La vita economica nelle città dell’area vesuviana: artigianato, commercio, finanza Lezione XIV 1 Artigianato, commercio e finanze • Settori economici che rivestivano un ruolo minoritario rispetto al settore primario, sia in relazione alla creazione di ricchezza, sia in relazione al numero degli addetti impiegati. • Settori economici svalutati nell’ideologia romana del lavoro, secondo la tradizionale interpretazione storiografica. – Un’interpretazione fortemente condizionata dalla lettura di pochi passi chiave, in particolare di Cicerone e di Seneca. 2 Cicerone, I doveri, I, 150-151: la valutazione sociale delle attività lavorative • Iam de artificiis et quaestibus, qui liberales habendi, qui sordidi sint, haec fere accepimus. Primum improbantur ii quaestus, qui in odia hominum incurrunt, ut portitorum, ut feneratorum. • Ed infine intorno alle professioni e alle fonti di guadagno, quali debbano ritenersi onorevoli e quali sordide, questa è più o meno la tradizione che abbiamo ricevuto. In primo luogo sono riprovevoli quei guadagni che attirano l'odio degli uomini, come quelli degli esattori e degli usurai. 3 Gli elementi di interesse nel passo • Cicerone afferma di non esprimere una sua personale opinione, ma di riferire una posizione tradizionale. – L’affermazione potrebbe essere giudicata con sospetto, ma in effetti trova riscontro nella filosofia greca, in particolare nelle idee dello stoico Panezio. • La condanna delle attività finanziarie, poiché risultano odiose nell’opinione comune della popolazione. 4 Cicerone, I doveri, I, 150-151: la valutazione sociale delle attività lavorative • Inliberales autem et sordidi quaestus mercennariorum omnium, quorum operae, non quorum artes emuntur; est enim in illis ipsa merces auctoramentum servitutis. • Indegni di un uomo libero e sordidi sono anche i guadagni di tutti i salariati, dei quali si compra il lavoro manuale e non l'abilità; poiché in essi il salario stesso è quasi prezzo della schiavitù. 5 Gli elementi di interesse nel passo • Una condanna senza appello del lavoro salariato. • Un’idea che nasce dalla mancanza nel mondo antico di un concetto astratto di lavoro, staccato da quello di lavoratore, che è conquista relativamente recente. • Nell’odierna concezione si vende il proprio lavoro, nella concezione antica si vende sé stessi, ponendosi in una condizione analoga a quella dello schiavo. 6 Cicerone, I doveri, I, 150-151: la valutazione sociale delle attività lavorative • Sordidi etiam putandi, qui mercantur a mercatoribus, quod statim vendant; nihil enim proficiant, nisi admodum mentiantur; nec vero est quicquam turpius vanita-te. Opificesque omnes in sordida arte versantur; nec enim quicquam ingenuum habere potest officina. • Sono poi uomini sordidi coloro che comprano dai commercianti all'ingrosso e rivendono subito: essi infatti guadagnano a furia di menzogne; né v'è alcuna cosa più turpe della menzogna. Anche gli artigiani tutti esercitano un mestiere sordido; un laboratorio infatti non può avere nulla di degno di un uomo libero. 7 Gli elementi di interesse nel passo • La condanna del commercio al dettaglio nasce dalla considerazione dell’inganno che è insito in ogni transazione. – Il piccolo commerciante svaluta la merce che deve comprare, esagera il valore di quella che deve vendere. • La condanna dell’artigiano nasce piuttosto dal luogo in cui egli opera: la sordida e malsana officina, nella quale tra l’altro opera spesso fianco a fianco con schiavi. 8 Cicerone, I doveri, I, 150-151: la valutazione sociale delle attività lavorative • Minimeque artes eae probandae, quae ministrae sunt voluptatum «cetarii, lanii, coqui, fartores, piscatores», ut ait Terentius. Adde huc, si placet, unguentarios, saltatores, totumque ludum talarium. • Del tutto ignobili sono poi quei mestieri che servono a soddisfare i piaceri: «i venditori di pesce, i macellai, i cuochi, i pollaioli, i pescatori», come dice Terenzio. Si possono aggiungere anche i profumieri, i ballerini e coloro che danno luogo ad ogni sorta di spettacoli poco decenti. 9 Cicerone, I doveri, I, 150-151: la valutazione sociale delle attività lavorative • Quibus autem artibus aut prudentia maior inest aut non mediocris utilitas quaeritur ut medicina, ut architectura, ut doctrina rerum honestarum, eae sunt iis, quorum ordini conveniunt, honestae. • Onorevoli invece sono per quelli alla cui posizione sociale convengono le professioni che richiedono maggior forza intellettuale e sono fonte di molta utilità, come la medicina, l'architettura, l’insegnamento delle arti liberali. 10 Gli elementi di interesse del passo • La sovrapposizione tra lavoratore e oggetto del suo lavoro porta ad una decisa condanna di coloro che si occupano di beni voluttuari. • Degne di maggior considerazione le professioni liberali, per il loro contenuto intellettuale e per la loro utilità sociale. – Ma da notare la tautologia dell’espressione ciceroniana: sostanzialmente tali professioni convengono a coloro cui convengono. – Assai verosimile che per Cicerone esse non fossero comunque convenienti per la classe dirigente. 11 Cicerone, I doveri, I, 150-151: la valutazione sociale delle attività lavorative • Mercatura autem, si tenuis est, sordida putanda est; sin magna et copiosa, multa undique apportans multisque sine vanitate inpertiens, non est admodum vituperanda; atque etiam si satiata quaestu vel contenta potius, ut saepe ex alto in portum, ex ipso se portu in agros possessionesque contulit, videtur iure optimo posse laudari. • Anche il commercio, se esercitato su piccola scala, è da ritenersi sordido: ma, se esercitato su vasta scala, importando da ogni parte molte merci e distribuendole a molti senza frode, non è poi del tutto biasimevole; anzi si può lodare a giusto titolo, se chi lo pratica, sazio o piuttosto soddisfatto del guadagno ottenuto, allo stesso modo che spesso si ritirava dall'alto mare in porto, si ritira dallo stesso porto nelle sue proprietà terriere. 