PO FISHING – by Sergio Farina
1) Generalità
Questa è la prima puntata, o “step” se preferite gli inglesismi, con le quali proverò ad analizzare di volta
in volta ogni aspetto della tecnica in questione, dall’attrezzatura alle esche passando per montature,
accessori e morfologia degli spot più redditizi. In tutto saranno una quindicina di topics dedicati a
quanto sopra. Non vuole essere una guida assoluta e inconfutabile sulla pesca ai baffuti ciprinidi del Po,
in gergo Barbel Fishing, quanto solo e unicamente la versione consultabile della mia pluriennale
esperienza sul Grande Fiume dalla quale attingere, volendo, qualche consiglio utile per modificare e
magari migliorare il vostro, anzi il nostro, modo di pescare. Dico “nostro” perché sono convinto che dalla
comparazione delle rispettive conoscenze non possa che derivare un arricchimento per tutti.
Intanto cosa s’intende per “Barbel Fishing”? In sostanza si tratta di un modo per interpretare e
affrontare in maniera specialistica la pesca al barbo europeo che recentemente ha colonizzato le acque
italiane con particolare riguardo all’asta del Po. Specialistica perché, attraverso lo studio e la
sperimentazione di esche e approcci, ci si pone l’obiettivo di selezionare prima la specie e poi la taglia di
quello che vogliamo trovare dall’altra parte della lenza.
Per sgombrare subito il campo da ogni dubbio io non faccio Barbel Fishing nel senso più stretto del
termine. Non lo faccio perché il mio approccio si limita, per diverse ragioni, a selezionare la taglia dei
pesci non certo la specie. Per cercare di selezionare il target “barbo”, per fare cioè quello che fanno i
carpisti nel carp fishing, si dovrebbe analizzare la morfologia dello spot, studiare e preparare esche
dedicate, pasturare la postazione di pesca e settare la montatura di conseguenza, questo a grandi linee.
I problemi nell’affrontare con questi criteri il basso corso del fiume, diciamo da Mantova al Delta,
nascono per vari motivi. In particolare penso al tempo necessario a impastare e rollare grossi
quantitativi di boiles, al tempo per trovare e per pasturare la zona, l’estrema variabilità del fiume che,
con una piena improvvisa, può vanificare sforzi di settimane, senza contare il lato strettamente
economico della cosa. Se pensiamo alla quantità di materiale che serve per condizionare un fiume con
svariati metri d’acqua con una corrente che chiama zavorre anche da 200 grammi è facile capire come
la cosa non sia alla portata di tutti i portafogli e che l’impegno profuso implichi un dispendio di ore
preparatorio non indifferente.
In sostanza, almeno nel mio caso, troppe variabili in gioco e la cosa non fa che aumentare la stima nei
confronti di chi, invece, sta percorrendo con buoni risultati proprio la strada della pesca specialistica al
barbo, il “barbel fishing” vero e proprio.
Allora se non di barbel fishing di cosa parliamo? Io dire che “Po Fishing” è la dicitura più adeguata, vale
a dire un modo efficiente ed efficace per affrontare le imponenti e affascinanti acque del fiume in
questione.
Vedremo quali attrezzature, quali canne, quali mulinelli, quali esche sono le più indicate per affrontare
con qualche probabilità di successo una simile massa d’acqua, il tutto rapportato alle stagioni senza
dimenticare i problemi di accessibilità alle sponde e alla sicurezza in pesca, sicurezza per pesci e
pescatore.
2) I pesci
Parliamo dei pesci insidiabili con questo tipo di approccio.
Su bigattini e vermi si prende tutto quello che nuota e si nutre in Po, tranne i bagnanti. Fuori dalla
stagione invernale, dove il bigattino ha un senso logico in quanto non subisce il disturbo dei pesci più
piccoli, è solo un’esca dura e voluminosa che può selezionare la taglia del pesce stesso. Su esche dure e
voluminose quasi tutti i pesci del basso corso del Po possono mangiare ed è per questa ragione che nel
“Po fishing” si seleziona la taglia ma non certo la specie di quello che possiamo forare. Chiaramente non
è che su di un bel fiocco di bigattini non può mangiare un grosso barbo in piena estate, semplicemente ci
arriverà prima qualcosa di molto più piccolo che svuoterà tutte le larve rendendo l'innesco inservibile.
Prevalentemente parliamo di barbi e carpe ma anche le grosse breme, gli aspi e i siluri di taglia mediopiccola possono gradire un pellet dippato o una grossa e odorosa boiles, vediamo come distinguerli già
dalla mangiata e dal modo di difendersi.
Breme:
evitando di innescare il bigattino si evitano tutti gli abramidi di piccola taglia che viceversa sarebbero
assolutamente frenetici e famelici sugli inneschi, ma su di un pellet o una boiles, specie se di taglia
contenuta (dai 10 ai 15 mm innescati singolarmente), una breme anche non enorme può arrivare
tranquillamente a mangiare. Di solito gli esemplari catturati hanno una taglia media dai 600/700 grammi
a salire. L’approccio non è certamente irruento nonostante si parli di grossi esemplari. Vettino o vetta
avon evidenziano ripetuti saltelli e vibrazioni, se si usa una cima avon ben strutturata questa non
piegherà mai verso il fiume e la rigidità dell’insieme e l’uso di un hair rig ben costruito sono sufficienti
per allamare il pesce. Sulla ferrata la breme si comporta in modo totalmente passivo, difficilmente
evidenzia testate e ancora meno ripartenze, si limita ad affidare la difesa alla forma del corpo e alla
corrente saltellando e scuotendo la testa solo nei pressi della bocca del guadino. Un ospite poco
sportivo che possiamo tranquillamente considerare alla stregua di un disturbo per le nostre esche. Per
evitarle quasi completamente basta aumentare il volume degli inneschi, per quanto una grossa breme
qualche volta riesce ad aspirare una doppia pellet da 16 mm o una boiles da 20 mm e non si limiterà a
mordicchiare l’innesco senza riuscire ad aspirarlo completamente.
Barbo:
E' la preda preferita, il target principale. Anche un barbo di piccole dimensioni si esibisce in mangiate
da panico con pieghe decise e approcci ben evidenziati. La difesa è strenua, portata tutta a stretto
contatto del fondo con testate ben evidente e frequenti ripartenze. Un avversario mai domo che da
tutto in termine di forza e potenza tant’è che molto spesso siamo costretti a lunghe ossigenazioni
prima di rilasciarlo. Non disdegna grossi bocconi nel suo peregrinare aspirando gli alimenti dal fondo. La
violenza e la decisione delle mangiate consigliano vivamente di mettere un “blocco” sulle canne per
evitare di vederle letteralmente volare verso il fiume, specie se si mettono in pesca più canne. La
mangiata è inconfondibile, una piccola vibrazione seguita da una piega decisa e progressiva senza
ripensamenti. Quindi occhio vigile e frizioni settate. Nella difesa, specie in presenza di grossi
esemplari, non è raro vederlo risalire la corrente sempre attaccato al fondo. Massima attenzione nel
caso di presenza di gradini sul fondale o peggio ancora se pescate in prismata. Proprio la tattica di
difesa lascia il piombo o il feeder libero di trovare ogni genere d’incaglio. Quando il pesce è nei pressi
del guadino solleviamo la canna in modo deciso e cerchiamo di staccare il pesce dal fondo, così facendo
ci eviteremo tanti mal di pancia.
Carpa:
Divide e condivide i letti di pastura con il barbo, stesso modo di alimentarsi, stesso modo di aspirare
anche se la carpa è agevolata da un “soffietto” più pronunciato e ampio dell’apparato boccale. Anche qui
occhio vigile e frizioni ben regolate. Una carpa selvaggia di fiume, anche di piccole dimensioni, non è
minimamente paragonabile a una cugina di cava abituata a una pressione di pesca costante la cui difesa
non può non risentire di ambienti circoscritti e di una certa assuefazione alla cattura. Le carpe del Po
spesso, al momento della cattura, non hanno mai visto un amo e il nostro sarà con tutta probabilità
l’ultimo che vedranno, senza contare che corrente e profondità del fiume spesso vanno a braccetto con
pesi in doppia cifra. La mangiata della carpa somiglia molto a quella del barbo, evidenziando a volte solo
qualche saltello e staratina in più mentre assaggia l’esca prima di partire in 4^. Alla piega secca e
prepotente corrisponde sempre una prima fuga al cardiopalma con metri e metri di nylon srotolato. Se
peschiamo in uno spot con degli ostacoli o dove non è possibile seguire il pesce lungo la sponda è meglio
settare tutta l’attrezzatura per cercare di fermare o limitare al massimo la prima reazione del pesce.
Esaurita la prima fuga la cosa diventa relativamente facile e basta controllare il pesce, sempreché
controllare 15 Kg di pesce selvatico sia cosa semplice e banale. Occhi ai combattimenti prolungati dove
l’amo può lacerare la carne della bocca e provocare dolorose slamature prima per noi e poi per il pesce.
Aspio:
E’ un onnivoro e come tale si comporta. Alle volte ghermisce l’esca ferma sul fondo, magari attirato
dall’odore del dip, alte volte attacca l’esca durante il recupero proprio come un classico predatore. La
taglia ovviamente è proporzionata e superare i due Kg non è poi così raro. La mangiata sul recupero è
una botta secca in pieno stile cacciata, l’amo scoperto del rig alle volte favorisce una buona presa al pari
di un’ancorina. La mangiata sull’esca sul fondo è una starata prolungata con relativo spostamento del filo
verso la sponda seguendo la corrente. In sostanza l’aspio ingoia e continua a nuotare bello tranquillo. La
difesa è poca cosa, se si esclude il momento dell’attacco il resto è un po’ come recuperare un peso
morto. Solo nel sottoriva alla vista del pescatore o del guadino tenta qualche “ribaltone” ma poca cosa
se rapportato alla difesa di altri pesci
Siluro:
Ho parlato di taglia media perché difficilmente un siluro di svariati chili è interessato ad un piccolo
pellet o ad una boiles, molto più facile che lo sia un siluro più piccolo che nella sua dieta annovera ancora
un po’ di tutto e non solo pesce vivo o morto. L’approccio è un “non approccio”, il siluro arriva, ingoia e se
ne va. La canna si piega in modo omogeneo senza le accelerazioni rapide di carpe e barbi. La difesa è
spesso passiva, solo di peso, con qualche debole testata o torsione in stile coccodrillo. La taglia media
dei pesci che mangiano pellet e boiles difficilmente supera i dieci Kg e l’unica variabile imprevedibile è
dovuta ai piccoli denti presenti sul palato del siluro, denti che possono recidere anche il nylon più
dimensionato.
Altri:
purtroppo il channel è l’ennesimo alloctono che si è recentemente affacciato nel basso corso del Po. Le
segnalazioni di catture sono sempre più frequenti e le taglie sempre più grosse, anche se ancora ben
lontane dai pesi raggiunti per esempio in Arno. A seguire non è raro incocciare piccoli lucioperca,
carassi ed anche qualche cefalo, specie nel periodo estivo.
3) le canne
Se William Shakespeare fosse stato un appassionato pescatore probabilmente la famosa citazione
dall’Amleto suonerebbe più o meno così: “Avon o tip, questo è il dilemma?”.
Si potrebbe sintetizzare in queste sette parole tutto il discorso relativo a quale canna scegliere per
questo tipo di approccio nel basso corso del fiume Po.
Nel tempo si sono susseguite diverse teorie, dove di volta in volta i fans o i detrattori di una certa
canna con determinate caratteristiche hanno speso fiumi di parole per sostenere o affossare le
peculiarità di un fusto, amplificandone i pro o sottolineandone i contro. Di certo ogni pescatore può anzi
deve usare la canna con la quale instaura il feeling maggiore, un fusto deve calzare nella mano come un
guanto, e comportarsi in pesca come un paio di scarpe durante una lunga camminata, se le scarpe fanno
male possono anche essere le scarpe più belle e le più tecnologiche del mondo ma fanno male e basta.
Personalmente, proprio sull’onda di quanto ho letto sui vari forum, ho cambiato diverse canne, forse
troppe, un po’ per inesperienza, un po’ per impazienza, alle volte per shopping compulsivo, un po’ perché
solo dopo anni, proprio con l’esperienza, ho cominciato a capire qual era la canna più adatta al mio modo
di pescare, ai miei pesci e ai miei spot.
LA LUNGHEZZA
Intanto parliamo di lunghezza. La corsa a una canna molto lunga è figlia dell’esigenza di impostare un
angolo molto alto rispetto al piano del fiume, questo per avere la lenza madre che entra in acqua il più
distante possibile da riva con un angolo molto aperto in modo da limitare l’azione della corrente sulla
stessa lenza. E’ chiaro che meno filo si ha in acqua meno questo subirà la spinta della corrente e di
conseguenza meno zavorra ci vorrà per rimanere fermi, ammesso che rimanere fermi sia la soluzione
migliore. Ecco allora un fiorire di canne da 14’ se non addirittura da 15’, canne che sicuramente portano
un vantaggio nella gestione del nylon ma che, contemporaneamente, risultano particolarmente pesanti e
sbilanciate, rigidi “cannoni” senza anima che non danno nessun divertimento in pesca. Questo in generale
anche se, spulciando fra le top di gamma sul mercato, qualche attrezzo lungo e bilanciato esiste, penso
per esempio alla Dutch Master River da 14’.2” di casa Preston, apparsa da poco nei cataloghi è dotata di
una vetta hollow in carbonio (una sorta di vetta inglese maggiorata), che sembra riscuotere il favore dei
felici possessori.
Tornando in argomento per lasciare il nylon bello alto rispetto al fiume basta un normalissimo picchetto
regolabile,
due puntali con supporto a V davanti e coppetta dietro
o un pod ben progettato tipo il Fox Horizon con gambe lunghe
i quali alzano il tutto ben più dei due piedi che regalano una canna più lunga, fermo restando che sulla
sabbia i picchetti singoli alti dimostrano tutta la loro versatilità e praticità e rimangono la soluzione
migliore. Io stesso, agli inizi della mia “carriera”, avevo preso due Shimano Beast Master da 15’
assolutamente sovradimensionate per questa pesca, o meglio per la taglia media dei pesci che si possono
incontrare.
un pò come andare a fagiani e lepri con un AK-47.
Alla fine sono sufficienti 12’ o 13’ per assicurare un giusto mix fra efficacia, sportività e divertimento.
Casting weight e test curve ovvero CW e TC
Parliamo ora della potenza di lancio della canna ideale. La stessa si può dedurre dalle indicazioni della
casa costruttrice, in parte dalla sensibilità dei quiver tips o dal TC delle cime avon, fermo restando che
alle volte questi dati sono indicati, altre volte non lo sono, ed inoltre è difficile capire se quanto
indicato sulla canna o sui cataloghi è la zavorra gestibile ideale o quella massima, il tutto nella giungla
delle diverse azioni che possono caratterizzare un fusto. Anche qui possiamo dire che è finita da un
pezzo la corsa al “cannone” anabolizzato a vetta sensibilissima e con secondo pezzo e/o pedone
ipermuscoloso. Per quanto riguarda i tips ricordiamo che il CW in oz indicato è riferito alla sensibilità
degli stessi e non al peso lanciabile. Se una canna ha in dotazione 3 cimini da 3-4 e 5 oz la canna lancerà
sempre circa 150 grammi indipendentemente dal tip montato,
fermo restando che sono decisamente convinto che il corredo di tips in dotazione a molte canne è
assolutamente inutile in Po e pure nella maggioranza degli spot per la quale la canna può essere pensata.
