LA MARINA INGLESE CONTRO GENOVA
DURANTE LA GUERRA
DI SUCCESSIONE AUSTRIACA
CIRO PAOLETTI
La successione austriaca
Il XVIII secolo è considerato – tutto sommato a torto – un periodo di scarsa
attività delle Marine italiane. In realtà la veneta, la napoletana, la pontificia e la
sarda risultarono tutte più o meno impegnate, la prima in una guerra navale
nella seconda decade del secolo e in tre operazioni contro i pirati tunisini negli
anni ’80, le altre in una quotidiana attività contro i pirati, che vide la
partecipazione dei Napoletani anche a spedizioni internazionali, come quella
contro Algeri.
Fra le molte operazioni di quegli anni dimenticati, vi sono quelle di un
lungo e complesso ciclo operativo che coinvolse una Marina gloriosa, ma
obliata e considerata ormai insussistente: quella genovese.
La Serenissima Repubblica di Genova aveva da tempo risolto il problema
della propria esistenza integrandosi nel sistema politico spagnolo. Dalla metà
del XVI secolo aveva smesso di essere una potenza soprattutto commerciale,
preferendo la finanza e diventando la banca dell’impero spagnolo: costava
meno, rendeva più che restare una potenza commerciale e, a dispetto della
bancarotta più d’una volta dichiarata da Madrid, era un buon affare. Non a
caso, alcuni versi del “Siglo de oro” della letteratura spagnola dicevano che
“don Dinero” – il denaro – in America era nato, in Spagna era morto e “a
Genova enterrado”, cioè era stato seppellito a Genova, a significare che l’oro americano
C. Paoletti - La Marina inglese contro Genova durante la Guerra di Successione Austriaca
della Spagna prima o poi finiva nelle capaci casse del Banco di San Giorgio.(1)
Con questo la Repubblica aveva contratto un’assicurazione sulla propria vita,
perché mai la Spagna avrebbe potuto accettare che qualcuno potesse
danneggiarla, come si era già visto durante le due offensive franco-piemontesi
contro Genova nel corso della Guerra dei Trent’Anni.
L’integrazione aveva portato ulteriori vantaggi quando nel novembre del
1700 era salito sul trono di Spagna un Borbone di Francia col nome di Filippo
V, il che aveva allontanato ogni rischio di un conflitto tra la vicina Francia e la
protettrice Spagna. Genova era passata tranquilla attraverso i turbini delle
guerre di successione spagnola e polacca e delle tensioni da esse originate, che
avevano visto l’Italia percorsa in tutti i sensi dalle armate francesi, spagnole,
austriache e piemontesi, ma si trovò coinvolta suo malgrado quando si aprì la
crisi della Successione Austriaca.
È del tutto inutile spiegare qui da cosa quest’ultima fu originata e come
sfociò in guerra. Ciò che importa è che in breve tempo gli opposti schieramenti
videro, da un lato la Prussia, la Baviera, la Sassonia, la Spagna, Napoli e la
Francia, apparentemente neutrale, ma di fatto coinvolta al massimo grado
spedendo “eserciti ausiliari” a destra e manca; dall’altro l’Austria, la Sardegna e
l’Inghilterra.
Per quanto riguardava l’Italia, il problema era che la Spagna, visto che
l’impresa contro l’Austria sembrava sicura, vi si era gettata rispolverando le sue
mire su Parma, Mantova e Milano, da unire in un solo Stato destinato
all’infante don Filippo di Borbone, figlio del re di Spagna e fratello minore del
re di Napoli Carlo VII, meglio noto come Carlo III dall’ordinale con cui
sarebbe salito al trono di Spagna nel 1759.
Se il piano madrileno avesse avuto successo, don Filippo una volta re, o
che altro, dei tre ducati padani riuniti, avrebbe intrappolato i Savoia tra Francia,
Genova filo-spagnola e il proprio nuovo Stato lombardo-emiliano, privandoli
di qualsiasi autonomia decisionale e politica. La minaccia non era di poco
conto, e Carlo Emanuele III di Savoia lo sapeva.
(1) La Letrilla satírica, cioè la breve composizione poetica in strofe simmetriche
dell’autore spagnolo Francisco de Quevedo, il quale fu pure segretario delle finanze del
Regno di Napoli sotto il viceré duca d’Ossuna, venne scritta, pare, nel 1632, e dice: “…
Poderoso caballero es don Dinero / Nace en las Indias honrado / donde el mundo le acompaña; viene a
morir en España, y es en Génova enterrado”. La traduzione, per quanto superflua è: “Potente
cavaliere è don Denaro, nasce nelle Indie onorato, da dove il mondo lo accompagna; viene a morir in
Spagna e a Genova è interrato”. Secondo vari calcoli, Genova deve aver visto passare nelle sue
casse un terzo circa di tutti i metalli e le pietre preziose provenienti dalle Americhe sotto il
dominio spagnolo.
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Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare - Giugno 2012
Carlo Emanuele III.
Non amava la guerra, pur sapendola fare bene, per cui all’inizio del
conflitto, fra l’autunno del
1740 e quello del 1741, era
restato neutrale. Quando
però vide che gli Spagnoli
insistevano nei loro piani e
stavano passando a eseguirli, capì di dover scendere in guerra. Tentò di
ritardarla, o evitarla, facendo comunicare a Madrid
che, se le truppe spagnole
avessero tentato d’entrare
in Lombardia, l’Armata
Sarda avrebbe sbarrato loro la strada, ma gli Spagnoli non se ne curarono.
Sbarcarono nel dicembre 1741 nello Stato dei Presidii e nel febbraio 1742 alla
Spezia un complesso di 12 000 fanti e 1300 cavalieri e, attraverso la neutrale
Toscana, li spedirono in Emilia, per unirli alle truppe napoletane che, su loro
richiesta, stavano risalendo lungo l’Adriatico verso la Romagna.
Dal momento che Madrid mostrava di non preoccuparsi dei suoi
ammonimenti e minacciava d’impadronirsi del Milanese, Carlo Emanuele
stipulò, il 1° febbraio 1742, un’alleanza provvisoria coll’Austria ed entrò in
campagna.
Le operazioni in Emilia andarono benissimo, e l’esercito spagnolo fu
messo in crisi e costretto a ripiegare fino al confine napoletano. Contemporaneamente sulle Alpi occidentali si affacciò un altro esercito spagnolo,
comandato da don Filippo di Borbone in persona, che fu respinto con gravi
perdite, sia nel 1742, sia nel 1743, anno in cui, per iniziativa inglese, si arrivò a
una vera alleanza tra Sardegna, Austria e Gran Bretagna, formalizzata il 13
settembre col trattato di Worms.
Tutto sembrava andare bene ai Piemontesi, ma alla fine del 1744
qualcosa si mosse. Don Filippo di Borbone, acquartieratosi a Nizza la vigilia di
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C. Paoletti - La Marina inglese contro Genova durante la Guerra di Successione Austriaca
Natale, fece compiere alcune ricognizioni nel territorio di Genova senza
incontrare opposizioni da parte della Repubblica, che pure era neutrale.
La cosa insospettì molto sia Carlo Emanuele, le cui truppe disturbarono
quei movimenti, sia il re d’Inghilterra. Genova non mancò di fornire
spiegazioni all’ammiraglio Mathews, comandante della squadra britannica in
Mediterraneo, come anche, tramite l’ambasciatore a Londra Guastaldi, allo
stesso Giorgio II, assicurandoli della propria neutralità.
In realtà, preoccupata dal trattato di Worms, in forza del cui articolo X
avrebbe dovuto cedere al re di Sardegna il Marchesato di Finale da essa
detenuto – atto per il quale si erano fatte garanti Austria e Inghilterra – la
Serenissima stava considerando la possibilità d’unirsi alle forze borboniche per
salvaguardare la propria integrità territoriale, ma prima d’impegnarsi giocò tutte
le carte disponibili, ben guardandosi, però, dal minacciare o ventilare alcuna
possibilità che l’obbligasse a schierarsi.
