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Via Narni, 29 - 00181 Roma - Mensile di informazione - Anno LXI - N° 9 - Settembre 2012
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SOMMARIO
NEL SEGNO
DEL SANGUE
Mensile della Unione Sanguis Christi
dei Missionari
del Preziosissimo Sangue
EDITORIALE
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Dall’alto dei gabbiani di Michele Colagiovanni
TESTIMONIANZE
232
La gocciolina di Gesù di Caterina Gentile
Anno LXI - N° 9
Settembre2012
Direttore Responsabile
Michele Colagiovanni, cpps
SUSSIDI
Il sangue di Cristo
ci riscatta dalle nostre alienazioni di Rosario Pacillo
235
L’ANGOLO DELLA POESIA
238
Sbocciano le viole di Daniele Paulino
Stampa e fotocomposizione
Stab. Tipolit. Ugo Quintily S.p.A.
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INCONTRO DI PREGHIERA
Redenzione e remissione dei peccati di Tullio Veglianti
239
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La vita del giusto: dai vizi alle virtù - La Lussuria
La persona è unica e irripetibile”di Romano Altobelli
243
L’Ospedale Italiano di Amman punto di riferimento per
l’intera Giordania di Maria Grazia Carbonaro
248
L’effimero e il brutto
non si addicono al sacro di Enisio Di Tullio
251
UMORISMO
254
Il lato comico di Comik
C.C.P. n. 391003
UNIONE SANGUIS CHRISTI
Direttore
Michele Colagiovanni, cpps
Autorizzazione Trib. Roma
n. 229/84 in data 8-6-1984.
Iscriz. Registro Naz. della Stampa
(Legge 8-8-1981, n. 416, Art. 11)
al n. 2704, vol. 28, foglio 25,
in data 27-11-1989
Redattori
Italia Accordino, Claudio Amici,
Anna Calabrese, Maria Damiano,
Gabriella Dumo, Aldo Gnignera,
Stefania Iovine, Giovanni Lucii,
A. Maria Mascitelli, Vincenzo Mauro,
Noemi Proietti, Angela Rencricca,
Emanuela Sabellico, Mauro Silvestri,
Carla Taddei.
Finito di stampare
nel mese di Settembre 2012
Grafica: Elena Castiglione
Foto: Archivio USC
Questa rivista è iscritta
all’Associazione
Stampa Periodica Italiana
CENTRO STUDI SANGUIS CHRISTI
In copertina:
Madonna della vite,
di SUOR ROSALBA FACECCHIA, ASC
Direttore
Tullio Veglianti, cpps
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Dall’alto dei gabbiani
di Michele Colagiovanni
S
econdo le dicerie di vecchi gabbiani la vallata che
conduceva a Roma rigurgitava di industrie. Nulla di tutto questo videro i due volatili,
inoltrandosi, ma innumerevoli
capannoni deserti, come cappelle cimiteriali di uno sterminato
camposanto. Tutto era immobile, attorno ai manufatti e qualche attrezzo che sostava negli
spiazzi cementificati mostrava
di essere in disarmo: le gomme
a terra acciaccate, le macchie di
ruggine al suolo, i vetri incro-
stati di sporco: cadaveri metallici in decomposizione. Tanti fallimenti con padroni rimasti ricchi.
Scivolarono su quello scenario, verso Roma, fino alla stazione di servizio dell’autostrada
che percorreva la valle. I due
volatili furono bene accolti,
almeno a giudicare dalla simpatia con la quale venivano osservati dalla gente che vi sostava
per il rifornimento.
Cion-Ban-Bo e la madre decisero di trattenersi qualche ora,
perché negli scarichi del risto-
rante (ve n’erano anzi due, uno
per ciascuna direzione di marcia) trovarono tanto cibo sofisticatissimo. Al figlio piacque
molto. Alla madre un po’ meno.
La loro presenza non dette
alcun problema alla direzione
della stazione di servizio, anzi
vennero coccolati, tanto che
decisero di prolungare il loro
soggiorno. Alcuni giornali e
emittenti locali ne parlarono e
non furono pochi coloro che si
recarono a vederli entrando di
proposito nell’autostrada in
direzione sud e in direzione
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nord. I viaggiatori e i visitatori
entravano nel bar e consumavano. Quasi tutti compravano
qualcosa per loro chiedendo al
gestore quale fosse il gusto preferito.
Quando ripresero il loro
viaggio dispiacque a tutti e per
qualche tempo furono tristi.
Anche Cion-Ban-Bo e sua madre per un po’ rimpiansero la
bella vacanza. Avevano familiarizzato con gli uomini e li
avevano visti nella luce più
favorevole.
Chi sa per quale traccia biologica passata attraverso le interferenze generazionali mamma
gabbiano si sentì spinta a fare la
stessa scelta di Annibale Barca,
il celebre condottiero cartaginese! Invece di puntare sulla città
meta della sua spedizione, salì
sui colli e passò sopra quelli che
ancora sono chiamati Campi di
Annibale.
La grande quantità di ristoranti, con il relativo secchione
dei rifiuti alimentari, avrebbe
consentito ai due profughi di
vivere in modo agiato, in aria
salubre, ma avendo avvistato un
lago, mamma gabbiano volle fare sfoggio davanti al figlio dell’antica arte della sopravvivenza.
Il lago, oblungo, riempiva
una vasta valle incassato dentro
ripide pareti boscose, riflesse
nella profondità. Sul bordo
opposto del cratere spento (perché di questo si trattava) stava
appoggiato un paese dominato
dal palazzo pontificio e dalla
specola scesi al livello dell’acqua la madre disse a Cion-BanBo: «Stai a vedere…» e prese a
sorvolare la superficie appena
ondulata, solo venti centimetri
sopra di essa. Le ali andavano al
minimo e imprimevano al corpo
una sorta di rollio. Era bellissimo spettacolo perché l’ucello in
volo si specchiava nell’acqua e
la figura, nel riflesso, liquida e
espansa sopra le onde, pareva
non meno reale.
L’occhio di mamma gabbiano era attentissimo a scrutare. A
un tratto il capo si immerse e ne
uscì con un pesce nella forbice.
Guizzava con quanta forza aveva, da una parte e dall’altra del
becco, senza potersi liberare. Si
rassegnò, o parve. Con fierezza
la madre salì un metro più in
alto e tornò indietro con una
virata spettacolare verso il
figlio.
Cion-Ban-Bo stava poggiato sull’acqua come un bambolotto. Ogni dettaglio del suo
aspetto svelava un intimo godimento. Si sarebbe volentieri appisolato. La madre lo richiamò
alla realtà. Gli fece capire che
doveva afferrare il pesce che gli
porgeva. Il passaggio da un becco all’altro fu maldestro e la vittima ricadde in acqua e si dileguò. Cion-Ban-Bo ci rimase
male. La madre lo rincuorò.
«Non ti preoccupare» – gli disse. - «È facile prenderne un
altro. Guarda bene come faccio,
perché poi dovrai farlo tu. Non
perdere nessun dettaglio!».
Si levò in volo e si posizionò dalla parte opposta del figlio,
a una sessantina di metri. Procedette verso di lui a un palmo
dalla superficie dell’acqua e
dopo una ventina di metri
immerse il capo nelle onde.
Trasse fuori un malcapitato
pesce. Chiuse le ali e galleggiò
nelle onde. Impresse alla preda
una rotazione di quindici gradi.
La mise in posizione favorevole
a essere inghiottita. La costrinse
a sprofondare nel collo sempre
guizzando fin nello stomaco.
«Vedi, è facile!» - disse. – «Ora
ne prendo uno per te». Si sollevò sulle onde e, sempre sullo
stesso tragitto, prima di arrivare
da Cion-Ban-Bo, prese un altro
pesce.
Mentre Cion-Ban-Bo lo
mangiava sua madre gli disse:
«Hai visto quanto è facile? Prova anche tu, ora!»
«Sì, ma come faccio a alzarmi in volo?».
Non era la stessa cosa che
volare da una piattaforma stabile! Staccarsi da un piano liquido
significava prima di tutto liberarsi del liquido, materia avvolgente che appesantisce e non
offre il beneficio di un punto
d’appoggio. Mamma gabbiano
gli fece vedere come doveva
fare, dopo averglielo spiegato in
teoria. Bisognava prima liberare
le ali alzandole quanto più possibile fuori dall’acqua e poi agitarle in modo da tirare su su su
il corpo.
Dopo aver ripetuto più volte
l’operazione inculcò al figlio
l’importanza della conquista. È
un’attività che dovrai fare anche
sul mare, spessissimo, perché a
volte occorre inseguire il pesce
fin sotto la superficie. Quando
avrai imparato troverai la cosa
facile e divertente.
Cion-Ban-Bo ci provò, ma
non ci riuscì. Al terzo tentativo
mamma gabbiano infilò il collo
sotto di lui, fece leva e spinse in
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su appena un poco. Fece riprendere il volo al figlio, che volò
basso come aveva visto fare dalla madre, ma poi si sollevò senza aver preso nulla. La madre lo
raggiunse e gli disse: «Mentre
volavi basso sull’acqua hai avuto modo di vedere qualche
pesce?».
«No» – rispose Cion-BanBo. – «Ero troppo impegnato a
mantenere la distanza dalla
superficie. Avevo paura di inciampare con il becco e di infilarmi dentro. Perciò non ho neppure provato».
Avrebbe voluto fargli fare
ancora una prova, ma CionBan-Bo disse che preferiva continuare verso Roma, adesso che
aveva mangiato.
«Imparerai» – disse mamma
gabbiano – «come hanno imparato tutti gli altri, me compresa.
Andiamo a Roma!».
Bastò emergere dal vaso che
conteneva il lago e la grande città comparve ai loro occhi. Una
distesa di palazzi così vasta e
così fitta non poteva essere che
la loro meta: «Ecco Roma» dissero insieme.
Fu un’emozione molto grande per Cion-Ban-Bo, perché
aveva scelto lui di arrivare fin
lì. Mamma gabbiano fu felice
per lui, fiera come se l’avesse
fatta lei tutta quella città. per far
contento il figlio. Alla loro sinistra reclamava attenzione il
Cupolone.
Sorvolarono quasi senza interloquire tutto il tessuto urbano
per raggiungerlo. Decisero di
posarsi sul vertice, mamma gabbiano sul braccio destro della
croce e Cion-Ban-Bo sul sini-
stro, come due guardie d’onore.
Quando si furono sistemati da
potersi dedicare al panorama
videro in basso uno scenario
suggestivo: una piazza rotonda
piena di gente in ascolto di una
voce.
