Armonie e disarmonie nell’onda del tempo Omaggio a Mozart Indice Presentazione pag. 5 Prima parte: 2006 Anno Mozartiano 1. Linguaggio Musicale » 7 2. Interpretazione musicale (intervista di Reale a Muti) » 15 3. Mozart: Note biografiche » 25 Viaggi di Mozart in Italia » 31 Mozart in Italia: dalle “Lettere” » 33 4. Le nozze di Figaro » 37 5. Serata Mozart (Lunedì 27 novembre 2006) » 45 Mozart e la musica » 47 Il giovane Mozart » 53 Cinema e Mozart » 59 Seconda parte: Attualità 1. La Croce e i Filosofi » 63 2. Immigrazione » 71 3. Ungheria 1956 (La memoria del 23 ottobre) » 75 4. Se il laicismo è strabico » 79 5. Un presepe anche nel Natale dei musulmani » 85 6. “Sfascista” o voglia di verità » 89 Presentazione I l presente numero accoglie onde del tempo, vicine e lontane, ricordi armoniosi e vere disarmonie. Fuori immagine ricordiamo al lettore che la prima parte della Rivista vuole essere un omaggio al genio della musica, Mozart; la seconda, affronta temi di attualità. L’omaggio a Mozart nel 250° della sua nascita viene introdotto da due articoli sul linguaggio musicale e l’interpretazione musicale, seguono note biografiche di un genio la cui musica travalica ogni contingenza storica, il ricordo dei viaggi in Italia da lui stesso riletti attraverso le lettere alla sorella. Infine una lettura delle Nozze di Figaro, parte della trilogia italiana in cui si dispiega il suo genio teatrale. La SERATA MOZART è qui rievocata attraverso i testi delle relazioni cui si aggiungiamo un articolo su Mozart e il Cinema Compongono la seconda parte interventi di vario genere: il 50° dei drammatici fatti di Ungheria, rapporto tra filosofi e la croce lungo il tempo, Immigrazione, rivisitazione di tragici eventi del dopo 25 aprile 1945, rimasti ancora, in gran parte, avvolti dal silenzio dei nostri testi di Storia. Rivisitazione che chiede una purificazione anche della Resistenza. Con l’ultimo articolo intendiamo aprire un dibattito all’interno della Rivista: che cosa si sa e che cosa non si vuol svelare degli anni della guerra civile e dell’immediato dopo la seconda guerra mondiale? Il dibattito nasce dall’uscita dei libri di Pansa che in questi mesi hanno sollevato prese di posizioni “rabbiose” e “benevoli”. Un’onda del tempo in cui ci ritroviamo immersi e vorremmo vederci più chiaro. Per noi è pleonastico ricordare che la Rivista non vuole essere né “filo-nostalgica” di un regime condannato dalla storia e dal sangue di tanti partigiani che hanno dato la vita per la libertà dal nazifascismo, né reticente del dramma consumatosi contro i vinti dopo il 25 aprile 1945. L’opportunità? A chi giova tale dibattito? 6 Il Tempietto Facciamo nostra la risposta di Parri, il primo Presidente del Consiglio: “Solo con la verità, non nascondendo nulla, possiamo onorare la Resistenza”. Non intendiamo dare una mano alla destra estrema di casa nostra, ma come rifiutarsi di capire i motivi di giovani che scelsero la parte sbagliata? La storia tutto svela e tutto vela... in attesa di una memoria comune anche se diversificata. Non dimentichiamo la particolare situazione creatasi nel Centro Nord d’Italia dopo l’8 settembre del ’43. Abbiamo ben presenti le stragi, i massacri, i genocidi commessi dai nazifascisti, ma non possiamo neppure far finta di non sapere che azioni simili hanno sfigurato, a volte, anche chi combatteva nella parte giusta, né trova giustificazione alcuna “la mattanza” del dopo 25 aprile, a guerra finita. Ricordiamo l’eroica Resistenza, ma purificata da contorni oscuri, durante e dopo il biennio 43-45. La memoria storica sa distinguere i “veri partigiani” da sanguinari o da falsi partigiani o dai sedicenti tali a guerra finita. Franco Vivarelli, storico liberale, antifascista e democratico, ripensando alla sua adolescenza, non intende allinearsi con chi nei giovani della Rsi non riesce a scorgere alcun valore: “ Io non intendo affatto riabilitare il fascismo... ma non credo che l’avere militato nella parte che noi oggi giudichiamo giusta conferisca a ciascuno, automaticamente, una patente di nobiltà. Così come non credo che aver militato nella parte sbagliata conferisca una patente di ignominia”. Come si può essere in disaccordo? La Redazione Linguaggio musicale Il Tempietto Il linguaggio universale della musica Paola Ruminelli La musica e i sentimenti È noto come l’evoluzionismo darwiniano legasse l’origine dell’espressione musicale ai canti degli uccelli durante il corteggiamento sessuale. Tuttora il canto degli uccelli è paragonato al canto umano, le cui origini andrebbero ricondotte a strutture biologiche In realtà ci sono dei legami tra i suoni ed il sistema nervoso. Il suono di per sé ha il potere di suscitare e di trasmettere emozioni, prima ancora di essere elaborato dalla sapienza compositiva attraverso gli effetti che l’altezza dei suoni comportano, associati a sensazioni gravi o esaltanti. La musica prodotta attraverso l’ingegno umano ha però in più, rispetto all’elemento naturale, quell’organizzazione dei suoni, che genera la catarsi delle emozioni e che può avere anche efficacia terapeutica. Già gli antichi riconoscevano alla musica il potere di agire sulla sfera emotiva. Platone riteneva che la musica commovesse l’anima e ne mitigasse l’elemento irascibile, penetrando nel più profondo di essa e donando saggezza e ragione. Aristotele la considerava un rimedio per i mali del corpo e dello spirito. Ma anche in età moderna Ruggero Bacone poneva la musica tra le discipline che dovevano essere studiate da medici, educatori e maestri di scienza. 9 Oggi la musica è introdotta come mezzo curativo non verbale per i malati mentali o autistici in quanto si ritiene che favorisca i rapporti relazionali e incentivi l’apprendimento. Anche la psicoanalisi utilizza la musica sul presupposto che nella realtà psichica si celano stati che sfuggono alle modalità del linguaggio verbale. Essa, a detta dello psicanalista “si colloca fra la chiarezza della notazione scritta, la stessa del pensiero cosciente, e la dimensione onirica del godimento estetico, in una sfera intermedia tra la discontinuità della ragione e del linguaggio e la continuità dei vissuti, proponendosi come un ponte, più diretto delle parole, verso l’inconscio”.1 Approfondendo oltre l’analisi forse più che del rapporto tra musica e inconscio (rapporto per altro rilevabile in tutte le manifestazioni della psiche) si dovrebbe sottolineare il rapporto privilegiato tra la musica e i sentimenti che essa sembra particolarmente sollecitare nell’animo di chi ascolta. Carl Dahlhaus, noto critico musicale, riteneva che “l’aspetto emotivo è insito nell’offerta sonora dal punto di vista della storia dell’origine e dello sviluppo, e lo è in modo così saldo da non poter essere catapultato fuori da nessuna operazione di mathesis”2, intendendo per mathesis la teoria musicale per la quale attraverso il numero la natura del suono è manipolata consapevolmente. Dahlhaus sottolinea come “la teoria degli affetti” relativamente alla musica comparve sin nei pitagorici con 10 Il Tempietto Il Tempietto Damone di Atene nel V secolo a.c. e quindi fu sistematizzata da Platone e da Aristotele. Per tale teoria veniva attribuita alla musica la facoltà di rappresentare e suscitare le emozioni con il risultato di trascinare e di ammaestrare gli animi. L’emozione è una presenza costante nell’uomo: “L’esclamazione dell’animo non ha storia. L’emozione, con naturalezza indistruttibile, si offre di continuo alla musica, che ne fu generata. Senza posa essa affluisce direttamente alla musica perché cerca il proprio posto e la propria legittimazione in quest’arte come in nessun’altra”3 Le cose non sono però così scontate perché la musica si presenta anche, come si diceva, come mathesis, ossia come operazione tecnica diretta alla produzione di forme sonore. Per il noto critico della seconda metà dell’800 Eduard Hanslick, con il quale è inevitabile confrontarsi parlando di estetica musicale, il Bello musicale è di carattere eminentemente formale. A suo vedere l’elemento spirituale della musica si troverebbe nelle immagini sonore e non nell’espressione di un sentimento sia pure astratto e indefinito quale può essere la fierezza o la tristezza o altri sentimenti indeterminati. La musica si limiterebbe ad imitare la dinamica dei sentimenti, al loro svolgersi prescindendo dal contenuto, perché il suo linguaggio è indeterminato ed evita l’espressione troppo specifica, legata alla concretezza emotiva. 11 Alla posizione del critico si potrebbe contrapporre quella dei filosofi, che pur rilevando il carattere razionale dell’operazione musicale, ne evidenziano la capacità di penetrazione nella coscienza e quindi di esprimere sentimenti, nei quali le pulsioni dell’inconscio si razionalizzano e si prospettano a livello di coscienza. È il caso del filosofo Schopenhauer, che, come farà anche Nietzsche, collega la musica all’essenza della realtà. Per Schopenhauer la musica rivela i più profondi segreti del sentimento: La musica rappresenta il più immediato grado di oggettivazione della volontà primigenia senza la mediazione delle idee, la sua natura è quindi la manifestazione più autentica dell’originarietà del sentire, colto nella sua intima essenza. Per questa peculiarità, che fa della musica la portatrice per eccellenza del sentire, essa è comunicazione universale, accessibile al di là delle differenze linguistiche o culturali. Può accomunare tutti in nome del linguaggio degli affetti, che affratellano in ogni tempo. movimento per il quale l’io conserva sé stesso E poiché non la spazialità, ma il tempo è l’elemento essenziale in cui il suono acquista esistenza, il suono penetra nell’io stesso “Non esprime la tal gioia, la tale afflizione, il tal dolore,il tal raccapriccio, il tal giubilo, la tale allegria, la tale calma dello spirito, tali quali sono in sé, nella loro universalità in abstracto, ce ne dà l’essenza priva d’ogni accessorio e per conseguenza, non ce ne indica neppure i motivi”.4 La musica e il tempo Come già si diceva, per i filosofi la musica è di per sé un linguaggio universale perché si dirige alle zone più intime della coscienza, a prescindere dal momento concettualizzante dell’espressione verbale. A questo punto ci pare particolarmente interessante l’analisi che Hegel introduce nella sua Estetica, ove della musica viene colto il carattere che più le è proprio e che la distingue dalle altre arti. L’elemento peculiare della musica è il tempo. È il tempo che costituisce la diversa durata delle note:semibreve, minima, semiminima, croma ecc. È il tempo che determina la diversa altezza dei suoni, diversa per il numero di vibrazioni al secondo dal grave all’acuto. È l’intervallo come differenza tra due altezze di suono che costituisce la base delle relazioni tra le note. D’altra parte, secondo Hegel, il tempo, è l’essere stesso del soggetto, come Proprio per la sua possibilità di mettere in movimento la coscienza del soggetto, appellandosi ai sentimenti, la musica esercita quel fascino incantatore che le antiche leggende di Orfeo e di Arione esaltavano. La musica è, come felicemente nota il critico Massimo Mila, La musica per Schopenhauer è infatti un’oggettivazione della volontà che sta alla base della realtà, una copia della vita tanto immediata quanto lo stesso mondo, quanto le stesse idee a cui tende il processo di oggettivazione della coscienza: “La musica non è. dunque, come le altre arti, una riproduzione della stessa volontà, una sua oggettivazione allo stesso titolo delle idee. Perciò il suo effetto è più potente, più penetrante di quello delle altre arti: queste non esprimono che l’ombra; quella celebra l’essenza”5. “lo prende nella sua esistenza più semplice e lo pone in movimento attraverso il movimento temporale ed il suo ritmo, mentre l’ulteriore figurazione dei suoni come espressione di sentimenti, arreca, oltre a ciò, anche un compimento più determinato per il soggetto, che ne è ugualmente colpito e trascinato”6 “espressione inconsapevole che consiste nella coincidenza della vita interiore dello spirito con la forma musicale attraverso l’elemento comune del tempo”7. Il tempo, che è elemento strutturale della musica, salda il suono alla vita interiore, riproducendola nella sua essenza che è succedersi di stati emotivi. Ma le osservazioni di Mila ci portano anche oltre. In riferimento ad un libro sull’estetica musicale di Gisèle Brelet, Mila afferma che la musica raggiunge la sua perfezione quando viene a coincidere con la durata interiore del creatore: 12 Il Tempietto Il Tempietto “Il creatore non può far sorgere dal tema uno sviluppo agevole e armonioso se non prestandogli la realtà della propria durata interiore e la forma musicale che egli crea deve diventare la forma stessa della sua coscienza”8. Il processo creativo avviene dunque nella zona più intima della coscienza dove il tempo si rivela come durata, come esperienza del vissuto Queste considerazioni si richiamano evidentemente al pensatore Henri Bergson che con la sua opera originale ha esercitato un grande influsso non solo sulla filosofia, ma anche sull’arte e sulla cultura del Novecento. Bergson ha teorizzato filosoficamente il concetto di durata, distinguendo il tempo quantitativo e misurabile, che è proprio della pratica scientifica, e quello della coscienza, che è successione senza distinzione. Egli afferma che mentre con la sua superficie il nostro io tocca il mondo esterno e se ne fa una rappresentazione simbolica, via via che penetriamo nella profondità della coscienza l’io interiore, quello che sente e si appassiona, che delibera e decide “si rivela sempre più come una forza i cui stati e modificazioni si compenetrano intimamente, subendo una profonda alterazione allorché li si separa per dispiegarli nello spazio”.9 Per Bergson infatti, al di sotto della molteplicità numerica degli stati di coscienza e al di sotto di un io dagli stati ben definiti, si coglie come la successione implichi fusione e organizzazione: è la durata come stato primo della coscienza, momento a cui la musica, nello scorrere delle note, l’una derivata dall’altra secondo una organizzazione voluta dallo spirito,si rivolge. La musica misura il tempo per arrivare alla durata, che non è propria solamente dell’inconscio, dimensione in cui la spinta del pensiero si dissolve in indeterminazione irrazionale. Essa è momento originario del pensiero stesso, flusso che si connette all’intuizione intellettuale, che le arti, e in particolare la musica, riescono a recuperare nella sua scaturigine. L’arte della musica immette immediatamente nelle zone più alte della coscienza, mostrando la misteriosa provenienza del nostro sentire. Conclusioni La musica è linguaggio e non momento che precede l’espressione verbale quale forma prelinguistica non ancora illuminata dalla luce della coscienza, come taluni vorrebbero, legandola alle zone oscure della psiche che essa più delle altre arti riprodurrebbe. Né essa è, come per altro la definiva ancora Kant, mero gioco di sensazioni, che ha valenza universale in quanto si appella alla comune capacità di percezione, organizzata dalla abilità tecnica per produrre un effetto piacevole sulla sensibilità o per dar luogo ad un sapiente intrecciarsi di forme. Essa è espressione che si volge nell’ambito dello spirito, dove il sentire si apre a dimensioni metafisiche. È linguaggio che non spazializza, che non ricorre ad immagini esterne utilizzando la concettualizzazione o la simbologia dell’ espressione verbale o figurativa, linguaggio che scaturisce nel momento stesso in cui germina il pensiero, prima di ogni distinzione temporale. La musica raggiunge quindi universalmente non perché lingua comune delle sensazioni, ma perché espressione della struttura universale della coscienza, al di là di ogni differenza di nazione e di tradizione. Come le altre arti ci comunica il mondo dell’interiorità, ma forse più efficacemente delle altre arti ci coinvolge perché ci offre il mondo dei sentimenti in maniera strettamente connessa alla natura dell’io, che diviene secondo un ininterrotto fluire. Per essa i sentimenti sono presentati come modalità universali, che si dispiegano oltre i limiti della singolarità soggettiva nell’adesione alla autentica configurazione umana, in cui tutti ci ritroviamo. Il procedere delle note a misura della durata si genera in relazione all’apertura dell’io all’Infinito, che è alla radice del nostro esserci e che 13 imprime al nostro pensare e sentire una esaltante tensione all’assoluto. Forse proprio per la sua capacità di riflettere i moti più profondi del sentire, questa arte sublime rappresenta un privilegiato strumento di conoscenza della nostra comune umanità. Note 1 A.A.A Prospettive in musicoterapica, Franco Angeli,Milano 2001, pp. 23-24 2 C. Dahlhaus H.Eggebreecht Che cos’è la musica?, Il Mulino, Bologna 1988, p.25 3 C. Dalhaus, cit. p. 26 4 A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Mursia 1999. p. 304 5 ivi, p.300 6 Hegel, cit., p.1013 7 M. Mila, L’esperienza musicale e l’estetica, Einaudi, Torino 2001 p.134 8 ivi,pp. 134-135). 9 H. Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza, Raffaello Cortina, Milano 2002, p.81 Interpretazione musicale Il Tempietto L’interpretazione musicale Paola Ruminelli L a musica diventa viva solo attraverso l’esecuzione. Da ciò deriva che l’interprete è strettamente connesso con il processo creativo dell’autore e diventa a sua volta creatore. L’interpretazione è quindi un’arte, che richiede ingegno e sapienza particolari. Il saggio di Giovanni Reale, L’arte di Riccardo Muti e la Musa platonica, Bompiani Milano 2005, presenta le complesse problematiche connesse al processo interpretativo attraverso un interessante confronto tra il filosofo e studioso di filosofia antica Giovanni Reale e il maestro Riccardo Muti, entrambi personalità di chiara fama. Il libro si apre con un pensiero di Platone, che ne caratterizza fin dall’inizio la prospettiva: “La musica trova il suo coronamento nell’amore per il bello”. Platone costituisce il punto di riferimento costante per tutta l’analisi, che ha come oggetto la questione ermeneutica da Schleiermacher a Gadamer, quali teorici dell’ermeneutica moderna, in riferimento ai testi musicali interpretati da Muti. Lo studio si svolge in cinque capitoli, in un Epilogo e in una Conversazione conclusiva tra il filosofo e il musicista. Nella Prefazione Reale specifica di aver ripreso in questo saggio alcune idee espresse nella relazione come 17 laudatio, pronunciata in occasione della laurea honoris causa conferita a Riccardo Muti dall’Università VitaSalute San Raffaele il 12 novembre 2004. Si richiamano qui i punti nodali dell’incontro perché ci sembra che la lettura di questo testo possa favorire una ricezione più consapevole e approfondita della grande musica. 1 - L’arte dell’interpretazione di Muti e la prima regola dell’ermeneutica. Muti nelle sue interpretazioni applica un criterio che ha tangenze con il «circolo ermeneutico». Si tratta di una forma già individuata da Platone, che “consiste in quel nesso dinamicostrutturale delle parti con «il tutto» e del «tutto con le parti» (p.16). Così scrive nel Fedro Platone: “Ogni discorso deve essere composto come un essere vivente che abbia un suo corpo, in modo che non risulti senza testa e senza piedi, ma abbia le parti di mezzo e quelle estreme scritte in maniera conveniente l’una rispetto all’altra e rispetto al tutto”. (p.16) Schleiermacher fa eco a Platone: “Il senso di ogni parola in un dato passo deve essere determinato secondo la sua coesistenza con quelle che la circondano. ...Ovunque il sapere compiuto si trova in questo circolo apparente, per il quale ogni particolare può essere compreso solo a partire dall’universale di cui è parte e viceversa.” (p.17) 18 Il Tempietto Il Tempietto Il circolo ermeneutico implica di necessità il rapporto armonico tra le parti. Muti interpreta la musica proprio tenendo conto della “perfezione dei rapporti” concependo un’opera musicale “fosse pure un lungo Dramma in tre atti, quale unità organica”, come notava il critico Paolo Isotta sul Corriere della Sera, recensendo il 5 maggio 2004, l’interpretazione di Muti del Falstaff verdiano agli Arcimboldi. Questo vale anche per le opere di Vincenzo Bellini, di Gaetano Donizetti, di Gioachino Rossini e di Giacomo Puccini. A conferma ulteriore dell’attenzione di Muti per la coerenza dell’interpretazione Reale porta l’esempio particolare del Trovatore in cui il maestro ha eliminato il roboante acuto del do della stretta finale della cabaletta Di quella pira, introdotto dalla tradizione a favore del tenore, ma non a favore dell’opera perché rompe il giusto equilibrio e il nesso strutturale della parte con l’intero. Sempre nel Falstaff Muti dà anche valore alla “parola scenica”, cioè alla parola in connessione con la musica in modo che “parola, scena e musica diventano - potremo dire - una vera e propria «unità sintetica» sia pure con il vertice assiologico della musica stessa” (p.28) Se le riletture di Muti dei capolavori verdiani raggiungono vertici straordinari, anche le composizioni minori di Verdi Il Corsaro, Attila, I due Foscari “riacquistano sotto la bacchetta di Muti una dignità e una bellezza, che nelle interpretazioni di altri maestri non si riscontrano o, comunque, si riscontrano solo parzialmente” (p.33) 2 - L’arte dell’interpretazione di Muti e la seconda regola dell’ermeneutica Muti applica anche la seconda forma del circolo ermeneutico, che è stata portata in primo piano da Hans-Georg Gadamer sotto lo stimolo di Martin Heidegger, ma con significativi anticipi già in Platone. Per Gadamer “Chi vuole comprendere, non potrà fin dall’inizio abbandonarsi alla causalità delle proprie presupposizioni, ma dovrà mettersi, con la maggiore coerenza e ostinazione possibile, in ascolto dell’opinione del testo, fino al punto che questa si faccia intendere in modo inequivocabile e ogni comprensione solo presunta venga eliminata. Chi vuole comprendere un testo deve essere pronto a lasciarsi dire qualcosa da esso... Bisogna esser consapevoli delle proprie prevenzioni perché il testo si presenti nella sua alterità e abbia concretamente la possibilità di far valere il suo contenuto di verità nei confronti delle presupposizioni dell’interprete” (p.48) In questa direzione si pongono le osservazioni di Reale sulle esecuzioni di Muti, che egli ritiene perfettamente corrispondenti alla seconda regola dell’ermeneutica. “Quando si interpreta un testo in particolare o un autore in generale, si parte sempre da un «progetto»,” scrive Reale (p.46) e questo progetto costituisce l’abbozzo interpretativo d’insieme che poi sarà riconsiderato e rivisto a più riprese. È necessario quindi che il progetto di partenza sia il più possibile rispondente ai significati che il testo implica. In Muti questo carattere dell’interpretazione è dimostrato dalle sue letture di Pergolesi, Gluck, Paisiello, Spontini, Cherubini, Mozart e Salieri. In particolare le interpretazioni di Mozart, dalla trilogia di Da Ponte Don Giovanni, Nozze di Figaro, Così fan tutte alla Clemenza di Tito,l’Idomeneo, Il flauto magico sono state concepite tutte sulla base di “pre-conoscenze” e “pre-comprensioni” formate sui giusti tratti dello stile peculiare di Mozart. Questo vale anche per le interpretazioni di Muti delle composizioni sinfoniche di Schumann, di Schubert e anche di Mahler, che cercano di rispettare in toto gli intendimenti e le volontà degli autori. 3 - L’arte dell’interpretazione di Muti nella dimensione metafisica e in quella teologica “Il maestro Muti interpreta la musica non solo come espressione delle emozioni e dei sentimenti legati al sensibile, ma anche di quelle particolari emozioni connesse con il «metafisico» e il «religioso».” 