Marta Folcia
ERAVAMO UNA FAMIGLIA
Ad Alberto, Fabio e Dario
“La vita è cosparsa di tanti triboli e può recare tanti mali
che la morte non è il male peggiore”
Napoleone Bonaparte
Capitolo 1
La Bovisa, situata a nord di Milano, fuori porta, e delimitata storicamente dai binari della ferrovia, negli anni Trenta
si presentava agli occhi del visitatore come una zona agreste
e tranquilla, fatta di campi coltivati, caseggiati bassi posti a
quadrilatero su cortili pavimentati a ciottoli, ai quali si accedeva attraverso ampi portoni ad arco. C’erano le cascine,
dove venivano allevate le giovenche che fornivano il latte
fresco a tutta la zona; la più grande era quella dei Rosati,
con una ventina di capi di bestiame, costruita in mattoni rossi
e ampi fienili in bella vista. Poi le osterie, col pergolato sul
retro e il gioco delle bocce, in cui ancora si rideva e si cantava, ignari di essere sull’orlo di un abisso profondo, l’odore
del vino mischiato a quello dei sigari. E i terreni di proprietà
delle famiglie patrizie, dati in affitto ai contadini per la
coltivazione, terre ordinate, odorose di ortaggi umidi e di
erbe profumate. Ma non mancavano, sulla via Degli Imbriani, i bei palazzi storici d’inizio Novecento, e le industrie, situate nella parte più settentrionale del rione.
Quella domenica di maggio del 1938, festa dell’apertura
del mese mariano, erano state allestite molte bancarelle, più
degli anni addietro. La fiera, brulicante di gente, si stendeva
dal piazzale Lugano, sulla strada sterrata, fino allo spiazzo
della chiesa parrocchiale. Era da poco terminata e i venditori
ritiravano le merci invendute: nell’aria stagnava il profumo
del croccante e dei tortelli di mele fritti nell’olio bollente; la
gente si avviava verso casa, le donne chiacchierando e mostrando le cose acquistate, i ragazzi giocando e scherzando
tra di loro. Erano le ultime ore di spensieratezza; l’indomani,
tutti sarebbero tornati alle occupazioni quotidiane, molti di
loro al duro lavoro dei campi. Il paesaggio era pennellato dai
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toni rosati del tramonto, le cime degli alberi mosse da una
brezza leggera. Le rondini volavano basse e il rintocco delle
campane annunciava la messa vespertina.
Elena, la maggiore dei cinque fratelli della famiglia Boschi,
si avviò verso casa accanto alle sorelle, Bianca e Matilde.
Erano molto simili nell’aspetto, lei e Bianca: due zingarelle
dalla pelle ambrata, i capelli folti e scarmigliati sulle spalle,
gli occhi scuri e mutevoli; ma Elena aveva qualcosa in più:
un lampo di malizia nello sguardo catturava le occhiate maschili.
Matilde stava gustando la sua montagna di zucchero filato.
Era diversa dalle sorelle: di una bellezza molle e quieta, nelle fattezze delicate e nei colori chiari ricordava la nonna paterna.
Bianca aveva notato lo sguardo sfuggente di Elena, il pallore del suo viso; la sorella non aveva spiccicato parola per
tutto il tempo, non si era neppure guardata attorno per cercare Ermanno, col quale sarebbe convolata a nozze il prossimo mese di settembre. Non lo si vedeva da parecchi giorni
a casa e Bianca non ne conosceva la ragione, perché la sorella, di solito aperta e ciarliera, da qualche tempo si era
chiusa in un silenzio impenetrabile. Sapeva tuttavia che,
prima di recarsi alla fiera, agghindata con la camicia bianca
e la gonna grigia della festa, era andata alla canonica per un
incontro col parroco. Qualcosa di certo bolliva in pentola.
Attraversarono i campi che si stendevano tra gli orti della
Ghisolfa e la loro abitazione, affondando gli zoccoli nell’erba già alta e fresca; passarono davanti al parco della villa dei
Visconti di Morzone, ma a causa della vegetazione alta e rigogliosa era visibile solo la torretta di mattoni rossi. Matilde
guardò attraverso le grate del cancello e non vide anima viva. Rodolfo, il figlio maggiore del conte, che era solito arrivare alla residenza estiva il sabato mattina a cavallo, era già
ripartito per impegni urgenti. Matilde era riuscita a intravederlo il pomeriggio mentre, impettito sul suo baio, faceva il
giro del parco. Le fu impossibile celare un sussulto che già
le ghermiva il fiato, tramutandolo in sospiro.
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Le ragazze entrarono nel cortile della loro abitazione. Dalla
vicina osteria del Leon D’Oro arrivavano i canti sguaiati degli avventori e le melodie pizzicate sul mandolino dal forestiero che ogni domenica, nella bella stagione, sedeva fuori,
a suonare le più famose arie napoletane. Ormai lo conoscevano tutti, lo chiamavano el Napuli e gli davano una moneta
o qualcosa da mangiare.
Elena lasciò le sorelle, finse di non sentire i richiami delle
amiche e ignorò persino le feste di Chito, il cane nero da lei
stessa trovato e accudito un paio di anni addietro, fino a
farselo suo. Salì in casa, sperando di non trovare sua madre
e poter rimandare la conversazione ad altro momento. Di
solito la domenica, a quell’ora, Emilia era impegnata a dare
una mano alla cognata Nora al Leon D’Oro, stipato di uomini pronti ad alzare il gomito oltremisura, prima che venissero ghermiti dalle consorti e portati a casa quasi di peso,
passo dopo passo. Quel giorno invece sua madre era in casa
e l’aspettava con ansia. La ragazza sapeva che stavolta non
l’avrebbe scampata.
«Allora… cosa ti ha detto don Alfonso? Sono ore che aspetto di sapere.»
«Mi ha detto che devo fare quello che mi sento. Nessuno
mi può forzare. Neanche voi.»
Elena si era accasciata su una poltrona, lo sguardo al pavimento. Una pena sottile negli occhi inquieti offuscava la sua
bellezza ridente e un po’ selvaggia. La madre le si era seduta
davanti, su uno sgabello, implacabile nel voler a tutti costi
affrontare l’argomento:
«Elena, ascoltami» cominciò Emilia con voce implorante.
«Perché ti sei messa in testa di mandare all’aria il matrimonio? L’Ermanno ti vuole bene, si è impegnato con te. Potrebbe avere tutte le ragazze che vuole, lo sai. Ma lui vuole
te. È un bel giovane, serio, e la sua famiglia è benestante.
Noi al confronto siamo dei poveretti e tu vuoi buttar via l’occasione della tua vita, di andare a vivere bene, in una casa
dove non ti mancherà nulla? Sognavo per te una vita meravigliosa e adesso... mi vuoi guardare in faccia e dirmi cosa ti
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succede? Non ti sarai mica presa la scuffia per qualche
squinternato che ti ronza attorno! Pensavo che anche tu volessi bene all’Ermanno.»
Il suo tono era affettuoso e accorato; l’intento, quello di far
riflettere con le buone maniere una figlia che, nelle ultime
settimane, sembrava aver perso la ragione.
«Gli volevo bene… gliene voglio ancora, ma come a un fratello. Le cose sono cambiate. Capita» rispose in tono secco.
Emilia avvampò, e stavolta andò su tutte le furie:
«Ma chi ti credi di essere? Solo perché sei belloccia e i ragazzi per strada ti guardano, pensi di fare quello che ti pare e
piace? E no, cara! Ti sei presa un impegno quando il Rovelli
è venuto a chiedere al babbo la tua mano, hai detto subito di
sì, mi pare. Era quello che volevi, e adesso tu l’Ermanno te
lo sposi. Abbiamo speso soldi per il corredo, impegnato la
sarta per l’abito e i Rovelli hanno comprato il mobilio per la
vostra camera nuziale. E che mobilio! Ti pare che gli andiamo a dire “ci dispiace, il matrimonio non si farà, Elena ha
cambiato idea”? Tu sei fuori di testa, cara mia!»
Elena scoppiò a piangere e corse nella camera in cui dormiva con le sorelle. Emilia non la trattenne. Benedetta ragazza, pensava fuori di sé. Un po’ stramba lo era sempre
stata, ma il fatto di voler buttare all’aria il matrimonio a pochi mesi dalla data, proprio non le andava giù. E poi
Ermanno le piaceva. Suo padre era un commerciante di tessuti, la madre, donna colta e raffinata, si ventilava venisse da
una famiglia nobile. Avevano una bella casa grande, circondata da un giardino ricco di piante. No, non c’erano scuse:
Elena andava convinta. Forse erano solo i normali timori di
una sposa prima dell’evento. Poteva trattarsi di questo, ma
occorreva parlarne.
I suoi pensieri vennero interrotti da Giulio e Cosimo, entrati rumorosamente in casa, seguiti dal padre, alticcio e preda
dell’euforia domenicale. Arnaldo fino a quel momento non
si era accorto dei ripensamenti della figlia; era uno uomo
buono ma rude, dedito al lavoro nei campi e a qualche bicchiere di vino con gli amici, la sera e la domenica, all’osteria
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del Leon D’Oro, gestita da suo fratello Ercole e suo unico
svago. Del resto, era meglio che non trapelasse nulla per il
momento, altrimenti chissà che polverone avrebbe suscitato.
Emilia servì la cena, mangiò velocemente la sua scodella di
minestra e con una scusa andò in camera a vedere Elena. Era
a letto raggomitolata sul fianco, la faccia rivolta al muro:
sembrava dormisse, per cui la lasciò in pace.
Prese una sedia e si sedette davanti alla bella statuina in
gesso di Maria Bambina in culla, posizionata sul cassettone
sotto la campana di vetro, come sempre faceva quando aveva qualche grazia particolare da chiedere, cose di donne,
certa che la Vergine Maria l’avrebbe esaudita. Guardò il dolce
volto dell’infante, circondato da tele preziose e merletti, e
iniziò la sua preghiera accorata.
«Domani...» disse alla fine Emilia, a mezza voce. «Domani
affronterò la questione e cercherò di convincerla, fosse l’ultima cosa che faccio.»
Ma la notte portò consiglio.
La mattina, dopo aver preparato la colazione sul tavolo, si
avvolse di buonora in uno scialle e si avviò verso la canonica. Mancavano dieci minuti alle sette. La messa feriale del
mattino era alle sette e mezza e don Alfonso avrebbe avuto
tutto il tempo per parlare con lei di Elena, a costo di tirarlo
giù dal letto. Che diamine! Una madre aveva pure il diritto
di sapere cosa passava per la testa della figlia, e il parroco di
certo conosceva la verità.
Si sedettero nella sacrestia, in due poltrone tappezzate di
broccato che a Emilia mettevano soggezione solo a guardarle. Aleggiava ancora nell’aria l’odore d’incenso della funzione vespertina.
«Benedetta donna» esclamò il parroco sbuffando ed estraendo l’orologio a catena dal taschino della tonaca. «È questa
l’ora di venire a parlare? Ho la messa tra poco e tu mi fai
perdere tempo!»
«Manca più di mezz’ora alla messa e si tratta di una cosa
molto urgente. Don Alfonso… io non ci dormo più. La Elena è decisa a rompere il fidanzamento con l’Ermanno Ro11
velli. Vi rendete conto? Dopo aver fatto il diavolo a quattro
per sposarsi al più presto, adesso non lo vuole più neanche
vedere. Cosa andiamo a dire ai genitori? Ditemelo voi! È
una tragedia, don Alfonso, una tragedia!»
Alle lacrime isteriche di Emilia, il parroco ebbe un moto di
impazienza.
«Eh, suvvia, che esagerazione! Son cose che capitano, no?
Non mi pare il caso di fare tutto questo baccano. Se la Elena
non vuole più… non vorrai mica costringere tua figlia a
sposarsi e rischiare di vederla infelice per una vita! I Rovelli
se ne faranno una ragione, che diamine! Piuttosto, deve
prendere il coraggio a due mani e dire all’Ermanno la verità.
Quel ragazzo ne sta uscendo pazzo, con tutti questi misteri.»
Emilia si mise sulle difensive. Era una donna fortemente
ancorata alla fede e rispettosa dei ministri della Chiesa, che
considerava un tramite nel suo rapporto con Dio. Ma il bene
dei figli aveva sempre il sopravvento. Non mancò quindi di
far valere le sue ragioni, in modo animato.
«Quale verità, don Alfonso? Eh no, voi adesso parlate,
perché io non ne so nulla e come madre ho il sacrosanto diritto di sapere. Accidenti se ho il diritto!»
Un leggero rossore si diffuse sul volto del parroco. Si era
lasciato troppo andare e ora si vedeva costretto a entrare nel
merito di una cosa che, a dire il vero, destava anche in lui
qualche perplessità.
«Beh, io non so se posso. Tua figlia mi ha fatto delle confidenze, sono questioni delicate, risolvetele tra di voi, una
buona volta. Io posso semmai intervenire in un secondo momento, a decisione presa, per un consiglio, un aiuto.»
«Decisione presa… consiglio… aiuto… si può sapere di
cosa state parlando? Cosa sono tutti questi misteri? Elena vi
ha forse parlato in confessione?» chiese lei inchiodando il
suo sguardo sul parroco. A quel punto il prete, che non
brillava per determinazione, avrebbe sparato volentieri una
bella bugia e tutto si sarebbe chiuso lì. Ma non lo fece.
«No, non era in confessione, ma…»
«E allora forza, don Alfonso, cosa aspettate a parlare? Io
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non me ne vado senza aver saputo la verità.»
«Ma perché non chiederla a tua figlia, la verità? Lei deve
parlare, santo cielo! A voi e ai Rovelli; non è mica una cosa
di cui vergognarsi, anzi…»
«Lei non parla. Dice solo che i suoi sentimenti per l’Ermanno sono cambiati. Ma io non ci credo.»
Don Alfonso fece un lungo sospiro, riguardò l’orologio e si
decise.
«Ebbene… la tua Elena ha la vocazione religiosa. Sì, sì, lo
so che può sembrare inverosimile, conoscendo la ragazza,
ma sembra proprio decisa. Mi ha chiesto di trovarle un convento che l’accolga, ma questo è prematuro. Bisogna prima
capire bene come stanno le cose.»
Se un fulmine fosse caduto sulla testa di Emilia, la donna
sarebbe rimasta meno folgorata. Proruppe allora in una risata incredula:
«Vocazione religiosa? La Elena! Ma se ha cominciato a quindici anni a guardare i ragazzi! E mancava poco che le dovessimo mettere i freni in bocca, come ai cavalli, per non
farla correre troppo. Non è possibile, don Alfonso, io non vi
credo... deve esserci dell’altro, forse qualcosa di cui neppure
voi volete parlare.»
Il parroco fece per alzarsi.
«Quand’è così, io non so che altro dirti. Che il buon Dio ti
aiuti, Emilia, e buona giornata.»
«No, no, aspettate. Non volevo mettere in dubbio la vostra
sincerità. Ci mancherebbe! Se questa è la verità, spiegatevi
meglio. Vi prego.»
«Figliola, le cose nella vita possono cambiare. Succede!»
proferì il parroco in tono grave. «E se questa è la volontà di
Dio, né io né te possiamo farci nulla. Nessuno può andare
contro questa decisione, mia cara. Sarebbe un sacrilegio.
Elena, a quanto pare, ha ricevuto una grazia bellissima e tu
dovresti essere contenta. Dobbiamo ringraziare il Signore per
questo. E comunque non è una cosa da prendere alla leggera, beninteso, bisognerà parlarne, magari fare una capatina
dal Vescovo, capire bene.»
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«E il Signore… non poteva fargliela un po’ prima questa
grazia della vocazione? Ci saremmo risparmiati un sacco di
rogne.»
«Ti metti a bestemmiare adesso? Vai, vai, che ho la messa
e mi devo ancora vestire.»
Emilia, stordita e senza parole, si avviò verso casa, stringendosi nello scialle, lo sguardo a terra. Sentiva freddo nelle
ossa, anche se il sole era già tiepido. Passò davanti al Leon
D’Oro con gli occhi bassi; non mise neppure dentro la testa
per salutare la cognata, già di buonora alle prese con il brasato per il mezzogiorno. Attraversò il cortile assorta nei suoi
pensieri e non udì il richiamo dello stracciaiolo che, appostatosi in un angolo del cortile, le ricordava una promessa.
«Sciura Emilia, alura… gavì i robb vech de damm o no? E
un quei catanaj…»
Erano già usciti tutti; sulla tavola i resti della colazione.
Tirò un sospiro di sollievo all’idea di non dover dare spiegazioni, almeno per quella mattinata. Aveva bisogno di starsene da sola e pensare. Il suo sogno di maritare la figlia maggiore con un bravo giovane che la facesse vivere bene e in
agiatezza si stava sgretolando sotto i suoi occhi. Lei aveva
già preso la sua decisione, era chiaro, e contrastarla in quel
progetto non sarebbe stato opportuno. Qui non c’erano di
mezzo solo Elena, Ermanno e i Rovelli ma… nientemeno che
Dio! Dio Onnipotente, che non poteva essere contrariato
nella sua volontà, pena chissà quale giusto castigo su di lei e
sulla sua famiglia. Era una situazione senza via d’uscita.
Si aprì piano una porta ed Elena apparve sulla soglia, gli
occhi rossi e gonfi di chi ha pianto a lungo. Emilia si alzò e
la raggiunse. Le afferrò le mani, tenera e disarmata.
«Il parroco mi ha detto tutto. Ma… è proprio vero che vuoi
farti monaca? Che novità è questa, e cosa aspettavi a dirmelo? Dal parroco ho dovuto sapere la verità, figlia mia!»
«Mi spiace…»
«Ma tu sei sicura? È una decisione da cui non si può tornare
indietro, lo sai. Devi pensarci ancora, prenderti del tempo.»
Elena abbozzò un sorriso stanco e impacciato. In quel14
l’ambiente contadino, scarso di opportunità, dove Emilia e
la sua famiglia vivevano, un gruppetto di case in cui tutto
era in comune e il pane non era mai sicuro, una notizia come
quella era di solito accolta con grande gioia. Una figlia in
convento, al sicuro, lontana dai sacrifici e dagli stenti, a casa
una bocca in meno da sfamare, era una grazia di Dio. Emilia
era una donna evoluta, seppure semplice e non istruita, e ciò
che le stava più a cuore era la felicità dei figli.
«Sì, mamma, adesso sono sicura. Scusami se non te ne ho
parlato prima, avevo le idee confuse e poi mi è mancato il
coraggio. Pensavo che avresti fatto di tutto per impedirmelo
e sarebbero nate discussioni a non finire. Voglio andare in
convento, al più presto. Nessuno potrà farmi cambiare idea.»
Si abbracciarono e piansero, madre e figlia, per due ragioni
molto diverse, ma accomunate da una sensazione di profondo sollievo per essere finalmente riuscite a parlare con
chiarezza. Dal cortile arrivava il vociare delle donne impegnate a stendere i panni al sole, le risate dei bambini, le grida dei venditori ambulanti che offrivano la loro mercanzia.
La vita scorreva tranquilla, fuori, incurante del tormento che
agitava il cuore delle due donne. Tutto è compiuto, pensò
Elena. La vocazione era un argomento che nessuno, neppure
Ermanno, avrebbe osato contestare.
Seguirono giornate tristi e taciturne. Arnaldo aveva accolto
la notizia col senso innato di fatalità che gli era proprio. Solo per un attimo aveva spalancato le due fessure celesti nella
faccia rugosa e cotta dal sole. Non nutriva ambizioni, né per
sé né per i figli, la sua vita era concentrata sul lavoro dei
campi, il resto era tutto nelle mani di Dio. I fratelli reagirono
con distaccato cinismo. Sono cose di femmine, dicevano facendo spallucce. Chi più soffrì per la decisione di Elena,
oltre la madre, furono Matilde e Bianca. Matilde adorava la
sorella maggiore e l’idea di non vederla più la rendeva infelice. Bianca perdeva invece la sua confidente, la sua amica
del cuore.
Dopo molte discussioni, durante le quali Emilia e Arnaldo
si erano palleggiati l’ingrato compito di accompagnare Ele15
na a informare i Rovelli, decisero di andare insieme. Lo fecero la domenica seguente, dopo la messa.
«Potevi andare sola da quelli là» recriminò Arnaldo, a disagio nel vestito della festa, mentre si recavano a casa di
Ermanno. «L’idea di vedere la faccia di quel fascista borioso… e la moglie, poi! Una gatta morta che non le cavi neanche una parola.»
«Non ti dispiacevano quando la Elena si doveva sposare.
Tutta adesso salta fuori la verità, ma guarda un po’!»
«Quell’uomo non è pulito. Ha fatto fortuna grazie alle sue
conoscenze altolocate nel regime. Ho ben visto io certi tipi
uscire dalla sua azienda. Chissà che imbrogli.»
Emilia alzò le spalle.
Clotilde e Osvaldo Rovelli avevano intuito già da tempo
che il matrimonio sarebbe saltato: da diverse settimane i due
non si vedevano, dopo l’intenzione della ragazza di prendersi una pausa. Non lo immaginavano possibile, tuttavia,
per una ragione così grave e imprevedibile. La madre reagì
col glaciale atteggiamento che le era usuale; dalla sua espressione trapelava un carico di pensieri non manifesti, ma a lungo meditati, forse una sfiducia insinuatasi nella sua mente
ben prima che i fatti si palesassero. Del resto, non era mai
stata contenta di quel matrimonio: per il suo unico figlio
avrebbe preferito una ragazza del loro stesso rango sociale,
anche per escludere il dubbio che lei lo sposasse per interesse. Aveva mostrato in diverse occasioni il suo scontento, ma
Ermanno era stato irremovibile sul fatto che Elena fosse la
donna della sua vita. Il padre si comportò invece in modo
estremamente conciliante, soprattutto quando si parlò delle
spese sostenute dai Rovelli per i mobili della camera nuziale.
