fondato e diretto da Carmine Zaccaria
n° 10 - Ottobre 2009
sussurri & grida
Anno XVI
di Carmine Zaccaria
l Presidente Napolitano non
ha bisogno di difendersi,
meno che meno di difese
altrui. Non ha nulla da chiarire e
niente da dire fuori dal contesto
istituzionale. Giorgio Napolitano
è uno statista, uno dei pochi che
abbiamo in Italia. Forse non
meritiamo un Presidente di questa statura politica, di quella
dirittura morale. Il ritorno di un
uomo politico che da tempo non
è uomo di partito forse disturba i
poteri sporchi che si annidano
nei risvolti dei pantaloni di un
Paese in cerca d’identità. Forse
andavano bene ex banchieri, per
carità degne persone, ma che in
politica, quando è andata bene,
non hanno combinato niente
d’importante. Il punto massimo
(si fa per dire!) lo abbiamo raggiunto con Padoa Schioppa,
figlio d’arte, allevato all’ombra
familiare delle grandi assicurazioni per passare alle grandi banche e poi su, fino alle stanze
ovattate dei ministeri. Un uomo
che dalle prime poppate ha succhiato affari e finanza. Che vita
comoda, beato lui! Anche se la
Cina non era e non è un modello,
pensiamo che a Padoa Schioppa
non avrebbe fatto male un poco
di rieducazione nelle campagne a
zappare la terra. E forse non solo
a lui. Ora ci riprovano con
Draghi. Un’ascesa di Draghi alla
Presidenza del Consiglio qualificherebbe definitivamente, in
senso negativo, il personale politico della politica italiana.
Sarebbe un atto grave. Di questo
sì, chiederemmo conto al
Presidente Napolitano.
In assenza di un centro sinistra di
governo, che per ora non fa bene
nemmeno l’opposizione, strane
forze e nuove aggregazioni muovono alla conquista del potere in
Italia. In corso c’è l’attacco
all’Eni, una delle poche realtà
che pensa ai destini futuri del
Paese. Il tentativo di smembrar-
I
Segue a pag. 2
L’attore napoletano sarà impegnato con diversi spettacoli a Palermo fino a maggio 2010
NELLO MASCIA
“Il teatro napoletano è l’unico che continua a produrre nuovi talenti”
^
DRAGHI?
NO, GRAZIE
di Paolo Montefusco
’ uno che ha vissuto da protagonista
il Teatro di Eduardo. Testimone
diretto dell’arte del Maestro, Nello
Mascia ha fatto di quella pur breve esperienza (“Il Sindaco del Rione Sanità”, “Gli
esami non finiscono mai”) un mattone
importante della sua vita di attore e regista
teatrale. Vita teatrale che porta avanti in
maniera instancabile e che lo vede oggi
impegnato a Palermo al Teatro Biondo con
tre spettacoli.
Allo stesso modo, forte è sempre stato il
suo modo di sentire il teatro di un altro
grande autore napoletano, quel Raffaele
Viviani che meglio di chiunque altro ha
raccontato il popolo di partenope. Tutti
ricordiamo le magnifiche interpretazioni di
Mascia in testi come “L’ultimo scugnizzo”
o “Fatto di cronaca”.
Appassionato della drammaturgia di
E
Cechov, Nello Mascia è una maschera
capace di un impatto immediato sul pubblico, con una recitazione a volte splendidamente sopra le righe. L’attore napoletano
ci regala i suoi pensieri in una lunga intervista con l’umanità, la saggezza e a volte
l’ironia di cui é capace.
Maestro, parliamo subito dei tuoi imminenti impegni di lavoro. Sappiamo che
sei allo Stabile di Palermo e non è una
All’interno
Intervista a Barbara Balzerani
L’epica dell’immigrazione
L’arte positiva di Spiridonov
La strada maestra dell’Est
Negli occhi di Vittorio Mezzogiorno
Intervista a Mario Porfito
Erri De Luca vent’anni dopo
Il sogno sax di Marco Zurzolo
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Spedizione in abbonamento postale 45% Art. 2 Comma 20/b Legge 662/69 Direzione
Commerciale Imprese Campania. Giornale per l’estero: Tassa pagata, taxe
percue/Economy/Compatto
novità. Cosa porterai in scena?
Infatti, non è una novità. E’ da un po’ di
tempo che lavoro a Palermo, al Teatro
Biondo, e ne sono felice. Farò tre spettacoli: “Le sedie” di Eugène Ionesco, con
Galatea Ranzi,
“La locandiera” e
“Amleto”. Voglio aggiungere che il
“Piccolo” di Milano per i cento anni dalla
nascita di Ionesco farà una serata evento
portando in scena appunto “Le sedie”, e
che sarà l’unica commemorazione in Italia.
Domanda ricorrente ma a te proprio non
possiamo non farla. Piedigrotta a
Napoli: tu hai riproposto uno spettacolo
bellissimo di Raffaele Viviani. Cosa
rispondi alle polemiche sugli eventuali
sprechi?
Vedi, non ho approfondito molto. Quello
che mi sento di dire è che la Piedigrotta è
un grande logo e se intorno a questo logo si
costruisce un evento di carattere nazionale,
da un punto di vista artistico, che lo rende
esportabile, ben venga. Perché no. Napoli
ha bisogno di riprendere il suo posto nell’ambito delle grandi città culturali del
mondo. Con Elton John non so se ci sono
stati sprechi, di sicuro c’è stato un grande
ritorno d’immagine, parliamo di una grande star non dimentichiamocene. Gli sprechi
sono nell’ostinazione di voler mettere persone in posti che non meritano di occupare,
dove non c’è merito c’è spreco.
Nove anni fa ti chiedemmo qual era lo
stato di salute del teatro napoletano.
Rispondesti che stava bene perché
abbiamo i migliori attori. Confermi
quella risposta a distanza di tanti anni
nonostante il naturale cambio generazionale?
Sicuramente. Anzi nel frattempo abbiamo
“prodotto” fenomeni come Toni Servillo
per esempio, ma anche altri. Io penso che
Napoli sia costantemente vivace e che faccia senza dubbio da traino al teatro nazionale.
Eppure i cartelloni teatrali negli ultimi
tempi sembrano preferire i comici sdoSegue a pag. 6
2
DRAGHI?...
Segue da pag. 1
la, anche se non riuscito,
desta ancora preoccupazione. Berlusconi dice il vero
quando parla di forze estranee e straniere che tentano di
piegare l’Italia. Anche
Draghi dovrebbe avere qualcosa da dirci, visto che è
stato gradito ospite alla corte
della Regina d’Inghilterra
sul panfilo Britannia. In quel
contesto è stata decisa la
svendita del nostro Paese.
Certo l’attuale Governatore
è sceso prima che la nave
prendesse il largo, ma poco
importa. Vorremmo sapere
cosa ha detto e ancor più
cosa gli hanno detto, prima
di scendere, i padroni del
Vapore. Poco c’interessa se
non si è trattenuto a bere il
Tè delle Indie con gli amici
inglesi in compagnia di convitati di pietra e non. Su tutto
questo aleggiano i padroni di
Soros, condannato a morte
in Malesia per aver speculato al ribasso sulla moneta
locale. Il compito e l’onere
di mettere la parola fine a
questa storia spetta al
Presidente Obama. Si dice
che chi ben comincia è a
metà dell’Opera. Obama ha
cominciato bene chiudendo
il discorso del posizionamento di radar e missili in
Centro Europa, ma dell’opera è appena all’inizio. C’è da
dire che quella dei radar era
solo una delle tante cose sbagliate o interessate pensate
da Bush&soci. L’ex presidente ha avuto una vita travagliata e forse prendeva
queste decisioni in momenti
particolari, mediati da vecchi ricordi del suo passato.
Obama ha fatto meno della
metà del suo dovere verso
l’America e verso il mondo
ritirandosi in buon ordine.
Poiché ha ricevuto un premio Nobel preventivo adesso dovrebbe fare, per guadagnarselo, qualcosa di più
guardando verso la Pace.
Dovrebbe smantellare quelle
che sono le Centrali della
Destabilizzazione che si
nascondono nei risvolti più
segreti dei Servizi Segreti
Usa.
Quando questi uffici riservati smetteranno di dar fuoco
alle micce in Centro Europa
e in altri luoghi del mondo
deputati a essere terreno di
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scontro per motivi geopolitici e/o geoeconomici, allora
avrà fatto un passo significativo verso la Pace. Il Premio
Nobel che gli è stato assegnato in Svezia, in malafede
o in tremendo anticipo sulla
Storia, comincerebbe a essere suo veramente.
Delle escort di Berlusconi,
dei deliri di un imbolsito
Santoro di Anno Zero (ma
come ha fatto a fare questa
fine?) sinceramente poco
c’interessa. Ne avremmo
fatto volentieri a meno.
*****
In terza pagina il nostro giornale intervista Barbara
Balzerani e questa scelta non
può restare senza un commento. Commentare, fare
domande è un terreno irto di
pericoli e ostacoli.
Anna Montefusco, nell’intervista che apre la recensione del suo ultimo libro, fa
un’affermazione in forma di
domanda: tu non sei una
scrittrice qualunque. La
risposta è poco più giù: è
quasi una bestemmia la tua,
quando mi definisci scrittrice. Infatti è un ruolo negato
quello di scrittrice, da quasi
tutta la grande critica, da
quasi tutta la grande stampa.
Come potrebbe essere una
scrittrice qualunque dopo
anni 21 di carcere, lunghi
periodi d’isolamento e una
condanna per l’omicidio
Moro e della sua Scorta.
Scrive in pochi mesi
“Compagna luna” nella sua
casa dopo il carcere, un libro
pensato proprio appena i
cancelli si sono chiusi alle
sue spalle, questa volta con
lei verso un mondo ritrovato
ma definito irriconoscibile.
Balzerani scrive: Quel libro
è intriso di un dolore senza
speranza, di un senso di
solitudine piena, di uno
stupore
spaurito,
di
domande che non si aspettavano univocità di risposte, come la politica mi
aveva abituata. E poi, nel
nuovo libro “Perché io, perché non tu”, il naufragio del
cuore nelle terre di
Basilicata: la sovranità di
madre terra sulle opere
umane, silenzi, spazi di
solitudine e la salvezza che
c’è ancora se arretriamo
tutti e ci fermiamo ad
ascoltare. Com’è lontano
tutto questo dal crepitio
delle mitragliatrici.
NON VOGLIO PENSARE, DUNQUE SONO
La filosofia cristallina di Renè Descartes e il lassismo di pensiero della
società contemporanea
di Giuseppe Franza
na delle peculiarità del pensiero del grande filosofo
René Descartes (latinizzato come Cartesius) è la
splendida chiarezza con la quale la riflessione esprime se stessa. La sua filosofia, per quanto complessa, viscerale e segnata da alcune mistificabili aporie, giunge a noi in
modo così cristallino e inequivocabile da eludere a priori qualsiasi fraintendimento (se non di natura opportunisticamente
retorica o faziosa). Il filosofo di La Haye diede origine ed
espresse ogni sua meditazione attraverso coordinate fondatamente fisse al punto di fuga dell’evidenza. Eppure nel corso
della storia abbiamo assistito a molte interpretazioni critiche,
riconciliazioni, sconfessioni e rivalutazioni del pensiero cartesiano. Ciò è stato possibile in quanto la stessa autenticità teoretica cartesiana, intesa come ricerca metodologica ed esistenziale del principio universale della verità umana, resta fedele e
coerente alla natura dell’uomo, ovvero alla sua infinita e opaca
ambiguità. Alcuni critici, ad esempio, sostengono che tutta la
filosofia moderna e contemporanea francese, dal ‘600 a oggi,
sia inequivocabilmente una filosofia di matrice cartesiana e
che le varie e opposte correnti di pensiero sviluppatesi non
siano altro che diverse forme di cartesianismo, più o meno
consapevoli.
D’altra parte è impossibile non affrontare problematicamente
il pensiero dell’iniziatore del razionalismo moderno, che
fondò il suo metodo scientifico e filosofico basandosi sul
metodo matematico, che meditò sul problema della certezza
del proprio pensiero e della propria esistenza, arrivando poi a
giustificare l’essere del mondo e a riconoscere l’esistenza di
Dio (attraverso la prova ontologica), che postulò il suo criterio
di verità in base all’innatismo delle idee e alla separazione (o
meglio differenziazione) tra pensiero e materia e, così quasi a
tempo perso, tra la scrittura di un capolavoro della letteratura
filosofica e l’altro, fondò la geometria analitica, studiò il
cosmo, il corpo umano, la psicologia e la musica umana.
Descartes, come Platone e Cristo, è padre del nostro stesso
pensiero. Volenti o nolenti, scopriremo in noi molte delle verità teorizzate dal filosofo francese. Il problema, naturalmente,
resta quello di capire quanto Descartes abbia intuito (o svelato) della nostra verità, o quanto abbia costruito a posteriori,
spingendo poi l’umanità a fare propri suoi sistemi di interpretazione e spiegazione della realtà come i più opportuni, affascinanti o compatibili da interiorizzare. Così, pare che del pensiero cartesiano non potremmo mai più liberarci, specificatamente a causa di uno dei motti più incisivi e esplicativi della
storia della cultura umana: cogito ergo sum. La potenza e il
fascino di questa proposizione fondamentale, per la vita, per
la coscienza e per il senso del soggetto, vicino o lontano dall’oggetto esperibile, è principio di capogiri e illuminazioni,
evidenza e paradossalità. In vero Descartes, legando e giustificando la veridicità e il senso della vita prima al dubbio e poi
al pensiero in generale, non fece nulla di così rivoluzionario.
Già il pensiero greco, in molti casi, e nel Medioevo
Sant’Agostino, risolsero l’esistenza nel cogito e posero il prin-
U
Un ritratto di Renè Descartes
cipio del sapere nella meditazione. Descartes ebbe il coraggio,
o la geniale presunzione, di caricare il senso di questa supposta evidenza esistenziale fino allo spasimo teoretico.
Muovendo dalla critica del sapere ricevuto, il filosofo si accorse si vivere nell’opinione, ossia al di fuori di ogni certezza
assoluta. Giunto allo scetticismo, il pensatore seppe andare
avanti, accettando che nella vita nulla ha senso assoluto o una
garanzia di verità, neppure la vita stessa. Quella che intendiamo come la nostra vita potrebbe non essere vita, ma un errore d’interpretazione, un inganno o una bugia. Descartes drammatizzò questo dubbio nella favolosa ipotesi di un genio malvagio (Dio, l’inconscio?) che ci illude o ci abbaglia, come in
un sogno, o in un incubo, dove vediamo, sentiamo e percepiamo, ma dove nessuna di queste sensazioni può dirsi reale.
Di cosa possiamo, quindi, essere sicuri? Dove muore il dubbio? Per Descartes è impossibile dubitare del fatto che stiamo
dubitando, che nel perderci in allucinazioni paranoiche non
facciamo altro che immaginare e congetturare, e che cerchiamo di capire, ossia non si può dubitare del pensiero, che con
la sua incessante e inarrestabile attività vivifica e significa
l’uomo.
L’esistenza è, dunque, giustificata dal pensiero. Non da cause
trascendenti. Descartes, da sincero cristiano e uomo di mondo
(che tutto voleva tranne che finire inquisito), difese la dottrina
cristiana e fornì alcune dimostrazioni (inevitabilmente zoppicanti) dell’esistenza di Dio, ma con il cogito oltrepassò il pensiero religioso e mise a fondamento della verità e dell’esistenza dell’uomo l’uomo stesso, la soggettività.
Io penso e dunque esisto, nonostante Dio, al di là di qualsiasi
ragione metafisicamente esterna alla vita. E fa strano detto da
un uomo di scienza e di religione. Fu facile per Galileo ed epigoni intendere il mondo attraverso lo sguardo semplificatore
del cannocchiale, ossia accogliendo come realtà solo quei
fenomeni quantificabili e misurabili. Descartes, seppure affascinato dalle possibilità dell’oggettività della scienza moderna, accettò la sfida del soggetto, il mistero e l’assurdità dell’errore, fondando l’esistenza nel pensiero, che è calcolo, ma
anche sentimento, desiderio, fantasia, intuizione, perversione
e non senso.
Oggi che il pensiero scientifico impera e impone i suoi limiti
di oggettività e calcolabilità alla vita pubblica e privata, che la
mediocrità culturale celebra nel lassismo intellettuale la sua
spensierata attività in mode e abitudini e si bea del suo diventissement, dimenticando il pensiero o svilendolo nelle sue
espressioni più funzionali, pratiche e debosciate, Descartes,
con il cogito, si allontana inesorabilmente dalla coscienza dell’uomo. Fa paura e fa tristezza dedicare tempo ed energia al
pensiero, ai suoi più alti e autentici (e dunque pericolosi e inutili) perché, visto che la vita non vuole altro che essere produttiva, esteriore, riscontrabile, godibile e vendibile.
L’intellettuale, che è pur sempre un uomo, sceglie il pensiero
debole e si adegua al gusto corrente, facendo il meno rumore
possibile o nascondendosi nella torre d’avorio dello specialismo più astratto e inoffensivo. L’uomo comune pensa, ma
quando inizia a pensare troppo corre da un terapeuta e si fa
prescrivere un quietivo che lo rimbambisca. Si cura il corpo e
quando si parla di benessere tutti pensiamo alla palestra fisica,
alla dieta biologica o alla lampada abbronzante, come se l’essere, appunto, fosse solo il nostro corpo e il suo bene la bellezza esteriore. Un corpo senza pensiero, però, è un cadavere.
Anche se vain palestra, compra vestiti e naviga su internet.
L’uomo contemporaneo si impegna a reprimere, volontariamente o involontariamente, ogni eccesso cognitivo e disprezza chi pensa troppo, chi si esclude attraverso la noiosa riflessione. Diventa fondamentale imparare a pensare il meno possibile, adeguare il contenuto di questo pensiero al pensiero
comune, che semplice e disponibile è la soluzione migliore a
qualsiasi dubbio cartesiano. Non si tratta si recuperare la fiducia cartesiana nella supremazia della res cogitans: anche quando la sovranità assoluta dell’io penso è stata distrutta nel
Novecento il pensiero continuava a esistere, per far esistere
l’essere umano. Descartes, che di dilettò anche in tudi psicologici e antropologici, avrebbe sicuramente chiosato in maniera ironica tutta la situazione, affermando che non si ha più
voglia di pensare perché probabilmente non c’è più manco
troppa voglia di essere davvero: sarebbe troppo impegnativo.
Meglio sopravvivere o sembrare.
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sussurri & grida
IL VIAGGIO DELL’ANIMA DELLA BALZERANI
Barbara Balzerani
“Perchè io, perchè non tu” è un percorso nella memoria, un tentativo di
vedere meglio le prospettive facendo un passo indietro
di Anna Montefusco
arbara Balzerani non è una
scrittrice qualunque. La
materia prima dei suoi
scritti trae linfa da un vissuto
estremamente drammatico. Nel
suo ultimo libro, “Perchè io, perchè non tu”, sono presenti duplici
aspetti, in equilibrio tra pubblico e
privato, che nutrono il suo viaggio
nell’anima, un lungo ripasso tra
presente e passato che lei racconta
con una scrittura sempre asciutta.
Barbara, nella bellissima introduzione di Erri De Luca c’è una
frase che colpisce e che sembra
contenere un fondo di rammarico: “Senza figli ci siamo tenuti
in disparte dal seguito di noi
stessi”. E’ una condizione che vi
accomuna. Ma tu, da donna,
come hai vissuto questa negazione?
Come una mutilazione. Ho vissuto molti anni con l’angoscia che
avrei perso gran parte di me il
giorno che avessi dovuto definitivamente smettere di pensarmi
madre. Proprio nel senso fisico di
sentire una vita crescermi dentro.
Poi quel giorno è arrivato e ho
scelto di perdonarmi, per amore di
quel figlio mancato a cui avrei
imposto di condividere la mia vita
a metà. Non so dirti che tipo di
lacerazioni mi abbia lasciato dentro, ma non mi ha reso peggiore.
Adoro i bambini, il loro odore e la
loro determinazione a esserci.
Sono contenta quando una donna
mi annuncia la sua gravidanza. Mi
intenerisce sempre vedere il suo
corpo fare spazio a una nuova
creatura. E la sensazione di “sterile vuotezza” che descrivevo in
“Compagna luna” ha lasciato il
posto a un indulgente senso di
mancanza, come per ogni occasione che non poteva che essere
persa.
