ORGANISMO UNITARIO DELL’AVVOCATURA ITALIANA
Ufficio stampa
Rassegna
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17 ottobre 2013
Responsabile: Claudio Rao (tel. 06/32.21.805 – email: [email protected])
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ORGANISMO UNITARIO DELL’AVVOCATURA ITALIANA
SOMMARIO
3 LEGGE STABILITA’: Cause di basso valore salassate (Italia Oggi)
5 LEGGE STABILITA’: Compensazioni tutte col visto (Italia Oggi)
7 LEGGE STABILITA’: Visto dei professionisti per la compensazione (Il Sole 24 Ore)
8 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: Scatta lo sciopero degli avvocati
(La Gazzetta del Mezzogiorno – Brindisi))
Pag. 9 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: Accorpamento Tribunali, gli avvocati di Lecce indicono due
giorni di sciopero (Il Paese Nuovo)
Pag.10 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: A Sant'Angelo dei Lombardi altri sette giorni di astensione
dalle udienze. Ad Ariano sospesa l'agitazione (Mondoprofessionisti)
Pag.11 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: Giustizia al collasso. Confsal punta il dito contro la nuova geografia dei
tribunali (Lecce Prima)
Pag.13 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: Qui è il caos", gli avvocati sammaritani annunciano battaglia
(Interno 18)
Pag.14 AVVOCATI: Procedimento disciplinare avvocati: CNF invia bozza di regolamento a ordini
(Altalex)
Pag.15 AVVOCATI: Tariffe, Foro insoddisfatto (Il Quotidiano di Calabria - Catanzaro)
Pag.16 PROFESSIONI: Gli Ordini saranno esclusi dalla spending review (Il Sole 24 Ore)
Pag.17 PROFESSIONI: Semplificazioni, è l’ora (Italia Oggi)
Pag.18 PROFESSIONI: Revisione, l'equipollenza è un parto complicato (Italia Oggi)
Pag.19 PROFESSIONI: Cresce l’occupazione negli studi (Italia Oggi)
Pag.20 PROFESSIONI: Lo schema Youth Guarantee alla prova del modello italiano
di Gaetano Stella - Presidente di Confprofessioni (Italia Oggi)
Pag.22 PREVIDENZA: Guffanti: «Alla Cassa non serve la contabilità pubblica» (Il Sole 24 Ore)
Pag.24 PREVIDENZA: Cassa Forense, esclusione elettori. Ricorso dell’Associazione giovanile
(Il Denaro)
Pag.25 GIUDICI DI PACE: Giudici di pace, c'è delusione
di Vincenzo Crasto - Presidente Associazione nazionale giudici di pace (Italia Oggi)
Pag.27 CARCERI: Politici divisi: «E un`assurdità, non risolve il problema» (Il Giornale di Napoli)
Pag.28 L’INTERVENTO/1: Lo Stato rieduchi prima di punire
di Umberto Veronesi (Il Corriere della Sera)
Pag.29 L’INTERVENTO/2: Amnistia e indulto: decisioni ingiuste
di Guglielmo Rubinacci - Università di Napoli (Il Corriere della Sera)
Pag.30 TERRORISMO: Volantino siglato Br davanti alla Procura
Annuncia attacchi ai palazzi di giustizia (repubblica.it)
Pag.31 FISCO: Società di comodo, nuove tutele (Il Sole 24 Ore)
Pag.33 FISCO: Sulle polizze per la vita meno tagli alle detrazioni (Il Sole 24 Ore)
Pag.34 FISCO: Srl in perdita, la rata conta (Italia Oggi)
Pag.36 CONDOMINIO: Il bollo sui conti bancari è a 100 euro (Il Sole 24 Ore)
Pag.37 SICUREZZA: Nella frode informatica nessuna colpa per l'azienda (Il Sole 24 Ore)
Pag.38 CASSAZIONE: Matrimonio «breve», l'ex deve pagare (Il Sole 24 Ore)
Pag.39 CASSAZIONE: L'avvocato può far gestire il distributore di benzina (Il Sole 24 Ore)
Pag.40 CASSAZIONE: Lavoro, sicurezza più garantita (Il Sole 24 Ore)
Pag.41 CASSAZIONE: Sicurezza lavoro senza sconti (Italia Oggi)
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ITALIA OGGI
LEGGE DI STABILITÀ/ Ridotti di 1/3 i compensi ai legali che fanno gratuito patrocinio
Cause di basso valore salassate
Da otto a 25 euro l'anticipo a forfait per le notifiche
Salasso sulle cause di basso valore. La legge di Stabilità raschia soldi dagli utenti del servizio
giustizia, che è sempre più caro per le controversie di importo minimo. Questo l'effetto del disegno
di legge Stabilità per il 2014, che prevede l'aumento da 8 euro a 25 euro dell'anticipazione
forfettaria, dovuta quale rimborso per le notificazioni richieste dall'ufficio giudiziario.
Se la legge di Stabilità diventerà definitiva nei termini che si stanno esaminando, l'articolo 30,
comma 1, del Testo unico delle spese di giustizia (n. 115/2202) stabilirà che la parte che per prima
si costituisce in giudizio deve anticipare 25 euro per i diritti, per le indennità di trasferta e per le
spese di spedizione per la notificazione eseguita su richiesta del funzionario addetto all'ufficio.
L'anticipazione si deve pagare quando si inizia la causa.
In quel momento allo stato sono versati il contributo unificato (da calcolarsi in base al valore della
controversia) e l'anticipazione, che è la voce che viene aumentata.
Il risultato è che l'incidenza proporzionale sulle fasce basse è rilevante.
Tanto per fare alcuni esempi, per una causa di valore fino a 1.100 euro, oggi si devono pagare 45
euro, di cui 37 euro di contributo unificato e 8 di contributo forfettario (nella prassi forense si parla
di «marca da 8»); con le disposizioni della futura legge di Stabilità si passa a 62 euro di cui 37 euro
di contributo unificato e 25 di contributo forfettario.
Ma anche per la fascia della cause di valore fino a 5.200 euro il caro-giustizia si farà sentire ancora
di più: attualmente il carico è di 93 euro, di cui 85 euro di contributo unificato e 8 euro di
anticipazione forfettaria; con le disposizioni della futura legge di Stabilità si passa a 110 euro di cui
85 euro di contributo unificato e 25 di contributo forfettario.
Trattandosi di anticipazione in misura fissa, l'aumento è meno rilevante con il crescere del valore
della causa e, probabilmente, l'effetto indiretto sarà quello di deflazionare il processo civile,
rendendo antieconomico iniziare la causa di piccolo valore.
Rimane salva l'esenzione per le cause fino a 1.033 euro, ai sensi dell'articolo 46 della legge
374/1991.
Ma la legge di stabilità, con altre disposizioni si occupa della giustizia. Vediamo quali.
Compensi abbassati nel gratuito patrocinio. Se le spese per la causa aumentano, diminuiscono i
compensi a carico dello stato per il gratuito patrocinio. Viene, infatti, modificato l'articolo 106 del
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Testo unico delle spese di giustizia stabilendo che sono ridotti di un terzo gli importi spettanti al
difensore, all'ausiliario del magistrato, al consulente tecnico di parte e all'investigatore privato
autorizzato.
Diritti copia. Non pagheranno diritti sulla copia non autentica di atti le parti processuali che si sono
costituite con modalità telematiche e che accedono con le medesime modalità al fascicolo.
Processo tributario. Prevista la possibilità di pagare telematicamente il contributo unificato per il
processo tributario. Sarà necessario un decreto ministeriale per le misure attuative.
Sempre per il processo tributario, arriva una chiarificazione sulla modalità di calcolo del contributo
unificato. Il valore della lite, parametro per la quantificazione del balzello, andrà determinato per
ciascun atto impugnato anche in appello: si conta, dunque, per ciascun atto impugnato, l'importo del
tributo al netto degli interessi e delle eventuali sanzioni irrogate con l'atto impugnato; in caso di
controversie relative esclusivamente alle irrogazioni di sanzioni, il valore è costituito dalla somma
di queste.
Esami avvocato. Viene prevista l'introduzione di un contributo obbligatorio per la partecipazione
agli esami di avvocato. Si pagheranno 50 euro al momento della presentazione della domanda. La
misura sarà soggetta ad aggiornamento Istat.
Anche per gli esami per diventare avvocati cassazionisti è previsto un contributo, fissato nella
misura di 75 euro, soggetta ad aggiornamento Istat.
Esami notaio. Il disegno di legge di Stabilità prevede spese per la partecipazione al concorso di
notaio, nella misura forfettaria di euro 50, soggetta ad aggiornamento Istat.
Magistratura. Anche chi aspira a diventare magistrato dovrà sborsare 50 euro (con aggiornamento
Istat) per partecipare al concorso. Antonio Ciccia
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ITALIA OGGI
LEGGE DI STABILITÀ/ La stretta over 15 mila euro complica la vita ai professionisti
Compensazioni tutte col visto
Obbligo esteso a imposte sui redditi, addizionali, Irap
Visto di conformità per tutte le compensazioni superiori a 15 mila euro. L'obbligo non sarà limitato
all'ambito dei crediti Iva ma esteso a quelli relativi alle imposte sui redditi, relative addizionali e
ritenute alla fonte, imposte sostitutive e irap.
Una stretta decisa (ieri contestata dalla Lapet) che potrebbe però presentare delle complicazioni di
non facile soluzione sia per i contribuenti interessati dalle compensazioni che per i professionisti
chiamati ad apporre la «conformità». Il disegno di legge di stabilità estende parzialmente la regola
oggi prevista in ambito Iva ad ogni altro comparto impositivo, stabilendo la possibilità di
compensazione per i crediti di maggior importo solo in seguito al rilascio del visto di conformità.
L'ambito applicativo è identico a quello già conosciuto con riguardo all'imposta sul valore aggiunto
prevedendosi che la compensazione sarà possibile per crediti di importo superiore a 15 mila euro
solo a fronte di una dichiarazione che presenti l'attestazione del rilascio del visto di conformità (o la
firma del soggetto che esercita il controllo contabile).
Non è stata invece prevista la regola vigente nel mondo Iva che per crediti superiori ad un certo
importo (oggi 5 mila) è necessario prima di compensare la presentazione della dichiarazione.
Presumibilmente ciò in quanto i tempi per la presentazione del modello unico (modello da cui
dovrebbero scaturire la maggior parte dei crediti oggetto delle nuove restrittive regole in tema di
compensazione) non possono essere abbreviati come invece è stato previsto per la dichiarazione Iva
almeno nel caso in cui dalla stessa emerga una eccedenza d'imposta, proprio per evitare
inconvenienti troppo penalizzanti per i soggetti con eccedenze d'imposta e con la volontà di
compensarle con debiti tributari o contributivi di altra natura.
Con riguardo ai soggetti che hanno la possibilità di apporre il visto in prima battuta sono indicati i
responsabili dei centri di assistenza fiscale ma poi si indicano come alternativa, così come già
avviene oggi per il comparto Iva anche i dottori commercialisti ed esperti contabili, i consulenti del
lavoro nonché i soggetti iscritti alla data del 30 settembre 1993 nei ruoli di periti ed esperti tenuti
dalle Cciaa in possesso di diploma di laurea in giurisprudenza o in economia e commercio o
equipollenti o diploma di ragioneria.
Le regole sono quindi sostanzialmente simili a quelle già previste nel comparto Iva ma non si può
sottovalutare la differenza sostanziale che potrebbe esistere tra il rilascio di un visto relativo al
comparto delle imposte dirette. Il tutto collegato ai rischi sanzionatori che sono anche in questo
caso previsti facendo riferimento all'art. 39, comma 1 lett. a) del dlgs 241/97.
Come già chiarito dalla prassi in tema di Iva il riferimento principale per individuare l'ambito dei
controlli dovrebbe desumersi dalla circolare 34 del 1999 da cui ne consegue che gli stessi
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dovrebbero sostanziarsi nel:
a) riscontro della corrispondenza dei dati esposti nella dichiarazione alle risultanze della relativa
documentazione e alle disposizioni che disciplinano gli oneri deducibili e detraibili, le detrazioni e i
crediti d'imposta, lo scomputo delle ritenute d'acconto;
b) la verifica della regolare tenuta e conservazione delle scritture contabili obbligatorie ai fini delle
imposte sui redditi;
c) la verifica della corrispondenza dei dati esposti nella dichiarazione alle risultanze delle scritture
contabili e di queste ultime alla relativa documentazione;
d) l'attestazione della congruità dell'ammontare dei ricavi dichiarati a quelli determinabili sulla base
degli studi di settore ovvero l'attestazione di cause che giustificano l'eventuale scostamento.
Pur rimanendo in attesa dei necessari chiarimenti sul punto a prima vista pare difficile assimilare la
difficoltà di controlli di questo tipo se effettuati in ambito Iva o in ambito delle imposte dirette. Il
compito in questo secondo comparto impositivo sembra ben più arduo a meno che lo stesso non sia
poi specificato avente una carattere meramente (e assolutamente) formale.
