n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE (SIAE) Canone a 100 Blandini a DDay.it euro: alla RAI replica va il 20% in più “Dati positivi” 02 Si torna a parlare di canone RAI nella bolletta della luce: poco meno di un anno fa il sottosegretario Giacomelli si avventurava nell’annunciare l’inserimento del provvedimento nella legge di stabilità (del 2014), seccamente smentito da Palazzo Chigi pochi minuti dopo. La legge di stabilità – indicava la Presidenza del Consiglio – è uno strumento inadatto per un provvedimento di questo tipo, che verrà varato con legge ad hoc. Ora è lo stesso presidente del Consiglio a reintrodurre il tema del canone RAI in bolletta e - guarda caso - proprio nella nuova legge di stabilità. Lo fa a suo modo, non facendo parlare i provvedimenti di legge e i fatti ma con un annuncio in TV. Il canone verrà diminuito - dice il premier – da 114 a 100 euro e verrà probabilmente integrato nella bolletta della luce: Renzi cita questo provvedimento tra le azioni di riduzione della pressione fiscale messe in atto dal suo esecutivo. Ovviamente tra un annuncio molto generico e la realtà del provvedimento ci possono essere distanze siderali e i dubbi dilagano: si pagherà a prescindere dal possesso della TV? Pagheranno solo le famiglie o anche le aziende e chiunque abbia un allacciamento elettrico? Ma soprattutto come si farà per discriminare le prime case da quelle di vacanza, magari intestate a due familiari diversi? Di certo Matteo Renzi la fa facile: l’inserimento del canone RAI in una bolletta è tutt’altro che semplice ed sarà senza dubbio lastricato di casi particolari ed equivoci, che porteranno probabilmente a un discreto campionario di iniquità e forse anche a qualche ricorso. Ma concentriamoci per un attimo sugli effetti concreti di un provvedimento di questo tipo: lo scorso anno si parlava dapprima di un’applicazione modulata secondo il reddito, con canone base a 35 euro e massimo di 65 euro. Poi si è passato al più facile concetto di “dimezzare” tout court il canone portandolo a circa 60 euro. L’obiettivo – condivisibile – era quello di “pagare tutti per pagare meno”, il che fa pensare che si ragionasse a raccolta immutata. Ora Renzi non si scrupolo di andare in tripla cifra, con i 100 euro annunciati come una conquista. I nuovi meccanismi – dice il premier – azzereranno l’evasione, oggi in Italia al 27%. Ipotizzando quindi che domani giustamente paghino anche quelli che oggi evadono, l’introito salirebbe in maniera secca del 20%. Questo se la base di coloro che deve pagare il canone restasse costante; ma – seguendo le dinamiche in atto – probabilmente si andrà anche verso una crescita della platea assoggettata, con un ulteriore incremento del gettito. Gli onesti che già pagano il canone oggi vedrebbero un risparmio del 12%, ed è un bene; ma non si può trascurare che le casse della RAI vedrebbero incrementare i propri ricavi dei oltre il 20%. Il premier Matteo Renzi, mentre racconta con fierezza che sta diminuendo il canone RAI, dovrebbe anche spiegare con la stessa chiarezza agli italiani, che faticano a capirlo, perché un sistema inefficiente e costosissimo come la RAI, con 14 canali (perché non chiuderne qualcuno?) che di vero servizio pubblico ne fanno pochino, debba essere finanziato in modalità assolutamente prevalente dai cittadini; e perché dall’anno prossimo questo trasferimento di denaro, invece che mitigarsi, dovrebbe crescere ulteriormente. A meno che il Governo, poi, non decida anche di fare sua una parte degli introiti (come già fece lo scorso anno con un taglio di 150 milioni di euro) e sarebbe peggio ancora. Gianfranco GIARDINA torna al sommario Le nuove etichette Sonos scommette sulla energetiche calibrazione: “Molti non convincono 04 benefici, per tutti” 15 Le royalty HEVC sono troppo care Rischiano di affossare lo standard HEVC Advance spara alto e l’industria dell’entertainment non ci sta. Sono a rischio obsolescenza milioni di TV? 05 10 Google: ecco i nuovi Nexus Il Nexus 6P è un phalet con display da 5,7” Nexus 5X ha una fotocamera ultra sensibile Sorpresa Pixel C, tablet con display da 10,2” che mette nel mirino Surface e iPad Pro Panasonic TX-65CR850E in prova È il nuovo top di gamma Panasonic (in attesa dell’OLED). Scopriamo se rispetta le attese 22 OSX El Capitan, tutte le novità IN PROVA 26 Galaxy S6 edge+ Ha un display super Il sistema operativo Apple è stato migliorato in 29 diversi punti, ma solo pochi se ne accorgeranno 33 LG G4 Stylus, non è un G4 con il pennino n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE MERCATO Blandini, direttore generale di SIAE, replica all’articolo con cui DDay.it ha tracciato lo stato dell’arte dell’attuale gestione SIAE Gaetano Blandini (SIAE) replica a DDay.it “I dati presentati sono altamente positivi” SIAE veloce nel raccogliere, ma molto meno nel ridistribuire, tanto che 2 anni di proventi da Copia Privata sono ancora in cassa P di Gianfranco GIARDINA oco tempo fa abbiamo pubblicato un articolo che tracciava lo stato dell’arte dei conti SIAE, sulla base del bilancio 2014 e dei dati preliminari 2015, così come comunicatici dalla stessa SIAE. Il direttore generale di SIAE, il dott. Gaetano Blandini, ha ritenuto di dover indirizzare al direttore di DDay.it, e per suo mezzo a tutti i lettori, una replica, che pubblichiamo qui. “Gentile Direttore, in riferimento all’articolo a sua firma pubblicato il 13 settembre 2015 su www.dday.it (“SIAE deve quasi un miliardo agli aventi diritto e sta in piedi con gli interessi. La Copio Privata raddoppia: si va oltre i 120 milioni”), teniamo a fare alcune precisazioni di grande importanza, che ci auguriamo vorrà condividere con i suoi lettori. Lei ha scritto: Debiti verso gli aventi diritto oramai stabilmente sopra i 900 milioni di euro. Il dato - che sembra da Lei presentato come negativo - è invece altamente positivo. Nel bilancio SIAE la voce “debiti verso associati” rappresenta niente altro che gli incassi della Società (meglio ancora, gli incassi destinati a ripartizione in favore degli associati). Dunque, più alto e stabile è il “debito” e, in realtà, più alto e stabile vuol dire che è stato il livello degli incassi. In altre parole, più alto è il debito e più vuoi dire che la SIAE ha svolto bene il proprio ruolo di raccolta. A ben vedere, il titolo giornalistico avrebbe dite essere altro: il 2014 è stato un altro anno di crescita per la SIAE, sono cresciuti gli incassi e l’efficienza e invece sono ancora scesi i costi. Ovviamente, SIAE man mano che incassa ripartisce. Però per fortuna (anzi per bravura) man mano che ripartisce continua a incassare. E, per questo, nel mentre, da un lato, il “ recipiente” degli incassi si svuota per le ripartizioni via via effettuate, esso, dall’ altro lato, si riempie di nuovo magari anche ad un livello maggiore se gli incassi (come nel nostro caso) crescono. Questo fenomeno, per vero continuo, è l’essenza del ciclo produttivo della gestione del diritto d’autore. Per meglio comprendere si può pensare alla portata d’acqua di un fiume: mentre l’acqua scende a valle (ripartizione agli aventi diritto), ne viene altra dalla sorgente (incassi). O meglio ancora si può pensare a un giardino d’erba. Se ben curata (efficienza della SIAE), l’erba continuerà a crescere nonostante si provveda alla potatura ogni giorno. Un bilancio, in effetti, fornisce una fotografia (statica) che non è in grado di rappresentare del tutto la dinamicità dell’attività della SIAE. Bisogna dunque fare attenzione a non produrre inutili equivoci. Premesso sempre che le tempistiche e criteri di ripartizione sono stabilite non dalla SIAE autonomamente, ma sono dettate direttamente dagli associati, il punto vero è che la voce torna al sommario di bilancio di cui discutiamo è costituita per la maggior parte da somme appena incassate, e da versare (ai titolari del diritto) nelle ripartizioni immediatamente successive (ordinarie o supplementari). Anzi, in larga parte quegli stessi incassi sono già stati ripartiti prima ancora di essere materialmente realizzati. E ciò accade per via delle anticipazioni (veri e propri pagamenti in anticipo) che SIAE effettua annualmente in favore dei propri associati, così anche operando ripartizioni che sono nella realtà dei fatti più veloci rispetto a quanto accade in tutti gli altri Paesi europei. Ancora, lei ha scritto: Deficit finanziario - € 27 milioni Da alcuni anni a questa parte, SIAE è stabilmente in utile, si è rinforzata sul piano patrimoniale, ha diminuito i propri costi interni, ha aumentato gli incassi (a favore degli associati) e soprattutto ha diminuito le provvigioni nei confronti degli associati. Francamente, parlare di deficit basandosi su un dato parziale, e per di più irrilevante rispetto alle caratteristiche del ciclo produttivo della SIAE, è sbagliato e inutilmente fuorviante. Come sopra spiegato, SIAE man mano che incassa ripartisce e man mano che ripartisce continua a incassare. Un simile flusso continuo consente di ottenere (considerata la capacità del management della SIAE) un altrettanto continuo flusso di proventi finanziari. I proventi finanziari, però, sono proventi o ricavi come tutti gli altri. Anzi sono “migliori” di altri perché ottenuti non a carico di utilizzatori o titolari di diritti e sono parte integrante della normale operatività della Società esattamente come avviene per tutte le altre Società di Collecting europee. Quanto alla copia privata, sono forse sufficienti le parole che lei stesso ebbe modo di pronunciare dopo avere chiesto e ottenuto (proprio nel corso del 2014) di visionare fisicamente e da vicino (negli uffici della SIAE) tutto il ciclo relativo alla copia privata: lo SIAE, sulla copia privata (che si sia d’accordo o no con essa), fa uno straordinario lavoro.” Gaetano Blandini Ci fa piacere che non sia stato mosso da SIAE alcun appunto alla sostanza e ai numeri del nostro articolo (al quale peraltro ha collaborato fornendoci alcuni utili dati). Evidentemente la nostra analisi è - nella sostanza e nei numeri - corretta. Peraltro ci permettiamo di raccomandare maggior cura al dott. Blandini nel virgolettare le nostre frasi: non abbiamo mai parlato di “deficit finanziario - 27 milioni”, ma di “margine operativo negativo”, cosa assai diversa nella forma e nella sostanza e riflesso a bilancio del risultato dell’attività caratteristica della società. Registriamo anche come la visione del dott. Blandini sia in molti passaggi assolutamente sintonica con il nostro articolo e non lo smentisca affatto: SIAE efficace e veloce nel raccogliere, come da noi chiaramente spiegato. Abbiamo però aggiunto - cosa che ovviamente Blandini, per il ruolo che ricopre, non può dire - che però SIAE è molto meno celere nel ridistribuire, tanto che due anni di proventi da Copia Privata sono ancora in cassa in attesa di ridistribuzione. Tanto per usare il paragone “idrico” del dott. Blandini, l’acqua entra copiosa ma staziona molto tempo in SIAE, troppo; il grande lago da un miliardo di euro che così si forma mantiene la SIAE in attivo con i relativi proventi finanziari, che nulla c’entrano con la gestione caratteristica e anzi sono soggetti agli andamenti (e alle tempeste) dei mercati finanziari. Il paradosso è che più il lago cresce e più la SIAE guadagna. E se dovesse diminuire, anche solo per una ridistribuzione più veloce, SIAE andrebbe irrimediabilmente in perdita. Per questo motivo, questa SIAE - al di là dei desideri del dott. Blandini - non può proprio permettersi di diventare più efficiente di così: se ridistribuisse più velocemente finirebbe sott’acqua. Basti dire che nel 2015 SIAE probabilmente guadagnerà dalla copia privata più in interessi per la tardiva ridistribuzione che per le proprie laute spese: siamo così sicuri che nel resto d’Europa funzioni allo stesso modo? Ci fermiamo qui: tutti i numeri e le considerazioni del nostro articolo restano validi, anzi rinfrancati anche dalla mancanza sostanziale di appunti da parte di SIAE. Rimandiamo quindi all’articolo per ogni approfondimento. In ogni caso, ringraziamo il dott. Blandini per l’attenzione e il tempo dedicatoci e per la disponibilità dimostrata mettendoci in contatto con l’amministrazione di SIAE. Al di là di ogni punto di vista di chi scrive e di SIAE, il lettore, sulla base del nostro articolo e delle considerazioni del dott. Blandini, potrà farsi un’idea ancora più completa della SIAE, della gestione della società e della sua efficienza nello svolgere i compiti affidatigli dalla legge. Che poi è l’unica cosa che, da informatori rigorosi, a noi sta a cuore. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE MERCATO Il nuovo rapporto di Akamai sulla situazione di Internet in Italia è deprimente Italia lumaca con connessioni vergognose L’Italia è il fanalino di coda di tutte le classifiche dell’area EMEA per velocità delle connessioni S di Paolo CENTOFANTI ono passati tre mesi dall’ultimo rapporto di Akamai sullo stato di Internet, ma la situazione, almeno per l’Italia, non cambia e addirittura, sembra incredibile, ma in alcune metriche peggiora. Prima le buone notizie: l’Italia ha scavalcato la Turchia nella classifica della velocità media delle nostre connessioni, con uno scarto di “ben” 0,1 Mbit/s: 6,4 Mbit/s contro 6,3 Mbit/s. Ecco, questa a quanto pare è l’unica cosa di cui possiamo essere fieri, perché per il resto la fotografia che esce dal rapporto del servizio di CDN è impietosa, come sempre purtroppo. L’Italia rimane stabilmente ultima in Europa in tutte le classifiche che riguardano le connessioni fisse, e allargando il campo alla regione EMEA (che include anche Medio Oriente e Africa), ci salviamo dall’ultimo posto solo grazie al Sud Africa che non se la passa meglio di noi. Tutti, ma proprio tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea sono messi meglio di noi e non di poco, e nella velocità media di picco, rispetto al trimestre precedente registriamo persino un leggero calo, quasi una beffa nei confronti di tutte le belle promesse del piano nazionale per la banda ultralarga. Un piano in clamoroso ritardo, considerando che l’Italia è l’unico Paese dell’Unione Europea ad avere meno del 10% delle linee in grado di superare i 10 Mbit/s: l’Italia è ferma all’8,7%, mentre il Paese più vicino in classifica, la Francia, è al 20%; la Sviz- zera, così vicina geograficamente a noi, è lontanissima in cima alla classifica con il 60%. E andando a considerare le connessioni superiori ai 15 Mbit/s, l’Italia è naturalmente sempre ultima, con un umiliante 3%, doppiata dalla Francia, penultima in Europa con oltre il 7,5%. Da qualunque lato la si guardi, la situazione italiana è disperata sul versante connettività Internet e prima di vedere miglioramenti concreti potrebbero volerci ancora anni. Ripartono a sorpresa i canali La7 e La7d in alta definizione Dal 29/9 è possibile nuovamente vedere in alta definizione i canali La7 e La7d, dopo una fugace apparizione lo scorso anno La trasmissione avviene dal nuovo multiplex Cairo Due, al momento dedicato esclusivamente a questi canali di Roberto FAGGIANO MERCATO L’Antitrust ha irrogato a H3G e Sky sanzioni amministrative di 100.000 euro ciascuna Multati Sky e H3G: contratti al telefono “poco chiari” Violate le norme previste a difesa dei consumatori in ambito di vendita telefonica di servizi di Emanuele VILLA I n quella che può essere considerata la prima applicazione della Consumer Rights, l’Antitrust ha inflitto a Sky Italia e H3G una sanzione amministrativa di 100.000 euro ciascuna per procedure di vendita via telefono non conformi ai requisiti formali imposti dal Codice del Consumo, e in particolare dell’articolo 51, commi 6 e 7. Oggetto del contendere sono appunto le procedure di teleselling, piuttosto frequenti al giorno d’oggi e tramite le quali l’azienda propone e vende un servizio via telefono; tale procedura è pefettamente lecita in Italia, ma a patto che soddisfi determinati requisiti formali posti a tutela del consumatore. I procedimenti relativi a Sky e H3G sono stati avviati nel marzo scorso e riguardano i comportamenti tenuti dalle stesse dopo il 13 giugno del 2014. A seguito dell’attività istruttoria, il Garante giunge alla conclusione che la procedura è torna al sommario contraria al regolamento poichè “il professionista non procede ad acquisire il consenso espresso e informato del consumatore ad effettuare le conferme su supporto durevole; non mette nella piena disponibilità del consumatore la registrazione della telefonata in modo che quest’ultimo possa conservarla e accedervi in futuro per un congruo periodo di tempo; non ottiene la sottoscrizione del contratto o l’accettazione scritta da parte del consumatore prima di considerarlo vincolato (con l’attivazione della smart card, nel caso di Sky, ndr); non fornisce al consumatore la conferma del contratto concluso su un mezzo durevole, secondo quanto previsto dall’art. 51, comma 7, cod. cons”. Dal 29 settembre sera sono improvvisamente iniziate le trasmissioni HD dei canali La7 e La7d, ricevibili dal nuovo multiplex Cairo Due e visibili sui canali LCN 507 e 529. Per poterli ricevere correttamente è necessario risintonizzare il televisore e verificare che il canale si davvero in alta definizione, dato che da alcuni trasmettitori è sempre attiva la vecchia emissione in definizione standard. Il multiplex Cairo Due trasmette sulla frequenza 25 nella maggior parte delle regioni italiane mentre in Liguria, Toscana, Umbria, parte del Lazio e Sardegna sono provvisoriamente sulla frequenza 59. l mux Cairo Due era attivo da qualche mese con un canale test ma nulla lasciava presagire la ricomparsa dei tanto desiderati canali in alta definizione. Ieri sera c’è già stato un ottimo esordio con il programma in diretta Di martedì, vedremo ora se verrà sfruttata in pieno l’alta definizione anche con film e telefilm già disponibili in HD nativo. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE MERCATO L’UE propone un cambio nelle etichette energetiche, ma c’è il rischio che si crei ancora più confusione Le nuove etichette energetiche non convincono Si torna a una scala da “da A a G”, spariscono le classi superiori con i “+” e i prodotti vengono periodicamente “riscalati” di Emanuele VILLA L a Commissione Europea ha formalizzato una proposta di abrogazione della Direttiva 2010/30/ UE, quella che disciplina le etichette energetiche apposte sui dispositivi elettronici. Secondo le intenzioni della commissione si passerà da un sistema disomogeneo (in cui alcuni prodotti hanno una scala da A+++ a D, altri da A++ a E, altri da A a G) a un sistema di single energy labelling scale, ovvero una scala unica di efficienza energetica che si applicherà per tutti i prodotti e avrà come estremi le lettere A e G. L’ipotesi della Commissione è generare benefici concreti in tempi brevi: risparmi energetici pari a 17 tonnellate equivalenti di petrolio, maggiore indipendenza da fonti di energia esterne (che ora costano 400 miliardi all’anno), più innovazione, competitività e anche occupazione all’interno dell’Unione. Dal punto di vista del consumatore, la Commissione stima un risparmio annuo di 15 euro per via di un’informazione più chiara e precisa e per la possibilità di comparare i prodotti, mentre i produttori e i retailer potranno avvalersi di un aumento di fatturato di 10 miliardi grazie anche all’adozione del database digitale dei prodotti che l’altra grande novità della proposta della commissione. Il sistema sembra molto complesso E introduce il “riscalaggio” Prima che il sistema proposto dall’Unione entri in vigore di acqua sotto i ponti ne deve passare parecchia, ma così com’è configurato non ci sembra a prova di futuro. Fino a oggi, l’aumento di efficienza energetica dei dispositivi ha letteralmente moltiplicato le classi, che dall’originale A sono arrivate ad A+++ e anche oltre; un sistema del genere è confuso e non può andare avanti all’infinito ma quanto meno consente di comparare gli apparecchi con relativa semplicità, anche nel tempo. Oggi compro un TV di Classe A, tra 5 anni un A++ e so che consumerà un torna al sommario po’ di meno. Se il regolamento entrerà in vigore con questa formulazione assisteremo invece al fenomeno del riscalaggio dei prodotti: la proposta prevede (Art. 7) che “Le etichette siano riscalate periodicamente” e che “quando si introduce o si riscala un’etichetta, i requisiti siano definiti in modo che nelle classi di efficienza energetica A e B verosimilmente non figurino modelli al momento dell’introduzione dell’etichetta e che la maggior parte dei modelli raggiunga queste classi almeno dieci anni dopo”. In pratica si esclude la possibilità di creare nuove classi (il che da una parte è un bene), ma il prodotto che oggi è in Classe A, all’introduzione delle nuova scala, sarebbe in classe C, il che non è il massimo in termini di chiarezza. Oggi compro un A, tra 5 anni di nuovo un A e, se la comunicazione non è passata correttamente, penso di avere due prodotti con consumi analoghi: il realtà la Classe A del 2020 è più efficiente della Classe A del 2015. Inoltre si prospetta un problema pratico di coesistenza di etichette vecchie e nuove nei periodi transitori: l’atto disciplina la cosa in modo abbastan- za puntuale con tempi e modalità, ma siamo sicuri che non troveremo televisori analoghi in negozi diversi, uno A+++ e uno C? Ci si domanda allora se, piuttosto, non sarebbe stato meglio un sistema come quello delle emissioni inquinanti nel mercato automotive (Euro 4, 5, 6...)? Visto che la tecnologia evolve e che - fortunatamente - si va verso prodotti sempre più efficienti, in questo modo è possibile creare certificazioni nuove nel tempo senza assoggettare le vecchie a un laborioso processo di aggiornamento o dover creare decine di “più” per restare al passo coi tempi. Sarebbe un sistema a prova di cattiva interpretazione e, soprattutto, di futuro. La proposta non convince il mercato Al momento la proposta europea è al vaglio delle Commissioni parlamentari competenti, cui AIRES - l’organismo che riunisce le principali catene e gruppi distributivi di settore - esporrà a breve molte perplessità. L’associazione, che riunisce catene quali Media World, Euronics, Expert, GRE e Unieuro, ritiene che il passaggio al nuovo sistema possa disorientare i consumatori invece che dare loro una mano: AIRES, per voce del suo Presidente Alessandro Butali, sostiene infatti che “Non ci convincono molti aspetti, in particolare la scelta di riscalare i gradi efficienza energetica lasciando al momento vuote le prime classi (A e B); in pratica agli elettrodomestici attualmente in “classe A+++” verrebbe attribuita una “classe C” con un evidente disorientamento dei consumatori e un rischio di contraccolpi nelle vendite. Si prospetta inoltre molto problematico il passaggio dal vecchio al nuovo sistema e il periodo di “doppia circolazione delle etichette energetiche”. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE TV E VIDEO HEVC Advance, che rappresenta un pool di licenziatari del coded HEVC, ha “sparato” troppo alto sulle royalty Royalty troppo care rischiano di affossare HEVC L’industria dell’entertainment non ci sta e HEVC Advance promette di rivedere le tariffe. TV a rischio obsolescenza? di Gianfranco GIARDINA Q ualche mese fa è saltata fuori dal nulla HEVC Advance, una società indipendente che raggruppa una compagine di non meglio definiti titolari di brevetti che stanno dietro a HEVC, il codec che dovrebbe essere universalmente adottato per le codifiche 4K e non solo e che fino a un paio di mesi fa non sembrava affatto in discussione. Oltre a royalty decisamente pesanti per i produttori di device (circa due dollari per apparecchio, 16 volte il costo di H.264), HEVC Advance nel suo listino pubblicato a luglio, ha inserito una tariffa pari allo 0,5% dei ritorni connessi a carico dei fornitori di contenuti; praticamente, tanto per essere chiari, tutte le emittenti TV e i servizi di streaming dovrebbero versare a HEVC Advance lo 0,5% del fatturato collegato ai contenuti codificati in HEVC. Il che potrebbe significare, nel giro di qualche anno, la gran parte del fatturato dei content provider, visto che uno scenario prevede che via via si facciano convergere tutti i contenuti verso una codifica HEVC, maggiormente efficiente; sicuramente la scelta è (o bisogna forse dire sarebbe stata) quella dell’HEVC per tutti i contenuti 4K. ra – e qui entriamo negli scenari un po’ più “complottistici” – qualche autorevole operatore si spinge a ipotizzare che una manovra di questo tipo da parte di HEVC Advance possa essere “guidata” in maniera occulta da chi vuole far saltare HECV a favore dei codec, sì aperti e gratuiti, ma di fatto proprietari e spalleggati da qualche colosso del software. TV a rischio obsolescenza anticipata Una “morte in culla” dell’HEVC avrebbe gravissime ripercussioni sullo sviluppo del 4K e sul mercato dei TV: infatti adesso è opinione comune che il requisito fondamentale per garantire un futuro a un televisore sia la compatibilità con il codec HEVC. Ma se questo dovesse essere abbandonato, non solo tutta la lunga strada della definizione degli standard dovrebbe rincominciare da capo, con i relativi ritardi, ma praticamente tutto il parco 4K TV installato e in vendita in questo momento diventerebbe irrimediabilmente obsoleto prima del tempo. Una bomba a orologeria, che se non disinnescata, potrebbe far ritardare o azzoppare per sempre anche l’Ultra HD Blu-ray: le major, già tiepide nei confronti del nuovo formato, di certo non avrebbero alcuna intenzione di dover condividere anche lo 0,5% dei ricavi (ricavi e non guadagni) con i detentori dei patent; e anche in questo caso, un cambio del codec in corsa non potrebbe che far rimandare il lancio previsto per l’inizio del nuovo anno. Decollano le iniziative alternative ad HEVC Il panorama è reso ancora più complicato dal fatto che non si sa precisamente chi ci sia dietro HEVC Alliance e anche dalla certezza che non tutti i brevetti riconducibili ad HEVC siano nella “pancia” di questa organizzazione. Tanto è vero che sul sito dei HEVC Advance ci sono anche le istruzioni per eventuali ulteriori titolari di brevetti connessi per aderire al gruppo e accodarsi agli altri “aventi diritto”. L’industria dei contenuti non ci sta L’industria dei contenuti, che va dalle major cinematografiche fino ai broadcaster e ai servizi di streaming, è molto difficile che possa accettare un’imposizione così pesante e sono iniziate a circolare voci di una possibile “eutanasia” dell’HEVC a favore di qualche codec alternativo meno oneroso o addirittura gratuito. E l’ipotesi che HEVC possa venir scartato proprio a causa di questi costi imprevisti non sembra più solo un boutade; ma anzi fra il parterre dell’evento a Expo di HD Forum, erano molti gli operatori autorevoli a sostenere che non ci sia quasi scampo, a meno che le tariffe messe a punto da HEVC non vengano riviste radicalmente. Addirittu- torna al sommario Guarda caso dall’estate i codec alternativi a HEVC hanno accelerato il proprio sviluppo e addirittura sono nate nuove proposte in tal senso. E in proprio in questa chiave va letto l’annuncio congiunto di Netflix, Intel, Mozilla, Microsoft, Cisco e Amazon a inizio settembre per la realizzazione di un nuovo codec open source, con la creazione dell’Alliance for Open Media. Questa iniziativa si affianca alle altre già in campo, tra cui la più credibile appare essere la proposta di Google: VP9 e la sua evoluzione VP10, che Google sostiene essere ancora più efficienti di HEVC. Questa di accodarsi a Google sembra essere anche la soluzione più veloce e indolore per una rapida sostituzione di HEVC, dato che come è tipico delle strategie di Big G, l’accesso al codec è gratuito; l’industria dei contenuti non amerebbe, però, legarsi a doppio filo con Google, considerato già troppo potente e alleato tutto sommato scomodo e questo potrebbe proprio favorire proprio la neonata Alliance for Open Media. I lavori della nuova cordata, però, sono tutt’altro che conclusi, anche se possono ovviamente contare sulle esperienze e il know how dei membri che la supportano: Mozilla, che aderisce all’Alliance, ha pronto il suo codec Daala e Cisco il suo Thor, entrambi nati proprio con l’intento dichiarato di andare oltre l’HEVC, sia sul fronte delle prestazioni che dell’imposizione pesantissima di royalty, che bloccherebbe la diffusione della tecnologia, soprattutto su Web. I membri dell’Alliance for Open Media hanno dichiarato di essere disponibili a rinunciare alle royalty sui brevetti che verranno riversati in questo nuovo codec proprio per garantire ai contenuti video sulla rete la massima diffusione possibile. HEVC Advance corre ai ripari Così qualche giorno fa HEVC Advance ha emesso un nuovo comunicato stampa, apparentemente dedicato all’annuncio, non certo decisivo, dell’adesione come licenziatario pagante di MediaTek. Ma la porzione più rilevante del comunicato è nascosta in un paragrafo finale apparentemente messo lì per caso: HEVC Advance is also actively soliciting input from market participants and considering adjustments to arrive at a royalty structure that enables continued and rapid adoption of HEVC and brings the associated benefits to stakeholders within the media and technology industries. “We have received significant market feedback, particularly on content fees, and will adjust fees to support widespread use of HEVC,” Moller said In pratica Peter Moller, che è il CEO di HEVC Advance, ammette apertamente di aver avuto “reazioni sigificative dal mercato, soprattutto sul fronte delle tariffe sul contenuto” e promette di rivedere l’ammontare delle royalty per garantire la massima diffusione dell’HEVC. Una risposta necessaria alle concrete minacce di mettere l’HEVC in un angolo prima e nel dimenticatoio dopo che sono arrivate praticamente da tutto il mercato. Ma potrebbe essere troppo tardi: le grandi manovre per trovare alternative credibili senza costi si sono messe in moto e, a parità di prestazioni, la soluzione finirebbe per ricadere ovviamente su un codec gratuito, soprattutto per i content provider. Quindi, al momento, l’unica mossa salva HEVC sembra essere l’abolizione completa delle royalty sui contenuti e una revisione sostanziale di quelle sull’hardware, una marcia indietro che minerebbe alla base la credibilità di HEVC Advance. Insomma, la situazione resta tutt’ora molto fluida. Con i rischi correlati per tutti i TV HEVC sul mercato. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE TV E VIDEO Trapelano i primi numeri sulla promozione OLED in atto da Unieuro: siamo a quota 1400 TV in sole due settimane OLED, inizia la “pioggia”: venduti 100 TV al giorno Unieuro: “OLED unica vera novità nel mercato TV” Le quantità vendute hanno sconvolto le quote di mercato dei 55”, con LG che scatta al primo posto con più del 40% L di Gianfranco GIARDINA G aveva anticipato a DDAY.it all’IFA di Berlino che sul fronte dell’OLED sarebbe successo qualcosa di importante, preannunciando addirittura una “pioggia di OLED” sull’Italia, in alcuni casi minimizzata da alcuni concorrenti. E che stesse accadendo qualcosa di importante si era capito quando Unieuro qualche giorno fa ha abbattuto la soglia psicologica (ma anche concreta) dei 2000 euro per il 55”. I numeri ora iniziano a vedersi davvero: nelle ultime due settimane, dall’inizio della promozione Unieuro sull’OLED, i modelli venduti sono stati – secondo le nostre fonti – intorno ai 1300-1400, praticamente 100 pezzi al giorno; parliamo ovviamente di sell-out, ovverosia vendite agli utenti finali. Un numero altissimo rispetto a quanto riusciva a mettere a segno l’OLED prima di questo scatto: nei primi nove mesi dell’anno la media di OLED venduti in Italia era di circa 200 pezzi al mese. Un moltiplicatore x15 intervenuto all’abbattimento dei 2000 euro, certo, ma anche alla disponibilità in quantità accettabili del prodotto e a un’esposizione mediatica e pubblicitaria finalmente degna dell’innovazione in atto. Infatti il grosso limite dell’OLED, prima ancora della tecnologia, che a questo punto inizia ad essere davvero stabile, sta nel nome, troppo simile al LED e che quindi non “racconta” al grande pubblico che si tratta di una tecnologia completamente nuova. Lo scossone si è sentito anche sui numeri di mercato: nella settimana 39 le market share nel segmento dei TV da 55” hanno visto un vero terremoto, con LG passata al primo posto con oltre il 40% a valore; un risultato che non sarà facile confermare anche nelle prossime settimane, a meno che la “pioggia” non continui con nuove proposte commerciali convincenti. DI certo LG sta per introdurre diversi nuovi prodotti visti all’IFA di Berlino: l’autunno si fa caldo, o per rimanere in metafora, decisamente “piovoso”… torna al sommario Unieuro: “Importante diffondere l’OLED, l’unica novità nei TV” Abbiamo sentito, per un commento, Giancarlo Nicosanti, amministratore delegato di Unieuro. Nicosanti è molto contento della promozione OLED in atto: “Sta andando molto bene. Ma lo scopo non era quello vendere e basta, ma di fare un investimento per comunicare al consumatore che fra i TV c’è una nuova tecnologia che si chiama OLED, e questo in un panorama in cui purtroppo, anche dopo l’IFA di Berlino, non si vedono altre novità tecnologiche rilevanti”. Soddisfazione, quindi, ma anche sano realismo: “L’OLED resta un prodotto molto difficile, che costa 2000 euro, ancora una cifra molto alta, e che al momento rappresenta solo il 3% del mercato. Se la guardassi solo sul fronte del ROI dell’investimento, questa operazione ha un ROI negativo, ma a noi interessa in questa fase far capire la portata della novità. Dobbiamo ragionare in prospettiva: faremo i conti dopo il Natale”. Sull’equivoco OLED come semplice evoluzione o addirittura sinonimo di LED, Nicosanti dice di non aver visto segni incoraggianti: “Non credo che ancora il consumatore medio abbia percepito a pieno la portata dell’innovazione che l’OLED porta. Dopo quello che abbiamo fatto, succederanno molte cose; anche LG partirà con un’attività di comunicazione molto forte. Ci auguriamo che per Na- tale l’OLED sia entrato a far parte del ‘lessico’ del consumatore tipo”. Ma il tema centrale resta quello di decidere, volendo investire 2000 euro nel TV, quale strada imboccare. Abbiamo chiesto a Nicosanti, se, a suo avviso oggi ha più senso per un consumatore inveGiancarlo Nicosanti stire 2000 euro per amm. del. di Unieuro un OLED Full HD o per un LCD 4k: “Mi viene da dire che oggi purtroppo sul 4k l’offerta di contenuti è purtroppo molto limitata – ci ha confessato Nicosanti -. Oggi sicuramente se qualcuno si porta a casa un OLED ha un prodotto incredibile, bellissimo esteticamente e bellissimo come qualità d’immagine, anche se a fronte di una spesa molto alta: 2000 euro – diciamocelo - sono ancora molti”. Ma sta davvero decollando il mercato dell’OLED o è solo un fuoco di paglia? Partiranno anche altre catene con promozioni importanti? Nicosanti ci spera: “Può darsi che stia partendo un rush sull’OLED che coinvolgerà anche delle insegne a noi concorrenti. Ma non sono preoccupato, anzi per certi versi me lo auguro anche, così almeno ci confronteremo su prodotti di fascia alta e non su prodotti entry level. Così forse riusciremo di portare anche in Italia un’attenzione e una spesa in elettronica di consumo paragonabili al resto d’Europa, rispetto al quale siamo indietro anni luce”. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE ENTERTAINMENT Con un’app dedicata, Netflix entra nel “virtuale”con Netflix VR ed è già disponibile per ora solo in USA Netflix entra nella realtà virtuale. È come essere al cinema Se guardare un film in streaming non basta più, c’è sempre la possibilità di trovarsi in un home theater da migliaia di euro di Emanuele VILLA N el contesto dell’Oculus Connect 2015 molti produttori di contenuti hanno annunciato il proprio supporto per la realtà virtuale, che si preannuncia la next big thing del 2016. A tal fine si sono espressi 20th Century Fox, vimeo, hulus, twitch e molti altri, ma colpisce soprattutto l’ingresso in campo di Netflix, che com’è noto sta per entrare sul mercato italiano con la propria offerta principale. La notizia è il lancio - per il momento vincolato al mercato USA (ma chissà...) - di un’app pensata appositamente per permettere la fruizione dei contenuti in streaming tramite un visore virtuale come il Gear VR e - ovviamente - l’Oculus che arriverà a breve. Si chiama Netflix VR ed è già disponibile per gli utenti d’oltreoceano. Ma di cosa si Netflix on Gear VR tratta in realtà? Le app di questo tipo, tra cui quella di Netflix e di hulu (che uscirà in seguito) servono sostanzialmente per riprodurre due tipi diversi di contenuti: quelli classici, di qualsiasi natura, e quelli ottimizzati per VR. Nel primo caso (che ovviamente sarà quello più frequente), l’app Netflix VR trasporta lo spettatore all’interno di scenari predefiniti che simulano ambienti domestici dedicati alla visione di film: in pratica, si viene catapultati in home theater da decine di migliaia di euro, con tanto di proiettori faraonici, poster di film ovun- que (e di Netflix, occiamente) e schermi da 110 pollici o più di diametro. È come essere in quella stanza che si sogna da anni ma non ci si può permettere. Nel comunicato ufficiale Netflix, l’azienda spiega - passo dopo passo - come ha realizzato uno scenario di questo tipo, che risoluzione dobbiamo attenderci considerando i limiti dei dispositivi VR e quali sono state le sfide tecniche più significative, compresa l’ottimizzazione dei layer sullo schermo, uno per il film e uno per l’interattività, e dei consumi (nessuno vuole interrompere la visione a metà per ricaricare l’Oculus). Scelta la propria posizione in sala e selezionato il contenuto, il film viene letteralmente proiettato sullo schermo e lo spettatore può decidere di gustarselo in totale tranquillità oppure di guardarsi attorno per ammirare l’ambiente, che è disponibile a 360°. L’esperienza subisce ovviamente delle limitazioni, nel senso che non ci si può avvicinare allo schermo nè muoversi nella stanza, ma chi l’ha provato conferma un livello di coinvolgimento davvero notevole. ENTERTAINMENT Alla data del lancio di Oculus Rift, su Oculus Store si potrà scegliere tra oltre 100 film 20th Century Fox: oltre 100 film per Oculus VR La casa sta lavorando a una “esperienza VR” per Sopravvissuto - The Martian di Ridley Scott di Andrea ZUFFI C he Oculus VR sia la nuova frontiera per videogamer e appassionati di simulazioni di vario genere è scontato. L’esperienza di indossare l’innovativo visore VR per trovarsi catapultati in una sala cinematografica a guardare un film, che ancora mancava a causa dell’assenza di contenuti, sarà anch’essa possibile. Dal palco della Oculus Connect 2, la seconda edizione dell’annuale conferenza per sviluppatori Oculus, 20th Century Fox ha confermato che al lancio del dispositivo, su Oculus Store saranno presenti oltre 100 film in 2D e 3D, tra i titoli Alien, Die Hard, Cast Away, Kingsman, Io vi troverò, X-Men e Predator. Quella offerta inizialmente dall’app Oculus VR Cinema non sarà una vera e propria realtà virtuale: sarà piuttosto l’esperienza di trovarsi a guardare un film in platea, torna al sommario davanti al grande schermo, con anche l’opportunità di condividere la visione con amici non fisicamente presenti nella stessa stanza. La cosa particolarmente curiosa è che - film per film - sarà possibile scegliere il posto in sala proprio come facciamo ora quando prenotiamo un biglietto da casa o tramite le app degli smartphone. Ma questo non è che il primo passo. La tecnologia di visione cinematografica attraverso Oculus VR al momento non è in grado di competere con la qualità video dei TV di ultima generazione, e soprattutto non sfrutta al 100% ciò che la realtà virtuale permette di fare. Ciò nonostante, la stessa 20th Century Fox ha annunciato la realizzazione di una VR Experience (la seconda dopo Wild) per Sopravvissuto - MAGAZINE Estratto dal quotidiano online www.DDAY.it Registrazione Tribunale di Milano n. 416 del 28 settembre 2009 direttore responsabile Gianfranco Giardina editing Claudio Stellari, Maria Chiara Candiago, Alessandra Lojacono, Simona Zucca The Martian, il film di Ridley Scott in arrivo nelle sale italiane tra qualche giorno. Nonostante non siano trapelati dettagli sul contenuto dell’experience, l’idea è quella di sfruttare la tecnologia VR in tutte le sue attuali potenzialità (che sono comunque una frazione di quelle ipotizzate), andando cioè a “inserire” lo spettatore all’interno di sequenze del film permettendogli di osservare le stupende scenografie a 360° e sentirsi parte dell’azione. Editore Scripta Manent Servizi Editoriali srl via Gallarate, 76 - 20151 Milano P.I. 11967100154 Per informazioni [email protected] Per la pubblicità [email protected] n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE ENTERTAINMENT È finalmente partita l’offerta commerciale congiunta tra TIM e Premium Parte TIM Premium Online: ADSL e streaming a 26 euro L’offerta prevede due pacchetti scontati e Super Internet gratis ai clienti TIM ADSL e fibra P di Roberto PEZZALI arte finalmente, con un mese di ritardo, l’offerta TIM Premium Online. Come previsto si tratta di una offerta puramente commerciale, due contratti distinti che permetteranno comunque di avere un considerevole vantaggio rispetto all’acquisto delle due singole offerte, ovvero l’ADSL (o fibra) TIM e l’abbonamento a Premium Online. Di Premium Online sappiamo praticamente tutto: è l’offerta Premium veicolata in streaming anziché via etere: ci sono 18 canali live e 6000 contenuti ondemand tra Premium Play e Infinity, fruibili da TV Samsung, da smartphone, da tablet, da console e ora anche da decoder TIM Vision. La partnership con TIM permetterà di abbonarsi a due pacchetti, uno da 10 euro al mese che dà diritto alla visione di serie televisive, cartoni e due eventi calcistici della Serie A TIM in pay per view e uno da 26 euro al mese. “Tutto Premium”, che prevede serie TV, cinema, cartoni e gli eventi calcistici live anche in modalità on demand con le partite della Champions League GADGET Samsung rinnova Gear VR Samsung ha annunciato il rinnovamento del proprio visore per la realtà virtuale, il Gear VR. Il nuovo modello. dedicato al mercato consumer, è sempre realizzato in collaborazione con Oculus ma, rispetto a quello precedente, può vantare un peso del 22% inferiore e la compatibilità con un maggior numero di dispositivi Samsung: in particolare, sono compatibili (anche) i Galaxy Note 5, Galaxy S6, Galaxy S6 edge e Galaxy S6 edge+, ovvero il “core” dell’offerta Samsung del 2015. Il dispositivo, che è compatibile con contenuti ad hoc quali film, video a 360° e giochi, è progettato per offrire un livello di comodità superiore rispetto al passato e dispone di un touchpad di nuova concezione pensato per rendere più immediato il controllo delle funzionalità. Al momento si parla di lancio sul mercato americano, evento previsto per l’autunno a 99 $, ma non si esclude un’estensione internazionale. torna al sommario e delle squadre Premium della Serie A TIM. Mediaset e TIM parlano di un risparmio di 9 euro rispetto ai listini, tuttavia ci risulta che Tutto Premium costi anche di più, 40 euro al mese. Il prezzo vale però solo per il primo anno: nel caso dell’offerta da 10 euro il Cliente può scegliere di passare dal secondo anno (se non disdice) al Pacchetto Serie + Infinity a 9€/mese, mentre nel caso dell’offerta “Tutto Premium” pagherà comunque 35 euro e non 40, perché il listino per TIM di Premium Online è leggermente più basso di quello ufficiale. In realtà Premium Online ha un vincolo di soli 12 mesi, quindi in questo caso non ci sono fregature di alcun tipo: basta tenerlo un anno e poi disdire senza penali. L’offerta lato Premium è quindi ottima, mentre TIM poteva dare qualcosa in più: l’opzione Super Internet, che porta la connessione ADSL a 10 Mbps Fari LED con accelerometro giroscopio e sensori per la rilevazione dell’ambiente Ecco come Icon cambierà la vita dei ciclisti (o Superinternet Plus fino a 20Mbps se disponibile), sarà gratuita fino a quando l’utente resterà abbonato a Premium. Nessun vantaggio però in mobilità: guardare partite in streaming o film comporterà comunque l’erosione del proprio piano dati 3G o LTE. Siamo comunque di fronte a una buona offerta: i clienti TIM che si abboneranno a Premium Online (sia i nuovi sia quelli già abbonati) potranno avere l’offerta completa a 26 euro senza penali per un anno (e poi si va a 35), e se hanno una normale ADSL guadagneranno anche l’aumento di velocità Super Internet gratuito. ENTERTAINMENT Abbonamenti classici e prezzi da 7,99 euro Netflix al via: in Italia dal 22 ottobre N Un faro intelligente per aiutare i ciclisti di Roberto PEZZALI etflix arriverà in Italia il 22 ottobre: l’annuncio arriva direttamente dal servizio di streaming. I piani di abbonamento saranno tre: un piano “Base”, con una sessione di streaming alla volta e definizione standard a 7,99 euro al mese, un piano “Standard”, con due sessioni di streaming contemporanee e alta definizione a 9,99 euro al mese e un piano “Premium”, che consentirà quattro sessioni di streaming alla volta e la visione in Ultra HD 4K a 11,99 euro. Per ulteriori dettagli su Netflix vi rimandiamo ai nostri approfondimenti: Cos’è Netflix, Tutti i segreti in dieci punti Netflix, la super intervista al capo della tecnologia di Michele LEPORI Gli accessori per la bici abbondano sul mercato e coprono gli usi più svariati, ma nessuno aveva mai pensato di mettere un software dentro una lampadina LED: è proprio questa l’idea del team See.Sense, che presenta il progetto Icon. La presenza di sensori all’interno del faro, assieme ad accelerometro e giroscopio, permetterà ad Icon di segnalare stop improvvisi, cambi di corsia, l’approccio durante la percorrenza di una rotonda, segnalare la nostra presenza agli incroci e altro ancora. Tutto questo in autonomia, grazie alla capacità di rilevare pendenze, orientamento del senso di marcia, accelerazioni o frenate: immancabile è però la connettività Bluetooth con lo smartphone, grazie al quale si avrà accesso a funzioni quali la capacità di rilevare un incidente e chiamare le persone selezionate come prime da avvisare per soccorso. Icon ha già superato la quota-funding di 24.000 sterline e pedala verso la produzione. Due le opzioni di “backing” per il kit LED: la prima ci farà entrare in possesso di due fanali anterioreposteriore da, rispettivamente, 125 e 95 lumen, mentre ICON+ avrà un valore di luminosità aumentato a 210-160 lumen. See.Sense garantisce per tutti i modelli almeno 15 ore di autonomia con una ricarica USB. I pledge partono da 94 sterline (125 euro) più 6 euro circa di spedizione in Europa. P5 Wireless. Abbiamo eliminato il cavo ma il suono è rimasto lo stesso. P5 Bluethooth, musica in mobilità senza compromessi con 17 ore di autonomia e ricarica veloce per performance allo stato dell'arte. La solita qualità e cura nei materiali di Bowers & Wilkins adesso senza fili grazie alla nuova P5 S2 Bluetooth. www.audiogamma.it n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE MOBILE Nexus 6P è realizzato da Huawei, offre hardware da primo della classe e tutte le novità di Android Marshmallow Presentato Nexus 6P, è il nuovo smartphone top di Google Il Nexus 6P è in preorder USA a partire da 499 dollari, in Italia c’è da aspettare e potrebbe costare caro: 699 euro G di Roberto PEZZALI oogle ha presentato un nuovo top di gamma pensato per contrastare i competitor più illustri: Nexus 6P. Nexus 6P, che com’è noto è stato prodotto da Huawei ha un design