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Capitolo Uno
Prima parte
Piove e sono in ritardo. Strano, non mi accade mai di esserlo. C’è qualcosa di sbagliato nell’essere
in ritardo per me, almeno credo. Un sottile disagio che ti accompagna per tutto il tempo che gli altri,
gli amici ti devono aspettare. E questa volta è toccato a me, ed il senso di colpa che provo è così
forte che riesco perfino a percepire cosa stiano pensando nel non vedermi arrivare.
Ma non posso farci niente. Questa pioggia ha intasato tutte le fogne alla stessa maniera di come
questo improvviso flusso di auto ha intasato l’unica strada che mi permetterebbe di arrivare in
tempo.
L’unica cosa ragionevole da fare, è lasciarsi trasportare, e cercare di ingannare questa ansia sempre
più invadente. Nervosamente frugo, senza guardare, nella tasca laterale della portiera dove tengo
alcuni CD pescandone uno a caso. Apro la custodia, e con la solita cura maniacale prendo il disco
per il bordo, ben attento a non lasciarci nessuna impronta. Lo inserisco nel lettore che magicamente
lo aspira all’interno. Alzo al massimo il volume. Un caldo fruscio anticipa la riconversione in
digitale di una vecchia registrazione dal vivo: Bach, la sua più famosa ninna nanna. “Che bella
scelta”, penso. Una musica sublime invade l’abitacolo del mio maggiolino, una musica che non ti
chiede il permesso per entrare dentro al tuo cuore, lo fa e basta. Ti racconta la storia del mondo, i
suoi sentimenti, i suoi amori e le sue passioni. Amo questa musica appunto perché riesce a prenderti
senza che tu possa fare niente per evitarlo, ti suggerisce emozioni, non cerca di importi qualcosa di
particolare, e sei tu una volta preso che scegli dove farti portare. E’ come se fosse la chiave che
serve ad aprire la porta sul grande universo della mente. Attraversi questa soglia e ti ritrovi in un
nuovo spazio che di volta in volta si apre su dei nuovi mondi completamente diversi dai precedenti.
La ascolti mille volte, e per mille volte capiti in luoghi differenti, mai visti prima. Non è che non
ami gli altri tipi di musica, tutt’altro, la musica è sempre stata una compagna fondamentale della
mia vita, è solo che ogni tipo di musica ha un luogo ed un momento preciso per essere ascolta. La
grande musica sinfonica, l’opera mi trasmettono emozioni forti, intense ma già determinate. E’ un
giardino perfettamente coltivato con fiori meravigliosi e affascinati, alberi verdissimi dai frutti
esotici e coloratissimi con aromi profondi. Quando ascolto questo tipo di musica (la sinfonica e
l’opera intendo) mi scopro a esplorare questo giardino, enorme e bellissimo ma limitato da un muro
di cinta, altissimo e invalicabile. Il muro di cinta immaginato da chi ha deciso per te cosa questa
musica deve darti. E questo io non lo sopporto, non ho bisogno di schemi, e di spazi rinchiusi.
Bach, invece, riesce ogni volta ad anestetizzarmi ed a allontanarmi da tutto, a vuotarmi la mente
dalle solite preoccupazioni. Mi impedisce di pensare a quello che ho intorno. Ed anche questa volta,
nonostante tutto quello che mi sta accadendo intorno la magia capita di nuovo. Lascio il mondo
reale per farmi trasportare lontano chissà dove, ancora una volta.
Poi il sogno improvvisamente finisce, un prolungato colpo di clacson mi riporta sulla terra e la
magia in cui mi trovavo immerso svanisce. Mi rendo conto di essere arrivato. In lontananza le luci
del complesso sportivo mi ricordano cosa sono venuto a fare quaggiù. Ripasso mentalmente la
strada ancora da fare, girare al semaforo, passare sotto la ferrovia, trovare un posto dove lasciare
l’auto.
Arrivo, felice di non essere troppo in ritardo, ma ancora scosso dalla tremenda litigata avuta con
Caterina poco prima di uscire di casa.
Comincio a spogliarmi mentre di corsa arrivo negli spogliatoi. Mi cambio cercando di fare le cose
più velocemente possibile, le scarpette me le alliccerò sul campo, penso. Alla fine riesco a
presentarmi, quasi puntale: «Muoviti, dai che si comincia!».
Per tutti questo appuntamento settimanale al campo di calcetto è una piccola valvola di sfogo, un
modo per sfuggire alle proprie quotidianità. Fidanzate diventate mogli e poi ex, i figli, le bollette, la
scuola, e i problemi di lavoro. Ognuno con la sua storia.
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La partita inizia e finisce senza modificare di un niente il mio stato d’animo. Tutta la tensione
accumulata nel timore dell’essere in ritardo è stata rimpiazzata progressivamente da un sempre più
incontrollabile angoscia per aver lasciato Caterina a casa, da sola ed in quello stato.
«Davide, cosa hai? Sembri distratto, lontano! Eppure uno come te, non dovrebbe mai avere un
pensiero, ogni sera una diversa dalle altre, Eh?!».
Inizia così il rito dello spogliatoio, quei dieci minuti di nudità condivisa prima e dopo la doccia. Ci
si sente tutti più vicini, deve essere un qualcosa di antico, un retaggio di un passato ancestrale, un
appuntamento consumato intorno al fuoco dopo una battuta di caccia. In quei dieci minuti si
organizzano cene, appuntamenti, finte rimpatriate. Dieci minuti dove ci si racconta più per
soddisfazione personale, che per effettivo bisogno: «Eh? Cosa farai stasera eh Davide? Beato te! Se
potessi cambierei una settimana delle tue con un anno intero della mia vita, con moglie, figli e
suoceri in casa!». Lo guardo perplesso senza rispondere. Eppure un fondo di verità in quello che
dice c’é. Abbiamo vite assolutamente opposte. Famiglia e routine dalla una parte, nessun impegno
serio e responsabilità dall’altra. Provo a rispondere qualcosa ma mi blocco subito, riuscendo solo a
balbettare una frase intrisa di una tristezza infinita: «guarda che anch’io farei volentieri il cambio,
almeno per un po’ di tempo, sai!», tristezza ovviamente non colta.
Man mano che il rito si consuma i discorsi diventano sempre più impersonali e banali scemando nei
classici binari del dopo partita: un nuovo modello di cellulare appena uscito con tutte quelle
funzioni assolutamente indispensabili, l’ultima auto ipertecnologica, l’abbonamento ad una di
quelle pay-tv con mille canali differenti. Argomenti che mi sfiorano appena.
Lo spogliatoio si svuota ed è una cosa che mi piace, perché si crea una atmosfera che riesco a
gustarmi ogni volta. Mi siedo su una panca in attesa che l’ultimo esca dalla doccia. Penso a tutte le
volte che ho ripetuto questi gesti. Già mi manca davvero questo ambiente, ma purtroppo lo sport ha
le sue regole, dopo un po’ non si serve più e si deve trovare la forza per mettersi da parte. Finita la
doccia, mi asciugo velocemente, raccolgo tutta la mia roba e la infilo a forza nel borsone. Pago la
mia parte campo e mi getto di corsa fuori dall’impianto verso la mia auto. Per fortuna ha smesso di
piovere. Nel parcheggio ormai vuoto c’è rimasto solo il mio maggiolino verde residuato degli anni
’70 quello con il parabrezza piatto ed un consumo da fuoriserie di lusso. Sono l’ultimo a tornare a
casa anche stasera, e gli altri se ne sono già andati via tutti da un pezzo. Poco male!
Apro l’enorme fauce del cofano anteriore e ci lascio cadere dentro la borsa. Non riesco a pensare ad
altro che all’inevitabile scontro con Caterina, lasciata in lacrime a casa non più di due ore prima.
Salgo, metto in moto e parto verso di lei senza troppa fretta. Non c’è traffico ed arrivo quasi senza
accorgermene, senza nessuna colonna sonora stavolta, non sarei riuscito a trovare il disco giusto.
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Capitolo Uno
Seconda Parte
Sono davanti casa. Chiudo sbattendo la portiera della mia macchinetta e senza prendere la borsa mi
avvicino all’ingresso. Non penso a niente. Non ho nessuna tattica, la affronterò senza nessuna
preparazione. Salgo la breve rampa di scale che porta al disimpegno, trattengo il respiro ed apro la
porta.
Lei è li in piedi che mi aspetta, in penombra nel centro del lungo corridoio che separa in due la mia
piccola casa. Accanto ai suoi piedi ci sono due borse di plastica, di quelle grosse per la spesa, piene
di ogni cosa. Non piange più, ma le lacrime mescolate al trucco per gli occhi le hanno disegnato sul
viso, due profonde rughe. Mi affronta immediatamente:
«Sei tornato eh? Bastardo! Ti sei divertito con i tuoi amici eh? BAS-TAR-DO!»
Mi avvicino, cerco da darle un bacio, ma lei mi respinge con forza:
«Ti avevo avvertito, questa è l’ultima volta che ti.. che ti permetto di farmi questo. Ho preso, la mia
roba me ne vado. Stavolta me ne vado davvero, l’ho giurato! Te l’ho giurato! Davvero. Hai capito!»
Non ho mai preso troppo sul serio queste sue minacce ripetute ad ogni occasione. E questa patetica
scena non è molto diversa da quelle già viste nelle sere precedenti.
Dopo un attimo di silenzio Caterina, prende le due borse e si muove in avanti con un primo passo
incerto. Poi si blocca, ne lascia cadere una guardandomi terrorizzata ricomincia a piangere ed a
urlare:
«Cazzo! cazzo! cazzo! Mi sono dimenticata dei libri che ti ho regalato! Cazzo!»
Nella drammaticità di questa frase c’è tutto il riassunto della nostra storia. Un grande attrazione
fisica e una stima infinita da parte mia, un amore ed un darsi senza confini dall’altra parte.
Si volta, e lentamente entra nella stanza da letto avvicinandosi alla libreria. La luce diretta del
faretto puntato sullo scaffale più in alto la illumina e la disegna perfettamente. La seguo solo con lo
sguardo, non ho né la forza né il coraggio di dirle più niente. Rimango appoggiato alla porta della
camera da letto e scruto ogni tremore del suo viso e del suo corpo, i suoi lunghi capelli neri sulle
forme ben sviluppate, la mano che scorre tremando sulle coste ben ordinate dei libri, senza mai
soffermarsi su uno in particolare. Improvvisamente, con un gesto deciso ne sceglie uno. Lo osserva
con attenzione e sfoglia le prime pagine. Si blocca per qualche istante e poi di colpo voltandosi di
scatto mi grida:
«Questo! Questo..... questo è uno di quelli che ti ha regalato quella puttana! Te l’avrò chiesto mille
volte di toglierci il suo nome, cosa ti sarebbe costato toglierci il suo nome dalla copertina eh?»
E lo scaglia in terra, con tutta la violenza possibile, tentando poi a calciarlo via lontano.
«Puttana! Puttana! Puttana! Questi sono tutti i libri che ti ha regalato quella puttana, perché, perché
non li hai mai buttati, perché?….»
Prova a rovesciare il piano della libreria ma non ci riesce. Adesso la crisi di pianto si trasforma in
un qualcosa di più profondo e incontrollabile. Mi passa davanti, ignorandomi e ritorna nel lungo
corridoio, prende le borse di plastica e le trascina per qualche metro verso la porta. Si aspetta una
qualche mia mossa, un intervento per provarla a fermala, una parola. Invece niente, rimango
immobile a guardare, queste scene ormai ripetute mi hanno tolto la volontà di lottare. Arriva alla
porta, la apre ma non va oltre, si ferma qualche centimetro prima. Abbandona di nuovo le borse e
torna indietro stavolta correndo, per poi lasciarsi cadere sul letto. Il respiro è rotto da singhiozzi
sempre più forti. Il suo corpo trema e sussulta di nuovo. Stavolta lentamente mi avvicino per
abbracciarla e provare a calmarla.:
«Caterina! Ti prego, basta!» non riesco davvero a dire altro che banalità. L’accarezzo, la bacio con
dolcezza.
«Bastardo, sei un bastardo, ti odio!». Stavolta non mi respinge e si lascia coccolare. Alla fine riesco
nel mio intento. La osservo mentre rannicchiata cerca di recuperare dallo sforzo fatto. E per la
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prima volta mi chiedo come sono riuscito a farmi coinvolgere in una situazione come questa senza
via di uscita.
Si rimane per un po’ di tempo così, stesi sul letto. Poi lei si gira di fianco dandomi la schiena, sul
lato del letto rivolto verso la parete, si toglie le scarpe e si infila sotto le coperte. I rimango ancora
sdraiato accanto a lei. La luce sul mobiletto illumina appena la stanza. La sento muoversi, e senza
guardarmi sussurra:
«domani ne dobbiamo parlare seriamente Davide, io non riesco più a sopportare tutto questo dolore.
Ci fa troppo male». Piccola, riesce ancora ad infilare nel suo discorso un “ci”, come se la nostra
storia fosse ancora una storia viva, una storia con un futuro. Non rispondo. Senza fare troppo
rumore mi spoglio e mi infilo sotto le coperte anch’io. Cerco di abbandonarmi al sonno ma non ci
riesco, la fatica della giornata, questa scenata, i soliti problemi di soldi, mi impediscano di
addormentarmi serenamente. Cerco di distrarmi ascoltando il disco che ormai metto tutte le sere per
rilassarmi. Il respiro di Caterina adesso è più tranquillo e regolare. Si è calmata, le sposto e capelli
da dietro le spalle, e l’abbraccio dolcemente. Le nostre gambe si intrecciano secondo uno schema
ormai consueto. Si è finalmente calmata. Le do un altro bacio leggero sulla fronte. Lei mi prende
una mano e se la stringe tra i suoi seni. Alla fine ci addormentiamo così.
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Capitolo Uno
Terza parte:
La notte vola via tranquilla, senza scossoni. Anche i vicini, particolarmente rumorosi stranamente
rispettano la nostra ritrovata pace. La burrasca della sera precedente sembra essere passata senza
lasciare traccia. Suona la sveglia, fuori albeggia appena e Caterina è ancora addormentata, o per lo
meno fa finta di esserlo. Meglio così, non ho voglia di affrontarla. Faccio attenzione a non fare il
minimo rumore mi vesto ed esco di casa per andare al lavoro, fermandomi come al solito al mio bar
preferito per fare colazione. Meccanicamente ripeto gli stessi gesti che ormai compio da anni e mi
ritrovo davanti alla Ditta, pronto per un’altra giornata di lavoro.
Sono in anticipo di qualche minuto ma trovo già ad aspettarmi davanti al mio ufficio quattro dei
cinque ragazzi che si sono candidati per lo stage che sto organizzando in Ditta. Me lo ero
completamente dimenticato. Entro in ufficio e li osservo di sfuggita. C’è una bella ragazza bionda,
vestita molto elegantemente, due ragazzi uno fotocopia dell’altro con tanto di giacca e cravatta, ed
un tipo non più giovanissimo vestito normalmente, con jeans e scarpe da tennis su una bella
camicia. Li saluto cordialmente e gli faccio cenno di avvicinarsi: «Buongiorno ragazzi» gli dico:
«Sono il dottor Davide Sole. Nella saletta qui accanto al mio ufficio troverete dei moduli da
compilare. I moduli sono numerati nell’ordine con cui faremo il primo colloquio di presentazione,
decidete voi che verrà per primo». Dico questo accompagnandoli all’interno dell’informale
salottino. Senza farmi notare, o almeno sperando questo scruto li scruto con più attenzione. I due
candidati vestiti uguali non sono già più in grado di distinguerli, così perfettamente stereotipati al
modello di successo. Guardo questi ragazzi con curiosità ed un pizzico di invidia mentre si
sistemano intorno allo stretto tavolino decidendo chi sarà il primo a venire da me. Intanto
continuando a parlare nel modo più informale possibile aggiungo:
«Ragazzi, io rappresento per voi il primo contatto con il mondo del lavoro. Non sarò certo io che
deciderò del vostro futuro, ma sarò comunque quella persona che alla fine dovrà decidere, per altri
(e dicendo “per altri”, sollevo lo sguardo verso il soffitto, verso i piani alti dell’Azienda) chi di
voi sarà il candidato più opportuno per questo stage. Vi lascio dieci minuti per rispondere alle
domande del modulo poi, seguendo l’ordine che deciderete, venite nel mio ufficio, qui di fianco. Se
il ritardatario si presenta dopo le nove e cinque ditegli pure di andare a provare da un'altra parte».
Battutina che scatena la classica risatina di compiacimento.
Mi diverto un mondo a fare il duro, anche se non voglio impressionare nessuno. Esco dalla saletta e
ritorno nel mio ufficio. Accendo il monitor del PC che per comodità lascio sempre acceso, e scorro
rapidamente l’elenco delle e-mail arrivate per posta elettronica per verificare se ci sia qualcosa di
particolarmente interessante o urgente da fare. Dopo questa rapida occhiata, apro le finestre per
rinfrescare la stanza. Torno al computer e sposto nella cartella “Caterina” le email arrivate da lei
negli ultimi giorni, leggo poi qualcosa di sfuggita, senza la minima attenzione.
Passati i dieci minuti, esco dal mio ufficio e mi avvicino alla porta del salottino annunciando che il
tempo necessario per compilare il modulo è scaduto. Ritiro i moduli. Nessuno di loro mi ha chiesto
una penna, e questo è già un buon punto di partenza. Odio chi si presenta ad un colloquio di lavoro
senza portarsi una penna.
In realtà il mio giudizio su di loro non sarà così importante e definitivo, non sarò certo io a decidere
sul loro futuro, però questo loro non lo sanno, ed un po’ mi piace giocarci. Il mio è solo un giudizio
tecnico, sulle potenziali capacità professionali. La decisione finale sarà presa dal Direttore, a
prescindere da tutti i giudizi e le altre considerazioni, compresa sicuramente la mia.
Per prima entra, come speravo la ragazza bionda:
«Buongiorno Signorina?...» Le chiedo cortesemente: «Vanni, Vanni Ilaria», mi risponde mettendo il
cognome prima del nome «Bene, signorina Ilaria venga si metta pure comoda». L’affrettato primo
giudizio trova le sue scontate conferme. E’ davvero una bella ragazza, alta, slanciata, ben formata
con un profumo che si avverte nettamente ma allo stesso tempo né troppo fastidioso né troppo
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invadente. Un viso dolce e pulito, dove intelligenti occhi azzurri leggermente asimmetrici mi
scrutano più timorosi che curiosi:
«Allora Ilaria, ci diamo del tu, va bene?» Lei risponde con un cenno del capo appena accennato. Gli
leggo negli occhi il timore, la paura di un altro approccio, un altro che ci prova:
«Dicevo, noi stiamo cercando una persona, molto preparata e motivata che dovrà trasferirsi per i
prossimi due anni all’estero, dove si occuperà, inizialmente di consolidare i rapporti tra la nostra
Ditta ed il partner locale e, in un secondo tempo di sviluppare una nuova linea di prodotto ad hoc da
offrire sul mercato secondo criteri derivati da un’indagine di marketing che il candidato stesso
dovrà ideare e sviluppare. Lei come organizzerebbe l’approccio a questa attività?».
E’ incredibile come si riesca a dire queste cose prendendosi poi sul serio, e tutte le volte mi
sorprendo, è come se ci fosse un’altra persona a parlare al mio posto. Ilaria, la ragazza bionda,
senza esitare un attimo glissa sulla mia domanda e comincia ad elencarmi di fatto tutti i suoi
risultati scolastici ottenuti fino a quel momento. Una brillante laurea in ingegneria gestionale con
110 e lode, un Master di approfondimento e vari corsi di aggiornamento e perfezionamento tutti
brillantemente superati. Il mio tono informale deve averla tranquillizzata, non leggo più quella
paura dovuta ad una interpretazione sbagliata delle mie prime parole.
Trovo conferma del suo racconto sul curriculum ricevuto giorni prima che sto scorrendo ora per la
prima volta. All’ennesimo racconto di corso di perfezionamento superato brillantemente decido di
interromperla bruscamente per chiederle in modo diretto:
«Ma hai capito bene dove avremo intenzione di spedirti per i prossimi due anni? In un posto lontano
da tutti e da tutto, dove si lavora tutti i giorni e se necessario anche tutte le notti, dove non sia più
una vita privata e dove farsi una doccia, anche una volta sola a settimana sarà un lusso da non
potersi sempre permettere».
Ho affondato la mia stoccata, devo solo aspettare la sua reazione. La guardo con più attenzione,
cerco di capire se sono riuscito a smuoverle qualcosa, magari solo farle venire qualche dubbio.
Niente, assolutamente niente. Non riesco davvero a capire se sia già così “smaliziata” oppure se
davvero non ha la più pallida idea di cosa le sto dicendo. Ci raccontiamo altre banalità e la congedo.
La vedo alzarsi, voltarsi ed uscire dalla mia stanza, con una malizia ed una femminilità non ancora
sfruttate ed affinate completamente, ma sicuramente innervosita e scocciata da questo colloquio
così diverso da tutti quelli che probabilmente aveva fatto fino a quel momento. La vedo aprire la
porta, mentre sta per uscire dal mio ufficio. Il mio istinto è quello di chiamarla indietro, cercare di
spiegarle come sono in realtà e di come sia costretto a fare e dire queste cose. Spigarle che questo
che ha incontrato non sono io, ma solo una brutta e poco interessante controfigura, vorrei
raccontarle le mie storie, i miei progetti, parlare di cose davvero interessanti, chiederle un parere su
Caterina e la nostra storia. Ma non posso. Entrambi sappiamo che il suo futuro non sarà in qualche
polveroso cantiere stradale, o su una piattaforma petrolifera del Nord, ma bensì nel centro del
mondo, completamente circondata dalle attenzioni che in realtà probabilmente merita.
Senza esitare si presenta sulla porta uno dei miei gemellini. Decido però di farli entrare insieme,
anche per cercare di metterli uno contro l’altro. Anche in questo caso un buco nell’acqua. Insieme,
mi espongono parallelamente, il loro percorso identico, ed assolutamente perfetto. L’unica
soddisfazione che mi tolgo in questi casi è cercare di intaccare le loro certezze da ventenni appena
affacciati sul mondo. Rivolgendomi a caso ad uno di loro chiedo a bruciapelo:
«sig. Carlo, mi dica, ma lei quando gioca a poker con i suoi amici riesce a vincere regolarmente? Sa
è importante per saperlo, i veri vincenti si vedono in tutti i campi, non solo sul lavoro».
Non aspetto la sua risposta, e mi rivolgo al suo amico/rivale cercando di sfruttare ancora quel
briciolo di sorpresa che una domanda del genere può provocare e chiedo:
"sig. Giacomo faccio anche a lei una domanda che potrebbe sembrare bizzarra ma che di fatto non
lo è perché la costringe a ragionare oltre quello che ha studiato, oltre gli schemi che le hanno
insegnato. Lei, è in situazione di emergenza, ed ha assolutamente bisogno di soldi. E’ domenica è
non può prelevare dal bancomat o chiedere a qualche amico. E’ costretto quindi a trovare dei soldi
partendo da quelli insufficienti che ha. Come pensa di fare? Non ha altre alternative, e deve
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prendere rapidamente una decisione, ed alla fine decide di giocarseli alle corse dei cavalli, dei cani
o a quello che vuole lei. Come si comporta? Le gioca tutti in un colpo solo sperando di indovinare il
colpo giusto oppure divide la scelta spalmandola su più opportunità differenti?» La scena seguente
vale la pena di essere raccontata. Il ragazzo mi guarda confuso, non riesce a capire.
Sapeva che gli avrei fatto una domanda strana, ma questa lo ha davvero spiazzato. Non riesce a
intuire dove voglio arrivare, l’utilità di questo esercizio, poi dopo un solo attimo di smarrimento tira
fuori dal taschino il suo cellulare ultramoderno e usandolo come calcolatrice comincia a fare i suoi
calcoli:
«Si, dottore... » odio quando mi chiamano “dottore”, e continua:
«in effetti se calcoliamo la percentuale di esito positivo in rapporto al possibile risultato, possiamo
vedere come le probabilità di vincita e quindi di rischio siano molto differenti tra di loro in rapporto
alla strategia che intendiamo adottare...». Lo lascio continuare. Ascolto la risposta, ovviamente
statisticamente perfetta. Poi con tenerezza, lo interrompo e gli dico:
«Bene Giacomo, analisi perfetta, ma risposta sbagliata. La risposta corretta era semplicemente “va
giocato quello che vince”...».
Questi ragazzi hanno davvero il mondo in mano e non ne hanno ancora neanche il sospetto.
Prima di intervistare l’ultimo candidato mi prendo una pausa di cinque minuti per un caffè giù al
piano di sotto, quello un po’ più attempato aspetterà. Provo a telefonare a Caterina, ma ha il
cellulare spento, non raggiungibile. Nervosamente allora scrivo sul display un altro numero ed invio
un breve sms. Un numero scritto e cancellato mille volte dalle rubriche di tutti i miei vecchi
telefonini, un numero che difficilmente potrò dimenticare.: “ti ho sognato stanotte” E con questo
anche la “puttana” è servita.
Mi bevo in un sorso quello che assomiglia più ad un brodo di risciacquatura piuttosto che ad un
caffè e rientro in ufficio per scoprire che i tre aspiranti già intervistati se ne sono andati. Mi rivolgo
a quello rimasto:
«Sai che fine hanno fatto gli altri?» Un po’ preoccupato il tipo risponde: «Non lo so, è venuto un
signore con giacca e cravatta, a letto da un foglio i loro nomi ed ha chiesto di seguirli. Invece a me
ha detto di rimanere, forse perché non ho ancora fatto il colloquio? Sarà sicuramente così, non è
vero?»
Non riesco a capire cosa possa essere successo, in ogni caso non vale la pena starci a pensare più di
tanto. Mi rivolgo al mio nuovo amico e gli dico:
«Dai vieni, tocca a te!»
Solite presentazioni, ma appena inizia a parlare lo interrompo bruscamente per chiedergli:
«Marco, saltiamo a piè pari tutte le formalità. Vedo che hai interrotto l’università per sei anni. Posso
chiederti perché?»
Senza imbarazzo o qualche patetico tentativo di nascondere qualcosa, mi risponde:
«Ho dovuto smettere di studiare, per motivi di soldi. Ho avuto la possibilità di iniziare a lavorare
per una Ditta di Import/Export ed ne ho approfittato. Ho viaggiato molto, Cina, Taiwan, e India
principalmente. Dopo questi 6 anni ho lasciato il lavoro per riprendere e l’Università e finire gli
studi, e credo di aver fatto la scelta giusta, anche se non ne sono pienamente convinto. L’ambiente
universitario è quello che é, un mondo completamente a parte rispetto al mondo del lavoro con tutte
le sue regole ed i suoi percorsi, ad anni luce di distanza».
Lo guardo incuriosito perché so di cosa sta parlando, e gli chiedo se può farmi qualche esempio.
Marco riflette per un secondo e risponde:
“Guardi, le faccio questo esempio che mi è capitato proprio in sessione di laurea. Stavo discutendo,
con un membro della commissione degli aspetti connessi alla gestione logistica e amministrativa di
una spedizione in container dalla Cina in Italia, praticamente il lavoro che ho fatto ogni giorno nei
miei 6 anni all’esterno, quando questo mi interrompe per puntualizzare su una piccola mia
imprecisione sulle dimensioni standard dei container. Lo guardo perplesso e gli rispondo che
trattandosi appunto di uno standard questo dato è sicuramente un aspetto importante ma secondario
rispetto alla procedura di containerizzazione del materiale, la scelta del vettore per il trasporto, i
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termini di resa della spedizione, la documentazione e le dichiarazioni necessarie per l’import/export
ed altre cose del genere, ma non c’è stato niente da fare. Chi mi stava di fronte reputava questa
risposta fondamentale per l’esito della mia laurea, rincarando la dose chiedendomi se avessi una
vaga idea di quello che gli stavo dicendo. Gli ho risposto che l’argomento della discussione si
riferiva semplicemente ad un lavoro che ho svolto per anni, ma niente da fare. Era talmente evidente
che non aveva la più pallida idea di cosa voglia dire organizzare una spedizione di quel genere, che
ha troncato la discussione dicendomi di non fargli perdere altro tempo. Ho dovuto pagare l’affronto,
e mi hanno tolto dei voti dalla valutazione finale con la giustificazione che queste cose vanno
“assolutamente sapute”.
Purtroppo, penso, è vero, è una cosa che capita quotidianamente ma non solo all’università, ma nel
mondo in genere, e cioè essere costretti a confrontarsi con persone che sfruttano il loro potere
gerarchico per nascondere la loro inadeguatezza. Osservo con attenzione la persona che mi siede
davanti, sarebbe la persona ideale per questo lavoro. Ha già fatto un’esperienza di lavoro simile a
quanto richiesto, è capace di prendersi responsabilità ed è abbastanza alla mano per poter affrontare
un impegno così gravoso, lontano da casa. Gli chiedo: «Ti piacerebbe ritornare a lavorare?»
lasciando intendere che per me il posto poteva essere suo.
Alla fine le cose si sistemeranno da sole, penso. La bionda mozzafiato finirà in qualche studio di
Consulenza Globale, i gemellini diventeranno dei Top Manager di un Marketing di qualche azienda
leader nel proprio settore, e Marco felicemente immerso nello suo nuovo lavoro all’estero. Tutti
perfettamente a loro agio nel proprio mondo.
Una musica interrompe i miei pensieri. Le prime note della Tocca e fuga in re minore, mi
annunciano l’arrivo di un messaggio sul cellulare. Sblocco con avidità la tastiera per leggere il
messaggio sperando sia la risposta al mio precedente. Delusione, é Caterina che mi ricorda
l’appuntamento che abbiamo per pranzo. Il solito messaggio, che a intervalli regolari invio a Marina
(mi scoccia chiamarla come ama chiamarla Caterina), sarà stato ancora una volta ignorato o
cancellato. Chiedo a Marco se ha altri incontri previsti in Ditta. Mi risponde di no. Gli comunico
che per me è sufficiente così e che quindi lo posso accompagnare all’uscita. Usciamo dal mio
ufficio parlando del più e del meno come vecchi amici e lo accompagno in portineria. Ci salutiamo
calorosamente. Ho davvero conquistato la sua fiducia.
Rientrando in ufficio lungo le scale incontro il Direttore che mi fa cenno di seguirlo nel suo ufficio.
Lo seguo senza dire niente. Mi siedo alla sua scrivania, e rimaniamo in silenzio uno di fronte
all’altro, fino a quando lui decide di interrompere questa strana atmosfera sospesa: «Daahaavìde»,
ha sempre questo strano modo di chiamarmi per nome, con la “a” molto lunga e strascicata per poi
fermarsi con un accento della “i” veramente troppo pronunciato. «Daahaavìde» ripete: «la cosa si è
finalmente sbloccata, se sei d’accordo torni a fare il lavoro che facevi prima di questa sistemazione
provvisoria, e se accetti ci sarà anche un piccola gratifica per te!» Rimango stupito. Questa novità
non me lo aspettavo proprio. Sono proposte queste che non si possono né rifiutate o contrattare,
sono semplicemente delle notifiche da accettare, specialmente se accompagnate dal biscottino di un
piccolo aumento: «E cosa dovrei fare di preciso?» Il Direttore distratto dalla luce intermittente di
avviso di chiamata che si è accesa sul telefono aspetta un attimo prima di rispondermi: «C’è da
riorganizzare l’intera rete informatica aziendale, cambiare tutti i computer dei dipendenti, trovare
idee nuove per la gestione del network e dei nostri siti web. Ci sono anche dei soldi da spendere,
sono soldi di un progetto europeo finanziato, tu ti occuperai anche della parte amministrativa del
progetto». Anticipando la mia scontata domanda, il Direttore continua: «si, inizi subito già da oggi
pomeriggio. In sala macchine sono già stati avvertiti e ti stanno aspettando!» Contento e
preoccupato, mi alzo ed esco dall’ufficio, mentre il Direttore alza la cornetta del telefono per
rispondere alla telefonata che ormai aspettava da qualche tempo. Lo sento mentre inizia a discutere
sottovoce. Sulla porta, mi fermo e mi volto interrompendo la sua conversazione: «E per lo stage?
Cosa devo fare con i candidati per lo stage».
Il Direttore, senza nessun tono di rimprovero per averlo interrotto nella sua telefonata mi guarda, e
coprendo il microfono della cornetta con una mano risponde: «Niente, tanto abbiamo già deciso da
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tempo: la ragazza viene con me in Direzione, e quello di Milano lo prendiamo per lo stage
all’estero». Provo a ribattere: «Quello di Milano?”. Ma è uno dei due gemellini, dico sottovoce, per
poi ribattere: “Ma Direttore non sono d’accordo! Probabilmente non è la scelta migliore, quello più
preparato per questa posizione è Marco, il candidato più anziano.» Il Direttore mi guarda scuotendo
la testa come se non avessi ancora capito nulla di come funzionano queste cose: “Lo so anch’io mio
caro, ma forse non hai fatto troppo caso al cognome che porta quello. Me l’ha chiesto direttamente
suo padre sai, di fargli avere questo posto». Già, ora che ci penso, non avevo neanche immaginato
che quel cognome portasse in dote quel tipo di parentela, sembrava più una coincidenza che altro.
Provo a stemperare la mia delusione: «Ma Direttore è quello del poker o quello dei cavalli?» Il
Direttore riabbassa il telefono e mi guarda incuriosito: «Come? Che dici, non capisco!» Era ormai
abituato ai miei tentativi di humour non sempre troppo ben riusciti: «Niente, niente» rispondo io:
«Vado subito giù in sala macchine a presentarmi ai miei nuovi colleghi». Il direttore mi fa un cenno
con la mano di aspettare un momento mentre con l’altra prende una busta dal primo cassetto della
sua scrivania «Aspetta», aggiunge, «mi stavo quasi dimenticando di darti questa». E’ una piccola
busta bianca, con il logo della Ditta. Mi avvicino, prendo la busta e senza dire nulla gli stringo la
mano. E’ la busta con la notifica del mio aumento! La apro e dentro ci trovo tre fogli: la
comunicazione del mio passaggio ad un altro incarico, e la notifica dell’aumento di 180 euro lordi
mensili e la piantina con la mia nuova collocazione. Centottanta euro lordi per comprarsi la
tranquillità per la sua coscienza. Sicuramente un buon affare, per il Direttore.
Nel chiudere la porta alle mie spalle, penso alla promessa fatta a Marco che non sarà mantenuta e
me ne dispiaccio. Avrà altre occasioni, è un bravo ragazzo. Scendo meccanicamente le due rampe di
scale e mi ritrovo, esattamente da dove ho iniziato in questa Azienda tanti anni prima. Davanti alla
porta della sala macchine, come ormai viene chiamata da sempre l’ufficio tecnologico della Ditta.
A fatica riesco a ricordarmi che sono a pranzo con Caterina.
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Capitolo Uno
Quarta parte:
Mi affaccio.
La sala macchine! E’ stato il primo lavoro. Ho ancora fresco il ricordo di quanto mi stupii
nell’entrare qua dentro per la prima volta.
Mi ero sempre immaginato un ufficio come un luogo sempre pieno di fermento e di attività, di
macchine sempre in movimento, con il sottofondo di suoni di telescriventi e telefoni ed invece
questo posto assomigliava all’aula delle mie vecchie scuole elementari, con due file di banchi
disposte parallelamente secondo la lunghezza della stanza, e di fronte una scrivania più ampia, non
del maestro ma di quello che sembrava essere il capoufficio, un uomo distinto che sedeva sopra una
piccola piattaforma di legno che gli permetteva di dominare questo schieramento dall’alto.
Su ogni banco di lavoro, c’era un piccolo un monitor che emanava una pallida luce verde ed una
gracchiante stampante ad aghi disposta all’interno delle due file. Notai subito che per arrivare al
posto di lavoro o uscire dalla stanza si doveva obbligatoriamente passare dall’esterno, lungo le
pareti. I banchi erano sei per ogni fila. Dei dodici posti tre erano vuoti: due con segnali di vita, carte
ammucchiate, matite, appunti sparsi, mentre l’altra in fondo ad una delle due file, era perfettamente
pulita ed evidentemente pronta ad accogliermi. Il mio primo contatto lo ebbi con il capoufficio di
allora, il sig. Lupi, che dall’alto della sua postazione, appena mi vide mi fece un breve cenno di
saluto venendomi incontro. Mi presentò immediatamente alle persone presenti, in maniera molto
generica e poco cordiale. Venni accolto con qualche sforzato sorriso di benvenuto non troppo
convinto e con molta indifferenza, e questa cosa mi suonò davvero strana, abituato come ero
all’ambiente cordiale ed un po’ goliardico dell’Università appena terminata, dove si diventa
immediatamente amici di tutti senza troppi filtri e reticenze. Finita questa rapida presentazione il
sig. Lupi, mi accompagnò alla mia postazione. Arrivati, rivolgendosi alla persona seduta lì vicino,
disse in modo educato ma distante: «sig. Bimbi, come le avevo accennato questo è il dottor Sole, ci
darà una mano in questo lavoro. Lo affido a lei, gli insegni tutti i trucchi del mestiere, mi
raccomando, so già che farà un buon lavoro, come sempre del resto!».
Già quel lavoro, me ne ero proprio completamente dimentica. Era di una banalità e di una
ripetitività devastante. La stampante un paio di volte al giorno sputava fuori una lista piena di dati e
numeri relativa alla merce smistata da tutti i punti vendita della Ditta sparsi per l’Italia e l’Europa. Il
nostro compito era semplicemente quello di riportare manualmente su un’altra lista consegnata al
mattino, questi movimenti in modo da avere a fine giornata il flusso totale del materiale spedito. La
lista di riferimento che ci veniva data al mattino era formata da una quarantina di fogli stampati con
la carta a modulo continuo, e rappresentava senza nessun ordinamento logico la disponibilità della
merce a magazzino, praticamente la chiusura della sera precedente. Mi ricordo che appena
sistemato nella mia nuova scrivania, completamente spaesato e perso, con un tono molto fiero il
Sig, Bimbi mi introdusse così questo lavoro: «Vedrai che imparerai presto. E’ vero che è un lavoro
difficile ma lo imparerai presto lo stesso, non ti devi spaventare, anche se ci vuole una grandissima
esperienza, e non tutti secondo me alla fine lo possono fare, questo lavoro intendo. Vedi, per
esempio dovrai imparare che, i tubi di gomma non sono tutti uguali, ci sono quelli di diametro da
due pollici che li trovi a pagina trentasei, qua in fondo vedi, ma che mai e poi mai dovrai
confonderli con quelli da due pollici e tre quarti che invece sono a pagina undici, in basso, vedi
sopra i barattoli di vernice gialla! Vedrai, vedrai come imparerai presto! ». Cercava evidentemente
di impressionarmi. In quello stesso giorno, il mio primo giorno di lavoro in Ditta, mi venne
consegnata una scatola di cartone con dentro il materiale di cancelleria. C’era un fermacarte, due
penne, una spillatrice, una gomma per cancellare, una penna a sfera nera ed una rossa, un blocchetto
per le note, un tempera matite un paio di forbici ed un mazzetto di matite colorate, insieme ad una
ricevuta che, firmandola mi impegnava ad aver cura di questo materiale ed a riconsegnarlo nelle
stesse condizioni una volta andato in pensione, gomma per cancellare e matite comprese.
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A intervalli più o meno regolari il sig. Bimbi continuava con metodo la sua lezione: «Davide (si era
entrati immediatamente in confidenza), per i primi giorni è meglio che vedi soltanto come faccio io,
sai è un lavoro difficile e potresti sbagliare sai. Fai un solo errore e zackkkk salta tutto! E come si fa
poi a rimediare?. E più che provava a spiegarmi che i bulloni, quelli per i dadi da sei erano all’inizio
di pagina dieci, e più che non riuscivo a capire dove era il trucco. Non riuscivo a capire dove era la
difficoltà di questo lavoro. Sapevo che c’era un trucco ma non riuscivo a trovarlo. E’ possibile che
uno passi cinque anni di elementari, tre di medie, cinque di liceo scientifico e poi altri sei, sette di
università se gli va bene per ricordarsi a memoria che i bulloni per i dadi da sei sono all’inizio di
pagina dieci o i tubi da due e tre quarti sopra i barattoli di vernice gialla? Ci doveva essere un trucco
per forza, era talmente evidente.
Il mio apprendistato finì un lunedì, il giorno della mia indipendenza. Emozionato entrai puntuale
alle otto, e mi fu consegnata la mia prima distinta di magazzino da completare. Il nostro compito era
quello, una volta finito di annotare tutti movimenti, di portare la lista così completata al collega in
prima fila, che avrebbe a sua volta sommato tutti i movimenti indicati dagli altri colleghi della fila
alle sue spalle. Funzionava pure così anche per altr’altra parte. Finite le due somme parziali, i due
là davanti si scambiavano le proprie liste per ricontrollarle una seconda volta, annotando “a penna
rossa” gli eventuali errori.
Finita questo controllo incrociato, il risultato di questo eccezionale lavoro veniva consegnato al sig.
Lupi. Due blocchi di fogli scritti a mano pieni di numeri, cancellazioni e correzioni dell’ultimo
momento. Il compito del sig. Lupi, era quello di trascrivere sul sistema informatico aziendale il
risultato finale.
Mi sedetti alla mia scrivania in attesa, pronto per gettarmi in questo nuovo mondo vorticoso di
numeri, colori e tubi di gomma, mi autenticai sul sistema e mi misi ad aspettare che accadesse
qualcosa.
Improvvisamente la mia stampante cominciò a gracchiare stampando i dati che avrei dovuto
controllare e trascrivere. Dati che simultaneamente scorrevano veloci sul monitor verde, il
terminale, come era chiamato da quei miei misteriosi e tristi colleghi.
Il Sistema Informatico Aziendale, il SIA come veniva chiamato, era un programma sviluppato in
ambiente DB2, il precursore di tutti i database relazionali. Avevo appena discusso la mia tesi di
laurea dove, utilizzando un linguaggio macchina molto simile, avevo realizzato un programma di
analisi di un sistema chiuso (l’esempio nel programma era un lago abitato da soli pesci, che dopo un
po’ di tempo morivano tutti per mancanza di cibo, qualunque parametro iniziale provassi a metterci
dentro...).
Incuriosito, dal fatto che i dati scorrevano sul terminale in contemporanea all’uscita della stampa
provai a cercare con il mio terminale la coda di stampa, per verificare se si poteva utilizzare in
qualche modo. Con mia somma sorpresa non trovai nessuna barriera e nessuna password per
l’accesso al server dei dati e con facilità trovai immediatamente tutto quello che cercavo, compreso
i dati di vendita stampati ai miei colleghi, insieme alla comune distinta di magazzino.
“Strano”, pensai, “sul sistema ci sono già tutti i dati archiviati e qui fanno il lavoro a mano, come
mai?” Non riuscivo a capire il perché di quella organizzazione particolare del lavoro. Rivolgendomi
al sig. Bimbi gli chiesi: «Ma come mai fate questo lavoro a mano? A cosa serve il terminale, se poi
si deve fare tutto il lavoro a mano?». Il sig. Bimbi mi guardò allibito, sconcertato da quella
domanda. Deluso come se tutte le sue faticose spiegazioni non fossero servite a niente. Quella
domanda appena formulata era la scontata conferma di quanto fosse realmente difficile quel lavoro,
anche per un laureato appena uscito dall’Università. Il suo scolaretto, nonostante tutti i suoi sforzi
non aveva capito niente delle sue spiegazioni: «Ma come a cosa serve Davide!» Mi disse con
profonda delusione: «Te l’ho già spiegato, mi sembra. Serve per sicurezza! E se tante volte la
stampante sbaglia a stampare, dove li verifichi poi tu i dati, eh? Devi sempre controllare che i dati
che escono dalla stampante siano li stessi che hai sul terminale! Sempre! E’ importantissimo! A
volte la stampante sbaglia a stampare, è già successo!». Intuii chiaramente a cosa stesse pensando,
mi vedeva come un ragazzetto che credeva di sapere tutto, ma che in realtà non aveva ancora capito
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niente. Il lavoro era quello, era così da anni, ed era l’unico modo di lavorare, ed era sicuramente il
modo migliore.
Non contento della sua spiegazione, mi rivolsi direttamente al capoufficio, che se ne stava in
silenzio sulla sua bella piattaforma di legno rialzata: «sig. Lupi, mi scusi non ho capito una cosa,
posso chiedere?» Lui rispose: «Certo dica pure sig. Sole» non alzando gli occhi da quella infinita
lista di numeretti scritti a mano che aveva sulla scrivania: «Perché questo lavoro viene fatto a mano,
quando ci sono già tutti i dati registrati sul S.I.A.? Con due righe di codice macchina inserite nel
database si potrebbe fare in modo che tutti questi abbinamenti si creino in automatico, sarebbe un
bel risparmio di tempo, non crede?» Il sig. Lupi, alzò gli occhi abbandonando per un attimo il
proprio lavoro, scrutandomi per qualche secondo prima di parlare: «Che dice sig. Sole!
