La vita economica nelle città
dell’area vesuviana:
artigianato, commercio,
finanza
Lezione XIV
1
Artigianato, commercio e finanze
• Settori economici che rivestivano un ruolo
minoritario rispetto al settore primario, sia in
relazione alla creazione di ricchezza, sia in
relazione al numero degli addetti impiegati.
• Settori economici svalutati nell’ideologia
romana del lavoro, secondo la tradizionale
interpretazione storiografica.
– Un’interpretazione fortemente condizionata dalla
lettura di pochi passi chiave, in particolare di
Cicerone e di Seneca.
2
Cicerone, I doveri, I, 150-151: la
valutazione sociale delle attività lavorative
• Iam
de
artificiis
et
quaestibus, qui liberales
habendi, qui sordidi sint,
haec fere accepimus.
Primum improbantur ii
quaestus, qui in odia
hominum incurrunt, ut
portitorum, ut feneratorum.
• Ed infine intorno alle
professioni e alle fonti di
guadagno, quali debbano ritenersi onorevoli e
quali sordide, questa è
più o meno la tradizione
che abbiamo ricevuto. In
primo luogo sono riprovevoli quei guadagni che
attirano l'odio degli uomini, come quelli degli
esattori e degli usurai.
3
Gli elementi di interesse nel
passo
• Cicerone afferma di non esprimere una
sua personale opinione, ma di riferire una
posizione tradizionale.
– L’affermazione potrebbe essere giudicata con
sospetto, ma in effetti trova riscontro nella
filosofia greca, in particolare nelle idee dello
stoico Panezio.
• La condanna delle attività finanziarie,
poiché risultano odiose nell’opinione
comune della popolazione.
4
Cicerone, I doveri, I, 150-151: la
valutazione sociale delle attività lavorative
• Inliberales autem et sordidi quaestus mercennariorum omnium, quorum operae, non quorum artes emuntur; est
enim in illis ipsa merces
auctoramentum servitutis.
• Indegni di un uomo
libero e sordidi sono
anche i guadagni di tutti
i salariati, dei quali si
compra il lavoro manuale e non l'abilità; poiché
in essi il salario stesso
è quasi prezzo della
schiavitù.
5
Gli elementi di interesse nel
passo
• Una condanna senza appello del lavoro
salariato.
• Un’idea che nasce dalla mancanza nel
mondo antico di un concetto astratto di
lavoro, staccato da quello di lavoratore,
che è conquista relativamente recente.
• Nell’odierna concezione si vende il proprio
lavoro, nella concezione antica si vende sé
stessi, ponendosi in una condizione
analoga a quella dello schiavo.
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Cicerone, I doveri, I, 150-151: la
valutazione sociale delle attività lavorative
• Sordidi etiam putandi, qui
mercantur a mercatoribus,
quod statim vendant; nihil
enim proficiant, nisi admodum mentiantur; nec vero est
quicquam turpius vanita-te.
Opificesque
omnes
in
sordida arte versantur; nec
enim quicquam ingenuum
habere potest officina.
• Sono poi uomini sordidi
coloro che comprano dai
commercianti all'ingrosso e
rivendono subito: essi infatti
guadagnano a furia di menzogne; né v'è alcuna cosa
più turpe della menzogna.
Anche gli artigiani tutti esercitano un mestiere sordido;
un laboratorio infatti non può
avere nulla di degno di un
uomo libero.
7
Gli elementi di interesse nel
passo
• La condanna del commercio al dettaglio
nasce dalla considerazione dell’inganno
che è insito in ogni transazione.
– Il piccolo commerciante svaluta la merce che
deve comprare, esagera il valore di quella che
deve vendere.
• La condanna dell’artigiano nasce piuttosto
dal luogo in cui egli opera: la sordida e
malsana officina, nella quale tra l’altro
opera spesso fianco a fianco con schiavi.
8
Cicerone, I doveri, I, 150-151: la
valutazione sociale delle attività lavorative
• Minimeque artes eae
probandae, quae ministrae sunt voluptatum
«cetarii, lanii, coqui, fartores, piscatores», ut ait
Terentius. Adde huc, si
placet,
unguentarios,
saltatores, totumque ludum talarium.
• Del tutto ignobili sono poi
quei mestieri che servono a
soddisfare i piaceri: «i venditori di pesce, i macellai, i
cuochi, i pollaioli, i pescatori», come dice Terenzio. Si
possono aggiungere anche i
profumieri, i ballerini e coloro
che danno luogo ad ogni
sorta di spettacoli poco
decenti.
9
Cicerone, I doveri, I, 150-151: la
valutazione sociale delle attività lavorative
• Quibus autem artibus
aut prudentia maior
inest aut non mediocris
utilitas
quaeritur
ut
medicina, ut architectura, ut doctrina rerum
honestarum, eae sunt
iis, quorum ordini conveniunt, honestae.
• Onorevoli invece sono per
quelli alla cui posizione
sociale convengono le professioni che richiedono maggior forza intellettuale e sono
fonte di molta utilità, come la
medicina, l'architettura, l’insegnamento
delle
arti
liberali.
10
Gli elementi di interesse del
passo
• La sovrapposizione tra lavoratore e oggetto del
suo lavoro porta ad una decisa condanna di
coloro che si occupano di beni voluttuari.
• Degne di maggior considerazione le professioni
liberali, per il loro contenuto intellettuale e per la
loro utilità sociale.
– Ma da notare la tautologia dell’espressione
ciceroniana:
sostanzialmente
tali
professioni
convengono a coloro cui convengono.
– Assai verosimile che per Cicerone esse non fossero
comunque convenienti per la classe dirigente.
11
Cicerone, I doveri, I, 150-151: la
valutazione sociale delle attività lavorative
• Mercatura autem, si tenuis
est, sordida putanda est; sin
magna et copiosa, multa
undique apportans multisque
sine vanitate inpertiens, non
est admodum vituperanda;
atque etiam si satiata
quaestu vel contenta potius,
ut saepe ex alto in portum,
ex ipso se portu in agros
possessionesque
contulit,
videtur iure optimo posse
laudari.
•
Anche il commercio, se esercitato su piccola scala, è da
ritenersi sordido: ma, se esercitato su vasta scala, importando da ogni parte molte merci
e distribuendole a molti senza
frode, non è poi del tutto biasimevole; anzi si può lodare a
giusto titolo, se chi lo pratica,
sazio o piuttosto soddisfatto del
guadagno ottenuto, allo stesso
modo che spesso si ritirava
dall'alto mare in porto, si ritira
dallo stesso porto nelle sue
proprietà terriere.
12
Gli elementi di interesse nel
passo
• Degno di una qualche considerazione anche il commercio
su larga scala purchè:
– Metta a disposizione merci altrimenti
manifestando la sua utilità pubblica.
