D
a Vittorio Veneto, il 23 ottobre
1918 parte l’offensiva contro
l’esercito austro-ungarico, con
condizioni climatiche pessime. Gli italiani avanzano rapidamente in Veneto,
Friuli e Cadore e il 29 ottobre l’AustriaUngheria si arrende.
Nell’Impero la situazione precipita.
A Trieste, come in altre città, per evitare il caos il 29 stesso il Fascio nazionale
italiano si riunisce d’urgenza e, con una
rappresentanza del Partito socialista, dà
vita ad un Comitato di salute pubblica,
sotto la presidenza di Alfonso Valerio
e che ha, come vicepresidente, Edmondo Puecher: dodici italiani liberalnazionali e dodici italiani socialisti, ai quali
vengono aggiunti più tardi quattro delegati slavi. Il Comitato di salute pubblica si insedia al posto delle vecchie
autorità governative imperiali per garantire l’ordine in attesa dell’esercito
italiano. Alla tutela dell’ordine cooperano in città picchetti di militari di altre nazionalità, guidati da fiduciari triestini scelti dal Comitato stesso. Si tratta
di militari cecoslovacchi, riconoscibili da un nastro bianco e rosso sul berretto da marinai, di truppe jugoslave e
di un reparto di soldati viennesi. E’ atteso anche l’arrivo di truppe di nazionalità italiana, inviate dal Comitato di
salute pubblica di Pola. A tutti i cittadini dai 22 ai 40 anni viene fatto appello
per prestare servizio nella Guardia nazionale. Sono attese le navi dell’Intesa,
contro le quali si avvisano le stazioni di
difesa costiera di non fare fuoco. Viene
abolita la censura preventiva sui giornali, che possono così finalmente uscire senza prima dover mandare le copie
al controllo della commissione. Ironico il commento del quotidiano Il Lavoratore, secondo il quale si ritorna così
«alla libertà di farsi sequestrare il giornale dopo la loro stampa…».
Il 30 ottobre di quel 1918 è mercoledì, ed una grande pacifica manifestazione popolare si snoda lungo le vie
cittadine: l’entusiasmo è alle stelle per
il passaggio di Trieste all’Italia, e non
mancano gli atti simbolici come, ad
esempio, la rimozione dell’aquila bicipite dal palazzo della Luogotenenza (l’attuale Prefettura). A Trieste è scoppiata
la rivoluzione. Dopo mezzogiorno, dal
Caffè degli Specchi esce all’improvviso
un gruppo di giovani portando spiegata una bandiera tricolore. E’ la scintilla
che dà fuoco alle polveri. In un attimo,
piazza Grande ed il Corso si vestono di
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vessilli bianco-rosso-verdi. Tele cucite
alla meglio nell’urgenza del momento,
pezzi di carta colorata incollati insieme,
lenzuola tinte di fresco. Alle prime grida di «Viva l’Italia!» le strade si riempiono di folla esultante, decisa a tutto.
Nelle caserme ci sono migliaia di soldati austriaci e bosniaci. La polizia è al
completo. Il governatore, barone Alfred
Freiherr von Fries Skene, rappresentante
del governo imperiale di Vienna, sta al
suo posto, al Palazzo della Luogotenenza. Polizia e soldati escono nelle strade,
tentano di strappare le prime bandiere,
di disperdere ed arrestare i dimostranti. Che reagiscono. Nelle colluttazioni, i
poliziotti rimangono sopraffatti. Gli ar-
restati vengono liberati a furor di popolo. Una voce scorre tra la folla sopra le
altre: «La bandiera sulla torre del Comune!» E la bandiera viene issata sulla torre, in mezzo al delirio di decine di
migliaia di triestini, quasi in faccia alle
finestre del Governatore.