unibody molto curato e - per la prima volta nella serie Nexus - completamente metallico. Il display è sormontato da un vetro Gorilla Glass 4, il leggero ispessimento della parte superiore che ospita la fotocamera evita lo sgradevole effetto di sporgenza. Le finiture sono quattro: alluminio, grafite, ghiaccio e oro, ma quest’ultimo sarà disponibile inizialmente solo in Giappone. Le caratteristiche tecniche sono da primo della classe: confermato innanzitutto il display Amoled da 5,7’’ WQHD (2560 x 1440) e il processore Qualcomm Snapdragon 810 in versione 2.1, il tutto con 3 GB di RAM e 178 grammi di peso. Nexus 6P sarà il primo telefono a ospitare Android Marshmallow e tutte le sue funzionalità rinnovate. Nexus 6P MOBILE HTC One M9+ con “Supreme Camera” HTC annuncia in Cina lo smartphone One M9+ “Supreme Camera” Edition, una versione di HTC One M9+ con fotocamera migliorata. Il nuovo modello dispone di un obiettivo con lente in cristalli di zaffiro abbinato a un sensore da 21 megapixel, stabilizzatore ottico dell’immagine e autofocus che agisce con tre modalità differenti: a laser, a rilevamento di fase e tradizionale. Fotocamera a parte, il dispositivo presenta caratteristiche identiche a quelle di HTC One M9+: display da 5,2 pollici Quad HD (2560 x 1440 pixel), processore MediaTek MT6795T Helio X10 con 8 core a 2.2 GHz, 3GB di RAM, 32 GB per lo storage, lettore di impronte digitali, batteria da 2.840 mAh. HTC One M9+ Supreme Camera Edition sarà disponibile a inizio ottobre solamente a Taiwan ad un prezzo equivalente a 630 dollari, per il lancio nel resto del mondo non si hanno informazioni certe. torna al sommario ha un doppio speaker frontale e la presa “double face” USB Type C, mentre come batteria troviamo un modulo da 3.450 mAh pensato per garantire più di una giornata completa di utilizzo e senza badare a spese, merito anche dell’ottimizzazione di Android 6.0. Durante la presentazione, Google ha annunciato anche una velocità di ricarica doppia rispetto ad iPhone 6 Plus. Ovviamente Nexus 6P sfrutta tutte le nuove feature di Android Marshmallow, che tra l’altro sarà disponibile da settimana prossima su tutti gli altri dispositivi Nexus: troviamo quindi il riconoscimento delle impronte digitali con un sensore posizionato sul retro dell’apparecchio e capace di attivarsi in tempi inferiori a 600 ms, il Now on Tap per le informazioni contestuali duranti l’utilizzo di qualsia- si app, il nuovo sistema di notifiche, le voice interactions, il sistema evoluto di gestione dei permessi e molto altro ancora. Per quanto concerne la fotocamera, Google ha annunciato un modulo evoluto Sony da 12,3 MP con pixel da 1.55 micrometri e apertura F2.0, con tanto di doppio flash LED e autofocus Laser, un modulo pensato per ottimizzare gli scatti in condizioni di luce attenuata e capace di ripresa 4K, burst da 30fps con creazione automatica di GIF e video fino a 240fps. Il preorder dell’apparecchio è iniziato in alcuni stati tra cui USA e UK, ma per il momento non figura l’Italia. Molto interessanti i prezzi: negli USA si parte da 499 dollari per la versione base da 32 GB, 549 dollari per il 64 GB e 649 dollari per il 128 GB. In Italia il preorder non è ancora disponibile, ma vagando nelle pagine dello store ci si può imbattere in un “a partire da 699 euro” che rappresenterebbe una discrepanza davvero notevole rispetto ai prezzi americani. MOBILE Google svela il Nexus 5X prodotto da LG: in Italia arriverà dal 19 ottobre a 479 euro Nexus 5X con Android 6. Prezzo alto in Italia Ha display 5.2”Full HD, CPU Snapdragon 808 e una fotocamera che scatta anche al buio G di Roberto PEZZALI oogle ha scelto ancora una volta LG per il suo smartphone Nexus: l’ultimo modello firmato dal produttore coreano era il Nexus 5, ora arriva una più evoluta e rinnovata versione “X” che si affianca al Nexus 6P, prodotto invece dalla new entry Huawei. Nexus 5X, prodotto da LG con il knowhow di Google, sarà uno dei primi dispositivi ad essere dotati di Android 6.0 Marshmallow, il nuovo sistema operativo di Google per dispositivi mobili. Nexus 5X è un prodotto “premium”, ma siamo convinti che il prezzo sarà decisamente abbordabile: Google ha infatti scelto un display IPS Full HD da 5,2 pollici 423 ppi con tecnologia In-Cell Touch, un processore Qualcomm Snapdragon 808, 2GB di RAM DDR3 e 16/32 GB di memoria flash per app e contenuti. alla scheda tecnica emergono due dettagli interessanti: il primo è la presenza di una USB Type C che, grazie ad una maggiore erogazione di corrente, fornisce energia sufficiente per quasi quattro ore di utilizzo con una carica di soli 10 minuti, il secondo è una fotocamera da 12.3 MPx con lente F2 che dovrebbe garantire un’ottima resa con poca luce grazie a pixel di dimensioni maggiorate e funzioni video come ripresa 4K e slow motion a diversi fps. I rumor degli ultimi giorni non si sbagliavano neppure sulla presenza del sensore finger-print: è sul retro, dove il dito si posiziona naturalmente. La batteria sarà integrata da 2700 mAh e non sembra esserci slot per schede microSD: Nexus 5X pesa 136 grammi, è spesso 7.9mm e sarà disponibile nei colori “Carbon”, “Quartz” e “Ice”. Se per alcuni paesi il pre-order scatterà subito, l’Italia dovrà aspettare il 19 ottobre per la vendita sul Play Store e in alcuni punti vendita. Il prezzo americano è di 379$ per il 16GB e 429$ per il 32 GB, mentre il prezzo italiano sembra essere altissimo: si parte da 479 euro secondo lo store di Google. Una scelta particolare, e qui la giustificazione del cambio euro/dollaro sembra reggere poco. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE MOBILE Pixel C è un tablet Android con processore NVIDIA Tegra X1 e tastiera wireless opzionale Sorpresa: Google annuncia il tablet Pixel C Pixel C è l’ideale anche per la produttività, è la risposta di Google a Surface e iPad Pro L di Paolo CENTOFANTI a sorpresa dell’evento autunnale di Google è Pixel C, un nuovo prodotto che va ad affiancare il Chromebook Pixel con un tablet top di gamma che sembra fatto apposta per prendere di mira il Surface di Microsoft e il nuovo iPad Pro. Google ha definito la gamma Pixel come composta da dispositivi “a cui aspirare”, prodotti cioè che si pongono come un ideale da raggiungere, indipendentemente dal loro prezzo finale. È stato il caso del Chromebook Pixel, un laptop curatissimo a livello di design e hardware, ma basato su ChromeOS, un sistema operativo non esattamente adatto a qualsiasi tipo di utilizzo. Ora è la volta di Pixel C, che si pone su una fascia di prezzo nettamente più conveniente. Si tratta di un tablet Android, e non più ChromeOS come il Chromebook Pixel, basato su uno schermo da 10,2 pollici con risoluzione di 2560x1800 pixel per una densità di pixel di 308 punti per pollice, copertura Grazie al raddoppio degli schermi è possibile avere sempre in primo piano notifiche, link e contatti anche quando il display principale è spento di Andrea ZUFFI completa dello spazio colore sRGB e luminosità di 500 cd/mq. Interessante la scelta del processore, il Tegra X1 di NVIDIA con 3 GB di memoria RAM, un’accoppiata che mette a disposizione una grande quantità di potenza. Il nuovo tablet è il primo prodotto della gamma Pixel a girare su Android, Marhsmallow naturalmente, e tra gli accessori c’è una docking con tastiera che lo rende davvero molto si- mile al Surface. La tastiera si collega al tablet via Bluetooth e funziona come base d’appoggio orientabile e viene caricata dallo stesso Pixel C. E come i nuovi Nexus, anche Pixel C è dotato di connettore USB Type C. Il tablet sarà disponibile entro fine anno a un prezzo di 499 dollari per la versione da 32 GB e 599 dollari per quella con memoria da 64 GB. La tastiera, invece, avrà un costo di 149 dollari. MOBILE Vertu, produttore di smartphone di lusso, ha lanciato il suo nuovo top di gamma Vertu Signature Touch, top di gamma da 8400 euro Nel prezzo è compreso il servizio concierge, con maggiordomo raggiungibile 24 ore su 24 V di Roberto PEZZALI ertu ha un nuovo top di gamma: il produttore di smartphone destinati al mercato del lusso ha deciso di fare ai suoi clienti non soltanto servizi e produzione artigianale ma anche un upgrade tecnologico di un certo livello. Gli 8400 euro che servono per il nuovo Vertu Signature Touch (17900 euro per la variante in Rose Gold) non rappresentano certo uno scoglio per il target a cui si propone questo smartphone, e non vanno neppure paragonati al prezzo medio di mercato degli smartphone in generale, ma per una volta chi spende tanto può dire di avere tra le mani uno smartphone che vale tanto. Vertu, che mantiene la sua tradizione di prodotto realizzato interamente a mano con tanto di incisione dell’artigiano che ha assemblato quel singolo modello, ha infatti inserito in un corpo di titanio uno Snapdragon 810 con 4 GB di RAM e 64 GB di memoria per le torna al sommario LG V10 Lo smartphone con due display e due fotocamere per i selfie app, memoria che può essere espansa fino a 2 Terabyte tramite slot per schede micro SDXC. Più grande anche lo schermo: 5.2” Full HD, probabilmente lo stesso pannello usato sui Sony Xperia, il tutto ovviamente ben protetto da un prezioso vetro in zaffiro a 130 carati che da solo vale quanto un iPhone. Vertu ha lasciato ovviamente ricarica wireless, NFC, quickcharge 2.0, LTE multibanda e sistema audio hi-fi grade con microfoni in ceramica e speaker stereo, e a questi ha affiancato un modulo camera di ultima generazione da 21 megapixel, probabilmente il Sony IMX 230. Quello che però non si può trovare in un negozio di componenti e vale da solo almeno metà del costo dell’intero prodotto è il servizio concierge, un maggiordomo in carne e ossa sicuramente più efficiente di Siri e Cortana che, raggiungibile 24 ore su 24, può soddisfare ogni desiderio del possessore. Nel Vertu Signature Touch il Concierge è gratuito per 18 mesi al posto dei classici 12, ed è affiancato da altri servizi come le chiamate criptate e il wi-fi in tutto il mondo tramite un servizio che fornisce accesso alla maggior parte degli hotspot a pagamento. Vertu Signature Touch, per chi vuole un maggiordomo e per chi se lo può permettere, sarà disponibile dal 16 ottobre in varie finiture personalizzabili. LG ha presentato V10, al primo sguardo ricorda il G4, ma nella parte anteriore rivela due interessanti novità. Il secondo display, al bordo superiore di quello principale, un IPS Quad HD da 5,7 pollici, è indipendente e serve per la visualizzazione immediata di informazioni quali la data e l’ora, il livello della batteria o condizioni meteo. Nelle intenzioni di LG questo secondo pannello di ridotte dimensioni, e quindi dal consumo assai inferiore rispetto al principale, permette di prolungare l’autonomia della batteria da 3000 mAh. Durante l’utilizzo dello smartphone lo schermo aggiuntivo funge invece da area sempre in primo piano ove sono a portata di mano i link a contatti o alle app di uso più frequente. Sempre in tema di raddoppio, LG integra sul V10 due fotocamere frontali da 5 Mpx con angolo di visione di 80° che possono scattare assieme producendo selfie con un ampiezza pari a 120 gradi del tutto esenti dalle classiche distorsioni tipo fish-eye. LG V10 con processore Snapdragon 808, 4 GB di RAM, 64 GB di storage e Android Lollipop entra di diritto nella fascia alta di mercato. Sarà commercializzato da ottobre in Corea per diffondersi poi nel corso dei mesi successivi in Asia, Stati Uniti ed Europa ad un prezzo ancora sconosciuto. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE MOBILE Intanto, vendite record per iPhone 6s e 6s Plus: 13 milioni di pezzi venduti in 3 giorni iPhone 6s in Italia il 9 ottobre a 779 euro Apple annuncia la disponibilità e i prezzi di iPhone 6s per l’Italia: il 9 ottobre da 779 euro di Roberto PEZZALI Lo smartwatch Android Wear realizzato in collaborazione con Google e Intel dal produttore svizzero sarà presentato il prossimo novembre Intanto il prezzo sale di 400 dollari A pple ha annunciato vendite record per iPhone 6s e iPhone 6s Plus: in soli 3 giorni sono stati venduti 13 milioni di telefoni, e non sono mancate le classiche code davanti agli Apple Store come abbiamo potuto osservare noi stessi a Monaco, in Germania, uno dei Paesi della prima tornata di lancio. Cifre da capogiro che potrebbero migliorare ancora il 9 ottobre quando il nuovo iPhone arriverà in Italia (e in altri 39 Paesi). “Le vendite di iPhone 6s e iPhone 6s Plus sono state fenomenali, superando qualsiasi precedente risultato di vendita durante il primo weekend nella storia di Apple,” ha affermato Tim Cook, CEO di Apple. “Il riscontro dei clienti è incredibile, amano 3D Touch e Live Photos, e non vediamo l’ora di portare iPhone 6s e iPhone 6s Plus ai clienti di ancora più nazioni il 9 ottobre.” Per gli italiani, comunque, è in arrivo una di Paolo CENTOFANTI brutta sorpresa: il prezzo suggerito per il modello base sarà di 779 euro, più alto del prezzo dell’iPhone 6 pari a 729 euro. Se la SIAE incideva sul prezzo anche lo scorso anno insieme all’IVA al 22%, quest’anno interviene anche il fattore euro/dollaro a peggiorare la situazione. Serviranno €889 per il modello 64 GB e €999 per il modello 128 GB, mentre per MOBILE Microsoft sbaglia e svela Lumia 950 e 950XL A pochi giorni dal lancio ufficiale continua la fuga di notizie sui nuovi Lumia 950 e 950XL, di cui oramai sappiamo quasi tutto, dal design alle specifiche tecniche ad alcune funzioni peculiari, e nelle scorse settimane ci sono stati anche rumor sui presunti prezzi. Ma ora Microsoft (la filiale inglese) ha mostrato per errore la pagina di vendita sullo store online: manca il prezzo, ma ci sono foto di anteprima e elenco delle caratteristiche principali. Confermati i rumor: schermi da 5.2” e 5.7” e fotocamera con lenti Zeiss da 20 MP, 32 GB di storage, espandibile fino a 2 TB, appena MicroSD tanto capienti saranno disponibili. Dalla scheda non emergono novità su altre caratteristiche attese e non verificate, come la Surface Pen o il supporto alla presa USB Type-C e la ricarica wireless Qi. L’evento Microsoft previsto per il 6 ottobre darà smentite o conferme. torna al sommario Lo smartwatch di TAG Heuer arriverà il 9 novembre l’iPhone 6s Plus si arriva a €889 per il modello da 16 GB, €999 per il modello da 64 GB e €1109 per il modello da 128 GB. Apple ha ribassato i prezzi degli attuali iPhone 6: si parte da 669 euro per iPhone 6 e 779 euro per l’iPhone 6 Plus, che diventa un’interessante alternativa all’iPhone 6s per chi vuole uno schermo grande. MOBILE I rumor parlano di un design ispirato all’iPhone HTC A9, presentazione il 20 ottobre È la risposta ad iPhone 6s di Apple? I di Michele LEPORI rumor di qualche settimana fa circa un progetto di HTC A9 sono diventati realtà ora che sul sito della casa di Taiwan è comparso il countdown che tra meno di un mese rivelerà forma e sostanza del nuovo flagship asiatico. Confermato l’evento di presentazione di HTC A9 il 20 ottobre in un keynote livestream. Se i rumor della vigilia saranno confermati, il design sarà decisamente ispirato allo smartphone californiano. Si parla di 4 GB di RAM e schermo da 5.2” QuadHD come praticamente certi, punto di domanda invece il processore: praticamente certi gli 8 core ma mentre in Asia dovrebbe trattarsi di un Mediatek X10 Helio, per l’Europa si vocifera un passaggio al “caro e vecchio” Snapdragon. Il countdown fino al 20 ottobre sarà presumibilmente accompagnato dalle speculazioni circa il probabile design di A9, che si ispira (se i rumor saranno confermati) nemmeno troppo velatamente ad iPhone 6 fatto salvo il comparto fotografico sull’asse centrale e non sulla sinistra come da tradizione Apple. Il chiacchierato smartwatch di TAG Heuer, annunciato per la prima volta all’ultima edizione del Baselworld lo scorso marzo, sarà ufficialmente svelato il 9 novembre. Lo ha confermato il CEO Jean-Claude Biver in un’intervista a CNBC, rivelando che il primo orologio smart dell’azienda svizzera sarà mostrato in un evento presso la sede di New York di LVMH. Dello smartwatch si sa ancora molto poco, se non che è il frutto di una collaborazione tra TAG Heuer, Google e Intel, e che presumibilmente sarà basato su Android Wear. Anche l’indicazione su quanto costerà subisce una variazione: inizialmente si parlava di un orologio da 1400 dollari, ma secondo Biver il prezzo sarà di 1800 dollari, una cifra che non preoccupa TAG Heuer anche per via dell’effetto Apple Watch: “Eravamo un po’ preoccupati per il prezzo, perché lo venderemo a 1800 dollari”, ha dichiarato Biver, “ma ora siamo tranquilli perché Apple ci sta dicendo che possiamo venderlo a 1500 dollari o persino di più”, alludendo alle versioni più lussuose dello smartwatch di Apple. Sarà interessante, dopo tutti questi annunci, vedere come sarà il primo vero e proprio smartwatch di un’azienda consolidata del settore dell’orologeria svizzera. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE MOBILE In Europa, il prezzo è di 299.99 euro. Due i cinturini, da 14 e da 20 mm di larghezza Pebble ora è tondo, più bello e più leggero Il nuovo smartwatch ha display e-paper ed più leggero e sottile, ma scende l’autonomia P di Massimiliano ZOCCHI er molto tempo Pebble è stato l’unico smartwatch realmente funzionale, nonché il più venduto. Ma da quando Android Wear si è perfezionato, e Apple è uscita allo scoperto con Apple Watch, le cose sono cambiate. Così dopo aver recentemente lanciato nuovi modelli, l’azienda nata su Kickstarter prova a dare una risposta anche agli appassionati degli orologi più classici, che devono essere rigorosamente tondi, con Pebble Time Round. Lo stile resta molto simile agli altri modelli in gamma, anche se la forma rotonda gli dona un aspetto più classico ed elegante. Per il mercato europeo servono 299.99 euro per portarsi a casa un Time Round, sia nella versione con cinturino da 14 mm che da 20 mm. Il quadrante in entrambi i casi ha diametro pari a 38.5 mm e ciò che distingue la versione più femminile da quella maschile è più che altro la scelta dei colori e delle finiture. Le varianti per il gentil sesso sono quelle con cinturino più stretto, con scelta tra la cassa in color silver, oro rosa o nero. Per gli uomini invece, o per chi amasse il cinturino più largo, si può scegliere solo il silver e il nero. I modelli sono già preordinabili, con le spedizioni che dovrebbero iniziare a novembre, in tempo per la stagione dei regali. Qualcuno si aspettava addirittura che la prossima mossa di Pebble potesse essere di salire sul carro (vincente?) di Android Wear, ma i ragazzi di Palo Alto sono rimasti fedeli a se stessi continuando sulla strada dell’e-paper a 64 colori e dell’interfaccia proprietaria. Interfaccia che è stata rivista per adattarsi alla nuova forma, utilizzando una soluzione intelligente. Anziché cercare di incastrare la vecchia interfaccia in una forma tonda, hanno rivisto il suo funzionamento, che ora, durante lo scorrere delle informazione, fa un refresh dell’intera schermata mostrando ciò che segue, invece di scorrere riga per riga. Questo ha permesso di mantenere semplicità sfruttando tutto lo spazio a disposizione. La compatibilità resta sempre la stessa, per Android e iOS. Nel primo caso sono già attive anche le funzioni vocali utilizzabili col microfono integrato, ma sono in arrivo presto anche per la Mela Morsicata. Pebble Time Round è anche il più leggero e più sottile smartwatch prodotto dall’azienda californiana, con solo 28 grammi di peso in 7.5 mm di spessore. Questo gli regala una eleganza superiore ma ha costretto i progettisti a un compromesso sulla batteria. Le diverse giornate di durata di Pebble qui si riducono solo a due, sebbene Pebble dichiari che in soli 15 minuti di ricarica si ottengono ulteriori 24 ore di autonomia. Resta sempre il doppio della durata rispetto alla concorrenza, sarà la mossa giusta? Il periodo natalizio darà i primi responsi. BlackBerry conferma la svolta Android con Priv Confermato: il prossimo smartphone BlackBerry sarà basato su Android e si chiamerà Priv Avrà lo schermo curvo del Galaxy S6 Edge ma anche una tastiera “fisica” a scomparsa N elle note che accompagnano gli ultimi dati finanziari relativi all’ultimo trimestre, BlackBerry ha confermato le indiscrezioni relative al prossimo lancio di uno smartphone Android. Immagini di uno smartphone BlackBerry con tastiera a scomparsa e sistema operativo Android avevano iniziato a circolare da tempo e nei giorni scorsi era uscito pure il possibile nome del dispositivo, Priv. Lo stesso nome è stato ufficializzato da BlackBerry che specifica come Priv “utilizzerà il sistema operativo Android, torna al sommario Con iOS 9 doveva arrivare una funzionalità salva spazio ma un bug relativo ad iCloud ha costretto Apple a rimandare il tutto di Paolo CENTOFANTI MOBILE Lo smartphone Android non segnerà la fine della piattaforma BlackBerry 10 OS di Paolo CENTOFANTI Apple rimanda la cura dimagrante per app in iOS 9 unendo il meglio della sicurezza e della produttività del marchio BlackBerry, insieme al vasto ecosistema di app mobile della piattaforma Android”. Lo smartphone avrà due caratteristiche di rilievo oltre ad essere basato su Android: uno schermo curvo ai bordi, presumibilmente lo stesso OLED del Galaxy S6 Edge, ma soprattutto vedrà il ritorno della tastiera fisica slider, un must per tutti i fedeli del marchio BlackBerry. L’azienda, nella stessa nota, annuncia che maggiori dettagli su Priv verranno rivelati a brevissimo, ma anche che il lancio dello smartphone Android non segnerà la fine della piattaforma BlackBerry 10 OS e che anzi a marzo 2016 arriverà la nuova versione 10.3.3. Apple si ostina a offrire un modello base di iPhone con 16 GB, nonostante il peso delle app (per non parlare di foto e video generati con lo smartphone) continui ad aumentare. Con iOS 9 doveva debuttare una nuova funzionalità denominata “app slicing” e che avrebbe fatto guadagnare un bel po’ di spazio. Il sistema essenzialmente consentirebbe a un dispositivo di scaricare, al momento dell’installazione di un’app, solo i componenti relativi al suo tipo di hardware, riducendo la quantità di dati da memorizzare. Normalmente, infatti, le app per iOS integrano codice e asset per tutti i dispositivi, iPhone e iPad, vecchi e nuovi, con processori a 32 e 64 bit e diversi formati di schermo. Purtroppo, però, la versione attualmente rilasciata da Apple di iOS 9 non rende ancora possibile sfruttare l’app slicing. Secondo quanto annunciato sul portale ufficiale di Apple per gli sviluppatori, un bug manda in tilt il sistema quando si cerca di ripristinare un backup da iCloud. In pratica, ripristinando un backup ad esempio da iPhone 5 su un nuovo modello come l’iPhone 6S, vengono mantenuti i componenti delle app per lo smartphone precedente e non per l’hardware nuovo, con i problemi che ne conseguono. E così, i possessori di iPhone con memoria al limite, dovranno aspettare ancora per guadagnare spazio sul proprio terminale. Apple comunica infatti che app slicing verrà abilitato in una prossima release di iOS 9. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE MOBILE Migliorano design e tutte le altre caratteristiche, dalla batteria allo schermo LG Watch Urbane 2 è il primo Android Wear con SIM Presentata la seconda generazione di LG Watch Urbane: arriverà in Italia all’inizio del 2016 di Roberto PEZZALI U rbane Watch si rinnova a quasi un anno dal lancio del primo modello: lo smartwatch LG guadagna un nuovo design, una nuova batteria, uno schermo più brillante e definito e soprattutto la possibilità di essere usato stand alone, grazie allo slot SIM integrato. LG ha realizzato quello che è il primo smartwatch Android Wear dotato di SIM, quasi sicuramente una embedded SIM integrata nella sottile scocca. Watch Urbane 2.0 può quindi funzionare collegato a smartphone iOS o Android e anche da solo, grazie alla connettività 3G che abilita la ricezione delle notifiche e le chiamate anche senza uno smartphone accoppiato. Le modifiche non si fermano qui: migliora anche il design, con linee più morbide e piacevoli, e migliora lo schermo, un display circolare P-OLED da 1.38 pollici da 480x480 pixel, la bellezza di 348ppi. La cassa è in acciaio inossidabile, finemente lavorata e waterproof, mentre il cinturino è in TPSiV, un materiale ipoallergenico e resistente. LG Watch Urbane è mosso da uno I fornitori del processore A9 dei nuovi iPhone sono due e i modelli sono leggermente diversi di Paolo CENTOFANTI Snapdragon 400 con 768 MB di RAM e 4GB di memoria eMMC per applicazioni e musica; migliora anche la batteria, che arriva a 570mAh per assicurare una giornata piena di utilizzo (in modalità 3G?). Watch Urbane 2 non arriverà subito in Italia: LG ci ha comunicato che la commercializzazione da noi è prevista comunque per l’inizio del 2016, probabilmente il tempo necessario per gestire con gli operatori la SIM integrata. Clicca qui per il video. MOBILE VR Kit con Hololens sarà la “porta di servizio” per la realtà virtuale a costi contenuti Microsoft entra nella realtà virtuale con VR Kit Look colorato e materiali migliori per la proposta di Microsoft contro il cartonato di Google di Michele LEPORI A Redmond devono aver pensato che un pezzo di cartone e un foglietto di istruzioni stile mobile Ikea non sia il massimo dell’appeal per un prodotto di punta come la realtà virtuale, ecco quindi che la risposta al Cardboard di Google arriva sì sotto forma di custodia per lo smartphone ma con colore e materiali più “veri”. Microsoft VR Kit, questo il nome del nuovo nato, porterà agli utenti Lumia quello che i cugini androidiani stanno sperimentando da un po’, la realtà virtuale in formato pocket: il nuovo oggetto del desiderio sarà svelato ufficialmente il mese prossimo a un evento dedicato in Russia, e per chi non potesse permettersi la trasferta in torna al sommario Non tutti gli iPhone 6s sono uguali Due le versioni del processore quel della Piazza Rossa pare proprio che sarà in preview al Windows 10 event del 6 ottobre. Servirà solo come specchietto per le allodole pronte a salire su qualunque carro targato VR o rappresenterà una valida - oltre che economica - alternativa al ben più corposo progetto Hololens? La risposta non è poi così lontana. Le analisi di Chipworks dei nuovi modelli di iPhone, alla ricerca dei dettagli del processore A9 di Apple, hanno portato alla scoperta di un particolare interessante e per certi versi inedito: non tutti gli iPhone 6S sono uguali. Sono due le versioni di A9 prodotte per il nuovo smartphone, una realizzata da Samsung con sigla APL0898 e una costruita da TSMC con codice APL1022, il che trova riscontro con le indiscrezioni dei mesi scorsi che volevano l’uno o l’altro produttore incaricati della fornitura dei processori per Apple. L’aspetto più interessante della vicenda è costituito dal fatto che i due processori non sono del tutto uguali, poiché anche se probabilmente sono stati realizzati in tecnologia FinFET, Samsung utilizza un processo a 14 nm, mentre TSMC a 16 nm. Ciò si riflette nelle diverse dimensioni delle due varianti, 96 mm2 per Samsung e 104,5 mm2 per TSMC, e potenzialmente nelle prestazioni e nei consumi energetici. Mentre iFix.it ha individuato il processore Samsung nell’iPhone 6s e quello leggermente più+ grande di TSMC nell’iPhone 6s Plus, Chipworks lascia intendere che i due diversi A9 siano stati trovati entrambi in esemplari di iPhone 6s. Il laboratorio specializzato in reverse engineering è ora la lavoro per studiare le due versioni nel dettaglio e scoprirne eventuali ulteriori differenze. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE HI-FI E HOME CINEMA Alla presentazione del Play:5 e del sistema Trueplay abbiamo scambiato due parole con Rafael Gonzalez Sonos: “L’audio hi-res inutile, interessa a pochi Truplay, la calibrazione facile, è più utile per tutti” “Trueplay è una tecnologia complessa, ma è stata pensata per essere di una semplicità incredibile in ogni suo passaggio” di Paolo CENTOFANTI I l successo di Sonos lo si capisce dall’invasione di speaker wireless sul mercato degli ultimi due anni, con tante aziende che stanno cercando di replicare la formula del produttore californiano. Ma con la presentazione del nuovo Play:5 e soprattutto del sistema di calibrazione audio Trueplay, Sonos sembra dimostrare di sapere tranquillamente tenere testa a tutta questa nuova concorrenza. Fino a pochi anni fa, Sonos occupava del resto praticamente in solitaria una fetta di mercato non presidiata da nessun altro: se si cercava una soluzione per ascoltare musica “liquida” in casa senza rinunciare alla flessibilità dei nuovi formati (download, streaming on demand e così via) le alternative diverse da qualche sistema tutto in uno o amplificatore home theater connesso non è che fossero molte. Mentre quasi tutti i produttori si sono buttati sugli speaker Bluetooth da accoppiare allo smartphone - che di fatto è il nuovo walkman o il nuovo iPod e per molti l’unico dispositivo per l’ascolto di musica - Sonos è riuscita a proporre una soluzione per la casa, apprezzata per la versatilità e la qualità dei suoi diffusori. E ora che si torna nuovamente a voler ascoltare musica come si comanda anche in casa, Sonos è in prima fila nel proporre qualcosa di al passo con i tempi e di diverso dal classico stereo di una volta. Ma cosa ne pensa Sonos di tutti questi nuovi prodotti audio wireless da aziende come Panasonic, Samsung, Yamaha, Denon e tanti altri? Ne abbiamo parlato con Rafael Gonzalez, Head of Marketing di Sonos per la Francia e l’Europa. Rafael. Gonzalez: “Mi fa piacere che ci consideriate azienda leader in questo spazio e per noi in realtà tut- Nella demo di Sonos di Trueplay, il piccolo PLAY:1 era nascosto dietro un quadro in un angolo della stanza. La calibrazione è in grado di correggere rimbombo e attenuamento della alte frequenze, restituendo una risposta praticamente perfetta ta questa nuova concorrenza è soprattutto una grande opportunità. Più prodotti ci sono di questo tipo, maggiore sarà l’interesse dei consumatori per questa categoria, nonché la consapevolezza della disponibilità di queste soluzioni. Anche se potrebbe diminuire la nostra quota di mercato, in realtà si tratta di una torta che diventa sempre più grande, per cui abbiamo tutto da guadagnare da questo. Inoltre il fatto che in tanti ora scelgano di proporre dei diffusori Wi-Fi e sistemi multi-room ci conferma che ci abbiamo visto giusto sin dall’inizio”. DDay.it: Cos’è che secondo voi vi differenzia ancora dal resto dei prodotti concorrenti? Oggi vediamo tanti produttori appoggiare soluzioni come All Play di Qualcomm che bene o male replicano il vostro modello... Gonzalez: “Noi siamo convinti di offrire soprattutto un’esperienza d’uso che regala allo stesso tempo attenzione per la qualità di ascolto e una grande semplicità. L’offerta di Sonos è pensata prima di tutto per la casa, cosa che già ci distingue da qui cerca di proporre prodotti che vogliono fare un po’ di tutto, e poi soprattutto per essere molto semplice e alla portata di tutti. Anche lo stesso Trueplay che è una tecnologia in realtà molto complessa per riuscire a fare quello che fa, è stata pensata per essere di una semplicità incredibile in ogni suo passaggio”. Trueplay è il nuovo sistema di autocalibrazione audio, integrato nel nuovo software della piattaforma Sonos, nei diffusori e nell’app per smartphone e tablet, per ora limitatamente ad iOS (troppa la varietà di microfoni montati sui vari smartphone Android da prendere in considerazione per il momento, ci dicono). Il funzionamento è molto simile ai sistemi di autocalibrazione degli ampli home theater: tramite un microfono e dei segnali test viene creata una parametrizzazione della resa acustica della stanza in cui è installato il diffusore, la cui risposta in frequenza viene quindi adattata per Rafael Gonzalez Sonos Head of Marketing France & RoE offrire la migliore qualità audio possibile in base all’ambiente, compensando le imperfezioni. Gonzalez: “L’autocalibrazione non è una novità, esiste da tempo su altri prodotti. Noi crediamo di aver avuto l’intuizione di rendere molto più accessibile questa funzionalità, con l’utilizzo dello smartphone come strumento di misura e con una procedura guidata passo passo che è davvero alla portata di tutti. E si tratta di qualcosa in grado di migliorare istantaneamente anche un prodotto Sonos di molti anni fa. La nostra capacità di soddisfare i nostri clienti anche con soluzioni come queste, che non costringono ad acquistare un nuovo prodotto, crediamo rappresenti un altro valore aggiunto che ha Sonos rispetto ai nostri concorrenti, che magari di anno in anno sfornano continuamente nuovi device. Il nuovo PLAY:5 ad esempio sostituisce un prodotto che era del 2006. segue a pagina 16 torna al sommario n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE HI-FI E HOME CINEMA La nuova versione del Play:5 ha comandi touch e sei altoparlanti. Nuovo anche il prezzo: 579 euro Presentato il nuovo Play:5: è il miglior Sonos di sempre? Arriva anche il software Trueplay per migliorare la resa sonora di tutti i diffusori, ma per ora è solo per dispositivi Apple di Roberto FAGGIANO ome già anticipato Sonos ha presentato due importanti novità nella sua gamma di diffusori multiroom: una nuova versione del Play:5 e il software Trueplay per ottimizzare la risposta in frequenza dei diffusori in base all’ambiente dove sono collocati. Il nuovo Play:5 non cambia la sua sigla ma cambia purtroppo il prezzo che è ora fissato a 579 euro. Rispetto alla pri- C ma generazione il nuovo Play:5 ha ora sei altoparlanti pilotati ciascuno da un amplificatore digitale, nuovi comandi di tipo touch, una migliore connettività Wi-fi e anche la possibilità di essere posizionato in verticale. Per quanto riguarda gli altoparlanti vengono ora impiegati tre midwoofer e tre tweeter, contro i cinque altoparlanti e l’unico woofer in comune ai due canali del modello precedente. I due tweeter laterali sono ora posizionati in modo da allargare il fronte sonoro, forse l’unico punto debole del modello di prima generazione. Il diffusore può essere anche utilizzato in stereofonia abbinando due Play:5 e può anche far parte di un sistema home theater con Playbar e Sub. Per quanto riguarda la connettività rimane disponibile un ingresso minijack per sorgenti come TV o lettori CD HI-FI E HOME CINEMA Intervista a Rafael Gonzalez - Sonos segue Da pagina 15 DDay.it: Trueplay è chiaramente una soluzione che mette l’accento sull’importanza anche della qualità audio. E però forse in molti si aspettavano da questo punto di vista l’aggiunta del supporto per l’audio ad alta risoluzione (Sonos supporta al massimo audio a 16 bit e 48 KHz, n.d.r.), qualcosa che alcuni utenti chiedono da molto. Come mai questa scelta per certi versi inaspettata? Gonzalez: “È vero, la stampa specializzata soprattutto, ci chiede spesso perché non sopportiamo l’audio ad alta risoluzione, ma la risposta alla tua domanda è semplice. Con TruePlay possiamo offrire un miglioramento nella qualità sonora dei nostri prodotti immediato e a seconda delle situazioni anche molto importante. Con una funzione software. L’audio Hi-Res ha dei requisiti di banda, soprattutto per il multi-room, che richiederebbero dei compromessi, come il dover collegare tutti i diffusori via cavo. Ma in quanti sarebbero in grado di percepire la differenza tra audio a 16 bit e 24 bit? In quanti hanno una sala adeguata per sentire certe sfumature? Senza contare l’aspetto dei costi; già oggi è difficile dire in quanti sono disposti a spendere il doppio per lo streaming in qualità CD a 16 bit. Siamo convinti che l’audio lossless a 16 bit abbia già una fedeltà più che adeguata per un ascolto Hi-Fi. Preferiamo concentrarci su altri aspetti, come la qualità dei diffusori e l’esperienza d’uso”. DDay.it: “A questo proposito, Sonos ha fatto una scelta di campo ben precisa, che è quella di offrire un’esperienza d’uso unificata all’interno dell’app ufficiale, che raccoglie tutti i servizi audio via Internent torna al sommario e c’è sempre la presa di rete che può essere usata anche in uscita per altri componenti. Invariate le finiture disponibili in nero oppure bianco opaco con griglia nera. Il software Trueplay è invece una novità che sarà disponibile per tutti i diffusori Sonos, esclusa la Playbar ma compresi i modelli già in commercio. Il sistema sfrutta il microfono di smartphone e tablet per rilevare la risposta in frequenza dei diffusori in ambiente e correggerne eventuali carenze o eccessi dovuti alle caratteristiche della stanza. Purtroppo al momento il sistema è disponibile solo per dispositivi Apple come iPhone, iPad e iPod Touch perchè sono gli unici dispositivi con un microfono ritenuto affidabile da Sonos. Gli smartphone Android infatti propongono tipologie di dispositivi troppo varie e non è stato possibile ottenere risultati convincenti. È auspicabile però che Sonos possa almeno selezionare alcuni smartphone Android di punta per allargare la cerchia di fruitori del software. e l’ascolto della propria libreria. Però è anche vero che ci sono tanti ascoltatori di musica di oggi per i quali l’esperienza d’ascolto nasce e muore all’interno dell’app del servizio di streaming che si usa di più, sia esso Spotify o Deezer, ecc. State pensando a un’apertura di questo tipo? Gonzalez: “È sicuramente vero quanto dici. Come del resto, un’altra cosa che ci sentiamo chiedere spesso è perché non supportiamo AirPlay oppure il Bluetooth. Noi abbiamo fatto una scelta ben precisa che è quella di offrire un’esperienza d’uso semplice e che ti metta in contatto diretto con la musica che vuoi ascoltare. Il Wi-Fi ci offre la qualità audio migliore, mentre con la nostra app possiamo creare l’esperienza d’uso che abbia- Il nuovo PLAY:5 va a sostituire il modello originale uscito ormai nel mo in mente. Con le app di terze parti lontano 2006. Ha nuovi controlli touch a sfioramento e un’inedita non possiamo avere questo con- configurazione acustica a tre tweeter e tre mid-woofer. La prima trollo. Detto questo però non è che (veloce) impressione di ascolto è stata molto positiva escludiamo questo tipo di approccio. Per ora abbiamo fatto questo esperimento con Goonostra app. Proprio con Spotify stiamo lavorando su gle Play Music su Android e stiamo realizzando degli questo, ad esempio, per migliorare il supporto a tutte strumenti di sviluppo per altre app di terze parti. Ma le funzionalità”. Day.it: E per quanto riguarda l’ultimo arrivato, Apple dipende molto anche dai gestori del servizio. Noi voMusic? Confermate il prossimo arrivo su Sonos? gliamo essere sicuri che l’esperienza d’uso rimanga Gonzalez: “Lo abbiamo annunciato sia noi che loro e semplice e soprattutto che tutto funzioni, per cui ad sì, aggiungeremo il supporto a Apple Music entro fine esempio lo Spotify della situazione dovrebbe modifianno. Non è un semplice adattamento di Beats Music care l’app anche in modo importante per supportare il perché è cambiata proprio la loro piattaforma, ma per nostro sistema, e non è detto che ci sia questa volontà il momento lo sviluppo sta procedendo nei tempi preo possibilità. Comunque è qualcosa a cui guardiamo con interesse, mentre cerchiamo di migliorare costanvisti. E tra l’altro credo che saremo gli unici ad offrire anche questo servizio”. temente la fruibilità di tutti i servizi all’interno della n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE SMARTHOME La nuova strategia di Bticino punta a portare la smarthome nelle nuove abitazioni e soprattutto in quelle già esistenti Con ELIOT di Bticino, ogni casa diventa smart Dal salvavita che si può riattivare dallo smartphone, al videocitofono che ci permette di rispondere dal telefonino come da casa B di Paolo CENTOFANTI ticino ha presentato anche per l’Italia il nuovo programma ELIOT (da ELectricity e Internet Of Things), un nuovo corso per la domotica del gruppo Legrand che punta a portare il concetto della smart home non solo nelle nuove abitazioni, ma soprattutto in quelle già esistenti. È facile predisporre in fase di costruzione una casa per sistemi di automazione e impianti elettrici evoluti, un po’ meno pensare di ammodernare senza mettere mano ai muri con tutte le relative problematiche un impianto con diversi anni sulle spalle. In questo senso, la nuova strategia delineata di Bticino segue un approccio decisamente più consumer, con prodotti che volendo potranno essere installati anche direttamente dal- torna al sommario l’utente finale e che saranno distribuiti per questo anche sulla grande distribuzione specializzata. Questi nuovi prodotti seguono il filo conduttore dell’Internet of Things nella visione di Bticino, anche se sarebbe più proprio parlare semplicemente di dispositivi connessi. In questa fase si parla soprattutto di prodotti che fanno parte del business storico dell’azienda, come ci accingiamo a vedere, ma la connessione a Internet apre a interessanti possibilità. Prendiamo il nuovo Videocitofono Classe 300, ad esempio, che permetterà di rispondere anche quando ci troviamo fuori casa direttamente dallo smartphone, quindi di interagire con chi si trova alla porta e nel caso di aprire anche il cancello da remoto. Il videocitofono, come altri prodotti della gamma ELIOT, non necessita più di un bus dedicato per l’automazione, ma sfrutta il Wi-Fi integrato per accedere a Internet e collegarsi alla piattaforma cloud che permetterà poi di gestire tutti i dispositivi ELIOT con le app per smartphone e tablet. Dal videocitofono ci spostiamo al salvavita del quadro elettrico, un dispositivo decisamente poco “sexy” che però, nel momento in cui anche questo si collega a Internet ed è in grado di avvisarci con una notifica sullo smartphone se salta la corrente e in caso e, con l’apposita app, di essere riattivato da remoto, diventa immediatamente qualcosa di molto utile e interessante. nche i classici interruttori delle luci e delle tapparelle diventano connessi all’interno del programma ELIOT. Bticino distribuirà interruttori wireless, che potranno essere installati senza modifiche all’impianto elettrico al posto di quelli comuni e che potranno essere controllati sempre da smartphone o tablet anche da remoto per accendere e spegnere le luci e azionare le tapparelle. In questo caso, i singoli interruttori comunicheranno tra loro via ZigBee, e con un apposito adattatore Wi-Fi alla rete locale, sempre nel form factor di una normale placca. Ci sarà poi una videocamera IP, anche in questo caso da installare al posto degli interruttori classici, una soluzione che permette così anche di nasconderla alla vista, e naturalmente controllabile da app e con funzione di notifica in caso di rilevamento di movimento. Tra i prodotti in cantiere ci sono infine anche il Termostato smart e programmabile direttamente da app per smartphone e tablet, e una serie di sensori e prese intelligenti che permetteranno di monitorare con precisione i consumi energetici della propria casa. Bticino ha espresso l’intenzione di mantenere il sistema il più aperto possibile anche alle soluzioni di altri produttori, sia per quanto riguarda l’integrazione di altri dispositivi nel sistema di controllo di ELIOT, che viceversa nell’aggiungere il supporto dei prodotti Bticino anche in altre piattaforme. I nuovi prodotti verranno distribuiti via via a partire da inizio 2016. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE SMARTHOME Dyson lancia un umidificatore con tecnologia UV e un aspirapolvere per gli imbottiti che promette guerra agli acari Dyson pensa al benessere in casa con due nuovi prodotti L’AM10 Humidifier ha un prezzo di 529 euro, il V6 Mattress costa di 359 euro. In arrivo anche un robot aspirapolvere di Simona ZUCCA L ’ AM10 Humidifier è un umidificatore per la casa, V6 Mattress un aspirapolvere dedicato alla pulizia dei materassi: sono le ultime due novità Dyson già anticipate all’IFA e ora presentate ufficialmente dall’azienda in Italia. Ed è con queste due novità che in questo momento Dyson concentra la sua attenzione sul benessere in casa, ampliando così la gamma dei suoi prodotti di fatto incentrata sulla pulizia. Dell’umidificato- re AM10 abbiamo già abbondantemente parlato in questo articolo: in un apparecchio dal design simile a quello utilizzato per i suoi termoventilatori, Dyson inserisce una idea innovativa, cioè quella di sanificare l’acqua contenuta nell’umidificatore prima che questa sia immessa nell’ambiente. Due le tecnologie a bordo dell’AM10 Humidifier: Ultraviolet Cleanse e Intelligent Climate Control, per misurare la temperatura e l’umidità e per poi umidificare nel modo corretto l’aria della stanza. Per avere un’aria più salubre in casa dovrete spendere 529 euro. Abbiamo poi avuto modo di provare velocemente V6 Mattress, l’aspirapolvere di Dyson espressamente pensato per la pulizia degli imbottiti, materassi, divani, cuscini, e per la lotta agli allergeni. Dyson ci spiega che secondo i loro ricercatori le altre tecnologie disponibili sul mercato, come quella della luce UV o dei sistemi di vibrazione, non sono così efficaci come un’ottima aspirazione e per questo ha pensato a un aspirapolvere portatile senza fili dedicato che riesce ad aspirare in profondità anche nel primo strato del materasso rimuovendo così gli allergeni e i famigerati acari. L’aspirazione è garantita dal motore digitale V6 e dalla spazzola motorizzata, che solleva la polvere da aspirare. L’aria aspirata e poi reimmessa nell’ambiente è, per così dire, “ripulita” dal filtro postmotore che riesce a trattenere particelle piccole fino a 0.3 micron. L’abbiamo velocemente messo alla prova su un materasso: la manovrabilità, il peso e la silenziosità sono simili a quelli degli altri aspirapolveri portatili Dyson, e quello che abbiamo notato è la sensazione di una sorta di aderenza della spazzola alla superficie data proprio dalla sua SMARTHOME Logitech fa il suo ingresso nel mondo della home security con un prodotto versatile Logi Circle: videocamera che “riassume” la giornata È dotata di un’interessante funzione per vedere in 30 secondi quello che vi siete persi N di Michele LEPORI ell’affollata arena di videocamere smart sta per arrivare anche la nuova proposta di Logitech. Si chiama Circle, ha un design davvero gradevole e non le manca davvero nulla per competere con le rivali. La qualità di ripresa è Full HD ed è in grado di far accedere al registrato direttamente tramite app iOS/Android, con anche la possibilità di gestire l’audio a due vie, mandando e ricevendo informazioni tramite speaker e microfono. Tutto interessante e funzionale, ma dove sta la “one more thing”? Nel software: Logitech si è concentrata sulla parte di gestione della ripresa e della comunicazione con l’utente, creando un programma in grado di imparare i movimenti normali nella giornata-tipo di casa ed archiviarli come innocui torna al sommario preoccupandosi di alzare le antenne solo in caso di effettiva necessità. La foglia del ficus in terrazza che svolazza sul pavimento, quindi, non genera alert di alcun tipo così come eventuali animali domestici a zonzo per le stanze. L’intelligenza di Circe si manifesterà inoltre con day brief, una funzione di hyperlapse creata in toto dalla videocamera che monterà il best of della giornata e lo renderà disponibile in un singolo filmato di 30 secondi pronto a mostrarci cosa ci siamo persi stando in ufficio. Per gli interessati, l’arrivo è previsto ad ottobre ad un prezzo di 199 dollari. particolare costruzione. Il prezzo del V5 Mattress è di 359 euro. Dyson proseguirà sulla strada del benessere degli ambienti domestici con l’arrivo anche in Italia di un purificatore d’aria già disponibile in Giappone. E pare che il 2016 sarà un anno ricco per Dyson, dal momento che dovrebbe finalmente arrivare nel nostro Paese anche il robot aspirapolvere presentato lo scorso anno all’IFA e una novità assoluta con una categoria di prodotto, pare, inedito per Dyson, di cui però anche nulla è dato sapere. SMARTHOME Con Keurig la Coca-Cola si fa in casa Il produttore di macchine per il caffè Keurig e Coca-Cola hanno lanciato negli Stati Uniti Keurig Kold: una macchina per fare Coca-Cola, Fanta, Sprite e affini in casa con delle capsule. La differenza principale di Keurig Kold e soluzioni come quella di SodaStream, è che tutti gli ingredienti sono contenuti nelle capsule, non occorrono bombolette di CO2, ma solo normale acqua naturale. La partnership con Coca-Cola dà a Keurig i diritti esclusivi per le capsule delle sue bevande più famose, ma ci saranno anche i “gusti” Dr. Pepper e altre ricette preparate da Keurig. Keurig Kold negli Stati Uniti costa 370 dollari tasse escluse, le capsule, ciascuna capace di produrre poco più di 20 centilitri di bibita, saranno disponibili a 4,99 dollari per una scatola da quattro. Nessuna notizia riguardo una distribuzione in Europa. