I cicli della vita e l’eternità
Riccardo Scarpa
Alla fine del XX secolo dell’era volgare, un noto e potente movimento
giovanile di cattolici romani, che teneva periodicamente un incontro
annuale a Rimini, invitò ad uno di questi il Dalai Lama. L’allora
regnante iniziò in modo rituale, presentandosi quale incarnazione d’un
Bodhisattva, un perfetto illuminato che ha rinunziato a raggiungere il
nirvana, ad essere un Buddha, per aiutare l’evoluzione dei viventi. Il
pubblico convenuto rise, la radio e la televisione registrarono ciò
senza enfasi, ma implacabilmente, qualche giornale commentò; l’ospite
fece mostra di non accorgersi di nulla e proseguì per la sua strada. Il
fatto rilevò solo la superficialità degli astanti, che probabilmente
usavano ripetere la formula del “Credo di Nicea di Costantinopoli” sulla
resurrezione dei morti e l’attesa del mondo che verrà, senza aver mai
approfondito l’origine della stessa ed il suo rapporto con le visioni
sulla vita e l’Eternità presenti ai cuori ed alle menti degli estensori.
Qui si cercherà di riflettere, alla luce del pensiero teosofico, sulle
visioni della vita, per mettere ordine almeno in noi.
Anima Mundi
Scriveva W. Winwood Reade nel secolo XIX dell’era volgare:
“All’inizio gli uomini godettero delle benedizioni della natura come
fanno i bambini, senza chiedersi il perché. (…) E venne poi tra loro un
sistema di teologia vago ed indefinito, come le acque del mare
sconfinato. Essi dicevano tra loro che il sole e la terra, la luna e le
stelle venivano spostate ed illuminate da una Grande Anima che era la
fonte di tutta la vita, che faceva cantare gli uccelli, mormorare i
ruscelli ed ondeggiare il mare. Era un Fuoco sacro quello che brillava
nel firmamento e nelle potenti fiamme. Era uno strano Essere che animava
le anime degli uomini e che, quando i corpi morivano, ritornavano
nuovamente a lui. (…) Quando coloro che amavano giacevano morti, essi
emettevano selvaggi lamenti e gettavano disperatamente le braccia verso
l’Anima misteriosa; perché nei momenti di difficoltà la mente umana,
così debole, così indifesa, si aggrappa a qualcosa di più grande di sé.
Fino ad ora essi adoravano solo il sole, la luna e le stelle – e non
come Dei, ma come visioni di quella Divina Essenza che sola pervadeva la
terra, il cielo ed il mare”1.
Reincarnazione o Metempsicosi
Si legge, nella Bhagavad Gitâ, II, 22: “Come un uomo deponendo i
vecchi abiti ne prende altri nuovi, così lo Spirito dispogliando i
vecchi corpi entra in altri nuovi”. Platone, nel Menone, afferma:
“Poiché l’anima è immortale, rinata molte volte, ed ha visto le cose di
quaggiù e di laggiù, insomma tutte, non c’è nulla che non abbia
imparato. Perciò non è da meravigliarsi se può rivedere quello che essa
già conosceva intorno alla virtù ed alle altre cose”. Dapprima intuita
dagli orfici e poi consacrata dai druidi2 ed indagata da Pitagora ed
Empedocle, prima che da Platone, la reincarnazione consiste in questo
“stabilirsi di un qualche cosa di vivente in una successione di corpi
1 W. Winwood Reade, The Veil of Isis or Mysteries of the Druids, Inghilterra 1861, trad. it. I Misteri dei Druidi,
Bologna 2003
2 Ibidem, trad. it. pag. 32. Per una trattazione esaustiva Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia – Spiritualità celtica
nell'Europa druidica, Milano 2001, Capitolo V.
