R. BONETTI Chiesa-famiglia: verso una nuova evangelizzazione Scuola di evangelizzazione (in vista della formazione delle comunità familiari di evangelizzazione) 1 INTRODUZIONE La pubblicazione di questo testo non si propone di aggiungere nuove riflessioni sul matrimonio e sulla famiglia a ciò che già abbondantemente lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa attraverso i Pastori e numerosi testimoni religiosi e laici, ma ha lo scopo di mostrare come dentro affermazioni teologiche precise vi è anche una grande risorsa pastorale. Mi riferisco esplicitamente a uno dei titoli più usati per descrivere che cosa è la famiglia: Chiesa domestica. Non mi dilungo su questo argomento, mi basta citare il testo di R. Fabris, E. Castellucci, Chiesa domestica (2009, ed. S. Paolo). La realtà che qui viene proposta, quella delle Comunità Familiari di Evangelizzazione (CFE), è una modalità concreta, accanto ad altre possibili, di dare consistenza pastorale a questa identità specifica che ha la famiglia. Questa esperienza si colloca al termine di un ―laboratorio pastorale‖ promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana nel 2001 e concluso nel 2006, che aveva come prospettiva di individuare le modalità pastorali con cui si può esprimere la soggettività della famiglia che scaturisce dal sacramento del matrimonio. Nel corso di questa sperimentazione si è visto come, accanto alla chiamata degli sposi a partecipare alle varie attività pastorali (collaborazione nell‘iniziazione cristiana, nella preparazione dei fidanzati al matrimonio, nella formazione permanente dei gruppi di sposi, nella dimensione educativa, ricreativa, caritativa della parrocchia), vi è un altro spazio di collaborazione della famiglia per costruire la comunità parrocchiale: far Chiesa anche in casa. Ciò significa mettere a frutto la grazia sacramentale della presenza di Cristo con gli sposi, per far sperimentare loro l‘essere Chiesa, non solo con i figli, ma anche con amici, parenti, conoscenti, colleghi, attraverso la condivisione di alcune delle note essenziali del far Chiesa: preghiera, condivisione della fede, ascolto della Parola. Logicamente è sempre un far Chiesa in piccolo perché nessuna Chiesa domestica può esprimere la totalità dell‘essere Chiesa, in quanto essa si esprime solo nell‘unità con il pastore attorno alla mensa eucaristica. Perciò sperimentare il far Chiesa in casa è essere protesi verso l‘Eucaristia domenicale, là dove si compie il ―far famiglia‖ in casa con il ―far famiglia grande‖, la famiglia definitiva, quella dei figli di Dio, con un unico Padre, con un‘unica mensa: la Chiesa. Quanto viene descritto in questo libro è già stato sperimentato nella parrocchia di Bovolone 1 e ormai in numerose altre parrocchie della Diocesi di Verona e altre Diocesi d‘Italia. Questa pubblicazione riporta i contenuti della Scuola di evangelizzazione, il primo passo per realizzare le CFE in parrocchia. La Scuola di Evangelizzazione non è rivolta solamente alle famiglie, ma a tutti i fedeli che desiderano non pensare più a se stessi, che intendono prendersi a cuore e cura, nel proprio ambiente di vita, delle persone che sono lontane dalla fede, perché non credono, non praticano o perché ne hanno perso l‘entusiasmo. Segnaliamo alcuni passaggi che rendono possibile questa esperienza: 1) Ricentrare la pastorale sulla presenza di Gesù vivo e Risorto in mezzo a noi. Ciò significa trovare segni che aiutino la comunità cristiana a porre al centro dell‘attenzione la presenza di Gesù vivo, perché solo questa condizione può aiutare gli sposi a riscoprire che Gesù è con loro e la ricchezza conseguente di questa verità. La modalità che si è manifestata come la più preziosa è l‘adorazione eucaristica. Attraverso di essa si riscopre la volontà precisa di Gesù di continuare la sua presenza in mezzo a noi. 2) Proporre la scuola di evangelizzazione a tutta la comunità, sollecitando l‘interesse di tutti per comunicare la fede ad altri. 3) Proporre la scuola di evangelizzazione con scadenze e modalità che ogni pastore saprà valutare seguendo il filo conduttore di questo testo. 1 www.parrocchiabovolone.it. 2 È importante che all‘inizio di ogni incontro si proponga a tutti i partecipanti l‘esperienza della preghiera di lode che successivamente nelle comunità familiari di evangelizzazione avrà un ruolo preminente. Per riscoprire la preghiera di lode e di ringraziamento, rimando al Catechismo della Chiesa Cattolica, ai numeri 2637 e 2643. Così pure è bene, fin dall‘inizio, educare all‘invocazione dello Spirito Santo perché è solo Lui l‘artefice della vita della Chiesa. 4) Durante il percorso della scuola di evangelizzazione, spetta al sacerdote individuare alcune coppie di sposi che, per la loro disponibilità, possano costituire comunità familiare nella loro casa. A queste coppie di sposi verrà dato un supplemento di formazione, per mettere ancor più in evidenza il legame tra il sacramento ricevuto e il far Chiesa in casa. 5) Terminata la scuola di evangelizzazione, proporre a chi desidera di costituire piccole comunità (di sette, otto persone) attorno alle prime coppie di sposi. 6) Ogni comunità familiare di evangelizzazione può iniziare il suo incontro settimanale seguendo con scrupolosità l‘intero schema (che verrà presentato in appendice), senza alcuna aggiunta personale della coppia ospitante, in modo che lo stile sia poi successivamente ripetibile anche da altre coppie di sposi. 7) Il sacerdote proporrà attraverso una registrazione audio, la riflessione settimanale sulla Parola di Dio. Ogni parroco sceglierà, tra i brani della Bibbia, il percorso che aiuta maggiormente le comunità familiari di evangelizzazione a crescere. Inoltre dovrà trovare il modo per avere stabilmente, direttamente o indirettamente, un riscontro verbale o scritto (qualche parrocchia usa un piccolo schema di relazione) sull‘andamento delle singole CFE. 8) È bene che, circa due volte l‘anno, si proponga un incontro comunitario di tutte le CFE, per un sostegno e confronto reciproco. 9) Il parroco seguirà personalmente le singole coppie responsabili finché sono un piccolo numero, poi successivamente, potrà servirsi delle coppie di collegamento a cui faranno capo per ciascuna, tre o quattro coppie responsabili. 10) È opportuno da parte di tutti (sacerdoti e coppie responsabili) tenere vivo l‘obiettivo delle comunità familiari che è l‘evangelizzazione: fare della Chiesa domestica la porta di accoglienza di nuovi fratelli, per introdurli nella vita della Chiesa o rianimarli, qualora fossero membri stanchi o delusi. Perciò, tutti i membri della comunità, nella misura in cui gustano la bellezza della preghiera insieme, della condivisione della fede, dell‘ascolto della Parola, sono invitati tutti a diventare evangelizzatori. Doveroso è il grazie che sentitamente viene rivolto a quanti hanno collaborato alla stesura di questo testo in particolare a Richelli Osvaldo e Marta, a Balzanelli Cristian e a Barbirato Rossana. Ma la gratitudine più grande è rivolta a tutti gli sposi che hanno accolto la chiamata del Signore, aprendo la porta del loro cuore e della loro dimora per far Chiesa anche in casa, dimostrando che è possibile realizzare il progetto delle CFE. Dobbiamo anche riconoscenza alla realtà delle cellule parrocchiali di evangelizzazione2, per aver sperimentato e diffuso una articolazione di quelli che sono gli elementi essenziali del far Chiesa (cf. At 2,42): condivisione della fede, preghiera e ascolto della Parola, dalle quali si è preso spunto nella modalità e tempistica dell‘incontro settimanale di comunità familiare. Di seguito vengono elencate le Diocesi nelle quali una o più parrocchie hanno iniziato a condividere tale esperienza (il dato corrisponde alle realtà già esistenti al momento della pubblicazione del presente testo): DIOCESI DI VICENZA: Parr. S.Abbondio – S.Bonifacio 2 Esperienza pastorale nata nella parrocchia di S. Eustorgio (in Milano), grazie al parroco Piergiorgio Perini il quale ha trasferito nella sua comunità un‘esperienza vista all‘opera in una parrocchia della Florida animata da una pastorale dell‘annuncio attraverso il Sistema di cellule parrocchiali. Per coloro che desiderano conoscere questa nuova proposta è disponibile una pubblicazione: P. PERINI, (ed) Corso Leader, Manuale di evangelizzazione delle cellule parrocchiali. Paoline, Milano 2008. 3 DIOCESI DI BOLOGNA: Parr. S.Antonio di Savena – Bologna DIOCESI DI PERUGIA: Parr. S.Maria di Colle – Perugia DIOCESI DI FIESOLE: Parr. S.Giovanni Battista – Cavriglia (Ar) DIOCESI DI TRIVENTO: Parr. S. Silvestro Papa - Civitanova del Sannio (Is) DIOCESI DI TERMOLI LARINO (a livello diocesano) DIOCESI DI TURSI LAGONEGRO: Parr. S.Nicola di Bari - Lagonegro (Pz) Parr. S. Michele Arcangelo - Trecchina (Pz) DIOCESI DI MILETO-NICOTERA-TROPEA: Parr. Spirito Santo - Vibo Valentia DIOCESI DI CATANZARO: Parr. S. Maria Assunta nella Cattedrale – Catanzaro DIOCESI DI VERONA: Parr. Natività di N.S. Gesù Cristo – Belfiore Parr. Santi Angeli Custodi - Verona Parr. S. Pietro Apostolo – Zevio Parr. S. Maria Maggiore – Monteforte d‘Alpone Parr. S. Giuseppe in S.M. Assunta – Montorio Parr. Santi Fermo e Rustico – Mezza di Sopra Parr. S. Pietro Apostolo – S. Pietro di Lavagno Parr. S. Giorgio Martire – S. Giorgio in Braida Parr. Santi Filippo e Giacomo – Cavalcaselle Congregaz. Poveri Servi della Divina Provvidenza S. Zeno in Monte 4 CAPITOLO I LA FAMIGLIA PARTECIPA DEL MANDATO DI EVANGELIZZARE È sotto gli occhi di tutti il fatto che oggi le nostre parrocchie, salvo alcune eccezioni, fanno una grandissima fatica a convertire nuove persone a Cristo. L‘impostazione pastorale delle nostre comunità parrocchiali, infatti, si riduce sostanzialmente a ―mantenere le posizioni‖, perché protesa unicamente a tenere viva la pratica della fede in coloro che già partecipano alle attività parrocchiali. Pur con tutti gli aspetti positivi che le nostre parrocchie sperimentano (con la varietà e l‘intensità di nuove proposte), esse sono strutturalmente ―autocentrate‖ e nell‘impossibilità di proporsi a quanti non si presentano alle convocazioni promosse dal parroco o dai gruppi ecclesiali. Ora, se tralasciamo il discorso sulle cause ―esterne‖ (secolarismo, consumismo, ecc.) per concentrarci, invece, su quelle ―interne‖ per cui tutto ciò accade, risulta evidente una stortura: attualmente vengono spese la quasi totalità delle risorse umane e materiali di una parrocchia per un unico obiettivo: costruire un‘adeguata e ben amministrata struttura nella quale i praticanti vengano ―nutriti‖ spiritualmente. È convinzione comune che, se si riesce a ―sfamare‖ sufficientemente coloro che frequentano la parrocchia, costoro poi saranno in grado di vivere un‘autentica vita cristiana e testimoniare così la fede ai non credenti. Tuttavia i risultati non sono confortanti perché questa ―impostazione‖ conduce in realtà a far prevalere, nella maggior parte dei praticanti, l‘abitudine a ricevere continuamente e passivamente. La loro fede in Cristo certamente si mantiene, ma rimane privata ed intimistica. Tanto che anche quando, per esempio, vi è la volontà dei genitori di trasmetterla ai propri figli essi si trovano in grande difficoltà a dover passare dal piano della testimonianza a quello dell‘annuncio esplicito. Constatiamo, dunque, che se ai credenti delle nostre parrocchie risulta ovviamente connaturale partecipare a delle celebrazioni e a fare opere di carità, risulta, invece, ―innaturale‖ non solo evangelizzare i non credenti che essi conoscono, ma anche parlare della propria fede con i figli o con altri credenti. Tutto questo non deve stupire. Ciò che oggi osserviamo deriva da un‘impostazione pastorale che concepisce l‘identità del cristiano solo come, potremmo dire, ―uno stare il più vicino possibile a Gesù‖. In realtà, come sappiamo bene, l‘identità del cristiano è, sì, stare con Gesù, ma per poi annunciarlo. «Li chiamò perché stessero con Lui […] e per mandarli a predicare» (Mc 3,13-15). Di questa frase del vangelo di Marco noi cristiani di oggi siamo consapevoli solo della prima parte (lo stare con Lui); e crediamo che la seconda parte sia di pertinenza esclusiva dei sacerdoti. Ma tutti i discepoli sono chiamati a donare agli altri ciò che ricevono stando con Gesù e cioè Gesù stesso. Il cortocircuito nel quale siamo caduti ci ha resi cristiani che si nutrono continuamente senza mai esercitare l‘azione per la quale ci nutriamo. Ci convinciamo addirittura che questo cibo ci serva esclusivamente per darci una ―carica‖ spirituale nell‘affrontare la vita. Così facendo, in realtà, indeboliamo la fede che abbiamo. «La fede si rafforza solo in un modo: donandola»3. La fede, infatti, progredisce esattamente come l‘amore. Come è vero che solo ponendo gesti concreti d‘amore facciamo sì che si dilati sempre di più in noi l‘esperienza stessa dell‘amore, così per far crescere la fede non si deve solo alimentarla (catechesi, formazione, ecc.), ma è necessario comunicarla, donarla anche se piccola. Perciò se le nostre parrocchie non crescono nel discepolato, ciò è dovuto anche al fatto che ai ―lontani‖ dalla fede non viene donata da coloro che già avvertono la bellezza della sua presenza nella loro vita la possibilità di sperimentare cosa significhi incontrare il Signore facendo parte di una comunità che vive del e ―nel‖ suo amore. 3 GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Missio, 7 dicembre 1990, 2. 5 La ―coordinata essenziale‖ che porta all‘incontro con il Signore coloro che ancora non lo conoscono è solamente l‘amore vicendevole che si respira all‘interno di una comunità cristiana: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). 1. La Chiesa esiste per evangelizzare Non si tratta, si badi bene di aumentare in parrocchia il numero dei catechisti o di formatori, ma di tracciare la vera modalità per la realizzazione dell‘identità del cristiano ―adulto‖ nella fede. Le nostre parrocchie devono necessariamente passare dal ―venite‖ all‘―andate‖. E dal ―vai tu‖ all‘―andiamo tutti‖. Solo quando in una parrocchia la predicazione del vangelo ha la priorità assoluta, allora tutti insieme percepiamo chi siamo: il ―popolo degli inviati‖, la luce ed il lievito del mondo. Il cristiano scopre il significato della propria identità solo quando annuncia il Gesù che ha sperimentato così come il fuoco è tale quando brucia. «Una pastorale tesa unicamente alla conservazione della fede e alla cura della comunità cristiana non basta più. È necessaria una pastorale missionaria che annunci nuovamente il vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che anche oggi è possibile, bello, buono e giusto vivere l‘esistenza umana conformemente al vangelo e, nel nome del vangelo, contribuire a rendere nuova l‘intera società. (...) È questa oggi la ―nuova frontiera‖ della pastorale per la Chiesa in Italia. C‘è bisogno di una vera e propria ―conversione‖, che riguarda l‘insieme della pastorale. La missionarietà, infatti, deriva dallo sguardo rivolto al centro della fede, cioè all‘evento di Gesù Cristo, il Salvatore di tutti, e abbraccia l‘intera esistenza cristiana»4. Questa rivoluzione pastorale è talmente importante che non può nemmeno essere ridotta ad una ―nuova stagione‖ dell‘azione pastorale. È un modo di essere imprescindibile ed ineludibile per una comunità cristiana. Non esiste il momento in cui evangelizzare; si evangelizza sempre. Paolo VI nell‘esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi (ovvero L’impegno di annunziare il vangelo), afferma «Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio di Cristo nella Santa Messa, che è il 5 memoriale della sua morte e della sua gloriosa risurrezione» . Dunque ―la Chiesa esiste per evangelizzare‖. Equivale a dire che Gesù esiste per salvare, per amare. Sembra la cosa più ovvia, più logica, eppure spesso questo concetto non entra profondamente e totalmente dentro di noi. Talora noi pensiamo che Gesù esista solo perché ami noi personalmente; invece Gesù esiste per amare tutti. Ha donato a noi il suo vangelo per raggiungere ogni persona. Per poter dire ad ogni persona: ―Io ti amo‖. Ecco perché Gesù chiama ciascuno di noi a prestargli la voce e il cuore per poter abbracciare, per poter amare, per poter andare incontro ad ogni persona. Egli ci fa sentire con l‘Eucaristia un corpo solo con Lui proprio per farci sentire talmente intimi a Lui da poterci chiedere personalmente: ―prestami il tuo cuore, le tue braccia, le tue gambe, per dire al tuo amico, al tuo parente che Io lo amo e che sono pronto a salvarlo e a guarirlo!‖. 4 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 30 maggio 2004, 1. Si veda a questo proposito anche il LIBRO DEL SINODO DELLA DIOCESI DI VERONA, 14 maggio 2005, 96: «Ripensare una pastorale che sia missionaria e assuma, quindi, la forma e le esigenze di un‘evangelizzazione di ―primo annuncio‖». Ibid., 137: «La situazione della Chiesa veronese e di quella italiana provoca ad un cambio di prospettiva pastorale: da una catechesi che mira a coltivare la fede già sociologicamente in atto a un annuncio che propone la fede in termini di primo annuncio. Dalla cura della fede, quindi, alla proposta di fede. Emerge così l‘urgenza che la fede oggi, prima ancora di essere sostenuta e coltivata, domanda un annuncio previo che la susciti». 5 PAOLO VI, Evangelii Nuntiandi, 8 dicembre 1975, 14. 6 Non è possibile perciò ascoltare la parola di Gesù che ci dice «Venite a me» senza l‘altra che invia: «Andate e portate a tutti la buona notizia». Anche Giovanni Paolo II all‘inizio del suo lanciò un chiaro appello per una Nuova Evangelizzazione durante il suo viaggio apostolico in Polonia6 e in seguito ne specificò le caratteristiche: «Evangelizzazione Nuova nell‘ardore, nei metodi e nell‘espressione»7. Nel documento «Comunicare il vangelo in un mondo che cambia» i vescovi italiani hanno scritto: «La missione ad gentes non è soltanto il punto conclusivo dell‘impegno pastorale, ma il suo costante orizzonte e il suo paradigma per eccellenza. Proprio la dedizione a questo compito ci chiede di essere disposti anche a operare cambiamenti, qualora siano necessari, nella pastorale e nelle forme di evangelizzazione, ad assumere nuove iniziative, ―fiduciosi nella parola di Cristo: Duc in altum‖»8. E che cosa vuol dire ―evangelizzare‖? La risposta migliore ci viene da Gesù stesso quando, all‘inizio del suo ministero in Galilea, si recò nella sinagoga di Nazareth. Leggiamo infatti nel vangelo di Luca: «Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: ―Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l‘unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore‖. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”» (Lc 4,1721). In questo inizio della vita pubblica di Gesù l‘annuncio della buona novella (evangelo) significa essere mandato ad annunziare con la vita e con le parole un messaggio così lieto da consolare i poveri, liberare i prigionieri, illuminare i ciechi, trasformare ogni oppressione in vita nuova, donare la grazia divina a tutti coloro che credono in Lui. La lieta novella è l‘unica che dà gioia vera, consola, libera, guarisce e santifica. Il cuore del vangelo è che Dio ti ama e chiede che anche tu Lo ami. Dio ti salva e ti vuole con Sé per sempre. Quindi, oggi evangelizzare significa seminare nel cuore del fratello queste parole di Gesù: «Io ti amo infinitamente: ho dato tutta la mia vita per te, sono morto per te e poi sono risorto e ti ho donato lo Spirito perché ti aspetto nella mia Casa, che voglio diventi anche la tua!». 2. Evangelizzare per obbedire al “grande mandato” di Gesù Le parole che costituiscono il testamento del Cristo Risorto e che vengono definite il ―grande mandato‖ sono queste: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). «Andate in tutto il mondo e fate miei discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Le ultime parole del Gesù glorioso, vale a dire quelle da Lui pronunciate dopo la sua morte e la sua risurrezione prima di tornare al Padre, corrispondono a quelle pronunciate all‘inizio della sua missione nella sinagoga di Nazareth: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4,18). Se Gesù le proclama all‘inizio e alla fine della sua missione sulla terra, significa che tali parole sono le più importanti: ci manifestano il desiderio più struggente del suo cuore di Buon Pastore, sempre alla ricerca delle pecorelle smarrite. «E ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo 6 GIOVANNI PAOLO II, Omelia per la Santa Messa nel Santuario della Santa Croce di Mogila, 9 iugno 1979, 1-3. GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla XIX Assemblea ordinaria del CELAM (Conferenza episcopale dell’America Latina), 9 marzo 1983, 4. Cf. AAS 75 (1983) 771-779; GIOVANNI PAOLO II, Insegnamenti VI, 1(1983), 696-699. 8 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, 29 giugno 2001, 32. 7 7 pastore» (Gv 10,16); «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49); «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato» (Gv 18,9). Il discepolo, dunque, che vuole seguire il Maestro, deve prendere queste parole con estrema serietà sapendo che, nell‘obbedienza o meno a questo inequivocabile comando, si gioca la sua amicizia con Gesù e la sua stessa salvezza. Non è un consiglio come quello, ad esempio, che dà al giovane ricco: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mt 19,21). Agli apostoli non dice infatti: ―«Se volete essere perfetti, dedicatevi all‘evangelizzazione». Gesù ha usato l‘imperativo: «Andate e predicate il vangelo ad ogni creatura»! È perciò un comando e come tutti i comandi esige obbedienza immediata. Un esempio di obbedienza incondizionata è quella di Abramo che, dopo aver ricevuto il comando di Dio: «Esci dalla tua terra e va’ verso il paese che io ti indicherò» (cf. Gen 12,1-4), partì come gli aveva ordinato il Signore senza la minima esitazione, e per la sua fede limpida divenne ―padre di molti popoli‖. Seguire un comando di Gesù ci dà la certezza che questa è la volontà di Dio. Quando si evangelizza, si obbedisce a Dio, perché si compie la sua volontà. 3. La famiglia, in quanto “parola-immagine” dell’amore di Dio, ha ricevuto il mandato ad evangelizzare «La futura evangelizzazione dipende in gran parte dalla Chiesa domestica»9. Questa espressione di Giovanni Paolo II, pronunciata all‘inizio del suo pontificato, riassume decine e decine di interventi magisteriali, che si sono susseguiti dal Concilio in poi, sul ruolo prioritario che compete alla coppia e alla famiglia, nella pastorale e nell‘azione evangelizzatrice. Purtroppo a molti questi richiami sono apparsi esagerati. Se sono facilmente comprensibili i motivi per difendere l‘istituto matrimoniale, travolto sempre più da una cultura solipsistica e omofiliaca, non risultano altrettanto evidenti le giustificazioni che portano a considerare le coppie di sposi cristiani come la principale risorsa di grazia per il futuro dell‘evangelizzazione. In realtà, la soggettività specifica degli sposi non va ridotta alla ministerialità dei laici che scaturisce dal battesimo. I coniugi nella Chiesa non sono semplicemente due ―laici‖ che, tra le altre cose, si sono ―pure‖ sposati: la loro relazione, il loro ―noi‖, il loro essere ―una sola carne‖, la loro comunione di vita e d‘amore è per la Chiesa un dono, un sacramento. Per la Rivelazione cristiana la coppia uomo-donna è la struttura comunionale nella quale Dio Trinità ha voluto riflettere, certamente per noi «in speculo et in aenigmate» (1Cor 13,12)10, l‘intimo di se stesso; infatti, il suo essere perfetta distinzione delle Persone divine e perfetta unità in un 9 GIOVANNI PAOLO II, All’episcopato latino-americano in Puebla, 28 gennaio 1979, in Insegnamenti, II, 1979, 209. Il matrimonio in questo senso eccede sempre la comprensione che di questo mistero abbiamo, e più avanziamo nella sua conoscenza più ci avviciniamo a sfiorare il più grande mistero: il cuore divino, il rapporto fra le Persone della Trinità. 10 8 Amore infinito11, si riverbera nel mutuo rapportarsi e completarsi, nella tensione all‘unione e al divenire ―una carne sola‖12 dell‘uomo con la donna. Proprio perché Dio ha voluto renderci partecipi della sua stessa intima natura, come ci ricorda Giovanni Paolo II commentando il primo capitolo di Genesi, ha creato la coppia e la famiglia: «Il modello originario della famiglia va ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il ―Noi‖ divino costituisce il modello eterno del ―Noi‖ umano; di quel ―Noi‖ innanzitutto che è formato dall'uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina»13. 11 È dalla sua realtà più profonda che Dio ha creato l'uomo come ―maschio e femmina‖. Li ha pensati «a sua immagine e somiglianza» e cioè ―uniti‖ pur nella distinzione e, anzi, uniti proprio in forza del loro essere distinti uno dall‘altra. La coppia umana, proprio a partire dalla distinzione sessuale dei corpi maschile e femminile, è costituita quale forma originaria di ―unità-pluralità‖ e, come tale, partecipa a quella circolarità assoluta d‘amore che è il dinamismo comunionale di unità-distinzione della Uni/Trinità. Dio, infatti, è in se stesso tri/unitas, uno e trino. La sua ―specificità‖ è di essere una sola natura, vissuta dalle tre Persone divine. Ma questa sua specifica realtà Dio l‘ha voluta ―comunicare‖ alla creazione umana. Il desiderio di Dio è che la sua vita intima divenga modello e contenuto della vita dell‘umanità che Egli stesso crea. Dio ha reso perciò progetto creazionale il ―segno specifico‖ della sua relazione trinitaria. La famiglia è, dunque, comunione scaturita dalla Trinità. In essa Dio vi ha espresso l‘intimo di sé. L‘ha creata ―tirando fuori‖ ciò che è Lui dentro, per cui nella coppia/famiglia si ritrova l‘intimo di Dio: distinzione di persone nell‘unità dell‘amore. 12 Se la creazione, infatti, è in rapporto con la vita intima di Dio, il centro della quale è l‘uomo creato maschio/femmina a Sua immagine, allora nell‘unione del corpo dei due è possibile leggere l‘intenzionalità del Creatore. E quindi la diversità dei corpi dell‘uomo e della donna, premessa per il loro dialogo e il loro incontro, ―narra‖ il desiderio di un incontro che Dio vuole realizzare tramite il corpo del Verbo con le sue creature. Possiamo così dire: Dio creando l‘uomo maschio/femmina svela il Suo desiderio di ―coniugarsi‖ con l‘umanità. Plasmando l‘uomo e la donna, Dio già guardava alla vera immagine del Verbo che si sarebbe incarnato, che avrebbe preso un corpo per unirsi all‘umanitàChiesa. 13 GIOVANNI PAOLO II, Lettera alle famiglie Gratissimam Sane, 2 febbraio 1984, 6. Cf J. RATZINGER, Lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nella società, 31 maggio 2004, 6, 8-9: «Il corpo umano, contrassegnato dal sigillo della mascolinità o della femminilità, ―racchiude fin dal principio l'attributo sponsale, cioè la capacità di esprimere l'amore: quell'amore appunto nel quale l'uomo-persona diventa dono e - mediante questo dono attua il senso stesso del suo essere ed esistere‖. E, sempre commentando questi versetti della Genesi, il Santo Padre continua: ―In questa sua particolarità, il corpo è l'espressione dello spirito ed è chiamato, nel mistero stesso della creazione, ad esistere nella comunione delle persone, ad immagine di Dio‖. Nella stessa prospettiva sponsale si comprende in che senso l'antico racconto della Genesi lasci intendere come la donna, nel suo essere più profondo e originario, esista “per l'altro” (cf. 1Cor 11,9): è un'affermazione che, ben lungi dall'evocare alienazione, esprime un aspetto fondamentale della somiglianza con la Santa Trinità le cui Persone, con l'avvento del Cristo, rivelano di essere in comunione di amore, le une per le altre. […] Nell'“unità dei due”, l'uomo e la donna sono chiamati sin dall'inizio non solo ad esistere “uno accanto all'altra” oppure “insieme”, ma sono anche chiamati ad esistere reciprocamente l'uno per l'altro... Il testo di Genesi 2,18-25 indica che il matrimonio è la prima e, in un certo senso, la fondamentale dimensione di questa chiamata. Però non è l'unica. Tutta la storia dell'uomo sulla terra si realizza nell'ambito di questa chiamata. In base al principio del reciproco essere “per” l'altro, nella “comunione” interpersonale, si sviluppa in questa storia l'integrazione nell'umanità stessa, voluta da Dio, di ciò che è “maschile” e di ciò che è “femminile”. Nella visione pacifica che conclude il secondo racconto di creazione riecheggia quel “molto buono” che chiudeva, nel primo racconto, la creazione della prima coppia umana. Qui sta il cuore del disegno originario di Dio e della verità più profonda dell'uomo e della donna, così come Dio li ha voluti e creati. Per quanto sconvolte e oscurate dal peccato, queste disposizioni originarie del Creatore non potranno mai essere annullate. [...] Bisogna sottolineare il carattere personale dell'essere umano. ―L'uomo è una persona, in eguale misura l'uomo e la donna: ambedue, infatti, sono stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale‖. L'eguale dignità delle persone si realizza come complementarità fisica, psicologica ed ontologica, dando luogo ad un'armonica ―unidualità‖ relazionale, che solo il peccato e le ―strutture di peccato‖ iscritte nella cultura hanno reso potenzialmente conflittuale. L'antropologia biblica suggerisce di affrontare con un approccio relazionale, non concorrenziale né di rivalsa, quei problemi che a livello pubblico o privato coinvolgono la differenza di sesso. C'è da rilevare inoltre l'importanza e il senso della differenza dei sessi come realtà iscritta profondamente nell'uomo e nella donna: ―La sessualità caratterizza l'uomo e la donna non solo sul piano fisico, ma anche su quello psicologico e spirituale, improntando ogni loro espressione‖. Essa non può essere ridotta a puro e insignificante dato biologico, ma è ―una componente fondamentale della personalità, un suo modo di essere, di manifestarsi, di comunicare con gli altri, di sentire, di esprimere e di vivere l'amore umano‖. Questa capacità di amare, riflesso e immagine del Dio Amore, ha una sua espressione nel carattere sponsale del corpo, in cui si iscrive la mascolinità e la femminilità della persona. È la dimensione antropologica della sessualità, inseparabile da quella 9 Nel dato nuziale la Trinità si è fatta da sempre ―visibile‖ all‘umanità. Ancor prima dell‘Incarnazione il volto di Dio conoscibile qui sulla terra è quello della realtà della coppia. In Gesù Cristo vi è la pienezza dello svelamento di Dio, e vi è la riconferma del dato della creazione dell'uomo e della donna «ad immagine e somiglianza di Dio» (Gen 1,27). Quando i Farisei avvicinarono Cristo per sapere il suo parere in fatto di ―ripudio‖ della donna, atto avallato dalla decisione e permissione di Mosè (cf. Dt 24,1) ed esercitato dall'uomo contro la donna «per qualsiasi motivo» (Mt 19,3), Cristo a tale consuetudine contrappose non solo l‘inizio storico temporale, ma esattamente il momento originante archetipale: «Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio (απ‘αρκης: a partire dall‘archè) li creò maschio e femmina”» (Mt 19,4). Cristo cioè ha utilizzato il passo di Gen 1,27c per illuminare, fondare e spiegare la realtà sponsale. Il Dio creatore ha posto e avviato certamente l'inizio della coppia umana, ma un tale ―inizio‖ lo fa procedere «dall‘archè» (απ‘αρκης), dal disegno e modello archetipale che la Trinità ha ed è in Sé, in quanto assoluta arché di ogni realtà. La coppia umana ha in e da Dio stesso non solo il proprio inizio cronologico, ma anche il proprio archetipo fondante e ―strutturante‖. La coppia prende da Dio non solo il proprio cominciamento, ma anche il proprio modello e fondamento. Perché Dio non l‘ha creata tanto ―all'inizio‖ o ―fin dall'inizio‖, ma a partire dall'inizio, che è la sua propria realtà. La coppia cristiana è quindi un vangelo per tutti (preti, religiosi, single, per le altre coppie e per gli stessi sposi) perché è un annuncio dell‘identità di Dio. Non c'è predica che possa darci un assaggio della natura di Dio quanto la realtà del matrimonio. Qualsiasi coppia di sposi dice che cosa vuol fare Dio con ogni persona: Egli vuol ―fare l'amore‖ con ognuno di noi; vuole condurci a quel grado di intimità del quale la vita di coppia, appunto, è soltanto l'immagine. Essa è una parola che possono leggere anche gli analfabeti o i non credenti perché il fatto che due persone si amino profondamente fa, magari inconsciamente, intuire che vi è un Amore da cui il fragile amore di coppia proviene e a cui ritorna. E non ―parla‖ di Dio solo la coppia che sta bene, ma ogni coppia, anche quella che ha problemi ed è carica di sofferenze. La sofferenza delle famiglie ―disperate‖ o che si stanno separando, infatti, manifesta che viene ferita la sostanza, l'essenza, dell'uomo e della donna. Dal cono d'ombra, che su ogni matrimonio può calare, si può capire da che parte è la luce e Chi sia la luce. Se la rottura di un rapporto sponsale è ―l‘inferno‖, cosa sarà la relazione unitiva con Dio? La forma umana sposo-sposa, genitori-figli, dunque, è in se stessa, anche se segnata dai limiti, dalla povertà e dalla libertà di scelta delle persone che la compongono, il modello di comunione più totalizzante che esista sulla terra. Per questo motivo la famiglia è la struttura che precede e supera ogni altra struttura relazionale; in essa è nascosta la possibilità di custodire per tutti la genuinità e l‘origine dell‘Amore trinitario. Quando Dio ha creato la famiglia ha dato a tutta la società, e ovviamente anche alla Chiesa, il modello stesso di comunità qui sulla terra. Per questo essa è un soggetto del tutto particolare anche all‘interno della Chiesa. Nessuna modalità organizzativa può prescindere, svilire, sminuire il ruolo che essa ha fin dall‘origine. La famiglia ―precede‖ dunque qualsiasi struttura: dallo Stato alla teologica. La creatura umana nella sua unità di anima e di corpo è qualificata fin dal principio dalla relazione con l'altroda-sé. Questa relazione si presenta sempre buona ed alterata al tempo stesso. Essa è buona, di una bontà originaria dichiarata da Dio fin dal primo momento della creazione. Essa è, però, anche alterata dalla disarmonia fra Dio e l'umanità sopraggiunta con il peccato. Questa alterazione non corrisponde tuttavia né al progetto iniziale di Dio sull'uomo e sulla donna, né alla verità della relazione dei sessi. Ne consegue perciò che questa relazione buona, ma ferita, ha bisogno di essere guarita. [...] ―I termini di sposo e sposa o anche di alleanza, con i quali si caratterizza la dinamica della salvezza, pur avendo una evidente dimensione metaforica, sono molto di più che semplici metafore. Questo vocabolario nuziale tocca la natura stessa della relazione che Dio stabilisce con il suo popolo, anche se questa relazione è più ampia di ciò che può sperimentarsi nell‘esperienza nuziale umana». 10 parrocchia. Anche se ovviamente la famiglia non è separabile dalla Chiesa, perché con essa vi è un rapporto di dipendenza e di reciprocità.14 La famiglia è una comunità salvante che cioè, per grazia, ha nella propria struttura relazionale la possibilità, in un modo del tutto particolare, di essere strumento di salvezza per altri perchè nascendo e sviluppandosi ad immagine della Comunione divina, reca qui sulla terra l‘impronta originale della massima comunione. La coppia di sposi evangelizza proprio in quanto è famiglia e porta con sé, nella propria carne, questo ―buon annuncio‖. Non sono i coniugi ad essere gli ideatori di questa ―novità‖: essi la accolgono come dono di Dio, affinché nella modalità con cui la ricevono e la vivono possano anche effonderla. Gli sposi sono resi in grado, costitutivamente, di vivere in se stessi la comunione che sgorga dal mistero e di donarla alla Chiesa e alla società, anche se spesso a loro insaputa. L‘essere sprofondata nel mistero trinitario fa della famiglia un ministero, un servizio nella Chiesa per la realizzazione di una vera vita comunionale che ―salva‖ il genuino umano secondo il disegno di Dio. «Un‘autentica famiglia, fondata sul matrimonio, è in sé stessa una ―buona notizia‖ per il mondo»15. Per quello che è in se stessa la famiglia è una risorsa di grazia per la Chiesa. Una sorgente sempre zampillante di comunione per attingere, come scrivono i nostri vescovi, continuamente al cuore di Dio: «La fede scopre e contempla, con umile e gioiosa gratitudine, il mistero stesso della comunione di Dio con l‘umanità e con la Chiesa dentro il tessuto quotidiano dell‘esperienza di comunione propria della coppia e della famiglia cristiana»16. 4. La famiglia evangelizza in forza del sacramento ricevuto Al dato originario (l‘essere parola-immagine dell‘amore trinitario) va aggiunto che la coppia cristiana partecipa ed attualizza l‘amore sponsale di Cristo per la Chiesa. 14 Si legga a proposito CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunione e comunità nella Chiesa domestica, 1 ottobre 1981, 5-6: «Il rapporto Chiesa-famiglia cristiana è reciproco e nella reciprocità si conserva e si perfeziona. Con l'annuncio della Parola e la fede, con la celebrazione dei sacramenti e con la guida e il servizio della carità, la Chiesa madre genera, santifica e promuove la famiglia dei battezzati. Nello stesso tempo, la Chiesa chiama la famiglia cristiana a prendere parte come soggetto attivo e responsabile alla propria missione di salvezza [...]. Il mistero della Chiesa, che viene a suo modo realmente partecipato alla famiglia cristiana, non si esaurisce in questa, ma la supera e la trascende. La famiglia cristiana, infatti, rivela e rivive il mistero della Chiesa soltanto in alcuni suoi aspetti e non in tutti. In particolare la Chiesa domestica ha bisogno per esistere e per vivere la propria identità di comunione-comunità cristiana dell'Eucaristia e del ministero dei Pastori che annunciano il vangelo e il comandamento del Signore: per questo la famiglia cristiana, mentre è inserita nella Chiesa, si apre a tutto il mistero della Chiesa di Cristo e solo così può vivere in pienezza la grazia della comunione. Sta qui la ragione dell‘essenziale «relativizzazione» della famiglia cristiana alla Chiesa. La qualifica di ―Chiesa domestica‖ data alla famiglia cristiana è da intendersi perciò in senso analogico: dice sì il suo inserimento e la sua partecipazione, ma anche la sua ―inadeguatezza‖ a manifestare e a riprodurre, da sola, il mistero della Chiesa in se stesso e nella sua missione di salvezza». 15 GIOVANNI PAOLO II, Preghiera dell’Angelus, 21 ottobre 2001, 2. Prosegue il papa, in occasione della Beatificazione dei coniugi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini: «Alle spinte negative che si manifestano nel mondo, la Chiesa risponde rafforzando l‘impegno per annunciare Cristo, speranza dell‘uomo e speranza del mondo! In questa missione di speranza, un ruolo di primo piano è affidato alle famiglie. Nel nostro tempo, inoltre, sono sempre più numerose le famiglie che collaborano attivamente all‘evangelizzazione, sia nella propria parrocchia e diocesi, sia condividendo la stessa missione ad gentes. Sì, care famiglie, è maturata nella Chiesa l‘ora della famiglia, che è anche l‘ora della famiglia missionaria. Cf. GIOVANNI PAOLO II, Familiaris Consortio, 51: «La Parola del Signore rivela agli sposi la stupenda novità –la Buona Novella- della loro vita coniugale e familiare, resa da Cristo santa e santificante. […] Il sacramento del matrimonio, nella sua profonda natura è la proclamazione, nella Chiesa, della Buona Novella sull‘amore coniugale: esso è Parola di Dio che rivela e compie il progetto sapiente e amoroso che Dio ha sugli sposi, introdotti nella misteriosa e reale partecipazione all‘amore stesso di Dio per l‘umanità». A proposito della sacramentalità della chiesa domestica, cioè dell‘intrenseca missione della coppia sacramentale di essere espressione e annuncio della e per la Chiesa si veda. anche M. OUELLET, Mistero e sacramento dell’amore. Teologia del matrimonio e della famiglia per la nuova evangelizzazione, Cantagalli, Siena 2007, 209-230. 16 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunione e comunità nella Chiesa domestica, 10. 11 Come afferma l‘Esortazione Apostolica Familiaris consortio: «(La) Rivelazione raggiunge la sua pienezza definitiva nel dono d'amore che il Verbo di Dio fa all'umanità assumendo la natura umana, e nel sacrificio che Gesù Cristo fa di se stesso sulla Croce per la sua Sposa, la Chiesa. In questo sacrificio si svela interamente quel disegno che Dio ha impresso nell'umanità dell'uomo e della donna, fin dalla loro creazione (cf. Ef 5,31s); il matrimonio dei battezzati diviene così il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo. Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l'uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati. L'amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce. (…) Mediante il battesimo, l'uomo e la donna sono definitivamente inseriti nella Nuova ed Eterna Alleanza, nell'Alleanza sponsale di Cristo con la Chiesa. Ed è in ragione di questo indistruttibile inserimento che l'intima comunità di vita e di amore coniugale fondata dal Creatore (cf. Gaudium et Spes 48), viene elevata ed assunta nella carità sponsale del Cristo, sostenuta ed arricchita dalla sua forza redentrice.In virtù della sacramentalità del loro matrimonio, gli sposi sono vincolati l'uno all'altra nella maniera più profondamente indissolubile. La loro reciproca appartenenza è la rappresentazione reale, per il tramite del segno sacramentale, del rapporto stesso di Cristo con la Chiesa. Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla Croce; sono l'uno per l'altra e per i figli, testimoni della salvezza, di cui il sacramento li rende partecipi»17. Gli sposi, in forza del loro sacramento, sono dunque costituiti segno, ―simbolo reale‖ dell‘amore di Cristo per la sua Chiesa. È, infatti, la relazione che coinvolge i due sposi a ricevere il dono sacramentale: «Il vincolo che unisce l‘uomo e la donna e li fa una sola carne (Gen 2,24) diventa in virtù del sacramento del matrimonio segno e riproduzione di quel legame che unisce il Verbo di Dio alla carne umana da lui assunta e il Cristo Capo della Chiesa suo Corpo nella forza dello Spirito»18. L‘originalità della grazia sacramentale delle nozze è che viene data non alla ―singolarità‖ delle persone in se stesse, ma alla ―relazione‖ che unisce le due persone (o alle due persone in quanto relazione). La grazia non è data loro per metterli in comunione con Cristo, perché già lo sono in virtù del sacramento del battesimo, ma per rendere presente nella loro relazione il rapporto d‘amore che unisce Cristo alla Chiesa e per fare del loro amore un soggetto diffusivo e comunicativo della relazione Cristo-Chiesa. L‘uomo e la donna nel sacramento del matrimonio vengono abitati nel loro dinamismo psico-fisico dalla Persona divina dello Spirito Santo che, come sigilla il legame di Cristo con la Chiesa, così trasforma gli sposi in con-vocati, con-chiamati a ―dire‖, proprio attraverso il loro vissuto coniugale, questo stesso legame Cristo-Chiesa19. Ciò è verità di fede. La famiglia è il ―luogo‖ che Dio ha voluto per «custodire, rivelare e comunicare l‘amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell‘amore di Dio per l‘umanità e di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa»20. I vescovi italiani così si esprimono: «Per la grazia dello Spirito Santo la coppia e la famiglia cristiana diventano ―Chiesa domestica‖ in quanto il vincolo d‘amore coniugale tra l‘uomo e la donna viene assunto e trasfigurato dal Signore in immagine viva della comunione perfettissima che tra loro lega nella forza dello Spirito Santo, Cristo capo alla Chiesa suo corpo e sposa. […] Gli sposi partecipano all‘amore cristiano in modo originale e proprio, non come singole persone, ma assieme, in quanto formano una coppia […]. La comunione 17 GIOVANNI PAOLO II, Familiaris Consortio, 13. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Evangelizzazione e sacramento del Matrimonio, 34. 19 Cf. M. Ouellet, Divina somiglianza. Antropologia trinitaria della famglia, Lateran University Press, Roma 2004, 7379. 20 GIOVANNI PAOLO II, Familiaris Consortio, 17. 18 12 donata dallo Spirito non si aggiunge dall‘esterno, né rimane parallela a quella comunione coniugale e familiare che costituisce la ―struttura naturale‖ del rapporto specifico uomo-donna e genitori-figli; bensì assume questa stessa struttura dentro il mistero dell‘amore di Cristo per la sua Chiesa e pertanto la trasforma interiormente e la eleva a segno e luogo di comunione nuova, soprannaturale e 21 salvifica» . Nella consacrazione matrimoniale è lo Spirito Santo il protagonista. È Lui a penetrare e a trasfigurare la vita affettiva degli sposi per coinvolgerli nell‘amore di Cristo per la sua ChiesaSposa. È Lui che consacra gli sposi in ―sacerdoti‖ di quella alleanza ―unitiva‖ che Cristo ha offerto sulla croce a tutti gli uomini. Lo Spirito Santo, per coinvolgere gli sposi nell‘alleanza d‘amore tra Cristo e la Chiesa e per costituirli quali co-artefici di questa alleanza, dona al loro amore la presenza reale della volontà, della disponibilità, della passione sponsale di Cristo. Egli fa vivere Cristo Sposo in loro. «Lo Sposo è con voi!». Così è intitolata la seconda parte della Lettera alle famiglie di papa Giovanni Paolo II. Ma se Cristo Sposo è negli sposi, se rimane con loro, è perché lo Spirito rende presente il Signore affinché possano amarsi e amare con il Suo amore sacrificale. Gli sposi «custodiscono, rivelano e comunicano l‘amore di Dio» quando pongono in essere, tra loro, il dono della comunione che ricevono da Dio, sollecitando la pienezza della realizzazione umana tra loro, nei figli e nelle persone che incontrano. Gli sposi cristiani, nei confronti dei figli e di tutti coloro con i quali entrano in contatto, sono perciò abilitati dal sacramento ricevuto a far propria la parola e l‘agire di Cristo: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato» (Gv 18,9). 5. La famiglia evangelizza con una fecondità che è oltre la fertilità Riepilogando, la famiglia è l‘immagine voluta dallo stesso Dio dell‘amore che scorre tra le Persone divine della Trinità e tra la comunità divina e l‘uomo; ma se l‘Amore ha dato avvio a nuove relazioni e ha creato l‘uomo per intessere con lui un‘alleanza, tale fecondità deve essere insita anche in quell‘immagine forgiata dalle mani divine: la coppia umana. Già nella prima pagina della Sacra Scrittura, Dio svela la sua ―Buona Notizia‖: ««Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza. Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,26-28a). Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, la ―buona notizia‖ è, dunque, costituita dal fatto che non solo l‘uomo singolarmente, ma anche la relazione che il maschio e la femmina vivono è «ad immagine e somiglianza di Dio»22. Se puntiamo ora la nostra attenzione alla benedizione divina sulla coppia, immediatamente successiva a questa proclamazione, vediamo confermata la natura più profonda della coppia umana, facendone risaltare l‘intrinseco dinamismo e la fecondità tipici dell‘amore trinitario (costituita ad immagine della Trinità per «diffondere la Trinità»). L‘imperativo «siate fecondi» osiamo considerarlo non come un semplice sinonimo o una ripetizione del «moltiplicatevi», bensì il suo indispensabile presupposto e la sua continuità. Lo Spirito che agisce nei cuori ci fa comprendere che l‘essere ―fecondi‖ non equivale esattamente a generare dei figli: prima ancora dell‘aver figli ciò che 21 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunione e Comunità nella Chiesa domestica, 7, 9. Al riguardo riportiamo qui GIOVANNI PAOLO II, Mulieris dignitatem, 15 agosto 1988, 7: «Il fatto che l‘uomo creato uomo donna, sia immagine di Dio non significa solo che ognuno di loro individualmente è simile a Dio, come essere razionale e libero. Significa anche che l‘uomo e la donna, creati come ―unità dei due‖ nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunità d‗amore e in tal modo a rispecchiare nel mondo la comunione d‘amore che è in Dio, per la quale le tre Persone, si amano nell‘intimo mistero della vita divina. Il Padre il Figlio e lo Spirito Santo, un solo Dio per l‘unità della divinità, esistono come persone per le imperscrutabili relazioni divine. Solamente in questo modo diventa comprensibile che Dio è amore (1Gv 4,16)». 22 13 conta è che, per esempio, un marito sappia far crescere, ―fecondare‖ la femminilità della moglie e viceversa. Il «siate fecondi» è innanzitutto un invito rivolto ai due coniugi a ―generare‖e far uscire sempre di più, così come è previsto nel disegno divino, quell‘ «immagine e somiglianza» con la Santa Trinità che è presente nella loro stessa relazione; ma proprio per questo la loro fecondità non può fermarsi nell‘ambito della loro famiglia, anche se lì è fondamentale che germogli. L‘Uni-Trino, invita gli sposi a vivere esattamente le ―stesse cose‖ che Egli vive all‘interno e all‘esterno di Sé: è il suo esistere e vivere uni-trinitariamente che ha costituito per gli sposi l‘orizzonte, la forza attrattiva e propulsiva affinché ne caratterizzasse sia i loro interni rapporti sponsali sia la relazione esterna che essi instaurano con gli altri (in primis con i figli). E come l‘amore trinitario non ha trattenuto per sé la sua gioia e il suo amore, ma ha dato alla luce il creato, il cui vertice e perla è l‘uomo con il quale Dio ha stretto un patto nuziale per mezzo di Gesù Cristo, così quanto più una famiglia vive l‘unità e diffonde a tutte le persone che fanno parte del suo ambiente di vita la bellezza e il balsamo dell‘agape divina, tanto più essa riverbera, incarna l‘amore fecondo di Dio partecipando integralmente al compito della Chiesa di annunciare il vangelo: «La famiglia cristiana è chiamata a prendere parte viva e responsabile alla missione della Chiesa, in modo proprio e originale, ponendo cioè a servizio della Chiesa e della società se stessa nel suo essere 23 ed agire, in quanto intima comunità di vita e di amore» . Ogni coppia-famiglia è il nucleo centrale di una rete relazionale umana più ampia di quella composta dai genitori e dai figli. Attorno ad essa si costituisce, per la sua forza coesiva di mantenere e sviluppare relazioni in modo stabile e continuativo, quella che il magistero definisce una «comunità familiare»24. Per questo motivo ogni famiglia diventa elemento strutturale, organico ed essenziale sia per costruire la società civile che per costruire Chiesa. È certamente una ―rivoluzione‖ spirituale per tanti sposi cristiani. Ciò significa, infatti, passare da un rapporto con Cristo ―per me‖, ―per noi due‖, a un matrimonio sacramento vissuto con la stessa passione di «sposare» l‘umanità che Cristo ha mostrato, affinché tutti possano fare l‘esperienza della bellezza di un rapporto d‘amore con Lui. La grazia sacramentale del matrimonio è donata agli sposi per costruire ponti tra Cristo e le persone che gli sposi incontrano. I coniugi cristiani sono chiamati a ―produrre‖ questi piccoli ponti che a volte si trasformano anche in ―piani inclinati‖: attraverso di loro Cristo si china, si abbassa ad amare e incontrare ogni uomo. Portando nei loro corpi la parola ―amore‖ con pazienza e costanza gli sposi conducono a guardare in modo positivo non solo loro come coppia, ma anche a porre fiducia in una famiglia più grande che è la Chiesa. Così, incontro dopo incontro, piccola alleanza dopo piccola alleanza, gli sposi intessono quella rete relazionale attorno alla loro famiglia, diventando un supporto indispensabile per il sacerdote nel costruire e guidare la comunità cristiana. Altrimenti come sarebbe possibile attualizzare nella comunità cristiana una rete relazionale unitaria, la tunica inconsutile di Gesù, se nei mille intrecci che la compongono non ci sono altrettanti tessitori di amicizia, di accoglienza e di fraternità?25 23 GIOVANNI PAOLO II, Familiaris Consortio, 50. GIOVANNI PAOLO II, Lettera alle famiglie, 7: «La comunione dei coniugi dà inizio alla comunità familiare». La comunità familiare è pertanto un dinamismo di comunione e di affetto che si costruisce attorno ad un nucleo che è la coppia di sposi (relazioni con i rispettivi genitori, con i loro fratelli e sorelle, con i parenti, con gli amici, con i colleghi di lavoro, con i genitori degli amici dei figli, ecc.). È palese che le comunità familiari presenti in un territorio, avendo un sistema di relazioni molto più forte e immediato di quanto possa avere qualsiasi altro tipo di comunità (organizzativa, di ideali, di interessi comuni, ecc), sono il presupposto naturale (e voluto da Dio) per ogni altro tipo di comunità, compresa allora anche quella parrocchiale. Cristo, e in Lui la Chiesa, non annulla la natura umana ma, come ricordava san Tommaso, la ―suppone e la perfeziona‖. 25 Il sacerdozio e il matrimonio sono chiamati, con ministerialità diverse, a costruire il popolo di Dio. Cristo ha voluto due sacramenti per ―costruire la Chiesa‖ e nessuno dei due può pensare di ―costruire la Chiesa‖ da solo. A questo proposito si veda: GIOVANNI PAOLO II, Discorso in occasione dell’udienza ai partecipanti alla VIII Assemblea plenaria 24 14 Inoltre la coppia-famiglia, sacramento della Chiesa per il mondo, è chiamata a portare l‘annuncio esplicito della salvezza donata da Gesù. Per natura sua, infatti, la famiglia è immersa ―nel mondo‖, collegata anche con quanti non sanno o, apparentemente, non vogliono saperne di Gesù. Essa è dentro una rete di relazioni. Ed è attraverso questa sua particolare ―natura relazionale‖ che essa è una struttura di diffusione del vangelo. Possedendo costitutivamente la naturale capacità di condividere profondamente l‘esistenza con le persone che la attornia, la famiglia, in forza dello Spirito, può annunciare Gesù a queste stesse persone con una forte credibilità. Gli sposi possono ―cantare‖ la bellezza dell‘amore di Dio anche attraverso il loro ―imperfetto‖ amore. Annunciano ai fratelli che solo nel Signore Gesù trovano il motivo dell‘accoglienza piena, del perdono reciproco e del ricominciare continuamente. Qualsiasi gesto quotidiano che i coniugi vivono può essere annuncio della novità evangelica purché trovino il coraggio di uscire dal chiuso del cenacolo per andare verso tutti a testimoniare il Risorto. Se la Chiesa di questo inizio di terzo millennio, guidata dallo Spirito, ha intravisto nella famiglia la sua priorità assoluta non è perché oggi tantissime famiglie purtroppo sono disastrate. La Chiesa guarda con speranza alla famiglia perché vuole rimanere fedele al Signore Gesù che l‘ha chiamata ad annunciare quel vangelo che è iscritto nel DNA di ogni uomo e donna fin dalla loro origine e che svela il loro destino ultimo. del Pontificio Consiglio per la famiglia sul tema “La formazione del sacerdote e la pastorale della famiglia”, 17 maggio 1990, AAS 82(1990),1611-1614: «Tutti voi che avete ricevuto il dono dell‘amore coniugale dovete sapere che, con la generosità del vostro reciproco amore e di quello dei vostri figli, l‘unione di Cristo e della sua Chiesa è feconda nelle vostre vite. Voi siete per i vostri pastori la chiara e viva testimonianza del mistero cristiano; voi li sostenete perché siano instancabilmente i testimoni della forza redentrice di Cristo e perché sappiano consigliare con pazienza gli sposi che affidano loro le proprie difficoltà. Sacramento del matrimonio e sacerdozio cristiano: ecco due sacramenti che costruiscono il bene della Chiesa e della società. Due partecipazioni al mistero di Cristo che si rafforzano reciprocamente all‘interno dell‘esistenza cristiana, nella fedeltà al carisma proprio di ognuno, per il bene di tutto il popolo di Dio» (EMCEI 4/2323). 15 CAPITOLO II LA FAMIGLIA EVANGELIZZA NEL PROPRIO AMBIENTE DI VITA Nel primo capitolo siamo partiti dall‘affermazione di Paolo VI: «La Chiesa esiste per evangelizzare». Le parrocchie i cristiani, le diocesi, la pastorale, le curie, ecc., esistono per il solo scopo di annunciare Cristo ad ogni uomo. Ogni cristiano sa già che deve evangelizzare. Sa che è lo stesso Gesù Cristo che lo ha chiamato a svolgere questo compito. Moltissimi hanno però al riguardo delle forti resistenze. Emergono in loro domande, dubbi ai quali non trovano risposte convincenti. Il comando di Gesù di andare in tutto il mondo e di predicare il vangelo ad ogni creatura va veramente preso alla lettera? Parlava a tutti o si riferiva solo agli apostoli e ai missionari? Nell‘attuale contesto culturale non si rischia, annunciando esplicitamente agli altri la propria fede, di disturbare la loro privacy? Non è sufficiente testimoniare la fede con il proprio stile di vita? Sono domande legittime, che però spaventano ancor più nell‘odierno contesto culturale, in cui si respira un forte condizionamento negativo nel predicare il vangelo a chi apparentemente non lo vuole ascoltare e si è frenati ogniqualvolta si crea l‘occasione di dire a chi ci sta accanto l‘amore del Signore Gesù per lui. Le paure di vano fondamentalismo ci avvolgono così tanto che alla fine ci fanno sprofondare in una sorte di palude, dove il chiaro comando del Signore viene circoscritto ad una sorta di incoraggiamento a fare il possibile affinché il vangelo sia divulgato. Tutto ciò è veramente grottesco perché in molti cristiani coesistono, come se nulla fosse, convinzioni tra loro contraddittorie: «Si deve evangelizzare, ma senza esagerare»; «È doveroso parlare di Gesù, ma l‘unico luogo adatto in cui farlo è il locale della parrocchia»; «La fede è la cosa più grande e più bella della mia vita, ma la vivo intimamente in modo tale che non si veda troppo, potrebbe essere ostentazione.» Ora va detto che se siamo arrivati a ragionare in questo modo ciò è dovuto a tanti fattori. Ci permettiamo qui di indicarne uno solo. Per tanto tempo siamo stati abituati a pensare che gli evangelizzatori siano coloro che ricevono una qualche autorizzazione speciale (i sacerdoti, le religiose, i catechisti ecc), cosicché ora ci è difficile far veramente nostra la svolta del Concilio Vaticano II che ha ripreso l‘antica tradizione cristiana: ogni singolo cristiano è un evangelizzatore. Le testimonianze neotestamentarie sottolineano che la Chiesa originaria si accrebbe in modo sorprendente perché tutti i cristiani comunicarono la gioia della fede e della salvezza ricevuta a tutte le persone che conoscevano e incontravano grazie alle relazioni di vita quotidiana. Erano pochissimi gli evangelizzatori itineranti, come gli apostoli, che si spostavano nei vari paesi. La Buona Notizia storicamente, infatti, è corsa di bocca in bocca, da persona a persona negli ambienti di vita condivisi dai cristiani con i pagani. 1. Il “grande mandato” Il ―grande mandato‖ ci propone le ultime e definitive parole di Gesù. «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). È un invio, un ―mandato‖ appunto, che è definito ―grande‖ perché coinvolge tutti i discepoli di ogni tempo nel dilatare la salvezza che Dio ha donato ad ogni uomo. Il Signore Gesù ha impartito il ―grande mandato‖ quando, risuscitato dai morti, stava con i suoi apostoli. Egli passava del tempo, già il primo della sua vita gloriosa, nel prendersi cura di loro, nel ristabilire rapporti d‘amicizia: si era messo a cucinare sulla brace il pesce per loro (cf. Gv 21,1-14); a ristabilire nell‘amore perdonante il legame con Pietro (cf. Gv 21,15-19); a spiegare le Scritture (cf. Lc 24,44-49). I ―quaranta giorni‖ del Risorto tra i suoi sono, dunque, una anticipazione di quando Dio Padre si cingerà le sue vesti e passerà a servire gli invitati a nozze (cf. Lc 12,37; Mc 13,34), di quando cioè il Padre, il Figlio e lo Spirito ci doneranno tutto quanto hanno e sono. 16 Prima di salire al Cielo, il Figlio, che in tutto asseconda la volontà del Padre, ha affidato alla Chiesa il grande incarico dell‘evangelizzazione effondendo su di essa lo Spirito Santo. L‘evangelizzazione è il desiderio del Padre di ―passare a servire‖, attraverso l‘azione dello Spirito Santo, ogni uomo già ora nel tempo storico rendendo attuale per tutti la Pasqua di Gesù. È solo lo Spirito Santo che sa toccare i cuori delle persone. Solo Lui converte. Ci viene donato, per essere strumenti del desiderio del Padre di amare ogni uomo. Il comando di Gesù è, dunque, valido per la Chiesa di tutti i tempi. È valido per noi oggi, perché ogni persona ha il diritto adesso di ―essere servita‖. Se ogni persona ha diritto di ricevere il dono del vangelo vuol dire che noi, che lo abbiamo ricevuto senza nostro merito, abbiamo il dovere di condividerlo con tutti. Spesso invece noi dividiamo le persone in ―adatte‖ a ricevere l‘annunzio del vangelo e in ―non adatte‖. Riteniamo impossibile che quella determinata persona possa accogliere il vangelo. Ma il seminatore della parabola semina il seme ovunque (cf. Lc 8,4-8): non sta a noi decidere se un terreno è pronto per ricevere il seme, a noi compete solo di seminare ovunque. Anzi, le persone che sembrano più lontane per sofferenze e gravi problemi di vita, hanno ancor più bisogno di ascoltare l‘annuncio dell‘Amore di Dio, della salvezza e del perdono di Gesù. Nessuno può essere escluso dal nostro amore e dal nostro annuncio, perché Gesù vuole amare tutti. È proprio perché è stato mandato dal Padre a manifestare la sua volontà di servire e amare ogni uomo che ora ci dice: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20, 21). A noi che viviamo di Lui garantisce che: «Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). 2. Chi sono io per evangelizzare? A questo punto una domanda potrebbe sorgere spontanea: «Ma come è possibile che il Signore mandi me? Io conosco la mia storia e i miei difetti. È ridicolo pensare che io mi metta adesso ad annunciare il Signore, a manifestare il suo amore, se penso a chi sono, a cosa ho fatto e cosa sto facendo». Sono domande che prima di noi qualcun altro ha fatto a Dio: «Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?”. Rispose: “Io sarò con te.”» (Es 3,11-12). Anche Gedeone, che era stato chiamato da Dio per salvare il popolo di Israele, disse: «Signor mio, come salverò Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera di Manàsse e io sono il più piccolo nella casa di mio padre». Il Signore gli disse: «Io sarò con te» (Gdc 6,15-16). La stessa cosa sappiamo è accaduta a tanti altri personaggi biblici. Ciascuno aveva ben presenti le proprie povertà, debolezze e la propria incapacità di parlare a nome di Dio. Anche a noi il Signore risponde allo stesso modo: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). È solo questo che ci rende abili ad evangelizzare. Non sono i nostri meriti o le nostre capacità, ma solamente il fatto che il Signore ci ha scelti. L‘unica forza che mi rende capace di annunciare ad altri il vangelo è il fatto che quel Signore Gesù che ho incontrato nella mia vita mi ha scelto. Come Simon Pietro anche noi possiamo risponderGli: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5). Credere alla promessa del Signore Gesù è la nostra sola forza. Soltanto così tutto funzionerà. Il giorno in cui mi appoggerò sulle mie possibilità, produrrò qualcosa di mio che durerà l‘attimo che lo faccio. Ma se mi affido a Lui allora potrò dire: «Tutto posso in colui che mi dá la forza.» (Fil 4,13) e usciranno dalla mia bocca parole che rinnovano la vita, perché si riferiranno a Colui che è la risposta alle più profonde esigenze di ogni uomo: «Ma Pietro gli disse: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!”» (At 3,6). 