CONNESSIONI
La relazione
terapeutica è il tema
centrale attorno cui ruotano i lavori
degli autori che seguono. I testi, pur
esponendo anche aspetti tecnici,
si articolano attorno a questo punto di vista.
BIANCIARDI ci ricorda che "// soggetto epistemico della
cibernetica di secondo ordine non è un'idea astratta, ma un
concreto organismo biologico 'osservatore' unico ed irripetìbile delle
relazioni e dei contesti dei quali resta partecipe e parte dì".
Questa condizione porta il terapeuta ad un'attenzione
particolare agli aspetti emozionali della relazione.Viene, così,
riesplorato anche il transfert e la differenza tra ottica
psicoanalitica ed ottica sistemica.
BERTOCCHI e MURARO rileggono temi fondamentali quali:
le indicazioni allaTerapia Individule e la presentificazione degli
assenti, sottolineando l'attenzione necessaria per cogliere la
relazione tra il paziente, la "sua malattia" ed il "suo sistema".
Tutto verrà filtrato dalla qualità di questa relazione.
Sempre legato al tema, l'intervento di BERTRANDO ed
ARCELLONI che porta a considerare l'ipotesi come "struttura
che connette" terapeuta e cliente in un "dialogo" che garantisca
una vera co-costruzione.
TOFFANETTI chiude con riflessioni sulla fine della terapia.
Il tema era stato definito da Boscolo nella intervista
introduttiva come "momento fondamentale
della terapia". Quando attuarla e come?
L'autore scrive; "La questione del
termine della terapìa individuale
mette in gioco molto più la
relazione terapeutica che la
validità o la conoscenza del
modello".
Centralità della
relazione terapeutica
in terapia sistemica
individuale
Questa complessità
dell'esperienza soggettiva
resta pur sempre
'misteriosa'
avrebbe detto Bateson,
Marco Bianciardi*
misteriosa perché
et terapia familiare classica, che prevede la compresenza di per definizione non possiamo
tutto il nucleo familiare in seduta (e, eventualmente, della fami- com-prenderla dall'esterno
glia allargata, o di invianti, conoscenti, amici...), non è oggi molto
frequente. Le domande di psicoterapia sono prevalentemente individuali,
non sempre è facile coinvolgere tutto il nucleo familiare quando lo si ritiene
utile e opportuno, e i clinici formati in psicoterapia familiare sistemica ricevono prevalentemente invii di coppia.
L
Non è questa la sede per formulare ipotesi relative ai motivi di questo
dato di fatto.
Se lo ho ricordato è solo per affermare che non è, e non deve essere,
questo il motivo primario per cui dobbiamo interrogarci di più e meglio
sulla psicoterapia sistemica individuale, sui suoi fondamenti teorici, sulla
teoria della clinica.
A mio parere, infatti, il motivo primo e prioritario è di natura teorica.
Proporrò in questo saggio alcune riflessioni sulla centralità della relazione
terapeutica in psicoterapia, con il fine di suggerire una tesi apparentemente
provocatoria: possiamo e dobbiamo considerare l'approccio sistemico
come l'approccio elettivo in psicoterapia individuale.
* Bianciardi M., Responsabile scientifico Associazione Episteme, Via Ricasoli 4, Torino. Tei.
011882821. E-mail: [email protected]
157
paziente
sistema
persona
CONNESSIONI
II soggetto della cibernetica di second'ordine
L
a cibernetica di secondo ordine ha riconosciuto appieno l'importanza
dell'individuo come soggetto di esperienza, di conoscenza, di significati,
di emozioni, di passioni, di progetti, di sogni, di desideri. Se l'individuo
della prima cibernetica era, semplificando un po', una pedina presa dentro
un 'gioco' più grande di lui, oggi consideriamo l'individuo come il soggetto
che propone attivamente la propria visione del mondo e la propria descrizione delle relazioni; ciascuno di noi è, come ha affermato von Foerster,
responsabile del proprio mondo - della versione del mondo, cioè, che egli
crea, inventa, 'mette innanzi'.
È bene però ricordare che la riscoperta del soggetto da parte della
cibernetica di secondo ordine non reintroduce il soggetto della logica classica (un soggetto ontologico, dotato di un proprio statuto autonomo che è
indipendente dalla relazione e precede la possibilità di entrare in relazione
con gli altri e con i contesti di vita), bensì scopre un soggetto epistemico,
un soggetto di conoscenza.
Il soggetto epistemico della cibernetica di secondo ordine non è un'idea
astratta, bensì è un concreto organismo biologico dotato della potenzialità
di porsi come 'osservatore' assumendo un punto di vista per certi versi
unico ed irripetibile sulle relazioni e sui contesti dei quali tuttavia resta pur
sempre partecipe e parte di.
Il concetto di 'osservatore' non è ontologico, bensì operazionale: un
organismo o una macchina in grado di operare distinzioni o di cogliere differenze, grazie alla chiusura dei circuiti retroattivi che ne specificano Poperazionalità, è un osservatore.
Dico un osservatore perché ^Osservatore (con l'articolo determinativo e la
iniziale maiuscola, per intenderci) non esiste: esistono miriadi di osservatori
concreti, ciascuno dei quali è specifico, unico, irripetibile, in quanto è radicato nella storia che lo ha preceduto e calato nel contesto entro cui si pone.
Del resto, il celebre aforisma di Maturana suona precisamente, e non a
caso, come segue: "Tutto ciò che è detto è detto da un osservatore" (e non,
appunto: "Tutto ciò che è detto è detto da /'osservatore").