Una sorta di “optional” inutile come lo possono essere un air bag per il culo o uno specchietto
retrovisore nei sedili posteriori della macchina. La scarsa utilità di un tip è dettata principalmente dal
fatto che le mangiate di barbi e carpe sono tutto fuorché “delicate” e non abbiamo bisogno di una vetta
ipersensibile per individuarle. Quindi avon oppure hollow tutta la vita ma se proprio non potete
rinunciare al corredo di tips e volete a tutti i costi individuare la tocca di una breme da 200 grammi in 9
mt d’acqua a 30 mt da riva tanto vale optare per attrezzi che forniscono vettini in carbonio ben
raccordati con il resto della canna, senza dimenticare che su tre tips di solito è solo uno quello
perfettamente raccordato, guarda caso quello meno sensibile.
Parlo di carbonio perché alle volte uno o due dei cimini forniti sono in fibra di vetro, più sensibili certo
ma assolutamente “slegati” sotto sforzo dal resto del blank in carbonio. Nel mio parco canne sono solo
due le canne che hanno dimostrato di cavarsela egregiamente anche con il solo tip, la mitica Fox
Challenger heavy da 12.6’ (purtroppo fuori produzione da qualche anno) e la Antares da 13’ con CW 50150 gr., la 14’ dello stesso modello era già un palo inguardabile, seppur un palo top di gamma. Entrambe
lavoravano egregiamente solo con il vettino da 5 oz naturalmente, sulla Fox è arrivata anche la prima
over 10 in Po (un certo Elvis)
a dimostrazione che è il fusto che lavora e gestisce il pesce, non certo un vettino più o meno sensibile.
Se parliamo di vette avon (una sorta di cimone in carbonio cavo) il discorso cambia completamente. Test
curve da 1,5 a 2,25 lb sono più che sufficienti per affrontare il Po le sue correnti e la sua profondità
senza dimenticare che il TC non è indicatore dell’azione della canna, ci sono canne da carp fishing da 3,5
lb che lanciano pesi di molto inferiori ad una specialist da 1,5 lb. La lunghezza è generalmente da 12’,
pochissime le canne cosiddette specialist o specimen che nascono a 13’, tipo la Wychwood Maximizer
Barbel, ed io non ho mai avuto il piacere di usarle. Fra le 12’ sono passato dalle Daiwa Twilight Barbel,
alle Fox Extreme Floodwater entrambe con avon da 1,75 lb ed entrambe corredate dai classici tips, uno
solo già incollato sulla Daiwa e i soliti tre sulla Fox. Poi ho usato la Daiwa Barbel & Method per finire
con le Greys Prodigy TX e la Greys Specimen, le prime sempre da 1,75 e la seconda con doppia cima
avon da 1,50 e 2,00 lb. Il tutto per attestarmi sulle Greys Prodigy VX sempre con doppia configurazione
da 1.50 e 2.0 lb,
dove con la avon più “tenera” ci si può fare il carp fishing marginale e il method mentre la 2.0 lb è
pensata per il Po anche se su attrezzi di questo livello le due avon sono perfettamente interscambiabili
negli spot e nei pesci insidiati tant’è che in Po io monto quasi sempre proprio la cima da 1,5 lb. Sul
mercato esistono tanti altri validissimi prodotti, penso alle Korum, alle Preston, alle Shimano, alle
Tubertini e alle Infinity Daiwa (forse la migliore in assoluto), prodotti per tutte le tasche e per tutti
gusti.
Per concludere il discorso sulla lunghezza: nelle 12’ piedi, a fronte di un ingombro non propriamente
facile per il trasporto (circa 1.85 mt) i due pezzi assicurano curve da brivido,
quasi sempre ben armonizzate visto l’unico innesco presente sul fusto. A proposito d’innesto è da
preferire quello a spigot ma, con le moderne tecnologie, anche un normale innesto a baionetta, quello più
comune sulle specialist, assicura prestazioni assolutamente ottimali.
L’AZIONE
Al di la delle preferenze personali la canna specialist da Po deve essere fornita di una vetta avon
estremamente ferma e rapida, capace di gestire zavorre anche da 200 gr. con un fusto altrettanto
reattivo dove elasticità e una marcata progressione parabolica devono essere le parole d’ordine. Fusti
che consentano il necessario divertimento anche con pesci di taglia normale, visto che barbi over 4 e
carpe over 10 non sono poi così frequenti, ma che conservino la necessaria riserva di potenza nel caso
gli incontri si facciano più impegnativi, in Po le "sorprese" possono arrivare in qualsiasi momento.
Ed è questo il motivo principale per il quale ora uso le Prodigy VX. A dire il vero ogni tanto, quando sono
in vena di masochismi, affronto il Po anche con la Daiwa Match Winner da 12’ in tre pezzi dove la avon
ha un TC poco superiore a 1 lb ma dove gli innesti v-joint assicurano una perfetta progressione della
curva; e spero in futuro di poter “palpare” e magari mettere alla frusta nonché recensire anche la
fantastica Hardy Marksman Supero Avon 11.6 da 1.3 lb, giusto per sottolineare quanto mi piacciano gli
approcci sottodimensionati dove i combattimenti possono prolungarsi ma dove la visione di curve
mozzafiato, con lo stesso manico che partecipa alla lotta, offrono momenti di pure godimento, quasi
(badate bene ho scritto quasi) si parlasse di ben altro genere di “curve”.
LE FINITURE
Oltre alla lunghezza controlliamo numero, disposizione, diametro e qualità degli anelli. Su di una
specialist da 12’ ci sono normalmente dai 9 agli 11 passanti apicale compreso, il cui diametro deve essere
tale per consentite l’agevole passaggio di trecciato e nodi di shock leader per lanci che possono essere
anche molto lunghi, i primi due a ponte doppio
e gli altri a ponte singole abbastanza lungo, inutile dire che in questo campo non c’è solo Fuji e dove la
presenza di pietre in alconite piuttosto che in SIC non sembra influire a livello di usura sull’uso
prolungato di nylon, ricoperti o dracon. Attenzione al porta mulinello, che deve essere consentire un
serraggio del piede ben saldo senza torsioni o peggio ancora giochi,
pesci di mole sottopongono tutta l’attrezzatura a sforzi notevoli, sforzi amplificati da corrente e
profondità. Sughero di alta qualità praticamente obbligatorio sul calcio anche se qualche canna, tipo la
Barbel & Method di Daiwa, risulta gradevole anche con la classica manicatura stile carp fishing che
agevola la spinta sui lanci lunghi. Necessari i rinforzi nei punti di maggiore usura, (calcio e blocco a vite
superiore),
l’uso di inserti nel più economico EVA può ugualmente fornire lunga durata e confort alla mano del
pescatore.
LE DOPPIE CONFIGURAZIONI
Per finire il mercato propone diversi attrezzi con doppia configurazione, che hanno cioè sia la cima avon
sia la vetta porta tips. Di solito quando una canna si prefigge di fare cose diverse, a volte
diametralmente opposte, le cosiddette all round, finiscono per non farne bene nemmeno una, in questo
caso ci si deve approcciare unicamente a prodotti di alta gamma, gli unici a poter fornire pedoni buoni
con entrambe le vette montate, tipo Fox, Greys Prodigy Barbel o Shimano Antares.
CONCLUSIONI
Per concludere, come direbbe Rino Tommasi, ecco il mio “personalissimo cartellino” per le canne da Po:
lunghezza 12’
vetta avon
TC ad 1.5 a 2.0 lb
azione parabolico progressiva con una buona riserva di potenza nel manico
calcio ricoperto in sughero con rinforzi nei punti nevralgici
anellatura SIC di buon diametro i primi due a doppio ponte
porta mulinello a vite con ganasce in metallo
CONSIGLI PER GLI ACQUISTI
Approcciarsi a questo tipo di pesca può essere molto doloroso per il portafoglio, se non siete milionari e
brancolate nel buio per mancanza di precedenti esperienze il consiglio è uno solo, le canne vanno
provate. La cosa migliore può essere quella di affidarsi ai consigli di chi il Po lo frequenta in modo
costante, e lo fa da diversi anni, anche se il feeling personale può incidere molto sulla scelta di una
canna. Il forum serve proprio a questo, organizzate un'uscita con qualcuno che ha la canna che avete
puntato e fateci un paio di giri; come per una macchina nuova, le sensazioni positive o negative sono
immediate, basta lanciare un feeder anche senza incocciare mostri pinnati.
Queste rimangono a tutti gli effetti opinioni personali basate su circa 1300 ore trascorre in Po negli
ultimi 5 anni, ore condite da 1400 Kg di carpe e 950 Kg di barbi, magari qualcosa ho imparato però, mi
ripeto, la scelta di una canna è questione personalissima, così come le preferenze verso uno o verso
l’altro attrezzo e i pesci, credetemi, non guardano di certo a tutto quello che c’è a monte dell’amo cioè
zavorra-nylon-canna-mulinello-pescatore. Ho preso scoppole pazzesche da vecchietti che avevano il
mulinello fermato con il nastro isolante su canne molto probabilmente più vecchie di me, così come si
sono trovato a prendere il mio secondo barbo di sempre con una canna del tutto sottodimensionata
(un’Antares con CW 50-110 gr.).
I pesci non guardano la marca dell’attrezzatura né il suo costo, ma se il possesso e l’uso di un attrezzo
dedicato possono migliorare la nostra sessione sia dal punto di vista delle prestazione che da quello del
piacere vero e proprio perché rinunciarvi?
4) i mulinelli
Per essere estremamente sintetici si può dire:
robusti
capienti
ignoranti
come vedete non sono molte le caratteristiche richieste ad un mulinello per la pesca in Po ai grandi
ciprinidi baffuti.
Se nella passata o nello spinning, piuttosto che in altre tecniche, abbiamo bisogno di proprietà ben
precise, nel Po Fishing possiamo permetterci di scegliere cercando solo determinati attributi, dove per
attributi si intende sia le “peculiarità” sia le “palle” per affrontare pesci di mole, in correnti imponenti,
in fondali importanti.
Proviamo a elencare un paio di consigli utili
TAGLIA
Non cerchiamo il mulinello piccolo e aggraziato, nel Po servono attrezzi obesi, mai sotto la taglia 4000
che per alcune marche e modelli diventa 5000. Attenzione soprattutto alla capacità della bobina, sotto
i 200 mt di 0,30 siamo già in una categoria poco adatta per questa pesca
PESO
Non ha molta importanza anzi è una delle caratteristiche da tenere in considerazione nella nostra
scelta finale. Tenendo presente che l’accoppiata canna e mulinello è in mano solo nelle fasi di lancio e di
combattimento e per il resto del tempo riposano sul picchetto non stancando il pescatore, un peso che
può sembrare eccessivo è invece la caratteristica che ci parla dei materiali di costruzione, plastiche e
resine sono leggere, il metallo no. Diffidate quindi di modelli sotto i 350 grammi, in questa pesca
l’anoressia è un difetto assoluto da evitare come la peste.
MATERIALE DI COSTRUZIONE
Metallo, metallo e ancora metallo, soprattutto nello chassis e nel piede. Strutture di metallo non
denunciano torsioni e/o vibrazioni nei combattimenti più impegnativi. Un carcassa in metallo tiene in
asse la meccanica interna evitando che si formino “giochi” deleteri. Teniamo presente che già la
semplice azione di pesca, con il recupero frequente di zavorre da 2 etti, forzano tutto il complesso. Se
vogliamo risparmiare qualche grammo cerchiamo un minimo di leggerezza solo nel rotore che può essere
in alluminio o nei moderni materiali ultraleggeri.
Con l’aiuto di Michele (vero esperto in questo campo) vediamo ora pezzo per pezzo quali sono le
peculiarità di un buon mulinello da Po.
BOBINA:
Larga e capiente, sovradimensionata rispetto al corpo, indispensabile per lanci lunghi ove necessario e
per bobinare a larghe spire il che evita parrucche e ogni altro genere d’inconveniente derivante da una
bobina troppo piccola. Per regolarvi una capacità che consenta di caricare almeno 200 mt di 0,30 è il
minimo sindacale.
prestiamo attenzione alla costruzione del cicalino e all'eventuale presenza (gradita) di molla di acciaio a
servizio della clip
la clip in Po si usa raramente ma se ben pensata e progettata è sempre indice di qualità complessiva del
prodotto
Osserviamo anche il profilo della bobina, è quello dove il filo tocca e sfrega più frequentemente
FRIZIONE:
a dischi maggiorati e a tenuta stagna per evitare infiltrazioni di polvere, sabbia e acqua, utile scegliere
modelli con un grande potere frenante dai 10 Kg a salire.
ALBERINO:
in acciaio inox di diametro maggiorato, magari accoppiato a un supporto rigido della bobina
RULLINO:
di tipo “antitwist” supportato da cuscinetto, un rullino ben progettato allunga a dismisura la vita della
lenza madre.
ARCHETTO:
sempre in acciaio a sezione cava, bilancia meglio il rotore e assicura la massima robustezza
ROTORE:
è la parte meno sollecitata, quella che assolve i compiti meno gravosi ma sempre meglio che sia in
materiale a prova di bomba non fosse che per bilanciare al meglio il movimento complessivo del mulinello
CUSCINETTI:
pochi ma buoni, la qualità di un mulinello non si giudica dal numero dei cuscinetti ma dalla qualità degli
stessi, meglio pochi cuscinetti di qualità piazzati dove servono veramente che una dozzina di
“cinesaglia” che, se il lavoro diventa impegnativo, si consumano in poco tempo
RAPPORTO DI RECUPERO:
potente e veloce non vanno molto d’accordo, nel caso privilegiamo la potenza con un rapporto di
recupero che deve assestarsi sotto il 5:1, non dimentichiamo che, in presenza di una bobina molto larga,
anche un rapporto lento consente di recuperare un buon tratto di filo per ogni giro di manovella, e
comunque non abbiamo la necessità di recuperare a palla un pasturatore o un piombo mentre è
indispensabile sviluppare una grande potenza quando, oltre alla zavorra, attaccato alla lenza ci sono
pure svariati chili di pesce
POMELLO E MANOVELLA:
manovella lunga e ben strutturata per una maggiore leva in fase di recupero e “pompaggio” del pesce,
evitiamo i modelli con manovella reclinabile a scatto. Un pomello ergonomico ben dimensionato permette
di impugnare stringendo lo stesso nel palmo della mano per una presa più salda e consente di sviluppare
una maggiore forza rispetto alla classica presa a tre dita.
BAIT RUNNER E FIGHTING DRAG
La frizione anteriore, per caratteristiche di costruzione, e molto più precisa di una frizione posteriore.
Non parlando di finali dello 0,08 si può comunque sacrificare qualcosa per poter scegliere i vantaggi di
una bait runner o di una semplice fighting drag, che magari hanno qualcosa in meno in termini di
precisione ma hanno i vantaggi di una regolazione più veloce in caso di necessità. Sistemi di frizione
libera in Po non sono indispensabili ma tornano utilissimo qualora volessimo usare gli stessi mulinelli (e
canne) per il carp fishing marginale o per il method.
Riassumendo:
taglia 4000/6000
peso over 350 gr.
rapporto di recupero under 5:1
capacità bobina almeno 200/250 mt di 0,30
corpo in metallo
5) Nylon & C.
