Rigenerare ristrutturando e ricostruendo per una nuova qualità dell’abitare INDICE Premessa .................................................................................................................. 2 1. Elementi di inquadramento ................................................................................... 3 2. Gli edifici abitativi ................................................................................................. 5 2.1 - Gli interventi conservativi in presenza dell’utenza .......................................... 5 2.2. - Gli interventi di sostituzione, previo allontanamento dell’utenza .................... 6 2.3. - Strumenti operativi e gestionali: modalità flessibili e differenziate ............... 10 3. Gli edifici scolastici ............................................................................................. 11 3.1. La dimensione del tema ................................................................................ 11 3.2. Safety and security ....................................................................................... 12 3.3. Efficienza energetica..................................................................................... 12 3.4. Benessere e comfort ..................................................................................... 13 3.5. Categorie di intervento ammesse e loro caratteristiche discriminanti ............ 13 3.6. Il processo decisionale .................................................................................. 14 4. Gli edifici alberghieri ........................................................................................... 15 5. I capannoni industriali ......................................................................................... 17 PREMESSA La crisi economica che il paese sta attraversando assume una veste e un rilievo specifico per il settore edilizio, e d’altra parte proprio il settore edilizio può svolgere, come in altre occasioni, un ruolo anticiclico importante per superare la recessione, a patto che sappia ri-orientare in modo sostanziale il proprio campo di intervento. Per far uscire il settore delle costruzioni dalla crisi che attraversa occorre che esso si misuri con le principali patologie del patrimonio edilizio italiano, che riguardano la sua ampiezza ridondante, il suo livello mediamente basso di qualità ed efficienza dovuto all’invecchiamento, il suo forte contributo ai consumi energetici, la sua dispersione e frammentazione che provoca eccessivo consumo di suolo e penalizza le possibilità di sistemi di mobilità sostenibile; patologie in larga misura ascrivibili ad un regime immobiliare basato sulla rendita. Queste patologie vanno combattute non in termini ideologici, ma con azioni concrete dirette al contenimento del consumo di suolo, disincentivando l’ulteriore espansione delle città e paesi, e spostando l’attenzione, le risorse e gli investimenti verso la riqualificazione urbana e la rigenerazione del patrimonio costruito invecchiato. Un processo di ri-orientamento del settore e dell’edilizia residenziale in particolare, in grado di affrontare seriamente, come in parte sta avvenendo, il tema dell’efficienza energetica del patrimonio edilizio e della riduzione dei consumi energetici in tutto il settore civile. In Emilia-Romagna si aggiunge, ancor più dopo i pesanti danni prodotti dal terremoto di questi giorni, il tema dell’adeguamento strutturale del patrimonio edilizio in seguito alla riclassificazione sismica del territorio regionale. Un insieme di motivazioni diverse, tutte prepotentemente all’ordine del giorno (freno al consumo di suolo, risparmio energetico, riduzione delle emissioni in atmosfera, miglioramento strutturale antisismico degli edifici) estendono il tema della riqualificazione urbana dagli insediamenti dismessi o comunque obsoleti a tutto il patrimonio edilizio di vecchia data, ossia al patrimonio in uso: da politica mirata a determinate particolari situazioni si passa alla politica generale; ovvero a forti, necessarie, politiche di governo territoriale. Alla progressiva estensione delle motivazioni e del campo di intervento corrisponde anche una innovazione lessicale: nei documenti più recenti è entrato in uso il termine “rigenerazione urbana” a cui si è diffusamente attribuito questo significato più ampio: il PTR esprime l’obiettivo della “rigenerazione del sistema insediativo per renderlo competitivo”. Visto da un altro punto di vista, quello dello sviluppo economico in generale, la rigenerazione urbana rappresenta la politica per sostenere il settore delle costruzioni e riconvertirlo per lavorare a favore della sostenibilità ambientale e territoriale. CNA Emilia Romagna avvalendosi di Studi Tecnici (Tecnicoop e Studio Ti) con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e l’attenzione di UNIPOL Banca e l’APPI hanno avviato da oltre un anno un lavoro di studio e di ampio confronto con tutti gli attori pubblici e privati che interagiscono con le dinamiche dell’importante settore delle costruzioni, per approdare con alcune analisi e proposte di intervento, che qui si avanzano, verso l’affermazione di un’edilizia sostenibile. 1. ELEMENTI DI INQUADRAMENTO Il lavoro di circa un anno ha chiarito che la rigenerazione urbana può svilupparsi attraverso più percorsi progettuali e operativi complementari. Si sono evidenziate problematiche e potenzialità di intervento diverse in relazione a diverse tipologie di edifici: - edifici residenziali, e fra questi quelli a proprietà unica e quelli particolare problematici a proprietà frazionata; - edifici privati per attività terziarie e fra questi il tema particolarmente importante in questa regione degli edifici alberghieri; - edifici pubblici per servizi, in particolare il vasto patrimonio di edilizia scolastica; - capannoni per attività produttive. Inoltre le modalità di intervento comprendono un range di possibilità da valutare in relazione concrete situazioni, la cui scelta dipende da molte variabili, non solo di natura tecnica, poiché rivestono un ruolo discriminante le possibilità o meno di usufruire di detrazioni fiscali e di incentivi di natura urbanistica. A) interventi conservativi in presenza dell’utenza, su singoli edifici o componenti o porzioni degli stessi. Può suddividersi in sottocasi significativi: a1) intervento conservativo ‘leggero’ (livello 1). Può riguardare gli impianti e l’involucro e non modifica la sagoma planivolumetrica, come definita dalla R.E.R. (non sono considerate modifiche della sagoma l’ispessimento dell’involucro o la realizzazione di nuove canalizzazioni esterne), né incrementa le Superfici utili. L’obiettivo dell’intervento è riferito essenzialmente al risparmio energetico e all’auto-generazione energetica da fonti rinnovabili. Dal punto di vista normativo l’intervento è generalmente inquadrabile come Manutenzione Straordinaria, Potrebbe ricadere nella Ristrutturazione Edilizia qualora comprenda