«Non preoccupatevi per questo» li rassicurò. «Di fronte a
una vocazione religiosa, non possiamo che adeguarci alla
volontà di vostra figlia e… di Dio.»
Ermanno ed Elena non proferirono parola per tutto il tempo; non si guardarono neppure in faccia. Dal volto terreo di
entrambi trapelava una sofferenza profonda. Solo più tardi,
nella solitudine di ciascuno, diedero sfogo alla loro dispera16
zione. Prima di alzarsi per andarsene, Elena estrasse dalla
borsetta la piccola scatola con l’anello regalatole da Ermanno e lo appoggiò sul tavolo. Clotilde Rovelli, con uno
scatto immediato, fu oltremodo lesta ad afferrarlo e riporlo
in tasca, per paura che il figlio – colpito nell’orgoglio – proponesse alla ragazza di tenerselo. Dopo un laconico saluto ai
Rovelli, se ne tornarono a casa in un gelido silenzio. Ora le
speranze di Emilia erano proprio crollate: fino all’ultimo
aveva sperato in un ripensamento da parte della figlia.
Un giorno il parroco mandò a chiamare Elena, e le comunicò che l’Ordine delle Canossiane avrebbe accolto volentieri una giovane ragazza come novizia nel convento di
Settignano, in Toscana. I voti sarebbero stati conferiti dopo
aver valutato la vocazione religiosa della nuova venuta, in
base alla sua condotta e in tempi da stabilire. Se Elena era
proprio decisa a compiere questo passo, era un’occasione da
non perdere. Raramente le ragazze venivano accettate in così breve tempo e per don Alfonso, che aveva messo una
buona parola presso la superiora del convento, si trattava di
un Ordine di tutto pregio, che si distingueva per la sua dinamicità e per le iniziative sociali a cui era dedito. Prima però
occorreva il benestare del Vescovo di Milano.
Elena si recò all’Arcivescovado, un bel Palazzo settecentesco di fianco al Duomo, verso la fine del mese di giugno,
accompagnata da Emilia. Aveva indossato una camicia bianca
e aveva raccolto i capelli sulla nuca, la chioma sciolta le
conferiva un’aria troppo sbarazzina e un po’ selvaggia. Per
la verità avrebbe dovuto essere accompagnata da entrambi i
genitori, ma Arnaldo se la svignò alla grande.
«Figurati se perdo una giornata di lavoro per ’ste bambanate» disse a Emilia quando seppe della richiesta. «Andate
voi, no? Io cosa posso dire al Vescovo più di quanto già non
direte voi? La lingua non vi manca di certo e se quella là è
proprio decisa, saprà far valere le sue ragioni.»
«Che discorsi!» protestò Emilia. «La vocazione di tua figlia sarebbe una bambanata, per te?»
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«Non dico questo. Ma io ai preti proprio non so cosa dire.
Se mi fanno delle domande sul catechismo, non ricordo
niente, son passati troppi anni. Tu invece sei pane e chiesa, e
di certo farai più bella figura di me.»
Emilia gettò subito la spugna, perché tanto sapeva che
nulla avrebbe potuto far cambiare idea al marito.
Vennero ricevute dal vicario del Cardinale, un anziano prelato il cui viso sembrava un teschio ricoperto di pelle, gli
occhi stinti e acquosi s’intravedevano attraverso due fessure
e, mentre parlava, le mani rinsecchite e solcate di vene
bluastre si muovevano in un imbarazzante tremolio. Rivolse
a Elena alcune domande sui dieci comandamenti, sui sette
peccati capitali, sulle virtù cardinali e i precetti della chiesa.
Rispose a tutte in modo corretto: in quei tristi giorni di attesa, era uscita pochissimo di casa e aveva avuto tutto il tempo
di imparare a memoria un libro che le aveva fornito don Alfonso.
«Bene» proferì il prelato con sussiego, quasi soppesando le
parole. «Vedo che la ragazza è preparata sulla catechesi e,
mi sembra, sicura della sua vocazione.»
Parlò poi da solo con Emilia, ponendo questioni sulla famiglia, a cui lei rispose con la prontezza usuale e anche con
qualche bugia, quando si trattò di sviscerare la frequentazione della chiesa da parte del marito e dei figli maschi.
«Riferirò al nostro esimio vescovo» concluse alzandosi, «e
riceverete una risposta al più presto.»
Tutto andò secondo le previsioni. Elena partì un sabato
mattina di luglio; la mamma la osservava dalla finestra col
cuore triste e la sensazione tangibile di qualcosa di celato. Il
babbo la portò alla stazione col calesse. Elena aveva chiesto
che nessun altro della famiglia la accompagnasse, per evitare troppe lacrime. Quelle nascoste bastavano. Quando il cavallo partì, si voltò a guardare la sua casa, nella luminosità
del mattino. L’avrebbe rivista solo cinque anni più tardi, devastata dalla guerra. Non aveva più incontrato Ermanno dal
giorno della visita ai genitori. Davanti alla villa dei Rovelli i
suoi occhi indugiarono a lungo: le persiane della camera do18
ve il ragazzo dormiva erano ancora chiuse. Una sola parola
le sovvenne abbassando la testa:
«Perdonami...» sussurrò a mezza voce, senza riuscire a
trattenere un fremito malinconico, che aveva già il sapore
definitivo e amaro dell’addio.
Chito seguì il calesse per un lungo tratto, poi si fermò e rimase, mugolando, a guardare Elena che si allontanava fino a
scomparire.
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Capitolo 2
La vocazione religiosa di Elena rimase a lungo un mistero.
Le meno convinte di questa decisione furono Emilia e le figlie, ma nessuna di loro osò mai esternare i propri dubbi,
quasi fosse sacrilego, a quel punto, mettere ancora in discussione una chiamata di Dio.
La rottura del fidanzamento e la partenza della ragazza
avevano generato molti pettegolezzi, nella corte. Emilia
intuiva e captava spezzoni di discorsi, soprattutto quando si
recava al lavatoio della roggia, luogo in cui, riunite a svolgere un lavoro che non richiedeva certo molta concentrazione, le donne si abbandonavano senza ritegno alle chiacchiere
più sfrenate, nella molle calura estiva e tra una strizzata di
panni e l’altra. Si accorgeva poi di come interrompessero i
loro discorsi quando lei arrivava, col suo secchio di biancheria da lavare, portandoli su argomenti più banali. Qualcuna tra le più anziane aveva tuttavia la faccia tosta di alludere, di tanto in tanto, allo spinoso argomento in modo più
aperto, parlando vagamente di queste coppie moderne che si
prendevano e lasciavano con eccessiva facilità, o addirittura
alla validità di certe vocazioni religiose improvvise, che celavano chissà quali misteri. Ai miei tempi…
Emilia, a queste illazioni, non aveva mai replicato. Se ne
stava buona, mordendosi la lingua, gli occhi chini sul bucato, speranzosa che l’interesse per ciò che era accaduto
nella sua famiglia scemasse da solo. E così avvenne. Ben
presto, ci fu altro di cui parlare.
Emilia aveva l’abitudine di svegliarsi molto presto. Preparava la colazione ai figli e soprattutto al marito, che di primo
mattino andava al verzé a vendere i suoi ortaggi. Lei si prendeva una tazza di latte col pane raffermo e poi, quando tutti
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erano usciti, si concedeva mezz’ora di riposo a letto prima di
iniziare la giornata. Non per dormire, ma per coordinare i
pensieri sulle incombenze della giornata, rivolte sempre e
soltanto alla famiglia: pur standosene a casa, lei lavorava col
marito, studiava coi figli, affrontava la vecchiaia col nonno.
Tutto ruotava attorno a lei, e si caricava sulle spalle anche i
problemi altrui.
La sera precedente, a tavola, c’era stata una grossa discussione sul futuro di Cosimo, deciso a iscriversi all’università,
alla Facoltà di giurisprudenza. Arnaldo aveva trasecolato.
Non erano mancati i pugni sul tavolo e le voci concitate, ma
quel ragazzo caparbio era deciso nelle sue intenzioni, a costo di andarsene da casa.
A Cosimo era sempre piaciuto leggere e aveva cominciato
presto, addirittura alle medie: libri per ragazzi e classici trovati, immersi nelle ragnatele e odorosi di muffa, nello scantinato della trattoria di zio Ercole. Provenivano dalla moglie,
che li aveva ricevuti in eredità dai figli di un’anziana signora
benestante, presso la quale aveva lavorato come domestica
prima di sposarsi, assieme a diversi scatoloni pieni di cose
delle quali disfarsi: tazzine spaiate risalenti a preziosi servizi
di caffè, bicchieri di cristallo di finissima fattura – ma qualcuno sbeccato, vasi di fiori art decò. E per l’appunto, tantissimi libri. Fu tutto ciò che Nora aveva portato a Ercole in
dote. I libri erano stati riposti nello scantinato per i figli che
sarebbero arrivati, ma la prole rimase nel mondo dei sogni e
i libri finirono tra le mani di Cosimo. Fu lì che nacquero la
sua passione per la letteratura, la decisione di iscriversi al liceo e quella di continuare a studiare.
«Andare all’università costa caro, e qui già si fatica a tirare
avanti» disse quella sera Arnaldo, tutto concitato. «E poi che
bisogno c’è? Il lavoro già ce l’hai, io non aspetto altro che tu
mi dia una mano nella terra. Con il tuo aiuto si potrebbero
migliorare tante cose, magari col tempo acquistare qualche
macchina e lasciare a casa un po’ di ragazze. Ma tu… chissà
cosa pretendi dalla vita. Te set un malnat!»
«Non voglio fare la tua fine» rispose Cosimo. «Sgobbi
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dalla mattina alla sera senza mai concederti uno svago.
Dimmi un po’, hai mai visto il mare? Sei mai andato a un
cinema? Hai mai comprato un vestito nuovo alla mamma?»
«Cosimo, adesso esageri...» lo avvertì Emilia, in apprensione per la piega che la discussione stava prendendo. Era
intenta a sbucciare una mela, che divise come d’abitudine in
spicchi più o meno uguali, da passare alle persone riunite
attorno alla tavola: in quell’occasione, prima al nonno, poi al
marito, ai figli e infine a se stessa, rispettando gerarchie e
affetti familiari. Nel passare la porzione a Cosimo, gli lanciò
un’occhiata eloquente. Quel ragazzo era il suo orgoglio e la
sua pena: impetuoso di natura, pronto alla collera ma anche
dolce e disponibile, quando era il caso di esserlo. Le ricordava tanto suo padre, anch’egli proiettato per anni – ma
senza successo – verso una vita migliore.
«Lasciami parlare, mamma. Non è solo per avere di più
che voglio studiare. Voglio studiare perché mi piace, cosa
c’è di strano in tutto questo?»
Arnaldo aveva ascoltato senza più proferire parola, nel cuore
tanta amarezza. Ma come dare torto a Cosimo? Le sue ragioni erano sacrosante. Così si alzò e uscì, troncando la discussione, come spesso faceva quando era messo alle strette
e non sapeva cosa rispondere. Tanto avrebbe finito per cedere e Cosimo era ben consapevole di questo. Il nonno aveva tentato un paio di volte di intervenire, ma da qualche
tempo la sua parlantina non era più tanto sciolta e a quell’ora, dopo la cena, le palpebre già cominciavano a divenirgli pesanti.
Il mattino seguente Emilia, accovacciata nel suo letto, ripensando a quella discussione si sentiva inquieta. Lei capiva
bene le esigenze del figlio. Era un ragazzo sveglio e intelligente, e al liceo aveva subito l’influenza del suo professore
di lettere, un uomo di cultura che spingeva i ragazzi, soprattutto quelli come Cosimo, confinati in una realtà sociale
chiusa e priva di stimoli, a evolversi e cercare strade diverse.
Ma il marito non la pensava così: la sua famiglia aveva
coltivato la terra per generazioni; era un lavoro pesante,
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tuttavia assicurava il pane a tutti. A lui bastava e riteneva
che i figli dovessero pensarla allo stesso modo. Emilia veniva da una famiglia ancora più povera, e sposando Arnaldo
aveva compiuto un saltello sui gradini della scala sociale.
Tuttavia, aver frequentato solo le scuole elementari e sapere
a malapena leggere e scrivere, erano da sempre i suoi grandi
crucci.
Quei pensieri confusi, all’improvviso, vennero interrotti da
una voce allarmata:
«Emilia, Emilia, ven giò subit per piesé, la Caterina la sta
mal, par che l’è dré murì…»
Che diamine, chiamino il dottore se la Caterina sta male,
pensò. Lei cosa poteva farci? Possibile che le vicine reclamassero puntualmente il suo intervento? Se la vita in comune del cortile a volte le piaceva, come le sere d’estate quando le donne, finalmente libere dai loro impegni, si radunavano a chiacchierare con qualche lavoretto in mano, profittando delle giornate più lunghe mentre i ragazzini giocavano e i mariti erano all’osteria, c’erano pure dei momenti in
cui avrebbe preferito vivere in uno di quegli appartamenti
del centro città in cui ognuno si fa i fatti suoi.
Quella mattina, di sicuro, avrebbe preferito starsene tranquilla a pensare ai suoi problemi, ma infilò ugualmente gli
zoccoli e scese di malavoglia. La vicina, in fondo alle scale,
l’aspettava col viso terreo. Fece subito cenno alle case dove
dormivano le ragazze venute dalla bassa Pianura Padana,
quelle che lavoravano le terre date in affitto ad Arnaldo dai
Visconti di Morzone, e disse sottovoce:
«Emilia… la Caterina… è stata male tutta la notte. Ha forti
dolori al ventre. Vai te a vedere, io ci sono già stata ma non so
cosa fare. E poi mi fa impressione vederla soffrire a quel modo.»
Salì una rampa di scale decrepite fino al primo piano del
caseggiato basso e malridotto che chiudeva la corte a quadrilatero. Le ragazze erano già tutte uscite; il lavoro dei
campi iniziava quasi all’alba, d’estate, e i letti delle camerate erano già in ordine. In una di esse, sul fondo, Caterina,
scarmigliata e col volto disfatto, smaniava in preda a forti
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dolori. Come la vide, Emilia colse nello sguardo della ragazza un lampo di paura.
«Andate via! Cosa ci fate voi qui? Lasciatemi morire.»
«Caterina, che discorsi sono questi? Dove hai male?»
Per tutta risposta la ragazza scosse la testa con violenza,
poi la fece ricadere sul cuscino, esausta. Emilia le tastò la
fronte, alzò le coperte e una visione terrificante si presentò
ai suoi occhi: era in una pozzanghera di sangue e si teneva la
pancia con le mani. Dalla prima occhiata, doveva essere
incinta di almeno sette mesi.
«Oh misericordia. Tu stai per partorire! Di quanti mesi sei?»
«Sette… forse.»
Le carezzò la fronte madida di sudore.
«Vado a chiamare la levatrice, con tutto il sangue che hai
perso non c’è un minuto da perdere. Tu stai buona, fai dei bei
respiri profondi e cerca di calmarti. Adesso sistemiamo tutto.»
«Non parlatene con nessuno…» la supplicò, e giù un altro
grido di dolore.
La signora Silvia assisteva da una vita le puerpere del rione, tutti la conoscevano e l’apprezzavano per la sua competenza e per il fatto che non si faceva mai pagare. Di che cosa
campasse, nessuno lo sapeva. Era una specie di istituzione:
un donnone opulento con una faccia paciosa e sempre sorridente. Ma quando vide le condizioni della Caterina, il suo
viso cambiò espressione. Si fece portare teli puliti e acqua
calda. A lungo manovrò tra le cosce della ragazza, che nel
frattempo sembrava essersi quietata e addirittura pareva
dormisse, di un sonno stremato e innaturale. Emilia, rincantucciata in un angolo della camera col rosario in mano,
snocciolò a mezza voce qualche preghiera, che andava a
mischiarsi alle sue elucubrazioni:
«Ave Maria gratia plenam… com’è che non ci siamo ac-
corti che la Caterina era incinta? Benedette ragazze… così
giovani, costrette a lavorare lontano da casa e dalla famiglia, spesso in balia di qualche malcapitato ... Santa Maria,
mater Dei… e se quella povera figliola morisse? Mio Dio,
fa che non capiti una cosa del genere, per l’amor del cielo ...
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in saecula saeculorum, amen.»
E se la vedeva davanti la Caterina, mattacchiona e un po’
attaccabrighe ma buona come il pane, quando saliva la sera
per portare un piatto di minestra alle compagne e loro
l’accoglievano festose, come se portasse chissà che.
Le preghiere concitate di Emilia non sortirono effetto.
Quando il piccolo uscì dal grembo di sua madre, non ci fu
alcun vagito. Emilia si avvicinò e osservò la levatrice ripulire, con le lacrime agli occhi, il corpicino minuto e senza vita
di un maschietto sottopeso.
«Non mi abituerò mai a queste cose» proferì Silvia con tristezza, avvolgendo il piccolo in un lenzuolo. «È una cosa
che mi prende il cuore e lo stomaco. E questa ragazza, così
giovane, è salva per miracolo, sempre che non sorgano
complicazioni nelle prossime ore. Ma ha un fisico forte, dovrebbe cavarsela.»
«Nessuno di noi sapeva che era incinta, Silvia, ve lo giuro»
sussurrò Emilia. «Altrimenti l’avremmo aiutata e non avremmo certo permesso che continuasse a lavorare fino all’ultimo. Forse le sue compagne erano al corrente ma tra loro, si
sa, quando non vogliono far sapere una cosa sono brave a
tenersi la corda.»
Silvia alzò le spalle, rassegnata:
«Ah, stì tusann! Fanno i loro comodi e poi si trovano
inguaiate, lontano da casa per giunta. E per non rimetterci i
soldi della paga, si fasciano il ventre fino a scoppiare. Poi
succedono i disastri. Ma… anche quei mascalzoni che se ne
approfittano! Dovrebbero castigarne qualcuno, una buona
volta. Dare l’esempio, così ci pensano due volte prima di
calarsi le braghe!»
Silvia provvide a portare in chiesa il corpicino per una benedizione e per essere affidato agli addetti alla sepoltura. Per
tre giorni Caterina ebbe la febbre alta e le due donne si
alternarono ad assisterla, lasciando fuori le altre della corte,
per evitare pettegolezzi. Poi migliorò, aprì gli occhi e chiese
dell’acqua fresca; ma era esausta e priva di forze. Al quinto
giorno si sedette sul letto, il viso disfatto, i capelli scuri
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appiccicati sulla fronte, lo sguardo allucinato.
«Caterina, il bambino…» iniziò Emilia sottovoce.
«Lo so che è morto. Me lo sentivo ancora prima che nascesse, mentre stavo male. È meglio così. Non sarei stata
una buona madre e non avrei saputo come mantenerlo. Il
mio piccolino adesso riposa in pace e non dovrà soffrire.
Almeno fossi morta anch’io.»
«Caterina… chi è il padre?»
«Non c’è nessun padre.»
«Almeno dobbiamo informare la tua famiglia, così te ne
stai a casa per un po’ e ti riposi. Tornerai a lavorare quando
sarai più in forza. Ti terremo il posto, te lo prometto, a costo
di sostituirti io.»
Emilia le parlava con dolcezza, con serenità, come una
madre.
«No, vi prego, non dite nulla alla mia famiglia. Mio padre
mi prenderebbe a legnate, se sapesse. Qualche giorno e mi
sarò rimessa, e tutto sarà come prima. E tornerò a lavorare.
Io ho bisogno di guadagnare, per aiutare i miei genitori, i
miei fratelli.»
Caterina veniva dal mantovano, una zona depressa, soffocata da una grave crisi, ed Emilia non volle insistere. Erano
problemi che lei ben comprendeva. Curò con amore quella
ragazza che tanto le ricordava la sua Elena, partita per il
convento. L’assisteva, di nascosto da Arnaldo, le portava da
mangiare cose che neppure lei e la sua famiglia mangiavano:
frutta, verdura fresca e anche un po’ di carne. Era come se si
sentisse responsabile per quanto le era accaduto. Caterina
non era mai stata trattata meglio in vita sua e non scordò mai
quei giorni in cui, per la prima volta, sentì che qualcuno si
preoccupava per lei e voleva il suo bene.
Neppure nei giorni che seguirono ci fu verso di farle rivelare chi fosse il padre del bambino. Si chiudeva in un mutismo ostinato quando Emilia, punta dalla curiosità di sapere,
andava sull’argomento. Un pensiero ben preciso prendeva
forma nella sua mente: il responsabile poteva essere qualcuno che viveva lì, nella corte, magari uno dei suoi figli. Cosi27
mo aveva vent’anni, Giulio diciotto; erano due bei ragazzi e
le donne non disdegnavano certo le loro attenzioni. Quelle
figliole, sole e a portata di mano, erano delle prede facili.
Pensandoci bene, le era spesso capitato di vedere l’uno o
l’altro intrattenersi nel cortile...
Lei conosceva bene la vita di quelle ragazze: era stata una
di loro, anni prima. Nativa del pavese, pressata dalle precarie condizioni economiche della sua famiglia, si era presentata un giorno a Cesare Boschi, il padre di Arnaldo,
quando già aveva ventisette anni, per essere assunta a lavorare le terre che il vecchio aveva in gestione dai Visconti.
