LIBRIDO
L IBIDO L EGENDI
A NNO 1, N UMERO 0
IN
G ENNAIO -G IUGNO 2013
CORSO DI REGISTRAZIONE
S OMMARIO :
E DITORIALE
«Questi benedetti libri sono il mio vizio, e conoscendo che mi scomoda,
non ostante non so disfarmene, perché qui la passione domina». Così scriveva Giuseppe Pelli - esponente dell’Illuminismo
toscano e direttore della
Galleria degli Uffizi - nel
suo diario un giorno di
gennaio del 1764. Noi,
come il Pelli, condividiamo questo insano vizio
della lettura. Lettura libera, senza costrizioni di
moda, genere o novità.
Lettura indipendente e
mai conforme, legata soltanto all’idea che frulla,
che batte le ali e che dalla
mente cerca riparo in isole
lontane, utopie, castelli
incantati, anfratti neri dell’attualità e della politica.
Per noi lettura è il vizio: è
il vizio della libertà. Leggere è per noi l’unica vera
azione libera rimasta oggi,
perché non condizionata
dall’avanzata selvaggia di
tv, social network e tutte le
altre armi di distrazione di
massa. Per questo motivo
LIBRidO - Laboratorio di
Studi e Servizi Culturali
ha deciso di aprire un
blog, un angolo dedicato
solo ed esclusivamente
alla lettura e non al libro.
Il libro ha un suo mercato,
il libro è un prodotto, è il
risultato finale di un processo industriale. La lettura è l’antidoto all’alienazione causata dal processo
industriale e dal multitasking tecnologico: la lettura non è un prodotto.
Libido Legendi raccoglie e
pubblica mensilmente, e in
maniera gratuita, le esperienze di lettura sotto
qualsiasi forma espressiva
compatibile con lo strumento
del
blog
(recensioni, racconti, sensazioni, impressioni, criti-
che, spunti, riflessioni,
manifestazioni artistiche,
video, registrazione vocale). Non importa se il libro
è recente o di un secolo fa:
a noi interessa la lettura e
cosa da essa può scaturire
dalla forza della parola e
dalla interpretazione libera
della mente. Siamo convinti che l’incontro della
parola e dell’occhio che
legge, sia capace di sprigionare energie più devastanti di un ordigno nucleare. Non importa se il libro è un romanzo, un saggio, uno studio di storia,
un fumetto, un testo scolastico, un romanzo rosa:
vogliamo conoscere il vostro piacere di leggere.
LIBRidO
Laboratorio di Studi
e Servizi Culturali
N ARRATIVA
Alessandro BANDA, L’ultima estate di Catullo. Romanzo, Parma,
Guanda, 2012, 195 pp., ISBN 9788860881564
Alessandro Banda, docente di scienze umane a Merano, appassionato di classici
greci e latini, è l’autore di questo romanzo, che non vuole essere una ricostruzione
storica dettagliata della vita di Catullo, bensì una descrizione di quello che sarebbe
potuto essere il suo mondo interiore, i suoi sogni, i suoi desideri e le sue preoccupazioni; descrizione assolutamente condivisibile, che ben descrive la visione introspettiva di un poeta – di un uomo – che al di là del romanticismo e del cinismo nei
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confronti dell’amore disilluso, tanto declamati nei libri di letteratura latina, mostra il suo
lato triste, riflessivo, solo, infelice: tutte sensazioni ben deducibili dalla lettura del suo
Carmi, ma mai troppo approfondite dai testi scolastici.
Banda riesce a rendere tali impressioni senza però incappare nell’infelice ed anacronistico errore di rendere il personaggio-poeta troppo contemporaneo e attuale nel modo di
esprimersi, o di parlare, o di osservare.
Anche gli “orrori” cronologici sono scongiurati, poiché parte sempre da un dato certo e
veritiero, dal quale tesse poi, come un esperto narratore epico, dialoghi e intrecci.
Gaio Valerio Catullo nasce a Verona nell’84 a. C. circa e si trasferisce a Roma intorno
al 61-60 a. C. È il primo poeta d’amore latino di cui si ha testimonianza ed è il primo che
ha descritto l’Amore come doppia coesistenza di due sentimenti opposti, nel suo carme 85,
il cui incipit è odi et amo, che bene spiega la sofferenza dell’Amore.
La “memoria”, il “ricordo”, presentati sin dall’inizio con la metafora delle onde che il
poeta osserva dalla villa paterna, sono il leitmotiv dell’intera narrazione.
La villa paterna, dove spesso si rifugia, è presentata come un luogo dall’atmosfera e dal
tempo indefiniti, che culla il giovane Catullo e lo allontana dalle sue pene, conducendolo in un
percorso propedeutico per la sua psiche fino a ripercorrere le tappe della sua vita.
Molte sono le allusioni a fatti storici, come il varco del Rubicone [p. 23], così come le
citazioni e gli spunti letterari; si veda, ad esempio, la riformulazione della poesia della
poetessa di Lesbo alle pp. 40-41, che nella realtà ispirò Catullo per un suo breve carme, il
51. Sempre di gusto saffico sono le righe che richiamano chiaramente l’Inno ad Afrodite [pp.
50-51], nelle quali si fa allusione ad un «trono variegato» ed a un amore che se «fugge, ti
inseguirà; se non accetta regali, presto ti sommergerà lei, di regali. Se non ama, amerà,
benché non voglia».
Tra le pagine del romanzo trova posto anche la sollecita messaggera Nape, l’ornatrix di
Ovidio, qui descritta come ancella dall’indole superiore rispetto alle sue pari.
Diverse pagine sono dedicate all’abbondante Cena di Trimalcione, con descrizioni
tratte fedelmente dal Satyricon di Petronio.
Si fa anche menzione di Abrasax, quando si ricorre, come ultimo rimedio per un Amore disperato, ai filtri d’Amore, anche questi di chiara eco classica.
Il resto del romanzo è pregno della duplice sensazione che solo un vero Amore può provocare, l’odio e l’amore, il volere possedere e il respingere fino a desiderare la propria morte,
pensata come ultimo e unico atto dell’eterno possesso, l’odi et amo catulliano, per l’appunto.
È Clodia-Lesbia, sorella di Clodio, e moglie del proconsole Quinto Cecilio Metello
Celere l’oggetto dei suoi peggiori patimenti e delle sue più alte gioie. Il personaggio di
Lesbia è descritto egregiamente, i suoi gesti ed i suoi occhi ammiccanti sono tratteggiati
con meticolosa cura, tale da essere resi quasi visibili agli occhi del lettore, che solo in questo modo è in grado di comprendere la patologia e la dipendenza di Catullo nei confronti
di questa donna.
Amore struggente, Amore a tratti malsano e malato, che spinge il poeta ad andare via
da Verona, via da Roma, fino all'assolata Bitinia, sulle rive di un mare lontano.
Il romanzo termina appunto in Bitinia, dove Catullo incontra Fotide, giovane e vivace
prostituta, che lo inizia ai misteri religiosi, e che, contrariamente da quanto è testimoniato
dalle fonti, lo distoglie dal male d’amore causato dal suo eterno sentimento.
Un romanzo che stimola il lettore, che lo porta alla continua ricerca dei collegamenti e
delle citazioni; volume compreso ed apprezzato certamente da chi “ama” i poeti del passato e che li conosce tanto da discernerne e riconoscerne passi e rimandi, senza correre nel
blando errore di scambiarli per farina del sacco dell’autore; un romanzo dai sapori esotici e
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lontani, che porta ad immaginare luoghi sconosciuti e persi nel tempo.
La struttura narrativa è ad anello.
Unica pecca è la mancanza di un apparato di note a fine volume, che sarebbe potuto essere
un chiaro supporto alla lettura, soprattutto per le molteplici citazioni presenti nel testo.
