La Giustizia Minorile nel libro
«Il Secolo dell’Infanzia»
con particolare riferimento alla
sperimentazione dell’adozione mite
di Franco Occhiogrosso
Arezzo – 3 ottobre 2013
1
I
Premessa
1. La giustizia minorile in Italia.
La giustizia minorile in Italia è stata oggetto di attenti studi e di
approfondite analisi sin dai suoi primordi e poi anche in tempi
successivi.
Autorevoli studiosi, giuristi e magistrati ne hanno esaminato sia
la globalità dell’azione sia singoli istituti.
Bisogna peraltro dire che si è trattato sempre di opere di
carattere saggistico, di ricerche per addetti ai lavori, che
raramente hanno raggiunto l’opinione pubblica.
2
2. Il Secolo dell’Infanzia.
L’originalità del mio libro dal titolo «Il Secolo dell’Infanzia» è che
esso esamina la condizione minorile dei bambini italiani e le leggi
che li riguardano partendo dal basso: non dalla normativa ma dai
fatti, dalle storie narrate traendo spunto dalla mia esperienza di
giudice minorile presso il Tribunale per i minorenni di Bari
protrattasi per molti anni. Ed è quello che viene posto in tutta
evidenza sul frontespizio del volume, che leggo.
3
3. Il mio intervento.
Il mio intervento si articola in due sezioni: una prima che svolge
alcune osservazioni sul mio libro «Il Secolo dell’Infanzia», che
viene presentato in questo incontro.
La seconda trae spunto dall’ultimo argomento trattato dal libro
per affrontare il tema dell’adozione mite ed esporre sia i profili
più significativi dell’esperienza relativa all’adozione mite svoltasi
presso il Tribunale per i Minorenni di Bari negli anni scorsi, sia i
risultati di una ricerca sui suoi esiti.
4
II
Prima sezione
La giustizia minorile narrata
nell’opera «Il Secolo dell’Infanzia».
5
1. Il titolo «Il Secolo dell’Infanzia».
1.1. I grandi cambiamenti del ‘900.
Il titolo riassume sinteticamente la panoramica dei fatti
raccontati e quindi dell’evoluzione vissuta dalla giustizia
minorile. Il secolo a cui si fa riferimento è il Novecento,
caratterizzato dai più grandi cambiamenti sociali, scientifici e
culturali della storia del nostro pianeta. Gli abitanti sono passati
dal miliardo e 600.000 dell’inizio secolo ai sei miliardi del 2000.
Vi sono state grandi contraddizioni: dai genocidi all’olocausto,
dalle bombe atomiche al razzismo fino alla conquista della luna.
6
1.2. Il saggio di Hellen Key.
Ma forse la novità più significativa di tutte è che questo è stato il
secolo dell’infanzia. Una grande studiosa di inizio secolo, Hellen
Key, ha scritto nel 1902 un saggio con questo titolo. E tutta
l’evoluzione culturale del ‘900 ha confermato questa crescita. Gli
studi della psicologia dell’età evolutiva relativi al linguaggio, al
gioco, all’emotività dei bambini, alle relazioni genitoriali hanno
consentito infatti di creare quell’humus su si sono inserite le
leggi, di considerare il bambino come persona, soggetto e non
più oggetto; di avere in tutto il mondo un unico concetto di
bambino.
7
2. Le due parti del mio libro.
Il libro fotografa questa evoluzione articolandosi in due parti. La
cultura minorile del passato e la cultura minorile del presente.
Esse sono separate tra loro da quella legge sull’adozione speciale
del 1967, che comportò la cd. «rivoluzione copernicana»,
ponendo al centro delle relazioni interpersonali non più l’adulto,
ma il bambino, divenuto – come già detto – soggetto di diritti
non solo nelle relazioni familiari, ma anche nella scuola, nel
lavoro, nella giustizia. La definitiva affermazione di ciò avviene
con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, approvata a New
York il 20/11/1989.
8
3. La copertina.
La cultura minorile del passato trova un esplicito riferimento
nella copertina che riporta una foto rituale della metà degli anni
‘40, scattata per la fine dell’anno scolastico degli alunni di una
scuola elementare religiosa: si caratterizza per i grembiuli bianchi
di tutti i bambini e per le tonache nere con velette delle suoremaestre, emblematici del modo di intendere le relazioni
scolastiche in quell’epoca.