12 Gli elementi di interesse nel passo • Degno di una qualche considerazione anche il commercio su larga scala purchè: – Metta a disposizione merci altrimenti manifestando la sua utilità pubblica. – Non ricorra all’inganno, che caratterizza commercio. irreperibili, il piccolo • Ma la litote non est admodum vituperanda tradisce comunque l’imbarazzo di Cicerone nel valutare questa attività. • In ogni caso il mercante diventa degno di lode, paradossalmente, solo quando cessa di essere tale: prima dirigendo i suoi affari sulla terraferma, poi investendo i guadagni nella terra. 13 Cicerone, I doveri, I, 150-151: la valutazione sociale delle attività lavorative • Omnium autem re• Di tutte le occupazioni rum, ex quibus aliperò, dalle quali si trae quid adquiritur, nihil qualche guadagno, nesest agri cultura mesuna è più nobile, più produttiva, più piacelius, nihil uberius, vole, né più degna di un nihil dulcius, nihil vero uomo, di un uomo homine, nihil libero libero, dell'agricoltura. dignius. 14 L’attenzione delle autorità pubbliche • Le considerazioni appena svolte non devono condurre a sottovalutare l’importanza delle attività artigianali, commerciali e finanziarie. • Il loro peso, in particolare nei centri urbani, poteva essere notevole. • Lo dimostra anche il fatto che tali attività fossero oggetto di attenzione e regolamentazione da parte delle autorità pubbliche. • A Pompei, per esempio: – La regolamentazione dei pesi e delle misure testimoniata dalla mensa ponderaria ufficiale. – La possibile regolamentazione dei giorni di mercato secondo un calendario ufficiale. 15 La mensa ponderaria • Serviva come controllo del sistema di pesi e di misure. • Venne installata nel Foro di Pompei ancora nel II sec. a.C., riportando gli standard ponderali del mondo osco. • Con la fondazione della colonia romana, la mensa fu adeguata agli standard ponderali del mondo romano. 16 L’ambiente che ospitava la mensa ponderaria 17 La mensa ponderaria 18 Una ricostruzione dell’aspetto originario della mensa ponderaria 19 CIL X, 793: l’iscrizione della mensa ponderaria • A(ulus) Clodius A(uli) f(ilius) Flaccus, N(umerius) Arcaeus N(umeri) f(ilius) Arellian(us) Caledus, / d(uum)v(iri) i(ure) d(icundo), mensuras exaequandas ex dec(urionum) decr(eto). • Aulo Clodio Flacco, figlio di Aulo (e) Numerio Arceo Arelliano Caledo, figlio di Numerio, duoviri per l’amministrazione della giustizia, per la standardizzazione delle misure, su decreto dei consiglieri municipali. 20 Il calendario dei giorni di mercato • Un graffito di difficile interpretazione, posto su una parete della taberna vasaria di Zosimus sembra fissare un calendario per i giorni di mercato che si sarebbero svolti nella settimana in Campania e Roma. • Forse il graffito riflette un tentativo di fissare un calendario ufficiale e permanente. – Tuttavia qualche altro graffito sembra prevedere date diverse: il mercato di Pompei si sarebbe svolto nel giorno di Mercurio, anziché in quello di Saturno. 21 La taberna vasaria di Zosimus 22 CIL IV, 8863: riproduzione del graffito con i giorni di mercato 23 CIL IV, 8863: il testo del graffito • Dies nundinae / • Sat(urni) Pompeis Nuceria / • Sol(is) Atilla [[Cumae]] Nola / • Lun(ae) Cumis/ • Mar(tis) Putiolis / • Merc(urii) Romae / • Iov(is) Capua / • Ven(eris) • Giorni di mercato: • Giorno di Saturno: a Pompei, a Nocera. • Giorno del Sole: ad Atella, a Cuma, a Nola. • Giorno della Luna: a Cuma. • Giorno di Marte: a Pozzuoli • Giorno di Mercurio: a Roma • Giorno di Giove: a Capua • Giorno di Venere: 24 I caratteri di CIL IV, 8863 • Qualche incertezza nella lettura dei dati, per l’irregolare allineamento degli stessi. – I nomi delle località in effetti sembrano corrispondere solo ai primi 6 giorni. • Questo calendario dei giorni di mercato non segue il tradizionale ciclo delle nundinae romane, di 8 giorni. • Ma piuttosto una settimana molto simile alla nostra, anche nei nomi dei giorni, dedicati a divinità: un ciclo di 7 giorni di origine egiziana. • Le ulteriori colonne a destra sembrano elencare i giorni del mese. 25 CIL IV, 4182: un testo con dati contradditori sui giorni di mercato • Nerone Caesare Augusto, Cosso Lentulo Cossi fil(io) co(n)s(ulibus), VIII Idus Februarias, dies Solis, luna, XIIIIX, nun(dina) Cumi, V nun(dina) Pompeis. • Sotto il consolato di Nerone Cesare Augusto e di Cosso Lentulo, figlio di Cosso [60 d.C.], l’ottavo giorno prima delle Idi di febbraio [6 febbraio], giorno del Sole, 16° [giorno della nuova] luna, mercato a Cuma, il 5° [giorno prima delle Idi di febbraio, 9 febbraio] mercato a Pompei. 26 I caratteri di CIL IV, 4182 • Testo di problematico accordo con quello precedentemente analizzato e che sembra contenere anche una contraddizione interna: – Il 6 gennaio del 60 d.C. non era una domenica (“giorno del Sole”), ma un mercoledì, secondo il nostro computo. – Il 9 gennaio del 60 d.C., giorno di mercato a Pompei, sarebbe un mercoledì (secondo il calendario che questa iscrizione pare seguire) o un sabato (secondo il nostro calendario). – Solo con questo secondo computo ci sarebbe accordo con CIL IV, 8863, che fissava le nundinae di Pompei appunto nel giorno di Saturno. 27 I luoghi delle attività commerciali e artigianali: il Foro • Il fulcro di queste attività si trovava nel Foro, che, in particolare nelle prime fasi, era soprattutto luogo della vita economica, segnatamente sede del mercato. • Da richiamare a questo proposito le scene di vendita ambientate nel Foro che abbiamo visto nel ciclo di pitture della proprietà di Giulia Felice (vedi lezione VII, diapo 48 e seguenti). • Da non dimenticare che il foro, a Pompei come nelle altre città del mondo romano, era anche il cuore religioso della città (con il tempio di Apollo, il tempio di Vespasiano, il santuario dei Lari Pubblici, il tempio di Giove) • e la sede delle principali attività politiche e amministrative (con i cosiddetti edifici municipali, la stessa Basilica, il Comitium). 