umani”, secondo la descrizione di Annie Besant3. Per quanto concerne quel
“qualche cosa di vivente” si legge nel Pimandro di Ermete Trismegisto:
“Negli animali irragionevoli la mente è natura, poiché ovunque c’è anima
v’è anche mente, e dove c’è vita v’è pure anima. Negli animali
irragionevoli, tuttavia, l’anima è priva di mente autonoma. Quest’ultima
è la guida benefica delle anime umane: essa le conduce verso il loro
bene, mentre negli animali opera nel senso della loro natura”. Quella
che Ermete Trismegisto chiama natura, per Helena Petrovna Blavatsky,
secondo la tradizione di Ammonio Sacca e dei teosofi della scuola
eclettica d’Alessandria è l’Anima Universale, dalla quale vengono quelle
personali: “Donde viene l’elemento umido della medusa? Dall’oceano che
la circonda, in cui essa respira ed ha il suo essere, ed a cui ritornerà
quando si dissolverà”4. Tuttavia: “Platone e Pitagora - dice Plutarco suddividevano l’anima in due parti: la ragione (nòetia) e l’irrazionale
(agnoia); quella razionale è eterna; pur non essendo Dio, è il prodotto
di una Deità eterna, mentre la parte dell’anima priva di ragione
(agnoia) muore”5. Helena Petrovna Blavatsky precisa che Platone: “parla
dell’uomo interiore costituito di due parti – una immutabile e sempre la
stessa, formata dalla sostanza della Divinità, e l’altra mortale e
corruttibile. (…) Egli spiega che quando l’anima (psyche) si unisce al
nous (spirito divino o sostanza divine – Paolo chiama il “Nous” di
Platone “Spirito”), tutto quello che fa è giusto e riesce felicemente,
mentre quando si attacca ad anoia (il nostro kama rupa) o “anima
animale”, come nel “Buddismo esoterico” va allora in contro al suo
completo annichilimenti, per quanto concerne l’Ego personale; se invece
si unisce al nous (Atma-Buddi) allora si fonde coll’Ego immortale
imperituro e la coscienza spirituale di quella che fu la sua natura
personale diventa immortale”6.È quanto con precisione esprime George
Ivanovitch Gurdjieff quando chiarisce: “Molte cose sono possibili, ma
occorre comprendere che l’essere dell’uomo, sia nella vita che dopo la
morte, ammesso che esista dopo la morte, può essere di qualità molto
differente. L’“uomo macchina”, per il quale tutto dipende da influenze
esteriori, per cui tutto accade, che ora è un certo uomo, il momento
dopo un altro e più tardi ancora un terzo, non ha avvenire di sorta:
viene sepolto e basta. È polvere e ritorna polvere. Questo è detto per
lui. Perché si possa parlare di vita futura, di qualsiasi genere, ci
deve essere una cristallizzazione, una certa fusione delle qualità
interiori dell’uomo: una certa indipendenza dalle influenze esteriori,
allora proprio questo qualcosa potrà resistere alla morte del corpo
fisico. Ora pensate: che cosa potrà resistere alla morte del corpo
fisico in un uomo che sviene o dimentica tutto quando si taglia il dito
mignolo? Se in un uomo vi è qualche cosa, questo qualcosa può
sopravvivere; se non vi è niente, allora niente può sopravvivere. Ma
anche se questo qualcosa sopravvive, il suo avvenire può essere molto
vario. In certi casi di completa cristallizzazione, dopo la morte si può
produrre ciò che la gente chiama “reincarnazione”; in altri casi, ciò
che chiamano una “esistenza nell’aldilà”. Nei due casi, la vita continua
nel “corpo astrale” (…) Ciò che può essere chiamato “corpo astrale” è
ottenuto per fusione, cioè per mezzo di una lotta e di un lavoro
interiore terribilmente duro. L’uomo non nasce con un corpo astrale, e
solo pochissimi uomini possono arrivare ad averne uno. Una volta
costruito il “corpo astrale” può continuare a vivere dopo la morte del
3
4
5
6
