n.119 / 15
5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
(SIAE)
Canone a 100 Blandini
a DDay.it
euro: alla RAI replica
va il 20% in più “Dati positivi” 02
Si torna a parlare di canone RAI nella
bolletta della luce: poco meno di un anno fa
il sottosegretario Giacomelli si avventurava
nell’annunciare l’inserimento del provvedimento
nella legge di stabilità (del 2014), seccamente
smentito da Palazzo Chigi pochi minuti dopo.
La legge di stabilità – indicava la Presidenza del
Consiglio – è uno strumento inadatto per un
provvedimento di questo tipo, che verrà varato
con legge ad hoc. Ora è lo stesso presidente del
Consiglio a reintrodurre il tema del canone RAI
in bolletta e - guarda caso - proprio nella nuova
legge di stabilità. Lo fa a suo modo, non facendo
parlare i provvedimenti di legge e i fatti ma con
un annuncio in TV. Il canone verrà diminuito
- dice il premier – da 114 a 100 euro e verrà
probabilmente integrato nella bolletta della luce:
Renzi cita questo provvedimento tra le azioni di
riduzione della pressione fiscale messe in atto dal
suo esecutivo.
Ovviamente tra un annuncio molto generico
e la realtà del provvedimento ci possono
essere distanze siderali e i dubbi dilagano: si
pagherà a prescindere dal possesso della TV?
Pagheranno solo le famiglie o anche le aziende
e chiunque abbia un allacciamento elettrico?
Ma soprattutto come si farà per discriminare
le prime case da quelle di vacanza, magari
intestate a due familiari diversi?
Di certo Matteo Renzi la fa facile: l’inserimento
del canone RAI in una bolletta è tutt’altro che
semplice ed sarà senza dubbio lastricato di
casi particolari ed equivoci, che porteranno
probabilmente a un discreto campionario di
iniquità e forse anche a qualche ricorso.
Ma concentriamoci per un attimo sugli effetti
concreti di un provvedimento di questo tipo: lo
scorso anno si parlava dapprima di un’applicazione modulata secondo il reddito, con canone
base a 35 euro e massimo di 65 euro. Poi si è
passato al più facile concetto di “dimezzare”
tout court il canone portandolo a circa 60 euro.
L’obiettivo – condivisibile – era quello di “pagare tutti per pagare meno”, il che fa pensare che
si ragionasse a raccolta immutata.
Ora Renzi non si scrupolo di andare in tripla
cifra, con i 100 euro annunciati come una
conquista. I nuovi meccanismi – dice il premier
– azzereranno l’evasione, oggi in Italia al 27%.
Ipotizzando quindi che domani giustamente paghino anche quelli che oggi evadono, l’introito
salirebbe in maniera secca del 20%. Questo se
la base di coloro che deve pagare il canone restasse costante; ma – seguendo le dinamiche
in atto – probabilmente si andrà anche verso
una crescita della platea assoggettata, con
un ulteriore incremento del gettito. Gli onesti
che già pagano il canone oggi vedrebbero un
risparmio del 12%, ed è un bene; ma non si può
trascurare che le casse della RAI vedrebbero
incrementare i propri ricavi dei oltre il 20%.
Il premier Matteo Renzi, mentre racconta
con fierezza che sta diminuendo il canone
RAI, dovrebbe anche spiegare con la stessa
chiarezza agli italiani, che faticano a capirlo,
perché un sistema inefficiente e costosissimo
come la RAI, con 14 canali (perché non chiuderne qualcuno?) che di vero servizio pubblico
ne fanno pochino, debba essere finanziato
in modalità assolutamente prevalente dai
cittadini; e perché dall’anno prossimo questo
trasferimento di denaro, invece che mitigarsi,
dovrebbe crescere ulteriormente. A meno che
il Governo, poi, non decida anche di fare sua
una parte degli introiti (come già fece lo scorso
anno con un taglio di 150 milioni di euro) e
sarebbe peggio ancora.

Gianfranco GIARDINA
torna al sommario
Le nuove etichette Sonos scommette sulla
energetiche
calibrazione: “Molti
non convincono 04 benefici, per tutti” 15
Le royalty HEVC sono troppo care
Rischiano di affossare lo standard
HEVC Advance spara alto e l’industria dell’entertainment
non ci sta. Sono a rischio obsolescenza milioni di TV?
05
10
Google: ecco i nuovi Nexus
Il Nexus 6P è un phalet con display da 5,7”
Nexus 5X ha una fotocamera ultra sensibile
Sorpresa Pixel C, tablet con display da 10,2”
che mette nel mirino Surface e iPad Pro
Panasonic TX-65CR850E in prova
È il nuovo top di gamma Panasonic (in attesa
dell’OLED). Scopriamo se rispetta le attese
22
OSX El Capitan, tutte le novità
IN PROVA
26
Galaxy S6 edge+
Ha un display super
Il sistema operativo Apple è stato migliorato in 29
diversi punti, ma solo pochi se ne accorgeranno
33
LG G4 Stylus, non è
un G4 con il pennino
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MERCATO Blandini, direttore generale di SIAE, replica all’articolo con cui DDay.it ha tracciato lo stato dell’arte dell’attuale gestione SIAE
Gaetano Blandini (SIAE) replica a DDay.it
“I dati presentati sono altamente positivi”
SIAE veloce nel raccogliere, ma molto meno nel ridistribuire, tanto che 2 anni di proventi da Copia Privata sono ancora in cassa
P
di Gianfranco GIARDINA
oco tempo fa abbiamo pubblicato un articolo che
tracciava lo stato dell’arte dei conti SIAE, sulla
base del bilancio 2014 e dei dati preliminari 2015,
così come comunicatici dalla stessa SIAE. Il direttore
generale di SIAE, il dott. Gaetano Blandini, ha ritenuto di
dover indirizzare al direttore di DDay.it, e per suo mezzo
a tutti i lettori, una replica, che pubblichiamo qui.

“Gentile Direttore,
in riferimento all’articolo a sua firma pubblicato il 13
settembre 2015 su www.dday.it (“SIAE deve quasi un
miliardo agli aventi diritto e sta in piedi con gli interessi.
La Copio Privata raddoppia: si va oltre i 120 milioni”), teniamo a fare alcune precisazioni di grande importanza,
che ci auguriamo vorrà condividere con i suoi lettori.
Lei ha scritto: Debiti verso gli aventi diritto oramai stabilmente sopra i 900 milioni di euro.
Il dato - che sembra da Lei presentato come negativo
- è invece altamente positivo.
Nel bilancio SIAE la voce “debiti verso associati” rappresenta niente altro che gli incassi della Società (meglio
ancora, gli incassi destinati a ripartizione in favore degli
associati).
Dunque, più alto e stabile è il “debito” e, in realtà, più
alto e stabile vuol dire che è stato il livello degli incassi.
In altre parole, più alto è il debito e più vuoi dire che la
SIAE ha svolto bene il proprio ruolo di raccolta. A ben
vedere, il titolo giornalistico avrebbe dite essere altro: il
2014 è stato un altro anno di crescita per la SIAE, sono
cresciuti gli incassi e l’efficienza e invece sono ancora
scesi i costi.
Ovviamente, SIAE man mano che incassa ripartisce.
Però per fortuna (anzi per bravura) man mano che ripartisce continua a incassare. E, per questo, nel mentre,
da un lato, il “ recipiente” degli incassi si svuota per le
ripartizioni via via effettuate, esso, dall’ altro lato, si riempie di nuovo magari anche ad un livello maggiore se gli
incassi (come nel nostro caso) crescono.
Questo fenomeno, per vero continuo, è l’essenza del
ciclo produttivo della gestione del diritto d’autore.
Per meglio comprendere si può pensare alla portata
d’acqua di un fiume: mentre l’acqua scende a valle
(ripartizione agli aventi diritto), ne viene altra dalla sorgente (incassi). O meglio ancora si può pensare a un
giardino d’erba. Se ben curata (efficienza della SIAE),
l’erba continuerà a crescere nonostante si provveda
alla potatura ogni giorno.
Un bilancio, in effetti, fornisce una fotografia (statica)
che non è in grado di rappresentare del tutto la dinamicità dell’attività della SIAE. Bisogna dunque fare attenzione a non produrre inutili equivoci. Premesso sempre
che le tempistiche e criteri di ripartizione sono stabilite
non dalla SIAE autonomamente, ma sono dettate direttamente dagli associati, il punto vero è che la voce
torna al sommario
di bilancio di cui discutiamo è
costituita per la maggior parte
da somme appena incassate,
e da versare (ai titolari del diritto) nelle ripartizioni immediatamente successive (ordinarie o
supplementari).
Anzi, in larga parte quegli
stessi incassi sono già stati ripartiti prima ancora di essere
materialmente realizzati. E ciò
accade per via delle anticipazioni (veri e propri pagamenti
in anticipo) che SIAE effettua
annualmente in favore dei propri associati, così anche operando ripartizioni che sono
nella realtà dei fatti più veloci rispetto a quanto accade
in tutti gli altri Paesi europei.
Ancora, lei ha scritto: Deficit finanziario - € 27 milioni
Da alcuni anni a questa parte, SIAE è stabilmente in
utile, si è rinforzata sul piano patrimoniale, ha diminuito
i propri costi interni, ha aumentato gli incassi (a favore
degli associati) e soprattutto ha diminuito le provvigioni
nei confronti degli associati.
Francamente, parlare di deficit basandosi su un dato
parziale, e per di più irrilevante rispetto alle caratteristiche del ciclo produttivo della SIAE, è sbagliato e inutilmente fuorviante.
Come sopra spiegato, SIAE man mano che incassa
ripartisce e man mano che ripartisce continua a incassare. Un simile flusso continuo consente di ottenere
(considerata la capacità del management della SIAE)
un altrettanto continuo flusso di proventi finanziari.
I proventi finanziari, però, sono proventi o ricavi come
tutti gli altri. Anzi sono “migliori” di altri perché ottenuti
non a carico di utilizzatori o titolari di diritti e sono parte integrante della normale operatività della Società
esattamente come avviene per tutte le altre Società di
Collecting europee.
Quanto alla copia privata, sono forse sufficienti le parole che lei stesso ebbe modo di pronunciare dopo
avere chiesto e ottenuto (proprio nel corso del 2014) di
visionare fisicamente e da vicino (negli uffici della SIAE)
tutto il ciclo relativo alla copia privata: lo SIAE, sulla copia privata (che si sia d’accordo o no con essa), fa uno
straordinario lavoro.”
Gaetano Blandini
Ci fa piacere che non sia stato mosso da SIAE alcun
appunto alla sostanza e ai numeri del nostro articolo (al
quale peraltro ha collaborato fornendoci alcuni utili dati).
Evidentemente la nostra analisi è - nella sostanza e nei
numeri - corretta. Peraltro ci permettiamo di raccomandare maggior cura al dott. Blandini nel virgolettare le nostre frasi: non abbiamo mai parlato di “deficit finanziario
- 27 milioni”, ma di “margine operativo negativo”, cosa
assai diversa nella forma e nella sostanza e riflesso a bilancio del risultato dell’attività caratteristica della società.
Registriamo anche come la visione del dott. Blandini sia
in molti passaggi assolutamente sintonica con il nostro
articolo e non lo smentisca affatto: SIAE efficace e veloce nel raccogliere, come da noi chiaramente spiegato.
Abbiamo però aggiunto - cosa che ovviamente Blandini,
per il ruolo che ricopre, non può dire - che però SIAE
è molto meno celere nel ridistribuire, tanto che due
anni di proventi da Copia Privata sono ancora in cassa
in attesa di ridistribuzione. Tanto per usare il paragone
“idrico” del dott. Blandini, l’acqua entra copiosa ma staziona molto tempo in SIAE, troppo; il grande lago da un
miliardo di euro che così si forma mantiene la SIAE in
attivo con i relativi proventi finanziari, che nulla c’entrano con la gestione caratteristica e anzi sono soggetti
agli andamenti (e alle tempeste) dei mercati finanziari.
Il paradosso è che più il lago cresce e più la SIAE guadagna. E se dovesse diminuire, anche solo per una ridistribuzione più veloce, SIAE andrebbe irrimediabilmente
in perdita. Per questo motivo, questa SIAE - al di là dei
desideri del dott. Blandini - non può proprio permettersi
di diventare più efficiente di così: se ridistribuisse più velocemente finirebbe sott’acqua. Basti dire che nel 2015
SIAE probabilmente guadagnerà dalla copia privata più
in interessi per la tardiva ridistribuzione che per le proprie laute spese: siamo così sicuri che nel resto d’Europa
funzioni allo stesso modo? Ci fermiamo qui: tutti i numeri
e le considerazioni del nostro articolo restano validi, anzi
rinfrancati anche dalla mancanza sostanziale di appunti da parte di SIAE. Rimandiamo quindi all’articolo per
ogni approfondimento. In ogni caso, ringraziamo il dott.
Blandini per l’attenzione e il tempo dedicatoci e per la
disponibilità dimostrata mettendoci in contatto con l’amministrazione di SIAE. Al di là di ogni punto di vista di
chi scrive e di SIAE, il lettore, sulla base del nostro articolo e delle considerazioni del dott. Blandini, potrà farsi
un’idea ancora più completa della SIAE, della gestione
della società e della sua efficienza nello svolgere i compiti affidatigli dalla legge. Che poi è l’unica cosa che, da
informatori rigorosi, a noi sta a cuore.
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5 OTTOBRE 2015
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MERCATO Il nuovo rapporto di Akamai sulla situazione di Internet in Italia è deprimente
Italia lumaca con connessioni vergognose
L’Italia è il fanalino di coda di tutte le classifiche dell’area EMEA per velocità delle connessioni
S
di Paolo CENTOFANTI
ono passati tre mesi dall’ultimo
rapporto di Akamai sullo stato di
Internet, ma la situazione, almeno
per l’Italia, non cambia e addirittura, sembra incredibile, ma in alcune metriche
peggiora. Prima le buone notizie: l’Italia
ha scavalcato la Turchia nella classifica
della velocità media delle nostre connessioni, con uno scarto di “ben” 0,1 Mbit/s:
6,4 Mbit/s contro 6,3 Mbit/s. Ecco, questa
a quanto pare è l’unica cosa di cui possiamo essere fieri, perché per il resto la
fotografia che esce dal rapporto del servizio di CDN è impietosa, come sempre
purtroppo. L’Italia rimane stabilmente ultima in Europa in tutte le classifiche che
riguardano le connessioni fisse, e allargando il campo alla regione EMEA (che
include anche Medio Oriente e Africa),
ci salviamo dall’ultimo posto solo grazie
al Sud Africa che non se la passa meglio
di noi.
Tutti, ma proprio tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea sono messi meglio di
noi e non di poco, e nella velocità media
di picco, rispetto al trimestre precedente registriamo persino un leggero calo,
quasi una beffa nei confronti di tutte le
belle promesse del piano nazionale per
la banda ultralarga. Un piano in clamoroso ritardo, considerando che l’Italia è
l’unico Paese dell’Unione Europea ad
avere meno del 10% delle linee in grado
di superare i 10 Mbit/s: l’Italia è ferma
all’8,7%, mentre il Paese più vicino in
classifica, la Francia, è al 20%; la Sviz-
zera, così vicina geograficamente a noi,
è lontanissima in cima alla classifica con
il 60%.
E andando a considerare le connessioni
superiori ai 15 Mbit/s, l’Italia è naturalmente sempre ultima, con un umiliante
3%, doppiata dalla Francia, penultima in
Europa con oltre il 7,5%. Da qualunque
lato la si guardi, la situazione italiana è
disperata sul versante connettività Internet e prima di vedere miglioramenti concreti potrebbero volerci ancora anni.
Ripartono a
sorpresa i canali
La7 e La7d in alta
definizione
Dal 29/9 è possibile
nuovamente vedere
in alta definizione
i canali La7 e La7d, dopo
una fugace apparizione
lo scorso anno
La trasmissione avviene
dal nuovo multiplex
Cairo Due, al momento
dedicato esclusivamente
a questi canali
di Roberto FAGGIANO
MERCATO L’Antitrust ha irrogato a H3G e Sky sanzioni amministrative di 100.000 euro ciascuna
Multati Sky e H3G: contratti al telefono “poco chiari”
Violate le norme previste a difesa dei consumatori in ambito di vendita telefonica di servizi
di Emanuele VILLA
I

n quella che può essere considerata
la prima applicazione della Consumer
Rights, l’Antitrust ha inflitto a Sky Italia
e H3G una sanzione amministrativa di
100.000 euro ciascuna per procedure
di vendita via telefono non conformi ai
requisiti formali imposti dal Codice del
Consumo, e in particolare dell’articolo
51, commi 6 e 7. Oggetto del contendere sono appunto le procedure di teleselling, piuttosto frequenti al giorno d’oggi
e tramite le quali l’azienda propone e
vende un servizio via telefono; tale procedura è pefettamente lecita in Italia, ma
a patto che soddisfi determinati requisiti
formali posti a tutela del consumatore. I
procedimenti relativi a Sky e H3G sono
stati avviati nel marzo scorso e riguardano i comportamenti tenuti dalle stesse
dopo il 13 giugno del 2014. A seguito
dell’attività istruttoria, il Garante giunge alla conclusione che la procedura è
torna al sommario
contraria al regolamento poichè “il professionista non procede ad acquisire il
consenso espresso e informato del consumatore ad effettuare le conferme su
supporto durevole; non mette nella piena disponibilità del consumatore la registrazione della telefonata in modo che
quest’ultimo possa conservarla e accedervi in futuro per un congruo periodo
di tempo; non ottiene la sottoscrizione
del contratto o l’accettazione scritta da
parte del consumatore prima di considerarlo vincolato (con l’attivazione della
smart card, nel caso di Sky, ndr); non
fornisce al consumatore la conferma del
contratto concluso su un mezzo durevole, secondo quanto previsto dall’art. 51,
comma 7, cod. cons”.
Dal 29 settembre sera sono improvvisamente iniziate le trasmissioni HD dei canali La7 e La7d, ricevibili dal nuovo multiplex Cairo
Due e visibili sui canali LCN 507
e 529. Per poterli ricevere correttamente è necessario risintonizzare il televisore e verificare
che il canale si davvero in alta
definizione, dato che da alcuni
trasmettitori è sempre attiva la
vecchia emissione in definizione
standard. Il multiplex Cairo Due
trasmette sulla frequenza 25 nella maggior parte delle regioni italiane mentre in Liguria, Toscana,
Umbria, parte del Lazio e Sardegna sono provvisoriamente sulla
frequenza 59. l mux Cairo Due
era attivo da qualche mese con
un canale test ma nulla lasciava
presagire la ricomparsa dei tanto
desiderati canali in alta definizione. Ieri sera c’è già stato un ottimo esordio con il programma in
diretta Di martedì, vedremo ora
se verrà sfruttata in pieno l’alta
definizione anche con film e telefilm già disponibili in HD nativo.
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MERCATO L’UE propone un cambio nelle etichette energetiche, ma c’è il rischio che si crei ancora più confusione
Le nuove etichette energetiche non convincono
Si torna a una scala da “da A a G”, spariscono le classi superiori con i “+” e i prodotti vengono periodicamente “riscalati”
di Emanuele VILLA
L
a Commissione Europea ha formalizzato una
proposta di abrogazione della Direttiva 2010/30/
UE, quella che disciplina le etichette energetiche apposte sui dispositivi elettronici. Secondo le intenzioni della commissione si passerà da un sistema
disomogeneo (in cui alcuni prodotti hanno una scala
da A+++ a D, altri da A++ a E, altri da A a G) a un
sistema di single energy labelling scale, ovvero una
scala unica di efficienza energetica che si applicherà
per tutti i prodotti e avrà come estremi le lettere A e
G. L’ipotesi della Commissione è generare benefici
concreti in tempi brevi: risparmi energetici pari a 17
tonnellate equivalenti di petrolio, maggiore indipendenza da fonti di energia esterne (che ora costano
400 miliardi all’anno), più innovazione, competitività e anche occupazione all’interno dell’Unione. Dal
punto di vista del consumatore, la Commissione
stima un risparmio annuo di 15 euro per via di un’informazione più chiara e precisa e per la possibilità
di comparare i prodotti, mentre i produttori e i retailer potranno avvalersi di un aumento di fatturato
di 10 miliardi grazie anche all’adozione del database
digitale dei prodotti che l’altra grande novità della
proposta della commissione.
Il sistema sembra molto complesso
E introduce il “riscalaggio”

Prima che il sistema proposto dall’Unione entri in
vigore di acqua sotto i ponti ne deve passare parecchia, ma così com’è configurato non ci sembra a
prova di futuro. Fino a oggi, l’aumento di efficienza
energetica dei dispositivi ha letteralmente moltiplicato le classi, che dall’originale A sono arrivate ad
A+++ e anche oltre; un sistema del genere è confuso
e non può andare avanti all’infinito ma quanto meno
consente di comparare gli apparecchi con relativa
semplicità, anche nel tempo. Oggi compro un TV di
Classe A, tra 5 anni un A++ e so che consumerà un
torna al sommario
po’ di meno. Se il regolamento entrerà in vigore con
questa formulazione assisteremo invece al fenomeno
del riscalaggio dei prodotti: la proposta prevede (Art.
7) che “Le etichette siano riscalate periodicamente”
e che “quando si introduce o si riscala un’etichetta, i
requisiti siano definiti in modo che nelle classi di efficienza energetica A e B verosimilmente non figurino
modelli al momento dell’introduzione dell’etichetta e
che la maggior parte dei modelli raggiunga queste
classi almeno dieci anni dopo”. In pratica si esclude la possibilità di creare nuove classi (il che da una
parte è un bene), ma il prodotto che oggi è in Classe
A, all’introduzione delle nuova scala, sarebbe in classe C, il che non è il massimo in termini di chiarezza.
Oggi compro un A, tra 5 anni di nuovo un A e, se la
comunicazione non è passata correttamente, penso
di avere due prodotti con consumi analoghi: il realtà
la Classe A del 2020 è più efficiente della Classe A
del 2015. Inoltre si prospetta un problema pratico di
coesistenza di etichette vecchie e nuove nei periodi
transitori: l’atto disciplina la cosa in modo abbastan-
za puntuale con tempi e modalità, ma siamo sicuri
che non troveremo televisori analoghi in negozi diversi, uno A+++ e uno C?
Ci si domanda allora se, piuttosto, non sarebbe stato
meglio un sistema come quello delle emissioni inquinanti nel mercato automotive (Euro 4, 5, 6...)? Visto che la tecnologia evolve e che - fortunatamente
- si va verso prodotti sempre più efficienti, in questo modo è possibile creare certificazioni nuove nel
tempo senza assoggettare le vecchie a un laborioso
processo di aggiornamento o dover creare decine
di “più” per restare al passo coi tempi. Sarebbe un
sistema a prova di cattiva interpretazione e, soprattutto, di futuro.
La proposta non convince il mercato
Al momento la proposta europea è al vaglio delle
Commissioni parlamentari competenti, cui AIRES
- l’organismo che riunisce le principali catene e
gruppi distributivi di settore - esporrà a breve molte perplessità. L’associazione, che riunisce catene
quali Media World, Euronics, Expert, GRE
e Unieuro, ritiene che il passaggio al
nuovo sistema possa disorientare i consumatori invece che dare loro una mano:
AIRES, per voce del suo Presidente Alessandro Butali, sostiene infatti che “Non
ci convincono molti aspetti, in particolare la scelta di riscalare i gradi efficienza
energetica lasciando al momento vuote
le prime classi (A e B); in pratica agli
elettrodomestici attualmente in “classe
A+++” verrebbe attribuita una “classe
C” con un evidente disorientamento dei
consumatori e un rischio di contraccolpi
nelle vendite. Si prospetta inoltre molto
problematico il passaggio dal vecchio al
nuovo sistema e il periodo di “doppia circolazione delle etichette energetiche”.
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TV E VIDEO HEVC Advance, che rappresenta un pool di licenziatari del coded HEVC, ha “sparato” troppo alto sulle royalty
Royalty troppo care rischiano di affossare HEVC
L’industria dell’entertainment non ci sta e HEVC Advance promette di rivedere le tariffe. TV a rischio obsolescenza?
di Gianfranco GIARDINA
Q
ualche mese fa è saltata fuori dal nulla HEVC
Advance, una società indipendente che raggruppa una compagine di non meglio definiti titolari di
brevetti che stanno dietro a HEVC, il codec che dovrebbe essere universalmente adottato per le codifiche 4K
e non solo e che fino a un paio di mesi fa non sembrava affatto in discussione. Oltre a royalty decisamente
pesanti per i produttori di device (circa due dollari per
apparecchio, 16 volte il costo di H.264), HEVC Advance
nel suo listino pubblicato a luglio, ha inserito una tariffa
pari allo 0,5% dei ritorni connessi a carico dei fornitori
di contenuti; praticamente, tanto per essere chiari, tutte
le emittenti TV e i servizi di streaming dovrebbero versare a HEVC Advance lo 0,5% del fatturato collegato ai
contenuti codificati in HEVC. Il che potrebbe significare,
nel giro di qualche anno, la gran parte del fatturato dei
content provider, visto che uno scenario prevede che
via via si facciano convergere tutti i contenuti verso una
codifica HEVC, maggiormente efficiente; sicuramente
la scelta è (o bisogna forse dire sarebbe stata) quella
dell’HEVC per tutti i contenuti 4K.
ra – e qui entriamo
negli scenari un po’
più “complottistici”
– qualche autorevole operatore si
spinge a ipotizzare
che una manovra di
questo tipo da parte
di HEVC Advance
possa essere “guidata” in maniera occulta da chi vuole far
saltare HECV a favore dei codec, sì aperti e gratuiti, ma di fatto proprietari e
spalleggati da qualche colosso del software.
TV a rischio obsolescenza anticipata
Una “morte in culla” dell’HEVC avrebbe gravissime ripercussioni sullo sviluppo del 4K e sul mercato dei TV:
infatti adesso è opinione comune che il requisito fondamentale per garantire un futuro a un televisore sia la
compatibilità con il codec HEVC. Ma se questo dovesse
essere abbandonato, non solo tutta la lunga strada della
definizione degli standard dovrebbe rincominciare da
capo, con i relativi ritardi, ma praticamente tutto il parco
4K TV installato e in vendita in questo momento diventerebbe irrimediabilmente obsoleto prima del tempo. Una
bomba a orologeria, che se non disinnescata, potrebbe
far ritardare o azzoppare per sempre anche l’Ultra HD
Blu-ray: le major, già tiepide nei confronti del nuovo formato, di certo non avrebbero alcuna intenzione di dover
condividere anche lo 0,5% dei ricavi (ricavi e non guadagni) con i detentori dei patent; e anche in questo caso,
un cambio del codec in corsa non potrebbe che far rimandare il lancio previsto per l’inizio del nuovo anno.
Decollano le iniziative alternative ad HEVC
Il panorama è reso ancora più complicato dal fatto che
non si sa precisamente chi ci sia dietro HEVC Alliance e
anche dalla certezza che non tutti i brevetti riconducibili
ad HEVC siano nella “pancia” di questa organizzazione.
Tanto è vero che sul sito dei HEVC Advance ci sono
anche le istruzioni per eventuali ulteriori titolari di brevetti connessi per aderire al gruppo e accodarsi agli altri
“aventi diritto”.
L’industria dei contenuti non ci sta