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE AUTOMOTIVE I futuri distributori di idrogeno sarebbero in grado di produrre carburante in loco HyperSolar vicina al sogno dell’idrogeno a basso costo Formulata una tecnologia che permette di estrarre idrogeno dall’acqua con nano particelle di Paolo CENTOFANTI H yperSolar è un’azienda californiana impegnata nello sviluppo di quello che potrebbe essere il fattore abilitante della mobilità basata sulle celle a combustibile a idrogeno: un generatore in grado di estrarre il prezioso gas dall’acqua con il solo ausilio di energia solare. Pur essendo l’elemento più comune dell’Universo, l’idrogeno non si trova sulla Terra in forma pura e per estrarlo si usano comunemente sorgenti come il gas naturale o l’acqua, con processi poco efficienti e costosi e che vanificano alla fonte i vantaggi di un motore pulito a idrogeno. L’elettrolisi dell’acqua, che separa le molecole di idrogeno e ossigeno tramite corrente, ad esempio, richiede grandi quantità di energia elettrica, oltre ad acqua in forma purissima per evitare di danneggiare gli elettrodi. HyperSolar sta lavorando a una soluzione in grado di risolvere entrambi i problemi dell’elettrolisi, basata su dei nano generatori che integrano celle fotovoltaiche montate su un sistema elettrochimico in grado di separare idrogeno e ossigeno dall’acqua, che può essere normale acqua minerale ma anche di fiume, mare e persino proveniente da scarichi. La struttura di queste nano particelle è ottimizzata in modo da raccogliere tutta l’energia in uscita dalle celle fotovoltaiche e impiegarla nel processo di estrazione dell’idrogeno, con un’efficienza nettamente superiore ai normali pannelli fotovoltaici, mentre un particolare rivestimento realizzato sempre da HyperSolar protegge i componenti di questi minuscoli generatori quando immersi direttamente in acqua. HyperSolar sta lavorando su due fronti nello sviluppo della sua tecnologia, l’efficienza delle nano celle fotovoltaiche e i materiali che fanno da catalizzatori per l’estrazione dell’idrogeno. HyperSolar ha ora annunciato il raggiungimento di un importante traguardo sul fronte della cella fotovoltaica, cioè la capacità di generare una tensione di 1,55 Volt, superiore alla soglia dei 1,23 Volt necessari per innescare la reazione elettrochimica. Secondo l’azienda 1,5 Volt sono sufficienti per realizzare un sistema di produzione dell’idrogeno commerciale, ma HyperSolar punta a spingere l’efficienza della cella fino ad arrivare a 1,7 Volt. In una prima fase, HyperSolar realizzerà con questa tecnologia dei pannelli, ma l’obiettivo finale è quello di arrivare alla produzione di massa di nanoparticelle da disperdere direttamente nell’acqua, per produrre idrogeno anche in vasca. Il sogno di abbondanza di idrogeno a basso costo è un pochino più vicino. Prototipo HyperSolar AUTOMOTIVE Ogni dettaglio di Model X è di alto livello comprese le portiere posteriori ad “ali” Tesla svela Model X: 7 posti e 400 km di autonomia Tesla lancia ufficialmente Model X, auto elettrica con 400 km di autonomia per ogni carica di Massimiliano ZOCCHI ufficiale, Tesla Model X è pronta ad arrivare nei garage dei quasi 30.000 clienti che l’hanno preordinata nella versione Founders Series. Per 132.000 dollari, avranno la versione con 90 kWh di batteria che può garantire fino a circa 400 km di autonomia per singola ricarica. Quando entrerà in produzione, invece, la versione di serie costerà circa 5.000 dollari in più rispetto alla corrispondente versione della Model S. Chi non ha preordinato dovrà attendere la metà del 2016. La presentazione, che ha visto sul palco direttamente il CEO Elon Musk, non ha riservato sorprese. L’auto ormai è conosciuta da tempo, l’evento è servito a fornire qualche dettaglio in più. In particolare Musk si è soffermato sulla sicurezza dichiarando che Model X è equipaggiata È torna al sommario per superare col massimo dei voti i crash test, grazie allo studio sul posizionamento della meccanica e ai rinforzi in allumino. Sicurezza non solo passiva ma anche attiva grazie ai sistemi Automatic Emergency Braking e Side Collision Avoidance. E non poteva mancare l’Autopilot con anche Autosteer e AutoPark. Protezione che si estende anche dentro l’abitacolo grazie a speciali filtri che possono offrire la massima qualità dell’aria, definita di qualità medica e denominata Bioweapon Defence Mode, che protegge dallo smog 700 volte meglio dei tradizionali sistemi, e fino a 800 volte meglio contro i virus. Livello top di gamma anche nelle prestazioni, con velocità di punta di 250 km/h, e 3.3 secondi per accelerare da 0 a 100. Ottimo anche il cx aerodinamico, fiore all’occhiello delle Tesla, con valore di 0.24. Tratto distintivo di Model X sono le portiere posteriori denominate Falcon Wing Doors, che si aprono verso l’alto agevolando l’ingresso dei passeggeri. Molti dubitavano della reale comodità di questa soluzione, così Musk ha tenuto un piccolo siparietto per dimostrare che bastano 30 cm di distanza dall’auto parcheggiata a fianco per aprire completamente le innovative portiere, grazie a due motori che le controllano contemporaneamente. Gli scettici possono visionare il video cliccando qui. Inventata la gomma che si autoripara Addio gomme bucate? Ricercatori tedeschi hanno sviluppato un nuovo tipo di gomma in grado di autoripararsi in poco tempo dopo tagli e foratura di Paolo CENTOFANTI Abbiamo visto plastiche in grado di riparare la propria superficie da graffi e segni con un po’ di calore utilizzate sugli smartphone (LG G Flex ad esempio), ma il nuovo materiale sviluppato da alcuni ricercatori tedeschi e finlandesi, rispettivamente dell’università di Dresda e di Tampere, potrebbe rivoluzionare il mondo dell’auto. In un articolo intitolato “Ionic Modification Turns Commercial Rubber into a Self-Healing Material” viene descritto un tipo di gomma in grado di autoripararsi in seguito a rotture come tagli netti e forature. La ricerca parla di un processo di modifica della gomma bromobutilica tramite imidazolo, che permette di ottenere caratteristiche simili alla gomma vulcanizzata utilizzata nella produzione di pneumatici, con in più la capacità di rigenerare la propria struttura nel giro di poche ore già a temperatura ambiente e ancora più velocemente ad alte temperature. La ricerca non riesce a spiegare del tutto il meccanismo che permette a un frammento di gomma tagliato di “ricucirsi”, ma i test effettuati rivelano come i legami siano effettivamente in grado di ripristinarsi, così come le caratteristiche di elasticità e resistenza del materiale nel punto dove è avvenuta la rottura. Applicata ai pneumatici, questa tecnologia potrebbe permettere di avere gomme per auto in grado di ripararsi in poche ore, senza bisogno di sostituirle, con evidenti benefici non solo a livello pratico ed economico, ma anche per l’ambiente. Prima di arrivare a una ricaduta commerciale della ricerca occorreranno presumibilmente ulteriori studi. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE SCIENZA E FUTURO È stato annunciato uno studio che dimostra l’esistenza di acqua salata su dei pendii del pianeta rosso Marte non è solo un deserto arido: c’è acqua L’umidità verrebbe catturata dall’atmosfera sotto forma di brina e scorrerebbe solo in determinati periodi e circostranze M di Paolo CENTOFANTI arte non è quel pianeta completamente arido che si credeva fino a oggi. Dopo anni di analisi di alcune formazioni sulla superficie di Marte e in particolare solchi scuri sui pendii che compaiono in modo ciclico in base alle stagioni, i ricercatori sono giunti alla conclusione che il pianeta rosso ospita ancora oggi acqua in forma liquida, seppure solo in determinate circostanze e in determinati periodi dell’anno. La scoperta è stata annunciata con la pubblicazione di un articolo in Nature Geoscience intitolato “Spectral evidence for hydrated salts in recurring slope lineae on Mars”, in cui vengono rivelati i risultati dell’analisi spettroscopica della superficie da parte della sonda Mars Reconnaissance Orbiter, in orbita intorno a Marte. I ricercatori hanno individuato le sostanze che compongono il materiale all’interno dei solchi che sembrano prodotti dallo scorrere di fluidi, riconoscendo la presenza di sali perclorati. Queste sostanze hanno la proprietà di intrappolare l’umidità nell’atmosfera marziana e di mantenere in forma liquida la soluzione in un range di temperatura molto più ampio rispetto a quello dell’acqua pura, che a causa della bassa pressione atmosferica bolle già a 10 gradi su Marte, rendendo molto difficile la presenza di acqua allo stato liquido. I perclorati hanno essenzialmente lo stesso effetto di quando gettiamo il sale sulle strade per far sciogliere il ghiaccio in inverno, ma alzano anche il punto di ebollizione fino a 24 gradi. Questa soluzione di acqua e perclorati e ciò che renderebbe umido il terreno e, in primavera ed estate, colerebbe dai pendii e dai bordi dei crateri creando le strisce scure rivelate in tante immagini della superficie marziana. La scoperta riveste un’importanza enorme per il futuro dell’esplorazione di Marte da parte dell’uomo: questa riserva di acqua potrebbe estendersi in aree ampie centinaia di metri quadrati e a diversi centimetri di profondità e potrebbe essere “recuperata” per sostenere eventuali missioni umane sulla superficie. Inoltre, la presenza di “colate” periodiche è stata rilevata in diverse zone del pianeta il che lascerebbe supporre che il fenomeno è diffuso su buona parte torna al sommario della superficie. Le diverse missioni di esplorazione di Marte hanno ormai accertato il “passato umido” del pianeta, che ha ospitato miliardi di anni fa laghi, mari salati e un ciclo dell’acqua molto simile a quello terrestre, ma fino ad oggi si è sempre ritenuto che ormai l’acqua esistesse solo nella forma di ghiaccio intrappolato ai poli e nelle rocce. Ora sappiamo che non è così. Immagini simulate - Marte SCIENZA E FUTURO Arriverà nel 2016 e promette una depilazione perfetta e sicura per la pelle Il rasoio laser fa sognare: non ha lame e non irrita L’inventore della depilazione a luce pulsata, Gustavsson, si prepara a lanciare un rasoio laser A di Roberto PEZZALI rriverà nel 2016 il primo rasoio laser: non avrà lame, non irriterà la pelle ma sarà in grado di tagliare barba e capelli come un normale rasoio. La promessa arriva da Morgan Gustavsson, uno dei creatori della luce pulsata e oggi fondatore di Skarp, l’azienda che si prepara a rivoluzionare il mondo della rasatura. Abbandonata la ricerca sulla luce pulsata, efficace in altri ambiti ma non per un taglio rapido di peli e capelli, Gustavsson ha iniziato a lavorare all’idea del laser nel lontano 2001 cercando una soluzione per permettere un taglio veloce e sicuro di ogni tipo di pelo. La svolta arriva nel 2009, con la scoperta di una particolare lunghezza d’onda in grado di agire rapidamente su peli e capelli di ogni colore grazie a un cromoforo presente nelle persone di tutti i sessi, razza o età. Il cromoforo è l’elemento che conferisce la colorazione a peli e capelli, ed è anche il target dei sistemi attuali di depilazione: con un laser di una determinata lunghezza d’onda si colpisce il pelo, e la melanina (il cromoforo) contenuta nel pelo assorbe il laser, scalda il pelo e cuoce il follicolo distruggendo il pelo stesso. Un principio che Gustavsson applicherà al suo rasoio, che non userà però la melanina ma un nuovo cromoforo: il laser, emesso nella zona del rasoio dove solitamente si trova la lama, si attiverà solo al contatto con il pelo e lo taglierà in modo netto senza toccare la pelle e senza causare irritazioni. Il progetto è al momento “vivo” sulla piattaforma di crowdfunding Kickstarter, e ha già raggiunto il target prefissato di 160.000 dollari. Il video dimostrativo, visibile cliccando qui, non mostra in realtà una rasatura completa e la promessa di un taglio veloce, perfetto e sicuro, è troppo bella per essere “vera”. Tuttavia il fondatore è una persona che ha scritto pagine importanti della storia della depilazione, e un minimo di fiducia forse la merita. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE TEST Il nuovo top di gamma Panasonic ha pannello Ultra HD, predisposizione per l’HDR, Wide Gamut e retroilluminazione Full LED TX-65CR850E: Panasonic si fa sedurre dalle curve Ha le carte in regola per essere un ottimo televisore, scopriamo se le attese sono rispettate con la nostra prova completa di Paolo CENTOFANTI ltre al modello “piatto” CX800, quest’anno Panasonic propone a sorpresa anche un top di gamma curvo, con la serie di televisori Ultra HD CR850, disponibile nei tagli da 55 e 65 pollici. Sia la serie CX800 che CR850 si fregiano del bollino 4K Pro Studio Master UHD, che Panasonic riserva ai suoi televisori con il top delle tecnologie. Il CR850, di cui abbiamo provato il modello più grande da 65 pollici, è un TV LCD con retroilluminazione full LED e pannello Ultra HD, che introduce due caratteristiche di punta: i nuovi Wide Colour Phosphor, alternativa di Panasonic ai Quantum Dot per espandere la gamma cromatica, e il processore 4K Studio Master Processor, che dovrebbe offrire una calibrazione accurata dei colori e il supporto per i prossimi contenuti HDR (tramite un futuro aggiornamento firmware non appena le specifiche della UHD Alliance saranno chiuse). In attesa del primo OLED di Panasonic, il CZ950 presentato all’IFA di Berlino, è questo il TV che ha l’arduo compito di tenere alta la bandiera della qualità per cui erano conosciuti i TV Panasonic nell’era del plasma. Missione compiuta? O Design, spazio alle curve La grossa novità è naturalmente costituita dalla curvatura dello schermo del CR850. Panasonic è riuscita a mantenere l’impronta “classica” del suo design e nonostante il nuovo look curvo il TV è facilmente riconoscibile come un prodotto del marchio giapponese. La cornice attorno lo schermo è sottile, ma il TV è piuttosto spesso per i canoni di oggi, visto che si tratta di un LCD con retroilluminazione full LED. La base di appoggio prende qui la forma di un lungo arco di metallo, di cui in realtà riusciamo a vedere frontalmente solo i due piedini laterali che spuntano sul frontale. Complessivamente si tratta di un design molto pulito e sobrio, quasi monolitico potremmo definirlo, ma allo stesso tempo il TV ha un aspetto anche un po’ pesante, complice la diagonale da ben 65 pollici. Certamente restituisce la sensazione di un prodotto “premium”. Le connessioni sono tutte raccolte su uno spazio ristretto, guardando il retro, nella parte destra del televisore. Ultimamente constatiamo una certa tendenza a ridurre il numero di ingressi HDMI anche sui top di gamma, una mossa poco comprensibile su modelli come questo, dove di spazio ce ne sarebbe davvero in abbondanza. E inve- video lab Panasonic TX-65CR850E 4.199,99 € UN LCD CHE, CON L’AVVICINARSI DELL’OLED, NON CONVINCE APPIENO Il nuovo CR850 è un TV molto costoso e che non mantiene appieno le sue promesse. Teoricamente la retroilluminazione full LED avrebbe dovuto posizionarlo ai vertici della categoria e invece un’implementazione sorprendentemente meno sofisticata dei modelli di punta dello scorso anno, frena in parte le prestazioni del TV Panasonic. Un peccato perché a livello di resa del colore e definizione il TV è ottimo e anche le funzionalità sono complete e molto interessanti. A questo punto, se si cerca un TV curvo al top, tanto vale aspettare l’imminente OLED di Panasonic CZ950, che dovrebbe arrivare a breve (ma di cui ancora in effetti non si conosce il prezzo). Non che il CR850 costi poco appunto; solo che in questa fascia ci si aspetta la perfezione, soprattutto da un brand come Panasonic. 7.7 Qualità 7 Longevità 9 Ottima resa cromatica COSA CI PIACE Controlli completi Firefox OS è semplice e veloce Design 8 Semplicità 9 COSA NON CI PIACE ce, anche sul CR850 troviamo solo tre ingressi HDMI, naturalmente in versione 2.0. Stesso numero per le porte USB, di cui una con maggiore alimentazione per il collegamento di hard disk portatili. Gli ingressi video comprendono anche video component, con relativo audio stereo e addirittura ancora una presa SCART, che non osiamo pensare quale risultati possa produrre su un televisore come questo. Come da tradizione Panasonic c’è anche un lettore di schede SD, per riprodurre direttamente foto e video, oltre uscita per le cuffie, porta di rete Ethernet e terminali d’antenna terrestre e satellitare. Il CR850 è dotato di doppio tuner D-Factor 8 Prezzo 7 Local dimming poco efficace Clouding evidente Costo elevato DVB-T2 e doppio DVB-S2 e non manca lo slot per i moduli CAM per i programmi a pagamento. Il collegamento a Internet per le funzioni smart può naturalmente avvenire anche via Wi-Fi. In dotazione troviamo due telecomandi, quello tradizionale e quello con touchpad per facilitare l’utilizzo di menù e app di Firefox OS. Entrambi i telecomandi, come è possibile vedere dalle immagini, sono realizzati con finitura in alluminio, e quello standard è dotato anche di retroilluminazione dei tasti principali, una caratteristica che vorremmo sempre trovare. Firefox OS e menù per i più appassionati Anche il CR850 è naturalmente basato sulla nuova piattaforma smart con Firefox OS. Ci siamo occupati più volte delle novità introdotte quest’anno da Panasonic, l’ultima volta nella nostra prova approfondita del modello di TV della serie CX700, di cui vi riproponiamo il nostro video dedicato all’interfaccia. Da questo punto di vista, il CR850 non introduce particolari novità, e vale quanto di buono avevamo già evidenziato nella prova del CX700. Firefox OS, come piattaforma per Smart TV, si conferma una delle solu- segue a pagina 23 torna al sommario n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 TEST Panasonic TX-65CR850E segue Da pagina 22 zioni più semplici da utilizzare sul mercato: il sistema operativo è snello, leggero e piacevole, anche perché continua a rimanere per ora piuttosto essenziale. Il punto di forza è che rispetto ad altre piattaforme, l’interfaccia grafica è fluida e senza rallentamenti, e tutto risponde subito ai comandi. Nell’utilizzo quotidiano manca un modo più rapido per scorrere la lunga lista di canali satellitari, mentre il browser web resta scomodo da utilizzare anche con il telecomando con touchpad in dotazione. Il TV è dotato di media player compatibile anche con la nuova codifica HEVC (supportata anche per le trasmissioni TV) e ripropone la funzione TV AnyWhere per accedere al tuner e alle registrazioni effettuate su periferiche USB anche da fuori casa attraverso l’apposta app per smartphone e tablet. La parte di configurazione e manutenzione del TV continua a essere in un menù separato da Firefox OS, con la grafica tradizionale di Panasonic e decisamente meno colorata. Per gli appassionati che amano prendere il controllo completo delle caratteristiche del TV, il menù offre quanto di meglio possono desiderare. Oltre ai controlli di immagine di base, ci sono impostazioni avanzate come la regolazione del bilanciamento del bianco e anche del gamma a 10 punti della scala di grigio, oltre al CMS a tre assi (saturazione, tinta e luminosità), per tarare anche la resa del colore. Panasonic è uno dei pochi produttori a offrire un efficace sistema per copiare le regolazioni effettuate su un ingresso non solo sugli altri, ma anche sulle impostazioni di immagine per i canali TV, il media player e la riproduzione da app di servizi di streaming. Inoltre anche per il lettore multimediale e i servizi di streaming come Netflix e Infinity sono disponibili tutte le regolazioni video al loro completo. Ottima colorimetria Il nuovo CR850 è il primo top di gamma di Panasonic da qualche anno a questa parte a non essere provvisto di certificazione THX e di un profilo di immagine corrispondente (un’ipotesi sul perché la formuliamo nella nostra prova di visione). Al suo posto troviamo un’impostazione TrueCinema e due banchi denominati MAGAZINE “Professionale” per le regolazioni avanzate. La modalità TrueCinema è dedicata alla visione in sala oscurata, a giudicare dalla riduzione della luminosità massima, e offre da una parte una colorimetria sufficientemente accurata, ma dall’altra un bilanciamento del bianco non molto corretto. I completi controlli del TV permettono comunque di ottenere rapidamente un bilanciamento del bianco perfetto sulla scala di grigi, tanto più se si usa l’app per Android e iOS TV Remote 2, che consente di impostare i vari parametri da smartphone o tablet senza nemmeno dover aprire il menù a schermo del TV (davvero molto comodo). C’è anche un controllo a 10 punti della curva del gamma, ma causa della retroilluminazione dinamica non c’è garanzia che la curva che si ottiene con i segnali test rimanga valida con contenuti reali. La colorimetria migliora sensibilmente con la sola regolazione del bilanciamento del bianco, con valori di errori trascurabili per la normale visione di contenuti home video. I controlli a disposizione permettono di migliorare ulteriormente la situazione specie sulle saturazioni intermedie, ma a scapito della precisione sui primari. Nonostante Panasonic avesse parlato inizialmente di una copertura del 98% dello spazio colore DCI-P3 grazie ai nuovi fosfori impiegati nei LED utilizzati per la retroilluminazione, un’analisi rivela uno spazio colore nativo del pannello decisamente inferiore, con primari del verde e del rosso meno saturi del riferimento. La cosa è un po’ sorprendente, visto che nell’ultima presentazione tenuta sui nuovi modelli, Panasonic si “vantava” proprio del fosforo del rosso. In ogni caso, al momento di contenuti in DCI-P3 non ce ne sono, e comunque il TV è capace di andare ben oltre lo standard Rec.709. Il livello del nero dipende dall’impostazione scelta per la retroilluminazione dinamica. Questa è configurabile su tre valori, minimo, medio e massimo, con quest’ultimo che riduce sia il livello del nero che però in modo significativo anche la luminosità massima. Il livello del nero espresso da questo TV è intorno alle 0,045 cd/ mq secondo le nostre rivelazioni, che scendono a circa 0,02 con local dimming al massimo. Il rapporto di contrasto misurato (in post calibrazione) è di circa 3500:1. La prova di visione Il nuovo CR850 è dotato di retroilluminazione full LED e teoricamente di local dimming, ma in realtà ci troviamo di fronte a qualcosa di molto meno sofisticato di quanto visto sull’AX900 dello scorso anno, nonostante Panasonic parli ancora di Local Dimming Pro. Ci rammarica un po’ constatarlo, ma siamo lontani anni luce dalle prestazioni non solo di quel top di gamma, ma anche del local dimming implementato sul LED Edge AX800 del 2014. Il