Ma se così fosse potrebbe anche sorgere il dubbio dell'utilità di questa nuova stretta che potrebbe
anche rischiare di non portare ai risultati sperati. Norberto Villa
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IL SOLE 24 ORE
La stretta. Per le dirette oltre che per l'Iva
Visto dei professionisti per la compensazione
Visto di conformità anche per i crediti relativi alle imposte dirette e Irap per procedere alla
compensazione orizzontale. Lo prevede il disegno di legge di stabilità 2014. Se da un lato è
comprensibile l'esigenza di una maggiore tutela da parte dell'Erario in quanto i crediti di imposta
consentono di non versare imposte e contributi a debito, l'effetto indesiderato è che la
compensazione potrà essere utilizzata molti mesi dopo rispetto a ora.
La proposta di legge dispone che la compensazione prevista dall'articolo 17 del decreto legislativo
241/1997 (orizzontale) mediante l'utilizzo di crediti relativi a imposte sui redditi, addizionali,
ritenute d'acconto, imposte sostitutive e Irap, se di importo superiore a 15.000 euro, è soggetta
all'apposizione del visto di conformità. La nuova norma decorre dal periodo di imposta in corso al
31 dicembre 2013. Quindi il nuovo adempimento riguarderà le dichiarazioni dei redditi Unico 2014
compreso il modello Irap e 770. Non serve il visto di conformità per il riporto a credito nell'anno
successivo (compensazione verticale) o per la richiesta di rimborso. I soggetti abilitati a rilasciare il
visto di conformità sono dottori commercialisti ed esperti contabili, consulenti del lavoro, iscritti nei
ruoli della Camera di commercio al 30 settembre 1993 con apposita laurea, Caf e per le società di
capitali, soggetti che sottoscrivono la relazione di revisione. Il decreto legge 78/2009 in materia di
contrasto degli abusi sulle compensazioni dei crediti Iva prevede la possibilità di compensare
l'imposta eccedente l'importo di 5.000 euro solo dal giorno 16 del mese successivo a quello in cui si
presenta la dichiarazione. Poi si prevede l'obbligo per i soggetti che intendono effettuare
compensazioni Iva di valore complessivo superiore a 15.000 euro, di apporre il visto di conformità.
La nuova disposizione sulle imposte dirette non fissa un termine minimo per presentare la
dichiarazione dei redditi con importi a credito da compensare, ma è ragionevole ritenere che
l'apposizione del visto non può che avvenire sulla dichiarazione medesima, la quale pertanto, per le
compensazioni di importo superiore a 15.000 euro dovrà essere preventivamente trasmessa
all'agenzia delle Entrate. Le dichiarazioni possono essere presentate dal 1° maggio ma a tale data
mancano le procedure di controllo e quindi gli invii sono possibili solo nei mesi successivi. Ciò
ritarderà la compensazione che attualmente per i redditi può essere eseguita dal mese di gennaio
dell'anno successivo.
Va ricordato che il visto di conformità consiste nell'attestazione della «corrispondenza dei dati
esposti nella dichiarazione alle risultanze delle scritture contabili e di queste ultime alla relativa
documentazione», nonché nella verifica della «regolare tenuta e conservazione delle scritture
contabili obbligatorie ai fini delle imposte sui redditi e delle imposte sul valore aggiunto». Le
verifiche che il professionista deve effettuare, sono relative al solo riscontro formale della
corrispondenza, in ordine all'ammontare delle componenti positive e negative relative all'attività di
impresa esercitata e rilevanti ai fini delle imposte, dovendo prescindere da valutazioni di merito. Il
Cndcec, sulla scorta delle indicazioni operative rilasciate dalle Entrate nella circolare 57/E/2009, ha
reso disponibile una checklist dei controlli che il professionista deve svolgere. Gian Paolo Tosoni
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LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO – Brindisi
LA PROTESTA STATO DI AGITAZIONE E ASTENSIONE DALLE UDIENZE DI OGGI E DOMANI.
LE TOGHE ALZANO LA VOCE DOPO GLI ACCORPAMENTI DELLE SEZIONI DISTACCATE
Scatta lo sciopero degli avvocati
Il presidente Fatano: «La riforma rischia di mettere in crisi l'effettività della giustizia»
Stato di agitazione ed astensione dalle udienze di oggi e domani. Così gli avvocati leccesi, che
ritengono di essere stati poco coinvolti fino a questo momento, fanno sentire la propria voce di
fronte a tutti i problemi generati dall'accorpamento delle sezioni distaccate della provincia.
Problemi che colpiscono, come ha spiegato il presidente dell'Ordine degli avvocati di Lecce,
Raffaele Fatano , «tanto il settore civile quanto il settore penale e che rischiano di mettere in crisi
l'effettività della giustizia». Nella deliberazione del 4 settembre scorso, con cui il Consiglio ha
proclamato l'astensione, si parla di problemi innanzitutto logistici, legati all'assenza o alla cattiva
ripartizione degli spazi presenti, ma anche di calendarizzazione delle udienze che renderanno
infiniti i processi, e di necessaria riorganizzazione del personale. Nell'atto si legge che solo 7 delle
24 unità che svolgevano la loro attività nelle sezioni distaccate sono confluite nella sede centrale.
Questo per quanto riguarda il settore penale. Ma le disfunzioni più gravi riguardano le cancellerie
della volontaria giurisdizione e delle esecuzioni mobiliari, completamente paralizzate innanzitutto
dall'assenza di personale, ma anche, e soprattutto, dalla mancata e in alcuni casi non corretta
informatizzazione dei fascicoli, solo fisicamente trasportati a Lecce dalle sedi soppresse. Ci sono ad
esempio atti di pignoramento non registrati e giunti in via Brenta senza neppure una copertina. E
dall'altra parte persone che si vedono pignorate l'intera pensione o lo stipendio per un debito di
poche decine di euro e che incontrano mille difficoltà per presentare opposizione.
Lo sciopero degli avvocati leccesi è sostenuto anche dall'Oua (Organismo unitario
dell'avvocatura) che, come ha spiegato il suo responsabile territoriale, l'avvocato Giuseppe
Bonsegna , «non a caso oggi pomeriggio aprirà i lavori della sua assemblea nazionale all'hotel
"Patria"».
Per spiegare il loro punto di vista, domani gli avvocati incontreranno il presidente della Corte
d'Appello Mario Buffa e la dirigenza del Tribunale.
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IL PAESE NUOVO
Accorpamento Tribunali, gli avvocati di Lecce indicono due giorni di sciopero
LECCE – Hanno indetto due giorni di astensione dalle udienze per protestare contro i disagi
provocati dall’accorpamento delle sedi staccate dei tribunali, operativo dallo scorso 12 settembre.
Lo sciopero dell’Ordine degli avvocati di Lecce si terrà nelle giornate di domani e venerdì, nel
corso delle quali si svolgeranno solo le udienze con detenuti, sempre che i difensori non scelgano di
aderire alla protesta. Nella delibera con cui l’ordine forense ha deciso la manifestazione si fa
riferimento ai “gravissimi problemi conseguenti all’accorpamento, con altrettanto gravi
ripercussioni sui tempi e sull’effettività del servizio giustizia”.
Secondo gli avvocati la situazione a Lecce risulta particolarmente grave nel settore penale, non
essendo ancora stato reperito “un numero sufficiente di aule onde consentire la regolare
celebrazione dei processi”, “il personale di cancelleria è assolutamente insufficiente e non
adeguatamente organizzato”, considerato che delle 24 unità che erano in servizio presso le sezioni
distaccate solo 7 sono confluite a Lecce. In merito al settore civile, l’ordine contesta soprattutto la
situazione dell’Ufficio delle esecuzioni immobiliari “che vive una paralisi totale”, dal momento che
“molti fascicoli non risultano registrati nè informatizzati”, mentre “gli atti di pignoramento non
risultano fascicolati e registrati”. Non risulterebbero inoltre disponibili “le sentenze e i decreti
ingiuntivi emessi presso le sezioni soppresse” e non sarebbero stati portati a Nardò numerosi
fascicoli provenienti da Gallipoli.Tale stato di cose – scrivono gli avvocati – “pur in considerazione
degli sforzi operati dalla dirigenza del Tribunale e dal personale, non e’ compatibile con lo
svolgimento dell’attività giurisdizionale”, per cui si chiede alle autorità competenti di sollecitare il
ministro a sospendere i termini processuali in corso. Venerdì i rappresentanti del Consiglio
dell’ordine forense inoltreranno tale richiesta al presidente della Corte d’appello, Mario Buffa,
affinché valuti l’opportunità di farsene portavoce al cospetto del guardasigilli.
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MONDOPROFESSIONISTI
A Sant'Angelo dei Lombardi altri sette giorni di astensione dalle udienze. Ad
Ariano sospesa l'agitazione
In Alta Irpinia continua la protesta, mentre ad Ariano è stata sospesa l’agitazione annunciata dal 21
al 26 ottobre. A Sant’Angelo dei Lombardi proclamano lo stato di agitazione e sette giorni di
astensione dalle udienze gli avvocati, per manifestare contro le criticità del trasferimento nelle
strutture di Avellino. La decisione è emersa nella giornata di ieri, nel corso di una infuocata
assemblea, convocata nell’aula magna dell’ex tribunale altirpino. Dopo la Cgil Funzione Pubblica
di Avellino, che si è espressa sulle condizioni di disagio dei lavoratori, e sull’affanno del presidio
della città capoluogo a sostenere il carico di lavoro aggiuntivo del tribunale di Sant’Angelo dei
Lombardi, insorge anche la classe forense. “A venti giorni dalla chiusura del foro di Sant’Angelo
abbiamo ritenuto opportuno sollevare delle criticità rispetto alla transizione ad Avellino, che sono
state messe nero su bianco e inviate al Consiglio Nazionale Forense per una opportuna valutazione”
ha annunciato ieri l’avvocato Giuseppe Palmieri in assemblea. Un’assemblea convocata dal
consiglio dell’ordine guidato da Bruno Salzarulo non solo per avere un resoconto sull’iter
procedurale in corso circa il trasferimento del personale, degli arredi e dei fascicoli, ma soprattutto
per mettere in luce i disagi dell’avvocatura. Dopo le procedure di trasferimento, infatti,
l’accorpamento effettivo dei due presidi risulta completato da circa una settimana, ovvero dalla data
di ripristino delle udienze calendarizzate per le cause registrate a Sant’Angelo dei Lombardi. “Ci
avevano garantito che Avellino non avesse nessun problema ad ospitarci, ma non è stato così: siamo
stati presi in giro, e non possiamo sentirci avvocati di serie B” hanno denunciato. Determinato
invece a trovare un punto di incontro e tentare una mediazione, il presidente Salzarulo, contestato
dagli avvocati, “A causa di avere illustrato una ricostruzione rosea dell’accorpamento”, e che ha più
volte ribadito di avere incontrato la disponibilità del presidente avellinese Massimo Amodio a
favorire l’adattamento dell’avvocatura e dei magistrati nel plesso di città. “La commissione di
manutenzione ha ufficializzato che lo stabile dell’ex distretto militare è stato destinato alla sezione
lavoro e agli ufficiali giudiziari, mentre nella prossima riunione del 22 ottobre, avremo notizie certe
anche sugli archivi” ha spiegato il presidente. Sulla questione degli archivi, inoltre, sarebbero
emerse due soluzioni: i faldoni delle cause in corso andrebbero nella sede del tribunale, mentre gli
altri, nei locali di Via Palatucci. “Anche i giudici vivono una condizione precaria, e sono costretti a
fare udienza in aule troppo piccole” sollevano. Stando a quanto confermato dalla classe forense, le
udienze svolte la scorsa settimana hanno messo in luce tutti disagi del personale, dalle cancellerie,
agli ufficiali giudiziari, dalle file interminabili per le notifiche e al disagio dei magistrati. “Avevamo
chiesto responsabilmente una proroga, e invece facciamo i conti con l’indecorosità dell’ambiente,
siamo stretti come le sardine, insistono problemi di sicurezza e c’è il rischio che possa crollare il
solaio”. Altra argomentazione sostenuta in aula, l’inadempienza del provvedimento adottato da
Avellino circa il rispetto della clausola di invarianza: “Se il tribunale di Sant’Angelo è stato chiuso
per risparmiare, perché il Comune di Avellino ha dovuto azzardare nuovi investimenti per
riqualificare altre strutture? L’obiettivo non è stato raggiunto, ed è causa di dispendio di risorse”
tuonano dai banchi. La prima settimana di prova nel nuovo circuito giudiziario non ha dato i
risultati sperati, così come sembra perpetrarsi l’utilizzo degli uffici di Sant’Angelo dei Lombardi da
parte degli ufficiali giudiziari, che continuano a lavorare negli uffici altirpini.