9
4. I momenti che raccontano la cultura del passato.
La condizione minorile del passato era caratterizzata dallo
sfruttamento minorile e dalla presenza di strutture di carattere
custodialistico: lo sfruttamento era nell’accompagnamento dei
funerali da parte dei bambini degli istituti; nel lavoro dei
pastorelli ed in genere in ogni lavoro «nero»; le strutture di
assistenza e beneficienza erano all’epoca gli istituti assistenziali,
le case di rieducazione, gli istituti ortofrenici dei manicomi, le
strutture di accoglienza per disabili, il carcere minorile. Tutte
queste strutture tranne l’ultima non esistono più.
10
5. Le storie che esprimono tale cultura.
Le tante storie narrate sembrano tratte dal libro di Gilbert
Cesbron «Cani perduti senza collare» nel quale un giudice per i
minorenni opera seguendo il principio che non può esserci
giustizia senza amore.
Ricordo quelle dei baby-killer, del cantore del quartiere Japigia di
Bari, di Ciccio e Tore scomparsi a Gravina qualche anno fa.
Ma probabilmente quella più indicativa della cultura arretrata
dell’epoca è quella di Giovanna.
11
6. Nella seconda parte del libro la cultura
minorile del presente.
Aboliti infine l’ergastolo ed il riformatorio giudiziario, si pongono
le premesse per un nuovo diritto minorile fondato sulla
comunicazione, sull’ascolto e la partecipazione, sulla prossimità
al destinatario. I nuovi percorsi sono fondati sulla mediazione e
sulla messa alla prova. Si ricordano le vicende di Giuseppe e di
Giuliano. Scomparsi poi gli istituti assistenziali nel 2006, le nuove
strade per la tutela ed il sostegno sono l’affidamento familiare (la
vicenda di Cavniki), l’inserimento in comunità e l’adozione.
12
7. L’adozione mite.
Accanto alle formule normative dell’adozione che distinguono
l’adozione legittimante da quella non legittimante e alle norme
sull’affidamento familiare, trova spazio l’adozione mite, che è
stata oggetto di sperimentazione presso il T.M. di Bari.
13
8. Adozione mite e diritto mite.
L’adozione mite rientra peraltro nell’ambito della categoria
complessiva del diritto mite.
La novità di abbinare l’aggettivo «mite» al sostantivo «diritto»
(diritto mite) e ad alcuni istituti giuridici (diritto penale mite,
adozione mite) nasce quando Gustavo Zagrebelsky nel suo lavoro
omonimo del 1992 trasferisce l’idea della mitezza dal significato
soggettivo di virtù della persona al piano oggettivo delle leggi e
delle pratiche giudiziarie e sociali. Egli priva cioè il diritto della
sua caratteristica di coercizione, che non gli consente di essere
mite e lo proietta verso soluzioni miti.
14
8. Adozione mite e diritto mite: continua.
Risale allo stesso anno anche lo studio di Jean Pierre Bonafé –
Schmitt dal titolo «La mediation: une justice douce».
L’aggettivo «mite» usato da Zagrebelsky diventa l’aggettivo
«dolce» in Bonafé – Schmitt.
Nell’ambito dell’adozione, accanto alla normativa dell’adozione
legittimante che è certo garantista, ma non mite, si crea la
proposta di un’adozione mite, che ha per lo più la forma giuridica
dell’adozione in casi particolari disciplinata dall’art. 44 della
L.184/1983. Della sperimentazione barese dell’adozione mite ci
occuperemo nella seconda sezione.
15
III
Seconda sezione
L’adozione mite nell’esperienza di Bari
ed i risultati di una ricerca sui suoi esiti
16
Prima Parte
1. La sperimentazione dell’adozione mite
L’adozione mite avviata nel giugno 2003 come prassi giudiziaria
dal Tribunale per i minorenni di Bari ha costituito un’applicazione
estensiva della disciplina normativa dell’adozione (L. 4/5/1983 n.
184). Essa fa riferimento all’adozione in casi particolari di cui
all’art. 44 lett. d) di tale legge e non ha effetti legittimanti.
La sperimentazione è durata per cinque anni fino al 31 luglio
2008.