Banda ha inoltre pubblicato nel 2001 Dolcezze del rancore per Einaudi, nel 2012 Due
mondi e io vengo dall'altro per Laterza; nel 2003 La verità sul caso Caffa, nel 2005 La città dove le
donne dicono di no, nel 2006 Scusi, prof, ho sbagliato romanzo, nel 2010 Come imparare a essere
niente, tutti per Guanda.
AGOSTINA PASSANTINO
Stefano BENNI, Stranalandia, disegni di Pirro Cuniberti, Milano, Feltrinelli, 2009, 109 pp., ISBN 9788807810794
Esiste davvero, in mezzo all’oceano Atlantico, l’isola di Stranalandia “dove tutto è così
strano che più niente sembra strano”?
Questa diciannovesima edizione di una pubblicazione del 1984 di Stefano Benni, che potrebbe apparire un libro per soli bambini, risulta invece una gradevole lettura per tutte le età.
Stranalandia è un’isola dove tutto appartiene a una fantasia operata con sapienza dalla
natura, rappresentata da bizzarre creature zoologiche, botaniche, ecc. In quest’opera si
ritrovano fantastiche descrizioni di animali quali la Bancaruga, il Cervo Pomellato o il
Topo Cagone, tutti residenti in quest’isola misteriosa, dove, agli inizi del ‘900 a causa di un
naufragio, due professori-scienziati dell’università di Edimburgo riescono a sopravvivere
per tre anni: durante tale periodo i due riescono a raccogliere una grande quantità di dati,
disegni e osservazioni. Misteriosamente è stato rinvenuto il secondo volume del loro diario, originariamente composto da tre libri, dove si leggono narrazioni inverosimili: tutto
ciò “è un’invenzione fantastica o la testimonianza reale del più incredibile prodigio naturale mai scoperto?”. Ai lettori la risposta.
Un tuffo in una natura fantastica dove alla fine di questo meraviglioso viaggio si avverte la voglia di ideare e creare un nuovo stravagante personaggio e collocarlo tra le
spiagge e le foreste di Stranalandia.
Un libro divertente attraverso il quale Stefano Benni, con trovate assolutamente geniali, si conferma nuovamente autore creativo e di grande livello. Presenti anche 6 tavole a
colori e 64 disegni in bianco e nero di Pirro Cuniberti che rendono perfettamente le descrizioni degli animali.
BIAGIO BERTINO
Jolanda BUCCELLA, Fortuna, il buco delle vite, Maserà di Padova,
Ciesse, 2012, 592 pp., ISBN 9788866600442
Quando ho ricevuto in regalo il romanzo di Jolanda Buccella, sono rimasta un tantino
turbata: 592 pagine scritte da un esordiente mi sono sembrate davvero tante. Ho iniziato a
osservarlo con una certa freddezza, non mi piaceva nemmeno il titolo, non capivo il nesso con
l’immagine di copertina raffigurante una bellissima donna immersa in una natura lussureggiante. Poi, invece, l’ho aperto, ho cominciato a leggerlo e non sono più riuscita a fermarmi.
La protagonista di questo romanzo – che impareremo anche a conoscere col soprannome
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di Piccoletta la barbona e quello di Fortuna – è J. Tre nomi per tre vite totalmente diverse l’una
dall’altra. Iniziamo a leggere di lei quando è ancora una simpatica ragazzina con i capelli rossi
e gli occhi verde smeraldo, affetta da una grave malformazione alla colonna vertebrale: la
spina bifida – quel buco della vita – che influenzerà in modo negativo il legame fondamentale
tra la bambina e sua madre Anita, splendida ex ballerina costretta ad abbandonare il sogno di
danzare nei migliori teatri del mondo per accudire la figlia. Un rapporto difficile, costellato dal
visibile astio della madre per la carriera irrimediabilmente compromessa e dalla sofferenza
della piccola J. sommersa dai sensi di colpa. Dolore smorzato parzialmente dall’amore di
nonna Umberta Prima Rizzutelli, una donna un po’ eccentrica ma dal cuore d’oro che riesce a
carpire tutte le migliori qualità della nipotina.
Dopo un’adolescenza dilaniata da gravi disturbi alimentari, sorti in seguito alla morte
di Umberta, J. trova il coraggio di reagire: fugge dalla casa natia e si rifugia a Roma, nella
speranza di poter dare un taglio netto al passato. Nella capitale troverà, però, una nuova e
amara dose di sofferenza. Sola e senza soldi si ritrova a vagare per le strade di una città
fredda e ostile. Così J. – spogliatasi della vita precedente e divenuta Piccoletta la barbona –
vivrà più di dieci anni, quasi senza accorgersene, lottando spietatamente per la sopravvivenza. È quasi allo stremo delle forze quando finalmente arriva la svolta: l’incontro improvviso e inaspettato con Nadir, affascinante medico ruandese che, giorno dopo giorno,
riuscirà a restituirle un posto dignitoso nella società e a darle l’opportunità di conoscere il
significato più autentico della parola amore.
Una donna, tre vite vissute con dolore, passione, angoscia e speranza che si svolgono in
un crocevia di luoghi: dall’Italia del piccolo paesino in provincia Salerno e della splendida
capitale, al Ruanda dilaniato dal terribile genocidio dei tutsi, avvenuto nell’aprile del 1994.
Tre vite profondamente diverse l’una dall’altra che, come un complicato puzzle, si ricompongono davanti agli occhi della donna – ormai condannata a morte in un’anonima prigione
ruandese – intenta ad afferrare i fantasmi del passato. Tra lutti devastanti, abbandoni insopportabili e amori negati che l’hanno trascinata nella disperazione più profonda, insegnandole
comunque a rialzarsi ogni volta con maggiore determinazione, questo romanzo – per certi
versi crudo, spietato, avvincente e capace di lasciare con il fiato sospeso – regala al lettore una
sfumatura di emozioni forti e inaspettate fino all’ultima pagina.
La giovane autrice è riuscita nel difficile tentativo di scrivere una storia lunga ma mai
ripetitiva, toccando temi di forte impatto sociale come la disabilità e i disturbi alimentari
senza per questo correre il rischio di risultare retorica.
La sua scrittura, semplice ma efficace, riesce a coinvolgere il lettore e a farlo immedesimare
nelle storie dei personaggi raccontati sempre in modo geniale e con dovizia di particolari.
MARTA LODETTI
Ian CALDWELL e Dustin THOMASON, Il codice del quattro, Milano,
Piemme, 2004, 366 pp.
È Pasqua a Princeton. Gli studenti prossimi alla laurea sono immersi nella preparazione delle tesi e due di loro, Tom Sullivan e Paul Harris, sono a un passo dal risolvere i
misteri dell’Hypnerotomachia Poliphily, un’opera rinascimentale che, dal giorno della sua
pubblicazione, ha eluso gli sforzi di quanti tentavano di decifrarla. Uno di questi è il padre
di Tom, e se per lui la ricerca rappresenta una sorta di eredità culturale, per Paul diventa
invece un’ossessione, la ragione stessa della vita.
Nonostante l’impressione di essere molto vicini alla soluzione del testo, i due ragazzi si
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trovano di fronte a una barriera invalicabile, finché un diario perduto, emerso dal passato,
fornisce loro un indizio d'importanza fondamentale. Ma quando, qualche giorno dopo, un
loro compagno viene brutalmente assassinato, Tom e Paul capiscono di non essere stati i
primi a tentare di decifrare i segreti dell’Hypnerotomachia. Mentre i due amici si misurano
con codici e indovinelli che mettono a dura prova il loro intuito, il libro appare loro sotto
una nuova luce: non più una storia di fede, erotismo e sapere, ma un vero e proprio labirinto matematico, una sorta di percorso a ostacoli disseminato di morti. Tutti quelli che vi
si sono addentrati hanno pagato a caro prezzo il loro desiderio di conoscenza, e anche
Tom e Paul capiscono che la loro vita è a rischio.