Ammettendo pure che così fosse, chi si potrebbe fidare di un lavoro fatto completamente dal
terminale?» indicando la lista dei numeri colorati che adesso mostrava con orgoglio a tutti quanti:
«Vede, sig. Sole, già abbiamo dei seri dubbi che il S.I.A. stampi esattamente i dati che arrivano, si
immagini quindi se mai potremo fidarci di un eventuale lavoro fatto in automatico. No, il vero
lavoro, la vera sicurezza l’abbiamo solo con il lavoro fatto manualmente, ordine per ordine, riga per
riga, come facciamo ora, come facciamo da anni. Come vede, non ci sono alternative».
Sconcertato provai ad insistere: «Guardi che non è così, il terminale, il sistema non può sbagliare, se
mai è il lavoro fatto a mano che potrebbe portare a degli errori, mi faccia per lo meno provare!». Il
sig. Lupi aveva riabbassato gli occhi sul foglio, ritornando sommare e sottrarre i numeri scritti con
calligrafie e colori differenti. Il suo tono di voce non era più cordiale come lo era stato per le prime
risposte: «sig. Sole, se fosse possibile l’avremmo già fatto, non crede! Adesso non perda altro
tempo e non si distragga più. Bisogna finire in tempo e senza errori! Basta soltanto che uno di noi
sbagli un conto per far saltare tutto! Torni subito al suo lavoro e non disturbi gli altri». Provai ad
incrociare gli occhi degli “altri”, i miei colleghi. Non trovai nessun segno di solidarietà, nessuna
complicità, nessun barlume. Nessuno aveva capito di cosa stessi parlando.
Benvenuto nel mondo del lavoro Davide, pensai.
Dopo qualche giorno mi stufai di quel lavoro fatto mano, e feci quello che avrei dovuto fare sin
dall’inizio. Dal mio terminale creai il codice macchina necessario per le mie analisi e sfruttando i
dati del database riuscii a compilare il mio lavoro di un giorno in pochi attimi che apparve come per
magia sul mio monitor a fosfori verdi, pronto per essere copiato, senza errori. Andò avanti così per i
due anni e mezzo che rimasi in quel posto. Nessuno ne seppe mai nulla, e nessuno si domandò mai
perché dal mio arrivo, da quella mia discussione il premio mensile destinato al lavoro fatto con
meno errori fu sempre e soltanto mio. Premio inventato dal sig. Lupi per stimolare al massimo
l’efficienza del suo ufficio.
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Capitolo Uno
Quinta parte:
L’appuntamento per il pranzo con Caterina è in centro per le una. Il ristorante scelto per i consueti
nostri pranzetti veloci è un locale ricavato in un seminterrato di in vecchio palazzo signorile. Il
soffitto ad archi, le impronte che grossi anelli di ferro hanno scavato nel muro di mattoni a vista,
suggeriscono che quell’ambiente una volta doveva essere una stalla, o comunque un ricovero per
animali da lavoro.
Arrivo di corsa e da fuori, attraverso i vetri scorgo Caterina già seduta che mi sta aspettando. In
questo locale, non ci sono i tavolini classici di ogni ristoranti, ma due enormi assi vicino le pareti
della stanza costruiti con traversine di legno riciclate da una vecchia ferrovia. Una lunga ed unica
panca è ricavata utilizzando i vecchi abbeveratoi presenti lungo tutto il muro. Spesso ci si deve
sedere e pranzare in mezzo a dei perfetti sconosciuti. E’ la caratteristica di questo locale.
Caterina è nell’angolo opposto all’ingresso, nel nostro solito posticino preferito, alla estremità di
una delle due lunghe panche. Mi avvicino e mi siedo di fronte a lei, dalla parte del muro, nel posto
più scomodo. Senza neanche salutarmi inizia subito a parlare con il solito stile a mezzo tra un
lamento ed un rimprovero: «Ciao caro. Ho già ordinato anche per te, tanto prendi sempre le stesse
cose, tu non fai mai niente di nuovo. Non mi stupisci mai. Sei sempre e solo l’inutile accessorio alle
mie solite giornate di merda». L’accento ed il tono della frase, mi ricorda, come se ce ne fosse
bisogno, che anche oggi non sarà il solito pranzo tranquillo da fidanzati modello. Non replico,
sarebbe inutile, e provo a distrarla cambiando discorso. Sorrido e le passo il foglio della Ditta dove
ufficialmente mi si comunica il mio piccolo aumento e le dico con un pizzico di orgoglio:
«Guarda un po’?»:
Dott. Davide Sole,
siamo felici di comunicarle, che facendo seguito l’indicazione del suo diretto superiore le è stato
riconosciuto un aumento retributivo lordo mensile di 180 Euro, a decorrere dal 1° Ottobre di
quest’anno.
Questo riconoscimento conferma ancora una volta come la nostra Ditta sappia riconoscere e
gratificare l’impegno di propri dipendenti.
Cordiali Saluti, il Responsabile Ufficio del personale.
Caterina, prende il foglio e lo legge con calma, lo gira un paio di volte per vedere se ci fosse scritto
qualcos’altro, lo piega con cura, lo alza in alto sopra la testa, e lo lascia cadere sul tavolo.
Svolazzando il foglio finisce proprio nel cestino del pane: «Non vedo cosa cazzo ci trovi di positivo
in tutto questo» dice, e continua: «per quello che fai, per l’impegno che ci metti ed il ruolo che hai
dovresti avere uno stipendio e degli aumenti molto più alti di quello che hai ora. Figurati poi
centottanta euro lordi. Saranno a malapena cento euro netti. Non sei nemmeno in grado di farti
rispettare dal tuo capo, ti trattano sempre come l’ultimo arrivato. Ti vedo già come lo ringrazi per
questa elemosina!». “Ecco”, penso, adesso non posso più fare niente per evitare lo scontro anche se
ho imparato con l’esperienza che in quelle occasioni, è sempre possibile limitare i danni restando
passivamente in silenzio: «vedi!», insiste Caterina calcando sul tono della voce, «ti preoccupi
sempre di tutto quello che fanno gli altri, ma di me, DI ME, non te ne preoccupai mai, mai una volta
che facciamo un viaggio insieme, mai che tu mi chieda che cosa ho fatto oggi! Ti ricordi dell’ultima
volta che abbiamo fatto un viaggio insieme? Eh? Ti ricordi quando era? Mi fai schifo, non ti
sopporto! Pensi solo e sempre per te, e basta mi fai schifo, schifo!!!» Abbasso gli occhi. Oggi non
ho voglia di affrontare gli stessi discorsi di ogni giorno. Stranamente mi sento più a disagio per la
promessa che non sarà mantenuta fatta a Marco che per quello che sta accadendo in questo
momento. Distolgo lo sguardo dagli occhi indagatori di Caterina e fisso lo spazio vuoto davanti a
me. Tattica questa sempre vincente. Non ascolto più quello che dice e senza rendermene conto mi
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trovo a fissare ragazza che le siede proprio accanto. Noto i suoi capelli, decido che ha almeno 10
anni meno di noi e mi fermo senza volerlo sullo scollo aperto della sua camicetta. Caterina intanto
continua a parlare, parlare e parlare....
Di colpo lei si accorge del mio sguardo fisso. Si volta e vede la ragazza. La guarda per un istante,
poi guarda il ragazzo, probabilmente il suo ragazzo che le siede di fronte seduto accanto a me, per
poi tornare sullo scollo incriminato.
Faccio appena in tempo a cogliere nello sguardo di Caterina il pericolo imminente che lei si alza
dalla tavola si sbottona quasi completamente la camicetta e si sposta dietro alla ragazza. Sorride
strizzando gli occhi e si inclina in avanti e mostra al tipo il suo seno, contenuto a stento da un
reggiseno nero di pizzo alzandolo e stringendolo con entrambe le mani: «Vedi? Vedi come sono
molto più grosse e belle di quelle della tua troietta qui sotto, ti piacciono eh?»! Poi, indicandomi
con lo sguardo: «E invece il bastardo preferisce fissare le tettine della tua amichetta. Spiegaglielo te,
se ci riesci, stronzo!» Ritorna al suo posto si richiude la camicetta e abbracciandola bacia la ragazza
sulla bocca sussurrandole: «Piccola non te la prendere, non ce l’ho con te. Imparerai presto a
conoscerlo bene il tuo bastardo, stai tranquilla». La ragazza è pietrificata non dice nulla, non muove
un muscolo. Caterina adesso si mette a trafficare nella borsetta per tirare fuori un mazzo di chiavi
che lascia cadere pesantemente sul tavolo: «Sono le chiavi di casa, le ultime copie che avevo. L’ho
ripulita bene stavolta, non ci troverai più nessuna traccia di me, niente dischi, niente libri e niente
regali. Le piante che ti avevo regalato sono nel cassonetto di fronte alla strada però nel biologico, ed
il pescetto rosso è finito nel cesso, come il mio amore per te. Addio bastardo, non provare mai più a
cercarmi. Me ne vado per sempre». E se ne va uscendo dal locale e dalla mia vita, almeno secondo
le sue buone intenzioni.
Io e la coppia di ragazzi ci guardiamo senza dire niente, lei visibilmente scossa, lui con un sorrisino
misto tra compiacimento e solidarietà. Provo a chiedere scusa in qualche modo ma non ci riesco. Un
istante dopo arriva il cameriere con il mio hamburger con insalata e pomodoro senza maionese, la
mia porzione di patatine fritte ed una birra media. I ragazzi si spostano in due posti liberi un po’ più
in là.
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Capitolo uno.
Sesta parte:
Ci sono voluti cinque minuti buoni per riportare la tranquillità all’interno della giovane coppia.
Adesso la ragazza sembra quella più divertita dei due da quanto accaduto.
Con una patatina mescolo le salse che mi hanno portato insieme al panino e alle patate. Sto soltanto
facendo passare il tempo creando un quadro astratto a base di strisce rosse e gialle di maionese e
ketchup. Le solite otto note dell’inizio della sonata in re minore di Bach mi avvertono di un nuovo
messaggio in arrivo. “Eccola” penso, “questa volta ha resistito per ben tre minuti”. Un piccolo
record rispetto a come si comporta in queste situazioni.
Guardo il cellulare, e sulla lista dei messaggi in arrivo non leggo nessun nome, ma solo un numero.
Non è un numero privato ma il mio cellulare non lo conosce, non lo ha in memoria. E’ una cosa
normale. Ho cambiato di recente il vecchio con questo che ho ora e non ho ancora completamente
trascritto la rubrica. Osservo il numero prima di aprire il messaggio. E’ un numero che conosco ma
che non riesco ad associarlo a nessuno dei miei amici. Senza dar troppo peso alla cosa, premo il
tasto “ok” e lo leggo: “Ciao Davi, sei in giro? Ti devo assolutamente parlare. E’ urgentissimo.
Marina”. Non mi rendo subito conto del genere di messaggio. Ho bisogno di leggerlo una seconda
volta per capire bene. Alla fine realizzo! E’ Lei! Mi ha risposto, anzi no! E’ lei! E’ Marina che mi
ha cercato! Non è una risposta ad un mio precedente messaggio. E’ una sua iniziativa! Chiudo il
messaggio e controllo il numero. Si, è proprio il suo. Strano come lo conosca a memoria per averlo
scritto chissà quante volte, mentre non sono stato in grado di riconoscerlo una volta visto sul
piccolo display del mio cellulare.
Cerco di pensare. Devo riflettere su come comportarmi. La chiamo, non la chiamo? Le mando un
messaggio di risposta? Forse un atteggiamento più freddo andrebbe meglio, in fin dei conti è Lei
che mi ha cercato. Decido di rispondere con un messaggio neutro, informale, giusto per darmi un
successivo piccolo margine di manovra: “Sono alla Madia a pranzo, ma sono di fretta”. Sono
veramente eccitato. Marina è qui in giro, è qui vicino da qualche parte e vuole vedermi subito.
Perché mi chiedo? Il posto lo conosce bene, quando si stava insieme ha lavorato qui per
guadagnarsi i soldi per la sua Università.
Pensandoci bene forse, è proprio per questo motivo che ho sempre scelto questo posto per venire a
mangiare. Una specie di masturbazione mentale, un contentino ai miei ricordi.
Il tempo adesso sembra non passare mai. Guardo l’orologio appeso alla parete, sono trascorsi solo
quattro minuti dall’arrivo del messaggio e dall’invio della mia risposta. La parete di fronte, è
tappezzata da tovaglioli incorniciati con sopra le dediche lasciate da personaggi più o meno noti
passati da questo posto: giocatori di calcio, attori e attrici che si sono esibiti nel teatro qui a due
passi. C’è anche la foto con dedica di un noto chitarrista con il suo cesto di capelli ricci, e le sua
classica maglietta a righe orizzontali, probabilmente passato di qui dopo un concerto.
Passano altri due minuti senza che accada niente di speciale. Poi, il campanellino cinese, legato
proprio sopra la porta di ingresso del locale avverte che è appena entrato qualcuno.
Incredibile è proprio Lei! E’ Marina! Vestita come al solito di scuro. Scarponi di pelle nera dove
spariscono al loro interno i fuseaux messi per evidenziare le sue lunghe ed affusolate gambe.
Gonnellina di velluto nera con funzione più che altro decorativa, un maglioncino a collo alto, ed
infine il solito cappellino, anche quello rigorosamente nero, dal quale spuntano solo alcune ciocche
dei suoi lunghi capelli biondi. Ha un pesante giaccone in mano che stona non poco con la grazia
della sua figura: «ciao Davi, con questa stagione non si sa mai cosa mettere» mi dice adagiando il
pesante fardello sulla sedia di fronte a me, sorride per un attimo ed insiste: «la mattina è freddo, ma
adesso si sta talmente bene che verrebbe la voglia di andare al mare e fare un bel bagno!». Continua
a parlare mentre sposta la sedia, quella con il giaccone appena riposto, ne prende una libera e si
siede davanti a me, nello stesso posto dove fino a pochi minuti prima era seduta Caterina: «Davide.
Quanto tempo eh? Come va, tutto bene?».
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Mi viene naturale ed immediato fare un confronto, Caterina ha dei bellissimi capelli ricci e neri,
occhi scuri, con sguardo caldo e provocante e con forme che farebbero la felicità di qualunque altro
maschio normodotato, come amava rimproverarmi quando non la consideravo troppo.
Banalmente per descriverla con termini ormai abusati, una bella ragazza solare e mediterranea.
Marina invece è esattamente l’opposto, viso asciutto e allungato, corporatura molto esile, e senza
curve evidenti. Biondi capelli lunghi e lisci. Sguardo sempre arrabbiato e sospettoso, sguardo di chi
ha sempre dovuto combattere per ottenere qualcosa.
Appena seduta prende il mio bicchiere di birra e ne beve un sorso: «Phew che sete, ne avevo
proprio bisogno». Si toglie il cappellino e lascia andare i suoi lunghi capelli biondi e lisci sulle
spalle coperte dal maglioncino nero a collo alto. Il contrasto di colori è evidente e ben studiato:
«Davi, non ho risposto perché ero qui vicino e sono venuta subito. Sono di corsa, tra cinque minuti
devo andare...».
Marina è sempre di corsa. Ha fatto una vita di corsa, fa una vita di corsa. Prima lavoretti per pagarsi
l’Università, adesso un lavoro impegnativo a tempo fisso che sembra non lasciarle mai spazio per
altre cose.
Non sono mai troppo bravo in genere a reggere una conversazione, e con Marina poi non riesco mai
dominare la scena. Mi lascio trascinare da cosa accade, vado dietro agli eventi e aspetto sempre la
sua prima mossa. Ogni cosa che provo a dire mi sembra sempre completamente fuori luogo e
assolutamente banale e scontata. Marina, con decisione, si avvicina ancora di più al bordo del tavolo
fino ad appoggiarvisi, sposta il cestino del pane (con ancora la comunicazione della mia gratifica
dentro) e unisce le mani sotto il mento, appoggiando i gomiti sul tavolo. Guardandomi diritto negli
occhi sospira il mio nome: «Davide...», poi apre le mani con un gesto lento e misurato e le unisce
come se pregasse coprendosi la faccia fino agli occhi, quasi nascondendo completamente il viso.
Sta solo aspettando il momento giusto per colpire, per dire quello che deve dire, senza reticenze
come del resto ha sempre fatto. Adesso la guardo con attenzione. Il respiro è più pesante, la voce
non più brillante e sicura come lo era stata fino a quel momento. Le narici pulsano al ritmo del
respiro che cerca più ossigeno. Le sue piccole vene sulla fronte sono gonfie per la tensione. Ha
qualcosa di importante da dirmi, non riesco ad immaginarmi null’altro che non sia una tenera
confessione del suo amore ritrovato per me. Certo non sarà facile gestire il suo ritorno, ma è la cosa
che ho più desiderato negli ultimi due anni. Non farò più gli errori del passato, non farò gli stessi
sbagli che ho fatto anche con Caterina, farò di tutto per tenerla con me, almeno questa volta.
Marina chiude gli occhi, inspira più aria possibile e mi prende le mani. Le stringe e poi se le porta
sul cuore: «Davi, senti! Senti come mi batte forte». Trattiene per un attimo il respiro, per poi
lasciare andare fuori tutta l’aria insieme, velocemente. Il suo cuore sta impazzendo, in un ritmo
accelerato, continuo. Un ritmo che mi ricorda altri tipi di incontri molto più intimi e soddisfacenti.
Di colpo si fa seria, lascia andare le mie mani e si allontana dalla tavola. La respirazione torna
normale, le vene sulla fronte spariscono di colpo: «Davide!», adesso non mi guarda più diritto negli
occhi, la confessione del suo amore ritrovato non può più essere rimandata: «Davide», ripete: «sono
incinta di quattro mesi, è un maschio. Lo vorremmo chiamare Davide come te, non ti dispiace mica,
vero?». Si avvicina di nuovo al tavolo, allunga le sue mani per prendere le mie: «ho dovuto dirtelo,
tanto prima o poi lo avresti saputo, almeno questo, in fin dei conto, te lo dovevo». Rimango
folgorato da questo annuncio, non sono preparato per una simile notizia. Non si è mai preparati per
una simile notizia. Mi stringe ancora le mani: «Sei contento vero, non è che ti dispiace se lo
chiamiamo così, non è vero? Eh Davi?». Mi guardo intorno completamente perso e disperato. Non
riesco a capire se quello che sta succedendo stia accadendo davvero.
Marina, nel suo più perfetto stile ha fatto quello che doveva fare, precisa come un cobra, senza
nessun rimorso. Velocemente si sistema i capelli, raccoglie il suo cappello sempre più nero dalla
sedia accanto e se lo mette nascondendo perfettamente il biondo dei suoi capelli stavolta. Allontana
la sedia dal tavolo e lentamente si alza. La gonnellina di velluto nero rimane impigliata nella borsa
scoprendo, per quanto possibile le sue belle e lunghe gambe, e il suo sedere davvero perfetto. Gira
intorno al tavolo, mi viene vicino e mi da un tenero bacio sulla fronte: “Davi ti prego, non cercarmi
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più, non mi scrivere più, non rendermi le cose più difficili di come sono ora, adesso che ho sto
ritrovato un mio equilibrio. Promesso?” E senza più guardarmi, con lo stessa tranquillità di chi ha
appena pagano la bolletta del gas alle Poste, o una multa per divieto di sosta sparisce seguendo le
orme già percorse qualche minuto prima da Caterina. Rimango per la seconda volta in poco tempo
da solo in quello che è adesso probabilmente, il mio piccolo EX ristornate preferito. Guardo di
nuovo l’orologio sulla parete di fronte. Sono passati solo quattro minuti da quando lei è tornata
nella mia vita e uno da quando ne è sparita di nuovo, decisamente per sempre (o almeno per un
sacco di tempo). Faccio davvero fatica a riprendermi.
Il ragazzi mi fissano intensamente, lui con ammirazione e complicità lei con rassegnazione. Chissà
se hanno intuito qualcosa di ciò che è accaduto in questi ultimi 5 minuti.
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Capitolo primo
Settima parte:
Rimango immobile a fissare la lancetta dei secondi dell’orologio sulla parete di fronte. Non mi sono
nemmeno accorto dell’arrivo sul tavolo dell’insalata mista ordinata da Caterina, comparsa
assolutamente dal nulla.
Sono inebetito, devo reagire ma non so proprio cosa fare. In ogni caso, anche se non so cosa fare, lo
dovrei fare davvero in fretta. Ho solo altri quindici minuti di pausa pranzo, e non voglio rientrare in
ritardo. Questa volta non è colpa della mia ossessione per la puntualità, è semplicemente per colpa
del regolamento interno della Ditta, che obbliga un recupero serale minimo di mezzora anche per il
ritardo di un solo secondo nel rientro dalla pausa pranzo. La leggera impronta di rossetto lasciata da
Marina sul bicchiere di birra mi ricorda che tutto quello che è avvenuto è accaduto veramente, non è
stato il frutto di nessuna fantasia. Marina qualche minuto prima era proprio lì davanti a me.
Mi avvicino alla cassa, chiedo il conto e pago con la mia ultima banconota da 50 euro presente nel
mio portafoglio e nel mio conto bancario. Vorrei pagare anche il conto dei due ragazzi, una specie
di piccolo risarcimento morale, ma davvero non posso. Metto via con cura il resto ed esco per
strada. Con quei soldi devo assolutamente arrivare almeno alla fine del mese, domenica compresa.
Ho anche la dote di una buona manciata di spiccioli sparsi nelle tasche dei miei pantaloni, penso che
ce la dovrei proprio fare.
Fuori posso tornare a respirare. E’ una bellissima giornata di Ottobre, il cielo è incredibilmente
sgombro di nuvole e completamente azzurro, in contrasto alla grigia giornata piovigginosa di ieri.
Dovrei seguire il consiglio di Marina, mollare tutto ed andarmene al mare, ma devo sgomberare il
mio vecchio ufficio, prendere le mie cose e trasferirmi nella nuova scrivania che mi aspetta nel
moderno open space della nuova sala macchine. Fare conoscenza dei miei nuovi colleghi. Allungo
un po’ il passo, gli uffici della mia Ditta sono dall’altra parte della città. Alzo gli occhi per vedere
l’ora sul grande campanile che domina il lungofiume. Mi tranquillizzo, ho molto più tempo di
quanto credessi. Arriverò per tempo.
Attraverso il ponte e mi butto giù per il corso più in della città. Una specie di borgo antico sul quale
si affacciano negozietti, librerie, studi di noti professionisti, banche ed alcune Facoltà
dell’Università.
Mi lascio trasportare dalla folla, con le parole dette da Marina che ancora mi corrono su e giù per lo
stomaco. Arrivo ad una piazzetta, esattamente nel centro nel senso della lunghezza del borgo, meta
preferita dei miei pomeriggi da studente universitario, anzi la meta preferita di tutti gli studenti
maschi dell’ateo, infatti in quella piazzetta c’è l’ingresso principale della facoltà di Lettere e
Filosofia notoriamente frequentata dalla maggior parte da ragazze. Avvicinandomi osservo il via vai
degli studenti. Mi ritornano a gola i ricordi delle mille volte ho aspettato proprio in questo posto
Marina uscire da quel portone.
C’è la solita folla, ragazzi e ragazze seduti sui gradini indaffarati nei loro traffici, e la solita
ammucchiata di vecchie biciclette rubate e rivendute per pochi euro.
«Signore, per favore una firma!» Mi sveglio dal torpore. Una ragazza mi indica la piccola scrivania,
all’interno dell’ingresso della Facoltà. Faccio finta di niente ma subito un altro ragazzo,
teletrasportato in quella piazzetta da una macchina del tempo direttamente dagli anni settanta,
insiste nel chiedere il mio intervento per salvare il mondo da qualcosa di terribile: «Signore per
favore una firma, è importante!». Li scruto entrambi con attenzione. Lei trascurata, malvestita con i
capelli sporchi e cotonati ma oggettivamente molto carina, lui con barba lunga, maglione di lana
grossa in tinta unita e con l’immancabile sciarpa rossa di protesta a corredo. Noto delle piccole
briciole di pane sia sulla barba che sul maglione: «E per cosa dovrei firmare?» gli chiedo. La
ragazza con un moto di sufficienza e con davvero poco rispetto per la differenza di età mi indica
alzando il mento un tabellone attaccato nell’ingresso dell’ateneo: «devi firmare per quello!».
Attaccato alla parete, proprio sotto la targa della facoltà di Lettere e Filosofia, c’è un cartello con
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sopra scritto a mano con un pesante pennarello blu questa frase: «Centro Raccolta Firme per lo
stupro delle donne nella guerra nei Balcani». Lo rileggo una seconda volta per sicurezza e mi
rivolgo ai ragazzi adesso seduti dietro la scrivania con la penna in mano pronta a raccogliere la mia
firma: «poverine, già hanno la guerra ed i loro problemi, poi facciamo anche una petizione per farle
violentare, non vi sembra di essere un po’ troppo crudeli con loro?» L’espressione del ragazzo
cambia di colpo. Adesso non è più così amichevole. Ha la fronte bassa, gli occhi troppo vicini tra di
loro per poter sembrare intelligente: «Non hai capito, noi lottiamo per salvarle! Siamo contro la
violenza! Cosa vuoi dire eh? Siamo pacifisti noi! » Si alza e mi viene vicino, sfidandomi, con i suoi
15 centimetri di altezza e buoni 40 kg in meno. E’ già pronto a saltarmi al collo, aspetta soltanto una
piccola reazione da parte mia. Non ho voglia di fare a botte con un rinsecchito studentello di lettere
fuoricorso, e con il tono di voce più calmo e rassicurante che trovo, indicandogli il cartellone dico:
«Scusate se mi avete frainteso, volevo solo dire che sarebbe stato meglio scrivere “contro lo
stupro”, invece che “per lo stupro”, ma poi se volevate fare le cose proprio per bene,
probabilmente la scritta migliore poteva essere “per la lotta contro lo stupro”, non vi sembra? In
ogni caso adesso non posso firmare, ma grazie lo stesso, sono terribilmente in ritardo e devo
scappare. Dopo, quando esco dal lavoro, se ci siete ancora passo di nuovo. Promesso!». I due
ragazzi si guardano tra di loro, e poi guardano insieme il cartellone. La ragazza, spazientita si alza e
lo va a togliere: «adesso lo riscrivo come hai detto te, contento?», gettando un’occhiataccia
inceneratrice al suo amico mentre gli bisbiglia un rimprovero incomprensibile. Sparisce dentro
un’aula li vicino. Il ragazzo adesso ha la stessa mia identica espressione di tristezza assoluta, mi si
avvicina, stavolta con fare dimesso e mi dice: «Ma cosa gli avrò fatto di male io a quella. E’ sempre
così con me. Mi accusa sempre per ogni cosa, sempre. Perché? Cosa le avrò fatto di male?». Quanto
sono lontani dai miei gemellini con giacca e cravatta di ordinanza.
20
Capitolo Uno
Ottava parte:
Arrivo in Ditta. Riesco pure a timbrare il cartellino con qualche minuto di anticipo, nonostante le
travagliate vicende della guerra nei Balcani.
La sala macchina è al piano terra del fabbricato, mentre il mio vecchio ufficio è al secondo. Salgo le
due rampe di scale, e mi fermo davanti alla porta a vetro. Non è un grande ufficio il mio o un ufficio
estremamente funzionale, sono solo due metri per quattro ricavati in uno spazio non utilizzato e
isolato dal resto dell’ambiente da dei pannelli prefabbricati. In ogni caso una piccola oasi felice
nell’era moderna degli open space. Un’altra di quelle tante innovazioni importate nei nostri modelli
senza pensarci su troppo. Apro la porta ed entro. Immediatamente avverto subito un fastidio
generato da un forte odore dolciastro, odore di cui non riesco ad intuire l’origine e l’essenza. Odore
che non c’era quando ho lasciato il mio ufficio poco prima.
Lascio la porta aperta ed arrivo alle finestre che danno sul cortile e le apro. Mi affaccio per vedere
se non ci sia nessuno che fuma la sotto, non vorrei peggiorare la situazione. Dalle cose che scorgo
sulla mia ex scrivania scopro che il mio successore ne ha già preso possesso. Foto con moglie e
figlio rinchiusa in una ordinaria cornice di plastica bianca, computer portatile, raccoglitori pieni di
scartoffie. Nello spazio tra la porta e la parete della stanza c’è una piccola scatola di cartone con
sopra incollato un foglio con il mio nome. E’ tutta la mia roba. L’hanno già preparata. Prendo la
scatola e l’appoggio sul vecchio mobiletto dove, fino a poco tempo prima tenevo una piccola
stampante a colori adesso guasta. Dentro la scatola ci sono tutte le mie cianfrusaglie raccolte in anni
di vita da burocrate, gadget offerti da fornitori, oggettistica da ufficio non più funzionante c’è pure
il mio un vecchio termometro a mercurio, compagno fedele di tanti raffreddori dovuti alle uscite di
pesca in notturna. Lentamente il flusso d’aria generato dalla finestra aperta riesce a diluire l’odore
dolciastro che non avverto quasi più. Mi guardo ancora intorno, cerco di capire, da tutti gli indizi
presenti chi possa aver preso il mio posto. Dalla porta aperta vedo avvicinarsi una persona che
ricambia lo sguardo. Con un gesto amichevole prova a salutarmi, picchiettando con l’indice sul
vetro della porta. Gli faccio cenno di entrare. Entra e si chiude la porta alle spalle. Istantaneamente
lo stesso odore dolciastro e nauseabondo ritrova tutta la sua intensità originale: “Buongiorno” dice
“sono l’ingegner Motta, mi hanno appena spostato in questo ufficio. Prima ero giù in sala
macchine”.
“In sala macchine? Uno scambio”, penso, “è stato fatto uno scambio”: “Salve” rispondo, ancora
rimuginando sulla strana mossa del Direttore, “sono soltanto passato a prendere le mie cose, ma
vedo che sono già state preparate, le prendo e me ne vado subito”. Il tipo senza rispondermi mi si
avvicina. Adesso questo odore dolciastro è davvero insopportabile. E’ un misto di una qualche salsa
in agrodolce tipica dei ristoranti cinesi, e l’acidulo di vestiti sudati portati da giorni, una mistura
micidiale. Questa persona, l’ingegner Motta l’avevo già notata in passato in Ditta, ma solo oggi lo
conosco per la prima volta di persona, per di più chiuso dentro il mio vecchio ufficio due metri per
quattro. Mi si avvina ancora, la sua presenza è proprio fastidiosa. E’ quel tipo di persone che
quando ti deve dire una cosa si deve avvicinare quasi a sussurrarti le cose nell’orecchio, ha bisogno
del contatto fisico per comunicarti i suoi segreti di toccarti per siglare una confidenza. Mi mette una
mano sulla spalla e con un filo di voce, quasi sussurrando mi dice: “Mi dovrò occupare delle
strategie di sviluppo alternative della Ditta! Vede questo incarico me l’ha dato il Direttore in
persona. Il Direttore, lei capisce, vero!!!”. Si allontana un po’ per togliersi la giacca che appoggia
sulla sedia destinata agli ospiti. Lo osservo meglio. Sono tanto incuriosito quanto schifato da questo
strano personaggio. E’ vestito con una elegante camicia in tessuto scuro sulla quale porta ben
evidenziata una cravatta che termina con una punta talmente larga da sembrare un tovagliolo. Sia
sulla camicia che sulla cravatta fanno bella mostra di se generazioni di macchie, l’una accavallata
alle altre, sugo, caffè, sbrodolature di ogni tipo e di ogni dimensione. Mi sposto indietro, cerco di
avvicinarmi più possibile alla finestra aperta. Appena mi muovo per allontanarmi da lui, il mio
ospite, girando intorno alla scrivania, si frappone tra me e l’unica sorgente di aria respirabile, la
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finestra aperta. Mi torna ancora vicinissimo, quasi fino a sfiorarmi, stavolta mi prende per un
braccio e avvicinandosi ancora di più (per un attimo ho pensato che mi volesse baciare) mi dice: “Il
Direttore in persona, ma ci pensa!!! Finalmente si sono accorti del mio valore, se si è scomodato il
Direttore”. Sono all’angolo. Non ho più nessun modo di sfuggire da questa morsa micidiale. La
scrivania da una parte, e lui dall’altra, proprio davanti alla finestra, non ho nessuna possibilità di
fuga, a meno di non scavalcare la scrivania con un salto, o passarci di sotto carponi. Il sole che filtra
dalla finestra aperta illumina di taglio la camicia in tessuto scuro perfettamente stirata. Mi chiedo
come si possa stirare una camicia che non si lava da settimane in maniera così perfetta e maniacale.
In prossimità dell’attaccature della maniche noto il disegno formato dall’intrigo aloni lasciati dal
sudore di tanti giorni diversi. Sulla camicia, fa pure bella mostra di se la cifra “C.M.” ricamata a
caratteri dorati proprio sotto il taschino. Mi chiedo da quanti giorni, quella camicia non venga
lavata, e sopratutto il perché. L’odore che sta saturando il vecchio e violentato ufficio è proprio
quello, una mistura micidiale tra sudore inacidito e da una dose incredibilmente generosa di
profumo dozzinale comprato nel primo discount e utilizzato a copertura senza risparmio.
Lentamente la tenaglia che mi obbliga a subire tutto questo si allenta, e posso provare a fuggire.
Senza dire niente o inventare scuse prendo la scatola con la mia roba e mi avvicino alla porta.
Uscendo, con curiosità morbosa, getto un’occhiata verso la foto che ha sulla scrivania. Una bella
signora bionda vagamente somigliante a Stefania Sandrelli, ha in braccio un bimbo. Senza che gli
abbia chiesto niente l’ingegner Motta, la prende e me la porge con gentilezza: “E’ il secondo, si
chiama Stefano, ha fatto due anni a Settembre. E’ proprio un bel bimbo eh?” Prendo la foto e la
guardo con più attenzione. E’ propria bella come foto, infonde serenità ad osservarla. Mi chiedo
come facciano a stargli vicino tutto il giorno. Sopratutto come è’ possibile che lei sopporti tutto
questo. Non posso credere che sia sua complice. Senza aggiungere niente la poso esattamente dove
era sulla scrivania.
Apro la porta, e mi volto a guardare per l’ultima volta quello che è stato il mio rifugio per anni:
”Arrivederci ingegnere, per favore lo tratti bene, mi raccomando”. Esco badando di chiudere
ermeticamente la porta alle mie spalle. Senza esitare mi dirigo nell’ufficio del Direttore per esigere
spiegazioni. In Ditta sono uno dei pochi dipendenti, forse l’unico, che può permettersi di andare dal
Direttore senza un appuntamento. Arrivo davanti al suo ufficio, lascio la scatola con tutti le mie
cianfrusaglie sulla scrivania della segretaria ed entro, bussando appena per far capire che sto
arrivando. Appena il Direttore mi vede, mi saluta con un cenno della mano dicendomi: “Daahavidè,
vieni entra pure e chiudi la porta. Come ti trovi nel tuo nuovo posto, eh?”. Rimango sulla porta,
senza avvicinarmi e gli rispondo: “non sono ancora andato, sono solo passato dal mio ufficio per
prendere le mie cose”. Poi, lentamente mi avvicino camminando sulla soffice moquette, nella stanza
perfettamente insonorizzata e climatizzata e gli chiedo: “Ma dove lo avete trovato quello?” Il
Direttore, con una mezza risata mi risponde: “Eh!? Hai capito perché l’abbiamo dovuto togliere da
dove era. Ormai si rischiava un’insurrezione. Se potevo l’avrei licenziato, ma sfortunatamente non è
possibile licenziare un dipendente solo perché non si lava, o che non si cambia mai d’abito. L’ho
dovuto spostare in un posto isolato, il posto più lontano possibile da tutte altre persone, ed il tuo
ufficio mi è sembrato sicuramente il posto migliore, scusa mi dispiace”. Il mio Direttore, come del
resto tutti i Direttori non guarda mai in faccia a nessuno per risolvere un problema in Ditta. Almeno
lui lo fa senza reticenze, divertendosi pure. E’ quello che apprezzo in lui, come lui credo che di me
apprezzi sopratutto la mia estrema ed assoluta sincerità. Il mio modo di comportarmi sempre
secondo una mia etica precisa. Due caproni a confronto. Arrivato alla sua scrivania mi metto a
sedere e gli domando: “So già che non mi risponderà, ma io la domanda la faccio lo stesso. Perché
c’é stato questo scambio? La mia non è sicuramente una promozione, e non mi è mai sembrato di
aver fatto qualcosa di sbagliato in tutto il tempo che ho lavorato per Lei, anzi!”. Adesso il Direttore
si fa serio, apre un cassetto della sua scrivania, prende dei fogli per mostrarmeli, ma poi ci ripensa,
li posa e richiude il cassetto: “Davide” con un tono solenne e preoccupato senza distorcere il mio
nome, “Adesso non posso dirti niente di più, ma sappi che c’è una ragione precisa dietro a questo
spostamento. Lo so che quello che vai a fare non è un bel lavoro, ma devi aver pazienza. Purtroppo
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tra non molto le cose saranno più chiare e capirai cosa c’è veramente dietro a questa faccenda. Mi
dispiace ma di più non posso dirti, davvero, ti chiedo solo di fidarti di me. Alla fine capirai e per te
si apriranno prospettive nuove ed interessanti”. Resto a guardarlo per un qualche secondo senza dire
niente. E’ vero, penso, c’è qualcosa di grosso dietro, non l’ho mai visto così serio, ma l’unica cosa
che posso fare è adeguarmi e fare quanto mi chiede, del resto come faccio sempre: “Bene, aspetterò.
Ora vado!”. Ci salutiamo, prendo la scatola di cartone con tutta la mia roba, chiedendomi se nel
nuovo posto avrò ancora tutta la libertà che avevo prima nel poter utilizzare il mio computer ed
internet senza farmi vedere da nessuno.
Incredibile, sono stato barattato per centottanta euro lordi il mese e per una qualche ragione oscura
che al momento non posso conoscere, anche se ho intuito che è sicuramente qualcosa di molto di
serio da non sottovalutare. Scendo le due rampe di scale senza incontrare nessuno ed arrivo nel mio
nuovo ufficio.
La sala macchine è stata ristrutturata, pur utilizzando lo stesso spazio angusto di 14 anni fa. E’ stato
aggiunto un contro soffitto con pannelli insonorizzanti per smorzare il rumore di fondo, ed al posto
del vecchio pavimento di mattonelle bianche quadrate adesso c’è un bel piano di metallo lucido, che
riflette la luce dal basso. Quando ci si passa sopra sembra quasi di essere sospesi a mezz’aria.
Solo l’ingresso è rimasto uguale, una piccola porta in legno laminato. Nell’angolo opposto rispetto
all’ingresso, costruito con gli stessi pannelli prefabbricati del mio, c’è l’ufficio del capo, del mio
nuovo, spero provvisorio capo. Alla destra ed alla sinistra rispetto alla ipotetica diagonale costruita
tra l’ufficio prefabbricato, e l’ingresso dove sono ora, ci sono due postazioni di lavoro costruite da 4
scrivanie contrapposte a due a due, separate soltanto da un piccolo pannello in legno non alto più di
40 centimetri. Delle due finestre, l’unica utilizzabile è quella rimasta all’interno dell’ufficio. L’altra
è stata bloccata per impedire che aprendola potesse interferire con la struttura delle scale di
emergenza costruite all’esterno dell’edificio. Entro, e nessuno fa caso a me, tutti concentrati sui loro
monitor accesi. Esattamente la stessa aria che c’era 14 anni fa. Non è cambiato assolutamente
niente. Aiutandomi con la planimetria del Direttore mi avvicino al mio posto. Sono nella struttura a
margherita a sinistra rispetto alla porta, proprio di fronte all’ingresso dell’ufficio del capo. La prima
cosa che provo a controllare è se dall’interno del suo ufficio, si possa vedere il monitor del mio
computer. Purtroppo si, e sono nella posizione peggiore, perché lui può vedere me, ma io, di
schiena non posso vedere lui. Un fatto positivo è che nessuno altro dei miei colleghi presenti è in
grado di sbirciare quello che faccio.
Due dei tre posti della mia zona sono occupati da due ragazzi meno fortunati di me perché dando le
spalle al centro della stanza chiunque è in grado di vedere cosa stiano esattamente facendo in un
qualunque momento del giorno. Sembrano però due ragazzi molto tranquilli. Il quarto posto, quello
davanti a me è libero.
Mi metto seduto, e mi guardo intorno. Mi sento come se avessi semplicemente fatto un salto in
avanti nel tempo di 14 anni. Di quanto accaduto nel mezzo non c’è già più traccia. Mi alzo e mi
presento ai miei nuovi colleghi di lavoro. Ho l’impressione, non troppo velata che sembrano tutti
molto più sollevati per aver perso l’ing. Motta piuttosto che essere felici nell’avermi conosciuto.
Sono soddisfatto, non mi aspettavo nulla di più.
23
Capitolo Uno
Nona parte:
La mia nuova postazione di lavoro è già perfettamente funzionante. Al posto del mio portatile,
ormai troppo vecchio anche se ci ero davvero affezionato ne trovo un’altro nuovo, fisso stavolta,
perfettamente formattato, con i soli programmi standard istallati sopra. Fortunatamente mi sono
fatto una copia di tutte le istallazioni che mi interessano. Ben in evidenza sul desktop c’è l’icona
della Policy Aziendale. Una presentazione che tenta di spiegare il corretto uso del computer. C’è
anche la spiegazione di come funziona il nuovo filtro aziendale che consente l’accesso ad internet
solo a particolari indirizzi WEB, siti considerati utili per il lavoro. Leggo con curiosità tutte le
pagine della presentazione, e non me ne preoccupo, so come funzionano questi filtri e so come
superarli senza farmi scoprire. E’ veramente banale, ed è patetico il tentativo di oscurare e limitare
l’accesso al web senza aver la più pallida idea di come funzioni una rete.
Tutti i miei vecchi file di lavoro e personali adesso sono raccolti nella mia penna USB. Aspettano
solo di essere liberati e ritrovare la loro giusta posizione nell’HD vergine del PC. Copio i file dalla
penna in una cartella provvisoria e inizio la ricostruire quello che una volta era il mio archivio
personale. All’improvviso uno dei due ragazzi con cui divido la margherita, attira la mia attenzione:
“Scusi, guardi!” già non si ricorda più come mi chiamo: “Guardi, c’è Fragioni che la sta
chiamando”, indicando l’ufficio prefabbricato del mio nuovo capo. Mi volto e vedo questa persona
sulla porta dell’ufficio, arrivata dal nulla con l’indice della mano sinistra puntato nella mia
direzione mentre con altra mi sta indicando di entrare nel suo ufficio. Gesti che ricordano da vicino
quelli che i vigili urbani fanno per accelerare il traffico nei pressi di un incrocio o di un incidente
stradale. Ecco, penso, adesso conosco quello che dovrebbe essere il mio nuovo capo. Rispondo con
un sorriso mentre mi avvicino. Alto, con giacca e cravatta grigia intonata all’arredamento triste ed
informale del suo ufficio, capelli neri corti, e barba ben curata, stranamente senza nessun pelo
bianco nonostante abbia sicuramente più di cinquant’anni. Arrivo sulla porta del suo, ufficio, e lo
saluto presentandomi: “Buongiorno, sono Davide Sole, mi hanno trasferito qui da oggi”. Non mi
risponde e mi fa cenno di entrare indicandomi la sedia di fronte alla sua scrivania: “Si metta pure a
sedere”. Non chiude la porta, e va a sedersi sulla sua sedia, dall’altra parte della scrivania.
Guardandomi diretto negli occhi, e sollevando appena la testa indietro, come per guardarmi
dall’alto in basso, con tono davvero informale mi dice: “Sono il sig. Frangioni, il suo nuovo
Responsabile Diretto. Lei da oggi è sotto di me. Come le avranno già detto si dovrà occupare della
parte gestionale ed amministrativa di questo nuovo Progetto”. E tira fuori da raccoglitore una
cartellina di cartone rigido piena di fogli che appoggia sulla scrivania: “Che cosa ha seguito fino ad
oggi in Azienda? Computer? Inglese?”. La mia prima impressione su di lui, purtroppo è confermata
in pieno. Persona sgradevole, senza umorismo, talmente piena di se da considerare un essere
inferiore chiunque gli stia davanti. Ho abbastanza esperienza per capire che mi devo muovere con
prudenza. Mi ritrovo in una situazione paradossale dove io devo raccontare ad un altro cosa faccio
in azienda, ma mi adeguo partendo con cura meticolosa dal mio primo giorno di lavoro fino a fino a
quel momento. Arrivato circa a metà racconto vedo Frangioni, abbassare la testa in avanti
incassando il volto tra le spalle chiudendo per un attimo gli occhi contemporaneamente ad un
piccolo sussulto. Riprende la posizione normale, sposta la mascella in avanti ed emette, soffiando
verso di me, il frutto di tale sussulto. Un vomitevole odore di cibo in fase di digestione mi prende in
pieno. “Cazzo! Mi ha ruttato in faccia!”, penso. Sono sempre più spiazzato. Il disagio di trovarmi in
quella situazione si trasforma ben presto in rabbia, e la rabbia in aggressività. Faccio fatica a
controllarmi. Cerco di finire in fretta il racconto del mio passato in Ditta, quando stavolta il
Frangioni, tirandosi indietro sulla sua seggiola alza le braccia che incrocia dietro la testa. Resta in
questa posizione per qualche secondo, dopodiché sbadiglia senza pudore con la bocca
completamente spalancata. Uno sbadiglio profondo, con relativa colonna sonora fatta di sussulti e
gemiti intermittenti.