3. Si evangelizza con la propria “poca” fede 17 Ripetiamolo, dunque: evangelizzare è una chiamata per ―ogni‖ cristiano. Ciò vuol dire che è sbagliato attendere di avere una fede al 100% o almeno al 51% per iniziare ad evangelizzare, perché in questo modo non si evangelizzerà mai! Anzi, siccome «la fede si rafforza donandola», se non evangelizzo, anche quel poco di fede che mi rimane si atrofizzerà. L‘atteggiamento di Gesù al riguardo è esemplificativo. Egli diede ai suoi il ―grande mandato‖ quando essi dubitavano ancora (cf. Mt 28,17). Gesù, infatti, «li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore» (Mc 16,14), ma poi con tutto il potere ricevuto dal Padre, in cielo e sulla terra, ordinò loro di andare in tutto il mondo e di predicare il vangelo a tutte le nazioni (cf. Mc 16,15). In forza di quel comando: «essi allora partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano» (Mc 16,20). È per quel ―poco‖ di fede che abbiamo che dobbiamo sentirci investiti dal Signore Gesù del suo mandato. Credere che «chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Rm 10,13) perché «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12), traccia in maniera definitiva il nostro percorso di discepoli. Siamo amati così come siamo per essere mandati. È il Signore Gesù che ci ha scelti e, nonostante i nostri dubbi, ci dice: «voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37). Come il suo amore ―folle‖ lo conduce a farsi un pezzo di pane così ci chiede di consegnarGli il nostro nulla, il nostro peccato, la nostra poca fede perché proprio attraverso queste povertà Egli vuole arrivare a far sentire il suo amore a coloro che Lo ignorano o Lo respingono. Solo se i suoi Gli affidano le loro debolezze, Egli le può trasformare in una sua reale Presenza. Egli, nella notte in cui offrì Se stesso nel pane eucaristico, pregò il Padre per coloro che avrebbero creduto grazie alle parole dei suoi che di lì a poco lo avrebbero tradito o rinnegato: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.» (Gv 17, 20-21) Gesù stava pregando per quelle persone che io incontro ogni giorno e che Lui vuol amare proprio attraverso il mio sguardo, la mia parola, la mia costante vicinanza. La sua preghiera che tutti siano ―uno‖ si può avverare con il renderGli disponibile proprio la mia povertà e il mio continuo tradimento che è il peccato. Per questo sentiamo irrefrenabile la voglia di lodare il Signore e cantarGli il nostro Magnificat. Egli ha scelto l‘umiltà dei suoi servi per farsi conoscere nel mondo: «Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo». (2 Cor 2,1415). Quando svuotandoci, lasciamo spazio a Gesù permettendoGli di riempirci con la sua presenza si diventa, per grazia, canali non più di se stessi e del proprio profumo, bensì di quello di Cristo che si è ―incarnato in noi‖ utilizzando il ―vuoto‖ che Gli abbiamo messo a disposizione. Si giunge alla consapevolezza che se si continua nell‘atteggiamento dello ―svuotarsi‖ noi permettiamo al vangelo di diffondersi. Ci si accorge perciò che si deve evangelizzare se si desidera che l‘amore immenso di Dio rimanga nel nostro cuore a trasformare la tristezza in gioia. Ora anche noi possiamo far nostre le parole di San Paolo: «Non è per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!» (1Cor 9,16). 4. Evangelizzare è un dono che si riceve A ben guardare, l‘evangelizzazione per il cristiano è un dovere perché è un dono di Dio. Non è un gioco di parole! I doni che Dio ci fa sono doni del tutto particolari perché in essi è presente lo stesso Donatore. 18 Per noi il dono è cosa distinta dal donatore. Il dono è qualcosa che rimanda a chi lo ha donato. Ma in Dio questa separazione non esiste: il dono di Dio è Dio così come la sua Parola, per esempio, è una sua reale Presenza. Evangelizzare è allora un dono meraviglioso che riceviamo perché nel momento stesso in cui accogliamo il comando del Signore Gesù di mettergli a disposizione il nostro nulla, Egli si rende a noi ―sperimentabile‖. Nell‘istante, infatti, in cui, obbedienti, Lo annunciamo ai fratelli percepiamo che Egli sta accanto a noi e che ci sta facendo partecipare della sua potenza amante e salvatrice. Noi balbettiamo quel poco che riusciamo a dire della nostra esperienza di fede in Lui e subito sentiamo che una Presenza riscalda il nostro cuore e ci dona pace. Sto dicendo ad un amico quello che Gesù ha fatto per me e subito percepisco, senza sintomi di suggestione, che è lo stesso Gesù che sta parlando attraverso le mie parole facendo sperimentare un amore sorprendente sia al mio amico che a me. 5. Un dono che da credente mi rende amante Se Gesù ci ha ―ordinato‖ di annunciarLo non è dunque perché Egli voglia imbrigliare, soffocare la nostra libertà, bensì perché desidera ardentemente il nostro ―sì‖, il nostro accoglierLo pienamente quale dono meraviglioso per la nostra vita. Solamente nel farLo conoscere ad altri ci può far gustare quanto sia bello averLo come Sposo divino o quanto possa crescere l‘intimità con Lui. È la sua una relazione d‘amore. All‘inizio essa ci viene proposta delicatamente, ma successivamente, se è maturata una intesa, si trasforma in una ―pretesa‖. Gesù ci dice: «Ora, amami! Ora, sposami! Non farmi fare l‘eterno fidanzato»; «Accoglimi, perché mi voglio donare a te! Annunciami a tutti coloro che incontri, perché ti voglio far sperimentare la gioia che ho nel cuore quando porto la salvezza nella casa di chi era lontano da me.» È questo il passaggio dalla fede all‘amore: dal credere che Gesù è risorto dai morti al vivere un rapporto intimo e costante di amore con Lui. Evangelizzare è un ―dovere-dono‖ quanto l‘essere sposati: entrambe queste due realtà (sposo e sposa; il Signore Gesù e il discepolo) sono ―relazioni‖ che producono di per sé un amore sempre ―più grande‖ che dai due si diffonde verso gli altri. Egli è, dunque, lo Sposo che compartecipa tutto ciò che è suo a noi che siamo la sua comunitàsposa. Vuole che noi poniamo i segni che Lui ha posto. Vuole che la sua Chiesa, sentendosi unita totalmente a Lui, viva il compito di evangelizzare come il ―dovere‖ dell‘essere una moglie; perché, in realtà, questo impegno ha per nome esattamente il dono di averLo sposato, di stare con Lui. Quando si sposa il Signore Gesù si percepisce, infatti, che è iniziata una nuova vita a due. Si abita sotto lo stesso tetto e tutto è messo in comune: dalle decisioni da prendere fino all‘unione dei propri corpi nell‘Eucaristia. In questo rapporto sponsale l‘impegno di stare con Lui, di annunciarLo lo si comprende come il più grande dono perché è proprio questo ―dovere coniugale‖ che ci fa gustare la sua presenza: nell‘atto di donare Gesù agli altri, gusto la sua vicinanza; donando le sue parole di vita eterna, avverto l‘anticipo dell‘eternità beata con Lui. Qualora obbedendo al suo comando, Lo annuncerò al vicino di casa, al parente o al collega di lavoro in quel momento il mio Sposo, il Signore Gesù, per opera dello Spirito, starà con me. Egli come acqua viva scorrerà in me: io sarò il ruscello che trasporta l‘acqua semplicemente perché sono unito alla sorgente. 6. É il dono del vivere la relazione a due La Buona Novella da duemila anni ―passa‖ attraverso la prossimità e la vicinanza che una persona realizza con un‘altra persona. Così Gesù ha evangelizzato Zaccheo, Giairo, Marta, Maria, Bartimeo, la Samaritana, Pietro, Andrea ecc. 19 Egli ha incontrato ciascuno singolarmente e con ognuna delle persone ha instaurato una relazione d‘amore. È questo un ulteriore dono che il Signore ci fa con il suo ―grande mandato‖di farci sperimentare, cioè, quel tipo di relazione tra due persone che, se vissuta nel suo nome, ―salva‖: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome…» (Mt 18,20) Ogni relazione che due persone instaurano nella Verità diventa spazio di presenza evangelica. Per questo due sposi hanno il vangelo incarnato nella loro relazione, perché essa è permanente e reciproca conversione l‘uno verso l‘altro. Evangelizzare non è catechizzare: un catechista può aiutare un gruppo di persone a conoscere ciò in cui credono. Evangelizzare, invece, è far fare ad un‘altra persona l‘esperienza della fede che non è trasmissione di dati, ma è appunto una ―esperienza‖ che scaturisce cioè da una messa in atto, da una verifica concreta e tangibile quanto lo può essere solo il rapporto di profonda vicinanza tra due persone. Quindi evangelizzare non è un mettersi a parlare di questioni di fede con qualcuno, bensì è una azione più coinvolgente, perché chi evangelizza deve farsi veramente ―prossimo‖, manifestare un amore, una attenzione a colui che già gli sta vicino in quanto è un suo familiare, un amico ecc. e che magari conosce tutto di lui. Ciò rende tutto più autentico per entrambi. L‘evangelizzazione è sempre una conversione vissuta in due: dall‘evangelizzatore e dall‘evangelizzato. Quando ci si muove per obbedire al comando di Gesù ci si accorge, infatti, che la persona che vogliamo evangelizzare, innanzitutto, dovrebbe scoprire la verità della nostra conversione. La prima cosa che deve apparire, e su cui non è possibile barare, è il grado di intimità che viviamo con Gesù. L‘evangelizzazione non è efficace con chi viene a conoscere di me solo il lato di buon cristiano, bensì a chi rivelo, magari anche raccontando le mie ―magagne‖ e i miei trascorsi negativi, Chi è Colui che abita nel mio cuore. Se si svelano i propri errori non è per esibizionismo, ma per far risaltare il perdono che Dio mi ha concesso e la conversione che in me ha operato. È la novità del vangelo: la colpa degli uomini, il loro tradimento viene usato da Dio per manifestare loro il suo amore. Così la mia colpa è lo strumento che, affidato al Signore, viene trasformato in esperienza di Grazia per me e per altri. Quando si inizia ad evangelizzare una persona a noi prossima ci si rende conto che la cosa essenziale non è possedere tutta la fede possibile e immaginabile, ma comunicargli sinceramente quella che noi abbiamo. Ci accorgiamo di dover amare questa persona come la ama Gesù e di compiere verso di lei tutto ciò che Gesù stesso farebbe. I nostri vescovi hanno ben esplicitato queste verità: «Occorre incrementare la dimensione dell‘accoglienza, caratteristica di sempre delle nostre parrocchie: tutti devono trovare nella parrocchia una porta aperta nei momenti difficili o gioiosi della vita. L‘accoglienza, cordiale e gratuita, è la condizione prima di ogni evangelizzazione. Su di essa deve innestarsi l‘annuncio, fatto di parola amichevole e, in tempi e modi opportuni, di esplicita presentazione di Cristo, Salvatore del mondo. Per l‘evangelizzazione è essenziale la comunicazione della fede da credente a credente, da persona a persona. Ricordare a ogni cristiano questo compito e prepararlo ad esso è oggi un dovere primario della parrocchia, in particolare educando all‘ascolto 26 della Parola di Dio, con l‘assidua lettura della Bibbia nella fede della Chiesa» . 7. La famiglia che ruolo ha avuto nell’evangelizzazione? Nel primo capitolo abbiamo riflettuto sul ruolo ―originario‖ della famiglia nell‘evangelizzazione. Sul dato cioè che la relazione vissuta dagli sposi diffonde naturaliter il vangelo in quanto è sia una relazione costituita ad immagine dell‘Origine che è Dio stesso sia in quanto è reale attualizzazione dell‘amore di Cristo per la sua Chiesa. 26 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 6. 20 Ora vorremmo descrivervi anche il ruolo ―storico‖ che la famiglia ha avuto nel diffondere il vangelo. È stato un ruolo prioritario e fondamentale. Non poteva essere altrimenti dato che la famiglia possiede strutturalmente la capacità di conservare e veicolare l‘esperienza dell‘amore. Per aiutare la nostra riflessione partiamo dalla Parola di Dio: «Và nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato» (Mc 5,19) disse Gesù all‘indemoniato guarito. Chi incontra in Gesù la salvezza indirizza spontaneamente il primo annuncio del vangelo ai propri familiari e a tutti coloro che fanno parte del proprio ambiente di vita. Il fatto che i primi destinatari a cui si rivolge la Buona Notizia siano, per umanissimo moto affettivo, le persone a noi prossime per legami parentali, amicali o di situazione di vita (vicini, colleghi, ecc) non è, ovviamente, in contraddizione con il comando universalistico di Gesù di ―andare in tutto il mondo‖. Quando la pace del Signore viene donata nel cuore la prima reazione non può che essere quella di condividerla con coloro che desideriamo la sperimentino per primi e cioè le persone che amiamo. Ciò è accaduto storicamente. E quando i familiari di un cristiano rispondevano positivamente all‘invito evangelico diventavano tutti insieme una nuova piattaforma, un luogo di ancoraggio per la comunità cristiana nascente. Era una oikìa, cioè una casa-famiglia che mantenendo e anzi sviluppando i legami naturali interni ed esterni alla famiglia stessa, viveva nella modalità dell‘ekklesìa (cioè dell‘assemblea convocata): preghiera, ascolto dell‘insegnamento degli apostoli, frazione del pane e comunione fraterna. Ogni oikìa aveva nell‘apostolo il proprio punto di riferimento. ―Tra le case‖ (in greco parà oikìa, da cui deriva il termine ―parrocchia‖) vi era un forte legame spirituale perché unica era l‘esperienza di fede che queste ―case‖ stavano facendo. Sono state, dunque, delle case-famiglie, che comprendevano oltre i familiari in senso stretto anche amici e conoscenti e dipendenti, come i domestici, gli schiavi ecc., i luoghi dove il vangelo è diventato stile di vita per un numero sempre maggiore di persone che andavano così a costituire la comunità cristiana in quanto tale. Il libro degli Atti degli apostoli è particolarmente significativo in ordine alla ricostruzione dello sviluppo della Chiesa dei primi tempi. In esso vi è la presentazione della Chiesa delle origini basata sulle famiglie e con una struttura iniziale essenzialmente ―domestica‖. È la ―casa‖ il luogo primario di ascolto e di annuncio del vangelo: «Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (At 2,46); «E ogni giorno, nel tempio e a casa, non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo» (At 5,42); «Saulo intanto infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione» (At 8,3). Sempre in riferimento alla casa come luogo e ambiente di evangelizzazione, il convertito Paolo presenterà la sua opera di predicazione in questi termini: «Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case» (At 20,20). Il racconto di Atti mostra un Paolo che non si sottrae al dovere di annunciare l‘evangelo nei modi e nei tempi più disparati: dalle sinagoghe alle piazze, dalle aule di tribunale alle carceri. Ma l‘espressione che egli usa nel suo discorso testamentario di Mileto è comunque illuminante sul lavoro di evangelizzazione, di istruzione nella dottrina, di guida nell‘esperienza cristiana, che era tenuto nelle case di coloro che si aprivano alla Lieta Notizia. Si potrebbe però pensare che questa evangelizzazione nelle case riguardi soltanto un secondo momento, ma non è così. Il caso della conversione di Cornelio depone clamorosamente per il contrario; infatti Pietro va da lui e lo evangelizza nella sua casa coinvolgendo nell‘avventura della lieta notizia l‘intera sua famiglia. E qui per famiglia non si deve intendere soltanto il nucleo dei consanguinei, bensì tutti i membri che in qualche modo condividevano la sua vita (domestici a vari livelli, amici intimi ecc.): «Cornelio era un uomo pio e timorato di Dio con tutta la sua famiglia» (At 10,2). Un angelo del Signore disse a Cornelio di andare a cercare Pietro il quale: «Ti dirà parole 21 per mezzo delle quali sarai salvato tu e tutta la tua casa» (At 11,14). Quando Pietro arrivò da Cornelio: «Cornelio aveva invitato i congiunti e gli amici intimi» (At 10,24). Altri episodi di particolare rilievo nel libro degli Atti riguardano la conversione di intere case o famiglie all‘evangelo. Due sono situati nella città di Filippi: At 16,11-15 (Lidia) e At 16,25-34 (il carceriere): «Cosa devo fare per esser salvato? Paolo e Sila gli risposero: Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia. E annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese allora in disparte a quella medesima ora della notte, ne lavò le piaghe e subito si fece battezzare con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio». (At 16,30-34). Un altro passo del libro degli Atti, dove la conversione di una persona coinvolge l‘intera famiglia, è quello di Crispo, il capo della sinagoga di Corinto, del quale il racconto dice: «Credette nel Signore lui insieme a tutta la sua casa-famiglia» (At 18,8). Altri passi del libro degli Atti, in riferimento al tema della casa-famiglia quale momento essenziale dell‘essere ekklêsía riguardano la coppia di Aquila e Priscilla (At 18,2-3). Vi è poi il bellissimo racconto di una celebrazione eucaristica, che avviene nella ―stanza al piano superiore‖ di una casa di una famiglia (At 20,7ss.). Un‘ulteriore puntuale conferma si può evincere dalla lettura attenta del biglietto di saluti apposto come ultimo capitolo della lettera di San Paolo ai Romani (16,3-16). L‘apostolo, salutando questa Chiesa che sta per visitare, ricorda continuamente che la Chiesa di Roma era strutturata in tante piccole aggregazioni dove circolava un amore molto intenso tra i membri e che avevano nelle case private, generalmente di una coppia di sposi (anche se spesso viene citato solo il capofamiglia), il loro punto di riferimento anche per vivere con discrezione davanti all‘ostilità che le circondavano. Aquila e Prisca sono la prima coppia attorno a cui si raduna forse la principale (vv. 3-.5) di queste domus ecclesiae che la lettera ai Romani menziona: «Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù; […] salutate anche la chiesa che si riunisce in casa loro» (Rm 16,5). I saluti di Paolo riguardano poi anche un‘altra coppia di origine giudaica, Andronico e Giunia (v. 7) che egli definisce ―apostoli‖: «Salutate Andronico e Giunia miei parenti e compagni di prigionia, sono degli apostoli insigni che erano in Cristo già prima di me». Seguono altri saluti, con la menzione di altre comunità domestiche, come in Rm 16,10: «Salutate quelli di casa Aristobulo» o in Rm 16,11: «Salutate quelli di casa Narciso che sono nel Signore». Un‘altra comunità domestica romana che Paolo saluta è menzionata al v. 14, ed è quella che si riferisce a quattro uomini, portanti nomi di schiavi o liberti di origine greca: Asincrito, Flegonte, Erme e Patroba. In ogni caso essi sono al centro di una comunità che si raduna con loro («i fratelli che sono con loro»). Una comunità domestica menzionata fa invece capo ad una coppia di sposi, Filologo e Giulia. Ad essi Paolo associa Nereo, sua sorella e Olimpas, come pure tutti i credenti che sono con loro (v. 15). Quanto abbiamo riscontrato in Rm 16, si ritrova anche in altre lettere paoline o di area paolina sempre nel contesto dei saluti che l‘Apostolo formula nelle sue lettere. In 1Cor 16,19 leggiamo: «Le chiese dell'Asia vi salutano. Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la chiesa che si raduna nella loro casa». Lo stesso si può dire per Fil 4,22: «Vi salutano i fratelli che sono con me. Vi salutano tutti i santi, soprattutto quelli della casa di Cesare», come pure di Fm 1-2: « Paolo […] e il fratello Timòteo al nostro caro collaboratore Filèmone, alla sorella Appia, ad Archippo nostro compagno d'armi e alla comunità che si raduna nella tua casa». Letteralmente il testo suona «e alla chiesa che è secondo la sua casa». Anche Col 4,15 presenta un‘espressione simile: «Salutate i fratelli di Laodicèa e Ninfa con la comunità che si raduna nella sua casa». Dai saluti delle lettere paoline ricaviamo, dunque, che le prime comunità cristiane crescevano nelle case, nelle famiglie. Le loro abitazioni diventavano alloggi, basi di appoggio materiali e morali per tutti i nuovi convertiti, per i più bisognosi e per i missionari itineranti. 22 Le famiglie (genitori e figli) si allargavano alle persone che condividevano la vita familiare a titolo vario, fino ad includere i nuovi arrivati (stranieri, schiavi, ebrei, romani o greci) che diventavano i loro ―fratelli‖ e ―sorelle‖ nel Signore. In questa domus ecclesia (casa-chiesa) i battezzati non dilatavano solo, come è testimoniato da diversi scavi archeologici, le strutture murarie della sala delle riunioni, ma anche la loro stessa famiglia naturale in una dimensione di ruoli interscambiabili: essi divenivano gli uni per gli altri figli, fratelli, sorelle, padri e madri. In una situazione vitale come quella della domus ecclesia nascevano nuove relazioni, non fondate esclusivamente sul sangue o su rapporti socio-economici, ma sulla novità dell‘essere in Cristo, grazie al battesimo: colui che mi aveva annunciato per la prima volta Gesù diventava quindi un ―padre‖ della mia fede, ma anche un fratello in Cristo ecc. Nei primi secoli della storia della Chiesa, le comunità cristiane erano costituite da queste casefamiglie che si riunivano per la preghiera, l‘ascolto della Parola, la catechesi e per celebrare l‘Eucaristia. Solo nel secolo IV, quando la Chiesa ha potuto professare liberamente la propria fede, i cristiani, pur continuando a partecipare alla vita comunitaria della domus ecclesia, hanno cominciato a costruire degli edifici (le basiliche) per contenere la ―grande famiglia‖ ecclesiale che voleva stare insieme nello stesso luogo per la mensa eucaristica domenicale. È interessante notare che gli architetti cristiani, pur di mantenere il senso di una famiglia che si ritrova nella stanza da pranzo della propria casa, non si sono ispirati ai templi pagani (esternamente maestosi, ma all‘interno, dove si custodiva la statua della divinità, erano molto angusti ), ma alle basiliche che erano allora gli edifici pubblici più spaziosi. A partire da questo momento, il rapporto tra la comunità cristiana in quanto tale e le casefamiglia, che fino ad allora aveva avuto come unico problema il pericolo di propagatori di false dottrine che vi si potevano introdurre (cf. 2Tm 3,6 e Tt 1,11), dovrà affrontare delle novità interne ed esterne: l‘Eucaristia che progressivamente verrà celebrata solo nelle basiliche e la protezione esercitata sulla Chiesa da parte del potere imperiale che accentuò l‘aspetto istituzionale della Chiesa rispetto a quello familiare-comunionale. A lungo andare avrebbero fatto dimenticare a tutti l‘apporto prezioso che esse stavano dando alla Chiesa: l‘accogliere cioè i nuovi ―salvati‖ e far fare loro l‘esperienza di Chiesa quale famiglia di Dio. Nonostante questa dimenticanza, la fede cristiana ha continuato a diffondersi fino ai giorni nostri non solo per l‘opera degli ordini monastici, dei missionari o del clero, ma soprattutto grazie a quelle coppie di sposi che, con la loro intensa preghiera, hanno trasmesso con semplicità ai figli e a tutti coloro che entravano nella loro casa la gioia di aver incontrato il Signore Gesù. 8. Per fare chiesa si deve essere famiglia Le riunioni di una comunità cristiana (per la preghiera, l‘ascolto della testimonianza degli apostoli e la celebrazione dell‘Eucaristia) avevano come luogo di ritrovo il domicilio di una famiglia che costituiva di questa comunità il ―nucleo primitivo‖. Il numero necessariamente limitato dei membri di queste comunità che si ritrovavano nelle case di alcune famiglie favoriva l‘interazione relazionale. Sono state proprio queste riunioni nelle case a permettere ai cristiani di maturare la coscienza della loro identità e della loro differenza rispetto al giudaismo (cf. At 2,46). Il luogo della riunione, che non era uno spazio sacro, ma familiare, ha fatto assumere alla comunità una struttura familiare. Nelle chiese domestiche partecipava gente di rango e di situazione sociale diversa e quando la comunità sapeva integrare queste diversità, si può comprendere esperienzialmente quanto Paolo diceva affermando che: «Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28) . Inoltre, quasi come in un processo naturale, coloro che esercitavano una responsabilità nella guida della famiglia potevano diventare coloro che erano chiamati ad avere funzioni direttive e di governo della comunità che si riuniva nella loro casa. Con relativa chiarezza questo si può dedurre per alcuni 23 personaggi: Filemone (synergós, v. 1), Febe (diákonos, prostatis, Rm 16,1-2), ovviamente Aquila e Priscilla (synergós, Rm 16,3) e Stefano (1Cor 16,15-16). Quest‘ultimo caso è particolarmente significativo, perché egli (si tratta, infatti, di un paterfamilias: il nome è maschile) viene definito come il primo convertito di Corinto («Una raccomandazione ancora, o fratelli: conoscete la famiglia di Stefana, che è primizia dell'Acaia; hanno dedicato se stessi a servizio dei fedeli; siate anche voi deferenti verso di loro e verso quanti collaborano e si affaticano con loro»). Emerge chiaramente la sua funzione di leader, confermata anche dal fatto che subito dopo Stefana è un emissario della comunità presso Paolo. Probabilmente quando si designavano i responsabili come presbiteri si pensava non tanto alla loro età, quanto al tempo trascorso a guidare una comunità che si riuniva nella loro casa. Il cristianesimo radicandosi e diffondendosi proprio nella modalità di ―comunità-famiglie‖ (comunità che vivevano come famiglie; famiglie che erano punto di riferimento per le comunità) raggiungeva l‘obiettivo di annunciare il Risorto a tutti superando distinzioni sociali ed etniche e mostrava concretamente, nei confronti di un individualismo imperante, che era possibile vivere nella comunione fraterna. Le comunità cristiane che si riunivano nelle case avendo come caratteristiche il carattere volontario dell‘assemblea, la base domestica e l‘aspirazione ad una fraternità universale, esprimevano in questo modo un valore cristiano fondamentale: l‘esistenza, come struttura base della Chiesa, di comunità umane in cui è possibile la relazione interpersonale, la comunione della fede e la partecipazione effettiva e affettiva di tutti i membri. In questo contesto esistenziale è comprensibile la metafora della Chiesa come casa di Dio. È vero che nella teologia anticotestamentaria il tempio era già descritto come casa del Signore, però questa spiegazione era insufficiente se pensiamo ai cristiani provenienti dal paganesimo per i quali il tempio come casa del Signore era poco più che un‘informazione intellettuale. La comprensione della Chiesa come ―casa‖ si radicava, invece, nella concretezza dell‘esperienza della comunità che si radunava nelle case delle famiglie. Per essere Chiesa di Cristo, dunque, i cristiani dei primi secoli non hanno dovuto ideare nessun nuovo tipo di aggregazione sociale perché questa esisteva già: la famiglia era da sempre predisposta e plasmata dal Creatore per diffondere il vangelo nel mondo in ogni tempo storico. La famiglia è fin dall‘inizio il massimo esempio di comunione conosciuta dall‘uomo27. La comunione, infatti, che si vive in famiglia non è qualcosa di appiccicato ad essa, ma frutto di una ―originalità originaria‖. Originalità: perché non esiste qualcosa di simile da nessuna altra parte. Originaria: perché questa ―originale comunione‖ non proviene da pressioni culturali, ma è inscritta dentro di essa dall‘origine, dalla Creazione28. 27 Infatti, ieri come oggi, gli uomini si accorgono che solo «nella famiglia si costruisce un complesso di relazioni interpersonali (nuzialità, paternità-maternità, filiazione, fraternità), mediante le quali ogni persona umana è introdotta nella ―famiglia umana‖» (GIOVANNI PAOLO II, Familiaris consortio, 15). La famiglia è il primo luogo dell‘umanizzazione perché ogni singola persona, nascendo maschio o femmina, nasce strutturalmente relazionale, di una relazionalità totale e coinvolgente e proprio nella famiglia sperimenta che questa relazionalità è indispensabile al divenire pienamente uomo o donna. «La famiglia costituisce il luogo nativo e lo strumento più efficace di umanizzazione e personalizzazione della società» (Ibid., 43). 28 Infatti solo la famiglia è da sempre: - un soggetto unitario nel quale la reciprocità uomo-donna diventa ―una sola carne‖; - un NOI intergenerazionale con relazioni di ―sangue‖, parentali che si esprimono in interdipendenza, reciprocità, trasversalità di valori, di esigenze, di funzioni, di ruoli. Solo la famiglia ha da sempre: - una sua storia e continuità interna; non è mai qualche cosa di isolato nel tempo. Ha sempre un prima (di chi l‘ha generata) e un dopo (di chi cresce e si riproduce). È perciò una realtà dinamica in divenire, dove avviene una continua integrazione di passato, presente e futuro; - un suo codice essenziale di vita, quello dell‘amore, che la qualifica in modo originale in tutto il suo percorso positivo o negativo. Solo della famiglia possiamo dire alla luce della Rivelazione del Nuovo Testamento: 24 Le chiese primitive vivevano, dunque, come ―famiglie‖ e stavano nelle case proprio perché il vivere ecclesiale ha il suo paradigma nella vita coniugale e familiare. La cosa è venuta da sé, si è imposta istintivamente nella constatazione che l‘umano coniugale e familiare era già ―uditore‖ del mistero di Dio. La relazione d‘amore che si vive tra coniugi e in famiglia è da sempre aperta e preposta a configurare la relazione d‘amore tra gli uomini e Dio. La Chiesa perciò si è autocompresa senza difficoltà come la sposa di Cristo Sposo29. Il percepirsi sposa dello Sposo, famiglia di Dio, il riconoscersi come fratelli e sorelle fa tutt‘uno col sentirsi convocati da Dio ad essere Chiesa. A figura dell‘umanità redenta la Chiesa, ed ogni sua singola parte (parrocchia, diocesi, congregazione religiosa ecc.), chiamata a riscoprire e vivere il mistero delle relazioni personali che sono ciò che rendono ogni persona se stessa, non può che far riferimento diretto al ―modello‖ della famiglia. Ciò è ribadito ancora oggi dai nostri vescovi: «Il riferimento al territorio, inoltre, ribadisce la centralità della famiglia per la Chiesa. La comunità nel territorio è infatti basata sulle famiglie, sulla contiguità delle case, sul rapporto di vicinato. Ci sembra di poter così attualizzare l‘invito di Gesù all‘uomo liberato dai demoni, il quale vorrebbe seguirlo: ―Va‘ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato‖(Mc 5,19)»30. 9. L’ambiente di vita Prendendo come spunto ancora il testo di Mc 5,1-20 vogliamo ora sottolineare come il Signore Gesù all‘indemoniato appena guarito che «lo pregava di permettergli di stare con lui» (v.18) rispose negativamente: «Non glielo permise» (v. 19). Per la nostra mentalità il rifiuto di Gesù alla richiesta di un aspirante discepolo risulta sconcertante. Per noi se uno vuol seguire Gesù ha perfettamente senso formarlo e prepararlo affinché diventi un esperto evangelizzatore. Ma attenzione, Gesù non ha affatto rifiutato l‘offerta di quest‘uomo. Anzi l‘ha accettata immediatamente. Gli ordinò, infatti, di andare subito a dire ai suoi cosa gli aveva fatto e la misericordia che gli aveva usato. Egli obbedì e tutti ―i suoi‖ «ne erano meravigliati» (v. 20). Bisogna ammettere che noi oggi non siamo ancora pronti a sentirci rispondere in questo modo dal Signore Gesù. Chiediamo, infatti, continuamente al Signore di aiutarci ad elevarci verso una fede ―adulta‖, più consapevole, più meditata e culturalmente preparata ed Egli, invece, ci sorprende perché ci ordina di andare ―immediatamente‖ a dire ciò che Lui ci ha già fatto. Ma che sorpresa, quando Gli si obbedisce, vedere i risultati! Quella persona, per esempio, che non si era scostata per anni di un millimetro nonostante i miei sempre più dotti e studiati interventi sulla fede, ora si commuove come un bambino per il soffio d‘amore divino che ha sentito, grazie a quel poco che gli ho detto di ciò che Gesù ha fatto per me. - è un NOI che partecipa ed attualizza l‘amore sponsale di Cristo per la Chiesa; - è un NOI che è immagine e somiglianza del NOI trinitario. 29 A questo proposito: F. PILLONI, Ecco lo Sposo, uscitegli incontro, ed. Effatà, 72-73: «La Chiesa è la sposa di Cristo. È il dono dell‘umanità nuova che, partecipe dello Spirito, completa nella storia ciò che manca alla pienezza di Cristo. Essa è il ―corpo‖ di Cristo come il corpo della sposa è dello sposo e, reciprocamente, quello dello sposo è della sposa. […] Davvero il fine che Dio si era prefisso era sposare questa umanità, ed ora Egli ha compiuto questa straordinaria unità del suo amore divino nella carne di Cristo e da qui chiama tutti ad unità. […] Per il mistero di Cristo Sposo, Cristo e la Chiesa sono un‘unica realtà. La Chiesa è la sposa di Cristo e vive in un‘unità d‘amore con Lui. Essa non è un organismo, né - per principio - una nuova entità religiosa. Essa è una relazione, la relazione dello Sposo. Essa è il frutto maturo della partecipazione che Dio ha fatto di sé all‘umanità. Essa è l‘espandersi fecondo della relazione di amore intratrinitaria, che a Dio è piaciuto partecipare all‘umanità. Essa è quindi la sposa dell‘Agnello (Ap 19,7) comprata a caro prezzo (1Cor 6,20) da Cristo nella sua morte. Essa è l‘umanità nuova che si riceve interamente dallo Sposo». 30 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 10. 25 Quando gli parlavo delle cose grandiose che il Signore aveva fatto per lui e per tutti non si scomponeva, ora, appena ho iniziato a parlargli di quello che ha fatto a me, egli percepisce per la prima volta quanto anche lui sia immensamente amato. Non è facile descrivere di che cosa si tratti. Forse parlando di me coinvolgo l‘altro in modo diverso dal parlare in generale. Certo, sappiamo per fede che la potenza dello Spirito Santo si attiva là dove due si parlano e si ascoltano a cuore aperto, ma è sempre un‘esperienza umanamente sconvolgente accorgersi che non lo sto convincendo io. Qualcun altro lo sta ―coinvolgendo‖ nell‘esperienza d‘amore che il Signore mi ha fatto provare. A questo livello di ―comunicazione‖ le parole più semplici come ―ho sentito vicino il Signore‖ portano al nostro fratello il vangelo nel più profondo del cuore. 10. Chi sono “i miei”? Torniamo a sottolineare un altro aspetto del comando di Gesù all‘indemoniato guarito: quell‘espressione che abbiamo appena letto: «Va’ dai tuoi». Egli andò, dunque, nella Decàpoli dai suoi. I suoi non potevano che essere i familiari, i parenti, gli amici e i conoscenti. Chi sono allora ―i miei‖ ai quali il Signore mi invia ad annunciare ciò che mi ha fatto? La risposta ovviamente non può che essere la stessa. Ognuno di noi è inserito in una ―rete relazionale‖ composta in primo luogo da amici, colleghi, parenti e vicini che per ognuno di noi è il proprio ―ambiente di vita‖. I ―miei parenti‖: quelli con cui ho l‘occasione d‘essere frequentemente in contatto. I ―miei vicini‖: quelli di casa, ma anche coloro con cui si hanno dei rapporti perché, abitando nella stessa zona, ci si incontra spesso. I ―miei colleghi‖: i compagni di lavoro o di studi, ma anche coloro con i quali si hanno rapporti di affari in modo più o meno regolare. Sono dei ―colleghi‖ anche coloro con i quali si possono condividere fatiche o gioie in qualche attività svolta in comune (in una associazione per esempio). I ―miei amici‖: quelli con cui vivo rapporti affettivi o per l‘utilizzo del tempo libero. Va sottolineato che queste ―reti relazionali‖ hanno quasi sempre in una coppia di sposi il loro ―perno‖, come vengono schematizzate nella seguente figura. 26 Ambiente di vita rete relazionale attorno al nucleo sposo-sposa Amici ici fa n e gh Zia Papà Papà NOI SPOSO SPOSA i ell er c So rel le t Fra Amici p Vicini di casa ra bo zio e gh lle Co olla Zi o o Colleghi di la voro Mam ma Vicini di ca sa ma Mam Colle ghi Cu gin i e Amich So re lle o Zi il av or o er Parenti lib Am ici So ci d i ell at Fr Amiche Am ic i Colleghi po em lt de lle Co z ia i gin Cu Z ia Am i ci d i inf anz ia Am in di ne Nonni Am Co mp ag ni d ich e lle Co e gh i Stud i Legenda Famiglia Singolo (non sposato, vedovo, consacrato) “La fam iglia, c ome la Chiesa, deve essere uno spazio in c ui il Vangelo è trasm esso e da c ui il Vangelo si irradia”. (Evangelii nuntiandi) 27 Si può constatare in maniera evidente, ad esempio in occasione di feste di compleanni, di prime comunioni ecc. oppure ai funerali, che anche le persone non sposate (single, divorziati, vedovi ecc.) vivono nell‘orbita di una rete relazionale che vede al centro una coppia di sposi (che possono essere i loro genitori, oppure una coppia di amici o parenti ecc.). Sono perciò le case delle coppie di sposi ad essere il punto di ritrovo abituale per le persone che appartengono ad una determinata rete relazionale. Pertanto una rete relazionale si potrebbe definire come quel gruppo di persone, che ha regolari rapporti perché, gravitando per parentela, amicizia ecc. attorno ad un nucleo, generalmente rappresentato dalla casa di una coppia di sposi, condivide lo stesso ambiente di vita e potenzialmente anche di fede. Di conseguenza, si può notare come sia inefficace l‘attuale intelaiatura delle nostre parrocchie. Se la stessa struttura sociale di un territorio è influenzata dalla qualità delle interazioni vissute sia all‘interno delle reti che tra esse, come è possibile che la parrocchia possa ―funzionare‖ se sovrappone innaturalmente alle reti già presenti sul territorio una propria rete relazionale che ha nel parroco di turno il punto di riferimento? È logico che una comunità cristiana, nonostante la grande volontà di evangelizzare i ―lontani‖, sia destinata a fallire nel suo intento se pensa di raggiungerli senza utilizzare le reti relazionali nelle quali sono inseriti. È un ―non senso‖ sia per il parroco che per i laici. Al sacerdote, infatti, viene chiesto l‘impossibile. Si sente dire che «non si può annunciare la fede se non c‘è rapporto umano», dunque egli dovrebbe riuscire a conoscere e diventare amico di tutti i ―lontani‖ della sua parrocchia. Per il laico, il non-senso è costituito dal fatto che da una parte egli condivide la sua vita quotidiana con i ―suoi‖ tra i quali ci sono pure molti ―lontani‖ dalla fede e dall‘altra ogni domenica sta con dei ―fratelli‖ dei quali, soprattutto se frequenta una grande parrocchia, per lo più non conosce i loro nomi. Queste reti relazionali sono sempre esistite e c‘erano ovviamente al tempo dei primi cristiani che vivevano in ―normali‖ case che accoglievano amici, parenti, schiavi, ecc. Erano, dunque, ―ambienti di vita‖ nei quali anche gli amici e i parenti pagani avevano l‘opportunità di conoscere Gesù ascoltando l‘annuncio dei loro congiunti, amici, padroni o servi diventati cristiani. La ―regola‖, così potremmo dire, vissuta nella Chiesa primitiva per evangelizzare è stata quella di condividere negli ambienti di vita ciò che di Gesù i cristiani avevano sperimentato. L‘evangelizzazione in ogni tempo ed in ogni situazione si attua con la conversione autentica che mostra, nelle frequentazioni quotidiane, l‘amore di Gesù. Se si sperimenta la pace del Signore Gesù e si vive in un determinato ambiente di vita dove ci sono i colleghi, i parenti, i vicini. che non sanno di cosa si tratta e poi non si fa nulla affinché essi possano riceverla, chi lo farà mai? I ―lontani‖ sono, in realtà, i nostri ―vicini‖. Anche tra ―i nostri‖ c‘è chi non crede, chi non pratica o chi non ha più l‘entusiasmo e la gioia della fede. Riceviamo il vangelo non per ―trattenerlo‖, ma per donarlo a chi lo sta aspettando come l‘acqua nel deserto anche se non lo dimostra. Ma può esistere un essere umano che non abbia mai sete? Il luogo del nostro ministero per portare ―ad ogni creatura‖ il vangelo non può che essere la vita di tutti i giorni perché servirsi delle nostre conoscenze è il modo naturale, pensato dal Signore, per attuare la predicazione del vangelo. Se già si condivide tempo e parole con ―quella‖ persona, allora si è proprio colui/colei che questa persona ―attende‖ per essere accompagnata all‘incontro con Dio. Se il Signore ci ha posto in una certa situazione, se ci ha fatto incontrare quei fratelli, quei parenti, quegli amici, quei vicini di casa, se ci ha messo in quell‘ambiente di lavoro, in quel luogo così difficile da vivere, non ci chiede di subirlo, di cercarne un altro, ma di trasformarlo. Annunciare il vangelo nel proprio ambiente di vita è, dunque, il metodo più ―naturale‖ perché le relazioni che in esso viviamo sono già ―predisposte‖ per accogliere la nostra testimonianza. 28 Ciò non vuol dire che sia facile, perché chi evangelizza è conosciuto in ogni aspetto del suo carattere ed in ogni sua reazione, ma questo è il metodo più efficace perché più si è vicino a qualcuno più si ha la possibilità di fargli notare il proprio cambiamento e la nostra attenzione verso di lui: il vicino che ci chiede «perché ti interessi a me?»; l‘amico che vede il nostro mutamento; i familiari che si accorgono della nostra conversione. Queste sono le persone che, con la nostra disponibilità, possono essere raggiunte più facilmente dalla Grazia del Signore. L‘ambiente di vita offre generalmente l‘opportunità di seguire, di accompagnare queste persone quando intraprendono il loro cammino di fede poiché le occasioni per parlarsi sono già frequenti senza bisogno di fissare appuntamenti sulle proprie agende. Non si può non rivelare, infine, che questo metodo dà grande soddisfazione personale. É sempre un‘emozione vedere la gente fare esperienza di Cristo, ma si prova uno speciale entusiasmo e tanta gioia nel vedere coloro che ci sono vicini per i quali si è investito tempo, amore e preghiere, accettare Gesù e crescere spiritualmente. L‘apostolo Giovanni lo sottolinea nel modo seguente: «Non ho gioia più grande di questa, sapere che i miei figli camminano nella verità» (3Gv 4). È proprio vero che, valorizzando le relazioni esistenti, non si va ad evangelizzare, ma si evangelizza mentre si va: «e strada facendo, predicate che il Regno dei cieli è vicino» (Mt 10,7). Il comando di Gesù non è quello di fare tanta strada, ma di predicare il Regno dei cieli mentre si percorre la strada della vita. Non si tratta di andare appositamente da qualcuno per evangelizzarlo (neppure i missionari lo fanno: prima infatti condividono la vita della gente e poi danno ragione della speranza cristiana), ma di utilizzare «strada facendo»31 (mentre percorri il tuo cammino ordinario di vita), le occasioni che ti vengono presentate dalle relazioni che vivi. È nel proprio ambiente di vita che il cristiano si deve impegnare ad evangelizzare senza cercare alibi di difficoltà o di insuccessi precedenti: le relazioni che egli già vive sono ―volute‖ dal Signore. Il discepolo di Gesù sa che non ha diritto di lamentarsi, né di giudicare: da credente deve sentirsi mandato a trasformare le situazioni nelle quali si trova, ad essere luce per chi non crede, consolazione per chi soffre, speranza per chi è in difficoltà.Ogni credente deve, dunque, saper accettare con fede ogni persona e impegnarsi ad avvicinarla, come farebbe Gesù, affinché incontri la grazia di Dio. E va ancora ribadito che nell‘evangelizzazione dell‘ambiente di vita un ruolo di grande responsabilità è stato affidato dal Signore a coloro che ne sono, come abbiamo detto, il ―perno‖ e cioè la coppia di sposi. Tutti i cristiani, in forza del battesimo ricevuto, sono chiamati ad evangelizzare indipendentemente dal fatto di essere sposati o non sposati, preti o laici. Ma il sacramento nuziale, che è la relazione umana dei due sposi inabitata dallo Spirito Santo, è stato voluto dal Signore per accogliere i suoi discepoli ―in famiglia‖ ed essere così capaci, al modo della famiglia, di «custodire, rivelare ed annunziare il Suo amore»32. (cf. FC 17) Lo ―stare in famiglia‖ per la Chiesa e per i cristiani è essenziale non solamente perché in famiglia ci si vuole bene (questo per fortuna accade anche nei gruppi, tra amici ecc.), ma perché la missione della Chiesa e di ogni singolo battezzato deve attingere alla missione naturale della famiglia: generare cioè altre persone nell‘esperienza dell‘amore di Dio. Storicamente la Chiesa, in tante parti del mondo e in diverse epoche storiche come pure in differenti situazioni culturali, è riuscita a radicare (o conservare in tempi di persecuzione) la fede che era stata portata attraverso i missionari itineranti, solo laddove tante famiglie hanno trasformato la loro casa in un luogo di preghiera e di condivisione fraterna. 31 Espressioni come questa o come ―l’andare a due a due‖ (Lc 10,1) non sono da eseguire pedissequamente alla lettera come fanno gli appartenenti alle sette. Pur nella loro semplicità le parole della Sacra Scrittura rimandano a significati ―altri‖. Per esempio la decisione di Gesù di inviare i suoi discepoli ―a due a due‖ non tende ad un controllo reciproco tra i discepoli che si mettono ad evangelizzare, ma perché ciò che essi vanno ad annunciare, cioè l‘amore di Dio, non può essere annunciato se non viene vissuto. E per vivere ed accogliere l‘amore, almeno in due, come si sa, bisogna essere. 32 GIOVANNI PAOLO II, Familiaris Consortio, 17. 29 Solo quando il vangelo è stato pazientemente vissuto e annunciato ―ai tuoi‖ le società sono cambiate. Questo perché si moltiplicavano le occasioni di annuncio del vangelo: una famiglia che, attraverso la preghiera, la testimonianza esplicita e un concreto amore, accompagnava man mano all‘incontro con Gesù le persone del proprio ambiente di vita, in realtà predisponeva all‘esperienza della fede tutti coloro che facevano parte dell‘ambiente di vita delle persone che avevano convertito. Era così il reticolo più grande della società, quello preesistente all‘arrivo del cristianesimo, che veniva ―redento‖ attraverso le conversioni personali consumate all‘interno dei rapporti umani consolidati. Se l‘annuncio della risurrezione come annuncio della vittoria della vita sulla morte, ha avuto un impatto sociale è perché la maggioranza dei convertiti erano coloro che avevano potuto sperimentare la potente e liberante trasformazione dei loro rapporti sociali: schiavi trattati da fratelli, poveri serviti dai ricchi, egoisti perdonati dalle loro vittime. 11. La lista del cuore: per una evangelizzazione personalizzata Ogni giorno ciascuno di noi immerso nel suo ambiente di vita incontra quelle persone che tessono la propria rete relazionale, composta da familiari, amici, vicini di casa, clienti e colleghi di lavoro, che Gesù desidera incontrare: da qui la chiamata a renderci suoi strumenti, canali perché il suo amore giunga fino a loro. Come iniziare? Se ci facciamo illuminare dalla testimonianza resaci dal vangelo nella bellissima immagine del Samaritano, che ci presenta come farsi prossimo di coloro che incontriamo, ci accorgeremo che Gesù avvicina l‘altro con lo sguardo carico d‘amore, di quell‘amore che coinvolge in tal modo l‘intera persona da smuoverne le viscere (l‘amore tipicamente genitoriale…). Ebbene, i nostri incontri devono diventare delle occasioni per dare slancio alla nostra capacità di guardare l‘altro con amore anche per evitare di passare oltre, come il sacerdote e il levita, a qualche sofferenza di un nostro fratello che ci rimane nascosta per la nostra indifferenza; ancora di più dovremmo assimilarci a Cristo in modo tale che il nostro cuore riesca a far spazio al suo infinito amore capace di andar incontro all‘inestinguibile desiderio di chi ci circonda e che cerca qualcuno che lo ami infinitamente e incondizionatamente. Amare qualcuno significa sempre coinvolgerlo in una nostra precedente relazione d‘amore che ci costituisce: pensiamo a Gesù il cui anelito è offrire all‘uomo la possibilità di partecipare a quell‘abbraccio intenso fra Lui e il Padre nello Spirito Santo. Seguendo la legge dell‘amore, noi non possiamo entrare in contatto e cercare di metterci a servizio dei nostri fratelli se prima non siamo in relazione intensa con Cristo; relazione di cui un giorno speriamo anche loro potranno librarsi, sostenuti dalle amorevoli e salvifiche braccia del Padre. L‘amore, infatti, non è mai nostro, non è una forza, un impulso che ci appartiene e nemmeno il nostro bisogno di spenderci per gli altri, ma è sempre partecipare e farci avvolgere da una comunione che ci precede e ci avvince perché è la linfa vitale che ci attraversa e ci sostiene. Occorre ―fare coppia con Cristo‖ ed entrare così in quell‘oceano d‘amore delle relazioni trinitarie per amare sinceramente e nella verità il nostro prossimo, così come i figli sono generati, accolti e amati dai genitori con quell‘amore che li costituisce coppia di sposi. La lista del cuore dunque è un iniziare ad accogliere nel nostro cuore quel desiderio ardente di Gesù che l‘evangelista Giovanni ci ha confidato: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità»(Gv 17, 20-23). È far nostro quel grande desiderio di famiglia di Gesù il quale sogna che quella compresenza straordinaria e per noi inimmaginabile vissuta tra Lui e il Padre sia per mezzo dello Spirito Santo estesa a tutti noi, a tutti i nostri fratelli che ancora non lo conoscono; è far fluire nel nostro cuore 30 quella celestiale sinfonia della Trinità che ci induce a diffondere la gioia del suo ascolto anche con chi non l‘ha mai sentita risuonare nel proprio intimo. È offrire la possibilità allo Spirito Santo di penetrarci, di riempirci in modo da chiedere al Padre di mandare noi come operai nella sua messe. La lista del cuore quindi è premere l‘interruttore affinché inizi a circolare in noi la corrente d‘amore divina per accendere di gioia e di speranza cristiana il nostro fratello e così facendo rendiamo un servizio a noi stessi perché irroriamo continuamente il nostro cuore, il nostro intimo dell‘amore di Dio che fluisce attraverso di noi per sfociare nell‘animo del fratello. La lista del cuore significa portare, aiutandoci con un elenco scritto e la preghiera, coloro che Cristo ci ha posto accanto, nel cuore del nostro rapporto amoroso con Lui, il quale ci porterà, ad irrorare la nostra anima dei suoi stessi sentimenti, della sua grande misericordia per costoro. È importante che questa lista venga stesa, impressa su un foglio e non lasciata semplicemente nei nostri pensieri: come tutti noi scattiamo e conserviamo con cura le foto dei nostri cari che pure abbiamo ben presenti nella nostra mente, quasi per aver la possibilità di vederli sempre davanti a noi con tutta la loro persona, così ogni nome fissato sulla carta vuole dire il nostro desiderio di dare importanza a quel fratello, il nostro desiderio di amarlo con quell‘amore che Gesù ci donerà per Lui. Questa lista, in cui poniamo i nomi delle persone che abitualmente incontriamo, è uno sprone per uscire da noi stessi e andare con il nostro pensiero, la nostra anima, il nostro tempo verso qualcuno che ci interpella, evitandoci il pericolo di rimanere ancorati e chiusi nella nostra religiosità ricamata di buoni sentimenti rivolti genericamente a persone senza volto o di un vago benessere spirituale, utile per sopravvivere in mezzo alle tante tensioni che ci riserva la vita. Se la chiesa è chiamata ad essere la grande famiglia dei figli di Dio, noi tutti siamo fratelli in Cristo e anche genitori per coloro che ancora non sono giunti alla fede o sono all‘inizio del loro cammino; di conseguenza, come tali dovremmo comportarci guardando alla maggioranza dei padri e delle madri che amano, seppur con la medesima intensità, in modo diverso ognuno dei loro figli poiché presentano necessità, bisogni e qualità diverse, e che a loro si dedicano senza risparmiarsi anche quando oppongono una certa resistenza, noncuranza se non rifiuto e disprezzo incarnando nella loro vita l‘amore crocifisso di Gesù. Con la lista fra le mani presentiamo a Gesù ognuna delle persone che vi abbiamo scritto ricordando i loro visi, pensando alle loro situazioni, e nel cuore allargato dalla presenza di questi fratelli facciamo fluire invocandolo l‘amore che Cristo nutre per ciascuno di loro; chiediamo a Lui di abbracciarci e guardare insieme questi fratelli in modo da attivare quel circuito d‘amore che coinvolge Lui, noi e le persone per cui preghiamo, in modo da avvertire l‘anelito di Gesù che ogni persona si apra alla sua amicizia, al suo amore. Questo ci porterà piano piano ad allontanare da noi giudizi negativi nei confronti di chi sta accanto a noi, sostituiti, se i fratelli sono immersi in situazioni di peccato grave, o sono lontani dalla fede, dalla comprensione della loro più profonda sofferenza, quella comprensione e misericordia che avvertiamo nei nostri confronti da parte di Dio, e dal desiderio che Gesù porti loro la sua salvezza anche attraverso di noi se è nella sua volontà. Intensifichiamo sempre più la nostra preghiera e chiediamo al Signore chi Egli vuole che della nostra lista evangelizziamo. Non si tratta di cose strane come fare le carte! Sappiamo che è la fede sincera che ci apre allo Spirito. Questo lo sapevano bene i primi cristiani che per scegliere qualcuno per un ministero si riunivano insieme a pregare. Pregare il Signore che ci illumini su chi evangelizzare vuol dire ricevere lo spirito di discernimento che ci farà escludere coloro che già vivono una vita di fede e ci aiuterà a restringere le nostre attenzioni su poche persone. Se nella preghiera, l‘amore può estendersi a molte persone, nel servizio ai fratelli, specialmente se portano nel loro intimo ferite profonde, può abbracciare solo qualcuno. Per queste persone, come scrive nel suo testo Piergiorgio Perini, «ti impegnerai di più e pregherai ogni giorno per un tempo più lungo invocando lo Spirito Santo perché apra strade di comunicazione e sostenga il tuo impegno di evangelizzatore. Solleciterai preghiere anche dagli altri fratelli»33. In una parola, inizieremo noi a ―convertirci‖. 33 P. PERINI, (ed) Corso Leader. Manuale di evangelizzazione delle cellule parrocchiali. Ed. Paoline, Milano 2008, p. 46. In questo testo si parla di una lista dell‘ ―oikos‖ che qui è stata ripresa e chiamata lista del cuore approfondendone il 31 Noi, che desideriamo per queste persone care la conversione, siamo chiamati innanzitutto a pregare perché ciò avvenga in noi. E la preghiera costante ci disporrà progressivamente nella ―giusta‖ modalità nei loro confronti perché sarà essa a renderci un umile strumento nelle mani di Dio. Il pregare specificatamente per quella persona che conosciamo così bene ci farà sperimentare l‘amore immenso che Gesù prova per lei. Pregando per lei sentiremo nel cuore la ―voce‖ del Signore che ci dice: «Aiutami ad amarla!». E noi, ascoltando il suggerimento dello Spirito, Gli risponderemo: «Sì, vogliamo farle sentire quanto la ami. Tu la conosci, Tu sai tutto Signore. Donaci il tuo Spirito per trasformare il nostro cuore come il tuo. Rendici capaci di amarla come la ami Tu perché sentiamo che non siamo più noi che viviamo, ma sei Tu Cristo che vivi in noi». significato e scorgendo in essa una ―dimensione nuziale‖: rapporto intimo con Cristo per portare alla vita della fede un fratello, per realizzare il suo sogno di rendere la chiesa una famiglia che si fa prossimo ad ogni uomo. 32 Laboratorio personale e di coppia (1): i bisogni della gente Leggi Matteo 9,35-38, sottolineandolo ed evidenziandolo. 1. Il v. 36 dice che le folle che seguivano Gesù erano ―stanche e sfinite, come pecore senza pastore‖. Che cosa significa? 2. Pensi che questa sia un‘efficace descrizione della gente di oggi? Spiega: 3. Il v. 37 dice : ―La messe è molta‖. La messe intorno a te è molta? Se rispondi ―si‖ esprimi alcuni pensieri circa quello che occorre fare per mietere la messe. Se rispondi ―no‖, fornisci le ragioni per cui credi che le condizioni siano cambiate rispetto ai tempi di Gesù: 33 Laboratorio personale e di coppia (2): la “lista” del cuore Nella tua vita ci sono varie persone che per motivi di vicinato, lavoro, hobby, parentela frequenti incontri più o meno abitualmente. In questa pagina c‘è la ―lista del cuore‖. Mettici i nomi delle persone che appartengono al tuo ambiente di vita. Grazie alla preghiera costante per questi fratelli Gesù ti indicherà quale di loro ha più bisogno che tu sia lo strumento attraverso il quale Egli possa bussare alla porta del suo cuore, possa portare salvezza nella sua casa. Attraverso la preghiera potremmo riempirci dell‘amore che Cristo ha verso ogni persona e in modo particolare verso quella particolare persona allontanando ogni tentazione di giudizio nei suoi confronti . Trova del tempo per pregare e preparare questa lista. Esempio: 10. Roberto Bianchi collega di ufficio 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 34 CAPITOLO III LA FAMIGLIA EVANGELIZZA CON LA PREGHIERA Nel capitolo precedente abbiamo visto che attorno ad ogni coppia di sposi si configura nel tempo una fitta rete di relazioni chiamata ―ambiente di vita‖. La quantità e la qualità di queste relazioni dipendono da svariate motivazioni, di cui la principale è la capacità da parte della coppia di trasformare la propria relazione coniugale in una ―casa‖ accogliente per tutti. Le persone single (parenti, amici, vicini, colleghi) che gravitano attorno alla coppia, possono sperimentare che il loro essere ―single‖ non significa affatto essere delle persone ―sole‖. Una persona che per diverse circostanze non si è mai sposata oppure non lo è più, nonostante intense amicizie e magari dei figli, in ogni caso si sente appartenere ad una famiglia solo se è ―di casa‖ (pur non coabitando fisicamente) con un determinata coppia (che possono essere i genitori, una coppia di amici, una coppia di parenti, la famiglia di un figlio, ecc). Il dato che ogni coppia di sposi tenda a rappresentare un punto di riferimento naturale dipende in gran parte dal fatto che stiamo parlando di relazioni, di calore umano, di affetto. È quindi del tutto ovvio che ogni volta che un uomo e una donna decidono di alimentare stabilmente la scintilla d‘amore accesasi tra loro diventino un piccolo, caldo sole che diffonde automaticamente del calore umano ai ―pianeti‖ che si ritrovano nella sua orbita. Abbiamo detto, inoltre, che l‘evangelizzazione si realizza attraverso il rinnovamento radicale di una relazione tra due persone. Si vede l‘inizio della conversione di una persona nel momento in cui essa vive con commozione il perdono che le offre il Signore attraverso una carezza, un gesto servizievole che qualcuno le ha fatto nel nome di Gesù perché accogliere la Buona Notizia nella propria vita consiste nel fare una esperienza ―concreta‖ dell‘amore di Dio. L‘evangelizzazione è sempre un ―processo relazionale personalizzato‖ in quanto si tratta di una evoluzione che interviene all‘interno del rapporto tra persone o crea un nuovo rapporto tra di esse. Il mutamento qualitativo dell‘atteggiamento che una persona ha per un‘altra, infatti, equivale ad una gratuita offerta di sé, ad un ―perdersi‖ per l‘altro: lì dove l‘uomo fa spazio, Dio agisce. Questo spiega il motivo per cui il vangelo ha avuto storicamente una efficace diffusione ed una profonda inculturazione non tanto quando intere popolazioni seguivano la scelta dei loro sovrani (con la creazione di una ―societas christiana‖ di sola apparenza), bensì quando si instauravano delle nuove relazioni ―in Cristo‖ all‘interno degli ambienti di vita. Infatti, quando si fa sperimentare l‘amore di Dio a qualcuno che vive accanto lo si accompagna autenticamente all‘esperienza viva di Gesù e perciò lo si inserisce nella Chiesa. Al riguardo sappiamo tutti quanto sia necessario che la Chiesa sia composta da persone che vivano autenticamente per Cristo e di Cristo. Possiamo constatare quanto l‘appartenenza alla Chiesa di tanti in versione ―scenario‖ (una fede cioè in secondo piano rispetto alle scelte fondamentali dell‘esistenza) si stia rivelando nella nostra società sempre più inconsistente. A volte il processo relazionale personalizzato può iniziare anche con una persona che non appartiene al proprio ambiente di vita come, per esempio, tra Filippo e il ministro etiope (cf. At 8, 26-40). Questo vuol dire che la potenza del vangelo è grande e che anche con uno sconosciuto con il quale ci siamo imbattuti, grazie all‘amore che egli sente che gli rivolgiamo nel nome di Gesù, è possibile il miracolo della conversione. Anche in questo caso è altrettanto essenziale stargli vicino, nella gradualità di cui il convertito ha bisogno, finché non giunga ad una piena adesione alla comunità cristiana. Ci vuole sempre (così come certamente è stato anche per la crescita della nostra fede) un paziente, costante e soprattutto tangibile accompagnamento per aiutare una persona a passare da una lontananza dalla fede o da un cristianesimo superficiale e passivo (la persona è magari battezzata, ma non ha messo Gesù al centro della propria vita e non partecipa alla vita della parrocchia) ad un 35 cristianesimo maturo ed attivo, nel quale risplende una relazione viva con Cristo Risorto ed un‘intensa risposta alle proposte ecclesiali. 1. La rete delle relazioni e la rete “da gettare” Dopo aver presentato l‘ambiente di vita come una ―rete relazionale‖ predisposta dal Signore per far sperimentare a tutti il suo amore, parliamo di un‘altra ―rete‖: quella utilizzata dai pescatori che è la metafora utilizzata da Gesù con i suoi discepoli. Egli ha promesso loro che li avrebbe fatti pescatori di uomini (cf. Mc 1,17) ed ha mantenuto questa promessa quando, risorto dai morti, apparve loro sulla sponda del lago di Tiberiade. Essi non solo non avevano preso nulla, ma neppure si erano accorti che vi era Gesù con loro (cf. Gv 21,3-4). Hanno ricevuto il comando del Signore: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete» (v.6) e la loro subitanea obbedienza apre alla grazia: «La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci» (v.6). Analogamente fidarsi del comando del Signore di annunciarLo a tutti produce lo stesso effetto di grazia. Se non Lo ascoltiamo il nostro sforzo di essere suoi discepoli non produrrà nulla ed inoltre non sentiremo più la sua presenza; mentre se eseguiamo il suo ordine verremo addirittura posti alla sua mensa: «Venite a mangiare» (v. 12) dove sarà Lui stesso a servirci con amore: «Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce» (v.13) e assisteremo con stupore al risultato straordinario di tanti fratelli e sorelle che, persi negli abissi del male, verranno tratti in salvo grazie alla rete che abbiamo gettato. Nel vangelo la barca rappresenta la Chiesa. Stare sulla barca vuol dire poter fare l‘esperienza della salvezza, comprendere cioè che vi è un ―luogo‖ dove si può vivere la relazione che ci offre Dio e stare al sicuro dal peccato. Questa metafora utilizzata da Gesù recupera l‘immaginario negativo che la cultura ebraica attribuiva al mare. Il popolo ebraico ha sempre legato la sua identità al possesso della terra e nonostante vivesse a stretto contatto con il mare non era affatto un popolo marinaro. Temeva ancestralmente la grande massa d‘acqua come contenitrice di creature mostruose e malefiche e foriera di morte. Dal diluvio universale narrato nel libro della Genesi al libro dei Salmi vi è una sorta di ritornello: «Benedetto il Signore sempre; ha cura di noi il Dio della salvezza. Il nostro Dio è un Dio che salva; il Signore Dio libera dalla morte. Ha detto il Signore: “Da Basan li farò tornare, li farò tornare dagli abissi del mare”» (Sal 68,20-21.23). Non a caso nelle prime righe della Bibbia troviamo la presenza dello Spirito di Dio aleggiante sulle acque, cioè sul nulla primordiale, descritto anche come «tenebre» che «ricoprivano l’abisso» (Gen 1,2). Allo stesso modo le ultime righe della Sacra Scrittura: la visione della gloria futura che l‘umanità redenta vivrà in Dio viene presentata come un nuovo cielo e una nuova terra «perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più» (Ap 21,1). Nella simbologia giovannea descrivere il Paradiso come un luogo senza mare equivale a dire che nella Gerusalemme celeste non esisterà più il ―male‖. L‘equiparazione metaforica del ―mare‖ con il ―male‖ è alla base di tanti altri brani biblici: dall‘attraversamento del mare che segnava il passaggio per il popolo ebraico dalla schiavitù alla libertà, al profeta Giona che, rifiutando il comando divino di annunciarLo agli abitanti di Ninive, si ritrovò inghiottito ―per tre giorni‖ da un grosso pesce. Infine Gesù, nuovo e definitivo Giona - vincitore sulla morte, dopo esserne stato ―per tre giorni‖ prigioniero - viene presentato come colui che cammina sulle acque (cf. Mt 14,22-33; Mc 6, 45-52), o che placa la tempesta che si era abbattuta all‘improvviso sulla barca dei suoi discepoli (cf. Mt 8,23-27; Mc 4,35-41; Lc 8,22-25). Per esperienza quotidiana sappiamo bene che, purtroppo, inghiottite da grossi pesci (quali la sfiducia, l‘inerzia, il vizio, l‘orgoglio, ecc.) vi sono alcune persone del nostro ambiente di vita: un genitore, un fratello, un amico o un collega di lavoro. 