A. BESANT, Rincarnazione, Trad. it. Firenze 1932, pag.12
H.P. BLAVATSKY, La chiave della Teosofia, Cap.V, trad. it. Trieste 1989, pag.56
Ibidem, Cap. VI, trad. it. nota 1 pag.68
ibidem, pag.67 Annie
corpo fisico, e può rinascere in un altro corpo fisico: ecco la
“reincarnazione”. Se non è rinato, allora nel corso del tempo muore
anch’esso; non è immortale ma può vivere molto tempo dopo la morte del
corpo fisico”7. Chiarisce, sul punto, Annie Besant: “Qui erano, per così
dire, due poli dell’evolvente manifestazione della Vita: la vita
Animale, con tutte le sue potenzialità sul piano inferiore, ma
necessariamente priva di mente e di coscienza, errante alla venuta sulla
terra, tendente inconsciamente a progredire per effetto della forza
impellente interiore che la spinge sempre più avanti; e la vita Divina,
forza troppo elevata per la sua pura natura eterea per raggiungere la
coscienza sui piani inferiori, e perciò incapace per colmare l’abisso
che si stendeva fra essa ed il cervello animale che essa vivificava, ma
non poteva illuminare (…) Quando l’ora fu suonata, la risposta venne dal
piano mentale o mânasico. Mentre questa doppia evoluzione suddetta, la
monadica e la fisica, si era svolta sul nostro globo, una terza linea di
evoluzione, destinata a trovare la sua mèta nell’uomo, aveva avuto luogo
in una sfera più alta. Questa linea era quella dell’evoluzione
intellettuale e i soggetti di quest’evoluzione sono i minori dei Figli
della Mente (Mânasputra) (…) che, a un certo stadio dell’evoluzione,
entrano, s’incarnano negli uomini (…) È interessante e significativo
notare che la parola man (vocabolo inglese = uomo), che si riscontra in
tante lingue, è fatta risalire a questa parola Manas, alla sua radice
man: pensare. Skeat (Etymological Dictionary, sotto la voce “man”),
rintraccia questa parola nelle lingue inglese, svedese, danese, tedesco,
islandese, gotico, latino (mens, per manas), derivandola dalla radice
man, e perciò definendo l’uomo come un “animale pensante”. (…)
Quest’uomo è l’anello di congiunzione tra il Divino e l’Animale che noi
abbiamo esaminato come essenzialmente connessi e tuttavia trattenuti dal
fondersi completamente”8. È questo pensatore l’ego trasmigrante da un
corpo all’altro nella storia delle reincarnazioni: “Se avessimo
l’abitudine di identificarci nel pensiero non colla dimora in cui
viviamo, ma coll’Io umano che vi sta dentro, la vita diverrebbe una cosa
più grande e più serena. Scuoteremmo da noi le nostre pene come
scuotiamo la polvere dei nostri indumenti e comprenderemmo che la misura
di tutte le cose che ci accadono non è il dolore, o il piacere che esse
arrecano ai nostri corpi, ma il progresso o il ritardo che apportano
all’Uomo che sta dentro di noi”9.
L’Eterno Ritorno
La trasmigrazione inquadra la vita nel tempo in una prospettiva
progressiva. In essa l’evoluzione nei regni minerale, vegetale ed
animale si fa nell’Uomo, che abbia cristallizzato una propria
consapevolezza,
reincarnazione
dell’ego
pensante,
pienamente
individualizzato e cosciente. Secondo il punto di vista dell’eterno
ritorno s’ha, invece, una accettazione stoica del ruotare su se stesso
del corso degli eventi del mondo, in una serie infinita di ripetizioni.
È, quindi, punto di vista connesso all’idea d’un ciclo ricorrente del
tempo, rinvenibile nelle antiche radici della filosofia indiana, nella
tradizione taoista in Cina, anche nell’orfismo e nel pitagorismo, dove
s’intreccia
colla
prospettiva
della
trasmigrazione
e
quindi
dell’evoluzione, in Empedocle, per trovare, come si diceva, pienezza nel
sistema degli stoici, colla loro percezione dei cicli storici.