Anche nel campo delle “lenze madri” si sono sviluppate diverse scuole di pensiero che vedono
contrapposte le schiere pro nylon e i tifosi sfegatati del trecciato dove per “trecciato” intendo
dynema, multifibra, fusioni di vario genere e compagnia cantante.
Per come la vedo io usare il trecciato nel Po Fishing è, come direbbe Fantozzi, una “cagata pazzesca”.
Vediamo di argomentare. Il vantaggio maggiore di un trecciato è la totale assenza di elasticità.
L’estrema rigidità di un trecciato consente di evidenziare in modo rapido una partenza o una mangiata
con l’esca posizionata a grande distanza dalla canna, penso al carp fishing nei grandi laghi. In questi
spot e in questi casi il trecciato può avere un senso. Nel Po la pesca a barbi e carpe non si svolge mai a
distanze siderali, la corrente impedisce una corretta azione di pesca e un posizionamento efficace delle
esche a distanze superiori ai 35/40 metri, con la fascia di maggiore resa che si attesta, in relazione
allo spot, in distanze quantificabili a 15/20 mt da riva. A queste distanze anche un elastico da
roubasienne evidenzierebbe bene una partenza considerando che l’approccio di una carpa o di un barbo
in corrente è la cosa più lontana dal concetto di “delicato” e/o “guardingo” che possiamo immaginare.
Altra cosa fondamentale che sconsiglia vivamente l’uso di un trecciato è la possibilità, nemmeno tanto
remota, d’incagli. Se incagliamo con il nylon la rottura avviene nel 99% dei casi sul nodo di giunzione fra
lenza madre e girella del terminale, il che si traduce nella perdita del solo terminale con nessun danno
per il prosieguo della sessione. Se l’incaglio avviene con il mulinello caricato di un bel braided da 30 o
passa lb la rottura non si sa in quale punto avviene. Fermo restando che rompere un trecciato
dimensionato può diventare impresa molto ardua, il rischio concreto è quello di lasciare sullo spot
svariati metri dello stesso, con inevitabile sputtanamento dello spot per noi e per quelli che seguiranno,
almeno fino alla successiva grossa piena del fiume. Dalle parte dei trecciati c’è il carico di rottura
elevato in rapporto al diametro (ammesso che si possa parlare di sezione perfettamente tonda nella
gran parte dei prodotti reperibili) ma di contro abbiamo un materiale troppo soggetto all’abrasione e
dal costo non proprio contenuto. Se proprio non resiste a sfoggiare un “whiplash pro” nuovo di trinca
oppure non potete fare a meno di sentire il tipico fischio negli anelli quando recuperate fatelo solo se
siete certissimi che il fondale sul quale andate a operare è liscio come il culo di un bambino. Il nylon è
sempre la soluzione preferibile in questi contesti anche perché, a fronte di un diametro che può
sembrare eccessivo per avere carichi di rottura di sicurezza, l’uso dello stesso nylon avviene in acque
dove la trasparenza e il colore delle stesse non obbligano ad usare tanti artifizi per “nascondere” la
lenza. Diverso il concetto di presentazione e naturalità dell’esca di cui parleremo in una puntata
dedicata. C’è però una soluzione che ci permette di godere dei vantaggi offerti dal trecciato
unitamente alle caratteristiche positive di un nylon, sono i cosiddetti multistrato. In sostanza di tratta
di nylon con diverse “anime” sovrapposte che assicurano una rigidità molto elevata (allungamento
nell’ordine del 10%-12%) una buonissima resistenza all’abrasione, carichi di rottura elevati, alta
resistenza al nodo, lunga vita e costi assolutamente accessibili anche se non proprio economici.
Non dimentichiamo, per chiudere i vantaggi di un multistrato, che a fronte di una rigidità accentuata
questi mantengono comunque un minimo di elasticità che torna molto utile specie nelle fasi finali di un
combattimento, quando il pesce è vicino al guadino, in modo da non lasciare tutto il “peso”
dell’ammortizzazione delle ultime testate e fughe alla sola canna. In testa a tutti i nylon multistrato
che ho usato c’è lo Shimano Technium, nella versione classica nero antracite o nella nuova versione
“invisitec” per coloro che non possono rinunciare a “mimetizzarsi” anche in un acqua color colite.
Ho testato anche altri prodotti con buoni risultati: il Red Devil di Smart,
Il Falcon Black Energy, il Camo di Sufix. Ultimamente anche i prodotti Varivas stanno superando
egregiamente le prove sul campo con un nylon, l’Extra Protect VEP, che si è rivelato particolarmente
scorrevole, robusto e rigido.
Sono tutti ottimi prodotti ( e ce ne sono sicuramente altri fra quelli pensati per il carp fishing) che
rispetto al Technium pagano qualcosa solo in termini di durata, io ho appena ribobinato i mulinelli solo
perché nuovi ma il technium che avevo sui vecchi muli era targato settembre 2009. Per i diametri
impiegabili con profitto dipende tutto da quanto siete “masochisti”. Accorciare i combattimenti per me
è di vitale importanza, questo senza sacrificare troppo il divertimento salvaguardando nel contempo il
pesce. Direi quindi diametri (reali) dallo 0,30 allo 0,35 in relazione al tipo di zavorra e di terminale che
vogliamo e dobbiamo usare, con lo 0,28 che diventa il confine sotto il quale è vivamente sconsigliato
spingersi.
Shock Leader SI o NO? Bella domanda. Alle volte ho l’impressione che si voglia a tutti i costi arricchire
e complicare la nostra montatura solo per sembrare più bravi e/o più esperti. Sono invece convinto che
la semplicità paga sempre. Perché allora Shock Leader NO? A) non abbiamo bisogno di lanciare lontano
e quindi non abbiamo la necessità di bobinare filo più sottile per raggiungere grandi distanze e B) meno
nodi ho fra lenza madre e pellet meglio è, sono tutti punti deboli in meno sulla mia lenza. Vi assicuro che
con una buona specialist dove penzolano 180 gr. di piombo posso sparare l’esca a distanze ragguardevoli
anche con uno 0,30 bobinato, distante dove per diverse ragioni non è necessario arrivare.
Piuttosto, per allungare la vita della nostra madre lenza, è opportuna passare gli ultimi metri di filo in
un panno umido (non con l’acqua del Po) a fine pescata in modo da togliere per quanto possibile tutte le
schifezze che viaggiano occultate nel fiume, sostanze chimiche che alla lunga possono deteriorare il
filo. Ancora, prima di chiudere armi e bagagli, fate un lancio molto lungo verso valle e recuperate a
velocità media e senza accelerazioni il nylon con il solo piombo in modo che lo stesso possa tornare sulla
bobina con la giusta tensione e secondo il tipo di spire imposto dal mulinello. Durante la sessione o dopo
un pesce di mole controllate lo stato della lenza madre a ridosso del nodo, alle volte ci sono piccole
imperfezioni (spellate o schiacciamenti) che è meglio eliminare, tanto si tratta di rifare un palomar. A
proposito di palomar bagnate sempre abbondantemente il nodo di giunzione lenza madre/girella e
serratelo lentamente, il calore provocato dallo sfregamento veloce ed eccessivo è nemico mortale di
molti nylon, fluorocarbon in primis. Infine tagliate sempre gli ultimi 50 cm di lenza prima di iniziare una
nuova sessione. Anche se adeguatamente protetto con l’uso di tubicini di silicone e safety clip per
l’attacco della zavorra gli ultimi cm sono quelli che subiscono più stress ed è meglio non correre rischi.
Se proprio siete paranoici come lo sono io ricordate, ad inizio stagione, di rovesciare il filo della bobina
in modo da far lavorare tratti di nylon alternati e di tagliare qualche cm di nylon a ridosso della girella
del terminale anche dopo una cattura importante con un combattimento prolungato, il movimento a
“pendolo” della zavorra montata in deriva sottopone l’ultimo tratto della lenza a notevole
affaticamento...si sa mai che capiti di agganciare 2 over 10 di fila...
6) le zavorre
Giusto per non mettere in difficoltà i neofiti o gli allergici ai termini made in U.K. riporto un piccolo
dizionario ad uso e consumo di questa discussione:
feeder: pasturatore
bolt: montaggio in deriva
inline: montaggio in linea
cage feeder: pasturatore a gabbia
open end: pasturatore aperto
block end: pasturatore chiuso
safety clip: attacco di sicurezza per la zavorra
antitangle: sistema antigroviglio
Che si scelga il potere attirante di un feeder o un semplice piombo secco il primo dubbio che può
cogliere il neofita è “montaggio bolt o in line?”
Il montaggio in deriva ha dalla sua l’estrema praticità nel caso si volesse o si dovesse cambiare il peso
del feeder o modificare il modello dello stesso passando da un cage a un open end, oppure per
modificare in fretta peso e forma del piombo. Di contro durante il combattimento la zavorra montata in
deriva ha il brutto vizio di ballonzolare creando un effetto pendolo che può favorire la slamatura del
pesce, inoltre una zavorra bolt ha più possibilità di trovare incagli di vario genere sul fondale. Il
montaggio in line è meno pratico, cambiare la zavorra vuol dire rifare il nodo, non ha bisogno di safety
clip per essere applicata alla lenza madre, è più preciso nel lancio e sobbalza molto meno durante il
combattimento. Per concludere la montatura bolt amplifica l’effetto autoferrante ma ha una più
marcata propensione ad ingarbugliarsi in fase di lancio specie con terminali lunghi. Viste le
caratteristiche delle due opzioni la scelta sembrerebbe portare senza indecisioni verso una zavorra in
line...niente di più sbagliato. Il motivo? Semplice, solo una zavorra montata in deriva può assicurare la
stabilità necessaria per pescare nelle correnti e nelle profondità del basso corso del Po. Ciò non esclude
di poter scegliere un montaggio in line quando di pesca molto corti o in punti del fiume non soggetti
all'azione diretta della corrente, tipo le "morte" o i rigiri d'acqua a valle di piloni, pennelli o prismate.
Passiamo in rassegna i vari tipi di pasturatore, l’ambito di utilizzo e le relative caratteristiche:
Block end:
sono i primi feeders apparsi sul mercato per la pesca ai grandi ciprinidi del Po. La piastra di piombo può
essere esterna al corpo di plastica o affogata nello stesso,
in entrambi i casi valutiamo bene soprattutto la qualità della plastica e quella dell’attacco. Sono pensati
per contenere sfarinati e larve, i fori sono posizionati per ottenere uno svuotamento ottimale, sullo
velocità di svuotamento si può intervenire in vari modi, con la bagnatura dello sfarinato e con la
proporzione fra lo stesso e le larve, oppure nastrando il feeder andando a coprire i buchi centrali,
utile soprattutto quando si caricano solo larve, gli stessi buchi possono essere occlusi con della colla a
caldo. Ricordate di intervenire solo sui fori centrali, quelli superiori e inferiori devono rimanere liberi
per agevolare al meglio l’azione di svuotamento per effetto della corrente. Difficilmente uso i bigattini
come richiamo, se non in qualche sessione invernale, ma il block end può comportarsi egregiamente
anche caricando micro pellet da 3mm oppure altro genere di arricchimenti inerti, se le esche aggiuntive
sono più grandi dei buchi si può sempre allargare gli stessi con un trapano da modellismo, il tutto senza
indebolire la struttura del feeder
Open End
È identico al fratello “chiuso” solo che non ha il coperchio inferiore e superiore. Può essere caricato con
qualsiasi esca, anche con dei soli pellet ammollati, teniamo presente che in ogni caso lo svuotamento
sarà più veloce, utile soprattutto a inizio sessione quando si eseguono molti lanci ravvicinati per fare un
minimo di fondo. Sul mercato italiano sono adesso reperibili i prodotti Korum che hanno a catalogo
grammature idonee ad affrontare il Po. Se non li trovate potete modificare un block end andando a
togliere il coperchio superiore e tagliando con una forbice da elettricista il fondo del feeder seguendo
la linea immaginare che unisce i fori inferiori.
Cage Feeder
L’uso della “gabbia” è normalmente associato ad altre situazioni di pesca, molto differenti da quelle che
stiamo analizzando, però un cage feeder di peso adatto può trovare terreno fertile anche in Po.
L’eccessiva velocità di svuotamento può essere controllata con l’uso di mix molto tenaci, tipo quelli
pensati per il method, o con una bagnatura mirata e integrata da farine leganti, tipo il precotto di mais
(neutro nel sapore e odore) o la semplice farina bianca. Anche un incollaggio pesante di bigattini e ghiaia
può essere utile, se non devastante, specie nelle stagioni dove blicche e breme non disturbano l’attività
di altro genere di pesce ben più ambito. Il cage inoltre consente l’uso veloce ed efficiente di granaglie,
pellets e boiles passate prima, anche in modo grossolano, dentro un bait cruscher
NB: sull’effettiva efficienza di una pasturazione in Po affidata unicamente all’uso del feeder parleremo
più ampiamente nella puntata dedicata alle “strategie di pasturazione”
Passiamo in rassegna i vari tipi di piombo, l’ambito di utilizzo e le relative caratteristiche:
La scelta del piombo deve essere pensata e “pesata” per rendere la nostra montatura equilibrata ed
efficiente. Sul mercato troviamo le più svariate forme, ognuna di queste è studiata per assolvere
specifiche funzioni e serve per adattarsi alle caratteristiche dello spot. I piombi con un profilo a tre
lati,
grazie all’effetto “acqua planing”, hanno la caratteristica di emergere subito in superficie durante il
recupero, questo consente alla nostra montatura di evitare gli ostacoli sul fondo. Il profilo ampio e
piatto, inoltre, regala un’ottima stabilità in correnti importanti. Le zavorre munite di protuberanze
marcate sul corpo, con attacco sempre in deriva sono vincenti quando il fondale è di sabbia o argilla,
magari in pendenza o in acque particolarmente turbolente, dove cioè abbiamo bisogno di più grip. Il foro
centrale consente un agevole scarico delle turbolenze a tutto vantaggio della stabilità. I profili con sei
lati sono estremamente aerodinamici con buona stabilità e resistenza al rollio, sono anche piuttosto
“discreti” nell’impatto in acqua, fondamentale in spot circoscritti e con pesci sospettosi.
Infine i piombi con profilo tarchiato e piatto sono gli “all round” per eccellenza, unendo stabilità, buona
capacità di lancio e ottimo potere auto ferrante.
In ogni caso scegliamo prodotti di qualità e andiamo a controllare dimensioni e posizionamento della
girella.
In Po non vedo la necessità di scegliere prodotti con verniciatura mimetica, forme stravaganti o
addirittura gli stessi sassi con girella inserita (molto più costosi),
il disturbo della zavorra più che visivo è legato alle turbolenze che si creano intorno alla stessa,
turbolenze che, in un levigato fondale di sabbia, possono infastidire un pesce attento, ma di come
ovviare parleremo in altra puntata.