17
2. I dati
I dati che l’hanno caratterizzata sono i seguenti:
Sono rientrati definitivamente in famiglia da istituti o comunità
92 minori; ne sono stati collocati in affidamento familiare
giudiziario 165; sono stati adottati con adozione in casi
particolari (e cioè con adozione mite) 126, di cui 72 con il
consenso dei genitori e gli altri con il consenso del tutore; sono
stati infine adottati con adozione legittimante 100 minori. Nei
cinque anni della sperimentazione sono state presentate 402
domande di adozione mite.
18
3. Le caratteristiche
Sono cinque:
1) A differenza dell’adozione legittimante può essere effettuata sia da
coniugi che da una persona singola e non prevede alcun limite di età;
2) Si realizza con il consenso del minore, se ultraquattordicenne e dei
genitori esercenti la potestà oppure del tutore in caso di decadenza dalla
potestà;
3) Non interrompe il rapporto di filiazione con i genitori di origine, ma ne
aggiunge un secondo con l’adozione;
4) Il termine «mite» la contrappone all’adozione legittimante (detta anche
«forte»), che interrompe definitivamente il rapporto giuridico di
filiazione;
5) Non produce strappi per l’allontanamento del bambino; assicura il
passaggio graduale all’altro nucleo familiare; non stigmatizza la famiglia
di origine, limitandosi a riconoscere l’esistenza di una situazione di
semiabbandono permanente.
19
4. I presupposti
Sono tre: A) la categoria dei «bambini del limbo»; B) la disponibilità
all’adozione mite; C) la disposizione normativa dell’art. 44 d L.
184/1983.
4.1. I bambini del limbo
Da un’indagine del Centro nazionale di documentazione ed analisi per
l’infanzia e l’adolescenza è risultato che alla data del 30 giugno 1999
dei 10.200 bambini in affidamento familiare solo il 42% era rientrato in
famiglia, mentre il 58% non vi era tornato. Altre ricerche successive
hanno confermato questa realtà.
Si è scoperto così che l’affidamento familiare che per legge è
temporaneo, in realtà non è tale nella maggior parte dei casi, nei quali
si trasforma in affidamento sine die.
Si parla di <semiabbandono permanente> e di <bambini del limbo> per
l’incerta prospettiva del loro futuro dovuta alla parziale inidoneità
della loro famiglia ed al precario rapporto con gli affidatari che
possono in ogni momento rifiutarli.
20
4. I presupposti: continua
4.2. La disponibilità all’adozione mite
Secondo presupposto della sperimentazione è stato il
reperimento di famiglie disponibili all’affidamento familiare (con
il rientro del bambino nella sua famiglia alla scadenza prevista) e
poi – nel caso di mancato rientro in modo protratto –
eventualmente alla sua adozione mite con assunzione di un
doppio cognome e mantenimento dei rapporti con la famiglia di
origine.
Questo presupposto è stato realizzato chiedendo alle famiglie
dell’adozione nazionale di offrire la loro disponibilità all’adozione
mite con una distinta ulteriore domanda.
21
4. I presupposti: continua
4.3. L’adozione particolare ex art. 44 d)
Terzo presupposto è stata l’esistenza normativa dell’adozione
particolare ex art. 44 d), che consente l’adozione «quando vi sia
la constatata impossibilità di affidamento preadottivo». Questa
espressione è riferita sia ai bambini portatori di difficoltà
personali sia a quelli di bambini in semiabbandono che si trovino
presso un’altra famiglia, a cui sono legati da un solido rapporto
affettivo tanto che un allontanamento determinerebbe per lui un
serio pregiudizio.
22
5. Il percorso
Il procedimento di questa adozione può essere paragonato ad una
scala con cinque gradini:
5.1.Il primo gradino riguarda l’accertamento se il minore sia in
«semiabbandono permanente»;
5.2.Il secondo gradino tende alla conoscenza delle coppie (o singoli)
disponibili all’adozione mite;
5.3.Il terzo gradino comporta la realizzazione dell’affidamento ad una
coppia (o singoli) previa comparazione tra tutti gli aspiranti;
5.4.Il quarto gradino riguarda il coordinamento con i servizi locali per
l’accompagnamento nell’affidamento e per evitare divergenze con
quelli di loro che gestiscono l’affidamento familiare senza tener
conto dei casi di semiabbandono permanente;
5.5.Il quinto gradino si riferisce alla scadenza dell’affidamento familiare
e al rientro nella famiglia di origine oppure, al contrario, alla
proroga dell’affidamento in caso di mancato rientro e alla
trasformazione di esso da temporaneo in definitivo. Con la
successiva pronunzia dell’adozione mite.