Che un uomo parlasse lo
seppero dalla voce che si spandeva sul popolo assembrato
entro il recinto, ma anche dall’atteggiamento di tutti orientgati verso un punto preciso che
risultava nascosto a loro dal fabbricato stesso. Se non si fosse
udita la voce e le migliaia di
persone avessero tenuto il volto
più alzato, i due gabbiani avrebbero potuto pensare che tutta
quella popolazione avesse atteso il loro arrivo.
«Chi sono?» – domandò
intimorito Cion-Ban-Bo.
«Sono credenti nel terzo uovo» - rispose mamma gabbiano.
«Il terzo uovo?» - domandò
il figlio, che aveva dimenticato
completamente un concetto che
tanto lo aveva affascinato la prima volta che ne aveva sentito
parlare. Con pazienza mamma
gabbiano gli ricordò l’idea.
«Ti spiegai che eri un piccolo fermento dentro un mio uovo,
che io ho covato nell’anfratto
dello scoglio. Tu là dentro sei
cresciuto e crescendo hai infranto l’uovo, che ormai ti stava
stretto e ti sei trovato all’interno
di un altro uovo immensamente
più grande, nel quale vivrai e
morirai. Agli uomini, ti dissi,
non basta. Sono qui riuniti per
apprendere le istruzioni necessarie a entrare nel terzo uovo, il
loro definitivo. Te lo ricordi,
adesso?».
A Cion-Ban-Bo tornò in
mente l’istante nel quale, alle
parole della madre, davvero gli
era sembrato di trovarsi al centro di un uovo fatto di mare e
cielo, dopo il buio del primo.
«E non potremmo anche noi
apprendere queste istruzioni,
per non morire nel secondo
uovo e passare al terzo?» – chiese con un certo interesse CionBan-Bo.
«No» – disse mamma gabbiano. – «Non ne siamo capaci… E non abbiamo questo
desiderio!» – aggiunse dopo un
lungo silenzio.
«Ma io ce l’ho… » – disse
Cion-Ban-Bo; e fu commovente
il tono con il quale si espresse,
sotto l’orrore che gli faceva la
prospettiva di dover morire nel
secondo uovo.
«Sì, ce l’hai il desiderio» –
disse mamma gabbiano – «ma
non non l’hai sentito sorgere dal
di dentro come un elemento
costitutivo del tuo essere... ».
In quel momento un gabbiano maschio, attratto da mamma
gabbiano, andò a posarsi sul
vertice della croce e domandò:
«Da dove venite?».
«Da molto lontano» – rispose la mamma gabbiano con il
tono brusco di chi non vuole
attaccar bottone.
«Lo sai perché c’è tanta gente, laggiù?» – domandò il gabbiano maschio ben informato.
Mamma gabbiano sapeva
dove voleva andare a parare e
non gradendo le profferte, replicò: «Non lo so e non voglio
saperlo».
Cion-Ban-Bo non capì i sottintesi della schermaglia in cor-
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so e rispose: «Io lo voglio sapere… Perché c’è tanta gente?».
Mamma gabbiano fu contrariata dalla irruenza del figlio. Il
bellimbusto sopraggiunto ne
approfittò per fare sfoggio di
animale ben informato: «Quello
che sta parlando è il capo di un
miliado e mezzo di persone
sparse per il mondo, è vecchio,
ma si impegna a guidare gli
altri con saggezza. Ebbene, si è
scoperto che quello che sta parlando è circondato da una cricca di spioni che trafugano carte
riservate per cercare di condizionarlo… Questo gente è arrivata a esprimergli solidarietà…
La cricca che sottrae le carte e
le spaccia vengono chiamati
corvi. Meno male che non li
chiamano gabbiani… Il nostro
onore è salvo».
Detto questo, vedendo che
la femmina ostentava indifferenza, nonostante che egli facesse del tutto per rendere quasi
obbligatorie altre domande, volò via borbottando: «Qui non si
rimedia nulla»,
Fu proprio quel volo che rivelò la presenza dei gabbiani
sulla croce della cupola a qualcuno della Piazza. Costui additò
i volatili ai vicini. In pochi
minuti, come il cerchio sullo
stagno a partire da dove casca il
sasso, la notizia di diffuse tra la
gente in modo visivo. A decine
di migliaia si misero a indicare i
gabbiani con l’indice e poiché
non tutti riuscivano a vederli per
la distanza e per la presenza di
una nuvola bianca nello sfondo,
insistevano per avere migliore
informazione; com se quella
fosse la salvezza di cui intanto
parlava il vecchio pontefice,
Inclinavano gli occhiali per
vedere attraverso la parte bassa
delle lenti o – chi li aveva –
metteva davanti agli occhi i
binocoli.
Le mani alzate sembravano
dire: “Io mi impegno, padre
santo; io raccolgo il tuo invito”,
Ma no! Impugnavano macchine
fotografiche e telefonini in funzione “foto” per fissare la singolare immagine di due gabbiani
che sorvolavano la Piazza.
Il movimento che agitava la
Piazza deluse non poco CionBan-Bo. Nella sua logica – tutt’altro che disprezzabile – diceva: «Ma come? Stanno ascoltando istruzioni per infrangere
la buccia del secondo uovo per
entrare nel terzo, e si distraggono a veder noi volare e ci fotografano come se fossimo i protagonisti della giornata...».
Fece una brusca virata,
come se avesse voluto dirigersi
verso il luogo dove prima tutti
guardavano. Era proprio ciò che
intendeva fare spinto dalla
curiosità. E infatti per una cinquantina di metri si inoltrò in
quella direzione. Vide in fondo,
alla base di un meraviglioso edificio, proprio al centro, un uomo
vestito di bianco con i capelli
bianchi, come un gabbiano. Stava seduto in una poltrona dalla
spalliera rossa con cornice dorata. Appariva mite, premuroso, di
voce dolce.
Per fortuna aveva il capo
reclinato sui fogli e non si rendeva conto che quasi nessuno lo
stava ascoltando. Quando alzò il
capo per dare uno sguardo alla
folla, grazie al volo di CionBan-Bo poté scorgere tutti voltati in avanti e accennò anche a
un saluto, prima di riprendere la
lettura. Fu contento, il piccolo
gabbiano, di aver evitato al vecchio un dispiacere.
«I corvi approfittano della
mitezza di quell’uomo... Lui
non sa... Gli fanno credere una
cosa per un’altra...».
Ben altro avrebbe potuto
dire il piccolo gabbiano se avesse saputo leggere i giornali. Le
vicende interne del piccolo Stato, che ospita la dirigenza suprema della Chiesa. campeggiavano sulle prime pagine. Piccoli
strateghi, giunti a quei livelli
chissà come, complottano invece di leggere il Vangelo, o di
ascoltarne l’esegesi dal loro
sovrano, per meschini interessi,
come per esempio mantenere il
potere sulla mattonella che
governano...
Dal Vaticano escono meravigliosi documenti su tutti gli
aspetti del vivere. La Chiesa si
dimostra davvero madre e maestra dei popoli e degli Stati della Terra. Ma è proprio la stridente difformità tra la perfezione e il decoro dei documenti e gli stili di vita del minuscolo Stato a suscitare il problema. Quanta autorevolezza
perdono i meravigliosi testi
pontifici, con i quali Sua Santità
si rivela davvero guida delle
genti, al vedere che neppure i
suoi più stretti collaboratori li
mettono in pratica!
Imitato dalla madre CionBan-Bo si buttò verso la piazza
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come se fosse stata il mare e la
Cupola lo scoglio in cui era
nato. Giunti quasi al bordo dell’immenso catino affollato, presero il volo orizzontale.
Furono seguiti dallo sguardo
di centomila persone che levarono la testa in su fino a spezzarsi il collo quando passarono
proprio sulle loro teste e infine
quasi in sincrono diedero le
spalle al pontefice che parlava
per osservare i gabbiani volare
nella lunga strada rettilinea fino
al fiume, anch’essa piena di
curiosi.
Mamma gabbiano decise di
prendere la direzione del mare,
per linea d’aria. Quando si sentirono allo stremo delle forze
videro nello sfondo un tripudio
di voli. Non solo gabbiani, ma
ogni tipo di volatile fremeva
nello spazio. Dalla modalità
delle movenze mamma gabbiano comprese che erano cosi felici da non combattere tra loro,
benché fossero d’ogni tribù, lingua e nazione.
«Questo significa che c’è
abbondanza per tutti» - sentenziò mamma gabbiano. Le guerre nascono per la spartizione
delle risorse».
Al vedere l’innumerevole e
variegata moltitudine di uccelli
Cion-Ban-Bo chiese: «Ci sono
anche i corvi?». Era rimasto
impressionato dalla loro presenza in Vaticano.
«Se c’è l’immondizia, ci
sono di certo» – disse mamma
gabbiano, sentenziando a naso.
Si cibano di carogne...
In effetti l’aria risultava di
un crescendo disgustoso, am-
morbante. Quando furono più
vicini capirono di che cosa si
trattava. Era una discarica senza
confini visibili: la più grande
d’Europa, formata di ciò che era
stato “ogni ben degli uomini”,
divenuto a loro inservibile. Vi si
poteva trovar di tutto, ma occorreva scovare le cose utili. Agli
uccelli servivano solo i residui
di cibo. Dovevano essere afferrati appena versati dai camion
ribaltabili, che arrivavano in
continuazione, ma subito arrivavano le ruspe a spanderla e, di
conseguenza, con i cingolati a
schiacciarla.
La fame era così lancinante
in mamma gabbiano e in CionBan-Bo da indurli, senza ritegno, a entrare nella mischia.
Non badarono all’afrore, non
alla dignità.
La sera tutti i volatili, per
categorie, si appollaiarono dove
poterono, non senza litigi. Alcuni veterani sapevano dove avrebbero scaricato le derrate i
camion della nettezza urbana e
reclamavano la postazione più
favorevole.
Cion-Ban-Bo sentì un gabbiano che nella sua vita, alla tarda età di tredici anni, era arrivato dall’India o dal Bangladesh.
Raccontava che in quelle parti
perfino gli esseri umani conducono quella vita. Vanno a razzolare nelle discariche per sopravvivere. In altre parti del mondo
intere popolazioni non hanno
neppure da razzolare e muoiono
di fame.
Sei giorni sostarono nella
discarica e Cion-Ban-Bo ebbe
modo di conoscere i corvi. Neri
quanto i gabbiani sono bianchi,
almeno nella comune opinione.
La cosa sorprendente di quei
giorni fu che nella grande confusione madre e figlio si persero
di vista spesso, con sempre
minor ansia di ritrovarsi; finché,
per una mutazione quasi istantanea, non ebbero più cognizione
della loro parentela. Dopo qualche tempo si incontrarono senza
riconoscersi. Si contesero un
osso che proveniva da qualche
grigliata, con della buona carne
attorno. Litigarono a suon di
beccate, come avrebbero fatto
due estranei, perché tali erano.
