7 AGOSTO 1915/IL PRIMO VOLO DEL VATE SULLA CITTÀ IRREDENTA Il poeta-soldato, eroe di guerra e autore di tante imprese leggendarie come la beffa di Buccari, il volo su Vienna e l’impresa di Fiume, sempre molto sensibile alle istanze patriottiche ed alle aspirazioni degli irredentisti del Trentino, della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, ebbe con Trieste, ancora sotto il dominio dell’Impero Asburgico, e con tanti triestini un rapporto intenso, molto stretto e appassionato. Trieste laggiù come una forma di luce, come mi apparve la prima volta dall’alto fra i tiranti dell’ala, tutta lieve e raccolta, quasi pudica. (Notturno, 1916) Gabriele D’Annunzio, o d’Annunzio, come lo stesso Poeta-soldato amava firmarsi. A destra: la copertina della “Domenica del Corriere” del 22 agosto 1915 realizzata da Achille Beltrame e dedicata al primo audace volo di d’Annunzio su Trieste. G abriele D’Annunzio, o d’Annunzio, come soleva firmarsi e come noi qui lo chiameremo (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1 marzo 1938), scrittore, militare e politico italiano, simbolo del Decadentismo ed eroe di guerra. Vate, Comandante, Imaginifico, Duca Minimo, Esteta Armato, Superuomo, Grande Seduttore, Onomaturgo, Ulisside della parola, Poeta-Soldato sono alcuni appellativi che gli vennero attribuiti. D’Annunzio ha occupato una posizione preminente nella letteratura italiana dal 1889 al 1910 circa e nella vita politica dal 1914 al 1924. Tanto in letteratura quanto in politica lasciò il segno ed ebbe un influsso (più o meno diretto) sugli eventi che gli sarebbero succeduti. Divenne un personaggio di primo piano nella storia nazionale d’Italia per la sua azione favorevole all’intervento nella Prima guerra mondiale: il celebre discorso “La sagra dei Mille”, pronunciato sullo scoglio di Quarto il 5 maggio 1915, fu come una scintilla che percorse tutta quella parte d’Italia che voleva l’entrata in guerra (interventisti). Quando, dopo essere uscita dalla Triplice Alleanza che la vedeva alleata degli Imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria), l’Italia finalmente vi entrò, il 23 maggio 1915, d’Annunzio aveva 52 anni, ma partecipò comunque alla lotta con grande impeto e ardimento, dapprima fra i Lancieri di Novara, poi in marina e quindi in aviazione, rendendosi protagonista di molte imprese eccezionali, dalla beffa di Buccari all’epico volo su Vienna. Alla fine della guerra, insoddisfatto della cessione di Fiume al nascente Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (la futura Jugoslavia), nato dalla dissoluzione dell’Austria-Ungheria, occupò la città quarnerina dando vita alla “Reggenza italiana del Carnaro”. Deluso dalla conclusione dell’avventura fiumana, dopo il “Natale di sangue” del 1920, salutò con grande favore l’avvento del Fascismo, ma Mussolini, mentre da una parte lo ricolmava di onori e di favori, dall’altra lo teneva alla larga dalla politica. E a d’Annunzio non rimase che l’esilio dorato della sua villa a Gardone, sul lago di Garda. 80 PAGINE DI STORIA Il suo stretto intenso rapporto con i patrioti e gli irredentisti triestini Nella sua avventurosa vita, d’Annunzio, sempre molto sensibile alle istanze patriottiche ed alle aspirazioni irredentiste del Trentino, della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, ebbe un rapporto molto stretto con la città di Trieste. Già nel periodo trascorso a Roma (dal 1881 al 1890), dove si era trasferito non ancora ventenne alla fine degli studi liceali per iscriversi alla facoltà di Lettere, denso di interessi mondani