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LECCE PRIMA
Giustizia al collasso. Confsal punta il dito contro la nuova geografia dei tribunali
Convegno sindacale per tirare le somme della controversa riforma: "80milioni di euro si potevano
recuperare con taglio degli stipendi dei parlamentari". Disagi a lungo termine per lavoratori e
utenti. La soluzione? In una quota del Fug
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LECCE - Ottanta milioni di euro da recuperare sedutastante. Neanche molti, a detta del
segretario generale nazionale di Confsal Unsa, Massimo Battaglia, che dall’hotel Tiziano di
Lecce ha lanciato la sua invettiva, a tutto tondo, contro la riforma ‘epocale’ della geografia
giudiziaria. Soldi che si potevano risparmiare,a suo dire, mediante un semplice taglio degli stipendi
e degli emolumenti dei parlamentari: operazione che avrebbe permesso di racimolare persino di più.
“Invece si è preferito massacrare la farraginosa macchina giudiziaria, portata avanti
quotidianamente e con fatica, da migliaia di dipendenti il cui ruolo non viene preso in
considerazione”.
L’analisi del provvedimento preso dal ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, come una
falce, rastrellerà tutte le sedi periferiche dei tribunali italiani (circa mille uffici sul territorio
nazionale) è al centro del convegno organizzato da Confsal Unsa. Tre giorni per organizzare la
contro – risposta al “massacro della giustizia italiana”, per usare le parole del segretario nazionale
che spiega, però, non volersi occupare di proteste in quanto tali. Quanto, piuttosto, di voler
predisporre un’ alternativa per ottenere quel finanziamento pubblico indispensabile per risollevare
le drammatiche sorti in cui versano sia i palazzi di giustizia, sia gli istituti penitenziari.
Lo sguardo dei sindacalisti è ovviamente puntato su disagi e disservizi, immediati e di lungo corso,
scaricati innanzitutto sul personale. E sull’utenza, ancora ignara dei possibili risvolti. Ma questa
battaglia, diversamente da altre note polemiche sull’argomento, “non vuole essere una guerra di
concetto o basata sulla sola affermazione di un diritto”. Ci tiene a precisarlo il segretario nazionale,
così come ci tiene a ribadirlo il collega della segreteria regionale Giovanni Rizzo: “La nostra
posizione è contraria ad un taglio lineare ed indiscriminato,ma non abbiamo mai creduto che non
fosse necessario riordinare la macchina giudiziaria, a partire dagli accorpamenti delle sezioni
distaccate”.
Il risultato finale di questo percorso intrapreso dai vari governi, fino all’esecutivo di Gianni
Letta, lascerebbe però molto a desiderare. E già più di qualcuno aveva lanciato l’allarme di un
rischio collasso per le attività di alcuni circondari provinciali. “La prima legge delega in materia
disponeva la sola riduzione del numero degli uffici. In provincia di Lecce, ad esempio, i tribunali di
Nardò, Maglie e Casarano possedevano tutti i requisiti richiesti per mantenere l’esercizio”, spiega
Rizzo.
La chiusura drastica, arrivata con l’esecutivo guidato da Mario Monti e confermata dal suo
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successore Gianni Letta, non avrebbe tuttavia incrociato particolari resistenze né da parte
dell’avvocatura associata (“che da un accentramento della clientela ha tutto da guadagnare”) né dal
corpo della magistratura. Tuttavia, il trasferimento di atti, faldoni, processi verso la sede principale
(Lecce in questo caso),a detta del sindacato, non solo provocherebbe confusione ed inconvenienti
logistici, ma viaggerebbe in direzione contraria rispetto al principio costituzionale del
decentramento.
Pur tralasciando quegli effetti collaterali di “secondaria importanza” come la mobilità ed il
pendolarismo degli addetti ai lavori, ed il riverbero negativo sul piccolo indotto economico che
sorge in prossimità delle sedi periferiche (vedi bar e fornitura per la cancelleria), “l’emergenza resta
totale”. Il tribunale di Lecce è già alle prese con surplus di lavoro cui non corrisponderebbe
un’adeguata dotazione organica: parte del personale non ha ancora fatto armi e bagagli per
trasferirsi nel capoluogo. E questo perché rimangono gli arretrati della giustizia civile da smaltire
negli uffici di Maglie e Nardò, mentre la sede di Casarano è rimasta provvisoriamente aperta in
attesa del giudizio del Tar.
Ma i danni peggiori, conferma il segretario Rizzo, si manifesteranno col tempo. Quando la
macchina oliata dalla nuova geografia giudiziaria comincerà a funzionare a pieno regime. Quando
per ogni documento, processo e testimonianza che sia, gli utenti dovranno recarsi a Lecce. Quando i
giovani avvocati autonomi dovranno abbassare le tariffe per reggere la concorrenza. E quando
anche l’ultimo baluardo della giustizia periferica (cioè gli uffici del giudice di pace) cadrà nel mese
di aprile 2014. “La città barocca, a quel punto, si troverà completamente sprovvista di locali idonei,
considerato che il sindaco Paolo Perrone ha già dichiarato la mancanza di disponibilità economica
per affittarne degli altri”, conferma il sindacalista.
“Per molti anni la politica non si è occupata di questo pezzo d’Italia e quando si parla di giustizia lo
si fa unicamente nella direzione di salvare un singolo parlamentare – polemizza Battaglia dai locali
del Tiziano -. La verità è che in molti tribunali si ha un accesso senza controllo, al punto da poter
introdurre qualunque cosa, persino un bazuka. E che se ci mettessimo d’impegno, riusciremmo a far
chiudere almeno il 20 percento dei palazzi giudiziari e delle carceri nazionali”.
Se la macchina necessita di soldi per rimettersi in sesto, una via d’accesso sarebbe in quel Fondo
unico della giustizia (Fug) equamente ripartito tra i tre ministeri del Tesoro, della Giustizia e
dell’Interno. Nel caso del dicastero della giustizia però, eccezionalmente, neanche un euro in più
finisce nelle tasche dei lavori. “La commissione giustizia della Camera dei deputati ha
espressamente chiesto di modificare la legge per permettere di dirottare una quota del Fug a
beneficio dei dipendenti, ma il Parlamento ha cestinato l’ipotesi”, spiega Battaglia. La soluzione del
sindacato Confsal Unsa sarebbe proprio in questa eccezione giuridica: devolvere una parte a
beneficio dei lavoratori, mediante una previsione giuridica. E non attraverso una modifica del
contratto collettivo nazionale di categoria. “Se non saremo in grado di farci ascoltare dal ministro
Angelino Alfano su questo punto – conclude il segretario nazionale – perderemo senz’altro la
partita”.
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INTERNO 18
"Qui è il caos", gli avvocati sammaritani annunciano battaglia
Astensione dalle udienze dal 4 al 12 novembre: lo ha deciso il Consiglio dell'Ordine
SANTA MARIA CAPUA VETERE - Il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati, nella seduta del 9
ottobre, ha proclamato un'ulteriore astensione dalle udienze (civili, penali, amministrative,
tributarie) dal 4 al 12 novembre. Gli avvocati protestano contro i provvedimenti di accorpamento
degli Uffici Giudiziari che hanno reso difficile e a volte impossibile l’esercizio del diritto di difesa.
Una vibrante nota di protesta è stata indirizzata ai responsabili dell’attuale condizione in cui versa la
Giustizia nel circondario. "I disagi maggiori - spiegano in un documento gli avvocati - sono quelli
che registriamo quotidianamente all’UNEP: è presso detti uffici che le improvvide decisioni di chi
amministra la giustizia hanno creato il caos che mortifica la dignità dell'avvocato. Gli unici
strumenti di lotta (legale) sono la protesta, la denuncia e l’astensione".
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ALTALEX
Procedimento disciplinare avvocati: CNF invia bozza di regolamento a ordini
Avviata la consultazione sulla bozza di regolamento sul nuovo procedimento disciplinare
15/10/2013 - Il CNF ha inviato ieri a Ordini, Unioni, Cassa, Oua e Associazioni maggiormente
rappresentative la bozza di regolamento di disciplina del nuovo procedimento disciplinare,
approvato dal plenum lo scorso 27 settembre
Come sempre la consultazione avverrà in via telematica e il termine di scadenza per l’invio delle
eventuali osservazioni è il 30 novembre.
La bozza di regolamento sul procedimento disciplinare si aggiunge a quella attinente alle Norme
per la elezione dei componenti dei consigli distrettuali di disciplina (CDD), approvata a fine luglio e
inviata agli Ordini che dovranno esprimersi entro il 15 novembre.
Il nuovo sistema disciplinare, riformato dalla legge 247/2012 e improntato alla terzietà dell’organo
disciplinare e a maggiori garanzie per l’incolpato, entrerà in vigore il primo gennaio 2015.
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IL QUOTIDIANO DI CALABRIA – Catanzaro
L'accusa lanciata durante un convegno: «Liquidazioni al ribasso del 50 per cento»
Tariffe, Foro insoddisfatto
Gli avvocati dell'Anf denunciano: «Svilito il nostro ruolo»
Le nuove normative sui rapporti che intercorrono fra cliente e avvocato, in particolare riguardo
tariffe e compensi, non soddisfano la gran parte degli avvocati e sono state al centro dell'incontro
promosso dall'associazione nazionale forense e da Fondoprofessioni, presso la sala consiliare del
Comune. I risvolti pratici per il Foro crotonese nei rapporti con l'organo giudicante al momento
della liquidazione, illustrati dall'avvocato Giuseppe Albanese, «sviliscono il ruolo dell'avvocato nel
processo», quando, «con parametri ridotti dal 30 al 50%», una volta emessa la sentenza, il giudice
applica i nuovi criteri al ribasso. Il ruolo dell'associazionismo forense, che deve essere «più attivo,
vigile, presente e reattivo» è stato dunque auspicato da Vincenzo Medici, segretario della sezione
crotonese dell'Anf, per cui le istanze della categoria - benché ampiamente presente in parlamento,
ma dedita agli interessi «solo di una persona», facilmente intuibile chi - non sono state
particolarmente incisive, «ad esempio circa la riforma dell'ordinamento forense sancita a Bari».
E' stato Cesare Piazza, principe del Foro di Firenze, già presidente dell'Oua, a discernere della
«trasformazione della figura del professionista intellettuale», e dei passaggi normativi che hanno
prodotto i mutamenti normativi, «dalla tariffa ai parametri». Questi, applicati, giovano quasi
esclusivamente a patrocinanti in cassazione e avvocati d'affari, o chi abbia in essere cause di
rilevanza. Il suo ex cursus parte dal Decreto ministeriale 140 del 2012 e dal Decreto Cresci Italia del
2012. E' la stessa reciprocità col cliente a mutare, poiché il cliente stesso «diviene consumatore e la
libera professione forense è praticamente equiparata a quella dell'imprenditore», ottemperando la
Direttiva europea 83 del 2011. Dunque il Codice del consumo del 2005 considera vessatorie talune
clausole e definisce contratto asimmetrico alcune caratteristiche «che difficilmente non sono
presenti nella professione legale».
L'abbassamento dei parametri per la liquidazione dei compensi da parte del giudice, inoltre,
contraddice l'articolo 2233 del Codice civile e la Legge professionale forense, per cui « pattuizione
dei compensi dovrebbe essere libera», precisa Piazza. In sostanza, i compensi debbono ora essere
formulati in forma scritta, al momento dell'assegnazione dell'incarico, e sottoscritti dal cliente meglio: «dal consumatore» -gli oneri di spesa previsti in base a caratteristiche quali «la complessità
dell'incarico, la quantità, qualità, novità, la reperibilità dei documenti, la necessità di concerto con
professionisti e consulenti». Tali indicatori, in tutto dieci parametri, sono solo ipotizzabili, espressi
ex ante. «In una scala da zero a cento, secondo dieci parametri, valutati da zero a dieci, sono
espressi al momento della firma del contratto fra avvocato e cliente consumatore», spiega ancora
l'avvocato Piazza. Questo determina spesso la liquidazione di compensi molto bassi, solo al
momento della sentenza. I nuovi parametri forensi hanno prodotto disagi anche nel foro di Crotone.
L'aspetto è stato poi approfondito da Giuseppe Albanese. In particolare, cita il caso diun collega che
ha ricevuto l'incarico nel 2005, la cui causa è finita nel 2010, che attende la sentenza, per la
liquidazione giudiziale. Inoltre, sottolinea «l'applicazione dei parametri ai minimi, anche per cause
non poco complesse». Dunque, Albanese preconizza un maggiore ruolo dell'associazionismo
forense, evitando «la concorrenza al ribasso» su tariffe e compensi, ponendo «le giuste pressioni
sull'autorità giudiziale per le liquidazioni». Antonio Oliverio
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IL SOLE 24 ORE
Albi & mercato. Il Cup, guidato dalla presidente Calderone, dal ministro D'Alia
Gli Ordini saranno esclusi dalla spending review
Gli enti sono finanziati dalle quote degli iscritti
La spending review non è applicabile agli Ordini professionali. I professionisti lo gridavano a gran
voce da tempo, ma ieri è arrivata anche la conferma da parte del ministro per la Pubblica
amministrazione, Gianpiero D'Alia, che ha incontrato a Palazzo Vidoni i rappresentanti del
Comitato unitario permanente degli Ordini e Collegi professionali (Cup).