Ho spesso domandato agli scrittori che ho intervistato cosa
muove la loro voglia di scrivere,
a quale urgenza hanno risposto.
Tu non sei una scrittrice qualunque e per questo potrebbe apparire una domanda banale. Ma
voglio correre il rischio e te lo
chiedo comunque: quando e
perché hai iniziato a scrivere?
A scrivere libri ho cominciato
quando ho avuto anch’io “una
stanza tutta per me”. Negli anni
della militanza politica c’era tutt’altro da scrivere. In carcere ho
scritto riflessioni, articoli, contributi al dibattito e una tesi di laurea
enciclopedica. Ma sono state
soprattutto le lettere, la scrittura
più libera, più rispondente al mio
stato d’animo. Poi ho ottenuto il
“lavoro all’esterno”, un beneficio
di legge che mi consentiva di passare alcune ore del giorno fuori
B
dal carcere. Parte di questo tempo
potevo passarlo in quella che è
stata la mia prima casa dopo circa
vent’anni. Lì ho scritto, in pochi
mesi, “Compagna luna”, il mio
primo libro, quello che più di tutti
mi ha dato la sensazione di essersi
scritto da solo. Era già pronto,
dopo tanti anni di introspezione e
di disperata anestesia. E’ venuto
fuori ai primi passi fuori dal cancello del carcere dove ritrovavo
un mondo irriconoscibile. Quel
libro è intriso di un dolore senza
speranza, di un senso di solitudine
piena, di uno stupore spaurito, di
domande che non si aspettavano
univocità di risposte, come la politica mi aveva abituata. E’ stato un
viaggio interno senza cinture di
sicurezza. E’ stato lo strumento
per esprimere e lenire l’angoscia,
senza timore di saperla ineliminabile. E’ stato la scoperta di poter
entrare in comunicazione con
tante persone anche molto diverse
attraverso il linguaggio universale
delle emozioni, della ricerca di
senso del mistero che chiamiamo
vita. E’ stato la mia terapia d’urgenza.
“Perché io, perché non tu” è un
viaggio nella memoria sgrossato
da ogni facile personalismo.
Tutto ciò a vantaggio di una
disamina razionale, seppur
dolorosa, perennemente in equilibrio tra pubblico e privato.
Cosa resta alla fine di un simile
percorso?
Resta il rafforzamento di un pensiero che è ancora una speranza:
riuscire a vedere meglio facendo
un passo indietro. Proprio nel
senso della profondità della prospettiva. Noi, ormai abituati ad
avere in faccia il profilo del palazzo di fronte, all’oggi senza spessore temporale, ci affidiamo alla
logica astratta o alle immagini di
qualche schermo. Abbiamo smesso di sperimentare, di mettere in
allerta la nostra capacità di conoscenza attraverso le corrispondenze dei sensi, non ultimo l’intimo
sentire. Ci siamo spinti troppo
avanti e abbiamo perduto le connessioni tra i nomi e le cose. Non
basta correggere qua e là. Bisogna
tornare lì dove è ancora possibile
tornare. Non mi interessa la
memorialistica che imbalsama il
passato e ne fa motivo di rimpianto delle ragioni dei propri anni
migliori. Mi interessa l’andirivieni della memoria in cui le storie
delle persone in carne e ossa,
anche quelle micro, offrono,
magari attraverso gesti semplici,
l’unico codice per interpretare il
presente, la politica, la cultura.
Persone di cui non si parla e che
non hanno voce ma che sono il
vero volto del bene e del male nel
nostro mondo sazio e indifferente.
E anche della misura delle più
odiose ingiustizie e illibertà. E’ un
modo di guardare partigiano che è
una condanna perché ti inchioda a
non distogliere lo sguardo, a porti
domande, alla ricerca di senso.
Non è facile affidare la conoscenza del mondo e di se stessi e la
propria condotta agli strumenti
della relazione empatica con la
parte più debole. Ma sono i soli
occhi che possiedo e non me ne
lamento più di tanto.
Dedichi molte pagine alla
descrizione del microcosmo
femminile all’interno delle carceri, in direzione soprattutto
delle detenute comuni. Una
umanità variegata verso la
quale hai provato curiosità e
compassione. Cosa ti ha lasciato?
Paradossalmente io conosco poco
il carcere, nel senso che la mia è
stata quasi tutta una detenzione
“speciale”, condivisa solo con prigioniere politiche. Le detenute
“comuni” ho cominciato a frequentarle saltuariamente solo
negli ultimi anni, quando ci hanno
consentito di uscire dalla nostra
sezione, per lavorare anche in altri
reparti o per attività collettive.
Poi, quando negli anni della “semilibertà” ho condiviso la sezione
con le altre semilibere, anche
comuni. Ma si è trattato di una
convivenza parziale perché ci trovavamo insieme solo la sera prima
di andare a dormire o nei giorni di
festa che, nel regime del “lavoro
all’esterno”, sono giorni in cui si
resta in carcere. Le nostre diversità erano innegabili e si riflettevano palesemente nel modo di
affrontare la galera. Anche per la
differenza notevole degli anni da
passare lì dentro. A questo proposito, all’inizio della nostra “normalizzazione” c’è stato un episodio significativo. C’era stata offerta la possibilità di spostarci nella
sezione comune, per accelerare il
processo delle “misure alternative” alla detenzione. Siamo andate
a prendere possesso delle nostre
nuove celle e ci siamo rese conto
che non avremmo potuto sopravvivere in quel bailamme. Noi eravamo abituate a una “disciplina”
che regolava le nostre attività
giornaliere e non potevamo limitarci a “far passare il tempo”.
Abbiamo fatto in modo di declinare l’invito a quel vantaggioso
cambio, a costo di rallentare il
processo di varcare la soglia. Non
sentivamo il bisogno di quel tipo
di contatto. E non per snobismo
ma per la difficoltà di vivere le
nostre differenze in uno stato di
costrizione e restrizioni.
Cosa mi ha lasciato? Il carcere è
un grumo dei problemi sociali irrisolti e ignorati da una società
impaurita e incattivita come la
nostra. Ci puoi trovare un’ampia
rappresentanza di poveri cristi, di
migranti, di tossicodipendenti, di
sofferenti psichici. Quel pezzo di
umanità mi ha lasciato soprattutto
la rabbia per il costo umano e
sociale della fallimentare risposta
detentiva alla sola illegalità che
viene punita; la conferma del peso
delle condizioni sociali nelle scelte di vita, troppo spesso obbligate;
la verifica della corruzione dei
comportamenti, da guerra tra
poveri, lì dove diventa impossibile difendere uno straccio di dignità; ma anche la possibilità di conquiste impensabili di spazi di
libertà interiori lì dove vige la
mortificazione del corpo. In ultimo, mi ha lasciato il ricordo di
una scoperta imbarazzante: quando ero in semilibertà non riuscivo
Segue a pag. 4
il libro
PERCHE’ IO, PERCHE’ NON TU - BARBARA BALZERANI - DeriveApprodi 2009
di Anna Montefusco
Non è un qualsiasi percorso autobiografico quello contenuto in “Perché io, perché non tu”. Perché a dare
voce al proprio vissuto è Barbara Balzerani, ex Brigatista rossa negli anni cosiddetti di piombo. Prendere
le distanze da questo scritto ignorandone accuratamente l’esistenza e la lettura, come posizione a prescindere, nega la possibilità di ripercorrere un pezzo di Storia drammatica che ancora esige spiegazioni e analisi approfondite. Perchè se è vero che il punto di vista muove da una angolazione personale, è anche vero
che la restituzione cronologica e oggettiva di alcuni degli eventi narrati allarga la visuale su fatti innegabilmente pubblici. Individuale rimane la lunga e dolorosa introspezione che Barbara Balzerani compie
attraverso le sue interrogazioni, a sottolineare la necessità di risposte ad azioni che hanno cambiato il corso
della sua vita e quella degli altri. Così come individuale sembra essere l’intenzione primaria che spinge la
scrittura; l’autrice si tiene lontano dal mero computo degli anni di militanza prima e carcerazione dopo, a
beneficio di un diario postumo, preferendo deviare su di una più intima ricerca della verità. Da consegnare, forse, più a se stessa.
E’ un lungo viaggio a ritroso quello che compie, facendo soste nei luoghi della memoria a ripescare volti
e odori antichi da mescolare a un vissuto più recente. Un lungo ripasso tra presente e passato con salti temporali che sfalsano la cronologia, a ripercorrere giorni di detenzione, di infanzia e di lotta armata.
La scrittura rimanda l’inquietudine dell’io narrante; rimane asciutta, essenziale, forbita mai veramente rabbiosa. Diventa più docile, quasi poetica quando descrive lo smarrimento di un luogo metafisico, tappa ultima di un viaggio di ritorno nell’anima. Serve a descrivere la terra di Basilicata, la città di Matera, a seguire le orme di Carlo Levi e le proprie...... “ Comincio a riconoscere. La città mi parla ed è anche di me che
dice. Sono dunque arrivata dove sarei dovuta tornare da tanto tempo? Come pensavo di sapere da così lontano? Avrei detto di non averla mai vista, eppure somiglia a mia madre, alla fatica che ho respirato dentro di lei, agli scatti di amor proprio ferito, al travaglio con cui mi ha dato la vita. Somiglia a quello che,
dal primo sguardo posato, per me sarebbe stato il modo di guardare il mondo”.
Un libro che rimanda una qualità letteraria indiscutibile, al di là dei contenuti che ognuno può leggere dalla
distanza che più ritiene. Decidere di non leggerlo, non misura le distanze, le amplifica.
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sussurri & grida
SOLIDARIETA’ IN PRIMA LINEA ANCHE DA NAPOLI
Ricordo della Neva
Inaugurata nel cuore della nostra città una sede di Medici Senza Frontiere, l’organizzazione che da oltre trent’anni opera nelle emergenze sanitarie in contesti duri
i è tenuta il 16 ottobre scorso l’inaugurazione
della sede di Napoli, in Vico San Pietro a
Majella, dell’organizzazione “Medici senza
frontiere” (Msf) alla quale sono intervenuti Raffaella
Ravinetto, presidente di “Medici senza frontiere
Italia” e Renato Ippolito, coordinatore del gruppo di
Napoli.
Msf è la più grande organizzazione medico-umanitaria indipendente al mondo creata da medici e giornalisti in Francia nel 1971. Ogni anno Msf fornisce assistenza medica di emergenza a milioni di persone che
vivono situazioni di crisi in 62 paesi del mondo con
360 progetti. L’organizzazione fornisce assistenza
medica quando i sistemi sanitari locali vengono
sopraffatti da eventi catastrofici quali guerre, epidemie, malnutrizione o calamità naturali. Msf dà inoltre
assistenza alle persone vittime di discriminazioni o
negligenze da parte dei sistemi sanitari locali o alle
popolazioni altrimenti escluse dall’assistenza sanitaria. Ogni giorno quasi 27.000 medici, infermieri, logisti, esperti di acqua e fognature, amministratori e altri
professionisti qualificati sono al lavoro per fornire
assistenza sanitaria, in équipe internazionali composte da operatori sanitari locali e dai loro colleghi provenienti da tutto il mondo. Nel 2008, i team di Msf
hanno effettuato più di 8.810.000 visite mediche,
curato quasi 1.200.000 casi di malaria, vaccinato più
di 700 mila persone contro la meningite.
La parola d’ordine dell’Associazione è neutralità,
intesa come il diritto di chiunque, al di là di ogni
distinzione di razza, religione e credo politico, di ricevere aiuto. Ciò grazie anche alla totale indipendenza
da qualsivoglia potere politico o economico dell’or-
S
ganizzazione. Forte è pure la volontà di testimonianza delle difficili situazioni che i volontari di MSF trovano nei Paesi nei quali vanno a operare. La drammatica situazione creatasi negli anni in aree come
l’Afghanistan, per esempio, li ha posti spesso sotto i
riflettori. La presenza di volontari di MSF in così tanti
contesti di violenza (opera in 90 paesi), di esclusione
sociale, di emergenza sanitaria, di violazione del diritto internazionale, nei paesi poveri ma sempre di più
anche nelle ricche nazioni del mondo industrializzato
sottolinea la sempre crescente necessità di una sicurezza globale fondata sulla solidarietà e la giustizia.
“Da oltre un anno” - ha scritto nei giorni scorsi
Alessandra Tramontano, operatrice sanitaria di
medici Senza Frontiere - esiste a Napoli un gruppo di
volontari che svolge attività di sensibilizzazione.
Siamo molto fieri di aprire una sede in una città come
Napoli, da sempre dotata di forte impegno nell’associazionismo. Ci auguriamo di portare un contributo
sulle tematiche dell’azione umanitaria al vivace
dibattito culturale della città. L’idea è quella di dare
vita a un luogo di incontro aperto, dove sia possibile
ascoltare le storie e le esperienze degli operatori umanitari di ritorno dai contesti più diversi e allo stesso
tempo sostenere le attività dell’associazione”.
BALZERANI
Segue da pag. 3
a capire la mentalità di donne che non
riuscivano a rispettare gli obblighi e perdevano in fretta il “beneficio” dopo aver tanto
penato per ottenerlo. Erano tutti in salita e
col vento contrario quei percorsi giornalieri
di vita a metà e di galera senza mura che
ciascuna doveva auto imporsi. Basti pensare al rientro serale. Ma per me era assurdo
non costringersi a riuscirci, nonostante
spargesse sale su troppe ferite quotidiane.
Finché non ho capito, e non è stato piacevole ammetterlo, che forse erano proprio
quelle donne a essere più umanamente nel
giusto, proprio per la loro istintiva incapacità di scendere a patti con la disumanità di
quella vita spezzata.
L’ultimo capitolo lo dedichi a un viaggio
che va oltre la memoria. Sembra più un
viaggio nell’anima. Ripercorri i luoghi
che ospitarono Carlo Levi in esilio. Cosa
ha spinto i tuoi passi in quella direzione?
Si, quello in Basilicata è stato un viaggio
nell’anima. Lì è nato il mio ultimo libro.
Finché non ci ho messo piede non avevo
capito che quella era la terra del ritorno
all’inizio del mio lungo viaggio di vita. La
prima volta, percorrendo la Basentana, mi
ha colto di sorpresa lo stacco di paesaggio.
Ero entrata in un’altra dimensione, in un’altro tempo, in un’altra storia. Il racconto affidato ai colori e alle rughe sulle coste dei
monti. Mai visti altrove. Ho perso l’uso
della parola tanta l’intensità di quel dialogo
muto. Ed era solo un assaggio. Poi i paesi
abbracciati alla roccia, i calanchi, Aliano,
Matera. E’ un territorio antico, quello. Porta
ancora i segni della sovranità di madre terra
sulle opere umane. C’è silenzio e spazi di
solitudine, nonostante i segni del lavoro
degli uomini. Come se gli insediamenti
siano avvenuti col consenso dell’ospitante
terra, a patto di riceverne sempre il permesso. Lì si può guardare e ascoltare. C’è lo
spazio e il tempo per farlo. Non disturba il
vuoto chiacchiericcio, né i flash continui di
qualche schermo acceso. Lì c’è ancora il
segno del senso e dell’essenziale. Ci sono
tornata quest’anno, con il libro. Stesso tragitto e ancora il respiro trattenuto nella consapevolezza che io e quella terra non ci
siamo ancora dette tutto. Forse qualche salvezza c’è ancora se arretriamo tutti e ci fermiamo ad ascoltare il respiro della gravina
su cui poggia l’antica Matera. Ecco quello
che intendo per fare un passo indietro e
ampliare la visuale. Quella terra, dopo millenni, mostra ancora un volto antico e solo
nell’ultimo suo tratto di vita ha conosciuto
l’oltraggio dei bidoni seppelliti e buttati in
mare. Non è inevitabile tutto questo. Si può
vivere senza.
Mi pare ci sia stata una certa disattenzione da parte della critica letteraria nei
confronti di questo libro. E’ innegabile la
Come pensarla la mia terra, che tiene la conta asciutta delle mie
miserie,
che segue lenta il collasso delle città di fiume,
alte sul ricordo profondo dell’ultimo inverno,
quando l’intemperanza degli anni mi arrese in una immagine
bianca d’Europa,
i treni sfilavano tenendo bene in vista l’iperbole di fumo,
avrei rischiato le mani e la bellezza per un rientro in patria,
avrei rischiato la voce e la gloria per il canto della ragazza
magra che come un miraggio di primavera
raccoglieva la fioritura dei tigli, bisogna scrivere, le dissi,
per non invecchiare.
Ma guardami adesso tenere le carte, il dolore raglia,
come un’asina, appena gli viene concessa la vista,
e le cose facili si fanno impossibili
e il tempo discute i rimproveri e le temerarie previsioni
mentre si arrende, si che si arrende, la mia nostalgia di casa,
tra le tue braccia dimesse,
tra le parentesi magre dei verbi che uso,
elogio alla sopravvivenza,
tienimi ancora vita,
in un angolo di marzo a soddisfare le nuvole,
a cantare le messe del 21 di giugno, quando divampa l’estate
nelle terre di mezzo,
l’Est sconfinato dove ho perduto la vista,
dove ho perduto l’amore, nei colli stretti delle bottiglie, guerra è
ancora guerra, radicata e profonda, violenta.
Bisogna scrivere per non impazzire le dissi.
Vanina
valenza storica che lo stesso implica, data
la testimonianza di “prima mano” di
eventi tragici che hanno attraversato il
Paese. Così come non si può negare una
Barbara Balzerani scrittrice, in virtù di
una scrittura efficace e colta come quella
adoperata nel libro. C’è rammarico per
questo?
Disattenzione, dici. No, di più. Il libro è
stato completamente ignorato dalla critica
letteraria. Da questo punto di vista gli anni
passati non hanno migliorato la situazione.
C’è stata negli ultimi anni una campagna
martellante sul tema che noi, ex brigatisti,
non abbiamo il diritto di parola. E, con
pochissime eccezioni, la cerchia intellettuale e giornalistica s’è adeguata alla consegna. E’ quasi una bestemmia la tua, quando
mi definisci scrittrice. Qualche anno fa
Antonio Tabucchi era insorto, insultando
tutti quelli che mi avevano recensito come
tale. C’era andato giù pesante, il professore.
Ma è stato l’unico a farlo in una schiera di
consensi trasversali, dal Manifesto a Radio
vaticana. Oggi è calato il silenzio, almeno
quello mediatico. Il rammarico è soprattutto perché mi costringe a vivere schiacciata
sulla parte della mia vita che mi ha reso “famosa”, come se esistessero persone a una
sola, eterna dimensione. E’ un passato che
non passa il mio e che, via via, è diventato
un cumulo di luoghi comuni.
Qual è oggi il tuo stato d’animo nei confronti di una società che non sembra
tanto distante da quella dei tuoi anni di
gioventù?
E’ molto distante da quegli anni e anche
peggiore. I potenti della terra hanno perfe-
zionato il loro dominio su tutto il pianeta,
portando a compimento l’opera di rapina e
di devastazione. Basti leggere i numeri di
morti per fame. Poi di quelli dei morti per
guerra, per malattie, per sciagure “naturali”.
Ai miei tempi già c’era tutto questo ma il
Vietnam vinceva, l’Africa si decolonizzava,
tutto il mondo era in rivolta. Sembrava di
avere il proprio destino tra le mani, in un
futuro comune di liberazione che attraversava gli oceani. Oggi campeggiano sui
simulacri della nostra democrazia le fotoricordo dei soldati americani ad Abu Graib,
in quel carcere in mezzo al deserto dove la
civiltà è nata.
n° 10 - Ottobre 2009
sussurri & grida
ELLIS ISLAND E L’EPICA DELL’IMMIGRAZIONE
Sull’ “Isola delle Lacrime e della Speranza” sbarcarono tra XIX e XX secolo, decine di
milioni di immigrati: italiani, irlandesi, russi, ebrei, tedeschi, ucraini e tanti altri
di Salvatore Casaburi
attery Park è uno dei tanti polmoni verdi di New
York City, proprio sulla punta estrema di
Manhattan. I turisti scendono alla stazione metro
di South Ferry e si avviano a fare pazientemente la lunga
fila in attesa del traghetto che li condurrà sulle due isolette di fronte alla “Grande Mela”, due frammenti di terra che
sintetizzano la storia degli States: Liberty Island e Ellis
Island. Prima di salire sul traghetto vengono effettuati gli
stessi rigidi controlli ai quali si è sottoposti per imbarcarsi su un aereo. A Liberty Island, infatti, vi è il simbolo
della storia stessa degli Usa, la Statua della Libertà. Gli
americani vi si recano in pellegrinaggio e si distinguono
subito dai turisti, mossi invece prevalentemente dalla
curiosità di osservare da vicino il gigante visto tante volte
al cinema o in tv, da non sembrare più neanche vero. Dopo
la sosta a Liberty Island, il traghetto fa tappa a Ellis Island,
l’Isola delle Lacrime e della Speranza.