7 cfr. P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Cap. II, trad. it. Roma 1976, pag. 39
8 A. Besant, op. cit., pag. 14 a 18
9 Ibidem, pag. 19 e 20
Sull’antica tradizione dell’India Helena Petrovna Blavatsky parla delle:
“riapparizioni periodiche e consecutive dell’Universo, dal piano
soggettivo al piano oggettivo dell’esistenza, ad intervalli regolari di
tempo, che abbracciano periodi d’immensa durata” e spiega: “Come primo
paragone ed aiuto per una concezione più corretta, prendiamo l’esempio
dell’anno solare, e poi delle due metà di quest’anno, ciascuna delle
quali consiste di un giorno ed una notte della durata di sei mesi al
Polo Nord. Ora immaginate se potete, invece di un anno solare di 365
giorni – l’ETERNITÀ; il Sole rappresenti l’universo ed i giorni e le
notti polari di sei mesi ciascuna – giorni e notti che, invece di 182
giorni ognuna, durino 182 trilioni e quadrilioni di anni. Come il Sole
sorge ogni mattina sul nostro orizzonte oggettivo uscendo dallo spazio
posto agli antipodi e soggettivo (per noi), così l’Universo emerge
periodicamente sul piano oggettivo da quello soggettivo che sta ai
nostri antipodi. Tale è il “Ciclo della Vita”. E come il Sole scompare
dal nostro orizzonte, così l’Universo scompare a periodi regolari,
allorché sopravviene la “Notte Universale”. Gli Indù chiamano questo
alternarsi i “Giorni e le Notti di Brama”, oppure Manvantara e Pralaya
(dissolvimento). Gli occidentali, se lo preferiscono, possono chiamarli
i “Giorni e le Notti Universali”. Durante queste ultime (le Notti),
Tutto è in Tutto; ogni atomo si è risolto nell’omogeneità una”10. Nella
tradizione zoroastriana il ciclo del tempo è una curvatura nell’eternità
che permette al bene, impersonificato da Ôhrmazd, di circoscrivere
l’azione
del
male,
impersonato
da
Ahriman,
in
siffatta
guisa
superandola11. Così ci si esprime nel Bundahishn ovvero della primordiale
creazione: “Poi Ôhrmazd con la sua onniscienza conobbe: “Se non
determinerò il tempo della sua lotta, egli potrà lottare e mescolarsi
alla mia creazione eternamente, e allora egli potrà stabilirsi nella
mescolanza della creazione e appropriarsene”. Ancor oggi ci sono infatti
fra le creature molti uomini che esercitano più la colpa che la
rettitudine e cioè indulgono più di tutto alla volontà dello Spirito
Malvagio. E disse Ôhrmazd allo Spirito Malvagio: “Stabilisci un tempo,
affinché io, secondo questo patto, possa per novemila anni condurre la
lotta contro di te”, poiché sapeva che, prendendosi quel periodo di
tempo avrebbe reso innocuo lo Spirito Malvagio. Allora questi, per
impotenza a vedere la fine del tutto, accettò questo periodo di tempo,
così come due uomini stabiliscono il tempo della tenzone dicendo:
“Mettiamoci oggi d’accordo per iniziare la lotta la prossima notte”.
Ôhrmazd sapeva, con la sua conoscenza, che di questi novemila anni,
dapprima per tremila anni sarebbe valso in tutto il potere di Ôhrmazd,
poi per tremila anni, nel periodo della Mescolanza, sarebbe valso
ugualmente il potere sia di Ôhrmazd che di Ahriman, indi, nell’estrema
lotta, avrebbe potuto rendere impotente lo Spirito Malvagio e lo avrebbe
trattenuto dall’avversare le creature. Poi Ôhrmazd creò l’ahuvar,
pronunciando le strofe yathâhûvairyôk di ventun parole12. Allora mostrò
allo Spirito Malvagio la sua vittoria finale, la riduzione all’impotenza
dello Spirito Malvagio, la distruzione dei dèmoni, la Resurrezione, il
10 H.P. Blavatsky, op. cit., cap. VI, trad. it. pag. 61
11 cfr. Alessandro Bausani nell'Introduzione a Testi religiosi zoroastriani, Catania 1961
12 Alessandro Bausani spiega in nota: «È una delle strofe dell'Avesta più sacre, alla quale, come qui chiaramente si
vede, si attribuisce una potenza magica sia nel mondo trascendente che in quello immanente. Ahuvar è
abbreviazione e costruzione pahlavica dell'avestico Ahuna Vairya, cioè “la preziosa (preghiera) che contiene la
parola ahû”. Le prime tre parole di detta strofe (che potrebbe chiamarsi, per il suo frequente uso liturgico, il
Paternoster dei zoroastriani) sono appunto yathâ ahû vairyô (“Come il migliore Signore”) e l'intera formula,