Gli attacchi:
un piombo o un feeder possono essere collegati alla lenza semplicemente passando la girella nella lenza
madre. Pratico ma poco efficiente, il metallo della girella nel breve e medio termine provoca il
deterioramento del nylon. E se dobbiamo cambiare tipo e peso della zavorra c’è sempre un nodo da
rifare. Possiamo optare per un attacco munito di barilotto e moschettone,
la plastica del barilotto è meno “invasiva” del metallo della girella ma tutto l’insieme è pensato per
zavorre dal peso molto più contenuto di quelli necessari in Po che normalmente vanno dai 100 ai 180
grammi. Trovarsi il moschettone aperto è più frequente di quello che si può pensare. Stesso discorso
per i tubicini con attacco incorporato o i distanziatori in plastica,
hanno un minimo di azione antitangle ma sono assolutamente troppo fragili per sopportare certe moli di
lavoro, stessa cosa dicasi per gli stessi accessori costruiti in metallo che sono si più robusti ma sotto
sforzo il metallo tende a deformarsi con conseguenti bestemmie da parte nostra quando dobbiamo
infilare il filo ad ogni sessione. L’unica vera valida alternativa e costituita dalle safety clip, il mercato
degli accessori da carp fishing e quasi totalmente trasferibile nelle esigenze del PF.
Questi attacchi sono robusti, la gomma non rovina la lenza madre, la zavorra può essere cambiata
velocemente e soprattutto, in caso d’incaglio, si perde la zavorra ma si hanno buone possibilità di
concludere positivamente il combattimento. Fra le safety clip sul mercato, proprio per i pesi che
andiamo a usare, privilegiamo quelle con la parte di ritenzione in metallo.
Se ci troviamo senza safety clip un buon sistema consiste nel legare la madre lenza alla girella del
terminale lasciando un baffo lungo circa 10/15 cm. Sulla stessa madre lenza s’infilano tre tubicini di
silicone di diametro adeguato lunghi 1 cm che vengono distanziati uno dall’altro quattro o cinque cm. Con
un ago da innesco flessibile si fa passare il capo doppiato dentro i tubicini, nel primo loop che si forma a
ridosso della girella s’infila direttamente il piombo, in caso d’incaglio lo spezzone scorre nei tubicini
perdendo solo la zavorra e non il resto della montatura. A maggiore sicurezza per le normali operazioni
di lancio, si può creare un nodo semplice a monte dello spezzone di silicone più alto in modo che il
piombo non si sfili in modo accidentale.
Rispetto alla foto basta aggiungere un tubicino di gomma nel punto dove scorre la girella del piombo,
questo a protezione della lenza.
7) shock adsorber e lead core
Nelle scorse puntate abbiamo parlato di canne con determinate caratteristiche e di nylon e multistrato
con spiccata propensione a un’estrema rigidità o se vogliamo a una ridotta elasticità. Per le canne
ricordiamo che una cima avon da 1.75 lb, seppur ad azione parabolico - progressiva, non è certamente
famosa per essere particolarmente docile nella curva, dove la stessa ha bisogno di sollecitazioni
importanti per reagire. Prossimamente parleremo anche delle montature in generale e dei terminali in
particolare. Anticipo che mi piace usare, per ragioni che spiegherò, trecciati di portata fra le 15 e le 25
lb per legare gli ami. Si può tranquillamente affermare che il complesso canna/lenza madre/terminale
non è proprio la cosa più perdonante che possiamo usare, possiamo godere di altri innegabili vantaggi ma
rimane comunque un sistema che lascia poco spazio ad errori sia in fase di combattimento che in fase di
guadinata, e questo a prescindere dal come avremo settato la frizione del mulinello. Se sulla ferrata (o
meglio sul movimento che ha come scopo quello di prendere contatto con il pesce già allamato) possiamo
contare su un certo tratto di nylon in acqua e quindi su di un minimo di elasticità, la stessa cosa non si
può dire quando il combattimento volge alla fine e il pesce si trova vicino a riva, con pochissimo nylon in
bando e la canna che probabilmente ha assunto un’angolazione troppo chiusa per poter contare sulla
curva del grezzo e sulla sua capacità di assorbire reazioni improvvise del pesce.
Se nel caso di carpe e siluri la fase finale del combattimento ci consegna un pesce per lo più già domo
non si può dire la stessa cosa per un barbo di taglia il quale non è nuovo a ripartenze improvvise e scatti
violenti anche quando sembra ormai vinto vicino le maglie del guadino.
E’ questo il momento più pericoloso, uno sbaglio, anche lieve, magari dettato dalla fretta, e la nostra
preda ci saluta per una slamata o una rottura, per quanto quest’ultima sia una po’ insolita visti i diametri
di lenza che adoperiamo. Ecco che, almeno secondo il mio parere, è indispensabile munirsi di un sistema
per assorbire tensioni e scarti improvvisi, uno shock adsorber per pararci il deretano dalla fregatura
dell’anno se non della vita, prima di usare questi sistemi mi sono visto sbriciolare dello 0,28 come se
fosse un filo di seta, ancora prima di avere il tempo di dire “bao”. Possiamo usare un semplice spezzone
pronto di quelli che normalmente si usano per la pesca alle palamite che, con le dovute proporzioni,
hanno una difesa mai doma molto simile a quella del barbo. Sono tratti in gomma muniti di girelle e
moschettoni, di lunghezza e diametro variabili, che assolvono egregiamente i compiti di cui sopra e, otre
tutto, fungono anche da efficace antitangle.
Diametri da 1,5 o 2 mm lunghi 20/25 cm sono più che sufficienti a garantirci la necessaria sicurezza.
Possiamo anche costruirli da noi, adattandoli alle nostre esigenze, usando un materiale nato per tutti
altri scopi: il power gum.
Vediamo come fare, vi assicuro che è talmente semplice da poter essere assemblato direttamente sul
luogo di pesca. Serve veramente poco: uno spezzone di circa 40 cm di power gum da 12 o 14 lb
(Drennan-ESP-Fishcon), due conetti di gomma, due girelle di misura adatta ad incastrarsi nei conetti,
una delle quali con profilo diamond.
Infiliamo il capo di PG doppiato nella girella “diamond” e facciamo una brillatura per tutta la lunghezza
dello stesso PG.
Chiudiamo la brillatura con un nodo a 8. Infiliamo i due coni sulla brillatura in modo contrapposto,
infiliamo la 2^ girella sotto il primo nodo a 8 e chiudiamola in un altro nodo sempre a 8 per poi stringere
con cura e portare il secondo nodo a ridosso del primo che così fungerà da stop.
Tagliamo i baffi in eccesso lasciando un paio di mm di agio e chiudiamo con i due coni le due girelle.
La girella diamond serve per individuare su quale delle due legare il terminale, meglio lasciare i due nodi
nella parte alta dove si attaccherà la lenza madre, inoltre il profilo a diamante assicura la massima
stabilità del terminale che anche sotto forti sollecitazioni non avrà la tendenza a spostarsi sull’occhio
della girella. Tutto molto semplice e con un effetto antitangle non trascurabile.
Alcuni sostengono che tale escamotage sia del tutto inutile, può darsi ma se la cosa mi fa sentire meglio
e mi fa pescare in maggior sicurezza perché non usarlo?
Unico consiglio conservate gli spezzoni di PG così costruiti in luogo buio e asciutto e controllate
periodicamente (io lo faccio prima di ogni pescata) lo stato della brillatura e dei nodi, basta spostare i
coni, e ci si mettono pochi secondi. La lunghezza di tale spezzone è meglio non superi i 15/20 cm, per un
effetto antigroviglio più marcato a montatura stesa il tratto brillato deve essere più lungo di almeno
quattro dita rispetto alla zavorra, quindi spezzoni più lunghi con i feeders e più corti con i piombi. Con
una brillatura più o meno “stretta” si può regolare l’elasticità dello spezzone fermo restando che
diverse marche di PG, a parità di libbraggio, hanno diversi livelli di elasticità. Ricordatevi anche di non
usare termorestringenti per bloccare i nodi, il power gum e il caldo vanno d’accordo come un cane e un
gatto. In alternativa, per stabilizzare il tratto finale della lenza, possiamo affidarci a degli spezzoni di
lead core. Se non volete comprare i terminali già pronti questo è il procedimento insegnatomi da
Michele. Serve anche qui poco materiale: uno spezzone di lead core da 25 lb, un ago flessibile dedicato,
una ago da innesco, una bolt-clip, una girella con moschettone, un cono di gomma, una girella doppia o
tripla.
Il lead core è un filo intrecciato con un'anima di piombo.
Si estrae una dozzina di cm di filo interno di piombo e si rimuove con una forbice.
S’infila l'ago da lead core nel punto in cui abbiamo reciso il filo interno e si percorre internamente al
filo per circa 5 cm e si esce per andare ad "agganciare" l'estremità finale.
Una volta fatta questa operazione, si ritrae l'ago portando il capo del filo all'interno del tracciato
stesso fino a formare un'asolina all'estremità.
Una volta estratto l'ago, si rifila con le forbici l'eccedenza e per maggior sicurezza si punta con un
goccia di colla ciano-acrilica. Si ripete la stessa operazione dall'altro capo.
Dopo aver collegato la girella
s’inserisce la safety clip aiutandosi con l'ago da innesco e si termina la montatura agganciando un cono
di gomma a protezione del moschettone della clip stessa .
Il bracciolo concluso avrà una lunghezza totale compresa tra i 50 e i 110 cm a seconda del bisogno.
Opzionalmente si può infilare sul terminale, per irrigidirlo, uno spezzone di tubicino in gomma ed un
altro cono che si incastra sulla girella.
La montatura, una volta eseguita, ha il pregio di irrigidire il tratto finale della lenza fornendo nel
contempo un’ottima protezione della zona che porta la zavorra soprattutto in presenza di un fondale
particolarmente accidentato. E’ una soluzione che io adotto raramente in quanto cerco di privilegiare
proprio la morbidezza del basso lenza, libera così di seguire i capricci della corrente come farebbe
un’esca naturale, ciò non toglie che, oltre ad essere una valida alternativa, può trovare i vantaggi
maggiori proprio in determinate situazioni.
8) Gli ami
Vi siete mai soffermati a valutare qual è l’elemento più importante del vostro set-up? La canna e la sua
azione? La robustezza del mulinello? Il diametro del filo?
Io sono convinto che su qualsiasi parte della nostra attrezzatura possiamo raggiungere dei compromessi
e, in caso di necessità, ovviare con quello che abbiamo a disposizione senza andare su prodotti di chiaro
stampo specialistico. Certo che non possiamo montare un finale dello 0,10 o usare una canna da spinning
però adattare attrezzi e prodotti pensati per scopi diversi quello si e, entro certi limiti, la possiamo
sfangare; su una cosa però non possiamo permetterci il lusso d’improvvisare...l’amo.
Nessun barbo e nessuna carpa si formalizzano sull’azione e sulla marca della canna, Filippo, un caro
amico di LBF, mi ha fatto nero in Po con una canna da sgombri; così come nessun pesce valuta la
robustezza del mulinello o il dimensionamento della frizione prima di mangiare, la mia terza carpa di
sempre in fiume è arrivata su un mulinello taglia 2500, alla fine la bobina era calda ma il pesce è venuto
a guadino lo stesso.
Dimensioni, spessore del filo, angolo della curvatura, punta e affilatura...queste le caratteristiche
principali da valutare attentamente nella scelta dell’amo ideale per il Po Fishing.
Qualche anno fa (2006), in una fredda mattina di autunno ero sul Po con Stefano, Hooker per il forum.
Su una partenza rabbiosa Stefano si è trovato dall’altra parte della lenza “qualcosa” di assolutamente
sproporzionato. La sua attrezzatura era ineccepibile per i tempi dove ci si stava avvicinando ai grandi
barbi del fiume: Shimano Beast Master Heavy da 13’, mulinello taglia 6000, filo dimensionato. Questa la
sua faccia nei primi secondi di lotta...
questa quella dopo quindici minuti di combattimento senza aver recuperato al pesce un solo fottutissimo
metro di nylon.
Al ventesimo minuto o giù di lì il pesce decise che si era divertito abbastanza, sapete cosa aveva
ceduto? L’amo, spezzato all’altezza della curva. Intanto bisogna fare un inciso sull’amo o meglio sul come
lo stesso si pianta nella bocca del pesce e di dove si esercita lo sforzo maggiore in fase di
sollecitazione. Se la punta ha una penetrazione ottimale il filo in trazione agisce in asse con la curva, la
forza si scarica nel punto più robusto dell’amo (gambo e occhiello) e i rischi di rottura del filo dello
stesso o peggio ancora di apertura dell’amo sono minimi. Se al contrario l’amo non ha una penetrazione
ottimale (di tipo parziale) la trazione non lavora in asse con la curva e la forza tende a scaricarsi sulla
medesima allargandola e/o spezzandola.
Come ovviare? Se usiamo bigattini come esca ci si deve affidare a modelli che non facciano scoppiare le
larve rendendole inservibili. Per quanto agite delicatamente innescando, sopra un certo spessore non
andiamo nemmeno se vogliamo. In questa categoria di prodotti ho provato tanti modelli e tante marche,
alla fine della corsa lo spessore del filo è da una parte il pregio maggiore (per innescare correttamente)
e il maggior difetto (per la poca robustezza). Un amo su tutti, il 3614F di Gamakatsu, un amo marino con
occhiello che sembra avere il miglior compromesso fra spessore e capacità di tenere integro il
bigattino.
Stiano parlando di misure che oscillano fra il n° 8 e il n° 12. Ma qui si parla di Po Fishing inteso come
pesca specialistica, una tecnica che se non seleziona la specie DEVE selezionare la taglia dei pesci.
Quindi non resta che “pescare” a piene mani dai cataloghi di altri prodotti sotto la voce “carp fishing”
cercando modelli e misure adatti a innescare pellets e boiles. Innescando su rig possiamo scegliere ami
proporzionati in relazione all’innesco ma certamente avremo sempre dalla nostra la massima robustezza.
LA MISURA:
bilanciata rispetto all’innesco, inutile se non controproducente innescare una boiles da 20 mm su di un
amo del 12 o un pellet da 12 mm su di un amo del 4. Indicativamente ci si può affidare a questa tabella:
diametro dell’innesco/misura dell’amo
12-14 mm / n° 8-10
16-18 mm / n° 6-4
20-22 mm / n° 2-0
La tabella si riferisce a inneschi singoli e tenete presente che le misure possono differire anche di
molto da marca a marca, in ogni caso l’amo non deve trovarsi nell’ipotetico “cono d’ombra” dell’esca e
viceversa non deve avere un ingombro più largo dell’esca stessa. La cosa è valida sia con inneschi singoli
che, a maggior ragione, con inneschi doppi
OCCHIELLO:
indispensabile per l’uso del rig ma io non mi discosto mai dall’occhiello anche quando innesco pastelle o
pellet morbidi, unica cosa da controllare è che l’occhiello sia saldato perfettamente al gambo senza
"luce" nel punto di chiusura dello stesso e senza presenze di bave o di bordi taglienti, entrambi letali
anche per il trecciato più grosso. Io prediligo i modelli con occhiello reclinato verso l’interno in quanto
mi assicurano, sull’aspirata, una effetto rotazione amplificato per auto ferrate più sicure
GAMBO:
corto o medio-corto, molto belli quelli leggermente inclinati verso l’occhiello (grub) ottimi per favorire e
assecondare la rotazione dell’esca. Filo grosso ben proporzionato, non ci sono problemi di peso in quanto
la “leggerezza” dell’amo non da vantaggi significativi nelle mangiate mentre un filo troppo sottile è
sempre un rischio con prede XXL
CURVA:
non troppo ampia e ben disegnata sia con angolo secco dal lato della punta sia con chiusura stretta
verso il gambo
PUNTA E ARDIGLIONE:
lunga con ardiglione ben evidenziato e staccato rispetto alla punta. Ho un debole per i “cutting point”
che assicurano una maggiore penetrazione e minori rischi di lacerazione della bocca nei combattimenti
prolungati o per i “becco d’aquila” dove la punta leggermente reclinata verso l’interno cuce
letteralmente la bocca del pesce. La punta reclinata da maggiori garanzie in caso di fondale a sassi o
ciottoli cosa per altro molto rara nel tratto di Po dove pesco
Ultimamente uso anche degli ami barbless che a fronte di minore stress in fase di slamatura non
sembrano soffrire particolari problemi di tenuta rispetto al tradizionale ardiglione che comunque può
sempre essere schiacciato
MATERIALI E RIVESTIMENTI:
qui sono per i pochi fronzoli, niente mimetismi e colorazioni strane “con esclusione della punta” o colori
non convenzionali, nero e bronzo scuro i più gettonati, al massimo teflonati per una durata maggiore, i
vari trattamenti antiriflesso in svariati metri d’acqua tutto fuorché limpida lasciano il tempo che
trovano.