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Questa volta non resisto e interrompendo il mio racconto con un tono di rimprovero gli dico: “Di
solito, sig. Frangioni, quando una persona sbadiglia si copre la bocca con una mano, di solito”.
Frangioni esterrefatto mi guarda con gli occhi sgranati, buttandosi in avanti sbattendo i palmi delle
mani violentemente sulla scrivania. Urla in modo che tutti gli altri nell’ufficio possono sentire
chiaramente quello che mi dice: “Ma come si permette di rivolgersi così a me! Chi gli ha imparato a
Lei l’educazione. Io le persone maleducate proprio non le sopporto, chi gli ha mai detto che può
rivolgersi così un suo superiore, eh? Per di più una persona più anziana. Io queste manifestazioni di
maleducazione non le sopporto, proprio”, ripete. Si alza di scatto, va verso la porta dell’ufficio,
urtando la mia spalla destra con violenza, apposta, e non un gesto deciso la chiude sbattendola
violentemente. Tutta la struttura prefabbricata dell’ufficio trema e rimbomba per l’urto: “Si scordi
di dove era prima, perché qui da noi si lavora e si rispetta chi si ha di fronte!”. Ritorna a sedere,
prende la cartellina e la getta verso di me. La cartellina prima sfiora il bordo della scrivania, poi
urtando le mie gambe si apre, lasciando cadere parte del contenuto per terra: “Capirà come funziona
qui. Esigo educazione e rispetto da tutti i miei sottoposti”. Senza dire niente sposto la sedia dalla
scrivania e raccolgo tutti i fogli sparsi per terra. Tutto il mio corpo trema paurosamente dalla rabbia.
Io sono un tipo vendicativo, non sono in grado di fare la guerra in campo aperto. Preferisco
prendermi le mie rivincite in altro modo e sopratutto non replico mai in nessun modo alle
provocazioni che ricevo: “Adesso può andare, in quella cartellina ci sono le istruzioni per le sue
nuove mansioni e le scadenze da rispettare. Se ne vuole parlare con me, prenda prima un
appuntamento dalla segretaria”. Adesso non urla più, non è più necessario, le pareti prefabbricate
sono insonorizzate, e gli altri impiegati non potrebbero sentire niente di quello che sta dicendo,
inoltre ha già marcato il suo territorio come fanno i cani, la sua superiorità, almeno
istituzionalmente parlando.
Esco dall’ufficio e torno al mio posto con lo sguardo basso per la vergogna e la rabbia, trattenendo a
stento le lacrime. Mi metto a sedere per pensare, devo riflettere a fondo, capire come comportarmi.
Mi volto per controllare se Frangioni stia guardando da questa parte oppure no. Lo vedo mentre si
sta preparando per uscire, per andare in una qualche ed inutile e misteriosa riunione di lavoro.
Aspetto che esca e mi metto al lavoro sul mio PC. Ho ancora un account funzionante di un dirigente
del personale andato in pensione anni fa. Dovevo cancellarlo quando ero il responsabile della
gestione degli dati personali di tutti i dipendenti, ma non l’ho mai fatto. Avere un account
funzionante di un Dirigente dell’ufficio personale è sempre molto utile, permette un sacco di
operazioni sulla propria scheda che nessuno si immagina. Mi autentico sul sistema e vado a vedere
la mia pagina delle timbrature di entrata e uscita. Sposto indietro la quella del mattino alle 8.00, in
modo da permettermi di uscire alle 17.00 in punto senza dover recuperare il ritardo mattutino ed in
più inserisco per il giorno dopo una giornata di ferie, regolarmente vistata dal mio precedente
responsabile. Questo account è una miniera d’oro, ma deve essere usato con attenzione.
E’ praticamente impossibile scoprire questi trucchi, ma è sempre meglio essere prudenti. Finisco di
sistemare i miei vecchi file ed arrivo alle cinque. Apro la mia cartellina del mio progetto da seguire
e lascio i fogli sparsi sulla scrivania, ed esco dall’ufficio e dall’Azienda senza salutare nessuno. Il
sole è sempre alto.
Cammino distratto per strada e penso con malinconia a quando, tra non molto, verrà tolta l’ora
legale. Da quel giorno in poi dalla Ditta potrò uscire solo quando sarà buio. Dovrò aspettare fino
alla prossima primavera per rivedere la luce del sole dopo il lavoro. Non ho voglia di tornare subito
a casa. Caterina è scomparsa dai miei pensieri
Decido di dar sfogo a alla crescente malinconia rivisitando i posti che frequentavo durante
l’Università, le paninoteche e birrerie ed i pub, dove con le mie vecchie 5mila lire era ancora
possibile mangiare in compagnia di amici ed amiche. Dopo un infinito numero di anni passo pure
dalla sala corse, dove in poco più di 20 minuti brucio però gli ultimi soldi del mese. Passo pure
dalla panchina dove io e Marina ci siamo baciati per la prima volta. Lo devo proprio fare, ogni tanto
sono costretto a pagare il mio tributo al passato. Controllo se ci sono dei messaggi in arrivo sul
cellulare e decido di tornare a casa. Non ho più notizie di Caterina dall’ora di pranzo. Sembra
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davvero sparita nel nulla. Mi immagino che sia a casa, e che mi sta preparando una cena a sorpresa,
ho davvero proprio bisogno di un gesto affettuoso dopo una giornata come questa carica di
avvenimenti.
Arrivo alla stazione, e salgo sul treno dei pendolari. Mi lascio cullare dal vagone per tutto il
percorso, dodici minuti al mattino ed altrettanti la sera. Riesco anche a dormire un po’. Della rabbia
esplosa dall’incontro con Frangioni non c’è più traccia. Vado direttamente a casa, senza fermarmi a
fare un po’ di spesa, tanto non serve.
Il mio, è un piccolo appartamento al piano terra, con un lungo corridoio, centrale dal quale si aprono
a circa la metà, una di fronte all’altra due porte. La cucina ed a un piccolo salotto con un tavolo
tondo comprato ad un’asta fallimentare quella di sinistra, la camera da letto, ed uno piccolo studio
con la libreria, una scrivania ed il computer l’altra. C’è anche un piccolo bagno dalla parte della
camera. Il corridoio di ingresso termina con un’altra piccola porta che si affaccia su un minuscolo
giardino rinchiuso da palazzoni moderni costruiti durante il boom economico degli anni 50.
Caterina non c’è, come non c’è neanche tutta la sua roba, ha davvero mantenuto la promessa
stavolta. Appena entro in casa la mia adorata gattina sentendomi mi si fionda incontro attraverso le
vecchie e un po’ arrugginite sbarre di ferro della finestra in cucina che si affaccia sul minuscolo
giardino. E’ l’ora della sua cenetta.
La lettiera è perfettamente pulita, e la ciotola è ricolma dei suoi croccantini preferiti. Accanto a
questa, l’altra ciotola piena di acqua pulita e trasparente. Caterina prima di andarsene deve averle
sistemate con cura. Faccio il giro della casa per controllare meglio. Nessuna traccia né di Caterina
né della sua roba, non ci sono più le piante ed il pesce rosso. Finalmente, penso, avrò la serata tutta
per me, senza che lei mi rimproveri per ogni cosa che faccio o che dico, o per il tempo perso a
giocare al computer. Vado in camera da letto, lascio le scarpe in mezzo alla stanza, sulla moquette,
e mi spoglio gettando i vestiti a caso sul letto. Accento lo stereo e mi metto il mio pigiama preferito.
Apro una bottiglia di vino bianco e me ne verso un bel po’ in un boccale da birra. Caterina mi
avrebbe ucciso per questo. Ritorno nello studio. Adesso sono pronto a gustarmi la mia serata,
finalmente libero.
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Capitolo due.
Prima parte:
Durante il week-end non ho sentito Caterina, non si è mai fatta viva. Né una telefonata, né un
messaggio, niente, nessun cenno di vita. E’ sparita completamente, svanita nel nulla ormai da
quattro giorni. A pensarci bene non mi manca assolutamente, e stranamente non mi manca neanche
Marina, averla incontrata, aver sentito dalle sue labbra che era incinta di un altro ha completamente
rimosso il mio interesse per lei. Non riesco però a capire se si tratta di un disinteresse passeggero
oppure se presto tornerà nei miei pensieri, come credo.
Mi sveglio presto e seguo i gesti ripetuti ogni giorno, per ogni giorno degli ultimi quattordici anni
senza nessuna motivazione, senza nessuno stimolo. Sveglia alle sette, colazione nel bar vicino a
casa, l’annuncio del consueto ritardo del treno dei pendolari, il breve tragitto verso la città. Arrivo
in Ditta e mi ritrovo seduto chissà come alla mia nuova postazione, con i fogli della cartellina del
mio progetto da seguire ancora sparsi esattamente come li avevo lasciati, nessuno li ha toccati.
Posso dire questo perché nel corso degli anni ho elaborato un metodo per verificare se qualcuno
controllasse o leggesse i miei documenti, sovrapponendo in modo particolare gli angoli dei fogli
apparentemente sparsi per caso sulla scrivania, in modo da verificare con una rapida occhiata se
fossero stati toccati da qualcuno al mio rientro la mattina successiva
Raccolgo questi fogli e prima di rimetterli nella cartellina cerco di capire cosa siano. C’è la
fotocopia di una circolare interna firmata direttamente dall’Amministratore Delegato dove si
ufficializza la volontà di utilizzare il finanziamento europeo per l’ammodernamento del sistema
informatico della Ditta, e una piccola pubblicazione con la copertina bianca di non più di venti
pagine scritta in doppia lingua, inglese ed italiano con sopra il simbolo della Comunità Europea,
probabilmente il bando di concorso. Trovo pure alcuni indirizzi di siti internet della Comunità
Europea da visitare per approfondimenti. C’è anche, dentro una busta gialla personalizzata con il
logo aziendale un modulo da compilare, e firmare per presa visione ed accentazione dal titolo:
“Richiesta accessibilità siti internet per scopi lavorativi”. E’ un documento da riempire con gli
indirizzi web necessari per il proprio lavoro, da far firmare dal proprio responsabile per ottenerne
l’accesso al web in modo ufficiale dal proprio computer solo per questi siti particolari. Trovo pure il
mio mansionario, con le varie scadenze legate ai passaggi autorizzavi necessari per ottenere il
finanziamento, ed un ultimo foglio che è una specie di regolamento interno probabilmente redatto
dal Frangioni, scritto in un italiano davvero scolastico e stentato.
Mi soffermo su questo su questo ultimo documento dove vengono ricordate le principali regole da
seguire estratte dal più ampio Regolamento Aziendale, con l’aggiunta, successiva di alcune
precisazioni. Tra le altre, di particolare perversione risulta essere la precisazione che, “essendo
necessario lavorare per almeno due ore consecutive prima di effettuare una pausa di dieci minuti, è
“palesato” che questa potrà essere “usufruttata” solo dopo le ore dieci, di conseguenza le pause
effettuate “precedentemente” non sono in linea con il regolamento”. C’è anche la precisazione che
l’uso di internet a scopi personali è tassativamente proibito anche durante l’ora della pausa pranzo e
anche “per scopi lavorativi l’uso continuativo è profondamente sconsigliato”. Davvero bizzarra è la
precisazione che non è possibile adoperare apparecchi ”elettronici e audiovisivi” durante l’orario di
lavoro, come se qualcuno si portasse da casa una tv da 22 pollici. Geniale, per il personaggio è la
descrizione dei punti di “demerito” che ognuno di noi accumulerà se scoperto ad infrangere il
regolamento. Ogni 3 punti di demerito c’é un richiamo ufficiale. Ogni 2 richiami ufficiali un giorno
di sospensione, con relativo taglio dallo stipendio della giornata. In fondo al foglio c’e’ anche la
classifica aggiornata delle penalità. Per fortuna nessuno è vicino al giorno di sospensione, anche se
qualcuno ha già sperimentato il richiamo ufficiale. Mi chiedo come sia possibile che accada tutto
questo in un’epoca dove la comunicazione globale è l’elemento che riesce ad accomunare tutti gli
essere umani di questo mondo. Un delirio assoluto, una evoluzione dell’assoluta mediocrità data
dalla mancanza del contatto con il mondo esterno, il provincialismo fatto regola di vita. L’ebbrezza
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di quel potere che si è sempre subito e che adesso è possibile riversare sul nuovo venuto di turno. In
tutto questo clima di oppressione e controllo c’è un qualcosa di positivo: il silenzio. Un silenzio
assoluto dove nessuno si impiccia degli affari altrui, o prova ad alzare la voce.
Mi guardo intorno, cerco di scoprire un po’ alla volta cosa stiano facendo i miei nuovi colleghi di
lavoro. Scopro che i due ragazzi che dividono con me la postazione lavorano all’help desk
aziendale, devono rispondere a tutte le domande che i clienti fanno sui nostri prodotti, sulle
garanzie, sulle novità e sulle offerte, fortunatamente tutto per posta elettronica.
L’altra postazione di lavoro, quella dall’altra parte della stanza è occupata da quattro persone, tutte
un po’ in la con gli anni. Si dividono il lavoro di data entry, di smistamento e registrazione delle
fatture e degli ordini, e ovviamente della gestione del magazzino e delle vendite, procedura
finalmente automatizzata su un mio progetto. Di vecchio c’e’ solo rimasta la solita aria triste della
ripetitività ed inutilità di quel lavoro, la stessa che avevo respirato tanti anni prima.
La giornata scorre banalmente tranquilla. Dalla lettura del bando mi rendo conto di quanto la
gestione di questo progetto sarà semplice. E’ un progetto europeo con un finanziamento a fondo
perduto per tutte quelle Aziende che decideranno di modernizzare la propria rete informatica
adeguandosi ai nuovi standard di comunicazione. In effetti la nostra Ditta, con il suo vecchio
sistema ha tutte le caratteristiche necessarie per ottenere quei fondi. La documentazione necessaria
per avviare la pratica del finanziamento deve essere inviata entro il 31 Marzo dell’anno successivo.
Ho davvero un sacco di tempo per capire cosa devo fare. Un tempo veramente più che sufficiente.
Il librettino del bando ha nella seconda di copertina una custodia rigida vuota, uno spazio dove
originariamente doveva essere contento un CD, che però adesso non c’è più. In quel momento noto
Frangioni che sta uscendo dal proprio ufficio. Provo a fermarlo per chiedere delle spiegazioni: “Sig.
Frangioni, mi scusi, nel bando di concorso ci doveva essere pure un CD, un disco, sa mica perché
non c’è più, e se è possibile avere una copia?”. Frangioni si ferma per un attimo osservandomi
ancora una volta in quel suo strano modo dall’alto in basso, inclinando la testa verso l’indietro e
contemporaneamente inclinando lo sguardo verso il basso per mettere a fuoco il suo interlocutore:
“Il disco l’ho tolto io, ed è stato gettato, sicuramente non serviva per il suo lavoro, mi sembra del
tutto inutile ripeterle che non sono permesse divagazioni, o distrazioni, ed un CD non può che
distrarre, è per questo motivo che vi ho proibito l’uso delle apparecchiature audiovisive ed
elettroniche, non siete in grado di gestirvi.” ed esce dall’ufficio per andare chissà dove. Rimango
basito, ogni volta rimango scioccato da queste esternazioni del pensiero umano. Ma non ho voglia
di seccare nessuno con questa storia. Dal computer, che per adesso non posso ancora sentire mio,
accedo direttamente sul sito internet del concorso per cercare di scoprire cosa contenesse questo
pericoloso CD mancante. In due minuti riesco a trovare la home page del progetto ed a scaricare il
contenuto del CD, che come pensavo conteneva la modulistica necessaria per la presentazione della
domanda di accettazione. Con un semplice click del mouse decido di scaricarlo. Come sempre mi
trovo rapito nell’osservare le variazioni del tempo necessario per il completamento del download, si
passa dai pochi secondi a qualche ora, per poi ritornare ai minuti, il tutto a seconda della
disponibilità di banda delle rete aziendale, un ballo davvero divertente. Così divertente che non mi
rendo nemmeno conto che Frangioni rientrato in ufficio sta pesantemente bussando sul vetro della
porta del suo ufficio indicando e chiamando il sig. Brasso, un abitante dell’altra misteriosa isola,
alla stessa maniera con cui aveva chiamato me il mio primo giorno: “Oooooh! Brasso!” non urlando
ma comunque a voce più alta del necessario: “Brasso, sto ancora aspettando il report della
produzione dai nostri uffici esteri, verifichi perché non mi sta arrivando. L’aspetto nel mio ufficio
appena ha fatto, tra qualche minuto”. Senza un “grazie” o una qualunque altra forma di cortesia
sparisce la dentro chiudendo pesantemente la porta. “Dai nostri uffici di all’estero?” penso, mica
sono tuoi gli uffici all’estero, ma che tipo di personaggio è? Come è possibile essere così
perversamente ostili e arroganti e sopratutto stupidi?
Il sig. Brasso si alza dal proprio posto di lavoro e si porta nel centro della stanza, sufficientemente
lontano dall’ufficio chiuso di Frangioni per non farsi sentire o vedere: “E come faccio io a scoprire
perché questo report non è ancora arrivato? Poi, non so neanche l’inglese, non posso telefonare per
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sentire come mai e poi, perché lo chiede sempre a me di fare queste cose eh? Non lo sa che non lo
so fare?” Immediatamente mi rendo conto, che questa richiesta di lavoro così perversamente
articolata non è casuale. Non è’ stata fatta per necessità, ma solo semplicemente per mettere in
difficoltà il sig. Brasso, umiliarlo davanti a tutti, per rimarcare la sua netta superiorità ed autorità
assoluta.
Decido di intervenire per aiutare il mio nuovo collega in evidente affanno: “Scusate se mi
intrometto” dico a tutti, “ma il Frangioni fa spesso queste richieste?” Matteo, uno dei due ragazzi
che mi siede vicino, risponde: “Seeeh! Figurati, questo non è nulla, dovresti vedere quando si
arrabbia con noi perché regolarmente non riesce ad aprire resoconto dei nostri interventi di garanzia
che gli mandiamo tutti i giorni. Ogni volta gli dobbiamo spiegare che quello è un file che deve
essere aperto con un’altro programma e non con quello che sta utilizzando in quel momento. Ed è
chiaramente è sempre colpa nostra!”.
Mentre ascolto la risposta di Matteo mi accorgo che il sig. Brasso, adesso sta guardando nella mia
direzione in modo supplichevole, senza però chiedermi nulla. Cosa vorrà? Devo telefonare io per
lui? In ogni caso avevo già deciso di aiutarlo. Senza dire nulla, provo ad aprire una connessione
diretta FPT con l’estero, giusto per verificare lo stato della linea. Provo un paio di volte, ma in
entrambi i casi non riesco a connettermi, è probabile che non ci sia linea dall’altra parte. Mi ricordo
di un sito internet che è in grado di indicare, in tempo reale lo stato della rete in qualunque parte nel
mondo, e nel caso ci sia qualche interruzione riesce pure ad indicarne anche il motivo. Verifico, e
scopro che gran parte della città sede dei nostri uffici esteri è priva di corrente elettrica da oltre 12
ore. Ecco perché non arrivava il report del Frangioni! Per un problema semplice e banale, non c’è
corrente elettrica. Stampo il risultato della ricerca, e mi alzo per andare a prendere il foglio, nella
stampate comune a tutti sistemata accanto all’ufficio di Frangioni, proprio sotto la finestra che
adesso non è possibile aprire, prendo il foglio e lo porgo al sig. Brasso dicendo: “Sig. Brasso, non
hanno corrente elettrica da 12 ore, è per questo motivo che non arriva il report. Non possono
spedirlo, probabilmente l’ufficio è anche chiuso. Le ho anche stampato una pagina con l’eventuale
orario di ripristino della corrente a seconda della zona della città”. Prendo il foglio e glielo mostro:
“Vede, la corrente nella zona dove ci sono gli uffici della Ditta dovrebbero ripristinarla tra poco, qui
dice al massimo tra due ore”. Anche Matteo incuriosito si alza e ci raggiunge. Lascio al sig. Brasso
anche il secondo foglio e mi torno verso il mio posto nello stesso preciso istante in cui si sente la
voce di Frangioni che affacciato alla porta del suo ufficio ci dice con un tono severo di rimprovero:
“E adesso che cosa facciamo qui? Una festa? Cos’è tutto questo via vai?”. Il sig. Brasso, con i miei
fogli in mano trionfante gli si avvicina e mostrandoli gli dice ad alta voce allo stesso modo, il modo
in cui tutti possono sentire: “Guardi cosa ho scoperto Signor Frangioni, il Report dai nostri uffici
all’estero non può arrivare perché non c’è corrente, vede stavo giusto spiegando ai colleghi come è
possibile scoprire queste informazioni, sa sono giovani e tante cose ancora non le sanno, se vuole
sapere le cose sicure le chieda sempre a me, Signor Frangioni” Il sig. Frangioni gli strappa di mano
i fogli, gli da una rapida lettura e risponde, senza nessun particolare tono nella voce, adesso più
calma: “Bene, però tornate tutti a lavorare, adesso”. Il sig. Brasso, senza guardarmi, e senza
guardare nessuno altro ritorna al suo posto. Getto un’occhiata interrogativa sia a Matteo che a
Giacomo, i miei compagni di scrivania. Giacomo, che fino a quel momento era stato zitto ad
osservare la strana scena ricambia il mio sguardo e mi dice: “Lo so Davide, qui sembra che funzioni
così, ognuno in lotta contro l’altro. Mi dispiace”, sorpreso da questa sua risposta gli dico: “E per
cosa ti devi dispiacere Giacomo? Mica è colpa tua se qui le persone sono così senza nessun rispetto
per niente e nessuno!” Mi siedo e mi metto ad osservare il sig. Brasso. Adesso è lì tranquillo, senza
nessuna espressione particolare del volto. Lo osservo con attenzione mentre sta violentando la
tastiera del suo computer, premendo un tasto alla volta, con il solo dito indice della mano destra, sta
solo aspettando le 5 del pomeriggio per scappare via, esattamente come me. No, penso, non sono e
non posso essere arrabbiato con lui, lui è semplicemente il risultato del lavoro del Frangioni, che a
sua volta è diventato così perché ha subito le stesse angherie da un altro Frangioni qualunque.
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Mi chiedo se mai un giorno potrò arrivare fare anch’io una cosa del genere, comportarmi in modo
così scorretto con un collega di lavoro. Mi sembra veramente impossibile, e mi rispondo con un
sicuro “no, non potrei mai!”.
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Capitolo secondo
Seconda parte:
Il lunedì sera non ho mai troppe cose da fare. Spesso rimango più del solito in ufficio, non per
qualche ispirazione stacanovista-masochista, ma solo perché non ho altro da fare e non voglia di
tornare a casa troppo presto per poi trovarla vuota, gattina a parte. Mi scoccia ammetterlo ma
Caterina comincia a mancarmi, anche se non è giusto dire così. Non è Caterina che comincia a
mancarmi è il ruolo che Caterina aveva nella mia vita che comincia a mancarmi.
Caterina era in grado di riempire ogni momento libero della mia giornata, e di conseguenza farmi
gustare ogni piccolo istante strappato al suo dominio ed alla sua presenza. Che gusto c’è giocare a
carte sul computer per ore ed ore, senza che Caterina mi rimproveri ad ogni istante? La sera poi
faccio fatica a dormire da solo dopo tanto tempo fatto con accanto una persona, tutto sommato
molto gradevole, almeno per l’aspetto fisico.
Poi c’è anche questo aspetto dei ritardi che ho iniziato ad accumulare al lavoro che mi preoccupa.
Quando c’era Caterina era sempre una lotta per svegliarla, per spingerla di forza nel bagno, dirle e
ripeterle ogni dieci secondi di muoversi e di sbrigarsi, alla fine però si usciva sempre in orario, e
non arrivavo mai in ritardo al lavoro. Adesso senza Caterina mi sveglio controvoglia, scopro che le
stesse cose che facevo prima con lei in pochi istanti adesso mi costano enormemente più fatica.
Distrattamente guardo l’orologio del mio computer e scopro che sono le sette di sera passate. E’
davvero ora di andare a casa, anche perché altrimenti rischio di perdere l’ultimo treno ad orari
decenti. Sistemo i soliti fogli sul ripiano della scrivania ed esco dall’ufficio per andare a casa.
Dalla finestra del corridoio mi accorgo che del mio vecchio ufficio c’è ancora la luce accesa. Il
palazzo della Direzione della Ditta, dove c’è il mio vecchio e rimpianto ufficio, è una vecchia
costruzione, realizzata con due ali laterali a più piani ed unico grande ingresso comune di raccordo,
una grande “U” squadrata. Da un’ala è possibile vedere l’altra, e quindi verificare facilmente, se ci
sia ancora qualcuno al lavoro dalle finestre illuminate, è per questo motivo che posso dire che il
Motta è ancora là
Preso dalla nostalgia e dalla curiosità di rivedere il vecchio ufficio decido di andarlo a trovare.
Attraverso l’ingresso di raccordo tra le due costruzioni ed in breve mi ci ritrovo davanti. L’ing.
Motta è ancora al lavoro, ed appena mi vede, con la consueta gentilezza, mi fa cenno di entrare. Con
timore apro la porta, ed entro. Il Motta mi saluta con entusiasmo: “Buonasera Davide, che piacere
vederti, vieni pure, mettiti a sedere che parliamo un po’, è tutto il giorno che sono da solo in questo
ufficio ed un po’ mi annoio”. La sua gentilezza un po’ mi spiazza. Forse non è una persona così
terribile come le la sono immaginata. Obbedisco meccanicamente e, dopo essermi messo a sedere
cominciamo a parlare del più e del meno: “Davide, posso darti del tu vero? in fondo abbiamo la
stessa età, no?” La conversazione continua su argomenti e problemi di lavoro, poi di colpo si slitta
su un argomento che non mi sarei mai aspettato: “Sai che il Direttore sta organizzando una cena per
tutti i dipendenti della Ditta per queste feste? Ti ha ancora chiamato? Siamo tutti invitati sai?”
Sapevo dell’esistenza di questa cena, simile ad tante altre organizzate specialmente a fine anno in
occasioni delle feste natalizie. Fino adesso sono sempre riuscito a evitarle, complice anche Caterina
stranamente d’accordo come me su questo punto. Non riesco a capire perché Motta me lo chieda
proprio adesso, non vorrà mica che vada con lui?. Indugiando appena, per prendere un po’ di tempo
per pensare e rispondo: “Non lo so, non ho mai partecipato, magari questa volta ci faccio un
pensierino, ma credo proprio di no” Motta strizzandomi un occhio a cenno di intensa mi risponde:
“Guarda che questa volta ci divertiamo, stiamo organizzando la serata, sai dopo la cena vogliamo
andare in uno di quei localini, sai dove ci sono le ragazze che ballano mezze nude...”. La lapdance,
questo mi vuole portare a vedere la lapdance, ma per l’amor di Dio, penso! Glisso sull’argomento, e
provo a spostare la discussione in altre direzioni. Rivolgo la mia attenzione verso l’orologio appeso
alla parete, ed indicandolo dico al Motta: “scusa, ma devo proprio andare, altrimenti perdo l’ultimo
treno per casa, ne riparliamo un’altra volta eh?”. Mentre mi alzo dalla sua sedia noto con stupore
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come abbia sistemato, sul muro dietro la porta dell’ufficio non visibili dall’esterno delle vecchie
copertine di 33 giri. C’è la facciona di “In the court of the Crimson King”, Animals dei Pink Floyd
con il maiale che svolazza sulla Battersea Power Station, a sorpresa c’è anche un disco di Bach, le
Variazioni Goldberg suonate da Glenn Gold, probabilmente la stessa versione che ho io in CD.
Davvero curioso, ma sono troppo in ritardo per il mio ultimo treno e devo scappare. Esco
dall’ufficio con uno spirito ritrovato, sollevato per aver conosciuto un po’ più a fondo una persona
tutto sommato piacevole, anche se la sua proposta di complicità per la fuga dalla sua routine mi ha
dato un po’ fastidio. Lo giustifico pensando che in fondo non sono in grado di capire le dinamiche
di una vita di coppia fatta di serate passate in casa tutte uguali, e gesti ripetuto fino alla noia, per cui
anche la prospettiva di una emozione diversa dalle altre può essere considerata veramente una
occasione da non perdere. Lo saluto ricambiando la sua cortesia, e mi riprometto di approfondire
l’argomento dei suoi dischi appesi. Arrivato alle scale mi blocco. C’è qualcosa che non mi torna, un
particolare che non riesco a mettere a fuoco. Poi di colpo capisco cosa sia, ma per verificarlo dovrei
ritornare nel suo ufficio. L’ultimo treno è alle diciannove e quarantacinque, in ogni caso non dovrei
perderlo. Torno sui miei passi e con una scusa banale rientro nell’ufficio dal Motta. Incredibile, non
c’è più traccia dell’odore dolciastro che aveva caratterizzato il nostro primo incontro. Anche la
camicia in tessuto scuro stirata ed indossata una infinità di volte è sparita, lasciando spazio ad una
discreta camicia chiara di velluto, lo guardo con curiosità. Motta intuisce quello che mi sta passando
per la testa e anticipando una mia possibile domanda mi dice: “Davide, a volte ci si deve adattare, e
modificare le nostre abitudini per ottenere quello che ci interessa”. Non dico nulla e mene vado. E’
davvero una persona interessante, anche se un po’ troppo banale e superficiale per i miei gusti.
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Secondo capitolo:
Terza parte:
La mia vita senza Caterina scorre via monotona e piatta, senza nessuna accelerazione, senza
nessuna novità. E così il mese di novembre se ne va senza lasciare nessun motivo per essere
ricordato. No, in realtà una novità c’è è il mio processo di implosione si sta facendo sempre più
preoccupante, non ho più voglia di vedere nessuno, non vado più al lavoro in treno per evitare di
incontrare persone che conosco. Non vado neanche più alla partita del mercoledì sera con i miei
amici di sempre. L’unico dei miei amici che ogni tanto ancora si fa sentire è Luca, con la solita
discrezione ed educazione di sempre. Al contrario, al lavoro mi incontro e mi vedo spesso il Motta
che, mi malgrado tutte i mie rifiuti vuole ad ogni costo trascinarmi e rendermi complice del suo
trasgressivo progetto post cena aziendale.
Oggi poi, è stata una giornata particolarmente pesante. L’unica persona che mi ha rivolto la parola è
stata il fattorino che mi consegna la posta al mattino e mi ha dato pure del “Lei”, chiamandomi
“Dottor Sole”. Adesso passare tutte le sere in casa da solo è diventato davvero pesante, potrei
chiamare Caterina, ma non voglio concederle questo vantaggio morale, dargli la chiave per
ricattarmi per sempre, arrendermi insomma. Devo ritrovarla e riallacciare i rapporti facendolo
sembrare un caso, non una cosa voluta. E’ buffo vedere come non ho più notizie né Caterina che di
Marina da quel giorno a pranzo alla Madia, in questo strano parallelismo dove io rappresento per
Caterina quello che Marina rappresenta per me, con la differenza che Marina è lontana cinque anni
ed un figlio in arrivo, mentre Caterina invece è qui dietro l’angolo che aspetta solo un mio segnale
per tornare tra le mie braccia.
Passo le mie sere da solo a giocare con la gattina ed a guardare distrattamente la televisione. Mi giro
e rigiro nel letto. Non riesco ad addormentarmi. Ed è così da un sacco di tempo ormai. Troppo.
Stasera poi è anche peggio del solito. Provo a leggere qualcosa per risolvere l’impasse. La gattina
mi guarda distrattamente dal suo posticino preferito sulla mensola di legno accanto alla finestra,
proprio sopra la griglia del riscaldamento. Sta giocando con un filo di lana che fa capolino
trasportata dalla corrente di aria calda che sale da li. Appena si accorge che la sto fissando, con un
balzo salta sul letto, e si stira allungandosi in avanti nel modo classico dei gatti. Facendo le fusa si
muove verso di me, e si arrotola proprio sul libro che stavo leggendo. Deve attirare su di se tutta la
mia attenzione, non ci deve essere niente nel mezzo, neanche un libro. Il suo “miao~Miao~MIAO”
ha un significato ben preciso: “Hey, stupidone, quand’è che ritrovi un’altra come Lei?”, ed ancora
“miao~Miao~MIAO!”: “è bella, ha dieci anni meno di te ed è innamorata e pronta a seguirti
ovunque. Lei vuole essere solo amata, non cerca altro, e poi io mi annoio da morire a stare tutto il
giorno in casa da sola ad aspettarti la sera! Quando è che torna?”. La vedo mentre si accomoda sul
libro stropicciando le pagine, continuando a fare le fusa. Spengo la luce e provo a dormire, mi sa
che ha ragione proprio lei, devo fare di tutto per farla tornare. Ormai è deciso! Adesso arriva la
parte più difficile, cercare di incontrarla al più presto, e far sembrare questo incontro il più casuale
possibile. Mi addormento così, accarezzando la pancia della mia gattina.
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Secondo capitolo
Quarta parte:
Seguendo il classico rituale di ogni inizio mese tolgo dal mio calendario il mese appena terminato.
Appare dicembre, mentre novembre con tutte le sue note di appuntamenti e scadenze finisce
appallottolato nel cestino. Quest’anno i giorni di festa cadono in modo perfetto. Con solo sei giorni
di ferie è possibile fare due settimane complete di vacanze, rientrando poi ad anno nuovo, dopo
Befana. Mentalmente sto ancora calcolando l’abbinamento migliore per sfruttare al massimo i miei
giorni di ferie quando suona il telefono. Rispondo: “Buongiorno, Davide Sole, dica pure”, è la solita
telefonata del Motta, che ormai ha preso l’abitudine a chiamarmi almeno un paio di volte al giorno,
per pianificare al meglio l’organizzazione della serata dopo la cena aziendale: “Ciao Davide, sono
Motta, l’hai letta l’email del Direttore? L’ha mandata oggi a tutti i dipendenti, vedi un po’!”
Rispondo che non ho ancora letto la posta, e che l’avrei chiamato appena lo avessi fatto. Sblocco,
inserendo la mia password il PC e accedo alla mia casella di posta. Ho dovuto inserire questa
password in seguito alla scoperta casuale di alcuni “log” sospetti. C’è stato qualcuno che ha
utilizzato il mio computer in mia assenza, magari solo per navigare in rete, ma è meglio non
rischiare. A pensarci bene dato il maldestro tentativo ti nascondere le tracce potrebbe essere stato
anche il Frangioni in persona. In ogni caso ad oggi in poi non lo potrà più fare. Aspetto il termine
della procedura di autenticazione mentre ancora penso a come potrei fare per incontrare Caterina.
Una serie di brevi bip mi avvertono dell’arrivo di alcuni messaggi di posta elettronica. Velocemente
scorro i titoli: sono solo spam, due e-mail di lavoro di cui una in inglese dall’ufficio della CE e
quella anticipata dal Motta del Direttore indirizzato a tutti i dipendenti. La apro e la leggo. Questo è
probabilmente il passo più interessante ed equivoco:
“Egregi collaboratori,
purtroppo la nostra Ditta non ha raggiunto gli obiettivi di target che ci eravamo prefissati ad inizio
anno. Non ho niente da rimproverarvi, questa difficoltà è nata dal difficile contesto economico
internazionale e non da una scarsa concentrazione e applicazione sul lavoro...devo perciò a
malincuore confermarVi che quest’anno il previsto Bonus legato al raggiungimento degli obiettivi
non sarà elargito... resto fermamente convinto che l’anno prossimo riusciremo a recuperare quanto
perso....inoltre colgo l’occasione di inviarvi a Voi ed a tutti i vostri famigliari i più sentiti auguri,
sperando che l’anno prossimo sia migliore di questo....”.
“Non c’è il premio di produttività quest’anno”, penso. Non è che sia un premio particolarmente
sostanzioso, l’anno scorso, con lo stesso livello che ho quest’anno presi a malapena duecento euro
lordi, no, non sono i soldi è il messaggio in se che è ambiguo non avendo mai sentito in precedenza
il Direttore lamentarsi per come andassero gli affari in Ditta. Sposto nel cestino le lettere di spam,
archivio con cura le email di lavoro e del Direttore e decido di andarci a parlare, anche per evitare
l’imminente ed inevitabile telefonata del Motta. Per pietà per i miei colleghi alzo il ricevitore del
telefono. Nessuno mi potrà telefonare mentre suono fuori ufficio.
Lungo i corridoio della Ditta incontro diversi gruppetti di colleghi, che discutono animatamente
della novità, evidentemente comunicata a tutta l’azienda. C’è ci preannuncia delle inevitabili
restrizioni, chi invece suggerisce di non preoccuparsi più di tanto, perché a detta sua la situazione
economica non può che migliorare, avendo toccato di fatto il fondo.
Arrivo nell’ufficio del Direttore. Fortunatamente non c’è la segretaria che cerca ogni volta di
bloccarmi. Busso sulla porta, come al solito per presentarmi ed entro. Il Direttore è al telefono, ed
ha di fronte una persona che non conosco. Appena mi vede, continuando a parlare al telefono mi fa
cenno di entrare, come se mi aspettasse. Mentre aspetto che termini la sua telefonata mi presento al
tipo, che in modo molto informale mi passa il suo biglietto da visita:
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Enterprise Consulting
Dott. Franco Turini
Senior Manager
Un consulente? E’ raro trovare dei consulenti a spasso per la Ditta, sovradimensionati come siamo
non ne abbiamo bisogno. Appena terminata la sua telefonata il Direttore indicando con lo sguardo il
sig. Turini mi dice: “Davide, immagino tu abbia letto l’email che ho mandato a tutti. Cosa ti
sembra? Che impressione ti ha fatto?” Guardo per un attimo il sorriso di compiacimento
completamente fuori luogo del tipo seduto accanto a me e rispondo: “Credo sia la prima volta che
non viene pagato il premio di produttività, almeno da quando sono in Ditta io, non mi sbaglio vero?
Però se la sua lettera doveva essere una minaccia, è davvero poco minacciosa, se invece doveva
essere un incoraggiamento è troppo poco incoraggiante. Non ha un indirizzo preciso, anche se si
capisce che c’è qualcos’altro dietro, che non sia finita lì». Il dott. Turini in silenzio mi guarda con
soddisfazione, cose avessi detto proprio la cosa giusta: “Vede dott. Turini” continua il Direttore:
“Davide è in Ditta da noi da molto tempo, ma solo da quando è venuto a lavorare direttamente per
me qualche anno fa che ha potuto esprimere tutte le sue qualità, pensi, tutta l’organizzazione delle
vendite è adesso strutturata su un programma realizzato da un prototipo scritto da lui in meno di un
mese, dopo anni di tribolazioni continue. Lavoro che se commissionato ad una ditta esterna ci
sarebbe costato cento forse mille volte tanto, per non parlare poi del tempo risparmiato», poi
rivolgendosi direttamente a me: «Ho dato incarico al dott. Turini, di dare una nuova struttura al
nostro organico, cercando di tagliare i rami secchi e migliorare il rendimento in generale nella Ditta.
Inutile dire che è una argomento di massima riservatezza. Dovrai, anche tralasciando i tuoi normali
impegni, che ti serviranno più che altro di copertura, dargli una mano, per qualsiasi cosa gli possa
servire. Ho già parlato con Frangioni, che è d’accordo, ovviamente. In questa Ditta quando si parla
col Direttore sono sempre tutto d’accordo, solo tu, Davide, mi dici esattamente le cose come stanno,
senza reticenze e non per farmi contento, ed è anche per questo tuo modo di essere che ti ho sempre
apprezzato». Quello che ha appena detto il Direttore in fin dei conti è la pura verità, anche se la
motivazione è completamente differente da quella che si immagina. A me non me ne frega niente né
della carriera, né di compiacere ai miei superiori, niente io vedo un lavoro come un obbligo da
assolvere e basta. La mia non è una missione, vedo il lavoro come una attività distaccata, una cosa
da fare, sempre al massimo delle proprie possibilità ma senza particolari coinvolgimenti emotivi. E’
sempre stato questo atteggiamento, così distaccato e oggettivo che mi ha sempre aiutato: «Davide,
prima di andare ti devo dire ancora una cosa». Il Direttore aveva un modo molto gentile ma deciso
per congedare i propri ospiti: «Dica», gli rispondo usando il “lei” perché in presenza di estranei:
«come sai c’è la cena aziendale questo venerdì. Quest’anno, questa cena ha uno scopo preciso,
bisogna fare gruppo, è un’occasione per trovarsi tutti insieme farsi vedere e conoscersi tutti un po’
più a fondo, tutti quanti. So come la pensi, ma questa volta cerca di esserci, è importante, molto
importante. Fidati di me e prova a fare uno sforzo stavolta, vedrai che ti divertirai pure». Quello che
non ha potuto Motta in due mesi di telefonate quotidiane, l’ha potuto il Direttore in due minuti. Di
botto rispondo: «certo, ci sarò, sicuramente».
Il resto della giornata passa via tranquilla, tra le solite scenate di gelosia e ripicche dei miei colleghi
più anziani in odore di battaglia, niente per cui valga la pena soffermarsi. Ho detto a Motta che sarei
andato alla cena, ma gli ho fatto anche intendere che proprio quella sera avrò sottomano una tipa
interessante, separata da poco, e che quindi non potrò seguirli, a malincuore, nelle loro avventure.
Intanto il primo tentativo di incontrare casualmente Caterina è fallito. Prima di venire a stare da me
abitava insieme ad un amica in un miniappartamento in centro. Oggi, durante la pausa per il pranzo
è stato il primo posto dove sono andato a controllare. Sul campanello, in alto a destra fanno però
mostra di se due nomi bizzarri, stranieri, probabilmente arabi. Mi aveva già accennato al fatto che la
sua ex compagna di casa, dopo che lei l’aveva lasciata sola si era trasferita. Tornando in Ditta ho
controllato pure tutti i ristoranti e pizzerie del centro, senza trovare né lei né nessuna delle sue
amiche. Certo non mi devo certo scoraggiare al primo tentativo. So che non sarà facile incontrarla e
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poi convincerla a tornare. Conosco Caterina praticamente da sempre, anche se è solo da due anni
che la considero come una donna e non come una bambina, e conosco perfettamente il suo carattere
molto ruvido anche se magnificamente spontaneo.
L’ho incontrata la prima volta, tanti anni fa, a cena con Marina da mia sorella. Mia sorella, vive
all’ultimo piano in pieno centro con una stupenda terrazza. Un posto assolutamente privilegiato per
l’osservazione dei fuochi artificiali, spettacolo tradizionale della festa patronale della mia città.
Caterina, appena quattordicenne era stata invitata insieme ai suoi genitori. Almeno, questo è sempre
quello che mi ha raccontato Caterina, perché io di quella bimba appena adolescente non ricordo
veramente nulla. Avevo appena conosciuto Marina, ed avevo occhi solo per lei. Erano i miei primi
anni dell’Università, e per arrotondare e avere qualche soldo in più facevo delle lezioni private di
matematica e fisica per i ragazzi delle scuole medie e superiori, i miei “bimbi”. Ed ero proprio
bravo, perché non essendo mai stato uno studente modello sapevo e conoscevo perfettamente le
difficoltà ed i problemi dei ragazzi con quelle materie. A settembre dello stesso anno dopo circa tre
mesi da quella cena Rachele, mia sorella mi chiese se potevo seguire ed aiutare la figlia di una sua
amica, in difficoltà con a matematica, e la ragazzina in questione era proprio Caterina. Il nostro
secondo incontro (il primo, almeno per me) lo ricordo bene. Abitavo ancora a casa dei miei genitori,
e quel giorno si presentarono in tre: Rachele, Caterina e sua madre. Caterina era al primo anno del
Liceo Classico, ed aveva appena finito il Ginnasio. Una scuola vera, dove ancora si bocciava per
una materia non superata a settembre. Ricordo che era vestita con dei improbabili pantaloni gialli di
velluto a coste larghe, scarpe basse tipo ballerina, camicetta e con un pesante zaino sulle spalle.
Caterina aveva un’aria persa, impaurita, l’aria di chi ancora bimba deve affrontare e confrontarsi
con un adulto estraneo.
Ho seguito Caterina per i tre anni del liceo, fino alla maturità. Già dalla prima lezione si capiva che
non ne aveva assolutamente bisogno, ma complice l’eterna gara contro le «bimbe brave della
classe» e le mie modestissime pretese economiche le nostre lezioni continuarono fino alla fine del
suo liceo. L’ho vista crescere, trasformarsi da una impaurita adolescente di quattordici anni ad una
promettente bella ragazza di diciotto. Dopo l’ultima lezione non la rividi più per molto tempo, per
tanti anni. Soltanto una volta la intravidi in treno con le amiche. Rimasi nascosto ad osservarla per
l’intero tragitto. Erano passati 5 anni dall’ultima lezione e quella ragazza che osservavo non era
nemmeno la lontana parente della ragazzina spaurita con i pantaloni di velluto giallo, che
conoscevo. La mia storia con Marina aveva iniziato ad andare a rotoli, e non me la sentii di
incontrare quella che era diventata una splendida ragazza, un po’ perché non avrei saputo cosa dirle,
un po’ per evitare di fare delle brutte figure. «Magari tra qualche anno» pensai. Povera Caterina, è
comprensibile pensare a quanto odiasse Marina. L’ha sempre avuta davanti agli occhi, è cresciuta
con questa presenza costante, una figura da prendere come riferimento. Una rivale praticamente
invincibile.
