167-168
2007
“Poste Italiane Spa - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - DCB Milano”
Calabria
Polistena città fortificata.
Campania
I Castelli di Baia, Montesarchio,
Caiazzo, Taurasi, Roccadaspide.
Emilia Romagna
La Rocca di Brisighella.
Lombardia
La cascina fortificata di Celpenchio e i
Castelli di Cozzo, Fagnano Olona,
Pagazzano, Sirmione, Chiavenna.
Marche
Le mura di Corinaldo.
Friuli-VeneziaGiulia
Da Còrmons a Cividale del Friuli
Molise
La famiglia dei Monforte e i Castelli di
Boiano, Pescolanciano.
Lazio
La chiesa di Sant’Eligio degli orefici.
Puglia
Il Castello di Ugento e Morciano di Leuca.
Liguria
Il Castello di Compiano.
Sardegna
Il Castello Malaspina di Bosa.
Sicilia
I Castelli Ursino, Paternò,
Sant’Angelo, Spadafora.
Toscana
La Rocca di Staggia e la Fortezza
di Montecarlo.
Trentino
Castel Nanno.
Umbria
Castello di Capecchio.
EN / IBI
1
Cronache Castellane
ommario
Editoriale
3 L’eterno miracolo.
Quante cose può diventare un castello?
Attività dell’Istituto
4 Verbale della commissione giudicatrice del
concorso scolastico “Il castello diventa...”.
Attività delle Sezioni
6 Calabria
Polistena, città fortificata in epoca
Bizzantina.
6 Campania
Visite guidate ai castelli di Baia,
Montesarchio, Caiazzo, Taurasi,
Roccadaspide.
Il borgo fortificato di Villincino, e la basilica
romanica di Sant’Eufemia.
I castelli della provincia di Cremona.
Il castello di Sirmione e la sua darsena.
Le fortificazioni di Casolate e Bisnate.
Dal castello Gemino di Chiavenna alla collina
di Santa Caterina di Gordona.
17 Marche
Le mura di Corinaldo e il parco archeologico
di Suasa.
20 Molise
La famiglia feudale dei Monforte e la figura
emblematica del conte Cola.
Il castello di Civita Superiore di Boiano.
Il castello D’Alessandro di Pescolanciano.
22 Puglia
Il castello di Ugento e di Morciano di Leuca.
23 Sardegna
Castelli e signori: i Malaspina a Bosa.
8 Emilia Romagna
La Rocca di Brisighella.
9 Friuli-Venezia Giulia
Da Còrmons a Cividale del Friuli.
9 Lazio
Rocca, Turris, Munitio.
La chiesa di Sant’Eligio degli Orefici.
10 Liguria
Il castello di Compiano e il suo Borgo.
12 Lombardia
La cascina fortificata di Celpenchio e il
castello di Cozzo.
Il castello di Fagnano Olona e i suoi affreschi.
Il castello Visconteo di Pagazzano, convegno
e visite guidate.
24 Sicilia
Catania, castello Ursino.
Licata, castello Sant’Angelo.
Cefalù, duomo, Osterio Magno.
Messina, il forte Gonzaga e il castello di
Spadafora.
Il castello normanno di Paternò.
26 Toscana
La rocca di Staggia Senese e la fortezza di
Montecarlo.
27 Trentino
Visita a castel Nanno.
27 Umbria
Il castello di Capecchio.
40 anni di amicizia castellana.
Cronache Castellane
Fondatore
Vittorio Faglia
Direttore
Flavio Conti
Redattore
Mariarosa Fonio
Collaboratori
Francesca Albani
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Anna Caroli
Luisella Rosti
Progetto grafico Maria Rosa Fonio
Impaginazione
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Il castello di Monselice (PD).
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ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI ONLUS.
Fondato da Piero Gazzola nel 1964.
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sotto gli auspici dell’Unesco
e del Consiglio d’Europa.
Associato a Europa Nostra,
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Il presente notiziario, stampato in 3.000
copie, è una circolare interna di informazione
per i soci dell’Istituto Italiano dei Castelli.
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del 23.4.1968. I testi possono essere riprodotti previa autorizzazione e citando la fonte.
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Cronache Castellane
3
ditoriale
L’eterno miracolo
Com’è ormai tradizione, questo numero di “Cronache” è totalmente dedicato alle Giornate
Castellane del settembre scorso. E, regolarmente, corriamo il rischio di ripeterci, e di essere
insopportabilmente noiosi. Eppure, non possiamo farne a meno. Il rinnovarsi, anno dopo anno,
dell’eterno miracolo che, con le nostre sole forze, in assoluto e gratuito volontariato, riusciamo
a realizzare nella varie regioni della Penisola, è un tonico inebriante, un vento rinfrescante
che spazza via la sempiterna lamentela – a cui noi stessi ci siamo più volte abbandonati –
dell’Istituto invecchiato, sfiduciato, ritirato su se stesso, conservatore, poco attraente
per i giovani.
È vero il contrario. Scorrendo le manifestazioni che, nell’arco di pochi giorni, dal Trentino
alla Sicilia, ogni sezione è riuscita a impostare e condurre in porto emerge la realtà
di un Istituto vivo, radicato nella società, capace di ben presentare le sue realizzazioni
e di coinvolgere nei suoi temi molte altre persone.
Ecco: il coinvolgimento è il risultato di cui, a nostro parere, c’è più da essere fieri. Riuscire a
portare decine e decine, spesso centinaia, in alcuni casi diverse migliaia, di persone a visitare,
capire e apprezzare castelli, forti, rocche, borghi fortificati, vuol dire non solo essere capaci di
impostare, coordinare e portare a compimento operazioni complesse e, anche solo fisicamente,
spossanti, ma anche e soprattutto avvicinare alle nostre tematiche e problematiche individui e
organizzazioni che nemmeno sospettavano questa loro capacità. Non è poco. Anzi, in
prospettiva è moltissimo.
Come sempre, ci sono state sezioni che hanno fatto di più (grazie anche alla presenza di
delegazioni provinciali alle quali è stato demandato gran parte del lavoro sul territorio) e altre
che hanno concentrato i loro sforzi su uno o due obiettivi. Ma non è il caso di fare graduatorie.
Ogni azione è correlata – e spesso condizionata – dal contesto in cui si opera. E tutte hanno
risposto ai nostri fini, spesso con risultati ben al di là delle aspettative elaborate a tavolino.
Se c’è un rammarico per chi scrive è di non aver potuto, per impossibilità fisica, essere presente
a ognuna di queste manifestazioni: la celebrazione di 40 anni di amicizia castellana
dell’Umbria, la scoperta calabrese di Polistena, le visite guidate ai castelli campani, friulani,
emiliani, lombardi. Ma quelle a cui abbiamo partecipato hanno mostrato entusiasmo,
partecipazione, interesse. Abbiamo, credo, ben seminato. Attendiamo con fiducia i frutti.
Quante cose può diventare un castello?
Il 30 ottobre scorso si è riunita, presso la sede della segreteria generale, a Milano, la giuria del
concorso scolastico “Il castello diventa..” La selezione dei lavori è stata lunga e complessa,
perché parecchi erano i lavori degni di interesse (e qualcuno persino vagamente
impressionante, come le grandi figure di castellani – uomini e donne – indossanti abiti d’epoca,
di una scuola ligure). Ma soprattutto ha sorpreso, affascinato e talvolta entusiasmato la giuria
la capacità inventiva e l’originalità dei lavori. Una nota di merito che va a tutti: insegnanti e
scolari. È stata un’eloquente dimostrazione come infinita sia la capacità dell’architettura
fortificata di ispirare, suggestionare, mobilitare fantasie e intelligenze. Noi lo sospettavamo.
I ragazzi ce l’hanno dimostrato.
Flavio Conti
4
Cronache Castellane
ttività dell’Istituto
i castelli
Nella pagina
accanto: alcuni
esempi di elaborati
eseguiti dai ragazzi
della scuola media
“Colozza” di
Campobasso,
vincitori del 1°
premio.
Il gruppo di lavoro
ha “trasformato” il
castello Monforte
di Campobasso in
una serie di
elaborati realizzati
con tecniche
diverse, vetro,
ceramica, rame,
cartoncino
ispirandosi a
diversi protagonisti
dell’arte moderna.
abitano da sempre
la fantasia di adulti
e bambini. Essi sono stati teatro delle più
belle favole con le quali sono cresciute
intere generazioni, costruzioni grandiose
in grado di suscitare emozioni profonde ed
affascinare in modo straordinario.
Ma i castelli non sono solo questo. I castelli sono la testimonianza viva e tangibile
della storia di un luogo, di una famiglia, di
una comunità.
Quasi ogni città italiana vanta, spesso in
posizione dominante sull’abitato, il “suo”
castello che “parla” attraverso le sue pietre. Spesso questi monumenti sono vittime
dell’incuria e dell’abbandono, altre volte,
VERBALE DELLA COMMISSIONE GIUDICATRICE
DEL CONCORSO SCOLASTICO
“IL CASTELLO DIVENTA … ”
I
l giorno 30 ottobre 2007 si è riunita a Milano, presso i locali della segreteria generale dell’Istituto
Italiano dei Castelli, la giuria del concorso scolastico “Il castello diventa…”.
Constatata la validità della convocazione e della riunione, i lavori vengono aperti alle ore 15,00.
Sono arrivate presso la segreteria dell’Istituto 29 lavori
provenienti da 8 regioni.
Dopo approfondita analisi e discussione, la giuria assegna i seguenti premi:
1° premio alla Scuola media “Colozza” di Campobasso,
per la completezza e validità dei lavori presentati e per
l’adesione allo spirito del concorso, volto a far capire
come i monumenti fortificati del passato possano essere integrati nel flusso della vita moderna.
2° premio all’Istituto comprensivo “Centola” di Palinuro
(SA), per la gradevolezza dei lavori e per la comprensione del tema, rapportato alle esigenze del presente.
3° premio alla Scuola media statale “U. Fraccacreta” di
invece, sono oggetto di recuperi intelligenti e razionali che mirano alla loro rivitalizzazione attraverso un uso in armonia con il
passato e le esigenze della vita contemporanea.
il concorso
si rivolge ai
docenti e agli
alunni delle scuole secondarie di primo
grado che, operando attraverso modalità
interdisciplinari e in armonia con i programmi ministeriali, vogliano fare una
riflessione su un castello o un’architettura
fortificata presente sul loro terrirtorio di
residenza, proponendo la conoscenza, la
tutela, la valorizzazione e il possibile riuso.
Bari Palese, per l’originalità di alcune delle realizzazioni
e per l’evidente adesione all’argomento.
La giuria ha inoltre deliberato di assegnare un attestato di segnalazione, per l’interesse presentato dai loro
lavori, alle seguenti scuole:
Scuola “Montessori” di Somma Vesuviana (NA) per la
ricerca abbinata alla proposta progettuale.
Scuola media statale di Longiano (FC) per la buona articolazione concettuale ed espressiva delle realizzazioni.
Scuola media “Guido Corsi” di Trieste (TR) per l’efficace multidisciplinarietà del progetto.
Istituto comprensivo Valtrebbia “G. Mazzini” di
Torriglia (GE) per l’originalità di ricerca sul tema.
Scuola media “N. Tommaso” di Busto Arsizio (VA) per
la dettagliata analisi del progetto.
Istituto comprensivo “A. Vespucci” di Catania per l’originalità dell’approccio.
Scuola media statale di Balsorano (AQ) per il valore
progettuale della proposta.
Il presidente dell’Istituto
Flavio Conti
Cronache Castellane
5
6
Cronache Castellane
ttività delle sezioni
Calabria
POLISTENA, CITTÀ FORTIFICATA IN EPOCA
BIZZANTINA
a sezione Calabria in concomitanza con le
“Giornate Nazionali dei Castelli” che si celebrano in
tutta l’Italia, il 29-30 settembre, ha organizzato
una visita a Polistena (RC).
Polistena si ipotizza esistesse già all’epoca della colonizzazione magno-greca. Si riscontrano indizi di insediamenti dell’epoca romana e fu certamente città fortificata in epoca bizantina. Distrutta dal terremoto del 1783
fu ricostruita su un nuovo sito, pur persistendo l’impianto urbano di matrice medievale. Il quartiere tardosettecentesco presenta tutt’oggi numerose chiese al cui
interno si custodiscono testimonianze del passato e
splendidi palazzi signorili, con pregiati portali opera di
scalpellini serresi.
Giovanni Russo, direttore della Biblioteca civica comunale ha guidato il gruppo nella visita iniziando dal Municipio
dove il sindaco prof. Giovanni Laruffa ha cortesemente
dato in omaggio alcuni testi legati alla storia locale.
È seguita la ricognizione attraverso il centro storico,
con visita alla chiesa della Trinità, bellissima ricostruzione del settecento con cupola in embrici maiolicati,
alla cappella di S. Anna, alla grotta basiliana e alla chiesa madre di S. Marina, che conserva molte opere artistiche provenienti dall’antica chiesa madre tra cui la
Pala della deposizione, il coro ligneo, l’ultima cena
opera di F. Jerace e l’antico fonte battesimale.
Proseguendo da via Michele Valensise il gruppo ha percorso le antiche vie della città della ricostruzione tardosettecentesca, via Conte Milano, via Annunziata,
dove si apre la cappella di Palazzo Jerace, oggi chiesa
dell’Annunziata, via f.lli Scerbo su cui prospetta il giardino di Villa Rodinò di Miglione, piazza del popolo, su
cui prospettano i palazzi Avati, oggi sede di un’istituto
di credito, e palazzo Riario-Sforza. Infine le chiese di
S. Francesco di Paola e del Rosario, esempio di tardivo
stile barocco, con opere di rifiniture interne di valenti
maestranze locali.
Siamo poi stati gentilmente accolti dalla Duchessa
Donna Gunn Riario Sforza per ammirare la cappella di
S. Maria degli Angeli annessa al palazzo già Milano
Franco d’Aragona e passato, per successione femminile
L
Roccadaspide (SA).
Il castello è
collocato alla
sommità
dell’antico nucleo
abitato, a dominio
dell’alta valle del
fiume Calore.
L’aspetto attuale è
attribuibile
all’epoca angioina.
napoletana, agli attuali proprietari per il matrimonio di
Giulia Milano con Giovanni Riario Sforza. Il palazzo
fatto ricostruire, dopo il terremoto, da Giacomo V
Milano conserva il monumento funebre marmoreo di
Giovanni Domenico Milano e la statua in marmo del
citato Giacomo V.
Al termine, Riunione conviviale presso il ristorante
Donna Nela seguita da un incontro a Palazzo Valensise
dove la nostra gentile socia arch. Francesca Valensise ci
ha accolto per un caffè. I soci hanno poi visitato la cappella di S. Domenico con reperti dell’antica chiesa del
convento domenicano, la statua del cristo risorto dei
f.lli Morani e la tela su sinopia del XVIII secolo.
Il palazzo fu ricostruito per volere di Michele Maria
Valensise dall’arch. Biagio Scaramuzzi nel 1797 sulle
rovine del convento domenicano, di cui oggi sono ancora visibili i muraglioni cinquecenteschi e l’antica scala
granitica.
Rosalbino Fasanella d’Amore
Campania
VISITE GUIDATE AI CASTELLI DI BAIA,
MONTESARCHIO, CAIAZZO, TAURASI,
ROCCADASPIDE
a nona edizione delle Giornate Nazionali dei
Castelli, organizzata dalla sezione Campania
dell’Istituto Italiano dei Castelli con le collaborazioni degli enti locali interessati, ha previsto una serie
di interessanti manifestazioni dedicate alla promozione,
alla sensibilizzazione ed alla conoscenza di alcune tra le
più significative architetture difensive della Campania:
il castello di Baia, il castello di Montesarchio, il castello di Caiazzo, il castello di Roccadaspide ed il castello di
Taurasi.
Nella prima delle due giornate dedicate alle architetture fortificate, è stata programmata, con la collaborazione della competente Soprintendenza di Napoli, una
conferenza presso la sala dell’accoglienza del castello di
Baia dal titolo: Il castello di Baia: storia, restauro e valorizzazione.