«Siamo molto soddisfatti dell'incontro – spiega il presidente del Cup, Marina Calderone – perché il
ministro ha riconosciuto la specialità degli Ordini, che sono sì enti di diritto pubblico, ma sono
anche autofinanziati dalle quote degli iscritti». Questo, in sostanza, li mette al riparo dal taglio degli
organici previsto dal decreto per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione della pubblica
amministrazione. Organici che «soprattutto nelle sedi locali, sono già ridotti all'osso», sottolinea
Calderone.
Questa non è, in verità, la prima esclusione: già una sentenza della Corte di giustizia europea aveva
escluso gli Ordini professionali dalla normativa sugli appalti pubblici, proprio in funzione delle loro
entrate, che arrivano dai professionisti stessi.
Al centro del confronto con il ministro D'Alia c'è stato anche l'avvio di un tavolo di lavoro che
valorizzi il contributo degli ordini alle politiche di semplificazione avviate dal Governo. Quello
degli Ordini, secondo il ministro, è un ruolo «di cerniera» nel rapporto tra cittadino, imprese e Pa e
il loro contributo «è prezioso sia in termini di proposte, che di verifica dell'attuazione delle norme di
semplificazione fino qui approvate».
Piena disponibilità a partecipare al tavolo operativo è arrivata dal presidente Calderone: «Gli Ordini
potranno dire la loro grazie alla conoscenza dei vari settori, in questo modo le semplificazioni che
saranno adottate saranno davvero utili e non si trasformeranno in nuovi adempimenti inutili». Il
riferimento è, per esempio, alla norma che obbliga i consigli territoriali a comunicare
quotidianamente gli indirizzi Pec di tutti gli iscritti, anche quando non sono intervenute modifiche
rispetto al giorno precedente. «Questa – spiega il presidente del Cup – è solo una delle misure che
abbiamo chiesto di semplificare. Al ministro sono chiare le nostre priorità e c'è la volontà da parte
di tutti di migliorare il disegno di legge».
Il ministro per la Pa ha presentato, sempre ieri, la consultazione pubblica sulle "100 procedure più
complicate da semplificare", rivolta alle oltre 4milioni di imprese iscritte nel sistema delle Camere
di commercio. Francesca Milano
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ITALIA OGGI
Intesa Cup-Ministero per la p.a. Ruolo attivo anche per cittadini e imprese
Semplificazioni, è l'ora
Ordini in campo per alleggerire la burocrazia
Ordini professionali in primo piano per la valutazione, il monitoraggio e l'attuazione delle
semplificazioni burocratiche. È un ruolo fondamentale quello che il ministro della pubblica
amministrazione Giampiero D'Alia ha assegnato ieri ai professionisti durante un incontro svoltosi, a
Palazzo Vidoni, a Roma, con i rappresentanti del Comitato unitario permanente degli ordini e
collegi professionali (Cup). Il ministro ha proposto l'apertura immediata di un tavolo tecnico sulla
semplificazione, chiedendo agli ordini di partecipare non solo per arricchire con proposte concrete il
testo del decreto semplificazione pubblica amministrazione, in discussione al Senato, presso la
Commissione affari costituzionali, ma anche per valutare e monitorare le circolari di applicazione
delle norme sulla p.a. inseriti nel decreto del Fare (dl n. 69 del 2013, convertito in legge 9 agosto
2013 n. 98). Piena disponibilità a partecipare al tavolo è stata data dal presidente del Cup Marina
Calderone, che ha assicurato la presenza ai lavori di una delegazione ristretta in rappresentanza di
tutte le aree di competenza. Ma la realizzazione della riforma sulle semplificazioni passa anche
dalla conoscenza delle nuove norme e dalla loro attuazione da parte delle imprese. Per questo
D'Alia, sempre nella giornata di ieri, ha lanciato un'iniziativa, realizzata insieme ad Unioncamere,
con cui i vantaggi e le opportunità delle nuove disposizioni sulle semplificazioni saranno portate
telematicamente a conoscenza di 4 milioni di imprese con la Guida alle semplificazioni del decreto
del Fare, un vademecum, realizzato dal dipartimento della Funzione pubblica, contenente una
sintetica descrizione delle novità in tema di decertificazione e taglio degli oneri burocratici a carico
delle imprese. Mettendole così in condizione di risparmiare fino a 500 milioni di euro l'anno. «Il
tema delle semplificazioni è un tema complesso. Le riforme hanno effetto solo se si fanno con la
collaborazione dei principali protagonisti», ha detto il ministro illustrando l'iniziativa presso la sede
di Unioncamere, a Roma. «Le semplificazioni non possono essere tali se non sono conosciute e
dunque applicate. Il nostro intento è quello non solo di introdurre nuove normative, ma di farle
conoscere e poi monitorare se la loro attuazione è utile e ben fatta dalle pubbliche
amministrazioni». Nell'ambito della stessa iniziativa partirà anche una consultazione pubblica,
realizzata con l'Anci, la conferenza dei presidenti e l'Upi, sulle «100 procedure da semplificare»:
fino al 15 dicembre 2013, sul sito www.funzionepubblica.gov.it, tutti i cittadini potranno indicare le
procedure più complicate fornendo una sorta di «black list» al governo sulle materie più urgenti su
cui intervenire con altre semplificazioni. «L'iniziativa è un punto di svolta perché la semplificazione
è uno strumento strategico e straordinario di cui il nostro paese ha bisogno», ha commentato il
presidente Unioncamere Ferruccio Dardanello. «Siamo fieri di essere al fianco del governo per
mettere le imprese italiane che hanno ancora l'ambizione di poter vincere delle sfide nelle
condizioni giuste per farlo». Giusy Pascucci
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ITALIA OGGI
Revisione, l'equipollenza è un parto complicato
Revisori legali ancora senza normativa e pure senza la possibilità di accedere al registro. I due
ministeri, giustizia ed economia, incaricati dal decreto legislativo 39/10 di emanare i provvedimenti,
continuano infatti a rimpallarsi le bozze dei testi normativi. E neppure il dietrofront dell'economia
di due settimane fa sulla disciplina da applicare fino all'entrata in vigore della nuova normativa è
servito a qualcosa, visto che per i 3 mila giovani dottori commercialisti, l'accesso continua ad essere
negato. Ora i fari sono puntati sul regolamento attuativo dell'art. 4 del dlgs 39/10, la cui bozza
circolò oltre un anno fa, che avrebbe dovuto da tempo definire l'esame di idoneità professionale, i
casi di equipollenza con esami di Stato per l'abilitazione all'esercizio di professioni regolamentate e
le eventuali integrazioni. Secondo alcune indiscrezioni, infatti, quel provvedimento giace nelle
stanze del ministero dell'economia dopo che Via Arenula avrebbe accolto la presunta posizione
della Commissione europea (mai ufficializzata) secondo la quale una eventuale norma nazionale
che stabilisca l'equipollenza senza esame integrativo si porrebbe in contrasto con la direttiva
2006/43/Ce. Secondo la bozza di regolamento in questione tutti i professionisti (commercialisti,
esperti contabili e avvocati) che si iscriveranno ex novo al registro dovranno sostenere una prova
d'esame che attesti le conoscenze specifiche richieste dalla revisione. Per loro saranno, comunque,
previsti esoneri per le specifiche aree: per i commercialisti, si tratta dello «sconto» dalle due prove
scritte, ma non dall'esame pratico sui principi di revisione internazionale e di deontologia.
Comunque per i professionisti economico-contabili che di revisione si occupano per legge si parla
di esame integrativo, mentre per i dipendenti pubblici la norma prevederebbe un esonero anche per
singole materie a patto che abbiano superato un esame alla Scuola superiore della pubblica
amministrazione. E proprio di equipollenza sono tornati a parlare Enrico Zanetti e Lorenzo Dellai,
rispettivamente responsabile professioni e capogruppo alla camera di Scelta Civica, che ieri hanno
incontrato il ministro della giustizia Annamaria Cancellieri. I parlamentari hanno esposto al
guardasigilli il convincimento che nulla osti alla piena equipollenza: «La normativa europea e
quella di recepimento nazionale», ha spiegato Zanetti, «stabiliscono espressamente la possibilità di
prevedere equipollenze laddove ne sussistano i presupposti e il Ministero dell'università con proprio
parere, ha detto già da tempo che nel caso dei commercialisti questi presupposti sussistono». Una
posizione giuridica non confermata ma neppure negata dalla giustizia. Benedetta Pacelli
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ITALIA OGGI
Aumentano le assunzioni tra le professioni economiche e sanitarie. Giù le tecniche
Cresce l'occupazione negli studi
In sei mesi 8 mila nuovi posti di lavoro, soprattutto al Sud
Nonostante la crisi, il settore degli studi professionali continua a macinare nuovi posti di lavoro. Nei primi
sei mesi del 2013 quasi 8 mila lavoratori, tra impiegati e apprendisti, hanno trovato un impiego stabile presso
gli studi di avvocati, notai, commercialisti, medici, dentisti, architetti e ingegneri. Tra gennaio e giugno
2013, infatti, sono stati assunti 26.287 impiegati e 4.313 apprendisti. Nello stesso periodo, i rapporti di
lavoro cessati sono stati 20.492 tra gli impiegati e 2.170 tra gli apprendisti. Il saldo complessivo, tra nuovi
assunti e posizioni lavorative cessate, resta ampiamente positivo e si attesta sulla soglia record di 8 mila
assunzioni, superiore rispetto ai 6.532 neoassunti di tutto il periodo del 2012. Un dato nettamente in
controtendenza nel mercato del lavoro in Italia, che ha registrato nel secondo trimestre dell'anno una
diminuzione degli occupati pari a 585 mila unità.
Lo rende noto Confprofessioni, la Confederazione italiana libere professioni, che ha incrociato i dati Inps
sulle posizioni lavorative attive e le cessazioni nel periodo 1° gennaio-30 giugno 2013. Dai dati
Confprofessioni emergono importanti novità che ridisegnano la geografia occupazionale negli studi
professionali. Se, infatti, il Nord si conferma come principale volano dell'occupazione per gli studi, con quasi
5 mila assunzioni, al netto delle posizioni cessate, le regioni del Sud sono certamente le più dinamiche, con
quasi 2 mila nuovi posti di lavoro creati. Un dato che supera le regioni del Centro, dove il saldo
occupazionale si attesta a quota 1.600 unità. «Questi dati confermano la vivacità del settore professionale
che, nonostante la crisi economica, riesce ancora a creare occupazione», commenta il presidente di
Confprofessioni, Gaetano Stella. «Probabilmente gli ultimi provvedimenti normativi e le agevolazioni
introdotte dal legislatore hanno dato una spinta positiva al mercato del lavoro e, da questo punto di vista, il
settore professionale si è mostrato il più reattivo».
A trascinare la ripresa occupazionale negli studi professionali sono in gran parte giovani e, comunque,
persone che si affacciano al mercato professionale attraverso un contratto di apprendistato. Tra nuove
assunzioni e cessazioni, il saldo occupazionale è pari a 2.296 apprendisti che hanno trovato uno sbocco
all'interno di uno studio professionale. «Quale parte sociale del settore delle professioni abbiamo voluto
vedere da vicino la realtà occupazionale all'interno dei nostri studi» continua Stella. «Si tratta di numeri
importanti che testimoniano lo sforzo compiuto dai professionisti-datori di lavoro a favore dei giovani e dei
nuovi profili professionali che operano all'interno degli studi».
Scomponendo i dati per attività emergono poi le professioni più attive sul mercato del lavoro. In cima alla
graduatoria dell'occupazione negli studi svetta l'area economico-amministrativa (commercialisti, consulenti
del lavoro e studi di consulenza amministrativo-gestionale), che presenta un saldo occupazionale positivo
pari a 2.053 unità. Al secondo posto si piazzano le attività sanitarie (medici generici, ambulatori e
poliambulatori, medici specialisti, studi odontoiatrici e veterinari), con un saldo positivo pari a 1.200 unità.
Sostanziale equilibrio occupazionale, invece, nelle professioni giuridiche (avvocati e notai), dove le 1.505
assunzioni sono state azzerate dalle 1.507 posizioni lavorative cessate. In terreno negativo, infine, le
professioni dell'area tecnica (studi di architettura e ingegneria, geometri, periti industriali, agrari, geologi_)
dove la bilancia occupazionale registra una contrazione di 134 posti di lavoro persi nei primi sei mesi
dell'anno.
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ITALIA OGGI
L'analisi
Lo schema Youth Guarantee alla prova del modello italiano
di Gaetano Stella - Presidente di Confprofessioni
Tutti i giovani fino a 25 anni devono ricevere una offerta di lavoro di qualità, o un percorso
formativo o uno stage o un apprendistato entro quattro mesi dalla perdita dell'ultimo impiego o dalla
fine degli studi. Su tale assunto si basa il sistema Youth Guarantee proposto dalla Commissione
europea, che invita gli Stati membri a creare delle reti di partenariato molto solide tra tutti gli
interlocutori, con il coinvolgimento e l'intervento dei centri per l'impiego e altri servizi di
orientamento e formazione professionale al fine di prendere in carico i giovani nella fase di
transizione dalla scuola al mercato del lavoro e/o dopo aver perso l'ultimo impiego.