Una mattina la madre di
Cion-Ban-Bo e un baldo compagno, «dal desio chiamati»,
presero il volo e scomparvero in
direzione del mare.
Quanto a Cion-Ban-Bo non
ho notizie per dire se è rimasto
nella discarica o se anche lui ha
convolato verso il mare con una
compagna.
Neppure so (e la cosa mi
interesserebbe molto) se arrivò
a comprendere che la discarica
era una prova estrema dell’esistenza del terzo uovo per l’uomo. Essa gli dimostrava l’affannosa e perennemente insoddisfatta ricerca degli esseri
umani per appagare il bisogno
di senso. Così negligente nell’imboccare la strada giusta,
non rinuncia a provarne molte; a
differenza del giovane gabbiano
che avrebbe fatto qualunque
cosa per volare eternamente nel
terzo uovo, che invece gli è precluso.
3-fine.
(Testo condensato)
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La gocciolina di Gesù
di Caterina Gentile
“C
iao, scusami, ma
mi hanno detto
che noi due potremmo diventare buone amiche”. In questo modo si rivolse
a me un giorno di circa otto anni
fa la mamma di Cristina in cima
alla breve scalinata della scuola
elementare vicino a dove abitavo e abito ancora. Non mi pareva di averla mai vista, eppure le
avevano parlato di me. Sembravamo due bambine di quella
scuola: un attimo prima sconosciute, un attimo dopo amiche.
Negli ultimi anni la mia vita
era stata un disastro. Di quel
periodo buio posso solo dire che
la mia sofferenza toccò il fondo
avendo dovuto affrontare abbandoni, persecuzioni e tribunali; ma questa è un’altra storia
che però, alla luce degli anni
successivi, senza dubbio, rappresenta quella “conditio sine
qua non”, quella premessa, senza la quale, oggi non sarei quella che sono. Il Signore lavora le
nostre vite con una sapienza
infinita e ci prepara come il più
saggio degli allenatori alle prove e alle difficoltà che inevitabilmente siamo costretti ad
affrontare quando ci mettiamo a
disposizione per la realizzazione di un Suo progetto, di un Suo
dolce comando.
Cristina non era ancora nata
e sua madre temeva di non
riuscire ad avere un altro figlio
dopo un aborto spontaneo. Mi
ricordo che un giorno a casa sua
le dissi che la vedevo diversa,
che mi sembrava lei aspettasse
un figlio. Ci avevo visto giusto,
Cristina stava arrivando. Nove
mesi per avere un figlio, nove
mesi per completare i venerdì
del Sacro Cuore, che io avevo
iniziato a fare.
Già una volta il Signore era
venuto a chiamarmi all’età di 20
anni, ma io ero troppo cieca e
troppo sorda per riconoscerlo,
eppure Egli mi venne in sogno
più di una volta. Una notte
sognai il sepolcro. Gesù era disteso sul Suo giaciglio di pietra.
Io ero con Lui, ma non riuscivo
a guardarlo, perché aveva il
ventre squarciato e tutte le
viscere aperte. Il mio dolore era
insostenibile a tal punto da non
potermi reggere in piedi e da
non poter trattenere urla e pianti. Egli, però, si ricompose e
sedendosi splendido sulla candida pietra mi disse: “Perché
piangi? Guardami, io sto bene.
Ora vai”. Ed io andai. In quel
periodo anche satana venne a
trovarmi in sogno, ma di lui,
ora, non voglio raccontare.
Gesù mi aveva parlato in sogno,
ma ci fu una volta, la prima, in
quel periodo mio buio, che sentii la Sua voce nel mio cuore,
forte e chiara. Ero in macchina
ed il senso di disperazione toccava il culmine. Mi sentivo
morire, abbandonata da tutti.
Sprofondavo in un baratro del
quale non riuscivo a vedere il
fondo. Mi sentivo impotente e
vinta definitivamente. A quel
punto d’istinto la mia anima
emise un grido: Sono finita, io
non ho niente”. Mi sentii
rispondere: “Ma tu hai me!”.
Sobbalzai. Chi era? Perché avevo provato un tale sollievo? Chi
poteva sentirmi nel silenzio di
quella sera così nera e così triste? Era Lui, si, ne ero certa.
Aveva sentito il mio grido ed
era accorso in mio aiuto. Capii
solo con il tempo che mi stava
chiamando. Ma a cosa? Non lo
sapevo e non mi interessava. Da
quel giorno Egli era sempre con
me, mi inondava di una tenerezza indescrivibile, pregavo,
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ascoltavo tutti i giorni la messa,
invidiavo addirittura le persone
anziane perché potevano dedicare, volendo, tutto il loro tempo a Gesù, non avendo impegni
alcuni, potevano pregare incessantemente. Trovai un padre
spirituale, un saggio padre cappuccino e la mia anima era leggera. Dopo circa due anni di
confessioni, lui mi ritenne pronta per la consacrazione ai Sacri
Cuori di Gesù e Maria nello spirito dei voti e volle farla in convento, con atto scritto e tanto di
firme in calce.
Gesù non mi lasciava mai.
Quando pregavo non usavo
parole, lo andavo a trovare e
restavo accanto a Lui. Perdevo
la sensibilità del mio corpo e se
provavo a muovere solo un
braccio o una gamba non ci
riuscivo. La mia anima non era
nel mio corpo. Non so se fossi
in paradiso, ma di certo Lui era
vicino a me.
Il 18 febbraio 2005 venne
alla luce Cristina. Quando mi
chiamarono dall’ospedale mi
dissero subito che qualcosa non
andava, che la bimba doveva
essere sottoposta ad alcuni controlli medici. Cristina nacque
celebrolesa, quasi cieca e quasi
sorda. Ricordo che nei mesi che
seguirono ebbi la netta sensazione che sua madre fosse sostenuta da una forza sovrumana.
Era incredibile. Permetteva a
pochissime persone di entrare in
casa. E sì che ci voleva un gran
coraggio e una forza speciale
per guardare quell’angelo castano dagli occhi azzurri soffrire
così tanto. Veniva addirittura
nutrita da un tubicino diretta-
mente nello stomaco. Provai dal
primo giorno verso
quella creatura e verso
sua madre un senso infinito di
carità cristiana che mi portò,
quasi quotidianamente, ad aiutare come potevo quella famigliola. Andavo a comprare i
medicinali, facevo compagnia
alla mamma, aprivo la mia casa
nelle rarissime volte in cui fu
deciso di fare uscire la piccina.
Avere tra le mie braccia Cristina
è stata una delle sensazioni più
incredibili della mia vita. Più la
guardavo più comprendevo
quanto potesse essere infinito il
valore della sofferenza di un
innocente. Ne ero abbagliata, ne
ero distrutta. Continuai ad operarmi per loro per tutti i due
anni e mezzo in cui visse Cristina, anche quando ebbi un incidente e fui costretta a muovermi
con le stampelle.
Durante una di queste mie
visite, parlando con la mamma
della piccola di Gesù e di Santa
Gemma Galgani, cui è devota la
mia amica, ecco che lei mi disse: “Aspetta, voglio mostrarti
una cosa”. Andò verso il comò
della sua camera da letto nella
quale noi ci trovavamo, ne aprì
il primo cassetto e prese qualcosa. Mi venne incontro e mi disse: “Guarda”, mostrandomi il
pugno chiuso della sua mano.
Lentamente lo aprì e dentro vi
era una coroncina rosso fuoco.
Non aveva ancora finito di spalancare quel pugno chiuso che
io ne rimasi abbagliata, folgorata, ipnotizzata. Mi disse che era
la coroncina del Preziosissimo
Sangue di Gesù Cristo e che sua
sorella gliela aveva portata da
un santuario vicino
Roma. Quella visione
ha cambiato la mia
vita. Cristina mi ha
portato al Sangue di
Gesù e nessuno l’avrebbe potuto fare meglio di lei, così pura,
così innocente, così sofferente,
tutta misericordia per l’umanità.
Il tempo mi insegnò l’immenso
valore che il Signore riconosce
alla sofferenza degli uomini e
quanta, in special modo, ai Suoi
piccoli figli innocenti. Il sangue
versato dagli innocenti ha un
valore incommensurabile agli
occhi di Dio.
Ma cos’era il Sangue di Cristo? Cosa voleva dirmi? Dove
potevo trovarlo e poi chi poteva
riuscire a parlarmi di Lui? Non
potevo vivere senza queste
risposte. Mi erano necessarie
come l’aria. Ero un’anima in
cerca di pace e sapevo che solo
il Sangue di Gesù me l’avrebbe
concessa. Mi sentivo come
sperduta in terra straniera, cercavo la mia casa, il mio rifugio,
la mia identità, cercavo il mio
Creatore, perché sentivo di
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Testimonianze
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appartenere a quel Sangue e di non poterne vivere senza. No, non ne potevo stare lontano. Ne sarei
morta.
Un giorno di agosto
ricordo che mentre pregavo con l’anima fuori dal
corpo, Dio improvvisamente mi chiese: “Per tutta la vita”? Quella domanda mi colse impreparata. Ne ebbi paura e gli
risposi: “Non sono pronta”. Mi sentii precipitare
nel mio corpo e nonostante fosse estate ebbi brividi
di freddo. Il giorno dopo
mi confessai e mi domandai se il Signore sarebbe
tornato a ripropormi la
stessa domanda. Non l’ha più
fatto, ma la mia vita è stata la
risposta che Lui voleva: “Si, per
tutta la vita”, almeno fino ad
ora.
In principio pensai di portare
il culto al Sangue di Gesù nelle
chiese e nei conventi e per un
paio d’anni, non senza difficoltà
ci riuscii. Il primo ad aprirmi le
porte del suo convento fu l’allora priore dei frati cappuccini in
corso Vittorio Emanuele in
Napoli. Ancora oggi conduco
l’adorazione al Preziosissimo
Sangue ogni primo venerdì del
mese, poi al santuario di San
Gennaro a Pozzuoli ecc. In quegli anni registrai tanta indifferenza, ilarità, ignoranza da parte
di molti sacerdoti circa quello
che andavo facendo. Una volta
addirittura un sacerdote, sul por-
tone della chiesa, provò a mandarmi via insieme con le persone che mi seguivano per pregare
additandomi alla stregua di
un’eretica. Sosteneva che io
andavo compiendo qualcosa di
immorale, di assolutamente
inaccettabile per i principi cristiani. Quel gruppo ancora esiste
ed il sacerdote non si è più visto.
Molto presto, però, sentii, nel
profondo della mia anima, che
dovevo andare oltre. Che non
era ancora quello ciò che il
Signore mi stava chiedendo. Poi
tutto mi fu chiaro. Ora sono nelle carceri. Ho ottenuto permessi
per me e per un missionario del
Preziosissimo Sangue e per una
suora adoratrice del Sangue di
Cristo. Presto spero altri missionari e altre suore saranno presto
presenti in molte altre carceri
italiane introducendo il culto
al Sangue di Gesù. Inizio a
pensare anche agli ospedali.
