La vita di Don Bosco
Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815 in una modesta cascina dove
ora sorge il Tempio di Don Bosco, nella frazione collinare I Becchi di
Castelnuovo d'Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco), figlio dei contadini
Francesco Bosco (1784-1817) e Margherita Occhiena (1788-1856).
Il padre era rimasto vedovo di Margherita Cagliero nel 1811 e aveva
già avuto due figli, anche se la seconda era morta dopo appena due
giorni dalla nascita. Il figlio rimasto si chiamava Antonio (1808-1849).
Quando Giovanni aveva soltanto due anni, il padre contrasse una grave
polmonite che lo condusse alla morte il 12 maggio 1817, a soli 33 anni.
Di ritorno da una faticosa giornata nei campi Francesco Bosco si recò
improvvidamente, madido di sudore, nella fredda cantina della cascina;
ciò gli bloccò totalmente la traspirazione del sudore, il corpo accumulò
quindi calore che si manifestò subito dopo con una forte febbre: la
morte giunse nel volgere di pochi giorni. Francesco Bosco lasciò così la
moglie Margherita vedova con tre figli da accudire (Antonio, Giuseppe,
nato nel 1813 e Giovanni), oltre alla madre del marito, Margherita
Zucca (1752-1826), anziana ed inferma.
Furono anni molto difficili per mamma Margherita; molta gente morì a
causa della fame e delle epidemie. Margherita riuscì a sopravvivere
insieme ai suoi figli solo comprando, a caro prezzo, il grano dal
sacerdote Don Vittorio Amedeo, ritenuto un vero e proprio strozzino.
A nove anni il piccolo Giovanni Bosco ebbe un sogno che egli stesso
definì "profetico" e che più volte raccontò ai ragazzi del suo Oratorio:
« A 9 anni ho fatto un sogno. Mi pareva di essere vicino a casa, in un
cortile molto vasto, dove si divertiva una gran quantità di ragazzi.
Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le
bestemmie, mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere usando
pugni e parole.In quel momento apparve un uomo maestoso, vestito
nobilmente. Un manto bianco gli copriva tutta la persona. La sua faccia
era così luminosa che non riuscivo a fissarla. Egli mi chiamò per nome e
mi ordinò di mettermi a capo di quei ragazzi. Aggiunse: «Dovrai farteli
amici non con le percosse ma con la mansuetudine e la carità. Su,
parla, spiegagli che il peccato è una cosa cattiva e che l'amicizia con il
Signore è un bene prezioso». Confuso e spaventato risposi che io ero
un ragazzo povero e ignorante, che non ero capace di parlare di
religione a quei monelli.In quel momento i ragazzi cessarono le risse, gli
schiamazzi e le bestemmie, e si raccolsero tutti intorno a colui che
parlava. Quasi senza sapere cosa facessi gli domandai: «Chi siete voi,
che mi comandate cose impossibili?» «Proprio perché queste cose ti
sembrano impossibili – rispose - dovrai renderle possibili con
l'obbedienza e acquistando la scienza». «Come potrò acquistare la
scienza?». «Io ti darò la maestra. Sotto la sua guida si diventa
sapienti, ma senza di lei anche chi è sapiente diventa un povero
ignorante». «Ma chi siete voi?». «Io sono il figlio di colei che tua
madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno». «La mamma mi dice
sempre di non stare con quelli che non conosco, senza il suo permesso.
Perciò ditemi il vostro nome.» «Il mio nome domandalo a mia madre.»
In quel momento ho visto vicino a lui una donna maestosa, vestita di un
manto che risplendeva da tutte le parti, come se in ogni punto ci fosse
una stella luminosissima. Vedendomi sempre più confuso, mi fece cenno
di andarle vicino, mi prese con bontà per mano e mi disse: «Guarda»
Guardai e mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro
posto c'era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi
altri animali. La donna maestosa mi disse: «Ecco il tuo campo, ecco
dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso
vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli.»
Guardai ancora, ed ecco che al posto di animali feroci comparvero
altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, correvano, belavano,
facevano festa attorno a quell'uomo e a quella signora. A quel punto
nel sogno mi misi a piangere. Dissi a quella signora che non capivo tutte
quelle cose. Allora mi pose una mano sul capo e mi disse: «A suo
tempo, tutto comprenderai.»
Aveva appena detto queste parole che un rumore mi svegliò. Ogni cosa
era scomparsa.
