• Identikit della stagione 2010/11
• GPN di Atletica Leggera
• A 10 anni dal Giubileo degli Sportivi
• La 46ª Settimana dei Cattolici Italiani
Il magazine di chi ama lo sport pulito
Fondato nel 1906 - N. 9/12 settembre/dicembre 2010
DOSSIER
GLI SCACCHI
E LA CHIESA
PRIMO PIANO
LA LEGGE QUADRO
SULLO SPORT
FOCUS
IL GIOCO PERDUTO
ASSISI 2010
PROTAGONISTI
DEL BENE COMUNE
PAROLA DI PRESIDENTE
Massimo Achini
Presidente nazionale CSI
Un’associazione
dal cuore giovane
uesto numero di Stadium viene messo on line alla vigilia del meeting di Assisi,
Q
l’appuntamento con cui l’associazione chiude l’anno solare all’insegna della
riflessione comune su temi culturali e spirituali che la interpellano per l’imme-
diato futuro. Quest’anno abbiamo scelto di confrontarci su come essere “Protagonisti
del bene comune. Lo sport al servizio della sfida educativa”. Grandi ospiti ci accompagneranno ad Assisi con i loro interventi, per aiutarci a comprendere come possiamo
dare il meglio di noi nell’affrontare la sfida educativa e nel costruire il bene comune della
società del nostro tempo. Sarà per tutti noi un buon punto di partenza, e non di arrivo.
La stessa Chiesa in Italia, lanciando la sfida educativa - e lo sport come sua componente - quale campo di impegno per i prossimi dieci anni ci chiede di non fermarci, di
aiutarla a capire con indicazioni concrete come far vivere un grande, attuale progetto
che vada incontro alle esigenze formative dei giovani di oggi e di domani. Possiamo farcela, perché il nostro cuore associativo è giovane e vitale, batte forte, e siamo associazione sempre in movimento, che desidera crescere ancora, essere protagonista del
proprio tempo, ricca com’è di entusiasmo e di voglia di fare, animata da un’altissima
tensione educativa.
Per approfondire il tema, anche in base alle indicazioni emerse da Assisi, ci sarà tempo
nel nuovo anno. Ora siamo a ridosso delle festività natalizie ed è giusto fermarsi un attimo. Chi ha avuto modo di vivere l’esperienza dei meeting nella città di San Francesco
sa come l’evento respiri un’atmosfera davvero speciale, fatta di amicizia, di semplicità,
di gioia di stare insieme. Sarebbe bello se in ogni società sportiva, in ogni Comitato il
Natale fosse celebrato con lo stesso spirito e la stessa emozione, come si fosse tutti
ad Assisi.
La Presidenza Nazionale augura a tutti i tesserati del CSI, alle loro famiglie e ai
tanti amici dell’associazione un sereno Natale e un felice 2011.
2
ANGELI & DEMONI
mons. Claudio Paganini
Consulente Ecclesiastico Nazionale CSI
I nuovi orientamenti del decennio:
Educare alla vita buona
del Vangelo nello sport
Erano attesi per maggio ma son
giunti sui tavoli dei fedeli soltanto a fine ottobre. Si tratta degli
Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il decennio
2010-2020. Il titolo è accattivante e significativo: “Educare alla
vita buona del vangelo”. Un
ritardo nella pubblicazione dettato dalla complessità dell’argomento e dalle aspettative
che, dato il tema dell’emergenza educativa, si erano create
nell’ultimo anno.
Già dal settembre 2009 la
Commissione per il Progetto culturale aveva diffuso nelle librerie
il libro “La sfida educativa” con
un intero capitolo dedicato al
rapporto tra educazione e sport.
Ed il mondo sportivo aspettava,
quasi con un senso di riscatto,
che gli orientamenti del decennio
abilitassero lo sport alla piena
cittadinanza educativa nelle parrocchie. Ma ahimè, attese deluse! La parola sport compare solo
tre volte! Una riferita alla sua presenza in oratorio (al n° 42) quale
linguaggio per dialogare coi giovani; un’altra circa il coinvolgimento dello sport nella responsabilità educativa (al n° 50); ed
una terza volta, indicando quali
siano i percorsi di vita buona, il
documento afferma che “la
comunità cristiana è chiamata a
valorizzare le potenzialità educative dell’associazionismo legato
alle professioni, al tempo libero,
allo sport” (al n°54). Poche citazioni ma molto buone. Oserei
dire di spessore educativo, legato alla positività della pratica
sportiva in ambito ecclesiale. Ma
va anche annotato che l’intero
documento è oltremodo positivo
e non si può certamente giudicare dalla quantità di citazioni che
toccano il proprio ambito di interesse.
Questa è cosa da demoni! Gli
angioletti vanno invece cercando
la sola positività. Ed è positivo
leggere per nove volte il riconoscimento e l’invito alla promozione del mondo associativo. È
positivo annotare che “nell’ambito parrocchiale, inoltre, è necessario attivare la conoscenza e la
collaborazione tra catechisti,
insegnanti… e animatori di oratori, associazioni e gruppi” (al n°
46). Come pure positivo è che
anche le “scuole di calcio e di
danza” diventino luoghi educativi: “La scuola e il territorio, con le
sue molteplici esperienze e
forme aggregative (palestre,
scuole di calcio e di danza, laboratori musicali, associazioni di
volontariato…), rappresentano
luoghi decisivi per realizzare
queste concrete modalità di alleanza educativa” (al n° 46).
Il documento va ora studiato
ampiamente e, da semplici
“orientamenti” dell’episcopato,
sarà riscritto in “piani pastorali”
per le singole diocesi. Va da sé
che le diverse parole esprimono
significati diversi e che competerà agli uomini del CSI, smessa la
tuta da gioco, prendere carta e
penna per studiare questo
importante documento. Già, proprio studiare e non leggere.
Questi uomini del CSI se garantiranno competenza in sport ed
educazione, diverranno nella
propria diocesi, su tutti i tavoli
possibili, profeti di uno sport
capace di educare coi fatti più
che con le parole.
3
SOMMARIO
28
5
24
2 PAROLA
DI PRESIDENTE
Un’associazione dal
cuore giovane
3 ANGELI E DEMONI
I nuovi orientamenti
del decennio
5 ASSISI 2010
Come i girasoli,
protagonisti del bene
comune
7 PRIMO PIANO
Una storia in-finita
10 GPN ATLETICA
Rigoletto 6 speciale!
15 CHIESA E SPORT
Ripensare l’educazione mediante lo Sport
18 DECENNALE
“Lo sport sia segno di
speranza”
20 APPUNTAMENTI
2010/11
Identikit di una
stagione
22 DOSSIER
Il “matto del vescovo”
e la Clericus Chess
28 L’INTERVISTA
Quei sorrisi lunghi
più di 100 metri
8
30 FOCUS
il gioco perduto
32 MONDO CSI
A Copacabana lo
street soccer dei
“senzatetto”
34 46ª SETTIMANA
SOCIALE DEI CATTOLICI
Educare per crescere
36 OSSERVATORIO
Tra invisibilità e solidarietà
37 FOCUS
Minori scomparsi: un
fenomeno in crescita
Mensile del Centro Sportivo Italiano
www.csi-net.it
Autorizzazione del Tribunale Civile
di Roma n. 423 del 15/12/2008
Direttore responsabile
Claudio Paganini
[email protected]
Hanno collaborato a questo numero
Massimo Achini, Felice
Alborghetti, Andrea De
Pascalis, Claudio Paganini
Redazione:
[email protected]
Tel. 06 68404592/93
Fax 06 68802940
ASSISI 2010
In 600 da tutta Italia per la tre giorni associativa
Ad Assisi, come i girasoli,
protagonisti
del bene comune
di Mons. Claudio Paganini
l Meeting di Assisi è un’esperienza di
spiritualità e cultura destinata a parlare al cuore prima ancora che alla
mente.
Forse è per questo che la simbologia
diventa tanto importante. Proprio come
le metafore o le favole spesso riesce a
trasmettere valori ed emozioni senza
bisogno di usare parole e concetti.
Ad Assisi la simbologia è palpabile:
semplicità francescana,croce di san
Damiano, icone, tau, luoghi e volti …
tutto parla al cuore.
E cosi, dopo il segno del mappamondo
lo scorso anno ad Assisi, della
maschera durante l’Agorà di Parma,
l’edizione 2010 di Assisi avrà il suo
oggetto simbolico nel “girasole”.
Qual è il significato di questo fiore?
Appartiene alla famiglia delle composite, poiché durante le ore della giornata
il fiore gira volgendosi al sole, per taluni
simboleggia adulazione, per altri riconoscenza verso l'astro che gli permette
di vivere.
E’ un fiore che ha origini antiche:
nell’America settentrionale sono stati
trovati resti di questo fiore che risalgono a tremila anni prima di Cristo. Gli
Indiani d’America lo consideravano una
pianta sacra in quanto consentiva
all’uomo di farne molteplici usi. In Perù
è l’emblema del Dio Sole. E’ dal Perù
che il girasole venne per la prima volta
I
importato in Europa. Il girasole fu
apprezzato dal Re Luigi XIV, il Re Sole
e durante l’età vittoriana, in Gran
Bretagna, venne disegnato su stoffe,
inciso nel legno, forgiato nei metalli;
Oscar Wilde volle il girasole come simbolo del movimento estetico che lui
stesso aveva fondato. In Italia, poeti
come Eugenio Montale e Gabriele
D’Annunzio hanno elogiato il girasole
nei propri versi. Nelle opere di Van
Gogh la presenza del
fiore è ricorrente.
Il significato dei fiori di
girasole, nel linguaggio
dei fiori, è di allegria e
orgoglio. Cose di cui
questo
mondi
ha
immenso bisogno!
Ma c’è di più: i girasole
captano i raggi del sole
e li seguono durante
tutto il giorno. Oltre ad
essere dei bellissimi fiori
rappresentano anche
una lezione di vita:
Seguire sempre la luce!
Così sarà per la nostra
associazione: chiamata
a
riflettere
su
“Protagonisti del bene
comune.
Lo sport al servizio della
sfida educativa” non
potrà che identificarsi con tutti quegli
educatori coraggiosi che seguono i
valori e non le mode, che ben conoscono il loro “Sole” e non i falsi idoli,
che sanno diventare seme, fiore e frutto, donandosi senza riserve nel mondo
dello sport.
E se tanto può raccontare un fiore,
molto più saprà fare uni sportivo tornando da Assisi alla propria terra natale.
5
PRIMO PIANO
La legge-quadro sullo sport
Una storia in-finita
Mentre il Governo in carica propone un disegno di legge-quadro per promuovere il
golf e la sua impiantistica, nulla si muove sul fronte di una legge-quadro che
promuova lo sport per tutti, dettandone i principi generali e mettendo ordine tra i
soggetti coinvolti. Si allunga così la storia di una legge mancata, che ha avuto il suo
capitolo più incredibile alla metà degli anni Ottanta, che oggi vale la pena rileggere.
di Andrea De Pascalis
ono complessivamente 42 le
proposte e i disegni di legge presentati in Parlamento riguardanti
a vario titolo lo sport. Solo 4 di essi
sono approdati all’esame in commissione, gli altri sono... in lista di attesa.
Intanto, però, il 17 settembre scorso il
Consiglio dei Ministri ha fatto propria la
proposta del Ministero Turismo di un
disegno di “Legge-quadro per la promozione del turismo sportivo e la realizzazione di impianti da golf”. L’art. 1 del
testo specifica che il fine del provvedimento è «promuovere la diffusione del
golf e la realizzazione di impianti golfistici». Buon per il golf – va detto – che
nel 2008 contava 221 società sportive
e 95.430 atleti. Ma che senso ha, è
doveroso chiedersi, proporre una
legge-quadro per la promozione di una
singola disciplina, piuttosto che una
legge-quadro che promuova ogni
forma di sport su tutto il territorio nazionale?
Stiamo parlando di quella legge-quadro attraverso la quale adempiere finalmente al dettato costituzionale che affida la materia sportiva alla potestà legislativa delle Regioni «salvo che per la
determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello
Stato». E di fatto la stessa proposta di
legge-quadro sul golf precisa (art. 1) di
fissare i propri contenuti «nel rispetto
S
del riparto delle competenze tra Stato e
Regioni». È almeno singolare che ci si
preoccupi di come ripartire le competenze per promuovere il golf e non per
promuovere quello sport di massa,
sport di cittadinanza o sport per tutti –
comunque lo si voglia chiamare - che
innegabilmente ha un impatto ben
maggiore sulla vita nazionale, visto che
ormai coinvolge milioni di cittadini di
tutte le età.
Ma a che vale stupirsi? Il Parlamento
italiano è sempre stato restio a ragionare globalmente sulla legislazione sporti-
va. Alla fine del 1984, oltre 25 anni fa,
Stadium osservava che in Parlamento
giacevano all’epoca oltre 70 proposte
di legge riguardanti, a diverso titolo, la
materia sportiva, tra cui ben 4 importanti proposte di legge-quadro.
Dicendosi scettico sulla possibilità che
qualcosa di buono uscisse dai lavori
parlamentari, il corsivo concludeva:
«Non c’è in Italia un luogo, uno strumento, un “momento” di raccordo permanente e aperto tra iniziativa politicalegislativa e movimento sportivo.
Quando questo rapporto si riesce a
stabilire o avviene a distanze galattiche,
e in pratica è un dialogo tra sordi,
oppure passa per canali sotterranei,
più o meno confessabili».
L’amarezza e la sfiducia di Stadium
nascevano dalla constatazione delle
difficoltà che le 4 principali proposte di
legge-quadro, tutte presentate nei
primi mesi di quell’anno, stavano
incontrando nonostante le loro matrici
rispecchiassero le maggiori componenti politiche dell’epoca e lo stesso
Governo.