La settimana passa veloce, come veloci ed assolutamente infruttuose sono passate le mie vane
ricerche. Niente, nessuno sembra sapere più niente di Caterina e delle sue amiche. Sembrano tutte
svanite nel nulla.
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Secondo Capitolo
Quinta parte:
Ed arrivò il venerdì, quello della cena.
La cena aziendale è organizzata in agriturismo. Un vecchio cascinale di campagna costruito sulla
sommità di una piccola collina e riportato in vita per queste occasioni. Per raggiungere l’ingresso è
necessario percorrere una stradina alberata leggermente in salita, percorso rotto ad intervalli regolari
da dei piccoli canali trasversali costruiti per impedire che durante delle giornate di pioggia, la
corrente d’acqua che si forma possa in qualche modo trascinare giù il pietrisco del selciato. Il
parcheggio è giù in basso ai piedi della collinetta. Arrivo molto presto e lascio l’auto rivolta
strategicamente verso l’uscita, in modo che nessun’altra, anche parcheggiata nel modo più barbaro
possibile possa impedirmi di andarmene quando voglio. Verifico che ci sia la copertura per il mio
cellulare ed attacco la stradina in salita, saltando da un canaletto trasversale all’altro. Alcuni persone
che non conosco si mostrano assai divertite da questi miei salti. E’ una limpida serata di dicembre,
non troppo fredda e senza vento. In breve arriviamo tutti quanti all’ingresso dell’agriturismo.
All’interno l’ambiente è riscaldato dai numerosi caminetti, e gli ampi saloni accolgono una
moltitudine di tavoli tondi, da dodici posti l’uno. Per favorire il clima della serata, ed il senso di
appartenenza ad un gruppo i posti a sedere non sono già fissati ma vengono sorteggiati. Accanto
all’ingresso fa bella mostra di sera una vecchia giara ricolma di gadget raffiguranti il logo aziendale.
Legato con un filo di lana rosso, ad ogni gadget c’è una piccola busta sigillata con all’interno un
bigliettino con una sigla che rappresenta il posto. Intorno a questa giara c’è una piccola ressa di
persone, tutti colleghi vestiti con la giacca buona tirata fuori per l’occasione, stranamente non ci
sono donne. Faccio fatica a riconoscere qualcuno. E’ possibile che siamo così tanti in Ditta? Mi
avvicino, scocciato dalla ressa ed infilo la mano all’interno del recipiente per scegliere il mio posto.
Prendo la prima bustina che mi capita a tiro e la apro per vedere quale sia il mio posto. Sul biglietto
c’è scritto solo una sigla: 1-B-7. Sul muro, proprio appesa sopra la giara c’è una piantina delle due
sale con le indicazioni necessarie per individuare il tavolo giusto. La mia sigla, indica che il mio
posto è nella prima stanza, al tavolo B, al posto n° 7. Senza fare troppo caso a quello che mi
succede intorno, mi metto a cercare il tavolo B della prima stanza. Ci sono una ventina di tavoli per
sala, con posti sufficienti per i circa 400 dipendenti della Ditta. Davvero tanta gente! E’ naturale che
non conoscessi quasi nessuno. Trovo facilmente il tavolo, ed il mio posto estratto a sorte. Mi tolgo
il maglione di lana pesante e lo sistemo sulla seggiola, rimanendo solo con una delle mie classiche
camice portate fuori dai pantaloni, forse un look un po’ tropo giovanile per i miei anni. Gli altri
posti del mio tavolo sono occupati solo per metà. Osservo le giacche sistemate con cura sulle
spalliere delle sedie, esattamente alla stessa maniera di come ho sistemato il mio maglione. Mi
guardo intorno. Un bell’ambiente. I tavoli sono spostati verso una parte della stanza, mentre
dall’altra parte, quella rimasta libera fa bello sfoggio di se un buffet completamente imbandito, due
caminetti accesi, ed un braciere circolare con sopra una potente cappa aspiratrice. Accanto al
braciere un bancone frigo molto più piccolo del precedente con sopra allineate diversi tipi di carni
pronte per essere arrostite. Mentre osservo tutto questo sento una voce sconosciuta alle mie spalle:
“Mi scusi, posso disturbarla”? Istintivamente mi volto. Un distinto signore sui cinquanta,
perfettamente vestito, rasato e cravattato, visto qualche volta di sfuggita in azienda mi si rivolge in
modo gentile, quasi supplichevole: “Mi scusi”, ripete, “posso chiederle, se per lei è lo stesso, di
lasciarmi il suo posto?” Lo guardo con più attenzione, cerco di capire il motivo della sua richiesta:
“Certo si figuri, ma perché?” Senza imbarazzo e con prontezza mi risponde: “sa, così sono vicino
ai miei colleghi, non vorrei che poi, sa come succede, ci possano separare, poi non conosco
nessuno, mi farebbe davvero una grande cortesia, loro hanno preso il posto a questo tavolo, mi
farebbe davvero un grosso favore, vede....”. “Bene”, penso, tutto sommato per me è lo stesso, poi
questo è uno dei primi tavoli ed è troppo vicino alla porta di ingresso, non voglio sorbirmi tutto il
via vai di chi entra ed esce per l’intera serata. Accetto volentieri, e gli lascio il posto, avviandomi
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divertito per la seconda volta alla lotteria. A questo punto la ressa davanti alla giara è davvero
incontenibile, tutti li intorno pronti a prendere il proprio posto, senza però che nessuno si azzardi a
fare la prima mossa. Finalmente scorgo due persone che conosco. Ci sono anche i miei due giovani
colleghi di scrivania, Giacomo e Matteo che hanno già fatto la loro pescata: “Com’è andata?” gli
chiedo: “ci hanno separato” risponde Giacomo: “io sono nella seconda stanza, Matteo nella prima.
Meglio così non lo avrei sopportato anche questa sera!”.
La serata è aperta ovviamente anche a moglie e mariti, e per loro, la scelta del posto ad estrazione
non è vincolante, se vogliono possono rimanere vicini, oppure separarsi, dipende solo da loro. Mi
avvicino, e sotto gli attenti sguardi di tutti faccio la mia seconda pescata: 2-P-10. Bene sono nella
seconda stanza. Un paio di super-cravattati mi si avvicinano immediatamente, strappandomi quasi il
biglietto di mano per capire dove fossi finito. Appena dico che sono nella seconda stanza, si ritirano
delusi senza rivolgermi più la ben che minima attenzione. Matteo è ancora li a osservare questa
particolare riffa, e mi avvicino per chiedergli: “Matteo, ma te hai capito cosa accade? Ma sono
impazziti tutti quanti?”. Matteo sorridendomi mi sposta da una parte e parlando sottovoce mi
risponde: “Credo di aver capito cosa succede, i posti per i dipendenti, sono sorteggiati a caso,
mentre la Dirigenza no. Loro sono stati inserti a scalare, secondo l’importanza, sui vari tavoli. Un
modo di dare la possibilità a tutti di conoscere qualcuno della dirigenza. Vedi, dove eri capitato tu?
Guarda chi c’è al tavolo ora!” Mi volto e vedo seduta esattamente di fronte a dove ero capitato io, la
sig.ra Antolini, la Direttrice dell’area Risorse Umane e Sistemi Informativi, una delle cariche più
importanti ed influenti della Ditta. “Meglio così” penso, magari il tipo saprà sfruttare meglio di me
l’occasione, in fin dei conti se lo è meritato quel posto, davvero. Saluto i miei giovani colleghi e
attraverso tutto il primo salone, salutando distrattamente il sig. Frangioni, seduto, manco a dirlo, ad
uno dei primi tavoli. Conoscendolo anche lui avrà usato lo stesso stratagemma. Il secondo salone è
la copia esatta del primo, con l’unica differenza di una porta laterale che conduce ad una piccola
stanza appena illuminata. Al posto del braciere c’è invece un bancone con i dolci e la frutta.
Essendo l’ultima stanza ovviamente non c’è nessuna altra porta. Mi avvicino al mio tavolo, spero
definitivo, a questo punto. Già seduti, c’è una coppia un po’ in la con gli anni, le due ragazze
dell’accettazione materiale, sedute una accanto all’altra. Le osservo con attenzione per la prima
volta, sono davvero carine, ma non fanno per me. Le saluto e mi seggo. Questo posto è decisamente
migliore rispetto al primo, almeno per le mie esigenze. Alla spalle ho il muro della stanza, sono
abbastanza lontano dal fumo del caminetto e sopratutto riesco a controllare tutta la scena per
interno. Posso osservare tutti quanti senza essere praticamente visto, e questo mi piace. Da dove
sono riesco pure a vedere i tavoli più importanti della prima stanza. Noto l’arrivo del Direttore,
accompagnato da un nuvolo di corteggiatori che gli svolazzano intorno ammiccando e cercando di
ottenere un po’ di considerazione.
In un tavolo più centrale scopro pure il Motta. Ci incrociamo lo sguardo. Appena mi vede mi fa un
cenno con la mano che ricambio prontamente. Lo vedo però alzarsi e venire nella mia direzione.
Arriva al tavolo e si mette a sedere accanto a me, dalla parte opposta alle due tipe che intanto
parlano fitte tra di loro: “Allora Davide, siamo d’accordo eh?” attacca, abbiamo già preparato tutto,
siamo un bel gruppo una ventina di persone. Abbiamo prenotato qualche tavolo al Babilon, qui
vicino, stasera c’è anche uno spettacolino speciale apposta per noi!” Mentre parla, visibilmente
eccitato mi lascia andare dei colpetti con il gomito sul fianco, come per sigillare il nostro accordo:
“Guarda, sono venuto con Claudia, è la seduta la tavolo, se poi vieni te la presento, ma mi
raccomando non dire niente di quello che abbiamo intenzione di fare dopo eh? Siamo d’accordo
allora!”. Ascolto il Motta e mi rendo conto di come io sia più spaventato che scocciato. Un gruppo
di venti persone allupate, probabilmente sbronze che si riversano in un locale di lapdance. L’unico
finale di una serata così architettata non può essere altro che al comando della Polizia o alla saletta
di aspetto del pronto soccorso: “Motta, non te la prendere, ma ora non lo so, come sai ho quel
mezzo appuntamento con quella signora... sai, sono occasioni che non si ripetano spesso. Ti faccio
sapere eh? Sto aspettando un suo messaggio da un momento all’altro”. Il Motta, non cambiando
atteggiamento continua: “Va bene, Davide ti capisco, in fin dei conti siamo tra uomini. Però mi
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farebbe piacere se venissi a cena al nostro tavolo, così ti presento pure Claudia, la mia Signora! E’
incredibile, penso, già sono abbastanza angosciato della mia situazione sentimentale, con Caterina
sparita ormai da mesi e Marina con il pancione per potermi permettere di sorbirmi una serata in
compagnia dei coniugi Motta o dei miei più tristi colleghi. Gli rispondo che preferisco stare dove
sono, e che sicuramente più tardi sarei andato a conoscerla (cosa che avrei comunque fatto per
educazione).
Lentamente le stanze vanno riempiendosi, ed al mio tavolo si aggiunge solo un’altra coppia. Non
hanno il gadget preso dalla giara, semplicemente vogliono starsene per conto loro nel posto meno
frequentato della sala. Inutile dire che hanno tutta la mia ammirazione.
Finalmente inizia la cena, e le portate si susseguono con una lentezza esasperante. Il Motta continua
a fissarmi ed a farmi l’occhiolino di tanto in tanto, sorridendomi e ammiccando in segno di intesa.
Magari poi la finisce, spero. Intanto controllo il cellulare. Nessun messaggio in arrivo e nessuna
chiamata persa. Uffa, chissà cosa speravo. Il clima della serata non certo mi aiuta, ed il disagio che
provo adesso si fa troppo insopportabile, devo scappare da li, trovare assolutamente il modo di
rintracciare Caterina, e passare il resto della serata con lei. Devo fare il modo di trovarla, di farmi
chiamare. Di colpo l’illuminazione. “Ecco come fare!” Prendo il cellulare, ed attraverso una
semplice procedura provo a ricaricare il suo numero di telefono sottraendo il credito dal mio. E’ una
operazione che in passato ho fatto già altre volte per lei. La ricarica fatto in questo modo è del tutto
anonima, e lei potrà avere solo il sospetto che sia stato io a farla, non la certezza, obbligandola
quindi a chiamarmi. Completo la procedura, tolgo la suoneria al cellulare e lo lascio ben in vista
sulla seggiola vuota accanto la mia. Rinfrancato e sollevato da questa improvvisa svolta trovo
finalmente il gusto di apprezzare una cozza ripiena del mio antipasto di mare. Dopo solo pochi
secondi vedo il cellulare illuminarsi. E’ arrivato un messaggio! Finalmente, penso, è sicuramente
lei, lo sapevo, avrebbe ceduto subito, di schianto!”. Lascio passare un po’ ti tempo, sono
concentrato sul mio antipasto. Poco dopo arriva anche un secondo messaggio, ed istantaneamente
un terzo. E’ il momento di rispondere, non vorrei che poi inizi di nuovo a telefonarmi ogni cinque
minuti, conoscendola. Prendo il cellulare leggo i messaggi. Eccoli in ordine:
Il primo:
“Si conferma la Vostra richiesta di una help-ricarica di 5 euro al numero selezionato”.
Il secondo:
“Siamo spiacenti di informala, che il tentativo di ricarica effettuata al numero selezionato NON è
andata a buon fine”.
Il terzo:
“Ricarica NON effettuata, numero inesistente. L’importo della ricarica inviato al numero
selezionato è stato riaccreditato sull’utenza di origine”.
Come è possibile che il numero sia inesistente? Controllo e verifico che il numero utilizzato è
quello giusto. C‘è qualcosa che non torna, ma per essere sicuro devo fare una prova, devo
chiamarla. Mi alzo, e mi metto alla ricerca di un telefono pubblico. Appena mi vede alzarmi il
Motta, temendo che me ne potessi andare senza di lui mi chiama a viva voce, facendo cenno di
raggiungerlo al tavolo indicandomi una signora seduta accanto, sicuramente la moglie. Rispondo a
mia volta con un cenno della mano, portandomi il pollice all’orecchio ed il mignolo alla bocca a
mo’ di cornetta telefonica, promettendo a gesti che sarei tornato da loro al più presto appena finita
la telefonata. Nell’ingresso, proprio tra le doppie porte a vetri trovo un telefono pubblico. Mi
avvicino, inserisco qualche moneta e provo a fare il numero di Caterina. Immediatamente mi sento
rispondere da una voce meccanica in questo modo: “Attenzione il numero selezionato è inesistente”.
Provo una seconda, una terza volta per sicurezza. Non si tratta del suo telefono spento, come avevo
pensato inizialmente, ha proprio disattivato la scheda, cambiato il numero. La cosa è molto più seria
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di quando credessi, probabilmente ho sottovalutato sin dall’inizio questa sua definitiva, anche se
minacciata da sempre sparizione, cavolo sta facendo le cose sul serio. Questa novità mi fa di nuovo
piombare nella tristezza più cupa. Adesso non so proprio cosa fare. Guardo distrattamente il display
del telefono che indica che sono appena le 10 e mezza appena passate. Riflettendo sul da farsi
mentre torno al mio posto, passo accanto ai coniugi Motta ignorandoli completamente. Tanto vale
gustarsi le cena e poi filarsela di corsa a letto.
Al mio tavolo, intanto si è accesa una discussione sui nostri stipendi e su come sia difficile arrivare
a fine mese con quei pochi soldi. Una delle due ragazze, quelle della ricezione materiali insiste:
“Non so come fate voi, io sono in affitto, e tolte tutte le spese fisse non mi rimane nient’altro che i
soldi per mangiare. Di extra non se ne parla, vacanze e sfizi meno che mai”. Al tavolo si è aggiunto
anche un’altro personaggio, vestito come al solito senza nessuna fantasia e immaginazione con il
solito completino di ordinanza. La discussione procede sullo stile delle normali discussioni che si
fanno in azienda davanti alla macchinetta del caffè, un misto di banalità, qualunquismo e
sciocchezze assolute. Non riesco però a non intervenire: “In effetti, con i nostri stipendi non ci
possiamo permettere nessun extra particolare, probabilmente anche perché non siamo in grado di
rinunciare a nulla di quello che ci piace, e di cui potremo fare anche a meno, tu magari”
rivolgendomi alla ragazza che aveva parlato poco prima: “tu, magari vai in palestra, fai qualche
seduta di massaggi per levarti la cellulite che non hai e cose del genere. Prova ad andare a correre
sul viale invece, che è gratis e fa molto meglio!” La ragazza mi guarda perplessa, senza trovare la
forza di rispondere. Mi sono fatto un’altro nemico. La discussione prosegue, senza un costrutto
accompagnando il susseguirsi delle portate, condite da un vino veramente modesto, probabilmente
un sangiovese di qualche azienda agricola di secondo piano e spacciato come il non plus ultra del
Chianti classico toscano.
Alla fine scocca l’ora “x”, l’ora della trasgressione. Vedo il Motta alzarsi da tavola, baciare la
signora accanto a lui, e dirigersi verso di me. Mi sta indicando di andargli incontro. Ci troviamo
così a mezzo via nel centro della sala: “Allora Davide, si va eh? Muoviamoci che ci stanno già
aspettando! Gli altri sono già partiti, io non ho potuto liberarmi prima dalla moglie, via che si va!”
E’ ansioso, non vuole perdersi nemmeno un altro istante della serata così condita, non vuole
rimanere indietro rispetto agli altri già andati: “Senti Motta”, gli rispondo: “mi sono arrivati tre
messaggi dalla tipa”, gli dico mentre gli mostro il cellulare con i tre messaggi in arrivo, quelli della
mancata ricarica a Caterina: “abbiamo appuntamento tra poco, a mezzanotte da lei. Non ce la faccio
a venire, poi devo anche passare da casa a rinfrescarmi un po’, non mi posso mica presentare in
queste condizioni?!” Il Motta adesso mi guarda spaventato e mi dice: “Ma allora come faccio io con
Claudia, le avevo detto che saremo andati, noi, insieme...” Gli metto una mano sulla spalla e gli
dico: “Tranquillo, se ti serve una copertura con la signora, stai pure tranquillo, puoi contare su di
me, sia siamo tra uomini no?”, replicando il suo precedente discorso. Il Motta immediatamente si
tranquillizza, adesso non è più necessario che io vada con lui, è tutto a posto, si può fidare di me.
L’unica cosa importante adesso è che deve andare là, con gli altri, con tutti gli altri. Si volta verso il
suo tavolo, verso la moglie e gli fa un cenno dello mano, indicando che è tutto ok, poi rivolgendosi
di nuovo a me dice: “Davide, guarda, mi basta che mi accompagni fuori, aspetti li due minuti e poi
te ne vai dove vuoi, ma non farti vedere da Claudia eh? Mi raccomando!. Le ho detto che saremo
andati a trovare dei vecchi amici. Mi basta che usciamo insieme. Mi raccomando non dirle niente,
reggimi la parte!”. Accetto, un fin dei conti è davvero una soluzione che mi costa poco, ed in più mi
da un pretesto per scappare da quel posto. Ritorno verso il mio tavolo e saluto i miei compagni di
cena, prendo il maglione dalla sedia, e torno verso il centro della stanza, uscendo poi insieme al
Motta dal nostro stanzone. Ignorando ancora una volta sua moglie. Che cafone penso, non mi sono
presentato alla Signora. Che figuraccia ho fatto, ma malgrado tutto devo reggere la parte, ormai
l’ho promesso. Il mio disagio verso la signora Motta però sparisce subito, giustificato dal fatto di
come sia possibile bersi una balla simile, ma non sono certo affari miei!. Raggiungo il Motta ed
insieme, uno accanto all’altro attraversiamo la prima sala, dove adesso, ai primi tavoli è concentrata
l’intera l’elite aziendale.
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C’è sempre il tipo al quale avevo ceduto il mio posto che terminata la corte alla tipa delle risorse
umane si è gettato su qualche altro pezzo grosso della Ditta. Passiamo oltre velocemente.
Sorrido al pensiero di come per il Motta la voglia di trasgressione sia più importante del tentativo di
aggraziarsi qualche pezzo grosso! All’improvviso, però mi sento chiamare da una voce proveniente
da uno dei primi tavoli dello stanzone: “Daahhaviiiidee!” e poi ancora più forte “Daahhaviiiidee,
dai vieni qui un attimo!” E’ il Direttore, il pezzo forte della serata, che mi chiama e mi fa cenno
amichevole di avvicinarsi. Immediatamente il brusio che caratterizzava la scena si smorza di colpo,
tutti i corteggiatori (e sono davvero tanti) sono interessati a questo tipo in camicia e maglione
salutato così calorosamente dal Direttore.
Congedo il Motta che vedo sparire all’esterno della sala, e mi avvicino passando tra gli sguardi di
invidia di due ali di corteggiati delusi: “Dai prendi una sedia, Davide e mettiti qui vicino a me, ti
prometto che ti trattengo un minuto solo”, facendo cenno ad un tipo li vicino di spostarsi per
lasciarmi il posto: “raccontaci come sta andando la serata, se ti è sembrata una cosa ben
organizzata”. Prendo la sedia offerta, e mi siedo ed attacco: “Come è stata organizzata la serata?
Carina l’idea della lotteria per i posti. La cena tutto sommato ottima se si considera il numero delle
persone messe a tavola, il servizio, è stato troppo lento. Ma se devo trovare qualcosa di veramente
negativo una cosa c’è ed è il vino. Davvero troppo dozzinale, per una cena, come già detto
sufficientemente buona come questa!” Questa mia dichiarazione, da lo spunto ad un tipo trasparente
di riconquistarsi un po’ del terreno inopportunamente strappato. E’ arrivato il momento per lui di
mettersi in mostra. Smanacciando per farsi notare da tutti dice ad alta voce nel solito modo che tutti
possono sentire: “mi scusi sa, se mi permetto di contraddirla”, e mi attacca in modo diretto
brandendo la carta dei vini: “guardi, che il vino ci hanno servito è un Chianti Toscano, da ben 16
euro a bottiglia, sa, come è possibile dire che è un vino mediocre, addirittura dozzinale come ha
detto lei, è evidente che non se ne intende!” lasciando capire di saperla lunga lui sui vini, calcando
con accenti cadenzati le parole. Lo guardo, sospiro annoiato, e mi volto verso il Direttore che
adesso, insieme a tutti gli altri si aspetta una mia replica. Ritorno sul tipo guardandolo negli occhi
ed rispondo alla sua modesta bordata: “Uno: Chianti vuol dire solo che è stato prodotto in una zona
geografica particolare rispettando il relativo disciplinare, e la Toscana, almeno da queste parti è
tutta “Chianti”. Due: un sangiovese, come quello che ci hanno servito questa sera di un solo anno
non ha nessun significato specialmente se è stato fatto al risparmio come questo. Non c’è stato il
rigoverno tipico di questi vini, ed i suoi 11 gradi di etichetta lo dimostrano ampiamente. Tre: data
l’elevata acidità non metterei nemmeno la mano sul fuoco che sia stato vinificato secondo le regole,
smussando le asperità con la seconda fermentazione, la mallolatticca. Vede questo sembra quasi un
novello tanto è poco corposo e acido, il sangiovese, il vitigno principe del Chianti ha bisogno di
cure, di sacrifici di affinare almeno due, meglio tre anni per svolgere tutte le sue qualità, per
esplodere in tutti i suoi profumi e sapori, che poi sono i profumi ed i sapori di questa terra! Questo è
un vino che, come ce lo hanno servito stasera, non può valere che un decimo di quanto ce lo hanno
fatto pagare, anzi di quanto lo hanno fatto pagare all’azienda, visto che la cena ci è stata offerta!” Il
tipo, e tutta la platea mi guarda a bocca aperta senza trovare una parola per rispondermi, al contrario
del Direttore che invece molto divertito non rivolgendosi a nessuno in particolare dice: “Lui è così,
va preso come è, deve dire sempre quello che pensa, ce ne fossero come lui in Ditta!”. La
discussione poi si sposta su aspetti veramente secondari, dove appena posso, mi defilo lasciando il
posto più ambito al rampante di turno. Mi sento davvero soddisfatto. Mi sono sfogato, ho
mantenuto la promessa al Motta e sono fuggito da quel posto.
Fuori fa veramente freddo, ed il maglione non basta più. Corro giù lungo la stradina sia per far
prima possibile sia per cercare di scaldarmi. Il vino, anche se modesto mi arriva diretto alla testa.
Stranamente mi sento leggero, quasi felice, arrivo alla macchina e mi blocco. Ho come la
sensazione di essermi dimenticato qualcosa, controllo velocemente e scopro che non ho il cellulare
con me. “Cavolo”! dico a mezza voce, l’ho lasciato sulla sedia, quella vicino a dove ero seduto. Ed
è già passato un sacco di tempo. Percorro in senso inverso la stradina in salita ed arrivo ansimante
alla doppia porta e vetri. Devo aspettare che un bel gruppo di persone, liberi l’ingresso prima di
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poter entrare. Passo di corsa la prima sala, quasi completamente deserta tranne il tavolo dell’elite al
quale ho dato spettacolo poco prima, ed entro nella seconda preoccupato di non trovare più il mio
cellulare. Ai tavoli non c’è quasi più nessuno, ci sono solo due gruppetti di persone, uno vicino ad
uno dei caminetti accesi, ed un altro affacciato alla piccola porta laterale, proprio dietro al banco
delle torte. Arrivo al mio tavolo e trovo il cellulare esattamente dove lo avevo lasciato.
Sul tavolo c’è ancora una mezza bottiglia di vino, e sul banco frigo, fanno ancora mostra di se delle
generosissime porzioni di crostate e torte varie. Decido di approfittarne, anche per recuperare dalla
corsa appena fatta, anche perché non c’è traccia della signora Motta che deve essere andata via poco
dopo suo marito e mi posso muove tranquillamente. Mi verso un mezzo bicchiere e mi avvicino al
bancone, e mi scelgo una fetta di crostata di more, che con questo vino non ci sta poi così male.
Davvero buona la crostata. Il vocio sommesso che proviene dalla stanzetta li dietro si smorza, e
lascia spazio ad un pianoforte, ad una melodia conosciuta. Qualcuno sta suonando l’introduzione di
Firth of Fifth. Incredibile! Rapito da quello che è da sempre uno dei miei pezzi preferiti, trascinato a
forza tralasciando qualsiasi prudenza dettata dal patto con il Motta mi affaccio alla stanza per
gustarmi il brano e vedere chi sta suonando. Dentro ci sono solo tre persone. Le due ragazze della
ricezione merci quelle che erano prima al tavolo con me e, purtroppo la signora Motta che sta
suonando.
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Secondo capitolo
Sesta parte:
Rimango sulla porta ad ammirarla, ormai mi ha visto e non posso più scappare via. Avrò provato
mille volte ad imparare a suonare uno strumento musicale senza nessun risultato, malgrado ami la
musica al di sopra di ogni altra forma di arte. Di conseguenza la mia stima per chi è capace di
suonare a questi livelli è praticamente infinita.
La signora Motta sta suonando senza nessun spartito, a memoria. Rimango estasiato a seguire le
piccole variazioni che inserisce nel brano, abbandonando per un attimo il tema originale per poi
ritrovarlo con assoluta linearità e precisione. Le ragazze seguono il motivo in modo distaccato,
colpite dalla musicalità del pezzo ma non coinvolte tanto quanto lo sono io. Non è un brano molto
conosciuto, almeno per le generazioni più giovani ed è possibile quindi che lo stessero ascoltando
per la prima volta. Appena finito il brano la signora Motta si volta prima verso le ragazze, poi verso
di me: “E tu cosa ci fai qui? Non dovresti essere con gli altri a trovare i vecchi amici?” Certo
pensandoci bene Motta gli avrà parlato di me per tutta la sera, per coprirsi la propria fuga. Mi sa che
ho rovinato tutto ed il suo alibi adesso vacilla, devo sistemare in fretta questa cosa, trovare una
scusa plausibile. Intanto la signora Motta mi guarda con curiosa intensità scorrendo lo sguardo un
paio di volte dall’alto in basso, soffermandosi con insistenza sul bordo della camicia portata fuori
dai pantaloni: “Non ti sforzare nemmeno ad inventarmi un scusa caro. Lo so benissimo dove sono
andati tutti quanti i tuoi amici, e se non ti sbrighi ti perdi pure la parte migliore dello spettacolo!”.
Non c’è nessun tono di rimprovero nella sua voce. Quello che mi da è davvero solo un consiglio,
non c’è acredine nelle sue parole. La osservo meglio, e nonostante l’avessi vista per tutta la sera
solo adesso noto che non ha più i capelli lunghi come aveva nella foto che ho visto nell’ufficio del
marito. Ora porta un caschetto di capelli neri e lisci, portati appena sopra le spalle, un volto non
particolarmente attraente e con qualche chilo di troppo aggiunti nei posti sbagliati, purtroppo per lei
(ed per suo marito...), indice di una tranquillità raggiunta. Sorridendo provo a dire: “non ci crederai
ma per me, stasera lo spettacolo migliore a cui potessi assistere è stato quello che mi hai appena
regalato, sei bravissima. Poi Fifth of Firth è uno dei brani che amo di più, in assoluto”. Il suo
sguardo adesso si fa più curioso, ed un piccolo sorriso addolcisce il volto, rendendolo di colpo
davvero più piacevole: “davvero conosci questo pezzo! Pensavo che da voi in Ditta fossero tutti
come mio marito. Sei il primo che mi da questa soddisfazione”. Non mi è mai piaciuto sentir
chiamare il proprio compagno o compagna in questa maniera distaccata usando il termine “marito”
o “moglie”, mi da istantaneamente l’impressione che ci sia qualcosa che non va nel rapporto, un
voler prendere le distante da un qualcosa che ormai non piace oppure che non soddisfa più. La
signora Motta, rimanendo sempre seduta al pianoforte allunga una mano verso di me porgendomela
per presentarsi: “anche se so praticamente tutto di te, ci dobbiamo comunque presentare. Sono
Claudia la signora Motta, piacere”. Intanto le due ragazze, non so se intuendo un qualcosa di
particolare oppure per qualche altro loro ignoto motivo, ci salutano e ci lasciano da soli. Rispondo
alla sua presentazione: “Ok, giochiamo! Io sono Davide”, rispondo stringendole la mano e
mettendomi a sedere accanto a lei provando a premere quasi a caso qualche tasto del pianoforte: “Ti
posso portare qualcosa? Di là c’è rimasto ancora dei bei pezzi di torna e di crostata”. Claudia,
indicandosi i fianchi dice: “non dovrei, ma tanto ormai il danno è stato fatto, e poi chi se ne frega,
ormai...”. Non replico, vaccinato dalla inevitabile e sanguinosa discussione che avrebbe portato una
mia qualunque risposta ad una eventuale stessa osservazione fatta da Caterina e le rispondo: “Ti
porto un assaggino di tutte le torte e crostate che trovo, guardo se poi riesco a trovare anche un
bicchiere di vino, magari non quel detersivo che ci hanno dato da bere per tutta la sera”. Claudia, si
alza per seguirmi al buffet: “no, vengo anch’io, ti accompagno”. La guardo alzarsi, e subito mi
meraviglio di quanto sia più alta e aggraziata di quanto immaginassi: “Sei brava a suonare, poi io ho
un’ammirazione infinita per chi è in grado di suonare uno strumento musicale, figurati poi se mi
suona anche il mio pezzo preferito del mio gruppo preferito, quando hai iniziato a suonare?” Mi
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pento subito per questa domanda fatta con troppo entusiasmo, mi sto facendo prendere troppo dalla
situazione. Ma lei apparentemente a suo agio mi risponde: “Ho studiato piano per dodici anni” mi
risponde prendendosi un bel pezzo di torta al cioccolato, “poi ho conosciuto mio marito e nel giro di
un anno mi sono ritrovata sposata, con un bimbo da crescere e senza più un momento di tempo per
me. Ho dovuto abbandonare gli studi, e non sai quanto mi è pesato e mi pesa tuttora”. Poi,
prendendo un altro pezzo di torta simile alla precedente continua: “anche perché è frustrante parlare
di musica con uno che a Natale come regalo, ti porta immancabilmente per tutte le volte la
compilation di turno, pensando di averti fatto il regalo più bello che si potesse fare”. La guardo
divertito: “Dai, almeno degli dargli atto che si impegna, almeno ci prova”. Claudia, rapita dalla
visione della moltitudine di torte e crostate che il buffet offre abbandona il pezzo di torta appena
assaggiato, per cercarne uno di un altro tipo: “Si impegna è vero, ma lo fa solo per mettersi la
conoscenza in pace, per assecondarmi. Figurati che non è in grado di distinguere un pezzo da
discoteca da un concerto per solo organo. Per lui semplicemente la musica non esiste è un
accessorio inutile, un assoluto spreco di energie e di intelligenza, come ama definirla. Pensa te! Io
che a quindici anni, nel 1982 sono scappata di casa per andare a vedere il mio primo concerto”.
Mentre mentalmente provo a fare due conti per scoprire l’età esatta di Claudia la vedo gettarsi su
un’altro pezzo di torta, questa volta con un generoso strato di panna sopra per gustarsene
immediatamente una generosa porzione. Appena è in grado di parlare, guardandomi con aria strana
mi dice: “come vedi, noi donne golose, sappiamo assaporare tutti i piaceri della vita, e quando ci
capitano delle belle occasioni di solito non ce le facciamo sfuggire, di solito” e con naturalezza mi
prende per mano trascinandomi di nuovo nella stanza con il pianoforte: “fammi un po’ compagnia
mentre suono, almeno fino a quando non ci cacciano fuori da questo posto, ho proprio bisogno di
suonare ancora un po’”. Tra le tante bottiglie aperte e non ancora terminate che sono sul buffet
riesco a trovare un Franciacorta, uno dei migliori spumanti italiani vinificati con il metodo classico,
decisamente una bottiglia fuori logo per quel tipo di serata. Sicuramente un errore di qualche
cameriere. La prendo, insieme a due bicchieri ancora puliti. In breve la stanzetta si trasforma in un
bizzarro juke-box dove “Book of Saturday” trova posto tra “Life on Mars” ed una suonata per solo
piano di Saint Sain, pezzo che francamente non conoscevo. Debussy che si intromette nel contro
coro di “Pensieri e Parole” cantata a due voci.
Il resto della bottiglia ci accompagna sempre più coinvolti ed intersecati nella nostra inaspettata
serata fino a quanto un assonnato cameriere ci urla dalla sala che bisogna proprio andare via.
Claudia fa un piccolo cenno con il capo all’invadente cameriere mentre delicatamente prima
sistema un panno sopra i tasti, e poi chiude la pesante copertura in legno del pianoforte.
Rivolgendosi a me, mentre cerca nella borsa il suo cellulare con voce seria mi chiede: “Sei in
macchina da solo, vero Davide?” Senza troppo pensare rispondo:“Si, certo!” Claudia, sblocca il
cellulare e con la stessa grazie e precisione di prima preme in sequenza una serie di tasti, e senza
distogliere lo sguardo dal display scrive ed invia un messaggio: “ecco fatto, possiamo andare ho
appena avvertito una mia amica di non aspettarmi, che torno via da sola”. Attraversiamo le due
stanze, ormai completamente vuote e buie. Prima di uscire dall’ombra, per avvicinarsi all’uscita
Claudia si ferma, si guarda in torno e mi getta le braccia al collo e sussurrando appena mi dice:
“Davide, vai avanti esci ed aspettami fuori, giù in fondo alla strada al parcheggio, è meglio che non
ci vedano uscire insieme. Sai come funziona da voi no? Io arrivo tra due minuti, il tempo di salutare
gli altri che mi stanno aspettando”, e mi congeda con un leggero bacio sulla labbra.
Ha ragione. Per essere bollati in Ditta basta davvero poco e meccanicamente eseguo il suo l’ordine.
Nell’ingresso ci sono ancora una serie di gruppetti di persone, persi negli ultimi discorsi della
serata. Esco dall’agriturismo, scendo per la seconda volta la stradina che porta giù al parcheggio e
mi piazzo esattamente dove mi aveva chiesto Claudia di aspettarla, “speriamo faccia presto, qui si
gela” penso. Dopo pochi minuti dal basso della stradina la vedo apparire insieme ad un altro
gruppetto di persone. Mi passano davanti senza considerarmi, come se fossi assolutamente
trasparante. Claudia, rimasta leggermente indietro, mi manda un’occhiata di intesa, facendomi
capire di aspettarla li. Finalmente riesco a realizzare cosa sta accadendo. Un calore improvviso ed
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una voce mi arriva su da dentro, dal basso e la sento urlare: “Hey Davide, non ti farai mica degli
scrupoli vero? Qui è da tre mesi che non si batte chiodo, non fare lo stupido, fregatene! Tanto è lei
che lo vuole!”. Mi sposto leggermente verso la parte più nascosta del parcheggio, dietro agli alberi,
sia per aver un riparo maggiore dal freddo, sia per capire dove fosse sia finita. Di colpo la sento
arrivare dalle mie spalle: “Davide?, Davide dove sei?”. Le vado incontro, lei mi vede e si avvicina
velocemente. Mi si ferma davanti, mi guarda solo un attimo prima di abbracciarmi e baciarmi con
passione. Mi prende una mano e se la infila sotto il maglione, mentre con l’altra mi tiene fermo
premuto a se. Soddisfatta da questo primo approccio allenta un attimo la presa per chiedermi di
andarsene di li. Mi segue senza dire niente fino alla mia auto. Appena saliti, mi guarda senza
imbarazzo e mi dice: “i ragazzi li ho portati dai nonni, e mio marito fino alle quattro di domattina
non si farà vivo, poi voglio proprio vedere se avrà pure il coraggio di dirmi qualcosa, andiamo”.
Metto in moto, e parto lentamente, ormai incastrato in un ruolo che a questo punto devo recitare
fino in fondo, mio malgrado: “Andiamo? Do-dove?” provo a dire balbettando. Claudia adesso mi
guarda davvero divertita: “Ma quanto sei imbranato! Andiamo a casa tua, che da me non si può,
tanto lo so che abiti da solo, me lo avrà detto cento volte mio marito stasera”.
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Secondo capitolo
Settima parte:
“Bene Claudia, brava!” penso tra me e me guidando verso casa. Il marito che si affanna per mesi a
cercare un alibi per una innocente scappatella e lei con un solo messaggino all’amica si sistema un
ben altro tipo di serata.
Guido con calma, e ogni tanto, di nascosto guardo cosa stia facendo. Adesso ha la sua borsetta sulle
gambe, sta trafficando con una serie di creme e batuffoli di cotone per struccarsi. Non ha ancora
detto niente da quando è salita in macchina. Non riesco a capire se fa tutto questo per spirito di
vendetta oppure perché semplicemente funziona così. Non credo che sia perché gli piaccio, non
sembra il tipo che sceglie una avventura dal menù proposto dalla serata come ha scelto le torte poco
prima. Ci deve essere dell’altro, qualcosa di profondo e maturato. Forse più tardi proverò a scoprire
cosa sia, anche se sicuramente ci deve incastrare quel nostro feeling per la comune passione della
musica.
Per fortuna il viaggio è breve e velocemente si arriva a destinazione. Non aspettavo ospiti, e mi
scuso subito per il gran disordine della casa. Appena entrati Claudia si sofferma a guardare
l’enorme poster dei Blues Brothers, quello in bianco e nero, con la Blues Mobile in primo piano,
che ho proprio dietro la porta di ingresso, poi si volta e togliendosi il pesante cappotto dice: “Dovrei
andare un attimo in bagno. Intanto metti su un disco, mi raccomando che sia una scelta degna
dell’occasione”.
Preoccupato dello stato del bagno, le dico di aspettare un attimo per controllare. Tolgo
ammucchiandola da una parte della biancheria usata che avevo lasciato nel piatto della doccia, le
cerco un asciugamano pulito e con un po’ di carta igienica ripasso velocemente le ceramiche, e
torno da lei con un bel sorriso: “Claudia, ora è tutto tuo”. Mi fermo nella mia camera, e mi metto a
pensare alla scelta migliore per il disco da mettere. La scelta non è determinante per l’esito della
serata (credo a questo punto scontato), ma per il futuro, per i miei ricordi. Il disco scelto sarà
indelebilmente legato a filo doppio a questa serata, a prescindere da ogni altra cosa che potrà
accadere. Riconosco che è davvero una mania per me abbinare ogni evento ogni istante ad un
particolare disco, anche se ricordo di aver letto qualcosa di simile in uno degli ultimi romanzi che
ho letto. Per me ha sempre funzionato così, come fu per Tereza e Tomas, e molti dei miei dischi mi
ricordano una persona, un incontro oppure un momento importante. Sento chiudere la porta del
bagno, è Claudia che mi dice: “Eccomi sono pronta, dammi solo un altro istante. Non ti voltare
adesso, però”. Obbedisco ancora una volta senza obiettare, mi piace questo ruolo che Claudia mi sta
dipingendo addosso. Rapidamente consulto i miei dischi nei diversi raccoglitori verticali per
scegliere quello che reputo il più adatto, la sento infilarsi sotto le coperte del mio letto. Alla fine
faccio la mia scelta. E’ il “Das Wohltemperirte Clavier” di Bach. Apro il cofanetto, prendo il primo
disco e senza voltarmi verso di lei e lo vado a inserire nel lettore. Le prime note del preludio iniziale
accompagnano il sorriso e la soddisfazione di Claudia: “bravo, davvero una gran bella scelta”.
Claudia, completamente nuda mi aspetta sotto le coperte, proprio dalla parte dove normalmente
dorme, o meglio dormiva Caterina: “Spogliati anche te, dai vieni qui, presto”, è davvero molto
impaziente. Ubbidisco ancora e mi infilo sotto le coperte, entrando dalla parte di letto meno
spaziosa dove si è sistemata lei, in modo da costringerla a spostarsi dalla parte opposta più libera,
dalla parte dove normalmente dormo io. Nei miei intenti una specie di rispetto che ho ancora verso
Caterina.
Appena infilato nel letto, Claudia senza nessun tipo di preliminare, mi sale sopra ed aiutandosi con
una mano unisce i nostri corpi. La vedo soffrire per un attimo con una profonda smorfia di dolore,
per poi lasciarsi subito andare al piacere dato dal contatto dei nostri corpi e dalla musica che
accompagna i nostri movimenti sincronizzati.
Riesco appena ad entrare in sintonia con i suoi ritmi quando Claudia, dopo uno spasmo più forte si
lascia andare completamente senza peso su di me per spostarsi di lato subito dopo. L’unico contatto
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che ci unisce ancora è il suo braccio che stringe con violenza il mio collo fino a quasi farmi male:
“Claudia?” le dico spostandole appena i capelli dalla faccia. Lei, si tira leggermente su, visibilmente
scossa ed ancora ansimante: “Scusa Davide, è solo che ne avevo veramente bisogno. Erano un
sacco di tempo che non lo facevo più, non mi ricordo nemmeno da quanto”, poi mi si avvicina: “lo
so che ti ho lasciato a mezzo, anzi che non hai nemmeno incominciato!” aggiunge con una risatina:
“ma fammi gustare questo momento per un po’ di tempo, è tutto così tranquillo e sereno qui. Sto
proprio bene”. Ed appoggia il suo visto sul mio petto, abbracciandomi adesso completamente.
Provo ad accarezzarla, prima i capelli e poi la schiena. Toccandola così scopro che è completamente
coperta da una infinità di goccioline di sudore, praticamente madita. Ovunque. Senza spostarmi e
cercando di non darle troppo fastidio riesco a prendere il piccolo asciugamano di servizio che tengo
sempre li vicino, e comincio ad asciugarla dolcemente, prima la schiena poi il collo e le braccia. Lei
si volta, ed io continuo con i seni e la pancia, le gambe adesso mossa da un respiro tornato quasi
normale: “Davide, sei davvero dolce, nessuno ha mai avuto questa cura per me, anzi se il solo che
non sia rimasto particolarmente colpito da questa mia cosa”. Rimango rapito dalla profonda
tristezza delle sue parole, e di come la vita possa portarsi dietro infinite sorprese. Provo ancora ad
accarezzarla, ma lei con una mossa decisa, mi prende ed insieme ci ribaltiamo, con io sopra e lei
sotto. Adesso sono io che comando le operazioni, Claudia mi tiene fermo, legato a se con le sue
gambe incrociate sulle mie e con le braccia che mi stringono dietro la schiena: “come mi devo
comportare?” le chiedo mordendole appena un orecchio: “non ti preoccupare, fai pure, sono a
posto!”. E’ una sensazione strana per me questa, non sono abituato a lasciarmi completamente
andare. Marina prima e Caterina poi non hanno mai voluto prendere la pillola, ed io non ho mai
amato troppo usare il preservativo. Devo fare fatica per convincermi che è veramente tutto a posto,
per chiudere il cerchio aperto poco prima da Claudia.