36 Riconosciamo che anche noi siamo stati in balia dei flutti autodistruttivi del peccato, perciò non le giudichiamo e non ci poniamo al di sopra di loro, anzi: proprio perché un giorno ne siamo stati pescati fuori conosciamo perfettamente cosa significhi non essere più schiavi di ciò che ci faceva ―male-essere‖. Consapevoli che non ne siamo usciti da soli con le nostre forze, ma è stata la grazia di Dio che ci ha raggiunto e ci ha tratto in salvo, non dimenticheremo mai che per primo è stato il Signore a raggiungerci là dove eravamo e a farci sentire l‘immensità del suo amore. Noi poi abbiamo risposto e stiamo rispondendo al regalo che abbiamo ricevuto perseverando nella vita comunitaria e di fede, mantenendoci in questo modo ben saldi sulla barca della salvezza. «Gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date» (Mt 10,8). Tutti noi cristiani possiamo testimoniare che la fede è il più bel regalo che abbiamo ricevuto, ma proprio per questo non possiamo non fare del nostro meglio affinché altri lo possano ricevere. Siamo stati evangelizzati perché evangelizzassimo. Siamo sulla barca con tanti fratelli per pescare tutti insieme e non per fare una bella crociera solitaria! Anche i nostri vescovi nella nota pastorale «Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia» aprono la loro riflessione proprio con l‘immagine della barca utilizzata da Gesù, per ricordarci che «stare sulla barca insieme con Gesù, condividere la sua vita nella comunità dei discepoli, non ci rende estranei agli altri, non ci dispensa dal proporre a tutti di essere suoi amici. Ci viene chiesto di disporci all‘evangelizzazione, di non restare inerti nel guscio di una comunità ripiegata su se stessa e di alzare lo sguardo verso il largo, sul mare vasto del mondo, gettare le reti affinché ogni uomo 34 incontri la persona di Gesù». Sappiamo che non ci sono problemi di spazio su questa barca: Dio è «grande nell’amore» (Sal 103,8). Piuttosto ci sono problemi di tempo: è sempre ―poco‖ e, anche se oggi la vita media si è notevolmente allungata, se dal male non si esce subito, la vita si inabisserà sempre di più nelle oscure profondità del peccato. Quest‘ultima osservazione a tanti credenti oggi appare esagerata. Essi pensano che sia addirittura anti-evangelico far notare che vi è una differenza tra lo stare sulla barca e il non starci, soprattutto di fronte a coloro che vivono valori (laici o di altre confessioni religiose) caratterizzati da un‘intensa ascesi spirituale e da una capacità di promuovere ciò che è autenticamente umano. Ora, senza addentrarci in approfondimenti a riguardo del significato dell‘apporto delle altre religioni e dello stesso ateismo con i loro semi di verità all‘economia della salvezza, ci permettiamo di sottolineare che se il Signore Gesù ha tanto insegnato a riguardo della necessità ed improrogabilità della conversione a Dio è perché solo Dio può salvare l‘uomo, ogni uomo. Nessuno si salva da solo. Nessuno raggiunge il cielo con i propri (anche straordinari) sforzi, perché il Paradiso non lo si può meritare: si può solo ricevere gratis. Allora, dato che Dio si fa ―dono‖ per l‘uomo, l‘unico modo per avere questo dono è accoglierLo. C‘è solo una condizione per ricevere gratuitamente ciò che è Tutto: svuotarsi per fargli spazio. Ciò che è indispensabile, in estrema sintesi, è rinunciare al proprio progetto di auto-salvezza. Questo è un problema che risale ad Adamo: è necessario sgonfiare il proprio ―io‖ per permettere all‘infinita e incondizionata misericordia di Dio di entrare nella nostra vita. È inutile, pertanto, limitare la propria vita di fede ad un‘espressione di valori umani come la tolleranza, la giustizia sociale, l‘onestà, la beneficenza, comportandosi sempre in maniera educata e civile, senza far posto all‘azione salvifica di Dio. Se come credenti abbiamo fatto cento cose per la Chiesa e abbiamo invocato migliaia di volte Dio, ma, nei momenti importanti, abbiamo contato solo sulle nostre potenzialità o sulle nostre virtù - anche spirituali - allora non abbiamo mai veramente accettato che Dio si facesse un tutt‘uno con noi. Saremmo come una persona sposata che, pur vivendo il matrimonio, è vissuto come un single. 34 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 1. 37 L‘orgoglio è il peccato dal quale origina tutto ciò che è negativo per l‘uomo. Se raccogliamo con soddisfazione il grano che abbiamo seminato, dimenticandoci che qualcun‘Altro lo ha fatto crescere, sarà proprio quest‘orgogliosa soddisfazione a condannarci, a impedirci cioè di sperimentare da vicino chi è Colui che dal nulla ricava tutto. Dio, in definitiva, ha bisogno della nostra umiltà per poterci far conoscere la sua salvezza. Egli non ci può dare ciò che noi non chiediamo (cf. Mt 7,7; Lc 11,9; Gv 15,7; Gv 16,24; Gc 4,2). Riconoscere con sincerità di cuore che anche noi (come tutti quanti: «tutti hanno peccato» Rm 5,12) siamo profondamente immersi nel mare della nostra autosufficienza, è già predisporsi ad accogliere il perdono di Dio («laddove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» Rm 5,20). Vi è dunque una differenza tra stare sulla barca-Chiesa e il non starci, se questo significa voler realmente rinunciare a salvarsi da soli e accogliere il dono di venire tratti in salvo per amore. Non è fanatismo effondere tutte le nostre energie affinché tante altre creature di Dio possano non scordare più la loro condizione, che è la nostra, di peccatori continuamente perdonati. È vera gioia quella condivisa in comunione con i fratelli quando si scopre che lo Spirito ha agito in tutti e per mezzo di tutti. Per questo, al termine della nostra attraversata esistenziale, non possiamo non presentarci stremati dalla fatica per aver soccorso quanti più fratelli potevamo, dicendo come san Paolo: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.» (2 Tm 4,6-7) Non solo va mantenuta la fede, ma va fatto tutto ciò che ci è possibile per donarla agli altri. Se spenderemo tutte le nostre energie per trarre il più possibile dei fratelli in salvo, verremo ripagati da Colui che ci rinfrancherà in «una buona misura, pigiata, scossa e traboccante» (Lc 6,38) Sarebbe tragico se l‘approdo finale trovasse noi cristiani tranquilli e rilassati, perché convinti che il nostro ruolo era quello di stazionare sulla barca per segnalare soltanto che era a disposizione per chi voleva un ancoraggio. Un amaro stupore ci assalirà quando con occhi nuovi vedremo la reale situazione di tanti nostri fratelli che annegano nello stare fuori dalla Chiesa. Tutte le nostre giustificazioni (―ma non volevano saperne‖; ―se avessi fatto di più li avrei disturbati‖) ci rimarranno in gola di fronte al Signore Gesù, che ci chiederà conto del nostro non-operato. Una tristezza senza fine ci assalirà, se saremo costretti a risponderGli che abbiamo avuto paura di fare i pescatori di uomini, perché solo allora ci accorgeremo di quanto siamo stati stupidamente con le mani in mano35. Come in un genitore è irrefrenabile la volontà di dare, di donare ai propri figli, così in un cristiano deve essere incontenibile la volontà di annunciare il ―cuore‖ della vita, la sua origine ed il suo destino e cioè l‘unica persona al mondo che dona pienezza alla vita: il Signore Gesù. Questo fa diventare i cristiani padri e madri di una moltitudine di credenti. 2. Per gettare la rete bisogna pregare Evangelizzare significa, dunque, ―pescare‖ ad uno ad uno i nostri fratelli, per farli entrare nella comunità a partecipare con gioia ad una fraternità familiare e all‘incontro con Gesù. Come si concretizza nella realtà di tutti i giorni il gesto di ―gettare la rete‖? Bisogna andare con un pretesto a casa di un nostro amico per parlargli di Gesù? Oppure approfittare della prima occasione utile per portare il discorso su Dio? Ovvio che no! Anzi questi sono atteggiamenti che rischiano di stancare l‘amico e di accrescere ancor di più il nostro orgoglio spirituale. Dato che evangelizzare è un processo relazionale personalizzato che porta alla conversione dell‘evangelizzato attraverso la conversione dell‘evangelizzatore, allora la prima azione da cui tutto parte è quella della preghiera. Ciò che innanzitutto serve per evangelizzare, infatti, è la nostra personale e continua conversione all‘amore di Dio. Dobbiamo farGli spazio in ogni momento, se 35 Nel capitolo 25 del vangelo di Matteo leggiamo la parabola delle cinque vergini sagge e le cinque stolte (vv. 1-13), la parabola del servo infingardo, cioè inoperoso, che aveva ricevuto il talento (vv. 14-30) e il giudizio finale, che segue come una sorta di spiegazione delle due parabole. 38 vogliamo che entri nella nostra vita e si unisca sempre più strettamente a noi. Dobbiamo desiderare una sempre maggiore intimità con Lui. Per questo occorre la preghiera! Pregare è fare una scelta, è decidere in questo preciso momento che vogliamo Dio come l‘interlocutore primario ed assoluto della nostra vita. Vogliamo condividere tutto di noi con il nostro Creatore che ci ama: ciò che riguarda il rapporto moglie-marito, i figli, il lavoro, il futuro. Pregare «incessantemente» (Ef 6,18; 1Ts 5,17), dunque, non perché sia importante il numero totale delle nostre preghiere, bensì perché il nostro orgoglio è sempre ben presente in noi e se smettiamo anche solo per un momento di far spazio dentro di noi a Dio che ci viene incontro, in realtà concretizziamo la minaccia di chiuderGli la porta. Il Signore Gesù ci ha manifestato di «desiderare ardentemente» (cf. Lc 22,15) la piena unione con ognuno di noi. Egli si offre nel pane eucaristico affinché, mangiando di Lui, possiamo diventare «una sola carne» con Lui. Egli, dunque, vuole stare con me, ma io voglio stare con Lui? Per quanto tempo? Quando? Se stare sempre con Lui è anche il nostro desiderio, allora il nostro intimo pensiero correrà mille volte al giorno a Lui per invocarLo in ogni momento della nostra giornata, per salutarLo mentre stiamo facendo le cose più diverse. Si prega per rendere realtà il nostro ed il suo desiderio di stare sempre insieme. Pregare ininterrottamente non è uno sforzo sovrumano se significa, in questo preciso istante, farGli spazio nel nostro cuore. La preghiera non può che essere senza interruzione, se essa è un dialogare teneramente con una Persona viva che ci conosce fin nel più profondo e che ci vuole amare infinitamente. «Nel glorificare il Signore esaltatelo quanto potete, perché ancora più alto sarà. Nell’innalzarlo moltiplicate la vostra forza, non stancatevi» (Sir 43,30). Coloro che sono di Cristo non possono smettere di pregare o pregare saltuariamente. Ciò non per il timore che Dio altrimenti si scordi di loro e delle loro necessità («Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno» Mt 6,32), ma per l‘esatto contrario: per non scordare quanto sono amati da Dio. Risulta perciò chiaro che la preghiera è la condizione previa per evangelizzare. Solo decidendo di rimare in contatto con Dio, ci si rende conto che l‘evangelizzazione è un‘opera sua che ci supera immensamente. Solo Dio, infatti, è il partner che completa l‘uomo. Non siamo noi che possiamo donare a qualcuno ciò che colma il tutto della sua umanità. Se il Signore non sta con noi nel momento in cui evangelizziamo qualcuno, in realtà non possiamo nulla («senza di me non potete far nulla» Gv 15,5), ma se lasciamo che Lui stia con noi è Lui che fa tutto: usa le nostre parole per parlare al cuore di questa creatura che ama; si fa sentire a lei vicino attraverso la nostra presenza fisica; la conduce tra le sue braccia utilizzando il nostro abbraccio. È ovvio, però, che se al termine ―evangelizzazione‖ diamo un altro significato, non ci serve pregare. Per esempio: se evangelizzare significa condurre qualcuno a condividere un‘aggregazione parrocchiale, basta invitare tante persone e chi gradisce, partecipa. Se significa risultare convincenti per rendere plausibile al nostro interlocutore la validità sociale del vangelo, non ci serve pregare, ma una buona retorica. Se intendiamo l‘evangelizzazione come un mezzo per istruire gli altri nella cultura cattolica, allora non ci serve pregare, ma ci è necessario un discreto studio biblico e teologico. Ma se preghiamo perché vogliamo in ogni momento respirare in sincronia con il respiro di Dio, allora intuiamo a livello istintivo cosa significa evangelizzare. Vuol dire far sempre più spazio in noi a Dio per lasciare che ci usi come uno strumento per raggiungere il cuore di quel suo figlio lontano da Lui. Vuol dire mettersi a servire con amore questo figlio lontano affinché arrivi alla decisione di accogliere la misericordia del Padre. Pregare è lo spartiacque tra evangelizzare e fare ―cultura cristiana‖. Evangelizzare è possibile solo quando in noi vi è la consapevolezza che solo Lui, il Signore, con il suo Spirito agisce. 39 Dovrebbe sorprenderci enormemente che Gesù stesso, pur essendo Dio, abbia fatto proprio così. Pensiamo alle sue notti in preghiera. Pensiamo a quelle espressioni così decise: «“Io dico al mondo le cose che ho udito da lui”. Non capirono che egli parlava loro del Padre. Disse allora Gesù: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite”. A queste sue parole, molti credettero in lui» (Gv 8, 26-30). 3. Evangelizzare è dire cosa fa la preghiera Per diventare pescatori di uomini si deve essere prima uomini di preghiera. Se non preghiamo, non evangelizziamo. Se preghiamo poco, evangelizziamo poco. Se preghiamo tanto, evangelizziamo tanto. Se preghiamo moltissimo, evangelizziamo moltissimo. Se preghiamo sempre, evangelizziamo sempre! La preghiera precede il nostro evangelizzare, lo accompagna e continua anche dopo il raggiungimento del risultato di aver portato qualcuno, lontano da Dio, alla partecipazione piena all‘Eucaristia domenicale; continua sia in favore di colui che ora loda con gioia il Signore insieme a noi e insieme ai suoi nuovi fratelli in Cristo e sia in favore delle altre persone del nostro ambiente di vita che Dio ci chiama ad evangelizzare. L‘evangelizzazione è inscindibile dalla preghiera. E se la preghiera è fare del ―vuoto‖ che permette a Dio di farci fare un‘esperienza di intimità con Lui, che cos‘è l‘evangelizzazione? È ―dire‖ questa esperienza. Evangelizzare è dire a qualcuno che cosa abbiamo udito, veduto, contemplato, toccato mentre pregavamo: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo.» (1Gv 1, 1-3). Solo succhiando il nettare divino se ne scopre con sorpresa l‘estrema dolcezza e si prova il desiderio di farlo assaggiare a coloro che non lo hanno ancora provato. 4. Pregare per stare a casa di Dio Non si deve pregare per ―conquistare‖ il paradiso, bensì per predisporsi a riceverlo gratuitamente, per poi donarlo agli altri gratuitamente. Il paradiso, la ―casa‖ di Dio, è proprio questo ―ricevere e donare‖ disinteressatamente, che produce la gioia più grande che esista. In questa logica il cristiano deve «pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18,1) se desidera abitare in paradiso già qui sulla terra quale preludio della casa definitiva in cielo. Si può smettere di pregare? Si può smettere di ascoltare la voce che svela sempre di più il volto di Colui che ci ama, sapendo che ciò è «la parte migliore che non sarà tolta» (cf. Lc 10,42)? Si può smettere di ascoltare la voce dello Sposo? Si può amare ed essere amati da uno Sposo e non dialogare con Lui? Certo che no! É proprio pregando che sperimentiamo, ed anche esprimiamo a tutti, di vivere in coppia con Lui! Come tra coniugi le stesse identiche parole possono, a distanza di tempo, trasportare sempre di più l‘amore, così quando si prega! Le parole, apparentemente uguali, che si ascoltano dal nostro Sposo entrano in noi con sempre maggiore profondità, non lasciandoci mai come eravamo prima. Quanto sono efficaci e ―nuove‖ le parole ―antiche‖ del vangelo, se prima di ascoltarle abbiamo aperto il cuore con la preghiera! Pregando, dunque, si vive in casa con Dio. E quando si abita con Dio si assorbe anche l‘ansia e la sofferenza che in questa casa si respira per coloro che mancano. Non vi è incertezza a riguardo di 40 chi sono costoro. Conosciamo bene i loro nomi. Sono innanzitutto le persone della nostra ―lista del cuore‖. Anche il Signore Gesù quando nell‘ultima cena ha fatto fare ai suoi apostoli l‘esperienza dell‘intimità che si vive nella sua casa, quella che Egli condivide con il Padre e lo Spirito Santo, era preoccupato per coloro vi avrebbero fatto ingresso: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me» (Gv 17,20). Sapeva, infatti, che attraverso la nostra azione evangelizzatrice, ―per la loro parola‖, molti potevano entrare nella gioia della casa del Padre. Pregare è la nostra risposta d‘amore all‘amore di Dio. E quando due si amano scoprono di aver trovato ―casa‖ uno nell‘altro. «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). La traduzione esatta è «faremo casa presso di lui». Ci facciamo il segno della croce all‘inizio di tutte le nostre preghiere: con esso, infatti, significhiamo che vogliamo aprire la porta di quella casa dove si abita con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Stare in casa con Dio non vuol dire che gli parlo ininterrottamente per ventiquattro ore al giorno, bensì che io e Dio siamo l‘un l‘altro compresenti: spesso Gli chiedo un consiglio; se sono impegnato a fare una cosa so che sono aspettato; vivo nella sicurezza permanente di ottenere da Lui l‘aiuto di cui ho bisogno… Stare in casa con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo è infine ciò che ci da la percezione profonda della nostra identità. È in questa casa che vengo a scoprire chi sono e qual è il mio cognome. Si è se stessi con piena libertà solo in questa casa: solo con Dio, infatti, sto senza maschere e senza veli. Coloro che, meglio di altri, sono in grado di comprendere la preghiera come un far casa con Dio, sono proprio gli sposi. Essi nella preghiera recuperano totalmente la loro identità che deriva dall‘essere una immagine nella carne del mistero dell‘Unitrino. La prima sensazione che una coppia vive quando loda il Signore è quella di ―tornare a casa‖: là dove l‘amore che ora sperimentano ha avuto origine. Ogni volta che gli sposi pregano insieme gustano le primizie dell‘amore. Nella preghiera essi colgono limpidamente che il significato della loro realtà nuziale è mostrare a tutti che la realizzazione vera per ognuno è ―far coppia‖ con Dio e che la fecondità è loro data per concretizzare la paternità divina («Piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome.» Ef 3,14-15) e nello stesso tempo per anticipare il destino di tutti, che è quello di entrare nella casa di Dio. Gli sposi contengono e sono il parametro, il ―metodo‖ del rapporto di ogni persona e della chiesa con Dio. Anzi, manifestano la natura di questo rapporto. Benedetto XVI, in qualità di prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, afferma: «I termini di sposo e sposa o anche di alleanza, con i quali si caratterizza la dinamica della salvezza, pur avendo una evidente dimensione metaforica, sono molto di più che semplici metafore. Questo vocabolario nuziale tocca la natura stessa della relazione che Dio stabilisce con il suo popolo, anche se questa relazione è più ampia di ciò che può sperimentarsi nell‘esperienza nuziale umana»36. 5. La preghiera può tutto e cambia tutti La preghiera è l‘indispensabile respiro della vita cristiana. Senza di essa non si può evangelizzare e se una comunità non evangelizza smarrisce anche la propria identità. Il vero rinnovamento della pastorale oggi nelle nostre parrocchie, che si auspica sia in senso missionario, non può che passare da una nuova educazione alla preghiera. Per trasformare una parrocchia in un popolo di evangelizzatori e quindi in una comunità dove si respira un rapporto vivo, profondo e ―trasformante‖ con il Signore Gesù, occorre far sperimentare in 36 CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, 31 maggio 2004, 9. 41 ogni occasione possibile un modo semplice e spontaneo di pregare, sia da soli che insieme ai fratelli. Una modalità che sia prolungata, ma non formalistica, consapevole e ardente, fondata sulla Parola di Dio e sulla Eucaristica. Potremmo rimanere molto sorpresi nel constatare quanto il popolo di Dio desideri pregare. Quanto desideri imparare a pregare. Quanto desideri benedire, ringraziare, lodare continuamente Gesù nella stessa maniera di come Gesù continuamente benediva, ringraziava, lodava, nella forza dello Spirito, il Padre suo. Nell‘animo di ogni cristiano, infatti, vi è assopito il desiderio di donare con dolcezza il vangelo agli altri così come lo ha ricevuto dal Signore Gesù. Ora va detto che, nonostante la sfiducia accumulata in tanti anni per i risultati deludenti, è possibile ridestare in una comunità parrocchiale questo desiderio e trasformarlo in una gioiosa, coinvolgente ed efficace azione evangelizzatrice sul proprio territorio. Il sogno di un vangelo che si diffonde grazie ad una comunità che vive dell‘amore del suo Signore diventa realtà quando questa comunità impara a pregare. La preghiera è un ―contagio‖ inarrestabile. Con essa prima di tutto il nostro cuore sente di venir guarito, sente che gli è ridonata la pace interiore. Con questa intima pace interiore ci si accorge di affrontare con più forza le difficoltà quotidiane e che le relazioni difficili vengono affrontate in modo nuovo. Quando poi con la preghiera si arriva a sperimentare la ricchezza della parola di Dio per la propria vita e si comincia a percepire la voce dello Spirito, allora la preghiera acquista un fascino a cui non si può più rinunciare. La preghiera, che ci ha messo in relazione profonda con i nostri fratelli nella fede, ci porta tutti insieme a constatare che cosa ha operato il Signore in ognuno di noi. Vedendo questi prodigi spirituali («parlavano fiduciosi nel Signore, che rendeva testimonianza alla predicazione della sua grazia e concedeva che per mano loro si operassero segni e prodigi.» At 14,3; «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.» Mc 16,20), come ad esempio una ritrovata serenità dopo il superamento di alcuni ostacoli di carattere relazionale o morale, si allarga all‘interno della comunità dei fratelli una gioia sempre più grande. E da questa gioia, che sappiamo essere il dono dello Spirito Santo, sorge da parte di tutti la voglia di far provare ad altre persone che cosa può fare la preghiera. Per coinvolgerli in questa esperienza, spontaneamente si inizia a pregare per loro. 6. Pregare per dar lode al Signore Il popolo di Dio intuisce senza alcuna difficoltà che l‘evangelizzazione significa condurre le persone a casa dove tutti trovano se stessi, dove si sta bene, perché lì c‘è una unità straordinaria con gli altri e con Dio. Analogamente sa per istinto e per ispirazione divina che per evangelizzare è indispensabile pregare, anche se, probabilmente, non capisce del tutto il nesso profondo che esiste tra l‘evangelizzazione e la preghiera, dato che non è mai stato iniziato al primato della preghiera. Nella pratica della vita cristiana in parrocchia, infatti, la preghiera è qualcosa di secondario, che fa da ―cornice‖. Prima di tutto ci sono le cose che vanno fatte (tante) o vanno dette (tantissime). Se pregare è un momento sbrigativo per battezzare come cristiana la riunione che si sta facendo, se pregare equivale a subissare di richieste varie il Signore nei momenti di bisogno, allora, anche se intuito, non verrà applicato il binomio ―pregare per evangelizzare‖, ma inevitabilmente quello ―fare ancora più cose per evangelizzare‖. Quando però si trova il coraggio di ribaltare l‘ordine delle priorità in parrocchia proponendo a tutti un‘ora settimanale di adorazione eucaristica come la più importante ―attività‖ da svolgere, quando si fa iniziare qualsiasi incontro (dal Consiglio parrocchiale ad una riunione per organizzare un camposcuola) con un momento prolungato di preghiera di lode (anche mezz‘ora se la riunione è prevista della durata di due ore), allora cambia nelle persone l‘approccio alla preghiera. Si impara man mano che la preghiera è tutto per la vita di fede, perché è essa che fa sperimentare concretamente tutto ciò in cui crediamo. La comunità pregherà non più per ―dirsi‖ cristiana, ma per ―farsi‖ di Cristo. 42 In una parrocchia in cui i fedeli non hanno mai la possibilità di vivere comunitariamente il primato della preghiera, la parola del Signore, anche se non verrà a mancare, rimarrà vuota, incapace di trafiggere il cuore sia dei cristiani stessi sia, ovviamente, di chi è lontano dalla fede e che magari in qualche occasione viene a partecipare a qualche incontro parrocchiale. Anche quando si volessero dire ―tutte‖ le parole del vangelo, lo sforzo sarà inutile, addirittura controproducente, perché si rischia di provocare nei cristiani un senso di grave smarrimento: la generalizzata e persistente non accoglienza del vangelo da parte dei non credenti rischia di trasformare anche i cristiani più impegnati in rassegnati pessimisti. Invece, nella comunità parrocchiale in cui, prima di tutto e sopra ogni altra cosa, si prega, non mancheranno fin da subito le conferme concrete di ciò che può operare la preghiera: percezione netta e viva della presenza del Signore; numerose conversioni di persone lontane dalla Chiesa; tanta gioia e pace nell‘animo di ciascuno; capacità fino a quel momento ―impensabile‖ di collaborazione fraterna nella pastorale parrocchiale; diminuzione di pettegolezzi ed invidie, senso di accettazione piena di ognuno; dimenticanza delle frustrazioni e fatiche del passato; ed infine una generale consapevolezza dell‘importanza di intensificare ancor di più la preghiera perché con essa è cambiato tutto, ma senza di essa tutto potrebbe ritornare come prima. In particolare, la preghiera di lode trasforma radicalmente una ―normale‖ parrocchia. Essa consiste nella preghiera di benedizione e di ringraziamento, è glorificare e cantare la bontà del Signore Gesù. In realtà, tutta la ―liturgia‖ (che letteralmente significa ―azione del popolo‖) è un canto di lode. Lodare è la principale azione del popolo di Dio, che è chiamato continuamente a cantare il proprio ―Magnificat‖, ringraziando, benedicendo, esaltando Dio, affinché, come nell‘epiclesi che conclude la preghiera eucaristica, si innalzi «per Cristo, con Cristo e in Cristo a Te Dio Padre ogni onore e gloria». Non a caso la gran parte dei salmi sono di lode, gloria, benedizione e ringraziamento! «Siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore Gesù Cristo» (Ef 5,19-20). Quando pregando si loda, si dà spazio alla spontaneità ed alla sincerità perché si lascia che emergano i motivi reali per cui ringraziare il Signore Gesù. Non c‘è la preoccupazione di dover dire una cosa intelligente in pubblico o di gratificare qualcuno, se si sta solo pensando al perché si deve lodare il Signore. Non ha senso escogitare qualche bella formula in ―ecclesialese‖ perché non c‘è nessun ―vantaggio‖ da conseguire. All‘inizio di un incontro, durante la preghiera di lode ci viene chiesto, anche se non esplicitamente, se abbiamo motivo per lodare il Signore. Ci pensiamo, indaghiamo la nostra giornata, e poi un‘ispirazione: una telefonata che un amico ci ha fatto il giorno prima e che ci ha aiutati in un momento di scontentezza. Un attimo prima di rispondere al telefono eravamo tesi e stavamo per far passare una brutta serata alla nostra famiglia, al termine della piacevole chiacchierata con l‘amico invece siamo sorridenti e rilassati. Ora che ci pensiamo capiamo che è stato un regalo provvidenziale, un‘amorevole carezza del Signore che ben conosce gli alti e bassi del nostro carattere. Per cui adesso non abbiamo paura che si tratti di una cosa insignificante e, di fronte agli altri, ringraziamo il Signore per le strategie semplici che Egli usa affinché noi non ci facciamo del male con le nostre stesse mani. Abbiamo appena detto una cosa semplicissima, ma l‘abbiamo detta con il cuore. Anche i fratelli che sono lì con noi hanno capito che abbiamo ringraziato Gesù con sincerità. Ora tocca a noi ascoltare le lodi degli altri. Tutte cose semplici come la nostra. Nessuno ringrazia il Signore sfoderando trattati di teologia o di retorica lessicale. Dopo una ventina di minuti circa di preghiere di lode spontanee chi suona la chitarra intona un canto di lode al Signore, ma a differenza dei canti noiosi sentiti tante volte in chiesa questo lo si canta ―meglio‖. Le parole del canto hanno un peso diverso: ―cadono‖ dentro di noi. Sta cantando la nostra anima. Vediamo e sentiamo che questo sta capitando anche agli altri. Al termine del canto in 43 tutti c‘è serenità. Adesso inizia la riunione, ma la certezza che tutti abbiamo è che si è già ottenuto la cosa essenziale: l‘incontro con il Signore. Ciò che è nostro dovere (lodare il Signore) è diventato ―fonte di salvezza‖ come si proclama nel prefazio di ogni S. Messa: «È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, lodarti e ringraziarti sempre…» 7. Lodare Dio per riconoscerLo presente e accoglierLo La preghiera di lode indubbiamente apre facilmente e velocemente il cuore delle persone perché, pur essendo vero che la lode scaturisce quando si sente Dio vicino a sé e quando si diventa consapevoli dei suoi doni, è altrettanto vero che è proprio lodando Dio che la sua presenza nella nostra vita si rende più forte. Quando si ha a che fare con Dio non si possono applicare i parametri umani: se ricevo un regalo ringrazio e la cosa finisce lì. Quando, invece, si ringrazia Dio per un regalo che ci ha fatto, si ottengono da Lui altri regali. Appena sveglio Lo ringrazio, per esempio, della notte che è trascorsa e ricevo così da Lui il buon umore per alzarmi dal letto; Lo ringrazio per questo buon umore mattutino e Lui mi dona calma e tranquillità di fronte al primo grosso problema sul lavoro; Lo benedico per avermi mantenuto calmo in questo momento di tensione e Lui mi dona un‘ispirazione di compassione nei confronti del mio collega tanto nervoso; Lo ringrazio per avermi fatto provare quanto vuole bene a questa persona e Lui mi dona il coraggio di fermarmi con lui quando rimane solo per scambiare due parole amichevoli; Lo ringrazio per avermi suggerito di rimanere a raccogliere l‘amarezza ed il dispiacere del collega per le frasi pronunciate ed il Signore mi regala delle parole di conforto per questa persona; Lo lodo commosso perché il grazie sincero che il collega mi rivolge l‘ho sentito rivolto a Lui presente in mezzo a noi e il Signore mi regala…ecc. Se non dimentico di lodare il Signore per i suoi doni, questa dinamica non si esaurisce mai: io Lo lodo per quello che mi dona e Lui si avvicina a me con un altro dono. Più Lo lodo e più si avvicina. L‘agire di Dio l‘hanno capito i semplici, i poveri in spirito, i santi: Dio è un dono infinito per l‘uomo che Lo accoglie. Come si loda qualcuno (il coniuge, un figlio, un amico, ecc), perché si desidera accoglierlo e fargli sapere che siamo contenti che egli ci sia e che è una persona importante per noi, così si deve sempre e continuamente lodare il Signore. Non perché Lui ne abbia bisogno, non per convincerLo, ma perché noi vogliamo averLo strettamente legato alla nostra esistenza. «Tu non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva.» (prefazio IV comune) Si deve lodare il Signore per sentire la sua protezione e scacciare la bugia di un Dio lontano. Si deve lodare il Signore non solo per non scordare i benefici che ci ha fatto, ma anche per scoprirne di nuovi. «In ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di noi» (1Tes 5,18) 8. Il Signore Gesu’ al centro della parrocchia All‘interno di una comunità parrocchiale, la preghiera di lode, pur venendo percepita inizialmente come una ―nuova‖ modalità di preghiera (l‘attributo ―nuova‖ la mettiamo tra virgolette, perché in realtà non ha nulla di nuovo: la lode è la preghiera di sempre della Chiesa dal giorno di Pentecoste37), quando viene avviata si dilata successivamente a macchia d‘olio senza trovare ostacoli. 37 Leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 2639: «La lode è la forma di preghiera che più immediatamente riconosce che Dio è Dio! Lo canta per se stesso, gli rende gloria perché EGLI È, a prescindere da ciò che fa. È una partecipazione alla beatitudine dei cuori puri, che amano Dio nella fede prima di vederlo nella gloria. Per suo mezzo, lo Spirito si unisce al nostro spirito per testimoniare che siamo figli di Dio, 124 rende testimonianza al 44 Se definiamo ―nuova‖ questa preghiera è perché ora i nostri personali ringraziamenti al Signore non rimangono più ben custoditi nel segreto del nostro cuore o delegati ad altri, ma vengono rivolti a Gesù dalle nostre labbra e, quindi, offerti ai nostri fratelli. Certamente all‘inizio vi sono da superare le titubanze e le resistenze mentali («non l‘abbiamo mai fatto!»; «questa cosa viene da qualche movimento?») di coloro che hanno conosciuto solo un tipo di pastorale e cioè quella «per convocazione». È la pastorale che si riduce ad invitare la gente a partecipare agli incontri che si svolgono in parrocchia. Poiché in questi incontri alcuni contenuti (formativi, catechetici ecc.) vengono messi al centro dell‘attenzione, inevitabilmente la preghiera svolge un ruolo di semplice corollario. Se invece all‘inizio di ogni incontro come prima cosa si prega insieme, senza fretta, dando spazio a ciascuno per lodare il Signore Gesù, viene inteso con immediatezza che il motivo unico del nostro riunirsi come cristiani è in realtà sempre fare esperienza della Sua presenza. Proviamo a riflettere: qual è la differenza tra una famiglia dove i figli, a parte qualche occasione ―ufficiale‖ come un anniversario o un compleanno, non rivolgono espressamente i propri sentimenti di gratitudine ai genitori, pur provandone molti in cuor loro, ed un‘altra famiglia, invece, dove il ―grazie‖ risuona con dolcezza e con semplicità anche quando i figli oramai cresciuti ricevono un consiglio o un sorriso dai loro genitori? In entrambe non manca la fiducia, l‘amore reciproco e la speranza di stare sempre insieme, ma nella prima famiglia purtroppo il silenzio, il ―non-dire grazie‖ inevitabilmente e progressivamente allenterà i legami e le persone rimarranno alla fin fine incompiute, in quanto gli affetti familiari anziché goduti sono stati depositati e congelati in fondo al cuore. Ringraziare e lodare è ―naturale‖ e ―bello‖ sia in famiglia che nella Chiesa perché è ciò che produce pace e gioia di sentirsi uniti. La preghiera di lode, inoltre, è di grande beneficio per il parroco. Essa aiuta a disporre ogni cosa al posto giusto, anche il suo ruolo all‘interno della comunità. Se ciascuno loda il Signore quando vi è un incontro comunitario è come se al parroco venisse tolto l‘obbligo di assumersi l‘incarico di punto di riferimento assoluto. Significa che la comunità ha riconosciuto nel Signore il vero ―parroco‖. Indubbiamente, pregare comunitariamente lodando il Signore Gesù produce una rivoluzione, sia nelle vite spirituali dei singoli e delle coppie sia nel modo stesso di essere parrocchia. Al centro della vita di un numero sempre maggiore di parrocchiani, anzi al centro stesso della parrocchia, vi è la presenza del Signore Gesù non solamente creduta bensì sperimentabile. Come conseguenza cresce l‘anelito di incontrare ―fisicamente‖ il Signore nel pane eucaristico. La S. Messa domenicale e feriale si trasforma per i nostri cuori innamorati nell‘occasione attesa di godere della sua presenza. In una parrocchia dove si riscopre la centralità del Signore Gesù emerge la bellezza e la forza dell‘adorazione eucaristica. Adorare per almeno un‘ora alla settimana la presenza ―fisica‖ del corpo del Signore è un atto che dà una svolta radicale alla vita spirituale delle persone e quindi della parrocchia. Una comunità che educa tutti alla contemplazione adorante dell‘Eucaristia per sostenere la propria azione evangelizzatrice, viene plasmata direttamente dalla reale fonte da cui scaturisce la buona notizia per gli uomini e cioè il corpo donato per amore del Signore Gesù. Il suo Corpo eucaristico riesce lì dove si fermano tutti i nostri encomiabili sforzi di dare slancio all‘evangelizzazione. Non vi è nulla di più ―convincente‖ di questo pezzo di pane! Davanti all‘Eucaristia tutti comprendono fin dove arriva l‘amore che il Signore ha per ciascuno. Non esiste nessuna ―scuola‖ che possa abilitare le persone a diventare evangelizzatori quanto il segno che il Signore ci ha voluto donare della sua reale Presenza tra noi. Adorare l‘Eucaristia è lasciare che Gesù ci guardi prima ancora che noi lo guardiamo. È lasciarci amare da Colui che presente nel pane ci sussurra: «Hai capito fin dove sono arrivato per Figlio unigenito nel quale siamo adottati e per mezzo del quale glorifichiamo il Padre. La lode integra le altre forme di preghiera e le porta verso colui che ne è la sorgente e il termine: ―un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui‖ (1 Cor 8,6)». 45 amarti? …fino a darti tutto di Me!». È nell‘Eucaristia che ciascuno ascolta Gesù parlare nella sua lingua madre. È nell‘Eucaristia che si viene coinvolti nella ―nuova‖ Passione di Gesù di donarsi a tutti: «Questo è il mio sangue versato per voi e per tutti.» Colpisce come le suore di Madre Teresa di Calcutta abbiano imparato da lei che, per fare delle opere di carità così straordinarie, è necessario sostare in adorazione ogni mattina per due ore davanti all‘Eucaristia. Madre Teresa a proposito della preghiera di adorazione diceva: «Senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri! Io sono soltanto una povera donna che prega. Pregando, Dio mi mette il suo amore nel cuore e così posso amare i poveri. Pregando!»38 Evangelizzare è un‘azione troppo ―straordinaria‖ per poterla fare senza l‘Eucaristia! Non si può ―dare‖ Dio agli altri se non si viene sopraffatti dallo stupore che il Figlio di Dio, senza chiederci nulla, ha dato il proprio corpo pur di stare con noi. Non possiamo accostarci ad un fratello per evangelizzarlo senza aver capito dall‘Eucaristia fino a che punto il Signore è disposto ad ―abbassarsi‖ pur di stare con lui. Nel precedente capitolo vi abbiamo parlato della ―lista del cuore‖, dell‘esercizio cioè di compilare l‘elenco delle persone che compongono il vostro ambiente di vita. Vi avevamo consigliato di pregare con questa lista tra le mani di fronte a Gesù Eucaristia. Nessuno meglio di Lui, infatti, può suggerire la reale situazione spirituale di queste persone. Stando di fronte a Lui diventa chiarissimo chi sono coloro che Egli desidera siano avvicinati a nome suo. Rimanendo sempre più spesso accanto a Lui riceverete le quotidiane indicazioni utili per manifestare a questi fratelli il suo amore. È proprio vero: se noi consegniamo a Gesù Eucaristia la nostra lista ―del‖ cuore, Egli ce la restituisce ―nel‖ cuore, anzi ce la restituisce ―con‖ il Suo cuore. Davanti all‘Eucaristia inevitabilmente noi modifichiamo il nostro atteggiamento nel pregare perché scopriamo che la nostra preghiera non è per noi, ma per gli altri. Saranno gli altri a pregare per noi e per le nostre esigenze, come in una famiglia calorosa dove ognuno si preoccupa e si prende cura dell‘altro familiare. La nostra preghiera, dunque, deve essere come quella di Gesù: rivolta, nella forza dello Spirito, al Padre affinché le situazioni di vita di tutti vengano raggiunte e trasformate dall‘infinito amore di Dio. Diventa perciò naturale pregare tutti i giorni per le persone della lista che il Signore ci ha chiesto di evangelizzare. Preghiamo per le loro necessità, perché si aprano a Dio, per ―convertirci‖ noi a loro, per ricevere luce nuova nei problemi, per aiutarli, per farci loro prossimo, per capire qual è la loro ferita e lenirla, per imparare a servirli, per prepararci a donare loro la nostra testimonianza. Quando si sperimenta che la preghiera che Gesù Eucaristia ci ha insegnato è per gli altri, non si corre il rischio di arrivare ad un certo punto a rammaricarsi per aver pregato troppo. Al contrario: «sto pregando troppo poco per queste persone». 38 A. COMASTRI, Io la ricordo così…, http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01091997_p18_it.html [accesso: 19/02/2009]. 46 Laboratorio personale e di coppia (1): la preghiera Leggi e medita il brano della Sacra Scrittura: Luca 11,5-13 Ti sei mai chiesto: 1. Perché devo pregare per questo problema che mi sembra senza soluzione? 2. Perché il Signore dovrebbe esaudire proprio me che non sono un santo? Leggi e medita i brani della Sacra Scrittura: Vangelo di Luca 11,1-14 e 1 Giovanni 5,14-15 Ti sei mai chiesto: 3. Quando avrò deciso di pregare, come devo pregare? 47 Laboratorio personale e di coppia (2): lo Spirito Santo opera in noi Scrivi una preghiera di risonanza per ciascuna di queste citazioni bibliche PARLA: “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2,7). SOCCORRE la nostra debolezza: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare” (Rm 8,26). CONSOLA i credenti: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce, Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi” (Gv 14,16-18). INTERCEDE per noi: “Lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Rm 26,27). ATTESTA CHE SIAMO FIGLI DI DIO: 48 “Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”: Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Rm 14,17). INSEGNA: “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (Gv 14,26). TESTIMONIA il Signore: “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza” (Gv 15,16). GUIDA: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma vi dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (il nuovo ordine di cose, derivato dalla morte e risurrezione del Cristo) (Gv 16,13). 49 CHIAMA: “Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: “Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati” (At 13,2). DA’ COMANDI SPECIFICI: “Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così attraversata la Misia, discesero a Troade: Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: “Passa in Macedonia e aiutaci!”. Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di patire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore” (At 16,6-7). 50 Laboratorio personale e di coppia (3): l’adorazione personale Se vuoi pregare bene durante l‘adorazione personale, prova a seguire questi suggerimenti39: Dedica un tempo ben preciso alla tua preghiera: all'inizio, è utile almeno mezz'ora. Scegli bene il luogo della preghiera: è necessario che sia silenzioso e raccolto. Se puoi, metti davanti a te un Crocifisso o un'immagine sacra. Se ti è possibile, fa' la tua preghiera davanti all'Eucaristia. Mettiti in ginocchio: con le spalle erette, le braccia rilassate; se impari a far pregare anche il corpo, la tua preghiera sarà più attenta. Incomincia col segno di croce fatto bene: toccando la fronte consacra al Padre i tuoi pensieri; toccando il petto consacra a Cristo il tuo cuore, la tua capacità di amare; toccando le spalle consacra allo Spirito le tue azioni, la tua volontà. Dividi la preghiera in tre spazi esatti: più organizzi la tua preghiera più la rendi facile. Il primo spazio dedicalo allo Spirito Santo, è lui il maestro della preghiera; concentrati sulla presenza dello Spirito Santo in te. Dice Paolo: “Siete tempio di Dio, e lo Spirito di Dio abita in voi” (1 Cor 3,16). Prova a dialogare con lui, prova a esprimergli un problema difficile che hai tra le mani. Invocalo con fede: ― Vieni, Spirito Creatore!”. Il secondo spazio dedicalo a Gesù. Fa' preghiera di ascolto, prendi tra le mani i brani di Parola di Dio che ti sono stati presentati nella riflessione e prova a leggere come se Gesù ti parlasse personalmente. Esperimenta anche l'ascolto della tua coscienza. Interrogati: “Signore, che cosa vuoi da me?”. “Signore, che cosa disapprovi in me?”. Il terzo spazio dedicalo al Padre. Ama! Sta' in silenzio davanti a Lui, sei immerso in Lui: “In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17,28). Ama! Aiuta il tuo silenzio, se è necessario, dicendo: “Padre mio, mio tutto”. Prendi qualche decisione pratica e offrila come un tuo atto concreto di amore. Non terminare la preghiera senza qualche decisione pratica da attuare al più presto: abituati ad amare con i fatti; la preghiera deve portarti all'azione. Concludi con un pensiero a Maria SS.ma, implora con un'Ave Maria la grazia di imparare a pregare e il dono di gustare la preghiera e di essere costante. 39 Tratto da A. GASPARINO, Maestro insegnaci a pregare, LDC, Leumann (TO) 1993, 259-260. 51 Laboratorio personale e di coppia (4): prega lo Spirito Santo a) Vieni, o Spirito Creatore Testo latino Traduzione letterale Versione metrica moderna40 Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita, imple superna gratia quae tu creasti pectora.. Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi di grazia celeste i cuori che hai creato. O Spirito che susciti il creato, pervadi i tuoi fedeli nel profondo, riversa la pienezza della grazia nei cuori che creasti per te solo. Qui Paracletus diceris, donum Dei altissimi, fons vivus, ignis,caritas et spiritalis unctio. Tu che sei chiamato Paraclito, altissimo dono di Dio, acqua viva, fuoco, amore e unzione spirituale. Tu sei il Consolatore e l‘Avvocato, dal Padre altissimo donato ai figli, sorgente viva, carità che infiamma, unzione che santifica e risana. Tu septiformis munere, dexterae Dei tu digitus, tu rite promissum Patris sermone ditans guttura. Datore dei sette doni, dito della destra di Dio, solenne promessa del Padre, tu poni sulle labbra la parola. Concedi a chi ti invoca i sette doni, tu, dito della destra del Signore, che adempi le promesse dei profeti dotando il labbro di parola nuova. Accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus, infirma nostri corporis virtute firmans perpeti. Accendi la tua luce nella mente, infondi nel cuore l‘amore, ciò che nel nostro corpo è infermo risanalo con l‘eterna tua potenza. Illumina, vivifica le menti, nei cuori infondi volontà d‘amare, fortifica le stanche nostre membra con la fedele, dolce tua potenza. Hostem repellas longius Pacemque dones protinus, ductore sic te praevio vitemus omne noxium. Via da noi respingi il nemico, presto a noi dona la pace. Con te che ci fai da guida, eviteremo ogni male. Disperdi in fuga l‘avversario antico, accorda presto pace con letizia, così, da te guidati a vera vita, eviteremo il fascino del male. Per te sciamus da Patrem, noscamus atque Filium, te utriusque Spiritum credamus omni tempore. Amen. Fa‘ che per mezzo tuo scopriamo il Padre, e conosciamo parimenti il Figlio e in te, comune Spirito di entrambi, fa‘ che crediamo tutti eternamente. Amen. Fa‘ che riconosciamo il Padre buono nel volto del suo Figlio fatto carne e a te, che unisci entrambi nell‘amore, porgiamo ascolto e lode in ogni tempo. Amen 40 Questa versione è di Oscar Chiodini (tratto da R. CANTALAMESSA, Il canto dello Spirito. Meditazioni sul Veni creator, Ed. Ancora, Milano 1998, 10). 52 b) per invocare lo Spirito Santo L‘opera dello Spirito Santo nell‘universo, nella Chiesa, in noi e nella nostra relazione con la SS.ma Trinità Vieni, o Spirito lo Spirito Santo è mistero di forza e di tenerezza; Creatore, lo Spirito Santo trasforma il caos in cosmo; riempi di grazia celeste i cuori che hai creato lo Spirito Santo rinnova ai nostri giorni i prodigi della prima Pentecoste; Tu che sei chiamato Paraclito lo Spirito Santo ci insegna a farci paracliti; altissimo dono di Dio lo Spirito Santo ci insegna a fare della nostra vita un dono; acqua viva lo Spirito Santo ci comunica la vita divina; fuoco lo Spirito Santo ci libera dal peccato e dalla tiepidezza; amore lo Spirito Santo ci fa fare l‘esperienza dell‘Amore di Dio; unzione spirituale lo Spirito Santo ci comunica la fragranza della santità; Multiforme nei tuoi doni lo Spirito Santo adorna la Chiesa di una moltitudine di carismi; dito della destra di Dio lo Spirito Santo ci trasmette la potenza di Dio; solenne promessa del Padre lo Spirito Santo alimenta in noi la speranza; Tu poni sulle labbra la parola lo Spirito Santo dà forza al nostro annuncio; Accendi la tua luce nella mente; lo Spirito Santo ci guida alla piena verità; infondi nel cuore l’amore; lo Spirito Santo ci fa passare dall‘amore di noi stessi all‘amore di Dio; rafforza con la tua eterna potenza ciò che nel nostro corpo è infermo lo Spirito Santo prepara la redenzione del nostro corpo; Via da noi respingi il nemico; lo Spirito Santo ci assicura la vittoria sul maligno; donaci presto la pace, lo Spirito Santo ci dona la grande pace di Dio; con te che ci fai da guida eviteremo ogni male lo Spirito Santo ci guida nel discernimento spirituale; Fa’ che per mezzo tuo scopriamo il Padre; lo Spirito Santo ci infonde il sentimento della figliolanza divina; dacci di conoscere anche il Figlio lo Spirito Santo ci insegna a proclamare Gesù ―Signore‖; in te, che sei lo Spirito di entrambi, fa’ che crediamo eternamente lo Spirito Santo ci illumina sul mistero della sua Persona. 53 c) Sequenza allo Spirito Santo Vieni Spirito Santo, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. Vieni Padre dei poveri, vieni datore dei doni, vieni luce dei cuori. Consolatore perfetto, ospite dolce dell‘anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto. O luce beatissima invadi nell‘intimo i cuori dei tuoi fedeli. Senza la tua forza nulla è nell‘uomo, nulla è senza colpa. Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano i sette santi doni. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna. Amen. 54 d) Per amare e desiderare lo Spirito Santo “Il vero fine della vita cristiana è l’acquisizione dello Spirito Santo” San Serafino di Sarov (1759-1833) è il santo più amato e più venerato dal popolo russo. È stato definito il cuore fiammeggiante, l‘ideale della santità russa, ma anche una delle figure più luminose in tutta la storia del cristianesimo41. Egli afferma chei «il vero fine della vita cristiana è l’acquisizione dello Spirito Santo di Dio». Ecco come ce lo racconta un suo diletto discepolo: Motovilov, nel famoso colloquio nel quale narra la straordinaria esperienza della preghiera nello Spirito Santo. Qui ovviamente è sintetizzata, ma varrebbe la pena leggerla per intero! «Era un giovedì. Il cielo era grigio; la terra era coperta di neve e grossi fiocchi continuavano a svolazzare quando Padre Serafino iniziò la conversazione in una radura vicina al suo ―Piccolo Eremo‖, di fronte al fiume Sarovka che scorre ai piedi della collina. Mi fece sedere sul tronco di un albero che aveva appena abbattuto e si accovacciò di fronte a me. ―Il Signore mi ha rivelato – esordì il grande staretz, - che fin dall‘infanzia desideri conoscere qual è il fine della vita cristiana e che diverse volte hai interrogato a questo proposito anche persone altolocate nella gerarchia della Chiesa‖. Devo dire che questa idea mi assillava dall‘età di dodici anni e che avevo davvero posto la domanda a numerose personalità ecclesiastiche senza mai ottenere una risposta soddisfacente. Lo staretz ignorava questo. ―Ma nessuno – continuò padre Serafino – ti hai mai detto nulla di preciso. Ti consigliavano di andare in chiesa, di pregare, di vivere secondo i comandamenti di Dio, di fare il bene, perché questo dicevano essere il fine della vita cristiana. Alcuni disapprovavano addirittura la tua curiosità, trovandola fuori luogo ed empia; ma avevano torto. Quanto a me, povero Serafino, ti spiegherò adesso in cosa consista realmente questo fine. La preghiera, il digiuno, le veglie e le altre pratiche cristiane, per quanto buone possano sembrare di per se stesse, non costituiscono il fine della vita cristiana, anche se aiutano a pervenirvi. Il vero fine della vita cristiana è l‘acquisizione dello Spirito Santo di Dio! Quanto alla preghiera, il digiuno, le veglie, l‘elemosina e ogni altra buona azione fatta in nome di Cristo, sono solo dei mezzi per acquisire lo Spirito Santo. Tieni presente che unicamente una buona azione fatta in nome di Cristo ci procura i frutti dello Spirito. Il bene compiuto nel nome di Gesù non solo procura una corona di gloria nel mondo futuro, ma fin da quaggiù riempie l‘uomo della grazia dello Spirito Santo, come leggiamo nel Vangelo: ―Dio dà lo Spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa‖ (Gv 3,34-35). Nella parabola delle dieci vergini, l‘olio che è venuto a mancare a cinque di esse è il simbolo dello Spirito Santo. Sono chiamate perciò ―stolte‖, perché non si preoccupavano del frutto indispensabile della virtù che è la grazia dello Spirito Santo, senza la quale nessuno può essere salvato. 41 San Serafino di Sarov nacque a Kursk il 19 luglio 1759 nella famiglia del mercante Isidoro Mochnin, che morì solo dopo tre anni. La madre Agata si prese cura dei due figli rimasti con una grande sollecitudine. Quando Serafino aveva dieci anni, un uomo di Dio le disse: ―Beata te, vedova, che hai un figlio destinato a diventare un potente intercessore presso la Santissima Trinità, un uomo di preghiera per il mondo intero!‖. Serafino conserverà fino alla morte la croce ottagonale di rame con la quale sua madre lo benedì, quando all‘età di 19 anni partì per il deserto di Sarov per diventare monaco. I primi sedici anni li trascorse in monastero. A trentacinque anni andò nella foresta per altri sedici anni e poi scelse di vivere recluso nella propria cella monastica ancora per altri sedici anni. Aveva sessantasei anni quando iniziò il suo ministero, che durò soltanto otto anni. Ma la sua lunghissima preparazione nella solitudine, nella preghiera incessante, nella lettura settimanale di tutto il nuovo Testamento, nel digiuno più rigoroso e nella penitenza lo resero veramente un ―portatore dello Spirito Santo‖. ―Viene talmente tanta gente a vedere Padre Serafino, diceva il superiore, che non riusciamo a chiudere le porte del monastero prima di mezzanotte‖. Egli smise effettivamente di appartenere a se stesso: ormai apparteneva alle folle. Bastava che dicesse: ―Gioia mia, Cristo è risorto‖, per convertire i cuori! Morì inginocchiato davanti all‘icona della Santa Madre di Dio, la ―Gioia di tutte le gioie‖, come amava chiamarla. In vita e soprattutto dopo la morte sono innumerevoli i miracoli e le guarigioni ottenuti per la sua intercessione. 55 Antonio il Grande scriveva ai suoi monaci che la volontà di Dio è perfetta, dona la salvezza e agisce sugli uomini insegnando loro a fare il bene unicamente con il solo scopo di acquisire lo Spirito Santo, il tesoro eterno, inesauribile, che nulla al mondo è degno di eguagliare. Oh, come vorrei, amico di Dio, che in questa vita tu fossi sempre ripieno di Spirito Santo! Come vorrei, amico di Dio, che tu trovassi questa sorgente inesauribile di grazia e che ti domandassi incessantemente: “Lo Spirito Santo è con me?”. Più di ogni altra cosa la preghiera ci dona la grazia dello Spirito Santo, perché la preghiera è sempre a nostra disposizione e tutti hanno sempre la possibilità di pregare: il ricco come il povero, il nobile come la persona qualsiasi, il forte come il debole, il sano come il malato, il virtuoso come il peccatore‖. ―Come faccio allora a riconoscere in me la presenza della grazia dello Spirito Santo?‖. Allora Padre Serafino mi prese per le spalle e mi disse: ―Siamo entrambi nella pienezza dello Spirito Santo. Perché non mi guardi?‖ ―Non posso, Padre. Dei lampi brillano nei suoi occhi, il suo volto è diventato più luminoso del sole‖42. ―Non aver paura, amico di Dio; anche tu sei diventato luminoso come me. Anche tu adesso sei nella pienezza dello Spirito Santo, altrimenti non avresti potuto vedermi. Ringrazia il Signore che ci ha accordato questa grazia indicibile‖. Una luce sfolgorante che si diffondeva all‘intorno, a diversi metri di distanza, rischiarando la neve che copriva il prato e che continuava a cadere su di me e sullo starez. Come descrivere quello che provavo in quel momento? - La mia anima era colma di un silenzio e di una pace inesprimibili. ―Amico di Dio, è quella pace di cui il Signore parlava quando diceva ai suoi discepoli: ―Vi do la mia pace, non come la dà il mondo. Io stesso ve la dò‖ (Gv 14,27). Cosa provi, amico di Dio?‖ - Una dolcezza straordinaria. ―È la dolcezza di cui parla la Scrittura: ―Si saziano dell‘abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie‖ (Sal 36,9). Cosa provi ancora?‖ - Una gioia straordinaria in tutto il cuore. ―Lo Spirito Santo ricrea nella gioia tutto ciò che sfiora. È la gioia di cui parla il Signore nel Vangelo: ―La donna, quando partorisce è afflitta perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell‘afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi ora siete nella tristezza; ma quando verrò a visitarvi, i vostri cuori saranno nella gioia e nessuno ve la potrà togliere‖ (Gv 16,21-22). Tu hai già pianto a sufficienza nella tua vita e vedi che consolazione ti dà il Signore nella gioia, fin da quaggiù. Spetta a noi ora, amico di Dio, darci da fare con tutte le nostre forze per ascendere di gloria in gloria fino a ―costituire l‘uomo perfetto‖ che realizza la pienezza di Cristo‖ (Ef 4,13). ―Quelli che sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi‖ (Is 40,31). ―Cammineranno di vetta in vetta e Dio apparirà in Sion‖ (Sal 84,8). Allora la nostra gioia attuale, piccola e breve, si manifesterà in tutta la sua pienezza e nessuno potrà rapircela, ricolmi come saremo di indicibili desideri celesti. Cosa provi ancora, amico di Dio?‖ - Un calore straordinario e un soave profumo. Padre Serafino sorrise: ―Lo so, amico di Dio… nessun profumo sulla terra è paragonabile a quello che stiamo respirando adesso: è il soave profumo dello Spirito Santo. Hai appena detto che fa caldo. Ma guarda, la neve che ci copre non si scioglie e nemmeno quella che calpestiamo. Il calore non è quindi nell‘aria, bensì in noi. Il Signore ha detto: ―Il Regno dei cieli è dentro di voi‖ (Lc 17,21). Per Regno dei cieli, Gesù intende la grazia dello Spirito Santo. Questo Regno di Dio adesso è in noi; lo Spirito Santo ci illumina e ci riscalda. Riempie l‘aria di deliziosi profumi, rallegra i nostri sensi e nutre i nostri cuori con una gioia indicibile…. 42 Molti santi orientali hanno partecipato al mistero della trasfigurazione di Cristo, il loro volto e il loro corpo fu avvolto o illuminato dalla Luce divina, come il volto e il corpo di Cristo sul monte Tabor. Un esempio particolarmente sorprendente di questa trasfigurazione del corpo fu san Serafino di Sarov (cf. CARITONE DI VALAMO, L’arte della preghiera, Gribaudi, Torino 1980, 76, nota 10). 56 Ecco, amico di Dio, quale gioia incomparabile il Signore si è degnato di accordarci. Ecco cosa significa “essere nella pienezza dello Spirito Santo”. Credo che Dio ti aiuterà a conservare per sempre il ricordo di queste cose. Altrimenti non si sarebbe lasciato commuovere così velocemente dall‘umile preghiera del miserabile Serafino. Tanto più che non è stato concesso soltanto a te di vedere la manifestazione di questa grazia, ma anche attraverso di te, al mondo intero. Quanto alle nostre condizioni diverse di monaco e di laico, non preoccuparti. Dio cerca anzitutto un cuore pieno di fede in lui e nel suo Figlio unigenito, ed è in risposta a questa fede che manda dall‘alto la grazia dello Spirito Santo. Il Signore cerca un cuore ricolmo d‘amore per lui e per il prossimo: è questo il trono sul quale ama sedersi e manifestarsi nella pienezza della sua gloria. ―Figlio, prestami il tuo cuore e il resto te lo darò in sovrappiù‖(Prov 23,26). Il cuore dell‘uomo è capace di contenere il Regno dei cieli. ―Cercate anzitutto il Regno dei cieli e la sua giustizia, dice il Signore ai suoi discepoli, e il resto vi verrà dato in sovrappiù, perché Dio vostro Padre sa ciò di cui avete bisogno‖ (Mt 6,33)43. 43 I. GORAINOFF, Serafino di Sarov. Vita, colloquio con Motovilov, scritti spirituali, Gribaudi, Milano 1981. 