modifica della dimensione delle finestre. a2) intervento conservativo ‘leggero’ (livello 2). Con disagi ancora sopportabili da parte dell’utenza, può contemplare l’incremento delle Superfici Utili all’interno della sagoma, attraverso la trasformazione di superfici accessorie, coma la chiusura di logge o la rifunzionalizzazione di sottotetti. Gli obiettivi dell’intervento riguardano il risparmio energetico e l’auto-generazione energetica da fonti rinnovabili, ma anche l’incremento dell’abitabilità e con essa del valore commerciale dell’immobile. Dal punto di vista normativo, la rifunzionalizzazione di sottotetti prima non abitabili, la chiusura di logge, la modifica delle finestrature o realizzazione di controfacciate configurano un intervento di Ristrutturazione Edilizia. a3) intervento conservativo ‘pesante’ (livello 3) In casi particolari l’intervento conservativo potrebbe contemplare, sempre con disagi sopportabili da parte dell’utenza, l’ampliamento della sagoma e con essa del numero di unità immobiliari. Comprende il caso in cui siano possibili ampliamenti in pianta, ma anche l’ipotesi, al momento sperimentale, di sopraelevazione di edifici in linea con portali a secco staticamente indipendenti. Gli obiettivi dell’intervento riguardano il risparmio energetico e l’auto-generazione energetica da fonti rinnovabili, ma anche l’incremento del numero di unità immobiliari e dell’utenza e, con ciò, del valore commerciale dell’immobile. Dal punto di vista normativo si configura come ampliamento, ossia Nuova Costruzione (con ciò che consegue in materia di rispetto delle distanze minime). B) interventi su singoli edifici previo allontanamento dell’utenza: tali interventi potranno essere di ristrutturazione completa o di sostituzione (demolizione e ricostruzione), sulla base di un confronto tecnico-economico delle due soluzioni: Le finalità si allargano a comprendere il miglioramento o l’adeguamento sismico e, nel caso di edifici privati, un significativo incremento del valore commerciale dell’immobile. b1)intervento conservativo di ristrutturazione previo allontanamento dell’utenza. Tutte le possibilità di intervento di cui sopra possono attuarsi con minori vincoli in fase di cantiere nel caso in cui si possa operare ad edificio temporaneamente vuoto. Questa modalità può riguardare in particolare le tipologie edilizie non abitative, nelle quali più facilmente è possibile una temporanea sospensione dell’attività, quali alberghi, scuole, altri edifici per servizi. Può riguardare anche gli edifici abitativi, ma per essi, qualora sia stato possibile superare lo scoglio dello svuotamento, appare maggiormente probabile che convenga passare alla soglia di intervento successiva, ossia alla demolizione e ricostruzione. Gli obiettivi dell’intervento riguardano il risparmio energetico e l’auto-generazione energetica da FER, ma anche il miglioramento sismico e, nel caso di edifici privati, l’incremento del valore commerciale dell’immobile. Normativamente l’intervento si configura come Ristrutturazione Edilizia se resta all’interno della sagoma preesistente; ovvero come ampliamento (ossia Nuova Costruzione) se comporta ampliamento della sagoma. b2) intervento di demolizione e ricostruzione, ossia sostituzione, che si deve supporre incentivato dalla possibilità di incremento volumetrico. Gli obiettivi dell’intervento riguardano la realizzazione di un edificio con elevate prestazioni energetiche ed antisismico; e il sostanziale incremento del valore commerciale dell’immobile. C) interventi alla scala di insediamento, cioè su gruppi di edifici. le finalità si allargano ulteriormente a riguardare non solo il pieno adeguamento dal punto di vista energetico e sismico, ma anche il miglioramento della qualità urbana del contesto (dotazioni, immagine urbana, verde urbano). Questa terza possibilità sarà data solo in porzioni urbane particolari, sulla base di specifiche condizioni e possibilità individuate dai Comuni in sede di strumenti urbanistici. Questa peraltro è anche la modalità di intervento necessaria laddove la mancanza delle distanze legali fra le costruzioni rendono ancora più difficile intervenire su singoli edifici, al di la dell’adeguamento degli impianti o dell’involucro. Infine, un ulteriore nodo da fissare preliminarmente è che le soluzioni su cui lavorare devono operare dentro alla città costruita o ai suoi sviluppi già programmati, senza comportare consumo di ulteriore suolo vergine. 2. GLI EDIFICI ABITATIVI Gli edifici abitativi costituiscono il cuore del problema della rigenerazione, sia per l’entità del patrimonio (oltre 1.300.000 alloggi in regione costruiti fra il 1946 e il 1991), sia per le particolari problematiche di intervento dovute alla difficoltà di liberare provvisoriamente l’immobile dall’utenza, sia alla struttura prevalentemente polverizzata della proprietà. 2.1 - Gli interventi conservativi in presenza dell’utenza Per quanto riguarda gli edifici residenziali di proprietà privata, gli interventi ‘leggeri’ sono stati finora l’unica strada praticata e, in mancanza di novità sul piano delle detrazioni fiscali (allargamento delle detrazioni al caso della demolizione e ricostruzione) e degli incentivi urbanistici (incrementi di volume), restano tuttora la sola strada effettivamente praticabile. E le difficoltà a concordare fra tutti i condomini forme di intervento più radicali e complesse farà sì che, anche laddove si concretizzassero le attese modifiche delle norme fiscali e urbanistiche, resterà prevedibilmente la modalità di intervento più ampiamente praticata. Riguardo a questi interventi in presenza dell’utenza, sarebbe tuttavia fondamentale ottenere uno spostamento da interventi molto parziali (sugli infissi o sugli impianti) ad interventi più organici, facendo precedere la progettazione ed esecuzione delle opere da una diagnosi completa delle condizioni dell’edificio (dal punto di vista energetico, acustico, strutturale), in modo da identificare un insieme di opere che massimizzi il rapporto fra i costi e i reali miglioramenti ottenibili. Occorrerebbe quindi che l’accesso alle detrazioni fiscali fosse reso più stringente, condizionandolo alla preliminare esecuzione della diagnosi e alla dimostrazione del raggiungimento di un sostanziale miglioramento delle prestazioni complessive. Da un punto di vista tecnico e procedurale, le problematiche di questi interventi ‘leggeri’ sono note e non presentano difficoltà concettuali: le esigenze da sottolineare riguardano ancora una volta la completezza della diagnosi, e poi l’utilizzo delle tecniche e dei materiali più appropriati che il mercato mette a disposizione. 