La storia delle occasioni mancate per
varare una legge-quadro che mettesse
le basi per incentivare lo sport a prevalenti finalità sociali è lunga, i suoi primi
capitoli risalendo addirittura alla seconda metà degli anni Settanta, quando il
concetto di sport per tutti, lanciato
7
PRIMO PIANO
dalle istituzioni europee, si stava diffondendo in Italia. Ma l’incredibile accadde
nel decennio successivo, quando la
legge-quadro sembrava in dirittura di
arrivo dopo un iter tormentato, eppure
all’ultimo momento finì nel dimenticatoio. Rileggere quella vicenda aiuta a
comprendere perché ancora oggi non
sia facile ipotizzare se e quando una
legge-quadro sullo sport per tutti possa
mai vedere la luce.
Le quattro proposte del 1984
Nel novembre del 1982 si era tenuta a
Roma la prima Conferenza nazionale
dello sport. Tra le sue indicazioni c’era
stata la necessità di definire «un disegno armonico e complessivo dell’essere e del dover essere dello sport in Italia,
di un progetto culturale, nazionale, cioè
a largo respiro», come affermò nella sua
relazione conclusiva l’allora Ministro del
turismo, sport e spettacolo, sen.
Signorello. A motivare l’auspicata riforma era il rapido emergere nella società
italiana della domanda di sport per tutti,
una novità non prevista dall’ordinamento sportivo nesso in piedi nell’immediato dopoguerra.
Sembrava si potesse procedere rapidamente, poiché nella medesima occasione della Conferenza nazionale il Ministro
Signorello annunciò la preparazione di
una legge-quadro di iniziativa governativa sulla quale poggiare la riforma del8
l’ordinamento sportivo.
Dopo un paio di anni, nel gennaio 1985,
si contavano quattro diversi progetti di
legge di riforma dello sport, uno di iniziativa del nuovo Ministro turismo, sport
e spettacolo, il socialista on. Lelio
Lagorio, e altri tre rispettivamente di
matrice DC, PCI e PSI. In ordine cronologico:
1. Proposta on. Brocca (DC) su «Norme
per lo sviluppo delle attività motorie e
sportive dell’associazionismo sportivo»
(9 agosto 1983).
2. Proposta sen. Canetti (PCI) su
«Norme sull’ordinamento e l’organizzazione dello sport in Italia» (8 maggio
1984).
3. Proposta on. De Carli
(PSI) su «Riforma della legislazione
sportiva» (24 maggio 1984).
4. Proposta Lagorio su «Norme generali per lo sviluppo e la diffusione dello
sport» (18 gennaio 1985).
I principali contenuti
Le posizioni espresse dalle quattro proposte erano alquanto diverse. Tutte
erano d’accordo nell’affermare, sia pure
in termini differenti, il valore sociale e
formativo dello sport, il diritto del cittadino alla pratica sportiva, il dovere delle
istituzioni pubbliche di favorire lo sviluppo sportivo. Altrettanto generale lo sforzo per il rilancio dello sport scolastico.
Il nodo cruciale, punto di divergenza,
era l’organizzazione da dare al sistema.
La proposta Lagorio legava il CONI ai
compiti di Federazione delle Federazioni e alla cura dello sport olimpico e
a prevalente indirizzo agonistico, nonché alle relative attività promozionali;
agli Enti di promozione, riconosciuti dal
Ministero dello Spettacolo e presenti nel
C.N. del CONI (un rappresentante ciascuno), finanziati dal CONI medesimo
con un minimo garantito, era affidato lo
sport sociale.
Più radicale la proposta del DC on.
Brocca, che possiamo ammettere
molto vicina alle posizioni assunte allora
dal CSI. Essa chiedeva l’abrogazione
della legge istitutiva del CONI, affidando
al Comitato Olimpico, ente privato di
interesse pubblico, Federazione delle
Federazioni, la cura e l’organizzazione
delle partecipazioni olimpiche. Lo Stato,
riconoscendo nell’associazionismo la
struttura portante dello sport italiano,
ne garantiva l’autonomia e l’adeguato
sostegno. Il raccordo tra Stato, associazionismo, Enti Locali era affidato ad
un Consiglio Nazionale dello Sport
(CNS), costituito presso la Presidenza
del Consiglio, con rappresentanti di
Stato, Regioni, associazionismo, sindacati. Il CNS diventava il luogo di dialogo
tra istituzioni e movimento sportivo. Si
istituiva infine un fondo nazionale per lo
sport, alimentato da erogazioni statali e
dal 20% dei proventi lordi di totocalcio e
altri concorsi sportivi; queste risorse
erano da ripartire tra le Regioni.
Ancora diverso il progetto Canetti (PCI).
Presso la Presidenza del Consiglio si
istituiva un Comitato delle Regioni per lo
sport, formato da rappresentanti di
Stato, Regioni ed Enti locali. Un Fondo
per lo sport, alimentato dalla quota statale del totocalcio e da introiti di altre
lotterie sportive, avrebbe consentito alle
Regioni di svolgere le loro funzioni di
promozione sportiva. Al CONI si confermava la natura di Ente pubblico,
Federazione delle Federazioni, responsabile dell’organizzazione e della diffusione della pratica sportiva. Nel C. N.
del CONI entravano gli Enti di promozione. La proposta del PSI (De Carli,
Martelli e altri) sostanzialmente lasciava
le cose inalterate per quanto riguardava
la natura e i compiti del CONI, la sua
autonomia, la sua centralità come
“cuore” di tutto il sistema sportivo
nazionale. Nel C. N. del Foro Italico
entravano cinque rappresentanti degli
Enti di promozione, non eletti ma nominati dal Ministero turismo e spettacolo.
Gli Enti riconosciuti sarebbero stati
finanziati con il 5% dei proventi derivanti al CONI dal totocalcio. Le società
sportive dilettantistiche avrebbero
goduto di esenzioni fiscali. Regioni ed
Enti locali avrebbero avuto il compito di
promuovere le condizioni per lo sviluppo della pratica sportiva in accordo con
l’associazionismo, ma nulla si specificava circa il modo di dirimere le competenze tra Stato, Regioni, CONI, Enti di
promozione. In sostanza questa proposta cambiava poco e lasciava irrisolti la
maggior parte dei nodi.
Per comprendere meglio la posizione e
il senso della proposta PSI va ricordato
che alla morte di Giulio Onesti la presi-
PRIMO PIANO
denza del CONI era stata assunta dal
socialista Franco Carraro, che resse
l’incarico dal 1978 al 1987.
Verso il nulla di fatto
L’Italia, come si legge ne Il Gattopardo
di Tommasi di Lampedusa, è il paese
dove spesso tutto cambia affinché nulla
cambi. Così è stato nella… lunga marcia della legge-quadro alla metà degli
anni Ottanta. Dopo aver dormito per
oltre dieci anni sull’argomento, il
Parlamento sembrò essere “svegliato”
dalle proposte di riforma sportiva di
Governo, DC, PCI, PSI e produsse un
alluvione di proposte alternative: un’altra del PSI, una del MSI, una PSDI. Ce
n’era abbastanza per tentare in Commissione Affari Interni della Camera di
arrivare ad un testo unificato.
L’impresa, non facile, fu affidata all’on.
Michele Zolla (DC) quale relatore.
Cominciò un difficile iter, tra sospensioni elettorali e un’ulteriore produzione di
proposte: PLI e PRI presentarono i loro
provvedimenti, ma il colmo si realizzò
quando l’on. Belluscio (PSDI), già firmatario della proposta presentata con altri
del proprio partito, presentò, questa
volta a titolo personale, un’altra proposta, che differiva dalla prima solo per
pochi e marginali aspetti.
L’improvvisa iperattività propositiva dei
parlamentari ebbe l’effetto di rendere
più difficoltosa la mediazione, ritardando i lavori. Ci vollero due anni perché il
Comitato ristretto della Commissione
Affari interni della Camera arrivasse, il
10 febbraio 1987, all’approvazione di
un testo unificato.
Ciò che uscì dalla Commissione era un
testo ibrido, che su alcuni punti ricalcava la proposta socialista De Carli, in altri
lasciava inalterati i problemi. In teoria
(art. 2) lo Stato si assumeva la responsabilità di promuovere iniziative per rendere le attività motorie e sportive accessibili a tutti i cittadini, di operare interventi pubblici in tale senso, di sostenere e agevolare l’associazionismo sportivo, affidando genericamente tali compiti al Ministero turismo e spettacolo
(niente Ministero dello sport, dunque).
Alle Regioni era assegnato il compito di
assicurare la tutela sanitaria delle attività sportive e di svolgere le funzioni
decretate dal DPR 616/77, come se
non vi fosse la necessità di chiarire e
ripartire le competenze nate da quel
DPR. Il CONI restava il cuore del sistema, ed anzi vedeva ampliate le proprie
potenzialità, visto che (art. 17) il
Comitato Olimpico poteva stipulare
convenzioni per svolgere attività e servizi sportivi per conto dello Stato, delle
Regioni e degli altri Enti pubblici.
Gli Enti di promozione, deputati ad
organizzare attività fisico-sportive
«ancorché esercitate con modalità agonistiche», restavano sotto la “tutela” di
CONI e Federazioni, le quali ultime
erano votate a promuovere lo sport a
«prevalente indirizzo agonistico». Nel C.
N. del CONI entravano i rappresentanti
dei 4 Enti con maggiore diffusione, e i
presidenti di due altri Enti (a rotazione).
Gli Enti dovevano essere finanziati dal
CONI con non meno del 4,5% dei proventi netti dei concorsi pronostici.
Per quanto annacquato e non risolutivo
ai fini della formulazione di un sistema
armonico, equilibrato, più moderno,
che assicurasse la pari dignità dello
sport per tutti rispetto allo sport di prevalente finalità agonistica, il testo unificato si incagliò tra le difficoltà della legislatura. C’era altro da pensare: nell’aprile di quel 1987 l’Italia andò prematuramente al voto, dal quale derivò l’ultima legislatura prima dello scossone di
Tangentopoli. Della legge-quadro non si
parlò più fino alla metà degli anni
Novanta: era tempo di seconda
Repubblica per l’Italia in cui tutto cambia affinché nulla cambi davvero. Anche
la seconda Repubblica, infatti, al suo
inizio vide autorevoli tentativi di proposte e controproposte di leggi-quadro
sullo sport per tutti, una delle quali presentata nel 1995 addirittura dall’allora
vicepresidente del Consiglio, on.
Veltroni. In seguito ci provò anche il
Ministro dello sport, on. Melandri: tra
ribaltoni politici e resistenze di principio,
anche queste due ultime proposte si
sono arenate silenziosamente tra le
sabbie mobili dei lavori preliminari delle
commissioni parlamentari. I governi
cambiano, la storia è sempre la stessa.
9
GPN ATLETICA LEGGERA
Rigoletto 6 speciale!
A Celle Ligure il Gran Premio Nazionale Csi di Atletica Leggera saluta 34 nuovi record
Csi. Quattro giorni in pista fra sport, integrazione e solidarietà. Ancora una volta leader
la società virgiliana che dedica il successo all’indimenticato Amedeo Becchi.
10
Con la sesta vittoria consecutiva
dell’Atletica Rigoletto di Mantova nella
classifica a squadre si è chiuso il 13°
Gran Premio Nazionale Csi di Atletica
Leggera sul tartan di Celle Ligure.
Una manifestazione dai grandi numeri,
che ha visto nuovamente trionfare i
giallo neri virgiliani su tutte le altre 78
società italiane in gara, appartenenti a
27 comitati regionali, per un totale di 9
regioni rappresentate. Sono stati 129
gli ori assegnati allo Stadio Olmo del
centro cellese, e 34 i record di
specialità battuti in questa edizione
2010, uno in più rispetto a Castelnovo
ne’ Monti, in provincia di Reggio
Emilia, sede del GP 2009.
di Silvia Basso
sono sei. Con un trionfale e liberatorio giro di pista, la Rigoletto
Mantova ha festeggiato, a Celle
Ligure, la conquista del sesto consecutivo Gran Premio nazionale Csi di
atletica leggera, terzo Memorial
Amedeo Becchi. Un successo che
arriva al termine di un’intensissima tre
giorni di gare sulla pista e le pedane
dello stadio Olmo, e che mette in fila,
dietro all’ormai imbattibile club lombardo, ma comunque sul podio i veneziani della San Marco e i lecchesi della
Bellano. Ma c’è gloria anche per i
colori locali: perché è l’Alba Docilia a
vincere, assolutamente a sorpresa, la
classifica femminile, tra l’entusiasmo
di atlete, tecnici e genitori. La graduatoria a squadre maschile aveva già
fatto felice la Rigoletto, mattatrice
E
anche in quella classifica.
Sempre restando alle gare, che in
pista hanno visto i protagonisti della
spettacolare staffetta svedese (il primo
frazionista corre i 100 metri, il secondo i 200, il terzo i 300, l’ultimo i 400)
giovanile e della 4x400 assoluta, emozionante e seguitissima dal pubblico
soprattutto la prova dell’alto allievi con
un atleta di casa, Lorenzo Becce
dell’Alba Docilia, vincitore con l’importante misura di 1,82. Tra i liguri,
Federico Muzic, con 12,73 nel peso,
bissa il successo ottenuto il giorno
prima nel lancio del giavellotto.
Tanti campioni (premiati con la maglia
bianca con la striscia orizzontale bluarancio, i colori del Csi), ma in apertura di riunione, anche tanto calore per
gli atleti down impegnati prima sui 60
11
GPN ATLETICA LEGGERA
TOP TEN
MEDAGLIERE PER SOCIETÀ
Società
Atletica Rigoletto
Polisp. Salf Altopadovana
Asd Atletica S.Marco Venezia
Atletica Union Creazzo
A.S.D. Atletica Varazze
Atletica Cassano D’Adda
Polisportiva Dueville
U.S. Albatese A.S.D.