28 Veduta aerea del foro di Pompei 29 Gli spazi dell’economia nell’area forense • Oltre alla stessa piazza e al porticato che la circondava, tra gli edifici dell’area forense potevano assolvere ad una funzione economica: – – – – – La già ricordata mensa ponderaria Il cosiddetto mercato dei cereali Il Macellum L’edificio di Eumachia La Basilica 30 Mappa del Foro di Pompei 31 Gli sviluppi architettonici del foro di Pompei • Privo di progettazione unitaria, assume la funzione di fulcro cittadino dal II sec. a.C. • Ad anni poco precedenti la deduzione della colonia sillana risale la costruzione di un portico a due piani che circondava su tre lati la piazza (sotto il quale dovevano operare parecchi artigiani e bottegai). – L’opera è documentata dall’iscrizione del questore Vibio Popidio, che ne curò la costruzione. • L’originaria pavimentazione in tufo venne sostituita da un lastricato in travertino: di entrambe non rimangono molte tracce, a causa dei recuperi dopo l’eruzione. • Oggetto di recupero furono anche le numerose statue che popolavano la piazza: ne rimangono le basi. 32 CIL I2, 1627: la costruzione del portico del Foro • V(ibius) Popidius / Ep(pi) f(ilius), q(uaestor), / porticus / faciendas / coeravit (“Vibio Popidio, figlio di Eppio, questore, curò la costruzione del portico”). • L’uso della lingua latina e la carica di quaestor hanno creato qualche perplessità sulla datazione: – La questura è altrimenti sconosciuta nella colonia sillana; ma d’altra parte l’uso della lingua latina difficilmente fa risalire oltre gli anni della Guerra Sociale, prima della quale la lingua ufficiale a Pompei era l’osco. – È possibile che l’epigrafe risalga al periodo 88-80 a.C., quando Pompei già era una comunità romana (forse un municipium), ma ancora non vi era stata dedotta una colonia. 33 Il colonnato a due piani del portico del foro 34 Il cosiddetto mercato dei cereali • A Pompei si è riconosciuto un mercato di cereali nell’edificio lungo e stretto che si trova nell’angolo nord-occidentale del Foro. – Effettivamente in una stanza vicina a questo edificio venne scoperta la mensa ponderaria. – Il fatto che le pareti fossero prive anche di intonaci lascia pensare ad un edificio di servizio. • Ma per il resto l’identificazione poggia su labili indizi, anche perché pure questo edificio fu colpito dalle bombe inglesi e risulta oggi poco leggibile. • Il fatto che oggi sia adibito a deposito di materiali di scavo non migliora la situazione … 35 Il cosiddetto mercato dei cereali (oggi magazzino di scavo) 36 Il Macellum • Un grande cortile rettangolare, con una rotonda al centro, che forse ospitava una fontana. • L’edificio è ritenuto un mercato per la vendita di carni e di pesce. • L’ipotesi si basa su alcuni significativi rinvenimenti: – Bilance per il peso del pesce che sono state rinvenute nell’area centrale. – Un gran numero di squame di pesce in una fognatura. – Ossa di pecore o di agnelli nel tratto nord del porticato che sorgeva nel cortile interno. – Nella parte meridionale del complesso alcune classiche tabernae. 37 Una destinazione alternativa per il Macellum? • Contrasta tuttavia l’identificazione con un complesso commerciale la decorazione di alcuni ambienti, piuttosto elegante e spesso incentrata su temi mitologci e religiosi. • Le perplessità si accrescono guardando anche alla decorazione scultorea, pure di un certo rilievo. • Alcuni studiosi hanno preferito vedervi un tempio, magari con annesso un locale di ristoro (l’immancabile caffé elegante delle piazze italiane …), il che potrebbe accordarsi con i rinvenimenti di cibarie. • Un sacello in effetti si riconosce chiaramente nel settore orientale dell’edificio. 38 L’ingresso del Macellum dal Foro 39 La tholos al centro del cortile del Macellum 40 Le tabernae del lato meridionale del Macellum 41 Una delle tabernae del lato meridionale del Macellum 42 La decorazione del Macellum • Nella scena riprodotta, Ulisse narra le sue disavventure a Penelope. 43 La decorazione del Macellum • L’immagine di un togato, dal settore nord-occidentale del Macellum. 44 Riproduzione ottocentesca di uno degli eleganti affreschi del Macellum 45 La decorazione scultorea del Macellum • La statua era tradizionalmente identificata con un ritratto di Ottavia, la saggia sorella di Augusto. • Oggi si ipotizza piuttosto l’identificazione con qualche dama pompeiana, che aveva contribuito al restauro del Macellum. 46 Il sacello sul lato orientale del Macellum 47 L’edificio di Eumachia • Un grande complesso edilizio sul lato orientale del Foro, sulla cui costruzione ci informa l’iscrizione posta su un ingresso laterale dell’edificio (CIL X, 810). – Lo stesso testo era ripetuto in lettere monumentali sull’architrave del tratto del portico antistante l’edificio, se ne leggono ancora oggi cospicui frammenti (CIL X, 811). • La dedica alla Concordia Augusta e alla Pietas suggeriscono una connessione con la Concordia esistente tra l’imperatore Tiberio e la madre Livia e alla pietas filiale di Tiberio. – Quando Livia, nel 22 d.C. fu colpita da una malattia, il Senato votò un’ara alla Pietas Augusta; una moneta di questo periodo riporta il ritratto di Livia e la legenda Pietas. 48 Mappa dell’edificio di Eumachia 49 I frammenti di CIL X, 811 sull’architrave del portico 50 Un frammento dell’iscrizione CIL X, 811 sull’architrave del portico, oggi a terra 51 CIL X, 810: la costruzione dell’edificio di Eumachia 52 CIL X, 810: la costruzione dell’edificio di Eumachia • Eumachia L(uci) f(ilia), sacerd(os) publ(ica), nomine suo et / M(arci) Numistri Frontonis, fili, chalcidicum, cryptam, porticus Concordiae / Augustae Pietati sua pequnia (!) fecit eademque dedicavit. • Eumachia, figlia di Lucio, sacerdotessa pubblica, a suo nome e a nome del figlio Marco Numistrio Frontone, fece a sue spese il vestibolo, la galleria coperta e il portico e parimenti li dedicò alla Concordia Augusta e alla Pietà. 