Io rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che facevano male
per i pugni che avevo dato, che la faccia mi bruciasse per gli schiaffi
ricevuti. Al mattino ho subito raccontato il sogno, prima ai fratelli che
si misero a ridere, poi alla mamma e alla nonna. Ognuno diede la sua
interpretazione. Giuseppe disse: «Diventerai un pecoraio». Mia madre:
«Chissà che non abbia a diventare prete.» Antonio malignò: «Sarai un
capo di briganti». L'ultima parola la disse la nonna, che non sapeva né
Il sacerdozio
Il Seminario e l'amicizia con Luigi Comollo
A Chieri si stabilì a pensione presso la casa di Lucia Matta. Per mantenersi
gli studi lavorò come garzone, cameriere, addetto alla stalla ecc. Qui fondò
la Società dell'Allegria, attraverso la quale, in compagnia di alcuni giovani di
buona fede, tentava di far avvicinare alla preghiera i coetanei attraverso i
suoi soliti giochi di prestigio e i suoi numeri acrobatici. Egli stesso raccontava
che un giorno riuscì a battere un saltimbanco professionista, acquistandosi
così il rispetto degli altri e la loro considerazione.Durante gli anni di studio,
Giovanni Bosco strinse forte amicizia con Luigi Comollo, nipote del parroco di
Cinzano. Il giovane era spesso maltrattato dai suoi compagni, insultato e
picchiato ma accettava spesso con un sorriso o una parola di perdono queste
sofferenze. Il giovane Bosco, dal canto suo, non sopportava di vedere il
coetaneo così maltrattato e spesso lo difendeva azzuffandosi con i suoi
aggressori.Le parole di Comollo e le sue incessanti preghiere turbarono
profondamente l'animo di Giovanni tanto che egli stesso un giorno ricordò
nelle sue Memorie: "Posso dire che da lui ho cominciato a imparare a vivere
da cristiano". Grazie al suo atteggiamento così mansueto e innocente, il
futuro santo comprese quanto fosse importante per lui raggiungere la
salvezza dell'anima e ciò rimase talmente impresso nella sua mente che un
giorno, quando egli avrebbe fondato l'Oratorio a Valdocco, avrebbe
trascritto su un cartello nella propria stanza:
«Toglimi tutto, ma dammi le anime»
Primi incontri con i giovani disagiati
Ispirato dalle notizie riguardanti Don Giovanni Cocchi, che pochi anni prima
di lui aveva tentato di radunare all'interno di un Oratorio i ragazzi
disagiati di Torino, Giovanni Bosco decise di scendere per le strade della
sua città e osservare in quale stato di degrado fossero i giovani del
tempo. Incontrò così i ragazzi che, sulla piazza di Porta Palazzo,
cercavano in tutte le maniere di procurarsi un lavoro. Di questi giovani
molti erano scartati perché poco robusti e in poco tempo costretti a finire
presto sottoterra. Le statistiche confermano che in quel tempo ben 7184
fanciulli sotto i dieci anni erano impiegati nelle fabbriche.In piazza San
Carlo, Don Bosco poteva conversare con i piccoli spazzacamini, di circa
sette o otto anni, che gli raccontavano il loro mestiere e i problemi da
esso generato. Erano molto rispettosi nei confronti del sacerdote che li
difendeva molto spesso contro i soprusi dei lavoratori più grandi che
tentavano di derubarli del misero stipendio.
Insieme a Don Cafasso cominciò a visitare anche le carceri e inorridì di
fronte al degrado nel quale vivevano giovani dai 12 ai 18 anni, rosicchiati
dagli insetti e desiderosi di mangiare anche un misero tozzo di pane. Dopo
diversi giorni di antagonismo, i carcerati decisero di avvicinarsi al
sacerdote, raccontandogli le loro vite e i loro tormenti. Don Bosco sapeva
che quei ragazzi sarebbero andati alla rovina senza una guida e quindi si
fece promettere che, non appena essi fossero usciti di galera, lo
avrebbero raggiunto alla chiesa di San Francesco.
L'8 dicembre 1841 incontrò, prima di celebrare Messa, Bartolomeo
Garelli nella sacrestia della chiesa di San Francesco di Assisi. Questi
fu il primo ragazzo che si unì al suo gruppo. Don Bosco aveva deciso
così di radunare intorno a sé tutti i ragazzi degradati della zona, dai
piccoli spazzacamini agli ex detenuti. Fondamenti della sua futura
attività erano tre: l'amicizia con i giovani (che molto spesso erano
orfani senza famiglia), l'istruzione e l'avvicinamento alla Chiesa. La
sera di quello stesso giorno, Giovanni fece amicizia anche con i tre
fratelli Buzzetti, provenienti da Caronno Varesino, che si erano
addormentati durante la sua predica.
Quattro giorni dopo, durante la messa domenicale, erano presenti
Bartolomeo Garelli insieme a un nutrito gruppo di amici e i fratelli
Buzzetti, con seguito di compaesani. Quello sarebbe stato il primitivo
gruppo che avrebbe dato il via all'Oratorio di Don Bosco. Già poco
tempo dopo il gruppo era talmente numeroso che il sacerdote chiese
l'assistenza di tre giovani preti: don Carpano, don Ponte, don Trivero.
Anche alcuni ragazzi di media cultura si avvicinarono a Don Bosco,
aiutandolo a tenere a bada i ragazzi più impulsivi e ribelli.
Nella primavera del 1842, al ritorno dal paese, i fratelli Buzzetti
conducevano con loro il più piccolo, Giuseppe, che si affezionò molto a
Don Bosco e decise, in età adulta, di seguire la via del sacerdozio,
divenendo così suo braccio destro nella gestione del futuro ordine
salesiano.
La morte e la canonizzazione
Don Bosco morì all'alba del 31 gennaio 1888 ed è attualmente
sepolto nel Santuario di Maria Ausiliatrice, in una cappella in fondo
alla navata destra. Il messaggio educativo si condensò attorno a tre
parole: ragione, religione, amorevolezza. Alla base del suo sistema
preventivo ci fu un profondo amore per i giovani, chiave di tutta la
sua opera educativa. Il 2 giugno 1929 Papa Pio XI lo beatificò,
dichiarandolo santo il 1º aprile 1934, giorno di Pasqua.
Carmelo e Fabio
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