Mi auguro che il Signore
Dio nostro mi dia il tempo
necessario per realizzare
questa Sua opera straordinaria della quale io mi sento
solo una serva indegna.
Mi sono ammalata da
poco di cancro. So che la
ricerca scientifica ha fatto
passi enormi a riguardo.
Confido comunque in
Gesù Cristo al quale offro la
mia vita e la mia sofferenza
per la realizzazione del Suo
progetto, che in verità vedo
già realizzato e vi assicuro,
sarà strepitoso. Egli me ne
dà continuamente la prova
appianandomi tutte le strade in
questo mio difficile cammino.
L’ultima di queste è stata quando recentemente sono stata ricoverata per la mia malattia e sono
stata amorevolissimamente accudita, giorno e notte, dalla mia
vicina di letto, la quale un giorno,guardandomi, mi disse: “Sai,
io sono una ex detenuta. Ho
scontato tre anni di carcere di
massima sicurezza”.
Ah, Gesù mio, non ti ringrazierò e loderò mai a sufficienza
in eterno per il dono della tua
presenza e della tua misericordia e perdonami, ti supplico, se
accetto, forse con poca umiltà il
nome che mi ha dato una mia
giovane amica alla quale racconto tutti i progressi che Tu
permetti a quest’opera di carità:
la gocciolina di Gesù.
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Il Sangue di Cristo
ci riscatta
dalle nostre alienazioni
di Rosario Pacillo
CANTO INIZIALE
Sacerdote: La libertà, dono di Cristo che con il suo Sangue vi ha riscattati
da tutti i peccati che vi tenevano prigionieri, o fratelli carissimi, sia con tutti voi.
Tutti: E con il tuo spirito
Il sacerdote introduce brevemente la preghiera.
Dal libro del profeta Isaia (52, 1-6. 9-10)
Svegliati, svegliati,
rivestiti della tua magnificenza, Sion;
indossa le vesti più belle,
Gerusalemme, città santa;
perché mai più entrerà in te
il circonciso né l’impuro.
Scuotiti la polvere, alzati,
Gerusalemme schiava!
Sciogliti dal collo i legami,
schiava figlia di Sion!
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Poiché dice il Signore:
“Senza prezzo foste venduti e sarete riscattati senza denaro”.
Poiché dice il Signore Dio:
“In Egitto è sceso il mio popolo un tempo
per abitarvi come straniero;
poi l’Assiro senza motivo lo ha oppresso.
Ora, che faccio qui? – oracolo del Signore –
Sì, il mio popolo è stato deportato per nulla!
I suoi dominatori trionfavano – oracolo del Signore –
e sempre, tutti i giorni il mio nome è stato disprezzato.
Pertanto il mio popolo conoscerà il mio nome,
comprenderà in quel giorno che io dicevo: Eccomi qua”.
Prorompete insieme in canti di gioia,
rovine di Gerusalemme,
poiché il Signore ha consolato il suo popolo,
ha riscattato Gerusalemme.
Il Signore ha snudato il suo santo braccio
Davanti a tutti i popoli;
tutti i confini della terra vedranno
la salvezza del nostro Dio.
Testi Patristici
1. Dalla lettera di S. Paolino da Nola (34,4)
“Ringraziamo il Signore per i suoi doni; senza la sua grazia non possediamo niente e senza il suo consenso non siamo neppure noi stessi. Rallegriamoci di essere stati comprati davvero a caro prezzo dal Sangue del Signore stesso e per questo prezzo cessiamo di essere liberi dalla giustizia. Infatti, chi è libero in
questo modo è schiavo del peccato e prigioniero della morte”.
2. Dal Commento all’Epistola ai Romani (cap. 7) di Primazio di Adrumeto
“Sei stato venduto in schiavitù del peccato, cioè con il prezzo di un piacere effimero. Questo è il commercio tra venditore e compratore. Il nemico, come un venditore, avanza una proposta di iniquità e, da parte dell’uomo, riceve il consenso della volontà. Ricevuto dunque il prezzo di aver perduto l’innocenza, di
acquistare il piacere stesso di peccare e la fatale dolcezza del godimento colpevole”.
3. Dalle Omelie sull’Esodo di Origene (VI, 9)
“Se il Signore è il Creatore di tutte le cose, bisogna esaminare perché si dice che “ha acquistato il suo
popolo” (2,15,16), mentre non v’è dubbio che è suo. Si dice infatti in un altro cantico del Deuteronomio:
“Non è questo il tuo Dio che ti ha fatto, che ti creato e ti ha acquistato?” (Deut. 32,6).
Ciascuno acquista ciò che non è suo. Ascolta, però, le parole del profeta: “Voi siete stati venduti ai vostri
peccati e per le vostre iniquità ho ripudiato vostra madre” (Is 50, 1). Vedi? Tutti siamo creature di Dio; ciascuno però è stato venduto ai suoi peccati e per la sua iniquità si è allontanato dal suo Creatore. Noi siamo servi di Dio, in quanto siamo stati creati; siamo però diventati servi del diavolo, in quanto siamo stati
venduti ai nostri peccati.
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Con la sua venuta “Cristo ci ha riscattati” quando eravamo servi di quel signore al quale ci eravamo
venduti peccando... Fate attenzione. La moneta del diavolo è l’omicidio. Hai commesso un omicidio? Hai
preso il denaro del diavolo. La moneta del diavolo è l’adulterio; nell’adulterio c’è l’immagine e la firma
del diavolo. Hai commesso un adulterio? Hai ricevuto dal diavolo un denaro. Il furto, la falsa testimonianza, la capacità, la violenza, tutto questo è tesoro del diavolo e ricchezza del diavolo. Questa è la moneta che viene dalla sua zecca. Con questo denaro compra quelli che compra, e fa suoi servi tutti coloro che
abbiano accettato anche solo per un pochino il suo denaro.
Ma io temo che il diavolo, senza che ce ne accorgiamo, stia comprando alcuni di quelli che sono in chiesa, qualcuno dei presenti. Temo che anche ad alcuni di noi egli faccia scivolare in tasca questo denaro di
cui abbiamo parlato, e ci faccia suoi... Tuttavia, se qualcuno, ingannato dal diavolo, ha ricevuto denaro di
tal genere, non disperi del tutto: “Il Signore è misericordioso e prova compassione”...
Ci siamo allontanati un poco per dimostrare in che modo Dio possa “acquistare” e “riscattare” con “il
suo Sangue prezioso” (1 Pt 1, 19) coloro che il diavolo aveva comprato con la vile mercede del peccato”.
4. Dai Discorsi di S. Agostino
“Non meravigliarti, o uomo, venduto schiavo al peccato, se ti domina colui al quale sei venduto. L’uomo venduto grida; lo esaudisce il Redentore... Io mi sono venduto, riscattami. Mi sono venduto seguendo
il mio libero arbitrio; riscattami con il tuo Sangue”.
Il sacerdote aiuta la riflessione con un breve pensiero, al termine del quale, ognuno in silenzio, pensa
a cosa pensava di acquistare commettendo il peccato, cosa ha venduto di se quando lo ha commesso e
quante volte è riuscito a gridare aiuto a Dio o ad altri per essere liberato.
PREGHIERE LIBERE
Ad ogni intenzione rispondiamo con il versetto:
“Mi sono venduto al peccato, o Signore.
Riscattami con il tuo Sangue prezioso”.
PADRE NOSTRO
Sac.
Abituato al commercio
e pensando di acquistare e di vendere
quella libertà che è solo tuo dono
anche Giuda, esperto nei conti,
pensò cosa utile e per lui vantaggiosa
venderti, o mio Gesù,
come si vende uno schiavo o una pecora,
come fu venduto una volta Giuseppe
di ostacolo ai fratelli
per la sua purezza e la sua amabilità.
E tu, mio Signore,
come agnello innocente venduto per il macello
e come schiavo venduto per la croce
hai versato il tuo Sangue in dono,
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per riscattarmi dalle mie alienazioni,
io che tante volte ho ceduto
la mia fede per le pretese della cultura,
ho venduto il mio spirito
per i capricci del mio corpo,
i miei sentimenti più belli
per la paura di essere perdente,
il mio desiderio di una felicità piena
per il godimento di un momento.
Aiutami a capire, o mio Gesù,
che lontano da te vivrò totalmente alienato
e che alienandomi a te
troverò la totalità della mia esistenza.
Amen.
Al termine dell’incontro prendiamo davanti al Signore un impegno:
durante la settimana sto attento a notare quante volte corro il rischio di cedere, di mettere da parte le cose
più belle di me per acquistare qualcosa di effimero e di caduco.
L’angolo della poesia
Sbocciano le viole
Ancora di vita,
lo sei oggi, lo eri ieri,
visione ferita
tra santità e malattia,
tra rose e violette
e un’infinità di devozione.
Domani alzerai le palpebre,
e contemplerai il tuo rosario d’incenso:
beatificazione per tutto ciò che hai dato,
per tutto quello che gli altri occhi non hanno visto,
ma solo sospettato,
e miseramente sconfessato.
Ora ti amano senza credere in nessun altro,
solo in te:
uomo di Pietrelcina,
una persona che raccontava la sofferenza,
e che adesso vive nelle promesse
e nelle difficoltà della gente.
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INCONTRO DI PREGHIERA
settembre 2012
Redenzione e remissione dei peccati
di Tullio Veglianti
Canto
Esposizione eucaristica
ANNUNCIO DELLA PAROLA DI DIO
È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del
suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati (Col 1, 1314).
Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha
conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché
egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati (Rm 8, 28-30).
TESTIMONI DELLA PAROLA
Vogliamo contemplare nella preghiera la Parola di Dio. Si richiede un’attenzione particolare del cuore, espressa a suo tempo da Sant’Anselmo di Canterbury: “Orsù, fuggi via
per breve tempo dalle tue occupazioni, lascia per un po’ i tuoi pensieri tumultuosi. Allon-
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tana in questo momento i gravi affanni e metti da parte le tue faticose attività. Attendi un
poco a Dio e riposa in lui”.
L’EVENTO DELLA SALVEZZA
San Paolo sottolinea i legami tra il sangue di Cristo e l’amore salvifico di Dio Padre. Egli
scrive infatti che per opera del Padre siamo stati gratificati nel Figlio e strappati dal dominio delle tenebre, e siamo stati trasferiti nel Regno del Figlio “nel quale abbiamo la redenzione per mezzo del suo sangue e la remissione dei peccati”. Ma la prova ancora più forte che Dio ci ama è che “Cristo, quando noi eravamo ancora peccatori, è morto per noi.