2.2. - Gli interventi di sostituzione, previo allontanamento dell’utenza Le difficoltà da affrontare E’ nota la difficoltà di convincere gli utenti a spostarsi. L’utenza non è di per sé propensa ad intervenire radicalmente sulla propria residenza, e meno ancora, in generale, a spostarsi in altra zone. I limiti dell’edilizia esistente sono noti, ma non percepiti di per sé come stimolo al cambiamento. Il “cambio casa” è motivato solitamente da fattori di dimensione familiare, più raramente di lavoro. Lo sforzo richiesto (economico, psicologico e familiare) è tale da limitare i casi all’estrema necessità. La grande rigidità che caratterizza il mercato immobiliare italiano della residenza, che non ha pari in Europa, inizia solo adesso ad essere scalfita dalla differenziazione qualitativa del patrimonio edilizio. Il prezzo degli alloggi non è ancora sufficientemente differenziato in funzione delle caratteristiche energetiche, antisismiche e di dotazione di servizi. I problemi da superare sono: - economici: la proposta deve essere conveniente. E’ fondamentale che gli interventi di rigenerazione urbana con aumento volumetrico siano contemplati dal Decreto Sviluppo del 22 giugno 2012 n. 83. Come abbiamo avuto modo di scrivere, gli incentivi del 50% chiediamo siano previsti nel caso di abbattimento e ricostruzione solamente per la volumetria preesistente e non per l’incentivo volumetrico; - finanziari: ci devono essere pacchetti di offerta ad hoc per la copertura dell’investimento; - operativi: gli utenti non devono inventarsi niente e non si devono sforzare a gestire: ci deve essere un gestore dell’operazione che si occupa di tutto; - sociali di insediamento: (cambiare zona) la nuova collocazione deve avere caratteristiche almeno analoghe a quella precedente in termini di qualità urbana: vicinanza ai trasporti, presenza di servizi, verde, paesaggio ecc.; - di flessibilità: la gamma delle esigenze è estremamente varia, ed è difficile che una sola proposta di nuova collocazione soddisfi tutti i condomini; - infine normativi: vi sono in molte situazioni problematiche dovute alle distanze fra pareti finestrate fra gli edifici che consentono solo interventi conservativi oppure di ristrutturazione anche integrale ma entro al sagoma preesistente, ossia senza ampliamenti, a meno di operare attraverso piani Particolareggiati, o modificando l’articolo 9 del D.M. 1444 del 2 aprile 1968, consentendo agli edifici una deroga qualora siano rigenerati, cioè abbattuti e ricostruiti (anche con aumento volumetrico in altezza) al fine di aver fabbricati antisismici, antiacustici e non energivori. Pertanto si propone di lavorare per una modifica del D.M. 1444 all’art. 9 con queste integrazioni: Punto 1) Rientrano in questo ambito le ristrutturazioni previste dal D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, che passino dalla demolizione e relative ricostruzioni dei fabbricati anche con soprelevazioni qualora rientrino in piani di recupero e riconversione urbana. Punto 2) Non sono riconducibili a nuove costruzioni le ristrutturazioni con demolizione e relativa ricostruzione in conformità del D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380. Punto 3) Sono ammesse distanze inferiori ai precedenti commi nel caso di piani di riconversione urbana. Tra tutti i problemi elencati, uno dei più limitanti è probabilmente la zona, cioè l’abbandono di un quartiere in cui si sono spesso stratificati legami, relazioni, abitudini che non si vogliono cambiare. Nel caso che si opti per percorso di trasferimento definitivo, la necessità di una confrontabilità positiva fra l’area di partenza e l’area di trasferimento implica che non è pensabile avviare il processo con una sola area ’polmone’, sia perché implicherebbe un’eccessiva lentezza del processo, sia per la più limitata appetibilità dell’area stessa rispetto all’insieme dei tessuti urbani da rigenerare. Questo significa poter disporre di un patrimonio di possibili aree ‘polmone’, in zone o quartieri diversi, per soddisfare domande differenziate e ad ampio raggio. Nel caso che si preveda il trasferimento provvisorio, non si avrebbe questo problema, ma si avrebbe il disagio del doppio trasloco. Le difficoltà sono paragonabili a quelle che si affrontarono negli anni 70 per avviare il recupero del centro storico di Bologna. All’inizio la strada sembrava impossibile: recuperare era percepito come più costoso che demolire e ricostruire; il centro era considerato meno appetibile delle zone di nuova urbanizzazione; i limiti della piccola proprietà frazionata sembravano insperabili. Poi furono messi a punto modelli culturali, politici ed urbanistici che portarono alla convenienza economica. Poi il mercato è stato influenzato dall’operazione urbanistica e culturale. Si sono innescati processi di “appetibilità” e “convenienza” che sono risultati coerenti con gli obiettivi urbanistici perseguiti e che hanno modificato . Allo stato attuale la questione si sposta sulla riqualificazione del tessuto costruito delle periferie. La sfida è di elaborare un modello di intervento che rilanci le periferie da punto di vista qualitativo e culturale, e che renda appetibile l’intervento in aree considerate di seconda categoria o comunque dove non vale la pena investire risorse. Più dettagliatamente si danno diverse casistiche : • i tessuti compatti delle prime periferie dei centri maggiori, urbanizzate negli anni 50-60, dove è molto difficile la densificazione (ed anche la stessa cantierizzazione pone problemi operativi): i premi in volume potrebbero dover essere spostati altrove; • i quartieri degli anni dal 70-80-90 nei centri maggiori (le città degli standards) dove è più facile reperire aree polmone e densificare il costruito, e gli edifici cominciano a presentare limiti qualitativi; • gli insediamenti degli stessi anni nei centri minori, caratterizzati da edilizia molto meno densa, ma anche da valori immobiliari più bassi. La disponibilità di aree per l’avvio del processo Il Comune potrebbe disporre di aree da mettere a disposizione per questi processi fondamentalmente in due modi: - in ambiti già programmati per nuovi insediamenti o trasformazioni urbane, acquisendo l’area gratuitamente nel quadro di una perequazione urbanistica che incorpori non solo l’obiettivo (obbligatorio) dell’Edilizia Sociale ma anche quello della rigenerazione del patrimonio edilizio obsoleto; - nei quartieri degli anni ’80 –’90 dove sia presente una dotazione ampia di aree pubbliche a verde, ritagliano fra queste in modo ragionato qualche lotto edificabile in più, con l’obiettivo di una oculata densificazione e arricchimento dei servizi. Il modello procedurale Il tema su cui focalizzare l’attenzione per verificare la possibilità dimettere a punto procedure innovative è quindi quello degli interventi pesanti su interi stabili, liberati dal vincolo dell’utenza, che possono portare a edifici completamente nuovi e quindi convenienti sotto il profilo della qualità, della sicurezza e della componente economica. Possono ipotizzarsi più modelli di intervento; una prima ipotesi prevede: 1. la disponibilità (offerta dal Comune o altro ente a costo zero o prossimo allo zero) di un’area ‘polmone’ (lotto A) sulla quale realizzare una nuova