"La Lega del bene" - Salvatore Di Giacomo
La ristrutturazione del vecchio centro storico nel XIX secolo
La Napoli che se ne andò
di Bruno J. R. Nicolaus
Napoli è stata da sempre una città tanto stupenda
quanto difficile da gestire: se ne accorsero presto gli
accorti amministratori romani, i quali, a scanso di peg­
giori guai ed equivoci, preferirono concederle subito la
massima autonomia, assieme ad uno statuto speciale
ed al permesso di continuare ad usare illimitatamente il
greco accanto al latino - lingua ufficiale dell’Impero. Il
continuo incremento della popolazione napoletana nel
corso dei secoli non fece che aumentare le difficoltà
di gestione della città e mise tragicamente in evidenza
tutte le carenze socio-economiche e sanitarie.
Molto si parlò e discusse e poco o nulla si fece, sia
sotto il regime borbonico sia sotto quello sabaudo: in­
numerevoli furono invece studi e progetti teorici per
una ristrutturazione urbanistica - tra l’altro già proget­
tata da Ferdinando IV, a metà ‘800 e mai realizzata.
Nella situazione igienica precaria nella quale volgeva
la città, le malattie infettive dilagarono a macchia d’o­
lio, colpendo inesorabilmente i quartieri più poveri ed
affollati: tubercolosi, tifo, paratifo, epatiti di vario tipo
divennero endemici falcidiando i più deboli – vecchi,
bambini e ragazzi - e furono responsabili di grandi sof­
ferenze; non c’è da meravigliarsi, quindi, se un altro
terribile morbo, che flagellò ripetutamente l’Europa
nel XIX secolo – il colera – scoppiasse a Napoli ben
quattro volte nel giro di un solo trentennio (nel 1855,
1866, 1873 e 1884). La congestione dei quartieri bas­
si, l’insufficienza della rete fognaria, la scarsa igiene
personale e la scarsezza di acqua potabile, furono ripe­
tutamente indicati come probabili cause o concause di
queste ricorrenti, tristi evenienze e dell’alta mortalità.
L’epidemia di colera del 1884 insorse, come spesso
accade, all’improvviso: dilagò con rapidità ed estre­
Epidemia di colera del 1884
ma violenza nei quartieri bassi della città ed in misura
minore negli altri. Fu allora, che le autorità cittadine
- messe alle strette da stampa e pubblica opinione - fu­
rono costrette a mettere in atto gl’interventi più urgen­
ti: la creazione di una rete fognaria efficace; la realizza­
zione dell’ acquedotto del Serino; lo sventramento e la
bonifica dei quartieri bassi; la costruzione di una strada
principale dalla stazione centrale al centro cittadino
(Rettifilo) e una rete viaria minore ad essa afferente.
In quest’ambito si decise anche, seppure a malincuo­
re, l’abbattimento di numerosi edifici, tra i quali alcuni
di grandissimo valore storico, onde far posto al corso
Umberto, alle piazze Nicola Amore e Giovanni Bovio
(piazza Borsa) e alla Galleria Umberto I1.
1 In realtà alle spalle dei grandi palazzi umbertini la situazione rimase
immutata.
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La pianificazione e la realizzazione di queste opere
fu tutt’altro che facile: tanti furono gli ostacoli e i tra­
bocchetti messi di traverso da lobby e partiti, contrari
al cambiamento e disponibili solo a soluzioni parziali e
di proprio interesse.
Molto efficace si rivelò, quindi, l’opera di persuasio­
ne di alcuni organi di stampa, tra i quali andrebbe ci­
tata una popolare rivista settimanale - LA LEGA DEL
BENE - edita a Napoli ed in vendita in tutto il Regno
al prezzo di centesimi 5: così proponeva - la Lega - in
prima pagina, i suoi nobili ed encomiabili scopi:
«Nel nostro paese sono partiti come tutti gli altri.
Essi si combattono ora con maggiore ora con minore ferocia, sempre con pari slealtà. Ma v’è un terreno
comune sul quale s’intendono sempre i caporioni di
questi partiti, ed è il terreno dell’affare. Allora tu li
vedi, l’occhio scintillante, le labbra tumide, la fronte
increspata, il volto spietato. Manca loro un coltello fra
i denti per parere omicidi.
Contro questa lega del male molti vorrebbero che offrissero un asilo le leggi, altri l’Autorità politica, altri
la solerzia del Magistrato, altri novelli freni meno politici e più morali. Per me, credo che a schiacciare le
cento teste di questa lega del male, basterebbe il raccogliere insieme tutti i galantuomini in una Lega del
Bene».
Salvatore Di Giacomo – uno dei napoletani più
brillanti a cavallo del XIX-XX secolo - collaborò at­
tivamente alla Lega: egli così si esprimeva in un suo
memorabile articolo sulla ristrutturazione del vecchio
centro storico, del quale si riproduce un estratto2:
La Napoli che se ne andrà
La Galleria Santa Brigida
«A proposito di santa Brigida […] diamo un’occhiata
alla zona, che la galleria verrà a bonificare».