IL NODO
Secondo la mia esperienza un amo a occhiello, legato con un KLK (nodo senza nodo) garantisce il
massimo della tenuta. Se la scelta ricade su di un amo con forma “grub” o su di un modello con occhiello
reclinato verso l’interno il modo con cui effettuiamo il KLK influenza il comportamento dell’amo al
momento della ferrata.
Se si entra con il primo capo del nylon da sotto l’occhiello, facciamo i canonici 7/8 giri con l’altro capo
per poi rientrare con lo stesso dalla parte alta dell’occhiello ne deriva un amo che rimane disassato
rispetto al terminale, spostato di circa 90°.
Una volta innescato il peso dell’esca attenua questa angolazione che comunque rimane marcata. Se si
effettua il giro contrario, entrando con il primo capo dalla parte alta dell’occhiello e, dopo aver fatto i
soliti 7/8 giri con l’altro capo si rientra dallo stesso lato dell’occhiello, in questo modo, pur con occhiello
reclinato, l’amo rimane quasi perfettamente in asse con il terminale. Cosa cambia? In fase di partenza
nel caso “B” l’amo si comporterà come un normale amo a paletta penetrando più o meno bene in relazione
al punto di presa. Nel caso “A” , l’amo tende ad inclinarsi prima di penetrare, questo perché sotto
trazione l’occhiello è “costretto” a portarsi in asse con il terminale prima di bucare la bocca del pesce.
Quando lo farà l’amo tornerà fuori asse rispetto al terminale cucendo letteralmente la carne sia che
trovi la parte morbida della bocca sia che trovi la parte cartilaginea del labbro.
Usando del trecciato l'effetto descritto è molto meno evidente per la maggiore morbidezza del
terminale ma è comunque presente.
9) Rig e montature
Al di là delle proprie capacità realizzative e delle conoscenze di derivazione carpista il massimo
dell’efficienza la si ottiene operando con la massima semplicità.
LA LUNGHEZZA DEL TERMINALE
Se la nostra zavorra è un feeder il terminale deve essere di una lunghezza tale da posizionare l’esca
sulla scia del pasturatore, ovvero nel punto dove la corrente svuoterà la carica attrattiva in modo più
massiccio prima che la stessa venga allungata e diluita dalla corrente.
Per sapere quanto fare lungo un terminale, una buona regola di partenza, in Po, è GR=CM vale a dire
tanti centimetri di terminale quanti grammi di piombo servono per rimanere fermo. Se sono costretto a
usare un pasturatore di 150 gr. per una stabilità ottimale (pancia compresa) il terminale dovrà essere
lungo almeno 150 cm. Dico almeno perché ad accorciare si fa sempre in tempo per allungare bisogna
rifare tutto, in ogni caso se siamo troppo corti rischiamo di non vedere tocche ma se siamo un pò lunghi
l’esca prima o poi verrà a trovarsi nella scia della pastura, questo escludendo tutte le esagerazioni del
caso. Sono convinto che anche usando il piombo secco il terminale debba essere tenuto piuttosto lungo
e questo non tanto perché l’ipotetico grufolatore con pinne e baffi possa essere disturbato dalla visione
del piombo, cosa difficile considerata la limpidezza media dell’acqua del fiume, quanto perché il basso
corso del Po ha un fondale al 90% costituito da sabbia ed argilla, zone molto piatte dove un piombo, per
effetto delle turbolenze create intorno al corpo dalla corrente, può costituite fonte di disturbo e/o di
pericolo per i pesci.
Un terminale lungo trova il suo difetto maggiore nella tendenza a ingarbugliarsi durante il lancio, specie
se fatto con materiali molto morbidi come il trecciato. Per ovviare all’inconveniente ci sono alcuni
accorgimenti in fase di lancio di cui scriverò diffusamente nel capitolo dedicato. A livello di montatura
possiamo intervenire in vari modi: montando il ledcore, con l’uso di un antitangle in power gum (vedi
puntata 7), inserendo nel terminale un tubicino rigido di qualche cm di gomma per incastrarlo poi nella
girella. Per ultimo possiamo confezionare il terminale con del “ricoperto” andando anche a brillare una
15ina di cm dello stesso nel punto di attacco alla girella.
Nel confezionare il terminale preferisco l’uso del trecciato per la maggior morbidezza dell’insieme,
certo usare dei terminali da 150 cm fatti con trecciato non è la cosa più economica del mondo ma se
conservati correttamente, come vedremo più avanti nella puntata dedicata agli accessori da PF, durano
ben più di una stagione, specie se ci prendete pochi pesci! Il terminale in ricoperto, oltre a eliminare
quasi completamente il rischio di garbugli, assicura, qualora ce ne fosse bisogno, un posizionamento più
rigido dell’esca aumentando nel contempo il potere autoferrante dell’insieme, se optiamo per questa
soluzione basta spellare il ricoperto per una 7/8 cm sopra l’amo in modo da rendere morbida solo la
parte di presentazione dell’esca.
PELLET E BOILES
Il confezionamento del rig necessita veramente di poche cose: un trecciato da 15/25 Lb, un trapanino
se dovete bucare l’esca, gli stopper con particolare attenzione alla forma degli stessi se innescate
pellets,
un ago da innesco, sempre per i pellets vanno meglio quelli a punta semplice con ardiglione senza
curvature e sicura, passano meglio nel foto e non rischiano di rompere l’esca.
Facciamo la solita micro asola e inneschiamo il pellet o l’esca che intendete usare.
Per una maggiore tenuta il nodo dell’asola deve venire a trovarsi dentro il pellet. Leghiamo quindi il
nostro amo con il KLK avendo cura di tenere la giusta distanza fra pellet e amo. Teniamo presente che il
modo di mangiare di un barbo è diverso da quello della carpa, questo in virtù della conformazione della
bocca e del modo di aspirare, anzi sarebbe meglio dire grufolare sul fondo. Per ovviare basta tenere il
rig più corto in modo che l’esca riesca a ruotare intorno all’amo senza toccarlo, diciamo che a rig steso
siamo sui 3/5 mm di luce. Perché il nodo sia efficiente la legatura deve chiudersi all’altezza della punta.
Per tenere il rig in linea basta un semplice spezzone di silicone o di termo restringente piazzato a inizio
curva. Per testare la buona rotazione del complesso esca/amo basta fare la solita prova sul palmo della
mano.
MOLLA
Se la nostra scelta cade su pastelle & C. è opportuno innescare su molla, “paste stop” e roba simile
hanno insufficiente tenuta in corrente. Anche qui poco materiale: una molla di dimensione adatta al
volume dell’innesco, l’ago da molla, un gommino.
Le molle Stonfo sono dotate di due buchi di cui uno più piccolo.
Infiliamo lo stopper di gomma sul trecciato, con l’aiuto dell’ago flessibile posizioniamo la molla sul
trecciato con il buco più piccolo dalla parte del gommino.
Formiamo un nodo semplice anche raddoppiato sul trecciato e portiamolo in battuta sul buco più piccolo,
facendo scorrere il gommino la molla rimarrà in posizione fra nodo e stopper.
A questo punto basta legare l’amo con un KLK al trecciato tenendo una distanza tale da permettere il
posizionamento della pastella.
Il gommino di blocco può essere usato anche nel confezionare il rig da pellet per tenere lo stesso più
stabile sul rig.
MAGGOT CLIP
La maggot clip la uso solamente con i bigattini in silicone opportunamente dippati. La cosa mi permette
di evitare l’attacco delle piccole breme che sono inevitabili quando la maggot clip è confezionata con
bigattini veri.
Usando dei bigattini dippati sono solito preparare dei normalissimi D-RIG nel quale inserisco un piccolo
anellino sul quale vado poi a fissare la maggot,
questo mi consente di preparare per tempo i dip in modo che gli stessi vengano assorbiti dal materiale
poroso dei bigattini
A proposito di materiali in silicone sono molto utili anche i chicchi di mais finti, quelli che hanno l’incavo
per lo stopper. Messi in testa alle boiles aumentano la robustezza dell’innesco e limitano l’effetto
sfaldante della corrente se usate prodotti morbidi.
LINE ALIGNA ADAPTORS
Ultimamente ho trovato giovamento dall’uso di un piccolo accessorio studiato per accentuare il citato
effetto autoferrante, una sorta di manicotto in gomma con “gomito”, vediamo come montarlo
correttamente.
Leghiamo l’amo con il classico nodo non nodo dopo aver impostato la distanza esca/amo usando lo stesso
tipo di pellet che andremo a innescare, eseguiamo tanti giri quanti ne servono per chiudere il nodo
all’altezza della punta dell’amo. Per infilare il “baffo” sul terminale dobbiamo avvalerci di uno spezzone
di nylon, il trecciato è troppo morbido per passare dentro il foro molto piccolo del manicotto in
questione che ha un’angolazione imposta. Una volta infilato basta bloccarlo sulla legatura dell’amo con la
“gobba” rivolta dalla parte opposta della punta appena sopra l’occhiello. In pesca il baffo accentua il
disassamento amo/terminale regalando autoferrate precise e sicure.
10) esche e dip
Appurato che il bigattino ha un impiego temporale molto limitato, indicativamente da fine ottobre ai
primi di marzo (piene permettendo) l’unico modo di sfruttare totalmente il fiume durante l’arco dei
dodici mesi è quelle di optare per esche dure quali pellet e boiles
o al limite virare sulle pastelle self made purché abbiano una tenuta tale da non essere preda dei piccoli
pesci di disturbo. Sulle possibilità, di difficile attuazione, di poter condizionare lo spot con pasturazioni
mirate prima della sessione di pesca parleremo diffusamente nel prossimo step, quello dedicato proprio
alle strategie di pasturazione.
In linea generale un pellet di buona qualità è un’esca immediatamente riconoscibile, non dico al pari di
bigattini, mais e pane, ma comunque con una buona propensione ad attirare l’attenzione e risvegliare
l’appetito di pesci che di pellet in vita loro non ne hanno mai visti. Qualche giorno fa ho assistito alla
presentazione dei prodotti Big Fish per il carp fishing dove due noti carpisti italiani, Stefano Forcolin e
Sergio Tommasella, hanno, tra l’altro, tenuto un’interessantissima lezione sulla storia e sull’evoluzione
delle esche dure per le carpe con particolare riguardo alla differenza fra esca nutriente ed esca
attrattiva. La cosa ha una valenza maggiore se si aggancia il discorso alla pasturazione su lunghi periodi
e/o su lunghe sessioni ma ha dei fondamenti anche nel Po fishing dove il “mordi e fuggi” costituisce la
stragrande maggioranza del modo di approcciarsi al fiume. Nello specifico, considerando profondità e
colore medio dell’acqua, la ricerca di cibo si affida quasi completamente ai recettori che carpe e barbi
hanno intorno alla bocca e sui baffi, recettori in grado di “sentire” segnali chimici e odorosi anche se
diluiti e distanti, il tutto con l’aiuto della corrente.
Il complesso bocca/baffi funziona come un enorme naso la cui sensibilità e decine di volte più alta di
quella umana. Attenzione, questi sensi vanno stimolati e non irritati, quindi l’equazione “più
attrazione=più efficacia” è quasi sempre sbagliata. Nell’uso dei prodotti per dippare le esche è
indispensabile attenersi in modo preciso alle dosi riportate sul prodotto stesso. Ovviamente da solo
l’attrattore non basta, se noi sentiamo un irresistibile odore di crema pasticcera e quando addentiamo
la briosche scopriamo che questa è di cartone non continuiamo di certo a mangiarla. Forti dosi di
attrattivi, nel medio e lungo termine, stancano il pesce in quanto ciò che mangiano ha dei validi
stimolatori per i recettori ma risulta scandente a livello nutritivo se non dannoso a livello digestivo.
Ecco la necessità di pescare (e pasturare) con un prodotto di qualità andando ad arricchire l’innesco con
qualcosa che possa far risaltare lo stesso in mezzo alla zona pasturata.
IL PELLET
In alcune circostanze l’efficacia di un innesco è strettamente correlata alla sua presentazione visiva,
come per un piatto di alta cucina prima si devono nutrire gli occhi poi si deve appagare il gusto dei
commensali, questo è più valido in alcune tecniche che in altre. Il ledgering, seppur con le dovute
proporzioni, non sfugge alla regola. In Po le cose cambiano radicalmente. Vuoi per la profondità vuoi per
la “limpidezza” media dell’acqua non si può certo pensare che la nostra insidia lavori come in un torrente
pedemontano o in una placida ansa di un piccolo fiume del piano. A sostegno della tesi basta osservare
attentamente la morfologia dei pesci che popolano il medio e basso corso del Po; un tripudio di baffi, più
o meno lunghi, e di occhi piccoli, molto piccoli,
poco adatti a procurarsi il cibo a vista a maggior ragione se la ricerca di nutrimenti avviene a stretto
contatto del fondale. In quest’ottica, oltre alla fase di richiamo immediato affidata ai classici sfarinati
ad alto contenuto di formaggio, canapa e spezie di vario genere da mettere nei feeders, riveste grossa
importanza il pellet o meglio la conoscenza della sua “anatomia”. Il pellet, a differenza delle boiles, ha
una resistenza in acqua molto più limitata, ma è in questo limite che troviamo il suo maggiore potere
attrattivo, purché si riesca a sfruttarne al meglio le caratteristiche. In primo luogo scegliamo prodotti
di qualità ricchi di farine di pesce, molluschi e/o crostacei; per la mia esperienza sono proprio questi
ultimi a rendere maggiormente, probabilmente per analogia con quello che barbi e carpe trovano a
disposizione nel fiume. I tempi di scioglimento del pellet variano in funzione della corrente e della
temperatura dell’acqua. Indicativamente, con una corrente che chiama 150 grammi, un pellet, in estate,
ha bisogno di essere cambiato dopo 30/40 minuti, in inverno questi tempi possono arrivare a
raddoppiarsi. Inoltre, con la bella stagione, lo sfaldamento è accelerato dall’azione dei piccoli pesci che
in inverno non sono attivi. Nella due foto potete vedere come cambia un pellet in acqua appena immerso
e dopo 40’
mentre dopo 60’ minuti di ammollo la differenza anche fuori dall'acqua è ben evidente.