L’industria dei contenuti, che va dalle major cinematografiche fino ai broadcaster e ai servizi di streaming, è
molto difficile che possa accettare un’imposizione così
pesante e sono iniziate a circolare voci di una possibile
“eutanasia” dell’HEVC a favore di qualche codec alternativo meno oneroso o addirittura gratuito. E l’ipotesi
che HEVC possa venir scartato proprio a causa di questi costi imprevisti non sembra più solo un boutade; ma
anzi fra il parterre dell’evento a Expo di HD Forum, erano molti gli operatori autorevoli a sostenere che non ci
sia quasi scampo, a meno che le tariffe messe a punto
da HEVC non vengano riviste radicalmente. Addirittu-
torna al sommario
Guarda caso dall’estate i codec alternativi a HEVC
hanno accelerato il proprio sviluppo e addirittura sono
nate nuove proposte in tal senso. E in proprio in questa chiave va letto l’annuncio congiunto di Netflix, Intel,
Mozilla, Microsoft, Cisco e Amazon a inizio settembre
per la realizzazione di un nuovo codec open source,
con la creazione dell’Alliance for Open Media. Questa
iniziativa si affianca alle altre già in campo, tra cui la più
credibile appare essere la proposta di Google: VP9 e
la sua evoluzione VP10, che Google sostiene essere
ancora più efficienti di HEVC. Questa di accodarsi a
Google sembra essere anche la soluzione più veloce
e indolore per una rapida sostituzione di HEVC, dato
che come è tipico delle strategie di Big G, l’accesso al
codec è gratuito; l’industria dei contenuti non amerebbe, però, legarsi a doppio filo con Google, considerato
già troppo potente e alleato tutto sommato scomodo
e questo potrebbe proprio favorire proprio la neonata
Alliance for Open Media. I lavori della nuova cordata,
però, sono tutt’altro che conclusi, anche se possono
ovviamente contare sulle esperienze e il know how
dei membri che la supportano: Mozilla, che aderisce
all’Alliance, ha pronto il suo codec Daala e Cisco il suo
Thor, entrambi nati proprio con l’intento dichiarato di
andare oltre l’HEVC, sia sul fronte delle prestazioni che
dell’imposizione pesantissima di royalty, che bloccherebbe la diffusione della tecnologia, soprattutto su Web.
I membri dell’Alliance for Open Media hanno dichiarato
di essere disponibili a rinunciare alle royalty sui brevetti
che verranno riversati in questo nuovo codec proprio
per garantire ai contenuti video sulla rete la massima
diffusione possibile.
HEVC Advance corre ai ripari
Così qualche giorno fa HEVC Advance ha emesso un
nuovo comunicato stampa, apparentemente dedicato
all’annuncio, non certo decisivo, dell’adesione come
licenziatario pagante di MediaTek. Ma la porzione più
rilevante del comunicato è nascosta in un paragrafo
finale apparentemente messo lì per caso:
HEVC Advance is also actively soliciting input from
market participants and considering adjustments to
arrive at a royalty structure that enables continued and
rapid adoption of HEVC and brings the associated benefits to stakeholders within the media and technology
industries. “We have received significant market feedback, particularly on content fees, and will adjust fees
to support widespread use of HEVC,” Moller said
In pratica Peter Moller, che è il CEO di HEVC Advance,
ammette apertamente di aver avuto “reazioni sigificative dal mercato, soprattutto sul fronte delle tariffe sul
contenuto” e promette di rivedere l’ammontare delle
royalty per garantire la massima diffusione dell’HEVC. Una risposta necessaria alle concrete minacce di
mettere l’HEVC in un angolo prima e nel dimenticatoio dopo che sono arrivate praticamente da tutto il
mercato. Ma potrebbe essere troppo tardi: le grandi
manovre per trovare alternative credibili senza costi si
sono messe in moto e, a parità di prestazioni, la soluzione finirebbe per ricadere ovviamente su un codec
gratuito, soprattutto per i content provider. Quindi, al
momento, l’unica mossa salva HEVC sembra essere
l’abolizione completa delle royalty sui contenuti e una
revisione sostanziale di quelle sull’hardware, una marcia indietro che minerebbe alla base la credibilità di
HEVC Advance.
Insomma, la situazione resta tutt’ora molto fluida. Con i
rischi correlati per tutti i TV HEVC sul mercato.
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5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
TV E VIDEO Trapelano i primi numeri sulla promozione OLED in atto da Unieuro: siamo a quota 1400 TV in sole due settimane
OLED, inizia la “pioggia”: venduti 100 TV al giorno
Unieuro: “OLED unica vera novità nel mercato TV”
Le quantità vendute hanno sconvolto le quote di mercato dei 55”, con LG che scatta al primo posto con più del 40%
L
di Gianfranco GIARDINA

G aveva anticipato a DDAY.it all’IFA di Berlino che
sul fronte dell’OLED sarebbe successo qualcosa
di importante, preannunciando addirittura una
“pioggia di OLED” sull’Italia, in alcuni casi minimizzata
da alcuni concorrenti. E che stesse accadendo qualcosa di importante si era capito quando Unieuro qualche
giorno fa ha abbattuto la soglia psicologica (ma anche
concreta) dei 2000 euro per il 55”. I numeri ora iniziano a vedersi davvero: nelle ultime due settimane, dall’inizio della promozione Unieuro sull’OLED, i modelli
venduti sono stati – secondo le nostre fonti – intorno
ai 1300-1400, praticamente 100 pezzi al giorno; parliamo ovviamente di sell-out, ovverosia vendite agli utenti
finali. Un numero altissimo rispetto a quanto riusciva
a mettere a segno l’OLED prima di questo scatto: nei
primi nove mesi dell’anno la media di OLED venduti in
Italia era di circa 200 pezzi al mese. Un moltiplicatore
x15 intervenuto all’abbattimento dei 2000 euro, certo,
ma anche alla disponibilità in quantità accettabili del
prodotto e a un’esposizione mediatica e pubblicitaria
finalmente degna dell’innovazione in atto. Infatti il grosso limite dell’OLED, prima ancora della tecnologia, che
a questo punto inizia ad essere davvero stabile, sta nel
nome, troppo simile al LED e che quindi non “racconta”
al grande pubblico che si tratta di una tecnologia completamente nuova. Lo scossone si è sentito anche sui
numeri di mercato: nella settimana 39 le market share
nel segmento dei TV da 55” hanno visto un vero terremoto, con LG passata al primo posto con oltre il 40% a
valore; un risultato che non sarà facile confermare anche nelle prossime settimane, a meno che la “pioggia”
non continui con nuove proposte commerciali convincenti. DI certo LG sta per introdurre diversi nuovi prodotti visti all’IFA di Berlino: l’autunno si fa caldo, o per
rimanere in metafora, decisamente “piovoso”…
torna al sommario
Unieuro: “Importante diffondere
l’OLED, l’unica novità nei TV”
Abbiamo sentito, per un commento, Giancarlo Nicosanti,
amministratore delegato di Unieuro. Nicosanti è molto
contento della promozione OLED in atto: “Sta andando molto bene. Ma lo scopo non era quello vendere
e basta, ma di fare un investimento per comunicare
al consumatore che fra i TV c’è una nuova tecnologia
che si chiama OLED, e questo in un panorama in cui
purtroppo, anche dopo l’IFA di Berlino, non si vedono
altre novità tecnologiche rilevanti”. Soddisfazione,
quindi, ma anche sano realismo: “L’OLED resta un
prodotto molto difficile, che costa 2000 euro, ancora
una cifra molto alta, e che al momento rappresenta
solo il 3% del mercato. Se la guardassi solo sul fronte
del ROI dell’investimento, questa operazione ha un
ROI negativo, ma a noi interessa in questa fase far
capire la portata della novità. Dobbiamo ragionare in
prospettiva: faremo i conti
dopo il Natale”.
Sull’equivoco OLED come
semplice evoluzione o addirittura sinonimo di LED,
Nicosanti dice di non aver
visto segni incoraggianti:
“Non credo che ancora il
consumatore medio abbia
percepito a pieno la portata dell’innovazione che
l’OLED porta. Dopo quello
che abbiamo fatto, succederanno molte cose; anche
LG partirà con un’attività di
comunicazione molto forte.
Ci auguriamo che per Na-
tale l’OLED sia entrato a far parte del
‘lessico’ del consumatore tipo”. Ma il
tema centrale resta
quello di decidere,
volendo investire
2000 euro nel TV,
quale strada imboccare. Abbiamo chiesto a Nicosanti, se,
a suo avviso oggi
ha più senso per un
consumatore inveGiancarlo Nicosanti
stire 2000 euro per
amm. del. di Unieuro
un OLED Full HD o
per un LCD 4k: “Mi
viene da dire che oggi purtroppo sul 4k l’offerta di
contenuti è purtroppo molto limitata – ci ha confessato Nicosanti -. Oggi sicuramente se qualcuno si porta
a casa un OLED ha un prodotto incredibile, bellissimo
esteticamente e bellissimo come qualità d’immagine,
anche se a fronte di una spesa molto alta: 2000 euro
– diciamocelo - sono ancora molti”.
Ma sta davvero decollando il mercato dell’OLED o
è solo un fuoco di paglia? Partiranno anche altre catene con promozioni importanti? Nicosanti ci spera:
“Può darsi che stia partendo un rush sull’OLED che
coinvolgerà anche delle insegne a noi concorrenti.
Ma non sono preoccupato, anzi per certi versi me
lo auguro anche, così almeno ci confronteremo su
prodotti di fascia alta e non su prodotti entry level.
Così forse riusciremo di portare anche in Italia un’attenzione e una spesa in elettronica di consumo paragonabili al resto d’Europa, rispetto al quale siamo
indietro anni luce”.
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5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
ENTERTAINMENT Con un’app dedicata, Netflix entra nel “virtuale”con Netflix VR ed è già disponibile per ora solo in USA
Netflix entra nella realtà virtuale. È come essere al cinema
Se guardare un film in streaming non basta più, c’è sempre la possibilità di trovarsi in un home theater da migliaia di euro
di Emanuele VILLA
N
el contesto dell’Oculus Connect
2015 molti produttori di contenuti
hanno annunciato il proprio supporto per la realtà virtuale, che si preannuncia la next big thing del 2016. A tal
fine si sono espressi 20th Century Fox,
vimeo, hulus, twitch e molti altri, ma colpisce soprattutto l’ingresso in campo di
Netflix, che com’è noto sta per entrare
sul mercato italiano con la propria offerta principale. La notizia è il lancio - per il
momento vincolato al mercato USA (ma
chissà...) - di un’app pensata appositamente per permettere la fruizione dei
contenuti in streaming tramite un visore
virtuale come il Gear VR e - ovviamente
- l’Oculus che arriverà a breve. Si chiama Netflix VR ed è già disponibile per
gli utenti d’oltreoceano. Ma di cosa si
Netflix on Gear VR
tratta in realtà? Le app di questo tipo, tra
cui quella di Netflix e di hulu (che uscirà in seguito) servono sostanzialmente
per riprodurre due tipi diversi di contenuti: quelli classici, di qualsiasi natura,
e quelli ottimizzati per VR. Nel primo
caso (che ovviamente sarà quello più
frequente), l’app Netflix VR trasporta lo
spettatore all’interno di scenari predefiniti che simulano ambienti domestici
dedicati alla visione di film: in pratica,
si viene catapultati in home theater da
decine di migliaia di euro, con tanto di
proiettori faraonici, poster di film ovun-
que (e di Netflix, occiamente) e schermi
da 110 pollici o più di diametro. È come
essere in quella stanza che si sogna da
anni ma non ci si può permettere. Nel
comunicato ufficiale Netflix, l’azienda
spiega - passo dopo passo - come ha
realizzato uno scenario di questo tipo,
che risoluzione dobbiamo attenderci
considerando i limiti dei dispositivi VR
e quali sono state le sfide tecniche più
significative, compresa l’ottimizzazione
dei layer sullo schermo, uno per il film
e uno per l’interattività, e dei consumi
(nessuno vuole interrompere la visione
a metà per ricaricare l’Oculus).
Scelta la propria posizione in sala e selezionato il contenuto, il film viene letteralmente proiettato sullo schermo e lo
spettatore può decidere di gustarselo
in totale tranquillità oppure di guardarsi
attorno per ammirare l’ambiente, che è
disponibile a 360°. L’esperienza subisce
ovviamente delle limitazioni, nel senso
che non ci si può avvicinare allo schermo nè muoversi nella stanza, ma chi l’ha
provato conferma un livello di coinvolgimento davvero notevole.
ENTERTAINMENT Alla data del lancio di Oculus Rift, su Oculus Store si potrà scegliere tra oltre 100 film
20th Century Fox: oltre 100 film per Oculus VR
La casa sta lavorando a una “esperienza VR” per Sopravvissuto - The Martian di Ridley Scott
di Andrea ZUFFI
C

he Oculus VR sia la nuova frontiera
per videogamer e appassionati di
simulazioni di vario genere è scontato. L’esperienza di indossare l’innovativo visore VR per trovarsi catapultati in
una sala cinematografica a guardare un
film, che ancora mancava a causa dell’assenza di contenuti, sarà anch’essa
possibile. Dal palco della Oculus Connect 2, la seconda edizione dell’annuale
conferenza per sviluppatori Oculus, 20th
Century Fox ha confermato che al lancio
del dispositivo, su Oculus Store saranno
presenti oltre 100 film in 2D e 3D, tra i titoli Alien, Die Hard, Cast Away, Kingsman,
Io vi troverò, X-Men e Predator. Quella
offerta inizialmente dall’app Oculus VR
Cinema non sarà una vera e propria
realtà virtuale: sarà piuttosto l’esperienza
di trovarsi a guardare un film in platea,
torna al sommario
davanti al grande schermo,
con anche l’opportunità di
condividere la visione con
amici non fisicamente presenti nella stessa stanza. La
cosa particolarmente curiosa è che - film per film - sarà
possibile scegliere il posto in
sala proprio come facciamo
ora quando prenotiamo un
biglietto da casa o tramite le app degli smartphone.
Ma questo non è che il primo passo. La
tecnologia di visione cinematografica attraverso Oculus VR al momento non è in
grado di competere con la qualità video
dei TV di ultima generazione, e soprattutto non sfrutta al 100% ciò che la realtà
virtuale permette di fare. Ciò nonostante,
la stessa 20th Century Fox ha annunciato
la realizzazione di una VR Experience (la
seconda dopo Wild) per Sopravvissuto -
MAGAZINE
Estratto dal quotidiano online
www.DDAY.it
Registrazione Tribunale di Milano
n. 416 del 28 settembre 2009
direttore responsabile
Gianfranco Giardina
editing
Claudio Stellari, Maria Chiara Candiago,
Alessandra Lojacono, Simona Zucca
The Martian, il film di Ridley Scott in arrivo
nelle sale italiane tra qualche giorno. Nonostante non siano trapelati dettagli sul
contenuto dell’experience, l’idea è quella
di sfruttare la tecnologia VR in tutte le sue
attuali potenzialità (che sono comunque
una frazione di quelle ipotizzate), andando cioè a “inserire” lo spettatore all’interno di sequenze del film permettendogli
di osservare le stupende scenografie a
360° e sentirsi parte dell’azione.
Editore
Scripta Manent Servizi Editoriali srl
via Gallarate, 76 - 20151 Milano
P.I. 11967100154
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n.119 / 15
5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
ENTERTAINMENT È finalmente partita l’offerta commerciale congiunta tra TIM e Premium
Parte TIM Premium Online: ADSL e streaming a 26 euro
L’offerta prevede due pacchetti scontati e Super Internet gratis ai clienti TIM ADSL e fibra
P
di Roberto PEZZALI
arte finalmente, con un mese di ritardo, l’offerta TIM Premium Online.
Come previsto si tratta di una offerta puramente commerciale, due contratti distinti che permetteranno comunque
di avere un considerevole vantaggio
rispetto all’acquisto delle due singole
offerte, ovvero l’ADSL (o fibra) TIM e
l’abbonamento a Premium Online.
Di Premium Online sappiamo praticamente tutto: è l’offerta Premium veicolata in streaming anziché via etere: ci
sono 18 canali live e 6000 contenuti
ondemand tra Premium Play e Infinity,
fruibili da TV Samsung, da smartphone, da tablet, da console e ora anche
da decoder TIM Vision. La partnership
con TIM permetterà di abbonarsi a due
pacchetti, uno da 10 euro al mese che
dà diritto alla visione di serie televisive,
cartoni e due eventi calcistici della Serie
A TIM in pay per view e uno da 26 euro
al mese. “Tutto Premium”, che prevede
serie TV, cinema, cartoni e gli eventi calcistici live anche in modalità on demand
con le partite della Champions League
GADGET
Samsung
rinnova
Gear VR

Samsung ha annunciato il rinnovamento del proprio visore per la realtà virtuale, il Gear VR. Il nuovo modello. dedicato al mercato consumer, è sempre
realizzato in collaborazione con Oculus
ma, rispetto a quello precedente, può
vantare un peso del 22% inferiore e la
compatibilità con un maggior numero
di dispositivi Samsung: in particolare,
sono compatibili (anche) i Galaxy Note
5, Galaxy S6, Galaxy S6 edge e Galaxy
S6 edge+, ovvero il “core” dell’offerta
Samsung del 2015. Il dispositivo, che è
compatibile con contenuti ad hoc quali
film, video a 360° e giochi, è progettato
per offrire un livello di comodità superiore rispetto al passato e dispone di un
touchpad di nuova concezione pensato
per rendere più immediato il controllo
delle funzionalità. Al momento si
parla di lancio sul mercato americano,
evento previsto per l’autunno a 99
$, ma non si esclude un’estensione
internazionale.
torna al sommario
e delle squadre Premium della Serie A
TIM. Mediaset e TIM
parlano di un risparmio di 9 euro rispetto ai listini, tuttavia
ci risulta che Tutto
Premium costi anche di più, 40 euro
al mese. Il prezzo
vale però solo per
il primo anno: nel
caso dell’offerta da 10 euro il Cliente
può scegliere di passare dal secondo
anno (se non disdice) al Pacchetto Serie
+ Infinity a 9€/mese, mentre nel caso
dell’offerta “Tutto Premium” pagherà
comunque 35 euro e non 40, perché il
listino per TIM di Premium Online è leggermente più basso di quello ufficiale.
In realtà Premium Online ha un vincolo
di soli 12 mesi, quindi in questo caso
non ci sono fregature di alcun tipo: basta tenerlo un anno e poi disdire senza
penali. L’offerta lato Premium è quindi
ottima, mentre TIM poteva dare qualcosa in più: l’opzione Super Internet, che
porta la connessione ADSL a 10 Mbps
Fari LED
con accelerometro
giroscopio e sensori
per la rilevazione
dell’ambiente
Ecco come Icon
cambierà
la vita dei ciclisti
(o Superinternet Plus fino a 20Mbps se
disponibile), sarà gratuita fino a quando
l’utente resterà abbonato a Premium.
Nessun vantaggio però in mobilità:
guardare partite in streaming o film
comporterà comunque l’erosione del
proprio piano dati 3G o LTE.
Siamo comunque di fronte a una buona offerta: i clienti TIM che si abboneranno a Premium Online (sia i nuovi
sia quelli già abbonati) potranno avere l’offerta completa a 26 euro senza
penali per un anno (e poi si va a 35),
e se hanno una normale ADSL guadagneranno anche l’aumento di velocità
Super Internet gratuito.
ENTERTAINMENT Abbonamenti classici e prezzi da 7,99 euro
Netflix al via: in Italia dal 22 ottobre
N
Un faro
intelligente per
aiutare i ciclisti
di Roberto PEZZALI
etflix arriverà in Italia il 22 ottobre: l’annuncio arriva direttamente dal servizio di streaming. I piani di abbonamento saranno tre: un piano “Base”,
con una sessione di streaming alla volta e definizione standard a 7,99
euro al mese, un piano “Standard”, con due sessioni di streaming contemporanee e alta definizione a 9,99 euro al mese e un piano “Premium”, che consentirà quattro sessioni di streaming alla volta e la visione in Ultra HD 4K a 11,99
euro. Per ulteriori dettagli su Netflix vi rimandiamo ai nostri approfondimenti:
Cos’è Netflix, Tutti i segreti in dieci punti
Netflix, la super intervista al capo della tecnologia
di Michele LEPORI
Gli accessori per la bici abbondano sul mercato e coprono gli usi
più svariati, ma nessuno aveva
mai pensato di mettere un software dentro una lampadina LED:
è proprio questa l’idea del team
See.Sense, che presenta il progetto Icon. La presenza di sensori all’interno del faro, assieme
ad accelerometro e giroscopio,
permetterà ad Icon di segnalare
stop improvvisi, cambi di corsia,
l’approccio durante la percorrenza di una rotonda, segnalare la
nostra presenza agli incroci e altro
ancora. Tutto questo in autonomia,
grazie alla capacità di rilevare pendenze, orientamento del senso di
marcia, accelerazioni o frenate:
immancabile è però la connettività
Bluetooth con lo smartphone, grazie al quale si avrà accesso a funzioni quali la capacità di rilevare un
incidente e chiamare le persone
selezionate come prime da avvisare per soccorso. Icon ha già superato la quota-funding di 24.000
sterline e pedala verso la produzione. Due le opzioni di “backing” per
il kit LED: la prima ci farà entrare in
possesso di due fanali anterioreposteriore da, rispettivamente, 125
e 95 lumen, mentre ICON+ avrà un
valore di luminosità aumentato a
210-160 lumen. See.Sense garantisce per tutti i modelli almeno 15
ore di autonomia con una ricarica
USB. I pledge partono da 94 sterline (125 euro) più 6 euro circa di
spedizione in Europa.
P5 Wireless.
Abbiamo eliminato
il cavo ma il suono
è rimasto lo stesso.
P5 Bluethooth, musica in mobilità
senza compromessi con 17 ore di
autonomia e ricarica veloce per
performance allo stato dell'arte. La
solita qualità e cura nei materiali di
Bowers & Wilkins adesso senza fili
grazie alla nuova P5 S2 Bluetooth.
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n.119 / 15
5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
MOBILE Nexus 6P è realizzato da Huawei, offre hardware da primo della classe e tutte le novità di Android Marshmallow
Presentato Nexus 6P, è il nuovo smartphone top di Google
Il Nexus 6P è in preorder USA a partire da 499 dollari, in Italia c’è da aspettare e potrebbe costare caro: 699 euro
G
di Roberto PEZZALI
oogle ha presentato un nuovo
top di gamma pensato per contrastare i competitor più illustri:
Nexus 6P. Nexus 6P, che com’è noto è
stato prodotto da Huawei ha un design
unibody molto curato e - per la prima
volta nella serie Nexus - completamente metallico. Il display è sormontato
da un vetro Gorilla Glass 4, il leggero
ispessimento della parte superiore che
ospita la fotocamera evita lo sgradevole effetto di sporgenza. Le finiture sono
quattro: alluminio, grafite, ghiaccio e
oro, ma quest’ultimo sarà disponibile
inizialmente solo in Giappone. Le caratteristiche tecniche sono da primo
della classe: confermato innanzitutto il
display Amoled da 5,7’’ WQHD (2560
x 1440) e il processore Qualcomm
Snapdragon 810 in versione 2.1, il tutto con 3 GB di RAM e 178 grammi di
peso. Nexus 6P sarà il primo telefono a
ospitare Android Marshmallow e tutte
le sue funzionalità rinnovate. Nexus 6P
MOBILE
HTC One M9+
con “Supreme
Camera”