Alla conferenza, curata dal Soprintendente arch. Enrico
Guglielmo, è seguita una visita guidata al castello di
Baia, condotta dallo stesso arch. Guglielmo, che ha
mostrato alcuni tra i più suggestivi ed inediti ambienti
restaurati del castello. Dopo i saluti del presidente della
sezione Campania dell’Istituto Italiano dei Castelli,
arch. Fabio Pignatelli della Leonessa e la presentazione
da parte dell’arch. Luigi Maglio, responsabile delle attività scientifiche dell’Istituto, la parola è stata presa dall’arch. Guglielmo che ha provveduto a fornire all’attenta platea dettagliate informazioni sulla storia ed il
restauro del castello. Il Castello di Baia, la cui componente archeologica è prevalente sulle altre, è frutto di
una eccezionale e millenaria stratificazione che inizia a
partire dal I secolo a.C. che lo accomuna a tutta l’area
dei Campi Flegrei. Dalle terrazze di esso, infatti, è possibile scorgere senza sforzo alcune tra le più straordinarie testimonianze archeologiche di questo tratto del
Golfo di Napoli: il Tempio di Augusto sul Rione Terra ed
L
il Macellum di Pozzuoli, i resti delle ville marittime, le
Terme di Baia, l’acropoli di Cuma ed altro ancora. La
costruzione del castello iniziò, infatti, solo nel 1490
proprio sui resti di un’antica villa romana, a protezione
della costa flegrea e della capitale del Regno. Il castello di Baia, che si staglia su di un promontorio naturale,
ad un’altezza di 94 metri s.l.m., venne munito di mura,
torri, fossati e ponti levatoi che lo rendevano praticamente inviolabile. La realizzazione delle opere difensive
fu affidata al celebre architetto militare Francesco di
Giorgio Martini. L’ultimo grande evento eruttivo dei
Campi Flegrei, datato 1538, che determinò tra l’altro la
nascita del più giovane vulcano d’Europa, il “Monte
Nuovo”, provocò devastanti danni ad una vasta area
comprendente anche il Castello. Il vicerè don Pedro de
Toledo fece ricostruire le parti crollate e ampliò considerevolmente la fabbrica originaria che assunse la configurazione di un grandioso forte bastionato con
impianto planimetrico irregolare a causa delle caratteristiche molto accidentate del sito. La fortezza venne
dotata, successivamente, di opere di protezione avanzata, tra cui un piccolo ma ben armato forte a mare destinato a fronteggiare le offese navali. Dopo l’annessione
allo Stato sabaudo, iniziò un periodo di lento ed inesorabile oblio per il castello che, nel 1887, venne escluso
dalle fortezze di stato venendo successivamente, nel
secondo dopoguerra, adibito ad orfanotrofio per accogliere gli orfani di guerra. Soltanto negli ultimi decenni
è stata data al Castello una destinazione d’uso adeguata alla sua importanza: quella di Museo Archeologico
dei Campi Flegrei. È tuttora in corso un elaborato ed
esteso intervento di restauro diretto dallo stesso arch.
Guglielmo al fine di ampliarne gli spazi espositivi.
Sempre nella giornata di sabato 29 settembre si è proceduto alla visita guidata del Castello di Montesarchio
e del Museo Nazionale del Sannio Caudino in collaborazione con la Soprintendenza per i beni Archeologici
delle provincie di Salerno, Avellino e Benevento. Questo
Castello, di fondazione longobarda, ci è pervenuto nelle
forme dovute alla ricostruzione aragonese risalente alla
fine del XV secolo ed agli adeguamenti ascrivibili al
secolo successivo. Nonostante l’antico impianto sia
stato quasi del tutto perso, qualche traccia dell’opera
originaria rimane nel basamento di grandi blocchi di
pietra squadrata e nelle aperture a”bocca di lupo” poste
alla base della cerchia esterna. Molto interessante è
anche il baluardo avanzato a protezione dell’ingresso,
dotato di “doppio ordine di fuoco” in casamatta nonché
di troniere scoperte. Il Museo, che occupa il primo piano
del Castello, raccoglie le testimonianze più significative
dei principali insediamenti delle valli Caudina e
Telesina. Il nucleo principale dell’attuale esposizione è
costituito dai corredi funerari della Necropoli di
Montesarchio, datati tra l’Età del Ferro e l’epoca
Sannitica (IV-III sec. a.C.) e dalle ceramiche di produzione corinzia e greco - orientale.
Il giorno successivo, domenica 30 settembre, in collaborazione con la Pro Loco di Caiazzo e grazie all’ospitalità
del proprietario del Castello, sig. Ferdinando De Angelis,
è stata organizzata una visita guidata del Castello. La
fortezza presenta delle torri cilindriche ed un mastio
quadrangolare più antico, risalente al periodo normanno-svevo. Nel 1229, sotto la dominazione sveva, Caiazzo
fu liberata, per intervento diretto di Federico II, da un
assedio portato dalle truppe pontificie guidate da
Giovanni di Brienne. L’imperatore stesso soggiornò nel
Castello ed ebbe molto in considerazione la stessa città.
Contemporaneamente, a Roccadaspide, il consocio dott.
Ettore Giuliani, proprietario del castello, ha fatto gli
onori di casa ospitando tra le mura del castello quanti
lo volessero visitare. Il Castello, collocato alla sommità
dell’antico nucleo abitato, in una posizione che domina
l’alta valle del fiume Calore, anticamente costituito da
un’unica torre, probabilmente ubicata nell’attuale parte
centrale della struttura, deve la sua trasformazione alla
dominazione normanno-sveva, che ne ampliò la struttura con tre torri a base quadrangolare. Le cortine erano
caratterizzate da merlature e da muri verticali atti alla
difesa piombante. L’attuale configurazione è comunque
da attribuire all’epoca angioina. Gli elementi tipicamente angioini sono le cinque torri a base circolare che
servivano ad attuare una difesa di fiancheggiamento in
aggiunta a quella frontale, esercitata dall’alto dalle cortine merlate ed integrata dalla difesa piombante, estesa a tutto il perimetro del Castello e resa possibile dalle
caditoie disposte su aggetti costituiti da mensole di pietra. Durante i secoli XVII e XVIII il Castello ha subito
ulteriori trasformazioni, tuttora visibili, con l’ apertura
di finestre e balconi.
Infine a Taurasi, con la collaborazione dell’Amministrazione Comunale, sono state aperte le porte del castello, il
cui restauro è in fase di ultimazione. Taurasi fu un centro
di grande importanza nel medioevo, anche se le sue origini sono ben più antiche, essendo stata abitata fin dalla
preistoria. Il Castello, noto anche come Palazzo
Marchionale, ha subito nel tempo varie trasformazioni.
La forma attuale di epoca aragonese si sovrappone
all’impianto normanno del XII secolo con un donjon a
pianta quadrata, che a sua volta venne fondato su preesistenze longobarde del VII sec. e più anticamente romane. Singolare esempio di architettura militare, il castello
di Taurasi conserva al suo interno una pregevole corte,
l’imponente “sala della corte” con il suo camino monumentale, la cappella di S. Pietro a Castello ed all’interno
del mastio la pregevole scala elicoidale in pietra.
La visita è stata guidata dalla dott.ssa Sandra Lo Pilato,
della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno,
Avellino e Benevento. Preziose notizie sugli interventi di
recupero sono state fornite anche dal direttore dei lavori, ing. Franco Rozza, mentre l’assessore comunale
Martiniello, che guidava una delegazione locale, ha illustrato l’importante ruolo che il castello, di proprietà
comunale, con la sua destinazione a centro enologico
regionale, svolgerà per la valorizzazione del territorio e
del centro storico di Taurasi. Dell’antica cinta muraria
urbana sopravvivono ampi tratti di cortina muraria,
soprattutto lungo il lato sud del nucleo urbano, inglobati in fabbricati civili ed a tre porte.
Domenico Tirendi
Un’immagine del
castello di
Roccadaspide (SA),
trasformato
durante la
dominazione
normanno-sveva,
che ne ampliò la
struttura con tre
torri a base
quadrangolare.
8
Cronache Castellane
ttività delle sezioni
Emilia Romagna
LA ROCCA DI BRISIGHELLA
L
Sopra
la pianta della
rocca trapezoidale,
con due torrioni
cilindrici ad est ed
una cortina
angolata ad ovest.
Il mastio è
cilindrico, ma i
vani interni
quadrati
suggeriscono che
abbia inglobato
una torre
quadrata.
Brisighella (RA).
La rocca attuale fu
iniziata nel 1310
da Francesco
Manfredi,
ricostruendo un
fortilizio
precedente.
Tra il 1457 ed il
1476 i Manfredi
edificarono la
rocca attuale,
sotto la spinta di
più efficaci metodi
di assedio.
I veneziani tra il
1504 e il 1509
rafforzarono la
rocca.
e Giornate Nazionali dei Castelli del 29 e 30 settembre 2007 in Emilia Romagna si sono svolte alla
Rocca di Brisighella, un suggestivo borgo collinare
della provincia di Ravenna situato sulla antica strada
romana che partendo dalla Via Emilia, a Faenza, conduce a Firenze attraverso uno dei passi che valicano
l’Appennino Tosco Romagnolo.
Il castello è stato restaurato di recente, e l’amministrazione comunale ha acconsentito con entusiasmo ad
organizzarvi la manifestazione. In passato la rocca ha
ospitato per molti anni un museo della civiltà contadina, ma per permettere i lavori è stata svuotata di tutto
o quasi e riaperta alle visite senza riallestire al suo
interno quella raccolta. Senza entrare nel merito di
quale futuro utilizzo del monumento possa essere
migliore, non c’è dubbio che per servirsene come terreno di istruzione dei visitatori, onde introdurli alla conoscenza dell’architettura militare del periodo della
Transizione, si è potuto agire nelle condizioni ottimali.
Come negli anni passati infatti le guide hanno curato
soprattutto la spiegazione dei dettagli costruttivi, delle
tecniche difensive e dell’arte militare quattro-cinquecentesca, accennando molto di sfuggita alla storia del
castello e del territorio circostante; lo hanno fatto principalmente per sfatare con argomenti circostanziati la
credenza, da tempo radicata, che siano stati i Veneziani
a compiere l’ultimo importante ciclo di lavori, e a dare
alla Rocca di Brisighella l’ aspetto attuale.
In realtà il mastio è senza dubbio della seconda metà del
XV secolo, un esempio paradigmatico di torre cilindrica
della Transizione, con bombardiere dalla scudatura in
pietra a toppa di chiave rovesciata, e passaluce che si
fingono bombardiere, per creare falsi bersagli per le artiglierie nemiche. Sia nelle torri che nelle cortine ci sono
bombardiere alla francese, databili ai primi anni del XVI
secolo, ma si tratta certamente di aggiunte, forse gli
unici interventi veramente attribuibili ai Veneziani, che
del castello hanno avuto il possesso per pochissimi anni,
dal 1503 al 1509. Non ha senso pensare che il mastio sia
stato edificato durante l’effimero dominio della
Serenissima con tecniche costruttive ormai obsolete.
Per queste ragioni le nostre guide del Gruppo Giovani
hanno attribuito con convinzione la committenza della
rocca che vediamo oggi ai Manfredi, la famiglia che ha
dominato a lungo Faenza e la valle del fiume Lamone.
Essa aveva ancora un completo controllo di Brisighella
negli anni in cui sono documentati importanti lavori di
costruzione del castello, realizzati fra il 1457 e il 1476.
Benché il testo più amato dagli storici locali (la Storia
di Brisighella di Antonio Metelli) accrediti la versione
della costruzione del mastio sotto i Veneziani, tutto
lascia pensare che non sia affatto così.
Anche il lato occidentale del castello è di epoca manfrediana. Costituito da una cortina angolata al centro,
ha alla sua estrema sinistra un’originalissima difesa
fiancheggiante, protesa in avanti e posta al livello più
basso di un fossato oggi solo in parte visibile, che un
tempo doveva esser protetto verso l’esterno da un terrapieno. Alla base della cortina una grande scarpa inclinata termina con un tratto verticale. All’interno di questo,dallo spessore di circa otto metri, è ricavata una galleria con sei feritoie, che permettevano il tiro frontale
nel fossato. Dall’alto della cortina si poteva effettuare il
tiro a maggior distanza.
Se il resto della fortificazione non offre nulla di diverso
da ciò che si trova in molte rocche della seconda metà
del XV secolo, questa cortina rappresenta qualcosa di
unico, forse un esperimento, un passo verso il forte
bastionato del secolo successivo.
Alla descrizione di questo interessantissimo settore
difensivo della rocca le guide hanno dedicato molto
impegno. Poi hanno spiegato la compartimentazione,
destinata a prolungare i tempi di resistenza, senza
dimenticare di far comprendere al pubblico le condizioni di vita della guarnigione attraverso l’osservazione
critica degli ambienti interni.
Ai visitatori, che nelle due giornate sono stati più di cinquecento, è stato distribuito un pieghevole realizzato
appositamente. Di esso è autore l’Ing. Palloni.
Ha riscosso grande apprezzamento, e ha molto facilitato sia l’esposizione da parte delle guide, che la comprensione da parte del pubblico.
La stampa locale ha dato un buon risalto alla manifestazione, e le belle giornate hanno contribuito al successo.
Domenico Emiliani Zauli Naldi
F r i u l i - Ve n e z i a G i u l i a
DA CÒRMONS A CIVIDALE DEL FRIULI
I
n occasione delle Giornate Nazionali dei Castelli, la
sezione Friuli-Venezia Giulia sabato 29 settembre
ha aperto le manifestazioni in località monte
Quarin presso la chiesa della Beata Vergine del
Soccorso.
Dopo il saluto del sindaco Luciano Patat, è seguito un
dibattito sul caso del castello di Còrmons con l’intervento dei rappresentanti dell’Amministrazione Cittadina,
dell’Istituto Italiano dei Castelli e dell’Associazione
Fulcherio Ungrispach.
Domenica 30 settembre sono state organizzate visite
guidate al castello di Còrmons e alla chiesa della Beata
Vergine del Soccorso.
In chiusura il prof. Roberto Tirelli ha tenuto la conferenza su Massimiliano, signore di Còrmons.
Sabato 29 settembre sono stati visitati gli scavi presso
il castello di Artegna guidati dall’archeologo, dott. Luca
Villa. È seguita la visita al Forte di Osoppo, una delle
maggiori fortificazioni a difesa della Serenissima.
Le manifestazioni sono riprese domenica 30 settembre
a San Vito al Tagliamento per visitare il centro storico,
il castello dei Conti Panciera di Zoppola. Nel pomeriggio
sono seguite le visite guidate a Cividale del Friuli.
Dopo i saluti del Sindaco, dott. Attilio Vuga, l’architetto
Giuliano Quendolo ha tenuto una visita guidata attraverso le preesistenze romane, tardo medioevali e
medioevali delle mura, con illustrazione dei disegni
esplicativi della storia del sistema fortificato cividalese.
È seguita la visita al Monastero di Santa Maria in Valle
aperto in occasione delle Giornate Europee del
Patrimonio.
A chiusura delle Giornate Nazionali dei Castelli, l’arch.
Alessandra Quendolo, presidente dell’Istituto Nazionale
dei Castelli, sezione Friuli-Venezia Giulia, ha tenuto una
relazione riassuntiva sulle numerose manifestazioni
svoltesi il 29-30 settembre.
Lazio
ROCCA, TURRIS, MUNITIO
N
ella giornata di Venerdì 25 maggio 2007 si è svolto presso la sede dell’Associazione Civita in Roma
il convegno dal titolo Rocca, turris, munitio.
L’origine dell’architettura fortificata tra residenza e
difesa. Il caso del Lazio nel panorama europeo, promosso dalla Sezione con la collaborazione scientifica della
Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti
dell’Università di Roma La Sapienza.