19 Reale documenta questa sua affermazione con numerosi riferimenti alle esecuzioni di Muti di musica sacra dalle messe e dalle composizioni di Monteverdi, Caldara, Porpora, Vivaldi, Bach, Pergolesi, Salieri,Mozart, Haydn, Rossini, Cherubini fino a Berlioz, Schubert, Verdi, Strawinskij e Petrassi. A queste si aggiungano le opere di Poulenc (I dialoghi delle Carmelitane) e di Rossini (Möise et Pharaon). La comprensione del religioso implica l’esperienza del religioso, che per Muti è valore universale e unificante. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera prima dell’esecuzione del Möise et Pharaon, che apriva la stagione della Scala del 2003-2004 egli scriveva: “Prima dicevo che il Signore ha molti nomi ma è uno: ebbene, se nella Storia umana si fosse lottato meno per la supremazia del nome e indagato di più sull’essenza nascosta dietro di esso, un’immensa quantità di sangue, forse la più immensa non sarebbe stata versata... La religione, come detta l’etimologia, è fatta per stringere insieme, non per dividere”, (p.73) In particolare Reale ricorda come nella partitura delle Ultime sette parole del nostro Salvatore sulla croce di Haydn Muti abbia saputo esprimere la dimensione metafisica e religiosa espressa dalla musica. Questa partitura è di difficilissima interpretazione per la struttura del tutto anomala, composta di sette 20 Il Tempietto Il Tempietto Sonate in corrispondenza agli ultimi istanti di vita di Cristo: la richiesta di perdono al Padre per quelli che lo condannano, la domanda di accoglienza del ladrone in paradiso, le parole alla madre, il doloroso lamento, l’abbandono nelle mani del Padre. Scrive Reale “la composizione si conclude con un presto e con tutta forza, che indica il terremoto che accompagna la morte del Cristo, ed esprime -per dirla con una bella metafora- il tremore della terra inorridita dall’evento”. (p.75) Nell’interpretazione di questa sublime partitura “Muti trasporta l’ascoltatore dal piano di «un cosmo fonico» a quello di un «cosmo meta-fonico», introducendo l’ascoltatore in una dimensione metafisica e mistica a un livello tale che, per quanto riguarda quest’opera, non conosco precedenti”. (p.72) Muti ha instaurato anche un rapporto ermeneutico con le messe di Cherubini, che egli ha rivalutato anche come operista. Il Maestro peraltro rileva di avere particolari affinità con Cherubini, rifacendosi alla sua educazione alla bellezza classica, ancora presente nella terra di Puglia ove è nato. Così lui stesso scrive in un suo testo: “Verdi fa parte del mio sangue, però, in qualche modo Verdi lo elaboro. Non voglio dire che non sia naturale il mio navigare in Verdi, ma ritrovo i miei passi in questo mondo, che è quello di Gluck, di Cherubini,di Spontini,di Beethoven, di Mozart, un mondo dove la bellezza della forma è fondamentale. Elaboro Wagner. Mentre navigo in Cherubini con estrema naturalezza. Per di più, in Cherubini io ritrovo, nascosto nel marmo, quel fuoco che spesso nascondo a me stesso e controllo”. (p.86) A proposito delle melodie degli autori classici interpretati da Muti, citando alcuni passi di Schopenhauer, che sulla musica ha lasciato riflessioni profonde e che ha ritenuto la melodia determinante nel discorso musicale, Reale conclude dicendo: “mi pare che Muti faccia proprio questo, ossia dia alla melodia quel ruolo determinante, come a suo modo - sia pure con un certo eccesso - dice Schopenhauer”. (p.94). Per la maniera precisa e appropriata con cui sono eseguite, Muti rende le melodie con adeguato peso fonico e giusta misura, contribuendo ad esaltarne il significato. 4 - La musica come legame spirituale su cui si fonda l’amicizia tra i popoli. Reale illustra il pensiero di Muti, che gli ha ispirato l’impegnativa operazione delle “Vie dell’amicizia”, che ha percorso alla guida della Filarmonica della Scala in collaborazione con il Ravenna Festival, “tenuti ogni anno nelle nazioni che più sentono il bisogno di un richiamo ai messaggi e ai valori dello spirito”. (p.99) L’icastico aforismo di Muti ben riassume il senso della sua grandiosa impresa “La musica è una parola di alleanza che unisce gli animi” (p.99), mediante la bellezza la musica ricrea in maniera universale l’amicizia e l’armonia tra gli uomini. Si richiamano qui le memorabili tappe del cammino per l’amicizia: Sarajevo 1997, Beirut 1998, Gerusalemme 1999, Mosca 2002, Everan e Instambul 2001, New York 2002, Cairo 2003, Teatro Romano di Borna sulla via di Damasco 2004. La lettera aperta di Zlatko Dizdarevic al maestro Muti, pubblicata su Repubblica subito dopo l’esecuzione dell’Eroica di Beethoven in Sarajevo, sottolinea come il concerto abbia contribuito a restituire dignità ad un popolo umiliato: “Mai prima d’ora abbiamo vissuto con tanta intensità il sentimento di dignità che lei ci ha ridato, la sensazione di forza e il toccante ricordo dei giorni in cui eravamo quello che, nonostante tutto, siamo ancora oggi. Grazie a lei e alla musica che lei ci ha donato, per la prima volta abbiamo rimosso fino in fondo il dramma dell’umiliazione che ci portiamo dentro fin dal giorno del crimine perpetuato contro Sarajevo e la Bosnia... La dignità restituita è molto più delle case ricostruite. Non lo dimenticheremo mai. Mi permetta di aggiungere non lo 21 dimenticherà la storia”. (pp.102-104) E su questa memorabile esecuzione Reale conclude dicendo: “La forza spirituale impressa da Muti nella sua esecuzione dell’Eroica a Sarajevo (così come anche nell’esecuzione della medesima sinfonia a New York) esprime in modo assai forte il supremo e universale messaggio che è proprio di questa musica, con una lingua che parla a tutti gli uomini e quindi veramente universale ed eccelsa, nel senso indicato da Schopenhauer”. (pp.106-107). 5 - Il poetico «demone» e il«divino furore» di cui parla Platone e l’arte interpretativa di Muti. Oltre a tutte le conoscenze tecniche un grande interprete deve avere qualcosa di più. Lo comprese bene Platone, che criticò la poesia tradizionale, ma che a sua volta fu un grande poeta. Di fatto amante della poesia e della musica egli stesso presentò la parte centrale del Fedone come un canto del cigno e, particolarmente nella Repubblica, considerò la musica come uno strumento essenziale nell’educazione. Leggendo il Fedro ci si accorge che è un errore valorizzare soltanto le conoscenze tecniche e ridurre l’interpretazione alla lettura delle strutture formali, “necessarie, ma non sufficienti per essere un vero artista”. Le conoscenze tecniche sono solo condizioni preliminari, che non 22 Il Tempietto Il Tempietto costituiscono comunque il momento fondamentale dell’interpretazione. Muti in un’intervista televisiva sosteneva che ciò che conta veramente è la capacità di penetrare ciò che nella partitura musicale c’è, ma che in qualche modo sta al di là del segno scritto. Reale scrive: “Nella stessa intervista Muti riferiva anche ciò che Antonino Votto (che gli è stato maestro nell’arte direttoriale), diceva, ripetendo un’opinione di Arturo Toscanini (di cui Votto era stato assistente alla Scala): dai maestri si può imparare molto per ciò che concerne l’arte direttoriale dal punto di vista tecnico; il resto lo si deve avere dentro di sé: direttori d’orchestra si nasce” (pp.116-117). Lo specifico dell’interpretazione artistica è il “dèmone” di Platone, quello che lo psicologo James Hillman indica con differenti termini analogici: carattere, fato, destino, vocazione, genio, e che riassume in particolare con l’espressione “codice dell’anima” (p.117). Per Platone l’ispirazione poetica deriva soltanto da una divina ispirazione, che permette ai poeti di fare ciò che le muse vogliono: “infatti cosa lieve, alata e sacra è il poeta, e incapace di poetare, se prima non sia ispirato dal dio e non sia fuori senno, e se la mente non sia interamente rapita. Finché rimane in possesso delle sue facoltà, nessun uomo sa poetare o vaticinare” (p.120) Platone paragona la divina “mania”, che investe i poeti ad opera delle Muse, alla pietra del magnete, che attira a sé una lunga catena di altri invasati dal dio. E ciò, come dice Reale, accade anche per la musica in modo concretamente esperibile: “La musica, come il magnete, non solo attira a sé - dopo il compositore e mediante la sua ispirazione - un primo anello di ferro (nel nostro caso il maestro Muti), ma infonde addirittura in questo anello la forza di attrarre a sé altri anelli (i cantanti, gli strumentisti, i coristi), che a loro volta ne attirano altri ancora (il pubblico degli spettatori e degli uditori, fra i quali ci sono anch’io), in modo che si forma come una lunga catena di anelli, che pendono l’uno dall’altro e tutti dalla forza del magnete, ossia dell’originaria divina ispirazione!” (p. 122) Il “dèmone”, dice sempre Reale nell’Epilogo, continuerà ad incalzare Muti per tutta la vita perché la direzione d’orchestra è un’arte che si continua ad imparare per tutta la vita. Conversazione conclusiva con Riccardo Muti L’ultima parte del libro è un’interessante conversazione tra Reale e Muti, che ha avuto luogo al Teatro alla Scala il 7 gennaio 2005 e che ripresenta alla luce della viva esperienza di Muti i temi in precedenza analizzati. Muti parla del suo approccio alla partitura, che ancora non conosce, come un atto d’amore e di corteggiamento. Egli dice di sentire la partitura come un’opera che attende di essere disvelata, come qualcuno che aspetta e che chiama alla lettura. La partitura vuole poi essere compresa attraverso un’ analisi dalla quale si genera il germe dell’interpretazione. L’interprete si sente così sollecitato con insistenza fino ad essere costretto ad una interrogazione di fondo, che ha come esito una sorta di simbiosi con la partitura, una intima unione tra autore ed esecutore. L’assimilazione della partitura si rinnova però sempre nel corso delle diverse esecuzioni con orchestre diverse, con culture diverse, in lingue diverse, in territori diversi e questo anche perché la musica non è legata a segni scritti precisi, che stabiliscano in maniera cronometrica l’altezza o la durata di un suono: 23 musicali a carattere strutturalistico. Contro questo tipo di lettura, riduttivo del significato musicale, Muti ribadisce come nel momento della direzione la struttura formale, che peraltro va sempre indagata prima dell’esecuzione con cura particolare, il nucleo spirituale del messaggio si debba fondere nel contenuto. Alla domanda, infine, se la musica, in certe composizioni contemporanee, non abbia qualche rapporto con il rumore, Muti risponde che la musica sembra cogliere, nel silenzio delle notti stellate, la strana armonia, di cui parlava Pitagora, e che risuona nei versi di Dante nel canto XIV del Paradiso: “S’accogliea per la Croce una melode-che mi rapiva, sanza intender l’inno”. “Ecco, tutto questo è il mondo fascinoso di una materia che sulla carta è abbastanza decifrabile, ma che, in fondo, nel pentagramma dei cinque righi include una infinita possibilità di emozioni” (p.143). La musica è, nella sua essenza, armonia di natura metafisica, che solo a livello spirituale può essere veramente intesa. A proposito di certa musica contemporanea Muti, e con queste parole si conclude l’illuminante saggio di Reale, così si esprime: La musica, anche per l’indeterminatezza dello spartito, è arte che, più delle altre, lascia grande spazio all’interpretazione e fa dell’esecutore un protagonista del processo stesso di creazione dell’opera. Egli completa le partiture con l’apporto della sua sensibilità e della sua preparazione intellettuale. Nel corso della conversazione si fanno riferimenti anche alle interpretazioni “Certa musica contemporanea diventa rumore quando non nasce dalla necessità interiore di esprimere qualche cosa. Anche la Saga della primavera quando è stata fatta la prima volta poteva sembrare rumore: ma in questa musica, quella percussività e quella forza tellurica primordiale è l’espressione non solo di un mondo interiore di un uomo, ma di un mondo interiore di un mondo”. Note biografiche Non resta di Mozart neppure una tomba... ...Resta la musica! Il Tempietto Mozart: note biografiche Rocco Coladonato N asce a Salisburgo il 27 gennaio del 1756, settimo figlio di Leopoldo Mozart violinista nell’orchestra di corte del principe arcivescovo. A 4 anni Mozart è in grado di suonare il clavicembalo e nel 1761 il padre fa conoscere le sue prime composizioni: l’Andante in do maggiore K1a e l’Allegro K1d. Ma già nel 1762 Leopoldo intende rendere pubblico lo straordinario talento musicale dei due figli: Wolfgang e Nannel la sorella. Nel 1763 inizia così per i piccoli Mozart una lunga tournèe, da Monaco, Mannhein, Francoforte, Bruxelles e altre città importanti, fra cui Parigi... fino a Londra l’anno seguente. Molti i viaggi a Vienna e nel 1769 Mozart accompagnato da padre è in Italia, e in molte città italiane. Evento straordinario a Roma: Mozart ascolta nella Cappella Sistina, durante le funzioni della settimana santa “Il Miserere” dell’Allegri e tornato a casa scrive a memoria l’intera partitura. Dopo un viaggio a Napoli, l’8 luglio partecipa all’udienza del papa Clemente XIV che gli conferisce “l’Ordine dello Sperone d’oro”. Nel ’78 muore sua madre e nel 1781 27 decide di abbandonare definitivamente Salisburgo, per andare a vivere a Vienna. Nel 1782 sposa Costanza Weber. Per incarico dell’imperatore scrive “Il Ratto dal serraglio”, e negli anni successivi diventa amico di Lorenzo Da Ponte, suo librettista per “Le nozze di Figaro” (’86) e il “Don Giovanni” (’87). Negli ultimi anni compone “Così fan tutte” (’90), “La clemenza di Tito” (’91) “Il flauto magico” (’91) (Mozart era stato affiliato alla massoneria) e aveva cominciato lo splendido “Requiem” che, secondo la tradizione gli fu richiesto da un misterioso personaggio “vestito di nero”. Mozart ne iniziò la composizione farneticando sul suo committente, che egli riteneva, ora come “messaggero celeste”, ora come “potenza infernale”. Il Requiem rimase incompiuto (terminato poi dal suo allievo Süssmayr) per la sua prematura e improvvisa morte, avvenuta a soli 35 anni, a Vienna il 5/12/1791. Le cause della sua morte sono rimaste misteriose. E del tutto infondata e calunniosa è la notizia che fosse stato avvelenato, per gelosia, da Salieri. Leggenda raccolta anche da Puskin. Mozart fu sepolto in una fossa comune a Vienna. Di lui perciò non resta nemmeno una tomba! Ma ci restano ben 678 opere. 28 Il Tempietto Bibliografia essenziale - Albert. Hermann, W.A. Mozart..., 2 volumi, Breitkop. Leipzing, 1919-21 traduzione italiana. Il Saggiatre, Milano 1924.25 - Alberini Albereto (a cura) W.A. Mozart, Epistolario, Bocca, Milano - Boschot, Adilphe, Mozart, Plon Paris 1935 - Bellaigue, Camille, Mozart (1907), Laurens, Paris 1935 (trad. It. Mozart, vita e opere), Rizzoli, Milano 1959 - Busoni Francesco, Aforismi mozartiani, Le Monnier, Firenze 1941 - Dent, Edward J., Mozart Opern, Berlino ‘22 (trad. dall’Inglese, a cura di P. Isotta), Rusconi 1979 - Rolland Roman, Mozart d’après ses lettres, Hachette, Paris, 1927 - D’Amico Fedele, Classicità di Mozart, in «Il Contemporaneo, III. 5 II; 56 - - - - Einstein Alfred, A. Mozart, Il carattere e l’opera, Rizzoli, Milano 1955 Hildscheimer H., Mozart, Sansoni 1979 Paumgartner B., Mozart, Berlino‚ 27 (trad, it.) Einaudi, Torino 1978 Mila Massimo, Mozart, Saggi 1941-1987, Einaudi, Torino‚ 78 Sequeri Pierangelo, Eccetto Mozart, una passione teologica, Glossa Milano 2006 Aloys Greither: Mozart, PB Einaudi 1968 Cataloghi delle opere - Köchel, T. Ritter von, Cronologisch thematiches. Leipzig 1862 - Giazotto, R., Annali mozartiani, Milano 1956 W. Amadeus Mozart: Lettere. Introduzione di Enzo Siciliano, Guanda, 1991 Mozart in Italia Il Tempietto Viaggi di Mozart in Italia Rocco Coladonato F urono tre: il primo dal 13/12/1769 fino alla fine di marzo 1771; il secondo dal 13/8/71 al 15/12/71 e il terzo dal 24/X/1772 al 13/3/1773. La Lombardia fu anzitutto una delle mete principali di questi suoi tre viaggi in Italia. Egli fu ospite in diverse lombarde, esibendosi come esecutore e compositore. Già il 13 dicembre del 1769, con il permesso dell’arcivescovo di Salisburgo, si era messo in viaggio con il padre, verso l’Italia e nel ’69 si esibiva presso i nobili più in vista delle città italiane: Rovereto, Verona, Venezia...Napoli. Nel 1770, durante il primo viaggio con il padre in Italia, si recò al santuario di Loreto (al suo ritorno, nel maggio del ’71) Mozart scrive le “Litanie lauretane” in onore della Vergine. Intanto nell’ottobre del ’70 l’Accademia filarmonica di Verona insigniva Mozart del titolo di “Accademico filarmonico di Verona”. Mozart aveva appena 14 anni e aveva già composto la “Finta semplice” e “Bastiano e Bastiana”. Nel corso del primo viaggio soggiornò a lungo a Bologna dove si avvalse dei preziosi insegnamenti di padre Martini(1), una delle personalità più eminenti dell’epoca. Questi ne fu tanto colpito che, contrariamente alle direttive del regolamento, volle 31 rivelargli in anticipo il compito che ufficialmente gli sarebbe stato assegnato il giorno dell’esame per l’ammissione all’Accademia, e, una volta che Wolfgang lo ebbe realizzato (in verità, si dice, pieno di errori di sintassi... cioè, le famigerate quinte e ottave vietatissime dai canoni contrappuntistici) lo rifece di proprio pugno... “Quei parrucconi dei miei colleghi, si giustificò padre Martini, sicuramente boccerebbero questo tuo lavoro, così insolito e così poco scolastico”. E così l’anziano insegnante, grazie al suo intuito e al procedimento poco ortodosso, salvò l’Accademia da un perenne ludibrio, perché sapeva per certo che i colleghi della Commissione avrebbero bocciato il giovane, così ribelle ai pedanti canoni pretesi dai giudici. Wolfgang consegnò il suo elaborato solo dopo una trentina di minuti, sbalordendo naturalmente tutti gli accademici. Il compito ottenne il beneplacito della Commissione con l’attributo di sufficiente, che valse a Mozart l’agognata nomina di “Accademico filarmonico di Bologna” In proposito il padre scrisse da Milano, il 20 X, alla moglie: “Il nostro figlio è stato accolto a voti massimi alla Accademia Filarmonica di Bologna, ciò è avvenuto con tutte le necessarie cerimonie e previo esame”. Amadeus infatti lo vedo comparire nella Sala Accademica alle ore 4 pomeridiane di quel 9 ottobre. Il Preside Petronio Lanzi, e i due censori e tre maestri di cappella gli posero 32 Il Tempietto Il Tempietto innanzi... (presenti tutti i meandri accademici), un’antifona (dell’antifonario) la quale egli doveva musicare a quattro voci, in una stanza attigua a porte chiuse. Finita che l’ebbe fu esaminata dai censori e maestri compositori, che l’approvarono all’unanimità. Non aveva impiegato che poco più che mezzora, a differenza di taluni che impiegarono più di tre ore! Beneplacito della Commissione di sufficiente Che gli valse la nomina agognata ad “Accademico filarmonico” di Bologna. La patente gli fu portata a casa. Vi si leggeva: “Testamus W.A. Mozart inter Accademiae nostrae magistros adscriptum fuisse”. Il 13 agosto del ’71 ebbe inizio il suo secondo viaggio in Italia, con il padre. Intanto lavorava alla “Serenata” teatrale in due atti, “Ascanio in Alba”, eseguita poi a Milano il 17 ottobre. Il 24 ottobre del ’72 Mozart col padre intraprendeva il terzo viaggio in Italia. A Milano l’esecuzione del suo “Lucio Silla” (26/XII) e nel gennaio del ’73 quella del Mottetto “Exultate, jubilate” a Milano presso i Teatini. Poi nel marzo (’73) la partenza da Milano per il ritorno a Salisburgo. Per riassumere, così, dopo il primo viaggio del 69-70, il secondo è nel 7172, il terzo nel 72-73. N.B. Alcune notizie sono della “Tradizione” Mozart in Italia Dalle “Lettere” Rocco Coladonato H a 14 anni quando compie con il padre il suo primo viaggio in Italia. Giudizi e impressioni... notizie, tante, gustose e ...divertite. Alla sorella Napoli, 19 maggio 1770 Cara sorella mia, Alla vostra lettera non saprei veramente rispondere, perché non avete scritto niente quasi. I Minuetti del sig. Hayden vi manderò quando avrò più tempo, il primo già vi mandai. Ma questa questa proprio non la capisco. Mi hai scritto che sono Minuetti rubati; che vuol dire, li hai rubati o cosa? Vi prego di iscrivermi presto e tutti i giorni della posta. Io vi ringrazio, di avermi mandato questi Rchenhisoirien, e vi prego, se mai volete aver mal di testa, di mandarmi ancor un poco di questi Kunsten. Perdonate mi che scrivo sì malamente, ma la ragione è perché anche io hebbi un poco mal di testa. Il dodicesimo minuetto di Hayden che mi hai mandato mi piace moltissimo, il basso continuo poi l’hai composto in modo impareggiabile, senza il minimo errore. Ti prego, cerca di fare più spesso queste cose. Di’ alla mamma di non dimenticarsi di fare pulire gli schioppi tutti e due. Scrivimi come sta il signor canarino. Canta sempre? Fischia sempre? Sai perché penso al canarino? Perché nella nostra anticamera ce n’è uno che fa un gran baccano, proprio 33 come il nostro. A proposito, il sig. Johannes avrà certo ricevuto la nostra lettera di auguri, quella che volevamo scrivergli. Ma se per caso non l’avesse ricevuta, gli dirò a voce a Salisburgo, quello che avrebbe dovuto esserci scritto. Ieri abbiamo indossato per la prima volta i nostri abiti nuovi; eravamo belli come angeli. Ho paura però che di bello a casa non riporteremo nient’altro. Addio, saluti alla Nandl e che preghi tanto per me. Wolfgang Mozart Il 30 cominceranno le rappresentazioni dell’opera che ha composto Jommelli. Il re e la regina li abbiamo visti durante la messa a Porteci, nella cappella di corte. Abbiamo visto anche il Vesuvio: Napoli è bella ma c’è tanto volgo come a Vienna e a Parigi. E quanto a insolenza del volgo, non so se Napoli superi addirittura Londra, visto che qui il volgo, il ceroni, hanno il loro capo, che riceve ogni mese dal re 25 ducati d’argento solo per mantenere un certo ordine tra questi laceroni. Nell’opera canterà la De Amicis. Siamo stati da lei e ci ha riconosciuto subito. La seconda opera la comporrà Cafaro, la terza Ciccio De Majo, la quarta ancora non si sa. Va’ sempre al Mirabell per le Litanie, ascolta il Regina coeli o il Salve Regina, dormi bene e non fare brutti sogni. I miei più orrendi ossequi al sig. Schiedenhofen, trallallero trallallà, e digli di imparare a suonare al pianoforte il minuetto repetiter, perché non si scordi tutto, visto che per fami piacere dovrà farmelo sentire, in modo che io possa 34 Il Tempietto Il Tempietto accompagnarlo. Tutti i miei ossequi ad ogni buon amico e amica. Sono sano e non muoio perché tu possa scrivermi ancora un’altra lettera. e io possa scrivertene un’altra ancora, e noi si continui ancora a scriverne, e a farne finchè non ne avremo fatta un bel po’; ma no, io sono uno che vuole farla finchè ce n’è, e per il momento la faccio rimanendo il tuo Wolfgang Mozart Alla sorella Napoli, 5 giugno 1770 Cara sorella mia, oggi il Vesuvio fuma parecchio, accidenti a tutto spiano. Abbiamo mangiato dal sig. Doll, che è un compsiteur tedesco e una brava persona. Ora comincio a descriverti la mia vita. Alle 9 ore, qualche volta anche alle Dieci mi sveglio, e poi andiamo fuori casa, e poi pranziamo d’un tratore e di poi sortiamo e indi censiamo, ma che cosa? Al giorno di grasso, un mezzo pollo, ovvero un piccolo boccone d’un arsot, al giorno di magro, un piccolo pesce, e di poi andiamo a Dormire. Est que vous avez compris? Ma parliamo piuttosto salisburghese, che è meglo. Grazie a Dio siamo in buona salute, papà ed io, spero che anche tu e la mamma stiate bene. Se viene un’altra volt ala sig. Aloisia de Schiedebhofer fatte da parte mia il mio complimento. Napoli e Roma sono due letti per dormire. Che bella scrittura, non è vero? Scrivimi, non essere così pigra, altrimenti averete qualche bastonate di me, quel plaisir! Je te casserei la tète. Non vedo l’ora di avere i ritratti e sono curioso di vedere se il tuo è somigliante; se mi piacciono, me li fare anch’io, insieme a papà. Ragazzina, racconta un po’ dove sei stata, eh! Noi ieri siamo stati con il sig. Menricoffre, che manda i suoi saluti a te e alla mamma. L’opera che si rappresenta qui l’ha scritta Jommelli, è bella, ma troppo seria e all’antica per il teatro; la De Amicis canta in modo impareggiabile, e anche Aprile, che ha cantato a Milano. I balli sono miserabilmente pomposi. Il teatro è bello. Il re ha avuto un’educazione rozza, alla napoletana, e all’opera sta in piedi tutto il tempo su uno sgabello per sembrare un po’ più alto della regina. La regina è bella e cortese: sul molo (è una passeggiata) mi avrà salutato di sicuro sei volte nel più gentile de modi. I signori ogni sera ci mettono a disposizione le loro carrozze per andare con loro sul molo. Domenica siamo stati invitati al ballo che ha dato l’ambasciatore francese. non posso scrivere altro, i miei complimenti ad ogni buon amico e amica. State bene. P.S. il mio sparamano alla mamma Baciamano Wolfgang Mozart Alla sorella Bologna, 21 agosto 1770 Anch’io sono vivo e vegeto e, per essere più precisi, allegrissimo. Oggi mi è venuta voglia di cavalcare un asino, perché in Italia c’è questa usanza e così ho pensato che avrei dovuto provarci anch’io. Abbiamo l’onore di frequentare un certo domenicano che è considerato santo, ma io non ci credo molto, perché spesso a colazione prende una tasa ciocolata, e subito dopo un buon bicchier di vino spagnolo forte. Io stesso ho avuto l’onore di pranzare con questo santo, che a tavola si è bevuto da bravo il suo vino e per finire un bicchiere colmo di vino forte, due buone fette di melone, pesche, pere, cinque tazze di caffè, un piatto intero pieno di uccelli, due piatti colmi di latte e limoni. Potrebbe farlo apposta, però non credo, perché sarebbe troppo. E poi il pomeriggio a merenda mangia ancora molte altre cose. Addio. Stammi bene. Bacia le mani alla mamma da parte mia. I miei complimenti a tutti quelli che mi conoscono. Wolfgang Mozart, 1770 P..S. Abbiamo fatto conoscenza con un certo domenicano tedesco che si chiama Cantor. Mi ha detto di mandare un complimento da parte sua al signor Hagenauer, lo scultore, perché quando era Bologna andava sempre a confessarsi da lui. Addio. Alla sorella Milano, 3 novembre 1770 Sorellina adorata del mio cuore, ringrazio te e la mamma per gli auguri sinceri e ardo dalla voglia di rivederci presto a Salisburgo. Quanto ai tuoi auguri, debbo dirti che quasi quasi mi stava venendo il sospetto che a scriverli fosse stato il sig. Martinelli. Ma tu sei sempre la mia intelligentissima sorella e hai fatto le cose con molto spirito, mettendo sotto gli auguri in italiano i saluti del sig. 35 Martinelli, scritti proprio con la medesima calligrafia,e in questo modo non ho potuto accorgermi di nulla e ci sono cascato, dicendo poi subito a papà: “Ah potessi diventare anch’io così intelligente e così pieno di spirito!”