Se pensiamo che le foto sono scattate in poca acqua fredda senza corrente possiamo immaginare quale
sia la resa dell’esca in oltre sei metri di acqua corrente. Quello che può sembrare il difetto più grande
si rivela essere il pregio maggiore, visto che l’attrattiva del pellet raggiunge l’apice proprio quando
comincia a sfaldarsi.
A differenza delle boiles il pellet non ha una grande tradizione nel self-made, quindi bisogna testare e
affidarsi ad aziende serie che propongono un prodotto ricco di farine, dal giusto equilibrio di spezie,
senza dimenticare la tenuta in acqua. Indicativamente un buon pellet gira intorno ai 4/6 euro al chilo.
Sempre per dare un minimo di traccia io ho trovato il mio ideale prodotto da Po a base di farine di
crostacei e robin red, mentre ho sempre riscontrato grossi problemi con i pellet a base di farina di
pesce (hallibut) troppo ricchi di oli. Sono molto buoni anche i pellet da innesco diretto sull’amo anche se
la loro “fragilità” (sono pellet morbidi) ne limitano molto la durata in corrente facendoli preferire per
un impiego in acqua lenta o ferma.
In commercio si trovano i diametri più disparati, dal 3 mm al 20 mm, con taglie che trovano impiego in
un largo spettro di situazioni, dalla pasturazione con feeder, a quella a fionda per finire all’innesco vero
e proprio.
Perfino inutile sottolineare come il dip aumenta l’attrattiva dell’esca ma ne può modificare la resistenza
in acqua.
Dopo oltre due anni di comparazioni, statistiche, annotazioni ed esperimenti vari posso tranquillamente
affermare che un buon “dip” aumenta e di molto le possibilità che una carpa o un grosso barbo trovino la
nostra esca sul fondo del Po. Parlo di “trovare” perché parto dal presupposto che peschiamo in assenza
di una pasturazione preventiva studiata, mirata e pianificata. Con due canne in pesca, innescate con la
medesima esca di cui una dippata e una no, le catture si sono ormai attestate su un rapporto di 3 a 1 in
favore di quella addizionata. Fra le varie possibilità offerte dal mercato preferisco prodotti a base di
sostanze naturali, che permettono l’uso delle stesse esche anche dentro sacchetti, retine o usando
stringer in PVA. Sapere invece quale sia il gusto preferito è un po’ un terno al lotto, anche se ammolli a
base di pesce, molluschi e spezie, con marcati sentori dolci e fruttati, difficilmente deludono, sembra
che l’agrodolce riscuota molto successo in Po.
I pellet vanno preparati per tempo, in modo che gli stessi possano impregnarsi a fondo nella sostanza
attrattiva e di conseguenza l’azione in acqua sia più lunga ed efficace. Una settimana di ammollo è il
tempo minimo e due sono sempre meglio, anche se dopo lunghi ammolli la “resistenza” in acqua del pellet
risulta ridotta. Per ovviare alla stabilità dell’innesco, specie in fase di scioglimento, usiamo degli stop
bait lunghi che tengano in posizione tutto il corpo del pellet stesso anche quando comincia a sfaldarsi.
In ogni caso l’innesco va cambiato indicativamente ogni 30 minuti. La quantità di liquido è commisurata a
quella dei pellet, all’incirca 50 ml ogni 200 grammi di prodotto.
Per ambienti vasti e profondi come il basso corso del Po, la nostra scelta cade su pellet dal diametro
generoso, almeno 14 mm, da innescare singoli o in coppia. Dippare un’esca poco prima del lancio nella
corrente del Po non ha molto senso, il liquido sparirebbe poco dopo l’ingresso in acqua vanificando lo
scopo per il quale è pensato. Le mie pellet da innesco riposano nell’ammollo in contenitori ermetici
poco fondi in modo che ogni singolo pellet rimanga a contatto con il liquido usato.
Molto validi anche i barattolini con tappo a guarnizioni purché si abbia l'accortezza di
rovesciare una volta al giorno il contenitore assicurando così una perfetta ed omogenea operazione di
aromatizzazione.
Così facendo, una volta in pesca, i pellet rimangono ben impregnati del liquido anche dopo mezz’ora dalla
posa in pesca. Trascorso tale periodo basta cambiare il pellet innescato anche per ottimizzare il carico
e scarico della pastura presente nel feeder. Anche la conservazione ha la sua importanza, usare una
borsa per esche ben isolata agevola il trasporto e assicura una buona conservazione del prodotto per
lunghi periodi.
Ho ruotato diversi prodotti e diversi aromi, la cosa strana è che l’efficacia di un prodotto è
strettamente legata allo spot dove lo stesso viene impiegato. Dip che si sono dimostrati assolutamente
devastanti in cava, sia libera che a pagamento, hanno poi fallito clamorosamente in Po, come a
sottolineare che un mix ha ambiti e confini di impiego ben definiti. Ogni dip, al di la della dose
consigliata, modifica in modo profondamente diverso la struttura del pellet impiegato per la
“marinatura”. Alcuni dip non alterano la struttura del pellet, vengono quasi completamente assorbiti
seppur con tempi di ammollo molto più lunghi, almeno di due settimane.
Altri dip invece gonfiano il pellet, ne riducono sensibilmente la resistenza in acqua e hanno bisogno di
pochissimo ammollo, spesso un paio di giorni sono più che sufficienti. Come ho già scritto il pellet non
seleziona la specie ma solo la taglia del pesce anche se i barbi e le carpe hanno dimostrato di avere
gusti ben precisi con i primi più propensi verso prodotti fortemente speziati (aglio e formaggio) e le
seconde affezionate al caro e vecchio robin red e alla frutta agrumi compresi. Due parole anche sul
“volume” dell’innesco con giornate dove un doppio da 16 mm ingrana più del singolo da 16 mm o da 12 mm
(che viene preso di mira più facilmente dalle breme) mentre in altre situazioni, sembra legate alla
stagione più calda, l’innesco singolo (da 16 mm) diventa molto più catturante di quello doppio.
BOILES
Nelle prove effettuate non ho riscontrato enormi vantaggi nell’uso di palline di vario diametro rispetto
al pellet, un’ipotetica competizione fra le due esche basata sulle catture vedrebbe il pellet stravincere.
Probabilmente il tutto è legato alla “velocità” dell’esca dove per velocità si intende la capacità di essere
immediatamente riconosciuta ed appetita. La boiles non può non essere legata, nella sua efficacia, a una
pasturazione preventiva studiata, adattata allo spot e ben eseguita nella tempistica e nelle quantità.
Qualche cattura sulle boiles è arrivata, questo è innegabile, ma poca cosa rispetto ai risultati ottenuti
con i pellet o con le stesse pastelle. L’unico vero grosso vantaggio di una boiles è la durata in acqua,
quindi, se pescate con più canne, una di queste può essere deputata a presentare l’inganno in questione,
magari a valle e magari a piombo secco, una sorta di jolly che il fiume deciderà o meno di sfruttare. Se
decidiamo di scegliere le boiles, almeno secondo la mia esperienza, gli inneschi doppi con misure piccole
(10/12 mm) sono quelli che mi sono sembrati più efficaci. Per il discorso DIP vale tutto quanto scritto
per le pellet.
LE PASTELLE
Preparare in casa la pastella è operazione molto semplice purché non ci si lasci prendere la mano dai
numerosi ingredienti presenti sul mercato. La creazione di un mix efficiente passa dalla conoscenza
dello spot a quella delle abitudini alimentari dei pesci senza mai dimenticare le parole “equilibrio” e
“semplicità”. Dopo vari tentativi ho capito che partire da una buona pastura da fondo è il primo passo,
specie se consideriamo che la nostra esca, in assenza di una pasturazione preventiva, deve essere
immediatamente riconoscibile. Ecco una “ricetta” veloce per ottenere un impasto appetibile:
200 gr. di pastura da fondo di qualità possibilmente rossa a gran grossa (meglio se ricca di macro
particelle)
100 gr. di farina di formaggio
50 gr. di farina di gamberi
200 gr. di precotto di mais
50 gr. di canapa frantoiata
15 ml di liquido attrattivo al pesce o ai crostacei tipo Hot Demon
Basta mescolare accuratamente il tutto e aggiungere un uovo, se l’uovo non fosse sufficiente possiamo
unire un pò di acqua per ottenere un impasto elastico e coeso.
L’impasto deve essere preparato la sera prima della sessione e conservato in frigo avvolto in pellicola
per alimenti. Sullo spot ricordiamo di tenere sempre il tutto avvolto nella pellicola per evitare che
l’impasto si secchi. Una volta staccato il pezzo per l’innesco è consigliabile lavorarlo un pò con le dita
per aumentarne la tenuta. Con le dosi indicate si affronta tranquillamente una sessione di mezza
giornata con due canne in pesca.
Valida alternativa è affidarsi a mix già pronti di provata qualità,
oppure provate a usare della comune pastura al formaggio per barbo e cavedano e addizionatela con del
brodo granulare di pesce (300 gr. di pastura + 50 gr. di brodo), i risultati possono essere sorprendenti
per via della sapidità dell'insieme.
la linea Starbaits mi ha fino ad ora regalato forti emozioni e grandi soddisfazioni, sono mix studiati per
il method (e quindi già molto leganti) che possono essere ulteriormente arricchiti con gli stessi dip che
usiamo per i pellet (sempre nelle dosi consigliate) e resi ulteriormente tenaci con l’aggiunto di una
farina neutra, tipo precotto di mais, farina di manitoba e la semplice farina bianca.
ALTERNATIVE
Delle maggot clip con bigattini finti preventivamente dippati abbiamo già parlato. Ultimamente ho avuto
dei buoni risultati con gli “arma mesh”, in sostanza retine simili a quelle in PVA modellabili come una
pallina che però non si sciolgono in acqua e che possono essere riempite con pellet frantumati, pezzetti
di boiles, canapa frantoiata, pezzi di crisalide e la cui composizione trova il suo unico limite nella nostra
fantasia, le palline così farcite possono essere innescate direttamente o preventivamente dippate.
PER FINIRE
A tutti gli ingredienti, dip e varianti citate non guasta aggiungere pure una buona dose di “turbo
chiappa”, unico ingrediente veramente valido per far si che un pellet da 16 mm ed una carpa di 16 Kg si
incontrino in svariati metri di acqua, quello purtroppo non si vende ne in negozio ne su internet ma
cresce spontaneamente nel fondoschiena...
11) strategie di pasturazione
La pasturazione costituisce la miglior carta a disposizione del pescatore per indirizzare la sessione
verso un risultato positivo, allo stesso tempo un errore nelle strategie adottate può sortire l’effetto
esattamente contrario. Sbagliare tempi e modi della pasturazione non è deleterio se la stessa risulta
inutile quanto se la stessa diventa controproducente. Proviamo a buttare giù un paio di conti alla buona.
Diciamo che predispongo tre canne su un tratto di sponda distanziandole 10 mt una dall’altra e diciamo
che lanciamo le zavorre in una fascia di acqua compresa fra i 10 e i 25 mt da riva...fanno 300 mq di
superficie; diciamo che siamo in un tratto di fiume con una profondità di 6 metri...fanno 1800 mc di
acqua da pasturare. Un feeder da Po contiene circa 50 gr. di prodotto, sia esso uno sfarinato siano essi
pellet...fate un po’ voi le proporzioni fra quanto dispensate in termini di richiamo e in quale massa
d’acqua lo fate, acqua con una corrente che chiama zavorre da 120 grammi minimo, tanto per essere
chiari e precisi fino in fondo. Un po’ come organizzare il terzo tempo fra due squadre di rugby e
presentare una lattina di birra e un solo pacchetto di patatine per il buffet.
Pensare a un’opera di “condizionamento” dello spot si scontra con ostacoli di vario genere:
1)il tempo: quanti di noi hanno la possibilità di andare sul fiume per una decina di giorni prima della
sessione a pasturare lo spot?
2)I costi: vista la massa d’acqua non bastano un paio di chili di prodotto per un’opera efficiente di
pasturazione preventiva, a 4 euro al chilo possono volerci decine di euro di pellet per avere un risultato
accettabile
3)La durata: il pellet non rimane integro per ore o giorni e quando si scioglie la corrente provvede a
portare le particelle ovunque tranne nel punto dove noi pescheremo, il tutto rischia non solo di essere
inutile ma addirittura controproducente
4)Il meteo: una piena improvvisa per un temporale in Appennino può vanificare in una notte il lavoro di
settimane, a me è già successo. Ricordiamo che il basso corso del Po prende l’acqua da tutta la pianura
Padana
E allora quale è la soluzione se non vogliamo affidarci al solo “fondoschiena”?
Semplice, una sessione di pesca produttiva non può non passare per uno studio attento e meticoloso
dello spot cercando di individuare quelli che, per ragioni morfologiche e/o legate a una situazione di
abbondanza di cibo costituiscono punti del fiume dove il pesce è abituato a transitare, a cibarsi o
semplicemente a riposarsi.
GLI HOT SPOT
Che si scelga una pasturazione preventiva o ci si affidi alla sola azione di richiamo durante la sessione,
la conoscenza del fiume diventa fondamentale. Individuare una zona dove il pesce passa, rifiata e trova
cibo in modo naturale può essere la differenza fra un cappotto clamoroso o una pescata memorabile.
Anche il più allenato degli “iron man” non trascorre 24 h al giorno su di un tapis roulant, e nonostante
Madre Natura abbia fornito barbi e carpe di pinne e muscolature adatte ad affrontare il Po prima o poi
sono costretti a cercare zone tranquille dove magari il cibo si deposita in modo naturale. Determinare
questi “hot spot” non è difficile, scegliere, ad esempio, una lunga spiaggia o prismata subito a valle di un
grosso e profondo pennello, o altro ostacolo che rompe la corrente principale, è normalmente una scelta
che paga. La ormai mitica spiaggia di Ro è situata nel basso corso del Po, poco a valle del ponte che
collega Polesella, in provincia di Rovigo, alla sponda ferrarese. Qui il fiume è notevolmente largo e la
spiaggia è proprio posta a valle di una lunga punta di sassi. Quando il livello del fiume lascia questa
protuberanza allo scoperto la corrente principale viene deviata, rientra verso la sponda creando un
ampio rigiro di acqua, per poi riprendere piano piano forza e velocità verso valle, il tutto su di un
fondale che varia dai 8 agli 6 metri con una corrente che richiede zavorre superiori all’etto. Per trovare
analoghe postazioni non sono necessari barca ed ecoscandaglio, basta sfruttare la tecnologia,
attraverso le immagini satellitari reperibili su internet, ed imparare ad osservare, in loco, le tabelle per
la navigazione fluviale. Serve poi armarsi di santa pazienza e sondare le spiagge usando un semplice
piombo a perdere. Contare i secondi che servono al piombo per arrivare sul fondo e annotare i giri della
manovella del mulinello necessari a riportarlo in superficie sono utili sia per capire la profondità sia per
mappare eventuali ostacoli sul fondo. In ogni caso è fondamentale frequentare assiduamente il fiume,
amarlo e rispettarlo...il “capirlo” sarà solo una naturale conseguenza.