Vico Rotto S. Carlo
Il primo, che s’incontra a destra, lungo la via Roma,
camminando da S.Ferdinando verso la strada S. Brigi­
da, è il Vico Rotto S. Carlo, vico molto recente, molto
sporco, molto oscuro di sera, con alcune orizzontali in
fondo, a primo piano, con un caffè e alcune canove fre­
quentate da persone all’apparenza equivoche, con uno
dei fianchi del trapezoidale palazzo Cirella che ne for­
ma uno dei lati e, perché senza botteghe, salvo sei verso
Toledo, ne aumenta l’oscurità; con una caciolia, Donna
Rosina, nella prima delle botteghe, di cui la merce più
appariscente sono le provole; e una cantina speciale,
con un'esposizione di secolari aranci fenomenalmente
2 Salvatore Di Giacomo: La Napoli che se ne andrà – La Galleria
di Santa Brigida in “ La lega del bene”, anno I, n. 29 (1886) pp.3-5.
grossi nella vetrina, e un cameriere, non meno speciale
per l’eterno sonno che lo fa parlare senza conchiudere
e sentire senza intendere: una cantina che ha una sto­
ria e che è la nota cantina di Salvatore, tanto nota a
quella borghesia notturna napoletana che non ama fare
un'operazione col credito fondiario prima di andare a
cenare al Caffè di Europa, o di assistere al Gran Caffè
allo spettacolo del biondo uomo del corso pubblico con
una forchetta dimenticata in bocca e un pezzo di carne
fra i denti, abbandonato completamente nelle braccia
di Morfeo, col rischio di trovarsi diventato, sveglian­
dosi, un autentico uomo della forchetta.
Al n°6 abita una sorella di Florenzano […]
Al n°8 vi è una donna Giovannina, che è sola, sola,
come nella canzone tarantina; ma che viceversa poi,
formando come il nucleo di un esercito, trovasi in gra­
do, dal primo all’ultimo piano, di soddisfare ai giusti
desideri di avanscoperta di un intero reggimento di
cavalleria. Nel caffè sottoposto, che ho accennato, si
giuocava fino a iersera a giuochi leciti, secondo il per­
messo, e forse, senza permesso, anche agli illeciti: ora
gli è stato tolto anche il lecito dalla Questura.
Al n°11 abita il noto pittore de Falco.
In fondo al vico, è il muro, con le relative predette
orizzontali al n°22 1°piano e una cambia moneta di
rimpetto nella via che non le lascia desiderare - par­
lo della parte plastica, perché per i costumi la cambia
moneta è certamente una onesta donna - tanto più che
la guarda costantemente con occhio de suonno, nire,
appassiunate, un simpatico, giovine, e robusto Cerbe­
ro, che potrebbe anche avariarmi le costole, se il notaio
Scotti Ugo, suo vicino e che non ha pagato ancora l’ab­
bonamento alla Lega, gli desse a leggere la medesima.
Le orizzontali sono 3 e le dirige Clementina Alfano.
Il Vico Rotto S. Carlo non può essere, per la sua stes­
sa denominazione, anteriore al 1737. Le Guide del
1690 mostrano, che esso non esistesse in quell’epoca
né dalla parte di Toledo, né dalla parte della Strada che
anche allora conduceva, senza chiamarsi di S. Carlo,
dalla Piazza del Palazzo Vecchio, oggi Largo di Palaz­
zo, alla vasta Piazza del Castello, in seguito Largo del
Castello, oggi Piazza Municipio.
Vico della Cagliandese
Arrivati al muro, che sembra ostruire il Vico Rotto S.
Carlo, questo volge obliquamente – veramente rotto
– a destra e sbocca nella Strada S. Carlo; e continua a
sinistra nel Vico della Cagliandese, dove un portonci­
no, n°12, con scaletta di marmo, conduce ad un tempio
al 1°piano, ufficiato da 5 vestali, sotto la guida della
somma sacerdotessa Maria Ferrara. In questo vico vi è
una cantina, come ve ne sono nei due, che esso unisce,
cioè nel Vico Rotto e nel Vico delle Campane.
Nel 1669 vi era anche una cantina alla Cagliandese.
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È uno dei 20 quartieri, in cui era divisa la città per la
vendita del vino al minuto, che allora si dava in appal­
to, era detto il Quartiere della Cagliandese, e conte­
neva le seguenti cantine e taverne come rilevatosi da
un bando del marchese di Crispano regio consigliere
delegato […]
Il Capasso, nel suo libro Sulla circoscrizione civile ed
ecclesiastica ecc. ritiene che la taverna della Caglian­
dese del XVI secolo fosse dov’è oggi il Vico Rotto S.
Carlo. Ci troveremmo dunque nella trattoria di Salva­
tore: la trattoria, che non ha bisogno né di Salvatore
né di Trattoria, e solo dell’indicazione del luogo per
essere specificata.
- Dove andiamo a cenare?
- Al Vico Rotto;
e si comprende che, di tutte le mezze trattorie e canove
del Vico Rotto, non si parla che della trattoria di Sal­
vatore.