HTC annuncia in Cina lo smartphone
One M9+ “Supreme Camera” Edition,
una versione di HTC One M9+ con
fotocamera migliorata. Il nuovo
modello dispone di un obiettivo con
lente in cristalli di zaffiro abbinato
a un sensore da 21 megapixel,
stabilizzatore ottico dell’immagine e
autofocus che agisce con tre modalità differenti: a laser, a rilevamento
di fase e tradizionale. Fotocamera
a parte, il dispositivo presenta
caratteristiche identiche a quelle
di HTC One M9+: display da 5,2
pollici Quad HD (2560 x 1440 pixel),
processore MediaTek MT6795T
Helio X10 con 8 core a 2.2 GHz, 3GB
di RAM, 32 GB per lo storage, lettore
di impronte digitali, batteria da
2.840 mAh. HTC One M9+ Supreme
Camera Edition sarà disponibile a
inizio ottobre solamente a Taiwan ad
un prezzo equivalente a 630 dollari,
per il lancio nel resto del mondo non
si hanno informazioni certe.
torna al sommario
ha un doppio speaker frontale e la presa “double face” USB Type C, mentre
come batteria troviamo un modulo da
3.450 mAh pensato per garantire più di
una giornata completa di utilizzo e senza badare a spese, merito anche dell’ottimizzazione di Android 6.0. Durante
la presentazione, Google ha annunciato anche una velocità di ricarica doppia
rispetto ad iPhone 6 Plus. Ovviamente
Nexus 6P sfrutta tutte le nuove feature
di Android Marshmallow, che tra l’altro
sarà disponibile da settimana prossima
su tutti gli altri dispositivi Nexus: troviamo quindi il riconoscimento delle
impronte digitali con un sensore posizionato sul retro dell’apparecchio e capace di attivarsi in tempi inferiori a 600
ms, il Now on Tap per le informazioni
contestuali duranti l’utilizzo di qualsia-
si app, il nuovo sistema di notifiche, le
voice interactions, il sistema evoluto
di gestione dei permessi e molto altro
ancora. Per quanto concerne la fotocamera, Google ha annunciato un modulo evoluto Sony da 12,3 MP con pixel
da 1.55 micrometri e apertura F2.0, con
tanto di doppio flash LED e autofocus
Laser, un modulo pensato per ottimizzare gli scatti in condizioni di luce attenuata e capace di ripresa 4K, burst da
30fps con creazione automatica di GIF
e video fino a 240fps. Il preorder dell’apparecchio è iniziato in alcuni stati
tra cui USA e UK, ma per il momento
non figura l’Italia.
Molto interessanti i prezzi: negli USA
si parte da 499 dollari per la versione base da 32 GB, 549 dollari per il
64 GB e 649 dollari per il 128 GB. In Italia il preorder non è ancora disponibile,
ma vagando nelle pagine dello store
ci si può imbattere in un “a partire da
699 euro” che rappresenterebbe una
discrepanza davvero notevole rispetto
ai prezzi americani.
MOBILE Google svela il Nexus 5X prodotto da LG: in Italia arriverà dal 19 ottobre a 479 euro
Nexus 5X con Android 6. Prezzo alto in Italia
Ha display 5.2”Full HD, CPU Snapdragon 808 e una fotocamera che scatta anche al buio
G
di Roberto PEZZALI
oogle ha scelto ancora una volta
LG per il suo smartphone Nexus:
l’ultimo modello firmato dal produttore coreano era il Nexus 5, ora arriva una più evoluta e rinnovata versione
“X” che si affianca al Nexus 6P, prodotto
invece dalla new entry Huawei. Nexus
5X, prodotto da LG con il knowhow
di Google, sarà uno dei primi dispositivi ad essere dotati di Android 6.0
Marshmallow, il nuovo sistema operativo
di Google per dispositivi mobili. Nexus
5X è un prodotto “premium”, ma siamo
convinti che il prezzo sarà decisamente
abbordabile: Google ha infatti scelto un
display IPS Full HD da 5,2 pollici 423 ppi
con tecnologia In-Cell Touch, un processore Qualcomm Snapdragon 808, 2GB di
RAM DDR3 e 16/32 GB di memoria flash
per app e contenuti. alla scheda tecnica
emergono due dettagli interessanti: il primo è la presenza di una USB Type C che,
grazie ad una maggiore erogazione di corrente, fornisce energia
sufficiente per quasi quattro ore
di utilizzo con una carica di soli
10 minuti, il secondo è una fotocamera da 12.3 MPx con lente F2
che dovrebbe garantire un’ottima resa con poca luce grazie a
pixel di dimensioni maggiorate e
funzioni video come ripresa 4K e
slow motion a diversi fps. I rumor
degli ultimi giorni non si sbagliavano neppure sulla presenza del
sensore finger-print: è sul retro,
dove il dito si posiziona naturalmente.
La batteria sarà integrata da 2700 mAh
e non sembra esserci slot per schede
microSD: Nexus 5X pesa 136 grammi, è
spesso 7.9mm e sarà disponibile nei colori “Carbon”, “Quartz” e “Ice”. Se per alcuni
paesi il pre-order scatterà subito, l’Italia
dovrà aspettare il 19 ottobre per la vendita sul Play Store e in alcuni punti vendita.
Il prezzo americano è di 379$ per il 16GB
e 429$ per il 32
GB, mentre il
prezzo italiano
sembra essere
altissimo: si parte da 479 euro
secondo lo store di Google. Una scelta particolare, e qui
la giustificazione del cambio euro/dollaro
sembra reggere poco.
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5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
MOBILE Pixel C è un tablet Android con processore NVIDIA Tegra X1 e tastiera wireless opzionale
Sorpresa: Google annuncia il tablet Pixel C
Pixel C è l’ideale anche per la produttività, è la risposta di Google a Surface e iPad Pro
L
di Paolo CENTOFANTI
a sorpresa dell’evento autunnale di
Google è Pixel C, un nuovo prodotto che va ad affiancare il Chromebook Pixel con un tablet top di gamma
che sembra fatto apposta per prendere
di mira il Surface di Microsoft e il nuovo
iPad Pro. Google ha definito la gamma
Pixel come composta da dispositivi “a
cui aspirare”, prodotti cioè che si pongono come un ideale da raggiungere,
indipendentemente dal loro prezzo
finale. È stato il caso del Chromebook
Pixel, un laptop curatissimo a livello
di design e hardware, ma basato su
ChromeOS, un sistema operativo non
esattamente adatto a qualsiasi tipo di
utilizzo. Ora è la volta di Pixel C, che si
pone su una fascia di prezzo nettamente più conveniente. Si tratta di un tablet
Android, e non più ChromeOS come
il Chromebook Pixel, basato su uno
schermo da 10,2 pollici con risoluzione
di 2560x1800 pixel per una densità di
pixel di 308 punti per pollice, copertura
Grazie al raddoppio
degli schermi
è possibile avere
sempre in primo piano
notifiche, link e contatti
anche quando il display
principale è spento
di Andrea ZUFFI
completa dello spazio colore sRGB e luminosità di 500 cd/mq.
Interessante la scelta del processore,
il Tegra X1 di NVIDIA con 3 GB di memoria RAM, un’accoppiata che mette
a disposizione una grande quantità di
potenza. Il nuovo tablet è il primo prodotto della gamma Pixel a girare su
Android, Marhsmallow naturalmente,
e tra gli accessori c’è una docking con
tastiera che lo rende davvero molto si-
mile al Surface. La tastiera si collega al
tablet via Bluetooth e funziona come
base d’appoggio orientabile e viene
caricata dallo stesso Pixel C. E come i
nuovi Nexus, anche Pixel C è dotato di
connettore USB Type C. Il tablet sarà disponibile entro fine anno a un prezzo di
499 dollari per la versione da 32 GB e
599 dollari per quella con memoria da
64 GB. La tastiera, invece, avrà un costo
di 149 dollari.
MOBILE Vertu, produttore di smartphone di lusso, ha lanciato il suo nuovo top di gamma
Vertu Signature Touch, top di gamma da 8400 euro
Nel prezzo è compreso il servizio concierge, con maggiordomo raggiungibile 24 ore su 24
V
di Roberto PEZZALI

ertu ha un nuovo top di gamma: il
produttore di smartphone destinati
al mercato del lusso ha deciso di
fare ai suoi clienti non soltanto servizi
e produzione artigianale ma anche un
upgrade tecnologico di un certo livello.
Gli 8400 euro che servono per il nuovo
Vertu Signature Touch (17900 euro per la
variante in Rose Gold) non rappresentano certo uno scoglio per il target a cui si
propone questo smartphone, e non vanno neppure paragonati al prezzo medio
di mercato degli smartphone in generale,
ma per una volta chi spende tanto può
dire di avere tra le mani uno smartphone che vale tanto. Vertu, che mantiene
la sua tradizione di prodotto realizzato
interamente a mano con tanto di incisione dell’artigiano che ha assemblato quel
singolo modello, ha infatti inserito in un
corpo di titanio uno Snapdragon 810 con
4 GB di RAM e 64 GB di memoria per le
torna al sommario
LG V10
Lo smartphone
con due display
e due fotocamere
per i selfie
app, memoria che può
essere espansa fino a 2
Terabyte tramite slot per
schede micro SDXC. Più
grande anche lo schermo: 5.2” Full HD, probabilmente lo stesso
pannello usato sui Sony
Xperia, il tutto ovviamente ben protetto da
un prezioso vetro in zaffiro a 130 carati che da solo vale quanto
un iPhone. Vertu ha lasciato ovviamente
ricarica wireless, NFC, quickcharge 2.0,
LTE multibanda e sistema audio hi-fi grade con microfoni in ceramica e speaker
stereo, e a questi ha affiancato un modulo camera di ultima generazione da 21
megapixel, probabilmente il Sony IMX
230. Quello che però non si può trovare
in un negozio di componenti e vale da
solo almeno metà del costo dell’intero
prodotto è il servizio concierge, un maggiordomo in carne e ossa sicuramente
più efficiente di Siri e Cortana che, raggiungibile 24 ore su 24, può soddisfare
ogni desiderio del possessore. Nel Vertu
Signature Touch il Concierge è gratuito
per 18 mesi al posto dei classici 12, ed
è affiancato da altri servizi come le chiamate criptate e il wi-fi in tutto il mondo
tramite un servizio che fornisce accesso
alla maggior parte degli hotspot a pagamento. Vertu Signature Touch, per chi
vuole un maggiordomo e per chi se lo
può permettere, sarà disponibile dal 16
ottobre in varie finiture personalizzabili.
LG ha presentato V10, al primo
sguardo ricorda il G4, ma nella parte anteriore rivela due interessanti
novità. Il secondo display, al bordo
superiore di quello principale, un
IPS Quad HD da 5,7 pollici, è indipendente e serve per la visualizzazione immediata di informazioni
quali la data e l’ora, il livello della
batteria o condizioni meteo. Nelle
intenzioni di LG questo secondo
pannello di ridotte dimensioni, e
quindi dal consumo assai inferiore
rispetto al principale, permette di
prolungare l’autonomia della batteria da 3000 mAh. Durante l’utilizzo dello smartphone lo schermo
aggiuntivo funge invece da area
sempre in primo piano ove sono a
portata di mano i link a contatti o
alle app di uso più frequente. Sempre in tema di raddoppio, LG integra sul V10 due fotocamere frontali
da 5 Mpx con angolo di visione di
80° che possono scattare assieme
producendo selfie con un ampiezza pari a 120 gradi del tutto esenti dalle classiche distorsioni tipo
fish-eye. LG V10 con processore
Snapdragon 808, 4 GB di RAM, 64
GB di storage e Android Lollipop
entra di diritto nella fascia alta di
mercato. Sarà commercializzato
da ottobre in Corea per diffondersi
poi nel corso dei mesi successivi
in Asia, Stati Uniti ed Europa ad un
prezzo ancora sconosciuto.
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5 OTTOBRE 2015
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MOBILE Intanto, vendite record per iPhone 6s e 6s Plus: 13 milioni di pezzi venduti in 3 giorni
iPhone 6s in Italia il 9 ottobre a 779 euro
Apple annuncia la disponibilità e i prezzi di iPhone 6s per l’Italia: il 9 ottobre da 779 euro
di Roberto PEZZALI
Lo smartwatch
Android Wear realizzato
in collaborazione
con Google e Intel
dal produttore svizzero
sarà presentato
il prossimo novembre
Intanto il prezzo sale
di 400 dollari
A
pple ha annunciato vendite record
per iPhone 6s e iPhone 6s Plus:
in soli 3 giorni sono stati venduti
13 milioni di telefoni, e non sono mancate le classiche code davanti agli Apple
Store come abbiamo potuto osservare
noi stessi a Monaco, in Germania, uno
dei Paesi della prima tornata di lancio.
Cifre da capogiro che potrebbero migliorare ancora il 9 ottobre quando il
nuovo iPhone arriverà in Italia (e in altri
39 Paesi). “Le vendite di iPhone 6s e
iPhone 6s Plus sono state fenomenali,
superando qualsiasi precedente risultato di vendita durante il primo weekend
nella storia di Apple,” ha affermato Tim
Cook, CEO di Apple. “Il riscontro dei
clienti è incredibile, amano 3D Touch e
Live Photos, e non vediamo l’ora di portare iPhone 6s e iPhone 6s Plus ai clienti di ancora più nazioni il 9 ottobre.”
Per gli italiani, comunque, è in arrivo una
di Paolo CENTOFANTI
brutta sorpresa: il prezzo suggerito per
il modello base sarà di 779 euro, più alto
del prezzo dell’iPhone 6 pari a 729 euro.
Se la SIAE incideva sul prezzo anche
lo scorso anno insieme all’IVA al 22%,
quest’anno interviene anche il fattore
euro/dollaro a peggiorare la situazione.
Serviranno €889 per il modello 64 GB e
€999 per il modello 128 GB, mentre per
MOBILE
Microsoft
sbaglia e svela
Lumia 950
e 950XL

A pochi giorni dal lancio ufficiale
continua la fuga di notizie sui nuovi
Lumia 950 e 950XL, di cui oramai
sappiamo quasi tutto, dal design
alle specifiche tecniche ad alcune
funzioni peculiari, e nelle scorse
settimane ci sono stati anche rumor
sui presunti prezzi. Ma ora Microsoft
(la filiale inglese) ha mostrato per
errore la pagina di vendita sullo
store online: manca il prezzo, ma
ci sono foto di anteprima e elenco
delle caratteristiche principali.
Confermati i rumor: schermi da 5.2”
e 5.7” e fotocamera con lenti Zeiss
da 20 MP, 32 GB di storage, espandibile fino a 2 TB, appena MicroSD
tanto capienti saranno disponibili.
Dalla scheda non emergono novità
su altre caratteristiche attese e non
verificate, come la Surface Pen o
il supporto alla presa USB Type-C
e la ricarica wireless Qi. L’evento
Microsoft previsto per il 6 ottobre
darà smentite o conferme.
torna al sommario
Lo smartwatch
di TAG Heuer
arriverà
il 9 novembre
l’iPhone 6s Plus si arriva a €889 per il
modello da 16 GB, €999 per il modello
da 64 GB e €1109 per il modello da 128
GB. Apple ha ribassato i prezzi degli attuali iPhone 6: si parte da 669 euro per
iPhone 6 e 779 euro per l’iPhone 6 Plus,
che diventa un’interessante alternativa
all’iPhone 6s per chi vuole uno schermo
grande.
MOBILE I rumor parlano di un design ispirato all’iPhone
HTC A9, presentazione il 20 ottobre
È la risposta ad iPhone 6s di Apple?
I
di Michele LEPORI
rumor di qualche settimana fa circa un progetto di HTC A9 sono diventati realtà
ora che sul sito della casa di Taiwan è comparso il countdown che tra meno
di un mese rivelerà forma e sostanza del nuovo flagship asiatico. Confermato
l’evento di presentazione di HTC A9 il 20 ottobre in un keynote livestream.
Se i rumor della vigilia saranno confermati, il design sarà decisamente ispirato
allo smartphone californiano. Si parla di 4 GB di RAM e schermo da 5.2” QuadHD
come praticamente certi, punto di domanda invece il processore: praticamente
certi gli 8 core ma mentre in Asia dovrebbe trattarsi di un Mediatek X10 Helio, per
l’Europa si vocifera un passaggio al “caro e vecchio” Snapdragon.
Il countdown fino al 20 ottobre sarà presumibilmente accompagnato dalle speculazioni circa il probabile design di A9, che si ispira (se i rumor saranno confermati) nemmeno troppo velatamente
ad iPhone 6 fatto salvo il comparto fotografico sull’asse centrale e non sulla
sinistra come da tradizione Apple.
Il chiacchierato smartwatch di
TAG Heuer, annunciato per la
prima volta all’ultima edizione
del Baselworld lo scorso marzo,
sarà ufficialmente svelato il 9
novembre. Lo ha confermato il
CEO Jean-Claude Biver in un’intervista a CNBC, rivelando che il
primo orologio smart dell’azienda
svizzera sarà mostrato in un evento presso la sede di New York di
LVMH. Dello smartwatch si sa
ancora molto poco, se non che è
il frutto di una collaborazione tra
TAG Heuer, Google e Intel, e che
presumibilmente sarà basato su
Android Wear. Anche l’indicazione
su quanto costerà subisce una variazione: inizialmente si parlava di
un orologio da 1400 dollari, ma secondo Biver il prezzo sarà di 1800
dollari, una cifra che non preoccupa TAG Heuer anche per via dell’effetto Apple Watch: “Eravamo
un po’ preoccupati per il prezzo,
perché lo venderemo a 1800 dollari”, ha dichiarato Biver, “ma ora
siamo tranquilli perché Apple ci
sta dicendo che possiamo venderlo a 1500 dollari o persino di
più”, alludendo alle versioni più
lussuose dello smartwatch di Apple. Sarà interessante, dopo tutti
questi annunci, vedere come sarà
il primo vero e proprio smartwatch
di un’azienda consolidata del settore dell’orologeria svizzera.
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MOBILE In Europa, il prezzo è di 299.99 euro. Due i cinturini, da 14 e da 20 mm di larghezza
Pebble ora è tondo, più bello e più leggero
Il nuovo smartwatch ha display e-paper ed più leggero e sottile, ma scende l’autonomia
P
di Massimiliano ZOCCHI
er molto tempo Pebble è stato
l’unico smartwatch realmente funzionale, nonché il più venduto. Ma
da quando Android Wear si è perfezionato, e Apple è uscita allo scoperto con
Apple Watch, le cose sono cambiate.
Così dopo aver recentemente lanciato
nuovi modelli, l’azienda nata su Kickstarter prova a dare una risposta anche
agli appassionati degli orologi più classici, che devono essere rigorosamente
tondi, con Pebble Time Round. Lo stile
resta molto simile agli altri modelli in
gamma, anche se la forma rotonda gli
dona un aspetto più classico ed elegante. Per il mercato europeo servono
299.99 euro per portarsi a casa un Time
Round, sia nella versione con cinturino
da 14 mm che da 20 mm. Il quadrante
in entrambi i casi ha diametro pari a
38.5 mm e ciò che distingue la versione più femminile da quella maschile è
più che altro la scelta dei colori e delle
finiture. Le varianti per il gentil sesso
sono quelle con cinturino più stretto,
con scelta tra la cassa in color silver, oro
rosa o nero. Per gli uomini invece, o per
chi amasse il cinturino più largo, si può
scegliere solo il silver e il nero. I modelli
sono già preordinabili, con le spedizioni
che dovrebbero iniziare a novembre, in
tempo per la stagione dei regali.
Qualcuno si aspettava addirittura che
la prossima mossa di Pebble potesse
essere di salire sul carro (vincente?) di
Android Wear, ma i ragazzi di Palo Alto
sono rimasti fedeli a se stessi continuando sulla strada dell’e-paper a 64
colori e dell’interfaccia proprietaria.
Interfaccia che è stata rivista per adattarsi alla nuova forma, utilizzando una
soluzione intelligente. Anziché cercare
di incastrare la vecchia interfaccia in
una forma tonda, hanno rivisto il suo
funzionamento, che ora, durante lo
scorrere delle informazione, fa un refresh dell’intera schermata mostrando ciò
che segue, invece di scorrere riga per
riga. Questo ha permesso di mantenere semplicità sfruttando tutto lo spazio
a disposizione. La compatibilità resta
sempre la stessa, per Android e iOS.
Nel primo caso sono già attive anche
le funzioni vocali utilizzabili col microfono integrato, ma sono in arrivo presto
anche per la Mela Morsicata. Pebble
Time Round è anche il più leggero e più
sottile smartwatch prodotto dall’azienda californiana, con solo 28 grammi di
peso in 7.5 mm di spessore. Questo gli
regala una eleganza superiore ma ha
costretto i progettisti a un compromesso sulla batteria. Le diverse giornate di
durata di Pebble qui si riducono solo a
due, sebbene Pebble dichiari che in soli
15 minuti di ricarica si ottengono ulteriori 24 ore di autonomia. Resta sempre il
doppio della durata rispetto alla concorrenza, sarà la mossa giusta? Il periodo
natalizio darà i primi responsi.
BlackBerry conferma la svolta Android con Priv
Confermato: il prossimo smartphone BlackBerry sarà basato su Android e si chiamerà Priv
Avrà lo schermo curvo del Galaxy S6 Edge ma anche una tastiera “fisica” a scomparsa
N

elle note che accompagnano gli
ultimi dati finanziari relativi all’ultimo trimestre, BlackBerry ha confermato le indiscrezioni relative al prossimo lancio di uno smartphone Android.
Immagini di uno smartphone BlackBerry
con tastiera a scomparsa e sistema operativo Android avevano iniziato a circolare da tempo e nei giorni scorsi era uscito
pure il possibile nome del dispositivo,
Priv. Lo stesso nome è stato ufficializzato
da BlackBerry che specifica come Priv
“utilizzerà il sistema operativo Android,
torna al sommario
Con iOS 9 doveva
arrivare una funzionalità
salva spazio ma un bug
relativo ad iCloud
ha costretto Apple
a rimandare il tutto
di Paolo CENTOFANTI
MOBILE Lo smartphone Android non segnerà la fine della piattaforma BlackBerry 10 OS
di Paolo CENTOFANTI
Apple rimanda la
cura dimagrante
per app in iOS 9
unendo il meglio della sicurezza e della
produttività del marchio BlackBerry, insieme al vasto ecosistema di app mobile
della piattaforma Android”.
Lo smartphone avrà due caratteristiche
di rilievo oltre ad essere basato
su Android: uno schermo curvo ai bordi, presumibilmente
lo stesso OLED del Galaxy S6
Edge, ma soprattutto vedrà il ritorno della tastiera fisica slider,
un must per tutti i fedeli del
marchio BlackBerry. L’azienda,
nella stessa nota, annuncia
che maggiori dettagli su Priv
verranno rivelati a brevissimo, ma anche
che il lancio dello smartphone Android
non segnerà la fine della piattaforma
BlackBerry 10 OS e che anzi a marzo
2016 arriverà la nuova versione 10.3.3.
Apple si ostina a offrire un modello base di iPhone con 16 GB,
nonostante il peso delle app (per
non parlare di foto e video generati con lo smartphone) continui
ad aumentare. Con iOS 9 doveva
debuttare una nuova funzionalità
denominata “app slicing” e che
avrebbe fatto guadagnare un bel
po’ di spazio. Il sistema essenzialmente consentirebbe a un dispositivo di scaricare, al momento
dell’installazione di un’app, solo i
componenti relativi al suo tipo di
hardware, riducendo la quantità di
dati da memorizzare. Normalmente, infatti, le app per iOS integrano
codice e asset per tutti i dispositivi,
iPhone e iPad, vecchi e nuovi, con
processori a 32 e 64 bit e diversi formati di schermo. Purtroppo,
però, la versione attualmente rilasciata da Apple di iOS 9 non rende ancora possibile sfruttare l’app
slicing. Secondo quanto annunciato sul portale ufficiale di Apple
per gli sviluppatori, un bug manda
in tilt il sistema quando si cerca di
ripristinare un backup da iCloud.
In pratica, ripristinando un backup
ad esempio da iPhone 5 su un
nuovo modello come l’iPhone 6S,
vengono mantenuti i componenti delle app per lo smartphone
precedente e non per l’hardware nuovo, con i problemi che ne
conseguono. E così, i possessori
di iPhone con memoria al limite,
dovranno aspettare ancora per
guadagnare spazio sul proprio
terminale. Apple comunica infatti
che app slicing verrà abilitato in
una prossima release di iOS 9.
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5 OTTOBRE 2015
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MOBILE Migliorano design e tutte le altre caratteristiche, dalla batteria allo schermo
LG Watch Urbane 2 è il primo Android Wear con SIM
Presentata la seconda generazione di LG Watch Urbane: arriverà in Italia all’inizio del 2016
di Roberto PEZZALI
U
rbane Watch si rinnova a quasi
un anno dal lancio del primo
modello: lo smartwatch LG guadagna un nuovo design, una nuova
batteria, uno schermo più brillante e
definito e soprattutto la possibilità di
essere usato stand alone, grazie allo
slot SIM integrato. LG ha realizzato
quello che è il primo smartwatch Android Wear dotato di SIM, quasi sicuramente una embedded SIM integrata
nella sottile scocca.
Watch Urbane 2.0 può quindi funzionare collegato a smartphone iOS o
Android e anche da solo, grazie alla
connettività 3G che abilita la ricezione delle notifiche e le chiamate anche
senza uno smartphone accoppiato. Le
modifiche non si fermano qui: migliora
anche il design, con linee più morbide
e piacevoli, e migliora lo schermo, un
display circolare P-OLED da 1.38 pollici da 480x480 pixel, la bellezza di
348ppi. La cassa è in acciaio inossidabile, finemente lavorata e waterproof,
mentre il cinturino è in TPSiV, un materiale ipoallergenico e resistente.
LG Watch Urbane è mosso da uno
I fornitori del processore
A9 dei nuovi iPhone
sono due e i modelli
sono leggermente
diversi
di Paolo CENTOFANTI
Snapdragon 400 con 768 MB di RAM
e 4GB di memoria eMMC per applicazioni e musica; migliora
anche la batteria, che arriva a 570mAh per assicurare una giornata piena di
utilizzo (in modalità 3G?).
Watch Urbane 2 non arriverà subito in Italia: LG
ci ha comunicato che la
commercializzazione da
noi è prevista comunque
per l’inizio del 2016, probabilmente il tempo necessario per gestire con
gli operatori la SIM integrata. Clicca
qui per il video.
MOBILE VR Kit con Hololens sarà la “porta di servizio” per la realtà virtuale a costi contenuti
Microsoft entra nella realtà virtuale con VR Kit
Look colorato e materiali migliori per la proposta di Microsoft contro il cartonato di Google
di Michele LEPORI
A