Ciò che mi preme sottolineare è che ogni osservatore biologico (quale
noi siamo) è un organismo il quale ha sì la potenzialità di differenziarsi dai
contesti che lo hanno generato, ponendosi così come osservatore del contesto medesimo e costruendo una propria 'realtà', ma quest'ultima sarà, e
non potrà che essere, congruente ai vincoli e alle possibilità secondo cui la
deriva evolutiva lo ha costruito come organismo in grado di porsi come
osservatore. L'osservatore della cibernetica di secondo ordine, quindi, deve
158
essere considerato come un organismo in carne e ossa: un organismo concreto, fatto di carne e di sangue, di organi sensoriali e circuiti neuronali, e
quindi per nulla avulso, disincarnato, autonomo, rispetto ai processi dell'evoluzione biologica.
Si tratta di un osservatore storico e contestuale, strettamente vincolato
alla nicchia ecologica e alla storia evolutiva, che ne specificano le caratteristiche percettive stesse secondo cui egli costruisce la propria 'realtà'.
Come hanno mostrato Maturana e Varela, l'organismo costruisce una
'realtà', una versione del suo mondo, che emerge dalla chiusura ricorsiva
secondo cui il cervello comunica con l'organo sensoriale che comunica di
nuovo con il cervello, ecc. Ora, il fatto che la percezione costruisca un
mondo che emerge dalla chiusura di questo processo, può far pensare che
il reale (la realtà là fuori di noi, la 'cosa in sé' kantiana, inconoscibile in sé e
per sé) non entri per nulla in questo anello che si chiude su stesso. Ma il
reale è presente a monte, è presente come condizione di possibilità. Si
potrebbe dire, anzi, che il reale è già e fin da subito onnipresente, in quanto
lo è in ogni singola cellula del cervello e dell'occhio dell'organismo, nonché
nella forma e nelle proprietà dell'anello ricorsivo medesimo.
La 'realtà' dell'osservatore biologico non è in-formata dalle caratteristiche del reale là fuori, bensì è in-formata da (è formata coerentemente a) le
caratteristiche dei suoi organi sensoriali, percettivi, cerebrali. Il punto è che
l'organismo biologico stesso appartiene al reale, appunto, e resta quindi
inconoscibile in sé, pur essendo la condizione di possibilità della costruzione di ogni 'realtà' - ivi comprese le 'mappe' o le descrizioni che l'organismo
può fare di sé medesimo (che noi possiamo fare del nostro corpo e del suo
funzionamento).
La storia e i contesti, quindi, costruiscono le caratteristiche biologiche
dell'osservatore, il quale costruirà il proprio 'mondo' coerentemente alla
propria biologia.
L'esperienza specificatamente umana
f esperienza dell'uomo, in quanto linguistica e culturale, è caratterizzata
da una specificità e da una complessità che la differenziano dall'esperienza degli altri osservatori biologici. Tale specificità però non elimina
(ma, piuttosto, conferma ad un differente livello) il suo essere radicato nei
contesti che egli abita ed il suo far parte della storia di un processo evolutivo.
Il soggetto umano infatti è un soggetto linguistico, il quale, oltre al radicamento nel reale che caratterizza ogni organismo biologico, sperimenta un
radicamento culturale, sociale, linguistico.
L
159
—paziente
sistema
persona
O
CONNESSIONI
La lunghissima dipendenza sperimentata dai cuccioli dell'uomo (neotenia), farà dell'uomo adulto un animale caratterizzato da una dialettica tra
dipendenza e autonomia propria a lui solo: una dialettica come vedremo
per certi versi drammatica, e che sarà precisamente ciò che affrontiamo in
psicoterapia.
Il linguaggio infatti permette quella meravigliosa autonomia soggettiva
che è l'autonomia del costruire la propria 'realtà'. Si tratta della libertà di
creare, con le parole, sempre nuove versioni dell'esperienza, o di evocare e
rendere attuale nel discorso ciò che in quel momento non è presente, o,
ancora, di sognare un mondo inesistente e di impegnarsi per costruirlo o
partire per cercarlo: è la autonomia dal mero dato di realtà, è la libertà dell'utopia, è la possibilità di creare la 'realtà' della nostra esperienza e del
mondo che abitiamo, di creare mondi 'controfattuali'... Autonomia al
tempo stesso meravigliosa e fragilissima, perché è una autonomia che nasce
nella dipendenza più intima e radicale: la dipendenza dall'altro che ci dona
la parola (e si tratta di un dono, lo sappiamo, di quelli che non si possono
rifiutare).
Ora, questa dipendenza dall'altro è così drammatica perché essa è, inevitabilmente, relativa anche alla definizione di sé (o all'immagine di sé): la
quale innanzi tutto dipende dalla relazione primaria (perché è all'interno
della relazione primaria che viene costruita la prima versione di una definizione di sé, o dell'immagine di sé: la matrice, per così dire); e che, in seguito,
dipenderà dalla relazione con gli altri significativi. Si potrebbe dire che la
lunghissima dipendenza del piccolo dell'uomo per la sua sopravvivenza
concreta, da una parte permette una straordinaria autonomia dal reale,
d'altra parte comporta una dipendenza dall'altro per la sopravvivenza psicologica, dipendenza da cui il soggetto non potrà mai emanciparsi del
tutto.