53 Livia e Pietas • Dupondio in bronzo, 14,24 g. Al dritto, busto di Livia / Pietas, con il capo velato e legenda Pietas; al rovescio la legenda S(enatus) c(onsulto). Drusus Caesar Ti(beri) Augusti f(ilius), trib(unicia) pot(estate) iter(um). 54 Eumachia, una gran dama pompeiana • Il richiamo a Livia e Tiberio intendeva forse creare un parallelismo con Eumachia e il figlio. – Un parallelismo rafforzato dalla statua-ritratto di Eumachia che si trovava in una nicchia della parete posteriore dell’edificio, in cui la donna è acconciata e vestita come le donne della famiglia imperiale. • Con ogni probabilità la figlia di quel L. Eumachius che aveva fatto fortuna con la produzione di vino, anfore e laterizi da costruzione. • Un buon matrimonio con un esponente della famiglia dei Numistrii, forse di origine lucana. – Il marito di Eumachia è forse quel M. Numistrius Fronto che sappiamo esser divenuto duoviro nel 2 d.C. (CIL X, 892). • Possibile che, morto prematuramente il marito (di cui non abbiamo notizie dopo il 2 d.C.), Eumachia si fosse trovata erede delle fortune dei Numistrii, oltre che di quelle degli Eumachii. 55 La nicchia con la statua di Eumachia 56 La statua di Eumachia (copia) e la sua base 57 L’originale della statua di Eumachia, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli 58 … e la moderna Eumachia • La cagnona Eumachia è stata la prima quattrozampe adottata nel quadro del progetto “(C)Ave canem” per dare una casa ai randagi degli scavi di Pompei. 59 Una città attiva: la documentazione archeologica • Se il Foro doveva essere il principale “centro commerciale” della città antica, botteghe e laboratori si trovavano in ogni quartiere cittadino. – Frequentissimi i ritrovamenti di macine e forni usati dai panettieri (come vedremo nella panetteria dei Casti Amanti), o delle vasche in cui i follatori mettevano a bagno i tessuti (per esempio nella fullonica di Stephanus). – Innumerevoli gli strumenti artigianali di ogni tipo che sono stati rinvenuti in diversi luoghi della città e oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. 60 La fullonica di Stephanus: l’ingresso 61 La fullonica di Stephanus: le vasche 62 La fullonica di Stephanus: le vasche 63 Gli strumenti artigianali: una stadera 64 Gli strumenti artigianali: un ascia e un accetta • In alto, ascia, con foro passante in si infilava il manico di legno, non conservato; era usata soprattutto per l’abbattimento degli alberi. • In basso, accetta, di cui si conserva ancora parte del manico; usata per scortecciare il legno e tagliare i rami più piccoli. • Entrambi gli strumenti si conservano al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. 65 Gli strumenti artigianali: una pinza e una lima • In alto una pinza da fuoco usata da forgiatori; l’esemplare presenta sul lato esterno una rotella, tuttora girevole. • In basso una lima a listello largo; sul codolo appuntito si innestava il manico. 66 Gli strumenti artigianali: una regula e un compasso • In alto una regula pieghevole, strumento di misura della lunghezza di un piede (cm. 29,65). • In basso un compasso, usato in carpenteria, architettura e scultura; in questo esemplare i due bracci ruotano attorno ad un perno circolare. 67 Gli strumenti artigianali: una squadra e piccole incudini • In altro, una squadra, strumento essenziale nelle costruzioni edili. • In basso un gruppo di piccole incudini rinvenute poco fuori Porta Vesuvio, attesta la presenza in quest’area di una officina 68 Una città attiva: la documentazione iconografica • Le conoscenze tratte dalla documentazione archeologica possono essere integrate grazie fonti iconografiche, per esempio: – l’insegna del costruttore Diogene. – la lapide sepolcrale del geometra Popidio Nicostrato. – La rappresentazione del lavoro dei fullones dalla fullonica di Veranio Ipseo. – L’insegna di una bottega di fabbri. 69 L’insegna del costruttore Diogene • Oltre al beneaugurante fallo che appare al centro, in alto, si disinguono, partendo da sinistra: – – – – – – Un filo a piombo. Una cazzuola. Un’anfora. Un archipendolo (una squadra con filo a piombo). Una picozza. Uno scalpello. • La pertinenza della tabella è dimostrata dall’iscrizione Diogenes structor che appare sulla cornice superiore. 70 L’insegna del costruttore Diogene 71 La lapide sepolcrale di Popidius Nicostratus con la raffigurazione di una groma 72 Scene di lavoro dalla fullonica di Veranio Ipseo • Nella fullonica di Veranio Ipseo un pilastro riporta su due delle sue facce scene di lavoro dei fullones. • Nel registro superiore (diapo 74) un giovane carda la stoffa appesa ad un asse con una spazzola; • sulla destra un altro ragazzo porta una gabbia di vimini sulla quale era stesa la stoffa per la solforazione ed un recipiente contenente lo zolfo; sulla gabbia appare la civetta, simbolo di Atena, patrona dei fullones. • In basso una dama esamina una stoffa portata da un’ancella. 73 Scene di lavoro dalla fullonica di Veranio Ipseo 74 Scene di lavoro dalla fullonica di Veranio Ipseo • Nel registro inferiore (diapo 76) i fullones lavano i panni immersi in bacili pestandoli con i piedi. • Sul lato, nel registro superiore (diapo 77) uno strumento che serviva per stirare le stoffe, grazie alla pressione di due grosse viti. • Nel registro inferiore (diapo 78), in alto alcune stoffe su assi sospese al soffitto; in basso un lavorante porge un indumento ad una donna, sotto lo sguardo di un’altra donna seduta. 75 Scene di lavoro dalla fullonica di Veranio Ipseo: il lavaggio dei panni 76 Scene di lavoro dalla fullonica di Veranio Ipseo: la stiratura dei panni 77 Scene di lavoro dalla fullonica di Veranio Ipseo: i panni stesi e una scena di vendita 78 L’insegna di una bottega di fabbri • Il bassorilievo illustra le diverse fasi della lavorazione dei metalli; da sinistra: – Il metallo viene pesato su una grossa bilancia sospesa. – Due lavoranti sono intenti a battere sull’incudine il metallo riscaldato. – Un altro lavorante è intento a rifinire un grande piatto. – In alto, poggiati su mensole, alcuni prodotti finiti, tra i quali anche forme da pasticceria. – All’intera scena assiste un cane, accovacciato su un’altra mensola. 