Non più giovanissima, quindi, secondo i canoni dell’epoca,
e pronta a mettere da parte i suoi sogni di ragazza e il ricordo di un giovane tenente partito per la Grande Guerra
senza più dare notizie di sé, per qualcosa di più concreto. Il
vecchio Cesare, padre di Arnaldo, la squadrò ben bene dalla
testa ai piedi, come quando doveva acquistare un cavallo.
Ma la decisione venne presa come sempre da Agnese, sua
moglie, la regiura, come veniva chiamata in dialetto la
mamma nella casa patriarcale, solo in apparenza relegata al
ruolo subalterno di donna di casa, in realtà vera sovrana
della famiglia, a cui spettavano tutte le decisioni importanti.
Aveva gli occhi fissi su un rammendo in quell’istante, ma
aveva udito e visto ogni cosa. Alzò appena lo sguardo verso
Cesare e fece un cenno con la testa, in modo asciutto e deciso. Fu così che Emilia venne arruolata nel gruppo delle ragazze; ma Agnese, alla vista di quella sana e prosperosa ragazza dal sorriso che incantava, era andata con le intenzioni
ben oltre il lavoro nella terra. I fratelli maschi di Arnaldo,
tre, erano già tutti sposati: due erano emigrati in America e
mandavano una lettera di tanto in tanto, con le descrizioni
delle terre sterminate che attraversavano con le loro carovane colme di mercanzie. Il terzo era Ercole, quello della
trattoria, maritatosi con Norma a poco più di vent’anni. Rimaneva Arnaldo, non più giovanissimo e ancora in casa, taciturno, solitario e dedito a null’altro che al lavoro nei
campi. Agnese se lo lavorò ben bene con l’arte della diplo28
mazia. Il figlio non era certo un Adone ma era un brav’uomo, lavoratore e onesto, e a Emilia dirgli di sì, quando con
molta modestia le aveva chiesto di sposarlo, le era venuto
naturale. Del resto ad Arnaldo, manovre materne a parte, la
ragazza era piaciuta da subito e la sua presenza al campo
sembrava avergli procurato una sorta di risveglio alla vita. Il
tempo che intercorse tra il suo arrivo e il matrimonio, un
anno circa, Emilia lo passò nella casupola assieme alle ragazze e ne colse tutti i problemi legati alla solitudine, al loro
desiderio di riscattarsi da una vita dura e priva di prospettive.
Orbene, il fatto accaduto a Caterina fu il suo pensiero costante nei giorni che seguirono. Ma che fare? Mai avrebbe
osato esternare i suoi dubbi al marito e tanto meno ai figli.
Certi argomenti non venivano trattati in famiglia, chiedere
spiegazioni su una questione così delicata era fuori discussione. L’ansia di conoscere la verità le attanagliava il cuore.
Se il responsabile era uno dei suoi figli, allora il piccino
morto diventava il suo nipotino e lei avrebbe potuto piangerlo e pregare per lui.
Una sera, a tavola, approfittò dell’assenza delle due figlie.
Erano al Leon D’Oro ad aiutare la zia a servire una cena
importante. Prese coraggio e parlò.
«Ho una cosa che mi pesa sul cuore» disse piano. Tutti la
guardarono con curiosità. «La Caterina... la scorsa settimana
ha partorito un bimbo morto. Povera ragazza! Ha anche rischiato la vita. Aveste visto in che condizioni era. Vorrei
proprio sapere chi è quel mascalzone che l’ha messa incinta
e poi se l’è filata. Se voi sapete qualcosa…»
E così dicendo, osservava le reazioni dei figli.
«Mi dispiace per la Caterina e per il piccino» fece Arnaldo.
«Però… queste ragazze! Non le tiene a freno nessuno. So io
cosa succede la sera sui prati dietro la palazzina e sui fienili
delle cascine.»
I ragazzi si scambiarono un’occhiata sorniona e sorrisero,
un po’ imbarazzati. Non era usuale sentire il babbo parlare
di certe cose.
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«Cosa vuoi dire adesso?» gridò Emilia, indignata. «Che la
colpa è solo sua? Che se l’è cercata? Voi uomini fate i vostri
comodi e poi la colpa è sempre delle donne!»
«Io non ho goduto i favori della Caterina, se è questo che
pensi. L’avrò vista sì e no due o tre volte, da lontano. E poi,
non è neanche il mio tipo» fece Cosimo tranquillo.
«Siamo in tanti alla Bovisa, perché pensare a noi due?» ridacchiò Giulio, che aveva compreso dove la madre voleva
andare a parare. «Ci sono anche i figli del conte se è per questo, o il conte stesso. Si sa che a lui piace la carne fresca!»
«Tacete una buona volta!» si alterò Arnaldo. «Chi diavolo
ti dà il diritto di dire certe cose? Noi non sappiamo nulla. E
non andiamo in giro a immaginare chissà che sui padroni, ci
manca anche di perdere le terre per cose che non ci riguardano.»
Ma nella corte, quando iniziò il passaparola e la cosa fu risaputa da tutti, nacque un vespaio di illazioni. Qualcuna osò
persino, in un modo all’apparenza casuale, chiedere alla levatrice a chi somigliasse il piccino. Altre giuravano di aver
visto la Caterina con questo o quello, ma nessuna di loro
arrivò alla verità. E fu il secondo mistero di quell’estate.
Caterina si rimise in sesto e tornò a lavorare. Era piena
estate, c’era tanto da fare: raccogliere gli ortaggi di stagione
e sistemarli nelle ceste che Arnaldo all’alba portava al verziere col calesse; raccogliere il grano in fascine, dopo la
mietitura; estirpare le erbacce che invadevano i coltivi. Le
ragazze partivano presto, con un cappello di paglia in testa
per ripararsi dal sole cocente, vestite di cotonina leggera, la
scorta di acqua in un fiasco di vino. Ridevano e cantavano
nel breve tragitto fino ai campi. E nella luce morente del
giorno, se ne tornavano a casa, stanche, affamate, la pelle
arrossata dal sole. In autunno, a semina conclusa, sarebbero
rientrate al loro paese con un gruzzolo di banconote nascosto nel seno; alcune di loro dopo aver perso, tra i cespugli di
lavanda o sui prati freschi delle notti estive, qualcosa di sé
che avevano fino allora gelosamente custodito. Spesso nella
lusinga di una vita migliore, che non sarebbe mai giunta.
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31
Capitolo 3
Passarono alcuni mesi prima che Elena si decidesse a scrivere una lettera a casa. La tratteneva il fatto di non poter
raccontare tutta la verità. E la verità non riguardava soltanto
i motivi che l’avevano spinta a farsi suora, ma anche la
sofferenza per aver lasciato Ermanno, la casa, la famiglia,
per aver dato una svolta così radicale alla sua vita, in
contrasto con i suoi sogni di sempre, una sofferenza manifestatasi come un fiume in piena dopo l’arrivo al convento.
Ciò nonostante, il suo orgoglio la sosteneva e le permetteva
di continuare a far fronte ai doveri della vita monastica con
lealtà.
Nel frattempo, Emilia si rivolgeva al parroco per avere notizie della figlia.
«Sta bene, sta bene, non preoccuparti» rispondeva lui.
«Sono in contatto ogni settimana con la Madre superiora del
convento di Settignano e chiedo sempre sue notizie. È in
buona salute e si comporta bene.»
«Se almeno scrivesse una lettera, sarei più tranquilla. Sarebbe come sentire la sua voce.»
E un giorno di ottobre la lettera arrivò, indirizzata alla sorella Bianca. Le preoccupazioni di Emilia aumentarono, però, giacché al suo intuito di madre non sfuggiva la tristezza
che trapelava dal suo scritto.
Cara Bianca,
finalmente trovo il modo e il tempo di scriverti, dopo gli
sforzi per abituarmi a questa nuova vita. Quando sei animata da una passione interiore tutto ti sembra possibile, poi
l’impatto con la realtà si rivela ben altra cosa e devi fare i
conti con sentimenti e sensazioni che mai avresti immagi-
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nato di provare.
Sto bene di salute. Le mie consorelle sono buone con me e
non ho nulla di cui lamentarmi. Per il momento mi occupo
del guardaroba delle suore. Cucio, rammendo, ricamo e stiro. Stiro anche i paramenti dei preti della parrocchia e le
tovaglie dell’altare. Forse più avanti avrò qualche lavoro di
maggiore responsabilità, perché scrivo bene e so fare di
conto. La Madre superiora è una donna energica, ma anche
sensibile e comprensiva. Ha un portamento fiero e umile al
contempo, non dimostra gli anni che ha, sessantacinque da
quanto ho capito, e da ragazza deve essere stata molto bella. Quando sono arrivata, ho avuto un lungo colloquio con
lei, seduta dinanzi alla sua scrivania: voleva accertarsi
della mia vocazione. Le sue ultime parole sono state: “qualsiasi cosa ti abbia spinto fin qui, sappi che dovrai essere
coerente con la tua scelta e amare Dio”.
È ciò che cerco di fare, con coraggio e onestà, ma ho tanta
nostalgia di casa, di te e di tutti gli altri. Come state? Il
babbo lavora sempre tanto? Parla qualche volta di me? E
quel matto di Cosimo si è poi iscritto all’Università? Il babbo non vorrà sentire ragioni su questo argomento, e mi pare
di sentire le sue proteste. E la mamma? Si è un po’ consolata
della mia partenza? Come sta il nonno? Fa sempre ammattire tutti?
Quando sono partita avevo portato con me delle fotografie, ma non ho potuto tenerle. Mi hanno requisito tutto,
anche alcuni libri e la lettera di addio che mi hai infilato in
valigia quando sono partita. È la regola del convento: veniamo staccate da tutto ciò che ci lega alla nostra vita precedente. Così mi sono sentita sola, figlia di nessuno, senza
radici, come se la mia esistenza fosse un libro di pagine
bianche tutte da riscrivere.
Ora la Madre mi ha dato il permesso di ricevere delle
lettere da casa, non molte, solo una di tanto in tanto. Quindi
scrivimi, ti prego. Attenderò con ansia e mi parrà di essere
con voi. Un abbraccio.
Tua Elena.
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P. S.
Ti prego: se puoi, dammi notizie di Ermanno. Dimmi solo
se sta bene e cosa fa.
Bianca aveva riposto la lettera in un cassetto, dopo averla
letta a tutta la famiglia e aver volutamente tralasciato l’ultima richiesta di Elena. Rimasta da sola in casa, Emilia l’aveva cercata e trovata. La rilesse più volte, traendo le sue conclusioni.
«Quella ragazza non mi convince» disse la sera al marito
mentre erano a letto. «Avrà pure la vocazione religiosa, ma è
triste e le manca la famiglia, si sente. E il fatto di chiedere
notizie dell’Ermanno poi, cosa vuol dire? Ci pensa ancora, è
chiaro! È stata una decisione troppo affrettata. Avrei dovuto
impuntarmi. Ma ormai è cosa fatta e non mi resta che pregare per il suo bene.»
«Ma sì, avrà un po’ di nostalgia, è normale, cosa ti tormenti? Lei è al sicuro e di certo mangia meglio di noi. Dai…
dormiamo, che l’alba è vicina.»
Bianca lavorava alla fabbrica del tabacco e per raggiungerla doveva percorrere una strada che passava proprio davanti alla casa di Ermanno. E una sera, di ritorno dal lavoro,
lo incontrò. Ermanno la scorse già da lontano e per alcuni,
brevissimi istanti gli parve di vedere Elena.
Per la prima volta, dopo quanto era accaduto, si trovavano
faccia a faccia; ci fu un attimo di imbarazzo, nessuno parlava per primo.
«Come stai?» fece lei, notando che era dimagrito, eppure
bello come al solito, con quegli occhi azzurri e la capigliatura bionda pettinata all’indietro, come si usava in quegli
anni. «Non ti ho più visto in giro. E neanche la domenica
all’Arena. Non ci vieni più?»
«Io… sì, sto bene. Normale, insomma. Ai giochi dell’Arena…
beh, ultimamente non ne avevo voglia. Hai notizie di Elena?»
«Sappiamo che sta bene e che la direttrice del convento è
contenta di lei. Per ora è novizia, tra qualche mese prenderà
i voti.»
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Ermanno alzò le spalle guardando altrove, come se la cosa
non lo interessasse più di tanto e Bianca avesse detto fin
troppo. Poi si girò verso di lei, le guardò i capelli: erano
uguali a quelli di Elena, folti e scuri, un po’ scarmigliati sulle spalle, e gli occhi gli scesero sul seno florido, che sembrava scoppiare sotto la camicia. Spesso aveva preso in giro
Elena per questo motivo, ma solo Dio sapeva quanto quel
seno lo mandava fuori di testa. Addirittura gli sembrò di
sentire addosso a Bianca il suo stesso profumo, un misto di
erba e fiori di lavanda. Un’ondata di sofferenza lo avvolse,
ma il suo orgoglio gli impediva di essere sincero. Veniva da
un periodo difficile, Ermanno: per molte settimane aveva rifiutato il cibo ed era caduto in uno stato di profondo abbattimento. La madre aveva fatto del suo meglio per denigrare
Elena e tutta la famiglia, dopo il voltafaccia improvviso a
pochi mesi dalle nozze. Quel fidanzamento non l’aveva mai
convinta del tutto ed era arrivata la conferma ai suoi dubbi.
Gli diceva:
«Quella non era certo degna di te. Come può una donna
dire di voler bene a un uomo fino a decidere di sposarlo e
poi scoprire di avere la vacazione religiosa? Non c’ha nulla
in testa, te lo dico io.»
Ma queste argomentazioni non lenivano certo la sua sofferenza. Elena era stata il suo primo amore, con lei si era
immaginato una vita; i suoi baci gli sconvolgevano i sensi, il
suo carattere, estroverso e aperto al mondo, colmavano le
sue lacune di ragazzo timido e introverso, cresciuto all’ombra di una famiglia rigida e fortemente attaccata alle tradizioni. E ora pensava che nessuna donna al mondo avrebbe
mai potuto prendere il suo posto. Bianca captò gli sguardi
del ragazzo su di sé e nel suo intimo si compiacque. Non le
passò per la testa che quegli sguardi non fossero rivolti a lei
ma a ciò che in lei, Ermanno, ritrovava della sorella.
«Fai sempre questa strada la sera?» le chiese dopo qualche
attimo di silenzio.
«Sì, è la più breve.»
«Allora magari ci si incontra.»
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«D’accordo! Di solito io arrivo qui attorno alle sei.»
Parlavano di cose banali, Bianca ed Ermanno, quando si
incontravano la sera, apparentemente in modo casuale. A
volte facevano un tratto di strada assieme, allungando il
percorso per arrivare alla casa di lei, e la ragazza cominciò a
pensare che lui la corteggiasse. Poiché quelle attenzioni la
lusingavano, quando usciva dalla fabbrica si aggiustava i
capelli e si stendeva un velo di cipria sul viso. Quanto Elena
era passionale e istintiva, tanto Bianca era concreta e solida
nelle sue aspettative; pensando alla sua vita futura, a un suo
auspicato matrimonio, le considerazioni di carattere economico avevano un peso non indifferente nei suoi pensieri.
Accarezzava l’idea di sposare un uomo che la esentasse da
tutti quei lavori manuali che sfiancavano sua madre da
mattina a sera, lei lo vedeva bene, come il bucato alla roggia, lo stiro, le pulizie della casa e spesso della stalla. Ermanno poteva rispondere anche a queste esigenze, oltre a essere
attraente. Il fatto che fosse stato il fidanzato di sua sorella,
poco importava. La scelta di Elena era ormai definitiva e
valeva la pena di lavorare su quel progetto. Del resto i rapporti tra i due non tardarono a divenire più intimi, in modo
quasi automatico, senza che sentimenti e intenzioni venissero palesati in modo aperto e soprattutto senza che Bianca,
presa nel suo calcolo, si fermasse un attimo ad analizzare ciò
che Ermanno cercava in lei.
Mia cara Elena,
che gioia immensa ricevere tue notizie: tutti contenti, mamma, papà, Matilde e quei diavoli dei nostri fratelli, che non
smettono mai di stupirci. Cosimo si è iscritto alla Facoltà di
giurisprudenza. Alla fine l’ha avuta vinta sul babbo, dopo
tante discussioni, promettendogli il suo aiuto nel lavoro. Te
lo immagini nostro fratello andare in tribunale vestito con la
toga e difendere la gente? Ma io penso che la sua ambizione
sia anche di cambiare vita, di ambire a qualcosa di meglio,
e in questo lo capisco. Giulio ha finito quest’anno il liceo
come sai, ma non ha alcuna intenzione di continuare a stu-
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diare e ha già incominciato a lavorare nei campi. Al mercato la mattina vanno assieme, lui e il babbo, e per il babbo
è un bell’aiuto, tant’è che il suo umore è cambiato ed è meno brontolone del solito. Ieri i ragazzi hanno fatto uno scherzo al nonno. Gli hanno regalato un nuovo paio di occhiali e
lui, dopo averlo provato, ha detto che ci vedeva benissimo e
li ha pure ringraziati. È uscito tutto contento per andare dal
barbiere. Ma gli occhiali non avevano le lenti e quel buon
diavolo, mentre gli faceva la barba, se n’è accorto: glieli ha
puliti ben bene passando un panno attraverso la montatura.
Tutti i presenti nella bottega hanno riso come matti, ma il
nonno è tornato a casa arrabbiatissimo e ha minacciato di
diseredare i colpevoli. Diseredare da cosa, poi? Non possiede una lira, da quanto ne sappiamo. Quanto abbiamo riso, Elena mia, e più noi ridevamo e più il nonno ne usciva
matto dalla rabbia.
Matilde sembra assorta nei suoi pensieri, nei suoi sogni.
Noi la consideriamo ancora una bambina, ma è cresciuta. È
bella, le è spuntato il seno e i ragazzi la guardano. Io continuo il mio lavoro in fabbrica e mi sono fatta nuove amiche.
Spesso usciamo insieme la domenica, ma devo fare attenzione a non tornare dopo le sei, altrimenti la mamma si arrabbia. Domenica scorsa abbiamo preso il tramvai e siamo
andate in Duomo a vedere la principessa Maria José, in visita a Milano col suo bel Principe. Era molto semplice, con
un impermeabile blu sopra un abito bianco profilato coi
pizzi. In testa un basco. Lui era in borghese e sembrava uno
qualunque. C’era tantissima gente e una calca pazzesca.
Poi ci siamo concesse una cioccolata da Passerini. Che
prezzi! Due lire per una cioccolata. Ma sapessi quant’era
buona! Non ho detto nulla al babbo, sai bene come la pensa
sui soldi. Ora immagino che vorrai sapere dell’Ermanno.
Lui ha molto sofferto per la tua decisione, ma ora sembra
stare meglio. Lo vedo spesso la sera, tornando a piedi dalla
fabbrica, impegnato in qualche lavoro nel suo giardino. Ci
fermiamo a chiacchierare.
Mi manchi tanto sorella. Soprattutto mi mancano le nostre
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risate della sera, prima di addormentarci. Mi raccomando,
scrivimi più spesso che puoi. Ti abbraccio.
Tua, Bianca.
Da qualche tempo al Leon D’Oro avvenivano accese discussioni tra gli avventori, soprattutto la sera, quando avevano più tempo a disposizione e la parlantina sciolta dai bicchieri di vino tracannati. Parlavano della situazione politica,
delle mire espansionistiche ormai palesi della Germania in
Europa, in un’atmosfera da leggenda nibelungica, il susseguirsi di blitz che portavano all’annessione di molti territori,
come l’Austria, la cui conquista era stata annunciata da Hitler stesso via radio, con la sua voce stizzita e sibilante, e di
quegli eventi che si sarebbero poi rivelati determinanti per lo
scoppio della guerra. Alcuni, soprattutto coloro che avevano
vissuto la Grande Guerra e ancora ricordavano le orrende
trincee scavate nel fango, imprecavano a quell’odiosa alleanza con Hitler, che di sicuro avrebbe portato anche l’Italia al
conflitto. Questione di tempo. Altri, in preda a una maggiore
euforia, già ipotizzavano le prime mosse dell’Italia in caso
di un conflitto: chi scommetteva su Malta, dove la base navale britannica minacciava i collegamenti con la Libia; chi
gli stretti di Suez e Gibilterra, anch’essi in mano agli inglesi,
che imprigionavano il nostro mare. Altri si dichiaravano
certi che i primi obiettivi sarebbero stati Nizza e la Savoia,
per ricongiungerle alla madrepatria.
Ercole si dichiarava un comunista convinto e contrario al
regime. Benché non avesse studiato, ma solo letto tutto ciò
che gli era capitato tra le mani, era considerato l’intellettuale
della famiglia, ben diverso dall’indole qualunquista del
fratello Arnaldo, disinteressato a tutto ciò che accadeva attorno a lui, se le cose non lo riguardavano da vicino. Era rimasto affascinato dagli scritti di Marx e Lenin, anche se
molte cose non le aveva capite. Tuttavia era convinto che la
società andasse livellata, senza più ricchi né poveri, togliendo dove più c’era per dare a chi non aveva. Parlare male del regime e della società che lo sosteneva era il suo pas38
satempo preferito. Ma le sue convinzioni, a ben vedere, erano più teoriche che pratiche, e molto in contrasto con i suoi
personali interessi di oste, soprattutto quando la sera avvenivano in trattoria le gustose e ben remunerate cene di
personaggi vicini al regime che lui, non andando troppo per
il sottile, non mancava di omaggiare e accogliere con doveroso ossequio, mentre la Nora dava il meglio di sé in cucina.