C.S.I. Atletica Colli Berici
A.S.D. Atletica Alba Docilia
oro
14
11
10
8
7
6
6
5
5
5
argento
10
8
6
3
5
4
3
8
8
7
bronzo
16
3
12
4
1
6
11
7
3
2
argento
31
16
16
10
6
1
10
4
8
3
bronzo
26
11
8
16
12
5
14
6
7
1
MEDAGLIERE PER COMITATO
Comitato
Vicenza
Trento
Savona
Mantova
Venezia
Reggio Emilia
Milano
Treviso
Como
Campobasso
metri e poi nel vortex. Per i diversamente abili, sia fisici sia psichici,
l’inserimento nel Gran Premio è
perfettamente riuscito e d’ora in poi
ci saranno anche loro a pieno titolo
alle manifestazioni nazionali dell’atletica Csi.
Anche la Messa, concelebrata dal
consulente ecclesiastico nazionale
monsignor Claudio Paganini e dal
neo consulente del comitato Csi di
Savona, don Camillo Podda, con
oltre mille persone a seguirla e a
viverla dalla tribuna dello stadio, ha
regalato momenti di emozione.
Attorno all’altare, con il coro
“Chicchi di riso” che ha accompagnato la funzione religiosa, gli otto
fratellini di una famiglia di Villazzano
(Trento), che ha partecipato in blocco all’evento.
Una curiosità: il servizio bar si è
svolto nel segno della solidarietà, in
12
oro
42
19
18
14
10
9
8
6
5
3
quanto la società “Briciole di solidarietà” che l’ha gestito ha devoluto
tutto il guadagno a favore del progetto internazionale portato avanti
dal Csi Savona Albenga nella
Repubblica Cantrafricana e all’Aism
di Savona, l’associazione contro la
sclerosi multipla. In tutto, la somma
da donare arriva a 1300 euro.
Quindi i saluti e gli abbracci fra tantissimi vecchi e nuovi amici. Perché
questo è lo spirito con cui la gran
parte dei partecipanti ha vissuto e
vive gli eventi tricolori targati Csi: il
piacere di ritrovarsi da un anno
all’altro e di darsi, alla fine, l’appuntamento alla manifestazione successiva. L’arrivederci, in questo
caso, è stato per l’inizio di aprile
2011 a Tezze sul Brenta, in provincia di Vicenza, dove sono in programma i nazionali di corsa campestre.
E LA FESTA
NON È SOLO IN PISTA
IL DIARIO DI CELLE LIGURE
Fiaccolata Inaugurale. Giovedì sera
a Varazze una sfilata di luci e colori ha
aperto il Gp ligure. Gli atleti partecipanti
hanno accompagnato quattro campioni
dello sport savonese verso il tripode:
Maurizio Turone, calciatore degli anni
’70-’80, Federica Ferraro, marciatrice
savonese di talento dell’Aereonautica
Militare, Simone Capelli, atleta disabile,
Campione Italiano 2009 di distensione
su panca e Antonio Carattino, velista
varazzino che partecipò alle Olimpiadi di
Melbourne, nel 1956. A lui l’onore di
accendere il fuoco, con in mano anche
la fiaccola olimpica di Londra ’48, prestata al Csi per questa occasione dal
Coni di Savona. Molte autorità hanno
preso parte all’evento: il Presidente della
Provincia di Savona, Angelo Vaccarezza, l’Assessore allo Sport provinciale,
Livio Bracco, il Sindaco di Varazze,
Giovanni Delfino, e quello di Celle
Ligure, Renato Zunino. Oltre a loro
anche Riccardo Pagan, atleta veneziano, promessa italiana nel salto in lungo.
Uno speciale saluto è arrivato dal
Presidente Nazionale Csi Massimo
Achini, che ha dato il benvenuto a tutti i
partecipanti aprendo ufficialmente i giochi.
Semplicemente Atleti: 1° convegno
sulle abilità diverse. Tenutosi venerdì 3
nella Sala Mostre del Palazzo della
Provincia di Savona, il convegno
Semplicemente atleti ha affrontato il
delicato tema delle abilità diverse.
Un’occasione per ribadire come lo sport
sia uno strumento di condivisione, di
crescita e di terapia. Ad intervenire, oltre
che i rappresentanti delle Amministrazioni Provinciali e Comunali di
Savona, anche Simone Capelli, che ha
raccontato la sua esperienza, da persona che aveva perso tutto a Campione
Italiano di distensione su panca. Parole
tradotte in pratica, quando allo Stadio
Olmo, in serata, anche gli atleti disabili
sono scesi in campo al fianco dei normodotati per competere per i 16 titoli
nazionali in palio. Un vero successo,
come ha affermato anche Annamaria
Manara, responsabile della Commissione Nazionale del Csi “Sport e
disabili”: “Ho visto ragazzi con handicap
fisici e mentali seguire le regole del
campo, interagire con giudici e atleti: per
loro è stato un momento bellissimo, di
forte integrazione”.
Orienteering Fotografico. La vera
mascotte di sabato è stato il piccolo
Emanuele, bimbo di soli 4 mesi
dell’Atletica Villazzano di Trento, partecipando come più giovane in assoluto
all’Orienteering Fotografico organizzato
13
GPN ATLETICA LEGGERA
Porta aperte
a Coverciano
dal Csi di Savona Albenga e dal
Comune di Savona che ha aperto
le porte della città ai più piccoli, sfidandoli a scoprire tutti i segreti del
centro
storico
cittadino:
“Un’esperienza bellissima” racconta la mamma di Emanuele”
abbiamo potuto conoscere una
splendida città, e i bambini si sono
divertiti molto”.
Festa delle Regioni. Si sono
riuniti in tanti sabato sera ad
Albisola, e questa volta sul podio
hanno visto salire gli stand enogastronomici di Liguria, Piemonte,
Trentino e Sardegna, presi d’assalto da atleti e curiosi. In contemporanea sul palco in scena le premiazioni di tutti i comitati e le
società partecipanti al Gp cellese.
Ad accompagnare il tutto, le esibizioni di due gruppi di ballo: le
J.Flemm che hanno dato un tocco
hip hop alla serata e le danzatrici
del ventre della compagnia Stelle
D’Oriente.
Il Villaggio dello Sport. Per
tutti i giorni della manifestazione,
sul campo è stato anche possibile
conoscere il meglio delle realtà
imprenditoriali del territorio ligure e
14
non solo. Allestiti infatti alcuni
stand dove gli sponsor e le aziende che hanno collaborato alla riuscita dell’evento, hanno mostrato i
loro prodotti. Tra questi, Poste
Italiane Spa, che ha venduto l’annullo filatelico dedicato alla manifestazione, accompagnato dalla
cartolina raffigurante lo Stadio
Olmo di Celle e Drago Forneria
Genovese che ha fatto assaggiare
alcune delle sue prelibatezze da
forno. Poi Nutrilite, che ha portato
i suoi integratori alimentari e
Lifewave, che ha fatto conoscere i
rivoluzionari cerotti contro il dolore.
Anche una postazione della SMA,
associazione che si occupa dei
malati di atrofia muscolare spinale,
dove a raccontare la propria esperienza c’era Barbara, mamma di
Diego, 15 mesi, affetto da questa
malattia. Sponsor dell’evento
anche Tirreno Power e Occlim srl,
che hanno collaborato durante
tutta l’estate con l’organizzazione
per la riuscita dell’intera manifestazione.
Grande novità sul campo è stata
quella del catering GustoGiusto,
azienda genovese che ha servito
più di 3000 pasti durante la quattro giorni cellese.
Il Csi e la Fondazione Museo del Calcio di
Coverciano hanno firmato una convenzione
finalizzata a promuovere il Museo stesso e a
disporre agevolazioni e servizi per i Comitati e
i tesserati dell’associazione. Oltre a sconti per
le visite guidate al Museo, centro di documentazione storica e culturale del gioco del
calcio situata all’interno dell’area del Centro
Tecnico Federale di Coverciano, l’accordo
prevede in particolare la possibilità che gli
spazi interni ed esterni della struttura museale siano disponibili per convegni, corsi di formazione, tornei di calcio, particolari eventi,
progetti culturali sportivi “su misura” proposti
dal CSI. Il sito internet del Museo promuoverà inoltre particolari eventi promossi dal Csi
presso la struttura fiorentina. La Fondazione
Museo del Calcio, Centro di documentazione
storica e culturale del gioco del calcio situata
all’interno dell’area del Centro Tecnico
Federale di Coverciano, raccoglie i cimeli
appartenuti ai grandi che hanno fatto la storia
del calcio italiano, europeo e mondiale dal
1808 ad oggi.
Gli oltre 800 metri quadrati della struttura
ospitano, inoltre, una collezione di tipo multimediale che consente al visitatore di richiamare più di 48.000 fotografie digitalizzate e
800 spezzoni di filmati delle partite giocate
dagli Azzurri.
Il Museo del Calcio è stato inaugurato nel
2000 ed è diretto dal Prof. Fino Fini, ex medico della Nazionale di calcio.
Le opinioni
La proposta più semplice è quella denominata "Una gita a Coverciano”, che consiste nella
visita al Museo + visita dei campi di
Coverciano + partita sul campo sintetico o in
alternativa proiezione filmato calcistico +
pranzo nei gazebo (anche in inverno poiché
riscaldati). Il prezzo totale del pacchetto è di
euro 15,00 per partecipante. Per chi volesse
aggiungere il pernottamento è valida l’iniziativa "Un giorno a Coverciano" con soggiorno in
alberghi nelle vicinanze (esterni a Coverciano),
con i quali il Museo ha delle convenzioni per
euro 45 a persona (mezza pensione). Info e
contatti tel. 055 600526; email: [email protected]
CHIESA E SPORT
L’approfondimento
Ripensare l’educazione
mediante lo Sport
Martedì 5 ottobre, in occasione del Consiglio Regionale del CSI Emilia Romagna,
presso il Seminario Vescovile di Bologna Mons. Carlo Mazza, vescovo di Fidenza e già
cappellano olimpico, ha offerto al Csi una relazione su “Educazione e ruolo del
Consulente Ecclesiastico e dei Dirigenti territoriali nel CSI”. Oltre ai Presidenti
territoriali emiliani ed ai Consiglieri Regionali erano presenti ben nove consulenti
ecclesiastici dei comitati territoriali.
di S. E. mons. Carlo Mazza, vescovo di Fidenza
n attesa del documento
pastorale
sull’
“Educazione”, proposto dalla CEI per il decennio 2010 2020
e sul quale varrà la pena investire le
nostre migliori risorse culturali, spirituali
e progettuali, ci limitiamo ora a offrire
taluni spunti di riflessione non organici,
ma sufficientemente pertinenti al nostro
"bisogno" di formazione, alla necessaria
“conversione culturale”, al ripensamento della funzione educativa dello Sport e
infine sul “ruolo” del sacerdote nel CSI.
Se intendiamo vivere sapientemente
l’impietosa “fluidità” culturale in atto e le
inquietudini derivate dalla frammentazione sociale, non dobbiamo stancarci
a riproporre alle nostre coscienze le
priorità necessarie per un vivere dignitoso e buono.
In verità, dopo tanti anni di approcci differenziati, di approfondimenti molteplici
e di proposte educative a livello associativo, ora si tratta di aprire la nostra
intelligenza del reale per ridisegnare
contenuti e tracciati operativi al fine di
“costruire” una persona – ragazzo, adolescente, giovane o adulto che sia – in
grado di produrre visioni, scelte, comportamenti "educati", cioè rispondenti
I
15
CHIESA E SPORT
ad un'idea di uomo – e nel nostro caso
di sportivo – complessivamente maturo
in ogni sua parte e, in particolare, considerato nel progresso verso quella
“maturità in Cristo” che rappresenta il
vertice del cammino educativo del cristiano.
Perciò mi propongo di offrire alcuni criteri esplicativi al tema educativo.
1° Prima della pretesa di educare occorre essere educati
L’affermazione potrebbe apparire un
po' apodittica, cioè formulata in modo
incontrovertibile. Essa tende in modo
stimolante a suscitare un atteggiamento, in noi adulti, di vera umiltà. Essa
aiuta ad esplicitare un esame di
coscienza sullo "stato", sul "grado" e
sulla "qualità" della nostra personale
educazione. C’è bisogno di lasciarsi
interrogare e sottoporsi ad una revisione di vita.
A volte si dà per scontato che l'adulto
sia di per sé “educato” e possa essere
educatore e fare educazione. Non pare
che sia sempre così. Dunque disponiamoci ad una salutare autocritica.
L’interrogazione proposta riguarda la
nostra condizione-situazione di educatori, preti o laici che siamo. L’estensione
dell'interrogativo coinvolge le nostre
dotazioni, il livello di percezione del problema educativo, la disponibilità a cambiare, sempre che lo riteniamo utile e
conveniente.
Non v’è dubbio che la “nostra” personale educazione – frutto di sedimentate
acquisizioni – si sia costituita in base a
modelli ritenuti praticabili, funzionali a
valori creduti ottimali, idonei a conseguire il fine di una persona ben riuscita,
dotata di conoscenze e di principi solidi, collaudati, proponibili. Va detto che
l’educazione ricevuta non è da buttare,
anzi deve essere sostenuta, perfezionata, aggiornata.
Di fatto accade che ci è quasi naturale
proporci come "esempio" ai giovani.
Questa abitudine porta il rischio di uno
sdoppiamento di livelli percepiti: quello
teorico che predichiamo e quello pratico del comportamento. Va anche
osservato – a scanso di scoramenti –
che un certo “gap” tra i due livelli sta
nella nostra naturale limitatezza e dunque insuperabile.
16
Comunque una revisione del nostro
“status” educativo ha bisogno di essere
attuata per un’esigenza di sincerità del
cuore e per una lealtà intellettuale e
morale. Ciò consente di dare spazio
all’umiltà e al desiderio di perfezione.