Oltre alla partecipazione dei rappresentanti dell’Istituto
dei Castelli e di Civita (per la quale erano presenti
l’On. Antonio Meccanico e il Presidente Gianfranco
Imperatori), l’incontro si è arricchito degli interventi
dell’Assessore alla Cultura della Regione Lazio, Giulia
Rodano, e del Professor Giovanni Carbonara, dell’Ing.
Luciano Marchetti, Direttore Regionale per i Beni
Culturali e Paesaggistici del Lazio, la Prof. J. Steriotou,
che ha tracciato alcune linee di continuità tra l’architettura italiana e greca. Allo studio storico-critico si sono
affiancati temi d’interesse più generale, come la conservazione delle strutture fortificate secondo i più attuali
orientamenti nel campo del restauro. La comprensione e
la lettura di questi ultimi sono infatti volte a cogliere le
“vocazioni”, spesso “istituzionali”, che contraddistinguono oggi i castelli e le rocche. Non è un caso, a tal proposito, che alcune rocche, castelli o sedi amministrative
di governi locali abbiano conservato ancora oggi la carica simbolica e la destinazione d’uso a luogo di rappresentanza di comunità e spazi d’uso pubblico.
La giornata di lavori ha visto la partecipazione di oltre
300 persone, che hanno potuto apprezzare la qualità
propositiva degli interventi, nei quali si è sviluppato un
confronto tra il mondo accademico e quello istituzionale, animati da interessi diversi ma convergenti nell’attenzione alla conservazione delle architetture fortificate.
Il Convegno si è articolato in due fasi: la prima è stata
rivolta all’inquadramento generale del tema dell’architettura fortificata e alla distinzione fra i diversi tipi di
insediamenti fortificati, con contributi su temi specifici
relativi a castelli in Europa; la seconda parte ha riguardato, nello specifico, alcuni significativi e peculiari
esempi di architetture fortificate in area laziale.
Nel corso del Convegno è stata presentata anche una
Artegna (UD).
Nel medioevo
sorsero due castelli
in località San
Martino, numerosi
reperti
archeologici,
testimoniano che il
colle fu sede di un
insediamento
romano. Sul finire
del XIII secolo, il
castello superiore
cadde in rovina,
mentre i d’Artegna
si insediarono in
quello inferiore.
San Vito al
Tagliamento (PN).
Città fortificata
situata nella bassa
pianura friulana.
Attualmente la
cittadella
custodisce ancora
numerosi elementi
delle antiche
fortificazioni; sono
bene conservate la
torre Raimonda, la
torre Alta, un
torrione cilindrico
e resti delle mura.
Nella foto la Porta
Grimana.
10
Cronache Castellane
ttività delle sezioni
proposta operativa che la sezione Lazio dell’Istituto italiano dei Castelli ha intenzione di promuovere nel prossimo futuro: il progetto di un catalogo generale dei luoghi fortificati del Lazio, in collaborazione con la Facoltà
di Architettura Valle Giulia e con la Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti dell’Università di
Roma La Sapienza.
Dott.ssa Olga Caputi
LA CHIESA DI SANT’ELIGIO DEGLI OREFICI
i annida in fondo ad uno dei vicoli più suggestivi
del Centro Storico. Per la maggior parte dei
Romani è soltanto una piccola facciata, dal portale di marmo, sempre chiusa. Molti sanno che si tratta
di una delle rare architetture ideate da Raffaello Sanzio,
pochi, pochissimi, l’hanno potuta ammirare dall’interno.
Sabato 29 settembre, in occasione della nona Giornata
Nazionale dei Castelli, i battenti della Chiesa di
Sant’Eligio degli Orefici sono stati aperti in via straordinaria alle visite guidate organizzate dalla Sezione Lazio
con la collaborazione del Nobil Collegio degli Orefici,
che ha sede presso la chiesa.
Gli oltre 200 visitatori intervenuti hanno potuto ammirare le forme pure e le soluzioni geniali elaborate dal
maestro urbinate, che ha lasciato un segno di grande
raffinatezza negli edifici adiacenti la strada prediletta da
Papa Giulio II della Rovere. Fu il pontefice nel 1509 ad
autorizzare “li diletti figlioli dell’Università delli Orefici
in Roma di costruire ed edificare et di far fabbricare una
chiesa, ovvero cappella, sotto detta invocazione di
Sant’Eligio, in strada Giulia e in loco che per tale effetto si trovasse più comodo”. Per facilitare l’approvazione
del progetto, fu invitato uno degli artisti più illustri del
momento, che raccolse la sfida di lavorare su una scala
molto ridotta, dove poter costruire un piccolo tempio
dalle forme antiche e dalle proporzioni perfette.
Dopo i recenti restauri, Sant’Eligio presenta in modo
ancora più evidente i caratteri del suo equilibrio tra
S
Roma. La chiesa di
Sant’Eligio degli
Orefici, situata nel
centro storico di
Roma, è una delle
rare architetture
ideate da Raffaello
Sanzio. Il recente
restauro ha messo
in risalto le fasce
grigie che
disegnano
l’architettura.
Sopra, un
particolare dei tre
altari affrescati dai
pittori più
apprezzati
dell’epoca.
pareti bianche e fasce grigie che ne disegnano l’architettura, sulla quale si aprono tre altari, affrescati dai
pittori più attivi dell’epoca, come Federico Zuccari.
Protagonista della decorazione è Sant’Eligio, (590 – 665
d.C.) orefice, maestro di zecca, Vescovo di Noyon e consigliere dei sovrani merovingi, che venne assunto a protettore degli orafi oltre che per la sua alta professionalità e onestà, per aver fondato alcuni conventi dove il
lavoro manuale, e in particolare modo le tecniche legate all’oreficeria e all’argenteria, venivano studiate,
applicate con maestria e diffuse nel mondo cattolico.
Il Nobil Collegio ebbe il compito di controllare il mercato orafo; fino al 1870 imperava, infatti, il divieto assoluto di esercitare l’arte orafa od aprire una bottega
senza l’autorizzazione della Corporazione che, dopo un
attento esame rilasciava una licenza denominata
“Patente”. Tra i membri più illustri annoveriamo
Benvenuto Cellini e Giuseppe Valadier, il celebre architetto autore del progetto di Piazza del Popolo.
L’iniziativa ha dato il via al programma di appuntamenti culturali della Sezione, che ha organizzato successivamente una visita al Castello Giustiniani-Odescalchi di
Bassano e alla Venaria Reale a Torino.
Costantino D’Orazio
Liguria
IL CASTELLO DI COMPIANO E IL SUO BORGO.
arrivederci dei soci prima delle ferie estive, giustamente meritate, è avvenuto nel giugno 2007
con una superescursione a Villa Isola del Garda,
in San Felice di Benaco (Brescia), dove, oltre ad un’accoglienza a dir poco squisita, i partecipanti hanno potuto trascorrere una giornata veramente speciale,
Dopo aver ammirato il centro antico di Salò, noto non
solo storicamente ma anche per l’urbanistica e l’architettura che lo contraddistinguono, salito sul battello in
riva al lungolago, entro una ventina di minuti il gruppo
si è trovato immerso in un parco di insospettabile vegetazione, per rigoglio e varietà: piante locali ed esotiche,
esemplari unici di infiorescenze, agavi, magnolie, limoni, ulteriori specie rarissime.
E nel cuore, fra pini, cipressi, acacie, ecco prorompere le
linee in stile neogotico-veneziano di un raffinato palazzo dei primi novecento, quando l’eleganza era fatto
ambito, alle cui falde facevano bella mostra di sé terrazze e giardini all’italiana, fino all’acqua del lago stesso.
Il preludio all’estate, avendo conosciuto manieri e fortezze d’ogni tipo durante le stagioni autunno-inverno,
non sarebbe potuta essere più appropriata.
Il sopraggiunto settembre, in ogni caso, non ha fatto
dimenticare un impegno che il sodalizio genovese aveva
già pattuito; una puntata a …….”Un castello ghibellino
nei boschi dell’Appennino”: ciò è quanto si legge ne
“I borghi più belli d’Italia” (pgg. 173 e sgg.) quando si
parla di Compiano (PR). Sono stati testimoni, gli Amici
della Sezione Liguria, della possanza delle sue mura,
della postazione dominante a salvaguardia di persone
ed interessi: gli hanno dedicato, quindi, proprio la
domenica 30 settembre, posticipando la manifestazione
per le Giornate Nazionali dei Castelli.
Cronache Castellane
La cinta fortificata, a racchiudere il borgo a mo’ di
difesa, mostra palesi segni di vestigia d’epoca carolingia
(la prima rocca potrebbe risalire addirittura all’814);
attorno all’anno mille la storia ci racconta che vi si
stanziarono i potenti, intraprendenti Malaspina, di cui i
Soci genovesi hanno precedentemente seguito le orme
dapprima a Fosdinovo, in Lunigiana, poi in Valtrebbia: i
documenti li dichiarano presenti perfino a Torriglia,
antico sito montano (Genova), tanto per citarne alcuni.
Dopo l’appartenenza al comune di Piacenza, verso la
metà del XIII secolo, Ubertino Landi, di parte ghibellina,
ne sarà signore, perpetuando il governo della famiglia
per cinque secoli, circa; sarà proprio Carlo V a proclamare principato Compiano, Bardi e Borgo Val di Taro;
i Landi, raffinati nonché munifici Signori, dei quali la
Nostra Sezione ha già ammirato i destini, perdentesi
nella notte dei tempi, durante una visita d’un giorno a
Rivalta sul Trebbia, assisteranno alla fine della loro
grandezza a Bardi e a Compiano nel 1630 quando
Federico Landi, senza prole maschile, consegnerà i territori alla figlia Polissena Landi, moglie di Gian Andrea
Doria di Genova.
Ancora dalla storia apprendiamo che, dopo i fasti legati ai Landi, quando Compiano ebbe perfino una propria
moneta, inaugurò scuole pubbliche e toccò l’apice della
gloria, sotto i Farnese, nel ‘700, iniziò a declinare; il
1738 fu la data fatidica che segnò la fine giuridica dei
feudi Landi.
Sotto Maria Luigia, figlia di Francesco I d’Austria, andata
sposa a Napoleone nel 1810, l’antico e prestigioso maniero fu trasformato in una prigione, in cui relegare i carbonari rivoltosi, attivi nei moti del 1821. Nel 1944 divenne
territorio libero dell’Alta Val di Taro e, successivamente,
acquistato dalla marchesa Lina Raimondi, andata sposa
all’imprenditore Gambarotta, produttore dell’amaro, noto
in ispecie negli anni cinquanta, sessanta.
Il paesaggio sull’Alta Val di Taro, che si gode dalle finestre del castello, non può che suscitare ammirazione per
la posizione, di chiara “lettura”: la forza delle mura permette al visitatore di comprendere che la primaria fun-
11
zione della struttura fu difensiva nonché, contemporaneamente, di offesa; più tardi, come è ovvio capiti,
venne adibita ad abitazione, aggiungendo quei comfort,
oltre agli ornamenti, che i secoli susseguentisi (oltre al
gusto dei proprietari), hanno richiesto.
Le tappezzerie in tessuto, gli arredi, gli stucchi, i tendaggi rispecchiano il gusto degli abitatori oltre che di
un’epoca: l’aspirazione a sottolineare l’opulenza è alla
base di alcune scelte; altre sono invece spinte dal
rispetto per una tradizione perché non si perda attraverso i secoli. Non si può rimanere insensibili davanti ad
alcune poltroncine particolarmente eleganti, ai tendaggi d’epoca, allo spirito orientaleggiante espresso in un
altare in prezioso e leggero bambù dorato, con porticine atte a celare un’immagine sacra di Budda; per trasformarsi in un baule, inaspettatamente, chiudendone
due grandi ante.
Ispezionando abitazioni architettonicamente composite, smisurate rispetto ai canoni odierni, non si può, purtroppo, trattenere nella memoria ogni particolare, nonostante la buona volontà; tutto quanto esposto costituisce oggi un museo, lasciato dalla marchesa, nel
1987, al Comune, per essere oculatamente conservato.
Dal luglio 2002 il Museo Massonico Internazionale
“Orizzonti Massonici” è ospitato in tre sale, dove è possibile ricostruire, attraverso cimeli di vario tipo, da preziosi collari a onorificenze, il simbolismo della
Massoneria inglese; nella sala 33, invece, sono stati
sistemati esemplari di provenienza italiana.
Tale iniziativa ha preso corpo in seguito alla donazione
di Flaminio Musa in collaborazione con il Grande
Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani.
La passeggiata nel borgo non è stata da meno per suggestione e abilità architettonica nel restauro. Lungo le
caratteristiche vie, a memoria di un passato feudale, si è
giunti al belvedere, per affacciarsi su una vallata nella
quale l’occhio umano si perde, per ampiezza, respiro
nonché per dovizia di vegetazione. Mistica, nella piazza,
la chiesa di San Giovanni Battista, del pari per imponenza, la facciata del Municipio con balcone seicentesco.
Nella strettoia, verso il maniero, colpisce la fantasia del
visitatore la sagoma di un grande orso, simbolo degli
Orsanti, a introdurre dentro il museo omonimo, aperto
su istanza della signora Maria Teresa Alpi; il mistero
legato ai girovaghi, gente in condizioni di indigenza,
accompagnati nei loro percorsi da donne, bambini,
talvolta venditori ambulanti, talvolta saltimbanchi
(si diffusero anche in Europa) rievoca una realtà remota, a dir poco romanzesca.
Compiano rimane un centro attivissimo al giorno d’oggi; il P.E.N. Club italiano ha inaugurato, nel 1991, un
premio letterario da tenersi in loco ogni anno, nella
prima metà di settembre, rivolto a poeti, saggisti, narratori. Da tale iniziativa hanno acquisito ulteriore notorietà numerosi autori apprezzati dal pubblico e dalla
critica: dal ligure Francesco Biamonti a Mario Rigoni
Stern, da Giuseppe Pontiggia a Susanna Tamaro ed
Emilio Tabucchi.
Ma non è finita qui: nella piazza di Compiano si svolge,
in concomitanza, la mostra d’un importante artista che
abbia pubblicato anche opere di letteratura: Salvatore
Fiume, Enrico Baj e tanti, tanti altri.
Compiano: un borgo dinamico ed intrepido, che non
dimentica un passato solido, inserendosi, con iniziative
intelligenti, nel mondo contemporaneo.
Il rientro a Genova è avvenuto attraverso il Passo di
A lato una delle
poderose torri del
castello di
Compiano (PR),
assegnabile alla
seconda metà del
sec. XV. Il castello,
interamente in
pietra, è coronato
da un’interrotta
serie di beccatelli
in pietra.
12
Cronache Castellane
ttività delle sezioni
Campiano (PR).
Il castello
appartiene
storicamente al
territorio
piacentino, a pochi
chilometri dal
confine con la
Liguria. La pianta
ha forma di
trapezio con tre
semitorri poste
quasi all’estremità
dei lati del castello.
L’ingresso si trova
sulla fronte sudovest protetto da
un rivellino
semianulare.
Centocroci, strada di collegamento fra Parma e Sestri
Levante; la via è godibile soprattutto nelle giornate
luminose, proprio come la domenica appena trascorsa.
I monti impervi alternantisi a zone ricche di vegetazione arborea, a verdeggianti prati, a pianure recintate da
strutture lignee, ove pascolano serafiche mucche fulve
ingorde d’erba, costituiscono la unicità di una strada
estraniata dal mondo convulso del duemila.