Gli affari erano affari, e quando si trattava di aumentare la
paga al garzone che lavorava per lui, riusciva sempre a trovare qualche scusa per rimandare la cosa a tempi migliori. In
quelle discussioni, comunque, Ercole la faceva da padrone,
infervorandosi e dimenticando quanto fosse pericoloso esternare in pubblico le sue idee. Tutto ciò durava finché la moglie, abbandonato il riordino della cucina, raggiungeva i presenti e ricordava con piglio deciso le regole esposte nel cartello appeso alla parete, che proibiva le discussioni politiche
in pubblico e in qualsiasi esercizio commerciale.
«Volete finirla?» chiedeva minacciosa. «Se non la smettete
e non cambiate argomento, vado a chiamare le guardie della
milizia e allora state freschi tutti quanti.»
Ercole la guardava con occhi di fuoco ma uno alla volta,
intimoriti dal fare risoluto della padrona, gli astanti tornavano a sedersi ai loro tavoli per riprendere il gioco del tressette, certi che prima o poi, con l’aria che tirava, per quelle
dispute qualcuno l’avrebbe pagata cara.
A queste discussioni partecipava spesso anche Cosimo, di
passaggio alla trattoria. Ercole andava molto d’accordo col
nipote, ma quando il ragazzo cominciò a mostrarsi troppo
simpatizzante per il regime, forse influenzato da certi compagni del liceo, i loro rapporti iniziarono a incrinarsi. Cosimo, grazie alla sua istruzione e alla parlantina sciolta, aveva
sempre la meglio sullo zio, provocando spesso applausi da
parte dei presenti, le cui idee non erano mai ben chiare e finivano per applaudire chi risultava più convincente nelle sue
esposizioni. E le voci divenivano ogni sera più concitate,
anche se poi tutto finiva con un’alzata di calici.
Chi pagò, come era prevedibile, fu proprio Ercole. Una
39
mattina si presentarono alla trattoria due Camicie Nere
chiedendo del proprietario. L’uomo stava coprendo il campo
di bocce sul retro del locale, l’inverno era ormai alle porte e
ghiaccio e neve avrebbero potuto compromettere il terreno
liscio sul quale le bocce dovevano scorrere come olio. Ispezionarono a lungo la bottega, cantina compresa. Gli chiesero
le generalità e gli fecero molte domande, inutili peraltro,
perché di lui sapevano già vita e miracoli. Norma se lo vide
portar via così com’era, senza neanche cambiarsi le scarpe:
per accertamenti, dissero, giusto qualche ora, che non si preoccupasse. La donna abbassò la saracinesca, avvisò Arnaldo
di quanto era accaduto e si barricò in casa, disperata e furiosa al contempo, abbandonandosi a tutte le possibili congetture. Al vicinato fece sapere che il marito aveva una brutta
influenza, e neppure lei era in forma. Le ore divennero giorni, tre per l’esattezza, e quando ormai era decisa a recarsi
alla questura per avere informazioni, Ercole si presentò a
casa una mattina: aveva l’aspetto di chi non se l’era passata
troppo bene. Sembrava smagrito, pallido e gli doleva di
brutto la pancia. Dai suoi indumenti arrivava un lezzo disgustoso.
«Niente, niente» minimizzò lui, ostinato e orgoglioso. «Sto
bene, non preoccuparti. Non è successo niente. Sai cosa ti
dico? Il vento cambierà, eccome se cambierà. E allora gliela
farò pagare a quelli lì, porco d’un diavolo, fosse l’ultima
cosa che faccio...»
Per qualche giorno non ci furono discussioni, nessuno gli
chiese nulla e del resto l’aspetto emaciato convalidava la
versione dell’influenza. Ma tutti conoscevano la verità, perché alla gente della corte non sfuggiva nulla e i segreti avevano di solito vita brevissima.
Non passò un mese che si riprese a discutere nel chiuso del
Leon D’Oro. Magari a voce un po’ più bassa, ma si ricominciò, per la disperazione di Nora.
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Capitolo 4
Quell’anno l’inverno fu rigido, cadde molta neve ed Emilia
ebbe il suo bel daffare a tappare gli spifferi per non disperdere il poco calore della casa. Disponevano di una stufa a
legna in cucina e riscaldare l’intero appartamento era
impossibile. I panni li lavava in casa, nella tinozza grande di
zinco, la stessa usata per il bagno personale. Andare alla
roggia non se ne parlava, faceva troppo freddo, le vasche del
lavatoio erano gelide e dal tetto pendevano i candelotti di
ghiaccio. Per i letti si usava lo scaldino con il carbone rovente, e sotto le coperte c’era un tepore piacevole, ma la
mattina l’acqua del catino per lavarsi aveva una patina di
ghiaccio sulla superficie. Il nonno si buscò la polmonite.
Volle essere curato solo con i cataplasmi di semi di lino, le
medicine erano un veleno a suo dire, ma se al contatto del
torace li sentiva troppo caldi esigeva che fossero messi a
rinfrescare fuori dalla finestra per qualche istante, e finiva
per tollerarli quando ormai erano freddi e inutili. Dopo diversi giorni di trepidazione da parte di tutta la famiglia, guarì la sua polmonite da solo, grazie alle sue potenti difese
naturali. Un po’ tutti, però, uscirono stremati dal gravoso
impegno di accudirlo. Tornò arzillo più che mai e riprese a
fare ammattire tutti con le sue pretese.
A rendere l’atmosfera di quell’inverno ancora più cupa
erano i venti di guerra che soffiavano sull’Europa. Arnaldo
lavorava poco dopo la semina, e passava più tempo al Leon
D’oro ad aiutare Ercole nella gestione della trattoria. In
cambio riceveva qualche derrata che, con le sue entrate, non
poteva permettersi. Qui ascoltava i commenti sulla guerra
ormai inevitabile e rientrava a casa preoccupato, preda di
foschi pensieri. Cosimo invece tornava dalla Facoltà di giu42
risprudenza e dalle assemblee dei GUF, i Giovani universitari fascisti, carico di entusiasmo all’idea che di lì a poco
anche l’Italia sarebbe entrata in guerra.
All’Università Cosimo aveva fatto amicizia con Leonino, il
figlio minore dei Visconti di Morzone. Da tempo fascista
convinto, anche per l’atmosfera che respirava in casa, il ragazzo era di carattere sbruffone e borioso. Viziato in famiglia e convinto di saperla lunga in fatto di politica, intratteneva i suoi nuovi compagni, dall’alto della sua autorità nobiliare, sulle tematiche della guerra, ormai considerata
imminente e vista come un’epopea trionfante che avrebbe
dato lustro a un’Italia ancora relegata tra i paesi meno importanti e più poveri d’Europa. Le sue esternazioni, intrise di
scontato lirismo, avevano subito avuto una certa presa su
molti ragazzi, tra cui Cosimo, anche grazie all’alto lignaggio
dell’amico che lo poneva in una posizione di superiorità
intellettuale. Cosimo, ambizioso e determinato, si lasciò influenzare dal giovane conte, e forse il fatto di provenire da
un basso rango sociale giocò la sua parte. Si iscrisse al Guf e
cominciò a frequentarne le assemblee.
«Te set un tangher» lo apostrofò una sera Arnaldo a tavola,
di fronte all’entusiasmo di Cosimo su un eventuale conflitto.
«Tu non sai niente della guerra, non l’hai vissuta, e ti assicuro che non è una passeggiata. E una guerra adesso sarebbe
ancora peggio dell’altra. E poi, quell’Hitler, l’è el diaul. T’el
disi mi, il diavolo in persona. Mussolini non l’ha ancora capito e quando lo capirà sarà tardi. Dobbiamo farci delle
scorte di cibo, perché quando le cose vanno male e c’è il
parapiglia, non si trova più neanche il pane.»
«E con che soldi ci facciamo le scorte?» chiese Emilia più
concreta.
«Se entriamo in guerra sarà una cosa brevissima» disse
Cosimo con la sicurezza e la spavalderia dell’inesperienza.
«La Germania è forte, sta già ottenendo successi nel nord
Europa e, con l’Italia al fianco, vincere sarà un gioco da ragazzi. Il nostro paese diventerà una grande potenza e tutti
staremo meglio. Ma occorre che Mussolini muova le chiap43
pe, sta perdendo troppo tempo, anche se… sono sicuro che
lui le idee chiare ce l’ha, e sa già dove andrà a colpire una
volta entrati in guerra.»
Arnaldo scuoteva il capo sfiduciato, ma non voleva gravare
con le sue preoccupazioni l’atmosfera familiare.
Verso la fine di febbraio, quando già s’intuivano nell’aria
le prime avvisaglie della primavera, Emilia ricevette un biglietto dalla contessa Adelaide Visconti:
“Vi prego di farmi visita domani pomeriggio alle sedici,
possibilmente accompagnata da una delle figliole. Conto sul
vostro riserbo. Grazie”.
«Ci sarà sotto qualcosa. Di quella gente io non mi fido» fu
la prima reazione di Arnaldo alla notizia.
«Cosa vuoi che ci sia sotto» replicò Emilia spazientita.
«Vorrà chiedermi di dare una mano alla servitù che si porta da
Milano nelle pulizie di primavera alla villa, come l’anno
scorso del resto. Però non capisco perché portare una figliola.»
«Vengo io» disse Matilde tutta eccitata. Ma Emilia sembrava titubante all’idea di portare con sé la figlia più piccola.
La contessa Adelaide, moglie del conte Giovanni Visconti
di Morzone, era una donna minuta, pallida, col viso da topo.
La si vedeva poco in Bovisa, preferiva starsene nel suo palazzo del centro, più confortevole e meglio riscaldato, d’inverno. Compariva ogni anno attorno al mese di marzo, per
dare aria alla villa e prepararla all’arrivo, durante la bella
stagione, del marito, dei figli e dei parenti, per una passeggiata fuori porta o per una battuta di caccia. Non era nobile di nascita; era figlia di un industriale famoso nel settore
farmaceutico. Il conte Giovanni non l’aveva certo sposata
per la sua avvenenza e neppure per amore, ma per la cospicua dote che si era portata appresso, dando così una boccata
d’ossigeno alle finanze precarie del casato dei Visconti di
Morzone, ramo cadetto dei Visconti, signori di Milano prima
degli Sforza. D’altronde al padre di Adelaide, uomo concreto e pratico, non era parso vero che qualcuno chiedesse in
sposa la sua unica figlia, non più giovanissima e per nulla
piacente, per di più un personaggio di tutto rispetto capace
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di dare lustro e fama alla sua azienda. Così, dopo un po’ di
trattative, si celebrarono le nozze, prestigiose e pompose
come si conveniva a due casate importanti, anche se per origini diverse. Cosa ne pensasse Adelaide di questo matrimonio non si seppe mai: era una donna taciturna, schiva e
accomodante. Qualcuno ventilò che, prima di incontrare il
conte, fosse stata innamorata di un operaio dell’azienda
paterna; questo legame però sarebbe stato reciso sul nascere
dalla famiglia, per questioni di opportunità. E così passò da
uno stato di sottomissione all’altro, dal padre al marito. Dal
matrimonio nacquero due figli maschi, Leonino e Rodolfo, i
quali avevano preso dal padre la prestanza fisica, per loro
fortuna, ma a dire della gente, anche l’arroganza e la boria.
Emilia e Matilde indossarono il loro abito migliore e si
presentarono alle sedici in punto alla villa. Una cameriera le
fece entrare: donna Adelaide se ne stava seduta in salotto,
riscaldato da un grande camino in marmo, la testa piccola
incassata nel collo, i piedi appoggiati su uno sgabello, gli
occhi su un ricamo. Matilde vedeva l’interno della casa per
la prima volta e si guardava intorno con soggezione, ma
anche con un certo batticuore all’idea di incontrare Rodolfo.
L’aveva visto alcune volte l’estate precedente, mentre arrivava da Milano in sella al suo cavallo, e aveva iniziato a
pensare con insistenza al ragazzo. Ormai ricorreva in modo
frequente nelle sue fantasie. Poi una sera di luglio, nella luce
dorata del tramonto, mentre si svolgeva l’annuale festa della
mietitura sull’aia, Rodolfo era arrivato, e i suoi occhi ardenti
si erano fermati su quella ragazza delicata, dagli occhi dolci
e intrisi di un’ingenuità affascinante. Una lunga tavola poggiata su due cavalletti era stata imbandita con piatti di salumi e formaggi, verdure fresche tagliate, pane a fette e vino
genuino, che la gente spillava direttamente dalle botti. Le
donne avevano preparato delle torte prelibate, soprattutto la
famosa torta paesana, fatta col pane raffermo imbevuto nel
latte e cosparso di cioccolato. Quando il sole calò e iniziarono le danze al suono di una fisarmonica e di un mandolino,
Rodolfo invitò Matilde a ballare.
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«Come ti chiami?» le aveva chiesto.
«Mi chiamo Matilde. E voi siete Rodolfo Visconti. Io vi
conosco.»
Lui annuì e furono le uniche parole scambiate tra i giovani.
Alla fine del ballo le sorrise, stampò un bacio fugace sulla
guancia e si allontanò di fretta, quasi gli fosse precluso mischiarsi alla gente di stato sociale così basso.
Era stato per Matilde il giorno più bello della sua vita. Ma
ora, davanti alla contessa, si sentiva intimidita e impacciata.
«Sedetevi, sedetevi pure» fece Adelaide indicando due
poltrone rivestite in broccato azzurro. La casa era tutta arredata in tinte pastello, come si addiceva a una residenza estiva. «Onorina, porta del tè per favore. E qualche biscotto; io
non mangio di certo, sono per la ragazza. Voi Emilia preferite il caffè? A me piace tanto, ma non lo posso bere. Mi fa
male allo stomaco.»
«Grazie contessa, non si deve disturbare, per me fa lo stesso.»
«Ma quanto è cresciuta questa ragazza! È proprio una bella
signorina. Ti chiami Elena, non è vero?»
«No, lei è Matilde. Elena è l’altra mia figliola, più grande.
Si è fatta suora l’anno scorso.»
«Ah, che grazia vi ha fatto il Signore; che bella cosa avere
una figlia suora. Io avrei tanto voluto avere una femmina,
ma il buon Dio non me l’ha mandata. E i miei figlioli, Rodolfo e Leonino… li vedo così poco. Studiano e seguono gli
affari del padre, quando sono liberi amano divertirsi: si sa,
sono ragazzi. E io sono sempre tanto sola.»
Matilde, a sentire nominare Rodolfo, avvampò; per fortuna
Adelaide non se ne accorse. Arrivò Onorina reggendo un
vassoio e sorbirono il tè in silenzio. Poi la contessa arrivò al
dunque.
«Emilia, io stimo molto la vostra famiglia, siete persone
ammodo. Ho sentito che le vostre figliole sono brave nel cucito e nello stiro e a me serve appunto una ragazza per queste mansioni, per tutto il periodo estivo, qui alla villa. Ma
non è solo questo. Se avanza un po’ di tempo, e di sicuro ne
avanza, vorrei che mi leggesse qualcosa. A me piace tanto
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leggere, purtroppo però la vista da qualche tempo mi crea
problemi. Gli occhi mi si affaticano dopo poche pagine e
devo smettere. Col ricamo, ahimè, è la stessa cosa. Mi hanno riferito che tutti i vostri figli hanno studiato, le ragazze
alle magistrali, i maschi al liceo, e questa è una bella cosa.
La paga sarebbe interessante, naturalmente. Se Matilde fosse
disponibile…»
Matilde abbozzò subito un sorriso di accettazione, ma Emilia frenò:
«Devo prima parlarne con mio marito, contessa. Matilde ha
finito la scuola l’anno scorso e ancora non abbiamo deciso
cosa farà. Non so se lui ha già altri progetti per lei.»
«Mamma, io sono sicura che il babbo non avrà nulla da ridire» disse Matilde con tono quasi supplichevole. Emilia la
fulminò con lo sguardo.
«Meglio parlarne con tuo padre, figlia mia. Comunque,
grazie contessa per aver pensato a noi.»
«Va bene, ma datemi una risposta al più presto. La ragazza
mi piace, ci terrei molto. Onorina, accompagna le signore
alla porta!»
Lasciata la villa, Matilde diede sfogo alla sua rabbia:
«Non potevi accettare subito? Cos’è questa storia di chiedere il permesso al babbo, non fanno comodo anche a lui un
po’ di soldi in più? Si lamenta sempre che fatichiamo a
campare! Chi mi dice che la contessa nel frattempo non cambi
idea?»
Era disperata e le veniva da piangere.
«Tranquilla, la contessa non cambierà idea. E sentire il
parere di tuo padre mi sembra il minimo.»
«Tu non ci tieni, di’ la verità. È per via dei ragazzi. Voi
mamme siete tutte uguali, vi mettete in mente chissà cosa,
fosse per voi non dovremmo neppure respirare. Ma io sono
adulta ormai, ho diciotto anni e so bene quello che faccio. E
poi devo trovare un lavoro, cos’ho studiato a fare sennò?»
«Chiudi quella boccaccia. Non puoi sapere quali pericoli si
nascondono nelle case dei signori. A loro… è tutto concesso.
Sempre. E comunque stai buona, sentiremo cosa dice il
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babbo. Non c’è fretta.»
C’era un proverbio a quei tempi: la faccia del re piace
anche agli anarchici. E Arnaldo, oltre a non essere anarchico, non disdegnava certo la faccia del re, quella stampigliata
sulle banconote. Così non vi fu alcuna discussione: Matilde
si presentò dalla contessa la settimana successiva per iniziare il lavoro, pulita, agghindata, i bei capelli biondi raccolti
sulla nuca. Non dovette fare alcuno sforzo per risultare gradita. Matilde era una ragazza aperta e sempre sorridente, e
se in famiglia aveva a volte dei guizzi di ribellione, con i
suoi superiori era oltremodo rispettosa. I suoi occhi chiari, il
suo sorriso solare, e quel senso di purezza interiore che la
sua persona emanava, conquistarono presto la contessa e il
resto della famiglia. Rodolfo si accorse di lei il sabato
successivo e i suoi ritorni estemporanei divennero da quel
giorno più frequenti.
Intanto Bianca teneva Elena aggiornata sulle novità della
famiglia:
Mia cara sorella,
ho una bella notizia da comunicarti. Matilde ha trovato lavoro come addetta al guardaroba presso la contessa Adelaide
Visconti. Ma non è tutto: quando è libera dai suoi impegni
lavorativi, le tiene compagnia e legge per lei. A volte pranzano perfino assieme, e da quel che racconta ha avuto modo di
gustare delle vere prelibatezze. Donna Adelaide la paga bene
e l’adora. Spesso la chiama anche la domenica e nostra sorella è molto contenta, perché nei giorni di festa arriva il figlio Rodolfo, di cui si è perdutamente innamorata. La vedessi! La nostra piccolina sembra vivere ormai su un altro pianeta. Il babbo non si è accorto di niente; la mamma invece,
cui nulla sfugge, è molto contrariata. Ha paura che Matilde
finisca per soffrire. Vedremo cara sorella, ti terrò aggiornata.
Sabato c’è stato il raduno delle Giovani Italiane all’Arena.
Quanto mi sei mancata! Ho dovuto indossare la tua divisa
perché la mia è diventata piccola, soprattutto la gonna. Soliti giochi con i cerchi e le bandiere; poi la corsa e il salto.
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Avessi visto i ragazzi maneggiare il moschetto: quest’anno
ce n’erano di bellissimi! C’era anche l’Ermanno, ma sembrava non essere in vena. Chissà se faremo ancora di questi
saggi, dicono che i tempi stanno cambiando e ben altre cose
si profilano all’orizzonte.
Attendo tue notizie e ti abbraccio.
Tua Bianca.
La risposta di Elena non tardò ad arrivare:
Mia cara Bianca,
scusami se ti rispondo solo ora, ma ho cambiato sede e la
tua lettera mi è stata recapitata con ritardo. Ora mi trovo a
Castelferro, in Emilia Romagna. Se il posto è meno bello, mi
consola il fatto che in linea d’aria sono più vicina a tutti voi
e un giorno, chissà, magari vi sarà possibile venirmi a trovare. Dalla finestra della mia camera potevo osservare lo
splendore delle colline toscane, le distese dei campi coltivati
come una tavolozza di colori, sentire d’estate il canto delle
cicale nelle ore più calde, i grilli sul calare della sera. Nel
buio osservavo il vagare delle lucciole. Tutto questo leniva
la mia nostalgia. Qui è tutto più. . . piatto. La mia finestra dà
sul paese; mi ricorda tanto la nostra Bovisa, case basse
attorno ai cortili, cascine, tettoie dove si ripongono gli
attrezzi dei campi. Il convento dove mi trovo ora è in realtà
un asilo per bambini orfani o abbandonati. Sapessi quanta
pena mi fanno, Bianca mia! Di giorno mi occupo di loro, li
aiuto a mangiare, li faccio giocare, li accudisco, la sera li
metto a letto insieme alle mie consorelle. La maggior parte
ha perduto il babbo e la mamma, spesso per condizioni di
indigenza e povertà. Altri sono figli di ragazze madri. Sono
così belli, vedessi. Ma nei loro occhi c’è tanta tristezza. Mi
chiedo perché a questi bambini è riservata una vita tanto
difficile, e cosa ne sarà di loro quando saranno più grandi. . .
