impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 1 Storie che cambiano il mondo Racconti e proposte educative sui difensori dei diritti umani Quaderno operativo impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 2 Per le foto all’interno del volume: p. 13 © Alison McColl-Bullock, per gentile concessione di The Long Walk p. 22 © The Goldman Environmental Prize p. 35 © Fondazione St. Camille de Lellis p. 46 © Amnesty International p. 58 © Inge Genefke Per i passi antologici, per le citazioni, per le riproduzioni grafiche, cartografiche e fotografiche, appartenenti alla proprietà di terzi, inseriti in quest’opera, l’Editore è a disposizione degli aventi diritto non potuti reperire, nonché per eventuali non volute omissioni e/o errori di attribuzione nei riferimenti. È vietata la riproduzione anche parziale o ad uso interno o didattico e con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia non autorizzata. Prima edizione: settembre 2008 © 2008 EGA Editore corso Trapani 95 - 10141 Torino tel. 011 3859500 - fax 011 389881 www.egalibri.it / e-mail: [email protected] ISBN 978-88-76706-75-2 Stampa: ..............., Torino I II III IV 2008 2009 2009 2010 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 3 Indice Unità 1 – Jawagli e Djalu ................................................................................................. 6 Unità 2 - La signora di Bhopal....................................................................................... 18 Unità 3 – Pietra su pietra............................................................................................... 29 Unità 4 – Ritorno a casa................................................................................................ 40 Unità 5 – Il clown dell’anima ......................................................................................... 52 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 4 Al percorso didattico hanno collaborato: Maria Marrone, insegnante di Lettere nella scuola secondaria di I grado; trainer europeo per l’Educazione ai diritti umani; coordina le attività rivolte al mondo della scuola all’interno della Commissione Educazione e Formazione ai Diritti Umani della Sezione Italiana di Amnesty International. Sergio Travi, insegnante di Lettere nella scuola secondaria di I grado; dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università degli Studi “Federico II” di Napoli; presiede la Commissione Educazione e Formazione ai Diritti Umani della Sezione Italiana di Amnesty International. Nessa Gibbardo, ingegnere per l’Ambiente e il Territorio; è attivista di Amnesty International dal 2002; fa parte del Gruppo Italia 261 (Angri e agro nocerino-sarnese) e del Coordinamento Pena di Morte. Scrive soprattutto quando viaggia. Per il presente fascicolo è autrice dei racconti: Jawagli e Djalu, La signora di Bhopal e, insieme a Athos Bacchiocchi, Pietra su pietra. Athos Bacchiocchi, studente in ingegneria elettronica. Ama i libri e il cinema, scrive racconti e canzoni. Per il presente fascicolo è autore dei racconti: Ritorno a casa, Il clown dell’anima e, insieme a Nessa Gibbardo, Pietra su pietra. Ugo Fanti, dipendente pubblico. Attivista di Amnesty International dal 1991. Consigliere nazionale della Sezione Italiana per una legislatura, ha fatto parte, per diversi anni, della Commissione nazionale Azioni ed è stato Responsabile Campagne della Circoscrizione Lazio. Attualmente è Responsabile del Coordinamento Nazionale Difensori dei Diritti Umani (HRD). Si ringraziano inoltre: Marta Genualdo, Flavia Citton, Alberto Emiletti, Massimo Gary Simbula. impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 5 Ciao! Chissà quante volte avrai sognato di essere un’eroina o un eroe, di emulare le imprese dei personaggi di racconti fantastici, di essere il/la protagonista di uno dei giochi della tua Play Station! Ma per diventare un’eroina o un eroe non c’è bisogno di magie o di muscoli robusti, né di compiere imprese eccezionali. «Com’è possibile?», ti chiederai. La risposta la troverai nelle pagine di questo piccolo libro in cui conoscerai le storie di Rashida, Champa, Michael, Inge, Grégoire, Norma, Marisela e di tante altre persone comuni, proprio come te, che sono diventate eroine ed eroi perché hanno scelto di difendere i diritti umani di persone che non conoscono. E così facendo, un po’ per volta, stanno cambiando in meglio il mondo, senza bisogno di superpoteri. Nella loro lotta hanno però un alleato potente: è la Dichiarazione universale dei diritti umani, uno strumento importantissimo per realizzare il loro sogno. Conoscendola meglio, scoprirai che può esserlo anche per te. E allora, cosa aspetti a diventare anche tu un’eroina o un eroe dei diritti umani? S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 5 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 6 ità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 JAWAGLI E DJALU Jawagli se ne stava accovacciato nei pressi di un piccolo buco del terreno, da cui uscivano file di formiche. Aveva sistemato una grande pietra piatta proprio vicino al buco, con un frutto zuccherino schiacciato sopra, e appena un buon numero di formiche si tratteneva sul sasso, lui lo prendeva dai bordi e lo trasportava in un altro posto, distante una cinquantina di metri. Ne macchiava alcune con una poltiglia verde che aveva ricavato pestando un po’ di erba tra due sassi, poi si metteva ad osservare: voleva capire se le formiche sarebbero state in grado di ritrovare la strada per il loro formicaio. Faceva questo esperimento da parecchi giorni ed era giunto alla conclusione che solo poche, pochissime formiche, riuscivano a ritrovare la strada: molte si perdevano, alcune incontravano un altro formicaio sulla loro strada e venivano uccise dalle formiche della nuova colonia. Jawagli aveva indosso solo una pelle di canguro attorno alla vita e una collana di perline di legno al collo. Sul resto del corpo, lungo un braccio e sul petto, alcuni disegni neri che ricordavano foglie di eucalipto. Seguì con lo sguardo l’ultima formica mezza verde e mezza nera che si arrampicava lungo un tronco fino a quando la perse, tra le rughe del legno. Djalu alzò la mano per rispondere alla domanda del maestro: «L’inizio della civiltà in Australia risale al 1770, quando James Cook mise piede per primo su questa terra, e con lui la Corona Britannica». Riportò quasi alla lettera le parole della lezione studiata il giorno prima. Si impegnava molto a scuola, perché lo affascinava la possibilità di capire cosa aveva spinto gli uomini a cambiare la natura attorno a loro, a trarre sostentamento da quello che avevano intorno, a ricordare le esperienze passate per migliorarsi. Il maestro annuì con sufficienza e fece una ramanzina al compagno che non aveva saputo rispondere. Djalu avrebbe potuto credere che il viso di quell’uomo fosse incapace di esprimere una qualunque forma di soddisfazione, se non avesse visto come parlava del figlio del direttore della missione. A quel ragazzino erano sempre riservate lodi a profusione, per la profondità delle riflessioni del suo ultimo tema o per la brillantezza del suo ultimo pensiero. Il figlio del direttore della missione studiava con un insegnante privato, non in quella classe. Qualche volta, però, il maestro di Djalu leggeva alcuni suoi temi in classe – la stragrande maggioranza con titoli come Il progresso del nostro Paese, Espansionismo e sviluppo, e altri argomenti simili. Djalu non ci aveva mai trovato niente di realmente profondo o ammirevole: al contrario, la parte del tema dedicata alle riflessioni personali faceva sempre trasparire una strana arroganza tra le righe, come se i meriti della civilizzazione fossero dell’autore! Djalu associava semplicemente tutto questo alla posizione sociale del ragazzo che, oltre ad avere un proprio insegnante, dei pro- 6 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 7 ità 1 unità 1 ità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 u pri giochi e una famiglia molto più ricca della media, era costantemente incensato da tutti i frati della missione. Appena cominciò a farsi buio, Jawagli ritornò al villaggio. Lungo la strada sentiva crescere dentro di sé l’attesa per una delle storie che anche quella sera avrebbe preso forma dalle parole del nonno, attorno al fuoco. Le sue preferite raccontavano della Creazione: gli avevano insegnato che la Terra era una grande mappa su cui ogni azione, ogni percorso degli Antenati aveva lasciato una traccia da interpretare. Jawagli aveva sentito parlare decine e decine di volte delle “creature sognanti”, capostipiti di tutti gli uomini e di tutte le donne, che emersero dalle viscere della Terra e vagarono da un luogo all’altro creando ogni cosa con il loro canto – quello stesso canto che dalla notte dei tempi veniva tramandato di generazione in generazione e fatto rivivere nelle danze rituali e nelle celebrazioni di ogni clan, di ogni tribù, di ogni popolo. In esso erano contenuti i segreti per vivere in armonia con la natura che quegli esseri ancestrali avevano plasmato per i loro discendenti. Come ogni sera, Jawagli si sarebbe addormentato con una risposta in più sul mondo attorno a lui. Finita la lezione, Djalu uscì dalla missione senza avere bene idea di come avrebbe passato il resto della sua giornata. Iniziò a far rotolare un sasso davanti a lui, calciandolo in modo che non finisse nelle pozzanghere al lato della strada che percorreva – c’era stata una pioggia fitta e continua, la notte prima. Tutta la sua attenzione era assorbita da quella attività e non si accorse che, poco più avanti, il direttore della missione si era fermato a parlare con il maestro. Djalu vide i due uomini solo quando il suo ultimo calcio mandò il sasso proprio contro la gamba del direttore, che esclamò un «Ahi» e si girò per capire cosa lo avesse colpito. Quando vide Djalu, gli lanciò uno sguardo di disprezzo e, rivolgendosi al maestro, disse: «Non basta strapparli alle famiglie ed educarli nelle missioni: rimarranno sempre dei selvaggi. Per quanti sforzi si facciano, una pecora non può certo diventare pastore». Si voltò e andò via. Djalu rimase un paio di minuti a guardare i due uomini mentre si allontanavano. Poi riprese a camminare. Si era dimenticato del sasso, ormai. Pensava a quanto gli era appena stato detto, cercando di cogliere le ragioni di quel discorso. Era chiaro, parlavano di lui: si capiva dal tono e dallo sguardo che aveva preceduto quel rimprovero. Gli stessi toni e gli stessi sguardi che Djalu aveva notato tante volte negli uomini bianchi che gli capitava di incrociare, sebbene non si fosse mai soffermato più di un attimo a rifletterci su. Gli uomini bianchi si comportavano così: era un fatto scontato, come i koala che mangiavano eucalipto o il figlio del direttore che si esibiva nella lettura dei suoi temi. Djalu non ricordava quasi nulla della sua vita prima di arrivare nella missione: solo qualche immagine confusa di spazi aperti e di altri bambini come lui. Possibile che fosse stato strappato alla sua famiglia? Gli era stato detto di essere stato S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 7 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 8 ità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 abbandonato piccolissimo dai suoi genitori e aveva scoperto che anche tutti i suoi compagni erano finiti alla missione per lo stesso motivo. Da allora aveva sempre vissuto tra dormitorio, mensa e lezioni del maestro. Continuò a rimuginare per un po’ sulla questione delle pecore e dei pastori: poi si ricordò di qualcuno che certamente avrebbe saputo rispondere a tutte le domande che in quel momento gli frullavano per la testa. Il fuoco era già acceso quando Jawagli arrivò al villaggio e un grosso pezzo di carne rosolava su un ramo liscio, girato e rigirato a turno da sua madre e da sua sorella. Anche il nonno era accanto al falò: seduto con le gambe incrociate, approfittava di quella luce per continuare a dipingere decorazioni sul tronco che teneva fermo davanti a lui, levigato con grande cura nei giorni precedenti. Jawagli si avvicinò per guardare a che punto era arrivato. Le linee scure che fino alla sera prima sarebbero potute essere tanto alberi quanto fulmini o emù, adesso rappresentavano la danza di alcuni uomini in occasione dell’arrivo delle piogge. Quando la carne fu cotta, Jawagli aspettò che si raffreddasse un po’, per non scottarsi. Sbocconcellò la sua parte, si pulì le mani e la bocca e andò a sedersi accanto al nonno, in attesa. Il nonno finì il suo pasto, lentamente, come se non sentisse su di sé gli occhi attenti del nipote. Poi, senza che Jawagli dovesse sollecitarlo in alcun modo, iniziò a parlare: «Anche un singolo sasso può avere una storia da raccontare: per quanto piccolo e immobile, è parte del corpo e dell’anima di quegli uomini ai quali appartiene la terra dove esso è posto. Noi siamo legati a quel sasso perché siamo legati alla terra, che è parte di noi come noi lo siamo di lei. Muoviti sempre con passo leggero su di lei. Meno le prenderai, meno dovrai restituirle…». Djalu si fermò davanti al vecchio lenzuolo che faceva da tenda alla baracca del Vecchio. Chiamò una prima volta, in attesa di risposta. Non avendone ricevuta alcuna, chiamò di nuovo. Sentì un brontolio, poi uno strusciare di sedia e il suono sordo di un bastone sul terreno. La tenda si spostò e venne fuori il Vecchio, un po’ gobbo, avvolto dal suo solito panno rosso stinto. «Vorrei farti delle domande» disse Djalu. “Il Vecchio” era un aborigeno che tutte le mattine faceva l’elemosina all’angolo della stradina che portava alla missione. Non ci vedeva bene, quindi si muoveva con lentezza e circospezione, per avere il tempo di riconoscere le cose attorno a lui usando anche le mani o un bastone di legno. Si dicevano tante cose sul suo conto: che aveva più anni della missione stessa, che sapeva prevedere quando sarebbe venuto a piovere e quando sarebbe cambiato il vento, che viveva in quella baracca nonostante un ricco agricoltore gli avesse offerto grandi ricompense in cambio delle sue previsioni; nessuno sapeva dire quale ragione lo incatenasse lì, ma sembrava non desiderasse altro che passare il resto dei suoi giorni in quel fazzoletto di terra. Si sapeva anche che usava il suo bastone per suonarle di santa ragione ai bambini che lo infastidivano durante il giorno – di episodi come questo Djalu era anche stato testimone. 8 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 9 ità 1 unità 1 ità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 u La tenda si richiuse, ma dopo qualche istante il Vecchio ne uscì trascinando uno sgabello che sistemò accanto a quello che restava dello steccato che un tempo delimitava l’orto di quella casupola. Si sedette, sistemò l’abito rosso che gli circondava i fianchi e risaliva attorno alla spalla, appoggiò le mani sulle ginocchia e disse al ragazzo: «Ti ascolto». Djalu si accorse di non sapere bene da che parte cominciare il discorso. Decise di raccontare dell’incontro con il direttore della missione, per poi aspettare che fosse il Vecchio a fargli intravedere il senso di quelle parole. Jawagli danzava con altri uomini del villaggio attorno a un tronco istoriato con le leggende della Tyukurpa, l’antica età del sogno, l’era della creazione della terra e della vita. Ad un certo punto il compagno alla sua destra iniziò a strattonarlo sempre più insistentemente, in un modo del tutto incoerente con il ritmo della musica scandito dai tamburi. Cominciò anche a chiamarlo, e aveva una voce di donna. Jawagli si svegliò. Sua madre era lì accanto e lo scuoteva dalla spalla. Jawagli sentì la sua preoccupazione molto prima di capire cosa stesse realmente dicendo. «Scappa nel bosco, scappa. Nasconditi, torna solo quando se ne saranno andati!». Quasi senza rendersene conto, Jawagli si trovò sul retro della capanna e sgattaiolò tra i cespugli senza capire bene cosa stesse succedendo. Sentiva delle urla, che si fecero sempre più lontane, fino a sembrare il lamento stanco di qualche animale affamato. Jawagli salì su un albero, confuso ancor più che spaventato, per cercare di vedere meglio, dall’alto. Attorno alle capanne c’era movimento, ma le figure si distinguevano a fatica le une dalle altre. Le torce di corteccia d’albero si spostavano forsennatamente, illuminando per pochi attimi ora un uomo che teneva sulle spalle un bambino in lacrime, ora un altro che teneva ferma una madre che allungava le braccia, tentando di riprendersi suo figlio. Jawagli si sentì lontano e impotente; cominciò a piangere silenziosamente, come se temesse di essere sentito nonostante la distanza. Lentamente il trambusto cessò e Jawagli rimase a piangere nel buio. Quando il Vecchio finì di parlare, lo stomaco di Djalu era tutto sottosopra. Aveva avuto spesso la sensazione che non tutto quello che gli dicevano alla missione fosse vero e aveva intuito che il maestro si impegnava a tenere nascosto qualcosa di terribile. Ciononostante, la verità del Vecchio lo lasciò senza fiato. Djalu guardò il volto bruciacchiato dal sole, preso nelle giornate passate a mendicare del cibo. Quel volto aveva visto e vissuto gli avvenimenti di molti anni addietro. Quegli occhi avevano assistito al rapimento di massa di quasi tutti i bambini aborigeni, strappati alle loro famiglie per essere educati “alla maniera occidentale” nelle missioni, nelle scuole statali, nelle famiglie di bianchi. Il Vecchio gli aveva raccontato che tutti i suoi compagni della missione, come lui stesso da piccolo, erano stati portati via ai loro cari perché la cultura dei loro simili – i loro canti, le loro storie, la loro arte – fosse cancellata da quella terra e non ostacolasse il percorso S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 9 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 10 ità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 “naturale” della civiltà. All’inizio, quando le prime parole si erano rincorse nell’aria per dare vita a un ragazzino che giocava con le formiche nel bosco, Djalu pensava che si trattasse di una storia inventata, una di quelle che le persone anziane ripetono di tanto in tanto ai loro nipoti per aprire la strada a qualche insegnamento nascosto tra le pieghe del racconto. La risposta arguta di un personaggio, un evento inaspettato o l’azione del protagonista lasciavano di volta in volta il loro solco nelle menti di chi ascoltava, simili a terreni ancora mai arati. Poi, a poco a poco, in quegli occhi che distinguevano solo le ombre, Djalu aveva intravisto una commozione nuova, come se fossero due finestre da cui era possibile affacciarsi nel cuore di quell’uomo e intravederne i sentimenti. L’idea che il ragazzo delle formiche fosse il Vecchio da bambino si insinuò all’improvviso nella testa di Djalu, per poi divenire quasi una certezza. «Sei tu Jawagli, non è vero?» chiese il ragazzino a racconto finito. Il Vecchio sorrise e passò una mano nei capelli scuri del ragazzo. «Sì, Jawagli sono io, ma sei anche tu e la terra su cui viviamo». Passarono gli anni, e ogni tanto Djalu ripensava a quella volta che aveva parlato con Jawagli. Adesso era un uomo e da qualche tempo lavorava per una grande Organizzazione internazionale che raccoglieva i Popoli non Rappresentati, ovvero tutti i popoli indigeni, le nazioni occupate, le minoranze e gli Stati o territori indipendenti a cui mancava una rappresentazione diplomatica internazionale. Djalu si era impegnato per difendere i diritti degli aborigeni australiani. Dopo la scuola alla missione, si era trovato un lavoro e aveva raccolto i soldi necessari per raggiungere Canberra, dove aveva letto si raccoglievano “australiani” di diversa provenienza e di diverso colore della pelle, che pensavano a un mondo in cui «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» – come alcuni Paesi avevano messo nero su bianco con una certa Dichiarazione, qualche anno prima. A chi gli chiedeva come era riuscito a fuggire dalle maglie di quella rete che aveva costretto oltre 100.000 bambini aborigeni a rinnegare la cultura dei loro antenati negli anni della sua infanzia, Djalu raccontava di un giorno in cui iniziò a giocare con un sasso lungo la strada… Analisi del testo CHI, DOVE, QUANDO – Chi è il protagonista della vicenda? In quale Paese vive? ……………………………………………………………………………………………………….. – Dove si trova la scuola che frequenta? ……………………………………………………………………………………………………… 10 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 11 ità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 u – Quali altri personaggi compaiono? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………….. LA VICENDA – Al figlio del direttore della missione sono riservate “lodi a profusione”. Perché? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………….. – Quale evento spinge il protagonista a ricercare le sue origini? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………….. – Quale personaggio lo aiuta nella sua ricerca? ……………………………………………………………………………………………………….. L’ARGOMENTO – Che cosa scopre il protagonista alla fine della sua ricerca? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………….. – Da adulto che attività svolge? Quali sono i suoi obiettivi? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………….. ……………………………………………………………………………………………………… I POPOLI INDIGENI I popoli indigeni sono i discendenti di quei popoli che abitavano in origine una terra, prima che questa venisse conquistata da colonizzatori provenienti da altre parti del mondo. Essi sono chiamati anche aborigeni – dal latino ab origine, perché originari del luogo in cui vivono – o anche nativi, perché i loro antenati sono nati in tempi lontanissimi nelle terre dove oggi questi popoli vivono. Sono più di 60 i popoli indigeni in tutti i continenti del mondo e rappresentano circa 200 milioni di persone. Ad essi è anche attribuito il concetto di minoranza, perché costituiscono una minoranza della popolazione di uno Stato per religione, etnia, cultura, lingua e usanze. S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 11 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 12 ità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 Australia: la “generazione rubata” Tra il 1910 e il 1970 in Australia oltre 100.000 bambini aborigeni vennero strappati con la forza alle proprie famiglie dalla polizia o da assistenti sociali e fatti crescere sotto la custodia dello Stato, delle missioni cattoliche o affidati a genitori adottivi non indigeni con la motivazione di una più adeguata “protezione morale”. In altre parole, per essere educati come gli anglosassoni e inseriti negli stili di vita della civiltà occidentale. Molti di loro non avevano neanche cinque anni. Parlare le proprie lingue e praticare le proprie cerimonie venne proibito. Furono portati lontano dalla propria terra, alcuni di loro addirittura oltremare. Ai genitori non venne detto dove fossero i loro bambini e non poterono mai più rivederli. Il cibo e le condizioni di vita erano miseri, subirono maltrattamenti e violenze fisiche, non ricevettero un’istruzione adeguata e per loro fu costruito un futuro di lavori di bassa manovalanza, come domestici o contadini nelle fattorie degli australiani non indigeni. I danni fisici e psicologici subiti dai bambini strappati alle famiglie furono profondi e duraturi. Molti crebbero in un ambiente ostile, senza legami familiari o identità culturale e, da adulti, molti soffrirono di insicurezza, mancanza di autostima, sensazione di inutilità. Tra di loro si diffusero depressione, suicidio, violenza, delinquenza, abuso di alcol e droghe e mancanza di fiducia nelle altre persone e nelle istituzioni. Molti altri, non avendo avuto genitori che li amassero, hanno avuto difficoltà ad allevare i propri figli. La negazione della cultura e della religione, lo sfruttamento e il lavoro obbligatorio, i maltrattamenti fisici e lo stupro da parte degli australiani non indigeni – praticato su quasi il 90 per cento delle ragazze aborigene uscite dalle missioni – ha causato la perdita, spesso irreparabile, del patrimonio culturale della comunità nativa. Quei bambini deportati vengono definiti the stolen generation, la “generazione rubata”. Una Commissione d’indagine, istituita dal Governo australiano nel 1995, in un Rapporto pubblicato nel 1997, documentò come la sottrazione forzata dei bambini indigeni fosse una grave violazione dei diritti umani. Per la prima volta si affermava che la sottrazione forzata dei bambini era stata una discriminazione razziale – perché applicata solamente ai bambini aborigeni – e un atto di genocidio* per il trasferimento forzato di un gruppo di persone ad opera di un altro gruppo con l’intenzione di distruggerlo. Il Rapporto conteneva anche 54 raccomandazioni, tra cui l’istituzione di registri dei bambini rubati; la necessità di rintracciare le loro famiglie; aiuti per la riunificazione familiare; la necessità di risarcimenti, incluso il riconoscimento del dolore causato; le scuse ufficiali del Governo e delle Istituzioni coinvolte. Dopo il Rapporto, il Governo australiano stanziò dei fondi ma rifiutò le scuse e il risarcimento dei danni subiti. L’allora ministro per gli Affari Aborigeni, John Herron, addirittura negò l’esistenza della stolen generation! In ogni caso, il Rapporto rese possibile conoscere la verità sulla politica profondamente razzista con cui, fino agli anni Settanta, il governo australiano ha tentato di negare l’identità aborigena. * Genocidio: distruzione di un intero gruppo etnico o religioso determinato volontariamente da un altro gruppo. 12 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 13 ità 1 unità 1 ità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 u A. Gli aborigeni australiani hanno una cultura complessa, ricca di miti e tradizioni. Prova a saperne di più effettuando una ricerca su: • “Uluru”/Ayers rock • Il serpente arcobaleno • Il didgeridoo B. Sul sito web www.aboriginalartonline.com si possono trovare numerosi esempi dell’arte degli indigeni australiani. Con la guida dell’insegnante di Arte e Immagine produci disegni o manufatti nel loro stile. Fate una mostra con quanto avete prodotto. 2 Da eroe dello sport a eroe dei diritti La storia di Djalu, il protagonista del racconto che introduce questa unità, è ispirata alla vita e alle azioni di un grande atleta, Michael Long, uno tra i più famosi giocatori di football australiano. È stato soprannominato la “leggenda” di Essendon, la squadra più popolare della Australian Football League (AFL), in cui ha giocato dal 1989 al 2001. Per la sua straordinaria bravura vinse nel 1993 la Medaglia Norm Smith, uno dei premi più ambiti dagli atleti australiani. Michael è un aborigeno, i suoi genitori furono strappati alle famiglie quando avevano due anni e portati in una missione. Nel 1995, in seguito a un incidente sul campo con un altro giocatore, prese posizione contro gli atti di razzismo che subiva da anni affermando che «nello sport il razzismo non trova spazio». Questa sua affermazione cominciò a risvegliare molte coscienze e dopo non molto tempo l’AFL si diede un codice di comportamento contro gli atti di razzismo nel football. Era solo l’inizio della sua battaglia per i diritti umani. Un giorno, dopo il ritorno a casa dall’ennesimo funerale di un aborigeno, Michael decise che andava fatto qualcosa per la difficile situazione del suo popolo. Pensò che la questione dovesse essere affrontata in Parlamento e decise di discutere delle sue preoccupazioni con il primo ministro, John Howard. Il 21 novembre 2004 Michael Long partì, da solo, dalla sua casa nei sobborghi di Melbourne per arrivare fino al Palazzo del Parlamento a Canberra, la capitale, a più di 650 chilometri di distanza. Portava con sé una lettera per il primo ministro. Successe l’incredibile! Il volto di Michael era noto a milioni di australiani e lungo il cammino si unirono a lui indigeni e non indigeni provenienti da tutta l’Australia: alcuni camminarono con lui per poche ore, altri per un giorno, altri ancora fino a Canberra. Inoltre, migliaia di persone da tutta l’Australia mandarono e-mail per sostenere e diffondere l’impresa di Michael. L’enorme partecipazione fece comprendere a Long che tutti gli australiani erano alla ricerca di un modo per esprimere il loro sostegno agli aborigeni e alla loro cultura così violentemente calpestata e il loro impegno concreto per la riconciliazione e un’Australia unita. «Non per gli aborigeni o gli australiani bianchi ma per tutti gli australiani» diventò quindi la sua missione. La “Marcia di Long” terminò ufficialmente il 3 dicembre 2005 quando Michael finalmente poté incontrare il primo ministro. In seguito a questo avvenimento è nata l’associazione The Long Walk che lotta per il benessere degli indigeni australiani. «Crediamo che tutti gli australiani abbiano diritto a una casa, a un lavoro, all’istruzione. Tutto il lavoro che facciamo è concentrato sul raggiungimento della parità di diritti tra indigeni e non indigeni australiani». S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 13 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 14 ità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 A. Ispirandoti alla vita di Michael Long, in gruppo, realizza un fumetto che si sviluppi in almeno 6 vignette. Al termine, potrete esporre i vostri fumetti in classe. B. Con l’aiuto dell’insegnante di Inglese, la tua classe potrebbe scrivere una lettera a Michael Long per esprimere la vostra solidarietà e il vostro sostegno alla sua battaglia per affermare i diritti degli indigeni australiani. Potreste poi inviare la lettera via e-mail, collegandovi con il sito www.thelongwalk.com.au C. Molto spesso di Internet si mettono in evidenza soltanto gli aspetti negativi. Nel caso di Michael Long, come in tanti altri casi, Internet è invece uno strumento molto importante per mettersi in azione e difendere i diritti umani. Hai mai pensato a questa possibilità che ci viene dal web? Quali altri aspetti positivi pensi abbia Internet? Discutine con i tuoi compagni. D. Michael Long è stato un grande campione del football australiano. Hai mai sentito parlare di questo sport? Con la guida dell’insegnante di Educazione fisica tu e la tua classe potreste effettuare una ricerca sul web per trovarne immagini, filmati e regole. Potreste anche fare un confronto con sport simili, come il football americano, il rugby e il calcio. 3 Ingiustizia, responsabilità, riconciliazione Il 13 febbraio 2008, Michael Long e molte centinaia di altre persone indigene sono state invitate a Canberra per ascoltare il primo ministro, Kevin Rudd. In quell’occasione, dopo anni di incomprensioni e rancori, il governo australiano ha chiesto ufficialmente scusa agli aborigeni. Rudd si è contrapposto pertanto al suo predecessore John Howard, che in undici anni di governo aveva sempre rifiutato di scusarsi perché, a suo dire, le colpe dei governi precedenti non dovevano ricadere sull’Australia di oggi. Il neoeletto primo ministro ha aperto invece la seduta del nuovo Parlamento con questo gesto di riconciliazione con la popolazione nativa, un intervento seguito con trepidazione sui maxischermi in tante città australiane. «Chiediamo scusa per le leggi e le politiche di successivi Parlamenti e governi, che hanno inflitto profondo dolore, sofferenze e perdite a questi nostri fratelli australiani – ha detto. – Alle madri e ai padri, fratelli e sorelle, per la disintegrazione di famiglie e di comunità, chiediamo scusa». Il primo ministro ha quindi invitato tutti a unirsi al governo per affrontare i problemi che affliggono gli aborigeni in materia di alloggi, salute e istruzione. «Oggi onoriamo i popoli indigeni di questa terra, le più antiche culture ininterrotte nella storia umana. Riflettiamo sui passati maltrattamenti. Riflettiamo in particolare sui maltrattamenti di coloro che erano le generazioni rubate, questo capitolo vergognoso nella storia della nostra nazione. È venuto il tempo che la nazione volti pagina nella storia d’Australia, correggendo i torti del passato e avanzando così con fiducia nel futuro». A. Sarà capitato anche a te di assistere a un episodio di ingiustizia. Assieme ad alcuni tuoi compagni racconta tale episodio con una semplice drammatizzazione. Interpreta a turno il ruolo della vittima e quella del responsabile della stessa. Rispondi poi alle seguenti domande: 14 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 15 ità 1 unità 1 ità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 u • Cosa hai provato a interpretare il ruolo della vittima? • Cosa hai provato a interpretare il ruolo del responsabile dell’ingiustizia? • Cosa hai provato ad essere testimone di quell’ingiustizia? • Sei intervenuto per fermarla? Perché sì? Perché no? • Oggi ti comporteresti in modo diverso? B. Ti è mai successo di chiedere o ricevere scuse dopo un brutto litigio con una persona che conosci? Hai cercato di comprendere le sue ragioni e di spiegare le tue? Pensi che chiedere scusa sia un atto di debolezza? Discutine con i tuoi compagni. 4 Gli zingari: la minoranza più discriminata in Europa Gli zingari giunsero in Europa nel XV secolo provenienti dal nord dell’India attraverso il mondo bizantino ed arabo. Inizialmente suscitarono curiosità, ma ben presto l’interesse si mutò in diffidenza: il colore scuro della pelle, l’abbigliamento bizzarro, la lingua incomprensibile, i modi di vita, l’abitudine all’accattonaggio, il timore che potessero gettare il malocchio li resero estranei e pericolosi agli occhi delle popolazioni sedentarie. Per tutte queste ragioni gli zingari subirono una feroce repressione anche durante il nazismo: si stima che circa 500.000 persone furono trucidate nei campi di concentramento. Il termine utilizzato per descrivere questo tragico avvenimento è “porajmos” (devastazione). Oggi gli zingari sono sicuramente la minoranza più discriminata in Europa: le loro condizioni di vita e le violenze che subiscono sono da qualche anno una vera emergenza che l’Unione Europea e il Consiglio d’Europa affrontano cercando soluzioni che coinvolgano tutti i Paesi europei. Secondo i dati pubblicati dal Consiglio d’Europa, vivono in Europa circa 9 milioni di zingari, di cui 2 milioni in Europa occidentale e 7 milioni in Europa orientale. Il 45-50% è costituito da persone al di sotto dei 16 anni (4-4,5 milioni), il 70% ha meno di 30 anni (6,3 milioni), mentre gli ultrasessantenni corrispondono al 2-3% (0,18 milioni). Il tasso di natalità è superiore a quello europeo ma anche la mortalità infantile è più alta di quella europea. La vita media non supera i 50 anni. Gli zingari presenti in Europa appartengono a cinque gruppi etnici: Rom (presenti nel sud e nell’est dell’Europa); Sinti (presenti nel nord dell’Europa e in Italia); Manouches (presenti in Francia); Kalè (presenti in Spagna); Romnichals (presenti in Inghilterra). I cinque gruppi principali si dividono poi ulteriormente in sottogruppi. Secondo la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) in Italia vivono 150.000 zingari, di cui il 60% di nazionalità italiana mentre il restante 40% proviene dai Balcani, da cui sono fuggiti dopo le sanguinose guerre che hanno colpito la regione. In Italia sono presenti soprattutto Rom, Sinti e un piccolo numero di Kalè. Le condizioni di vita degli zingari sono drammatiche in tutto il continente e sono peggiorate nel corso degli ultimi anni. Questa minoranza vive in condizioni di estrema povertà, spesso vicino a discariche, in accampamenti di fortuna o cerca un riparo in palazzi abbandonati o case senza acqua corrente né elettricità. Diffusa la malnutrizione, così come l’analfabetismo (peraltro spesso i bambini zingari sono costretti a frequentare classi separate). S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 15 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 16 ità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 L’ECRI mette in evidenza come in genere la stampa e la televisione, in Italia come in altri Paesi, attribuiscono agli zingari caratteristiche umilianti e degradanti, che diffondono molti pregiudizi nella popolazione. Tali pregiudizi sono spesso incoraggiati piuttosto che contrastati da alcuni politici, per cui alla fine l’emarginazione sociale e la discriminazione degli zingari diventano permanenti. A. Cerca e raccogli articoli di stampa che trattano di zingari e individua le affermazioni che secondo te possono causare antipatia e pregiudizio verso questo popolo. Prova, poi, a riscrivere uno degli articoli raccolti, utilizzando un linguaggio che rispetti le persone di cui si tratta nel testo. B. Nella tua città operano associazioni per i diritti degli zingari? Con l’aiuto dell’insegnante, invitate un suo rappresentante e discutete in classe dei pregiudizi di cui sono vittime gli zingari. C. Santino Spinelli (in arte Alexian) è un rom abruzzese, autore di poesie e canzoni in romanés abruzzese, uno dei dialetti zingari italiani più antichi.Te ne presentiamo una, in traduzione italiana: MALEDIZIONE ZINGARA Gelide mani nere rivolte al cielo, la palude ricopre la testa schiacciata, un grido soffocato si eleva, nessuno ascolta. Un popolo inerme al massacro condotto, nessuno ha visto nessuno ha parlato. Cadaveri risorti dalla palude, orribili visi mostrati al sole, il dito puntato verso chi ha taciuto. Dopo aver letto questa poesia, rispondi alle seguenti domande: • A quale evento della storia degli zingari fa riferimento l’autore? • Secondo te, perché l’autore ha intitolato questa poesia Maledizione zingara? 5 Il diritto a non essere discriminati Il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamò la Dichiarazione universale dei diritti umani. Per la prima volta si affermava che a ogni essere umano spettano tutti i diritti e tutte le libertà «senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione» (art. 2). Ma la Dichiarazione si preoccupa anche di proteggere ogni essere umano da qualunque forma di discriminazione e pone a ogni singolo Stato l’obbligo di garantire l’uguaglianza di ogni persona per 16 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 17 ità 1 unità 1 ità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 unità 1 u mezzo delle leggi, il che significa che uno Stato non può adottare nessuna politica o legge che non tenga conto dei diritti di tutti coloro che vivono sul suo territorio, garantendo quindi a tutti lo stesso trattamento. ARTICOLO 7 Tutti sono eguali davanti alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, a una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto a una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione. A. Scrivi di getto altre parole che ti vengono in mente in associazione alla parola “discriminazione”. ............................................................................................................................................................................. ............................................................................................................................................................................. B. In gruppo, scrivete e mettete in scena una breve rappresentazione teatrale su un caso di discriminazione che avrete scelto insieme. Potrete portare da casa piccoli oggetti, qualche indumento per rendere la vostra rappresentazione più realistica e scattare foto o realizzare video per documentare i vostri lavori. In Italia l’art. 3 della Costituzione, approvata il 22 dicembre 1947 dall’Assemblea Costituente ed entrata in vigore il 1° gennaio del 1948, tutela gli esseri umani dalla discriminazione affermando la pari dignità di tutte le persone. ARTICOLO 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico, sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del nostro Paese. C. Porta esempi di discriminazione che secondo te sono diffusi nel nostro Paese e che violano la dignità delle persone. ............................................................................................................................................................................. ............................................................................................................................................................................. ............................................................................................................................................................................. D. Dopo esserti documentato su casi di discriminazione nella comunità in cui vivi, prepara una breve lista di domande per intervistare un rappresentante delle istituzioni e/o di un’associazione che lotta per la pari dignità delle persone che vivono in Italia. Con l’aiuto dell’insegnante, potreste invitare un magistrato, un assessore, il sindaco, volontari di organizzazioni per i diritti umani. S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 17 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 18 ità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 LA SIGNORA DI BHOPAL Rashida se ne stava seduta su un muretto, giocherellando distrattamente con un lembo del suo sari, in attesa della sua amica Champa. Era mattina presto. I raggi del sole, attraversando una siepe appassita, disegnavano strane figure sul ciglio della strada. I suoi occhi si soffermarono sulla siepe: quei rami secchi sembravano gridare ai passanti che nessun filo d’erba, nessun cane, nessun bambino era uscito indenne dalla nube di gas che solo qualche tempo prima si era posata, silenziosa e mortale, sulla borgata operaia di Jaiprakash Nagar, a Bhopal. Jaiprakash Nagar era uno dei tanti quartieri poveri sorti nei pressi della fabbrica di pesticidi della Union Carbide, e si trovava proprio di fronte ai cancelli dello stabilimento. Rashida non aveva bisogno di chiudere gli occhi, per rivivere quei momenti. Era la notte del 2 dicembre 1984: 40 tonnellate di gas tossici uscirono dalle cisterne della Union Carbide, colosso statunitense della chimica che aveva ottenuto dal governo il permesso di avviare le sue attività anche in India. Spinta dal vento, la nuvola di gas investì in pieno Jaiprakash Nagar e gli altri poverissimi quartieri che costeggiavano la fabbrica. I primi a tossire furono i bambini, ancora avvolti dal sonno. Rashida era a letto, nella sua piccola e povera casa col tetto in lamiera, dove viveva insieme al marito e ai figli. Si svegliò quando sentì il marito lamentarsi nel sonno e, convinta che stesse facendo un incubo, andò a svegliarlo. Mise i piedi a terra, ma sentì subito la testa girarle e uno strano formicolio allagarsi nel petto. Intanto anche il marito iniziò a tossire e Rashida si accorse allora che anche dalla stanza dei figli si udivano colpi di tosse. Nel frattempo, da ogni abitazione del quartiere si levavano lamenti e rantoli, di minuto in minuto più forti. Gli occhi e le gole iniziarono a bruciare, chiudendosi in una morsa ruvida. A ogni respiro, l’aria sembrava portare con sé tanti minuscoli chiodi che graffiavano i polmoni. Rashida ricordava le urla del marito e il pianto spaventato dei suoi piccoli attaccati alla gonna. Ricordava, nonostante il panico e la confusione, ogni secondo di quelle poche ore che avevano cambiato per sempre la sua vita. Quella notte morirono soffocate