Vico delle Campane
Si chiamava così per un'antica fonderia di campa­
ne, che vi era ancora nel 1690: il che dimostra, che
in origine il luogo sorse per tutto, fuorché per essere,
come oggi, di ricreazione ai nottambuli di tutte le clas­
si della sezione S. Ferdinando. All’angolo verso Tole­
do, ha esso infatti la Trattoria de’ Giardini di Torino,
nel piano più matto che sia mai stato schiacciato da
un primo piano nobile: trattoria stabilita dopo il 1860:
coll’ostricaro giù, dirimpetto al portone di entrata, col
suo elegante banco di marmo e le sue arselle che ne
coprono la superficie superiore.
Più giù a sinistra, la nota Antica pizzeria col suo ban­
co di marmo, e le sue stanze da mangiare, di rimpetto,
a destra. Un po’ più giù, una cappella – con una finestra
accanto munita d’inferriata: finestra che fa da campani­
le – raccoglie la sera i fedeli. È la cappella di S. Anna.
Viene poi il Vico della Cagliandese, che apre la co­
municazione col Vico Rotto. All’angolo con esso, al
n°58, con balconi che affacciano nello stesso Vico
delle Campane e in quello della Cagliandese, un’altra
cappella a primo piano con 4 suore, diretta dalla priora
Teresa de Santis, fa una concorrenza notturna spietata
alla vicina cappella di S. Anna. Le due campanelle an­
nunciano a martello dalla finestra circa due ore di notte
la benedizione; e nell’altra cappella, dove si penetra
dal portoncino n°58 e si ascende comodamente per la
marmorea scalinata, si benedice Domino in laetitia.
Pare che nel secolo scorso il Vico delle Campane ed
il Vico Rotto ospitassero come oggi le stesse clausu­
re. Nel popolo napoletano vive, in fatti, ancora una
sconcia tradizione: che la regina Maria Carolina e la
marchesa di San Marco facessero scommessa a chi
guadagnerebbe di più, esponendo la propria bellezza
all’uso degli avventori d’uno di quei templi afrodisia­
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ci: sconosciuta l’una e l’altra, aggiungesi il particolare,
che la regina guadagnasse nella serata 18 ducati e la
marchesa 16. Il fatto, dopo aver vissuto un secolo nei
discorsi del trivio, fu raccolto da uno storico francese e
da uno paesano, e se esso non è vero, rivela il concetto
in cui la amica di Emma Liona e la sua corte erano
tenute dal popolo di Napoli.
Più giù vi è una stalla di vacche, e più giù ancora
un vicoletto cieco, che è chiamato da tutti, come con
nome proprio, Il vico che non spunta, privo di tabella.
In questo vico continua la numerazione del Vico delle
Campane, e al numero su mattone nuovo marmoreo
segnato 43, infilando un pulito portoncino, per scala di
marmo, si passa in un primo piano, che con le sue per­
siane verdi semichiuse affaccia da questa parte e dalla
parte del Vico delle Campane, per lasciar vedere e non
vedere, attraverso le grate della clausura, 5 monachel­
le, che obbediscono al pastorale abbaziale di Maria
Cuomo. Poco più giù, al n°38, abitava in casa propria
il de Bourcard, nipote del maresciallo di Ferdinando
IV Emanuele de Bourcard, che fece le due campagne
di Roma del1798 e del 1800, e a cagione del quale il
generale Mcdonald scrisse a Mack le male parole, che
noi pubblicammo nel n°28 della Lega.
Francesco de Bourcard, che possedeva la casa al
n°38, era il compilatore dell’opera illustrata Napoli e
contorni. Aveva una buona biblioteca di cose napole­
tane al piano matto, mentre egli abitava al primo. Il
Cafiero, che amava reclutare i più competenti per il suo
giornale, gli fece scrivere articoli sugli edifici di Napo­
li; e il de Bourcard descrisse il palazzo di Donn’Anna
ed alcun altro monumento nel Corriere del Mattino.
Egli è morto l’anno scorso: questo uomo aveva un idea
fissa che ne rivelava l’animo nobile: purgare l’avo di
quel malaugurato proclama del 1798, nel quale pro­
metteva di uccidere un prigioniero francese per ogni
colpo che avrebbe tirato Castel S. Angelo.
Il Vico delle Campane continua fra canove e taverne,
fin dove si chiamava Largo del Castello e poi Piazza
Municipio, lasciandosi sulla sinistra il Nuovo Vico III
S. Brigida (già Piazza Municipio).
Quant’è bello quel vico sostituito ad una piazza! Bo­
nificamento alla rovescia!
Vico S. Antonio Abbate
Il Vico S. Antonio Abbate non è il vico delle taverne,
delle cantine e dei caffè di ultimo ordine, come il Vico
Rotto S. Carlo e il Vico delle Campane – che sono stati
sempre tali, anche a tempo dei Borboni. In compenso
però è sporco, più privo di luce, e di livello disugua­
le. Appena entratovi da Toledo, sulla mano destra, dal
portone n°49 si sale ad un primo piano, dove 5 ciprigne
riconoscono come maestra, nella pratica dei sacrifici,
Carolina Petito.