Quanto più ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati per mezzo suo”. “Dio si è compiaciuto per mezzo suo di riconciliare tutti gli esseri con lui, facendo la pace con il sangue
della sua croce”.
E lo stesso Apostolo elenca i momenti fondamentali del progetto salvifico:
- Coloro che egli conobbe in antecedenza, li ha predestinati a riprodurre l’immagine del
Figlio, affinché egli sia primogenito tra molti fratelli;
- quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati;
- quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati;
- quelli che giustificati, li ha glorificati.
Come si vede, Paolo si porta sempre verso le profondità del mistero del Padre, della
sua iniziativa, delle determinazioni della sua volontà. La predestinazione non significa
altro che Dio ci ha amati per primo.
Questa immagine, che certamente sarà piena e totale soltanto nella parusia, è vissuta
però intensamente nella consapevolezza di essere stati purificati dal sangue di Gesù.
La grazia dell’amore del Padre nel Diletto è la nostra redenzione, la remissione dei peccati. La redenzione significa essere messi o rimessi nello stato per il quale siamo stati eletti e predestinati nell’amore, cioè di essere santi e immacolati in Cristo, di essere di Dio, i
suoi figli adottivi attraverso e per mezzo di Cristo.
Non c’è cosa, dunque, che dobbiamo temere ci possa venir negata, non c’è cosa che
ci possa far dubitare della costanza della generosità divina.
Perciò il sangue di Cristo ha il suo valore reale e significante, in quanto è l’espressione
concretissima e totale dell’amore di Dio verso di noi, dell’amore che è lo stesso del Padre
per il Figlio nello Spirito. Esso è l’unico fondamento della nostra redenzione, dell’amore
verso noi nell’effusione del sangue del Diletto.
San Gaspare del Bufalo si commuove quando parla di questo amore: “Due verità ci
insegna questo Cuore Sacratissimo: l’umiltà, e il santo amore figurato in quelle fiamme
che si dipingono intorno al Sacro Divin Cuore. Si ricordi della devozione al Sangue preziosissimo di Gesù: questo è il prezzo della redenzione, questo il motivo della mia fiducia onde salvarmi, a questa devozione voglio consacrare la mia vita”.
Nel sangue di Cristo il cristiano sperimenta se stesso come redento.
MODALITÀ DELLA SALVEZZA
Cristo, come uomo, è diventato per noi sacrificio e ci ha redenti con il suo sangue.
Questa redenzione va intesa nel suo valore assoluto di liberazione connessa con la
morte di Cristo e la nostra fede in lui.
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Celebrata infatti l’antica Pasqua, che il popolo di Israele immolava in memoria dell’esodo dall’Egitto, istituì la nuova Pasqua, istituì cioè l’immolazione di se stesso da parte della
Chiesa tramite i sacerdoti sotto segni visibili in memoria del suo passaggio da questo mondo al Padre, allorché ci redense con l’effusione del suo sangue, ci strappò al potere delle
tenebre e ci trasferì nel suo regno. E questa oblazione monda non può essere contaminata
da nessuna indegnità o malvagità di chi la offre, perché è un’oblazione che il Signore offrì
monda, e che tale doveva restare in ogni luogo della terra, offerta al suo Nome.
Anche l’apostolo Paolo vi accenna allorché, scrivendo ai Corinzi, dice che quanti si
sono contaminati, partecipando alla mensa dei demoni, non possono diventare partecipi
della mensa del Signore, nell’uno e nell’altro caso intendendo per mensa un altare.
La redenzione nel sangue ci libera dall’ ”apostasia”, ed essere liberati da questa è condizione essenziale per divenire un popolo santificato.
Il sublime miracolo della purificazione da ogni colpa avviene attraverso quelle parole
del sacerdote che si costituiscono elemento di perdono da parte di Dio, in forza della virtù ricevuta dallo Spirito.
Per questo lo stesso apostolo Paolo, esortando i credenti a rendere grazie a Dio Padre,
dice: È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio
del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati (Col 1,
13-14).
Infatti l’umanità, prima della redenzione, si trovava in uno stato di schiavitù ben più
dolorosa che non fosse quella dell’Egitto: schiavitù morale nei riguardi del peccato e del
demonio, cui bisogna aggiungere quella della morte.
Quindi il sangue di Cristo è totale salvezza, redenzione e rinnovamento. Il sangue esprime la morte di Gesù, ma anche la sua risurrezione, in quanto la sua morte è gloriosa.
Essendo il sangue segno e argomento dell’amore totale di Cristo, esprime Cristo totalmente: tutta la sua opera salvifica, che è il compimento della sua incarnazione.
TESTIMONI DELLA SALVEZZA
Ricòrdati che, strappato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del regno
di Dio. Dopo che Gesù ebbe emesso lo spirito, dalla sorgente del suo fianco sgorgarono
la felice onda del battesimo e il sangue della redenzione, con i quali vieni misticamente
consacrato per essere conservato integro per la vita in Cristo.
Perciò il sangue di Cristo viene preso di nuovo di lì come prezzo di redenzione per i
nostri peccati da eliminare ogni giorno, e affinché il nostro uomo interiore venga rinnovato più pienamente, unito a Cristo e trovato nella forma di lui. Dobbiamo essere così la
sua icona.
Siamo figli ed eredi di Dio, coeredi di Cristo, se però partecipiamo veramente alle sue
sofferenze, per partecipare alla sua gloria. Dio compie questo nell’amore in Cristo crocifisso e risorto.
I mali da accettare piamente, servono per correggerci dai peccati, per esercitare e mettere alla prova la giustizia, per mostrare la miseria di questa vita, affinché desideriamo più
ardentemente e cerchiamo più insistentemente quelle realtà future dove ci sarà la beatitudine vera ed eterna.
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Come dunque i figli d’Israele vissero in certo qual modo la vita dell’agnello immolato,
così anche noi non viviamo più la vita propria, ma quella di Cristo che è morto per noi,
dal momento che è anche tornato di nuovo alla vita. Saremo veramente una vittima santa e gradita a Dio e Padre.
CANTO
RIFLESSIONI
PREGHIERA COMUNITARIA
(Salmo 139, 13-17)
Sacerdote: E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te
prima che il mondo fosse (Gv 17, 5).
Diciamo insieme: Santifica il popolo redento con il tuo sangue, Signore.
- “Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia.
- Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle
profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo
libro i giorni che furono fissati quando ancora non ne esisteva uno.
- Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio!”.
Sacerdote: Per Cristo nostro Signore. Amen.
Ci uniamo ora a tutta la Chiesa per offrire al Padre il dono preziosissimo
del sangue di Cristo, nostra gloria, salvezza e risurrezione.
Eterno Padre, noi ti offriamo con Maria, Madre del Redentore del genere umano, il sangue che Gesù sparse con amore nella passione e ogni giorno offre in sacrificio nella celebrazione dell’Eucaristia.
In unione alla vittima immolata per la salvezza del mondo, ti offriamo le
azioni della giornata in espiazione dei nostri peccati, per la conversione dei
peccatori, per le anime sante del purgatorio e per i bisogni della santa
Chiesa. E in modo particolare:
Generale: Perché i politici agiscano sempre con onestà, integrità e amore alla verità.
Missionaria: Perché aumenti nelle comunità cristiane la disponibilità al
dono di missionari, sacerdoti e laici, e di risorse concrete in favore delle
Chiese più povere.
BENEDIZIONE EUCARISTICA
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Jheronimus Bosh, I sette vizi capitali, Museo del Prado, Madrid. (Particolare, Lussuria)
LA VITA DEL GIUSTO
- DAI VIZI ALLE VIRTÙ:
LA LUSSURIA
La persona è unica e irripetibile
di Romano Altobelli
D
ovendo scrivere qualcosa di serio sul vizio capitale della lussuria, viene subito la tentazione di
volerne dare una definizione. Non è facile. Preferiamo iniziare con una preghiera che va diritto
alla persona umana: una, unica, irripetibile. La lussuria, invece, la divide, la sdoppia, la ripete nell’ossessione del piacere disordinato.
“O Padre, per la tua benevolenza
la creazione continua:
libera l’uomo dal peccato che lo separa da te
e lo divide in se stesso;
fa’ che nell’armonia interiore
creata dalla Spirito, diveniamo armonici
in tutto il nostro essere di persone
create a tua immagine”.
L’esperienza c’insegna che i mezzi culturali che dominano nella società contemporanea (televisione, internet, stampa, spot pubblicitari, riviste, ecc,), sono maestri nel creare confusione nella mente e nei comporta-
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Attualità
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menti dell’uomo e della donna: il sesso è ridotto a genitalità, la sessualità a soddisfacimento degli istinti, il corpo a strumento del proprio piacere. Si ha l’idolatria: l’adorazione del corpo, strumentalizzato per la
propria soddisfazione, perciò schiavi. È stato detto che la lussuria,
come ogni vizio, va dall’interiorità all’esteriorità, passa dai pensieri
osceni, volgari, indecenti, ripugnanti ad atti e gesti che alimentano la
libidine, i desideri sessuali per tradursi in comportamenti illeciti, ricercati per se stessi. Del resto S. Giovanni nella sua prima lettera parla della “concupiscenza della carne”: desiderio smodato della carne sotto la
spinta delle pulsioni animali dell’uomo; parla della “concupiscenza
degli occhi”: brama sfrenata dei sensi. Si può affermare che è il vizio
della quantità degli atti, delle pulsioni.
La preghiera, da cui partiamo, sottolinea degli elementi, che caratterizzano la persona umana:
la creazione continua grazie alla sessualità,
dono di Dio e compito dell’uomo e della donna;
la liberazione dalla schiavitù per ritornare ad essere liberi,
non essere più divisi in se stessi,
avere un’armonia interiore,
per essere armonici in tutto l’essere di persone,
creati “uniti-unici-irripetibili” ad immagine di Dio,
maschio e femmina,
il peccato separa da Dio.
Nella creazione, all’unione del corpo e all’armonia delle membra
(Adamo ed Eva erano nudi ma non ne provavano vergogna), corrisponde “l’armonia del cuore”, “la purezza del cuore”. L’armonia del
corpo e del cuore, nell’innocenza della creazione, permetteva all’uomo e alla donna di sperimentare con semplicità la forza unitiva dei
loro corpi, che era il substrato della loro unione personale: si realizzava la comunione delle persone. La sessualità, perciò, sin dall’inizio
è caratterizzata dall’unità della persona e dalla inter-personalità, cioè
dalle relazioni tra persone.
La via della purezza
La via che trasforma la disunione e porta all’unità della persona, è
la “purezza”. Consiste nella “stima” verso le proprie membra, nel
“rispetto” del corpo proprio e altrui.