Infatti, poiché la definizione di sé nasce da come raccontiamo noi a noi
stessi, poiché l'immagine di sé non è 'oggettiva' bensì è anch'essa creata, o
inventata, nel linguaggio, sia l'una che l'altra dipendono due volte dall'altro:
dipendono dall'altro in quanto sono costruite con i termini, le parole, e le
regole sintattiche che ciascuno di noi ha solo potuto ricevere, accettare e
fare propri; e dipendono dall'altro in quanto sia l'una che l'altra sono arbitrarie per definizione, e non possono quindi prescindere dal bisogno di una
conferma all'interno delle relazioni significative.
Il nostro sé è una costruzione autonoma segnata dalla dipendenza, sia
perché i mattoni per costruirlo li abbiamo ricevuti in dono, sia perché è
una costruzione che non si regge da sola, che non sta in piedi senza la continua, costante, conferma dell'altro.
160
La dialettica dipendenza-autonomia quindi si colloca, e si manifesta
fino alle sue estreme conseguenze, al cuore della peculiarità dell'essere
uomo dell'uomo; e deve essere rintracciata alla radice del divenire 'uomo'
da parte di quel cucciolo del tutto incapace di sopravvivere per tempi lunghissimi che tutti noi siamo stati: tale dialettica si da nel nodo che intreccia,
nel linguaggio, la libertà di creare mondi possibili [autonomia] al disperato,
assoluto, bisogno della conferma dell'altro [dipendenza],
II linguaggio introduce, e per sempre, ad una dimensione ove il legame
tra la parola e ciò che il termine designa si fa debole, praticamente inesistente, del tutto convenzionale (da cui la libertà di inventare il mondo che
abitiamo), ma ove, anche e proprio per questo, il legame all'altro, e al bisogno della conferma pragmatica dell'altro, si fa drammatico, in ultima analisi
obbligato, necessario (da cui la dipendenza non risolvibile all'altro per salvaguardare un'identità pur sempre minacciata, provvisoria, da farsi e rifarsi
costantemente nel racconto di sé a se medesimi...).
i sono soffermato su questi aspetti per ricordare fino a che punto l'esperienza dell'uomo sia, per definizione, relazionale: il 'mondo' che
egli crea, e di cui deve considerarsi pur sempre responsabile, da un altro
punto di vista emerge dalla pratica delle relazioni linguistiche: dalle interazioni primarie per il piccolo dell'uomo, e dalle relazioni emotivamente
significative per l'individuo adulto. E poiché la 'realtà' che ciascuno di noi
inventa comprende anche quell'ininterrotto racconto di sé a se medesimi
che è la soggettività, ne consegue che la soggettività di ciascuno di noi è
sottomessa al primato della relazione.
Se, quindi, il soggetto si vede e si considera 'incapace', o 'sfortunato'
(per fare esempi semplici, anche se un po' banali, che ci introducono fin
d'ora alla clinica), da un lato dobbiamo considerarlo pienamente responsabile di questa descrizione (che, naturalmente, non ha nulla di oggettivo),
d'altro lato dobbiamo riconoscere che essa è emersa all'interno delle relazioni primarie, e viene continuamente rinegoziata, per così dire, all'interno
delle relazioni in cui egli si impegna come adulto; e qui sta la complessità
del punto di vista attuale, che, nel riscoprire la centralità del soggetto, non
deve dimenticare la centralità dei contesti, i quali intessono il soggetto dall'interno, e sono presenti in ogni singola parola del suo narrare a se stesso
la propria esperienza soggettiva.
M
Ed è questa la complessità della posizione soggettiva, il suo abitare un
nodo in cui si intrecciano la autonomia non riducibile del punto di vista
soggettivo e la dipendenza non eludibile dalle relazioni e dai contesti cui
l'individuo partecipa.
161
.
sistema
persona
Q
CONNESSIONI
II dramma di ognuno di noi sta precisamente nel fatto che d'un lato la
soggettività nasce intessuta fin nell'intimo dalle parole e dalla struttura stessa della lingua naturale entro cui ci poniamo come soggetti, e che, d'altro
lato, dobbiamo saperci pienamente responsabili delle modalità secondo cui
facciamo uso di quelle parole, di quella sintassi, di quelle premesse implicite e segrete a noi stessi, per declinare nel tempo l'inesausto racconto che
rivolgiamo a noi stessi della nostra esperienza di vita.
Si potrebbe dire che l'esperienza soggettiva è attraversata da questa
complessità, o che si da nell'abitare questo nodo in cui la responsabilità e
l'autonomia individuale si intrecciano con la contestualità e la relazionalità
dell'esperienza: l'individuo deve riconoscersi pienamente responsabile di
qualcosa che non controlla affatto, o comunque non controlla in modo unilaterale.
Questa complessità dell'esperienza soggettiva resta pur sempre 'misteriosa', avrebbe detto Bateson - misteriosa perché per definizione non possiamo com-prenderla dall'esterno.
E, proprio in quanto così inafferrabile nella complessità non riducibile
che la caratterizza, l'esperienza soggettiva che la persona porta in psicoterapia individuale può risultare davvero coinvolgente ed appassionante.
E forse per questo che, in psicoterapia individuale, mi accade più
sovente di provare quella che io chiamo la profonda gratitudine del terapeuta, la gratitudine per il fatto che una persona si affidi a me e mi racconti
le sue esperienze più difficili, e riesca a volte a dirmi ciò che era fino a quel
momento segreto a lui stesso ... e sento più spesso che davvero la storia, e
le vicissitudini, e il cammino dell'altro, mi arricchiscono come persona, mi
insegnano molto sulla vita, e, a volte, anche su di me e sulla mia esperienza.