79 L’insegna di una bottega di fabbri 80 La libella • Una rappresentazione fortemente simbolica. • L’archipendolo della morte livella la sorte dei ricchi (l’abito elegante e lo scettro a sinistra) e dei poveri (l’abito lacero e la bisaccia a destra). • La ruota come simbolo delle alterne vicende della vita. 81 Una città attiva: la documentazione epigrafica • Ulteriori indizi ci vengono dalle fonti epigrafiche, in particolare graffiti e iscrizioni sepolcrali. • Alcuni di questi documenti ci fanno conoscere anche donne impegnate nel mondo del lavoro; gli esempi ricordati da Mary Beard sono piuttosto atipici: – La porcaria publica Nigella. – La prestatrice di denaro Faustilla. • Anche nelle città dell’area vesuviana tuttavia il ruolo delle donne nel mondo dei mestieri pare minoritario. – Un dato che ovviamente non a che vedere con una presunta oziosità femminile, quanto piuttosto con il fatto che molti tradizionali lavori femminili (la cura della casa, l’accudire i bambini) non erano sentiti come mestiere. 82 La porcaria publica Nigella • La sua iscrizione sepolcrale è stata rinvenuta nel complesso funerario dei Clodii, fuori Porta Nocera. • Una caratteristica stele antropomorfa, pubblicata da A. D’Ambrosio - S. De Caro, Un impegno per Pompei. Fotopiano e documentazione della necropoli di Porta Nocera, Milano 1983, 5 OS. • Il testo: Clodia ((mulieris)) l(iberta) / Nigella, porcar(ia) / publica. 83 Il sepolcro dei Clodii fuori porta Nocera 84 La porcaria publica Nigella • Il mestiere di porcarius, “guardiano di maiali” è piuttosto noto (anche nella forma subulcus). • Eccezionale appare invece la sua declinazione al femminile e la sua caratterizzazione pubblica. • L’attestazione di branchi di maiali di proprietà della comunità di Pompei? • Ma anche una possibile connessione religiosa: la patrona di Nigella dovrebbe essere Clodia A. f., sacerdos publica Cereris. – La scrofa era uno degli animali che veniva sacrificato alla dea Cerere. 85 La prestatrice di denaro Faustilla • La sua attività è nota da almeno quattro graffiti, redatti dai suoi clienti. • Cf. per esempio CIL IV, 8203: Idibus Iulis / inaures pos(i)tas ad Faustilla(m) / pro ((denariis)) II, usura(e) deduxit aeris a(ssem) / ex sum(ma?) XXX (“Il 15 luglio dati in pegno a Faustilla gli orecchini per 2 denarii, ne ha dedotto l’usura di un asse di bronzo, come trentesimo della somma”). • La concessione di un prestito contro un pegno, che in altri graffiti è costituito da un mantello con cappuccio. • Sulla somma data a prestito, 2 denarii = 32 assi, viene direttamente trattenuto 1 asse come interesse anticipato. • L’interesse del 3% circa era su base mensile, dunque del 45% su base annua: un tasso da usura, ma che trova confronto con altri documenti e che dunque doveva essere piuttosto normale. 86 Le difficoltà di identificazione dei luoghi di lavoro • I diversi tipi di documentazione ricordati ci fanno conoscere almeno 50 mestieri diversi a Pompei. • Raramente però è possibile associare con certezza questa attività ad un luogo: – Solo forni e fullonicae presentano impianti che consentono di identificare con certezza queste attività. – Nella maggior parte dei casi le botteghe, anche se caratterizzate come tali dagli ampi ingressi, non ci hanno lasciato tracce che consentano di assegnarle ad una particolare arte, a meno che qualche graffito non ci metta sull’avviso, come nel caso della tintoria di un tale Xulmus. – Molto spesso le attività artigianali e commerciali avevano sede nelle normali abitazioni, o addirittura lungo le strade e dunque non ci hanno lasciato particolari tracce. 87 Alcuni punti interrogativi • La pur straordinaria documentazione archeologica vesuviana lascia ancora molte lacune su due attività che pure, a giudicare dal numero di manufatti, dovevano impiegare un gran numero di addetti: – La lavorazione dei metalli, anche se una forgia è stata scoperta al di là di porta Vesuvio (dunque fuori città, forse per allontanare il rischio di incendi). – La lavorazione della ceramica: noti in città solo due laboratori, di cui uno specializzato nella fabbricazione di lucerne. • Un dato che corrisponde a quanto vediamo per il resto del mondo romano, in particolare per quanto riguarda i figuli, i lavoratori della ceramica, figure quasi sconosciute. 88 I forni • I forni a Pompei erano molto numerosi, almeno una trentina: nessun pompeiano abitava lontano da un panetterie. – Come abbiamo visto nel ciclo di affreschi della proprietà di Giulia Felice, il pane poteva anche essere venduto per strada, oppure consegnato a domicilio, a dorso di mulo. • In alcuni di questi forni si praticava l’intero ciclo produttivo: macina del grano, impasto e cottura del pane, vendita. • In altri forni l’assenza di macine indica che si lavorava con farina già pronta. 89 La panetteria dei Casti Amanti • Posta lungo la Via dell’Abbondanza, è uno dei forni meglio noti, anche per la conservazione almeno parziale dei pavimenti del piano superiore. • Un forno in cui si eseguivano tutte le fasi del lavoro, offrendo forse anche la possibilità di consumare un pasto. • Sulla destra, nei pressi di un altare, si apriva un primo ingresso (IX.12.7), probabilmente al negozio dove si vendeva il pane e forse qualche altro genere alimentare: il negozio pare diviso in due ambienti. • In un vicolo laterale, occupato da molti rifiuti al momento dell’eruzione si apriva l’ingresso di una stalla (7). 90 Pianta della panetteria dei Casti Amanti • • • • • • • IX.12.7: il negozio. 3. Sala da pranzo. 5. Locale delle macine. 6. Giardino. 7. Stalla del vicolo. 9. Vestibolo. 