggermente micacee, di colore grigio scuro uniforme, affini a
quelle della ceramica longobarda. Con gli stessi
impasti, maggiormente addizionati da inclusi
minerali, sono prodotte olle con decorazione a
onda incisa con l’uso di un pettine (fig. 3). Gli
impasti sono simili ai tipi della ceramica longobarda stampigliata o liscia da ritrovamenti piemontesi e in particolare dall’area funeraria di Testona e
da quella insediativa di Mombello ( i n f r a), ma
anche da Brescia. La decorazione a onda sulla
ceramica non rivestita e meno di frequente
sull’invetriata in Piemonte ha attestazione dal V
secolo e più marcatamente nel successivo 3. Tale
sintassi decorativa in Lombardia è diffusa nelle
aree interessate dalla presenza longobarda, e ha
grande sviluppo in Alto Adige, Trentino e nei centri lagunari fin dalla tarda antichità4.
3 Sulle forme invetriate compare ad Acqui Terme in un conte-
sto con materiali dal IV-V all’Altomedioevo (FILIPPI 1992, tav.
1.7); a Torre Bairo in un nucleo di materiali privi di contesto
stratigrafico, ma datati tra il IV e l’inizio del VI secolo (CERRATO 1992, p. 178, tav. 2.1); è assai più frequente sulle forme
della ceramica comune o grezza: da Industria tra IV e V secolo
(ALESSIO 1985, tav. XLVII.15-16 (IV-V sec.); da Brignano
Frascata fraz. S.Giorgio tra la fine del IV e i primi decenni del
VI (GAMBARO 1993, fig. 101.5); da Belmonte e Asti via dei
Varroni (infra).
4 Come emerso dalle diverse relazioni presentate in sede di convegno, cui si rimanda.
Gabriella Pantò
Fig. 4. Torino, strada fuori Porta Decumana (scala 1:3).
97
98
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
Dallo stesso livello provengono alcuni frammenti di recipienti con superfici trattate a stralucido. In particolare questa tecnica compare su
un’olla con alto bordo semplice leggermente estroflesso su collo svasato distinto da una carenatura
all’attacco con il corpo cilindrico (n.8). L’impasto è
scarsamente depurato anche con macroinclusi, di
colore bianco grigiastro al bordo e grigio nel corpo.
La superficie esterna è lisciata a stecca con trattamento a stralucido riservato al corpo del recipinte.
La forma è affine a quella di un’olla da Industria
da un contesto il cui ambito cronologico si pone
entro la fine del VI secolo 5.
Tra la ceramica depurata si segnala la presenza di un recipiente per liquidi con bordo verticale
aggettante rispetto al corpo quasi cilindrico; in
corrispondenza del massimo diametro è presente
una solcatura al di sotto della quale la parete
comincia a restringersi (n. 9). L’argilla è di colore
arancio con radi ma grossi inclusi. La superficie
esterna è parzialmente levigata con l’uso della
stecca e si notano limitate lisciature ad acqua. Pur
non escludendo l’eventuale residualità del frammento il trattamento delle superfici sembrerebbe
caratteristico della ceramica del VI secolo6.
In un ricarico cronologicamente successivo e da
livelli insediativi compare un tipo di ceramica
invetriata con vetrina sottilissima e molto assorbita di colore verde (con alcuni più evidenti addensamenti o gocciolature), che qui si definisce “assorbita”, il cui esito finale sull’impasto conferisce
all’oggetto una superficie appena lucente con colorazione violacea. Compare anche su coperchi con
presa cilindrica a bottone, una forma questa che
raramente è invetriata7. Le argille utilizzate sono
varie: di colore grigio/nero con minuti inclusi, stracotte con risonanze metalliche (maggiormente
rappresentate) (n. 10); di colore arancio ricche di
inclusi che rendono granulose le superfici (n.11).
Questo tipo di invetriatura non ha al momento
confronto con altri ritrovamenti da siti piemontesi.
Tra la ceramica non rivestita si segnala la presenza di un coperchio con bordo esternamente
arrotondato e pareti molto aperte in argilla depurata di colore grigio/bruna (n.12); di un’olla con
bordo semplice internamente sagomato per
l’incasso del coperchio ad impasto rosato con scarsi inclusi (n.13) i cui confronti riportano genericamente a un orizzonte tardo romano o altomedievale (TASSINARI, COMPOSTELLA 1995, p. 112,
tav. 49.3); di un’olla con orlo appuntito ed estro-
flesso a formare una breve fascia, ampio incavo
per il coperchio (n.14). L’impasto di quest’ultima è
di colore grigio, duro e ben cotto, con risonanze
metalliche, caratterizzato dalla presenza di piccoli
inclusi bianchi. La forma trova confronto con
un’olla invetriata da Acqui Terme in un contesto
con materiali datati tra il IV-V secolo e l’Altomedioevo (FILIPPI 1992, tav. 1.8) e con un tipo presente nei livelli d’uso degli edifici in legno di fase
altomedievale dell’abitato di Brescia - S. Giulia
(MASSA, PORTULANO 1990, p. 118, tav.III.8).
Da una fase di parziale abbandono dei sedimi e
della strada provengono alcuni tipi già attestati in
precedenza per i quali, in assenza dello studio definitivo, non è possibile escludere la residualità.
Tra la ceramica priva di rivestimento si segnala un’olla ad orlo semplice estroflesso su corpo
ovoide (n. 15). L’impasto e poco depurato con
minuti inclusi, leggermente micaceo, di colore
bruno. Il profilo non è dissimile da tipi documentati nel contesto di Asti, via dei Varroni (fig. 18, nn.
3-4), e dall’insediamento rustico di Brignano Frascata, frazione San Giorgio estinto dopo i primi
decenni del VI secolo8. Un’olla ha orlo arrotondato
estroflesso su collo rientrante, spalla marcata
(n.16). L’impasto è rosso arancio e le superfici
esterne risultano di colore nero / violaceo simile a
quello delle “invetriate assorbite”. È presente una
goccia di vetrina. La forma è di tradizione classica,
ma le caratteristiche e la presenza dell’invetriatura, seppure casualmente caduta, ne circoscrivono
la cronologia.
È invece invetriata l’olla (n.17) ad orlo superiormente appuntito, esternamente ingrossato e
distinto dal breve collo rientrante con spalla marcata. L’impasto è di colore arancio scuro/grigio con
cottura differenziata, minuti inclusi bianchi. La
superficie interna non è rivestita. L’esterno presenta sottilissima invetriatura “assorbita” di colore violaceo come il tipo già descritto (verde dove è
maggiormente addensata).
È ancora attestata la ceramica lucidata con
un’olla (n.18) a bordo leggermente estroflesso,
impasto grigio cenere molto depurato, duro e compatto con risonanze metalliche. La superficie esterna è lisciata e parzialmente trattata a stralucido
solo in corrispondenza della spalla e dell’imboccatura interna, dal bordo all’avvio del collo (circa 1 cm).
Con la preparazione di un nuovo livello stradale, probabilmente anteriore a una sepoltura con
una moneta del XII secolo (FILIPPI, LEVATI
5 PANTO’, ZANDA, Notiziario, in “QuadAPiem”, 13, in stampa.
GNA 1992, tav. IV forma 11. Coperchi invetriati con presa apicale a bottone sono noti piuttosto in area bizantina e nell’Italia
meridionale con datazione al VII-VIII secolo: ROMEI 1992, p.
381, fig.1. Cfr. anche PAROLI 1992, pp. 40-41.
8 A Brignano Frascata fraz. S. Giorgio: GAMBARO 1993, fig.
101.1-5. Affine al tipo Luni 36c con continuità dalla protostoria
all’Altomedioevo.
6 Il profilo del bordo (ma non lo sviluppo del corpo) si avvicina a
quello di una brocca in ceramica verniciata a impasto depurato
da Luni in strati del V secolo: MASSARI 1977b, p. 514, tav.
267.14.
7 Ad esempio tra i materiali di Vada Sabatia (V-VII secolo) di
produzione savonese o del basso Piemonte: VARALDO, LAVA-
Gabriella Pantò
1993, p. 290), compare per la prima volta un tipo di
ceramica invetriata innovativo sia per quanto concerne il tipo di rivestimento sia per la morfologia.
Si tratta di un’olla con orlo semplice estroflesso,
realizzata con argilla piuttosto depurata con
minuti inclusi di colore arancio e anima nera (n.
19). La vetrina in monocottura è parsimoniosamente distribuita in chiazze addensate e gocciolature di colore verde/bruno. La forma trova confronto con materiali piemontesi in ceramica priva
di rivestimento collocabili cronologicamente tra il
IX e l’ XI secolo9. La presenza qui dell’invetriatura
pone, come per Alba (cfr. infra), il problema di
un’eventuale anticipazione del momento di introduzione delle prime sporadiche importazioni di
tecniche o di prodotti invetriati dall’area transalpina dove le ceramiche invetriate sono diffuse già
in età carolingia. Non si può tuttavia escludere per
questo frammento, dato il tipo di contesto, una
datazione successiva.
In conclusione la sequenza stratigrafica
dell’area di Porta Decumana indica la presenza
della ceramica a vetrina pesante nei livelli di IV-V
secolo, poi sostituita nel corso del VI dai tipi a
vetrina sparsa (non illustrata) mentre solo dalla
fine del VI compare il tipo “a vetrina assorbita” in
associazione alle prime ceramiche con superficie
lucidata. Tra queste ultime, in particolare, alcune
forme presentano solo parte del corpo e il bordo
trattato a stralucido. Negli stessi livelli sono presenti frammenti di olle con impasti sabbiosi, leggermente micacei, compatti, affini ai tipi longobardi e altri ad impasto grezzo con decorazione a
onda. In tutta la sequenza stratigrafica sono sempre attestati massicciamente catini-coperchio.
Dopo un periodo di abbandono la sequenza
riprende in epoca medievale. A questo momento è
riferibile un tipo di olla a bordo estroflesso analogo
alle forme documentate in tutto il Piemonte tra il
IX e l’XI secolo.
Chivasso (To), (fig. 5a).
Non vi sono informazioni documentarie sulla
cittadina di Chivasso anteriormente al XII secolo,
ma la tradizione storiografica locale vorrebbe
riportarne la fondazione all’anno 700. Lo scavo in
estensione di un’ampia area ubicata in una fascia
periferica, lungo l’asse viario principale di collegamento verso Torino, ha consentito di documentare
una fitta sequenza insediativa fino alle più recenti
9 Per i confronti si rimanda a quanto esposto a proposito di Chi-
vasso (infra).
10 Ricerche dirette da G.Pantò e E.Zanda. Per una prima notizia PANTO’, ZANDA 1984, p. 286.
11 Per Trino S.Michele: CORTELAZZO 1988, fig. 27.3 (IX-XI secolo);
per Frugarolo: CORTELAZZO 1993, p. 340, fig. 3 (metà IX - X sec.).
12 Cfr. BIERBRAUER 1990, tav. VIII.6 e VII.1 da scavi in Slo-
99
strutture risalenti al XVIII secolo. Il più antico
impianto era costituito da strutture lignee e livelli
d’uso cui seguirono diversi rifacimenti, l’ultimo dei
quali connesso a un piano di calpestio datato da
una moneta di Enrico III di Franconia (1056-1106).
In seguito fu costruito un edificio in pietra10.
Dai livelli più antichi sono documentate solo
tre forme con olle da fuoco e coperchi in ceramica
grezza e ciotole/coperchio con argilla maggiormente depurata, accanto a recipienti in pietra
ollare (fig. 5a).
Le olle presentano orlo fortemente estroflesso e
strozzatura al collo, pareti svasate (probabile
corpo globulare) (nn.1-4), fondo convesso (nn. 7-9);
si osservano alcune varianti nei profili che non
sono indice di un’evoluzione cronologica. Gli impasti sono grezzi, micacei, di colore bianco-grigio con
anima grigiastra, ma compaiono più rari frammenti a impasto arancio/bruno (n. 9).
Questa forma è ampiamente diffusa con
varianti dovute a differenti produzioni locali tra la
fine del IX e l’XI secolo nelle ceramiche prive di
rivestimento grezze o depurate dalle vicine località di Pecetto (infra, fig. 5b) e di Trino Vercellese
(S. Michele in insula), ma anche dal Piemonte
meridionale tra i materiali di Alba (infra, fig. 23),
Centallo (infra, fig. 24, n.17) e Frugarolo11. Compare senza sostanziali differenze nel profilo
dell’orlo anche tra i materiali del fossato da Villa
Clelia a Imola (V-XI secolo) (CURINA et al. 1990,
fig. 19) ed è affine a modelli documentati in scavi
di area alpina orientale dal V secolo all’Altomedioevo12.
Ha lo stesso impasto grezzo delle olle il coperchio
a corpo conico con parete decorata da un motivo
impresso del tutto analogo a quello su un coperchio
da Alba da un contesto coevo (infra, fig. 23 n. 12).
Presentano invece impasto arancio chiaro piuttosto depurato i frammenti relativi a grandi ciotole (o ciotole/coperchio) il cui unico esemplare ricostruibile ha orlo arrotondato introflesso distinto
dalla parete, base convessa (n.6)13.
Si propone per questi materiali, le cui forme in
Piemonte risultano decisamente innovative
rispetto alla tradizione precedente, una cronologia
compresa tra la seconda metà del IX e il X secolo. A
differenza dei contesti del vicino sito di Pecetto e di
Alba, in cui compaiono massicciamente prodotti a
impasto depurato finemente torniti cotti in atmosfera ossidante, qui prevalgono gli impasti grezzi.
Il labbro maggiormente pronunciato e il prevalere
venia con materiali datati tra il tarda antichità e l’Altomedioevo, tav. X.1 da scavi in Alto Adige (metà IV-metà V secolo); cfr.
anche RODRIGUEZ 1992, tav. 2.1-8 e NEGRI 1994, p. 65, fig.
1.5 (Altomedioevo).
13 Anche in questo caso l’affinità è con forme documentate in
area alpina orientale: RODRIGUEZ 1992, p. 164, tav. 3.5-7;
NEGRI 1994, tav. 4.3, da tombe di Sclaunico (Ud) datate tra la
fine del VI e l’inizio del VII.
100
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
degli impasti grezzi non sembrano elementi sufficientemente indicativi per poter proporre una cronologia più alta in assenza di ulteriri confronti con
contesti chiusi ben datati anche di area locale.
Pecetto (To), Bric S.Vito, Castrum di “Monsfer ratus” (fig. 5b).
L’altura si trova nella collina torinese (quota
624 s.l.m.). Una cortina muraria delimita la superficie sommitale disegnando un’area poligonale di
10
800 mq. La struttura e l’insediamento coevo sono
datati su basi stratigrafiche al X secolo con continuità fino al XII-XIII. Si è appena evidenziata, ma
non ancora indagata, una facies precedente. I materiali provenienti dalle raccolte di superficie e restituiti da strati di riporto, indicano la frequentazione
dell’area dall’Età del Ferro con apparente continuità almeno fino al VII secolo e frequentazioni successive. Si segnala la produzione in loco di ceramica
a vetrina pesante tardoantica, attestata da un alto
numero di scarti di lavorazione, come già documen-
14
11
12
13
Fig. 5. a) Chivasso. b) Pecetto, castrum del Bric S.Vito (scala 1:3).
Gabriella Pantò
tato nel caso del castrum di Belmonte (PANTO’,
PEJRANI 1992, p. 165), e il ritrovamento di un
frammento di ceramica longobarda stampigliata14.