57 CAPITOLO IV LA FAMIGLIA EVANGELIZZA CON LA FORZA DELLO SPIRITO SANTO Nel precedente capitolo abbiamo visto che una coppia di sposi (ma ciò vale ovviamente anche per i singoli) può conquistare alla fede le persone che appartengono al proprio ambiente di vita (parenti, amici, colleghi, vicini) solo se piega le ginocchia e prega con perseveranza per queste persone. Obbedire al comando del Signore Gesù di ―gettare la rete‖ per pescare i fratelli e portarli nella Chiesa vuol dire innanzitutto pregare. Non è una cosa impossibile pregare sempre! Quando si desidera pregare senza interruzione si prega già di fatto incessantemente anche se non si è sempre in atteggiamento di preghiera. Affinché questo desiderio però sia sincero è necessario incarnarlo in tempi concreti di preghiera. Per fare un paragone, un genitore ha sempre nel cuore i figli anche quando è al lavoro o lontano da casa, e certamente non si dimentica di offrire loro una sua concreta assistenza e presenza giornaliera. Il cristiano non può fare a meno di pregare ogni giorno almeno per una ventina di minuti per le persone del proprio ambiente di vita se desidera che incontrino la grazia del Signore. Pregare è ―l‘azione‖ principale della vita cristiana perché tutto (dall‘evangelizzazione alle opere di carità) ne dipende. Proviamo a chiederci perché la preghiera ―funziona‖ sempre. E chi l‘ha sperimentato può attestarlo! La preghiera è paragonabile ad uno scavo interiore che viene immediatamente ―riempito‖ da Dio; come tutto ciò accade concretamente? È una sorta di automatismo? Oppure è solo suggestione inconscia? La domanda più corretta forse da fare è questa: quando rivolgiamo la nostra preghiera di lode e ringraziamento o invochiamo l‘azione di Dio a favore degli altri, chi è che ci viene donato come risposta? Proviamo ad osservare da vicino l‘esempio della prima comunità cristiana. Nei primi capitoli del libro degli Atti degli apostoli troviamo la comunità perseverante nella preghiera nel cenacolo con Maria (cf. At 1, 14). Cosa mancava loro perché cominciassero ad agire? La loro è una comunità composta da persone che si conoscono molto bene e che hanno fatto un cammino insieme seguendo Gesù che li ha scelti personalmente. Sono stati testimoni della sua preghiera, della sua predicazione e dei miracoli che ha compiuti per il popolo, facendo del bene (cf. At 2,22). Sono soprattutto stati testimoni della sua risurrezione. Hanno avuto in assoluto dal miglior Maestro la più esemplare scuola di evangelizzazione che possa esserci al mondo. Perché allora rimanevano nel chiuso del cenacolo? Gesù ha impiegato anni per far nascere questa comunità di fede pronta all‘azione. Li ha formati alla preghiera (cf. Lc 11,1), alla rinuncia del proprio modo di vedere. Spesso li ha richiamati all‘ordine (cf. Lc 9,55) ed ha insistito sulla conversione dei loro giudizi dato che le loro vie non erano quelle di Dio, ma degli uomini (cf. Mc 8,33). Li ha preparati insegnando loro la correzione fraterna (cf. Lc 17,3-4) e preannunciando persecuzioni e tribolazioni (cf. Mc 13, 5-13) con la certezza che qualcuno li avrebbe difesi di fronte ai loro persecutori nei tribunali. Dopo la sua morte e risurrezione circa centoventi persone (cf. At 1,15) sono in clima eucaristico (di rendimento di grazie) e di preghiera perseverante che coinvolge tutta la comunità; perché non si sono messi subito in azione? Se la comunità è riunita in preghiera è perché Gesù stesso aveva chiesto di attendere che si realizzasse la promessa del Padre: lo Spirito Santo. Nonostante la preparazione che Gesù stesso aveva dato, ciò che avrebbe fatto la differenza tra il prima e il dopo è lo Spirito Santo. Gesù tante volte aveva parlato loro di aspettare la Promessa del Padre (cf. At 1, 4; Lc 24, 49) rassicurandoli addirittura che: «È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò» (Gv 16, 7). Ciò evidenzia che la ―novità‖ che Lui aveva portato non si sarebbe trasmessa senza lo Spirito Santo. La comunità riunita nel cenacolo è consapevole di quanto importante sia questo, perciò ha un unico obiettivo: pregare intensamente affinché il Padre conceda ciò che ha promesso. 58 Essi sanno dal Signore Gesù che solo attraverso la preghiera potranno ottenere in pienezza lo Spirito che ancora non conoscono. Sanno che il Padre Lo vuole loro regalare in abbondanza, ma che se non Lo chiedono con perseveranza non può donarglieLo. Non possiedono tutta la fede, alcuni di loro dubitano ancora, ma continuano a lodare e ringraziare il Dio di Gesù Cristo che lo ha liberato dalla morte e che nella sua bontà raggiunge tutti in qualsiasi situazione, anche nel peccato. Aspettano Qualcuno dall‘esterno (dall‘alto) che giunga in mezzo a loro. Egli viene dal Padre per mezzo del Figlio per rendere attuale in ogni istante la presenza del Signore Gesù nella comunità. Il loro centro di interesse non è all‘interno del gruppo, bensì al di fuori. Invocavano perciò il Consolatore, come aveva loro insegnato Gesù, per realizzare la missione che avevano ricevuto: predicare la conversione, annunciare la presenza del Regno di Dio nel mondo. 1. Quel giorno di Pentecoste Tutti sappiamo che il Padre ha mantenuto la promessa: l‘effusione dello Spirito Santo avvenne nei loro cuori il giorno di Pentecoste (cf. At 2,1-13). I simboli utilizzati per indicare la venuta dello Spirito (tuono, vento, fuoco) indicano che questa esperienza tanto fu potentemente straordinaria quanto indescrivibile. Per tentare di capire almeno in parte che cosa avvenne quel giorno proviamo ad osservare da vicino uno dei protagonisti: Simone, la Pietra su cui Cristo ha poggiato la Chiesa. Egli è stato chiamato ad essere il primo timoniere di questa barca che raccoglierà sino alla fine dei tempi tutti quelli che, grazie al dono ricevuto dello Spirito, cominceranno a vivere già qui sulla terra l‘anticipo della festa di Nozze con Cristo. Guardando all‘apostolo Pietro, durante la vita terrena di Gesù, prima che egli ricevesse l‘effusione dello Spirito, troviamo una lunga serie di inettitudini: comprende poco («Lungi da me, satana!» Mc 8,33, letteralmente «Sta dietro di me, satana») e quando comprende, il Signore Gesù precisa che la sua intuizione viene dal Padre (cf. Mt 16,17); ardimentoso a parole «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte» (Lc 22,33), ma fiacco nei fatti (si addormenta invece di vegliare in preghiera); violento (alla cattura di Gesù al Getsemani); pauroso e vacillante davanti alla serva che lo accusava ecc. Subito dopo la Pentecoste, Pietro mostra caratteristiche opposte: sicuro e senza alcun timore; parla di fronte a tutti con parole semplici che però trafiggono il cuore (cf. At 2,37; At 3, 12-26); prende l‘incredibile iniziativa di ordinare, nel nome di Gesù, ad uno storpio di camminare (At 3,110); risponde con fermezza e franchezza ai sinedriti che lo avevano fatto arrestare (At 4, 1-22). Dalla Pentecoste fino al termine dei suoi giorni, egli sarà il timoniere che Gesù voleva per la sua barca. Che cosa era avvenuto in Pietro e in tutti gli altri discepoli? Cosa ha fatto la differenza tra il prima e il dopo? Dentro i loro cuori era accaduto l‘incredibile: la vita divina aveva preso realmente dimora in loro. Uno sposalizio divino-umano era stato realizzato: Dio era in loro e loro erano in Dio. Una nuova vita, uomini nuovi, dunque, perché la Novità perennemente presente in Dio aveva operato l‘impossibile (ma «nulla è impossibile a Dio» Lc 1,37): il congiungimento tra la vita umana biologica e materiale e la Vita nello Spirito. Ora nei loro corpi di carne indissolubilmente unito ad essi abitava lo Spirito Santo. La stessa Gioia che è in Dio era stata riversata in loro perché la Gioia in Dio è l‘effetto della presenza dello Spirito Santo: «con la gioia dello Spirito Santo» (1Tes 1,6); «pieni di gioia e di Spirito Santo» (At 13,52). Se la gioia è il primo frutto dello Spirito (Gal 5,22) è perché lo Spirito è la Gioia in sé. Se Cristo è colmo di gioia è perché è colmo dello Spirito nel quale Egli vive una intimità col Padre che sempre Lo ascolta. Se il Cristo esulta nello Spirito è perché lo Spirito è la sua gioia: «la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11), «perchè abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia» (Gv 17,13). La gioia che promette Cristo è ―piena‖ perché coincide con lo Spirito. Ed è per questo che nessuno la può strappare (cf. Gv 16,23). 59 Nei discepoli di Gesù, che avevano pregato intensamente la venuta del Consolatore, una immensa ed incontenibile gioia aveva preso possesso dei loro cuori, annientando fulmineamente qualsiasi timore e paura. Gli altri ascoltavano la gioia nelle loro parole e tutti ne capivano il linguaggio (cf. At 2,5-11) anche se non comprendevano da dove provenisse: erano forse ubriachi? (cf. At 2,12-13) Da quel momento, nessuna tribolazione impedisce più ai discepoli di godere questa gioia perché non è da loro, ma dall‘alto. Dona loro il coraggio di parlare esplicitamente con una forza capace di convertire. 2. La forza e la novità dello Spirito Santo L‘aver sperimentato l‘effusione nei cuori dello Spirito «che dà vita in Cristo Gesù» (Rm 8,2) ha ricolmato gli apostoli innanzitutto di gioia «che nessuno potrà togliere» (Gv 16,23), di amore «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5) e infine di coraggio (parresia nel testo greco). Essi divennero consapevoli che se la loro afflizione si era radicalmente trasformata in una gioia grandissima, se le loro divisioni e diffidenze erano state capovolte in un amore reciproco e in una unità straordinaria tra tutti, se la loro enorme paura era scomparsa per lasciar spazio ad un coraggio che permette di parlare con franchezza, era perché avevano ricevuto il Dono più prezioso che Dio possa offrire agli uomini. Capirono solo allora perché era così importante che Gesù sparisse alla loro vista ascendendo al cielo: senza il Dono che è lo Spirito non avrebbero ricevuto l‘effetto in loro della sua morte e risurrezione; non sarebbero divenuti la comunità che avrebbe custodito fino alla fine dei tempi la sua presenza reale per renderla accessibile a tutti gli uomini. Da quel giorno per i discepoli lo Spirito Santo divenne il compimento delle promesse di Dio ed il protagonista della loro vita donata al Signore Gesù. Fin dalla prima difficoltà (l‘arresto di Pietro e Giovanni, cf. At 4, 1-3, e l‘intimazione a non parlare più di Gesù, cf. At 4,18) la loro reazione sarà sempre quella di rivolgersi al Signore affinché effonda lo Spirito: «″Ed ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua parola. Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù.” Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono pieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza.» (At 4,29-31) Quando nuovi fratelli si facevano battezzare, subito imponevano loro le mani affinché ricevessero il Dono di Dio: «Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni. Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.» (At 8, 14-17) «Mentre Apollo era a Corinto, Paolo, attraversate le regioni dell’altopiano, giunse a Efeso. Qui trovò alcuni discepoli e disse loro: “Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?”. Gli risposero: “Non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo”. Ed egli disse: “Quale battesimo avete ricevuto?”. “Il battesimo di Giovanni”, risposero. Disse allora Paolo: “Giovanni ha amministrato un battesimo di penitenza, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù”. Dopo aver udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù e non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, scese su di loro lo Spirito Santo e parlavano in lingue e profetavano.» (At 19, 1-6) Invocavano lo Spirito ogniqualvolta dovevano prendere delle decisioni «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di…» (At 15,28). Consideravano ogni ministero che veniva svolto nella comunità quale emanazione dello Spirito: «vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come 60 vescovi» (At 20,28); «lo Spirito Santo disse: “Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati.” Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani» (At 13, 2-3). Era talmente evidente l‘effetto dell‘effusione dello Spirito che addirittura il mago Simone pensava di poterlo comprare: «Simone, vedendo che lo Spirito veniva conferito con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro dicendo: “Date anche a me questo potere perché a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo”. Ma Pietro gli rispose: “Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare di acquistare con denaro il dono di Dio.”» (At 8, 18-20) 3. Lo Spirito di Dio riempie l’universo (Sap 1,7) Da quel primo giorno di Pentecoste, l‘effusione dello Spirito sulla Chiesa non si è più interrotta. Dai primi cristiani fino ai nostri giorni per tutti è possibile vivere l‘esperienza della Pentecoste. Essa non è un evento del passato, bensì attuale, ogni volta che ci apriamo alla sua azione e soprattutto quando, ricevendo i sacramenti, aderiamo attraverso la fede e la preghiera al Cristo risorto. Lo Spirito dona fin dalla creazione del mondo se stesso a tutti agli uomini (Gen 1,2), ma dal giorno di Pentecoste Egli ci offre la stessa potenza d‘amore con cui Cristo ha sconfitto il peccato e la morte. Nei sacramenti ci è donato di riattualizzare l‘evento della Pentecoste, di fare cioè l‘esperienza della potenza di Dio (nella Sacra Scrittura la ―potenza di Dio‖ indica sempre lo Spirito Santo) che ha risuscitato il Signore Gesù dai morti: «con lui infatti siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti» (Col 2,12). Lo Spirito ci permette di vivere l‘esperienza ―spirituale‖ di Cristo vivente in noi. Gli stessi apostoli, anche se era apparso loro dopo la risurrezione dai morti, non avevano nel cuore la forza vitale di Cristo che è lo Spirito. Per noi oggi è la stessa cosa perché anche se vedessimo, come gli apostoli, secondo la carne il Cristo risorto, dovremmo pur sempre invocare lo Spirito affinché il significato profondo dell‘evento pasquale diventi per noi vita. Lo Spirito Santo da duemila anni, per tutti quelli che glielo chiedono, si rende spazio adatto nel quale ognuno di noi può incontrare intimamente il Signore Gesù. È ciò che accade nei sacramenti a partire dall‘Eucaristia: la consacrazione del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo avviene per opera dello Spirito. Solo ―nello Spirito‖ possiamo riconoscere Gesù come il Signore della nostra vita: «nessuno può dire “Gesù è il Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo.» (1Cor 12,3). Allora ciò che è veramente indispensabile è essere aperti all‘azione dello Spirito e questo avviene non smettendo mai di invocare, nel nome di Gesù, il Padre affinché ce lo invii. Per invocare la discesa dello Spirito, non vi è solo la modalità della supplica anche se ci risulta la più diretta allo scopo. Abbiamo talmente sete di Dio che pensiamo solo all‘acqua viva che ci può ristorare, ma è bene ricordare che la Chiesa fin dall‘inizio ha invocato la venuta dello Spirito attraverso la spontanea e comunitaria intensificazione della preghiera di lode. Illuminante al riguardo la conclusione del vangelo di Luca: dato che Gesù prima di ascendere al cielo aveva promesso lo Spirito (cf. Lc 24,49) tutti discepoli si prepararono a riceverlo rimanendo sempre insieme a lodare Dio (cf. Lc 24, 53). Ci permettiamo di fare un‘annotazione: se lodare il Signore Gesù in cuor nostro o bisbigliando nei momenti in cui ci troviamo da soli è già una cosa molto efficace, in quanto il nostro animo si allarga ad accogliere lo Spirito, ancor più lo è dar lode e ringraziare il Signore rimanendo assieme nello stesso luogo come facevano le prime comunità cristiane! Ciò significa instaurare anche un concreto spazio umano dove crescono i vincoli tra fratelli e sorelle nella fede facilitando così l‘inabitazione di quello Spazio-Congiunzione per eccellenza che è lo Spirito. 61 Egli è lo Spazio-Congiunzione, l‘Ambiente-Amore in cui ogni legame a partire da quello del Padre con il Figlio si attua. Il Padre, infatti, nel momento stesso in cui ha voluto il Figlio distinto da sé ha voluto anche uno spazio reale per la presenza del Figlio. Nel generare il Figlio, il Padre, pone lo Spirito, dà cioè lo spazio, il grembo, il seno, l‘amore dal quale fare emergere il Figlio e nel quale, nello stesso tempo, il Figlio possa muoversi liberamente44. Lo Spazio-Amore tra il Padre e il Figlio, dunque, distingue senza distanziare, opera congiunzione senza portare alla confusione e senza fare sparire o sopprimere la distinzione. Non stupisce, perciò, che la tradizione della Chiesa descriva lo Spirito simultaneamente come seno e bacio, spazio e congiunzione, ambiente e legame, sigillo e manifestazione di un amore. Lo Spirito Santo è, infatti, possibilità ed attualità compiuta della relazione del Padre e del Figlio. È vento, fuoco, danza, ritmo, novità, perché non si sa da dove viene e dove va, è sempre il nuovo e non per una volontà forzata, ma perché è simultaneamente Spazio, nel quale il Padre ed il Figlio si amano, e la loro stessa Congiunzione. Quando si prega assieme lodando Dio, si fa appunto esperienza della novità dell‘amore. Di nuovo c‘è che dopo aver ringraziato il Signore si è creata un‘unità tra noi tanto misteriosa quanto al di là delle nostre possibilità. È un‘unità che ci viene donata dall‘alto. Veniamo inseriti nella ―loro‖ preghiera di lode e di intercessione reciproca. Partecipiamo di quella preghiera di lode che il Figlio, nello Spirito, fa al Padre: «In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto”»(Lc 10,21). Partecipiamo di quella preghiera di intercessione che il Figlio, nello Spirito, fa al Padre : «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,16). Solo lo Spirito consente agli uomini di chiamare il Dio di Gesù Cristo «Papà»: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre! ‖» (Rm 8,15); «E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!» (Gal 4,6) Partecipiamo di quella preghiera di lode che fa il Padre, nello Spirito, al Figlio: «Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto‖» (2Pt 1,17; cf. Mt 3,17; Mt 17,5; Mc 1,11; Lc 3,22). «Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Porrò il mio spirito sopra di lui e annunzierà la giustizia alle genti.» (Mt 12,18). Partecipiamo, infine, di quella preghiera di intercessione che fa lo Spirito al Padre. Lo Spirito viene chiamato, appunto, dalla Chiesa ―l‘altro Paraclito‖ e cioè Intercessore. Anche l‘Altro Intercessore, infatti, prega in noi il Padre di portare a compimento il suo progetto salvifico per tutta la creazione: «Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.» (Rm 8,22-23) 4. Lo Spirito si può solo sperimentare 44 Di questo stesso ―spazio-amore‖ il Figlio ne ha bisogno e ne può disporre. Ciò che, infatti, il Padre fa nei confronti del Figlio creandoGli lo Spazio (è cioè il dono al Figlio del suo stesso Spirito), questa stessa cosa fa il Figlio nei confronti del Padre. Inoltre il Figlio potrà disporre di questo spazio-amore e muoversi in esso che è poi lo Spirito medesimo del Padre. Quando il Padre ha messo tutto nelle mani del Figlio, Gli ha messo anche lo Spirito, spazio e vera Presenza che non fagocita e non si ripiega in sé, bensì che rimane disponibile al Figlio come lo è stato al Padre. Il Figlio sa, dunque, dal Padre come muoversi in questo spazio-amore e come disporne Lui stesso: disponendosi cioè nello Spirito verso il Padre e facendo spazio per la presenza del Padre. Così anche il Figlio pone lo spazio dello Spirito tra sé e il Padre. Anche il Figlio vuole lo spazio tra sé e il Padre che non sia distanziante ma ―distinguente‖ e che proprio tale spazio insaziato divenga ciò che lo congiunge e lo relaziona con il Padre. Cf. G. MAZZANTI, Teologia sponsale e sacramento delle nozze, EDB, 2001, 247-297. 62 Da venti secoli la Chiesa raduna i credenti per pregare insieme e lodare il Signore Gesù per tutto ciò che ha compiuto e sta compiendo in favore di tutti gli uomini. Fin dall‘inizio lo fa nelle assemblee eucaristiche, nei pellegrinaggi, negli esercizi spirituali, nelle processioni e, adesso, anche nei mega-raduni come la giornata mondiale della gioventù, ecc. L‘esperienza storica dimostra che lo Spirito scende copiosamente sulla Chiesa quando essa è radunata in preghiera. Se il nostro primo incontro con Cristo è avvenuto attraverso un processo di relazione personalizzata, ora va aggiunto che il mantenimento, anzi l‘accrescimento della vita nello Spirito avviene quando percorriamo il cammino vivendo la nostra fede in comunione con altri fratelli e sorelle. Intuiamo il significato dell‘espressione «extra ecclesiam nulla salus»: non come l‘affermazione di una esclusione dall‘amore di Dio per chi non è cristiano, bensì come la verità che per i discepoli di Gesù al di fuori della comunione con gli altri fratelli non è possibile continuare a ricevere il frutto della salvezza e cioè lo Spirito. Un piccolo riscontro di ciò lo abbiamo avuto anche nella parrocchia di Bovolone. Nell‘ottobre del 2004 nella mia parrocchia diedi inizio ad una scuola di evangelizzazione. Vi ero arrivato perché sentivo indispensabile una svolta nella vita della mia parrocchia, ma anche nella mia vita sacerdotale e personale. Da tanti anni sentivo l‘impellente chiamata a prodigarmi e collaborare con altri nella Chiesa affinché si realizzasse in pienezza il disegno di Dio sulla coppia e sulla famiglia. Ciò che riscontravo (soprattutto durante i setti anni alla direzione dell‘Ufficio Famiglia della CEI) era che il sacramento del matrimonio, pur essendo compreso da molti come strategico e fondamentale per il futuro dell‘evangelizzazione, non trovava però modalità efficaci per offrire a tutta la Chiesa ciò che nella sua natura teologica poteva dare. Appunto per tentare di trovare queste modalità è stato promosso nel settembre del 2002 dalla Commissione Episcopale per la Famiglia e dal Consiglio Permanente della CEI un laboratorio sperimentale denominato ―Progetto Parrocchia-Famiglia‖ che sono stato chiamato a coordinare e nel quale sono stato coinvolto come parroco di una delle 32 parrocchie del progetto. La caratteristica principale di questo progetto è innanzitutto la formazione congiunta dei parroci insieme alle coppie di sposi delle loro parrocchie. Molti e sorprendenti sono stati i risultati di questo cammino compiuto insieme da sacerdoti e sposi. Voglio però sottolineare ciò che è avvenuto quando si è trattato di concretizzare l‘intuizione che era venuta a me e agli sposi della mia parrocchia di dar vita ad una scuola di evangelizzazione, che abilitasse in particolar modo le coppie di sposi a far fruttificare il proprio sacramento, per svolgere un ruolo di responsabilità spirituale nei confronti di quelle persone del loro ambiente di vita lontane dalla fede. Una domenica mattina, dunque, dell‘ottobre 2004 si erano radunate nel teatro parrocchiale 220 persone per la prima ―lezione‖. Una premessa importantissima è che per prepararci a questa scuola otto mesi prima era iniziata in parrocchia l‘adorazione eucaristica permanente. Ogni giorno dalle ore 8 alle 23 vi era la presenza (garantita da più di 200 persone che coprivano tutti i turni) di almeno due persone davanti al Santissimo. Ad ognuno era stato chiesto di pregare, durante la propria ora settimanale di adorazione, affinché il Signore donasse il suo Spirito alla nostra comunità parrocchiale che stava tentando di rievangelizzare il proprio territorio, puntando sulla grazia presente nel sacramento del matrimonio. La preghiera via via si era intensificata con l‘aggiunta spontanea di molti altri, soprattutto alla sera, quando era possibile trovare davanti all‘ostia consacrata anche una trentina di persone. Pregare davanti a Gesù Eucaristia (esperienza che dura tutt‘ora e che pensiamo anzi di rendere al più presto anche notturna) aveva nel frattempo prodotto dei cambiamenti in tutti coloro che si erano presi questo impegno. Se le prime volte stupiva il modo semplice con cui il Signore aveva scelto di essere il ―Dio-con-noi‖, poi la sensazione prevalente, che mi veniva confidata da tantissimi 63 parrocchiani, era quella di un desiderio di stare con Gesù che aumentava tra un appuntamento e l‘altro di adorazione. Davanti a Lui i cuori si rasserenavano sopraffatti da una fonte da cui continuamente sgorga amore e che ci accoglie così come siamo, cioè deboli, bisognosi di essere guariti e amati. Percepire l‘abbraccio accogliente da parte di Gesù Eucaristia è stato per molti l‘inizio di un cambiamento. Gli sposi in particolare dicevano di tornare a casa diversi dopo aver sostato a lungo di fronte a Gesù. Era come se fosse diventata un‘unica voce la sete che il Signore stesso ha di noi e della nostra relazione e la sete d‘amore che il nostro coniuge ci manifesta. Era come, mi riferivano, se nel volto del coniuge diventasse più facile vedere il volto del Cristo che ci chiede di amarlo. Quella domenica mattina, quindi, ci eravamo dati appuntamento per riflettere sul ruolo che la coppia e la famiglia possono avere nella nuova evangelizzazione. Gli interventi erano stati opportunamente preparati, compreso il mio. L‘orario d‘inizio era previsto per le nove. In realtà ero molto agitato e già dal mattino presto ero sveglio ed ero entrato in un clima di preghiera, anzi di vera e propria supplica. Imploravo lo Spirito Santo che, se è vero che la coppia è qui sulla terra l‘immagine che Dio ha scelto di Sé e se è vero che ogni coppia di sposi è chiamata a dare volto di famiglia alla Chiesa, potesse dare a me e alla mia comunità un ―segno‖. Era quasi una sfida che Gli lanciavo. In realtà si trattava di un grido disperato: ―Mi hai messo nell‘animo la bellezza di quello che la famiglia potrebbe essere e Tu non mi dai un segno che ho giocato la mia vita per qualcosa che volevi veramente?‖ Mi sentivo debole. Tutte le mie capacità sulle quali da giovane prete avevo confidato erano svanite. Mi rimaneva solo di affidarmi a Colui che tutto può: ―Signore, l‘amore sponsale viene da Te. Tu lo custodisci come nessun altro.‖ Così ―svuotato‖ di me stesso iniziai a pregare con il mattutino e venni quasi sorpreso da un versetto del libro della Sapienza: «lo Spirito di Dio riempie l’universo e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce» (Sap 1,7). L‘avevo letto tante volte senza farci caso più di tanto, ma quella mattina, è difficile descriverlo, l‘ho sentito come una personale parola del Signore rivolta a me. Una parola che voleva rincuorarmi. Mi sono commosso e ho percepito sensibilmente l‘amore del Signore. Alle nove di quella mattina il teatro era pieno ed io non ho tenuto il discorso che intendevo fare. Proposi semplicemente di lodare e ringraziare il Signore Gesù per come e quanto ci ama. Dall‘assemblea spontaneamente in molti, prendendo la parola a voce alta, si misero a lodare il Signore e in pochi minuti una grande commozione era nel cuore di ciascuno. Per più di un‘ora l‘assemblea rimase in preghiera. Tutti respiravamo un‘intensa unità che ci rinfrancava dolcemente. Ero molto sorpreso, ma anche tranquillo. Mi sembrava stesse accadendo la cosa più naturale di questo mondo, anche se aveva dell‘impossibile che i miei parrocchiani sempre così ―inalterabili‖ durante le messe, si fossero sciolti all‘improvviso e tutti insieme. Chi pregava bisbigliando e chi per la prima volta in vita sua invocava lo Spirito Santo a voce alta. I canti poi permettevano all‘assemblea di ―sfogare‖ la gioia che scorreva nelle vene di tutti. Le parole che, terminata la preghiera, vennero pronunciate non solo non furono molte (era rimasto poco tempo, infatti, a disposizione), ma neppure originali (si parlò dell‘amore di Dio e del fatto che Egli vuole che tutti gli uomini siano salvi), ma toccarono tutti, convertirono me! Fino ad allora credevo di sapere tante cose a riguardo della Persona divina dello Spirito Santo. Le avevo studiate nel mio percorso teologico. Ma da quella mattina io non so quasi nulla sullo Spirito. E continuo a sapere molto poco, però ora non smetto più di invocarlo. 5. Dello Spirito si vede l’effetto Per pregare lo Spirito è sufficiente riconoscersi poveri, mendicanti, dei ―tubi vuoti‖. Ritenere che sia la nostra buona volontà o le nostre capacità ad abilitarci a parlare con Dio, è ciò che in realtà ci impedisce sia di parlare con Lui, sia di parlare a Suo nome. Riconoscere con sincerità, invece, la 64 verità della nostra radicale povertà, non conduce alla disperazione, bensì ad una fede tanto granitica quanto gioiosa, e diventa possibile sperimentare i miracoli che Dio compie in noi proprio mentre Gli affidiamo la nostra miseria ed il nostro peccato. È proprio il nostro vuoto che ―serve‖ a Dio per colmarci di Se stesso. Se in ogni istante Egli ci crea è perché ama colmare il nostro niente col dono dell‘esistenza. Egli è, infatti, innamorato di noi proprio per la nostra fragilità. E noi che siamo dei ―tubi‖ vuoti possiamo offrire liberamente a Dio questo nostro spazio affinché Egli fluisca in noi e possa portare la sua grazia a tutti. La relazione dello Spirito Santo con noi, infatti, funziona come l‘aria e i polmoni: più si svuotano e più entra aria in essi. Se la Persona dello Spirito trova disponibile il mio vuoto Egli vi entra immediatamente ed io sento subito il ―dolcissimo sollievo‖ del suo passaggio in me. È il suo passare che mi riempie. Non ne rimango mai privo, anche se Egli continua a scorrere in me, rendendosi così disponibile per altri. A meno che deliberatamente non Gli ostruisca l‘ingresso con il mio orgoglio oppure tenti di racchiudere il suo soffio d‘amore dentro il barattolo del mio egoismo: «Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro» (Mt 12, 31-32). Il vento, si sa, non si può contenere. Di fronte al vento si può solo decidere se farsi trasportare da esso oppure opporgli resistenza. Ma lasciarsi trasportare dal vento vuol dire trasformarsi in vento: «se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3, 5-8). Questa immagine non è l‘unica che Gesù ha utilizzato per indicare l‘azione dello Spirito in coloro che Lo accolgono. Egli, per suggerirci che lo Spirito Santo è «il Signore che dà la Vita», in quanto è Colui che ci comunica ininterrottamente la Vita di Dio, ha descritto il flusso del suo continuo sopraggiungere in noi come «sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4, 1314) o come «fiumi di acqua viva»: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato» (Gv 7, 37-39). Anche gli apostoli, che nel giorno di Pentecoste si sono resi disponibili all‘azione dello Spirito, non potevano comunque che darcene un‘immagine. Hanno riferito ciò che in loro accadde come «l’apparizione di lingue come di fuoco» (At 2, 3), perché dalle loro bocche uscirono parole ―ispirate‖ che provenivano direttamente dai loro cuori sommersi da un amore ardente: «non ci ardeva forse il cuore nel petto…» (Lc 24, 32). Parole che mentre illuminavano la persona del Cristo fondevano tutti loro come il Suo unico Corpo. In ogni caso, nonostante i nostri sforzi, non sono elencabili in maniera esauriente gli effetti che produce lo Spirito. Egli, infatti, personalizza per ciascuno di noi il mistero della nostra partecipazione al dinamismo dell‘amore trinitario. «Lo Spirito scruta ogni cosa anche le profondità di Dio… Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato» (1Cor 2,10.12) 6. Far parlare lo Spirito che è in noi «Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo [Spirito] e tutti voi avete la scienza. […] L’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state saldi in lui, come essa vi insegna» (1Gv 2,20. 27) L‘apostolo Giovanni descrive l‘esperienza dello Spirito come quella del Maestro interiore. Solo Lui, infatti, rende testimonianza di Gesù, rende comprensibili le sue parole e i suoi gesti. È lo 65 Spirito che ci fa conoscere la Persona e la missione di Gesù, che ci svela da che cosa siamo stati salvati e qual è la Verità (Gv 15, 26; 16, 13). Lo Spirito Santo può insegnarci ogni cosa perché «procede dal Padre e dal Figlio», quale loro stessa relazione. Egli è il trait-union fra il Padre e il Figlio, permette al Figlio d‘essere come il Padre e al Padre di essere tutto nel Figlio. Allo stesso modo, per far risplendere in noi la Gloria del Cristo risorto lo Spirito ci dona, insegna e imprime gli stessi sentimenti, gli stessi interessi e gli stessi principi di Cristo. Egli ci rende realmente nel battesimo come Cristo: fa vivere Cristo in tutti noi e ci fa nell‘Eucaristia un solo corpo con Lui. «Ti preghiamo umilmente: per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo.» (Preghiera Eucaristica II). «Dona, o Padre, la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito» (Preghiera Eucaristica III). «Concedi, o Padre, a tutti coloro che mangeranno di quest’unico pane e berranno di quest’unico calice, che, riuniti in un solo corpo dallo Spirito Santo, diventino offerta viva in Cristo, a lode della tua gloria» (Preghiera Eucaristica IV). Egli può dare tutto, effondere ogni bene perché da una parte rende possibile con la sua Persona ogni dono, ogni offerta libera di sé, e dall‘altra mantiene ogni cosa che in Lui si è compiuta perennemente efficace. È Lui che mantiene e nutre l‘identità di ogni cosa e contemporaneamente crea la novità. Per mezzo dello Spirito Santo l‘amore del Padre e del Figlio diventa creazione, concepimento del Verbo, morte redentrice e risurrezione del Signore Gesù, Corpo Eucaristico del Signore45, Chiesa sposa di Cristo in attesa delle Nozze eterne, possibilità per gli uomini di chiamare Dio ―Papà‖ e di riconoscere in Gesù il Signore, sacramento del Battesimo e della Confermazione, sacramento dell‘Ordine e sacramento del Matrimonio, sacramento di guarigione fisica (Unzione degli infermi) e spirituale (Riconciliazione). 7. Solo nella forza dello Spirito è possibile evangelizzare È in forza dello Spirito che i cristiani possono mettere Gesù al centro della loro vita e riconoscerLo presente nel pane consacrato e nella Parola. Se non cercano più di essere serviti, ma di servire; non di essere amati, ma di amare; non di essere compresi, ma di comprendere, è in forza dello Spirito che fa loro sperimentare che «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!» (At 20, 35). Se i sofferenti e i moribondi rimangono nella speranza è in forza dello Spirito che agisce in loro. Se i cristiani lodano e ringraziano continuamente Dio anche nelle prove e nelle tribolazioni è solo in forza dello Spirito. Se oggi si è aperto un dialogo ecumenico e interreligioso è in forza dello Spirito. L‘elenco potrebbe continuare all‘infinito. Ci fermiamo qui perché vogliamo in questo modo sottolineare che anche l‘evangelizzazione (che è il motivo per cui Cristo ha costituito la Chiesa) è possibile solo in forza dello Spirito Santo. Il compito di evangelizzare è difficile da svolgere, certamente impossibile, se affidato alle sole capacità umane. Non possiamo pensare neppure per un attimo di poter fare a meno del dono dello 45 Preghiera eucaristica I: ―Santifica, o Dio, questa offerta… perché diventi per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo‖. Preghiera Eucaristica II: ―Padre … santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito, perché diventino per noi il corpo e il sangue di Gesù Cristo‖. Preghiera Eucaristica III: ―Manda, o Padre, il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo, perché diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo‖. Preghiera Eucaristica IV: ―Ora ti preghiamo Padre: lo Spirito Santo santifichi questi doni perché diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo‖ . Preghiera Eucaristica V: ―Ti preghiamo, Padre onnipotente, manda il tuo Spirito su questo pane e su questo vino, perché il tuo Figlio sia presente in mezzo a noi con il suo corpo e il suo sangue‖ . 66 Spirito! Come sottolineava Paolo VI nell‘Esortazione apostolica Evangeli nuntiandi, l‘evangelizzazione non potrà mai essere frutto di impegno umano, di capacità di convincimento o di una efficace propaganda: «L‘evangelizzazione non sarà mai possibile senza l‘azione dello Spirito Santo. […] Colma del conforto dello Spirito Santo, la Chiesa cresce (cf. At 9,31). Lo Spirito Santo è l‘anima di questa Chiesa. È Lui che spiega ai fedeli il significato profondo dell‘insegnamento di Gesù e del suo mistero. È Lui che oggi, come agli inizi della Chiesa, opera in ogni evangelizzatore che si lasci possedere e condurre da Lui, che gli suggerisce le parole che da solo non saprebbe trovare, predisponendo nello stesso tempo l‘animo di chi ascolta, perché sia aperto ad accogliere la buona novella e il Regno annunziato. Le tecniche dell‘evangelizzazione sono buone, ma neppure le più perfette tra di esse potrebbero sostituire l‘azione discreta dello Spirito. Anche la preparazione più raffinata dell‘evangelizzatore, non opera nulla senza di Lui. Senza di Lui la dialettica più convincente è impotente sullo spirito degli uomini. Senza di Lui, i più elaborati schemi a base sociologica, o psicologica, si rivelano vuoti e privi di valore.Noi stiamo vivendo nella Chiesa un momento privilegiato dello Spirito. Si cerca da per tutto di conoscerlo meglio, quale è rivelato dalle Scritture. Si è felici di porsi sotto la sua mozione. Ci si raccoglie attorno a Lui e ci si vuol lasciar guidare da Lui. Ebbene se lo Spirito di Dio ha un posto eminente in tutta la vita della Chiesa, Egli agisce soprattutto nella missione evangelizzatrice: non a caso il grande inizio dell‘evangelizzazione avvenne il mattino di Pentecoste, sotto il soffio dello Spirito. Si può dire che lo Spirito Santo è l‘agente principale dell‘evangelizzazione: è Lui che spinge ad annunziare il vangelo e che 46 nell‘intimo delle coscienze fa accogliere e comprendere la parola della salvezza» . Dal giorno di Pentecoste, in cui si è compiuta la promessa fatta da Dio agli uomini, il Signore Gesù glorificato effonde il suo Spirito (che non è qualcosa, ma Qualcuno) a quelli che credono in Lui, affinché sia lo Spirito a presentarLo a tutti come il Salvatore attraverso le parole e la testimonianza di vita dei suoi discepoli. Sono importanti sia le parole (l‘esplicita proclamazione del kérigma), che la testimonianza di vita, e in entrambi i casi è lo Spirito che agisce. È Lui, infatti, che ci mette sulle labbra le parole che risvegliano in chi ci ascolta la ricerca della verità di Cristo e la certezza dell‘amore del Padre. Ed è per la sua presenza nel cuore di ciascun credente che i cristiani possono testimoniare nella loro vita personale la capacità di vivere nell‘amore. Lo Spirito Santo, fonte di ogni relazione positiva, conosce l‘intimo dei cuori di ciascuno e le vie per potervi giungere. Egli è perciò, come l‘ha definito Paolo VI, «l’agente principale dell’evangelizzazione». Quando ―due o più‖ cristiani si riuniscono, la presenza del Signore Gesù si fa reale sempre grazie allo Spirito che li unisce in comunità (Mt 18, 20; Ef 4,1-6). Se scherzosamente vogliamo paragonare la Chiesa ad una azienda tutta dedita all‘export lo Spirito è, per questa azienda, sia il rifornimento che il prodotto finale, sia lo sponsor che il traduttore simultaneo, sia l‘ascensore per i piani alti che lo scivolo per i piani bassi, sia l‘istruttore che l‘agente commerciale, sia l‘addetto alle comunicazioni che il suggeritore delle strategie. Noi, invece, siamo gli operai, le pietre vive di questo edificio, destinati certo ad ereditarlo, ma in questo momento è lo Spirito l‘imprenditore che vuole esportare in tutto il mondo l‘amore del Padre e del Figlio. Possono gli operai di questa azienda mettere sul mercato il prodotto più prezioso che esista senza chiedere a questo ―factotum‖ che è lo Spirito Santo di fare il proprio mestiere? 8. La preghiera di invocazione dello Spirito La preghiera stessa viene dallo Spirito, dall‘intimità con Lui. Quando preghiamo con sincerità e senza formalismi o pretese, le nostre parole e i nostri pensieri vengono scavalcati da un‘esperienza 46 PAOLO VI, Evangelii Nuntiandi, 8 dicembre 1975, 75. 67 che si espande in noi in una grande pace ed in una indicibile gioia. Stiamo sussurrando qualcosa, ma non sono parole bensì inspirazioni ed espirazioni di un fiato che è in noi e che non è fatto di aria. È il soffio di Dio, la Ruah Jahwè, con cui il Padre e il Figlio dialogano da sempre. Il Signore Gesù ha insegnato ai suoi discepoli a pregare. Ci ha detto soprattutto di pregare sempre perché desidera che noi abbiamo un tenero dialogo con Lui e con il Padre. La sua parola e quella del Padre si trasmettono e si ricevono attraverso lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è la via, lo strumento di comunicazione, con il quale si percepiscono i messaggi d‘amore del Padre e del Figlio presenti nel rivestimento umano delle parole della Sacra Scrittura o del sacerdote, ma anche di un libro religioso oppure di una testimonianza di fede di un nostro fratello. Le parole di Dio sono «Spirito e vita» (cf. Gv 6,63) e non si possono perciò accogliere che nello Spirito. Gesù stesso cominciò a predicare «con la potenza dello Spirito Santo» (Lc 4,14 ss.). Egli stesso dichiarò: «Lo Spirito del Signore è su di me […] per annunciare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4,18). Pure le nostre parole a riguardo di Gesù non esprimerebbero nulla se lo Spirito non fosse in noi che parliamo e in coloro che ci ascoltano: «Il vangelo che vi annunziamo non si è diffuso tra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con lo Spirito Santo» (1Ts 1,5). Pietro definisce gli apostoli «coloro che hanno annunciato il vangelo nello Spirito Santo» (1Pt 1,12), indicando così con la parola ―vangelo‖ il contenuto e con l'espressione ―nello Spirito Santo‖ il mezzo atto ad annunciarlo. La preghiera di invocazione allo Spirito è stata fatta innanzitutto da Colui che, grazie allo Spirito, vive da sempre in piena comunione con il Padre: «Mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo» (Lc 3,21-22). «Mentre stava in preghiera»: per l‘evangelista Luca fu proprio la preghiera di Gesù a squarciare i cieli e a fare discendere lo Spirito Santo. Con la Chiesa si verifica la stessa cosa: nel giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo venne sugli apostoli mentre essi erano «concordi e perseveranti nella preghiera» (At 1,14). L‘unica cosa allora che possiamo fare nei confronti dello Spirito Santo, l'unico ―potere‖ che abbiamo su di lui, è di invocarlo e di pregarlo sicuri che: «il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!» (Lc 11,13). Invocare la discesa dello Spirito Santo è, dunque, una sorta di ―programma base‖ per ogni comunità che voglia essere un popolo in cammino nella storia, per testimoniare la lieta notizia fino ai confini della terra, cioè a quegli uomini e a quelle donne che vivono nelle situazioni più distanti dal vangelo, ma che il Dio di Gesù Cristo vuole raggiungere con il suo amore fedele ed ostinato. Ci rendiamo conto al riguardo che le resistenze possono essere veramente tante: dal timore di farsi etichettare come ―carismatici‖ al disgusto per i tanti imbroglioni che nel mondo strumentalizzano la fede nell‘azione dello Spirito per arricchirsi (scandali che fin da subito hanno caratterizzato la vita della Chiesa: leggiamo ad esempio la frode di Ananìa e Saffica in At 5, 1-11). Tutto ciò certamente ci obbliga a stare attenti, ma come non spegniamo in noi una genuina venerazione ai santi nonostante certe forme di devozionismo che rasentano l‘idolatria, così non possiamo dedicarci all‘evangelizzazione (che vuol dire ―vangelo in azione‖, ―mettere in azione il vangelo‖) senza lo Spirito Santo che è l‘Azione, l‘Agire stesso di Dio. 9. Lo Spirito dona unità e comunione alla Chiesa Ogni comunità cristiana, dunque, deve partire e ripartire ogni volta dall‘invocazione allo Spirito Santo se vuole veramente essere ―luce e sale‖. Per essere se stessa, e cioè la sposa di Cristo che continua nella storia a diffondere il Regno di Dio, deve ―lasciarsi fare‖ dallo Spirito perché è Lui che, inviato dal Padre ed effuso in pienezza dal Figlio, ora converte i cuori e spinge poi gli evangelizzati ad evangelizzare. Quando ciascuno di noi si apre alla sua azione Egli immediatamente, riversandosi in noi, ci porta la presenza gloriosa di Cristo che ha vinto il peccato e la morte e ci rende capaci di vivere nella 68 Chiesa come figli dello stesso Padre. Ci lega gli uni agli altri in un‘unità che è immensamente superiore a quella che umanamente si può realizzare. Ed è proprio questa comunione, questo amarsi ed accogliersi nel Signore come fratelli e sorelle, che diventa annuncio concreto e sperimentabile della salvezza di Cristo per tutti coloro che non conoscono ancora l‘amore di Dio. Sappiamo che l‘unità e la comunione nella Chiesa non derivano dal nostro sforzo o dalla reciproca tolleranza, anche eroica da parte di qualcuno, tra noi cristiani, ma è lo Spirito, nella misura in cui Lo lasciamo agire in noi, che ci fa partecipare alla Comunione che è in Dio. È solo lo Spirito che ci insegna ad amarci gli uni gli altri come Gesù ci ha amati: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». (Gv 13, 34-35) Egli può, infatti, trasfigurare le nostre ―vecchie‖ relazioni umane in qualcosa di assolutamente nuovo e che non smetterà mai di essere nuovo perché Egli le ―salda‖ con altre ―relazioni‖, le più umili e le più immense che esistano, quelle cioè che vivono le Tre Persone divine. 10. Lo Spirito è il protagonista dell’amore sponsale47 Lo Spirito Santo è il protagonista della vita della Chiesa, pertanto è anche il protagonista della vita della coppia, la chiesa domestica. Nel primo capitolo, abbiamo riflettuto sul dato che la relazione uomo-donna è la struttura comunionale nella quale l‘Unitrino ha voluto imprimere ed esprimere se stesso. Per questo motivo, si diceva, ogni coppia che si ama annuncia il vangelo anche senza parlare. Nel decidersi per un‘altra persona e nel tentare di superare il proprio egoismo pur di essere «una carne sola», ogni essere umano (a qualsiasi cultura o fede faccia riferimento; che ottenga risposta oppure no dal coniuge) può testimoniare che l‘amore è più forte della morte (cf. Ct 8,6). Anche se tra molti praticanti oramai si guarda al matrimonio come ad un modo concordato ed inevitabilmente temporaneo per raggiungere il benessere individuale, rimane in ogni caso iscritta, dentro la relazione coniugale, una ―buona notizia‖: Dio è conoscibile e Lo si può incontrare con questi nostri corpi maschili e femminili, nei quali Egli ha posto la sua immagine. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, anche se nell‘infinita sproporzione, hanno destinato la relazione sponsale, fin dalla creazione dell‘uomo, a contenere il loro mistero d‘amore. Quando ci si dona sinceramente al proprio coniuge ci si apre all‘azione dello Spirito che vuole farci scoprire fin dove è possibile amare. «Dio è amore: chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16). Egli è ―l‘Amare infinito‖ in quanto in Lui si vive, senza fusione o confusione, l‘eterno movimento dell‘assoluta Unità delle Tre distinte Persone divine. Lo Spirito è presente nel vincolo matrimoniale per far gustare agli sposi proprio quella Unità che è capace di mantenere e custodire le loro distinzioni. Ed è lo Spirito che, come abbiamo sottolineato nel primo capitolo, nel sacramento del matrimonio rende i due uno, affinché il loro vissuto rifletta il grande mistero della Trinità e l‘amore di Cristo per la Chiesa. Se la coppia accoglie nella fede il dono dello Spirito, non solo conosce ―Chi‖ (e non cosa) è quel loro legame che li aiuta ad ampliare continuamente i confini del loro ―noi‖, ma diventa per tutti coloro che le stanno vicino un riflesso reale dell‘amore che il Signore Gesù, rivolto al Padre e nella forza dello Spirito, nutre per la sua Chiesa. La ―forza‖, dunque, che spinge gli sposi a condividere tutto e che li fa dire ―ecco io sto qui per te, la mia gioia sei tu e non posso fare a meno di amarti‖, è lo Spirito. Dentro il loro animo vi è tutto un mondo fatto di attenzioni e di tenerezze che li spinge a cercare e a creare comunione e unità. Questo 47 Per un ulteriore approfondimento di quanto verrà sviluppato in questo paragrafo a riguardo dello Spirito Santo come sigillo dell‘alleanza coniugale, si faccia riferimento a M. OUELLET, Divina somiglianza. Antropologia trinitaria della famglia, Lateran University Press, Roma 2004, 109-135. 69 ―spazio‖ ha un nome perché è un Qualcuno. Le coppie cristiane conoscono il nome di questo Qualcuno perché a Lui chiedono di consacrare il loro amore. «La radice ultima, da cui scaturisce e a cui continuamente si alimenta la comunione della coppia e della famiglia cristiana sta nel dono dello Spirito, effuso con la celebrazione del sacramento del matrimonio. Il vincolo più forte che origina e sostiene la comunione coniugale e familiare cristiana, è 48 dato dallo Spirito Santo» . Quindi ―dentro‖ la relazione coniugale (quindi anche nell‘eros) lo Spirito dona se stesso affinché gli sposi conoscano e diffondano l‘amore del Signore per la sua Chiesa. 11. Lo Spirito è negli sposi per renderli “seme di chiesa” Lo Spirito Santo si dona alla coppia come ―relazione vivente‖ per far partecipare gli sposi alla relazione delle Persone divine. Essi, per mezzo dello Spirito, possono così sperimentare e testimoniare, nella tensione tra immagine e somiglianza, la direzione a cui tende non solo la loro storia d‘amore, ma tutta l‘umanità: verso le Nozze eterne con Dio. I coniugi, avendo impresso nella loro relazione l‘immagine trinitaria, sono resi perciò dallo Spirito una ―immagine somigliante‖ che realizza e diffonde ciò di cui sono immagine. In questo orizzonte si definisce la coppia cristiana quale chiesa domestica, sposa di Cristo che partecipa della stessa missione della Chiesa. Al riguardo vi riportiamo, a titolo esemplificativo, alcuni tratti dei numerosissimi pronunciamenti del magistero: «Non si può, pertanto, comprendere la Chiesa come Corpo mistico di Cristo, come segno dell‘Alleanza dell‘uomo con Dio in Cristo, come sacramento universale di salvezza, senza riferirsi al ―grande mistero‖, congiunto alla creazione dell‘uomo maschio e femmina e alla vocazione di entrambi all‘amore coniugale, alla paternità e alla maternità. Non esiste il ―grande mistero‖ che è la Chiesa e l‘umanità in Cristo, senza il ―grande mistero‖ espresso nell‘essere ―una sola carne‖, (cf. Gen 2,24; Ef 5,31-32) cioè nella realtà del matrimonio e della famiglia. La famiglia stessa è il grande mistero di Dio. Come ―chiesa domestica‖ essa è sposa di Cristo»49. «Come nel Battesimo la Chiesa genera nell'acqua e nello Spirito i nuovi figli di Dio, così essa «nella celebrazione del sacramento del Matrimonio genera le coppie cristiane come cellule vive e vitali del corpo mistico di Cristo. Proprio per questo chiede a tutti i suoi membri di accoglierle come sue componenti organiche, dotate di carismi e di ministeri propri, per una specifica missione nell'annuncio del vangelo che salva». Inserita nella Chiesa dallo Spirito mediante il sacramento del Matrimonio, la famiglia cristiana riceve, come tale, una sua struttura e fisionomia interiore, che la costituisce «cellula viva e vitale» della Chiesa stessa. Il legame della coppia e della famiglia cristiana con la Chiesa, pur comportando ed elevando anche gli aspetti sociali e psicologici, caratteristici di ogni comunione umana, presenta propriamente un aspetto di grazia: e un vincolo nuovo, soprannaturale. La famiglia cristiana non è legata alla Chiesa semplicemente come la famiglia umana è aggregata alla società civile; ma le è unita con un legame originale; donato dallo Spirito Santo, che nel sacramento fa della coppia e della famiglia cristiana un riflesso vivo, una vera immagine, una storica incarnazione della Chiesa. In tal senso la famiglia cristiana si pone nella storia come un «segno efficace» della Chiesa, ossia come una «rivelazione» che la manifesta e la annuncia, e come una sua «attualizzazione» che ne ripresenta e ne incarna, a suo modo, il mistero di salvezza»50. Il rapporto Chiesa-famiglia cristiana è reciproco e nella reciprocità si conserva e si perfeziona. Con l'annuncio della Parola e la fede, con la celebrazione dei sacramenti e con la guida e il servizio 48 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunione e comunità nella chiesa domestica, 8. GIOVANNI PAOLO II, Lettera alle famiglie Gratissimam Sane, 19. 50 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunione e comunità nella chiesa domestica, 4-5. 49 70 della carità, la Chiesa madre genera, santifica e promuove la famiglia dei battezzati. Nello stesso tempo la Chiesa chiama la famiglia cristiana a prendere parte come soggetto attivo e responsabile alla propria missione di salvezza: «Per questo la coppia e la famiglia cristiana si possono dire «quasi una Chiesa domestica»51, cioè comunità salvata e che salva: essa infatti, in quanto tale, non solo riceve l'amore di Gesù Cristo che salva, ma lo annuncia e lo comunica vicendevolmente agli altri»52. 51 52 CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium, 21 novembre 1964, 11. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Evangelizzazione e sacramento del Matrimonio, 47. 71 CAPITOLO V LA FAMIGLIA EVANGELIZZA CON IL SERVIZIO Nel precedente capitolo abbiamo compreso che solo per opera dello Spirito Santo è possibile evangelizzare. Ascoltando l‘invito di Gesù è possibile gettare la rete per pescare i fratelli e porli sulla barca della salvezza. Noi rispondiamo con il nostro ―sì‖, ma è lo Spirito che riesce ad allargare le maglie di questa rete; è Lui che riesce a farla arrivare nel più profondo del mare pur di raggiungere ogni uomo; è Lui che ci sorprende quando in pieno giorno, nel momento meno favorevole per la pesca e dopo aver fallito con tutti i nostri tentativi, ci fa incontrare tanti nuovi fratelli nel Signore. Il seguente disegno ci aiuta a dare uno sguardo d‘insieme al metodo di evangelizzazione che abbiamo collaudato nella parrocchia di Bovolone (VR). È il disegno di una speciale ―rete‖ a cui abbiamo dato il nome di ―processo personalizzato di evangelizzazione‖. Vi è il mare dentro il quale stanno tutte quelle persone del nostro ambiente di vita (parenti, vicini, amici, colleghi) che, essendo lontane da Dio o non praticando, oppure avendo perso l‘entusiasmo della fede, il Signore ci chiede di evangelizzare. La barca è la Chiesa (la parrocchia) sulla quale ci sono tutti i discepoli del Signore. Qui abbiamo messo in primo piano una coppia di sposi che sta gettando la rete per ―pescare‖ gli uomini. Tutt‘intorno alla rete vi è la scritta ―preghiera‖ per ribadire che non siamo noi che operiamo il ―miracolo‖ della conversione di una persona, ma è lo Spirito Santo che agisce laddove la nostra preghiera ininterrotta gli dà spazio. Vi è poi una sequenza di sei scritte dal fondo della rete verso l‘alto. Costituiscono altrettanti insostituibili e necessari passaggi che ci competono se vogliamo metterci a disposizione dell‘azione dello Spirito, sei atteggiamenti che progressivamente dobbiamo mettere in atto nei confronti del fratello che vogliamo evangelizzare. Non possiamo anticiparne uno prima del momento opportuno, mentre dobbiamo continuare a mettere in atto tutti quelli già attivati. 72 Processo di evangelizzazione personalizzata La Rete “Sulla tua parola getterò le reti (Lc 5,5). Stare nella barca insieme con Gesù, condividere la sua vita nella comunità dei discepoli, non ci rende estranei agli altri, non ci dispensa dal proporre a tutti di essere suoi amici. Ci viene chiesto di disporci all’evangelizzazione, di non restare inerti nel guscio di una comunità ripiegata su se stessa e di alzare lo sguardo verso il largo, sul mare vasto del mondo, gettare le reti affinchè ogni uomo incontri la persona di Gesù”. (CEI, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia 1) 73 I sei passaggi sono: la preghiera, che, grazie allo Spirito Santo, allarga sempre più la rete (cap. III e IV); servire il fratello soprattutto per sanare le sue piaghe (cap. V); condividergli la nostra esperienza dell‘incontro con il Signore Gesù (cap. VI); accompagnarlo per tutto il periodo necessario rispondendo alle sue domande e non giudicandolo (cap. VII); guidarlo verso l‘affidamento al Signore quando aprirà il suo cuore alla ricerca del senso autentico della propria vita (cap. VII); invitarlo nella nostra comunità familiare per fargli conoscere il volto d‘amore della Chiesa e fargli desiderare di accogliere Gesù Eucaristia (cap.VIII e IX). Prendendo come punto di riferimento le indicazioni del recente magistero53 sia a riguardo dell‘evangelizzazione che del ruolo della famiglia, e inoltre per esperienza diretta, possiamo confermarvi che è possibile evangelizzare nel territorio parrocchiale numerose persone quando alla base di tutto si prega per loro e si perseguono poi, nelle relazioni abituali, i successivi cinque passaggi, a cui dedicheremo i prossimi capitoli di questo libro. 1. Servire per evangelizzare «Caritas Christi urget nos»: «l’Amore di Cristo ci spinge» (cf. 2 Cor 5,14). «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Seguendo l‘esempio di Gesù, l‘evangelizzazione inizia dal servizio, continuamente illuminato ed alimentato dalla preghiera. Nel presente capitolo rifletteremo sul servizio per capirne fino in fondo l‘essenzialità, nel creare ponti d‘amicizia tra chi evangelizza e chi viene evangelizzato. Solo quando si sente gratuitamente amata e servita, una persona si apre con fiducia all‘annuncio del vangelo. Inoltre chi serve colui per il quale prega intuisce con grande sensibilità le sue sofferenze. Perciò non appena ha trovato qual è la ―piaga‖ che lo affligge immediatamente si piega come il samaritano su di essa per curarla. L'evangelizzatore «è spinto dallo ―zelo per le anime‖, che si ispira alla carità stessa di Cristo, fatta di attenzione, tenerezza, compassione, accoglienza, disponibilità, interessamento ai problemi della gente»54. Per questo motivo, chi evangelizza deve cercare di servire, nelle piccole come nelle grandi occasioni, colui che gli sta accanto se vuole veramente ―conquistarlo‖ al Signore Gesù. La testimonianza di vita è la prima che bisogna offrire perché la gente vede ciò che siamo prima di ascoltare quello che diciamo. Siamo chiamati con tutte le nostre possibilità ed energie ad amare e servire in ogni occasione possibile le due o tre persone della nostra ―lista del cuore‖ che nella preghiera abbiamo individuato come quelle alle quali, visti i nostri frequenti contatti con loro ed il legame umano che ci unisce e purtroppo la loro lontananza dal vangelo, il Signore ci chiede di annunciare e far sperimentare il suo immenso amore. Le abbiamo scelte pregando, e pregare per loro è stata la prima decisione che abbiamo preso. Più precisamente, mentre si prega per gli altri, il primo aspetto è sperimentare una forza amante che fluendo dentro di noi ci riempie. Lo abbiamo detto nel precedente capitolo: la preghiera ci apre all‘azione dello Spirito in noi e, tramite la nostra disponibilità, verso gli altri. Quando si prega, lo Spirito ci fa sentire vicino il Signore Gesù e ci fa sperimentare concretamente quanto Egli ci ama. 53 Nell‘Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi del 1974 ed in quella del 1980 vennero trattati, appunto, i temi dell‘evangelizzazione e della famiglia. Le due Esortazioni apostoliche che ne seguirono (rispettivamente l’Evangelii nuntiandi e la Familiaris consortio) da una parte ribadirono la necessità della preghiera, del servizio amorevole ai fratelli, di un annuncio esplicito della fede, di una fraternità vissuta in piccoli gruppi (cf. Evangelii Nuntiandi, 2124.46.58), dall‘altro individuarono nella famiglia, in virtù del sacramento del matrimonio, il ―soggetto creativo‖ dell‘opera di evangelizzazione della Chiesa (cf. Familiaris consortio e anche tutto il magistero di Giovanni Paolo II sulla famiglia). 54 GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Missio, 7 dicembre 1990, 89. 74 Il secondo aspetto riguarda cosa fare per amare queste persone. Anche senza bisogno di pregare tutti sanno che la cosa più bella che si può fare agli altri è servirli nelle loro necessità. Ma tra il dire e il fare…può sorgere la domanda: «Fin dove servire? Quanti sacrifici sopportare?» Quando si prega ogni giorno specificatamente per una persona, ci si rende conto che Qualcuno sta cambiando in noi qualcosa. Inginocchiarsi per questa persona ci rende realmente umili. Non vantarsi con lei di quello che si sta facendo annulla l‘orgoglio personale. La persona ignora che stiamo pregando per la sua conversione e contemporaneamente si crea tra noi una sintonia che solo lo Spirito conosce. Pregando per questo fratello, lo Spirito ricevuto agisce e ci fa partecipi progressivamente degli stessi sentimenti di Cristo: l‘impotenza per il rifiuto che non diventa giudizio bensì compassione; la mitezza nonostante le offese o l‘indifferenza; lo slancio e l‘ardore di sacrificarsi pur di sorpassare il suo errore; la lode commossa al Padre perché ci doni la gioia di dare tutto senza avere nulla in contraccambio. Lo Spirito ci immedesima a tal punto con Cristo che si desidera arrivare a donarsi completamente e a cogliere ogni occasione per amare e servire queste persone «sino alla fine» (Gv 13,1), fino cioè all‘estremo delle proprie possibilità umane. Sorprendono i risultati prodotti da questo tipo di preghiera: viene meno anche l‘ombra del disprezzo o del risentimento per l‘attuale chiusura di questi nostri fratelli. Inoltre se vediamo delle colpe sono quelle delle nostre omissioni. Ci diventa chiaro che non è certo questo il momento di iniziare a parlar loro del vangelo, in quanto darebbe loro solo fastidio; anzi questa preghiera ci insegna a metterci per prima cosa autenticamente al loro servizio affinché si sentano amati. Saremo proprio noi, come Gesù, a giustificarli e a prenderne le difese. «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Se prima di iniziare a pregare per loro ci balzavano agli occhi i loro peccati, ora ci appaiono chiare tutte le giustificazioni ed invochiamo con cuore sincero: «Signore Gesù, ti prego per quella persona. Egli ti è indifferente perché in realtà ha potuto ascoltare la tua proposta solo per un breve periodo e non ha avuto il tempo necessario per rimanerne coinvolto.» «Signore Gesù, ti prego per lui. Egli non ti conosce perché non ha mai avuto l‘opportunità di ascoltarti.» «Signore Gesù, ti prego per lui. In tutta la sua vita ha sentito sempre i mass-media presentarti come un inganno e descrivere noi tuoi discepoli come gente odiosa e fanatica.» «Signore Gesù, ti prego per lui. Il suo modo di vederti è stato distorto dal contatto con i miei peccati e da quelli di noi cristiani o da uno dei tanti modi sbagliati di presentarti.» 2. Servendo, Dio ama Se emerge in noi la capacità di servire ed amare sempre di più, questo è frutto della preghiera rivolta a Dio per queste persone. Ci ha fatto scoprire che ancora prima che cominciassimo a cercarLo, prima ancora che cominciassimo a pregare per i nostri fratelli, Egli già ci amava e amava le persone della nostra lista del cuore. È come accendere un interruttore e scoprire che la corrente elettrica era disponibile ancora prima della nostra accensione. Dio è in ogni presente ed è amore. Non c‘è mai stato un tempo in cui Lui non ci abbia amato. Dio ci ama da sempre personalmente 24 ore su 24, anche se noi ce ne accorgiamo solo quando teniamo pigiato l‘interruttore della preghiera. Il ―miracolo‖ della preghiera è di farci ―provare‖ l‘immenso amore che proviene dalla Trinità. Le Persone divine sono serve per amore l‘una dell‘altra ed hanno voluto servire anche noi. Il Padre non risparmiando il proprio Figlio unigenito (cf. Rm 8,32), ma consegnandoLo per noi (cf. Gv 3,16; 1Gv 4,10); il Figlio consegnandosi liberamente alla morte per amore nostro (cf. Gal 2,20); lo Spirito Santo, donato dal Figlio sulla croce (cf. Gv 19,25-30), riversandosi nei nostri cuori come amore del Padre e del Figlio (cf. Rm 5,5). 