10. Locale per la preparazione dell’impasto. • Oven: forno. • 12. Stalla. • 13. Cucina. 91 L’ingresso del negozio IX.12.7 in una vecchia foto degli anni Settanta 92 Il laboratorio nella panetteria dei Casti Amanti: il vestibolo e la stanza dell’impasto • Poco oltre l’ingresso al negozio di trovava l’ampio vestibolo (9) del laboratorio vero e proprio. – Dal vestibolo una scala di legno portava al piano superiore. – Nel vestibolo sono stati rinvenuti molti graffiti che riportano i conti del fornaio. • A sinistra del vestibolo un locale per la preparazione dell’impasto (10), in cui si conservano le grandi vasche per l’operazione e i sostegni per le mensole sui quali erano collocate le pagnotte. – Un tentativo per rendere più “gradevole” l’ambiente: un affresco con una Venere piuttosto discinta … 93 Il vestibolo e la stanza dell’impasto 94 Il laboratorio nella panetteria dei Casti Amanti: il forno • Le pagnotte pronte per la cottura passavano direttamente al forno, grazie ad uno sportellino aperto sulla parete posteriore della stanza per l’impasto. • Il forno aveva subito danni, sommariamente riparati, dopo il terremoto del 62 d.C.; altre crepe si erano aperte a causa dei sismi più recenti. • Un altro forno di Pompei ha portato alla sensazionale scoperta di 81 forme di pane carbonizzate. – Le forme presentano ancora una divisione in 8 pagnotte, che è riconoscibile anche dalle fonti iconografiche. – Altre forme portano talvolta un marchio con il nome del panettiere, impresso con un sigillo prima della cottura. 95 Il forno 96 Lo sportello che metteva in comunicazione la stanza dell’impasto col forno 97 Una forma di pane carbonizzata 98 Il laboratorio nella panetteria dei Casti Amanti: il locale delle macine • Poco oltre il forno vero e proprio si trovava una stanza (5) che ospitava 4 macine, numero considerevole, che fa di quella dei Casti Amanti una delle panetterie più grandi di Pompei. • Al momento dell’eruzione solo una delle macine era in funzione, mentre altre due contenevano calce per i restauri del forno. • Le macine di questa panetteria erano in una pietra proveniente dalla lontana Orvieto: un fatto singolare, in considerazione del peso di queste strutture e del fatto che anche la pietra vulcanica locale poteva essere impiegata per questo scopo. • Un meccanismo di funzionamento piuttosto semplice: oltre ai mulini del modello illustrato alle diapositive seguenti vi era un modello ancora più basilare, in cui la barra si impostava direttamente sulla macina rotante. 99 Il locale delle macine 100 Schema di funzionamento di un mulino a trazione animale 1. Perno. 2. Barra cui era aggiogato l’animale. 3. Macina girante. 4. Macina giacente. 101 Un mulino a trazione animale • Rilievo con mulini a trazione animale, in questo caso cavalli, da un sarcofago ritrovato fuori da porta S. Giovanni, a Roma (III sec. d.C.). • Conservato oggi al Museo Chiaramonti, Città del Vaticano. 102 L’uso degli animali nella panetteria • Anche il tipo semplice di macina poteva sfruttare la trazione animale, oltre che quella umana. • Nella panetteria dei Casti Amanti probabile la prima ipotesi: due equini sono stati trovati nella stanza degli impasti. • La loro stalla si trovava in un locale (12) adiacente la stanza delle macine, riconvertita a questo uso con la costruzione di una mangiatoia, dopo aver avuto una funzione più alta, come mostrano i resti di affreschi alle pareti. • Altri 5 equini sono stati trovati nella stalla del vicolo (7), nella quale si nota una mangiatoia, un abbeveratoio e una finestrella. 103 Gli scheletri degli equini nella stalla 7 104 L’uso degli animali nella panetteria • Il foraggio per questi animali consisteva in fave e avena, accumulati in un soppalco di legno nella stalla del vicolo. • Il numero degli animali lascia pensare che fossero usati non solo per la macina, ma anche per le consegne a domicilio (ma non è stato trovato alcun resto di carri). • Un indizio che la scarsa produttività del forno era ritenuto fatto passeggero, altrimenti non si sarebbe sentita la necessità di conservare tutti questi animali. 105 Giardino, cucina e sala da pranzo • Un piccolo giardino interno (6) dava luce alla panetteria. • Nella cucina (13) i resti dell’ultimo pranzo: un volatile e un cinghiale. • Di sorprendenti proporzioni ed eleganza la sala da pranzo (3), con pitture di coppie abbracciate (che hanno dato il nome alla panetteria). • L’ipotesi di un panettiere di alte pretese e quella, più probabile, di una sorta di tavola calda annessa al forno. 106 Il giardino interno 107 La sala da pranzo 108 Un affresco della sala da pranzo 109 Particolare di un affresco dalla sala da pranzo 110 Il garum • Un ingrediente onnipresente nella cucina romana: una salsa ottenuta dalla salagione e dalla fermentazione del pesce. • Il garum era il prodotto più liquido e pregiato del processo (e in questo senso doveva essere chiamato anche liquamen): da ricordare anche il sedimento solido che restava sul fondo, chiamato allec o allex. • Indubbiamente un ingrediente dal sapore pungente, che forse era impiegato in minime quantità. • Nella testimonianza di Plinio il Vecchio anche Pompei era centro di produzione di un apprezzato garum. • In città tuttavia non sono stati scoperti impianti di produzione, che probabilmente si trovavano lungo la spiaggia. 111 Plinio il Vecchio, Storia naturale, XXXI, 93-95: il garum • Aliud etiamnum liquoris exquisiti genus, quod garum vocavere, intestinis piscium ceterisque, quae abicienda essent, sale maceratis, ut sit illa putrescentium sanies … nunc e scombro pisce laudatissimum in Carthaginis Spartariae cetariis – sociorum id appellatur –, singulis milibus nummum permutantibus congios fere binos. • Vi è ancora un altro tipo di liquido squisito, chiamato garum, ottenuto facendo macerare nel sale l’intestino dei pesci e le altre parti che sarebbero da buttare via; il garum è perciò il marcio di materie in putrefazione …; oggi quello più gustoso si fa dal pesce sgombro nei vivai di Cartagine Spartaria - si chiama garum dei soci – con mille sesterzi se ne ottengono quasi due congi ( = 6,5 l). 