La via della purezza ottiene l’unità del corpo, che deve attuarsi prima nel cuore: la disarmonia del corpo ritorna ad essere corpo armonico se si realizza l’armonia interiore nel cuore dell’uomo. In questo
modo l’uomo e la donna tornano ad essere persona una-unita-unica
nella sua irripetibilità di immagine di Dio.
La lussuria divide il corpo dall’unità della persona, frammenta il
proprio essere. Occorre ritornare a stimarsi persona e, perciò, a dover
essere ciò che già si è sin dall’inizio: “anima incorporata”, “corpo
animato”, immagine di Dio.
La bellezza della sessualità
La sessualità deve essere
intesa per quello che è: relazione interpersonale. Il suo vero
significato non è il rinchiudersi
nel proprio piacere: sarebbe la
negazione dell’essere sessuato;
è rapporto con l’altro, con il
proprio partner, con i tanti altri
che s’incontrano nella vita: rapporti aperti, tanto armonici da
intravvedere il volto di Dio nel
volto dell’altro fino a “temere
per l’altro, temere la morte dell’altro, morire al posto dell’altro”, direbbe il filosofo ebreo
Emmanuel Levinas1. La lussuria
nega di fatto i significati della
sessualità. Il lussurioso se vuole
liberarsi da questa schiavitù ed
entrare nella dinamica dell’essere-in-relazione, ha bisogno di
conoscere e vivere le varie
dimensioni dell’essere sessuato.
La sessualità è strumento e
segno dell’incontro interpersonale. In essa si sperimenta l’indigenza dell’esistenza, ma si
vive anche l’apertura verso gli
altri, che ha tre nomi: reciprocità, oblatività, linguaggio.
La reciprocità. L’essere maschile e femminile si vive nell’incontro: la relazione interpersonale realizza l’essere uomo e
l’essere donna e annulla la loro
separazione. Non è vero che sono stati creati per stare faccia a
faccia? Non è vero che l’uomo e
la donna diventano quello che
sono solo nella reciprocità di
“un aiuto che gli sia simile?
L’incontro fa diventare persone,
dà l’identità di persona, caratterizzata dall’apertura all’altro.
L’oblatività. La sessualità
tende a realizzare un dono; si
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può dire che il suo destino è
donarsi. È l’amore che rivela se
stesso nell’altro, con l’altro e
per l’altro, sapendo che ci si
ritrova solo perdendosi. Quando
ci si apre l’un l’altro in questo
modo, scatta l’atteggiamento
del servizio. È l’incontro io-tu,
noi-voi. La lussuria, al contrario, chiude l’individuo in se
stesso, nel piacere per il piacere
egoistico. Per l’uomo carnale
gli altri non esistono e quando si
accorge che ci sono, li strumentalizza per i propri fini egoistici.
Il linguaggio. La sessualità è
il linguaggio dell’amore umano.
Per comunicare si ha bisogno
della parola detta o scritta; per
esprimere i sentimenti, il desiderio di vivere la relazione umana occorrono i gesti della corporeità. L’amore umano si realizza
sempre e solo nella sessualità e
attraverso la sessualità. Del
resto anche i sacramenti cristiani per esprimere l’amore di Dio
e donare la grazia hanno bisogno dei segni e gesti sacramentali. La persona è fatta per gli
incontri umani, di relazioni tra
persone.
La sessualità tende ad andare
oltre
Piace qui ricordare che Benedetto XVI ha dedicato la sua prima enciclica (Deus caritas est)
all’amore nella dinamica della
filia (amore di amicizia), dell’eros (amore appassionato) e
dell’agape (amore divino). Questo richiamo ci porta a dire che
la sessualità è aperta alla trascendenza. La precarietà, la
fugacità e la finitezza del piacere sessuale mentre focalizza il
suo limite, apre la persona alla
dimensione dell’eterno, dove si
realizza l’incontro risolutivo e
appagante. Nella dimensione
umana l’uomo sperimenta la
contraddizione tra il voler realizzare totalmente i propri desideri
e la limitatezza del piacere, che
nello stesso tempo è esperienza
di morte, di distacco e apertura a
qualcosa che va oltre ed è totalmente appagante. È il bisogno
umano del trascendersi, di rapportarsi con un Altro (con la “A”
maiuscola), Dio-Amore. Una
persona che vive il proprio essere sessuato secondo il significa-
to originale di relazione, non
solo vive il proprio essere-inrelazione con i propri simili, ma
anche con Colui che è il Totalmente Altro attraverso la gratuità, la contemplazione, l’amore
senza limiti e senza riserve: si
apre la strada al “Tu” di Dio,
come risposta all’inquietudine
del cuore umano: “il nostro cuore è inquieto, finché non riposa
in te” – dice S. Agostino2.
Lussuria e gola
Tra la lussuria e il vizio della
gola c’è uno stretto legame:
sono imparentati dalla sregola-
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tezza, dall’ingordigia, dall’eccesso del piacere e del gusto da
una parte; dall’altra hanno in
comune il bisogno di affetto, di
rapportarsi con qualcosa che
vada oltre la materialità dei
pasti abbondanti, succulenti e il
piacere per il piacere: l’esigenza
di relazioni affettuose e di interessi. Nel chiudersi egoisticamente in se stessi, i golosi, presi dall’ingordigia, vorrebbero
gustare la vita in pienezza ed
invece rovinano la salute, privano l’esistenza di interessi, la
distruggono con la voracità
incapace di fermarsi e darsi un
limite; i sensuali, ossessionati
dal piacere, vorrebbero qualcuno che li amasse e li curasse. Le
delusioni della vita li rinchiudono in ciò che non è amore e cura
della persona, ma conservano
dentro il desiderio di vivere la
pienezza e la totalità della vita.
Questa esige sempre che la persona sia coinvolta in modo pieno e totale.
È sempre possibile uscire da
queste due schiavitù e rendersi
persone libere totalmente, nello
spirito e nel corpo. È possibile
la conversione, perché la persona, immagine del Creatore, può
far crescere i germi positivi insiti nella propria natura umana
con l’esercizio delle virtù per
diventare simili a Colui che lo
ha fatto. Anche le scienze psicologiche, mentre rilevano che in
ogni persona, fosse anche un
santo, c’è il tarlo dell’egoismo e
di ogni altro vizio capitale,
affermano che perfino in “una
canaglia c’è un qualche interesse per gli altri non come semplici strumenti delle proprie soddi-
sfazioni”. Hanno la possibilità
di curarsi degli altri e di instaurare vere relazioni. Cosa occorre fare? Conoscersi in profondità e voler cambiare. Iniziare,
perciò, a riconoscere ciò che si
stava cercando con il piacere
attraverso una buona vita spirituale; riempire il cuore con la
Parola di Dio (meditata, immedesimata, pregata, ) e con la
carità, che apre e relaziona con
gli altri. Trovare, così, motivi e
forza per disintossicarsi, per
non essere più governati dal
corpo, ma guidarlo, indirizzarlo,
moderarlo. Curare l’attenzione
all’altro instaurando relazioni
che esprimano tutto ciò che è
contrario alla lussuria e all’ingordigia: bontà, donazione,
tenerezza. In questo modo si
entra nella dinamica dell’amore
e la persona esprime il meglio di
sé negli affetti e nelle relazioni3.L’ultimo aiuto da offrire per
diventare ciò che già si è (uno,
unito, unico nella propria irripetibilità) lo offre Giovanni Cassiano, che nel 5° secolo ha studiato i vizi capitali:
“Come molto spesso, è utile
a coloro che soffrono di una determinata malattia non mostrare
neppure i cibi che farebbero loro male, onde evitare di far
nascere in loro un desiderio che
sarebbe fatale, così la calma e la
solitudine sono molto utili per
combattere queste malattie particolari (la lussuria e la gola),
affinché lo spirito malato, senza
più essere disturbato da molte
immagini, possa giungere a una
visione interiore pura e sradicare più facilmente il fuoco pestilenziale della concupiscenza”4.
La via della guarigione
La tenerezza
“La sessualità vissuta all’interno di una relazione capace di
esprimere più tenerezza affettuosa che erotismo sfrenato
consente di ritornare sulle ferite
del passato e di rimarginarle: la
via della guarigione, come la
tenerezza, è sempre possibile
per chi la cerca con sincerità,
disposto a giocarsi per essa e a
sottomettersi alle sue leggi. Perché l’amore, come la bellezza,
ha bisogno della custodia della
legge” (GIANDOMENICO CUCCI,
La lussuria, una ricerca malata
dell’assoluto)5.
NOTE
Per una conoscenza sintetica
del pensiero di E. Levinas, si può
fare riferimento ad un’intervista
fatta al filosofo e raccolta nel
volumetto: EMMANUEL LEVINAS,
Etica e Infinito. Il Volto dell’Altro
come alterità, Città Nuova Ed.,
Roma 1984, particolarmente le
pagine 108-115: La responsabilità per altri.
1
SANT’AGOSTINO, Confessioni,
Lib. 1,1.
2
Per una trattazione completa
cfr GIANDOMENICO CUCCI, La
gola, insaziabile fame di affetto,
in La Civiltà Cattolica, quaderno
3851 (14 dicembre 2010, 441454).
3
4
GIOVANNI CASSIANO (5° secolo), Le istituzioni cenobitiche,
VI,3.
GIANDOMENICO CUCCI, La lussuria, una ricerca malata dell’assoluto in La Civiltà Cattolica,
quaderno 3836 (17 aprile 2010,
140).
5
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4000 Messe Perpetue
I Missionari del Preziosissimo Sangue, per facilitare
la comunione di preghiera tra vivi e defunti, hanno
istituito da oltre un secolo l’ Opera delle 4000 Messe
Perpetue.
Ogni anno vengono celebrate 4000 Messe per tutti gli
iscritti, vivi o defunti.
Per associarsi, o per iscrivere i propri cari, basta
versare l’offerta di una Messa, una volta per sempre.
Si rimane iscritti in perpetuo.
Viene rilasciata una pagellina con il nome della persona
iscritta.
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Tel. e fax: 06/7
Abbonamento annuo alla Rivista
Nel Segno del Sangue
Ordinario: € 9,50 - Sostenitore € 15,00
Estero $ 22,00
Ringraziamo tutti coloro che
rispondono con tanta generosità.
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L’Ospedale Italiano di Amman
punto di riferimento per
l’intera Giordania
Intervista al direttore sanitario
dottor Khalid Salim Shammas
di Clara Salpietro - Amman, Giordania
L’
Ospedale Italiano di
Amman, struttura
moderna e realtà importante nell’ambito della sanità
del Paese, si trova al centro della capitale giordana, in uno dei
quartieri più poveri della città.
È il primo ospedale nato in
quella che era la Transgiordania
e sorge su un terreno di circa
11.000 mq nel cuore della città
vecchia, Al Muhajereen Street,
nei pressi della Italian Street,
l’area coperta dagli immobili è
di circa 1800 mq.