Bach è ancora li che suona. Abbasso leggermente la musica, sta diventando sempre più alta e
fastidiosa nella quiete assoluta del dopo. Approfittando di questa interruzione Claudia prende il suo
cellulare e traffica con i tasti: “ho messo la sveglia per le tre e mezzo, ti va se dormiamo un po’? Poi
anticipandomi: “no Davide, non ti preoccupare! Non mi devi riaccompagnare, passa una mia amica
da qui, e già tutto a posto.
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Capitolo secondo.
Ottava parte:
Per la prima volta da anni arrivo al lavoro veramente preoccupato. I dubbi lasciati dall’avventura
della sera precedente sono lì che aspettano solo di saltarmi al collo. In più non so come
comportarmi con Motta, non so nemmeno se e quando ha avuto occasione di parlare con Claudia.
Se è arrivata prima lei a casa oppure no. Pensandoci bene però non ho niente di cui preoccuparmi.
Claudia mi ha offerto, come se ce ne fosse ancora bisogno, un’altra prova di come le donne siano
più solidali e pronte nell’aiutarsi rispetto a noi maschi. Io non lo avrei fatto per nulla al mondo di
passare a prendere un mio amico alle tre e mezzo di notte, magari a chilometri di distanza da casa
mia solo per coprire una sua scappatella.
Appena entro nel mio ufficio Matteo mi blocca immediatamente: “Davide, finalmente sei arrivato,
non se ne può più di rispondere al telefono per te. E’ il Motta, ti avrà cercato dieci volte da stamani!
Per favore digli di darsi una calmata eh?”. “Guai in vista”, penso, per che altro mi cercherebbe con
tanta insistenza. Il telefono suona ancora, rispondo: “Si, Davide Sole?”. E’ lui che con voce
sollevata mi dice: “Ah! Davide, finalmente se arrivato. Ti devo parlare subito, puoi venire da me?
Grazie, grazie!”. Mi tranquillizzo subito, non è la voce di una persona chi ha appena scoperto
l’infedeltà della moglie. Gli rispondo con il tono di voce più naturale che mi riesce inventare: “Si,
guarda, sistemo la posta ed arrivo subito, dammi cinque minuti”. In tanto il Frangioni, avvicinato
senza farsi notare con insolita educazione mi saluta: “buongiorno, dott. Sole, come va stamani?
Smaltita la serata di venerdì eh? Se ha bisogno di me può trovarmi quando vuole nel mio ufficio”.
Che mutazione! Il sig. Frangioni di solito, il lunedì non esce mai dal suo ufficio prima delle undici,
e se per caso infrange questa sua abitudine, lo fa solo per rimproverare ed urlare contro qualcuno i
suoi soliti insulti. Stupido da questa nuova sua versione gli rispondo: “Si grazie, è stata una bella
serata!”. Vedo Frangioni che prima mi sorride e poi ritorna nel suo ufficio per chiudersi dentro,
come al solito. Matteo, davvero stupito mi guarda e mentre sto uscendo per andare dall’ing. Motta
dice: “Ed alla fine il Frangioni ha scoperto che sei amico del Direttore. Hai visto come è cambiato il
suo atteggiamento verso di te eh? Che Ditta siamo!”. E’ vero, io ho sempre taciuto la mia amicizia
con il Direttore con tutti, perché la ritengo un fatto personale. Altre persone invece l’avrebbero
usata per vantarsi, o per migliorare la propria posizione oppure per sentirsi importanti. A me di tutto
questo non me ne importa un fico secco. Salgo le tre rampe di scale, la prima con otto gradini,
quella nel mezzo di cinque e la seconda di dodici e vado deciso per il mio ex ufficio. Più mi
avvicino alla mia meta e più divento e più sicuro e tranquillo. Si, Claudia non si è lasciata scappare
nulla, sono certo.
Arrivo e vengo accolto dal Motta con un sorriso rassicurante: “Davide! Grazie! Vieni, che non ti
ancora ringraziato abbastanza!”. Non capisco, non riesco a capire, è la terza volta mi ringrazia per
qualcosa, ma non capisco proprio cosa sia. Mi siedo veramente curioso, avvertendo di nuovo, ma
non così forte il suo caratteristico odore dolciastro. Appena seduto il Motta inizia a raccontare:
“Davide, la serata è stata un disastro. Al Babilon due di noi hanno perso la testa, e si sono permessi
delle libertà di troppo con le ballerine, addirittura uno le ha seguite nel privè, senza chiedere il
permesso a nessuno! Guarda è successo un casino che non ti dico!”. Mi rallegro immediatamente
della mia scelta mentre penso: “lo sapevo, era scontato che succedesse, cosa ci si poteva aspettare di
diverso? Non era così difficile prevederlo, poi c’è sempre questo tono di fratellanza che odio nei
suoi racconti, quel modo dire di usare il “noi”, quell’accomunarsi quando sono tutti insieme.
Davvero non lo sopporto, è indice di poca personalità”. Lo guardo fingendo di essere interessato
alla storia e gli chiedo di andare avanti nel racconto: “E poi?. Il Motta aspetta un attimo e poi
riprende: E poi? E poi sono arrivati i buttafuori e ci hanno cacciati a spintoni e schiaffi, ma non è
finita li, ci hanno fatto pagare 85 euro a testa per due aperitivi. Ma aspetta! Ad aspettarci, fuori,
c’erano due pattuglie, una per ogni lato della strada perché secondo me i buttafuori, devono aver
chiamato la polizia, la stradale. Ci hanno fermato subito dopo appena 20 metri che si era partiti”. Il
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racconto si fa interessante, non conosco a fondo le dinamiche da night club, e la cosa mi diverte
molto: “per fortuna non guidavo io. Ci hanno fermato ed hanno fatto fare la prova del palloncino al
Carli che guidava, sai quello dell’amministrazione. Gli hanno tolto la patente subito e gli hanno
pure fatto una bella multa a 3 cifre! A quel punto per vedere chi di noi poteva guidare hanno fatto
fare il palloncino a tutti, e naturalmente siamo risultati tutti positivi. Nessuno di noi poteva più
guidare. Ci hanno tenuti li fino alle sei del mattino. Abbiamo dovuto aspettare che la moglie del
Carli arrivasse con una amica per prenderci e riportarci a casa!”. Non ce la faccio a non ridere,
immaginandomi la scena. Lui con in bocca un palloncino di lattice da riempire in mezzo alla strada
alle 3 del mattino, con la moglie del Carli che corre il loro soccorso: “Sono arrivato a casa erano le
sette passate. Pensavo che Claudia non mi facesse neanche entrare, che mi aspettasse in piedi,
invece era a letto che dormiva, profondamente e tranquilla”. Lo guardo con attenzione, cerco di
capire se quello che racconta sia la verità oppure sia una trappola per cercare di farmi dire qualcosa
in più, per tradirmi insomma: “Claudia si è svegliata, mi ha visto, ha guardato l’orologio e non mi
ha rimproverato niente, anzi, mi ha detto che tu gli avevi spiegato la situazione, e che anche lei, per
fare un favore ad un amico avrebbe fatto lo stesso. Non so come hai fatto o cosa gli hai detto ma sei
stato davvero in gamba, un grande! Grazie ancora Davide!” Stavo per dirgli che non le avevo detto
niente, poi per evitare di far nascere degli inutili sospetti gli rispondo: “Si è vero, l’ho incontrata al
pianoforte e siamo rimasti li fino alla chiusura nel locale, si è anche cantato insieme, è davvero
brava a suonare”. Adesso Motta è visibilmente più rilassato: “Senti Davide, meno male ci hai
pensato tu, perché altrimenti chissà cosa sarebbe successo. Stamani a colazione, per sdebitarmi le
ho accennato al fatto che vorrei inviarti a cena una sera di queste, dai mi piacerebbe che in fondo ci
conoscessimo un po’ meglio, che ne pensi non è davvero una bella idea?”.
Non mi va di vedere i coniugi Motta insieme, poi io non sono abituato a questo genere di intrighi,
mi tradirei in un istante. Provo ad inventare una scusa: “Volentieri, ma non sto passando un buon
periodo, sentimentalmente parlando, intendo”. Ed è vero, non vedo Caterina, ormai da più di tre
mesi e non so come rintracciarla, ed insisto: “Da solo non me la sento di venire, mi farebbe troppo
male, ma ti prometto che se le mie cose miglioreranno accetterò l’invito molto volentieri. Capisci,
adesso sono da solo e mi farebbe troppa tristezza, vedere voi così felici ed uniti, ed io invece... mi
farebbe troppo male”. Lo so, sono una carogna a dire queste cose, ma li sul momento non mi viene
in mente altro: “Davide, mi dispiace che stai male, ma se c’è una qualunque cosa che posso fare,
avvertimi subito che sarò ben felice di aiutarti”. “L’unica cosa che ora mi potrebbe aiutare è
rintracciare il nuovo numero di Caterina, tu sai come si fa?”. Mentre esco dall’ufficio mi chiedo
come mai non mi abbia chiesto niente della mia avventura con la tipa organizzata per la serata di
venerdì. Può darsi che se lo sia semplicemente dimenticato.
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Seconda parte
Capitolo nove
Non ci siamo proprio promessi l’amore eterno io e Claudia. Anzi non siamo proprio rimasti
d’accordo in nessun modo. Nemmeno la classica frase da personaggio di ruolo, un qualcosa che
potesse assomigliare ad un “possiamo rivederci”, oppure un “è stato bello?”, niente di niente.
Quando è suonata la sveglia Claudia si è alzata, ha preso tutta la sua roba che aveva ordinato con
cura ripiegandola sulla sedia vicino al letto, e se ne é andata nel bagno a vestirsi. Poi mi ha lasciato
salutandomi appena. Mi ha chiesto solo il numero di telefono del cellulare, e se poteva chiamare o
se era meglio mandare dei messaggi. Ha solo insistito un paio di volte sull’opportunità di non
chiamarla, per non crearle dei problemi e che, in ogni caso si sarebbe fatta comunque viva lei.
Claudia anche se è una bella donna, non soddisfa in pieno i miei abituali canoni, anche se devo
ammettere che ha un bel volto ed un modo molto istintivo ed animalesco di comportarsi nel privato
delle lenzuola. Certo il nostro primo incontro non è stato un incontro che rimarrà nella storia, però è
stato comunque soddisfacente per entrambe le parti, almeno così sembra.
Oggi inizia l’ultima settimana di lavoro di Dicembre, e siamo davvero a ridosso delle feste natalizie.
Ho voglia di vedere Caterina, devo assolutamente riuscire a ritrovarla, anche se tutti gli sforzi fatti
fino ad oggi non hanno prodotto nessun risultato. Tra tre mesi, a fine marzo, dovrebbe nasce
Davide, e per affrontare la cosa devo avere un rapporto stabile su cui appoggiarmi, una eventuale
una spalla dove piangere e farmi consolare. Claudia non potrà aiutarmi ed in fin dei conti non lo
vorrei neanche. E’ solo che forse per la prima volta nella mia vita ho davvero voglia di stabilità, e di
abitudini da seguire, la routine insomma, tornare a casa la sera e trovare ad aspettarmi qualcuno che
non sia la mia solita gattina, la cena pronta, degli amici invitati. Si, mi scoccia dirlo ma Caterina
comincia a mancarmi e non solo il suo ruolo. Non credevo che potesse capitare, forse ho troppo
sottovalutato i miei sentimenti verso di lei. Sicuramente non ho mai capito quanto fosse importante
lei per me.
Anche oggi, il consueto giro per ristoranti che ho preso quotidianamente a fare durante la pausa
pranzo non ha dato nessun frutto. In ufficio non ho molto da fare e come al solito sto solo
aspettando le cinque per andare via. Poi di colpo, accade qualcosa. Contemporaneamente suona il
telefono dell’ufficio ed arriva un messaggio sul cellulare. Rispondo al telefono e
contemporaneamente leggo il messaggio. Al telefono riconosco immediatamente la voce del Motta:
“Davide, ciao sono Motta”. Mentre ascolto il mio nuovo insistente amico provo a leggere il
messaggio. Mentre apro il contenuto del messaggio sento il Motta che insiste: “Senti, per quel tuo
problema, ho fatto un po’ di telefonate, credo di poterti aiutare”, ascoltandolo riesco pure a leggere
il messaggio: “Davide, tieniti libero. Venerdì sera, sei mio. Claudia”. Rimango sconvolto dal
contenuto del messaggio e non do troppo peso all’importante novità che mi sta annunciando il
marito dell’autrice del messaggio appena letto: “Ho un amico che lavora nel più importante negozio
di telefonia della città, sei dai il nome completo, ti trovo il numero della tua Caterina, lo so che non
si potrebbe, ma mi deve un favore, e per te lo faccio volentieri!”. Mi riprendo e rispondo a Claudia
scrivendo un laconico “ok” mentre per prudenza cancello il messaggio appena arrivato, non si sa
mai. La notizia data dal Motta, non mi rende particolarmente contento. Non credo che si possa
rintracciare un numero privato, ma se così fosse questa improvvisa disponibilità mi mette a disagio:
“Davvero? Bene, sto uscendo però. Ti lascio il nome completo di Caterina se per caso scopri
qualcosa avvertimi. Te li sto mandando per posta elettronica”.
Lo saluto, gli scrivo l’e-mail promessa con i dati promessi ed esco senza curarmi di nessuno. Saluto
solo i miei amici di scrivania. Sono appena le cinque del pomeriggio. Fuori è già buio, ed io ho da
assassinare almeno altre sei ore prima di trovare la forza per andare a letto. Mi devo sforzare per
non chiamare Claudia, per farla venire subito da me.
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Capitolo Due
Decima parte
Il tempo scorre via lento, senza nessun sussulto, e senza che nulla possa cambiare il mio stato
d’animo. Neanche l’acquisto in massa di videogiochi in offerta riesce a sollevare le mie serate dal
solito grigiore. Solo la gattina sembra non accorgersi di niente, per lei la felicità è un piattino pieno
dei suoi croccantini preferiti ed un filo di lana per giocarci delle ore. Quello che non riesco proprio
a digerire di questa situazione è il fatto che aspetto l’incontro con Claudia come l’evento risolutivo,
il punto di arrivo di tutte le mie energie settimanali. Poi c’è questo clima di festa per le strade che
complica un po’ tutto, li vedi indaffarati tra i loro pacchi regalo, apparentemente tutti molto felici.
No! Non può essere solo ipocrisia, sono sicuro che in mezzo a loro c’è qualcuno che si crede
realmente felice. Sono persone che tutto sommato invidio. Anche quando stavo insieme a Caterina
ho passato molte serate da solo in casa, specie nel fine settimana, ma sapere di avere un’alternativa
è un aiuto che non avevo assolutamente intuito. Un conto è passare la serata da soli in casa sapendo
che da un momento all’altro accada qualcosa che sai non potrà accadere, e che comunque quelle
sono ore rubate da un menage ormai consolidato, altra cosa è sapere che quelle ore di libertà sono
semplicemente il frutto di situazione ben precisa e non di una scelta. Cerco di fare dei programmi
per il mio futuro: dopo le feste mi iscrivo di sicuro ad un palestra, ritorno a vedere i miei amici, e
fare qualcosa di sociale e socievole. Devo comunque dare una svolta. Sono solo le sette di sera e
vorrei già andare a dormire. Inganno il tempo chattando un pochino in rete con uan tipa di New
York, giusto per ripassarmi un po’ di inglese prima di infilarmi tra le coperte, ancora intrise del
profumo di Claudia. Non fa molto freddo, ma mi faccio la consueta borsa di acqua calda per
scaldarmi i piedi. Faccio fatica a tenere gli occhi aperti. Fortunatamente anche questa notte mi vola
via.
Eccoci arrivati all’ultimo venerdì di lavoro dell’anno. Normalmente non siamo troppo occupati in
questo periodo dell’anno e questo giorno di solito viene dedicato per fare tutti quei piccoli lavoretti
che altrimenti non potremo mai fare durante le “normali” giornate lavorative come svuotare i
cassetti, pulire la tastiera ed il mouse, mettere in ordine i documenti già consultati e non più
necessari per il lavoro. C’è pure da dare una pulitina all’hard disk del computer ed alle proprie
cartelle in rete, cancellando tutte le cose inutili raccolte durante l’anno.
Sveglia, bagno, vestiti, colazione al bar e solito tragitto, prima in treno e poi a piedi per arrivare al
solito posto. Come sempre, come per tutti i giorni. Stavolta però davanti ai cancelli della ditta c’è
una strana confusione. Ovunque si vedono dei fogli ciclostilati. Sono per terra, attaccati ai muri, sui
vetri della macchine in mano a tutti i colleghi, svolazzano da tutte le parti. E’ davvero raro, per
questi tempi di mezzo, vedere una scena simile. Da una parte scorgo tutti i miei colleghi di ufficio
raccolti in un unico gruppo. Sembrano discutere animatamente. Per un secondo mi tornano alla
mente le immagini di un documentario visto alla TV sulla vita di animali che si raggruppano in
momenti di difficoltà o per difendersi dall’attacco di qualche predatore. Buffo no? Cancello questa
immagine dalla mente e provo a capire cosa stia accadendo. Probabilmente in questi volantini c’è la
risposta. Ne prendo uno, raccogliendolo da terra ed inizio a leggere.
E’ una comunicazione aziendale. Si annuncia per le dieci della mattina un’assemblea generale nei
locali della mensa, di fatto l’unico ambiente grande abbastanza per contenerci tutti. Non è dato di
capire altro, anche se la frase sottolineata e scritta in grassetto “la direzione comunicherà gravi ed
importanti notizie sullo stato economico della Ditta” non lascia presagire niente di buono.
In effetti negli ultimi tempi ci sono stati molti segnali di sofferenza, l’abolizione della gratifica
Natalizia, l’obbligo ad esaurire i giorni di ferie per evitare che gravino sulla chiusura del bilancio
annuale, la continua ed assillante richiesta di maggior impegno e attenzione alle spese. Tutti piccoli
messaggi precisi, che vanno tutti in una unica direzione. Non bella.
Non ci provo nemmeno. Non passo dal Direttore, anche perché non saprei cosa chiedergli e vado
diretto nel mio ufficio, al solito cercando di ignorare tutto quello che mi sta intorno. Dentro si
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respira la stessa aria di incertezza che si respirava fuori: “Ma, secondo voi cosa è successo? Cosa
avranno da dirci?” I più preoccupati sono ovviamente gli impiegati più anziani che hanno già
vissuto in passato situazioni simili. Mi fermo ad ascoltare i loro commenti, quando provo a chiedere
“Cosa ne pensate della scelta di questo giorno? E’ una scelta strategica praticamente perfetta! Non
ci lasciano spazio per organizzarci!” La mia è una osservazione talmente evidente che lascia
perplessi tutti quanti. Sandro, un amico del calcetto ormai abbandonato mi chiede: “Davide, tu sei
amico del Direttore sicuramente sai più cose di noi, di cosa si tratta?2 Senza nemmeno provare a
giustificarmi rispondo: “Davvero non lo so, tra poco lo scopriremo tutti insieme, manca poco
all’appuntamento in mensa”.
A distanza di una sola settimana ci si ritrovava tutti insieme. Il venerdì prima per la cena aziendale
offerta e organizzata dalla direzione, ed adesso in questa spoglia ed informale sala mensa, pronti ad
ascoltare notizie che inevitabilmente influenzeranno il nostro futuro.
Arrivo all’appuntamento e mi vado a sedere in un posto libero in una delle prime file. Mi volto e
comincio ad osservare la sala che lentamente si va riempiendosi. Mi diverto a riconoscere le
persone incontrate il venerdì precedente, cercando di ricollocarle nella loro posizione originale. La
prima parte della sala mensa che si riempie è quella più lontana dal piccolo bancone organizzato
con due microfoni, dove tra poco parleranno i vertici aziendali. Stavolta non c’è la corsa a stargli il
più vicino possibile. In una delle prime file, vedo Motta. Stavolta sono io che vado da lui.
Sul bancone pronti a parlare ci sono quattro persone. Il Direttore, il dott. Turini, la tipa responsabile
del personale e quello che dovrebbe essere il nostro rappresentante sindacale: “cosa ti sembra?”
chiedo al Motta che mi risponde: “Non lo so, non sembra una bella cosa. Si dice in giro che ci sia la
necessità di qualche taglio al personale. Poi c’è quella figura con il Direttore, il dott. Turiri, non so
se lo conosci. Me ne hanno parlato. Lavora per una Ditta specializzata in riorganizzazione del
personale. Non mi piace per nulla!”. Mi sento un po’ in colpa per il lavoro “sporco” che sto facendo
di nascosto con il dott. Turini ed il Direttore. Mi sento un po’ responsabile di quello che sta
accadendo. Ho lavorato con il dott. Turini senza pensarci troppo, un po’ nel mio stile,
fregandomene del mondo intero.
Il Direttore prende la parola, con un paio di colpi di tosse raccoglie l’attenzione della platea che
immediatamente fa silenzio ed inizia a raccontare di quante e quali siano state le difficoltà
economiche dell’anno appena passato, e di come non si prevedano cose buone per l’anno prossimo.
Spicciola pure una serie di cifre e percentuali, che però annoiano i più. Ne approfitto per scrivere un
messaggio a Claudia, tanto il marito non la può certo scoprire, almeno stavolta. Un messaggio
semplice e banale: un solo punto interrogativo.
Appena finita l’introduzione del Direttore prende la parola il dott. Turini. Solo adesso riesco a
vederlo nella sua vera dimensione. Una persona al di sopra delle parti che decide sulla sorte di noi
dipendenti allo stesso modo con cui si sceglie una marca di detersivo dallo scaffale del
supermercato. E siamo tutti in fila, belli esposti con i nostri prezzi, nessuno escluso. Ormai il taglio
dato a questa assemblea è completamente delineato. Il messaggio è semplice e preciso: “la Ditta non
è in grado più di sopportare l’attuale numero dei dipendenti e se la situazione economica non
migliora ci dovranno essere dei tagli. L’esposizione del dott. Turini è fredda informale. Ci racconta
come lui in realtà sia costretto a fare questo lavoro, e come se potesse ne farebbe volentieri un altro,
il coltivatore diretto, il pescatore. Non ci casca nessuno, la sua vera vocazione è questa, licenziare il
personale in eccesso nelle ditte in difficoltà. Finalmente la sala riesce a reagire, prima con un brusio
sommesso, poi con schiamazzi ed urla sempre più forti. Per calmare gli animi prova ad intervenire il
rappresentante sindacale. Adesso quasi tutti sono pentiti della scelta fatta da tutti noi eleggendolo.
Non sembrava se ne avesse davvero bisogno. Il poveretto è stato trascinato la nel mezzo alle belve
solo perché si era interessato più di altri a problemi secondari, farci avere il caffè migliore alle
macchinette, una carta igienica più decente nei bagni. L’assemblea continua, senza aggiungere altre
novità: “Davide, certo ci hanno augurato proprio un bel Natale! Però potrebbe essere una bella
opportunità per chi ha la possibilità di ricollocarsi in tempi brevi. Pare che ci siano dei bei incentivi
per chi vuol dimettersi” E’ Motta, che accanto a me sta facendo le sue considerazioni
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sull’assemblea appena conclusa: “Dimettermi per cosa?” lo guardo perplesso: “per avere sette o
ottomila euro in più sulla liquidazione? E dopo lo ritrovo io un lavoro a quarant’anni suonati!”
L’idea di poter perdere il lavoro non mi era mai passata per la mente prima. Un senso di sconforto
mi assale. Motta deve aver intuito questo, ed aggiunge: “Davide, non ti devi preoccupare siamo
blindati qua dentro, nessuno ci può mandare via, almeno che non lo vogliamo noi”.
Ritorno in ufficio e mi metto seduto davanti al mio computer. Mille dubbi adesso mi assalgono. Se
perdessi questo lavoro non saprei proprio cosa fare. Guardo l’orologino sul monitor: è l’ora di
pranzo. Credo però in pochi torneranno in sala mensa oggi.
Come abitudine anche oggi cercherò un po’ Caterina, anche per distrarmi da quanto accaduto più
che per un effettivo bisogno. Uscendo dall’ufficio mi accorgo che c’è un messaggio sul cellulare. E’
Claudia, che mi avverte che sarà da me, verso le sette e mezzo di stasera. Non sarà una serata
esaltante, ma sicuramente sarà meglio delle precedenti. Mi scopro a sorridere come un idiota mentre
sto uscendo dal lavoro per andare a pranzo.
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Capitolo Due
Undicesima parte
Prima di arrivare a casa, mi fermo nel mio solito supermercato a fare un po’ di spesa. Ho voglia di
fare il carino e di far trovare a Claudia qualcosa di goloso da mangiare. Prendo dei formaggi, un
paio di bottiglie di vino, uno bianco ed un rosato, degli affettati, un po’ di verdure da cuocere alla
griglia.
Arrivo a casa mi metto subito a preparare una bella serie di stuzzichini con tanto di pane
abbrustolito in forno, e vino servito alla temperatura esatta, curo anche la presentazione dei piatti in
fin dei conti anche l’occhio vuole la sua parte. Mi sento a posto. Non posso dire di essere
particolarmente soddisfatto del mio rapporto con Claudia, ma ritornare a preoccuparmi per
qualcuno, darmi da fare riesce a dare un senso a queste lunghe giornate altrimenti vuote e tutte
uguali. Due squilli del cellulare mi avvertono che sta arrivando.
Vado ad aprire. Lei entra di corsa: ”finalmente, fuori si gela!”. Provo ad abbracciarla ma lei si tira
leggermente indietro, sfuggendomi: “ho freddo, è meglio andare di la!”, la seguo con gli occhi e la
vedo sparire in camera. Rimango per un attimo fermo sulla porta ancora aperta perplesso, questo
sua risposta, e questo suo negarsi mi ha ferito. Ma sono davvero così permaloso? Cosa mi aspettavo
di più da Lei? Cerco di capire questo suo atteggiamento, ma non ci riesco. Non so proprio come
muovermi, non la vorrei aggredire, ma allo stesso tempo non vorrei che si sentisse trascurata.
Finalmente chiudo la porta dell’ingresso di casa, e mi affaccio alla camera. Lei è seduta,
rannicchiata sopra il termosifone acceso con la testa in avanti, bassa: “Claudia, ma come sei
vestita?” Claudia indossa una tuta di ginnastica, rosa, almeno un paio di misure più grandi del
necessario. Alzando piano la testa mi risponde: forse te lo sei scordato, ho un marito e due figli in
casa, e questi di solito si fanno delle domande se la moglie o la mamma esce di casa truccata e ben
vestita, specialmente se questo accade alle sette e mezzo di sera”. E mentre dice questo, facendo
leva con la punta del piede si toglie, senza scioglierle le scarpe: “Ti ho preparato qualcosa da
mangiare, degli stuzzichini vuoi?” Lei mi guarda più seccata che contenta: “Da mangiare? Che dici,
non abbiamo tempo!”. Con un gesto rapido mi passa accanto e si infila nel letto sotto le lenzuola,
stavolta dalla parte gusta. Stesa nel letto flette il busto in avanti per un momento e si toglie i
pantaloni della tuta. Ripete il curioso gesto anche per la parte superiore. Poi si allunga di lato per
lasciar cadere di fianco al letto il suo bel completino rosa: “spogliati anche te dai, vieni qui che
abbiamo davvero poco tempo!” allungando le braccia verso di me come per invitarmi.
Meccanicamente spengo le luci, sia quelle del corridoio, sia quelle della stanza. Con un gesto mi
tolgo la felpa che porto sempre quando sono in casa, mi siedo su bordo del letto e mi tolgo i
pantaloni ed i calzini: Claudia mi abbraccia da dietro e mi trascina sotto le coperte: “Caro, se ti togli
pure le mutandine ci divertiamo di più!” Stavolta, oltre a saltare a piè pari i preliminari si salta pure
quasi tutto il resto. Claudia, rimane supina, praticamente inerme, senza il trasporto, che se pur di
breve durata aveva caratterizzato il nostro primo incontro. Consumiamo velocemente, o almeno io
consumo velocemente, seguendo il suo suggerimento ripetuto più volte di non preoccuparmi di
niente, che lei a posto così. Appena svolto le mie veloci funzioni Claudia, altrettanto velocemente
prende la sua roba rimanendo però sotto le lenzuola. Si vergogna a farsi vedere nuda? Senza dire
praticamente niente sgattaiola fuori dal letto e si infila nel bagno. Dopo neanche un minuto sento
l’acqua che scorre e Claudia che riappare, vestita. Vedendola adesso nessuno potrebbe intuire
quello che è accaduto non più di tre minuti fa: “Davide, scusami davvero ma devo proprio scappare
stavolta, perdonami. Per queste feste non mi cercare. Se c’è la possibilità mi faccio viva io. Ok? Me
lo fai questo favore?”.Si rimette le sue scarpe e se ne esce come è arrivata.
Rimango a lungo seduto sul letto inerme. Non c’è una spiegazione logica per questo
comportamento, oppure se c’è semplicemente mi sfugge e non riesco ad intuirla. Non riesco ad
capire quello che invece dovrei, ed è così lampante. Mi rimetto qualcosa addosso e, attraversando il
corridoio me ne torno in cucina. Tanto vale approfittare della cenetta che le avevo preparato. Solo
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adesso mi rendo conto di quanto in realtà l’avessi preparata per me, per soddisfare la mia voglia di
normalità, al limite di banalità, il tornare dal lavoro facendo la spesa, per cenare poi tutti insieme.
Questa cosa comincia a seccarmi davvero, ed ho ancora un venerdì sera, ed un lunghissimo
weekend da inventare per poterlo poi uccidere.
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Capitolo Tre
Prima parte
Non ho mai festeggiato per il 6 Gennaio. Ho sempre vissuto la festa della Befana come un evento
nefasto, da sempre sin dai primi anni di scuola. E’ la fine delle vacanze ed il rientro al lavoro.
Quest’anno invece ho aspettato il 6 Gennaio come la soluzione di tutti i miei problemi, un modo per
ritrovare il solito tran-tran di tutti i giorni.
Claudia si è fatta sentire solo il primo dell’anno per un saluto informale e freddo esattamente nello
stile del nostro ultimo incontro. Di Caterina nessuna traccia, anche perché non ho insistito molto nel
scandagliare tutti i nostri locali e posti che di solito frequentavamo. Di nuovo ho rispolverato solo il
mio vecchio hobby della pesca, anche se il periodo dell’anno proprio non concilia, con il freddo e la
pioggia costante.
In ufficio, e da tutte le altri parti della Ditta non si respira più quel clima di ipocrita tranquillità che
caratterizzava le nostre ultime giornate di lavoro dell’anno precedente. L’ultima assemblea in sala
mensa ha lasciato un segno profondo, uno stacco deciso tra il prima ed il dopo.
Frangioni a malincuore è sempre più disponibile e mieloso verso di me al limite del fastidio,
sottraendo di fatto quel poco di umanità che aveva nei rapporti con i miei colleghi che adesso hanno
veramente dei grossi problemi a confrontarsi con lui. Il guaio è che tutti sappiamo da cosa dipende,
e cioè dall’aver scoperto il mio particolare rapporto di amicizia con il Direttore.
Finisce la prima settimana di lavoro dell’anno nuovo, un anno che tutti quanti sappiamo non sarà
facile.
Verifico con cura tutte le email provenienti da indirizzi sconosciuti sperando di trovare qualche
notizia di Caterina. Conoscendola avrà fatto con i suoi indirizzi email lo stesso di quello che ha fatto
con la scheda del telefono, magari sbagliando apposta la sua password a ripetizione fino a bloccarne
l’accesso. Non trovo nessuna email sua, come del resto nessuna email di lavoro, solo la solita
quotidiana missiva dal Motta. Il resto è tutto spam.
Sento posare una mano sulla mia spalla. E’ Frangioni che ha avuto la cortesia, almeno questa volta,
di venirmi a dire dirittamente quello che ha da dire senza urlarlo come fa di solito dalla porta del
suo ufficio: “Davide, mi ha chiamato il Direttore” parla sottovoce, quasi per non farsi sentire,
violentando il suo stile: “mi ha chiesto di dirti di andare subito da lui, che ti sta aspettando”. Lo
guardo incuriosito: “Come il Direttore ha chiesto a Lei di dirmi questo? Perché non mi ha
telefonato!”. Frangioni, alzando le spalle risponde: “mi ha chiesto di lasciarti un po’ più scarico di
lavoro, ti deve far fare qualcosa di importante, almeno così mi ha fatto capire, non è che mi avrebbe
spiegato molto”. “Abbia”, provo a indicare, senza però cogliere nel segno. Premo i tasti necessari
per bloccare l’accesso al mio personal scrutando il Frangioni per cercare di capire se la battuta
precedente sia stata presa o meno: “allora sarà meglio che vada subito”.
Il Direttore mi sta effettivamente aspettando. Non mi saluta con il consueto slancio e mentre entro,
al contrario di sempre mi fa cenno di chiudere la porta del suo ufficio alle mie spalle. Sembra
davvero molto preoccupato. Mi siedo sulla solita sieda davanti alla sua scrivania.
Sul tavolo ci sono una serie di cartelline di cartone, ognuna con il nome di un dipendente, la sua
foto in formato tessera fissata con una clip sul bordo ed l’ID del tesserino aziendale ben
evidenziato: “Guarda qua Davide!” mi dice facendo il cenno di disappunto con la testa portandosi le
mani sulle tempie: “queste sono parte delle schede che il dott. Turini, in collaborazione con il
personale ha fatto di tutti i nostri dipendenti. E’ una tragedia! Siamo una ditta vecchia, troppo! Più
della metà di loro non parla inglese e non sa usare un computer come si deve. E queste persone le
stiamo pagando almeno il doppio, se non il triplo di quanto pagheremo un giovane ingegnere
neoassunto”. Adesso mi guarda diritto negli occhi: “Dai, non prendiamoci in giro Davide, te da solo
insieme ai due ragazzi dell’help desk sareste in grado di portare avanti quell’ufficio, molto meglio
di come funzioni ora. Ed invece siete in nove, e malgrado tutti i loro sforzi quello è un ufficio che
crea un sacco di problemi amministrativi!”. Rispondo al suo sguardo con attenzione, non sono in
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grado di capire lo scopo di questo incontro, anche se non mi piace troppo la piega che sta
prendendo. Dopo una breve pausa il Direttore riprende: “Davide, parlerò molto francamente con te,
siamo messi male, molto male. Se non ci riorganizziamo tagliando al massimo i costi inutili di
gestione e del personale in eccesso non si arriva a fine anno, e allora sarà davvero una tragedia per
tutti”.
Non dico nulla, mi allontano con la sedia di qualche centimetro dalla sua scrivania ed inizio a
pensare. In Ditta si era intuito la gravità della situazione. Molti avevano fatto delle previsioni, chi
più allegre, chi più funeste. Un conto era sentirle alle macchinette del caffè, un altro sentirle dire
direttamente dal Direttore. Facevano proprio tutto un altro effetto. Mi sento mancare letteralmente il
terreno sotto i piedi: “Possiamo utilizzare gli strumenti di legge, prepensionamenti, scivoli, ma non
ci basta questo!” Adesso sono veramente spaventato: “Si Davide, ci mancano 40/50 posti da
liberare, e se non troviamo chi si dimette autonomamente, magari con degli incentivi e con tutti gli
aiuti possibili, questi esuberi andranno trattati secondo i termini previsti, cioè neoassunti, chi ha
meno carico sociale e così via. Praticamente perderemo chi in realtà sta tirando avanti questa
baracca, gente come te Davide!”. A sentire queste parole mi prende la stessa reazione che ho avuto
quando Marina mi disse di essere incinta, quel pugno sullo stomaco, con tutto il sangue che hai
addosso che d’improvviso sparisce per lasciarti completamente privo di forze, senza riferimenti, con
la testa vuota che ti gira fischiando. Il Direttore continua a rovistare nelle varie cartelline che ha
davanti prendendone una: “per esempio guarda qua, questo lo conosci lavora nel tuo ufficio, è il sig.
Brasso. E’ in Ditta da 25 anni, è sposato con i figli ancora all’università. Non parla inglese, a
malapena riesce ad inserire qualche dato nel sistema. Non ha mai finito le scuole superiori. Quando
è entrato avevamo bisogno di gente come lui, gente che lavorava a testa bassa, capace di macinare
tutto e tutti. Turini ha stimato che il suo rendimento è al massimo il 10~15% rispetto ad un
neoassunto diplomato senza nessuna esperienza di lavoro. Ma ti rendi conto. Abbiamo provato a
fargli fare dei corsi di aggiornamento, ma non è servito a niente, nessuno di loro può seguire un
corso di aggiornamento si sentono tutti troppo superiori. Sanno che hanno fatto la storia della Ditta,
capisci e si sentono superiori, intoccabili! E’ questo il loro vero problema, hanno perso la voglia di
migliorarsi e di studiare. Si sentono assolutamente indispensabili senza rendersi conto di quanto in
realtà siano un peso”.
Non voglio interromperlo, il Direttore è un torrente in piena, prende le schede a caso le apre per un
momento per poi lasciarsi andare allo sconforto più profondo: “NO!!! No! No!” continua a dire: “è
incredibile, guarda questo. Qui siamo al limite dell’assurdo. Abbiamo questo ufficio. Vent’anni fa
aveva una ragione di esistere, ma adesso! Vent’anni fa era necessario fare una copia di tutta la
documentazione cartacea emessa, copiare e custodire su schede perforate tutti i nostri dati gestionali
e sensibili. Non c’era altro modo per garantire la conservazione dell’informazione, ma oggi che
senso ha? Questo ufficio oggi fa le stesse cose si facevano vent’anni fa! Sono in cinque più il
capoufficio, schedano, archiviano, raccolgono fax, email, dati di vendita, ricerche di mercato,
movimenti di magazzino TUTTO, dico TUTTO in enormi faldoni di carta. Stampano i dati dal
sistema per archiviarli su carta. L’e-mail!! Ti rendi conto che archiviano le e-mail che ci scambiamo
su carta!!!! Solo questo ufficio ci costa mezzo milione di euro l’anno, e sono mezzo milione di euro
l’anno gettati via, ci si potrebbe automatizzare uno dei nostri più grandi magazzini con quella cifra..
No, Davide, non ci possiamo più permettere tutto questo”. Bisogno trovare la forza di rinnovarci per
non sparire per sempre.
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Capitolo Tre
Seconda parte
La situazione descritta dal Direttore mi ha profondamente turbato. Come mi ha profondamente
turbato la sua richiesta di collaborazione per riuscire ad individuare quelle persone in quella
particolare fascia di anzianità di servizio che potrebbero a seguito di una offerta calibrata sulle loro
esigenze abbandonare spontaneamente l’azienda. Persone che ormai hanno dato tutto alla Ditta che
non hanno però ancora i requisiti necessari per poter essere allontanati senza il loro consenso. Per
intenderci la generazione dei Brasso. Il piano ideato da Turni è finalmente esploso in tutta la sua
efficacia. E’ riuscito a mettere contro le diverse generazioni di impiegati presenti nella Ditta.
Non ho accettato subito la proposta fatta dal Direttore, mi sono preso del tempo per riflettere, per
capire se davvero voglio e posso fare una cosa del genere. Devo tornare da lui nel pomeriggio per
comunicargli la mia decisione. La mia non è una tattica, no non è così, sono proprio indeciso sul da
farsi. Non mi sembra proprio un lavoro adatto alle mie possibilità. Estorcere delle confessioni a
persone che si fidano di me, per poi riferirle di nascosto al Turini o al Direttore, proprio non mi
piace.
Evito con cura ogni possibile incontro, anche casuale con il Motta e torno in ufficio. Arrivo, mi
metto a sedere ed inizio a trafficare con la lista dei papabili passata poco prima dal Direttore. Il
Frangioni mi spia dall’interno del suo ufficio. Una voce mi distrae dai miei pensieri: “Davide!” è
Matteo, ormai siamo diventati amici: “C’è il Motta che avrà chiamato cinque o sei volte. Per favore,
dobbiamo lavorare, digli di darsi una calmata, ok?”. E’ quasi l’ora di pranzo e di lavorare non se ne
parla più, decido di andare a trovarlo, anche per mantenere la pace nel mio ufficio.
Lo vedo seduto su quella che una volta era la mia sedia. Appena mi vede comparire dalle scale, si
alza e mi corre in contro borbottando gioiosamente qualcosa: “..trov...tono...ina..!”.
Non capisco niente di quello che mi dice: “Scusa, Motta, non ho capito nulla, abbi pazienza. Hai
iniziato a parlare da dentro l’ufficio”. Senza essere minimamente seccato Motta ripete quello che
aveva appena detto: “Si scusa, Davide. Ecco, ho il numero di telefono. Conosco il numero di
telefono della tua Caterina ed anche l’indirizzo. Mi hanno portato una copia del suo nuovo
contratto. C’è voluto un po’ di tempo perché si è trasferita in periferia, ma alla fine ce l’abbiamo
fatta!” Sempre questo senso di appartenenza che mi da davvero fastidio, quel “ce l’abbiamo fatta!”
sullo stile del racconto già fatto per la serata passata nel locale di lapdance. Lo vedo armeggiare
dentro un cassetto della scrivania, mentre rimango in piedi sulla porta ad aspettare, affacciandomi
appena: “Motta, perché hai tolto le copertine dei dischi che avevi sulle pareti, non ti piacevano?
Senza dare troppo peso alla mia domanda Motta, dopo aver trovato il foglio del contratto di
Caterina mi viene incontro con un’espressione davvero interrogativa: “Dischi, quali dischi parli,
scusa?”. Ancora una volta non riesco a capire il senso di quello che mi dice, c’è una sorta di
incomunicabilità oggi tra di noi: “I dischi che avevi appeso alla parete, quello dei King Crimson con
la facciona, la Power Station a Battersea, a Chelsea, lo sai che una volta sono andato a Londra solo
per vederla?” Lo vedo illuminarsi: “ahhhh! I dischi di Claudia! Pensavo parlassi dei dischi del
computer. Mi chiedevo, cosa ci dovevo fare con dei dischi del computer appesi alla parete? No
Claudia li ha rivoluti indietro, a detto che tanto qui erano sprecati. A volte proprio non la capisco!”.
“Claudia!” penso, tutte le volte mi dimentico che Claudia è sua moglie, e visto che l’ha nominata
per primo lui, provo a strappargli qualche informazione: “Già Claudia! Che cafone che sono stato,
non le ho fatto nemmeno gli auguri per Natale. Potevo anche telefonarvi una volta, ma avevo paura
di dare fastidio”. Motta risponde secco: Darmi fastidio, ma che dici Davide, perché. Anzi! Claudia è
sempre sola non parla mai con nessuno così riservata, sicuramente le avrebbe fatto piacere. Stasera
a casa gli dico io di chiamarti ok, magari organizziamo una cena?”. Ecco ho paura di aver fatto un
guaio a questo punto, ma ho più paura di farne uno ancora più grosso per cercare di rimediare: “Dai,
non importa, sicuramente non si ricorderà nemmeno chi sono!”. Lascio cadere l’argomento per
ritornare su Caterina. Prendo il foglio del contratto, e senza leggerlo lo piego e lo nascondo nel
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portafoglio. Per adesso può aspettare: “Motta, dicevi sul serio che potrebbero dare dei soldi a chi si
licenzia? Sai quanto? E te quanto vorresti?”. Stavo già, entrando nella mia nuova parte. Il Direttore
la sa molto più lunga di me. Probabilmente è per quello che si diventa Direttore. Non è un caso.
Uscito dall’ufficio del Motta, ritorno sui miei passi e vado diretto nell’ufficio del Direttore per
comunicarli, senza enfasi che avrei accettato la sua proposta. Uscendo dal suo ufficio mi sento
chiamare: “Davvhiiiide? Ma non hai da dirmi nulla di più?” Mi volto e rispondo: “no, non mi
sembra, perché?”. Il Direttore, con un fare paterno di rimprovero mi rimprovera: “Caro Davide, così
non farai mai carriera in Ditta. E questo lo dico per il tuo bene. Io al tuo posto, non solo avrei
accettato subito il lavoro, ma avrei chiesto ed ottenuto un grosso aumento di stipendio, anche una
promozione! E’ così che si sale! Ricordatelo per la prossima volta, mai dare niente per niente!” Più
ferito che umiliato da queste parole gli rispondo con la mia solita franchezza, non curandomi dei
rispettivi ruoli: “Direttore non siamo tutti uguali, io non ho mai chiesto niente a nessuno, poi i soldi
non li ho mai chiesti in casa nemmeno quando avevo dodici anni. E’ vero i soldi me li sono sempre
sputtanati ma me li sono sempre guadagnati per conto mio. Non mi abbasserò mai a chiedere dei
soldi a nessuno. Tanto meno per il lavoro che faccio. Mai”, e senza aspettare la replica del Direttore
esco dal suo ufficio salutandolo con rispetto come faccio sempre.
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Capitolo Tre
Terza parte
Il contratto del nuovo telefono di Caterina è rimasto nascosto nel mio portafoglio per tutta la
settimana. E’ venerdì sera, e ho tutto il weekend a disposizione per organizzare al meglio le mie
ricerche. Mi siedo davanti al mio computer, e tiro lo fuori dal mio portafoglio. Lo apro con cura e
con altrettanta cura ne leggo il contenuto.