112 Plinio il Vecchio, Storia naturale, XXXI, 93-95: il garum • nec liquor ullus paene praeter unguenta maiore in pretio esse coepit, nobilitatis etiam gentibus. scombros et Mauretania Baeticaeque etiam Carteia ex oceano intrantes capiunt, ad nihil aliud utiles. laudantur et Clazomenae garo Pompeique et Leptis, sicut muria Antipolis ac Thurii, iam vero et Delmatia. Vitium huius est allex atque inperfecta nec colata faex. • A parte i profumi, non c’è quasi altro liquido che sia divenuto più prezioso di questo: ha reso famosi anche i popoli. Gli sgombri vengono catturati in Mauretania e a Carteia, nella Betica, quando vi entrano provenendo dall’Oceano, né servono ad altro. Per il garum sono rinomate anche Clazomene, Pompei e Lepcis, come sono rinomate per il pesce in salamoia Antipoli e Turii, e adesso anche la Dalmazia. L’allex, sedimento non lavorato e non filtrato del garum, ne costituisce lo scarto. 113 Plinio il Vecchio, Storia naturale, XXXI, 93-95: il garum • Il luogo di produzione del garum migliore: Carthago Nova in Spagna (oggi Cartagena), detta Spartaria per il fatto che la sua pianura era coltivata a sparto, un’erba usata per fare funi e stuoie. • Anche il prezzo esorbitante del garum di altà qualità lascia sospettare un suo uso molto parco: secondo la testimonianza di Plinio un cucchiaio di garum sarebbe costato circa 7 sesterzi. • Da notare il particolare pregio del garum di sgombro. • Interessante anche il fatto che Turii, nell’antico Bruzio, fosse luogo rinomato per la produzione della muria, pesce in salamoia. 114 Il produttore di garum A. Umbricius Scaurus • A Pompei i laboratori per la produzione di garum dovevano essere fuori dalle mura, lungo la costa. • Note invece nel centro cittadino le attività di vendita, tra le quali quelle condotte da A. Umbricius Scaurus. • In particolare le rappresentazioni di anfore nella sua casa menano vanto dell’eccellenza del suo garum. • Alcune etichette attestano una produzione di A. Umbricius Abascantus e di A. Umbricius Agathopus. – Probabile che si trattasse di ex-schiavi di Scaurus, che dopo la manomissione avevano avviato una loro propria impresa, di cui piacerebbe conoscere la relazione con quella del patrono. • Per completare la sua offerta, pare che Umbricio Scauro facesse venire garum anche da un altro famoso centro di produzione, Gades. 115 Mosaico dalla Casa di A. Umbricio Scauro • Nell’atrio della casa, ai quattro angoli, si trovano altrettante rappresentazioni musive di anfore da garum, con epigrafi. • Nell’esemplare raffigurato leggiamo: G(ari) f(los) scom(bri) / Scauri, / ex offi(ci)/na Scauri (“Fiore di garum di sgombro di Scauro, dal laboratorio di Scauro”). 116 Mosaico dalla casa di A. Umbricio Scauro • Nell’esemplare qui raffigura-to leggiamo l’iscrizione musiva: Liquamen / optimum ex offic[in]/a Scauri (“liquamen della miglior qualità, dal laboratorio di Scauro”). 117 Un’attività assai redditizia • Al contrario degli altri bottegai pompeiani, la cui fortuna sembra essere stata piuttosto modesta, Umbricio Scauro sembra essere divenuto ricco grazie al suo commercio di garum. • Una famiglia non di antichissima origine, ma che abitava una casa di un certo lusso (purtroppo oggi fortemente danneggiata). • Il figlio omonimo di Umbricio Scauro raggiunse il duovirato e al momento della sua prematura morte venne onorato dalla comunità. – La fortuna economica data dal garum in questo caso aveva dato un certo lustro sociale agli Umbricii Scauri, assicurando anche il successo politico al loro ultimo rampollo: non sempre accadeva lo stesso nelle comunità del mondo romano. 118 Il mosaico delle fauces e l’atrio della Casa di Umbricio Scauro 119 Il monumento sepolcrale di Umbricio Scauro figlio 120 CIL X, 1024: onori funebri per Umbricio Scauro figlio 121 CIL X, 1024: onori funebri per Umbricio Scauro figlio • A(ulo) Umbricio A(uli) f(ilio) Men(enia) / Scauro, / IIvir(o) i(ure) d(icundo) / huic decuriones locum monum(entum) / et HS ((mille)) ((mille)) in funere et statuam equestr(em) / [in f]oro ponendam censuerunt. / Scaurus pater filio. • “Ad Aulo Umbricio Scauro, figlio di Aulo, iscritto nella tribù Menenia, duoviro per l’amministrazione della giustizia; qui il consiglio gli votò un’area sepolcrale e 2 mila sesterzi per la celebrazione dei funerali e una statua equestre da porre nel foro. Scauro padre al figlio”. • Da notare il segno utilizzato per il numerale 1.000: ∞ 122 Le attività del banchiere L. Cecilio Giocondo • Come già visto nella lezione II, un archivio di oltre 150 documenti, rinvenuto nel 1875 in una cassetta di legno, al primo piano dell’abitazione di Giocondo. • Tavolette cerate, il cui testo in genere è visibile solo dai segni lasciati dallo stilo sulla superficie lignea, mentre la cera oggi è perduta. • Tutti i testi riguardano gli affari di Giocondo, nel periodo 27-62 d.C. (con una concentrazione negli ultimi anni). – Solo un testo è datato al 15 d.C. e riguarda un L. Caecilius Felix, forse il padre di Giocondo. 123 Gli affari di Giocondo • Non certo un banchiere in senso moderno: – La maggior parte dei documenti attesta l’attività di Giocondo come intermediario nelle vendite all’asta (con il versamento al venditore della somma pagata dal compratore, detratta la commissione che spettava a Giocondo). – Alcuni documenti dimostrano che Giocondo poteva anche prestare denaro ai compratori, dietro il pagamento di interessi, per consentire loro di partecipare alla vendita all’asta. – 16 documenti registrano invece contratti di varia natura conclusi da Giocondo con la comunità di Pompei. 