e culturali il poeta, tutto proteso alla conquista della notorietà e della gloria, frequentò i salotti più raffinati ed ebbe amori tanto travolgenti quanto effimeri. Tentò anche l’avventura politica, ottenendo l’elezione al Parlamento, e scrisse moltissimo sia in prosa sia in poesia. In questo suo cosiddetto “periodo romano”, ebbe modo di intrecciare strette relazioni con numerosi irredentisti triestini. Risale al 12 marzo 1882 una poesia scherzosa, dove si menziona il patriota Salomone Morpurgo (Trieste, 1860 – Firenze, 1942), che sarà poi direttore dell’Archivio Storico di Trieste. Anche Leone Fortis, esule da Trieste, giornalista di punta a Roma, entra nel novero delle frequentazioni del giovane d’Annunzio, che non mancherà di menzionare più volte il magistero del latinista Onorato Occioni, veneziano di nascita ma “tergestino” d’elezione, essendo vissuto dieci anni a Trieste come preside del primo liceo italiano della città e poi esule a Roma, professore e rettore dell’università “La Sapienza”. E proprio nell’ateneo romano d’Annunzio incontra il patriota ed esponente dell’irredentismo giuliano Guglielmo Oberdan (Trieste, 1858 – 1882), come il poeta stesso narra diffusamente. Siamo nel giugno 1882, durante le manifestazioni studentesche per la morte di Garibaldi: Proprio allora, avendo disertato l’odiosissimo servizio austriaco, si rifugiava in Sapienza a Roma il giovane fatale ch’era promesso all’esemplar martirio e alla www.storiadetrieste.it www.ilmercatino.it Nelle foto, da sinistra: D’Annunzio seduto accanto a Glenn Curtiss il giorno del suo battesimo dell’aria, a Montichiari (Brescia, settembre 1909). Il Vate bendato dopo l’incidente del 16 gennaio 1916 che gli ha causato la perdita dell’occhio destro. feconda morte, per amor di Trieste fedele, per amor di quel mare amarissimo che appunto io celebrava in ogni strofe del mio Canto novo: Guglielmo Oberdan. In prossimità della Pentecoste, la dimane della morte di un Eroe, nel vestibolo della Sapienza, avevo preso nelle mie le sue mani febbrili… Riferimenti diretti a Trieste si incontrano negli scritti giornalistici dedicati nel 1887 ai problemi della nostra Marina militare (L’Armata d’Italia) e più avanti nelle “Odi navali” (1882), specie nella poesia che commemora l’ammiraglio Simone Pacoret di Saint-Bon, “Trieste al suo Ammiraglio”: Tu, lungi, nel tuo lido sola, che ne l’angoscia guardi per mezzo al grigio vapore ove s’affloscia in cima d’ogni antenna la bandiera odiosa; tu che guardi, velata la faccia dolorosa, in silenzio, ed il pianto in fondo al cuor ti scroscia! Nel febbraio 1902 d’Annunzio invia al “Piccolo della Sera” l’ode “A Vittore Hugo”, la cui clausola è rivolta a Trieste: “Italia! Italia!” Una voce d’iroso dolore dall’adriatico mare… ripete oggi il grido… Calpesta dal barbaro atroce, o Madre che dormi, ti chiama una figlia che gronda di sangue. L’ode, poi confluita in “Elettra”, il secondo libro delle “Laudi”, venne pubblicata il 26 febbraio sul giornale triestino, subito però sequestrato dalle autorità asburgiche. A Trieste con Eleonora Duse, incontra poeti, scrittori e musicisti Nel maggio 1902 d’Annunzio è a Trieste con la grande attrice teatrale Eleonora Duse, la “Divina”. Al Teatro Verdi si rappresentano la “Gioconda”, la “Città morta” e “Francesca da Rimini”. Il giorno 11, all’Hotel de la Ville, dove la celebre coppia era scesa, si svolse un grande banchetto in loro onore, promosso, fra gli altri, dal critico letterario e studioso della storia triestina Attilio Hortis (Trieste 1850 – 1926), dal poeta e presidente della