Le due piccole isole riassumono l’intera vicenda degli
Stati Uniti, come il Vittoriano a Roma, la Porta di
Brandeburgo a Berlino o il Cremlino a Mosca. Se il gigante con la torcia ne rappresenta i principi costitutivi, il
museo che occupa gran parte della seconda isoletta conserva, per così dire, il Dna di un “melting pot” senza il
quale la storia degli ultimi due secoli della nazione americana non sarebbe mai stata scritta. Il Museo
dell’Emigrazione di Ellis Island, da solo, vale più di mille
saggi tesi a confutare l’ideologia razzista e xenofoba che
oggi invade il mondo, e non solo quello ricco.
I fomentatori dell’odio contro i “diversi” e gli “stranieri”
dovrebbero essere obbligati, per legge, a recarsi in pellegrinaggio nei due luoghi che, più di tutti, danno il senso
delle sofferenze che solo l’ignoranza e la “strategia della
paura” possono provocare anche nel nostro tempo: il
campo di sterminio di Auschwitz e l’ “Isola delle Lacrime
e della Speranza”, Ellis Island, appunto.
Sulla piccola isola di fronte a New York sbarcarono, tra
XIX e XX secolo, decine di milioni di italiani, irlandesi,
russi, ebrei, tedeschi, indiani, polacchi, ucraini, albanesi,
cinesi, armeni e tutti gli altri che avevano attraversato gli
oceani per raggiungere “la terra del latte e del miele”.
B
Questa migrazione è stata magistralmente narrata nel film
“Nuovomondo” del regista italiano Emanuele Crialese. Il
Museo di Ellis Island racconta la storia drammatica, spesso tragica, di quelli che cercarono di sottrarsi a una quotidianità fatta di fame e malattia intraprendendo un viaggio
biblico attraverso gli oceani, durante il quale le epidemie
e i naufragi non costituivano probabilità remote, ma un
rischio da affrontare, pur di sottrarsi alla sofferenza di una
vita senza pane. Erano i disperati che partivano dai porti
d’Europa, d’Africa, d’Asia senza neppure conoscere la
geografia del viaggio e che, in molti casi, venivano reimbarcati sulla stessa nave che li aveva portati negli States
per il solo fatto di non aver capito le domande degli ispettori federali, per avere una “faccia strana” o per una diagnosi medica superficiale e disumana. Già nell’atrio del
Museo dell’Emigrazione, il visitatore è profondamente
scosso dai bagagli degli emigranti, messi in ordine a evocare la presenza e l’attualità delle infinite vicende umane
che in quel luogo transitarono.
Il fotografo Barry Moreno, nel volume “Ellis Island”, ha
raccolto le immagini contenute nel Museo e narrato la storia dell’edificio che, dal 1890 al 1954, ebbe la funzione di
centro di selezione, detenzione e deportazione dell’immigrazione negli Usa. Donne e uomini, vecchi e bambini, per
oltre sessanta anni, furono sottoposti in quel luogo alla
selezione impietosa effettuata dagli ispettori federali.
Spesso i nuclei familiari venivano divisi, costringendo al
rimpatrio, al “respingimento”, diversi membri, senza alcu-
immigrati a Ellis Island
L’EBBREZZA POETICA DI ANGELO LIPPO
Con l’ultimo volume di poesie, l’autore pugliese intende riportare le questioni di oggi a
una dimensione più comunicativa e partecipata che si confronta col passato
uattro pagine per i titoli, quattro per la prefazione,
ventuno per le poesie, due di bibliografia, una per
l’indice: in tutto trentadue pagine in formato
12X16,5, lo stesso delle eleganti e semplici edizioni di
Vanni Scheiwiller di Milano. Un piccolo aureo libretto di
dieci nugae. In appoggio alla prima poesia, il frammento
213 di Cratino dall’Antologia Palatina. La traduzione adottata (Bevendo acqua, non potresti scrivere niente di bello)
è diversa dall’originale (Un cavallo da corsa è il vino
all’aedo grazioso! se beve acqua nulla mai farà di bello),
ma efficace.
Trasportando il discorso dalla indifferenziata terza persona
alla seconda, il significato ne esce rafforzato. E’ più incisivo, più determinato, più diretto. Un confidenziale tu-io, allo
specchio. In cui si rincorrono e si intrecciano motivi e timbri diversi. Si tratta di “Elogio dell’ebbrezza” del poeta
tarantino Angelo Lippo, pubblicato da Edizioni
Lepisma - Roma. Domina su tutti una docile e sconfinata
tastiera malinconica che reca il sigillo della sofferta esperienza soggettiva che racconta, con elegante distacco, assil-
Q
li e sconvolgimenti interiori, pene, ansie, gioie. Struggenti
alcuni abbandoni lirici: “E quando l’inverno bussa / alle
porte mi cingo le spalle / di morbida lana, / e so che lunga
vita mi aspetta / se tante volte le labbra / porterò al calice
colmo. / Conterò allora a centinaia, / per discendenza
romanica, / i boccali e la morte avrà / il sorriso buono dell’annata”.
In apparenza, tonalità e modalità poetiche ci riportano a una
poesia conviviale: al piacere di una composta “celebrazione ed esaltazione del vino”. Niente di più inesatto. Come
nota nella prefazione Luigi Scorrano “il libro poetico di
Angelo Lippo si carica di memoria remota”, è “una pausa
gioiosa e pensosa” che non intende allontanare i problemi
d’oggi ma riportarli a una visione più partecipata e comunicativa, ideata e composta di contro ai disvalori della
società contemporanea completamente affogata nei propri
simulacri. Del resto, tutta l’attività letteraria del poeta
pugliese dalla produzione poetica alla critica letteraria,
dalla saggistica (interessantissimo il profilo critico su
Armando Meoni) alla critica d’arte, dalla collaborazione ai
5
na pietà. Un racconto fra tanti è la testimonianza di una
donna, giunta negli Usa ancora bambina nei primi anni del
Novecento, la quale assistette al rimpatrio della nonna
imposto dagli ispettori: “Fu quella l’ultima volta che la
vedemmo. Poi non ne sapemmo più niente”.
Ellis Island è storia di contraddizioni, di inizi e di conclusioni, di vita e di morte, di speranze e di lacrime.
“America allegra e bella, tutti ti chiamano l’America
sorella...”, diceva una vecchia canzone popolare italiana
della fine dell’Ottocento. A Ellis Island, di fronte agli
ispettori federali, quel mito si frantumava. Gli stranieri
poveri, tutti e indistintamente, erano considerati preventivamente “potenziali delinquenti e portatori di malattie”,
poco importa se poi andassero a morire nelle miniere dei
Monti Appalachi, nei cantieri edili di New York e San
Francisco o nelle fabbriche di Chicago e Detroit.
L’America è una nazione di immigrati, si dice oggi a giusta ragione. La violenza dello schiavismo rese sottomessi
gli uomini e le donne dell’immigrazione forzata, la violenza di padroni senza scrupoli rese sottomessi, poi, quelli che sul suolo americano erano giunti volontariamente
dopo settimane di navigazione a bordo di navi con i ponti
di terza classe puzzolenti e invasi dai topi. Occorreva che
quegli esseri umani fossero considerati tutti, indistintamente, “potenziali delinquenti e portatori di malattie” per
poterli sfruttare meglio. Il pugliese Nicola Sacco, nel commovente discorso tenuto di fronte ai giudici di Boston che
lo avrebbero condannato alla sedia elettrica, affermò:
“Senza un soldo ero venuto in America, e senza un soldo
volevo tornare in Italia per riabbracciare mia madre
morente”. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti morirono
sulla sedia elettrica, innocenti, perchè anarchici, immigrati e italiani. Era il 1927.
Oggi, per un tardivo risarcimento, lo stato del
Massachusetts ricorda il loro martirio con una targa sulla
Greenway di Boston. Contro gli immigrati poveri, qualunque fosse la loro terra di origine, tra Ottocento e
Novecento si scatenò la reazione razzista e xenofoba, fino
alla persecuzione voluta dal ministro Palmer tra il 1918 e
il 1920 nei confronti di coloro che rivendicavano condizioni di vita e salari più dignitosi. “Sono tutti delinquenti,
individui inferiori e incapaci di adattarsi alla nostra mentalità e al nostro modo di vivere” sosteneva Palmer, nel
paventare la “red scare”, “la minaccia sovversiva rossa”.
La politica xenofoba di Palmer, rendendo più deboli e
privi di tutela gli immigrati, favorì la penetrazione e il
potere dei gruppi criminali interni alle diverse nazionalità
ed etnie. Emblematico è il caso del gangster italiano Al
Capone detto “Scarface” che, spesso con la complicità di
Segue a pag. 16
quotidiani pugliesi e alle riviste letterarie è stata un continuo e misurato confronto con il passato, consapevole con
Friedrich Schlegel che “lo stato conflittuale del presente in
contrasto con l’armonia che domina l’antico schiude la via
a un’autoriflessione storica dell’estetica”.
g. p.
Angelo Lippo
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sussurri & grida
n° 10 - Ottobre 2009
tuati da sempre a saccheggiare, la loro storia.
Il regista Mario Martone ha fatto un film sul
Risorgimento.
Si, ha avuto questa intuizione, d’altronde Martone è un
regista molto intelligente e sensibile, ma lo ha dovuto
fare con difficoltà e sforzi immani. Avrei dovuto esserci anch’io, e mi sarebbe piaciuto moltissimo, ma sfortunatamente proprio in quel periodo ero impegnato altrove.
Come vivi il rapporto con la tua città in un momento in cui i suoi figli più illustri si dividono tra quelli
che rimangono e quelli che scappano?
Con Napoli ho un rapporto come di respingimento, vivo
di respingimenti, come si fa con i clandestini. E’ una
città dalla quale non ricevo risposte e che dunque non
mi mette in condizione di fare il mio lavoro. Forse non
rispondo ad alcune logiche, non lo so. Fortunatamente,
tava il popolo mentre Eduardo si soffermava di più sulla
società piccolo borghese e per questo è più vicino ad
Segue da pag. 1
autori come Ibsen, per esempio. E’ considerato universalmente un autore internazionale soprattutto per la sua
scelta di adottare una lingua tra il napoletano e l’italiano. La borghesia che lui racconta è spenta, vinta, una
ganati dalle tv.
borghesia che esce devastata dalla guerra. Le cose
Il fenomeno esiste così come il rischio per quello che
migliori, secondo me, Eduardo le ha fatte da “Napoli
dicono, che rappresentano. Molti di costoro sono persomilionaria” in poi.
naggi senza scuola, senza storia e ottengono un succesDi Eduardo hai recitato anche la commedia più
so pazzesco su contenuti sciocchi. Non hanno alle spalcomica. La soddisfazione è la stessa?
le un back-ground culturale ma vanno avanti lo stesso.
L’ho fatto e mi sono divertito tantissimo, anche se le mie
Ma questo penso sia un problema e un rischio di tutta la
caratteristiche non sono propriamente di attore comico.
cultura italiana. Tornando invece a Napoli, penso che
La soddisfazione è uguale nel recitare testi più strettafortunatamente continui a produrre talenti.
mente drammatici o comici. L’unica differenza è in una
Spostiamoci sul cinema. Sappiamo che lo ami molto,
risposta più immediata del pubblico, con la risata, l’apma che fai molto più teatro. Da che dipende?
plauso è più frequente.
Ma vedi in Italia siamo organizzati male
Viviani, invece?
dal punto di vista di questo mestiere. Non
Viviani è forse meno esportabile perchè
ti riesce di fare una programmazione
molto radicato, nella lingua e nella cultura,
certa perchè il cinema promette e poi non
nella napoletanità. Viviani racconta il
mantiene, è un po’ traditore se vogliamo.
popolo, la vita della strada, le storie degli
I progetti rischiano di procrastinarsi
emarginati. Il periodo migliore di Viviani è
all’infinito,
non
c’è
sicurezza.
quello anteguerra, del Ventennio, durante il
Naturalmente non riguarda le grandi star
quale esprime un concetto di rivalsa attradel cinema ma un attore professionista
verso valori come la famiglia e il lavoro.
che deve scegliere cosa fare in una staLe tue interpretazioni di Viviani hanno
gione, sceglie quello che è più sicuro.
ottenuto un particolare successo.
Sono molto affascinato dal cinema, è
L’esperienza di vita ti avvicina al sentiinnegabile, ma preferisco scegliere la
mento che esprime questo autore?
sicurezza del teatro che ha una progettuaIo nasco borghese, quindi non mi permetto
lità diversa, più immediata.
di uniformarmi al mondo vivianesco.
Ti piacerebbe essere anche dietro la
Tuttavia, le frequentazioni giovanili di
macchina da presa nel cinema?
amici dei quartiri popolari mi hanno sicuRegista di teatro lo sei già.
ramente aiutato a capire molte cose.
Mai dire mai, magari sentiamoci tra altri
Una cultura che ha espresso una ricca
Due immagini di Nello Mascia in scena. Qui sopra, con il gruppo di attori di “Festa di
nove anni e ti dirò.
Piedigrotta”. In basso, con Graziella Marina, in “Fatto di cronaca”. Entrambi i testi sono di drammaturgia è quella russa. Quale
Ma continuiamo a parlare di bravi di Raffaele Viviani
autore russo ami di più?
registi di casa nostra. Sei stato diretto
Senza dubbio Cechov, un grandissimo
tra gli altri da Paolo Sorrentino. Che
autore di cui sono appassionato e che non
regista è?
come dicevo, da tre-quattro anni lavoro a Palermo, dove esito a collocare come una delle punte più alte della
Sorrentino è un genio. Credo sia il vero genio del cine- mi trovo benissimo.
drammaturgia mondiale.
ma e infatti, e non a caso, l’America ce l’ha rubato. Sento più rassegnazione che rabbia nelle tue parole. Chiudiamo con una curiosità: sappiamo che sei su
Credo per esempio che l’”Amico di famiglia”, mirabil- Mi sono arrabbiato molto in passato per queste ingiusti- facebook. Come ti sei avvicinato a questo strumento
mente interpretato da Giacomo Rizzo, meritasse una zie nei confronti dei suoi figli migliori. Oggi resta il di comunicazione?
vetrina maggiore di quella che ha avuto. Ma queste sono rammarico nel vedere che non c’è più indignazione, Per gioco. Lo trovo divertente. Adesso lo uso come
le stranezze del cinema.
manca la spinta rivoluzionaria dell’indignazione verso un’agorà di impegno civile, per denunciare tutti i sopruPiù in generale, il cinema italiano ti piace? Una bella una stagnazione davvero preoccupante. Tutto questo ha si e gli abusi della classe dirigente. Ho interlocutori di
soddisfazione la sta dando “Baaria” di Tornatore .
favorito la mia scelta di andare via e di guardare la città tutte le età e in città diverse e si è creata molta vivacità.
Tornatore è un regista che gira benissimo, le sue imma- da lontano. Ma questa è una storia vecchia che si ripete, Sai a volte si innescano anche discussioni forti su argogini sono davvero molto belle. Però penso che abbiamo non dimentichiamo il grande Eduardo e lo stesso menti delicati. E poi è un mezzo di comunicazione
smarrito il concetto industriale di fare cinema. In Italia Raffaele Viviani che si sono sentiti traditi dalla loro comodo per me che sono sempre fuori.
non esistono industrie cinematografiche, esistono delle città. Il rammarico è che altrove tutto ciò non succede. A questo proposito: come si vive la famiglia stando
realtà sporadiche che nascono per necessità individuali. Le altre città i figli migliori se li coccolano, se li custo- spesso fuori?
Fino agli anni sessanta era una delle industrie più fio- discono, li tengono in evidenza. Non li respingono.
Ammetto di essere sempre stato un padre un po’ assenrenti, poi ci sono stati quei dieci anni squassanti dei vari Sei attore di grande spessore, con una carriera di te e di non avere avuto una vera vocazione come padre.
“Pierini”, proprio negli anni della mia gioventù quando tutto rispetto. Eppure la popolarità maggiore a volte Ma sono stato un assente giustificato. Oggi comunque
avrei voluto fare del cinema, ma non c’era il cinema. passa attraverso una fiction. Lo è stato anche per te sono un uomo adulto, di una certa età e anche loro sono
C’era solo Pierino.
con “Capri”?
adulti quindi è diverso.
Mettiamola sul cinema internazionale allora.
E’ probabile, ma non me ne dispiaccio. Anzi sono conEcco, il cinema spagnolo per esempio è una realtà bel- tento quando per strada mi riconoscono e mi salutano.
lissima. I film di Almodovar sono capolavori assoluti. Qualcuno abbracciandomi mi riconosce per “L’ultimo
Ma anche il cinema francese, si mantiene sempre su scugnizzo”, molti altri per il personaggio della fiction
uno standard di grande qualità. Ma voglio dire soprat- “Capri”, che tra l’altro mi sono molto divertito a intertutto un’altra cosa che non riesce a fare il cinema ita- pretare. E’ innegabile che ti riconoscono più per i perliano. I francesi ma anche gli inglesi producono due sonaggi televisivi. Uno spettacolo teatrale in un anno
volte all’anno un paio di film megagalattici che si met- quante persone lo vedranno? Centomila? Una fiction
tono immediatamente in concorrenza con la grande pro- viene seguita da sei sette milioni di persone. Se poi il
duzione americana, facendo lavorare grandi registi e prodotto è di qualità godiamoci questa popolarità da
grandi attori e attingendo a “prodotti” nazionali. Penso auditel.
per esempio a un film storico inglese come “Elizabeth”. Torniamo al teatro, con gli autori che hai amato di
Noi in Italia non siamo neanche riusciti a sfruttare una più: Eduardo e Viviani. Due grandissimi. Cosa li difgrande epopea come quella del Risorgimento. Pensa ferenziava principalmente?
cosa avrebbero fatto inglesi, francesi e americani, abi- La differenza principale sta nel fatto che Vivian raccon^
NELLO MASCIA
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n° 10 - Ottobre 2009
L’ARTE LIRICA E POSITIVA DI SPIRIDONOV
Intervista al pittore della Yakutia che ha tenuto la sua personale a Napoli
nel mese di settembre presso l’Associazione Massimo Gorki
i siamo già occupati in passato della Yakutia, una regione
che è cinque volte il territorio della Francia e che rappresenta 1/4 del territorio della Russia, ma con solo un milione di abitanti. Nella capitale Yakutsk vivono 300.000 persone. Ne
parlammo grazie all’Associazione Massimo Gorki di Luigi
Marino che portò in Italia alcuni artisti di canto di quella regione.
Lo facciamo di nuovo grazie al Gorki e a quello che è il pittore più
rappresentativo della Yakutia, Yuri Spiridonov, che è stato una settimana a Napoli per la sua personale, ovviamente al Gorki.
Yuri Spiridonov è un artista molto stimato in Russia. Ha già esposto con successo, anche con mostre personali, in giro per il mondo
e alcune sue opere sono presenti in musei importanti come il Museo
Nazionale d’Arte della Yakutia, il Museo Nazionale di Sapmi
(Norvegia) e il Museo Nazonale della Groenlandia. Suoi quadri
fanno parte della collezione dell’Unione degli Artisti Russi. Dal
2002, Spiridonov è Presidente dell’Unione degli Artisti della
Yakutia. Il suo linguaggio artistico si è sviluppato appieno intorno
agli anni 80 a testimonianza anche di un rapido sviluppo di ogni
genere di belle arti in Russia in quel periodo. I suoi quadri evidenziano una notevole abilità nella composizione e le varie combinazioni di colori e tecniche ne determinano la cifra artistica. In tutte le
sue opere, paesaggi dal vero tuttavia spesso elaborati con l’eliminazione di alcuni dettagli oppure temi legati a tradizioni popolari, prevalgono una visione positiva e un certo lirismo.