Al X-XI secolo può essere riferita l’olla con orlo
semplice fortemente estroflesso, impasto mediamente depurato con scaglie micacee di colore grigio
bruno (n. 10). Meno rappresentata è la forma con
orlo esternamente arrondato, spalla marcata da
una solcatura (n. 11). L’impasto è depurato, lievemente micaceo, addizionato con chamotte, di colore
beige rosato con superfici grigie. Al bordo, come nel
precedente, si notano estesi annerimenti. Le basi
sono sempre convesse (nn. 12-13). La forma confronta con materiali diffusi in tutta la regione con
leggere varianti tra la fine del IX e il X secolo15.
Rappresenta un’evoluzione delle forme precedenti l’olla con bordo estroflesso a profilo quadrangolare e gola interna di alloggiamento per il coperchio (n. 14). L’impasto è in questo caso depuratissimo di colore grigio chiaro con superfici rosate. La
forma confronta con prodotti di area piemontese e
transalpina della fine del XII secolo (DEMIANS
D’ARCHIMBAUD 1980, figg. 236-237, 11).
Belmonte (To), Castrum (figg. 6-10).
L’altura all’imbocco della valle Orco (quota 727
s.l.m.) fu sede di insediamenti tra il Bronzo Finale
e la prima Età del Ferro. In seguito il sito venne
progressivamente abbandonato (è trascurabile la
frequentazione romana) per essere rioccupato nel
corso della tarda antichità quando sorsero strutture abitative e artigianali all’interno di una cinta
muraria, che racchiuse la superficie sommitale di
circa 2,5 ettari. Si ipotizza l’abbandono repentino e
quasi totale del sito entro la metà del VII secolo; il
persistere nell’VIII secolo di un luogo di culto è
suggerito dal ritrovamento di un capitellino. In
vecchi scavi, privi di contesto stratigrafico, sono
stati recuperati materiali ceramici e pietra ollare
compresi tra il V e la metà del VII secolo, numerosi oggetti di ferro per uso domestico e agricolo,
complementi di abbigliamento e armi di tipo longobardo (una fibula a croce, fibbie e puntali di cintura, scramasax, punte di lancia a di freccia, due
umboni di scudo), che confermano la presenza longobarda a Belmonte nel VII secolo. La ripresa
delle indagini archeologiche nell’ultimo decennio
ha rivelato la presenza di complesse fasi edilizie
connesse a diversi rifacimenti della cinta muraria.
È per il momento ancora problematica la definizio-
14 Ricerche dirette da chi scrive. Per una prima notizia cfr.
PANTO’ 1994, pp. 340-342; PANTO’, Notiziario, in “QuadAPiem”, 13, in stampa.
15 Hanno bordo maggiormente allungato e estroflesso le olle ad
impasto grezzo dal vicino abitato di Chivasso (supra, fig. 5a nn.
1-4), mentre mostrano maggiori affinità, anche per il tipo di
impasto depurato, i prodotti di Alba datati alla fine del IX-X
101
ne cronologica del complesso anche per l’esiguità
dei materiali raccolti nei recenti scavi stratigrafici16. In questa sede si presenta la ceramica priva di
rivestimento fine e grezza proveniente dai vecchi
scavi la cui cronologia potrà essere meglio precisata con l’ultimazione dell’analisi dei contesti stratigrafici.
Sul totale dei materiali la percentuale maggiore riguarda la ceramica priva di rivestimento,
seguita dalla ceramica invetriata e dalla pietra
ollare, in quantità pressochè equivalenti, mentre è
poco significativa la presenza di ceramica fine di
imitazione di sigillata chiara o d’importazione.
Sono completamente assenti le anfore (fig. 8).
La ceramica priva di rivestimento grezza è
documentata da poche forme relative soprattuto al
pentolame da fuoco e da conserva replicate in differenti dimensioni e con leggere varianti, accomunate da una notevole omogeneità dei caratteri. Gli
impasti sono leggermente micacei con colorazioni
che variano dal biancastro/rosato al grigio/nero,
passando attraverso tutte le gradazioni del grigio,
con l’aggiunta di degrassante minerale, talvolta
grossolanamente triturato, e in qualche caso di cha motte. Sulle superfici del vasellame si notano segni
di finitura a stecca, di lisciatura a mano o mediante
un tessuto. La cottura è quasi sempre in atmosfera
riducente non perfettamente controllata.
Tra le olle da fuoco la forma maggiormente rappresentata è quella a corpo ovoide schiacciato,
spalla poco pronunciata, orlo estroflesso tagliato
obliquamente, fondo sabbiato (fig. 6 nn. 1-5).
L’altezza è di poco inferiore alla larghezza della
bocca, che a sua volta è appena inferiore o coincidente con il massimo diametro. I diametri all’orlo
variano da 10 a 22 cm, con valore prevalente intorno ai 20 cm, ma nelle forme più piccole cresce
l’altezza in rapporto alla larghezza della bocca.
In corrispondenza della spalla sono spesso presenti decorazioni a onda o zig-zag (fig. 6, nn.2,5;
fig. 7), a volte circoscritte tra due bande rettilinee,
realizzate con una stecca o con un pettine a due o
più punte. La foggiatura è in tutti i casi al tornio
veloce. Sulle pareti esterne e talvolta al bordo si
notano consistenti annerimenti per l’utilizzo al
fuoco (cottura a riverbero).
Questa forma trova stringenti analogie, anche
per la sintassi decorativa, con materiali recuperati nel corso di scavi non controllati condotti negli
anni Sessanta nel territorio delle Vaude (To)
(SARDO 1988, tav. 2.16-17). La vicinanza geogra-
secolo (infra, fig. 23, nn. 1-3); per ulteriori confronti si rimanda
a quanto detto a proposito delle due località citate.
16 Ricerche dirette da L. Pejrani Baricco. Per lo scavo e i materiali cfr. l’anticipazione in PANTO’, PEJRANI BARICCO 1992
con bibliografia precedente; in ultimo PEJRANI BARICCO
1990, schede IX.1-IX.16, pp. 344.348.
102
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
Fig. 6. Belmonte, castrum (scala 1:3).
Gabriella Pantò
Fig. 7. Belmonte, castrum. Olla (= n.2 fig.6).
103
Fig. 9. Belmonte, castrum. Bicchiere (= n.1 fig.8).
Fig. 8. Belmonte, castrum (scala 1:3).
104
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
Fig. 10. Belmonte, castrum (scala 1:3).
Gabriella Pantò
105
fica dei due siti induce ad ipotizzare la produzione
locale del tipo o l’approvvigionamento da un unico
mercato. Olle con analogo profilo dell’orlo, ma con
differenze nello sviluppo del corpo, sono note da
ritrovamenti dalla Liguria, alla pianura padana,
all’arco alpino orientale, in un ampio periodo cronologico compreso tra il IV e il VII secolo17.
Sono documentate anche ciotole impiegate per
diverse funzioni sia sulla mensa o per la preparazione dei cibi, sia al fuoco forse come coperchi,
come parrebbe indicare la frequenza con cui compaiono annerimenti localizzati solo sulle superfici
interne: il bordo è squadrato superiormente
appiattito o leggermente scivolato verso l’interno,
il corpo emisferico, la base apoda (fig. 6, nn. 6-9). I
diametri al bordo variano dai 16 ai 21 cm. Anche in
questo caso l’esterno è decorato con motivi a onda
o da bande orizzontali18.
Presenta bordo semplice estroflesso la ciotola
nella quale, rispetto alla forma precedente il rapporto tra diametro e altezza varia in favore dell’altezza
(fig. 6, n. 9). Gli annerimenti da utilizzo compaiono
sulla parete esterna confermando un possibile
impiego per la cottura dei cibi. La forma è nota da
Asti in contesti di IV-V secolo e oltre (ZANDA, CROSETTO, PEJRANI 1989, p. 91, tav. XXIV.5/2).
Un’altra forma frequentemente attestata è
quella del recipiente cilindrico (o bicchiere) con
orlo superiormente appiattito, parete verticale o
leggermente convessa assottigliantesi verso la
base (fig. 8, nn. 1-3). L’esterno è decorato a fascia
oppure interamente campito mediante irregolari
linee sinuose, zig-zag, e altre ad andamento rettilineo iregolare. L’altezza è uguale al diametro. La
realizzazione della maggior parte di questi recipienti è al tornio lento oppure a mano19.
Non dissimile nella forma è il recipiente cilindrico caratterizzato dalla presenza di un breve listello
aggettante a un terzo dalla base e da evidenti solcature da tornio sulla parete esterna (fig. 8 n. 4). Per
questi recipienti era già stata ipotizzata la possibile
imitazione di forme della pietra ollare da cui sembrano derivare (PANTO’, PEJRANI 1992, p. 167).
Mostrano infatti i caratteri propri della pietra ollare
nel colore (sono sempre grigi o neri), nella presenza
del listello, nelle superfici esterne solcate da linee di
tornitura intenzionalmente conservate e non lisciate. La loro diffusione, seppure limitata, sembra concentrata tra la metà del VI e il VII secolo20.
I coperchi sono rappresentati in un’unica
variante formale con presa apicale a bottone cilindrico, orlo semplice a profilo rettangolare, corpo
conico con pareti a sviluppo rettilineo o leggermente concavo (fig. 8, nn. 8-9). La parte centrale
delle prese è talvolta concava e si nota il segno del
distacco a funicella dal tornio. In rari casi è presente un foro centrale di sfiato praticato a crudo. I
diametri alla base variano da 15 a 34 cm, con maggiore attestazione intorno ai 20 cm, e pertanto
risultano solo in parte coincidenti con le bocche
delle olle. È ipotizzabile quindi anche il loro impiego su recipienti in altri materiali quali pietra ollare o metallo piuttosto che come ciotole a causa
della precaria stabilità conferita dal tipo di base.
In tutti i casi sono presenti vistosi annerimenti
delle superfici interne e al bordo21.
Sono massicciamente documentati catini-coperchio a listello di varie forme con diametro compreso
tra i 25 e i 40 cm. Quasi tutti hanno vistosi annerimenti da contatto con il fuoco. Gli impasti presentano una maggiore quantità di degrassanti minerali,
mai finemente macinati, e vacuoli lamellari.
17 La forma è diffusa in area lariana dove compare tra il corredo di una tomba datata al III-IV secolo: NOBILE 1992, p. 45,
tav. 6.7/1; a Castelseprio è attribuita ad età tardoromana dalla
missione di scavo polacca (DABROWSKA et al. 1978-79), ma
questa cronologia, sulla base delle più recenti indagini, sembra
da abbassare almeno al VI secolo con termine post quem non la
costruzione dell’abside della chiesa di S.Giovanni degli inizi del
VII secolo: BROGIOLO, LUSUARDI SIENA 1980, pp. 495-496,
fig. 14.2; a Cremona a Palazzo Pignano nell’invetriata successivamente alla metà del V: BOLLA et al 1985, pp. 208-209, tav.
X.3; a Bellinzona tra la tarda antichità e l’Altomedioevo:
MEYER 1976, fig. 43. E5, E3; a Desenzano in contesti di IV-V
secolo: ROSSI, PORTULANO 1994, p. 168, tav. IV.2; in Romagna nel VII secolo: BROGIOLO, GELICHI 1984, p. 295, tav. II
1.5; da Ibligo-Invillino tra la prima metà del V e la seconda
metà del VII: BIERBRAUER 1990, tav. II.3; nell’area slovena e
nella bassa Austria tra il V e il VI secolo: BIERBRAUER 1990,
tav.VIII.5; XI.2; a Luni da livelli tardoantichi e altomedievali:
MASSARI 1977, p. 525, tav. 271.11.
18 Problematico il reperimento di confronti specifici anche per
la facile confusione con bordi di coperchio. Cfr. ad esempio la
forma da Castelseprio: DABROWSKA et al 1978-79, fig.
56.11,13, ma anche fig. 40.6 (coperchio).
1 9 Del tutto analogo è il ritrovamento dal territorio delle
Vaude: SARDO 1988, tav. 6.39. Un frammento probabilmente
riconducibile a questa forma è stato individuato tra i materiali
dell’insediamento goto di Monte Barro: NOBILE 1991, tav.
XLI.7, p. 68. A Brescia S.Giulia contenitori cilindrici compaiono in associazione con ceramica longobarda: MASSA, PORTULANO 1990, p. 119, tav. IV.1. La forma è nota anche dall’area
di Invillino: BIERBRAUER 1987, tav. 124.1-3.
20 La forma del recipiente cilindrico con listello è presente in
Piemonte tra i materiali dell’isola d’Orta (infra, fig. 13, n. 12), a
Biella in un contesto del VII secolo (PANTO’ 1993, tav.
XLV.28), e tra materiali privi di contesto stratigrafico del territorio delle Vaude (SARDO 1988, tav. 39, p.158). Un esemplare
interamente ricostruito compare tra i materiali dell’insediamento in grotta della Ciota Ciara presso Borgosesia datato tra
la fine del V e la metà del VI secolo: BRECCIAROLI TABORELLI 1994, tav. CXXXVb, p. 356 e BRECCIAROLI TABORELLI in stampa. In Lombardia è documentata tra i materiali
dell’abitato di Angera in strati di II e III fase, ossia dal IV almeno fino agli inizi del VII secolo e oltre: TASSINARI, COMPOSTELLA 1995, p. 162-163, tav. 626.8; a Castelseprio:
DABROWSKA et al. 1978-79, figg. 37.10, 38.11, entrambi del
periodo dell’occupazione longobarda.
21 Si nota una certa rispondenza per il profilo del bordo con
materiali da Milano tra i quali non è possibile distinguere quelli di produzione tardoromana: GUGLIELMETTI, LECCA
BISHOP, RAGAZZI 1991, tav. CIV p. 227.
106
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
Maggiormente attestato è il catino a campana
con pareti piuttosto sottili in proporzione al diametro, fondo convesso, breve listello (fig. 10, n. 1).
In questa forma talvolta compaiono piccoli fori di
sfiato singoli o sovrapposti in coppia (n. 1). Probabilmente relativo alla stessa forma è il n. 3 a proposito del quale si segnala la presenza di una patina grigiastra nel suo interno. Le forme a fondo
convesso nei ritrovamenti milanesi sono state collocate in età longobarda 22.
Presenta corpo troncoconico lievemente rientrante verso il bordo esternamente ingrossato,
listello decorato da una serie continua di tacche
verticali, la forma n. 2. In questo caso sono evidenti le lisciature a stecca localizzate soprattutto
sulla superficie esterna 23.
Raggiunge più cospicue dimensioni la forma con
orlo semplice a sezione quadrangolare, corpo troncoconico, ampio listello (n. 4). I confronti riportano
al VI-VII secolo con ampia diffusione del tipo documentata soprattutto in Lombardia24.
Per questi manufatti era già stato ipotizzato
anche l’utilizzo come contenitori per liquidi per uso
collettivo con il listello per l’appoggio funzionale in un
supporto (BROGIOLO, LUSUARDI SIENA 1980).
Per quanto concerne i ritrovamenti di Belmonte la
definizione del loro utilizzo funzionale risulta problematica in quanto un’alta percentuale di frammenti
ha consistenti annerimenti localizzati sulle pareti
interne o al bordo. Parrebbe dunque probabile l’utilizzo della stessa forma per diverse funzioni: come
recipienti per la preparazione dei cibi o collettivi per
la mensa, ma anche come fornetti e copribrace25.
È realizzata ad impasto la brocca dalle pareti
fortemente irregolari, ansa a nastro al di sotto del
massimo diametro (fig. 8, n.5). L’impasto, di colore
bruno chiaro, è grezzo addizionato con chamotte.
L’annerimento di parte della parete denuncia l’utilizzo al fuoco del recipiente probabilmente per scal-
dare i liquidi in esso contenuti.
In ultimo si segnalano due frammenti di colatoio
o “vasi pertugiati” (fig. 8, nn. 6-7). Uno degli oggetti,
quasi completamente ricostruito, mostra breve orlo
superiormente arrotondato con attacco del manico
(largh. cm 6), parete convessa, base piana o leggermente concava. I fori sono inferiori al centimetro
distribuiti irregolarmente sul fondo e sulla parete.