Dalle strade della Roma cinquecentesca al campus di una delle più prestigiose università americane, un thriller ricco di suspense, follia e genio. Questo libro, scritto a quattro
mani, è ricco di citazioni dotte tratte da moltissime fonti: Bibbia, Leon Battista Alberti,
ecc. Buona l’idea di inserire nel testo le illustrazioni che vengono citate, fornendo la possibilità al lettore di avere un riscontro visivo di ciò che viene raccontato.
L’Hypnerotomachia Poliphily (Sogno della lotta d’amore di Polifilo) è uno degli incunaboli più
prestigiosi e oscuri del mondo occidentale. Pubblicato a Venezia nel 1499, il numero di copie
sopravvissute è inferiore a quello della Bibbia di Gutenberg. Gli studiosi discutono ancora
sull’identità e sulle finalità di Francesco Colonna, l’enigmatico autore del libro. Solamente nel
dicembre del 1999, cinquecento anni dopo la prima edizione a stampa del testo originale, è
stata pubblicata la prima traduzione inglese completa dell’Hypnerotomachia.
BIAGIO BERTINO
Andrea CAMILLERI, La scomparsa di Patò, Milano, Mondadori,
2000, 253 pp., ISBN 9788804484128
21 marzo 1890, Venerdì santo.
A Vigata si sta svolgendo la sacra rappresentazione comunemente chiamata “ Mortorio”.
Vi partecipa, nel ruolo di Giuda, il ragioniere Antonio Patò, stimato direttore della
locale “Banca di Trinacria”.
Finita la rappresentazione, di Patò si perdono le tracce.
Scomparso.
Si mette quindi in moto un microcosmo deputato alla risoluzione del caso.
Si mettono in moto anche altre componenti: burocrazia, poteri politici, convenzioni
sociali, desiderio di rispettabilità, ambiguità comunicative...
Non è altro che un’indagine, potremmo concludere; Camilleri ci ha abituati al metodo
di lavoro di Montalbano.
Ma qui Camilleri si diverte sfacciatamente, mostrandoci per quali vie, spesso contorte,
perverse e contrarie al più elementare buonsenso, si può procedere.
Per carità, nessun giudizio ...
Alla verità, nonostante tutto, si arriva sempre. Prima o poi.
Ma la verità deve essere “politicamente corretta” e perciò si procede a cambiare le carte
in tavola.
Della scomparsa di Patò viene data la versione che tutti si aspettano: un malaugurato
incidente, niente da ricondurre alla volontà dell’integerrimo funzionario, marito amorevole e padre responsabile di lasciarsi trascinare dal vortice della passione…
La particolarità del romanzo sta nel fatto che esso è stato costruito sulle “carte”. E sì, è
tutta una raccolta ordinata e sapiente di documenti scambiati tra rappresentati delle istitu-
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zioni, personaggi autorevoli, professionisti (questore, carabinieri, prefetto, giornalisti,
direttore di filiale, un primario, un sottosegretario di stato, un avvocato, un capo di gabinetto del ministro dell’interno, …).
Chi legge deve compiere diverse operazioni interessanti: cercare le connessioni tra i
vari documenti, chiedersi il reale significato di alcuni messaggi più o meno ufficiali, scoprire che lo stesso concetto può essere espresso con vari registri.
Non è affatto una lettura banale.
Bisogna essere molto vigili.
Non lasciarsi mai prendere in giro.
E … soprattutto … stare al gioco!
E pensare che tutto nasce da un involontario suggerimento di Leonardo Sciascia, in A
ciascuno il suo:
«Cinquant'anni prima, durante le recite del “Mortorio”, cioè la Passione di Cristo secondo il cavalier D'Orioles, Antonio Patò, che faceva Giuda, era scomparso, per come la
parte voleva, nella botola che puntualmente, come già un centinaio di volte tra prove e
rappresentazioni, si aprì: solo che (e questo non era nella parte) da quel momento nessuno
ne aveva saputo più niente; e il fatto era rimasto in proverbio, a indicare misteriose scomparizioni di persone e di oggetti» [p. 19].
GIUSI TRUPIA
Giancarlo DE CATALDO, Io sono il Libanese, Torino, Einaudi, 2012,
131 pp. (Stile libero BIG), ISBN 9788806211097
Chi non ha mai sentito parlare della Banda della Magliana, una delle più potenti organizzazioni criminali italiane, che negli anni settanta ha messo a soqquadro la capitale? Chi, soprattutto tra i più giovani, non avesse avuto la possibilità di approfondire la conoscenza a riguardo, è stato agevolato dal fortunatissimo Romanzo Criminale di De Cataldo, e ancor più
dalla trasposizione cinematografica di Placido. Questi, in maniera abbastanza romanzata,
raccontano le avventure del Libanese & Co., che – tra rapimenti, rapine e agguati – cercano di
farsi largo all’interno della malavita di Roma e di comandarla. Io sono il Libanese, invece, si
configura, secondo uno schema abbastanza collaudato, come il prequel: De Cataldo narra le
avventure del Libanese, gli amori e i sotterfugi che lo hanno portato a essere il capo della banda; il libro, quindi, si conclude dove invece comincia Romanzo Criminale, ossia nel momento in
cui viene progettato il rapimento del Barone Rossellini.
Il romanzo ti trascina in mezzo alla strada della borgata romana, tra droga, prostituzione,
armi e scazzottate, dove sembra prevalere la legge del più forte, dove non si guarda in faccia
nessuno per sopravvivere, dove è sempre meglio stare sul chi va là e far buon viso a cattivo
gioco. Un testo che si fa leggere tutto d’un fiato: crudo, sfacciato e spietato.
VINCENZO BAGNERA
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Alexandre DUMAS, Il visconte di Bragelonne, Roma, Newton Compton,
2006, XXV+1283 pp. (I Mammut, 16), ISBN 9788854114029
Dumas padre chiude con un monumentale volume la storia dei moschettieri.
La gloria di uomini valorosi come D'Artagnan, Athos, Porthos e Aramis non poteva
che concludersi combattendo. Per più di duemila pagine (i tre romanzi insieme) i moschettieri hanno fatto vivere a generazioni di giovani avventure ed emozioni, che solo una
penna ineguagliabile e feconda come quella di Dumas poteva rendere ficcanti.
Più che una recensione al Visconte, questa vuole essere una lode e una dichiarazione
incondizionata di amore nei confronti del Ciclo dei moschettieri, del quale questo libro è
soltanto l'atto conclusivo (lo precedono infatti I tre moschettieri e Vent'anni dopo).
L'autore riesce, con maestria e impeccabile bravura, a descrivere la Francia della seconda metà del Seicento e i suoi personaggi: la corte di Luigi XIV è una fotografia puntuale, precisa; gli angusti e atri ambienti della Bastiglia sono cupe pagine nell'animo di chi
legge; le passioni e gli amori sono fiamme che presto avvampano nell'animo dei lettori
trasportati; la morte degli eroi è un dolore: un abbandono tragico di uomini che guidandoci per mano per mille e più pagine, ci hanno portato con sé in galoppate mozzafiato, ci
hanno fatto sognare le fronde verdi che ombrano e riparano dalla calura, la rugiada e i
profumi del bosco che accompagnano le passeggiate, le strade polverose e perigliose, e le
coste irte sul mare che nasconde insidie e soluzioni.