costruzione, che deve essere caratterizzata da localizzazione “nel quartiere”; di dimensione idonea per un intervento “medio” (10-15 alloggi); 2. avviso pubblico per la raccolta di manifestazioni di interesse all’operazione: coinvolgimento delle associazioni dei proprietari e degli amministratori di condominio; 3. contatti fra tutti quelli potenzialmente interessati e selezione del partner (proprietà unica o condominio: edificio B): la platea è molto ampia (tutti gli edifici residenziali di dimensione simile (non necessariamente identica) alla costruzione realizzabile nel lotto ‘polmone’; ma la condizione stringente, e che ridurrà drasticamente le disponibilità, è lo svuotamento di un intero edificio; 4. progettazione ‘profittevole’ e ‘finalizzata’ del nuovo edificio nel lotto A: su misura per le esigenze di ciascuno dei proprietari dell’edificio B: ciascuno può richiedere un taglio dell’alloggio uguale o più grande o più piccolo di quello di cui oggi dispone, secondo le proprie esigenze; 5. costruzione del nuovo edificio; trasloco di tutti gli utenti dall’edifico B al nuovo edificio A; 6. demolizione del vecchio edificio B, e restituzione dell’area liberata al Comune o chi per lui, per avviare una nuova operazione simile; 7. agli utenti traslocati dovrebbe anche essere data la possibilità, se lo preferiscono, di un secondo trasloco per tornare nel lotto B di partenza, una volta che su questo sia stato costruito un nuovo edificio per svuotarne un altro lotto C. Una seconda ipotesi che potrebbe fornire aspetti vantaggiosi rispetto alla prima, prevede l’intervento di un investitore che realizzi un complesso edilizio con caratteristiche economiche e di remunerazione paragonabili a quella di alloggi ERS in affitto, da affittare temporaneamente alle famiglie da spostare. Quest’ipotesi prevede: 1. la disponibilità (offerta dal Comune o altro ente a costo zero o prossimo allo zero) di un’area ‘polmone’; 2. intervento in tale area da parte di un investitore istituzionale ( o soggetto privato disposto alle medesime condizioni, scelto con procedura di evidenza pubblica) per la realizzazione di una nuova costruzione o meglio un complesso di costruzioni, finalizzate ad essere utilizzate a rotazione per interventi di rigenerazione urbana (‘edificio-parcheggio’); 2. avviso pubblico per la raccolta di manifestazioni di interesse all’operazione: coinvolgimento delle associazioni dei proprietari e degli amministratori di condominio; 3. contatti fra tutti quelli potenzialmente interessati e selezione del o degli edifici da rigenerare (proprietà unica o condominio): la platea è molto ampia; ma la condizione stringente, e che ridurrà drasticamente le disponibilità, è lo svuotamento di un intero edificio; 4. trasloco di tutti gli utenti dal vecchio edificio al nuovo ‘edificio parcheggio’ e pagamento del canone di affitto per il periodo di permanenza; 5. demolizione e ricostruzione del vecchio edificio sulla base di una progettazione ‘profittevole’ e ‘finalizzata’ del nuovo edificio: su misura per le esigenze di ciascuno dei proprietari, ossia con taglio dell’alloggio uguale o più grande o più piccolo di quello di cui prima disponeva; realizzazione di alloggi in più da vendere per coprire in parte il costo dell’intervento, ottenibili sia grazie ad un incremento volumetrico concesso dallo strumento urbanistico, sia grazie alla probabile tendenziale riduzione della dimensione degli alloggi per i proprietari; 6. ritorno degli utenti nell’edifico ricostruito, vendita degli alloggi in più, e riavvio del processo coinvolgendo un altro edificio; il volume dell’intervento attuabile in ogni ciclo è dato dalla dimensione del complesso edilizio ‘parcheggio’. La convenienza tecnica ed economica Nella rigenerazione per sostituzione il miglioramento tecnico è rappresentato da: • efficienza energetica invernale (risparmio); • efficienza energetica estiva (benessere e risparmio); • sicurezza sismica; • acustica (benessere nelle relazioni tra vicini); • presenza di ascensore, prima eventualmente mancante e assenza di barriere architettoniche; • dotazione di box auto, prima eventualmente mancanti. La proposta agli utenti deve essere conveniente. La convenienza va costruita in termini di: • incentivi volumetrici: non meno del + 30% messo a disposizione dell’operazione per compensare in parte i costi; nel caso di tessuti urbani costituiti da edifici bassi e a bassa densità ( es. casette da due/tre piani fuori terra) l’incremento volumetrico potrebbe essere anche del 50% o più, con un significativo miglioramento del conto economico); • riduzione dei costi di gestione: consumi energetici; • riduzione dei costi di manutenzione rispetto alla condizione attuale. Facendo l’ipotesi che si possa ottenere dal Governo: - la deducibilità fiscale aumentata al 50% estesa ed estesa ad un tetto di 96.000 euro per alloggio, come proposto, ferma restando la rateizzazione della deduzione in 10 anni; - l’estensione della deducibilità fiscale agli interventi che si configurano come demolizione e ricostruzione; occorre mettere a punto un conto economico che porti ad una spesa per alloggio, ossia per famiglia, tendenzialmente non superiore a 100.000 euro, e alla predisposizione di forme di finanziamento per tale cifra con rientro su 10 anni, in modo tale da equilibrarsi con il risparmio fiscale. 2.3. - Strumenti operativi e gestionali: modalità flessibili e differenziate Per la gestione degli interventi occorre un soggetto, una ‘agenzia’, ad elevata flessibilità e capacità operativa. Senza uno strumento gestionale appropriato la rigenerazione ha poche speranze di successo. Al di là della componente economico-finanziaria del processo, pur fondamentale, appare altrettanto cruciale la componente culturale – gestionale: l’interazione con l’utenza, la capacità di trasmettere la percezione delle convenienze, la capacità di mediazione e ricomposizione fra le esigenze diverse di diversi condomini, l’aiuto a risolvere problemi pratici ovvero a sopportare i disagi in vista di un migliore modello di abitare. L’ipotizzata ‘agenzia’ non può essere di tipo privato, perché il mercato da solo non si orienta nella direzione auspicata. Parimenti, per quanto il ruolo dell’ente pubblico sia fondamentale, l’agenzia non può essere solo pubblica, per i noti e innumerevoli limiti di flessibilità che tale modello comporta. Sono da studiare soluzioni miste, pubblico-private. Deve essere valorizzato il coinvolgimento delle associazioni dei proprietari e non va sottovalutata la funzione degli amministratori di condominio, che potrebbero operare come stimolo o come freno a seconda del ruolo attribuito. Occorre immaginare forme di premialità appetibili per quegli Amministratori di condominio che si attivano e convincono il condominio all’operazione. Per avere possibilità di successo, le proposte che l’agenzia presentano agli utenti-clienti devono essere sufficientemente articolate in modo da poter incontrare