In entrambi i casi si notano tracce di combustione
esterne e interne; sarebbe quindi ipotizzabile un
uso al fuoco per arrostire alimenti, forse castagne26.
Tra il vasellame in ceramica fine destinato alla
mensa per la mescita dei liquidi è conservata una
brocca biconica a corpo tondeggiante (fig.6, n.11),
apoda con piede concavo, probabilmente con orlo
arrotondato (come documentato in altri frammenti), ansa a nastro al di sopra del massimo diametro,
decorazioni orizzontali incise sulla spalla. Sulla
base è evidente la sigillatura del perno di tornitura
con un sassolino. All’esterno si notano segni di
un’accurata lisciatura a stecca. I confronti orientano verso una cronologia al VI-VII secolo27. È in ceramica fine anche il frammento con beccuccio cilindrico (fig. 8, n. 5) in argilla di colore bruno chiaro, con
minuti inclusi. All’interno e all’esterno si conservano tracce di vernice bruna che qualificano il recipiente come imitazione delle sigillate tarde28.
Anche la ceramica invetriata, già illustrata in
sintesi al Convegno di Pontignano del 1990
(PANTO’, PEJRANI 1992), presenta caratteristiche di notevole omogeneità soprattutto per quanto
concerne gli impasti, tutti di un unico tipo secondo
quanto risultato dalle analisi minero-petrografiche condotte in tale occasione, che deponevano a
favore della produzione locale peraltro confermata
da scarti di lavorazione. Sul colle di Belmonte dove
dovevano essere attivi impianti artigianali per la
fabbricazione di ceramica (come nel castrum di
Pecetto), accanto alla fucina per la forgiatura di
22 Forme con bordo semplice compaiono a Castelseprio in età
lungo manico dal bordo al di sotto del massimo diametro):
SARDO 1988, tav. 6.42. In area lombarda la produzione sarebbe particolarmente diffusa nel comprensorio del Ticino nel IV
secolo: Milano capitale 1990, (E.Tonso), 4c.1d. A Castelseprio
sono documentati nelle fasi della seconda occupazione longobarda, ma anche in precedenza: DABROWSKA et al. 1978-79,
figg. 56.7, p. 75; 57.11, p. 83; 65.8, p. 71. A Milano si ritrovano
nelle fasi del IV-V secolo: GUGLIELMETTI, LECCA BISHOP,
RAGAZZI 1991, p. 236, tav. CIX.9-10; ad Angera tra la tarda
antichità e l’Altomedioevo: ROZZI, 1995, pp. 174-175, tav. 64.
27 L’esemplare è analogo a brocche rinvenute nello scavo di un
pozzo a Pistoia con materiale datato tra il VI e il VII secolo:
LAVAZZA, VITALI 1994, p. 62, tav. 5.8-9.
28 La forma compare in diversi siti della Liguria costiera e in
particolare a Luni dove un frammento simile compare in un
contesto di metà IV secolo: RATTI 1977, p. 196, tav. 128.7, e a
Ventimiglia in contesti di V-VI secolo: OLCESE 1993, pp. 315322, tav. 321, alla quale si rimanda per la bibliografia di confronto. La brocca a beccuccio tubolare si ritrova frequentemente anche nella ceramica longobarda, le Tüllenkannen per le
quali si rimanda a von HESSEN 1968, p. 23, tav. 2.
longobarda: BROGIOLO, LUSUARDI SIENA 1980. fig. 18,3;
DABROWSKA et al 1978-79, fig. 16, nn. 16-17, 36. In generale
sul tipo cfr. GUGLIELMETTI, LECCA BISHOP, RAGAZZI
1991, tav. CVIII.4, p. 235. Da segnalare come anche negli esemplari emiliani sia presente un foro di sfiato sotto la presa: BROGIOLO, GELICHI 1984, tav. III. 3-5, p. 295.
2 3 Per la decorazione del listello cfr. NOBILE 1991, tav.
XLIV.4. Affine al tipo da Cremona, Palazzo Pignano la cui diffusione è prevalente nel V secolo, ma si ritrova anche in seguito: BOLLA 1985, p. 203, fig. 37.9; la stessa cronologia è confermata dai ritrovamenti di Milano: GUGLIELMETTI, LECCA
BISHOP, RAGAZZI 1991, p. 234, tav. CVII.5.
24 A Milano: GUGLIELMETTI, LECCA BISHOP, RAGAZZI
1991, p. 235, tav. CVIII.3-4; a Castelseprio: DABROWSKA et
al. 1978-79, fig. 16, nn.16-17, 36.
25 In generale per la discussione sul problema cfr. quanto in
LAVAZZA, VITALI 1994, pp. 43-45.
26 In area canavesana si segnalano i colatoi sia grezzi che invetriati tra il materiale di Torre Bairo: CERRATO 1992, tav. 2.9;
delle Vaude (con un esemplare interamente ricomposto con
Gabriella Pantò
utensili in ferro. La stessa origine locale è ipotizzabile per la ceramica priva di rivestimento accomunata da caratteri tecnico-morfologici di notevole omogeneità. La completa assenza di anfore
potrebbe essere conferma di rapporti commerciali
condotti essenzialmente a piccolo raggio o dell’adozione di contenitori di tipo diverso (botti di legno).
È da segnalare come per il momento non sia
ancora stata registrata la presenza di ceramica a
stralucido o stampigliata tipica della produzione
longobarda.
Vercelli , Palazzo Avogadro della Motta (fig. 11).
Il palazzo sorse nel XVIII secolo non lontano
dalle chiese di S. Pietro della Ferla, oggi scomparsa,
e di S. Eusebio di fondazione paleocristiana. Lo
scavo in estensione del cortile 29 ha consentito di
documentare una sequenza stratigrafica dalla tarda
antichità al XV secolo. Alla più antica occupazione
testimoniata da un lungo muro rettilineo forse di
recinzione, affiancato da una tomba “alla cappuccina”, seguì, posteriormente alla fine del V secolo, il
completo abbandono dell’area per la formazione di
uno strato limoso, che innalzò la quota di oltre 1
metro, generato da uno o più eventi alluvionali con
lo straripamento del vicino fiume Cervo. Tra i materiali in esso contenuti si segnalano un frammento di
piatto in sigillata chiara D decorato a cerchi concentrici databile tra la metà del IV e la metà del secolo
successivo (Atlante, tav. LVIa. 22-24) e un frammento epigrafico funerario con formulario cristiano la
cui datazione è stata proposta alla metà del V secolo
(PANTO’, MENNELLA 1994). In un livello successivo sono stati raccolti una decina di frammenti ceramici che sembrano collocarsi, anche su base stratigrafica, in un orizzonte di metà VI secolo. Sono completamente assenti le ceramiche fini e le invetriate.
107
Tra la ceramica priva di rivestimento è documentata un’olla (n. 1) con breve orlo ad arpione,
pareti di forte spessore (probabile corpo ovoide), in
ceramica mediamente depurata, di colore rosato,
con chamotte e minuti inclusi, la cui forma non compare tra i materiali datati entro la metà del V secolo provenienti da un contesto urbano di prossima
edizione30.
Un altro frammento di olla (n. 2) presenta l’orlo
con marcata scanalatura su breve collo. L’impasto
è discretamente depurato di colore grigio-nero con
superfici lisciate a stecca e trattate “a patina
nera”. Pur avendo l’orlo segnato dalla scanalatura
la forma non presenta nessuna affinità con i tipi
noti inquadrati anteriormente alla metà del V
s e c o l o 3 1. Il tipo di trattamento delle superfici
mostra invece stringenti analogie con il vasellame
presente a Centallo nel VI-VII secolo (infra).
Ha una forma assai singolare anche il coperchio di piccole dimensioni (diametro cm 21) con
bordo tagliato obliquamente verso l’esterno, breve
listello sagomato da cui parte il corpo probabilmente troncoconico con parete assottigliata (n.4).
È da segnalare la presenza di un’anfora di probabile produzione africana dell’area tripolitana
adibita al trasporto del vino, la cui diffusione, seppure piuttosto contenuta, è attestata in Italia per
tutto il V secolo32. È conservata la base umbonata
con l’avvio della parete (n. 5). Il frammento presenta impasto rosato con ingubbiatura esterna beige.
La presenza di anfore africane nel V secolo e di
anfore egee e orientali ancora nella prima metà del
secolo successivo comincia ad essere documentata
anche per il Piemonte non solo nelle principali città,
raggiunte dalle maggiori direttrici del traffico commerciale ma, seppure in misura minore, anche negli
insediamenti rurali attestando in modo tangibile il
persistere degli scambi commerciali33.
Fig. 11. Vercelli (scala 1:3).
29 Ricerche dirette da chi scrive. Per una prima notizia cfr. PANTO’
1993b, pp. 312-313. Materiali in corso di studio da M. Biagini.
30 VASCHETTI, in stampa. La forma si avvicina a un tipo presente nell’insediamento rurale di Brignano Frascata, frazione
Frascata, la cui cronologia comprende il VI secolo: GAMBARO
1993, p. 157, fig. 158.10.
31 Ad esempio cfr. i tipi presenti nell’abitato di Angera: TASSINARI, COMPOSTELLA 1995, tav. 48.2-3.
3 2 VILLA 1994, p.397, tav. 8.11. Cfr. anche CARIGNANI,
PACETTI 1989, pp. 611-614.
33 Nel Piemonte settentrionale la presenza di anfore “spatheia”
è attestata nel V secolo a Biella (Bugella) (PANTO’ 1993, tav.
XLIV.23-23) e a Chieri ( Carreum Potentia ) (SCIAVOLINO
1994, p. 88). Anfore orientali e egee compaiono tra i materiali
dell’insediamento valsesiano della Ciota Ciara non dopo la
metà del VI secolo: BRECCIAROLI TABORELLI 1994, p. 356;
tav. CXXXV e BRECCIAROLI TABORELLI in stampa.
108
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
Cureggio (No). Battistero (fig. 12).
La chiesa e il battistero sorsero nel V-VI secolo
nell’area in seguito incastellata. La struttura del
battistero romanico, oggi ancora apprezzabile
accanto alla chiesa parrocchiale, è a pianta ottagonale con quattro absidiole estradossate. Gli scavi
all’interno dell’edificio34 hanno consentito di individuare i resti di un più antico impianto planimetrico preromanico ottagonale con muri d’ambito
completamente perduti, ma testimoniati dalle
fosse di spogliazione; in fase con questo era un
fonte ottagonale, che nel tempo fu modificato due
volte prima di un radicale rifacimento in forma circolare. L’ultimo fonte risultava coperto da uno
strato fortemente organico di accrescimento naturale formatosi probabilmente in seguito al temporaneo abbandono dell’edificio avvenuto, secondo
quanto ipotizzabile sulla base dell’associazione dei
materiali in esso rinvenuti, in un momento compreso tra la seconda metà e la fine del VI secolo. In
seguito si impostò il cantiere per il rifacimento
romanico dell’edificio il cui pavimento sigillò la
sequenza precedente.
I materiali ceramici provengono tutti dal livello di abbandono anteriore alla fase romanica. La
maggiore attestazione è relativa a forme da fuoco o
da conserva in ceramica priva di rivestimento; due
sole forme, rispettivamente in ceramica verniciata
e in ceramica invetriata, erano destinate alla
mensa.
In generale i diversi tipi sono accomunati da
una notevole omogeneità sia per quanto concerne
gli impasti, generalmente grezzi con macroinclusi
e leggermente micacei, sia per le caratteristiche
tecnologiche relative all’imperfetta cottura con
viraggio del colore e al trattamento delle superfici
rifinite con lisciature a stecca che, tuttavia non
nascondono gli inclusi affioranti.
Presenta impasto scarsamente depurato, di colore arancio scuro, con grossi inclusi affioranti, la ciotola verniciata (fig. 12, n. 1). Il rivestimento interno
Fig. 12. Cureggio (scala 1:3).
34 Ricerche dirette da L. Pejrani Baricco. Per una prima antici-
pazione sullo scavo cfr. PEJRANI BARICCO 1986, pp. 212-213.
Si presentano in questa sede i materiali raccolti nel livello di
abbandono (14 frammenti). Tutto il deposito al di sotto della
pavimentazione di età romanica è stato setacciato.
Gabriella Pantò
109
costituito da vernice arancio spento è quasi completamente assorbito mentre l’esterno è trattato a stecca fino a lisciare la superficie ottenendo un effetto
lucido e brillante. La ciotola è affine alla forma
Hayes 80B, da cui si discosta leggermente per il profilo della vasca qui meno incavato, diffusa in Italia
settentrionale dalla fine del V al VI secolo35.
Tra la ceramica priva di rivestimento è attestata un’unica forma di olla con bordo verticale a
fascia, orlo assottigliato all’apice e distinto lungo il
profilo esterno inferiore (nn. 3-4). È presente con
tre leggere varianti del profilo e in tre differenti
dimensioni con diametri da 24 a 39 cm. Pur non
essendo conservate sufficienti porzioni di parete
per definire la forma del recipiente è possibile che
il corpo si sviluppasse in forma ovoide. Gli impasti,
omogenei, variano di colore dal giallo/rosato
all’arancio cuoio.
Questa forma sembra essere diffusa fin dal IV
secolo nell’area ticinese con termine ultimo al V
secolo (SIMONETT 1941, p. 203,8 e 204 necropoli
di Vignetto), ma ha una maggiore attestazione
dalla fine del V e poi nel VI secolo negli abitati di
Angera, di Milano e di Castelseprio dove compare
in strati relativi alla fase di occupazione longobarda36. In Piemonte è nota in numerose varianti formali nell’insediamento temporaneo in grotta della
Ciota Ciara presso Borgosesia in un contesto con
materiali datati tra la fine del V e la metà del VI
secolo37.
Probabilmente relative a recipienti da conserva sono due basi rispettivamente con impasto analogo a quello delle olle descritte (n. 5) oppure grezzo caratterizzato dalla presenza di macroinclusi
bianchi e grigi, da chamotte (n. 6). In quest’ultimo
caso la presenza sulla superficie esterna di grossi
inclusi poi caduti ha lasciato numerosi vacui. La
base è sabbiata.
Presenta base sabbiata con forte spessore
anche un recipiente foggiato al tornio lento (n. 7),
caratterizzato dall’impasto già descritto, qui di
colore arancio chiaro con anima grigia, e alta frequenza di macroinclusi e chamotte.
In ultimo tra la ceramica priva di rivestimento
compare un coperchio (n. 8) con presa cilindrica a
bottone, con impasto grezzo a cottura differenziata
tra il rosato e il grigio. È invece piuttosto depurato
e di colore arancio l’impasto della ciotola invetriata (n.9). La forma ha bordo fortemente rientrante
decorato da solcature parallele, listello leggermente rialzato anch’esso decorato da solcature. La
vetrina è verde distribuita solo internamente a
chiazze sparse e molto assorbite mentre sul bordo
e sul listello compaiono solo rade gocciolature. I
confronti in ambito piemontese si collocano tra la
metà del IV e il VI secolo (prima metà) senza che
sia possibile una migliore approssimazione cronologica38. In Lombardia la forma è maggiormente
diffusa in contesti dell’inizio del VI secolo39.
Da quanto esposto appare evidente come i
materiali presentati siano caratterizzati da una
notevole omogeneità indice di produzione locale o
regionale anche del vasellame da mensa. Per la
definizione cronologica del contesto permangono
alcune incertezze. Come si è visto i materiali parrebbero collocarsi, sulla base dei confronti,
nell’ambito del VI secolo e in particolare nella
prima metà. Poichè i dati di scavo indicano come si
siano avvicendati quattro diversi rifacimenti del
fonte battesimale prima del temporaneo abbandono dell’edificio, anteriormente alla ricostruzione
romanica, si dovrà necessariamente riconsiderare
il momento di abbandono la cui collocazione cronologia appare più verosimile dopo la metà del secolo.