Sono contenta per Matilde e spero il meglio per lei. Anche
qui si parla di bufere in arrivo e ognuno la pensa a modo
suo. Io, per mia fortuna, ho troppo daffare per occuparmi di
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queste cose e mi limito a pregare Dio che protegga il nostro
paese e la nostra famiglia.
Spero di ricevere presto tue notizie. Troverai il mio nuovo
indirizzo sulla busta.
Un abbraccio a tutti voi,
la vostra Elena.
Fu quell’estate che Cosimo, contagiato dal fermento che
animava i suoi amici del GUF, si arruolò volontario per
raggiungere il Corpo di Spedizione Oltre-Mare Tirana, già di
stanza in Albania dall’aprile del ’39. I soldati erano sbarcati
in più punti del paese, senza incontrare particolare resistenza
da parte dell’esercito albanese. Di fronte alle novità che ogni
giorno si profilavano e agli sfolgoranti successi della Germania, non stava più nella pelle e si accontentò di una guerra secondaria, pur di accelerare i tempi. La cosa era in aria
da diverse settimane e una sera, a tavola, diede la notizia ai
genitori.
«Avete sentito parlare del Patto d’acciaio?» chiese Cosimo
per controbattere alle rimostranze di Emilia. «La guerra è
vicina, quel patto vincola l’Italia a intervenire al fianco della
Germania. Mussolini sta ancora tergiversando e io non capisco perché. Ma sarà questione di mesi, statene certi. Tanto
vale che parta volontario e in questo momento al distretto
cercano per l’Albania.»
«L’esercito italiano non è preparato, e Mussolini lo sa bene» obiettò Arnaldo.
«Balle! La Germania provvederà presto a fornirci i mezzi
militari e le materie prime necessarie per fronteggiare Francia e Inghilterra. Gli esperti stanno preparando la lista di
tutto quello che occorre, credetemi. E comunque io mi sono
già iscritto, sono andato proprio oggi al distretto in corso
Monforte. Avrei dovuto avvisarvi prima, lo so, ma ho voluto
evitare discussioni inutili.»
Arnaldo non dibatté più di tanto la questione, sarebbe stato
inutile, conoscendo la caparbietà di Cosimo, e comunque era
solo un’anticipazione sulla chiamata che presto o tardi sa50
rebbe giunta. Ne era cosciente anche lui.
Emilia invece aveva da tempo intuito le intenzioni del figlio. La sua partenza la gettò nel più cupo sconforto. Avrebbe
accettato una chiamata alle armi, su quello non c’era santo
che potesse intervenire, ma addirittura anticipare i tempi e
andare volontario, questo non le andava giù. Contava molto
su quel ragazzo: sveglio e intelligente, aveva sempre sopperito alle carenze di Arnaldo, che era un buon diavolo ma
spesso assente e poco avveduto sui problemi pratici della
famiglia. Cosimo era la sua forza, la sua sicurezza, un palo a
cui aggrapparsi quando la vita sembrava divenire troppo
complicata. Un altro membro della famiglia che si allontanava, un’altra spina nel suo cuore di madre.
«Stai bene in divisa» gli disse la mattina della partenza,
ponendo del cibo nel suo tascapane. E lo guardò allontanarsi, cercando di soffocare quel desiderio materno, istintivo
e selvaggio, di proteggere la propria progenie dai pericoli e
dalle insidie. Avrebbe voluto piangere, ma riuscì a trattenersi.
Rodolfo trascorse tutta l’estate alla villa, con la scusa di
dover controllare più da vicino i proventi del raccolto. Il
conte Giovanni ne fu felice: la decisione del figlio lo esentava dal compito ingrato di esaminare i conti. Inoltre teneva
compagnia alla madre, e lui poteva restarsene a Milano, dedito alla sua vita libertina.
A differenza del fratello, Rodolfo aveva una natura mite e
riflessiva. Adorava leggere ed era un sognatore. Non amava
parlare di politica, detestava d’istinto il regime, ma non faceva nulla per osteggiare o combattere chi lo difendeva. Non
era agnostico, la sua mente era attratta da altre cose e considerava l’occuparsi di politica una perdita di tempo in grado
di sviarlo da ciò che gli interessava davvero. Per natura introverso, taciturno, a volte sfuggente, era consapevole di essere considerato uno sfaticato, viziato e borioso come il
fratello Leonino, ma tutto ciò non corrispondeva alla realtà.
Rodolfo, cagionevole di salute da piccolo, era cresciuto solo,
affidato ai precettori, lontano dai coetanei, e questo aveva
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fatto di lui un ragazzo emotivo, che riversava tutta la sua
sensibilità nella poesia e nella musica.
Alla contessa Adelaide non era di certo sfuggito l’interesse
che il figlio e la piccola Matilde nutrivano l’uno per l’altra.
Era felice di avere i due giovani accanto a sé durante le
lunghe e pigre giornate di calura estiva, e cercò di ignorare
la cosa, per non incrinare l’atmosfera di serenità che si respirava alla villa. Il tempo avrebbe sistemato le cose e se era
destino che i due ragazzi dovessero intraprendere una relazione seria, lei non si sarebbe di certo opposta. E poi vedeva
Rodolfo allegro come non lo era da tempo. Il pomeriggio,
dopo la lettura, Adelaide invitava il figlio a suonare qualcosa
al pianoforte, mentre Onorina serviva il tè con i biscotti. Il
ragazzo suonava i suoi pezzi classici preferiti, i notturni di
Chopin, le sonate di Beethoven, brani che bene si addicevano ai suoi stati d’animo tormentati, mentre Matilde lo guardava estasiata.
«Adesso permettete a Matilde di prendere una boccata
d’aria» diceva lui rivolgendosi alla madre, «altrimenti potrebbe stancarsi troppo e aver bisogno di un periodo di riposo. E in questo caso voi dovreste rinunciare alla sua compagnia.»
«Hai ragione, figliolo. Sto bene con voi giovani e perdo la
cognizioni del tempo. Accompagna tu la nostra Matilde a
fare un giro nel parco, è una così bella giornata. Ma non più
di un’ora, mi raccomando, che dobbiamo finire il capitolo di
“Delitto e Castigo”, prima che se ne vada.»
Era una corsa sfrenata quella dei due giovani attraverso i
vialetti impervi del parco, tra grida e risate che anticipavano
l’arrivo alla grotta in fondo al giardino, vicino alla scuderia,
immersa nella frescura di una piccola cascata. Matilde si
appoggiava al muro della parete più nascosta; Rodolfo la
raggiungeva. Le scioglieva i capelli, le accarezzava il viso,
la riempiva di baci. Non era mai stato innamorato in vita
sua; l’amore, come lui lo intendeva, lo aveva mitizzato nei
suoi componimenti poetici, nelle interpretazioni dei suoi
brani musicali preferiti, considerandolo una sorta di subli52
mazione dell’essere, che nulla aveva a che vedere con l’approccio sessuale. Matilde rispondeva ai canoni di questa
concezione platonica dell’amore.
Lei, similmente, in quei frangenti si godeva la pienezza di
una felicità improvvisa e inaspettata. Accanto a Rodolfo si
sentiva al sicuro. Era facile per lei amarlo, ma non appena si
allontanava dalla villa per tornarsene a casa, l’afferrava tutta
l’insicurezza della sua condizione. Quanto sarebbe durato
quello stato di grazia? Forse poche settimane, con l’arrivo
dell’autunno e il ritorno di Rodolfo a Milano, dove il padre
avrebbe di certo fatto sentire la sua voce autorevole su
quella relazione impossibile.
In parte andò davvero così. Agli inizi di ottobre Rodolfo
fece rientro a casa con la madre; doveva riprendere gli studi
e aiutare il padre nell’amministrazione delle proprietà. Si era
già concesso troppo tempo libero, e poi era scoppiata la
guerra in Europa, “guerra-lampo” la definivano gli opinionisti
che difendevano il regime. Hitler aveva invaso la Polonia;
Francia e Inghilterra erano in procinto di intervenire in difesa del paese aggredito. Per l’Italia, fosche previsioni si alternavano a entusiasmo e ottimismo su un futuro che tuttavia
non poteva che apparire incerto. Il conte Giovanni, fascista
convinto ma scettico su un eventuale conflitto, malgrado le
giornate fossero ancora tiepide e soleggiate, pretese che la
famiglia si trovasse riunita a Milano, per ogni evenienza e
decisione che riguardasse un possibile allontanamento verso
un posto più sicuro. Rodolfo tornava alla villa la domenica
pomeriggio per stare con Matilde. Le nuove preoccupazioni
avevano distolto l’attenzione delle rispettive famiglie su
quel legame inopportuno e sbilanciato sotto il profilo sociale. Tutto passava in secondo piano rispetto ai problemi e agli
sconvolgimenti nell’aria. E Matilde aveva ottenuto il permesso di incontrare Rodolfo la domenica pomeriggio, a
patto che non rientrasse dopo le diciotto. Emilia non se l’era
sentita di negare alla figlia questa possibilità, la vedeva
innamorata, e impuntarsi sarebbe stato un invito a mentire.
Arnaldo ignorò la cosa e lasciò fare alla moglie. Ma fu in
53
quel periodo che iniziò per Matilde quell’inquietudine profonda che l’avrebbe dilaniata, una guerra personale per lei
ben più dura di quella che stava per iniziare.
Lontano da Rodolfo, i fantasmi della gelosia iniziarono a
carpire la sua mente con ossessione, portandola a dubbi e
sospetti. Quando si incontravano, studiava a lungo la sua
espressione, il suo comportamento, e vedeva in ogni più piccolo dettaglio un segno di allontanamento da parte del ragazzo, di disamore, di diminuito interesse nei suoi confronti.
L’ansia la divorava, a scapito della sua innata dolcezza. Una
domenica, a bordo della sua Balilla, il giovane conte arrivò
più tardi dell’ora consueta. Aveva la barba lunga e l’aria
stanca.
«Scusa il ritardo. Ho fatto tardi ieri sera e questa mattina
non riuscivo a svegliarmi.»
«Dove sei stato?»
«Sono rimasto a casa. C’è stata una festa per il compleanno
di mio padre. C’era molta gente, personaggi politici anche,
mio padre voleva sondare le intenzioni e gli umori sulla
guerra… ho bevuto un po’ e…»
Matilde si sentì esclusa dalla sua vita. Una scintilla di gelosia feroce divampò in un attimo e sbottò in una scenata
che lasciò il ragazzo basito. Non era abituato a esternazioni
così violente da parte sua, di solito tendente ad accettare il
suo comportamento e le sue spiegazioni. A dargli fiducia.
Ma un tarlo odioso rodeva ormai da tempo la mente della ragazza, convinta che a Milano Rodolfo avesse, accanto a una
vita che lei non poteva condividere, ai suoi amici, ai suoi
interessi, anche altre donne. E una morsa le serrava lo stomaco e i suoi sorrisi non erano più schietti e solari come un
tempo. Il suo sguardo era offuscato da una nota di sfiducia
profonda.
«Che ti prende, Matilde? Stai cambiando, e non mi piace»
disse una domenica sera Rodolfo, dopo un pomeriggio silenzioso e carico di tensione. «Se non ti conoscessi bene direi che sei gelosa. Se è questo che ti rode, non ne hai motivo. Lo sai che ti voglio bene.»
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«E se anche lo fossi? Le cose sono cambiate, io ora sono
esclusa dalla tua vita.»
«Non sei esclusa, viviamo più lontani, tutto qui.»
«Se tu mi volessi bene come dici, verresti alla villa più
spesso, anche durante la settimana. In fondo cosa ti costerebbe? Invece ti vedo solo la domenica per qualche ora.»
«Anche a me piacerebbe trascorrere più tempo con te, ma
ho le frequenze all’università e gli impegni con mio padre.
Sono molto occupato.»
«Non è solo questo. Tu sei cambiato, a volte sei freddo,
scostante, sembri assorto in altri pensieri. Se c’è un’altra
donna, devi essere sincero. Io ti lascerò andare, senza fare
scenate, te lo prometto. Questa incertezza non la sopporto.»
«Non sono scontante e non c’è un’altra donna. Sono preoccupato. Non c’è scampo, presto l’Italia entrerà in guerra.
Hitler conosce bene le condizioni del nostro esercito e ha
concesso del tempo, lo chiamano “patto di non belligeranza”, ma durerà poco, credimi. La guerra-lampo potrebbe rivelarsi una catastrofe. Matilde, il mondo non ruota attorno a
noi due. Voi qui, in campagna, siete fuori dalla mischia, non
vi arrivano molte notizie e riuscite ancora a vivere con un
po’ di distacco. Io non ci riesco. Non ti rendi conto che ci
aspettano tempi durissimi?»
Scosse il capo, poi riprese con aria sfiduciata:
«Adesso è inutile parlare di queste cose. Dai, siediti vicino
a me e fammi un sorriso.»
Si pentiva, Matilde, dopo questi discorsi che stentava a
comprendere, dei suoi capricci frivoli e privi di consistenza.
Eppure non appena arrivava a casa, dopo la partenza di Rodolfo, al pensiero che un’altra settimana sarebbe trascorsa
prima di poter stare di nuovo con lui, sentiva il cuore a pezzi
e il suo unico desiderio era di estraniarsi per dare sfogo alla
sua tristezza.
Per Emilia, la sofferenza ormai palese della figlia minore
costituiva una conferma ai timori che fin dall’inizio aveva
nutrito su quel rapporto. La bella favola del principe che
sposa la ragazza povera solo di rado andava a compimento
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nella realtà. Aveva tentato più volte di parlarne con lei, per
capire meglio, per poterla aiutare, ma era troppo chiusa nella
sua angoscia.
Una domenica di marzo, dopo una settimana di elucubrazioni sofferte, Matilde ebbe l’idea di cambiare strategia. Si
vestì con cura, un tailleur grigio attillato prestatole da un’amica più grande sopra una sottoveste di seta guarnita di
pizzi, comprata da Elena per il matrimonio e rimasta sepolta
in un cassetto. Si passò il rossetto sulle labbra per la prima
volta in vita sua e si acconciò i capelli in modo diverso. Dimostrava più anni di quelli che aveva. Rodolfo, sul momento, apprezzò quel cambiamento, ma dichiarò che la preferiva vestita in modo semplice e senza rossetto. Lei era
bella così, non aveva bisogno di artifici per piacergli. La ragazza si adombrò, sicura tuttavia che il ragazzo avrebbe
apprezzato la sorpresa che aveva in serbo per lui.
I due giovani fecero come al solito un giro nel parco. Rodolfo parlava in modo concitato della situazione, ma Matilde
non l’ascoltava; i suoi pensieri erano altrove. C’era un vento
freddo e pungente. Entrarono nella villa, Rodolfo andò a
prendere della legna, accese il fuoco nel camino e, nel bagliore delle fiamme, Matilde iniziò a togliersi i vestiti.
Slacciò la giacca con gesti lenti, abbassò la gonna. Rimase
in sottoveste, un sorriso ammiccante e grottesco a incorniciarle il volto, e lo sguardo carico di provocazione. Il suo
corpo appariva spigoloso, il viso pallido e scarnito. C’era
voluto tutto il suo coraggio per arrivare a questo, il coraggio
della disperazione.
«Cosa stai facendo?» l’apostrofò lui in malo modo, dopo il
primo attimo di stupore.
«Voglio fare l’amore con te. È questo che manca al nostro
rapporto, ora ho capito. Così non dovrai più andare con altre
donne. E io non sarò più gelosa. Ora saremo come marito e
moglie e tutto sarà perfetto.»
Rodolfo si portò le mani al viso in un gesto di sconforto.
«Rivestiti subito, per cortesia.»
«Non ti piaccio?»
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«Non mi piace il tuo modo di fare. Quando voglio fare l’amore con una donna sono io a prendere l’iniziativa. E questo
comportamento non ti appartiene, non è da te. Rivestiti, ti
prego» ribadì lui con durezza.
Ci fu un attimo di gelo e di disagio. Poi gli occhi di Matilde
si riempirono di tutta l’umiliazione, la vergogna, il senso di
frustrazione provati in quei brevissimi istanti. Ebbe un brivido, si abbassò e raccolse la gonna caduta ai suoi piedi.
S’infilò la giacca e cominciò a piangere. Tutto era perduto:
Rodolfo l’aveva rifiutata e questa era la prova tangibile che
non l’amava più. E lei ora non aveva neppure il coraggio di
guardarlo in faccia.
«Matilde... tu mi piaci, mi piaci tantissimo, dovresti averlo
capito ormai» disse lui più dolcemente, avvicinandosi e
afferrandola per le braccia. «Non volevo offenderti, ma non
hai bisogno di spogliarti per me. Il nostro rapporto è al disopra di tutto questo. Se anche avessi un’altra donna, non sarebbe la stessa cosa. Con te è diverso e ti voglio come sei,
non voglio un’altra Matilde. Un giorno, se questa guerra ce
lo permetterà, saremo insieme e allora fare l’amore sarà una
cosa bella e naturale. Ma adesso no, tu sei molto giovane e il
nostro legame è ancora privo di concretezza. Non è il momento e tu non sei pronta. Lo capisci questo?»
Matilde non capiva. E le parole di Rodolfo erano solo una
conferma ai suoi dubbi, ai suoi timori. Aveva parlato di
un’altra donna, anche se in termini di supposizione; quindi
la possibilità esisteva e questo la distruggeva. Sorseggiò
adagio la tazza di tè che il ragazzo le aveva portato affinché
si riscaldasse. Rimase accovacciata sul divano, in silenzio,
mentre lui, per distrarla dalla sua mortificazione e al contempo sfogare i propri timori, aveva ripreso a parlare della
complicata situazione europea, dell’aggravarsi della crisi in
seguito all’aggressione della Finlandia da parte dell’URSS,
conseguenza di un patto, segreto e scellerato, tra Hitler e
Stalin, da sempre proverbiali nemici. Elogiò la coraggiosa
resistenza dei finlandesi, che a differenza di altre popolazioni non si erano subito piegati. Di come la sua famiglia la
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pensasse in proposito, dell’entusiasmo del fratello Leonino,
pronto ad arruolarsi e, per contro, delle sue perplessità. Per
Matilde erano argomenti astrusi, non li capiva, non suscitavano in lei alcun interesse e la voce di Rodolfo che, implacabile, insisteva a volerla rendere partecipe della situazione,
altro non era che un fastidioso sottofondo alla sua angoscia.
Si sentiva esausta e non vedeva l’ora di tornarsene a casa.
Quella sera andò subito a letto, senza toccare cibo.
Attese la domenica successiva in preda a un’ansia divorante, con il proposito di godersi la giornata e allontanare
tutti i fantasmi. Ma la mattina, di buon’ora, Rodolfo le fece
recapitare un biglietto: quel giorno non sarebbe venuto. Era
trattenuto a Milano da impegni inderogabili. Si dispiaceva
molto, ma non poteva essere altrimenti. Si sarebbero visti la
domenica seguente e avrebbero recuperato il tempo perduto;
anzi, se la giornata fosse stata bella, sarebbe arrivato il mattino e avrebbero pranzato insieme nel parco. Per Matilde fu
un colpo durissimo. Era la prima volta che succedeva e malgrado le promesse contenute nel messaggio, attribuì il fatto
al suo comportamento della settimana precedente. E poi,
quei millantati impegni inderogabili, di domenica, erano di
certo una bugia. Non le riuscì di starsene con le mani in mano e chiese l’aiuto della sorella.
«Ho sentito che oggi te ne vai in centro con le tue amiche»
le disse decisa. «Voglio venire con te.»
«Non vado con le amiche» rispose Bianca sottovoce per
non farsi sentire dalla madre. «Mi vedo con l’Ermanno e
voglio essere sola con lui. Non puoi venire.»
«E io mi devo incontrare con Rodolfo. Oggi non può venire alla villa e mi ha chiesto di raggiungerlo a casa sua. La
mamma non deve sapere niente, mi devi aiutare. Partiamo
insieme da casa, e una volta arrivate in centro ci dividiamo e
ci troviamo per il ritorno.»
Bianca ebbe un moto di stizza.
«Tu sei matta. Se poi qualcosa va storto, la colpa è mia. No
cara, già devo dire una bugia per me, due sono troppe. E poi
è una responsabilità che non mi prendo.»
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«Se non mi aiuti dico alla mamma che ti vedi con l’Ermanno e che l’altra sera eri con lui sul fienile della cascina
dei Rosati. Ti ho visto mentre tornavi a casa, tutta spettinata,
e ti ripulivi il vestito.»
Bianca non riconosceva la sorella: determinata, ostile, lo
sguardo carico di livore.
«Se la mamma viene a sapere che ti sei incontrata col Visconti a Milano, a casa sua poi, magari da soli... uccide te e
me che ti ho tenuto la corda» cercò di farla ragionare. «E
sappiamo bene che in questa casa le bugie hanno le gambe
molto corte.»
«Prendere o lasciare, sorella. Andare a spifferare che tu e
l’Ermanno siete amanti sarà questione di minuti.»
Partirono da casa alle due del pomeriggio. Pioveva a dirotto e faceva freddo, malgrado fosse marzo inoltrato. Presero un tram sferragliante e raggiunsero il centro di Milano
in un silenzio carico di tensione e di timori. Si separarono
davanti al Broletto.
«Alle cinque e mezza, qui, in questo punto, mi raccomando! Non farmi pentire di averti aiutata» esclamò Bianca,
ancora arrabbiata.