Redmond devono aver pensato
che un pezzo di cartone e un
foglietto di istruzioni stile mobile Ikea non sia il massimo dell’appeal
per un prodotto di punta come la realtà virtuale, ecco quindi che la risposta
al Cardboard di Google arriva sì sotto
forma di custodia per lo smartphone
ma con colore e materiali più “veri”.
Microsoft VR Kit, questo il nome del
nuovo nato, porterà agli utenti Lumia
quello che i cugini androidiani stanno sperimentando da un po’, la realtà
virtuale in formato pocket: il nuovo
oggetto del desiderio sarà svelato
ufficialmente il mese prossimo a un
evento dedicato in Russia, e per chi
non potesse permettersi la trasferta in
torna al sommario
Non tutti
gli iPhone 6s
sono uguali
Due le versioni
del processore
quel della Piazza Rossa pare proprio
che sarà in preview al Windows 10
event del 6 ottobre.
Servirà solo come specchietto per le
allodole pronte a salire su qualunque
carro targato VR o rappresenterà una
valida - oltre che economica - alternativa al ben più corposo progetto
Hololens? La risposta non è poi così
lontana.
Le analisi di Chipworks dei nuovi
modelli di iPhone, alla ricerca dei
dettagli del processore A9 di Apple, hanno portato alla scoperta
di un particolare interessante e
per certi versi inedito: non tutti gli
iPhone 6S sono uguali. Sono due
le versioni di A9 prodotte per il
nuovo smartphone, una realizzata
da Samsung con sigla APL0898 e
una costruita da TSMC con codice
APL1022, il che trova riscontro con
le indiscrezioni dei mesi scorsi che
volevano l’uno o l’altro produttore
incaricati della fornitura dei processori per Apple. L’aspetto più
interessante della vicenda è costituito dal fatto che i due processori
non sono del tutto uguali, poiché
anche se probabilmente sono stati realizzati in tecnologia FinFET,
Samsung utilizza un processo a 14
nm, mentre TSMC a 16 nm.
Ciò si riflette nelle diverse dimensioni delle due varianti, 96 mm2
per Samsung e 104,5 mm2 per
TSMC, e potenzialmente nelle prestazioni e nei consumi energetici.
Mentre iFix.it ha individuato il processore Samsung nell’iPhone 6s
e quello leggermente più+ grande
di TSMC nell’iPhone 6s Plus, Chipworks lascia intendere che i due
diversi A9 siano stati trovati entrambi in esemplari di iPhone 6s. Il
laboratorio specializzato in reverse engineering è ora la lavoro per
studiare le due versioni nel dettaglio e scoprirne eventuali ulteriori
differenze.
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5 OTTOBRE 2015
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HI-FI E HOME CINEMA Alla presentazione del Play:5 e del sistema Trueplay abbiamo scambiato due parole con Rafael Gonzalez
Sonos: “L’audio hi-res inutile, interessa a pochi
Truplay, la calibrazione facile, è più utile per tutti”
“Trueplay è una tecnologia complessa, ma è stata pensata per essere di una semplicità incredibile in ogni suo passaggio”
di Paolo CENTOFANTI
I
l successo di Sonos lo si capisce dall’invasione di
speaker wireless sul mercato degli ultimi due anni,
con tante aziende che stanno cercando di replicare
la formula del produttore californiano. Ma con la presentazione del nuovo Play:5 e soprattutto del sistema
di calibrazione audio Trueplay, Sonos sembra dimostrare di sapere tranquillamente tenere testa a tutta
questa nuova concorrenza. Fino a pochi anni fa, Sonos occupava del resto praticamente in solitaria una
fetta di mercato non presidiata da nessun altro: se si
cercava una soluzione per ascoltare musica “liquida”
in casa senza rinunciare alla flessibilità dei nuovi formati (download, streaming on demand e così via) le
alternative diverse da qualche sistema tutto in uno o
amplificatore home theater connesso non è che fossero molte. Mentre quasi tutti i produttori si sono buttati
sugli speaker Bluetooth da accoppiare allo smartphone - che di fatto è il nuovo walkman o il nuovo iPod
e per molti l’unico dispositivo per l’ascolto di musica
- Sonos è riuscita a proporre una soluzione per la casa,
apprezzata per la versatilità e la qualità dei suoi diffusori. E ora che si torna nuovamente a voler ascoltare
musica come si comanda anche in casa, Sonos è in
prima fila nel proporre qualcosa di al passo con i tempi
e di diverso dal classico stereo di una volta.
Ma cosa ne pensa Sonos di tutti questi nuovi prodotti
audio wireless da aziende come Panasonic, Samsung,
Yamaha, Denon e tanti altri? Ne abbiamo parlato con
Rafael Gonzalez, Head of Marketing di Sonos per la
Francia e l’Europa.
Rafael. Gonzalez: “Mi fa piacere che ci consideriate
azienda leader in questo spazio e per noi in realtà tut-
Nella demo di Sonos di Trueplay, il piccolo PLAY:1
era nascosto dietro un quadro in un angolo della
stanza. La calibrazione è in grado di correggere
rimbombo e attenuamento della alte frequenze,
restituendo una risposta praticamente perfetta
ta questa nuova concorrenza è soprattutto una grande opportunità. Più prodotti ci sono di questo tipo,
maggiore sarà l’interesse dei consumatori per questa
categoria, nonché la consapevolezza della disponibilità di queste soluzioni. Anche se potrebbe diminuire
la nostra quota di mercato, in realtà si tratta di una
torta che diventa sempre più grande, per cui abbiamo tutto da guadagnare da questo. Inoltre il fatto che
in tanti ora scelgano di proporre dei diffusori Wi-Fi e
sistemi multi-room ci conferma che ci abbiamo visto
giusto sin dall’inizio”.
DDay.it: Cos’è che secondo voi vi differenzia ancora dal resto dei prodotti concorrenti? Oggi vediamo
tanti produttori appoggiare soluzioni come All Play
di Qualcomm che bene o male replicano il vostro
modello...
Gonzalez: “Noi siamo convinti di offrire soprattutto
un’esperienza d’uso che regala allo stesso tempo attenzione per la qualità di ascolto e una grande semplicità. L’offerta di Sonos è pensata prima di tutto per
la casa, cosa che già ci distingue da qui cerca di proporre prodotti che vogliono fare un po’ di tutto, e poi
soprattutto per essere molto semplice e alla portata
di tutti. Anche lo stesso Trueplay che è una tecnologia
in realtà molto complessa per riuscire a fare quello
che fa, è stata pensata per essere di una semplicità
incredibile in ogni suo passaggio”.
Trueplay è il nuovo sistema di autocalibrazione audio,
integrato nel nuovo software della piattaforma Sonos,
nei diffusori e nell’app per smartphone e tablet, per
ora limitatamente ad iOS (troppa la varietà di microfoni
montati sui vari smartphone Android da prendere in
considerazione per il momento, ci dicono). Il funzionamento è molto simile ai sistemi di autocalibrazione
degli ampli home theater: tramite un microfono e dei
segnali test viene creata una parametrizzazione della
resa acustica della stanza in cui è installato il diffusore,
la cui risposta in frequenza viene quindi adattata per
Rafael Gonzalez
Sonos Head of Marketing France & RoE
offrire la migliore qualità audio possibile in base all’ambiente, compensando le imperfezioni.
Gonzalez: “L’autocalibrazione non è una novità, esiste
da tempo su altri prodotti. Noi crediamo di aver avuto l’intuizione di rendere molto più accessibile questa
funzionalità, con l’utilizzo dello smartphone come strumento di misura e con una procedura guidata passo
passo che è davvero alla portata di tutti. E si tratta di
qualcosa in grado di migliorare istantaneamente anche un prodotto Sonos di molti anni fa. La nostra capacità di soddisfare i nostri clienti anche con soluzioni
come queste, che non costringono ad acquistare un
nuovo prodotto, crediamo rappresenti un altro valore
aggiunto che ha Sonos rispetto ai nostri concorrenti,
che magari di anno in anno sfornano continuamente
nuovi device. Il nuovo PLAY:5 ad esempio sostituisce
un prodotto che era del 2006.

segue a pagina 16 
torna al sommario
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5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
HI-FI E HOME CINEMA La nuova versione del Play:5 ha comandi touch e sei altoparlanti. Nuovo anche il prezzo: 579 euro
Presentato il nuovo Play:5: è il miglior Sonos di sempre?
Arriva anche il software Trueplay per migliorare la resa sonora di tutti i diffusori, ma per ora è solo per dispositivi Apple
di Roberto FAGGIANO
ome già anticipato Sonos ha presentato due importanti novità nella
sua gamma di diffusori multiroom:
una nuova versione del Play:5 e il
software Trueplay per ottimizzare la risposta in frequenza dei diffusori in base
all’ambiente dove sono collocati.
Il nuovo Play:5 non cambia la sua sigla
ma cambia purtroppo il prezzo che è
ora fissato a 579 euro. Rispetto alla pri-
C
ma generazione il nuovo Play:5 ha ora
sei altoparlanti pilotati ciascuno da un
amplificatore digitale, nuovi comandi di
tipo touch, una migliore connettività Wi-fi
e anche la possibilità di essere posizionato in verticale. Per quanto riguarda gli
altoparlanti vengono ora impiegati tre
midwoofer e tre tweeter, contro i cinque
altoparlanti e l’unico woofer in comune
ai due canali del modello precedente. I
due tweeter laterali sono ora posizionati in modo da allargare il fronte sonoro,
forse l’unico punto debole del modello
di prima generazione. Il diffusore può essere anche utilizzato in stereofonia abbinando due Play:5 e può anche far parte
di un sistema home theater con Playbar
e Sub. Per quanto riguarda la connettività rimane disponibile un ingresso minijack per sorgenti come TV o lettori CD
HI-FI E HOME CINEMA
Intervista a Rafael Gonzalez - Sonos
segue Da pagina 15 

DDay.it: Trueplay è chiaramente una soluzione che
mette l’accento sull’importanza anche della qualità
audio. E però forse in molti si aspettavano da questo
punto di vista l’aggiunta del supporto per l’audio ad
alta risoluzione (Sonos supporta al massimo audio
a 16 bit e 48 KHz, n.d.r.), qualcosa che alcuni utenti
chiedono da molto. Come mai questa scelta per certi
versi inaspettata?
Gonzalez: “È vero, la stampa specializzata soprattutto, ci chiede spesso perché non sopportiamo l’audio
ad alta risoluzione, ma la risposta alla tua domanda
è semplice. Con TruePlay possiamo offrire un miglioramento nella qualità sonora dei nostri prodotti
immediato e a seconda delle situazioni anche molto
importante. Con una funzione software. L’audio Hi-Res
ha dei requisiti di banda, soprattutto per il multi-room,
che richiederebbero dei compromessi, come il dover
collegare tutti i diffusori via cavo. Ma in quanti sarebbero in grado di percepire la differenza tra audio a 16
bit e 24 bit? In quanti hanno una sala adeguata per
sentire certe sfumature? Senza contare l’aspetto dei
costi; già oggi è difficile dire in quanti sono disposti a
spendere il doppio per lo streaming in qualità CD a 16
bit. Siamo convinti che l’audio lossless a 16 bit abbia
già una fedeltà più che adeguata per un ascolto Hi-Fi.
Preferiamo concentrarci su altri aspetti, come la qualità dei diffusori e l’esperienza d’uso”.
DDay.it: “A questo proposito, Sonos ha fatto una
scelta di campo ben precisa, che è quella di offrire
un’esperienza d’uso unificata all’interno dell’app ufficiale, che raccoglie tutti i servizi audio via Internent
torna al sommario
e c’è sempre la presa di rete che
può essere usata anche in uscita
per altri componenti. Invariate le
finiture disponibili in nero oppure
bianco opaco con griglia nera.
Il software Trueplay è invece una
novità che sarà disponibile per
tutti i diffusori Sonos, esclusa la
Playbar ma compresi i modelli
già in commercio. Il sistema sfrutta il microfono di smartphone e
tablet per rilevare la risposta in
frequenza dei diffusori in ambiente e correggerne eventuali carenze o eccessi dovuti alle caratteristiche
della stanza. Purtroppo al momento il
sistema è disponibile solo per dispositivi
Apple come iPhone, iPad e iPod Touch
perchè sono gli unici dispositivi con un
microfono ritenuto affidabile da Sonos.
Gli smartphone Android infatti propongono tipologie di dispositivi troppo varie
e non è stato possibile ottenere risultati
convincenti. È auspicabile però che Sonos possa almeno selezionare alcuni
smartphone Android di punta per allargare la cerchia di fruitori del software.
e l’ascolto della propria libreria. Però
è anche vero che ci sono tanti ascoltatori di musica di oggi per i quali
l’esperienza d’ascolto nasce e muore all’interno dell’app del servizio di
streaming che si usa di più, sia esso
Spotify o Deezer, ecc. State pensando a un’apertura di questo tipo?
Gonzalez: “È sicuramente vero quanto dici. Come del resto, un’altra cosa
che ci sentiamo chiedere spesso è
perché non supportiamo AirPlay oppure il Bluetooth. Noi abbiamo fatto
una scelta ben precisa che è quella
di offrire un’esperienza d’uso semplice e che ti metta in contatto diretto
con la musica che vuoi ascoltare. Il
Wi-Fi ci offre la qualità audio migliore,
mentre con la nostra app possiamo
creare l’esperienza d’uso che abbia- Il nuovo PLAY:5 va a sostituire il modello originale uscito ormai nel
mo in mente. Con le app di terze parti lontano 2006. Ha nuovi controlli touch a sfioramento e un’inedita
non possiamo avere questo con- configurazione acustica a tre tweeter e tre mid-woofer. La prima
trollo. Detto questo però non è che (veloce) impressione di ascolto è stata molto positiva
escludiamo questo tipo di approccio.
Per ora abbiamo fatto questo esperimento con Goonostra app. Proprio con Spotify stiamo lavorando su
gle Play Music su Android e stiamo realizzando degli
questo, ad esempio, per migliorare il supporto a tutte
strumenti di sviluppo per altre app di terze parti. Ma
le funzionalità”.
Day.it: E per quanto riguarda l’ultimo arrivato, Apple
dipende molto anche dai gestori del servizio. Noi voMusic? Confermate il prossimo arrivo su Sonos?
gliamo essere sicuri che l’esperienza d’uso rimanga
Gonzalez: “Lo abbiamo annunciato sia noi che loro e
semplice e soprattutto che tutto funzioni, per cui ad
sì, aggiungeremo il supporto a Apple Music entro fine
esempio lo Spotify della situazione dovrebbe modifianno. Non è un semplice adattamento di Beats Music
care l’app anche in modo importante per supportare il
perché è cambiata proprio la loro piattaforma, ma per
nostro sistema, e non è detto che ci sia questa volontà
il momento lo sviluppo sta procedendo nei tempi preo possibilità. Comunque è qualcosa a cui guardiamo
con interesse, mentre cerchiamo di migliorare costanvisti. E tra l’altro credo che saremo gli unici ad offrire
anche questo servizio”.
temente la fruibilità di tutti i servizi all’interno della
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SMARTHOME La nuova strategia di Bticino punta a portare la smarthome nelle nuove abitazioni e soprattutto in quelle già esistenti
Con ELIOT di Bticino, ogni casa diventa smart
Dal salvavita che si può riattivare dallo smartphone, al videocitofono che ci permette di rispondere dal telefonino come da casa
B
di Paolo CENTOFANTI

ticino ha presentato anche per
l’Italia il nuovo programma ELIOT
(da ELectricity e Internet Of Things), un nuovo corso per la domotica del
gruppo Legrand che punta a portare il
concetto della smart home non solo
nelle nuove abitazioni, ma soprattutto
in quelle già esistenti. È facile predisporre in fase di costruzione una casa
per sistemi di automazione e impianti
elettrici evoluti, un po’ meno pensare
di ammodernare senza mettere mano
ai muri con tutte le relative problematiche un impianto con diversi anni
sulle spalle. In questo senso, la nuova
strategia delineata di Bticino segue un
approccio decisamente più consumer,
con prodotti che volendo potranno essere installati anche direttamente dal-
torna al sommario
l’utente finale e che saranno distribuiti
per questo anche sulla grande distribuzione specializzata.
Questi nuovi prodotti seguono il filo
conduttore dell’Internet of Things nella
visione di Bticino, anche se sarebbe
più proprio parlare semplicemente di
dispositivi connessi. In questa fase si
parla soprattutto di prodotti che fanno
parte del business storico dell’azienda, come ci accingiamo a vedere,
ma la connessione a Internet apre
a interessanti possibilità.
Prendiamo il nuovo Videocitofono Classe 300, ad
esempio, che permetterà di
rispondere anche quando
ci troviamo fuori casa direttamente dallo smartphone, quindi
di interagire con chi si trova alla porta
e nel caso di aprire anche il cancello
da remoto. Il videocitofono, come altri
prodotti della gamma ELIOT, non necessita più di un bus dedicato per l’automazione, ma sfrutta il Wi-Fi integrato
per accedere a Internet e collegarsi
alla piattaforma cloud che permetterà
poi di gestire tutti i dispositivi ELIOT
con le app per smartphone e tablet.
Dal videocitofono ci spostiamo al salvavita del quadro elettrico, un dispositivo decisamente poco “sexy” che
però, nel momento in cui
anche questo si collega
a Internet ed è in grado
di avvisarci con una notifica sullo smartphone
se salta la corrente e in
caso e, con l’apposita
app, di essere riattivato
da remoto, diventa immediatamente qualcosa
di molto utile e interessante. nche i classici
interruttori delle luci e
delle tapparelle diventano connessi all’interno del programma
ELIOT. Bticino distribuirà interruttori wireless,
che potranno essere installati senza modifiche
all’impianto elettrico al
posto di quelli comuni
e che potranno essere
controllati sempre da
smartphone o tablet
anche da remoto per
accendere e spegnere
le luci e azionare le tapparelle. In questo caso,
i singoli interruttori comunicheranno tra loro
via ZigBee, e con un apposito adattatore Wi-Fi alla rete locale, sempre nel
form factor di una normale placca.
Ci sarà poi una videocamera IP, anche
in questo caso da installare al posto
degli interruttori classici, una soluzione
che permette così anche di nasconderla alla vista, e naturalmente controllabile da app e con funzione di notifica in
caso di rilevamento di movimento.
Tra i prodotti in cantiere ci sono infine
anche il Termostato smart e programmabile direttamente da app per smartphone e tablet, e una serie di sensori
e prese intelligenti che permetteranno
di monitorare con precisione i consumi
energetici della propria casa.
Bticino ha espresso l’intenzione di
mantenere il sistema il più aperto possibile anche alle soluzioni di altri produttori, sia per quanto riguarda l’integrazione di altri dispositivi nel sistema
di controllo di ELIOT, che viceversa
nell’aggiungere il supporto dei prodotti Bticino anche in altre piattaforme. I
nuovi prodotti verranno distribuiti via
via a partire da inizio 2016.
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5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
SMARTHOME Dyson lancia un umidificatore con tecnologia UV e un aspirapolvere per gli imbottiti che promette guerra agli acari
Dyson pensa al benessere in casa con due nuovi prodotti
L’AM10 Humidifier ha un prezzo di 529 euro, il V6 Mattress costa di 359 euro. In arrivo anche un robot aspirapolvere
di Simona ZUCCA
L
’ AM10 Humidifier è un umidificatore
per la casa, V6 Mattress un aspirapolvere dedicato alla pulizia dei materassi: sono le ultime due novità Dyson
già anticipate all’IFA e ora presentate
ufficialmente dall’azienda in Italia. Ed
è con queste due novità che in questo
momento Dyson concentra la sua attenzione sul benessere in casa, ampliando
così la gamma dei suoi prodotti di fatto
incentrata sulla pulizia. Dell’umidificato-
re AM10 abbiamo già abbondantemente
parlato in questo articolo: in un apparecchio dal design simile a quello utilizzato
per i suoi termoventilatori, Dyson inserisce una idea innovativa, cioè quella di
sanificare l’acqua contenuta nell’umidificatore prima che questa sia immessa nell’ambiente. Due le tecnologie a
bordo dell’AM10 Humidifier: Ultraviolet
Cleanse e Intelligent Climate Control,
per misurare la temperatura e l’umidità
e per poi umidificare nel modo corretto l’aria della stanza. Per avere un’aria
più salubre in casa dovrete spendere
529 euro. Abbiamo poi avuto modo
di provare velocemente V6 Mattress,
l’aspirapolvere di Dyson espressamente
pensato per la pulizia degli imbottiti, materassi, divani, cuscini, e per la lotta agli
allergeni. Dyson ci spiega che secondo i
loro ricercatori le altre tecnologie disponibili sul mercato, come quella della luce
UV o dei sistemi di vibrazione, non sono
così efficaci come un’ottima aspirazione
e per questo ha pensato a un aspirapolvere portatile senza fili dedicato che riesce ad aspirare in profondità anche nel
primo strato del materasso rimuovendo
così gli allergeni e i famigerati acari.
L’aspirazione è garantita dal motore digitale V6 e dalla spazzola motorizzata,
che solleva la polvere da aspirare. L’aria
aspirata e poi reimmessa nell’ambiente
è, per così dire, “ripulita” dal filtro postmotore che riesce a trattenere particelle piccole fino a 0.3 micron. L’abbiamo
velocemente messo alla prova su un
materasso: la manovrabilità, il peso e la
silenziosità sono simili a quelli degli altri
aspirapolveri portatili Dyson, e quello
che abbiamo notato è la sensazione
di una sorta di aderenza della spazzola alla superficie data proprio dalla sua
SMARTHOME Logitech fa il suo ingresso nel mondo della home security con un prodotto versatile
Logi Circle: videocamera che “riassume” la giornata
È dotata di un’interessante funzione per vedere in 30 secondi quello che vi siete persi
N
di Michele LEPORI