Lega Nazionale Riccardo Pitteri (Trieste 1853 – Roma 1915), e dal giornalista e poeta Giulio Caprin (Trieste, 1880 – Firenze, 1958). Il discorso che d’Annunzio pronunciò nell’occasione davanti a tutti i convitati (il cui autografo venne donato la sera stessa a Francesco Salata, storico e irredentista nativo di Ossero, sull’isola di Cherso, poi senatore del Regno d’Italia) fu pubblicato dal quotidiano cittadino “Il Piccolo”, ma con l’omissione delle punte irredentiste. Ai giorni 15 e 16 maggio risale l’escursione in Istria, a bordo del piroscafo “Arsa”, da Pirano a Parenzo. Lo scrittore e giornalista Silvio Benco (Trieste, 1874 – Turriaco, 1949) stilò per il giornale “Indipendente” un’estesa cronaca dell’evento. Fervente dannunziano, Benco dedicherà all’opera del Vate numerosi ed appassionati interventi e recensioni su vari periodici di Trieste. Nel gennaio del 1903 d’Annunzio incontrò a Milano il musicista Antonio Smareglia (Pola, 1854 – Grado, 1929), di cui andò in scena alla Scala (20 gennaio), per la direzione di Arturo Toscanini, l’opera “Oceana”, su libretto di Benco. Negli ultimi mesi del 1903 d’Annunzio concluse “Alcione”, il terzo libro delle “Laudi”, con i “Sogni di terre lontane”, fra i quali la “Loggia” è dedicato al soggiorno triestino del 1902: Settembre, il tuo minor fratello Aprile fioriva le vestigia di San Marco a Capodistria, quando navigammo il patrio mare cui Trieste addenta co’ forti moli per tenace amore… Nel luglio 1904 il “Regno” pubblicò una lettera aperta di d’Annunzio ad Enrico Corradini (scrittore e politico, esponente di punta del nazionalismo italiano) in risposta ai quesiti posti dalla Direzione della rivista sui rapporti fra Italia e Austria e sul futuro della politica adriatica italiana. All’inchiesta fecero pervenire le loro risposte, fra gli altri, anche Benco ed il letterato giuliano Antonio Cippico (Zara, 1877 – Roma, 1935). Nell’ottobre 1907 d’Annunzio raggiunse Fiume passando per Trieste: il viaggio era finalizzato alla rappresentazione della “Nave”, grandiosa tragedia “adriatica”, nelle zone irredente. Il 25 aprile 1908, subito dopo il trionfo romano, la “Nave” andò in scena a Venezia. Ad un banchetto offerto a d’Annunzio il giorno dopo intervenne in rappresentanza di Trieste Attilio Hortis. E al simposio offerto il 27 successivo dalla Lega Navale veneziana d’Annunzio pronunciò un fervido discorso irredentista alla presenza di Hortis e Pitteri. Alla fine del febbraio 1910 d’Annunzio era in procinto di tornare a Trieste. L’1 marzo si sarebbe dovuta tenere al politeama Rossetti la conferenza sul volo “Per il dominio dei cieli”, che però venne vietata dalle autorità austriache. In una lettera a d’Annunzio Benco descrisse l’effervescenza d’entusiasmo del pubblico triestino: Stamane, diffusasi nella città la voce che voi sareste arrivato, tosto tutti i giovani del nostro ginnasio, e molti cittadini, e alcune signore (taluna confessava di aver l’accappatoio mattutino sotto il mantello Gabriele d’Annunzio soddisfatto nella sua divisa di ufficiale del Regio Esercito in una foto con firma e dedica scattata in occasione del volo su Vienna. Entusiasta del volo e sostenitore dell’aereo come nuovo efficace strumento di guerra, D’Annunzio assiste ai controlli prima del decollo dall’aeroporto di La Comina, vicino ad Aviano (Pn). I velivoli sono i MauriceFarman. PAGINE DI STORIA 81 indossato in fretta) corsero alla stazione per vedervi e per acclamarvi. In occasione della guerra di Libia, nel gennaio 1912 d’Annunzio pubblicò la “Canzone dei Dardanelli” con violente invettive