diverse esigenze. E’ necessario poter disporre di un ventaglio di proposte differenti: • dal punto di vista tipologico: possibilità di offrire al posto di un alloggio grande uno più piccolo, oppure due piccoli (uno per se e l’altro da affittare o vendere); all’inverso possibilità di passare da un alloggio piccolo ad uno più grande curando l’ottenimento del prodotto finanziario per sostenere il maggior costo, ecc.; • dal punto di vista della localizzazione del nuovo immobile: nello stesso quartiere, in altra zona più lontana, ecc.; • dal punto di vista procedurale: un solo trasloco nel nuovo edificio, oppure, con ritorno nella zona originaria; • dal punto di vista del tipo di intervento: se non si ottiene il consenso sulla forma di intervento più complessa con svuotamento dell’immobile, occorre ritornare all’intervento ‘leggero’ ma organico, da farsi in presenza dell’utenza. Solo disponendo di tutta la gamma di alternative tecniche, supportate dalla valutazione costibenefici, si può sperare di convincere l’intero condominio, altrimenti bloccato dalla diversificazione delle esigenze e dal sistema delle relazioni interpersonali. 3. GLI EDIFICI SCOLASTICI 3.1. La dimensione del tema Il tema della rigenerazione degli edifici scolastici riveste un ruolo di primo piano negli attuali sviluppi della ricerca scientifica e del progetto di architettura, investendo aspetti legati all’incremento delle prestazioni offerte dai manufatti edilizi e dai sistemi impiegati, all’evoluzione delle opzioni tecnologiche a disposizione dei progettisti, all’introduzione di nuovi paradigmi dal punto di vista dell’estetica e del linguaggio architettonico. L’attuale patrimonio edilizio destinato in maniera prevalente o esclusiva ad uso scolastico consta di circa 43.000 unità (cfr. M. Citterio, G. Fasano “Indagine sui consumi degli edifici pubblici (direzionale e scuole) e potenzialità degli interventi di efficienza energetica”, ENEA-MiSE, febbraio 2009), distribuite su tutto il territorio nazionale, in cui operano circa 9 milioni di persone, risultando una realtà non trascurabile nelle politiche di sviluppo socio-economico. L’edificio scolastico è un spazio fisico sicuramente tra i più vissuti dopo l’abitazione, nel quale si muovono e convivono con modalità e tempi diversi diverse tipologie di utenti per i quali è necessario garantire la necessità di vivere in un luogo sicuro, dove devono esser gestiti i rischi legati alla sicurezza alla salute e all’igiene. Tale tema diventa particolarmente sensibile nel nostro paese caratterizzato da un parco immobiliare obsoleto e poco performante dal punto di vista energetico in rapporto alla relativa mitezza del clima. In particolare, in questa sede ci si concentra sul ruolo che può essere ricoperto dalla programmazione di interventi di retrofit tecnologico, intesi come strumenti operativi che garantiscano l’adeguamento delle strutture alle variate condizioni ambientali e climatiche e propongano soluzioni progettuali che possono inserirsi ed integrarsi nei processi manutentivi che interessano gli immobili garantendo al tempo stesso l’implementazione delle prestazioni dell’edifico in chiave energetica e il mantenimento degli obiettivi di fruibilità e conservazione del valore del sistema edificio. La programmazione di interventi di retrofit tecnologico può diventare l’occasione per organizzare e sistematizzare i processi di manutenzione delle scuole, molto spesso intesi come insieme di interventi disomogenei e dispendiosi per emergenze e riparazioni, per farli diventare occasione di riprogettazione della qualità globale degli ambienti e delle strutture. L’obiettivo finale è quello di rendere gli edifici scolastici – con particolare riferimento alle problematiche prevalentemente riscontrabili, in varia forma, negli edifici costruiti fra il 1950 e il 1990 – coerenti con i principi di efficienza energetica e sostenibilità, individuati dalla normativa vigente garantendo il più alto livello di prestazione energetico rispetto al rapporto costi/benefici e il raggiungimento degli obiettivi sociali, formativi e di biocompatibilità, che una scuola moderna deve soddisfare. 3.2. Safety and security Uno dei dati più rilevanti è l’età del patrimonio edilizio scolastico, con oltre il 55% degli immobili costruito prima del 1974, anno in cui entrano in vigore i primi provvedimenti per le costruzioni che insistono in area sismica. Un patrimonio che, ad oggi, è divenuto di difficile gestione per gli enti proprietari (Comuni e Province), per le diffuse difficoltà di reperimento di finanziamenti, faticano a far fronte ai necessari interventi di manutenzione straordinaria (si valuta un impegno economico a livello nazionale di 8 Miliardi di euro (fonte CRESME 2010)). Di conseguenza, nonostante l’incremento delle certificazioni (statiche e igienico-sanitarie) riscontrato nel biennio 2007-2008 possiamo leggere una situazione diffusa che è ancora lontana dai parametri normativi in materia di sicurezza e salubrità dei luoghi di lavoro introdotti dal D.Lgs. 626 del 1994. 3.3. Efficienza energetica Gran parte dell’attuale parco scolastico è nato nel trentennio 1950-1980, in assenza di normative sul risparmio energetico negli edifici. Le scuole realizzate nel decennio successivo sono state progettate secondo i criteri definiti dalla legge 373/76 sufficienti forse negli anni ‘80 ma assolutamente insufficienti per gli standard attuali. A partire dal 1991 con l’emanazione della Legge 10/91, “Norme per l’attuazione del Piano energetico nazionale in materia di uso razionale dell’energia, di risparmio energetico e di sviluppo delle fonti rinnovabili di energia“ le scuole, come tutti gli edifici pubblici nuovi o in ristrutturazione, avrebbero dovuto integrare il risparmio energetico e l’utilizzo di fonti rinnovabili negli edifici. La mancata applicazione della norma in tutto il territorio nazionale ha portato ad un parco edilizio scolastico di gran lunga lontano dagli standard qualitativi della media europea, con un consumo medio per edificio scolastico di 100 kWh/m2 all’anno per il solo riscaldamento degli ambienti. Attualmente i consumi energetici complessivi delle scuole italiane corrispondono ad oltre 1.600.000 TEP all’anno di cui il 70% circa per il riscaldamento e il restante 30% per i consumi di energia elettrica (cfr. M. Citterio, G. Fasano, op. cit.). Peraltro, all’elevato livello dei consumi per il funzionamento delle strutture scolastiche viene contrapposta una efficace politica di gestione energetica fatta di interventi sporadici e puntuali che finiscono per modificare l’equilibrio termoigrometrico complessivo, con effetti a volte anche negativi sul comfort degli utenti, e con un impiego di risorse energetiche maggiore di quello necessario e un notevole spreco di denaro. Anche in questo caso il reperimento di risorse economiche è un nodo cruciale, ma gli interventi di ristrutturazione statica possono divenire l’occasione per contestuali investimenti aggiunti in efficienza energetica, riducendone drasticamente i tempi di ritorno. 