Poi i dimostranti si recano in via
della Sanità ad acclamare il loro antico podestà, l’avvocato Alfonso Valerio, destituito ed internato dall’Austria allo scoppio della guerra, da poco
ritornato alla città natale. Grida unanimi: «Viva il primo sindaco della città
redenta!» L’ex-podestà si affaccia, parla ai concittadini, ringrazia dell’augurio, proclama Trieste libera di rientrare
nella grande famiglia italiana. Il campanone di San Giusto chiama frattanto
il popolo alla riscossa.
Ma la città non può sentirsi sicura. I suoi dintorni sono pieni di truppe
austro-ungariche in ritirata. Gruppi di
prigionieri russi e serbi assalgono i va-
Lo stemma della Casa imperiale degli
Asburgo e sotto, da sinistra, quelli dei tre
Länder autonomi della Provincia del Litorale
austriaco (in tedesco Österreichisches
Küstenland): la Città imperiale di Trieste e
dintorni (capoluogo del Litorale),
la Contea di Gorizia e Gradisca, il
Margraviato d’Istria.
Sotto, l’Impero d’Austria-Ungheria nel 1899.
Nella pagina accanto: in alto, a sinistra, gli
stemmi delle regioni dell’Impero austroungarico.
A destra, quello dell’Impero dell’AustriaUngheria con il motto “Indivisibiliter ac
inseparabiliter”.
Sotto: la carta politica dell’Österreichisches
Küstenland, il Litorale austriaco (Trieste,
Gorizia e Gradisca, Istria).
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goni delle derrate alimentari. Incidenti scoppiano qua e là, a mano armata,
fra soldati, cittadini e guardie nazionali. Alla periferia, nei dintorni delle caserme, i tafferugli e le fucilate sono
frequenti.
Si è ormai giunti alle battute finali
di quella sanguinosa guerra che, per la
prima volta nella storia, ha coinvolto tutte le maggiori potenze mondiali.
Già la mattina del 30 ottobre 1918
il Comitato di salute pubblica aveva
reso pubblico alla cittadinanza il manifesto per il mantenimento dell’ordine e
la salvaguardia dell’integrità di Trieste
in attesa dell’arrivo delle truppe italiane.
Al popolo di Trieste!
A difesa dell’acquistata libertà, a tutela della città e di tutta la regione
adriatica orientale, noi, membri delle Giunte del Fascio Nazionale e del
Partito Socialista, ci siamo costituiti in Comitato di salute pubblica.
Il nostro programma immediato è di effettuare il distacco di Trieste e delle altre
terre italiane della regione dal nesso dello stato austriaco, assumendo in nostre
mani tutti i poteri civili e militari e tutte le istituzioni della città.
In nome dei puri ideali che animano oggi tutto il popolo nostro, noi confidiamo
che tutti i cittadini coopereranno nell’opera civile di risparmiare alla città
il danno e la vergogna di offesa ai singoli individui, e soprattutto ai pacifici
cittadini di altre nazionalità.
Nessuna offesa da nessuna parte minaccia il nostro ideale, nessuna offesa
parta dal popolo nostro, a suscitare violenta reazione.
Nell’interesse comune di tutti gli abitanti noi li invitiamo a riconoscere
l’autorità del Comitato di salute pubblica e dei commissari civili che
verranno istituiti affinché per questo periodo di transizione, che ci auguriamo
brevissimo, la cittadinanza possa godere senza preoccupazioni la meritata
gioia della nostra libertà. Libera a tutti l’espressione più ampia dei loro
sentimenti; doveroso per tutti il rispetto civile della persona e della proprietà
altrui. Trieste è libera. Il popolo di Trieste è nobilmente degno di fronte a tutto
il mondo dell’antica tradizione d’onore e civiltà.
Civica disciplina, liberamente voluta dal popolo tutto maturerà per la città e la
regione nostra, il pieno e libero compimento dei suoi voti.