23
6. Gli effetti della sperimentazione
6.1. Dall’analisi svolta è emerso che il sistema normativo dei rapporti
tra affidamento familiare ed adozione non è adeguato alla realtà.
Infatti esso ha ignorato la categoria dei minori in <semiabbandono
permanente>, offrendo loro come risposta solo quella precaria
dell’affidamento familiare;
6.2. Inoltre risulta che l’adozione mite non recide né i legami giuridici
né quelli affettivi del minore con la sua famiglia;
6.3. Agevola l’uscita dei minori dalle comunità e realizza il loro diritto
alla famiglia: la propria, se si realizza il rientro; una adottiva, se si
giunge all’adozione mite;
6.4. Rispetto all’affidamento sine die garantisce una maggiore tutela
giuridica e psicologica;
6.5. Offre al minore la possibilità di conoscere la propria storia senza
ritardi.
24
7. La cultura di fondo
Tirando ora le fila del discorso va detto che l’adozione mite è
andata oltre la semplice sperimentazione di cui si è parlato ed è
stata soprattutto un percorso culturale; uno spicchio di quel
movimento di pensiero, che parte dall’idea del diritto mite di
Gustavo Zagrebelsky, per compiere un cammino diretto
all’attuazione della giurisdizione mite.
Inoltre, la nuova cultura considera l’adozione uno strumento di
tutela divenuto tanto robusto e tanto adattabile alla situazione
effettiva di vita del bambino, da non esigere più un solo
monolitico modello, ma da prevederne molteplici.
25
8. I profili significativi di questa cultura
I profili più significativi di questa cultura sono costituiti da: 1) due proposte di
legge sul tema; 2) l’ordinanza 347/2005 della Corte Costituzionale; 3) un
documento dell’Associazione dei magistrati minorili del 2006; 4) un saggio del
2009 sulla giurisdizione minorile mite.
8.1. Due proposte di legge
Sono state quella n. 5701/2005 dell’on Burani Procaccini ed altri sull’adozione
aperta e quella n. 5724/2005 dell’on. Bolognini ed altri in tema di adozione
aperta ed adozione mite.
Esse partono entrambe dal presupposto di dover colmare il vuoto normativo
per la mancata previsione della categoria del semiabbandono permanente. La
proposta di adozione aperta segue un percorso simile all’adozione
legittimante (dichiarazione di semiabbandono permanente; affidamento a
famiglia disponibile e poi sentenza di adozione: sono esclusi i singoli ed i
conviventi); la proposta di adozione mite segue il percorso delineato dalla
sperimentazione barese (affidamento familiare giudiziale, proroga in caso di
mancato rientro presso i genitori, adozione mite). Si estende anche ai singoli
ed ai conviventi.
Le due proposte non si sono trasformate in legge.
26
8. I profili significativi di questa cultura: continua
8.2. L’ordinanza 347/2005 della Corte Costituzionale
Il salto di qualità decisivo si ha con l’ordinanza suddetta che è una
decisione interpretativa.
Replicando alla questione di costituzionalità proposta dal Tribunale
minorile di Cagliari in relazione all’art. 29 bis della L. 184/1983, la Corte
esclude l’illegittimità di tale disposizione e A) considera invece erronea
l’interpretazione giurisprudenziale seguita, chiarendo che non esiste
nella legge alcun divieto di rilascio del provvedimento d’idoneità anche
per l’adozione in casi particolari di bambini stranieri residenti all’estero;
B) ritiene che anche in tal caso deve seguire all’adozione pronunziata
all’estero una dichiarazione di efficacia in Italia che accerti l’esistenza
dei presupposti dell’adozione particolare; C) che è quindi ammissibile
oltre all’adozione internazionale legittimante, già prevista, anche
l’adozione internazionale particolare conseguente all’interpretazione
della Corte.
27
8.3. Il documento dell’A.I.M.M.F
Il 24 giugno 2006 l’Associazione dei giudici minorili approva un
documento su questo tema.