ell’affollata arena di videocamere smart sta per arrivare anche
la nuova proposta di Logitech.
Si chiama Circle, ha un design davvero
gradevole e non le manca davvero nulla per competere con le rivali. La qualità di ripresa è Full HD ed è in grado di
far accedere al registrato direttamente
tramite app iOS/Android, con anche la
possibilità di gestire l’audio a due vie,
mandando e ricevendo informazioni
tramite speaker e microfono.
Tutto interessante e funzionale, ma
dove sta la “one more thing”? Nel software: Logitech si è concentrata sulla
parte di gestione della ripresa e della
comunicazione con l’utente, creando
un programma in grado di imparare i
movimenti normali nella giornata-tipo
di casa ed archiviarli come innocui
torna al sommario
preoccupandosi di alzare le antenne
solo in caso di effettiva necessità.
La foglia del ficus in terrazza che
svolazza sul pavimento, quindi, non
genera alert di alcun tipo così come
eventuali animali domestici a zonzo
per le stanze. L’intelligenza di Circe si
manifesterà inoltre con day brief, una
funzione di hyperlapse creata in toto
dalla videocamera che monterà il best
of della giornata e lo renderà disponibile in un singolo filmato di 30 secondi
pronto a mostrarci cosa ci siamo persi
stando in ufficio. Per gli interessati, l’arrivo è previsto ad ottobre ad un prezzo
di 199 dollari.
particolare costruzione. Il prezzo del V5
Mattress è di 359 euro.
Dyson proseguirà sulla strada del benessere degli ambienti domestici con
l’arrivo anche in Italia di un purificatore
d’aria già disponibile in Giappone.
E pare che il 2016 sarà un anno ricco
per Dyson, dal momento che dovrebbe
finalmente arrivare nel nostro Paese anche il robot aspirapolvere presentato lo
scorso anno all’IFA e una novità assoluta con una categoria di prodotto, pare,
inedito per Dyson, di cui però anche
nulla è dato sapere.
SMARTHOME
Con Keurig
la Coca-Cola
si fa in casa
Il produttore di macchine per il caffè
Keurig e Coca-Cola hanno lanciato
negli Stati Uniti Keurig Kold: una macchina per fare Coca-Cola, Fanta, Sprite
e affini in casa con delle capsule. La
differenza principale di Keurig Kold
e soluzioni come quella di SodaStream, è che tutti gli ingredienti sono
contenuti nelle capsule, non occorrono
bombolette di CO2, ma solo normale
acqua naturale. La partnership con
Coca-Cola dà a Keurig i diritti esclusivi
per le capsule delle sue bevande più
famose, ma ci saranno anche i “gusti”
Dr. Pepper e altre ricette preparate da
Keurig. Keurig Kold negli Stati Uniti
costa 370 dollari tasse escluse, le capsule, ciascuna capace di produrre poco
più di 20 centilitri di bibita, saranno
disponibili a 4,99 dollari per una scatola da quattro. Nessuna notizia riguardo
una distribuzione in Europa.
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5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
AUTOMOTIVE I futuri distributori di idrogeno sarebbero in grado di produrre carburante in loco
HyperSolar vicina al sogno dell’idrogeno a basso costo
Formulata una tecnologia che permette di estrarre idrogeno dall’acqua con nano particelle
di Paolo CENTOFANTI
H
yperSolar è un’azienda californiana
impegnata nello sviluppo di quello
che potrebbe essere il fattore abilitante della mobilità basata sulle celle a
combustibile a idrogeno: un generatore
in grado di estrarre il prezioso gas dall’acqua con il solo ausilio di energia solare. Pur essendo l’elemento più comune
dell’Universo, l’idrogeno non si trova
sulla Terra in forma pura e per estrarlo
si usano comunemente sorgenti come
il gas naturale o l’acqua, con processi
poco efficienti e costosi e che vanificano
alla fonte i vantaggi di un motore pulito a
idrogeno. L’elettrolisi dell’acqua, che separa le molecole di idrogeno e ossigeno
tramite corrente, ad esempio, richiede
grandi quantità di energia elettrica, oltre
ad acqua in forma purissima per evitare
di danneggiare gli elettrodi. HyperSolar
sta lavorando a una soluzione in grado
di risolvere entrambi i problemi dell’elettrolisi, basata su dei nano generatori che
integrano celle fotovoltaiche montate
su un sistema elettrochimico in grado
di separare idrogeno e ossigeno dall’acqua, che può essere normale acqua
minerale ma anche di fiume, mare e
persino proveniente da
scarichi. La struttura di
queste nano particelle
è ottimizzata in modo
da raccogliere tutta
l’energia in uscita dalle celle fotovoltaiche e
impiegarla nel processo di estrazione dell’idrogeno, con un’efficienza nettamente superiore ai normali
pannelli fotovoltaici, mentre un particolare rivestimento realizzato sempre da
HyperSolar protegge i componenti di
questi minuscoli generatori quando immersi direttamente in acqua. HyperSolar
sta lavorando su due fronti nello sviluppo della sua tecnologia, l’efficienza delle nano celle fotovoltaiche e i materiali
che fanno da catalizzatori per l’estrazione dell’idrogeno. HyperSolar ha ora
annunciato il raggiungimento di un importante traguardo sul fronte della cella
fotovoltaica, cioè la capacità di generare
una tensione di 1,55 Volt, superiore alla
soglia dei 1,23 Volt necessari per innescare la reazione elettrochimica. Secondo l’azienda 1,5 Volt sono sufficienti per
realizzare un sistema di produzione dell’idrogeno commerciale, ma HyperSolar
punta a spingere l’efficienza della cella
fino ad arrivare a 1,7 Volt. In una prima
fase, HyperSolar realizzerà con questa
tecnologia dei pannelli, ma l’obiettivo finale è quello di arrivare alla produzione
di massa di nanoparticelle da disperdere direttamente nell’acqua, per produrre
idrogeno anche in vasca. Il sogno di abbondanza di idrogeno a basso costo è
un pochino più vicino.
Prototipo HyperSolar
AUTOMOTIVE Ogni dettaglio di Model X è di alto livello comprese le portiere posteriori ad “ali”
Tesla svela Model X: 7 posti e 400 km di autonomia
Tesla lancia ufficialmente Model X, auto elettrica con 400 km di autonomia per ogni carica
di Massimiliano ZOCCHI
ufficiale, Tesla Model X è pronta ad
arrivare nei garage dei quasi 30.000
clienti che l’hanno preordinata nella
versione Founders Series. Per 132.000
dollari, avranno la versione con 90 kWh
di batteria che può garantire fino a circa
400 km di autonomia per singola ricarica.
Quando entrerà in produzione, invece,
la versione di serie costerà circa 5.000
dollari in più rispetto alla corrispondente
versione della Model S. Chi non ha preordinato dovrà attendere la metà del 2016.
La presentazione, che ha visto sul palco
direttamente il CEO Elon Musk, non ha
riservato sorprese. L’auto ormai è conosciuta da tempo, l’evento è servito a fornire qualche dettaglio in più. In particolare Musk si è soffermato sulla sicurezza
dichiarando che Model X è equipaggiata

È
torna al sommario
per superare col massimo dei voti i crash
test, grazie allo studio sul posizionamento della meccanica e ai rinforzi in allumino. Sicurezza non solo passiva ma anche
attiva grazie ai sistemi Automatic Emergency Braking e Side Collision Avoidance. E non poteva mancare l’Autopilot con
anche Autosteer e AutoPark. Protezione
che si estende anche dentro l’abitacolo
grazie a speciali filtri che possono offrire la massima qualità dell’aria, definita di
qualità medica e denominata Bioweapon
Defence Mode, che protegge dallo smog
700 volte meglio dei tradizionali sistemi,
e fino a 800 volte meglio contro i virus.
Livello top di gamma anche nelle prestazioni, con velocità di punta di 250 km/h,
e 3.3 secondi per accelerare da 0 a 100.
Ottimo anche il cx aerodinamico, fiore all’occhiello delle Tesla, con valore di 0.24.
Tratto distintivo di Model X sono le portiere posteriori denominate Falcon Wing
Doors, che si aprono verso l’alto agevolando l’ingresso dei passeggeri. Molti dubitavano della reale comodità di questa
soluzione, così Musk ha tenuto un piccolo siparietto per dimostrare che bastano
30 cm di distanza dall’auto parcheggiata a fianco per aprire completamente le
innovative portiere, grazie a due motori
che le controllano contemporaneamente. Gli scettici possono visionare il video
cliccando qui.
Inventata
la gomma
che si autoripara
Addio gomme
bucate?
Ricercatori tedeschi
hanno sviluppato
un nuovo tipo di gomma
in grado di autoripararsi
in poco tempo
dopo tagli e foratura
di Paolo CENTOFANTI
Abbiamo visto plastiche in grado
di riparare la propria superficie
da graffi e segni con un po’ di
calore utilizzate sugli smartphone
(LG G Flex ad esempio), ma il nuovo materiale sviluppato da alcuni
ricercatori tedeschi e finlandesi,
rispettivamente dell’università di
Dresda e di Tampere, potrebbe
rivoluzionare il mondo dell’auto. In
un articolo intitolato “Ionic Modification Turns Commercial Rubber
into a Self-Healing Material” viene
descritto un tipo di gomma in grado di autoripararsi in seguito a rotture come tagli netti e forature. La
ricerca parla di un processo di modifica della gomma bromobutilica
tramite imidazolo, che permette di
ottenere caratteristiche simili alla
gomma vulcanizzata utilizzata nella produzione di pneumatici, con
in più la capacità di rigenerare la
propria struttura nel giro di poche
ore già a temperatura ambiente e
ancora più velocemente ad alte
temperature. La ricerca non riesce
a spiegare del tutto il meccanismo
che permette a un frammento di
gomma tagliato di “ricucirsi”, ma i
test effettuati rivelano come i legami siano effettivamente in grado di
ripristinarsi, così come le caratteristiche di elasticità e resistenza del
materiale nel punto dove è avvenuta la rottura. Applicata ai pneumatici, questa tecnologia potrebbe
permettere di avere gomme per
auto in grado di ripararsi in poche
ore, senza bisogno di sostituirle,
con evidenti benefici non solo a
livello pratico ed economico, ma
anche per l’ambiente. Prima di arrivare a una ricaduta commerciale
della ricerca occorreranno presumibilmente ulteriori studi.
n.119 / 15
5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
SCIENZA E FUTURO È stato annunciato uno studio che dimostra l’esistenza di acqua salata su dei pendii del pianeta rosso
Marte non è solo un deserto arido: c’è acqua
L’umidità verrebbe catturata dall’atmosfera sotto forma di brina e scorrerebbe solo in determinati periodi e circostranze
M
di Paolo CENTOFANTI

arte non è quel pianeta completamente arido che si credeva
fino a oggi. Dopo anni di analisi
di alcune formazioni sulla superficie di
Marte e in particolare solchi scuri sui
pendii che compaiono in modo ciclico
in base alle stagioni, i ricercatori sono
giunti alla conclusione che il pianeta rosso ospita ancora oggi acqua in
forma liquida, seppure solo in determinate circostanze e in determinati
periodi dell’anno. La scoperta è stata
annunciata con la pubblicazione di un
articolo in Nature Geoscience intitolato
“Spectral evidence for hydrated salts
in recurring slope lineae on Mars”, in
cui vengono rivelati i risultati dell’analisi spettroscopica della superficie da
parte della sonda Mars Reconnaissance Orbiter, in orbita intorno a Marte. I
ricercatori hanno individuato le sostanze che compongono il materiale all’interno dei solchi che sembrano prodotti
dallo scorrere di fluidi, riconoscendo la
presenza di sali perclorati. Queste sostanze hanno la proprietà di intrappolare l’umidità nell’atmosfera marziana
e di mantenere in forma liquida la soluzione in un range di temperatura molto
più ampio rispetto a quello dell’acqua
pura, che a causa della bassa pressione atmosferica bolle già a 10 gradi su
Marte, rendendo molto difficile la presenza di acqua allo stato liquido. I perclorati hanno essenzialmente lo stesso
effetto di quando gettiamo il sale sulle strade per far sciogliere il ghiaccio
in inverno, ma alzano anche il punto
di ebollizione fino a 24 gradi. Questa
soluzione di acqua e perclorati e ciò
che renderebbe umido il terreno e,
in primavera ed estate, colerebbe dai
pendii e dai bordi dei crateri creando le
strisce scure rivelate in tante immagini
della superficie marziana. La scoperta
riveste un’importanza enorme per il
futuro dell’esplorazione di Marte da
parte dell’uomo: questa riserva di acqua potrebbe estendersi in aree ampie
centinaia di metri quadrati e a diversi
centimetri di profondità e potrebbe essere “recuperata” per sostenere eventuali missioni umane sulla superficie.
Inoltre, la presenza di “colate” periodiche è stata rilevata in diverse zone del
pianeta il che lascerebbe supporre che
il fenomeno è diffuso su buona parte
torna al sommario
della superficie. Le diverse missioni
di esplorazione di Marte hanno ormai
accertato il “passato umido” del pianeta, che ha ospitato miliardi di anni fa
laghi, mari salati e un ciclo dell’acqua
molto simile a quello terrestre, ma fino
ad oggi si è sempre ritenuto che ormai
l’acqua esistesse solo nella forma di
ghiaccio intrappolato ai poli e nelle
rocce. Ora sappiamo che non è così.
Immagini simulate - Marte
SCIENZA E FUTURO Arriverà nel 2016 e promette una depilazione perfetta e sicura per la pelle
Il rasoio laser fa sognare: non ha lame e non irrita
L’inventore della depilazione a luce pulsata, Gustavsson, si prepara a lanciare un rasoio laser
A
di Roberto PEZZALI
rriverà nel 2016 il primo rasoio laser:
non avrà lame, non irriterà la pelle
ma sarà in grado di tagliare barba
e capelli come un normale rasoio. La
promessa arriva da Morgan Gustavsson,
uno dei creatori della luce pulsata e
oggi fondatore di Skarp, l’azienda che
si prepara a rivoluzionare il mondo della rasatura. Abbandonata la ricerca sulla
luce pulsata, efficace in altri ambiti ma
non per un taglio rapido di peli e capelli,
Gustavsson ha iniziato a lavorare all’idea
del laser nel lontano 2001 cercando una
soluzione per permettere un taglio veloce e sicuro di ogni tipo di pelo. La svolta
arriva nel 2009, con la scoperta di una
particolare lunghezza d’onda in grado
di agire rapidamente su peli e capelli di
ogni colore grazie a un cromoforo presente nelle persone di tutti i sessi, razza o età. Il cromoforo è l’elemento che
conferisce la colorazione a peli e capelli,
ed è anche il target dei sistemi attuali di
depilazione: con un laser di una determinata lunghezza d’onda si colpisce il pelo,
e la melanina (il cromoforo) contenuta nel
pelo assorbe il laser, scalda il pelo e cuoce il follicolo distruggendo il pelo stesso.
Un principio che Gustavsson applicherà
al suo rasoio, che non userà però la melanina ma un nuovo cromoforo: il laser,
emesso nella zona del rasoio dove solitamente si trova la lama, si attiverà solo al
contatto con il pelo e lo taglierà in modo
netto senza toccare la pelle e senza causare irritazioni. Il progetto è al momento
“vivo” sulla piattaforma di crowdfunding
Kickstarter, e ha già raggiunto il target
prefissato di 160.000 dollari. Il video dimostrativo, visibile cliccando qui, non
mostra in realtà una rasatura completa e
la promessa di un taglio veloce, perfetto
e sicuro, è troppo bella per essere “vera”.
Tuttavia il fondatore è una persona che
ha scritto pagine importanti della storia
della depilazione, e un minimo di fiducia
forse la merita.
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5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
TEST Il nuovo top di gamma Panasonic ha pannello Ultra HD, predisposizione per l’HDR, Wide Gamut e retroilluminazione Full LED
TX-65CR850E: Panasonic si fa sedurre dalle curve
Ha le carte in regola per essere un ottimo televisore, scopriamo se le attese sono rispettate con la nostra prova completa
di Paolo CENTOFANTI
ltre al modello “piatto” CX800, quest’anno
Panasonic propone a sorpresa anche un top di
gamma curvo, con la serie di televisori Ultra HD
CR850, disponibile nei tagli da 55 e 65 pollici. Sia la
serie CX800 che CR850 si fregiano del bollino 4K Pro
Studio Master UHD, che Panasonic riserva ai suoi televisori con il top delle tecnologie. Il CR850, di cui abbiamo provato il modello più grande da 65 pollici, è un
TV LCD con retroilluminazione full LED e pannello Ultra
HD, che introduce due caratteristiche di punta: i nuovi Wide Colour Phosphor, alternativa di Panasonic ai
Quantum Dot per espandere la gamma cromatica, e il
processore 4K Studio Master Processor, che dovrebbe
offrire una calibrazione accurata dei colori e il supporto
per i prossimi contenuti HDR (tramite un futuro aggiornamento firmware non appena le specifiche della UHD
Alliance saranno chiuse). In attesa del primo OLED di
Panasonic, il CZ950 presentato all’IFA di Berlino, è
questo il TV che ha l’arduo compito di tenere alta la
bandiera della qualità per cui erano conosciuti i TV Panasonic nell’era del plasma. Missione compiuta?
O
Design, spazio alle curve
La grossa novità è naturalmente costituita dalla curvatura dello schermo del CR850. Panasonic è riuscita a
mantenere l’impronta “classica” del suo design e nonostante il nuovo look curvo il TV è facilmente riconoscibile come un prodotto del marchio giapponese. La
cornice attorno lo schermo è sottile, ma il TV è piuttosto spesso per i canoni di oggi, visto che si tratta di un
LCD con retroilluminazione full LED. La base di appoggio prende qui la forma di un lungo arco di metallo, di
cui in realtà riusciamo a vedere frontalmente solo i due
piedini laterali che spuntano sul frontale. Complessivamente si tratta di un design molto pulito e sobrio, quasi
monolitico potremmo definirlo, ma allo stesso tempo
il TV ha un aspetto anche un po’ pesante, complice la
diagonale da ben 65 pollici. Certamente restituisce la
sensazione di un prodotto “premium”. Le connessioni
sono tutte raccolte su uno spazio ristretto, guardando
il retro, nella parte destra del televisore. Ultimamente
constatiamo una certa tendenza a ridurre il numero
di ingressi HDMI anche sui top di gamma, una mossa
poco comprensibile su modelli come questo, dove di
spazio ce ne sarebbe davvero in abbondanza. E inve-
video
lab
Panasonic TX-65CR850E
4.199,99 €
UN LCD CHE, CON L’AVVICINARSI DELL’OLED, NON CONVINCE APPIENO
Il nuovo CR850 è un TV molto costoso e che non mantiene appieno le sue promesse. Teoricamente la retroilluminazione full LED avrebbe
dovuto posizionarlo ai vertici della categoria e invece un’implementazione sorprendentemente meno sofisticata dei modelli di punta dello
scorso anno, frena in parte le prestazioni del TV Panasonic. Un peccato perché a livello di resa del colore e definizione il TV è ottimo e anche
le funzionalità sono complete e molto interessanti. A questo punto, se si cerca un TV curvo al top, tanto vale aspettare l’imminente OLED di
Panasonic CZ950, che dovrebbe arrivare a breve (ma di cui ancora in effetti non si conosce il prezzo). Non che il CR850 costi poco appunto;
solo che in questa fascia ci si aspetta la perfezione, soprattutto da un brand come Panasonic.
7.7
Qualità
7
Longevità
9
Ottima resa cromatica
COSA CI PIACE Controlli completi
Firefox OS è semplice e veloce
Design
8
Semplicità
9
COSA NON CI PIACE
ce, anche sul CR850 troviamo solo tre ingressi HDMI,
naturalmente in versione 2.0. Stesso numero per le
porte USB, di cui una con maggiore alimentazione per
il collegamento di hard disk portatili. Gli ingressi video
comprendono anche video component, con relativo
audio stereo e addirittura ancora una presa SCART,
che non osiamo pensare quale risultati possa produrre su un televisore come questo. Come da tradizione
Panasonic c’è anche un lettore di schede SD, per riprodurre direttamente foto e video, oltre uscita per le
cuffie, porta di rete Ethernet e terminali d’antenna terrestre e satellitare. Il CR850 è dotato di doppio tuner
D-Factor
8
Prezzo
7
Local dimming poco efficace
Clouding evidente
Costo elevato
DVB-T2 e doppio DVB-S2 e non manca lo slot per i
moduli CAM per i programmi a pagamento. Il collegamento a Internet per le funzioni smart può naturalmente avvenire anche via Wi-Fi.
In dotazione troviamo due telecomandi, quello tradizionale e quello con touchpad per facilitare l’utilizzo
di menù e app di Firefox OS. Entrambi i telecomandi,
come è possibile vedere dalle immagini, sono realizzati con finitura in alluminio, e quello standard è dotato
anche di retroilluminazione dei tasti principali, una caratteristica che vorremmo sempre trovare.
Firefox OS e menù per i più appassionati
Anche il CR850 è naturalmente basato sulla nuova
piattaforma smart con Firefox OS. Ci siamo occupati più volte delle novità introdotte quest’anno da
Panasonic, l’ultima volta nella nostra prova approfondita del modello di TV della serie CX700, di cui vi riproponiamo il nostro video dedicato all’interfaccia.
Da questo punto di vista, il CR850 non introduce particolari novità, e vale quanto di buono avevamo già
evidenziato nella prova del CX700. Firefox OS, come
piattaforma per Smart TV, si conferma una delle solu-

segue a pagina 23 
torna al sommario
n.119 / 15
5 OTTOBRE 2015
TEST
Panasonic TX-65CR850E
segue Da pagina 22 
zioni più semplici da utilizzare sul mercato: il sistema
operativo è snello, leggero e piacevole, anche perché
continua a rimanere per ora piuttosto essenziale. Il
punto di forza è che rispetto ad altre piattaforme, l’interfaccia grafica è fluida e senza rallentamenti, e tutto
risponde subito ai comandi. Nell’utilizzo quotidiano
manca un modo più rapido per scorrere la lunga lista di
canali satellitari, mentre il browser web resta scomodo
da utilizzare anche con il telecomando con touchpad
in dotazione. Il TV è dotato di media player compatibile anche con la nuova codifica HEVC (supportata
anche per le trasmissioni TV) e ripropone la funzione
TV AnyWhere per accedere al tuner e alle registrazioni
effettuate su periferiche USB anche da fuori casa attraverso l’apposta app per smartphone e tablet.
La parte di configurazione e manutenzione del TV
continua a essere in un menù separato da Firefox OS,
con la grafica tradizionale di Panasonic e decisamente
meno colorata. Per gli appassionati che amano prendere il controllo completo delle caratteristiche del TV, il
menù offre quanto di meglio possono desiderare. Oltre
ai controlli di immagine di base, ci sono impostazioni
avanzate come la regolazione del bilanciamento del
bianco e anche del gamma a 10 punti della scala di
grigio, oltre al CMS a tre assi (saturazione, tinta e luminosità), per tarare anche la resa del colore. Panasonic
è uno dei pochi produttori a offrire un efficace sistema
per copiare le regolazioni effettuate su un ingresso
non solo sugli altri, ma anche sulle impostazioni di immagine per i canali TV, il media player e la riproduzione
da app di servizi di streaming. Inoltre anche per il lettore multimediale e i servizi di streaming come Netflix
e Infinity sono disponibili tutte le regolazioni video al
loro completo.
Ottima colorimetria
Il nuovo CR850 è il primo top di gamma di Panasonic
da qualche anno a questa parte a non essere provvisto di certificazione THX e di un profilo di immagine
corrispondente (un’ipotesi sul perché la formuliamo
nella nostra prova di visione). Al suo posto troviamo
un’impostazione TrueCinema e due banchi denominati
MAGAZINE
“Professionale” per le regolazioni avanzate. La modalità
TrueCinema è dedicata alla
visione in sala oscurata, a
giudicare dalla riduzione della luminosità massima, e offre
da una parte una colorimetria
sufficientemente accurata,
ma dall’altra un bilanciamento del bianco non molto corretto.
I completi controlli del TV
permettono comunque di ottenere rapidamente un bilanciamento del bianco perfetto
sulla scala di grigi, tanto più
se si usa l’app per Android
e iOS TV Remote 2, che consente di impostare i vari
parametri da smartphone o tablet senza nemmeno dover aprire il menù a schermo del TV (davvero molto
comodo). C’è anche un controllo a 10 punti della curva
del gamma, ma causa della retroilluminazione dinamica non c’è garanzia che la curva che si ottiene con i
segnali test rimanga valida con contenuti reali.
La colorimetria migliora sensibilmente con la sola regolazione del bilanciamento del bianco, con valori di
errori trascurabili per la normale visione di contenuti
home video. I controlli a disposizione permettono di
migliorare ulteriormente la situazione specie sulle saturazioni intermedie, ma a scapito della precisione sui
primari. Nonostante Panasonic avesse parlato inizialmente di una copertura del 98% dello spazio colore
DCI-P3 grazie ai nuovi fosfori impiegati nei LED utilizzati per la retroilluminazione, un’analisi rivela uno spazio
colore nativo del pannello decisamente inferiore, con
primari del verde e del rosso meno saturi del riferimento. La cosa è un po’ sorprendente, visto che nell’ultima
presentazione tenuta sui nuovi modelli, Panasonic si
“vantava” proprio del fosforo del rosso. In ogni caso,
al momento di contenuti in DCI-P3 non ce ne sono, e
comunque il TV è capace di andare ben oltre lo standard Rec.709.
Il livello del nero dipende dall’impostazione scelta per
la retroilluminazione dinamica. Questa è configurabile
su tre valori, minimo, medio e massimo, con quest’ultimo che riduce sia il livello del nero che però in modo
significativo anche la luminosità massima. Il livello del
nero espresso da questo TV è intorno alle 0,045 cd/
mq secondo le nostre rivelazioni, che scendono a circa
0,02 con local dimming al massimo. Il rapporto di contrasto misurato (in post calibrazione) è di circa 3500:1.
La prova di visione
Il nuovo CR850 è dotato di retroilluminazione full LED
e teoricamente di local dimming, ma in realtà ci troviamo di fronte a qualcosa di molto meno sofisticato di
quanto visto sull’AX900 dello scorso anno, nonostante
Panasonic parli ancora di Local Dimming Pro. Ci rammarica un po’ constatarlo, ma siamo lontani anni luce
dalle prestazioni non solo di quel top di gamma, ma
anche del local dimming implementato sul LED Edge
AX800 del 2014. Il primo aspetto che ci fa storcere un
po’ il naso è quello dell’uniformità: nonostante la retroilluminazione full LED, l’esemplare giunto in redazione
presenta un evidente “clouding”, la presenza cioè di
aree più luminose dello schermo, che diventano particolarmente evidenti nelle scene più scure e forse è
per questo motivo che il TV non ha superato la certificazione THX (o comunque non è stato sottoposto
a essa). Che c’entri la curvatura? Chissà. Sta di fatto
che il fenomeno avrebbe potuto essere molto meno
visibile se solo il TV fosse dotato di un vero e proprio
local dimming, ma questo non è il caso. Le zone indipendenti sono infatti apparentemente pochissime e la
resa del nero non è mai uniforme su tutto lo schermo e
segue a pagina 24 
Sopra le misure con le impostazioni di fabbrica, sotto i grafici dopo la nostra calibrazione