Il genio di Dumas riesce anche a far nascere la commedia del tappezziere Moliére, Il
borghese gentiluomo, dall'incontro tra il commediografo e Porthos! La letteratura di Francia
si riscrive e si realizza nelle pagine dei Moschettieri.
Porthos ci insegnò a vivere. Athos ci insegnò come crescere un figlio e a reagire con
dignità al dolore che spegne l'uomo. Aramis ci insegnò a lottare per un'idea, per una causa.
D'Artagnan ci insegnò a conoscere l'uomo ancor prima di usare la spada.
Chi ha letto la trilogia dei moschettieri questo lo sa bene, porta con sé il ricordo tenero
dei quattro eroi e la venerazione per quei personaggi (o veri uomini?) che superano la
storia e la narrazione, diventando mito generazionale.
Uno per tutti...
PIERO CANALE
Massimo GRAMELLINI, Fai bei sogni, Milano, Longanesi, 2012, 223
pp., ISBN 9788830429154
Ho imparato a diffidare dei libri presentati come best-seller mondiali, con centinaia di
migliaia di copie vendute. Da questo punto di vista, il libro di Massimo Gramellini suonava veramente minaccioso (‘Il libro dell’anno. 1 milione di copie’, dove i punti esclamativi sono semplicemente sottintesi), ma ho dato fiducia al giornalista intelligente, ironico e
mai scontato. E la fiducia non è stata mal riposta.
Gramellini ripercorre la propria vita, segnata irrimediabilmente, all’età di nove anni, dalla
perdita prematura della madre che, salutandolo per l’ultima volta prima di andare a dormire,
gli dice «Fai bei sogni, piccolino», da cui il titolo del libro. L’augurio si trasforma, invece, nell’incubo personale dello scrittore, tale Belfagor, cioè «un demone sovrappeso (…). Un mostro
molle e spugnoso che si alimentava delle mie paure: sfiducia, rifiuto, abbandono» [p. 58] e che
lo accompagna per tutta la vita, fino a una tardiva riconciliazione con se stesso dovuta a una
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rivelazione inaspettata e alla presenza di una donna accanto, la moglie Elisa, che riempie il
vuoto lasciato dalla perdita della presenza femminile della madre.
Quello che rende straordinariamente coinvolgente questo libro e che, credo, ne abbia decretato il successo, è la capacità che Massimo Gramellini possiede di descrivere l’animo umano, partendo dalla sua vicenda personale, con semplicità e leggerezza tali da riuscire a coinvolgere qualsiasi tipologia di lettore, che si compenetra nella storia narrata e s'identifica nel suo
percorso catartico. La tematica dell’abbandono, intorno a cui ruota il libro, e della sofferenza
che questo determina si solleva, così, dall’ambito personale dell’autore per assurgere a livello
universale, con una precisione nella resa che solo la poesia raggiunge nei casi più fortunati. Le
frasi da riportare come esempio sarebbero veramente tante. Una per tutte:
«Non essere amati è una sofferenza grande, però non la più grande. La più grande è non essere
amati più. Nelle infatuazioni a senso unico l’oggetto del nostro amore si limita a negarci il suo. Ci
toglie qualcosa che ci aveva dato soltanto nella nostra immaginazione. Ma quando un sentimento
ricambiato cessa di esserlo, si interrompe brutalmente il flusso di un’energia condivisa. Chi è stato
abbandonato si considera assaggiato e sputato come una caramella cattiva. Colpevole di qualcosa
d’indefinito». [pp. 28-29]
Gramellini, nella sua ‘poesia in prosa’, sforna delle descrizioni da manuale di sentimenti e
stati d’animo in cui è impossibile non riconoscersi, e, parallelamente, provare una sorta di
conforto nella certezza di capire ed essere capiti, nel carattere universale di certi sentimenti.
A tutto questo si unisce uno stile deliziosamente ironico e quasi geniale in determinate
trovate, che fa ridere, fa piangere e fa riflettere, soprattutto nelle pagine dedicate a quel
bambino che è stato, e che ancora si porta dentro, ibernato nell’istante di quel fatidico
giorno, a cui guarda con un sorriso tenero e malinconico per la fragilità dei suoi nove anni
messa a dura prova da un dolore tanto grande. La domanda che si pone Gramellini:
«Volevo essere rassicurato sulla mia ossessione: che la ferita dell’infanzia non mi avesse segnato l’esistenza in modo inesorabile» [p. 74] è la stessa che ci poniamo noi come lettori: avremmo
goduto della stessa creatività, della stessa ironia che il dolore della vita ha reso in alcuni
punti amaro sarcasmo, se Gramellini non avesse subìto questa immensa e incolmabile
perdita? Questa domanda resterà senza risposta, ma a noi tutti resta Gramellini: e c’è solo
da ringraziare.
Piccola nota a margine: i titoli dei paragrafi in cui è suddiviso il romanzo valgono già il
prezzo del libro!
AGATA DI RAIMONDO
Sudhir KAKAR, Il trono cremisi, Vicenza, Neri Pozza, 2010, 318 pp.
(Le Tavole D'Oro), ISBN 9788854504820
Il libro racconta gli ultimi anni del regno di Shah Jahan, imperatore Mogul, e la guerra
fratricida per la conquista del trono; la vittoria di Aurangzeb su Dara, il Wali Ahad (l'erede
al trono). Questa però è soltanto la storia dell'India del XVII secolo.
Il romanzo racconta questa vicenda attraverso gli occhi di due "medici" europei, Niccolò Manucci (un veneziano) e François Bernier (un francese discepolo del filosofo Gassendi), entrambi entrati a far parte della corte dei Mogul. Agli occhi dei due narratori
l'India si presenta con tutte le sue stranezze, con tutte le sue differenze e bizzarrie, con tutte
le sue contraddizioni. Emergono infatti nelle pagine narrate, le descrizioni dei luoghi,
molto attente puntuali, e anche una descrizione delle genti che i due europei incontrano.
Nulla sfugge ai due osservatori e, infatti, mirabili e affascinanti sono le immagini che essi
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riescono a dare di quel mondo lontano, in cui convivono indù, musulmani e sciiti. La
tolleranza religiosa di Dara si scontra con il fanatismo religioso di Aurangzeb. La guerra
che si scatena fra i fratelli racconta una storia di tradimenti, di vendette e di una rassegnazione al fato: «Gli astri possono anche rivelarsi crudeli, soprattutto se il loro fuoco ha
cominciato a spegnersi» [p. 245].
Nel romanzo storico si assiste anche alle diverse opinioni che ognuno dei due narratori
si fa della situazione politica in India. Niccolò Manucci piange sei mesi per la disfatta di
Dara e la vittoria di Aurangzeb, e la sorte che da tale vittoria toccherà agli indù perseguitati
dal fanatismo religioso. François Bernier non può che lodare le doti machiavelliche del
vincitore (anche se sarebbe più giusto parlare di Arthasastra, capolavoro dell'arte di governo
anteriore al Principe), deprecando l'incapacità e la mollezza di Dara.
Il trono cremisi è però anche la storia di voluttà, di gelosie, di amori, di spezie e di colori.
Le cronache dei due narratori europei sono anche un tentativo antropologico di comprensione dell'altro-da-sé. Questo dato risulta interessante dal fatto che l'India descritta dagli
occhi dei due viaggiatori europei, è a sua volta filtrata e narrata dall'autore Sudhir Kakar,
uno dei più noti scrittori e psicanalisti indiani. L'autore si serve, infatti, delle opere redatte
dai due cronachisti, le quali sono puntualmente riportate in un'appendice bibliografica.
Mi piace citare questo brano dell'opera, perché mi ha profondamente colpito e reso la
bellezza di un mondo lontano:
«Rifugiamoci nei piaceri della filosofia mentre intorno a noi infuriano i conflitti, Bernier»
mi disse con un sorriso che non riusciva a dissimulare la tensione degli ultimi quattro mesi.