35 HAYES 1972, pp. 127-128 e Atlante I, p. 104 datata dagli
del V-VI secolo (infra, fig. 13, n. 4); a Biella in un contesto datato al V secolo (PANTO’ 1993, tav. XLIV.18); al Villaro di Ticineto nell’Alessandrino tra materiali assegnati al IV-V secolo
(GARERI CANIATI 1985, tav. 1.5); a Brignano Frascata fraz.
S.Giorgio tra la fine del IV e i primi decenni del VI secolo, e in
fraz. Frascata tra la metà del IV e il VI secolo (GAMBARO
1993, fig. 95.6-7; fig. 104.4).
39 La forma sembra abbastanza diffusa forse come derivazione
dalle forme della sigillata D 3E e 3F e della Late Roman C, datata all’inizio del VI secolo. Compare al Monte Barro (BROGIOLO
1991, p. 80, tav. XLVIII.3-4, con bordo non decorato), a Brescia in
via A.Mario in contesti di fine V-VI secolo (BROGIOLO 1988,
tav. XIV.2-3), a Castelseprio nella prima metà del VI (LUSUARDI SIENA, SANNAZARO 1985, p. 205, tav. I.7, periodo IIIA).
inizi alla fine del V secolo, ma anche 80B/99, assai meno diffusa, datata al VI secolo (HAYES 1972, p. 155, fig. 28.28).
36 Per l’abitato di Angera TASSINARI, COMPOSTELLA 1995,
pp. 104, 106, 122, tavv. 45.10,12; 46.1-4; 52.9-10; per Milano
GUGLIELMETTI, LECCA BISCHOP, RAGAZZI 1991, p. 220,
tav. C.16; per Castelseprio DABROWSKA et al. 1978-79, fig.
38.7-8: scavo II, strato III di fase longobarda; l’assegnazione al
V-VI secolo è confermata anche dalle più recenti ricerche: BROGIOLO, LUSUARDI SIENA 1980, pp. 481-482, fig. 11.2-3.
3 7 Per un’anticipazione cfr. BRECCIAROLI TABORELLI
1994, pp. 356-357; BRECCIAROLI TABORELLI, in stampa.
38 In Piemonte questa forma invetriata compare all’isola di
S.Giulio d’Orta in uno strato con materiali attribuiti alla fine
Isola di S. Giulio D'Orta (No) (figg. 13-15).
La tradizione ricorda S.Giulio, venuto sul finire del IV secolo dall’isola di Egina con il fratello
Giuliano, come il fondatore della chiesa sull’isola e
propagatore del culto cristiano nel novarese. Il sito
è menzionato da Paolo Diacono a proposito di
Mimulfo “dux de Insula Sancti Juliani” . Dopo
essere stata contesa tra il vescovo di Novara e gli
imperatori nel 962 l’isola passò definitivamente
alla chiesa di Novara. È possibile che il preminente ruolo politico e militare svolto dall’età longobarda alla signoria vescovile vada anticipato ad epoca
110
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
tardoantica (PEJRANI BARICCO 1990).
L’indagine archeologica nella chiesa ha consentito di portare in luce i resti di un primo edificio
absidato rivolto a Nord, probabilmente già cristiano, costruito sullo scorcio del IV secolo in riva al
lago. Solo in un secondo tempo sorse la chiesa con
orientamento canonico. La stratigrafia, quasi del
tutto asportata in antico, nel corso delle numerose
attività edilizie che hanno interessato l’edificio,
non ha restituito materiali ceramici diagnostici. A
Fig. 13. Isola di S.Giulio d’Orta (scala 1:3).
Fig. 14. Isola di S.Giulio d’Orta, giara invetriata.
Fig. 15. Isola di S.Giulio d’Orta, fiasca.
Gabriella Pantò
111
confermare la precoce cronologia dell’impianto cristiano sono i resti rinvenuti durante lavori di
scavo condotti nel 1697. In tale occasione si raccolsero le tarsie del rivestimento in opus sectile che
ornava il cenotafio di S.Giulio (fine IV-V secolo) e
la lapide funeraria del vescovo novarese Filacrio
deposto nel 553 (CIL V, 6633)40.
Le recenti esplorazioni condotte in occasione
dei lavori di scavo per la posa dell’impianto di
metanizzazione lungo tutta la fascia perimetrale
dell’isola consentono di riferirne l’occupazione ad
un momento non anteriore alla metà del V secolo,
dopo una più antica frequentazione protostorica
golasecchiana. Il tracciato di scavo in sezione
obbligata ha seguito la strada che serve le case un
tempo dei canonici sorte nel Bassomedioevo in
riva al lago probabilmente ricalcando un precedente impianto risalente, nella sua organizzazione, al X secolo. In alcuni settori è stato possibile
praticare più ampi sondaggi. Non è invece stata
interessata la zona centrale dell’isola dove sorgeva
il più antico castello i cui resti sono stati completamente cancellati dalla costruzione ottocentesca
del Seminario.
Di particolare interesse è la sequenza stratigrafica documentata lungo tutto il tracciato con
livelli d’uso periodizzabili dalla fine del V secolo
alla fine del VII secolo. Successivamente si verificò
un temporaneo abbandono dei sedimi41.
Nel sondaggio in vicolo S.Demetrio è stata
osservata la seguente sequenza: I. La più antica
occupazione è testimoniata da alcuni riporti e livellamenti per bonifica praticati lungo le rive del lago
e da superfici d’uso con buche da palo (fine V secolo); II. Fase insediativa con edifici e livelli d’uso (VI
secolo); III. Strato nero a crescita continua (metà
VI-VII sec.); IV. Nuova fase insediativa (VII sec.);
V. Abbandono (nessun elemento cronologico).
La medesima sequenza stratigrafica è stata
rilevata in ulteriori sondaggi stratigrafici o
ampliamenti condotti lungo il tracciato.
Tra i materiali ceramici raccolti complessivamente è da notare la netta prevalenza di ceramica
priva di rivestimento con vasellame da fuoco e da
conserva, coperchi e catini-coperchio, la rarefazione delle forme invetriate e delle anfore (solo pochi
frammenti di parete), l’assoluta assenza di sigillate d’importazione o di imitazione e di lucerne.
Periodo I. Tra la ceramica priva di rivestimento è presente un’olletta a orlo verticale leggermente ingrossato e estroflesso verosimilmente su corpo
ovoide a impasto rosato piuttosto depurato con
minuti inclusi e chamotte (fig. 13, n.1) i cui confronti riportano tra la fine del V e il VI secolo42.
In associazione si segnala la presenza di un
coperchio (n. 2) a impasto depurato leggermente
micaceo di colore rosso con superfici vistosamente
annerite; di un coperchio (n. 3) con bordo estroflesso e parete sub-verticale ad impasto, leggermente
micaceo, con numerosi inclusi, di colore rosa/grigio, superfici non rifinite, decorato sul bordo da
tacche oblique realizzate a stecca. I confronti
anche in questo caso orientano verso una cronologia compresa tra la fine del V e il VI secolo43.
Un unico frammento di invetriata è relativo ad
una ciotola con bordo rientrante (n. 4), listello leggermente rialzato decorato da solcature parallele.
Impasto di colore rosato, grezzo micaceo con numerosi inclusi bianchi e grigiastri, spessa vetrina giallo/bruna solo interna, rada sul listello. I confronti
di ambito piemontese e con la vicina Lombardia
sono tra il IV secolo e la prima metà del VI con maggiori attestazioni dalla fine del V secolo44.
Periodo II. Dagli strati di frequentazione della
fase II provengono scarsi materiali. Si segnala la
presenza di un coperchio con presa cilindrica a bottone analogo a quelli, meglio conservati, che perdurano nella fase successiva e di ceramica invetriata
con un vaso a listello di forma non ricostruibile.
Periodo III. È presente la ceramica invetriata
con una grande giara a vetrina sparsa o fortemente assorbita (fig. 13, n.5; fig. 14). Il frammento ha
impasto friabile molto depurato, ma addizionato
con chamotte, di colore grigio con superfici rosate.
La vetrina sulla superficie esterna è rada a chiazze sparse e gocciolatere; all’interno è quasi completamente assorbita. Il tipo è molto simile a quello documentato a Mombello cui si rimanda per i
confronti (infra, fig. 16, n.3).
Tra la ceramica priva di rivestimento compaiono forme realizzate al tornio lento. Gli impasti
sono rosati, micacei e le forme (olle o contenitori da
conserva) hanno superfici brunite e sono caratterizzate dalla base sabbiata, in un caso leggermente convessa (n. 6). Perdura il coperchio con piccola
presa cilindrica a bottone di altezza asimmetrica
40 Ricerche dirette da L.Pejrani Baricco. Per una prima sintesi
dei ritrovamenti cfr. PEJRANI BARICCO 1990, p. 297; cfr.
anche LUSUARDI SIENA 1989, pp. 196-197.
41 Da questi livelli sono stati raccolti complessivamente 65
frammenti di ceramica e pietra ollare. Molto più abbondante la
presenza di materiali bassomedievali e successivi in strati con
anche materiali residuali di cui non si tiene conto in questa
sede.
42 La forma è documentata a Monte Barro: NOBILE 1991, tav.
XXXIX,2.
43 A Brignano Frascata: GAMBARO 1993, fig. 110.17 (fraz.
Frascata, metà IV-VI secolo), fig. 101.11-13 (fraz. S.Giorgio,
fine IV-primi decenni VI); a Monte Barro: NOBILE 1991, tav.
XLII, 3; a Brescia S. Giulia con gocciolature di vetrina: MASSA,
PORTULANO 1990, tav. III.2, p. 118. Questa decorazione
risulta essere molto diffusa nel VI secolo anche a Castelseprio:
DABROWSKA et al. 1978-79, fig. 38.26.
44 Per i confronti e l’inquadramento cronologico si rimanda a
quanto detto per Cureggio, supra.
112
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
(nn. 7-8), di un tipo morfologico già documentato a
Castelseprio (DABROWSKA et al. 1978-79, fig.
40,6). L’impasto è micaceo a cottura differenziata
in rosso/grigio. Si notano estesi annerimenti localizzati soprattutto in corrispondenza della presa.
Sono presenti anche frammenti di pietra ollare.
Periodo IV . Relativo a questo periodo è un
unico frammento di parete di un recipiente in ceramica priva di rivestimento marcato all’esterno da
un breve listello (non illustrato) di forma analoga
al frammento n.12 di cui si tratterà in seguito.
Periodo V. Nel livello di abbandono sono stati
raccolti solo alcuni frammenti di parete di ceramica priva di rivestimento (non diagnostici) e di pietra ollare.
Sondaggio in piazza Tallone. Strato nero a crescita continua, assimilabile al periodo III. Tra la
ceramica priva di rivestimento vi è un tipo di olla
(n. 9) con orlo ingrossato, superiormente appiattito, arrotondato esternamente e internamente dove
e distinto mediante una solcatura, corpo probabilmente ovoide. L’ impasto è rosato fortemente
micaceo con inclusi bianchi. Affine a un tipo da
Brignano Frascata datato all’inizio del VI secolo
(GAMBARO 1993, p. 157, fig. 110,6), da Biella da
un contesto del VII secolo (PANTO’ 1993, tav.
XLV,29), dall’insediamento in grotta della Ciota
Ciara presso Borgosesia45, ma è noto anche a Brescia S.Giulia e dall’abitato di Angera in contesti
tra il IV e il VI secolo46.
In associazione è un’olletta con orlo estroflesso
arrotondato al labbro (n. 10) in ceramica ad impasto grigio uniforme, piuttosto micaceo. I confronti
anche in questo caso con l’area lombarda orientano verso una cronologia alla seconda metà del VI
secolo con attardamenti fino al VII47. Una base di
olla presenta impasto rosa, micaceo, con superficie
esterna più scura.
Sondaggio in piazza Marangoni. Livello d’uso,
assimilabile al periodo IV. Compare un tipo di recipiente cilindrico (n. 12) con alto bordo verticale
appiattito leggermente rientrante rispetto alla
parete dalla quale è distinto da un cordolo sagomato aggettante. L’impasto è grigio con anima
appena rosata, tenero, mediamente depurato con
piccoli inclusi e chamotte. All’esterno si notano solchi di tornitura. Il colore grigio uniforme, la presenza di solcature all’esterno (lasciate intenzional-
45 Il contesto è datato tra la fine del V e la metà del VI secolo:
BRECCIAROLI TABORELLI 1994; BRECCIAROLI TABORELLI in stampa.
46 Per Brescia S.Giulia MASSA, PORTULANO 1990, tav. III,
2; per Angera TASSINARI COMPOSTELLA 1995, p.109, tav.
47.6-7, tav. 48.1.
47 A Castelseprio: DABROWSKA et al. 1978-79, fig. 39,7 (strato III dell’occupazione longobarda); a Monte Barro: NOBILE
mente in evidenza) e lo sviluppo del corpo con
breve listello, avvicinano questo recipiente a tipi
in pietra ollare dai quali potrebbe derivare la
forma. In Piemonte questa forma è al momento
nota dal castrum di Belmonte (supra, fig. 8, n. 4) e
dalla vicina pianura delle Vaude, da Biella in un
contesto del VII secolo, dall’insediamento in grotta
della Ciota Ciara presso Borgosesia con materiali
datati entro il VI secolo. La cronologia compresa
tra la metà del VI e il VII secolo è confermata
anche dagli scarsi ritrovamenti del territorio lombardo con ritrovamenti dell’abitato di Angera in
contesti dell’inizio del VII secolo e di Castelseprio
del momento della penetrazione longobarda 48 e
dall’analogia con i recipienti di pietra ollare con
cordolo esterno, che a Luni e in area ligure si collocano tra la fine del VI e il VII secolo49.
Allo stesso periodo è riferibile un frammento
forse pertinente alla spalla di una bottiglia o fiasca
(Hochhalsige Flaschen ?) (n. 13; fig. 15), come parrebbero indicare l’impasto depurato e l’assenza di
annerimenti. L’impasto è depurato, leggermente
vacuolato, polveroso, di colore arancio uniforme.
Presenta decorazione a onda tra linee orizzontali
analoga a quella riscontrata in un frammento di
bottiglia da Asti (infra, fig. 20,n.6), ma più puntualmente con una fiasca longobarda da Fiesole di
minori dimensioni (von HESSEN 1968, p. 17, tav.
20.101).
In conclusione sono possibili alcune considerazioni. Gli impasti dei materiali rinvenuti sull’isola
non presentano caratteristiche di omogeneità,
segno evidente di approvvigionamenti da diversi
mercati. Anche se il numero dei materiali raccolti
è inferiore alle cento unità è da rilevare la quasi
totale assenza di frammenti di anfora cui forse
supplivano, come contenitori da trasporto, le giare
invetriate. Nonostante la presenza longobarda
sull’isola nessun frammento può essere riferito
con certezza alle produzioni tipiche.
Mombello Monferrato (Al) (figg. 16-17).
Le indagini sono state avviate nel 1994 in una
vasta area rurale segnalata per i cospicui affioramenti di materiali. Un primo sondaggio di accertamento ha consentito di documentare una complessa sequenza stratigrafica con fasi insediative riconducibi sostanzialmente a due differenti orizzonti
1991, tav. XL,15, p. 68; a Milano: GUGLIELMETTI, LECCA
BISHOP, RAGAZZI 1991, p. 218 tav c.1, p. 220 tav. C.12; a Brescia S.Giulia: MASSA, PORTULANO 1990, tav. III,6; ad Angera: TASSINARI, COMPOSTELLA 1995, p. 110, tav. 48.4-5.