migliaia di persone, senza aver avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo né come si potesse fermare quella tortura invisibile. I pochi sopravvissuti rimasero ciechi, con danni irreversibili ai polmoni. Molti di loro morirono nelle settimane successive. L’espressione del viso di Rashida si fece cupa. Posato il lembo del sari, iniziò a rigirarsi tra le mani due sassolini che aveva trovato sul muretto, continuando a guardare la siepe. Prima dell’incidente la fabbrica aveva già da tempo chiuso i battenti. Le vendite non andavano come previsto e i dirigenti capirono presto che ci sarebbero stati ben pochi margini di guadagno anche in futuro: la produzione fu sospesa nel giro di un paio d’anni. Abbandonata a se stessa, la fabbrica divenne una specie di gigante addormentato, 18 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 19 ità 2 unità 2 ità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 silenzioso, ignorato da tutti. Le erbacce ricoprirono il viale d’ingresso, la ruggine avvolse le sbarre dei cancelli e l’inferriata che proteggeva il perimetro della struttura. Neanche i topi persero tempo: scelsero gli angoli più protetti per le loro tane, nuovi inquilini dell’edificio. Se alcuni di loro avessero avuto il dono della parola, avrebbero però raccontato di una parte di quella fabbrica che non potevano abitare, perché conteneva grandissime vasche ancora piene di liquidi tossici, in origine usati per la sintesi dei pesticidi. Chiusa la fabbrica, nessuno li aveva portati via. La Union Carbide, proprietaria dello stabilimento, aveva deciso che bonificare la struttura dopo aver chiuso le vendite sarebbe stata una spesa inutile, e che quindi lasciare le cose come stavano costituiva la soluzione più vantaggiosa. I chimici che lavoravano lì conoscevano bene i rischi che si correvano nel lasciare incustodite quelle vasche ricolme di veleni. Ciononostante, nessuno si prese la briga di parlare, di denunciare i pericoli di esplosione o di contaminazione dell’ambiente: al contrario, si fece di tutto per nasconderli. Dopo l’incidente, la Union Carbide liquidò la questione senza fare una piega: versò pochi spiccioli allo Stato indiano e considerò risarcito il danno che la sua negligenza aveva provocato. Il marito di Rashida aveva perso la vista, e con essa il lavoro di sarto. Tutt’a un tratto non c’erano più soldi per comprare da mangiare e Rashida aveva iniziato a lavorare in un programma di riabilitazione del governo: insieme ad altre donne rilegava la carta per fare quaderni, che il governo poi rivendeva, dando alle operaie un piccolo stipendio. Quando il governo decise che aveva fatto abbastanza per la “riabilitazione”, sospese il programma. Nel giro di qualche giorno iniziarono le prime forme di protesta. La donna aveva impiegato un bel po’ a rendersi conto delle effettive possibilità di far valere i propri diritti: dopo il disastro, il governo non aveva manifestato nessuna intenzione di scovare i responsabili, di processare i dirigenti della fabbrica di pesticidi, di risarcire in qualche modo tutte quelle famiglie che avevano perso, oltre agli affetti, braccia per lavorare – in un Paese in cui le donne si dedicavano solo alla casa e ai figli e il sostentamento pesava solo sulle spalle degli uomini di una famiglia. A nessun funzionario sembrava stessero a cuore le cure per i superstiti o le cause di quella tragedia. Parlando con le colleghe di lavoro, Rashida si rese conto che, anche se la tragedia aveva colpito tutti e da ogni discorso traspariva un’ombra piena di disperazione, molte madri pensavano già a come andare avanti: a come salvare i propri figli. Le donne intorno a lei ogni giorno non si limitavano a lamentarsi o a piangere: era come se una mano trasparente impedisse loro di voltarsi indietro, tenendo la loro testa rivolta all’immediato futuro. Quando qualcuna propose di mettersi in marcia per raggiungere il primo ministro a New Delhi e chiedergli un posto di lavoro fisso, non fu quindi difficile raccogliere consensi. Quasi tutte loro erano analfabete, poverissime, e non erano mai entrate nemmeno in un ufficio: figurarsi nel palazzo del governo! Percorsero più di 700 chilometri a piedi, con i bambini in braccio, per raggiungere New Delhi. Alla fine, però, ottennero ciò che volevano: un vero salario. S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 19 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 20 ità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 A partire da quel momento, molte cose che un tempo sembravano impossibili brillarono di luce nuova: tutte le donne che lavoravano nel programma di riabilitazione avevano trascorso la propria vita in casa, date in moglie in giovane età a un uomo scelto dalla famiglia, che ora le manteneva. Le giornate erano scandite dai ritmi degli altri: il marito che tornava da lavoro, il figlio piccolo che si svegliava per mangiare, l’inizio del mercato. Un giorno, mentre faceva il bucato, Rashida notò qualcosa di strano in uno dei lenzuoli che aveva steso ad asciugare il giorno prima. Il lenzuolo, che la sera precedente era ancora del suo solito colore bianco, ora aveva una tinta giallognola. La donna si chiese se non si trattasse di un effetto della luce, di un riflesso. Continuò a tenerlo d’occhio, mentre finiva di strofinare col sapone l’abito che stava lavando nella tinozza. Poi si avvicinò per osservare meglio: il lenzuolo era proprio giallo. «É come se avesse assorbito un po’ del colore dai raggi del sole» le venne da pensare. Ben presto, però, un’altra ipotesi si fece strada nella sua mente, e contemporaneamente un brivido salì freddo dal petto fermandole il respiro per un attimo. Era l’aria. Il lenzuolo aveva assorbito le sostanze nocive che ancora erano disperse nell’ambiente, dopo l’incidente. Rashida non riusciva a distogliere lo sguardo dal tessuto: si rese conto che la paura e l’impotenza che sentiva dentro di sé le impedivano di ragionare con lucidità, ma non riusciva a mantenere la calma al pensiero che quello che il lenzuolo aveva trattenuto dopo un solo giorno che era rimasto steso, tutti loro lo stavano respirando da quella terribile notte. La prima reazione fu naturalmente di parlarne alle altre. Dopo l’inevitabile agitazione iniziale, discutere tutte assieme del problema le aiutò a trasformare l’allarme in qualcosa di costruttivo. Organizzarono un’altra manifestazione a New Delhi, a cui parteciparono tantissime persone, per chiedere cure sanitarie a lungo termine per i sopravvissuti che continuavano a soffrire di tubercolosi, febbri, difetti riproduttivi e infine di tumori. Chiesero anche sostegno economico e sociale per i sopravvissuti che non erano più in grado di lavorare e la bonifica completa del sito dello stabilimento: la carcassa ormai arrugginita della vecchia Union Carbide. Ognuna di loro aveva disegnato un paio di polmoni gialli sul proprio poncho. Rashida si guardò le punte dei piedi. Pensava a quanta strada avevano fatto da allora, quei piedi, e a come erano cambiati i confini del suo mondo, prima semplicemente chiuso nelle quattro mura di casa sua. Le tornò in mente la prima causa che avevano vinto in tribunale, le firme che avevano raccolto con le altre donne, lo sciopero della fame che, insieme agli ultimi sit-in, le aveva fatte finire sui giornali occidentali. Ormai il loro sindacato – Unione delle lavoratrici di cartoleria vittime del gas – era conosciuto da tutti. Insieme a qualche altra associazione continuava a impegnarsi per la comunità. Quella mattina, molte altre compagne aspettavano Rashida e Champa nella piazza della città: tutte vestite di rosso, giovani, vecchie, con figli o senza, musulmane o indù, erano diventate molto più di un gruppo di donne che lottava per i propri diritti: erano un punto di riferimento. Sapevano parlare di diritti ambientali e diritto alla salute, e riuscivano a 20 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 21 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 ità 2 unità 2 ità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 spiegarlo in maniera semplice, vincendo la rassegnazione degli altri con l’esempio: «Quando noi parliamo e facciamo sentire la nostra voce, anche l’impensabile diventa vero» diceva Rashida. Da qualche tempo avevano deciso di portare anche una scopa con loro, per sottolineare che non chiedevano altro che pulizia e trasparenza. Il suo sguardo ritornò sul muretto: in una delle crepe aveva messo radici una piantina. Le sue foglie, appena spuntate, sembrava si guardassero intorno per capire da che parte sarebbe stato più facile arrampicarsi. Rashida si sentì un po’ come quella pianta. Anche lei stava uscendo da quella fessura buia in cui aveva trascorso la sua vita fino ad allora. Sentiva di doverlo fare, che non c’erano alternative, ma non sapeva bene che strada prendere, da che parte avrebbe trovato più appigli. Di sicuro, tornare nella fessura era fuori discussione. L’arrivo di Champa interruppe il filo dei suoi pensieri. Aveva una borsa di stoffa in una mano, alcuni cartelli sotto braccio, e la sua solita scopa nell’altra. Si scambiarono un sorriso e si avviarono insieme verso la piazza dove sarebbe iniziato il corteo. Analisi del testo CHI, DOVE, QUANDO – In quale ora del giorno si svolge la vicenda? ……………………………………………………………………………………………………… – Dove è ambientata la storia? ……………………………………………………………………………………………………… – Chi è la protagonista del brano? Quali altri personaggi compaiono? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… LA VICENDA – Quale evento cambia la vita della protagonista? Quali sono le conseguenze? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – La protagonista deve affrontare grandi problemi. Quali azioni mette in atto e con quale scopo? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 21 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 22 ità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 L’ARGOMENTO – Tutte le donne portano una scopa per chiedere pulizia e trasparenza. A cosa fanno riferimento? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – «Quando noi parliamo e facciamo sentire la nostra voce, anche l’impensabile diventa vero» . Ti è mai capitato di far diventare vera un’idea che ritenevi impensabile facendo sentire la tua voce? Racconta. ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… Il racconto che hai appena letto è basato sulla storia vera di Rashida Bee e Champa Devi Shukla che la notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, insieme a centinaia di migliaia di altri esseri umani, videro cambiare improvvisamente la loro vita: circa 20.000 persone morirono quella notte e nei giorni e mesi successivi; oltre 150.000 sono state intossicate a vita. Il disastro fu provocato dal cattivo funzionamento del sistema di sicurezza che produsse una reazione chimica che fece fuoriuscire dai condotti usurati un gas tossico, l’isocianato di metile. La nube che si liberò nell’aria invase rapidamente una parte della città di Bhopal, causando uno dei peggiori incidenti industriali della storia umana. I medici, a cui la Union Carbide (UC) non aveva mai rivelato l’esatta natura dei propri prodotti, non ne sapevano nulla quando arrivarono le prime vittime. Dovettero praticare rapide autopsie e, prima che potessero stabilire la cura, si ritrovarono gli ospedali, le strade e infine i cimiteri, pieni di morti. I sopravvissuti non hanno mai ricevuto un risarcimento adeguato, ancora oggi il luogo del disastro non è stato bonificato e la gente continua a bere acqua contaminata. Gli effetti nocivi del gas si stanno manifestando anche sui bambini nati dopo il disastro. Nel 1999 la multinazionale Dow Chemical Company ha comprato la UC. Rashida e Champa insieme hanno fondato il primo sindacato femminile indiano e hanno organizzato nel 1989 la prima marcia a New Delhi, capitale dell’India, distante 750 chilometri da Bhopal, per rivendicare i diritti delle vittime. Il loro sindacato ha posto problemi che riguardano il bene di tutta la comunità. È per questo che Rashida e Champa hanno ricevuto nel 2004 il Premio Goldman, il riconoscimento che l’omonima fondazione attribuisce ogni anno a persone che lottano per la difesa dell’ambiente in tutto il mondo. 22 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 23 ità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 1 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 Il Premio Goldman per l’Ambiente Troppo spesso gli eroi che difendono l’ambiente naturale e che operano a livello locale non ricevono il riconoscimento che meritano. Le loro attività per proteggere le risorse naturali mondiali diventano sempre più essenziali per la sopravvivenza della Terra, che sfruttiamo come se le sue risorse fossero inesauribili e non considerando che i danni all’ambiente procurano gravi danni alla nostra salute. Per questo, nel 1990, Richard N. Goldman e sua moglie, Rhoda H. Goldman, filantropi di San Francisco, crearono il Premio Goldman, il cui scopo è quello di rendere onore agli eroi dell’ambiente provenienti da ognuna delle regioni abitate della Terra. Il Premio ricompensa gli importanti sforzi sostenuti da persone comuni che difendono e migliorano l’ambiente naturale, spesso mettendo a rischio la loro stessa vita. Il Premio Goldman considera eroi coloro che lottano per l’ambiente coinvolgendo gli altri cittadini in attività concrete per produrre cambiamenti positivi nelle questioni ecologiche che li toccano. Riconoscendo il valore delle azioni degli eroi dell’ambiente, il Premio vuole ispirare altre persone comuni a intraprendere azioni straordinarie per proteggere il nostro pianeta. A. Collegati con il sito www.goldmanprize.org e scopri chi sono gli eroi premiati quest’anno e quali azioni hanno compiuto per la difesa dell’ambiente in cui vivono. Nel sito web potrai vedere i loro volti e conoscere la loro storia. Scegli il tuo eroe o la tua eroina e, con l’aiuto dell’insegnante di Inglese, ricostruisci la vita e le azioni che gli/le hanno fatto vincere il Premio. Quindi racconta in classe la storia del tuo eroe o eroina dell’ambiente. B. Divisi in gruppi, raccogliete ulteriori informazioni e materiali relativi a queste persone e create l’Antologia degli eroi e delle eroine dell’ambiente della classe. 2 Confronto con il passato La marcia su New Delhi di Rashida e Champa ricorda un’altra importante marcia, organizzata sempre in India ma molti anni fa. Il 12 marzo 1930 il “Mahatma”1 Gandhi marciò con 78 satyagrahi2 per 380 chilometri verso la spiaggia di Dandi. Il 6 aprile la marcia, dopo 24 giorni, raggiunse le coste dell’Oceano Indiano e qui Gandhi estrasse il sale. In seguito a questo episodio, il popolo indiano imitò il Mahatma nella raccolta del sale senza pagare la tassa imposta dagli Inglesi. 1 Vuol dire “grande anima”. 2 Satyagrahi sono i seguaci della Satyagraha, la forza della Verità. Gandhi definiva Satyagraha i comportamenti e le azioni di protesta nonviolenta. A. Assieme ai tuoi compagni, guarda il film Gandhi: avrai modo di conoscere la vita avventurosa di questo grande personaggio e di capire le ragioni che lo portarono a compiere la “Marcia del Sale”. Discutine poi in classe. S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 23 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 24 ità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 B. Il famoso scienziato Albert Einstein disse di Gandhi: «È probabile che le generazioni future stenteranno a credere che un simile uomo sia mai esistito sulla Terra in carne e ossa». Quali pensi siano state le ragioni che hanno spinto Einstein a questa affermazione? Scrivi un breve testo argomentando le tue idee. Confrontale, poi, con quelle del resto della classe. 3 2008: la protesta cresce e si diffonde nel mondo Il sindacato fondato da Rashida e Champa ha iniziato nel 1999 una causa legale contro la UC presso il tribunale di New York, per chiedere la bonifica dei terreni della fabbrica e risarcimenti per le spese mediche causate da anni di contaminazione del suolo e dell’acqua. Questa causa è stata molto importante perché il tribunale ha deciso che la UC è responsabile di ripulire il suolo contaminato di Bhopal. Dalla decisione del 1999 sono trascorsi quasi 10 anni ma nessuna vittima è stata ancora risarcita per i danni subiti e la bonifica dei terreni non è stata realizzata. La protesta di Rashida, di Champa e delle altre donne continua ancora e in pochi mesi si diffonde in tutto il mondo. Leggerai ora la sintesi di articoli giornalistici pubblicati sul sito web dell’Associazione delle vittime di Bhopal. 16 aprile Dopo la marcia del 28 marzo a New Delhi, una lettera scritta da una bambina di 11 anni, Yasmin, viene consegnata al primo ministro. La lettera è stata scritta con il sangue dei sopravvissuti e di quelli che si sono ammalati successivamente. La lettera ha l’obiettivo di indurre il primo ministro a rispettare gli impegni di risarcimento e bonifica. 22 aprile 60 organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, firmano una lettera inviata al primo ministro con richieste specifiche, tra cui: cure mediche per i sopravvissuti, lavoro per le vittime, potabilità dell’acqua, bonifica. 29 aprile In una conferenza stampa a New Delhi, i genitori di cinque bambini nati con malformazioni congenite dovute all’incidente comunicano di aver denunciato il governo indiano per negligenza nei confronti della successiva generazione di vittime. 10 giugno Nove attivisti, tra cui alcuni sopravvissuti al disastro, iniziano uno sciopero della fame a tempo indeterminato. Per solidarietà, altre nove persone, in quattro Paesi (USA, Francia, Argentina, India), cominciano di propria iniziativa uno sciopero della fame a tempo indeterminato presso le loro case. 14 giugno Sedici deputati americani inviano una lettera al primo ministro indiano invitandolo a rendere giustizia alle vittime processando la Dow Chemical Company. 23 giugno La polizia americana arresta Diane Wilson Monday, una delle nove persone impegnate nello sciopero della fame individuale, che era riuscita a entrare nel Consolato indiano a Houston (Texas). La Wilson, madre di cinque figli proviene da una cittadina del Texas, anch’essa inquinata dalle attività della Dow/Carbide. Viene rilasciata dopo qualche giorno. 24 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 25 ità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 28 giugno Una delegazione di bambine e bambini di Bhopal si reca presso la residenza del primo ministro per consegnare 300 cuori di carta colorati con messaggi che chiedono giustizia per le vittime. 2 luglio I nove attivisti interrompono lo sciopero della fame. Altre nove persone prendono il loro posto. 8 agosto Il governo indiano, in seguito alle proteste degli ultimi mesi, annuncia l’intenzione di istituire una Commissione d’inchiesta sul disastro di Bhopal. La Commissione, dotata di ampi poteri, dovrebbe avviare azioni civili e penali contro la Dow Chemical Company e disporre di fondi da assegnare a programmi di riabilitazione e ricerca. A. Per sapere cosa è successo dopo questa data, visita il sito www.bhopal.net, che fornisce una cronologia aggiornata degli avvenimenti. B. Con l’aiuto dell’insegnante di Inglese, traduci in italiano il messaggio scritto da uno dei bambini che hanno realizzato i cuori di carta consegnati al primo ministro indiano il 28 giugno 2008. I am giving this heart because I think and have realized that you don’t have a heart. That’s why you did not feel the pain of the Bhopal gas tragedy victims. Please think about them, they are part of your country. At least think of yourself. You will also meet God one day and he will ask: «What you did?». You will be left with no answers. 