75 Pregando per gli altri noi ci disponiamo ad accogliere la volontà di farsi servi per amore del Padre e del Figlio nella gioia dello Spirito. Conosciuto per esperienza diretta il vero ―nome‖ di Dio, che è Amore che dona tutto se stesso, siamo resi in grado di servire e amare questi nostri fratelli nella stessa maniera con cui siamo da sempre amati: «Io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore col quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,26) Riportiamo qui un brano al riguardo molto significativo della Deus caritas est: «Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell'amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. Così non si tratta più di un ―comandamento‖ dall'esterno che ci impone l'impossibile, bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L'amore cresce attraverso l'amore. L'amore è ―divino‖ perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia ―tutto in tutti‖ (1Cor 15, 28). ―Se vedi la carità, vedi la Trinità‖ scriveva sant'Agostino. […] Abbiamo potuto fissare il nostro sguardo sul Trafitto (cf. Gv 19,37; Zc 12,10), riconoscendo il disegno del Padre che, mosso dall'amore (cf. Gv 3,16), ha inviato il Figlio unigenito nel mondo per redimere l'uomo. Morendo sulla croce, Gesù – come riferisce l'evangelista – ―emise lo spirito‖ (cf. Gv 19,30), preludio di quel dono dello Spirito Santo che Egli avrebbe realizzato dopo la risurrezione (cf. Gv 20,22). Si sarebbe attuata così la promessa dei ―fiumi di acqua viva‖ che, grazie all'effusione dello Spirito, sarebbero sgorgati dal cuore dei credenti (cf. Gv 7,38-39). Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il loro cuore col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui, quando si è curvato a lavare i piedi dei discepoli (cf. Gv 13,1-13) e soprattutto quando ha donato la sua vita per tutti (cf. Gv 13,1;15, 13). Lo Spirito è anche forza che trasforma il cuore della Comunità ecclesiale, affinché sia nel mondo testimone 55 dell'amore del Padre, che vuole fare dell'umanità, nel suo Figlio, un'unica famiglia» . 3. Gesù modello perfetto del servo «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45). Il Signore Gesù per amarci e per salvarci ha scelto la via del servizio. Lui, Signore e Maestro, non si è fatto servire dai discepoli, ma li ha serviti. Con un gesto semplicissimo e molto eloquente ha insegnato ai suoi quale metodo adottare: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto [...]. Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (Gv 13,1-17). Il Signore Gesù, affinché ogni uomo conoscesse l‘amore del Padre, si è fatto prossimo a tutti coloro che ha incontrato. Ha condiviso la vita degli uomini lavorando e interessandosi alla semina, alla vita dei pastori e dei pescatori, alle sofferenze dei malati, al dolore di chi aveva un lutto in casa. Egli ci ha indicato dove possiamo sperimentare la nostra salvezza e lo ha fatto, prima ancora che con un insegnamento o una diatriba con i farisei, incarnandosi, condividendo, amando e servendo. 55 BENEDETTO XVI, Deus caritas est, 25 dicembre 2005, 18-19. 76 Prima di tutto il Signore Gesù ha guarito i malati, ha dato speranza ai poveri, ha liberato dal male spirituale, si è preoccupato dei cuori da risanare, ha accolto e perdonato i peccatori. A noi suoi discepoli ha mostrato cosa siamo chiamati a fare se vogliamo partecipare e far partecipare altri alla gioia di Dio: servire con amore sincero e ricco di compassione ogni persona. Per evangelizzare le persone che vivono nel nostro territorio ed incrementare la comunità parrocchiale sono senz‘altro utili le nuove iniziative o le proposte pastorali, ma se non utilizziamo il ―metodo‖ del Maestro, tutto il nostro lavoro non porta a nulla. Servire, continuando a pregare, è il primo passo che dobbiamo compiere nei confronti delle persone da evangelizzare. Non si tratta di un escamotage o di una strumentalizzazione, bensì di vivere il cuore del vangelo. Non vi deve essere alcun dubbio al riguardo: servire non è una tecnica per fare proseliti: «La carità, inoltre, non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi viene indicato come proselitismo. L'amore è gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi. Ma questo non significa che l'azione caritativa debba, per così dire, lasciare Dio e Cristo da parte. È in gioco sempre tutto l'uomo. Spesso è proprio l'assenza di Dio la radice più profonda della sofferenza. Chi esercita la carità in nome della Chiesa non cercherà mai di imporre agli altri la fede della Chiesa. Egli sa che l'amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la miglior testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare. Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l'amore. Egli sa che Dio è amore (cf. 1Gv 4, 8) e si rende presente proprio nei momenti in cui nient'altro viene fatto fuorché amare»56. Non ci si deve mettere quindi a servire con lo scopo di ―agganciare‖ qualcuno. Nella misura in cui questo nostro servizio sa farsi segno e trasparenza del servire del Signore, permette a noi stessi di realizzarci nel centro del nostro essere, che è la capacità di amare, e ai destinatari del nostro servizio di poter essere messi nella condizione di scegliere in piena libertà se aprire mente e cuore alla Verità che si manifesta proprio attraverso il nostro servizio. La mentalità comune insinua purtroppo dubbi su dubbi anche riguardo all‘amore gratuito, che viene giudicato come un modo per avere qualcosa che si desidera. Gesù ci chiede comunque di servire, come Lui ha fatto, fino alla croce indipendentemente dal risultato. «Questo giusto modo di servire rende l'operatore umile. Egli non assume una posizione di superiorità di fronte all'altro, per quanto misera possa essere sul momento la sua situazione. Cristo ha preso l'ultimo posto nel mondo — la croce — e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta. Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; non è suo merito né titolo di vanto il fatto di poter aiutare. Questo compito è grazia. Quanto più uno s'adopera per gli altri, tanto più capirà e farà sua la parola di Cristo: ―Siamo servi inutili‖ (Lc 17, 10)»57. Non deve stupire perciò che quando i discepoli cominciarono a discutere tra loro a causa del desiderio di Giacomo e Giovanni di essere i più grandi nel Regno di Dio, Gesù disse loro: «Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo» (Mt 20,26-28). Egli non li criticò perché erano ambiziosi e avevano un desiderio di grandezza, anzi, accolse le aspirazioni dei discepoli, dando però loro un solido insegnamento sul come ―diventare grandi‖: «facendosi ultimi di tutti e servi di tutti» (Mc 9,35). Tutti possono diventare grandi perché tutti possono servire. Tutti possono evangelizzare perché tutti possono servire. Anche da un letto di infermità si può servire; anche nella situazione più bloccata si può servire. Il Signore Gesù inchiodato sulla croce non poteva più nulla, ma rispondendo all‘amore del Padre a Lui si è consegnato, offrendo in questo modo a tutti noi il servizio più grande. 56 57 Ibid., 31. Ibid., 35. 77 4. L’amore coniugale è disposizione naturale a servire «Gesù Cristo, lo Sposo, rivela la verità originaria del matrimonio, la verità del ―principio‖ (cf. Gen 2,24; Mt 19,5) e, liberando l'uomo dalla durezza del cuore, lo rende capace di realizzarla interamente. Questa rivelazione raggiunge la sua pienezza definitiva nel dono d'amore che il Verbo di Dio fa all'umanità assumendo la natura umana, e nel sacrificio che Gesù Cristo fa di se stesso sulla Croce per la sua Sposa, la Chiesa. In questo sacrificio si svela interamente quel disegno che Dio ha impresso nell'umanità dell'uomo e della donna, fin dalla loro creazione (cf. Ef 5,32s); il matrimonio dei battezzati diviene così il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo. Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l'uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati. L'amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce»58. Giovanni Paolo II, nella convinzione che la via dell‘umanità e della Chiesa passa attraverso l‘amore coniugale e la vita della famiglia, ci ha offerto un continuo e profondo insegnamento per richiamare gli sposi cristiani (e non solo) a riconoscere il proprio ―mistero‖, a crederlo e a viverlo. Più volte, come in questo brano della Familiaris consortio, ha parlato del disegno di Dio di far partecipare, fin dalla creazione, gli uomini e le donne a quella offerta totale di sé, che sconfigge la morte ed il peccato, che il Cristo, nella pienezza dei tempi, avrebbe realizzato. Purtroppo quando pensiamo all‘inevitabile servizio o sacrificio vissuto tra le mura domestiche ci vengono alla mente solamente il faticoso assolvimento dei mille impegni della giornata oppure i grandi drammi di sempre più numerose relazioni coniugali. In realtà, sia nei piccoli gesti di servizio e di carità richiesti dalla stessa relazione affettiva vissuta nella materialità del tempo e dello spazio, sia negli amori trasformatisi in pesi umanamente insopportabili, si nasconde qualcosa di più profondo, che Giovanni Paolo II lo descrive come «la verità originaria del matrimonio, la verità del ―principio‖». Come abbiamo detto nel primo capitolo, la coppia uomo-donna ha in e da Dio il proprio archetipo fondante e strutturante. Essa riceve dalla Trinità non solo il proprio inizio, ma anche il proprio modello e fondamento. L‘uomo e la donna, infatti, sono stati creati ad immagine dell‘unitàdistinzione delle Persone divine, per entrare tra loro due in comunione e partecipare così alla Comunione assoluta che si vive in Dio. Sono l‘uno per l‘altra «l’aiuto simile» (Gen 2,18). Sono ―predisposti‖ l‘uno con l‘altro sia a dare che a ricevere le reciproche identità. Ognuno di loro senza l‘altro non potrebbe essere se stesso perché non potrebbe compiere la propria identità che consiste nell‘essere colui che ―aiuta‖ l‘altro a diventare se stesso. Il termine ―ezer‖ (―aiuto‖) nell‘Antico Testamento è molto raro (ricorre solo ventuno volte) e quasi esclusivamente indica un soccorso divino, sia inteso come l‘aiuto che viene da Dio («Alzo i miei occhi verso i monti: da dove verrà il mio aiuto? Il mio aiuto viene da JHWH, che ha fatto cielo e terra» Sal 121,1.2), sia una specie di titolo di Dio stesso («Il nostro essere attende JHWH: nostro aiuto e nostro scudo è Lui» Sal 33,20). Il termine ―ezer‖ indica dunque un soccorso talmente particolare, che solo Dio è capace di fornire: un aiuto di tipo personale, indispensabile, che si rivela determinante quando l‘esistenza è minacciata e che, salvando dalla morte, riporta in vita. In Gen 2,18 Dio si preoccupa di fornire all‘uomo quell‘aiuto (―ezer‖) che possa salvarlo dalla solitudine che ne minaccia l‘esistenza: «non è bene che l’uomo sia solo». La verità del matrimonio consiste, allora, nell‘essere uomo e donna posti l‘uno di fronte all‘altra, complementari, per formare nella libertà una nuova realtà nella quale, aiutandosi e servendosi reciprocamente, non si troveranno diminuiti, ma pienamente realizzati nella comunione. La verità originaria dell‘unità-distinzione della coppia, del suo essere «uno posto di fronte all‘altro per servirlo» viene accostata da Giovanni Paolo II alle figure del Cristo Sposo e della 58 GIOVANNI PAOLO II, Familiaris consortio, 13. 78 Chiesa sposa e ancora alla possibilità per i coniugi di vivere nel loro matrimonio, grazie allo Spirito, la stessa carità e la stessa capacità di servire che appartengono a Cristo. Per riflettere insieme su questi aspetti proviamo a guardare da vicino ciò che ricapitola in sé, in modo unico e insuperabile, i gesti e le parole, la persona e la missione del Cristo che si dona sulla croce: il sacramento dell‘Eucaristia. 5. Il corpo donato nell’eucaristia59 Nell‘ultima Cena il Signore Gesù ha voluto deliberatamente compiere una concentrazione simbolica ―unica‖ e ―insuperabile‖. Per Gesù il momento e lo sviluppo dell‘ultima Cena segna un punto culminante e assoluto della sua vita, in quanto in essa Egli, pienamente consapevole di se stesso, compie un gesto assolutamente esplicito e carico di significato. Questa Cena, inoltre, non è un episodio isolato, ma preparato dal suo vissuto passato, dal suo atteggiamento di disponibilità, dai suoi pasti consumati con i peccatori e dai suoi gesti che precedono immediatamente la cena. Di tale concentrazione simbolica è consapevole anche il vangelo giovanneo che, pur tralasciando il racconto specifico dell‘istituzione dell‘Eucaristia (del resto Giovanni aveva già trattato nel sesto capitolo esplicitamente dell‘Eucaristia nel momento in cui riferisce il discorso sul pane), traccia tuttavia lo svolgimento dell‘ultima cena; non per questo esso è privo di una propria teologia dell‘Eucaristia. Giovanni narra che, durante l‘ultima cena, Cristo compie il gesto della lavanda dei piedi degli apostoli e subito dopo si esprime in parole (il lungo discorso d‘addio e la sua preghiera al Padre) che paiono fluire ininterrottamente dalla sua profondità abissale (cf. Gv 13-17). La lavanda dei piedi è gesto che sottolinea gli aspetti del servizio e del perdono reciproco che sono parte integrante dell‘Eucaristia e che il Signore Gesù chiede ai suoi di imitare. Che l‘ultima cena sia la ―sua‖ cena emerge proprio dal fatto che è Cristo stesso a prendere l‘iniziativa della preparazione della Pasqua (cf. Lc 22,8). Gli ultimi giorni hanno visto un crescendo continuo di contrasti con i suoi avversari; Gesù però non si ritrae; anzi, sembra divenire più ―provocatorio‖, quasi spregiudicato. È come preso da un‘ansia, da una fretta. Neppure più si nasconde pur sapendo che Lo stanno cercando per ucciderLo (cf. Gv 11,53-54). Cristo attendeva quel momento decisivo, che è finalmente giunto. «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione» (Lc 22,15). La notte dell‘ultima cena doveva essere la sua notte, quella in cui dava vita ad una nuova e definitiva creazione. Cristo prende l‘iniziativa di celebrare la sua pasqua con i suoi discepoli così come Dio aveva preso l‘iniziativa di creare l‘umanità e di stabilire l‘alleanza nuziale con essa. Ma quale era la sua intenzione? La risposta a questa domanda non può che essere questa: di amare i suoi «sino alla fine» (Gv 13,1). Sino cioè alla fine delle sue possibilità umane e divine, fino all‘estremo delle sue forze e possibilità, esaurendo la misura del suo amore. Proprio perché consapevole del tradimento, Egli anticipa tutti con un gesto che vuole trapassare la storia del male. Fa questo in una potente azione ―simbolica‖: afferra il suo destino ―prendendo‖ del pane e ―donandolo‖ ai suoi apostoli. Egli prefigura realmente la sua morte consegnandosi totalmente nel pane che offre e nel calice che fa passare ai suoi. Compie tutto ciò perché vuole stare con i suoi e portarli con sé, farli già ora vivere qualcosa dell‘eternità, dello stare per sempre con Lui e Lui con loro (cf. Gv 17,24). Cristo vuole che i suoi possano partecipare attraverso di Sé al banchetto eterno. Egli vuole già ora celebrarlo per stabilire la piena intimità tra gli uomini e Dio. 59 I concetti sull‘Eucaristia che seguiranno in questa sezione sono una rielaborazione delle riflessioni presenti nei testi di Giorgio Mazzanti, (docente di sacramentaria presso la Pontificia università urbaniana in Roma e presso la Facoltà teologica dell‘Italia centrale) pubblicati con EDB: I sacramenti simbolo e teologia. 1. Introduzione generale (1999); I sacramenti simbolo e teologia. 2. Eucaristia, Battesimo e Confermazione (2000); Mistero pasquale. Mistero nuziale. Meditazione teologica (2003); Teologia sponsale e sacramento delle nozze. Simbolo e simbolismo nuziale (2004). 79 Cristo, facendovi ritorno, vuole che i suoi siano là dove va: nella Vita del Padre. Egli vuol dare ai suoi la pienezza di vita che non può non essere che quella Trinitaria. Solo la comunione con Dio è pienezza di vita per l‘uomo. La Cena manifesta e traduce il desiderio nuziale del Cristo di vivere un momento estremo e supremo di intimità con i suoi apostoli. Egli desidera non solo stare con loro, ma anche farsi presente in loro, essere in loro nella stessa maniera con la quale Egli è nel Padre e il Padre è in Lui nel vincolo dello Spirito Santo. Così come il Figlio vive nel e del Padre, così vuole che anch‘essi vivano di e in Lui. Per questo ringrazia il Padre (ricordiamo che Eucaristia significa rendimento di grazie) per ciò che sta per compiere, per la possibilità che Gli è data di potersi donare interamente agli uomini e farli così penetrare all‘interno dell‘intimità che Egli vive con il Padre. Non compie tale gesto da solo, ma chiama gli apostoli a prenderne parte. Questo perché l‘uomo può partecipare alla vita eterna solo accogliendo il suo corpo e accettando che Egli lo serva: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13,8) Per vivere eternamente, l‘uomo deve fare abitare Dio dentro di sé e cenare con Lui (cf. Ap 3,20). Per questo Cristo stabilisce la cena per l‘uomo, perché è Dio che vuole cenare con ognuno di noi. Dio ha un solo desiderio: ―servire‖ gli uomini in eterno durante il banchetto celeste, «li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). Gesù vuole che i suoi, già fin d‘ora, vivano della vita eterna, avendo la conoscenza del Padre, un contatto, un rapporto ―fisico‖, esperienziale, con Lui. I soli esclusi dal banchetto saranno coloro che non si lasceranno servire da Lui. Abbiamo riflettuto finora sulla ―unicità‖ ed ―insuperabilità‖ della concentrazione simbolica che il Cristo ha compiuto nell‘Eucaristia; è necessario sottolineare che questa concentrazione simbolica è anche totalizzante: essa cioè ―racchiude‖ tutto il Cristo. L‘ultima cena è il centro di tutta la vita del Cristo. L‘intero destino del Cristo si concentra e si racchiude nello svolgimento della sua cena. Qui convergono la sua vita, la profondità del suo essere personale, la coscienza del gesto che compie e, insieme, la sua prospettiva sul futuro. Quando Cristo arriva alla cena non fa che portarvi la totalità delle sue scelte esistenziali. In quella notte Cristo fa convergere i suoi atteggiamenti e le sue decisioni. Se nella cena sta con i suoi e si dona totalmente nel pane e nel vino; se si fa loro servo è perché così ha fatto nella sua vita pubblica. È in questo senso che l‘Eucaristia ha una portata totalizzante perché è il frammento che racchiude il ―tutto‖ del Cristo; è il frammento che ha in sé tutti i misteri del Cristo. Innanzitutto contiene in Sé il mistero dell’Incarnazione. Nella cena, Cristo dà il pane che è il suo corpo, un corpo che egli aveva preso da Maria. Egli aveva, infatti, preso un corpo umano per congiungersi all‘umanità. Ora nell‘Eucaristia si congiunge all‘umanità donando quel corpo che aveva ricevuto dalla Vergine Madre. Nel gesto eucaristico Cristo ―riprende‖ e compie, dunque, il suo essersi incarnato. L‘Eucaristia contiene, inoltre, sia il mistero della morte (il pane viene ―spezzato‖: Cristo nel gesto eucaristico dona/consegna la propria morte) che il mistero della risurrezione (il rimando che Gesù fa al poter bere il vino nuovo nel regno del Padre). La concentrazione simbolica operata da Cristo nell‘evento eucaristico non solo è unica, insuperabile e totalizzante, ma è stata anche vissuta e proposta da Cristo in modo nuziale. In quella notte, infatti, Cristo siede a mensa e si comporta con i suoi apostoli come lo Sposo verso i suoi commensali che Egli stesso ha invitato quale sua ―sposa‖ alla festa nuziale, deciso a comunicarle la propria intimità e la propria vita. Con l‘Eucaristia Cristo si dona nella fisicità del pane e del vino alla comunità/sposa. Il Signore Gesù si mette a servizio della sua sposa donandole il proprio corpo di carne per divenire con lei «una sola carne» (Gen 2,24). È nel pane dato e mangiato e nel vino offerto e consumato che si verifica il divenire «una sola carne» tra Cristo che si dona e la Chiesa/comunità che L‘accoglie. Nel suo ultimo ―gesto‖ e nella sua ultima ―parola‖ Gesù Cristo dà tutto; Egli è ora colui che nulla tiene per sé, neppure la propria intimità, neppure ciò che ha di più geloso, «il suo essere 80 uguale a Dio» (Gv 5,18; cf. Fil 2,6). In quell‘ultima ora vuole ―travasare‖ il divino nell‘umano. Egli si fa pane e vino per l‘uomo, fa il servo che lava i piedi alla sua sposa affinché essa si appropri della sua vita divina. Nella sua cena il Cristo può finalmente dire e rivelare esplicitamente il suo amore folle. Solo in questa occasione svela la sua intenzione più vera: Egli «desidera ardentemente» (Lc 22,15) la piena unione con la sua sposa. L‘invito al banchetto è invito all‘unione con Lui, a diventare «una sola carne» con Lui. Ciò non comporta la ―confusione‖ delle persone, la dissoluzione delle loro specifiche caratteristiche, ma solo comunione. Dio e la sua creatura divengono ―uno‖, rimanendo distinti senza essere separati. La distinzione viene mantenuta. Senza farsi ―distanza‖, essa diviene luogo e occasione della festa, dell‘ebbrezza, della gioia e della comunione. Nella notte in cui fu tradito, rinnegato e abbandonato, il Signore Gesù si è comportato come lo Sposo bramoso di donarsi e di essere accolto dalla sua sposa. Si fa ―mangiare‖ da lei affinché solo in Lui essa ritrovi vita e capacità di riamare. Si è posto nel pane e nel vino per essere ―desiderato‖, agognato perché in fin dei conti è Lui che ha fame e sete dell‘uomo. Egli è l‘Amante che vuole ―mangiare di baci‖ la donna/umanità che ama e della quale prova una ―nostalgia‖ infinita. Dio da sempre desidera congiungersi con ciascun uomo e con tutti. Egli vuole, infatti, farci partecipare del suo essere ―Uno‖ non perché intenda realizzare una uniforme monotonia del reale, ma perché vuole celebrare la varia e armonica festosità del tutto, di ogni uomo e di ogni cosa nel tutto. In questo modo, la sposa-umanità vivrà la propria divinizzazione: divenendo sempre più ―uno‖ con Dio. Senza ―fondersi‖ in Lui vivrà l‘estasi dell‘abbraccio amoroso con Dio e del condividere la sua stessa vita. La sposa sarà finalmente «simile a lui» in quella realtà nuziale che l‘Eucaristia adombra e realizza allo stesso tempo. Nella cena il Cristo anticipa anche il dono dello Spirito alla sposa (il mistero della Pentecoste; altro ―mistero‖ racchiuso nel ―frammento‖ eucaristico). È lo Spirito Santo l‘estasi nuziale, la Nuova Alleanza, il vino nuovo. Il Signore aveva operato il suo primo, ingiustificato, segno alle nozze di Cana con l‘intento di far capire l‘abbondanza dello Spirito che avrebbe donato senza misura per festeggiare le nozze eterne con l‘umanità. 6. Il corpo donato nel matrimonio Abbiamo così intravisto come il gesto eucaristico del Cristo vada letto utilizzando la simbologia nuziale, per ben comprenderne l‘intenzionalità profonda. Se l‘esperienza concreta delle nozze umane risulta essenziale per ―penetrare‖ il mistero eucaristico, è altrettanto vero che non c‘è altro come l‘Eucaristia per comprendere la specificità del matrimonio, del donarsi reciprocamente i corpi e di mettere la propria vita a servizio, a totale disposizione del coniuge pur di condividere con lui un‘intima unione. L‘unirsi in matrimonio promettendosi fedeltà e reciproco aiuto nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia è l‘apice dell‘amore umano. «L'amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all'essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono»60. Allora che cos‘è la vita di coppia? Qual è il servizio che nel matrimonio reciprocamente ci si dona? Essa è senz‘altro un incontro personale assolutamente libero; è una relazione duale, dove ogni persona, nel dono di sé all‘altra, realizza l‘altra e nel contempo anche se stessa. Nel momento 60 BENEDETTO XVI, Deus caritas est, 2. 81 in cui si compie l‘altro, anche a livello sessuale, nello stesso tempo ci si avvera. Più ci si specifica come uomo e come tale ci si dona alla propria donna più si suscita la sua pienezza femminile di donna, e viceversa. Emerge qui uno dei supremi paradossi, proprio già dell‘Eucaristia: chi dona, di fatto è un mendicante. Chi dona, chiede l‘accoglienza che sola rende effettivo l‘atto del donare. In una relazione colui che dona è sempre un mendico: mentre dona, chiede che venga accolto il dono per sentirsi completato come colui che dona. Così chi accoglie il dono completa e realizza il donatore. L‘accogliere l‘altra persona nel suo atto di dono significa realizzarla proprio mentre questa si effonde e si riversa nel cuore altrui. Anche il Cristo che offre il pane e il vino ne chiede l‘accoglienza ai suoi commensali: senza il loro consenso accogliente non ci sarebbe mai stata l‘Eucaristia. Cristo, infatti, si dà nel pane e nel vino per farsi totalmente intimo a colui che L‘accoglie e per poter permanere in lui. E colui che accoglie il pane/Cristo Lo accoglie con la totalità di sé: con la fede, con le mani, con la bocca e con il cuore. È con la totalità che Cristo si dona ed è con la totalità di noi stessi che Lo accogliamo. L‘Eucaristia è in grado anche di svelare alla coppia qual è il senso di questa dinamica di donoaccoglienza. L‘Eucaristia mostra che chi accoglie Cristo diventa Cristo. Si trasforma in colui che riceve. Sant‘Agostino diceva: «mentre mangi il cibo normale, sei tu che assimili e trasformi il pane in te, ma nell‘Eucaristia è il pane ricevuto che ti trasforma in Sé»61. Questo perché Colui che ci ama e che si dona in quel pane vuole che il suo essere, il suo vissuto, diventi nostro. Nell‘Eucaristia, quindi, è Colui che si riceve che ci trasforma in Lui. Diventiamo Colui che riceviamo e Lui diventa parte di noi. Tutto ciò avviene anche nel rapporto e nella relazione nuziale. Nella logica nuziale si vuole talmente bene all‘altro che si vive una vera estasi, un‘autentica uscita da sé; si vuole proprio stare ed essere nell‘altro. L‘altro, se ci accoglie, ci realizza; ma alla fin fine realizza anche se stesso perché vive anch‘egli la sua ―estasi‖ da sé per accoglierci ed essere in noi. Si ama, dunque, perché si vuole essere fino in fondo se stessi e si vuole realizzare l‘altra persona. Si è pienamente se stessi, si sta dentro di sé (en-stasi), solo quando si sta fuori di sé (ekstasi). Solo quando si è totalmente donati si è pienamente se stessi. Questo passaggio dall‘ekstasi all‘enstasi avviene attraverso una forma di morte/svuotamento (kenosi). Non è possibile un dono senza distaccarsi da se stessi. Come nella Vita Trinitaria il Padre genera il Figlio vivendo uno svuotamento di Sé nel dono di Sé al Figlio, così non esiste dono tra coniugi se non si accetta di superare anche se stessi. Quando ―muori‖ in favore dell‘altro è proprio il tuo uscire da te che fonda, costituisce l‘altra persona. Infatti non è vero che si prende coscienza riflettendo su di sé. Per quanto tu con i propri occhi ci si guarda non ci si vedrà mai fino in fondo. Si capisce chi si è, solo quando si entra in relazione con un‘altra persona. L‘altro è il ―tuo sguardo‖. Come da bambini abbiamo preso coscienza di noi negli occhi dei nostri genitori così è lo sguardo dell‘altro su di noi che ci permette di percepire la nostra profonda identità. L‘amore nuziale non può che nascere da una profonda macerazione di se stessi da parte dei coniugi; macerazione che sola permette un‘autentica consegna di sé. Senza una morte non c‘è amore. Amore e morte paiono esigersi a vicenda. L‘amore implica infatti la dedizione totale di sé. L‘amore implica il dono come abbandono: dono di sé affidato all‘altro. Risiede qui la segreta profezia del Cantico dei Cantici. Il Cantico sa che l‘amore è forte come la morte (cf. Ct 8,6); sa che non solo è ―inesorabile‖ come la morte, ma che l‘amore implica l‘atto del morire. L‘evento dell‘amore è un evento sconvolgente, tanto che esige e comporta la morte di sé; e questo in più modi. Chi ama non può obbligare la persona amata a corrispondergli. L‘amore non si 61 SANT‘AGOSTINO, Discorso 228/B, 3. 82 programma, né si forza. Nello stesso tempo occorre attraversare anche un deserto di solitudine: c‘è una solitudine ontologica (la singolarità di ciascuno) anche nelle persone che si amano, che va attraversata, accolta e custodita. Ciò significa che nessuno può ―colmare‖ compiutamente l‘altro; pensarlo sarebbe dar prova di delirio di onnipotenza. Solo Dio, infatti, è la pienezza del cuore umano. Va ancora sottolineato che si ama perché si ―decide‖ di amare. Amare è «decidersi per qualcuno». Se uno ama l‘altro perché lo merita, allora vuol dire che non lo ama. Se si ama perché l‘altro è bello, intelligente, perché con lui mi trovo bene, in realtà si sta amando l‘intelligenza, il trovarsi bene, ma non la persona. Se l‘altro lo merita, gli si dona il dovuto; ma l‘amore non è il dovuto, l‘amore è ―il gratuito‖. La ragione intima dell‘amore sta nel soggetto amante. Mentre si ama l‘altro in un certo senso si nega noi stessi. Nel senso che non sei la misura dell‘altro, non si ama l‘altro perché diventi come noi; quando ci si supera è perché si sente che si vuole un altro veramente distinto da noi, diverso da noi, non lo vogliamo uguale a noi. Questo è in fondo il mistero trinitario: volere pienamente l‘Altra Persona. Del resto, solo la distinzione di noi dall‘altro, quando questi non è uguale a noi, diventa ricchezza per entrambi. Così si custodisce gelosamente la diversità dell‘altro, senza per questo soffrirne. Ciò vuol dire che una vera sposa non sente l‘ombra del coniuge, non sente che le doti e le qualità del marito sono una minaccia per la propria personalità e viceversa. 7. Le nozze sono per loro e per tutti Sia nell‘Eucaristia che nelle nozze umane si compie un momento unitivo dove ci si concede all‘altro nella totalità del proprio essere, corpo compreso, perché ne viva. Il corpo che si dà non è ―un pezzo‖ di sé, ma è se stessi. È questo il servizio che si pone e si vuole nell‘offerta della propria carne all‘altro: il dono di sé affinché si realizzi la propria e l‘altrui specificità. Chi ama vuole la verità realizzata dell‘amato; non lo fagocita. In tale dono due esseri non si fondono ma fondano la loro unione; realizzano il costruire insieme l‘unità personale restando se stessi, quell‘essere uno, una carne, restando relazione. Gli sposi si incontrano ed esprimono il loro reciproco amore nella propria corporeità. Essa allora, come già emerge nella prospettiva creazionale espressa nel libro della Genesi, è stata pensata e voluta come realtà personale e perciò positiva, buona e anche «molto buona» (Gen 1,31). Chi ama è chiamato a percepire la bontà costitutiva del suo proprio essere. Un disagio verso di sé, una svalutazione o un giudizio negativo su di sé bloccano e feriscono il dono. Non è questione di ―esaltazione‖ ma di umile riconoscimento della fondamentale bontà di se stessi, contemplata nella luce dell‘atto creatore di Dio. Solo l‘accoglienza cordiale di sé predispone al dono di sé all‘altra persona, chiamata a vivere un medesimo percorso. Sapendosi ―donati‖ ci si mette in dono. Tutto ciò fa sì che le due persone si incontrino nella profondità del proprio essere. Due sposi si possono veramente incontrare alla radice del loro essere e nell‘intimità più vera che è dei corpi e contemporaneamente del cuore quando è espressa nelle parole, quando ci si parla «a cuore aperto». In ragione di ciò tale dono dei corpi non può non coinvolgere la totalità dell‘ambiente e del tempo in cui la persona vive. L‘amore si fa ed è storia perché la relazione personale si stende e si configura nella successione temporale. Per cui esso assume in sé il tempo. Un amore vero non è avulso dal reale concreto, fatto di spazio e tempo, di relazioni e di tradizioni. L‘ambiente e la storia sono fatti anche dalla presenza delle persone che li abitano: sono anche comunità e tradizione umana. Un amore che si ―isola‖ o si ―astrae‖ tradisce e perde se stesso. Per cui un autentico amore nuziale si apre in qualche modo al sociale, si mette a servizio delle persone con le quali vive ed entra in relazione. Un amore intimistico soffoca e falsa se stesso. 83 L‘amore sponsale, come l‘Eucaristia, è «per voi e per tutti». È ―per tutti‖ proprio a partire dal ―per voi‖. Il servizio allora a cui sono chiamati gli sposi è reciproco e contemporaneamente è rivolto a tutti quelli del loro ambiente di vita e consiste, prima ancora di fare cose concrete, nel mettersi a disposizione di un amore oggettivo percependo consapevolmente che c‘è qualche cosa di più grande per la quale loro due hanno deciso di sposarsi. Gli sposi cristiani non possono non guardare al Signore Gesù che con l‘Eucaristia ci ha svelato che abbiamo un corpo per amare: abbiamo un corpo per essere dato. Cristo nella Sua Cena ci ha mostrato qual è il profondo significato del sacrificarsi per amore. Egli, infatti, ha amato i suoi «fino alla fine» (Gv 13,1). Senza dubbio agli sposi dovrebbe risultare più ―facile‖ intuire la dinamica del ―corpo donato‖ come l‘espressione massima, anche se segreta e nascosta, della vita e cioè che nel donare il corpo, nel servire l‘altro, la vita si esalta. Questo perché nella vita di coppia la stessa logica eucaristica vissuta dal Cristo è presente 24 ore al giorno. L‘esperienza coniugale rende consapevoli che in ogni gesto feriale come è possibile una consunzione frustrante nei sacrifici richiesti, così è indispensabile, se si vuole il bene del coniuge, ―anticipare‖ il sacrificio, trasformando l‘inevitabile fatica del vivere quotidiano in un volontario servizio. «Adesso l'amore diventa cura dell'altro e per l'altro. Non cerca più se stesso, l'immersione nell'ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell'amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, 62 anzi lo cerca» . Si scopre che si può mettere amore nel sacrificio che si fa, che è possibile sacrificarsi per amore e così far crescere il rapporto di coppia. Nell‘amore, infatti, si cresce sempre, si procede continuamente. La pienezza d‘amore la si costruisce e risulta sempre nuova. L‘unità tra coniugi è progressiva, ha di fronte a sé un‘intesa sempre più profonda, una comunione sempre più intima. Proprio donando la fatica di un gesto ripetitivo e ordinario si cresce nell‘amore; ci è possibile mostrare quanto vogliamo amare il nostro coniuge, cosa desideriamo per lui. L‘amore che si prova verso il coniuge ci spinge a desiderare il massimo di felicità per lui, il massimo bene; ma il bene massimo, il ―Sommo Bene‖ è Dio. Ciò che si desidera per il nostro sposo o per la nostra sposa, anche se non ne siamo sempre coscienti, è Dio. Per questo donarsi e servire nel vissuto coniugale è un introdursi reciprocamente nella relazione con Dio. Gli sposi tramite il reciproco dono dei corpi, vivono, ovviamente in modo mediato, proprio il segreto presente nel gesto eucaristico del Cristo e cioè l‘essere messi in grado di ―conoscere‖ e partecipare alla gioia di Dio di servire gratuitamente. Per questo motivo dovremmo rendere grazie a Dio Padre, perché Egli non solo ha voluto nello Spirito farsi conoscere agli uomini attraverso il dono del corpo del Verbo, ma anche attraverso il dono ed il servizio reciproco di ogni coppia di sposi. 8. L’essenza del servire cristiano In quest‘ultima parte, si tenterà di chiarire il significato del servizio cristiano e di conseguenza come servire le persone che stiamo evangelizzando Sul ―come‖ servire, la Sacra Scrittura offre indicazioni precise: i fratelli si devono servire amorevolmente in maniera molto concreta: «Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti» (1Gv 3,18). La prima cosa quando si serve è avere attenzione della persona che abbiamo davanti e solo successivamente, come conseguenza, la nostra preoccupazione sarà rivolta a ciò che possiamo dare o al servizio che è utile prestare. 62 BENEDETTO XVI, Deus caritas est, 6. 84 Esistono molte associazioni benefiche concentrate nella lotta alla fame e alle malattie, altre ben organizzate per l‘efficacia dei soccorsi nelle situazioni di emergenza umanitaria. Sono tutte cose buonissime ovviamente, ma il Signore Gesù ci chiede di amare il fratello prima di aiutarlo perché solo così il nostro gesto sarà segno di salvezza per noi e per lui oltre che un sollievo materiale. Il Signore Gesù ci ha detto: «Amatevi come io vi ho amato» (Gv 13,34). Per servire il fratello, lo si deve amare per amore e con l‘amore di Gesù. Non si tratta di buoni sentimenti, di affetto, ma di radicalità divina: come Gesù ha amato ciascuno di noi «sino alla fine» (Gv 13,1), così Egli ci invita ad amare il nostro fratello fino a donargli tutto di noi stessi, se necessario, con la forza dello Spirito Santo. Ben presto si scopre che il servizio che si compie per il Suo amore, e che nasce solo da un cuore pieno di Dio, è l‘unico che risana integralmente ciò che è umano. Inoltre se agli occhi di chi si preoccupa dell‘efficienza del servizio può non sembrare, è proprio servendo per amore di Dio che il nostro operare in favore degli altri non si trasforma mai in un vago sentimento, ma si mantiene efficace ed attento ai reali e più profondi bisogni delle persone. In primis il servizio cristiano vuole far sperimentare al fratello il calore di una presenza che lo tolga dalla sensazione di essere solo, ricurvo sui suoi problemi, sulle sue croci; una presenza con cui condividere se stessi senza la paura di venir giudicato, disprezzato, non stimato; una presenza che non strumentalizzi per soddisfare i propri bisogni o raggiungere i propri obiettivi, ma che sappia riaccendere nel cuore la speranza. Raccontava la Beata Madre Teresa di Calcutta: «Noi abbiamo della case in Australia. Saprete certamente che molti aborigeni di quel paese vivono in infime condizioni. Quando giungemmo tra loro, per aiutarli, trovammo un vecchio che viveva in condizioni pessime. Mi recai da lui, e per avviare la conversazione gli dissi: ―Per favore, lasci che io le pulisca la camera e le rifaccia il letto‖. Rispose brusco: ―Sto bene così‖. Gli dissi ―Starà meglio con la casa pulita‖. Alla fine acconsentì. Quando entrai in camera sua (la chiamo camera, ma non pareva affatto tale), notai che aveva una lampada: una bellissima lampada ricoperta di sporcizia e di polvere. Gli chiesi: ―E la lampada, non l‘accende mai?‖. Mi disse: ―Per chi? A casa mia non viene nessuno. Trascorro i giorni senza vedere un volto umano. Non ho bisogno di accendere la lampada‖. Gli chiesi: ―Se venissero a trovarla le Sorelle, sarebbe disposto ad accendere la lampada per loro?‖. Mi rispose: ―Naturalmente!‖. Le Sorelle presero l‘abitudine di andare a trovarlo all‘imbrunire. E lui cominciò così ad accendere la lampada per loro, a mantenerla pulita e a riordinare anche la camera. Visse ancora più di due anni. Un giorno, diede un messaggio per me alle Sorelle: ―Dite alla mia amica che la luce che ha acceso nella mia vita, risplende ancora…‖. Era stata una minima cosa. Ma 63 in quella solitudine oscura, una luce si accese e continuò a risplendere» . Servire nell‘amore del Signore in maniera attenta, semplice e gratuita il fratello che stiamo evangelizzando è ciò che, in un certo senso, lo ―costringe‖ a cambiare. Si serve il fratello non con l‘ansia per la sua conversione, ma solo per offrirgli la possibilità di sperimentare la buona notizia che c‘è Qualcuno che lo ama cosi com‘è. Essere servito così significa incontrare l‘amore di Dio in atto per lui. Quest‘esperienza non lo lascia più come prima; è cambiato qualcosa nella sua vita: la sete del Signore Gesù di amarlo, grazie al nostro servizio, lo ha raggiunto. Ora spetta a lui decidere cosa fare, ma non sarebbe mai stato costretto a dover fare una scelta se non fosse stato toccato dalla larghezza, dalla lunghezza, dall‘altezza e dalla profondità dell‘amore di Dio (cf. Ef 3,17). 9. Quando servire? A questa domanda, d‘istinto verrebbe da rispondere: sempre! Giustamente servire è uno stile di vita e non un‘attività tra le altre. Se ci poniamo il quesito è perché anche se noi ci disponiamo a 63 MADRE TERESA DI CALCUTTA, Saremo giudicati sull’amore, Città Nuova, Roma 1988, 14-15. 85 servire in ogni momento il fratello da evangelizzare, egli in realtà accetta di essere aiutato solo in alcune particolari situazioni. Se tutto è a posto e non ha bisogno di nulla questo fratello potrebbe addirittura infastidirsi della nostra disponibilità ad aiutarlo. Avere un cuore di servitore comporta quindi la capacità e la sensibilità umana di farsi a lui prossimo proprio nei suoi momenti di bisogno. «Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore.» (Mt 9,35-36). Gesù passando osservava, si accorgeva e provava compassione per i reali bisogni (anche quelli nascosti) delle persone e li sanava. In una società dove è rara la sensibilità di comprendere le vere piaghe degli altri, chi evangelizza, e per questo motivo continuamente prega, dovrebbe distinguersi come una persona che ha affinato la capacità di trovare qual è la ferita che sanguina nel cuore del fratello. Questo non per fare pettegolezzi ovviamente, bensì per dare una mano, se possibile, a chiudere questa ferita, e se non è materialmente possibile almeno per con-patire sinceramente. La maggior parte delle persone per diverse motivazioni (per vergogna o perché vuole inconsciamente rimuovere, per rassegnazione o per pessimismo ecc.) non solo non chiede soccorso, ma neppure manifesta tanto facilmente le vere sofferenze che prova. Per questo motivo, non basta chiedere al fratello che cosa lo fa star male stando seduti davanti ad un caffè, ma è necessario darsi il tempo per avvicinarlo con amore. La persona, se non percepisce alcun giudizio e se farà esperienza di un cuore misericordioso e umile, saprà aprirsi, per raccontare oppure per dare segnali a riguardo di ciò che lo sta affliggendo. Un cristiano che giudica non ha compreso fino in fondo la sua stessa miseria, la sua incapacità ad amare e quindi la bellezza dell‘amore di Dio che gratuitamente ci permette di riuscire a donare, e ci dà la forza di camminare sulla sua strada nonostante le difficoltà. Denota invece un cuore orgoglioso intento solamente a mostrare la propria bravura o forza di volontà in grado di essere al di sopra del fratello che si vuole servire, e l‘incapacità di comprendere che nessun uomo è in grado di dare un giudizio veritiero sull‘altro perché manca di una cognizione completa di tutto ciò che ha impedito a lui di esercitare in modo pieno la propria libertà. A questo proposito appare significativo e illuminante ricordare il primo miracolo dell‘apostolo Pietro dopo la Pentecoste. Ad un storpio che gli chiedeva semplicemente l‘elemosina risponde: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At 3,6). Pietro come ogni vero cristiano si riconosce povero per aiutare il fratello solo con le proprie risorse e sa che l‘unico modo per prestargli soccorso è affidarlo a Gesù, donargli la possibilità di sperimentare la sua potenza. Solo quando dentro di noi arde il fuoco d‘amore del Signore, si trova la forza per avvicinarsi ad una persona, per servirla senza pretendere nulla in cambio, con l‘unica intenzione di sussurrarle delicatamente: tu sei prezioso agli occhi di Dio ed io ti voglio bene nel nome di Gesù. Solo «Lui è capace di presentarti il tratto di strada che ti rimane, lungo o breve che sia, come un‘occasione straordinaria di rinascere»64. Infine, non si deve dimenticare che servendo, noi realizziamo in pieno la somiglianza con Dio e quindi, pur nelle difficoltà e sofferenze che talvolta il dono di noi stessi può comportare, possiamo sperimentare in parte già da ora quella gioia che vivremo in pieno in cielo nell‘abbraccio amoroso della Trinità. 64 A. BELLO, Omelie e scritti quaresimali. Scritti 2, Mezzina, Molfetta 1994, 127. 86 Laboratorio personale e di coppia (1): servire come Gesù Leggi Gv 13,1-17 e sottolinea il brano. 1. Nei versetti 1-3 quali sono le quattro cose che Gesù sapeva? 2. Poiché conosceva queste quattro cose, cosa fece Gesù? 3. Perché Simon Pietro rispose con le parole riportate nel v. 9? 4. Perché è significativo che Gesù abbia lavato i piedi a Giuda? 5. Elenca tre persone che avrebbero bisogno della ―lavanda dei piedi‖. Cosa potresti fare per loro che abbia la funzione della ― lavanda dei piedi ―? 6. Cosa promette Gesù nel v. 17? 87 Laboratorio personale e di coppia (2): un cuore di servitori Leggi Mt 20,25-28 e sottolinea il brano. 1. Quali sono le caratteristiche dei governanti e dei grandi uomini di questo mondo? 2. In quale modo, secondo quanto afferma Gesù, una persona diventa grande? 3. Quali sono le due cose che Gesù è venuto a fare? 4. Cosa significa dunque essere servitore? 5. Nei confronti di chi puoi essere servo oggi? In quale modo? 88 Laboratorio personale e di coppia (1): il potenziale di crescita Il potenziale di crescita di una Chiesa è dato da coloro che, nel territorio o nell'ambiente che è interessato alla sua attività pastorale, non sono interessati alla sua vita di fede e non partecipano alle attività della parrocchia. Dobbiamo dunque essere sempre vigilanti, poiché siamo una comunità che è chiamata ad offrire, con l'amore fraterno e l'accoglienza, il messaggio del Vangelo di Cristo. Gesù si aspetta che molti siano raggiunti dal nostro impegno missionario: «L'azione evangelizzatrice della comunità cristiana, prima sul proprio territorio e poi altrove come partecipazione alla missione universale, è il segno più chiaro della maturità della fede. Occorre un radicale cambiamento di mentalità per diventare missionari, e questo vale sia per le persone sia per le comunità. Il Signore chiama sempre a uscire da se stessi, a condividere con gli altri i beni che abbiamo, cominciando da quello più prezioso che è la fede»65. Basandoti su ciò che conosci dell‘ambiente circostante, pensa a una persona che in particolare è lontana dalla Chiesa e chiediti: quali sono le cose che potrei fare per coinvolgerla? 65 GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Missio, 49. 89 CAPITOLO VI LA FAMIGLIA EVANGELIZZA CON LA CONDIVISIONE DELLA PROPRIA ESPERIENZA DI FEDE Nel precedente capitolo abbiamo parlato dell‘immagine della rete che raffigura la concreta scansione da seguire per attuare il processo di evangelizzazione personalizzata. ―Personalizzata‖ perché il comando del Signore Gesù di evangelizzare «tutte le nazioni» (Mt 28,19) va coniugato sempre in evangelizzare singolarmente «ogni creatura» (Mc 16,15). Il Signore è il Buon Pastore che va alla ricerca di ogni singola pecora, perché è con ciascuna persona che Egli vuole vivere un incontro unitivo. Egli bussa alla ―mia‖ porta e quando Gli apro Egli entra nella mia vita come lo Sposo più bello. Se ora io ascolto la sua voce, allora conosco il suo desiderio ardente di abbracciare anche quella persona del mio ambiente di vita che in questo momento si è perduta. ―Processo‖ perché mettere in atto il vangelo è una continua evoluzione interiore ed esteriore non solo per chi viene evangelizzato, ma anche per chi evangelizza. È un cambiamento che ha un suo inizio (il momento in cui una persona inizia a pregare per la conversione di un‘altra), ma non si può dire che abbia un termine. Infatti, anche quando viene raggiunto, grazie all‘azione dello Spirito, lo straordinario obiettivo di trasformare in evangelizzatore colui che prima era una persona non credente, il Signore Gesù non smette mai di chiamare ad ulteriore conversione. La proposta di lasciarci amare da Lui e di amare ogni uomo con il suo amore ha confini talmente dilatati da essere infiniti. 1. Dal servizio alla condivisione della fede Se la prima cosa da fare è servire il fratello nel nome di Gesù, il passaggio seguente è condividere a questo stesso fratello la nostra, magari piccola però reale, esperienza di fede imparando così ad annunciargli esplicitamente il nome di Gesù (Jeshua, significa ―Dio salva‖). Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato» (Mc 5,19). «Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1Gv 1,3). L‘evangelizzatore sa che Gesù è la Verità, e la persona a cui egli si rivolge ha il diritto di conoscere la Verità per abbracciarla e impostare su di essa la propria vita. Per la fiducia ottenuta, grazie al servizio che chi evangelizza ha fatto e continua a fare, la persona è diventata più ricettiva ed aperta; e il servizio disinteressato ha suscitato in lei la domanda: «Perché tu sei così, perché mi vuoi così bene?» Non si deve rispondere con il catechismo in mano, né si deve indicare subito a questa persona un sacerdote da consultare, bensì si deve rispondere condividendo quel ―poco‖ di Gesù che si è incontrato. Si tratta di testimoniare Gesù amorevolmente e con sincerità. È la testimonianza della propria vita, del cambiamento del proprio cuore, di un modo diverso di vedere le cose, le persone, le relazioni, il valore stesso della vita. Si testimonia ciò che Gesù ha compiuto nella propria vita o nel proprio matrimonio, affinché anche questa persona incontri il Signore. Si annuncia la propria ―vita nuova‖ con lo scopo di aiutare altri a giungere a conoscere personalmente Colui che fa continuamente nuove tutte le cose. Quando si è fatta un'esperienza viva di Gesù Risorto che ha cambiato la propria vita, non si può tacere ciò che si è visto, ciò che si è capito, la gioia che ci è stata donata. Perché evangelizzare, lo ribadiamo, non è convincere, bensì coinvolgere altri nella stessa esperienza di salvezza che viene dall‘incontro con il Signore Gesù. «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunci che annuncia la pace, messaggero di bene che annuncia la salvezza» (Is 52,7). 90 «Accanto alla proclamazione fatta in forma generale del vangelo, l‘altra forma della sua trasmissione, da persona a persona, resta valida ed importante. Il Signore l‘ha spesso praticata – come ad esempio attestano le conversazioni con Nicodemo, Zaccheo, la Samaritana, Simone il fariseo e con altri – ed anche gli Apostoli. C‘è forse in fondo una forma diversa di esporre il vangelo, che trasmettere ad altri la propria esperienza di fede? Non dovrebbe accadere che l‘urgenza di annunziare la buona novella a masse di uomini facesse dimenticare questa forma di annuncio mediante la quale la coscienza personale di un uomo è raggiunta, toccata da una parola del tutto straordinaria che egli riceve da un altro»66. Pronunciare il nome di Gesù, non vergognandosi di palesare l‘intima commozione che questo nome provoca nel nostro animo, è l‘apice del servizio che possiamo fare a questo nostro fratello che appartiene al nostro ambiente di vita. Fino ad ora lo abbiamo servito concretamente e continueremo ancora a farlo. Siamo andati al cuore della sua sofferenza per lenirla con lo stesso amore e con la stessa compassione del Signore che in noi agisce grazie allo Spirito Santo, ma dobbiamo ricordare che «anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata, esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù»67. Chissà quante volte egli ha sentito il nome ―Gesù‖! Siamo sicuri che lo abbia ascoltato almeno una volta dalle labbra di un suo amico o familiare che gli si è avvicinato con umiltà dopo averlo servito o perdonato? Purtroppo, diamo troppo spesso per scontato che chi vive in una situazione che è magari platealmente opposta alla fede e alla morale cristiana l‘abbia assunta consapevolmente dopo aver anche ben ponderato la via che il Signore Gesù gli offriva. Dimentichiamo di domandarci: ―almeno un cristiano gliela ha fatta intravedere concretamente?‖. La vera libertà di scelta è possibile solo quando si intuisce in che cosa consista l‘alternativa. È veramente libera di scegliere cosa fare, per esempio, una donna lasciata sola da tutti quando ha una gravidanza indesiderata? Certo, ci sono anche persone che deliberatamente e pienamente coscienti scelgono di odiare o ignorare Dio. In verità la maggior parte di coloro che oggi sono lontani da Lui lo sono solamente perché non Lo hanno ancora veramente conosciuto. «Se tu conoscessi il dono di Dio…» (Gv 4,10). La controprova per sapere se veramente vivere senza Dio è la loro scelta reale consiste proprio nel fatto che prima devono poter vedere un miracolo: il nostro! Si tratta del miracolo che lo Spirito ci aiuta a compiere quando ci inginocchiamo a pregare per loro, ci pieghiamo a servirli con umiltà, li amiamo con l‘amore di Gesù. Talvolta è comodo per quanti partecipano alla messa domenicale ritenere che sono ingrati coloro che non vanno, dato che non accolgono il grande dono che Dio fa anche a loro, perché in questo modo esaltiamo ancora più positivamente la nostra fedeltà. Anche se reciteremo nei loro confronti gentilezza e tolleranza, coltivare queste considerazioni ci renderà come il fariseo che entra nel tempio per pregare, ma che torna fuori con un peccato in più per aver nel suo animo ―condannato‖ il pubblicano (cf. Lc 18,9-14). Significa inoltre non aver compreso appieno il significato dell‘essere cristiani, il senso della nostra vita: lasciarci amare per amare, lasciare che l‘unione, l‘amore che viviamo con Dio faccia il suo corso e si espanda verso gli altri coinvolgendoli in questa nostra relazione con il nostro Creatore e Salvatore. 2. La condivisione della propria esperienza di fede alla luce della nuzialità Volgiamo di nuovo lo sguardo alla forma di amore umano più coinvolgente e forte, all‘amore tra l‘uomo e la donna: chi durante la fase dell‘innamoramento e del fidanzamento non prova un desiderio fortissimo di annunciare questo sentimento così intenso per l‘altra persona? Chi in questo momento riesce a contenere e a non far traboccare la gioia di questo avvenimento? La coppia inoltre genera i figli grazie al proprio amore, come se l‘unione non potesse cristallizzarsi nella vita a due, 66 67 GIOVANNI PAOLO II, Evangelii nuntiandi, 46. Ibid., 22. 91 ma volesse sbocciare in un altro essere come frutto e dono dell‘amore che intercorre tra la coppia, come se la forza e la bellezza della relazione non potesse essere contenuta, trattenuta all‘interno dei due che la vivono, ma dovesse prendere corpo in nuova creatura che va a partecipare dell‘amore che la mamma ha per il papà e viceversa. E i figli quale gioia più grande possono desiderare se non essere abbracciati da quell‘amore che unisce i suoi genitori? Di nuovo la nuzialità ci fa intravedere come l‘amore è sempre e solo un dono di cui noi siamo solo canali, che se lasciati ostruire diventano bacini d‘acqua stagnante: se non continuiamo a vivere la nostra relazione con Cristo e nello stesso tempo a stringere in questo abbraccio amoroso anche altri nostri fratelli o figli nella fede resteremo con il passare del tempo solo con i nostri bisogni, problemi, vuoti e questo consegneremo a chi ci circonda. Noi cristiani trascuriamo troppo spesso il fatto che l‘aver conosciuto il Signore è un dono che abbiamo ricevuto. Se ora siamo nella gioia, perché sentiamo che il Signore Gesù sta con noi, non è un nostro merito. È frutto della preghiera e della vicinanza della comunità cristiana che ci ha generati alla fede. La fede, infati, si può riceverla solo grazie agli altri, viverla assieme ad altri e accrescerla donandola ad altri. Cristo ha dato la vita ai suoi pur di costituirli quale comunità orante proprio perché è la comunità riunita nel suo nome il ―luogo teologico‖ per accogliere lo Spirito, che solo suscita la fede in Dio Padre, e per farLo conoscere alle «altre pecore che non sono di questo ovile» (Gv 10,16). Per farLo conoscere agli altri può esistere un percorso completamente diverso da quello che la comunità cristiana ha tracciato per noi, e che ci ha accompagnato fino al nostro personale affidamento al Signore? Esiste qualcuno di noi che ora vive pienamente inserito nella Chiesa che non abbia mai ―sentito‖ in maniera forte nemmeno una volta la vicinanza del Signore Gesù? È impossibile! Se ora noi siamo fra coloro che hanno deciso di mettere Dio al primo posto nella nostra vita è perché ci è stata donata la possibilità di ―assaggiare‖ la dolcezza del suo amore nella Chiesa. Con troppa facilità noi cristiani ci discolpiamo della diminuzione della fede, soprattutto tra le giovani generazioni, attribuendo ogni responsabilità al clima culturale nel quale viviamo o alla televisione ―cattiva maestra‖. Se in una parrocchia vi sono sempre meno persone che partecipano alla messa domenicale, se i gruppi battono la fiacca, se non si vedono da anni più conversioni, possibile che sia sempre e solo colpa della TV? Certo, proviamo tutti grande sconforto e sentimenti di impotenza nel constatare che tantissimi di coloro che sgomitano per apparire in televisione utilizzano ogni arguzia dialettica ed ogni tipo di seduzione pur di capovolgere la distinzione tra ciò che è il bene per l‘uomo e ciò che invece è un male per lui. Questo però non porta alla conclusione che i non credenti (o non praticanti) siano, o vogliano essere, esattamente come costoro. Si deve fare attenzione: non bisogna cadere nel tranello di pensare la televisione come uno specchio fedele della società! Anche se la televisione omette e non dà rilevanza, alle inquietudini e alle ricerche esistenziali ben radicate in ogni uomo e riconducibili al suo innato senso religioso, non può farle scomparire dalla nostra società. Non si può affermare, infatti, che le coscienze dei cosiddetti ―lontani‖ siano talmente influenzate da questa mentalità materialista ed edonista da disperare in una loro possibile ricezione delle frequenze utilizzate da Dio per raggiungerli. È troppo facile dar la colpa alla televisione per il regresso a tutti i livelli della fede nella nostra società. Se tantissimi non credono, non praticano oppure praticano per pura consuetudine non è solo ―per colpa della TV‖ o degli altri media, ma dipende soprattutto dal fatto che mai nessuno propone loro in maniera significativa un‘esperienza dell‘amore di Dio. Sì, è nuovamente possibile rievangelizzare un territorio parrocchiale (e molte sono le conferme) anche quando la situazione di partenza è estremamente preoccupante sia numericamente che come ―qualità‖ di adesione dei parrocchiani. Anche oggi lo Spirito può trasformare una parrocchia in una grande famiglia costituita da tantissimi cenacoli ardenti d‘amore e di gioia, anche se non vi è dubbio 92 che i praticanti domenicali facciano parte integrale di quel pubblico televisivo per il quale, seguendo il suo cosiddetto ―gusto‖, vengono confezionati gli attuali programmi.68 3. Annunciare Gesù è proselitismo? Troppi cristiani alzano bandiera bianca e non si impegnano per far conoscere il Signore perché si sentono piccoli di fronte allo sbarramento di fuoco dei mass-media. Si ritengono, perciò, soddisfatti del risultato di conservare la fede. Così, sovente, capita che all‘atto pratico rimangano fermi ed intimoriti, anche di fronte alle persone del loro ambiente di vita che esibiscono certezze, apparentemente granitiche, sul fatto che non hanno per nulla bisogno di Gesù. Si allineano sulle posizioni di una fede vissuta privatamente sulle quali gli oppositori espliciti del cristianesimo vogliono che i cristiani stiano: ―Chi me lo fa fare di sobbarcarmi la fatica e la figuraccia di andare a parlare di Gesù a quel mio collega, quando lui ha già maturato la sua idea? Ci rispettiamo di più se ognuno rimane dove sta! Solo un miracolo potrebbe avvicinarlo a Dio!‖. Ragionare in questo modo, è doloroso dirlo, è una grave colpa perché è rinnegare l‘identità donataci di essere i discepoli chiamati a far sperimentare a coloro che vivono a nostro stretto contatto l‘amore del Signore Gesù. Le roventi polemiche contro la Chiesa o le precomprensioni su Dio, continuamente alimentate dai prodotti mass-mediatici di stampo fortemente anti-religioso, non devono intimorirci al punto da delegare unicamente ai preti il compito di dire agli altri cosa ha fatto il Signore per noi. Proprio perché il mio parente considera Dio alla stregua di una fumosa astrattezza o di una superstizione che produce divisioni di casta tra eletti ed impuri, tra fedeli da premiare ed infedeli da castigare, io sono obbligato, mantenendo sempre un atteggiamento di profonda umiltà, a svelargli, tramite i miei gesti e le mie parole, quanto è grande l‘amore che il Signore ha portato nella mia vita. In un certo senso, quando le persone del nostro ambiente di vita ci provocano definendoci ―baciapile‖ o dicendoci che hanno deciso di non mettersi in ascolto di un Dio inesistente, o che se qualcosa c‘è, di certo la Chiesa è la meno indicata per parlarne, l‘amara considerazione è che purtroppo nessun cristiano e nessuna comunità ha fatto ―esistere‖ Dio come Amore nella loro vita. Chi, infatti, è stato finora loro vicino ed era in grado per esperienza diretta di svelare che Dio è Amore, aveva legato il proprio cuore e cucito la propria bocca con eccessivi fili di infondate 68 A tal proposito è utile osservare da vicino il meccanismo, apparentemente senza soluzione, che porta a far sì che la televisione inevitabilmente oscuri quell‘anelito spirituale che germinalmente è presente in ogni persona. Essa non è ovviamente uno ―strumento diabolico‖. È invece in tutto e per tutto uno strumento umano che ha però delle interne ragioni che la portano complessivamente a ―remare contro‖ la presenza di Dio nella ―città degli uomini‖. Non si tratta, infatti, solo di una maggiore o minore presenza militante di coloro che tentano, per proprie convinzioni ideologiche, di influire, attraverso ogni genere di prodotto mass-mediatico, per modificare la realtà in senso ateo e agnostico. Il fatto è che coloro che investono denaro nella TV (direttamente, come proprietari, oppure come imprenditori che vogliono, tramite la pubblicità, far conoscere i loro prodotti) perseguono un unico obiettivo: quello del profitto economico. In loro non c‘è la preoccupazione di fare programmi televisivi con risvolti educativi o che siano stimolanti culturalmente e spiritualmente, piuttosto prevale l‘ansia di conquistare a tutti i costi l‘audience. Coloro che fanno televisione sono, dunque, dei professionisti nell‘utilizzare la modalità più semplice e diretta che esista per attirare l‘attenzione del cliente e cioè colpirlo nelle sue debolezze (l‘egoismo che cerca sempre complici deferenti; la cupidigia; la vanagloria; la pulsione sessuale; la curiosità; il disimpegno; la volgarità ecc.). Tutto ciò che invece alimenta l‘aspetto spirituale (conoscenza, riflessione, ascolto di ciò che compie Dio nella vita degli uomini) viene volutamente anestetizzato: la spiritualità è indubbiamente una nemica del sistema di vendita! Soprattutto quando esso vuol far comperare cose inutili o vere e proprie gratificazioni egoistiche. L‘uomo spirituale è l‘uomo che viene liberato dalle lusinghe del peccato e assume perciò la virtù di relativizzare le cose diventando così un consumatore ―difficile‖ secondo i canoni del moderno mercato. Sono perciò meccanismi di vendita commerciale portati all‘esasperazione il motivo di una presenza televisiva che, non solo non fa emergere i semi di vangelo già presenti nella società, ma anche svuota dei più nobili sentimenti l‘animo delle persone, divenendo perciò oggettivamente di ostacolo per il recepimento del messaggio evangelico. 