«Rimarremo qui a Delhi anziché raggiungere la corte ad Agra. E voi mi svelerete i misteri del
pensiero di Cartesio, e soprattutto la quarta parte del suo Discorso sul metodo. Ancora non
capisco perché la frase: ‘Penso, dunque sono’ sia il principio fondamentale della sua filosofia,
né per quale motivo egli la definisca una verità ‘così ferma e sicura, che tutte le supposizioni
più stravaganti degli scettici non avrebbero potuto smuoverla’. A me sembra la dichiarazione
di fede di un credente, e non la conclusione ragionata di un filosofo» [p. 243].
L'edizione della Neri Pozza di Vicenza è corredata inoltre di un glossario in cui è riportato il significato delle parole indiane che ricorrono nel testo, un modo molto utile per
far conoscere la cultura indiana di quel periodo (infatti nel glossario sono indicati i nomi
degli indumenti tipici, il gergo di corte, le piante, i cibi, ecc.).
Piacevole, pregevole e utile lettura: lo consiglio.
PIERO CANALE
Margaret MAZZANTINI, Non ti muovere, Milano, Mondadori, 2002,
295 pp., ISBN 9788804489472
Si può banalizzare la trama di qualsiasi romanzo. Seguendo questo principio, Non ti
muovere è la storia di un tradimento … ma neanche per sogno.
Margaret Mazzantini ci racconta tre vite di donna guardate attraverso la vita di un uomo.
Un uomo che finalmente, in un momento tragico della sua vita (il gravissimo incidente di cui è
rimasta vittima la figlia), trova il coraggio di guardare spietatamente anche la sua.
C’è la relazione coniugale più o meno banale, semplice: appassionata in certi momenti,
in via di esaurimento in altri. C’è il rapporto con la figlia, sempre tenero, anche se a volte
un po' distante.
E c’è soprattutto il rapporto con Italia, la donna del caso, la prostituta, la negazione della
sensualità, la reietta. Ed è proprio in questa strana relazione, all’inizio rabbiosa e brutale, poi
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sempre più umana e accorata, che il protagonista della storia ritrova la sua umanità.
Attraverso un percorso molto tortuoso, egli s'impegnerà faticosamente, dolorosamente e, a
volte anche contro la sua volontà, prima a vedere e poi a rispettare l’umanità dell’altra.
In tutto ciò le altre due figure femminili (Elsa, la moglie e Angela, la figlia) non restano sullo
sfondo, non sono creature di contorno, vivono della loro vita e hanno la possibilità di imporsi con le
loro risorse che nascono dalla personalità, dai sentimenti, dalle certezze acquisite.
Italia, invece, queste risorse non le ha: sa solo di essere un mucchietto d’ossa, un corpo
consumato che tutti possono usare; è questa la sua certezza e in questa rimane, senza
opporvisi, fino alla fine.
La fine, tragica, le riconsegnerà, anche se troppo tardi, tutta intera la sua dignità.
Ma il romanzo s'impone anche per un’altra scelta dell’autrice, un particolare che può
anche sfuggire: è scritto in prima persona, a parlare è il protagonista. Si tratta di un uomo.
Margaret Mazzantini è una donna, ma lo dobbiamo ricordare a ogni pagina, perché lo si
dimentica facilmente.
VINCENZO BAGNERA
Amélie NOTHOMB, Igiene dell’assassino, Parma, Ugo Uganda Editore,
2012, 175 pp., ISBN 9788882463663
«Non senza legittimo orgoglio il signor Tach si seppe colpito dalla temibile sindrome di
Elzenveiverplatz, chiamata più volgarmente ‘cancro delle cartilagini’, che lo studioso eponimo
aveva scoperto nel XIX secolo alla Cayenna in una dozzina di ergastolani reclusi per violenza
sessuale con annesso omicidio, e che da allora non si era più ripresentata» [pp. 8-9].
Uscito nel 1992, è questo il primo romanzo della Nothomb; la sua fortuna ruota intorno alla
grande – in tutti i sensi!– figura dello scrittore Prétextat Tach, premio Nobel, più che per la letteratura, per la misantropia e la misoginia. L’ottuagenario Maestro è un eremitico, presuntuoso, paralitico, vorace e calvo grumo di lardo, benedetto da una rarissima malattia che promette di coronare
di morte gloriosa una lunga e lusinghiera carriera di autore. Stampato e distribuito per tutto il mondo, riverito e lodato da tutti gli intellettuali, Prétextat è letto da nessuno e, forte di questo vanto,
decide di gratificarsi con un ultimo regalo. Come un grasso ragno, apre il suo appartamento a degli
sprovveduti giornalisti, che si lanciano nella sua ragnatela, per finire fagocitati dal pantagruelico
Ego dello scrittore. Qualsiasi approccio, qualsiasi tattica improvvisata o pianificata a tavolino dagli
intervistatori è resa vana da Prétextat: con i suoi sofismi blandisce, adula, insulta, confonde, sfinisce
e mette in fuga con ferocia anche i più brillanti fra i giornalisti, incapaci di sostenere il pressing dialettico del Maestro. L’ultimo intervistatore è però una donna, Nina, una «piccola rompiscatole
insolente». Decisa a condurre il gioco, altera e inflessibile al contempo, Nina è Femmina e dunque,
nella sottesa logica northombiana, letale. Si percepisce come il romanzo – perlopiù composto da
dialoghi – nell’ultimo capitolo cambi ritmo, quando le discussioni surreali ed esasperate/
esasperanti ammannite dallo scrittore vengono soppiantate da quelle rigorose della giornalista.
Come in un giallo di Ellery Queen, alla fine della storia tutti gli ingarbugliati indizi sparsi per il
romanzo vengono raccolti, e i fili dell’oscuro passato riannodati a intrappolare il grasso ragno,
vittima felice della propria ragnatela. Il romanzo è condotto con mano leggera, che permette di
sorvolare su qualche sofisma di troppo; ma la Nothomb, penna e personaggio peculiare che si ama
o si odia all’istante, merita letteralmente chapeau!
ELOISIA TIZIANA SPARACINO
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George ORWELL, 1984, Milano, Oscar Mondadori, 1989, 322 pp.
(Oscar classici moderni), ISBN 9788804507451
«Libertà è la libertà di dire che 2+2=4. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente».
Leggere 1984 è difficile. È difficile leggerlo senza riflettere e senza temere che fatti analoghi possano avverarsi. È difficile leggerlo senza pensare che in minima parte qualcosa
dei fatti narrati si sia realizzato o si stia realizzando a nostra insaputa.
Non è tanto il Grande Fratello televisivo degli ultimi anni a richiamare il Big Brother
del romanzo (sebbene il nome del format televisivo sia ispirato al racconto di Orwell), ma
l'onnipresenza di una struttura dell'informazione e della comunicazione nella vita odierna
(si pensi ai social network, all'e-banking, la posta elettronica, l'e-commerce e quant'altro). E
perché non Facebook? Facebook non è un Grande Fratello? Sicuramente Facebook non è
l'unico. Esiste Google, esiste Twitter, esiste Wikipedia, che controlla la "conoscenza" (su
Wikipedia vi invito a leggere il saggio di Miguel Gotor, L'isola di Wikipedia. Una fonte elettronica, in Prima lezione di metodo storico, a cura di Sergio Luzzatto, Roma-Bari, Laterza,
2010, pp. 183-202). Questo discorso vale per tutti i social network. Sicuramente non c'è un
solo occhio che osserva, ma migliaia sono spalancati e scrutano e sanno cosa fai, con chi
sei, chi sei. E Facebook riesce a sapere anche cosa pensi, cosa ti piace, cosa organizzi il
sabato sera e dove sei. Bene. Quello che è stupefacente – e qui Orwell è sufficientemente
lungimirante (il romanzo è stato scritto nel 1948!) – è che nulla di ciò avviene sotto coercizione, ma è un processo mentale lento, che è difficile contrastare, perché indolore, silenzioso e apparentemente innocuo. L'unico modo per restare in guardia è leggere. L'unico
modo per restare in guardia è non cedere alle esemplificazioni della realtà.