Dando atto del dibattito sull’adozione e sull’affidamento familiare che
aveva comportato da un lato la ricerca di nuove prassi, come a Bari con
l’esperienza sull’adozione mite e dall’altro la formulazione di numerose
proposte di legge, il documento auspica l’adeguamento della
legislazione, per disciplinare meglio la questione della verifica delle
cosiddette situazioni grigie; ampliare l’adozione non legittimante di cui
all’ art. 44 lett. d della legge n. 184/1983; ridiscutere le modalità di
realizzazione dell’affidamento familiare; modificare la disciplina sul
cognome; prevedere la possibilità, in sede di adozione legittimante, di
mantenere relazioni tra l’adottato ed alcuni familiari di origine;
prevedere la convertibilità dell’adozione ex art. 44 legge n. 184/1983 in
adozione legittimante, secondo lo schema dell’art. 79 della stessa
legge.
28
8.4. Il «Manifesto per una giustizia minorile mite»
Nel 2009 la collana Puer dell’AIMMF pubblica un mio saggio dal
titolo sopraindicato.
Nella prefazione Leonardo Lenti spiega che questo libro propone
una metodologia organizzativa creativa per tutto il diritto
minorile e familiare.
Non più quindi un diritto minorile che si occupi solo di
allontanamenti, decadenze di potestà, stato di abbandono,
immaturità; ma uno diverso con altri elementi qualificanti:
giustizia di prossimità, ricerca del consenso, mediazione,
attenzione ai bisogni, integrazione dei servizi, tutore volontario,
continuità degli affetti e soprattutto adozione mite, che evita
angoscianti tagli con il passato, tutelando l’identità del minore.
29
Seconda Parte
I risultati di una ricerca sull’adozione mite
9. La ricerca
Negli anni 2009-2011 alcuni studiosi del Dipartimento di psicologia dell’Università
di Bari facenti capo alla prof. Cassibba hanno svolto una ricerca per valutare
l’efficacia dell’adozione mite analizzandone gli esiti sui ragazzi adottati con questa
formula. Ne riassumo i contenuti.
9.1. Il campione.
Il campione totale dello studio è stato composto da 70 minori e adulti residenti
nelle province di Bari, Bat (Barletta-Andria-Trani) e Foggia, che hanno vissuto
l’esperienza dell’adozione mite.
Nello specifico, i ragazzi valutati (32 femmine e 38 maschi) sono distribuiti
secondo tre fasce di età: 5 bambini (<11 anni), 39 preadolescenti e adolescenti
(11-18 anni) e 26 giovani adulti (18-24 anni).
30
9.2. Gli obiettivi
Quattro gli obiettivi individuati:
A) Verificare se la peculiarità di questa formula adottiva, consistente
nel mantenimento dei contatti con la famiglia di origine, si è
preservata nel tempo.
B) Valutare i criteri di successo ed insuccesso dell’adozione mite:
a. il rifiuto della famiglia adottiva da parte del ragazzo;
b. la presenza di rapporti positivi tra le famiglie;
c. il grado di disagio vs. benessere raggiunto da questi ragazzi.
C) Confrontare i dati ottenuti su questo campione – rispetto
all’attaccamento, alla qualità delle relazioni familiari, al disagio e al
benessere psicologico – con quelli ricavati da altri campioni di
coetanei adottati, appartenenti a popolazioni cliniche e normali.
D) Indagare il ruolo che i fattori di rischio e protezione della storia
pre-adottiva e post-adottiva hanno sul livello di disagio vs.
benessere raggiunto dai ragazzi in adozione mite.
31
10. I risultati in sintesi
Analizzando i risultati della ricerca svolta si possono riferire
alcune conclusioni significative:
1)La presenza di un legame rilevante tra minore e nucleo di
origine, che caratterizza il semiabbandono permanente non è
costante nelle storie esaminate, specialmente dopo la fase
iniziale e come effetto di una scelta personale dei ragazzi.
2)Il criterio della consensualità sul progetto da parte della
famiglia di origine è sempre rispettato almeno indirettamente
per l’assenza completa di ricorsi contro il provvedimento di
adozione, che assume il tono di un consenso implicito.
3)È assente un sistema di servizi specialistici ed integrati che
assicuri sostegno ed accompagnamento a tutti gli attori
coinvolti nel percorso di affido, adozione e post-adozione.