primo aspetto che ci fa storcere un po’ il naso è quello dell’uniformità: nonostante la retroilluminazione full LED, l’esemplare giunto in redazione presenta un evidente “clouding”, la presenza cioè di aree più luminose dello schermo, che diventano particolarmente evidenti nelle scene più scure e forse è per questo motivo che il TV non ha superato la certificazione THX (o comunque non è stato sottoposto a essa). Che c’entri la curvatura? Chissà. Sta di fatto che il fenomeno avrebbe potuto essere molto meno visibile se solo il TV fosse dotato di un vero e proprio local dimming, ma questo non è il caso. Le zone indipendenti sono infatti apparentemente pochissime e la resa del nero non è mai uniforme su tutto lo schermo e segue a pagina 24 Sopra le misure con le impostazioni di fabbrica, sotto i grafici dopo la nostra calibrazione Il Wide Gamut espresso dal TV Panasonic è lontano dal 98% dello spazio DCI-P3 dichiarato torna al sommario n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE HI-FI E HOME CINEMA Arrivano in Italia i nuovi diffusori multiroom che diffondono l’audio a 360° A Samsung piace il suono a 360°, addio allo stereo? Per ora due modelli di forma originale e compatta. Le ambizioni sono alte, sarà un successo? A di Roberto FAGGIANO rrivano anche in Italia i diffusori multiroom di Samsung presentati in anteprima allo scorso Ces di Las Vegas. Rispetto alla gamma completa R vista in seguito anche all’IFA di Berlino, i modelli disponibili sono due: il compatto e cilindrico R1 (199 euro) e il modello a uovo R6 (299 euro). Entrambi hanno il collegamento Wi-Fi per funzionare con l’app dedicata di Samsung e possono essere inseriti in sistemi multiroom. La caratteristica saliente per entrambi è la diffusione sonora in tutte le direzioni, un concetto quindi piuttosto lontano dalla classica riproduzione stereofonica ma molto più vicina al concetto di intrattenimento domestico con streaming musicale. In termini di compatibilità con i file musicali invece i nuovi diffusori accettano musica fino ai migliori Flac da 192 kHz. Il Wi-Fi è di tipo dual band con installazione semplificata. Dal punto di vista acustico la diffusione a 360° è ottenuta con una lente acustica e un sistema studiato nei laboratori Samsung di Los Angeles. Il modello R1 ha forma cilindrica e controlli a sfioramento sul lato superiore, tra le connessioni c’è anche il Bluetooth per collegare direttamente gli smartphone e utile anche per il Tv Sound Connect con televisori Samsung. Gli altoparlanti utilizzati sono un woofer da circa 10 cm e un tweeter. Il modello R6 ha la caratteristica forma ad uovo ma è sempre piuttosto compatto, non per nulla è anche dotato di batteria ricaricabile per eliminare ogni vincolo nel posizionamento. Anche qui troviamo WiFi e Bluetooth per la massima versatilità di collegamento. Gli altoparlanti utilizzati sono un woofer da 12 cm che diffonde verso il basso e un tweeter superiore con lente acustica per la diffusione omnidirezionale. la finitura è disponibile in colore nero oppure bianco. ENTERTAINMENT Il basket della serie A2 in streaming La Lega Nazionale Pallacanestro annuncia la nuova piattaforma web LNP Pass per la trasmissione in diretta di tutte le partite della nuova stagione di serie A2, in partenza proprio questo week-end. Il LNP Tv Pass si potrà seguire sul web da PC o dispositivi mobili e prevede due diverse formule di abbonamento: Season Pass permette di seguire in diretta per l’intera stagione tutte le partite al prezzo di lancio di 49,95 euro, Monthly Pass è invece l’abbonamento mensile al costo di 9,95 euro. Per il primo periodo di trasmissioni, dal 4 al 25 ottobre, con il servizio ancora in fase di rodaggio la visione di tutte le partite sarà gratuita con la semplice registrazione sul sito http://www. legapallacanestro.com. La nuova piattaforma LNP Pass permetterà anche di rivedere gli highlight delle partite in differita e contiene anche l’archivio delle partite della scorsa stagione. TEST Panasonic TX-65CR850E segue Da pagina 23 non raggiunge i livelli dei modelli dello scorso anno. A risentirne è il rapporto di contrasto che nelle scene più scure non decolla mai, con quel classico effetto “patina” degli LCD privi del tutto di local dimming. Passando in rassegna i tre livelli dell’impostazione Adaptive Backlight non si notano significativi miglioramenti da questo punto di vista, e anzi aumentando l’intervento diventa solo maggiormente visibile la variazione della luminosità della retroilluminazione, specie sulle bande nere di film con rapporto d’aspetto di 2,35:1. Un vero peccato perché, se fosse stato dotato di un vero local dimming con una maggiore granularità, questo TV avrebbe avuto tutte le carte in regola per essere un ottimo prodotto. La caratteristica migliore del CR850 è sicuramente la riproduzione del colore, come tradizione Panasonic calda e brillante, senza mai scadere nell’esagerato o nell’artificiale. Nelle scene più luminose vengono fuori immagini perfette sotto ogni punto di vista, brillanti e con un’ottima definizione. L’upscaling dei contenuti in alta definizione, e Bluray Disc in particolare, regala immagini estremamente dettagliate che non fanno nemmeno rimpiangere troppo l’assenza di contenuti nativi. Basta impostare il parametro “ottimizzatore risoluzione” su minimo per ottenere immagini estremamente nitide e senza visibili artefatti sui contorni. La risoluzione in movimento torna al sommario è buona durante la visione anche senza Intelligent Frame Creation, l’algoritmo di interpolazione dei fotogrammi di Panasonic. Con gli appositi test pattern, attivando l’elaborazione, la risoluzione passa da circa 350 linee TV intorno alle 700, e mantenendo l’impostazione su minimo l’effetto “telenovela” è minimo. Con i canali demo disponibili su satellite, abbiamo potuto apprezzare il grande dettaglio espresso con contenuti Ultra HD, che trasformano il TV quasi in una vera e propria finestra sul mondo. Ma anche con la visione di filmati in 4K, resta il rammarico per la resa insoddisfacente a bassi livelli di luminosità. Con contenuti in bassa definizione, va da sé, non possiamo aspettarci miracoli, ma L’app per smartphone e tablet TV Remote 2 permette di regolare tutti l’upscaler fa il suo dovere dignito- i parametri video senza neanche aprire il menù a schermo del TV. Tra samente nonostante le dimensioni le altre funzionalità vale la pena menzionare la possibilità di riprodurdello schermo e la risoluzione del re su dispositivo mobile i canali sintonizzati sul TV pannello. Più che onesta la resa sosonora e di offrire una sufficientemente ampia risposta nora degli altoparlanti integrati. Anche il menù audio in frequenza anche sul registro medio-basso. Niente in è molto articolato e ricco di impostazioni (c’è pure un grado di competere con un impianto audio dedicato, completo equalizzatore), ma quello che conta è che intendiamoci, ma si può ascoltare. il TV è in grado di generare una decorosa pressione NESSUN CONFRONTO È POSSIBILE NERO PERFETTO, COLORI PERFETTI LG lancia la nuova tecnologia OLED superando ogni limite qualitativo. OLED TV è l’unico tv in cui i pixel hanno la capacità di illuminarsi e spegnersi uno ad uno regalandoti il contrasto infinito e colori veri come in natura , per immagini che non temono nessun confronto. www.lg.com/it n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE TEST Prestazioni eccellenti per il nuovo phablet da 5,7’’ Samsung, che offre uno dei migliori display su piazza e tante funzionalità Samsung Galaxy S6 edge+: gigante buono (e caro) Le dimensioni e soprattutto il prezzo lo rendono un prodotto per pochi, ma longevità e soddisfazioni sono assicurate C di Emanuele VILLA on Galaxy S6 edge+, Samsung ha deciso di entrare in un terreno inesplorato, ovvero quello dei phablet di livello premium ma senza il caratteristico pennino della serie Note. Il telefono è dunque voluminoso ma al tempo stesso mette in mostra uno dei migliori design presenti sul mercato: si può discutere sull’utilità pratica di uno smartphone da 5,7’’ o del design dual edge, ma S6 edge+ resta un passo avanti importante in termini di pura innovazione. Nonostante sia stato presentato insieme al Note 5 durante le calde giornate di agosto, Galaxy S6 edge+ arriva in Italia con largo anticipo rispetto alla sua controparte con pennino e rappresenta, al momento, la soluzione ideale per chi cerca un terminale no compromise di ampie dimensioni e ha ovviamente un buon budget da spendere. Al momento, lo store ufficiale vende S6 edge+ in versione base da 32 GB a 839 euro, una cifra importante per uno smartphone che - ovviamente - ne restringe molto il target di riferimento e che si giustifica sulla base di scelte tecniche e di design allo stato dell’arte. Di cosa si tratta è noto ai più: Galaxy S6 edge+ è un phablet da 5,7’’ con il medesimo design della versione più piccola, la edge (senza “plus”) da 5,1’’. Ritroviamo così il telaio con scocca metallica, il design dual edge con entrambi i lati ricurvi alle estremità e la medesima combinazione di metallo e vetro che ci ha fatto apprezzare il predecessore, il tutto sormontato da un Gorilla Glass 4 che promette una resistenza importante ai piccoli incidenti di tutti i giorni. Restano ovviamente anche i “contro” di una tale scelta di design, e in particolare la batteria non removibile e l’assenza di slot micro SD: considerando che il telefono non è disponibile in versione da 128 GB (solo 32 e 64 GB), una memoria extra avrebbe avuto senso. Essendo in vena di critica, auspichiamo una versione edge 2 con fotocamera posteriore non sporgente: sappiamo bene che esistono limiti tecnici e che Samsung è in ottima compagnia quando si parla di “obiettivi sporgenti”, ma va da sé che un profilo completamente liscio sarebbe un’altra cosa. E non è detto che non ci si arrivi in tempi brevi. Grande e grosso, ma anche sottile Galaxy S6 edge+ si impugna con discreta semplicità, non scivola facilmente e ha un peso notevole (153 grammi) che suggerisce un senso di solidità, ma evitate di video lab Samsung Galaxy S6 edge+ 839,00 € IL PHABLET (SENZA PENNINO) PIÙ INNOVATIVO Può piacere o no, ma bisogna dare atto a Samsung di aver realizzato un prodotto molto valido sotto ogni aspetto. Nulla che non si fosse già visto nell’edge “normale”, intendiamoci, ma il prodotto riesce comunque a distinguersi in un mercato in cui l’”effetto clone” è sempre dietro l’angolo. Il design è estremamente curato in tutto, dall’accostamento di vetro e metallo al “dual edge” ondulato, cui Samsung vuole dare un connotato anche pratico oltre che estetico. La potenza è assicurata da un comparto hardware all’altezza delle pretese di un power user e l’autonomia è tale da non rappresentare un problema (tenuto conto del classico giorno di utilizzo) in nessuna circostanza, neppure durante l’uso assiduo. Il display, poi, è un fiore all’occhiello di questo telefono, sommando ai vantaggi dell’OLED una vivacità cromatica molto piacevole. Come tutte le cose c’è sempre possibilità di perfezionamento, nella fattispecie potrebbe essere trovare un posto per l’ingresso microSD, ma è soprattutto il prezzo a spaventare: più di 800 euro per uno smartphone non è una spesa da tutti e, per quanto sia giustificata dai componenti e dalle tecnologie, ne limita di sicuro il raggio d’azione. Ma chi se lo può permettere avrà per un bel po’ un alleato su cui contare ogni giorno. 8.9 Qualità 9 Longevità 9 Design innovativo COSA CI PIACE Prestazioni eccellenti Ottimo display Design 10 Semplicità 8 D-Factor 10 Prezzo 8 Prezzo molto elevato COSA NON CI PIACE Batteria non removibile, niente micro SD Manca la versione da 128 GB farlo cadere: il frame metallico potrebbe non gradire. La scocca posteriore è un gran bel vedere, ma il vetro che la sovrasta “cattura” le ditate come pochi altri telefoni: va pulito con una certa frequenza, oppure si può optare per una cover protettiva. Per il resto, poco da aggiungere rispetto alla norma e, soprattutto, rispetto al Galaxy S6 edge: la disposizione dei tasti, fisici e capacitivi, è la solita, c’è il sensore di impronte digitali ma questa volta manca la porta IR, utile per usare lo smartphone come telecomando diretto. Galaxy S6 edge+ supporta le nano SIM e la porta è situata sulla cornice superiore del telefono, dove trova spazio anche un secondo microfono per la cancellazione attiva del rumore durante le telefonate; sotto, troviamo la medesima formazione di Galaxy S6 edge, ovvero presa micro USB, jack per le cuffie e altoparlante, mentre nella scocca posteriore trovano spazio la fotocamera da 16 mpixel leggermente sporgente, il sensore cardio e il flash LED. A livello di connettività, Galaxy S6 edge+ è il non plus ultra: troviamo non solo un modem LTE Cat9 con supporto fino a 450 MB/s in downlink, ma anche Wi-Fi ac, Bluetooth 4.2 con supporto aptX, MHL su USB con uscita fino a 2160p e il classico NFC, che l’azienda ha pensato non solo per il classico pairing immediato e la condivisione, ma soprattutto per il lancio in grande stile di Samsung Pay. Il display è davvero il suo forte La prima cosa che colpisce è ovviamente il display, che è anche uno dei punti di forza di questo telefono. Samsung ha deciso di optare per un Super Amoled da 5,7’’ dual-edge con disposizione Diamond Pattern e l’altissima risoluzione Quad HD, in pratica lo stesso del modello edge semplice ma di dimensioni maggiori e un valore di ppi (pixel per inch) di 518. A prescindere dalle valutazioni tecniche, il primo impatto con questo super segue a pagina 27 torna al sommario n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 TEST Samsung Galaxy S6 edge+ segue Da pagina 26 MAGAZINE display di alto livello: misurato in modalità “di base”, lo spazio colore è perfettamente all’interno dei parametri e la colorimetria è molto ben calibrata, con un livello di errore molto basso. Un risultato di alto profilo, solo con una luminosità di picco leggermente sottotono, ma come si diceva precedentemente all’atto pratico questo non condiziona la leggibilità che si mantiene buona anche quando picchia il sole, specie in modalità automatica. Performance di alto profilo Amoled è notevole: l’immagine è estremamente vivida e contrastata e dà quasi l’impressione di essere disegnata sullo schermo, con un blu molto intenso e tonalità cromatiche che - pur allontanandosi un po’ dai classici canoni di naturalezza - risultano intense e piacevoli alla vista. Contrasto ovviamente elevatissimo e luminosità discreta per essere un OLED, nonostante sia inferiore rispetto ai migliori LCD in commercio: la cosa piacevole è che il display è leggibile anche outdoor in giornate soleggiate e senza particolari difficoltà, merito della luminosità automatica che - in queste condizioni - offre regolazioni piuttosto rapide e molto efficienti. Il display può essere regolato con diverse impostazioni, da quella di base che più si avvicina al concetto di naturalezza fino a Amoled Video che esalta la vividezza cromatica o Amoled Foto che oltre alle tinte spinge forte anche sul contrasto. Considerando che non si tratta di un TV e che quindi siamo più propensi ad accettare un buon impatto a discapito della naturalezza, vedere un film in Amoled Video è un’esperienza notevole (dimensioni del display escluse, ovvio). Buono anche l’angolo di visione in entrambi i versi, anche se permane il solito limite dell’Amoled, ovvero il fatto che ad angolazioni non ottimali il display tende verso dominanti cromatiche azzurre o verdi. Le rilevazioni strumentali confermano la presenza di un A una cifra (di listino) superiore agli 800 euro è lecito chiedere il massimo in fatto di performance. Non è possibile tollerare mancanze come poco spazio di storage, RAM carente o un SoC poco reattivo in condizioni di forte carico. La risposta di Samsung è il suo processore Exynos 7420, lo stesso della versione edge: basato su architettura a 64bit big.LITTLE, può vantare un processore quad-core da 1.5 GHz per le operazioni di routine accoppiato con un ulteriore quad-core da 2.1 GHz per le operazioni più onerose come il gaming 3D, il tutto supportato dalla GPU Mali-T760MP8 e - principale differenza con gli altri “top” di Samsung (edge incluso) - da ben 4 GB di RAM DDR4. Com’è noto, l’Exynos 7420 è il primo processore mobile realizzato con processo a 14 nanometri e costruito utilizzando transistor 3D FinFet, un processore che risulta più piccolo dei precedenti, consuma meno ed è anche più potente. Dal punto di vista dello storage, Galaxy S6 edge+ è disponibile in versione da 32 e 64 GB e, come il fratello più piccolo, utilizza memorie UFS 2.0 che si avvicinano alle prestazioni agli SSD con 350 MB/s in lettura e 150 MB/s in scrittura. In casi come questo occorre sommare una duplice valutazione: quella che deriva dall’esperienza di una settimana abbondante d’uso e quella che si deduce dai benchmark. Partendo dalla prima, non possiamo che esprimerci positivamente: nonostante un display decisamente “oneroso” in termini di pixel e quindi di necessità prestazionali, non abbiamo constatato situazioni in cui l’hardware sia andato in difficoltà. Nulla da dire, ovviamente, nell’attività di routine, laddove la lag è infinitesimale e l’affidabilità massima, ma nessun intoppo neanche nelle attività di multitasking “spinto”, come una navigazione su Google Maps sommata allo streaming musicale via LTE con rapidissimi passaggi (forzati) sul browser e sulla mailbox. Mentre molti terminali di fascia inferiore iniziano a singhiozzare, più a causa della poca RAM che dei limiti del SoC, qui va tutto liscio; il telefono scalda abbastanza in queste circostanze, ma nulla che possa condizionare negativamente le impressioni complessive. Ottima la qualità di ricezione tramite la capsula auricolare, che come anticipato si avvale anche della cancellazione del rumore tramite microfono superiore, e bello “massiccio” l’unico speaker presente, che per essere miniaturizzato è capace di fare la voce grossa laddove richiesto. La qualità è quella che è, ovviamente, ma anche qui ci pare superiore alla media. I video scorrono piacevolmente: appena configurato il telefono abbiamo pensato di dargli subito un pasto qualche trailer caricato dall’esterno, alcuni Full HD e anche 4K, da riprodurre mediante la classica app Video del telefono. Considerando il 4K, non si constata nessuna indecisione a livello di fluidità. Piuttosto, in queste circostanze si apprezza la qualità dell’OLED, che come detto poc’anzi può non essere stato tarato per la massima naturalezza cromatica in versione Amoled Video (si predilige l’impatto visivo) ma fa davvero una gran figura. Poi c’è il discorso, per cui potremmo scrivere un libro (ma cercheremo di evitare), sull’opportunità o meno del display dual edge. In un mondo di applicazioni, giochi e video non ottimizzati per uno schermo curvo ai bordi, il primo impatto è un po’ “strano” (non troviamo un termine migliore), nel senso che parte del contenuto visivo rientra nelle aree esterne e piega dolcemente verso il basso seguendo il profilo dello smartphone e creando inevitabili piccole distorsioni. La navigazione web e i giochi di azione sono forse le circostanze in cui questo si nota di più, soprattutto qualora si usi il telefono in modalità landscape. Non possiamo dire che, ai fini puramente pratici, la soluzione sia ottimale, anche perchè i contenuti continueranno ad essere creati per display piatti e a volte per interagire con essi occorre toccare in prossimità della “piega” del display stesso. Alla fine bisogna abituarsi, ma è indubbio che una soluzione eccellente sotto il profilo del design abbia ripercussioni non ottimali ai fini della praticità. Idem il discorso dei giochi: mai un’indecisione e alto framerate anche in titoli molto onerosi come Eternity Warriors IV, Asphalt 8 Airborne e via dicendo. Qui presumibilmente i 4 GB di RAM e le nuove memorie di storage sono determinanti: i caricamenti sono rapidi e le partite non mostrano mai rallentamenti, microblocchi o affini neppure nei momenti di massimo impatto e con molti effetti visibili. Da un hardware del genere è lecito chiedere tutto ciò, ma non dimentichiamo che c’è anche un display Quad HD da “muovere”, e le prestazioni al top non sono sempre scontate. Tutti i benchmark cui abbiamo sottoposto il telefono hanno dato esiti nelle prime posizioni, ovviamente in linea con gli altri prodotti hi-end a marchio Samsung, tra cui Note 5 ed edge. Discorso molto importante, ma liquidabile in poche parole, è quello dell’autonomia: la batteria da 3.000 mAh regge benissimo anche le pretese dei power user, che di sicuro non hanno nessuna esigenza di mettere in pratica comportamenti “risparmiosi” o attivare modalità ad hoc per arrivare a sera sani e salvi. Un utilizzo routinario e parsimonioso spinge il telefono ben oltre la giornata di utilizzo, mentre molto interessante è la tecnologia di fast charge che si avvale dell’alimentatore in dotazione e ricarica completamente il dispositivo - secondo le nostre rilevazioni - in circa 80 minuti. segue a pagina 28 torna al sommario n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE TEST Samsung Galaxy S6 edge+ segue Da pagina 27 Anche il software fa la differenza Un aspetto molto importante di Galaxy S6 edge+ riguarda il software. Lo smartphone è infatti basato su Android 5.1.1 Lollipop sul quale gli interventi di personalizzazione Samsung sono abbastanza corposi e confluiscono nella classica UI TouchWiz. Niente di esagerato come succedeva un tempo, ma è ovvio che - complici anche le peculiarità di edge+, gli interventi di Samsung non sono stati marginali. L’esperienza d’uso resta piacevole in ogni circostanza: l’operazione che si vuole effettuare è sempre accessibile in modo rapido nonostante l’infinità di opzioni e non si assiste a particolari sovrapposizioni tra app preinstallate (browser esclusi), molte delle quali di casa Samsung. Troviamo dunque l’ultima incarnazione dell’ormai classico S Health, che fa uso dei sensori del telefono per monitorare lo stato di forma dell’utente, ma anche l’assistente vocale S Voice, il browser Samsung (piuttosto rapido a dire il vero, anche se sarà sicuramente più usato Chrome) e il calendario S Planner; molto interessante, inoltre, lo Smart Manager che analizza lo stato del telefono e propone interventi correttivi, senza dimenticare Knox per un livello di protezione ulteriore, ma anche l’app custom per la telefonia - con un classico look Material - quella per la posta elettronica, un’app di messaggistica dal look molto pulito e buona completezza di funzionalità - compreso il filtro anti spam -, e molto altro. Troviamo poi Briefing di Flipboard direttamente accessibile dalla homescreen e le funzionalità multiwindow che qui hanno senso in virtù delle dimensioni di schermo, mentre la suite Office non è preinstallata ma sono presenti i link (sotto forma di icona dell’app) per scaricare le applicazioni dal Play Store. Ma soprattutto sono interessanti le funzionalità “edge”, ovvero quelle che sfruttano i bordi smussati del display, o meglio di uno (di default è il destro, ma può essere anche girato a sinistra). Replicando la situazione dell’edge, anche qui Samsung ha tentato di sfruttare al massimo questa piccola area che è un po’ l’elemento distintivo del telefono in esame. Abbiamo quindi la possibilità di usarlo per visualizzare l’ora di notte (fino a 12 ore), per visualizzare notifiche e informazioni specifiche (come il meteo, i titoli di alcune news ecc) e per illuminarsi segnalandoci che abbiamo ricevuto una notifica. Inoltre è possibile associare a cinque posizioni altrettanti contatti “top” e richiamarli rapidamente senza usare i metodi tradizionali, e anche le cinque applicazioni che si usano di più. L’edge screen, inoltre, può essere attivato mediante swipe da telefono spento: ci mette torna al sommario un attimo, ma effettivamente funziona. Sulla reale utilità dipende un po’ dalle situazioni: lungi dall’essere un elemento determinante, bisogna più che altro abituarsi alla sua esistenza dopo di che lo si può sfruttare per fare più rapidamente operazioni di routine, e in tal senso è comunque un “plus” piacevole. Difficilmente qualcuno acquisterà questo telefono per le funzionalità edge (piuttosto lo farà per il look e per il suo marcato sapore hi-tech), ma quanto meno va dato atto a Samsung di aver sfruttato questa minuscola area cercando di darle una valenza pratica oltre che estetica. Squadra che vince non si cambia Fotocamera eccellente Nonostante il comparto foto-video sia uno dei punti di forza del prodotto, il discorso da fare non è dei più complessi. Considerando che Galaxy S6 e Galaxy S6 Edge sono senza dubbio due dei migliori cameraphone in commercio, l’azienda ha deciso di riproporre anche qui il sensore da IMX240 targato Sony con 16 milioni di pixel a bordo e di accoppiarlo all’ottica con apertura f/1.9 già analizzata sull’edge. A livello software, l’app utilizzata di default da Samsung è - a nostro avviso - un buon compromesso tra funzionalità totalmente automatiche, effettistica di ogni genere e possibilità di regolazione manuale mediante un’apposita modalità “pro”. Trova così soddisfazione sia l’utente alle prime armi, cui non è chiesta alcuna competenza e deve semplicemente scattare, sia quello più “smart” che - pur senza entrare in concetti fotografici evoluti - ama fare una panoramica, uno slow motion, applicare un effetto retro e condividere tutto sui social (qui c’è anche una modalità di trasmissione video Live sul proprio canale di YouTube). Ma la stessa fotocamera si presta anche a impostazioni più avanzate grazie alla citata modalità pro, tramite la quale l’utente può agire non solo sulla risoluzione, ma anche sul fuoco in modo manuale, sulla sensibilità ISO, sulla compensazione dell’esposizione, bilanciamento del bianco e via dicendo: se lo spazio non è un problema (si consideri che i semplici JPG da 16 mpixel pesano in media 7 MB) c’è anche la possibilità di scattare in RAW, mentre per i video arriviamo senza problemi all’Ultra HD 2160p da 30 fps con un bitrate di circa 50 Mb/s oppure passiamo allo slow motion 720p da 120 frame. Per i selfie troviamo invece un modulo frontale da 5 mpixel da 1/4’’ targato Samsung con lente da 22mm equivalente e apertura f/1.9. In fase di utilizzo colpisce la reattività della messa a fuoco e - soprattutto - la rapidità di scatto e memorizzazione dell’immagine, che ovviamente risente in positivo dell’hardware installato, dal SoC alle velocissime memorie di storage. I risultati confermano l’ottima fama di questa serie di dispositivi Samsung: a parte il “peso” dell’immagine, tutt’altro che trascurabile, l’immagine diurna è estremamente ricca di dettaglio, molto vivida (pur senza l’utilizzo di filtri particolari) e con compressione appena accennata che non genera artefatti importanti. Gamma dinamica elevata che - in caso di necessità - si avvale della modalità HDR automatica e grande versatilità in tutte le situazioni di scatto sono le altre sensazioni che provengono da qualche giorno di uso molto intenso. Di notte ovviamente la situazione peggiora ma resta ad un livello decisamente buono, con immagini molto luminose che perdono un po’ di microdettaglio ma non cedono di fronte al rumore e alla compressione. Niente male. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE TEST Il nome ricorda quello del top di gamma ma non bisogna illudersi, il phablet LG ha prestazioni e prezzo da classe media LG G4 Stylus in prova: non è un G4 con il pennino È un buon dispositivo, ha una batteria che dura molto e una discreta fotocamera; solo non va confuso col G4 “normale” I di Vittorio Romano BARASSI l segmento dei phablet è sempre più vivo e quella di LG è una delle ultime proposte in questo panorama. LG G4 Stylus è in commercio da un paio di mesi al prezzo di listino di 299 euro e ha tutte le carte in regola per strappare qualche consenso; LG ha però deciso di attribuirgli un nome piuttosto scomodo, perché questo phablet, estetica a parte, ha poco da condividere con l’ottimo G4 al top della gamma. Fa parte della medesima serie e offre soluzioni di design e tecniche analoghe (come l’autofocus laser), ma non ci si può aspettare prestazioni paragonabili, anche perchè - è giusto dirlo subito - il telefono in questione costa la metà e quindi si rivolge a un target diverso. video lab Tanta plastica di buona qualità Design vincente La confezione di vendita di G4 Stylus è pressoché standard nella dotazione: LG ha inserito al suo interno un caricatore USB con relativo cavo microUSB e un paio di cuffie di discreta qualità. Una volta aperta la scatola ci si ritrova dinanzi a un maestoso device da ben 154,4 x 79,2 mm, con spessore di poco inferiore al centimetro (9,4 millimetri) e un peso che si avvicina ai 170 grammi (167 per la precisione). Il phablet si impugna bene, non sembra essere particolarmente pesante (il peso è distribuito molto bene) e il design riuscito partecipa non poco ad alleggerire la sensazione degli ingombri. Come abbiamo anticipato, le linee che contraddistinguono G4 Stylus ricordano abbastanza fedelmente quelle del G4, ma in questo caso abbiamo a che fare con un device più economico e con finiture meno pregiate del modello superiore, cosa che ovviamente si riflette anche sul prezzo. LG fa però di nuovo centro con la scocca posteriore, in materiale plastico ma con una lavorazione particolare quasi ruvida che trasmette un feeling molto buono, che concorre a migliorare la presa e non ha affatto paura di ditate e sporcizia. La copertura posteriore è ovviamente rimovibile (non senza qualche difficoltà), nasconde la batteria da 3.000mAh e uno slot double face microSD/ micro SIM, ed è “forata” in concomitanza della porzione che ospita la fotocamera (con flash e sensore per la messa a fuoco laser) e dei pulsanti di blocco/sblocco/ volume/scelta rapida che LG continua a proporre nella porzione posteriore dei suoi dispositivi. LCD e pennino: niente di particolare La porzione frontale del dispositivo in oggetto è dominata da un grande display da 5,7 pollici di diagonale che è stato nascosto molto bene tra la cornice superiore, che ospita altoparlante, fotocamera frontale e sensore di prossimità, e quella inferiore dove spicca il logo LG. Si tratta di un pannello LCD IPS che offre ottimi angoli di visione ma si accontenta di una risoluzione da 1.280 x 720 pixel che su tale diagonale si traduce in 238 PPI di densità; in pratica, se posto anche non troppo lontano dal punto di visione, questo display lascia LG G4 Stylus 299,00 € COMPLETO, PER CHI NON HA BISOGNO DI GRANDI PERFORMANCE Il “problema” di G4 Stylus è... il suo nome. Appartenendo alla stessa famiglia di G4, qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un prodotto top di gamma ma con in più un pennino, un po’ come i Note di Samsung. In realtà il suo posizionamento da 299 euro (sul mercato si troverà senz’altro a meno) ne dichiara la reale finalità: è un prodotto di fascia media dedicato a chi cerca versatilità e considera un valore aggiunto prendere qualche nota con il pennino incluso. Ha lo stesso look di G4 ma il comparto hardware è fortemente ridimensionato e non si adatta in alcun modo con le pretese dei “power user”, che devono per forza salire di fascia, magari raggiungendo il G4 puro e semplice. Limiti evidenti del progetto Stylus sono il solo GB di memoria, un SoC appena sufficiente, un pennino senza funzioni particolari e il poco spazio fisico a disposizione di app e contenuti, ma troviamo anche aspetti interessanti quali l’ampio display molto luminoso, un design riuscito, connettività ricca, una buona fotocamera e un’ottima autonomia, aspetto quest’ultimo da non sottovalutare. Va bene come smartphone per la routine quotidiana ed è completo, ma nonostante abbia un nome prestigioso è meglio non chiedergli troppo... 7.0 Qualità 7 Longevità 6 Autonomia sopra la media COSA CI PIACE Buona fotocamera Design vincente Design 9 Semplicità 8 COSA NON CI PIACE intravedere i pixel. Per quanto concerne le qualità possiamo affermare che si tratta di un pannello di buona qualità (è realizzato con la tecnologia In-Cell che riduce gli strati), con un ottimo contrasto e valida luminosità massima (attenzione però, non c’è il sensore di luminosità ambientale quindi va regolata a mano) che pecca un po’ solamente nella resa cromatica di determinate tonalità: rosso e verde, infatti, sono un po’ sbiaditi e questo fa sì che tutto il display ne risenta un po’ se parliamo di vivacità. Presenti Knock Code, la possibilità di sbloccare il device con un doppio tap sul vetro Corning Gorilla Glass anteriore e anche la possibilità di bloccare il tutto con il medesimo doppio tap (ma non nei menù o nell’app drawer). C’è anche un piccolo LED di notifica posto alla sinistra dell’altoparlante principale: comodo. LG G4 Stylus è però un dispositivo che punta su una determinata caratteristica: parliamo del pennino estraibile (l’alloggiamento è nella porzione in alto a destra del device) che però non ha nessuna funzione particolare e le cui possibilità di utilizzo sono limitate. Intendiamoci, il fine di G4 Stylus non è quello di riva- D-Factor 7 Prezzo 6 Pennino senza funzioni extra Prestazioni di livello medio Meno di 2 GB di memoria per le app leggiare con un Samsung Note di ultima generazione, che costa più del doppio, ma va detto che si tratta - di fatto - di un normale pennino capacitivo che permette di fare quello che si fa con le dita e, forse, solo con l’app QuickMemo+ si può tentare di fare qualcosa di più. Il pennino di LG va dunque bene per chi ha intenzione di prendere qualche nota a mano ma non può garantire una sufficiente accuratezza se si vuol fare qualcosa di più complicato. Inoltre il display perde un po’ di sensibilità ai bordi, cosa abbastanza snervante quando si tenta di scrivere qualcosa alle estremità dei documenti. Hardware di fascia media Batteria da record Leggendo le specifiche tecniche di G4 Stylus non ci si mette molto a capire che non siamo dinanzi ad un mostro di potenza. Il SoC Snapdragon 410 quad core da 1,2 GHz e grafica Adreno 306 è un hardware di base per un dispositivo che appartiene a questa categoria, segue a pagina 30 torna al sommario n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE TEST LG G4 Stylus segue Da pagina 29 e pur districandosi bene in determinate situazioni, resta comunque limitato dall’esiguo quantitativo di memoria RAM installata a bordo: 1 GB, con Lollipop 5.0.2 come sistema operativo e la solita piacevole UI di LG, sono un po’ pochi e il phablet paga talvolta il conto con lanci di applicazioni non sempre istantanei e rallentamenti nel multitasking più spinto. Attenzione però, questo è del tutto prevedibile in virtù dell’hardware installato: semplicemente bisogna considerare che G4 Stylus non è assolutamente un prodotto per power user, per chi ama passare con la massima rapidità tra diverse app e giochi, chi vuole l’ultimo videogame dalla grafica stellare e apre e chiude app di continuo. Se appartenente a questa categoria, G4 è la scelta da fare, non G4 Stylus. Un limite di G4 Stylus è rappresentato dal quantitativo di memoria fisica che LG ha deciso di saldare sulla scheda logica: in linea generale, 8 GB sono pochi e in questo caso tale limite emerge ancor di più perché tra sistema e applicazioni preinstallate lo spazio a disposizione dell’utente è di poco inferiore ai 2 GB. Con app sempre più grandi e altre che non si possono spostare sulla microSD (c’è il supporto a schede fino a 32 GB di capacità), questo potrebbe essere un limite importante. Sotto il profilo tecnico, dunque, LG G4 Stylus è un prodotto di fascia media con prezzo di fascia media, uno smartphone dedicato a chi vuole un display ampio per effettuare operazioni di routine e non disdegna l’uso del pennino per qualche appunto, il tutto senza spendere cifre da capogiro. In realtà, però, c’è una caratteristica che rende il phablet molto interessante: la durata della batteria. Abbiamo utilizzato il prodotto per diverse settimane e più di una volta siamo riusciti ad arrivare alla fine della seconda giornata dopo un utilizzo che possiamo definire “standard” e fatto di chiamate, messaggistica, web browsing (buono il browser di sistema, e c’è anche Chrome), foto/video e brevi sessioni di gioco. Supponiamo comunque che l’utilizzo medio di un prodotto come questo possa essere anche inferiore al nostro, il che permetterebbe di raggiungere le due giornate con la massima serenità. Durante la prova, il risultato è stato raggiunto impostando la luminosità del display attorno al 60% (più che sufficiente in praticamente ogni condizione di luce) e senza il bisogno di rinunciare a nient’altro. I 3000mAh della batteria rimovibile sono dunque capaci di spingere egregiamente lo Snapdragon 410 e il grande display da 5,7 pollici: il primo è notoriamente molto parco nelle sue richieste energetiche ed eviden- torna al sommario temente anche il pannello è molto efficiente. Viste le dimensioni, G4 Stylus può essere considerato come un dispositivo che punta molto sull’aspetto multimediale. Lo schermo invita alla visione dei filmati e al gaming, entrambi aspetti dove il prodotto si comporta abbastanza bene. Nei nostri test con filmati di vario tipo G4 Stylus se l’è cavata egregiamente pur necessitando di un player di terze parti (VLC); per quanto riguarda i videogiochi 3D, invece, emerge qualche limite dell’hardware installato, che si traduce soprattutto in caricamenti abbastanza lenti e l’impossibilità di giocare ai massimi dettagli grafici, ma con framerate sempre piuttosto costanti. Messa a fuoco laser come il G4 Fotocamera promossa Ad accompagnare le pretese multimediali di G4 Stylus c’è però un comparto fotocamere capace di regalare più di una soddisfazione all’utente finale, soprattutto se si pensa che in questa categoria di prezzo è davvero difficile trovare dispositivi capaci di fare meglio. Se la camera da 5 megapixel frontale è assolutamente nella media (interessante lo scatto alla chiusura della mano e il flash “virtuale” che facilita i selfie in notturna), quella principale posteriore da 8 megapixel riesce a stupire, soprattutto in condizione di buona illuminazione. Di giorno gli scatti sono dettagliati e soffrono poco la compressione JPEG mentre quando l’illuminazione inizia a calare la qualità scende e si iniziano a far sentire un po’ di rumore e la già citata compressione delle immagini. Tutto sommato ci troviamo dinanzi ad un modulo ben assortito che sfrutta benissimo le esigue dimensioni del sensore e che forse avrebbe dovuto essere accompagnato da un obiettivo di migliore qualità e da un software dedicato un po’ più rapido. La fotocamera, infatti, non si può definire fulminea e la colpa sembra essere attribuibile proprio al software alla base dell’app Fotocamera di LG (molto semplice, con pochissime opzioni) piuttosto che al sistema di messa a fuoco che su G4 Stylus è praticamente lo stesso che equipaggia G4 standard; parliamo di un sistema a laser con 9 punti di rilevazione caratterizzato da una velocità di funzionamento estrema. G4 Stylus mette dunque a fuoco molto velocemente, ma lo scatto vero e proprio avviene qualche decimo di secondo dopo; queste caratteristiche fanno sì che il dispositivo sia perfetto per le riprese macro e per ritratti piuttosto “statici” ma molto meno adatto a situazioni movimentate che richiedono prontezza. Buoni i video registrati in Full HD (ma si può scegliere di riprendere anche a 720p) a 30 fps: di giorno nessun problema mentre di sera la qualità cala come nella media dei prodotti analoghi. Sotto il profilo della connettività il prodotto è assolutamente completo: ha un modulo Wi-Fi b/g/n e non manca di Bluetooth 4.1 LE (Apt-X) con NFC. Il cavo microUSB permette connessioni MTP o PTP e c’è il pieno supporto a DLNA. Presenti pure GPS e GLONASS. Per quanto concerne la porzione prettamente telefonica, G4 Stylus spicca per la qualità delle chiamate che risultano sempre molto pulite sia per chi parla sia per chi ascolta (niente Voice over LTE). La ricezione del segnale è nella norma. Di buona qualità anche l’altoparlante da 1W presente nella porzione posteriore del phablet ma per quanto riguarda l’audio in uscita dal jack da 3.5 mm abbiamo sentito molto di meglio. n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE TEST In preview i due nuovi tablet Samsung top di gamma: spessore ultra slim, schermo 4:3 e pacchetto contenuti in offerta Galaxy Tab S2, top di gamma sottile e leggero La costruzione è migliorata, ma rispetto ai modelli precedenti troviamo una batteria più piccola. Prezzo 489 e 589 euro di Roberto PEZZALI amsung ha lanciato in Italia i tablet Galaxy Tab S2, già presentati all’Ifa di Berlino e ovviamente migliorati rispetto ai modelli dello scorso anno. Abbiamo avuto modo di provare sia la versione da 10” sia la versione da 8”, rimanendo come sempre colpiti da alcuni dettagli che già ci avevano fatto piacere sui prodotti dello scorso anno. Nel mondo dei tablet c’è ben poco da inventare, e sui prodotti premium le prestazioni sono ormai di ottimo livello per tutti i produttori: i due nuovi tablet Samsung non fanno eccezione, anche perché stiamo parlando di due prodotti che costano 489 e 589 euro a seconda della dimensioni, ovviamente in versione Wi-fi + LTE. La scelta di non avere una versione solo Wi-Fi è voluta: Samsung assicura che chi sceglie un tablet da 400 euro è disposto comunque ad aggiungere qualcosa per avere a bordo la connettività 3G/LTE. La costruzione sembra leggermente migliorata rispetto al Tab S: ancora non siamo ai livelli di un iPad, ma la cornice è in alluminio e nonostante il peso piuma il tablet sembra solido e ben costruito. Samsung assicura che è il tablet più sottile del mercato, 5.6mm e 389g di peso per la versione da 9.7”, 265g per quella da 8.0”. S Chi ha preso in mano il modello precedente si accorgerà subito della grande novità apportata da Samsung sulla versione 2015: lo schermo è in formato 4:3, un form factor più adatto alla navigazione web, alla lettura di libri e riviste e al gioco. Una scelta che sacrifica ovviamente la visualizzazione 16:9 dei contenuti video, ma a quanto pare, iPad docet, non è un grosso problema. Il passaggio di formato ha ovviamente portato anche ad un cambio di diagonale e risoluzione: se i Tab S torna al sommario erano disponibili nei tagli da 8.4” e 10.5” con 2560 x 1600 pixel di risoluzione, i Tab S2 sono da 8” e 9.7” con una risoluzione più bassa, 2048 x 1536. Lo schermo, un AMOLED hi-res calibrato, resta uno dei migliori schermi sul mercato come resa cromatica: Samsung dichiara una copertura del 94% dello spazio colore AdobeRGB, dato che come sempre andrà verificato. Samsung ha migliorato anche la fotocamera: il modulo è lo stesso, 8 megapixel, la lente tuttavia è diversa ed è più luminosa. Molti si chiedono per quale motivo si debba avere su un tablet una fotocamera di qualità, tuttavia pare che ci siano sempre più persone, soprattutto oltre i 40 anni di età, che usano il tablet per fotografare al posto dello smartphone. I tablet S2 sono mossi da un processore Samsung a 8 core, hanno 3 GB di RAM e 32 GB di memoria espansibile: a chi li acquista entro il 18 ottobre Samsung regala oltre ad un anno di Infinity anche una SD card da 64 GB. Tra le altre “offerte” 100 GB di OneDrive incluso per un anno, Kindle per Samsung con 1 eBook al mese gratis, 3 mesi di musica con Deezer e le app Office Microsoft pre installate. Il regalo che secondo noi sarà più apprezzato è un servizio di accesso alle riviste italiane, MagBox: 6 mesi inclusi per leggere la maggior parte delle riviste in edicola, dai femminili a quelle di viaggio, arretrati inclusi Tab S2 è sicuramente un buon tablet: il form factor dello schermo è azzeccato e pure tenerlo in mano Il dettaglio di una icona: la risoluzione è elevata per un po’ non stanca né affatica. Avremmo gradito una costruzione leggermente più solida almeno per la parte posteriore, dove la plastica come sempre da impressione di essere davanti ad un prodotto più economico di quello che invece il Tab S2 è. In realtà, anche provando a maltrattarlo un po’, Tab S2 è parso robusto e resistente alle torsioni, anche se una cover è sempre consigliata. L’altro dubbio, questa volta meno legato al design e più legato all’autonomia: rispetto ai modelli vecchi la batteria è più piccola, con il modello grande che passa da 7900 mAh a 5870 mAh. Il processore è sicuramente meno esigente, ma difficilmente si riuscirà a raggiungere la stessa durata del vecchio modello. Serie S78 / Ultra HD 50” / 58” Immergetevi in una nuova esperienza ! Avvicinatevi al vostro grande schermo UHD e tuffatevi in un’immagine di una ricchezza incredibile di dettagli. Un’immagine che non è mai stata cosi profonda grazie alla precisione dei contorni, anche nei dettagli più lontani. Un’immagine che non è mai stata cosi realistica grazie alla nitidezza dei colori. Ammirate la perfetta fluidita del movimento, resa possibile dalla tecnologia Clear Motion Index 800 Hz. ww.tcl.eu/it n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE TEST Apple ha rilasciato l’ultima versione gratuita del suo sistema operativo, lo abbiamo provato. Ecco perché conviene aggiornare OSX El Capitan in prova: dedicato a chi ama il Mac Solo chi ama e usa davvero il Mac saprà apprezzare tutte le novità, dal nuovo Mission Control ai “Pinned Tab” di Safari di Roberto PEZZALI pple ha rilasciato OS X El Capitan, atteso update gratuito del suoi sistema operativo dei Mac. El Capitan è una roccia famosa del parco di Yosemite e forse il nome non è casuale: Apple non ha cambiato parco (poteva essere OSX Yellowstone) perché OSX 10.11.1 non è un sistema nuovo, ma un “minor update” che fortifica e migliora Yosemite stesso. Non tutti riusciranno a capire l’importanza di questo aggiornamento: El Capitan è dedicato infatti ai “power user” del Mac, quelli che usano feature come Mission Control, Spotlight, quelli che conoscono a memoria le gesture e amano sfruttare le scorciatoie da tastiera e i desktop multipli. Apple ha inserito su El Capitan tantissime migliorie, più o meno evidenti, che guardano proprio a chi il Mac lo vive e lo ama: gli utenti che lo usano al 20% delle sue potenzialità probabilmente non si accorgeranno nemmeno di usare un sistema operativo nuovo. La presenza di “Metal”, il nuovo font San Francisco, lo split screen sono infatti dettagli che sfuggono ad un occhio poco esperto. Siamo partiti con questa prova di El Capitan da Metal e da San Francisco perché sono anche due delle novità che Apple ha inserito quest’anno su iOS 9: San Francisco è il nuovo font, più bello da leggere sia sui dispositivi con display Retina sia su quelli privi di display hi-res come i MacBook Air, Metal è un set di istruzioni grafiche che viene utilizzato dal sistema operativo per gestire animazioni e rendering 2D e 3D. Così come su iOS, anche su OSX Metal viene sfruttato dal sistema per il rendering dell’interfaccia grafica, e a beneficiarne dovrebbero essere tutti i MacBook che utilizzano un processore grafico Intel integrato. Apple parla di maggiore velocità nelle anteprime dei PDF e delle immagini, di animazioni più fluide e di un guadagno anche in termini di autonomia, ma se per i PDF effettivamente la preview è fulminea, l’autonomia del sistema ci è parsa identica, se non leggermente inferiore, a quanto accadeva con Yosemite. Fare prove precise è sempre difficile quando si parla di batteria e autonomia, ma su un MacBook Air Late 2013, modello compatibile Metal, abbiamo perso sicuramente qualcosa. Sicuramente apprezzeranno Metal coloro che usano uno schermo Retina in modalità “Ampia”, quindi con resize: qui l’accelerazione tramite GPU offre un vero boost prestazionale. Metal può