2° L’educazione "si fa"
in un contesto "umano"
L’educazione si occupa dell’“umano”,
riguarda il “fenomeno umano”, ha di
mira l’umano così come appare, nella
sua complessità di intelligenza, volontà,
sentimenti, emozioni, pulsioni, condizionamenti ecc. e nel segmento generazionale in cui si intende operare.
Se dunque l'educazione è un'opera
essenzialmente dinamica e intenzionale
che si determina in una relazione tra
autorità (adulto o padre) e educando
(ragazzo o figlio), non si dà educazione
vera senza questa fondamentale relazione. Essa esige che sia posta concretamente in un “ambiente”, in una “cultura”, in una “tradizione”. Esige inoltre che
sia ispirata e indotta da persone "autorevoli" animate e sostenute da affetti e
legami di gratuità, che sia caratterizzata
dalla libertà responsabile, diffusa e sperimentabile.
Ciò implica la centralità delle "motivazioni" saldamente “umane” coltivate
nella coscienza e dunque anche apertamente cristiane, capaci di sostanziare
l’intervento educativo. Di fatto esso
mira ad elevare l’io della persona,
secondo un'unità coerente di proposte,
orientate a edificare l'uomo così come
ora si trova a vivere, cioè imbevuto e
immerso in "culture" antiumane o indifferenti, per condurlo ad un livello in cui
si attuano i valori imprescindibili dell'
“umano” e ancor più del “cristiano”.
Occorre dunque conoscere il "contesto
culturale" nel quale vive, cresce, si sviluppa l'attesa delle persone da educare. L’ampiezza di questa attesa si riferisce nel merito delle ambizioni, delle
mete, degli obiettivi propri dei ragazzi
d'oggi, ammesso e non concesso che
esistano in loro. Perché di fatto si è di
fronte a generazioni con scarsa propensione all'impegno sacrificale, allo sforzo
continuativo, alla tensione per raggiungere un traguardo.
Non che i giovani siano privi di queste
“energie vitali” ma per risvegliare in loro
un desiderio di sano "agonismo", connaturale allo sport e proficuo per la vita.
È dunque necessario mettere in atto
una terapia educativa che sappia fungere da molla di scatto, non facilmente
e subito innescabile.
3° Ripensare l’educazione
mediante lo sport
Il nostro impegno educativo, se intende
essere effettivo e vincente, richiede di
essere esigente, non remissivo e compromissorio. Occorre “giocare” al rialzo,
senza paura. Ciò significa "purificare"
l'attività sportiva da elementi spuri e
CHIESA E SPORT
ingombranti; significa soprattutto fare
proposte impegnative, sensate, razionali, graduali. Questo deve accadere a
partire dall'organizzazione sportiva e dai
suoi linguaggi, dalle competenze specifiche e dal rigore morale, dallo stile di
vita e dal metodo di fare sport, dall'offerta sportiva e dalla pratica di relazioni
tra le persone addette, dalla differenziazione di tipologie-discipline sportive e
dalla qualità tecnica non eludibile.
In realtà l’educazione è una “parola”
che copre tutto l'evento sportivo. In
quanto “fatto umano” lo sport praticato,
per sua natura, dovrebbe essere sufficientemente capace di "educare" senza
altre qualifiche e aggiunte, proprio creando condizioni "edificanti" ed esemplarità semplici ed efficaci, attraverso un
“personale” dirigenziale del tutto preparato e appassionato e un accompagnamento oculato e costante.
Alla luce di quanto detto, a me pare
importante “ripensare” l’educazione
mediante lo sport, sotto diversi profili.
Anzitutto nel verificare la congruenza
nativa tra gesto sportivo e formazione
della personalità. È questo un annoso
snodo che riguarda i processi educativi
attuati mediante lo sport.
In secondo luogo nell’elaborare un
“sapere” va considerato che la pura
tecnica o il puro gioco non educano
nessuno in quanto privi di motivazionifinalità umanizzanti e valoriali.
In terzo luogo nel formulare lo sport sull’iniziazione al mistero del Dio della vita
e della grazia redentrice e non su un
neutralismo ideologico e sostanzialmente vuoto. Un esempio dal Vangelo:
“Se non diventerete come bambini…”,
nel senso di una conversione dello
sport alle esigenze del Regno!
4° Il "ruolo" del sacerdote o
dirigente dev’essere eloquente
La questione del "ruolo" educante
appare fondamentale nel "mondo dello
sport". Esso va considerato in riferimento alla "testimonianza" nella società
sportiva, al trascinamento imitativo, alla
formazione dell'atleta. Assumere ruoli
non può essere solo il risultato di
un’operazione soltanto “elettiva”, ma
implica una “vocazione” al servizio, al
“dono di sé”, all’esercizio autentico dell’
“autorità”. In tale prospettiva il sacerdote è un educatore nato e non è surrogabile nel suo esercizio ministeriale presso
il "mondo dello sport". Egli è figura di
riferimento ecclesiale imprescindibile,
portatore positivo e gioioso di valori creduti e vissuti, consigliere spirituale e
orientatore di scelte valoriali conseguenti. Ciò deve accadere in un quadro
di “pastorale integrata”, in collaborazione con la pastorale giovanile e della
famiglia. È per altro finita l’epoca in cui
si lavorava da soli. D’altra parte la “presenza” del sacerdote nel CSI non può
essere aleatoria, occasionale, di contorno. Proprio in ragione del mandato ricevuto dal vescovo, il suo ruolo va gestito
in modo eloquente, sicuro, illuminante,
secondo il suo proprio carisma, non
debordante o inclusivo. Perciò va calibrato, lasciando “fiorire” anche e
soprattutto il sacerdozio comune dei
laici impegnati generosamente nell’Associazione.
GIOCA SRL E IL NUOVO PORTALE DEL CSI
GIOCA s.r.l. è l’azienda che ha realizzato il nuovo
portale nazionale del Csi (www.csi-net.it) e che
lavora da oltre 10 anni nel mondo dello sport professionistico e dilettantistico sviluppando progetti
innovativi di marketing e servizi legati alle nuove
tecnologie di comunicazione. Sono principalmente
due le realtà a cui sono rivolti i servizi di GIOCA
s.r.l.: da un lato le associazioni sportive dilettantistiche e dall’altro gli sport maker come gli Enti di promozione sportiva e le Federazioni sportive. Per promuovere e garantire maggiore visibilità alle società
dilettantistiche è stato realizzato il Circuito GIOCA,
un network nato dall’idea innovativa di offrire alle
società sportive dilettantistiche spazi e servizi online in forma totalmente gratuita. Le Asd che i iscrivono al Circuito GIOCA, infatti, possono realizzare
in maniera gratuita, semplice e veloce il proprio sito
web ufficiale attraverso il quale comunicare sia
verso l’esterno (mezzi di comunicazione, tifosi ecc.)
sia verso l’interno della società (atleti, dirigenti, allenatori ecc.). Parallelamente a questa iniziativa
GIOCA s.r.l. ha sviluppato al proprio interno una
business unit il cui compito è progettare e realizzare portali web “complessi” e ad alto contenuto tecnologico rivolti agli sport maker quali Enti di promozione sportiva e Federazioni sportive. Questi portali, caratterizzati da un alto contenuto tecnologico e
dalla presenza dei principali strumenti del web 2.0,
consentono ai clienti finali di poter gestire i contenuti e l’aggiornamento in maniera completamente
autonoma. www.circuitogioca.it
17
DECENNALE
di Andrea De Pascalis
“Lo sport sia
segno di speranza”
Il 29 ottobre 2000, in uno Stadio Olimpico di Roma gremito in ogni ordine di
posti, presenti le massime autorità dello sport mondiale, si celebrava
davanti a Giovanni Paolo II il Giubileo degli Sportivi. Quale eredità ci ha
lasciato quell’evento, così fortemente voluto da papa Wojtyla, il “papa dello
sport”?
DECENNALE
ossa questa verifica offrire
a tutti - dirigenti, tecnici
ed atleti - l'occasione per
ritrovare un nuovo slancio creativo e
propulsivo, così che lo sport risponda, senza snaturarsi, alle esigenze dei
nostri tempi: uno sport che tuteli i
deboli e non escluda nessuno, che
liberi i giovani dalle insidie dell'apatia
e dell'indifferenza, e susciti in loro un
sano agonismo; uno sport che sia fattore di emancipazione dei Paesi più
poveri ed aiuto a cancellare l'intolleranza e a costruire un mondo più fraterno e solidale; uno sport che contribuisca a far amare la vita, educhi al
sacrificio, al rispetto ed alla responsabilità, portando alla piena valorizzazione di ogni persona umana».
«P
È questo il passaggio nodale dell’omelia pronunciata da Giovanni
Paolo II durante la celebrazione eucaristica da lui presieduta nello Stadio
Olimpico di Roma, per il Giubileo
degli Sportivi del 29 ottobre 2000. La
verifica di cui parlava il pontefice era
l’esame di coscienza cui il mondo
dello sport era tenuto proprio per via
della ricorrenza giubilare, evento che
si colorava di alcuni significati particolari alla luce della Lettera Apostolica
Tertio Millennio Adveniente, con cui il
Santo Padre aveva invitato nel 1994 il
clero e i fedeli a preparare il Giubileo
del 2000.
Nel documento Giovanni Paolo II,
oltre a richiedere che tutti i segmenti
della cristianità partecipassero, ciascuno a suo proprio modo, allo svolgimento del Giubileo, aveva espresso
l’auspicio che tale partecipazione
portasse a fare riscoprire ad una
umanità oppressa da tanti problemi,
la virtù della speranza: “È necessario
inoltre che siano valorizzati ed approfonditi i segni di speranza presenti in
questo scorcio di secolo…”. (TMA
46). Ciò dopo aver preso atto con spirito sincero delle omissioni e delle
responsabilità di ciascuno nei confronti dei mali del nostro tempo (TMA,
36).
In che modo lo sport poteva essere
segno di speranza per l’umanità
Giovanni Paolo II l’aveva indicato il
giorno prima, in occasione di un convegno su “Il volto e l’anima dello
sport”: «Le potenzialità del fenomeno
sportivo lo rendono strumento significativo per lo sviluppo globale della
persona e fattore quanto mai utile per
la costruzione di una società più a
misura d'uomo. Il senso di fratellanza,
la magnanimità, l'onestà e il rispetto
del corpo - virtù indubbiamente indispensabili ad ogni buon atleta - contribuiscono all'edificazione di una
società civile dove all'antagonismo si
sostituisca l'agonismo, dove allo
scontro si preferisca l'incontro ed alla
contrapposizione astiosa il confronto
leale. Così inteso, lo sport non è un
fine, ma un mezzo; può divenire veicolo di civiltà e di genuino svago, stimolando la persona a porre in campo
il meglio di sé e a rifuggire da ciò che
può essere di pericolo o di grave
danno a se stessi o agli altri».
Lo sport, quindi, era invitato a mettersi al servizio della costruzione della
“civiltà dell’amore”, dopo aver fatto
un sereno esame di coscienza sulle
sue mancanze, i suoi difetti, le sue
contraddizione. «Non sono - avvertiva
il papa - purtroppo pochi, e forse si
vanno facendo più evidenti, i segni di
un disagio che talvolta mette in
discussione gli stessi valori etici fondanti la pratica sportiva. Accanto ad
uno sport che aiuta la persona, ve n'è
infatti un altro che la danneggia;
accanto ad uno sport che esalta il
corpo, ce n'è un altro che lo mortifica
e lo tradisce; accanto ad uno sport
che persegue nobili ideali, ce n'è un
altro che rincorre soltanto il profitto;
accanto ad uno sport che unisce, ce
n'è un altro che divide».
Di qui l’esortazione finale: «Il mio
augurio è che questo Giubileo dello
Sport sia occasione per tutti, cari
responsabili, dirigenti, appassionati di
sport ed atleti, di ritrovare un nuovo
slancio creativo e propulsivo, attraverso una pratica sportiva che sappia
conciliare con spirito costruttivo le
complesse esigenze sollecitate dai
cambiamenti culturali e sociali in atto
con quelle immutabili dell'essere
umano».
È avvenuto questo esame di coscienza? Non del tutto, se pensiamo che il
dibattito sull’etica dello sport, sulla
sua mission sociale ed umana, ha
preso quota solo negli ultimi anni.
Ancora più lontano appare il traguardo di ritrovare le motivazioni e lo
slancio creativo necessari per “reinventarsi” nei modi e negli strumenti
per costruire una società migliore.
Ripensare, dieci anni dopo, ai significati del Giubileo degli sportivi del
2000 può essere un modo di accelerare il cammino.
19
LINEE E APPUNTAMENTI DEL 2010-2011
Identikit di una stagione
La stagione 2010-2011 è già cominciata a tutti i livelli associativi, ma vale la pena
farne un breve identikit per chi non avesse chiaro il quadro di insieme.
di Andrea De Pascalis
a nuova stagione? Anzitutto tanta attività sportiva.
L’obiettivo è migliorare ancora i numeri, già eccellenti,
del 2009/2010: 16.467 squadre partecipanti al circuito dei campionati nazionali, che nelle 12 discipline individuali e nei 5 sport di squadra hanno visto la partecipazione
di 15.000 tra atleti, tecnici, giudici di gare e accompagnatori. Ci saranno sempre le finali interregionali a scremare le
pretendenti al titolo negli sport di squadra (volley, calcio e
basket). E come sempre toccherà allo sci inaugurare il ciclo
delle finali, poi corsa campestre e tennistavolo. Maggio sarà
il mese delle arti marziali (judo e karate) e del nuoto. La ginnastica, artistica e ritmica, intervallerà nel mese di giugno le
finali dei campionati nazionali delle squadre: in campo prima
gli under 10, under 12 e under14, quindi le categorie giovanili degli allievi e degli juniores. Infine in luglio spazio dedicato agli scudetti dei top junior e degli open. Infine l’atletica
leggera a settembre.