Ecco perché non riuscivo più a trovarla!. Ha dato davvero un taglio netto con il passato, via il
vecchio numero del cellulare, via i vecchi account di email conosciute, via la vecchia casa in centro.
Il nome della via non mi è familiare, ma da una rapida ricerca scopro che si tratta di una viuzza in
periferia, chissà come ha fatto a trovarla quella casa, penso. Stasera non cucino e preferisco
mangiarmi una pizza mentre da una foto dal satellite ad alta risoluzione cerco la sua nuova dimora,
la casa dove Caterina è andata a vivere da quando se ne è andata da qui, devo capire cosa posso fare
per portare a termine il mio piano.
Il cellulare sulla scrivania si mette a vibrare. E’ una telefonata senza numero, probabilmente fatta da
un telefono pubblico. Rispondo e sento Claudia che parlando ad alta voce per superare un brusio
musicale di sottofondo dice: “Ma sei proprio un cretino! Cosa gli vai a dire a mio marito!”. Non è
un rimprovero quello di Claudia, che anzi sembra divertita. Confuso provo a rispondere: “Ma, io
non ho detto nulla” poi, continuando a giustificarmi: “ha fatto tutto lui, da se. E’ lui che ha insistito
per invitarmi a cena da voi”. Claudia è costretta ad urlare per superare la musica ad alto volume:
“Si, si lo so, scemotto, lo so. Sei in casa? Sono in palestra, se mi aspetti passo a salutarti, dammi
solo dieci minuti e sono li”. Certo e dove vuoi che vada mi dico: “si va bene, ti aspetto, devo fare
però qualche telefonata per liberarmi, ma non c’è problema vieni pure quando vuoi, ti aspetto. Già
che ci sei. Mi fai un favore? Mi porteresti qualcosa da bere che oggi non ho fatto la spesa?”.
Il tempo di trovare esattamente il posto della nuova abitazione di Caterina che sento bussare alla
porta. Attraverso lo spioncino vedo Claudia. Apro subito: “perché non hai suonato?” Claudia
entrando risponde: il portone era aperto e sono entrata. Fa freddo fuori e sono vestita troppo
leggera!” Insieme a Claudia entra un gradevole profumo speziato, forse sandalo. In palestra deve
aver appena fatto la doccia: “Non ti ho preso niente, sono venuta di corsa, avevo troppo voglia di
vederti, e poi non sono truccata, mi vergognavo”. Appena chiude la porta alle sue spalle, Claudia si
toglie la parte superiore della solita tutina rosa, rimanendo nuda per metà. Mi si getta addosso
baciandomi e contemporaneamente cercando di togliermi la solita felpa che tengo in casa quando
sono solo. Comicamente rimango incastrato tra la felpa e la t-shirt che porto. Nonostante tutti i miei
sforzi non riesco a liberarmi. Sento Claudia che scoppia a ridere mentre se ne sta sparendo in
camera da letto. Sta ridendo come una matta.
Stavolta consumiamo con trasporto reciproco, niente a che vedere con quanto accaduto le due volte
precedenti. Anche stavolta Claudia è di fretta: “Devo proprio andare via subito. Devo fare cena ai
ragazzi”, mi dice sussurrandomi queste parole all’orecchio: “ma ti prometto che domenica staremo
di più insieme, mio marito porta i ragazzi dai nonni, e nel pomeriggio avremo sicuramente un po’ di
tempo per noi. Tranquillo! Ok?”. Adesso siamo supini, completamente nudi nel letto, al buio uno
affianco all’altra. Claudia ancora guarda nervosamente l’orologio del suo cellulare e dice: “Sempre
così, sempre a fare le cose di corsa, ma una volta che mi posso rilassare. Cinque minuti e poi devo
proprio andare”. E nel dire questo si seduta sul letto per sistemarsi un po’ i capelli. Questo suo
movimento mi scopre leggermente: “Ti andrebbe di sdraiarti un po’ sulla mia schiena, così mi aiuti
a stirami, mi fa un po’ male?” Mi volto affondando la faccia sul cuscino mentre sento il corpo
umido di Claudia che si plasma sulla mia schiena. Ne approfitto per rilassare tutti i miei muscoli
indolenziti. Rimaniamo in questa strana posizione immobili per un paio di minuti. Poi, mentre lei
mi accarezza dolcemente sfiorando con le dita di un mano il mio volto, la sento respirare sempre più
vicino. Adesso le sue labbra mi toccano quasi il collo, provano a mordermi appena un orecchio. La
sento stringersi ancora più forte. Riesco a distinguere nettamente gli schiocchi della sua lingua sul
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palato e contro i denti, mentre canta sussurrando uno dei miei pezzi preferiti, da sempre. La sua
voce, questo improvvisato concerto mi assorbe completamente. I nostri corpi sono solo il tramite
che serve per farci arrivare in fondo all’anima. Mi sento trasparente, leggero completamente
immerso e trasportato chissà dove da questa melodia. Siamo una cosa unica, fusa insieme, le nostre
anime si stanno parlano. Mi sento completamente preso e inerme. Poi, lentamente con lo sfumare di
questa melodia la stanza riprende la solita forma, ritrovo tutti gli oggetti che conosco così bene.
Claudia ha smesso di cantare.
La sento piangere, mentre mi accarezza la schiena. E’ solo un attimo, perché poi si riprende subito:
“Davide, devo andare. Guarda però di riposare bene perché ho progettato un lunghissimo
pomeriggio da passare insieme. Fatti trovare in forma, mi raccomando”
La guardo mentre con cura ricostruisce le sembianze mansuete di mamma e moglie. Adesso è
pronta, si avvicina, appoggia un ginocchio sul letto, e si sposta in avanti per darmi un bacio. Un
bacio dolce leggero, senza nessun carico o pretesa di sorta.
Appena sento il portone di sotto chiudersi, mi alzo ancora intorpidito dal letto. Meccanicamente mi
avvicino al raccoglitore dei dischi, quello dove tengo i miei preferiti. Ho il bisogno di riascoltare il
brano appena cantato da Claudia. Trovo il disco, ed apro con cura la copertina e prendo il secondo
CD dal doppio cofanetto. Lo infilo nel lettore selezionando il track numero 5. La calda voce di Peter
Gabriel prova inutilmente a riempire il vuoto che Claudia ha lasciato ha appena lasciato nel mio
mondo. Mi sdraio sul letto dove eravamo insieme fino a un paio di minuti fa perfettamente fusi
insieme. Trattengo a stento le mie lacrime. Seguo il brano imparato a memoria, è buffo come ci
siano tante analogie tra il testo ed il nostro incontro appena terminato, forse è proprio per quello che
me lo ha cantato, perché esiste una specie di sintonia assoluta tra di noi che ci porta ad essere così
vicini? Mi soffermo su passaggio in particolare, facendo andare indietro il letture CD una decina di
volte per risentirlo di nuovo, una parte del brano che mi ha sempre coinvolto più di altri, un pezzo
di una tristezza struggente:
“They move in a series of caresses
That glide up and down my spine...”
Probabilmente anche Claudia ha fatto il mio stesso percorso quando ha iniziato a piangere poco
prima. Penso a Claudia con un sorriso, sono davvero contento di averla conosciuta.
61
Capitolo Tre
Quarta parte
Claudia ha mantenuto la minaccia. E’ venuta trovarmi subito il sabato mattina presto, si è presa una
breve pausa durante la sua tradizionale spesa del mercato settimanale. Ci siamo dati senza troppe
divagazioni in maniera un po’ asettica, quasi distanti. Vorrei chiederle spiegazioni sul suo modo di
agire, cercare di approfondire l’argomento, capire qualcosa di più su questo strano comportamento,
ma non ci riesco, lei arriva, si spoglia, si infila nel letto per rimanerci solo lo stretto necessario per
soddisfare i propri impulsi. Non mi dispiace questo modo di vivere la nostra relazione, tutt’altro, e
nemmeno mi scoccia avere un ruolo del tutto subordinato alle sue esigenze. Anche se è sempre lei
che decide il dove ed il quando, la mia è solo curiosità. Non ho neanche dei sensi di colpa verso il
Motta, in fin dei conti mi sto portando a letto la moglie di una persona che crede che io gli sia
davvero amico.
La domenica mattina è spesa tra pulizie di casa, visite ai parenti, e tutte quelle attività che non
trovano spazio durante la settimana. E’ una scoperta recente per me la domenica. Fino a non più di
un paio di anni fa questa era una giornata completamente dedicata al calcio, come del resto gran
parte del tempo libero durante la settimana. La mia domenica tipo era sempre uguale e monotona,
ritrovo in sede alle 9.30, lunghe trasferte, sempre e comunque lo stesso pranzo con pasta al
pomodoro, prosciutto e parmigiano per chiudere con l’immancabile crostata, con il rientro a casa
sempre tarda sera. Diversa e sempre assolutamente magnifica l’emozione di quelll’ora e mezzo
passata a giocare, con qualsiasi tempo, su qualche campetto sperduto per tutta la regione. Per me la
domenica era un giorno come un altro, di routine. Solo adesso comincio ad apprezzarne la sua vera
essenza, oziare per tutto il giorno.
E’ appena passata l’ora di pranzo quando Claudia arriva, e questa volta facciamo le cose con calma.
Ha portato qualche disco da ascoltare, alcune cose conosciute altre no. Rimaniamo insieme per gran
parte del pomeriggio, nessuno dei due sente il bisogno di approfondire più di tanto quello che ci sta
accadendo, un po’ per non rompere l’incantesimo un po’ perché davvero non ne sentiamo
l’esigenza. Solo Claudia si lascia andare ad un mezza confessione su come si senta molto più libera
e leggera qui da me. Riusciamo pure a dormire per un po’.
Il rientro dei ragazzi è previsto per la tarda serata, ma lei non vuole farsi trovare fuori casa, e mi
abbandona molto prima dell’ora di cena. Questo appena passato sarà un weekend difficile da
dimenticare, non per la qualità dei nostri rapporti ma per la quantità, ed il leggero dolore che
avverto ne è la più viva testimonianza. Sento in ogni caso il bisogno di uscire di casa. Sono due
giorni pieni che non metto naso fuori, ma non saprei proprio dove andare.
Il piano per rintracciare Caterina, è stato nuovamente accantonato, da quando conosco il suo nuovo
numero di telefono ed il suo indirizzo la mia necessità di rintracciarla a tutti i costi è completamente
svanita. Marina invece no, è tornata prepotentemente e profondamente nei miei pensieri per un
semplice motivo. La desidero così tanto perché so che non sarà mai più mia, specialmente adesso
che è in arrivo Davide.
62
Capitolo Tre
Quinta parte
Sono passate tre settimane dal nostro ultimo incontro e Claudia non si è più fatta via, né un
messaggio o una telefonata, è sparita di nuovo. Speravo davvero di rivederla ancora, ormai lei è
l’unico aggancio che ho con la realtà, l’unica persona che non si rivolge a me usando il “lei”. Al
lavoro sono completamente preso dal mio nuovo incarico, passo le giornate a rubare le confessioni
dei miei colleghi per riportarle fedelmente nel mio archivio privato destinato al Direttore ed allo
staff che segue questa crisi, una specie di contabilità dei desideri di ognuno di noi.
La cura “Turini” sta avendo il suo effetto. Ciascuno vede nel proprio compagno di scrivania un
nemico da combattere, la causa dei mali della Ditta, la colpa del suo possibile fallimento.
Come ogni mattina vado a trovare il Direttore. Non ho argomenti nuovi, ma devo comunque passare
per il consueto rendiconto giornaliero. Trovo il Direttore nel suo ufficio, molto più rilassato rispetto
ai giorni precedenti. Appena mi vede mi accoglie con un sorriso dicendomi: “Davide! Vieni, ho un
po’ di cose da raccontarti”. Mi metto a sedere, e apro il mio quaderno pronto per scrivere eventuali
appunti: “Finalmente la situazione si sta schiarendo. Tra poco potremo ufficialmente dar via al
progetto di ridimensionamento e riorganizzazione. Abbiamo fatto un bel lavoro, ed a oggi mancano
solo una decina di persone per raggiungere il nostro obiettivo”. Ascolto queste parole del Direttore
con un po’ di imbarazzo. Anche se direttamente non ho partecipato a nessuna trattativa, mi sento in
colpa per tutte quelle persone che da li a breve sarebbero state in qualche modo allontanate
dall’Azienda. Il Direttore intuisce il mio disagio e prova a stemperarlo: “Davide, non ti devi
preoccupare per chi deve andarsene. E’ tutta gente che ha già un altra opportunità, attività ben
avviate, altri interessi vedrai presto ti convincerai anche te che è un bene per tutti”. Ci rifletto su, e
scopro, ancora una volta che il Direttore ha semplicemente ragione, mentre mentalmente mi ripasso
alcune delle confessioni carpite di nascosto. Chi decide di andarsene lo fa perché ha già un’altra
soluzione pronta, una scelta dettata da un puro calcolo di convenienza. Esco dall’ufficio
rimuginando su come andrà a finire questa brutta storia. Ormai in Ditta tutti mi evitano o quasi, il
mio accordo con il Direttore non è più così segreto.
Prima di tornare nel mio ufficio decido di passare dal Motta, anche per tentare di scoprire qualcosa
su Claudia, così misteriosamente scomparsa dalla mia vita. Mi dispiace che se ne sia andata pure lei
e comincia a mancarmi. Come tutti gli altri anche lui è un po’ di tempo che mi evita. Arrivo alla
porta a vetro e lo scorgo all’interno del suo ufficio, mentre discute animatamente al cellulare. Mi
vede arrivare e mi fa cenno di non entrare, di aspettare fuori. Io per educazione mi allontano
facendo un paio di passi indietro, abbastanza lontano per non riuscire a sentire niente di quello che
dice, ma sufficientemente vicino per leggere dai movimenti delle labbra qualche parola. Lo vedo
ripetere una paio di volte il nome di Claudia, seguito dopo una leggera pausa da un qualcosa tipo
“ascolta” o ascoltami”, il tutto ripetuto più volte con intervalli sempre diversi, ma con lo steso
carico di drammaticità. La discussione è sempre più animata, la mano libera, quella senza il
cellulare rotea per aria per poi posarsi sul volto, come a coprirsi la faccia, vedo le punta delle dite
mentre spariscono dentro la sua bocca. Poi il Motta si appoggia di schiena alla porta, e non riesco
più ad intuire niente di quello che accade. Sono preoccupato. Da quando lo conosco non gli ho mai
sentito alzare la voce, figuriamoci con la moglie poi, mai una volta, anzi pensandoci bene non l’ho
proprio mai visto alzare la voce con nessuno, malgrado non sia una persona piacevole è comunque
molto educato e sopratutto molto rispettoso verso chi gli sta di fronte, al contrario del fare comune
qua dentro. La telefonata finisce, lo vedo armeggiare con il cellulare. Lo guardo mentre lo posa
delicatamente sul piano della scrivania. In altre occasioni si sarebbe già precipitato fuori
dall’ufficio, ma stavolta no, lo vedo ancora pensare, è visibilmente scosso e preoccupato. Riprende
il cellulare e prova di nuovo a chiamare qualcuno, senza successo. Stavolta il cellulare non viene
chiuso ed adagiato delicatamente ma gettato con disprezzo sulla sedia. L’urto lo fa aprire e cadere
in terra. Non riesco a capire, tra i vari argomenti che mi possono venire in mente mi balena anche
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l’idea che in qualche modo abbia potuto scoprire l’infedeltà di Claudia, forse sa addirittura di noi,
anche se non credo. Di colpo, si volta e mi cerca con lo sguardo. Apre la porta dell’ufficio ed
affacciandosi con un filo di voce dice: “Davide dove sei finito? Con il sole che illumina questo
cazzo di vetrata non si vede mai nulla. Scusami se ti ho fatto aspettare, ma ero impegnato”. Non
l’ho mai sentito parlare con questo tono, è ancora molto arrabbiato, è sicuramente scosso da quanto
accaduto. Spero non sia qualcosa di grave, di importante. Mi sento a disagio, non ho voglia dopo la
pesantezza di queste giornate incontrare una persona così poco serena. Cerco in ogni modo di
liberarmi, di scappare via giustificandomi: “Motta credimi, non importa, se vuoi posso ripassare,
non mi sembra il momento adatto ora!”. Senza rispondermi il Motta torna nell’ufficio prende la sua
giacca, lascia il cellulare distrutto in terra, e torna indietro verso di me dicendo: “No Davide è tutto
a posto, devo fare due passi, mi devo distrarre. Ho bisogno di pensare, di rilassarmi, sta accadendo
qualcosa di non chiaro, ho bisogno di riflettere a lungo, devo capire. Ti va di accompagnarmi?
Magari mangiamo qualcosa fuori insieme eh?”. Sono veramente spiazzato, il disagio lascia il posto
alla paura di non saper gestire la situazione. Motta ha davvero scoperto qualcosa, ma probabilmente
non è in grado di collegare l’infedeltà di Claudia a me, a meno che Lei non glielo abbia detto di
proposito. Questa idea mi balena nel cervello all’improvviso! Forse una vendetta, una litigata per
qualcosa e zak! Lei che gli sputa in faccia la verità! Provo ad immaginarmi la scena ed arrivo alla
conclusione di escludere una simile eventualità, non è possibile, si è dimostrata troppa brava e
precisa per rovinare tutto per uno scatto di orgoglio. Nel frattempo senza dire una parola usciamo
dalla Ditta. Meccanicamente mi annoto mentalmente l’ora di rientro. La scimmia che ho sulla spalla
della routine dell’ufficio non mi abbandona mai. Fuori è una brutta giornata di fine gennaio, niente
sole, con un vento gelido di tramontana che rende il tutto ancora più triste, se possibile.
Camminiamo a fianco ancora un po’, poi all’improvviso il Motta decide di confessare le sue
angosce, di colpo in modo diretto: “Davide, non so se te lo posso dire, ma è successo qualcosa a
Claudia. Ormai la conosco, stiamo insieme da quando eravamo piccoli, non abbiamo mai avuto
segreti tra di noi, ci conosciamo alla perfezione, non ci siamo mai tenuti nascosti niente, mai nessun
segreto l’uno per l’altra.”. Lo guardo negli occhi, devo capire se mi sta mettendo alla prova. La sua
tristezza però sembra vera è davvero turbato da qualcosa, è sempre meglio stare più sul generico
possibile, non lasciarsi coinvolgere, non devo provare nessun tipo di empatia. Non me lo posso
permettere. Tanto se avrà voglia di raccontarmi qualcosa lo farà senz’altro senza che io debba
chiederlo. Il Motta con un gesto che non aveva mai fatto prima, allunga una mano e mi afferra una
spalla, un gesto, un contatto fisico che gli serve da supporto per continuare ad aprirsi: “Davide, poi
c’è questa situazione in Ditta che non mi piace. Lo so che non dovrei preoccuparmi, sono sposato
ho un incarico delicato, direi insostituibile, ma è comunque una brutta situazione. Non sopporto non
avere tutto sotto controllo. Lo so che non dovrei chiedertelo, ma tu sei amico del Direttore qualcosa
di più ti dovrà aver certamente detto. Tutte le volte che ho provato a chiedere un appuntamento per
parlargli me lo ha sempre rifiutato”. Senza volerlo Motta mi dava una bella possibilità di glissare su
Claudia: “si in effetti è così, dico, in questa confusione questo non sapere le cose è fatto ad arte per
far crescere l’ansia ed il senso di precarietà in Ditta, per esasperare. Di più non posso dirti, anche
perché tanti dettagli non li conosco, ma a breve forse addirittura entro la fine di Febbraio sapremo
molte cose”. Motta lascia delicatamente la presa e fa un paio di passi indietro allontanandosi da me,
quasi spaventato per quello che ho detto: “allora è vero quello che si dice in Ditta, che ci saranno
degli esuberi, e degli incentivi per chi vuole andarsene?” Guardo il Motta e per la prima volta lo
vedo come un essere umano con le sue paure le sue ansie e i suoi sogni, non più come quello che mi
ha rubato l’ufficio oppure come il marito di Claudia: “si” rispondo avvicinandomi: “E’ così, é come
hai detto, ci saranno degli esuberi specialmente tra il personale vicino alla pensione, ma non basterà,
siamo messi male”, Motta riprende a camminare passandomi accanto davvero preoccupato. Sta
ragionando, in questi pochi attimi probabilmente è riuscito a mettere insieme tutti i tasselli che non
riusciva a mettere a posto, si allontana ancora di qualche passo. Poi si ferma e voltandosi mi dice:
“Allora, allora questa potrebbe essere una soluzione Davide, potrebbe. Ho molte proposte di lavoro
interessanti che mi arrivano dalle Ditte della mia zona, sai io sono nato e vissuto in Lombardia, e
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questa potrebbe essere l’occasione giusta, per lasciare questo lavoro, guadagnarci un extra e portare
Claudia lontano da qua”. Ancora Claudia, è evidente che sia lei il punto focale dei suoi
ragionamenti. Orami è chiaro che qualche cosa è stata scoperta, ma davvero non riesco a capire
come e cosa. Ho lasciato il mio profumo sulla sua pelle? Oppure l’avrà seguita fino a casa mia?
Cosa avrà scoperto? Non ho nessuna voglia di essere coinvolto in una qualche scenata di gelosia,
adesso ho veramente timore ma devo reggere la parte, se non sa niente lui non si deve insospettire:
“e Claudia cosa dice di questa tua idea, gli piacerebbe spostarsi?”. Motta si guarda intorno, si
avvicina e parlando con un filo di voce e mi confessa: “Davide, se io decido di andare via, lo faccio
solo per lei, per salvare quello che c’è ancora di buono nel nostro matrimonio, per i nostri figli. La
devo portare via da qua, lontano da questa posto, da tutta questa gente”.
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Capitolo Tre
Sesta parte
Con l’avvicinarsi della scadenza del bando relativo al finanziamento che sto seguendo le mie
giornate di lavoro diventano sempre più frenetiche. Devo registrate tutte le ore spese dal personale,
le trasferte, i materiali acquistati, tutte le fatture anche quelle insignificanti (per esempio oggi ho
registrato l’acquisto di due pile stilo AA per una calcolatrice...), gli ordini in emissione ed ogni sorta
di documentazione richiesta. Un mare di carta straripante, un assurdo, come è assurda la burocrazia
fine a se stessa. Questo mio alienarmi nel lavoro mi aiuta a sopportare la mia nuova solitudine.
Arrivo a casa per inerzia, una cenetta al volo e via a infilarmi nel letto sempre più presto, sempre
più solo. Anche la gattina sembra soffrire di questa solitudine. Ogni tanto la vedo girovagare per
casa in cerca di Caterina, annusa di qua salta di là per poi tornare da me con aria interrogativa.
Anche il sabato e la domenica, normalmente frenetici sono dedicati al riposo assoluto. Di Claudia
non ho più notizie da un paio di mesi, anche Caterina non appartiene più che ai miei ricordi.
L’unico pensiero che ancora mi lega al mondo delle mie ex è dubbio se sia nato o ancora no Davide
il figlio di Marina. Se sia andato tutto bene come spero.
Al lavoro vivo i miei quotidiani appuntamenti con il Direttore in modo distaccato, tengo la
contabilità degli esuberi e delle dimissioni volontarie con lo stesso trasporto con il quale si annotano
le spese e le bollette da pagare. Sto diventando ogni giorno più cinico ed indifferente. La sofferenza
altrui mi scivola addosso senza ormai più lasciare le tracce che lasciava prima.
C’è da dire però che grazie anche al mio lavoro, in poco più di due mesi siamo riusciti ad ottenere
grandi risultati. Probabilmente nessuno di chi vuole rimanere sarà mandato via dalla Ditta contro la
sua volontà, ed in fin dei conti questo è un risultato che in parte mi alleggerisce la coscienza dai
sensi di colpa.
Anche Motta ha presentato le proprie dimissioni, richiesta prontamente accettata e gratificata da un
bonus. Alla fine si è deciso. Decido di parlarne con il direttore, devo capire assolutamente di più su
questa storia, approfondire anche quei punti che quella vecchia confessione mai più ripetuta ha
lasciato di fatto aperti, so che in qualche modo Claudia è coinvolta, che è lei la causa di tutto. Da
quel giorno non l’ho più praticamente visto. Si è reso invisibile, impalpabile. Ho bisogno di avere
qualche informazione di più dal Direttore e chiedo: “Anche il Motta ci lascia? Ha contrattato per le
sue dimissioni o ha accettato subito la sua proposta?” Il Direttore scorrendo sul monitor del suo
computer la lista aggiornata della situazione mi risponde: “Il Motta, hum non ricordo, fammi
vedere, si ecco qua! No, strano, non ha contrattato, ha accettato la nostra prima offerta, veramente
una miseria e se né andato. Credo abbia già lasciato la Ditta, oppure lo farà in questi giorno non lo
so, e francamente me ne interessa poco”. Davvero se ne sta andando? Il mio pensiero corre subito a
Claudia: “ma ha lasciato detto qualcosa? Ha motivato questa sua scelta?” Il Direttore non capisce il
mio interessamento, in genere non mi occupo di questo aspetto, e non entro mai nei dettagli di ogni
singola operazione. Probabilmente questo mio atteggiamento insospettisce il Direttore, che
comunque mi risponde: “No, Davide, no ha detto nulla, credo se ne sia andato per motivi personali,
molto personali. Credo di sapere di cosa si tratta, ma non ho le prove, e quindi non voglio parlare di
una persona che tutto sommato si è comportata sempre molto onestamente con noi, anche se a me
non è mai stato troppo simpatico. Scusa ma perché mi fai queste domande?”. Guardo il Direttore
con aria interrogativa, ma non faccio accenno ha quanto appena detto: “Sa dove è andato?” Il
Direttore mi guarda adesso con più attenzione: “Davide, è tornato a lavorare dalle sue parti, vicino a
Varese credo. Da quel che so probabilmente si è già trasferito con tutta la famiglia, moglie e figli.
Eh? Davide hai combinato un bel guaio, lo sai eh?”. Non colgo immediatamente la battuta del
Direttore che mi scivola addosso senza lasciare traccia. Poi cambiando completamente
atteggiamento e genere aggiunge: “Ti ricordi la signorina Vanni, le hai fatto un colloquio tempo fa,
ti ricordi?. Dalla settimana prossima entra in Ditta, per adesso part time, sai non possiamo assumere
mentre stiamo licenziando metà personale, pensavo di metterla nel tuo vecchio ufficio lasciato
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libero dal Motta, cosa ne pensi?”. Ilaria, me ne ero completamente dimenticato di quella bella
ragazza: “bene, è sicuramente una persona in gamba e preparata anche se deve crescere molto,
sicuramente si troverà a suo agio in un ufficio da sola” lasciando intendere che almeno così sarebbe
stata più protetta dalle inevitabili avances dei colleghi: “chiaramente Davide, conto sul tuo aiuto,
ora che la situazione si va normalizzando puoi seguirla da vicino. Aiutala per i primi tempi, senza
però darle l’impressione di farlo. Seguirà il lavoro avviato dal Motta. In futuro quando si sarà
inserita avevo idea di darle qualche incarico di responsabilità in area commerciale, che ne pensi?”.
Ascolto il Direttore senza decifrare quello che dice. Sono completamente assorbito dall’idea che
Claudia sia andata via senza nemmeno un saluto, una giustificazione. Ripensandoci poi anche tutti i
nostri precedenti rapporti sono stati caratterizzati da un comportamento del tutto simile, mai
completamente risolto da parte mia. Mi andava bene e basta.
Saluto il Direttore e vado nel mio ex ufficio che in poco più di sei mesi ha visto passare me, il
signor Motta ed adesso aspettava di accogliere l’avvenente signorina Ilaria. Sicuramente un bel
progresso. Mi metto a sedere alla scrivania completamente vuota. Anche le pareti sono spoglie. Ci
sono ancore le tracce sulla parete dei miei vecchi calendari e dei poster che avevo sistemato in
quell’ufficio nel corso della mia presenza. Cancelleranno tutti questi ricordi con una bella mano di
vernice bianca. Penso ancora a Claudia, sul fatto che probabilmente non potremo mai più rivederci,
figuriamoci pensare di aver ancora qualche storiella, e non so davvero cosa pensare, anche se con il
tempo ho maturato un sospetto, un’idea troppo diabolica per essere vera, anche se tutti i tasselli
cominciano a combaciare perfettamente. Non credo di aver sbagliato qualcosa, e anche se ne sono
andati via di nascosto senza salutare praticamente nessuno intendo rispettare questo loro modo di
comportarsi, in fin dei conti molto simile al mio. Mi chiedo se saremo potuti diventare buoni amici
noi tre con il tempo. Immerso ancora nei dubbi e nei ricordi faccio ritorno nel mio ufficio,ormai
decimato dalla cura dimagrante imposta dalla crisi. Dei nove in origine siamo rimasti solo in
cinque, sia il sig. Brasso che altri due colleghi di postazione hanno lasciato il posto. A breve anche
il sig. Frangioni ci lascerà, sembra abbia accettato l’ultima proposta fatta dal Direttore. Davvero la
fine di un’epoca per la Ditta.
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Capitolo quattro
Prima parte
Finalmente! Con l’inizio della primavera ed il ritorno dell’ora legale è possibile tornare a vedere il
sole all’uscita dal lavoro. Tutto ne trae beneficio, compreso la mia vita sociale che riprende vigore.
Ogni sera mi ritrovo in un localetto del centro aperto da un mio amico per un aperitivo in
compagnia di vecchi e nuovi amici. Davvero un bel gruppo eterogeneo, un appuntamento divertente
anche se scarsamente frequentato da presenze femminili di rilievo. Spesso ne approfitto per una
cenetta al volo con gli stuzzichini offerti insieme agli aperitivi.
In Ditta la vita è tornata tranquilla e fila via senza scossoni, esattamente come era molto tempo
prima di perdere Caterina, e trovare per poi perdere definitivamente Claudia. Anche il mio progetto
per il finanziamento europeo segue senza ritardi o particolari impedimenti il suo iter. Tutto fila
liscio perfettamente, senza intoppi. Claudia è ormai dimenticata, Caterina è ancora presente solo
come una giustificazione per una possibile via di fuga e Marina appare e scompare dai miei sogni.
Davide ormai dovrebbe essere nato, semplicemente non ho il coraggio di chiamare per averne
notizie. La città è piccola e prima o poi ci incontreremo, di questo sono sicuro.
La parte principale delle mie energie extralavorative è occupata dalla organizzazione delle mie
prossime ferie estive, non voglio certo ripetere la tragica esperienza dell’estate scorsa, passata a
litigare ogni giorno con Caterina, senza mai prendere una decisione, che andasse bene ad entrambi.
Questi sono mesi che passano velocemente ed in perfetta tranquillità senza però lasciare un ricordo
indelebile. Mi sto abituando a stare da solo, non sento più quell’oppressione che provavo nei primi
mesi senza nessuno in casa.
Soltanto la domenica, ogni tanto provo ancora questo senso di inquietudine, dato dall’essere sempre
e comunque senza un’alternativa, una via di fuga dalla routine, ma è uno stato d’animo che ti fa
sentire vivo, pieno di energia, che ti impone uno sforzo particolare per cercare di superare questi
ostacoli apparentemente insuperabili. Una sensazione comunque positiva.
Oggi è una bellissima giornata, un assaggio dell’estate sta per arrivare. Ho finito tutti i lavoretti di
casa e mi lascio tentare. Decido di andare, a prendere un po’ di sole sul mare. Il primo sole della
stagione
Manco dirlo il mio approccio ad una giornata di mare è sempre lo stesso, un asciugamano, un libro,
le immancabili parole crociate ed il mio fedele lettore MP3 sempre a portata di mano, e sempre con
le stesse musiche dentro.
Mi gusto il breve tragitto mettendo al massimo il volume del mio stereo, e mi ritrovo nella piccola
spiaggia libera che ancora resiste all’assalto degli stabilimenti balneari. Un piccolo paradiso senza
cabine ed ombrelloni anche d’estate.
Fortunatamente non c’è tantissima gente, anzi a parte qualche coppia sparsa sull’arenile sono
praticamente da solo. Scelgo il mio solito posto e piazzo il mio asciugamano appena a ridosso della
battigia al riparo dal leggero vento di terra. Mi ci stendo, a pancia in giù mi lascio cullare da questa
sensazione di assoluta pace e benessere, nessun rumore fastidioso, nessun ragazzino che urla o che
corre, niente di niente la pace assoluta. Un caldo abbraccio sole mi culla in un benessere assoluto,
con il sottofondo di un leggero rumore di risacca di un mare appena mosso. Rimpiango di non aver
portato le mie canne da pesca. Mi lascio rapire da tutto questo fino a quando un ronzio fastidioso
interrompe questo mi galleggiare nel limbo. E’ il mio cellulare che suona, mi sono dimenticato di
spengerlo.
Devo comunque rispondere, ho lasciato questo numero a diversi contatti di lavoro, potrebbe essere
anche il Direttore. Frugo nervosamente nello zainetto, e fra i miei vestiti trovo il cellulare. Appena
riesco a prenderlo smette di suonare. Cerco di capire chi sia. E’ una chiamata da un numero privato
che non conosco non riesco ad immaginare che possa essere. Non do troppo peso alla cosa, ripongo
il cellulare nello zainetto per ritornare immediatamente ai miei sogni. Passano appena pochi secondi
ed il telefono suona di nuovo. Si ripete la solita scenetta comica, e come accaduto precedentemente
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il fastidioso tono di chiamata si interrompe appena provo a rispondere. ‘Sarà qualcuno che prova a
chiamarmi da un posto dove c’è poca copertura rete, penso, capita spesso durante le mie giornate di
lavoro di ricevere queste telefonate anonime dai colleghi in giro per il mondo, che si interrompono
senza motivo per molte volte di fila.
Prudentemente spengo il cellulare, non voglio più in nessun modo essere interrotto nei miei sonni.
Alzo al massimo il volume del mio lettore MP3 e lascio sommergere dalle onde del mio mondo
preferito, una soave musica barocca di un quartetto per archi. Provo un sottile piacere fisico, chiudo
gli occhi, mi abbandono completamente cullato dal sole, dal leggero vento, dall’equilibrio perfetto
di questa giornata. Il rumore del mare leggermente mosso, fa da cornice a questo splendido
pomeriggio di sole.
Riesco di nuovo a rilassarmi. Di colpo, un improvviso un fastidio mi strappa dai miei sogni. Faccio
fatica a capire di cosa si tratti, non riesco a mettere a fuoco cosa stia succedendo.
Il volume troppo alto del mio lettore mi impedisce di definire i rumori che provengono dalla
spiaggia. A stento, riesco ad aprire gli occhi. Ho della sabbia che mi copre il volto. Non riesco a
capire come mi possa essere finita in bocca, nel naso e negli occhi. Sento i granelli di sabbia che
strusciano all’interno delle palpebre, che mi scricchiolano tra i denti. A tastoni con una mano cerco
la piccola bottiglia d’acqua che porto sempre con me per provare a sciacquarmi. Un ragazzino deve
essere passato correndo proprio di qui!
Al secondo tentativo la trovo, e con l’acqua rimasta riesco a pulirmi, prima gli occhi, e poi la bocca.
Lentamente riesco a mettere a fuoco la situazione, forse un ragazzino, forse un colpo di vento,
insomma qualcosa o qualcuno mi ha gettato della sabbia addosso, sul volto.
Dal primo spiraglio di luce riesco a vedere, ferme davanti a me due caviglie sottili, una delle quali
impreziosita da una catenina d’oro, con attaccata una lettera, la “C.” impreziosita da una gemma al
posto del puntino. Riesco appena in tempo a mettere a fuoco la scena, per vedere come l’estremità
di quella caviglia sottile con la catenina d’oro improvvisamente si immerga nella sabbia fino a
sparirne completamente. Un colpo secco ed un’altra piccola nube di sabbia mi investe in pieno. Non
faccio in tempo a proteggere la bocca, gli occhi. Completamente accecato, impacciato nei
movimenti mi tolgo con rabbia gli auricolari, mentre con la parte superiore dell’asciugamano cerco
di pulirmi almeno gli occhi, l’acqua è quasi terminata. Faccio fatica a respirare. Sono fuori di me
dalla rabbia. Passando da una poco elegante posizione carponi, mi metto seduto sulle ginocchia,
riesco ad intravedere la figura, che dall’alto in basso mi sta scrutando con le mani posate sui fianchi.
Lentamente ritorno in possesso dei miei sensi, della mia vista. Davanti a me le due caviglie sottili
anticipano dei fianchi meno prosperosi di quanto ricordassi, ben fasciati da un aderentissimo
costume viola. La pancia è perfettamente liscia e già perfettamente abbronzata, nonostante si sia
solo all’inizio della stagione, ed i suoi seni davvero generosi sono fasciati dal top abbinato
all’aderentissimo costumino viola, appena visibile sotto i folti ricci neri, come al solito ben curati.
Il sorriso incattivito di Caterina si trasforma rapidamente in una smorfia di disappunto: “come cazzo
ho fatto a stare così male per te per tutto questo tempo! Guardati come fai schifo sei una mozzarella
grassa e pelata. Hai pure la cellulite sulla pancia, ma fai davvero schifo lo sai!”. Caterina, invece se
possibile è ancora più bella. Ha perso i suoi soliti chili di troppo e oltre ad una perfetta abbronzatura
sfoggia una invidiabile forma fisica, con i suoi inediti addominali appena scolpiti, mai visti prima:
“Caterina!”, la mia esclamazione di gioia e sorpresa è davvero genuina: “Caterina, come ti sei fatta
bella!” Ho immaginato e vissuto questo incontro moltissime volte, cambiando i dettagli, le
situazioni, inventandomi tutte le possibili evoluzioni, un esercizio che di solito faccio quando mi
voglio far trovar pronto ad un appuntamento importante: “Davvero, Caterina, sei bellissima”. Metto
da parte la rabbia, mi avvicino alla battigia e finisco l’opera di pulizia. Ritorno verso di lei:
“Ho provato a cercarti, ma non sono mai riuscito a trovarti?”. L’atteggiamento aggressivo ed ostile
di Caterina non muta: “Tu invece no, sai. Non mi sei mancato proprio per niente. Anzi l’averti
lasciato, perché sia chiaro che ti ho lasciato io, mi aperto a tante nuove possibilità, come vedi adesso
sono proprio felice!” Caterina sta indicando nella direzione di un bel ragazzo alto, moro, con i
capelli tirati indietro raccolti in una piccola coda sulla nuca. Nonostante sia ad almeno una decina di
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metri riesco a distinguere perfettamente i suoi muscoli ben scolpiti ed in rilievo con delle bellissime
ampie spalle ben proporzionate all’altezza. Davvero un bel ragazzo, anche se con le gambe un po’
troppo secche, siluette tipica dei palestrati.
Quella che sta per iniziare adesso con Caterina è probabilmente la più importante partita a scacchi
che dovrò affrontare con lei, un gioco di dire e non dire, mostrarsi e nascondersi, cercare di apparire
vulnerabili ma allo stesso tempo irraggiungibili. Non c’è modo di rimandare, questa partita va
giocata adesso, e devo essere così abile da prevedere ogni sua mossa, ogni suo pensiero per poterlo
anticipare e sfruttare in mio favore.
Lentamente mi avvicino, da dietro le spalle di Caterina vedo il tipo che incerto sul da farsi accenna
due passi nella nostra direzione. E’ incuriosito da questa scena, ma non sa cosa fare se intervenire o
no, dopo tutto è stata Caterina che è venuta da me aggredendomi, non sono stato io che ho fatto la
prima mossa.
Adesso ho l’opportunità di apprezzare Caterina per intero, le gambe perfettamente lisce e depilate,
come non le avevo mai viste, il costume di tessuto molto elasticizzato che si adatta fin troppo
intimamente alle curve del suo pube, lasciando intendere che quella perfetta depilazione si spinga
ben oltre le parti lasciate scoperte. I capelli come al solito bellissimi e perfettamente curati, con dei
lievi riflessi bluastri indicano una nuova cura per la persona che non conoscevo prima.
Nell’immaginarmi tutte le varie possibilità di incontro con Caterina questa mi era proprio sfuggita.
Mi soffermo ad osservala meglio, apprezzandone ogni dettaglio. Né Marina, né tanto meno Claudia
possono tenere il confronto con questa splendida trentenne, solo adesso perfettamente conscia delle
sue armi. Decido di spararmi la prima cartuccia mentendo: “Caterina, mi fa piacere vedere che sei
felice, davvero, poi ti trovo davvero in forma, stai proprio bene! Brava, stare lontano da me ti ha
migliorato. A chi devo fare i complimenti?” Stavo evidentemente cercando di prendere tempo, non
avevo ancora ben chiaro di come si potesse evolvere questo incontro. Posso solo adeguarmi alle sue
mosse, seguirla ed assecondarla senza cercare di comandare la discussione. Avrò tempo e modo di
affondare le mie stoccate definitive più tardi. Ho solo bisogno di uno spiraglio, di un piccolo
appiglio a cui agganciarmi. Da quanto ne so può essere davvero l’ultima volta che ho la possibilità
di parlarle. Caterina, facendo un piccolo passo in direzione del ragazzo insiste con il suo solito tono
di disprezzo: “Te invece fai sempre più schifo, Davide!” Cogliendo il gesto di Caterina il tipo
adesso si avvicina con decisione, ha finalmente deciso come comportarsi. Mi metto al riparo da
qualsiasi possibile fraintendimento, ed assumo un atteggiamento quanto più possibile dimesso. Mi
sposto indietro, allontanandomi da loro di un paio di passi. Non voglio offrire nessuno motivo per
innescare una discussione. Anche se evidentemente la tensione inizia a salire. Lui gli arriva alle
spalle, gli si ferma di fianco e la abbraccia passandole un braccio dietro la schiena, facendo poi
scivolare la sua mano giù lungo il fianco, più in basso del costume, all’altezza della coscia. Una
chiara dichiarazione di proprietà, un messaggio che vuole urlare: ‘amico non so chi sia tu, ma sia
chiaro che qui c’è mio!’ Caterina ricambia l’abbraccio, pizzicando il tipo su un gluteo: “Davide, lui
è Marco, ci vediamo un da po’ tempo, bel ragazzo eh? Te invece quando me la presenti la tua nuova
ragazza eh?. Dove l’hai lasciata allo ospizio?” E nel terminare questa battuta Caterina si mette a
ridere come una matta, lasciando l’abbraccio del ragazzo per piegarsi in avanti portandosi le mani
sulle ginocchia, in un modo evidentemente troppo artificiale per essere vero, per dimostrare il suo
divertimento. Approfitto di questa sua sceneggiata per presentarmi al ragazzo: “Salve Marco, sono
Davide. Un vecchio amico di Caterina. Sono stato suo professore di matematica, una volta” gli dico
porgendogli la mano per siglare la nuova amicizia. Marco, evidentemente non a suo agio non
ricambia il gesto e farfuglia qualcosa di incomprensibile, prima a me e poi a Caterina. Forse ho
trovato l’anello debole, è nervoso, è in soggezione, magari se insisto lo posso mettere in difficoltà:
“Ed invece te Marco, cosa fai, insegni anche te? Fisica forse?” La mia era ovviamente una
provocazione, fatta per sondare il terreno per confonderlo ancora di più. Marco ignorando la mia
domanda si volta verso Caterina e l’afferra con rabbia per un braccio e la strattona: “Dai vieni via,
lascialo perdere questo qui”. Eccola! Penso, mossa sbagliata amico, davvero sbagliata. Infatti
Caterina smette di colpo di ridere, e con uno sguardo capace di incenerire chiunque si rivolge al tipo
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scandendo bene e differenziando tutte le sillabe: “Te-lo già det-to mil-le vol-te di non par-lar-mi
così, caz-zo! Quante volte te lo devo dire eh? Cento, mille? Stai attento su, ripeti con me, non mi
devi mai dire cosa devo fare, su non è difficile da capire”. Caterina questa volta nelle parti del
carnefice si sta prendendo la sua rivincita contro il genere maschile. Con uno strattone più forte
Caterina si libera dalla presa, continuando ad insultarlo senza ritegno alzando il più possibile la
voce. Divertito osservo la scena, questo è il momento buono per giocarmi le mie carte, un “all-in”
decisivo, un gesto che può spostare l’equilibro della partita appena iniziata decisamente dalla mia
parte: “Ragazzi, per favore smettetela! Sono venuto al mare per riposarmi, se volete litigare fatelo
pure ma lontano da qui. E questo vale sopratutto per te Caterina. Picchiatevi, offendetevi pure
quanto volete, ma da un’altra parte, lontano da qui. Non ho bisogno di avere a che fare con due
ragazzini alle prime turbe sentimentali!”. Caterina rimane folgorata da questa mia uscita. Di colpo
smette di parlare, e con un’altra occhiata, se possibile ancora più terribile della precedente
incenerisce quello che resta del povero Marco. Senza voltarsi indietro, Caterina torna verso il loro
asciugamano, prende le sue cose con rabbia, getta lontano quelle del ragazzo e si allontana dalla
spiaggia verso la passerella di ingresso. Marco indugia, non sa veramente cosa fare, mi guarda
smarrito, mi minaccia con l’indice di una mano dicendo qualcosa di incomprensibile e poi si getta
di corsa all’inseguimento. Lo sento implorare Caterina di fermarsi e di aspettarlo. Li seguo con lo
sguardo mentre spariscono dalla spiaggia diretti verso il parcheggio. Caterina davanti inflessibile,
Marco dietro a supplicare di fermarsi e di parlare.