Matilde raggiunse il palazzo dove, all’ultimo piano, in un
magnifico attico che occupava tutto il perimetro dello stabile
di via Cusani, vivevano i Visconti di Morzone. Dal basso si
potevano vedere le piante sempreverdi di cui era ornato il
terrazzo con vista sul Castello Sforzesco. Si appostò in un
angolo nascosto, non lontano dal portone d’ingresso. Non
era sua intenzione salire a cercare Rodolfo, non ne avrebbe
mai avuto il coraggio, ma voleva restare per vedere se entrava o usciva dal palazzo. In tal caso, se fosse stato solo,
l’avrebbe chiamato, per potergli parlare, anche per un breve
istante, scusarsi per il suo comportamento della settimana
precedente, guardarlo negli occhi e capire se era ancora adirato con lei.
Passarono due ore senza che nulla accadesse. L’umidità e il
vendo freddo le penetravano le ossa, sentiva male alla gola e
le sue gambe erano deboli. Fu tentata di allontanarsi, rifu59
giarsi in un bar e bere qualcosa di caldo in attesa di Bianca.
Si sentiva debole, da molti giorni mangiava pochissimo e
sempre controvoglia, pur di tenere buona la madre.
Era ancora indecisa sul da farsi quando il portone si aprì.
Uscirono alcuni ragazzi in gruppo, belli, eleganti. Il primo
che riconobbe fu Leonino, parlava a voce alta e rideva alla
battuta di un amico; dietro di lui c’era Beatrice, la bella cugina, figlia di un fratello del conte Giovanni. Matilde l’aveva vista due volte durante l’estate, in occasione di una sua
visita alla villa. Era alta, elegantissima, in un impermeabile
chiaro col collo di pelliccia, i biondi capelli raccolti in una
treccia. Dietro di lei, Rodolfo le parlava in un orecchio, appoggiandole una mano sulla spalla. Tutti assieme si diressero verso il Duomo. Fin dalle domeniche in cui Beatrice era
venuta alla villa, vestita da amazzone per una cavalcata nel
parco, Matilde aveva provato nei suoi riguardi una forte gelosia. Aveva percepito l’affetto che Rodolfo nutriva per la
cugina, la complicità che li legava. “Siamo cresciuti insieme”, aveva detto il giovane parlando di lei. “È l’unica persona della famiglia che apprezzo davvero e a cui sento di
voler bene”. Ma a Matilde non era sfuggito neppure l’interesse che i conti nutrivano per la nipote e, dai discorsi della
contessa, le era parso di comprendere che sarebbe stato loro
desiderio darla in sposa a uno dei figli. Immersa nel periodo
più felice della sua vita, Matilde aveva presto dimenticato
quegli episodi. Adesso invece, dopo ciò che aveva visto, i
timori che da tempo l’angustiavano acquistavano concretezza.
Vagò come un automa nelle vie del centro, come se il tempo si fosse fermato. Non sentiva più freddo, le sue gambe si
muovevano ormai per inerzia, non sapeva dove si trovasse.
Coordinare i pensieri le risultava difficile. Percepiva solo la
figura di Rodolfo, sorridente, dietro la cugina, la sua mano
appoggiata sulla spalla, e subito dopo il suo sguardo ostile
su di lei, svestita, la domenica precedente. Si sentì indegna e
umiliata. Cosa si era aspettata da quell’uomo? Che l’amasse,
che la sposasse? Folle era stata, e illusa, lei povera figlia di
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contadini, senza un soldo e non certo bella come Beatrice.
Giunta in piazza Mercanti, davanti alla Loggia degli Osii,
soffocata dai pensieri negativi e priva di forze, si accasciò a
terra. La pioggia le infradiciava i vestiti, ma le sue percezioni si dissolvevano piano, fino a non sentire più nulla.
Venne trovata dopo alcune ore, dalle guardie che facevano
la ronda serale nel centro di Milano.
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Capitolo 5
Mia cara Elena,
questa volta la mia lettera non ti porta buone notizie. Siamo tutti molto preoccupati per Matilde. È gravemente malata. Una forma virale ai polmoni, dicono i medici, faticosa
da debellare a causa dello stato di grave debolezza in cui
versa il suo fisico. Se in un paio di settimane non migliora,
verrà condotta in un sanatorio e là dovrà rimanere a lungo.
Oh, Elena mia, sapessi! È stata trovata priva di sensi nel
centro di Milano, dalla ronda, mentre noi a casa rischiavamo di impazzire per la preoccupazione di non vederla arrivare e non sapevamo più a che santo votarci. Io sapevo che
doveva incontrare Rodolfo Visconti, ma non era la verità.
Lui non ne sapeva nulla e quella domenica era impegnato in
una riunione familiare per decidere la divisione di alcune
terre di loro proprietà. Quando ce l’hanno portata a casa
era priva di sensi e bagnata fradicia. Pensavamo stesse per
morire. Ora è molto debilitata a causa della febbre persistente e parla pochissimo. È per questo che non le abbiamo
ancora chiesto spiegazioni sui motivi di quella bugia.
Rodolfo è venuto a trovarla. La mamma si vergognava
tantissimo a farlo entrare nella nostra casa, ma lui aveva
occhi solo per Matilde ed era sconvolto. Non ti so dire come
finirà questa storia. Ti terrò informata e penso che la tua
Madre superiora, considerando la situazione, non si
arrabbierà se ti invierò qualche lettera in più per darti notizie della tua sorellina.
Ti abbraccio.
Tua Bianca che sempre ti rimpiange.
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Bianca aveva aspettato Matilde fino alle sei, quel pomeriggio. Poi, pensando che si fosse fatta accompagnare da
Rodolfo, preoccupata per le conseguenze e piena di rabbia
verso la sorella, era tornata a casa, convinta di trovarla lì.
Ma Matilde non c’era e la verità venne fuori. Arnaldo l’aveva guardata con occhi di ghiaccio ed era stata la sola reazione. Emilia era andata su tutte le furie e incapace di starsene
con le mani in mano, aveva mandato Giulio a cercarla. Pioveva a dirotto. Il ragazzo arrivò fino alla fermata del tram;
incontrò degli amici e chiese loro se avessero visto la sorella. Nulla.
Matilde arrivò a casa alle nove di sera, in braccio a un carabiniere, priva di sensi. Il resto fu un susseguirsi di mosse
per soccorrerla. Il fatto che Rodolfo non fosse colpevole
dell’accaduto emerse solo la domenica seguente, quando
venne a cercare Matilde per il solito appuntamento domenicale.
Ora tutti vivevano come sospesi, in attesa di vedere nella
ragazza un miglioramento che ridesse un po’ di speranza alla
famiglia. Emilia non l’abbandonava. Si inginocchiava a lato
del suo letto e pregava con fervore la Madonna. Cercava di
nutrirla con qualche cucchiaino di brodo o della frutta, le
metteva delle pezze fresche sulla fronte, la toccava e la carezzava, come se in quel modo potesse infonderle un po’
della sua vitalità. Ma Matilde sembrava aver perso la voglia
di vivere.
Passavano i giorni. Bianca continuava il suo lavoro alla
fabbrica del tabacco; non per molto, perché presto i tedeschi
l’avrebbero requisita per organizzarvi un comando. Ermanno seguiva il lavoro del padre nel commercio di tessuti: di lì
a qualche mese avrebbero chiuso i battenti per mancanza di
lavoro.
I due ragazzi avevano da tempo iniziato una relazione, all’insaputa delle rispettive famiglie – con la sola eccezione di
Matilde. Si vedevano di nascosto, anche se Emilia, col suo
naso lungo, aveva fiutato qualcosa. Ma se Bianca era piena
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di entusiasmo e vedeva la possibilità di realizzare il suo sogno di sposare un uomo che rispondesse alle sue aspettative,
e di cambiare la sua vita in meglio, per Ermanno quella relazione sembrava una sorta di laconico ripiego: chi meglio
di Bianca, così simile alla sorella, poteva sopperire alla
mancanza di Elena? C’erano momenti in cui questo meccanismo diveniva palese persino a Bianca stessa: le richieste di
portare i capelli in un certo modo, il regalo di una particolare boccetta di profumo, la sua preferenza per certe camicie
bianche...
Tuttavia lei, più concreta e meno sensibile di Matilde, accantonava quel pensiero insidioso e accettava i comportamenti di Ermanno con serena rassegnazione. A Bianca importava restare al suo fianco e farsi sposare. Occorreva dare
tempo al tempo e avere pazienza. Per questa e altre ragioni,
alcune delle quali ben poco razionali, preferiva per il momento non accennare alcunché a Elena, nella fitta corrispondenza che oramai avevano intrapreso:
Cara Bianca,
che brutte notizie mi dai! Non volevo credere a quanto è
successo a Matilde. Prego per lei ogni giorno, che il Signore
la benedica e le faccia ritrovare la salute.
Io sto bene, grazie a Dio e per mia fortuna, perché qui c’è
tantissimo da fare e arrivo a sera esausta. Le cose si sono
complicate. In questo territorio ci sono delle comunità ebraiche, con gente che ha sempre condotto una vita attiva dal
punto di vista professionale e persino politico. In conseguenza delle leggi razziali, si sono visti abbandonati da amici,
colleghi, datori di lavoro; molte fabbriche chiudono, alcuni
stanno perdendo il posto e pensano di emigrare; non avendo
un punto di riferimento cercano un rifugio per i loro figli,
soprattutto i più piccini. Così ora non ci sono soltanto orfani, ma anche bambini ebrei, condotti al convento dai genitori costretti a lasciare l’Italia. E qualcuno pensa che in futuro le cose diventeranno ancora più difficili. Questi bambini, abituati a vivere in famiglia, fanno molta fatica ad
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ambientarsi qui e soffrono per la mancanza dei genitori. A
volte di notte li sento piangere, e vorrei tanto fare qualcosa
per loro.
Mi sento così impotente. . . ovunque volga lo sguardo vedo
sofferenza e tribolazioni. E ora, le notizie su Matilde mi
procurano altro dolore.
Tienimi informata, ti prego.
Tua, Elena.
In aprile Matilde venne condotta in sanatorio. L’infezione
polmonare non accennava a guarire. Qui veniva curata al
meglio e trascorreva le sue giornate tra il letto e la poltrona.
Emilia andava a trovarla a giorni alterni e si consolava all’idea che fosse in buone mani. Il tempo avrebbe sistemato
ogni cosa, del resto i medici non erano pessimisti.
Col tempo Matilde si era chiusa in un mondo suo, del quale
solo lei possedeva la chiave. A nessuno era permesso entrare. Un mondo fatto di pezzi di vita vissuta prima che tutto
accadesse. Tempi spensierati. E questo iniziò a bastarle.
Persino Rodolfo, oggetto del suo grande e sofferto amore,
sembrava divenuto un estraneo. Tra loro non ci fu mai un
chiarimento sul malinteso di quella domenica. Eppure Beatrice era per lui null’altro che una cara cugina, e le pretese
dei genitori che loro si sposassero, cosa ben vista soprattutto
per motivi economici, erano sempre state eluse da entrambi
con divertita determinazione. Ma questo Matilde non lo
seppe mai. Era come se la sua mente avesse rimosso il ricordo doloroso di quella domenica e la malattia avesse preso
il sopravvento sulla sua stessa esistenza.
Il 10 giugno di quell’anno, dal balcone di Palazzo Venezia,
Mussolini annunciava in un’atmosfera quasi delirante l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, contro
Francia e Gran Bretagna. Le piazze erano tappezzate di bandiere e gremite di gente; tanti italiani non vivevano quel
momento col timore legato all’annuncio di un conflitto, ma
in trepidante attesa, certi che la guerra sarebbe stata breve e
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vittoriosa. In realtà aveva inizio uno dei capitoli più dolorosi
della Storia. Solo chi aveva vissuto la Grande Guerra accolse la notizia con angoscia e paura.
Dopo soli cinque giorni ci fu il primo bombardamento su
Milano. Gli aerei decollavano da basi posizionate nell’Inghilterra meridionale, durante le ore notturne; attraversavano
i cieli della Francia – già in mano ai tedeschi, varcavano le
Alpi e piombavano sulla città attorno alla mezzanotte, per
poi far ritorno alle loro basi. Venivano colpiti i punti strategici: le fabbriche, i depositi di munizioni, le linee ferroviarie. Prima del loro arrivo, il cielo si illuminava a giorno per
brevi istanti: erano i bengala lanciati dagli aerei di ricognizione, che indicavano ai veivoli successivi gli obiettivi da
colpire.
Non furono molte le vittime, nei primi tempi. Le cose sarebbero peggiorate nei mesi a venire.
Al suono dell’allarme antiaereo Arnaldo e la famiglia si rifugiavano, assieme ad altri inquilini, in un ampio scantinato
posizionato sotto la corte, a cui si accedeva attraverso una
botola e una scala a chiocciola pericolante. Il rifugio era stato liberato, per l’occorrenza, da tutto il ciarpame e dalle
masserizie che conteneva di solito. Nessuno sapeva se quel
luogo fosse proprio sicuro; in caso di bombardamento massiccio delle case schierate all’intorno, avrebbero fatto comunque la fine del sorcio, ma la zona non passava nulla di
meglio. Portavano con sé i pochi soldi e i preziosi che avevano in casa, o le cose a cui tenevano di più. Era un fatto
nuovo per loro, dovevano farci l’abitudine, e poiché all’avvio della guerra la sirena che indicava l’inizio dei bombardamenti era uguale a quella che ne indicava la fine, ci
furono molti malintesi. La cosa avrebbe anche potuto suscitare qualche risata, se non ci fosse stato di mezzo il problema di salvare la pelle. Chi in casa Boschi creava maggiori
difficoltà in quei momenti era il nonno, il quale, duro d’orecchi e con un ronfare che sovrastava gli altri rumori, non
sentiva mai la prima sirena.
«Regiù» implorava Emilia, svegliandolo e scansandogli le
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coperte, «dobbiamo scendere al rifugio, svelto. Tra poco
sganciano le bombe. Su coraggio, infilatevi giacca e ciabatte
e datemi il braccio.»
«Che bombe?» rispondeva infuriato. «Voialtri siete tutti
scemi, io non ho sentito nessuna sirena. Un corno che mi
muovo di qui. Vattene a dormire, che ne hai bisogno!»
Un paio di volte era intervenuto Arnaldo e l’avevano portato giù al rifugio di peso, accolto dagli applausi dei vicini.
Poi si stancarono di quella lotta estenuante e lo lasciarono
dormire placido nella casa vuota. La seconda sirena, invece,
per qualche strana ragione la sentiva benissimo. Solo che
per lui quella era la prima, e quando gli altri tornavano in
casa con animo rasserenato, pretendeva di scapicollarsi fino
al rifugio. Il resto della notte lo passavano a spiegargli, ai limiti dello sfinimento, che il pericolo era passato e non era
più il caso di abbandonare la casa.
Quell’estate, dopo un anno di assenza, Caterina tornò a lavorare per Arnaldo. E poiché Giulio aiutava il padre nella
terra, i due avevano occasione di incontrarsi spesso. Nacque
un’amicizia che si trasformò presto in un sentimento più
profondo.
Caterina aveva un fisico prorompente, e questo le conferiva un’aria sensuale e trasgressiva. Ma sul suo viso si leggevano ingenuità e dolcezza, in contrasto con l’aggressività del
suo corpo. Il trauma del parto non l’aveva cambiata. Giulio
non aveva mai avuto una donna e non osava farsi avanti, si
sentiva goffo, insicuro, malgrado più volte avesse notato lo
sguardo di Caterina su di lui, quasi un invito a parlare. Non
erano le dicerie su di lei a frenarlo, bensì il timore di non
essere all’altezza di una donna che già conosceva il gioco
della seduzione, e i relativi pericoli. Ma una sera, entrato al
Leon D’Oro per un saluto agli zii, vide Caterina uscire dalla
cucina, avvolta in un grembiule bianco. Due volte la settimana la ragazza, nei giorni in cui c’erano più avventori,
arrotondava la sua paga servendo ai tavoli e lavando i piatti.
Si guardarono e si salutarono. Lui aspettò che lei finisse il
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suo turno di lavoro e uscirono insieme, a passeggiare nella
serata calda e nel chiarore della luna piena. Le ore notturne
trascorse nello scantinato, mentre da lontano tuonavano i
bombardamenti, avvicinarono i due giovani. Fu lei a prenderlo per mano una sera e, dopo alcuni giorni, a posare le
sue labbra su quelle del ragazzo, in modo lieve. Fu uno
smarrimento colmo di languore per entrambi, da non potersi
arrestare. E quella sera, nella tregua molle del loro desiderio,
lei gli parlò della sua triste esperienza di due anni addietro.
Non rivelò il nome del padre del bimbo che aveva perduto,
era acqua passata e Giulio, ragazzo timido e un po’ introverso, cui non pareva vero di avere finalmente una ragazza
da portare fuori la domenica e con cui programmarsi un futuro, non aveva bisogno di risposte.
Emilia aveva accettato la cosa, anche se per Giulio avrebbe
preferito una giovane senza alcuna esperienza. Una domenica mattina le due donne si incontrarono fuori dalla messa,
per la prima volta.
«Signora Emilia… volevo scambiare due parole con voi, se
non vi disturbo» disse la ragazza arrossendo.
«Come stai?» chiese l’altra con tono neutro. «Non ti abbiamo visto la scorsa estate.»
Si era fatta bella, un po’ più in carne, lo sguardo limpido e
sereno, i lunghi capelli sulle spalle.
«Ho preferito starmene a casa. Sapete... dopo quella brutta
esperienza. Ho aiutato mio padre nei campi, ma ora al paese
la crisi si è aggravata e mi sono decisa a tornare, per guadagnare qualche soldo per la mia famiglia. Signora… io vi devo ringraziare; non l’ho fatto a suo tempo perché ero troppo
arrabbiata e non mi andava di parlare con nessuno. Volevo
dirvi che siete stata molto buona con me. Neppure mia madre mi ha mai trattato così.»
«Eh, troppo dolore per una ragazza così giovane. E chi
avrebbe dovuto pagare per questo, non ha pagato.»
Caterina ignorò queste parole, e preferì cambiare argomento:
«C’è un’altra cosa che vi voglio dire. Voi sapete che io mi
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vedo con Giulio, stiamo spesso insieme e ci vogliamo bene,
o almeno io gliene voglio tanto. Voi conoscete il mio passato, eppure non vi siete opposta; avete accettato la cosa, da
quello che Giulio mi racconta, anche se forse per vostro figlio avreste preferito una ragazza diversa. Nessuna madre lo
avrebbe fatto, ve lo dico io.»
Emilia si strinse nelle spalle.
«Non ti ho mai giudicato. So quanto sia dura la vita per voi
ragazze sole, a lavorare lontano da casa. Ciò che mi preme è
che tu ora sia sempre sincera con Giulio e non lo faccia
soffrire.»
Caterina, in un impeto di commozione, abbracciò Emilia.
Lei rimase sorpresa e un po’ turbata, ma il gesto le piacque e
ricambiò con qualche affettuoso colpetto sulla spalla. Poi si
salutarono, entrambe convinte di essersi lasciate troppo andare.
Rodolfo quell’estate partì per il fronte. Non si arruolò volontario, attese la chiamata, al contrario di Leonino, già partito per il Nord Africa da alcune settimane per raggiungere
l’esercito italiano stanziato in Libia, dopo che il maresciallo
Rodolfo Graziani aveva dato inizio alla “campagna nel deserto”.
Rodolfo non era convinto della guerra. Fu il suo gruppo di
amici a trasmettergli un po’ di entusiasmo, d’altra parte lo
stato di inedia in cui Matilde era caduta, e la sensazione di
non poter fare più nulla per lei, mitigarono il dolore della
partenza. Doveva muoversi, darsi daffare se non voleva cadere lui stesso in quello stato di apatia che ben conosceva,
perché già vissuto in passato, quando la sua emotività, la
sensazione tangibile di vivere nell’incomprensione altrui, il
sentirsi estraneo al mondo, lo avevano sprofondato in un lago di smarrimento.
Matilde era perduta per sempre, lo sentiva in modo chiaro.
La dolce fanciulla che aveva aperto un varco di speranza per
una vita diversa da quella che la rigida e partigiana educazione familiare gli aveva prospettato, ormai non esisteva
più. Anche se fosse guarita, le loro strade si sarebbero ine69
sorabilmente divise. Pianse Rodolfo, il giorno in cui per
l’ultima volta soffermò lo sguardo su quel collo esile, sulle
mani dalle dita affusolate, sul profilo rivolto a un orizzonte
lontano e non ai suoi occhi, come invece avrebbe voluto.
Era consapevole che, anche se la guerra lo avesse risparmiato, nulla sarebbe tornato come prima.
Ermanno partì più tardi, col secondo scaglione, da volontario, destinazione Grecia. Lo annunciò una sera a Bianca, seduti sul muretto che delimitava la sua casa con il parco
dei Visconti. Era una bella sera tiepida, il cielo era magma di
fuoco.
«Non aspetto neppure la chiamata, Bianca. Tanto prima o
dopo arriverà. Ho deciso di arruolarmi, partirò tra una settimana o due al massimo.»
«Perché tutta questa fretta?»
Ermanno alzò le spalle.
«La fabbrica di mio padre sta chiudendo, lo sai, non ci sono più ordinativi, ma non è solo questo. Non so cosa gli sia
capitato, lui non ha più la testa per seguire gli affari. Grazie
a Dio i miei genitori non hanno problemi economici e possono campare. Ma io? Non mi va di starmene con le mani in
mano mentre il mondo è in fiamme. Almeno faccio qualcosa
per il paese.»
Bianca divenne di marmo. Una partenza volontaria non se
l’aspettava proprio.