“…E il valico di Centocroci! Un tempo quel monte si chiamava monte Lamba. Di là passava la strada che univa la
valle di Vara a quella del Taro. Lassù, nella lunare nudità
degli alti pascoli, molte persone erano cadute vittime di
branchi di lupi e di furiose bufere di neve. Le loro sepolture, segnate appena da rozze croci, avevano fatto mutare il nome del monte in quello di Centocroci. Sul valico
era sorto poi un eremo dove erano andati a vivere alcuni monaci pronti ad aiutare i viandanti e a dar ricovero
ai pellegrini, ottenendo, per questa loro opera, molte elemosine e generose donazioni. Ma l’avidità di denaro li
allontanò dalla retta via spingendoli ad uccidere i viaggiatori per derubarli. I corpi venivano poi gettati in un
profondo pozzo scavato non lontano dal valico. La criminale attività fu scoperta grazie ai cani che, salendo al
monte con le greggi, si fermavano latrando accanto a
quella maleodorante voragine. I pastori denunciarono la
scoperta e sollecitarono l’arresto dei colpevoli ma questi,
prima che la giustizia umana li raggiungesse riuscirono a
fuggire per andare a godersi altrove le loro ricchezze, se
mai glielo consentì la giustizia divina”. (Ronco A., Luigia
Pallavicini e Genova napoleonica, De Ferrari Editore,
Genova 1995, pgg. 29.30). Una visita particolare non
poteva mancare in questo inizio d’autunno, trattandosi
di un avvenimento eccezionale: domenica 14 ottobre,
presso la sede della Cassa di Risparmio, un gruppetto di
soci ha visitato una mostra d’arte del maestro Giovanni
Berio, soprannominato Ligustro, nato a Oneglia. La tecnica da lui usata è quella della xilografia giapponese,
Nishiki-e (pittura di Broccato), assai antica. I soggetti
sono preziosi e raffinati.
Il giorno 18 ottobre, nella Sala dei Chierici della
Biblioteca Berio, alle ore 17, a sostegno di quanto
l’Istituto Italiano dei Castelli mette in opera costantemente, è stata sviluppata una tematica dal Prof.
Stefano Emanuele Monti-Bragadin, docente di Sociologia Politica presso l’Università degli Studi di Genova, il
cui titolo è stato: ”Castelli e guerrieri”; l’argomento gli
è stato particolarmente congeniale, vista la sua competenza storica applicata a ricerche e dibattiti.
Il successo è risultato pieno, il pubblico numeroso, gli
interventi mirati ed attenti.
di Raffaella Saponaro Monti-Bragadin
Lombardia
LA CASCINA FORTIFICATA DI CELPENCHIO E IL
CASTELLO DI COZZO
abbinamento di Celpenchio e Cozzo per le
Giornate Nazionali dei Castelli guardava da una
parte al monumento vivente nell’oggi (“cascina
fortificata” divisa in quattro proprietà e circondata da
terreni e impianti agricoli funzionanti), dall’altra alla
situazione, per la parte edilizia, in un certo senso bloccata fin dall’epoca del restauro, che ne ha individuato
importanti vocazioni e funzioni (ristorante nelle cantine, scrigno di tesori di famiglia nell’elevato, ambiente
esterno adatto a funzioni collettive anche culturali grazie ad un prato circondato dagli appartamenti del fattore e da un recinto con portone).
Accomunate dall’appartenenza alla famiglia di feudatari Gallarati Scotti, le due realtà castellane pavesi venivano egregiamente illustrate dall’Arch. Paola Spaltini,
che compiva qualche anno fa importanti studi sulle
strutture murarie di Celpenchio. Qui si osservava la
compresenza di elementi di fortificazione, come la planimetria in origine chiusa e le garitte pensili arricchite
dalla decorazione a dente di sega, uniti ad elementi
tipici della villa di delizie, come il raro giardino pensile
e il loggiato ora tamponato, in cui fu trasformato il
complesso nel corso delle sue vicende costruttive.
L’ospitalità e la disponibilità degli attuali proprietari
permetteva l’accesso e la visita anche alle cantine e ad
altri ambienti interni, solitamente chiusi al pubblico,
soddisfacendo in tal modo la curiosità dei numerosi
convenuti.
A Cozzo si prendeva atto della necessità di qualche intervento di restauro (in stato precario gli intonaci graffiti
dello splendido cortile) e si coglieva in sintesi l’importanza storica del monumento in un periodo tormentato,
quello del passaggio del Ducato di Milano ai Francesi
(1499- 1512), ma non se ne poté vedere il documento
principale, l’affresco monocromo raffigurante l’apparato
dell’ospitalità data dal castellano a Luigi XII.
La duplice visita, mattinale e pomeridiana, ai due
castelli fu completata da un “itinerario musicale castellano” tenutosi a Celpenchio dalla Sezione dell’AMIS
(Antiquae Musicae Italicae Studiosi) di Piacenza (organo e cembalo Mario Genesi, soprani Eleonora Alberici e
Claudia Gazzola Castelli) in collaborazione con la
Sezione dell’AMIS di Milano. L’evento interdisciplinare
offriva ai soci e ai convenuti tutti la possibilità di
Cronache Castellane
13
dei visitatori, ha offerto l’opportunità a tutti di conoscere a fondo questo monumento del patrimonio
castellano del territorio varesino finora misconosciuto.
A noi dell’Istituto Italiano dei Castelli la piacevole sorpresa di avere avuto un pubblico così numeroso che ha
superato le più rosee aspettative, attento, partecipe,
entusiasta sia del castello che della giornata.
Marco Tamborini
Delegazione di Varese
Fagnano Olona (VA),
castello Visconteo.
Nell’immagine
la parte
cinquecentesca
del castello
con l’ingresso
principale rivolto
verso il paese e
preceduto da un
ampio fossato.
IL CASTELLO VISCONTEO DI PAGAZZANO,
CONVEGNO E VISITE GUIDATE
N
vivere” un castello in modo differente da quelli tradizionali, ma assai consoni alla sensibilità di oggi.
Il livello dell’esecuzione fu degno dell’accoglienza offerta dalla proprietà e premiò l’attenzione dei numerosi
presenti.
Broglia, Dallera, Timossi
Delegazione di Pavia, Milano
IL CASTELLO DI FAGNANO OLONA E I SUOI
AFFRESCHI
N
ell’ambito delle Giornate Nazionali dei Castelli
che l’Istituto organizza ogni anno, la delegazione
varesina della sezione Lombardia ha proposto per
il 2007 la visita guidata al castello visconteo di Fagnano
Olona per scoprirne la storia e la struttura della fortificazione, ma anche per conoscere le pregevoli decorazioni ad affresco quattrocentesche, all’interno e all’esterno
dell’edificio, oggetto di recenti lavori di recupero, assieme ai restauri delle facciate e del cortile interno.
Complice la giornata che ha concesso qualche occhiata
di sole e la buona pubblicizzazione della manifestazione, le visite sono state seguite da 500 persone, suddivise in due tornate. Nel corso della visita, della durata
ognuna di due ore, esperti del settore si sono alternati
nella descrizione dell’edificio: il dr. Marco Tamborini e
l’arch. Michela Fior ne hanno illustrato la storia, la
struttura architettonica e le decorazioni parietali del
castello, l’arch. Alessandra Grazia, dello studio dell’arch.
Paola Bassani che ha curato i recenti restauri, si è soffermata sulle tecniche e le varie fasi del restauro recentemente concluso alle sue strutture e agli affreschi.
Il castello visconteo di Fagnano Olona, attualmente di
proprietà del Comune fagnanese e sede del Municipio,
con questi ultimi lavori di conservazione e restauro ha
ricevuto nuovi stimoli per la sua conoscenza, affidandoci nuove pagine della sua storia ancora in parte da scoprire e indagare.
La visita proposta nelle Giornate Nazionali dei Castelli,
che ha ricevuto nel Comune di Fagnano Olona entusiastica e disponibile adesione, coadiuvato dalla Pro Loco
che ha messo a disposizione dei figuranti con magnifici costumi rinascimentali che curavano l’accoglienza
ell’ambito delle Giornate Nazionali dei Castelli, la
delegazione di Bergamo, supportata dall’arch.
Gian Maria Labaa, ha promosso una iniziativa di
studio e di conoscenza al Castello di Pagazzano.
I membri del gruppo di lavoro hanno avuto affidamenti
chiari, con relative specifiche responsabilità ed oneri.
Chi la comunicazione, chi la preparazione delle guide,
chi il reperimento delle risorse, chi i rapporti con le istituzioni, ecc. Soprattutto ritenevamo molto importante
che l’iniziativa fosse targata esclusivamente Istituto
Italiano dei Castelli, nel senso che l’ideazione, la gestione e la conduzione dell’evento dovesse far riferimento
in prima persona all’Istituto, solo così si potevano avere
risultati a noi positivi.
Alla buona riuscita dell’iniziativa hanno contribuito: 15
passaggi sui media; risultato 22 passaggi tra cui un articolo con foto sul “Corriere della Sera” e un servizio al
“TG3”, ma anche un’intera pagina sul più importante
quotidiano locale e un articolo di 12 pagine (e copertina
dedicata) sulla “Rivista di Bergamo”.
Nell’ambito dei due giorni si puntava alle 1.000 presenze, a condizione che il tempo fosse stato clemente.
La situazione atmosferica non è stata benevola, nonostante ciò sono state contate circa 1.600 persone, ma
Veduta del
“mastio” del
castello Visconti di
Brignano a
Pagazzano (BG).
Il castello che
sorge all’esterno
del paese, fu
edificato tra il
1450 e il 1475.
L’elemento più
significativo è la
presenza
dell’acqua nel
fossato, che tra i
castelli di pianura
si trova in soli
pochi altri esempi.
14
Cronache Castellane
ttività delle sezioni
IL BORGO FORTIFICATO DI VILLINCINO, E LA
BASILICA ROMANICA DI SANT’EUFEMIA
Pagazzano (BG),
castello Visconti di
Brignano. Torre
d’ingresso e di
guardia munita di
ponte levatoio e di
ponticella
pedonale sul
fossato.
Caratteristico è
l’apparato a
sporgere con
slanciati beccatelli
in mattoni di
scuola sforzesca.
Pizzighettone (CR).
La torre del Guado
è la più importante
testimonianza
dell’imponente
castello visconteo
che sorgeva in
fregio all’Adda.
L
non solo, l’onda lunga della manifestazione ha interessato anche i giorni e le settimane successive, con richieste di visita perfino dalla Marche.
Possiamo pertanto, con ragionevole approssimazione,
ritenere che globalmente l’iniziativa ha portato al
castello di Pagazzano quasi 2.000 visitatori. Come sempre l’indicatore più chiaro e convincente, relativamente
al successo di un’iniziativa, è il riscontro in richieste di
iscrizione all’Istituto, che si stanno concretando.
Sabato 29 - Giornata di studio e confronto.
In mattinata il convegno: “Il Castello visconteo di
Pagazzano: novità, scoperte e proposte”, con interventi di:
Gabriele Medolago: Il castello di Pagazzano nelle carte
dell’archivio Crivelli
Erminio Gennaro: Francesco Petrarca a Pagazzano?
Gian Maria Labaa: Novità e conferme da un restauro
Sara Biffi, Emanuele Panzeri: Tra borgo e castello, una
piazza
Riccardo Riganti: Un riuso ottimale: gli archivi storici
della pianura bergamasca nel Castello di Pagazzano.
Dopo il pranzo (offerto), la tavola rotonda: “Pagazzano,
il territorio, il borgo e il suo castello: ieri, oggi, … domani”;
con interventi di: Riccardo Caproni, Graziella Colmuto
Zanella, Gian Maria Labaa, Raffaele Moriggi, Barbara
Oggionni, Giuseppe Pezzoni, Francesco Rampinelli, Lidia
Villa.
È seguita una visita guidata e riservata al Castello, la
chiusura ufficiale della manifestazione e la votazione
della mozione dell’Istituto Italiano dei Castelli.
Domenica 30 - Visite guidate al Castello
Per tutta la giornata ogni 30 minuti prendeva avvio una
visita guidata al Castello.
Sono state altresì allestite, nel castello, due mostre in
tema e uno stand promozionale/informativo sull’Istituto.
Anche lo sforzo economico è stato rilevante, tuttavia
l’intera iniziativa si è autogestita.
Gian Maria Labaa
Delegazione di Bergamo
e iniziative proposte per le Giornate Nazionali dei
Castelli di domenica 30 settembre 2007 che interessavano l’area di Erba, con la possibilità di visitare la Grotta naturale denominata Buco del Piombo fortificata nell’altomedioevo e ora musealizzata e la visita
guidata al borgo fortificato di Villincino (Erba) e alla
basilica romanica di Sant’Eufemia, hanno riscosso buon
interesse di pubblico.
Maggior riscontro di pubblico ha avuto la visita nel
paese di Erba. L’appuntamento è stato uno solo, alle ore
15 della domenica, anche perché la sera precedente, in
occasione dell’iniziativa promossa dall’Assessorato
Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia,
chiamata “Una notte al Museo”, il Museo Civico di Erba
aveva proposto un programma intitolato “Piccola incursione nel Medioevo: vita quotidiana, usi e costumi”. La
visita della domenica si ricollegava quindi idealmente a
questa iniziativa.
Più di 60 sono stati comunque i partecipanti, provenienti non solo dal territorio, ma anzi per lo più da zone
più distanti, il milanese, Monza, Lecco, Como. Erano
presenti anche alcuni giovani e parecchi hanno lasciato
il loro indirizzo postale o mail per essere informati di
altre iniziative. Si sono dimostrati molto contenti della
qualità della visita, guidata dalla dott.ssa Barbara
Cermesoni, Conservatore del Civico Museo di Erba, e
dalla sottoscritta che portava a conoscenza del pubblico i dati degli scavi archeologici effettuati alcuni anni
fa dal Museo di Como dinanzi alla Basilica di S. Eufemia
dove si trovava l’antico Battistero di S. Giovanni demolito nel 1600.
Una breve indagine svolta tra i partecipanti ha dimostrato che il veicolo più importante di divulgazione delle
iniziative è stato l’articolo pubblicato sul Corriere della
Sera, pagine della Lombardia e il trafiletto sulla
Provincia di Como (che purtroppo però non indicava
esattamente il punto di ritrovo).
Marina Uboldi
Delegazione di Como
I CASTELLI DELLA PROVINCIA DI CREMONA
opo che per anni le manifestazioni delle Giornate
Nazionale dei Castelli sono avvenute a Crema,
Castelverde, Pandino, Pizzighettone e Soncino
quest’anno è stato deciso di iniziare le manifestazioni
da Cremona.
Lo scopo di tale scelta è stato di rimarcare l’importanza
della ventennale collaborazione tra la Provincia e
l’Istituto Italiano dei Castelli e di presentare con una
mostra una sintesi delle attività editoriali e della pubblicistica finalizzata alle diverse forme di turismo, nonché
la presentazione degli esiti di un progetto di tracciato
ciclopedonale steso alle principali emergenze castellate
della provincia, al fine di porre le basi per una concreta
fase progettuale volta al completamento della rete di
percorsi già realizzati, che hanno riguardato per ora la
parte settentrionale del territorio provinciale.
Il 21 settembre, contestualmente all’inaugurazione di
una mostra documentaria, si è svolto un convegno al
quale sono intervenuti i seguenti relatori:
D
l’On. Giuseppe Torchio, presidente della Provincia di
Cremona, la Sig.ra Fiorella Lazzari, Assessore alla
Programmazione ed allo Sviluppo Turistico della provincia di Cremona.
Il Prof. Guido Scaramellini, presidente Regionale
dell’Istituto Italiano dei Castelli, l’Arch. Luca Rinaldi,
Sovrintendente per i Beni Architettonici e per il
Paesaggio delle provincie di Brescia, Cremona e
Mantova, il Dott. Ferrigno, presidente della Pro Loco di
Crema e socio fondatore dell’Associazione delle Città
Murate e Castellate, la Dott.ssa Barbara Manfredini,
Responsabile del Servizio Promozione Turistico della
Provincia di Cremona, il Prof. Luciano Roncai, Delegato
provinciale dell’Istituto Italiano dei Castelli, e l’Arch.
Elisabetta Bondioni, studiosa delle architetture fortificate.
Nel corso del dibattito sono poi stati segnalati gli sforzi congiunti di Provincia, Comuni, Associazioni che, con
l’Istituto Italiano dei Castelli, hanno ottenuto importanti risultati nella promozione turistica delle località interessate non solo in occasione delle Giornate Nazionali
dei Castelli, che hanno avuto una nutrita affluenza di
visitatori, complessivamente in numero di 6-7000, ma
anche con cospicue presenze nel corso dell’anno.