Trieste, 30 ottobre 1918
Il Comitato di salute pubblica:
Cosmo Albanese, Giorgio Amedeo, Carlo Arch, Lodovico Braidotti, Michele Bratina, Alfredo Callini, Giovanni Catalan, Ezio Chiussi, Josip Ferfolja, Aldo Forti, Rudolf Golouh, Paolo Jacchia,
Rodolfo Kraus, Antonio Laurencich, Carlo Nobile, Giuseppe Maylander, Giuseppe Passigli, Silvio Pernetti, Valentino Pittoni, Edmondo Puecher, Marco Samaja, Edvard Slavik, John Stiglich,
contina >>>
Giusepe Tuntar, Carlo Ukmar, Alfonso Valerio, Enrico Vicentini, Josip Wilfan.
Il Litorale austriaco
La Provincia del Litorale austriaco, con la denominazione ufficiale in lingua tedesca Österreichisches
Küstenland, era una regione amministrativa dell’Impero austriaco, nata nel 1849 dal precedente Regno d’Illiria.
Confinante ad ovest con il Regno Lombardo-Veneto, a nord con la Carinzia, ad est con la Carniola e a sudest
con la Croazia, la provincia era suddivisa in tre Länder autonomi: il territorio imperiale di Trieste, la Contea
di Gorizia e Gradisca ed il Margraviato d’Istria, ciascuno dei quali aveva amministrazioni indipendenti sotto il
controllo del governatore della regione che aveva sede a Trieste, capoluogo del Küstenland.
Primo governatore del Litorale fu il conte Friedrich Moritz von Burger; ultimo, il barone Alfred Freiherr von
Fries Skene. Dopo la fine della I Guerra mondiale, nel 1919, in applicazione del Trattato di
Saint-Germain-en-Laye tutta la provincia passò al Regno d’Italia.
Trieste città imperiale
Denominata in lingua tedesca Reichsunmittelbare Stadt Triest und ihr Gebiet, la città imperiale di Trieste
e dintorni era l’inquadramento amministrativo dato a Trieste nel periodo austro-ungarico dal 1849 al 1919.
Nella complessa organizzazione dell’Impero asburgico, la città costituiva un Land autonomo all’interno del
Kronland del Küstenland, la regione che comprendeva anche Gorizia e l’Istria. In virtù delle sue specificità
storiche, etniche, linguistiche e territoriali, la città godeva di un proprio Landtag, il consiglio provinciale.
Trieste era suddivisa al suo interno in sei distretti urbani e due esterni, quello dei Sobborghi di Trieste e quello
dell’Altipiano di Trieste. Secondo il censimento del 1900, la città era popolata da 178.599 abitanti, di cui
134.143 nei sei distretti urbani, con la maggioranza della cittadinanza di lingua italiana.
Con la fine della I Guerra mondiale il territorio urbano fu dapprima occupato dalle truppe italiane, nel novembre
del 1918, quindi definitivamente annesso al Regno d’Italia nel 1919 in applicazione del Trattato
di Saint-Germain-en-Laye.
PAGINE DI STORIA 93
Qui a sinistra, alcune
rarissime immagini delle
prime dimostrazioni filoitaliane a Trieste, che si
svolgono già il 30 ottobre
1918, all’indomani
della notizia della resa
dell’Austria-Ungheria.
Sopra: la folla all’imbocco di
via San Spiridione brucia le
bandiere dell’Impero austroungarico.
Sotto: l’imponente corteo
che si forma all’inizio del
Corso mercoledì 30 ottobre,
per poi percorrere tutte le
strade del centro cittadino,
sventolando tricolori e
inneggiando all’Italia.
Sono giorni difficili,
di grande tensione: in
città girano sbandati,
malintenzionati ed evasi
dalle carceri, ed il Comitato
di salute pubblica triestino
costituisce una guardia
volontaria per tentare di
controllare la situazione
in attesa dell’arrivo delle
truppe italiane.
La sera del 30 ottobre i delegati del Comitato di salute pubblica si recano dall’i.
r. luogotenente barone de Fries-Skene,
nel palazzo della Luogotenenza, in piazza
Grande, per comunicargli che il Comitato stesso, proclamata la caduta dell’Austria dalle terre italiane dell’Adriatico,
ne intende assumere il governo.