Abbiamo parlato con Yuri Spiridonov grazie all’aiuto della signora
Adriana Trapani, docente di storia e letteratura russa, componente
del direttivo del Gorki.
Maestro, cominciamo a spiegare la scelta dei suoi soggetti.
Come mai quasi sempre paesaggi?
Sono nato sulle rive del mare di Laptev, Oceano Artico. Il vero
Artico. E le scene rappresentano la vita degli eschimesi. Sono di
etnia Yakut. E’ una nazionalità diversa da quella degli eschimesi.
Gli eschimesi, geralmente,vivono sulla costa del Mare del Nord.
Vivono in Canada, Groenlandia e in Alaska. In Russia vivono nel
nord del Chukotka. Ho visto la loro vita, ci sono andato e ho dipinto. Ho letto leggende su di loro e così ho realizzato una serie di
dipinti.
Pur dipingendo dal vero lei elimina alcuni particolari. Come
mai?
Il fatto è che non mi interessa fotografare la realtà. Mi lascio andare, dipingo secondo il mio stile, dò ai dipinti la mia visione. I miei
quadri sono riconoscibili nelle mostre di Mosca. La gente dice:
C
“Questo lavoro è di Spiridonov”.
Torniamo ai soggetti. Ci parla di queste figure fiabesche?
Come detto all’inizio, sono eschimesi. Gente che vive sulle coste
dello Stretto di Bering, in Groenlandia, in Canada. E’ una piccola
nazione, vivono in America, Alaska, Groenlandia, in Danimarca. In
Russia, a Chukotka. E’ un numero molto ristretto di persone che è
riuscito a conservare la sua storia e la sua arte. Amo le loro leggende e mi piace rappresentarle.
Come nasce l’idea di queste figure?
Sono rappresentazioni grafiche ovviamente di fantasia. Come loro
scrivono e raccontano storie, così io dipingo. Ed è qualcosa oltre la
vita, la natura. Rendo migliore ciò che realmente è.
E’ vero che per lei ha molta importanza la composizione?
Nei miei quadri la composizione è la cosa più importante. Chiunque
può imparare a dipingere. Essere compositore è un’altra cosa. E’
creazione, è un’opera.
Lei ama dare una visione positiva delle cose nelle sue opere?
I miei quadri hanno una visione positiva della vita. A nord non sempre è bel tempo. Molto spesso ci sono grandi tempeste di neve, nebbia, notti oscure. È spaventoso. Ma io non dipingo questo. Dipingo
solo il lato positivo. Così la gente pensa che nel nord vada tutto
bene. Ma se uno vede il nord dice: “Che cosa ha dipinto mai Yuri
Spiridonov?”
Si riconosce in qualche corrente artistica, anche del passato?
Non faccio parte di alcun movimento artistico. Lavoro autonomamente. Ma oggi sono considerato artista di punta russo. Non sono
ancora stato inserito, a livello di critica, in alcuna tendenza. Sono
definito un artista artico, dipingo l’Artico, il Nord, gli iceberg, il
freddo intenso. I miei quadri, ripeto, sono riconosciuti alle mostre.
Era già stato in Italia?
La prima volta ho visitato l’Italia nel 1981. E poi l’anno scorso.
E’ stato una settimana a Napoli. Cosa le è piaciuto di più e cosa
di meno?
Mi è piaciuto che la città abbia conservato le sue antiche tradizioni,
le sue vie, le sue strade strette. L’unica cosa che non mi è piaciuta è
che i giovani, invece di stare in biblioteca, guidano i motorini e non
lasciano attraversare gli anziani. Credo che i giovani possano trovare svago in un altro posto, per esempio in discoteca. E non solo guidando per i vicoli per tutta la notte. Sono sicuro che nessuno di loro
è venuto alla mia mostra, perché per loro non è interessante. La
nostra generazione, io e voi, siamo sempre interessati alle mostre
d’arte. Ma ciò è vero non solo per l’Italia. In altri paesi molti giova-
ni fanno la stessa cosa. A Mosca e da noi, a Yakutsk.
Cosa trova in comune tra quello che vede qui e quello che vede
nel suo paese?
Mi piace molto il cielo. Le albe e i tramonti. Sembra di vedere il
nostro cielo e le nostre montagne. Riconosco le stesse emozioni. Il
colore del cielo nel quadro fatto a Pisa della torre pendente è simile.
E dal punto di vista dei caratteri?
Gli italiani hanno il carattere della gente del sud. Come i georgiani,
gli armeni. Noi del nord siamo un po’ lenti. Mi hanno detto che
sembro un italiano, che ho un forte temperamento.
Tornerà in Italia?
L’Italia è la culla dell’arte. Tutti gli artisti del mondo vanno a Roma
per vedere il Vaticano. Michelangelo. Anche se il territorio è piccolo, in Italia è conservata tanta arte. Spero di ritornare. Vivo molto
lontano e il viaggio è molto costoso.
Che programmi ha per il prossimo futuro?
L’anno prossimo terrò una mostra a Mosca e a San Pietroburgo.
Forse in Cina. Sogno di andare in America. Sono stato in Alaska sei
volte e vi ho tenuto una mostra.
Di cosa si occupa l’Unione degli artisti della Yakutzi, di cui è
presidente?
L’Unione degli Artisti organizza mostre, studi, laboratori per gli artisti. Organizza viaggi. Siamo un ente pubblico, indipendente dal
governo.Viviamo in povertà, ma siamo liberi. Dipingiamo quello
che vogliamo.
Duncan
Yuri Spiridonov
Archeologia della letteratura
a cura di Calais Borea
Il brano che pubblichiamo è tratto dal volume “Prime alla scala”, edito da Mondadori nel 1981, una raccolta
degli scritti musicali di Eugenio Montale.
DUE OPERE DI STRAVINSKIJ
di Eugenio Montale - Settembre 1938
Igor Stravinskij, presente a Venezia da qualche settimana per preparare la prima esecuzione mondiale dei suoi “Threni” dedicati alla memoria di Alessandro Piovesan, ha diretto ieri sera da pari suo due delle più significative sue opere: “Oedipus Rex” e “Le sacre
du printemps”.
Nulla di nuovo, come si vede, trattandosi di composizioni ormai entrate nel grande repertorio della musica moderna; ma pur sempre un avvenimento notevole per la partecipazione dell’autore, che è un direttore molto discusso anche come interprete di se stesso,
per il contributo dell’orchestra e del coro della Norddeutscher Rundfunk di Amburgo e
per la scelta degli interpreti vocali dell’”Oedipus”, che sono degli autentici specialisti.
Come è noto, l’”Oedipus Rex”, eseguito per la prima volta nel 1927 a Parigi, è un’opera-oratorio che ha dell’oratorio la fissità e la rinuncia a ogni effetto scenico e rappresentativo, ma che ha anche molto di teatrale, nel senso che richiede un completo organico
orchestrale e si fonda essenzialmente sulle classiche forme chiuse: arie, duetti, cori. Il
testo è di Cocteau e per la parte latina, che è preponderante, la traduzione è di Jean
Daniélou; e stasera è stato omesso del tutto il testo francese, affidato a un annunciatore.
Un’analisi di quest’opera suggestiva, giudicata da molti uno dei capolavori del Maestro,
esorbiterebbe dai confini di una breve notizia. Per le forme in essa adottate, il Vlad, autore di un eccellente studio su Stravinskij, parla di convenzioni «di secondo grado», il che
può essere giusto, ma non è certo fatto per aprire a quest’opera la strada a una facile comprensione.
Siamo evidentemente in un clima di neo-classicismo intenzionale, ed è già significativo
il salto da Sofocle a Cocteau. Non mancano nell’ “Oedipus” frammenti di intensa suggestione, particolarmente nella seconda parte, ma l’effetto complessivo è che l’opera sia
un saggio di ottima letteratura musicale destinato (fra pochi anni) a restare confinato
negli archivi del tardo liberty.
La “Sagra della primavera”, invece, scritta nel 1913, conserva una sua barbara freschezza, e se si riesce ad ascoltarla dimenticando la traccia di un balletto per cui fu scritta (il
che non ci riesce facile), se ne assapora fino in fondo la rude potenza, l’ossessivo orgasmo ritmico e quel senso di disgelo, di commovimento delle oscure forze terrestri che il
canovaccio tentava di portare a intenti quasi illustrativi.
Stravinskij ha diretto in modo eccellente l’ “Oedipus” e con minore chiarezza la “Sagra”.
Il coro e l’orchestra di Amburgo sono stati all’altezza della situazione. Forse un po’ meno
i solisti: la signora Laszlo, i signori Robinson, Depraz, Oliver e Cuenod, ma è anche difficile giudicare cantanti impegnati in partiture come l’ “Oedipus” senza alcuna risorsa.
Inutile dire che il successo è stato vivo e che a Stravinskij sono andate le intense acclamazioni del pubblico.
8
n° 10 - Ottobre 2009
SYROS E LA CULTURA CICLADICA
Il Museo dell’isola greca ha solo cinque sale che però ben testimoniano
l’importanza di quel remoto passato
di Gerardo Pedicini
’isola di Syros ha un’area di 43 chilometri quadrati.
Dista dal Pireo 83 miglia nautiche. È situata tra le
isole Kythnos e Mykonos, al centro della base dell’arcipelago settentrionale delle Cicladi che si prolunga nel
mar Egeo fino a raggiungere il vertice dell’ideale triangolo
costituito dall’isola Santorini. Un lungo corridoio di mare
la separa dai due lati del triangolo dove si affacciano Paros,
Naxos e Ios a destra e Serifos, Sifnos, Sikinos, Folegandros
e Thirassia a sinistra. Per la sua posizione geografica, fin
dall’antichità Syros è stata un naturale snodo di comunicazione tra la Grecia continentale, la penisola microasiatica e
l’isola di Creta: un ponte tra Oriente e Occidente.
Morfologicamente l’isola si presenta montuosa a Nord e
pianeggiante a Sud, dove le vallate si alternano ai campi
coltivati. La zona costiera dell’isola è formata da insenature che si alternano a scoscese scogliere e da due grandi
baie: Ermoupolis ad est e Finikas ad ovest. Ermoupolis può
considerarsi ancora oggi il capoluogo di tutte le isole cicladi. Fu proprio nel territorio a monte di Ermoupolis, e precisamente nel villaggio di Kastri e di Kalandriani, che nel
1834 furono trovate le prime testimonianze della civiltà
cicladica che, l’anno dopo, nel 1835, furono raccolte nel
primo Museo Archeologico greco, ancor prima quindi che
fosse costruito nel 1866 su progetto dell’architetto Ludwig
Lange il Museo Archeologico Nazionale di Atene, dove,
dopo l’inaugurazione del 1889, hanno trovato nuova sistemazione molte opere provenienti dai Musei di Syros,
Naxos, Santorini, ecc. Attualmente il museo di Syros è
ospitato nella bella costruzione neoclassica, opera dell’architetto Ziller (1837-1923), sede del Municipio, che si
affaccia su piazza Miaoulis, poco distante dal bel teatro
municipale Apollo, replica in miniatura del più celebre
Teatro alla Scala di Milano. Sono appena cinque sale, più
un piccolo spazio adibito a ufficio. Eppure in queste poche
sale c’è, in nuce, tutto lo spirito della civiltà cicladica. Tre
L
i principali fattori che contribuirono allo sviluppo della
civiltà cicladica: la posizione geografica delle isole, le loro
caratteristiche climatiche e ambientali e la ricchezza delle
materie prime come l’ossidiana di Melos, lo smeriglio di
Naxos, il piombo e l’argento di Sifnos, il rame e lo stagno
di Kythnos e Serifos, oltre al cristallino marmo di Paros e
Naxos. I limiti imposti dall’ambiente naturale costrinsero
gli abitanti, fin dai tempi più remoti, a volgersi verso il
mare e a trasformarsi, con il passare del tempo, in esperti
navigatori, abili commercianti e intraprendenti protagonisti
degli scambi di materie prime, manufatti, conoscenze e
idee da un angolo all’altro dell’arcipelago. Tra i reperti più
rilevanti presenti nel museo segnaliamo una padella del
diametro 0,20 m., la cui superficie è ricoperta con spirali
incise e triangoli impressi, datata alla seconda metà del 3 °
millennio a. C.; una pisside alta 0,07 m., costituita da un
vaso con due doppie alette verticali tubolari e di un coperchio rotondo, la cui superficie è ricoperta di bianco ed è
decorata con triangoli neri, datata alla seconda metà del 3 °
millennio a. C.; una statuetta in marmo cicladico alta 0,35
m. che rappresenta una figura femminile appartenente al
Una pisside esposta a Syros
LA MACCHINA DELLE STORIE DI SCERBANENCO
A quarant’anni dalla morte ricordiamo il padre del noir italiano, nato a Kiev
nel 1911 da madre italiana e padre ucraino
di Duncan
i stupiva sempre di non essere come gli altri e sentiva
addosso la sensazione di dover dare delle spiegazioni.
Aveva voglia a italianizzarsi, a togliere quella k. Gli
chiedevano sempre se era russo e lui a spiegare che no, che il
papà era ucraino ma lui era italiano, si affannava, cercava di
far capire ma sembrava, in fondo, che agli altri non importasse molto.
Vladimir Giorgio Scerbanenko, il padre del genere noir italiano, nacque a Kiev, in Ucraina, nel 1911 da madre italiana e
padre ucraino. Ancora ragazzo, si trasferì in Italia, inizialmente a Roma e in seguito a Milano. Per guadagnarsi da vivere dovette abbandonare molto presto gli studi e adattarsi ai
lavori più disparati: fresatore, magazziniere e fattorino. In un
secondo momento iniziò a collaborare con periodici femminili, dapprima in qualità di correttore di bozze, poi come autore di racconti e romanzi rosa, arrivando a ricoprire importanti incarichi redazionali e direttivi in alcuni settimanali femminili come “Novella”, “Bella”, “Annabella”. Su quest’ultimo
tenne la famosa rubrica “La posta di Adrian”.
Il suo esordio nel mondo del giallo avvenne nel 1940, con il
poliziesco “Sei giorni di preavviso”, il primo di una serie che
fu nuovamente pubblicato in “Cinque casi per l’investigatore
Jelling”. Il protagonista è un archivista della polizia di
Boston, Arthur Jelling, per l’appunto. La fama nazionale e
internazionale, tuttavia, per Scerbanenco arrivò con la serie
che ha come protagonista Duca Lamberti, figura al centro di
quattro romanzi, tre dei quali portati sullo schermo rispettiva-
S
mente da Fernando di Leo, Duccio Tessari e Yves Boisset.
“Traditori di tutti” (1966), il secondo di questi romanzi dopo
“Venere privata”, nel 1968 vinse il Grand Prix de Littérature
Policière. Gli altri titoli di maggior successo sono “Al servizio di chi mi vuole”, “La ragazza dell’addio”, “Milano calibro
9”, “Dove il sole non sorge mai”, “I milanesi ammazzano al
sabato”, “Al mare con la ragazza”, “La sabbia non ricorda”,
“Le spie non devono amare”. Il padre del noir italiano dicevamo. Scerbanenco con la sua scrittura mise fine al processo
di americanizzazione che fino ad allora era stato necessario
nella letteratura gialla per dare una certa dignità agli autori
nostrani. Il suo ritmo incalzante, l’incredibile capacità di sintesi di molti racconti come pure la cura dei particolari, il saper
catturare l’attenzione del lettore dalla prima riga e di portarlo
fino al colpo di scena conclusivo, la descrizione di una umanità cinica per la quale il delitto non è l’eccezione, sono gli
elementi del suo stile inconfondibile al servizio di una inesauribile fantasia narrativa. Scerbanenco era una straordinaria
macchina per inventare storie, decine di storie, ogni giorno,
ogni settimana, ogni anno, che potevano prendere la forma di
un romanzo o restare condensate in poche pagine o addirittura in poche righe. Ne è l’esempio “Il centodelitti” che vide la
luce nel 1970 e che oggi, proprio quarant’anni dopo la morte
di Scerbanenco, viene ripubblicato da Garzanti. Una raffica
di microromanzi fulminanti che è quasi un’“enciclopedia” del
male. A comprendere meglio la figura di autore di Giorgio
Scerbanco ci aiuta la prefazione al libro scritta da Nunzia
Monanni, compagna dello scrittore, scomparsa a giugno di
quest’anno all’età di 75 anni. L’autrice scrive: “Mi piace
tipo ben noto steatopygic, con testa ovoidale obliqua e
inclinata all’indietro e un lungo collo cilindrico, rinvenuta
nella necropoli di Kalandriani, considerato un idoletto,
datato nella seconda metà del 3° millennio a. C. ; una coppa
a due anse dell’altezza 0.145 m., proveniente dalle fortificazioni dell’antico villaggio di Kastri, a imitazione di vasi
simili trovati nel nord-est del Mar Egeo, datato alla fine del
3° millennio a. C.; una statuetta egizia, alta 0,43 m. di granito nero, che raffigura il sacerdote Anchapis, risalente alla
22ma dinastia (circa 730 a. C.). Numerosi sono i reperti
della cultura ellenistica: una stele funeraria coronata con
palmetta e con scritta Timagene Dionysos, alta 0,88 m.,
larga 0,51 m., un torso di Poseidon, alto 0,41 m., la scultura di marmo di Paros che ritrae un giovane in atteggiamento pensoso di particolare interesse per fattura ed eleganza e
numerosi reperti di ceramica e di metallo provenienti dalla
necropoli della città antica di Syros, risalenti al 4° secolo d.
C. L’importanza della civiltà cicladica è testimoniata da
numerose ricerche. Per quanto riguarda la statuetta in
marmo, molteplici le interpretazioni degli archeologi,
antropologi, storici e storici dell’arte. Attraverso una minuziosa descrizione dei reperti, Giovanni Lilliu, studioso della
scultura paleosarda, d’accordo con Br. Malinovskj, J.
Frazer e Ch. Zervos (Naissance de civilisation en Grèce,
1962), rileva che le forme artistiche cicladiche sono simili
a quella della cultura nuragica. Quale la ragione di questa
somiglianza? Alla base, c’è l’identico significato religioso.
Di fatto, le statuette femminili non sono altro che la rappresentazione simbolica della Dea Madre, intesa come “tramite fra l’uomo e la divinità, fra ciò che è mortale e ciò che
rappresenta l’immortalità”; testimonianza di una energia
primordiale che regola l’alterna vicenda della vita e della
morte.
Dagli studiosi, le statuette vengono suddivise in due categorie principali: il tipo schematico “a violino” e il tipo
naturalistico “canonical” a braccia conserte). Nell’attenta
analisi delle forme della cultura cicladica Ch. Zervos (studioso di Picasso, a cui ha dedicato più di 20 volumi) ha
riscontrato che, per alcuni grandi artisti del XX secolo
come Moore, Picasso, Brancusi, Modigliani, Hepworth ed
altri, la cultura cicladica è stata una costante “fonte di ispirazione” per ritornare, con rinnovata energia creativa, a
esprimere attraverso essenzialità e stringatezza di forme
emotività ed aspirazioni della nostra epoca. Che l’abbiano
fatto rifacendosi al passato cicladico non è un caso: testimonia l’importanza che il remoto passato della cultura
delle isole greche ancora suscita sul nostro animo.
ricordare come Giorgio scriveva quei brevissimi racconti.
Erano nati nel 1963 come ‘Il Quattronovelle’ per una rivista.
I quattro racconti dovevano stare tutti in una pagina e avevano un tema diverso ogni settimana: la guerra, gli innamorati, le grandi città, avere sedici anni, vittoria!, i piccoli paesi, i
sogni, le infermiere, a che servono i soldi, la moglie in vacanza. Li scriveva in un’oretta dopo cena. E’ andata avanti così
per oltre due anni. I colleghi gli dicevano: ma perché sprechi
delle idee così belle per dei racconti così brevi? Lui rispondeva: faccio fatica a scrivere solo quattro racconti su un
tema, perché me ne vengono in mente dieci, venti, trenta e
devo eliminarli. Era questo Giorgio Scerbanenco, lo scrittore
che amiamo ancora oggi. Così vicino a noi per la sua passione di scrivere tutto se stesso, ogni volta, in ogni personaggio: tutti diversi eppure tutti così umani, dal più abietto al più
tenero, dal più meschino al più generoso. Comunque, una
parte viva di lui. E se i delitti ci sono, non sempre sono armi,
pistole, mitra, bombe, coltellate alla gola. Sono anche parole, silenzi, situazioni così forti e tragiche da morire, come
delitti, centodelitti”.