93 preoccupazioni: ―è meglio che non gli dica nulla; bisogna rispettare le convinzioni altrui; è roba da fanatici manifestare la propria fede…‖. Se non siamo noi a rendere realmente presente, con il nostro servizio, nella loro vita il Dio che è Amore, se non li coinvolgiamo nella salvezza che Gesù può dare condividendo loro la nostra personale esperienza di fede in Lui, chi mai lo farà? Il prossimo parroco, perché magari ―quello che abbiamo ora non va bene‖? Se facciamo prevalere l‘aspirazione ad essere accettati dall‘intellighenzia del ―politicamente corretto‖ e per questo motivo ce ne stiamo zitti-zitti per ―rispetto‖ della coscienza e della privacy altrui (forse sofferente e bisognosa di aiuto), allora vuol dire che non seguiamo gli insegnamenti del Maestro, ma quelli di quei tantissimi ―maestri del pensiero‖, che tanto lanciano proclami di tolleranza quanto attaccano con accuse esagerate ed unidirezionali chi tenta, con sincero afflato, di far affiorare dalle cose umane lo spirito dell‘amore gratuito di Dio, che è la fonte smisuratamente infinita di ogni piccola capacità umana di tollerare. Il ―problema‖, se così lo vogliamo chiamare, è dunque nostro. Siamo noi che pur avendo incontrato in Gesù, per pura grazia, la Verità, l‘Amore fatto persona, ci autolimitiamo nel fissare il traguardo. Ci dimentichiamo che con la preghiera non rimaniamo soli, ma riceviamo l‘aiuto dello Spirito Santo. L‘obiettivo massimo che ci prefissiamo non può essere solo il dialogo con coloro che non sono cristiani. In ogni caso per dialogare bisogna avere coscienza della propria identità per mettersi veramente in ascolto di quella altrui. Un conto infatti è il doveroso sforzo da compiere per favorire una convivenza civile in una società pluralistica: come ―cittadini cristiani‖ dobbiamo perseguire e operare affinché si realizzi, con la garanzia delle leggi, un rispetto reciproco tra le culture e le fedi. Ma dato a Cesare quel che è di Cesare non è terminato il nostro compito di discepoli di Gesù. Per ―dare a Dio quello che è di Dio‖, dobbiamo operare innanzitutto per attuare in noi la legge dell‘amore, che si fa servizio ed annuncio esplicito nel momento opportuno, affinché tutti gli uomini incontrino nel Signore Gesù la Persona che è la salvezza. Vivere l‘identità che ci è stata donata significa essere coloro che nel nome di Gesù pregano per gli altri, li servono, li amano e, se giunge da essi la domanda, rispondono della propria fede affinché si aprano ai ―suggerimenti‖ dello Spirito Santo che già opera nel loro cuore. È un‘ingiusta accusa considerare l‘evangelizzazione alla stregua di un‘indebita interferenza contro le verità degli altri. Dire agli altri ciò che il Signore Gesù ha fatto per me non è proselitismo, perché si giunge a questo punto con una persona del nostro ambiente di vita (e che potrebbe anche essere un collega di lavoro immigrato, oltre che un italiano battezzato ma non credente) solo dopo aver pregato per lui, amandolo e servendolo. A nessuno dispiace ricevere amore disinteressato; nessuno giudica come un‘interferenza il fatto di essere aiutato e amato. Il vero proselitismo si verifica purtroppo quando vi sono secondi fini (da quelli politici e di interesse, a quelli personali di rivalsa) e pur parlando di Gesù non si dona Gesù perché Lo si annuncia senza amore per l‘altro, senza umiltà, senza slancio e in definitiva senza Spirito Santo. A questo punto vi sarà chiaro che questo non è un percorso per esperti per imparare tecniche o metodologie sofisticate di evangelizzazione. È invece una rivoluzione per conquistare i cuori a Cristo. È la ―rivoluzione‖ del vangelo. I cuori di una moltitudine di fratelli possono cambiare se noi cristiani ci apriamo all‘azione dello Spirito Santo per far sì che sia il Signore Gesù il protagonista assoluto della nostra vita e di quella della nostra comunità parrocchiale. La nostra forza è Lui. 4. La coppia annuncia Gesù, dicendo la verità della loro relazione La condivisone della propria fede è il secondo passaggio del processo di evangelizzazione personalizzata che, per quanto riguarda gli sposi, si inserisce dentro un dinamismo di vita già in atto tutti i giorni. 94 I coniugi sono in questa epoca, nella quale la comunicazione massmediale ha una centralità assoluta, gli esperti della vera comunicazione: quella interpersonale. La condivisione nella vita di famiglia ha i suoi momenti facili e difficili, trova ostacoli, ma scopre anche strade nuove per poter crescere perché gli sposi sono necessariamente costretti ad inventarsi ogni giorno come dei ―professionisti‖ nell‘arte di comunicare. Nessuno può sostituirsi ai due coniugi nel lavoro lento e profondo di crescita nell‘amore che essi fanno quotidianamente, a cominciare dal periodo del fidanzamento, quando la comunicazione costante aiuta a radicare il matrimonio su basi ben più solide dell‘attrazione fisica e del sentimento. Inoltre è specifico solo degli sposi la condivisione dei loro stati d‘animo, delle richieste, delle speranze, della fede non solo attraverso il linguaggio, bensì con tutto il loro essere incarnato. L‘amore coniugale è un sacramento nella carne di un Dio il cui essere è comunicare, innanzitutto la vita. Dio non solo ne gode, ma si rende presente, quasi attratto da questa sintonia. È, dunque, questa prolungata esperienza di condivisione vissuta dai coniugi che può diventare il principale sostegno nel promuovere ed attivare una comunicazione della fede con le persone del proprio ambiente di vita, sia per quanto riguarda la modalità del comunicare (è in famiglia che si apprende quale è il momento opportuno per sottolineare al coniuge i suoi errori, quali sono i luoghi e i tempi adatti per parlare con ogni singolo familiare, qual è il tono di voce adeguato ecc.) sia per quanto riguarda i contenuti. Ciò che gli sposi possono condividere fra di loro, poi con altre coppie e altri fratelli è innanzitutto la scoperta di vivere nella loro relazione un amore che li trascende. La coppia cristiana nella propria esperienza di relazione affettiva scopre fin dal primo istante che l‘amore non è un prodotto che scaturisce solamente dal loro essersi incontrati, ma è una realtà infinitamente più grande che, realizzandosi grazie al loro libero e reciproco donarsi, rimanda a Colui che l‘ha inventata. Anch‘essi con umiltà devono annunciare esplicitamente ciò che hanno sperimentato nel loro amore: un riflesso, certo infinitamente più piccolo, dello stesso amore vivente in Dio. Non devono più tacere per conformarsi alla mentalità comune. Per noi cristiani l‘amore non è un ―prodotto‖ umano, ma è il parteciparsi di Dio. Come si può riconoscere, allora, Dio creatore in una sorgente senza però riconoscerLo nell‘acqua che vi sgorga in ogni momento? Come è possibile che le persone sposate che scorgono il Soffio di Dio proprio nella reciprocità del loro respiro d‘amore non ne accennino quando parlano del suo amore? Perché presentare l‘esperienza coniugale solamente quale vertice della bellezza del vivere umano, se si è già intravisto che essa è tale proprio perché è innestata nel divino? Gli sposi sono chiamati, dunque, a dire la Verità della loro relazione: essa non si regge sull‘istituto giuridico o sulla loro volontà di comunione (sarebbe altrimenti già finita o in decomposizione), ma attinge direttamente e continuamente a quella fonte trinitaria dalla quale è scaturita e alla quale è destinata. Va detto (e devono dirlo le coppie) che la loro storia non è nata dalla casualità, ma è inserita in un disegno d‘amore affidato alla loro libertà e non è destinata a consumarsi con il corpo, con l‘età o con le frustrazioni, perché è proiettata ad una pienezza di Nozze con Colui che l‘ha inventata. Per gli sposi condividere tra loro e con gli altri il Dio che hanno scoperto dentro la loro relazione diventa essenziale tanto quanto celebrare nell‘unione dei corpi il loro amore. Vi è infatti la stessa dinamica: permettere che la gioia che Dio ha impresso si sprigioni per essere partecipata al proprio coniuge e a coloro che si incontra, affinché insieme si attenda, pregustandone l‘ebbrezza, l‘incontro pieno e definitivo con Lui. Un‘altra verità che gli sposi sono chiamati a comunicarsi, e poi a condividere alle persone del proprio ambiente di vita, è come agisce la grazia del sacramento del matrimonio. Nel percorso di crescita spirituale, la coppia cristiana prende man mano consapevolezza che la grazia del sacramento del matrimonio ha reso la loro relazione un luogo di azione dello Spirito Santo, il quale attualizza nei loro gesti la stessa potenza unitiva che vi è tra Cristo e la sua Chiesa. 95 Sono stati perciò trasfigurati da ―semplici rovi‖, in rovi avvolti perennemente dal fuoco d‘amore di Cristo per la Chiesa, perché lo Spirito Santo dona loro la presenza del Signore Gesù, lo Sposo divino, nella dimensione ―oblativa‖ di offerta permanente per tutti. La grazia sacramentale è un dono che evidenzia nei gesti e nelle parole degli sposi l‘attività amante del ―Terzo‖ della coppia, che è il NOI trinitario, e che può essere in questo modo letto e visto da tutti, anzi può stabilire un contatto, attraverso la coppia, con tutti coloro che la incontrano. Ciò che, non per merito bensì per grazia, possono comunicare gli sposi (e che le parole devono esplicitare) è l‘intimo più intimo della loro identità e che corrisponde al nucleo della fede: la concretezza dell‘amore di Dio, il perdono continuamente offerto a tutti dal Signore Gesù. Per gli sposi dire la propria fede, comunicare Gesù, significa annunciare che c‘è un lievito speciale dentro il loro stare insieme che li ha cambiati, li ha fatti crescere oltre i loro errori. Non occorre aspettare lunghi anni o una provata esperienza di fede perché già dal primo istante del loro incontro lo Spirito agisce in loro ed attraverso di loro, per cui sono fin dall‘inizio ―abilitati‖ a dire la loro ―piccola‖ esperienza di coppia trasfigurata dall‘amore di Dio. Alcuni sposi, per questo, possono essere fin dal primo giorno di matrimonio padri e madri di tanti ―figli‖ spirituali. Aver comunicato ad amici, parenti e colleghi che il loro unirsi in matrimonio è un dono del Signore, che è presente nel loro amore, li ha già fatti crescere nella fede tanto da essere per queste persone un punto di riferimento spirituale forte. Una coppia di sposi concepisce un ―figlio‖ quando inizia a pregare per una persona della lista del cuore, ed in attesa della sua nuova nascita ―dall‘alto‖ (quando costui si affiderà totalmente al Signore) essi alimentano questo figlio appena concepito per tutti i mesi o anni necessari con un accompagnamento personalizzato (nella preghiera e con gesti di concreta solidarietà) e soprattutto con l‘annuncio esplicito della loro esperienza del Signore Gesù. Attorno alla loro mensa i coniugi hanno i propri figli (se ci sono e finché ci sono) per condividere il pane quotidiano. Inoltre possono invitare tanti altri figli, qualcuno anche più anziano di loro, che attendono senza esserne pienamente coscienti di ―rinascere‖ nella forza dello Spirito e di poter gridare ―Abbà‖ insieme a tanti fratelli. Con loro gli sposi possono condividere quel ―pane della vita‖ e quell‘unica acqua che disseta per sempre che ha voluto essere presente lì dove due sono riuniti nel suo nome. 5. Gli sposi sono fecondi di Dio quando fanno nozze con lui Dio ha creato l‘uomo maschio e femmina per imprimere così in ogni persona e nella relazione tra le persone la propria «immagine e somiglianza». L‘intento dell‘Unitrino, infatti, è che ogni creatura, maturando se stessa in una relazione umana a carattere sponsale, giunga ad accogliere l‘invito alle Nozze con Cristo Sposo che il Padre, grazie allo Spirito, da sempre ha preparato. È l‘unione sponsale con Cristo ciò che ci fa diventare spiritualmente fecondi. L‘essere strettamente congiunti a Lui ci rende capaci di generare qui sulla terra quel vincolo d‘amore che contraddistingue la vita divina. Si viene trasformati, cioè, come singola persona o come Chiesa, in ―sposa‖ di Cristo che dispone a favore di altri quello stesso Spirito che fa sperimentare a noi l‘unione con lo Sposo eterno. Alla luce di questa novità, gli sposi cristiani (segno nella carne della nuzialità che deve essere vissuta in ogni stato di vita) sono chiamati allora a guardare al loro compito di evangelizzare e di condividere la propria esperienza di fede e di amore coniugale, come l‘apice della loro fecondità. Così risuonano nel nuovo rito del matrimonio le invocazioni proposte quando gli sposi fanno memoria del loro battesimo: «Padre, nel battesimo del tuo figlio Gesù al fiume Giordano hai rivelato al mondo l‘amore sponsale per il tuo popolo. Cristo Gesù dal tuo costato aperto sulla croce hai generato la Chiesa tua diletta 96 Sposa. Spirito Santo potenza del Padre e del Figlio oggi fai risplendere in questi sposi la veste nuziale della Chiesa»69. Gli sposi, fatti una carne sola, sono un‘unica ―veste nuziale‖. Sono chiamati, pertanto, a realizzare, proprio come coppia, una relazione sponsale con l‘unico Sposo se vogliono essere fecondi spiritualmente. Essi in virtù del sacramento sono resi partecipi di una fedeltà che non verrà mai meno, «come Cristo ha amato la Chiesa» (Ef 5,25), ma questa fedeltà ricevuta dalla grazia dello Spirito Santo attende l‘adesione del cuore. Quando i due scelgono di essere un ―noi‖ diventano come coppia ―la sposa‖ di Cristo. Questo viene sottolineato soprattutto in oriente, ma con il nuovo rito del matrimonio è possibile farlo anche nelle Chiese italiane con il rito della ―velatio‖. I due sposi vengono coperti di un velo per indicare che, insieme, formano la sposa di Cristo. Ciò rimanda alla tradizione dei rituali della tarda antichità e del medioevo quando non venivano benedetti due anelli, ma un solo anello perché l‘altro era ―portato‖ da Cristo. Una fecondità degli sposi che faccia a meno del legame con lo Sposo è pretesa solitaria della coppia. Si possono anche fare figli senza essere uniti al Signore Gesù, ma prescindere da Colui dal quale vengono i figli e al quale sono destinati significa non riconoscere la sorgente dell‘amore mentre ci si sta abbeverando. Vuol dire gustare il vino più buono che esista al mondo senza chiedersi chi lo ha fatto e senza voler provare l‘ebbrezza alla quale conduce. Non si tratta solo di un mancato riconoscimento, c‘è qualcosa di più sostanziale. La coppia che presume di vivere la fecondità fondandosi solo sulla propria autoproduzione di energia è inesorabilmente destinata al fallimento. Esaurito lo slancio affettivo iniziale, ritenuto più che sufficiente per darsi reciprocamente piena soddisfazione, con fatalismo ci si rassegna alla separazione o ad un trascinamento pietoso del proprio matrimonio, non appena ci si accorge che il coniuge inevitabilmente non è più secondo gli schemi preventivati. La produzione d‘amore si ferma all‘improvviso; ci si accorge che non si ha più la capacità di amare al di là dei difetti del coniuge, pur volendo non si riesce. Questo perché, purtroppo, i coniugi hanno sempre esclusivamente attinto alla loro autonoma sorgente d‘amore che, essendo limitata, ad un certo momento si è esaurita. Quando, però, la coppia accetta di ―far coppia‖ con Dio, gli sposi ampliano la loro capacità d‘amare al di là della fertilità, che è solo propria di una stagione della vita, per riempire tutto il tempo della vita e oltre la vita. La fecondità che deriva dal far coppia con Dio è una fecondità che va oltre la stagione dei figli perché viene prima di questa stagione e può superarla. Se la coppia non realizza la relazione con ―l‘Alterità assoluta‖ finisce per vivere in maniera sterile anche il mettere al mondo numerosi figli, perché non avrà la fecondità che va oltre la casa, oltre i figli, oltre la propria famiglia e non sarà mai in grado di abbracciare la Chiesa, la società, il mondo. La triste realtà del nostro tempo è che troppe coppie cristiane sono sorgenti ―congelate‖ di fecondità. Sono tante fonti d‘amore che messe insieme l‘una vicina all‘altra potrebbero cambiare un paese, un quartiere o una comunità cristiana, ma purtroppo il più delle volte non accade. È doloroso constatare che finora tante ―buone‖ famiglie non hanno prodotto una società autenticamente umana. Non hanno prodotto comunità cristiane in cui sia sperimentabile la presenza dello Sposo. Oggi è tempo che le coppie di sposi che desiderano ampliare la propria fecondità spirituale accettino di essere condotte nel deserto: «La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). Il deserto è il luogo dell‘intimità con Dio. È il luogo dove Dio parla al cuore e svela la propria identità ed il proprio progetto. Si va nel deserto per ascoltare la sua Parola, per invocarLo e parlare con Lui imparando a scandirne i nomi: Padre, noi sposi siamo tuoi figli. Siamo stati resi padri e madri ad immagine tua. Siamo famiglia generata da Te per contribuire a formare la tua famiglia: quella di tutti i figli di Dio. 69 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Rito del matrimonio, 4 ottobre 2004. 97 Signore Gesù, noi sposi siamo stati assimilati al tuo amore di Sposo. Siamo stati fatti uno con Te per condividere con Te l‘amore verso la Chiesa. Signore Gesù, hai legato la tua presenza in forma stabile alla nostra relazione di coppia e come sei venuto «ad abitare in mezzo a noi in carne umana» (Gv 1,14), così ora risorto dai morti, con una presenza spirituale misteriosa, continui ad abitare nell‘unione dei nostri corpi per avere ancora ―carne‖ che esprima il tuo amore per la Chiesa e per ogni uomo. Spirito Santo, ti riconosciamo presente fin dal principio nei nostri cuori innamorati. Tu sei il soffio divino che abitò la creazione (Gen 1,2). Per la tua forza si rende possibile l‘impossibile: la nostra tenera e fragile relazione sponsale viene abitata dal fuoco d‘amore di Cristo per la sua Chiesa. Spirito Santo, ripeti in noi sposi il prodigio del roveto ardente per il quale semplici rovi come i nostri corpi, pur rimanendo tali, vengono avvolti dalle fiamme della Santità di Dio. Questo vale, cari sposi, più di tutti i piatti che sapete preparare o di tutta l‘accoglienza che potete dare nelle vostre case. Potete essere ―l‘ambiente umano‖ che rende possibile la Chiesa e la sua visibilità e far comprendere fino in fondo, dunque, a tutti coloro che fanno parte del vostro ambiente di vita quanto è bello formare un sol corpo nel Signore. Quale possibilità emana dal fatto di essere coppia di sposi che ―fa coppia‖ con il suo Signore! Voi potete essere niente meno che una ―Chiesa in stato diffusivo‖ nel territorio; venendo a contatto con coloro che non credono alla verità dell‘amore sponsale, potete far assaporare il «mistero grande» (Ef 5,32) nascosto nella realtà sacramentale del matrimonio. Anche una sola coppia che decidesse di vivere il proprio amore con questa intensità è ―bella‖ e diventa per la comunità cristiana una testimonianza esplicita della verità della Parola dove si afferma, dopo la creazione dell‘uomo-donna: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). 6. Cosa dire quando si condivide la fede?70 Vorremmo parlarvi di un aspetto pratico della condivisione della propria esperienza di fede e cioè ―cosa rispondere al fratello che si sta servendo quando chiederà il perché gli si vuole così bene‖? Ognuno di noi sa quale atteggiamento si deve avere. Come scrivono i nostri vescovi «l‘accoglienza, cordiale e gratuita è la condizione prima di ogni evangelizzazione». Ma quali specifiche parole poi dovrò usare se, su questa accoglienza, «deve innestarsi l‘annuncio, fatto di parola amichevole e in tempi e modi opportuni di esplicita presentazione di Cristo Salvatore del mondo», dato che «per l‘evangelizzazione è essenziale la comunicazione della fede da credente a credente, da persona a persona»71 ? Innanzitutto in cuor nostro diamo lode al Signore perché la domanda che la persona della nostra lista del cuore ci ha rivolto è una domanda importante che si ode in genere solo nell‘intimità familiare. Questo vuol dire che una breccia si è aperta: egli è rimasto stupefatto dall‘amore ricevuto. Non se l‘aspettava da noi perché credeva di conoscerci e mai avrebbe immaginato che proprio noi gli avremmo fatto conoscere una dedizione che non guarda all‘orologio, una vicinanza così forte da piegarci sulla sua piaga per risanarla. È giunto il momento di trasmettergli la nostra esperienza di fede con semplicità e verità, di raccontare semplicemente chi è Gesù per noi, ciò che Lui ha fatto e continua a fare per noi. Non si tratta di esporre il catechismo, né di riferire quanto noi pensiamo sia bello, importante, ragionevole la fede cristiana; no, si tratta invece di offrirgli la nostra fede in Gesù seppur ancor molto debole e tremante. Se Gesù ha saputo sfamare un‘intera folla con i pochi pani e pesci che Gli sono stati 70 71 Per quanto riguarda questo paragrafo e quello successivno si faccia riferimento a P. P ERINI, Corso Leader, 88-95. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 6. 98 offerti, saprà anche sfamare la fame di Dio di un fratello con la nostra piccola fede, se noi Gliela affidiamo, aprendoci in questo modo a un nuovo atto di fede. Produce effetto più una piccola fede che l‘orgogliosa esposizione dei propri successi mietuti grazie alle proprie forze. San Paolo, a questo proposito è molto chiaro quando dice: «Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» (2Cor 4,5). «Chi vuol annunciare e dialogare non può non partire dal proprio incontro personale con Cristo e da una vita profondamente innestata nell‘esperienza della comunità cristiana. Anche se – parallelamente – deve sempre aver viva la consapevolezza che la verità che annuncia è Gesù Cristo, una verità più grande delle sue parole, della sua comprensione, della sua esperienza e della vita stessa della Chiesa. 72 Altrimenti, rischia di non annunciare Cristo, ma se stesso, una sua verità» . Ci può aiutare a condividere la nostra fede tener presenti quattro interrogativi: 1234- Cosa ha fatto Gesù perché Lo incontrassi? Come Gesù è riuscito concretamente ad avvicinarmi? Cosa Gesù ha cambiato in me dal momento che è entrato nella mia vita? Come Gesù mi ha chiesto di annunciarLo alle persone del mio ambiente di vita? Inoltre è bene ricordarsi che l‘incontro con Gesù non è avvenuto una sola volta nella propria vita, ma più volte, e l‘ultima è la più bella. È importante utilizzare anche la gestualità per mostrare al fratello la nostra vicinanza e benevolenza: una calorosa stretta di mano, un tenero abbraccio, una ―pacca sulle spalle‖. Sii sempre semplice, discreto, prudente, delicato e rispettoso. La fede ―funziona‖ come l‘amore. Come si impara ad amare da qualcuno che ci ha amato e si desidera diventare buoni per imitare la bontà intravista in una persona, così è la fede. Ci si apre ad essa quando qualcuno la fa sperimentare concretamente. «Il mondo reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio, che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l'Invisibile»73. 7. In quale momento condividere la fede? Un‘ulteriore e necessaria considerazione riguarda la ―tempistica‖ della condivisione della propria esperienza di fede. Iniziare a pregare e a servire il fratello è una scelta che dipende da noi e dalla nostra disponibilità, la condivisione della fede invece dipende dal fratello. È lui che fa scattare questo passaggio del processo di evangelizzazione personalizzata. Non lo decide consapevolmente in quanto egli semplicemente ci rivolge una domanda: «Perché mi fai questo?». Per noi questa domanda è il segnale che è giunto il momento di dirgli che, se gli vogliamo bene, è perché il Signore Gesù ha fatto ―grandi cose‖ nella nostra vita. Certo, può capitare che passino i mesi e gli anni e la persona che si sta servendo non chieda mai il motivo di quello che si sta facendo. Per prima cosa non bisogna scoraggiarsi se sembra che il silenzio corrisponda ad una decisione risoluta di non farsi ―toccare‖ nella propria sensibilità umana. È bene non giungere alla conclusione che il fratello che si sta servendo non accetterà mai Gesù. Potrebbe un giorno sorprendere dimostrando che invece è molto più vicino di quello che si pensa all‘incontro con il Signore. Anche per questo occorre continuare a mostrare la piena accoglienza e il calore umano. Piuttosto bisogna chiedersi come fare per dare inizio ad una conversazione nella quale, con naturalezza, sia possibile condividergli la fede in Gesù senza forzature (che potrebbero rivelarsi irrilevanti se non addirittura controproducenti). E poi, non appena ci si accorge di un suo piccolo ―ammorbidimento‖ in cui non riesce però a trovare lo slancio per esprimere verbalmente quella 72 73 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Evangelizzazione e testimonianza della carità, 8 dicembre 1990, 32. GIOVANNI PAOLO II, Evangelii nuntiandi, 76. 99 fatidica domanda, allora qualcosa si può, anzi, si deve fare. Si deve intensificare l‘invocazione allo Spirito Santo affinché, in modo particolare, ci renda attenti ascoltatori delle parole e degli stati d‘animo di questo fratello e Dio possa aprire una via per poter annunciare al fratello che Gesù lo ama. Molto spesso sarà lui a ―chiedere‖ di Gesù senza farlo apertamente, mettendoci a conoscenza delle proprie ferite aperte, delle proprie insoddisfazioni e di tutto ciò che secondo lui non gli permette di vivere serenamente la propria esistenza. Queste confidenze sono una grande opportunità perché si ha l‘occasione di manifestargli, una situazione simile nella nostra vita e come Gesù ci ha aiutato ad affrontarla. Gli si può annunciare che Dio ha manifestato la sua paternità proprio in questo frangente di debolezza e di come sia dolce affidarsi totalmente a Lui. È necessario avere un grandissimo rispetto per le sue confidenze. Non si gioca al ―piccolo psicologo‖, si è attenti a cogliere ogni opportunità per regalare la cosa più bella: l‘incontro con il Signore Gesù. È bene pregare per le sue necessità mentre si ascolta. Pregando, infatti, ricordiamo continuamente che non siamo noi in grado di amarlo infinitamente; siamo solo uno strumento, felici di esserlo, dell‘Amore di Dio. E ricordiamo sempre che è il Signore a convertire secondo i suoi tempi; non si ha il diritto di forzarli. Anche se si tratta di un proprio familiare con il quale istintivamente, viste le nuove attenzioni nei suoi confronti, si è portati quasi a ―pretendere‖ da lui un cambiamento repentino, occorre invece rispettare in modo assoluto la sua situazione spirituale, il suo ritmo ed il suo passo. Sarà lo Spirito Santo che, opportunamente invocato, suggerirà la pazienza necessaria per accompagnare con delicatezza e amore. 100 Laboratorio personale e di coppia (1): la condivisione Ti sei mai chiesto: ―Perché Dio mi ha posto su questa terra?‖. Come credente non c‘è dubbio che una delle ragioni fondamentali è quella di portare gli altri a Cristo. Dopo aver pregato evidenzia e scrivi i pensieri chiave delle seguenti Scritture: Luca 19,10 (discorso di Gesù dopo la conversione di Zaccheo) Giovanni 15,8 (Gesù ai suoi discepoli) Atti 20,24 (Paolo agli anziani di Efeso) Atti 1,8 (Gesù ai suoi discepoli) 2Timoteo 4,2 (Paolo a Timoteo) Tutto ciò cosa ti suggerisce riguardo all'importanza di condividere Gesù con gli altri? 101 Laboratorio personale e di coppia (2): parlare di Gesù Leggi Giovanni 4,5-19 e sottolinea il brano 1. In questo incontro tra Gesù e la donna al pozzo quali sono le cose che Gesù dice per risvegliare nella donna l'interesse spirituale? 2. Guarda la tua lista del tuo ambiente di vita: scrivi tre modi per presentare Cristo a un membro del tuo ambiente, utilizzando parole tue. a) b) c) 102 Laboratorio personale e di coppia (3): i discepoli di Emmaus Leggi Luca 24,13-24 e sottolinea il brano 1. In questo incontro tra Gesù e i due discepoli lungo la strada verso Emmaus come il Signore li avvicina? Con quali atteggiamenti? Leggi Luca 24,25-35 e sottolinea il brano 2. In questo dialogo tra Gesù e i discepoli, perchè nasce dentro di loro una grande gioia? 3. Guarda le tua lista del tuo ambiente di vita: scrivi un modo per accostare uno dei membri del tuo ambiente e presentare Cristo 103 CAPITOLO VII LA FAMIGLIA EVANGELIZZA CON L’ACCOMPAGNAMENTO PERSONALIZZATO Continuiamo il nostro percorso analizzando i successivi due passi della nostra ―rete‖: L‘accompagnamento personalizzato e la giuda verso l‘affidamento. I passaggi che stiamo analizzando distintamente, non sono separati l‘uno dall‘altro perché costituiscono nel loro insieme il ―processo‖ di evangelizzazione. L‘evangelizzazione, infatti, è quella attività che, distendendosi nel tempo e nello spazio, accade continuamente senza esaurirsi mai, tra le libertà dello Spirito Santo e di colui che è chiamato a convertirsi, tra la libertà dell‘evangelizzatore e quella del Signore Gesù che si rende presente in lui. Se il centro della fede, se il cuore di tutto è la relazione viva che intercorre tra Cristo e la Chiesa, allora va ribadito che evangelizzare, per la Chiesa, non è una fra le varie azioni che è chiamata a svolgere, bensì è l‘azione per eccellenza. Dire il sepolcro vuoto, rendere fruibile per tutti ciò che grazie allo Spirito le viene donato in abbondanza dal giorno di Pentecoste, è il suo concreto «sì», che rende attuale (per lei e per gli altri) la relazione con Cristo. Se una persona sposata non ama fare ciò che desidera il cuore del coniuge, potrà compiere tante altre cose, ma non sta certo rispondendo all‘attesa di chi ha posto se stesso nelle sue mani (il termine ―sposi‖ deriva dal latino ―sponsi‖ e cioè dal verbo ―spondeo‖ che significa appunto ―rispondo‖): non agisce da sposo/a. Lo è per legge, ma non vuole esserlo intimamente perché non facendo ciò che desidera il coniuge, in realtà lo lascia sospeso, inespresso. In una parola, non lo accoglie veramente. Analogamente comprendiamo cosa agogna il cuore sponsale del Signore Gesù. Il suo travolgente desiderio, che Lo ha portato sulla croce, è quello di regnare nell‘anima di ogni persona; è quello di unirsi con ognuno; è quello di vedere ognuno di noi abbandonarsi tra le sue braccia per diventare una cosa sola con Lui. Questo è anche il desiderio del Padre suo, è il desiderio dello Spirito Paraclito. La Chiesa è la sposa del Signore Gesù e quindi evangelizzare «non è uno dei suoi compiti, ma è il compito, l‘impegno principale e prioritario, perché proprio questo è il desiderio di Gesù e del Padre: portare il Regno di Dio nel cuore di ogni uomo. […] Il mandato d'evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa. Compito e missione che i vasti e profondi mutamenti della società attuale non rendono meno urgenti. Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare»74. Concetto ribadito recentemente anche dai vescovi italiani: «Nella vita delle nostre comunità deve esserci un solo desiderio: che tutti conoscano Cristo, che lo scoprano per la prima volta o lo riscoprano se ne hanno perduto la memoria; per fare esperienza del suo amore nella fraternità dei suoi discepoli»75. 1. E dopo aver condiviso la fede? Cresce il desiderio di incontrare il Signore... Normalmente le persone della nostra lista del cuore, per le quali stiamo pregando e che stiamo servendo ed amando, giunte ad ascoltare la nostra esperienza di fede reagiscono con domande, perplessità ed obiezioni, vista la loro prolungata lontananza da Dio. Il compito ora di chi evangelizza è accompagnare il fratello per tutto il tempo necessario (a volte bastano pochi giorni, ma altre volte possono volerci anche molti anni) ed in maniera personalizzata 74 75 GIOVANNI PAOLO II, Evangelii Nuntiandi, 14. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 1. 104 verso il superamento dei dubbi e delle paure. Per ognuno, infatti, ci sono non solo tempi diversi, ma anche differenti problematiche da affrontare. L‘evangelizzatore deve saper dare spiegazione della speranza che ha riposto in Gesù (cf. 1Pt 3,15) procedendo con intelligenza, amore e rispetto se vuole aiutare il fratello a far cadere fraintendimenti e confusioni che sono presenti nella sua mente. In questi frangenti, non ci si deve assolutamente preoccupare di difendere la morale cristiana o la struttura ecclesiale (si chiarirà tutto a tempo opportuno), bensì, continuando a pregare per questo fratello e a servirlo, si deve lasciare aperta la porta del proprio cuore per fargli sentire concretamente l‘amore di Gesù che non giudica e che sa attendere. «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9); «Ecco, io sto alla porta e busso.» (Ap 3,20) L‘obiettivo è solo uno: condurre quella persona a riconoscere l‘amore dell‘unico Sposo, il Signore Gesù. Guidarla fino al punto che, liberamente, affidi la propria vita solo a Colui che può corrispondere al suo desiderio di felicità perché è Lui la Via, la Verità e la Vita. Ad un certo punto del periodo dell‘accompagnamento personalizzato questa persona (amico, parente, vicino di casa o collega di lavoro) si confiderà con noi. Ci parlerà dei suoi problemi e ci svelerà il suo animo che è alla ricerca, come quello di tutti, di qualcosa che lo appaghi. È la fase più difficile e delicata: il momento di iniziare a serrare la rete, di attuare cioè il grande mandato che Gesù ci ha comandato: quello di evangelizzare tutti gli uomini. È questo il momento di proporgli di affidarsi a Qualcuno. È il momento di invitarlo a pregare insieme a noi con fiducia e abbandono. Quando ascolterà la preghiera spontanea che con estrema confidenza noi rivolgeremo al Signore e quando poi riuscirà, con il nostro incoraggiamento, ad esprimere non nell‘intimo del cuore bensì con la propria bocca una semplice invocazione, ciò sarà per questa persona l‘inizio della sua conversione. «Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm 10,8-9). Il cammino potrebbe essere ancora lungo e faticoso, ma l‘atteggiamento di fondo sarà cambiato. Con la nostra vicinanza e con quella degli altri fratelli e sorelle della comunità familiare (come vedremo nel prossimo capitolo) imparerà a rivolgersi a Dio per dirGli che la guida della sua vita non è più nelle sue mani, ma è totalmente affidata a Lui. A mano a mano che questo avverrà, ci saranno dei segni tangibili di cambiamento nella sua vita: come ad esempio la presa d‘atto del proprio peccato, la capacità di perdonare e di perdonarsi, la gioia, la pace, la consolazione, l‘apertura verso chi soffre, la disponibilità verso gli altri. Tutto questo è grazia dello Spirito Santo che opera in colui che si apre con piena fiducia alla Signoria di Gesù. 2. L’accompagnamento personalizzato Abbiamo visto che per evangelizzare occorre pregare (prima, durante e sempre) per alcune persone del nostro ambiente di vita, poi le si deve servire e, quando arriva il momento opportuno, condividere a loro la nostra fede. A questo punto cosa accade? Abbiamo appena terminato di aprire il cuore alla presenza di questo fratello e gli abbiamo comunicato come è avvenuto il nostro incontro con il Signore. Abbiamo parlato con umiltà, ma anche con passione perché abbiamo sentito nelle nostre vene scorrere un‘altra ―passione‖, quella di Gesù per questa persona. Ora un‘attenzione da avere in questo preciso istante è quella di non farsi prendere la mano dall‘entusiasmo, incorrendo nell‘errore di concludere la testimonianza invitando coloro che stiamo evangelizzando direttamente in Chiesa per una messa, una riunione oppure un incontro di una comunità familiare. Prima è importante vedere la reazione di questo fratello alla nostra condivisione di fede. 105 Può capitare (e qualche volta capita) che una persona, pur essendosi allontanata dalla fede da diversi anni, in realtà stava interiormente compiendo un percorso di riavvicinamento, per cui non attendeva altro che qualcuno gli nominasse con amore il nome di Gesù per sciogliere ogni riserva ed accogliere la proposta di affidarsi a Lui. Non sempre però vanno così le cose. Al termine o durante la nostra condivisione lo sguardo del fratello può indicare magari che è stato colpito dalle nostre parole ma non toccato dall‘amore di Dio. Può capitare che scrolli le spalle, si zittisca o tutt‘al più ci dica: ―Va bene, sono cose belle per te, ma a me non dicono nulla‖. Oppure spesso accade che inizi subito a porci molte domande sulla dottrina o sulla morale della Chiesa, che ci possona dare l‘impressione di un suo interessamento alla nostra testimonianza e alle risposte che gli possiamo dare. In realtà queste domande ce le rivolge non per reale interesse, ma per mascherare o giustificare le sue resistenze di fronte alla proposta dell‘incontro con Cristo. «Ascoltare il vangelo», infatti, non vuol dire automaticamente comprenderlo. E comprenderlo non significa accettarlo. Nel caso che questa persona della lista del cuore vi faccia molte domande sulla Chiesa, si deve considerare il suo atteggiamento alla stregua di chi ci sbuffa addosso il suo fastidio. Si tratta in questo momento di una vera e propria chiusura. È bene non scoraggiarsi o peggio disprezzare il fratello. Qualcun‘altro duemila anni fa ha provato la sofferenza di vedere rifiutata la proposta che Egli faceva nel nome di Dio Padre, ma non si è lasciato tentare dal rifiuto, non è diventato nemico dei suoi nemici neppure quando hanno ordito per ucciderLo. Di fronte alle tante domande capziose Gesù ha risposto senza ―innervosirsi‖ e senza perdere la fiducia che la sua parola avrebbe avuto effetto. Quando Pilato Gli ha fatto la ―madre‖ di tutte le domande, «che cos’è la verità?» (Gv 18,38), non è caduto nell‘errore di volerla dimostrare perché la verità è proprio ciò che per sua natura si impone per se stessa. Così anche noi, discepoli dell‘unico vero Maestro, non dobbiamo provare alcuna forma di risentimento (ed anche per questo è necessaria la preghiera) neppure se ci deridono platealmente o ci apostrofano con un insulto. Se un rifiuto ci impressiona negativamente vuol dire che dobbiamo umilmente riconoscere che forse le nostre intenzioni non sono ancora giunte al livello di quelle di un vero innamorato, di uno sposo, di un genitore che sa non vedere alcun tipo di offesa. Non dobbiamo tirare conclusioni pessimistiche: non sono capace di evangelizzare! L‘orgoglio ferito ci fa accorgere che non siamo ancora riusciti a ―svuotarci‖ (solo così ―passa‖ attraverso di noi la grazia del Signore) e che nutriamo inconsciamente aspettative sbagliate del tipo: ―quando mi chiederà il motivo per cui lo sto servendo gli farò vedere io quanto valgo‖. In ogni caso, continuiamo ad invocare lo Spirito Santo che ci doni pace e serenità. Solo Lui ci rende partecipi degli stessi sentimenti di Cristo che, di fronte alla scelta (momentanea) della persona amata di rimanere ai margini della bellezza della vita, offre al Padre la sua sofferenza di amante non corrisposto affinché la trasformi in risurrezione. Proclamare Gesù come il Signore della nostra esistenza, nonostante la fragilità che ci contraddistingue, in realtà ci sostiene nella nostra azione evangelizzatrice, perché è confessando innanzitutto a noi stessi la nostra debolezza che si mette in risalto l‘unica vera forza, la sola vera sapienza. «Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. […] Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Io venni in 106 mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor 1,20-25. 2,1-5). 3. Come si accompagna il fratello? Lasciarsi ―dominare‖ dalla potenza dello Spirito ci rende ben consapevoli che l‘aver condiviso la fede al fratello della lista del cuore non è stata opera nostra, ma sua. Lo Spirito che agisce in noi ora ci spinge ad accompagnare per tutti i mesi o gli anni necessari finché il fratello giunga ad affidarsi al Signore. La conquista della fede è sempre un cammino ed un‘adesione personale. Ogni persona ha bisogno di essere accompagnata, ―nutrita‖ fin quando aprirà uno spiraglio che verrà spalancato dall‘amore travolgente del Signore. «Chi crederà sarà salvato» (Rm 10,13). Il ―chi‖ dice, appunto, che è la singola persona che deve approdare alla fede. Il nostro atteggiamento nei riguardi di questo fratello deve essere per lui un‘esperienza di un Dio che si dà tutto a lui; che ama ad uno ad uno e contemporaneamente dà a lui tutto di Sé. L‘accompagnamento personalizzato è una pastorale anti-massa dove oltre ad essere rispettati si viene anche amati personalmente; è un‘opera artigianale in cui, innanzitutto, si ascolta il fratello con calma e gli si dà tutto il tempo necessario, perché ognuno ha le sue obiezioni da farci sugli insegnamenti della Chiesa, ognuno ha le sue problematiche, le sue sensibilità, o è stato influenzato ed ha aderito a qualche idea, ognuno ha la sua esperienza di Chiesa, magari non proprio felice. C‘è chi vive situazioni irregolari e si sente ―tagliato fuori‖, c‘è pure chi si sente a posto perché ha costruito una ―sua‖ fede dal vago sapore cristiano. Ciascuno va accompagnato con pazienza, amandolo ―a tutti i costi‖ e con continuità senza pretendere da Dio il risultato garantito, perché il nostro compito non è di cambiare i cuori (questo è compito suo), ma solo di versare nelle idrie vuote della vita del fratello una presenza, un amore, una vicinanza. Senza rimproveri né delusioni, continuando a pregare e a servire, ci affiancheremo a questa persona con «dolcezza e rispetto» (1Pt 3,15) per rispondere alle sue domande sulle ragioni della nostra speranza. 4. Non dimenticare l’obiettivo Dato che abbiamo parlato della nostra esperienza di Gesù è ovvio che da adesso in avanti il fratello che serviamo e per cui preghiamo ritorni con noi sull‘argomento ―fede‖ abbastanza spesso, magari facendoci tutte quelle domande che avrebbe voluto rivolgere ―alla Chiesa‖. Già abbiamo detto che le motivazioni che spingono il fratello a porci queste domande non provengono quasi mai da un suo reale interesse o per comprendere veramente. Sono il più delle volte delle accuse sotto forma di domanda retorica: ―perché la Chiesa è così ricca?‖, ―perché la Chiesa è contro il sesso?‖ ecc. Anche quando queste domande sono dubbi reali e sinceri sugli insegnamenti della Chiesa, il modo con cui vengono formulate è talmente intossicato da una falsa idea di ciò che la Chiesa è e dice realmente, che neppure la risposta più intelligente potrebbe bastare. Occorre non farsi tentare dal dare risposte esaustive (che non ci sono e che non servono). Ciò non vuol dire che si deve rimanere in silenzio. Qualcosa si deve dire76, ma come vedremo più avanti non conta quasi nulla quello che si dice, piuttosto come lo si dice. 76 In P. PERINI (ed), Corso Leader, op. cit., 96-102 si possono leggere alcune risposte brevi da offrire a quel fratello che muove questo tipo di obiezioni alla Chiesa. Qui portiamo altri due esempi di possibili accuse alla Chiesa con le relative risposte: (1) ―Perché la Chiesa è contro il sesso, rapporti prematrimoniali, nozze gay, contraccezione ecc.?‖ Di tutti i 107 Non bisogna permettere che discussioni inutili ci facciano allontanare dallo scopo centrale, che è quello di far incontrare il nostro fratello con Gesù. ―Inutili‖ perché anche quando con la dialettica e la cultura si mette all‘angolo l‘idea sbagliata del fratello, egli non si avvicinerà di un centimetro al Signore. Anzi, per il KO ricevuto crescerà in lui una maggiore ostilità. Non è che vogliamo evitare le spiegazioni, ma, ribadiamo, è questione di sostanza: la fede si sperimenta e ciò che il fratello deve sperimentare è la pace e la pacatezza che abbiamo nel rispondergli, è il nostro amore verso di lui nel nome del Signore. Siamo chiamati ad imitare l‘azione dello Spirito Santo nel cuore degli uomini. Egli li guida soavemente e fortemente. Se svolgeremo il ―nostro‖ compito, che è quello di annunciare la verità del vangelo e l‘insegnamento della Chiesa con lo sguardo fisso sul volto del Signore Gesù che ora si sta manifestando su questo nostro fratello, noi faciliteremo al fratello il suo ―compito‖: abbandonarsi a questo Amore. Se avremo veramente fede nell‘azione dello Spirito non trasmetteremo alcuna ansia perché sapremo con certezza che il Signore sa quando (nel momento che meno immaginiamo) l‘annuncio del vangelo darà frutto nel suo cuore. Sapremo inoltre ritornare a Dio nella preghiera offrendo a Lui anche i nostri insuccessi, per chiederGli altro amore per il fratello o luce su qualche nostro atteggiamento da cambiare77. 5. Accompagnare come in famiglia Tutti questi suggerimenti per svolgere l‘accompagnamento personalizzato sono, per gli sposi e per i genitori, un‘ideale continuazione di ciò che ogni giorno compiono in famiglia. Anche un figlio viene ―accompagnato‖, con la propria singola specificazione e problematica, nella crescita al meglio di sé dai genitori che si impegnano con tanta costanza e ―creatività‖. I genitori cristiani sono consapevoli, infatti, che la crescita di un figlio non comporta solo il raggiungimento di una buona maturità umana, nel rispetto delle regole della convivenza civile, ma riguarda anche la crescita di un‘anima. È l‘anima immortale che porta inscritta intimamente l‘origine ed il destino eterno di cui egli è espressione. campi del credere e del vivere, quello della sessualità è certamente il più vissuto dalle persone con maggiore ambiguità. Perché già la parola ―morale‖, in riferimento a ciò che di più intimo costituisce l‘identità della persona e cioè il suo essere maschio o femmina, viene normalmente associata con realtà di ―costrizione‖ e di ―espropriazione del soggetto‖. La vera obiezione presente nelle domande sulla morale sessuale della Chiesa è: ―Che autorità ha la Chiesa di dirmi certe cose?‖ Al fratello, che considera la morale sessuale della Chiesa un qualcosa contro di lui, va risposto con semplicità e delicatezza: ―La morale sessuale per i cristiani non è una serie di prescrizioni e di divieti, assolti i quali si diventa ―bravi‖ figli di Dio. La morale sessuale è la vita, come maschio e come femmina, secondo il vangelo. È la novità che è presente nella capacità di amare come maschio e come femmina‖.Inoltre potreste fare voi delle controdomande per aiutare il fratello a riflettere: ―L‘amore non esige forse ad un uomo e ad una donna, piena comunione di vita e non solo sul piano sessuale (è il no alla convivenza)? L‘amore tra un uomo e una donna non chiede forse di dilatarsi responsabilmente e nel rispetto del figlio (è il no alla contraccezione)? È forse possibile sottoporre l‘amore ad un test diverso da quello del sacrificio l‘uno per l‘altra (è il no ai rapporti prematrimoniali)? Come può l‘amore realizzarsi se vissuto come ―proprietà privata‖ negandone la natura sociale (è il no alle nozze gay)?‖ (2) ―Perché c‘è bisogno della Chiesa per entrare in rapporto con Dio?‖ A chi ci rivolge questa domanda o simili (―perché dovrei venire in chiesa? Io prego a modo mio, ho la mia fede!‖) si potrebbe rispondere: ―Non condividere la fede comunitariamente significa farsi una fede per conto proprio, diventare Dio di se stessi. È la trasposizione dell‘egoismo nella spiritualità: io al centro, io decido cosa è bene e cosa è male; il ―vangelo secondo me‖. La Chiesa non è solo gerarchia, ma è una famiglia, una comunità e il Signore ha promesso di essere presente là dove due o più saranno riuniti nel suo nome. 77 A tal proposito il manuale P. PERINI (ed), op. cit., p. 106 offre un invito: «Vivi nella pace e nell‘umiltà anche quelle che sembrano sconfitte e riempile di preghiera e di intercessione. In genere il Signore ci benedice con qualche ―risultato evidente‖ ed immediato, ma poi vuole che continuiamo ad evangelizzare anche quando non vediamo frutti. Continua ad aver fede e a seminare! ―Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete. Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro‖ (Gv 4,37-38)». 108 Ebbene, per gli sposi, l‘accompagnamento di un fratello da evangelizzare è un‘estensione della loro genitorialità. Constatare quotidianamente che ai figli serve il loro amore e la testimonianza concreta di una esistenza autenticamente umana e cristiana suggerisce agli sposi la modalità dell‘accompagnamento dei familiari, parenti o amici ai quali hanno condiviso la propria fede nel Signore Gesù. I genitori più esperti di questa modalità sono proprio coloro che sono stati segnati dalla delusione, dalle tragedie immeritate. Nonostante avessero ben tracciato la via verso Dio, i loro figli sono andati da un‘altra parte. Questi genitori sanno cosa significa accompagnare qualcuno verso Dio: vuol dire anche imporsi la disciplina del silenzio, accettare l‘umiliazione arrecata da chi si ama. E tutto ciò si sopporta («l’amore tutto sopporta» 1Cor 13,7). Come il Padre misericordioso della parabola, anche quando il figlio è lontano, loro sanno attendere con speranza, senza farsi prendere dal risentimento, ma continuando concretamente ad offrire al figlio l‘amore infinito di Dio. 6. L’affidamento al Signore Gesù è l’obiettivo dell’evangelizzazione L‘evangelista Giovanni ci ha lasciato un bellissimo affresco del processo di evangelizzazione: il passo del vangelo dedicato a Gesù e la Samaritana (cf. Gv 4,5-42). La prima scena dell‘incontro tra Gesù e la donna di Samaria è uno splendido squarcio aperto sulla pedagogia di Dio nei confronti dell‘uomo: vengono attuate quelle modalità d‘approccio al fratello che ci permettono di essere un segno dell‘amore di Dio per lui. Gesù ha un profondo rispetto per questa donna, non la giudica, né accusa pur conoscendo la sua vita affettiva disordinata, ma la ama facendo emergere in lei la consapevolezza dei suoi desideri più profondi per poi presentarsi come Colui a cui affidarsi per dare compimento alla propria vita. Interessante per noi in questo brano del vangelo è anche la seconda scena, quando la samaritana diventa autentica evangelizzatrice annunciando la sua piccola esperienza di Gesù ai suoi conterranei, molti dei quali spinti dalle sue parole vanno ad incontrarLo di persona: «Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto”. E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: “Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”» (Gv 4,39-42). I samaritani si lasciano convincere e coinvolgere da una persona che, secondo la mentalità dell‘epoca, era poco credibile. Anche in questo caso viene rivelata la forza del vangelo e di Dio che, proprio attraverso umili strumenti, travasa il suo amore e la sua potenza nel mondo: speranza per tutti coloro che sentono la loro fede troppo piccola per essere donata, che avvertono troppo la loro povertà per essere degni di annunciare il Regno di Dio. I samaritani non solo prestano ascolto alla donna, ma si recano anche da Gesù (un giudeo) chiedendoGli di fermarsi, di sostare nella loro comunità facendo esperienza in prima persona della salvezza da Lui offerta. L‘evangelista Giovanni ci offre un esempio di affidamento a Gesù da parte di persone che hanno ricevuto il lieto annuncio da un fratello. L‘affidamento a Gesù e lo sperimentare la sua presenza nella nostra vita è il compimento dell‘evangelizzazione: è il momento nel quale il fratello con cui noi abbiamo condiviso la nostra fede invita Gesù a varcare la porta del proprio cuore . È il momento in cui quel fratello che abbiamo servito, amato, desidera essere toccato, visitato da colui che noi gli abbiamo detto essere la fonte della nostra gioia, del nostro amore. È il momento in cui comprende nel proprio cuore che Gesù lo ha amato e gli sta dicendo il suo amore attraverso di noi e di tutti coloro che lo hanno amato sinceramente. Chissà quante volte avrà sentito, tra l‘annoiato e il divertito, la frase «Gesù ti ama». Ora la sta ascoltando, per opera dello Spirito, direttamente da Lui. È l‘inizio della conversione, il cambiamento del suo atteggiamento di fondo. 109 Successivamente, inserendosi in una comunità familiare, l‘amicizia e la fraternità che sperimenterà lo aiuteraranno ad imparare a rinnovare ogni giorno il proprio affidamento al Signore. Man mano che le settimane e i mesi passeranno e avrà avuto l‘opportunità nella sua comunità familiare di lodare il Signore insieme ad una piccola, ma ―efficace‖ chiesa che si raduna nella casa di una famiglia e che della famiglia ha la struttura affettiva, egli vedrà sempre più chiaramente che «tutto è grazia». Ascoltare settimanalmente ciò che nei fratelli opera il Signore, lo renderà accorto dei piccoli e grandi segni tangibili della presenza amante del Signore nella sua vita: come ad esempio la capacità di perdonare e di perdonarsi, la gioia e la pace nello svolgere qualsiasi incombenza, la consolazione, l‘apertura verso chi soffre, la disponibilità verso gli altri. In ogni incontro con il Signore sarà lo Spirito Santo a renderlo cosciente dei suoi peccati e a fargli sentire la necessità di riconciliarsi con Dio attraverso il sacramento della Riconciliazione. Non spetterà a noi fargli abbandonare le sue ―cattive abitudini‖, bensì ricordargli (e lui sarà chiamato a ricordarlo a noi) che tutto diventa possibile se ci si affida a Colui che tutto può. La conclusione del suo percorso non potrà che portarlo all‘Eucaristia (celebrata ed adorata), alla riscoperta della propria parrocchia con la voglia di svolgere in essa un servizio adeguato secondo i propri doni, a partire dal compito comune con gli altri fratelli: evangelizzare. 7. Affidarsi come coppia al Signore Il traguardo dell‘evangelizzazione è, dunque, quello di aiutare ogni persona ad accogliere Gesù come il Signore della propria vita, affidando a Lui tutto di noi: pensieri, sentimenti, intenzioni e azioni. La fede è proprio abbandonare a Lui tutto di sé. Si può credere che Dio esista, ma non è ancora fare esperienza della fede, perché è ancora un ―avere‖ la fede. Io posso ―avere‖ una bicicletta (ed è già qualcosa) e non fare l‘esperienza di cosa sia pedalare, se non provo a salirci sopra. Si possono, cioè, vivere riti di fede senza ―sperimentare la fede‖. Ciò perché per ―sperimentare la fede‖ è indispensabile farsi completamente coinvolgere, dare tutto senza trattenere nulla (peccato incluso) alla Persona che è l‘oggetto e il soggetto della nostra fede: il Signore Gesù. È giusto far notare che ogni uomo è predisposto per costituzione creaturale (si nasce tutti figli!) all‘affidamento di sé. Ciò che però liberamente si decide è a chi o a cosa affidarsi. Si può decidere fino all‘ultimo respiro chi o cosa rendere il ―signore‖ della propria esistenza: una riuscita economica, una vita tranquilla, una bella figura, un‘idea politica, un guru, il piacere ecc... Noi siamo coloro che tentano di abbandonarsi alla Persona di Gesù, nostro Signore. Possiamo così testimoniare al mondo di aver ricevuto la gioia di trovare noi stessi proprio nel «perdere la vita» per Dio e per gli altri, come Egli ci ha mostrato. Da quando abbiamo incontrato in Gesù la Verità ne notiamo tracce in ogni dove: a partire dalla creazione, dall‘essere cioè ognuno di noi creato con un corpo sessuato che richiama immediatamente la relazione con chi, distinto da noi, è fatto per corrisponderci. Abbiamo già trattato della dinamica pasquale di morte e risurrezione insita nella struttura sponsale. Qui si vuole sottolineare come l‘unione tra un uomo e una donna è l‘icona vivente anche dell‘affidamento, necessario per sperimentare l‘incontro con il Signore della vita. Quando si tratta il tema della fede spesso si citano, come esempio, i bambini quali modello di fede, perché essi vivono nel totale abbandono nei confronti dei genitori: «se non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3; cf. Mc 10,14 e Lc 18,16). Se il modo di affidarsi del bambino colpisce il nostro immaginario per la sua purezza, non dobbiamo dimenticare che esso non è consapevolmente libero. Tutti i bambini si gettano tra le braccia dei genitori senza ―decidere‖ di farlo. La natura dell‘affidamento che il Signore ci chiede, Egli l‘ha da sempre posta fin dalla creazione del mondo, nell‘unica sua immagine ―autorizzata‖: la coppia uomo-donna. 110 Che fiducia è necessaria affinché l‘incontro con il Signore avvenga? La chiave che dà l‘accesso a tutti per comprendere ―quanta‖ fede serve è il nostro stesso esserci che viviamo in un corpo maschile o femminile. La storia di ogni anima che ha incontrato Cristo può trovare solo nel linguaggio sponsale il modo più completo per descrivere in cosa consista l‘esperienza della fede: ―ho intravisto Qualcuno che era fatto per corrispondermi (ed io ero fatta per Lui). Percepivo che Gli interessavo. Lo volevo conoscere perché sentivo che Lui voleva conoscermi. Mi sono sorpresa nel constatare l‘ampiezza del suo amore: Egli era disposto, già da subito, a donarsi tutto a me. Decisi anch‘io di mettermi in gioco. Non potevo che fare quello che faceva Lui: fidarmi. Gli chiesi con cuore aperto: cosa vuoi che sia per Te? Cosa vuoi che faccia per Te? Quando mi rispose ―la mia sposa‖ ebbi un trasalimento perché dubitavo di essere la persona giusta per Lui.Ma il suo accogliermi anche nei difetti alla fine vinse sui miei timori. Mi lasciai andare e Gli svelai tutto di me. Ora Lo riconoscevo come la persona più importante della mia vita. Sono da allora innamorata di Lui. Mi lascio trascinare da Lui dove Egli mi conduce. Non mi rimane più nulla che sia solo mio. La mia vita non esiste più, esiste la nostra. Non voglio più decidere da sola sulle cosa da fare. Nelle mie mani non ho nulla perché sono totalmente affidata a Lui. Egli ha rotto il mio guscio ed è entrato dentro di me. Gli ho permesso di cambiarmi, di squilibrarmi. Non sono più io che vivo, ma Egli vive in me. Egli è con me anche quando non è presente fisicamente. Lo riconosco nel segno che mi ha voluto lasciare. Egli sta nella parte di me che è più intima di quella che conosco. Se Lo sento triste per una persona che Egli ama e che non Lo contraccambia, lo sono anch‘io. Vivo la sua vita, le sue ansie e le sue speranze. Stare con Lui mi ha fatto ritrovare le mie più profonde radici (che sono anche le sue) e che, come Egli mi ha insegnato, ora posso chiamare Papà. Mi sono fidata di Lui ed insieme a Lui viviamo l‘Amore che toglie dalla morte e dalla solitudine (―amors‖ in latino è a-mors = senza morte) perché è ciò che è già oltre la morte‖. Un‘ultima considerazione che va fatta è che se da un lato la coppia uomo-donna mostra quale fede-affidamento Dio brami da parte della sua umanità, dall‘altro gli sposi non solo singolarmente, bensì come ―noi‖ di coppia, sono chiamati ad affidarsi al Signore Gesù. La sacramentalità della loro relazione, infatti, consiste in uno sposalizio con il Signore. Essi diventano, per opera dello Spirito, la ―sposa‖ di Cristo Sposo. Ne consegue perciò che la coppia cristiana ha un suo specifico donocompito all‘interno della comunità ecclesiale, (che non deriva unicamente dalle capacità genitoriali oppure dalla sola sacramentalità battesimale): accompagnare le persone che fanno riferimento alla loro casa nel percorso che le conduce a sposare il Signore. 8. Cosa fare se qualcuno rimanda l’affidamento? Se, nonostante una prima apertura, il fratello non accettasse la proposta che gli facciamo di affidarsi al Signore, la soluzione è, come sempre, pregare per lasciare spazio in noi a Colui che solo può trasformare dolcemente la paura in gioia. La preghiera, come ci ha insegnato Gesù, è la risposta a tutte le domande. Lo Spirito Santo si manifesta proprio come l‘alba del giorno. Prima le montagne sembravano minacciose durante la notte, ma con questa flebile luce che penetra nell‘oscurità, le stesse montagne ora risplendono di bellezza. Pregare e far pregare, pregare insieme ad altri e pregare, se è possibile, con lo stesso fratello che si sta evangelizzando, ci condurrà a comprendere come comportarsi in questa situazione. In questo momento non si sa se il fratello ha solo bisogno di una piccola pausa di riflessione o se il suo rifiuto è radicale. I giorni, le settimane, i mesi seguenti ci chiariranno a cosa è dovuto il suo rimandare l‘affidamento al Signore. Può avvenire forse con un‘altra persona, anch‘essa impegnata nell‘evangelizzazione e conosciuta per altre circostanze da questo fratello. L‘apertura del cuore all‘amore del Signore potrà realizzarsi con una confessione o durante degli esercizi spirituali che si possono consigliare. 111 In ogni caso, di fronte alla sua paura di diventare cristiano è bene rimanere nella calma e nella pace del Signore e non desistete dalla determinazione. Ogni tentativo di conquistare un‘anima a Cristo trova in Satana un avversario irriducibile. 112 Laboratorio personale e di coppia (1): verifica sulle virtù umane e cristiane Leggi Colossesi 3,12-14. Rifletti e decidi qual voto darti in ognuna delle seguenti voci. 1 è molto basso, 10 molto alto. COMPASSIONE: Partecipo profondamente al dolore e alla sofferenza delle persone che fanno parte del mio ambiente di vita. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 GENTILEZZA: Manifesto parole e atti di conforto quando chi è vicino a me è giù di morale. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 7 8 9 10 UMILTÀ: Aiuto gli altri senza attirare l'attenzione su di me. 1 2 3 4 5 6 DOLCEZZA: Tratto il dolore e la sofferenza altrui come una madre avrebbe cura di suo figlio. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 PAZIENZA: So trasformare gli errori degli altri in opportunità per comprendere ed incoraggiare. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 SOSTEGNO: So individuare chi sta avendo una giornata negativa ed alleviare il suo stato. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 PERDONO: Sono capace di riallacciare relazioni interrotte senza dover imporre o difendere il mio punto di vista. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 AMORE: Sono capace di sacrificarmi per il bene e la crescita degli altri, come Cristo diede se stesso per me. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 1. Quale qualità ha avuto il punteggio più alto? 2. Quale qualità ha avuto il punteggio più basso? 3. Cosa potresti fare per migliorare la qualità che ha avuto il punteggio più basso? 113 Laboratorio personale e di coppia (2): il rifiuto Pensate ai seguenti personaggi delle Scritture e al motivo per cui rifiutavano Cristo nei passaggi indicati. È importante abituarsi a riflettere sulla situazione spirituale delle persone che incontriamo. Per questo valutate e ricordate le ragioni del rifiuto. Ecco alcuni esempi: diceria, mancanza di comprensione, insidie del peccato, ignoranza, dubbi intellettuali, rifiuto della Signoria di Gesù, distorsione, pressioni familiari e dell‘ambiente… Giovane ricco (Mc 10,17-23) Farisei (Gv 11,46-53) Nicodemo (Gv 3,1-5) Donna al pozzo (Gv 4,15-20) Ladrone non credente (Lc 23, 39) 114 Agrippa (At 26, 27-29) Efesini (At 19,23-34) Ateniesi (At 17,16-32) 115 Laboratorio personale e di coppia (3): preghiera di fiducia e di abbandono Trova il tempo per pregare e riflettere: ―Signore, io decido la cosa più importante della vita: di non prendere più cura di me. Mi affido a te. Mi metto nelle tue mani. Mi abbandono a te. Mi fido della tua Sapienza: io so che tu sei più sapiente di me. Mi fido del tuo Amore: io so che tu mi ami più di quanto io mi amo. Mi fido della tua Potenza: io so che tu puoi ancora tutto, quando io non posso più nulla. Mi fido della tua Fantasia: io so che tu sei il Dio dei progetti, anche quando io non so più che cosa fare di me stesso. Mi fido della tua Paternità: d‘ora innanzi mi lascerò condurre per mano da te, come un bambino si lascia condurre per mano dal suo papà. Mi fido della tua Maternità: d‘ora innanzi riposerò sulle tue braccia come un bambino riposa sulle braccia della mamma. Mi fido della tua Amicizia: d‘ora innanzi avrò verso di te quella confidenza, quella tenerezza, quell‘amore che rendono belle le amicizie umane. Signore, sono stato sconvolto da quello che tu dici nel capitolo 12 di Luca. Tu mi assicuri che vesti splendidamente i gigli del campo; che ti occupi dei passi del cielo; che hai contato tutti i capelli del mio capo; che non devo avere ansia per ciò che mangerò; che non devo preoccuparmi per come vestirò; che non devo temere neppure quelli che uccidono il corpo perché, dopo aver ucciso il corpo, non possono più fare nulla; che io devo solo cercare di farti regnare su di me; che devo solo cercare di farti regnare su tutti; che tutto il resto, tu me lo darai in aggiunta; Signore, io credo alla tua parola. Ti faccio Signore della mia vita. Ti faccio padrone del mio futuro. Mi consegno a te senza resistenza, ora e sempre. D‘ora innanzi io penserò a te e tu penserai a me. E vivrò in una pace così grande, che sarà l‘anticipazione di quella pace che tu mi hai preparato nel Regno!