Il colloquio, stando a notizie ufficiali, è
improntato alla massima correttezza. Il
luogotenente si riserva di informare della
cosa il presidente del Consiglio dei ministri, professor Lammasch, a Vienna e
dichiara che la consegna di tutti gli uffici politici avrebbe potuto avere luogo
già il giorno successivo. Piazza Grande
viene ribattezzata piazza Italia, mentre
nel giardino davanti al palazzo la folla
distrugge il gigantesco marinaio di legno
che l’Austria aveva innalzato, chiedendo alla cittadinanza ed ai ragazzi delle
scuole di piantarvi chiodi di ferro e chiodi d’argento ogni volta che l’Impero credeva di propiziarsi la Vittoria. I busti e i
ritratti imperiali, le aquile bicipiti, i segni del dominio asburgico vengono dovunque abbattuti e distrutti.
Il 31 ottobre il luogotenente de FriesSkene rende pubblico il suo commiato. Quindi consegna la flotta da guerra
austriaca al Comitato slavo, evidentemente per pagare il suo debito verso chi
lo aveva sempre aiutato nella lotta nazionale contro gli italiani durante il suo
governo. Gli Sloveni erano stati buoni
e fedeli sudditi dell’Impero; domani lo
saranno doppiamente di una grande Jugoslavia di cui già sognano i confini all’Isonzo e al Tagliamento. (“Rino Alessi”, Chino Alessi, 1993).
Queste le parole che il barone Fries-Skene rivolge ai triestini:
Agli
abitanti di Trieste!
I riguardi dovuti alla situazione generale mi costringono in seguito ad ordine
superiore di abbandonare quest’oggi Trieste e di trasferire per ora la sede dell’i.
r. Luogotenenza a Graz. Le aziende dell’amministrazione della città verranno
affidate al comitato sorto dalla cittadinanza.
Io invito la popolazione di Trieste a conservare in questi tempi difficili la quiete
e l’ordine e ad evitare che la città, che ha già tanto gravemente sofferto causa la
guerra, non abbia a sopportare alla voglia della pace nuovi e sensibili danni.
Per quasi quattro anni io ed i funzionari da me dipendenti eravamo onestamente
e con tutte le migliori nostre forze intenti a lenire a seconda delle intenzioni
dell’Augustissimo nostro Imperatore e Signore, le sofferenze della guerra
e di limitare per quanto mai possibile i sacrifici della guerra imposti alla
popolazione. Al momento della mia partenza vorrei esprimere in uno ai miei più
fervidi voti per l’avvenire della città, il mio convincimento che Trieste, la quale
da più di 5 secoli si univa per libera elezione all’Austria e che in stretta unione a
questa divenne un potente emporio commerciale, non può trovare in seguito uno
sviluppo degno del suo passato, altro che in un nesso, scelto di propria volontà
ed assieme ad un retroterra ad essa congiunto per natura e per la storia, il quale
ormai s’avvia ad una nuova fora statale.
Trieste, 31 ottobre 1918
Di Sua Maestà I. R. Apostolica consigliere intimo eff.
ed i. r. Luogotenente in Trieste e nel Litorale Dr. Barone de Fries-Skene.i
94 PAGINE DI STORIA
Nelle foto a destra.
Sopra: il 31 ottobre 1918
il governatore imperiale di
Trieste, il barone de FriesSkene, abbandona la città e
si trasferisce a Graz, mentre
uno degli ultimi reparti
austriaci toglie dal palazzo
della Luogotenenza l’insegna
con l’aquila bicipite.
Sotto: una bella immagine
di piazza Grande, a Trieste
(l’attuale piazza dell’Unità
d’Italia) in una cartolina
degli inizi del ‘900.