. E papà ha detto: “Davvero”. Ed io gli ho detto: “Ho sonno”. E lui proprio ora mi sta dicendo: “Smettila”. Addio, prega il Signore che l’opera vada bene. Bacio le mani alla mamma, saluti a tutti i conoscenti, sono sempre tuo fratello Wolfgang Mozart le cui dita a furia di scrivere sono stanche sanchhe stanche stanche. Alla sorella Milano, 24 agosto 1771 Carissima sorella, Durane il viaggio abbiamo sofferto un gran caldo e la polvere ci ha perseguitato tutto il tempo con molta impertinenza, al punto che saremmo certo morti per soffocamento o sfinimento se non fossimo stati troppo intelligenti per farlo. Qui, dicono i milanesi, non è piovuto per un mese intero; oggi ha cominciato a cadere qualche goccia, ma ora è tornato a splendere il sole e fa di nuovo caldo. La tua promessa (sai bene quale... tu carissima!), ti prego, mantienila davvero, te ne sarò veramente obbligato. La principessa ultimamente aveva la diarrea o la... cacarella. Di nuovo non so altro. Scrivimi tu qualche novità. I miei complimenti ad ogni buon amico e amica. Bacio le mani della mamma. Sto proprio scoppiando dal caldo. Ora mi levo il corpetto. Addio. Stammi bene. Wolfgang 36 Il Tempietto Sopra di noi c’è un violinista, sotto ce n’è un altro, accanto c’è un maestro di canto che dà lezione, nella stanza di fronte un oboista. È una bellezza per comporre! Ti fa venire tante idee. N.B. Queste lettere sono state pubblicate e riprese dal volume “W.A. Mozart” Lettere. Introduzione di Enzo Siciliano. Biblioteca della Fenice. Guanda. Parma 1991 Il Tempietto Le Nozze di Figaro Paola Ruminelli Le Nozze di Figaro, commedia in musica “Le Nozze di Figaro” fanno parte, con “Il Don Giovanni” e con “Così fan tutte”, della così detta trilogia italiana, in cui il genio teatrale di Mozart si dispiega nel momento culminante. Mozart, come noto, non ha una produzione teatrale molto ricca, perché, malgrado avesse spiccate attitudini per l’opera, non ebbe occasioni di lavorare per il teatro almeno finché visse a Salisburgo, sua residenza prima della sistemazione a Vienna. Il melodramma e l’opera comica a quel tempo raccoglievano sempre crescenti favori di pubblico per la novità dei loro contenuti. In particolare l’opera comica italiana di Piccinni, Paisiello e Cimarosa costituiva un modello a cui certamente anche Mozart guardò, perché si trattava di un genere che cercava di ingaggiare bravi cantanti, di ampliare l’orchestra e di avvalersi di abili librettisti, che riuscivano a interessare il pubblico all’azione scenica. Una delle prime preoccupazioni di Mozart fu quella di trovare un librettista abile e geniale per le sue musiche. Lo trovò nell’italiano Lorenzo Da Ponte un avventuriero settecentesco paragonabile a Casanova e Cagliostro o a Ranieri de’ Calzabigi, che aveva scritto libretti teatrali per Gluck. 39 Il soggetto dell’Opera riprende un argomento della trilogia di Beaumarchais “Le mariage de Figaro” “Le barbier de Seville” e “La mère coupable”, commedie in cui l’autore francese si proponeva di contrapporre le qualità di intraprendenza e di intelligenza del terzo stato ai vizi e alla inettitudine dell’aristocrazia e del clero. Le commedie di Beaumarchais ebbero grande successo, ma spaventarono anche molta parte della nobiltà per la loro carica di denuncia, così che Da Ponte ebbe il suo bel da fare per convincere Giuseppe II che l’Opera mozartiana non aveva intenti di polemica sociale. In effetti Mozart non aveva interessi polemici: era stato attratto da quel testo forse perché si trattava di un’opera di successo (grande successo riscuoteva infatti “Il barbiere di Siviglia” di Beaumarchais musicato da Paisiello) e perché si trattava di una commedia prevalentemente di intrigo, che permetteva al musicista di presentare i personaggi in una situazione di dinamicità, in modo da rivelare sempre aspetti nuovi del loro carattere, senza fissarli in una staticità psicologica, quale era quella della vecchia opera buffa. A differenza della galleria di tipi prefabbricati della tradizione “Le figure di Mozart, invece, hanno - come scrive Massimo Mila - la mobilità cangiante e imprevedibile della vita”1 L’Opera mozartiana, priva di propositi politici, risulta riportabile 40 Il Tempietto Il Tempietto principalmente in “quell’eterno in cui vivono i capolavori”2, al di là di ogni contingenza storica. Come ben vedeva Hermann Abert, studioso di Mozart, Mozart si avvale di personaggi “nei quali, libero da ogni pathos morale, come anche delle accidentalità del quotidiano, si rispecchia un aspetto dell’eterna ricchezza di vita dell’uomo, visto in una luce di superiore umorismo ironico”.3 La trama e i personaggi. Non è facile riassumere la trama dell’Opera, che ha come base l’intrigo e l’intreccio volutamente complesso per assicurare il continuo movimento dei personaggi. Dopo l’ouverture, composta per ultima come d’abitudine di Mozart, che esprime la gioia dell’esistenza secondo una vertiginosa vivacità, l’azione scenica inizia in una stanza del castello del conte d’Almaviva. Figaro e Susanna, camerieri rispettivamente del Conte e della Contessa, stanno allestendo la loro camera nuziale, non senza qualche preoccupazione per il contegno del Conte, che vorrebbe impedire il matrimonio per approfittare della graziosa cameriera della moglie. Per liberarsi di Figaro il Conte lo vorrebbe far sposare con la matura Marcellina, che alla fine della commedia scoprirà di essere invece la madre di Figaro, da lei avuto illegittimamente da don Bartolo, di cui è governante. A questa vicenda si intrecciano le avventure del paggio Cherubino, innamorato della Contessa, che suscita la gelosia del Conte, che, dopo averlo sorpreso nelle stanze della moglie, lo obbliga ad arruolarsi. Il paggio però ritornerà ben presto al castello e sposerà Barbarina, figlia del giardiniere, quando, a chiusura della commedia, si celebreranno finalmente anche le nozze di Figaro e Susanna e di don Bartolo e Marcellina. I personaggi della commedia sono molti e ad essi Mozart attribuisce arie indimenticabili, brevi e rapide, in cui si riflettono gli stati d’animo sempre cangianti dei personaggi. È il caso della prima cavatina di Figaro “Se vuol ballare signor contino”, in cui la collera di Figaro nei confronti del Conte, che insidia la sua Susanna, si viene placando in un invito ironico alla danza e infine si risolve in una esortazione alla calma rivolta a sé stesso. Sempre a Figaro è affidata l’aria che chiude il primo Atto “Non più andrai, farfallone amoroso”, riferita al paggio Cherubino che il Conte ha arruolato nel reggimento. Un’aria che descrive il paggio in vesti militari, a ritmo di marcia di grande vivacità ritmica, allo scopo di beffeggiare malignamente il damerino. Ancora Figaro, nell’Atto quarto, credutosi ingannato da Susanna, canta un’aria di satira antifemminile “Aprite un po’ gli occhi, uomini incauti e sciocchi”, aria iniziata in stile solenne e poi proseguita in stile buffo e concitato contro le donne ingannatrici, espressione del suo pessimismo di fondo. Sempre nel primo Atto vi è un’altra aria famosa, quella di Cherubino “Non so più cosa son, cosa faccio” in cui il paggio parla dell’ attrazione indiscriminata che egli sente per tutte le donne e che gli procura un turbamento confuso. In realtà già Kierkegaard aveva ravvisato nel personaggio di Cherubino il primo stadio dell’amore: il paggio è innamorato dell’amore e la femminilità, che tutte le donne hanno in comune, è l’oggetto del suo desiderio. Si tratta della sensualità dell’adolescenza, ancora priva di direzione: “la sensualità si sveglia, ma non in movimento, bensì come in tranquilla quiescenza, non come gioia e piacere, bensì come profonda malinconia”4 Nel secondo Atto Cherubino, accompagnato da Susanna con la chitarra, in “Voi che sapete che cosa è amor” esprime la sua emozione amorosa. Altro personaggio a cui sono affidate arie sublimi è quello della Contessa, personaggio che compare all’inizio del secondo Atto, ben diversa dalla Rosina del Barbiere di Siviglia, piena di argento vivo. La Contessa è, delusa dal matrimonio, e invoca l’amore “Porgi amor ristoro,”come bene perduto ed evocato con nobile malinconia. Anche nel terzo Atto ricorre un’aria bellissima della Contessa, che attende impaziente l’arrivo di Susanna, con la quale ha ordito l’inganno al Conte di un appuntamento, a cui lei stessa andrà con abbigliamento scambiato con Susanna. La Contessa ricorda la 41 sua felicità coniugale “Dove sono i bei momenti”, con un sentimento di pace malinconica perché la sua felicità è andata perduta. Il Conte nel terzo Atto, dopo aver udito una frase sussurrata da Susanna al cameriere, preso da gelosia, nell’aria “Vedrò, mentr’io sospiro” rivela la sua natura passionale e primitiva di uomo ferito nell’orgoglio. Infine Susanna, che nel secondo Atto si diverte a rivestire Cherubino con abiti femminili per nasconderlo al Conte, intona l’aria “Venite, inginocchiatevi”, espressione di galante erotismo, trasfigurato però dalla musica. La figura di Susanna in attesa della notte nuziale, (“Oh come par”) si completa nel quarto Atto, quando ella esprime il suo naturale desiderio, sapendo di essere ascoltata da Figaro. Duetti, terzetti e sestetti si alternano alle arie e ai recitativi vivaci dei personaggi, secondo la tecnica del “concertato” o scena d’insieme, introdotti nell’ opera comica del tempo, con risultati di efficacia teatrale. Il finale dell’Opera Alla fine del quarto Atto i personaggi si ritrovano tutti nel giardino del palazzo del Conte dove si intreccia una serie di equivoci per lo scambio continuo di persona, di cui sono vittime principalmente il Conte e Figaro. Tutte le ambiguità però si risolveranno in un perdono generale, invocato dalla Contessa, affinché discenda la pace su “Questo giorno di tormenti, di capricci e di follia”, 42 Il Tempietto Il Tempietto perdono in cui tutti sono coinvolti da Figaro a Susanna, dal Conte alla Contessa a Cherubino a Barbarina, Marcellina, Don Bartolo e all’ipocrita Don Basilio. Giustamente è stato osservato che il coro finale dei personaggi ha l’andamento della musica sacra: “non solo la curva della melodia è piena di fervore e di devozione, ma secondo una tipica tecnica responsoriale, che risale ai canti delle catacombe, due voci, Susanna e la Contessa, danno il via alla frase, anticipando un intervallo ascendente di quinta, e poi tutta la massa tien dietro, come avveniva nelle conventicole cristiane tra officianti-guida e la massa dei fedeli”5 In realtà questa sublime conclusione manifesta lo spirito profondo dell’Opera, che ha quale oggetto l’amore, come forza istintiva da cui sono posseduti tutti i personaggi, attraverso la quale raggiungere la felicità. “La religione di Mozart - scrive sempre Mila- è la religione della felicità, e sebbene egli fosse uomo del tutto in disparte dalle correnti di pensiero filosofico ed ignorasse perfino l’esistenza di qualcosa chiamato giusnaturalismo, la sua religione si innesta misteriosamente, per una specie di osmosi di alta quota,nella tematica settecentesca del diritto alla felicità”6 Mozart peraltro aveva sperimentato di persona come la vita smentisca le attese di felicità del cuore. L’Eden originario è un mito che si innesta in questo innato desiderio di bene, un mito che inutilmente le teorie filosofiche cercano di recuperare mediante ricette dottrinarie e che solo un rapporto di pace tra gli uomini può garantire. In effetti il fascino della musica mozartiana consiste nella sua capacità di penetrare la vita, di coglierla nel suo primo gioioso impulso ad essere,che spesso però si risolve in una egoistica affermazione del sé. Anche nella negatività è però sempre possibile ravvisare i segni di una ricerca volta al conseguimento del bene, che si cela nei diversi comportamenti umani. E di questa tensione profonda dell’anima il grande musicista sa comunicare, con la divina malinconia propria dei veri artisti, il segreto agire nelle pieghe più intime dell’esistenza. Mozart non si ferma infatti allo stadio del piacere - che pure da lui è tutt’altro che sottovalutato, ma anzi come avviene nel Don Giovanni è considerato anche nei suoi esiti di drammaticità - ma ha sempre presenti i valori più autentici che informano ultimamente l’agire umano. Nelle Nozze di Figaro, per bocca della Contessa nelle arie e nella scena finale del perdono, egli riesce a dar forma musicale a questo fondamentale desiderio di felicità proprio dell’anima umana, in cui la travolgente e spesso ingannatrice forza della vita, si placa in una sublime e serena calma. Il movente religioso, quale si esplicita nei capolavori assoluti delle Messe e delle composizioni liturgiche del grande salisburghese, manifesta la sua tensione ad una purificazione, che innalzi a livello dello spirito la forza vitale, trasformandola in un trepido sentimento creaturale. Forse perché Mozart sa cogliere così bene la concretezza della vita e le aspirazioni del sentire, a distanza di secoli e di clima storico, è considerato ancora oggi il musicista per eccellenza. Note 1 Massimo Mila, “Lettura delle Nozze di Figaro. Mozart e la ricerca della felicità” Einaudi, Torino,1979 e 2003, p.22. 2 3 4 5 6 43 Il libro di Mila, recentemente ristampato, rappresenta un’interpretazione dell’Opera di grande competenza e profondità. ivi p. 20 ivi pp. 20-21 S. Kierkegaard, “Don Giovanni, La musica di Mozart e l’eros”, Mondadori Milano, 1976, p.81. Sul Don Giovanni si veda anche, sempre sulla Rivista del Tempietto, febbraio 2006, p.55, un precedente articolo di Paola Ruminelli “Kierkegaard e il Don Giovanni di Mozart” Mila cit, p p. 177-178. Ivi, pp.178-179. Il Tempietto Mozart e la musica Paola Ruminelli N ella prima parte del seguente intervento mi soffermerò a considerare alcune concezioni filosofiche relative all’arte musicale, nella seconda tenterò di ravvisare il riscontro di tali concezioni nella musica mozartiana. Tra musica e filosofia c’è sempre stato un rapporto privilegiato in quanto entrambe si esprimono senza mediazioni di immagini o di rimandi simbolici o metaforici, entrambe sgorgano direttamente dalle sorgenti prime del pensiero. Forse per tali ragioni la musica ha sempre suscitato l’interesse dei pensatori, fin dagli inizi della storia del pensiero filosofico, come appare nella tradizione greca più antica. Orfeo in cerca della sposa Euridice, che placa con il suo canto le divinità infernali, Arione, salvato da un delfino per la dolcezza del suo canto, sono figure emblematiche che troviamo all’inizio del mondo greco a testimonianza del potere misterioso che si riteneva la musica esercitasse sull’animo umano. Anche per i Pitagorici la musica aiuta a ordinare l’anima perché l’anima è essenzialmente un accordo e un’armonia degli elementi corporei contrari. Aristotele riferisce quanto Pitagora e Filolao dicevano: “...Dicono infatti che l’anima è una specie di accordo, perché accordo è mescolanza e 47 composizione di contrari, e il corpo è composto di contrari”.1 La musica ha il potere di ristabilire l’equilibrio perduto e di placare l’eccesso del sentire. Si racconta che Pitagora passando vicino ad un’officina di un fabbro avrebbe capito che i colpi del martello sull’incudine producevano suoni in rapporto fra loro. Il che gli fece riflettere sul fatto che percuotendo i corpi secondo un certo ritmo determinabile attraverso il numero, è possibile produrre una qualche armonia. In ogni cosa c’è un ritmo implicito che la musica rende evidente senza richiamarsi al potere di significazione proprio della parola. Spetta all’uomo manifestare l’intima armonia che la forma di ogni cosa racchiude. Sempre secondo i Pitagorici la musica permette anche di udire quei suoni che il cosmo continuamente emette e che noi non riusciamo più a distinguere, perché, come dice Aristotele, ci sono presenti fin dal momento in cui nasciamo. In un frammento di Porfirio è detto che “Pitagora udiva l’armonia dell’universo, cioè percepiva l’universale armonia delle sfere e degli astri moventesi con quelle: la quale noi non udiamo per la limitatezza della nostra natura”.2 Concezione questa della musica come riflesso dell’armonia universale che ebbe largo seguito anche in epoca medievale, giungendo fino alle soglie del barocco con Bach e Leibniz. 48 Il Tempietto Il Tempietto Anche Platone sostanzialmente riprende i principi pitagorici in quanto riteneva che la buona musica avesse il compito di manifestare la presenza nel tempo dell’eternità soprasensibile. Socrate nel Fedone racconta di aver fatto un sogno in cui veniva sollecitato a comporre ed esercitare musica, cosa che in verità lui riteneva di fare praticando la filosofia “reputando che la filosofia fosse musica altissima”.3 Nel mito delle cicale nel “Fedro”, Socrate ribadisce la vicinanza di musica e di filosofia, perché quelli che passano la vita a filosofare onorano le Muse più alte che “presiedendo alle cose celesti ed occupandosi dei discorsi divini ed umani, sanno il canto più soave”.4 Sia la filosofia che la musica (almeno alcune melodie nei modi dorico o frigio eseguibili con la lira e non con il flauto il cui suono era reputato da Platone troppo violento) concorrono ad accostarci al modello intelligibile in cui bello e buono sono inscindibilmente connessi. Su queste basi Platone riteneva che la musica dovesse avere una funzione importante nella formazione del cittadino del suo Stato ideale, sostenendo in molti luoghi della sua opera e in particolare nella “Repubblica”, che l’educazione alla musica ha un’importanza decisiva “pel fatto che il ritmo e l’armonia penetran nell’interno dell’anima e vi si apprendono con maggior vigore apportandovi l’armonia della forma, e la rendono armonica, ove uno sia stato ben educato, e se no viceversa”.5 La vita dell’uomo ha bisogno di equilibrio e di armonia e quindi di quella musica che produce armonia Alla concezione della musica come potenza che influisce sulla psiche e come riflesso dell’armonia delle sfere celesti sembra contrapporsi l’idea della musica come espressione dei sentimenti maturatasi in epoca romantica. Già per i pensatori dell’ultimo Settecento la musica,come nel caso di Diderot, non si richiamava tanto all’armonia universale, ma alla struttura profonda del nostro essere e della natura, che è in rapporto con la cosmica vitalità che pervade l’intero mondo naturale. Vitalità originaria che la musica comunicava nel culto orgiastico di Dioniso nel mondo greco e che Nietzsche, sulle orme di Schopenhauer, riteneva il proprium della musica. Su questa linea, sempre agli albori del Romanticismo, Rousseau prendeva posizione contro quella che egli definiva la musica artificiosa della modernità, che avrebbe favorito la razionalizzazione della musica attraverso lo sviluppo della tecnica, allontanandola dalle sue origini di espressione primigenia dell’uomo non ancora corrotto dalla civiltà. Già Kant peraltro, aveva coniato un’espressione, che poi i Romantici fecero propria, quella della musica come “linguaggio degli affetti” Nella Critica del Giudizio così Kant si esprime: “La sua attrattiva che si comunica universalmente, pare che riposi su questo - ogni espressione del linguaggio ha, nel contesto, un tono appropriato al suo significato - questo tono mostra più o meno un affetto di colui che parla e reciprocamente la produce anche in colui che ascolta, suscitando in lui, col processo inverso, l’idea che nella lingua è espressa con tale tono; - e siccome la modulazione è quasi una lingua universale delle sensazioni comprensibili da ogni uomo, la musica l’usa per sé sola e in tutta la sua energia, cioè come linguaggio degli affetti, e così, secondo la legge dell’associazione comunica universalmente le idee estetiche che vi sono naturalmente congiunte”6. La musica è lingua universale perché comunica sensazioni e sentimenti che sono universalmente condividibili. Nella musica di Mozart è possibile ravvisare la corrispondenza ad entrambe le concezioni: la musica come linguaggio universale dei sentimenti, in cui si riflette il divenire drammatico della vita nelle sue contraddizioni e nella sua energia, e la musica come armonia. Le due posizioni non sono in contrasto nel prodotto del genio che riesce, mediante la catarsi artistica, a cogliere nel divenire della vita e nell’incessante premere delle passioni, quell’implicita armonia, che ci eleva alla sfera dell’eterno. W. Goethe vedeva in Mozart la rinascita della più pura arte ellenica per la bellezza, che 49 egli definiva apollinea, delle sue composizioni. Come noto Mozart ebbe vita breve ma intensa sia per quanto riguarda le vicende della sua esistenza sia per quanto riguarda la sua ricchissima produzione. Fin dalla più tenera infanzia il padre lo esibiva come fanciullo prodigio in concerti nelle principali capitali europee. Il fanciullo ebbe così modo di conoscere le più varie correnti della musica del Settecento, che egli recepì rapidamente e di incontrare anche numerosi artisti tra i quali il figlio del grande Johann Sebastian Bach e Franz Joseph Hydn, amicizie tutte che sollecitarono il suo vigore creativo. Ben presto egli esordì con composizioni caratterizzate da grande leggerezza e grazia: sonate, sinfonie, divertimenti serenate per piccoli complessi strumentali, musica sacra. Le successive vicende della vita influirono in maniera significativa sulla sua maturazione interiore: la morte a Parigi della madre, l’amore non corrisposto per Aloisa Weber, lo spostamento da Salisburgo a Vienna, la morte