È inutile commentare, bisogna leggerlo.
P.S. C'è anche un po' di Big Brother in Beppe Grillo e nel Movimento 5 Stelle...
"Vaffaday" come la "Giornata dell'Odio", Comunicati stampa ai giornalisti come Dizionario della Neolingua... Cose su cui riflettere...
W Goldstein!
PIERO CANALE
Chuck PALAHNIUK, Gang bang, Milano, Mondadori, 2011, 208 pp.,
ISBN 9788804591122
Irriverente, scandaloso, crudo, politicamente scorretto, immorale, sfacciato. Tutto questo è
Chuck Palanhiuk, scrittore e giornalista statunitense, autore di una serie di romanzi di grande
fortuna come, tra gli altri, Fight Club (1996), Soffocare (2001) e Cavie (2005).
Gang bang, pubblicato per la prima volta nel 2008, racconta la storia della leggendaria,
nonché attempata, pornostar Cassie Wright e della sua colossale impresa, con la quale
vuole concludere la sua più che decennale carriera: un'enorme gang bang (pratica sessuale
in cui un soggetto, di sesso maschile o femminile, svolge attività sessuali con una moltitudine di partner, ndr) che ha lo scopo di polverizzare il precedente record mondiale. Ripresa
dalle telecamere, l’attrice ha infatti come obiettivo di fornicare con 600 uomini. Il filtro
attraverso cui tutto è raccontato è quello di quattro personaggi: N. 72, uno studente, che
sostiene di essere il figlio legittimo di Cassie; N. 137, un vecchio attore, caduto nel di-
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menticatoio, che ricerca disperatamente una seconda chance per il rilancio televisivo; N.
600, noto come Branch Bacardi, attore veterano dell’industria pornografica; Sheila, l’assistente tuttofare di Cassie.
La narrazione degli eventi è resa ancora più interessante da alcuni colpi di scena: in
primis, Cassie vorrebbe morire durante le riprese del film, cosa che renderebbe lei stessa
immortale nel tempo e la pellicola un cult mondiale. Leggendo si scopre inoltre che la
Wright, durante le riprese del suo primo film concepì un figlio, subito dopo abbandonato:
a questo figlio lei adesso vuole donare gli introiti del lungometraggio che sta girando. Ma
chi sarà questo figlio? Sarà uno dei quattro protagonisti?
Gang bang è molto divertente, ma non si sente la forza di altri lavori precedenti di Palahniuk. La frammentarietà della narrazione non sempre dà i frutti sperati, soprattutto nel
momento in cui le voci dei personaggi s'incanalano verso il finale comune, e non riesci a
capire se durante lo svolgimento hai perso qualche particolare importante. A tratti questo
romanzo sembra nient’altro che una raccolta di racconti a luci rosse, e non è sostenuto da
una concreta visione distorta del mondo, dominato da ingiustizia e prepotenza, come
invece accade in Fight Club.
VINCENZO BAGNERA
Fernando PESSOA, Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, Milano, Feltrinelli, 2000, 277 pp., ill.
(Universale Economica Feltrinelli), ISBN 9788807816260
Il libro dell'inquietudine è il diario di Bernardo Soares, un contabile della Lisbona degli
anni Trenta. L'autore del diario, che altro non è che un eteronimo di Fernando Pessoa,
trascorre il suo tempo tra lo sterile lavoro, il sogno e la scrittura quasi maniacale delle
pagine asfittiche, ostiche, soffocanti che compongono questo romanzo.
Bernardo Soares non è un sognatore, quale l'idea romantica potrebbe suggerire. Infatti, il
sogno di cui parla il contabile è l'unica esperienza reale di vita che gli sia permessa. Per Soares
la vita è una complessa, e a volte insensata, oscillazione tra l'inazione e la mancanza di consapevolezza. Solo il sogno dà la vera prova dell'esistenza: «omnia fui, nihil expedit».
Il diario si contorce, come viscere in preda a degli spasmi. Tra le pagine di pioggia e le
pagine del caldo umido e asfissiante si insinuano profondamente le riflessioni sull'esistenza
e sull'umanità, le massime sulla religione e sul secolo. Quella di Soares è una filosofia
pratica, che si fa forte dell'esperienza non vissuta.
Soares (o Pessoa?) scioglie momento per momento la sua esistenza – il diario risale agli
ultimi anni di vita dello scrittore – la analizza con lo stesso metodo con cui si osserva la
vita intorno, alla quale sembrerebbe totale il disinteresse, ma che tuttavia l'autore descrive
con incredibile partecipazione interiore: ogni cosa investe in pieno i sensi di Soares. Ogni
suono ogni colore, ogni odore: «nulla è fuori di lui...», verrebbe da dire...
La costante di questo libro è la peregrinazione angosciosa, tra la meditazione, i sogni e
il tedio.
Difficile è però ripercorrere le pagine di questo libro, cercando di seguire una sua logica interna.
Non credo si possa fare una recensione, ovvero una descrizione puntuale di questo diario.
Le pagine sono libere e libera ne è l'accoglienza che ciascuno può farne nel proprio
animo, nella propria testa. Questo libro ha troppe facce: l'autore ne ha disegnate troppe; il
lettore troppe ne può scorgere, accogliere o decidere di ignorare.
E nello stesso tempo questo libro può essere una condanna o una salvezza.
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Salvezza... per chi il pericolo lo ha già scampato. Questo libro è dunque un conforto,
una speranza: «ho evitato di fare la sua fine, non vivo più come Soares, prima vivevo così».
Il libro dell'inquietudine è allora il più grande invito alla vita, a lasciare Rua dos Douradores,
ad affrontare con occhi diversi il mondo intorno.
Non basta il sogno: diventa necessario l'Amore. E in questo libro manca l'Amore. E
allora per chi vive senza Amore, questo libro è un'atroce condanna. Bernardo Soares non
sa cosa è l'Amore. È lontano dall'Amore. E chi vive senza Amore è condannato a essere
Bernardo Soares, a vivere chiuso in un'umida e insalubre stanza, a dormire senza posa e
senza ristoro in un letto sempre sfatto.
Il libro non dà soluzioni. Non mostra vie da seguire. Non scioglie le contraddizioni.
Al lettore la voglia, la forza di continuare la lettura.
Consigliarlo? Una responsabilità troppo grande.
PIERO CANALE
Mordecai RICHLER, La versione di Barney, Milano, Adelphi, 2004, 490
pp., ISBN 9788845915703
"Senti, Miriam è a Toronto, e tu sei qui. Divertiti un po'".
"Non capisci".
"No, sei tu che non capisci. Alla mia età non rimpiangerai
le marachelle che hai fatto, ma quelle che non hai fatto".
C'è questo tizio di circa sessant'anni, non troppo straordinario, che nella sua vita ha
vissuto un po' di eventi straordinari. Si chiama Barney ed è canadese. Di Montréal, per la
precisione. Ha avuto tre mogli, di cui una (la prima) morta suicida, un amico, tanto genio
quanto fallito, della cui scomparsa è stato accusato, e soprattutto ha frequentato, durante
la sua bohème parigina, un tizio che ha avuto la ventura di diventare uno scrittore famoso
e la pessima idea di scrivere un libro di memorie (Il tempo, le febbri – il titolo lascia intendere
con miracolosa chiarezza di che razza di scrittore stiamo parlando), pieno di menzogne su
Barney. O almeno: menzogne a detta di Barney. Che decide, quindi, di mettersi a scrivere a
sua volta (infrangendo un solenne giuramento) per stendere la propria autobiografia. Ossia, la
propria versione della propria vita.