Alta l’attenzione al tennistavolo, disciplina dell’anno, con la
campagna di rilancio “Più tennistavolo”, che riguarderà in
special modo le parrocchie, luoghi nei quali verrà proposto
un circuito cittadino, preliminare alla fase diocesana e alla
conseguente finale nazionale. Per i più piccoli in primavera
sarà ancora tempo di Gazzetta Cup e Danone Nations Cup,
due tra i più prestigiosi calcistici tornei giovanili nazionali, ed
internazionali.
L
Decennio culturale, Statuto e Formazione
Altrettanto impegnativa la stagione in campo formativo e
culturale. Confermato il tema associativo generale, “Uno
sport per la vita”, il 2011 sarà l’anno di partenza del
“Decennio culturale”. In sostanza, durante i prossimi dieci
anni l’associazione sarà chiamata a ragionare su un interro20
gativo di fondo: tra identità e sviluppo, quale futuro per
l'Associazione? Ovvero: come realizzare un CSI più grande,
più forte, più diffuso tra la gente e sul territorio, senza sbiadire ma anzi rafforzando la propria identità? Si individueranno 5 temi, ciascuno dei quali costituirà un obiettivo biennale. Se ne parlerà già ad Assisi, a dicembre, e si comincerà
a lavorare ad inizio 2011. Conferma per l’altro grande meeting nazionale, l’Agorà, con luogo e data da precisare.
Il 21-23 gennaio 2011 è la data fissata per il Forum nazionale dello Statuto, che determinerà le modifiche da apportare alla carta fondamentale del CSI. Identica data, ma sede
a Roma, per un altro evento clou: la Convention della
Formazione, cui viene concesso il tris dopo le precedenti
edizioni di Trevi.
Il Centro di Coverciano ospiterà, dal 18 al 20 febbraio 2011,
il Master nazionale dirigenti del CSI. Sullo sfondo dei lavori
l’approfondimento sull’ordinamento del sistema sportivo
italiano e sul sistema che da esso scaturisce. Una volta
chiarito il quadro d’insieme, il Master approfondirà i temi
relativi alla presenza di rappresentanti CSI nei Consigli e
nelle Giunte CONI regionali e provinciali.
Spazio agli arbitri, in marzo, con lo Stage nazionale di
Lignano Sabbiadoro.
Sviluppo e territorio
Altro punto qualificante del programma l’avvio di un piano
per consentire un migliore sviluppo del CSI sul territorio, nei
luoghi e nei settori dove maggiormente se ne avverte il bisogno. Attraverso una collaborazione stretta tra le strutture
locali e la presidenza nazionale ci si impegnerà a fornire
un’opportunità di sviluppo e di crescita ad almeno 20
LINEE E APPUNTAMENTI DEL 2010-2011
Comitati ogni anno. Si agirà sulle difficoltà segnalate da
quei Comitati, così da rimuovere gli ostacoli e favorire i processi associativi.
Attività internazionale
Non c’è solo la maratona di primavera in Terrasanta. Al centro dell’attività internazionale una serie di altri importanti
obiettivi: diffondere la cultura della mondialità a tutti i livelli;
sviluppare lo sport educativo come strumento di promozione sociale nei territori con maggiori necessità; sostenere i
progetti di intervento internazionale di società sportive e
comitati. Nel 2010 si è assistito, infatti, a un aumento continuo di segnalazioni relative a progetti in corso presso i
Comitati. Di qui la decisione dell’apposita commissione di
ricercare un maggior coordinamento e a coinvolgere sui
progetti tutta l’associazione.
Skynet, Doas ed un portale tutto nuovo
Alzi la mano chi oggi può fare a meno della tecnologia. Il
CSI si presenta ai nastri di partenza della nuova stagione
con alcune interessanti novità anche in questo campo. Un
nuovo portale internet, anzitutto. Non un semplice restyling,
ma un autentico cambio di prospettiva, in quanto il portale
sarà adottabile dai Comitati territoriali per costruire il proprio
portale. Il sito del comitato resterà indipendente da quello
del nazionale, ma potrà inserire alcune funzionalità del portale nazionale (copiare notizie, sondaggi, webtv, sezioni
quali il tesseramento, …).
Trasparenza e tempestività sono le parole d’ordine del
sistema DOAS (Documentazione Online Attività Sportiva),
piattaforma informatica per il monitoraggio di tutta l’attività
sportiva organizzata dai comitati. Oltre ad essere lo strumento che sancisce l’ammissione degli atleti e delle società sportive alle fasi finali dei Gran Premi e dei Campionati
nazionali, il DOAS costituirà per i Comitati un’importante
vetrina per fare conoscere il proprio movimento sportivo,
creando di conseguenza una rete di condivisione con tutte
le altre strutture dell’Associazione.
SkynetCSI è il nome di un’altra piattaforma telematica, al
servizio della Formazione, che renderà possibile ad ogni
comitato inserire tutti i corsi svolti a livello territoriale ed i
nominativi dei partecipanti, i quali, alla fine, saranno automaticamente iscritti negli albi nazionali di competenza.
Via internet viaggerà anche Fiscalnews, pubblicazione che,
attraverso grafici e tabelle, esaminerà tutte le operazioni e
tutti gli adempimenti che le ASD devono effettuare per non
trovarsi impreparati in caso di verifica ispettiva.
21
DOSSIER
Il “matto del vescovo”
e la Clericus Chess
Dopo la positiva esperienza vissuta a metà novembre a Carugate con il primo
campionato italiano di scacchi riservato a sacerdoti e religiosi, sembra ormai prossimo
il lancio della Clericus Chess, il campionato del mondo per sacerdoti scacchisti. Mons.
Paganini: “Un bel modo per santificarsi, praticando gli esercizi della pazienza e
dell’attesa”
di Danilo Vico
a Chiesa studia le prime mosse
per il lancio della Clericus Chess.
Dopo la recente “benedizione” di
Giovanni Trapattoni all’undici vaticano
di calcio ed aver visto nel nuovo millennio presbiteri e chierici, più o meno
giovani, in tuta e scarpe da ginnastica,
vestirsi da cestisti, sciatori, giocatori di
cricket e pongisti, ai sacerdoti e seminaristi è toccato adesso muovere i 16
pezzi sul quadrato a scacchi e cimentarsi in bibliche partite fino ad arrivare
all’estremo “amen” del matto finale.
Così sia! Ecco allora il battesimo del
primo campionato italiano di scacchi
riservato a sacerdoti e religiosi, dall’idea di un prete genovese, don
Stefano Vassallo, collaboratore del cardinal Bagnasco, presidente della Cei,
da subito a favore dell’iniziativa. Il 12 e
il 13 novembre scorsi pedoni, torri,
cavalli ed alfieri, si muovono in clergy, a
Carugate, importante centro dell’hinterland milanese. La competizione,
sostenuta e approvata dalla Cei e dal
Csi, sotto l’egida della Federazione
scacchistica, ha visto decine di eccle-
L
22
DOSSIER
I RISULTATI
siastici sfidarsi all’interno della terza
edizione di “Giocando con i re”, conclusasi con un convegno “Gli Scacchi e la
Chiesa”, moderato dallo psicologo e
grande esperto di scacchi, Giuseppe
Sgrò.
C’era anche un gesuita polacco,
Dariusz Kowalczyk, docente alla
Lateranense in Roma, a muovere i pezzi
sulle case in bianco e nero, ma dai
“confessionali” antegara già fuoriusciva
il nome del favoritissimo scacchista. Ha
infatti vinto il 39enne don Valerio Piro, di
Torre del Greco, candidato maestro (il
secondo livello per importanza nelle
categorie degli scacchi), reduce da un
buon piazzamento nel campionato
europeo disputato in primavera a
Fiume. Quel giorno in Croazia c’era
anche l’icona mondiale Karpov, che ha
voluto stringere la mano al neo parroco
ad Ercolano. “Sembrerà strano ma fu lui
a cercarmi, voleva conoscere il prete
scacchista e mi fece i complimenti –
conferma don Valerio - Ora da tre mesi
sono parroco al Sacro Cuore di Gesù e
mi piacerebbe adottare gli scacchi, un
gioco semplice in definitiva, come antidoto alle devianze giovanili ed alla strada. E’ un gioco classico, che fa riflette-
re, che apre la mente”. Pochi altri
dogmi ed una strategia precisa nella
testa di don Valerio. “In sacrestia
accanto ai volumi teologici conservo
molti testi scacchistici. Tattica e strategie (linee e diagonali) vanno affinate. Il
mio gioco? Se apro con il nero, sono
solito uscire con la Carakan, mossa di
pedone per prendere l’avversario in
contropiede. Calcisticamente è come
se lasciassi giocare a centrocampo e
poi dalle fasce laterali, iniziare a fare
delle prese, per stroncare l’avversario.
Come nella vita gli scacchi insegnano
che occorre conquistare punti strategici. E sono tantissime le varianti… un po’
come le vie del Signore, che sono infinite!”
La Chiesa dunque non si arrocca, ma esce allo scoperto come testimoniano pure le parole di Mons.
Claudio Paganini, presidente della più
popolare Clericus Cup calcistica e consulente ecclesiastico nazionale del Csi.
“Questo è il modo per santificarsi giocando a scacchi – spiega il sacerdote
bresciano - praticare l’esercizio della
pazienza e dell’attesa; pregare per trovare nel proprio cuore la giusta serenità
e concentrazione; studiare e progettare
Vittoria come da pronostico per
don Valerio Piro di Napoli, che ha
preceduto il sorprendente frate
Marcello Bonforte di Chieti; terzo
assoluto il polacco Dariusz
Kowalczy (docente alla Pontificia
Università Gregioriana di Roma),
per cui il terzo posto tra gli italiani è
stato appannaggio di don Stefano
Vassallo di Genova. Seguono don
Roberto Pavan di Osimo e mons.
Pietro Sambo, di Gorizia, consulente ecclesiastico del Csi Friuli. Ha
chiuso la classifica, meritando un
premio speciale, mons. Claudio
Paganini di Brescia, consulente
ecclesiastico nazionale del CSI,
unico non classificato. Affollata la
cerimonia di premiazione con mattatore l’attore Neri Marcorè (segue
intervista) che ha anche tenuto un
applauditissimo intervento in occasione della conferenza ‘Gli Scacchi
e la Chiesa’.
23
DOSSIER
le risposte ai problemi contingenti;
conoscere a fondo la ricchezza dell’uomo per stimarlo ogni volta che ci
batte…ed infine, se si perde una partita giocando a scacchi, ricordarsi di un
buon esame di coscienza. Allora, con
umiltà e pazienza, si ricomincia da
capo avendo intatta la speranza che
domani si potrà fare meglio nel gioco e
nella vita spirituale.”
Poco importa, dunque, se il gioco, che
appassiona più di 700 milioni di fedeli in
tutto il mondo, nei secoli sia stato un
tempo bandito, a causa anche delle
sue origini arabeggianti, poi resuscitato
dai Papi medicei (vedi box a fianco).
Nel mondo, del resto, chi non conosce
gli scacchi? E’ lo sport per tutti per
eccellenza, portatore sano di parità ed
egualitarismo: davanti al casellario ed ai
possibili diagrammi (piace anche per
questo agli uomini di Chiesa) bambini,
anziani, disabili, normodotati partono
tutti alla pari. Ed il piccolo pedone che,
passo passo, può arrivare in fondo fino
ad essere “promosso” ed ottenere lo
scettro regale, cos’altro è se non una
metafora evangelica del riscatto, dove
24
gli “ultimi saranno i primi”?
Rivela proprio don Stefano Vassallo,
anch’egli tra i primi nel torneo. “Non
c’è un Vangelo negli scacchi,
ovvero un testo o riferimento
unico. Ci sono invece come nella vita
dei comandamenti da seguire; le 40
mosse in un’ora, l’incentivo di tempo
ad ogni mossa celere, ecc, ma la regola numero uno è quella del silenzio. Se
solo ti arriva un sibilo, tipo un sms del
cellulare, la partita è persa e non ci
sono confessionali o scusanti che tengono. Ci si “confessa” invece tutti insieme, e spesso con gli avversari, in grandi sale a disposizione dove in una sorta
di terzo tempo, si rianalizzano e si spiegano tra giocatori alcune mosse. Sono
un terza categoria, ora mi sto allenando
poco, talvolta gioco su yahoo con il
computer. Diciamo pure che una partita può durare molto più di un
rosario…recentemente ho assistito ad
una gara con 170 mosse. Ma quel che
è certo è sempre la mia prima mossa:
tra le 40 possibili aperture, se apro con
il bianco apro di re». Don Stefano non
vuole svelare altri segreti, piuttosto sfoglia nei ricordi del passato. “Una passione nata quando avevo 16 anni, folgorato dall’epico match tra Spassky e
Fischer del ‘72. Poi una volta iniziato,
giocavo anche mentre frequentavo il
Seminario Benedetto XV a Genova in
seminario. La parabola più bella?
Posso dire che come si è tutti uguali
davanti a Dio, così ogni giocatore gioca
senza vantaggi. Sulla scacchiera mi
piace il cavallo per la sua capacità di
saltare. E’ un pezzo lento (impiega sei
mosse per arrivare all’ottava traversa)
ma può arrivare ovunque, case bianche
e nere. ».