tradotta, suona come segue:“Come il migliore Signore così il migliore Giudice è egli (Zarathushtra) secondo la
Santa Legge, che porta del Buon Pensiero le opere vitali a Mazdâ e, così, sovrana potenza ad Ahura; colui che fu
stabilito a pastore dei poveri»In Testi religiosi zoroastriani cit., pag.63
Corpo Futuro e la Liberazione delle creature dal male, in eterno. Lo
Spirito Malvagio quando vide la riduzione di se stesso all’impotenza, e
l’annientamento dei dèmoni tutti, crollò privo di conoscenza e di nuovo
precipitò nelle tenebre, così come si dice nella religione rivelata:
“Quando ne fu detto un terzo13, per il terrore si dileguò la forza dello
Spirito Malvagio; quando ne furono recitati due terzi lo Spirito
Malvagio cade in ginocchio; quando fu recitata tutta, egli divenne
impotente”. Lo Spirito Malvagio dunque, impotente a far del male alle
creature di Ôhrmazd, giacque, abbattuto, tremila anni”14. Come osserva
George Ivanovitch Gurdjieff: “Presi isolatamente, l’esistenza di una
cosa o di un fenomeno che si esamina è il cerchio chiuso di un processo
di un eterno ritorno che si svolge senza interruzione. Il cerchio stesso
è il simbolo di questo processo. L’insieme del simbolo è do, in quanto
questo do ha un esistenza regolare e compiuta. È un cerchio, un cerchio
finito. È lo zero del nostro sistema decimale: Per la sua stessa forma,
rappresenta un ciclo chiuso. Esso contiene in sé stesso tutto quello che
è
necessario
alla
sua
esistenza.
È
isolato
da
quanto
lo
15
circonda” .Collegando la vicenda umana all’eterno ritorno, Peter
Demianovich Ouspensky preferisce un concetto di ricorrenza a quello di
reincarnazione: “L’idea di ricorrenza richiede due dimensioni di tempo
(…) Se accettiamo che la linea di tempo è curva, allora la curva ha due
dimensioni, di conseguenza ci sono due dimensioni di tempo (…) Se
[l’uomo] ha [maturato] qualcosa di permanente, può sopravvivere. Ma
secondo me è più importante esaminare questo problema in rapporto
all’eternità (…) considerarlo in rapporto all’eternità significa che c’è
ripetizione. La vita deve essere ripetuta, non ci può essere soltanto
una vita. Cercate di comprendere il disegno della vita. Non potete
comprenderlo se lo pensate come una linea retta, e se lo pensate come
circoli vi accorgerete che il vostro cervello non può accettarlo. Tutto
ciò che vive – vita organica, individui, ecc. - vive e muore e, in
qualche misteriosa maniera che non comprendiamo, questo crea dei
circoli; questi circoli sono collegati con altri circoli e l’intero
disegno della vita ne è il risultato. Ogni cosa, ogni piccola unità,
continua a girare nel suo circolo, perché ogni cosa deve continuare ad
esistere. Se apparisse un intervallo, l’intera struttura sarebbe
distrutta”16.Sul punto si può notare come, nella ricerca psichica dei
primi del novecento, l’“eterno presente” venga descritto quale una
quarta dimensione temporale, percepibile solo eccezionalmente da
speciali soggetti. Ciò per dar conto dei fenomeni di chiaroveggenza nel
futuro, sotto forma di premonizione o profezia, e superare la disputa
tradizionale fra determinismo e libero arbitrio sollevata dal fenomeno
stesso, esattamente come l’esistenza di una quarta dimensione spaziale
sarebbe rilevata da fenomeni detti di psicometria o criptestesia
pragmatica, in cui il chiaroveggente si pone in contatto con un oggetto
di provenienza a lui sconosciuta, dando ampie descrizioni sullo stesso,
le persone e l’ambiente in relazione col medesimo, attraverso una presa
di contatto temporanea con questa quarta dimensione17. La quarta
dimensione temporale e spaziale, peraltro, appaiono identificarsi tra
13 Annota Alessandro Bausani: «Un terzo della formula sopra detta (cioè, nella traduzione italiana qui dara, fino alla
parola “Legge”)» Ibidem, pag. 64
14 Dal Bundahishn ovvero della primordiale creazione, pubblicato dal Bausani in Testi religiosi zoroastriani cit.,
pag.48 e 49
15 cfr. P. D. Ouspensky, op. cit., Cap. XIV, trad. it. cit. pag.320
16 P.D. Ouspensky, La quarta via, Cap. XVI, trad. it. Roma 1974, pag. 497 e 498
17 cfr. voce Psichica, Ricerca, in Enciclopedia Italiana, vol. XXXVIII, pag. 450, Roma 1935
loro in alcune esperienze di chiaroveggenza, come quelle nelle quali C.