3.4. Benessere e comfort Negli interventi di retrofit energetico l’efficienza energetica non può essere valutata isolatamente ma deve necessariamente misurarsi con la più generale sostenibilità dell’edificio che va visto come un sistema attivo, che si integri in maniera adeguata con l’ambiente e nel quale gli utenti ritrovino soddisfacenti condizioni di benessere e di funzionalità. In particolare le azioni connesse all’attività di insegnamento e apprendimento richiedono un elevato livello di vivibilità degli ambienti. E’ evidente quanto sia richiesto un corretto livello di comfort per gli adulti in relazione allo svolgimento di qualsiasi attività in ambiente confinato, a maggior ragione l’attenzione deve essere anche maggiore nel caso di studenti che svolgono attività didattiche. Ciò nonostante i temi del benessere termoigrometrico, della qualità dell’aria, dell’illuminazione e del comfort acustico, per quanto definiti in modo chiaro dalla normativa, vengono trattati frequentemente come accessori rispetto al tema energetico. D’altro canto la quantità di energia dedicata al loro raggiungimento non sarà per nulla trascurabile e le soluzioni dovranno essere compatibili con le caratteristiche complessive degli edifici. E’ quindi evidente che l’intervento di retrofit tecnologico dovrà essere l’esito di un approccio complesso e multi scalare in grado di integrare le diverse componenti progettuali. 3.5. Categorie di intervento ammesse e loro caratteristiche discriminanti Gli interventi finalizzati alla rigenerazione degli edifici scolastici possono essere conservativi o di sostituzione e possono coinvolgere tutto il manufatto edilizio e relativi impianti ovvero sue parti. E’ possibile individuare alcune soglie fondamentali di intervento, discriminate prevalentemente non tanto da fattori tecnici quanto dalle condizioni e possibilità in rapporto alla gestione, nonché dalle disposizioni urbanistiche ed è necessario tener presente che qualsiasi tipo di intervento dovrà svolgersi esclusivamente durante la stagione estiva per garantire la continuità dell’attività didattica, ovvero prevedere soluzioni-parcheggio. L’analisi costi/benefici costituisce il parametro principale in base al quale definire il tipo di intervento, di retrofit o sostitutivo, commisurando la scelta non solo in relazione all’innalzamento della prestazione energetica, ma anche alla stessa convenienza dell’investimento pubblico sul lungo periodo. Il contributo di tale analisi non dovrà però limitarsi ad una lettura meramente utilitaristica (la maggiore o minore redditività dell’intervento), ma coinvolgere nella determinazione del criterio di sostenibilità tutti gli obiettivi economici, sociali e ambientali. Questo per poter tener conto dei costi esterni evitati, e in taluni casi generati dalle diverse tecnologie (si pensi ai costi di formazione extra per il personale che dovrà gestire impianti troppo complessi), ma soprattutto dei benefici di valore aggiunto diretti (un risparmio in termini di energia primaria nell’ordine del 20% ed un flusso di cassa generato pari a circa il 23% della spesa ante intervento (cfr. Citterio, Fasano op.cit.)a cui vanno aggiunte le possibilità offerte da meccanismi come quelli del conto energia), e indiretti. Questi ultimi, seppur di difficile valutazione non possono essere trascurati perché riguardano il miglioramento della qualità ambientale degli edifici che normalmente accompagna un intervento di retrofit. Un investimento in efficienza energetica ha un impatto diretto sull’8% dei costi complessivi dell’edificio (costi di costruzione e costi energetici e di manutenzione), ma produce un effetto indiretto molto importante anche su quell’80%, rappresentato dai costi per il personale, perché, contribuendo sostanzialmente a migliorare le condizioni di lavoro e di studio, permette di migliorare la produttività. La fase di indagine e la costruzione di simulazioni di scenario costituiranno i pilastri del progetto di fattibilità, consentendo di fare i conti con la necessaria e, spesso, dura coerenza tra obiettivi e finanziamenti, dalla quale non si può prescindere. D’altro canto se è vero che livelli di efficienza e di sicurezza sismica pieni si ottengono solo, o comunque meglio, con nuove edificazioni è possibile riconoscere nell’esperienza nazionale e internazionale interventi significativi di retrofit energetico che, seppur con interventi maggiormente conservativi, riescono a innalzare il livello di prestazione energetica coniugandolo con esiti morfologici e spaziali di buon livello. 3.6. Il processo decisionale Gli interventi di adeguamento degli edifici esistenti richiedono un processo decisionale complesso, che parte dalla lettura della specificità del caso in oggetto, e procede fino alle decisioni operative da prendere. La tipizzazione degli interventi non può infatti prescindere dalla estrema diversificazione dell’edilizia scolastica esistente, da mettere poi in relazione con la molteplicità delle esigenze legate alle diverse utenze (scuole materne, scuole dell’obbligo, scuole secondarie) e i vincoli operativi in essere. Soggetti del processo sono la proprietà, il progettista, l’impresa, gli enti preposti alle autorizzazioni e gli erogatori dei finanziamenti. Le fasi del processo possono essere sintetizzate come segue: a) individuazione degli obiettivi dell’intervento (ad es. migliorare la prestazione energetica, migliorare le condizioni d’uso, adeguare alle norme vigenti, ridurre i consumi, adeguare il confort ambientale alle esigenze della didattica, ampliare gli spazi fruiti attivamente, ecc); b) analisi e diagnostica dell’immobile, da eseguire mediante la lettura dei documenti, il rilievo dell’esistente e l’analisi mediante strumenti tecnici adeguati, come descritta in precedenza; c) progettazione preliminare di una o più modalità di intervento (da quello conservativo “leggero” fino alla sostituzione), da individuare in funzione degli obiettivi, dello stato dell’edifici, delle condizioni normative. Individuazione dei differenti costi e benefici delle singole opere. La selezione della o delle modalità di intervento dovrà tenere conto inoltre delle condizioni di cantierizzazione che il sito offre e delle interferenze/condizionamenti che la continuità didattica impone; d) valutazione economica dell’investimento ipotizzato, sulla base del rapporto costi/benefici e della valutazione del tempo di ritorno degli investimenti; e) decisione finale del tipo di intervento, progettazione definitiva ed esecuzione delle opere. Nell’analisi dei costi degli interventi di recupero occorre considerare tutti gli oneri, ivi compreso le spese tecniche e amministrative e gli oneri finanziari che in alcuni casi possono incidere in modo sensibile sul totale. 