Non si può non condividere il sistema della «Garanzia Giovani» come un'occasione di
fondamentale importanza per il rilancio dell'occupazione giovanile in Italia, dove un giovane su
quattro non trova lavoro.
Tuttavia, occorre effettuare scelte oculate che tengano in adeguata attenzione le esigenze e le
problematiche italiane, anche alla luce della rilevanza dell'obbiettivo strategico e dell' ammontare di
risorse messe a disposizione dall'Unione europea. Secondo l'Unione europea il sistema Youth
Guarantee deve trovare solide fondamenta negli stakeholders, dove le parti sociali ed in particolare
le organizzazioni giovanili delle stesse devono avere un ruolo determinante. Se così non fosse, sarà
difficile per la struttura di missione prevista dal decreto Giovannini agire nella giusta direzione. In
questo ambito, Confprofessioni, quale organizzazione di rappresentanza dei liberi professionisti che
stipula il Ccnl studi professionali, non può sottrarsi a una riflessione sulle criticità del mercato del
lavoro.
In Italia le risorse impegnate in politiche attive sono ancora troppo esigue rispetto agli altri Paesi
comunitari. Per ciascun disoccupato italiano vengono spesi mediamente 2.600 euro in politiche
passive a fronte di 210 euro in politiche attive. In Germania, invece, si spendono 4.700 euro per
politiche passive e 3.180 per quelle attive. Tale quadro deve essere necessariamente ribaltato. Ciò
non significa necessariamente aggiungere ulteriori risorse a quanto attualmente viene posto a
bilancio per le politiche attive, occorre piuttosto pensare ad una ottimizzazione dei sistemi di
gestione dei soggetti coinvolti nella intermediazione nell'incontro tra domanda e offerta di lavoro,
nella formazione e negli ammortizzatori sociali che preveda anche forme di condizionalità delle
politiche passive rispetto a quelle attive.
In diverse sedi parlamentari, Confprofessioni ha ricordato come in Italia vi sia un incremento di
produzione normativa in materia lavoristica che toglie certezza agli operatori e che ha l'effetto di
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lasciare inattuate disposizioni che prevedono strumenti anche validi, ma che restano solo sulla carta.
Se l'obiettivo della «Garanzia Giovani» è quello di assicurare agli under 35 un percorso formativo o
uno stage o un apprendistato entro quattro mesi dalla perdita dell'ultimo impiego o dalla fine degli
studi non si può allora dimenticare che, con la legge 111/2011, le scuole superiori di secondo grado
e le Università sono autorizzate a svolgere attività di placement. Dunque, già oggi un soggetto che
rientra nel target della Youth Guarantee avrebbe la possibilità di trovare nel proprio istituto
formativo un punto di incontro tra domanda e offerta di lavoro. Ben poche sono però le Istituzioni
scolastiche che si sono adeguate alla legge.
Il tema dei servizi per l'occupazione è centrale e deve essere approfondito in modo particolare
perché riguarda da vicino il ruolo dello Stato e del privato nell'incontro tra domanda e offerta di
lavoro ed è il perno del sistema «Garanzia giovani». I dati del recente monitoraggio del Formez
dimostrano le differenze tra sistema privato e pubblico in relazione a diversi aspetti dell'incontro tra
domanda e offerta di lavoro: competenza del personale delle agenzie private rispetto a quello dei
centri per l'impiego; disponibilità in termini di ore del personale degli uffici; conoscenza della realtà
produttiva territoriale in maniera da individuare in modo maggiormente adeguato i contesti in cui
collocare i disoccupati.
Il quadro che emerge dall'indagine Formez è desolante per il settore pubblico e, nonostante tutto, da
più parti arrivano proposte che mirano a rafforzare le competenze ed il personale dei centri per
l'impiego. Sicuramente è importante dotare tali strutture della strumentazione adeguata a diventare
un punto di riferimento per il territorio, ma è evidente che la sussidiarietà operativa deve diventare
altresì un concetto fondamentale. La chiave di volta dovrebbe invece essere l'ottimizzazione di
quanto è già a disposizione.
In questo senso occorre rilevare che sia la raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea del
22 aprile 2013 sulla garanzia dei giovani, sia le modifiche apportate dalla legge 92/2012 al dlgs
181/2000 (art. 3), prevedendo i «Livelli essenziali delle prestazioni concernenti i servizi per
l'impiego» per contrastare la disoccupazione di lunga durata e per i beneficiari di ammortizzatori
sociali, spingono a porre al centro di ogni ragionamento e riflessione i servizi essenziali da offrire
soprattutto nei confronti di target di cittadini deboli a prescindere dalla natura giuridica del soggetto
che eroga il servizio stesso.
Implementare la «Garanzia dei giovani» senza riflettere su cosa non ha funzionato e senza definire
un progetto di miglioramento della performance comporterebbe un nuovo rischio di fallimento per
l'azione pubblica.
L'eventuale creazione di un'Agenzia nazionale per il lavoro potrebbe servire a verificare in termini
di livelli essenziali la performance delle strutture pubbliche e dei servizi erogati dai soggetti
autorizzati e accreditati e quindi condizionare le scelte politiche e l'allocazione di risorse. L'art. 6
del dlgs 276/2003 che prevede un certo numero di soggetti abilitati a svolgere l'attività
d'intermediazione con l'inclusione di quelli più vicini alla domanda e all'offerta era stato proprio il
frutto dell'esigenza individuare un servizio qualificato ed effettivo fondato sulla migliore
conoscenza delle realtà produttive.
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IL SOLE 24 ORE
INTERVISTA/Renzo Guffanti/Dottori commercialisti
Guffanti: «Alla Cassa non serve la contabilità pubblica»
«L'Economia ci impone il bilancio delle Pa ma noi dobbiamo ragionare sul lungo periodo»
Nuovo appuntamento, domani a Napoli, con "Previdenza in tour", gli incontri sul territorio
organizzati dalla Cassa dei dottori commercialisti. Per il presidente, Renzo Guffanti, sarà
l'occasione per fare il punto su nodi e prospettive delle Casse professionali.
Dottor Guffanti quali sono le novità per la Cassa? L'inclusione delle Casse nell'elenco Istat delle
pubbliche amministrazioni, che ha già causato diversi problemi in passato, facendo oscillare la
nostra natura tra il privato (come da Dlgs 509/94) e il pubblico, apre ora una nuovo fronte in
materia di bilancio. Tutto si lega a una serie di norme - la legge 196/2009, il Dlgs 91/2011 e il Dm
27 marzo 2013 - e la circolare applicativa, la numero 35, emanata dal Mef il 22 agosto. Viene
chiesto alle Casse di compilare e/o riclassificare i bilanci secondo criteri che li rendano omogenei a
quelli delle pubbliche amministrazioni, seguendo uno schema di conti codificato per interventi e
obiettivi, con una previsione di budget annuale e triennale. Un approccio singolare, visto che noi
ragioniamo per obiettivi di lungo periodo. Inoltre, il bilancio delle Casse è fatto per attivo/passivo e
costi/ricavi e non per entrate/uscite come nella Pa.
Qual è il problema in questo cambio di organizzazione della contabilità? Non è applicabile
nell'immediato. Il nostro sistema contabile è stabilito dallo Statuto, e da una serie di regolamenti che
devono passare il vaglio dei ministeri, l'ultimo aggiornamento, del 2012, approvato dai Ministeri
all'inizio dell'anno. Per cambiare il tipo di contabilità dobbiamo prima deliberare le modifiche,
adattando le fattispecie tipiche delle Pa alla nostra, e poi avere l'ok dei ministeri vigilanti. Noi non
abbiamo missioni o programmi come invece prevede la circolare, che si rifà alla logica del bilancio
pubblico. Inoltre, ci viene chiesto un budget triennale che alla nostra gestione, orientata sul lungo
periodo, non porta informazioni utili o significative, al contrario di quello che avviene con i conti
pubblici che deve verificare i fabbisogni a medio termine.
Una circolare tutta da "cestinare" quindi? Assolutamente no. Per la Pa, che offre servizi al
cittadino, è un importante passo avanti, perché rende omogeneo il sistema contabile a livello
nazionale, consente una verifica dell'efficienza, e nel contempo permette di avere chiara la
situazione globale. Il problema è che noi non siamo una Pa. Inoltre la norma che ci ha istituito, il
Dlgs 509/94, ci riconosce "autonomia organizzativa, gestionale e contabile" in evidente contrasto
con quanto siamo chiamati a fare dalle norme attuali.
Un modo per uscirne? Chiarire in modo inequivocabile che siamo Enti privati pur perseguendo un
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obiettivo di evidente interesse pubblico.
In merito ai "diritti quesiti" dei vecchi iscritti ci sono cambiamenti da segnalare?
Siamo in attesa di una norma che dia un'interpretazione autentica del comma 763 della legge
296/2006. Il problema è che una parte della magistratura interpreta quel comma riconoscendo la sua
efficacia solo riguardo alla determinazione dei trattamenti spettante agli iscritti liquidati dal 2007 in
poi, mentre noi chiediamo la completa messa in sicurezza della riforma del 2003, per altro
approvata dai Ministeri vigilanti, che ha cercato di ridurre le differenza di trattamento tra i vecchi
iscritti (che godono della pensione retributiva) e i nuovi. Auspichiamo che l'interpretazione
autentica del comma 763 trovi spazio già nella legge di Stabilità.
Avete altre iniziative per agevolare i giovani? Per tutti, ma è piaciuto molto ai giovani, c'è la
possibilità di rateizzare i contributi fino a 4 rate a scelta dell'iscritto (opzione da esercitare entro il
15 novembre), introdotta dal 2012 con modalità fissa in quattro rate, e resa più elastica in seguito a
delibera assembleare del 27 giugno 2013. Inoltre gli under 35 iscritti da meno di tre anni possono
essere esonerati dal versamento della quota fissa di contribuzione (poco meno di 3.300 euro,
sommando contributo soggettivo e integrativo,) e versare solo in base agli effettivi volumi di affari
e redditi prodotti. Federica Micardi
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IL DENARO
Cassa Forense, esclusione elettori
Ricorso dell’Associazione giovanile
L’Associazione Giovanile Forense (in sigla Agifor) presenta ricorso davanti al Tribunale Civile di
Roma contro l’esclusione – ritenuta illegittima – di oltre 56.000 avvocati dal corpo elettorale per le
recenti elezioni per il rinnovo del Comitato dei Delegati della Cassa Nazionale di Previdenza ed
Assistenza Forense. “In questi giorni – spiega il coordinatore nazionale di Agifor, Giovanni
Marchio – si stanno raccogliendo i mandati dei Colleghi (ricompresi tra i 56.000 esclusi dal voto)
che volessero intervenire nel procedimento. Voglio precisare che le eventuali spese legali, saranno
tutte poste a carico dell’Agifor nazionale”.
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ITALIA OGGI
L'incontro dell'Associazione nazionale con il sottosegretario Giuseppe Berretta
Giudici di pace, c'è delusione
Proroga di un anno, retromarcia rispetto alle promesse
di Vincenzo Crasto - Presidente Associazione nazionale giudici di pace
Nell'incontro svoltosi ieri in via Arenula con il sottosegretario alla giustizia Giuseppe Berretta
l'Associazione nazionale giudici di pace ha affrontato la questione dell'imminente scadenza di tutti i
magistrati in servizio e ha sottolineato il rischio di paralisi non solo della giustizia di pace, ma, di
riflesso, dell'intero sistema.
Una questione parzialmente affrontata nel disegno di legge di Stabilità 2914, approvato martedì
scorso dal consiglio dei ministri, che stabilisce una proroga di solo un anno per i giudici di pace in
scadenza, secondo la bozza disponibile fino a ieri pomeriggio.
Abbiamo chiesto il rispetto degli impegni assunti ed evidenziato che la previsione nella legge di
Stabilità di una semplice proroga per i giudici di pace, realizzerebbe una evidente marcia indietro
rispetto all'incontro del 17 luglio scorso con il ministro della giustizia, Rosanna Cancellieri, la quale
si era impegnata a uscire finalmente dalla logica delle proroghe e a valorizzare la magistratura di
pace. Invero la situazione ha un precedente: la medesima emergenza è stata risolta nel 2005 con la
previsione di un ulteriore mandato quadriennale. La mera proroga assesterebbe invece un colpo
durissimo alla dignità e all'autonomia e indipendenza del magistrato, peraltro privo da circa 20 anni
di coperture previdenziali ed assistenziali. Invero, le proposte di legge elaborate nel corso degli anni
trovano un minimo comune denominatore nella previsione di almeno tre ulteriori mandati
quadriennali per i magistrati in servizio.