del padre Leopold furono eventi che ebbero ripercussione anche sulla sua arte. La sua vastissima produzione, che ha creato non pochi problemi di catalogazione, si inserisce così in questa complessa vicenda biografica: concerti per pianoforte, dai mirabili soavi adagio di cui egli stesso fu esecutore, e per altri strumenti e orchestra; musica da camera quartetti e quintetti; una cinquantina di sinfonie (comprese quelle utilizzate in opere 50 Il Tempietto Il Tempietto teatrali o altro), tra le quali le note sinfonie “Parigi”, “Haffner”, “Praga” e le tre ultime sinfonie (particolarmente conosciuta la “Jupiter”) composte nel corso di un mese due anni prima della morte; musica sacra, come “Ave verum corpus” e il famoso incompiuto ultimo “Requiem”. Un aspetto molto importante della attività di Mozart fu il teatro che egli potè sviluppare dopo il suo insediamento a Vienna, giacché a Salisburgo aveva avuto scarse occasioni di cimentarsi con questo genere. Si nota spesso che anche la produzione sinfonica, per i contrasti drammatici di cui è ricca, risente dell’ amore di Mozart per il teatro. In realtà, come sostenevano i filosofi romantici a proposito della natura profonda della musica, tutta la produzione di Mozart nasce sempre in stretta correlazione con la vita, che per lui è occasione spesso, specialmente nel periodo seguente alla morte del padre, di meditazioni di carattere esistenziale. Il teatro è emblematico di questa relazione profonda tra arte e vita, da cui l’autore attinge la materia della sua ispirazione. “Il ratto dal serraglio”, preceduto da altre opere, tra le quali in particolare l’ “Idomeneo”, in cui Mozart sembra avvicinarsi particolarmente a Gluck, fu la prima opera composta da Mozart a Vienna, opera che riscosse un grande successo e con la quale si aprì la stagione di collaborazione con il librettista Da Ponte, che fruttò la composizione di sommi capolavori “Le nozze di Figaro”, “Il Don Giovanni”, “Così fan tutte” e che si chiuse con l’opera seria “La Clemenza di Tito”, dal dramma di Pietro Metastasio, e il Singspiel “Il Flauto magico”. Il teatro di Mozart ha come oggetto la società degli uomini, le loro passioni, i loro limiti umani, i loro desideri che tutti esprimono una incolmabile ricerca di felicità. Le situazioni sono spesso quelle dell’opera comica con una profondità umana che il teatro del tempo non conosceva, anche con momenti di alta drammaticità. D’obbligo è il riferimento al Don Giovanni, unanimemente considerato uno dei capolavori dell’umanità. Il filosofo Kierkegaart riteneva che nel “Don Giovanni” Mozart avesse rappresentato il gaudente ed il seduttore come “genio della sensualità”, propria del momento erotico-sensuale. In effetti Don Giovanni rappresenta la forza del desiderio, che non si placa mai nella continua manifestazione di una vitalità immediatamente esplosiva. La fine di Don Giovanni però non implica solamente lo scacco del demonico come passione e sensualità, ma è anche affermazione di estrema libertà, che conferisce all’eroe in negativo di Don Giovanni una sorta di tragica grandezza. Don Giovanni non si piega di fronte ad alcuna legge morale e non si piega nemmeno di fronte al timore dell’al di là perché ciò che lo anima è non solo una sorta di desiderio inesauribile di godimento, ma anche una volontà di libertà che rifiuta ogni sorta di imposizione. In tutte le opere di Mozart comunque troviamo una capacità di penetrazione nell’animo umano rappresentato nella complessità spesso contraddittoria dei sentimenti e nel suo divenire cangiante e dinamico. Rappresentazione fatta a volte con amara ironia e con disincanto, ma sempre con interesse sincero nei confronti dell’umanità. Nelle “Nozze di Figaro” la nobiltà della Contessa cui corrisponde un alto sentire, il paggio Cherubino con i suoi turbamenti amorosi, la figura di Figaro emancipato dalla sua condizione sociale o le coppie scambiate dei fidanzati in “Così fan tutte”, la regina della notte Papageno Pamina e Tamino nel “Flauto magico” sono personaggi che rimangono nella memoria per la loro verità umana, trasmessa da un discorso musicale trasparente e luminoso. Nella sua arte la vita non viene mai meno, ma si riscatta in un superiore livello di energia e di compiutezza. La musica di Mozart nasce dunque dalla vita, ma della vita coglie l’essenza traducendola in suono. Davvero si può dire di lui che sa trasformare la vita con le sue contraddizioni, con il suo dolore e il suo male in bellezza. Per cercare delle chiavi di comprensione dell’ arte di Mozart, alla visione, romantica della relazione della musica con la vita nei suoi più intimi misteri, si deve accostare quindi il richiamo all’arte come armonia, pensato dagli antichi pitagorici. Nella musica di Mozart c’è sempre la ricerca di quell’unità che garantisce l’armonia e che era tanto sentita nel mondo antico. 51 Così lo stesso Mozart scriveva: “L’idea cresce, si sviluppa, tutto diviene sempre più chiaro, il pezzo è già pressochè ultimato nella mia testa, anche se è lungo, in modo tale che mi è possibile, con un solo sguardo, vederlo mentalmente come un bel quadro o una persona graziosa; voglio dire che nell’immaginazione non intendo affatto le parti una dopo l’altra secondo l’ordine in cui dovranno succedersi, ma tutte insieme nello stesso tempo. Istante delizioso! Scoperta e messa in opera, tutto si svolge dentro di me come in un bel sogno. Ma la cosa più bella è sentire, in tal modo,tutte le cose nello stesso tempo”.7 Sentire tutte le cose nello stesso tempo secondo una unità che trascende il molteplice e il contingente: è questo il miracolo della sua musica che tanto affascina. Musica che si svolge secondo leggi che non sono frutto di intellettualistiche elucubrazioni, ma di una interiore vicinanza alla forza sorgiva del pensiero, a contatto con il modello intelligibile in cui bello e buono coincidono. A proposito dell’ultima composizione di Mozart il “Requiem” rimasto incompiuto il critico musicale Massimo Mila scrive: “è in sostanza una trasfigurata serenità, un sorriso benefico di pietosa consolazione il sentimento che signoreggia, assai più dei terrori dell’anima di fronte al giudizio che molti vi hanno voluto vedere”.8 52 Il Tempietto Il Tempietto La serenità campeggia anche di fronte alla morte perché deriva da un intimo sentimento di bene. La serenità che la musica di Mozart comunica è però non solo frutto di immediatezza di sentire, ma anche di faticosa conquista. Troppo spesso la facilità di Mozart è stata scambiata con la grazia della moda settecentesca o con l’ eleganza della scrittura del tempo, Mozart è un genio che ha conosciuto il travaglio della creazione come risalire alle fonti pure del pensiero. Così lui stesso scriveva: “la gente dice che mi vien tutto naturale. Nessuno si rende conto di quanto duramente devo lavorare per questo”.9 Non dimentichiamoci che la vita di Mozart è stata tutta generosamente consacrata ad un lavoro instancabile. Un messaggio di aureo equilibrio e di raffaellesca euritmia, come scrive sempre Massimo Mila, quello che Mozart ci ha lasciato, e che ci obbliga alla gratitudine del ricordo. Egli è uno dei musicisti più amati nel variare delle età della storia forse perché capace di comunicare una sincera fede nella vita, nella certezza di un fondamento di bene che la giustifichi e di una consolante felicità, che comunque riesce a raggiungerci attraverso l’armonia della musica. Note 1 Aristotele De anima, I 4,4o7b27 2 Porfirio riportato in Timpanaro Cardini, Pitagorici, III,pp.12sg. 3 Platone, Fedone, IV, a 4 Platone, Fedro, 259 d 5 Platone Repubblica 401 d 6 I. Kant Critica del giudizio, I libro II, 53. 7 Massimo Donà, Filosofia della musica, Bompiani, Milano 2006, p.88. 8 M. Mila, Breve storia della musica Einaudi Torino 1977, p.194 9 M. Donà, cit., p.87 Il giovane Mozart di Stefano Todini S e ne è ricordato lo scorso novembre persino lo Zecchino d’oro, il festival della canzone ispirato e dedicato ai bambini: ha rievocato l’infanzia aurea e spensierata del genio di Salisburgo con la canzone Volfango Amadé. Questo per dire come, nel 250° anniversario della nascita, numerose e variegate sono state le occasioni per glorificare Mozart, uno dei musicisti più precoci, versatili e famosi del XVIII secolo. Nella complessa prima biografia di Johannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart - questo il nome completo dell’artista nel registro della chiesa natale- datata 1801, si usa distinguere la vita del musicista in due parti: infanzia e giovinezza. Di un uomo vissuto trentasei anni quante stagioni si possono enucleare? Qui di seguito proviamo a riassumere le tracce del primo arco di vita mozartiano, l’infanzia appunto, quello più felice e che consta di opere celebri e comunque annesse al repertorio usualmente eseguito. Volfgang Amadeus nasce il 27 dicembre 1756 da Anna Maria Pertl e da Leopold, compositore di corte del principe von Schrattenbach. In quell’anno furono due gli eventi significativi per Leopold: l’uscita del suo libro Tentativo d’una fondamentale scuola del violino, opera prudente ma assai seguita dai musicisti coevi, e la nascita di Wolfgang, ultimo dei suoi 53 sette figli, ma unico, insieme a Nannerl, a sopravvivere. A tre anni l’enfant prodige è già al clavicembalo con la sorella Nannerl (Marianna); gli piacevano gli intervalli di terza, ed era lesto ad avvisare festosamente il padre quando sulla tastiera trovava le prime consonanze o scopriva delle combinazioni musicali. Ben presto sopravanzò la sorella, pur considerevolmente dotata, nell’esecuzione di brani musicali anche di una certa difficoltà. È lo stesso Leopold ad annotare i successi del figlio puntualmente su un quaderno: “Non avendo ancora cinque anni, il mio Volfango ha imparato un minuetto e trio alle 21.30”, annota puntualmente il padre. Insieme al clavicembalo, Wolfgang comincia a pizzicare il violino per il quale dimostra un immediato talento, mentre non ama la tromba per il suo suono squillante. Dalla corte di Salisburgo e dai primi concerti giunge la prima notorietà che dalla provincia si afferma poi via via nelle grandi città. Del primo viaggio a Monaco, che il padre intraprese con ambedue i figli nel gennaio del 1762, sappiamo solo che durò tre settimane e che i bambini si produssero davanti al principe elettore. Molto più importante fu il viaggio a Vienna che i tre intrapresero il 18 settembre dello stesso anno: l’enfant prodige fu immortalato in celebri tele seduto sulle ginocchia dell’imperatrice asburgica Maria Teresa e dell’arciduchessa Marie Antoinette, poi divenuta regina di Francia. 54 Il Tempietto Il Tempietto L’imprinting regale ed internazionale del genio di Salisburgo fu così sopra le righe della modesta provincia, da stordire, viziare e condizionare l’intera esistenza del piccolo Wolfgang. Fecero seguito altri viaggi, dove sempre più da solo - il talento di Nannerl era senz’altro più modesto- il nostro si esibiva per la gioia ed il divertimento dei nobili convenuti. Dal giugno al novembre 1763, Augusta, Ulm, Mannheim, Bruxelles e Parigi furono le tappe di un percorso in cui la fama crescente di Mozart divenne un fiume in piena per le corti europee a caccia di fenomeni: a Versailles, prima di compiere i sette anni, fu la mascotte preferita dell’ancora piacente marchesa di Pompadour. Nelle serate e nei concerti suona volentieri in prevalenza musiche di Telemann, oltre ad alcuni brani del padre, di Hasse e di Philip Emanuel Bach. Sono gli anni in cui Voltaire, Diderot, Rousseau dominano la scena artistica e letteraria; a sette anni incanta col suo talento musicale il quattordicenne Goethe. A Parigi nel gennaio 1764, a soli sette anni, Mozart presenta le sue prime composizioni: quattro sonate per clavicembalo e violino con dedica. Il padre Leopold commenta: “Egli supera ogni immaginazione. Ciò che sapeva quando partimmo da Salisburgo è una pallida ombra in confronto a quel che sa ora”. Dalla capitale francese si reca quindi in Inghilterra, dove conosce il figlio più celebre di Bach, Johann Cristian, e da questi riceve una forte impressione, ne stima molto la personalità. Dal canto suo, il figlio di Bach -ottimo musicista al cui repertorio Mozart attinge frequentemente negli anni Sessantafarà volentieri musica col bambino. È proprio in Inghilterra che “il bambino” compone sei sonate per clavicembalo, violino e violoncello dedicate al re e alla regina, e la prima sinfonia composta a Chelsea; il pubblico accorre numeroso e rimane affascinato da questo “maestro” d’organo e di clavicembalo, che si dedicò anche alla orchestrazione di altre due sinfonie. Seguirono ulteriori concerti a Londra che dettero modo alla famiglia Mozart di acquisire fama e denaro, finché si giunse al concerto per cembalo a quattro mani di Wolfgang e Nannerl su tastiera coperta: una vera e propria celebrazione per i due show-children. I Mozart lasciarono Londra nel luglio 1765 e si recarono dopo reiterate e calorose richieste a Lille, Rotterdam, L’Aia, Amsterdam, Utrecht, Anversa, Parigi, Ginevra, Losanna, Zurigo, e solo nel novembre 1766 giunsero a Salisburgo -dopo un anno e mezzo di viaggio- per conoscere la magnanimità del nuovo arcivescovo, Sigismund von Schrattenbach. Qui Wolfgang si avvicina agli studi e alla composizione, soprattutto mediante la guida del padre benedettino Placidus Scharl, che fu insegnante al ginnasio di Salisburgo sino al 1770. Né nella forma né nell’espressione Mozart esordisce come innovatore consapevole, e non esercita un atteggiamento particolarmente critico nei confronti della tradizione, come sovente accade per altri musicisti. Egli ha raccolto l’eredita delle suite di Johann Sebastian Bach e dei concerti di Domenico Scarlatti attraverso la formasonata suddivisa in tre tempi - del cosiddetto concerto in stile italiano- e successivamente in quattro tempi. La sua bravura concertistica, ma anche di composizione e di formazione umanistica si deve anzitutto al padre, che come testimonia l’epistolario, ne ebbe a cuore la dimensione morale. Wolfgang scrive alcuni concerti per pianoforte e orchestra prima di recarsi a Vienna nell’ottobre del 1767 per suonare alla corte imperiale e poi far ritorno a Salisburgo. In questo periodo di studi nella cittadina natale, Wolfgang viene nominato dall’arcivescovo nello stesso anno 1767 konzertmeister, cioè maestro dei concerti di corte: una carica pubblica riconosciuta e comprensiva di un salario annuale. È l’anno della morte di Georg Philip Telemann, musicista fortemente apprezzato ed eseguito da Mozart. L’incarico di konzertmeister comporta una pioggia di committenze determinanti, ma anche una notevole ostilità per le prime opere: Christophe Willibald Gluck ed altri musicisti austriaci -non è da escludere anche l’ostracismo di Antonio Salieri, come appare nel film Amadeus di Milos Forman- impedirono la rappresentazione de La finta semplice, che fu rappresentata a Salisburgo con grande ritardo nel maggio 1769; anche il singspiel Bastien und Bastienne venne osteggiato. Wolfgang assimila molta musica di Gluck (nonostante la sua avversione), Franz Joseph Haydn, di Hasse, Ditters, Gassman. Il compositore si abbevera alle fonti dei colleghi più anziani, e l’arcivescovado 55 gli commissiona musica di chiesa e di corte: divertimenti, serenate, notturni, cassazioni. L’arcivescovo Sigismund è lusingato dalla eclettica genialità di Mozart al punto da affidargli La finta semplice, un dramma giocoso in musica. Il 13 dicembre 1769 Wolfgang intraprende il suo primo viaggio verso il sud, il primo dei tre viaggi in Italia; Napoleone Bonaparte è nato solo da poche settimane. Il viaggio in Italia era una esperienza decisiva per ogni musicista, e artista in generale: il contatto e il confronto col Paese dove l’Arte era più presente e con i cittadini della patria del melodramma era indispensabile; e il successo delle varie tappe fu davvero esaltante, a prescindere dai cimenti musicali del compositore. Per Leopold questo fu un autentico viaggio di propaganda in favore del figlio e del suo libro/manuale sul violino; per Wolfgang, ogni singola tappa fu un trionfo. Bolzano, Rovereto, dove suonò divinamente l’organo, e Verona, dove è nominato maestro di cappella onorario dell’Accademia Filarmonica. Poi Mantova, dove inaugura con un concerto il Teatro Scientifico, e Milano, il cui governatore Firmian gli commissiona l’opera seria Mitridate re del Ponto, e compone a Lodi il primo quartetto d’archi. Quindi Parma, Bologna -dove conosce il padre Martini, musico erudito, serio e puntiglioso-, e Firenze, dove si esibisce dinanzi alla corte del granduca Leopoldo di Toscana: qui il marchese Ligniville, il più forte contrappuntista d’Italia, si cimenta col tredicenne di Salisburgo. L’11 aprile 56 Il Tempietto Il Tempietto giunge a Roma, e con grande emozione visita la Cappella Sistina ascoltando il Miserere di Gregorio Allegri: lo ritrascrive a memoria fedelmente, a riprova di un orecchio assoluto interno di qualità straordinaria. Dopo una udienza privata col papa Clemente XIV, a Napoli è insignito Cavaliere dello Speron d’Oro prima di tornare nel Settentrione. A Bologna studia contrappunto sotto la guida del padre Martini, e quindi è a Milano per rappresentare con successo il Mitridate re del Ponto il 26 dicembre 1770, un giorno prima di compiere quattordici anni e dieci giorni dopo la nascita di Ludwig van Beethoven. Le ultime tappe del viaggio sono Torino, Venezia, Padova e Verona, prima di approdare il 28 marzo 1771 a Salisburgo, dove Wolfgang comincia la sua attività di compositore “duplice”: per committenze borghesi o di società (opere buffe in prevalenza), e per musiche sacre, tra le quali messe, cantate, oratori. A metà anno intraprende il secondo viaggio in Italia; il 21 agosto è a Milano, e il 17 ottobre esegue la serenata teatrale Ascanio in Alba su testo del Parini, ascoltata la quale disse il musicista Hesse: “il genio di questo ragazzo ci metterà tutti in ombra”. I festeggiamenti e lo sfarzo che accompagnarono le rappresentazioni furono davvero sontuosi, e non ebbero nulla da invidiare ai ricevimenti delle corti europee più prestigiose. Mozart rientra a Salisburgo sul finire del 1771, in tempo per il decesso del principe arcivescovo Sigismund von Schrattenbach, suo grande benefattore. Questa morte segna una svolta marcata nella carriera musicale di Mozart. Il successore di Sigismund, il principe arcivescovo di Salisburgo Hyeronimus Colloredo, si distinguerà sin dall’inizio per una maggiore possessività nei confronti del giovanissimo dipendente, al quale rinnova la carica di maestro dei concerti confermandogli uno stipendio annuo all’indomani dei successi milanesi. L’incarico di scrivere l’opera seria per l’insediamento in città dell’arcivescovo fu assegnato a Mozart, ora divenuto anche kapellmeister, maestro di cappella: Il sogno di Scipione con testo di Metastasio. Il 24 ottobre 1772 si apre il terzo viaggio mozartiano in Italia, destinazione Milano, con la committenza del Lucio Silla, come sempre opera assai attesa ed applaudita. Mozart è nel pieno della forza creativa e nella sue stagione più feconda: nessun luogo può contenere lo straripare delle sue note. Con La finta giardiniera il compositore entra nel pieno della musica lirica italiana, dopo aver posseduto pienamente la musica solistica e strumentale anglosassone; alla padronanza sinfonica si aggiunge la raffinata conoscenza della indipendenza ritmica e melodica del bel canto, sotto la guida del padre Martini; il terzo viaggio italiano, inoltre, completa anche l’uomo Mozart. Nell’estate del 1773 è a Vienna, esegue concerti nelle chiese come nelle case private degli aristocratici: messe, cantate, concerti per piano, sinfonie, sonate, divertimenti, serenate. Nella produzione mozartiana si coglie il primo Ottocento musicale, quello Sturm und Drang tipico del Romanticismo, anche se manca la produzione “paesaggistica”, naturale, quei poemi musicali di Beethoven, Gluck, Haydn. I fastosi salotti di Salisburgo cominciano ad essere un campo troppo ristretto per il musicista, anche se la sua maturità è più artistica che esperienziale; gli anni di soggiorno forzoso e quasi ininterrotto si concludono con il brusco peggioramento dei rapporti tra Mozart e l’arcivescovo dopo che questi aveva rifiutato nel 1777 una licenza per un viaggio in Italia. Nel settembre dello stesso anno, qualche mese dopo la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, Wolfgang parte solo con la madre -il padre ha qualche lieve malanno- alla volta di Parigi; esegue concerti, lezioni private, compone sei sonate per violino e pianoforte, ma tutto questo non gli serve a trovare un impiego stabile. Altre méte dell’epoca sono Monaco, Augusta, Mannheim dove suona con una orchestra di grande tradizione lasciando spesso la madre da sola. A Parigi, ammalata e sconsolata, la madre di Mozart muore nel 1778. Leopold sollecita energicamente il figlio a riprendere servizio come organista del duomo e della corte arcivescovile di Salisburgo, e Wolfgang accetta, pure se mal volentieri; è infatti troppo attratto dai trionfi dei teatri, dai furtivi amori e dalla fama che l’arcivescovo 57 Hyeronimus non può garantirgli. A rompere la routine salisburghese è la corte di Monaco, che propone a Mozart la composizione di un’opera seria in tre atti di impostazione ancora una volta metastasiana: l’Idomeneo re di Creta, composto nell’autunno 1780 e rappresentato al Teatro di Corte di Monaco il 29 gennaio 1781. Siamo alla vigilia della definitiva rottura con l’arcivescovo Hyeronimus: da Vienna, Mozart decide di non fare ritorno nella piccola Salisburgo; frequenta musicisti, artisti e case borghesi, dimore patrizie e ritrovi aristocratici, non si ritrova più nella piccola cittadina austriaca. Ha compiuto ventiquattro anni, e ne mancano poco più di dieci alla sua morte; la proiezione europea di Mozart è oramai consolidata, e il compositore, dopo la delusione d’amore di Aloysia Weber, fanciulla di cui era stato pazzamente innamorato, sposerà nel 1782 la sorella di questa, Costanza. I vorticosi viaggi hanno fatto il loro tempo; fino al ventunesimo anno di Wolfgang padre e figlio erano rimasti quasi sempre vicini, ma ora è il momento di proseguire l’itinerario artistico ed esistenziale da solo, intraprendendo il secondo e ultimo ciclo della vita: la giovinezza. Del resto accompagnare Wolfgang Amadeus Mozart per vent’anni, educandone la sensibilità illuminata dal genio, è un regalo che, più che fare, si può ben ricevere. Il Tempietto Cinema e Mozart Giancarlo Giraud I l percorso cinematografico mozartiano inizia con Melodie Eterne (1940) di Carmine Gallone una vita di Mozart dagli esordi come bambino prodigio, all’amore, al matrimonio, alle affermazioni professionali, fino alla morte precoce. Gallone sforna una biografia romanzata di serie, fra gli interpreti Gino Cervi Conchita Montenegro, Claudio Gora, Paolo Stoppa, Cesare Polacco. Saliamo decisamente di tono con il Flauto Magico di Ingmar Bergman del 1974. Il regista svedese porta la cinepresa in teatro e trascrive il celeberrimo capolavoro di Mozart, cantato in svedese, con intelligenza, reverenza e garbo. Il principe Tamino innamorato di Pamina per avere la giovane e entrare nel Regno della luce, deve superare armato del suo flauto magico, le tre prove del silenzio, dell’acqua e del fuoco. Nel film-opera ritroviamo alcune delle tematiche bergmaniane: il gusto dell’ignoto e dell’inesprimibile, gli intrighi della vita, lo stupore per lo spettacolo, la malinconia. Nel 1978 l’opera fu riportata sullo schermo in un film d’animazione di Emanuele Luzzati (disegni) e Giulio Gianini (animazione) con un Papageno in carne e ossa che rende manifesta la morale della favola. Luzzati recupera il lavoro fatto come scenografo per l’edizione teatrale diretta da Franco Enriquez al festival di Glyndebourne nel 1963. I due autori utilizzano al meglio la tradizione del teatro come “macchina magica” 59 (sipari, scene che ruotano, burattini, immagini fisse, luci, ombre, silhouette) vivificata da una