Emigranti_libro:Sarajevo_libro 17-04-2009 10:23 Pagina 106 ANTONIO PERUGINI Il magistrato che ha falciato l’erba tossica dei giovani V Antonio Perugini con la sua famiglia nella casa di Arbedo, vicino a Bellinzona. Alla sua destra la moglie Michela con i cinque figli. Nato nel 1954 a Vall’Alta, frazione del Comune di Albino, è diventato magistrato del Cantone Ticino e s’è distinto per le sue coraggiose battaglie contro i canapai, venditori di droghe leggere lungo il confine. Sua anche l’inchiesta sul terribile rogo nel tunnel autostradale del San Gottardo. 106 all’Alta è un bel nome per un paese, un nome che fa pensare ad una posizione di una certa altitudine, esposta al sole, quindi un paese aperto, luminoso, accogliente, operoso. E in effetti è tutto questo. Entrando nella Valle del Lujo - deviazione a destra, poco prima della vecchia stazione del trenino che portava fino a Clusone - è il primo borgo che si incontra, dopo aver attraversato il Serio, svoltando subito a sinistra, all’altezza del vecchio stabilimento dell’Italcementi. Paese di contadini, di emigranti, di missionari arditi come P. Giuseppe Madaschi, quasi cinquant’anni di Cina o come don Berto Vicoli che solcò l’Atlantico per portare solidarietà e spinta allo sviluppo tra i campesinos della Bolivia. C’era un grappolo di frazioni, come Mulinello, Colcine, Grumelduro, Colle Sfanino…, c’era un’adeguata presenza di osterie e fiaschetterie, come si chiamavano allora i bar di oggi, sui cartelli si celebrava il barbera con il prezzo di vendita “al calice” che è poi il nostro bicchiere e non Emigranti_libro:Sarajevo_libro 17-04-2009 10:23 mancava la balera. In questo simpatico paese, il 19 luglio del 1954 nacque Antonio Perugini. Il cognome non è di Vall’Alta: papà Pietro era dell’Umbria, precisamente di Montefalco, sopra Foligno, vicino a Trevi, Spello e Assisi, la mamma vallaltese doc, Clementina Zanga. Durante la guerra il papà era stato mandato come autista dell’esercito a Bergamo e si sa come vanno certe vicende della vita: aveva conosciuto la giovane Clementina, si innamorarono e si sposarono. Lui lavorava come autista in una ditta di Bergamo, la mamma doveva badare ai figli e alla loro educazione: oltre Antonio, Maria Teresa ed Ernestina. Occorre dire che nella famiglia di Clementina Zanga come in tutto il paese di Vall’Alta e nell’Oltreserio c’era familiarità con la valigia: molti partivano al tempo della fienagione per il Ticino e facevano la stagione. Con la falce, la “ranza”, e un fagotto carico di pochi panni, giusto il cambio, andavano dov’erano già stati i padri e gli zii: Pagina 107 dal Mendrisiotto si spingevano fino a Nante e molti poi fecero famiglia e si stabilirono lì, basta scorrere l’elenco del telefono per trovarvi cognomi delle terre bergamasche. Per Antonio sono ricordi indelebili quelli di Vall’Alta, un paese che gli è rimasto nel cuore, nella mente, con i momenti più belli, quelli dell’infanzia, che per tutti sono carichi di giochi di gruppo, delle prime timide avventure, delle feste, delle estati con il sole a perpendicolo e di qualche villeggiante che sfuggiva all’afa milanese cercando fresco e riposo in qualche stanza affittata nelle case contadine. Siamo a metà Novecento. Antonio e la sua famiglia vivevano in una casa del centro, proprio davanti alla chiesa. Tra i suoi giochi c’era, come per i coetanei, il salto dalla scalinata su un mucchio di sabbia rimasto lì per anni. Vinceva chi osava fare il salto più alto. Dietro la parrocchiale c’erano molti alberi di ciliegio: quando si annunciavano i primi rossori sui frutti, in gruppo si organizzavano spediAntonio Perugini 107 Emigranti_libro:Sarajevo_libro 17-04-2009 10:23 zioni per farne quotidiane scorpacciate. Si viveva, di fatto, in piazza: quello era il luogo del gioco, dell’incontro, dell’evasione, del tempo perduto. Anche per gli adulti, che sulla piazza ogni domenica, dopo la Messa delle 10, giocavano interminabili partite a pallamano. Questo era lo stadio. LE LEZIONI DI VITA DI ANTONIA E “ZIO PINO” Tutto era scandito dalle campane, l’Avemaria del mattino e della sera, l’Angelus a mezzogiorno. E poi le feste classiche di tutti i paesi: il Natale, i Re Magi che arrivavano agghindati e portavano doni ai bambini, le Quarantore, S. Luigi, il triduo con