Trieste è però isolata dal mondo. Allora il Comitato di salute pubblica chiede alla rappresentanza slava di poter
usare il radiotelegrafo ed una torpediniera, per entrare in comunicazione
con l’Italia. Gli slavi discutono e tergiversano, non desiderando l’intervento dell’Italia; poi, alla fine si giunge
ad un compromesso: essi acconsentono purché in città giungano le forze
dell’Intesa e non quelle italiane. Da
Trieste, la sera del 31 ottobre (giovedì), parte per Venezia questo radiotelegramma: «II Comitato di Salute
Pubblica di Trieste, vista la gravissima situazione della città, manderà domattina 1 novembre una torpediniera
del Comitato Nazionale jugo-slavo per
parlamentare con la flotta dell’Intesa.
Preghiamo di venirci incontro all’altezza di Caorle.» L’ammiraglio Marzolo, comandante in capo della piazza marittima di Venezia, invia questa
risposta: «Sta bene».
Alle nove di venerdì 1 novembre la torpediniera ex-austro-ungarica «T.B.3»
proveniente da Trieste è avvistata fuori Caorle dalla squadriglia di torpediniere del comandante Almagià, partita
da Venezia al mattino per incontrarla. La torpediniera italiana «1P.N.»
si avvicina alla «T.B.3 », che issa tre
bandiere: una italiana, una bianca e
una jugo-slava. E’ comandata dal tenente Pierpaolo Vucetic. Porta a bordo tre parlamentari del Comitato triestino: Marco Samaia, rappresentante
degli italiani nazionali; Alfredo Canini, rappresentante degli italiani socialisti, e Giuseppe Ferfolja, rappresentante degli slavi.
La «T.B.3» viene scortata fino a Venezia dalle siluranti ed è fatta fermare all’imboccatura del porto di Lido,
fuori degli sbarramenti. Un motoscafo, con a bordo il capitano di vascello Rota, esce dalle ostruzioni, accosta
alla torpediniera battente tre bandiere e riceve i parlamentari. All’una e
mezza del pomeriggio i delegati triestini giungono all’Arsenale di Venezia, dove sono immediatamente ricevuti dall’ammiraglio Marzolo. Il
colloquio dura due ore. Mentre la conversazione si svolge, arriva davanti a
Venezia una piccola nave mercantile, l’”Istria” del Lloyd Triestino, sulla quale sono imbarcati il dottor Jacchia ed altri tre cittadini di Fiume, i
quali annunziano che anche Fiume
s’è ribellata al dominio austriaco, ha
cacciato i rappresentanti imperiali ed
invoca l’intervento della Marina italiana. L’ammiraglio Marzolo parte
in serata per il Comando Supremo e
ne ritorna nella notte. All’indomani,
2 novembre, sabato, si sparge a Venezia la voce che la partenza di una
spedizione navale per l’occupazione
di Trieste è imminente. L’arrivo della seconda Brigata bersaglieri da Treviso (7° e 11° Rgt.) e l’allestimento
improvviso di compagnie di marinai
da sbarco ne costituiscono l’esplici-
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A sinistra: 1/11/1918 la torpediniera ex austroungarica “T.B.3”, giunge al Comando flotta di
Venezia per richiedere l’intervento dell’Intesa.
A destra: 31/10/1918 gli ultimi reparti dell’esercito
austro-ungarico abbandonano Trieste.
Il Comitato jugoslavo
Valerio, primo sindaco di Trieste liberata
Noto in Italia come Comitato sud-slavo o Comitato degli Slavi del sud, il Comitato
jugoslavo (da non confondere con il Consiglio nazionale degli Sloveni, dei Croati
e dei Serbi, il movimento patriottico slavo interno all’Impero austro-ungarico) fu
un gruppo di tutela e di difesa degli interessi degli Slavi del Sud (jugoslavi) che
iniziò a riunirsi segretamente sin dal 1914 e fondato ufficialmente il 30 aprile 1915
a Londra. Il Comitato jugoslavo si proponeva la creazione di uno stato unitario
che comprendesse tutte le popolazioni slave meridionali (dette anche “Sud slave”
o “jugoslave”) e composte da croati, serbi, sloveni, albanesi, montenegrini allora
divise tra Regno di Serbia, Regno di Montenegro e Impero d’Austria-Ungheria. Il
29 ottobre 1918 il Consiglio nazionale degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi ruppe
ogni relazione con l’Austria-Ungheria, stabilendo il nuovo Stato degli Sloveni,
dei Croati e dei Serbi, riconosciuto soltanto dall’imperatore Carlo ma non dalla
comunità internazionale, che sino alla fine della I Guerra mondiale (4 novembre
1918 con l’Italia) invece ne ignorava l’esistenza, mentre riconosceva il solo Comitato jugoslavo che godeva tra l’altro della simpatia del presidente americano
Woodrow Wilson, il quale osteggiava l’attuazione del Patto di Londra e le mire
espansioniste italiane sui Balcani. Con la formazione del Regno dei Serbi, dei
Croati e degli Sloveni, l’1 dicembre 1918, nato dall’unione del Regno di Serbia con
quello del Montenegro e lo Stato degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi, il compito
del Comitato jugoslavo può dirsi concluso.