Anticamente questo vico era abitato da fabbricanti di
polvere da sparo. Nel 1690 essi non vi erano più, ma
il luogo si chiamava ancora Vico dei polveristi. Anche
questo prova, che la zona fra S. Carlo, Toledo e S. Bri­
gida, non venne su come dipendenza, in certo modo,
del vicino regio palazzo, ma come una specie di borgo
del non lontano castello e delle sue caserme. Qualche
gran guaio dovette mutare il nome di Polveristi in quel­
lo di S. Antonio Abbate; del resto, i due nomi indicano
semplicemente un protetto e un protettore. Oggi, più
che dei Polveristi o di S. Antonio, potrebbe chiamarsi
Vico della Venere Pandemia, perché a sinistra, verso
lo sbocco nel Vico III S. Brigida, dal portone n°23 per
una scaletta si sale ad un Parnaso, dove 4 muse cir­
condano un Apollo in gonnella che si chiama Caterina
Ventriglia. E per premunirsi dallo scandalo di queste
abitatrici dell’ignobile Elicona, gli abitanti del 1°piano
nel palazzo di rincontro han dovuto elevare un para­
vento di latta all’angolo del balcone.
Mentre i poeti della prosa salgono d’ora in ora sul
Parnaso, un bottaio fa pacificamente il suo mestiere,
giù all’angolo.
Vichi di S. Brigida
Quasi a metà della sua lunghezza, il Vico S. Anto­
nio Abbate riceve a sinistra i più graditi effluvi dallo
sbocco in esso del Vico I S. Brigida: noto ad ogni buon
napoletano come un vico tutto assorbito in una latrina
[…] È il solo sfogo, dal lato destro, di questa strada:
uno sfogo imperiale; uno sfogo dei tempi di Vespasia­
no; né ha altra apertura sul suo lato destro la larga via
che prende il nome dalla santa svedese. Sicché, a quel­
la altezza, al comando: a destra riga, un povero soldato
non troverebbe altra guida sulla quale allinearsi, che
l’enorme e anche ai ciechi di Caravaggio visibile, latri­
na […] Ed in fatti, ai miei tempi – tempi barbari – tutti
e tre i vichi: Campane, S. Antonio e II S. Brigida sboc­
cavano in quella larga spianata, che era il Largo del
Castello, che i tempi civili chiamarono Piazza Municipio, e che poi, sotto il consolato Giura-Alvino, divenne
arena di misfatti, l’uno dei quali grida ancora vendetta
al trono dell’Altissimo: parlo del misfatto Capone.
Il misfatto edilizio Capone gettato a qualche metro di
distanza dagli sbocchi dei tre vichi, dei due ultimi spe­
cialmente, toglie loro aria e luce. Il delitto è rubricato
dalla tabella: un vico, e stretto, soggetto alle inonda­
zioni notturne, boulevard delle vicine sacerdotesse del
luridume, sostituito ad una spianata, di cui solo Corfù
aveva l’eguale.
La Piazzetta di porto a tre ore di notte, trapiantata nel
centro di Napoli civile!
[…] Vuol dire, che col tempo, il rione S. Brigida, in­
vece di migliorare ha sempre peggiorato. Disponendo­
si bellamente verso Toledo con belli palazzi, che, con­
temporaneamente toglievano aria e luce a tutto ciò che
essi si rimanevano indietro».
Francesco de Bourcard: Usi e costumi di Napoli e contorni
Figlio di Gaetano Rodolfo (secondogenito maschio
di don Emanuele de Bourcard, Capitano generale na­
poletano) e di Clementina Viglia, Francesco nasceva
il 23 Marzo 1821, alla Riviera di Chiaia, nel palazzo
di famiglia situato al numero civico 168 - accanto al
palazzo del Duca di Caivano - prospiciente alla Villa
Reale e alla lunga spiaggia, che si estendeva dalla Tor­
retta a Palazzo Sirignano e poi al Castel dell’Ovo, ga­
rantendo libero accesso allo splendido, pescosissimo
mare1. È sempre stata una delle vie più belle e salubri
della città, la Riviera di Chiaia, tutta aria e sole con
un’incantevole vista sul golfo: così vicina alla riva e
senza protezioni, da poter essere perfino inondata dal
mare in tempesta: attorno al XVI secolo – si raccon­
ta - una gigantesca onda anomala proveniente dalle
bocche di Capri (un vero tsunami) superò il litorale
raggiungendo la piazzetta, che si trova parecchi metri
più in alto e che oggi si chiama piazza dei Martiri.
Dopo questi disastri, un’ampia fetta di terra tra il
1 Nell’ambito dei lavori di ristrutturazione della città, la spiaggia
ed una lunga fetta di mare furono ricoperti di sassi frammisti a terra
(grande colmata) sulla quale fu indi costruita la via Caracciolo attuale.
La Riviera di Chiaia nella prima metà dell'800
mare e la filiera di case della riviera fu ricoperta di
alberi e piante: in mezzo alla sabbia, saltò fuori, come
d’incanto, una macchia di verde stretta e lunga; una
piccola oasi, che avrebbe fatto da scudo alla furia dei
flutti. Alla fine del parco, nei pressi di Mergellina si
trova tuttora un edificio alto e stretto, tutto tinto di
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bianco chiamato Torretta. Fu costruito a causa dei tur­
chi – si dice - che allora venivano a frotte a fare bottino
di oro e di donne, sbarcando di notte su di una spiaggia
del tutto indifesa.
