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ANTONIO PERUGINI
Il magistrato che ha falciato
l’erba tossica dei giovani
V
Antonio Perugini con
la sua famiglia nella casa
di Arbedo, vicino
a Bellinzona. Alla sua destra
la moglie Michela
con i cinque figli. Nato
nel 1954 a Vall’Alta,
frazione del Comune
di Albino, è diventato
magistrato del Cantone
Ticino e s’è distinto
per le sue coraggiose
battaglie contro i canapai,
venditori di droghe leggere
lungo il confine. Sua anche
l’inchiesta sul terribile rogo
nel tunnel autostradale
del San Gottardo.
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all’Alta è un bel nome per un paese, un
nome che fa pensare ad una posizione
di una certa altitudine, esposta al sole,
quindi un paese aperto, luminoso, accogliente, operoso. E in effetti è tutto questo.
Entrando nella Valle del Lujo - deviazione a destra, poco prima della vecchia stazione del trenino che portava fino a Clusone
- è il primo borgo che si incontra, dopo aver
attraversato il Serio, svoltando subito a sinistra, all’altezza del vecchio stabilimento
dell’Italcementi. Paese di contadini, di emigranti, di missionari arditi come P. Giuseppe Madaschi, quasi cinquant’anni di Cina
o come don Berto Vicoli che solcò l’Atlantico per portare solidarietà e spinta allo sviluppo tra i campesinos della Bolivia.
C’era un grappolo di frazioni, come Mulinello, Colcine, Grumelduro, Colle Sfanino…, c’era un’adeguata presenza di
osterie e fiaschetterie, come si chiamavano allora i bar di oggi, sui cartelli si celebrava il barbera con il prezzo di vendita “al
calice” che è poi il nostro bicchiere e non
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mancava la balera. In questo
simpatico paese, il 19 luglio
del 1954 nacque Antonio Perugini. Il cognome non è di Vall’Alta: papà Pietro era dell’Umbria, precisamente di Montefalco, sopra Foligno, vicino a
Trevi, Spello e Assisi, la mamma vallaltese doc, Clementina
Zanga. Durante la guerra il
papà era stato mandato come
autista dell’esercito a Bergamo
e si sa come vanno certe vicende della vita: aveva conosciuto
la giovane Clementina, si innamorarono e si sposarono. Lui
lavorava come autista in una
ditta di Bergamo, la mamma
doveva badare ai figli e alla loro educazione: oltre Antonio,
Maria Teresa ed Ernestina.
Occorre dire che nella famiglia
di Clementina Zanga come in
tutto il paese di Vall’Alta e
nell’Oltreserio c’era familiarità
con la valigia: molti partivano al
tempo della fienagione per il
Ticino e facevano la stagione.
Con la falce, la “ranza”, e un fagotto carico di pochi panni,
giusto il cambio, andavano dov’erano già stati i padri e gli zii:
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dal Mendrisiotto si spingevano
fino a Nante e molti poi fecero famiglia e si stabilirono lì,
basta scorrere l’elenco del telefono per trovarvi cognomi delle terre bergamasche.
Per Antonio sono ricordi indelebili quelli di Vall’Alta, un paese che gli è rimasto nel cuore,
nella mente, con i momenti più
belli, quelli dell’infanzia, che
per tutti sono carichi di giochi
di gruppo, delle prime timide
avventure, delle feste, delle estati con il sole a perpendicolo e di
qualche villeggiante che sfuggiva all’afa milanese cercando fresco e riposo in qualche stanza
affittata nelle case contadine.
Siamo a metà Novecento.
Antonio e la sua famiglia vivevano in una casa del centro, proprio davanti alla chiesa. Tra i
suoi giochi c’era, come per i coetanei, il salto dalla scalinata su
un mucchio di sabbia rimasto lì
per anni. Vinceva chi osava fare il salto più alto. Dietro la parrocchiale c’erano molti alberi di
ciliegio: quando si annunciavano i primi rossori sui frutti, in
gruppo si organizzavano spediAntonio Perugini 107
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zioni per farne quotidiane scorpacciate. Si viveva, di fatto, in
piazza: quello era il luogo del
gioco, dell’incontro, dell’evasione, del tempo perduto. Anche
per gli adulti, che sulla piazza
ogni domenica, dopo la Messa
delle 10, giocavano interminabili partite a pallamano. Questo
era lo stadio.