4 Non solo Bhopal: Porto Marghera (Italia) L’insediamento industriale di Porto Marghera nasce nel 1917 a pochi chilometri da una delle città più belle e visitate del mondo, Venezia. Nei primi anni Cinquanta inizia la costruzione del Petrolchimico, l’area in cui sono concentrate le industrie chimiche di Venezia, e nel 1952 entrano in produzione il CVM e il PVC. Il cloruro di vinile – CVM È una sostanza chimica utilizzata per produrre il PVC. Fino al 1974 è stato utilizzato per il funzionamento delle bombolette spray. Respirare vapori di CVM produce mal di testa, stordimento, difficoltà nei movimenti e, nei casi più gravi, allucinazioni, perdita di coscienza e morte per crisi respiratoria. Vivere e lavorare per un lungo periodo in un luogo dove c’è nell’aria il CVM può causare una dolorosa malattia che colpisce mani e piedi chiamata sindrome di Raynaud. Il CVM è causa di alcune forme di cancro del fegato e di sclerosi multipla. Il cloruro di polivinile – PVC È la materia plastica più conosciuta al mondo. Dal 1950 fu usato per i pigiamini dei bambini e per le parrucche per la sua resistenza al fuoco. Oggi è utilizzato per rivestire serbatoi, rubinetti, vasche, tessuti. L’uso più diffuso è per la produzione di tubi per acqua, pavimenti, carta da parati, tapparelle, profili delle finestre, pellicole alimentari, giocattoli, cartelle, gomme per cancellare. Il PVC procura gli stessi danni alla salute umana provocati dal CVM. Il primo allarme sulla loro pericolosità venne dato da alcuni scienziati russi negli anni Quaranta. Alla fine degli anni Cinquanta l’Istituto d’Igiene dell’Università di Padova rese S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 25 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 26 ità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 noti dati preoccupanti sull’inquinamento dell’aria ma nessuno ne tenne conto e la produzione continuò. Solo nel 1973 in Italia venne ammesso che la produzione di CVM e PVC procura gravi danni alla salute e all’ambiente. Le persone a maggior rischio sono gli operai che lavorano alla loro produzione ma anche la popolazione che vive nelle vicinanze delle industrie. Le sostanze che si sviluppano durante la lavorazione sono tossiche anche in piccole dosi e si accumulano nell’acqua del mare durante la produzione. Da qui passano agli animali acquatici, come cozze e vongole, e a quelli che si nutrono di detriti sul fondo marino. Passano dunque agli altri organismi: pesci, mammiferi, uomini. Nel 1994, in seguito alla denuncia presentata da un operaio, Gabriele Bortolozzo, il giudice Felice Casson aprì un’inchiesta sulle condizioni di salute di oltre 400 operai. Essa portò, nel 1997, al rinvio a giudizio di 28 dirigenti di Montedison/Enichem, accusati di strage, disastro ambientale, omicidio colposo plurimo, lesioni, mancanza di protezione sui luoghi di lavoro, avvelenamento di acque e alimenti, abbandono di rifiuti tossici e realizzazione di discariche abusive. I dirigenti furono imputati di essere stati a conoscenza della cancerogenicità del CVM e, nonostante ciò, di non aver provveduto ad allontanare gli operai da un pericolo che, per molti, si sarebbe dimostrato letale. L’azienda, inoltre, non solo non avrebbe provveduto a risanare gli impianti, ma avrebbe addirittura contraffatto i sistemi di controllo. Gabriele Bortolozzo, operaio dell’Enichem a Porto Marghera, ha lottato tutta la vita per avere giustizia e per il rispetto dei diritti umani, della salute, dell’ambiente. Per le sue continue denunce ha subito ogni tipo di ingiustizia ma non si è mai arreso e ha fatto scoprire la verità. La figlia lo ricorda così: «Quando ripenso a questa storia mi sento male. L’unica consolazione è quella di pensare che la Montedison ha dimostrato di avere avuto una gran paura di papà. Che un colosso così si sia accanito contro una sola persona, caspita, vuol dire che proprio li ha fatti tremare! Papà si era accorto che c’erano colleghi che sempre più spesso stavano male, che morivano. Svolse una ricerca enorme, raccolse decine e decine di casi. Era diventato un esperto delle malattie causate dal PVC e dal CVM. Nel 1994 si presentò dal giudice Casson. È stato forse il primo momento felice, perché si trovò di fronte una persona che poteva fare qualcosa, che l’ascoltò e che decise di iniziare delle indagini. La cosa triste è che papà non sia riuscito a vedere l’inizio del processo e non abbia potuto sapere della condanna. Però ricordo che lui, nonostante i continui attacchi, era comunque contento perché ce l’aveva fatta». adattato da: www.alexanderlanger.org Gabriele Bortolozzo è morto nel 1995 investito da un’auto mentre pedalava sulla sua bicicletta. L’Associazione creata dai suoi figli, impegnata per la difesa della salute umana e dell’ambiente del territorio veneto, ha ricevuto nel 2003 il Premio Internazionale della Fondazione italiana Alexander Langer. Nel 1998 cominciò il processo alla fine del quale, però, nel 2001 tutti gli imputati furono assolti, con una sentenza che provocò accese polemiche. Lo Stato ottenne comunque dalla Montedison un risarcimento di 550 miliardi di lire. 26 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 27 ità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 Soltanto nel 2004 la Corte d’Appello di Mestre condannò per omicidio colposo cinque ex-dirigenti Montedison a un anno e mezzo di pena, confermata poi dalla Corte di Cassazione nel 2006. A. Che cos’è la catena alimentare? Assieme ai tuoi compagni, con la guida dell’insegnante di Scienze, disegna su un cartellone la piramide che descrive la catena alimentare. B. Si sono mai verificati incidenti industriali nella tua città? Quali sono le minacce all’ambiente in cui vivi e che mettono a rischio la tua salute? Dopo aver raccolto informazioni scrivi un testo – articolo di giornale o relazione – che descriva la situazione ambientale della tua città. C. Ogni anno l’UNESCO, in collaborazione con il ministero dell’Educazione giapponese, organizza un concorso per i giovani di tutto il mondo per diffondere la consapevolezza dell’importanza di difendere la salute umana e l’ambiente. Esercitati per partecipare all’edizione del prossimo anno scrivendo: Il mio progetto per un cambiamento positivo nel mio ambiente. Per saperne di più sul concorso visita il sito www.unesco.org/youth o il sito www.goipeace.or.jp 5 Il diritto alla salute Tra i diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani vi è anche il diritto alla salute. Articolo 25 Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; e ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà. A. Come hai letto, il nostro diritto alla salute si realizza pienamente se anche altri diritti sono rispettati. Sapresti dire quali? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… Nel nostro Paese il diritto alla salute è tutelato dall’art. 32 della Costituzione della Repubblica Italiana: Articolo 32 La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 27 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 28 ità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 unità 2 B. Che cosa significa per te «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività»? Pensi che nel nostro Paese tutti i cittadini vedano rispettato il proprio diritto alla salute? Motiva la tua risposta. ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… C. Dopo aver confrontato l’art. 25 della Dichiarazione universale e l’art. 32 della Costituzione Italiana, individua quelli che secondo te sono gli elementi comuni ai due articoli. ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… 28 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 29 ità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 PIETRA SU PIETRA Cara mamma, finalmente posso scriverti. So che è passato molto tempo, ma c’è voluto un po’ per imparare a scrivere. Volevo che tu sapessi che sto molto bene, adesso. Vivo a Bouakè, una grande città, forse ne hai sentito parlare. Cinque anni, sono passati cinque anni dall’ultima volta che ci siamo visti, dall’ultima volta che mi hai portato da mangiare vicino al grande albero. Mi dispiace, non volevo farti preoccupare, non volevo sparire così, chissà cosa avrete pensato quando avete visto la catena spezzata. Questa lettera te la scrivo proprio per raccontarti cosa è successo quella sera di cinque anni fa. A me sembrava una sera come le altre, me ne stavo seduto vicino al grande albero, con la catena al collo, sperando che la notte non fosse troppo fredda. Era quasi un anno che stavo incatenato al grande albero, per colpa di Youda. Ti ricordi di Youda? Quando scopriste che parlavo con lui vi spaventaste così tanto, dicevate che Youda non esisteva, che io parlavo con l’aria, che parlavo col niente, che il mio amico era solo un’allucinazione. Io ero molto triste perché voi non potevate vederlo, non potevate parlare con lui e ridere con lui come facevo io, ma non pensavo che vi sareste arrabbiati così tanto. Youda non faceva male a nessuno, eravamo buoni amici e parlavamo, stavamo sempre insieme, lui mi faceva compagnia durante il lavoro ai campi, aveva sempre qualche storia o una canzone per tirarmi su. Quando andavamo a pescare invece stavamo in silenzio, per non spaventare i pesci, ma lui era sempre lì con me, non mi lasciava mai solo. Con Youda non ero mai triste, non capisco perché avevate tanta paura di lui, tanta paura di noi. Io lo so che tu non volevi davvero incatenarmi a quell’albero, mamma, ma il capo villaggio non volle sentire ragioni. Diceva che Youda era uno spirito malvagio, che io ero maledetto e che ero pericoloso per il villaggio, avrei potuto fare del male a qualcuno o trasmettere la mia maledizione agli altri. Tu e papà avevate tanta vergogna di me, le altre famiglie non ci avrebbero accettati più, vi capisco, perciò non sono arrabbiato con voi. Ricordate, non ho detto nulla, non ho urlato, non ho pianto, non ho detto una parola mentre mi portavano al grande albero, nella foresta fuori dal villaggio. La colpa non era vostra, anche se non capivo come poteva essere mia e di Youda. Non è stato facile vivere legato al grande albero. La catena era corta, potevo muovermi poco e così col passare del tempo diventai sempre più debole, stavo sempre seduto o disteso sulla terra e anche se provavo a raccogliere le foglie per dormirci sopra, era così scomodo che poi le ossa mi facevano male. Meno male che con me c’era Youda, che mi distraeva dalla paura per gli animali selvaggi che qualche volta sentivo in lontananza e non mi faceva pensare alla fame quando avevo fame. Il cibo che mi portavi tu era sempre buono, ma qualche volta non venivi per due, tre giorni; io lo so che era difficile trovare il tempo di prepararlo e fare quel cammino tutti i giorni, con tutto il lavoro che S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 29 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 30 nità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unit c’era da fare al villaggio, ma non capisco perché papà non sia mai venuto, nemmeno uno dei miei fratelli o delle mie sorelle. Erano davvero tanto spaventati da me e da Youda? Eppure tu ti ricordi, quando venivi tu io non urlavo, non facevo nulla di male, io ti sorridevo sempre, ero contento, sarei stato tanto contento di rivedere anche loro e invece non sapevo se stavano bene, se erano felici e se qualche volta pensavano a me. Tutto mi faceva paura quando ero legato al grande albero, non soltanto gli animali selvaggi e la fame. Avevo paura del vento quando fischiava forte, avevo paura della pioggia quando cadeva fitta, avevo paura delle nuvole quando non mi facevano vedere la luna e le stelle, avevo paura quando vedevo le mie braccia e le mie gambe diventare sempre più magre, avevo paura di vedere le mie ossa sotto la pelle, avevo paura degli spiriti ma avevo paura anche delle persone. Avevo paura anche dei ragazzini. Qualche volta venivano, durante il giorno, prima del tramonto, sentivo le loro voci e il loro passi. Quando erano lontani urlavano e correvano, ridevano, si prendevano in giro, ma più si avvicinavano più le loro voci diventavano basse, rallentavano e diventavano più seri. Finché si fermavano, nascosti dietro qualche cespuglio o qualche tronco poco distanti dal grande albero. Parlavano a bassa voce, ma io li sentivo lo stesso. Avevano tutti un po’ di paura e bisbigliavano preoccupati. Io non capivo questa paura. Ero io ad aver paura di loro! Io sapevo perché erano venuti fino a lì, perciò avevo paura. Ci mettevano un po’ a prendere coraggio, poi sbucavano tutti insieme da dietro ai cespugli, avevano tutti una pietra in mano e me la lanciavano contro. Non erano tanti e ognuno di loro tirava soltanto una pietra, poi scappavano tutti quanti spaventati, urlavano che io avevo la forza degli spiriti e potevo liberarmi dalle catene e potevo raggiungerli. Ma io non potevo raggiungere nessuno, non avevo la forza degli spiriti e non vedevo nemmeno dove scappavano. Quando loro lanciavano le pietre io mi stringevo vicino all’albero, con le ginocchia strette al petto, senza nemmeno guardare. Youda mi stava vicino e mi abbracciava stretto. Le pietre non mi colpivano spesso, ma io avevo paura ugualmente, avevo paura del dolore e avevo paura perché tutti quei ragazzini avevano paura di me. Per avere meno paura scelsi anche io la mia pietra, fra quelle che mi avevano lanciato ed erano cadute vicino all’albero. Scelsi la pietra più bella, una pietra che stava perfettamente nella mia mano, una pietra per difendermi dai ragazzini che venivano a farmi del male. Non l’ho mai tirata però, quella pietra. L’ho tenuta stretta nella mia mano per giorni, per settimane, mesi, senza mai lanciarla. La tenevo stretta nella mano anche quella sera, quando è arrivato Grégoire. Io stavo con la pietra nella mano, seduto contro l’albero, a sentire la brezza e i racconti di Youda, stavo quasi per addormentarmi, quando sentii una voce: «Ahmadou!». Credetti di essermela immaginata, era una voce sconosciuta ed era molto vicina, nessuno mi veniva così vicino a parte te, mamma. Mi chiamò di nuovo, era una voce calma e gentile. Mi voltai e vidi un uomo sconosciuto che si chinava su di me, piano. Si muoveva lentamente perciò non mi spaventai, lo guardai e vidi che aveva dei vestiti da cittadino, non era uno del 30 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 31 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 villaggio. «Mi chiamo Grégoire – disse. – Adesso cerco di aprire la catena». Prese una specie di grossa pinza di metallo, la chiuse piano su uno degli anelli della catena, vicino al mio collo, e con un movimento secco ma attento spezzò l’anello. Sentii il mio collo che si liberava, mi sembrò di riuscire addirittura a respirare meglio. Grégoire mi aiutò ad alzarmi e io mi appoggiai a lui. Quando fui in piedi, mi allontanai un po’ e lo guardai. «Chi sei?» gli chiesi. «Come conosci il mio nome?». Rispose che aveva sentito la mia storia da un uomo del mio villaggio che era stato nella sua città. Disse che era venuto per liberarmi e portarmi in un posto migliore, un posto dove nessuno mi avrebbe legato o tenuto lontano dagli altri. «Solo se tu vuoi, però» disse. Io ero confuso, non potevo immaginare una vita diversa da quella vicina al grande albero, ma allo stesso tempo volevo smettere di avere paura. «Sì – risposi. – Ma solo se Youda viene con noi». Grégoire mi sorrise e disse: «Vieni». Camminammo per un tempo indefinito nella foresta. Grégoire mi sorreggeva e quando ero stanco si fermava, in modo che io potessi riprendere fiato. A un certo punto, tra gli alberi, vidi una strada sterrata e sul bordo della strada un’auto. Ci avvicinammo, Grégoire aprì lo sportello per farmi entrare, ma prima io aprii quello dietro per far sedere Youda. Poi Grégoire si sedette al posto di guida, accese il motore e partimmo. Nonostante gli scossoni per la strada accidentata, il sedile dell’auto era tanto più comodo del mio giaciglio di foglie vicino al grande albero. Guardavo incuriosito la strada e tutti i gesti che Grégoire faceva per guidare l’automobile. Gli domandai: «Ma tu chi sei? Perché fai questo?». «Sei un tipo diretto tu, eh?» disse Grégoire sorridendo. «Abbiamo un bel po’ di strada da fare, perciò ho tutto il tempo di raccontarti la mia storia. Vedo che hai una pietra nella mano». Annuii. «Bene, anche nella mia storia c’entrano le pietre. Devi sapere che io non sono della Costa d’Avorio, io vengo da un posto che si chiama Benin. Sono venuto fin qui molti anni fa con tutta la mia famiglia, per lavorare. Ho scelto di andare a Bouakè perché era una grande città, c’erano tante auto e di sicuro ci sarebbe stato lavoro per me. Io sono un gommista, il mio lavoro è riparare le ruote delle auto. Diventai piuttosto ricco, a ventiquattro anni avevo quattro taxi e un’automobile tutta mia. Era più di quanto qualsiasi altro ragazzo della mia età potesse sognare. Ben presto, però, i soldi mi diedero alla testa: in poco tempo sperperai tutto, avevo completamente perso di vista le cose importanti e capii come mi ero ridotto solo dopo aver speso gli ultimi centesimi. All’improvviso la mia vita mi apparve chiara e mi vergognai tanto. Arrivai al punto di decidere di togliermi la vita, come punizione per non aver saputo meritare un dono così grande. Quando la tua mente non è occupata del tutto da cose futili, però, ti capita più spesso di riflettere sulle cose, di soffermarti su pensieri che altrimenti volerebbero via dalla tua testa prima ancora che tu possa accorgertene. Io ad alcuni di quei pensieri mi aggrappai e sono stato fortunato, perché furono quelli che mi avrebbero indicato la mia strada. Mi riavvicinai alla mia religione e all’idea che lassù potesse esserci qualcuno disposto a perdonarmi, a darmi un’altra possibilità. S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 31 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 32 nità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unit Tornai nella comunità in cui ero stato educato da piccolo e, insieme ad alcuni amici, decisi di andare in pellegrinaggio a Gerusalemme. Lì, con il cuore e la mente finalmente aperti, ascoltai un sacerdote pronunciare, durante una cerimonia, queste parole: «Ogni cristiano deve posare una pietra per la costruzione della sua Chiesa». Me lo ricordo come fosse ieri, quel momento. Il sacerdote portava una tunica bianca di cotone, lunga fino alle caviglie, che erano strette dalle cinghie dei sandali logori che aveva ai piedi. Doveva aver camminato tanto. Era molto anziano, aveva una barba un po’ grigia e un po’ bianca e le sue mani si muovevano con una lentezza rassicurante. Mi fece un’enorme impressione che una frase tanto grande uscisse da un corpo così gracile eppure tanto energico, nonostante l’età. Parlava con grande semplicità, ma le sue parole mi colpirono nel profondo. Anch’io dovevo posare la mia pietra, fare la mia parte. Quale era la mia pietra, non lo sapevo ancora, ma non impiegai molto a capirlo. Un giorno, di ritorno dalla casa di un mio amico, mi accorsi di un uomo che rovistava tra i rifiuti in cerca di cibo. Aveva l’aria spaesata, ogni tanto faceva un risolino strano e diceva qualcosa. Ma era solo: nessuno lo ascoltava. Mi fermai a osservarlo, non visto. A volte sembrava rivolgersi al barattolo vuoto che svuotava degli ultimi ceci, altre volte a un pezzo di rete in cui era rimasto impigliato un frutto ammaccato. Pensai al pranzo che avevo appena fatto col mio amico e mi sentii in colpa. Sarebbe bastato così poco per aiutarlo, per rendere la sua vita migliore, anche un piccolo gesto. Un piccolo gesto come quello di posare una pietra. La pietra. Guardando quell’uomo capii quale era la pietra che dovevo posare. Mi avvicinai e conobbi il suo nome. Si chiamava Berte e nei giorni seguenti tornai più volte per portargli il mio aiuto. Ma già sapevo che non era abbastanza, ogni sera io mi sdraiavo nel mio comodo letto e questo non mi sembrava affatto giusto. Assieme ad altri membri della mia comunità feci visita al direttore dell’ospedale di Bouakè per chiedergli uno spazio dove accogliere le persone come Berte. Accettò, era la prima volta che qualcuno si offriva di aiutare delle persone che il resto della società si ostinava a ignorare e isolare. I nostri sforzi e il nostro lavoro furono premiati: grazie alla gentilezza e all’amore che ispiravano il nostro lavoro, molti dei nostri protetti riuscivano a fare grandi progressi, a stare meglio, tornavano ad essere delle persone vere. Non è stato facile, trovare i mezzi, le medicine – persino il cibo! – ci costava molta fatica, non potevamo ricevere aiuti dall’ospedale perché il servizio sanitario non era gratuito. Ma i risultati da noi ottenuti superavano di gran lunga quelli di qualsiasi ospedale del Paese. Il direttore ci permise così di costruire il nostro primo centro di accoglienza, su un terreno appartenente all’ospedale. Lo costruimmo insieme, pietra dopo pietra, tutti insieme, e dopo di esso ne costruimmo altri, tanti altri. Ecco, siamo arrivati». Grégoire fermò l’auto e io aprii lo sportello, poggiai i piedi per terra e sentii l’erba. C’era l’erba verde, un grande prato verde davanti a me. Lontano, tante persone, tante persone vicine a un muro, vicine al muro come le formiche sul grande albero. «Stanno costruendo un nuovo padiglione per il centro» disse Grégoire. «Vieni, ti faccio vedere». 32 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 33 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 Ci avvicinammo e vidi che tutte quelle persone lavoravano insieme per costruire quel grande muro nel mezzo del grande prato verde. Una pietra dopo l’altra diventava sempre più alto e ognuno portava la sua pietra, per farlo sempre più alto. Ognuno portava la sua pietra, mamma. Tutti, quelli come voi, che sono normali, e quelli come me, che hanno la maledizione, tutti portavano una pietra e tutti sorridevano all’ombra del muro di pietre. E quando mi videro, tutti sorrisero anche a me. Io mi strinsi a Grégoire, gli strinsi il braccio con la mano. «Non avere paura, – disse – non devi avere più paura». Io lo guardai, guardai il muro di pietre, guardai tutte quelle persone che insieme costruivano un muro di pietre, guardai il prato e guardai la mia mano. Guardai la mia pietra, mamma. La pietra che avevo raccolto perché avevo paura, quando avevo paura. Guardai ancora Grégoire e lui fece sì con la testa, allora io andai vicino al muro, lo guardai bene, lo toccai. Poi presi la mia pietra e la poggiai sul muro. Ci stava benissimo, il suo posto era in quel muro, la mia pietra aveva trovato il suo posto. E anche io, mamma. Youda non l’ho più visto dal giorno in cui ho posato la mia pietra; all’inizio mi mancava ma poi ho capito che era giusto così, Youda era andato via perché non ero più solo, non avevo più paura, avevo un posto dove stare e un compito. Non sono una di quelle pietre che si lanciano per fare del male, io sono una pietra in un muro, sono una pietra che regge il muro e non sono solo, ci sono tantissime pietre a reggere il muro insieme a me. È passato tanto tempo dal mio primo giorno al centro, quel muro che le persone costruivano è diventato una casa, la mia casa. Lì dentro tante persone si sono prese cura di me e, appena ho potuto, io ho fatto lo stesso. Adesso io mi prendo cura di quelli che arrivano e che sono come me quando misi il piede sul prato verde la prima volta, quelli che hanno ancora la loro pietra nella mano perché hanno paura. Insegno a loro quello che mi ha insegnato Grégoire, quello che ho imparato da lui e che adesso ho raccontato a te: nessuno è solo, nessuno è inutile, ognuno custodisce una pietra, una pietra da posare per costruire qualcosa, tutti insieme. Un grande abbraccio, tuo figlio Ahmadou Analisi del testo CHI, DOVE, QUANDO – Chi è il protagonista del racconto? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – In quale città vive? ……………………………………………………………………………………………………… S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 33 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 34 nità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unit – Quando si svolge la vicenda di cui narra? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… LA VICENDA – In quale luogo viveva cinque anni prima? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Quali sono le sue condizioni di vita? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Quale evento determina un profondo cambiamento delle sue condizioni? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… L’ARGOMENTO – Perché il protagonista vive lontano dalla famiglia? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Quali sono le ragioni per cui la famiglia si vergogna di lui? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – A quale attività si dedica il protagonista? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Spiega il significato di queste parole: «Io sono una pietra in un muro, sono una pietra che regge il muro e non sono solo, ci sono tantissime pietre a reggere il muro insieme a me». ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… 34 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 35 unità 3 unit unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 1 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 Grégoire e i malati di mente in Costa D’Avorio Grégoire Ahongbonon è l’uomo che ha ispirato il racconto che hai letto. La sua storia comincia in Benin, il Paese africano in cui è nato. La sua è una famiglia contadina e riceve un’educazione cattolica nelle missioni locali. «Un giorno – racconta Grégoire – mio padre mi disse che un suo amico stava tornando in Costa d’Avorio, dove lavorava come gommista. Avrei dovuto seguirlo, imparare un mestiere e cavarmela da solo. Era il 1971». In poco tempo, Grégoire mette da parte una discreta somma di denaro lavorando come gommista, investe i suoi risparmi e diventa proprietario di alcuni taxi, conducendo una vita agiata. «L’attività andava bene – continua Grégoire – avevo alcune persone che lavoravano per me. Mi ero stabilito a Bouakè, la seconda città più grande della Costa d’Avorio. Ero giovane, avevo tanti soldi. Forse troppi. Mi sono dato alla bella vita e ho dissipato tutti i miei risparmi. In breve ero tornato povero, senza un soldo. Sentivo di aver fallito, di aver gettato all’aria tutto quello in cui credevo». Grégoire pensa al suicidio. Poi, nel 1982, un prete gli propone di compiere un pellegrinaggio a Gerusalemme. «L’idea di quel viaggio mi aveva restituito la forza di andare avanti. Ma non me lo potevo permettere, ho cominciato a lavorare come un matto. Notte e giorno, senza sosta. Ma alla fine sono salito su quell’aereo». Durante il pellegrinaggio sente dire in un’omelia che «Ogni cristiano deve porre una pietra per la costruzione della Chiesa». Queste parole lo tormentano a lungo; ne parla a sua moglie e insieme ragionano su come porre la loro pietra per la costruzione della comunità cristiana. Ricomincia una nuova vita. Frequenta l’ospedale di Bouakè, dove porta assistenza ai malati che non hanno famiglia e i soldi per curarsi. Ed è grazie alle sue insistenze e al suo impegno che molti ricevono medicinali e cure adeguate. È il 1993 quando Grégoire si getta anima e corpo in un’attività che pochi o nessuno prima di lui hanno intrapreso: riabilitare i malati di mente della Costa d’Avorio. In molti Paesi africani le persone affette da disturbi mentali sono viste come esseri subumani, colpiti da una maledizione o posseduti da qualche spirito malefico. Per questo nessuno li vuole. «Anch’io li temevo e quando ne vedevo uno mi giravo dall’altra parte», confessa Grégoire. «Poi un giorno è accaduto un fatto che mi ha aperto gli occhi e il cuore. Camminavo per una strada ai cui lati correvano le fogne a cielo aperto. Ho abbassato lo sguardo e ho visto un uomo completamente nudo che rovistava nei cumuli di immondizia in cerca di qualcosa da mangiare. Mi sono fermato a guardarlo e in quel preciso istante ho capito che era di lui e di tutti quelli nella sua condizione che mi dovevo occupare». Grégoire comincia a girare per i villaggi e scopre un mondo che prima non conosceva. È la realtà dei malati di mente: migliaia di loro sono legati agli alberi in mezzo ai campi, incatenati nei cortili. Molti vivono in quelle condizioni da anni. Dormono sui propri escrementi, mangiano avanzi di cibo, mentre sciami di insetti li tormentano. Abbandono, sporcizia, monsoni e un sole impietoso hanno tolto loro l’ultimo barlume di umanità. Le famiglie li tengono in quello stato perché non sanno cosa farsene. Il più delle volte si affidano a pratiche di stregoneria. Gli anni passano e Grégoire diventa un personaggio famoso. Grazie al continuo impe- S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 35 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 36 nità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unit gno ottiene un’ala dell’ospedale di Bouakè dove dare accoglienza ai malati che raccoglie nelle strade o libera dalle catene. Finora ha aiutato migliaia di persone a superare i loro problemi psichici e più dell’80% dei malati sono tornati nei villaggi d’origine e sono stati in grado di condurre la propria esistenza in modo più autonomo. Molti di loro hanno perfino trovato lavoro. Ha fondato l’Associazione Saint Camille che si occupa oggi di dieci centri per il recupero, la cura, la riabilitazione e il reinserimento sociale e lavorativo dei malati di mente. Ha aperto un ospedale di medicina generale per le persone povere della città di Bouaké dove possono essere effettuate anche visite psichiatriche. Nel 1998, Grégoire ha ricevuto a Trieste il riconoscimento al Primo Premio Internazionale Franco Basaglia*. * Franco Basaglia è lo psichiatra ispiratore della legge 180 del 1978 che portò alla chiusura e all’abolizione dei manicomi in Italia. A. Individua su una carta geografica dell’Africa il Benin e la Costa d’ Avorio, le capitali dei due Stati e le città più importanti. Quindi cerca informazioni sulla loro situazione economica e politica. B. In Costa d’Avorio vi sono circa 3.000 bambini soldato. Lo sfruttamento dei minori e la violenza contro i bambini è in costante aumento. Con l’aiuto dell’insegnante e divisi in gruppo approfondite la condizione dell’infanzia in questo Paese. 2 Il diritto alla famiglia L’art. 16 della Dichiarazione universale dei diritti umani tratta della famiglia. In particolare afferma: Articolo 16 […] La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato. A. Secondo te, quali membri della famiglia sono protetti da questo articolo? ……………………………………………………………………………………………………… La Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, un importante documento approvato dall’ONU il 20 novembre 1989, tutela in modo puntuale il diritto di ogni bambino e bambina ad avere una famiglia dalla quale nessun minore può essere separato se non in casi molto particolari. Articolo 7 Il fanciullo […] ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza, e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi. Articolo 9 Il fanciullo ha diritto a non essere separato dai suoi genitori, eccetto che nel suo interesse preminente e nel rispetto delle leggi. (versione semplificata) 36 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 37 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 A. Quali sono i diritti dei minori protetti dagli artt. 7 e 9 della Convenzione? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… B. Cosa significa per te «eccetto che nel suo interesse preminente e nel rispetto delle leggi»? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… C. Con i tuoi compagni e le tue compagne discuti dell’importanza che ha per voi la vostra famiglia. 3 Malattia mentale e diritti umani Un malato di mente è una persona come tutte le altre, che esprime e prova sentimenti, che chiede di essere rispettata e protetta come ogni essere umano. Come tutti gli altri organi e le funzioni del nostro corpo, anche la mente si può ammalare in forme diverse, più o meno gravi: in Europa, uno su cinque bambini e adolescenti vive problemi di sviluppo, emotivi e comportamentali, e uno su otto ha un disordine mentale. Molti di questi disordini sono ricorrenti o cronici. Il disordine mentale colpisce anche una persona su quattro nel corso della vita e può essere riscontrato nel 10% della popolazione adulta. Si stima che disordini e problemi mentali aumenteranno del 50% entro il 2020. La malattia mentale è una malattia come le altre e il malato mentale ha bisogno di essere curato. L’emarginazione e l’abbandono lo fanno sentire diverso e inutile e lo chiudono in un isolamento che ostacola le possibilità di cura, di guarigione e di reinserimento nelle proprie famiglie e nella società. In molti Paesi del mondo le condizioni in cui sono tenuti i malati di mente sono terrificanti: di frequente sono resi prigionieri, umiliati, torturati. Se in alcune zone dell’Africa, come hai letto nel racconto, si crede che i malati di mente siano posseduti da un qualche spirito maligno e vengono portati nei campi, incatenati e abbandonati al loro destino, in molti altri Paesi essi vengono segregati in istituti di ricovero che non hanno lo scopo di curarli ma solo di tenerli lontani dalla società “normale” che rifiuta la loro diversità. In Paesi come la Romania, la Bulgaria, la Federazione Russa, per esempio, i malati di mente spesso vengono maltrattati fisicamente e psicologicamente, sono costretti ad assumere droghe e farmaci che li rendono inerti, e lo stesso trattamento è riservato anche ai bambini. Purtroppo, la mancanza di rispetto dei diritti umani dei malati mentali è molto diffusa, i pregiudizi e la discriminazione impediscono lo sviluppo di azioni adeguate per affrontare le malattie da cui sono affetti e si riflettono in scarsi servizi per la loro cura e assistenza. A. Leggi e commenta con la tua classe questa poesia della poetessa italiana Alda Merini. Ma il giorno che ci apersero i cancelli, che potemmo toccarle con le mani quelle rose stupende, che potemmo finalmente inebriarci del loro destino di fiori. Divine, lussureggianti rose! S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 37 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 38 nità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unit Non avrei potuto scrivere in quel momento nulla che riguardasse i fiori perché io stessa ero diventata un fiore, io stessa avevo un gambo e una linfa. B. Alda Merini è tra le maggiori poetesse europee contemporanee. Ha vissuto molti anni della sua vita in manicomi di diverse città italiane. Svolgi una ricerca, anche servendoti di Internet, sulla vita e le opere di questa famosa autrice. C. Nel 2007 Simone Cristicchi ha vinto la sezione principale del Festival di Sanremo con la canzone: Ti regalerò una rosa, canzone che parla, come dice lo stesso cantautore, «di un uomo, un malato di mente, ma pur sempre un uomo». Procurati il testo della canzone e, dopo averlo letto e commentato in classe, rintraccia le frasi che descrivono le condizioni di vita dei “matti”. Con la guida del docente di Educazione musicale, potreste poi provare a suonare il brano con i vostri strumenti o a farne una versione corale. 4 Malattia mentale e pena di morte Una grave violazione dei diritti umani è l’uso della pena di morte contro i malati di mente, perché spesso un prigioniero malato di mente non è neppure in grado di comprendere la natura della punizione. Nonostante ciò, sono molte le persone affette da malattia mentale che nel mondo sono state condannate e uccise. Negli Stati Uniti d’America, per esempio, le persone affette da gravi forme di malattia mentale possono essere messe a morte a meno che non siano riconosciute legalmente incapaci. Ma gli standard usati per determinare la sanità mentale di un individuo risultano spesso poco efficaci. Secondo una ricerca, almeno una persona su 10 messa a morte in quel Paese dal 1977 soffriva di una grave forma di malattia mentale, antecedente al crimine per il quale era stata condannata o presente al momento dell’esecuzione. In alcuni casi era stata diagnosticata una forma di malattia mentale causata o aggravata da abusi subiti in tenera età, da violenze avvenute in detenzione o da esperienze vissute in guerra. In altri, la malattia mentale era ereditaria. In qualche caso è accaduto che si manifestassero seri dubbi sulla capacità dell’imputato di riuscire a sostenere il processo, ovvero non era chiaro se comprendesse realmente la natura e la gravità del procedimento a suo carico o se fosse in grado di occuparsi della propria difesa. In altri, dei rappresentanti legali inadeguati hanno consentito che il processo avesse luogo senza che i giudici si rendessero conto che l’imputato soffrisse di malattia mentale. Capita così che le bizzarrie dei malati di mente vengano scambiate per mancanza di rimorsi di fronte ai crimini di cui sono accusati, fatto che aggrava la loro posizione. Un caso celebre è quello di Scott Panetti, schizofrenico soggetto a allucinazioni e più volte ricoverato, che nel 1995 fu condannato a morte in Texas per aver ucciso, tre anni prima, i genitori adottivi. Panetti, che si difese da solo, si presentò al processo vestito da cowboy raccontando di demoni apparsi dopo il suo delitto per prenderlo in giro. Dopo varie vicende giudiziarie, il 26 marzo 2008 un giudice federale distrettuale stabilí che la condanna potesse essere eseguita, affermando: «Panetti era malato di mente quando commise il delitto e continua ad esserlo ancora oggi. Nonostante ciò, egli ha una comprensione effettiva e razionale del suo crimine, della morte incombente, e del rapporto di causalità retributiva tra le due cose. Perciò, se c’è una persona malata di mente che può essere giustiziata per i suoi crimini, questa è Scott Panetti». 38 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 39 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 unità 3 A. L’uso della pena di morte come strumento di punizione è argomento controverso e molto dibattuto. Amnesty International, come altre associazioni, si oppone senza condizioni alla pena di morte. Discutine con i tuoi compagni e le tue compagne, dopo aver fatto una ricerca sull’applicazione della pena di morte nel mondo. 5 La malattia mentale come pretesto per la repressione del dissenso A volte la malattia mentale è uno strumento utilizzato da alcuni governi per ridurre al silenzio gli oppositori politici e coloro che combattono nel loro Paese per il rispetto dei diritti umani. Una vicenda significativa è quella di Sazak Durdymuradov, un insegnante del Turkmenistan, collaboratore di Radio Free Europe/Radio Liberty, l’unica radio non controllata dal governo che può essere ascoltata in quel Paese. Nei suoi interventi Durdymuradov aveva affermato la necessità di riforme costituzionali e del sistema educativo e aveva criticato le limitazioni alla libertà di parola nel suo Paese. Il 20 giugno 2007 Durdymuradov fu prelevato con la forza presso la sua casa, nella città di Bakhaden, da un gruppo di agenti della polizia segreta e condotto presso un ospedale psichiatrico locale dove dieci medici avrebbero diagnosticato la sua “instabilità mentale”. Fu quindi portato in una stazione della polizia e torturato con elettroshock perché firmasse una dichiarazione con cui si impegnava a interrompere la collaborazione con RFE. Fu poi trasferito nell’ospedale psichiatrico di Boinuzin, noto per essere usato per imprigionare i dissidenti e definito “l’inferno sulla terra”. Durdymuradov è stato rilasciato il 4 luglio, grazie anche alle pressioni giunte da varie associazioni internazionali per i diritti umani. Il caso di Durdymuradov non è isolato. Accade spesso che gli oppositori politici o i difensori dei diritti umani siano colpiti per le loro idee, per la loro opera di promozione e tutela dei diritti umani all’interno di un Paese o per il loro tentativo di far conoscere e denunciare all’esterno le violazioni di diritti che si verificano nel proprio Paese. E ciò nonostante l’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani affermi che: Articolo 19 Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione; questo diritto include la libertà di sostenere opinioni senza condizionamenti e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo ai confini. A. Lo scrittore Aleksandr Solgenitsin, Premio Nobel per la letteratura nel 1970, e il fisico Andrej Sacharov, Premio Nobel per la Pace nel 1975, sono tra le vittime più note della violazione del diritto alla libertà di opinione e di espressione. Effettua una ricerca sulla loro vita e scopri le motivazioni che hanno portato all’attribuzione del più importante riconoscimento internazionale a queste due personalità di fama mondiale. B. Con la guida dell’insegnante, leggi la Dichiarazione sui difensori dei diritti umani, approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 9 dicembre 1998. Discutine quindi con i tuoi compagni. S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 39 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 40 nità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità RITORNO A CASA La ballerina, sola sull’immenso palco, si muoveva leggera ed elegante. Sorrideva, aveva un vestito bianco e la pelle colore del caffellatte, era sola e attraversava il palco da una parte all’altra con sicurezza, a occhi chiusi. Una luce la illuminava e la seguiva, lasciando nell’oscurità tutto il resto, intorno a lei tutto era scuro. La musica divenne strana, lei se ne accorse, faceva fatica a concentrarsi e dovette aprire gli occhi, bellissimi occhi di acqua marina. La musica divenne più tesa e la ballerina diventò nervosa, sentiva la fatica dei suoi movimenti, si guardava intorno voltando la testa di scatto, ma non riusciva a vedere niente. La luce illuminava soltanto lei e niente altro. La musica divenne stonata. La ballerina non sorrideva più e non danzava. Scappava, non sapeva da cosa, ma correva e il cuore le batteva forte. Quando la musica si trasformò in rumore, la ballerina cominciò a girare su se stessa, era disperata e il rumore metallico la assordava. Girava, girava, girava, finché i suoi muscoli cedettero, perse i sensi e cadde per terra. Lentamente, molto lentamente, come al rallentatore. Prima che toccasse terra la luce si spense. Il rumore divenne un lungo grido. Irene urlò. Riaprì gli occhi. La luce azzurra del mattino le investì gli occhi riportandola alla realtà. Un sogno. Era stato un sogno. Aveva sognato tutto, di nuovo. Restò seduta sul letto per un minuto ancora, con gli occhi chiusi, poi raccolse le energie, si strofinò le palpebre con le dita, con forza, per scrollarsi di dosso il sonno. Era ora di andare al lavoro. La vecchia Emelia tirò un sospiro e riaprì gli occhi. Un altro sogno, un’altra ragazza. Si alzò e accese il fuoco sotto la grande pentola per riscaldare la cera. Prese la brocca dell’acqua e uscì di casa. La riempì alla fontana con gli angioletti nella piccola piazza e tornò dentro con passo lento. Era ora di rimettersi al lavoro. Per tutta la giornata Irene non riuscì a scacciare dalla testa il ricordo della ballerina e dei suoi occhi di acqua marina. Anche durante il lavoro alla maquiladora non riuscì a pensare ad altro, restò silenziosa e non parlò con nessuno. Quella sera, a casa, accese la vecchia televisione, c’era il telegiornale e lo schermo mostrava la fotografia di Silvia Delgado. La giornalista raccontava del ritrovamento del suo corpo nel deserto, qualche chilometro a sud di Ciudad Juárez, sul ciglio della Strada 45. Irene si concentrò sulla foto. Era proprio lei, aveva gli stessi occhi colore acquamarina della ballerina del sogno. Stavolta ci avevano messo un solo giorno a ritrovarla. Irene spense la televisione, andò in camera sua e pianse. Quella sera stessa i signori Delgado sentirono bussare alla porta. Andarono ad aprire e si presentò di fronte a loro una piccola signora dai capelli lunghissimi e bianchissimi. Aveva due occhi grandi e neri e tra le mani una piccola candela bianca a forma di scar- 40 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 41 unità 4 unità ità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 petta da ballo. Con un sorriso dolce disse: «Sono Emelia, sono qui per vostra figlia». La signora Delgado si asciugò le lacrime e la lasciò entrare. Non era la prima volta che a Irene succedeva di fare questo tipo di sogni, strani sogni in cui vedeva una ragazza a lei sconosciuta, ogni volta una ragazza diversa. E dopo alcuni giorni, settimane o anche mesi, scopriva dal telegiornale o dal quotidiano di Ciudad che quella ragazza non era frutto della sua immaginazione e purtroppo apprendeva anche che la ragazza era stata trovata senza vita. La prima volta non aveva capito subito. Aveva sognato una ragazza bellissima, coi capelli lunghi fino ai fianchi e nerissimi inginocchiata in un prato disseminato di fiori. Sorrideva e accarezzava i petali dei fiori intorno a lei finché ne colse uno, rosso, curiosamente scuro. Ne annusò il profumo e in un attimo i suoi occhi si spalancarono, la testa ricadde indietro e lei cadde distesa, sparendo nell’erba alta. Al risveglio, Irene era disorientata. Ci mise giorni per scacciare via