124 Il significato dell’archivio di Giocondo per la storia economica • Una documentazione che ci fa conoscere quali beni potevano essere messi all’asta e a quali prezzi erano venduti. • L’uso di ricordare i nomi di 10 testimoni in ogni atto ci ha permesso di conoscere almeno i nomi di molti pompeiani. – Nelle liste dei testimoni l’ordine riflette in genere il rango sociale delle persone. • Un limite: ci sfugge il criterio con il quale venne formato l’archivio, che comunque non doveva rispecchiare la totalità degli affari di Giocondo. – Per quale motivo l’archivio si arresta al 62 d.C.? Giocondo era forse morto nel terremoto di quell’anno? O i documenti più recenti erano conservati in un altro archivio? 125 J. Andreau, Les affaires de monsieur Jucundus, Rome 1974, pp. 312-313, n°1 • HS n(ummum) DXX ob mulum / venditum [M(arco)] Pomponio / M(arci) l(iberto) Niconi, quam pequniam / in stipulatam [L(uci)] Caecili / Felicis redegisse dicitur. / M(arcus) Cerrinius Euprates / eam pequniam omnem / quae supra scripta est [n]umeratam dixit se / [a]ccepisse M(arcus) Cerrinius M(arci) l(ibertus) / [E]uphrates ab(!) Philadelpho, / [C]aecili Felicis ser(vo). / Actum Pompeis V K(alendas) Iunias, / Druso Caesare, / C(aio) Norbano Flacco co(n)s(ulibus). • “La somma di 520 sesterzi per un mulo venduto a Marco Pomponio Nicone, liberto di Marco, denaro che Marco Cerrinio Eufrate dichiara di aver ricevuto secondo quanto stipulato con Lucio Cecilio Felice. Marco Cerrinio Eufrate, liberto di Marco, ha dichiarato di aver ricevuto la suddetta somma, pagata da Filadelfo, schiavo di Cecilio Felice. Redatto a Pompei il quinto giorno prima delle calende di giugno, essendo consoli Druso Cesare e Caio Norbano Flacco [ = 28 maggio 15 d.C.]. 126 J. Andreau, Les affaires de monsieur Jucundus, Rome 1974, pp. 312-313, n°1 • Testimonianza di estremo interesse per conoscere il costo, piuttosto notevole, di un mulo a Pompei. • Interessante notare che sia il venditore che il compratore erano di condizione libertina. • L’intermediario L. Cecilio Felice agì in realtà attraverso un suo schiavo di fiducia. 127 Le vendite all’asta di Cecilio Giocondo • Le vendite all’asta gestite da Cecilio Giocondo non raggiungono somme altissime: in media 4.500 sesterzi. – La somma più alta documentata è di 38.079 sesterzi, ma non sappiamo quali beni siano stati venduti. • L’importo della commissione trattenuta da Cecilio Giocondo era variabile, tra il 2 e il 7% del prezzo del bene venduto. – Supponendo che Cecilio Giocondo gestisse un buon numero di transazioni di un certo rilievo economico, questa attività gli doveva assicurare una certa prosperità. 128 I rapporti tra Cecilio Giocondo e l’amministrazione pubblica • Nel mondo romano era normale che l’amministrazione, afflitta da scarsità di personale, appaltasse servizi pubblici a privati: così la riscossione delle tasse. • Cecilio Giocondo ebbe in appalto la riscossione di una tassa sui pascoli e di un’altra, probabilmente sulle stalle come documentano alcune ricevute di queste imposte nel suo archivio. • Cecilio Giocondo prese in affitto anche la gestione di alcune proprietà pubbliche: – Una fattoria, per la quale pagava un affitto annuo di 6 mila sesterzi, e una fullonica, per 1.652 sesterzi. – Interessante, per comprendere la natura delle amministrazioni locali nel mondo romano, il fatto che l’impiegato addetto alla riscossione di questi affitto fosse un semplice schiavo, di proprietà pubblica. 129 I gruppi sociali attestati nell’archivio • Tra i circa 400 pompeiani attestati nell’archivio di Cecilio Giocondo ritroviamo tutti i livelli sociali, dal grande notabile Cn. Alleius Nigidius Maius ai semplici schiavi. • Notevole, anche tra i testimoni, il ruolo dei liberti. • Tra i 115 nomi di venditori o compratori troviamo anche 14 donne (che non potevano essere testimoni), a conferma del loro ruolo rilevante nella vita economica romana. 130 La figura di Cecilio Giocondo • Non sono molte le informazioni sul banchiere che si possono ricavare dall’archivio e dalla sua casa. • Si suppone che, sebbene di nascita libera, egli discendesse da una famiglia di schiavi. • L’ampiezza e l’eleganza della decorazione della sua casa dimostrano la prosperità dei sui affari. • Un realistico ritratto rinvenuto nell’atrio della domus di Cecilio Giocondo, accompagnato da una dedica, è tradizionalmente identificato con quello del banchiere: ipotesi possibile, anche se non sicura. 131 La pianta dell’ampia domus di Cecilio Giocondo 132 L’atrio (1) della domus di Cecilio Giocondo 133 Il peristilio (11) della domus di Cecilio Giocondo 134 La decorazione della domus di Cecilio Giocondo: Satiro abbraccia Menade (abbraccia?!) 135 Il ritratto di Cecilio Giocondo? • Il ritratto è accompagnato dall’epigrafe Genio L(uci) nostri, / Felix l(ibertus) (“Al Genio del nostro Lucio, il liberto Felice [pose]”). • Interessante testimonianza del culto del Genius, nella religione romana una sorta di nume tutelare che accompagna persone ed entità. • Il Lucius ricordato in questa epigrafe e ritratto nel busto potrebbe anche essere un antenato del banchiere. 136 Il prestito di Poppaea Note • Tra i documenti provenienti da altri archivi pompeiani interessanti, anche se piuttosto lacunose, le tavolette cerate che attestano un prestito concesso da Dicidia Margaris a Poppaea Note, conservate insieme all’argenteria di una casa (CIL IV, 3340, 154-155). • La garanzia del prestito è costituita da due schiavi: se Poppea non avesse saldato il prestito nei tempi pattuiti, Dicidia avrebbe potuto vendere i due schiavi. • Il fatto che questi documenti, del 61 d.C. fossero ancora attentamente custoditi nel 79 d.C. lascia pensare che le cose fossero andate proprio così e che Dicidia volesse conservare attestato della legalità della sua azione. • Ancora dei documenti che dimostrano il rilevante ruolo economico della donna romana, anche se Dicidia agisce attraverso un tutore. 137 Per saperne di più • Vedi diapositiva finale della lezione precedente. Cf. inoltre: • J. Andreau, Les affaires de monsieur Jucundus, Rome 1974 [DSA Econ I 77]. 138