Il programma degli eventi è poi proseguito nelle altre
località secondo un fitto calendario:
A Castelverde venerdì 21 è avvenuta l’inaugurazione
della mostra allestita nel Palazzo Comunale intitolata
“Opportunità di riutilizzo funzionale delle cascine con
tracce di difese presenti nel territorio di Castelverde”
accompagnato da interventi del Prof. Carmine Lazzarini,
Sindaco di Castelverde e dell’Arch. Michele De Crecchio
e Marco Turati.
Nella giornata di sabato 22 e Domenica 23 si sono svolte le visite guidate agli aspetti ambientali e culturali del
territorio.
A Crema secondo una ricca consuetudine sono state realizzate numerose ed interessanti manifestazioni.
Sabato 22 visite guidate a diversi palazzi storici, a giardini di alcune località del Cremasco settentrionale illustrate dall’Arch. Edoardo Edallo, particolarmente efficaci
sono stati i sopralluoghi alle ville Obizza di
Castelgabbiano e Stringa da Vidolasco. Domenica 23, a
cura dell’Associazione Guido “Il Ghiro”, si è svolta la visita guidata alle mura cremasche.
Sabato 29, a cura della Biblioteca Civica di Crema, è
stata inaugurata la mostra “Le fortificazioni venete di
terraferma nei disegni di Francesco Tensini, architetto
militare cremasco” allestita nella sala ex biblioteca conventuale del Centro Culturale S. Agostino.
A Pandino Sabato 22 è stata inaugurata, nei locali
affrescati del piano superiore del castello, una mostra di
foto d’epoca e documenti di archivio in occasione del
60° anniversario dell’acquisto del castello da parte del
Comune.
A Pizzighettone, come ormai pluriennale consuetudine,
Sabato 22 e Domenica 23 più di mille visitatori hanno
potuto eseguire il sopralluogo alle mura spagnole di
Gera e delle settecentesche casematte.
L’ultimo sabato del mese (il 29) è stata inaugurata nella
Sala Consiliare del Palazzo Comunale la mostra sulle
difese idrauliche di Pizzighettone e Gera nei sec. XIX e XX.
A Soncino, la più nota delle città murate e castellate
del Cremonese, sabato 22 e domenica 23 la Rocca
Sforzesca, il Borgo medievale e la Stamperia ebraica
sono state gratuitamente accessibili.
Castelverde (CR).
Veduta generale
del castello
Trecchi. L’edificio
residenziale si
compone di un
unico corpo lineare
con due torri
laterali appena
rilevate dal piano
della facciata.
Pregevoli
bassorilievi in
terracotta ornano
gli stipiti delle
finestre.
Luciano Roncai
Delegazione di Cremona-Mantova
IL CASTELLO DI SIRMIONE E LA SUA DARSENA
omenica 30 settembre 2007 si è svolta presso il
Castello di Sirmione la nona edizione delle
Giornate Nazionali dei Castelli della Provincia di
Brescia.
L’evento, inserito nelle iniziative delle Giornate Europee
del Patrimonio, è stato organizzato in collaborazione
con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e del
Paesaggio della Provincia di Brescia, Cremona e
Mantova che si occupa della gestione, conservazione e
manutenzione del Castello di Sirmione di proprietà
demaniale.
La domenica mattina, a partire dalle ore 9, sono stati
accolti i visitatori per i quali erano a disposizione, nella
zona d’ingresso, dei pannelli illustranti le trasformazioni
edilizie ancora leggibili nel castello, alcuni fatti storici
legati alle dominazioni dell’area, una breve nomenclatura castellana e del materiale illustrativo sull’Istituto.
D
La rocca sforzesca
di Soncino (CR).
Nell’immagine,
veduta di insieme
del lato
sudoccidentale,
con l’ampio fossato
e il ponte di
accesso al rivellino.
16
Cronache Castellane
ttività delle sezioni
LE FORTIFICAZIONI DI CASOLATE E BISNATE
L
Sirmione (BS).
Il castello o rocca
scaligera è uno dei
più famosi castelli
italiani e uno dei
pochissimi muniti
di darsena
fortificata.
Il cortile
trapezoidale è
difeso da tre torri e
dal mastio interno.
Durante la mattinata e nel pomeriggio sono state svolte visite guidate gratuite (da parte dagli arch. Giusi
Villari, Barbara Scala, Valeria Grezzi e dalla Dott. Anna
Villari), con prenotazione in loco, ogni mezzora, per un
massimo di cinquanta partecipanti alla volta.
La visita era svolta in due fasi: in un primo tempo ci si
è recati nella sala maggiore del castello, collocata al
piano primo e solitamente chiusa al pubblico, in cui si è
proiettato un breve filmato illustrante una serie di
mappe storiche, atte a chiarire il rapporto della penisola Sirmionese con il lago e il territorio, la posizione strategica della Rocca durante le dominazioni avverse, il
suo rapporto con le altre fortificazioni del promontorio,
la situazione dei confini in questo luogo particolarmente ambito. La seconda parte della visita è stata svolta
nei cortili interni del castello soffermandosi ad osservare gli elementi architettonici originali ancora conservati la cui individuazione ha contribuito alla ricostruzione
delle fasi costruttive. Ha concluso l’itinerario di visita
un breve excursus riguardante i successivi restauri del
castello, a partire da quelli di primo ‘900, che hanno
cancellato i segni della storia dei riusi militari della
struttura, fino a quelli più recenti volti a garantire la
visitabilità della Rocca.
Per le zone non accessibili, quali ad esempio la darsena,
sono stati predisposti altri pannelli illustrativi con
immagini.
L’iniziativa è stata molto partecipata ed ha avuto una
buona affluenza di pubblico infatti i biglietti d’ingresso
consegnati ai visitatori dai responsabili della Soprintendenza, anche se con ingresso gratuito, hanno attestato
oltre 2000 presenze di cui circa 400 hanno usufruito
della visita guidata.
Barbara Scala
Delegazione di Brescia
a mattina di sabato 29 settembre si è tenuta la
prima visita guidata a cura dell’Istituto ai resti
delle fortificazioni nelle località di Casolate e
Bisnate, in comune di Zelobuonpersico (LO).
Il luogo ha da sempre rivestito grande importanza dal
punto di vista militare poiché questi due piccoli ed antichi borghi sono prossimi all’Adda ed al limite della relativa scarpata geomorfologica, ai piedi della quale si trovava la strategica zona di guado, fondamentale per la
difesa di Milano (il primo ponte di legno è del 1815).
Prima della visita ai luoghi si è svolta, quale premessa
indispensabile, una breve introduzione sulle caratteristiche e specificità del territorio anche con l’ausilio di
apposite mappe.
La visita ha permesso di conoscere, specialmente a
Casolate, un insieme di edifici di epoca medioevale,
rinascimentale e barocca di grande interesse e per nulla
conosciuti, formanti un contesto urbanistico ancora
integrato ed armonico in un’ambiente naturale di grande pregio e certamente meritevole di maggior tutela.
Di questo piccolissimo borgo, antichissima sede religiosa e nobiliare, fanno parte una serie di recinti murari
con carattere fortificatorio tra i quali è possibile distinguere anche altre architetture di pregio: la chiesa settecentesca dall’elegante verticalismo dell’abside, due
ville nobiliari (sec. XV-XVI), un’antico convento (sec.
XVII-XVIII su preesistenze), una struttura a cascina forte
con torre angolare ed altre costruzioni civili tardo
medievali.
A Casolate si sono potute visitare bene le parti superstiti, opportunamente restaurate, di uno dei recinti fortificati all’interno della Cascina Convento, appositamente
aperta al pubblico, ma purtroppo si è anche accertata la
condizione di degrado di quasi tutte le costruzioni antiche al di fuori di questo complesso torre tre-quattrocentesca, mura, altre strutture tardo medioevali.
A Bisnate è stato tristemente possibile solo visitare dall’esterno i resti del castello ed altri resti di antiche
architetture. Tutte ormai sembrerebbero destinate alla
volontaria rovina.
La speranza di chi scrive si fonda sull’ipotesi che anche
l’organizzazione della visita a questi luoghi susciti un
minimo di interesse per degli ambienti e delle architetture antiche, alle porte di Milano ed ai margini, ma
all’esterno, del Parco dell’Adda Sud che certamente
meritano di essere salvate.
Andrea Doniselli Quattrini
Delegazione di Lodi
DAL CASTELLO GEMINO DI CHIAVENNA ALLA
COLLINA DI SANTA CATERINA DI GORDONA
ue appuntamenti hanno caratterizzato le
Giornate Nazionali dei Castelli 2007 in provincia
di Sondrio, entrambi in Valchiavenna. Sabato 22
si è iniziato con la visita guidata alla rocca del castello
gemino di Chiavenna, a cui hanno partecipato alcune
centinaia di persone. Nominato la prima volta nel X
secolo, sorgeva sui colli di San Giorgio, più noto come
Paradiso, e su quello di Santa Maria o Castellaccio, divisi da un profondo taglio del monte, originato da una
cava romana di pietra ollare, detta la Caurga. Il primo
D
Cronache Castellane
aveva al proprio culmine una torre di avvistamento
verso sud, mentre il secondo, più alto, ospitava il castello, in posizione ideale per controllare i Grigioni, che fino
agli inizi del ’500 costituirono la più grave minaccia ai
confini della valle. Quindi se ne impadroniranno, rimanendovi per quasi tre secoli. Proprio durante la loro
dominazione si arrivò nel 1639 allo smantellamento
delle più importanti difese sia in Valchiavenna che nell’adiacente Valtellina, per cui oggi anche del castello di
Chiavenna rimangono solo ruderi e avanzi delle murature di base.
Dalla metà del ’900 le rocche sono aperte al pubblico
come parco archeologico-botanico e, in occasione delle
Giornate Nazionali dei Castelli, la delegazione
dell’Istituto ha ottenuto l’ingresso libero dall’ente
gestore, che è il Museo della Valchiavenna, istituito nell’ambito della Comunità montana.
Gli intervenuti sono stati guidati nella visita dal prof.
Guido Scaramellini, in qualità di presidente della sezione Lombardia, di delegato per Sondrio dell’Istituto italiano dei castelli, oltre che di presidente del Centro di
studi storici valchiavennaschi, che ha collaborato all’iniziativa insieme al Comune di Chiavenna. Affiancato
dal dottor Alberto Dolci, direttore del Museo della
Valchiavenna, egli ha ripercorso le principali tappe della
fortificazione, soffermandosi su alcuni reperti e sui
notevoli avanzi delle mura sforzesche, costruite attorno
al borgo sul finire del ’400 per difendersi dai Grigioni.
È seguita nella suggestiva forra della Caurga la presentazione della recente pubblicazione di Cristian Copes su
“Il palazzo Balbiani di Chiavenna”, sede fortificata del
feudatario nel ’400. Nello stesso spazio è stata allestita
per l’occasione una mostra sul tema.
Il sabato successivo ci si è spostati qualche chilometro
più a sud, a Gordona, nel piano di Chiavenna, dove esiste l’unico colle di fondovalle in provincia di Sondrio,
scelto verso il 1350 come sede di un castello da parte di
Bonifacio Boccabadati, più noto come Bonifacio da
Modena, vescovo di Como. Oggi sopravvive integra solo
la chiesetta di Santa Caterina, che conserva in facciata
una lapide trecentesca a ricordo della costruzione di
chiesa e castello, passato quest’ultimo nel periodo rinascimentale in proprietà privata e smantellato nel ’600.
A chiusura della giornata, a cui ha partecipato un folto
pubblico locale e non, si è tenuto un concerto di musica classica.
Cristian Copes
Delegazione di Sondrio
Marche
LE MURA DI CORINALDO E IL PARCO
ARCHEOLOGICO DI SUASA
S
abato 29 settembre 2007, in occasione delle
Giornate Nazionali dei Castelli, la sezione ha riunito soci ed alcuni ospiti a Corinaldo nell’imponente
settecentesco palazzo comunale del Ciaraffoni, dove nel
salone principale a nostra disposizone ci ha accolto con
un breve saluto l’assessore alla Cultura e Turismo De
Jasi, in rappresentanza del sindaco Scattolini.
17
In un primo momento i soci si sono riuniti in assemblea
per eleggere il nuovo consiglio direttivo della sezione.
I nominativi dei soci eletti per il prossimo triennio sono:
Federica Battaglia Sogaro, Matilde Catenacci Anelli,
Paolo Cruciani, Rossana Danielli Gentili, Daniele
Diotallevi, Pietro Fenici, Marco Grandi, Alberto
Mazzacchera, Gaetano Selandari, Fabio Mariano fa parte
del consiglio di diritto, in quanto vicepresidente del consiglio scientifico nazionale.
In un secondo momento Fabio Mariano ha intrattenuto
i soci e gli ospiti con una relazione sulla evoluzione storico- architettonica di Corinaldo. La città possiede
ancora quasi intatti oltre 800 m. di mura con porte e
torrioni .
Abbiamo poi tutti affrontato a piedi il percorso delle
mura, che si sono sviluppate dal ‘300 al ‘600. Siamo
transitati in parte sul cammino di ronda, in parte all’esterno, soffermandoci in corrispondenza di porte, di torrioni e di tutti i particolari architettonici più salienti.
Abbiamo inoltre visitato il teatro ottocentesco, oggi
restaurato in modo non del tutto felice, ed anche l’ex
convento seicentesco delle monache, perfettamente
inserito in modo armonico nelle mura, ed oggi ben
restaurato dal proprietario dott. Bettini che lo ha trasformato in hotel-ristorante. L’ex convento contiene una
grande cisterna rinascimentale in perfette condizioni.
Dopo un aperitivo offertoci dal dott. Bettini ci siamo
trasferiti a casa del neo-consigliere Marco Grandi, che
ci ha accolto con la sig.ra Paola nella sua villa e ci ha
offerto una ottima colazione in giardino.
Nel pomeriggio con un breve trasferimento ci siamo
recati al parco archeologico di Suasa, un insediamento
romano sviluppatosi dal III secolo a.c. fino alla tarda
antichità. Gli scavi hanno riportato alla luce solo una
piccola parte della città, che aveva un anfiteatro, un
teatro (individuato nel 2003 ma ancora interrato), un
importante foro commerciale, terme, abitazioni. Infine
abbiamo visitato la “Domus dei Coiedii”, una grande
villa in massima parte del II secolo d.c. , con splendidi
mosaici ancora in loco e pitture parietali in buona parte
trasferite al vicino museo di Castelleone di Suasa.
Pietro Fenici
Le mura di
Corinaldo (AN).
La città di
Corinaldo possiede
ancora quasi
intatta circa
ottocento metri di
mura edificate tra
il 300 e il 600.
Il tracciato è
interrotto da
numerose porte,
tra cui spicca il
cosiddetto Sperone
di San Francesco.
Nell’immagine
il torrione
Affiancato alla
porta di sotto.
Si notino le feritoie
orizzontali per il
tiro con artiglierie
semiportanti e
archibugi.
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20
Cronache Castellane
ttività delle sezioni
Molise
LA FAMIGLIA FEUDALE DEI MONFORTE E LA
FIGURA EMBLEMATICA DEL CONTE COLA
ell’ambito delle Giornate Nazionali dei Castelli e
delle Giornate del Patrimonio indette dal
Consiglio d’Europa, in collaborazione con la
Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici
del Molise e l’Archivio di Stato di Campobasso, si è
tenuta il 29 settembre 2007 presso la Sala Gencarelli
dell’Archivio di Stato di Campobasso la conferenza della
Dott.ssa Gabriella Di Rocco, archeologa e socia della
sezione Molise dell’Istituto Italiano dei Castelli, dal titolo “La famiglia feudale dei Monforte”.
Nel corso dell’incontro è stata descritta l’intera vicenda
storica della casata dei Monforte-Gambatesa, relativa
al periodo compreso fra il Trecento e il Quattrocento.