sensibilità coloristica sorprendente. Per quanto riguarda la musica - in alcuni brani del Flauto Magico - il sincronismo fra musica e immagine diviene perfetto: codici musicali e codici iconici, ritmo melodico e flusso figurativo si integrano creativamente interagendo in maniera originalissima. La colonna sonora fa da contrappunto alla parte visiva e viceversa. “Ciò che i due autori percepiscono immediatamente nella musica scrive Sara Cortellazzo - è la dimensione fantastica, la possibilità di evocare con essa e attraverso essa mondi magici, esotici, immediatamente percepiti come ‘altro’ dal reale”1. Una operazione di alto livello culturale è il Don Giovanni (1979) di Joseph Losey dal dramma giocoso in due atti (1787) di W.A. Mozart - L. Da Ponte. Don Giovanni seduttore incallito uccide in duello il padre di una sua conquista. Niente e nessuno sembrano capaci di farlo fermare e pentire del suo comportamento: ci penserà la statua sepolcrale dell’ucciso durante un banchetto a trascinarlo con sé all’inferno. Nel filmare l’opera di Mozart il regista ha spogliato l’azione dagli elementi troppo teatrali, calandola nel realistico scenario del Veneto e delle cinquecentesche ville palladiane. Tra Brecht e De Sade il film ha molte invenzioni registiche, una magistrale fotografia di Gerry Fisher, la fascinosa scenografia di 60 Il Tempietto Il Tempietto Alexandre Trauner, la perfetta interpretazione di Ruggero Raimondi con l’orchestra e il coro dell’Opera di Parigi diretti da Lorin Maazel. Quando Pupi Avati decise di realizzare Noi tre (1984) forse non sapeva di andare a scontrarsi sullo stesso terreno di Amadeus di Milos Forman, uno dei film più costosi realizzati in quegli anni e destinato a ben otto Oscar. In entrambi si narra diffusamente del musicista, ma se il formaniano Amadeus spazia lungo l’intero arco della vita di Mozart, il piccolo e intimista Noi tre si limita a immaginare quale possa essere stata la vita del quattordicenne Wolfgang Amadeus durante i tre mesi trascorsi a Bologna, per diplomarsi in composizione presso l’Accademia dei Filarmonici, nell’estate del 1770. Come spesso avviene in Avati, l’idea originale ha radici antiche. A Bologna, infatti, la casa di famiglia del regista si trovava nei pressi della villa dei conti Pallavicini che ospitarono il giovane Mozart, e da questa specie di “contiguità” con i luoghi storici del compositore Avati si sentì influenzato da giovane. La lettura di alcuni testi sul periodo della giovinezza mozartiana (e, in particolare, della novella di Morike Mozart in viaggio verso Praga) nonché la scrittura di un racconto su questi tre mesi costituirono uno stimolo per tentare l’avventura. Da segnalare la colonna sonora “mozartiana” che Riz Ortolani compone per Noi tre dopo un attento studio delle melodie originali. Sempre del 1984 è Amadeus di Milos Forman sicuramente la rievocazione biografica dell’esperienza umana e artistica di Mozart più nota a livello internazionale. Tratta dal testo di Peter Shaffner che ha curato anche l’adattamento per lo schermo, ricostruisce il complesso rapporto di rivalità tra il genio del giovane Mozart, dai comportamenti volgari e libertini, e la mediocrità dell’abate Antonio Salieri. Film bello ma anche discusso in particolare sulle libertà prese per la genesi del Requiem. Sono quattordici i film della storia del cinema ispirati a Mozart, tra questi ricordiamo ancora Angeli senza felicità (1848) di Karl Hartl, Mozart e Salieri (1962) del russo Vladimir Gorikker, Dimenticate Mozart (1984) di Slavo Luther, e tra gli ultimi Wolfgang A. Mozart (1991) di Juray Herz e Amadeus (1994) del rumeno Radu Cernescu, in gran parte produzioni televisive. I film su opere e personaggi mozartiani risultano sette oltre ai già citati Il flauto magico di Bergman e Don Giovanni di Losey, meritano una segnalazione il Don Giovanni (1949) di Vincent Sherman con Errol Flynn e quello di Carmelo Bene del 1971. Oltre quaranta invece sono stati i film che hanno utilizzato la musica mozartiana, come per altri grandi compositori, l’uso delle musiche fa per lo più da sfondo2. Tra gli esempi più significativi ricordiamo Un condannato a morte è fuggito con l’utilizzo della Messa in si bemolle K 272 per voci, archi e organo, che si fa sentire nei “momenti di aria” del prigioniero, esprimendo così il senso dell’aria aperta e il desiderio di libertà. Come nota Ermanno Comuzio “di solito sono i registi che si intendono di musica a utilizzare creativamente i classici, a farli diventare anima e sangue dei loro film”3. Allora Mozart diventa Cinema con Stanley Kubrick che in Barry Lyndon (1974) utilizza la marcia dell’opera Idomeneo re di Creta o con Luchino Visconti in Gruppo di famiglia in un interno (1974) e ancora nel Vangelo secondo Matteo (1965) di Pasolini. Ennio Morricone ricorda che per la musica di Teorema, Pasolini gli disse: “Faccia quello che le pare. Mi serve un pezzo astratto che abbia il senso dell’angoscia”. “Va bene anche se è dissonante?”. Rispose Pasolini “Sì. Condizione fondamentale, vorrei che alla fine ci fosse il Requiem di Mozart”. Per completare il quadro di grandi registi che hanno utilizzato le musiche di Mozart nelle loro opere non possiamo dimenticare Jean Renoir La Marseillaise (La Marsigliese, 1937) e La Règle du jeu (La regola del gioco, 1939), Luis Buñuel L’âge d’or (1930) e Viridiana (1937), Ingmar Bergman Till Gladje (Verso la gioia, 1949), Ansikte mot ansikte (L’immagine allo specchio, 1975), Peter Bogdanovich Daisy Miller (1974), Werner Herzog L’enigma di Kaspar Hauser (1975), Jean-Luc Godard Week-end, Un uomo 61 una donna dal sabato alla domenica (1967) e fra i più recenti Marco Tullio Giordana Ma meglio gioventù (2003), Terrence Malik The new world (2005). Come si è potuto notare da questa sintetica carrellata le musiche di Mozart fanno parte della storia del cinema, basterebbero i titoli appena citati per organizzare una splendida retrospettiva a cui aggiungere l’originale Flauto Magiko del regista e attore Kenneth Branagh presentato in anteprima mondiale all’ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Ma i progetti sulla grande compositore salisburghese non sono finiti, per rimanere in Italia il libro di Italo Moscati I piccoli Mozart - Wolfi e Nannerl, storia di due bambini prodigio (Lindau) ha buone probabilità di diventare un film. Note 1 Sara Cortellazzo Pastelli pupazzi e siparietti Il Cinema di Giannini e Luzzati, Incontri internazionali con gli autori di cinema d’animazione. 2 Cfr. Mozart in 35 millimetri di Italo Moscati in “FMM Filmaker’s Magazine”, giugno-agosto 2006. 3 Ermanno Comuzio Mozart e il cinema in “Cinecritica” n. 21-22, aprile-settembre 1991. ✞ La croce e i Filosofi La croce è - come dice Caracciolo - “il punto d’incontro estremo delle tenebre e dell’estremo della luce”, “punto cosmico e metacosmico in cui si raccolgono - non confondendosi, ma anzi chiarendosi - i problemi che soli sono alla fine degni di essere pensati”, i problemi del senso, del dolore, del significato dell’esistere. Problemi questi che sono propri della riflessione di tutti i tempi, ma che forse si sono fatti più urgenti nel nostro oggi, che sembra aver perduto la fede nella vita. Il Tempietto Il mistero della Santa Croce nell’arte e nella filosofia Paola Ruminelli P er la sua pregnanza di significato il tema della croce ha rappresentato nella tradizione cristiana, il simbolo più compiuto della fede.1 È noto come tale tema abbia ispirato e ispiri capolavori artistici sia nella letteratura che nelle arti figurative e nella musica. La sua forza simbolica raggiunge infatti le regioni più profonde della coscienza, da cui scaturiscono non solo le meditazioni religiose, ma anche le espressioni estetiche: nella catarsi artistica, che innalza la realtà a livello dell’infinito, la relazione con il divino trova modo di manifestarsi in maniera sensibilmente recepibile. D’altra parte la filosofia, per la tensione all’universalità da cui è pervasa, mostra di saper scorgere il cosmo nella sua condizione di apertura verso l’assoluto e, come nella ricerca artistica, di poter leggere la realtà nei suoi rimandi infiniti. Nell’attuale contesto filosofico, inoltre, si fanno sempre più insistenti le istanze religiose, riemerse dopo che la filosofia si è liberata dalla soggezione alle ideologie e la teologia con il Concilio Vaticano II si è aperta al pensiero moderno2. In questa direzione arte e filosofia possono collaborare nel cercare di 65 approfondire e comunicare il mistero centrale della fede cristiana. Tra le opere figurative più note su tale tema, per la loro capacità di comunicazione e di coinvolgimento che va oltre la loro contemporaneità, non può non essere ricordato il mirabile ciclo di affreschi della Chiesa di San Francesco di Arezzo, dedicati proprio alla storia della Croce dal grande pittore Piero della Francesca. Le figure solenni e nobili di cui la parete affrescata è popolata, si inseriscono in uno sfondo chiaro e sereno di grande armonia e calma, che suscita un sentimento di fiduciosa adesione alle memorie biblica e storica qui evocate. Negli affreschi Piero narra alcuni episodi tratti dalla storia della Croce della Leggenda aurea, di Jacopo da Voragine, opera molto nota e diffusa nel tempo. Secondo tale leggenda il legno della Santa Croce sarebbe derivato dal seme dell’albero della conoscenza del Paradiso terrestre, seme posto nella bocca di Adamo all’atto della sua sepoltura, raffigurata nella lunetta in alto della parete destra dell’affresco. Del legno di quell’albero, trasformato in ponte e riconosciuto dalla regina di Saba che lo avrebbe adorato nel corso della sua visita al re Salomone, sarebbe stata fatta la Santa Croce, sognata da Costantino prima della battaglia del Ponte Milvio contro il rivale Massenzio, rappresentata nella striscia di affresco in basso sulla parete destra (il primo notturno della pittura italiana). La vera Croce sarebbe poi stata riconosciuta da Elena, madre 66 Il Tempietto Il Tempietto di Costantino, per le sue virtù risanatrici, come appare negli episodi della parete sinistra dedicati dal pittore al rinvenimento della Croce. Per tale leggenda l’origine della Croce andrebbe quindi fatta risalire agli albori della storia dell’umanità, legata ad Adamo, che ha mangiato dell’albero della conoscenza e ha conosciuto il peccato e la morte, quali esiti estremi della vita lontana da Dio. La Croce, quindi come simbolo della condizione umana di dolore e di sofferenza, ineludibilmente connessi al vivere, ma con l’incarnazione- da Piero della Francesca richiamata nel riquadro dell’Annunciazione ove la figura della Vergine è esaltata nella sua maestosa regalità dalla prospettiva del portico in cui è inserita - anche segno di vittoria che porta Costantino ad affermarsi sul rivale. In effetti la Croce è diventata simbolo cristiano per eccellenza perché configura la realtà del finito umano sullo sfondo dell’infinito divino, rappresentando il massimo del dolore e dell’abiezione sollevati dal divino alla gloria dell’eterno. Simbolo quindi di morte e di vita, simbolo della vicenda umana, che la luce del Cristo trasfigura in salvezza. A Roma in Santa Maria Antiqua è visibile un affresco dell’VIII secolo, una delle testimonianze più antiche che segnano il passaggio dall’astrazione bizantina- ancora presente nel Cristo sulla Croce in veste lunga di tipo siriano e nelle figure della Vergine e di S. Giovanni in costume panneggiato e in atteggiamenti composti- al tratto vivace delle figure in movimento del Longino e del personaggio munito di canna. Al Cristo, impassibile nella sua divinità, distaccato ed irraggiungibile, si contrappone il realismo delle figure umane, immerse nel dinamico prodursi della vita. Intorno al 1200, per altro, assistiamo nella tradizione pittorica occidentale ad un deciso mutamento nella rappresentazione della crocefissione, rispondente non solo alla sensibilità latina, da sempre attenta alla concretezza del vivere, ma anche in risonanza con una visone del mondo, che sostituisce la prospettiva metafisica di impronta greca con quella cristiana incentrata sulla persona. Nell’ambito di tale sensibilità, che investe non solo le arti figurative, ma tutte le espressioni culturali, l’uomo incomincia sempre più ad interrogarsi sul significato della sua vita e a porsi drammaticamente di fronte al patrimonio della fede: è l’avvio della riflessione moderna che culminerà nei tempi a noi più prossimi. In tale contesto storico-epocale, a partire dal pittore Giunta Pisano, viene così introdotta la figura del Cristo sulla Croce come Christus patiens, il Cristo che si attorce nel dolore e nella sofferenza, quale realtà inscritta nella vita umana. I grandi Crocifissi di Cimabue e di Giotto si inseriscono in questa tradizione, rappresentando il dolore di Cristo con tratti fortemente realistici, ma insieme esaltandolo nella sua maestà. Cristo è raffigurato nella grandiosità di un dolore, che sembra esprimere quella sofferenza universale, che solo il divino può essere capace di abbracciare e di intendere appieno nella sua crudele profondità. Solo il grido di Cristo sulla Croce, può esprimere la sofferenza di tutti gli uomini e di tutti i tempi. Solo Cristo può sentire pienamente l’orrore del disfacimento e l’angoscia dell’essere, che si dissolve nella morte, perché egli ha sperimentato la condizione più estrema a cui porta l’assenza di Dio. Facendosi uomo il Figlio di Dio si è allontanato da Dio, quale nuovo Adamo, che ha conosciuto compiutamente la condizione di miseria e abbandono, che la autonomia creaturale comporta. Egli ha vissuto la tragedia dell’umanità ancora priva della luce della redenzione, il tumulto di una vicenda che in sé non è altro che una disperata volontà di essere, continuamente sul baratro di un nulla, che alla fine travolge ogni resistenza. Un Dio sulla croce, quindi, un Dio che sa soffrire come nessun altro, perché coglie fino in fondo la verità del dolore, capace fino in fondo di assumere l’amarezza di un calice senza illusorie o utopiche consolazioni: lo scandalo della Croce, lo scandalo della perfezione divina che si cala nell’inconsistenza di una creazione, che è solo vanità e apparenza, solo tensione all’essere senza poter da sé stessa essere, essere possibile, ma non necessario come sostenevano i filosofi medioevali. Seguendo le meditazioni di Caracciolo, l’esperienza della croce è l’esperienza di quello che egli definisce “male ontologico”, male inscritto nella condizione umana, irredimibile per 67 nostra forza, realtà che non può essere rimossa anche se va sempre combattuta3. Dio stesso, attraverso il Figlio, ha voluto esperire questa condizione, ha voluto condividere il travaglio della creazione, provare fino all’ultima goccia lo strazio della dilacerazione, che attraversa ogni vita e ogni ente finito. Le mirabili crocifissioni di Cimabue e di Giotto, restano interpretazioni insuperate di questa tragedia divina, che si innalza sulle sorti umane, emblema di un dolore che va oltre la nostra stessa capacità di soffrire: noi siamo infatti esseri finiti e anche la nostra capacità di soffrire è limitata e finita, Cristo è invece infinito e quindi capace di una infinita sofferenza. Ma la Croce è anche segno di vittoria. Il figlio di Dio non può perdersi, non può dissolversi in una nientificante volontà. Egli è l’eterno che, come scrive San Bonaventura, si è unito all’uomo temporale. È il semplicissimo “che si è congiunto all’essere sommamente composto, l’attualissimo all’essere che sommamente patì e morì, il perfettissimo e immenso all’essere minimo e povero, il sommamente uno e il tutto all’essere composto e distinto dagli altri”4: Cristo è l’eterno stesso che è entrato nel tempo assumendolo su di sé, è il divino che si è riappropriato della creazione per completare la sua opera mediante la grazia di salvezza di cui Lui solo dispone. Nel famoso affresco di Masaccio “la Trinità” in Santa Maria Novella a 68 Il Tempietto Il Tempietto Firenze, il pittore quattrocentesco immette la rappresentazione della Croce in un ardito gioco di prospettive. Essa sorge sullo scheletro di Adamo, raffigurato nella parte inferiore della parete, inquadrata dalle figure dei committenti in primo piano ed accompagnata dalla presenza della Vergine Maria e di S. Giovanni, ma soprattutto sostenuta dal Padre celeste, che compare dall’alto della croce. La sofferenza di Cristo, che Masaccio rappresenta nella crudezza del suo patire, ma anche nella sua eroica maestà, che campeggia dominante nell’affresco, è connessa alla figura del Padre, che amorevolmente la sostiene. Dio stesso assume il dolore di tutta la creazione facendolo proprio e trasformandolo in valore. La Croce è vittoria, vittoria sul male, sul dolore, sulla morte: nel Christus patiens è implicito il Christus triumphans perché il divino è intangibilità e incorruttibilità, che per amore garantisce il trionfo ultimo del Bene. L’amore divino sostiene il Cristo che porta in sé tutti i dolori e i peccati del mondo e raggiunge tutte le creature, che Cristo raccoglie in sé. Attraverso la sua divina umanità tutto il cosmo diventa partecipe di incorruttibilità e l’inconsistenza della natura si tramuta in essere. Non più caduco divenire la creazione si compie tramite il sacrificio eterno di Cristo e perviene ad una condizione di sostanzialità inesauribile: ciò che è nel tempo passa nell’eterno e si fa inestinguibile realtà. Per usare espressioni caraccioliane la croce è “l’attingimento delle verità compiutesi nella situazione estrema e di fronte alla situazione estrema” per la quale “la negatività estrema è iscritta appunto in una possibilità di trasfigurazione redentrice”5: proprio perché assunzione estrema di peccato e di dolore la croce, che ciascun uomo è chiamato a portare, può essere superamento radicale del male. Nella sofferenza ciascuno può collaborare con Cristo all’ opera di redenzione, partecipando al supremo patire che è anche suprema resistenza al male. La croce è “il punto d’incontro estremo delle tenebre e dell’estremo della luce”, “punto cosmico e metacosmico in cui si raccolgono - non confondendosi, ma anzi chiarendosi - i problemi che soli sono alla fine degni di essere pensati”6, i problemi del senso, del dolore, del significato dell’esistere. Problemi questi che sono propri della riflessione di tutti i tempi, ma che forse si sono fatti più urgenti nel nostro oggi, che sembra aver perduto la fede nella vita. Alla luce di una meditazione, che apra le vie dello spirito, e che assicuri del bene della vita7, anche i non credenti possono riconoscere nella croce cristiana un segno di amore e di speranza, quali aspirazioni incancellabili dello spirito umano, che affratellano nella pace. Note 1 Si veda l’interessante volume di Piermario Ferrari Philosophia Crucis edizioni Scientifiche Italiane 2002, in cui sono raccolti contributi di alcuni dei più significativi filosofi italiani contemporanei (Alberto Caracciolo, Luigi Pareyson, Massimo Cacciari, Vincenzo Vitello). Il libro affronta il problema della croce a partire dalla cogitatio doloris come vero initium philosophiae,quale pensiero che nasce dalla domanda sul male connesso al vivere umano. Nell’introduzione il teologo Bruno Forte evidenzia come nei primi capitoli del lavoro la croce sia stata considerata, soprattutto tenendo presente come interlocutore privilegiato Hegel, “l’ esibizione totale”della comunicazione divina e come nella ricerca novecentesca, a partire da Karl Barth, il tema della croce- dopo Kirkegaard e l’ultimo Schelling e sulla linea inaugurata da Nietzsche-si ponga invece nel dibattito suscitato dalla pubblicazione postuma dei Beiträge zur Philosophie di Heidegger come “croce della modernità”. Nel post-moderno,in riferimento al cosiddetto “pensiero debole”, la kenosis è esaustione e indebolimento dell’essere e “la pietas prende il posto della stessa Crux, risolta nella solitudine di una soggettività debole”. In effetti se l’idea della divinità del Cristo declina, viene meno anche quella di incarnazione come irruzione nel tempo dell’eterno con esiti salvifici e la croce si riduce ad immagine simbolica della povertà umana. La conclusione di Forte, è comunque un auspicio che la meditazione sulla croce possa aprire nuovi approfondimenti “dove la Croce di Cristo risplenda per tutti come dimora del Dio 2 3 69 rivelato e nascosto, porta verso l’abissale profondità della salvezza in Lui donata”. In La virtù e il corso del mondo Dall’Orso Alessandria 2002, Caracciolo si sofferma particolarmente sulla figura della redenzione quale appare nella meditazione contemporanea più profonda, per esaltare Cristo come fondamento dell’opera creatrice divina: “Il Dio Redentore:ecco perché la figura di Cristo-e questa è una delle intuizioni più profonde di Feuerbach-la figura di Cristo è prima della figura del Padre, è fondamentale rispetto alla figura del Padre.Tutta la più profonda meditazione teologica anche cristiana nell’ambito delle Chiese contemporanee cerca di involgere non il momento della creazione nel momento della redenzione, ma viceversa:cioè nel momento della creazione è già implicita la redenzione, ma in un certo senso vertice è la redenzione,perché altrimenti la creazione non avrebbe senso. Cioè quello che fonda il prius temporale è una serie di posterius ideale, il primo è la redenzione” (cit. p.344) Molto complessa è la riflessione di Caracciolo sul “malum mundi”, per il quale l’uomo conosce non solo i “mala in mundo”, i mali che possono essere redimibili dall’uomo, ma la negatività che inficia le strutture ultime del reale, la “perenne possibilità del dolore, la necessità del morire” (Leopardi e il nichilismo, Bompiani, Milano 1994, p.79). “Malum mundi” avvertibile particolarmente nelle figure di sofferenza inutile, come realtà dolorose che non trovano giustificazione alla luce della razionalità umana. Il male per altro “segna di sé non solo l’uomo, ma ogni creatura, lo stesso animale, perfino la pianta” e nell’uomo segna di sé 70 4 Il Tempietto anche la sua coscienza morale, “sì che l’uomo è costitutivamente nella possibilità (anzi, in qualche modo e misura nella realtà) del peccato” (Nichilismo ed etica, il melangolo, Genova 1993, p. 46), Il male come dolore e come peccato è quindi realtà ineliminabile non solo per l’uomo ma per ogni vivente. La coscienza del male è però possibile in quanto l’uomo si trova nell’orizzonte della Trascendenza ed in quanto è collocato nello spazio del religioso “Non perché impartecipe dell’eterno, ma perché partecipe l’uomo conosce la negatività e il non senso” (Leopardi e il nichilismo, cit. p.84). È la coscienza che l’uomo ha di una possibilità altra da quella che egli esperisce e dalla quale deriva la consapevolezza del male, che fa di lui non semplicemente un essere cosmico. Egli attinge ad un livello metacosmico ove il male, di cui è sempre compartecipe con tutte le altre creature, possa trovare una giustificazione riparatrice. L’esaltazione della Croce nella storia del pensiero e dell’arte è riconducibile a questa struttura profonda dell’esserci, che trova nel simbolo cristiano risposta alle sue connaturate richieste di senso. San Bonaventura, Itinerario della mente in Dio, VI, 5, 8-9. 