Il Wide Gamut espresso dal TV Panasonic
è lontano dal 98% dello spazio DCI-P3 dichiarato
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n.119 / 15
5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
HI-FI E HOME CINEMA Arrivano in Italia i nuovi diffusori multiroom che diffondono l’audio a 360°
A Samsung piace il suono a 360°, addio allo stereo?
Per ora due modelli di forma originale e compatta. Le ambizioni sono alte, sarà un successo?
A
di Roberto FAGGIANO
rrivano anche in Italia i diffusori
multiroom di Samsung presentati in anteprima allo scorso Ces di
Las Vegas. Rispetto alla gamma completa
R vista in seguito anche all’IFA di Berlino,
i modelli disponibili sono due: il compatto e cilindrico R1 (199 euro) e il modello a
uovo R6 (299 euro). Entrambi hanno il collegamento Wi-Fi per funzionare con l’app
dedicata di Samsung e possono essere
inseriti in sistemi multiroom. La caratteristica saliente per entrambi è la diffusione
sonora in tutte le direzioni, un concetto
quindi piuttosto lontano dalla classica riproduzione stereofonica ma molto più vicina al concetto di intrattenimento domestico con streaming musicale. In termini
di compatibilità con i file musicali invece
i nuovi diffusori accettano musica fino ai
migliori Flac da 192 kHz. Il Wi-Fi è di tipo
dual band con installazione semplificata.
Dal punto di vista acustico la diffusione
a 360° è ottenuta con una lente acustica e un sistema studiato nei laboratori
Samsung di Los Angeles. Il modello R1 ha
forma cilindrica e controlli a sfioramento
sul lato superiore, tra le connessioni c’è
anche il Bluetooth per collegare direttamente gli smartphone e utile anche
per il Tv Sound Connect con televisori
Samsung. Gli altoparlanti utilizzati sono
un woofer da circa 10 cm e un tweeter. Il
modello R6 ha la caratteristica forma ad
uovo ma è sempre piuttosto compatto,
non per nulla è anche dotato di batteria
ricaricabile per eliminare ogni vincolo nel
posizionamento. Anche qui troviamo WiFi e Bluetooth per la massima versatilità
di collegamento. Gli altoparlanti utilizzati
sono un woofer da 12 cm che diffonde
verso il basso e un tweeter superiore con
lente acustica per la diffusione omnidirezionale. la finitura è disponibile in colore
nero oppure bianco.
ENTERTAINMENT
Il basket
della serie A2
in streaming
La Lega Nazionale Pallacanestro
annuncia la nuova piattaforma web
LNP Pass per la trasmissione in diretta di tutte le partite della nuova
stagione di serie A2, in partenza
proprio questo week-end. Il LNP Tv
Pass si potrà seguire sul web da PC
o dispositivi mobili e prevede due
diverse formule di abbonamento:
Season Pass permette di seguire in
diretta per l’intera stagione tutte
le partite al prezzo di lancio di
49,95 euro, Monthly Pass è invece
l’abbonamento mensile al costo di
9,95 euro. Per il primo periodo di
trasmissioni, dal 4 al 25 ottobre,
con il servizio ancora in fase di
rodaggio la visione di tutte le partite sarà gratuita con la semplice
registrazione sul sito http://www.
legapallacanestro.com. La nuova
piattaforma LNP Pass permetterà
anche di rivedere gli highlight delle
partite in differita e contiene anche
l’archivio delle partite della scorsa
stagione.
TEST
Panasonic TX-65CR850E
segue Da pagina 23 

non raggiunge i livelli dei modelli dello scorso anno. A
risentirne è il rapporto di contrasto che nelle scene più
scure non decolla mai, con quel classico effetto “patina” degli LCD privi del tutto di local dimming. Passando in rassegna i tre livelli dell’impostazione Adaptive
Backlight non si notano significativi miglioramenti da
questo punto di vista, e anzi aumentando l’intervento
diventa solo maggiormente visibile la variazione della
luminosità della retroilluminazione, specie sulle bande
nere di film con rapporto d’aspetto di 2,35:1.
Un vero peccato perché, se fosse stato dotato di un
vero local dimming con una maggiore granularità,
questo TV avrebbe avuto tutte le carte in regola per
essere un ottimo prodotto. La caratteristica migliore
del CR850 è sicuramente la riproduzione del colore,
come tradizione Panasonic calda e brillante, senza
mai scadere nell’esagerato o nell’artificiale. Nelle scene più luminose vengono fuori immagini perfette sotto
ogni punto di vista, brillanti e con un’ottima definizione. L’upscaling dei contenuti in alta definizione, e Bluray Disc in particolare, regala immagini estremamente dettagliate che non fanno nemmeno rimpiangere
troppo l’assenza di contenuti nativi. Basta impostare
il parametro “ottimizzatore risoluzione” su minimo per
ottenere immagini estremamente nitide e senza visibili artefatti sui contorni. La risoluzione in movimento
torna al sommario
è buona durante la visione anche
senza Intelligent Frame Creation,
l’algoritmo di interpolazione dei
fotogrammi di Panasonic. Con gli
appositi test pattern, attivando
l’elaborazione, la risoluzione passa
da circa 350 linee TV intorno alle
700, e mantenendo l’impostazione su minimo l’effetto “telenovela” è minimo. Con i canali demo
disponibili su satellite, abbiamo
potuto apprezzare il grande dettaglio espresso con contenuti Ultra
HD, che trasformano il TV quasi
in una vera e propria finestra sul
mondo. Ma anche con la visione
di filmati in 4K, resta il rammarico
per la resa insoddisfacente a bassi
livelli di luminosità. Con contenuti
in bassa definizione, va da sé, non
possiamo aspettarci miracoli, ma L’app per smartphone e tablet TV Remote 2 permette di regolare tutti
l’upscaler fa il suo dovere dignito- i parametri video senza neanche aprire il menù a schermo del TV. Tra
samente nonostante le dimensioni le altre funzionalità vale la pena menzionare la possibilità di riprodurdello schermo e la risoluzione del re su dispositivo mobile i canali sintonizzati sul TV
pannello. Più che onesta la resa sosonora e di offrire una sufficientemente ampia risposta
nora degli altoparlanti integrati. Anche il menù audio
in frequenza anche sul registro medio-basso. Niente in
è molto articolato e ricco di impostazioni (c’è pure un
grado di competere con un impianto audio dedicato,
completo equalizzatore), ma quello che conta è che
intendiamoci, ma si può ascoltare.
il TV è in grado di generare una decorosa pressione
NESSUN CONFRONTO È POSSIBILE
NERO PERFETTO,
COLORI PERFETTI
LG lancia la nuova tecnologia OLED superando ogni limite qualitativo.
OLED TV è l’unico tv in cui i pixel hanno la capacità di illuminarsi e spegnersi uno ad uno
regalandoti il contrasto infinito e colori veri come in natura ,
per immagini che non temono nessun confronto.
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5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
TEST Prestazioni eccellenti per il nuovo phablet da 5,7’’ Samsung, che offre uno dei migliori display su piazza e tante funzionalità
Samsung Galaxy S6 edge+: gigante buono (e caro)
Le dimensioni e soprattutto il prezzo lo rendono un prodotto per pochi, ma longevità e soddisfazioni sono assicurate
C
di Emanuele VILLA
on Galaxy S6 edge+, Samsung ha deciso di entrare in un terreno inesplorato, ovvero quello dei
phablet di livello premium ma senza il caratteristico pennino della serie Note. Il telefono è dunque
voluminoso ma al tempo stesso mette in mostra uno
dei migliori design presenti sul mercato: si può discutere sull’utilità pratica di uno smartphone da 5,7’’ o del
design dual edge, ma S6 edge+ resta un passo avanti
importante in termini di pura innovazione.
Nonostante sia stato presentato insieme al Note 5
durante le calde giornate di agosto, Galaxy S6 edge+
arriva in Italia con largo anticipo rispetto alla sua controparte con pennino e rappresenta, al momento, la soluzione ideale per chi cerca un terminale no compromise
di ampie dimensioni e ha ovviamente un buon budget
da spendere. Al momento, lo store ufficiale vende S6
edge+ in versione base da 32 GB a 839 euro, una cifra
importante per uno smartphone che - ovviamente - ne
restringe molto il target di riferimento e che si giustifica
sulla base di scelte tecniche e di design allo stato dell’arte. Di cosa si tratta è noto ai più: Galaxy S6 edge+ è
un phablet da 5,7’’ con il medesimo design della versione più piccola, la edge (senza “plus”) da 5,1’’. Ritroviamo
così il telaio con scocca metallica, il design dual edge
con entrambi i lati ricurvi alle estremità e la medesima
combinazione di metallo e vetro che ci ha fatto apprezzare il predecessore, il tutto sormontato da un Gorilla
Glass 4 che promette una resistenza importante ai piccoli incidenti di tutti i giorni. Restano ovviamente anche
i “contro” di una tale scelta di design, e in particolare
la batteria non removibile e l’assenza di slot micro SD:
considerando che il telefono non è disponibile in versione da 128 GB (solo 32 e 64 GB), una memoria extra
avrebbe avuto senso. Essendo in vena di critica, auspichiamo una versione edge 2 con fotocamera posteriore
non sporgente: sappiamo bene che esistono limiti tecnici e che Samsung è in ottima compagnia quando si
parla di “obiettivi sporgenti”, ma va da sé che un profilo
completamente liscio sarebbe un’altra cosa. E non è
detto che non ci si arrivi in tempi brevi.
Grande e grosso, ma anche sottile
Galaxy S6 edge+ si impugna con discreta semplicità,
non scivola facilmente e ha un peso notevole (153 grammi) che suggerisce un senso di solidità, ma evitate di
video
lab
Samsung Galaxy S6 edge+
839,00 €
IL PHABLET (SENZA PENNINO) PIÙ INNOVATIVO
Può piacere o no, ma bisogna dare atto a Samsung di aver realizzato un prodotto molto valido sotto ogni aspetto. Nulla che non si fosse già
visto nell’edge “normale”, intendiamoci, ma il prodotto riesce comunque a distinguersi in un mercato in cui l’”effetto clone” è sempre dietro
l’angolo. Il design è estremamente curato in tutto, dall’accostamento di vetro e metallo al “dual edge” ondulato, cui Samsung vuole dare un
connotato anche pratico oltre che estetico. La potenza è assicurata da un comparto hardware all’altezza delle pretese di un power user e l’autonomia è tale da non rappresentare un problema (tenuto conto del classico giorno di utilizzo) in nessuna circostanza, neppure durante l’uso
assiduo. Il display, poi, è un fiore all’occhiello di questo telefono, sommando ai vantaggi dell’OLED una vivacità cromatica molto piacevole.
Come tutte le cose c’è sempre possibilità di perfezionamento, nella fattispecie potrebbe essere trovare un posto per l’ingresso microSD, ma è
soprattutto il prezzo a spaventare: più di 800 euro per uno smartphone non è una spesa da tutti e, per quanto sia giustificata dai componenti
e dalle tecnologie, ne limita di sicuro il raggio d’azione. Ma chi se lo può permettere avrà per un bel po’ un alleato su cui contare ogni giorno.
8.9
Qualità
9
Longevità
9
Design innovativo
COSA CI PIACE Prestazioni eccellenti
Ottimo display
Design
10
Semplicità
8
D-Factor
10
Prezzo
8
Prezzo molto elevato
COSA NON CI PIACE Batteria non removibile, niente micro SD
Manca la versione da 128 GB
farlo cadere: il frame metallico potrebbe non gradire. La
scocca posteriore è un gran bel vedere, ma il vetro che
la sovrasta “cattura” le ditate come pochi altri telefoni:
va pulito con una certa frequenza, oppure si può optare
per una cover protettiva. Per il resto, poco da aggiungere rispetto alla norma e, soprattutto, rispetto al Galaxy
S6 edge: la disposizione dei tasti, fisici e capacitivi, è
la solita, c’è il sensore di impronte digitali ma questa
volta manca la porta IR, utile per usare lo smartphone
come telecomando diretto. Galaxy S6 edge+ supporta
le nano SIM e la porta è situata sulla cornice superiore
del telefono, dove trova spazio anche un secondo microfono per la cancellazione attiva del rumore durante
le telefonate; sotto, troviamo la medesima formazione
di Galaxy S6 edge, ovvero presa micro USB, jack per
le cuffie e altoparlante, mentre nella scocca posteriore
trovano spazio la fotocamera da 16 mpixel leggermente
sporgente, il sensore cardio e il flash LED. A livello di
connettività, Galaxy S6 edge+ è il non plus ultra: troviamo non solo un modem LTE Cat9 con supporto fino a
450 MB/s in downlink, ma anche Wi-Fi ac, Bluetooth 4.2
con supporto aptX, MHL su USB con uscita fino a 2160p
e il classico NFC, che l’azienda ha pensato non solo per
il classico pairing immediato e la condivisione, ma soprattutto per il lancio in grande stile di Samsung Pay.
Il display è davvero il suo forte
La prima cosa che colpisce è ovviamente il display,
che è anche uno dei punti di forza di questo telefono.
Samsung ha deciso di optare per un Super Amoled da
5,7’’ dual-edge con disposizione Diamond Pattern e
l’altissima risoluzione Quad HD, in pratica lo stesso del
modello edge semplice ma di dimensioni maggiori e un
valore di ppi (pixel per inch) di 518. A prescindere dalle
valutazioni tecniche, il primo impatto con questo super