Una famosa immagine di Giorgio Scerbanenco
^ ^
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n° 10 - Ottobre 2009
VERSO EST. LA STRADA MAESTRA DI UCRAINA E GEORGIA
Le aperture di Putin all’occidente spesso sono mal comprese o sottovalutate. UE e USA devono capire che occorre
mettere fine a una politica fatta di tentativi maldestri che creano tensioni nel vecchio continente
i è riunita a Pechino La SCO - Shanghai
Cooperation Organization. Della SCO fanno parte
Cina, Russia, Kazakstan, Kyrgyzestan, Uzbekistan
e Tagikistan. Ai lavori del vertice ha partecipato il premier russo Vladimir Putin. Dopo la riunione dei Capi di
governo dell’Organizzazione, il Premier Putin ha tenuto
una conferenza stampa durante la quale ha parlato degli
effetti della crisi finanziaria globale. Un’Europa poco
attenta trascura i rapporti con la Federazione Russa e la
spinge sempre di più vero l’Asia, almeno per quanto
riguarda la Difesa e le Fonti Energetiche.
L’Importanza dell’Organizzazione di Shanghai è stata a
lungo sottovalutata. Oggi possiamo affermare che non è
solo mercato ma anche altro e il peso geopolitico di questa organizzazione è destinato ad aumentare. Putin guida
con attenzione la Federazione Russa in questa direzione
ma con occhio attento all’Europa e all’America. Le aperture del Premier della Federazione Russa verso occidente sono state tante, a volte sottovalutate o non comprese
bene. Obama lascia ben sperare e quando tiene il suo
Vice, Biden, lontano dalla politica internazionale, i rapporti con la Russia di sicuro migliorano. Biden farebbe
bene a stare lontano dai paesi europei e in particolare da
quelli della disciolta Unione Sovietica e ancor più del
disciolto patto di Varsavia. Non serve alla politica estera
americana un Biden bella copia di Bush.
Seminare zizzania in Europa non paga e non è giusto
S
illudere ancora paesi che sbagliano come la Polonia che
si allontana sempre più dalla propria matrice slava. Chi
dice che la Polonia si sente minacciata dalla Federazione
Russa, e che per questo voleva missili e radar, dice una
grande e tragica sciocchezza. La Polonia sa bene che la
Russia non costituisce una minaccia ma una risorsa
anche sul piano della Difesa. I motivi sono ben altri. La
Polonia, nobile Paese pieno di storia e di sofferenza,
deve ritrovare la sua strada maestra. Bush non c’è più
nello scenario geopolitico e nemmeno S.S. Giovanni
Paolo II. Ora è venuto il momento di fare i conti con la
storia e lasciare ad altri il maldestro tentativo di coinvolgere Ucraina e Georgia in un gioco politico e militare
molto pericoloso. Le elezioni in Ucraina faranno giustizia di posizioni sbagliate e vedremo cosa verrà fuori
dalle urne dopo l’ubriacatura arancione. Ancora il popolo ucraino conta i danni prodotti da questa politica stimolata dall’estero.
A tutti gli uomini di buona volontà sta a cuore l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina e questa va
salvaguardata con tutti gli sforzi. Non guarda in questa
direzione chi, durante la guerra in Ossezia del Sud, ipotizzava di impedire il rientro della Flotta Russa a
Sebastopoli. Posizioni folli!
Mancano pochi mesi e la parola ritornerà al popolo, questa volta senza gli squallidi condizionamenti di oratori
della domenica che si avvicendavano in Piazza
Indipendenza per ingannare il popolo ucraino. Walesa
questa volta farà bene a restarsene a Varsavia.
LA RUSSIA POSTSOVIETICA OGGI
La professoressa Tatjana Alent’eva ha tenuto un seminario presso l’Associazione
Massimo Gorki sul clima politico in cui è maturato il crollo dell’URSS
uale corrispondenza c’è tra la storia dell’URSS
così come la conosciamo e la verità dei fatti? Quale
ruolo hanno avuto i media? A questo argomento è
stata dedicata la relazione della professoressa Tatjana
Viktorovna Alent’eva, Docente di Storia dell’Europa
Orientale presso l’Università Statale Pedagogica di
Kursk, ospite la sera del 12 ottobre scorso
dell’Associazione Massimo Gorki.
In particolare, la Alent’eva ha posto l’attenzione sul ruolo
che ha avuto l’immagine negativa dell’Unione Sovietica al
momento del crollo del sistema per opera di Gorbacev. Il
seminario organizzato dall’Associazione Gorki, in collaborazione con l’Osservatorio Sul Sistema PoliticoCostituzionale della Federazione Russa, aveva come titolo “La Russia post-sovietica nell’attuale contesto internazionale”.
E’ Luigi Marino ad accogliere e ringraziare la professoressa Alent’eva in una breve introduzione ricordando come
il Gorki in tempi recenti si sia già occupato di tematiche
vicine a quelle prese in esame dalla docente russa con altri
convegni dedicati come a esempio la presentazione del
volume “Il fallimento di Gorbacev”.
Tatiana Alent’eva ha conquistato subito l’attenzione dei
presenti quando ha affermato di non sapere come rivolgersi al pubblico perché “per una vita intera, vissuta in URSS,
siamo stati abituati a usare un termine brillante come ‘tovarisc’ mentre è solo da pochi anni che siamo signore e
signori. Ringrazio tutti quelli che sono intervenuti qui per
l’interesse mostrato”.
Ha poi parlato del suo soggiorno a Napoli: “Mi è piaciuta
:
Q
molto la città - ha detto - perché è un luogo ricco di storia
e cultura con le sue bellissime chiese e i suoi monumenti”.
Autrice di un libro sulla storia americana con l’esperienza
dei viaggi negli USA, la docente ha spiegato come la manipolazione dell’opinione pubblica per mezzo dei media sia
servita, per esempio a creare le tensioni che portarono alla
guerra tra Nord e Sud negli USA. “Ci furono motivi politici dietro quelle tensioni - ha spiegato - e fu importante creare un’opinione unica”.
“Questo tipo di manipolazione - ha detto ancora - c’è stata
anche in Russia e capisco che sembri strano che ciò sia
successo in una nazione fatta di persone intelligenti”.
E’ passata poi a esaminare il periodo del crollo del sistema
dell’Unione Sovietica. “Il crollo di quella società - ha affer-
Luigi Marino e Tatiana Alent’eva , al centro, al Gorki
La stretta di mano tra Hu Jintao e Vladimir Putin.
In alto, una cartina della Crimea
mato - è arrivato all’improvviso e la gente si è trovata
impreparata. Ma il percorso anti sovietico di Gorbacev è
passato per forza di cose attraverso la manipolazione dell’opinione pubblica. Chi opera queste manipolazioni non
svela certo i suoi scopi. Così, però, c’è il rischio che si disperda la memoria della propria storia. Ed è una perdita
grave”.
“In URSS - ha proseguito - aveva molta importanza lo stato
sociale, c’era una politica sociale forte che garantiva il
futuro a tutti. Chiunque poteva realizzare le proprie aspirazioni, l’importante era impegnarsi e lavorare e lo Stato
veniva incontro. Non voglio offendere quei colleghi che
parlano della mancanza di alcune libertà, dico solo che noi
cittadini russi conosciamo bene la nostra storia. Vedo il
periodo dell’URSS come modello di sviluppo. Negli Stati
Uniti ho visto persone senza casa, costrette per strada.
Anche se c’era un deficit di prodotti, in URSS esisteva la
cultura del pensare prima al bene comune, poi a quello
individuale”. E ancora, sulla storia dell’URSS: “Anche su
Stalin si è preferito portare avanti l’immagine peggiore,
senza una seria riflessione sugli aspetti positivi e negativi
della sua politica. le cifre dei deportati nei gulag sono state
riportate in maniera amplificata. Molte persone non erano
realmente detenute, ma tenute sotto controllo. Inoltre si è
creato un fattore di inganno sul concetto di proprietà pubblica”.
Quindi la Alent’eva ha parlato dei fatti del 1993 che videro
protagonista Boris Eltsin affermando che: “E’ stato creato
il mito di Eltsin che lotta per la libertà del popolo. Tutti
conoscono la famosa immagine che lo riprende sul carrarmato. Ma ci sono fonti che dicono che se avesse fallito la
sua rivoluzione, gli USA gli avrebbero garantito asilo.
I carrarmati spararono sulle case mentre si era detto che la
popolazione non sarebbe stata in pericolo. E non è stata
mai detta la verità al popolo sull’episodio della morte di un
prete avvenuta durante quei giorni”. Infine, ha posto lo
sguardo ai giorni nostri. “Nessuno capisce il senso - ha
detto - della festa di indipendenza. Ci fu detto che con la
perdita di alcune repubbliche ci sarebbero stati dei miglioramenti, ma così non è stato. L’unico risultato è che oggi
molti russi vivono all’estero”.
:
di Carmine Zaccaria
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n° 10 - Ottobre 2009
LA STORIA NEI DESTINI UMANI
Si celebrano i cent’anni dalla nascita della contessa Daria Borghese-Olsuf’eva, un’italiana
dall’animo russo che indagò sul periodo romano di Gogol’
di Alexandre Urussov
’è una Grande Storia fatta di grandi eventi: rivoluzioni, dittature, guerre sanguinarie, massacri, campi di concentramento, genocidi e deportazioni; e ci sono una miriade di
piccole storie fatte di singoli destini umani. Ma proprio con questi
ultimi è cucita la stoffa dei grandi eventi della Storia. Gli storici, nei
loro tomi, hanno raccontato con grande dovizia di particolari vita e
miracoli dei protagonisti di tali eventi, mentre i destini degli uomini comuni vengono trattati esclusivamente come “sfondo statistico”. Lenin, Trotskij, Stalin, Denikin, Kolcak, sono gli eroi della
guerra civile russa, invece i milioni di vittime della Rivoluzione (uccisi, torturati, esiliati, deportati) sono solo numeri.
Esistono però, destini, quasi sbiaditi dal tempo, che in un modo o
nell’altro, legano fra di loro grandi eventi e storie “marginali”. E’
questo, a nostro parere, il caso della vita della contessa Daria (19091963).
Daria nasce a Mosca, figlia dei conti Olsuf’ev Vasilij e Olga, in una
famiglia ricca e numerosa con gloriose radici storiche in Russia.
Daria cresce con suo fratello e le sue tre sorelle in una villa al centro della città (dove più tardi, in epoca sovietica, si sarebbe insediata l’Unione degli scrittori) in un ambiente acculturato e poliglotta:
la madre preferiva leggere e scrivere in francese, la balia lituana,
Keta, parlava tedesco e il precettore insegnava ai bambini l’inglese.
La famiglia possedeva inoltre una villa a Firenze, dove la madre
aveva partorito la sorella di Daria, Maria, che diventò poi una celebre traduttrice di romanzi russi in italiano.
Il conte Vasilij Olsuf’ev, colonnello dell’armata imperiale in congedo, all’inizio della prima guerra mondiale, parte volontario per il
fronte. Allo scoppio della Rivoluzione russa (1917) si trova con la
sua famiglia in Caucaso ed entra a far parte dell’Armata Bianca, e
dopo la sconfitta la famiglia riesce fortunatamente a raggiungere il
porto di Taranto su una nave inglese. Daria finisce a Firenze il liceo
e si iscrive all’Accademia delle Belle Arti e nel frattempo segue
C
corsi per infermiera. Le quattro sorelle Olsuf’ev sono carine e beneducate e ben presto diventano oggetto di attenzioni di molti pretendenti e Daria sposa il principe Junio Valerio Borghese, rampollo di
una famosa dinastia fiorentina, e insieme avranno quattro bambini.
All’inizio della guerra in Etiopia, la principessa va in Africa come
crocerossina, mentre il marito partecipa alla guerra civile spagnola.
Il 1941 è segnato da un’autentica tragedia per Daria (come per tutta
la sua famiglia) poiché le sue due patrie, la Russia e l’Italia, entrano
in guerra l’una contro l’altra e perchè al fronte muore il fratello
^
Daria Borghese Olsuf’eva in un ritratto dipinto
dalla sorella Aleksandra
Alessio, chiamato alle armi come cittadino italiano. Alla Seconda
guerra mondiale partecipa anche il marito di Daria, che in qualità di
ufficiale della Marina militare, affonda molte navi degli Alleati. Il
soprannome “Principe Nero” ben si addice alla figura molto controversa del principe Junio Valerio Borghese, e fondatore della X
flottiglia MAS, che viene processato e incarcerato nel 1947 per collaborazionismo con i tedeschi, e fino alla sua morte, avvenuta in circostanze sospette nel 1974 in Spagna, rimane un convinto fascista,
nazionalista e anticomunista.
Non possiamo sapere se la moglie condividesse le convinzioni politiche del marito, ma sappiamo che nel secondo dopoguerra Daria si
dedica alla Letteratura, alla Storia e all’Arte, discipline per le quali
mostra un notevole talento. Nel giro di diversi anni realizza delle
pregevoli vedute di Roma e fa delle importanti ricerche sulla storia
della città. Pubblica questi eleganti studi illustrati in un giornale della
capitale, e li ripresenta nel 1954 nel libro “Vecchia Roma” (Il libro
in russo è uscito recentemente a Mosca a cura di Michail Talalay).
L’anima italo-russa della Borghese-Olsuf’eva trova espressione
nell’opera “Gogol’ a Roma” (Firenze, Sansoni 1957). Prima delle
rigorose indagini degli studiosi contemporanei, ella dimostra come
fu composto a Roma uno dei maggiori romanzi della letteratura
russa, “Le anime morte”. Inoltre, identifica le dimore di Gogol’
sulle rive del Tevere e presenta la scrupolosa ricostruzione dell’itinerario romano dello scrittore. È noto che in alcuni punti dell’opera
di Gogol’ ci siano richiami all’Italia, e in primo luogo alla Città
Eterna. Gogol’ si riferisce all’Italia come al «suo paesaggio dell’anima», e che Roma «è di una versta più vicina a Dio». E ancora:
«nella Città Eterna anche la miseria ha un aspetto luminoso e sereno». «Essa è mia - egli scrisse dell’Italia - nessuno al mondo me la
strapperà»...
La Borghese raccoglie queste e molte altre attestazioni, presenti
nelle lettere gogoliane agli amici e negli appunti dei loro diari, le traduce in italiano e le assembla con cura in una attenta composizione
scientifica. Tommaso Landolfi, tra i primi a interessarsi all’opera
della Borghese, scrive: «il libro è generosamente rimpolpato di
sostanza umana, anche aneddotica, sì da presentarci un Gogol’
vivo, benché circoscritto nel tempo e nello spazio, e da costituire (a
inesprimibile soddisfazione del recensore) lettura oltremodo piacevole”. Si potrebbe pensare che, inseguendo le tracce di Gogol’ a
Roma, l’autrice stessa abbia trovato conferma del suo destino romano. Forse la valente ricercatrice avrebbe scritto molti altri libri, ma
le cose andarono diversamente. Il 4 febbraio 1963 Daria Borghese
muore in un assurdo incidente stradale; aveva solo 54 anni. Da
parecchi anni, in Italia viene assegnato il Premio Daria Borghese al
miglior libro straniero sulla storia romana.
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luglio di quest’anno. Era molto amato dai giovani per il suo linguaggio
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a. ur.
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confino a Magadan, riuscì a ricongiungersi con il figlio.
Dopo molti anni, nel 1974, Aksenov ha descritto nel
romanzo “Ustione”, la sua giovinezza a Magadan nella
regione di Kolyma nell’estremo nordest della Siberia, uno
tra i luoghi più inospitali della Russia. Anche la madre,
Evgenia Ginzburg, ha scritto un libro di memorie sulla prigionia nel lager,”Viaggio nella vertigine”, una raccapricciante testimonianza del Gulag visto da una donna.
Dopo la morte di Stalin e la “riabilitazione” dei genitori, il
giovane Aksenov si laurea alla facoltà di medicina a
Leningrado, lavora per un po’ come medico al porto marittimo di questa città, ma già allora pensa di dedicare la propria vita esclusivamente alla letteratura. I suoi primi romanzi hanno uno strepitoso successo sopratutto tra i lettori giovani, perché sono proprio loro, i giovani, i protagonisti di
queste opere; parlano come gli eroi di Aksenov, vivono
esattamente come lui descrive. Ai vecchi burocrati dell’ideologia le opere di Aksenov non sono mai piaciute, anche
se, a dire il vero, egli per molto tempo non ha toccato temi
“politicamente sensibili”, ma il suo dissenso irrompe piano
piano nella forma letteraria. Lo scrittore comincia sempre
più spesso a ricorrere al grottesco, all’humour un po’ surreale e a proporre fantasmagorie di vario tipo, ignorando i
dogmi del realismo socialista.
E allora le sue opere, non solo in prosa ma anche come
pièce teatrali, sceneggiature per il cinema, vedono la luce e
arrivano ai lettori e agli spettatori con sempre maggiore difficoltà. Aksenov perde la pazienza e accetta la sfida del
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Quest’estate, all’età di 76 anni, è morto lo scrittore russo
Vasilij Pavlovic Aksenov (Vasily Aksionov secondo altre
traslitterazioni). Dopo l’ictus che l’aveva colpito l’anno
scorso, mentre guidava la sua macchina a Mosca, Aksenov
ha trascorso quasi un anno in coma e poi è deceduto. Si
potrebbe anche dire che a questa venerabile età succede, ma
non per Aksenov! Perché lui, anche all’età di 75 anni, era e
continuava a essere giovane, gioviale, creativo, pieno di
entusiasmo e di inventiva. Fino all’ultimo, scriveva libri;
nel 2008 ha presentato il suo ultimo romanzo “Le terre
rare” e ha pubblicato una raccolta di poesie. In un’intervista raccontava di aver incominciato a scrivere un romanzo
autobiografico che purtroppo non leggeremo mai. Di
romanzi piccoli e grandi (uno, il “Dolce stil novo” contiene
555 pagine), Aksenov ne ha scritti una ventina, ma in Italia
ne sono stati pubblicati solo tre o quattro, a cominciare da
“Il Biglietto stellare”, uscito in URSS all’inizio degli anni
sessanta, all’epoca del disgelo post-staliniano. Nel 2009 è
stato pubblicato da Baldini Castoldi Dalai il suo penultimo
romanzo “I piani alti di Mosca” e forse grazie a questo fatto
Aksenov è stato ricordato con poche righe su alcuni quotidiani italiani.
Nel 1937, quando Vasilij non aveva compiuto ancora cinque anni, i suoi genitori furono arrestati e condannati a 10
anni di lager per presunta attività antisovietica: era il culmine del terrore staliniano. I figli dei “nemici del popolo”
finivano all’orfanotrofio. Nel 1948, sua madre Evgenia
Ginzburg, una volta uscita dal lager e costretta a vivere al
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Il grande scrittore russo Aksenov, purtroppo poco conosciuto in Italia, è morto a Mosca il 6
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ADDIO, VASILIJ PAVLOVIC
potere inviando all’estero il romanzo “Ustione” e organizzando un almanacco letterario libero dalla censura,
Metropol’.
Per qualche tempo il regime medita su una punizione, ma
non se la sente di infliggere misure troppo repressive a uno
scrittore molto amato in Russia. Gli viene dunque concesso
di recarsi negli USA per un ciclo di lezioni universitarie e
subito dopo viene privato della cittadinanza sovietica. Solo
alla vigilia del crollo definitivo dell’URSS viene ridata allo
scrittore la possibilità di tornare in patria e di pubblicare
liberamente là i suoi libri.
In un’intervista Aksenov ha dichiarato: “Sono un conservatore con delle idee liberali oppure un liberale con delle idee
conservatrici ... Ma rinnego subito la mia patria se lì si
comincia a rierigere monumenti a Stalin”. Nel 2007 ha
detto di Dmitrij Medvedev, il nuovo Presidente: “E’ intelligente. Ha una mente precisa. Afferra subito il fulcro dei
problemi e, in un attimo, fornisce una risposta interessante”. Addio, Vasilij Pavlovic.