Per questo motivo il ministro genovese a Londra aveva presentato un
memoriale in cui, elencati i titoli in base ai quali la Repubblica possedeva il
Marchesato, indipendentemente dal contratto stipulato coll’imperatore nel
1713, chiedeva all’Inghilterra di recedere dalla garanzia data ai Savoia su di
esso. Parecchi membri della Camera dei Lord sostennero la posizione
genovese, dicendo che non solo era ingiusto spogliare uno Stato amico dei suoi
possessi, anche se a favore di un alleato di guerra, ma che farlo era pericoloso
perché poteva spingere la Repubblica nel campo opposto. Purtroppo il primo
ministro, Lord Carteret, rispose che era troppo tardi: il trattato era già firmato e
comunque la forza di Genova non era da temersi; a ogni modo avrebbe cercato
di non privare Genova del Finale, ordinando a Mathews di recarsi a Torino a
parlarne a Carlo Emanuele III. Non sarebbe servito a nulla e ne sarebbero nati
enormi guai.
Gli Inglesi in Mediterraneo prima del giugno 1745
Mathews era in Mediterraneo con una trentina di navi per un complesso di
motivi che andavano oltre la salvaguardia del secolare commercio britannico e
l’ormai quarantennale presenza a Gibilterra. Per Londra la Successione
Austriaca si era sovrapposta a un preesistente conflitto contro la Spagna,
originato dall’impossibilità di aggirare le regole sul monopolio commerciale
della stessa Spagna nelle proprie colonie dell’America Latina, cominciato da
qualche anno, noto come “la Guerra dell’orecchio di Jenkins” e combattuto
quasi solo per mare. Di conseguenza la Marina inglese era già operativamente
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attiva in Mediterraneo contro gli Spagnoli e non perdeva occasione di andare a
cercare lo scontro, spesso eccedendo. Nel 1741, ad esempio, aveva per due
volte assalito navi francesi, giustificandosi in seguito col dichiarare d’averle
scambiate per spagnole. Il primo caso si era verificato nelle acque americane, il
secondo in Mediterraneo, non lontano da Gibilterra.
Cominciate le operazioni in Italia nel 1742, la flotta britannica, in
mancanza di ordini precisi, non aveva impedito il primo trasbordo delle truppe
spagnole in Toscana; ma l’inattività era durata poco. Giunte le disposizioni, il
contrammiraglio Haddock era uscito da Gibilterra per fermare il secondo
convoglio. All’altezza di Cartagena aveva trovato la squadra spagnola destinata
a scortarlo già unita a quella francese del Mediterraneo, e si era allontanato. Le
due squadre borboniche avevano quindi protetto l’imbarco delle truppe a
Barcellona e il loro sbarco a Genova, riparando poi a Tolone, perché avevano
saputo che Haddock, rinforzata la sua squadra, era di nuovo alla loro ricerca.
Ad Haddock, malato, era stato sostituito quasi subito il contrammiraglio
Lestock, che prima aveva impedito qualsiasi traffico tra la Spagna e l’Italia, poi
era stato dichiarato secondo del nuovo comandante, il viceammiraglio Thomas
Mathews, nominato anche plenipotenziario inglese presso la corte di Torino.
Mathews aveva per prima cosa mandato la squadra a fare un’incursione nel
porto francese – dunque neutrale – di Saint-Tropez per distruggervi le cinque
galere spagnole che nel dicembre dell’anno prima avevano sbarcato truppe
nello Stato dei Presidii. L’impresa era riuscita e aveva provocato da parte della
Francia le più dure proteste. Lord Carteret aveva risposto ordinando
un’inchiesta, tanto obiettiva che alla fine il comandante del brulotto che aveva
arso tutte e cinque le galere era stato promosso capitano di un vascello da 50
cannoni, poi aveva fatto finta di scusarsi, dichiarando che però simili
“inconvenienti” sulle coste della Provenza non potevano essere evitati finché là
ci fosse stata la squadra spagnola.
Contemporaneamente Mathews aveva sbarcato 1800 uomini per aiutare i
Piemontesi a mettere la Contea di Nizza in condizioni di resistere
all’imminente offensiva spagnola, e aveva imposto al re di Napoli di ritirare le
sue truppe dall’esercito spagnolo in Emilia, facendo comparire una squadra di 5
vascelli e 4 galeotte da bombe nella rada di Napoli e minacciando di
bombardare la città. Carlo III, già informato che la flotta inglese nel suo
complesso aveva a bordo 5000 marine, che da soli sorpassavano numericamente
la guarnigione della capitale, si era piegato all’ultimatum, ma se ne sarebbe
ricordato. Contestualmente tre navi inglesi avevano bloccato Brindisi,
intimando ai Napoletani la consegna – rifiutata – delle artiglierie appena
imbarcate e destinate al corpo di spedizione napoletano in Emilia.
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C. Paoletti - La Marina inglese contro Genova durante la Guerra di Successione Austriaca
Insomma, l’attività delle navi britanniche era tale da giustificare in pieno
la dichiarazione del re d’Inghilterra al Parlamento ai primi del 1743 che la
squadra in Mediterraneo “aveva fatto, e faceva, più male alla Spagna, di quel che
avessero potuto recarle danno più squadre in America”,(2) per cui nessuno aveva avuto
da obiettare quando si era deciso di aumentarla da 30 a 38 navi.
Dopo aver svernato a Hieres, le navi inglesi, sempre agli ordini del
viceammiraglio Mathews, avevano bombardato in marzo la città spagnola di
Viveiros e poi avevano affondato trenta imbarcazioni spagnole cariche di
vettovaglie nel porto di Tolone. Il loro teatro operativo principale era restata
comunque la costa tirrenica. Il 1743 però aveva visto gli Spagnoli abbandonare
qualsiasi tentativo di trasbordare truppe in Italia, limitandosi agli invii di
rifornimenti; e su quelli gli Inglesi si erano concentrati, toccando pure Genova.
Il primo caso era stato quello di cinque vascelli e un brulotto che il 2
marzo 1743 si erano presentati davanti al porto d’Ajaccio, dunque territorio
genovese. Vi si trovava il vascello spagnolo San Isidro, da 70 cannoni, al quale
avevano intimata la resa. Il comandante aveva risposto con una scarica di tutti i
pezzi, poi, visto che il nemico si avvicinava, e da terra i Genovesi, neutrali, non
lo coprivano, aveva ordinato d’abbandonare la nave e l’aveva fatta saltare.
Quattro mesi dopo, il 12 luglio 1743, era toccato invece a Genova stessa.
Mathews in persona vi si era presentato con sette navi, due brulotti e alcuni
trasporti. Il governo aveva capito al volo: era colpa dei 17 legni maiorchini e
catalani carichi di artiglierie e munizioni che erano riusciti a svicolare attraverso
la sorveglianza inglese fin dal principio di giugno, “onde, dopo aver fatto passare i
dovuti complimenti, e salutato con una salva di cannoni l’Ammiraglio, il quale non rispose al
saluto, e si mostrò indifferente alle offerte che gli furono fatte, temendo che non fosse incaricato
di qualche commissione poco gradevole alla Repubblica, stimò a proposito, per calmare
l’inquietudine del popolo, che si aspettava un bombardamento, di far chiudere le porte della
Città, e nella notte stabilire le batterie, metter i cannoni sopra i fortini, e provvedere di truppe
i luoghi esposti”.(3)
Il governo della Repubblica aveva poi messo il marchese Agostino
Grimaldi a capo di una deputazione di sei nobili, spedita non a chiedere
all’ammiraglio che volesse, ma a complimentarlo a nome del Senato “e a
testificargli la stima, che aveva la Repubblica di S.M. Britannica, e la considerazione
particolare per esso. Furono ricevuti con gran cortesia, assicurandoli l’Ammiraglio, che si
compiacerebbe di dar segni della sua stima alla Repubblica, allorché questa accettasse gli
(2)Anonimo, Storia dell’anno 1743, Venezia, Pitteri, 1744, libro III, p. 226.
(3)Ibidem, p. 228.
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ordini e le intenzioni del Re suo Signore”.(4) Ma, finiti i complimenti, Mathews non
aveva aggiunto una parola nemmeno all’ambasciatore inglese presso il re di
Sardegna, Villettes, e al console inglese saliti a bordo per chiedergli spiegazioni.