LE LEZIONI DI VITA
DI ANTONIA E “ZIO PINO”
Tutto era scandito dalle campane, l’Avemaria del mattino e
della sera, l’Angelus a mezzogiorno. E poi le feste classiche di
tutti i paesi: il Natale, i Re Magi che arrivavano agghindati e
portavano doni ai bambini, le
Quarantore, S. Luigi, il triduo
con una selva di candele che incorniciavano l’altare maggiore
rivestendolo di luci mai viste e
poi le Rogazioni, con processioni tra prati che parevano innevati tanti erano i narcisi, quasi
un’onda di panna che si muoveva cullata dal vento, camminate
di buon mattino con l’aria frizzante che ti teneva sveglio, can108 Il magistrato di Vall’Alta
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ti, invocazioni ai santi, benedizioni. Ci sono profumi che si
incollano dentro: Antonio ha
interiorizzato quello dei narcisi
che gli evocano maggio, i pellegrinaggi al santuario, l’erba falciata e lavorata nei campi perché
diventasse fieno per l’inverno.
Dire Vall’Alta significa anche
fare riferimento a due figure di
maestri che hanno formato generazioni, gli indimenticabili
Antonia Fascina, insegnante in
paese per ben 45 anni e Giuseppe Zanga (per i familiari
“zio Pino”), cugino di mamma
Clementina Perugini, due storie che sembrano uscite direttamente dalle pagine del “Cuore” di De Amicis, due punti di
riferimento per la comunità. Le
loro non erano solo lezioni di
italiano, aritmetica, storia e
geografia ma di disciplina, di
carattere, di valori vissuti e testimoniati prima che insegnati. Antonio ebbe per maestro
proprio Giuseppe Zanga, tipo
asciutto e sangue di alpino nelle vene, con il culto del volontariato espresso attraverso le
filodrammatiche da lui prepa-
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rate, in lettere scritte a nome di
anziani che non sapevano più
scrivere, in iniziative di solidarietà e assistenza ai poveri.
Non c’erano praticamente auto,
si poteva trasformare la strada
in un improvvisato campo di
calcio, il tempo del catechismo
(del “dutrinì”) era atteso perché
significava compagnia, gioco,
divertimento. Il padre di Antonio era stato il primo a Vall’Alta a possedere una “Isetta”, quel
veicolo a tre ruote, con apertura anteriore. Degli anni vallaltesi ha ben presente quando cominciarono i lavori per la costruzione del campo di calcio, a
sud del leggendario Bar Acli,
cuore del tempo libero di tutti,
dai bambini ai vecchi che ai tavoli si affrontavano a scopa e
tresette, con immancabili imprecazioni, perché tutti qui sono maestri, anzi professori.
Dieci gli anni vissuti da Antonio Perugini a Vall’Alta. Il
paradiso è essere perfetti, dice
l’Anziano al fremente Gabbiano Jonathan Livingston. Chi
può dirlo? Forse però quelli
furono un po’ come il paradiso.
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“Se c’è la felicità, l’ho assaporata in
quegli anni lontani, di vita semplice e spensierata” - dice oggi
nella sua calda casa di Arbedo,
dove vive con la moglie Michela e i figli Cecilia, Chiara, Giacomo, Virginia e Tommaso.
Arbedo, tuttavia, non è il primo
scalo della famiglia Perugini,
partita carica di speranze e di
malinconie, perché ogni strappo pesa. Quando Pietro Perugini, sotto i colpi di una ciclica
crisi, rimase senza lavoro, come
molti altri del paese e della
Valle del Lujo, si fece strada l’idea del Ticino, dove si aprivano i grandi cantieri. Detto fatto. Prima partì il capofamiglia,
per sondare il terreno. Approdò
alla ditta Scerri, come autista e
meccanico. Un periodo di due
anni, condiviso con altri operai
alla cava Ambrosini di Castione; qui un’estate giunse anche
Antonio, per provare con il padre la prima esperienza di lavoro giovanile. Ed è a Castione
che si stabilisce la famiglia Perugini, mantenendo aperto l’appartamento di Vall’Alta, perché
non si sapeva bene come sarebAntonio Perugini 109
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be andata e ci poteva stare anche un rientro. Oggi a pensarci sembra una favola amara,
purtroppo era la realtà di quegli anni e di quella gente. Il
trasloco avvenne a bordo di
una Fiat 600: si può immaginare quanto si potesse trasportare. Si portava lo stretto necessario, a volte nemmeno quello.
Un salto brusco, lacerante, una
sorta di sradicamento ma l’ambientamento è rapido: “La comunità ci accolse bene, non avvertimmo proprio alcuna barriera,
anzi, fummo aiutati nella scuola,
nell’inserimento in paese e si affievolì pertanto il desiderio di far
ritorno a Vall’Alta”. Restano solidi alcuni collegamenti affettivi, per esempio con i cugini Serafina e Bernardo. Quando Antonio torna a Vall’Alta, come
per incanto, in un attimo si ricompone la rete degli affetti.