48 Supra, nota 20.
49 Per Luni LUSUARDI SIENA, SANNAZARO 1986, pp. 180182 (fine IV-VII sec.); per Vada Sabazia LAVAGNA 1986, fig.
5, n. 6 (V-VII sec.).
Gabriella Pantò
113
Fig. 16. Mombello Monferrato (scala 1:3).
cronologici: ad un insediamento di età romana con
continuità nella tarda antichità, si è sovrapposto,
dopo un periodo di abbandono, un nuovo insediamento inquadrabile, sulla base dei materiali anche
non ceramici, a partire dalla fine del VI secolo. Il
definitivo abbandono dell’area parrebbe collocarsi
entro la fine del VII secolo. È prevista per l’anno in
corso la presecuzione dell’intervento con lo scavo in
estensione, che potrà fornire dati sul tipo di insediamento e più puntuali precisazioni cronologiche
sulle diverse fasi già riconosciute all’interno delle
più ampie periodizzazioni indicate50.
Tra lo scarso materiale raccolto nella fase di
occupazione della fine del VI secolo si segnala la
presenza di un grande orcio invetriato (le dimensioni non consentono la definizione morfologica)
ad impasto piuttosto depurato, micaceo, facilmente sfaldabile, color arancio differenziato e grigio
sotto il rivestimento (fig. 16, n. 3). La vetrina è sottilissima e sparsa, distribuita solo internamente,
di colore verde giallognolo. La superficie esterna è
decorata da solcature orizzontali realizzate a stecca. La forma trova confronto in ambito piemontese
tra i materiali dell’isola di San Giulio d’Orta, con i
quali presenta anche stringenti analogie nelle
caratteristiche di impasto e rivestimento (supra,
figg. 13, n.5; fig. 14), e di Belmonte in contesti di
pieno o fine VI secolo (PANTO’, PEJRANI 1992,
tav. 3, p. 163). Le giare o “contenitori da conserva
biansati” (LUSUARDI SIENA, SANNAZARO
1991) hanno una discreta diffusione in Lombardia
con un’ampia gamma di forme inquadrandosi tra
la metà e la fine del VI secolo e forse oltre51.
Sempre dallo stesso contesto provengono alcuni frammenti di olla in ceramica a impasto color
bruno chiaro caratterizzato dalla presenza di
minuti inclusi e scaglie micacee, superficie esterna
rosata resa scabra dagli inclusi affioranti. La
forma ha confronti regionali e in area lombarda
dal V secolo avanzato all’Altomedioevo52.
Ad impasto piuttosto depurato, fortemente
micaceo, di colore arancio spento/grigio è un coperchio con presa cilindrica a bottone, parete interna
fortemente annerita dall’uso (n. 2).
È di particolare interesse la presenza di alcuni
frammenti di parete di ceramica longobarda verosimilmente riconducibili a forme a fiasco (n.4; fig.
17a). Gli spessori delle pareti sono piuttosto sottili, ma non costanti. Gli impasti sono depurati, leggermente micacei, di colore grigio scuro o nero del
tutto analoghi a tipi prodotti a Brescia e confrontati in sede di convegno. Alcuni frammenti presentano la superficie esterna trattata a stralucido (fig.
17c). Un frammento si distingue per l’impasto
molto depurato di colore arancio scuro, superficie
esterna nera lisciata e decorata a stampiglia con
un punzone di tipo non noto dai repertori della
ceramica funeraria (fig. 17b).
50 Ricerche dirette da M.T. Sardo e E. Zanda. Per una prima notizia SARDO, ZANDA, Notiziario, in “QuadAPiem”, 13, in stampa.
51 Per Monte Barro: NOBILE 1991, p. 81, tav. LI, 1, 2; per Castelseprio: LUSUARDI SIENA, SANNAZARO 1992, tav. 2. 3-4 e p.
33; LUSUARDI SIENA, SANNAZARO 1982, p. 195, tav. 1.13.
52 Confronta con un frammento da Biella datato su basi stratigrafiche al V secolo avanzato (PANTO’ 1993, tav. XLIII, 5).
Una forma simile a sezione rettangolare è presente al Monte
Barro con diverse varianti del VI secolo, che hanno confronti
regionali nell’Altomedioevo (NOBILE 1991, tipo IV, in particolare variante m, p. 68, tav. XL, 13). Il tipo è diffuso anche a
Castelseprio (BROGIOLO, LUSUARDI SIENA 1980, fig. 15,2)
e tra i ritrovamenti dell’abitato di Angera (TASSINARI, COMPOSTELLA 1995, tav. 48.8 pp. 107-108.
Fig. 17. Mombello Monferrato, ceramica longobarda.
114
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
In associazione sono stati raccolti inoltre un
pettine di osso decorato, un vago di collana in
pasta vitrea e un bronzo ageminato.
Per il contesto si propone una cronologia compresa tra la fine del VI e i primi decenni del VII ossia
coincidente con il momento di penetrazione longobarda. La presenza longobarda in questa importante area geografica di collegamento con Pavia era già
stata indiziata da alcuni ritrovamenti in val Cerrina
tra cui una crocetta aurea da Serralunga di Crea
(MICHELETTO, PEJRANI in stampa).
Dal livello di abbandono (US 16) provengono
soprattutto frammenti di pietra ollare con forme
posteriori alla metà del VII, una fusaiola in ceramica priva di rivestimento con decorazione a
occhio di dado tracciata a compasso (n. 5) e scarsi
frammenti ceramici ad impasto grezzo di colore
bruno chiaro con forme non ricostruibili.
L’assenza di sigillata d’imitazione, ancora
documentata nelle fasi di età tardoromana, di
anfore e la presenza prevalente di pietra ollare dal
livello di abbandono, se confermata dalla prosecuzione dello scavo, parrebbe accomunare questo
contesto con altri piemontesi di pieno VII secolo.
Asti, Via dei Varroni (figg. nn. 18-21).
In quest’area della città secondo le fonti documentarie sorgeva, il castrum Varronum, struttura
militare probabilmente anteriore alla costruzione
del castrum Vetus, citato nel IX secolo.
Lo scavo in estensione (1984-1986) ha comportato l’indagine di una domus di età primo imperiale di notevole impegno con tre ambienti superstiti,
la cui organizzazione planimetrica è risultata coerente con il reticolo ortogonale della città romana.
Il pavimento a mosaico con tessere bianche e nere
e inserti in opus sectile di uno degli ambienti e i
successivi livelli d’uso risultavano tagliati dallo
scavo per un’ampia fossa tondeggiante, molto
profonda, legata alle attività di cava per il recupero di materiali da edilizia da utilizzare per le
nuove costruzioni sorte nell’area sullo scorcio del X
o XI secolo. Tali strutture, con apparecchio murario di ottima fattura, erano connesse a uno strato
d’uso che ha restituito materiali ceramici inquadrabili tra il X e l’XI secolo.
La fossa risultava colmata da materiali di demo-
53 Ricerche dirette da E. Zanda. Per la notizia preliminare dello
scavo cfr. ZANDA in ZANDA, CROSETTO, PEJRANI 1989, pp.
97-98. Si veda inoltre MERCANDO 1990, pp. 464 ss., fig. 16.
54 Si segnalano come provenienti dall’US 279 (livello d’uso) i
frammenti alla fig. 18 nn.9-10 e alla fig.20 n. 2. Si ribadisce,
anche per questo contesto, l’alta residualità dei materiali.
55 La forma si avvicina a quella da una necropoli di fine VI-VII
a Sclaunico (Ud) in ceramica priva di rivestimento con decorazione a onda esterna (NEGRI 1994, p. 64, tav. 4.1) ed è nota
anche a Invillino (BIERBRAUER 1990, tav. I.4). La decorazione a onda su invetriate compare in Piemonte tra i materiali di
lizione e ceramici compresi tra la tarda antichità e la
fine del X secolo53. Dall’elevato numero di frammenti ceramici raccolti nel suo riempimento (US 259) e
da un livello d’uso (US 279) sono stati estrapolati i
tipi con caratteristiche tecnologiche e formali che si
discostano dalle produzioni note di età tardoantica54.
Nelle stratigrafie del sito è ancora attestata la
presenza di sigillata chiara C e D con forme da
mensa d’importazione delle coste africane e in particolare la forma Hayes 61A della D. Permane
abbondante la presenza di anfore africane.
La ceramica invetriata è attestata con ciotole a
listello che ben si inquadrano nelle produzioni del
V secolo. Potrebbe appartenere invece alle produzioni del VI secolo avanzato un frammento di ciotola (o ciotola/coperchio) con orlo verticale a sezione quadrata lievemente inclinato verso l’interno.
L’esterno è decorato da un motivo a onda tracciato
con la stecca. La vetrina è di colore verdastro
distribuita solo internamente (fig. 18, n. 18)55.
Tra la ceramica priva di rivesto è documentata
da un unico frammento l’olla a bordo verticale
appiattito con concavità interna per il coperchio
(fig.18, n.1). L’impasto è piuttosto depurato di
colore arancio. La forma è affine al tipo attestato a
Invillino tra la seconda metà del V e la seconda
metà del VII secolo (BIERBRAUER 1990 tav.
III.9-10, p.66).
Presenta orlo estroflesso e labbro arrotondato
con incasso per il coperchio l’olla (n. 2) ad impasto
grezzo di colore arancio spento con grossi inclusi
affioranti in superficie.
Le altre forme ricostruibili sono accomunate da
una notevole emogeneità dei caratteri. L’impasto
micromicaceo, di colore da grigio chiaro con sfumature da nocciola a nero, è caratterizzato dalla fitta
presenza di dimagrante costituito da minuti inclusi
minerali addizionati alle argille, che danno una consistenza sabbiosa e ruvida al tatto. Le forme sono per
lo più realizzate al tornio lento o ad impasto e spesso
presentano le pareti decorate da motivi a onda.
È presente con leggere varianti e in diverse
dimensioni l’olla a corpo ovoide con orlo verticale
appuntito, lievemente astroflesso, spalla di poco
inferiore al massimo diametro. I diametri alla
bocca variano da 14 a 16 cm. La forma, di tradizione protostorica, ha confronti che si collocano perlopiù nell’Altomedioevo (nn. 3-4)56.
Alba datati tra il IV e il V secolo (FILIPPI 1992, tav. 1.7) e di
Torre Bairo da un contesto non stratigrafico datato tra il IV e
l’inizio del VI (CERRATO 1992, p. 182 tav. 2.1).
56 In Piemonte questa forma è nota da ritrovamenti a Torino
nell’area fuori Porta Decumana (supra, fig. 3, n. 15), tra i materiali non stratigrafici dal territorio delle Vaude: SARDO 1988,
tav. 2.14. Non dissimile da una forma da Castelseprio proveniente da uno strato datato ad età tardoromana: DABROWSKA et al. 1978-79, fig. 19c, p. 85; affine anche al tipo 36c di
Luni con continuità nell’Altomedioevo: MASSARI, RATTI
1977, pp. 623-624, tav. 271.11.
115
Gabriella Pantò
1
2
3
6
5
4
13
7
10
8
11
9
14
12
15
16
17
18
Fig. 18. Asti, via dei Varroni (scala 1:3).
116
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
È inoltre attestata l’olla con bordo verticale appena rientrante a sezione quadrata tagliato obliquamente verso l’interno, corpo ovoide (n. 5) e bordo a
sezione quadrata leggermente inclinato verso
l’esterno (n. 6).
Presenta bocca con diametro di poco inferiore
al massimo diametro l’olla con labbro verticale
tagliato obliquamente verso l’esterno ma leggermente introflesso, corpo cilindriforme (n.7). La
spalla è ornata da un motivo irregolare a onda realizzato con un pettine a triplice punta.
Lo stesso motivo a onda, con una doppia solcatura sinuosa tracciata con la stecca, compare su una
ciotola realizzata al tornio lento (n. 8) 57. Questa
forma, con leggere varianti nell’inclinazione della
parete, è già nota da un precedente ritrovamento in
Asti da un contesto con materiali datati al V secolo
e oltre (ZANDA, CROSETTO, PEJRANI 1989, tav.
XXIV.5.4), ma è diffusa in Piemonte dalla fine del
IV-V secolo a Industria, Torino, Vercelli e Centallo,
perlopiù con decorazione a onda sulla spalla58.
Presentano corpo cilindrico o leggermente rastremato verso il basso le olle con bordo a sezione rettangolare leggermente espanso reclinato verso l’interno
e diametro alla bocca pari o leggermente inferiore al
massimo diametro (nn. 9-11). L’esterno può essere
privo di decorazione oppure ornato da linee sinuose o
motivi a zig-zag tracciati con la spatola.
Riprende la medesima forma il recipiente ad
impasto (n. 12), con ansa ad anello (sezione circolare) di breve sviluppo al di sopra del massimo diametro (il profilo della parete risulta deformato
dall’attacco dell’ansa). Una decorazione a zig-zag
molto corsiva è stata praticata a stecca sull’argilla
ancora fresca rendendo i bordi dell’incisione a rilievo
(figg. 18, n. 12; fig. 19). Se si esclude l’assonanza con
la forma precedente non sono noti confronti in Piemonte mentre in Lombardia e in particolare a Brescia, come si è osservato in sede di Convegno, è presente in contesti di VII-VIII secolo59.
Ha profilo rettangolare al bordo anche il recipiente cilindrico (n. 13), analogamente decorato da
un motivo a onda, che confronta con tipi documentati al castrum di Belmonte (supra, fig. 8, nn. 1-3) e in
altri siti piemontesi e padani in contesti inquadrati
cronologicamente dalla metà del VI al VII secolo60.
Le stesse caratteristiche di impasto sono in coperchi con presa apicale a bottone, orlo semplice (superfici lisciate con un tessuto) (nn. 14-15) e nell’ansa a
nastro di grande recipiente per liquidi (n. 16).
57 Affine al gruppo dell’Italia alpina orientale e in particolare a
un catino da Romans d’Isonzo: NEGRI 1994, pp. 69-70, tav. 4.1.
58 Per Industria cfr. ALESSIO MANZONI 1985, tav. XLVII, p. 60;
il frammento da Torino proviene dagli scavi presso Porta Decumana (non illustrato nel presente lavoro); anche il frammento
dallo scavo del Monastero della Visitazione in Vercelli è inedito
(VASCHETTI in stampa); per Centallo cfr. infra. (non illustrato.
59 A questo proposito si rimanda ai vari contributi e in particolare a MASSA, PORTULANO, in questo volume.
60 Per i confronti e l’inquadramento cronologico cfr. quanto
Dal contesto risultano stranamente assenti le
ciotole/coperchio e i catini/coperchio con listello, che
solitamente sono ben documentati nei contesti coevi.
Presentano argilla affine a quella delle produzioni longobarde due frammenti di orlo di recipienti con sviluppo del corpo non restituibile. L’impasto è in entrambi i casi depurato di colore arancio
scuro (fig. 20, nn. 2-3). Le superfici sono trattate a
stralucido con maggiore cura all’esterno con effetto finale di rigature orizzontali, mentre all’interno
sono maggiormente evidenti le strie delle lisciature a stecca. Le forme, le caratteristiche di impasto
e il tipo di trattamento delle superfici trovano
stringenti analogie con i materiali recentemente
rinvenuti a Centallo (infra, fig. 24, nn. 11-12). Non
sono al momento noti ulteriori confronti.
È da segnalare la presenza di un frammento di
ceramica longobarda (fig. 20, n. 1; fig. 21) a pasta
depuratissima con pareti piuttosto sottili, esterno
trattato a stralucido con effetto peptizzato di eccezionale qualità, decorato a stampiglia con un punzone che assomma il motivo a occhio di dado alle losanghe e al cerchiello dentato, che compaiono, però non
esattamente replicati, nelle ceramiche da contesto
funerario61. Nonostante la presenza dell’importante
curtis ducalis, non lontana da Pavia, non sono noti
dal perimetro urbano ritrovamenti certi di tombe o
di oggetti longobardi62. Assume pertanto particolare rilievo l’individuazione di ceramica da contesto
insediativo in quest’area della città.