la tensione di quell’incubo, e quando l’aveva quasi dimenticata rivide il suo volto alla televisione. La ragazza del suo sogno era una giovane fioraia, Lilia Andrade, appena ritrovata senza vita in un campo incolto. Anche la vecchia Emelia faceva gli stessi sogni, gli stessi identici sogni di Irene. Dopo la visita ai signori Delgado, lungo la strada del ritorno, ripensò a sua nipote Lilia. Lei era stata la prima, con lei era iniziato tutto. Ricordava la notte in cui si svegliò da quell’incubo in cui sua nipote annusava il profumo velenoso di un fiore. Ricordava lo spavento quando si rese conto che Lilia non era nella sua camera, l’angoscia che intrappolò l’intera famiglia per due settimane, quando il corpo di Lilia fu ritrovato e la paura si trasformò in dolore e disperazione. Da allora la vecchia Emelia trascorse le sue notti insonni fabbricando candele, piccole candele bianche a forma di fiore. Era il suo lavoro da sempre, era stato il lavoro di sua madre, di sua nonna e adesso era anche il lavoro di sua figlia. Sua nipote invece aveva scelto un’altra strada, le piacevano la natura e l’aria aperta, era sempre allegra e diceva di non voler passare la vita a costruire piccoli punti di luce fioca che non può mai davvero sconfiggere la notte. Emelia ripeteva gli stessi gesti come in una cerimonia religiosa, per non pensare si concentrava sui dettagli, sulla consistenza della cera, sulla levigatezza delle forme, finché poco prima dell’alba si addormentava, sfinita. Si chiese spesso il perché di quella premonizione. Eccetto che per sua nipote, tutte le ragazze che sognava le erano completamente sconosciute, riusciva a sapere il loro nome soltanto dopo che venivano ritrovate e la loro foto veniva pubblicata sul giornale del mattino. Il giorno dopo, alla maquiladora, le ragazze parlavano di Silvia, cercavano di capire. Da quando tutto era iniziato, centinaia di ragazze erano state rapite e uccise. Quando venivano ritrovate si scopriva che avevano subito terribili violenze. I colpevoli di tutto questo non erano mai stati individuati e la polizia non sembrava in grado di fare molto. Irene S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 41 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 42 nità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità c’era stata dalla polizia, due anni prima. Quella volta aveva sognato di una ragazza che, aggrappata ad una grande aquila dalla testa bianca, volava altissima urlando di gioia, prima di precipitare nel vuoto, inghiottita dalle nuvole. Pensò che forse avrebbe potuto fare qualcosa per lei, ma quando parlò alla polizia del suo sogno la cacciarono via in malo modo. Il mese dopo le acque del lago di Rancheria restituirono il corpo di Elena Morales, giovane assistente veterinaria. La ragazza dell’aquila nel sogno di Irene. Emelia aveva capito il comportamento della polizia già dalla prima volta, un comportamento che aveva aggiunto la rabbia al dolore che dovevano sopportare lei, i genitori di Lilia e tutta la famiglia. Sapeva che non era da loro che sarebbe arrivato l’aiuto per scoprire chi aveva potuto fare tutte quelle cose terribili a sua nipote e alle altre ragazze. Quando ritrovarono il corpo di Elena, riconobbe alla televisione il viso della madre, la signora Morales. La conosceva, abitava non molto lontano e qualche volta era andata da Emelia per comprare delle candele. Guardò la candela a forma di aquila che stava sulla vecchia mensola di legno da un mese, dalla notte del sogno. Probabilmente la notte della morte di Elena. La fissò e seppe cosa doveva fare. Prese la candela, indossò il suo scialle e si incamminò verso casa Morales. Cosa poteva fare Irene con le sue premonizioni inutili, se nemmeno la polizia aveva davvero intenzione di scoprire la verità? Anche quando arrestavano qualche presunto colpevole, dopo un po’ di tempo si veniva a sapere che si trattava di qualche disperato che non c’entrava niente e che era stato costretto a confessare sotto tortura. E gli operai più anziani della maquiladora dicevano che dietro a tutto questo c’era addirittura la malavita organizzata, quella che controllava il commercio della droga. Ciudad Juárez era una città di confine, l’ultima città del Messico prima di entrare negli Stati Uniti. Irene non riusciva però a capire il legame fra la droga e le ragazze uccise e non capiva perché le autorità cercassero di far credere che la colpa fosse della vittima solo perché camminava da sola. Lei era soltanto una ragazza, una ragazza con un dono terribile e inutile, non poteva raccontare a nessuno ciò che vedeva, non poteva parlare con nessuno. La vecchia Emelia invece decise che doveva parlare. Parlare e ascoltare. Raccontare la sua storia, quella di sua nipote, e raccogliere quelle delle altre ragazze come lei, perché i loro cari non restassero soli, perché tutto potesse un giorno avere fine. E così fece: una volta a casa dei Morales condivise con loro il suo sogno, parlò dell’aquila e della gioia che aveva sentito nella voce di Elena. Ascoltò i suoi genitori parlare di lei, di tutte le volte che era tornata a casa in compagnia di qualche animale in difficoltà trovato per strada, di come riusciva a sopportare i sapori piccanti molto più di suo padre e di quanto amava i giorni di pioggia. I signori Morales parlarono tanto, rassicurati dal sorriso benevolo della piccola signora che avevano di fronte e alla fine ricevettero in dono la piccola aquila di cera. Emelia, nel consegnargliela, disse loro: «Ogni volta che, come è accaduto a vostra 42 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 43 unità 4 unità ità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 figlia, sentirete un vuoto d’aria, sentirete di essere soli e che nulla ha più un senso, accendete questa candela e poggiatela sul davanzale della vostra finestra. La sua piccola luce illuminerà il cammino delle persone in strada». Da quel giorno Emelia ascoltò i racconti e lasciò in dono una candela a ognuna delle famiglie delle ragazze che aveva sognato, perché la accendessero e la lasciassero fuori dalle loro case quando la notte era troppo buia. Purtroppo riusciva ad arrivare a loro soltanto dopo che i giornali avevano pubblicato la foto della ragazza, ma sapeva che il suo lavoro non era inutile, che aveva uno scopo preciso e presto l’avrebbe scoperto. Anche lei circondò la sua casa con i fiori di cera che aveva modellato, per accenderli quando avesse sentito lo stesso profumo velenoso respirato da Lilia nel suo sogno. Alcuni mesi dopo Irene e Emelia sognarono di nuovo e i loro sogni furono di nuovo identici, come sempre. Tutto era scuro, nero. Non riuscivano a vedere nulla, cercavano entrambe di camminare, ma non sapevano dove si trovassero, non riuscivano a vedere nemmeno i loro stessi piedi, o le mani. Per un attimo la scena si illuminò, come un singolo fotogramma visibile in una pellicola tutta nera. Ed entrambe videro la testa di un piccolo angelo, un angelo grigio, di pietra. Poi di nuovo il buio. Ancora nero… E silenzio. Sentivano i loro passi e ognuna sentiva i passi dell’altra. Ma non si conoscevano e in quel momento nemmeno si vedevano, perciò entrambe erano molto spaventate. Quando un altro piccolo bagliore di luce illuminò leggermente la scena, e si videro. Erano una di fronte all’altra. Emelia vide che nelle sue mani c’era una piccola candela, rotonda e bianca, accesa. La avvicinò al viso di Irene e la guardò. Si guardarono, entrambe stupite. Poi tornò il nero e si risvegliarono. Non era stato un sogno come gli altri, questo lo capirono subito. Di solito erano soltanto spettatrici, invece questa volta avevano interagito tra loro: non avevano soltanto visto, avevano anche vissuto. Emelia si alzò dal letto e si mise a lavorare, non conosceva la ragazza che aveva appena visto ma sapeva di dover modellare quella candela, e presto. Irene restò sveglia, cercando di capire quale fosse il significato del sogno. Un piccolo angelo grigio, di pietra… Dove l’aveva già visto? Irene si sforzò, si concentrò. E riuscì a ricordare… La fontana degli angioletti! Si vestì in preda a una fortissima emozione e corse in strada. La vecchia Emelia, finita la candela, prese la brocca e uscì di casa a prendere l’acqua. Andò, come tutti i giorni, alla fontana degli angioletti. Riempì la brocca e fece per tornare indietro, quando sentì dei passi veloci, i passi di qualcuno che correva. Si voltò e vide Irene. La ragazza rallentò e si fermò di fronte alla vecchia. Si guardarono e si riconobbero. Emelia sorrise di gioia, con la dolcezza di sempre, per la prima volta non era troppo tardi. Irene invece era molto preoccupata, aveva cominciato ad aver paura per se stessa. Emelia vide quella paura e disse semplicemente: «Aspetta». Lasciò Irene a riprendere fiato vicino alla fontana e tornò con la candela fra le mani. La porse alla ragazza, che la prese S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 43 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 44 nità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità tra le mani giunte. La vecchia le accarezzò la guancia e disse: «Quando sentirai l’oscurità farsi troppo vicina, accendila. Non è solo una semplice candela. Non è la sola, non sei sola. Quando verrà il momento ci saranno tante luci come questa accese per te, per mostrarti la strada. Non sarai mai sola». Irene capì, fece un cenno di assenso con la testa. Poi disse semplicemente: «Grazie…». Si voltò e si incamminò di nuovo verso casa. Quella sera dovette lasciare la maquiladora più tardi del solito, c’era un ritardo nelle consegne e alcuni furono costretti a fare delle ore di straordinario non previste. Fuori, ad aspettarla, trovò il cielo arancione del tramonto, e si sentì un po’ sollevata. Si incamminò verso casa cercando di affrettarsi per non sprecare gli ultimi minuti di luce, ma il cielo si faceva velocemente più scuro e Irene si rese conto che non sarebbe riuscita ad arrivare a casa prima del buio. In cielo già si cominciavano a vedere le stelle più luminose, mentre il sole era ormai uno spicchio rosso. Quando non ne rimase che un alone violaceo circondato dal nero della notte, Irene non riuscì più a tenersi calma. Il cuore le cominciò a battere forte e sentì l’oscurità, come una cappa che piano l’avvolgeva. Si fermò. Estrasse dalla tasca la candela e un fiammifero. Lo accese strofinandolo contro la suola della sua scarpa sinistra, lo avvicinò alla candela e la accese. Una luce gialla e fioca le illuminò il viso. In quello stesso momento, la vecchia Emelia sentì il profumo velenoso che aveva portato via sua nipote Lilia, allora uscì in giardino e accese le sue candele. La stessa cosa fecero i genitori di Silvia Delgado appena sentirono la musica stonata, così come i signori Morales quando avvertirono uno strano vuoto d’aria. E lo stesso fecero tutti coloro che avevano ricevuto una candela dalla vecchia Emelia. Tutti accesero le loro candele e le poggiarono sui davanzali delle finestre, fuori ai balconi, sui tetti delle case. E tutte quelle piccole luci, così fioche e tremolanti da sole, fecero insieme una luce come d’alba che sta per arrivare, un’alba tremolante nella notte nera di Ciudad Juárez. Irene sentì i nervi distendersi, il fiato prendere un ritmo regolare. Avvertì il soffio della brezza notturna sulla pelle delle braccia e riprese a camminare. Analisi del testo CHI, DOVE, QUANDO – Chi è la protagonista del racconto? Quali sono gli altri personaggi? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… 44 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 45 ità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 – Dove è ambientata la storia? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Dove lavora la protagonista? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… LA VICENDA – Le due donne hanno una dote, quale? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Che cosa permette di vedere loro? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Per quale ragione la vecchia dona una candela alle famiglie delle giovani? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… L’ARGOMENTO – A Ciudad Juárez le ragazze scompaiono. Cosa succede loro? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Qual è il comportamento della polizia del luogo? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – A quali attività si sospetta siano collegate le sparizioni delle ragazze? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 45 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 46 nità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità Norma Andrade e Marisela Ortiz sono le donne che hanno ispirato il racconto che hai letto e rappresentano le Madri di Ciudad Juárez, in Messico, le cui giovani figlie sono state brutalmente assassinate. Dopo aver lottato inutilmente per avere giustizia, Norma e Marisela nel 2001, assieme ad altri familiari di vittime e a numerosi sostenitori, fondarono l’associazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa” (NHRC - “Le nostre figlie di ritorno a casa”). L’obiettivo è quello di sollecitare le autorità e il governo messicani a cercare e punire i colpevoli per porre fine al “femminicidio”, la strage di giovani donne. Norma Andrade, attualmente presidente dell’associazione, è una maestra ed è la madre di Lilia Alejandra García Andrade, assassinata nel 2001 a 17 anni. Il suo corpo venne trovato di fronte alla maquiladora dove lavorava. Come in tutti i casi, il ritrovamento fu casuale e non il risultato di un’indagine. Le violenze che subì prima di morire resero irriconoscibile il corpo e il volto. Marisela Ortiz era stata professoressa di Lilia Alejandra durante la scuola media. Dopo aver saputo della scomparsa della ragazza, decise di sostenere la famiglia nella sua ricerca e prese una serie di iniziative per protestare contro i fatti e la disattenzione della polizia verso questo e altri casi. Ciò suscitò l’interesse di altre famiglie colpite che decisero di unirsi a lei e a Norma per ottenere giustizia attraverso azioni comuni. Marisela è stata minacciata di morte e così la sua famiglia. Norma e Marisela raccontano come è nata la loro associazione: «Noi famiglie che facciamo parte di questo movimento abbiamo trasformato in forza il nostro dolore, avendo dovuto affrontare, dopo il brutale assassinio delle nostre figlie, l’inettitudine, l’intransigenza, l’occultamento, la corruzione e il più indifferente atteggiamento di funzionari e autorità. Ci risulta difficile esprimere a parole il dolore straziante di sapere le nostre giovani figlie assassinate in modo orribile, è un dolore immenso che non si estingue, al pari delle lacrime che non possiamo evitare ogni volta che pensiamo a loro, guardiamo le cose che lasciarono o le loro foto. È così che abbiamo dato inizio alla nostra organizzazione: trasformando questa indignazione, questo dolore, questo coraggio in una forza che ci ha permesso di sopportare tutte le difficoltà e di poter affrontare i dipendenti corrotti e inefficaci, i funzionari complici e l’impunità del potere politico ed economico, cercando, più in là di quella giustizia che non abbiamo ottenuto, di ridurre le cause di tante morti assurde come quelle delle nostre figlie». 1 Ciudad Juárez: uccisioni impunite Ciudad Juárez è una città nel nord del Messico, al confine con gli Stati Uniti, dove a partire dal 1993 più di 400 donne sono state uccise senza che le autorità siano state in grado di assicurare alla giustizia i colpevoli. Le donne sono state rapite, tenute prigioniere e sottoposte a ogni sorta di umiliazione, tortura e violenza sessuale. Di età compresa tra i 13 e i 22 anni, le vittime provenivano tutte da famiglie povere e molte tra loro non erano originarie 46 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 47 ità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 di Ciudad Juárez. Alla ricerca di migliori condizioni di vita, vi erano arrivate per lavorare come operaie in una delle numerose fabbriche di prodotti di assemblaggio per l’esportazione, le maquiladoras, per guadagnare pochi dollari al giorno per dieci ore di lavoro. Diverse testimonianze indicano che gli assassini sarebbero stati protetti prima dai poliziotti, poi avrebbero ricevuto appoggi dagli ambienti politici legati al traffico di droga. Il fatto che le autorità non siano riuscite a risolvere questi casi, ha portato a varie ipotesi riguardo ai colpevoli. Si parla di trafficanti di droga, di imprenditori delle maquiladoras, di criminalità organizzata. Finora le autorità messicane hanno fatto decisamente poco per indagare in modo adeguato su questi crimini, ricorrendo persino alla tortura per estorcere confessioni a persone estranee ai fatti, garantendo in questo modo ai veri responsabili di restare nell’ombra. Il lavoro svolto dalle organizzazioni per i diritti umani e dai parenti delle vittime per ottenere giustizia è stato spesso screditato, ma le continue denunce a livello nazionale e internazionale hanno obbligato la polizia e il governo a intraprendere qualche azione, comunque ancora insufficiente, riguardo a questa situazione. A. Disegna la cartina fisica del Messico. Quindi individua su un atlante Ciudad Juárez e le altre città principali e riportale sulla cartina che hai disegnato. B. Il Messico è una terra che nel passato ha visto il fiorire di grandi civiltà. Svolgi una ricerca sugli antichi popoli che vivevano in questo Paese prima della colonizzazione spagnola. 2 La violenza contro le donne La violenza contro le donne e le ragazze è una delle più gravi violazioni dei diritti umani. Secondo dati pubblicati nel 2000 dalle Nazioni Unite (ONU), almeno un quinto della popolazione mondiale femminile ha subito un abuso fisico o sessuale da parte di un uomo. È stato stimato che nel mondo la violenza sulle donne causa morte e menomazione in quantità pari al cancro ed è una causa di infermità più grave di malaria e incidenti d’auto messi assieme. La violenza contro le donne e le ragazze non conosce frontiere geografiche, limiti di età, distinzioni di classe, razza, differenze culturali e si manifesta in tanti modi diversi. Essa è favorita dalle tradizioni, dalla discriminazione, dagli stereotipi di genere che ne costituiscono le cause profonde. Mettere in atto la violenza serve per esercitare il potere e il predominio sulle donne. Una delle forme più diffuse è la violenza domestica, quella che avviene in famiglia, luogo in cui ogni essere umano dovrebbe sentirsi protetto e sicuro. Essa è diffusa in diverse forme anche in tutti gli Stati europei e a tutti i livelli della società. I rapporti indicano che la maggioranza degli atti violenti commessi contro le donne provengono da uomini che fanno parte della loro vita quotidiana: spesso si tratta del marito o del fidanzato o di un ex partner. Essa ha inizio, di solito, con intimidazioni, umiliazioni, minacce e poi si trasforma in comportamenti di abuso e coercizione1 come le sevizie2 fisiche, psicologiche o gli abusi sessuali, fino ad arrivare a isolare la donna dalla sua famiglia di origine e dalle amicizie, a costringerla a non fare più nessuna scelta e al silenzio. Molto spesso la violenza domestica S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 47 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 48 nità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità diventa anche un incubo economico, che consiste nel negare denaro per i bisogni di vita quotidiana della donna e dei suoi figli. Questi comportamenti non possono essere considerati meno importanti, perché spesso la violenza fisica fa seguito a mesi o a anni di intimidazione e di dominio. Oltre ai danni fisici la violenza provoca ansia, disperazione, vergogna; distrugge la volontà delle donne e impedisce loro di reagire e chiedere aiuto. Il loro silenzio e quello delle persone che sanno della violenza provocano la morte di tante donne e ragazze. La violenza domestica si inserisce in un contesto sociale che permette agli autori della violenza di sentirsi in diritto di usare la violenza per il solo fatto che le vittime sono donne. 1 Coercizione: costringere con la violenza qualcuno a fare o a non fare qualcosa. 2 Sevizia: atto di crudeltà, violenza fisica o psicologica. A. Leggi le seguenti testimonianze di violenza sulle donne: INGRID Nel dicembre del 2003 il marito di Ingrid tornò a casa ubriaco e scoprì che la moglie e la figlia stavano facendo visita a un vicino. Ordinò loro di tornare a casa subito. Poi disse alla figlia: «Ora io e mamma parleremo un po’». Prese un coltello e la scopa. Accusò la moglie di non aver fatto il bucato e di non aver preparato la cena. Cominciò a picchiarla. La colpì alla testa con la scopa e con il coltello le tagliò una ciocca di capelli, la prese a calci con gli stivali. Tutto questo mentre la figlia di otto anni lo supplicava di smettere. Smise e si buttò sul letto. Ingrid morì quella notte stessa. MANUELA Manuela cercava di scappare dal suo fidanzato che diventava sempre più violento. Trovò un appartamento in un’altra città, ma lui continuava a molestarla. Un giorno l’aspettò all’uscita dal lavoro e la portò in un parco lì vicino dove tentò di strangolarla. Il giorno dopo Manuela disse ai suoi colleghi che era preoccupata e che il fidanzato prima o poi l’avrebbe uccisa. Dopo qualche giorno, il fidanzato le propose di andare da alcuni parenti, ma quando lei in macchina gli disse che non voleva vederlo più, lui prese una cinghia di pelle e la strangolò. YELENA Yelena è sposata e ha tre figli. A volte il marito la prende a pugni e a calci e qualche tempo fa le ha rotto una bottiglia in testa. Yelena vorrebbe scappare, ma il marito minaccia di ucciderla se soltanto ci prova. I suoi figli sono piccoli e hanno bisogno di cure e lei è terrorizzata all’idea di abbandonarli. Un giorno è andata in ospedale con il naso rotto e un braccio fratturato. Ha detto che è caduta per le scale. MJLROSE Mjlrose aveva deciso di sposare Sugath, ma suo padre le disse che lui aveva già scelto il marito per lei. Mjlrose replicò che non avrebbe sposato mai un uomo che non conosceva e che avrebbe sposato Sugath. La sera successiva suo padre l’aspettò all’uscita dal lavoro e le deturpò il viso cospargendolo di acido solforico. Mjlrose avrebbe avuto bisogno di cure ma nessun medico la visitò. Mjlrose morì dopo un mese. Ora, divisi in gruppo, discutete sui seguenti punti e sintetizzate in un breve testo le vostre idee. • Cosa ne pensate dei fatti riportati nelle schede? • Dove potrebbero essere accaduti? 