STRINGER & C
Il connubio feeder + esca non è l’unica strada percorribile per assicurarci un minimo di pasturazione e la
conseguente azione attrattiva. Di come sia difficile programmare lunghe sessioni di pasturazione
preventiva abbiamo già parlato, troppo volubile colore e livello del Po per poter contare, fuori dal
periodo estivo, su lunghe fasi senza precipitazioni, almeno per chi come me frequenta il basso corso del
Po che raccoglie le piogge di tutta la zona padana. Quando la corrente e lo spot lo consentono,
indicativamente dove le zavorre necessarie si attestano intorno ai 100/120 grammi, possiamo orientarci
su di una pasturazione pensata per lasciare una fonte di cibo nelle immediate vicinanze dell’esca, e
consiste nel classico stringer da carp fishing con 7/8 pellet infilati a mo di “rosario”.
Prestiamo massima attenzione a come assicuriamo lo stringer al basso lenza, profondità e corrente
possono sciogliere il PVA e disperdere il contenuto prima che l’amo sia sul fondo, inoltre ,se assicuriamo
lo stringer all’amo, rischiamo di sbilanciare il lungo terminale con il rischio di attorcigliamenti che
potrebbero rendere inefficace la montatura senza contare che si avrebbe il richiamo lontano dall’esca
per effetto della corrente. Confezioniamo lo stringer con una doppia asola che servirà per chiudere il
PVA in una sorta di coroncina, infiliamo un’asola dentro l’altra e inseriamo una delle due nella safety clip
che regge il piombo (altro vantaggio immediato della montatura bolt), ci penserà la corrente a disporre
correttamente i pellet.
Ovviamente parliamo di piazzare l’esca nell’immediato sotto riva, senza lanci troppo lunghi o in piena
corrente. Zone ristrette e ben delimitate sono indispensabili perché una pasturazione così pensata
abbia qualche possibilità di tenere in zona il pesce che entra nello spot per nutrirsi. Analogamente
possiamo usare lo stringer per le boiles oppure affidarci ai classici sacchettini o retine che andremo a
riempire con pezzi grossolani di pellet (anche dippati) boiles e altri attiranti.
IL FEEDER
Come detto sopra pasture preventivamente in ambienti come il basso corso del Po è operazione
dispendiosa e pericolosa, dispendiosa per il tempo impiegato e pericolosa per il portafoglio. Nella zona a
valle di Mantova e fino al delta il Po riceve l’acqua di tutta la pianura Padana; fiumi, torrenti, rogge,
fossi e rigagnoli, sia da destra sia da sinistra. Una pasturazione preventiva, impostata su almeno una
decina di giorni precedenti la sessione, può essere vanificata da qualche temporale in Appennino,
sufficiente se non a variare il livello almeno per sporcare irrimediabilmente l’acqua. Ecco che la
pasturazione, con quello che comporta in termini di costi e di tempo, ha senso solo se si ha la certezza
di avere un meteo clemente per un periodo piuttosto lungo, cosa alquanto difficile in autunno o in
inverno, stagioni più propizie per incocciare pesci di taglia. Penso sia facile capire anche la quantità di
pellet che occorre per “condizionare” uno spot con svariati metri di acqua e una corrente che richiede
zavorre intorno ai 150 se non 180 grammi. Al contrario del carpfishing la pesca con i pellet non è statica
e l’uso del feeder aiuta ulteriormente l’opera di pasturazione. Negli sfarinati che uso come richiamo
aggiungo abitualmente dei micro pellet da 3 o 4 mm
e sono solito arricchire con farina di formaggio, farina di crisalidi o canapa frantoiata i normali prodotti
da fondo, meglio se di colore rosso.
Un pasturatore chiuso non permette la fuoruscita dei pellet in modo efficace e sul mercato reperire
degli “open-end” di zavora adeguata è un’impresa titanica. Si può ovviare modificando un normale block
end, si toglie il tappo superiore e si apre il fondo del pasturatore seguendo la linea dei fori inferiori.
Semplice ed efficace senza stravolgere le caratteristiche idromeccaniche del feeder.
PASTURAZIONE MORDI E FUGGI
Un’altra valida alternativa è quella di fornire una quantità di pellets aggiuntiva rispetto a quella
dispensata dai feeders o dagli stringer. Conoscere lo spot aiuta e non poco affinché questa strategia
possa produrre un qualche risultato. Una prima fase, appena prima di entrare in pesca, con una leggera
pasturazione a fionda a base delle stesse pellets che andremo a innescare, parliamo di quantitativi
modesti, 500 grammi /1 Kg di pellets sono più che sufficienti, azione che può essere ripetuta un paio di
volte a intervalli regolari durante la sessione.
Nell’effettuare l’operazione teniamo conto della velocità della corrente e della profondità dell’acqua.
Indicativamente bisogna fiondare i pellets tenendo conto anche della grandezza degli stessi, usare la
stessa grandezza di quelli che andiamo a innescare è sempre cosa consigliabile. Un’operazione che può
aiutare a capire dove fiondare il richiamo è PxGR:50 vale a dire profondità dello spot moltiplicato i
grammi della zavorra diviso 50, quindi se peschiamo con 150 grammi di piombo in 6 metri d’acqua i pellet
vanno dispensati circa 20 metri a monte della prima canna in pesca. Ove ci fosse la possibilità di recarsi
sullo spot uno o due gg prima cerchiamo di farlo negli stessi orari dove presumibilmente andremo a
pescare, inutile dare i pellets a fionda alle 17 se poi andiamo a pescare fino a mezzogiorno. Nel tempo
ho notato che carpe e soprattutto barbi entrano nella zona di pesca a orari ben precisi, che non
necessariamente coincidono con i classici momenti "caldi" dell’alba e del tramonto, ma che variano anche
a seconda della stagione. Generalmente ci sono delle “finestre” di attività piuttosto corte intervallate a
lunghi momenti di stand by.
Un ultimo consiglio, predisponendo in pesca più canne lasciate il feeder solo su quella a monte o sulle
prime due a monte montando su quelle a valle il semplice piombo secco, questo per evitare che la
pasturazione si allunghi troppo spostando il pesce dallo spot
12) approcci di pesca
Abbiamo parlato di come scegliere la canna, il mulinello, il filo, gli ami, le zavorre e le esche.
Teoricamente siamo pronti ma è meglio spendere due parole sugli approcci di pesca.
LA POSIZIONE DELLA CANNA
Partiamo dal presupposto che meno filo abbiamo in acqua meglio è, ovvero meno filo subisce la spinta
della corrente meno piombo ci servirà per rimanere fermi. Alla cosa contribuiscono diversi fattori:
l’angolo della canna sul picchetto, l’angolo di lancio e la “pancia” del nylon.
La canna deve puntare verso l’alto, di quanto lo stabilisce il fiume. In condizioni standard, vale a dire in
corrente piena, fondo regolare e profondità costante un angolo di circa 45° rispetto al fiume è più che
sufficiente. A questo contribuisce anche l’altezza da terra, più alti siamo, per effetto di un rod rest, di
un rod pod o di un semplice picchetto, meno angolazione è necessaria. Altro angolo da considerare è
quello di lancio, anche qui, per evitare di avere il filo che per effetto della corrente si posiziona
“impiccato” a valle il punto di impatto della zavorra deve essere inferiore ai 45° rispetto al picchetto.
Infine la “pancia” o “bow” per gli inglesi. Quando la zavorra raggiunge il fondo lasciamo almeno una canna
di filo in bando, posizionandosi in acqua e formando un arco, sempre per effetto della corrente, si
attenuerà la spinta della stessa sulla zavorra. Se fate le cose per bene a zavorra stabilizzata questa
deve trovarsi di fronte al picchetto con la vetta avon che non denuncia pieghe eccessive e vibranti.
Cosa utile, per diverse ragioni, è quella di posizionare le canne sulla sponda a circa 10/12 metri una
dall’altra, se avete tre canne in pesca ovviamente la vostra seduta sarà di fronte la canna a monte,
così da tenere d’occhio tutta la batteria senza essere costretti a girare in continuazione la testa tipo
partita di tennis nonchè per essere vicini a quella che dovrete caricare più frequentemente essendo
l’unica munita di feeder. Tre canne in pesca vogliono dire maggiori probabilità di incocciare il pesce,
vogliono dire sondare linee diverse, vogliono dire fornire con la canna a monte una pasturazione seppur
minima per quelle a valle. La distanza dei picchetti sulla riva è scelta per evitare da un lato di
percorrere Km per cambiare periodicamente le esche e dall’altro lato di non dover bestemmiare se la
canna centrale parte e si porta dietro anche il filo di quella a valle. Nel caso si opti per un rod pod
bisogna lanciare le canne diversificando angoli e distanze di lancio, un consiglio spassionato: mai più di
due canne sul rod pod stesso, se ne mettete tre potete scommettere che 9 volte su 10 sarà quella
centrale a “partire”.
TECNICA di LANCIO
Per chi si trovasse per la prima volta a pescare nel basso corso del Po sarebbe normale provare un
leggero disagio. Disagio nel dover pescare in uno spot che offre pochi punti di riferimento e dove
ampiezza, profondità e corrente contribuiscono ad incrementare un certo smarrimento del tutto
naturale. In questo contesto il lancio, o meglio la tecnica di lancio, assume importanza vitale
nell’economia della sessione, posare l’esca e la relativa fonte di pasturazione sempre nella stessa zona è
fondamentale. Per ottimizzare lancio e posizionamento del feeder mettiamoci di fronte al fiume, siamo
in sponda orografica destra, quella ferrarese, con la corrente che viaggia da sinistra a destra.
Prepariamoci con il piede sinistro avanti, rivolto verso la direzione del lancio, a gambe leggermente
divaricate per aumentare la nostra stabilità, il bilanciamento e armonizzare il movimento. Per ottenere
un lancio che assicuri un feeder perfettamente stabile, senza la cima della canna che viene a trovarsi
impiccata verso valle, abbiamo detto bisogna lanciare con un angolo di circa 45° a monte. Tra l'altro,
lanciando così in diagonale, per effetto della direzione della spinta il lungo terminale viene a trovarsi
lontano dalla zavorra e da possibili garbugli. La sequenza implica la canna rivolta verso il fiume, poi con
un gesto continuo, laterale e senza strappi si porta la canna dietro la spalla destra con la mano sinistra
(che funge da bilanciere) sul calcio e la destra sul porta mulinello per il sostegno e la spinta del fusto.
Quando la canna è dietro la testa, senza che la zavorra tocchi a terra per consentire un corretto
caricamento del fusto della canna, si lancia verso la direzione prescelta indirizzando il lancio stesso con
la mano sinistra e compiendo un movimento completo per favorire il totale scarico della curva del
carbonio. Tutta l’azione, dalla preparazione al lancio, deve essere continua senza “strappi” e/o pause per
consentire alla canna di caricarsi e scaricarsi in modo ottimale. A feeder sul fondo lasciamo circa due
metri di filo in bando per smorzare l’azione della corrente sul nylon. Ovviamente canna verso il cielo
e...occhio vigile. Ecco la sequenza completa
TECNICA di COMBATTIMENTO
Consigli validi solo ed unicamente dove la conformazione del fondo lo permette, quindi dove abbiamo un
fondo uniforme senza ostacoli fissi o mobili quali prismate, grossi tronchi sommersi o sbalzi di
profondità marcati, insomma solo se lo spot è liscio come il sedere di un neonato, cosa abbastanza
frequente nel basso corso del Po dove sabbia e argilla la fanno da padrone. In sostanza, subito dopo la
ferrata, portiamo la canna parallela al piano dell’acqua in direzione contraria a quella della corrente e a
quella presa dal pesce,
di solito le due cose coincidono, anche se mi sono capitati pesci che sono partiti dritto per dritto
controcorrente, in questo caso canna sempre nel senso opposto a quella di fuga con l’accortezza di
regolare la velocità del recupero per compensare quella della corrente del fiume. In situazioni
standard, con pesce e corrente dalla stessa parte, la canna parallela al fiume, in un angolo di circa 90°
rispetto al pesce, permette di sfruttare pienamente il fusto specie se parliamo di modelli con spiccata
azione parabolico progressiva.
Facendo “sentire” tutto il nerbo del carbonio al barbo si accorciano i combattimenti e quindi lo stress
per il barbo stesso. Tenere la canna bassa, inoltre, non stacca subito il pesce dal fondo evitando di
subire reazioni spropositate quando il barbo non sente più il contatto con la sabbia, questo in virtù del
fatto che il nostro avversario tende a tenere il ventre attaccato al fondale per tutta la durata del
combattimento ma la cosa è valida per tutti i pesci, evitando di portarli subito verso l’alto si evitano
parecchi guai. Esaurita la prima fuga cominciamo il recupero aumentando l’angolazione della canna verso
l’alto mano a mano che il pesce si avvicina a riva. Attenzione alle ultime partenze, quando il pesce si
sente perso. Un po’ per la violenza delle stesse un po’ per il poco filo fuori è questo il momento più
delicato,
proprio quando dobbiamo portare la testa del nostro avversario a pelo d’acqua nei pressi del guadino,
guadino che non deve essere usato a mo di cucchiaio per rincorrere il pesce ma che deve rimanere ben
fermo e sommerso nel punto immediatamente a valle di dove lo aggalliamo, sarà la corrente e l’inerzia
del peso a portarlo nella sicurezza della rete.
UNA SICURA INDISPENSABILE
Abbiamo detto che la posizione della canna durante l’azione di pesca è fondamentale. Il cimino deve
puntare verso l’alto con un’angolazione ben accentuata rispetto al terreno in modo che il filo entri in
acqua più lontano possibile da riva. Questo riduce la pressione della corrente sulla lenza madre. Il tutto,
se unito a un lancio a monte rispetto al punto di pesca consente l’uso di feeder dal peso ragionevole
rispetto alla corrente nonchè un posizionamento dell’esca stabile sul fondo. Questa posizione, con il
fusto della canna semplicemente appoggiato a un picchetto munito di testa basculante o di una semplice
V in gomma lascia il tutto in balia di una mangiata particolarmente violenta che, nel caso di barbi e
carpe, avviene quasi sempre. Anche se si pesca con una sola canna distrarsi significa correre seri rischi
di regalare attrezzatura al fiume. So per certo di canne letteralmente volate in acqua e in un caso ho
assistito personalmente alla scena in quanto...la canna era la mia! Lo ricordo come se fosse oggi. Ero a un
raduno di LBF Italia sul Po vicino a Castelnuovo Bocca d’Adda, dopo 3 ore del nulla mi sono alzato dal
panchetto per salutare un amico, è stato un attimo, la canna ha piegato secca per un paio di volte poi,
usando il picchetto come leva, è partita verso il centro fiume per sparire con tutto, mulinello compreso.
Da allora mi sono confezionato due lunghe U in alluminio che pianto nel terreno o nella sabbia all’altezza
del calcio in modo che anche la mangiata più decisa mi dia il tempo di arrivare sulla canna e ferrare.
13) organizzer & C.
Grazie alle discutibili e cervellotiche decisioni di qualche amministratore tutta la sommità arginale
ferrarese del Po è chiusa al traffico motorizzato 365 gg l’anno. Anche la sponda rodigina dello stesso
tratto di fiume non è esente all’assurdo divieto seppur con regole meno restrittive sui giorni e sugli
orari. Ne consegue che molto spesso lo spot si trova a svariate centinaia di metri dal parcheggio della
macchina, il tutto con cinque banchine da scavallare e magari l’ultimo tratto da percorrere in pendenza
su della sabbia cedevole. Roba di poco conto per uno “metallaro” armato di una sola 7’ e relativa scatola
di artificiali, magari giovane e allenato dalla montagna; ostacolo durissimo per i meno giovani e per chi,
come i PFM (che non è la Premiata Forneria Marconi ma sono i Po Fishing Men), sono costretti a
portarsi dietro qualcosa in più di una manciata di rotanti e minnow.