una selva di candele che incorniciavano l’altare maggiore rivestendolo di luci mai viste e poi le Rogazioni, con processioni tra prati che parevano innevati tanti erano i narcisi, quasi un’onda di panna che si muoveva cullata dal vento, camminate di buon mattino con l’aria frizzante che ti teneva sveglio, can108 Il magistrato di Vall’Alta Pagina 108 ti, invocazioni ai santi, benedizioni. Ci sono profumi che si incollano dentro: Antonio ha interiorizzato quello dei narcisi che gli evocano maggio, i pellegrinaggi al santuario, l’erba falciata e lavorata nei campi perché diventasse fieno per l’inverno. Dire Vall’Alta significa anche fare riferimento a due figure di maestri che hanno formato generazioni, gli indimenticabili Antonia Fascina, insegnante in paese per ben 45 anni e Giuseppe Zanga (per i familiari “zio Pino”), cugino di mamma Clementina Perugini, due storie che sembrano uscite direttamente dalle pagine del “Cuore” di De Amicis, due punti di riferimento per la comunità. Le loro non erano solo lezioni di italiano, aritmetica, storia e geografia ma di disciplina, di carattere, di valori vissuti e testimoniati prima che insegnati. Antonio ebbe per maestro proprio Giuseppe Zanga, tipo asciutto e sangue di alpino nelle vene, con il culto del volontariato espresso attraverso le filodrammatiche da lui prepa- Emigranti_libro:Sarajevo_libro 17-04-2009 10:23 rate, in lettere scritte a nome di anziani che non sapevano più scrivere, in iniziative di solidarietà e assistenza ai poveri. Non c’erano praticamente auto, si poteva trasformare la strada in un improvvisato campo di calcio, il tempo del catechismo (del “dutrinì”) era atteso perché significava compagnia, gioco, divertimento. Il padre di Antonio era stato il primo a Vall’Alta a possedere una “Isetta”, quel veicolo a tre ruote, con apertura anteriore. Degli anni vallaltesi ha ben presente quando cominciarono i lavori per la costruzione del campo di calcio, a sud del leggendario Bar Acli, cuore del tempo libero di tutti, dai bambini ai vecchi che ai tavoli si affrontavano a scopa e tresette, con immancabili imprecazioni, perché tutti qui sono maestri, anzi professori. Dieci gli anni vissuti da Antonio Perugini a Vall’Alta. Il paradiso è essere perfetti, dice l’Anziano al fremente Gabbiano Jonathan Livingston. Chi può dirlo? Forse però quelli furono un po’ come il paradiso. Pagina 109 “Se c’è la felicità, l’ho assaporata in quegli anni lontani, di vita semplice e spensierata” - dice oggi nella sua calda casa di Arbedo, dove vive con la moglie Michela e i figli Cecilia, Chiara, Giacomo, Virginia e Tommaso. Arbedo, tuttavia, non è il primo scalo della famiglia Perugini, partita carica di speranze e di malinconie, perché ogni strappo pesa. Quando Pietro Perugini, sotto i colpi di una ciclica crisi, rimase senza lavoro, come molti altri del paese e della Valle del Lujo, si fece strada l’idea del Ticino, dove si aprivano i grandi cantieri. Detto fatto. Prima partì il capofamiglia, per sondare il terreno. Approdò alla ditta Scerri, come autista e meccanico. Un periodo di due anni, condiviso con altri operai alla cava Ambrosini di Castione; qui un’estate giunse anche Antonio, per provare con il padre la prima esperienza di lavoro giovanile. Ed è a Castione che si stabilisce la famiglia Perugini, mantenendo aperto l’appartamento di Vall’Alta, perché non si sapeva bene come sarebAntonio Perugini 109 Emigranti_libro:Sarajevo_libro 17-04-2009 10:23 be andata e ci poteva stare anche un rientro. Oggi a pensarci sembra una favola amara, purtroppo era la realtà di quegli anni e di quella gente. Il trasloco avvenne a bordo di una Fiat 600: si può immaginare quanto si potesse trasportare. Si portava lo stretto necessario, a volte nemmeno quello. Un salto brusco, lacerante, una sorta di sradicamento ma l’ambientamento è rapido: “La comunità ci accolse bene, non avvertimmo proprio alcuna barriera, anzi, fummo aiutati nella scuola, nell’inserimento in paese e si affievolì pertanto il desiderio di far ritorno a Vall’Alta”. Restano solidi alcuni collegamenti affettivi, per esempio con i cugini Serafina e Bernardo. Quando Antonio torna a Vall’Alta, come per incanto, in un attimo si ricompone la rete degli affetti. Scatta il tamtam e insieme ci si ritrova, in un