antiaustriache (il poeta diceva di torcere così “i due colli all’Aquila bicipite”). La censura del governo italiano impose il taglio di alcuni versi che tuonano contro l’invasor che sconobbe ogni gentile virtù, l’atroce lanzo che percosse vecchi e donne col calcio del fucile… in particolare contro l’imperatore austriaco, l’angelicato impiccatore, l’Angelo della forca sempiterna, definito carnefice squarquoio. L’autore dichiarerà furibondo: Questa canzone della Patria delusa fu mutilata da mano poliziesca, per ordine del Cavalier Giovanni Giolitti, capo del Governo d’Italia, il dì 24 gennaio 1912. Con inchiostro rosso, che mimava il sangue, vergherà di suo pugno i versi censurati riuscendo a trasformare in affare lucroso il taglio poliziesco: le “Canzoni”, concepite dal poeta come nuove “Odi navali” e destinate al “Corriere della Sera”, divennero infatti popolarissime Arditamente in volo nel cielo di Trieste, preludio dello storico raid su Vienna Arruolatosi come volontario, nei primi mesi di guerra d’Annunzio, appassionato del volo e convinto sostenitore del nuovo strumento bellico, caldeggiò entusiasticamente le azioni aviatorie. Il 7 agosto 1915 volò su Trieste insieme a Giuseppe Miraglia, in qualità di osservatore, lasciando cadere dall’alto innumerevoli volantini con un suo messaggio accorato: Coraggio, fratelli! Coraggio e costanza! Per liberarvi più presto combattiamo senza respiro. Nel Trentino, nel Cadore, nella Carnia, su l’Isonzo. Conquistiamo terreno ogni giorno. Non v’è sforzo del nemico che non sia rotto dal valore dei nostri. Abbiamo già fatto più di ventimila prigionieri. In breve tutto il Carso sarà espugnato. Io ve lo dico, io ve lo giuro, fratelli: la nostra vittoria è certa. La bandiera d’Italia sarà piantata sul grande Arsenale e sul colle di San Giusto. Coraggio e costanza! La fine del vostro martirio è prossima. L’alba della nostra allegrezza è imminente. Dall’alto di queste ali italiane, che conduce il prode Miraglia, a voi getto per pegno questo messaggio e il mio cuore io Gabriele d’Annunzio Nel cielo della Patria, 7 agosto 1915. Il 17 gennaio 1916, all’indomani dell’incidente che gli causerà la perdita dell’occhio destro, a bordo di un Macchi L.1 con il comandante Luigi Bologna d’Annunzio vola una seconda volta su Trieste, su cui lancia nuovi volantini: Trieste, ti portiamo nel tuo cielo il grande augurio d’Italia per l’anno che incomincia, per l’anno di liberazione che sarà l’anno primo della tua vita nuova. Conosciamo il tuo continuo tormento. Sappiamo che soffri la fame, il freddo, le umiliazioni, le persecuzioni, le estorsioni, le rapine, ogni sorta di angherie, tutti i mali della servitù abominevole. Sappiamo che patisci oggi come non mai e che il prossimo domani è per essere anche più duro. Ma la nostra volontà ogni giorno più si afforza della tua passione, o Fedele. Non è dubbio in noi, non esitanza, né stanchezza, né desiderio di tregua, né desiderio di pace. Tutta l’Italia, pontata su Roma, si tende per l’empito irresistibile. La primavera s’annunzia: celebreremo il Natale di Roma come se la città rinascesse quadrata da questo nuovo solco sanguigno, il più profondo e il più diritto che abbia mai aperto nel suolo e nello spirito il popolo antico e giovine. Ti orneremo l’altare di San Giusto con tutte le verbene del Palatino. Traslateremo nella tua terra santa i corpi dei tuoi figli caduti combattendo. Ruggero Timeus, Giacomo Venezian, Scipio Slataper, i tuoi valorosi fuorusciti, sono morti per la tua libertà e per la nostra vittoria. Altri della tua gente, non