Vasilij Aksenov
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n° 10 - Ottobre 2009
NEGLI OCCHI DI VITTORIO
Tanta gente alla Feltrinelli di Napoli dove Giovanna Mezzogiorno ha presentato
“Negli occhi”, documentario sulla vita del padre Vittorio scomparso nel 1994
di Paolo Montefusco
ezz’ora prima dell’inizio, lo spazio eventi della
Feltrinelli di Napoli è già pieno di pubblico in attesa.
Affollati i corridoi ai lati della sala e pure il pavimento,
nello spazio davanti alle file di sedie, è occupato da chi vuole fotografare, prendere appunti o semplicemente ascoltare.
Quando partono le prime clip del documentario c’è grande attenzione, mentre sullo schermo passano i volti di Michele Placido,
Giuliano Montaldo, Gianni Minà. Passano le strade di Napoli,
scure, notturne, (“l’abbiamo voluta così, un po’ come la vedeva
Vittorio”) e passa la maschera più attesa e più amata, quella, naturalmente, di Vittorio Mezzogiorno, quella di chi insieme alla
figlia Giovanna, è riuscito a far sedere la gente sul pavimento di
una libreria per non perdere un’occasione di saluto.
Si attende giusto un po’, poi arriva lei e la platea scoppia in un
applauso fragoroso. La gente vuole ascoltare il racconto e lei ha
voglia di parlare, spigliata ma allo stesso tempo sorpresa e forse
“travolta” da tanta attenzione.
“Negli occhi” è un documentario prodotto in maniera assolutamente indipendente dalla Vega’s Project (e distribuito da
01Distribution - Home Video) e da Giovanna Mezzogiorno.
In concorso, nella sezione Controcampo Italiano, alla 66ma
Mostra del Cinema di Venezia, “Negli occhi” è un viaggio nella
vita e nella carriera di Vittorio Mezzogiorno, scomparso prematuramente nel 1994 all’età di 52 anni. Un racconto vissuto attraverso la voce narrante di Giovanna e con le testimonianze dei tanti che
lo hanno conosciuto: da Francesco Rosi a Mario Martone, da Peter
Brook (che lo volle per il “Mahabharata”) a Marco Tullio
Giordana, oltre ai già citati Minà, Placido, Montaldo e a tanti altri.
Le riprese sono state effettuate prevalentemente a Napoli, Parigi e
Roma. La regia è di Daniele Anzellotti e Francesco Del Grosso,
le musiche originali di Pino Daniele.
Giovanna Mezzogiorno spiega subito che il documentario è stato
fatto “con gradissima fatica perchè prodotto da me e da una piccola società. Un lavoro lungo. E’ stato facile raccogliere intervi-
M
ste di chi aveva tanto da raccontare su mio padre, difficile è stato
mettere insieme tutte queste ore di materiale per farne il racconto
di una vita”. “Vittorio Mezzogiorno - ha proseguito - è partito da
una piccola realtà come Cercola per diventare uno degli attori italiani che maggiormente ha lavorato con registi internazionali”.
Sui motivi che l’hanno spinta a realizzare “Negli Occhi”, l’attrice
ha spiegato: “Non l’ho fatto per risolvere cose lasciate in sospeso
con mio padre, anche se non ho risolto ancora tutto, il mio intento è stato solo quello di raccontare delle cose di lui, su chi ha fatto
della sua carriera e del suo sogno professionale una missione”.
Molte le testimonianze, cosa l’ha colpita di più? “Mi ha colpito,
parlando con tutti, il fatto che si sentisse forte questa mancanza.
Non mi ero resa conto di quanto fosse amato mio padre, di come
abbia marcato la vita di tante persone. L’impressione è stata di
trovarmi di fronte a chi, non potendo parlare con lui, desiderava
parlare di lui. Questo dimostra che è importante - ha detto ancora
- ciò che riusciamo a far crescere negli altri, al di là di ciò che realizziamo, dei premi e tutto il resto”. Che rapporto aveva suo padre
con Napoli? “Un rapporto mostruoso, fortissimo e anche doloroso. Per questo nel documentario la città appare scura, notturna.
Come la vedeva lui. ‘Negli occhi’ non è, in ogni caso, un documentario triste, anche se parla di una persona che non c’è più”.
Il noto critico teatrale Giulio Baffi, che ha conosciuto Vittorio
Mezzogiorno, intervenuto alla serata ha spiegato: “Quelle poche
volte che ci incontravamo era sempre una gran festa perchè ci raccontavamo cose che col tempo avevamo capito”. “Vittorio - ha
detto - è stato uno capace di battere territori diversi, colti e meno
colti, con assoluto rigore culturale e professionale”.
Al momento delle domande era evidente la voglia del pubblico di
manifestare il proprio affetto per qualcuno mai dimenticato
(“Giovanna, posso darti del tu? Tuo padre prima di essere un
grande attore, era un grande uomo”). Oltre a quanto visto nel
documentario non c’erano immagini di grandi dimensioni a fare
da sfondo, lo sguardo magnetico di Vittorio Mezzogiorno non
campeggiava nella sala. Ma la sua è stata una presenza, non un’assenza. Ed è stato come se la gente fosse lì per vederlo entrare.
UN PREMIO ALLA NAPOLI MIGLIORE
Ottima quarta edizione del Premio Masaniello con una serata conclusiva ricca di
eccellenze partenopee e con gran protagonista il cantante Sal Da Vinci
iunto alla quarta edizione con un costante percorso di
crescita di prestigio, il Premio Masaniello - Napoletani
Protagonisti ha ricosso successo anche quest’anno
capace, come si è mostrato, di celebrare simboli e persone che
portano in alto il nome di Napoli.
La manifestazione, ideata da Luigi Rispoli e Umberto Franzese
con “l’idea di valorizzare il patrimonio culturale napoletano e
mettere in luce il quartiere del Mercato, cuore storico di Napoli.
Attraverso i riconoscimenti ai partenopei che si sono distinti
puntiamo a segnalare gli esempi positivi utilizzandoli quale leva
per riscoprire l’orgoglio di essere napoletani”, ha avuto anche
quest’anno come cornice della serata conclusiva la Piazza e la
Basilica del Carmine Maggiore, che fu teatro della storica rivoluzione del pescivendolo Tommaso Aniello d’Amalfi, che nel
1647 sfidò la nobiltà spagnola che dominava in città. Una piazza
colma di entusiasmo quella del 26 settembre scorso, un pubblico
che ha affollato balconi, transenne e platea per assistere alla kermesse ottimamente condotta da Lorenza Licenziati.
Sul palco si sono via via avvicendate tante presenze significative
tra cui il Presidente della Provincia Luigi Cesaro, gli ideatori dell’evento Umberto Franzese e Luigi Rispoli, il Presidente della
Commissione Cultura della Provincia di Napoli Serena Albano,
Luciano Schifone, Marcello Taglialatela, il vicepresidente del
Consiglio regionale Salvatore Ronghi, il Presidente dell’Ordine
dei Giornalisti della Campania Ottavio Lucarelli, il coordinatore regionale del Pdl Nicola Cosentino, per conferire i riconosci-
G
menti ai prescelti votati dalla giuria presieduta da Valeria
Iacobacci e composta da Adriano Aveta, Antonello Gallo,
Fortunato Rossi, Marina Imperato, Mariù Iacobitti, Carla
Giordano.
Particolare il riconoscimento assegnato al professor Claudio
Vitale, primario nel reparto di Neurochirurgia dell’ospedale
Cardarelli, che riceve anche la medaglia d’argento del Presidente
della Repubblica, perché nonostante un attacco cardiaco ha felicemente portato a termine un intervento chirurgico su un ammalato di tumore al cervello. Di seguito sono stati premiati: per la
poesia napoletana Salvatore Cangiani, per la parlata napolitana
Nicola De Blasi, per la canzone napoletana Mirna Doris, per il
giornalismo il direttore del “Roma” Antonio Sasso, per impresa
e progettualità Giovanni Lettieri, per l’imprenditoria Dolores
Cuomo, per le belle arti Riccardo Dalisi, per l’artigianato
Tiziana Grassi, per il teatro Tullio del Matto, per le scienze dell’educazione Franco Lista, per La storia proibita Marina
Salvadore, per la cultura napoletana Domenico Scarfoglio, nonchè Maurizio Ponticello con una menzione speciale fuori concorso. Tutti, per gli organizzatori del Premio, sono “simboli positivi della città di Napoli e rappresentano i migliori esempi di
Napoletani Protagonisti”.
La serata è culminata con il concerto di Sal Da Vinci davanti a
2000 persone che lo hanno accolto come un vero beniamino. Il
cantante è stato insignito di un riconoscimento speciale per la
napoletanità prima di dare l’avvio all’attesissimo concerto che ha
Giovanna Mezzogiorno alla Feltrinelli. In alto,
giovanissima, col padre Vittorio
messo d’accordo sin dall’inizio fans di tutte le età. Una festa di
urla e applausi per l’artista partenopeo che con grinta ha dispiegato il suo repertorio fatto di pezzi moderni, brani in lingua partenopea, testi della tradizione colta e popolare della grande canzone napoletana, successi di Sanremo e di celebrati lavori teatrali.
Finale tutto dedicato a Napoli con un video di bellezze paesaggistiche napoletane e personaggi cari al popolo: Totò, De Filippo,
De Sica, Sofia Loren, Troisi, Murolo, Peppino di Capri, Nino
Taranto. Non mancano le immagini dell’infanzia e dell’adolescenza di Da Vinci che portano alla conclusione l’evento salutato dai sempre suggestivi fuochi d’artificio.
Sal Da Vinci. protagonista al Premio Masaniello
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ERRI DE LUCA VENT’ANNI DOPO
Feltrinelli riedita il romanzo d’esordio del 1989 dell’autore napoletano arricchito da
un’ introduzione dello scrittore sul cammino editoriale del testo
di Raimondo Di Maio
l tempo è il giudice inflessibile di un testo letterario, la
durata è l’unica prova certa che ne decide la validità. Mai,
prima d’oggi, il tempo ha consegnato intere biblioteche
all’oblio.
I libri letti, o riletti a distanza di anni, che continuano a “parlarci”, resistendo al tempo trascorso dalla loro pubblicazione,
sono veramente pochi.
“Non ora, non qui”, il ‘fantastico’ romanzo d’esordio di Erri
De Luca, ha certamente superato la sfida del tempo e oggi
viene proposto “vent’anni dopo” dall’editore Feltrinelli, che lo
riedita aggiungendo al testo originale del 1989 un’introduzione
dell’autore nella quale viene raccontata la storia editoriale del
romanzo.
“Non ora, non qui” è solo uno dei tanti altri libri di De Luca
che col passare del tempo hanno guadagnato un numero sempre maggiore di lettori. L’impressione è che, una volta letto un
libro di De Luca, i lettori sentano il bisogno di non interrompere il rapporto stabilito con l’autore e di alimentarlo, di tenerlo vivo attraverso gli altri libri, fenomeno che raramente si
registra nel nostro sistema letterario.
“Non ora non qui” è «il racconto di una voce interiore», come
scrive l’autore nella bella nota che adesso accompagna il volume, aggiungendo che si tratta di «una lunga lettera a mia
I
madre». In un testo successivo l’autore aveva scritto che si trattava del romanzo di «un figlio segregato nel corpo e nei pensieri».
L’io narrante si situa in un luogo di osservazione mobile, racconta storie dell’infanzia, una dopo l’altra, una nell’altra, che
ricostruisce osservando fotografie: «Finché ebbe luce negli
occhi, mio padre fece fotografie», è infatti l’incipit del romanzo. Un ragazzo balbuziente che sembra annunciare il problematico diventare adulti in una città dove ancora si avverte la
miseria seguita alla Seconda guerra mondiale. Sono qui anticipati i temi preferiti dall’autore: la scuola, il mare, gli Alleati, la
città, temi sui quali, nei vent’anni che sono nel frattempo trascorsi, De Luca è tornato a scrivere in un laborioso approfondimento. Parte anche da qui l’analisi di certi luoghi comuni,
che vengono rivisitati con la forza di un nuovo significato grazie a una scrittura che trova la sua forza nel saper consegnare a
noi lettori le proprie nuove metafore.
“Non ora non qui” contiene quello stile capace nel giro di una
sola frase di dar fondo a complesse vicende e sentimenti.
Una scrittura asciutta, che sembra procedere per cancellature,
che limita la descrizione a pochi scarni elementi essenziali. Ed
è soprattutto l’uso della lingua, che riesce a far riaffiorare significati della parola unici, che allora come oggi fanno di Erri De
Luca una delle voci più originali del panorama letterario italiano.
UN FELICE AGOSTO IN CITTA’
Le suggestioni della città vuota, e finalmente vivibile, trovano il loro miglior
compimento nel “racconto” di Giovanna Castellano
di Giovanna Castellano
ra la fine di luglio e i primi giorni di agosto, uno
dopo l’altro, amici e parenti in partenza per le
rispettive vacanze, mi hanno telefonato per salutarmi e augurarmi buona permanenza in città. In loro
c’era un affettuoso sarcasmo, una benevola ironia per
me che rimanevo in città per lavoro, senza una spiaggia
su cui stendermi al sole, in auto alla ricerca di qualche
distributore aperto, con una meta ben definita che era
quella del luogo di lavoro.
In me c’era un affettuoso sarcasmo, una benevola ironia
per loro che si tuffavano su spiagge affollate, in chilometri di traffico, verso orizzonti (per definizione irraggiungibili) che, nelle loro intenzioni, li avrebbe ritemprati da un anno di fatiche.
Agosto in città è una cosa bellissima: ogni giorno sempre meno auto, ogni giorno sempre meno gente, ogni
giorno sempre meno stress da accumulare; e mentre i
supermarket dei luoghi di vacanze sono affollati ed
esosi, quelli aperti in città sono semideserti e pieni di
prodotti in offerta; e mentre in vacanza si vaga alla
ricerca di un parcheggio, in città si arriva e si ferma
l’auto dove è più comodo. Finalmente un periodo (ahimé, breve!), di pace con se stessi.
In piena notte, non per insonnia ma per scelta, spesso
sono uscita sul balcone e ho sentito il caldo accarezzarmi la pelle, con uno sguardo rivolto verso il cielo e ho
scoperto che, nonostante l’alto livello di inquinamento
atmosferico, le stelle che si possono vedere sono ancora
T
tante.
Il silenzio di una notte d’agosto in città, specialmente in
una città come Napoli, ti fa, forse più che riscoprire,
finalmente comprendere al meglio i grandi poeti della
nostra gloriosa tradizione.
Ti concentri qualche attimo, tieni un po’ gli occhi chiusi e ti sembra di sentire quel pianoforte che Salvatore Di
Giacomo immaginava di sentire di notte suonare un
motivo antico. Se poi, come è successo a me, ti capita di
fare un giro ai Quartieri Spagnoli, puoi avere la sensazione, accompagnata da una struggente malinconia, di
vedere il mondo di Raffaele Viviani e le sue donne
amare e vitali al tempo stesso. E il sole caldissimo, il
mare calmo e azzurro, l’aria che a volte è mossa da un
leggero vento che ti sfiora il viso, ti fanno capire come
e perché sono nati i grandi capolavori della mai troppo
celebrata canzone napoletana.
Il culmine di questa Napoli surreale si è raggiunto alle
tre del pomeriggio del giorno di Ferragosto: una totale
assenza di rumore, che è qualcosa di più significativo
del silenzio assoluto, ha dato spazio a tutti i miei pensieri riuscendo a esaltare quelli belli e a mitigare l’amarezza per quelli brutti; mi è venuta un po’ di tristezza
quando ho pensato che per vivere un altro momento
simile avrei dovuto aspettare le nove del mattino del
giorno di Capodanno.
Se poi a tutto questo si aggiunge che il mio luogo di
lavoro durante il mese di agosto è il Maschio Angioino
dove ogni sera si svolge uno spettacolo teatrale, allora si
comprende la mia gioia per essere rimasta in città. E
inoltre, la rassegna teatrale che, organizzata dal Teatro
Totò, si svolge ormai da diciannove anni, quest’anno è
stata arricchita dalla presenza di un nuovo “attore”:
nello spettacolo “Luna nera”, scritto da Gaetano
Liguori (direttore artistico del Teatro Totò), ha debuttato un giovanissimo ... Gaetano Liguori, figlio di Enzo
Liguori (regista dello spettacolo) che per la prima volta
ha calcato le scene all’età di due mesi! Sì, sono stata
proprio contenta di essere rimasta in città!
Qui sopra, Gaetano Liguori, direttore artistico del Teatro
Totò, con il pronipote Gaetano. In alto, una veduta aerea del
Maschio Angioino, luogo del “debutto” del piccolo.
n° 10 - Ottobre 2009
sussurri & grida
MARIO PORFITO
Presto a teatro con “Se devi dire una bugia dilla grossa” al fianco di Patrizio Rispo,
l’attore parla del suo forte impegno con l’Unicef. “L’Africa alla fine vincerà”, dice.
di Paolo Montefusco
nche a settembre inoltrato Napoli si ostina a regalare giornate di caldo nelle quali muoversi freneticamente in mezzo
a traffico di auto e folla di pedoni. Il sole insiste a picchiare? Allora meglio un posto all’ombra, anche se l’ospite che attendiamo è Mario Porfito che dopo una lunga presenza nelle nostre
case come protagonista de “La Squadra” è oggi adottato, con successo, dalla famiglia di “Un posto al sole”. Va bene un caffè all’aperto, quindi, per raccontarsi lungamente. Mario Porfito, da sempre
“attore di teatro prestato anche al cinema e alla televisione”, lo fa
spingendo sull’acceleratore del suo sentire umano quando parla in
maniera ampia del suo impegno con l’Unicef per le popolazioni
africane povere. Intanto, lo vedremo di nuovo a teatro (All’Acacia
e al Totò) con “Se devi dire una bugia dilla grossa” commedia di
Ray Cooney, nella quale reciterà al fianco dell’amico di una vita
Patrizio Rispo.
Mario, perchè la scelta di portare lo stesso spettacolo in due teatri diversi di Napoli?
Perché oggi è complicato fare tournèe. Una volta col teatro allestivi una produzione e riuscivi a girare tra le città, oggi le tournèe si
fanno all’interno della stessa città. Oggi vince la logica commerciale, con cartelloni basati per un 60 - 70 % su quello che passa in televisione. Una cosa che mi rattrista molto. Un tempo non era così e ci
fu il noto episodio di Pippo Baudo che a teatro fece flop proprio perché la gente lo aveva tutte le sere in tv.
Perchè oggi accade questo?
Perchè si è radicata la curiosità di voler andare a vedere dal vivo personaggi come Fabrizio Corona il quale se facesse uno spettacolo a
teatro farebbe di sicuro il tutto esaurito. Si è imbarbarito il gusto
della novità, che invece il teatro è in grado di riservare ancora. In
conclusione, si trova meno spazio nei cartelloni anche quando, nel
nostro caso, si porta in scena un autore come Ray Cooney che non
si ha spesso l’opportunità di conoscere.
Cosa cambierete rispetto alle precedenti edizioni della commedia?
I due precedenti storici del Sistina godevano di allestimenti miliardari. C’era un grande girevole in scena che permetteva di raccontare la storia nei vari ambienti. Noi chiaramente dobbiamo fare di
necessità virtù e quindi dobbiamo scatenare la fantasia per ottenere
lo stesso effetto con una scena più minimalista. Ma questo poi mette
in evidenza la bravura degli attori.
Ancora una volta sei insieme a Patrizio Rispo, cosa vi accomuna?
Ormai siamo una coppia di fatto. Intanto, ci accomuna la voglia di
fare questo lavoro divertendoci e si comincia dal fatto che siamo
amici nella vita. In più, il fatto di voler proporre di Napoli un’ immagine diversa, nuova, moderna. Io e Patrizio inoltre condividiamo l’idea che ci sia un repertorio teatrale che va pensato in napoletano e
poi recitato in italiano così da acquistare nuova verve, immediatezza, velocità espressiva.
E poi c’è l’essere napoletani.
L’essere napoletano ti consente di individuare i fuochi di una scena
e di mettere via gli orpelli e una parte di teatro già troppo visto.
Questa sintonia di vedute diventa scelta dei testi e condivisione
anche culturale perché noi siamo tra quelli che hanno scelto orgogliosamente di restare a Napoli. Non andar via è la scelta più difficile ma anche quella che ci sta ripagando, detto con umiltà e soddisfazione, degli sforzi fatti. Rimanere a Napoli significa rappresentare questa città in modo positivo, ottimistico con quello di buono che
ha.