– Non ricorra all’inganno, che caratterizza
commercio.
irreperibili,
il
piccolo
• Ma la litote non est admodum vituperanda tradisce
comunque l’imbarazzo di Cicerone nel valutare questa
attività.
• In ogni caso il mercante diventa degno di lode,
paradossalmente, solo quando cessa di essere tale: prima
dirigendo i suoi affari sulla terraferma, poi investendo i
guadagni nella terra.
13
Cicerone, I doveri, I, 150-151: la
valutazione sociale delle attività lavorative
• Omnium autem re• Di tutte le occupazioni
rum, ex quibus aliperò, dalle quali si trae
quid adquiritur, nihil
qualche guadagno, nesest agri cultura mesuna è più nobile, più
produttiva, più piacelius, nihil uberius,
vole, né più degna di un
nihil dulcius, nihil
vero uomo, di un uomo
homine, nihil libero
libero, dell'agricoltura.
dignius.
14
L’attenzione delle autorità
pubbliche
• Le considerazioni appena svolte non devono
condurre a sottovalutare l’importanza delle
attività artigianali, commerciali e finanziarie.
• Il loro peso, in particolare nei centri urbani,
poteva essere notevole.
• Lo dimostra anche il fatto che tali attività fossero
oggetto di attenzione e regolamentazione da
parte delle autorità pubbliche.
• A Pompei, per esempio:
– La regolamentazione dei pesi e delle misure
testimoniata dalla mensa ponderaria ufficiale.
– La possibile regolamentazione dei giorni di mercato
secondo un calendario ufficiale.
15
La mensa ponderaria
• Serviva come controllo del sistema di
pesi e di misure.
• Venne installata nel Foro di Pompei
ancora nel II sec. a.C., riportando gli
standard ponderali del mondo osco.
• Con la fondazione della colonia romana,
la mensa fu adeguata agli standard
ponderali del mondo romano.
16
L’ambiente che ospitava la mensa
ponderaria
17
La mensa ponderaria
18
Una ricostruzione dell’aspetto
originario della mensa ponderaria
19
CIL X, 793: l’iscrizione della mensa
ponderaria
• A(ulus) Clodius A(uli)
f(ilius) Flaccus, N(umerius) Arcaeus N(umeri)
f(ilius) Arellian(us) Caledus, / d(uum)v(iri) i(ure)
d(icundo),
mensuras
exaequandas ex dec(urionum) decr(eto).
• Aulo Clodio Flacco,
figlio di Aulo (e) Numerio Arceo Arelliano Caledo, figlio di Numerio,
duoviri per l’amministrazione della giustizia,
per la standardizzazione delle misure, su
decreto dei consiglieri
municipali.
20
Il calendario dei giorni di mercato
• Un graffito di difficile interpretazione, posto su
una parete della taberna vasaria di Zosimus
sembra fissare un calendario per i giorni di
mercato che si sarebbero svolti nella
settimana in Campania e Roma.
• Forse il graffito riflette un tentativo di fissare
un calendario ufficiale e permanente.
– Tuttavia qualche altro graffito sembra prevedere
date diverse: il mercato di Pompei si sarebbe
svolto nel giorno di Mercurio, anziché in quello di
Saturno.
21
La taberna vasaria di Zosimus
22
CIL IV, 8863: riproduzione del graffito
con i giorni di mercato
23
CIL IV, 8863: il testo del graffito
• Dies nundinae /
• Sat(urni)
Pompeis
Nuceria /
• Sol(is) Atilla [[Cumae]]
Nola /
• Lun(ae) Cumis/
• Mar(tis) Putiolis /
• Merc(urii) Romae /
• Iov(is) Capua /
• Ven(eris)
• Giorni di mercato:
• Giorno di Saturno: a Pompei,
a Nocera.
• Giorno del Sole: ad Atella, a
Cuma, a Nola.
• Giorno della Luna: a Cuma.
• Giorno di Marte: a Pozzuoli
• Giorno di Mercurio: a Roma
• Giorno di Giove: a Capua
• Giorno di Venere:
24
I caratteri di CIL IV, 8863
• Qualche incertezza nella lettura dei dati, per
l’irregolare allineamento degli stessi.
– I nomi delle località in effetti sembrano corrispondere
solo ai primi 6 giorni.
• Questo calendario dei giorni di mercato non segue
il tradizionale ciclo delle nundinae romane, di 8
giorni.
• Ma piuttosto una settimana molto simile alla nostra,
anche nei nomi dei giorni, dedicati a divinità: un
ciclo di 7 giorni di origine egiziana.
• Le ulteriori colonne a destra sembrano elencare i
giorni del mese.
25
CIL IV, 4182: un testo con dati
contradditori sui giorni di mercato
• Nerone
Caesare
Augusto,
Cosso
Lentulo Cossi fil(io)
co(n)s(ulibus), VIII
Idus
Februarias,
dies Solis, luna,
XIIIIX,
nun(dina)
Cumi, V nun(dina)
Pompeis.
• Sotto il consolato di Nerone
Cesare Augusto e di Cosso
Lentulo, figlio di Cosso [60
d.C.], l’ottavo giorno prima
delle Idi di febbraio [6
febbraio], giorno del Sole,
16° [giorno della nuova]
luna, mercato a Cuma, il 5°
[giorno prima delle Idi di
febbraio, 9 febbraio] mercato
a Pompei.
26
I caratteri di CIL IV, 4182
• Testo di problematico accordo con quello
precedentemente analizzato e che sembra
contenere anche una contraddizione interna:
– Il 6 gennaio del 60 d.C. non era una domenica
(“giorno del Sole”), ma un mercoledì, secondo il
nostro computo.
– Il 9 gennaio del 60 d.C., giorno di mercato a
Pompei, sarebbe un mercoledì (secondo il
calendario che questa iscrizione pare seguire) o
un sabato (secondo il nostro calendario).
– Solo con questo secondo computo ci sarebbe
accordo con CIL IV, 8863, che fissava le nundinae
di Pompei appunto nel giorno di Saturno.
27
I luoghi delle attività commerciali e
artigianali: il Foro
• Il fulcro di queste attività si trovava nel Foro, che, in particolare
nelle prime fasi, era soprattutto luogo della vita economica,
segnatamente sede del mercato.
• Da richiamare a questo proposito le scene di vendita ambientate
nel Foro che abbiamo visto nel ciclo di pitture della proprietà di
Giulia Felice (vedi lezione VII, diapo 48 e seguenti).
• Da non dimenticare che il foro, a Pompei come nelle altre città
del mondo romano, era anche il cuore religioso della città (con il
tempio di Apollo, il tempio di Vespasiano, il santuario dei Lari
Pubblici, il tempio di Giove)
• e la sede delle principali attività politiche e amministrative (con i
cosiddetti edifici municipali, la stessa Basilica, il Comitium).