Scatta il tamtam e insieme ci si
ritrova, in un ristorante o al santuario, dove la mamma voleva
salire ogni volta che tornava a
Vall’Alta. Scuole maggiori ad
Arbedo, ginnasio e liceo a Bellinzona, quindi università a Fri110 Il magistrato di Vall’Alta
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borgo, avvocato, Procuratore
Pubblico dal 1990: per Antonio
Perugini sono quasi vent’anni
vissuti da protagonista sui banchi dell’Accusa.
DALLA COMUNITÀ EDUCANTE
ALLE FAMIGLIE SOLE
Quanto c’è e quanto incide
l’impronta bergamasca nella
vita di Antonio Perugini?
Credo che sia il fondamento
con risorse decisive come la
tenacia, la volontà di farcela, lo
spirito di sacrificio. Dieci anni
ti segnano per la vita, soprattutto se sono quelli dell’infanzia.
Ci portiamo dentro il nostro
passato, ciò che abbiamo assorbito, ci riscopriamo a fare gesti
che facevano i nostri genitori,
che vivevano per i figli.
Che cambiamenti rileva nella
famiglia tra gli anni di Vall’Alta e quelli di oggi, come Procuratore pubblico e quindi da
un osservatorio privilegiato
sui comportamenti?
È cambiato il contesto. Ho vissuto la mia infanzia in un con-
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testo omogeneo, che era la cultura del paese, con identità, tradizioni, percorsi condivisi che facilitavano l’educazione dei figli.
C’era continuità tra famiglia,
scuola, chiesa, comunità. Le varie agenzie educative avevano
una unità di intenti e di obiettivi. Oggi la realtà è molto disgregata e quindi diventa ovviamente più difficile avere una linea
educativa riconosciuta, anche
perché chi ce l’ha si rapporta e si
raffronta con centomila altre.
Si è sfilacciata la possibilità di
collegarsi a un punto comune.
Questo è il grande scoglio. Si fa
sempre più difficile stabilire quali siano le regole. Con noi non
c’erano grandi limiti da mettere:
era la realtà a porli. Si può far
tutto anche oggi: solo che lo
sforzo è decisamente più consistente. Attorno alle famiglie sta
crescendo una solitudine che
noi non avevamo, perché il problema di uno era quello dell’altro. E il richiamo che ti veniva
fatto in famiglia era lo stesso che
ti facevano il maestro, il prete, il
sindaco, cioè figure di adulti significative e autorevoli.
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Un Procuratore pubblico ha
in mano il destino di decine,
centinaia di persone che hanno commesso un reato e devono saldare il conto con la giustizia. Come si sente in questo
ruolo delicato?
Solo una profonda chiarezza
della funzione che hai consente e impone di fare il proprio
dovere senza, da un lato, portarti a casa le disgrazie che incontri in ufficio, e dall’altro
senza dimenticarti mai che hai
di fronte delle persone e non
solo dei casi e degli incarti da
sbrigare. Anche il rigore, la fermezza della legge, la certezza
della pena sono modi per richiamare alla responsabilità,
per rivedere i propri comportamenti, per aggiustare il tiro e
rilanciare la propria esistenza.
Ha la sensazione di riuscire in
quest’opera di rieducazione e
di riavvio di un’esistenza, anche dopo colpe pesanti?
Difficile stabilirlo. Posso citare
qualche episodio, che può essere il segnale di un cambiamento. Nel nostro lavoro non distriAntonio Perugini 111
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buiamo premi o riconoscimenti: e tuttavia ci imbattiamo in
persone che dopo una condanna e dopo l’espiazione, a distanza di anni, ci sono grati per aver
raddrizzato la loro vita. La soddisfazione più bella è quando
scopri di essere diventato un interlocutore di consiglio al quale rivolgersi. È il segno che
qualche messaggio passa.
È diventato più difficile fare il
Procuratore pubblico oggi?
Immensamente, anche perché le
procedure si sono fatte più complesse, quindi c’è una selva di regole e disposizioni da conoscere e alle quali attenersi. Quel che
fa male è scoprire che se dalla
porta fai entrare maggiori garanzie di difesa, dalla finestra esce la
sostanza della Giustizia. Non
sono il più ricco e il più furbo
che devono essere avvantaggiati ulteriormente, cavandosela
malgrado tutto a buon mercato.
Certezza della pena: si è un
po’ affievolita anche in Svizzera o non ne risentite?