Priorità della relazione nell'approccio sistemico
A
bbiamo visto come il soggetto riscoperto dalla cibernetica di second'ordine sia un soggetto di conoscenza che è un concreto organismo
biologico che obbedisce alle caratteristiche secondo cui la storia evolutiva
lo ha generato; e abbiamo sottolineato come l'esperienza dell'uomo si
caratterizzi come linguistica (e quindi come contestuale e relazionale) fin
nel cuore dell'esperienza di sé: nella costruzione di una immagine di sé e
nel racconto di sé rivolto a se stesso.
Riprendiamo quindi la tesi che ho proposto all'inizio di queste riflessioni: i sistemici dovrebbero considerarsi i più interessati alla psicoterapia
162
individuale, perché in realtà l'approccio sistemico può e deve essere considerato il più appropriato ad affrontare una domanda di psicoterapia individuale.
Per comprendere il senso e le ragioni di questa affermazione si consideri che in psicoterapia individuale la relazione più significativa(da ogni
punto di vista) presente nel qui-e-ora è la relazione terapeutica. E si ricordi
che i cimici sistemici si caratterizzano precisamente per questo: per il fatto
di considerare primaria la relazione nel qui-ed-ora.
Ora, come notò Freud quando scoprì il fenomeno da lui denominato
'transfert', è ben difficile lavorare con qualcosa che non c'è (in absentia o in
effigie, per dirla, con Freud, in modo colto). Ciò su cui si può fare ipotesi, e
soprattutto ciò su cui si può intervenire, è ciò che è presente nel qui-ed-ora,
cioè la relazione terapeutica (per Freud, quindi, i fenomeni di transfert e
contro-transfert).
Il punto è che, per Freud, la relazione non è primaria: ciò che è, e
resta, primario è l'inconscio - anche se poi le modalità inconsapevoli si
trasferiscono, appunto, nella relazione e lì possono e devono essere
affrontate.
È bene sottolineare a questo proposito che i sistemici restano in
fondo dentro la stessa logica di Freud se e quando considerano primaria
la famiglia (i 'giochi' familiari, ad esempio). Questo modo di considerare
le cose resta pur sempre lineare-causale: c'è stata l'esperienza in famiglia,
e ora la persona viene da noi e ripropone con noi le modalità che ha deuteroappreso in famiglia. In questo modo restiamo dentro una logica
lineale e di tipo causale, perché consideriamo primario qualcos'altro (in
questo caso non l'inconscio, ma il sistema familiare) e secondaria la relazione nel qui ed ora.
Ciò che a mio parere ha caratterizzato fin dal suo nascere l'approccio
sistemico è stato il riconoscere che ciò che noi sperimentiamo è la relazione
attuale, mentre sul passato e sul futuro facciamo ipotesi e costruiamo storie.
È la relazione nel qui-ed-ora che ridefinisce il passato (di solito lo conferma, ma questa è un'altra storia). Non è il passato che determina il presente. Noi sistemici questo lo studiarne nelle prime pagine di Pragmatica
della comunicazione umana, è Vabc della sistemica, insomma: ma nel vivo dell'incontro con l'altro ce ne dimentichiamo quasi subito, perché ricordarselo
è davvero difficile.
Certamente, non possiamo non fare ipotesi e cercare spiegazioni che ci
appaiano convincenti. Ma non dobbiamo dimenticare che le nostre spiega-
163
paziènte
sistema
persona
Q
CONNESSIONI
zioni (ad es. l'ipotesi del deuteroapprendimento nel contesto delle relazioni
familiari) è solo una delle possibili modalità di spiegare la nostra esperienza nell'incontrare ora quella persona. Ce ne sono altre, e sono altrettanto interessanti e plausibili; ma in fondo ciò che conta, quando incontriamo l'altro, è
solo una cosa: il definirsi della relazione tra me e lui nell'incontro che avviene
qui e adesso. Di conseguenza, se si tratta di psicoterapia, ciò che conta è che
tra me e l'altro si definisca una relazione in cui l'altro possa narrare diversamente a se stesso la propria esperienza, e quindi non riproporsi, ad esempio,
come 'depresso'.
Ora, considerare primaria la relazione, significa essere davvero convinti
che è primaria la relazione nel qui ed ora, cioè la relazione con me - e questo
è molto difficile (per me resta comunque un'esperienza soggettiva assai rara).
Significa ad esempio essere davvero convinti, esserlo emotivamente, esserlo
con la pancia e con il cuore, 'sentirlo' oltre che 'pensarlo'... che il depresso
non è depresso, bensì propone anche qui, anche ora, anche con me, una
relazione all'interno della quale venga visto e descritto come 'depresso' ma, se ci riesce, questo dipende innanzi tutto dall'incontro con me adesso,
non dal passato.
Tutto ciò ci permette di riaffermare che l'approccio sistemico è l'approccio 'elettivo' per la psicoterapia individuale.
Appunto perché si fonda sulla priorità della relazione, e riconosce la
centralità della relazione nel qui-ed-ora, ovvero la centralità dell'incontro e
della relazione tra persone che la psicoterapia individuale è.
In definitiva: i sistemici considerano primaria la relazione nel qui-ed-ora,
e considerano secondarie tutte le possibili ipotesi, spiegazioni, teorie, così
come le diverse tecniche, pratiche, ecc.
Tutti gli altri approcci terapeutici considerano, per lo meno in teoria, la
relazione solo come un 'mezzo' (che può favorire o ostacolare il processo) in
quanto considerano qualcos'altro come prioritario (sia l'inconscio, sia il comportamento, siano i 'giochi' familiari nella psicoterapia familiare 'classica').