celebrati ma non meno alti, hanno versato e versano a gara il sangue, nel Cadore, nella Carnia, nel Carso. Riccardo Pitteri, il tuo poeta, il tuo testimonio, il tuo assertore costantissimo, anch’egli è trapassato, col desiderio di te nel suo ultimo soffio; e da Roma il suo corpo fa sosta a Venezia, nell’isola sepolcrale dell’Arcangelo, aspettando di ricongiungersi al tuo amore e di aver pace nella tua pietra forte. Ti rechiamo il compianto di tutta l’Italia commossa, che ha inciso i loro nomi nelle sue nuove tavole, a sé e a te promettendo la festa trionfale dei martiri, che 82 PAGINE DI STORIA Qui sopra: il volantino autografo che d’Annunzio ha lanciato su Trieste (“Nel cielo della Patria”) il 7 agosto 1915, nel suo primo volo sulla città irredenta. Sopra a sinistra: la celebre attrice Eleonora Duse, la “Divina”. A destra: il messaggio di d’Annunzio scritto il 17 gennaio 1916, sulla rotta del ritorno dal suo secondo volo su Trieste. Sotto: Gabriele d’Annunzio nel suo studio a Villa Cargnacco, a Gardone Riviera (il Vittoriale degli Italiani). A sinistra: disegno realizzato da Guido Marussig per la “Squadra di S. Marco” con il motto dannunziano “Ti con nu, nu con ti”. A destra: sulla fusoliera degli aerei della squadriglia di d’Annunzio impiegati per il volo su Vienna, fa bella mostra di sé il leone di San Marco, anche questo opera del pittore triestino Marussig. www.storiadetrieste.it www.ilmercatino.it già parve iniziata nell’anniversario recente, quando ella beatificò Guglielmo Oberdan con un atto unanime di fervore. O Trieste, ti rechiamo oggi nel tuo cielo, con il compianto e con il conforto e con l’orgoglio della Patria infiniti, l’augurio per il nuovo anno mirabile, il tuo duro primo. Ritorneremo fra breve per calare nel tuo specchio d’acqua dinanzi ai tuoi moli imbandierati del Tricolore. Nel cielo della Patria, 17 gennaio 1916 Gabriele d’Annunzio Sulla rotta del ritorno, anche Venerai ricevette un messaggio da colui che si faceva interprete delle sofferte attese triestine: Trieste che soffre e resiste con mirabile costanza, manda oggi a traverso il golfo il suo sorriso di dolore a Venezia, che, come lei, paziente e intrepida, non dubita della vittoria e non cessa di affrettarla con i voti, con le opere e con i sacrifizi. Et percussa valet 17 gennaio 1916 Gabriele d’Annunzio Alla fine del 1916 l’amante triestina Olga Levi Brünner donò a d’Annunzio una grande bandiera tricolore che verrà issata sul campanile di San Giusto il 3 novembre 1918, dopo la vittoria italiana sull’Austria-Ungheria. Marussig, Lloyd Triestino, Ginnastica Triestina, Reggenza italiana del Carnaro, la fine Nel 1917 il Vate iniziò una fitta corrispondenza con Guido Marussig (Trieste, 1885 – Gorizia, 1972), conosciuto al fronte l’anno prima. L’artista triestino sarà l’autore, tra l’altro, delle decorazioni dei velivoli della “Serenissima” e della “Squadriglia San Marco”, quella stessa che al comando di d’Annunzio volerà nel cielo di Vienna il 9 agosto 1918. Più avanti, negli anni del Vittoriale, Marussig andrà a Gardone a decorare la sontuosa residenza dannunziana, concepita come un grande sacrario della Grande guerra vinta. Il 15 settembre 1918 i fuorusciti giuliani offrirono a d’Annunzio un aereo da bombardamento Caproni. La consegna avvenne a San Niccolò del Lido, l’aeroporto presso Venezia che ospitava la squadriglia dannunziana. La “Gazzetta di Venezia” del 7 novembre 1918 pubblicò il testo del messaggio a Trieste che d’Annunzio aveva scritto dopo la vittoria per il terzo volo sulla città, nel quale cominciavano a farsi