Costruita apposta per fare da guardia alla Riviera, la
Torretta avrebbe meritato un nome più serio, un nome
che incutesse rispetto; ma il suo pacifico aspetto scon­
sigliò ogni cambiamento e qualsiasi epico nome: Torretta va bene – si disse – e Torretta fino ad oggi restò.
Anche Palazzo Caravita di Sirignano, all’altro capo
della riviera, ha due belle torrette sul tetto: torre di vedetta, si chiama pomposamente quella sul lato orienta­
le. Perché tante torri, in una tanto pacifica via? Colpa
dei turchi, ovviamente. D’accordo, seppure resterebbe
da dimostrare, se queste torri e torrette veramente ten­
nero a bada i pirati: erano solo dei turchi sprovvisti,
che arrivavano costeggiando la riva orientale del gol­
fo, mentre, tanti secoli addietro, c’erano ben più feroci
La Torretta
etruschi e fenici, a calare dal nord a ridosso di Procida
ed Ischia, doppiando Capo Miseno2.
***
Francesco de Bourcard, da sempre intimamente le­
gato all’anima partenopea, ebbe il gran merito di saper
cogliere le sfumature più tenui della cultura locale e di
descriverne con rara sensibilità pregi e difetti. Quando
scriveva della città, sembrava che egli parlasse, reci­
tasse e cantasse allo stesso momento; con gran finezza
e fantasia tratteggiava quanto vedeva e ascoltava, tutto
quanto sentiva: le tantissime strade e stradine; il labi­
rinto di vie, viuzze, vialoni, viottoli e vicoli; le rampe,
salite e discese; le innumerevoli chiese, le statue, gli
affreschi e i monumenti; i palazzi e i più umili bassi; le
canzoni più melodiose; il cielo, la luna, le stelle, il sole
ed il mare ovviamente assieme all’alba e al tramonto.
2 Da Wikipedia: «Palazzo Caravita di Sirignano fu il primo edificio
ad essere eretto alla Riviera di Chiaia nel XVI secolo, per desiderio del
marchese Alarçon, generale spagnolo; a quel periodo risale la sua parte
più antica, la torre di vedetta all’angolo orientale.
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Nei periodici articoli e nelle memorie, si sente il bat­
tito del cuore ed il fremito dell’anima sua: ci metteva
l’anima - Francesco - quando scriveva. Rileggendo i
suoi scritti, ti accorgi che sono dei variopinti quadretti,
dipinti con parole melodiose come canzoni invece che
con i colori: ti riportano addietro nel tempo, a un'epo­
ca e ad una società scomparse per sempre. Francesco
provava un amore profondo e sincero per la città natale
ed i suoi abitanti, sentimento che traspare tra le sue
righe. Nel prologo al suo splendido libro, così descri­
veva la sua città ed i napoletani3:
«… in Napoli il cielo è quasi sempre puro e sereno: l’aria vi è salubre e libera, e non vi si sentono
mai gli estremi del caldo e del freddo: nulla si può
immaginare di più delizioso quanto una bella giornata d’inverno a Napoli. Questo sito, in cui la natura fa
mostra di tutte le sue bellezze, questo cielo che ha una
sembianza sì ridente ed una quasi perpetua dolcezza
di stagioni, questi elementi diciamo così docili, che
espongono gli abitanti a minori bisogni della vita, se
non sempre formano le anime forti e pazienti, danno
però grande energia al cuore, ed eccitano una felice
illusione alle facoltà dell’anima. Sembra che qui più
che altrove si creino gli ingegni per la musica, la pittura, la poesia…
L'origine di Napoli è così antica che si perde nella
oscurità delle favole della più remota età. Tutta l’antichità è di accordo che una Sirena detta Partenope
avesse edificato su questo lido una città dandole il suo
nome…Napoli (città nuova) fu così detta, per quanto
si crede, allorché venne la colonia Ateniese… e quindi
prevalse il nome di Napoli… e nell’antichità non viene
conosciuta che come città greca…».