4. GLI EDIFICI ALBERGHIERI Nella regione Emilia Romagna sono 8.800 le strutture ricettive alberghiere attive. La grande maggioranza, circa l’85%, è stata costruita prima degli anni Ottanta e i due terzi del patrimonio ricettivo è rappresentato da alberghi di piccole dimensione con una classificazione media-bassa. Dopo la dura crisi delle mucillagini del 1989, sulla Costa si è registrata una stagione significativa di investimenti tesi alla ristrutturazione e riqualificazione ricettiva, alzando molto il livello di qualità dei servizi offerti. Un processo importante avvenuto grazie a sostanziosi contributi pubblici (Legge Carraro/Vizzini) sia in conto capitale che in conto interessi. Negli ultimi anni la fase di miglioramento incrementale delle strutture alberghiere ha rallentato, non solo per problemi collegati alla ridotta facilità di agevolazioni finanziarie, ma anche per aspetti fisici, dove sono esauriti gli spazi e le aree di sedime potenzialmente idonee all’ampliamento strutturale (volumi tecnici e ricettività). Oggi siamo di fronte ad un impasse del settore alberghiero. Si riducono i margini d’impresa, calano gli investimenti di riqualificazione, non riescono ad incidere le agevolazioni, a volte veri e propri incentivi volumetrici, che le diverse normative comunali (RUE, POC, Piani di Comparto, Accordi di Programma ecc.) prevedono. Ecco perché, rispetto al tema generale della rigenerazione non si può, allo stato attuale, che evidenziare le soluzioni di massima sulle quali procedere basate sullo studio fatto, che ha coinvolto come caso/modello un hotel di Rimini a tipologia medio alta, e sulla ricognizione degli strumenti urbanistici locali propedeutici alla riqualificazione. Gli interventi finalizzati alla rigenerazione dei vecchi alberghi possono di norma svolgersi in assenza di utenza attraverso la temporanea sospensione dell’attività e (quindi da svolgersi durante la stagione invernale, almeno per quanto riguarda la fascia costiera); possono essere conservativi o di sostituzione e possono coinvolgere tutto il manufatto edilizio e relativi impianti ovvero sue parti. Si individuano alcune soglie fondamentali di intervento, discriminate prevalentemente non tanto da fattori tecnici quanto dalle condizioni e possibilità in rapporto alla gestione, nonché dalle disposizioni urbanistiche. L’albergo che è stato assunto come campione per lo studio effettuato ricade in Comune di Rimini (vedi documento precedente) e nell’impianto normativo dei nuovi strumenti urbanistici (PSC e RUE) recentemente adottati dal Comune ma non ancora vigenti. Gli obiettivi del PSC sono la qualificazione di tutta la fascia turistica e la qualificazione e ammodernamento dell’apparato alberghiero, favorendo in particolare gli interventi di sostituzione al fine di ottenere la qualificazione degli edifici dal punto di vista dell’efficienza energetica e della risposta sismica, contenendo in linea di massima gli incrementi della densità edilizia. Con l’utilizzo di strumenti quali i POC, attribuisce poi ai proprietari che intendono dismettere le loro strutture alberghiere una quota di diritti edificatori da trasferire negli ambiti per nuovi insediamenti urbani, definendone la localizzazione e le modalità di realizzazione; l’entità dei diritti edificatori attribuibili nei singoli casi verrà commisurata all’entità dell’area che viene liberata e o del volume non ricostruito ed alla destinazione d’uso che sarà prescelta nell’ambito del nuovo insediamento. Gli interventi di ammodernamento degli edifici possono essere considerati più o meno appetibili a seconda dei diversi punti di vista. La scelta fra le suddette soglie di intervento dipende dalle possibilità operative e normative, ma anche, e soprattutto, dagli obiettivi dell’investitore: - all’investitore privato interessa contenuto un tempo di ritorno dell’investimento; per tale ragione, preferirà interventi che abbiano il più breve tempo di rientro; - al proprietario dell’immobile potrebbe invece interessare un investimento che non superi una certa entità (ad es. in percentuale del valore dell’immobile); per tale ragione è utile poter ordinare gli interventi anche per costo rapportato alla superficie dell’immobile; - le politiche di riqualificazione energetica prevedono un abbattimento della CO 2; all’Ente pubblico o all’investitore istituzionale può interessare maggiormente l’intervento che garantisce una maggiore riduzione di CO2 per unità di capitale impiegato. Il progetto di fattibilità rappresenta l’architrave di ogni investimento alberghiero. E’ lo strumento principe con il quale si tenta di prevedere su base logica e razionale fino a che punto l’intuizione imprenditoriale o l’opportunità di investimento abbiano serie possibilità di trasformare in prodotti turistici di successo. Un progetto di fattibilità supportato da serie e rigorose analisi statistiche e funzionali consente di evitare sia di costruire cattedrali nel deserto, confondendo i desideri con la realtà, sia di cercare facili scorciatoie alla necessaria, a volte dura coerenza tra obiettivi e investimenti dalla quale son si può prescindere. Tra i principali obiettivi degli strumenti urbanistici comunali di tutti i comuni della Riviera troviamo insieme alla qualificazione di tutta la fascia turistica attraverso progetti di valorizzazione ambientale, anche la qualificazione e ammodernamento dell’apparato alberghiero, attraverso l’accorpamento delle unità locali, la dismissione delle strutture più obsolete, la riduzione della densità complessiva, l’incremento dei servizi alla clientela. A tale proposito importanti interventi sono già stati realizzati a Cervia che prevedono appunto l’accorpamento di più unità alberghiere con soluzioni molto interessanti. Progettare un albergo, quindi, che sia ex novo o da sottoporre ad una profonda ristrutturazione, a volte tale da consentire di rimetterlo sul mercato con caratteristiche del tutto originali rispetto alla precedente realtà, richiede un approccio metodologico analogo a quanto accade in tutti gli altri settori industriali. Vediamo i parametri principali cui deve rispondere un progetto di fattibilità nel settore alberghiero. La location determina tipo e categoria dell’albergo Il mercato determina le opportunità da cogliere I flussi determinano le dimensioni dell’albergo La categoria determina l’ammontare dell’investimento finanziario I servizi: quantità e qualità dei servizi offerti determinano l’articolazione del business I materiali: la scelta determina la coerenza dell’investimento Le tecnologie: la scelta determina l’efficienza della gestione Per la buona riuscita di tali iniziative progettuali complesse, di lunga durata, vengono fissate le frazioni temporali delle fasi di progetto e le relazioni di precedenza logica e successione temporale che intercorrono tra le diverse attività del progetto. Contemporaneamente viene eseguita una dettagliata e completa valutazione economica dei costi per l’esecuzione dell’opera. Il riesame dei dati raccolti porta alla stesura di un piano di intervento a tempi e costi definiti e certi. Le proposte devono fornire gli strumenti idonei che consentano l’applicazione delle diverse logiche decisionali. 