strada i dubbi sulla “vittoria mutilata”: Trieste, chi ti parlò nell’ansia e nel tumulto non può più parlarti nella felicità troppo subitanea, mentre più degli altri urlano e schiamazzano quelli che ti avevano rinunziata e rinnegata. Oggi il suo amore è silenzioso. E’ venuto a guardarti anche una volta dall’alto; e non s’attenta di scendere in te, tanto egli teme il tuo amore… Il 20 dicembre 1918 il Poeta-Soldato rese omaggio a Oberdan recandosi a Ronchi. In quei giorni, come ricorda Benco, d’Annunzio rifiutò di unirsi alle manifestazioni pubbliche che a Trieste salutavano la vittoria e la liberazione perché gli apparivano “un basso carnevale”. In una lettera alla poetessa triestina Nella Doria Cambon, d’Annunzio scrisse in occasione del Natale: Vengo spesso a Trieste in segreto, quando la città si accende. Sono un amante notturno. La respiro, libero e solo; e non mi sazio… Il 10 aprile 1919 d’Annunzio tornò comunque a Trieste, e sul sagrato della cattedrale di San Giusto, per le sue ultime eroiche imprese, promosso tenente colonnello, venne insignito dal Duca d’Aosta della medaglia d’oro al valor militare con la motivazione: Volontario e mutilato di guerra, durante tre anni di aspra lotta, con fede animatrice, con instancabile opera, partecipando ad audacissime imprese in terra, sul mare, nel cielo, l’alto intelletto e la tenace volontà dei propositi, in armonia di pensiero e d’azione, interamente dedicò ai sacri ideali della Patria, nella pura dignità del dovere e del sacrificio. Zona di guerra, maggio 1915 - novembre 1918. Qui sopra: il 10 aprile a Trieste, sul sagrato della cattedrale di S. Giusto, d’Annunzio è insignito dal Duca d’Aosta della medaglia d’oro al valor militare. A destra: il testo del messaggio a Trieste che d’Annunzio ha scritto dopo la vittoria, per il suo terzo volo sulla città, e pubblicato sulla “Gazzetta di Venezia” il 7 novembre 1918. Cominciano già a farsi strada i dubbi sulla “vittoria mutilata”. E’ di d’Annunzio l’ideazione, nell’agosto 1919, della nuova bandiera del Lloyd Triestino con il motto “Liberantem Testor” e il disegno di Marussig. Durante i mesi dell’occupazione di Fiume e della Reggenza italiana del Carnaro (12 settembre 1919 – Natale 1920) d’Annunzio tornò diverse volte a Trieste, dove continuava ad intrattenere rapporti con le massime autorità cittadine e con i circoli culturali e patriottici della città. Dopo il Trattato di Rapallo fra Italia e Jugoslavia del 12 novembre, che riconosceva e garantiva l’indipendenza dello Stato libero di Fiume che avrebbe dovuto sostituire la Reggenza italiana del Carnaro, il 31 dicembre 1920, al termine del cosiddetto “Natale di sangue”, vista la sconfitta, d’Annunzio firmò la resa. Nel giugno 1922 creò il motto della Società Ginnastica Triestina (un tempo diretta anche da Italo Svevo) – Stricto Gladio Tenacius – S G T: Per saluto e per augurio e per elogio, o Compagni… o Atleti e Asceti, mando questo motto inspirato dalle tre iniziali della vostra denominazione… Dopo tante imprese, celebrato come eroe nazionale ma disilluso dall’esperienza di attivista, negli anni dell’avvento del Fascismo, nutrendo una certa diffidenza verso Mussolini e il suo partito, decise di ritirarsi nella sua sontuosa villa di Cargnacco, a Gardone Riviera (che sarebbe poi divenuto il museo-mausoleo del Vittoriale degli Italiani). Qui, pressoché in solitudine, nonostante gli onori tributatigli dal regime fascista e raccogliendo le reliquie della sua gloriosa vita, lavorò e visse fino alla morte, sopraggiunta l’1 marzo 1938. FINE PAGINE DI STORIA 83