essere usato anche dagli sviluppatori per accelerare i processi grafici all’interno di giochi e app: Adobe, ad esempio, sfrutterà la soluzione per gestire alcuni effetti all’interno di After Effects e Premiere, con un tempo di rendering che dovrebbe dimezzarsi. A iOS e OSX sono ormai un unico elemento Tim Cook ha dichiarato che Apple non fonderà mai OSX e iOS e che continuerà a tenere i due sistemi distinti. Una scelta saggia, perché ormai iOS e OSX sono due sistemi praticamente identici nelle funzionalità che servono però due diverse piattaforme. Se video gli scorsi anni molte funzionalità erano arrivate prima su iOS e poi su OSX, quest’anno Apple ha ristabilito una perfetta parità tra i due. Di Metal e San Francisco abbiamo già parlato, ma la stessa cosa vale anche per il nuovo Spotlight, per lo Split Screen e per tutte le app che Apple ha rinnovato (Note, Mappe, Mail, Safari) e che ora hanno le stesse funzioni su mobile e su desktop. Non ultimo la scelta di unificare anche l’account per gli sviluppatori: chi aderisce ora al programma developer può sviluppare indistintamente per OSX o per iOS, segno che quello di Apple è ormai un unico grande ecosistema. Mission Control e Split Screen Gestire il desktop è più semplice Mission Control è una delle funzionalità più utili del Mac, soprattutto per chi ha uno schermo piccolo e tante finestre da organizzare. Difficile capire quanti utenti Mac, soprattutto chi è passato ad OSX di recente, sulla scia del successo di Apple, usi realmente Mission Control, sta di fatto che qui Apple ha fatto davvero un bel lavoro eliminando le principali noie presenti nella precedente versione (alcune delle quali introdotte proprio con Yosemite). La prima era la sovrapposizione delle finestre appartenenti ad una stessa app, che rendeva difficile la selezione, la seconda la difficoltà tra tante finestre uguale di riconoscere quella che effettivamente serve. Ora le cose sono cambiate: le finestre sono disposte nello spazio opportunamente distanziate, e passando con il mouse sopra ogni miniatura viene mostrato il lab nome del file o il titolo della pagina web aperta. Inoltre, per guadagnare più spazio, Mission Control non mostra più le app a pieno schermo e i desktop multipli come thumbnail nella fascia superiore, ma si limita a inserire un placeholder testuale che può essere espanso al passaggio del mouse. Come per l’iPad anche su OSX arriva lo Split Screen: è facilissimo da gestire e funziona con quasi tutte le app dotate anche di ridimensionamento a pieno schermo. Per attivarlo basta tenere premuto il comando di massimizzazione (il tastino verde) e posizionare l’applicazione in una delle due metà del desktop. L’altra metà può essere riempita con una applicazione a scelta tra quelle aperte, esattamente come si fa con l’iPad. Si può attivare lo Split Screen anche da Mission Control, basta selezionare una applicazione compatibile e trascinarla nella parte alta su uno dei desktop disponibili e su una delle app a pieno schermo. La barra divisoria permette di gestire la separazione, che inizialmente è uno split perfetto 50 – 50 ma può anche variare a seconda delle app inserite. Non tutte le app come abbiamo detto gestiscono lo split screen: i programmatori dovranno essere bravi a sfruttare auto-layout per creare applicazioni “responsive”, che possano quindi comprimersi e risultare leggibili anche quando occupano una piccola striscia di schermo. Qualche piccola cosa da sistemare qui c’è: Safari, ad esempio, perde la gestione dei siti responsive in modalità split screen: il sito del Corriere in split con segue a pagina 34 torna al sommario n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 TEST OSX El Capitan segue Da pagina 33 colonna stretta viene visualizzato in versione desktop, senza lo splitscreen, in una finestra di dimensioni identiche, prende invece la versione responsive (foto sotto). Non mancano altri piccole ma piacevoli migliorie: se si muove velocemente il dito sul trackpad o il mouse il cursore si ingrandisce: mossa perfetta per chi perde di vista la “freccia” su un iMac da 27”. Spotlight migliora Ma non è potente come Siri Il sistema di ricerca Spotlight cresce ancora, sia graficamente sia nelle sue possibilità. La finestra ora può essere ridimensionata e spostata dove si vuole, con il sistema operativo che memorizzerà la posizione per la prossima ricerca. A Spotlight si possono ora chiedere informazioni in linguaggio naturale, ad esempio “Mostrami i documenti dell’ultima settimana” e “Ha perso la Juve?”, ma non sempre la risposta è quella che ci aspettiamo. Purtroppo sull’italiano zoppica un po’ e soprattutto è molto meno potente di Siri: “Ricordami di prendere la pastiglia alle 17:00” ad esempio mostra come risultato un file che nulla ha a che fare con la cosa richiesta, e qui Siri non avrebbe sbagliato di certo. Buona l’integrazione con i servizi web: Spotlight cerca praticamente ovunque nella rete, anche tra i video di Vimeo e Youtube e nei noti servizi Wiki. MAGAZINE altre applicazioni e la formattazione dei testi: su Safari, ad esempio, nel menu condivisione è apparsa anche l’opzione “Note”. Come per la maggior parte delle app basate sulla condivisione iCloud, Note risulta particolarmente utile per chi oltre ad un Mac ha anche un iPad o un iPhone: se la condivisione tra dispositivi Apple mantiene la formattazione e gli elementi interattivi, inviando la nota ad un altro dispositivo si perdono moltissimi elementi (ma non i testi). Mappe guadagna invece gli orari dei mezzi pubblici: anche qui una caratteristica aggiunta quest’anno su iOS 9 e utile soprattutto per chi si trova in una delle città dove i mezzi di trasporto sono segnalati. In Italia la gestione degli orari dei mezzi non è presente neppure nelle grosse città metropolitane di Roma e Milano. Si tratta, a nostro avviso, di una funzionalità più interessante in mobilità che su un computer desktop. Finiamo con Mail, che si evolve ancora completando un percorso iniziato lo scorso anno. La vista principale guadagna qualche gesture aggiunta di recente anche su iOS (ad esempio la cancellazione rapida di una mail con due dita sul trackpad) e due novità interessanti: la composizione in tab per poter gestire contemporaneamente più email e la possibilità, cliccando su una zona esterna dello schermo in fase di composizione, di tornare automaticamente alla vista principale salvando il contenuto nelle bozze. Mail cerca ora nelle mail eventuali appuntamenti per proporci l’aggiunta al calendario: tranne qualche incertezza, nella maggior parte dei casi la funzione si è rivelata perfetta. OSX è ora allo stesso livello di iOS Continueranno a viaggiare insieme Note, Mail e Mappe riviste e migliorate Tra le app riviste interamente le più interessanti sono sicuramente Note, Mappe e Mail. La prima ha subito lo stesso restyling della versione iOS: da semplice taccuino è diventato un potente blocco note che non arriva alla complessità di One Note ma finalmente permette operazioni come il ritaglio di elementi da Safari è ormai maturo Può sostituire Chrome Un’altra novità davvero apprezzata più riguarda Safari ed è la possibilità di tenere in evidenza le schede più usate. E’ brutto dire “pin”, ma di un pin si tratta: Facebook, DDay, GMail e le pagine che guardiamo più di frequente possono essere ancorate con piccoli ed eleganti tab nella barra contraddistinti dal logo. Qui Apple ha studiato bene il comportamento dei siti che si tengono evidenziati: si auto aggiornano in background una volta che sono già caricati, ma se il browser viee chiusi per caricarli vanno lanciati a mano. Questo per evitare che, con 10 siti in evidenza, all’apertura del browser Safari debba caricare tutti i siti insieme con conseguente rallentamento. torna al sommario I video presenti nelle pagine web (tipo Youtube) possono ora essere inviati tramite AirPlay ad una Apple TV direttamente, senza usare quindi il mirroring, mentre i pannelli (tab) che in qualche modo “suonano” possono essere silenziate cliccando sul piccolo altoparlante presente nell’intestazione del tab. Safari su Mac, soprattutto per quanto riguarda i Macbook, è da tempo la scelta preferita di molti anche perché Chrome, è cosa risaputa, divora un sacco di batteria: con le ultime correzioni applicate Safari è maturo e può essere usato anche dagli sviluppatori come browser principale. Il fatto che non supporti Adobe Flash, inoltre, depone a suo vantaggio. Probabilmente era solo una sensazione, ma a chi ha seguito gli ultimi keynote si sarà accorto che anni scorsi le novità in casa Apple arrivavano prima su iOS e poi su OSX. Il restyling grafico, che su iOS è arrivato alla versione 7, su OSX è arrivato solo lo scorso anno, e con lui tante altre piccole feature. iOS e OSX tornano ora sullo stesso piano, ed eccetto Siri tutto quello che Apple ha aggiunto di nuovo su iOS 9 lo ha aggiunto anche su El Capitan. Non è una major release, ma è una “montagna” fatta di tante piccole migliorie, di bug risolti e di miglioramenti a 360 gradi. Metal è una piacevole sorpresa soprattutto per coloro che hanno un Macbook Retina, e se sarà sfruttata a pieno dagli sviluppatori si riusciranno a spremere Mac con GPU integrata a livelli fino ad ora impensabili. Notevoli i miglioramenti a Mission Control e alle applicazioni, alcuni dovuti altri inaspettati. El Capitan è un aggiornamento sicuramente consigliabile: anche se non tutti si accorgeranno subito delle novità, resta comunque un sistema più fluido, stabile e sicuro. presenta Il grande appuntamento itinerante di aggiornamento e networking destinato agli installatori, operatori, ai tecnici e agli addetti vendite del settore TV consumer Prime due tappe: 8 ottobre 2015 - Varese 29 ottobre 2015 - Cuneo Se sei un operatore e vuoi partecipare, iscriviti su www.hhmi.pvagency.it con il patrocinio di n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE TEST Una fotocamera a lenti intercambiabili adatta ad appassionati che cercano un prodotto di qualità e decisamente versatile Panasonic Lumix GX8: la svolta a 20 Megapixel In prova la mirrorless in formato micro quattro terzi con stabilizzatore ibrido, controlli più completi e registrazione video 4K di Paolo CENTOFANTI due anni dalla Lumix GX7 e un’infornata di nuove fotocamere micro quattro terzi (nel giro di un anno, oltre alla GH4, sono arrivate la GM5, la GF7 e la G7), ecco la nuova GX8, modello che segna un piccolo primato per la categoria: Panasonic è, infatti, la prima azienda a proporre una fotocamera per sistema micro quattro terzi con sensore da 20,3 Megapixel, là dove tutte le altre si fermano ancora a 16 Megapixel. La serie GX continua a essere indirizzata all’appassionato di fotografia che cerca una fotocamera a lenti intercambiabili più compatta di una reflex, ma pur sempre di grande qualità e versatilità. Con la GX8 Panasonic sembra anche rispondere direttamente alle ultime proposte di Fujifilm e soprattutto Olympus, che negli ultimi due anni hanno tirato fuori macchine simili per impostazione, target e fascia di prezzo, ottenendo un grandissimo successo. Lo fa con più controlli, un corpo macchina migliorato, un nuovo sistema di stabilizzazione e la ripresa video in 4K. A Miglioramenti sotto tutti i punti di vista La Lumix GX8 rappresenta un evidente salto di categoria rispetto alla GX7 a livello di corpo macchina, che è sempre in lega di magnesio ma ora è anche tropicalizzato e quindi resistente ad acqua e polvere. Crescono le dimensioni, a favore di un grip migliore, ma diventano anche più completi i controlli, con una nuova configurazione di ghiere, che tra l’altro danno la sensazione di essere più robuste. Il controllo dei parametri di scatto avviene principalmente sempre con due ghiere, ma ne è stata aggiunta una terza coassiale con quella di selezione della modalità di scatto per la compensazione dell’esposizione. Il corpo della GX8 è coperto poi da tasti funzione e dedicati, che sono in realtà dal primo all’ultimo programmabili da parte dell’utente nel menù di configurazione. Anche se abbiamo trovato soprattutto quello vicino al tasto di registrazione video un po’ scomodo da utilizzare, c’è una tale versatilità di configurazione che chiunque è in grado di trovare l’assetto migliore per le proprie esigenze. Sul versante delle connessioni ritroviamo l’uscita HDMI e il classico connettore audio/video proprietario, ma soprattutto l’ingresso jack per microfono, caratteristica molto interessante per chi vuole usare la GX8 anche per fare video. Purtroppo, per scelta incomprensibile, Panasonic video lab Panasonic Lumix DMC-GX8H UN’OTTIMA, MA COSTOSA, ALTERNATIVA CHE SA FARE ANCHE VIDEO 1.599,99 € La nuova GX8 va a occupare quella fascia di prodotti per gli appassionati di fotografia che ultimamente è diventata piuttosto affollata con proposte di grande qualità. Distinguersi in questo scenario è sempre più difficile. Panasonic punta su un suo cavallo di battaglia, il video 4K, ma anche su un nuovo sensore che da un lato colma il divario tra 4/3 e APS-C e dall’altro, almeno a livello di specifiche, permette di superare i “cugini” di Olympus. Di certo, rispetto ai prodotti di quest’ultima, Panasonic vince sul fronte della registrazione video, non trascurando un’ottima qualità fotografica, anche se il processing in camera su JPEG non è il punto forte della GX8. Complessivamente è una macchina versatile, con buoni controlli, tante funzionalità e la compatibilità con l’ottimo parco ottiche dell’ecosistema micro quattro terzi, anche se il nuovo stabilizzatore si potrà sfruttare solo con le Panasonic. Certo è che con un centinaio di euro in più, rispetto al costo del corpo macchina, ci si può portare a casa una full frame come la ∂7... 8.5 Qualità COSA CI PIACE 9 Longevità 9 - Qualità foto e video - Ampie possibilità di configurazione - Ripresa video in 4K e 4K Photo Design 7 Semplicità 8 D-Factor 9 Prezzo 8 - File JPEG con riduzione del rumore un po’ aggressiva COSA NON CI PIACE - Video 4K non stabilizzato - Dual I.S. efficace solo con alcune ottiche Panasonic ha optato per la sempre meno comune presa mini-jack da 2,5 mm. Peccato. Nuovo mirino, nuovo display e tutte le funzionalità della G7 Oltre al nuovo layout dei comandi, Panasonic ha anche migliorato mirino e display rispetto alla GX7. Il mirino elettronico passa dalla tecnologia LCD field sequential all’OLED e offre un maggiore fattore di ingrandimento. Anche in questo caso il mirino è orientabile, ma sparisce il flash integrato della GX7. Il display touch posteriore rimane da 3 pollici, sempre con risoluzione di circa 1 Megapixel, ma anche questo ora è in tecnologia OLED. La novità più grande risiede però nella possibilità di ruotare il display in qualsiasi modo, offrendo totale libertà di utilizzo. Il menù a schermo come è possibile vedere anche dall’immagine in alto, rimane quello classico di tutte le fotocamere Panasonic e non presenta novità di rilievo. Stesso discorso per l’OSD che rimane del tutto simile a quello visto sugli ultimi modelli e andando più indietro anche su quelli dello scorso anno. Come sulla recente G7 la novità più grande a livello di funzionalità è costituita dalla modalità Photo 4K, che essenzialmente consiste nella possibilità di estrarre foto di altissima qualità dalla ripresa video in 4K, sostituendo di fatto la modalità a raffica con una piccola rinuncia in termini di risoluzione massima. Le modalità disponibili sono esattamente le stesse viste sulla Lumix G7, così come il funzionamento, per cui vi rimandiamo alla nostra esauriente anteprima per i dettagli. Ci sono poi naturalmente i filtri artistici (ora personalizzabili), la possibilità di editing RAW direttamente in camera, possibilità di controllo della fotocamera via app per smartphone e tablet tramite connessione Wi-Fi, e la solita pletora di modalità di esposizione automatica per ogni occasione immaginabile, che probabilmente il destinatario di questo prodotto non userà mai. Nuovo sensore e stabilizzatore ibrido Al di là dei cambiamenti “ergonomici”, le più grandi novità introdotte da Panasonic sulla GX8 riguardano segue a pagina 37 torna al sommario n.119 / 15 5 OTTOBRE 2015 MAGAZINE TEST Panasonic Lumix DMC-GX8H segue Da pagina 36 il sensore e il sistema di stabilizzazione. Lo abbiamo già sottolineato in questo articolo: la nuova Lumix è la prima macchina micro quattro terzi a offrire una risoluzione di 20 Megapixel, contro i 16 Megapixel degli altri modelli anche di fascia alta. La OM-D E-M5 II di Olympus riprende anche a 40 Megapixel ma solo con lo shift del sensore e scatti multipli. Il sensore da 20,3 Megapixel è con ogni probabilità realizzato da Sony, che ha un modello quattro terzi a listino da aprile di quest’anno, ma Panasonic ufficialmente non dice chi produce il componente (e potrebbe anche esserselo sviluppato in casa). Il sensore è combinato a una nuova versione del processore Venus Engine, ottimizzato per la maggiore risoluzione, con un nuovo algoritmo per la riduzione dei difetti di diffrazione a piccole aperture, migliore gestione del rumore e sensibilità espansa fino a 25600 ISO e con una nuova modalità estesa a 100 ISO. Anche sulla GX8, Panasonic ha portato poi la tecnologia di autofocus DFD (Depth From Defocus), che offre una rapidità di aggancio del soggetto fino a 0,07 secondi. Invariato l’otturatore, con velocità massima di 1/8000 secondi, a cui però è stata aggiunta la modalità elettronica fino a 1/16000 secondi. Per quanto riguarda invece lo stabilizzatore, Panasonic ha tradizionalmente seguito la strada della stabilizzazione ottica sulle lenti, introducendola per la prima volta anche sul sensore proprio con la GX7. Per questo nuovo modello, e per rispondere alla concorrenza di Olympus, il cui sistema di stabilizzazione è ormai considerato un benchmark, Panasonic ha introdotto un nuovo ingegnoso sistema di stabilizzazione che combina la compensazione sia dell’ottica che del sensore. Il nuovo Dual I.S., così come lo chiama Panasonic, utilizza i dati raccolti tramite un giroscopio per determinare le vibrazioni della fotocamera e quindi compensare i movimenti tramite lo stabilizzatore ottico e quello del sensore. Un ulteriore componente di traslazione viene compensata attraverso il movimento del sensore. Il sistema lavora su due assi tramite l’ottica e su quattro assi sul sensore, in modalità foto. Con i video, ma solo fino a risoluzione 1080p, la compensazione sul sensore è a tre assi. Rispetto alla GX7 è comunque un notevole passo in avanti. Chiaramente, per poter funzionare, un simile sistema necessita che ottica e corpo macchina siano in grado di comunicare e coordinarsi tra loro, motivo per il quale il nuovo stabilizzatore funziona unicamente con ottiche Panasonic stabilizzate e con apposito aggiornamento del firmware (anche gli obiettivi possono ricevere agvideo lab Panasonic Lumix DMC-GX8H Video girato in 4K torna al sommario giornamenti software). Questo limita un po’ il vantaggio di un sistema “aperto” come il micro quattro terzi, ma è sicuramente una trovata interessante. Veloce, precisa e da usare in RAW La scelta di effettuare il salto ai 20 Megapixel su una macchina come la GX8, e non su un’ammiraglia come la GH4, è un po’ curiosa, ma può essere ricercata come il tentativo di rispondere all’agguerrita concorrenza del sistema OM-D di Olympus all’interno del settore micro quattro terzi. Di certo in pochi si sono lamentati per la risoluzione della GH4 o della stessa GX7, ma si sa, avere un 20 al posto di un 16, quando si parla di marketing fa la differenza. Fortunatamente la “compressione” di 20,3 Megapixel nello stesso formato 4/3 non sembra aver comportato dei compromessi soprattutto sul versante del rumore. Non è certo il dettaglio quello che manca nelle foto scattate con la GX8 che però mantengono anche un’impronta tutto sommato morbida e non troppo analitica. Nel materiale promozionale a corredo del lancio della fotocamera, Panasonic mette più volte l’accento sulla naturalezza dei colori e di certo la GX8, come del resto già la GX7, si contraddistingue per una resa che potremmo definire “neutra”. Quello che continua a convincerci un po’ meno è il motore JPEG di Panasonic. Un po’ come sulla GX7 ci siamo ritrovati ad abbassare subito, rispetto alle impostazioni di default, la riduzione del rumore, ma anche così facendo abbiamo notato, visualizzando al 100% le foto in JPEG prodotte dalla fotocamera, la comparsa di effetto “acquarello” già a bassi valori di ISO. Non che in condizioni normali ciò sia particolarmente visibile, ma l’impatto sul dettaglio più fine c’è, con la riduzione del rumore che insieme alla compressione si mangia via qualche particolare, come possiamo vedere nell’immagine pubblicata in questa pagina. In questo confronto è possibile vedere, ad esempio, come nell’immagine a sinistra la zigrinatura della gomma della scarpa quasi scompaia, mentre il legno vicino alla scarpa appare come sfuocato. Nel file RAW possiamo scorgere nel crop 100% un po’ di rumore in più ma il dettaglio è intatto. Chiaramente certi particolari si possono notare solo con un ingrandimento, ma nel caso di stampa su grande formato le differenze potrebbero venire fuori e, se siete dei fanatici da questo punto di vista, scattare in RAW con la GX8 è d’obbligo. L’unica controindicazione nell’utilizzo del RAW è nella pesantezza dei file, visto che stiamo parlando di immagini da 24 MB ciascuna. La fotografia pubblicata ci permette anche di apprezzare la buona dinamica dell’immagine, la naturalezza della luce e la morbidezza complessiva. Il sensore offre una buona pulizia e anche in situazioni critiche, fatta eccezione per i già citati limiti del formato JPEG, il rumore è sotto controllo e anche alzando gli ISO produce immagini perfettamente utilizzabili almeno fino a 3200 e in alcuni casi fino 6400 ISO. Oltre il rumore rivela troppo la sua natura “elettronica” restituendo immagini meno piacevoli e con dettaglio fortemente intaccato. Il nuovo stabilizzatore, che abbiamo potuto provare unicamente in combinazione con l’ottica da kit “tutto fare” Lumix G VARIO 14 - 140mm F3.5-5.6, si comporta in generale bene. Al massimo dell’ingrandimento (focale equivalente 240 mm) siamo riusciti a guadagnare in generale anche 3 stop a livello di tempi di posa, ma dobbiamo dire che abbiamo riscontrato prestazioni scostanti a seconda delle circostanze. I nostri test sono stati effettuati con un sample di pre-produzione (firmware 1.0), per cui non è da escludere che le prestazioni con versioni successive del software della macchina e/o degli obiettivi possano cambiare. Molto interessanti le prestazioni di ripresa video in 4K (MP4 a 100 Mbit/s e a 24 o 25p), anche se la GX8 non è forse il tipo di macchina ideale per chi cerca una soluzione per questo tipo di progetti. In 4K, come abbiamo visto, ad esempio non c’è stabilizzazione di immagine, e anche il form factor forse si presta meno. In ogni caso la qualità di immagine è decisamente buona, fatta eccezione per un po’ di rumore sulle ombre che può venire accentuato in fase di ricodifica dei filmati dalla compressione. I video (clicca qui per visionarli), girati in diverse condizioni, sono stati realizzati in 4K con il profilo CineLike, che cerca di restituire una curva dinamica più “piatta” e simile alla pellicola. Soprattutto nel video, emergono i consueti limiti nel fuoco continuo, specie quando si tratta di tracking di soggetti che si muovono verso l’obiettivo. In 4K, senza stabilizzatore video, le vibrazioni della videocamera possono dare origine anche al classico “wobbling” dei sensori CMOS. Nel complesso però, la GX8 permette di girare video di grande qualità, uno dei vantaggi più grandi di Panasonic rispetto al suo concorrente più diretto sul versante micro quattro terzi. Veloce e preciso il sistema di autofocus, che abbiamo trovato affidabile anche in condizioni di scarsa luminosità.