Un po’ di preghiera e molta concentrazione;
l’antipasto
della
Clericus Chess è stato servito a
Carugate. Vedremo adesso se nel 2011
proprio i religiosi saranno capaci di
inventarsi aperture epocali, che possano magari divenire “cult” (come la
Alekhine, la Larsen, la Bird dal nome di
chi la usò più spesso). O se accanto
I MIGLIORI PRETI
SCACCHISTI
DELLA STORIA
Nel 1830 tale Abate Palazzi fu insegnante di scacchi di Serafino
Dubois, il più forte giocatore italiano del suo tempo
Stefano Battiloro, (morto nel 1754)
prete di Piedimonte d'Alife in provincia di Caserta; considerato uno
dei più forti giocatori del Regno di
Napoli nel XVIII secolo
Luigi Cigliarano, prete di Cosenza,
un altro dei più forti giocatori nel
XVIII secolo, giocava anche in
incontri pubblici alla presenza di
tutti i cittadini (morto 1780)
Scipione del Grotto, prete di
Salerno, XVIII secolo; molto abile
nei finali; si tramanda che per analizzare le partite usasse fino a 14
scacchiere contemporaneamente
(morì nel 1723)
Benedetto Rocco abate napoletano sec. XVIII; nel 1783 pubblica
"Dissertazione sul gioco degli
scacchi agli oziosi", opera poi
ristampata nel 1817 a cura dell'abate Francesco Cancellieri
(1751-1826) romano, più noto
come archeologo
Michele Colombo (1747-1838)
scrittore e prete dal 1764, poi
abate; tra i suoi meriti la diffusione
in Italia dell'opera del celebre statunitense Beniamino Franklin "La
morale degli scacchi"
alle celebri francese, russa, siciliana,
possa nascere una mossa tutta “episcopale”. In molti guardano all’alfiere
come matador. Daltronde in Francia il
pezzo è chiamato “fou” (giullare). In
inglese per tutti é “bishop”…e sarà
forse questa la volta buona per istituire,
oltre ai già noti “matto affogato (dal
cavallo al re) e matto del barbiere (in 4
mosse) lo scacco matto “del
vescovo”.
DOSSIER
CHIESA E SCACCHI
DAL MEDIOEVO FINO A WOJTYLA ANEDDOTI E STORIE… IN BIANCO E NERO
ono stati tre, fondamentalmente, i
momenti topici di incontro-scontro tra
la Chiesa e gli scacchi, avvenuti più o
meno a 450 anni di distanza l’uno dell’altro:
1061, la condanna del gioco ad opera di San
Pier Damiani; 1513, l’ascesa al soglio pontificio di Leone X, che portò alla revoca della
condanna; 1987, le false composizioni scacchistiche attribuite a Papa Wojtyla. Una delle
prime testimonianze sul gioco degli scacchi
in Italia è costituita da una lettera che San
Pier Damiani, il santo anacoreta che Dante
incontrerà in Paradiso, scrisse nell'ottobre
del 1061 a papa Alessandro II, scagliandosi
violentemente contro il gioco, del quale chiese e ottenne la
condanna e la messa al bando. Pier Damiani informava il papa
di aver scoperto il vescovo di Firenze che a causa degli scacchi aveva totalmente trascurato i propri doveri religiosi. Che
gli scacchi assorbissero in maniera eccessiva il clero era del
resto noto e proprio in quegli anni era stata emanata una
regola per i chierici di Spagna secondo la quale non dovevano «perdere tempo» giocando a scacchi. L'avversione continuò negli anni e nei secoli successivi: nel 1128 san Bernardo
di Chiaravalle, emanando le regole per l'ordine dei Templari,
metteva gli scacchi al bando. Poi nel 1212 la Chiesa ribadì la
proibizione al gioco in occasione del Concilio plenario di
Parigi. Più tardi, nel 1254, il re di Francia Luigi IX, poi canonizzato come san Luigi, proibì gli scacchi con una ordinanza al
rientro dalla prigionia di 4 anni presso gli infedeli in Egitto
dopo la VI Crociata; che portò alla condanna "ufficiale" da
parte della Chiesa in occasione del Concilio Biterrense del
1255. Bisognerà attendere la fine del Cinquecento per la completa e definitiva riabilitazione del gioco. Infatti ai primi del
‘400 gli scacchi si trovarono coinvolti in manifestazioni di
piazza contro le "Vanità". La domenica del 23 settembre 1425,
ad esempio, San Bernardino tenne a Perugia una predica
tanto infuocata contro le vanità che «li homini mandaro dadi,
carte, tavolieri, scacchi e simili cose» e il tutto fu poi bruciato
in piazza. Anche Girolamo Savonarola nel 1496 e 1497 fece
mettere al rogo gli scacchi in altri due famosi «bruciamenti di
vanita».
La riabilitazione del gioco tuttavia era imminente. Fu un
Medici, Giovanni, figlio di Lorenzo il Magnifico, ad aprire la
strada per la revoca della condanna ecclesiastica: fin da giovane grande appassionato di scacchi, Giovanni de' Medici
continuò ad essere un importante mecenate per i giocatori
dell'epoca anche quando nel 1513 divenne papa con il nome
di Leone X. Negli otto anni del suo pontificato, Leone X protesse il gioco e ne favorì la diffusione, anche e forse soprattutto nell'ambito delle strutture ecclesiali. La passione per il
S
gioco degli scacchi di leone fu tale da
essere segnalata perfino nell'opera "Storia
dei Papi" del Pastor. In un volume della
fine del 1500 si trova poi questa citazione:
«Papa Leone era solito abbandonare la
partita quando era inferiore; ciò mostra la
sua abilità, poiché egli vedeva molto
tempo prima ciò che doveva accadere; e
quando si accorgeva che la sua situazione
era disperata, seguendo il responso di
Ippocrate che diceva non esservi rimedio
per i disperati, si arrendeva e confessava
vinto». Fu grazie all'influsso di Leone X che
santa Teresa d'Avila parlò positivamente
degli scacchi nella sua opera "Il cammino alla perfezione",
scritta tra il 1564 e il 1566, tanto che il 14 ottobre 1944 il
vescovo di Madrid proclamò santa Teresa patrona degli scacchisti. Agli albori del ‘600, il gioco degli scacchi venne dichiarato di nuovo lecito in maniera ufficiale da san Francesco di
Sales, vescovo di Ginevra, che nella sua "Introduzione alla
vita devota" (1608), controbatte l'editto di Luigi e la condanna
dei Concilii. Il rinnovamento culturale del Rinascimento, diede
enorme impulso alla diffusione degli scacchi, presto considerati alla stregua degli "studia humanitatis", delle arti figurative,
delle scienze. Nei secoli successivi molti ecclesiastici si
distinsero anche come ottimi giocatori, basti pensare allo
spagnolo Ruy Lopez, sacerdote di Segura, ricordato come
campione del mondo della prima metà del Cinquecento, fino
a padre William Lombardy, campione degli Stati Uniti e 'secondo' di Bobby Fischer nella famosa sfida iridata contro
Boris Spassky del 1972. Fino a Papa Giovanni Paolo II, al
secolo il polacco Karol Wojtyla. A far sobbalzare sulla sedia
padre Navarro Valls, capo della Sala Stampa vaticana, all'inizio dell'estate 1987 fu la notizia che una rivista di scacchi
francese aveva pubblicato una serie di 'problemi' di scacchi
affermando di averli ricevuti direttamente da Giovanni Paolo
II. Che Karol Wojtyla avesse giocato a scacchi in gioventù,
forse ancora prima di farsi prete o comunque durante il seminario, non stupisce e appare del tutto normale data la diffusione del gioco in Polonia. Che abbia anche composto un
paio di 'problemi' (composizioni in cui il Bianco muove e dà
matto in 2 o 3 mosse) è sicuro, visto che furono pubblicati nel
1946 da una rivista degli universitari cattolici di Cracovia e che
sono conservati negli archivi della Federazione Polacca a
Varsavia. Che JPII ne avesse composti durante il pontificato è
stata una notizia subito smentita dalla Segreteria di Stato del
Vaticano; anzi Navarro Valls portavoce della Sala Stampa vaticana intervenne personalmente e pretese la pubblicazione
delle scuse ufficiali da parte degli autori che definirono il tutto
soltanto uno "scherzo".
DOSSIER
“Il pedone è un po’ un eroe, ma il mio prediletto
è l’alfiere per la sua trasversalità”.
Neri Marcoré
e la mossa di Papa Luciani
Neri Marcoré a Carugate ha
giocato, premiato
divertendosi fra tanti
appassionati di scacchi,
anche fra i religiosi.
Profondo conoscitore del
“nobil gioco” – come tesi di
laurea ha tradotto in italiano
capitoli di un testo
scacchistico – il simpatico
attore marchigiano, si gode
il successo della fortunata
fiction “Tutti pazzi per
amore”; dove dal Paradiso,
nel suo ruolo di Michele,
dettava i consigli ad ognuno
dall’alto, pianificando… le
loro strategie di vita.
Non è un po’ come uno scacchista?
Più che pianificare le mosse dall’alto,
nella fiction, cercavo di influenzare il
comportamento degli umani. Non so
quanto sia scacchistico ciò, perché il
bello degli scacchi è proprio nell’assenza di un disegno superiore. Manca il
demiurgo, il deus ex machina. Ogni
mossa è lì sulla scacchiera, e può portare alla vittoria o alla sconfitta. Negli
scacchi non c’è nulla di preordinato.
Come nasce la sua passione per
gli scacchi?
Qualche tentativo ai tempi delle scuole
elementari, ma la passione è arrivata da
adolescente, quando, con i miei amici,
specialmente in inverno, ci trovavamo a
giocare. Attorno ai 16-17 anni da Porto
S. Elpidio frequentavo il circolo
“Ninsovic”, vicino a Civitanova Marche.
26
Poi, a Bologna, l’università, e la scuola
interpreti. Ero in affitto e vicino casa
c’era il negozio “le due torri”, fornitissimo di libri e riviste di scacchi. Lì acquistai “History of chess” il libro di cui ho
tradotto alcuni capitoli nella mia tesi di
laurea.
Quanto tempo vi dedica, è solo
un passatempo?
Dedico purtroppo poco tempo; magari
con qualche amico, ci scappa una partita, ma mi capita di rado, due o tre
volte l’anno.
Con quali attori, o attrici, condivide questa passione?
Nel mondo dello spettacolo con Luca
Barbarossa: ci siamo confrontati spesso sulla scacchiera. Girando insieme in
tournée, in hotel, prima delle serate, ci
piace giocare. Tutte partite alla pari, da
ricordarsi per gli errori da non ripetere in
futuro.
Quale pezzo la affascina di più?
Perché? Cosa ci trova?
Per dire il pezzo più affascinante forse
dovrei citare l’amico Fabio Stassi ed il
suo libro ‘La rivincita di Capablanca’
(sulla figura del campione di scacchi
cubano José Raúl Capablanca, ndr).
Descrive il pedone come colui che può
migliorare la sua condizione. Un pedone sogna infatti di cambiare la sua natura, di progredire fino all’ultima casella
per poterlo fare. In qualche modo è il
pezzo più eroico. Ad istinto però direi
l’alfiere, per il suo procedere in diagonale, mai scontato. A me, nella vita,
piace prendere le cose di tre quarti, mai
frontalmente, in modo ironico e distaccato. Mi piace questa sua diagonalità,
trasversalità nell’attraversare la scacchiera.
DOSSIER
Religiosi in campo: gli scacchi
come esercizi spirituali?
Esercizi spirituali sì, perché si acuisce la
concentrazione ed è necessaria una
mente svuotata da ogni pensiero. C’è
misticismo, spiritualità negli scacchi.
Quasi una pratica zen, di meditazione.
Cosa pensa della Chiesa impegnata anche a sostenere azioni
come queste, dirette, della vita
quotidiana, alla portata di tutti,
come il gioco del calcio e degli
scacchi? Fa bene a dare tale
testimonianza?
Credo la Chiesa faccia benissimo a
seguire attività del genere e sostenere
queste pratiche, questi giochi, quando
il gioco non è mai fine a se stesso: mi
viene in mente l’oratorio, un luogo di
aggregazione. In oratorio ci andavo
raramente, ma era un luogo in cui,
sotto la supervisione dei sacerdoti,
nuove generazioni imparavano a giocare a calcio, scacchi o a ping pong ma
anche ad avere rispetto per l’altro ed
imparare l’amore per il prossimo attraverso una Chiesa declinata in questi
termini.
Penso che Dio sia dappertutto e in questo senso penso sia giusto che sia
anche in una manifestazione di scacchi
e quindi, al di là di ogni metafora possibile tra gli scacchi e la vita, penso che
sia un esempio di applicazione pratica
di tutto ciò che è spirituale e in questa
attivo e fattivo.
Papa Luciani, che lei ha interpretato, quale mossa avrebbe
fatto?
Avesse potuto scegliere, credo avrebbe
rimandato il momento dello scacco
matto, ovvero della sua dipartita.
Troppo breve il suo Pontificato. Non so
se sarebbe stato un Papa progressista
o meno, ma immagino avrebbe introdotto alcuni cambiamenti che andavano incontro alla gente comune, alla
gente normale. Era con i piedi per terra,
veniva dalla campagna, una persona
determinata.
Sarei stato curioso di
vedere cosa avrebbe fatto.
27
L’INTERVISTA
Quei sorrisi
lunghi
più di 100 metri
Intervista a Giusy Versace, la 33enne calabrese,
prima atleta donna con amputazione bilaterale a
conquistare sulla pista di atletica un titolo
nazionale. Tutti dicono: “Ecco la Pistorius al
femminile!”. E fuori dal tartan, Stadium ha
incontrato una ragazza in “gambissima!”.
di Domenico Serino
È una bella ragazza, semplice, generosa, sincera. Giusy Versace, 5 anni fa,
in un terribile incidente stradale, ha
perduto l’uso di entrambe le gambe,
dal ginocchio in giù. Ha reagito e si è
riappropriata della sua vita. Attivissima
nel lavoro e nello sport, è campionessa italiana, con le sue protesi sportive,
dei 100 metri. A sentire i tecnici sembra che un altro Pistorius sia possibile.
Stadium l’ha incontrata in occasione
della giornata dello sport paralimpico,
a Varese, il 14 ottobre. Ai duemila
ragazzi presenti nel Palazzetto dello
sport di Varese l’atleta reggina ha
donato un fortissimo messaggio di
sano ottimismo, spingendoli ad apprezzare quello che hanno, a dedicarsi
allo sport, ad amare la vita.