5 6 7 A. Caracciolo, Teresio Olivelli. Biografia di un martire La Scuola, Brescia 1975, p. 13, A. Caracciolo, Nichilismo ed etica, cit. p. 96 Nel capitolo dedicato ad Alberto Caracciolo nel già citato volume Philosophia Cruciss, l’autore Ferrari considera la posizione di Caracciolo nell’evento epocale del ’900 dell’assenza di Dio, ascrivibile non solo al processo di secolarizzazione che ha interessato la società, ma riferibile ad una condizione metafisica-ontologica. In sintonia con Heidegger, che aveva rilevato la contrapposizione del puro Nichts al Nulla dello spazio religioso, Caracciolo evidenzia nella sua riflessione l’identificazione del Nulla religioso con l’apriori dell’eterno. Dal Nulla scaturisce la parola originaria che segna l’inizio del senso: se il Nulla fosse la “stupida mutezza del niente” non sarebbe possibile la generazione del senso che costituisce il valore del linguaggio umano. L’essenza autentica del nichilismo sarebbe così per Caracciolo non l’annichilimento della realtà, ma piuttosto la negazione di ogni figura transitoria per approdare alla inizialità religiosa del senso. Immigrazione ...ricerca di uno status riconoscibile che non sia fonte di paure per gli altri Il Tempietto Immigrazione Ferruccio Lombardo V engo da lontano, ma potrei venire da vicino, non ho una meta fissa, non so a cosa andrò incontro, non ho riferimenti, ma una sola certezza: fuggo da una atavica precarietà, dal rischio, in definitiva, di morire. È pur vero che, per essere, adesso, qui, ho rischiato la vita più volte, ma non ho avuto scelta. Porto nel cuore il sole e i miraggi della mia terra, l’angoscia e la paura di un domani che mi fa, sempre, sperare in un giorno infinito in cui racchiudere la dimensione del tempo. Il tempo è un unico giorno in cui non debba ripresentarsi la volontà alla sopravvivenza e la paura di un domani. L’incertezza del mio essere non risolve il dubbio della mia esistenza e il sale di questo lungo braccio di mare non è caustico alla mia sete di verità. L’abbandono in cui soggiace il mio corpo non si riequilibra, geometricamente, nel perire della mia anima: una forza oscura e imperscrutabile sorregge il mio anelito d’esistenza, quella che chiamo speranza è l’energia della lotta, una guerra estrema fatta di estreme risorse fisiche e morali che inducono alla sopravvivenza, al fatto, cioè, così semplice, di vivere. Il timore di nuove tenebre e della conseguente novità di un’altro giorno non è che un’aberrazione del mio io, peraltro, se la mia esistenza si limitasse ad un 73 infinito giorno che differenza potrei intendere se non la relatività formale di un pensiero superficiale? Non è, quindi, il tempo il mio nemico, ma la dimensione innaturale del mio essere, il mio attuale status, ovvero la mia forma giuridica è causa del mio male. Immigrato significa, pertanto, proprio questo: la ricerca di uno status riconoscibile che non sia fonte di paure per gli altri. La morale, così volubile e facinorosa, mi colpisce e mi annichilisce, forse, ancor di più, e la tendenza a sentirmi squalificato mi ferisce nel profondo, mi getta in uno stato di angoscia e prostrazione in cui la tua parola non assume alcun valore e resta inascoltata. La ricerca di una forma giuridica stabile e stabilizzante diventa il mio scopo, la mia ragione di vita che si chiama sopravvivenza. Fuggo da un mare in tempesta e da territori tempestosi in cui la vita non ha, più, alcun valore, vengo a voi, a me sconosciuti, incupito dalla paura e dalla vergogna e, mentre giaccio sfinito in questo lembo di terra d’Italia, dove il lento riandare della risacca risveglia un’identità di suoni, comune ai miei mari, ormai lontani, sorge, allo stesso modo, se permettete, una domanda, se lo credete un diritto semplice ed universale, che è, in realtà, con voi, un diritto alla vita. Queste parole ascoltate, un giorno di un tempo qualunque, da un anonimo migrante, credo racchiudano il senso di una dimensione che non è più cronaca. Ungheria 1956 Con il 23 ottobre, e per poco più di un mese, l’Ungheria mostrò al mondo intero il proprio anelito alla libertà, l’esigenza di un socialismo democratico, la negazione di ogni forma di totalitarismo. Il Tempietto La memoria del 23 ottobre 1956 Ferruccio Lombardo N el clamore di una moderna metropoli mitteleuropea, ricca di storia e di auree vestigia culturali, una voce risuona nella mia mente e nel mio cuore quasi a ridestarmi da un sonno dimentico di questi lunghi, ultimi, cinquant’anni: è quella del giovane Peter Mansfeld che grida, ancora, dolore e rabbia. Sì, passeggio per le vie di Budapest ripensando a Peter e alla sua giovinezza, tristemente, stroncata a diciotto anni per il solo motivo di aver sostenuto la libertà del suo paese e una via diversa al socialismo. Questo emblema, che perirà per impiccagione nel 1959, dopo i processi farsa contro i cosiddetti “controrivoluzionari”, era un giovane leader, di professione apprendista tornitore, degli operai in rivolta nel 1956. Giungo in piazza Bem, e ricordo la mattina del 23 ottobre 1956 quando manifestammo, in più di venticinquemila, per chiedere, in definitiva, la “vera” democrazia: una democrazia ungherese al cui vertice vi fosse il patriota Imre Nagy. I più erano socialisti ma non sovietici, l’Urss, avevamo capito, mascherava, dietro l’ideale distorto del comunismo, il suo più bieco imperialismo: nella logica delle due europe, l’Ungheria aveva un’indipendenza di facciata e molti dei nostri politici e di settori della società ungherese furono asserviti al comunismo russo e sovietico. Con il 23 ottobre, e per poco 77 più di un mese, l’Ungheria mostrò al mondo intero il proprio anelito alla libertà, l’esigenza di un socialismo democratico, la negazione di ogni forma di totalitarismo. Sento, ancora, le parole, alla radio, di speranza e disperate di Imre Nagy, il sentimento nazionale di Maleter e Kiraly nel riorganizzare il nostro piccolo esercito per depurarlo dai collaborazionisti sovietici, le parole di intellettuali quali Gerò, Lucaks e Bibò che sostenevano la nostra causa: la Magyar Fuggetlenseg (l’indipendenza ungherese). Vedo il cardinale Mindszenty libero di poter officiare e di poter chiamare a raccolta i cattolici ungheresi nella cattedrale e nei luoghi di culto, Dudos e Szabo discutere con i cittadini nelle piazze e nelle vie di Budapest senza paura sul futuro del paese e sui problemi sociali e organizzativi; rivedo un rigoglio di attivismo e di speranza per un futuro migliore. Rileggo, nella mia mente, i comunicati della Disz (organizzazione giovanile del partito comunista ungherese), i 16 punti del Politecnico di Budapest, le determinazioni del circolo Petofi, gli inebrianti articoli di Szilagy. In essi, come in altri, la richiesta di un essenziale diritto: il diritto alla libertà di opinione e di espressione. E a corollario: il diritto di sciopero e la richiesta di libere elezioni a scrutinio segreto. Chiedemmo, allora, lo scioglimento della AVO (la polizia politica) fonte, di inenarrabili soprusi e sofferenze, e di una società carica di sospetto e delazione. Tutto questo, sinteticamente, chiedemmo e 78 Il Tempietto ottenemmo in quei giorni, ma fummo lasciati soli, nessuno e nessun paese, pur comprendendo, capì la portata profonda di quegli avvenimenti. Eravamo nulla contro il gigantismo imperialista sovietico e, i suoi carri armati, per le nostre città, ci dimostrarono la protervia e l’ottusità del più forte. In breve, perdemmo tutto, e l’autunno magiaro fu stroncato nel sangue e nel dolore, allora, e negli anni a venire. La repressione fu violenta e cruenta: Nagy, Maleter e Szilagy perirono, dopo un processo sommario e la relativa condanna a morte nel 1958; con lo stesso trattamento morirono i due leader rivoluzionari Dudos e Szabo; il cardinale Midszenty fu costretto a vivere, in modo coatto, all’interno dell’ambasciata americana di Budapest; molti furono condannati a lunghe pene detentive, successivamente attenuate da grottesche amnistie; tanti, gli sconosciuti, la vera forza della rivoluzione, condannati e morti nel silenzio omertoso di un regime alimentato da Kadar e dal “kadarismo” filo-sovietico; altri costretti ad emigrare per sfuggire alla repressione. Adesso, giunto, in riva al Danubio, circondato dal tumulto di un ambiente in cui vivono quegli ideali, giusti e vittoriosi, ringrazio Peter Mansfeld e tutti quelli che, come lui, mi hanno permesso, sopravvivendo nell’anonimia e nello sdegno, di ricordarli. Così, uno sconosciuto signore ungherese nel cinquantenario della rivoluzione. Se il laicismo è strabico Si assiste a una grottesca partita su due tavoli: cancellare simboli e presenze cristiane, e accogliere tutto il resto. Nell’etica si pretende uno Stato «neutrale» che accetti qualsiasi punto di vista: cade ogni argine alle scelte più aberranti, e quando la Chiesa si oppone è subito accusata di «ingerenza». Questo articolo appare nell’Avvenire del 14 dicembre 2006. È nella nostra Rivista per gentile concessione della Direzione del giornale. Il Tempietto Se il laicismo è strabico Di Carlo Cardia I l tema della laicità sta vivendo una crisi di cui non siamo pienamente consapevoli, su terreni inediti, come quelli dell’etica e del multiculturalismo. Sono fenomeni diversi, perché il primo porta ad un uso indebito, e strumentale, della laicità, il secondo ad un pericoloso arretramento dei valori più intimi dello Stato laico. C’è chi vuole fare ricorso alla laicità dello Stato ogni volta che l’ordinamento è chiamato a pronunciarsi su questioni decisive come la famiglia, l’ingegneria genetica, l’eutanasia. Così alcuni danno per scontato che il pluralismo etico non è che un aspetto del pluralismo religioso, e «come oggi ammettiamo e rispettiamo le varie confessioni religiose, così dobbiamo riconoscere le varie moralità che affiancano o sostituiscono la fede religiosa». D’altra parte, si aggiunge, in campo etico lo Stato deve accettare tutte le convinzioni e le scelte che si contendono il campo. Questa similitudine tra religione ed etica è accattivante, ma nasconde un’insidia dialettica. Perché la neutralità dello Stato riguarda le convinzioni, la sfera più intima della spiritualità e della coscienza, non i comportamenti delle persone, tanto meno quelli che coinvolgono gli altri. In questa materia la legge non pretende mai di definire qual è la 81 verità, ma sceglie sulla base di valori che hanno una loro validità nel tempo, nella struttura sociale, e danno vita a equilibri diversi tra etica e diritto. Inoltre, si trascura il fatto che una neutralità dello Stato estesa a tutte le scelte impedirebbe alla legge di interessarsi della procreazione, del matrimonio, della bioetica. Uno Stato eticamente neutrale dovrebbe disporre il «rompete le righe». C’è, poi, un corollario che viene ripetuto spesso, secondo il quale in queste materie lo Stato deve permettere, non proibire. Lo Stato che liberalizza l’eutanasia non obbliga nessuno a praticarla; se permette la fecondazione eterologa, non la impone, ma se la nega erode spazi all’autonomia individuale. Io credo che c i troviamo di fronte ad un uso improprio della laicità. Se applicata coerentemente, questa logica porterebbe a risultati assurdi. Si legittimerebbe la clonazione umana, perché una legge che la liberalizzasse non costringerebbe nessuno a clonare individui. Si dovrebbe permettere di intervenire sul genoma per determinare il sesso, il colore della pelle o degli occhi, del nascituro, perché nessuno sarebbe obbligato a fare cose del genere. Molti sostenitori del relativismo si dichiarano contrari alla clonazione, alla chimera e ad altre scelte estreme, ma spesso non sanno dire il perché. E non sanno dirlo perché dovrebbero riconoscere che clonazione e chimera possono essere escluse soltanto se si fa leva su valori antropologici primari. Si constaterebbe allora che la laicità dello Stato non c’entra nulla quando la 82 Il Tempietto Il Tempietto discussione riguarda questi valori. Se il confronto viene bypassato con la scusa della laicità, vuol dire che c’è insicurezza in quelle posizioni che non riescono ad elaborare valori convincenti, e utilizzano impropriamente la laicità per dare alle proprie tesi una forza che da sole non hanno. L’analisi è ancora più complessa se si affronta il tema del multiculturalismo, perché questo fenomeno costituisce una grande opportunità ma anche un grande rischio. Un’opportunità per la laicità, che può far risaltare il suo volto accogliente e il carattere universale di fronte al mischiarsi delle popolazioni, delle pagine della storia, e della geografia. Ma anche un rischio se con il multiculturalismo si reintroducono nelle nostre società antiche intolleranze, o costumi e tradizioni che evocano un lontano passato. Le prime risposte a questo evento riflettono un disorientamento generale, e la cultura laica sembra rispondere con uno spaesamento, frutto di incertezza e insicurezza dei valori della laicità. Pochi si accorgono che si sta creando un divario crescente tra l’atteggiamento nei confronti delle Chiese tradizionali e quello che si manifesta di fronte a clamorose lesioni della laicità per motivi di multiculturalismo. Se una Chiesa chiede un riconoscimento pubblico, si reagisce con veemenza perché la laicità dello Stato sarebbe in pericolo. Ma se vengono lanciate fatwe di morte contro letterati, giornalisti o registi, per offese all’islam, si tratta di episodi che non riguardano lo Stato laico. Se in un Paese europeo si discute su temi etici, le prese di posizione delle Chiese cristiane provocano accuse di neotemporalismo. Ma se avvengono omicidi di donne per regole tribali, oppure il cambiamento di religione conduce ancora alla morte o all’emarginazione sociale, nessun grido, nessun manifesto, nessun convegno è dedicato loro. Uno strabismo particolare colpisce la cultura laica quando è in gioco la questione femminile. Mentre adottiamo raffinati strumenti per rendere effettiva la parità tra uomini e donne, normative e usanze che umiliano le donne non suscitano ribellione. La cultura laica tace, quasi si nasconde, se le donne vengono chiuse nel burqa, o si chiedono classi separate nelle scuole, se gli uomini rifiutano di essere subordinati a dirigenti donne. In Inghilterra, in Canada, in Germania o nei Paesi del Nord Europa si moltiplicano le proposte di introdurre la sharia, senza che suscitino scandalo per la ferita che porterebbero ai diritti umani. Soltanto il 24 ottobre corso, con grande ritardo, il Parlamento europeo, ha approvato una risoluzione (peraltro molto positiva) sulla condizione delle donne, sulla illegalità della poligamia, sulla lesione dei diritti fondamentali. Le reazioni islamiche al discorso di Benedetto XVI a Ratisbona sono ormai note. Ma nessuno ha notato un fatto che ha sovrastato tutti gli altri. Il silenzio che i più rigorosi laicisti hanno mantenuto nel difendere la libertà di parola e di pensiero contro minacce, violenze, ricatti. Per decenni hanno ripetuto sino alla nausea il pensiero di Voltaire per il quale, pur non condividendo le idee di un altro, si è però pronti a spendere la propria vita perché l’altro possa esprimerle. Dopo Ratisbona, neanche una parola è stata spesa. A questi silenzi si aggiunge un fenomeno culturale meno appariscente e più sotterraneo. Il cattolicesimo, e il cristianesimo, sono stati per secoli vivisezionati per criticare e sradicare tutto ciò che sapesse di temporalismo, di antimodernità, per spezzare la loro alleanza con il potere politico. Sull’intreccio tra altre religioni e sistemi politici dittatoriali, oggi domina l’afasia nella cultura liberale, in quella marxista o anti-istituzionale. La critica che ha fustigato le Chiese delle nostre società tace di fronte a ben più pesanti congiunzioni tra religione, violenza e dispotismo. Tutto ciò determina un’assuefazione quasi ipnotica di fronte al paradosso: che si pratichi una laicità occhiuta e diffidente verso le religioni tradizionali ed un multiculturalismo senza valori verso le altre. Sarebbe la fine della neutralità dello Stato. Uno sguardo all’esperienza italiana conferma i rischi di questa involuzione. L’Italia si è dimostrata più di altri Paesi equilibrata e accogliente, non ha fatto la guerra al velo, e a nessun simbolo religioso, forse perché di simboli confessionali ne conosce tanti da tanto tempo. Quindi non avvertiamo disagio per un modesto velo che peraltro può appellarsi alla libertà di abbigliamento. L’Italia sta cercando in tanti modi di soddisfare le 83 esigenze di culto dei soggetti dell’immigrazione; prevede nei contratti di lavoro spazi per pratiche religiose, diversità alimentari, tradizioni come quello del Ramadan. Ma ciò che può essere considerato un nostro vanto, si sta trasformando in qualcosa d’altro, in un oscuramento di principi e valori essenziali, che può colpire al cuore la laicità. Parlo della tendenza a rimuovere il crocifisso dai luoghi pubblici, a cancellare simbologie e tradizioni di memorie del cristianesimo dalla vita sociale. È di questi giorni la notizia che nelle scuole, ne gli alberghi, in luoghi di incontro comunitario, diminuiscono presepi e alberi di Natale per non urtare la suscettibilità di aderenti ad altri culti. Si assiste così ad una grottesca partita giocata su due tavoli: quello del laicismo sferzante che cancella simboli e presenze cristiane, e quello del multiculturalismo che accoglie tutto il resto. Si manifestano i primi sintomi di un cedimento culturale che mette a rischio diritti fondamentali delle donne. Si accetta qua e là la presenza del burqa, aumentano le voci favorevoli alla poligamia, si consente l’apertura di scuole islamiche irregolari. Si tratta di primi sintomi, ma sono parecchi e di significato univoco, e ci dicono che neanche noi siamo immuni dal rischio della perdita di senso della laicità e dei suoi valori. Altra cosa sarebbe se la laicità offrisse il volto più maturo e accogliente, che distingue tra quanto di autenticamente religioso emerge da una tradizione, e quanto appartiene ad arretratezza 84 Il Tempietto storica e culturale. Che rispetta e tutela il patrimonio spirituale di ciascuna religione ed etnia, ma anche critica e respinge ciò che collide con i diritti umani e la libertà religiosa, con l’eguaglianza tra uomo e donna. Che promuove, cioè, il meglio della nostra e delle altrui tradizioni, ma si impegna a far arretrare il resto. Sarebbe un’altra cosa, un’altra storia, che interesserebbe veramente la laicità dello Stato. Un presepe anche nel Natale dei musulmani “Noi Musulmani diciamo sì al presepe. Natale unisce cristiani e musulmani”. Riproduciamo con piacere per gentile concessione dell’autore l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 18 dicembre da Magdì Allam. Riteniamo l’iniziativa un momento alto d’integrazione: la nascita miracolosa di Gesù è comune alle due religioni. Davvero senza presepe e senza canti natalizi negheremmo la nostra tradizioni e andremmo contro il sentimento dei musulmani. Magdì ci chiede di esser noi stessi, di rispettare le nostre tradizioni, di smettere di volerci male. La patina di laicismo con cui si vogliono fare tacere le tradizioni cristiane è proprio il motivo fondamentale per cui i Musulmani vedono la civiltà occidentale in crisi per mancanza di valori. E pensare che per la maggioranza europea Gesù è il Dio che si fa uomo! Il Tempietto Un presepe anche nel Natale dei musulmani Magdi Allam Canti cancellati, bambinelli rimossi. «Battaglia che ci danneggia» Quest’anno ho deciso di rinnovare il Natale allestendo in casa mia, io unico musulmano laico della famiglia, un presepe e un albero più belli e più grandi per condividere con i miei cari la gioia e la meditazione sul mistero della Natività. Così come ho deciso di presenziare il 26 dicembre al «Presepe vivente dei bambini», allestito al Castello di Giulia Farnese a Carbognano, un comune di 2.070 anime in provincia di Viterbo, per testimoniare la mia partecipazione ai sentimenti di fratellanza e amore tra le persone di buona volontà che il Santo Natale ispira. Ed è proprio perché la Vergine Maria e suo figlio Gesù, venerati anche dall’islam, incarnano il miracolo della vita, che il Natale dovrebbe diventare una festa comune per onorare lo stesso Dio ed elevare il valore della sacralità della vita a fondamento della nostra umanità. Uso il condizionale avendo in mente la schiera dei laicisti nostrani che vorrebbero trasformare l’Italia in un ennesimo laboratorio del multiculturalismo, eliminando i simboli religiosi e umani che s’ispirano al cristianesimo, relativizzando e uniformando le fedi, i valori, le culture e persino la realtà 87 manifesta della nostra diversità. Ma penso anche ai quei musulmani che sono ideologicamente avversi alla condivisione con il cristianesimo e l’ebraismo dei valori assoluti, universali e trascendentali che rappresentano l’essenza della nostra umanità, perché immaginano di essere i detentori dell’unica e indiscutibile Verità a cui tutta l’umanità dovrebbe sottomettersi. E pensare che mentre in Italia, Gran Bretagna e Canada c’è chi, perfino a livello di autorità politiche e giuridiche, ha assunto dei provvedimenti anti-natalizi per non «urtare la suscettibilità dei musulmani», in 25 Paesi a maggioranza musulmana il Natale cristiano (25 dicembre) o il Natale ortodosso (7 gennaio) è considerato festa nazionale. «Consiglio alle insegnanti italiane che hanno deciso di non allestire i presepi e di vietare agli studenti le canzoni di Natale, di andare a vedere come in Marocco le scuole rimangano chiuse e la gente sia partecipe della festività cristiana», dice Souad Sbai, presidente della Confederazione delle Associazioni della Comunità marocchina in Italia. «Anche per noi musulmani la figura di Gesù e quella di Maria sono importantissime e più volte ricordate dal Corano stesso. Quindi non vedo perché i bimbi musulmani non possano cantarle. I nostri bambini in Italia hanno sempre festeggiato il Natale e tutte le festività. Condanniamo questa strumentalizzazione della presenza islamica in Italia e del nostro rapporto 88 Il Tempietto con la società che si registra in questi giorni da parte di chi vuole mettere i nostri figli in prima linea in una battaglia laicista che non ci riguarda e ci danneggia». Ali Younis, medico anestesista dell’ospedale di Pescara, italiano di origine libanese, ha chiesto alla maestra della scuola elementare frequentata dalla sua figliola di illustrare ai bambini la verità del rapporto tra il Natale e l’islam: «Ho spiegato loro che Gesù è un profeta molto rispettato dall’islam e che Maria è la donna più venerata. Chi dunque non crede nella nascita miracolosa di Gesù, non è musulmano». «A casa mia abbiamo allestito il presepe e l’albero di Natale», ci dice Ali che è sposato con un’italiana cattolica, «e a mezzanotte vado in chiesa ad accompagnare mia moglie e i miei figli per festeggiare insieme la nascita di un profeta dell’islam». Perfino Dacia Valent, portavoce della Iadl (Islamic AntiDefamation League), ha invitato per il 25 dicembre «tutte le moschee d’Italia a festeggiare la nascita del Messia e così, nel contempo, consacrare il ruolo di Maria (Mariam) come la donna più importante del Corano». «Puntuale, come ogni anno, si ripresenta la polemica stupida e sterile sul Natale», si legge in un documento della Iadl; «Gesù è il Profeta amatissimoda Dio. Consentire ai detrattori della nostra religione di continuare nella mistificazione di una nostra presunta avversione alla figura di Gesù non solo è stupido, ma è addirittura suicida». Come non dare ragione ad Avvenire quando scrive che «il sospetto, sempre più concreto, è che il cosiddetto rispetto delle religioni sia solo un pretesto per mascherare fini bassamente ideologici»? I nemici del presepe, dei canti natalizi o comunque della festa della nascita di Gesù, abbiano il coraggio di dire che sono nemici di questa civiltà occidentale e cristiana, sappiano che di fatto sono alleati degli integralisti e degli estremisti islamici,mala smettano di tirare in ballo i musulmani impegnati a condividere un’identità italiana e una comune civiltà dell’uomo. “Sfascista” o voglia di verità “Io non intendo affatto riabilitare il fascismo... ma non credo che l’avere militato nella parte che noi oggi giudichiamo giusta conferisca a ciascuno, automaticamente, una patente di nobiltà. Così come non credo che aver militato nella parte sbagliata conferisca una patente di ignominia”. Franco Vivarelli Il Tempietto “Sfascista” o voglia di verità. Alberto Rinaldini L’Occasione Ho appena terminato la lettura del libro “La grande bugia” di Gianpaolo Pansa e mi sono sentito spinto a leggere “Il Sangue dei vinti” e poi anche “Sconosciuto del 1945”del medesimo autore. Ho sempre saputo e insegnato che la storia è un’interpretazione dei fatti, e che tale interpretazione con l’emergere di nuova documentazione può, anzi, deve