L'Associazione nazionale giudici di pace sarebbe costretta a prendere atto che negli ultimi anni sono
stato assunti provvedimenti espressione di una patente volontà punitiva rispetto ad una magistratura
virtuosa, la più vicina al cittadino. Si pensi alla chiusura di poco meno di 700 uffici del giudice di
pace, per risparmiare la non iperbolica cifra di 26 milioni di euro. I cosiddetti saggi nominati dal
presidente Napolitano, di cui facevano parte due ministri dell'attuale governo (Mauro e
Quagliariello), oltre a Luciano Violante e Valerio Onida, hanno proposto nella relazione conclusiva
un ampliamento delle funzioni dei giudici di pace. Noi ci siamo detti prontamente disponibili, ma
fino ad ora tali idee sono rimaste lettera morta, mentre si è preferito dare spazio alla mediazione
privata (dove almeno una parte non si presenta nel 75% dei casi, dati ministero della giustizia), i cui
risultati è facile prevedere, come già in passato, non saranno determinanti per l'abbattimento
dell'arretrato.
Tutto ciò appare assolutamente incomprensibile: il giudice di pace è giudice di primo grado
appartenente all'ordine giudiziario, costituzionalmente previsto ed esercita delicatissime
competenze nei settori civile e penale. Anche la materia dell'immigrazione è di competenza del
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giudice di pace e il caso Shalabayeva di quest'estate è lì a ricordarlo. Al giudice di pace va
oggettivamente ascritto il merito di aver impedito il collasso della giustizia nel nostro paese.
Invero, secondo i più attenti analisti la questione del debito della giustizia può essere risolta in
modo strutturale e definitivo con un aumento delle materie attribuite alla cognizione del giudice di
pace, in tal modo deflazionando i tribunali.
L'agilità dei riti a disposizione consentirebbe di abbattere le lungaggini nel giro di un anno; inoltre i
costi sono molto contenuti, 83 milioni di euro nell'anno giudiziario 2008/2009 a fronte dei 4,2
miliardi, che l'Italia spende per il funzionamento della giustizia.
La magistratura di pace ha negli anni raggiunto ottimi risultati in termini di efficienza: ciascun
magistrato tratta circa mille procedimenti annui ed in media definisce un processo in meno di un
anno. Tutto ciò a fronte di una durata media dei giudizi di otto anni in Italia. Gli appelli sono
inferiori al 5%.
Lo stato italiano spende per l'irragionevole durata del processo ai sensi la legge Pinto alcune
centinaia di milioni di euro annui. Ad oggi il ministero ha un debito di 340 milioni di euro (fonte
sito internet ministero: news 11/07/2013), oltre ai 120 milioni comminati in sede europea. Tali
spese non sono dunque in alcun modo attribuibili alla giustizia di pace su cui pure gravano circa 2
milioni di procedimenti annui. Inoltre è ormai chiaro che il paese ha bisogno di una magistratura
laica di supporto a quella di carriera. Prova ne sia il fatto che con il cd decreto del fare sono state
create ulteriori figure di magistrati onorari, quali l'ausiliario del giudice. Lo stesso insistente ricorso
alla mediazione, dichiarata per alcuni aspetti incostituzionale, lo dimostra. Gli operatori del diritto,
memori dell'esperienza nella materia del lavoro, sanno bene che con ogni probabilità l'istituto
affidato a organismi privati non avrà alcun effetto benefico sul debito giudiziario del nostro paese.
I magistrati di pace chiedono meno rispetto a ciò che è stato concesso ad altri magistrati onorari: per
i magistrati tributari nel 2005 e per i magistrati onorari minorili nel 2010 è stata prevista una
stabilizzazione tout court. Finanche i conciliatori, precursori nel nostro ordinamento dei giudici di
pace, non avevano alcun limite di durata temporale. La continuità delle funzioni avrebbe altresì il
pregio di evitare disparità di trattamento tra i primi magistrati entrati in servizio nel 1995 e quelli
che li hanno seguiti nel 2002. I primi sono in servizio da 20 anni, i secondi scadrebbero dopo 12
anni.
Abbiamo infine manifestato al sottosegretario il disagio per una riforma che tarda ad arrivare da
oltre 10 anni e per la condizione di donne e uomini delle istituzioni che amministrano giustizia da
ormai un ventennio. In particolare la condizione femminile è grave. Il giudice di pace donna non ha
alcun tipo di sostentamento per il periodo della gravidanza.
In conclusione i giudici di pace chiedono di avere una maggiore serenità nel proprio lavoro con
l'individuazione nella legge di Stabilità di almeno due mandati quadriennali, previa duplice
valutazione di professionalità da parte del Consiglio superiore della magistratura e dei consigli
giudiziari. Tale previsione non è eccentrica rispetto agli orientamenti parlamentari ed è contenuta
nelle proposte di riforma che da in questa come nelle passate legislature sono state depositate.
Auspichiamo che proprio dalle camere possano giungere proposte migliorative in tal senso.
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IL GIORNALE DI NAPOLI
Le reazioni. Renzi: «Un provvedimento del genere, 7 anni dopo quello del 2006, è diseducativo, se
le celle sono di nuovo piene vanno cambiate le leggi»
Politici divisi: «E un`assurdità, non risolve il problema»
Un provvedimento di clemenza come l`amnistia o l`indulto «oggi sarebbe un`assurdità». Lo ha
detto il sindaco di Firenze Matteo Renzi a margine di iniziativa rispondendo ai giornalisti che gli
chiedevano di circostanziare la sua posizione contraria all`ipotesi di adottare provvedimenti di
clemenza nelle carceri. Un provvedimento di amnistia- indulto questo non significa che non
dobbiamo investire nelle carceri, o fare una riforma sulle misure alternative; ma se di nuovo le
carceri sono piene facciamoci una domanda: o cambiamo le leggi Bossi-Fini e Fini-Giovanardi
oppure si costruiscono nuove carceri». Renzi ha poi ricordato che nel 2005 quando fu attuato
l`indulto c`era la richiesta del Papa per un provvedimento di clemenza, una richiesta che fu valutata
bene e portò, l`anno dopo, effettivamente all`indulto. Oggi - ha concluso - ribadisco - sarebbe
un`assurdità».
Per il senatore Pd Nicola Latorre «quello del presidente Napolitano è un messaggio sull`emergenza
carceraria, e nel suo lungo, complesso messaggio vengono individuati una serie di interventi, al
termine della quale viene contemplata l`ipotesi di adottare misure straordinarie. Sei anni fa, quando
fu adottato il provvedimento di indulto nelle nostre carceri vi erano 60.000 detenuti. Ne uscirono
con l’indulto 26.000. Oggi, dopo 6 anni, ve ne sono 66.000. Questo significa che se noi non
adottiamo alcune misure di fondo, il problema non si risolve con amnistia e indulto ogni sei anni.
Occorre depenalizzare alcuni reati, cancellare alcuni reati intollerabili, come l`emigrazione
clandestina, o come quelli previsti della legge Giovanardi, rivedere le misure di carcerazione
preventiva, e in questo senso si può pensare di determinare provvedimenti straordinari». E sul
problema del sovraffollamento delle carceri si è espressa anche l`Anm che ribadisce il suo secco
«no all`introduzione di limiti al potere discrezionale del magistrato, che rendano difficile
l`applicazione delle misure cautelari anche di fronte a reati molto gravi».
L`Anm esprime perplessità sui disegni di legge presentati dalla presidente della Commissione
Giustizia della Camera, Donatella Ferranti e da Sandro e Gozi,(Pd) che introducono modifiche al
codice di procedura penale in materia di misure cautelari personali. «Abbiamo - forti perplessità che
possano avere grandi effetti sul sovraffollamento carcerario». «Non possiamo pensare di risolvere il
problema del sovraffollamento delle carceri ricorrendo ogni sette anni a strumenti come l`amnistia o
l`indulto» ha dichiarato la deputata Pd Daniela Sbrollini, vicepresidente commissione Affari sociali,
che spiega: «L`Europa si aspetta la risoluzione del problema alla radice, per questo serve
riprogrammare la politica carceraria. Abbiamo il dovere morale, oltre che giuridico, di porre
fine all`attuale situazione di sovraffollamento che lede la dignità e i diritti dei detenuti e rende
difficile il lavoro degli agenti penitenziari. Ma nostro compito ripensare anche alla giustizia, in
Italia eccessivamente lenta». «Dobbiamo avviare una discussione parlamentare continua la deputata
Pd - per adottare le misure legislative necessarie in tema di riduzione dell`area applicativa della
custodia cautelare, previsione di pene non carcerarie, depenalizzazione di alcuni reati,
potenziamento del sistema delle misure alternative alla detenzione, revisione delle limitazioni ai
benefici penitenziari e degli inasprimenti di pena ai condannati recidivi (legge ex Cirielli),
trattamento penale nei confronti degli stranieri (legge Bossi-Fini), trattamento penale e
terapeutico dei tossicodipendenti autori di reato (legge Fini-Giovanardi)».
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REPUBBLICA.IT
Volantino siglato Br davanti alla Procura
Annuncia attacchi ai palazzi di giustizia
Ieri agli uffici giudiziari è arrivato un falso allarme bomba, il giorno prima sulle scale dello stabile
di fronte alla Procura era stato trovato un volantino a firma Brigate Rosse con la stella a cinque
punte. Non ci sono prove di collegamento tra i due fatti
ATTACCO ai «palazzi di giustizia». Tre telefonate anonime che annunciano una bomba inesistente
al centralino degli uffici giudiziari (collocato dentro la procura in via Garibaldi) e soprattutto, il
giorno prima, un volantino a firma Brigate Rosse con la stella a cinque punte, fatto ritrovare sulle
scale di uno stabile proprio di fronte alla procura. Non ci sono prove di collegamento tra i due fatti,
avvenuti a poche ore di distanza, ma il sospetto sì. Le indagini di carabinieri e Digos sono in corso
per riuscire a risalire alla telefonista e per cercare di capire quale sia la reale provenienza del
volantino. Secondo le prime valutazioni, sembrano scarse le possibilità che provenga da un cellula
brigatista.
Il documento — una fotocopia — è stato rinvenuto attorno alle nove di mattina di martedì, sulle
scale dell’androne di “Casa Santangelo”, un palazzotto storico che ha il portone aperto dalle otto e
che si trova dirimpetto alla sede della procura. L’ha visto un avvocato che stava salendo in studio e
prima di prenderlo in mano per gli angoli e chiamare i carabinieri ha notato il simbolo della stella a
cinque punte e la scritta «Brigate rosse per il comunismo». Nel testo, considerato farneticante, si
lancia una campagna di attacchi (generici) ai «palazzi di giustizia» (non a persone) nelle città più
importanti d’Italia «dal 15 al 18 ottobre». Si fa riferimento alla manifestazione romana di domani e
del giorno successivo e si attacca il sistema della Giustizia dicendo che Berlusconi viene trattato
con tutti i favori mentre i proletari rimangono in cella. Nella città in cui è stato ucciso Marco Biagi,
un documento a firma Br viene preso sul serio, ma ci sono molti dubbi che sia autentico per la
forma della stella, l’intestazione e la stessa impostazione del testo. Potrebbe essere piuttosto
un’emulazione e, forse, un depistaggio da parte di altri gruppi.
Le indagini sono in corso anche per capire da dove abbiano avuto origine le telefonate ricevute in
sequenza ieri mattina dalla centralinista della procura, che smista le chiamate esterne a tutti gli
uffici giudiziari bolognesi. C’è stata una successione di tre telefonate attorno alle 9,20. La prima
muta, la seconda di una voce femminile che ha pronunciato le parole: «O chiudi o salta». E poi una
terza chiamata, ancora di una voce femminile: «C’è una bomba, dovete chiudere, c’è una bomba».
Se il gruppo è lo stesso, questo è stata una delle azioni preannunciate nel volantino. Il procuratore
capo Roberto
Alfonso ha trasmesso subito l’allarme a polizia e carabinieri, intervenuti coi cani per scoprire
esplosivo e metal detector, e anche al presidente del Tribunale Francesco Scutellari e al procuratore
generale Emilio Ledonne. La procura invece è stata sgombrata e controllata, con centinaia di
magistrati e impiegati usciti dagli uffici. L’attività è ripresa solo a mezzogiorno. Nessuna bomba,
ma qualcuno che voleva “solo” creare allarme. Luigi Spezia
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IL SOLE 24 ORE
I chiarimenti del Fisco. Per l'agenzia delle Entrate suddividere la plusvalenza non rileva ai fini della
penalizzazione
Società di comodo, nuove tutele
La rateizzazione distribuita su più anni non determina la non operatività
Se la rateizzazione di una plusvalenza ha determinato una perdita fiscale (invece di un reddito se la
stessa plusvalenza fosse stata considerata per intero), la perdita non rileva ai fini del triennio per
essere considerati "di comodo" o "non operativi".
È questo, in sostanza, il chiarimento che deriva dalla risoluzione 68/E di ieri dell'agenzia delle
Entrate e che mostra ancora l'irrazionalità di una disciplina – quella che lega le perdite fiscali alla
qualificazione di società "di comodo" – che viene "stiracchiata", da circolari o da disapplicazioni
previste da appositi provvedimenti.