28
Veduta aerea del foro di Pompei
29
Gli spazi dell’economia
nell’area forense
• Oltre alla stessa piazza e al porticato che la
circondava, tra gli edifici dell’area forense
potevano assolvere ad una funzione economica:
–
–
–
–
–
La già ricordata mensa ponderaria
Il cosiddetto mercato dei cereali
Il Macellum
L’edificio di Eumachia
La Basilica
30
Mappa
del Foro
di
Pompei
31
Gli sviluppi architettonici del foro di
Pompei
• Privo di progettazione unitaria, assume la funzione di
fulcro cittadino dal II sec. a.C.
• Ad anni poco precedenti la deduzione della colonia sillana
risale la costruzione di un portico a due piani che
circondava su tre lati la piazza (sotto il quale dovevano
operare parecchi artigiani e bottegai).
– L’opera è documentata dall’iscrizione del questore Vibio Popidio,
che ne curò la costruzione.
• L’originaria pavimentazione in tufo venne sostituita da un
lastricato in travertino: di entrambe non rimangono molte
tracce, a causa dei recuperi dopo l’eruzione.
• Oggetto di recupero furono anche le numerose statue che
popolavano la piazza: ne rimangono le basi.
32
CIL I2, 1627: la costruzione del
portico del Foro
• V(ibius) Popidius / Ep(pi) f(ilius), q(uaestor), / porticus
/ faciendas / coeravit (“Vibio Popidio, figlio di Eppio,
questore, curò la costruzione del portico”).
• L’uso della lingua latina e la carica di quaestor hanno
creato qualche perplessità sulla datazione:
– La questura è altrimenti sconosciuta nella colonia sillana; ma
d’altra parte l’uso della lingua latina difficilmente fa risalire
oltre gli anni della Guerra Sociale, prima della quale la lingua
ufficiale a Pompei era l’osco.
– È possibile che l’epigrafe risalga al periodo 88-80 a.C.,
quando Pompei già era una comunità romana (forse un
municipium), ma ancora non vi era stata dedotta una
colonia.
33
Il colonnato a due piani del portico del
foro
34
Il cosiddetto mercato dei
cereali
• A Pompei si è riconosciuto un mercato di cereali
nell’edificio lungo e stretto che si trova nell’angolo
nord-occidentale del Foro.
– Effettivamente in una stanza vicina a questo edificio venne
scoperta la mensa ponderaria.
– Il fatto che le pareti fossero prive anche di intonaci lascia
pensare ad un edificio di servizio.
• Ma per il resto l’identificazione poggia su labili indizi,
anche perché pure questo edificio fu colpito dalle
bombe inglesi e risulta oggi poco leggibile.
• Il fatto che oggi sia adibito a deposito di materiali di
scavo non migliora la situazione …
35
Il cosiddetto mercato dei cereali (oggi
magazzino di scavo)
36
Il Macellum
• Un grande cortile rettangolare, con una rotonda al
centro, che forse ospitava una fontana.
• L’edificio è ritenuto un mercato per la vendita di carni
e di pesce.
• L’ipotesi si basa su alcuni significativi rinvenimenti:
– Bilance per il peso del pesce che sono state rinvenute
nell’area centrale.
– Un gran numero di squame di pesce in una fognatura.
– Ossa di pecore o di agnelli nel tratto nord del porticato che
sorgeva nel cortile interno.
– Nella parte meridionale del complesso alcune classiche
tabernae.
37
Una destinazione alternativa per
il Macellum?
• Contrasta tuttavia l’identificazione con un complesso
commerciale la decorazione di alcuni ambienti, piuttosto
elegante e spesso incentrata su temi mitologci e religiosi.
• Le perplessità si accrescono guardando anche alla
decorazione scultorea, pure di un certo rilievo.
• Alcuni studiosi hanno preferito vedervi un tempio, magari
con annesso un locale di ristoro (l’immancabile caffé
elegante delle piazze italiane …), il che potrebbe
accordarsi con i rinvenimenti di cibarie.
• Un sacello in effetti si riconosce chiaramente nel settore
orientale dell’edificio.
38
L’ingresso del Macellum dal Foro
39
La tholos al centro del cortile del
Macellum
40
Le tabernae del lato meridionale del
Macellum
41
Una delle tabernae del lato meridionale
del Macellum
42
La
decorazione
del
Macellum
• Nella scena
riprodotta,
Ulisse narra
le sue disavventure
a
Penelope.
43
La decorazione
del Macellum
• L’immagine di un
togato, dal settore
nord-occidentale del
Macellum.
44
Riproduzione ottocentesca di uno
degli eleganti affreschi del Macellum
45
La decorazione
scultorea del
Macellum
• La statua era tradizionalmente identificata con
un ritratto di Ottavia, la
saggia
sorella
di
Augusto.
• Oggi si ipotizza piuttosto
l’identificazione
con
qualche dama pompeiana, che aveva contribuito al restauro del Macellum.
46
Il sacello sul lato orientale del Macellum
47
L’edificio di Eumachia
• Un grande complesso edilizio sul lato orientale del
Foro, sulla cui costruzione ci informa l’iscrizione
posta su un ingresso laterale dell’edificio (CIL X,
810).
– Lo stesso testo era ripetuto in lettere monumentali
sull’architrave del tratto del portico antistante l’edificio, se ne
leggono ancora oggi cospicui frammenti (CIL X, 811).
• La dedica alla Concordia Augusta e alla Pietas
suggeriscono una connessione con la Concordia
esistente tra l’imperatore Tiberio e la madre Livia e
alla pietas filiale di Tiberio.
– Quando Livia, nel 22 d.C. fu colpita da una malattia, il
Senato votò un’ara alla Pietas Augusta; una moneta di
questo periodo riporta il ritratto di Livia e la legenda Pietas.
48
Mappa dell’edificio
di Eumachia
49
I frammenti di CIL X, 811
sull’architrave del portico
50
Un frammento dell’iscrizione CIL X, 811
sull’architrave del portico, oggi a terra
51
CIL X, 810: la costruzione
dell’edificio di Eumachia
52
CIL X, 810: la costruzione
dell’edificio di Eumachia
• Eumachia L(uci) f(ilia),
sacerd(os)
publ(ica),
nomine suo et / M(arci)
Numistri Frontonis, fili,
chalcidicum, cryptam,
porticus Concordiae /
Augustae Pietati sua
pequnia
(!)
fecit
eademque dedicavit.
• Eumachia,
figlia
di
Lucio,
sacerdotessa
pubblica, a suo nome e
a nome del figlio Marco
Numistrio
Frontone,
fece a sue spese il
vestibolo, la galleria
coperta e il portico e
parimenti li dedicò alla
Concordia Augusta e
alla Pietà.