essere rivista. Si tratta di capire il nostro passato. È questo il revisionismo che è parte della natura dello studio storico. Una ricerca aperta, non negazione di fatti. Una particolare sensazione, quasi una liberazione, mi ha spinto a scrivere. Forse di quello che avrei dovuto insegnare... Di due anni più anziano di Pansa, proveniente da una zona non molto lontana dal “Triangolo della morte”, sono stato quasi trascinato indietro, al tempo della guerra civile ‘43-’45, per conoscere più a fondo quello che avvenne dopo. È quello che descrive “Il Sangue dei vinti”. La mia curiosità di insegnante di Storia nelle scuole superiori ha fatto il resto. È riemersa la mia simpatia per Renzo De Felice che mi ha aiutato a cogliere il ventennio fascista, in particolare il biennio 43-45, con un apertura mentale, libera da ideologie e ho fatto mia quella sua lezione, entrando nella prospettiva di rivedere la mia 91 interpretazione di fronte a nuovi documenti. Ed è stato un camminare... libero da “certezze” non rivedibili. Non sono un ingenuo, gli appunti delle lezioni di Storia al classico Giuseppe Mazzini ce li ho davanti e parlano di “lati oscuri e atrocità commesse” anche da parte di partigiani o sedicenti tali. Ma 20.000 scomparsi, torturati e uccisi dopo il 25 aprile, fa impallidire quello che ho insegnato. Dagli archivi del Ministero degli Interni - scrive Paolo Simoncelli su Avvenire 8-10 novembre 2006 - sono disponibili nuovi documenti che riguardano gli anni 1950-56. Le polemiche innescate dalla “Grande Bugia”, edita l’ottobre scorso, spingono il fiuto dello storico a rileggere fonti dell’Archivio citato per verificare assunti e contenuti nella tre opere di Pansa. Sono rapporti di prefettura e telex dell’Ufficio Cifre, lettere di familiari di “prelevati e scomparsi” dirette personalmente ai ministri competenti (Interni e Giustizia), relazioni sulla scomparsa di fosse comuni, ritrovamenti di salme di scomparsi. La striscia di sangue descritto da Pansa, sembra ancora più estesa in quantità e tempo. Dovessi tornare in classe, ora, dovrei completare il quadro tragico aggiungendo una lezione sulla violenza del dopo 25 aprile del 1945 e anche dopo l’amnistia voluta da Togliatti nel 1946. Leggendo “La Grande Bugia”, là dove l’autore accenna ai suoi anni di bambino, mi sono sentito scaraventato in un tempo lontano e insieme così vivo. Forse andando avanti con gli 92 Il Tempietto Il Tempietto anni la fanciullezza riemerge tutta... e c’è tempo per guardarla con altri occhi. Nemmeno nei libri di storia, parte del mio lavoro quotidiano, trovo l’eco di quel tempo tragico e la gravità e l’estensione del fenomeno documentati dai libri di Pansa. E i “soloni della Storia” non mi vengano a dire: “Questa non è Storia”! o “non segue il metodo scientifico, è un giornalista”. Quale storia i “Trattatisti” presentavano alle giovani generazioni, non affrontando il biennio della nostra guerra civile e tacendo sui misfatti commessi dopo il 25 aprile del ‘45 dai Comunisti? La Resistenza non era solo rossa! Almeno questo nessuno degli specialisti osa contestarlo. I misfatti invece provenivano solo da partigiani comunisti o sedicenti tali. Non ho simpatia alcuna per la destra, tanto meno per quella estrema. Mi sento invece spinto a volere vederci chiaro, al di là del fatto risaputo che ogni conflitto porta con se postumi tristi. Quelli del dopo 25 aprile ‘45 fanno parte della mia generazione. Sento ancora come sciabolate alla verità le scritte degli studenti del Liceo Scientifico Fermi che tappezzavano i muri dell’entrata in quel 1976 con enormi striscioni con la scritta: La Resistenza è solo rossa”. Il ricordo ne trascina con sé altri: colleghi insegnanti che non potevano spiegare il filosofo Gentile e studenti rincorsi nei corridoi dalla polizia... Erano gli “anni di piombo” e in una classe nel 1974-75 avevo la figlia di un brigatista, professore universitario, poi pentito. I testi di Storia avevano il marchio marxista. Quei pochi, come quello di Franco Moroni, mio caro maestro negli anni dell’Università a Torino, erano bollati di simpatie fasciste. Guai ad essere fuori del coro! Purtroppo se il potere era monopolio della Dc, la cultura era egemonizzata dal PCI. Sono fuori dalla scuola statale dal 1993, ma l’aria che si respira nelle aule scolastiche pare non molto cambiata. L’89, il crollo del Socialismo reale, ha appena sfiorato le convinzioni dei colleghi di allora. Non li ha messi in crisi: negativa è l’esperienza dell’URRSS ...non la visione marxista! 2. Sintomi del dramma Alla fine di settembre del 1943 con mia madre, in corriera, stavo andando nel Collegio di Meldola. Avevo dieci anni. Ad un certo punto del viaggio un miliziano fascista vuol fermare la corriera (la Sita). Per salire. Si sentiva padrone. Ma l’autista non cede alla prepotenza e il fascista repubblichino imbraccia il fucile e spara alla corriera. La pallottola mi sfiorò il capo e gocce di sangue della persona adulta in piedi davanti a me sporcarono il mio bel maglioncino marron. Ai primi di agosto di quel 43, una sera, sull’imbrunire, era tornato a casa nostra mio papà. Gettò sul tavolo la valigia e cominciò a distruggere distintivi e altro che gli ricordavano l’avventura di volontario in Abissinia del 1935-36...che il 25 luglio aveva sotterrato. La memoria s’allarga ai momenti di studio nel collegio, al suono della sirena e fuga nei campi attorno all’Istituto, accompagnati dal rombo delle fortezze volanti che andavano a sganciare il loro carico di morte su Bologna. Un giorno del ’44 un compagno di studio, un giovane dell’ultimo corso, si arruolò volontario nelle Brigate Nere e superbo nella sua divisa scintillante tornò a salutare gli amici e i superiori. Ricordo solo il cognome, Braschi. Avevo dieci anni. Non capivo, eravamo nel Seminario dei Padri della Consolata, e lui frequentava l’ultimo anno di ginnasio. Aveva 17 anni... Quel suo ritorno in collegio per qualche istante suscitò in me domande cui non seppi rispondere. Perché quella scelta? Che cosa l’aveva spinto ad arruolarsi nella milizia della Repubblica di Salò? Ora mi chiedo: “Come sarà finito? Temo sia caduto, con altri giovani sognatori, che volevano salvare l’onore della patria, in qualche zona del Nord Italia. Potrebbe appartenere al sangue dei vinti. L’estate del 44 tornavo a casa con mio fratello maggiore, anch’egli studente con me e più anziano di cinque anni. Ci accompagnava un padre dei Missionari della Consolata con la bicicletta su cui avevamo caricato le nostre valigie. Ad un certo punto forte sopraggiunge il rombo di un aereo inglese. Fuggimmo sotto una pianta nel campo adiacente la strada. Sentii fischiare le pallottole sulla nostra testa. Eravamo proprio noi il bersaglio? Un aereo inglese aveva notato sulla stessa strada una macchina di tedeschi e in picchiata voleva colpirla. 93 Trovo in quei verdi anni segni dell’odio che la guerra civile renderà “normale”, anche a guerra finita. Dopo l’8 settembre un amico di papà divenuto partigiano, venne a casa nostra chiedendo di nostro padre. Capii che intendeva punirlo per quel suo trascorso in Africa come volontario. Ne ebbi ribrezzo. Un’anteprima di quanto sarebbe successo nel tragico biennio e anche dopo? Nel ’44 un gruppo di tedeschi mise al muro la mamma, minacciandola di morte. Volevano sapere dove era nascosta la radio dei partigiani. Non volle dirlo. Persino noi ragazzi avevamo più simpatia per partigiani che per nazifascisti. Una sera sempre in quell’estate del ‘44 alcuni partigiani comunisti uccisero un portalettere tedesco che transitava in moto nella strada statale non molto lontano da casa nostra. La notte dopo una scia di fuoco illuminò la cresta dei monti. Erano tante case di povera gente date alle fiamme per rappresaglia. Bambino disprezzai il gesto partigiano. Un’uccisione inutile che portò tanto lutto ad innocenti. E si conosceva la rappresaglia tedesca! Quello che allora non conoscevo era che i grandi capi comunisti della resistenza ritenevano quegli attentati “atti di guerra”, come quello in via Rasella che portò alla tragedia delle Fosse Ardeatine. La rappresaglia avrebbe scatenato la reazione nel popolo contro i nazifascismi! Il che significa: “Lasciamo che innocenti ci rimettano la vita, così aumenterà l’opposizione contro chi fa tali rappresaglie”. 94 Il Tempietto Il Tempietto Dalla cattedra del mio Liceo classico non riuscivo ad accettare simile giustificazione. Ed erano solo i partigiani comunisti a causare simili rappresaglie! La memoria dei miei dieci o undici anni ricorda il terrore che provavo al rombo di un aereo. Rivivevo quel mitragliamento. Mi aggrappavo alla prima pianta e gridavo dal terrore. Riemerge anche la terribile sensazione provata nell’estate 1947: mi sembrava di essere guardato da certi comunisti in modo strano. Si diceva che ogni sacerdote avrebbe già segnato l’albero cui sarebbe stato appeso dopo la vittoria del fronte popolare, che nel ‘48 ebbe una sonora sconfitta. Ed io ero seminarista. Uno studente di teologia venne bastonato. In quei giorni si diffuse la voce di vendette anche nei nostri monti. Incominciava un’altra guerra civile? Erano notizie appena sussurrate che non impressionavano nemmeno più di tanto. Una sola parte era armata, quella dei vincitori. La violenza, l’odio, la vendetta é una gramigna che velava anche il cuore di un bambino! Mi meraviglio della quasi indifferenza che provavo, allora, alla notizia di questa o quella uccisione di fascisti. Negli anni ‘90, un giovane, preso dalla curiosità di ricostruire la storia del nostro paesino della montagna romagnola, fu invitato a desistere perché avrebbe alzato un velo che era conveniente non sollevare. Capisco, ma non sono d’accordo! 3. Il mio 25 aprile Era una bella giornata di primavera. E il gruppo dei più piccoli da Scardavilla, succursale della villa di Meldola, il mio collegio, fu trasferito in una canonica di montagna, Pieve di Rivoschio. Frequentavo la prima media ed iniziavo i primi approcci col Latino. Quella mattina anch’io, attaccato alle corde delle campane della Chiesa, con altri miei compagni, annunciammo alla gente la liberazione. Dall’infantile gioia di portare una divisa, quella di figlio della lupa, a quella adolescenziale che intuiva l’alba della libertà. Qualche giorno dopo sarebbe stato ucciso Mussolini e la vergogna dell’ esposizione in piazzale Loreto assieme ai cadaveri di alti gerarchi. Ma questo l’ho saputo e capito molto dopo. 4. Oggi A 74 anni quella curiosità di voler vederci chiaro su “quel tempo” del dopo 25 aprile, anziché sfiorire, è aumentata. Ho seguito i dibattiti televisivi, ho letto i giornali, ho ascoltato i “soloni” in cattedra, in gran parte di un unico colore, ma la lettura dei tre libri di Pansa, scritti nel 2003 (Il sangue dei vinti), 2005 (Sconosciuto 1945) e nell’ottobre del 2006 (La Grande Bugia), mi ha portato ad andare oltre e vedere - al di là del mito della Resistenza - in modo documentato, il “volto duplice” della guerra civile: partigiani e fascisti con una visione dell’Italia opposta e inconciliabile. Già Claudio Pavone nel 1991 aveva pubblicato il libro “Una guerra civile” che usai nelle mie lezioni. Il termine “guerra civile” faceva la sua comparsa anche in altri storici di sicura fede comunista. Sulla scia di De Felice agli alunni parlavo di Resistenza dai tre volti: guerra contro il nazifascismo, guerra civile e guerra di classe. La scelta della RSI era sbagliata, ma in quei giovani che si arruolavano c’erano motivazioni, non da condividere, ma da rispettare. Facevano parte della loro personalità... se lasciamo da parte gli opportunisti che fanno scelte di comodo. E la via del “più comodo” la si ritrova nei giovani di leva che hanno preferito la macchia o nei partigiani dell’ultima ora. Cosa potevano aspettarsi gli altri che andavano incontro ad una sconfitta sicura? Cosa aveva spinto il mio compagno 17enne Braschi a scegliere di arruolarsi volontario nelle Brigate Nere? C’era la patria vista con occhi incantati di adolescente? C’era l’onore dell’Italia da salvare dalla condanna di tradimento? Lui non sapeva che i veri e primi traditori erano quelli che bollavano come di traditori gli Italiani per aver firmato l’armistizio l’8 settembre del ‘43. Molte lettere di “ragazzi” o “ragazze” scritte ai genitori prima di essere uccisi - che la storia ha detto aver preso la strada sbagliata - grondano di puri ideali. Dominante la motivazione: “Lo chiede la Patria”. Le violenze e le stragi del biennio 4345 sono esecrande da qualunque parte siano state commesse e quelle nazifasciste sono state ben stigmatizzate, a ragione, dagli esperti “non giornalisti” di Storia. Dopo il 25 aprile tali nefandezze continuarono 95 solo da una parte, quella dei vincitori, e guarda caso solo ad opera di un ben definito gruppo, quello comunista o sedicente tale... È la resa dei conti documentata da “Il sangue dei vinti”. Un argomento proibito per gran parte della storiografia dei vincitori. Un saggio professore al mio sconcerto dopo la lettura dei libri di Pansa, osservava: “Non sapeva chi non voleva sapere!”. È vero, anche noi ragazzi sentivamo che qualcosa di losco veniva taciuto. Era bene non parlarne. La documentazione riprodotta dai libri appena letti conferma e sconvolge insieme. Ma il documentato bagno di sangue tratteggiato da “il Sangue dei vinti” sconcerta. Pansa non uno storico di professione, ma giornalista storico? Quello che ci interessa sono i fatti. Nessuno dei cosiddetti storici di professione gli contesta i fatti narrati. Le fonti sono inserite nel testo con puntigliosa precisione, senza l’apparato a piè pagina che renderebbe pesante la lettura. Egli affronta il tema come nessun altro aveva fatto sinora. Ricostruisce in dettaglio centinaia di omicidi commessi dal fanatismo politico, dall’odio di classe e dal folle sogno di innescare la rivoluzione comunista, come viene documentato in una zona del triangolo della morte. Una mattanza che ebbe un lungo strascico anche dopo l’amnistia di Togliatti del 1946. Una conferma viene dagli ultimi documenti del Ministero degli Interni consultati dallo storico Paolo Simoncelli, non noti al nostro giornalista storico. 96 Il Tempietto Il Tempietto 5. La Grande Bugia? Leggendo la trilogia di Pansa, la bugia su quel tempo, il biennio 43-45 e oltre, prende corpo. È la storia del dopo 25 aprile, il vero interesse della sua ricerca. Dalle duemila lettere ricevute dopo il “Sangue dei vinti” nasce “Sconosciuto 1945”. Mentre il primo è una ricostruzione puntigliosa di quanto era accaduto dopo il 25 aprile, nel secondo prendono la parola soprattutto le persone che di quelle vendette sono state le vittime incolpevoli. Travolte dall’orrore della resa dei conti erano ragazzi o bambini. Questi scrivono a Pansa che parla con loro e ne raccoglie la testimonianza. Si dischiude un capitolo proibito della nostra storia, narrato da italiani per 60 anni rimasti nella condizione di prigionieri del silenzio L’ultimo libro, “La Grande Bugia”, appena uscito, conclude la fatica del giornalista storico che ha smontato la blindatura dell’interpretazione della guerra civile fatta dalla sinistra. Il libro è rivolto all’oggi: è la storia delle esperienze del Pansa contestato, perché ha osato “andare oltre” senza permesso. Il modo di procedere è semplice e convincente. I suoi scritti hanno sollevato le ire di tanti “sapienti” giornalisti o sedicenti studiosi di Storia o cattedratici? Non sopportano che si rinvanghi quanto accadde 60 anni fa? E le molte persone, legate alle vittime del giustizialismo della prima guerra civile ‘43- ‘45 e del dopo il 25 aprile che ha un solo colore, quello comunista? Tanti non hanno ancora potuto saper dove furono sepolti i loro congiunti. Il termine “sconosciuto” sembra un ritornello e si cala come tomba dell’ucciso. Sì, perché i nemici di classe, i vinti, i fascisti dovevano restare “eliminati sconosciuti”...E questa è una ferita ancora più barbara ai congiunti! Pansa “legge” allora la vita dei suoi accaniti oppositori e risponde a tono... e man mano che scorrono le pagine la “bugia” s’ingigantisce. • Il primo passo è documentato a pagina 28 del volume “La Grande Bugia”. Riferendosi ad un suo scritto del 1968, “L’Esercito di Salò” osserva: “Comunque (quel libro), aveva un grande merito. Raccontava degli altri. Ancora oggi, per gran parte della storiografia resistenziale, gli altri, “i fascisti”, non esistono. Non si riconosce loro dignità di soggetti storici autonomi. Il loro ruolo è appena quello delle comparse. E comparse sempre cattive: le carogne, i torturatori, i rastrellatori, i responsabili di eccidi, i servi ottusi e crudeli dei nazisti. La storia deve essere dominata da un’unica figura, sempre grande, luminosa ed eroica: il partigiano. Certo, se nel 1943 avessi avuto vent’anni, penso che anch’io sarei andato sulla montagna con i ribelli e che non mi sarei arruolato nella RSI. Ma questa non significa nulla sul terreno del racconto storico. Ci sono verità che anche un ricercatore schierato con la Resistenza per ragioni ideali, morali e politiche non può fingere di non vedere (...) Molti figli della piccola e media borghesia si sono arruolati nella RSI. Questi giovani avevano degli ideali; non erano i miei, ma li avevano. E hanno combattuto nella guerra civile non per servire i nazisti, anche se si sono trovati al loro fianco. La loro esistenza non può essere cancellata”. Come non concordare con tali parole? Sarebbe la via della “memoria condivisa” che tiene insieme un tempo drammatico, durante il quale Italiani fecero scelte incompatibili tra di loro. Le due scelte sono il nostro passato: una giusta, l’altra sbagliata. Ma ci sono le persone che scelgono e non può valere il grido, guai ai vinti! Altrimenti doveva essere ben diverso il comportamento degli Alleati vincitori nei confronti della Germania e dell’Italia. Davvero il fascismo e il nazismo fu solo una imposizione su popoli del tutto contrari? Come dimenticare il consenso popolare degli anni trenta? Prima dello scatenamento della guerra mondiale. • Una leggenda...: tutti i partigiani erano combattenti “in guanti bianchi”, mentre i fascisti erano tutti perversi, sadici, torturatori. Purtroppo chi vince è portato a raccontare le nefandezze solo di chi perde. Ma così non si fa storia! Sadismo e torture erano per molti una tentazione e Pansa cita lo studio di uno storico accademico, uno studio in tre volumi di Cesare Bernani, un ricercatore da collocare nella sinistra radicale. Il libro porta il titolo: “Pagine di guerriglia. L’esperienza dei garibaldini della Valsesia” pubblicato nella seconda metà degli anni novanta. Nel secondo volume - a pag. 21 dell’ultimo libro - c’è un capitolo, 97 intitolato, “Giustizia partigiana e guerra di popolo”. È lì che bisogna aver la pazienza di cercare qualche spezzone di verità su quel che accadeva ai fascisti catturati dai partigiani durante la guerra civile”. • L’Aniasi del 1991 sembra Pansa del 2003 Andiamo al capitolo “Il comandante Iso” di cui si parla nelle pagine 56-64 di “La Grande Bugia”. Un giudizio clamoroso su “Il Sangue dei vinti” ad opera di uno dei grandi socialisti, Aniasi, partigiano col nome di Iso, poi sindaco socialista per 9 anni a Milano e nel 1991 vice presidente della Camera dei deputati. Nel 2003, non da un avversario, ma da uno che tante volte aveva professato stima per l’uomo Pansa, ammirato per il suo comportamento libero, viene la stroncatura del “Il Sangue dei vinti”, un libro di cui non poteva ancora conoscerne il contenuto. Non era ancora uscito. Ne aveva letto solo qualche recensione. Sul Corriere della Sera dell’11 ottobre 2003 Aniasi “strillò che “Il Sangue dei vinti” era un libro vergognoso, non revisionista, ma falsario e che l’autore negli ultimi anni si era dedicato a “inventare storie sui crimini partigiani, in gran parte inesistenti”. Pansa risponde con le parole dello stesso Aniasi che nel 1991 aveva pubblicato un libro su “Parri. L’avventura umana militare e politica di Maurizio”, il suo nome di battaglia. “Parri è stato il primo Presidente del Consiglio dell’Italia liberata e nel suo primo Il Tempietto Il Tempietto 98 messaggio stigmatizza la resa dei conti imposta ai fascisti dopo il 25 aprile.” E ancora una parola va detta per gli atti arbitrari di giustizia, quando non sono di vendetta, e per le esecuzioni illegali che turbano alcune città del Nord e che ci compromettono con gli Alleati e offendono soprattutto il nostro spirito di giustizia”. Nella stessa pagina rievocando in modo sommario quanto era accaduto alla fine della guerra, Aniasi diceva: “Nuovi drammatici episodi di violenza e di criminalità infangano gli ideali della Resistenza ...Notizie che giungono da alcune località dove la lotta è stata più dura, segnano fatti di sangue, crimini commessi da ex partigiani. In particolare molte segnalazioni giungono da zone dell’Emilia.” E ancora “Non è sufficiente richiamare il clima di odio, di risentimenti, di delusioni per spiegare queste feroci violenze... Come fermare questi crimini? Le armi nascoste sono molte. E ciò che più conta è la determinazione che arma le mani e lo spirito di questi violenti... L’estremismo politico, e il mito della rivoluzione mancata rischiano di riportare a un clima di guerra civile”. E ancora ricorda come Parri non fosse d’accordo con chi, per una cosiddetta carità di patria, vorrebbe stendere un velo pietoso su questi tristi, feroci avvenimenti, E a chi gli obiettava che ci sarebbero state speculazioni da parte dei fascisti che rialzavano la testa, Parri replicava: “Solo con la verità, non nascondendo nulla, possiamo onorare la Resistenza”. L’Aniasi del ‘91 sembra Pansa del 2003! Perché allora tacciava di falsario l’autore del “Sangue dei vinti”? All’Aniasi scomparso nel giugno del 2005 la risposta è materia incandescente della “bugia”. Aniasi, scrive Pansa - l’unico dei grandi socialisti uscito indenne da Tangentopoli, era passato ai Democratici di Sinistra, partito nato dal PCI che nel 2003 era alle prese con Berlusconi. Molti dei suoi militanti ed elettori erano convinti di vivere un regime quasi fascista. Chi non combatteva quel regime ad arma bianca veniva considerato un complice del governo tirannico dei berluscones. “La Resistenza - conclude - veniva di continuo richiamata come un esempio politico e morale da seguire nella battaglia contro il centro destra. Aniasi era un comandante partigiano e gli ultimi libri di Pansa raccontavano l’Italia degli altri, dei fascisti schieratisi con la Rsi? Erano un atto di complicità e dunque andavano bollati come falsari”. Ma chi era il falsario? La conclusione è però ancora più micidiale: “Nell’insulto di Aniasi, e di altri che lo hanno imitato, c’è qualcosa di peggio della malafede. C’è un riflusso autoritario che ho incontrato spesso nei politici e nei militanti della sinistra che si ritiene la più dura e la più pura, ma che è soltanto la più ottusa. È un istinto che scatta quando sentono o leggono qualcosa che non gli piace. Sanno che la cosa è vera. Ma in quel momento non fa il loro gioco, non giova alla loro chiesa politica o ideologica. Allora dichiarano che è falsa. E che il giornalista o, lo scrittore che l’afferma è un falsario”. • Le bordate di Giorgio Bocca. Da maestro in giornalismo diviene terribile avversario di Pansa. Sotto la crosta dell’acidità bochista - legge il contestato - è in discussione la possibilità di scrivere della guerra civile italiana con equilibrio e la voglia di verità rifiutata. “Si può riscrivere oppure no quella pagina di storia? E senza negare come io non mi sono mai sognato di negare, che la Resistenza sia stata la scelta giusta, un riscatto sia pure parziale nei confronti della dittatura fascista?”. (pag.74). Bocca arriva a dire che le punizioni ai fascisti furono opera della popolazione civile che aveva subito le angherie fasciste... la grande bugia si materializza. “Sì.