Il gioco si era aperto l’indomani. Ai due nobili recatisi da lui, l’ammiraglio
aveva detto “che il Re suo Padrone era malcontento, perché la Repubblica, invece
d’osservare un’esatta neutralità, favoriva apertamente il Re di Spagna, sofferendo nel Porto di
Genova 17 Bastimenti carichi d’artiglieria e munizioni, destinate ad essere impiegate contro
gli Alleati di S.M. Britannica. Che egli dimandava che i prefati Bastimenti fossero a lui
rimessi, con tutto ciò che avevano a bordo, per esser abbruciati e distrutti”.(5)
A rigore non aveva del tutto torto, perché se era vero che Genova era un
porto neutrale, era pure vero che quelli erano legni nemici e stazionanti da più
d’un mese. Il problema, semmai, era che a quell’epoca non esisteva un vero
codice di comportamento dei neutrali, per cui neanche Genova poteva essere
considerata in torto.
I due nobili si erano presi due giorni di tempo per consentire al Senato di
esaminare la questione e deliberare; ma i giorni erano trascorsi senza risultato.
“Finalmente, minacciando l’Ammiraglio che se non gli fosse accordato ciò che chiedeva,
avrebbe saputo impadronirsi dei Bastimenti Spagnuoli, interpose la sua mediazione il
sopraddetto Signor di Villettes, e la mattina del 17 Luglio i Deputati del Senato segnarono
con l’Ammiraglio Matthews una Convenzione in sette Articoli, in virtù della quale
l’artiglieria e munizioni, ch’erano nei Bastimenti, e la polvere sbarcata nei magazzini di
Genova, furono trasportate sopra i Bastimenti medesimi a San Bonifazio, nell’Isola di
Corsica, convogliate dai vascelli Inglesi. Quivi furono depositate in presenza di Uffiziali,
nominati dall’ammiraglio e dal Console Spagnuolo residente in Genova; con impegno della
Repubblica di mantenere una sufficiente guarnigione in S. Bonifazio e di difender contro chi
intraprendesse qualche violenza detto Deposito, fin tanto che sia finita la guerra in Italia”.(6)
Dopodiché i legni spagnoli erano stati lasciati liberi di tornare a casa, e
Mathews si era volto contro lo Stato Pontificio. In agosto infatti erano arrivati
a Civitavecchia 14 bastimenti spagnoli carichi di polvere e munizioni. Il
governatore della città ne aveva avvisato il papa che, dotato di una flotta di sole
cinque galere, aveva convocato una congregazione particolare(7) per decidere il
(4) Ibidem.
(5)Ibidem, p. 229.
(6) Ibidem.
(7) La congregazione particolare era un organismo creato ad hoc e composto da un
gruppo di cardinali, di numero variabile, ma di solito mai inferiore a tre, nominati di volta
in volta dal papa per discutere un problema e proporne la soluzione. Aveva parere
consultivo e non vincolante, si riuniva di solito nel palazzo di uno dei membri e non
discuteva più di un giorno. Al termine dei lavori faceva redigere un verbale, in cui erano
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da farsi e poi aveva risposto che le navi spagnole uscissero dal porto senza
sbarcare nulla, per evitare guai cogli Inglesi. I vascelli erano usciti, ma “stette poco
a comparire una piccola squadra di navi Inglesi all’altura del porto, e non trovati i
Bastimenti, ch’erano già partiti, dopo aver sbarcato l’artiglieria e le munizioni in una
spiaggia distante tre leghe dal Porto, dimandarono soddisfazione del ripiego ritrovato dalla
Corte, di lasciar fare lo sbarco sulla spiaggia, e non nel porto, dichiarando che se non fosse
loro data, tratterebbero da nemica la bandiera Pontifizia. Il primo ordine della Corte in tal
circostanza, fu di disarmare le Galee del Porto, stendere la catena acciocché non v’entrasse
qualche Brulotto, e prendere altre precauzioni per la sicurezza della Città. I Consoli Inglese
ed Austriaco poi s’interposero ad istanza del Ministro Austriaco, ch’è a Roma, in
quell’affare, e riuscì loro di prevenire gl’inconvenienti, che si potevano temere, e di far partire
la squadra Inglese, giacché le munizioni e le artiglierie sbarcate, essendo già a quell’ora
arrivate a Civita-castellana, dove il general di Gages aveva spedito ad incontrarle un
distaccamento delle sue truppe, non v’era più speranza di sequestrarle”.(8)
Subito dopo, entrato in vigore il trattato di Worms, la flotta inglese si
mise agli ordini di Carlo Emanuele III. Prescriveva infatti l’articolo VII
parlando delle operazioni terrestri in Italia: “Tanto quanto ve ne sarà bisogno, per
favorire e secondare queste operazioni e per quanto il pericolo degli Alleati e dell’Italia lo
richiederà, Sua Maestà il Re della Gran Bretagna s’impegna a tenere nel Mar Mediterraneo
una forte squadra di vascelli da guerra e da bombe, e di brulotti, l’Ammiraglio e i
Comandanti della quale avranno ordine di concertarsi costantemente con Sua Maestà il Re di
Sardegna, o coi suoi Generali e quelli di Sua Maestà la Regina d’Ungheria che saranno più
a portata, le misure più convenienti per il servizio della causa comune”.(9)
L’anno seguente gli Inglesi ebbero però una notevole riduzione
dell’operatività per i danni avuti nello sfortunato scontro con la flotta francospagnola nelle acque di Tolone il 22 febbraio 1744, per cui nel resto dell’anno
poterono fare poco più che sbarcare e imbarcare uomini e materiali a
Fiumicino, alla foce del Tevere, attività che li occupò fino a novembre, per
rifornire il corpo di spedizione austriaco, che dal neutrale Lazio meridionale –
territorio pontificio – tentava d’invadere il Regno di Napoli.
indicate le proposte avanzate e i voti ad esse date dai membri, verbale che poi era rimesso
al papa, il quale anche sulla base di esso decideva il da farsi.
(8) Anonimo, op. cit., p. 230.
(9) “Trattato d’alleanza fra Carlo Emanuele III Re di Sardegna, Maria Teresa
Regina d’Ungheria e la Corona d’Inghilterra, con degli Articoli separati e segreti, fatto a
Worms il 13 settembre 1743”, articolo VII, in Solaro della Margarita (a cura di), Traités
publics de la Royale Maison de Savoie avec les puissances étrangères depuis la paix de Chateau Cambresis
jusqu’à nos jours, vol. III, Torino, Stamperia Reale, 1836, p. 12.
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L’entrata in guerra e il problema corso
In quello stesso 1744 in cui protestava a Londra contro il trattato di Worms,
Genova aveva un grosso problema che non riusciva a risolvere: la rivolta della
Corsica. Suo dominio dal Medioevo, come tutti i possedimenti delle
repubbliche italiane, non godeva della minima libertà, perché i suoi abitanti
erano considerati sudditi ma non cittadini, e di conseguenza, dall’ultimo quarto
del XVI secolo, erano esclusi da qualsiasi atto di governo. I Corsi erano quindi
scontenti, anzi, “Malcontenti”, del governo della Serenissima Repubblica,
rappresentata a Bastia da un commissario generale. A lui toccava vegliare sugli
affari dell’Isola, divisa amministrativamente in 38 Pievi, o Distretti, 30 dei quali
“di qua da’ Monti” e i rimanenti “di là da’ Monti”. La capitale era Corte, anche
se Bastia era considerata tale in quanto residenza del commissario generale.
La rivolta era cominciata nel 1730. Aveva richiesto un ingente e crescente
impegno militare a terra a partire dal 1731, ma entro il 1733 aveva obbligato
Genova a impiegare a fondo pure la Marina, sia nel pattugliamento costiero,
per interdire il contrabbando d’armi, sia nella spola con la Liguria per i
rifornimenti e i complementi, sia, infine, in operazioni anfibie.(10)
Al principio della Guerra di Successione Austriaca la situazione era ormai
statica. Genova controllava le coste, gli insorti l’interno e, nonostante avessero
organizzato una loro Marina,(11) non erano riusciti a prendere il controllo del
mare.