«…Le strade di Napoli, oltre all’essere in gran parte
irregolari, anguste e senza proporzione con l’altezza
degli edifici, non sono tutte ben livellate con un dolce
pendio…fra strade, vie, vichi, vicoletti, larghi, salite,
calate, rampe, sopportici, fondaci, se ne contano più
che 1400… nel 1792 furono la prima volta messe su’
cantoni delle strade le iscrizioni dei loro nomi e si affissero i numeri a tutte le porte…
La illuminazione notturna cominciò a Napoli nel
1806. Prima la divozione suppliva al difetto di polizia, giacché per tutti gli angoli di strade si vedono immagini della Vergine o dei Santi con fanali mantenuti
accesi dalla pietà dei complateari: i fanali pubblici
che illuminano la città sono più di 1925 e le principali
strade sono tutte illuminate a gas…
Si può dire che a Napoli vi siano quasi tutte le arti e
manifatture e che molte di esse siano in stato florido…
per la sua situazione, per la sua popolazione e per le
3 Francesco de Bourcard, Usi e costumi di Napoli e contorni descritti
e dipinti, Napoli, 1866
sue ricchezze, Napoli, potrebbe esercitare il più florido commercio…
In Napoli, come quasi per tutta l’Europa, si possono
fare tre distinzioni di classi, cioè di nobiltà, di ceto
medio e di plebe; distinzioni oggi meno notabili che in
altri tempi…
Gli abitanti di Napoli, che vivono sotto un clima salubre e ridente, che ritraggono da un feracissimo terreno i prodotti più opportuni alla vita umana, sono dediti naturalmente a festive allegrezze, e molti disposti e
corrivi alla pigrizia e alla mollezza…mostrano grande
golosità… e la qualità più spiccata di essere portati
al fracassio: va di leggieri in collera e di leggieri si
calma…parla ad alta voce, è curioso, vuol decidere
di tutto…la spensieratezza è un’altra qualità, la quale
più che dal clima deriva dalla facilità della sussistenza e degli impieghi… sono pure vivi, ciarlieri, gesticolatori all’eccesso. Le danze, i canti, i suoni formano
un gusto continuo e generale…
Il dialetto del popolo napoletano vien creduto goffo
da quelli che non l’hanno né esaminato né compreso…
l’ingenita allegria e la ridente natura…han creato un
linguaggio scherzevole e buffonesco, ma nello stesso
tempo pieno di immagini, di grazie, di bei concetti. Di
sali e di proverbi… Napoli fu anticamente celebre per
le scienze e per le belle lettere… se nelle altre belle
arti vari paesi d’Italia possono pretendere il primato,
nella musica nessuno può contendere con Napoli…».
***
La popolazione del quartiere di Chiaia era fatta di
pescatori e gente di mare; gente semplice, avvezza fin
dall’infanzia, a passare la giornata ignuda dentro l’acqua - elemento prediletto dal quale nessuno riusciva
a cavarli: i signori, invece, quelli veri, quelli che da­
vano agli occhi - per le scarpe a punta, gli abiti ricer­
cati ed i cocchi sfarzosi - venivano alla Riviera a fare
villeggiatura o, in altre parole, a fare quattro passi e a
rifornirsi di pesce fresco. Si riconoscevano da lontano
le carrozze fregiate sui lati con gli stemmi variopinti
delle casate; arrivavano in una nuvola di polvere cigo­
lando e strisciando sull’arena con un sibilo strano, op­
pure sobbalzando con un tonfo sordo sul duro selciato:
subito accorrevano le popolane vociando; arrivavano
in frotte correndo e vantando a gran voce le qualità
del proprio pescato4. Pesce di tutte le razze, grandezze,
forme e colori: un limite non c’era alla pesca, essen­
do il mare tanto pescoso da soddisfare i bisogni delle
famiglie. Non avevano vita grama i pescatori a quei
tempi, raccontava Nicola Maresca nella commedia La
4 Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, Adelphi Edizioni
1993.
Milla: descriveva argutamente la vita e le loro fatiche;
i litigi, le frodi frequenti alla gabella; i piccoli furti di
affamati garzoni ad avidi e tirchi padroni. Da secoli,
l’esistenza proseguiva tranquilla sul litorale, finché, un
giorno, Ferdinando IV non prese una storica decisio­
ne: il 9 Giugno 1778, emise un decreto reale e diede
un colpo di spugna a quel vecchio, stupendo e pacifico
sito: annunciò la creazione di un nuovissimo, unico
ed aristocratico Real Passeggio di Chiaia. A tambur
battente, l’architetto di corte, Vanvitelli – nipote del
più famoso costruttore della Reggia di Caserta - dise­
gnò, una pianta della neo Villa, formata di cinque viali
spaziosi. Incuranti delle usuali lentezze burocratiche
e senza tanti complimenti furono espropriati i suoli
occorrenti: la dogana fu trasferita poco lontano, men­
tre il casino degli Invitti veniva raso al suolo; i lava­
toi delle donne furono rimossi nonostante le loro urla
ed il rischio di un’ insurrezione violenta, l’amatissima
Cappelletta di don Rocco, infine, fu demolita fino alla
base. Un’intera brigata di giardinieri provetti spuntò
fuori dal nulla: come d’incanto, furono piantate decine
e decine di tigli con viti intrecciate, mentre dalla sera
alla mattina spuntavano gli alberi nuovi, molti dei qua­
li di altissimo fusto. Ai lati dello stupendo cancello di
ferro battuto, messo di guardia all’entrata, tutto ornato
di borchie d’ottone lucente, qualcuno piazzò due gros­
si casini di ruvida pietra: pieni di botteghe, terrazze e
cantine da appaltare ai migliori offerenti, onde instal­
lare servizi di bar e trattoria; di bigliardo e sorbette­
ria, di bottiglieria ed altra galanteria. L’intenzione del
costruttore nobilissima era: servire solo gente civile.
La villa fu dichiarata sito reale: l’entrata permessa di
giorno e di notte solo a persone decentemente vestite; severamente proibita alle genti di livrea, ai poveri,
agli scalzi ed impropriamente vestiti.