53
Livia e Pietas
• Dupondio in bronzo, 14,24 g. Al dritto, busto di Livia / Pietas,
con il capo velato e legenda Pietas; al rovescio la legenda
S(enatus) c(onsulto). Drusus Caesar Ti(beri) Augusti f(ilius),
trib(unicia) pot(estate) iter(um).
54
Eumachia, una gran dama pompeiana
• Il richiamo a Livia e Tiberio intendeva forse creare un
parallelismo con Eumachia e il figlio.
– Un parallelismo rafforzato dalla statua-ritratto di Eumachia che si
trovava in una nicchia della parete posteriore dell’edificio, in cui la
donna è acconciata e vestita come le donne della famiglia imperiale.
• Con ogni probabilità la figlia di quel L. Eumachius che aveva fatto
fortuna con la produzione di vino, anfore e laterizi da
costruzione.
• Un buon matrimonio con un esponente della famiglia dei
Numistrii, forse di origine lucana.
– Il marito di Eumachia è forse quel M. Numistrius Fronto che
sappiamo esser divenuto duoviro nel 2 d.C. (CIL X, 892).
• Possibile che, morto prematuramente il marito (di cui non
abbiamo notizie dopo il 2 d.C.), Eumachia si fosse trovata erede
delle fortune dei Numistrii, oltre che di quelle degli Eumachii.
55
La nicchia con la statua di Eumachia
56
La statua di
Eumachia
(copia) e la
sua base
57
L’originale
della statua di
Eumachia,
oggi al Museo
Archeologico
Nazionale di
Napoli
58
… e la moderna
Eumachia
• La cagnona Eumachia
è
stata
la
prima
quattrozampe adottata
nel quadro del progetto
“(C)Ave canem” per
dare una casa ai
randagi degli scavi di
Pompei.
59
Una città attiva: la
documentazione archeologica
• Se il Foro doveva essere il principale “centro
commerciale” della città antica, botteghe e
laboratori si trovavano in ogni quartiere
cittadino.
– Frequentissimi i ritrovamenti di macine e forni
usati dai panettieri (come vedremo nella
panetteria dei Casti Amanti), o delle vasche in cui i
follatori mettevano a bagno i tessuti (per esempio
nella fullonica di Stephanus).
– Innumerevoli gli strumenti artigianali di ogni tipo
che sono stati rinvenuti in diversi luoghi della città
e oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
60
La fullonica di Stephanus: l’ingresso
61
La fullonica di Stephanus: le vasche
62
La fullonica di Stephanus: le vasche
63
Gli strumenti artigianali: una stadera
64
Gli strumenti
artigianali: un ascia
e un accetta
• In alto, ascia, con foro
passante in si infilava il
manico
di
legno,
non
conservato;
era
usata
soprattutto per l’abbattimento
degli alberi.
• In basso, accetta, di cui si
conserva ancora parte del
manico;
usata
per
scortecciare il legno e tagliare
i rami più piccoli.
• Entrambi gli strumenti si conservano al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
65
Gli strumenti
artigianali: una
pinza e una lima
• In alto una pinza da
fuoco usata da forgiatori;
l’esemplare presenta sul
lato esterno una rotella,
tuttora girevole.
• In basso una lima a
listello largo; sul codolo
appuntito si innestava il
manico.
66
Gli strumenti
artigianali: una
regula e un
compasso
• In alto una regula
pieghevole, strumento
di
misura
della
lunghezza di un piede
(cm. 29,65).
• In basso un compasso,
usato in carpenteria,
architettura e scultura;
in questo esemplare i
due
bracci
ruotano
attorno ad un perno
circolare.
67
Gli strumenti
artigianali: una
squadra e piccole
incudini
• In altro, una squadra, strumento
essenziale nelle costruzioni
edili.
• In basso un gruppo di piccole
incudini rinvenute poco fuori
Porta Vesuvio, attesta la
presenza in quest’area di una
officina
68
Una città attiva: la
documentazione iconografica
• Le conoscenze tratte dalla documentazione
archeologica possono essere integrate grazie
fonti iconografiche, per esempio:
– l’insegna del costruttore Diogene.
– la lapide sepolcrale del geometra Popidio
Nicostrato.
– La rappresentazione del lavoro dei fullones dalla
fullonica di Veranio Ipseo.
– L’insegna di una bottega di fabbri.
69
L’insegna del costruttore
Diogene
• Oltre al beneaugurante fallo che appare al centro, in
alto, si disinguono, partendo da sinistra:
–
–
–
–
–
–
Un filo a piombo.
Una cazzuola.
Un’anfora.
Un archipendolo (una squadra con filo a piombo).
Una picozza.
Uno scalpello.
• La pertinenza della tabella è dimostrata dall’iscrizione
Diogenes structor che appare sulla cornice superiore.
70
L’insegna del costruttore Diogene
71
La lapide sepolcrale di Popidius
Nicostratus con la raffigurazione di una
groma
72
Scene di lavoro dalla fullonica di
Veranio Ipseo
• Nella fullonica di Veranio Ipseo un pilastro riporta su
due delle sue facce scene di lavoro dei fullones.
• Nel registro superiore (diapo 74) un giovane carda la
stoffa appesa ad un asse con una spazzola;
• sulla destra un altro ragazzo porta una gabbia di
vimini sulla quale era stesa la stoffa per la
solforazione ed un recipiente contenente lo zolfo;
sulla gabbia appare la civetta, simbolo di Atena,
patrona dei fullones.
• In basso una dama esamina una stoffa portata da
un’ancella.
73
Scene di lavoro dalla fullonica di Veranio
Ipseo
74
Scene di lavoro dalla fullonica
di Veranio Ipseo
• Nel registro inferiore (diapo 76) i fullones
lavano i panni immersi in bacili pestandoli con
i piedi.
• Sul lato, nel registro superiore (diapo 77) uno
strumento che serviva per stirare le stoffe,
grazie alla pressione di due grosse viti.
• Nel registro inferiore (diapo 78), in alto alcune
stoffe su assi sospese al soffitto; in basso un
lavorante porge un indumento ad una donna,
sotto lo sguardo di un’altra donna seduta.
75
Scene di lavoro dalla fullonica di Veranio
Ipseo: il lavaggio dei panni
76
Scene di lavoro
dalla fullonica
di Veranio
Ipseo: la
stiratura dei
panni
77
Scene di lavoro
dalla fullonica di
Veranio Ipseo: i
panni stesi e una
scena di vendita
78
L’insegna di una bottega di
fabbri
• Il bassorilievo illustra le diverse fasi della
lavorazione dei metalli; da sinistra:
– Il metallo viene pesato su una grossa bilancia
sospesa.