Il problema era grave, e mettere i Piemontesi in possesso del Finale – per
di più da tramutare in porto franco – avrebbe indebolito la Repubblica,
danneggiandone il commercio e inficiandone la sicurezza. Per questi motivi la
propensione ad ascoltare le offerte dei Borboni andava crescendo e divenne
irresistibile quando si vide che stavano vincendo, o almeno così sembrava.
Battuti gli Austriaci a Velletri nel novembre del 1744 e inseguitili fino in
Umbria in dicembre, gli Ispano-Napoletani si erano fermati per l’inverno, ma
(10) Cfr. C. Paoletti, “Operazioni navali durante l’insurrezione corsa contro
Genova”, Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina, luglio-settembre 2004.
(11) Inizialmente avevano barche e lancioni, poi avevano preso a Portovecchio una
tartana genovese da 10 cannoni, carica di materiale, denaro e rifornimenti, che
riutilizzarono subito contro le forze della Repubblica. Poco tempo dopo ricevettero
rifornimenti portati da una fregata da 18 pezzi con 120 marinai, che entrò a far parte della
piccola squadra. Parallelamente cominciarono la guerra di corsa contro i Genovesi, con
un prelievo del 10% sulle prede fatte dai navigli insorti per istituire un ospedale militare e
navale. A quel punto la Marina corsa era un’entità non trascurabile; e Genova fu obbligata
a far passare nell’Isola i rifornimenti mediante convogli scortati.
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C. Paoletti - La Marina inglese contro Genova durante la Guerra di Successione Austriaca
tra febbraio e marzo del 1745, uniti a rinforzi giunti a Civitavecchia dalla
Spagna, si erano rimessi in moto passando da Perugia a Fano e a Pesaro. Gli
Austriaci si erano ulteriormente ritirati e gli Ispano-Napoletani, con una lunga e
lenta marcia attraverso l’Appennino e la Repubblica di Lucca, erano passati dal
Panaro alla costa tirrenica. Poi, in primavera, grazie alla ormai più che benevola
neutralità di Genova, si unirono sul territorio ligure all’esercito franco-spagnolo
di don Filippo di Borbone proveniente da ovest e costituirono una formidabile
massa di manovra.
Gli Austro-Sardi non se l’aspettavano, perché in quel momento Genova
era ancora formalmente neutrale. C’erano state voci, ipotesi e discussioni
quando nell’inverno precedente si erano viste le truppe spagnole entrare a
svernare nel territorio della Repubblica, ma voci erano rimaste. Poi Genova
aveva cominciato ad armare. Aveva assoldato truppe, rimesso a nuovo le
fortificazioni e aumentato la guarnigione del Finale. L’ammiraglio Rowley,
nuovo comandante in Mediterraneo, si era ancor più insospettito e aveva
chiesto al console inglese di informarsi. Questi, ricevuto dal segretario di stato
per la Marina, Giambattista Piccaluga, si era sentito rispondere, d’ordine del
Senato, “che il Governo aveva incaricato il signor Guastaldi, suo Ministro a Londra,
d’esporre al re d’Inghilterra i veri sentimenti della Repubblica, e che per ciò S.M. Britannica
doveva esserne a quell’ora informata”.(12) Come accennato, era vero che Guastaldi
aveva presentato giustificazioni, ma dicendo che la Repubblica era risoluta a
restare neutrale, che si armava solo per proteggersi da eventuali attacchi
austriaci o sardi e che era pronta a disarmare non appena l’Inghilterra e i suoi
alleati le avessero solennemente confermato sia il possesso del Finale, a
dispetto delle mire del re di Sardegna, sia la garanzia di neutralità nei confronti
delle truppe spagnole. Intanto però gli armamenti continuavano.
La guarnigione di Finale aumentò ancora, si cominciò a organizzare un
corpo di truppe a Gavi, vennero erette tre batterie costiere a Vado per tener
lontani gli Inglesi e fu creato un dittatore, con potere assoluto sul bene e per il
bene della Repubblica.
Vista la situazione, i Piemontesi si affacciarono a Ventimiglia, e gli Inglesi
arrivarono davanti a Genova con dodici vascelli e quattro barche da fuoco. Ai
primi non fu fatta opposizione, ai secondi il governo della Repubblica fece
sapere che potevano entrare in porto con le navi, ma non con le barche da
fuoco, le quali dovevano inoltre restare fuori dalla portata dei pezzi costieri. Il
comandante inglese rispose che non aveva chiesto nulla e quindi non voleva
alcun permesso e si allontanò. Ma le carte furono scoperte quando si seppe che
(12)Anonimo, Storia dell’anno 1745, cit., libro II, p. 153.
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Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare - Giugno 2012
il 16 giugno 1745 Genova aveva firmato il trattato di Aranjuez, con cui si
impegnava a fornire a don Filippo di Borbone un corpo di 10 000 uomini con
un treno d’artiglieria, da utilizzarsi però, in qualità di ausiliari, contro il solo re
di Sardegna, come risposta alle sue mire sul Finale.
Il 29 giugno l’ambasciatore della Repubblica a Torino consegnò la
dichiarazione di guerra. “Sua Maestà non è rimasta punto meravigliata”,(13) fu la
laconica risposta.
Quindici giorni dopo, l’esercito delle Tre Corone di Napoli, Spagna e
Francia, rinforzato in retroguardia dai Genovesi al comando di Gian Francesco
Brignole Sale, avanzò verso nord per entrare in Piemonte. Manovrando
abilmente riuscì a dividere
gli Austriaci dai Sardi e
poté prendere, fra il 2
agosto e la metà di novembre, tutte le città del
Piemonte meridionale e i
ducati di Parma, Piacenza
e Guastalla senza neanche
una battaglia di grandi proporzioni.
Per quanto riguardava le operazioni navali,
le conseguenze furono
relativamente pesanti, ma
solo per Genova. La flotta
della Repubblica, appena
sufficiente alle operazioni
per la guerra in Corsica,
non poteva fronteggiare in
mare le squadre britanniche. Fu dunque disposta
a difesa della sola capitale;
e fu un bene.
Il doge di Genova Gian
Francesco Brignole Sale.
(13) Anonimo, op. cit., libro III, p. 224.
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C. Paoletti - La Marina inglese contro Genova durante la Guerra di Successione Austriaca
La flotta dell’ammiraglio Rowley si presentò davanti a Genova alla fine di
settembre del 1745. Non era certo un caso, ma l’acme di un’operazione rapida,
ragionata e, tutto sommato, attesa dalla Repubblica.
Quando l’ambasciatore a Londra gli aveva comunicato che Genova
entrava in guerra contro il solo re di Sardegna, Giorgio II d’Inghilterra aveva
dato una risposta che, nei termini più dannunziani che settecenteschi dei
cronisti coevi, era stata “secca e minaccevole”, dicendo che avrebbe dato “i suoi
ordini ai comandanti delle sue squadre”.(14) Il bello era che questa non era una
dichiarazione di guerra, né significava molto altro che l’assunzione di una totale
libertà d’azione da parte inglese, ma considerando che Genova non stava
dichiarando guerra all’Inghilterra, solo informandola d’essere in guerra contro
la Sardegna, era la risposta diplomaticamente migliore che Giorgio II potesse
dare. Certo, era ingenuo pensare che l’entrata in guerra contro uno dei tre
alleati di Worms non avrebbe implicato l’esserlo pure cogli altri due, ma
proprio questo la Repubblica avrebbe sostenuto di lì a sedici mesi, quando le
cose si fossero volte al peggio.
Intanto l’ostilità genovese aveva interrotto le comunicazioni di Rowley
col re di Sardegna e con tutti i reparti terrestri austro-sardi, per cui l’ammiraglio
si era consultato coi tre ministri inglese, sardo e austriaco, che erano riparati a
Livorno da Genova all’atto dell’entrata in guerra e che lo incoraggiarono a
infliggerle quanti più danni potesse. Le conseguenze si videro subito. Per prima
cose le navi britanniche fermarono e spedirono indietro tutti i legni, anche
neutrali, diretti a Genova, ottenendo come primo risultato “una carestia di viveri
più che mezzana”, cioè una riduzione di viveri in Liguria di oltre il 50%, aggravata
dalla presenza delle decine di migliaia di soldati spagnoli, francesi e napoletani
da nutrire con le risorse del territorio. Il passo seguente fu, il 25 luglio 1745, la
comparsa di cinque navi inglesi davanti a Savona. Aprirono il fuoco, ma il tiro
delle batterie costiere, costringendole a star lontane, lo rese inefficace e limitò i
danni al minimo. Poi Rowley eseguì di persona un’azione contro Genova.