ta conferma. La sera del 2 novembre
giunge infatti l’ordine d’imbarco per
la notte. (“La Vittoria in Adriatico”,
Maffio Maffii).
Per informare tempestivamente la cittadinanza degli importanti avvenimenti che si stanno velocemente sviluppando in città, della politica del Fascio
nazionale e dei provvedimenti adottati dal Comitato di salute pubblica,
venerdì 1 novembre esce il primo numero del quotidiano La Nazione, fondato e diretto da Silvio Benco e Giulio
Cesari, che si avvalgono della collaborazione di Emanno Curet, Amelia
Cesari e Guido Morpurgo. Il giornale,
finanziato con una sottoscrizione di
300 mila corone, viene stampato nella tipografia del Lloyd Austriaco con
la carta fornita dallo stabilimento triestino Modiano. Il commento dei fatti che stanno investendo la città è affidato allo stesso Benco, che nel suo
saluto ai lettori così esordisce nella
prima pagina del primo numero: «E’
l’ora più grande e più bella di Trieste. Il destino si compie. Su la torre
di piazza, issato dai cittadini, sventola
il Tricolore. La libertà ride nei volti.
Esulta nei canti della Patria, mentre
le insegne del potere caduto s’abbattono e passa maestosa l’onda dei vessilli per cui è dolce anche morire. Il
nostro giornale sorge in quest’ora divina… E’ il ’48! E’ – finalmente – il
“nostro ‘48” che fa vibrare in questi
giorni Trieste. Il secolo positivo e bef-
fardo non ha tolto al nostro popolo i
santi entusiasmi della Patria. Anche
la seconda giornata della Rivoluzione di Trieste fu meravigliosa d’emozione e di bellezza».
Sabato 2 novembre quattro aeroplani
italiani lasciano cadere su Trieste dei
volantini. Su uno di essi si legge: «Non
macchine da guerra ma ali tricolori portano nel giorno di San Giusto in Trieste liberata fervidi saluti fraterni, fatti con animo. Mai vacillò la fede nei
destini della patria. I cacciatori della
stazione idrovolanti Giuseppe Missaglia, Venezia». Su un altro il messaggio: «Ai cittadini di Trieste, Pola e Fiume. I vostri sentimenti ci sono noti.
L’ora della redenzione è venuta. Pazientate. La nuova Italia più grande e
potente vi calcola già come suoi figli.
Viva la Venezia Giulia italiana! Viva
Trieste! Viva Vittorio Emanuele III! I
cacciatori di Venezia e un vostro fratello irredento che per voi ha sempre
combattuto sotto il tricolore italiano.
Aviazione marina».
Nel prossimo numero: il 3 novembre
1918; l’armistizio di Villa Giusti fra Italia e Austria-Ungheria; la partenza del
convoglio navale da Venezia alla volta di
Trieste ed il suo arrivo nella città redenta; l’Audace, prima fra le navi italiane,
attracca al molo S. Carlo; lo sbarco dei
bersaglieri; il bagno di folla; il generale Carlo Petitti di Roreto, primo governatore della Venezia Giulia.