La sua attività prese il via nel
1927 grazie al suo fondatore il
dottor Fausto Tesio, un medico
italiano emigrato ad Amman nel
1921 pochi giorni dopo la fondazione dell’Emirato della
Transgiordania.
In quel periodo in termini di
medicina non c’era nulla ad
Amman e quando il medico italiano arrivò in città diede vita ad
una struttura efficiente, punto di
riferimento per gli abitanti del
luogo, ma anche per pazienti
che arrivavano da più lontano,
come l’Arabia Saudita.
Avendo iniziato la sua attività nel ‘27, si tratta del più antico
ospedale del Regno Hashemita
e ha svolto un servizio sino ad
oggi riconosciuto e stimato da
tutte le autorità giordane a
cominciare dalla Famiglia Reale che, soprattutto nei primi anni
di vita dell’ospedale, lo ha utilizzato spesso.
Nel tempo, per il suo carattere ‘no profit’, a cui si aggiunge
l’elevata preparazione dei suoi
medici, l’ospedale è diventato il
punto di riferimento per poveri
e rifugiati.
Sono infatti centinaia di
migliaia le persone di origine
palestinese o irachena che hanno abbandonato il proprio paese
per divenire rifugiati in Giordania. La maggioranza vive in
condizioni di povertà e nel
momento in cui si ammalano
non posso permettersi costose
cure presso ospedali e cliniche
del paese e pertanto si rivolgono
all’Ospedale italiano, dove ricevono un trattamento di livello
elevato a costi molto bassi.
L’ospedale
italiano
di
Amman, così come quello di El
Kerak, che si trova a sud di
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Amman ed ha iniziato la sua
attività nel 1935, è di proprietà
dell’Associazione nazionale per
soccorrere i missionari italiani
(ANSMI), presieduta dall’ingegnere Maurizio Saglietto, ed è
gestito dalle Suore di Carità
Domenicane della Presentazione della Beata Vergine.
L’Ansmi è nata 126 anni fa
per volere di Ernesto Schiaparelli, l’egittologo che scoprì la
tomba di Nefertiti. Schiaparelli,
nemmeno trentenne, nel 1884
andò a Luxor, in Egitto, per
ragioni scientifiche. Fu lì che,
ospitato dai missionari francescani, si rese conto della miseria
estrema nella quale i religiosi
operavano e del grande bisogno
di assistenza che quelle regioni
avevano.
Rientrato in Italia nel 1886, il
futuro direttore del Museo egi-
zio di Torino costituì un’associazione con lo scopo di sostenere e incrementare l’opera dei
missionari italiani.
A spiegarci l’attività della
struttura italiana di Amman è il
direttore sanitario, dottor Khalid
Salim Shammas, che ci riceve
nel suo studio e accetta di
rispondere alle nostre domande.
“Le persone si rivolgono all’Ospedale italiano per farsi curare
– ci dice in inglese e con un
tono di voce pacato – è gente
povera, giordani poveri, rifugiati iracheni, anche rifugiati dalla
Somalia, dal Sudan, da diversi
paesi africani e ultimamente
rifugiati siriani”.“In passato la
Famiglia Reale – evidenzia –
veniva in questo ospedale perchè era l’unico ospedale in
Giordania. Re Hussein e la
famiglia reale hashemita hanno
usufruito più volte delle cure
della nostra struttura”.
In merito alle principali
malattie che vengono curate
nella struttura, il direttore sanitario afferma: “le malattie sono
varie, perchè tantissima è la
gente che si rivolge a noi in
quanto i costi sono bassi.
Comunque, abbiamo molti
pazienti che si rivolgono al
reparto di pediatria ed anche al
reparto di medicina generale. Il
reparto che lavora di più è senza
dubbio quello della maternità”.
L’ospedale dispone di numerosi ambulatori, tra cui maternità e chirurgia. A partire dal
1990 sono stati ristrutturati il
reparto lungodegenti, la maternità, la ginecologia e il nido e
sono stati completamente rinnovati il laboratorio di analisi e
la fisioterapia. Tutti i laboratori
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sono stati dotati di nuove apparecchiature.
Il team dell’ospedale è composto da 125 persone, di cui
quattro suore provenienti dall’Iraq e dall’India.
“La maggior parte del personale è giordano – precisa il
direttore sanitario – ma c’è
qualcuno che proviene da altri
Paesi, come egiziani, russi,
filippini”.
Le medicine si trovano facilmente nelle farmacie giordane e
non mancano i progetti di collaborazione con l’Italia.
“C’è una collaborazione con
il Ministero della Salute italiano, – spiega il dottor Khalid
Salim Shammas – ci sono stati
diversi incontri a Roma anche
con gli ospedali italiani presenti
in altri Paesi. Come ospedale
italiano abbiamo lavorato al
progetto per la telemedicina,
che adesso possiamo utilizzare
tramite internet in collegamento
con Roma, con il ministero della salute e con ospedali specializzati e tramite questo possiamo capire che tipo di trattamento applicare per determinate
malattie”.
Con la fondazione Gaslini di
Genova, il “Med Child”, l’IME
e l’Ospedale Italiano di Kerak,
l’ospedale di Amman partecipa
al progetto di unità mobile di
screening sulla Talassemia, progetto definito in accordo con il
ministero della Salute giordano,
e sull’accrescimento ponderale
dei bambini. Inoltre agevola,
gratuitamente, ulteriori cure di
giordani in Italia. L’ospedale
italiano ha rapporti di collaborazione con la Santa Sede –
AISAC e fa parte dell’Alleanza
degli Ospedali Italiani nel Mondo.
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L’effimero e il brutto
non si addicono al sacro
di Enisio Di Tullio
L’
arte moderna
non è una evoluzione di quella ottocentesca originata da
una tendenza rivoluzionaria che ha prodotto la grande stagione del realismo,
assumendo come contenuto la realtà storica. Essa,
invece, trae origine da
quell’ampio e articolato
movimento artistico-culturale che, all’inizio del
‘900, ha portato a rompere
gli schemi tradizionali di
fare arte, e, attraverso un dinamismo teorico e formale forse
senza precedenti, all’arte delle
avanguardie, che ha connotato
di sé o comunque influenzato
quasi ogni forma artistica successiva. Insomma l’arte moderna, dal Courbet ai nostri giorni,
si è estrinsecata attraverso iniziative, sperimentazioni e teorizzazioni le più diverse, formulando e sviluppando così nuove
estetiche che hanno dato, di volta in volta, impronte diverse alla
vita, alla cultura, alla società del
tempo. Si è passato così dal
verismo e realismo ottocenteschi all’impressionismo, e, per
tutto il ‘900, a movimenti culturali e artistici che hanno prodotto nuove e variegate forme di
FLORIANO BODRINI, Pontefice
espressione, come, per citarne
le principali, il futurismo, il
dadaismo, il surrealismo, il
cubismo, per poi passare al realismo che, nel secondo dopo
guerra, si trasforma nella corrente del realismo sociale più
politicamente impegnato, fino
all’affermarsi di nuove forme di
linguaggio, come, ad esempio,
l’arte informale, la pittura materica, l’espressionismo astratto, e
fino a forme le più bizzarre e
stravaganti, quali la Pop-Art, la
Op-Art, l’arte povera, l’arte
concettuale, e così via.
Abbiamo voluto ricordare
questo lungo cammino dell’arte
moderna per sottolineare - pur
riconoscendo che in esso alcuni
artisti hanno realizzato opere di
grande bellezza e originalità, dando così all’attività
creativa orizzonti nuovi ed
interessanti - che, purtroppo, la gran parte delle realizzazioni artistiche nei
diversi campi di espressione: pittura, architettura,
scultura, ecc., non ha raggiunto quella qualità particolare che induce a cogliere l’ineffabile, stupendo,
incantevole e misterioso
effetto che si suole chiamare “il bello”.
Riteniamo che il più delle
volte l’ansia irrefrenabile di
sperimentare per innovare ad
ogni costo, unitamente ad altri
fattori di cui faremo cenno in
seguito, abbia prodotto opere
effimere e, a volte, proprio di
cattivo gusto: quello che si dice
“il brutto”. Qualcuno ha ritenuto che il ‘900 abbia ripudiato il
concetto del bello e che, pertanto, l’arte occidentale di questo
martoriato secolo abbia subito
la più violenta e sciagurata crisi
della sua storia. E ciò perché
l’uomo ha perduto la sua identità immergendo il suo io in una
cultura imperniata di feticci
ideologici, di materialismo, di
alienazione, per cui l’arte del
‘900 non è altro che il riflesso in
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STELLA DINI, Immagini sacre
contemporanee
sé di questa cultura, cioè della
profonda crisi dell’uomo. Proprio per questo, altri hanno giudicato l’arte di questo periodo
come la rappresentazione fatua
e narcisistica della propria
rinuncia ad essere, fino a considerare l’uomo del ‘900 il protagonista, il sovrano, la vittima di
un epoca martoriata dalla barbarie.
In gran parte, tutto ciò è vero,
poiché è indubitabile che l’uomo del ‘900 è entrato in una crisi profonda in cui la perdita di
valori essenziali, di un forte
senso spirituale e di trascendenza lo hanno spinto a rappresentare un’arte come nevrosi, come
respiro di aspetti decadenti,
malinconici e disperati del proprio tempo.
È altresì vero che questa crisi
dell’arte in generale ha avuto i
suoi riflessi anche nell’ambito
dell’arte sacra. Anche in questo
campo, infatti, si sono avute
espressioni artistiche di scarso
rilievo: opere sia di pittura, sia
di scultura, che di architettura
sono apparse prive di fascino, di
comunicativa, di senso spirituale, cioè prive di quegli elementi
tradizionalmente espressi nell’arte sacra dei tempi passati. A
volte, ricerche spasmodiche,
ansia di novità e provocazioni
ardite hanno prodotto opere
inguardabili, non degne di rappresentare il sacro, ma capaci
soltanto di esprimere l’effimero
o il brutto come segni di un tempo veramente decadente.
Sappiamo che è necessario
ricercare, sperimentare per trovare modi e mezzi nuovi per
fare arte, ma è accaduto spesso
che molti artisti, appoggiandosi,
a tal fine, a filosofie, realismo,
pragmatismo psicologia e altro,
hanno operato sulla base di estetiche misere, senza respiro, dando così luogo ad un’arte che è il
risultato di canoni prefissati, a
volte rivelatasi frutto di teorizzazioni, esaltazioni intellettualistiche o astrazioni accademiche,
quando non anche una semplice
moda, quella che Apollinaire
chiamava “la maschera della
morte”. Perciò, quando gli artisti sono imbalsamati in modelli
stereotipati, sono privi di libertà
o condizionati da concezioni
dell’arte senz’anima, non possono produrre vera arte, tanto
meno arte sacra. Per questi
motivi si è assistito alla creazione di monumenti, di architetture
di chiese, di opere pittoriche e
di installazioni di vario tipo
destinate al culto o a pratiche
religiose, senza tensione spirituale, inadatte ad esprimere il
sacro.