Presso popolo e popolino, grande fu il successo di
questa nobile impresa reale: subito ben accetta e af­
follata di bellissima gente, desiderosa solamente di
mettersi in mostra. Evviva la vanità. Nei decenni che
seguirono, la Villa reale fu ampliata fino alle attuali
dimensioni, perdendo dopo la cacciata dei Borbone e
la riunificazione del Regno, le caratteristiche ufficiali
di sito reale. Dopo l’ultima guerra, rivolgendosi al po­
polo in un famoso discorso, Benedetto Croce si chie­
deva, cosa significasse quest’opera per i Napoletani;
che cosa per noi italiani.
Molto istruttiva, seppure un po’ deludente, fu la con­
clusione del sommo Maestro, che invece di rispondere
direttamente, propose la paginetta di un libretto assai
popolare in Germania, nel 1892, dove una borghesuc­
cia berlinese in visita turistica a Napoli, così descrive­
va la Villa al tramonto:
«Più tardi il giardino s’illuminò con cento e cento
La Rassegna d’Ischia n. 4/2014
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Real passeggio di Chiaia a fine '700
fiammelle di gas. Le piante sono vere piante, non di
zinco dipinte di verde! Il mare mormora giù presso il
giardino; le onde accompagnano la musica, e, cessata
questa, continuano a divertirsi da sole, come fa la gente. In mezzo al giardino si eleva un magnifico edificio
bianco, le cui mura sono rischiarate dalle fiammelle di
gas. Esso sta serio e silenzioso, come qualcosa di straniero, in mezzo a quel rumore, allo stridore delle ruote, al vocio degli uomini, alle melodie dell’orchestra.
E straniero è in effetti :è la stazione zoologica, fondata
dal Dr. Dohrn di Stettino, per il quale l’Impero germanico contribuì con centomila marchi e l’Accademia di
Berlino fece costruire un piccolo vaporetto, atto alla
pesca degli animali marini. Altri Stati vi concorsero,
ma la stazione, tuttavia, è tedesca: quantunque offra
opportunità di lavoro ai naturalisti di tutte le nazioni, un tedesco l’ha fondata, e perciò essa è tedesca.
Il mio Carlo disse: ”Folleggia pure, o Napoli; gioisci
a tua posta! In mezzo a tutto questo tumulto, nel più
bel punto di Napoli, la Germania ha eretto un tempio
alla Scienza: e ciò mi rallegra più di tutto onde tu vai
superba. Perché? Perché l’onore della mia patria è il
mio onore».
Quando queste frasi gloriose furono scritte, nel 1892,
noi e gli altri europei, ancora ignari della posta in gio­
co, continuavamo a trastullarci nel quotidiano, mentre
era già in pectore una sanguinosa guerra mondiale con
questa gente!
***
Benedetto Croce studiò a fondo le opere di Francesco de Bourcard, lodandole spesso; in una nota dive­
nuta famosa, egli così proseguiva:
44 La Rassegna d’Ischia n. 4/2014
«“Usi e costumi…” sono un magnifico libro, che mi
meraviglio di non veder lodato e celebrato e ricercato
come si dovrebbe, e che forse adesso comincerà a svegliare attorno a sé questi meritati sentimenti, adesso
che, come tanti altri libri, - dopo la rarefazione bibliopolica prodotta dalla guerra, - è diventato prezioso e
quasi introvabile5.
Contiene cento disegni acquerellati, di cui ben quarantasette sono di Filippo Palizzi, ventisei del Duclère
e gli altri incisi per la maggior parte da Francesco
Pisanti; e cento scritti illustrativi, composti da…”
“E chi era Francesco de Bourcard? Un oriundo svizzero, nipote del maresciallo Emanuele de Bourcard,
capitano generale del regno di Napoli… Il nipote,
come accade nelle famiglie forestiere che si stabiliscono presso di noi, presto trasformate dall’ambiente,
era del tutto napoletano di sentimenti e di abitudini,
e amatore altresì della storia patria, collezionista di
libri e manoscritti e documenti. Morì nel 1886 nel suo
appartamento di vico alle Campane…”
“… Il libro si cominciò a pubblicare nel 1847 e
richiese per essere condotto a fine quasi venti anni,
durante i quali solo la perseverante fermezza del suo
compilatore poté vincere le difficoltà che venivano
dall’indisciplina dei compilatori, artisti e letterati. Il
libro attraversò le rivoluzioni del 1848-47 e del 185960,e giunse a compimento nel giugno del 1866. Si possono curiosamente osservare, in alcuni punti di esso, i
segni dei rivolgimenti accaduti…”
“… Oggi nel guardare le figure disegnate pel libro
dal Palizzi e dagli altri artisti, par di vedere una Na5 Benedetto Croce, Nuove curiosità storiche, Riccardo Ricciardi
Editore, Napoli 1922
poli fantasticamente travestita, una Napoli che più
non esiste, ma della quale gli uomini della mia generazione ricordano molti aspetti, nella loro fanciullezza, ancora superstiti: la Napoli degli ultimi anni dei
Borbone…”
“… Che se poi si desiderasse di pascere anche gli
orecchi, consiglierei (mi si consenta la disgressione)
di recarsi alla Biblioteca Nazionale, nella sala dei manoscritti…un vocio assordante sale da quelle pagine:
i gridi della più varia intonazione, modulazione e acutezza vi s’incrociano e si soverchiano l’un l’altro…
sono centinaia e centinaia di simili voci, che sembrano
compiere con l’opera del fonografo il cinematografo
offerto dal de Bourcard…”
***
Francesco de Bourcard condusse una vita ritirata,
dedicata allo studio; egli divideva il suo tempo tra
biblioteche ed archivi storici, tra chiese, esposizioni
e monumenti: i suoi articoli e le tante pubblicazioni
trovavano sempre ampio spazio nella stampa cittadi­
na. Non coltivò grandi amicizie – il de Bourcard – e
poco si sa della sua vita privata, mentre era nota la sua
passione per libri e manoscritti antichi, che era solito
acquistare a qualsiasi prezzo: con l’andare degli anni
e raccogliendo a destra e manca, aveva messo insieme
una biblioteca privata ricca di rarissimi testi. Avvici­
nandosi alla fine, egli tentò ripetutamente di cedere
l’intera collezione al Comune di Napoli - a prezzo di
favore e con il solo obbligo di non disperderla: non
ebbe successo e così passò gli ultimi tempi della sua
vita nel terrore che i suoi amati libri divenissero preda
di sciacalli avidi e ignoranti; cosa che avvenne come
temuto6.