Leadbeater descrive la collocazione temporale e spaziale di Atlantide.
L’Eternità
Peter Demianovich Ouspensky esamina “questo problema in rapporto
all’eternità”. Il rapporto fra il tempo e l’eternità presuppone, però,
che esse siano due dimensioni diverse. Nel riportare il brano suddetto
abbiamo saltato un’espressione. Tolto quell’omissis, parte di quella
frase suona così: “L’idea di ricorrenza richiede due dimensioni di
tempo. La necessità di tre dimensioni di tempo viene soltanto con l’idea
di lavoro”18. Quell’idea di lavoro si riferisce al lavoro spirituale e
quella terza non è una dimensione del tempo, ma un’altra dimensione
rispetto al tempo: l’Eternità. Già Parmenide aveva rilevato quanto fosse
equivoco considerare l’eternità mera infinita estensione del tempo e la
considerava un νΰν, un puro presente senza passato né futuro, e non un
‘αεί, il sempre, somma di passato, presente e futuro, quale anche la
considerò Melisso, pur suo allievo. È merito dei teosofi neoplatonici
della scuola eclettica, allievi d’Ammonio Sacca, in particolare di
Plotino e di Procolo, aver chiarito la dimensione dell’Eternità come
totale e permanente presenza dell’ente a sé medesimo, che esclude ogni
principio ed ogni fine, in quella che Boezio definirà interminabilis
vitæ tota simul et perfecta possessio19. Dimensione in cui l’ente
trascende il tempo, presenza assoluta dello Spirito come soggetto
trascendente, secondo la sintesi che Giovanni Gentile20 trarrà da
Friederich Wilhelm Joseph Schelling ed Georg Wilhelm Hegel. Per questo
George Ivanovitch Gurdjieff rispose a Peter Demianovich Ouspensky: “Che
cosa può servire a un uomo la verità sull’“eterno ritorno”, se non ne è
cosciente e non cambia? Si può persino dire che se un uomo non cambia,
per lui la ripetizione non esiste. Se si parla della ripetizione, questo
non farà che aumentare il suo sonno. Perché dovrebbe fare degli sforzi
oggi, se ha ancora tanto tempo e tante possibilità davanti a sé,
l’eternità intera? Perché dovrebbe pensare oggi? Ecco la ragione precisa
per la quale l’insegnamento non dice niente sulla ripetizione e
considera solamente la vita che noi conosciamo. L’insegnamento non ha
nessuna portata, nessun senso, se non la lotta per ottenere un
cambiamento in sé stessi. Il lavoro al fine di cambiare se stessi deve
cominciare oggi, immediatamente. Una vita è sufficiente per raggiungere
la visione di tutte le leggi. Un sapere relativo alla ripetizione delle
vite non potrebbe portare a nulla ad un uomo che non vede come tutte le
cose si ripetono in una vita, cioè in questa vita, e che non lotti per
cambiare sé stesso allo scopo di fuggire a queste ripetizioni”21. È per
liberarsi da questo ciclo ripetitivo ed acquisire quella simul et
perfecta possessio, totale e permanente presenza di sé, che permetta di
trascendere la dimensione del tempo, che taluno, operativamente, come
George Ivanovitch Gurdjieff, prende in considerazione la sola vita
presente e la dimensione trascendente dell’Eternità. Infatti: “Il lavoro
al fine di cambiare se stessi deve cominciare oggi, immediatamente. Una
vita è sufficiente per raggiungere la visione di tutte le leggi”. Del
resto, anche le scuole in cui si riflette sull’esperienza della
reincarnazione, come nello spiritismo sistematico di Allan Kardec22, lo
18
19
20
21
22
op. cit. pag. 497
Consol., 1.6,§6
cfr. G. Gentile,Teoria generale dello spirito come atto puro (1916), Firenze 2003, Parte IX, § 17.