Diciamo innanzitutto che, a
nostro modesto parere, la creatività artistica può trovare la sua
degna e valida espressione in
tutti gli aspetti della vita, anche
in quelli più delicati, profondi,
drammatici e contraddittori che
segnano l’esperienza umana.
Tuttavia, essa non può essere
una espressione qualsiasi, tanto
meno un modo volgare e/o
offensivo di rappresentare qualcosa o qualcuno. E ciò perché,
se “l’arte è l’espressione più
nobile dell’uomo”, come giustamente ha detto Michele Colagiovanni, direttore di questo
mensile, il predetto modo “artistico” di rappresentare è tutt’altro che arte, è solo indecenza,
rozzezza, povertà d’animo.
In secondo luogo riteniamo
che l’opera d’arte, per essere
veramente tale, debba andare al
di là delle semplice rappresentazione di qualcosa o di una teorica forma d’arte; essa deve
riuscire in qualche modo, attraverso l’espressione di un pensiero, e non un pensiero banale,
a far cogliere a chi la osserva,
per l’insieme del contenuto e
della forma, un qualcosa di particolare, di speciale che sia in
grado di suscitare, al di là della
sua finitezza formale, quella
indefinita e indefinibile sensazione di universale stupore che
chiamiamo “il bello”. In sostan-
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perla custodire e promuovere
za, l’artista deve essere in grado
di esprimere con la sua sensibicon impegno e responsabilità.
lità un’opera che tocchi la proNella buona ma purtroppo limifondità dell’essere umano: la
tata fioritura di opere moderne,
sua anima. Ma ciò presuppone
durante l’ultimo secolo non
uno studio e una ricerca contisono mancati suggerimenti,
nua sull’uomo, che purtroppo
spinta, riflessioni e ottime reararamente avviene. Occorre,
lizzazioni artistiche da parte di
quindi, una rifondazione del
uomini di Chiesa. Il che è segno
concetto del bello che postuli la
che proprio quando si ha fede e
rifondazione del concetto delcultura religiosa, e ci si ispira
l’uomo. E ciò è ancora più
alla tradizione sacra della Chienecessario, anzi indispensabile
sa, i risultati non mancano.
quando si voglia realizzare
Si è posto pertanto il probleun’opera sacra, giacché l’uomo,
ma di affrontare la creatività
che è creatura di Dio, fatta a sua
artistica nei suoi rapporti con il
immagine e somiglianza, ha in
culto cristiano e il sacro. Per la
se stesso una continua spinta
verità, la questione fu posta già
interiore che lo porta ad oltretempo fa, ma senza apprezzabipassare la propria limitatezza di
li risultati.
creatura, anche con la ricerca
Già Paolo VI espresse la
del bello, perché la bellezza
necessità di un mondo più ricco
evoca il concetto di Dio. Infatti,
di bellezza, anche artistica, di
proprio la mancanza di trascenquella “qualità” che consente di
denza, il non sapersi rapportare
non affondare nell’effimero,
alle cose di Dio, non afferrare
nella confusione, nella disperacon un alito di fede il
sacro e raccontarlo
con la necessaria, adeguata sensibilità, l’incapacità di rifarsi alla
grande tradizione dell’arte sacra nella Chiesa, sono state le principali cause di una
produzione di opere
sacre che, purtroppo,
di sacro non hanno
nulla. Dobbiamo dire,
però, che la colpa è
stata anche del Clero,
poiché è la committenza, innanzitutto,
che deve essere preparata: sono i sacerdoti
che devono avere
ALFREDO CHIGHINE, Forme contrapposte
amore per l’arte, sa-
zione. E così anche Giovanni
Paolo II, che intervenendo più
volte sul problema, sottolineò,
tra l’altro, l’esigenza di un maggior dialogo tra pittore, scultore,
architetto ancor prima di realizzare una chiesa, una struttura
destinata a pratiche spirituali,
proprio per uscire dalla profonda crisi in cui si dibattevano
l’arte e l’architettura sacra. Ma
vennero meno un generale
impegno e le necessarie sinergie. Anche l’attuale Pontefice si
è più volte espresso al riguardo,
invitando a una riflessione sui
rapporti tra artisti, Chiesa e arte
sacra, allo scopo di realizzare
opere che sappiano esprimere il
senso religioso, simbolico e culturale della fede cattolica.
Oggi qualcosa sembra muoversi. La Chiesa è impegnata a
promuovere iniziative di vario
genere, nell’intento di incoraggiare e far crescere negli artisti
la cultura religiosa, e a far
prendere coscienza allo
stesso Clero dell’importanza di fare vera arte
sacra.
Occorre, in sostanza,
che gli odierni artisti sappiano misurarsi con l’eternità, che siano capaci di
darci opere d’arte veramente tali: espressione di
forte carica spirituale dall’impatto mistico e religioso, anzi, vera e propria epifania del divino, in modo
da meravigliare, stupire,
incantare, proiettare l’osservatore in quella ineffabile dimensione dello spirito, dove si avverte la consolante presenza di Dio.
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Umorismo
CARLO MARIA MARTINI
La morte del cardinale Martini ha
dato la stura a una varietà di interpretazioni sulla sua personalità e il
suo magistero. Il mondo laico ha
creduto di poter tirare la porpora
dalla sua parte scatenando di conseguenza il mondo dei credenti
integralisti fin quasi al dileggio del
defunto. Grande servitore dell’unica Chiesa, a alcuni è apparso un
antagonista di Papa Ratzinger.
Benedetto XVI sarebbe il papa dei
credenti e Martini «il Papa dei noncredenti». Magari fosse! Se i non
credenti avessero riconosciuto, verrebbe da dire. Avremmo degli
«pseudo-non-credenti» di altissima
spiritualità, obbedienti nell’essenziale all’unico papa eletto dallo
Spirito Santo. Purtroppo non è così.
Chi sostiene che era il papa che ci
voleva, non vuole nessun papa e di
fronte alla ineluttabilità dell’esistenza dell’unico papa, al quale
anche il suo preferito fu ossequiente, si accontenta di sostenere l’alternativo, come il tifoso di una squadra terza in classifica, nell’occasione del derby tra la prima e la seconda, fa tifo per la seconda, quale che
sia, perché vuole che il campionato
lo vinca la propria, che è avversaria
perenne di tutte le altre.
RISPOSTE ANTICHE
Michele Martelli confessa che ha
seguito Carlo Maria Martini da lontano. Peccato! Avrebbe conosciuto
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Nel Segno del Sangue
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Il lato comico
17-09-2012
di Comik
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Nel Segno del Sangue
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Umorismo
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un vero uomo di Dio e evitato degli infortuni intellettuali. Dice che del Cardinale gli sono
rimaste «scolpite due frasi che riguardano la fede e la nozione di Dio. La prima, arcinota, è:
“In ogni credente c’è un non-credente e in ogni non-credente c’è un credente”; la seconda:
“Dio non è cattolico”». Un po’ troppo poco per giudicare una figura così grande, diciamo la
verità. Leggendo i suoi libri si trova ben altro. Ascoltando le sue catechesi si riceveva ben altro.
E invece Martelli deduce da quelle due frasi una serie di conseguenze che definire catastrofiche è dir poco. Pone dei quesiti che hanno la risposta già nel Vangelo. Gli apostoli implorarono Gesù dicendogli: «Signore, aumenta la nostra fede» (Luca 17,5-6). Significava che l’avevano, ma la desideravano più grande. Esattamente come dovrebbe pregare ogni credente. E di
conseguenza ancor più un non credente presunto, il quale non crede ma non fino in fondo,
perché anche in lui resta una porzione minuscola di fede, poco più piccola di un granello di
senape che fa – secondo il detto di Gesù – di un uomo un credente. Che Dio non sia «cattolico» è poi ancor più chiaramente e diffusamente detto nel Vangelo. Cito solo il testo del Giudizio, dove molti si troveranno salvati senza neppure conoscere il vero Dio. Cristo darà questa spiegazione: «Ogni volta che avrete fatto qualcosa di buono al più piccolo della Terra io
l’ho considerato fatto a me». Martelli assomiglia a uno che dicesse: non ho letto tutto il Vangelo ma questa frase la ricordo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» e da essa
pretendesse di pontificare su tutto il Vangelo, sostenendo che perfino Gesù ebbe «il dubbio, il
dubbio scettico, di chi non seppe e seppe di non sapere. […] conscio che non sa né può sapere con assoluta certezza se Dio c’è e qual è, se c’è un’anima sostanziale e immortale, una vita
dopo la morte, un aldilà, un inferno e un paradiso, ecc.; in un certo senso, credette e non crede, nella sua mente si annidò il dubbio, la sua fu una fede incerta, dubitante, scettica». È proprio vero quel che diceva un altro grande cardinale (grande in altro senso): Armand-Jean du
Plessis de Richelieu: «Datemi quattro righe scritte da un galantuomo e ve lo manderò in galera».
A COLPI DI MARTELLI
Ecco l’esegesi che Martelli fa delle due frasi. «Il succo filosofico della prima è il dubbio, il dubbio scettico, di chi non sa e sa di non sapere. Se la sua fede non è dogmatica, il credente è
conscio che non sa né può sapere con assoluta certezza se Dio c’è e qual è, se c’è un’anima
sostanziale e immortale, una vita dopo la morte, un aldilà, un inferno e un paradiso, ecc.; in
un certo senso, crede e non crede, nella sua mente si annida il dubbio, la sua è una fede incerta, dubitante, scettica». Perbacco! Eppure centinaia, migliaia di persone testimoniano che il
cardinale Martini ha propiziato a loro il dono della fede! Ha ridato un senso profondo alla loro
vita… Sulla seconda frase scrive Martelli: «”Dio non è cattolico” […] Anzi, non è nemmeno
cristiano, o islamico, buddhista, taoista, mono-, poli- o a-teistico, sciamanico e così via. Di
Dio non sappiamo né ciò che è né ciò che non è». Ma il Cardinale defunto voleva dire che
Dio è di tutti e Martelli dice che non è di nessuno, perché o non o è come se non ci fosse. A
parte il ridicolo di giudicare un grande uomo da due frasi che ricorda di lui, è deludente anche
l’esegesi che fa di esse. Michele Martelli è per noi un mistero. Questo porterebbe a concludere, secondo lo steso Martelli, che di lui non si può sapere nulla. Meglio non perderci tempo. Questa volta potrebbe aver ragione.
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04 nel segno settembre2012:04 nel segno maggio giugno2012 D1958_12
È... stata
Che sarà?
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Settembre 2012 - Centro Studi Sanguis Christi