Istruita dal bombardamento francese sofferto nel 1684 e dalla recente
incursione inglese contro Napoli nel 1741, la Repubblica, pur disponendo solo
di una mezza dozzina di galere, assai poco utili contro vascelli a vele quadre,
aveva preso ottime misure. Quando gli Inglesi si avvicinarono, scoprirono
davanti a sé le galere, disposte abbastanza a largo da impedire al loro tiro di
danneggiare la città, ma sufficientemente vicine a riva da poter essere coperte
dal fuoco delle batterie costiere.
(14) Ibidem, p. 225.
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Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare - Giugno 2012
San Remo.
Ne derivò uno scontro brevissimo, perché la squadra britannica si ritirò
subito dopo aver constatato l’efficacia della difesa e aver tirato una quarantina
di cannonate, che non colpirono nulla. Si rifece sugli altri centri costieri.
Bombardò Finale, raggiunta da oltre cento colpi che fecero parecchi danni, e
passò a San Remo. Nonostante il Senato l’avesse dotata di 18 cannoni, quando
ai primi d’ottobre le navi inglesi arrivarono, la cittadina si difese poco, incassò
600 bombe e 2000 cannonate e vide sequestrare parecchie barche cariche
ferme in porto. Tutto sommato l’azione di Rowley contro la Liguria era stata
un fallimento, per cui egli decise una manovra contro la Corsica. I quattro
vascelli, quattro trasporti e le quattro galeotte da bombe componenti la squadra
del commodoro Cooper si staccarono dal grosso e la mattina del 18 novembre
1745 si presentarono davanti a Bastia, intimandole la resa. Il governatore
rifiutò, e le artiglierie genovesi aprirono il fuoco. Non avendo vento sufficiente,
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C. Paoletti - La Marina inglese contro Genova durante la Guerra di Successione Austriaca
Cooper dové far rimorchiare i vascelli verso il porto dalle scialuppe sotto un
diluvio di cannonate. L’ammiraglia incassò nelle fiancate sei colpi incendiari,
uno dei quali l’attraversò da parte a parte, e perse gli alberi maestro e di
mezzana senza poter rispondere finché, giunti a distanza utile, gli Inglesi
aprirono il fuoco a loro volta contro il castello. In poco tempo fecero franare
completamente gran parte della prima cerchia di mura; poi bombardarono la
città con palle infuocate.
Nello stesso momento i Bastiesi, da tempo in contatto coi Malcontenti,
minacciarono di sollevarsi e, giovandosi dell’arrivo davanti alla città di un corpo
comandato dal colonnello conte Domenico Rivarola, Corso al servizio del re di
Sardegna e sbarcato nell’Isola già da ottobre,(15) convinsero il governatore a
prendere gli archivi, radunare le truppe ed evacuare la città spostandosi a Calvi
e trasmettendo provvisoriamente i propri poteri alla magistratura. Questa
accettò la protezione di Carlo Emanuele III che Rivarola offriva alla città e a
tutta la Corsica e partirono subito i corrieri diretti a Genova e a Torino
coll’importante notizia.
Per Genova era un disastro: nel momento in cui pensava d’aver risolto
gran parte dei propri guai grazie alla fortunata campagna sostenuta in Italia
insieme a tre potenti alleati, il Piemonte la colpiva nel punto in cui era meno
difesa e, con 16 navi inglesi e un colonnello, rimetteva in discussione quindici
anni di sforzi per mantenere la Corsica. Il Minor Consiglio si radunò d’urgenza
– di Domenica, cosa inaudita – e stabilì di spedire immediatamente convogli di
rifornimenti a San Bonifacio, Calvi e Ajaccio per prevenire eventuali attacchi
inglesi, nominò commissario generale il marchese Mari e diede istruzione ai
propri agenti di far l’impossibile per convincere i vecchi capi dei Malcontenti a
non unirsi a Rivarola. Ma il peggio doveva ancora venire. Ai primi di dicembre
le navi inglesi bloccarono dal mare San Fiorenzo, mentre Rivarola l’assediava
da terra e minacciava d’avanzare contro le altre piazze genovesi. Mari le
rinforzò spostando truppe da Calvi, ma non c’era nemmeno da pensare a
riprendere il controllo dell’Isola. Rivarola, infatti, vi aveva diffuso la Patente
con cui Carlo Emanuele III concedeva la sua protezione ai Corsi e prometteva
di aiutarli contro Genova.(16)
(15) Rivarola era stato viceconsole di Spagna a Bastia; nel 1744 aveva ottenuto dalla
Repubblica il permesso di arruolare un reggimento di Corsi – Reggimento Corsica – per il
re di Sardegna, poi era fuggito perché accusato di malversazione, peculato e appropriazione indebita come amministratore fiscale.
(16) Ad essa seguirono una Patente analoga rilasciata da Maria Teresa, un Decreto
del Doge di Genova per proibirne la diffusione e confutarne i contenuti, una seconda
confutazione apparsa anonima e sotto forma di “Osservazioni di uno dei Nobili del Regno
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Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare - Giugno 2012
Legno genovese davanti a Calvi, in Corsica.
Gli agenti genovesi cominciarono allora a darsi da fare, e con tanto
successo che, ai primi di febbraio del 1746, i Bastiesi presero contatto con Mari
e, il 15, reinnalzarono la bandiera della Repubblica sulle mura, si proclamarono
fedeli sudditi e arrestarono quelli di loro che sembravano sfavorevoli a tale
decisione.(17) Immediatamente arrivò una colonna di truppe genovesi,
comandate dal marchese Spinola, nominato da Mari vicereggente, mentre
Rivarola infuriato lasciava San Fiorenzo e tornava verso Bastia per assediarla.
Ma sia per essere stato preceduto dalla colonna di Spinola, sia perché l’assenza
delle navi inglesi consentiva alla città d’essere rifornita dal mare, il giorno di
Pasqua del 1746 dové abbandonare l’assedio, che aveva incominciato ai primi
di marzo.
Contemporaneamente, la campagna del 1745 nell’Italia settentrionale si
era conclusa assai bene per le Tre Corone e per Genova, che avevano occupato
di Corsica, sopra le Lettere Patenti, attribuite alla Corte di Torino”, e infine una
dichiarazione della corte di Francia.
(17) Furono mandati a Genova e, il 7 maggio, nonostante la promessa di lasciar
loro la vita, si seppe che erano stati fatti morire segretamente nel Palazzetto Criminale.
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C. Paoletti - La Marina inglese contro Genova durante la Guerra di Successione Austriaca
la Lombardia e ridotto il Piemonte così a mal partito da piegarlo a un
armistizio. I nobili genovesi erano tornati a casa per l’inverno, e la Repubblica,
assai ottimisticamente, aveva considerato allontanata ogni minaccia.
Ma ai primi del 1746 gli Austriaci poterono spedire rinforzi in Italia, il
Piemonte rientrò in campagna con tutte le sue forze, e in brevissimo tempo il
dispositivo delle Tre Corone crollò. Aggredite e sconfitte da ogni parte, in
marzo tutte le loro forze erano in piena ritirata. Milano fu abbandonata il 19
marzo, quando le avanguardie austriache erano letteralmente alle porte. Il
Parmigiano era perso; e anche Parma lo fu, perché gli Austriaci, vincitori il 28 a
Sorbolo, giunsero là il 3 aprile, intimando la resa, il 4, alla guarnigione spagnola.
Il comandante riuscì a riparare a Sarzana con 8000 dei suoi uomini dopo una
durissima marcia attraverso le montagne, giungendo a Spezia il 7 maggio con
perdite del 20% e l’esercito così male in arnese che, quando arrivò il nuovo
comandante, marchese di Las Minas, fatta la rassegna, brontolò: “Questo è un
esercito molto più proprio da ritornarsene a Barcellona che a far fronte ai nemici”(18) e
ordinò d’abbandonare la Lombardia e la Liguria, rastrellando tutti i militari
delle Tre Corone in grado di muoversi.