Di particolare significato è anche il ritrovamento di un frammento di pégau con becco a ponte,
(fig. 18, n. 17) bordo espanso e appiattito (in parte
deformato all’attacco del becco), realizzato con
argilla di colore arancio con fitta presenza di inclusi finemente macinati. Il becco conserva tracce di
combustione. Il tipo trova diffusione oltralpe a
partire dalla fine del X secolo con maggiore frequenza nei secoli successivi 63. La forma e il tipo
d’impasto, dissimile da quelli noti nella regione
potrebbero qualificare l’oggetto come di importazione dall’area franca confermando l’ipotesi storica che individuava nella zona del castello la sede
comitale (BORDONE 1980, p. 22).
Nel livello successivo (X-XI) compare la ceramica depurata con pentolame da fuoco a fondo convesso e pareti con decorazione a onda. Gli impasti
sono molto depurati, di colore arancio, le superfici
esterne lisciate e l’interno segnato da fitte solcature da tornio (fig. 20, nn. 4 e 5).
esposto a proposito di Belmonte supra, note 19 e 20.
61 von HESSEN 1968, tav. 32, motivo 104b (Lombardia); parte
del 43 (Piemonte).
62 Un nucleo di armi, oggetti metallici e alcune Beutelflaschen
decorate a stampiglia, ora in corso di studio da parte di A.Crosetto, sono conservate nel Museo Civico Archeologico di Asti,
ma non se ne può escludere la provenienza dal territorio: CROSETTO, 1993, nota 1.
63 BOUVIER et al. 1992, p. 256, fig. 23.19-20; COLARDELLE
1983, p. 358, fig. 131.
Gabriella Pantò
Fig. 19. Asti, via dei Varroni, ceramica ad impasto
(= n.12 fig. 18).
117
Fig. 21. Asti, via dei Varroni, ceramica stampigliata
(= n.1 fig. 21a).
Fig. 20. a) Asti, via dei Varroni. b) Asti, via S.Giovanni (scala 1:3).
Un limitato sondaggio di scavo64 è stato praticato nell’area orientale della città, a E della cattedrale di S.Maria di fondazione paleocristiana.
L’indagine ha consentito di evidenziare un livello
d’uso sigillato da una successiva fase abitativa
datata da monete e ceramica del XIII secolo.
Dal livello d’uso provengono solo 4 frammenti.
Di particolare interesse per la definizione cronologica del contesto è un collo di bottiglia (Hochhalsi ge Flasche) ad impasto depuratissimo di colore
64 Ricerche dirette da E. Zanda e A. Crosetto. Per una prima informa-
zione sullo scavo: CROSETTO,Notiziario, “QuadAPiem” 13, in stampa.
Asti, Via S.Giovanni (fig. 20b).
118
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
porzione del fondo convesso (n. 8). L’impasto è piuttosto depurato color grigio cuoio. La superficie
esterna è lisciata con un panno65.
Per il contesto si propone pertanto una cronologia tra la fine del VI secolo e i primi decenni del
secolo successivo.
Alba, p.zza Risorgimento, ex casa Miroglio (fig. 23).
Fig. 22. Asti, via dei Varroni, ceramica depurata
(=nn.4-5 fig. 20).
nocciola rosato, leggermente micaceo, molto duro e
compatto. Il settore mediano del collo presenta
decorazione a fascia con motivo a onda circoscritto
tra due linee orizzontali, praticato a stecca (fig. 20,
n.6). Il tipo confronta con esemplari longobardi
integri da Brescia e Fiesole datati al VII secolo
(von HESSEN 1968, pp. 14, 17, tav. 20, BUORA
1990, scheda p. 218, fig. p. 217, IV, 116).
Gli altri frammenti sono relativi a un coperchio
e due ciotole/coperchio. Il coperchio restituito graficamente, privo di presa apicale, ha il bordo rettangolare tagliato obliquamente, impasto semidepurato di colore arancio bruno con superfici fortemente annerite (n. 7). La ciotola/coperchio n. 9 ha orlo
indistinto dalla parete ingrossato verso l’esterno
con angolo sub-verticale, decorato a tacche oblique.
L’impasto è grezzo, duro e ben cotto di colore arancio/bruno. La forma del bordo si avvicina a un tipo
da Monte Barro, che però presenta diametro inferiore (NOBILE 1991, tav. XLIII, n.4). L’ultimo
frammento di ciotola/coperchio (o forse di catino
coperchio con listello) conserva unicamente una
65 Cfr. quanto esposto a proposito dei catini/coperchio a fondo
convesso da Belmonte, supra. È con pareti meno svasate rispetto al tipo presente a Monte Barro (NOBILE 1991, p. 74, tav.
XLV,1).
66 Ricerche dirette da E.Micheletto. Per una prima notizia cfr.
MICHELETTO, Notiziario, in “QuadAPiem”, 13, in stampa.
67 Per questa unità stratigrafica, scavata in due tagli successivi caratterizzati dalla costante residualità di materiali romani,
si fornisce la seguente indicazione delle presenze ceramiche: I
In un recente scavo preliminare condotto dopo
la demolizione dell’edificio noto come “ex casa
Miroglio”, sorto nella metà del secolo scorso
nell’antica piazza del Duomo, è stata individuata
una poderosa torre, alla quale si addossarono edifici di abitazione di periodi diversi, connessi ad
una fitta sequenza stratigrafica di livelli d’uso e
focolari, ben datati grazie al ritrovamento di
monete. Il contesto più antico contenente materiali, successivo ai livelli di abbandono di età romana,
è datato da due monete carolingie (secondo quarto
del IX-X secolo)66.
In esso è stata raccolta ceramica caratterizzata
da una notevole omogeneità tecnologica, realizzata al tornio veloce. Gli impasti sono riconducibili a
due gruppi con argilla semidepurata o grezza e con
argilla depurata, talvolta finemente micacea con
minuti inclusi, di colore rosso arancio, cottura in
atmosfera tendenzialmente ossidante non perfettamente controllata. Le superfici esterne sono
lisciate e brunite, con vistosi annerimenti anche al
bordo per uso al fuoco. In alcuni più rari casi
l’impasto, dalle risonanze metalliche, è differenziato con anima grigia67.
È attestata con maggiore frequenza l’olla con
bordo fortemente estroflesso e orlo appiattito o più
raramente arrotondato, corto collo e spalla pronunciata (nn. 1-3). Le forme sono tutte di piccole
dimensioni con diametro al bordo mediamente
compreso tra 10 e 20 cm, fondo convesso (nn. 8-9).
Il profilo presenta alcune varianti all’orlo che può
essere maggiormente arrotondato con lieve alloggiamento interno per il coperchio (nn.4-5) o a
sezione rettangolare (n.6). Questa forma è attestata senza sostanziali differenze in diverse località
del Piemonte tra il IX e il X-XI secolo, in Emilia
nella stessa epoca e fin dall’Altomedioevo nella
nell’area alpina orientale68.
Il tipo a sezione rettangolare è ben documentato tra i materiali dello scavo recentemente edito di
Frugarolo (Al) datati tra la seconda metà del IX e
taglio: grezza e depurata 100 frr.; pietra ollare 1 fr.; residuale
romana 22 frr.; anforacei 65 frr. II taglio: grezza e depurata 114
frr.; vetrina densa 2 frr.; pietra ollare 29 frr.; residuale romana
15 frr.; anforacei 62 frr. In complessivo tra i materiali medievali percentualmente risulta l’87% di ceramica grezza o depurata,
il 12% di pietra ollare e lo 0,8% di ceramica invetriata.
68 Per i confronti e l’inquadramento cronologico si rimanda a
quanto esposto a proposito dei materiali di Chivasso (supra).
Gabriella Pantò
119
Fig. 23. Alba (scala 1:2).
la seconda metà del secolo successivo (CORTELAZZO 1993, p. 340, fig. 3.2). Anche in quel caso le
argille sono depurate e i recipienti cotti in atmosfera ossidante, ma non si notano all’esterno tracce di annerimenti per l’utilizzo al fuoco.
Presenta caratteri distinti l’olla con orlo estroflesso ad arpione (n. 7), ad impasto semidepurato
di colore grigio/cuoio. Questa forma è affine a un
tipo presente tra i materiali di Trino Vercellese
(S.Michele in insula), datato anch’esso tra il IX e
l’XI secolo (CORTELAZZO 1989, fig. 27.2,4), ma è
ben attestata tra la ceramica del castello di Manzano (Cherasco, Cn) negli strati relativi al periodo
di vita del castello, ossia tra la prima metà del X e
la prima metà del XIII secolo (CORTELAZZO
1990, p. 264, fig. 21, 1-4).
Ha impasto semidepurato di colore grigio, ruvido al tatto per la presenza di minuti e fitti inclusi,
il coperchio con probabile profilo conico, decorato
al bordo da un motivo continuo impresso costituito
da triangoli allungati con vertice verso la base (n.
12). Un confronto puntuale è con un coperchio con
analoga decorazione e profilo da Chivasso in livelli di abitato del IX-X secolo (supra, fig. 5a, n. 5).
Sono presenti solo pochi frammenti di reci-
pienti di pietra ollare solitamente ben attestata
nei contesti coevi analizzati. Compaiono invece
due frammenti di parete in ceramica coperta da
vetrina pesante in monocottura di colore
bruno/verde con superfici “a buccia d’arancia” il
cui tipo è diffuso in Piemonte a partire dal XIII
secolo seppure in percentuale molto bassa (CERRATO, CORTELAZZO, MORRA 1991, p. 129).
Poiché la produzione di ceramica a vetrina piombifera verde o bruna è documentata nelle aree
urbane e rurali della Francia meridionale fin da
epoca carolingia (C.A.T.H.M.A 1992, pp.68-69)
non è da escludere che la sporadica introduzione
di merci o tecniche almeno nel cuneese, commercialmente legato all’area provenzale, possa essere anticipata alla fine del IX-X secolo 69.
Nel successivo strato di vita permane l’olla con
bordo fortemente estroflesso (n.13), ma si afferma
il tipo a profilo rettangolare (n. 14). A sigillare la
stratigrafia è un probabile strato di abbandono
datato da un denaro di Pavia (1056-1160) in cui
compare l’olla con orlo arrotondato estroflesso e
incasso per il coperchio (n. 15) la cui forma perdura nel XIII secolo (CERRATO, CORTELAZZO,
MORRA 1991, p. 121).
69 Insoluto il problema di un’eventuale continuità della produzione di ceramica invetriata in epoca successiva al VI secolo,
che in Piemonte sarebbe al momento unicamente testimoniata
dalle fusaiole (posto in sede di convegno da M.M.Negro Ponzi
Mancini). La presenza di un frammento di ceramica a vetrina
pesante proveniente da un livello anteriore all’XI secolo era già
stata segnalata a proposito di Biella (PANTO’ 1992, p.152).
120
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
Centallo , località Madonna dei Prati (figg. 24-25).
A una villa romana rovinata da un incendio tra
la fine del IV-inizio V secolo si sovrappose, reimpiegandone le strutture, una chiesa ad aula absidata. Il successivo edificio di culto triabsidato è
riferibile al VI-VII secolo. La sequenza stratigrafica, con altissima residualità dei materiali, è fortemente disturbata dall’estesa presenza del cimitero
sviluppatosi tra il VI e VII secolo, anche con tombe
longobarde come parrebbe indicare lo studio
antropologico e il ritrovamento di alcuni elementi
di corredo e del vestiario. L’edificio di culto perdurò fino alla fine del Medioevo e oltre, con una
ripresa del cimitero nel XIII-XIV secolo. È probabile che accanto all’edificio di culto sorgessero
strutture abitative la cui presenza è indiziata da
resti murari70; pertanto la presenza di un ingente
quantitativo di ceramica raccolta nell’area funeraria si giustifica con l’utilizzo di vasellame d’uso
comune nel vicino contesto insediativo.
Tra il complesso del materiale sono stati selezionati alcuni tipi caratteristici che, pur presentando un problematico inquadramento cronologico, potrebbero collocarsi in un orizzonte di fine VIVII secolo.
Un gruppo è accomunato da impasti depurati o
con minuti inclusi di colore tra il bruno arancio e il
grigio e dal rivestimento delle superfici “a patina
nera”71. È documentata un’olla a orlo arrotondato
su breve collo rettilineo, spalla carenata, corpo a
pareti rettilinee o leggermente convesse. L’impasto
è depurato di colore bruno arancio leggermente
micaceo (fig.24, n. 1). L’olla con bordo rettilineo
appiattito, corpo probabilmente ovoide (n. 2), presenta impasto grigio/bruno con inclusi sabbiosi che
conferiscono una superficie ruvida al tatto; la forma
richiama nel profilo un’olla documentata in un contesto di Asti datato al V secolo e oltre ed è affine a
un’olla da Castelseprio raccolta in uno strato successivo alla seconda fase di occupazione longobarda72. Anche l’olletta con bordo arrotondato, spalla
carenata, corpo ovoide o cilindrico (n. 3) presenta
impasto piuttosto depurato bruno arancio (cottura
non uniforme) con piccoli inclusi; confronta con
materiali da Industria datati entro la fine del VI
secolo (PANTO’, ZANDA in stampa).
Un altro nucleo è caratterizzato dalla omogeneità degli impasti e del trattamento delle superfi-
70 Ricerche dirette da G.Molli Boffa e L.Pejrani Baricco. Per
una prima informazione cfr. PEJRANI, MOLLI BOFFA in
stampa. Il complesso dei materiali ceramici è in corso di studio
da parte di A.Cagnana.
71 Lo stesso trattamento delle superfici compare in un frammento da Vercelli: supra, fig. 13, n. 2). In sede di convegno si è
evidenziato come tale trattamento delle superfici compaia tra
la ceramica di Brescia S.Giulia in livelli longobardi. Cfr. a tale
proposito MASSA, PORTULANO, in questo volume.
72 La forma da Asti, pur mostrando lo stesso profilo, presenta il
ci con le pareti esterne lucidate a stecca con effetto
a stralucido. Per il momento sono note solo alcune
basi di forme chiuse per liquidi in ceramica a
impasto depurato di colore arancio bruno con
superficie esterna nera (nn. 4, 6, 7). All’interno
sono visibili fitte solcature del tornio e sulle basi
segni del distacco a funicella. All’esterno si notano
le tracce della lucidatura a stecca (striature a raggera dal fondo verso il massimo diametro). Sulla
base del n. 7 è presente un segno cruciforme tracciato in negativo prima della cottura. Anche nel
recipiente ad impasto di color bruno nocciola e
superfici rossastre (n.5) è riproposto lo stesso tipo
di lucidatura.
Hanno impasto depurato di colore arancio
spento e superfici nere trattate a stralucido con
esito finale di rigature orizzontali anche diverse
forme con pareti piuttosto sottili destinate per uso
individuale e recipienti di più grandi dimensioni
per uso collettivo: la coppetta a orlo appuntito (n.
8); le ciotole con orlo leggermente introflesso e
spalla ingrossata (n. 9) e con orlo arrotondato
estroflesso (n. 10); i grandi recipienti a bordo verticale arrotondato (n. 11; fig. 25b) o esternamente
sagomato (n. 12; fig. 25a). Per questi ultimi è da
rilevare l’affinità morfologica con i materiali dal
contesto di Asti, via dei Varroni, associati a un
frammento di ceramica longobarda stampigliata
(supra, fig.20, nn. 2-3). Alcuni frammenti di questo
tipo provengono dal taglio di scavo praticato per la
fondazione dell’abside della chiesa che ha interferito i livelli di incendio della villa73.