Se Barney racconti bugie o meno, non ci è dato saperlo. Che sia sincero, invece, è
una certezza.
Nel suo ultimo lavoro, dato alle stampe nel 1997 (2001 in Italia), Mordecai Richler
(1931-2001) celebra la vita nella sua pienezza contraddittoria, fatta di gioia e dolore, povertà e ricchezza, amore e tradimento, giovinezza e vecchiaia, memoria e oblio. Presta al
suo protagonista una serie di vizi, tratti biografici, visioni del mondo e tic che gli sono
propri (il whisky, i sigari, l'origine ebraica, l'umile estrazione sociale, la verve polemica,
per nominarne alcuni) e crea un personaggio a cui manca soltanto un documento d'identità perché si crei la ressa di ambasciatori che vogliono offrirgli la cittadinanza onoraria
della propria nazione.
Molti hanno visto nella vita di Barney una autobiografia romanzata e camuffata di
Richler, dimentichi del fatto che, per scrivere un libro come questo, con un personaggio
così fortemente caratterizzato, bisogna pur attingere da qualche parte; e da dove, se non
dalla propria vita?
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Certe cose si imparano leggendo, altre semplicemente vivendo: si può imparare dalle pagine di un libro come si convive per una vita col senso di colpa per aver causato il suicidio di una
donna fragile e insopportabile che si è sposata più per dovere che per amore?
Si può imparare come sopprimere il rimorso per avere dilapidato un patrimonio
inestimabile di sentimenti tradendo l'unica, straordinaria donna che si sia mai realmente amata?
Si può capire come ci si sente a vedere il più dotato dei propri amici, quello per il cui
talento si prova la più smisurata ammirazione e la più sfrenata soggezione, affannarsi
ostinatamente a trasformare se stesso nelle macerie di ciò che avrebbe potuto essere? E che
profonda antipatia si può arrivare a provare per un altro che, sopperendo con l'ostinazione
al talento, diviene un'istituzione della letteratura inglese contemporanea?
No. Ma Richler dimostra, una volta per tutte, che uno scrittore realmente bravo può
agevolare notevolmente il lettore in un'impresa del genere. Uno scrittore realmente bravo e
di una certa età. O, quantomeno, con una buona dose di vissuto alle spalle. Chi scrive
propende per la prima ipotesi: certi libri si possono scrivere, senza cadere nel manierismo,
solo dopo aver vissuto un certo numero di anni.
È innegabile che, lasciandosi trasportare dalla prosa equilibrata e raffinata dell'autore
canadese, caratterizzata da periodi a volte anche ampi, ma mai prolissi, trasudante cultura
ma senza accenni di cedimento alla stucchevolezza, venga quasi da pensare “questo tizio
vorrei conoscerlo e sentirlo parlare per ore”, sorprendendosi nel ricordare che il tizio in
questione non esiste. E, meglio ancora (forse il risultato migliore che un certo tipo di
scrittore possa auspicarsi), la lettura di certe pagine dense di battute fulminanti e personaggi delineati con pochi, essenziali tratti, riempie il lettore di una insopprimibile voglia di
guadagnare la porta di casa e ficcarsi nel folto della vita, nella folla di personaggi, il più
possibile simili a quelli del libro, che ognuno sa dove trovare, se conosce veramente certi
luoghi della propria città.
E, a proposito di città, anche questo romanzo di Richler è ambientato a Montréal, sua
città natale, della cui evoluzione, nel corso delle proprie opere, ha steso un ritratto vivissimo, partendo dal nucleo della comunità ebraica (di personaggi che vi appartengono, di
termini Yiddish, di ironia giudaica sono pieni tutti i suoi libri, compresso quello in questione), a volte limitandosi ad essa, altre (come in questo caso) con uno sguardo rivolto
all'esterno (le vicende narrate si svolgono in due continenti).
Nonostante Barney sia schifosamente ricco e notevolmente scafato, deve arrendersi
alla malattia che lo priverà dell'ultimo tesoro che gli rimane, persa la moglie e l'intimità dei figli: la memoria. Ebbene sì, il nostro soffre di Alzheimer. E Richler ha sparso
indizi lungo tutta la storia, tanto che, ad un certo punto, terminare la sua autobiografia diverrà per Barney una lotta contro il tempo. Per nostra fortuna, il personaggio
di Richler la vince. Altrimenti, senza nessuno a raccontarla, sarebbe stato un po' come
quando Boogie (l'amico idolatrato da Barney) racconta l'incipit del suo, eternamente
incompiuto, romanzo:
« […] il protagonista sbarcava dal Titanic, approdato senza incidenti al molo di
New York dopo una traversata inaugurale. E qui veniva abbordato da una cronista,
che voleva sapere come era stato il viaggio.
Risposta: ‘Noiosissimo’» [p. 22].
DAN SKORSKY
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Oliver SACKS, L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Milano,
Adelphi, 2001, 318 pp., (Gli Adelphi, 190), ISBN 9788845916250
La mente è un universo. Il dolore è un universo. Attraverso la mente e il suo dolore è
possibile scoprire l'anima imperscrutabile e la sua molteplicità. L'uomo non è solo memoria, sinapsi e processi neuronali. C'è dell'altro.
Non sono un medico e poco conosco della mente e dei suoi arcani meccanismi, quindi
mi ritengo il meno adatto a esprimere un parere su questo libro.
Oliver Sacks è un medico, un neurologo credo, che annota le sue esperienze e le sue
riflessioni generate dal contatto con i pazienti. Non si tratta di un romanzo, bensì di un
diario vero e proprio, che racconta fatti realmente accaduti. Conosco tuttavia niente dell'autore-medico, ma quello che le pagine di questo libro narrano è l'umanità, la pazienza e
l'amore verso i pazienti. Spesso abbiamo un'idea infida dei medici. Forse conoscere un
medico come Oliver Sacks, ci aiuterebbe a cambiare idea.
Non voglio (o meglio non posso) addentrarmi sulle anamnesi e sui pareri medici, ma
voglio di certo tenere a mente le anime dei pazienti del dottor Sacks.
In queste pagine nessun malato è lasciato solo o abbandonato o deriso. Ognuno è accettato con la dignità di essere umano che tutti meritano, pur rispettando la natura e le
peculiarità di ciascun protagonista.
Ogni episodio narrato è una scomposizione e rappresenta, a mio avviso, un aspetto
fondamentale di qualsiasi persona. Tutto ci riguarda, tutto ci forma.
Qualcuno un tempo mi disse che l'anima è come un albergo fatto di stanze vuote. Bisogna
riempirle di ospiti, affinché l'incuria e la vacanza non rovinino per sempre la struttura. Le
stanze di quest'albergo sono rivolte ai personaggi che incontriamo nella lettura. Essi, nei momenti di sconforto, saranno i nostri migliori e autentici amici e consolatori e consiglieri. Credo
che alcune di queste stanze spettino di diritto ai pazienti del dottor Sacks, ai "Gemelli", a Josè,
a Martin, a Rebecca, a Ray, al dottor P., a Jimmie, a Natasha K., a Bhagawhandi e agli altri.
Uomini e donne dall'anima profonda, capaci di insegnare a vivere nonostante la loro esistenza
sia difficile e la loro forza vitale sia per certi versi inspiegabile.