P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Cap.XII, trad. it. cit., pag. 277 e 278
Al secolo Hippolyte Rivail, ☼Lione, 3 Ottobre 1804 †Parigi 31 Marzo 1869
spirito torna ad incarnarsi in un corpo fisico solo in quanto necessiti
d’ulteriori esperienze per evolvere, soltanto sinché non abbia raggiunto
quello stato di compiuta coscienza sufficiente da rompere il cerchio e
raggiungere la dimensione dell’eterno. Per questo alcune scuole osano
“forzare” l’evoluzione.
Annie Besant, sulle posizioni di diverse religioni in merito, ha
scritto: “In India, come in Egitto, la Rincarnazione era alla base della
morale. Fra gli Ebrei essa era generalmente professata dai Farisei23;
questa credenza popolare risulta in parecchie frasi del Nuovo
Testamento: per esempio quando Giovanni Battista è considerato come la
rincarnazione di Elia24, o come quando i discepoli domandano se il cieco
nato soffra per il peccato dei suoi genitori o per qualche suo proprio
peccato precedente25. Inoltre lo Zohar parla delle anime come soggette a
trasmigrazione:
“Tutte
le
anime
sono
soggette
a
evoluzione
(Metempsicosi, a’ leen b’ gilgoolah), ma gli uomini non conoscono le vie
del Santissimo, che sia benedetto!; essi sono ignoranti del modo in cui
furono giudicati in tutti i tempi, e prima di venire in questo mondo e
quando lo hanno lasciato26”. Il Kether Malkuth ha evidentemente la
stessa idea, come quella espressa da Giuseppe, quando dice: “Se essa
(l’anima) sarà pura, otterrà la grazia e la letizia nell’ultimo giorno,
ma se sarà macchiata essa peregrinerà per qualche tempo nel dolore e
nella disperazione27”. Così pure troviamo questa dottrina insegnata da
eminenti Padri della Chiesa; Ruffino28dice che la credenza di essa era
comune fra i primi Padri. È superfluo dire che i filosofi gnostici ed i
neo-platonici la ritenevano parte integrale della loro dottrina. Se noi
guardiamo l’emisfero occidentale, troviamo la Rincarnazione come
credenza fermamente radicata in molte tribù dell’America settentrionale
e meridionale. I Mayas, colla loro interessantissima affinità di lingua
e di simbolismo coll’antico Egitto, mantengono ancora ai nostri giorni
la dottrina tradizionale, come è dimostrato dalle ricerche del Dr. e
della Signora Le Plongeon. A questi si potrebbero aggiungere i nomi di
molte altre tribù, resti di nazioni una volta famose; nella loro
decadenza esse conservarono le credenze avite che una volta le univano
ai più potenti popoli del mondo antico”29. Annie Besant riflette,
23 Josephus, Antiq., XVII, I, §3
24 S. Matteo, XI, 14-15: «καί εί θέλετε δέξασθαι¸ αύτός 'εστιν 'Ηλίας, ό µέλλων 'έρχεσθαι. ό 'έχων ώτα άκουέτω.»;
Vulgata di S. Gerolamo: «et, si vultis recípere, ipse est Elías qui ventúrus est. Qui habet aures audiéndi áudieat»;
Trad. it. Niccolò Tommaseo: «E se volete ricevere, questi è l'Elia ch'ha a venire. Chi ha orecchi a udire, oda».
XVII, 10-13: «καί 'επηρώτησαν αύτόν οί µαθηταί λέγοντες, Τί ούν οί γραµµατεϊς λέγουσιν 'ότι 'Ηλίαν δεϊ
'ελθεϊν πρώτον; ό δέ 'αποκριθείς είπεν, 'Ηλίας µέν 'έρχεται καί 'αποκαταστήσει πάντα˙ λέγω δέ ύµϊν 'ότι 'Ήλίας 'ήδη
ήλθεν, καί ούκ 'επέγνωσαν·αύτόν 'αλλά 'εποίησαν 'εν αύτώ 'ηθέλησαν˙ οϋτως καί ό υίός τοΰ 'ανθρώπου µέλλει
πάσχειν ύπ' αύτών. τότε συνήκαν· οί µαθηταί 'ότι·περί Ίωάννου τοϋ βαπτιστοϋ είπεν αύτοϊς.» Vulgata di S.
Gerolamo: «Et interrogavérunt eum discípuli dicéntes: Quid ergo scribæ dicunt quod Elíam opórteat primum veníre?