Mi gusto la scena facendomi i complimenti. Sono stato proprio bravo. Chissà se sarà sufficiente,
penso. Decido però che tutto sommato vale la pena aspettare e godersi la giornata di mare. Quando
si è in vantaggio conviene sempre fermarsi ad aspettare. L’avversario nel tentativo di rimontare farà
sicuramente uno sbaglio, ed io sarò li pronto per approfittarne.
Pulisco con cura l’asciugamano pieno di sabbia, recupero il mio libro, e riprendo esattamente da
dove ero stato interrotto, abbassando di poco il volume del mo lettore, per sicurezza. Ripenso a
Caterina vorrei davvero riuscire in tutti i modi a riallacciare i rapporti con lei, quando mai ne ritrovo
un’altra così? In fin dei conti non ha tutti i torti, sono ingrassato e faccio schifo, non ho più
trent’anni e sopratutto non mi sento più bello ed attraente come pensavo di esserlo un tempo. No,
un’altra come Caterina non la ritroverò mai più. Smanetto sul mio lettore e seleziono la seconda
traccia della Suite per Orchestra n° 3 di Back, la BWV 1068 ed imposto su “on” il tasto repeat in
modo da sentirla di continuo, all’infinito. Questo che sento adesso è un brano diventato famoso (suo
malgrado) per colpa di sigla di un noto programma di informazione scientifica. Un brano di una
malinconia struggente ed unica, specialmente nella versione che ho io.
Mi sdraio sull’asciugamano, per lasciarmi trasportare da questa nuova pace ritrovata. Con
l’immagine fresca di Caterina nella mente non mi accorgo mi sto addormentando.
Rimango incosciente per chissà quanto tempo. Quando mi sveglio scopro di aver un braccio sotto la
testa completamente intorpidito. Non riesco a muovermi. Intorno non c’è rimasto nessuno, neanche
più in là dove c’erano prima Caterina e Marco insieme ad altri ragazzi.
La luce è cambiata, non c’è più il sole alto come prima, e non c’è più quel tepore a riscaldarmi. Mi
accorgo che il sole, adesso sceso basso sull’orizzonte proietta un’ombra di una persona ferma dietro
di me alle mie spalle. Mentre cerco di riprendermi seguo i suoi movimenti con lo sguardo, la vedo
indugiare per poi avvicinarsi in modo deciso per fermarsi di fianco. Completamente intorpidito dal
freddo e stordito dal sonno sento alcuni leggeri colpetti sul fianco, dati gentilmente con la punta di
un piede. Distinguo nettamente la sua voce che in tono supplichevole mi chiede “Davide ti prego.
Mi porti a casa? Ti prego, sto male!”. Alla fine riesco a voltarmi, e la vedo sfumata contro il sole
basso, avvoltolata dentro al suo asciugamano: “E’ più di un’ora che ti guardo dormire. Pensavo non
ti svegliassi più. Fa freddo, andiamo ti prego!”. Mi alzo in piedi e mi avvicino, le accarezzo
dolcemente i capelli con il palmo della mano, e le do un piccolo bacio in fronte. Le passo le mani
dietro la schiena, appena sopra il costume e la stringo dolcemente: “Ma dove eri finita Piccola?” Le
chiedo. Caterina adesso mi guarda diretto negli occhi, non risponde fa solo un piccolo cenno con la
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testa, vedo delle piccole lacrime che gli scendono dagli occhi. La stringo appena un po’ più forte
sussurrandole: “Amore mio, quanto ti ho fatto soffrire!”.
Raccolgo la mia roba e senza dire nulla, per mano ci allontaniamo dalla spiaggia, fino alla
macchina, fino in città, fino a casa mia, anzi nostra. Appena entrati la gattina incuriosita dal rumore
si affaccia dalla porta della cucina. Resta un attimo incerta, ma appena riconosce il nuovo ospite le
corre incontro, passandomi tra le gambe ignorandomi. Gli si getta tra i piedi arrotolandosi e
ribaltandosi nel modo che hanno i gatti per dimostrare il loro affetto e riconoscenza. Il più bel
benvenuto che si poteva aspettare. Adesso io e la gattina siamo sicuri: questa casa ha finalmente
ritrovato l’anima che aveva perso.
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Capitolo Quattro
Seconda parte
Caterina si inginocchia per ricambiare tanta affettuosità. Poi, lentamente si rialza in piedi e con la
voce incerta e tremante mi chiede: “Ho ancora freddo. Devo assolutamente farmi una bella doccia
calda, però ti devo chiedere se per favore prima controlli che non ci sia roba in giro di qualche altra
donna, sai che non lo sopporterei”. La guardo con tenerezza e le rispondo nel tono più rassicurante
possibile: “No, da quando sei andata via non c’è stata nessun’altra qui”. E’ una piccola bugia, detta
a fin di bene anche perché le poche volte che Claudia è venuta a trovarmi non ha mai portato niente
con se. Non hai voluto marcare il territorio con la sua presenza, non ne ha mai sentito bisogno. Non
lo potrei giurare, ma credo che non sia neanche mai entrata in cucina, e sicuramente non è mai stata
in giardino. L’unico suo tragitto è stato dalla porta al letto, con qualche piccola divagazione in
bagno, e poi dal letto alla porta. Niente altro.
Caterina mi prende per mano e mi accompagna in camera da letto, anticipati dall’allegro
trotterellare della gattina. Appena entrati, lascia la presa della mia mano per prendere l’unica sedia
presente nella stanza. La trascina vicino al mio armadio, ce l’appoggia contro e con gesti lenti e
misurati ci si arrampica sopra. La vedo allungarsi per arrivare a prendere una scatola di cartone
nascosta là sopra, che non avevo mai notato perché appoggiata contro il muro molto all’interno,
praticamente invisibile dalla stanza. Mi gusto la sua figura slanciata ed i suoi piccoli gemiti
intermittenti emessi per la fatica mentre cerca di arrivare alla scatola. Vista da così, dal basso verso
l’alto è ancora più bella, con le sue belle gambe affusolate e i capelli sciolti lungo la schiena. Con
un ultimo sforzo arriva alla scatola, riesce ad afferrala ed a trascinarla verso il bordo dell’armadio.
La sposta ancora un po’ fino a farla cadere in terra, smorzando a malapena la caduta. Al contatto
con il pavimento quella scatola nascosta laggiù per chissà quanto tempo genera una nuvoletta di
polvere. La gattina impaurita scappa in cucina a nascondersi sotto qualche mobile.
Scende dalla sedia, prende la scatola da terra la solleva e ce la appoggia sopra: “Una spolverata ogni
tanto eh?” Mi rimprovera. Caterina rompe con una certa difficoltà il sottile filo di spago grigio che
la tiene chiusa la scatola e sollevando il coperchio mi dice: “chissà come sarò buffa con questa roba
di due taglie più grandi, dimagrita come sono ora”. Dalla scatola tira fuori un completino da notte in
pile rosso, un paio di mutandine, una t-shrit, un paio di ciabatte di pelo, vari altri capi di biancheria,
un tanga ed un piccolo contenitore di plastica trasparente con dentro la sua solita collezione di
campioni di creme, saponi ed oli profumati: “adesso ho solo bisogno di un paio di asciugamani
puliti, e che poi magari mi prepari qualcosa di caldo. Un the o una camomilla, quello che hai. Ti
sembra abbastanza? Lo sai che hai da farti perdonare un sacco di cose”. Dice queste cose con
calma, come gustandosi ogni singolo istante di questo momento solenne, non c’è nessun tono di
rivincita nelle sue parole. Prende le sue ciabattine di pelo e lascia cadere in terra. Si toglie le scarpe
ed i pantaloni, per rimanere con solo il costume, lo stesso che aveva poco prima al mare, insieme ad
un paio di minuscoli calzini ed una maglietta leggera di cotone. Si infila le sue ciabatte e senza dire
nulla sparisce nel bagno. Mi avvicino alla scatola per osservarla meglio. Si, in tutto questo tempo
non sai riuscito a notarla sopra l’armadio e la polvere depositata sopra lo dimostra ampiamente.
Quella scatola dimostra una cosa sola, che lei ha sempre saputo che un giorno sarebbe tornata.
E’ bello averla di nuovo qui, e forse non è stato neanche un male avere avuto questa interruzione,
che entrambi si sia avuto delle storie con altre persone, anche se Marco non riesco proprio a
considerarlo un rivale. Non sarà certo un argomento facile da affrontare anche se semplicemente
evito di pensarci, non sarò certo io che approfondirò questo discorso, anche se sarà impossibile non
parlarne, prima o poi.
Sento l’acqua della doccia scorrere, Caterina è la sotto, riesco a malapena sentirla tra il rumore
dell’acqua: “Allora me li porti questi asciugami, daaaai......!”
Riemergo dai miei pensieri, apro l’armadio e le prendo il mio accappatoio di spugna ed un piccolo
asciugamano di servizio. Mi affaccio dalla porta del bagno. In terra, in ordine sparso ci sono i due
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pezzi del suo costume, un paio di fantasmini a righe colorate, e la sua maglietta che aveva fino ad
un istante prima. Lei è ancora nella doccia, riesco solo ad intravederla attraverso il vetro della
cabina appena opacizzato dal vapore. A fatica mi impedisco di affacciarmi per guardarla, meglio
tornare in cucina a prepararle qualcosa di caldo. Non ho né the né camomilla ed allora le metto su
del caffè e del latte. Ci sono dei biscotti al cioccolato, male che vada faremo la nostra prima nuova
colazione insieme in ritardo di otto mesi e dieci ore.
Mentre tolgo il latte dal fuoco la sento armeggiare per la camera: “Metto un disco per festeggiare il
mio ritorno? Spero però di non trovare una delle solite palle che ascolti tu, speriamo sia qualcosa di
carino!” Gli rispondo: “Vai, fai partire pure il disco che c’è già dentro!” Tolgo dal fuoco anche il
caffè appena passato e torno da lei in camera. La trovo in piedi accanto al letto, girata di spalle. Ha
le sue buffe ciabattine, ed indossa il completino da notte in pile rosso appena tirato fuori dalla
scatola, i capelli sono raccolti sotto il piccolo asciugamano: “Ti ho preparato del latte caldo, non ho
altro, però ci sono dei biscotti!” si volta e mi prende il volto con entrambe le mani, sfiorandomi
appena le labbra con un leggero bacio: “meglio di nulla, va bene anche il latte caldo, certo non sei
proprio migliorato tanto. Ti ritrovo esattamente come ti ho lasciato, ma sei riuscito a fare qualche
progresso?” Ci abbracciamo e ci teniamo stretti senza fare o dire altro. A lei non ha mai dato troppo
fastidio, ma stavolta la differenza tra lei appena uscita dalla doccia pulita e profumata ed io ancora
pieno di sabbia e un po’ sudaticcio è troppo evidente: “Mi devo fare una doccia anch’io. Faccio
presto. Promesso. In cucina c’è il latte caldo ed il caffè, io arrivo subito.” Non abbiamo fatto la
doccia insieme semplicemente perché fisicamente due persone insieme non ci stanno dentro il mio
piccolissimo bagno, oppure semplicemente perché non ci abbiamo pensato. Cerco di fare più
velocemente che posso, e mi metto le prime cose che trovo in bagno. Un paio di pantaloncini, senza
le mutande sotto ed una maglietta a maniche lunghe. Lei però è ancora in camera che mi aspetta, c’è
pure la gattina che ripresa dallo spavento si sta gustandosi la scena sdraiata sui cuscini del letto.
Ci trasferiamo tutti in cucina dove lei si serve la sua tazza di latte caldo mentre si appoggia di
schiena al frigorifero: “Davvero, come è possibile che durante tutti questi mesi tu non abbia mai
avuto una donna. Non ci credo, è impossibile, neanche una storiella di letto? Siamo sicuri?”
Caterina ha sempre avuto questa facoltà di capirmi, di intuire da dettagli insignificanti cosa le stessi
nascondendo oppure a cosa stessi pensando. Mi ricordo una volta riuscì ad indovinare una parola
impossibile di un giochino da tavolo, solo guardandomi con attenzione, mentre per tentativi provava
ad avvicinarsi alla soluzione dell’enigma. Questa volta è diverso però, probabilmente a lei non
interessa conoscere la verità, anzi: “No, nessuna. Anzi, sai che ho fatto cose impossibili per
rintracciarti, ma tu hai fatto di tutto per non farti trovare, hai cambiato addirittura il numero del
cellulare.... “.
Caterina abbassa gli occhi e chiude le braccia a croce sul petto nel suo classico atteggiamento di
difesa: “Non è stato facile sai. Sono stata malissimo. I primi mesi poi... ho passato le prime
settimane in casa, senza mai uscire, nella sola speranza che tu mi telefonassi. Dormivo abbracciata
al cellulare. Poi per sopravvivere ho dovuto prendere la decisione di cancellarti completamente
dalla mia vita e così l’ho fatto”. La guardo per capire fino a quanto fosse sincera; “E Marco?”, con
ancora le braccia chiuse a croce mi risponde: “Marco l’ho incontrato l’ultimo dell’anno ad una cena
a casa di amici, hanno quasi dovuto prendermi di peso per convincermi ad andarci a quella cena. Lo
so, tanto è argomento che dovrà essere affrontato, quindi è meglio parlarne subito”. E’ vero,
bisognerebbe parlarne subito, penso anche se non ne ho propria voglia. Io posso nasconderle
Claudia, è facile, non ci ha mai visto nessuno insieme, e poi adesso si è trasferita a quattrocento
chilometri da qui chissà dove, quando mai lo scopre, ma Marco no, Marco non si può nascondere,
anche se probabilmente credo pesi più a lei che a me: “Certo, se ne vuoi parlare...” Cerco di
assumere un atteggiamento neutro, non voglio sbilanciarmi, non per la mia solita tendenza ad
evitare situazioni dove non posso controllare tutto, ma perché devo ancora capire cosa possa ancora
rappresentare per Caterina quel ragazzo: “all’inizio è stato bello. Mi ha aiutato molto. Per un breve
periodo ho creduto di potermi innamorare di lui, anzi ne ero proprio convinta. Pensa dopo dieci
giorni che si stava insieme mi ha portato una settimana a Sharm, sul mar rosso, poi tornati siamo
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andati a sciare sulle Dolomiti. Lui fa l’animatore in un villaggio turistico ed ha un sacco di contatti
e di agevolazioni. E’ veramente una bella persona”. Nonostante Caterina faccia di tutto per
magnificarmi quel ragazzo, io non riesco ad esserne geloso, e questa mia mancanza di gelosia l’ha
sempre fatta arrabbiare moltissimo. E’ meglio tenere la parte, facendo finta di esserlo un po’:
“Sicuramente è un bel ragazzo, ma non mi è sembrato questo gran genio”. Ignorando
completamente quello che ho appena detto lei continua il suo racconto: “poi i nostri rapporti si sono
raffreddati, ed ho cominciato ad avere dei dubbi sui miei sentimenti verso di lui. Non ti vantare, non
è per colpa tua, pensavo davvero che tra noi fosse finita. Poi un giorno, poco tempo fa, ti ho visto
per caso per strada, ed in un attimo è crollato tutto è come se non fosse mai passato un solo istante.
Da quel momento non ho più smesso di cercarti, volevo capire fino in fondo quanto eri ancora
presente nella mia vita, quanto eri ancora importante per me. Sapevo che ti avrei trovato prima o
poi, cosa credi ci fossi andata a fare al mare proprio in quel posto? E quelle telefonate sulla spiaggia
chi credi sia stata, volevo solo essere sicura che fossi tu, da lontano non capivo bene.” Adesso è di
nuovo rilassata, beve a piccoli sorsi il suo latte caldo, tenendo la tazza con entrambe le mani per
scaldarsi un po’: “mi hai visto? Dove?” non sono preoccupato, con Claudia in pubblico, a parte la
prima sera alla cena aziendale non ci siamo mai fatti vedere: “vicino a casa di Marco, un mese fa
direi, eri in giro, cercavi qualcosa, avevi in mano un foglio, una piantina forse io stavo giusto
andando via, si era appena partiti con la moto. Mi sono voltata per guardarti, ma tu non mi hai vista.
Sono rimasta voltata a guardarti per un sacco di tempo mentre ci si allontanava, anche quando
ormai non ti potevo proprio più vedere. Volevo scendere, volevo urlare a Marco di fermarsi, ma non
ce l’ho fatta, è in quel momento che ho capito che ti dovevo ritrovare, e in tutte le maniere, era
troppo importante per me riuscire a capire”. “Caterina”, sussurro mentre lei continua a descrivermi
il nostro incontro, e come la sua storia con Marco stava rapidamente esaurendosi. Attacca di nuovo
la sua tazza e finisce il latte. Per prenderne dell’altro si avvicina alla tavola. Ma dopo il primo passo
all’improvviso si ferma, c’è qualcosa che la disturba. Posa la tazza e con rabbia si toglie sia la parte
di sotto del completino da notte in pile rosso che le sue mutandine, per poi rimettersi subito i
pantaloni, lasciando le mutandine in bella mostra, per terra: “quel cretino mi ha convinto pure a
depilarmi completamente, adesso che ricrescono o mi depilo ancora oppure non posso mettermi più
niente! Mi bucano! E per cosa poi, ma! E’ meglio lasciar perdere, che stupida!” La guardo
affascinato è così, lei non è capace di filtrare niente di quello che pensa, lo deve dire e basta. Si
versa il latte, e ritorna esattamente nella stessa posizione di prima, dando un calcio alle mutande che
spariscono sotto il tavolo di cucina, inseguite di corsa dalla gattina: “Me lo sentivo che oggi al mare
ti avrei incontrato, ne ero assolutamente convinta. Ho fatto di tutto per farmi portare, Marco non era
d’accordo, voleva andare ad un raduno di moto di epoca o chissà che cosa. Ora che sono qui, di
nuovo con te è come se non fosse passato tutto questo tempo, come se ci si fosse salutati appena ieri
sera, senza esserci persi per tutto questo tempo. E’ davvero difficile cercare di spiegare quello che
provo adesso. Marco, è diventato di colpo un estraneo, addirittura un peso. Ho avuto paura che per
colpa sua tu non mi volessi più. Ma oggi al mare mi è bastato parlarti per un secondo per far sparire
tutti i miei dubbi, per capire. Tornare qui è la cosa che ho desiderato di più in tutto questo tempo,
ecco” La guardo con un misto di orgoglio e preoccupazione mentre mi racconta tutto questo.
Orgoglio perché fa sempre piacere sentirsi dire queste cose, preoccupazione perché per la prima
volta mi sento responsabilizzato verso di lei, forse sarà solo per il rimorso per averla fatta soffrire
inutilmente per tutto questo tempo, forse no, c’è dell’altro, ma non riesco a mettere bene a fuoco. So
solo che per la prima volta mi sento in dovere di fare qualcosa in più per lei, perfino a pensare in
“noi”, metterla davanti a tutte le mie esigenze e le mie voglie ed i miei vizi: “Ma Marco come la
prenderà! Gli hai già parlato, devo parlarci io? Lei alza gli occhi e fissandomi con decisione mi
risponde: “Marco? Marco non sa nulla, e non saprà mai nulla gli ho solo detto che era finita e basta,
nessuna giustificazione, d’altra parte quando decidi che una persona debba uscire per sempre dalla
tua vita mica gli devi dare delle spiegazioni, è già tanto se glielo dici e basta”. Poi, con un gesto
lento e misurato si toglie l’asciugamano che raccoglie i capelli, e con entrambe le mani aperte come
dei grandi pettini se li distende. Sono ancora completamente bagnati: “Caterina, hai sempre i capelli
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bagnati, forse è meglio che provi ad asciugarti meglio, non credi? Non vorrei che ti ammalassi
proprio ora”. Senza curarsi troppo della mia osservazione lascia la tazza di latte sul frigo e si
avvicina appoggiandomi l’indice della mano destra sulle labbra per poi sussurrarmi: “certo hai
ragione, mi asciugherò i capelli anche se in realtà avevo altri progetti. Intanto potresti iniziare a farti
perdonare del tutto il tempo che ci hai fatto perdere sistemandomi la schiena, con il tuo solito
massaggio poi, se ti comporti bene, vedremo cosa altro possiamo fare”.
Non aggiunge altro, attraversa il piccolo corridoio e sparisce in camera, mi sento chiamare. Non
posso fare altro che assecondarla e seguirla, per niente turbato dell’accavallarsi velocemente delle
vicende. Qualche ora fa ero ancora un single alla ricerca della mia ex fidanzata sparita chissà dove!
Ed ora è’ seduta sul letto aspettando il mio solito massaggio ristoratore. Rimango ad osservarla,
cercando di reprimere a fatica tutte le mie voglie rimaste tali ormai per mesi. Con i capelli appena
più asciutti la vedo togliersi la parte superiore del completino da notte per poi sdraiarsi a pancia in
giù sul letto. Noto immediatamente che non ha il segno del costume, ed anche se è un dettaglio
insignificante è un sintomo evidente di come sia profondamente cambiata. Sistema i cuscini. Uno
tra il collo ed il seno, e l’altro sotto la testa per stare più comoda, piega le braccia leggermente in
avanti per appoggiarle alla piccola spalliera in legno del letto. La sento sospirare profondamente,
mentre si sistema in quella posizione.
Mi siedo accavallato sopra i glutei. La sento mentre li stringe con forza nel tentativo di prendermi in
mezzo e farmi male. Con dolcezza le sposto i capelli dalla schiena e prendo una delle sue boccettine
di olio profumato dal ripiano della mensola sopra la spalliera del letto, spostandomi appena in
avanti. Per sicurezza strofino il flaconcino tra le mani per scaldarlo appena, anche se non sarebbe
necessario. Mi verso un po’ di olio sulle mani, ed un po’ sulla sua schiena, che immediatamente si
inarca al contatto con il liquido. In silenzio assapora ed assorbe ogni singolo dettaglio, ogni mio
gesto. Il disco che c’è ora non è adatto ne devo scegliere uno nuovo che sia in grado di
accompagnare per sempre il suo ritorno miei ricordi. Non ho troppo voglia di starci a pensare e
prendo, quasi a caso uno degli ultimi dischi sentiti e che sono ancora aperti vicino al lettore. Il caso
sceglie la seconda parte di “The Wall”. Adesso è davvero tutto pronto e posso iniziare il rito del mio
massaggio. Con una leggera pressione dei pollici, parto dal centro della schiena, proprio sulla
colonna vertebrale e forzo verso l’esterno. I miei movimenti di distensione si contrappongono ad
altrettante serie di pressioni verso l’interno. Parto dalla zona del collo e scendo giù in basso fino a
quella piccola “v” che i suoi glutei descrivono congiungendosi appena sotto il bordo elasticizzato
del suo pigiama in pile. Segue poi la parte meccanicamente più impegnativa, la manipolazione
profonda, e talvolta dolorosa dei muscoli delle spalle e del collo. Caterina nonostante il dolore che
prova riesce a sorridere. Un paio di volte sono costretto a spostarmi di lato per poterle far ruotare le
spalle per distenderle completamente.
La pelle di Caterina sta rapidamente assorbendo l’olio e così posso iniziare a farle quello che tra di
noi chiamiamo “lo scuoiamento”, cioè il creare un piccola onda di pelle, che viene trascinata su e
giù per tutta la schiena utilizzando soltanto il movimento rotatorio dei pollici e degl’indici delle
mani. Un’operazione dolorosissima, forse la più dolora di tutte.
Intanto il lettore prosegue la sua corsa. Un paio di volte completamente assorbito dall’atmosfera
così intima e avvolgente mi allungo per rimettere da capo qualche brano, alla fine, replicando
biecamente quanto fatto da Claudia a suo tempo, mi sdraio sulla sua schiena e le canto sopra la
musica questa strofa all’orecchio:
When I was a child I caught a fleeting glimpse,
Out of the corner of my eye.
I turned to look but it was gone.
I cannot put my finger on it now.
The child is grown, the dream is gone.
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Nonostante avessi sentito questo disco per decine di volte, conoscendone il testo a memoria
solo ora mi trovo a riflettere per la prima volta sul significato di questa parte, il provare ad
afferare un qualcosa che ti sta sfuggendo, il rendersi conto che ormai l’occasione è stata
inesorabilmente persa e che non ricapiterà mai più e renderseno conto solo dopo tantissimo
tempo che non potrà ritornare. Solo ora riesco davvero a rendermi conto di quanto sono stato
fortunato ad incontrare una persona come Caterina, e di quanto fossi stato stupido ad averla
fatta andare via.
Sulla prima nota dell’assolo di Gilmour, la schiena di Caterina si copre di una infinita serie di
piccole protuberanze ed è percorsa da piccole scosse di brividi. La vedo mentre scorre
leggermene di lato, spostandomi delicatamente di fianco. Lentamente si toglie i pantaloncini del
suo bel completino da notte in pile rosso per rimane completamente nuda, mostrandosi senza
nessun podure, con assololuta naturalezza. La guardo, come se fosse la prima volta che la vedo.
La accarezzo e la bacio dolcemente, sul collo, sulle labbra e sulla pancia, riconosco le sue forme
i suoi odori ed i suoi sapori. Lei aspetta solo un attimo e poi si infila sotto le coperte, adesso le
sue intenzioni sono davvero chiare, e ne sono felice. Ci prendiamo senza dirci più nulla. Ci sono
dei brani musicali che sembrano fatti apposta e per questo tipo di occasioni, e questo assolo di
chitarra elettrica che ha accompagnato e ufficializzato il suo ritorno è semplicemente perfetto.
La bacio ancora, la accarezzo, e poi la bacio di nuovo, mi sento per la prima volta
completamente preso e trasportato dalla sua presenza, dalla sua profonda bellezza.
Rimaniamo abbracciati nella stessa posizione per un po’ di tempo, io sotto, lei sopra incastrata
tra le mie gambe. Tengo la mia mano destra all’interno del suo ginocchio sinistro spostato
leggermente in avanti mentre lei appoggia la sua testa sul mio petto. E’ passata l’ora di cena e
oggi è stata una giornata lunga e pesante e la fame si fa sentire, anche se entrambi preferiamo
stare ancora sdraiati a coccolarci. Per la cena c’è ancora tempo, e preferiamo rimanere a così
ancora un po’.
77
Capitolo Quattro
Terza parte
Mi sveglio per primo. Lei è profondamente addormentata di fianco a me. Non riesco a capire che
ora possa essere. Fuori, dalla finestra appena aperta non si vede nessuna luce, e non si sente
nemmeno il classico via vai tipico di una strada piena di negozi come è quella dove abito. Anche il
disco è finito e chissà da quanto tempo. La luce fredda del display illumina senza disturbare questa
scena. Comincio solo ora a rendermi conto dell’importanza di quanto è accaduto oggi. Caterina non
è il male minore, non è un ripiego. No. In questi mesi ho capito che Caterina ha significato e
significa per me molto di più di più di quanto avessi mai creduto. Credo sia arrivato il momento di
crescere, di assumersi delle responsabilità precise. Basta auto giustificazioni su speranze di ritorni
che non ci potranno mai essere. Ho già sacrificato troppe cose per Marina, e per colpa del suo
fantasma stavo per perdere di nuovo una persona a cui voglio davvero bene. E’ arrivato il momento
di tirare una linea e fare una separazione netta tra il prima ed il dopo. Non dico gettare via tutto
quello che c’e’ stato con Marina, in fin dei conti la nostra storia nelle varie riprese è durata in tutto
più di dieci anni, ma devo riuscire definitivamente a darle una collocazione precisa, trovarle un
“posto nei nostri cuori” dove non possa fare più danni. Anche se a pensarci bene non sono mai
riuscito a capire fino le ragioni che l’hanno spinta a prendere le sue ultime decisioni riguardo il
nostro rapporto. A distanza di anni non sono ancora riuscito a capire quale siano stati veri motivi
che l’hanno spinta lontano da me. Certo la prima volta che Marina mi lasciò era pienamente
giustificabile, non ero altro che un borioso studentello fuori corso. Ma dopo no, non sono più
riuscito a seguirla nelle sue decisioni. Forse aveva semplicemente esaurito tutte le energie nel
rincorrermi dietro a tutte le mie piccole manie. Il problema vero è che io e Marina siamo troppo
uguali, è triste dirlo ma per essere felici in amore si deve soffrire, ed è impossibile farlo in due ed è
impossibile che avvenga contemporaneamente. Non è vero che dopo non ci abbia mai provato, c’e’
stato pure un periodo in cui mi dovevo giustificare con lei per farle dei favori, mi prendevo tutte le
colpe anche quando non ne avevo pur di stargli vicino. Ma abbiamo entrambi questa tendenza a non
saper accettare i difetti delle persone a cui si vuole davvero bene. Più si stima e si ama una persona
e meno siamo in grado di accettare e perdonare ogni piccola ed insignificante lacuna. Quella piccola
mancanza che ci affascina e ci colpisce in un estraneo diventa automaticamente fastidiosa se
ritrovato tra di noi. Magari non è andata nemmeno così e tutte le sue manifestazioni di insofferenza
hanno una ragione più semplice, più superficiale, e cioè banalmente non mi amava più. Di Marina
sono stato davvero profondamente innamorato, e forse lo sono tuttora e lo sarò per sempre, ma è
anche vero che non eravamo fatti per stare insieme. Non puoi avvicinare i poli uguali di due
calamite fino a farli toccare senza fare una fatica enorme, e più vuoi che stiano vicini e più fatica
devi fare. Poi basta un improvviso calo di questa intensità, una piccola distrazione e vedi questi due
pezzi di metallo che scappano via uno dall’altro senza speranza di vederli tornare insieme da soli, a
meno che uno dei due non decida di abbandonare il suo punto di forza ribaltando completamente la
sua posizione di 180°. La “seconda” e “terza” Marina, ma forse anche la “quarta” sono state tutto
questo per me, uno sforzo continuo ed inutile di rimediare ai miei troppi errori commessi nel primo
rapporto, un darmi ed umiliarmi senza nessuna speranza, offrire tutte le facce possibili della mia
calamita all’altra parte che ormai era troppo lontana per poterne essere attratta. Ma tutto questo oggi
può finire, anzi deve finire, e deve finire ora. Devo guardare in faccia la realtà, rivolgere verso
Caterina tutta l’energia che ho speso inutilmente in tutti questi anni per Marina. La vita è fatta di
scelte, a anche se queste scelte non ci piacciono devono essere comunque prese e seguite fino in
fondo. Marina avrà sempre il mio aiuto, il mio amore e la mia presenza, ma non avrà mai più il mio
orgoglio, non avrà mai più la mia anima. Non accetterò mai più compromessi. Questo che sta
arrivando è uno dei momenti fondamentali della mia vita, un momento in cui le decisioni prese si
rifletteranno inevitabilmente nel corso degli anni, forse per sempre. Caterina merita di più di quello
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che ha avuto fino ad oggi da me e lo avrà, avrà tutto da me, tutto quanto Farò tutto il possibile per
farla essere sempre felice, e sopratutto non la lascerò mai più da sola.
Penso tutto questo fissandole il volto, il suo bel volto. Mi accorgo che mentre dorme sorride, è
davvero felice. Un brontolio sordo proveniente dal mio stomaco mi avverte che è arrivato il
momento di smetterla con questi pensieri e di darsi da fare per cose più terrene. Mi alzo dal letto
delicatamente cercando di non svegliarla per andare di là, in cucina per preparare qualcosa da
mangiare. Anche Caterina avrà fame, di sicuro.
Metto su l’acqua, e prendo dal frigo il necessario per arrangiare qualcosa, non aspettavo ospiti
stasera. Apparecchio con cura la tavola, metto a scaldare quel poco pane che mi è avanzato nel mio
piccolo e fedele fornino elettrico, unico oggetto che mi ha sempre seguito nei miei innumerevoli
traslochi, insieme forse alla piccola pentola dove metto a scaldare l’acqua per la borsa invernale che
da sempre mi accompagna a letto. Ordino con precisione le posate sulla tovaglia, e cerco di rendere
presentabile quelle poche cose che ho trovato nel frigo. Di colpo però mi sento osservato, mi volto e
la vedo, in piedi appoggiata allo stipite della porta che ancora mezza addormentata mi sta
osservando. Mi guarda e non capisce, e tutto così nuovo per lei, non è abituata a vedermi indaffarato
e preoccupato per lei, mi avvicino e le dico: “è quasi tutto pronto, ti avrei chiamato appena finito.
Mi sa che però ci dovremo arrangiare però ci sono i bicchieri giusti per il vino ed il pane a
scaldare”. Non dice niente, è semplicemente stupita di quello che vede e sente, probabilmente si sta
chiedendo quanto tutto questo potrà continuare.
Ci mettiamo a sedere uno di fronte all’altra. Alla fine si decide a parlare: “Ma tu sai che razza di ore
sono?”. Non rispondo e continuo a guardarla sorridendo. Lei continua: “Non lo so se te l’ho detto,
ma nel tempo che non ci siamo più visti ho cambiato lavoro, adesso non sono più part-time il
pomeriggio, mi hanno finalmente presa a tempo indeterminato e faccio l’orario pieno. Ho anche
cambiato ufficio, adesso ne ho uno tutto per me! Mi ci trovo davvero bene, abituata come ero
prima! La guardo davvero sorpreso e rispondo: “Ma è una bella notizia, davvero. Poi non lo sapevo,
non potevo nemmeno immaginarlo. Se lo avessi saputo non ti avrei fatto fare tardi, mi dispiace!”.
Mi fissa per un istante, come per valutare la sua risposta e poi dolcemente mi dice: “e come facevi a
saperlo. E’ solo dall’inizio del mese che ho cambiato orario, e poi scusa, non riesco ancora ad
abituarmi a vederti così premuroso e carino con me. Prima mi avresti semplicemente detto che se
volevo la cena me la potevo pure preparare da sola, di non ‘sbriciolarti le palle’ e adesso mi sveglio
e trovo tutto apparecchiato ed in perfetto ordine! Mi sa che hai da farti perdonare qualcosa eh?”
Riesco a prendere la sua battuta per quello che è, una battuta e niente altro. La stessa frase detta
dalla prima Caterina avrebbe scatenato una litigata interminabile. Le sorrido ancora, mi avvicino e
le verso del vino nel bicchiere: “dai raccontami come è andata mentre ceniamo, ti va? Mi farebbe
piacere saperlo!” Con sospetto prende il bicchiere e ne beve un piccolo sorso e dolcemente mi
rimprovera: “Davide, lo sai che con l’insalata e la verdura in genera non si serve mai del vino,
specialmente se è rosso, ma per te stasera farò una eccezione!”. La cenetta scorre via tranquilla e
allegra, mentre mi racconta tutte le novità riguardo il suo lavoro. Scopro che praticamente adesso
abbiamo due vite quasi parallele, facciamo un lavoro simile, abbiamo gli stessi orari e lavoriamo
praticamente a meno di trecento metri l’uno dall’altro. Domattina per la prima volta potremo
andare a lavorare insieme, fare colazione insieme.
Finita la cenetta la accompagno a letto. Le impedisco di forza di aiutarmi a sparecchiare. Di colpo
però si avvicina di nuovo alla sua vecchia scatola. La vedo frugare dentro per smettere solo quando
trova una piccola busta di carta gialla. La prende e ritorna in cucina chiedendomi di trovargli del
nastro adesivo trasparente. Mi ricordo che forse nel bagno, nella scatoletta degli attrezzi qualcosa
c’è. Lo trovo e ritorno in cucina.
Adesso è seduta, con davanti a se sparsi sul tavolo il puzzle di una vecchia mia foto in bianco e nero
strappata in tanti piccoli pezzi: “L’avevo strappata il giorno che me ne ero andata, ma non ho avuto
il coraggio di gettarla via”.
Dai brandelli riconosco subito una mia vecchia foto in bianca e nero fatta moti anni prima durante
una settimana bianca. Una foto sfocata, sviluppata e stampa male e per questi motivi davvero unica.
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Alla fine, aiutandoci a vicenda completiamo il restauro. Certo non sarà mai come era prima, ma per
lo meno adesso ha ritrovato la sua integrità, prendendo il posto di una piccola stampa appesa alla
parete, proprio di fronte al frigo. Si riparte da dove si era rimasti, la foto che torna a fare mostra di
se, la gattina felice che corre impazzita per tutta la casa ed io che ho ritrovato il mio prezioso tesoro
perduto. La prima vera notte di pace e tranquillità dopo un sacco di tempo.
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Capitolo Quattro
Quarta parte
Passa l’estate e passa pure l’autunno. Caterina è cambiata e molto, e non solo a causa del nuovo
lavoro, o della sofferenza inutile che le ho fatto provare. E’ Cresciuta, ho paura di aver ucciso i suoi
sogni. Spesso mi scopro a spiarla di nascosto, esattamente come faccio adesso attraverso il riflesso
che la sua immagine lascia sull’ampia vetrata del bar dove tutte le mattine prima di andare al lavoro
andiamo a fare colazione. Sono alla cassa e lei non può vedermi in nessuna maniera, Ha appena
appoggiato la sua borsa sul tavolino ed è immersa come al solito nei suoi mille tubetti e flaconi
colorati di creme e trucchi. Alla fine abbiamo prenotato. Passeremo le nostre vacanze natalizie da
qualche parte in Francia. Non potevamo permetterci di più. Saranno comunque le nostre prime
vacanze insieme, lontano da tutto e da tutti, anche perché durante l’estate non siamo stati in grado di
organizzare niente presi dal suo trasloco a casa mia, e dai mille problemi dati dai nostri lavori. Ci
bastava stare insieme, ed era sufficiente. Penso a tutto questo mentre la guardo truccarsi con cura il
volto, con dei ritocchi intorno agli occhi.
Da quando è tornata le settimane passate insieme sono davvero volate via. Mai una litigata, mai uno
screzio. Tutto sembra davvero perfetto, forse troppo. La guardo ancora, sembra davvero felice,
anche se da un po’ di tempo un’ombra sembra mascherarle il suo splendido sorriso. Non sembra
essergli pesato tornare a vivere dove è stata infelice per così tanto tempo. Non ne ha mai voluto
parlare, ha sempre evitato l’argomento nonostante le mie ripetute ed insistenti sollecitazioni. Ecco,
adesso ha finito di sistemarsi, ed ha rimesso a posto tutta la sua attrezzatura di bellezza. Sta
controllando qualcosa sul cellulare, forse l’ora. Sembra davvero impaziente di andare. Saluto
Federico, il proprietario del bar ed attraverso il piccolo locale per andare da Caterina che mi sta
aspettando per uscire. Quando mi vede arrivare la sua espressione non muta, non ricambiando il
mio sorriso. Lentamente sposta la sedia, cercando di non fare rumore, e si alza, controlla di non aver
dimenticato niente e semplicemente mi passa davanti per avvicinarsi all’uscita, ignorato come un
perfetto estraneo: “Scusa Davide, dobbiamo proprio andare, non vorrei fare tardi. Lo sai, non voglio
dare una brutta impressione di me”. Non provo nemmeno a rispondere, lei è già giù per strada che
mi anticipa impaziente. Recupero la mia giacca ed esco anch’io da quel piccolo bar. Ci salutiamo
come al solito con un piccolo bacio appena accennato sulle labbra. Io non ho più fretta di andare al
lavoro, l’anno appena passato in Ditta mi ha lasciato più di una cicatrice addosso, non prendo più i
miei impegni seriamente come prima. La guardo andarsene, la rincorro con lo sguardo fino a dove
posso seguirla lungo la grande curva che questa strada disegna. Chissà se è davvero felice, oppure
no, che cosa sia successo. Non riesco a rendermi conto se tutti questi dubbi hanno davvero un
motivo, o se vivono solo nella mia fantasia. Forse sono solo io che sono cambiato non lei, non mi
sento più così a mio agio, non riesco più a rilassarmi completamente. C’e’ sempre stata una cosa
che mi ha dato profondamente fastidio in tutte le mie cose, ed è quella di non poter capire fino in
fondo quello che sta accadendo, anche se la mia natura non mi spinge mai toppo ad indagare. E’
sempre successo così, non riesco mai a cogliere i segnali evidenti, come quelli mandati a suo tempo
da Claudia, o ancora prima da Marina. Mi accorgo che sta per succedere qualcosa solo quando
questa cosa accade davvero.
In Ditta ho di nuovo cambiato lavoro. Terminata la gestione del finanziamento per la
ristrutturazione della rete aziendale ho cambiato ruolo prendendo il posto che era del Frangioni sia
fisicamente nel suo piccolo ufficio come per la responsabilità che ricopriva. Praticamente non devo
fare niente di nuovo per gestire questo mio nuovo incarico. L’help desk viene portato avanti in
maniera semplicemente perfetta da Matteo e Giacomo, mentre la gestione amministrativa è seguita
da un nuovo gruppo creato appositamente, di gente esperta e brava. Io non intervengo mai sul loro
lavoro. L’unica cosa che ogni tanto faccio è portare avanti una specie di piano di impegno
registrando le scadenze e i vari avanzamenti dei lavori in corso. Sarebbero perfettamente in grado di
cavarsela da soli, e questa attività che organizzo, con non più di una o due riunioni a settimana serve
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più che altro a dare un ruolo alla mia figura, più che a verificare e controllare veramente il lavoro
svolto. Parte della mia giornata la passo a smistare e firmare documenti, leggere e rispondere a
inutili e-mail, partecipare a riunioni aziendali dove ognuno racconta quello che deve fare e perché,
ed altre cose del genere. Tutto perfettamente inutile ma necessario.
In ogni caso sono davvero orgoglioso di come sono riuscito in poco tempo a cambiare l’aria che si
respirava nell’ufficio riorganizzando il lavoro. Non c’è più quel clima di oppressione ed
inevitabilità che si respirava prima. I miei rapporti di lavoro con i miei collaboratori sono davvero
ottimi. Sono riuscito a conquistare la loro fiducia semplicemente coinvolgendoli al massimo
responsabilizzandoli nel loro lavoro. Prima svolgevano i loro compiti solo per non prendersi i
rimbrotti del Frangioni, adesso, lo stesso lavoro è fatto per soddisfazione personale, per fare bene
una cosa a cui si tiene.
L’esempio classico è quello dell’help desk, Giacomo non conosce bene le lingue straniere e quindi
non ama rispondere a e-mail in arrivo dall’estero, mentre Matteo al contrario ama proprio le lingue
straniere. Frangioni non aveva ma sentito ragioni, ognuno di loro doveva rispondere alla richieste
arrivate alla loro casella a prescindere da che regione del mondo provenissero, io, semplicemente
inserendo dei filtri nella posta in arrivo sono riuscito a selezionarle in modo che a Matteo
arrivassero solo quelle dall’esterno, togliendole da quella di Giacomo. Una operazione banale,
istantanea senza nessun costo o difficoltà tecnica che mi ha permesso di guadagnare
immediatamente il loro rispetto e la loro fiducia. Ho anche dato il permesso a tutti in ufficio di
utilizzare internet per motivi personali nei momenti di pausa, sia a pranzo che dopo l’orario di
lavoro, ed altre tante piccole concessioni. Dove prima c’era un ufficio di otto persone che non
riusciva a lavorare ed a rendere per quel che poteva, adesso ce ne uno nuovo che con meno della
metà delle persone di prima, che svolge in maniera perfetta e con un nuovo entusiasmo i propri
compiti.
Alle dieci ho appuntamento con il Direttore, e sono appena le nove e venti. Devo impegnare questi
quaranta minuti in qualche modo. Decido di dare una pulita alla mia casella di posta privata. Ormai
la controllo una volta ogni tanto ed il rischio di trovarla intasata di spam è davvero reale. Tanto gli
unici messaggi degni di nota che ci trovo ormai da un po’ di tempo sono le notifiche di qualche
risposata dei miei interventi su qualche forum, pubblicità varie, preventivi di assicurazioni online
non sfruttate e indagini statistiche dove ti promettono fantastici premi se rispondi a decine di
domande.
Mi collego distrattamente. Ho una serie di e-mail nella casella dedicata allo spam, ed una decina da
mittenti conosciuti e registrati. Cancello per prima quelle che non mi interessano per dedicarmi con
più calma a quella decina da leggere. Scorro velocemente i mittenti, quando uno in particolare attira
la mia attenzione, nell’oggetto leggo: “Ciao Davide, come va? E’ un sacco di tempo che...”. E’
Marina che a distanza di quasi un anno e mezzo si fa di nuovo viva. Rimango incerto sul da farsi.
Intanto per prima cosa leggo velocemente e cancello tutte le altre lettere, che come previsto non
hanno niente di interessante, lasciando la sua per ultima.
So quello che dovrei fare, e cioè cancellarla direttamente senza leggerla, al limite fare come fece
Caterina a suo tempo bloccando l’account apposta inserendo per tre volte di fila una password
sbagliata, ma non ci riesco. Senza che io lo possa impedire la freccia del mouse si ferma sopra
l’unica riga di posta rimasta. Il primo click la evidenzia di un celestino pallido, mentre il secondo la
apre.