Questo come si riflette in senso artistico?
A Napoli sono trent’anni che se fai Scarpetta, Petito o Eduardo
vendi sicuramente lo spettacolo. Noi non vogliamo fare questo perché lo fanno in tanti e soprattutto perché siamo convinti di poter fare
altro. E il dover girare in due teatri a Napoli e vendere poco lo spettacolo è il risultato di questa scelta più difficile. Oggi non c’è più
l’imprenditore che rischia nel teatro, si vuole la sicurezza dell’incasso tanto da non offrire mai al pubblico una scelta più ampia.
Facevi parte del gruppo storico de “La Squadra”. Cosa ti piaceva di più?
“La squadra” si proponeva anche di mandare un messaggio di ottimismo. In un momento in cui impera la criminalità e il degrado
sociale lo tocchi con mano, rappresentare un gruppo di persone che
resistevano resistevano resistevano (e cito così un esempio di cui
A
vado orgoglioso) in un commissariato di frontiera con la propria
onestà e la propria dirittura morale e con la propria “curiosità” verso
ciò che accade in città, ci sembrava una scelta da condividere anche
come messaggio. Non si trattava solo di risolvere il caso poliziesco
ma di ambientarlo in modo da comprendere, senza fornire alibi ad
alcuno, come e dove maturava la delinquenza.
E poi, cos’è accaduto?
E’ venuto un momento in cui questo sembrava importare solo a noi
per cui si è deciso di operare un cambiamento radicale facendo
nascere un prodotto completamente diverso e cambiando tutto il
cast.
Mario Porfito. In basso l’attore è tra i bambini della
scuola pubblica di Gabù, in Guinea Bissau
Oggi sei stato “adottato” da “Un posto al sole”.
Evidentemente avevo seminato bene professionalmente. E’ una
produzione che pur avendo contenuti e pubblico diverso si trova a
raccontare un real drama, uno spaccato di società ambientato a
Napoli (che è valore aggiunto di qualsiasi racconto) con la volontà
di raccontare le vicende e le difficoltà di una vita e offrire al pubblico un’immedesimazione spontanea nei personaggi.
Teatro, cinema e televisione. Cosa c’è di più nelle tue corde?
Nelle mie corde ci sta il teatro. Ho iniziato con quello, l’ho fatto per
25 anni e ho avuto la fortuna di sedere al tavolo con i grandi, perché
ho lavorato sei anni al Piccolo di Milano con Strelher e dopo con
Giuseppe Patroni Griffi, uno dei registi che ho amato di più. Poi ho
lavorato con Luca De Filippo e sono uno degli attori storici del
Bellini e con Tato Russo ho un sodalizio lunghissimo. Ho avuto
modo, quindi, di fare teatro di serie A.
Si può descrivere l’emozione di un attore sulla scena?
L’emozione più grande per un attore è quella di trovarsi davanti al
pubblico e di pronunciare quella battuta che può essere detta una
volta sola senza che la si possa ripetere. Se la dici bene hai il riscontro emotivo del pubblico, se la sbagli non c’è replica. Questo salto
nel vuoto è la cosa più emozionante.
E il cinema?
Ne ho fatto tanto e mi ha sempre divertito ma dandomi ruoli di scarsa responsabilità. In più, il cinema richiede cura e la frequentazione
degli ambienti giusti a Roma.
Come sono stati i tuoi inizi?
Faccio l’attore un po’ per caso. Ero uno di quelli che teneva banco
a scuola raccontando barzellette, una specie di intrattenitore. Questo
mi ha aiutato anche a scuola perché mi veniva riconosciuta la capacità di interloquire, per cui io tre cose sapevo ma le vendevo benissimo. Infatti, sono uno di quelli che è arrivato al diploma senza bocciature o rimandi grazie anche alla spigliatezza e alla velocità di
espressione. Anche dopo, all’università, ho sfruttato gli inizi della
carriera teatrale, con i primi contatti, per non partire militare “promettendo” ai professori, che dovevano assegnarmi l’esame, che mai
avrei fatto l’avvocato. Poi la chiamata la evitai per il tragico evento
del terremoto del 1980.
La vera carriera come ha avuto inizio?
Ho cominciato un po’ per caso, per un amico che faceva teatro a
livello amatoriale e ho avuto la fortuna di non fermarmi mai. Napoli
nel periodo in cui ho cominciato io, negli anni 70/80, produceva e
consumava teatro in maniera autonoma. A Napoli c’erano almeno
dieci compagnie di teatro: dagli “Ipocriti” di Nello Mascia a
Galdieri con Ente Teatro Cronaca, a Tato Russo. Tanti spazi d’avanguardia che producevano sempre spettacoli e avevano bisogno
13
di attori nuovi.
C’è stata da poco la Piedigrotta con le immancabili polemiche
sui costi e sullo svolgimento. Che idea ti sei fatto?
Credo che manchi una certa progettualità. Fare un concerto in piazza Plebiscito può non essere uno spreco di denaro perché si pensa
sempre ad altri ricavi e avere Elton John a Napoli è senz’altro un
vanto. Ma usare la Piedigrotta per avere Elton John mi sembra inutile. In questo senso mi sembra che non ci sia nessuna idea. Se
Piedigrotta è l’occasione per fare sinergicamente una mostra d’arte,
un microfestival del teatro, un’esperenza per poter vedere musica,
aprire alla città posti in genere chiusi, ecco che diventa già più interessante e importante, senza tralasciare quelli che sono il rito e la
festa.
Sbaglio o alla tua carriera è mancato un musical?
Si, è mancato un musical per il semplicissimo fatto che non so cantare. Suonare uno strumento e cantare in maniera quanto meno
decente mi sarebbe piaciuto tantissimo. Io mi innamoro di tutte le
donne che sanno cantare bene e ho grande ammirazione di tutti gli
uomini che cantano bene perché sono affascinato da questa magia
che è la musica in genere e infatti ascolto veramente tutto.
Parliamo di te come padre. Come vivi la crescita delle tue figlie
in una città oggi pericolosa come Napoli?
La vivo con terrore, ma soprattuto con la paura di esercitare io su di
loro un terrorismo psicologico. Stanno vivendo il momento più
bello della vita, non puoi negarglielo. Ho dei ricordi bellissimi delle
nottate passate in gioventù semplicemente a parlare con gli amici.
Quindi non mi sogno neanche di proibire ma ritengo sia più giusto
far scattare dei meccanismi critici sui comportamenti o sulle persone da frequentare.
E con la televisione che guardano?
Ti racconto un episodio. La mia figlia più grande qualche anno fa
guardava “Il grande fratello” su Sky. Io misi il blocco al canale e
pensai di aver fatto una furbata. Poi cominciai a vedere mia figlia
che di pomeriggio spariva e ovviamente era perché andava a casa
di un’amica a vedere “Il grande fratello”. Quindi anche lì capii che
la cosa migliore era seguirla e cercare di farle capire quando certi
comportamenti erano sbagliati, quando in verità da quella trasmissione si faceva solo pubblicità occulta.
Sei molto impegnato nella solidarietà, con l’UNICEF. Ce ne
parli?
E’ una cosa della quale ho sempre piacere parlare in qualsiasi intervista e anche se non me lo chiedono io ci arrivo col discorso. E’ l’unica guerra che vale la pena combattere. Quello che mi ha “costretto” a fare un’esperienza di solidarietà e che vorrei trasmettere ad
altri, senza che debbano per forza di cose farlo con l’UNICEF, è
proprio il fatto che avere a questo punto della mia vita una faccia
spendibile, una popolarità, che mi ha portato a fare una scelta precisa: o aprire un ristorante come fanno molti attori popolari a Roma
o mettere questo a servizio di un criterio di giustizia che avvertivo.
Ti hanno cercato loro?
Ci siamo cercati insieme, perché avevo piacere a entrare in una cosa
del genere e avevo bisogno di una onlus seria e di operatività concreta come l’UNICEF.
Come è cominciata ?
Abbiamo iniziato io e Patrizio Rispo insieme quando ci hanno chiesto di fare da testimonial ad alcuni eventi qui a Napoli. Quando si
sono accorti che la nostra faccia era spendibile e che raccoglievamo
la fiducia della gente, e quindi i fondi, spiegando bene le finalità
dell’UNICEF, da Roma ci hanno proposto di diventare ambasciatori nazionali (goodwill ambassador) cosa che siamo da 4 anni.
E a quel punto?
Mi hanno detto di esserlo a modo mio e mi hanno portato in Guinea
Bissau dove l’aspettativa media di vita è di 50 anni, dove un bambino su cinque non arriva a sei anni di età e dove attualmente è in
corso una campagna di vaccinazione contro il tetano, malattia che
qui da noi abbiamo sconfitto trent’anni fa ma che in quel posto è
causa delle maggior parte delle morti infantili date le scarse condizioni igieniche in cui si affronta il parto. E’ un luogo in cui convivono culture e religioni diverse. E devo dire a malincuore che proprio le religioni diverse sono spesso causa di chiusura verso le conquiste della scienza.
In che modo si opera in posti come quelli?
Segue a pag. 14
14
sussurri & grida
DEMARCO, INDAGINE SUL MERIDIONE
Il libro del direttore del Corriere del Mezzogiorno “Bassa italia - l’antimeridionalismo
della sinistra meridionale” analizza i problemi annosi del Sud senza cadute ideologiche
di Gerardo Pedicini
ndagine a tutto campo. Dalla filosofia alla letteratura, dalla
storia alla sociologia, dalla antropologia alla cronaca giornalistica. Questo è “Bassa Italia - l’antimeridionalismo della
sinistra meridionale” di Marco Demarco, pubblicato da Guida
Editore. Uno scandaglio minuzioso, una analisi attenta, una lucida messa a punto di problemi. Senza fronzoli e senza facili vittimismi o cadute ideologiche. Tanto consente all’autore di affrontare con ferma determinatezza l’argomento e di rivoltarlo dentro
fuori con il preciso scopo di mettere a nudo e superare annose
questioni legate alla “questione meridionale” che nonostante
impegni, accorgimenti, aggiustamenti resta ancora irrisolta.
Quali le cause? Molteplici. L’autore le passa in rassegna a una a
una. A partire dagli stereotipi (Roberto il Guiscardo definiva i
meridionali “caccarelli e merdaçoli parvique valoris” come ci
ricorda l’autore), alla attenta disamina dei pregiudizi che
dall’Unità d’Italia fino a noi hanno accompagnato l’azione politica nel Mezzogiorno. Con ampiezza di vedute e argomentate
intuizioni ed esplicitazioni critiche, l’autore affronta le problematiche, culturali e politiche, che non hanno consentito al
Mezzogiorno di trovare una sua giusta collocazione nell’ambito
della politica nazionale e, di fatto, ne hanno ostacolato lo sviluppo consentendogli di accentuare i propri errati convincimenti
ideologici e culturali. Da qui, senza infingimenti e falsi vittimismi, l’interrogativo: la responsabilità del ritardo “meridionale” è
ascrivibile soltanto al dirigismo politico nordista? Quali le
responsabilità della sinistra meridionale, soprattutto nelle vicende politiche di questi ultimi anni? Emergenza rifiuti a Napoli (si
legga, in proposito, l’appassionato racconto “I giorni della vergogna” di Marco Imarisio), distacco sempre più crescente tra istituzioni e corpo sociale, nuove forme di clientelismo, malasanità,
I
MARIO PORFITO
Segue da pag. 13
L’unico meccanismo che ripaga è quello che definiscono, nel loro
particolare idioma, il “Trabagliar camminando” cioè lavorare camminando. Girare per i villaggi, contattare in maniera capillare le
varie tribù, conquistare la fiducia dei capi villaggio, far capire la tua
buona volontà e mostrare con gli anni la tua operatività e la tua
buona fede. Solo così puoi ottenere dei buoni risultati. All’inizio
quando mi spiegavano le cose mi sembrava di ascoltare discorsi
lunghi, farraginosi. Poi ho capito che i risultati arrivano solo attraverso questo tipo di lavoro, attraverso degli studi preventivi, come
per esempio quello di un tipo di coltivazione che può essere innestata in modo da dare una certa autonomia economica. Occorre
sempre attenzione. Adesso si sta pensando di coltivare la canna da
zucchero ma bisogna vedere prima cosa succede anche all’ambiente circostante. Per questo gli studi devono essere lunghi e lenti.
Qual è il contraccolpo emotivo di un’esperienza del genere?
E’ quello che vivo a volte ancora adesso quando la notte mi sveglio angosciato e poi realizzo che sono le cose che vedo in Africa.
E’ una sensazione che ti resta dentro e ti responsabilizza. Ancor più
da padre perché rifletti quelle difficoltà suoi tuoi figli e pensi che in
quelle condizioni loro non ce l’avrebbero mai fatta.
Cosa hai compreso vedendo da vicino quella realtà?
Andando in quei luoghi capisci che ci sono cose che si possono fare,
obiettivi che si possono raggiungere, per cui mi sembra assolutamente assurda la scelta di girare la faccia dall’altra parte. Perchè ci
sono i mezzi e i modi, con un piccolo sacrificio, di restituire dei diritti. Non voglio pormi su un piedistallo e parlare di elemosina o carità.
Quali responsabilità avverti oltre la tua singola persona?
Ecco, voglio dire che la mia generazione ha fallito. Ci troviamo
davanti agli occhi uno sconquasso provocato dai cinquantenni
come me. Ci troviamo di fronte al disastro ambientale, al disastro
economico, al degrado dei rapporti umani e civili, a un’assenza di
valori, a un attacco alle conquiste della generazione prima della
nostra come la certezza di una democrazia, la certezza di una libertà di espressione, di condivisione di ideali, di destra e di sinistra.
E quindi si torna al discorso dei modelli. I tuoi quali erano da
giovane?
corruzione testimoniano il fallimento della politica della sinistra
in tutta l’area del Mezzogiorno. Di fatto, l’incapacità di istituire
forme e modi nuovi di sviluppo attraverso un diverso rapporto tra
istituzioni e società civile, ha ulteriormente divaricato il gap
Nord-Sud. E ha portato, da un lato, a far insorgere nell’animo
della popolazione meridionale la mai sopita tendenza a perseguire e coltivare il proprio particulare interesse e, dall’altro, a rispolverare nella opinione pubblica “padana” la “deriva antropologica” per giustificare il loro ricorrente ostracismo verso i meridionali. Di certo, dopo la débacle è facile e semplicistico per tutti
scaricare sugli indifesi meridionali il peso della responsabilità
della situazione.
Un interrogativo però sorge spontaneo: quale contributo
hanno dato i mass-media, gli intellettuali, le classi professionali meridionali per arginare lo slittamento? A mio parere
nessuno. Come risollevarsi allora dal degrado e dallo scolla-
n° 10 - Ottobre 2009
mento? Rispolverando presunte nobiltà intellettuali o rincorrendo palingenesi ribellistiche? La proposta di Demarco, condotta
da uno osservatorio privilegiato: la direzione de “Il Corriere del
Mezzogiorno”, è semplice e insieme efficace: se si vuole una
società al passo coi tempi, bisogna che le componenti sociali
cooperino tra loro e comprendano che il motore primo dello sviluppo della coscienza collettiva è nell’azione congiunta dell’intero corpo sociale. A tal proposito l’autore cita Norberto Bobbio:
“Ho sempre esitato a esprimere il mio parere su una questione
così complessa e controversa come la questione meridionale. Ma
una cosa è diventata ai miei occhi sempre più chiara, e sempre
più difficilmente confutabile: la questione meridionale è prima di
tutto una questione dei meridionali”. E’ una indicazione affascinate, ma un dubbio resta: riusciremo tutti insieme a dare vita ed
energia a questi nuovi scenari operativi come auspicano Bobbio
e il direttore de Il Corriere del Mezzogiorno?
Marco De Marco con Antonio Bassolino alla presentazione
del volume a Napoli. A lato Norberto Bobbio
Io mi ispiravo a Che Guevara, a Marlon Brando, a Paul Newman.
Oggi il modello è Corona e un giovane pensa: se c’è lui posso esserci anch’io, mentre io guradavo in tv Brando o un politico come
Berlinguer e dicevo voglio essere come lui. Ma per arrivare a quella conoscenza, a quella capacità di racconto, devo avere alle spalle
una cultura, avere la capacità di esprimere opinioni diverse che
siano illuminanti.
Citiamo sempre Corona.
Citiamo sempre Corona perché lui si è proposto come modello di
una vita vincente, diciamo Corona per non dire Berlusconi, ma
siamo lì. Sono i due che si propongono come esempi da seguire.
Berlusconi ha detto che tutti gli italiani vorrebbero essere come lui.
Io sono uno di quegli italiani che non vorrebbe essere come
Berlusconi. Quindi desidero dirlo, occorre che tutti lo dicano. Ma
quelli come me hanno la possibilità di dirlo, ecco, grazie a un microfono che mi mettete davanti e che mi fa parlare. E allora lo dico. Mi
sembra doveroso perché se pure dieci persone condividono la mia
idea queste persone non devono sentirsi sole.
Torniamo a parlare dell’UNICEF. Spesso c’è diffidenza verso
realtà come questa. Come mai secondo te?
L’esigenza di dare fiducia a ONLUS come l’UNICEF, ma anche
come AMFREF, EMERGENCY o MEDICI SENZA FRONTIERE, sta proprio nel fatto che la benficenza è diventata anche un’industria. Quando sono stato in Africa, c’erano decine di onlus che
facevano finta di aiutare procurandosi lucro. Bisogna quindi sgombrare il campo da questi equivoci perché la gente spesso si mette la
coscienza a posto dicendo: io non dò nulla perché tanto rubano
tutto.
Cosa è accaduto?
Hanno fatto sì che l’Africa diventasse una discarica di tutti i prodotti
che, come in Italia così nel resto del mondo, non servono più creando delle finte onlus che scaricano questa spazzatura in Africa facendola passare per beneficenza.
Con quale meccanismo operano queste realtà?
Facciamo un esempio: ci mettiamo d’accordo per fare una piccola
ONLUS e cominciamo a raccogliere fondi. Se tu hai un amico che
ha un’azienda e ti dona 30mila euro ma ti chiede la fattura per
60mila, detraendosi tutto. Tu allora vai in un negozio, per esempio,
di elettrodomestici e compri roba che è fuori mercato per 30mila
euro facendoti fatturare 60mila. Così fai finta di aver donato dei
condizionatori in Africa. Che però consumano come una petroliera
e non servono in un paese in cui non c’è l’energia elettrica come da
noi. Un ospedale di lì dovebbe spegnere tutte le luci per aver un condizionatore del genere in una sala operatoria.
Altro?
Ho visto ambulanze nuove regalate agli ospedali. Ma ambulanze
che vanno a benzina in un paese dove la benzina non c’è. Non si
erano nemmeno preoccupati di vedere come funzionava la trazione
in quei paesi, che hanno solo il gasolio. E’ beneficenza questa o è
solo un danno? E’ ovvio che l’UNICEF dona solo attrezzature che
per adeguatezza e capacità di assistenza sono ottime. Per questo
occorrono degli studi prima di agire.
Come sono organizzati i tuoi impegni con loro?
Sono loro a dirmi dove può essere utile la mia presenza e io, in base
agli impegni di lavoro, cerco di esserci sempre. Ma sono importanti anche occasioni come questa con voi, quando se ne può parlare.
Perché spesso quando si legge di beneficenza si gira la pagina e a
tal propostio vorrei raccontare un episodio.
Prego.
Io ricordo sempre un episodio legato a Giobbe Covatta che è mio
amico fraterno ed è impegnato con l’AMREF, lui è bravissimo a
raccontare questi problemi con leggerezza e in modo non comune,
basti vedere il suo film “Muzungu”. Ebbene, nel cartellone di quel
film c’era la faccia simpatica di Giobbe e, in primo piano, una bambina di colore. Andarono in pochissimi a vederlo, nonostante
Giobbe in quel periodo vendesse tantissimo i libri e avesse i teatri
pieni.
Cosa non funzionò?
Spaventò l’immagine di quella bambina. Spaventò, e questo lo analizzammo insieme, la senzazione della gente di trovarsi sotto esame,
di vivere il senso di colpa della propria scarsa disponibilità.