Progresso e consumismo ci hanno portato ad accumulare quantità di attrezzature mostruose che, se non
si ha la macchina dietro il culo, vanno giocoforza riviste e rivisitate per “eliminare” tutto quello che non
è strettamente necessario. Parola d’ordine, quindi, riuscire a coniugare praticità, versatilità, protezione
(la sabbia del Po è tremenda) ed efficienza...in altre parole ORGANIZZIAMOCI.
Un carrello tipo trolley potrebbe essere una soluzione ma per raggiungere lo spot normalmente non si
percorre una stradina asfaltata o perfettamente levigata, c’è l’argine in mezzo con tanta erba e arbusti
sopra, ci può essere una prismata o ci possono essere lunghi tratti da percorrere sulla sabbia. Un
carrellino è utile si ma solo dove non siamo costretti a montarci sopra un 6 cilindri a benzina con
sistema 4x4 e ruote degne del migliore fuoristrada. Per la maggior parte delle situazioni dobbiamo
scegliere l’attrezzatura solo fra quella che possiamo portarci a tracolla e nelle due mani, e tutto in un
giro solo.
La seduta riveste importanza vitale, le ore da trascorrere sul fiume sono molte e se non siamo in
estate, dove basta usare la sabbia a mo di seggiolino o un grosso sasso, è bene avere qualcosa dove
poggiare le terga e soprattutto la schiena. Consideriamo anche che guardando le vette avon rivolte
verso il cielo un appoggio stabile per la cervicale ci evita, a fine sessione, di dover ricorrere ad un
ortopedico o a un fisioterapista per “sbloccarci”. Sul mercato sono reperibili diversi modelli di sedia,
alcuni hanno il vantaggio di essere molto comode ma lo svantaggio di essere molto pesanti. Io uso un
modello “adjastabel” in alluminio, con regolazione delle gambe, e tracolla del peso di poco più di 3 Kg.
Parlavo di protezione, la sabbia del Po è deleteria per le canne (gli innesti se non sono perfettamente
puliti rigano il carbonio) e soprattutto per i mulinelli. Non si può rinunciare a una sacca ben imbottita
con tasche interne separate e tasche esterne per alloggiare picchetti e manico del guadino.
Se non trovate un prodotto con queste caratteristiche atto a ospitare due o tre canne da 12’ o non
volete spendere i soldi necessari per un prodotto di qualità possiamo optare per una semplice sacca di
tipo economico da 1.60 mt avendo cura di proteggere le estremità delle canne con gli appositi cappucci
imbottiti.
Stessa cosa per il resto dell’attrezzatura che comunque deve subire una razionalizzazione massimale
cercando di limitarne peso e ingombro.
A tracolla ho già il portacanne e la sedia, mi rimangono due mani libere. Una la dedico alle esche. La cosa
più funzionale che ho usato negli ultimi tempi è un lined bucket, un comodissimo secchiello che contiene
sia gli inneschi (dippati e no) sia i pellets o le boiles necessarie per la pasturazione “mordi e fuggi”.
Volendo trova posto al suo interno anche il mix per i feeder visto che il bucket può fungere da
contenitore per impastare il mix, l’interno è impermeabilizzato e si può agevolmente staccare (è
collegato con una striscia di velcro) per essere lavato. La bait bag inoltre assicura la perfetta
conservazione del contenuto in ogni condizione meteo.
Nell’altra mano trova spazio una piccola borsa in cordura, rigorosamente verde anche se penso
fermamente che a fronte di una mimetizzazione (inutile) è più alto il rischio di lasciare qualcosa in giro
perché siamo noi che non lo vediamo.
All’interno alcuni scomparti per la minuteria di maggiore dimensione (forbici-pinzette- e box porta
feeder) e una scatola rigida, che funge all’occorrenza anche da piano di lavoro, in plastica dura dotata
di ogni confort per il trasporto del necessario al confezionamento volante di una montatura o al
ricovero dei terminali già fatti.
Due parole sui feeder e sui piombi. Di solito, con tre canne in pesca, mi porto due cage feeder o open
end feeder e 4 piombi di cui uno di tipo “acqua plane”.
Fanno già 1 chilo e passa di zavorra. Inutile portarsi dietro decine e decine di pasturatori e piombi, se
in uno spot perdo per incaglio più di due pasturatori cambio spot!
Il resto è ridotto all’osso, se poi non vogliamo spendere euro in attrezzatura comoda, razionale ma non
certamente a buon mercato, si può sempre ovviare con un qualsiasi contenitore di ingombro e peso
ridotto al cui interno possono trovare posto dei dischi in morbido neoprene, di derivazione marina,
perfetti per ricoverare e conservare correttamente i terminali già pronti, basta fermare la girella con
una normale puntina da cancelleria.
Oltre ai terminali già pronti diventano indispensabili un paio di forbicine da trecciato,
l’apposito accessorio per spellare i fili ricoperti,
gli aghi per innescare con la punta ridotta (altrimenti nei pellet preforati non ci passate),
gli stopper, una manciata di ami, un rocchetto di trecciato, conetti, girelle e perline paracolpi di varia
misura, indispensabili per proteggere nodi e filo.
Utile ma non indispensabile un bait crusher.
Pochissima roba e accessori piccoli ma che ci semplificano enormemente la vita, sono anche piuttosto
costosi ma per fortuna recuperabili, a fine sessione un paio di scatoline porta minuteria aiutano a
ordinare e recuperare il tutto.
Se, come me, lasciate a casa gli stopper, potete ovviare usando degli steli d’erba per le boiles o dei
piccoli rametti per i pellet, così l’innesco risulta ancora più naturale. Per finire due parole sui lunghi e
costosi terminali in trecciato. Se ben conservati sugli appositi tendi lenza
o, come ho scritto, sui rocchetti di EVA durano tranquillamente ben più di una stagione.
14) cura del pesce
L’approccio del moderno pescatore deve essere improntato al massimo rispetto per l’ambiente e
soprattutto per il pesce.
Come è stato scritto più volte C&R non vuol dire solo Catch and Release ma anzitutto Cultura e
Rispetto, cultura nelle scelte di attrezzi e accessori, rispetto prima, durante e dopo: prima nel setup
di lenza, durante il combattimento e dopo nelle operazioni di slamatura, pesatura e fotografia del
pesce catturato. E’ necessario evitare approcci troppo sportivi, che implicano combattimenti prolungati
e, nel caso di rotture, un doloroso piercing che il barbo o la carpa si porta dietro, nel peggiore dei casi
anche con un pericolosissimo spezzone di nylon se non con tutta la zavorra. Se c’è la concreta possibilità
di incocciare su barbi over tre o su carpe over 10 è inutile montare terminali dello 0,18 o madri lenza
dello 0,22. Vi posso assicurare che, almeno nel basso corso del Po, un pesce se ne sbatte allegramente
del diametro del nostro terminale e se arriva su di un pellet correttamente innescato non si ferma a
guardare cosa c’è a monte, visto che gli svariati metri di acqua dove si pesca non hanno di certo la
limpidezza di un torrente alpino. Una volta scelto il giusto mix fra sportività e divertimento e dopo un
combattimento terminato positivamente, almeno dal nostro punto di vista, vediamo le accortezze da
mettere in campo per il rispetto e l’incolumità del nostro avversario.
IL GUADINO
Non abbiamo bisogno di manici lunghi (a innesto o telescopici) ma di manici corti e rigidi monopezzo,
manici che non temano prede extra size e abbastanza tosti da reggere teste ben dimensionate.
Solitamente parliamo di manici più corti di 2 mt, in un unico pezzo appunto, con rinforzo nel punto di
attacco e boccola in metallo o attacco a V
se si usa una testa di guadino con aste. Sono leggeri e trovano comodamente posto dentro la stessa
sacca porta canne visto che una 12’ ha un ingombro di circa 1,85 mt e i manici da CF (i migliori) sono
lunghi 1,80 mt. La rete deve essere di dimensioni adeguate non tanto in profondità quanto in larghezza
della bocca. Esistono reti denominate “barbel net” che hanno un lato di circa 80 cm, sufficienti a
contenere quasi tutto quello che nuota in Po.
Non scegliamo prodotti a maglia troppo fitta, in corrente possono dare più di un problema per l’effetto
“vela” ma orientiamoci su prodotti a maglia gommata e trama larga, montati su teste di grandi capacità.
Quasi tutte le case che producono materiale specialistico ne hanno a catalogo. La maglia gommata è più
sicura per il pesce, non puzza, si asciuga rapidamente e trova posto dentro la sedia piegata, la maglia
classica su stecche di carbonio ha il vantaggio di essere pieghevole e di misura mediamente maggiore.
La scelta di una o l’altra è legata alla comodità anche se alle volte in quella gommata certe “signorine”
entrano a fatica.
IL MATERASSINO
L’utilizzo del materassino è legato, per cultura e tradizione, alla pratica del carp-fishing. Bene
abituiamoci a usarlo sempre anche con i ciprinidi minori. Ci sono materassini che occupano pochissimo
posto in sacca e che ci assicurano un appoggio protetto rispetto ai sassi di una prismata o alla sabbia
asciutta e abrasiva di una spiaggia assolata. Se il pesce è di taglia normale slamiamolo direttamente in
acqua con l’uso di un paio di pinzette a becco lungo, se fortunatamente (sempre per noi) abbiamo
bisogno di pesare e fotografare facciamo in modo che dette operazioni siano il più veloci possibili,
usando una sacca di pesatura adatta e ben bagnata. La stessa sacca, in caso di assenza del materassino,
può servire da appoggio insieme al guadino per evitare che il pesce prenda contatto con il terreno,
slamarlo a bordo acqua magari ci fa bagnare un po’ i piedi ma è tutta salute per il pesce. In caso fosse
necessario (speriamo) anche la foto predisponiamo per tempo, nel caso fossimo da soli, la postazione
per l’autoscatto. Per ovviare all’appoggio e nella necessità di risparmiare il peso di un treppiede ad
altezza regolabile muniamoci di un attacco tipo “gorilla pod”
(photo by internet)
che si aggancia praticamente ovunque e tiene bene il peso anche di alcune reflex. Altro escamotage
molto economico è quello di munirsi di un piccolo treppiedi di produzione cinese (5 euro al mercato) e
fissarlo su di un normale picchetto, così potete anche orientare la digitale a 360°. In ultimo evitiamo
foto in piedi ma rimaniamo sempre in ginocchio sopra il materassino e, ove possibile, vicino l’acqua. Nel
caso d’improvviso movimento del pesce i danni per una caduta accidentale saranno infinitamente minori.
LA NASSA
L’uso della nassa non è strettamente necessario, la taglia dei barbi catturabili con pellet e altre esche
dure è mediamente alta e ricoverare un barbo di alcuni chili in nassa è un inutile prolungamento dello
stress per il pesce. Fotografare subito è consigliabile anche perché il pesce è stanco e quindi molto più
gestibile per qualche scatto al volo prima del rilascio.
Se proprio non vogliamo rinunciare alla “foto di gruppo”, scegliamo un prodotto di dimensioni adatte,
almeno 3,5 mt, con un diametro di almeno 50 cm, sono da preferire le nasse rettangolari in quanto non
hanno la tendenza ad attorcigliarsi in corrente. La nassa va stesa per tutta la sua lunghezza e
assicurata al fondale anche nella parte terminale, in modo che il pesce non si ammassi nell’ultima sezione
spinto dalla corrente soffrendo lo schiacciamento e la scarsa ossigenazione. In ogni caso, quando
catturate un barbo molto grosso, è bene liberarlo subito. Durante il combattimento questo pesce lotta
fino allo sfinimento e la nassa, subito dopo, potrebbe voler dire la morte del pesce per asfissia.
Rilasciamolo con molta cura dopo averlo ben ossigenato muovendolo delicatamente contro corrente per
favorire il flusso dell’acqua fra le branchie, posso dire per esperienza che alle volte l’operazione
richiede diversi minuti, per noi un piccolo fastidio per il pesce la certezza di nuotare nuovamente nel
suo fiume.
15) conclusioni
Siamo al 15° appuntamento del tutorial (permettetemi di chiamarlo così) di questo particolare modo di
affrontare il basso corso del Po che ho pomposamente chiamato Po Fishing, forse solo per l’esigenza di
dargli per lo meno un nome che avesse una minima impronta tecnica. Gli argomenti principali sono stati
affrontati ed esauriti, spero siano stati anche esaustivi. Probabilmente ho scritto troppo, forse ho
scritto cose scontate, ho scritto altre cose che con tutta probabilità trovano fondamento solo in questi
particolari spot, i miei spot. Per chi come me è nato alieuticamente sul Po è difficile, molto difficile,
parlare di questo fiume senza farsi prendere da una certa emozione, senza scivolare sulla tentazione di
usare una certa enfasi o di trasmettere (o almeno cercare di farlo) il turbinio di sensazioni che mi
assale ogni volta che sono sulle sue sponde, dove il tempo sembra avere un altro ritmo e dove gli odori, i
sapori ed i colori sembrano appartenere ad un altro mondo. Solo chi è nato sul Po impara con il tempo, e
con l’esperienza, ad assaporarne a pieno tutto ciò che il fiume, questo fiume, sa regalare. Un fiume dove
ogni alba, ogni tramonto, ogni nebbia, ogni nuvola, ogni lingua e sbuffo di corrente lasciano un tatuaggio
sul cuore. Acqua, spiagge, prismate, golene e argini di cui è facile innamorarsi, in cui è facilissimo
perdere il senso del tempo o perdersi e basta fra i rivoli di sensazioni ed emozioni che sembrano
scorrere verso il mare con l’incedere della corrente. E questo nonostante tutte le violenze e le angherie
che l’ignoranza umana, nella sua infinità bestialità, gli restituisce. Di certo, oltre alle informazioni e ai
consigli “tecnici” o pseudo tali, mi piacerebbe avere trasmesso il rispetto che si prova approcciandosi
alle sue acque ed il rispetto nell’affrontare questi ambienti e soprattutto questi pesci. Il rispetto
necessario e doveroso quando si entra in casa d’altri o quando ci si trova davanti qualcosa di
infinitamente più grande, imponente e saggio. Chiudo con la frase che è nella mia firma consapevole che
oggi il Po non è più il fiume di ieri, ma con la speranza che quando io non sarò più in grado di sedermi sul
sasso di una prismata o sul gradino di sabbia di una lunga spiaggia il Po sia ancora in grado di
trasmettere ad altri le stesse cose che ha regalato a me...
Mal d'Africa è l'espressione comunemente usata per indicare il senso di nostalgia che assale chi è
costretto a lasciare un luogo particolarmente affascinante e nel quale non vede l'ora di tornare. Mentre
saliamo dalla spiaggia verso l'argine questo senso diventa soffocante, attanaglia cuore, cervello e anima.
L'ultimo sguardo verso la lunga spiaggia e la corrente ora tranquilla non fanno che acuire questo disagio
fomentando l'impazienza e la voglia di tornare il prima possibile, è una sensazione inevitabile per chi
pesca in questo fiume, una sensazione che va ben oltre numero e taglia delle catture, una sensazione
che solo chi ha calpestato la sabbia fine e guardato l'ipnotico scorrere dell'acqua può capire...è il mal di
Po
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