Attraversata rapidamente la Riviera, sorda ai lamenti di Genova, che si
vedeva lasciata inerme in balia del nemico avanzante, l’armata delle Tre
Corone, ridotta da malattie, diserzioni, morti e catture da 90 000 a soli 25 000
uomini, riparò oltre il Varo. Gli Austro-Sardi, giunti insieme al confine della
Liguria, si divisero, puntando rispettivamente alla Bocchetta e poi a Genova i
primi; a Finale e a Savona i secondi.
La situazione dei Genovesi era adesso a dir poco tragica. Erano soli
davanti a un nemico agguerrito e potente; non sarebbero mai stati in grado di
fronteggiarlo senza aiuti, e le loro risorse bastavano a malapena a imbastire una
difesa. L’unica cosa che avevano fatto fino a quel momento era stata la
predisposizione difensiva di San Pier d’Arena(19) quando avevano saputo che il
contrammiraglio Midley aveva lasciato Port Mahon con una squadra di 20 navi
e si era diretto verso il Mar Ligure. Però poi gli Inglesi si erano tenuti sulla
Riviera di Ponente, limitandosi a intercettare i convogli francesi e spagnoli, e
non avevano tentato nulla contro la capitale. Ma la minaccia più pericolosa
adesso non era quella. Il 4 settembre 1746 a San Pier d’Arena arrivarono non
gli Inglesi dal mare, ma gli Austriaci da terra.
Il Senato mandò una delegazione a ossequiare il loro comandante, il
maresciallo marchese Antoniotto Botta Adorno, di famiglia genovese, e gli
(18)Anonimo, op. cit., libro III, p. 269.
(19) Denominazione coeva.
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Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare - Giugno 2012
presentò un elenco di atti di buona volontà, che andavano dall’evacuazione di
Tortona, passando per la riduzione e neutralizzazione del presidio di Gavi, fino
al ritorno delle truppe genovesi sul piede di pace e alla restituzione di
prigionieri e disertori. Stranamente, tutti gli atti riguardavano solo le truppe di
terra; ma gli Austriaci, potenza terrestre, non se ne curarono, avevano altro in
mente e, quando Genova s’appellò allo stato di non-belligeranza che ancora
vigeva con Vienna, la loro risposta fu secca: poiché grazie al suo aiuto i FrancoSpagnoli erano potuti entrare in Italia, unendosi ai Napoletani e occupando la
Lombardia, la Serenissima non aveva altro da fare che sottomettersi alla dura
capitolazione che ora le sarebbe stata presentata. Il 6 settembre Botta Adorno
intimò al Senato le condizioni provvisorie a cui la sua sovrana avrebbe forse
graziosamente accettato di prendere Genova sotto la sua protezione: erano una
resa incondizionata. Si ordinava la cessione delle armi e dei magazzini, la
consegna dei disertori, dei
prigionieri e di tutti i militari francesi, spagnoli e napoletani presenti in città, il
trasferimento agli Austriaci
di ogni materiale o effetto
appartenente alle truppe delle
Tre Corone, il libero passaggio alle truppe imperiali,
l’obbligo per il doge di andare a chiedere scusa fino a
Vienna insieme a sei senatori, e il pagamento di 50 000
genoine subito. L’unica cosa
che, di nuovo, sfuggì a tutti,
fu la sorte della Marina, che,
per quanto piccola, non era
poi da buttar via. Era vero
che l’articolo V recitava:
“Sarà subito accordato il libero
ingresso del porto di Genova, e la
Il maresciallo genovese al
servizio imperiale Antoniotto
Botta Adorno.
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C. Paoletti - La Marina inglese contro Genova durante la Guerra di Successione Austriaca
libertà d’uscirne alle navi da guerra Inglesi, non altrimenti che a quelle delle Nazioni
alleate di S.M. Imp.”,(20) ma era pure vero che per la seconda volta in tre giorni le
truppe di Sua Maestà Imperiale non si curavano della Marina, e la Repubblica si
guardava bene dal menzionarla. L’8 settembre gli Austriaci calarono la mazzata
ordinando il pagamento di un milione di genoine entro 48 ore, di un secondo
entro otto giorni e di un terzo entro quindici, pena il saccheggio della città. Il
primo importo richiesto era già altissimo, perché obbligava a pagare in due
giorni una cifra corrispondente a circa trenta volte l’importo annuo di tutte le
entrate genovesi di pedaggio e di carato.(21) Ci si arrivò; ma occorsero cinque
giorni anziché due. Si poté liquidare anche la seconda rata, ma certo Genova
non sarebbe mai stata in grado di versare pure la terza.(22) Così si versarono i
primi due milioni, utilizzando fino all’ultimo soldino presente nelle casse del
Banco di San Giorgio, senza guardare a chi appartenevano i depositi e dando a
completamento della cifra anche i gioielli che la Casa d’Austria e il granduca di
Toscana avevano impegnato a Genova per 450 000 fiorini. Poi si chiese
fiduciosamente grazia per l’ultimo versamento. Data la distanza tra Vienna e la
Riviera, almeno si era guadagnato il tempo necessario ai corrieri per andare e
tornare e al consiglio della corona asburgica per decidere.
A metà ottobre intanto le truppe sarde avevano terminato di ricacciare gli
avversari oltre il Varo. Pochi giorni dopo l’oltrepassarono con 43 battaglioni
austriaci, 20 sardi e 45 squadroni di cavalleria, e bloccarono Antibes, in attesa
dell’artiglieria pesante per assediarla, obbligando i nemici in rotta a riparare
sotto le fortificazioni di Tolone.
Nel frattempo, il 30 novembre, giunse a Genova la decisione austriaca in
merito al condono del terzo milione; e fu ancora peggio della peggiore
previsione: non solo era respinta la grazia, ma dopo il terzo milione se ne
doveva versare ancora un altro per il mantenimento dei 16 reggimenti asburgici
accantonati a San Pier d’Arena, Bisagno e nei villaggi circostanti la Dominante.
Era il disastro. Occorreva reagire in qualche modo e, senza entrare nei
dettagli della politica del tempo, basterà dire che ai primi di dicembre occorreva
solo trovare un pretesto.
(20) Condizioni con le quali Sua Maestà Imperiale potrebbe ricevere provvisionalmente la
Serenissima Repubblica di Genova sotto la Sua protezione, art. V, Genova, s.i., 1746.
(21) Il carato era l’imposta che si pagava sulle merci trasportate per mare; il
pedaggio su quelle per terra.
(22) Gli Austriaci avevano calcolato che i nobili genovesi, disponendo di beni
privati per 70 milioni in Liguria e all’estero, sarebbero stati in grado di sborsare la cifra. Ma
non se ne parlò nemmeno; e il Senato – composto da nobili – fece conto solo sulle risorse
pubbliche.
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Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare - Giugno 2012
Genova assediata dagli Austriaci e con i vascelli della squadra inglese davanti al
porto.
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C. Paoletti - La Marina inglese contro Genova durante la Guerra di Successione Austriaca
Genova. Veduta con le galere dello stuolo della Repubblica.
Quello migliore capitò, quasi inavvertitamente, per la disorganizzazione
asburgica. Secondo le decisioni prese nel consiglio di guerra austro-anglo-sardo
tenuto a Savona in settembre e relativo all’attacco contro le frontiere
meridionali della Francia, il viceammiraglio Townsend, comandante della
squadra britannica, doveva provvedere al trasporto dei rifornimenti e dei
rinforzi destinati alle operazioni in Provenza. I vascelli inglesi si presentarono
dunque a Genova per caricare le artiglierie pesanti destinate all’assedio di
Antibes, e gli Austriaci, ai quali toccava fornirle e che non ne avevano di
proprie, stabilirono di prelevare quelle che guarnivano le mura della città per
inviarle al teatro d’operazioni.