Alfonso Valerio (Trieste 1852 - Poggioreale del
Carso, 1942). Avvocato, patriota e irredentista;
consigliere comunale dal 1897 e sindaco di Trieste
nel 1909 e nel 1913; senatore del Regno d’Italia
dal 1919. Come sindaco svolse intensa attività a
favore delle rivendicazioni italiane e diede vita a
una efficiente amministrazione. Destituito nel 1915
dal governo dell’Impero austro-ungarico, all’atto
dell’entrata in guerra dell’Italia, tornò alla sua professione di avvocato sino alla fine dell’ottobre del
1918, allorché, proclamato presidente del Comitato
di salute pubblica, resse la città nel delicato periodo
dell’insurrezione contro l’Austria, dopo la quale
fu riconfermato nella carica di sindaco.
Puecher, con Valerio nel Comitato
Edmondo Puecher (Rovereto, Trento, 18 ottobre 1873 – Trieste, 25 novembre
1954), avvocato. Trasferitosi giovanissimo con la famiglia a Trieste, si laurea in
Legge all’Università di Vienna. Tra l’inizio del XX secolo e lo scoppio della I
Guerra mondiale è, a Trieste, uno dei principali esponenti del Partito socialista.
Eletto consigliere comunale, il 30 ottobre 1918 viene designato vice presidente
del Comitato di salute pubblica, creato nel periodo di transizione fino all’arrivo
delle truppe italiane. Leader della corrente riformista del Psi, dopo l’avvento
del fascismo si ritira dalla vita politica dedicandosi alla professione. Benché
sorvegliato dalla polizia, non interrompe però i contatti con antifascisti e movimenti clandestini, tanto che nel luglio del 1943 è lui che rappresenta il Psiup
nel Comitato dei partiti antifascisti sorto a Trieste e che, dopo l’armistizio, si
trasforma in CLN. Arrestato dalle SS nel dicembre 1943 con altri membri del
CLN, viene deportato a Dachau. Sopravvissuto alla durissima prova, al suo
ritorno a Trieste è nominato presidente della Zona (massima carica civile durante
il governo anglo-americano). Logorato dalle sofferenze patite nel lager, nel 1947,
per ragioni di salute, si ritira da ogni attività.
Benco, giornalista, letterato e irredentista
Silvio Benco (Trieste, 1874 – Turriaco, 1949),
scrittore e giornalista italiano. Benché avesse
iniziato molto presto gli studi, li abbandona nel
1890 alla morte del padre, e inizia a lavorare come
giornalista. Dal 1903 collabora con il quotidiano
Il Piccolo. In questi anni frequenta la borghesia
intellettuale di Trieste, e conosce Italo Svevo. Nel
1913 è tra i promotori della fondazione dell’Associazione della Stampa Italiana a Trieste, iniziativa coraggiosa visto che la città giuliana fa parte
dell’Impero asburgico. Arrestato dagli austriaci,
viene liberato solamente nel 1918, alla fine della
guerra. In quegli stessi giorni, con Giulio Cesari,
fonda il primo quotidiano italiano di Trieste, La
Nazione, rimanendone direttore fino all’avvento
del fascismo, intorno al 1923. Superata la dittatura, torna a collaborare con Il
Piccolo, ma in seguito ad alcune minacce si trasferisce a Turriaco, piccolo centro
del Friuli, dove muore nel 1949.
Romanziere, giornalista, librettista, traduttore e critico d’arte, Benco è stato
uno più rappresentativi uomini di lettere di Trieste. Autore di diversi romanzi,
libretti per le opere di Smareglia e Malipiero, di un’opera in tre volumi sulla
storia di Trieste durante la prima Guerra Mondiale, di diverse monografie su
artisti e istituzioni triestine e di innumerevoli articoli di critica su opere musicali,
pittoriche e letterarie. Come critico ha curato i primi articoli di James Joyce – che
prima di diventare famoso faceva l’insegnante d’inglese a Trieste – curandone
le prime edizioni italiane.
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