Di particolare rilievo è la figura del conte Nicola
Monforte Gambatesa Molise de Cabannis, detto il
Campobasso o più semplicemente conte Cola.
L’origine dei Monforte è dibattuta, ma la tesi più accreditata dagli storici, in primis da Benedetto Croce, è che
si tratti di nobiltà locale di origine longobarda o normanna.
Da Guglielmo di Molise discende Nicola II conte di
Campobasso, meglio noto come il conte Cola (14231478?). Questi nasce probabilmente a Napoli nel 1423
quando il Regno di Napoli era conteso tra gli Angioini e
gli Aragonesi. Divenuto ben presto valoroso capitano di
ventura, Nicola II si inserisce a pieno titolo negli scontri per la conquista del Regno.
Il 21 novembre del 1450 nel castello di Civitacampomarano, Cola Monforte sposa Altabella di Sangro, figlia
di quel Paolo di Sangro che ebbe come ricompensa da
Alfonso d’Aragona il suddetto feudo per aver abbandonato gli Angioini guidati da Antonio Caldora nella battaglia di Sessano del 1442, passando al campo degli
Aragonesi e determinando, in tal modo, la conquista da
parte di questi ultimi del Regno di Napoli. Alla morte di
N
Castello di civita
Superiore di
Boiano (IS).
I ruderi della
fortificazione si
trovano nella parte
alta della
Civita,isolati dal
nucleo abitato
medioevale.
Sotto
ricostruzione
urbanistica di
Bovianum
proposta dal dott.
Daniele Mucilli.
Alfonso nel 1458 Cola si porta presto a Napoli pronto a
giurare fedeltà al nuovo sovrano, Ferrante I. Intanto
Giovanni d’Angiò, tentando di riconquistare il Regno,
sbarca alla foce del Volturno: è in questo periodo che il
conte di Campobasso inizia a meditare la defezione e il
riavvicinamento agli Angioini nell’intenzione di crearsi
un proprio stato indipendente.
Nell’autunno del 1462 l’esercito aragonese, movendo
dalla Puglia, invade i feudi del Monforte compresi tra la
costa adriatica del Molise e la Campania nord-orientale. Il 28 ottobre le truppe reali, entrando nei feudi del
conte Cola, raggiungono Fragneto dell’Abate e di lì a
quattro giorni assediano il castello di Pontelandolfo
dove il conte aveva posto un grosso presidio militare.
Pontelandolfo viene presa, bruciata e saccheggiata; il
Monforte perde tutti i suoi possedimenti ed è costretto
ad espatriare.
Quando Giovanni d’Angiò torna in Provenza da suo
padre Renato il conte lo segue riprendendo il suo ruolo
di capitano di ventura presso la corte angioina lasciando la famiglia a Mantova. Alla morte di Giovanni
d’Angiò nel 1470, il conte di Campobasso passa al servizio di Carlo il Temerario, che ha in mente di crearsi
uno stato indipendente resuscitando l’antico Regno di
Borgogna. Di successo in successo, il Temerario entra
vittorioso nella città di Nancy con i suoi fidi cavalieri al
seguito, ma il 5 gennaio del 1477 gli uomini di Renato
di Lorena con l’appoggio delle milizie elvetiche assaltano il campo del duca di Borgogna: per quest’ultimo è la
disfatta e la morte.
Il conte Cola comprende l’impossibilità di restare al di là
delle Alpi e accetta l’invito della Repubblica di Venezia
di guidare le truppe della Serenissima come successore
del defunto Bartolomeo Colleoni.
Nel 1478 o 79 Nicola Monforte Gambatesa conte di
Campobasso muore improvvisamente, colpito con ogni
probabilità dalla peste che dilagava nel Veneto.
Scrive di lui Benedetto Croce: “Chiudeva così una lunga
vita faticosa e amara, di affanni e di delusioni, quando
pareva che gli si riaprisse la buona fortuna nella terra
d’Italia; una vita piena di tristezza, che non meritava, in
verità, di essere fatta allegro bersaglio all’obbrobrio e al
ludibrio dei posteri sfaccendati”.
Agli inizi del Cinquecento gli ultimi discendenti dei
Monforte di estinsero in terra di Francia.
Giovanna Greco
IL CASTELLO DI CIVITA SUPERIORE DI BOIANO
A
nticipando le Giornate Nazionali dei Castelli, la
sezione Molise dell’Istituto Italiano dei Castelli,
con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale
di Boiano (CB), il 22 settembre ha organizzato un
incontro di studio dal tema “Sistemi insediativi e fortificazioni nell’alta valle del Biferno” svoltosi presso il
Palazzo Colagrosso di Boiano. Protagonisti della manifestazione due giovani studiosi, l’Archeologo Dott.
Daniele Muccilli e l’Architetto Dott.ssa Mariapia
Carlone sapientemente coordinati dalla Presidente
della Sezione Molise, Prof.ssa Onorina Perrella
Cavaliere e dalla Segretaria della medesima Sezione,
Prof.ssa Isabella Astorri.
Cronache Castellane
Il Dott. Muccilli ha riscosso il plauso dei presenti con
un’ampia relazione sui sistemi insediativi dell’alta valle
del Biferno ponendo particolare risalto al ruolo di
Bovianum tra l’età sannitica e la crisi della romanità:
“l’alta valle del Biferno - ha detto Muccilli - nonostante abbia da sempre ricoperto una rilevante funzione di
raccordo tra le più importanti aree di etnia osco-sabellica, è stata poco frequentemente oggetto di studi specifici”.. Con la sua puntuale ricerca storico-topografica
il Dott. Muccilli ha proposto la ricostruzione urbanistica di Bovianum, capitale del Sannio Pentro e il suo rapporto con il territorio circostante, in particolare con il
grande tratturo Pescasseroli-Candela, la romana via
Minucia.
La Dott.ssa Carlone ha appassionato il pubblico con
una relazione sulla fortificazione di Civita Superiore,
frutto degli studi e delle ricerche svolti per la tesi di
laurea recentemente discussa presso la Facoltà di
Architettura dell’Università degli Studi G. D’Annunzio
di Chieti-Pescara, le cui tavole sono state esposte al
pubblico a conclusione dell’incontro.
Come è noto il castello di Civita Superiore di Boiano,
tra tutte le fortificazioni molisane, rappresenta un unicum sia sul piano storico, pensiamo alle vicende legate allo scontro tra Federico II di Svevia e Tommaso da
Celano, che su quello archeologico-architettonico con
la sua caratteristica articolazione planimetrica in ricetto, palatium e corte alta.
La Dott.ssa Carlone ha coraggiosamente intrapreso lo
studio della complessa struttura dichiarando che il
castello di Civita è uno dei meno conosciuti del Molise
e per questo motivo ho voluto approfondirne le ricerche. Avvalendosi di un cospicuo corpus cartografico
digitalizzato, la Carlone ha mostrato ai presenti il risultato dei suoi studi con la proiezione delle immagini
delle planimetrie e delle assonometrie in 3D della fortificazione di Civita.
Aderiamo con forza alle parole della Dott.ssa Carlone,
profondamente convinti che la fortificazione di Civita
di Boiano, come tutte quelle presenti sul territorio
molisano, sia parte della memoria storica di una nazione, nonché preziosa testimonianza del passato, nel
quale soltanto è possibile programmare il futuro e, pertanto, meritevole di maggior attenzione da parte di
quegli organi istituzionali, spesso poco accorti alla
valorizzazione del nostro patrimonio culturale che è
patrimonio della collettività.
IL CASTELLO D’ALESSANDRO DI
PESCOLANCIANO
omenica 30 settembre, nell’ambito delle Giornate
Nazionali dei Castelli, la sezione Molise dell’Istituto Italiano dei Castelli ha organizzato visite guidate di alcune tra le più emblematiche fortezze della
regione, tra le quali il castello d’Alessandro di
Pescolanciano in provincia di Isernia.
L’Arch. Biagio Del Matto, alla presenza del sindaco di
Pescolanciano Dott. Domenico Padula e coadiuvato
dalla Presidente della Sezione Molise, Prof.ssa Onorina
Perrella Cavaliere, ha illustrato ai numerosi intervenuti
le vicende storiche e architettoniche del castello e del
territorio circostante, un territorio che ancora conserva
intatte le preziose testimonianze del suo passato.
D
21
Il nucleo più antico del maniero risale al X-XI secolo,
quando, cioè, i monaci benedettini attuarono una massiccia opera di ripopolamento di questa porzione del
Molise caratterizzata dalla presenza del fiume Trigno e
del tratturo Castel di Sangro-Lucera.
Nell’impianto attuale del castello, verso sud-est, si
riconosce il grosso mastio con base a scarpa eretto su
un picco calcareo naturalmente difeso attorno al quale
era un muro di recinzione che inglobava la cisterna, i
magazzini e i locali per la guarnigione.
Fu sotto i Carafa, detentori del feudo dal 1274 al 1550,
che l’edificio subì i cospicui ampliamenti che ancora
oggi caratterizzano il castello: la struttura venne
ingrandita con la realizzazione di locali seminterrati,
ambienti residenziali e un terzo livello con i vani per la
servitù. Proprio lungo il terzo livello venne costruito il
camminamento di ronda in aggetto sui beccatelli che
sorreggevano le mensole per le caditoie.
Con la famiglia dei d’Alessandro, che tenne il feudo
sino all’eversione della feudalità, la fortezza divenne
bella residenza signorile: nell’edificio, al secondo piano,
fu costruita una cappella gentilizia, completata nel
1628; il lato meridionale del fortilizio fu arricchito da
un loggiato di quindici fornici ad arco ribassato, realizzato sul precedente camminamento di ronda. All’inizio
del Settecento i duchi d’Alessandro, invitando i migliori artigiani di Capodimonte, installarono una fabbrica
di ceramiche andata distrutta in un incendio pochi
anni dopo.
L’Amministrazione Provinciale di Isernia, proprietaria di
una buona parte del castello, ha recentemente avviato
il restauro dell’edificio ritenendo opportuno non iniziare i lavori dal rifacimento del tetto, cosa peraltro assolutamente necessaria, ma si è preoccupata, e questo ci
addolora profondamente, di non conservare alcune
delle strutture architettoniche del maniero sostituendo
volte, solai, infissi con materiali per nulla conformi
all’antico impianto, elementi che hanno stravolto irrimediabilmente l’intero assetto del castello.
Gabriella Di Rocco
Pescolanciano (IS).
Il castello è situato
nella parte più alta
del costone
roccioso ed è
raggiungibile
attraverso un
ponte levatoio.
Si trova in una
posizione
strategica per il
controllo del
tratturo castel di
Sagro-Lucera.
Sopra,
Stemma nobiliare
della famiglia
ducale dei
D’Alessandro.
22
Cronache Castellane
ttività delle sezioni
Puglia
IL CASTELLO DI UGENTO E DI MORCIANO DI
LEUCA
n coerenza con i principi statutari ed in occasione
della nona edizione delle Giornate Nazionali dei
Castelli si è registrato un risultato realmente concreto in tema di salvaguardia e valorizzazione dei
manufatti fortificati: è stato finalmente riaperto al
pubblico il castello di Ugento in provincia di Lecce,
evento non comune vista la comproprietà privata e
comunale; non a caso l’edificio è stato scelto come
icona per il manifesto nazionale della manifestazione.
È risaputo che il castello è appartenuto prima ai
Colonna, quindi ai Pandone ed ai Vaaz ed, infine, dal
1643 alla famiglia di origine fiorentina dei d’Amore: nel
1649 Filippo IV re di Spagna istituì il marchesato di
Ugento, poi trasformato in principato con l’acquisizione
dei feudi vicini e sancito dal diploma sottoscritto a
Madrid dal re Carlo II nel 1695. Il nostro past-president
nazionale, principe Bino Fasanella d’Amore, ne è ancora legittimo proprietario.
Il castello sorge a pochi chilometri dal mare su un’altura di un centinaio di metri e rientra nella rete di controllo e difesa del territorio immediatamente a ridosso
del circuito delle torri costiere, come i numerosi altri
presenti nel Salento tra cui quelli di Morciano,
Copertino ed Acaya. Non è esclusa la presenza di una
fortificazione preesistente di età preclassica, ravvisata
l’origine messapica di Ugento, testimoniata anche dal
circuito megalitico, in parte conservato, e la successiva
fondazione di un municipium romano (Ausentum).
Il manufatto, di origine duecentesca, si presenta a pianta trapezoidale irregolare con torrioni agli spigoli, due
dei quali perduti, e risente delle sostanziali modifiche
apportate nel Settecento con la trasformazione in residenza nobiliare tanto da avere, oggi, una facies non
I
Ugento (LE).
Il castello,
di origine
duecentesca,
è situato su di una
altura a pochi
chilometri dal
mare.
Ha una pianta
trapezoidale
irregolare con
quattro torrioni
angolari di cui due
scomparsi.
immediatamente leggibile: al piano nobile è presente
l’appartamento del feudatario dotato di ampi saloni
voltati a padiglione ed affrescati, mentre sui prospetti
interni ed esterni sono presenti ampie logge. L’ingresso
principale è segnato da colonne tuscaniche e la presenza di una lunga balconata e di un cortile con doppio
ordine di arcate enfatizzano il carattere aulico della
fabbrica.
Conclusa la manifestazione alla presenza del sindaco,
nella quale è stata sottolineata la difficoltà del riutilizzo di questi manufatti, e la virtuale riappropriazione
dell’edificio concesso in comodato, la Giornata è proseguita con la visita al vicino castello di Morciano di
Leuca ospitato in una cittadina inadeguata alla vastità
della fabbrica. Sorge anch’esso su un altopiano, la Serra
Fallitte, e domina il settore compreso fra mar Jonio e
capo. Le analogie strutturali della pianta quadrata con i
coevi manieri federiciani di Sicilia risaltano immediatamente, soprattutto se riferite al Castel Ursino di Catania
o quello d’Ortigia di Siracusa.
Il castello di Morciano, dalla volumetria compatta e serrata da torri circolari agli angoli (una di dimensioni
maggiori e due minori), ha subito le prime modifiche
all’impianto originario nel periodo angioino e quelle più
sostanziali sotto la signoria di Gualtiero di Brienne dal
1335 in poi: imponente, bellissimo, fa rimanere perplessi per la robustezza della sua mole, per le sue alte mura
merlate, per il suo poderoso torrione. La facciata principale è rivolta sulla attuale Piazza S. Giovanni
Elemosiniere e delle quattro torri angolari originarie, nel
1507 il barone Rodolfo Sambiasi demolì quella di nordovest per consentire la costruzione della attigua chiesa
dei Carmelitani. Il secondo torrione, l’unico superstite
nella sua struttura originaria, ha pareti verticali, senza
scarpata a testimonianza del carattere piombante della
difesa: all’interno si presenta suddiviso in tre livelli di
piano. Il prospetto ha il primo ordine diviso dal secondo
da un cordone perimetrale mentre il terzo da una serie
di beccatelli: il coronamento presenta una maggiore
ricchezza di particolari e di elementi architettonici quali
bertesche, feritoie, ecc. Gli altri due torrioni angolari
superstiti del prospetto posteriore si presentano parzialmente incamiciati dalla nuova muratura perimetrale esterna, al punto da aver perso del tutto l’originaria
fisionomia. Gli attuali paramenti murari posteriori
sostituirono le mura originarie intorno alla metà del
Cinquecento per esigenze di ampliamento: in ogni caso,
ad un occhio attento, le sovrastrutture sono mentalmente enucleabili in quanto le cuciture della murazione, particolarmente evidenti sul lastrico, mostrano
chiaramente la pianta originaria del maniero.
Le cortine originarie erano alte metà dei torrioni e su di
esse correvano i cammini di ronda collegati alle stesse:
tale caratteristica ha fatto ipotizzare che il castello sia
un anello di transizione fra l’architettura castrense normanna e la successiva.