La differenza di fondo è tra il pensare che ci sia un 'qualcosa' che precede la relazione e che poi si manifesta (nel comportamento, nel sintomo,
nella relazione), e l'accettare il fatto che ciò che precede la relazione nel qui
ed ora è, sempre e solo, un universo di possibilità: le molteplici possibilità che
tutti noi abbiamo di proporci nella relazione.
Naturalmente, questo universo di possibilità non è infinito (in quanto si
da entro i vincoli del nostro essere concreti organismi biologici), e, soprattutto, tende a presentarsi come molto più ridotto, almeno operativamente,
164
rispetto all'universo teorico delle possibilità (questo ridursi, o limitarsi, di
un universo di possibilità teoricamente molto ampio è spiegato dalla teoria
della comunicazione come il risultato dell'effetto limitante della comunicazione, ovvero dell"abitudine', delle 'premesse', delle 'aspettative', ecc.. Ed è
esperienza di tutti noi che più la persona è 'malata' più è probabile che il
suo numero di possibilità nel proporsi si restringa, per lo meno su di un
piano operazionale).
In ogni caso, se e quando riusciamo a 'sentire' e 'sapere' che prioritaria è
la relazione nel qui-ed-ora, allora le domande che ci poniamo non sono sul
passato (dell'altro), bensì sul presente (ove noi siamo coinvolti appieno).
Ad esempio: come mai ora e nella relazione con me l'altro si propone
come 'depresso' ?
E come posso propormi io, al fine di offrirgli altre possibilità di proporsi nella relazione con me in questo momento ?
Credo che per un sistemico mantenere aperta e centrale questa domanda sia di per sé difficile (perché lo è sempre). Ma credo anche che sia ancor
più difficile per tutti coloro che non considerano prioritaria la relazione.
Per questo la terapia sistemica deve considerarsi elettiva in psicoterapia
individuale.
Prima di procedere devo però sottolineare che questa convinzione (che
l'approccio sistemico sia l'approccio elettivo per la psicoterapia individuale) deve accompagnarsi alla consapevolezza di una grande ignoranza: una
grande ignoranza relativa sia alle modalità secondo cui viene a definirsi la
relazione nel qui ed ora dell'incontro individuale, sia a come proporsi nella
relazione con l'altro.
Le modalità secondo cui l'altro propone una modalità relazionale in cui
venga confermato il suo essere 'depresso', sono implicite e non dette, avvengono, per così dire, all'insaputa del soggetto, si pongono sul piano delle
premesse logico-emotive, che, in quanto pre-poste al modo di raccontare di
sé e delle proprie esperienze, precedono il racconto che l'altro fa di sé e
della relazione con me, sono come la precondizione del racconto medesimo. Inoltre, tali modalità non sono semplici, univoche, coerenti e monolitiche; al contrario, esse sono complesse, articolate, contradditorie, ambivalenti, sottili, si sviluppano su registri differenti, per così dire sottotraccia,
tra le righe e le pieghe del racconto...
Credo che dobbiamo riconoscere che gli psicoanalisti (pur all'interno di
una cornice teorica che non considera la relazione come primaria) su questo sono un po' meno ignoranti di noi: di fatto ci hanno riflettuto e scritto
molto.
165
vwwiwnrv
sistema
persona
O
CONNESSIONI
La relazione terapeutica come relazione emozionale
E
bene a questo punto sottolineare che, oltre al bagaglio di questa ignoranza, il conversazionalismo/narrativismo comporta un rischio: quello
di privilegiare i contenuti rispetto all'intensità della relazione.
La narrativa ha il dono di liberarci dalle illusioni create dal verbo 'essere'
(nessuno è 'depresso', o 'schizofrenico', o 'bravo', o 'cattivo', ma tutte queste caratteristiche vengono inventate, proposte, negoziate, confermate,
ridefinite, nello scambio di parole); libertà meravigliosa ma anche terribile,
inquietante, difficilissima, perché le illusioni create dal verbo 'essere' sono
davvero rassicuranti e di cui abbiamo bisogno ben al di là di quanto
riusciamo ad ammettere... siamo letteralmente aggrappati alle beate illusioni che costantemente creiamo, come in un gioco di prestigio, dialogando
tra noi e dentro di noi: perché nel dialogo usiamo costantemente, in modo
complice e collusivo, descrizioni della forma verbo essere + aggettivo qualificativo, come se stessimo fornendo descrizioni 'oggettive' !
D'altra parte, come ho anticipato, la narrativa comporta anche un
rischio: ponendo l'accento sulla parola e sul racconto, rischia di farci
dimenticare che le parole sono emozioni - infatti 'feriscono', 'curano', a
volte 'uccidono', altre volte 'guariscono'. Mentre una parola, o un racconto,
che non sia emozione, è una parola morta, inerte, vuota: il contenuto più
meravigliosamente 'terapeutico' non ha alcun effetto se il legame della relazione in atto non è più forte del legame soggettivo con le proprie narrazioni
precedenti.
La narrativa non deve dimenticare che in principio è la relazione.
E che le narrazioni nascono, emergono, si danno, entro la relazione.
La pratica clinica ci mette costantemente di fronte a modalità narrative
che, per quanto siano dolorose e facciano soffrire, pare siano inestirpabili:
l'impressione è che, per il soggetto, liberarsene sia come strapparsi i visceri
e uscire dalla propria pelle.