48 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 49 ità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 • Perché sono accaduti? • Come avrebbero potuto difendersi le vittime? • Cosa possono fare le vittime se hanno bisogno di aiuto? • Come può essere prevenuta e fermata la violenza domestica? Infine, ogni gruppo sceglie un compagno o una compagna che illustri al resto della classe ciò che è emerso dalla discussione. B. Per ottenere maggiori informazioni sulla violenza domestica, anche nella vostra comunità, potreste invitare un rappresentante di un’organizzazione che difende i diritti delle donne nella città in cui vivete. C. In gruppo, provate a realizzare un manifesto pubblicitario con il quale promuovere il rispetto delle donne. 3 Scuole sicure: un diritto per tutte le bambine e le ragazze! La scuola è il luogo dove i minori, sia maschi che femmine, imparano e crescono. Tuttavia in molte parti del mondo bambine e ragazze devono fare i conti con la discriminazione e con la violenza, esercitata su di esse da compagni o da adulti. Di conseguenza vanno a scuola temendo per la loro incolumità, terrorizzate da trattamenti umilianti e violenti. Il risultato è che molte abbandonano la scuola o non partecipano pienamente alla vita scolastica. I loro diritti umani, il diritto di essere libere dalla violenza, il diritto all’uguaglianza e all’istruzione sono violati. Ogni giorno, molte di loro vengono assalite nel tragitto da casa a scuola, vengono spintonate e picchiate all’interno delle strutture scolastiche, vengono derise e insultate dai loro compagni, umiliate e costrette a veder circolare sui cellulari o via Internet dicerie sul loro conto. Prese in giro e molestie verbali sono all’ordine del giorno nelle scuole. Le bambine e le ragazze che sono troppo grasse o troppo magre, appartenenti a differenti gruppi etnici, disabili, meno femminili o in qualsiasi altro modo diverse da quello che la maggioranza considera normale, possono essere particolarmente colpite da scherzi, nomignoli e atti di bullismo. L’istruzione è la chiave per fermare la violenza e la povertà. Bambine e ragazze istruite saranno donne che partecipano alla vita sociale e politica dello Stato in cui vivono, contribuiscono allo sviluppo economico con il proprio lavoro e saranno capaci di prendersi migliore cura della propria salute e di quella dei propri figli. Ma la mancanza di sicurezza all’interno e fuori dalle scuole sta indebolendo i tentativi di rendere autonome le bambine e le ragazze perché possano sfuggire alla violenza e possano lavorare per uscire dalla povertà. Inoltre la violenza all’interno delle scuole fa pensare che la violenza contro le donne sia inevitabile e che il diritto all’istruzione per le bambine e le ragazze non sia affatto importante. Per fermare la violenza connessa all’ambiente scolastico è necessario combattere la discriminazione all’interno delle scuole stesse e nell’ambito più ampio della comunità. Occorre dare ascolto alle voci delle bambine e delle ragazze e prendere in considerazione le loro esperienze quotidiane e i loro bisogni. Per queste ragioni Amnesty International ha lanciato l’azione “Scuole sicure: un diritto per tutte le bambine e le ragazze”, con la quale chiede alle autorità di governo e agli enti pubblici, tra cui le scuole, in collaborazione con tutti gli altri soggetti coinvolti, di intraprendere immediatamente azioni concrete per garantire i diritti delle bambine e delle ragazze. S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 49 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 50 nità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità A. Queste sono le sei azioni che Amnesty International ritiene necessarie: 1. Proibire ogni forma di violenza contro le bambine e le ragazze 2. Rendere la scuola un ambiente sicuro per le bambine e le ragazze 3. Rispondere agli episodi di violenza contro le bambine e le ragazze 4. Fornire servizi di sostegno alle bambine e alle ragazze che hanno subito violenza 5. Rimuovere gli ostacoli per l’accesso delle bambine e delle ragazze alla scuola 6. Proteggere le bambine e le ragazze dalla violenza Puoi approfondire i contenuti dell’azione visitando il sito www.amnesty.it. Dopo averne discusso in classe, potete proporre le vostre azioni per rendere una scuola sicura per le bambine e la ragazze, sintetizzandole in brevi frasi che riporterete su cartelloni che potrete arricchire con delle immagini. B. In gruppo, preparate una lista di domande per un’intervista alle donne della vostra famiglia (nonne, mamma, zie) per scoprire come siano cambiate nel tempo le condizioni di vita delle donne in Italia. C. Ricercate immagini, fotografie, articoli e con i materiali raccolti ricostruite su dei cartelloni le principali conquiste dei diritti delle donne in Italia. 4 Il diritto all’istruzione L’istruzione rappresenta il principale strumento che permette di spezzare il ciclo della povertà e che favorisce lo sviluppo economico e sociale. L’istruzione, quindi, è un diritto fondamentale ed è, allo stesso tempo, la strada necessaria da seguire per poter godere di altri diritti. Il diritto all’istruzione è tutelato dall’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Articolo 26 Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria […]. L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace. A. Sapevi che l’istruzione è un diritto per tutti gli esseri umani? B. Secondo te perché l’istruzione elementare deve essere gratuita e obbligatoria? C. Discuti con i compagni e le compagne l’affermazione «L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali». D. Con l’aiuto dell’insegnante, scopri quali sono le regioni della Terra in cui l’estrema povertà nega il diritto all’istruzione. 50 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 51 unità 4 unità ità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 unità 4 Il diritto all’istruzione è protetto anche dalle leggi nazionali. Per esempio, la nostra Costituzione tutela il diritto all’istruzione con l’art. 34: Articolo 34 La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi […]. A. In Italia il diritto all’istruzione non è garantito a tutti. Scopri a chi è negato questo diritto e perché. B. Assieme ai tuoi compagni e alle tue compagne, proponi una o più soluzioni perché tutti i minori che vivono nel nostro Paese possano esercitare il loro diritto all’istruzione. S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 51 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 52 nità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità IL CLOWN DELL’ANIMA Mi chiamo Ingmar e sono un clown. Ho scelto di fare il clown perché mi piace vedere le persone che guariscono e tornano ad essere felici. Ho scelto di fare il clown un giorno qualsiasi, avevo sei anni e mio padre si presentò a casa con un naso rosso, rosso ciliegia da clown. Io per tutta risposta me lo misi e cominciai a imitare proprio lui che guidava il suo autobus e all’inizio ero allegro e sereno mentre alla fine ero arrabbiatissimo, sbuffavo e urlavo contro immaginari automobilisti e pedoni distratti. Mio padre rise un sacco, mi scompigliò i capelli e si sedette a tavola per cenare, con un gran sorriso sulle labbra. Io ero contento ma, stranamente, mi sentii un po’ stanco. Da quel giorno non ho mai lasciato il mio naso rosso ciliegia, lo portavo sempre in tasca, pronto a improvvisare i miei spettacolini. Il mio pubblico all’inizio era composto solo dai miei genitori e dalla mia sorellina. Se qualche volta veniva da me piagnucolando, perché si era sbucciata il ginocchio giocando a palla, io tiravo fuori il naso rosso ciliegia e inscenavo uno scontro all’ultimo sangue con la palla. Ovviamente avevo la peggio e mia sorella rideva, dimenticandosi il dolore. Allora io mi toglievo il naso e me ne andavo zoppicando a far merenda in cucina. Dopo qualche anno il mio pubblico divenne più vasto, comprendeva cugini, zii, nonni, amici di famiglia, amici del quartiere, compagni di scuola e perfino le maestre. Se qualcuno era triste o due amici litigavano, io intervenivo, ovunque mi trovassi, durante l’intervallo a scuola o in strada, mentre giocavo con gli altri nel cortile sotto casa. Una volta il primo della classe prese un brutto voto e per tirarlo su andai alla cattedra e feci il maestro burbero che interroga l’alunno asino. Interpretavo entrambe le parti, mi alzavo e mi sedevo continuamente, facevo la voce grossa del maestro e lo sguardo supplichevole del povero malcapitato. I miei compagni si godettero lo spettacolo seduti sui banchi con le gambe a penzoloni; il primo della classe recuperò il sorriso e io me ne tornai a sedere tra le risate, sentendomi in colpa per quel brutto voto non mio. Quando mi esibivo ero fedele a una sola regola: improvvisare. Non ripetevo mai la stessa scenetta, per un motivo molto semplice: le mie rappresentazioni prendevano spunto dalla realtà, dalle disavventure che capitavano alle persone intorno a me. All’inizio dovevo sapere cosa era successo per costruire la mia storia, ascoltavo i racconti e facevo domande per capire meglio, ma crescendo diventai un po’ più bravo e imparai a capire le cose importanti anche da uno sguardo, da un broncio, da un gesto o da una lacrima. Intanto crescevo, studiavo… E andavo a tutti gli spettacoli dei clown che passavano in città, sognando di diventare un vero clown. Il giorno in cui questo avvenne faceva caldo, il mio primo anno di liceo era finito da qualche giorno e io passeggiavo svogliatamente per una delle strade del centro di Copenhagen col mio naso rosso ciliegia in tasca. La 52 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 53 unità 5 unità ità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 città si preparava ai festeggiamenti per la festa di San Hans, e nella piazza vidi un clown che aveva allestito un piccolo stand e si preparava allo spettacolo della sera. Io mi misi in disparte, seduto su un marciapiede, per vedere che faceva. I suoi esercizi mi sembrarono durissimi: più che un clown pareva un incrocio fra un monaco tibetano e un atleta olimpionico. Si chiamava Schnier, era tedesco e quella sera il suo spettacolo fu meraviglioso, c’era una dolce malinconia dentro ogni suo gesto e ogni sorriso che provocava nel pubblico nascondeva una piccola lacrima. Dopo lo spettacolo mi avvicinai a lui per parlargli. «Mi scusi, signor Schnier…» Lui si voltò e mi guardò, senza dire una parola. «Mi scusi tanto. Volevo… Volevo dirle che… Mi è piaciuto. Il suo spettacolo, mi è piaciuto molto». Continuò a guardarmi, in silenzio. «E vorrei… Vorrei chiederle consiglio». Mi fissava con un’aria molto seria. «Io vorrei diventare… Un clown. Forse lei ha qualche consiglio per me». Continuava a fissarmi, mi sentii un po’ in soggezione. «Signor Schnier?» «Vorresti diventare il mio apprendista?» «Cosa?!?», esclamai. Non mi aspettavo certo una risposta del genere. « Vorresti… diventare… il… mio… apprendista?», scandì bene. «È una domanda piuttosto chiara. Allora, sì o no?» «…Sì!» Lasciai la mia vita a Copenhagen, la famiglia e tutto il resto per fare l’apprendista clown. Schnier era un uomo di pochissime parole, ma di grande cuore e di incredibile sensibilità. Mi ha insegnato gli esercizi, le tecniche di recitazione, la disciplina, l’impegno e la concentrazione che servono per far ridere la gente, ha capito e mi ha aiutato a perfezionare il mio strano dono, quello di comprendere le persone guardandole negli occhi e quando è venuto il momento mi ha spinto ad andare per la mia strada. Così, dopo cinque anni di apprendistato con lui iniziai a lavorare da solo. I miei spettacoli erano piuttosto fuori dal comune. Entravo in scena vestito di tutto punto, col mio fedele naso rosso ciliegia, e restavo in silenzio a guardare le persone del pubblico che, un po’ sorprese, cercavano di capire cosa succedeva. Cercavo fra gli spettatori, nel loro sguardo, e ne sceglievo uno, lo presentavo come l’ospite d’onore e lo invitavo a sedere nel posto “riservatissimo”… uno sgabello ricoperto di carta stagnola. Prendevo un lungo respiro, mi concentravo sulle emozioni, le tristezze e gli affanni che avevo appena raccolto e li trasformavo in uno spettacolo comico. S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 53 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 54 nità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità Diventai piuttosto famoso, persino i giornali scrivevano della mia capacità di improvvisare ogni volta uno spettacolo diverso, di non ripetermi mai, anche se nessuno capiva quello che succedeva veramente, nemmeno l’ospite d’onore, che credeva soltanto di ridere e invece si liberava di tutto ciò che gli impediva di essere felice. Io, dopo lo spettacolo, avevo sempre bisogno di restare da solo, al riparo da tutto e da tutti, per assorbire e sopportare i sentimenti che avevo portato via agli spettatori. Erano sempre diversi, quei sentimenti. Ho conosciuto migliaia di diverse forme di tristezza, rabbia, stanchezza o malinconia e da allora ho imparato a riconoscerle sempre meglio, a sentirle con più chiarezza e a scoprirle facilmente. La mia capacità di intuizione divenne acutissima, leggevo nel cuore delle persone con una certa facilità e credevo che sarebbe stato così per sempre, fino a che non ho incontrato di nuovo Schnier. Si presentò alla fine di un mio spettacolo a Bonn e senza preamboli disse: «C’è bisogno di te». Era ancora più serio del solito. Gli diedi appuntamento per il pomeriggio successivo, al teatro dove mi ero esibito, e lui venne con Luis. Mi disse soltanto che era cileno, che era stato arrestato nel suo Paese dopo un colpo di stato del 1973 e che per alcuni mesi era stato detenuto e sottoposto a tortura. Poi Schnier non disse più una parola e io capii. Luis aveva i capelli ricci, le braccia magre e le labbra sempre serrate. Lo invitai a salire sul palco con me e mi misi di fronte a lui, nella semioscurità del teatro chiuso, sotto l’unica luce di un riflettore bianco. Guardai nei suoi occhi e vidi. Vidi il niente. Restai sorpreso, non riuscivo a vedere, non riuscivo a sentire assolutamente nulla. In compenso tutto quel vuoto mi aggredì e io indietreggiai barcollando, distolsi lo sguardo e cercai di non perdere l’equilibrio. Mi voltai verso Schnier, seduto in prima fila, e da come mi guardava mi resi conto che stavolta era diverso, che nel cuore di quell’uomo c’era qualcosa di molto più difficile da comprendere e da sconfiggere. Cercai di farmi forza e provai di nuovo, ma non ci riuscii. Non riuscivo a pensare, a concentrarmi, la mia mente era… vuota. Non ricordavo nemmeno il mio nome, mi sentivo privo di forze. Scesi dal palco e mi avvicinai a Schnier. «Non posso», gli dissi. «Sì, invece». Come sempre, le sue risposte erano imprevedibili. «No, non ci riesco. Non vedo niente, non sento niente. È troppo difficile per me». «Devi». «Perché dovrei? Io sono solo un clown, il mio dovere è far ridere le persone, niente di più!» «Esatto. Niente di più. E Luis ha bisogno di ridere». Non seppi cosa rispondere. Abbassai lo sguardo e uscii dal teatro, di corsa. Una volta fuori continuai a correre, corsi per le strade di Bonn, corsi fino a sentire dolore al petto, fino a che non sentii il bisogno di fermarmi. Ma non mi fermai. Pensai a Luis e al mio 54 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 55 unità 5 unità ità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 dono di guardare dentro le persone, che con lui non aveva funzionato, pensai che potevo fermarmi, riprendere fiato e sdraiarmi per terra, ma non lo feci. Decisi di correre, correre, correre, il mio corpo avrebbe trovato le forze per andare avanti e sarebbe diventato più forte. Dovevo andare avanti, il mio dono e il mio successo non erano la meta, ma la partenza, tutte quelle persone coi loro affanni quotidiani, tutte quelle risate e quegli applausi, tutto il mio successo, erano soltanto una preparazione. Per anni mi ero preparato e infine era giunto il momento di affrontare il male vero, la bestia che abitava dentro Luis. Corsi per ore, fino al tramonto, e mi fermai soltanto quando le prime stelle spuntarono, mi fermai solo quando seppi che il mio corpo avrebbe potuto correre per sempre. Cercai un telefono pubblico e telefonai a Schnier: «Domani. Al Parco Rehinaue». Il grande Parco Rehinaue stava al centro della città. Ci incontrammo lì tutti i giorni, per due mesi, eravamo sempre e soltanto io, Luis e Schnier. Pranzavamo assieme, io e Schnier facevamo i nostri esercizi per un’ora, dopodiché io e Luis ci mettevamo l’uno di fronte all’altro e io provavo a guardare dentro i suoi occhi. Guardare negli occhi di Luis, riuscire a vedere cosa c’era scritto, fu per me come leggere dei caratteri chiarissimi scritti su carta bianca. All’inizio non riesci a vedere nient’altro che il bianco della pagina, ti sembra che non ci sia nulla da leggere. Ma poi, piano, ti accorgi che ci sono degli strani riflessi e cominci a intravedere dei segni. Fissando quei segni imparai piano a distinguerli finché non vidi che erano caratteri, che erano lettere, parole e intere frasi. E lessi nella vita di Luis, nel cuore di Luis. Quando ebbi compreso, venne il momento di liberarlo. Il momento dello spettacolo. Uno spettacolo gratuito, aperto a tutti. In prima fila, sullo sgabello ricoperto di carta argentata, Luis. Nessuno, a parte me, lui e Schnier, sapeva per quale motivo fossero lì, per tutti quella era solo la mia prima esibizione dopo due mesi di silenzio e tutti si aspettavano qualcosa di davvero spettacolare. Qualcosa di straordinario c’era davvero, in quello spettacolo. Per la prima volta io e il mio maestro Schnier avremmo tentato una difficilissima improvvisazione di coppia. Le quinte si aprirono, e la musica di un’orchestrina sgangherata riempì la sala di allegria. Io indossai il mio naso rosso ciliegia, feci un ultimo respiro e entrai in scena con una serie di salti mortali e di ruote. Schnier entrò dal lato opposto, facendo esattamente le mie stesse acrobazie. Dopo l’ultima piroetta atterrammo in piedi, l’orchestra fece un enorme baccano e poi tacque. Silenzio. Guardai Luis negli occhi, lui guardò nei miei e vidi che aveva ancora le labbra serrate. Un lungo respiro e demmo inizio allo spettacolo più divertente della nostra carriera. Io e Schnier eravamo perfetti insieme, una vera macchina da risate, le nostre acrobazie e le nostre gag non erano mai state così mirabolanti. Dal pubblico si levavano a ogni nostro S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 55 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 56 nità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità movimento risate fragorose e applausi, erano tutti entusiasti. Ma più il pubblico rideva più io mi sentivo strano. Sentivo passare dentro di me tutto l’opposto delle emozioni che le persone nel teatro provavano guardandoci. Più crescevano gli applausi più io sentivo crescere dentro di me un enorme dolore, il dolore che Luis aveva provato, il dolore per le botte ricevute, il dolore per le scosse elettriche, il dolore per le notti passate a dormire in piedi. Tutti ridevano e io sentivo la paura, la paura che Luis aveva provato mentre, con un cappuccio in testa, veniva portato chissà dove, e intanto voci sconosciute gli urlavano insulti nelle orecchie, la paura che aveva provato quando l’uomo che lo interrogava aveva pronunciato il nome di sua moglie, per fargli capire che loro sapevano. Sapevano tutto. Mentre volteggiavo e correvo su e giù per il palco assieme a Schnier ero quasi schiacciato dal senso di colpa di Luis, pensavo a sua figlia come se fosse la mia e mi maledicevo, come può un padre perdonarsi di essere causa di sofferenza per sua figlia? Ci fu un momento in cui credetti di non riuscire ad andare avanti, e per un attimo mi fermai. Nella mia mente comparve un volto. E sentii un nome: Pablo Longueira. Ero io a pronunciarlo, ma io ero Luis ed ero in una stanza piccola, col pavimento di cemento, io ero su quel pavimento, nudo, pieno di lividi, il sapore del sangue nella bocca. Il mio persecutore mi guardava, ancora col manganello in mano, rideva e mi raccontava di mia figlia, che strada faceva per tornare da scuola, come si era appena tagliata i capelli. Pablo era mio amico. Ci conoscevamo da anni, avevamo studiato insieme e avevamo lottato insieme. Pablo era mio amico e io lo avevo tradito. Lo avevo tradito, per salvare mia figlia, nella speranza di poter salvare mia figlia, ma questo non mi impediva di sentirmi male, di sentirmi un verme, uno sporco traditore. Io ero Luis, ero nudo, dolorante e disperato, ed ero un assassino, la mia vita era rovinata per sempre, i miei aguzzini me lo ripetevano, ridendo: «Anche se questo finirà, tu sarai distrutto per sempre». Sentii uno strattone. Era Schnier, mi stava riportando alla realtà, mi stava riportando nel teatro. Feci un giro su me stesso, cominciai a girare come una trottola rimbalzando da una parte all’altra del palco, Schnier correva con la lingua di fuori cercando di sfuggire alla mia forza distruttiva, ma non ci riuscì. Lo investii a tutta velocità, insieme capitombolammo e rotolammo finendo magicamente uno sopra l’altro… in piedi. Schnier faceva la verticale con le mani per terra e io stavo fermo, in equilibrio, i miei piedi poggiati sui piedi del mio compagno, ondeggiando lentamente. Guardai Luis negli occhi, di nuovo. Sentii la fatica di Schnier che mi reggeva, la fatica dei musicisti, persino la fatica del pubblico per le tante risate. E sentii la fatica di Luis, la fatica di liberarsi per sempre. Lo vidi aprire leggermente le labbra. E sorridere. Spiccai un salto, feci una capriola in aria e atterrai in un inchino perfetto, il pubblico applaudì fortissimo e una lacrima mi solcò il viso. Poi scoppiai a piangere. 