– Due lavoranti sono intenti a battere sull’incudine il
metallo riscaldato.
– Un altro lavorante è intento a rifinire un grande piatto.
– In alto, poggiati su mensole, alcuni prodotti finiti, tra i
quali anche forme da pasticceria.
– All’intera scena assiste un cane, accovacciato su
un’altra mensola.
79
L’insegna di una bottega di fabbri
80
La libella
• Una rappresentazione fortemente
simbolica.
• L’archipendolo
della morte livella
la sorte dei ricchi
(l’abito elegante
e lo scettro a sinistra) e dei poveri (l’abito lacero e la bisaccia a
destra).
• La ruota come
simbolo delle alterne
vicende
della vita.
81
Una città attiva: la documentazione
epigrafica
• Ulteriori indizi ci vengono dalle fonti epigrafiche, in
particolare graffiti e iscrizioni sepolcrali.
• Alcuni di questi documenti ci fanno conoscere anche
donne impegnate nel mondo del lavoro; gli esempi
ricordati da Mary Beard sono piuttosto atipici:
– La porcaria publica Nigella.
– La prestatrice di denaro Faustilla.
• Anche nelle città dell’area vesuviana tuttavia il ruolo delle
donne nel mondo dei mestieri pare minoritario.
– Un dato che ovviamente non a che vedere con una presunta
oziosità femminile, quanto piuttosto con il fatto che molti
tradizionali lavori femminili (la cura della casa, l’accudire i
bambini) non erano sentiti come mestiere.
82
La porcaria publica
Nigella
• La sua iscrizione sepolcrale è
stata rinvenuta nel complesso
funerario dei Clodii, fuori Porta
Nocera.
• Una caratteristica stele antropomorfa, pubblicata da A.
D’Ambrosio - S. De Caro, Un
impegno per Pompei. Fotopiano e documentazione della necropoli di Porta Nocera, Milano
1983, 5 OS.
• Il testo: Clodia ((mulieris))
l(iberta) / Nigella, porcar(ia) /
publica.
83
Il sepolcro dei Clodii fuori porta Nocera
84
La porcaria publica Nigella
• Il mestiere di porcarius, “guardiano di maiali” è
piuttosto noto (anche nella forma subulcus).
• Eccezionale appare invece la sua declinazione al
femminile e la sua caratterizzazione pubblica.
• L’attestazione di branchi di maiali di proprietà della
comunità di Pompei?
• Ma anche una possibile connessione religiosa: la
patrona di Nigella dovrebbe essere Clodia A. f.,
sacerdos publica Cereris.
– La scrofa era uno degli animali che veniva sacrificato alla
dea Cerere.
85
La prestatrice di denaro Faustilla
• La sua attività è nota da almeno quattro graffiti, redatti dai suoi
clienti.
• Cf. per esempio CIL IV, 8203: Idibus Iulis / inaures pos(i)tas ad
Faustilla(m) / pro ((denariis)) II, usura(e) deduxit aeris a(ssem) /
ex sum(ma?) XXX (“Il 15 luglio dati in pegno a Faustilla gli
orecchini per 2 denarii, ne ha dedotto l’usura di un asse di
bronzo, come trentesimo della somma”).
• La concessione di un prestito contro un pegno, che in altri
graffiti è costituito da un mantello con cappuccio.
• Sulla somma data a prestito, 2 denarii = 32 assi, viene
direttamente trattenuto 1 asse come interesse anticipato.
• L’interesse del 3% circa era su base mensile, dunque del 45%
su base annua: un tasso da usura, ma che trova confronto con
altri documenti e che dunque doveva essere piuttosto normale.
86
Le difficoltà di identificazione dei
luoghi di lavoro
• I diversi tipi di documentazione ricordati ci fanno
conoscere almeno 50 mestieri diversi a Pompei.
• Raramente però è possibile associare con certezza
questa attività ad un luogo:
– Solo forni e fullonicae presentano impianti che consentono di
identificare con certezza queste attività.
– Nella maggior parte dei casi le botteghe, anche se caratterizzate
come tali dagli ampi ingressi, non ci hanno lasciato tracce che
consentano di assegnarle ad una particolare arte, a meno che
qualche graffito non ci metta sull’avviso, come nel caso della
tintoria di un tale Xulmus.
– Molto spesso le attività artigianali e commerciali avevano sede
nelle normali abitazioni, o addirittura lungo le strade e dunque non
ci hanno lasciato particolari tracce.
87
Alcuni punti interrogativi
• La pur straordinaria documentazione archeologica
vesuviana lascia ancora molte lacune su due attività
che pure, a giudicare dal numero di manufatti,
dovevano impiegare un gran numero di addetti:
– La lavorazione dei metalli, anche se una forgia è stata
scoperta al di là di porta Vesuvio (dunque fuori città, forse
per allontanare il rischio di incendi).
– La lavorazione della ceramica: noti in città solo due
laboratori, di cui uno specializzato nella fabbricazione di
lucerne.
• Un dato che corrisponde a quanto vediamo per il
resto del mondo romano, in particolare per quanto
riguarda i figuli, i lavoratori della ceramica, figure
quasi sconosciute.
88
I forni
• I forni a Pompei erano molto numerosi, almeno una
trentina: nessun pompeiano abitava lontano da un
panetterie.
– Come abbiamo visto nel ciclo di affreschi della proprietà di
Giulia Felice, il pane poteva anche essere venduto per
strada, oppure consegnato a domicilio, a dorso di mulo.
• In alcuni di questi forni si praticava l’intero ciclo
produttivo: macina del grano, impasto e cottura del
pane, vendita.
• In altri forni l’assenza di macine indica che si
lavorava con farina già pronta.
89
La panetteria dei Casti Amanti
• Posta lungo la Via dell’Abbondanza, è uno dei forni
meglio noti, anche per la conservazione almeno parziale
dei pavimenti del piano superiore.
• Un forno in cui si eseguivano tutte le fasi del lavoro,
offrendo forse anche la possibilità di consumare un
pasto.
• Sulla destra, nei pressi di un altare, si apriva un primo
ingresso (IX.12.7), probabilmente al negozio dove si
vendeva il pane e forse qualche altro genere alimentare:
il negozio pare diviso in due ambienti.
• In un vicolo laterale, occupato da molti rifiuti al momento
dell’eruzione si apriva l’ingresso di una stalla (7).
90
Pianta della
panetteria dei Casti
Amanti
•
•
•
•
•
•
•
IX.12.7: il negozio.
3. Sala da pranzo.
5. Locale delle macine.
6. Giardino.
7. Stalla del vicolo.
9. Vestibolo.
10. Locale per la preparazione
dell’impasto.
• Oven: forno.
• 12. Stalla.
• 13. Cucina.