Il motivo, come abbiamo visto, è che il soggetto le ha costruite e 'inventate' all'interno delle relazioni primarie, nel tempo e nel luogo di una
dipendenza dall'altro che d'un lato è stata essenziale per la sopravvivenza
stessa, e che d'altro canto è stata il contesto stesso entro cui egli ha avuto
accesso al linguaggio e quindi alla possibilità stessa di narrare di sé a se
medesimo.
La narrazione di sé, quindi, è stata declinata, fin dal suo primo porsi e
proporsi, secondo quelle modalità narrative, che ora appaiono come inestricabilmente parte del tessuto stesso, della trama del racconto, che il soggetto rivolge a se stesso.
166
Naturalmente, nel dire questo, sto nuovamente costruendo una ipotesi
sui motivi per cui alcune persone appaiono così drammaticamente attaccate, abbarbicate direi, a narrazioni che pure le fanno visibilmente soffrire.
Costruire ipotesi è inevitabile, ed è anche utile ovviamente.
Ma si tratta poi di tornare alla relazione nel qui ed ora, e interrogarci
quindi su come proporsi nella relazione con l'altro in modo da offrirgli la
possibilità di decostruire, modificare, ampliare, complessificare, i modi narrativi che tanto lo tengono legato ad una impossibilità di cambiare ed evolvere.
Ed io credo che in questi casi, sia utile intervenire sulla relazione stessa
che l'incontro psicoterapeutico è: sulla relazione tra me e l'altro.
L'intervento attivo sulla relazione terapeutica
i sono pazienti che presentano sensibili miglioramenti semplicemente
lasciando aperta la conversazione, introducendo e proponendo nuove
letture e nuovi significati, o anche ricorrendo ai vecchi 'trucchi' dei rituali,
delle prescrizioni, ecc.
Nella mia esperienza questo accade soprattutto quando sono in gioco
sintomi specifici, di solito insorti in epoca relativamente recente, in un
momento del ciclo vitale che ha rotto i vecchi equilibri... probabilmente in
questi casi il fatto che il terapeuta non creda al sintomo in termini 'oggettivi', e si interessi a cercare altri significati (ad es. il comportamento sintomatico è un messaggio, oppure è orientato al futuro, oppure è finalizzato a
mantenere lo statu quo precedente, o ancora è utile per evitare pericoli maggiori...), è sufficiente per sbloccare il classico circolo vizioso che si crea
quando il tentativo di soluzione diventa il problema.
Non so se in questi casi si potrebbe parlare di 'fuga nella guarigione' (in
fondo si tratta di una definizione che può avere senso da un certo punto di
vista e non da altri), ma è certo che in questi casi a volte poi la persona (o
un familiare, se si tratta di un trattamento familiare o di coppia) chiede una
terapia non centrata sul sintomo.
V
In realtà, soprattutto in psicoterapia individuale, frequentemente la
domanda di psicoterapia è più ampia e nello stesso tempo più profonda;
certo è pur sempre possibile ridurla a obiettivi specifici e delimitati ... ma
perché trattare da 'macchine banali' i nostri simili ? il 'sintomo' sì, ha le
caratteristiche di ripetitività, di prevedibilità, di ottusità direi, delle macchine banali, ma le persone che incontriamo no.
In sintesi: credo che il 'sintomo' sia trattabile utilmente senza coinvolgere la relazione terapeutica, o meglio 'usando' la relazione (l'autorevolezza,
167
sistemo
persona
CONNESSIONI
la fiducia accordataci, ecc.) per proporre altre letture, altri racconti, o eventualmente un intervento 'tecnico'. Ma se ci appassioniamo ai racconti soggettivi delle persone che a noi si rivolgono, e, naturalmente, se è presente
una domanda che ci interroga sul nodo di cui parlavo prima (l'essere pienamente responsabili di una 'realtà' che non possiamo controllare unilateralmente poiché emerge dalle relazioni), fermarsi al sintomo e alla sua soluzione sarebbe davvero riduttivo.
Vediamo quindi alcuni aspetti specifici di una pratica che mette al centro la relazione terapeutica così come si definisce nel qui ed ora dell'incontro interpersonale.
Un primo ambito di intervento è l'intervento sul setting, in particolare
sui tempi della terapia.
Quante volte e ogni quanto tempo incontrare la persona che ci chiede
una psicoterapia individuale ?
La risposta classica in psicoterapia sistemica è la seguente: almeno in
teoria, o in linea di principio, una seduta al mese per un numero di sedute
concordato.
Io direi, invece: è possibile, ed utile, deciderlo con la persona a partire
da una ipotesi sulla relazione terapeutica. Ho capito che in linea di massima è bene ed è utile accettare i tempi dell'altro, naturalmente per parlarne,
farne occasione di comprensione ed ipotizzazione a proposito della relazione terapeutica.
Roberta è una educatrice professionale che chiede una psicoterapia
individuale dopo essere rientrata a casa della madre, insieme al figlio di 4
anni, a seguito di una burrascosa separazione.