Il caso su cui si è pronunciata la risoluzione 68/E riguarda una società che ha conseguito nel 2010
una ingente plusvalenza, chiudendo in utile il bilancio dell'esercizio 2010. Sotto il profilo fiscale, la
plusvalenza è stata rateizzata in cinque anni (ci sono le condizioni previste dalla norma, l'articolo
86, comma 4, del Tuir). Per effetto della rateizzazione, la dichiarazione ha chiuso in perdita,
determinando l'insorgenza della previsione del Dl 138/2011, in base alla quale se una società
dichiara perdite nel triennio si considera "di comodo" o "non operativa" dal periodo successivo al
triennio.
La società che ha presentato l'interpello ha fatto presente che il provvedimento del direttore
dell'agenzia delle Entrate dell'11 giugno 2012 – che ha previsto apposite situazioni di
disapplicazione – stabilisce come causa di disapplicazione automatica (lettera h) il fatto che risulti
positiva la somma algebrica data dalla perdita fiscale e da importi che non concorrono a formare il
reddito per effetto di disposizioni agevolative.
Secondo la società, va considerata tra le disposizioni agevolative anche la previsione che consente
di rateizzare le plusvalenze. Dello stesso parere è sostanzialmente l'Agenzia, che fa comunque
notare che gli effetti della «disposizione agevolativa» della rateizzazione della plusvalenza devono
essere sterilizzati non solo nel periodo d'imposta in cui la stessa è stata conseguita, ma anche in
quelli successivi.
In questo modo, la società deve incrementare il risultato del periodo d'imposta in cui ha realizzato la
plusvalenza (2010) dell'importo delle quote di plusvalenza rinviate agli esercizi successivi. Così
facendo, la società non risulta più in perdita – ai fini della disciplina delle società di comodo – per
tale periodo. Per i periodi successivi, per i quali è stato operato il rinvio della tassazione, la società
deve invece ridurre il risultato fiscale dell'importo corrispondente alla variazione in aumento
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effettuata in dichiarazione, in relazione alla quota di plusvalenza rateizzata.
Poiché per le situazione di disapplicazione automatica della disciplina delle società di comodo per
effetto del conseguimento di perdite, le cause di disapplicazione "guardano" il triennio in cui le
perdite risultano conseguite, la società non dovrebbe così risultare "di comodo" né nel 2012
(triennio 2009/2011) né nel 2013 (triennio 2010/2012).
Da quanto riportato emergono, comunque, sia la complessità della normativa sia la sua irrazionalità
e il fatto che non possono bastare, per mitigarne questa irrazionalità, né interventi casistici (come
quello della risoluzione di ieri) né provvedimenti più ampi come quelli relativi alle varie ipotesi di
disapplicazione automatica. Questi ultimi, peraltro, hanno ingenerato non pochi problemi, visto
l'"intreccio" con le cause di esclusione che vengono stabilite dalla norma di riferimento (articolo 30
della legge 724/1994).
È quindi opportuno intervenire al più presto per eliminare del tutto la previsione che stabilisce che
società in perdita sono "di comodo" o "non operative". Queste ultime sono state previste
dall'ordinamento per contrastare quei fenomeni di "abuso della persona giuridica" e non società
realmente operative che tuttavia conseguono perdite. Più in generale sarebbe da rivedere tutta la
disciplina delle "non operative", prevedendo, nel contempo, un provvedimento di assegnazione
agevolata dei beni ai soci. Dario Deotto
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Fisco. Nel 2014 limite a 630 euro, come previsto retroattivamente quest'anno
Sulle polizze per la vita meno tagli alle detrazioni
Dl Imu approvato dalla Camera va al Senato
Il decreto legge Imu passa alla Camera e diventa più favorevole ai contribuenti. Il testo del Dl
102/2013 è stato approvato con 326 sì, 121 no (M5S e Sel) e 20 astensioni (Lega). Ora passa al
vaglio del Senato, dove si presenterà arricchito dall'estensione delle agevolazioni prima casa alle
abitazioni in comodato ai figli e dell'innalzamento a 630 euro per il 2013 e a 530 per il 2014 (contro
gli originari 230) della soglia di detraibilità dei premi assicurativi sulla vita e contro gli infortuni.
Per le polizze d'invalidità, invece, la soglia della detrazione torna a 1.291 euro, dopo essere stata
abbassata a 630 euro per il 2013 a 230 per il 2014. Questi limiti sono stati estesi ai contratti di
assicurazione sulla vita e sugli infortuni stipulati o non rinnovati entro il 31 dicembre 2000.
Nel concreto, queste le tipologie dei contratti interessati dalle modifiche fiscali: dei contratti aventi
a oggetto il rischio morte, nei quali rientrano sia quelli che prevedono l'erogazione della prestazione
in caso di morte, sia quelli che prevedono l'erogazione anche in caso di permanenza in vita (in tale
secondo caso si può beneficare della detrazione solo per la parte del premio riferibile al rischio
morte); contratti aventi ad oggetto il rischio d'invalidità permanente, sia se causata da infortuni sia
se deriva da malattia; contratti aventi ad oggetto il rischio di non autosufficienza che assicurano il
rischio di non autosufficienza nel compimento in modo autonomo degli atti della vita quotidiana;
contratti di assicurazione sulla vita sottoscritti entro il 31 dicembre 2000.
Casa. Tra le altre novità la possibilità di una graduazione degli sfratti determinata dai prefetti (si
veda il Sole 24 Ore di ieri) e la variazione della cedolare secca per i canoni concordati, che dal 2013
scende dal 19% al 15 per cento. Sono stanziati 40 milioni per il 2014-2015 in più al Fondo per i
mutui per la prima casa e 50 milioni al Fondo per gli affitti. Inoltre viene istituito il Fondo per gli
inquilini morosi ma incolpevoli. Viene poi estesa la possibilità di accedere al credito anche per gli
chi ha meno di 35 anni ed è senza lavoro fisso, con la previsione di accordi Cdp-Abi, in particolare
a favore delle giovani coppie e delle famiglie numerose. I minori differenziali sui tassi di interesse
in favore delle banche si trasferiscono sul costo del mutuo. Si potrà beneficiare dei mutui agevolati
della Cdp non solo sulle prime case ma anche sugli altri immobili.
Enti locali. I Comuni che per il 2013 non hanno applicato la Tares possono applicare la vecchia
Tarsu del 2012. Slitta al 30 novembre 2013 il termine per la deliberazione del bilancio di
previsione. Sempre per il 2013 tutti gli atti relativi all'Imu acquistano efficacia a partire dalla data
pubblicazione sul sito dei comuni. Queste misure valgono anche per gli enti in dissesto.
Le Regioni potranno destinare le risorse del bilancio, oltre quelle del fondo sviluppo, per
riequilibrare economicamente il settore del Trasporto locale.
Lavoro e pensioni. Ci sono 500 milioni di euro, nel 2013, per la Cig in deroga del Fondo sociale
per l'occupazione e la formazione. E per 6.500 esodati tra i licenziati individuali, arrivano 600
milioni. I lavoratori che all'entrata in vigore della riforma Fornero erano in congedo per assistere
familiari malati potranno andare in pensione con i vecchi requisiti.
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ITALIA OGGI
La risoluzione 68/E delle Entrate chiarisce i requisiti per restare fuori dalla disciplina
Srl in perdita, la rata conta
Nell'utile rientra l'intero ammontare della plusvalenza
La società, per restare fuori dalla disciplina di quelle in perdita fiscale, deve realizzare un utile
fiscale positivo, determinato tenendo conto dell'intero ammontare della plusvalenza da cessione di
beni strumentali, ancorché la stessa sia tassata in cinque anni.
Così l'Agenzia delle entrate che, con la risoluzione 68/E di ieri, ha fornito i chiarimenti sulla
corretta applicazione della disciplina delle società in perdita sistematica, di cui ai commi da 36decies a 36-duodecies, art. 2, dl 138/2011, convertito con modificazioni dalla legge 148/2011.
Il caso contemplato riguarda una società a responsabilità limitata, esercente l'attività alberghiera e di
ristorazione, che, nel corso dell'esercizio 2010, ha ceduto un immobile a destinazione abitativa,
realizzando una determinata plusvalenza che, in ossequio alle lettere a) e b), del comma 1 e del
comma 4, dell'art. 86, dpr 917/86, ha rateizzato in cinque anni.
La società evidenzia che, se non avesse proceduto nella rateizzazione, avrebbe concretizzato,
nell'esercizio di realizzo (2010) della plusvalenza da cessione del bene strumentale, un utile fiscale
con la conseguente fuoriuscita dal campo di applicazione della disciplina antielusiva sulle società in
perdita sistematica.
In aggiunta, la società istante ricorda che con apposito provvedimento direttoriale (n. 87956/2012),
l'Agenzia delle entrate ha confermato che la disapplicazione della disciplina interviene «per quelle
società per le quali risulta positiva la somma algebrica della perdita fiscale di periodo e degli
importi che non concorrono a formare il reddito imponibile per effetto di proventi esenti, esclusi o
soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d'imposta o a imposta sostitutiva, ovvero di disposizioni
agevolative».
L'Agenzia delle entrate richiama il medesimo provvedimento ricordando che la disapplicazione è
consentita certamente per determinate situazioni oggettive e, in particolare, che la lettera h) di detto
provvedimento indica, quale caso particolare di disapplicazione, quello richiamato dall'istante,
riferibile alla presenza di disposizioni agevolative, affermando ulteriormente che, come evidenziato
in altri documenti di prassi (circ. n. 25/E/2007 e risoluzione n. 110/E/2007), anche la rateizzazione
della plusvalenza debba essere inquadrata come agevolazione.
La circolare citata (n. 25/E/2007), aveva precisato che tra gli importi che non concorrono a formare
il reddito imponibile devono essere considerati, a titolo meramente esemplificativo, i proventi esenti
o soggetti a ritenute d'imposta o imposte sostitutive, i redditi esenti per detassazione delle
plusvalenze da realizzo, di cui all'art. 87 del Tuir e i dividendi parzialmente esclusi da tassazione, di
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cui all'art. 89 del medesimo Tuir.
Le Entrate, però, non possono soprassedere sulla «non definitività» della disposizione concernente
la rateizzazione, giacché in tal caso nel primo esercizio (quello di realizzo) la plusvalenza viene
stornata per il 100% mentre soltanto il 20% partecipa alla formazione del reddito fiscale, ma negli
esercizi successivi il restante 80% (4 quote pari al 20%) va a incrementare il risultato dei quattro
esercizi successivi, con la conseguenza che tale imputazione potrebbe riportare in utile fiscale la
società.
Pertanto, per l'Agenzia delle entrate gli effetti di natura tributaria non devono essere sterilizzati
soltanto nell'esercizio di realizzo della plusvalenza, ma anche nei quattro periodi successivi
operando come segue: nel primo periodo in cui viene realizzata la plusvalenza (X), il risultato
fiscale deve essere incrementato dell'ammontare delle quote rinviate agli esercizi successivi (80%),
mentre nei periodi d'imposta successivi, il risultato fiscale di periodo deve essere ridotto
dell'ammontare di quota corrispondente alla variazione fiscale in aumento eseguita in sede di
dichiarazione (20% esercizio X+1, 20% esercizio X+2, 20% esercizio X+3 e 20% esercizio X+4).
In conclusione, le società che si trovano in situazioni analoghe potranno disapplicare in modo
automatico (senza istanza di interpello) la disciplina sulle società in perdita sistematica, in presenza
di risultati di natura fiscale positivi, tenendo conto degli effetti derivanti dal rinvio della tassazione
della plusvalenza che, naturalmente, deve rispettare il requisito richiesto dall'art. 86 del Tuir, ovvero
che il bene sia posseduto per un periodo non inferiore a tre anni. Fabrizio G. Poggiani
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IL SOLE 24 ORE
Condominio
Il bollo sui conti bancari è a 100 euro
Rispondendo ieri a un'interrogazione a risposta immediata (la n. 5-01163) in commissione Finanze
della Camera l'agenzia delle Entrate ha chiarito che l'imposta di bollo sui conti correnti bancari
condominiali è di 100 euro, dato che gli intestatari non vengono qualificati come "persona fisica".
L'interrogazione, presentata dai deputati M5S Girolamo Pisano e Sebastiano Barbanti, partiva
proprio dalla distinzione tra persone fisiche (per le quali l'imposta è d 34,20 euro) e «persone non
fisiche» (100 euro). L'agenzia delle Entrate, però, rispondendo all'interrogazione, e pur citando le
sentenze della Cassazione 9148/2008 e 16920/2009 (dove si afferma che amministratore e
assemblea non possono neppure essere paragonati a organi di un ente di gestione), giunge alla
conclusione che il condominio intestatario del conto corrente sia «soggetto diverso da persona
fisica».