«E io? Non hai pensato a me?»
«Certo che ho pensato a te, che dici? Ma tu hai la tua famiglia. E poi… dicono che sarà una guerra brevissima. Vedrai,
tornerò presto.»
Ci fu un attimo di silenzio sospeso. Poi sbottò:
«Sposami!»
«Cosa?»
«Sposami! Prima di partire. Mi faresti felice. Pensare a te
come mio marito quando sarai lontano, sarà l’unica consolazione. Non dirmi di no, ti prego.»
«Di questi tempi… ti sembra il momento di pensare al matrimonio?»
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«Ti voglio bene e per me il momento è giusto. Che problema c’è? Ci frequentiamo da un po’ ormai. E poi… beh, io ti
ho dato molto... tutto. Di me stessa, intendo.»
Ermanno non seppe replicare. Mentre si rotolava sui fienili
con Bianca non aveva mai pensato a questo, agli obblighi
morali che ne sarebbero derivati. E troppi pensieri confusi
vorticavano ora nella sua testa, troppo sfinimento causato
dagli eventi degli ultimi due anni, inaspettati, quando tutto
sembrava chiaro, all’insegna della felicità e del vivere sereno: la perdita di Elena, mai veramente accettata, la guerra, la
chiusura della fabbrica, lo strano atteggiamento del padre.
Bianca s’infilò svelta nelle sue incertezze.
«E dai» disse sorridendogli. «Perché no? Noi due siamo
fatti per stare insieme.»
Ermanno non ci pensò più di tanto. Non stette neppure ad
analizzare i suoi sentimenti, non c’era il tempo, tutto stava
girando in senso contrario rispetto a quelle che erano state le
sue aspettative. Si sposarono una mattina del mese di settembre, di buon’ora, con una cerimonia semplice, alla sola
presenza di due testimoni, amici di Ermanno. Bianca indossò un soprabito blu appartenuto a Elena, si pettinò con cura
e uscì senza farsi vedere dalla madre. Non era certo il matrimonio che aveva sognato, ma diventare la moglie di Ermanno prima che lui partisse per la guerra era per lei una questione urgente. In futuro le cose con i suoceri si sarebbero
aggiustate e lei sarebbe entrata a far parte della famiglia Rovelli a pieno titolo. Misero al corrente le rispettive famiglie a
nozze avvenute. I genitori di Ermanno, alla notizia, concentrati com’erano sugli ultimi avvenimenti politici e le difficoltà in cui versava la fabbrica, non fecero commenti e neppure ne fece Arnaldo, convinto ormai che i giovani stessero
perdendo la ragione e che a nulla sarebbero valse le sue recriminazioni. Emilia ci rimase malissimo. Aveva vagheggiato per le sue figlie un matrimonio in pompa magna, quello
che lei non aveva avuto. Chiese a Bianca se fosse incinta.
Non lo era. E allora perché tanta fretta, e quelle cose fatte di
nascosto? Bianca si limitò a rispondere che non voleva intro71
missioni in quella decisione. E ora si sentiva felice e appagata.
I due sposi trascorsero le notti successive in una stanzetta
sopra il Leon D’Oro, messa a disposizione dagli zii. La
mattina, quando scendevano in trattoria, era pronta per loro
una bella colazione che ancora non risentiva del razionamento dei viveri. Per Bianca furono ore felici e intense, per
Ermanno non troppo diverse da quelle che avevano scandito
gli ultimi due anni, trascorsi con la sensazione di non essere
lui il vero artefice della propria esistenza, semmai un ignoto
burattinaio che ne muoveva i fili; un uomo trascinato dagli
eventi, privo della forza necessaria per riprendere il controllo della situazione.
Partì in un giorno di pioggia. Stava bene in divisa e Bianca
era fiera di lui... suo marito. Dalle finestre della corte, molte
donne occhieggiavano da dietro le tende, facendo illazioni
su quel matrimonio improvviso e sospetto.
«Quando pensi di informare Elena?» chiese Emilia, mentre
Ermanno saliva sul sidecar di un amico per raggiungere il
distretto militare e agitava la mano per salutare.
«Di che cosa? Del fatto che Ermanno parte per il fronte?»
«Del matrimonio, no?»
«Non so» rispose Bianca titubante. «Non ci ho ancora
pensato.»
«Eh già, tu non pensi mai! Tu fai sempre le cose a casaccio, pensi solo a te stessa.»
«Cosa vuoi che importi a Elena se io ho sposato l’Ermanno? Lei ormai è suora e non c’entra più niente con queste
cose!»
Gli occhi di Emilia lanciavano fiamme.
«Cosa c’entra se è suora? È tua sorella, no? Vorrai pure
informarla del tuo matrimonio! Con l’Ermanno per di più. È
una questione di chiarezza e onestà, mi pare.»
In realtà Bianca ci aveva pensato eccome, prima di convolare a nozze, con non poco disagio e apprensione. Soprattutto da quando aveva saputo, attraverso una lettera che proprio Elena le avevo spedito in quei giorni, che la cerimonia
per l’assunzione dei voti definitivi, fissata per il maggio di
72
quell’anno, era stata rinviata a data da stabilire per problemi
legati alla guerra. Era possibile un ripensamento da parte di
Elena, su Ermanno e sulla sua vocazione, se avesse saputo
della loro intenzione di sposarsi? Ed Ermanno, dal canto
suo, come avrebbe reagito a questa eventualità? Bianca non
si faceva illusioni: sarebbe stato ben felice di tornare tra le
sue braccia. Nel suo intimo, era consapevole che l’amore tra
Elena ed Ermanno era un fuoco solo in apparenza spento; un
alito di vento avrebbe potuto facilmente ravvivarlo. E anche
dopo, a matrimonio avvenuto, l’assillava il timore per il
modo in cui la sorella avrebbe reagito alla notizia; l’avrebbe
tacciata di poca chiarezza e lealtà nei suoi confronti, certamente.
Ermanno invece non si era posto il problema; gli bastava il
sottile, maligno compiacimento che scaturiva dal senso di
rivalsa. Dopotutto, lui si era consolato in fretta, e per di più
con la sorella della sua ex fidanzata.
Bianca scrisse presto a Elena. Le parlò delle lettere di Cosimo dall’Albania, del fidanzamento di Giulio con Caterina,
della partenza di Ermanno per la Grecia. Parlò dei bombardamenti su Milano, dei problemi legati alla guerra. Ma non
accennò al matrimonio. Si ripromise di farlo nella lettera
successiva, cosa che non avvenne. E nemmeno nelle lettere
seguenti.
Anche Cosimo entrò a far parte del massiccio gruppo di
militari, venti divisioni in tutto, spedito in Grecia per la campagna che le truppe del Regio Esercito italiano, partendo
dalle basi albanesi, si accingevano a intraprendere, entrando
in territorio ellenico a fine ottobre 1940. Fu una cosa che
colse tutti di sorpresa: la Grecia! Una nazione amica, si diceva, oltretutto governata da un dittatore di sentimenti filofascisti. Se le donne della corte erano ben lontane dal chiedersi quali fossero le motivazioni di Mussolini per portare il
conflitto in questo paese, limitandosi a scuotere il capo di
fronte all’apertura di un terzo fronte nei Balcani, al Leon
D’Oro sembravano avere tutti le idee molto chiare:
73
«Quel Mussolini è sempre l’ultimo a sapere delle conquiste
di Hitler» disse Ercole una volta, sottovoce. «Adesso è lui
che vuole coglierlo di sorpresa. Occuperà le isole dell’Egeo,
vedrete, per dominare il Mediterraneo.»
E le discussioni non finivano mai. Cosimo scrisse una lettera a casa, attraverso la posta militare: stava bene ed era
contento del trasferimento ormai imminente, perché in Albania i combattimenti erano finiti e si trattava solo di organizzare le basi e di tenere a bada la popolazione e gli insorti.
In Grecia invece c’erano altri territori da conquistare, per
controbilanciare il peso assunto dalla Germania con le recenti vittorie e per rafforzare la presenza italiana nel Mediterraneo. A Cosimo non mancava l’entusiasmo; quella guerra assurda e sbilanciata sotto il profilo militare, i cui risvolti
non avrebbero tardato a palesarsi, proprio in Grecia, non
l’aveva ancora deluso. In realtà le isole c’entrarono ben poco, perché la guerra si svolse principalmente sulle montagne
brulle e impervie dell’entroterra, in condizioni durissime per
il clima freddo e le carenze degli equipaggiamenti. Cosimo,
che a sentir parlare della Grecia si era immaginato pianure
verdeggianti non lontane dal mare, si trovò ad arrancare per
giorni nel fango sotto una pioggia a catinelle, privo di indumenti di lana e scarpe adatte. Si ferì a un polpaccio durante
un’azione per la conquista della cittadina di Konitsa e visse
l’inferno. Fu costretto a marciare con le stampelle, aiutato
dai compagni. E poi la febbre causatagli dall’infezione, le
notti in branda al freddo, sotto tende che facevano acqua da
tutte le parti, viveri e medicinali insufficienti...
I soldati italiani, disorientati dalla reazione spavalda e
imprevedibile dei Greci, furono presto costretti ad arretrare
sul confine albanese con disastrose ripercussioni sul morale
delle truppe. Il tutto si svolse in pochi giorni.
Gli strilloni del Corriere della Sera arrivavano fino alla
Bovisa con le notizie della disfatta italiana in Grecia. A
Emilia e a Bianca sembrò di impazzire. Sì recarono al distretto per avere notizie, ma era troppo presto, ancora non si
conoscevano i nomi dei soldati rimasti sul campo. La ferita
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alla gamba fu invece la salvezza di Cosimo: rimase a lungo
in un ospedale da campo nelle retrovie, fino a nuova destinazione. Da lì, dopo poche settimane, riuscì a mandare un
dispaccio a casa dicendo che, nonostante il problema alla
gamba, ora stava abbastanza bene ed era curato. Ma il suo
morale era a terra, aveva visto morire molti compagni, e
stava cominciando a pensare che quella guerra fosse un errore madornale. E un nuovo, imprevisto sentimento, a lui di
solito così spavaldo e restio alle mollezze, iniziava a straziargli il cuore: la nostalgia di casa.
A Ermanno le cose andarono diversamente. Giunto in Grecia quando le operazione erano già state avviate, non fece in
tempo a combattere e rimase nella retroguardia in attesa di
nuovi ordini.
Anche dal fronte africano, dove gli Inglesi avevano sferrato una violenta offensiva, le notizie erano pessime. Tutto
ciò fece cambiare l’umore in modo radicale in coloro che la
guerra l’avevano sempre sostenuta e il malcontento e le preoccupazioni per il futuro iniziarono a serpeggiare anche tra i
civili.
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Capitolo 6
Matilde, ancora ricoverata al sanatorio, si buscò una polmonite e fu la fine. Un pomeriggio Emilia andò a trovarla e
la trovò febbricitante e debilitata. La suora del reparto l’avvisò che gravi complicazioni erano intervenute nel suo stato
di salute già precario per l’infezione che da tempo minava i
suoi polmoni. Difficilmente avrebbe superato il mese. Quel
giorno la donna, svuotata e col cuore a pezzi, restò accanto
alla figlia fino a sera, non si aspettava un responso così drastico o forse il suo cuore di madre l’aveva sempre rifiutato.
Si decise ad allontanarsi solo quando un’inserviente l’avvisò
che l’ospedale stava chiudendo i battenti. Perse il treno per
Milano e trascorse la notte all’aperto, nel parco del sanatorio, coricata su una panchina.
Erano tempi in cui la perdita di un figlio era molto frequente, anche in tenera età. Per molte malattie non c’erano
le cure e la guerra, con la difficoltà di reperire i farmaci, stava peggiorando la situazione. Sembrava che una sorta di
rassegnato fatalismo pervadesse l’animo delle persone di
fronte a queste morti premature, ma Emilia era diversa per
carattere, per cultura. Per Emilia l’ingiustizia di una giovane
vita che se ne andava, dopo il dolore per partorirla, i sacrifici
per crescerla, i sogni e le speranze perdute, era un pugno
nello stomaco. Aveva lei stessa perso dei fratelli piccoli, e
ogni volta si era stupita di fronte alla rassegnazione pacata
dei genitori i quali, una volta sepolto il bimbo, se ne tornavano alle loro occupazioni come nulla fosse.
Ma ora, seduta accanto alla figlia, mentre riandava ai ricordi legati alla vita di quella bimba vispa, alla sua adolescenza spensierata, alla giovinezza colma di speranze, comprendeva che l’atteggiamento dei genitori non era indiffe76
renza o eccesso di rassegnazione. Era pudore dei sentimenti.
Mostrare il loro dolore lacerante era una debolezza indegna.
La sofferenza, quella vera, andava vissuta nell’intimo, anche
tra familiari.
Matilde morì una notte tra la domenica e il lunedì. La famiglia l’aveva vista viva per l’ultima volta proprio di domenica, in visita al sanatorio, il viso privato di ogni reazione,
solo il pallore che preludeva alla fine. Venne portata a casa,
tutti versarono le lacrime consone al carattere di ciascuno.
Arnaldo si chiuse in un silenzio ostinato per giorni. Si vedeva davanti, con ossessione, quella bimbetta che ogni sera gli
correva incontro, appena varcava la soglia di casa: lui troppo
stanco per prenderla in braccio e le sue mani troppo ruvide
per carezzarla. Si limitava a sorriderle.
Un giorno parve che i suoi occhi si dischiudessero sulla
verità. Si riempirono di lacrime all’improvviso, guardando
Emilia. E disse:
«È dura da sopportare. Non sono sicuro di farcela.»
Poche parole, che per Emilia valevano più di qualsiasi
discorso. Gli fece una carezza sulla testa, contravvenendo
alla legge non scritta che vietava attimi di debolezza e gesti
affettuosi, specie in presenza di estranei.
«E invece dobbiamo farcela, i nostri figli dipendono da
noi» disse decisa. Ma anche lei, lacerata dal dolore, avrebbe
voluto lasciarsi andare, non vedere nessuno, addormentarsi
per non svegliarsi più.
Al termine del funerale, presente tutto il rione, Emilia venne avvicinata da una donna velata di nero. Sulle prime non
la riconobbe. Era la contessa Adelaide.
«Non ci sono parole, Emilia cara» le disse afferrandole una
mano. «Una ragazza così giovane, solare. È un’ingiustizia.
Mancherà tanto, a tutti noi. Ho scritto subito a Rodolfo, speriamo che riceva la mia lettera, lui deve sapere. Non è giusto
che nutra speranze inutili. Io le volevo davvero bene, come a
una figlia.»
«Grazie contessa.»
Si limitò a questo, Emilia, incapace di proferire altre paro77
le. Non poteva buttarsi già alle spalle la convinzione che la
storia con Rodolfo Visconti avesse giocato un ruolo nella
morte della figlia. Troppa sofferenza aveva visto nei suoi
occhi, troppe paure, anche se create da lei stessa, dall’insicurezza che nutriva su quel rapporto. Sul cassettone della
camera da letto c’era una lettera scritta da Rodolfo, inviata
dal fronte e arrivata troppo tardi. Forse un giorno l’avrebbe
letta e avrebbe capito. Ma non ora.
Fu il parroco ad avvisare Elena della morte della sorella,
attraverso una telefonata, con parole gravi, seppur permeate
dalla serena rassegnazione della fede. E a casa giunsero da
lei poche righe:
Cara mamma e carissimi tutti,
la notizia mi è giunta da don Alfonso. Non ho parole per
esprimere il mio dolore. Non c’è consolazione a questa tragedia, né per voi né per me. Posso solo pregare che il buon
Dio accolga la mia sorellina e che a noi dia il conforto nel
saperla serena in Paradiso.
Sono troppo angosciata per scrivere, perdonatemi. Vi abbraccio tutti e vi voglio bene.
Vostra Elena.
A distanza di due mesi morì nonno Cesare, il regiù, per una
banale caduta. Si ruppe qualche osso, si mise a letto e non si
alzò più. Lo trovarono morto una mattina, nel suo letto, meravigliati che alle otto non avesse ancora reclamato la sua
colazione con l’usuale tono perentorio. Tutti erano ancora
frastornati dalla morte di Matilde e quella del nonno passò
attraverso una serena rassegnazione. A Emilia nacque qualche senso di colpa per l’insofferenza spesso provata di fronte alla prepotenza del suocero, pretenzioso e un po’ tiranno,
fino ad arrivare a chiedersi, data la veneranda età, perché
mai il Signore non lo chiamasse a sé e li lasciasse vivere in
pace. Ora che era stata esaudita, quasi rimpiangeva quella
presenza solida e concreta, quel pilastro che reggeva la famiglia e le conferiva un senso, testimone di un passato che
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si andava perdendo giorno dopo giorno. Molte cose erano
cambiate nella loro vita in seguito alla guerra. Quel desco
quotidiano a cui ognuno di loro sedeva, uno accanto all’altro
e alla stessa ora, nella buona e nella cattiva sorte, col sole e
con la pioggia, d’estate e d’inverno, emblema di quella forza
vitale e incrollabile che univa la famiglia, non esisteva più.
Ognuno sembrava vivere nella sua individualità, nello sforzo di far fronte alle difficoltà, alle paure, ai dolori.
Le derrate ortofrutticole prodotte da Arnaldo con la coltivazione delle terre dei Visconti venivano ora requisite, poiché era lo Stato che ne organizzava la distribuzione secondo
la necessità dei comuni. Tutto avveniva tramite il razionamento, che fu graduale. Già nell’ottobre del ’40 era entrata
in vigore la limitazione del pane; la carne e altri generi quasi
sparirono dal mercato. Emilia trasecolò quando si trovò nelle mani una tessera gialla chiamata “Carta annonaria individuale”. Benché Arnaldo trovasse sempre il modo di recuperare qualcosa dalla terra o tramite il fratello che gestiva la
trattoria, le loro cene divennero più scarne e frugali di quanto già non lo fossero. Seduti a tavola, si controllavano il pane a vicenda, nella speranza che a qualcuno ne avanzasse un
pezzo. Emilia si sacrificava per il marito e per Giulio, che
dovevano essere in forza per lavorare, e per Bianca, che era
giovane e doveva nutrirsi. Spesso fingeva una mancanza di
appetito per cedere agli altri la sua razione.
E poi c’erano i bombardamenti, a interrompere i loro sonni. Ogni notte, il Bomber Command inglese sganciava le sue
bombe su Milano, soprattutto sulle realtà produttive, ed era
angosciante udire in lontananza il susseguirsi delle esplosioni e il rumoreggiare della contraerea. Tra i velivoli più temuti c’era Pippo, un misterioso caccia che, volando basso
per evitare la contraerea, andava a colpire bersagli alla cieca.
Qualcuno ventilava che fosse in realtà un aereo dell’Asse,
inviato per gettare discredito sugli Alleati. Ma questa era
solo una leggenda.
Era una vita instabile, fatta di alti e bassi, di paura per
quanto poteva succedere e sollievo per averla un’altra volta
79
scampata, ma soprattutto di tanta trepidazione per la sorte di
chi era al fronte.
Nel frattempo si profilava l’estensione della guerra verso la
Russia. L’inizio di quella sciagurata campagna non coincise
per gli italiani con l’invasione da parte di Hitler dei territori
sovietici, il che alimentò le discussioni del Leon D’Oro.
C’era di mezzo l’eterno nemico dell’occidente per eccellenza, due ideologie contrapposte, e le cose si facevano complicate. C’era chi, solo a sentire nominare l’URSS, veniva
invaso dalla paura, e chi invece vedeva in questa guerra
un’occasione per avvicinarsi a quel paese misterioso, che
prospettava uno stile di vita diverso.
«Sapete cos’ha detto Churchill» domandò una sera Ercole
durante una discussione. «Se Hitler fa guerra all’inferno,
noi ci alleiamo col diavolo . Avete capito? E chi se lo immaginava che gli inglesi si sarebbero schierati con la Russia?»
«L’è la fin del mund!» esclamò un avventore del locale. «Una
guerra tra giganti e noialtri in mezzo. Io l’ho vista bene la
Guerra del 15-18, ci ho anche rimesso un piede, porco mondo, per il congelamento in trincea! E speravo proprio di non
vederne più.»
«E quel cretino di Mussolini che va a offrire aiuti alla Germania!» aggiunse Ercole abbassando la voce più che poteva.
«La Russia dispone di un’attrezzatura che noi neanche ce la
sogniamo. E quelli mica scherzano. Se i nostri soldati dovranno
andare a combattere lì, sarà una catastrofe, ve lo dico io.»
«Cosa ti scaldi, Ercolino? Tanto Hitler gli aiuti li ha rifiutati» obiettò uno strampalato professore di lettere in pensione. «Nei libri di storia, un giorno, si parlerà solo dell’annessione della Russia alla Germania. È ciò che vuole. L’Italia
sarà fuori, come al solito.»
«Annessione della Russia alla Germania? Uè prufesur, ven
giò da la pianta. Non ci credo mica tanto a ’sta cosa. E
scommettiamo che Hitler ci ripensa? Tempo qualche mese e
qualche legnata alla Wehrmacht e l’Italia dovrà mandare le
truppe in aiuto… vedrete se non andrà così.»