‖. (Nicola De Martini) 116 CAPITOLO VIII LA FAMIGLIA EVANGELIZZA ACCOGLIENDO I NUOVI FRATELLI IN CRISTO Nel precedente capitolo abbiamo ribadito come il sacramento del matrimonio ponga gli sposi cristiani nel cuore dell‘azione evangelizzatrice che costituisce il senso stesso dell‘esserci della Chiesa. Il ―noi‖ della coppia, e cioè l‘unità che si vive nella relazione coniugale, è non solo il vertice della creazione in quanto manifesta di per sé l‘Amore trinitario di cui è immagine, ma ha anche un suo specifico e determinante ruolo nell‘espansione della «nuova creazione» compiuta da Cristo per il dono dello Spirito Santo effuso nel giorno della celebrazione del matrimonio. Evangelizzare, comunicare a tutti in parole e opere l‘amore del Signore Gesù è il motivo per cui viene donato lo Spirito Santo al ―noi‖ della coppia. È, dunque, per esplicitare la missionarietà della famiglia che la Chiesa da duemila anni celebra, nella forza dello Spirito Santo, le nozze degli sposi come nozze della coppia con il Signore Gesù. Fintanto che gli sposi cristiani di fatto saranno chiamati a testimoniare Cristo come due singoli battezzati non sarà possibile dare, così, come fortemente indicato dal magistero, soggettività e centralità alla famiglia nella Chiesa. È per questo motivo che si è sottolineato che vi è una tipica ed esclusiva modalità da parte della famiglia, consapevole della propria vocazione ―missionaria‖, di mettere in atto quei necessari passaggi che si devono compiere per portare Cristo agli altri: saper contare chi manca (la lista del cuore); pregare insieme come sposi lo Spirito Santo, che abita dentro la relazione coniugale, per essere capaci di servire (primo passaggio), di condividere la propria fede (secondo passaggio), di accompagnare il fratello (terzo passaggio) fino al momento in cui egli si affiderà totalmente al Signore Gesù (quarto passaggio). 1. Dall’affidamento al sentirsi parte del corpo di Cristo Le persone che giungono fino al culmine di affidare la propria vita al Signore Gesù o che stanno ritrovando la propria fede (anche grazie all‘aiuto di sposi consapevoli del dono ricevuto nel sacramento), devono assolutamente compiere un ulteriore passaggio (il quinto nell‘immagine della rete o ―processo di evangelizzazione personalizzata‖) che è quello di entrare a far parte di una comunità cristiana dove la presenza viva di Cristo risorto produce realmente degli effetti attraverso la preghiera e la fraternità evangelica. Se, all‘atto di affidarsi al Signore, non seguisse l‘inizio di una partecipazione alla vita comunitaria la stessa fede appena germogliata nel loro cuore rischierebbe di ripiegarsi su se stessa o addirittura di soccombere in poco tempo. A tal proposito va detto, se ce ne fosse bisogno, che attualmente, salvo casi più unici che rari, la comunità cristiana che dovrebbe accogliere i neoconvertiti per nutrirli delicatamente come germogli appena sbocciati alla fede, non è purtroppo la parrocchia in quanto tale78. Sia quando per ―parrocchia‖ si pensa erroneamente ad un‘identificazione solo con il carisma del parroco (egli infatti può comunque instaurare un contatto caloroso e personale fino ad un certo numero di persone), sia quando si sovrappone l‘idea di parrocchia con l‘assemblea eucaristica (inevitabilmente impersonale perché non si può essere accolti contemporaneamente da centinaia di persone con le quali una volta alla settimana si partecipa insieme ad un rito). Ciò che si verifica è che colui che è appena approdato alla fede venga invitato allo stesso gruppo parrocchiale (di volontariato, di catechesi, di animazione ecc.) al quale appartiene chi lo ha evangelizzato. Ma spesso cosa accade? Il gruppo in questione non è in grado di dare ciò di cui ha 78 Come sappiamo, sono molto attivi al riguardo i movimenti ecclesiali. La gerarchia e il sensus fidei del popolo di Dio, pur apprezzando il loro ruolo, intuiscono che ―non solo di movimenti vive la Chiesa‖ e che se nel prossimo futuro non saranno le comunità cristiane territoriali (e cioè le parrocchie) a svolgere una capillare evangelizzazione, movimenti o non movimenti, il cattolicesimo non reggerà il confronto con il secolarismo post-moderno. 117 bisogno questa persona. Lo abbiamo già accennato: chi ha appena aperto il cuore al Signore necessita ora di sentire la sua concreta e amorevole presenza. Gli scopi, e quindi le attenzioni, dei vari gruppi parrocchiali non sono però dirette ai singoli che vi partecipano, ma sono concentrati sull‘attività per cui sono nati. Ecco allora che interviene l‘amico che gli suggerisce di partecipare agli incontri di catechesi per adulti; ma anche qui non trova ciò che cercava e cioè una comunità che gli faccia sentire l‘amore del Signore. Ha la possibilità di conoscere la Bibbia e le bellissime relazioni che ascolta toccano solo la sua parte intellettuale lasciando completamente scoperta quella affettiva che anela ad una concreta risposta da parte del Signore. Terzo tentativo è il gruppo di preghiera. Qui non gli dispiace pregare il suo Signore insieme ad altri credenti ma, a proposito, chi sono gli ―altri‖, come si chiamano, come hanno conosciuto Gesù? Quante persone abbiamo perso! Quanta gente dopo essere approdata alla fede è rimasta al punto di partenza! La loro fede era in fasce e noi non abbiamo offerto, finché non si irrobustiva, alcuna termoculla fatta di calore umano, di simpatia, di testimonianza gioiosa delle meraviglie che il Signore compie nel cuore di ciascuno. Per mancanza in parrocchia di uno speciale gruppo che è il ―gruppo accoglienza‖, quanti neofiti non sperimentando la risposta del Signore al loro affidamento a Lui, rischiano anche oggi di vedere affievolirsi drasticamente il loro slancio di fede iniziale? Gesù ha promesso,, a chi si affida a Lui già il centuplo quaggiù in fratelli e sorelle. È bello credere e trovarsi di fronte a centinaia di ―lontani parenti‖. 2. Le coppie di sposi sono i migliori “gruppi accoglienza” della parrocchia Non si è mai visto nessuno che, approdando alla fede, diventi un annunciatore appassionato del vangelo senza aver prima provato tangibilmente, grazie alla vicinanza dei suoi nuovi fratelli, il forte abbraccio e le ―coccole‖ della dolce misericordia del Signore. Con il primo atto di affidamento (o secondo se dopo il primo fatto magari in gioventù sono seguiti molti anni di indifferenza al Signore), una persona apre il cuore all‘amore di Gesù. Accetta di essere da Lui amata e perdonata. È appena iniziato perciò un innamoramento reciproco. Più precisamente colui che si converte scopre che il Signore è sempre stato innamorato di lui. Ora, tra innamorati le effusioni affettive (il pensare in ogni momento all‘amato; la voglia di stare con lui ecc.) sono fondamentali. Come sappiamo il Signore ha voluto che fosse la sua sposa-Chiesa ad effondere le sue carezze di amante infinito; perciò, noi tutti che ne godiamo già da tempo siamo chiamati a far percepire il suo amore a coloro che, in questo momento, hanno appena avuto il colpo di fulmine. A costoro deve essere dato un benvenuto, sorprendente per semplicità, che sveli la trepidante attesa di incontrarli da parte del Signore; attesa che è stata vissuta nella preghiera anche dalla sua sposa che è la Chiesa (oltre che dalla Chiesa celeste: «ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» Lc 15,7). Per questo servono in parrocchia tanti piccoli gruppi con un numero limitato di persone (otto, dieci, per essere a ―misura umana‖) sempre pronti ad accogliere un fratello che si è appena innamorato del Signore, o è ferito, o sta tornando, per fargli gustare immediatamente tutto il suo amore per lui. Se non esistono consigli pastorali che li abbiano realizzati non è perché non ci abbiano mai pensato, ma perché sono gruppi di difficilissima attuazione. Un gruppo siffatto, per essere efficace, dovrebbe possedere una serie considerevole di proprietà che anche dei cristiani ben formati non possono mettere in campo tanto facilmente. Devono essere gruppi molto uniti e affiatati nei componenti, pur non essendo omogenei nella composizione (solo quarantenni, solo singles ecc.), pronti continuamente a far sentire chiunque sopraggiunga come il più importante e speciale («gli ultimi saranno i primi» Mc 9,35). Devono avere come principale attitudine quella di gioire per il nuovo arrivato e saper attendere con 118 trepidante affetto la prossima venuta; mantenere stabilmente nel tempo tutti i legami che si sono realizzati; essere spontanei e profondi nelle relazioni; avere una sede appropriata per il ritrovo; essere ben alimentati dalla sorgente della preghiera e della condivisione comunitaria della fede per dare spazio alla presenza del Signore Gesù; essere strettamente collegati al parroco, al consiglio pastorale e a tutti gli altri gruppi della parrocchia. A prima vista questo elenco sembra appartenere al libro dei sogni! La storia del cristianesimo dei primi secoli ci conferma, però (come abbiamo visto nel secondo capitolo) che il ministero svolto dalle coppie di sposi all‘interno della Chiesa era proprio quello di accogliere chiunque (conoscenti o conoscenti dei conoscenti) nella loro casa per vivere come ―famiglia-chiesa‖ del Signore. Ogni coppia che si convertiva diventava, con la propria casa, un punto di riferimento per le persone del proprio ambiente di vita che venivano a conoscere Cristo proprio tramite la loro testimonianza. Successivamente questo nucleo (coppia di sposi più i loro figli, domestici, alcuni parenti e amici ecc.) rappresentava l‘approdo per coloro che venivano evangelizzati dai membri di questa piccola chiesa domestica. In sintesi le coppie trasformavano man mano, così come le definisce Giovanni Paolo II nella Lettera alle famiglie, le loro naturali «comunità familiari»79 in una vera e propria chiesa, che aveva le porte sempre spalancate per tutti coloro che desideravano ricevere l‘amore del Signore Gesù. Nei testi teologici e pastorali dei primi secoli, il matrimonio tra due cristiani veniva sempre inteso come un sacramento (quindi come un dono particolare dello Spirito Santo) conferito alla loro relazione coniugale, in funzione di ciò già predisposta dal Creatore come ―unione feconda‖, per il servizio che essi potevano svolgere per l‘edificazione della Chiesa, per la diffusione e l‘accessibilità della novità evangelica. Ancora oggi dal punto di vista teorico le cose sono rimaste le stesse: il sacramento del Matrimonio, come per quello dell‘Ordine, è conferito per l‘edificazione della Chiesa. Il Catechismo della Chiesa Cattolica descrive questi due sacramenti, già così identificati da S. Tommaso80, come sacramenti costituiti per il servizio altrui, per la missione: «Due altri sacramenti, l‘Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all‘edificazione del popolo di Dio».81 La stessa cosa viene confermata dai vescovi italiani: «L‘Ordine e il Matrimonio significano e attuano una nuova e particolare forma del continuo rinnovarsi della alleanza nella storia. L‘uno e l‘altro specificano la comune e fondamentale vocazione battesimale ed hanno una diretta finalità di costruzione e di dilatazione del popolo di Dio»82. Il sacramento del Matrimonio, come il sacramento dell‘Ordine (diaconi, preti, vescovi), è dunque istituito per consentire a tutto il popolo di Dio di partecipare al mistero d‘amore del Signore Gesù. Purtroppo per quanto riguarda il matrimonio, per una serie di ragioni, si è persa la reale valenza della sua sacramentalità. Uno dei più importanti cambiamenti apportati dal Concilio Vaticano II riguarda proprio il recupero, all‘interno del vivere delle nostre chiese, del valore umano, spirituale e sacramentale del matrimonio tra battezzati. Se è vero che tutti i cristiani, ognuno nel proprio stato di vita, sono chiamati ad evangelizzare (come abbiamo visto nello schema della rete: pregare, servire, 79 GIOVANNI PAOLO II, Lettera alle famiglie Gratissimam sanae, 7: «La famiglia sorge allorquando si attua il patto del matrimonio che apre i coniugi ad una perenne comunione di amore e di vita: la ―comunione‖ dei coniugi dà inizio alla ―comunità familiare‖». 80 Cf. S. TOMMASO, Contra gentes, IV, 58. 81 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, 1534. 82 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 32. 119 condividere la fede, accompagnare il fratello fino al suo affidamento al Signore) è altrettanto vero che vi è l‘indispensabilità per ogni evangelizzato di partecipare poi alla vita comunitaria. La vita comunitaria non può sussistere né senza coloro che sono stati consacrati per mantenerne con amore l‘unità (con il sacramento dell‘Ordine), né senza gli sposi che ricevono una specifica grazia che opera nella loro struttura relazionale, al di là delle loro fragilità umane, come per il prete. Questo proprio per accogliere, a partire dai membri della loro famiglia allargata, della loro «comunità familiare», i «salvati che ogni giorno vogliono aggiungersi alla comunità» (At 2,48) per sperimentare la presenza del Signore Gesù. 3. Puntare sulla famiglia per dire cosa è la Chiesa È sempre difficile parlare di se stessi e della propria esperienza, si teme sempre di apparire orgogliosi ed autocelebrativi. Non è questa la nostra intenzione: semplicemente vorremmo farvi dono di ciò che anche noi abbiamo ricevuto in dono dallo Spirito. Nella nostra parrocchia di Bovolone (VR) è nata e sta dando risultati straordinari l‘esperienza che noi abbiamo chiamato «Comunità Familiari di Evangelizzazione» (CFE). Bovolone è una delle parrocchie che ha fatto parte del «Progetto Parrocchia-Famiglia» (20022006) promosso dall‘Ufficio Nazionale per la pastorale della Famiglia della Conferenza Episcopale Italiana e approvato dal Consiglio Permanente. Questo progetto, partendo dalla convinzione che «la futura evangelizzazione dipende in gran parte dalla chiesa domestica»83, prevedeva in ogni parrocchia che vi aderiva una formazione comune del parroco, delle coppie di sposi e di alcuni adulti per individuare modalità pastorali che, utilizzando l‘apporto specifico del sacramento del matrimonio, potessero contribuire a rendere la comunità parrocchiale una comunità di fede, di preghiera e di amore tale da essere in grado di evangelizzare il proprio territorio. Il cammino formativo compiuto in questi anni ci ha aiutato a fissare lo sguardo oltre ai drammatici problemi nei quali è avviluppata oggi la famiglia, al di là del senso di rassegnazione di tante buone coppie cristiane, convinte di concorrere ormai solo alla gara di chi resiste di più nel matrimonio. Sfidando la nostra stessa incredulità, abbiamo voluto convertirci. Oltre ad un impegnativo studio dei documenti magisteriali, abbiamo dato alla preghiera il primato assoluto (in particolar modo con l‘adorazione eucaristica permanente) per dare inizio, insieme alle coppie e agli adulti disponibili, ad una ―scuola di evangelizzazione‖ che ora voi conoscete bene perché il presente testo ne ripresenta i medesimi contenuti. Al termine di questa scuola abbiamo proposto a tutti coloro che vi avevano partecipato (e che rappresentano la variegata composizione del popolo di Dio) di costituire delle CFE sperimentali, con il precipuo scopo di provare a riunirsi come Chiesa nelle case delle famiglie. Con nostra sorpresa, gli effetti sono stati immediati e clamorosi. Nonostante la stragrande maggioranza di coloro che hanno aderito alla sperimentazione avessero già compiuto un significativo cammino cristiano e fossero avvezzi ad ogni tipologia di gruppo (dai gruppi familiari a quelli di ascolto della Parola o di preghiera), abbiamo potuto constatare che l‘aver conferito la responsabilità in ordine spirituale delle CFE alle coppie di sposi ha modificato totalmente lo stile del ritrovarsi e dello stare insieme che finora tutti conoscevano. Era (ed è) uno stile realmente familiare, non per modo di dire o per idealità. Non c‘è nessuno sforzo di vivere o di mostrare di essere ―come in famiglia‖, perché effettivamente si è nel ruolo di ―figli spirituali‖ di una coppia di ―genitori spirituali‖. Si è sentito subito di essere nella casa dove è presente Gesù. 83 GIOVANNI PAOLO II, All’episcopato latino-americano in Puebla, in Insegnamenti, II, 1979, 209. 120 È scattata la grazia del sacramento del matrimonio che ha straordinariamente amplificato, per ammissione di tutti i membri delle CFE, la ―fecondità‖ delle coppie alle quali ne era stata conferita la responsabilità. Per queste coppie, che nella fede contemplavano già il progetto meraviglioso di Dio impresso nella loro carne, aver ricevuto il mandato dal parroco, con il sostegno nella preghiera di tutta la comunità, di riunire ―la chiesa‖ (e non uno dei tanti gruppi parrocchiali) nella loro casa, ha rappresentato uno spartiacque del loro matrimonio con un prima e un dopo ben delineati. Trepidanti di fronte alle persone loro affidate, queste coppie di sposi non hanno dovuto creare sovrastrutture alla loro realtà umana, improvvisandosi animatori, pseudoparroci, catechisti, o esperti di counseling. A loro è stato richiesto solo di invocare con fede lo Spirito, affinché attraverso il loro piccolo ―noi‖, rendesse accessibile alle persone a loro affidate l‘amore del Signore Gesù. Con fiducia tutte le coppie si sono adoperate umilmente affinché il loro matrimonio divenisse uno strumento che il Signore utilizza per farsi riconoscere dai suoi discepoli. «Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane» (Lc 24,35). I membri delle Comunità Familiari, percependo già dal primo incontro quale conversione profonda queste coppie avevano messo in atto, si sono sentiti indescrivibilmente avvolti dalla sensibile presenza del Signore Gesù, che emanava da quel ―povero‖ sacramento del matrimonio. 4. Che cosa è una CFE? La CFE è in una parrocchia: 1) «Comunità»: perché è composta da persone di differenti stati di vita (sposati, separati, singoli, consacrati, ecc.), che insieme costituiscono «la chiesa che si riunisce nella tua casa»(Rm 16, 5) per lodare il Signore, ascoltare la sua Parola e vivere rapporti di fraternità e di amicizia. 2) «Familiare»: perché ha come guida una coppia di sposi che, per la grazia del sacramento del matrimonio e per il mandato del parroco, rende presente ed attualizza Gesù che ama la sua Chiesa e perché, incontrandosi nelle case, contribuisce a dare forma familiare a tutta la comunità parrocchiale. Ogni famiglia, infatti, è seme di Chiesa. 3) «di Evangelizzazione»: perché ha come scopo di accogliere e far crescere i nuovi discepoli nel Signore e stimolare ogni membro a evangelizzare all‘interno del proprio ambiente di vita. Pertanto è destinata costantemente, come la famiglia naturale, a moltiplicarsi. 4) «in Parrocchia»: perché la comunità familiare inizia, ma non compie la pienezza della vita di Chiesa. La comunità familiare è chiamata ad esprimere visibilmente l‘appartenenza all‘unico Corpo mistico di Cristo, accogliendone la sua Parola autorevole e il Corpo eucaristico nella comunità più grande, che è la parrocchia in comunione con il vescovo. La CFE perciò non è un nuovo metodo aggregativo, potremmo definirla una ―articolazione pastorale‖ che vuol mettere in risalto la rete relazionale umana presente nel territorio e la soggettività sacramentale della famiglia. La CFE, infatti, si fonda sul dinamismo naturale per il quale gli sposi, gradualmente, costruiscono attorno a sé legami relazionali che, pur variando d‘intensità, come a cerchi concentrici si allargano dai figli, ai parenti, ai vicini, ai colleghi, agli amici. Si fonda altresì soprattutto sulla grazia sacramentale del matrimonio che conferisce agli sposi un dono e un compito specifico nel costruire Chiesa. «La famiglia cristiana è chiamata a prendere parte viva e responsabile alla missione della Chiesa in modo proprio e originale, ponendo cioè al servizio della Chiesa e della società se stessa nel suo essere ed agire, in quanto intima comunità di vita e di amore. Se la famiglia cristiana è comunità, i cui vincoli sono rinnovati da Cristo mediante la fede e i sacramenti, la sua partecipazione alla missione della Chiesa deve avvenire secondo una modalità comunitaria: insieme, dunque, i coniugi in quanto coppia, i genitori e i figli in quanto famiglia, devono vivere il loro servizio alla Chiesa e al 121 mondo. Devono essere nella fede «un cuore solo e un'anima sola» (cf. At 4,32), mediante il comune spirito apostolico che li anima e la collaborazione che li impegna nelle opere di servizio alla comunità ecclesiale e civile»84. Il compito specifico degli sposi cristiani è vivere autenticamente e fino in fondo la loro relazione coniugale perché da essa possa fuoriuscire la grazia che vi è riposta e cioè quella di ripresentare e attualizzare efficacemente l‘amore unitivo di Cristo con la sua Chiesa. Per questo motivo, gli sposi non devono acquisire nessun ruolo di leadership, per guidare nella fede un gruppo di persone: indipendentemente dalle loro qualità personali, essi sono già sia un punto di riferimento naturale per le persone del loro ambiente di vita, sia frutto di un sacramento. È, infatti, a partire direttamente dal loro amore vissuto, che li conduce sempre più verso «una sola carne», che essi diffondono e rafforzano continuamente legami unitivi in Cristo tra coloro che sono loro vicini. Se una coppia di sposi si converte a Cristo, sarà dal loro feriale stare insieme che si espanderà quell‘unità che solo il Signore può offrire alla sua Chiesa. La ―strategia‖, se così la vogliamo chiamare, per diffondere il cristianesimo è sempre stata quella di «entrare nelle case» (cf. Lc 10,1-7) come aveva insegnato Gesù, perché solo partendo dalla conversione delle coppie di sposi si rispetta l‘identità della Chiesa, che è chiamata ad essere lievito, parte integrata e integrante della rete relazionale umana. Altrimenti, facendo una fatica immane e frustrante, ci si troverà a spendere tutte le energie per creare sul territorio una struttura relazionale parallela a quella esistente. È purtroppo l‘immagine della parrocchia di oggi; essa dovrebbe essere, come suggerisce il nome, la comunione delle chiese che vivono già nelle case. Il Direttorio di pastorale familiare, definendo la famiglia una «comunità evangelizzante», sottolinea che è proprio l‘esserci stesso della famiglia il metodo con cui essa evangelizza e fa chiesa: «Secondo il dinamismo tipico di ogni esperienza cristiana ed ecclesiale, da comunità credente ed evangelizzata, la famiglia cristiana diventa comunità evangelizzante. Lo diventa realmente ―nella misura in cui accoglie il vangelo e matura nella fede‖. Lo diventa per una vocazione radicata nel battesimo e precisata e corroborata col dono sacramentale del matrimonio. Lo diventa, innanzitutto, con il suo stesso ―esserci‖ come famiglia cristiana: come tale, infatti, essa è partecipe del mistero dell‘amore di Dio e del suo pieno compimento nella Pasqua di Cristo. Nell‘ottica della nuova evangelizzazione, il contributo delle famiglie per la testimonianza e l‘irradiazione del vangelo assume grande importanza e può investire diverse forme. In particolare, risulta opportuna l‘opera di coppie e famiglie che mettono a disposizione la loro casa per momenti di ascolto della Parola di Dio e sanno chiamare a questo confronto altre coppie e famiglie del quartiere o del vicinato»85. 5. Cosa cambia con le CFE in parrocchia? Siamo consapevoli che la nostra esperienza parrocchiale delle CFE non è un ―assoluto‖, ma una delle tante proposte di ―comunità intermedie‖ che i vescovi italiani considerano utili per raggiungere e collegare ogni persona con la comunità parrocchiale 86. Tante altre comunità (―comunità di base‖, ―cellule parrocchiali‖, ―gruppi di ascolto‖ ecc.) stanno dando prova di grande validità. Da tutte queste, infatti, abbiamo preso ispirazione, in particolare per quanto riguarda la metodologia dell‘incontro settimanale87, dall‘esperienza della parrocchia di Sant‘Eustorgio di 84 GIOVANNI PAOLO II, Familiaris Consortio, 50. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA – DIRETTORIO DI PASTORALE FAMILIARE PER LA CHIESA IN ITALIA, Annunciare, celebrare, servivre il “Vangelo della familglia”, 25 luglio 1993, 141. 86 Cf. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunione e comunità nella chiesa domestica, 42: «A motivo della sua relazione alla Chiesa particolare, la parrocchia costituisce, di fatto ancora oggi, la prima ed insostituibile forma di comunità ecclesiale, strutturata ed integrata anche con esperienze articolate e aggregazioni intermedie, che ad essa devono naturalmente convergere e da essa non possono normalmente prescindere». 87 In Appendice è riportato lo schema dell‘incontro settimanale con alcune chiarificazioni. 85 122 Milano. La novità, però, «tanto antica» su cui si impernia il sistema delle CFE è la riscoperta ―provvidenziale‖ dell‘apporto specifico del sacramento del Matrimonio nel costruire e custodire, insieme al sacramento dell‘Ordine, quella ―comune unione‖, donata dallo Spirito, nella quale ciascuno viene colmato dell‘infinito amore del Signore Gesù, che tutti noi chiamiamo ―Chiesa‖. Per questo motivo le CFE in parrocchia non sottraggono nulla all‘attività pastorale perché esse, è utile ribadirlo, non sono un‘ulteriore attività pastorale. Il sistema delle CFE è, infatti, l‘articolazione nelle case della parrocchia stessa. Si è passati dall‘unico ―grande‖ pozzo (la canonica) da cui fluiscono, a seconda delle stagioni e dei parroci, dei rivoli d‘acqua (gruppi, iniziative pastorali, ecc.) a tanti pozzi, destinati inevitabilmente a crescere di numero, disseminati nel territorio parrocchiale che alimentano capillarmente, e molto più efficacemente, le singole membra del corpo di Cristo. Queste membra poi si ricompongono nella loro totalità nell‘Eucaristia celebrata insieme alla domenica. Irrorare il ―terreno‖ parrocchiale con l‘acqua della vita che solo il Signore può dare, utilizzando tutti i pozzi-sacramenti presenti su quel determinato suolo, significa trasformare anche una terra arida in un humus che consente la crescita di una florida vegetazione. A questo punto può sorgere la domanda: se le CFE si incontrano una volta alla settimana, com‘è possibile che i loro membri, chiamati a svolgere anche altri servizi o ministeri in parrocchia, non ne risentano? Le CFE sottraggono forse energie alla vita pastorale della parrocchia? Conferire alle coppie di sposi la responsabilità spirituale delle CFE e scandire settimanalmente il loro incontro sembra un azzardo ma, nella concreta esperienza, si rivela invece una carta vincente. L‘incontro settimanale, infatti, può sembrare una richiesta eccessiva, dato che molto spesso le altre attività parrocchiali vengono vissute come un ―impegno‖, ma in realtà partecipare alla CFE è, per i partecipanti, uno ―stare in famiglia‖. Una famiglia dove la presenza rincuorante del Signore si manifesta continuamente: nella preghiera, nella condivisone della fede, nell‘ascolto della sua Parola e soprattutto sul volto del nuovo fratello che si accoglie nel suo nome. La sorpresa grande è stata perciò quella di vedere che, per tutti, l‘appuntamento settimanale con la CFE è vissuto nell‘attesa ardente, e che addirittura le priorità della vita cambiano: ora il senso dell‘esistenza è stare con Gesù e annunciare il suo amore agli altri. Di conseguenza, non solo non vengono meno i precedenti ministeri in parrocchia (dagli scouts al catechismo, dal volontariato con i poveri alla pulizia della chiesa ecc.), ma vengono interpretati con tutt‘altro spirito. Se poi pensiamo che per tutti diventa ―normale‖ almeno un‘ora alla settimana di adorazione eucaristica, allora possiamo capire la rivoluzione che deriva da questo ―ribaltamento‖ nell‘impostazione della vita di fede in parrocchia. Il ―ribaltamento‖ che le CFE facilitano è, lo ripetiamo, quello di ―fare Chiesa‖ a partire dalle case. Tutti sappiamo che da sempre è la famiglia che fa diventare cristiani e non i parroci e le strutture pastorali che svolgono un altro indispensabile ruolo e cioè quello di favorire e presiedere la comunione e la fede che nascono nelle famiglie. 6. Le caratteristiche della CFE Dopo aver dato inizio in parrocchia alle prime CFE sono emersi anche altri indubbi ―benefici‖, che ci confermano di aver ricevuto un grande dono dallo Spirito Santo. Innanzitutto le coppie di sposi che guidano le CFE (che abbiamo chiamato ―coppie responsabili‖)88 sono diventate testimoni convincenti per tante altre coppie del significato del 88 Riportiamo alcuni brani magisteriali che ben delineano la ministerialità di una coppia di sposi a cui viene affidata una CFE: CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunione e comunità nella Chiesa domestica, 10, viene descritta la «carità coniugale» che la coppia cristiana è chiamata a diffondere: «La fede scopre e contempla, con umile e gioiosa gratitudine, il mistero stesso della comunione di Dio con l'umanità e con la Chiesa ―dentro‖ il tessuto quotidiano dell'esperienza di comunione propria della coppia e della famiglia cristiana. L'unione degli sposi fatta nel Signore […] è un ―grande mistero‖ (Ef 5,32), un segno che non soltanto rappresenta il mistero dell'unione del Cristo con la Chiesa, ma 123 matrimonio cristiano. Questo loro servizio di responsabilità spirituale ha fatto capire che come coppia (e non come due singoli battezzati) potevano essere uno spazio dove l‘amore scorre in abbondanza, beneficando profondamente innanzitutto la loro stessa relazione coniugale. Un altro ―beneficato‖ è stato l‘autore di questo libro: il parroco. Dopo tanti anni da prete ho iniziato a gioire di non dover essere più il mulo davanti al carro. Non pensate che sia andato in pensione. Solo che finalmente ho coronato il sogno di vedere nello Spirito Santo il protagonista che plasma la comunità cristiana che mi è stata affidata attraverso i diversi carismi che Egli suscita e nei quali Egli opera. E per finire è la comunità parrocchiale stessa nel suo insieme ad avere ricevuto slancio e ardore perché le continue conversioni di tanti ―lontani‖ ne rigenerano la fede. 7. La CFE non è un “gruppo” Un‘ulteriore precisazione è necessaria. É importante cogliere la distinzione tra un gruppo e una CFE. La CFE si differenzia sostanzialmente da un qualsiasi gruppo parrocchiale o da un movimento ecclesiale. La caratteristica principale, infatti, di un ―gruppo‖ (per esempio ―gruppo di crescita‖, ―gruppo del vangelo‖, ―gruppo di ascolto‖ ecc.) è che le persone che ne fanno parte iniziano insieme un percorso che ha l‘intenzionalità (al di là della sua caratterizzazione che può essere formativa, di preghiera o di volontariato) di ―fare Chiesa‖ (e ovviamente lo è), ma che, nonostante lo sforzo dei partecipanti, non riesce ad accogliere nuovi arrivati, a meno che siano persone con lo stesso livello di vita cristiana. Di solito accade che il nucleo di partenza si affratella, ma, man mano che procede nel cammino, è il cammino stesso (magari molto bello) che fissa delle invisibili mura per chi non ne fa parte. Anche se i partecipanti desiderano allargare il gruppo è la loro stessa storia di gruppo, che li ha fatti giungere insieme fino ad un certo punto di crescita spirituale, a rendere impenetrabile l‘entrata di chi è ai primi passi di questo cammino. È esperienza giornaliera dei gruppi parrocchiali non riuscire tendenzialmente ad inserire nuove persone. La CFE, invece, è la famiglia allargata di una coppia di sposi. Essendo, quindi, una famiglia è predisposta naturalmente a realizzare se stessa nel momento in cui qualcuno entra a farne parte. L‘amore che si vive in coppia, a differenza dell‘amicizia, è infatti l‘amore che ―chiama il terzo‖. in più lo contiene e lo irraggia per mezzo della grazia dello Spirito Santo che ne è l'anima vivificante. Perché, è veramente lo stesso amore, che è proprio di Dio, che egli ci comunica, perché noi lo amiamo e perché anche noi ci amiamo di questo amore divino: ―Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati‖ (Gv 13,34). Le manifestazioni stesse del loro affetto, per gli sposi cristiani, sono penetrate di questo amore che essi attingono nel cuore di Dio. E se la fonte umana rischia di disseccarsi, la sua fonte divina è altrettanto inesauribile quanto le profondità insondabili dell'affetto di Dio. Di qui possiamo capire verso quale comunione intima, forte e ricca, tenda la carità coniugale. Realtà interiore e spirituale, essa trasforma la comunità di vita degli sposi ―in quella che si potrebbe chiamare - secondo l'insegnamento autorevole del Concilio - la Chiesa domestica‖, una vera ―cellula di Chiesa‖, […] cellula di base, cellula germinale, la più piccola certo, ma anche la più fondamentale dell'organismo ecclesiale». GIOVANNI PAOLO II, Familiaris Cosortio, 53-54: «Il ministero di evangelizzazione dei genitori cristiani è originale e insostituibile: assume le connotazioni tipiche della vita familiare, intessuta come dovrebbe essere d'amore, di semplicità, di concretezza e di testimonianza quotidiana. […] Anche la fede e la missione evangelizzatrice della famiglia cristiana posseggono questo respiro missionario cattolico. Il sacramento del matrimonio, che riprende e ripropone il compito, radicato nel battesimo e nella cresima, di difendere e diffondere la fede, costituisce i coniugi e i genitori cristiani testimoni di Cristo ―fino agli estremi confini della terra‖ (At 1,8), veri e propri ―missionari‖ dell'amore e della vita. [...] Animata dallo spirito missionario già al proprio interno, la Chiesa domestica è chiamata ad essere un segno luminoso della presenza di Cristo e del suo amore anche per i ―lontani‖, per le famiglie che non credono ancora e per le stesse famiglie cristiane che non vivono più in coerenza con la fede ricevuta: è chiamata ―col suo esempio e con la sua testimonianza‖ a illuminare ―quelli che cercano la verità‖. Come già agli albori del cristianesimo Aquila e Priscilla si presentavano come coppia missionaria (cf. At 18; Rm 16,3s), così oggi la Chiesa testimonia la sua incessante novità e fioritura con la presenza di coniugi e di famiglie cristiane che […] annunciano il vangelo, servendo l'uomo con l'amore di Gesù Cristo». 124 La CFE non è un gruppo che ha come obiettivo quello di partire da un punto e di arrivare possibilmente ad un altro. Il suo obiettivo è che tutti i membri siano capaci di ―piegarsi‖ sull‘ultimo arrivato. Segna, dunque, sempre il passo, ma per aiutare, ascoltare, sostenere in tutto l‘ultimo figlio appena nato a Dio. La logica è quella del servizio a chi ha più bisogno, nella convinzione che si cresce nella misura in cui si serve gli ultimi arrivati, a coloro che non conoscono ancora la gioia della fede. Grazie a questa fase di vero e proprio svezzamento, l‘ultimo nato potrà irrobustirsi tanto da desiderare di rafforzare il proprio cammino attraverso una vita spirituale più intensa (corsi formativi, letture, catechesi in parrocchia ecc.). 8. La CFE non è neppure un “gruppo familiare” Va chiarito che la CFE non è neppure una specie di ―gruppo familiare‖. Il gruppo familiare è caratterizzato, infatti, dal fatto di essere composto solo da coppie di sposi che insieme percorrono un cammino formativo. La CFE ha in una coppia di sposi i responsabili, ma i suoi membri appartengono a tutte le condizioni di vita (single, vedovo, sposato con il coniuge o senza, divorziato, consacrato). Vi è qui una novità! In parrocchia le attività non si possono fare che a fasce d‘età: gli adulti si incontrano con gli adulti, i giovani con i giovani, i ragazzi con i ragazzi e così anche le coppie, gli anziani, ecc. Le CFE sono chiese che evangelizzano, ma vere famiglie ed in quanto famiglie uniscono le persone di età differenti che fanno parte dello stesso ambiente di vita. Le difficoltà inevitabili dovute alla differenza d‘età tra i partecipanti vengono superate dal senso di appartenenza a questa nuova famiglia che non sostituisce quella naturale. La condivisione della fede (e quindi della vita intima e personale) che ad ogni incontro i membri fanno, li coinvolge anche emotivamente tanto da rendere invisibili non solo le differenze d‘età, ma anche di cultura e sensibilità. Si crea tra i membri un comune spazio di compresenza reciproca che travalica l‘ora e mezza settimanale in cui stanno insieme. Sentendo la parola ―comunità‖, pensiamo immediatamente ad una riunione, in un tempo determinato; parlando invece di ―comunità familiare‖ dobbiamo assumere la modalità della famiglia per la quale si è famiglia ventiquattro ore al giorno anche quando, per esempio, non si vive materialmente insieme. In una famiglia, a partire reciprocamente dai due coniugi, si ha una stabile coscienza di compresenza nel cuore di tutte le persone che la compongono e, a seconda delle situazioni, tutti insieme provano gioia, attesa, speranza ecc…89. 89 La ―compresenza‖ è quella ―sensibilità‖ per la quale, indipendentemente dalla presenza fisica, la moglie è presente nel (dentro il) marito, il marito nella moglie, il figlio nei genitori come parte di ―se stessi‖. È quella coscienza per la quale il coniuge mi fa essere ciò che sono per il fatto di ―sentirlo dentro‖. Non posso pensarmi ―marito‖ senza ―mia‖ moglie. È un essere presenti l‘uno all‘altro interiormente al punto che, anche senza la presenza fisica, l‘altro c‘è ―comunque‖. La persona amata è talmente parte di me che se ne desidererebbe una ―permanente‖ presenza fisica, quasi a soddisfazione dell‘anima ad essere totalmente ―se stessa‖. Si potrebbe quasi dire che la vita di coppia e di genitore ha una vita ―dentro‖, un vissuto che, prima di essere espresso esternamente, viene goduto, combattuto, sperimentato dentro la coscienza del marito o della moglie. L‘amore coniugale è, fisicamente e spiritualmente, uno stare dentro reciprocamente uno all‘altra, è un accogliere a tal punto l‘amato dentro di sé che neppure l‘assenza fisica può impedire di continuare a ―sentire‖ la sua presenza. La compresenza, inoltre, ha anche la caratteristica, per la sua dimensione spirituale, di oltrepassare i limiti dello spazio e del tempo. Quando la persona amata è stata accolta ―dentro‖, e per la piacevolezza che genera la sua presenza gli si costruisce la tenda («È bello per noi stare qui. Facciamo tre tende» Mt 17,4), il tempo perde i suoi rigidi connotati cronometrici per assumere valenza solo in funzione della presenza. Dal soffermarci a ―pensare‖ la persona amata, allo spazientirci quando non avviene mai il momento dell‘incontro, al sorprendersi che il tempo passato insieme è volato in un attimo, alla sensazione che l‘unità realizzata è tale che ―sembra di essere stati sempre insieme‖, oppure a prospettare che questo amore è così forte che non può avere limiti di tempo: ―ti amerò per sempre‖. Chi ama, infatti, è oltre il tempo, è fuori dal tempo: vive già d‘eternità! L‘altro elemento in gioco è lo spazio perché la compresenza non teme distanza anche se non annulla, anzi richiede, l‘incontro e la vicinanza fisica. L‘amante ovunque vada porta con sé nel cuore la persona amata e viceversa. La compresenza realizza quell‘io in te e tu in me che è primario nei confronti di qualsiasi luogo, al punto che ogni spazio è buono per dirsi, nei gesti e nelle parole, l‘amore. 125 Così nella CFE ogni membro che la compone è parte del nostro corpo; ciascuno è amato da Dio immensamente e siamo in comunità familiare per poterglielo documentare e manifestare. La CFE non è perciò soltanto il tempo destinato all‘incontro settimanale, ma è tutto il tempo del vivere quotidiano nel quale facendo memoria, e cioè rendendo presente nel cuore, ri-amiamo, pensiamo ad una persona, preghiamo per essa, invochiamo lo Spirito e ci lasciamo da Lui suggerire cosa dire e fare, attendiamo silenziosi ed oranti, facciamo una telefonata, prepariamo il momento della giornata nel quale certamente la incontreremo, facciamo spazio nel nostro cuore perché ci possa stare anche con i suoi difetti. Per la coppia responsabile è un allargare la compresenza vissuta nella propria famiglia, tra coniugi e con i figli, alla comunità familiare. Si intuisce perciò che i ―miei congiunti‖ sono solo l‘inizio di un lungo cantico d‘amore che, prendendo il tono dall‘intensità dell‘amore coniugale paterno, materno e fraterno, s‘allarga a suonare in un‘armonia infinita a far vibrare il timbro particolare di tutte le persone che il Signore mi pone accanto nella CFE. La densità di quest‘amore attualizzerà per noi ciò che Gesù ha promesso: ricevere «già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli» (Mc 10,30, Mt 19,29). La riunione settimanale, che si svolge nella casa della coppia responsabile nel giorno e nell‘ora più opportuni per tutti i membri, è il punto di incontro della CFE, ma la maggior parte del ministero si svolge durante la settimana, mentre viviamo con gli altri membri e li serviamo. L‘incontro settimanale è un momento, simile a quello che si vive in famiglia quando si è tutti riuniti, in cui possiamo fermarci per ―rifornirci spiritualmente‖, rendere conto di ciò che abbiamo fatto e trovare la conferma della validità del nostro operato. É l‘esercizio della compresenza, che ognuno vive per il legame spirituale con gli altri membri della sua CFE, ciò che rende tutti consapevoli di essere, ovunque ci si trovi durante la giornata, segno di Chiesa e di evangelizzazione per coloro che amiamo, ma che purtroppo non conoscono ancora l‘amore del Signore. Si può arrivare a dire che è la qualità della ―compresenza interiore‖ che dà il via a ―coltivare‖ il luogo esterno perché corrisponda alla bellezza della coppia. È la compresenza che fa maturare l‘esigenza di abitare insieme e che diventa il motivo, il fondamento della casa stessa. Quando l‘amore rende consueta e costante la presenza della persona amata dentro di me, quando con lei ―in me‖ mi confronto in ciò che faccio, vorrei consultare per ciò che decido, rendere partecipe per ciò che godo, allora cresce l‘esigenza di materializzare la compresenza a sigillo dell‘amore che ho dentro. Mi sto così abituando alla compresenza interiore che mi sembra assurdo che i corpi vivano ancora in due case diverse. Così nasce il sogno di un‘abitazione comune, si iniziano a risolvere i problemi economico-logistici per realizzarla e per darle la più consona sistemazione interna. Esempio: come dare qualità alla nostra camera, alla nostra cucina…, la qualità che dica il nostro modo di stare insieme. Ogni particolare acquista valore perché scelto e goduto con un significato particolare per ambedue. Nel tempo purtroppo quest‘intenzionalità per molte coppie di sposi lascia il posto maggiormente alla bella figura da fare e la casa diventa più importante dell‘unità che ha condotto dalla compresenza alla coabitazione. Il senso di una casa sarà sempre negli anni la compresenza interiore e quando essa verrà meno perderà la sua bellezza, sarà come un vestito senza un corpo. Ora, nessuno al mondo come gli sposi ha la percezione di che cosa significhi essere un sol corpo, compresenza che è vissuta con pari intensità, anche se di qualità diversa, anche con i figli. Essi, generati dall‘unità di coppia e cresciuti all‘interno di essa, hanno uno spazio permanente nel cuore dei genitori. La vita dei figli è la vita dei genitori, ma una loro assenza per qualsiasi motivo li fa sentire ancor più presenti dentro. È proprio questa straordinaria esperienza di compresenza di sposi e di genitori-figli che fa della famiglia un‘esportatrice unica di sensibilità di compresenza nella Chiesa. Quando cominceremo a ―sentire‖ l‘assenza, il vuoto, la mancanza di quanti non vengono più in chiesa, di quanti hanno abbandonato l‘Eucaristia domenicale? Quando e come animata da questo spirito di compresenza della famiglia, la comunità si farà portatrice di messaggi, di inviti, di vicinanza a tanti fratelli che non vivono più la famiglia dei figli di Dio? Gli sposi sono invitati ad estendere la compresenza a quanti, pur abitando in case belle e comode, non sentono più la vicinanza, l‘essere prossimo, l‘essere famiglia; in particolare a quei genitori ―orfani‖ di figli e quei figli ―orfani‖ di genitori viventi. Le coppie cristiane per ―estensione‖ della propria compresenza dovrebbero essere capaci di accogliere quelle situazioni che sono declinazione negativa e peggiorativa della compresenza: dalle coppie in costante litigio, agli uomini e alle donne separati e soli, ai figli che non hanno più la gioia di due genitori uniti. Aprire le nostre case, la nostra parrocchia a queste persone ―povere‖ di compresenza è aver compreso fino in fondo la parola di Gesù: «l’avete fatto a me». 126 Si vive così fortemente la bellezza dell‘essere famiglia dei figli di Dio da sentire vivamente la mancanza di quanti non hanno mai saputo di essere ―figli‖ o hanno perso la memoria di che cosa significa. 9. Il parroco Qualche parola va spesa anche per il parroco. Al lettore potrà sembrare che con il sistema delle CFE si passi da una parrocchia basata sul prete ad una che ha il proprio motore spirituale nelle coppie di sposi. In realtà nella Chiesa non vi è nulla che, se vissuto autenticamente, oscuri la bellezza degli altri. Ogni vocazione quando è vissuta nel suo splendore illumina le vocazioni altrui. Innanzitutto va detto che le coppie di sposi danno inizio ad una CFE nella loro casa unicamente su mandato del parroco e che ognuna di esse deve rimanere in stretto contatto e alle dipendenze del pastore perché, in caso contrario, non sussisterebbe più. La coppia è responsabile e non ―proprietaria‖ di una CFE. Il ―padrone‖ ne è il Signore che agisce nella persona del parroco. Il parroco con le CFE ha, quindi, la possibilità non solo di conservare, ma addirittura di approfondire la qualità e l‘efficacia del proprio ministero sacerdotale. Egli, come maestro e guida della comunità cristiana, è chiamato a individuare e formare le coppie responsabili delle CFE e a seguirle nella loro attività. Attraverso collegamenti vari ha il dovere di tenere costantemente monitorato l‘andamento della vita delle singole comunità familiari. Il sacerdote esercita il suo ministero di pastore offrendo per l‘incontro settimanale della CFE un testo e un messaggio audio a tutte le singole comunità familiari. In questi testi egli propone brani della parola di Dio e li commenta in ordine all‘apostolato e all‘evangelizzazione, realizzando così una formazione armonica e unitaria in tutte le CFE e raggiungendo persone (gli ultimi arrivati) alle quali non ha occasione di rivolgere l‘omelia, dato che non partecipano ancora alla vita parrocchiale. È al sacerdote che vengono condotte o mandate le persone che sono in ricerca o desiderano tornare al Signore. Il sacerdote poi sarà particolarmente guida spirituale con tutti quelli che vogliono crescere nella fede e mettersi a servizio dei fratelli in vari ministeri per il bene della parrocchia. Attraverso le CFE e le coppie responsabili, il pastore della comunità potrà così seguire spiritualmente molto di più i fedeli affidatigli, nutrirli con il solido nutrimento della Parola di Dio e, abilitandoli all‘evangelizzazione, formarli nella fede perché siano veri discepoli del Signore. 10. La CFE è una famiglia che genera altre famiglie Una semplice domanda tutt‘altro che irrilevante può venir alla mente: se tutti i membri di una CFE evangelizzano le persone del loro ambiente di vita e quindi accolgono continuamente dei nuovi arrivati come fa una CFE a rimanere sempre di piccole dimensioni? La risposta è che quando essa raggiunge un numero di circa quindici persone, deve moltiplicarsi perché non è più ―sostenibile‖ per mantenere relazioni di vicinanza e di servizio reciproco, con la conseguente impossibilità da parte della coppia responsabile di seguire bene tutti i membri. Così, da una CFE di quindici persone, nasceranno due CFE in grado di accogliere entrambe dei nuovi fratelli. Quella che noi chiamiamo ―moltiplicazione‖ a molti può apparire una ―divisione‖: eravamo in quindici e ci volevamo tanto bene ed ora purtroppo ci dobbiamo separare! Questo ragionamento è tipico dei ―gruppi‖ che non essendo ―estroversi‖ non possono concepire la divisione in due, ma stanno insieme finché il gruppo in se stesso finirà. I membri della CFE, pur sperimentando quanto si sta bene insieme, non hanno questo come obiettivo: l‘evangelizzazione è lo scopo della CFE. È partecipare alla gioia che si prova nel cielo nel far spazio a qualcuno che chiede di essere amato. Per cui non fa problema la moltiplicazione di una CFE in due (il ―perdere‖ delle relazioni) perché da quando essa si è costituita vive volutamente nel continuo ―scompiglio‖ causato dal dover stabilire delle nuove relazioni. Anzi nella CFE dove ciò non avviene succederà dopo un po‘ che, 127 come in una famiglia dove non c‘è fecondità spirituale, la vita tenderà ad infiacchirsi e a ripiegarsi su se stessa. Far entrare una nuova persona o moltiplicare la CFE è certamente un po‘ morire a se stessi e ai propri affetti. Ma questa ―sofferenza‖ è in realtà un allargare il cuore anche agli altri che hanno estremo bisogno di Gesù, della sua salvezza e di sperimentare una vita fraterna di comunità. È come in una coppia di sposi quando arriva un nuovo figlio: come neo genitori essi sono nel timore di essere costretti a reinventarsi, a ripensarsi nella loro relazione, perché un figlio ―sconvolge‖ con il suo arrivo, ma poi dopo un attimo di assestamento non possono che gioire perché, se non fosse arrivato questo figlio, certamente non sarebbero cresciuti così tanto nella capacità di amare lui e di amarsi tra loro. La cosa meravigliosa è che accogliendo oggi una persona, moltiplicando domani la CFE ecc., non solo si amplia nel tempo enormemente il numero di coloro con i quali ci si lega nel Signore, ma non si perdono mai i legami precedenti perché si è della stessa parrocchia e ci si incontra spesso (tra l‘altro ogni tre mesi circa vi è un incontro comune tra tutti i membri delle diverse CFE). Questa disponibilità ad accogliere e poi a moltiplicarsi consente di scoprire i volti e i cuori di tantissimi come mai sarebbe stato possibile. 11. La moltiplicazione di una CFE è come il lasciar andare i figli Una CFE è destinata, dato che è una comunità ―di evangelizzazione‖ a ―moltiplicarsi‖; ed essendo ―familiare‖ questo avviene in analogia alla famiglia. In famiglia, pretendere che i figli rimangano uniti ai genitori anche quando sono cresciuti è un errore madornale, che molti commettono a causa della possessività che vivono. Quanti matrimoni sofferenti per le invadenze psicologiche di genitori e suoceri non rassegnati a lasciare i figli per la loro strada! Quando invece l‘amore dei genitori è sano, esso si manifesta soprattutto al momento del raggiungimento dell‘età adulta dei figli con l‘incoraggiamento ad ―uscire‖, affinché realizzino nuove famiglie in cui sia possibile vivere lo stesso amore che loro provano come coppia e come genitori. Quanto è grande la gioia di vedere un figlio adulto che si è formato una nuova famiglia, così è grande la gioia di una CFE che genera una, due, tre CFE. Anziché continuare ad ingigantirsi perdendo così la novità, la freschezza e l‘intensità dei rapporti umani del piccolo nucleo, la moltiplicazione le permette di raggiungere nuove persone con doppia efficacia in quanto come ―CFE madre‖ dà vita ad una nuova ―CFE figlia‖ e tutte e due ricominceranno nuovamente il processo vitale di crescita e di fecondità spirituale. La moltiplicazione, per una CFE, è il momento più bello, che tutti i membri vivono con emozione e gioia perché è il momento in cui si celebra la verità che la trasmissione della fede (come la trasmissione della vita) è sempre un generare qualcuno all‘amore. Insita in queste moltiplicazioni, vi è la sfida a cui è chiamata ogni parrocchia: rievangelizzare il proprio territorio. Se tante CFE si moltiplicano significa che nessuno viene trascurato e che il numero di coloro che vengono alla fede cresce in maniera esponenziale, in quanto tutti i parrocchiani vengono messi nella condizione vitale e spirituale per evangelizzare. Se è la comunità cristiana nel suo insieme a far circolare nelle arterie relazionali che la compongono l‘amore del Signore Gesù, ogni capillare ostruito del corpo sociale di un paese o di un quartiere può essere liberato. Ancora una annotazione. La nuova CFE che si forma dalla moltiplicazione viene affidata alla responsabilità di una coppia di sposi scelta dal parroco e che fino ad allora faceva parte della CFE originaria. È, infatti, in ogni CFE che si forma la coppia responsabile della futura CFE che nascerà dalla moltiplicazione. Ogni coppia responsabile, seguendo le indicazioni del parroco che si preoccupa della loro formazione, ha accanto una ―coppia collaboratrice‖, che assumerà la conduzione della ―comunità figlia‖, non appena la ―comunità madre‖ si moltiplicherà. Avviene, per chi evangelizza, come nella vita di ogni famiglia, in cui si respira costantemente il senso del futuro, del dopo, dell‘avvenire, tanto che la casa viene curata perché possa essere sempre 128 accogliente, si cerca di risparmiare per il futuro, si pensa per quando si sarà anziani e si prospettano le soluzioni migliori per i figli in quanto saranno proprio loro a ―continuare il nostro cognome‖. Si ―pensa‖ al futuro della propria CFE perché si è consapevoli che evangelizzare non è solo per l‘oggi, ma è anche per costruire il futuro di una Chiesa che sappia ancora evangelizzare. Quando evangelizziamo, il nostro orientamento deve sempre essere rivolto al tempo che verrà. Noi un giorno dal cielo parteciperemo alla gioia della Chiesa qui in terra potendo guardare a quel tratto di strada che abbiamo contribuito a farle percorrere. Vedremo il nostro cognome di battezzati portato avanti dai cristiani dei prossimi decenni e secoli della nostra comunità. 129 Laboratorio personale e di coppia (1): koinonia Il termine ―Fratellanza” può tradurre la parola greca ―koinonia‖, che significa ―mettere in comune‖. Esaminate i versetti indicati qui di seguito e determinate cosa potete condividere con gli altri e un modo pratico di condividerlo: COSA CONDIVIDERE COME CONDIVIDERE 1Gv 4,11-21 Gal 6,2 Gal 6,6 Gc 5,16 130 Laboratorio personale e di coppia (2): l’incontro della CFE Leggi i seguenti versetti e scrivi, accanto a ciascuno, una riga di riepilogo: Atti 4,32-37 Rm 15,25-27 2Cor 9,6-11 Secondo quanto hai letto, scrivi quale deve essere l‘atteggiamento del cristiano che dona la propria ricchezza alla comunità. 131 Laboratorio personale e di coppia (3): la fratellanza 1. Leggi 1 Giovanni 3,1. Se tu sei figlio di Dio ed Egli è il Padre di tutti, come vedi la tua relazione nei confronti dei non credenti? 2. Leggi Proverbi 27,10. Perché pensi che sia importante la fratellanza? 3. Leggi Siracide 4,9-10. La fratellanza con il prossimo quale rapporto con Dio genera? 4. Leggi Ebrei 10,24-25 e Ebrei 3, 13. Qual è lo scopo di incontrarsi insieme come credenti? 132 CAPITOLO IX LA COMUNITÀ FAMILIARE CONDUCE OGNI PERSONA ALL'EUCARISTIA Come prima cosa vorremmo, a riguardo del titolo di questo nono ed ultimo capitolo, sottolineare la diversità dell‘incipit rispetto ai precedenti. Essi iniziavano (a parte il primo che era intitolato «La famiglia partecipa del mandato di evangelizzare») sempre in questo modo: «La famiglia evangelizza…». Se abbiamo ripetutamente utilizzato questa espressione è perché non è possibile per noi cristiani parlare di due sposi (la ―famiglia‖ appunto) senza sottolineare anche la specifica grazia che essi ricevono con il sacramento del matrimonio che è quella di veder modificata la sostanza del loro essere conformati a Cristo. Da due discepoli che in forza del battesimo Lo testimoniavano singolarmente, diventano una vera e propria Chiesa domestica che svolge un ministero permanente e ―ordinario‖ (nel senso di ministero connesso e costitutivo con la struttura stessa della Chiesa). Il loro ―noi‖ di coppia, continuamente alimentato dalla distinzione sessuale, racchiude in sé, infatti, l‘essenza profonda dell‘essere e del fare Chiesa e perciò consente a tutte le persone che vi trovano accoglienza e un punto di riferimento (non solo i figli) di attingere direttamente alla buona notizia della natura uni-triadica dell‘Amore. Abbiamo perciò man mano declinato ―dove‖ la famiglia evangelizza (nel proprio ambiente di vita - 2° capitolo), ―con l’aiuto di Chi‖ evangelizza (con la preghiera e con la forza dello Spirito Santo - 3° e 4° capitolo), ―come‖ evangelizza (con il servizio - 5° capitolo), ―dicendo cosa‖ (condividendo la propria esperienza di fede - 6° capitolo), ―con quale obiettivo‖ (accompagnando ogni persona a riconoscere e ad affidarsi all‘unico Sposo, il Signore Gesù - 7° capitolo), ed infine nell‘ottavo capitolo ricordando la modalità storica con la quale le famiglie cristiane hanno trasformato se stesse e le persone a loro vicine (figli, amici, parenti, domestici o padroni) in quelle chiese primitive che hanno rappresentato una tale ―forza gravitazionale‖ da riuscire a convertire il mondo al vangelo. Ora il titolo del presente capitolo non inizia con il soggetto famiglia ―La famiglia evangelizza‖ (anche se il ruolo della famiglia nell‘evangelizzazione rimarrà in ogni caso il tema in primo piano), bensì ―La comunità familiare‖. Avendo presentato l‘esperienza delle CFE (le Comunità Familiari di Evangelizzazione) della parrocchia San Giuseppe di Bovolone (Verona), abbiamo pensato cosa opportuna ritornare sull‘argomento per precisare le relazioni che si instaurano tra una CFE e le altre, tra una CFE e la parrocchia. 1. La novità della CFE Riassumendo, la novità della CFE è quella espressa da San Paolo: «la chiesa che si riunisce nella tua casa» (Rm 16,5). È una piccola comunità composta da persone di differenti stati di vita legate in qualche modo (per amicizia, parentela ecc.) ad una coppia di sposi a cui viene conferito dal parroco il mandato di essere il segno all‘interno di questa comunità di quell‘amore divino alla ricerca di riversarsi in ogni cuore umano e di chiamare tutti all‘unità. Oltre a fare assegnamento sulla ministerialità che scaturisce dal sacramento del matrimonio, una seconda essenziale caratteristica della CFE è quella, attraverso la preghiera, di predisporsi come vera e propria famiglia ad accogliere nuovi fratelli in Cristo per far sperimentare loro quell‘amore che il Signore ha riversato per tutti sulla sua Chiesa. Se sono nate le CFE è perché crediamo che il Signore Gesù si sia legato indissolubilmente ad ogni coppia che si congiunge nel suo nome; che non vi è peccato o fragilità che possa estirpare definitivamente l‘inabitazione dello Spirito Santo (che è la Relazione del Padre e del Figlio) nella 133 relazione sponsale tra due battezzati; che il progetto di Dio Padre da sempre contemplava le nozze umane quale strumento per dar corpo nel ―qui e ora‖ della storia al processo di osmosi tra il vangelo, che è la persona di Gesù, e le innumerevoli culture e strutture sociali. Riteniamo pertanto che partire dalla famiglia sia il modo più corretto per affermare che «è l‘uomo la prima e fondamentale via della Chiesa»90. L‘uomo ―generico‖ non esiste; esiste invece l‘uomo nella sua realtà sessuata che lo determina come maschio o come femmina in intrinseca relazione. Ciò vale anche per chi non si sposa. Se siamo nati maschio o femmina vuol dire che porteremo sempre un anelito interiore a creare con qualcuno un‘unità tale da far fiorire la propria e l‘altrui specificità. Non è possibile, in qualsiasi stato di vita diverso dal matrimonio ci si ritrovi o si scelga di essere, non interpretare se non ―nuzialmente‖ le relazioni con le persone con le quali si decide di condividere la propria esistenza. Un sacerdote non può non veder nelle persone che compongono la comunità che gli è affidata la sposa alla quale deve dare tutto se stesso. Nell‘amicizia, per esempio, prima o poi giungerà il momento in cui, se non si morirà a se stessi, non si potrà continuare a rimanere vicino a qualcuno che inevitabilmente manifesta limiti e mancanze. L‘alternativa è sprofondare nella solitudine che è un vivere la morte quotidianamente. Come si può altrimenti amare Dio se non ―si vuole voler‖ bene a qualcuno come amico e fratello? «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4, 20). Per questo la famiglia (cioè la massima espressione sulla terra, e per questo la più fragile, di quella ―attività divina‖ che è il diventare una cosa sola attraverso le rispettive distinzioni) è determinante sia per la società che per la Chiesa. La sua buona o cattiva salute, il modo di interpretarla, genera automaticamente una società giusta o ingiusta. Non a caso i sociologi affermano che è il mancato innesto nel tessuto sociale del ―buono‖ che si produce nelle case, a determinare una società nel suo complesso sempre più lontana da ciò che è autenticamente umano. Accogliere o non accogliere l‘apporto che la famiglia può dare, non è assolutamente irrilevante per la Chiesa. La Chiesa ―con‖ la famiglia, intesa non come coppie ridotte a braccianti del parroco, diviene presenza efficace nel mondo dell‘amore del Padre ed è in grado di annunciare il suo Signore; ―senza‖ la famiglia la Chiesa si sclerotizza e parla senza incisività. Per questo abbiamo intensamente pregato lo Spirito Santo affinché ci suggerisse una modalità che consentisse alle coppie di oggi di svolgere il ruolo che il Signore Gesù ha loro affidato: edificare e far crescere la Chiesa proprio a partire dall‘intima esperienza che esse fanno di donare i corpi per essere un sol corpo . Sono le CFE il suggerimento che abbiamo colto dallo Spirito. Noi le viviamo veramente come un tentativo di dare realistica concretizzazione alla profetica visione della famiglia, quale «indispensabile e insostituibile soggetto creativo della Chiesa»91. Articolare la struttura relazionale della parrocchia a partire dal sistema delle CFE è rendere finalmente ogni coppia di sposi protagonista dell‘evangelizzazione, senza snaturarne minimamente l‘identità di famiglia. Inoltre, in questo modo, ogni battezzato potrà assimilerà dalla coppia il modo di dire l‘amore di Dio a chi incontra sul proprio cammino. 2. Gli sposi fanno l’amore Nel contesto sociale e culturale attuale, i cristiani rischiano di limitare la propria riflessioni sulla famiglia ad estenuanti (anche se necessarie) osservazioni analitiche su come sia meglio difendere l‘istituto matrimoniale nel sistema legislativo (Pacs, Dico o Cus ecc.). Ma in questo modo, guardando solamentead alcune problematiche particolari, si finisce per non vedere la ―realtà‖ della famiglia, ciò che essa veramente è per la Chiesa. 90 GIOVANNI PAOLO II, Redemptor hominis, 4 marzo 1979, 14. GIOVANNI PAOLO II, Omelia della Messa di apertura del quinto sinodo dei Vescovi sui compiti della famiglia cristiana nel mondo moderno, 26 settembre 1980, 2. 