segue a pagina 27 
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5 OTTOBRE 2015
TEST
Samsung Galaxy S6 edge+
segue Da pagina 26 
MAGAZINE
display di alto livello: misurato in modalità “di base”, lo
spazio colore è perfettamente all’interno dei parametri e
la colorimetria è molto ben calibrata, con un livello di errore molto basso. Un risultato di alto profilo, solo con una
luminosità di picco leggermente sottotono, ma come si
diceva precedentemente all’atto pratico questo non
condiziona la leggibilità che si mantiene buona anche
quando picchia il sole, specie in modalità automatica.
Performance di alto profilo
Amoled è notevole: l’immagine è estremamente vivida
e contrastata e dà quasi l’impressione di essere disegnata sullo schermo, con un blu molto intenso e tonalità
cromatiche che - pur allontanandosi un po’ dai classici
canoni di naturalezza - risultano intense e piacevoli alla
vista. Contrasto ovviamente elevatissimo e luminosità
discreta per essere un OLED, nonostante sia inferiore
rispetto ai migliori LCD in commercio: la cosa piacevole è che il display è leggibile anche outdoor in giornate soleggiate e senza particolari difficoltà, merito della
luminosità automatica che - in queste condizioni - offre
regolazioni piuttosto rapide e molto efficienti.
Il display può essere regolato con diverse impostazioni,
da quella di base che più si avvicina al concetto di naturalezza fino a Amoled Video che esalta la vividezza
cromatica o Amoled Foto che oltre alle tinte spinge forte
anche sul contrasto. Considerando che non si tratta di
un TV e che quindi siamo più propensi ad accettare un
buon impatto a discapito della naturalezza, vedere un
film in Amoled Video è un’esperienza notevole (dimensioni del display escluse, ovvio). Buono anche l’angolo
di visione in entrambi i versi, anche se permane il solito
limite dell’Amoled, ovvero il fatto che ad angolazioni non
ottimali il display tende verso dominanti cromatiche azzurre o verdi.
Le rilevazioni strumentali confermano la presenza di un
A una cifra (di listino) superiore agli 800 euro è lecito
chiedere il massimo in fatto di performance. Non è possibile tollerare mancanze come poco spazio di storage,
RAM carente o un SoC poco reattivo in condizioni di
forte carico. La risposta di Samsung è il suo processore
Exynos 7420, lo stesso della versione edge: basato su
architettura a 64bit big.LITTLE, può vantare un processore quad-core da 1.5 GHz per le operazioni di routine
accoppiato con un ulteriore quad-core da 2.1 GHz per
le operazioni più onerose come il gaming 3D, il tutto
supportato dalla GPU Mali-T760MP8 e - principale differenza con gli altri “top” di Samsung (edge incluso) - da
ben 4 GB di RAM DDR4. Com’è noto, l’Exynos 7420 è
il primo processore mobile realizzato con processo a
14 nanometri e costruito utilizzando transistor 3D FinFet,
un processore che risulta più piccolo dei precedenti,
consuma meno ed è anche più potente. Dal punto di
vista dello storage, Galaxy S6 edge+ è disponibile in
versione da 32 e 64 GB e, come il fratello più piccolo,
utilizza memorie UFS 2.0 che si avvicinano alle prestazioni agli SSD con 350 MB/s in lettura e 150 MB/s
in scrittura. In casi come questo occorre sommare una
duplice valutazione: quella che deriva dall’esperienza di
una settimana abbondante d’uso e quella che si deduce dai benchmark. Partendo dalla prima, non possiamo
che esprimerci positivamente: nonostante un display
decisamente “oneroso” in termini di pixel e quindi di necessità prestazionali, non abbiamo constatato situazioni
in cui l’hardware sia andato in difficoltà. Nulla da dire,
ovviamente, nell’attività di routine, laddove la lag è infinitesimale e l’affidabilità massima, ma nessun intoppo
neanche nelle attività di multitasking “spinto”, come una
navigazione su Google Maps sommata allo streaming
musicale via LTE con rapidissimi passaggi (forzati) sul
browser e sulla mailbox. Mentre molti terminali di fascia
inferiore iniziano a singhiozzare, più a causa della poca
RAM che dei limiti del SoC, qui va tutto liscio; il telefono
scalda abbastanza in queste circostanze, ma nulla che
possa condizionare negativamente le impressioni complessive. Ottima la qualità di ricezione tramite la capsula
auricolare, che come anticipato si avvale anche della
cancellazione del rumore tramite microfono superiore,
e bello “massiccio” l’unico speaker presente, che per
essere miniaturizzato è capace di fare la voce grossa
laddove richiesto. La qualità è quella che è, ovviamente,
ma anche qui ci pare superiore alla media.
I video scorrono piacevolmente: appena configurato
il telefono abbiamo pensato di dargli subito un pasto
qualche trailer caricato dall’esterno, alcuni Full HD e
anche 4K, da riprodurre mediante la classica app Video
del telefono. Considerando il 4K, non si constata nessuna indecisione a livello di fluidità. Piuttosto, in queste
circostanze si apprezza la qualità dell’OLED, che come
detto poc’anzi può non essere stato tarato per la massima naturalezza cromatica in versione Amoled Video
(si predilige l’impatto visivo) ma fa davvero una gran
figura. Poi c’è il discorso, per cui potremmo scrivere
un libro (ma cercheremo di evitare), sull’opportunità o
meno del display dual edge. In un mondo di applicazioni, giochi e video non ottimizzati per uno schermo
curvo ai bordi, il primo impatto è un po’ “strano” (non
troviamo un termine migliore), nel senso che parte del
contenuto visivo rientra nelle aree esterne e piega dolcemente verso il basso seguendo il profilo dello smartphone e creando inevitabili piccole distorsioni.
La navigazione web e i giochi di azione sono forse le
circostanze in cui questo si nota di più, soprattutto qualora si usi il telefono in modalità landscape. Non possiamo dire che, ai fini puramente pratici, la soluzione
sia ottimale, anche perchè i contenuti continueranno
ad essere creati per display piatti e a volte per interagire con essi occorre toccare in prossimità della “piega”
del display stesso. Alla fine bisogna abituarsi, ma è indubbio che una soluzione eccellente sotto il profilo del
design abbia ripercussioni non ottimali ai fini della praticità. Idem il discorso dei giochi: mai un’indecisione e
alto framerate anche in titoli molto onerosi come Eternity Warriors IV, Asphalt 8 Airborne e via dicendo. Qui
presumibilmente i 4 GB di RAM e le nuove memorie di
storage sono determinanti: i caricamenti sono rapidi e
le partite non mostrano mai rallentamenti, microblocchi
o affini neppure nei momenti di massimo impatto e con
molti effetti visibili. Da un hardware del genere è lecito
chiedere tutto ciò, ma non dimentichiamo che c’è anche un display Quad HD da “muovere”, e le prestazioni
al top non sono sempre scontate. Tutti i benchmark cui
abbiamo sottoposto il telefono hanno dato esiti nelle
prime posizioni, ovviamente in linea con gli altri prodotti hi-end a marchio Samsung, tra cui Note 5 ed edge.
Discorso molto importante, ma liquidabile in poche parole, è quello dell’autonomia: la batteria da 3.000 mAh
regge benissimo anche le pretese dei power user, che
di sicuro non hanno nessuna esigenza di mettere in
pratica comportamenti “risparmiosi” o attivare modalità ad hoc per arrivare a sera sani e salvi. Un utilizzo
routinario e parsimonioso spinge il telefono ben oltre
la giornata di utilizzo, mentre molto interessante è la
tecnologia di fast charge che si avvale dell’alimentatore in dotazione e ricarica completamente il dispositivo
- secondo le nostre rilevazioni - in circa 80 minuti.
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segue a pagina 28 
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n.119 / 15
5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
TEST
Samsung Galaxy S6 edge+
segue Da pagina 27 
Anche il software fa la differenza
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Un aspetto molto importante di Galaxy S6 edge+ riguarda il software. Lo smartphone è infatti basato su
Android 5.1.1 Lollipop sul quale gli interventi di personalizzazione Samsung sono abbastanza corposi e confluiscono nella classica UI TouchWiz. Niente di esagerato
come succedeva un tempo, ma è ovvio che - complici
anche le peculiarità di edge+, gli interventi di Samsung
non sono stati marginali.
L’esperienza d’uso resta piacevole in ogni circostanza:
l’operazione che si vuole effettuare è sempre accessibile in modo rapido nonostante l’infinità di opzioni
e non si assiste a particolari sovrapposizioni tra app
preinstallate (browser esclusi), molte delle quali di casa
Samsung. Troviamo dunque l’ultima incarnazione dell’ormai classico S Health, che fa uso dei sensori del
telefono per monitorare lo stato di forma dell’utente,
ma anche l’assistente vocale S Voice, il browser Samsung (piuttosto rapido a dire il vero, anche se sarà sicuramente più usato Chrome) e il calendario S Planner;
molto interessante, inoltre, lo Smart Manager che analizza lo stato del telefono e propone interventi correttivi, senza dimenticare Knox per un livello di protezione
ulteriore, ma anche l’app custom per la telefonia - con
un classico look Material - quella per la posta elettronica, un’app di messaggistica dal look molto pulito e
buona completezza di funzionalità - compreso il filtro
anti spam -, e molto altro. Troviamo poi Briefing di Flipboard direttamente accessibile dalla homescreen e le
funzionalità multiwindow che qui hanno senso in virtù
delle dimensioni di schermo, mentre la suite Office non
è preinstallata ma sono presenti i link (sotto forma di
icona dell’app) per scaricare le applicazioni dal Play
Store. Ma soprattutto sono interessanti le funzionalità
“edge”, ovvero quelle che sfruttano i bordi smussati del
display, o meglio di uno (di default è il destro, ma può
essere anche girato a sinistra). Replicando la situazione
dell’edge, anche qui Samsung ha tentato di sfruttare al
massimo questa piccola area che è un po’ l’elemento
distintivo del telefono in esame. Abbiamo quindi la possibilità di usarlo per visualizzare l’ora di notte (fino a 12
ore), per visualizzare notifiche e informazioni specifiche
(come il meteo, i titoli di alcune news ecc) e per illuminarsi segnalandoci che abbiamo ricevuto una notifica.
Inoltre è possibile associare a cinque posizioni altrettanti contatti “top” e richiamarli rapidamente senza usare i metodi tradizionali, e anche le cinque applicazioni
che si usano di più. L’edge screen, inoltre, può essere
attivato mediante swipe da telefono spento: ci mette
torna al sommario
un attimo, ma effettivamente funziona. Sulla reale utilità dipende un po’ dalle situazioni: lungi dall’essere
un elemento determinante, bisogna più che altro abituarsi alla sua esistenza dopo di che lo si può sfruttare
per fare più rapidamente operazioni di routine, e in tal
senso è comunque un “plus” piacevole. Difficilmente
qualcuno acquisterà questo telefono per le funzionalità
edge (piuttosto lo farà per il look e per il suo marcato
sapore hi-tech), ma quanto meno va dato atto a Samsung di aver sfruttato questa minuscola area cercando
di darle una valenza pratica oltre che estetica.
Squadra che vince non si cambia
Fotocamera eccellente
Nonostante il comparto foto-video sia uno dei punti di forza del prodotto, il discorso da fare non è dei
più complessi. Considerando che Galaxy S6 e Galaxy
S6 Edge sono senza dubbio due dei migliori cameraphone in commercio, l’azienda ha deciso di riproporre
anche qui il sensore da IMX240 targato Sony con 16
milioni di pixel a bordo e di accoppiarlo all’ottica con
apertura f/1.9 già analizzata sull’edge. A livello software, l’app utilizzata di default da Samsung è - a nostro
avviso - un buon compromesso tra funzionalità totalmente automatiche, effettistica di ogni genere e possibilità di regolazione manuale mediante un’apposita
modalità “pro”. Trova così soddisfazione sia l’utente
alle prime armi, cui non è chiesta alcuna competenza
e deve semplicemente scattare, sia quello più “smart”
che - pur senza entrare in concetti fotografici evoluti
- ama fare una panoramica, uno slow motion, applicare un effetto retro e condividere tutto sui social (qui
c’è anche una modalità di trasmissione video Live sul
proprio canale di YouTube). Ma la stessa fotocamera si
presta anche a impostazioni più avanzate grazie alla
citata modalità pro, tramite la quale l’utente può agire
non solo sulla risoluzione, ma anche sul fuoco in modo
manuale, sulla sensibilità ISO, sulla compensazione
dell’esposizione, bilanciamento del bianco e via dicendo: se lo spazio non è un problema (si consideri che i
semplici JPG da 16 mpixel pesano in media 7 MB) c’è
anche la possibilità di scattare in RAW, mentre per i video arriviamo senza problemi all’Ultra HD 2160p da 30
fps con un bitrate di circa 50 Mb/s oppure passiamo
allo slow motion 720p da 120 frame. Per i selfie troviamo invece un modulo frontale da 5 mpixel da 1/4’’
targato Samsung con lente da 22mm equivalente e
apertura f/1.9. In fase di utilizzo colpisce la reattività
della messa a fuoco e - soprattutto - la rapidità di scatto
e memorizzazione dell’immagine, che ovviamente risente in positivo dell’hardware installato, dal SoC alle
velocissime memorie di storage. I risultati confermano
l’ottima fama di questa serie di dispositivi Samsung: a
parte il “peso” dell’immagine, tutt’altro che trascurabile,
l’immagine diurna è estremamente ricca di dettaglio,
molto vivida (pur senza l’utilizzo di filtri particolari) e con
compressione appena accennata che non genera artefatti importanti. Gamma dinamica elevata che - in caso
di necessità - si avvale della modalità HDR automatica
e grande versatilità in tutte le situazioni di scatto sono
le altre sensazioni che provengono da qualche giorno
di uso molto intenso. Di notte ovviamente la situazione
peggiora ma resta ad un livello decisamente buono,
con immagini molto luminose che perdono un po’ di
microdettaglio ma non cedono di fronte al rumore e
alla compressione. Niente male.
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5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
TEST Il nome ricorda quello del top di gamma ma non bisogna illudersi, il phablet LG ha prestazioni e prezzo da classe media
LG G4 Stylus in prova: non è un G4 con il pennino
È un buon dispositivo, ha una batteria che dura molto e una discreta fotocamera; solo non va confuso col G4 “normale”
I
di Vittorio Romano BARASSI
l segmento dei phablet è sempre più vivo e quella di
LG è una delle ultime proposte in questo panorama.
LG G4 Stylus è in commercio da un paio di mesi al
prezzo di listino di 299 euro e ha tutte le carte in regola
per strappare qualche consenso; LG ha però deciso di
attribuirgli un nome piuttosto scomodo, perché questo
phablet, estetica a parte, ha poco da condividere con
l’ottimo G4 al top della gamma. Fa parte della medesima serie e offre soluzioni di design e tecniche analoghe (come l’autofocus laser), ma non ci si può aspettare prestazioni paragonabili, anche perchè - è giusto
dirlo subito - il telefono in questione costa la metà e
quindi si rivolge a un target diverso.
video
lab
Tanta plastica di buona qualità
Design vincente
La confezione di vendita di G4 Stylus è pressoché standard nella dotazione: LG ha inserito al suo interno un
caricatore USB con relativo cavo microUSB e un paio
di cuffie di discreta qualità. Una volta aperta la scatola
ci si ritrova dinanzi a un maestoso device da ben 154,4
x 79,2 mm, con spessore di poco inferiore al centimetro (9,4 millimetri) e un peso che si avvicina ai 170 grammi (167 per la precisione). Il phablet si impugna bene,
non sembra essere particolarmente pesante (il peso
è distribuito molto bene) e il design riuscito partecipa
non poco ad alleggerire la sensazione degli ingombri.
Come abbiamo anticipato, le linee che contraddistinguono G4 Stylus ricordano abbastanza fedelmente
quelle del G4, ma in questo caso abbiamo a che fare
con un device più economico e con finiture meno pregiate del modello superiore, cosa che ovviamente si
riflette anche sul prezzo.
LG fa però di nuovo centro con la scocca posteriore, in
materiale plastico ma con una lavorazione particolare
quasi ruvida che trasmette un feeling molto buono, che
concorre a migliorare la presa e non ha affatto paura di
ditate e sporcizia. La copertura posteriore è ovviamente rimovibile (non senza qualche difficoltà), nasconde la
batteria da 3.000mAh e uno slot double face microSD/
micro SIM, ed è “forata” in concomitanza della porzione che ospita la fotocamera (con flash e sensore per la
messa a fuoco laser) e dei pulsanti di blocco/sblocco/
volume/scelta rapida che LG continua a proporre nella
porzione posteriore dei suoi dispositivi.
LCD e pennino: niente di particolare
La porzione frontale del dispositivo in oggetto è dominata da un grande display da 5,7 pollici di diagonale
che è stato nascosto molto bene tra la cornice superiore, che ospita altoparlante, fotocamera frontale e
sensore di prossimità, e quella inferiore dove spicca il
logo LG. Si tratta di un pannello LCD IPS che offre ottimi
angoli di visione ma si accontenta di una risoluzione da
1.280 x 720 pixel che su tale diagonale si traduce in
238 PPI di densità; in pratica, se posto anche non troppo lontano dal punto di visione, questo display lascia
LG G4 Stylus
299,00 €
COMPLETO, PER CHI NON HA BISOGNO DI GRANDI PERFORMANCE
Il “problema” di G4 Stylus è... il suo nome. Appartenendo alla stessa famiglia di G4, qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un prodotto
top di gamma ma con in più un pennino, un po’ come i Note di Samsung. In realtà il suo posizionamento da 299 euro (sul mercato si troverà
senz’altro a meno) ne dichiara la reale finalità: è un prodotto di fascia media dedicato a chi cerca versatilità e considera un valore aggiunto
prendere qualche nota con il pennino incluso. Ha lo stesso look di G4 ma il comparto hardware è fortemente ridimensionato e non si adatta in
alcun modo con le pretese dei “power user”, che devono per forza salire di fascia, magari raggiungendo il G4 puro e semplice. Limiti evidenti
del progetto Stylus sono il solo GB di memoria, un SoC appena sufficiente, un pennino senza funzioni particolari e il poco spazio fisico a
disposizione di app e contenuti, ma troviamo anche aspetti interessanti quali l’ampio display molto luminoso, un design riuscito, connettività
ricca, una buona fotocamera e un’ottima autonomia, aspetto quest’ultimo da non sottovalutare. Va bene come smartphone per la routine
quotidiana ed è completo, ma nonostante abbia un nome prestigioso è meglio non chiedergli troppo...
7.0
Qualità
7
Longevità
6
Autonomia sopra la media
COSA CI PIACE Buona fotocamera
Design vincente
Design
9
Semplicità
8
COSA NON CI PIACE
intravedere i pixel. Per quanto concerne le qualità possiamo affermare che si tratta di un pannello di buona
qualità (è realizzato con la tecnologia In-Cell che riduce
gli strati), con un ottimo contrasto e valida luminosità
massima (attenzione però, non c’è il sensore di luminosità ambientale quindi va regolata a mano) che pecca
un po’ solamente nella resa cromatica di determinate
tonalità: rosso e verde, infatti, sono un po’ sbiaditi e
questo fa sì che tutto il display ne risenta un po’ se parliamo di vivacità. Presenti Knock Code, la possibilità di
sbloccare il device con un doppio tap sul vetro Corning
Gorilla Glass anteriore e anche la possibilità di bloccare il tutto con il medesimo doppio tap (ma non nei
menù o nell’app drawer). C’è anche un piccolo LED di
notifica posto alla sinistra dell’altoparlante principale:
comodo. LG G4 Stylus è però un dispositivo che punta
su una determinata caratteristica: parliamo del pennino estraibile (l’alloggiamento è nella porzione in alto a
destra del device) che però non ha nessuna funzione
particolare e le cui possibilità di utilizzo sono limitate.
Intendiamoci, il fine di G4 Stylus non è quello di riva-
D-Factor
7
Prezzo
6
Pennino senza funzioni extra
Prestazioni di livello medio
Meno di 2 GB di memoria per le app
leggiare con un Samsung Note di ultima generazione,
che costa più del doppio, ma va detto che si tratta - di
fatto - di un normale pennino capacitivo che permette
di fare quello che si fa con le dita e, forse, solo con
l’app QuickMemo+ si può tentare di fare qualcosa di
più. Il pennino di LG va dunque bene per chi ha intenzione di prendere qualche nota a mano ma non può
garantire una sufficiente accuratezza se si vuol fare
qualcosa di più complicato. Inoltre il display perde un
po’ di sensibilità ai bordi, cosa abbastanza snervante
quando si tenta di scrivere qualcosa alle estremità dei
documenti.
Hardware di fascia media
Batteria da record
Leggendo le specifiche tecniche di G4 Stylus non ci si
mette molto a capire che non siamo dinanzi ad un mostro di potenza. Il SoC Snapdragon 410 quad core da
1,2 GHz e grafica Adreno 306 è un hardware di base
per un dispositivo che appartiene a questa categoria,

segue a pagina 30 
torna al sommario
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5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
TEST
LG G4 Stylus
segue Da pagina 29 

e pur districandosi bene in determinate situazioni, resta
comunque limitato dall’esiguo quantitativo di memoria
RAM installata a bordo: 1 GB, con Lollipop 5.0.2 come
sistema operativo e la solita piacevole UI di LG, sono
un po’ pochi e il phablet paga talvolta il conto con lanci
di applicazioni non sempre istantanei e rallentamenti
nel multitasking più spinto.
Attenzione però, questo è del tutto prevedibile in virtù
dell’hardware installato: semplicemente bisogna considerare che G4 Stylus non è assolutamente un prodotto
per power user, per chi ama passare con la massima
rapidità tra diverse app e giochi, chi vuole l’ultimo videogame dalla grafica stellare e apre e chiude app di
continuo. Se appartenente a questa categoria, G4 è la
scelta da fare, non G4 Stylus.
Un limite di G4 Stylus è rappresentato dal quantitativo di memoria fisica che LG ha deciso di saldare sulla
scheda logica: in linea generale, 8 GB sono pochi e in
questo caso tale limite emerge ancor di più perché tra
sistema e applicazioni preinstallate lo spazio a disposizione dell’utente è di poco inferiore ai 2 GB. Con app
sempre più grandi e altre che non si possono spostare
sulla microSD (c’è il supporto a schede fino a 32 GB di
capacità), questo potrebbe essere un limite importante. Sotto il profilo tecnico, dunque, LG G4 Stylus è un
prodotto di fascia media con prezzo di fascia media,
uno smartphone dedicato a chi vuole un display ampio per effettuare operazioni di routine e non disdegna
l’uso del pennino per qualche appunto, il tutto senza
spendere cifre da capogiro. In realtà, però, c’è una caratteristica che rende il phablet molto interessante: la
durata della batteria.
Abbiamo utilizzato il prodotto per diverse settimane e
più di una volta siamo riusciti ad arrivare alla fine della
seconda giornata dopo un utilizzo che possiamo definire “standard” e fatto di chiamate, messaggistica, web
browsing (buono il browser di sistema, e c’è anche
Chrome), foto/video e brevi sessioni di gioco. Supponiamo comunque che l’utilizzo medio di un prodotto
come questo possa essere anche inferiore al nostro,
il che permetterebbe di raggiungere le due giornate
con la massima serenità. Durante la prova, il risultato
è stato raggiunto impostando la luminosità del display
attorno al 60% (più che sufficiente in praticamente ogni
condizione di luce) e senza il bisogno di rinunciare a
nient’altro.
I 3000mAh della batteria rimovibile sono dunque capaci di spingere egregiamente lo Snapdragon 410 e il
grande display da 5,7 pollici: il primo è notoriamente
molto parco nelle sue richieste energetiche ed eviden-
torna al sommario
temente anche il pannello è molto efficiente.
Viste le dimensioni, G4 Stylus può essere considerato
come un dispositivo che punta molto sull’aspetto multimediale. Lo schermo invita alla visione dei filmati e al
gaming, entrambi aspetti dove il prodotto si comporta
abbastanza bene. Nei nostri test con filmati di vario tipo
G4 Stylus se l’è cavata egregiamente pur necessitando
di un player di terze parti (VLC); per quanto riguarda
i videogiochi 3D, invece, emerge qualche limite dell’hardware installato, che si traduce soprattutto in caricamenti abbastanza lenti e l’impossibilità di giocare
ai massimi dettagli grafici, ma con framerate sempre
piuttosto costanti.
Messa a fuoco laser come il G4
Fotocamera promossa
Ad accompagnare le pretese multimediali di G4 Stylus
c’è però un comparto fotocamere capace di regalare
più di una soddisfazione all’utente finale, soprattutto
se si pensa che in questa categoria di prezzo è davvero difficile trovare dispositivi capaci di fare meglio.
Se la camera da 5 megapixel frontale è assolutamente
nella media (interessante lo scatto alla chiusura della
mano e il flash “virtuale” che facilita i selfie in notturna),
quella principale posteriore da 8 megapixel riesce a
stupire, soprattutto in condizione di buona illuminazione. Di giorno gli scatti sono dettagliati e soffrono poco
la compressione JPEG mentre quando l’illuminazione
inizia a calare la qualità scende e si iniziano a far sentire un po’ di rumore e la già citata compressione delle
immagini. Tutto sommato ci troviamo dinanzi ad un
modulo ben assortito che sfrutta benissimo le esigue
dimensioni del sensore e che forse avrebbe dovuto
essere accompagnato da un obiettivo di migliore qualità e da un software dedicato un po’ più rapido.
La fotocamera, infatti, non si può definire fulminea e
la colpa sembra essere attribuibile proprio al software
alla base dell’app Fotocamera di LG (molto semplice, con pochissime opzioni) piuttosto che al sistema
di messa a fuoco che su G4 Stylus è praticamente lo
stesso che equipaggia G4 standard; parliamo di un sistema a laser con 9 punti di rilevazione caratterizzato
da una velocità di funzionamento estrema. G4 Stylus
mette dunque a fuoco molto velocemente, ma lo scatto vero e proprio avviene qualche decimo di secondo
dopo; queste caratteristiche fanno sì che il dispositivo
sia perfetto per le riprese macro e per ritratti piuttosto
“statici” ma molto meno adatto a situazioni movimentate che richiedono prontezza. Buoni i video registrati
in Full HD (ma si può scegliere di riprendere anche
a 720p) a 30 fps: di giorno nessun problema mentre
di sera la qualità cala come nella media dei prodotti
analoghi.
Sotto il profilo della connettività il prodotto è assolutamente completo: ha un modulo Wi-Fi b/g/n e non
manca di Bluetooth 4.1 LE (Apt-X) con NFC. Il cavo microUSB permette connessioni MTP o PTP e c’è il pieno
supporto a DLNA. Presenti pure GPS e GLONASS. Per
quanto concerne la porzione prettamente telefonica,
G4 Stylus spicca per la qualità delle chiamate che risultano sempre molto pulite sia per chi parla sia per
chi ascolta (niente Voice over LTE). La ricezione del
segnale è nella norma. Di buona qualità anche l’altoparlante da 1W presente nella porzione posteriore del
phablet ma per quanto riguarda l’audio in uscita dal
jack da 3.5 mm abbiamo sentito molto di meglio.
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TEST In preview i due nuovi tablet Samsung top di gamma: spessore ultra slim, schermo 4:3 e pacchetto contenuti in offerta
Galaxy Tab S2, top di gamma sottile e leggero
La costruzione è migliorata, ma rispetto ai modelli precedenti troviamo una batteria più piccola. Prezzo 489 e 589 euro
di Roberto PEZZALI
amsung ha lanciato in Italia i tablet Galaxy
Tab S2, già presentati all’Ifa di Berlino e ovviamente migliorati rispetto ai modelli dello scorso
anno. Abbiamo avuto modo di provare sia la versione
da 10” sia la versione da 8”, rimanendo come sempre colpiti da alcuni dettagli che già ci avevano fatto
piacere sui prodotti dello scorso anno. Nel mondo
dei tablet c’è ben poco da inventare, e sui prodotti
premium le prestazioni sono ormai di ottimo livello
per tutti i produttori: i due nuovi tablet Samsung non
fanno eccezione, anche perché stiamo parlando di
due prodotti che costano 489 e 589 euro a seconda
della dimensioni, ovviamente in versione Wi-fi + LTE.
La scelta di non avere una versione solo Wi-Fi è voluta: Samsung assicura che chi sceglie un tablet da
400 euro è disposto comunque ad aggiungere qualcosa per avere a bordo la connettività 3G/LTE.
La costruzione sembra leggermente migliorata rispetto al Tab S: ancora non siamo ai livelli di un iPad,
ma la cornice è in alluminio e nonostante il peso
piuma il tablet sembra solido e ben costruito. Samsung assicura che è il tablet più sottile del mercato,
5.6mm e 389g di peso per la versione da 9.7”, 265g
per quella da 8.0”.
S

Chi ha preso in mano il modello precedente si accorgerà subito della grande novità apportata da
Samsung sulla versione 2015: lo schermo è in formato 4:3, un form factor più adatto alla navigazione
web, alla lettura di libri e riviste e al gioco. Una scelta
che sacrifica ovviamente la visualizzazione 16:9 dei
contenuti video, ma a quanto pare, iPad docet, non è
un grosso problema.
Il passaggio di formato ha ovviamente portato anche
ad un cambio di diagonale e risoluzione: se i Tab S
torna al sommario
erano disponibili nei tagli da 8.4” e 10.5” con 2560
x 1600 pixel di risoluzione, i Tab S2 sono da 8” e
9.7” con una risoluzione più bassa, 2048 x 1536. Lo
schermo, un AMOLED hi-res calibrato, resta uno dei
migliori schermi sul mercato come resa cromatica:
Samsung dichiara una copertura del 94% dello spazio colore AdobeRGB, dato che come sempre andrà
verificato.
Samsung ha migliorato anche la fotocamera: il modulo è lo stesso, 8 megapixel, la lente tuttavia è diversa
ed è più luminosa. Molti si chiedono per quale motivo
si debba avere su un tablet una fotocamera di qualità,
tuttavia pare che ci siano sempre più persone, soprattutto oltre i 40 anni di età, che usano il tablet per
fotografare al posto dello smartphone.
I tablet S2 sono mossi da un processore Samsung a 8
core, hanno 3 GB di RAM e 32 GB di memoria espansibile: a chi li acquista entro il 18 ottobre Samsung
regala oltre ad un anno di Infinity anche una SD card
da 64 GB. Tra le altre “offerte” 100 GB di OneDrive incluso per un anno, Kindle per Samsung con 1 eBook
al mese gratis, 3 mesi di musica con Deezer e le app
Office Microsoft pre installate. Il regalo che secondo
noi sarà più apprezzato è un servizio di accesso alle
riviste italiane, MagBox: 6 mesi inclusi per leggere la
maggior parte delle riviste in edicola, dai femminili a
quelle di viaggio, arretrati inclusi
Tab S2 è sicuramente un buon tablet: il form factor
dello schermo è azzeccato e pure tenerlo in mano
Il dettaglio di una icona: la risoluzione è elevata
per un po’ non stanca né affatica. Avremmo gradito
una costruzione leggermente più solida almeno per
la parte posteriore, dove la plastica come sempre
da impressione di essere davanti ad un prodotto più
economico di quello che invece il Tab S2 è. In realtà,
anche provando a maltrattarlo un po’, Tab S2 è parso
robusto e resistente alle torsioni, anche se una cover è sempre consigliata. L’altro dubbio, questa volta
meno legato al design e più legato all’autonomia: rispetto ai modelli vecchi la batteria è più piccola, con
il modello grande che passa da 7900 mAh a 5870
mAh. Il processore è sicuramente meno esigente, ma
difficilmente si riuscirà a raggiungere la stessa durata
del vecchio modello.
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5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
TEST Apple ha rilasciato l’ultima versione gratuita del suo sistema operativo, lo abbiamo provato. Ecco perché conviene aggiornare
OSX El Capitan in prova: dedicato a chi ama il Mac
Solo chi ama e usa davvero il Mac saprà apprezzare tutte le novità, dal nuovo Mission Control ai “Pinned Tab” di Safari
di Roberto PEZZALI
pple ha rilasciato OS X El Capitan, atteso update gratuito del suoi sistema operativo dei Mac.
El Capitan è una roccia famosa del parco di
Yosemite e forse il nome non è casuale: Apple non
ha cambiato parco (poteva essere OSX Yellowstone) perché OSX 10.11.1 non è un sistema nuovo, ma
un “minor update” che fortifica e migliora Yosemite
stesso. Non tutti riusciranno a capire l’importanza di
questo aggiornamento: El Capitan è dedicato infatti ai
“power user” del Mac, quelli che usano feature come
Mission Control, Spotlight, quelli che conoscono a
memoria le gesture e amano sfruttare le scorciatoie
da tastiera e i desktop multipli. Apple ha inserito su
El Capitan tantissime migliorie, più o meno evidenti,
che guardano proprio a chi il Mac lo vive e lo ama: gli
utenti che lo usano al 20% delle sue potenzialità probabilmente non si accorgeranno nemmeno di usare
un sistema operativo nuovo. La presenza di “Metal”, il
nuovo font San Francisco, lo split screen sono infatti
dettagli che sfuggono ad un occhio poco esperto.
Siamo partiti con questa prova di El Capitan da Metal
e da San Francisco perché sono anche due delle
novità che Apple ha inserito quest’anno su iOS 9:
San Francisco è il nuovo font, più bello da leggere
sia sui dispositivi con display Retina sia su quelli privi
di display hi-res come i MacBook Air, Metal è un set
di istruzioni grafiche che viene utilizzato dal sistema
operativo per gestire animazioni e rendering 2D e 3D.
Così come su iOS, anche su OSX Metal viene sfruttato
dal sistema per il rendering dell’interfaccia grafica, e
a beneficiarne dovrebbero essere tutti i MacBook che
utilizzano un processore grafico Intel integrato. Apple
parla di maggiore velocità nelle anteprime dei PDF e
delle immagini, di animazioni più fluide e di un guadagno anche in termini di autonomia, ma se per i PDF
effettivamente la preview è fulminea, l’autonomia del
sistema ci è parsa identica, se non leggermente inferiore, a quanto accadeva con Yosemite. Fare prove
precise è sempre difficile quando si parla di batteria e
autonomia, ma su un MacBook Air Late 2013, modello
compatibile Metal, abbiamo perso sicuramente qualcosa. Sicuramente apprezzeranno Metal coloro che
usano uno schermo Retina in modalità “Ampia”, quindi
con resize: qui l’accelerazione tramite GPU offre un
vero boost prestazionale.
Metal può essere usato anche dagli sviluppatori per
accelerare i processi grafici all’interno di giochi e app:
Adobe, ad esempio, sfrutterà la soluzione per gestire alcuni effetti all’interno di After Effects e Premiere,
con un tempo di rendering che dovrebbe dimezzarsi.
A
iOS e OSX sono ormai un unico elemento
Tim Cook ha dichiarato che Apple non fonderà mai
OSX e iOS e che continuerà a tenere i due sistemi
distinti. Una scelta saggia, perché ormai iOS e OSX
sono due sistemi praticamente identici nelle funzionalità che servono però due diverse piattaforme. Se
video
gli scorsi anni molte funzionalità erano arrivate prima
su iOS e poi su OSX, quest’anno Apple ha ristabilito
una perfetta parità tra i due. Di Metal e San Francisco
abbiamo già parlato, ma la stessa cosa vale anche
per il nuovo Spotlight, per lo Split Screen e per tutte le app che Apple ha rinnovato (Note, Mappe, Mail,
Safari) e che ora hanno le stesse funzioni su mobile
e su desktop. Non ultimo la scelta di unificare anche
l’account per gli sviluppatori: chi aderisce ora al programma developer può sviluppare indistintamente
per OSX o per iOS, segno che quello di Apple è ormai
un unico grande ecosistema.
Mission Control e Split Screen
Gestire il desktop è più semplice
Mission Control è una delle funzionalità più utili del
Mac, soprattutto per chi ha uno schermo piccolo e
tante finestre da organizzare. Difficile capire quanti
utenti Mac, soprattutto chi è passato ad OSX di recente, sulla scia del successo di Apple, usi realmente
Mission Control, sta di fatto che qui Apple ha fatto
davvero un bel lavoro eliminando le principali noie
presenti nella precedente versione (alcune delle quali
introdotte proprio con Yosemite). La prima era la sovrapposizione delle finestre appartenenti ad una stessa app, che rendeva difficile la selezione, la seconda
la difficoltà tra tante finestre uguale di riconoscere
quella che effettivamente serve.
Ora le cose sono cambiate: le finestre sono disposte
nello spazio opportunamente distanziate, e passando
con il mouse sopra ogni miniatura viene mostrato il
lab
nome del file o il titolo della pagina web aperta. Inoltre, per guadagnare più spazio, Mission Control non
mostra più le app a pieno schermo e i desktop multipli come thumbnail nella fascia superiore, ma si limita a inserire un placeholder testuale che può essere
espanso al passaggio del mouse.
Come per l’iPad anche su OSX arriva lo Split Screen: è
facilissimo da gestire e funziona con quasi tutte le app
dotate anche di ridimensionamento a pieno schermo.
Per attivarlo basta tenere premuto il comando di massimizzazione (il tastino verde) e posizionare l’applicazione in una delle due metà del desktop. L’altra metà
può essere riempita con una applicazione a scelta tra
quelle aperte, esattamente come si fa con l’iPad.
Si può attivare lo Split Screen anche da Mission Control, basta selezionare una applicazione compatibile e
trascinarla nella parte alta su uno dei desktop disponibili e su una delle app a pieno schermo. La barra
divisoria permette di gestire la separazione, che inizialmente è uno split perfetto 50 – 50 ma può anche variare a seconda delle app inserite. Non tutte le
app come abbiamo detto gestiscono lo split screen:
i programmatori dovranno essere bravi a sfruttare
auto-layout per creare applicazioni “responsive”, che
possano quindi comprimersi e risultare leggibili anche
quando occupano una piccola striscia di schermo.
Qualche piccola cosa da sistemare qui c’è: Safari,
ad esempio, perde la gestione dei siti responsive in
modalità split screen: il sito del Corriere in split con