Il dì 5 dicembre gli Alemanni strascinavano un Mortaro da bombe, e passando per il
gran quartiere di Portoria, si sfondò la strada sotto il di lui peso: cosa facilissima ad
accadere in Genova, dove le strade di sotto sono vote. Incagliato così il trasporto, i
Tedeschi vollero sforzare il minuto volgo a dar loro ajuto per sollevarlo. Questo resisté
alquanto; ma poi obbligati dalle minacce, vi si accostarono molti, sebbene di mal
animo, onde non davano verun ajuto. Ciò vedendo uno dei Tedeschi alzò il bastone e
lasciò correre alcuni colpi. Tanto bastò per dar fuoco a tutto l’incendio. Un ragazzo,
veduto questo tratto, diè di piglio ad un sasso, e rivolto ai compagni, disse: La rompo:
accordando gli altri, lanciò una sassata al Soldato percussore. Fu il lampo quello, a
cui seguì incontanente una grandine di sassate così furiosa che mise in fuga i
Tedeschi.(23)
(23) Anonimo, op. cit., libro IV, p. 351.
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Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare - Giugno 2012
L’indomani la tensione salì e finalmente esplose nell’insurrezione armata,
che in pochi giorni mise tanto a malpartito gli Austriaci da obbligarli a porsi
fortunosamente in salvo alla Bocchetta. Là si riorganizzarono per tornare
indietro e assediare la città, mentre i Genovesi tentavano di sbloccare il castello
di Savona, assediato dai Piemontesi. La loro squadra navale uscì in mare, di
conserva con un corpo avanzante via terra; ma i Sardi del conte della Rocca
avanzarono da Savona e lo fecero indietreggiare, mentre il convoglio, scortato
da tre galere, dové tornare indietro per la presenza della flotta inglese; così il
castello capitolò il 19, lasciando 1100 prigionieri in mano ai Sardi.
La difesa di Genova: 1747-1748.
La città di Genova, cinta da lunghissime fortificazioni che coronavano le
montagne circostanti, non era facile da prendere. Lo si poteva fare solo per
esaurimento delle difese; ma nel febbraio del 1747 le corti di Francia e Spagna,
che avevano ricevuto rapporti favorevoli dai loro osservatori mandati a
Genova, cominciarono a inviare rinforzi. Il 2 febbraio arrivò in città la
missione militare franco-spagnola, che precedeva lo sbarco dei 6000 uomini
concentrati appositamente a Tolone e Antibes. A metà marzo il convoglio partì
e, nonostante la flotta inglese avesse intercettato 20 delle 70 tartane che lo
componevano, riuscì ad arrivare a scaglioni a Genova entro la fine del mese,
mettendo a terra più di 4000 soldati col cui aiuto vennero rimodernate le
fortificazioni.
Gli Austriaci giunsero sotto la città più o meno negli stessi giorni; ma
con una difficoltà notevole: non riuscivano a far arrivare l’artiglieria. Dai passi
montani, troppo stretti, non ci si riusciva; dal mare la si sarebbe dovuta
imbarcare a levante, navigare fino a ponente, dove nel frattempo occorreva
prendere Voltri e Sestri, e scaricarla, evitando l’artiglieria costiera genovese: in
quel momento era impossibile. Il 3 aprile gli Austriaci riuscirono a ottenere
l’aiuto dei Sardi, che arrivarono il 15, e Genova rimase assediata da terra; non
dal mare, però, perché la squadra britannica, basata ora a Savona, presidiata dai
Sardi, non riusciva a bloccarla del tutto. Allora le galere della Repubblica
ripresero il mare e fecero incessantemente la spola fra la Corsica e la capitale
riportando in Patria tutti i rifornimenti e i viveri che erano stati in precedenza
ammassati nelle piazze corse per contrastare la rivolta. Grazie a loro Genova
sarebbe riuscita a superare l’assedio e giungere alla fine del conflitto nel 1748
senza perdere la propria indipendenza. Però nel frattempo la situazione non era
delle più rosee. Secondo alcuni, c’era a Genova “penuria delle cose più necessarie,
91
C. Paoletti - La Marina inglese contro Genova durante la Guerra di Successione Austriaca
La Corsica in una carta cinquecentesca.
cagionata dalla disolazione del
suo territorio, e dal’infestazione
delle Navi Inglesi, che continuando a scorrere a Levante,
Ponente, e all’altura della medesima, non vi lasciavano passare o entrare i convogli”.(24)
Secondo altri, invece, c’erano “tutta la tranquillità,
l’armonia, il credito, l’abbondanza”(25) che si potevano desiderare. La verità
stava nel mezzo, come al
solito. La guerra al traffico
fatta dagli Inglesi era dura,
ma il blocco non era né
poteva essere completo. I
legni impiegati dai Genovesi erano di poco pescaggio. Le galere, concepite per operare in funzione anticontrabbando e
antipirateria, dunque su bassi fondali, potevano navigare tanto sotto costa da impedire alle navi britanniche di raggiungerle, e lo
dimostrano tre fatti.
Il più rilevante è che a fine estate del 1747 gli Inglesi non riuscirono a
impedire l’arrivo per mare a Genova del nuovo comandante francese, il duca di
Richelieu, che così ne parlò nelle sue memorie: “Mi imbarco a Monaco coi miei
ufficiali, e, senza attendere i miei equipaggi, passo con un tempo assai pericoloso pressoché in
mezzo alla flotta inglese. Ricevo parecchie bordate di cannone, e fu sfidando tutti i pericoli che
(24)Ibidem, p. 281.
(25) Ibidem.
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Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare - Giugno 2012
arrivai a Genova”, (26) aggiungendo che “tutti i miei equipaggi erano arrivati a Genova
per mezzo di diverse feluche”, (27) segno che il blocco non era poi così inviolabile. Il
secondo è che la Repubblica di Genova si irritò con quella di Lucca e pretese
soddisfazione “per alcune barche di munizioni, che inseguite in mare dalle Navi Inglesi,
erano state predate nel porto di Viareggio, dove si erano ricovrate come in luogo sicuro”,(28) il
che significava che durante la navigazione i vascelli inglesi non erano riusciti a
prenderle e avevano al massimo potuto seguirle fino a destinazione. Questo fa
venire il dubbio che la navigazione fosse stata sotto costa, dunque su fondali
troppo bassi e pericolosi per i vascelli, ed è confermato indirettamente dal
terzo fatto, che si riscontra negli accordi stipulati fra gli Alleati nel gennaio
1748, quando l’Inghilterra si impegnò a fornire anche “… dei piccoli bastimenti,
più adatti ad avvicinarsi alle coste per secondare le operazioni delle truppe Alleate sulle coste
di Francia e d’Italia, facilitare il loro trasporto, ed impedire quelli del nemico”,(29) segno
che la necessità di imbarcazioni di ridotto pescaggio si era fatta sentire molto e
che gli Alleati ne difettavano.
L’anno seguente si aprì coll’unica operazione anfibia fatta dalla squadra
genovese in Italia in tutto il secolo. Il duca di Richelieu aveva fatto compiere
ricognizioni a Varaggio, cioè Varazze, “grosso borgo cinto di buone mura, 25 miglia
lungi da Genova, e 5 da Savona”, presidiata da poco più di 400 piemontesi. “Sulla
relazione, che i nemici non tenevano guardata una piccola spiaggia, comodissima allo sbarco
… Ai 4 di Gennajo fece imbarcare 1000 uomini di truppa delle tre Nazioni sopra 18
grandi barche Capraiesi, scortate e rimorchiate da 3 Galee della Repubblica”.(30)
L’operazione, eseguita di conserva con un corpo giunto da Genova per via di
terra che prese Varazze dalle alture, ebbe successo e fruttò 412 prigionieri.
Dopodiché la cittadina fu abbandonata perché troppo vicina al nemico. Visto il
buon risultato, Richelieu riadoperò le imbarcazioni – stavolta semplici tartane,
senza l’appoggio delle galere – per inviare rinforzi a Voltri, assalita dagli
Austriaci il 18 febbraio.
(26) L.F.A. de Vignerot du Plessis, duca di Richelieu, Mémoires, Paris, Barba, s.d., ma
1890 circa, cap. XCVIII, p. 218. Stando alle cronache dell’epoca, Richelieu arrivò a
Genova il 26 settembre del 1747.
(27) Ibidem.
(28) Anonimo, op. cit., libro IV, p. 285.