E’ una mail corta, di poche righe. La leggo al volo, avidamente:
“Ciao Davi
Come stai? E’ un secolo che non ci si sente più, ed ho un sacco di cose da raccontarti, certo anche
tu ogni tanto fatti sentire eh? Sono sempre io quella che deve fare la prima mossa. Volevo farti
conoscere Davide, è davvero un bel bimbo, cosa ne dici se una sera di queste ci si trova per un
aperitivo da qualche parte? Fammi sapere. Ho cambiato il cellulare, quello nuovo è questo,
chiamami pure quando vuoi, anche all’ultimo momento.
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Marina”.
Rileggo la sua lettera tre, quattro volte. Cerco di capire, ma come al solito non riesco. Perché mi
vuole vedere? Quella di Davide puzza di scusa lontano un miglio. C’è un altro motivo che come al
solito non riesco a cogliere. Al contrario di tutte le volte precedenti non provo nessuna emozione
particolare, la stessa e-mail l’anno scorso mi avrebbe fatto precipitare in un baratro senza fine,
anche se ho davvero voglia di conoscere Davide. Devo solo decidere se tenere nascosta a Caterina
questa cosa o no. Non sono così sicuro che capirebbe. Scrivo due righe di risposta lasciando aperto
l’argomento. Adesso sono le dieci passate, ed il Direttore mi sta già aspettando. Vado da lui.
Lo incontro mentre sta uscendo dal suo ufficio. Appena mi vede il suo volto si illumina di un bel
sorriso: “scusa Davide, ho una riunione improvvisa e devo andare. Volevo solo ricordarti, che
questo venerdì c’è la solita cena che tutti gli anni organizziamo prima di Natale. Quest’anno faremo
una cosa un po’ più sobria, e saremo in pochi. Tu chiaramente sei invitato e stavolta mi farai la
cortesia di portare con te la tua signora. Passa pure dalla segretaria, per prendere l’inviti”. Mi da una
piccola pacca sulla spalle e sparisce cercando di rispondere, non riuscendoci al suo nuovo cellulare.
Oddio, penso, la solita cena aziendale. Me ne ero completamente dimenticato. Magari Caterina sarà
contenta, lei ama queste cose.
83
Capitolo Quattro
Quinta parte
La Cena è fissata per le ventuno.
Come anticipato dal Direttore non si tratta della solita cena becera aperta a tutti, stavolta si tratta di
una cena organizzata privatamente, limitata ad una piccola cerchia di dipendenti ed amici, una
specie di ringraziamento per il lavoro fatto in Ditta dalle persone più fidate, non più di una ventina
di persone, Direttore e consorte inclusi.
Caterina quando vuole farsi notare sa come fare. Decolté generoso, tubino aderente su biancheria
nera e capelli tirati su con solo qualche ciocca evidenziata da dei riflessi bluastri lasciata libera sulle
spalle, calze opache e scarpe con un tacco solo accennato, nemmeno un filo di trucco. Non c’è
inganno in quello che si vede, la merce è tutta genuina, evidenziata anche da una leggera
abbronzatura mantenuta sfruttando le ultime domeniche di sole dell’anno.
La cena non è organizzata nel solito agriturismo dell’anno precedente, ma in uno dei ristorante più
in della città. Anche l’umore delle persone presenti è totalmente diverso, non si respira la stessa aria
di ansia e precarietà. Stavolta non ci sono lotterie. Non c’è ne bisogno, i posti sono già assegnati,
nell’unica tavola apparecchiata nella saletta privata. Io e Caterina sediamo proprio di fronte al
Direttore accompagnato dalla sua Signora, insieme ad altri personaggi della Ditta che non ho mai
avuto occasione di conoscere. Invitata c’è pure Ilaria, la adesso neo dipendente sistemata a titolo
definitivo nel mio vecchio ufficio. Gli sguardi al tavolo sono tutti per loro, Caterina la bruna
mediterranea e la bionda Ilaria elegante e raffinata. Naturalmente entrambe irraggiungibili per tutti,
o quasi.
Ci sediamo e aspettando le prime portate penso come le cose con Caterina stiano funzionando
davvero bene. La nostra è ancora una luna di miele profonda ed intensa, anche se talvolta trascorsa
da un filo di nostalgia che non riesco a decifrare. Essersi ritrovati dopo mesi di distanza ha fatto
bene al nostro rapporto. Nessuno scontro, nessun litigio, un sacrificarsi e darsi all’altro
spontaneamente senza nessun doppio fine, senza ragionamenti, un accetarsi come non era mai
accaduto. Probabilmente il cambiamento maggiore lo fatto io, la tranquillità del nuovo impiego, il
pericolo scampato del fallimento della Ditta e tutto il resto hanno fatto la propria parte, come pure
questa serata. Davvero tutto sembra dedicato alla pace ed alla serenità. Anche il Direttore immerso
in questa atmosfera riesce perfino ad accettare i soliti complimenti ammiccanti dei pochi dipendenti
caccia-occasioni presenti. In altri periodi li avrebbe liquidati con la solita battuta velenosa e
tagliente.
I tempi dilatati che intercorrono tra una portata e l’altra sono dei piacevoli momenti di
conversazione (sembra una cosa di cui non potrò mai liberarmi), ed anche il vino è ottimo e
perfettamente abbinato ai cibi offerti. Di colpo e senza nessun preavviso il Direttore fa cenno a tutti
quanti di riempirsi il bicchiere per fare un brindisi, si alza in piedi e guardandomi dice: “Davide,
questo brindisi è per te, devo farti davvero i complimenti, sospettavo che avevi buon gusto, ma mi
hai davvero sorpreso”, indicando con lo sguardo Caterina. In altri tempi una battuta del genere non
sarebbe mai stata perdonata da Caterina, ma stavolta il Direttore riesce a passarla liscia. Mi guardo
intorno e vedo come tutti gli occhi degli invitati siano solo per noi. Il nostro è il posto più invidiato
così vicino al Direttore. Dopo il primo sorso del brindisi lui continua: “Caterina, anche lei è
fortunata sa! Davide è sicuramente uno dei collaboratori migliori che abbiamo in Ditta. E’ ancora
un po’ grezzo ma su di lui ci si può contare ad occhi chiusi”. Caterina stavolta però non può fare a
meno di rispondere: “perché lei non lo conosce come è a casa, è sempre così premuroso, sempre
pronto a sacrificarsi pur di farmi felice, un vero cavaliere!”. Le risate del tavolo coprono per un
attimo il mio patetico tentativo di replica. Fortunatamente l’attenzione viene subito rapita da altri
discorsi che si susseguono rapidi su svariati argomenti, anche se le faccende di lavoro e della Ditta
la fanno da padrone, fino al momento in cui un troppo insistente collega chiede al Direttore: “Signor
Direttore, però che peccato tener nascosta una bella ragazza come la signorina Ilaria in quell’ufficio
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isolato, magari le potrebbe trovare un posto nuovo, magari nel nostro ufficio, ci servirebbe per
rallegrare l’ambiente”. Ilaria non riesce a replicare arrossisce ed abbassa gli occhi. La battuta non
viene presa da tutti nella stessa maniera, non è altro che un tentavo di humour di basso livello senza
cattiveria, ma per Ilaria sembra risultare davvero offensiva. Il Direttore ne capisce l’imbarazzo, e
non potendo bacchettare pubblicamente l’autore di tale modesta prova si vendica a suo modo
rivolgendosi a me: “Già! Ti ricordi Davide, quando ti ho dovuto togliere da quell’ufficio per farci
andare quel tipo, si quello che era impazzito, cavolo, ma come si chiamava? Vede Ilaria, ci sono
certe persone che ti passano in Ditta e che non lasciano nessuna traccia, come quasi tutti gli altri del
resto guardando negli occhi lo sventurato autore dell’infelice battuta!”. Ancora una volta con questa
risposta il Direttore dimostra a tutti come non sia possibile competere con lui, poi rivolgendosi
direttamente a Caterina dice: “Davide in quell’occasione fu davvero superbo, non so come riuscì a
convincerlo a dare le dimissioni senza nemmeno patteggiare un rimborso adeguato. Pensi che solo
con quella trattativa abbiamo risparmiato non meno di venti-trentamila euro!”. Caterina lo fissa per
un momento, poi con calma si arricciola nel suo solito modo una ciocca di capelli e con un sorriso
un po’ forzato replica: “E’ vero, con quei soldi Davide ci ha cambiato la macchina mi sembra di
ricordare!” Non so se Caterina voleva metterlo in difficoltà oppure rimproverarmi per il modo che
ho di accettare passivamente le cose, specialmente al lavoro ma fatto sta che adesso tocca a me
trovare il modo di stemperare, anche se niente sembra poter rovinare questa serata: “Ingegner Motta
Direttore, quella persona si chiama ing. Motta e non si chiamava e poi non sono stato io a
convincerlo ad andarsene, è stata una sua decisione”. Senza volerlo mi stavo avvicinando ad un
burrone senza fine. Non sono mai riuscito ad accettare e fare mio il fatto che Claudia ed il Motta
siano moglie e marito e non due perfetti estranei, per via del rapporto indipendente e separato che
ho avuto con loro. Cerco di far cadere l’argomento, distraendomi su una etichetta di una bottiglia di
vino mentre ascolto il proseguo di questa pericolosissima conversazione: “E’ vero!” replica Ilaria:
“L’anno scorso quando ho fatto il primo colloquio in Ditta, proprio con il dottor Sole si era in
quello che ora è il mio ufficio, sapete che non avevo mai collegato. Però non sapevo che per un
certo periodo sia stato dato a questo signore. Cosa gli è successo perché ha detto che è impazzito,
come mai? Tanto ormai si può dire se non lavora più da noi, no?” Il Direttore incalzato dagli
sguardi di Ilaria e sopratutto dalla curiosità dello sguardo di Caterina decide di raccontare la storia
del Motta, i suoi segreti. Storia che ignoravo del tutto: “Si, ora ricordo, si l’ingegner Motta. Si, il
nome è quello. No Ilaria, niente di particolare. Era già qualche anno che era con noi, poi
all’improvviso venne ricoverato in Ospedale. Un’infezione credo, proprio mentre la Signora stava
aspettando il loro primo figlio. Una cosa banalissima, una piccola ferita non disinfettata a dovere.
Poveretto è stato un sacco di tempo in ospedale, e quando è rientrato dopo quasi un anno non era
più la stessa persona, si era chiuso era diventato introverso, cupo, credo abbia rischiato di morire
diverse volte, cosa che deve averlo davvero sconvolto se poi ha cominciato a comportarsi in quel
modo.” Cerco di distrarre Caterina con la bottiglia del vino che ho in mano, ma non ci riesco. Ormai
lei è eccitata sia dalla possibilità di conoscere qualche cosa di piccante sulla mia mai troppo
raccontata vita di azienda, ma soprattutto dal mio mal celato imbarazzo ed ignorando i miei tentativi
insiste con un fare di sfida nei miei confronti: “Perché cosa ha fatto di strano questo signore quando
è ritornato dall’ospedale? Sa Direttore, Davide a casa non ne parla mai, e sono davvero curiosa, ed
un’occasione come questa non me la lascio certo scappare, anche perché calcolando bene i tempi,
questa cosa potrebbe davvero interessarmi”. Le cose peggiorano rapidamente, mi sono
completamente dimenticato dell’analogia dei tempi di questi fatti con la nostra crisi, non vorrei che
poi alla fine le ricordasse qualcosa di spiacevole. Il Direttore non raccoglie i miei sguardi
supplichevoli ed insiste nel raccontare: “Caterina, questa persona dopo l’ospedale, al ritorno al
lavoro non si... anche se è brutto dirlo a tavola..... ma tanto non scenderò in particolari.... dicevo
questa persona”, e mentre parla abbassa il tono della voce quasi per aumentare il mistero: “questa
persona non si lavava più, veniva ogni giorno al lavoro sempre con lo stesso vestito anche per un
mese di fila, era impossibile stargli vicino. Alla fine ho dovuto fare un cambio, spostandolo
nell’ufficio di Davide, gli altri non lo volevano più con loro. Ti ricordi, ti ho anche dato quella
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miseria di aumento, ma erano altri tempi”. Caterina di colpo si irrigidisce, non sorride più, smette
pure di giocare con i capelli: “che strano comportamento però, che cosa gli sarà successo di così
sconvolgente?”. Nessuno le risponde e tutti quanti ci si osserva senza dire niente, in un tacito
accordo per far cadere l’argomento, quando però il solito corteggiatore folle di prima, sicuro
stavolta di fare colpo su tutta la platea, Caterina compresa, spara la sua chance che mi trapassa da
parte a parte come una freccia avvelenata: “come non lo sapete! A seguito del lungo ricovero per
l’infezione, anche se secondo me sono state più le cure, ma non è importante questo, dicevo, a
seguito di tutto quello lui non può più avere figli,” e mentre parla non riuscendosi più a controllarsi
dal ridere insiste: ”ha ha! Non può più avere figli! almeno lui, intendo, si perché la Signora
invece....” La crisi di riso adesso è davvero incontrollabile e contagia tutto il tavolo, tranne
ovviamente me, e per un motivo ben importante.
Sono l’unico che non ride al tavolo e Caterina lo nota, ne sono sicuro, anche se non riesce a capirne
la vera ragione. Devo fare subito qualcosa. Mi avvicino e sussurrando nell’orecchio le dico: “non
mi piace come trattano questa persona, l’ho conosciuto bene al tempo e non è giusto parlare di lui
così, senza che poi possa difendersi o intervenire, non mi piace”. Caterina, non mi risponde, e
guardandomi appena si allontana divertita, presa come è da piacevole conversazione.
Ritorno a giocare con la mia bottiglia di vino, questa rivelazione mi ha sconvolto. In un attimo
collego tutto, il modo di comportarsi di Claudia, il suo strano modo di venire a letto con me e fare
l’amore in modo distante asettico ma allo stesso tempo profondo, con uno scopo ben preciso, che
ahimè al tempo non avevo assolutamente intuito. Momenti, emozioni che si accavallano l’uno
all’altro, un rincorrersi di ricordi che solo ora trovano la loro giusta collocazione e sequenza.
Ripercorro mentalmente ogni momento passato con Claudia, ogni singola parola detta, ogni
accenno, ho davvero la risposta a tutto pronta, una risposta che non mi piace neanche un po’ quando
il tipo, senza pietà sfodera il colpo di grazia: “il Direttore ha ragione quando dice che è andato via di
sua spontanea volontà senza contrattare, è vero aveva fretta ed aveva un motivo molto semplice”, e
mentre si gonfia il petto per scoccare l’affondo decisivo alzando la mano sinistra per fare il gesto
delle corna dice: “la moglie era rimasta incita, e sicuramente come sappiamo tutti lui non può
esserne il padre. Si dice addirittura che sia uno della Ditta. Sembra che lei abbia fatto una volta una
mezza confessione ad una sua amica, e che questa poi sia andata a raccontare tutto al marito! Si dice
che il fattaccio sia accaduto proprio l’anno scorso di questi tempi, alla cena organizzata dalla Ditta”,
vi immaginate? Una vera tragedia. E’ per questo che è scappato così di corsa!”
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Capitolo Quattro
Sesta parte
Giove o Saturno non fa nessuna differenza per me. Io non sono più seduto a quel tavolo, ma chissà
dove. Claudia aspetta un bambino, ed il padre non può esser suo marito. E’ possibile che sia io?
Non posso nemmeno dare per scontato che lei non abbia raccontato tutta la verità al marito.
Dramma su dramma la faccenda non è passata sopra Caterina senza danni, e conoscendola potrebbe
aver capito tutto, al contrario del resto del tavolo, almeno lo spero. Impaurito scruto rapidamente gli
sguardi di tutti gli invitati nella ricerca di qualche indizio, di una conferma alle mie speranze che
nessuno abbia capito, solo ogni tanto scopro il Direttore a fissarmi senza luce negli occhi. Questo
incrocio di sguardi mi gela. Ripensandoci bene, tra tutti quelli presenti alla famosa cena potrebbe
averci visto insieme. E’ vero che per non dare nell’occhio si era usciti in due momenti diversi, ma
poi dopo giù al parcheggio non siamo stati troppo prudenti, ed inoltre abbiamo passato più di un’ora
insieme al pianoforte. Bastava guardarci per un istante per capire e collegare dopo. Chissà. Certo il
suo sguardo la dice veramente lunga. Non è uno sguardo accusatore, ma solo di curiosità. Magari si
sta chiedendo come mai, avendo una donna come Caterina mi sia poi lasciato andare con un’altra.
Poi, all’ennesimo scambio di sguardi d’improvviso un flash ed il ricordo di quella sua battuta:
“Davide, è tornato a lavorare dalle sue parti, vicino a Varese credo. Da quel che so probabilmente
si è già trasferito con tutta la famiglia, moglie e figli. Eh? Davide hai combinato un bel guaio
eh?”.
Cosa voleva dire? A che guaio si riferiva, non può essere un guaio che il Motta sia andato via senza
contrattare, anzi. Il Direttore sa. Anzi il Direttore ha sempre saputo, come è possibile! Mi si apre un
nuovo mondo davanti, e tante piccole battute, tanti riferimenti non colti trovano la loro
collocazione. Mi guardo intorno. Osservo ancora con cura tutte le persone la tavolo. Devo essere
sicuro che solo il Direttore sappia questa cosa. Di colpo ci troviamo di nuovo a fissarci senza dire
nulla. In modo intenso e profondo. Con gli occhi gli faccio la domanda, e lui sempre con gli occhi
mi da la sua risposta. Lo sa, è sicuro adesso. Non credo dia dei giudizi su questo mio
comportamento, anche perché il suo atteggiamento nei miei confronti non è mai mutato. Sa che
adesso è un problema mio e che tale deve rimanere. Caterina non vuole figli, e non li vorrà mai è
sempre stata chiara ed esplicita su questo argomento, e tra l’altro mi ha sempre trovato d’accordo.
Ma adesso le cose sono cambiate e parecchio. Questa nuova rivelazione mi pone davanti a dei dubbi
a delle conseguenze che adesso non sono in grado di valutare. Devo fare qualcosa, devo riconoscere
quello che in qualche modo sarà mio figlio? Dovrò dirlo a Caterina? Devo provare a parlare con
Claudia? Tutte queste domande mi frullano per la testa per la tutta la sera e me le porto dietro fino a
casa prima ed a letto poi senza essere riuscito a dare una minima risposta. Niente. Fortunatamente
Caterina sembra non essersi accorta di niente. Decido che è meglio tacere su tutto, sia questa storia
che la lettera di Marina. Devo capire bene prima. È meglio non fare tutto di getto come di solito
faccio. Sono argomenti troppo seri per essere affrontati così con superficialità, come
inevitabilmente tenderei a fare, per colpa di questo mio carattere.
Fortunatamente i nostri giorni di vacanza in Francia mi trascinano lontano da questa storia, anche se
vedo ad ogni angolo, ad ogni incrocio la signora Motta con un culla che mi viene incontro
indicandomi ed urlandomi qualcosa, con al fianco il marito che mi punta al collo un affilatissimo
coltello.
Le vacanze finiscono e ci ritroviamo tutti di nuovo gettati nella nostre quotidiane routine.
Il mio lavoro procede nel migliore dei modi, passo le giornate solo ad amministrare il lavoro degli
altri. Dalla cena non ho più parlato con il Direttore. Io no ho cercato lui e lui non ha cercato me,
comportamento alquanto strano, visto che prima non passava giorno che non volesse vedermi per
un qualche motivo. So che dovrò fare io la prima mossa, ma per adesso credo sia meglio
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soprassedere. Il menage con Caterina continua invece nella più normale tranquillità. Nessuna
accelerazione, nessuno screzio, niente di niente. Ci prendiamo sempre di meno, ed ogni volta mi
sembra sempre meno soddisfacente, ma non per colpa sua. Non capisco. Prima, quando le cose mi
andavano male mi sentivo vivo, ogni giorno era passato a combattere contro qualcosa o qualcuno,
mentre adesso qua seduto davanti a questo inutile computer aspetto solo che accada qualcosa di
nuovo. Mi sta scivolando via tutto dalle mani e non riesco a fermare nulla.
Così passano i mesi del nuovo anno, ed i miei leggeri tentativi di rintracciare Claudia non hanno
dato nessun frutto. Poi improvvisamente, una mattina la novità.
La citazione per comparire davanti al giudice di pace è fissata per le dieci e trenta di giovedì 23
prossimo. Sono preoccupato, fino ad oggi non avevo mai niente avuto a che fare con la Giustizia, si
qualche multa non pagata, ma mai cose serie. E questa citazione, arrivata per raccomandata non
promette niente di buono. Chissà cosa vuole da me un giudice di pace? Chi può avermi denunciato e
per cosa? Sull’atto allegato non c’è nessun riferimento, solo il nome del giudice e qualche frase
minacciosa riferita ad un mio mancato rispetto dell’appuntamento, niente altro. Riesco a tenere la
cosa segreta a Caterina, per adesso non voglio coinvolgerla in una avventura che non so nemmeno
cosa sia. Penso di tutto, anche al fatto di poter essere stato eletto giudice popolare in qualche
intrigato ed interminabile processo.
Non mi passa neanche per un momento in testa il non andare e puntuale mi presento all’ufficio
indicato, accompagnato da Luca il mio amico di sempre che fortunatamente di mestiere fa proprio
l’avvocato. Anche lui non mi ha saputo dare nessuna spiegazione, è una pratica inusuale . Scopro
con mia sorpresa che almeno per queste cose l’orario previsto è un orario vero che viene rispettato.
Oltre a me ed a Luca, presente nella piccola stanza c’è il giudice di pace ed un altro signore che si
presenta come avvocato di una inafferrabile parte avversa. Appena terminate le presentazioni e le
formalità di rito il giudice inizia a parlarci: “Signor Sole, prima di tutto mi preme dirle che non si
deve assolutamente preoccupare, non è successo nulla. Quello di oggi spero sia il nostro primo e
l’ultimo incontro su questo argomento. Il signore qui presente l’avvocato Gabbani le consegnerà in
maniera non ufficiale la notifica dell’intimazione a non provare più a cercare, importunare o
comunque incontrare la sua cliente, la Signora Zambolla”. Guardo il giudice con stupore ed
incredulità. E’ possibile che si tratti un errore di persona? Io non conosco nessuna signora
Zambolla! Ne faccio cenno a Luca e successivamente mi rivolgo direttamente all’avvocato: “La
signora Zambolla? E chi è? Io non conosco nessuna Signora Zambolla!”. L’avvocato ed il giudice
rimangono per un momento sconcertati dalla spontaneità della mia affermazione, anche Luca, che
nel suo mestiere deve averne viste tante non sa dire nulla di più. Probabilmente anche a loro è
passata per la mente la possibilità che questo incontro sia frutto di un errore, di uno scambio di
persona. L’avvocato, ritorna con lo sguardo su di me e mi chiede, in modo gentile: “Dunque lei
Signor Sole, afferma di non conoscere nessuna signora Zambolla, residente a Schiranna in provincia
di Varese?” Lo guardo sempre più perplesso, è sicuro, si tratta di uno errore, di uno scambio di
persona, ed insisto: “a parte di non conoscere nessuna signora Zambolla, francamente non so
neanche dove sia Varese, figuriamoci il paese che ha detto lei e che già non ne ricordo il nome”. La
mia protesta è davvero genuina e spontanea e mette in difficoltà sia il giudice che l’avvocato. In
effetti pure loro si rendono conto che è per lo meno improbabile che qualcuno che abita ad oltre
500Km di distanza si senta minacciato da un persecutore, tanto da dover far intervenire una diffida
ufficiale. A questo punto il giudice fissandomi senza particolari espressioni fa un piccolo cenno con
la testa all’avvocato, suggerendogli di mostrarmi una foto. L’avvocato apre la sua bella borsetta, e
mi passa una foto, una piccola foto tessera. La prendo. Riconosco immediatamente la donna
raffigurata, interrogando poi con lo sguardo sia l’avvocato che il giudice che al volo coglie
l’occasione per incalzarmi: “Allora lei dunque conosce la donna della fotografia?”. Guardo Luca e
gli faccio un cenno con il capo allargando le braccia in segno di resa: “Certo che la conosco, è la
Signora Claudia Motta, è la moglie di un mio ex collega di lavoro che si è licenziato dalla mia Ditta
due anni fa. Francamente però non capisco il motivo di questa ingiunzione, da quando se ne sono
andati, non ci siamo mai né più visti e nemmeno più sentiti, neanche per posta, neanche una
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telefonata. Niente! Ed io non ho mai provato a cercali, davvero! La replica dell’avvocato non si fa
attendere: “Ne è davvero sicuro? Sappiamo per certo che qualcuno da un po’ di tempo sta seguendo
la Signora, con innumerevoli tentativi di approccio, campanelli e telefono che suonano alle ore più
disparate della notte, lei di tutto questo non ne sa nulla, vero?” Non rispondo subito e mi avvicino a
Luca, parlandogli piano nell’orecchio, in modo che loro non possono sentire: “Luca, non so cosa
succede, si ho provato a fare qualche telefonata a Claudia, ma mai di notte, e non sono mai andato a
cercarla di persona. Cosa sta succedendo?”. Luca che fino a quel momento ero stato in silenzio
prende finalmente la parola: “Signori, perché state accusando il signor Sole di questi fatti? C’è una
denuncia precisa al riguardo? Perché se c’è una denuncia precisa dovremmo avere qualche notizia
più precisa, e questo colloquio non avrebbe più senso a continuare in questa sede ed in questa
maniera.” L’avvocato, riprendendosi la foto risponde: “Certo lo sappiamo, infatti questo non è un
incontro ufficiale, il nostro vuole essere semplicemente un invito, nel caso sia lei quella persona che
importuna la signora di smettere immediatamente evitandoci di procedere oltre. Se lei è estraneo a
questa faccenda, come del resto crediamo, lei non ha davvero niente da temere”.
Guardo entrambi per prendere tempo e riflettere. E’ chiaro che Claudia ed il Motta, non mi vogliono
intorno. Per il bene del figlio, immagino. Non conosco per niente cosa dice la legge, se potrei
chiedere la paternità, oppure no, se ho comunque qualche dovere o peggio qualche diritto sul quello
che è naturalmente mio figlio. Figuriamoci, poi io mi spavento a morte per queste cose. Vedo già il
blindato della polizia che alle sei del mattino mi viene a prendere a casa, come pure sento le voci
dei miei vicini che urlano “bravi avete fatto bene a prenderlo, è un poco di buono!” ed anche “si, si
lo sapevo che prima o poi lo avrebbero preso!”. Un “allora?” detto a mezza voce dall’avvocato mi
riporta sulla terra, in questo strano palcoscenico: “Signori”, replico, “Francamente non so cosa dire,
è una cosa talmente strana che non riesco a capire. Non sono io quella persona che state cercando,
anche se una volta o due ho provato a telefonare più che altro per educazione visto che volevo fare
gli auguri di Natale, a quelli che ritenevo essere due miei amici, ma mai di notte e ripeto non sono
mai andato di persona”. A questo punto l’avvocato, stranamente più sollevato dice: “Guardi, come
le aveva accennato il giudice, questo non è un incontro ufficiale, non si deve né arrabbiare né
preoccupare. Per noi è sufficiente quanto ci siamo detti. Basta che lei ci prometta che non intenderà
in nessun modo approfondire la sua relazione con la Signora, o cercare di scoprire di più di quello
che sa ora. Anche perché a questo punto la vera ingiunzione scatterà e si troverà di fronte un giudice
nella sua vera funzione, non come adesso!” Adesso i due giocano a carte scoperte, meno male.
Finalmente ho capito, è davvero una mossa preventiva, vogliono tenermi lontano dai Motta, non c’è
nessuno che ha dato loro fastidio. Cerco di ragionare nel modo più veloce possibile, analizzando di
fatto tutte le varie opzioni che ho. Arrivo a due conclusioni diametralmente opposte: continuare a
fare finta di nulla, oppure approfittare dell’occasione per contrattaccare e chiedere spiegazioni,
capire se posso far valere qualche mio diritto di padre.
Ovviamente, anche su suggerimento di Luca decido per la via di fuga più breve e sicura e confermo:
“Credo si sia finalmente spiegato tutto, a quanto pare è stato un errore, uno scambio di persona. Io
non ho niente a che fare con questi fatti. Se non c’è altro io direi di chiudere qui la faccenda.”
L’avvocato ed il giudice dopo un piccolo cenno di intesa si alzano e mi vengono incontro con la
mano tesa: “Certo signor Sole, è quello che abbiamo pensato sin dall’inizio. Anche per noi la
faccenda si chiude qui. Ci scusiamo davvero per il disturbo arrecato, ma non potevamo fare
altrimenti, lo creda per il bene di tutti”. Gli stringo la mano pensando che sia davvero la soluzione
migliore per tutti. Luca nel frattempo si avvicina al suo collega, e senza dirmi nulla si scambiano in
privato qualche frase che non intuisco.
Claudia voleva un altro figlio e l’ha avuto. E’ stata solo colpa mia che mia che mi solo lasciato
coinvolgere in quel suo progetto. Punto ed a capo. Finito tutto e me ne devo andare. E mentre apro
la porta dell’ufficio per uscire mi sento chiamare: “Signor Sole?”, è il giudice che parla, “si ricordi
che questo è stato solo un appuntamento informale, niente di più, ma le devo chiedere di non far
riferimento con nessuno di quanto ci siamo detto. Anche perché per noi il nostro lavoro non è finito.
Noi quella persona la dobbiamo trovare, dobbiamo sentire altri persone coinvolte”. Faccio un cenno
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con il capo, non ho davvero motivi per non fare quello che mi hanno chiesto. Appena fuori
dall’ufficio, appena chiusa la porta io e Luca iniziamo a parlare su quanto accaduto. Quello che mi
preme sapere è se davvero posso correre dei rischi, se quelle due telefonate che ho fatto possono
davvero mettermi in difficoltà. Luca sorride e mi risponde: “Ma che stai dicendo Davide, di cosa
devi preoccuparti, non vedi che hanno inventato tutto per spaventarti e far finire la cosa senza
andare oltre, però ti devo dare una brutta notizia, non si sono inventi nulla, c’è davvero qualcuno
che ha fatto e sta facendo tutto quello, fidati. Lascia perdere tutto e dimentica”. Continuando a
parlare si esce dal vecchio edificio e ci ritroviamo giù in strada, nel parcheggio, Luca non ha voluto
dirmi nulla su cosa sia siano detto in privato. Accompagno Luca alla sua macchina, io rimarrò in
Città. Ho preso il pomeriggio di ferie. Ad un tratto una visione che mi inquieta non poco.
Parcheggiata proprio di fronte alla sua c’è la macchina presidenziale della Ditta. Mi avvicino e poso
la mano sul cofano del motore. E’ caldo, chiunque sia deve essere arrivato da poco, mi rivolgo a
Luca: “Guarda che strano la macchina della dirigenza. Chissà cosa ci fa qui!” Mi guardo intorno ma
non trovo nessuna persona conosciuta. Luca si avvicina, e mi guarda serio e preoccupato, forse per
la prima volta in oltre venti anni di profonda amicizia: “Davvero una strana coincidenza Davide, ma
dammi retta, non indagare oltre, non ti posso dire di più l’ho promesso al mio collega di Varese, ma
ti posso dire che la faccenda è molto più complicata di quanto sembra. Come ti ho detto quella
persona esiste e ti è molto vicina e ti conosce bene. Loro sanno esattamente chi è, e si sono voluti
garantire il tuo silenzio con questa messa in scena. Ti ho pure detto già troppo. L’argomento è
chiuso, per tutti, ok?” e senza aggiungere mi saluta per andarsene.
Questo strano colloquio mi ha davvero infastidito e disturbato profondamente. Io ho un equilibrio
delicato e basta niente per distruggerlo, poi mi serve sempre un sacco di tempo per ricostruirlo.
Decido di ritornare verso il centro della città per trovare un posto dove mangiare qualcosa che non
sia il solito panino di sempre, mi merito qualcosa di più oggi. Arrivo sul fiume, e attraverso il ponte.
Mi fermo a riflettere. E’ solo una coincidenza oppure c’è qualcosa di più dietro. Quella macchina in
Ditta la posso utilizzare solo pochissime persone, due, tre al massimo ed io ne conosco solo una che
normalmente la usa. Costruisco e distruggo mille congetture differenti, nessuna sta in piedi, quando
mi sento chiamare: “Davide?”. Non realizzo subito, non riesco mai a fare due cose insieme quando
sono distratto da qualcosa che non riesco a decifrare. Sento questa voce insistere: “Davide, cosa ci
fai qui?”. Lentamente mi volto. La prima impressione che ho colgo è come una gravidanza ed un
parto non abbiamo minimamente alterato la sua perfetta siluette, soltanto i suoi capelli sono
cambiati, portati adesso molto più corti: “Marina, perché ti sei tagliata i capelli così corti?” le
chiedo. Marina si avvicina, mi abbraccia, contenta e stranamente sorridente prendendomi entrambe
le mani: “Non ci vediamo da due anni, ho avuto un figlio, ti trovo nell’ultimo posto dove pensavo di
incontrarti e tu mi chiedi del perché mi sono tagliata i capelli? Forse è anche per questo che una
volta ti amavo, riesci sempre a stupirmi”.
All change!
Lo scenario di colpo muta di nuovo, via Claudia, via la macchina della Ditta ed entra Marina senza
nessuna presentazione: “Dai Davide, sto andando a pranzo mi fai compagnia così ci raccontiamo
cosa abbiamo fatto in questo tempo, eh?”. E sempre per mano iniziamo a camminare verso una
meta precisa. La sento parlare ma non l’ascolto, io intervengo nei discorsi ogni tanto solo con
qualche breve accenno, mi sento solo trascinato via verso il nostro solito vecchio posto. Ci
ritroviamo esattamente nelle stesse posizioni, uno di fronte all’altro, a distanza di anni dall’ultima
volta. Senza dire più niente Marina apre la borsetta e tira fuori una serie di fotografie e me le passa.
E’ Davide: “è un bel bimbo vero? Ne sono molto orgogliosa, è la cosa più bella che mi sia mai
capitata, davvero!”. Non so cosa rispondergli. Mi sento come un tipo che va al pronto soccorso per
una scheggia di legno infilata sotto un’unghia quando poi arriva un ambulanza che porta dentro di
corsa un ragazzo che ha avuto un incidente in moto completamente insanguinato e agonizzante.
Cosa gli dovrei dire? Che ho un posto nuovo al lavoro? Che Caterina è tornata ma che ogni giorno
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la sento sempre più distante? Che ho vinto un sacco di soldi scommettendo sulle partite di calcio?
Niente, non c’è una sola risposta. Devo solo accettare il ruolo che ho e far finta di essere felice per
lei.
Prendo le foto e le osservo con cura, ma mentre le rendo noto che non ha la fede al dito e le chiedo,
così distrattamente il perché non si sia spostata, nonostante il figlio. La sua risposta mi taglia in due
come al solito, come è in grado di fare solo lei: “lo sono stata, per sei mesi. E’ durata sei mesi, è
finita davvero male con Ale.” Mi rendo conto di come sia la prima volta che sento il nome del mio
rivale e di come non riesco nemmeno a gustarmi le mie solite ed adorate patatine fritte. Marina non
riesce più a trattenersi e continua senza che io le debba chiedere niente:“sai Davide, adesso sto
meglio ma ho passato un periodo di inferno, a Natale dell’anno scorso, Davide aveva appena
festeggiato il primo compleanno quando ho conosciuto una persona. Si era tutti e tre ad una cena tra
amici, io Davide e Ale intendo. Lui non ha fatto niente o detto qualcosa di speciale, ma in cinque
minuti è riuscito a distruggere la mia esistenza, cancellato tutto quello che avevo costruito fino a
quel momento. Dopo quei cinque minuti non esisteva più Ale, più Davide, più il mutuo appena fatto
per la nostra nuova casa. Esisteva solo lui, lui nella sua tranquilla bruttezza”. La guardo, ascolto il
suo racconto, non può essere vero, non può essere accaduto ancora. E’ scappata di nuovo. Riesco
perfino a sentirmi vicino a questo Ale, a provare empatia per chi mi ha portato via per sempre
Marina. Una empatia spontanea, sincera. Adesso però non la seguo più. Perché ha avuto la necessità
di raccontarmi tutto questo. Che sia rimasta davvero così sola? La sento continuare a parlare, ma
non riesco a capire quello che dice concentrato sul flusso di idee ed associazioni che questa notizia
mi ha provocato. Come? penso, per anni mi hai fatto sempre credere che la nostra storia sia finita
solo per colpa mia, perché non sono mai stato in grado di darti quella sicurezza e quelle attenzioni
che hai sempre recriminato e tu quando trovi tutto questo scappi con il primo venuto? Mi hai
sempre accusato di non averti mai dato la sicurezza che volevi, di averti sempre fatto sentire da sola
e poi scappi così. Ma allora non è stata colpa mia la nostra fine, sarebbe successo comunque prima
o poi. Questo Ale deve averti dato tutto quello che volevi, e non è servito a niente! Cosa mi hai fatto
credere per anni? Hai lottato una vita per ottenere quello che avevi e se questo può essere spazzato
via da un tranquillo bruttino solo perché ti parla con dolcezza e ti racconta di come è il suo mondo
vuol dire che non avrei mai potuto fare niente per evitare di perderti. Ti avrei perso comunque. Non
ti potevo bastare io, non ti sarebbe mai potuto bastare se alla fine tutto può essere spazzato via in un
attimo da un gesto da un frase detta all’improvviso da uno sconosciuto.
La guardo senza dire niente. Dopo tanti anni mi sento sollevato, felice direi. Ho finalmente rimosso
e risolto tutte i nodi non sciolti con lei, i dubbi che mi erano cresciuti dentro. No, non mi feriscono
più i suoi giudizi sferzanti le accuse di leggerezza e incoerenza che mi ha sempre rivolto. Prima mi
ferivano, ma adesso mi fanno solo sorridere, se penso da chi sono detti e sopratutto a chi sono
rivolti. Se basta uno sguardo, una frase per farti dimenticare tutto, si allora lo posso dire, che le tue
critiche ed i tuoi rimproveri non possono che rendermi più forte, perché è solo un semplice e
patetico tentativo di nascondere tutte le tue paure ed incertezze,. Accusare una persona che ti ha
amato incondizionatamente per tutti questi anni sacrificando ogni cosa ed ogni persona per te, per
sentirsi dire che è bastato uno sguardo, che delusione. Cara Marina, in questo c’é qualcosa di
profondamente ingiusto e sbagliato, ma non ti posso rimproverare niente. La verità l’ho sempre
avuta sotto gli occhi e non l’ho mai voluta vedere.
Finiamo, e le offro il pranzo. Mi chiede se posso accompagnarla a prendere Davide dai nonni e poi
a fare delle spese, se mi farebbe piacere vederlo. Rispondo di “si” meccanicamente, come
meccanicamente le parlo della mia storia con Caterina, del mio nuovo impiego, e dei soldi vinti con
le partite.
Poi la seguo senza dire più nulla, dai nonni, al supermercato, fino a casa sua. Più stiamo insieme e
più mi sento assorbito dalla sua presenza, e la rabbia provata dopo la sua confessione sparisce per
lasciare il posto al mio vecchio amore per lei.
Per un breve periodo ho vissuto realmente una di quelle mie proiezioni che mi sono sempre
immaginato, prendere il bimbo dai nonni, passare a fare la spesa al supermercato, sistemare delle
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cose in casa, cucinare, lavare i vestiti del bimbo, cambiarlo. Tempo che vola via in un attimo, in un
istante. Marina e Davide sono adesso sulla porta di casa pronti ad uscire di nuovo. E’ incredibile
come queste due ore passate con loro siano volate via così. Marina cerca le sue ultime cose, prende
le chiavi di casa rovistando in un portavasi sul mobiletto lì vicino, e le infila nella serratura della
porta, pronte ad essere utilizzate.
Accarezza Davide con un gesto affettuoso. Si piega sulle ginocchia e gli abbottona con cura il
cappottino, gli sistema pure il cappellino di lana fatto a mano. Davide si trasforma in un pupazzetto
con ai piedi un paio di stivaletti gialli appena regalati da me. Marina sorride e lo bacia, prima sulla
fronte poi sulle mani. Lo accarezza ancora: “E’ tutta la mia vita!” mi dice. L’ultimo rapido
controllo, e continuando a sorridere continua: «Noi siamo pronti e possiamo andare eh?». Davide
sorride a sua volta mentre Marina mi dice: «Sei stato davvero gentile, ma ora devo proprio andare
via, ci accompagni alla macchina?». Si alza ed apre la porta di casa, ed in un attimo siamo tutti lì
fuori. Mi sento trascinare via. Tutto quello che sento e provo adesso è mescolato in un frullatore
gigantesco che ho al posto delle viscere. Ricordi, immagini, emozioni di una vita che non ho mai
vissuto si mescolano, emergono per poi essere nuovamente sommerse da un’altra nuovo tipo di
sussulto. Davide inciampa e casca con i suoi nuovi stivaletti gialli. Senza rendermene conto, mi
trovo proiettato fuori della casa, da quel mondo che ho appena assaporato ed amato da lontano. Io
non voglio andare via, non voglio! Voglio rimanere ancora là dentro, voglio giocare ancora con
Davide. Voglio parlare ancora con Marina, accarezzarla, baciarla, averla. Adesso il “noi” usato da
Marina per indicare se stessa, Davide ed il nuovo suo compagno non mi da più così fastidio, non è
più importante. L’importante è stare più a lungo possibile ancora con loro, respirare la loro aria,
annusare i loro profumi, ascoltare le loro voci. L’urto metallico del cancello sul battente in ferro mi
riporta alla realtà. Siamo fuori, in strada, nella piccola stradina privata lunga una ventina di metri
che dal parcheggio porta alla casa di Marina. E’ una stradina privata non asfaltata, ma non vedo
nessun pericolo per Davide. «Fa freddo!» dice Marina mentre mi prende sotto braccio,
appoggiandosi un po’ tenendo Davide, per mano, che intanto continua a ridere ed a giocare con i
suoi belli stivaletti gialli.
Si arriva alla fine della stradina, ed io non riesco a pensare a niente, non riesco a dire niente, non
riesco a fermare niente. La violenta luce dello spazio aperto del parcheggio mi dice che il tempo con
Davide e Marina è finito. Provo un violento dolore fisico quando Marina si lascia andare dal mio
braccio per prendere in collo Davide. Si avvicinano alla loro auto. Marina apre la portiera e mette
dentro il bimbo controllando ancora una volta con cura meticolosa che tutto sia a posto. Gli da un
altro bacio e chiude con prudenza la portiera. Davide mi guarda e sorride attraverso il finestrino
chiuso, apre e chiude la manina per salutarmi. Lei, mi si avvicina mi mette una mano aperta appena
sotto la spalla sinistra, proprio vicino al cuore che intanto batte per conto suo in un modo talmente
accelerato da mettermi paura: «Grazie davvero, Davi” mi dice guardandomi diretto negli occhi: “mi
ha fatto davvero piacere ritrovarti dopo tanto tempo ma devo proprio andare, lo sai». Sento le sue
labbra posarsi su una mia guancia e la pressione del suo corpo su di me. Mi concentro per assorbire
tutto quello che posso da questo contatto, tutto il possibile. Adesso Davide non mi sorride più
impegnato in un suo nuovo interesse. Intorno a me tutto il resto non esiste più, riesco solo a vedere
lui e Marina, mentre sparisce all’interno dell’auto. Vivo quei secondi di un altro mondo in un altro
modo, come se qualcosa di me si stesse strappando via. Ho sognato questa vita da sempre ed averla
assaporata solo per qualche istante non mi basta più.
L’auto si allontana lungo lo stradone che esce dal parcheggio. I fanalini posteriori diventano sempre
più piccoli in una visione che si fa più liquida tremolante e confusa.
Un flusso continuo di lacrime fuoriescono dai miei occhi. Adesso il mio cuore è tornato tranquillo e
pulsa piano, anche il respiro è tornato normale, sono solo i miei occhi che piangono e nessun’altra
parte del mio corpo sembra coinvolta. Lacrime grosse e pesanti mi scorrono giù lungo le guance,
lungo la linea della labbra, sul collo. Ai due minuscoli puntini rossi si aggiunge un’altra luce
intermittente, l’auto di Marina e Davide da li a poco sparirà dalla mia vista. Mi sento vuoto e inutile
ed ho bisogno di sedermi. Arrivo di corsa ad una panchina e mi ci lascio cadere sopra. Rimango
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immobile. Devo decidere se odiarla o amarla ancora di più per avermi regalato queste due ore di
vita passate con loro.
Piano piano riesco di nuovo a mettere a fuoco il mondo che mi circonda. A piedi percorro la stessa
strada percorsa un attimo fa dalla loro, voltando dalla parte opposta rispetto a quella a dove sono
spariti. Tutto torna più chiaro, i contorni delle cose sono più netti, la luce dei pochi lampioni torna
ad illuminare nitidamente la città che ho davanti.
Mi devo sbrigare se voglio arrivare in tempo da Caterina, all’uscita dal lavoro.
Fine
93
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They move in a series of caresses That glide up and down my spine