91
L’ingresso del negozio IX.12.7 in una
vecchia foto degli anni Settanta
92
Il laboratorio nella panetteria dei Casti
Amanti: il vestibolo e la stanza dell’impasto
• Poco oltre l’ingresso al negozio di trovava l’ampio
vestibolo (9) del laboratorio vero e proprio.
– Dal vestibolo una scala di legno portava al piano superiore.
– Nel vestibolo sono stati rinvenuti molti graffiti che riportano i
conti del fornaio.
• A sinistra del vestibolo un locale per la preparazione
dell’impasto (10), in cui si conservano le grandi
vasche per l’operazione e i sostegni per le mensole
sui quali erano collocate le pagnotte.
– Un tentativo per rendere più “gradevole” l’ambiente: un
affresco con una Venere piuttosto discinta …
93
Il vestibolo e la stanza dell’impasto
94
Il laboratorio nella panetteria dei Casti
Amanti: il forno
• Le pagnotte pronte per la cottura passavano
direttamente al forno, grazie ad uno sportellino aperto
sulla parete posteriore della stanza per l’impasto.
• Il forno aveva subito danni, sommariamente riparati,
dopo il terremoto del 62 d.C.; altre crepe si erano
aperte a causa dei sismi più recenti.
• Un altro forno di Pompei ha portato alla sensazionale
scoperta di 81 forme di pane carbonizzate.
– Le forme presentano ancora una divisione in 8 pagnotte, che
è riconoscibile anche dalle fonti iconografiche.
– Altre forme portano talvolta un marchio con il nome del
panettiere, impresso con un sigillo prima della cottura.
95
Il forno
96
Lo sportello che metteva in
comunicazione la stanza dell’impasto
col forno
97
Una forma di pane carbonizzata
98
Il laboratorio nella panetteria dei Casti
Amanti: il locale delle macine
• Poco oltre il forno vero e proprio si trovava una stanza (5) che
ospitava 4 macine, numero considerevole, che fa di quella dei
Casti Amanti una delle panetterie più grandi di Pompei.
• Al momento dell’eruzione solo una delle macine era in funzione,
mentre altre due contenevano calce per i restauri del forno.
• Le macine di questa panetteria erano in una pietra proveniente
dalla lontana Orvieto: un fatto singolare, in considerazione del
peso di queste strutture e del fatto che anche la pietra vulcanica
locale poteva essere impiegata per questo scopo.
• Un meccanismo di funzionamento piuttosto semplice: oltre ai
mulini del modello illustrato alle diapositive seguenti vi era un
modello ancora più basilare, in cui la barra si impostava
direttamente sulla macina rotante.
99
Il locale delle macine
100
Schema di funzionamento di
un mulino a trazione animale
1. Perno.
2. Barra cui era
aggiogato
l’animale.
3. Macina girante.
4. Macina
giacente.
101
Un mulino a trazione animale
• Rilievo con mulini
a
trazione
animale, in questo
caso cavalli, da un
sarcofago ritrovato
fuori da porta S.
Giovanni, a Roma
(III sec. d.C.).
• Conservato oggi al
Museo
Chiaramonti, Città
del Vaticano.
102
L’uso degli animali nella panetteria
• Anche il tipo semplice di macina poteva sfruttare la trazione
animale, oltre che quella umana.
• Nella panetteria dei Casti Amanti probabile la prima ipotesi: due
equini sono stati trovati nella stanza degli impasti.
• La loro stalla si trovava in un locale (12) adiacente la stanza
delle macine, riconvertita a questo uso con la costruzione di una
mangiatoia, dopo aver avuto una funzione più alta, come
mostrano i resti di affreschi alle pareti.
• Altri 5 equini sono stati trovati nella stalla del vicolo (7), nella
quale si nota una mangiatoia, un abbeveratoio e una finestrella.
103
Gli scheletri degli equini nella stalla 7
104
L’uso degli animali nella panetteria
• Il foraggio per questi animali consisteva in fave e
avena, accumulati in un soppalco di legno nella stalla
del vicolo.
• Il numero degli animali lascia pensare che fossero
usati non solo per la macina, ma anche per le
consegne a domicilio (ma non è stato trovato alcun
resto di carri).
• Un indizio che la scarsa produttività del forno era
ritenuto fatto passeggero, altrimenti non si sarebbe
sentita la necessità di conservare tutti questi animali.
105
Giardino, cucina e sala da
pranzo
• Un piccolo giardino interno (6) dava luce alla
panetteria.
• Nella cucina (13) i resti dell’ultimo pranzo: un volatile
e un cinghiale.
• Di sorprendenti proporzioni ed eleganza la sala da
pranzo (3), con pitture di coppie abbracciate (che
hanno dato il nome alla panetteria).
• L’ipotesi di un panettiere di alte pretese e quella, più
probabile, di una sorta di tavola calda annessa al
forno.
106
Il giardino interno
107
La sala da pranzo
108
Un affresco della sala da pranzo
109
Particolare
di un
affresco
dalla sala da
pranzo
110
Il garum
• Un ingrediente onnipresente nella cucina romana: una salsa
ottenuta dalla salagione e dalla fermentazione del pesce.
• Il garum era il prodotto più liquido e pregiato del processo (e in
questo senso doveva essere chiamato anche liquamen): da
ricordare anche il sedimento solido che restava sul fondo,
chiamato allec o allex.
• Indubbiamente un ingrediente dal sapore pungente, che forse
era impiegato in minime quantità.
• Nella testimonianza di Plinio il Vecchio anche Pompei era centro
di produzione di un apprezzato garum.
• In città tuttavia non sono stati scoperti impianti di produzione,
che probabilmente si trovavano lungo la spiaggia.
111
Plinio il Vecchio, Storia naturale,
XXXI, 93-95: il garum
• Aliud
etiamnum
liquoris
exquisiti genus, quod garum
vocavere, intestinis piscium
ceterisque, quae abicienda
essent, sale maceratis, ut sit
illa putrescentium sanies …
nunc e scombro pisce laudatissimum
in
Carthaginis
Spartariae cetariis – sociorum id appellatur –, singulis
milibus nummum permutantibus congios fere binos.
•
Vi è ancora un altro tipo di
liquido
squisito,
chiamato
garum,
ottenuto
facendo
macerare nel sale l’intestino dei
pesci e le altre parti che
sarebbero da buttare via; il
garum è perciò il marcio di
materie in putrefazione …; oggi
quello più gustoso si fa dal
pesce sgombro nei vivai di
Cartagine Spartaria - si chiama
garum dei soci – con mille
sesterzi se ne ottengono quasi
due congi ( = 6,5 l).