Anche tra i materiali di Centallo ai segnala la
presenza di un frammento di parete di ceramica longobarda stampigliata (n. 13) con argilla depurata
leggermente micacea, di colore nocciola. La decorazione è impressa con un punzone non noto tra quelli
repertoriati, ma affine a un tipo già documentato in
Piemonte (von HESSEN 1968, tav. 32, n. 48).
Hanno impasto di colore nocciola, compatto,
con rari ma grossi inclusi minerali, alcuni recipienti di piccole dimensioni con orlo semplice
estroflesso, corpo ovoide, realizzati al tornio lento
(nn. 14-15; fig. 26). Sulla spalla presentano una
fitta decorazione a linee orizzontali irregolari tracciate con un pettine. Alcuni annerimenti sulle
pareti esterne ne denunciano l’utilizzo al fuoco
forse per scaldare liquidi. Le forme si avvicinano a
quelle adottate dalle produzioni longobarde (bic-
bordo esternamente sagomato: ZANDA, CROSETTO, PEJRANI 1989, tav. XXIV. 17,4. Maggiormente puntuale è il confronto con Castelseprio (strato V): DABROWSKA et al. , 1978-79,
fig. 57.14.
73 Tra i materiali combusti dall’incendio della villa erano con servati un piatto in terra sigillata chiara D decorata con cerchi
concentrici (HAYES 1972, fig. 40 n. 25b, pp. 218-219) databile
fra il 350 e il 420, e una coppetta sempre in chiara D forma
Hayes 44 con cronologia tra la fine del III e gli inizi del IV secolo (HAYES 1972, p. 61).
Gabriella Pantò
121
16
Fig. 24. Centallo (scala 1:2).
chieri a sacco) mentre se ne discostano sotto il profilo tecnico presentando caratteristiche proprie.
Non mancano i frammenti relativi ai grandi
catini/coperchio a listello. Il frammento n. 16, di
grandi dimensioni (diametro cm 48), con bordo
esternamente ingrossato e breve listello, ha impa-
sto piuttosto depurato e ben cotto di colore arancio
bruno, scurito sul listello74.
Le importazioni di sigillata africana e la diffusione dei prodotti di imitazione non sembra attestata dopo il V secolo. Per quanto concerne la ceramica invetriata, in attesa dello studio definitivo
74 Cfr. l’esemplare da Monte Barro però con listello meno pro-
nunciato: NOBILE 1991, tav. XLV.3.
122
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
Fig. 25. Centallo, ceramica a stralucido (= nn. 11-12
fig. 24).
Fig. 26. Centallo, olla (= nn. 15 fig. 24).
dei materiali, si rimanda a quanto anticipato in
occasione del Convegno di Pontignano del ‘90
(FILIPPI 1992, pp.121-122).
Appartiene alle produzioni del X secolo l’olla
con bordo estroflesso (n. 17) in ceramica ad impasto mediamente depurato, lievemente micaceo, di
colore rosso arancio. Sulla parete esterna e sul
bordo si notano annerimenti per contatto con il
fuoco. Questa forma è documentata in diversi siti
piemontesi tra il IX e il X secolo e in particolare
confronta con un’olla invetriata da Torino, area di
Porta Decumana (fig. 3, n. 19) e dal più vicino centro di Alba75 (fig. 23, nn. 2-3).
In conclusione, da quanto emerge dai dati presentati, appare significativa l’assenza delle ceramiche d’importazione dall’Africa, in particolare di
sigillata da mensa, ma anche di anfore sempre
dalle coste nord africane e dalle regioni microasiatiche. Dopo la metà del VI secolo questi prodotti
non raggiungono più neppure i centri maggiori
legati alle principali vie di transito mentre ancora
nei primi decenni del secolo si erano mantenuti
intensi traffici commerciali anche nelle aree rurali della Liguria interna caratterizzate dalla relativa floridezza economica degli insediamenti (GAMBARO 1993). Risulta del tutto eccezionale la presenza di un piatto di produzione tunisina in sigil-
lata D, variante della forma Hayes 94 (Atlante I, p.
110, tav. LI.9-10) la cui maggiore diffusione si colloca nella metà del VI secolo, rinvenuto nell’insediamento in grotta della Ciota Ciara presso Borgosesia (BRECCIAROLI TABORELLI 1994, p. 356;
BRECCIAROLI TABORELLI, in stampa).
Per quanto concerne le produzioni di ceramica
invetriata è già stata posta l’attenzione sul notevole incremento che queste ebbero nei contesti insediativi dell’area Padana centro-settentrionale a
partire dall’età gota proprio in sostituzione della
ceramica fine da mensa in seguito alla rarefazione
delle importazioni (BROGIOLO, GELICHI 1992,
p. 27).
Anche in Piemonte le produzioni a vetrina
pesante del IV e V secolo vengono progressivamente sostituite nel corso del VI secolo dai tipi con
vetrina sparsa, parsimoniosamente distribuita
non su tutto il corpo ceramico, con forme differenziate rispetto alla tradizione precedente (Cureggio, Orta). Con la fine VI-VII secolo a Mombello e
Orta sono documentati grandi contenitori con
invetriatura sottile parzialmente assorbita e
impasti tra loro straordinariamente simili; potrebbe trattarsi di contenitori da trasporto sostitutivi
delle anfore ormai assenti. Solo a Torino, nei contesti dalla fine del VI secolo compare un tipo invetriato definito “a vetrina assorbita” associato alle
ceramiche a parziale stralucido, alle grezze decorate a onda e a quelle ad impasto piuttosto depu-
75 Per ulteriori confronti e l’inquadramento cronologico del tipo
si rimanda a quanto esposto a proposito di Chivasso (supra).
CONCLUSIONI.
Gabriella Pantò
rato sabbioso affine alle produzioni longobarde.
Nessuno dei tipi esaminati si avvicina all’invetriatura della fiaschetta stampigliata da Biella caratterizzata da vetrina corposa di ottima qualità
(PANTO’ 1992, p. 154) ben diversa da quella meno
uniforme della fiaschetta da Testona (PEJRANI
BARICCO 1980-81, p. 39).
Nel quadro delle produzioni longobarde con
ritrovamenti da contesto insediativo 76 (fig. 27) si
segnala il frammento di eccezionale qualità da
Asti, importante sede di ducato, con superficie a
stralucido stampigliata. In associazione sono stati
raccolti alcuni frammenti di grandi recipienti da
portata in ceramica ad impasto arancio scuro con
superfici nere trattate a stralucido analoga a quella documentata a Centallo dove però è presente
una maggiore articolazione di forme anche per uso
individuale. La circolazione sul mercato della
ceramica di tipo pannonico stampigliata o a stralucido è testimoniata dai ritrovamenti negli insediamenti rurali di Centallo (accanto all’edificio di
culto con sepolture longobarde) e da Mombello in
quest’ultimo sito con caratteristiche straordinariamente simili ai ritrovamenti di Brescia S.Giulia. Da Centallo è inoltre da segnalare la cospicua
presenza di vasellame “a patina nera”, che a Brescia si trova associato alle produzioni longobarde,
la cui diffusione in Piemonte è indiziata da alcuni
ritrovamenti a Torino e Vercelli. In ultimo è da
segnalare ancora da Asti un frammento di bottiglia a impasto depuratissimo con collo decorato a
onda del tipo Fiesole e Brescia, cui potrebbe essere
assimilato il frammento da Orta ad impasto meno
depurato.
Per quanto concerne la ceramica priva di rivestimento grezza o semidepurata si sottolinea il perdurare di alcune forme già attestate dal V secolo
accanto all’introduzione di nuovi modelli e in particolare dei bicchieri o recipienti cilindrici lisci o con
listello, documentati ormai in molti centri regionali,
la cui maggiore diffusione sembra attestarsi nel VII
secolo. Le forme richiamano quelle coeve della pietra ollare sempre presente in tutti i contesti esaminati il cui incremento pare sensibile dalla metà del
VII secolo in concomitanza con la riduzione del
repertorio morfologico anche del pentolame da
fuoco in ceramica. In generale, se si eccettua il caso
anomalo di Asti, è costantemente presente il catinocoperchio o fornetto il cui uso polifunzionale sembra
ormai assodato. Il vasellame è ancora realizato al
tornio con il consistente utilizzo del tornio lento
accanto alla tecnica ad impasto. Le cotture sono
perlopiù riducenti e imperfette. Come già constatato anche per l’area padana le produzioni appaiono
indirizzate ad un mercato essenzialmente locale.
76 La carta regionale con la localizzazione dei ritrovamenti fune-
rari longobardi (63 siti) è stata elaborata revisionando gli Archivi
123
Fig. 27. Ubicazione dei ritrovamenti longobardi con
evidenziati i siti con ceramica da contesto funerario
(triangoli) e di ceramica stampigliata da contesto
insediativo (triangolo inscritto): 1 Torino via Nizza; 2
Testona; 3 Beinasco; 4 Carignano; 5 Borgomasino; 6
Caluso; 7 Biella; 8 Desana; 9 Borgovercelli; 10 Mezzomerico; 11 Nebbiuno; 13 Pecetto Bric S.Vito; 13
Mombello Monferrato; 14 Asti; 15 Centallo.
Il IX-X secolo è caratterizzato in tutta la regione piemontese dalla comparsa di una forma di olla
a bordo estroflesso e profilo del fondo convesso
decisamente innovativa rispetto alle tipologie precedenti. Sono ancora presenti gli impasti grezzi in
cottura riducente (Chivasso) che tendono ad essere gradatamente sostituiti da quelli semidepurati
e depurati con recipienti a parete maggiormente
assottigliata cotti in atmosfera ossidante, anche se
non sempre perfettamente controllata. Pur in
diverse varianti regionali la forma, già documentata tra i materiali editi di Trino Vercellese e di
Frugarolo, entrambi datati al IX-X secolo, compare a Chivasso, Torino, Pecetto, Alba, Centallo.
Accanto alle olle perdura la produzione di ciotole
o ciotole/coperchio. In quasi tutti i contesti esaminati è significativa la presenza di pietra ollare la cui
della Soprintendenza Archeologica e la bibliografia in vista della
redazione della carta archeologica di prossima pubblicazione.
124
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
diversa incidenza andrà valutata in relazione al tipo
di contesto sociale. Nel centro urbano di Chivasso la
pietra ollare raggiunge appena il 2% dei ritrovamenti e bassa è la sua presenza anche ad Alba con il
12% mentre a Frugarolo, nello stesso periodo, raggiunge il 28% (CORTELAZZO 1993, p. 340). Sia a
Chivasso che ad Alba con gli impasti grezzi compare la ceramica depurata analoga a quella documentata in numerose varianti a Pecetto dal X secolo, che
nei livelli di XI secolo di Alba e Asti diventa pressochè esclusiva con un notevole incremento percentuale dei ritrovamenti, che documentano anche la
trasformazione nella scala dei consumi.
È significativo il ritrovamento ad Asti, sede
comitale, di un frammento di pegau della fine del
IX-X secolo, che implica rapporti con l’area franca
anche di tipo commerciale. In tale ottica andrebbe
valutata la presenza ad Alba, in livelli datati da
monete ad età carolingia, di ceramica invetriata in
monocottura probabilmente frutto di sporadiche e
occasionali importazioni o precoci tentativi di
introduzione della tecnica. Infatti anche se la
larga diffusione delle ceramiche invetriate è attestata in Piemonte solo dal XIII secolo alcuni sporadici ritrovamenti e la presenza di fusaiole invetriate lascerebbero intravvedere la possibile trasmissione di questa tecnica da aree geografiche
contigue o legate politicamente e culturalmente.
(Gabriella Pantò)
Gabriella Pantò
125
BIBLIOGRAFIA
M. ALESSIO MANZONI 1985, Monteu da Po. Industria.
Insula, in “QuadAPiem”, 4, Notiziario, pp. 57-60.
M. ALESSIO 1988, Monteu da Po. Industria, area dell’Iseion, in “QuadAPiem”, 7, Notiziario, pp. 99-103.
Atlante I. EAA, Atlante delle forme ceramiche I. Ceramica
fine romana nel bacino mediterraneo (medio e
tardo impero), Roma 1981.
Atlante II. EAA, Atlante delle forme ceramiche II. Ceramica
fine romana nel bacino mediterraneo (tardo elle nismo e primo impero), Roma 1995.
F. BIERBRAUER 1987, Invillino-Ibligo in Friaul. Die romi sche Siedlung und das spätantikfrümittealterli che Castrum, München.
F. BIERBRAUER 1990, La ceramica grezza di InvillinoIbligo, Friuli, e i suoi paralleli nell’arco alpino
centrale e orientale (secc. IV-VII d.C.), in “Archeologia Medievale”, XVII, pp. 57-83.
M. BOLLA, D.CAPORUSSO, G.MASSARI, E.ROFFIA
1985, La villa tardoromana a Palazzo Pignano
(Cremona). I materiali, in Cremona romana (Atti
Congresso storico archeologico 1982), Cremona,
pp. 196-227.
R. BORDONE 1980, Città e territorio nell’alto Medioevo. La
società astigiana dal dominio dei Franchi
all’affermazione comunale (BSS, CC), Torino.
A. BOUVIER, E. FAURE BOUCHARLAT, J. MONNIER
1992, La motte castrale de Décines-Charpieu
(Rhône), in “Archéologie Médiévale”, XXII, pp.
231-307.
L. BRECCIAROLI TABORELLI 1994, Borgosesia, Monte
Fenera. Insediamento temporaneo dalla tarda
antichità nella grotta Ciota Ciara, in “QuadAPiem”, 12, Notiziario, pp. 356-357.
L. BRECCIAROLI TABORELLI in stampa, Un insediamen to temporaneo della tarda antichità nella grotta
“Ciota ciara” (Monfenera, Valsesia), in “QuadAPiem”, 13.
G.P. BROGIOLO, S. LUSUARDI SIENA 1980, Nuove inda gini archeologiche a Castelseprio, in Atti del VI
Congresso Internazionale di Studi sull’Alto
Medioevo (Milano 1978), Spoleto, pp. 475-499.
M. BUORA 1991, Schede, in I Longobardi , Catalogo della
Mostra, a cura di G.C.Menis, Milano.
A. CARIGNANI, F. PACETTI 1989, Anfore tardoantiche
dagli scavi del Palatino, in Amphores romaines et
histoire économique: dix ans de recherches, Atti
del Colloquio Internazionale (Siena 1986), École
Française de Rome, Roma, pp. 610-615.
C.A.T.M.A. 1992, Céramiques glaçurés de l’Antiquité tardive
et du haut Moyen Age en France méridionale, in La
ceramica invetriata tardoantica e altomedievale in
Italia, Atti del Seminario (Certosa di Pontignano
1990), a cura di L.Paroli, Firenze, pp. 65-74.
N. CERRATO 1992, La ceramica invetriata di Torre Bairo
(To). Notizie preliminari, in La ceramica invetria ta tardoantica e altomedievale in Italia, Atti del
Seminario (Certosa di Pontignano 1990), a cura
di L.Paroli, Firenze, pp. 177-183.
L. COCCONCELLI 1995, Ceramica invetriata, in Angera
romana. Scavi nell’abitato 1980-1986, a cura di
G. Sena Chiesa, M.P. Lavizzari Pedrazzini,
Roma, pp. 201-206.
M. COLARDELLE 1983, Sépulture et traditions funéraires
du Ve au XIIIe siècle ap. J.C. dans les campagnes
des Alpes Françaises du nord, Grenoble.
M. CORTELAZZO 1989, La ceramica tardo-antica e medie v a l e, in S.Michele di Trino.Un villaggio, un
castello, una pieve tra età romana e Medioevo,
Studi Trinesi 8, Trino, pp.104-137.