ristorante o al santuario, dove la mamma voleva salire ogni volta che tornava a Vall’Alta. Scuole maggiori ad Arbedo, ginnasio e liceo a Bellinzona, quindi università a Fri110 Il magistrato di Vall’Alta Pagina 110 borgo, avvocato, Procuratore Pubblico dal 1990: per Antonio Perugini sono quasi vent’anni vissuti da protagonista sui banchi dell’Accusa. DALLA COMUNITÀ EDUCANTE ALLE FAMIGLIE SOLE Quanto c’è e quanto incide l’impronta bergamasca nella vita di Antonio Perugini? Credo che sia il fondamento con risorse decisive come la tenacia, la volontà di farcela, lo spirito di sacrificio. Dieci anni ti segnano per la vita, soprattutto se sono quelli dell’infanzia. Ci portiamo dentro il nostro passato, ciò che abbiamo assorbito, ci riscopriamo a fare gesti che facevano i nostri genitori, che vivevano per i figli. Che cambiamenti rileva nella famiglia tra gli anni di Vall’Alta e quelli di oggi, come Procuratore pubblico e quindi da un osservatorio privilegiato sui comportamenti? È cambiato il contesto. Ho vissuto la mia infanzia in un con- Emigranti_libro:Sarajevo_libro 17-04-2009 10:23 testo omogeneo, che era la cultura del paese, con identità, tradizioni, percorsi condivisi che facilitavano l’educazione dei figli. C’era continuità tra famiglia, scuola, chiesa, comunità. Le varie agenzie educative avevano una unità di intenti e di obiettivi. Oggi la realtà è molto disgregata e quindi diventa ovviamente più difficile avere una linea educativa riconosciuta, anche perché chi ce l’ha si rapporta e si raffronta con centomila altre. Si è sfilacciata la possibilità di collegarsi a un punto comune. Questo è il grande scoglio. Si fa sempre più difficile stabilire quali siano le regole. Con noi non c’erano grandi limiti da mettere: era la realtà a porli. Si può far tutto anche oggi: solo che lo sforzo è decisamente più consistente. Attorno alle famiglie sta crescendo una solitudine che noi non avevamo, perché il problema di uno era quello dell’altro. E il richiamo che ti veniva fatto in famiglia era lo stesso che ti facevano il maestro, il prete, il sindaco, cioè figure di adulti significative e autorevoli. Pagina 111 Un Procuratore pubblico ha in mano il destino di decine, centinaia di persone che hanno commesso un reato e devono saldare il conto con la giustizia. Come si sente in questo ruolo delicato? Solo una profonda chiarezza della funzione che hai consente e impone di fare il proprio dovere senza, da un lato, portarti a casa le disgrazie che incontri in ufficio, e dall’altro senza dimenticarti mai che hai di fronte delle persone e non solo dei casi e degli incarti da sbrigare. Anche il rigore, la fermezza della legge, la certezza della pena sono modi per richiamare alla responsabilità, per rivedere i propri comportamenti, per aggiustare il tiro e rilanciare la propria esistenza. Ha la sensazione di riuscire in quest’opera di rieducazione e di riavvio di un’esistenza, anche dopo colpe pesanti? Difficile stabilirlo. Posso citare qualche episodio, che può essere il segnale di un cambiamento. Nel nostro lavoro non distriAntonio Perugini 111 Emigranti_libro:Sarajevo_libro 17-04-2009 10:23 buiamo premi o riconoscimenti: e tuttavia ci imbattiamo in persone che dopo una condanna e dopo l’espiazione, a distanza di anni, ci sono grati per aver raddrizzato la loro vita. La soddisfazione più bella è quando scopri di essere diventato un interlocutore di consiglio al quale rivolgersi. È il segno che qualche messaggio passa. È diventato più difficile fare il Procuratore pubblico oggi? Immensamente, anche perché le procedure si sono fatte più complesse, quindi c’è una selva di regole e disposizioni da conoscere e alle quali attenersi. Quel che fa male è scoprire che se dalla porta fai entrare maggiori garanzie di difesa, dalla finestra esce la sostanza della Giustizia. Non sono il più ricco e il più furbo che devono essere avvantaggiati ulteriormente, cavandosela malgrado tutto a buon mercato. Certezza della pena: si è un po’ affievolita anche in Svizzera o non ne risentite? Sicuramente meno rispetto ad 112 Il magistrato di Vall’Alta Pagina 112 altre realtà e penso soprattutto a quella italiana. Da noi, malgrado tutto, ci sono pene più dimensionate o miti in confronto a quelle esorbitanti, che vengono irrogate