- risponde Pansa - Argomento tabù. Pochi documenti. Inutile le ricerche” 99 ...secondo Bocca. “E infine la menzogna più evidente, un rovesciamento totale della verità: la resa dei conti, le migliaia di giustiziati, opera della popolazione civile e non dei partigiani. L’esatto contrario di quello che riteneva uno dei capi della Resistenza, Parri. È quanto sapevano tutti nelle città e nei piccoli centri dell’Italia del Nord. A cominciare da chi aveva avuto una funzione di comando nella guerra partigiana, come lo stesso Bocca, per esempio”. (pag.75) • Altro tassello della “bugia”: la mancanza di coraggio di voler leggere fino in fondo dentro una storia terribile che ha coinvolto così tante persone. Quello che si conosce l’ha raccontato una parte sola, i vincitori. Ai vinti per anni e anni è stato imposto il silenzio. Per il nostro “la pesantezza di quest’ingiustizia” non riguarda solo gli storici. “È prima di tutto un problema politico. Una democrazia compiuta, e un paese pacificato, non possono esistere se vige il sistema autoritario dei due pesi e delle due misure. E se la regola ferrea che dice: io ho vinto e parlo, tu che hai perso stai zitto! non viene annullata in modo decisivo. D’accordo non è un’impresa semplice. Soltanto la politica può affrontarla e portarla a termine. In Italia questo dovere tocca soprattutto alla sinistra, se vogliamo essere precisi, alle tante sinistre italiane”. 100 Il Tempietto Il Tempietto Il perché è evidente. “Perché è la sinistra che da noi ha sempre avuto l’esclusiva quasi totale sulla memoria della guerra interna: negli studi storici, nella letteratura, nel cinema, nel sistema culturale, nell’insegnamento scolastico, nelle celebrazioni, nel sentire comune di chi vuole per mille ragioni mantenere vivo il ricordo della Resistenza. Certo, quest’esclusiva l’hanno lasciata alle sinistre le altre aree politiche e culturali del paese: il centro per indifferenza e la destra perché figlia di chi aveva perso. Ma di fatto il monopolio esiste. Ed è fondato sul rifiuto di guardare alla guerra civile con equilibrio con imparzialità. Senza espellere dalla storia una parte importante della società italiana: i neutrali e gli sconfitti. E questo rifiuto, protratto per decenni, ha provocato nella comunità dei cittadini danni profondi, politici e psicologici, che nessuno ha ancora misurato sino in fondo”. I vari Aniasi, Bocca e altri “non conterebbero nulla se non fossero tra i protagonisti della contesa per fare prevalere sempre una storia parziale e dunque falsata,di quel periodo atroce” (pag 104-105). E per concludere nella pagina 105 troviamo l’elenco di insulti accumulati da Pansa: bugiardo, falsario, cinico opportunista, voltagabbana, servo di Berlusconi, traditore, amico dei fascisti... E nella stessa pagina ripete: “in tutto questo vorrei capire meglio”. E tira in ballo il partito dei DS, che più di ogni altro partito avrebbe potuto fare di più per ridurre la frattura che divide gli Italiani. • Fassino e Dalema? Nel campo dei DS tuttavia qualcuno che conta, si salva. Pansa ricorda un articolo sull’Unità del 28 dicembre 2003 scritto da Fassino in occasione della commemorazione dell’uccisione dei fratelli Cervi, fucilati dai fascisti di Reggio Emilia giusto sessant’anni prima. Nella conclusione dell’articolo: “...nel ricordo dei Cervi non c’era una visione agiografica della Resistenza. Anzi, non dimenticare significa fare i conti con le pagine tragiche dell’immediato dopoguerra. Quando la vittoria agognata acceca la ragione dei vincitori, e i vinti sono più vinti e indifesi che mai. Non abbiamo chiuso gli occhi. E dobbiamo continuare a non chiuderli, per restituire giustizia a quanti furono vittime di episodi di vendetta e di esecuzioni sommarie che solo la tremenda asprezza di quella stagione può spiegare, ma non giustificare. Così come non chiudiamo gli occhi di fronte al dramma delle foibe e dell’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, una tragedia troppo a lungo rimossa nella coscienza civica degli italiani” (pag.106). “Parole - commenta Pansa - di totale adesione morale, politica e storiografica al tema “Il sangue dei vinti”. Poteva essere - aggiunge l’inizio di un dibattito, che aprisse un varco dentro il muro di ostilità nell’opinione media della sinistra verso la storia degli “altri”, degli sconfitti nella guerra civile”. E non successe niente! Forse i vertici dei DS sono più avanti della base militante. Così pensa, a ragione, il nostro citando anche personalità dalla mente aperta dei DS della famigerata Reggio Emilia. Un altro grande esponente dei DS, anzi il Presidente del Partito, Dalema, intervistato da Bruno Vespa nel libro “Vincitori e vinti”, alla domanda che cosa pensasse dell’esecuzione di Mussolini risponde: “Un processo sarebbe stato più giusto...Un processo come quello di Norimberga avrebbe consentito anche di ricostruire un pezzo della storia italiana. Quella scelta fu fatta perché ci fu il timore che il processo non ci sarebbe mai stato, che gli Alleati avessero intenzioni diverse”. Al presidente dei DS risponde Cossutta: “ritengo che Dalema sbagli profondamente...” e seguì un piccolo diluvio, ma la grandinata si ebbe dall’intervento dello storico Claudio Pavone, autore del libro “Guerra civile”, libro messo sotto accusa da una parte della sinistra. A Pavone le parole di Dalema facevano “prima stupore, poi dispiacere”. 101 Contestava, inoltre, l’opinione di Dalema che nella guerra civile ci fossero stati atti di barbarie da una parte e dall’altra. Ecco il ragionamento: “Equiparare le due parti dal punto di vista della violenza non è corretto. I fascisti della Rsi agivano con una ferocia protetta dalle autorità che allora impersonavano lo Stato, oltrechè dagli occupanti tedeschi. Invece non si può rimproverare ai ribelli di essere tali...la violenza era arte integrante della mentalità e della cultura fascista. Per gli antifascisti fu una necessità. E purtroppo alcuni di quelli la praticano”. Ma - commenta Pansa “stuprare una prigioniera o torturare un civile o dare la morte in m modo orribile mi sembra comunque un atto di barbarie” (pag. 123). • Leggende da sfatare La prima è che la Resistenza fu una guerra di liberazione, senza altri propositi nascosti. Invece - sostiene Pansa- per molti dirigenti e militanti del Pci la guerra di liberazione doveva essere un “passaggio obbligato per arrivare alla conquista del potere in Italia. La vittoria avrebbe trasformato la gracile democrazia nata dal 25 aprile in una democrazia popolare comunista, dominata da un partito unico e subalterna al totalitarismo sovietico” (pag.183). 102 Il Tempietto Il Tempietto “E la grande bugia nasce da quell’iniziale inganno, da quel progetto inconfessato... moneta cattiva che ha corso ancora oggi”. E Pansa, pagina dopo pagina, porta documenti che pesano e fanno pensare. Viene a perdere di credibilità ciò che la storiografia comunista ha sostenuto per anni che Togliatti e tutto il gruppo dirigente avesse scelto subito la strada della democrazia parlamentare. Ci sono ricerche che lo dimostrano, anche di storici che appartengono all’area ex PCI. L’Italia apparteneva alla zona d’influenza americana e Stalin smorza l’ala rivoluzionaria dei Comunisti italiani. Togliatti obbedisce a Stalin. Viene così ridimensionata l’importanza della svolta di Salerno di un governo dei partiti antifascisti. Venivano rispettati gli impegni di Jalta. • “La resistenza divisa” Un capitolo del libro appena uscito “Generazione ribelle: Diari e Lettere dal 1943 al 1945” a cura di Marco Avagliano, studioso di storia contemporanea, sottolinea come la divisione fosse generata dalla disunità quasi sempre originata dalle pretese egemoniche dei comunisti. Un’altra prova ci viene dalle pagine di Pansa sul comandante della divisione Cichero, Aldo Gastaldi, “Bisagno”. Nel comando della sua divisione è l’unico a non essere tesserato PCI. Rimando alle pagine 201-204 del capitolo “Morti misteriose”... anche la strana fine di Bisagno! • Il complesso dei migliori. Ripercorrendo il lungo suo lavoro di ricerche sulla guerra civile italiana osserva: “Per prima cosa ho capito denuncia Pansa - che, se c’è qualcosa da riscrivere e da correggere, è ammessa a farlo soltanto la sinistra e nelle sedi autorizzate: istituti di ricerca fidati, storici schierati, giornali fedeli. Anche in questo caso aggiunge - funziona ciò che il sociologo Luca Ricolfi ha chiamato “il complesso dei migliori”: siccome noi di sinistra siamo i migliori dal punto di vista etico, politico e storiografico, soltanto noi possiamo parlare della storia che ci riguarda da vicino. E nessuna revisione è possibile e accertabile se non viene fatta da noi”. Gli altri non sono graditi, neppure quelli cresciuti nella stessa area politica come Pansa appunto. A maggior ragione “del tutto sgradito e da scomunicare chi decide di aprire delle porte rimaste chiuse per anni. È smentire la vulgata partorita dalla “Grande Bugia” (pag.216) • Oggi come sono le sinistre? “Insieme a esempi di apertura e di tolleranza, - risponde Pansa - in molti casi ho raccolto un segnale diverso. Ossia che l’atteggiamento prevalente nelle sinistre italiane è ancora di chiusura totale nei confronti di chi, come me, le vorrebbe più disposte a un’onerosa revisione di tutto ciò che è scritto e si scrive sulla nostra guerra civile” (pag.217). L’accusa che più gli brucia recita: “Pansa diffama la Resistenza”. Accusa che se l’è sentita ripetere, in parecchie circostanze anche se non in modo diretto. E aggiunge: “Ma a colpirmi di più di tutto è stata l’ostilità ottusa, e masochista, nei confronti dell’Italia che non si accoda ai “migliori”. Parlo degli italiani che non si sentono antifascisti militanti e a ogni costo. Di quelli che vengono da famiglie segnate dalla sconfitta nella guerra interna. E persino di coloro che, pur non stando a destra, chiedono di leggere una storia completa della guerra civile, senza omissioni, senza reticenze. Una storia che non abbia come unico segno quello dei vincitori. È un’Italia che esiste. Ma che a sinistra troppi non vogliono vedere” (pag.218). 6. Una straordinaria testimonianza. L’avventura dello storico Vivarelli descritta nel capitolo “Il Linciaggio” della “Grande Bugia” pare l’icona di quanto è stato fin qui detto. Il prof. Franco Vivarelli, il più autorevole studioso delle origini del fascismo, l’allievo di Federico Chabod, il curatore delle opere di Salvemini, docente di Storia contemporanea alla Scuola Normale di Pisa, decide a 71 anni di dare alle stampe un libro. È l’anno 2000. Il libro porta il titolo: “La 103 fine di una stagione. Memoria ‘43-’45”. Racconta la sua adolescenza in camicia nera. Era nato nel 1929. E nel 1944 si arruolò nei reparti della Rsi. Come il Braschi della mia fanciullezza. Alla fine della guerra si ritrova tra gli sconfitti. Il volumetto scatena un vero e proprio linciaggio ad opera degli stessi storici di sinistra che, tre anni dopo, tireranno sassi contro Pansa. Questa compagnia si accorge di aver stimato un ragazzo di Salò. “E impazzisce di rabbia”. Non contano i lavori di Vivarelli storico, non interessa che non sia un fascista, ma un liberale, un democratico, un antifascista. No, era solo un repubblichino che nascondeva il proprio passato. Ora ha 77 anni il prof. Roberto Vivarelli. “Le sue pagine -commenta Pansa mi hanno colpito di nuovo: per lo stile limpido, per la sua schiettezza, per il mondo che rievocano. Senza nessuna nostalgia, senza alcun ripensamento e senza mai valutare l’esperienza complessa della Repubblica Sociale”. Che cosa diceva il prof. Vivarelli? Ce lo dice un’intervista rilasciata al “Piccolo di Trieste” il 13/12/ 2000: “Se dovessi rimettermi oggi nei panni di allora, dovrei onestamente riconoscere che non avrei potuto fare una scelta diversa. E, se non l’ammettessi, sarei un ipocrita. Educazione, sentimenti, mentalità; tutto concorse a indirizzarmi in un certo 104 Il Tempietto Il Tempietto modo. Volevo rendere testimonianza e mettere in gioco la mia vita. Sia chiaro: mi schierai dalla parte sbagliata. Ma, come ho scritto in questo libro, le ragioni della vita non coincidono con quelle della storia”. Come rispose ai linciatori? La risposta è pubblicata dal Mulino gennaiofebbraio 2001, intitolata “La lezione di una diatriba”. “Perché, a distanza di oltre mezzo secolo dalla fine di quella guerra, mi sono deciso a raccontare come ho vissuto gli anni dal 1943 al 1945, e che cosa mi sono proposto presentando in pubblico il mio racconto? Attraverso un capitolo doloroso della mia vita, che mi è costato non poca fatica esporre, ho voluto in prima istanza sollevare una questione morale: la nostra dignità di persone umane può dipendere dalla parte politica nella quale, spesso in forza di circostanze della vita, ci è capitato in un certo momento di militare?... Intendevo contestare il giudizio sommario che la parte vincente ha imposto nei confronti di tutti coloro che hanno militato nelle file della Repubblica di Salò. I quali, indipendentemente dal loro comportamento individuale, sono stati sbrigativamente bollati come persone moralmente indegne”. Che Vivarelli avesse militato nella Repubblica di Salò lo si sapeva da 45 anni. In una lettera del febbraio 1955 a “Il Ponte”, la rivista di Calamandrei, in risposta ad un’affermazione di Riccardo Bauer che aveva definito i combattenti di Salò “non esigue schiere di criminali”, Vivarelli citiamo sempre da Pansa - rispondeva: “Non ho nessuna vergogna nel denunciarlo, perché so quanto l’animo era puro e quanto di entusiasmo e di buona fede ci fosse in quelle schiere che contavano numerosissimi ragazzi non ancora ventenni, arruolatisi con Salò non certo per criminalità”. Aggiungeva di aspettarsi, dopo dieci anni dalla fine della guerra, proprio dagli uomini della Resistenza una parola serena... La risposta della Rivista fu aspra. Definiva quei combattenti “anime morte, giovani, di solito, anche puri e disinteressati, ma sprovveduti e ignoranti”. Il Manifesto nell’articolo “Una doppia vita tra Salvemini e le Brigate Nere”, a proposto del libro parlava di “Una vicenda personale triste e sgradevole... un disgusto per la qualità dell’uomo, per l’ipocrisia e la doppiezza morale su cui è stata fondata l’intera vita di un protagonista minore della nostra cultura storica”. Colpisce la risposta dignitosa di Vivarelli attraverso l’intervista di Alberto Papuzzi nella Stampa. Gli dava una gran tristezza vedere quanto odio si conservasse ancora rispetto a vicende così lontane. E quante insinuazioni e ingiurie venissero scagliate contro gli avversari di allora: “Se oggi mi si vuol mettere sotto processo, vorrei che si tenesse anche conto della mia vita dopo il 1945. Comunque, affronto gli attacchi con serenità, perché so di non aver fatto proprio nulla di cui mi debba vergognare”. Vivarelli - commenta Pansa - andò al cuore del problema più generale. Disse a Papuzzi: “Io non intendo affatto riabilitare il fascismo...Ma non credo che l’aver militato nella parte che noi oggi giudichiamo giusta conferisca a ciascuno, automaticamente, una patente di nobiltà. Così come non credo che aver militato nella parte sbagliata conferisca una patente di ignominia” (pag. 359-367). ...E il linciaggio continuò. Tralascio per il disagio che provo nei confronti di illustri cattedratici. Invito chi volesse conoscerne i nomi a leggere il capitolo “Linciaggio” nelle pagine 370-374. Sono nomi illustri e per questo le loro pietre disturbano maggiormente. 7. Antifascismo autoritario Chiudiamo il nostro cammino in compagnia del Pansa della trilogia, citando il capitolo l”antifascismo di autoritario” La Grande Bugia. Rievoca l’incontro pubblico nella Biblioteca del Senato organizzato su “Il sangue dei vinti” dallo stesso presidente del Senato, senatore Marcello Pera. L’incontro si svolse il 15 dicembre 2003. Erano presenti Paolo Mieli, 105 allora direttore editoriale della Rizzoli Corriere della Sera, e Mario Pirani, editorialista di Repubblica. “Pera spiegò - riassume Pansa che dovevamo liberarci dalla vulgata resistenziale e del mito dell’antifascismo consegnandoli alla storia. E non sostenere più che la Repubblica e la Costituzione erano antifasciste, ma soltanto che erano democratiche. Proprio perché era esistito un antifascismo autoritario, quello comunista, dalle caratteristiche totalitarie e in gran parte antinazionali. La Costituzione italiana, del resto, non è soltanto antifascista, È anche anticomunista, antinazista, antifondamentalista, antiantisemita e così via. Meglio interpretarla in positivo, nei valori che non dividono la coscienza degli italiani, ma li uniscono”. Come non condividere la domanda che Pansa si era posto spesso dopo l’uscita “Il sangue dei vinti”: “Ma se l’antifascismo non è liberale, tollerante, pronto al confronto, disposto a riconoscere che esistono tante opinioni differenti, che antifascismo è?” Dopo le parole di Pera nel Senato arriva la riprova. L’Ampi - rileva Pansa - condannò Pera: “Le dichiarazioni della seconda carica dello Stato recano offesa alla Costituzione di cui l’antifascismo e la Resistenza sono valori fondanti”. 106 Il Tempietto Il Tempietto L’Unità strillò a piena pagina: “Pera, basta con l’antifascismo. Il Presidente del Senato: meno mito più storia dell’antifascismo”. Allo scroscio che gonfiò in modo inverosimile l’ira di ben pensanti di sinistra (il riscontro è nelle pag. 39193) il presidente Pera rispose con un’intervista alla Stampa il 18 dicembre raccolta da Pierluigi Battista. Elenca alcuni buchi neri della vulgata resistenziale, - le lacune storiografiche e falsi direbbe Pansa - che, messi insieme, ci obbligano a parlare di Grande Bugia. Primo buco nero: la sistematica sottovalutazione del contributo determinante degli anglo-americani nella liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Il secondo: la sistematica e colpevole sottovalutazione del ruolo giocato nella Resistenza italiana dalle forze politiche antifasciste non comuniste. Infine il veto censorio di parlare della Resistenza anche come guerra civile. Anche il libro di Claudio Pavone negli anni ‘90 fu accolto dalle proteste dell’Ampi e dei suoi reduci. L’Intervista giunge alla limpida conclusione: “Dobbiamo apprezzare la Costituzione repubblicana per i valori che afferma e non per quelli cui si oppone. E valori che afferma sono la libertà, l’uguaglianza, la tolleranza, la solidarietà”. Interessante quanto sostenne Mieli, riassunto da lui stesso in un’intervista all’Avvenire, pubblicata tre giorni dopo il dibattito in Senato. Punto primo: la Resistenza è durata dal settembre 1943 all’aprile 1945 ed è un capitolo chiuso a sé, che non ha nulla a che fare con quanto accadde dopo. Punto secondo: le stragi del dopo guerra. È vero che una guerra civile lascia dietro di sé una scia di violenze. Ma questa scia in Italia fu più consistente che in altri paesi. Il terzo punto riguarda l’aspetto torbido di questa giustizia sommaria. A essere uccisi dopo il 25 aprile furono anche molti italiani che non avevano nulla a che fare con il fascismo o che erano stati antifascisti attivi. Commento di Pansa: “Il mio libro ne parlava in parecchie pagine. Ma sono d’accordo con Mieli nel ritenere la mattanza ‘un fenomeno assolutamente non investigato’. In Senato Mieli - prosegue Pansa concluse dicendo altre due cose. La prima è che gli antifascisti uccisi dopo la liberazione furono tutti vittime dei comunisti. Non si conoscono invece casi di partigiani liberali, democristiani o del Partito d’Azione che abbiano giustiziato dei militanti del PCI. Questa constatazione taglia la testa al toro, ossia ai bugiardi che mettono tutto sul conto dell’invitabile strascico di una guerra civile. La seconda: se un antifascista è stato ucciso dai fascisti, ha diritto a vedersi intitolata una via, una piazza, una scuola. Ma se l’antifascista è stato ucciso dai comunisti, allora scatta la condanna al silenzio. Niente via, niente piazza, niente scuola” (396-398 La Grande Bugia). 8. Parole del Presidente Napolitano Penso piuttosto storicamente corretta l’adesione alla ricerca della verità di quanto avvenne dopo il 25 aprile del 1945 che Pansa mi ha regalato nella sua trilogia. Autorevole conferma si ha nelle parole del nostro attuale Presidente, già di sicura fede comunista, ma con buon senso che poi significa senso critico. Lunedì 15 maggio, a Montecitorio, di fronte al Parlamento riunito, il nuovo Presidente della Repubblica disse: “Non si può dare memoria e identità condivisa se non si ripercorre e si ricompone in spirito di verità la storia della nostra Repubblica... Ci si può ritrovare, superando vecchie laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni”. So che qualche benpensante non ha gradito del tutto tali parole. Lo zoccolo duro non vuole smobilitare dal mito, forse per dover mettere in discussione anche tutta la sua storia, comprese le sue radici teoriche e simpatie alla realizzazione concreta. 9. Conclusione Certo Pansa non ha scoperto grandi novità attraverso studi e consultazioni 107 di archivio. Le cose che racconta in stile avvincente, in forma di romanzo storico, - l’attributo “storico” conserva tutta la sua carica di narrazione di fatti veramente accaduti e documentati erano già note..., ma non al grande pubblico e non erano presenti neppure nei testi di Storia. Gia negli anni ‘60 studi come quelli dei fratelli Pisanò avevano scoperchiato il baratro. Ma gli autori erano di origine fascista, quindi “inattendibili”. In “Il sangue dei vinti” del 2003 raccolse notizie che da tempo circolavano. Da buon giornalista Pansa ha dato struttura romanzata ad un lungo elenco di morti ammazzati con ferocia, spesso senza alcuna giustificazione politica o militare da parte di partigiani comunisti. Questo libro - scrive lo storico Paolo Simoncelli in Avvenire del 19 novembre - ebbe un impatto traumatico nelle generazioni cresciute nel mito apodittico e acritico delle glorie resistenziali e dette voce e ragione a chi, antifascista anche di vecchia e a volte di militare esperienza, assordato dall’idiozia e dalla retorica era diventato “anti antifascista”. A questo lavoro seguirono le lettere inviategli dai famigliari degli assassinati o scomparsi che, dopo cinquant’anni di un silenzio ostile, cercavano un’attenzione emotiva. E nacque così “Sconosciuto 1945”. La monolitica verità ufficiale traballava e seguirono reazioni. “La Grande Bugia” ha portato a invocare - come ha fatto Bocca su La Stampa del 18 ottobre - leggi come 108 Il Tempietto quelle che in Francia impediscono di negare il genocidio ebraico o armeno. Cosa ha fatto questa trilogia nel sereno fiume della storia resistenziale? Ha portato un diluvio che ha smosso le acque. Sono emersi detriti oscuri che sporcano la Resistenza; sono detriti che appartengono alla parte più numerosa e combattiva, quella comunista. Accettabile e condivisibile quanto afferma Paolo Simoncelli nel PS dell’articolo citato: “Oltre 400.000 copie vendute di ‘Il sangue dei vinti’ erano prevedibili? E non attestano clamorosamente un’attesa, un’ansia sociale di verità non più sepolte nella rimozione obbligatoria dal politically correct? E non più affidabili ad una screditata nomencklatura dogmatica? Chi ama la Resistenza ha il dovere di non tramandare una memoria oscura e sporca. Pansa “sfascista”? Solo per chi non volesse togliere dalla memoria resistenziale i lati oscuri o volesse una storia fatta solo da vincitori che non vedono “gli altri”, i vinti... gente, che pur avendo scelto la parte sbagliata, ha una sua dignità. Corretta e pienamente condivisibile la riflessione dello studioso liberale e democratico Vivarelli: “Io non intendo affatto riabilitare il fascismo... Ma non credo che l’aver militato nella parte che noi oggi giudichiamo giusta conferisca a ciascuno, automaticamente, una patente di nobiltà. Così come non credo che aver militato nella parte sbagliata conferisca una patente di ignominia”. Non revisionismo ideolgioco dunque, ma coraggio della verità anche sui misfatti commessi da partigiani comunisti o sedicenti tali dopo il 25 aprile. finito di stampare nel mese di gennaio 2007 presso arti grafiche bicidi via san felice, 37 d - 16138 genova