Altro elemento architettonico di rilievo del castello è
costituito dai merli della cortina di coronamento impostati, nel caso della torre, su un tamburo leggermente
aggettante impostato su archetti sostenuti da beccatelli più piccoli: la loro forma è quella del giglio di Francia,
emblema della casa angioina utilizzato come credenziale da Gualtiero VI di Brienne, conte di Lecce e duca
d’Atene, dopo le nozze con Beatrice d’Angiò, figlia del
principe di Taranto. Le analogie formali del torrione
principale con le torri isolate leccesi realizzate fra XIV e
Cronache Castellane
23
XV secolo, per esempio quelle di Belloluogo e del Parco,
sono evidenti: la struttura interna, invece, differisce per
la migliore fattura delle torri rispetto al castello e per le
volte realizzate a costoloni con calotta lievemente a
sesto acuto.
Il portale d’ingresso al castello è singolare per la doppia caditoia riccamente decorata che lo sovrasta e per
gli stemmi gentilizi collocati al di sotto. Superato l’ingresso si accede in una grande corte sulla quale prospettano i locali del piano terra e del piano nobile, i
primi destinati alle attività della vita curtense, gli altri
a residenza gentilizia. Le vicende del feudo rientrano a
pieno titolo nella storia maggiore dopo l’eroica morte
sul campo di Gualtiero VI di Brienne nella battaglia di
Poitiers nel 1356, in seguito alla quale tutta la contea
di Lecce passò ai d’Enghien. Dopo alterne vicende che
videro il frazionamento del feudo, solo nel 1584 i
Castromediano riuscirono a ricomporne l’unitarietà per
rimanere sino ad oggi tra le proprietà di famiglia.
attraverso i loro interventi, corredati da una interessante serie di diapositive, hanno fatto conoscere gli ultimi
studi sul castello di Bosa, sui suoi affreschi e sulla presenza dei Malaspina, sovrani di un piccolo stato feudale nella Sardegna settentrionale.
Al termine della serata, i soci della Delegazione si sono
ritrovati a tavola, nel ristorante Mariò, ospitato nelle sale
dello storico palazzo De Candia, ricco di mobili d’epoca.
La mattina del giorno 30 è stata dedicata ad approfondire la conoscenza di alcuni aspetti della vita del quartiere Castello e, in particolare, un folto gruppo di soci e
simpatizzanti, guidati dal Presidente ha visitato il
Palazzo Regio.
L’edificio, uno dei più antichi del quartiere, attualmente si presenta nelle forme neoclassiche che i restauri,
portati a termine tra la fine del Settecento e gli inizi
dell’Ottocento, gli hanno fatto assumere.
A partire dal 1323 è stato il simbolo del governo e, nel
corso dei secoli, ha ospitato i vicerè e alcuni re di
Sardegna.
Il prof. Floris nella sua introduzione si è soffermato in
particolare ad illustrare la vita del palazzo durante il
soggiorno a Cagliari della dinastia dei Savoia e ha condotto i presenti attraverso le diverse sale, ricche di
opere d’arte e di prestigiosi pezzi di arredamento.
Terminata la visita, i partecipanti sono stati guidati alla
scoperta della cripta del Duomo, dove si trovano le
tombe dei Savoia morti a Cagliari e, subito dopo, guidati dalla direttrice del Museo Diocesano, ospitato in un
palazzo Cinquecentesco adiacente allo stesso Duomo,
hanno potuto ammirare le raccolte di argenti, paramenti, quadri e reliquie e ripercorrere così la storia della
Chiesa cagliaritana tra il XIII e il XIX secolo.
Le raccolte, modernamente disposte nelle sale del
palazzo, sono leggibili e godibili in uno scenario meraviglioso; infatti il palazzo che ospita le raccolte si affaccia su uno splendido panorama dal quale si può godere
la visione del porto e delle lagune della città.
Gaetano Cataldo
Francesco Floris
Sardegna
CASTELLI E SIGNORI: I MALASPINA A BOSA
L
a Delegazione di Cagliari e Oristano della Sezione
Sardegna, in occasione delle Giornate nazionali dei
Castelli, ha dato vita ad alcune manifestazioni che
hanno visto la partecipazione di circa 60 soci e coinvolto l’ opinione pubblica e la stampa locale.
Per evitare la coincidenza con la Settimana della cultura organizzata dalla Soprintendenza ai beni Ambientali
e culturali, cui peraltro la Sezione ha aderito, le manifestazioni castellane si sono svolte nei giorni 28 e 29
Settembre 2007.
In particolare, il giorno 29, nei locali della Fondazione
storica Siotto, ospitata nell’omonimo palazzo situato
nel cuore del quartiere di Castello, i professori
Alessandro Soddu e Franco Campus dell’Università di
Sassari hanno svolto due relazioni sul castello di Bosa
e sulla presenza dei Malaspina in Sardegna.
Nella splendida sala secentesca i relatori, due tra i giovani ricercatori più promettenti dell’Ateneo sassarese,
A lato le poderose
mura del castello
di Ugento (LE),
al cui interno si
possono ammirare
ampi saloni con
volte a padiglione
affrescate.
Castello dei
Malaspina o di
Serravalle (NU).
È un grande
complesso del
quale restano i
muri perimetrali
e le torri.
Fu edificato dai
Malaspina a
partire dal 1112.
Al primo castello
dotato di torri
quadrate si
aggiunse, in epoca
aragonese, una
seconda cinta con
torri quadrate e
poligonali.
24
Cronache Castellane
ttività delle sezioni
Sicilia
CATANIA, CASTELLO URSINO
I
Castello Ursino (CT).
Veduta aerea del
castello a pianta
quadrata con torri
angolari tonde e
quattro torri
rompitratta
semicilindriche.
L’interno del
castello ha subito
numerosi
rimaneggiamenti
che hanno
danneggiato
l’aspetto originario.
l 29 settembre 2007, in occasione delle Giornate
Nazionali dei Castelli, sono state organizzate visite
guidate ai castelli etnei in collaborazione con
l’Unione Nazionale Proloco d’Italia e la Ferrovia
Circumnea.
A Catania è stato aperto al pubblico il castello Ursino
con visite guidate al monumento con suoni, voci e
immagini.
Come molte delle più importanti fortificazioni del
Mezzogiorno, anche il castello catanese fu opera di
Federico II: un anello fondamentale della catena di
dimore pesantemente fortificate che l’imperatore stese
dalla Sicilia fino all’Abruzzo. È un complesso difensivo
poderoso, intimidente, adatto a reggere assalti o assedi
anche assai severi. Tuttavia non era solo – e nemmeno
principalmente, forse – un edificio militare. Come tutti
i castelli federiciani, era anche uno strumento politico e
culturale: un mezzo per diffondere la cultura imperiale
e consolidare il prestigio del sovrano non meno che per
controllare la città e il territorio.
L’impianto, è spiccatamente geometrico, secondo un
gusto che deriva forse dall’oriente islamico e bizantino e
che ha, molto probabilmente, anche significati esoterici:
un quadrato costituito da quattro corpi di fabbrica a
moduli quadrati, con torri angolari tonde e quattro torri
rompitratta minori, semicilindriche, sulla mezzaria dei
lati. La costruzione è massiccia, tutta in pietra da taglio,
eseguita con cura meticolosa, superiore alla norma.
I lavori, su progetto redatto (o supervisionato) da
Riccardo da Lentini, cominciarono nel 1239 e terminarono una decina d’anni dopo. Ne nacque un edificio di
notevole unità stilistica, in grado di svolgere una forte
funzione di controllo sulla città.
La sua situazione è tuttavia profondamente mutata nel
corso dei secoli. Nato in riva al mare, a protezione del
porto, il castello si trovò dopo il terremoto del 1693 e la
successiva ricostruzione cittadina che cambiò completamente la topografia dell’insieme urbano, al centro
abitato. Inoltre, la colata lavica ha cancellato il fossato
e le difese esterne, alterando il rapporto tra l’architettura e l’intorno.
L’aspetto attuale della fortificazione deriva dai restauri
effettuati negli anni Trenta e nel dopoguerra, che hanno
consolidato quanto ancora sopravviveva e hanno liberato il castello da molte sovrastrutture accumulatesi nel
tempo.
LICATA, CASTELLO SANT’ANGELO
l castello Sant’Angelo di Licata, edificato sulla cima
del colle omonimo che sovrasta la città, fu costruito tra il 1615 ed il 1640, domina a sud l’accesso al
porto ed a nord la pianura circostante. Si sviluppa irregolarmente attorno ad un torrione quadrangolare preesistente, di probabile fondazione tardocinquecentesca.
L’opera si è fortunatamente conservata in buono stato
grazie anche ad un restauro condotto nello scorso
decennio dalla Soprintendenza di Agrigento.
Le indagini e gli scavi archeologici negli spazi circostanti hanno messo alla luce interessanti reperti e
poderose strutture residenziali, che testimoniano l’importanza e lo sviluppo economico del sito nel periodo
tardo ellenistico.
Attualmente assieme al complesso archeologico il
castello è visitabile. Negli ambienti a piano terra è
sistemata un’esposizione di beni etnoantropologici ed
alcuni reperti archeologici. In una sala sono raccolti
alcune testimonianze che ricordano la destinazione originaria del castello.
L’occasione delle Giornate Nazionali dei Castelli ha consentito alla città ed al territorio di riscoprire ed apprezzare il forte militare ed il suo ruolo nel sistema difensivo di Licata e del territorio dal tardo medioevo al
Seicento.
La visita è stata guidata dal prof. Eugenio Magnano di
San Lio, che ha presentato il contesto storico, il ruolo e
le funzioni del forte ai visitatori, provenienti sia da
Licata che dai centri limitrofi. Tra questi è stato determinante la partecipazione degli studenti delle scuole
superiori, con un folto gruppo proveniente da Canicattì.
I
Giuseppe Ingaglio
CEFALÙ, DUOMO, OSTERIO MAGNO
l nome Osterio significa palazzo fortificato secondo
la tradizione l’Osterio Magno sarebbe stato la residenza di Ruggero. Appartenne alla casata dei
Ventimiglia dal 1300 e ne divenne la residenza invernale.
L’Osterio, offre la visione di una splendida trifora trecentesca sul corso Ruggero. Recentemente l’Osterio è
stato sottoposto a lavori di restauro e rifunzionalizzazione, l’area interessata è stata quella della torre e del
palazzetto cosiddetto “bicromo”. In seguito a tali
restauri sono state trovate testimonianze di un complesso abitativo di età ellenistica orientato come altre
I
Cronache Castellane
25
Il castello fu edificato, quasi in riva al mare, alla fine del
XVI sec., sotto il regno di Filippo I di Sicilia, dall’arch.
Camillo Camilliani il quale eseguì alcune fortificazioni
costiere a salvaguardia delle incursioni di pirati che in
quel tempo, al comando del corsaro Drahut, depredavano le coste dell’isola. Dagli Spadafora, principi di
Venetico, pervenne ai duchi Ascenso di S. Rosalia ed
attorno al cinquecentesco castello, anticamente detto
«palazzo baronale», si andò formando l’attuale paese le
cui prime origini sono attribuite a Pier Guttier Spadafora
Ruffo.
La sua semplice e quadrata struttura è arricchita da originalissimi, bassi torrioni triangolari sporgenti dai quattro angoli e formanti acutissimi spigoli sopra dei quali
sono ancora visibili piccole garitte create un tempo per
la guardia degli armati.
Gli ambienti interni sono stati accuratamente restaurati
dagli attuali proprietari, signori Samonà ai quali pervenne per successione e che vi soggiornano parte dell’anno.
Cefalù (PA).
Il duomo è
preceduto da un
ampio terrazzo
detto “turniali”.
La facciata è
inquadrata da due
possenti torri,
alleggerite da
eleganti bifore e
monofore.
L’interno è a croce
latina diviso in tre
navate da colonne
di recupero con
basi e capitelli del
secondo secolo d.C.
Delegazione di Messina
IL CASTELLO NORMANNO DI PATERNÒ
strutture della Cefalù di epoca ellenistica.
Oggi l’Osterio è stato restituito al pubblico attraverso la
funzione di spazio espositivo ed assegnato ai fini di un
pieno utilizzo turistico e culturale all’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Cefalù, che vi organizza
mostre di libri, di arte contemporanea insieme ad altre
iniziative culturali.
Il duomo di Cefalù edificato per espressa volontà di
Ruggero II, fu costruito tra il 1131 e il 1240. La facciata, inquadrata da torri a pianta quadrata presenta un
corpo centrale diviso in due livelli dal portico rifatto nel
XV secolo dall’architetto lombardo Ambrogio da Como.
L’interno è arricchito da bellissimi mosaici su fondo oro
che ornano la parte presbiteriale della chiesa. Nella
Parte alta del catino absidale troneggia una grandiosa
immagine di Cristo Pantocratore.
MESSINA, IL FORTE GONZAGA E IL CASTELLO
DI SPADAFORA
n occasione delle Giornate Nazionali dei Castelli, la
delegazione di Messina dell’Istituto presieduta da
Micaela Marullo Stagno d’Alcontres, ha organizzato
la visita guidata al Forte Gonzaga accompagnati dal
Dott. Franz Riccobono, socio dell’Istituto e noto storico
del territorio.
L’imponente struttura difensiva, dalla pianta stellare
con sei grandi bastioni angolari sorge sulla cima del
Colle del Tirone. Venne fatta costruire da Don Ferrante
Gonzaga Viceré di Sicilia tra il 1537 e il 1544 su suggerimento dell’Imperatore Carlo V d’Asburgo che visitò la
Città nel 1535. La progettazione della fortezza è attribuibile all’architetto militare Ferramolino da Modena e
al matematico messinese Francesco Maurolico. Il perimetro del Forte è circondato da fossati, la parte esterna è caratterizzata dai baluardi con spigoli rivestiti di
blocchi di calcare.
Contemporaneamente è stata organizzata la visita guidata al castello di Spadafora.
I
a giornata di apertura del castello di Paternò è
stata realizzata con il patrocinio dell’Assessorato
alla Cultura del Comune di Paternò, di alcuni
Istituti Scolastici, presenti con numerosi alunni,
dell’Associazione Musicale di Paternò che ha eseguito
brani di musica classica e medievale nella sala principale con il duo di Fabio Coniglio e del gruppo d’arte
dei costumi medioevali con la presenza del Giullare
Cantastorie che ha illustrato ai partecipanti la storia del
castello.
Sono intervenuti nel corso della lunga giornata di apertura del castello l’assessore Gianfranco Romano che ha
illustrato i progetti previsti dal comune per il castello in
collaborazione con l’Istituto Italiano dei Castelli sezione Sicilia e la professoressa Ciraldo in rappresentanza
degli Istituti scolastici di Paternò.
Oltre a numerosi visitatori attratti dalle suggestioni
della musica classica armonizzata e diffusa dalla splendida acustica nelle sale del castello medioevale. Ha visitato la rocca anche il gruppo di turisti castellani in tour
intorno all’Etna con la Circumetnea che ha fatto tappa
a Paternò.
Alberto Di Gaetano
L
Pianta del primo
piano del castello
di Paternò (CT).
Castello di
Paternò (CT).
Fu edificato nel 1072
sopra un’altura come
avamposto fortificato.
Ha l’aspetto di un
grosso parallelepipedo
di 24,30 metri per 34
di altezza.
La muratura è in
pietrame lavico con
grossi conci in pietra
calcarea nei
cantonali.
26
Cronache Castellane
ttività delle sezioni
To s c a n a
LA ROCCA DI STAGGIA SENESE E LA FORTEZZA
DI MONTECARLO
N
Fortezza di
Montecarlo (LU).
Veduta generale
della fortezza
dominata dalla
poderosa torre di
nord-ovest.
ell’ambito delle Giornate Nazionali dei Castelli,
promosse per la valorizzazione e la conoscenza
del patrimonio dell’architettura fortificata, la
Toscana, con il patrocinio del Ministero per i beni e le
attività culturali della Regione Toscana – Assessorato
alla Cultura – e con l’apporto culturale e scientifico dei
Comuni interessati, di alcune Associazioni locali e
dell’Istituto Italiano dei Castelli, sono state aperte al
pubblico due straordinarie architetture fortificate: la
Rocca di Staggia Senese a pochi chilometri da
Poggibonsi e da Siena e la Fortezza di Montecarlo in
Lucchesia.