56 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 57 unità 5 unità ità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 Luis è stato solo il primo. Ci sono molte persone come lui, in questo mondo, persone che hanno subito cose terribili. Da quel giorno in cui corsi a perdifiato per le strade di Bonn, la mia missione è donare loro un sorriso, leggere dentro i loro cuori incatenati, imbavagliati, seviziati, e liberarli. Mi esibisco raramente, prima di ogni spettacolo ho bisogno di trascorrere interi mesi con le persone che cerco di liberare. È un lavoro lungo e difficile, a volte è quasi impossibile sopportare i sentimenti che queste persone mi trasmettono mentre cerco di liberarle. Ma non importa, tutto ciò che conta è che loro possano tornare a sperare e a vivere di nuovo. Tutto ciò che importa è fare il mio lavoro e fare buon uso del mio dono: sono un semplice clown col naso rosso ciliegia e la mia missione è far ridere le persone. Analisi del testo CHI, DOVE, QUANDO – Chi è il protagonista del brano? Quali altri personaggi compaiono? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Dove è ambientata la storia? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Quando decide il protagonista di fare il clown? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… LA VICENDA – Quale dono speciale ha il clown? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Quando incontra per la prima volta Luis, cosa legge nei suoi occhi? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 57 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 58 nità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità L’ARGOMENTO – Qual è la missione del clown? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Durante lo spettacolo, il clown rivive la vita di Luis. Quali eventi ha vissuto? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… – Il clown aiuta Luis a liberarsi faticosamente da cosa? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… Il racconto con cui si apre questa unità, si ispira liberamente alla storia di Inge Genefke, neurologa in Danimarca, che ha fondato nel 1985 il Consiglio Internazionale per la Riabilitazione delle Vittime della Tortura (IRCT). Inge conosce, per averli studiati e averli visti agire sui suoi pazienti, tutti i meccanismi distruttivi della tortura sulle vittime. Curare le persone vittime di tortura è un compito straordinariamente difficile. Il primo nemico da combattere è il silenzio. All’inizio del percorso di guarigione, le vittime non riescono a parlare delle violenze subite e quando cominciano a farlo la loro angoscia è grande perché vivono la paura di non essere capiti e pensano che il medico non potrà aiutarli. «Non sapevamo nulla sulle conseguenze fisiche e psicologiche della tortura», racconta Inge. «Le prime vittime che curammo erano rifugiati cileni e argentini. È stato grazie al racconto delle loro sofferenze che abbiamo cominciato a capire. A parte i segni fisici, le unghie e i denti strappati, gli sfregi, le amputazioni, imparammo che c’è qualcosa di peggio: le conseguenze psicologiche. Profondissimi stati di ansia, incubi ogni notte, insonnia, depressione, la memoria che non funziona più. Non riuscivano a imparare nulla, avevano mal di testa costante. E poi, la vergogna. Scoprimmo questa cosa incredibile: perché una vittima deve provare vergogna e senso di colpa? Eppure accade a tutti i torturati. Oggi la chiamiamo “la colpa dei sopravvissuti”. Quando vieni torturato, prima o poi, ovviamente, cedi alla violenza. Minacciano di prendere, uccidere tuo figlio, tua moglie, tuo marito. È in quel momento che firmi qualsiasi cosa. Perché sei di fronte a una scelta impossibile. E da quel momento, le vittime cominciano a chiedersi se non avrebbero potuto essere più forti, tenere duro un altro giorno. Altri, poi, continuano a chiedersi ossessivamente perché sono sopravvissuti mentre il loro amico è morto. Un esempio che aiuta a capire la complessità delle conseguenze che può scatenare la violenza è la storia di due fratelli a cui i torturatori hanno ordinato di picchiarsi a vicenda. Uno dei due, però, picchiava meno dell’altro. L’hanno legato a una sedia e obbligato a guardare mentre levavano gli occhi al fratello. Questa è la tortura. E non penso che si possa neppure immaginare cosa scateni dentro. Per questo credo sia un miracolo che ora possiamo aiutarli». Oggi – oltre a riabilitare gli ex-torturati – il Centro fondato da Inge Genefke lavora alla formazione degli operatori per la riabilitazione delle vittime di tortura nel mondo. 58 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 59 unità 5 unità ità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 1 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 Che cos’è la tortura? Compiere torture significa infliggere volutamente dolore per punire le persone che si oppongono a qualcosa, costringerle a fare qualcosa o ricavare da loro informazioni con la forza. Ancora oggi la tortura continua ad essere usata in tutto il mondo. Secondo le organizzazioni non governative che difendono i diritti umani, sono più di 120 gli Stati che la praticano. Molti Stati usano la tortura contro individui – leader politici e religiosi, giudici, giornalisti, sindacalisti, educatori – così come contro intere comunità, allo scopo di terrorizzarli e controllarli. La tortura fisica può includere atrocità come percosse alla testa e a tutto il corpo, bruciature sulla pelle con sigarette o altro, rottura delle braccia o delle gambe, soffocamento, shock elettrici, abusi sessuali. La tortura psicologica può includere isolamento prolungato, guardare le torture di altri, confino in luoghi isolati, esecuzioni finte. Il torturatore tenta di spezzare la volontà e l’animo delle persone forzandole a tradire i loro ideali, i loro principi o loro stesse. Il diritto a non essere torturati è previsto nel documento fondamentale sui diritti umani, la Dichiarazione universale dei diritti umani: Articolo 5 Nessuno individuo può essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumane o degradanti. Tale principio è stato ribadito dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura del 1984, che così definisce tale pratica: Articolo 1 Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti a una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate. La Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (1989), invece, protegge le ragazze e i ragazzi come te da qualunque forma di violenza fisica o mentale. Articolo 19 Gli Stati devono adottare tutte le misure necessarie per proteggere il fanciullo da ogni forma di violenza fisica o mentale, offesa, abuso, negligenza, maltrattamento o sfruttamento. S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 59 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 60 nità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità A. Riassumi con parole tue che cos’è la tortura. ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… B. Assieme ai compagni e alle compagne, prova a capire quali sono le ragioni per cui alcuni torturano. Scrivete su alcuni cartelloni le frasi che seguono e attaccateli alle pareti: • Cosa sai o cosa gli altri pensano che tu sappia • Chi sei • In cosa credi • Cosa hai fatto o cosa gli altri pensano che tu abbia fatto Quindi leggi le storie che seguono e discutine con i compagni. Riferite poi ognuna di esse a uno dei cartelloni con le frasi, spiegandone il perché. STORIA 1 Un gruppo di persone si è organizzato per prendere parte a una manifestazione pacifica per il diritto di praticare la propria religione. La polizia e alcune altre persone nella folla tentano di fermarli colpendoli e aggredendoli. Il loro leader viene arrestato e torturato. STORIA 2 Un ragazzo, che vive sulla strada, ruba un pezzo di frutta da un banco del mercato. Il proprietario del banco afferra il ragazzo e lo colpisce. Lo chiude nel retro del suo furgone con le mani legate dietro la schiena da una corda e chiama un poliziotto, che anche lui colpisce il ragazzo con un bastone. STORIA 3 Alcuni soldati arrestano una giovane donna. Pensano che alcuni dei suoi amici abbiano partecipato a una protesta contro il governo. La bendano, la mettono da sola in una cella fredda e le dicono che le faranno del male se non dice loro i nomi di quegli amici. STORIA 4 Un gruppo di persone vive in un Paese, ma è venuto da un’altra parte del mondo perché sono rifugiati. Essi hanno una religione diversa e parlano una lingua diversa. Sono stati arrestati, insultati e presi a pugni dalla polizia. Non hanno fatto nulla di male. C. Ora sai che la tortura è illegale e sbagliata e nessun individuo può esservi sottoposto. Ognuno di noi può fare qualcosa per fermare la tortura. Ecco alcune semplici attività che potresti realizzare assieme alla tua classe: 60 • fare un cartellone con su scritto “zona libera da tortura” e appenderlo alla porta della vostra aula; • organizzare a scuola una mostra o un’altra iniziativa per spiegare agli altri cos’è la tortura; • accendere una candela in memoria delle vittime di tortura; S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 61 unità 5 unità ità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 2 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 • scrivere lettere alle autorità per chiedere che la tortura sia proibita e che i responsabili siano puniti; • chiedere ai giornali o alle televisioni della vostra città di parlare dell’esistenza della tortura. Il bullismo A. Dividetevi in gruppi. Ogni gruppo dovrà riflettere sulla parola “bullismo” e realizzare un disegno che mostri un’azione di bullismo. Dopo aver attaccato i disegni sui muri della classe spiegate cosa rappresenta il vostro disegno. B. Ti sei mai chiesto cosa significhi essere vittima di un atto di bullismo? Come ti sentiresti in una situazione del genere? Scrivi 1 o 2 parole che descrivano le tue emozioni. Condividi i tuoi pensieri con la classe e, tutti insieme poi, formate una frase con le parole che più avete utilizzato dopo averle riportate alla lavagna. C. Secondo te ci sono differenze e/o somiglianze tra la tortura e il bullismo? Rifletti sulle seguenti affermazioni e discutine con il resto della classe. «Torturare vuol dire creare sofferenza di proposito. Causa dolore e ferite al corpo e all’animo». «Bullismo significa minacciare, insultare, picchiare qualcuno per umiliarlo. Può avvenire a scuola, nel gioco, al lavoro». D. Prepara con i tuoi compagni due cartelloni con su scritto: TORTURA È … BULLISMO È … Quando sono pronti, attaccateli in due angoli opposti della classe. Leggi ora le storie che ti vengono proposte e, a seconda se ritieni che esse trattino di bullismo o di tortura, siediti in uno dei due angoli. Ognuno di voi potrà spiegare al resto della classe il perché della propria scelta. STORIA 1 Un uomo d’affari viene arrestato da un gruppo di uomini in borghese. Undici mesi dopo i suoi familiari ricevono una comunicazione che l’uomo è stato giustiziato e che bisogna andare a riprendere il corpo. I parenti stanno ancora aspettando di conoscere le ragioni per cui al loro caro sono stati spezzati i polsi e le gambe. STORIA 2 Un gruppo di amici hanno un nascondiglio segreto dove conservano giocattoli e giochi speciali. Alcuni ragazzi della scuola vogliono scoprire dove sia il rifugio, costringono uno del gruppo ad andare con loro e poi lo chiudono in un capannone. Gli dicono che non lo lasceranno andare fino a che non dirà loro dove è il nascondiglio. S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 61 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 62 nità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità STORIA 3 Due ambientalisti, che si oppongono al diboscamento del territorio in cui vivono, vengono sequestrati e sottoposti a finte esecuzioni per costringerli a confessare reati di droga e possesso di armi. Il loro avvocato riceve minacce e viene sequestrato due volte. STORIA 4 Un uomo è arrestato perché accusato di aver rubato una somma di denaro. Viene interrogato in un sotterraneo per quattro ore insieme con il suo complice. Il giorno dopo ritorna a casa, ma muore quello stesso giorno per le percosse subite. STORIA 5 I genitori di una ragazza della scuola provengono da un altro Paese. La loro lingua, i vestiti che indossano e il loro colore della pelle appaiono tutti diversi ai genitori degli altri. Un gruppo di bambini spesso prende in giro questa ragazza. Dicono cose crudeli sui suoi genitori e si prendono gioco di loro. STORIA 6 Un giornalista riceve documenti che provano il coinvolgimento del presidente del suo Paese in violenze e intimidazioni contro la popolazione. Decide di passare il materiale alla televisione che il giorno dopo ne dà notizia. Misteriosi aggressori si recano nell’ ufficio del giornalista, lo malmenano, tentano di ucciderlo, incendiano l’ufficio. STORIA 7 Alcuni ragazzi stanno giocando a pallone nel cortile della scuola facendo un sacco di confusione. Il pallone però finisce contro un vetro e lo rompe. Quando arriva l’insegnante, accusano un ragazzo che non sta giocando con loro. Egli viene mandato dal preside e vengono convocati i suoi genitori. Gli altri ragazzi lo accusano di aver fatto i loro nomi al preside, lo circondano e lo picchiano. E. Assieme ai tuoi compagni, discuti la seguente affermazione: «Tutti noi abbiamo la responsabilità di far sì che bullismo e tortura non si verifichino a casa, a scuola e in comunità». F. Osserva questa storia illustrata. Immagina e disegna un finale diverso che trasformi l’episodio di bullismo in un esempio di solidarietà. G. Assieme ai tuoi compagni, scrivi una carta delle possibili azioni contro il bullismo che potrebbero essere realizzate a scuola e che dovrebbero essere applicate dagli studenti, dai docenti e da tutto il personale che vi lavora. 62 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 63 unità 5 unità ità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 3 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 L’Olocausto Per Olocausto si intende la persecuzione e l’uccisione sistematica, organizzata dallo Stato, di circa sei milioni di ebrei da parte del regime nazista e dei suoi collaboratori. Olocausto è un termine di origine greca che significa “sacrificio col fuoco”. I nazisti, saliti al potere in Germania nel gennaio 1933, credevano nella “superiorità della razza tedesca” e ritenevano gli ebrei “vita indegna di vita”. Durante l’Olocausto, i nazisti perseguitarono anche altri gruppi per la loro presunta “inferiorità razziale”: zingari, portatori di handicap e alcune popolazioni slave. Altre persone, invece, furono perseguitate sulla base delle loro idee politiche, delle loro credenze religiose (ad es. i Testimoni di Geova) o dei loro comportamenti sociali (ad es. gli omosessuali). La Storia del Novecento ha purtroppo conosciuto innumerevoli atti di barbarie che hanno provocato indicibili sofferenze fisiche e mentali volutamente inflitte a milioni di persone. Tra questi orrori la Shoah [in ebraico significa “catastrofe], perpetrata dai nazisti e dai loro alleati, durante la Seconda guerra mondiale, conserva la sua unicità storica per l’enormità delle cifre, per la sistematicità della strage e, infine, per il silenzio delle popolazioni di fronte a ciò che si stava consumando. Per queste ragioni lo sterminio degli ebrei resta un evento unico. SCEGLIERE DI SCEGLIERE Le testimonianze che ora leggerai sono esempi di comportamenti differenti che persone differenti hanno avuto di fronte alle atrocità dei nazisti. 1. Nel 1980 furono intervistati gli abitanti di Mathausen, in particolare quelli del vicino borgo di Hartheim dove nel 1939 fu costruito un forno crematorio in cui venivano bruciati i ritardati mentali, dopo aver subito torture. I testimoni ricordavano il fumo, la puzza, il continuo via vai di camion, i resti umani abbandonati... Il direttore del campo incontrò gli abitanti del borgo che gli chiesero spiegazioni, avanzandogli l’ipotesi che si trattasse di esseri umani bruciati. Lui disse loro che nel forno si bruciavano scarpe e altri oggetti e che la puzza era dovuta a una particolare sostanza chimica. Disse anche che, se qualcuno avesse messo in giro quelle «assurde voci su esseri umani bruciati», quel qualcuno sarebbe finito in un campo di concentramento. Nessuno osò rompere il silenzio. 2. Nel rapporto che il comandante tedesco Jürgen Stroop, incaricato di reprimere la rivolta del ghetto di Varsavia, inviò ai suoi superiori nel 1943, si parla dell’ordine di distruggere tutti i caseggiati, dando loro fuoco e catturando con i cani gli ebrei che uscivano dagli edifici (tranne quelli che preferivano buttarsi dai palazzi in fiamme) o che si nascondevano nelle fogne. La testimonianza di un sopravvissuto, Simha Rottem, racconta i combattimenti contro i tedeschi e la fame e la sete patite nel ghetto. Racconta anche di come riuscì a fuggire con un amico, grazie a un tunnel segreto che portava nella parte “ariana” di Varsavia. Qui la vita scorreva normalmente, con i bar e i ristoranti pieni di gente allegra, come se niente stesse succedendo. Gli ebrei resistettero circa un mese. Dopo aver riconquistato il ghetto, i tedeschi bruciarono tutto e uccisero chi si ribellava, deportando gli altri. Molti si suicidarono prima di essere catturati. Solo alcuni, come Simha, riuscirono a fuggire grazie alle fogne o ai tunnel. 3. Rosenstrasse: è il nome della via di Berlino in cui nel 1943 furono rinchiusi centinaia di ebrei sposati con donne o uomini tedeschi. Di fronte all’edificio, trasformato in prigione, i loro coniugi, soprattutto donne, protestarono finché non riuscirono a ottenere la scarcerazione dei loro cari, o almeno dei so- S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o 63 impQuadStorie 01 4-09-2008 10:47 Pagina 64 nità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unità 5 unit pravvissuti. Una donna del gruppo, Charlotte Israel, ricorda come le donne non indietreggiarono di fronte ai soldati che minacciavano di aprire il fuoco, urlando contro di loro «Assassini, assassini...». Il giorno dopo Joseph Goebbels fece liberare gli ebrei sposati con ariane, per evitare che qualcun altro iniziasse a protestare con lo stesso coraggio. 4. Marion Pritchard è la donna olandese che protesse una famiglia di ebrei per circa tre anni, al punto che, per salvarli, arrivò a uccidere un poliziotto nazista olandese. La sua testimonianza racconta come cominciò a interessarsi alla questione ebraica quando, da giovane studentessa di scienze sociali, assistette a una deportazione di bambini ebrei. Successivamente non si tirò indietro quando le fu chiesto di nascondere una famiglia di tre bambini con il loro padre; il più piccolo aveva solo una settimana di vita, gli altri due, 4 e 2 anni. Si trasferì con loro in una casa in campagna, fuori Amsterdam. Creò un nascondiglio in salotto, dove i quattro avrebbero potuto nascondersi in 30 secondi. Durante una perquisizione fu costretta a uccidere un poliziotto olandese per evitare che scoprisse il nascondiglio segreto. Grazie all’aiuto del becchino locale riuscì a sbarazzarsi del cadavere (il becchino nascose il corpo in una bara dove c’era già un morto). 5. Gli abitanti della cittadina francese di Le Chambon sur Lignon nascosero centinaia di ebrei nelle loro case prima e poi nelle campagne, rischiando la vita e conducendone molti in salvo nella vicina Svizzera. Si calcola che essi salvarono tra i 3.000 e i 5.000 ebrei. Il villaggio ha ricevuto l’onorificenza di “Giusto tra le Nazioni” [onorificenza che si attribuisce ai non-ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita per salvare la vita anche di un solo ebreo dal genocidio nazista ]. A. Rintraccia nelle testimonianze che hai letto le persone che, pur rischiando la propria vita, hanno scelto di salvare tanti ebrei dalle sofferenze fisiche e mentali cui sarebbero andati incontro se qualcuno non si fosse preoccupato per loro. ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… B. Quale ragione, secondo te, ha spinto tante persone a salvarne altre che, quasi sempre, nemmeno conoscevano? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… Pensi che queste persone siano: stupide eroi Motiva la tua risposta. ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… C. Ti è mai capitato di non essere d’accordo con un gruppo di tue amiche o amici e di voler esprimere la tua idea? Come ti sei comportato? Hai cercato il dialogo o hai cercato di imporre con la forza il tuo punto di vista? ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………………… 64 S t o r i e c h e c a m b i a n o i l m o n d o