Sicuramente meno rispetto ad
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altre realtà e penso soprattutto
a quella italiana. Da noi, malgrado tutto, ci sono pene più dimensionate o miti in confronto a quelle esorbitanti, che vengono irrogate altrove e che poi
con indulti, condoni, amnistie
finiscono per essere depotenziate anche come valore pedagogico. In Svizzera, uno deve scontare la pena che gli viene inflitta, tanta o poca che sia.
LOTTA AI CANAPAI
E DISASTRO DEL GOTTARDO
Rapporti con i mass media.
Che cosa si sente di rimproverare al mondo della comunicazione?
Più che rimproverare, sono dell’avviso che occorra rimettere in
discussione alcune linee deontologiche che ciascuno, nel proprio ambito, dovrebbe seguire.
Nel penale stiamo assistendo ad
una spettacolarizzazione della
morbosità che circonda storie di
sangue, soldi e sesso. In nome
della libertà di stampa non ci si
accorge di rendere un pessimo
servizio alla Giustizia stessa.
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Vediamo bene tutti come si
fanno i processi sui giornali
prima che nei tribunali; quando
poi si arriva in aula, l’interesse si
è dissolto. Lo si nota molto
bene nella disaffezione del pubblico ai processi, ai quali ormai
assistono solo i giornalisti.
Lei è stato in prima fila nella
battaglia, poi vinta, contro il
proliferare dei negozi di canapai lungo il confine, attirandosi strali infiniti da taluni
ambienti. La situazione è migliorata o resta grave?
Ho visto troppi giovani sprecare la loro vita per capricci o leggerezze. La battaglia contro i
canapai fu doverosa anche perché si stava accreditando e legittimando nell’opinione pubblica
l’idea del soldo facile. L’attrattiva fece salire sul carro, come
sempre accade in questo genere di fenomeni, le persone più
insospettabili: non solo chi coltivava e vendeva canapa, ma
anche chi affittava e vendeva
terreni, serre e stalle, i notai che
stilavano i contratti, ed altri
ancora. Fu un grande esercizio
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di alibi per sfuggire alle maglie
della legge e se fosse continuato il Ticino ne avrebbe sopportato conseguenze inimmaginabili. Si era arrivati a 75 negozi
con decine di coltivazioni e un
giro stramilionario. Una società non può illudersi di puntare
e costruire il suo presente e il
suo futuro sul soldo facile e
sulle spalle delle disgrazie altrui.
C’è un altro grande disastro di
cui ha dovuto occuparsi Antonio Perugini nella sua attività
di Procuratore pubblico: il rogo nel tunnel autostradale del
San Gottardo…
Che avvenne il 24 ottobre del
2001. Scontro fra due camion
nella galleria, incendio furioso
all’interno, 11 morti, oltre venti
milioni di franchi (allora), traffico bloccato per mesi, un quadro
di distruzione mai visto. Riuscimmo a entrare solo due
giorni dopo la sciagura. Impressionante. Il lavoro di ricostruzione delle cause fu imponente.
Quell’enorme lavoro di studio
delle dinamiche e delle conseguenze non finì in un faldone da
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archiviare ma fu raccolto, ordinato, discusso in un simposio e poi
pubblicato in un libro - “Gestione di una catastrofe e responsabilità” - per favorire studi, interventi, misure preventive e scongiurare nei limiti del possibile altre simili sventure. Sul piano
giudiziario ci fu un non luogo a
procedere, perché il responsabile fu una delle undici vittime.
Se si guarda indietro, trova
motivo per qualche rimpianto?
No, e lo dico con tutta sincerità. Mi ritengo fortunato perché
dalla vita - per il contesto in cui
sono nato e cresciuto - ho avuto più di quanto potessi aspettarmi. Rivivrei di corsa e rifarei
la vita che ho avuto fin qui.
I suoi imputati sanno che cos’è la coscienza? O deve spiegare loro di che si tratta? E come è percepita oggi?
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Tra le finalità del mio lavoro
metto anche l’impegno di far
capire a chi delinque le conseguenze per le vittime dei loro
comportamenti. Forse bisogna ripartire dal recupero della responsabilità individuale. Il
confine tra il bene e il male, il
lecito e l’illecito si è molto ristretto, la percezione si è di
molto attenuata. Tutto si è
fatto molto relativo ed è quindi più arduo richiamare alla responsabilità personale per le
proprie azioni, specie in un
tempo leggero come il nostro.
E Vall’Alta cosa vuol dire oggi per lei?
Il paese del cuore, dell’infanzia,
dei giochi, della spensieratezza.
Vall’Alta è l’inizio del mio
cammino di uomo. Ringrazio il
Buon Dio per avermi concesso
questa indimenticabile esperienza di vita.
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Antonio Perugini - Provincia di Bergamo