32
10. I risultati in sintesi: continua
4)Sul totale delle famiglie esaminate solo nel 2% dei casi i ragazzi
hanno scelto di interrompere la convivenza con il nucleo
adottivo per tornare a vivere in quello di origine. Peraltro
l’esame dei casi conferma che il recupero dei ragazzi adottati
non è completo e suggerisce una riflessione sull’importanza di
promuovere interventi psicoterapici basati sull’attaccamento,
che coinvolgano i genitori adottivi.
5)Né la presenza di contatti con i genitori biologici, né i fattori di
rischio della storia preadottiva, né l’età del minore al momento
del collocamento in famiglia sono associati a misure di disagio
psicologico.
Solo la qualità delle relazioni nella famiglia adottiva è un
predittore valido del disagio e del benessere psicologico
raggiunto dai ragazzi in adozione mite.
33
11. Le indicazioni operative
Vengono ora proposte alcune indicazioni operative, che
meritano un’attenta riflessione.
11.1. Migliorare la valutazione ex ante
a) È da migliorare la valutazione delle famiglie accoglienti per
verificare la presenza di risorse e competenze per affrontare
un percorso così complesso. Esse vanno inoltre informate più
incisivamente delle caratteristiche del percorso dell’adozione
mite.
b)Sia i ragazzi che i genitori adottivi hanno ribadito la necessità
di ridurre i tempi dell’affido, vissuto dai ragazzi come un
periodo di grande confusione ed incertezza sul futuro.
34
11.2. Migliorare la valutazione ex-post: la necessità di supporto
nella fase post-adottiva
Il successo delle adozioni non dipende solo dalle risorse familiari,
ma anche dalla capacità dei servizi di rispondere adeguatamente
ai loro bisogni durante le fasi di crescita del minore,
minimizzando così il rischio di fallimento adottivo. Ciò vale a
maggior ragione per i casi in cui sono presenti specifici fattori di
rischio (casi di negligenza e/o di abusi).
35
12. Osservazioni finali
12.1. I profili positivi
L’indagine svolta ha consentito di confermare alcuni significativi
profili segnalati nella prima parte di questo intervento:
a) L’adozione mite presenta il vantaggio di non recidere i legami
affettivi significativi per il minore in relazione alla sua famiglia
di origine;
b)rispetto all’affidamento sine die garantisce una maggiore
tutela sia giuridica che psicologica ai “minori nel limbo”;
c) dà al minore la possibilità di conoscere la propria storia senza
necessità di una successiva rivelazione;
d)realizza il diritto del minore ad avere una famiglia.
36
12.2. I profili positivi: continua
e)Favorisce l’incremento della grande eterogeneità delle forme
familiari contemporanee;è necessario continuare a studiarla
per contribuire al maturare di un approccio pluralista della
diversità familiare.
f) Fornisce indicazioni utili per influenzare il welfare per i minori,
ribadendo l’esigenza di garantire programmi e servizi di
supporto alle famiglie in tutte le fasi del processo adottivo.
Sottolinea in conclusione la responsabilità del sociale nel
sostenere le famiglie, assicurando la presenza di una adeguata
rete di sostegno in tutte le fasi del percorso.
37
13. Conclusione: la mitezza nella professionalità
dei giudici, degli avvocati e degli operatori
Di mitezza occorre infine parlare anche in modo diverso, con
riferimento ad una qualità professionale necessaria alle persone
che svolgono un lavoro giudiziario o sociale che li porta a
concorrere nell’assunzione di decisioni importanti per altre
persone e per i minori in particolare.
La professionalità mite va oltre il rispetto delle regole di
deontologia e riguarda alcune particolari capacità nell’ambito
della operatività.
38
13. Conclusione: la mitezza nella professionalità dei
giudici, degli avvocati e degli operatori - continua
Una prima caratteristica deve essere quella di avere un
atteggiamento di prossimità, di accoglienza e di ascolto delle
persone senza atteggiamenti in partenza giudicanti;
un’ulteriore peculiarità deve essere quella che ogni attività va
diretta a produrre cambiamenti nella gestione delle relazioni
familiari, al superamento del conflitto. A tale scopo l’obiettivo
principale deve essere la ricerca del consenso.
La decisione imposta, che pure è talora necessaria, deve essere
l’ultimo percorso da attuare non prima che siano state offerte
alle persone coinvolte tutte le possibilità di crescita e di
cambiamento.
39
Scarica

Scarica le slides