Come vedi il futuro in base alle riflessioni che abbiamo fatto?
Dico che non possiamo non pensare che queste situazioni sono vicine a noi, grazie ai mezzi di oggi. E’ una pentola a pressione accesa
a tre ore di aereo da noi. Penso a mia figlia: se lascio le cose come
sono per guardare al mio orticello, per difendere la mia generazione, ho rovinato lei e le future generazioni perché a loro spetterà l’ingrata convivenza con una società che sarà sicuramente peggiore
della nostra. Perché questa gente che non ha nulla, che è disperatata, prima o poi evaderà e invaderà, con pieno diritto, i paesi più industrializzati. E’ solo una questione di scadenze che non bisogna
immaginare poi così lontane. Se volessi pensare in modo utilitaristico direi che io sono con l’Africa, sono con quelli che vinceranno
perché l’Africa vincerà.
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sussurri & grida
IL SOGNO SAX DI MARCO ZURZOLO
Il sassofonista napoletano ricorda gli esordi ed esorta i giovani a imparare dai
grandi musicisti. “Un disco è sempre il risultato di un percorso”
di Anna Montefusco
er il grande sassofonista Marco Zurzolo vivere a
Napoli è imprescindibile, dice che fa bene alla sua
musica, che è fonte di ispirazione e di energia e che
non ne può fare a meno. Abitare poi di fronte al
Conservatorio, nel cuore del centro storico della città,
dove i rumori si fondono con le note in uno strano mix
sonoro deve essere il massimo per un musicista che attinge alla strada. Ed è qui che lo raggiungiamo, disponendoci, comodamente, a una piacevole e interessante chiacchierata, interrotta di tanto in tanto dalla vocina di Sofia
che filtra le telefonate del suo papà.
Marco, sei diplomato in flauto. La passione per il sax
nasce in corso d’opera o l’avevi già prima del
Conservatorio?
Devi sapere che vengo da quello che fu un periodo storico-musicale molto importante per Napoli in quanto stava
nascendo un movimento particolare, la Batracomiachia,
un gruppo storico forse poco conosciuto del quale facevano parte Pino Daniele, Enzo Avitabile e anche mio fratello Rino. Io allora ero un ragazzino di tredici anni, partecipavo alle loro prove e mi affascinava ascoltare Enzo
che suonava il sassofono. Stavo finendo le scuole medie
e avrei voluto iscrivermi al Conservatorio ma i miei spinsero per il Liceo Scientifico che frequentai per circa due
anni per poi stancarmi.
Al Conservatorio ho studiato flauto, e non mi è dispiaciuto, anche se avrei voluto studiare sassofono, ma tieni
conto che allora questo strumento non c’era nei programmi d’insegnamento.
E allora come è andata?
E’ andata che ho comprato un sassofono e l’ho studiato
contemporaneamente al flauto, ma ovviamente di nascosto dall’insegnante perché allora quella scuola era molto
severa e gli insegnanti erano molto rigidi nelle regole.
Inoltre, i due strumenti erano incompatibili. L’ho studiato da autodidatta guardando suonare Enzo Avitabile e
James Senese. Poi in seguito mi innamorai del jazz e
ascoltavo i dischi di Charlie Parker e di John Coltrane. La
mia vita era un sogno e io ero completamente immerso in
questa vita molto musicale, molto interessante. In più,
anche lo studio dei personaggi contribuiva alla crescita
personale. Tutto questo credo che manchi ai ragazzi di
oggi ed è un grosso limite.
In che senso scusa?
Adesso non voglio fare l’ “anziano” che regala pillole di
saggezza, anche perché mi esibisco nei club e sono circondato da tanti giovani. Però penso che la velocità con
la quale ottengono le cose sia un limite alla loro crescita.
Oggi non c’è più l’attesa di un disco, non c’è più la ricerca. Ricordo le volte in cui uscivo con mio fratello alla
ricerca di un disco sconosciuto. Oggi accendi il computer e lo trovi in pochi secondi. E’ finito il vinile ma è finito anche il cd e un ragazzino di dieci anni conosce direttamente l’MP3. Non c’è più il gusto di conservare il
materiale, un cofanetto per esempio, e soprattutto non c’è
più la curiosità che spingeva alla ricerca.
Perché secondo te?
Forse perchè non si investe più in se stessi. Troppi
modelli negativi di facili scorciatoie. Penso, per esempio,
a una ragazzina di sedici-diciassette anni, carina, che
vede in tv o sui giornali tante coetanee che in poco tempo
e senza fatica alcuna ottengono il loro “posto al sole”. La
ragazzina non si impegna più in estenuanti ore da dedicare allo studio, magari al pianoforte per rimanere in
tema musicale, ma guarda alla scorciatoia. Si sta perdendo tanto, ma purtroppo questi ragazzi sono cresciuti sotto
il “Grande fratello” che è un surrogato del grande sogno
e non so davvero dove arriveremo.
Cambiamo argomento ma non tasto dolente. Come ti
P
è sembrata quest’anno la Piedigrotta, ti associ alle
immancabili polemiche?
Mi associo a chi parla di spreco. Si è fatto un unico concerto e sono stati spesi settecentocinquantamila euro. Ne
avrei fatti molti di più regalando la possibilità a tanti
ragazzi di conoscere tanti altri artisti internazionali e non
solo Elton John. Mi associo meno a chi parla di
Piedigrotta “snaturata” perché poco popolare. E’ vero
Marco Zurzolo
che con una festa dedicata alla Madonna Elton John ha
poco da spartire, è sicuramente innegabile che la
Piedigrotta nasce come evento popolare, ma è anche vero
che non si può rimanere legati per sempre al passato. Il
punto nodale è la conoscenza della nostra tradizione che
va tramandata e preservata e la star in oggetto non la rappresenta certo, si poteva cercare in altre direzioni, ma
tant’è. Ripeto: io lamento soprattutto lo spreco in direzione di un unico artista e lo spreco di danaro pubblico
che poteva essere utilizzato per la crescita del nostro territorio, le altre polemiche mi interessano meno.
Hai dichiarato che da Cuba, che visiti ogni anno, e da
Napoli, trai grossa energia che veicoli poi nella tua
musica. Dai luoghi evocati nel cd “Migranti” cosa hai
tratto?
Faccio una piccola premessa: oggi un giovane musicista
può fare un cd in un quarto d’ora. E’ sufficiente un’apparecchiatura abbastanza adeguata come un computer, e
un po’ di suoni sparsi qua e là. Ne viene fuori un lavoro
anche altamente professionale per carità. Ma il disco è il
percorso di una persona, come accade per un libro. In
ogni mio disco c’è un vissuto, basta pensare che il mio
ultimo cd è stato “7 e mezzo” e l’ho composto quattro
anni fa. Pensa, sono passati quattro anni per realizzare
poi “Migranti”, l’ultimo. Non è un caso. Detto questo,
rispondo alla tua domanda: “Migranti” è un lavoro nella
mia città verso l’Africa e verso le persone. Un altro percorso di vita vissuta, di ricerca, di altra grande energia
accumulata da trasferire poi nella musica, da allargarci
l’anima.
L’emigrazione è una tematica attuale.
Si, si parla sempre più spesso dell’Italia come di un paese
non multietnico. Arrivano in ritardo. Basta ascoltare
ragazzi e ragazze neri che parlano il napoletano, l’italiano. Viviamo già in un paese multietnico. E’ un momento
di avvicinamento tra popoli diversi, tra le persone. Si
parla sempre più spesso di razzismo, cosa per me inconcepibile. Non ho mai visto “diversità” nel genere umano
e allargo il concetto anche agli omosessuali, presi di mira
ultimamente. Ma poi diversi da chi?
Sempre a proposito del tuo ultimo disco, c’è un omaggio a Mario Merola. Un atto dovuto?
Premetto che non sono un fan dei neomelodici, ma che li
ascolto. Mi interessa il loro mondo, cantano uno spaccato della mia città. Merola è stato il re della sceneggiata,
un’operazione molto popolare che ha sempre funzionato.
Sfido chiunque non si sia soffermato, fosse anche solo
per curiosità, a guardare “O zappatore” pescato su qualche canale libero. Io l’ho fatto. Quello che mi dà fastidio,
e che non trovo giusto, è che adesso nessuno lo ricordi
più. Ha dato un contributo notevole a Napoli, nel bene e
nel male non va dimenticato.
A proposito di Napoli, sei tra quanti “stoicamente”
hanno deciso di rimanere. Sei però mai stato tentato
di scappare?
Ti dirò che ho ricevuto proposte professionali allettanti,
con dei bei guadagni. C’era la possibilità, per esempio,
quando ho musicato dei film per la Rai di rimanere a
Roma. Ma non ce la faccio, mi sento un uomo sperso lontano da Napoli e poi ho bisogno del mare. Sarà sporco
quanto vuoi, ma quando me ne vado in giro in moto per
via Caracciolo per me è la vita. I problemi sono tanti, a
volte mi sento un turista in questa città, non c’è mai niente da fare. Se un ragazzo oggi vuole imparare a suonare,
mancano i posti dove ascoltare la musica, mancano i
club, mancano i luoghi di aggregazione dove poter fare
jam-session. E’ rimasto quasi solo l’ “Around Midnight”,
ma ci prendiamo per i capelli per suonarci.
In una realtà così difficile la musica potrebbe porsi
come strumento di salvezza o è esagerato pensarlo?
Assolutamente no, ma come dicevo non ci sono le strutture adeguate, quelle deputate all’aggregazione, necessarie anche per togliere questi ragazzi dai computer e dare
loro maggiori possibilità di imparare la musica. Perché io
penso che la musica non si impara solo suonando a casa,
bisogna “vedere” gli altri come suonano, come ho fatto
io all’inizio della mia carriera.
E va bene, le istituzioni sono latitanti. Ma tu ritieni di
avere fatto la tua parte?
Sono trent’anni che faccio questo mestiere. Il mio primo
concerto l’ho fatto a diciassette anni, a Mosca con
Eugenio Bennato. Più di rimanere qui, morbosamente
attaccato al territorio nonostante i limiti oggettivi e senza
risparmiarsi, non saprei cosa altro fare onestamente.
Non fai solo questo. So che sei molto presente nel
sociale e che hai molto a cuore i bambini.
Per quanto riguarda le tematiche sociali, è vero che le
avverto molto e sono pronto a dare il mio contributo ogni
qualvolta è necessario. Per i bambini poi ho un amore
particolare, ne farei altri cinquanta se avessi più soldi. E
questo da sempre, non da quando sono diventato padre.
Pensa che a diciassette anni, durante quel viaggio in
Russia, ci esibimmo anche in Azerbaijan, a Baku.
Ricordo vagamente che c’era una sorta di gemellaggio
con Napoli e che questa città somigliava anche a Napoli
per via del golfo. In quella occasione mi mettevano in
braccio sempre bambini bellissimi, biondi, mentre io cercavo volti da scugnizzi, scuri e più interessanti. In seguito poi avrei fatto cantare bambini africani ottenendo cori
bellissimi.
Un’ultima domanda sulla tua collaborazione con
Luca Barbareschi.
E’ un uomo generosissimo, spesso maltrattato per le sue
idee politiche manifeste, che mi ha offerto l’opportunità
di fare la musica che voglio ma anche di esprimere il mio
pensiero, e non è da poco. Abbiamo fatto questo spettacolo che si chiama “Il caso di Alessandro e Maria”, l’anno scorso ci sono state cinquanta date e a novembre saremo per una settimana a Napoli. Voglio aggiungere una
cosa significativa a dimostrazione che l’intelligenza non
ha colori politici: il testo dello spettacolo è di Giorgio
Gaber. Pensa: un uomo di destra che porta in scena un
lavoro di un uomo di sinistra. Cosa dire? L’arte è arte e
basta. E permettimi anche di fare i complimenti al Teatro
Bellini per la sua programmazione, è davvero una delle
più interessanti che ci sia in giro.
16
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sussurri & grida
ELLIS ISLAND
Segue da pag. 5
imprenditori e politici, creò un clima
di terrore nella Chicago degli anni
Venti e Trenta. Proprio a Chicago,
decenni prima, la politica xenofoba
aveva distrutto con la violenza le
forme di autotutela e di crescita culturale delle comunità di immigrati,
negando loro i diritti più elementari
di associazione e libertà di parola.
Mentre ero in giro alla ricerca di
libri sul tema dell’immigrazione
negli Usa, su una bancarella della
Broadway Avenue ho trovato un bel
volume che racconta, attraverso le
immagini, la storia dell’emigrazione
italiana: “A portrait of the Italians in
America” (Published by Charles
Scriber’s Sons, 1982). La studiosa
italoamericana Vincenza Scarpaci
offre una galleria di volti e situazioni che danno visivamente il senso di
una storia epica sulla quale molti
xenofobi nostrani, ignoranti prima
che fanatici e cialtroni, farebbero
bene a riflettere. A costoro consiglio
anche un altro libro: AA.VV, “Verso
l’America.
L’emigrazione italiana e gli Stati
Uniti” (Introduzione di Salvatore
Lupo), Donzelli 2005. È una lettura
indispensabile per capire che c’è
sempre chi, per favorirne lo sfruttamento, è pronto a definire gli immigrati “tutti delinquenti e portatori di
malattie”, rimuovendo, per calcolo
cinico, una storia che è stata anche
la nostra. E la storia, è noto, è fatta
di corsi e ricorsi. Lo aveva già capito, alla fine del XVII secolo, il grande filosofo napoletano Giambattista
Vico.
UNO SPAZIO PER NASCERE O MORIRE
Un’ottima Margherita Buy è la protagonista de “Lo spazio bianco”,
film di Francesca Comencini tratto dal romanzo di Valeria Parrella
di Luisa Apicella
Quante volte pensiamo che alcune cose
non ci toccheranno mai? Spesso, forse
troppo spesso. Eppure la nostra semplice
vita può diventare straordinaria in un solo
istante e richiedere da parte nostra uno
sforzo inimmaginabile per andare avanti.
E’ quello che succede a Maria, una donna
abbastanza comune, una professoressa la
cui vita è scandita da qualche nevrosi, da
qualche amico, da qualche flirt. E uno di
questi amori, più intenso, la porterà a rimanere incinta. Un’avventura che Maria
dovrà affrontare tutta da sola perchè Pietro,
il suo amante, non ne vuole assolutamente
sapere. Maria non demorde, non è una
donna molto forte ma non vuole lasciare
andare quella vita che ha dentro di sè. La
sua gravidanza, evidentemente non felice,
la porta a un parto molto prematuro. La sua
bimba nasce al sesto mese di gestazione.
Le difficoltà a cui la piccola vita andrà
incontro saranno tantissime. Chiusa in
un’asettica incubatrice, sarà attaccata a
tanti tubicini che simuleranno l’utero
materno e la gestazione naturale. Tutta la
procedura è priva di certezze. Maria in un
solo istante viene catapultata in un mondo
nuovo quanto difficile da sostenere, da
affrontare. Inoltre è sola a sopportare questa dura realtà. Le sue amicizie sono legate
soprattutto agli alunni adulti del corso scolastico serale, ma lei abbandona tutto, non
se la sente di frequentare nessuno. Si rinchiude nel suo mondo fatto di ospedale e di
una casa sempre meno accogliente. Non
lega neanche con le mamme che come lei
hanno i figli nell’incubatrice.
Maria ha una fortuna, può contare su un
caro amico e collega che la stimola a uscire dal guscio nel quale si è rinchiusa, ricominciando innanzitutto a tenere lezioni.
Così, a poco a poco, accetta di entrare di
nuovo in contatto col mondo e ben presto si
accorgerà che il suo stato emotivo, più
positivo rispetto a qualche giorno prima,
aiuta anche Irene, la sua piccola bambina.
Il confronto con le altre mamme la stimolerà ancor di più, si confronterà con loro,
con le loro paure e situazioni, valutando
con maggiore oggettività la propria. Ben
presto la piccola Irene reagirà sempre
meglio fino a superare la prima prova
respiratoria senza gli essenziali tubicini.
Per Maria questo avvenimento rappresenterà una grande felicità e un grande rispetto per la vita. L’amore per la sua bambina
sfocerà finalmente in un gesto concreto
come tenerla in braccio e accarezzarla. La
storia è tratta dal romanzo di Valeria
Parrella, e Cristina Comencini è una grande interprete del mondo femminile con le
sue paure e le sue speranze. Margherita
Buy è davvero eccezionale in questa interpretazione che conferma la sua grande abilità attorale.
La pellicola è girata interamente a Napoli e
impegna validi attori partenopei, tra cui
Guido Caprino, Salvatore Cantalupo,
Gaetano Bruno, Antonia Truppo e la bravissima Maria Paiato, già nota al grande
pubblico per ruoli teatrali molto impegnativi e portati avanti con grande successo e
consenso. Per la Comenicini, Maria Paiato
interpreterà il ruolo del magistrato, una
donna che vive sotto scorta perchè ha deciso di portare avanti indagini molto delicate
in una città difficile. La vita condotta dal
personaggio interpretato da Maria Paiato fa
capire alla protagonista Maria-Margherita
Buy, che tutti, in un modo o nell’altro,
aspettiamo di nascere o di morire.
SUSSURRI & GRIDA
Editore: Servire Napoli - Reg. Trib. di Napoli
n. 4582 del 11/11/94
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Stampato a Ottobre presso Arti Grafiche Lam
- NAPOLI -
EDIZIONE IN RUSSO
In prima pagina l’intervista a Nello Mascia, attore napoletano di grande esperienza e maschera di impatto immediato sul pubblico. Mascia è testimone diretto dell’arte di
Eduardo De Filippo, col quale ha lavorato e, oltre che sul
teatro del grande maestro, ha disegnato una buona parte
della sua carriera sull’opera di un altro genio teatrale
napoletano come Raffaele Viviani. Nello Mascia è appassionato della drammaturgia di Cechov, autore che non
esita a collocare come una delle punte più alte della drammaturgia mondiale.
In vista delle elezioni in Ucraina, prendiamo in esame gli
scenari futuri dell’Est Europa, in particolare per la stessa
Ucraina e per la Georgia, con riferimento alle politiche di
UE e USA.
Spazio a un’intervista al pittore della Yakutia, Yuri
Spiridonov, un artista molto stimato in Russia. Ha già
esposto con successo, anche con mostre personali, in giro
per il mondo e alcune sue opere sono presenti in musei
importanti come il Museo Nazionale d’Arte della Yakutia,
il Museo Nazionale di Sapmi (Norvegia) e il Museo
Nazonale della Groenlandia. Spiridonov ci spiega come
nascono i suoi paesaggi artici e le sue figure favolistiche.
Gerardo Pedicini scrive per noi del Museo dell’isola di
Syros in Grecia. Il Museo, seppur formato solo da cinque
sale, testimonia magnificamente lo spirito dell’arte cicladica e il sentimento che il remoto passato della cultura
delle isole greche ancora suscita nel nostro animo.
Con Salvatore Casaburi intraprendiamo un viaggio nella
storia di Ellis Island, “Isola delle Lacrime e della
Speranza” dove, tra XIX e XX secolo, sbarcarono milio-
ni di immigrati: italiani, irlandesi, russi, ebrei, tedeschi,
ucraini e tanti altri. Il Museo dell’isola, dedicato appunto
all’immigrazione, racconta la storia drammatica, spesso
tragica, di quelli che cercarono di sottrarsi a una quotidianità fatta di miseria intraprendendo un viaggio lungo e
faticoso, attraverso gli oceani, durante il quale le epidemie
e i naufragi non costituivano probabilità remote, ma un
rischio da affrontare, pur di sottrarsi alla sofferenza di una
vita senza pane.
Ricordiamo, a quarant’anni dalla morte, Giorgio
Scerbanenco, scrittore di madre italiana e di padre ucraino. Scerbanenco fu il padre del romanzo noir all’italiana,
un autore prolifico dotato di grande sintesi come pure di
estrema cura dei particolari.
Si celebrano i cent’anni dalla nascita di Daria BorgheseOlsuf’eva, la nobildonna russa accasatasi in Italia dopo il
1917. Il suo animo russo-italiano trova espressione nell’opera “Gogol’ a Roma” (Firenze, Sansoni 1957). La
Olsuf’eva dimostrò come fu composto a Roma uno dei
maggiori romanzi della letteratura russa, “Le anime
morte”.
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Edizione tradotta a cura di
Alexandre Urussov
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