112
Plinio il Vecchio, Storia naturale,
XXXI, 93-95: il garum
• nec liquor ullus paene
praeter unguenta maiore in
pretio esse coepit, nobilitatis
etiam gentibus. scombros et
Mauretania Baeticaeque etiam Carteia ex oceano intrantes capiunt, ad nihil aliud utiles. laudantur et Clazomenae garo Pompeique et
Leptis, sicut muria Antipolis
ac Thurii, iam vero et
Delmatia. Vitium huius est
allex atque inperfecta nec
colata faex.
• A parte i profumi, non c’è quasi
altro liquido che sia divenuto più
prezioso di questo: ha reso famosi anche i popoli. Gli sgombri
vengono catturati in Mauretania
e a Carteia, nella Betica, quando vi entrano provenendo
dall’Oceano, né servono ad altro. Per il garum sono rinomate
anche Clazomene, Pompei e
Lepcis, come sono rinomate per
il pesce in salamoia Antipoli e
Turii, e adesso anche la Dalmazia. L’allex, sedimento non lavorato e non filtrato del garum, ne
costituisce lo scarto.
113
Plinio il Vecchio, Storia naturale,
XXXI, 93-95: il garum
• Il luogo di produzione del garum migliore: Carthago
Nova in Spagna (oggi Cartagena), detta Spartaria per
il fatto che la sua pianura era coltivata a sparto,
un’erba usata per fare funi e stuoie.
• Anche il prezzo esorbitante del garum di altà qualità
lascia sospettare un suo uso molto parco: secondo la
testimonianza di Plinio un cucchiaio di garum
sarebbe costato circa 7 sesterzi.
• Da notare il particolare pregio del garum di sgombro.
• Interessante anche il fatto che Turii, nell’antico
Bruzio, fosse luogo rinomato per la produzione della
muria, pesce in salamoia.
114
Il produttore di garum A. Umbricius
Scaurus
• A Pompei i laboratori per la produzione di garum dovevano
essere fuori dalle mura, lungo la costa.
• Note invece nel centro cittadino le attività di vendita, tra le
quali quelle condotte da A. Umbricius Scaurus.
• In particolare le rappresentazioni di anfore nella sua casa
menano vanto dell’eccellenza del suo garum.
• Alcune etichette attestano una produzione di A. Umbricius
Abascantus e di A. Umbricius Agathopus.
– Probabile che si trattasse di ex-schiavi di Scaurus, che dopo la
manomissione avevano avviato una loro propria impresa, di cui
piacerebbe conoscere la relazione con quella del patrono.
• Per completare la sua offerta, pare che Umbricio Scauro
facesse venire garum anche da un altro famoso centro di
produzione, Gades.
115
Mosaico dalla Casa di
A. Umbricio Scauro
• Nell’atrio della casa, ai quattro
angoli,
si
trovano
altrettante
rappresentazioni musive di anfore da
garum, con epigrafi.
• Nell’esemplare raffigurato leggiamo:
G(ari) f(los) scom(bri) / Scauri, / ex
offi(ci)/na Scauri (“Fiore di garum di
sgombro di Scauro, dal laboratorio di
Scauro”).
116
Mosaico dalla casa
di A. Umbricio
Scauro
• Nell’esemplare
qui
raffigura-to
leggiamo
l’iscrizione
musiva:
Liquamen / optimum ex
offic[in]/a Scauri (“liquamen
della miglior qualità, dal
laboratorio di Scauro”).
117
Un’attività assai redditizia
• Al contrario degli altri bottegai pompeiani, la cui
fortuna sembra essere stata piuttosto modesta,
Umbricio Scauro sembra essere divenuto ricco grazie
al suo commercio di garum.
• Una famiglia non di antichissima origine, ma che
abitava una casa di un certo lusso (purtroppo oggi
fortemente danneggiata).
• Il figlio omonimo di Umbricio Scauro raggiunse il
duovirato e al momento della sua prematura morte
venne onorato dalla comunità.
– La fortuna economica data dal garum in questo caso aveva
dato un certo lustro sociale agli Umbricii Scauri, assicurando
anche il successo politico al loro ultimo rampollo: non
sempre accadeva lo stesso nelle comunità del mondo
romano.
118
Il mosaico delle fauces e l’atrio della Casa
di Umbricio Scauro
119
Il monumento sepolcrale di Umbricio
Scauro figlio
120
CIL X, 1024: onori funebri per
Umbricio Scauro figlio
121
CIL X, 1024: onori funebri per
Umbricio Scauro figlio
• A(ulo) Umbricio A(uli) f(ilio) Men(enia) / Scauro, /
IIvir(o) i(ure) d(icundo) / huic decuriones locum
monum(entum) / et HS ((mille)) ((mille)) in funere et
statuam equestr(em) / [in f]oro ponendam
censuerunt. / Scaurus pater filio.
• “Ad Aulo Umbricio Scauro, figlio di Aulo, iscritto nella
tribù Menenia, duoviro per l’amministrazione della
giustizia; qui il consiglio gli votò un’area sepolcrale e
2 mila sesterzi per la celebrazione dei funerali e una
statua equestre da porre nel foro. Scauro padre al
figlio”.
• Da notare il segno utilizzato per il numerale 1.000: ∞
122
Le attività del banchiere L. Cecilio
Giocondo
• Come già visto nella lezione II, un archivio di oltre
150 documenti, rinvenuto nel 1875 in una cassetta di
legno, al primo piano dell’abitazione di Giocondo.
• Tavolette cerate, il cui testo in genere è visibile solo
dai segni lasciati dallo stilo sulla superficie lignea,
mentre la cera oggi è perduta.
• Tutti i testi riguardano gli affari di Giocondo, nel
periodo 27-62 d.C. (con una concentrazione negli
ultimi anni).
– Solo un testo è datato al 15 d.C. e riguarda un L. Caecilius
Felix, forse il padre di Giocondo.
123
Gli affari di Giocondo
• Non certo un banchiere in senso moderno:
– La maggior parte dei documenti attesta l’attività di Giocondo
come intermediario nelle vendite all’asta (con il versamento
al venditore della somma pagata dal compratore, detratta la
commissione che spettava a Giocondo).
– Alcuni documenti dimostrano che Giocondo poteva anche
prestare denaro ai compratori, dietro il pagamento di
interessi, per consentire loro di partecipare alla vendita
all’asta.
– 16 documenti registrano invece contratti di varia natura
conclusi da Giocondo con la comunità di Pompei.
124
Il significato dell’archivio di Giocondo
per la storia economica
• Una documentazione che ci fa conoscere quali beni
potevano essere messi all’asta e a quali prezzi erano
venduti.
• L’uso di ricordare i nomi di 10 testimoni in ogni atto ci
ha permesso di conoscere almeno i nomi di molti
pompeiani.
– Nelle liste dei testimoni l’ordine riflette in genere il rango
sociale delle persone.