Quali sport hai praticato prima dell’incidente e quali pratichi oggi?
Amavo il tennis e lo spinning. Non
potevo definirmi un’atleta, ma mi piaceva fare sport. Ne facevo tanto, ora
devo praticarlo con più equilibri. Mi
sono avvicinata all’atletica leggera ed
alla corsa veloce per caso.
Correre era una cosa che il mio cervello aveva dimenticato. Dopo l’incidente
avevo dimenticato lo schema motorio:
come muovere le braccia, saltellare
ecc. La prima volta che sono salita
sulle protesi sportive è stata un’emo28
zione bellissima. Ovviamente mi tenevo per mano con mio fratello perché il
mio equilibrio era molto precario, ma la
sensazione di volteggiare, di sentire il
sentirmi viva di nuovo.
Come immagini la tua prima Olimpiade e cosa ti aspetti?
Le Paralimpiadi di Londra 2012 sono
un grande obiettivo, però devo fare i
tempi per arrivarci e non è detto che ci
riesca. Speriamo. Se così fosse,
sarebbe per me una bellissima soddisfazione, soprattutto, perché mi piacerebbe invogliare gli altri a farlo. Vorrei
che la gente si avvicinasse allo sport
inteso proprio come terapia. Lo sport
fa bene a tutti, a prescindere, ma
penso che per chi vive una situazione
di handicap, sia il modo migliore per
mettersi a confronto con gli altri e
soprattutto con se stessi. Capire che
si possono superare quei limiti che
neanche immaginiamo di avere e che
forse a volte noi stessi ci imponiamo.
Mai e poi mai avrei potuto immaginare
di correre i 100 metri con le protesi
sportive e di trovarmi una medaglia
d’oro al collo. È stata una grande sorpresa per me. Spero, con questa mia
impresa, di riuscire ad invogliare la
gente a reagire, a non chiudersi. Oggi
si parla con meraviglia del fatto che io
sia l’unica donna in Europa a correre
senza le due gambe e la prima in Italia.
Io spero di essere solo la prima, ma
non l’unica. Sono convinta che dopo
di me ce ne saranno altre.
Correrai sempre con i disabili o,
come Pistorius, vorrai cimentarti
anche con i normodotati?
Credo che se esistono le Paralimpiadi
e se esistono gli sport per disabili un
motivo ci sarà. Io non ho questa presunzione, questa ambizione. Io ho un
handicap ed è giusto che gareggi con
persone che come me vivono il loro
handicap. Gareggio per divertirmi. Se
vinco ben venga, ma non corro per
vincere.
Cosa manca allo sport italiano in
generale e allo sport paralimpico in
particolare per fare il famoso salto
di qualità?
Non ho tante competenze tecniche
per rispondere a questa domanda. La
prima cosa che mi viene in mente è
che nello sport paralimpico fino ad
oggi sono mancate le giuste informazioni. In America già quando esci dall’ospedale ti vengono a parlare di
sport. In Italia purtroppo siamo indietro
anni luce. Ho impiegato un bel pò per
sapere che esisteva questo mondo
dello sport per disabili. Ci sono arrivata per caso, per curiosità. Oggi per for-
L’INTERVISTA
tuna abbiamo dei giornalisti eccezionali che si dedicano in questo ambito,
che ne parlano. Cito ad esempio
Claudio Arrigoni che ha scritto un libro
“pazzesco”, che ho avuto modo di
leggere, sui paralimpici. Mi ha aperto
un mondo. In quel libro ho veramente
scoperto che c’è tanta gente con delle
patologie gravissime, quasi estreme, e
che eppure riescono a fare cose che
neanche la più viva immaginazione
potrebbe riuscire ad elaborare. Io mi
sento piccola come una mosca al confronto. Ecco perché dico che bisogna
parlarne sempre più diffusamente. Ed
è bello e importante, in questa giornata paralimpica, che ci siano le scuole
presenti, perché è da loro, dai ragazzi
che bisogna partire. Bisogna parlare
della disabilità senza vergogna, senza
paura, senza discriminazione. La disabilità è una diversità come ce ne sono
tante nel mondo. C’è chi ha i capelli
ricci, chi li ha rossi o neri. Chi si fa un
tatuaggio e chi no. Chi è alto e magro
e chi ha altre caratteristiche fisiche. La
disabilità deve diventare una normalità.
Fare sport insieme, normodotati e
disabili, è un bene o una forzatura?
Sicuramente un bene perché alla fine
anche la persona che vive l’handicap
si mette a confronto con la persona
normale e viceversa. Si possono scoprire cose che veramente non ti aspetti, anche che il disabile riesca a superare la persona normale.
Dicci tre qualità che ammiri nelle
persone e tre difetti che proprio non
sopporti.
L’umiltà, la generosità e la coerenza,
sono le qualità che in assoluto ammiro
in una persona. Quelle che invece odio
sono la presunzione, la cattiveria e
l’ignoranza. L’ignoranza non nel senso
offensivo del termine, ma quel tipo di
ignoranza presente nelle persone che
non si documentano, che non conoscono i problemi e poi hanno la presunzione di poterli affrontare.
Quali sono invece le tue qualità ed i
tuoi difetti?
Lo farei dire agli altri, a chi mi conosce.
Credo di avere molti difetti. Per quanto
riguarda le mie qualità, ecco, credo di
essere una persona coerente. E poi
sono buona, fin troppo buona, apro la
porta a tutti e a volte la gente ne
approfitta. Poi possiedo un difetto, ma
che può essere un pregio, a seconda
dei casi e delle situazioni: dico le cose
in faccia. Quello che penso dico,
senza filtri. Sono molto diretta.
Molti giudicano negativamente i
giovani d’oggi. Don Antonio Mazzi
invece, nei suoi libri e nei suoi interventi se la prende con gli adulti e
mostra di avere molta fiducia in
questa generazione. Tu cosa pensi
al riguardo?
Vedo mia cugina crescere, mi metto a
confronto e devo riconoscere che
siamo molto diverse. Io appartengo a
quella generazione che giocava in cortile, per strada. Giocava a campana, a
palla avvelenata, ecc. Noi ci divertivamo di più e con meno. Oggi ci si diverte in modo diverso, più “tecnologico”.
Si cade facilmente nella rete del consumismo e si accetta una società in
cui l’immagine, l’apparire è la cosa più
importante. Si perdono i famosi valori.
Mi sento di dire ai ragazzi che devono
studiare e lavorare molto. Non devono
pensare che quello che vedono in televisione sia facile da raggiungere. Forse
per qualcuno lo è, ma solo per qualcuno. Dietro ogni obiettivo e progetto ci
deve essere sempre tanto studio ed
impegno. Una buona preparazione è
alla base di tutto e aprirà sempre tante
porte.
Che rapporto hai con la fede?
Un rapporto bellissimo. Posso dirlo
con grande orgoglio. Non mi sento un
esempio, non sono di quelle che
vanno a messa ogni domenica, perché
purtroppo mi faccio prendere anch’io
dalla pigrizia. La fede mi ha aiutato
tantissimo. Dopo l’incidente di cinque
anni fa ho un rapporto quasi umano
con la Madonna a cui sono particolarmente devota. Ci parlo come si parla
ad una mamma. Le chiedo consiglio,
mi apro, mi affido a lei completamente.
La sera faccio i conti della giornata e
trovo sempre il tempo di dire un’Ave
Maria. Mi aiuta proprio a stare meglio.
Dopo l’incidente avevo promesso di
andare a Lourdes per ringraziare la
Madonna del dono che mi aveva fatto,
cioè quello di rimanere viva, perché ho
rischiato davvero di morire.
Sentivo di doverla ringraziare. Lourdes
è per me un luogo veramente magico.
Mi ha trasmesso ed insegnato ad
avere forza e coraggio sempre. Da
allora ogni anno ci ritorno come volontaria dell’ Unitalsi. Vado per accompagnare gli ammalati e cerco di regalare il
mio sorriso alla gente che incontro.
Questo mi fa davvero star bene.
29
FOCUS
Il gioco
perduto
La maggioranza dei nostri
bambini non gioca
più all’aria aperta.
Di chi la responsabilità?
Una risposta ci arriva dalla
Società Italiana di Pediatria.
di Andrea De Pascalis
a convenzione sui diritti dell’infanzia riconosce al fanciullo (art. 31)
il diritto al gioco e alle attività
ricreative proprie della sua età, ma in
Italia stiamo togliendo ai bambini il
gusto di avventurarsi nel mondo per
scoprirlo a poco a poco seguendo
istinto e fantasia, attraverso il movimento e il gioco spontanei all’aria
aperta. L’accusa è stata lanciata a
Roma, a fine ottobre, dai pediatri riuniti nella Capitale per il LXVI Congresso
nazionale della Società Italiana di
Pediatria (SIP).
Secondo i pediatri, l’80% dei bambini
non gioca più all’aria aperta, tantomeno gli è permesso di “inventarsi” il
tempo e il luogo del gioco. I genitori
impongono che il gioco avvenga in
spazi chiusi e vigilati, come le ludoteche, o in recinti attrezzati predisposti
nei giardinetti e nei parchi. Si potrebbe
riflettere che spesso negli stessi parchi
vi sono altri spazi attrezzati, anche più
grandi, previsti come aree di gioco, di
movimento e di addestramento per
l’amico dell’uomo, il cane. È mai possibile che a un bambino possa essere
L
30
sufficiente la stessa possibilità di
sperimentare la libertà che si concede al Fido di famiglia?
La responsabilità è anche dell’urbanistica degli ultimi decenni. I
nuovi quartieri cittadini non prevedono più spazi liberi e sicuri per il
gioco infantile. Quelli che c’erano
nei vecchi quartieri sono stati
destinati ad altri usi o il traffico li
rende insicuri. Giocare nelle aree
verdi, senza barriere? Neanche
questo si può: il cartello di “Vietato
calpestare l’erba” o di esplicito
divieto di gioco affiora sui prati
delle ville cittadine, oggi concepite
come “musei del verde” da guardare, non toccare e non calpestare.
La responsabilità maggiore, però,
riguarda i genitori che non consentono ai figli di muoversi se non
a loro stretto contatto. E pensare
che i pediatri chiedono che i genitori lascino ai figli la disponibilità
del tempo libero, li facciano andare a scuola in gruppo con gli
amici, affidino loro qualche piccola commissione da sbrigare da
soli.
Il trend attuale – hanno detto i
pediatri del SIP – sottrae al bambino la conquista del senso dell’autonomia, la disponibilità al rischio,
il misurarsi con l’esperienza dell’ostacolo da superare. Non solo il
bambino viene tarpato a livello
psichico, ma lo si danneggia
anche a livello fisico, poiché tanta
costrizione va a costituire motivo
di obesità. Con un pericolo ancora più grande in prospettiva: che la
conquista dell’autonomia, dell’avventurarsi nel mondo esterno,
repressa a livello infantile, si
“accumuli” e riaffiori in modo
molto più prepotente, e forse
incontrollabile, nell’età dell’adolescenza.
SPERICOLATI
O BAMBOCCIONI?
Il 12 giugno un’imbarcazione di
soccorso ha tratto in salvo la sedicenne velista americana Abby
Sunderland, alla deriva nell’Oceano
Indiano nel corso di un tentativo di
circumnavigazione del mondo a
vela, in solitaria, senza assistenza e
senza scalo. Appena al sicuro,
l’adolescente ha assicurato che ci
riproverà. I genitori sono d’accordo. La corsa al record di più giovane circumnavigatore del globo è in
corso ormai da parecchi anni e
vede sfidanti sempre più... verdi.
Il 16 maggio, tre giorni prima del
17° compleanno, l’australiana
Jessica Watson era entrata nel
porto di Sidney, da dove era partita alla metà di ottobre 2009, completando il giro del mondo a vela
senza fermate e senza assistenza
in soli 210 giorni. Un’impresa, sia
detto, preparata e gestita con il
pieno appoggio della famiglia. E
intanto è già numerosa la fila di
quelli che vorrebbero strapparle il
titolo. Tra di loro c’è anche la quattordicenne olandese Laura Dekker.
Qualunque cosa si pensi di queste
sfide a se stessi e alla Natura, di
certo esprimono coraggio, determinazione, fiducia nei propri mezzi,
progettualità. Ed esprimono anche
ambienti familiari inclini a lasciare
che i figli si mettano alla prova già
prima di uscire dall’adolescenza,
pur seguendoli con affetto e attenzione. Tutt’altra aria di quella che si
respira dalle nostre parti. La
domanda è inevitabile: chi ha davvero ragione, gli “spericolati” genitori dell’altra parte del mondo, o
quelli di casa nostra, che alla fine
fabbricano bamboccioni? Una via
di mezzo è davvero impossibile?
31
MONDO CSI
A Copacabana
lo street soccer
dei “senzatetto”
In Brasile, nella Homeless World Cup, chiude al 20° posto la Nazionale italiana,
composta anche da quattro calciatori del Csi L’Aquila.
di Danilo Vico
Rio de Janeiro da 18 al 26 settembre 2010 si è svolta l’ottava
edizione della HOMELESS
WORLD CUP, il torneo mondiale che
attraverso lo “street soccer” (una sorta
di calcio a 4 con le sponde) cerca di
aiutare le persone senza dimora a
cambiare vita. Tutte le partite si sono
svolte su due campi allestiti a
Copacabana beach di Rio de Janeiro
con una notevole cornice di pubblico
tipico del calore a dell’esuberanza del
popolo Carioca.
L’edizione 2010 ha visto impegnati
otre 700 atleti in rappresentanza di 54
Nazioni provenienti dai 5 continenti. Il
“Patron”, lo scozzese Mel Young, ha
dichiarato che i senzatetto nel mondo
sono circa un miliardo e la necessità di
trovare una soluzione a questo problema sociale non è mai stato così grande. Quest’anno per la prima volta era
prevista anche la partecipazione delle
squadre femminili.