5. I CAPANNONI INDUSTRIALI Una particolare problematica, nell’ambito della rigenerazione urbana, è da attribuirsi agli edifici industriali, e più in generale alle aree produttive. La consapevolezza del processo di obsolescenza che sta caratterizzando questa categoria di fabbricati è stata resa acuta dai recenti eventi sismici del 20 e 29 maggio, che hanno evidenziato, in forma difficilmente prevedibile, la grande vulnerabilità dei prefabbricati in cemento armato, anche di quelli costruiti secondo le norme all’epoca vigenti. Vulnerabilità che si trasforma in molti casi in pericolosità, e che nelle zone prossime agli epicentri ha portato a effetti tragici. E’ in atto in tutta la regione un proliferare di interventi urgenti di messa in sicurezza provvisoria, nella zona colpita resi obbligatori dalla normativa d’emergenza, ma anche fuori dalla zona colpita, spinti dalla volontà degli operatori di tutelare la pubblica sicurezza, cioè la salvaguardia della propria attività e della vita umana stessa, contro l’eventualità del ripetersi di eventi analoghi. E’ stato un vero e proprio shock, che si aggiunge ai problemi in essere che affliggono questo tipo di insediamenti. E’ noto infatti che i capannoni industriali sono stati da sempre realizzati secondo criteri di massima economicità, tenendo in scarsa considerazione la qualità generale. Gli imprenditori li hanno considerati come uno strumento di produzione, al pari delle loro attrezzature e molto spesso al di sotto di queste. In moltissimi casi il valore dei macchinari e delle merci contenute supera il valore immobiliare del contenitore stesso. La logica che ha caratterizzato gli investimenti è in sostanza quella dell’ammortamento di un bene nell’ambito del bilancio aziendale, logica peraltro difficilmente contestabile all’interno di una economia di mercato caratterizzata da forte competizione. Sappiamo quale sia l’efficienza energetica di un edificio tamponato con pannelli in cls alleggerito, spessore 20 cm, realizzato prima dell’entrata in vigore delle recenti normative (L.331/162 e DCR 156). Rispetto agli standard attuali, le trasmittanze caratteristiche degli involucri di questi tipo possono essere mediamente cinque o sei volte inferiori nelle pareti, e di poco migliori nelle coperture. Praticamente assenti gli isolamenti verso il terreno. Vi è poi il problema dei manti di copertura, prevalentemente in “Eternit”, che sono stati solo parzialmente bonificati dalla presenza dell’amianto, ancora presente in dosi massicce. Infine, la qualità delle aree industriali, a parte le più recenti realizzazioni, è in genere di basso livello: viabilità con scarsa manutenzione, verde degradato, servizi carenti e in molti casi inesistenti. Le aree produttive sono molto spesso dei ‘non luoghi’, che per lo più sono stati messi in sicurezza dal punto di vista degli inquinamenti (scarichi, depurazione, rifiuti), e questo non è di poco conto, ma che presentano un’immagine urbana scadente, non più adeguata. Già prima del terremoto, a causa della crisi economica, si erano innescati processi di abbandono per cessazione di attività o per delocalizzazione. In alcune aree gli edifici vuoti si avvicinano quantitativamente ad un terzo del totale. In questo quadro già critico, gli eventi sismici stanno spingendo in maniera impellente verso la necessità del rinnovo e della rigenerazione. Le prime elaborazioni tecniche sull’adeguamento antisimico delle strutture prefabbricate stanno infatti ponendo forti dubbi sull’efficacia degli interventi di messa in sicurezza dei capannoni che non siano considerati nella sola ottica dell’urgenza e della provvisorietà. Se risulta possibile prevenire rovinosi crolli in caso di terremoto, con interventi di integrazione delle strutture relativamente modesti e rapidi, completamente differente risulta il raggiungimento di standard di sicurezza considerati accettabili, che raggiungano cioè il 60% del livello di sicurezza di un nuovo edificio realizzato secondo le norme vigenti. Tale è infatti lo standard che il recente decreto prescrive per il ripristino e l’adeguamento degli edifici produttivi nelle zone colpite da sisma. Anche in questo campo, come per l’efficienza energetica, siamo lontanissimi dagli standard attuali. Non è raro che un prefabbricato realizzato prima del 2003/2005, cioè della classificazione sismica, abbia valori di sicurezza nell’ordine del 10-15% di quanto richiesto dalla normativa tecnica del 2008. Anche i pochi capannoni realizzati tra il 2005 e il 2009, cioè con le norme del 1996 (a giugno 2009 è entrata in vigore la nuova normativa dopo il terremoto dell’Aquila), riescono difficilmente a raggiungere i valori richiesti del 60% rispetto al nuovo. Questa nuova prospettiva pone delle nuove sfide alle quali occorre dare risposta con urgenza. E’ necessario un salto culturale di tutti gli operatori, dai progettisti ai costruttori, dagli imprenditori agli enti pubblici, per affrontare in maniera nuova la rigenerazione delle aree produttive. In materia di aree industriali, siamo passati nell’arco di un tempo brevissimo da una focalizzazione dell’attenzione sulle APEA (le aree produttive ecologicamente attrezzate), essenzialmente riferite a nuove urbanizzazioni che poi non trovano domanda insediativa, all’urgenza di adeguare e trasformare quelle esistenti. Ci stiamo rendendo conto che la problematica ambientale ed energetica che rappresenta il tema centrale delle APEA, lungi da essere superata, deve essere però affiancata da politiche che contrastano il degrado e l’abbandono, incentivando ad investire sul rinnovamento. All’adeguamento degli edifici produttivi esistenti, che resterà l’opzione prevalente per gli operatori nelle zone meno colpite dal terremoto, si dovranno affiancare interventi di demolizione e ricostruzione, utilizzando allo scopo contenitori produttivi dismessi in localizzazioni prossime a quella di origine. Si dovranno incentivare anche prospettive di ricomposizione fondiaria, sempre coinvolgendo edifici vuoti, al fine di superare quelle condizioni di assetto che limitano la funzionalità, come il taglio inadeguato dei lotti, la viabilità insufficiente o poco razionale ecc. Se si trova la disponibilità di un contenitore vuoto in zona vicina a quella dell’edificio da rinnovare e da mettere a norma, l’opzione della demolizione e ricostruzione risulta spesso vincente in termini di tempi e di costi, rispetto a quella dell’adeguamento di un manufatto già ampiamente ammortizzato. Un nuovissimo strumento in questa direzione, tutto da sperimentare ma di estremo interesse ad una prima lettura, è rappresentato dall’art. 12 del nuovo D.L. sulla “crescita del paese”, che prevede un piano nazionale dedicato alla riqualificazione delle aree urbane degradate, sperabilmente applicabile anche alle aree produttive.