segue a pagina 34 
torna al sommario
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TEST
OSX El Capitan
segue Da pagina 33 
colonna stretta viene visualizzato in versione desktop, senza lo splitscreen, in una finestra di dimensioni
identiche, prende invece la versione responsive (foto
sotto).
Non mancano altri piccole ma piacevoli migliorie: se
si muove velocemente il dito sul trackpad o il mouse
il cursore si ingrandisce: mossa perfetta per chi perde
di vista la “freccia” su un iMac da 27”.
Spotlight migliora
Ma non è potente come Siri
Il sistema di ricerca Spotlight cresce ancora, sia graficamente sia nelle sue possibilità. La finestra ora può
essere ridimensionata e spostata dove si vuole, con il
sistema operativo che memorizzerà la posizione per
la prossima ricerca. A Spotlight si possono ora chiedere informazioni in linguaggio naturale, ad esempio
“Mostrami i documenti dell’ultima settimana” e “Ha
perso la Juve?”, ma non sempre la risposta è quella
che ci aspettiamo.
Purtroppo sull’italiano zoppica un po’ e soprattutto è
molto meno potente di Siri: “Ricordami di prendere la
pastiglia alle 17:00” ad esempio mostra come risultato
un file che nulla ha a che fare con la cosa richiesta,
e qui Siri non avrebbe sbagliato di certo. Buona l’integrazione con i servizi web: Spotlight cerca praticamente ovunque nella rete, anche tra i video di Vimeo
e Youtube e nei noti servizi Wiki.
MAGAZINE
altre applicazioni e la formattazione dei testi: su Safari,
ad esempio, nel menu condivisione è apparsa anche
l’opzione “Note”. Come per
la maggior parte delle app
basate sulla condivisione
iCloud, Note risulta particolarmente utile per chi oltre ad
un Mac ha anche un iPad o un
iPhone: se la condivisione tra
dispositivi Apple mantiene la
formattazione e gli elementi
interattivi, inviando la nota ad
un altro dispositivo si perdono moltissimi elementi (ma
non i testi).
Mappe guadagna invece gli orari dei mezzi pubblici:
anche qui una caratteristica aggiunta quest’anno su
iOS 9 e utile soprattutto per chi si trova in una delle
città dove i mezzi di trasporto sono segnalati. In Italia
la gestione degli orari dei mezzi non è presente neppure nelle grosse città metropolitane di Roma e Milano. Si tratta, a nostro avviso, di una funzionalità più
interessante in mobilità che su un computer desktop.
Finiamo con Mail, che si evolve ancora completando
un percorso iniziato lo scorso anno. La vista principale
guadagna qualche gesture aggiunta di recente anche
su iOS (ad esempio la cancellazione rapida di una mail
con due dita sul trackpad) e due novità interessanti: la
composizione in tab per poter gestire contemporaneamente più email e la possibilità, cliccando su una
zona esterna dello schermo in fase di composizione,
di tornare automaticamente alla vista principale salvando il contenuto nelle bozze. Mail cerca ora nelle
mail eventuali appuntamenti per proporci l’aggiunta al
calendario: tranne qualche incertezza, nella maggior
parte dei casi la funzione si è rivelata perfetta.
OSX è ora allo stesso livello di iOS
Continueranno a viaggiare insieme
Note, Mail e Mappe riviste e migliorate
Tra le app riviste interamente le più interessanti sono
sicuramente Note, Mappe e Mail. La prima ha subito
lo stesso restyling della versione iOS: da semplice
taccuino è diventato un potente blocco note che non
arriva alla complessità di One Note ma finalmente
permette operazioni come il ritaglio di elementi da
Safari è ormai maturo
Può sostituire Chrome

Un’altra novità davvero apprezzata più riguarda Safari
ed è la possibilità di tenere in evidenza le schede
più usate. E’ brutto dire “pin”, ma di un pin si tratta:
Facebook, DDay, GMail e le pagine che guardiamo
più di frequente possono essere ancorate con piccoli ed eleganti tab nella barra contraddistinti dal
logo. Qui Apple ha studiato bene il comportamento
dei siti che si tengono evidenziati: si auto aggiornano in background una volta che sono già caricati, ma
se il browser viee chiusi per caricarli vanno lanciati a
mano. Questo per evitare che, con 10 siti in evidenza,
all’apertura del browser Safari debba caricare tutti i
siti insieme con conseguente rallentamento.
torna al sommario
I video presenti nelle pagine web (tipo Youtube) possono ora essere inviati tramite AirPlay ad una Apple
TV direttamente, senza usare quindi il mirroring, mentre i pannelli (tab) che in qualche modo “suonano”
possono essere silenziate cliccando sul piccolo altoparlante presente nell’intestazione del tab.
Safari su Mac, soprattutto per quanto riguarda i
Macbook, è da tempo la scelta preferita di molti anche perché Chrome, è cosa risaputa, divora un sacco
di batteria: con le ultime correzioni applicate Safari è
maturo e può essere usato anche dagli sviluppatori
come browser principale. Il fatto che non supporti
Adobe Flash, inoltre, depone a suo vantaggio.
Probabilmente era solo una sensazione, ma a chi ha
seguito gli ultimi keynote si sarà accorto che anni
scorsi le novità in casa Apple arrivavano prima su iOS
e poi su OSX. Il restyling grafico, che su iOS è arrivato alla versione 7, su OSX è arrivato solo lo scorso
anno, e con lui tante altre piccole feature. iOS e OSX
tornano ora sullo stesso piano, ed eccetto Siri tutto
quello che Apple ha aggiunto di nuovo su iOS 9 lo ha
aggiunto anche su El Capitan.
Non è una major release, ma è una “montagna” fatta
di tante piccole migliorie, di bug risolti e di miglioramenti a 360 gradi. Metal è una piacevole sorpresa
soprattutto per coloro che hanno un Macbook Retina,
e se sarà sfruttata a pieno dagli sviluppatori si riusciranno a spremere Mac con GPU integrata a livelli fino
ad ora impensabili. Notevoli i miglioramenti a Mission
Control e alle applicazioni, alcuni dovuti altri inaspettati. El Capitan è un aggiornamento sicuramente consigliabile: anche se non tutti si accorgeranno subito
delle novità, resta comunque un sistema più fluido,
stabile e sicuro.
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TEST Una fotocamera a lenti intercambiabili adatta ad appassionati che cercano un prodotto di qualità e decisamente versatile
Panasonic Lumix GX8: la svolta a 20 Megapixel
In prova la mirrorless in formato micro quattro terzi con stabilizzatore ibrido, controlli più completi e registrazione video 4K
di Paolo CENTOFANTI
due anni dalla Lumix GX7 e un’infornata di nuove fotocamere micro quattro terzi (nel giro di un
anno, oltre alla GH4, sono arrivate la GM5, la GF7
e la G7), ecco la nuova GX8, modello che segna un
piccolo primato per la categoria: Panasonic è, infatti, la
prima azienda a proporre una fotocamera per sistema
micro quattro terzi con sensore da 20,3 Megapixel, là
dove tutte le altre si fermano ancora a 16 Megapixel. La
serie GX continua a essere indirizzata all’appassionato
di fotografia che cerca una fotocamera a lenti intercambiabili più compatta di una reflex, ma pur sempre
di grande qualità e versatilità. Con la GX8 Panasonic
sembra anche rispondere direttamente alle ultime
proposte di Fujifilm e soprattutto Olympus, che negli
ultimi due anni hanno tirato fuori macchine simili per
impostazione, target e fascia di prezzo, ottenendo un
grandissimo successo. Lo fa con più controlli, un corpo
macchina migliorato, un nuovo sistema di stabilizzazione e la ripresa video in 4K.
A
Miglioramenti sotto tutti i punti di vista
La Lumix GX8 rappresenta un evidente salto di categoria rispetto alla GX7 a livello di corpo macchina,
che è sempre in lega di magnesio ma ora è anche
tropicalizzato e quindi resistente ad acqua e polvere.
Crescono le dimensioni, a favore di un grip migliore,
ma diventano anche più completi i controlli, con una
nuova configurazione di ghiere, che tra l’altro danno la
sensazione di essere più robuste. Il controllo dei parametri di scatto avviene principalmente sempre con due
ghiere, ma ne è stata aggiunta una terza coassiale con
quella di selezione della modalità di scatto per la compensazione dell’esposizione. Il corpo della GX8 è coperto poi da tasti funzione e dedicati, che sono in realtà
dal primo all’ultimo programmabili da parte dell’utente
nel menù di configurazione. Anche se abbiamo trovato
soprattutto quello vicino al tasto di registrazione video
un po’ scomodo da utilizzare, c’è una tale versatilità
di configurazione che chiunque è in grado di trovare
l’assetto migliore per le proprie esigenze. Sul versante
delle connessioni ritroviamo l’uscita HDMI e il classico
connettore audio/video proprietario, ma soprattutto
l’ingresso jack per microfono, caratteristica molto interessante per chi vuole usare la GX8 anche per fare video. Purtroppo, per scelta incomprensibile, Panasonic
video
lab
Panasonic Lumix DMC-GX8H
UN’OTTIMA, MA COSTOSA, ALTERNATIVA CHE SA FARE ANCHE VIDEO
1.599,99 €
La nuova GX8 va a occupare quella fascia di prodotti per gli appassionati di fotografia che ultimamente è diventata piuttosto affollata con proposte
di grande qualità. Distinguersi in questo scenario è sempre più difficile. Panasonic punta su un suo cavallo di battaglia, il video 4K, ma anche su un
nuovo sensore che da un lato colma il divario tra 4/3 e APS-C e dall’altro, almeno a livello di specifiche, permette di superare i “cugini” di Olympus.
Di certo, rispetto ai prodotti di quest’ultima, Panasonic vince sul fronte della registrazione video, non trascurando un’ottima qualità fotografica,
anche se il processing in camera su JPEG non è il punto forte della GX8. Complessivamente è una macchina versatile, con buoni controlli, tante funzionalità e la compatibilità con l’ottimo parco ottiche dell’ecosistema micro quattro terzi, anche se il nuovo stabilizzatore si potrà sfruttare solo con
le Panasonic. Certo è che con un centinaio di euro in più, rispetto al costo del corpo macchina, ci si può portare a casa una full frame come la ∂7...
8.5
Qualità
COSA CI PIACE
9
Longevità
9
- Qualità foto e video
- Ampie possibilità
di configurazione
- Ripresa video in 4K e 4K Photo
Design
7
Semplicità
8
D-Factor
9
Prezzo
8
- File JPEG con riduzione del rumore
un po’ aggressiva
COSA NON CI PIACE - Video 4K non stabilizzato
- Dual I.S. efficace solo con alcune
ottiche Panasonic
ha optato per la sempre meno comune presa mini-jack
da 2,5 mm. Peccato.
Nuovo mirino, nuovo display
e tutte le funzionalità della G7
Oltre al nuovo layout dei comandi, Panasonic ha anche
migliorato mirino e display rispetto alla GX7. Il mirino
elettronico passa dalla tecnologia LCD field sequential
all’OLED e offre un maggiore fattore di ingrandimento.
Anche in questo caso il mirino è orientabile, ma sparisce il flash integrato della GX7. Il display touch posteriore rimane da 3 pollici, sempre con risoluzione di
circa 1 Megapixel, ma anche questo ora è in tecnologia
OLED. La novità più grande risiede però nella possibilità di ruotare il display in qualsiasi modo, offrendo totale
libertà di utilizzo. Il menù a schermo come è possibile
vedere anche dall’immagine in alto, rimane quello classico di tutte le fotocamere Panasonic e non presenta
novità di rilievo. Stesso discorso per l’OSD che rimane
del tutto simile a quello visto sugli ultimi modelli e andando più indietro anche su quelli dello scorso anno.
Come sulla recente G7 la novità più grande a livello
di funzionalità è costituita dalla modalità Photo 4K, che
essenzialmente consiste nella possibilità di estrarre
foto di altissima qualità dalla ripresa video in 4K, sostituendo di fatto la modalità a raffica con una piccola
rinuncia in termini di risoluzione massima. Le modalità disponibili sono esattamente le stesse viste sulla
Lumix G7, così come il funzionamento, per cui vi rimandiamo alla nostra esauriente anteprima per i dettagli.
Ci sono poi naturalmente i filtri artistici (ora personalizzabili), la possibilità di editing RAW direttamente in camera, possibilità di controllo della fotocamera via app
per smartphone e tablet tramite connessione Wi-Fi, e
la solita pletora di modalità di esposizione automatica
per ogni occasione immaginabile, che probabilmente il
destinatario di questo prodotto non userà mai.
Nuovo sensore e stabilizzatore ibrido
Al di là dei cambiamenti “ergonomici”, le più grandi
novità introdotte da Panasonic sulla GX8 riguardano

segue a pagina 37 
torna al sommario
n.119 / 15
5 OTTOBRE 2015
MAGAZINE
TEST
Panasonic Lumix DMC-GX8H
segue Da pagina 36 
il sensore e il sistema di stabilizzazione. Lo abbiamo
già sottolineato in questo articolo: la nuova Lumix è la
prima macchina micro quattro terzi a offrire una risoluzione di 20 Megapixel, contro i 16 Megapixel degli
altri modelli anche di fascia alta. La OM-D E-M5 II di
Olympus riprende anche a 40 Megapixel ma solo con
lo shift del sensore e scatti multipli. Il sensore da 20,3
Megapixel è con ogni probabilità realizzato da Sony,
che ha un modello quattro terzi a listino da aprile di
quest’anno, ma Panasonic ufficialmente non dice chi
produce il componente (e potrebbe anche esserselo
sviluppato in casa). Il sensore è combinato a una nuova
versione del processore Venus Engine, ottimizzato per
la maggiore risoluzione, con un nuovo algoritmo per
la riduzione dei difetti di diffrazione a piccole aperture,
migliore gestione del rumore e sensibilità espansa fino
a 25600 ISO e con una nuova modalità estesa a 100
ISO. Anche sulla GX8, Panasonic ha portato poi la tecnologia di autofocus DFD (Depth From Defocus), che
offre una rapidità di aggancio del soggetto fino a 0,07
secondi. Invariato l’otturatore, con velocità massima di
1/8000 secondi, a cui però è stata aggiunta la modalità
elettronica fino a 1/16000 secondi. Per quanto riguarda
invece lo stabilizzatore, Panasonic ha tradizionalmente
seguito la strada della stabilizzazione ottica sulle lenti,
introducendola per la prima volta anche sul sensore
proprio con la GX7. Per questo nuovo modello, e per
rispondere alla concorrenza di Olympus, il cui sistema
di stabilizzazione è ormai considerato un benchmark,
Panasonic ha introdotto un nuovo ingegnoso sistema
di stabilizzazione che combina la compensazione sia
dell’ottica che del sensore. Il nuovo Dual I.S., così come
lo chiama Panasonic, utilizza i dati raccolti tramite un
giroscopio per determinare le vibrazioni della fotocamera e quindi compensare i movimenti tramite lo stabilizzatore ottico e quello del sensore. Un ulteriore componente di traslazione viene compensata attraverso il
movimento del sensore. Il sistema lavora su due assi
tramite l’ottica e su quattro assi sul sensore, in modalità
foto. Con i video, ma solo fino a risoluzione 1080p, la
compensazione sul sensore è a tre assi. Rispetto alla
GX7 è comunque un notevole passo in avanti. Chiaramente, per poter funzionare, un simile sistema necessita che ottica e corpo macchina siano in grado di
comunicare e coordinarsi tra loro, motivo per il quale il
nuovo stabilizzatore funziona unicamente con ottiche
Panasonic stabilizzate e con apposito aggiornamento
del firmware (anche gli obiettivi possono ricevere agvideo
lab
Panasonic Lumix DMC-GX8H

Video girato in 4K
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giornamenti software). Questo limita un po’ il vantaggio
di un sistema “aperto” come il micro quattro terzi, ma è
sicuramente una trovata interessante.
Veloce, precisa e da usare in RAW
La scelta di effettuare il salto ai 20 Megapixel su una
macchina come la GX8, e non su un’ammiraglia come
la GH4, è un po’ curiosa, ma può essere ricercata come
il tentativo di rispondere all’agguerrita concorrenza del
sistema OM-D di Olympus all’interno del settore micro
quattro terzi. Di certo in pochi si sono lamentati per la
risoluzione della GH4 o della stessa GX7, ma si sa, avere un 20 al posto di un 16, quando si parla di marketing
fa la differenza. Fortunatamente la “compressione” di
20,3 Megapixel nello stesso formato 4/3 non sembra
aver comportato dei compromessi soprattutto sul versante del rumore. Non è certo il dettaglio quello che
manca nelle foto scattate con la GX8 che però mantengono anche un’impronta tutto sommato morbida e
non troppo analitica. Nel materiale promozionale a corredo del lancio della fotocamera, Panasonic mette più
volte l’accento sulla naturalezza dei colori e di certo
la GX8, come del resto già la GX7, si contraddistingue
per una resa che potremmo definire “neutra”. Quello
che continua a convincerci un po’ meno è il motore
JPEG di Panasonic. Un po’ come sulla GX7 ci siamo
ritrovati ad abbassare subito, rispetto alle impostazioni
di default, la riduzione del rumore, ma anche così facendo abbiamo notato, visualizzando al 100% le foto
in JPEG prodotte dalla fotocamera, la comparsa di effetto “acquarello” già a bassi valori di ISO. Non che in
condizioni normali ciò sia particolarmente visibile, ma
l’impatto sul dettaglio più fine c’è, con la riduzione del
rumore che insieme alla compressione si mangia via
qualche particolare, come possiamo vedere nell’immagine pubblicata in questa pagina. In questo confronto
è possibile vedere, ad esempio, come nell’immagine
a sinistra la zigrinatura della gomma della
scarpa quasi scompaia, mentre il legno
vicino alla scarpa appare come sfuocato.
Nel file RAW possiamo scorgere nel crop
100% un po’ di rumore in più ma il dettaglio è intatto. Chiaramente certi particolari
si possono notare solo con un ingrandimento, ma nel caso di stampa su grande
formato le differenze potrebbero venire
fuori e, se siete dei fanatici da questo
punto di vista, scattare in RAW con la GX8
è d’obbligo. L’unica controindicazione
nell’utilizzo del RAW è nella pesantezza
dei file, visto che stiamo parlando di immagini da 24 MB ciascuna. La fotografia
pubblicata ci permette anche di apprezzare la buona dinamica dell’immagine, la
naturalezza della luce e la morbidezza
complessiva. Il sensore offre una buona
pulizia e anche in situazioni critiche, fatta eccezione per i già citati limiti del formato JPEG, il rumore è sotto controllo e
anche alzando gli ISO produce immagini
perfettamente utilizzabili almeno fino a
3200 e in alcuni casi fino 6400 ISO. Oltre
il rumore rivela troppo la sua natura “elettronica” restituendo immagini meno piacevoli e con
dettaglio fortemente intaccato. Il nuovo stabilizzatore,
che abbiamo potuto provare unicamente in combinazione con l’ottica da kit “tutto fare” Lumix G VARIO 14
- 140mm F3.5-5.6, si comporta in generale bene. Al
massimo dell’ingrandimento (focale equivalente 240
mm) siamo riusciti a guadagnare in generale anche 3
stop a livello di tempi di posa, ma dobbiamo dire che
abbiamo riscontrato prestazioni scostanti a seconda
delle circostanze. I nostri test sono stati effettuati con
un sample di pre-produzione (firmware 1.0), per cui non
è da escludere che le prestazioni con versioni successive del software della macchina e/o degli obiettivi
possano cambiare. Molto interessanti le prestazioni di
ripresa video in 4K (MP4 a 100 Mbit/s e a 24 o 25p),
anche se la GX8 non è forse il tipo di macchina ideale
per chi cerca una soluzione per questo tipo di progetti.
In 4K, come abbiamo visto, ad esempio non c’è stabilizzazione di immagine, e anche il form factor forse si
presta meno. In ogni caso la qualità di immagine è decisamente buona, fatta eccezione per un po’ di rumore
sulle ombre che può venire accentuato in fase di ricodifica dei filmati dalla compressione. I video (clicca qui
per visionarli), girati in diverse condizioni, sono stati
realizzati in 4K con il profilo CineLike, che cerca di restituire una curva dinamica più “piatta” e simile alla pellicola. Soprattutto nel video, emergono i consueti limiti
nel fuoco continuo, specie quando si tratta di tracking
di soggetti che si muovono verso l’obiettivo. In 4K, senza stabilizzatore video, le vibrazioni della videocamera
possono dare origine anche al classico “wobbling” dei
sensori CMOS. Nel complesso però, la GX8 permette
di girare video di grande qualità, uno dei vantaggi più
grandi di Panasonic rispetto al suo concorrente più diretto sul versante micro quattro terzi. Veloce e preciso
il sistema di autofocus, che abbiamo trovato affidabile
anche in condizioni di scarsa luminosità.
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