È molto motivata, vuole venire fuori in fretta dal brutto periodo che sta
attraversando, e pur sapendo che il mio modello di psicoterapia prevede
sedute distanziate nel tempo chiede di iniziare, per lo meno per un periodo, con sedute settimanali. Io inizialmente la faccio riflettere sul fatto che
forse la sua richiesta sottende l'idea, o il pregiudizio, che una analisi sia più
'approfondita', ecc., e che forse è questo che lei vorrebbe fare... ma lei
asserisce di non voler intraprendere una analisi, e quindi accetta la mia proposta che prevede 3 sedute quindicinali, per poi passare ad incontri mensili. Dopo le tre sedute, restituisco a Roberta una prima ipotesi relativa alla
sua storia familiare, ai guai in cui si è cacciata con un matrimonio decisamente sbagliato, all'immagine di sé fortemente svalutata dopo il fallimento,
ecc. Lei comprende bene, razionalmente, ma il suo non verbale è decisa-
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mente distaccato, forse deluso, appare un po' demotivata... Le chiedo se
quanto le sto dicendo non la convinca, sottolineo che è lei che deve 'sentire' se un'ipotesi è utile, perché è lei che 'sa' dall'interno la sua storia; ma lei
risponde che è delusa perché le sedute quindicinali le sembravano già
molto lontane nel tempo, e ora sa che inizieranno le sedute mensili: insomma, pare che il contenuto dell'ipotesi o della restituzione non le importi
molto a fronte della relazione terapeutica e dei suoi tempi. A quel punto
decido di riprendere l'argomento: subito Roberta si anima, torna ad essere
emotivamente presente, si accalora quasi, e riesce a dire che suo papa non
si interessava mai molto a lei, perché aveva il lavoro, il giornale da leggere,
ecc... e lei ha sentito che allo stesso modo io non volessi interessarmi a lei
al di là degli schemi che il mio modello di psicoterapia prevedevano; riesce
a dire che ha sempre desiderato di sentirsi un po' 'speciale' per il papa, e
che forse la richiesta di avere incontri settimanali era la richiesta di essere
una paziente un po' speciale... Io allora riconosco esplicitamente che queste sue riflessioni sono molto pertinenti, e ben si accordano con quanto le
stavo dicendo, e concludo proponendole di decidere lei i tempi: lei decida
per quanto tempo incontrarsi settimanalmente, ben sapendo che ne riparleremo e che le sedute settimanali lasceranno presto spazio a incontri più
distanziati...
Roberta è molto commossa, ha le lacrime agli occhi, e dice sommessamente che per la prima volta ha sentito di essere davvero 'ascoltata', di
avere voce in capitolo, di sperimentare un autentico rispetto per la sua persona e i suoi desideri...
Il punto essenziale su cui non dobbiamo avere paura di intervenire attivamente però non è il setting in quanto tale, bensì la relazione interpersonale vera e propria.
E vediamo alcuni esempi.
Il sig. Aldo, cinquantenne dirigente d'azienda, sposato con due figli,
attraversa una grave crisi personale dopo l'improvviso abbandono da parte
della moglie; quest'ultima aveva sempre dettato, a parere di Aldo, le regole
della relazione. Aldo, avendo alle spalle una esperienza difficile come figlio
unico di una coppia che lui descrive come formata da una madre dura,
sempre incazzata col mondo e con la vita, e da un padre gravemente
depresso, aveva sempre accettato di buon grado che fosse la moglie a 'portare i pantaloni' in famiglia, realizzandosi sul lavoro e sentendosi felicemente sposato, fino a che la moglie aveva improvvisamente iniziato una relazione con un uomo ben diverso da lui... (un momento intensissimo, commo-
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persona
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CONNESSIONI
vente, davvero ricco anche per me, sarà quando Aldo potrà riconoscere che
in un certo senso aveva sempre 'disprezzato' la moglie esattamente come
disprezzava se stesso, e il proprio padre).
Aldo in realtà arriva da me un paio di anni dopo la separazione, e dopo
due tentativi di terapia abbandonati da lui dopo poche sedute. La cosa si
ripete con me, anche perché lavora moltissimo, e ha buon gioco a disdire
un incontro per motivi di lavoro e non farsi più sentire. Io lo cerco, e lui,
un po' stupito, accetta volentieri di fissare un altro incontro, che sarà dedicato a questa sua 'fuga' già verificatasi per ben due volte. Lui afferma che
in fondo non crede nelle terapie, che è convinto che nessuno possa realmente aiutarlo, e mi da l'occasione per intervenire esplicitamente sulla relazione terapeutica: "vista la sua esperienza è del tutto comprensibile che lei
non senta che qualcuno possa aiutarlo, ma se io la ho cercata è perché sono
convinto che può farcela: lei ha le risorse per farcela, lei è una persona che
non ha potuto sperimentare la tenerezza e il calore della mamma, e ancor
meno ha potuto sentire che suo padre era un uomo con le palle convinto
che anche il figlio potesse tirar fuori le palle: quello che lei ha saputo realizzare sul lavoro è eccezionale, visto da dove è partito, dimostra che lei ha le
potenzialità per farcela anche nella vita affettiva, ha solo bisogno di sentire
che qualcuno ci crede e glielo dice; riesce a sentire che io ci credo?". In
questi casi i nostri clienti commentano di solito che si tratta di un rapporto
professionale, che per il terapeuta è un lavoro, ecc., ma il non verbale cambia,
sono incuriositi, si animano, non restano indifferenti; e io ribatto che proprio perché il setting pone dei limiti precisi, all'interno di questi limiti è
possibilissimo un coinvolgimento emotivo forte, e lo è anche per me: è possibile per me provare interesse reale per l'altro come persona, t tenerci davvero al fatto che l'altro stia meglio, e riesca a raccontarsi e sentirsi in un
modo diverso, altrimenti cambierei lavoro...
La terapia di Aldo non è finita ma è andata avanti come cambiando
registro: da quel momento sono a colloquio con una persona, sofferente,
piena di dubbi e di angosce su di sé e sul suo rapporto con le donne, ma
comunque una persona che sente un rapporto autentico con me..