La rocca di Staggia, recentemente restaurata, la cui
apertura è avvenuta il 28 settembre, è stata visitata
oltre che da appassionati e amatori, da numerosissime
scolaresche che alla vista di un cosi suggestivo luogo,
hanno rivolto moltissime domande per capire soprattutto la vita che si svolgeva all’interno della rocca e
sull’antico uso delle armi ossidionali in funzione del
sistema difensivo. Erano presenti alcuni soci della
Sezione Toscana, il Vicesindaco del Comune di
Poggibonsi, la proprietà, il Prof. Domenico Taddei e il
Prof. Roberto Corazzi del Consiglio Scientifico
dell’Istituto, che nel pomeriggio davanti ad un folto
pubblico hanno dibattuto sulla possibilità che Filippo
Brunelleschi, nella prima metà del ‘400, fosse intervenuto nella realizzazione della rondella verso
Poggibonsi.
Questa animata discussione scientifica ha creato molta
curiosità in tutte le persone presenti, tanto da concludersi soltanto all’imbrunire al termine della giornata.
I giorni successivi di sabato e di domenica, con la collaborazione degli Amici di Staggia, la rocca è rimasta
aperta al pubblico con la presenza interessata di mol-
tissime persone. All’interno di alcuni locali gentilmente messi a disposizione dalla proprietà è stata allestita
una mostra, che illustra lo stato di degrado della Rocca,
prima dei restauri e il risultato finale dopo il restauro
di risanamento conservativo.
Il giorno 29 settembre è stata aperta al pubblico la
Fortezza di Montecarlo. In questa occasione, con la
collaborazione e il prezioso apporto dei proprietari
Sig. Menchini, è stata presentata nei locali della fortificazione, una splendida ricerca scaturita da una
recente Tesi di Laurea in Architettura, brillantemente
superata, di Alessio Accorroni, classificata prima assoluta nel X Premio Nazionale per tesi di laurea 2007 su
argomento castellano, bandito dall’Istituto Italiano dei
Castelli, dove è stato presentato il rilievo sistematico di
tutto il complesso fortificato, ed esposto alcune proposte di progettazione architettonica in ambito di recupero e restauro.
La mattina e ancor più il pomeriggio è intervenuta una
grande quantità di pubblico. Sono intervenuti oltre alla
proprietà, anche il Sindaco di Montecarlo Dott.
Giuseppe Pieretti, l’Assessore alla Cultura e al Turismo
Sig. Vittorio Fantozzi, un Consigliere Regionale e il
Direttore dell’Archivio di Stato di Lucca Dott. Giuseppe
Tori che ha fatto la prolusione principale. Anche in
questa occasione la presenza del Prof. Taddei e del Prof.
Corazzi ha dato origine ad un dibattito scientifico in
quanto hanno spiegato gli stilemi architettonici caratterizzanti il passaggio dal periodo di transizione a
quello di radenza presenti nella fortezza.
Da Firenze sono arrivati in autobus anche un folto
gruppo di soci della Sezione Toscana accompagnati dal
Presidente Prof. Enrico Pieragnoli e dal Segretario Dott.
Massimo Rosati. La fortezza di Montecarlo è stata
aperta al pubblico per tutto il mese di ottobre con la
presenza di personale specializzato che ha fatto da
guida per spiegare le varie esegesi architettoniche e la
storia di questa importante fortificazione giunta a oggi
quasi intatta.
Giovanna Taddei
Cronache Castellane
27
Nel 1838 il castello fu acquistato dal padre di Carlo de
Giuliani, valente storico, che ebbe il merito d’effettuare
un’approfondita ricerca d’archivio e di identificare le
varie fasi di costruzione del castello, lavoro rimasto inedito e conservato presso la Biblioteca comunale di Trento.
La giornata è trascorsa nella tranquilla atmosfera del
castello e delle campagne circostanti, concludendosi
per il gruppo dei soci con un apprezzato rinfresco.
A lato, una antica
stampa di
Castel Nanno
caratterizzata
dalla originaria
cinta muraria.
Carlo Andrea Postinger
Umbria
IL CASTELLO DI CAPECCHIO
Tr e n t i n o
VISITA A CASTEL NANNO
l 23 settembre in occasione delle Giornate
Nazionali dei Castelli, la Sezione Trentino ha
organizzato l’apertura straordinaria del Castello di
Nanno, nell’omonima località della Val di Non. Gli ospiti, con l’apprezzata guida di alcuni soci e simpatizzanti
coordinati dal presidente Arch. Roberto Codroico hanno
potuto scoprire i contenuti artistici e architettonici
dell’edificio.
Il castello di Nanno è d’antica origine e da alcuni identificato con “l’Anagnis Castrum” distrutto dai Franchi
nel 584-590 d.C., come sostiene Paolo Diacono, e sarebbe ricordato anche nell’ ”Historia” di Secondo da Trento,
al tempo del vescovo Agnello (554 d.C).
Costruito o ricostruito nel XII secolo quale controllo
dell’antica strada romana per Cles, fu feudo dei signori
di Denno, che presero il nome del castello.
Messo a ferro e fuoco durante gli eventi bellici dei secoli XIV e XV, fu conquistato da Pietro di “Sporro” ma,
ritornato ai signori di Nanno, fu ricostruito da Aliprando
verso il 1450.
Quando poi i Denno-Nanno divennero anche signori di
Madruzzo, Giovanni Gaudenzio, che ereditò i beni di
entrambi i rami del casato e venne investito dal vescovo di Trento di Castel Madruzzo, acquistò da suo cugino Antonio Castel Nanno e poiché versava in pessimo
stato lo ricostruì, dopo aver terminato la sistemazione
di Castel Madruzzo.
La pianta del’edificio è un quadrato di circa 25 metri per
lato, suddivisa a scacchiera di tre quadrati per tre, ad
eccezione della sala centrale che occupa lo spazio di tre
stanze. Il rigore simmetrico della composizione architettonica è interrotto solo nell’angolo di congiunzione
con la torre preesistente.
Tra il 1611 e il 1615 fu sede di processi alle streghe, e si
ritiene d’identificare la stanza di tali processi nella sala
voltata a raggiera al primo piano, mentre le tre crocette incise su di un sasso sporgente dal pavimento ricorderebbero le esecuzioni capitali.
Estintasi nel 1656 la famiglia Madruzzo, il castello
passò in proprietà della Mensa Vescovile di Trento.
I
I
n occasione delle Giornate Nazionali dei Castelli,
che hanno lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica, la stampa e le istituzioni sui problemi e sulle
esigenze di un giacimento culturale, la presidente della
sezione Umbria, Angiola Bellucci e il Consiglio Direttivo
della Sezione stessa, hanno invitato soci e non a visitare gli antichi manieri per attraversare un interessante
spazio umano e per un virtuale viaggio nei luoghi della
memoria. Il Medioevo di Walter Scott, di Emanuel
Viollet-le Duc non può essere confinato entro limiti di
tempo, poiché non è soltanto un autentico prodotto
dell’immaginazione storica. Nel Medioevo la storia
dell’Umbria fu tormentata e dolorosa ed evoca scenari
drammatici, perfidi inganni e storie d’amore, spesso tragiche. La fine del castello avvenne dopo l’esaurirsi della
sua funzione politica e rimase una manifestazione attenuata di contrapposizione sociale. Il castello non fu soltanto un simbolo, ma lo strumento principale e più efficace del potere feudale. Ottone I di Sassonia nel 962
venne incoronato a Milano Imperatore di Germania e
d’Italia e subito creò un gruppo di feudatari fedeli a
lui nell’Italia Centrale. Al Conte Arnolfo, tedesco, cortigiano e “famiglio” dell’imperatore, fu assegnata in
feudo una parte dell’Umbria, la contea denominata
“terra arnolfa”, che comprendeva: Sangemini, Cesi,
Acquasparta, Massa, Portaria, Macerino, Castiglione
Porziano, Appecano, Acquapalumbo, Balduini, Fogliano,
Rapicciano, Cisterna, Collecampo, Scoppio, Fiorenzuola,
Messenano, Palazzo, Rivosecco, Villa San Faustino,
Azzuano, Casigliano, Montignano, Mezzanelli, Castel
del Monte, Configni, Scoiano, Belfiore, Quadrelli,
Cicigliano, Avigliano, Montecastrilli, Collesecco,
Farnetta.
Non è possibile descrivere tutti i castelli o le rocche
dell’Umbria assorti nel ricordo del passato e come falchi, appollaiati su difficili alture, che guardano, quasi a
vigilare, i paesi e le città.
Ricordiamo: Pale, che conserva il suo severo aspetto
trecentesco, Petrignano, sulle rive del Chiascio, sta sotto
l’occhio grifagno del castello di Sterpeto, San Savino,
sulle rive del lago Trasimeno, Castel Rigone, la Rocca di
Spoleto, la Rocca di Narni, che stempera la sua durezza
nella dolcezza del paesaggio, il castello di Sismano,
appartenuto agli Atti di Todi ed acquistato dai Corsini
nel 1607, il castello del Poggio di Guardea edificato nel
1304 su una parte della Rocca Bizantina, il Castello di
Alviano, trasformato nel cinquecento in dimora gentili-
Castel Nanno (TN).
Il cinquecentesco
Castel Nanno, così
chiamato solo
perché residenza
del principe
territoriale, non ha
più nulla di
architettura
fortificata, se non
quattro torrette ai
vertici della cinta
muraria.
Sotto l’aspetto
attuale del
castello.
28
Cronache Castellane
ttività delle sezioni
Castello di
Capecchio (TR).
Fu eretto sui resti di
un antico fortilizio
chiamato torre
D’Orlando, feudo
della famiglia Landi
che si estinse nel
XVII secolo.
Dopo un periodo di
splendore cadde in
rovina. Attualmente
appartiene alle
famiglie Francisci e
Santoro che lo anno
restaurato.
zia da Bartolomeo di Alviano, il famoso condottiero, poi
passato ai Pamphili con donna Olimpia Maidalchini
Pamphili, cognata di Innocenzo X, il castello di San
Pancrazio, il castello di Montignano, la Torre di Loreto
di Todi, XIII secolo, il castello di Fiore, prototipo del
castello della cinta fortificata di Todi; qui vennero assediati gli Atti e qui morirono. Il castello risale al XII secolo, un tempo era chiamato “Fiore di mezzo”, perché
posto tra la Villa San Faustino e la fortezza “Fiore di
Mariano”, dal nobile Mariano degli Atti e Il Castello di
Capecchio, XIII secolo, della famiglia tuderte dei Landi,
feudataria di tutto il territorio circostante.
Il Castello di Capecchio, XIII secolo, appartenne alla
famiglia tuderte dei Landi, potenti feudatari di tutto il
territorio, agli inizi del XVIII secolo divenne proprietà
dei conti Morelli di Todi e nell’Ottocento fu acquistato
dai Paparini. Il nuovo proprietario, S.E. Giuseppe
Santoro ha riportato il castello all’antico splendore ed
all’antica ruvida bellezza.
Inoltre ha fatto restaurare un artistico dipinto “La
Madonna dei Cerri”, così chiamata perché l’immagine fù
trovata su un cerro e la gente della contrada le è devota. L’iconografia è stata collocata nella cappella trecentesca del castello e in primavera si svolge una festa per
ricordare la pietà popolare, molto sentita.
A S.E. Giuseppe Santoro, che ha iniziato anche la
ristrutturazione del castello di Castiglione, Castrum
Ilione Landi, precedente all’età comunale che non presenta sovrapposizioni, il 29 settembre, in occasione
delle Giornate Nazionali dei Castelli, è stata consegnata, dalla presidente della sezione Umbria Angiola
Bellucci, la “Targa di riconoscimento” dell’Istituto, per il
sapiente restauro che ha riportato il castello all’antico
splendore.
Per una maggiore conoscenza dell’Umbria, una terra
ricca di storia, ricordiamo Tenaglie (in prov. di Terni),
antico castello posto sul versante occidentale del monte
Croce di Serra, il cui nome si fa derivare dalla gente
Tenaglia, proprietà dei Conti Carmano di Baschi, la più
potente famiglia del territorio compreso tra Todi e
Orvieto. Nel 1413 apparteneva a Ranuccio dei Baschi
che con un atto testamentario ordinò di edificare a
Tenaglie un ospedale, affidato ai massari del luogo, per
i pellegrini e gli infermi. Il figlio Guiccione donò la sua
abitazione all’Ospedale della Carità di Todi.
Nel 1466 il castello fu venduto a Viccione di Ranuccio
dei Conti di Baschi per molti pezzi d’oro che servivano
per pagare una rata di un prestito di 1500 ducati d’oro,
contratto dal Comune di Todi con Giacomo Spini. Tra il
1473 e il 1513 le rivalità tra i Baschi e i BaschiCarmano si fecero accese e furono segnate da numerosi omicidi. I beni delle famiglie furono alienati da Pio V
e affidati (1556-1572) ad Andrea Ancaiani, di Spoleto.
Nel 1630 parte del territorio di Tenaglie fu venduta a
Paolo Pietro III e a Nicola Monaldeschi della Cervara,
dopo vari passaggi, nel 1651 i beni tornarono alla
Camera Apostolica. Il palazzo passò al barone Decio
Ancaiani nel 1641. Il palazzo maestoso degli Ancaiani
domina l’abitato.
L’Umbria è densa di tradizioni, di storia e di arte, è una
terra di castelli e la legge del castello era la legge della
vita e la vita del castello si modellava su quella del falco
e del nibbio.
Igea Frezza Federici
40 ANNI DI AMICIZIA CASTELLANA
a presidente della sezione Umbria, Angiola Bellucci
e il Consiglio Direttivo hanno organizzato una
manifestazione che riassumesse e divulgasse
“i primi 40 anni” della Sezione. Con una preparazione
che è durata alcuni mesi e che ha ricostruito con cura e
precisione le attività svolte. Sabato 6 ottobre, presso il
salone dell’Hotel Brufani in Perugia, sono state presentate al pubblico, un pubblico qualificato, colto e attento, le risultanze di questo studio.
La presidente ha ripercorso i tanti incontri e le attività
della sezione: conferenze, visite ai castelli dell’Umbria,
a Perugia nella formula “Perugia per voi”, i viaggi in
Europa e in terre lontane alla scoperta di civiltà affascinanti, la presenza di illustri personaggi come Federico
Zeri, Corrado Augias, Vittorio Sgarbi, Monica Maggioni,
Umberto Cerroni, per una più profonda conoscenza del
nostro patrimonio artistico ed architettonico.
Nelle immagini di un film sono scorsi gli anni “di amicizia castellana” e sull’ardesia della memoria hanno
riletto i piacevoli ed interessanti appuntamenti.
La partecipazione all’Istituto Italiano dei Castelli nella
sezione Umbria ha legato e nella condivisione di conoscenze e di esperienze, così che la definizione di “40
anni di amicizia castellana” ha assunto un profondo
significato.
Nella particolare ed importante occasione sono stati
consegnati i premi per tesi di laurea sull’architettura
fortificata.
In una sala dell’Hotel Brufani è stata allestita la mostra
degli elaborati, vincitori del 1°, 2°, 3°, 4° premio.
Il presidente nazionale, Arch. Prof. Flavio Conti, presente alla cerimonia, ha espresso il suo vivo apprezzamento, anche nel consegnare i premi per tesi di laurea. Così
anche l’arch. Prof. Domenico Taddei, presidente del
Consiglio Scientifico dell’Istituto.
Era presente la prof.ssa Stefania Giannini, Rettore
dell’Università per Stranieri in Perugia che ha consegnato un premio accompagnando il gesto con belle
parole.
È stato, dunque, un momento di grande rilievo per la
Sezione.
L
Igea Frezza Federici
Cronache Castellane
egnalazione
29
Brisighella (RA)
Castel Nanno (TN)
Cefalù (PA)
Capecchio (TN
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