M. CORTELAZZO 1990, Indagine archeologica al castello
di Manzano (Comune di Cherasco (Cn). Rapporto
preliminare (1986-1989). Osservazioni prelimi nari sui materiali ceramici , in “Archeologia
Medievale”, XVII, pp. 263-266.
G.P. BROGIOLO 1988, Ceramica invetriata, in G. PANAZZA, G.P. BROGIOLO (a cura di), Lo scavo di Via
Alberto Mario, ricerche su Brescia altomedievale,
I, pp. 98-102.
N. CERRATO, M.CORTELAZZO, C.MORRA 1991, La cera mica del XIII-XVI secolo, in Montaldo di Mon dovì. Un insediamento protostorico. un castello, a
cura di M. Venturino Gambari, E. Micheletto,
Roma, pp. 117-180.
G.P. BROGIOLO 1991, Ceramica invetriata, in Archeologia
a Monte Barro. I. Il grande edificio e le torri, a cura
di G.P.Brogiolo, L.Castelletti, Lecco, pp. 79-83.
M. CORTELAZZO 1993, La Torre (Frugarolo, prov. di Ales sandria). Il materiale ceramico e la pietra ollare ,
in “Archeologia Medievale”, XX, pp. 333-345.
G.P. BROGIOLO, S. GELICHI 1984, La ceramica grezza
medievale nella pianura padana, in La ceramica
medievale nel Mediterraneo occidentale, Atti del
III Congresso Internazionale, Siena - Faenza
1984, Firenze, pp. 293-361.
A. CROSETTO 1993, Indagini archeologiche nel Medioevo
astigiano. Il cimitero di San Secondo, in “QuadAPiem”, 11, pp. 145-168.
G.P. BROGIOLO, S. GELICHI 1986, La ceramica grezza
medievale nella pianura padana, in Atti del III
Congresso Internazionale (Siena-Faenza 1984),
Firenze, pp. 293-316.
G.P. BROGIOLO, S. GELICHI 1992, La ceramica invetriata
tardoantica e medievale nel nord Italia, in L a
ceramica invetriata tardoantica e altomedievale
in Italia, Atti del Seminario (Certosa di Pontignano 1990), a cura di L.Paroli, Firenze, pp. 23-32.
R. CURINA, S. GELICHI, P. NOVARA, M.L. STOPPIONI
1990, Contesti tardoantichi e altomedievali dal sito
di Villa Clelia (Imola, Bologna). I materiali del fos sato, in “Archeologia Medievale”, XVII, pp. 148-208.
M. DABROWSKA, L. LECIEJEWICZ, E. TABACZYǸSKA, S.
TABACZYǸSKI 1978/79, Castelseprio: scavi dia gnostici 1962-1963, in “Sibrium”, XIV, pp. 94-109.
G. DEMIANS D’ARCHIMBAUD 1980, Les fouilles de Rou giers (Var). Contribution a l’archeologie de l’habi tat rural medieval en pays mediterranne, ParisValbonne.
126
LE CERAMICHE ALTOMEDIEVALI (FINE VI - X SECOLO) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONE E COMMERCI
F. FILIPPI 1992, Ceramica invetriata tardo-antica da un
contesto stratigrafico di Acqui Terme (Al), in La
ceramica invetriata tardoantica e altomedievale
in Italia, atti del Seminario (Certosa di Pontignano 1990), a cura di L.Paroli, Firenze, pp. 130-139.
S. LUSUARDI SIENA, M. SANNAZARO 1992, Castelseprio
(Va), in La ceramica invetriata tardoantica e alto medievale in Italia, Atti del Seminario (Certosa
di Pontignano 1990), a cura di L.Paroli, Firenze,
pp. 195-199.
F. FILIPPI, P. LEVATI 1993, Torino, area di palazzo Madama.
Completamento dell’indagine di archeologia urba na, in “QuadAPiem, 11, Notiziario, pp. 287-290.
S. MASSA, B. PORTULANO 1990, Brescia S.Giulia, Scavo
1987 (Ortaglia settore Y2). Dati preliminari sulla
ceramica comune: V-VII secolo, in “Archeologia
Medievale”, XVII, pp. 111-120.
L. GAMBARO 1993, Materiali ceramici, vetri, manufatti in
pietra e osso, in Archeologia nella valle del Curo ne, a cura di G.Panto’, Alessandria, pp. 137-169.
E. GARERI CANIATI 1985, Ceramiche invetriate dal Villa ro di Ticineto (Al), in La ceramica invetriata tar doromana e altomedievale , Atti del Convegno di
Como 1981, Como, pp. 78-83.
S. GELICHI 1994, Produzioni artigianali dai pozzi-deposito
in Il tesoro nel Pozzo. Pozzi deposito e tesaurizza zioni nell’antica Emilia , a cura di S.GelichiN.Giordani, Modena, pp.75-95.
A. GUGLIELMETTI, L. LECCA BISHOP, L. RAGAZZI
1991, Ceramica comune, in Scavi MM3, a cura di
D. CAPORUSSO, Milano I reperti, 3.1, Ricerche
di archeologia urbana a Milano durante la
costruzione della linea 3 della Metropolitana
1982-1990, pp. 133-258.
J.W. HAYES 1972, Late Roman Pottery, London.
O. von HESSEN 1968, Die langobardische Keramic aus Ita lien, Wiesbaden.
O. von HESSEN 1971, Die langobardischen funde aus dem
Gräberfeld von Testona (Moncalieri/Piemont), in
“Memorie dell’Accademia delle Scienze di Torino”, s.IV, n. 23, Torino.
R. LAVAGNA 1986, La pietra ollare dagli scavi archeologi ci nel territorio sabazio, in La pietra ollare in
Liguria, Atti della giornata di studio in ricordo di
Lella Massari, in “Rivista di Studi Liguri”, LII,
pp. 199-216.
G. MASSARI 1977, Ceramica comune, in Luni II. Scavi di Luni.
Relazione preliminare delle campagne di scavo
1972-1974, a cura di A.Frova, Roma, pp. 501-534.
G. MASSARI, G. RATTI 1977, Osservazioni sulla ceramica
comune di Luni, in Luni II. Scavi di Luni. Rela zione preliminare delle campagne di scavo 19721974, a cura di A.Frova, Roma, pp 590-630
W. MEYER 1976, Il Castel Grande di Bellinzona. Rapporto
sullo scavo e sull’indagine muraria, Olten.
E. MICHELETTO L. PEJRANI BARICCO in stampa,
Archeologia funeraria e insediativa in Piemonte
tra V e VII secolo, in L’Italia centro-settentrionale
in età longobarda, Atti del Convegno di Ascoli
Piceno (6-7 ott. 1995).
L. MERCANDO 1990, Note su alcune città del Piemonte setten trionale, in La città nell’Italia settentrionale in età
romana, Atti Convegno di Trieste (1987), coll. Ecole
Française de Rome, Trieste-Roma, pp. 441-478.
Milano capitale 1990, Milano capitale dell’impero romano.
286-402 d.C., Catalogo della mostra, Milano.
A. NEGRI 1994, La ceramica grezza medievale in FriuliVenezia Giulia: gli studi e le forme, in Ad Men sam. Manufatti d’uso da contesti archeologici fra
tarda antichità e medioevo, a cura di S.Lusuardi
Siena, Udine, pp.63-96.
I. NOBILE 1991, Ceramica grezza, in Archeologia a Monte
Barro I. Il grande edificio e le torri, a cura di
G.P.Brogiolo, L.Castelletti, Lecco, pp. 63-79.
A. LAVAZZA, M.G. VITALI 1994, La ceramica d’uso comu ne: problemi generali e note su alcune produzioni
tardoantiche e altomedievali , in Ad Mensam.
Manufatti d’uso da contesti archeologici tra tarda
antichità e altomedioevo, a cura di S.Lusuardi
Siena, Udine, pp.17-54.
I. NOBILE 1992, Necropoli tardoromane nel territorio
Lariano, Como.
S. LUSUARDI SIENA 1989, Insediamenti goti e longobardi
in Italia settentrionale, in XXXVI Corso di cultu ra sull’arte Ravennate e Bizantina, Ravenna, pp.
191-226.
G. PANTO’ 1992, Il vercellese in L. PAROLI (a cura di),La
ceramica invetriata tardoantica e medievale in
Italia, Atti del seminario Certosa di Pontignano
1990, pp.150-156.
S. LUSUARDI SIENA 1994, La ceramica longobarda in Ad
mensam. Manufatti d’uso da contesti archeologici
fra tarda antichità e medioevo , a c u r a d i
S.Lusuardi Siena, Trieste, pp. 55-62.
G. PANTO’ 1993, “Memorie di Biella”. Aggiornamenti
archeologici, in “QuadAPiem”, 11, pp. 99-143.
S. LUSUARDI SIENA, M. SANNAZARO 1985, Ceramica
invetriata di Castelseprio, in La ceramica inve triata tardoromana e altomedievale, Atti del Convegno di Como, 1981, Como, pp.31-45.
S. LUSUARDI SIENA, M. SANNAZARO 1986, Pietra ollare
di Luni, in La pietra ollare in Liguria, Atti giornata di studio in ricordo di Lella Massari, in
“Rivista di Studi Liguri”, LII, pp. 165-198.
S. LUSUARDI SIENA, M. SANNAZARO 1991, Ceramica
invetriata, in Scavi MM3, ricerche di archeologia
urbana a Milano durante la costruzione della linea
3 della metropolitana 1982-1990, I reperti, 3.1, a
cura di D. CAPORUSSO, Milano, pp. 107-128.
G. OLCESE 1993, Le ceramiche comuni di Albintimilium.
Indagine archeologica e archeometrica sui mate riali dell’area del cardine, Firenze.
G. PANTO’ 1993b, Vercelli, palazzo Avogadro della Motta.
Resti strutturali dalla tarda antichità al Basso
Medioevo, in “QuadAPiem”, 11, Notiziario, pp.
312-313.
G. PANTO’ 1994, Pecetto, Bric San Vito. Resti del Castrum di
Monsferratus. Restauro conservativo delle struttu re, in “QuadAPiem”, 12, Notiziario, pp. 340-341.
G. PANTO’, G. MENNELLA 1994, Topografia ed epigrafia
nelle ultime indagini su Vercelli paleocristiana,
in “Rivista di Archeologia Cristiana”, 1-2, LXX,
pp. 339-410.
G. PANTO’, L. PEJRANI BARICCO 1992, Il castrum di Bel monte (To), in La ceramica invetriata tardoantica
e altomedievale in Italia, Atti del Seminario (Certosa di Pontignano 1990), a cura di L.Paroli,
Firenze, pp. 157-170.
Gabriella Pantò
127
G. PANTO’, E. ZANDA 1984, Chivasso, via Torino 70. Strut ture d’età medievale e post-medievale, in “QuadAPiem”, 3, Notiziario, p. 286.
F. ROSSI, B. PORTULANO 1994, Nuovi scavi nell’area
della villa romana, 1988-1990, in Studi sulla
villa romana di Desenzano, Milano, pp. 145-181.
L. PAROLI 1992, La ceramica invetriata tardo-antica e
medievale nell’Italia centro-meridionale, in La
ceramica invetriata tardoantica e altomedievale
in Italia, atti del Seminario (Certosa di Pontignano 1990), a cura di L.Paroli, Firenze, pp. 33-61.
A. ROZZI 1995, Vasi “pertugiati”, in Angera romana. Scavi
nell’abitato 1980-1986, a cura di G.Sena Chiesa,
M.P. Lavizzari Pedrazzini, Roma, pp. 174-178.
L. PEJRANI BARICCO 1980-81, La collezione Calandra, in
Ricerche a Testona. Per una storia della Comu nità, Testona, pp. 12-39.
L. PEJRANI BARICCO 1986, Cureggio. Battistero di San
G i o v a n n i, in “QuadAPiem”, 5, Notiziario, pp.
212-213.
L. PEJRANI BARICCO 1990, Isola d’Orta: basilica di S.Giu lio, in Milano capitale dell’impero romano. 286402, Catalogo della mostra, Milano pp. 297-298.
L. PEJRANI BARICCO 1990, Schede, in I longobardi, catalogo della Mostra, a cura di G.C.Menis, Milano,
pp. 344-348.
L. PEJRANI BARICCO, G. MASSA 1988, Torino. Indagini
nel fossato di Palazzo Madama, in “QuadAPiem”,
8, Notiziario, pp. 231-233.
L. PEJRANI BARICCO, G. MOLLI BOFFA in stampa,
S.Gervasio di Centallo: da villa romana a chiesa
battesimale, in “Bollettino d’Archeologia”.
“QuadAPiem”, “Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte”.
G. RATTI 1977, Ceramica comune, in Luni II. Scavi di Luni.
Relazione preliminare delle campagne di scavo
1972-1974, a cura di A.Frova, Roma, pp. 187-218.
H. RODRIGUEZ 1992, Bemerkungen zur relativchronologi schen Gliederung der südostalpines spätrömischspätantiken Gebrauchskeramik, in Il territorio
tra tardoantico e altomedioevo. Metodi di indagi ne e risultati , 3° seminario sul tardoantico e
l’altomedioevo nell’area alpina e padana (Monte
Barro 1991), Firenze 1992, pp.159-178.
D. ROMEI 1992, La ceramica a vetrina pesante altomedie vale nella stratigrafia dell’esedra della crypta
Balbi, in La ceramica invetriata tardoantica e
altomedievale in Italia , Atti del Seminario (Certosa di Pontignano 1990), a cura di L.Paroli,
Firenze, pp. 378-393.
M.T. SARDO 1988, Il territorio 2: a sud delle Vaude, in Per
pagos vicosque. Torino romana fra Orco e Stura,
a cura di G.Cresci Marrone, E.Culasso Gastaldi,
Torino, pp.151-165.
I. SCIAVOLINO 1994, Lo studio dei materiale dei recenti
scavi, in Il battistero di Chieri tra archeologia e
restauro, a cura di D. Biancolini, G. Pantò, Torino, pp. 78-91.
G. SENA CHIESA 1995, La ceramica invetriata, in Angera
romana. Scavi nell’abitato 1980-1986, a cura di
G.Sena Chiesa, M.P.Lavizzari Pedrazzini, Roma,
pp. 561-579.
C. SIMONETT 1941, Tessiner Gräberfelden, Basel.
G. TASSINARI, C. COMPOSTELLA 1995, Ceramica comu ne, in Angera romana. Scavi nell’abitato 19801986, a cura di G. Sena Chiesa, M.P. Lavizzari
Pedrazzini, Roma, pp. 95-163.
C. VARALDO, R. LAVAGNA 1992, Ceramica invetriata da
Vada Sabazia, in La ceramica invetriata tar doantica e altomedievale in Italia, Atti del Seminario (Certosa di Pontignano 1990), a cura di L.
Paroli, Firenze, pp. 86-98.
L. VASCHETTI in stampa, Ceramica comune, in Il momaste ro della Visitazione in Vercelli, a cura di G. Pantò.
L. VILLA 1994, Le anfore tra tardoantico e medioevo, in Ad
mensam. Manufatti d’uso da contesti archeologici
fra tarda antichità e Medioevo , a cura di S.
Lusuardi Siena, Udine, pp. 365-431.
E. ZANDA 1992, Industria (To), in La ceramica invetriata
tardoantica e altomedievale in Italia, Atti del
Seminario (Certosa di Pontignano 1990), a cura
di L. Paroli, Firenze, pp.171-176.
E. ZANDA, A. CROSETTO, L. PEJRANI 1989, Asti. Inter venti archeologici e ricerche in centro storico.
1981-1986, in “QuadAPiem” 5, pp. 67-121.
Scarica

La ceramica in Piemonte tra la fine del VI e il X secolo