altrove e che poi con indulti, condoni, amnistie finiscono per essere depotenziate anche come valore pedagogico. In Svizzera, uno deve scontare la pena che gli viene inflitta, tanta o poca che sia. LOTTA AI CANAPAI E DISASTRO DEL GOTTARDO Rapporti con i mass media. Che cosa si sente di rimproverare al mondo della comunicazione? Più che rimproverare, sono dell’avviso che occorra rimettere in discussione alcune linee deontologiche che ciascuno, nel proprio ambito, dovrebbe seguire. Nel penale stiamo assistendo ad una spettacolarizzazione della morbosità che circonda storie di sangue, soldi e sesso. In nome della libertà di stampa non ci si accorge di rendere un pessimo servizio alla Giustizia stessa. Emigranti_libro:Sarajevo_libro 17-04-2009 10:23 Vediamo bene tutti come si fanno i processi sui giornali prima che nei tribunali; quando poi si arriva in aula, l’interesse si è dissolto. Lo si nota molto bene nella disaffezione del pubblico ai processi, ai quali ormai assistono solo i giornalisti. Lei è stato in prima fila nella battaglia, poi vinta, contro il proliferare dei negozi di canapai lungo il confine, attirandosi strali infiniti da taluni ambienti. La situazione è migliorata o resta grave? Ho visto troppi giovani sprecare la loro vita per capricci o leggerezze. La battaglia contro i canapai fu doverosa anche perché si stava accreditando e legittimando nell’opinione pubblica l’idea del soldo facile. L’attrattiva fece salire sul carro, come sempre accade in questo genere di fenomeni, le persone più insospettabili: non solo chi coltivava e vendeva canapa, ma anche chi affittava e vendeva terreni, serre e stalle, i notai che stilavano i contratti, ed altri ancora. Fu un grande esercizio Pagina 113 di alibi per sfuggire alle maglie della legge e se fosse continuato il Ticino ne avrebbe sopportato conseguenze inimmaginabili. Si era arrivati a 75 negozi con decine di coltivazioni e un giro stramilionario. Una società non può illudersi di puntare e costruire il suo presente e il suo futuro sul soldo facile e sulle spalle delle disgrazie altrui. C’è un altro grande disastro di cui ha dovuto occuparsi Antonio Perugini nella sua attività di Procuratore pubblico: il rogo nel tunnel autostradale del San Gottardo… Che avvenne il 24 ottobre del 2001. Scontro fra due camion nella galleria, incendio furioso all’interno, 11 morti, oltre venti milioni di franchi (allora), traffico bloccato per mesi, un quadro di distruzione mai visto. Riuscimmo a entrare solo due giorni dopo la sciagura. Impressionante. Il lavoro di ricostruzione delle cause fu imponente. Quell’enorme lavoro di studio delle dinamiche e delle conseguenze non finì in un faldone da Antonio Perugini 113 Emigranti_libro:Sarajevo_libro 17-04-2009 10:23 archiviare ma fu raccolto, ordinato, discusso in un simposio e poi pubblicato in un libro - “Gestione di una catastrofe e responsabilità” - per favorire studi, interventi, misure preventive e scongiurare nei limiti del possibile altre simili sventure. Sul piano giudiziario ci fu un non luogo a procedere, perché il responsabile fu una delle undici vittime. Se si guarda indietro, trova motivo per qualche rimpianto? No, e lo dico con tutta sincerità. Mi ritengo fortunato perché dalla vita - per il contesto in cui sono nato e cresciuto - ho avuto più di quanto potessi aspettarmi. Rivivrei di corsa e rifarei la vita che ho avuto fin qui. I suoi imputati sanno che cos’è la coscienza? O deve spiegare loro di che si tratta? E come è percepita oggi? 114 Il magistrato di Vall’Alta Pagina 114 Tra le finalità del mio lavoro metto anche l’impegno di far capire a chi delinque le conseguenze per le vittime dei loro comportamenti. Forse bisogna ripartire dal recupero della responsabilità individuale. Il confine tra il bene e il male, il lecito e l’illecito si è molto ristretto, la percezione si è di molto attenuata. Tutto si è fatto molto relativo ed è quindi più arduo richiamare alla responsabilità personale per le proprie azioni, specie in un tempo leggero come il nostro. E Vall’Alta cosa vuol dire oggi per lei? Il paese del cuore, dell’infanzia, dei giochi, della spensieratezza. Vall’Alta è l’inizio del mio cammino di uomo. Ringrazio il Buon Dio per avermi concesso questa indimenticabile esperienza di vita.