Anna è una donna vicina alla quarantina, che vive sola dopo un periodo
di convivenza finito malamente, e riesce a mantenere un lavoro nonostante
una sintomatologia bipolare grave (il medico che la segue da anni con terapia farmacologica le sconsiglia la psicoterapia asserendo che è inutile perché lei è malata cronica...). La storia di Anna è davvero triste: parla di un
clima familiare di paura, di una mamma così intenta a lamentarsi con lei
delle proprie sventure da non avere assolutamente lo spazio mentale per
ascoltarla, di un padre che ha sempre disprezzato sia la moglie che la figlia,
170
fino alla separazione avvenuta quando lei aveva 12 anni. La prima crisi
euforica grave, che la porta al ricovero, avviene alcuni anni fa dopo che la
madre ha avuto un incidente stradale perché si era messa alla guida (senza
il permesso dei medici) dopo una operazione agli occhi: sopravvive, ma ne
esce sfigurata in volto, non più autosufficiente, e comunque molto malandata e muore due anni dopo.
Anna è praticamente sola, perché il padre, che incontra molto raramente, pare preoccupato solo di non doversi fare carico della figlia o comunque
di non avere fastidi a causa della sua 'malattia'. Proprio per questo colpisce
il fatto che vi sia ancora in lei la voglia di vivere e la fiducia di poter stare
meglio: viene ai colloqui da lontano, fa quasi due ore di viaggio in auto per
ogni incontro, e questo testimonia la sua motivazione.
La prima parte della terapia verte essenzialmente sulle sue richieste di
essere rassicurata sulle sue possibilità di miglioramento nonostante quello
che i medici le hanno sempre detto. Io 'sento' che in lei c'è comunque vitalità, per cui sostengo apertamente che la 'chimica' è una conseguenza delle
emozioni che viviamo nei rapporti, che lei ha bisogno di sentirsi 'amata',
accettata per quello che è, e ascoltata, da qualcuno per la prima volta in
vita sua, e io sono lì per quello...Faticosamente Anna lascia il medico che
da anni e anni fa con lei una 'psicoterapia' fatta di colloqui in cui le da del
'tu', le dice che sarà cronica tutta la vita e le somministra i farmaci, ed inizia
a farsi seguire per i farmaci da uno psichiatra che sembra più saggio. Non
nego la paura di una ricaduta euforica, che fino ad ora non si è verificata, e
riprendo ogni volta con pazienza i temi della sua vita, cercando di far emergere la disperazione, la solitudine, il dolore davvero incredibili che la sua
storia racchiude...
Maria invece è una signora benestante con un lavoro di responsabilità, è
al suo secondo matrimonio, ha un figlio di 6 anni di cui è molto orgogliosa,
ma si sente profondamente infelice e in crisi con il marito. Un frammento
di seduta: Maria sta parlando del figlio e racconta commossa che le ha chiesto: "Ma tu sei felice che io esista ?". Naturalmente io non posso non
cogliere una connessione tra questa domanda e molti dei temi più significativi della storia di Maria, e poco dopo le chiedo, molto direttamente. "E lei
sente che io sono felice che lei esista ? ". Segue uno scambio molto intenso
in cui Maria riprende molti aspetti della sua domanda di terapia, ed in particolare il fatto che ha sempre sentito che il papa (da cui si è sentita amata e
per il quale si è sentita importante) era però anche un occhio molto giudicante e severo, per cui nel suo vissuto lui era felice se lei faceva la 'brava',
mentre la mamma aveva sempre da lamentarsi con lei (e in definitiva si
lamentava della vita che faceva, essendo rimasta 'incastrata' nel matrimonio
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sistema
persona
O
proprio a seguito della nascita di Maria), per cui non appariva affatto felice
della sua esistenza, al contrario...
Conclusioni
A
ppare quasi superfluo sottolineare quanto questa modalità di intendere l'incontro psicoterapeutico metta in luce la responsabilità etica
dello psicoterapeuta.
Se è la relazione nel qui ed ora ciò che ridefinisce il passato (ovvero il
racconto soggettivo delle esperienze passate) non possiamo comunque non
saperci responsabili di come evolve la relazione terapeutica.
D'altra parte, come nella vita, non possiamo né controllare né prevedere né indirizzare questa relazione di cui siamo comunque pienamente
responsabili.
Per questo la nostra responsabilità etica consiste innanzi tutto nel saper
mantenere ben salda una posizione di consapevole umiltà e di autentica,
attenta, rispettosa curiosità per le persone che incontriamo.
CLASSIFICAZIONE ARTICOLO
CONTESTO DI INTERVENTO
intervento
sistemico
psicoterapia
OGGETTO
processo terapeutico
PROBLEMA O TEMA TRATTATO
relazione terapeutica
PARTE DEL SISTEMA IMPLICATO
individuo
AMBITO
Bibliografia
INDIRIZZO TEORICO
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Bianciardi, M. (1998), Complessità del concetto di contesto. Connessioni nuova
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Bianciardi, M. (2006), Interdipendenza e deuterodipendenza: a partire dal concetto
di dipendenza secondo Gregory Bateson. Intervento alla Giornata di Studio
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www.associazioneculturaleepisteme.com
Bianciardi, M. (2007), La relazione con l'altro come relazione con se medesimi.
Intervento all'incontro Confronto sui principi esplicativi: la relazione,
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lacono, A.M. (1987), L'evento e l'osservatore. Ricerche sulla storicità della conoscenza. P. Lubrica, Bergamo.
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ALTRA CLASSIFICAZIONE
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Centralità della relazione terapeutica in terapia sistemica individuale