(29) “Convenzione per la campagna del 1748 contro la Francia, conclusa fra S.M. il
Re di Sardegna e i suoi Alleati, fatta all’Aja il 26 gennaio 1748”, articolo XI, in Solaro della
Margarita (a cura di), Traités publics de la Royale Maison de Savoie avec les puissances étrangères
depuis la paix de Chateau Cambresis jusqu’à nos jours, vol. III, Torino, Stamperia Reale, 1836 p.
28.
(30) Ibidem.
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C. Paoletti - La Marina inglese contro Genova durante la Guerra di Successione Austriaca
Essendo inverno, la flotta inglese fu considerata non pericolosa dai
Francesi, perché, come d’abitudine, era andata a svernare a Port Mahon,
perciò, prima che riprendesse il mare, Richelieu progettò un enorme attacco
anfibio a Savona, presidiata dai Sardi, i quali vi avevano rischierato la loro
piccola flotta, composta dalle galere spostate da Villafranca di Nizza, occupata
dai Franco-Spagnoli, e che poi riferirono:
Eransi da qualche tempo ricevute varie notizie private, confermate dalle relazioni dei
Disertori, che il Duca di Richelieu meditava un’impresa, per impadronirsi dei
Magazzini, spedali, ed equipaggi, ch’erano nella Città di Savona, non meno che
dell’artiglieria e delle munizioni, che v’erano state poc’anzi spedite, e per ardere o
rovinare, se fosse possibile, le Galee e tutti i navigli, che si trovavano nel Porto.
Prendendo tutte le misure ch’ei giudicava opportune all’esecuzione della sua impresa, il
Generale Francese, per ingannarci, affettò di spargere voci, che i preparamenti, che
faceva, erano destinati per la Riviera di Levante, o per il Golfo delle Spezie. In fatti il
Convoglio uscì dal Porto di Genova li 25 Marzo, facendo vela verso Levante, ma in
qualche distanza, il Duca d’Agenois, nipote del Duca di Richelieu, che ne aveva il
comando, fece girar bordo e volgersi verso Ponente. Questo Convoglio consisteva in 160
bastimenti di diversa grandezza, carichi di truppe e munizioni da guerra e da bocca, e
tra l’altre cose di molte scale da corda per una scalata. Era l’ordine di sbarcare
durante la notte.(31)
Le truppe inviate per mare assommavano a 2000 uomini, e al loro sbarco
doveva, come a Varazze in gennaio, far eco l’attacco di altri 3000, giunti per
terra e agli ordini di Richelieu. L’operazione andò male, perché i Sardi,
ammaestrati dai precedenti, avevano disseminato la zona fra Savona e Genova
di piccoli presidii di allarme di primo tempo, ma, soprattutto, perché il
maltempo ostacolò la navigazione. Il vento contrario fece arrivare in ritardo il
convoglio e ne rallentò lo sbarco, reso ulteriormente difficile da una forte
pioggia, sicché l’appuntamento saltò. Dal canto loro i Piemontesi non
restarono con le mani in mano: “Il Signor della Rocca, Governator di Savona, avvisato
di ciò che accadeva, provvide alla prima sicurezza dei Magazzini, facendoli trasportar nel
castello, e fece ogni possibile diligenza per difesa della Città, secondato dall’Ammiraglio
Bing,(32) e dal Signor Peterson, Generale delle Galee Regie”.(33) La reazione piemontese
fu dura, e i Francesi, sconfitti, si ritirarono.
(31) Relazione ufficiale sarda dell’attacco e della tentata incursione francese su Savona del 25
marzo 1748, Torino, s.i., 1748, p. 1.
(32) Si tratta del viceammiraglio John Byng, nato nel 1704 e da non confondere
coll’ammiraglio sir George Byng, visconte Torrington, che nel 1718 aveva distrutto la
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Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare - Giugno 2012
Nel frattempo le diplomazie erano all’opera. Prima, il 26 gennaio 1748,
gli Alleati conclusero una nuova convenzione per il proseguimento della
guerra, che all’articolo XI prevedeva: “Sua Maestà il Re della Gran Bretagna, fornirà
come l’anno passato trenta vascelli da guerra, dei quali se ne cambierà qualcuno con dei
piccoli bastimenti, più adatti ad avvicinarsi alle coste per secondare le operazioni delle truppe
Alleate sulle coste di Francia e d’Italia, facilitare il loro trasporto, ed impedire quelli del
nemico, ed il Re di Sardegna si impegna ad impiegare le sue galere per favorire i medesimi
obiettivi ”,(34) nominando per la prima volta esplicitamente la flotta sarda. Poi,
iniziarono le trattative fra gli opposti schieramenti, e a fine primavera si arrivò
all’armistizio, che, prima provvisorio, fu reso definitivo e, per il fronte italiano,
fu firmato a San Pietro Vara il 18 giugno 1748 e pubblicato, a seconda dei
luoghi, fra il 20 e il 30 giugno, dicendo, all’articolo II:
Quest’Armistizio si estenderà a tutti i Bastimenti con bandiera Spagnuola, Francese,
Napolitana, e Genovese che arriveranno nei porti di S.M. Sarda, eccettuate però le
Navi da guerra, e scambievolmente a quelli con bandiera di Sardegna, che porteransi
nei Porti e Mari di Spagna, Francia , del Regno di Napoli, e del Dominio Genovese,
e ad essi sarà scambievolmente permesso di frequentare i detti Porti e Mari, dove
saranno loro accordati i consueti aiuti e assistenza.(35)
La cosa non toccò subito gli Inglesi.
Siccome erano cessate nella forma, e nei tempi sopradetti le ostilità in Italia, e negli
Stati del Re di Sardegna, per terra, ed anche in mare tra il Re di Sardegna e le tre
Potenze Alleate nemiche, credevasi parimente sentire da un giorno all’altro, che
finissero ancora in mare per parte degli Inglesi contro le suddette tre Potenze: ma
essendosi giudicato bene in Annover di farle durare sei settimane dopo l’Armistizio di
S. Piero di Vara, per aspettare, che fosse seguita l’accessione del Re di Spagna e della
Repubblica di Genova ai Preliminari, solamente agli undici di Luglio fu spedito dal
Duca di Neucastle un Ordine Regio all’Ammiraglio Bing di sospenderle.
Relativamente a quest’Ordine, esso Ammiraglio, che si tratteneva con la sua squadra
a Vado, spedì una Nave da guerra ad avvisare i comandanti delle Navi Inglesi,
ch’erano sparse lungo le Coste di Genova, come anche al Governo di quella Città, che
flotta spagnola a Capo Passero, in Sicilia, e del quale questo era il quarto figlio. John Byng
è noto per aver perso il 20 maggio 1756 la battaglia navale di Minorca contro i Francesi
durante la Guerra dei Sette Anni, ed essere stato per questo processato e fucilato nel 1757.
(33) Relazione ufficiale sarda ..., cit., p. 2.
(34) “Convenzione per la campagna del 1748 …”, cit., p. 28.
(35) Armistizio che di già osservasi provvisionalmente tra le truppe Gallispane e Piemontesi,
fatto in San Pietro di Vara il 18 giugno 1748, articolo II di VII.
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C. Paoletti - La Marina inglese contro Genova durante la Guerra di Successione Austriaca
ai 24 cesserebbero senza fallo tutte le ostilità in mare per parte delle predette Navi,
siccome in fatti successe: e in progresso, avendo ricevuto ordine dall’Ammiralità di
Londra di tornarsene a casa, lasciò alcune Navi a proteggere il commerzio della sua
Nazione nel Mediterraneo, e fece vela col rimanente, che aveva richiamato a Vado,
per l’Inghilterra. Riapertosi così il commerzio libero di Genova per mare, e quasi nel
medesimo tempo anche per terra col Milanese, e col Piemonte, per via di passaporti, fu
provveduta quella Capitale in breve di tante cose, delle quali abbisognava o
scarseggiava, con indicibile giubilo, e notabile sollievo dei Popoli.(36)
L’ultima guerra navale di Genova era finita.
(36) Anonimo, op. cit., libro III, p. 285 sg.
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Operazioni navali durante l`insurrezione corsa