Ercole aveva visto giusto. Già nell’estate, di fronte alla
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sorpresa dell’atteggiamento aggressivo e indomabile dell’URSS, Hitler capitolò e in Italia si formò il CSIR, Corpo di
spedizione italiana in Russia, formato da tre divisioni. Ermanno, di stanza in Albania, venne arruolato nella divisione
Pasubio. Bianca fu informata con un telegramma e iniziarono i suoi patemi, all’idea che il marito combattesse in un
paese così lontano. Verso la fine di settembre le fu recapitata
una sua lettera, che non la rincuorò affatto:
Mia cara Bianca,
finalmente riesco a scriverti, poche righe perché il tempo a
disposizione è poco. Io sto bene, ringraziando il Signore, ma
le notizie in generale non sono buone. Il viaggio è stato terribile: più di 2000 chilometri, fino alla Romania, per raggiungere le postazioni italiane. E poi, una volta riunite le
divisioni, il percorso per arrivare alle trincee, sotto una
pioggia battente e su strade fangose. Un incubo. Il cattivo
tempo ha rallentato le operazioni, alcune settimane fa siamo
finalmente riusciti a prendere contatto con i Russi e sferrare
i primi attacchi, peraltro con discreto successo. Ma la cosa
che più mi preoccupa, Bianca cara, è la situazione pazzesca
degli armamenti, scarsi e male equipaggiati, pochi automezzi a disposizione, il carburante e i rifornimenti limitati.
E pensa che siamo solo all’inizio e tra non molto l’inverno
sarà alle porte. E qui dicono che l’inverno non scherza.
Molti soldati richiedono ai parenti in Italia l’invio di materiale. Se potete mandate qualche maglia di lana e magari
qualcosa da mangiare, roba secca che non si guasta subito.
E voi come state? Continuano i bombardamenti di notte?
Comincio a pensare che da questa guerra non sarà tanto
facile venirne fuori. Tu comunque sii serena, mi manchi. Ti
scriverò appena possibile. Un bacio.
Tuo Ermanno .
Durante i mesi invernali Ermanno scrisse con relativa regolarità. C’erano degli avanzamenti e delle conquiste da
parte dell’Asse, ma tutto avveniva in condizioni di grande
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difficoltà. Alla fine il CSIR, dopo un inverno difficile, si ritrovò sfiancato e nel giugno del 1942 venne sostituito
dall’ARMIR, più consistente ed efficace. Molti soldati
tornarono in Italia. Ermanno, che sognava il rimpatrio, non
fu tra loro. Era in buone condizioni fisiche e poteva continuare a combattere. Fu una grossa delusione per lui, già
stanco di quella guerra, e per Bianca, che in un suo ritorno ci
aveva sperato. Riuscì a mandare notizie a casa fino a che
non iniziò quella sciagurata marcia dell’Asse attraverso la
Russia che portò al blocco di Stalingrado, dove la guerra fu
combattuta per mesi con indescrivibili perdite e sofferenze.
Ermanno rimase ferito a una gamba, ma parve riprendersi; le
conseguenze di quella ferita, in apparenza banale, si sarebbero manifestate più tardi, durante la ritirata.
Nella primavera del 1942 arrivò una lettera di Cosimo da
Cefalonia. Le sue truppe, lasciata l’Albania, avevano raggiunto la Divisione Acqui per porre un presidio nella maggiore isola greca dello Ionio. Solo il massiccio intervento
della Germania nel ’41 aveva capovolto le sorti della battaglia e la bandiera con la croce uncinata sventolava sul Partenone. La nazione fu quindi sottoposta a occupazione e
spartizione dei territori. Agli Italiani venne assegnato il controllo delle isole Ionie, tra cui appunto Cefalonia. Cosimo
descriveva la bellezza del luogo, le montagne brulle che
circondavano le insenature, il mare dai toni viola e turchese,
i tramonti di fuoco, le vallate verdeggianti di pini e betulle,
visibili all’interno dalle strade sterrate. Non aveva mai visto
nulla di più bello. Raccontava anche della cordialità della
gente verso i conquistatori italiani. Si lamentava tuttavia per
l’inattività a cui era costretto. Assegnato al controllo e allo
smistamento di un deposito di armi, avrebbe preferito combattere, tuttavia fu proprio su quell’isola che Cosimo visse
uno dei periodi migliori della sua vita, grazie all’incontro
con Akylina, una giovane ragazza greca figlia di pescatori.
Arrivò un giorno al comando, scalza e vestita di un abito di
cotonina leggera a fiori. Alternando parole in greco e in italiano, raccontò trafelata come, due giorni prima, di notte,
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qualcuno avesse rubato la barca di suo padre. E ora l’uomo
non poteva andare a pescare e la famiglia non sapeva di che
vivere. Sembrava disperata. I soldati si guardarono l’un l’altro con aria interrogativa, chiedendosi cosa mai potessero fare
per risolvere quel problema. A qualcuno venne da ridere, ma
la ragazza era graziosa, portava capelli lunghissimi, neri, fino alla vita, aveva un fisico asciutto e abbronzato e due occhi
pieni di luce. Lasciarla andare via senza darle una speranza,
era parso a tutti una crudeltà, e fu proprio Cosimo ad alzarsi
dalla scrivania, avvicinarsi e rassicurarla che avrebbero fatto
il possibile per ritrovare la barca. I loro sguardi si incrociarono e Akylina gli sorrise. Si fece spiegare dove abitava e le
promise che a breve l’avrebbe aggiornata sulle loro ricerche.
Alcuni soldati scandagliarono le coste della zona di Cefalonia da loro presidiata e, dopo alcune perlustrazioni, venne
avvistata in una piccola baia una barca che corrispondeva
alle descrizioni di Akylina. E scoprirono la verità: un balordo, che viveva di espedienti sull’isola, l’aveva presa per
andarsene a pescare, e l’aveva poi lasciata su quella spiaggia
nascosta e accessibile da terra attraverso un sentiero impervio, pensando di poterla tenere a disposizione.
Fu così che Cosimo si recò dalla ragazza. Viveva in una
piccola casa bianca in collina, circondata da un orto e da un
frutteto. I genitori accolsero il militare con rispetto, lo fecero
accomodare e gli offrirono fichi freschi appena colti e una
bevanda a base di Ouzo. Il padre non smetteva di ringraziarlo per aver ritrovato la sua barca, Akylina lo guardava
silenziosa e riconoscente. Lo invitarono a tornare. I greci
erano cordiali con gli italiani e intrattenevano spesso rapporti di amicizia con loro. Gli italiani, d’altro canto, presso
queste famiglie semplici e generose finivano per sentirsi come a casa. E tra i due ragazzi nacque un amore vero, il primo per entrambi, di certo un sentimento nuovo per Cosimo,
abituato a confondere l’amore con le sensazioni che gli suscitavano le ragazze belle e compiacenti del bordello di via
Fiori Chiari, a Milano. Fu un amore di passione e tenerezza,
seppur permeato di tutta l’incertezza della situazione che
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stavano vivendo, nemici ma innamorati, in guerra ma pieni
di speranza. Akylina era una ragazza semplice e ingenua,
non si aspettava nulla di più dalla vita di quanto già avesse,
amava Cosimo d’istinto, senza timori per il futuro e vivendo
il presente con gioia. E Cosimo amò di lei proprio la sua genuinità, quel sentirla sua al di là di ogni considerazione che
non fosse dettata dall’affetto.
Intanto a Milano le cose volgevano al peggio. Una mattina
d’estate, Arnaldo stava lavorando nella sua terra quando un
amico, proprietario di un appezzamento di terreno nella vicina Dergano, lo raggiunse. Gli raccontò che il suo garzone
si era ammalato e aveva bisogno di un aiuto per la consegna
delle ceste di ortaggi al verzé entro mezzogiorno.
Arnaldo non ci pensò su due volte. A un amico non si nega
un piacere, anche se di lavoro ne aveva parecchio: Giulio era
ancora al mercato e di garzoni aiutanti non se ne trovava
uno, erano tutti partiti per la guerra. Si mise in sella alla sua
bicicletta e con l’amico raggiunsero il campo. Avevano appena iniziato a caricare le ceste, borbottando tra loro sui
tempi difficili, quando un fragoroso boato li colse di soprassalto e una nuvola di fumo nero apparve in lontananza, proprio sopra il terreno di Arnaldo. “Le bombe, le bombe!” si
sentiva gridare in lontananza. I due si avviarono correndo
verso la Bovisa. Mano a mano che si avvicinavano, la confusione cresceva. Seppero da un ragazzo, fermo con la sua
bici a osservare la scena sul ciglio della strada principale, gli
occhi lacrimanti e un fazzoletto sulla bocca, che due bombe
erano cadute in prossimità del terreno di Arnaldo. Era difficile a dirsi, non si vedeva nulla, si udiva solo il vociare della
gente, le urla delle donne; il fumo nero e spesso penetrava
negli occhi e nella gola. Emilia corse fuori, sapeva bene che
a quell’ora Arnaldo doveva essere al campo. Urlò il suo nome, più volte, ma nessuno la sentiva e la nebbia densa le
impediva di capire bene cosa fosse accaduto. Le prese il panico, inciampò nel gradino di un marciapiede e cadde.
Venne soccorsa da una vicina.
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«Coraggio Emilia, forse Arnaldo non era al campo, l’ho
visto io una mezz’ora fa allontanarsi in bici» la rassicurò.
«Signur, guarda giò una bona volta…» aggiunse rivolgendo
gli occhi al cielo.
Iniziarono a gridare assieme il nome dell’uomo. Nel parapiglia generale, Arnaldo udì la voce di Emilia, ma non riusciva a vederla. La chiamò a sua volta, con voce strozzata.
«Emilia, sono qui… sono qui… sono vivo.»
Ci volle del tempo perché il fumo cominciasse a diradarsi.
Poi il sole riapparve, velato dal pulviscolo. Arnaldo ed Emilia si ritrovarono così, immobili, apparendo l’uno all’altra
man mano che la luce rischiarava lo spazio intorno a loro. Si
abbracciarono senza aggiungere una parola, Emilia ridendo
nel pianto, entrambi felici di essere al mondo. Infine videro
lo scempio del loro terreno: una voragine spaventosa l’aveva
ridotto a un cratere fumante, la terra era sprofondata assieme
ai detriti dell’esplosione. Rimasero a guardare annichiliti,
increduli, circondati dai vicini e dagli abitanti del rione che
tentavano, per quanto erano riusciti a vedere, di raccontare il
fatto, descrivendone i particolari, il boato tremendo, la paura, la sensazione di morte. Seguì la ricerca spasmodica di
vittime che, ringraziando il cielo, non ce ne furono. Solo
qualche piccola ferita o contusione provocata dalla caduta di
calcinacci, in seguito allo spostamento d’aria.
Suonavano le campane quando, uno alla volta, tutti iniziarono a dileguarsi. Un temporale roboante, sul far della sera,
condusse le polveri e i detriti ancora fluttuanti nell’aria a
depositarsi sul terreno sventrato e sui tetti delle case.
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Capitolo 7
Un sabato mattina, dopo mesi di disperazione durante i
quali Arnaldo aveva inutilmente tentato di trovarsi un lavoro
per sbarcare il lunario, Emilia si armò di coraggio: con
indosso il vestito della domenica, prese il treno e si recò a
Caronno, nel varesotto, dove la contessa Adelaide e la sua
famiglia erano sfollati. Non era certo avvezza ai viaggi, ma
il bisogno estremo dà la forza per affrontare qualunque difficoltà. Fu una sua decisione quella di chiedere aiuto alla
contessa; Arnaldo non era d’accordo, troppo orgoglioso per
andare a chinarsi davanti ai padroni e convinto che il viaggio della moglie non avrebbe sortito alcun effetto.
La contessa dimorava in una cascina ristrutturata, molto
ampia, con un giardino incolto sul davanti e l’aia sul retro.
Al suono del campanello apparve la vecchia Onorina, conosciuta in tempi migliori.
«Non so se la contessa se la sente» disse rivolgendosi a
Emilia con sguardo compassionevole. «Sapete, dopo quello
che è successo…»
Emilia pensò che la donna alludesse alle bombe cadute nel
terreno di proprietà del Visconti e, trovando eccessivo il suo
scrupolo per una cosa che di certo non cambiava la vita di
quei sciuri, insistette per incontrarla.
La vecchia contessa apparve sulla soglia dell’ingresso, vestita di nero, sul viso un pallore cadaverico. Già magra in
passato, sembrava divenuta l’ombra di se stessa, gli occhi
impastati di pianto.
«Emilia cara, è un piacere vedervi» proferì afferrandole le
mani. «Siete buona a venire fin qui per condividere con me
questo dolore atroce. Ma voi, voi sapete cosa vuol dire perdere un figlio, dopo la fine della povera Matilde che ancora
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porto nel cuore.»
E scoppiò a piangere, portandosi un fazzoletto alla bocca.
Emilia rimase paralizzata. Dunque alla contessa era morto
un figlio, in guerra di certo, ma quale dei due? Rodolfo o
Leonino? E ora come faceva a spiegarle che non ne sapeva
nulla e che era venuta per altre ragioni? Prese la cosa alla
larga:
«Non voglio stancarvi, contessa Adelaide, vi vedo molto
provata, ma se parlarne con me vi fa stare meglio...»
Si accomodarono in salotto e Onorina servì un tè bollente.
Ne avevano bisogno entrambe. Poi la contessa iniziò il suo
resoconto:
«Quando morì la vostra Matilde, ricorderete che Rodolfo
era già partito per la campagna di Grecia. Con le amicizie di
mio marito, voi mi capite, avrebbe potuto starsene a casa,
magari rispolverando un vecchio problema alla gamba destra di quando era piccolo, e non aveva camminato per mesi.
Ma fu irremovibile, volle partire a tutti i costi. Ricevetti alcune lettere dal fronte, poi più niente. Pregavo ogni giorno
tutti i santi in paradiso che vegliassero su quel figliolo che è
sempre stato la mia consolazione. Ma poche settimane fa…
un carabiniere… un documento… la notizia terribile. Oh,
Emilia, non ce la faccio!»
«Coraggio contessa, coraggio, non lasciatevi andare così.
La famiglia adesso ha bisogno di voi. Stiamo tutti vivendo
momenti tremendi, ma non dobbiamo perderci d’animo. Ditemi, che ne è dell’altro vostro figliolo, il conte Leonino?»
Adelaide si soffiò il naso e assunse un’espressione sconsolata.
«Lui ha combattuto in nord Africa per un tempo brevissimo. Era partito volontario. Sapete, lui è di sua natura una testa
calda, credeva nel regime, ci crede tutt’ora e quella guerra di
espansione la vedeva come una cosa grandiosa. Ma venne
rimandato a casa presto, col sospetto di aver contratto la
malaria. Invece era solo un’influenza. Questa è stata la sua
fortuna perché anche là, avete sentito? Massacri su massacri
da parte degli inglesi. Ora Leonino è qui in Italia, in un co87
mando del regio esercito, ma pensiamo che lo manderanno
presto da qualche parte. Mio marito invece è a Milano, non
vuole mollare gli affari e con tutti quei bombardamenti sono
in ansia anche per lui. Che brutta vita è mai questa, cara
Emilia, sentirci impotenti per i nostri cari. E che guerra orribile stiamo vivendo. L’avreste mai immaginata una cosa simile, il giorno in cui veniste assieme a Matilde?»
Ricominciò a piangere sommessamente, ed Emilia le si sedette accanto, circondandole le spalle in un gesto di consolazione. Anche se di estrazione sociale diversa, erano due
mamme, accomunate dalla pena più grande. Poi Emilia affermò a malincuore di doversi congedare. Adelaide l’abbracciò.
Era già sulla porta quando la contessa la trattenne, afferrandola per un braccio.
«Non ho neanche chiesto della vostra famiglia, perdonatemi, ma non ci sto più con la testa. Ditemi: come state? Come
ve la cavate senza il terreno?»
A Emilia batté forte il cuore.
«Di salute stiamo bene, grazie a Dio, ma per il resto…
Arnaldo non ha ancora trovato un lavoro e la nostra vita è
difficile, non lo nego; sopravviviamo coi pochi risparmi e
col poco che mio cognato Ercole riesce a passarci quando va
a comprare le derrate per la trattoria. Ma è ben poca cosa,
credetemi.»
«Ma cosa aspettavate a dirmelo, benedetta donna! E io che
ho parlato tutto il tempo dei miei problemi.»
Sembrò raccogliere le idee in silenzio, poi disse:
«Stasera stessa parlerò con Giovanni e una soluzione la
troveremo, ve lo prometto. Se non ricordo male la nostra famiglia ha un terreno non lontano dalla Bovisa, in zona Niguarda. Si potrebbe affittarvi quello… ma ribadisco, devo
sentire mio marito, e farò il possibile per convincerlo, anche
se in questo momento lui non prende iniziative di alcun genere. Certo non sarebbe vicino a casa, il vostro Arnaldo dovrebbe alzarsi più presto la mattina, tuttavia…»
«Ma cosa volete che sia, contessa, alzarsi prima al mattino!
Di questi tempi, i sacrifici ormai non si contano più.»
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«Beh, intanto aspettate un momento, non andatevene» concluse Adelaide animandosi e lasciando la stanza in tutta fretta.
Tornò dopo poco con una vecchia sporta della spesa, nella
quale aveva riposto del pane come Emilia non ne vedeva da
tempo, un pezzo di formaggio stagionato e un salame.
«Non posso accettare, contessa. Non potete privarvi voi
per…»
Adelaide la zittì:
«Non fate storie e andate. È il minimo, dopo tutto quello
che la vostra famiglia ha fatto per noi. Ma attenzione che
non vi rubino la sporta, oggi come oggi c’è da aspettarsi di
tutto.»
Le perorazioni della contessa Adelaide andarono a buon fine
e Arnaldo ottenne in affitto il terreno promesso, con l’agevolazione che solo dopo il primo raccolto avrebbe pagato la
pigione al Visconti. Lavorò sodo, da mattina a sera, spaccandosi le braccia col solo aiuto di Giulio e Caterina, per
riuscire a dissodare il terreno – rimasto a lungo incolto –
prima dell’inverno, e prepararlo così alla semina. Quella terra
arida e scura avrebbe dato i suoi frutti, ne era certo. Ma l’inverno fu comunque durissimo per la famiglia, ancora senza
proventi del raccolto, e con la penuria della maggior parte
dei generi necessari alla sopravvivenza.
Fu durante quell’inverno, in prossimità del Natale, che morì
Osvaldo Rovelli, il padre di Ermanno. Non fu ben chiaro di
quale male soffrisse, ma il suo aspetto aveva perso tutta la
baldanza di un tempo, lo si vedeva poco in giro; lasciava la
casa per raggiungere la fabbrica, suo rifugio per l’intera
giornata, infagottato in un vecchio pastrano e incurvato su se
stesso, e dimostrava molti più anni di quelli che aveva. Il
suo viso sembrava minato dall’angoscia. Da tempo la fabbrica versava in cattive acque. Il lavoro era pesantemente
diminuito, i tessuti preziosi e i tendaggi che per lungo tempo
avevano arredato le sontuose dimore di gerarchi e illustri
personaggi politici, a fronte di una dedizione assoluta al regime, dall’inizio della guerra non erano più richiesti e lui,
senza più il lavoro che lo teneva occupato almeno per qual89
che ora al giorno, era sprofondato in uno stato di apatia profonda; cominciò a nutrirsi in modo disordinato e ad alzare
troppo il gomito per il suo fegato già da tempo compromesso. La moglie era sfollata in Valtellina presso una sorella, fin
dai primi bombardamenti su Milano. Il corpo del Rovelli
venne trovato in fabbrica dal portalettere: seduto alla scrivania, gli occhi sbarrati in un’espressione trafelata. Per la
morte del marito, Clotilde Rovelli non versò una lacrima;
mantenne sul volto l’usuale espressione scorbutica e altezzosa, solo parzialmente coperta dal velo nero, ma gli organizzò un funerale coi fiocchi, all’altezza del prestigio familiare di cui avevano sempre goduto: le bambine vestite di
bianco con la candela in mano sul davanti, impegnate nei
canti alla Vergine, i ragazzini che reggevano le corone floreali, seguiti dalle donne, e per finire gli uomini. Poi chiuse
casa in modo definitivo e la bella villa dei Rovelli, attorniata
dal rigoglioso giardino e finemente decorata sulla facciata, si
trasformò presto in un rudere dall’aspetto sinistro, divorato
da una vegetazione che allungava i suoi tentacoli fino al
tetto e al cancello.
90
continua...
Il nostro progetto
La Factory editoriale I Sognatori (avviata formalmente
nella tarda primavera del 201 3) costituisce un modello evoluto di casa editrice, fondato sul concetto di cooperazione e
aiuto reciproco. Se in una casa editrice tradizionale l’editore
svolge il suo lavoro col solo supporto di una redazione interna e ogni scrittore pensa a sé – spesso senza conoscere gli
altri autori e relativi libri, nella Factory l’editore e gli
scrittori sfumano i ruoli e collaborano tra loro in perfetta sinergia.
Pur nel rispetto delle competenze specifiche (l’editore si
assume ogni obbligo di natura economica, per esempio) e
dell’individualità, il singolo si impegna per il gruppo ed è a
sua volta consapevole di ricevere aiuto dal gruppo. Editore,
autori e collaboratori discutono assieme, decidono assieme,
agiscono assieme. Non esiste nulla di simile in Italia, proprio per questo il progetto viene seguito con curiosità da
migliaia di persone fin dall’inizio. Entusiasmo e dinamismo
si pongono come base per due obiettivi: rinnovare lo scenario stantio dell’editoria nazionale e combattere l’indifferenza
che circonda libri e autori di gran valore, attraverso un
approccio che vuole mediare imprenditorialità moderna e
recupero di un associazionismo “dal basso” che altrove è
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