Lasciata la lussuosa casa paterna alla Riviera di
Chiaia, Francesco era andato ad abitare assieme al
fratello nel centro storico della città, al numero civico
38 del vico delle Campane, situato in una delle zone
caratteristiche ma più decrepite della città - quella tra
via Toledo, piazza Municipio e Santa Brigida, più o
meno sul sito dell’odierna Galleria Vittorio Emanuele,
la quale non esisteva ancora, a quel tempo. Un anti­
quato quartiere - quello delle Campane - tra i primi
ad essere demolito durante la ristrutturazione edilizia
di fine ‘800 - così ricordata da Salvatore Di Giacomo
“il vico delle Campane, il vico Rotto San Carlo e il
vico Sant’Antonio Abate, questi tre cancerosi budelli
che sono stati i primi ad essere strappati dalle viscere
napoletane “.
6 Salvatore Di Giacomo (1860 –1934) è stato poeta, drammaturgo e
saggista; autore di molte poesie di gran successo in dialetto napoletano
- molte delle quali poi musicate: Scritti inediti e rari a cura di
Costantino del Franco, Ente Provinciale per il Turismo Napoli 1961,
p.135 Corriere di Napoli, 2-3 ottobre 1888.
Una residenza senza pretese, bohémien - quella di
vico Campane - sufficiente per chi non ha tante pretese
e coltiva il gusto della semplicità: notevole il vantag­
gio di essere in pieno centro, ad un tiro di schioppo
dal Museo e dalla redazione del Corriere, al quale
Francesco dedicò l’intera esistenza: “… In qualunque
più lurida stradicciola napoletana, il pezzetto di terrazza che la luna bacia, nelle notti serene, è sempre
una gran gioia dolcemente assaporata, e tra’ i vasi di
ruta e maggiorana, davanti al parapetto alto, su cui la
serva mette a seccare delle fette di melanzane, al mite
lume lunare, ogni buon napoletano si sente un Tibullo,
e nella più tranquilla soddisfazione segue, con l’occhio astratto, le azzurrine spire di fumo della sua pipa
da due centesimi…”.
Così continuava Salvatore Di Giacomo in merito a
Francesco de Bourcard ed al suo alloggio nel quartie­
re di Santa Brigida:
“…Qualcuna delle famiglie onde i lari domestici ricordavano addirittura la fondazione di quelle mura,
prima che queste colpisse il piccone si è sfasciata.
Io ne ricordo una, sopra i cui componenti, Dickens
avrebbe dato agli avidi lettori della sua prosa grigia la
pagina più mite e malinconica d’un romanzo d’interno: i due fratelli de Bourcard, la loro vecchia serva, la
figlia della loro serva e la casuccia luminosa e allegra
che, a un quinto piano d’un palazzetto al vico Campane, come un lieto cassettino pieno di fiori avvizziti,
alloggiava tanti ricordi e tante vecchie pene…7”
“…Francesco de Bourcard io l’ho conosciuto al
“Corriere del mattino”, cinque o sei anni fa. Era un
buon vecchio tranquillo e sereno, fumava sigari toscani in bocchini di carta da due un soldo, e alla tavola
rotonda della redazione si dava, silenziosamente alla
lettura di tutti gli opuscoli che arrivavano al giornale.
Eravamo, in quel tempo, giovani d’anni tutti, e, chissà
forse anche di cuore. Cominciava, per noi, gaiamente,
la vita dell’arte e del giornalismo, erano più dolci, più
durature le illusioni, e nell’avvenire o ci si pensava
sorridendo, o pur non ci si pensava per nulla. Il vecchio De Bourcard, che aveva poche parole per tutti e
che scriveva soltanto di monumenti, considerato come
un pezzo archeologico, allontanava la nostra gioventù. Finalmente anche lui s’allontanò, né più ricomparve, e nemmeno più comparirono nella famosa pagina
letteraria le sue descrizioni delle chiese e dei palazzi
di Napoli...
Bruno J. R. Nicolaus
7 Salvatore di Giacomo, Uomini e libri vecchi, loc. cit
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La Napoli che se ne andò