Nelle file della Nazionale Italiana
Homeless erano presenti anche 4 atleti del CSI dell’Aquila selezionati dal
tecnico Roberto Arena. In qualità di
atleti e dopo un ritiro di 6 giorni che si
è tenuto a Torino sono partiti per Rio
de Janeiro: Pietro Colicchia, Antonio
Di Berardino, Roberto Di Stefano, ed
Alfredo Navarra.
“L’esperienza di questo Mondiale in
qualità di capitano della Nazionale
A
32
resterà indelebile nei miei ricordi” racconta Roberto Di Stefano, già presidente del comitato Csi aquilano “alla
notizia della convocazione per la
Nazionale Homeless non credevo che
l’esperienza risultasse così significativa. È difficile descrivere l’atmosfera
che si respira nel partecipare a tale
evento, dove lo sport resta al servizio
della persona e dove ognuno può sentirsi protagonista. Un Mondiale in cui le
partite erano veri e propri “incontri” e
non come spesso avviene degli “scontri”. Seppur dai toni agonistici elevati,
sono state gare dal sapore diverso,
giocate nel massimo rispetto dei compagni, dell’avversario, delle regole e
dell’arbitro. Tutto il mondo del calcio
avrebbe molto da imparare da questo
evento”.
“Noi aquilani senzatetto “momentanei”
ha detto Alfredo Navarra “siamo stati accolti in
questa Nazionale con
un grande spirito di
solidarietà da parte
degli altri giocatori provenienti da realtà molto
difficili con alle spalle
una vita di privazioni e
sacrifici. La loro umanità e generosità mi
hanno oltremodo stupito e nonostante avessimo molto poco in
comune sembrava di essere fin dall’inizio in una grande famiglia”.
Questa World Cup, visto il grande
richiamo mediatico e la partecipazione
di numerosi big della scena sportiva
mondiale, ha soprattutto lo scopo di
dare per una volta visibilità a quel
numeroso popolo degli “invisibili” troppo spesso dimenticati se non emarginati…
La Nazionale Italiana quest’anno non
ha avuto un percorso esaltante, ma
comunque arrivando 20esima ha
migliorato di 5 posizioni rispetto alla
scorsa edizione, disputata in Italia, a
Milano.
L’edizione del 2011 si svolgerà a Parigi
ma già da subito è partita la macchina
organizzativa per la selezione della
futura nazionale.
LA 46ª SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI
Educare per crescere
Reggio Calabria ha accolto, dal 14 al 17 ottobre, la 46ma Settimana Sociale dei
Cattolici Italiani. Tema all’ordine del giorno: “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di
speranza per il futuro del Paese”. In primo piano nei lavori la questione educativa, con
alcune conclusioni che riguardano da vicino anche il CSI.
di Andrea De Pascalis
ll’appuntamento di Reggio oltre 1200 i delegati provenienti da tutte le 227 diocesi
italiane - si è arrivati dopo un lungo e
diffuso lavoro preparatorio, che ha
coinvolto molta parte del mondo cattolico italiano, lasciando comunque
aperti al dibattito in Calabria due
interrogativi centrali: Cosa può signi-
A
34
ficare oggi, in Italia, per i cattolici e
per la Chiesa tutta, servire il bene
comune? E da dove è realisticamente
possibile cominciare a servire il bene
comune del Paese in questa stagione
nuova e tanto difficile?
Nello sforzo di rispondere alle due
domande un posto centrale è stato
assegnato alla questione educativa. Il
bene comune – ha ricordato nella sua
prolusione mons. Arrigo Miglio, presidente del comitato scientifico e organizzatore dell’evento – «non è uno dei
contenuti possibili dell’opera educativa, ma è l’obiettivo primario vero e
proprio. Le potenzialità che ogni
essere umano ha in sé vanno tirate
fuori per consentirgli di partecipare
LA 46ª SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI
responsabilmente e positivamente
alla vita della comunità umana».
In coerenza con tale impostazione, la
46a Settimana sociale ha riservato
una delle sue sessioni tematiche alla
questione educativa. Nelle sue conclusioni una chiamata alla corresponsabilità dell’associazionismo cattolico, un appello che non può non trovare d’accordo il CSI, che dell’educazione attraverso lo sport ha sempre
fatto la sua bandiera di associazione
ecclesiale e che oggi più che mai è
convinto che lo sport sia uno strumento importantissimo per vincere la
sfida educativa.
Oltre alla conferma di questa mission,
dai lavori di Reggio sono arrivati
anche alcuni input che interpellano la
natura e il cammino della nostra associazione. Eccone alcuni:
• avere come primo obiettivo educativo la formazione di una nuova gene-
razione di laici cattolici disposti a
mettersi al servizio del paese;
• alimentare la propria specificità di
azione con la ricchezza che deriva
dalla coscienza cristiana, dalla capacità di discernimento che essa ispira;
• fare crescere la cultura della legalità,
della partecipazione, dell’accoglienza;
• lavorare nel segno della solidarietà e
della sussidiarietà per “curare” la
parte debole o malata del paese,
avendo a cuore la crescita del
Mezzogiorno e uno sviluppo più
armonico dell’intera nazione;
• incrementare le occasioni di incontro e rafforzare la cooperazione tra
associazioni ecclesiali;
• sapersi proporre, in quanto educatori cattolici, come persone solide,
credibili, autorevoli, significative, perché solo così si diventa riferimento
concreto e incisivo sia per i ragazzi
sia per gli altri adulti.
Questo elenco di sollecitazioni, che
potrebbe essere esteso ulteriormente, tratta tematiche che sono già
entrate da qualche tempo nel dibattito interno al CSI, sia pure senza essere discusse a fondo e senza avere
ancora trovato risposte operative
convincenti.
Che facciano parte dell’agenda della
speranza
disegnata
dalla
46a
Settimana sociale costituisce conferma che si tratta di questioni fondamentali, che perciò vanno inserite in
un’altra “agenda”, quella che il CSI ha
in preparazione per sviluppare il proprio “Decennio culturale”, un percorso di riflessione che, dal 2011 al
2020, investirà l’intera associazione
per raccogliere gli elementi necessari
ad agire nella società e nella Chiesa in
modo più incisivo e coerente con le
difficoltà di quest’inizio di XXI secolo.
35
OSSERVATORIO
L’approccio degli italiani alla disabilità
Tra invisibilità e solidarietà
A.D.P.
nche se la quota di popolazione con disabilità risulta pari al
6,7% del totale, contando
circa 4,1 milioni di persone, il mondo
della disabilità rimane per gli italiani
un territorio poco conosciuto, o
meglio percepito in modo nebuloso o
distorto.
È quanto emerge dalla ricerca “La
disabilità oltre l’invisibilità istituzionale”, presentata da Censis e Fon da zione Serono il 20 ottobre. La disabilità viene identificata con la sua manifestazione più visibile, l’invalidità
motoria, la costrizione su una sedia a
rotelle, mentre molto meno si è consapevoli delle disabilità intellettive e
sensoriali (deficit di vista e di udito).
Ne deriva una distorsione di prospet-
A
36
tiva: il disabile è pensato soprattutto
come adulto vittima di incidente o
come anziano colpito da malattia,
sottostimando o ignorando la disabilità di bambini e adolescenti, che in
maggior grado è costituita da deficit
intellettivo. Questa tendenza alla
“invisibilità” parziale del disabile intellettivo e sensoriale non caratterizza
solo il normale cittadino, ma anche le
istituzioni e i loro interventi nel campo
delle politiche sociali. Eppure non si
può dire che gli italiani siano insensibili di fronte al dramma della disabilità, che in loro suscita in primo luogo
il sentimento di istintiva solidarietà (il
91,3% degli intervistati), desiderio di
rendersi utili (82,7%), ammirazione
per la forza di volontà e la determina-
zione dimostrate dai disabili (85,9%).
Il contatto con il disabile, però, rimane difficile per molti. Ad incidere non
è tanto la paura per la diversità dell’altro, quanto il doversi specchiare
nella sofferenza altrui concependo il
timore che quella sofferenza domani
possa toccare anche a noi. È un
atteggiamento che si inserisce nel
quadro più ampio riguardante la
rimozione del dolore nella società
contemporanea: la povertà, la malattia, la vecchiaia, la morte sono cose
che, pur avendone coscienza, preferiamo nascondere a noi stessi, non
averle sotto gli occhi, relegandole in
luoghi specifici “separati”, lontani,
lasciando che siano altri ad occuparsene.
FOCUS
Giovani a rischio
Minori scomparsi:
un fenomeno in crescita
Il numero dei minori che scompaiono nel nulla è in aumento anche in Italia.
La categoria a maggior rischio è costituita dai minori stranieri non accompagnati,
spesso risucchiati e “gestiti” dalla criminalità organizzata. Per contrastare il fenomeno
Telefono Azzurro e Save the Children chiedono l’impegno cooperativo di tutto
l’associazionismo sociale.
di Andrea De Pascalis
l Convegno “La scomparsa dei minori nell’esperienza nazionale e internazionale”, promosso a Roma da
Telefono Azzurro il 18 ottobre, ha riportato all’attenzione generale il fenomeno
drammatico della scomparsa dei minori.
In Europa, si registrano quasi 10.000
casi l’anno. Molti di loro riescono a tornare alle loro case e alle loro vite solo
dopo molto tempo. Di altri, purtroppo,
non si hanno più notizie.
Si tratta di un fenomeno in preoccupante crescita, come dimostrano i dati
forniti da Missing Children Europe.
Nell’81% dei casi la motivazione della
scomparsa è la fuga da casa o da istituto, con una particolare incidenza del
fenomeno tra i minori stranieri. In Italia
la percentuale scende un bel po’: la
fuga volontaria riguarda “appena” il
63% dei casi.
“Fuggire da casa – ha spiegato il prof.
Ernesto Caffo, presidente di Telefono
Azzurro - può essere espressione di un
disagio psichico o relazionale, con vari
livelli di gravità: difficoltà relazionali
intrafamiliari, abusi psicologici, fisici o
sessuali. In tal caso, fuggire da casa,
per un bambino o per un adolescente,
significa reagire ad una situazione insostenibile”.
Cosa fare? “Le situazioni di scomparsa
– ha risposto Caffo - non possono
I
essere gestite solo con interventi a
posteriori: è necessario, invece, focalizzare l’attenzione sulla prevenzione dei
fenomeni della scomparsa e dell’abuso, coinvolgendo i ragazzi stessi, le
famiglie, le agenzie educative e l’intera
società”.
Istituzioni, Forze dell’Ordine, mondo
associativo, media e società civile sono
chiamati oggi a condividere la responsabilità di un intervento sinergico per la
prevenzione e la gestione dei casi di
scomparsa, che troppo spesso si risolvono in episodi di violenza e abuso.
In Italia, approdo tra i più frequentati
dall’immigrazione clandestina, va assumendo dimensioni importanti proprio il
fenomeno della scomparsa dei minori
stranieri non accompagnati (MSNA), in
parallelo con l’aumento del numero di
arrivi di questa categoria di immigrati,
dovuto a:
1. l’allargarsi dell’Unione Europea, che
allarga i chilometri di confini “permeabi37
FOCUS
I MINORI STRANIERI
A RISCHIO CRIMINALITÀ
• 14.689 le vittime di tratta inserite
nei progetti art. 18 fra il 2000 e il 2008
• 986 i minori di 18 anni vittime di tratta fra il 2000 e il 2008
• 163 le vittime per sfruttamento lavorativo dal 2007 al 2008
• 5.075 gli indagati fra il 2004 e il
2009 per art. 600 c.p. (riduzione o mantenimento in schiavitù) e art. 601 c.p.
(tratta di persone)
• 227 i minori vittime di tratta o riduzione e mantenimento in schiavitù fra il
2004 e il 2009
(fonte: Save the Children Italia)
li” e consente, una volta entrati, la libera circolazione dei soggetti;
2. gli interessi delle mafie che gestiscono la tratta dei clandestini, alle quali
conviene più il trasporto di minori di
quello degli adulti (il minore è più facilmente ricattabile per ottenere il saldo
del prezzo di trasporto, e le stesse famiglie di origine sono più ricattabili nel
timore di rappresaglie sul minore).
Il destino prevalente dei MSNA che
scompaiono nel nostro paese è finire
coinvolti in attività illegali: prostituzione,
furti, scippi, spaccio di sostanze stupefacenti. Vittime preferite sono i minori di
14 anni, perché se fermati dalla Forze
dell’ordine non sono perseguibili penalmente.
Oggi questi minori talvolta non hanno
molte alternative, perché sanno di avere
un debito da pagare ai criminali per il
viaggio, vengono rintracciati facilmente
38
da questi e costretti alle attività illegali
con le minacce.
Tra i fattori di rischio di entrata nella criminalità vi sono - oltre la giovane età, la
mancanza di reti amicali del paese di
origine (connazionali amici), l’ammontare dell’eventuale debito con i trafficanti
di esseri umani - alcuni sui quali si può
intervenire: la scarsa o nessuna conoscenza della lingua; la scarsa o nessuna conoscenza delle leggi e della società italiane; la scarsa o nessuna conoscenza del complesso dei servizi di cui
possono fruire e dei diritti di cui sono
titolari; le condizioni di salute precarie,
che limitano la capacità di orientarsi e
inserirsi.
Sono fattori superabili con una efficace
rete di informazione e di supporto,
gestita da operatori che abbiano una
qualche familiarità con le culture dei
paesi di origine dei minori migranti (e
che quindi siano specificamente formati). È la ricetta suggerita da tutte le
associazioni specializzate, da Telefono
Azzurro a Save the Children Italia, che
proprio per questo motivo chiedono
che tutto il mondo dell’associazionismo
sociale impegnato nel mondo giovanile
cooperi lavorando in rete.
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Settembre/Dicembre 2010