91 134 La realtà della coppia e della famiglia è talmente onnicomprensiva che non si sa da dove partire per osservarla nella sua completezza. Accade così che si ritiene arduo eseguire quest‘operazione, e di conseguenza, purtroppo, non si ―calcola‖ affatto la famiglia per ciò che è nel progetto di Dio; oppure, quando va bene, la si confina in uno dei tanti ―ambiti‖ (dopo il dialogo interreligioso e prima del disagio giovanile) nei quali è chiamata ad operare oggi la Chiesa. Invece tutto nella Chiesa (come nella società) dipende dall‘apporto della famiglia: dalla sua capacità di annunciare il vangelo alla modalità con la quale si vive in essa fraternamente, dalla qualità dei preti e dei consacrati al numero dei santi. In una parrocchia basterebbe una sola famiglia santa per convertire tutti, perché la coppia è stata pensata da Dio per ―fare‖ l‘amore, per produrre e diffondere il suo Amore. Da una sola coppia, che vive ogni aspetto del matrimonio in quella piena unità che è dono dello Spirito, la santità di Dio si sparge sempre abbondantemente nei cuori, compiendo miracoli straordinari. Gli sposi possono fare l‘amore ―per se stessi‖ (a loro esclusivo vantaggio e in forza solo delle loro capacità) e allora persino l‘unione sessuale risentirà del loro egoismo, oppure possono decidere insieme di sposarsi con l‘unico e vero Sposo dell‘umanità, il Signore Gesù, e per questo da ogni loro gesto intimo e da ogni loro parola scaturirà una tenera carezza di Dio offerta a tutti. Scopriranno così che il desiderio di ―fare l‘amore‖ è un concetto vastissimo che li comprende, li genera, non li lascia soli (neppure quando uno dei due concluderà i propri giorni sulla terra) e li mette a servizio della Chiesa e del mondo. È, dunque, l‘unità che essi, tra fatiche e gioie, continuamente creano (e che magari credono di creare solo per la propria famiglia), ciò che regalano alla Chiesa e di cui la Chiesa ha assolutamente bisogno. Questa unità sponsale, anche se ai loro occhi appare piccola per gli alti e bassi di cui è composta, è più grande della loro immaginazione di sposi e anche di quella dei preti. Essa è ad immagine e somiglianza dell‘Unità delle Persone divine anche se noi la vediamo posta e trasportata sulle loro fragili spalle. Vi offriamo un‘immagine simpatica per capire questo concetto: «tutti abbiamo studiato che le api cercando, per il loro nutrimento, il nettare dei fiori, rendono loro il servizio dell‘impollinazione. Questo significa che allora il loro cercare il nettare non è più ―quello di prima‖? Che viene addirittura svisato dall‘impollinazione? Le api in sé non si accorgono nemmeno di questo servizio supplementare, solo noi dall‘esterno ne comprendiamo l‘importanza per la flora! Se le api potessero capire ciò che già fanno, potrebbero solo gioire di questo loro contributo al creato. Solo delle api rese particolarmente nevrotiche dall‘ossessione privatistica della nostra cultura potrebbero prendere in considerazione di non cercare più il cibo per nutrirsi al fine di non sentirsi strumentalizzate!»92. 3. Ogni coppia può diventare spiritualmente responsabile della propria comunità familiare Nella CFE il ministero della coppia responsabile è centrale, in quanto consente a tutti i componenti di svolgere al meglio il proprio compito che è quello di evangelizzare. Con la preghiera di tutta la comunità parrocchiale riunita per l‘occasione, il parroco conferisce ad una coppia di sposi, opportunamente formata93, il mandato di prendersi cura di una nuova CFE che nasce dalla moltiplicazione della ―CFE madre‖. 92 BONETTI, ROTA SCALABRINI, ZATTONI E GILLINI, Innamorati e fidanzati, ed. San Paolo, p.240. La formazione di una coppia responsabile si svolge soprattutto all‘interno della CFE di provenienza. Vi sono anche degli strumenti indispensabili come il presente testo. Inoltre a Bovolone abbiamo predisposto una settimana di esercizi spirituali denominata ―Seminario di rinascita di coppia‖ (per informazioni www.parrocchiabovolone.it) che ha il precipuo scopo di attivare nelle coppie la contemplazione del mistero presente nella loro relazione. Come sappiamo, questo è l‘ingrediente principale per assumersi la responsabilità inerente al proprio sacramento. 93 135 Come il vescovo si affianca di sacerdoti per la cura pastorale della Diocesi, così il parroco con questo mandato pone in evidenza la grazia specifica del sacramento del matrimonio che gli sposi cristiani hanno ricevuto, allo scopo di essere costruttori di comunione ecclesiale attorno al pastore, facendo sì che la loro famiglia sia nella vita ciò che essa è per grazia: chiesa domestica. Le coppie responsabili, quindi, non agiscono autonomamente, ma in costante comunione e obbedienza al parroco. Esse, per la grazia del sacramento e per il mandato conferito dal parroco, costituiscono per i componenti delle CFE il segno della presenza del Signore in mezzo a loro e dell‘unità e della comunione con il pastore. Ogni membro della CFE è invitato perciò a pregare per la propria coppia responsabile perché il Signore la sostenga e la illumini; altresì, è invitato a collaborare con essa per il buon svolgimento e la crescita della CFE. Chi non riconoscesse il ministero della coppia responsabile non riconoscerebbe quello del pastore che l‘ha mandata. In parrocchia potenzialmente, tutte le coppie unite dal sacramento e che lo vivono con fede possono diventare coppie responsabili di CFE. Va ribadito che nella realtà moltissime già si adoperavano perché si sentivano umanamente responsabili delle proprie comunità familiari ―naturali‖ (un parente bisognoso; un‘amica sconfortata da consolare ecc.). Con il mandato conferito dal parroco per la coppia non vi è perciò dicotomia di compiti. Essa continua ad esprimersi ―nel mondo‖ (il proprio ambiente di vita) e non esclusivamente in attività religiose, come vorrebbe una certa mentalità clericale, diffusa purtroppo anche tra tanti sposati impegnati nelle nostre parrocchie. Il mandato non è altro che una ―esplicitazione‖ di ciò che è avvenuto nel giorno delle nozze. Se due coniugi sono giunti a rendersi disponibili a questo ministero è perché hanno maturato la consapevolezza che il Signore li chiama (così come essi sono e mantenendo, anzi sviluppando il proprio feriale servizio) a continuare a svolgere il ruolo di punto di riferimento per le persone a loro vicine, ma con l‘intenzione ora di far fare a tutti l‘esperienza, avvolti dall‘amore del Signore, di una intensa unità nella fede. Il passaggio è da responsabili della propria comunità familiare naturale a responsabili della CFE. In estrema sintesi il loro compito è collegare insieme, utilizzando per questo scopo le doti umane e spirituali che già vivono nella loro relazione sponsale, i componenti della CFE a loro affidati, per farli vivere e pregare con «un cuor solo ed un’anima sola». Sarà poi questa forte unità nel Signore (unità che è la presenza dello Spirito Santo) a compiere il miracolo di trasformare poche e ―fragili‖ persone sia in una potente calamita per coloro che hanno incontrato Gesù, sia in un lievito che dilata enormemente e sorprendentemente il Regno di Dio in parrocchia. 4. Cosa deve avere di speciale una coppia responsabile? Con le CFE non si fa altro che mettere in risalto il nucleo centrale del rapporto sponsale: un affidamento reciproco tra marito e moglie che genera una feconda disponibilità, a prendersi cura del ―terzo‖. Chiamiamolo pure più semplicemente ―ruolo di responsabilità‖ (verso i figli, i genitori, i parenti, gli amici, i vicini di casa ecc.) che una coppia può, nella libertà, più o meno assumere. Alle coppie responsabili delle CFE viene chiesto di finalizzare questo ―ruolo di responsabilità‖ che hanno maturato nel corso del loro matrimonio per contribuire a costituire la Chiesa. Per divenire coppia responsabile di una CFE non occorre aver studiato teologia, ma solamente credere che c‘è una ―buona notizia‖ da vivere e annunciare. Se si crede a questo, si crede anche nella bontà di se stessi come individui e nel ―noi‖ di coppia come ―buona notizia‖. L‘amore che si sperimenta nel matrimonio lo si contemplerà come un dono meraviglioso che proviene da una sorgente inesauribile, dalla quale si può attingere in ogni momento: basta mettersi a servizio del coniuge che si ha accanto. È necessario perciò che rimanga una coppia ―reale‖ e non pretenda di essere un ―modello‖, che faccia trasparire l‘amore attuale che sta vivendo e non quello ―idealizzato‖ o dei primi tempi; che mantenga al loro interno (e non abbia vergogna a mostrarlo) un‘atmosfera di vero affetto e tenerezza; che superi il dubbio di non saper parlare. In sostanza, le 136 doti necessarie per essere una coppia responsabile di una CFE sono le stesse che fanno funzionare bene un matrimonio! Una coppia di sposi si può sentire la più inadeguata del mondo (in genere questo è un buon segno che depone a loro favore), ma se dalla loro relazione promanano serenità, dedizione, disponibilità di tempo per gli altri e apertura all‘opera dello Spirito Santo vuol dire che essi sono i più adatti a svolgere questo ministero ecclesiale. In realtà, è sufficiente guardare al proprio matrimonio come ad una vocazione, una chiamata del Signore. Basterebbe giungere a dire insieme: ―Come abbiamo man mano compreso che non siamo stati noi ad inventare la nostra relazione (ci siamo scelti, è vero, ma Qualcuno da sempre, pensando a noi come maschio e femmina, ci aveva con-vocati perché voleva farci provare la gioia che deriva dall‘andare ―verso una sola carne‖ a partire dalle rispettive differenti identità), così ci è diventato chiaro che non siamo stati noi ad abilitarci, ma è il Signore a farlo attraverso il mandato del nostro parroco‖. Gesù, infatti, non ha mai chiamato persone già capaci, ma ha reso capaci coloro che chiamava. La domanda: ―Siamo in grado di fare la coppia responsabile?‖, dovrebbe trasformarsi in questa: ―Tu Signore, cosa vuoi da noi?‖. Se la sua risposta fosse quella che è giunto il momento di offrire ciò che finora si è vissuto nel matrimonio per aiutare i fratelli a sentirsi ―in famiglia‖ quando sono riuniti nel suo nome, allora con le parole di San Paolo non si può che dire: «Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero» (1Tim 1,12). 5. Cosa fa la coppia responsabile? Innanzitutto segue i fratelli che il Signore le affida nella CFE. Prega per loro ogni giorno per avere sempre nei loro confronti un‘apertura di cuore e di mente ed una disponibilità ad ascoltarli con pazienza e umiltà. Poi, esattamente come gli altri membri della CFE, evangelizza le persone del proprio ambiente di vita. L‘evangelizzazione è compito di tutti, mentre è solo della coppia responsabile il ruolo insostituibile di far sì che i componenti della CFE non siano degli evangelizzatori solitari, ma vera Chiesa, dove ogni singolarità è collegata alla vite che è il Signore Gesù. La coppia responsabile, vivendo in profonda comunione col parroco e con tutta la comunità, è guida della CFE: valorizza e promuove sempre ciò che di positivo emerge; incoraggia tutti, specialmente le persone più timide o meno comunicative; esamina tutto con discernimento e valuta con attenzione i suggerimenti; non accetta nulla senza aver prima ben approfondito le diverse situazioni; è protesa con fiducia verso la propria crescita spirituale; facilita l‘armonia e l‘intesa tra i membri della CFE anche con le opportune mediazioni; si impegna affinché l‘incontro settimanale non esca dagli schemi e dai tempi programmati, senza eccessivi e controproducenti formalismi. La coppia responsabile perciò deve porsi l‘obiettivo di diventare uno ―strumento di comunione‖, sia nella CFE che nella parrocchia. Per riuscire nell‘intento deve imparare a pregare ogni giorno per il parroco e per coloro che svolgono nei suoi confronti un servizio di sostegno e di accompagnamento nella struttura del sistema delle CFE (cioè, come vedremo più avanti, la coppia di collegamento e la segreteria). La preghiera quotidiana darà alla coppia responsabile la capacità di cercare sempre il bene e i lati positivi; di risolvere nell‘amore e nella misericordia i problemi relazionali e di perdonare lavorando per la pace e la santificazione. Deve addirittura intensificarsi quando, sottoposti alle tentazioni del maligno, si manifestano delle difficoltà con i sacerdoti e con la comunità. Solo la preghiera ci fa parlare sempre bene degli altri. Se non è proprio possibile dire cose buone, ci dona la forza di tacere e di «coprire tutto con la carità» avvicinando con coraggio il fratello: «Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 18,15). 137 In ogni caso, la saggezza consiglia che quando si hanno dei problemi nei confronti di coloro che esercitano su di noi un‘autorità non va mai lasciato che questa ―erba cattiva‖ avveleni il nostro cuore e la nostra mente. Immediatamente si deve cercare un chiarimento con loro e se non tutto e subito viene risolto, offrire al Signore la sofferenza per ciò che per adesso non si può chiarire e modificare, chiedendo a Lui pazienza ed amorevolezza. Un altro importante compito della coppia responsabile è disporsi in maniera intelligente nei confronti dei membri della CFE che chiedono un aiuto concreto per una loro difficoltà. Per esperienza si sa che, nonostante il gran numero di esperti esistente per trattare i bisogni di tutti, la maggior parte delle persone continua a preferire la condivisione dei propri problemi con un vicino o un amico. Gli amici, infatti, non fanno sentire in obbligo e ci si può aprire più facilmente con loro piuttosto che con un ―estraneo‖. Inevitabilmente perciò ogni coppia responsabile, in virtù del ruolo che interpreta nella CFE, verrà avvicinata da qualche componente nel momento del bisogno. È bene essere disponibili in queste occasioni e non rimandare ad altro momento; ciò che si può fare è bene farlo subito! Soprattutto si può aiutarli nelle relazioni personali quotidiane che si hanno con loro. Occorre essere compassionevoli. La gente, si sa, quando chiede una mano sogna di trovare qualcuno sensibile, comprensivo, premuroso. Bisogna essere attenti ascoltatori. «Ognuno sia pronto ad ascoltare, lento nel parlare» (Gc 1,19). È importante non giudicare. Ciò non vuol dire che si devono lasciar correre azioni sbagliate: non si giudica mai, perché Dio ama tutti nonostante il nostro peccato. Troppe volte le persone si rivolgono al parroco per un problema, quando è troppo tardi. Una coppia responsabile ha un‘opportunità maggiore, per rendersi conto di questi problemi prima che siano incontrollabili ed irreversibili. Come coppia responsabile si è spesso i primi ad affrontare un‘emergenza. Quando si fronteggiano queste ed altre situazioni, è utile ricordare che coloro che sanno dare un efficace aiuto agli altri sono persone che pongono il Signore al centro di tutto. La coppia responsabile si preoccupa inoltre anche del buon andamento dell‘incontro settimanale della CFE a loro affidata: non solo pregando per tutti i componenti della CFE, ma anche favorendo un contatto con qualcuno di loro durante la settimana con una telefonata o un incontro; infondendo in ogni cuore l‘ardore dell‘evangelizzazione; creando un clima di accoglienza, di amicizia e di gioia durante l‘incontro di CFE; aiutando tutti ad intervenire in una maniera arricchente per la CFE senza assumere l‘atteggiamento da maestri. 6. Responsabilità e comunione nelle comunità familiari Dopo aver detto ciò che ―fanno‖ le coppie responsabili è giusto dire anche ciò che si fa per loro. È necessario che le coppie responsabili si sentano accompagnate da vicino nel loro ministero, affinché sentano la stima ed il riconoscimento oltre che utili consigli e il confronto con qualcuno. La struttura comunionale (nello stile della famiglia dove nessuno è lasciato solo) è la più consona affinché tutti, anche le coppie responsabili, siano opportunamente seguiti ed aiutati nel proprio cammino spirituale. Nella struttura organizzativa complessiva delle CFE le coppie responsabili sono affiancate dalle coppie di collegamento che a loro volta hanno nel parroco e nella segreteria il punto di riferimento finale. Spieghiamo brevemente questi termini. La coppia responsabile ha il compito di organizzare e sostenere concretamente la CFE. I due coniugi accolgono, servono ed esortano tutti i membri. Insieme a loro evangelizzano nel proprio ambiente di vita. Vivono il loro ministero con grande entusiasmo, serenità, con fantasia e con profonda sottomissione. Devono compilare un rapporto scritto ogni settimana sullo svolgimento dell‘incontro della comunità familiare e consegnarlo alla coppia di collegamento. La coppia di collegamento è una coppia di sposi scelta dal parroco che è responsabile della propria CFE e che mantiene inoltre il legame con 3-4 coppie responsabili di altrettante CFE. Pregano assieme alla coppia responsabile per la risoluzione dei problemi presentatisi in una determinata CFE ed affrontano le prospettive di moltiplicazione delle comunità familiari e della 138 loro organizzazione interna. Devono visitare le CFE a loro affidate, specie dove le difficoltà sono maggiori. Le coppie di collegamento si rendono necessarie quando il numero delle CFE supera le dodici unità o secondo il giudizio del parroco. La segreteria delle CFE svolge una funzione di strettissima connessione tra il parroco, le coppie di collegamento, e le coppie responsabili. Coordina e dirige tutta la struttura organizzativa. Si riunisce ogni quindici giorni. È composto dal parroco e dalle coppie da lui scelte. Qui si affrontano tutti i problemi, si studiano le proposte pastorali più opportune, lo sviluppo delle comunità familiari, la preparazione delle coppie responsabili, l‘ampliamento della struttura e ogni altra difficoltà. Così lo stile di ―famiglia‖ è presente a tutti i livelli: ogni coppia responsabile fa riferimento ad una coppia di collegamento, la coppia di collegamento fa riferimento alla segreteria e il pastore ha attorno a sé una famiglia (la segreteria) con la quale gestisce le comunità. Una collaborazione più ampia, una responsabilità condivisa, un servizio più aperto, permettono invece di accogliere più facilmente le ricchezze dello Spirito e di darGli possibilità di espressione, come scrive san Paolo agli Efesini: «È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. […] vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (Ef 4,11-13.15-16). 7. Le CFE dilatano l’amore dei discepoli per la Chiesa Abbiamo visto da vicino che il ruolo della coppia responsabile di una CFE è totalmente scevro da ―accessori pastorali‖. Non ci sono schemi, procedure sofisticate o dinamiche conosciute esclusivamente dalla coppia responsabile che consentano ad essa di stare un ―passo avanti‖ rispetto ai componenti della CFE per poterli guidare in modo opportuno (cosa indispensabile invece per gli animatori e i catechisti). La CFE in realtà si fa guidare dal Signore Gesù. Tutti perciò si sentono suoi discepoli allo stesso livello. Ognuno porta la sua fede. Chi ne ha di più aiuta chi ne ha di meno. La coppia responsabile, oltre alla propria fede personale e di coppia, in CFE offre, solo per grazia, la propria relazione sponsale, sacramento che getta uno spiraglio sull‘Amore di Dio. Questo è l‘unico motivo per cui è essa ad esserne responsabile. Come un prete è indispensabile alla comunità, perché è figura di Cristo Buon Pastore in mezzo al suo popolo, come i consacrati ―indicano‖ a tutti che siamo destinati al cielo, così gli sposi, senza dover aggiungere nulla a ciò che già sono, suggeriscono silenziosamente, attraverso l‘intensità del loro rapporto, un piccolo riflesso di quale intima unità il Signore Gesù vuole vivere con ciascun membro della CFE. Da come la coppia responsabile vive l‘essere «uno nel corpo», fisicamente dunque, fa riscoprire ai componenti della CFE che il comandamento di Gesù di amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amato si realizza solo nella concreta materialità: un sorriso, un abbraccio, pulire la casa della sorella della CFE impossibilitata da un evento imprevisto, ecc. Da come la coppia responsabile fa intuire (anche senza esplicitare) che nulla tra loro due vi è di nascosto, così tutti man mano imparano a confidare la verità della propria vita e a condividere l‘esperienza del loro incontro con Gesù, prima in CFE e poi nel proprio ambiente di vita. Gli esempi potrebbero continuare all‘infinito perché è una cosa che fa parte della nostra struttura umana, che ha la sua radice nell‘essere ―figli‖, assorbire da una coppia ciò che possiamo diventare. Per questo, per esempio, semplicemente per la modalità con cui la coppia responsabile interpreta con gioia il proprio ministero di guida della CFE, ogni membro prende slancio e desidera 139 mettersi a svolgere un servizio in parrocchia. La coppia responsabile, infatti, grazie al proprio istinto genitoriale, è perfettamente consapevole che ogni vita esprime il suo significato anche mediante un compito e un ruolo da svolgere. Educa, infatti, i propri figli fin da piccoli a rendersi utili con qualche piccolissimo servizio: ―Portami quello, fai per piacere questo‖, e ciò affinché, con la crescita, i figli trovino un proprio posto nel lavoro, nella società, tra gli amici. Chi, dunque, meglio della coppia responsabile potrebbe essere capace, senza ―stressare‖, di aiutare i fratelli della CFE a trovare il proprio ―posto‖, a trovare una vocazione specifica nella Chiesa, un compito? Analogamente per quanto riguarda il dare ed il ricevere reciprocamente sostegno. Non è certo una novità per le nostre parrocchie parlare dell‘importanza di dare sostegno a chi ne ha bisogno, e, riconoscendo la propria debolezza, di imparare umilmente a chiederlo. Sappiamo che per esprimere le personali necessità, bisogna mettere i fratelli a proprio agio affinché abbiano il coraggio di manifestarle. Nella CFE, chi è nel bisogno può trovare lo spazio per parlare e sentire il pensiero e l‘affetto dei fratelli. La coppia infatti ben conosce quale delicatezza e quale intensità di rapporti ci devono essere in famiglia affinché nessun soggetto debole si vergogni di manifestare le proprie difficoltà e di accettare l‘aiuto. Chi può formare adeguatamente delle coppie a guidare le CFE? Il parroco o altri possono dare senz‘altro il loro contributo, ma sarà la coppia responsabile, dopo aver individuato insieme al parroco e alla segreteria tra i membri della propria CFE una coppia di sposi, a prepararla ad assumere la conduzione della ―comunità figlia‖, non appena la ―comunità madre‖ si moltiplicherà. Infine chi, se non le coppie di sposi, nella Chiesa trasmetterà correttamente la Tradizione cattolica? Certamente nella CFE, la lettura della Parola di Dio e la meditazione del parroco aiutano a conoscere in modo profondo e radicato i contenuti della fede cristiana. Ma è soprattutto il contributo della coppia che può aiutare ognuno a vivere in pienezza la propria identità cattolica. È in famiglia, infatti, che si impara l‘accoglienza piena di tutti i membri che ne fanno parte: la famiglia è tutta da amare, nonostante i limiti e le debolezze di ciascuno. «Perché la Chiesa nella sua universalità e nelle sue parti, nella sua istituzione, al di là dei limiti umani, è tutta da amare, è tutta da accogliere. Va accolta nella completezza della sua dottrina, senza escludere nessuna parte (come ad esempio ciò che riguarda la giustizia sociale, la sessualità, l‘apertura e il rispetto per la vita di ogni persona). Va accolta nelle persone che il Signore ha posto a colonna e fondamento nella successione apostolica, il papa e i vescovi. Va accolta nelle sue lacerazioni consumate nel tempo che sono le varie confessioni cristiane (evangelici e ortodossi). Va accolta, amata e guardata in ciò che costituisce il culmine e la fonte del suo divenire e del suo essere che è l‘Eucaristia. Solo nell‘Eucaristia, infatti, si trova l‘interpretazione ultima e definitiva di ciò che è la Chiesa: corpo di Cristo dato per il mondo. Solo dall‘Eucaristia si coglie il valore assoluto e indispensabile dell‘evangelizzazione, perché il corpo di Cristo senza l‘aggettivo ―donato‖ corrisponde a respingere il senso dell‘Incarnazione-Passione-Morte e Risurrezione di Gesù»94. 8. Una parrocchia che dall’incontro con Cristo trae forza per evangelizzare Una persona o una coppia che diventa membro delle CFE intraprende con decisione (o lo riprende) un cammino di sequela a Cristo. Per la frequenza così ravvicinata degli incontri sente sulla propria pelle che, per diventare come il Maestro Gesù, non basta ascoltarLo una volta tanto, ma è essenziale esserne un discepolo. Uno cioè che, insieme ad altri fratelli, vive a stretto contatto con Lui e per questo inizia a pensare, sperare, amare come Lui. Il fare continuamente ―esperienza di Gesù‖ è il fondamento sia della propria personale conversione, che è chiamata in ogni caso sempre a progredire, sia dell‘aumento del coraggio nell‘evangelizzare. Più cresce in parrocchia il numero dei ―discepoli‖ che hanno capito l‘importanza di non perdere il contatto ravvicinato con il Signore Gesù, più la comunità parrocchiale nel suo insieme calibra in modo differente il proprio obiettivo. Se fino ad ora era incentrato sulla costruzione di un‘adeguata, 94 P. PERINI, (ed) Corso Leader., op. cit., 161 -162. 140 efficiente e ben amministrata struttura, che consentisse alle persone di ricaricarsi spiritualmente, adesso è la stessa parrocchia che, cercando di spostarsi nel territorio per portare Gesù il più vicino possibile a tutti, in realtà si dispone sempre più accanto alla Sua presenza nell‘Eucaristia. Più aumenta il numero delle CFE e più l‘adorazione eucaristica permanente diventa il cuore pulsante della parrocchia. Più si moltiplicano le CFE e più cambia ciò che si intende per parrocchia. Emerge, infatti, e non per slogan, che essa è l‘unità sempre più forte nella fede e nella vita che si crea attorno alla mensa eucaristica con un numero sempre più grande di persone. Più si diffonde tra i parrocchiani il percorso ―semplice‖ che viene compiuto dai membri delle CFE (ti interessa che il tuo familiare conosca Cristo? Comincia a pregare per lui. Servilo tutti i giorni con piccolissimi gesti. Trova il momento opportuno per dirgli ciò che la fede ha prodotto in te. ecc.) e più sono i praticanti che non si accontentano di partecipare alla messa domenicale solo per ossequio ad una tradizione. Una parrocchia che si scopre rinnovata nella fede e che vede ed ode ogni giorno le meraviglie compiute dal Signore, capisce perciò che le CFE non sono i gruppi ―ufficiali‖ incaricati di preoccuparsi di coloro che non credono o non partecipano più alla vita della Chiesa (come purtroppo si sono fraintese tante altre iniziative suscitate dallo Spirito nella Chiesa, come ad esempio la Caritas che è finita per essere considerata come l‘organismo che ha una sorta di delega per rappresentare lei sola il volto di una Chiesa-carità). Si capisce grazie alla sensibilizzazione che viene fatta dalle persone che partecipano alle CFE, che il compito di evangelizzare è sostanza dell‘identità cristiana. Non vi è attività o iniziativa della parrocchia che non venga progressivamente toccata da questa consapevolezza: come in una massa d‘acqua non c‘è una parte di essa che non bagni, così in parrocchia non ci può essere una componente che non senta la passione di comunicare il vangelo. 141 Laboratorio personale e di coppia (1): il discepolato Leggi i seguenti versetti e scrivi, accanto a ciascuno, una riga di riepilogo: Matteo 11,25-30 ________________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________________ Matteo 10,38-39 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Luca 14,27 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Secondo quanto hai letto, scrivi quale deve essere la prima caratteristica di un discepolo di Cristo. _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ 142 Laboratorio personale e di coppia (2): il discepolato Leggi i seguenti versetti e scrivi, accanto a ciascuno, una riga di riepilogo: Giacomo 1,22-25 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Giovanni 15,5 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Giovanni 14,21 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Matteo 28,19 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Secondo quanto hai letto, scrivi quale dev‘essere la seconda caratteristica di un discepolo di Cristo. _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ 143 Laboratorio personale e di coppia (3): il discepolato Leggi i seguenti versetti e scrivi, accanto a ciascuno, una riga di riepilogo: Giovanni 8,31-32 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Giovanni 6,66-68 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Colossesi 3,16 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ 2Pietro 2,15 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Secondo quanto hai letto, scrivi quale dev‘essere la terza caratteristica di un discepolo di Cristo. _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ 144 Laboratorio personale e di coppia (4): il discepolato Leggi i seguenti versetti e scrivi, accanto a ciascuno, una riga di riepilogo: Giovanni 13,35 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Matteo 20,26-28 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Colossesi 3,12-15 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Secondo quanto hai letto, scrivi quale dev‘essere la quarta caratteristica di un discepolo di Cristo. _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ 145 Laboratorio personale e di coppia (5): il discepolato Leggi i seguenti versetti e scrivi, accanto a ciascuno, una riga di riepilogo: Giovanni 15,8 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Galati 5,22 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Matteo 4,19 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ 1Pietro 3,15 _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Secondo quanto hai letto, scrivi quale dev‘essere la quinta caratteristica di un discepolo di Cristo. _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Scrivi un breve riassunto dei principi e degli atteggiamenti richiesti per essere un discepolo e per fare discepoli: _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ 146 Laboratorio personale e di coppia (6): la vita della Chiesa “Corpo di Cristo” Leggi Efesini 4,2-3. 1. Cosa preserverà l‘unità nel Corpo? _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ 2. Esamina il tuo atteggiamento verso gli altri cristiani. C‘è qualcuno che consideri con difficoltà quale membro del corpo di Cristo? Perché? _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ Leggi Efesini 4,11-13. 3. Chi deve formare e preparare il popolo di Dio affinché ogni membro possa svolgere il proprio compito nel ministero? _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ 4. Qual è la meta finale della maturità cristiana? (v. 13) _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ 147 APPENDICE SCHEMA DELL’INCONTRO SETTIMANALE DELLA CFE La maggior parte del ministero dei membri della CFE e, in particolare della coppia responsabile, è svolto fuori dall‘incontro. Come è stato detto, esso più propriamente si svolge durante la settimana, quando cioè si è impegnati ad evangelizzare il proprio ambiente di vita. L‘incontro è il momento per fermarsi e verificare insieme il proprio compito di discepoli e di evangelizzatori. L‘incontro è caratterizzato da sette momenti, ognuno dei quali ha una durata tale da consentire che l‘intero incontro si svolga in un‘ora e mezzo. 1. Preghiera di lode e ringraziamento 2. Condivisione della fede 3. Ascolto della Parola 4. Risonanza dell‘ascolto della Parola 5. Avvisi 6. Preghiera di intercessione 7. Preghiera per i fratelli presenti 15 minuti 20 minuti 15 minuti 15 minuti 5 minuti 10 minuti 10 minuti I sette momenti e la loro durata servono a salvaguardare lo spirito e l‘identità della CFE, che vuole essere un‘oasi all‘interno della settimana, per sostare con il Signore insieme ad altri fratelli riuniti ed accolti da una coppia di sposi. In questo modo è possibile costituire e comprendere l‘amore di Dio per ciascuno di noi, un amore di padre, di madre, di sposo, un amore intenso e particolare per ognuno, un amore che opera meraviglie, ci salva e ci spinge a invitare altri fratelli ad accoglierLo. Va sottolineato che l‘incontro di CFE non ha la pretesa di essere esaustivo. La parrocchia non si esaurisce nella CFE, ma si articola in vari servizi e ministeri che possono dare una risposta ad altre nostre necessità, una possibilità per mettere a disposizione i nostri doni per gli altri. 1. Preghiera di lode e di ringraziamento (circa 15 minuti) Il primo momento, dopo l‘accoglienza e l‘eventuale presentazione dei nuovi membri, è quello della preghiera di lode e di ringraziamento, che dura circa quindici minuti. Essa è particolarmente preziosa, perché apre il cuore alla gioia, alla confidenza, alla gratitudine verso Dio, che viene glorificato spontaneamente secondo quanto dice l‘apostolo Paolo: «Intrattenetevi a vicenda con salmi, inni e cantici spirituali, cantando ed inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 5,19-20). Si inizia lodando benedicendo e ringraziando il Signore, con canti e preghiere libere che ci portano ad aprire il cuore a Dio Padre e al suo infinito Amore, ponendo la nostra attenzione agli innumerevoli doni che il Signore concede, coinvolgendo ed arricchendo ogni fratello presente all‘incontro. La preghiera di lode è un momento fondamentale che consente di mettere da subito in risalto e tenere il nostro sguardo rivolto al Signore, centro e cuore della CFE. «Tutte le opere del Signore sono buone, egli provvederà tutto a suo tempo. Non c’è da dire: questo è peggiore di quello, a suo tempo ogni cosa sarà ricostruita buona. Ora cantate inni con tutto il cuore e con la bocca e benedite il nome del Signore» (Sir 39,33-35). Le preghiere di lode devono essere semplici e brevi. Questo consentirà a tutti di poter lodare e ringraziare il Signore. 148 Può accadere che nella CFE entri qualche persona timida che fatica ad esprimersi con questo tipo di preghiera. In questo caso, può essere d‘aiuto dare la possibilità di leggere alcuni versetti tratti dai salmi e che possono facilitare a vincere la timidezza e la fatica nel tirar fuori ciò che abbiamo nel cuore e che non riusciamo a dire con parole nostre. La preghiera di lode è gioia, è amare Dio, è riconoscerLo e proclamarLo per quello che è, per quello che ha fatto, che fa e che farà, per la nostra vita, per chi ci sta accanto. È riconoscere e ammirare le opere da Lui compiute, le meraviglie del creato e che dal suo Amore ha generato. La preghiera di lode è il modo più intimo per parlare con il Signore, sapendo che Lui ascolta ed accoglie ogni nostra preghiera, donandoci ciò di cui abbiamo bisogno e che sicuramente è infinitamente di più di quanto noi possiamo immaginare o desiderare. «Siate sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa infatti è la volontà di Dio in Cristo verso di voi» (1Ts 5, 16-18). «Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode» (Sal 34, 1). La preghiera di lode ci permette di rivolgerci al Padre, anche quando le cose non vanno bene, o come noi desideriamo. Ecco, allora, che anche nei momenti di prova, la nostra fiducia diventa totale in Dio, con il desiderio che tutto avvenga secondo la sua volontà, sapendo che Lui ci è accanto sempre. «Tutto concorre al bene per coloro che Lo amano» (Rm 8,28). «Io ritengo infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8,18). 2. Condivisione della fede (circa 20 minuti) Il secondo momento dell‘incontro della CFE è la condivisione. In esso, per circa venti minuti, si raccontano soprattutto le meraviglie operate da Dio nella vita di ciascuno durante la settimana e quanto è stato fatto per Lui. Il momento della condivisione è anche quello in cui i membri della CFE (soprattutto i nuovi arrivati) possono svuotare il loro cuore, permettendo alla CFE di diventare realmente una famiglia premurosa che condivide gioie e dispiaceri reciproci. Sostanzialmente, durante il momento della condivisione, ognuno risponde a queste domande: A) Cosa Gesù ha fatto per me? Dove ho riconosciuto l‘Amore di Dio per me? Come L‘ho incontrato? Quando ho percepito la sua presenza nella mia vita? In che modo ho sentito il suo passaggio, il suo aiuto, la sua grazia? È importante abituare i fratelli ad accorgersi dell‘opera di Dio nella vita di ciascuno. L‘opera di Dio si manifesta in mille modi, per esempio: nella preghiera, nella meditazione, nell‘ascolto della sua Parola, nei Sacramenti specie nella partecipazione alla santa Messa, nell‘incontro con i fratelli, nel servire i poveri, i sofferenti, gli emarginati, nelle circostanze lieti o tristi della vita di tutti i giorni. Questa prima domanda, ci porta a riconoscere l‘Amore che Dio ha per ognuno di noi: attraverso la gioia provata in un particolare momento, una parola detta a noi in una particolare situazione, in un sorriso, in un abbraccio, in un gesto… È Gesù che opera e agisce in tutti, per dimostrarci quanto ci ama! B) Cosa io ho fatto per Gesù? La seconda domanda, che può sembrare la più difficile e la più faticosa a concretizzarsi, è in realtà un dono meraviglioso, un‘opportunità grande che abbiamo nel dire e dimostrare a Gesù l‘amore che proviamo per Lui e che ci lega a Lui. È la semplicità del nostro cuore a parlare. Ecco che allora possiamo trovare la risposta in una preghiera detta in più rispetto al solito, in un gesto donato con amore a qualcuno, nel desiderio di partecipare a una Messa feriale o ad un momento di adorazione, in un sorriso, una parola o un grazie detti con il cuore, in un atto di perdono. Ogni intervento deve porre Gesù al centro; entrando e camminando nella fede, infatti, si prende consapevolezza che senza di Lui, non possiamo fare nulla: «Chi rimane in me e io in lui, fa molto 149 frutto, perché senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5). È bello e veritiero dire che grazie a Gesù e al suo Santo Spirito si è riusciti a testimoniare la propria povera fede a qualche fratello. La condivisione è un momento che esige un atteggiamento di rispetto e di silenzio per ogni fratello che condivide, ricordandoci che la centralità della CFE è Gesù. È Lui che parla ai nostri cuori e Lo fa anche attraverso le parole dei fratelli. Vanno quindi evitati, qualsiasi tipo di intervento e di risposta. Nella CFE uno solo è il Maestro: Gesù. È bello, concludere ogni intervento con un ―grazie‖, per mettere in risalto ciò che abbiamo ascoltato e ciò che da questo il Signore ci ha donato. 3. L’ascolto della Parola (circa 15 minuti) Nel terzo momento si vive l‘ascolto della Parola e, attraverso un cd audio, una riflessione del parroco, che ha una durata di circa 15 minuti e che si segue anche attraverso una traccia scritta. É un momento di catechesi durante il quale viene approfondito il brano di vangelo, con riferimenti precisi alla vita quotidiana. Ciò permette di crescere nella fede e di prendere coscienza dell‘identità di discepoli di Gesù. Per cogliere in pienezza ciò che il Signore vuole dire, è indispensabile che ciascuno chieda allo Spirito Santo di agire, affinché il proprio cuore sia totalmente aperto a ricevere quello che il Signore vuole donare. A tal fine, prima dell‘ascolto del cd, si recita insieme la preghiera del «Veni Creator». La strategia di registrare gli insegnamenti ha molti vantaggi. Consente prima di tutto al parroco di farsi presente contemporaneamente in tutte le CFE, che evidentemente non può frequentare perché diventano inevitabilmente sempre più numerose. È importante, infatti, che sia il parroco a tenere gli insegnamenti, perché lui solo sa come «nutrire il suo gregge» (cioè il popolo di Dio che è affidato alla sua cura) e come trasmettere a tutti ciò che Dio gli mette nel cuore. La registrazione gli permette pure di raggiungere ciascuna persona (in numero sempre più grande grazie alla moltiplicazione delle CFE) e di farsi conoscere dagli ultimi arrivati, che forse da tanto tempo non frequentavano più la comunità parrocchiale. È inoltre assai vantaggioso che tutte le CFE ascoltino il medesimo insegnamento, perché vivono una più profonda unità spirituale, una maggiore organicità nella scelta dei contenuti, con fondamenti biblici e teologici sicuri, ed una migliore sintonia con gli orientamenti pastorali della Diocesi, della Conferenza Episcopale Italiana e del Magistero petrino per la Chiesa universale. 4. Risonanza dell’ascolto della Parola (circa 15 minuti) È il quarto momento dell‘incontro. Gesù vuole entrare nei nostri cuori, attraverso ciò che noi riusciamo ad esprimere e condividere dopo l‘ascolto della sua Parola. Non si tratta di fare una discussione intellettuale, che ai fini della CFE sarebbe sterile. Ognuno deve condividere ciò che Gesù durante l‘ascolto dell‘insegnamento ha detto a lui personalmente. Anche questo momento della risonanza ha la sua grande importanza, perché ci si può illuminare e sostenere gli uni gli altri. Va vissuto come un momento di edificazione vicendevole e potrebbe accadere che si ricevano speciali grazie dal Signore, proprio dalla testimonianza del fratello. Vale sempre la promessa del Signore: «Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16,13). «Il Padre vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,16-19). 5. Avvisi (circa 5 minuti) 150 È il momento più breve dell‘incontro, nel quale si dà avviso di iniziative, proposte e avvenimenti che riguardano la nostra comunità parrocchiale, legate alla vita delle CFE. Questo momento non sembra godere dell‘importanza degli altri che lo precedono e lo seguono, apparendo quasi come una pausa all‘interno del dialogo tra la comunità e Gesù, eppure è sembrato importante inserirlo. Infatti in ogni famiglia c‘è il momento in cui ci si scambia avvisi, informazioni che possono riguardare la famiglia stessa, qualche suo membro oppure la comunità in cui è inserita: è un tenersi informati dell‘altro, di ciò che lo circonda, perché ci si interessa uno dell‘altro e si presta attenzione alla comunità in cui ci si trova. 6. Preghiera di intercessione (circa 10 minuti) Il sesto momento dell‘incontro di CFE è la preghiera di intercessione, che dura dieci minuti. Attraverso interventi spontanei, s‘intercede per il mondo, per la Chiesa, per la comunità parrocchiale, per le necessità emerse durante la condivisione, per coloro che ogni membro sta evangelizzando e che entreranno nella CFE se avverrà il loro affidamento al Signore. Ognuno esprime liberamente le intenzioni che gli stanno nel cuore, ricorda persone e situazioni che vuole presentare al Signore perché manifesti la sua misericordia. Tutti così condividono la stessa preghiera, ci si sente fratelli, responsabili di manifestare amore gli uni verso gli altri, si partecipano nella fede e nella preghiera le ansie e le speranze della vita e dell‘impegno di evangelizzazione. Pertanto si vive con particolare fede la promessa di Gesù: «In verità vi dico: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,1920). La preghiera di intercessione, ci spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 2634-2636), è una preghiera di domanda che ci conforma da vicino alla preghiera di Gesù. Egli «può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore» (Eb 7,25). Lo stesso Spirito Santo «intercede per noi» e la sua intercessione «per i credenti» è «secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27). Intercedere, chiedere in favore di un altro, è la prerogativa di un cuore in sintonia con la misericordia di Dio. Nel tempo della Chiesa, l‘intercessione cristiana partecipa a quella di Cristo: è espressione della comunione dei santi. Nell‘intercessione, colui che prega non cerca solo «il proprio interesse, ma anche quello degli altri» (Fil 2,4), fino a pregare per coloro che gli fanno del male. Le prime comunità cristiane hanno intensamente vissuto questa forma di condivisione. L‘Apostolo Paolo le rende così partecipi del suo ministero del vangelo, ma intercede anche per esse. L‘intercessione dei cristiani non conosce frontiere: «per tutti gli uomini… per tutti quelli che stanno al potere» (1Tm 2,1-2), per coloro che perseguitano, per la salvezza di coloro che rifiutano il vangelo. La preghiera d’intercessione è pertanto la preghiera con la quale noi chiediamo per gli altri. Il tema dell‘intercessione solca tutta la Bibbia. Essa ci presenta come intercessori Abramo e i patriarchi, Mosè, i profeti, Gesù, lo Spirito Santo. Anche noi, in qualità di figli di Dio, possiamo e dobbiamo intercedere per i nostri fratelli. Nella preghiera del Padre nostro, Gesù ci insegna a dire: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Ciò significa che Lui ci vuole attenti ai problemi degli altri. Non è cristiano chi si concentra tutto sui suoi problemi. Mi devono stare a cuore i problemi di chi mi vive vicino prima di tutto, di chi mi è stato affidato, di chi ha qualche legame con me, e di chi mi è estraneo, ma è nella sofferenza e nella lotta. Il cristiano che vede un problema di un fratello deve aprirsi al problema del fratello. Un cristiano coi paraocchi, che non vede le necessità altrui, non è concepibile per Cristo. Se io penso ai problemi 151 degli altri, provvedo anche ai miei, perché Dio non può non dare una mano a chi ha il cuore generoso verso i fratelli. «Dove non puoi esserci tu là agisce la tua preghiera. Anche da lontano puoi far maturare una conversione, far sbocciare una vocazione, alleviare una sofferenza, assistere un moribondo, illuminare un responsabile, pacificare una famiglia, santificare un sacerdote. Puoi far pensare a Gesù, far nascere un atto d‘amore, far crescere in un cuore la carità, respingere una tentazione, placare le 95 collere, addolcire le parole amare» . Si inizia questo momento con la recita dell‘Ave Maria affidandoci così alla madre nostra che sempre intercede per noi presso suo Figlio. 7. Preghiera per i fratelli presenti (circa 10 minuti) La preghiera di intercessione per le varie necessità termina con la preghiera sui fratelli presenti, per obbedire al comando della Sacra Scrittura: «Pregate gli uni per gli altri per essere guariti» (Gc 5,16). La preghiera sui presenti è un momento molto importante dell'incontro. Nella condivisione, spesso, emergono dei problemi esistenziali dei singoli membri della comunità familiare. Ora è il momento in cui tutti i membri della comunità familiare pregano per questo fratello o sorella. Il clima di amore, di compassione e di fiducia nel Signore, è l'ambito in cui si svolge questa preghiera. Attraverso questo momento si chiede al Signore di intervenire attraverso il suo Spirito per realizzare una guarigione (spirituale, psicologica, fisica). La semplicità e la fiducia devono caratterizzare questo momento, che fa riscoprire che il Signore è presente in mezzo al suo popolo non solo per guidarlo, ma anche per consolarlo e per guarirlo. Così viene scalzata via l‘idea di un Dio lontano, si vive e si sperimenta la salvezza di Colui che ha detto: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20) e, se Gesù è presente ed è lo stesso, ieri, oggi e sempre (cf. Eb 13,8), è naturale pensare che come guariva ieri quando fisicamente era sulla terra, può e Lo continua a fare oggi attraverso lo Spirito Santo. La pace è uno dei frutti più ricorrenti di questo momento. È un momento molto bello perché la CFE si china con amore ed intercede con tenerezza e forza per un suo membro, chiedendo per lui luce, grazia, amore, forza, benedizione. Il Signore ci vuole salvi, pienamente integri, salvati nel corpo e nello spirito: allora noi preghiamo sia per le necessità fisiche sia per quelle interiori. Consigli: Chi desidera la preghiera di intercessione per sé e le sue intenzioni, può chiedere alla coppia responsabile anche prima dell‘inizio dell‘incontro, senza l‘obbligo di spiegarne i motivi. Sia chi invoca lo Spirito per il fratello, sia chi ha chiesto per sé la preghiera di intercessione deve sentirsi libero in questo particolare momento di esprimersi o meno con alcuni gesti semplici: è possibile rimanere ognuno al proprio posto e iniziare a pregare, oppure per esempio invitare il fratello a porsi al centro della comunità in piedi o in ginocchio; è possibile per chi lo desidera stendere le mani sul fratello. Dopo averla provata, i membri della comunità abbatteranno le resistenze razionali e l‘orgoglio che impediscono di chiedere una preghiera esplicita per sé. Chiedere la preghiera di intercessione per sé oppure invocare lo Spirito per un fratello ci abitua ad affidarci con umiltà a Dio, a lasciarci soccorrere liberamente da Lui, ad abbandonarci con fiducia alla sua tenerezza infinita e alla sua forza per guarire da tutto ciò che ci impedisce di percepire il suo amore e di annunciarLo. 95 G. COURTOIS, Quando il Maestro parla al cuore, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1988, 103. 152 Questo è un momento specialissimo di sostegno per coloro che stanno sperimentando particolari sofferenze della vita. Dovrebbero tornare a casa con la certezza di essere amati ed aiutati da Dio e dai fratelli. A margine è doveroso dire che oggi il ministero della preghiera per la guarigione (spirituale, psicologica, fisica) di una persona è un tema scottante. É importante riflettere bene su questo argomento. Nella Chiesa si sta rendendo sempre più viva ed ampia questa realtà: Gesù continua a guarire. Occorre però evitare due estremismi. Il primo è teorizzato da quei teologi che affermano: Gesù è venuto a portare la salvezza e non la sanità dell‘uomo. Questa posizione teologica separa, invece di distinguere, questa vita dall‘altra vita, come se l‘altra vita fosse tutt‘altra cosa che questa vita. Invece l‘al di là comincia già in questo mondo e l‘uomo terreno deve già portare, germinalmente, la fisionomia dell‘uomo celeste. È giusto credere che Gesù sia venuto a salvare, già sulla terra, tutto l‘uomo e che la salvezza dello spirito ha riflessi necessariamente benefici sulla psiche e sul corpo, pur dovendo dire chiaramente che la vittoria definitiva avverrà solo alla fine96. Gesù inoltre si è dedicato così tanto al ministero delle guarigioni che esso sembra inscindibile dal ministero della predicazione. C‘è un tale intreccio nel vangelo tra guarigione e predicazione che si deve dire: le guarigioni confermavano continuamente l‘annuncio della venuta del Regno. Come avrebbe creduto la gente alla venuta del Regno, se questa venuta non fosse stata constatabile attraverso le guarigioni? Le guarigioni erano il segnale dell‘inizio del Regno di Dio. Occorre ancora dire che il ministero delle guarigioni, pur avendo avuto nella storia della Chiesa varie vicissitudini per cause storiche e posizioni teologiche estremiste, è saldamente ancorato alla tradizione. Il secondo estremismo è quello di ridurre il ministero della guarigione alla ―preghiera di guarigione‖. Gesù guarisce non soltanto attraverso la preghiera di guarigione della Chiesa o di una piccola comunità di credenti; ma guarisce, soprattutto, attraverso la vita teologale, che Dio dona all‘uomo e che l‘uomo è chiamato a vivere. Gesù ci guarisce attraverso la grazia santificante, la fede, la speranza, la carità, i sacramenti, i doni dello Spirito Santo, la Parola di Dio, la preghiera e specialmente attraverso la preghiera di lode che lo Spirito Santo stesso, con «gemiti inesprimibili», innalza a Dio dai nostri cuori. 8. Il Padre nostro L‘incontro della CFE si conclude sempre con la preghiera del Padre nostro recitato in piedi prendendosi per mano quale comunità unita dal Signore, e rivolti verso l‘esterno, verso i quattro punti cardinali, per ricordarci che l‘incontro in comunità ci è servito per trovare il coraggio di andare ad evangelizzare e di abbracciare il mondo intero affinché «Cristo sia tutto in tutti», e tutti possano sentirsi parte della grande famiglia di Dio. 96 Cf. R. CANTALAMESSA, Il canto dello Spirito. Meditazioni sul Veni creator, Ed. Ancora, Milano 1998, 291-306. L‘autore in questo capitolo del suo libro ci ricorda come il corpo secondo la concezione ebraico–cristiana sia parte integrante dell‘uomo e come lo Spirito Santo si prenda cura dell‘uomo nella sua interezza, tenendo presente, però, che la ―carne‖ è chiamata a diventare sempre più espressione di quel rapporto d‘amore che lega Dio all‘uomo e non un ostacolo che induce l‘uomo a rinchiudersi in se stesso. 153 SOMMARIO INTRODUZIONE ______________________________________________________________ 2 I. LA FAMIGLIA PARTECIPA DEL MANDATO DI EVANGELIZZARE ______________ 5 1. La Chiesa esiste per evangelizzare_____________________________________________ 6 2. Evangelizzare per obbedire al ―grande mandato‖ di Gesù __________________________ 7 3. La famiglia, in quanto ―parola-immagine‖ dell‘amore di Dio, ha ricevuto il mandato ad evangelizzare _____________________________________________________________ 8 4. La famiglia evangelizza in forza del sacramento ricevuto __________________________ 11 5. La famiglia evangelizza con una fecondità che è oltre la fertilità ____________________ 13 II. LA FAMIGLIA EVANGELIZZA NEL PROPRIO AMBIENTE DI VITA ____________ 16 1. Il ―grande mandato‖ _______________________________________________________ 16 2. Chi sono io per evangelizzare? ______________________________________________ 17 3. Si evangelizza con la propria ―poca‖ fede ______________________________________ 17 4. Evangelizzare è un dono che si riceve _________________________________________ 18 5. Un dono che da credente mi rende amante _____________________________________ 19 6. É il dono del vivere la relazione a due _________________________________________ 19 7. La famiglia che ruolo ha avuto nell‘evangelizzazione? ____________________________ 20 8. Per fare chiesa si deve essere famiglia _________________________________________ 23 9. L‘ambiente di vita ________________________________________________________ 25 10. Chi sono ―i miei‖? ________________________________________________________ 26 11. La lista del cuore: per una evangelizzazione personalizzata ________________________ 30 Laboratorio personale e di coppia (1): i bisogni della gente __________________________ 33 Laboratorio personale e di coppia (2): la ―lista‖ del cuore ___________________________ 34 III. LA FAMIGLIA EVANGELIZZA CON LA PREGHIERA ________________________ 35 1. La rete delle relazioni e la rete ―da gettare‖ _____________________________________ 36 2. Per gettare la rete bisogna pregare ____________________________________________ 38 3. Evangelizzare è dire cosa fa la preghiera _______________________________________ 40 4. Pregare per stare a casa di Dio _______________________________________________ 40 5. La preghiera può tutto e cambia tutti __________________________________________ 41 6. Pregare per dar lode al Signore ______________________________________________ 42 7. Lodare Dio per riconoscerLo presente e accoglierLo _____________________________ 44 8. Il Signore Gesu‘ al centro della parrocchia _____________________________________ 44 Laboratorio personale e di coppia (1): la preghiera _________________________________ 47 Laboratorio personale e di coppia (2): lo Spirito Santo opera in noi ____________________ 48 Laboratorio personale e di coppia (3): l‘adorazione personale ________________________ 51 Laboratorio personale e di coppia (4): prega lo Spirito Santo _________________________ 52 IV. LA FAMIGLIA EVANGELIZZA CON LA FORZA DELLO SPIRITO SANTO______ 58 1. Quel giorno di Pentecoste __________________________________________________ 59 2. La forza e la novità dello Spirito Santo ________________________________________ 60 3. Lo Spirito di Dio riempie l‘universo (Sap 1,7) __________________________________ 61 4. Lo Spirito si può solo sperimentare ___________________________________________ 62 5. Dello Spirito si vede l‘effetto ________________________________________________ 64 6. Far parlare lo Spirito che è in noi _____________________________________________ 65 7. Solo nella forza dello Spirito è possibile evangelizzare ___________________________ 66 8. La preghiera di invocazione dello Spirito ______________________________________ 67 9. Lo Spirito dona unità e comunione alla Chiesa __________________________________ 68 10. Lo Spirito è il protagonista dell‘amore sponsale _________________________________ 69 11. Lo Spirito è negli sposi per renderli ―seme di chiesa‖ _____________________________ 70 V. LA FAMIGLIA EVANGELIZZA CON IL SERVIZIO ____________________________ 72 1. Servire per evangelizzare ___________________________________________________ 74 154 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. Servendo, Dio ama ________________________________________________________ 75 Gesù modello perfetto del servo _____________________________________________ 76 L‘amore coniugale è disposizione naturale a servire ______________________________ 78 Il corpo donato nell‘eucaristia _______________________________________________ 79 Il corpo donato nel matrimonio ______________________________________________ 81 Le nozze sono per loro e per tutti _____________________________________________ 83 L‘essenza del servire cristiano _______________________________________________ 84 Quando servire? __________________________________________________________ 85 Laboratorio personale e di coppia (1): servire come Gesù ___________________________ 87 Laboratorio personale e di coppia (2): un cuore di servitori __________________________ 88 Laboratorio personale e di coppia (1): il potenziale di crescita ________________________ 89 VI. LA FAMIGLIA EVANGELIZZA CON LA CONDIVISIONE DELLA PROPRIA ESPERIENZA DI FEDE _____________________________________________________ 90 1. Dal servizio alla condivisione della fede _______________________________________ 90 2. La condivisione della propria esperienza di fede alla luce della nuzialità ______________ 91 3. Annunciare Gesù è proselitismo? ____________________________________________ 93 4. La coppia annuncia Gesù, dicendo la verità della loro relazione_____________________ 94 5. Gli sposi sono fecondi di Dio quando fanno nozze con lui _________________________ 96 6. Cosa dire quando si condivide la fede? ________________________________________ 98 7. In quale momento condividere la fede? ________________________________________ 99 Laboratorio personale e di coppia (1): la condivisione _____________________________ 101 Laboratorio personale e di coppia (2): parlare di Gesù _____________________________ 102 Laboratorio personale e di coppia (3): i discepoli di Emmaus _______________________ 103 VII. LA FAMIGLIA EVANGELIZZA CON L’ACCOMPAGNAMENTO PERSONALIZZATO _____________________________________________________ 104 1. E dopo aver condiviso la fede? Cresce il desiderio di incontrare il Signore... _________ 104 2. L‘accompagnamento personalizzato _________________________________________ 105 3. Come si accompagna il fratello? ____________________________________________ 107 4. Non dimenticare l‘obiettivo ________________________________________________ 107 5. Accompagnare come in famiglia ____________________________________________ 108 6. L‘affidamento al Signore Gesù è l‘obiettivo dell‘evangelizzazione _________________ 109 7. Affidarsi come coppia al Signore____________________________________________ 110 8. Cosa fare se qualcuno rimanda l‘affidamento? _________________________________ 111 Laboratorio personale e di coppia (1): verifica sulle virtù umane e cristiane ____________ 113 Laboratorio personale e di coppia (2): il rifiuto ___________________________________ 114 Laboratorio personale e di coppia (3): preghiera di fiducia e di abbandono _____________ 116 VIII. LA FAMIGLIA EVANGELIZZA ACCOGLIENDO I NUOVI FRATELLI IN CRISTO _____________________________________________________________ 117 1. Dall‘affidamento al sentirsi parte del corpo di Cristo ____________________________ 117 2. Le coppie di sposi sono i migliori ―gruppi accoglienza‖ della parrocchia ____________ 118 3. Puntare sulla famiglia per dire cosa è la Chiesa_________________________________ 120 4. Che cosa è una CFE? _____________________________________________________ 121 5. Cosa cambia con le CFE in parrocchia? ______________________________________ 122 6. Le caratteristiche della CFE ________________________________________________ 123 7. La CFE non è un ―gruppo‖ ________________________________________________ 124 8. La CFE non è neppure un ―gruppo familiare‖ __________________________________ 125 9. Il parroco ______________________________________________________________ 127 10. La CFE è una famiglia che genera altre famiglie________________________________ 127 11. La moltiplicazione di una CFE è come il lasciar andare i figli _____________________ 128 Laboratorio personale e di coppia (1): koinonia __________________________________ 130 Laboratorio personale e di coppia (2): l‘incontro della CFE _________________________ 131 155 Laboratorio personale e di coppia (3): la fratellanza _______________________________ IX. LA COMUNITÀ FAMILIARE CONDUCE OGNI PERSONA ALL'EUCARISTIA __ 1. La novità della CFE ______________________________________________________ 2. Gli sposi fanno l‘amore ___________________________________________________ 3. Ogni coppia può diventare spiritualmente responsabile della propria comunità familiare 4. Cosa deve avere di speciale una coppia responsabile? ___________________________ 5. Cosa fa la coppia responsabile? _____________________________________________ 6. Responsabilità e comunione nelle comunità familiari ____________________________ 7. Le CFE dilatano l‘amore dei discepoli per la Chiesa_____________________________ 8. Una parrocchia che dall‘incontro con Cristo trae forza per evangelizzare ____________ Laboratorio personale e di coppia (1): il discepolato _______________________________ Laboratorio personale e di coppia (2): il discepolato _______________________________ Laboratorio personale e di coppia (3): il discepolato _______________________________ Laboratorio personale e di coppia (4): il discepolato _______________________________ Laboratorio personale e di coppia (5): il discepolato _______________________________ Laboratorio personale e di coppia (6): la vita della Chiesa ―Corpo di Cristo‖ ___________ APPENDICE: SCHEMA DELL’INCONTRO SETTIMANALE DELLA CFE __________ 1. Preghiera di lode e di ringraziamento (circa 15 minuti) __________________________ 2. Condivisione della fede (circa 20 minuti) _____________________________________ 3. L‘ascolto della Parola (circa 15 minuti) _______________________________________ 4. Risonanza dell‘ascolto della Parola (circa 15 minuti) ____________________________ 5. Avvisi (circa 5 minuti) ____________________________________________________ 6. Preghiera di intercessione (circa 10 minuti) ___________________________________ 7. Preghiera per i fratelli presenti (circa 10 minuti) ________________________________ 8. Il Padre nostro __________________________________________________________ 132 133 133 134 135 136 137 138 139 140 142 143 144 145 146 147 148 148 149 150 150 150 151 152 153 156