• Un limite: ci sfugge il criterio con il quale venne
formato l’archivio, che comunque non doveva
rispecchiare la totalità degli affari di Giocondo.
– Per quale motivo l’archivio si arresta al 62 d.C.? Giocondo
era forse morto nel terremoto di quell’anno? O i documenti
più recenti erano conservati in un altro archivio?
125
J. Andreau, Les affaires de monsieur
Jucundus, Rome 1974, pp. 312-313, n°1
• HS n(ummum) DXX ob mulum / venditum [M(arco)] Pomponio /
M(arci) l(iberto) Niconi, quam pequniam / in stipulatam [L(uci)]
Caecili / Felicis redegisse dicitur. / M(arcus) Cerrinius Euprates /
eam pequniam omnem / quae supra scripta est [n]umeratam dixit
se / [a]ccepisse M(arcus) Cerrinius M(arci) l(ibertus) / [E]uphrates
ab(!) Philadelpho, / [C]aecili Felicis ser(vo). / Actum Pompeis V
K(alendas) Iunias, / Druso Caesare, / C(aio) Norbano Flacco
co(n)s(ulibus).
• “La somma di 520 sesterzi per un mulo venduto a Marco Pomponio
Nicone, liberto di Marco, denaro che Marco Cerrinio Eufrate
dichiara di aver ricevuto secondo quanto stipulato con Lucio Cecilio
Felice. Marco Cerrinio Eufrate, liberto di Marco, ha dichiarato di
aver ricevuto la suddetta somma, pagata da Filadelfo, schiavo di
Cecilio Felice. Redatto a Pompei il quinto giorno prima delle
calende di giugno, essendo consoli Druso Cesare e Caio Norbano
Flacco [ = 28 maggio 15 d.C.].
126
J. Andreau, Les affaires de monsieur
Jucundus, Rome 1974, pp. 312-313, n°1
• Testimonianza di estremo interesse per
conoscere il costo, piuttosto notevole, di un
mulo a Pompei.
• Interessante notare che sia il venditore che il
compratore erano di condizione libertina.
• L’intermediario L. Cecilio Felice agì in realtà
attraverso un suo schiavo di fiducia.
127
Le vendite all’asta di Cecilio
Giocondo
• Le vendite all’asta gestite da Cecilio Giocondo non
raggiungono somme altissime: in media 4.500
sesterzi.
– La somma più alta documentata è di 38.079 sesterzi, ma
non sappiamo quali beni siano stati venduti.
• L’importo della commissione trattenuta da Cecilio
Giocondo era variabile, tra il 2 e il 7% del prezzo del
bene venduto.
– Supponendo che Cecilio Giocondo gestisse un buon numero
di transazioni di un certo rilievo economico, questa attività gli
doveva assicurare una certa prosperità.
128
I rapporti tra Cecilio Giocondo e
l’amministrazione pubblica
• Nel mondo romano era normale che l’amministrazione, afflitta
da scarsità di personale, appaltasse servizi pubblici a privati:
così la riscossione delle tasse.
• Cecilio Giocondo ebbe in appalto la riscossione di una tassa
sui pascoli e di un’altra, probabilmente sulle stalle come
documentano alcune ricevute di queste imposte nel suo
archivio.
• Cecilio Giocondo prese in affitto anche la gestione di alcune
proprietà pubbliche:
– Una fattoria, per la quale pagava un affitto annuo di 6 mila
sesterzi, e una fullonica, per 1.652 sesterzi.
– Interessante, per comprendere la natura delle amministrazioni
locali nel mondo romano, il fatto che l’impiegato addetto alla
riscossione di questi affitto fosse un semplice schiavo, di
proprietà pubblica.
129
I gruppi sociali attestati
nell’archivio
• Tra i circa 400 pompeiani attestati
nell’archivio di Cecilio Giocondo ritroviamo
tutti i livelli sociali, dal grande notabile Cn.
Alleius Nigidius Maius ai semplici schiavi.
• Notevole, anche tra i testimoni, il ruolo dei
liberti.
• Tra i 115 nomi di venditori o compratori
troviamo anche 14 donne (che non potevano
essere testimoni), a conferma del loro ruolo
rilevante nella vita economica romana.
130
La figura di Cecilio Giocondo
• Non sono molte le informazioni sul banchiere che si
possono ricavare dall’archivio e dalla sua casa.
• Si suppone che, sebbene di nascita libera, egli
discendesse da una famiglia di schiavi.
• L’ampiezza e l’eleganza della decorazione della sua
casa dimostrano la prosperità dei sui affari.
• Un realistico ritratto rinvenuto nell’atrio della domus di
Cecilio Giocondo, accompagnato da una dedica, è
tradizionalmente
identificato
con quello
del
banchiere: ipotesi possibile, anche se non sicura.
131
La pianta dell’ampia domus di Cecilio
Giocondo
132
L’atrio (1) della domus di Cecilio
Giocondo
133
Il peristilio (11) della domus di Cecilio
Giocondo
134
La
decorazione
della domus di
Cecilio
Giocondo:
Satiro
abbraccia
Menade
(abbraccia?!)
135
Il ritratto di Cecilio
Giocondo?
• Il ritratto è accompagnato
dall’epigrafe Genio L(uci)
nostri, / Felix l(ibertus) (“Al
Genio del nostro Lucio, il
liberto Felice [pose]”).
• Interessante testimonianza
del culto del Genius, nella
religione romana una sorta
di nume tutelare che
accompagna persone ed
entità.
• Il Lucius ricordato in questa
epigrafe e ritratto nel busto
potrebbe anche essere un
antenato del banchiere.
136
Il prestito di Poppaea Note
• Tra i documenti provenienti da altri archivi pompeiani
interessanti, anche se piuttosto lacunose, le tavolette cerate che
attestano un prestito concesso da Dicidia Margaris a Poppaea
Note, conservate insieme all’argenteria di una casa (CIL IV,
3340, 154-155).
• La garanzia del prestito è costituita da due schiavi: se Poppea
non avesse saldato il prestito nei tempi pattuiti, Dicidia avrebbe
potuto vendere i due schiavi.
• Il fatto che questi documenti, del 61 d.C. fossero ancora
attentamente custoditi nel 79 d.C. lascia pensare che le cose
fossero andate proprio così e che Dicidia volesse conservare
attestato della legalità della sua azione.
• Ancora dei documenti che dimostrano il rilevante ruolo
economico della donna romana, anche se Dicidia agisce
attraverso un tutore.
137
Per saperne di più
• Vedi diapositiva finale della lezione
precedente. Cf. inoltre:
• J. Andreau, Les affaires de monsieur
Jucundus, Rome 1974 [DSA Econ I 77].
138
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La vita economica nelle città dell`area vesuviana: artigianato