At ille respóndens ait eis: Elías quidem ventúrus est et restítuet ómnia. Dico autem vobis, quia Elías jam venit, et non
cognovérunt eum, sed fecérunt in eo quæcúmque voluérunt. Sic et Fílius hóminis passúrus est ab eis. Tunc
intellexérunt discípuli quia de Joánne Baptísta dixísset eis». Trad. it. Niccolò Tommaseo: «E lo addimandarono i
discepoli suoi, dicendo: - Or che dicono gli Scribi ch'Elia ha a venire prima? - E Gesú rispondendo disse: - Elia ben
viene prima; e ristabilirà ogni cosa. - Or dico a voi ch'Elia è già venuto, e non lo riconobbero, ma fecero in esso quel
che mai vollero. Cosí anche il Figliuolo dell'uomo ha a patire da loro -. Allora compresero i discepoli che di Giovanni
il Battista disse loro.»
25 S. Giovanni IX, 2: «καί 'ηρώτησαν αύτόν οί µαθηταί αύτοϋ λέγοντες 'Ραββί, τίς 'ήµαρεν, ούτος ή οί γονεϊς αύτοϋ,
'ίνα τυφλός γεννηθή»; Vulgata di S. Gerolamo: «Et interrogavérunt eum discípuli ejus: Rabbi, quis peccávit, hic aut
paréntes ejus, ut cæcus nascerétur?». Trad. It. Niccolò Tommaseo: «E domandarono i discepoli suoi, dicendo: Maestro, chi peccò, questi, o i genitori di lui, perché cieco nascesse?»
26 Zohar II, fol.99 – Citato nella Cabbala di Myer, pag.198
27 Citato nella Cabbala di Myer, pag.198
28 Lettera ad Anastasio, citata da E.D. Walker in Reincarnation: a Study of Forgotten Truth
29 A. Besant, Rincarnazione, trad. it. cit., pag.3 a 5
peraltro, una posizione comune a tutti i teosofi del XIX secolo dell’era
volgare nel censurare il rifiuto, da parte dell’ortodossia cristiana, di
qualunque accenno al ciclo delle reincarnazioni: “Nei primi tempi in cui
il Cristianesimo si diffuse in Europa, l’intimo pensiero dei suoi capi
era profondamente compenetrato di questa verità. La Chiesa tentò, senza
risultato, di sradicarla…”30. Non v’è, in realtà, all’inizio della
rinascita teosofica, un esame critico dei motivi che sottostanno alle
posizioni cristiane sulla vita e sul suo senso. Il punto di vista
dell’ortodossia cristiana viene fissato, nel IV secolo della sua era, da
Enea di Gaza, scrittore greco, maestro della scuola di retorica di
quella città. Il suo dialogo Teofrasto ha per oggetto proprio la
preesistenza e trasmigrazione delle anime. L’elemento forte, basilare
dell’opera non è quella debole confutazione della preesistenza, fondata
sulla mancanza di memoria sullo stato anteriore all’incarnazione, sulla
quale spesso la critica insiste, sebbene una considerazione etica, di
tipo teleologico operativo: Enea di Gaza non vede nelle successive
incarnazioni delle esperienze attraverso le quali espiare colpe passate,
a perfezionamento dell’ego, quanto piuttosto nuove occasioni di errore,
in grado di aviluppare la consapevolezza in un circolo vizioso. Per
questo egli propugna una dottrina cristiana che concepisca la vita
corporea attuale come la prova definitiva per l’anima che, qui ed ora,
deve raggiungere la propria santificazione in Eterno. Attraverso il
Teofrasto di Enea di Gaza il Cristianesimo ci appare come un Mistero, in
cui il culto pubblico, come scuola di ripetizione, per mezzo del simbolo
e del rito, che proprio allora riceveva forma definitiva nella Divina
Liturgia di Giovanni Crisostomo, accede all’iniziazione individuale come
cristallizzazione della presenza di sé, attraverso strumenti potenti
quali i sacramenti, e la preghiera del Nome, coi quali l’ego deve
forzarsi a divenire eterno presente in sé.
30 ibidem, pag.6
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I cicli della vita e l`eternità Riccardo Scarpa Alla fine del XX secolo