La decisione dell'Agenzia va nel senso esattamente opposto a quello sollecitato dall'Anaci
(amministratori condominiali): lo scorso febbraio il presidente dell'Anaci, Pietro Membri, aveva
segnalato che sono circa un milione i condomìni italiani che pagano commissioni bancarie e
imposte di bollo di dubbia legittimità sui conti correnti bancari. Molti iscritti all'Anaci avevano
anche segnalato che le banche considerano il condominio non come «consumatore» ma come
«professionista», così le commissioni sugli sconfinamenti sono molto più alte, in violazione del
comma 6 dell'articolo 4 del decreto Cicr 644/2012. L'Anaci ha chiesto all'Abi di avviare un tavolo
di confronto. L'Agenzia ha lasciato solo uno spiraglio nell'affermare che «la problematica in esame
appare meritevole di ulteriori approfondimenti tecnici da parte degli uffici dell'amministrazione
finanziaria». Sa. Fo.
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IL SOLE 24 ORE
Dl sicurezza
Nella frode informatica nessuna colpa per l'azienda
La frode informatica esce dal perimetro dei reati che comportano la responsabilità penale delle
aziende. Nella conversione del dl 93/2013 sulla sicurezza (legge 119/2013 pubblicata sulla GU 242,
si veda Il Sole 24 Ore di ieri) il Parlamento ha abrogato il comma 2 dell'articolo 9, che aveva
aggiunto la frode informatica, appunto, (articolo 640-ter del codice penale) alle infrazioni che
comportano le penalità per le imprese. Torna quindi a rivivere la vecchia formulazione dell'articolo
24 del Dlgs 231/2001 che prevede sanzioni tra 100 e 500 quote per i reati originariamente previsti,
dal danneggiamento all'accesso abusivo di sistemi informatici, alla detenzione e diffusione abusiva
di codici di accesso fino all'intercettazione abusiva.
L'estensione della normativa 231/2001 alle aziende per i reati di frode informatica commessi da
dipendenti era stata indicata come potenzialmente dirompente per tutto il mondo imprenditoriale,
perchè tra l'altro avrebbe implicato l'adozione di standard e modelli organizzativi molto accurati e
invasivi per prevenire abusi su comportamenti totalmente estranei all'oggetto di impresa, e in più
riconducibili a iniziative criminali personali. Restano invece agganciati alla 231 i reati informatici
più caratteristici e in qualche modo riferibili a comportamenti commessi nell'interesse delle aziende.
Archivia
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IL SOLE 24 ORE
Divorzio. Il ricco proprietario mantiene la moglie facoltosa anche se il legame dura pochissimo
Matrimonio «breve», l'ex deve pagare
Anche se il matrimonio dura quanto una meteora e i coniugi non hanno convissuto, il marito
ricchissimo deve mantenere la moglie ricca. La Corte di cassazione, con la sentenza 23442
depositata ieri, respinge al mittente le proteste di un ex marito costretto a versare l'assegno alla ex
moglie, primario, perché proprietario di molti immobili di prestigio. Soldi a cui la signora aveva
diritto malgrado i due, sposati per pochissimo tempo, avessero deciso di restare ognuno a casa
propria e di frequentarsi "saltuariamente", mantenendo ciascuno il proprio stile di vita. Scelta
eccentrica che il possidente aveva cercato di volgere a proprio favore per negare la possibilità di
parlare di tenore di vita tenuto nel corso del matrimonio. La Cassazione, però, fa una distinzione tra
tenore e stile di vita. Secondo i giudici della prima sezione si può scegliere uno stile
"understatement" o di rigore, pur coltivando le legittime aspettative che derivano dall'aver fatto un
ottimo matrimonio.
Neppure l'invidiabile posizione della ex moglie, primario presso un ospedale, salva il marito dal
mantenimento. Nell'evidente impossibilità di determinare l'esatto ammontare della somma
necessaria da riconoscere al coniuge svantaggiato dal divorzio in funzione del tenore di vita, la
Cassazione dichiara la necessità di fare riferimento agli elementi di comune conoscenza e alla
valutazione fatta dal giudice di merito.
Partendo da questa premessa considera provato il notevole dislivello economico. A dimostrarlo è
sufficiente la rilevanza del patrimonio immobiliare del ricorrente che «a prescindere dalla sua
redditività attuale e dall'integrazione con redditi da lavoro, costituisce l'indice della disponibilità di
risorse economiche ai fini del mantenimento». Pesa poco il fatto che il matrimonio, come affermato
dall'ex marito, «è stato poco più che una meteora». In virtù della breve durata l'assegno è stato solo
ridotto.
La Cassazione fa proprie le conclusioni della Corte d'Appello che interpreta aspirazioni, a suo
avviso, diffuse. I giudici di merito, pur dando atto che la posizione economica della moglie primario
sarebbe stata «desiderabile dai più» afferma con decisione che «sarebbe rinunciata volentieri da
chiunque si trovasse, in cambio nella posizione del ricorrente, vale a dire in quella di proprietario di
una tenuta con casale ristrutturato di 550 metri quadrati e arredato con vecchi mobili toscani,
giardino, piscina, annessi e via dicendo; di un appartamento a Parigi, di altri due entro Roma, uno
dei quali di 200 metri quadrati e poi svariati altri immobili in territorio di Siena e di Chianciano
Terme».
Con buona pace di chi sogna un cuore e una capanna. Patrizia Maciocchi
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IL SOLE 24 ORE
Cassazione. Ciò che conta non è la proprietà
L'avvocato può far gestire il distributore di benzina
La Cassa forense non può rifiutare l'iscrizione all'avvocato titolare di pompe di benzina se le ha date
in gestione ad altri. La Cassazione, con la sentenza n. 23536 depositata ieri, accoglie il ricorso di un
legale che negava di trovarsi nella situazione di incompatibilità che gli era stata contestata dalla
Cassa forense nel negargli il diritto all'iscrizione, per gli anni nei quali risultava titolare di impianti
di distribuzione del carburante. Secondo l'ente si trattava di un'attività commerciale, messa al bando
dal regio decreto del 1933 che regolava allora la professione e poco importava se la gestione delle
pompe fosse affidata ad altri.
Al contrario secondo la Cassazione il passaggio a terzi comporta il trasferimento al gestore di tutti i
poteri compreso il rischio di impresa, con piena autonomia del concessionario.
Non passa neppure il secondo argomento con cui la Cassa desume l'esercizio del commercio
basandosi sui compensi pagati all'avvocato, in qualità di titolare della concessione, dalla compagnia
petrolifera e dichiarati al fisco come redditi di impresa. Secondo i giudici della sezione lavoro, le
somme erogate al concessionario erano connesse semmai allo svolgimento di un pubblico servizio e
non di un'attività commerciale, svolta da altri.
L'avvocato ha dunque partita vinta. Per i legali però i paletti non erano contenuti solo nel regio
decreto del 1933: anche la nuova legge forense ha una lunga lista delle incompatibilità che vanno
dall'«esercizio di commercio in nome proprio o in nome altrui» a qualunque impiego retribuito con
denaro pubblico, dalla professione di notaio a quella di ministro di culto. P.Mac.
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IL SOLE 24 ORE
Cassazione. Le misure interdittive da decreto 231 a carico dell'impresa per il reato di lesioni colpose
sono obbligatorie
Lavoro, sicurezza più garantita
Negata anche la chance di ottenere per l'ente la sospensione della pena
Per la violazione delle norme a presidio della sicurezza del lavoro le sanzioni interdittive a carico della
società sono un obbligo e non una facoltà. E non serve che siano state riparate le conseguenze dell'illecito.
Inoltre, non è prevista alcuna sospensione condizionale a favore dell'ente. Lo sottolinea la Corte di
cassazione con la sentenza n. 42503 della Quinta sezione penale depositata ieri. La pronuncia ha pertanto
respinto il ricorso presentato dalla difesa inteso a ridimensionare le conseguenze del reato di lesioni colpose
commesse a danno di un operaio dipendente di una società. Per come emergono dal testo della sentenza, i
fatti avevano visto il lavoratore operare nelle vicinanze di un trapano privo di dispositivo automatico di
blocco, in caso di apertura del coperchio per problemi di regolazione, in modo tale che l'operaio nello
svolgere l'operazione aveva perso la falange di un dito. Il tribunale di Ancona, con una pronuncia emessa in
seguito a patteggiamento, aveva applicato nei confronti dell'imprenditore la pena di 600 euro di multa per il
reato previsto dall'articolo 590 terzo comma del Codice penale. con la medesima sentenza, il tribunale aveva
applicato nei confronti della società a responsabilità limitata nella cui forma veniva svolta l'attività d'impresa
la sanzione pecuniaria di 10mila euro e le misure interdittive previste dal decreto n. 231 del 2001 per la
durata di 2 mesi.
Contro la decisione la difesa aveva presentato ricorso in Cassazione lamentando, tra l'altro, che il giudice
avrebbe sbagliato nell'applicazione della disciplina sulla responsabilità degli enti, disponendo le sanzioni
interdittive alla società malgrado fossero state poste in atto e condotte a termine le misure necessarie a
riparare le conseguenze del reato. Di più: il tribunale non aveva riconosciuto il beneficio della sospensione
condizionale della pena a favore dell'ente.
Nulla da fare, però, nella lettura della Cassazione. Che mette in evidenza come, comunque, la copia della
quietanza del risarcimento erogato dalla società al dipendente ha una data successiva a quella della sentenza
del tribunale e quest'ultimo ben poteva ignorarla. Tuttavia anche a volere trascurare questo aspetto, peraltro
determinante, la Cassazione ricorda che la norma applicabile al caso in esame, l'articolo 25 septies del
decreto 231 del 2001, non lascia margini di sorta. Nel caso di lesioni colpose commessi in violazione delle
norme a protezione della sicurezza dei luoghi di lavoro deve essere applicata una sanzione pecuniaria di
valore non superiore a 250 quote. Non solo, però. In aggiunta alla misura pecuniaria è prevista anche
l'applicazione per un periodo di tempo non superiore a 6 mesi delle sanzioni interdittive che vanno dalla
interdizione dall'esercizio dell'attività al divieto di contrattare con la pubblica amministrazione all'esclusione
da agevolazioni e finanziamenti. «Da tale disposizione – conclude la Corte sul punto –, si evince che in caso
di commissione del delitto di lesioni aggravate dalla violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro, le
sanzioni interdittive devono essere applicate obbligatoriamente». Ancora, la sentenza prende in
considerazione anche il mancato riconoscimento della sospensione della pena (alla quale peraltro non era
condizionata la richiesta di patteggiamento). Una richiesta infondata per la Cassazione che sottolinea invece
come il beneficio della sospensione non può essere applicato nel sistema sanzionatorio delineato dal decreto
231/01 sulla responsabilità degli enti. Si tratta infatti di forma di responsabilità di natura amministrativa per
la quale non possono trovare applicazione istituti giuridici specificamente previsti per le sanzioni di natura
penale. Giovanni Negri
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ITALIA OGGI
Cassazione
Sicurezza lavoro senza sconti
Stretta sulla sicurezza lavoro. Ai sensi della «231» va necessariamente sospesa l'attività dell'impresa
responsabile dell'infortunio. In caso di gravi lesioni al dipendente, infatti, le sanzioni interdittive
non sono facoltative ma devono essere necessariamente applicate. Lo ha sancito la Corte di
cassazione con la sentenza n. 42503 del 16 ottobre 2013. Ma non è tutto. Per la quarta sezione
penale è del tutto irrilevante il fatto che l'azienda abbia, a processo in corso, già risarcito l'operaio.
Inutile quindi il ricorso in Cassazione presentato dalla difesa di una piccola impresa responsabile
del taglio di una falange della mano di un lavoratore che operava con un trapano privo del
dispositivo automatico di sicurezza. In particolare il legale ha lamentato che le sanzioni interdittive
non dovevano essere applicate, ricorrendo le cause di esclusione, per avere riparato le conseguenze
del reato con il risarcimento all'operaio. A questa obiezione gli Ermellini hanno ribattuto che pur
rilevando che la copia della quietanza di risarcimento del danno prodotta in udienza è datata
14/3/2013 (ed è quindi successiva alla emanazione della sentenza), va comunque ricordato che «il
terzo comma dell'art. 25-septies della 231 stabilisce che «in relazione al delitto di cui all'articolo
590, terzo comma, del codice penale, commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute
e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura non superiore a 250 quote. Nel
caso di condanna per il delitto di cui al precedente periodo si applicano le sanzioni interdittive di cui
all'articolo 9, comma 2, per una durata non superiore a sei mesi». Da questa disposizione la
Cassazione evince che «in caso di commissione del delitto di lesioni aggravate dalla violazione
delle norme sulla sicurezza del lavoro, le sanzioni interdittive devono essere applicate
obbligatoriamente». Nulla da fare, inoltre, sulla richiesta di sospensione condizionale della pena
che, ad avviso del Collegio di legittimità, non trova ingresso nel sistema delineato dal dlgs 231,
relativo alla responsabilità amministrativa degli enti. Ciò perché sono inapplicabili istituti giuridici
non espressamente sanciti dalle norme. Debora Alberici
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Rassegna Stampa - Organismo Unitario dell`Avvocatura Italiana