PIERO CANALE
José SARAMAGO, Il racconto dell’isola sconosciuta, a cura di Paolo Collo e
Rita Desti, Torino, Einaudi, 2003, 29 pp., ISBN 9788806166519
«L'isola sconosciuta è un luogo mobile che appare e scompare sulle carte della
fantasia, ma sta ben saldo nel cuore di ognuno di noi». [quarta di copertina]
Cos’è l’isola sconosciuta? Una terra che non è mai stata toccata da nessuna
imbarcazione o qualcosa di più grande e interiore?
In questo racconto Josè Saramago, premio nobel per la letteratura nel 1998,
descrive un uomo che si presenta al cospetto del proprio re con la strana richiesta
di una barca per cercare l’isola sconosciuta. Il re è sospettoso e dopo reciproche
argomentazioni, decide di concedere all’uomo ciò che chiede. Nel suo viaggio
sarà aiutato da una donna...
La barca è il mezzo che permette all’uomo di scoprire realmente se stesso. Tra
sogno e realtà l’autore narra sapientemente, con stile, una storia d’amore meravigliosa, che appare e svanisce dalle carte della fantasia, proprio come se fosse
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L IBIDO L EGENDI
un’isola misteriosa.
All’interno 8 illustrazioni fuori testo tratte dall’Atlante di Battista Agnese (1553).
BIAGIO BERTINO
Natsume SŌSEKI, Io sono un gatto. Romanzo, traduzione dal giapponese
e note a cura di A. Pastore, Roma, BEAT, 2010. 479 pp. (Biblioteca
editori associati di tascabili, 9) ISBN 9788865590225
Se io fossi un gatto, forse mi preoccuperei di descrivere le cose che mi circondano, gli
affari del mio padrone, ed avendo io stessa due gatti, devo dichiararmi con onestà curiosa
di sapere come appaiono le cose e le mie faccende ai loro occhi.
Evidentemente gli stessi crucci e pensieri occupavano la mente dello scrittore di questo
romanzo giapponese di inizio secolo XX, Natsume Sōseki.
Natsume Sōseki – pseudonimo di Kinnosuke Natsume (1867-1916) – è considerato il più
grande esponente della letteratura giapponese del secolo moderno e per comprendere a pieno
tale narrazione occorre conoscere qualche breve passo della sua vita. Nato ad Edo, antico
nome di Tokyo, è il quinto figlio di un funzionario della Pubblica Amministrazione. Vive
appieno l’epoca Meiji (1868-1912), durante la quale il Giappone attraversa una fase di grande
transizione, difatti da qualche anno erano cominciate l’influenza e la contaminazione del
mondo occidentale, inquinando il passato e gli usi dell’antica tradizione conservatrice giapponese e sconvolgendo in poco tempo anche le principali strutture sociali ed economiche.
Sebbene all’inizio del romanzo non sia ben chiaro l’intento dell’autore, poiché osservazioni feline si mischiano a consuete scene di vita familiare del protagonista e della sua
famiglia, con ricorrenti voli pindarici che fanno spesso perdere di vista il filo della narrazione, si arriva ad un punto in cui tutto diviene chiaro e scorrevole, anche frasi e citazioni
che potrebbero apparire inserite a casaccio.
Ogni frase è ponderata e scritta con un intento preciso, nulla è lasciato al caso.
L’invadenza e la prepotenza del mondo Occidentale sono protagoniste dell’intera
narrazione, accanto ai reali protagonisti che sono le amicizie, la famiglia ed il vicinato del
professore, protagonista principale del romanzo; un professore egocentrico e per certi
versi originale, personaggio burbero ma simpatico, con manie e convinzioni, un uomo
che si trova spesso combattuto dall’inamovibilità dell’essere fedele alle tradizioni orientali
e dalla curiosità di voler non solo conoscere, ma anche praticare le abitudini occidentali,
che non perde mai occasione di criticare durante gli incontri con i suoi amici di sempre.
Pettegolezzi, massime, vicende notturne di ladri ed inseguimenti di topi fanno da cornice
alle vicende quotidiane, le quali finiscono per divenire quasi proprie del lettore, talmente alto è
il livello di descrizione; sembra di incontrare i personaggi del romanzo per strada, o in fila alla
posta, o facendo una passeggiata nel parco, ritrovandosi frequentemente a dire tra sé e sé:
«Quell’uomo rassomiglia a Meitei»; o ancora: «Di certo Tōfū avrà avuto questa faccia»; il libro
continua ad accompagnare il lettore anche al di fuori della lettura.
Il gatto osserva e partecipa alle normali scene di vita quotidiana, alternando la narrazione delle vicende degli uomini all’azione delle sue personali.
Durante la lettura di tutto il volume sembra di essere ospiti e partecipi delle riunioni e
delle discussioni del professore, e viene la voglia di poter essere in grado di dire la propria,
di partecipare al dialogo con loro, ma, al pari del gatto, dobbiamo limitarci ed accontentarci del ruolo di osservatore-lettore. Noi siamo il gatto.
Basta, insomma, aprire il libro per andare a trovare dei vecchi amici, dei quali si cono-
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scono pensieri ed abitudini, sensazione che permane invariata fino alla fine del testo,
quando tutto tace ed è solo il silenzio ad occupare una stanza ormai lasciata vuota.
Wagahai wa neko de aru (Io sono un gatto), è un ottimo romanzo, spensierato, che lascia
spazio a molti spunti e riflessioni.
Sōseki muore prematuramente di ulcera duodenale nel 1916 a soli 49 anni, il suo ritratto è stato stampato sulle banconote da 1.000 yen, emesse dal 1984 al 2004; ci ha lasciato tanti altri romanzi di altrettanto spessore e rilievo, tra cui: Guanciale d’erba, il cuore
delle cose e Il signorino, tutti editi da Neri Pozza.
AGOSTINA PASSANTINO
Benedetta TOMASELLO, Buenos Aires 22. Poesia di un amore sincero,
Roma, Edizioni Libreria Croce, 2012, 88 pp., (Ozio sapiente), ISBN
9788864021676
Non conosco personalmente Benedetta Tomasello e non conosco la sua storia. Buenos
Aires 22. Poesia di un amore sincero è carico di indizi, di cifre nascoste di una vita, di una
famiglia, di una casa. Averlo letto, mi fa pensare che ci sia più che uno spaccato timido e
mal celato della vita dell'autrice, in questo racconto così appassionato e carico di sentimenti e di storie di famiglia. Un senso di famiglia, che in molti ricorre, l'insieme delle
sciagure e dei sentimenti e dell'unione forte dei legami di sangue. Il pane condiviso, le
mani strette, la violenza delle parole.
Non è tuttavia un libro duro, o che si abbandona alla sterile elegia di un tempo passato:
Buenos Aires 22 è anche una poesia d'amore, è soprattutto un componimento d'amore. Un
amore grande, che va oltre l'unione di due persone. È la lirica che accompagna e contraddistingue la vita e la sorte di molti siciliani, costretti all'emigrazione, a cercare un lavoro, a
contrastare la lontananza di un amore e la nostalgia dei familiari. Mi vengono in mente le
foto e gli altarini degli emigranti italiani all'estero.
La vita vera e sofferta è presente nelle pagine di questo volumetto. E forse ancora in
questo tra mattoni e un pub e un ricordo di un asilo o dell'arena, scaturisce il sentimento
profondo che ha portato Benedetta Tomasello a porgere la mano a una stella – forse quella
buona stella del papà – che brillerà «eternamente anche se in cieli diversi».
PIERO CANALE
Laila AL-UTHMAN, Il messaggio segreto delle farfalle. Roma, Newton
Compton Editori, 2012, 251 pp., ISBN 9788854141674
«Ascolta da questo istante devi osservare il silenzio. I segreti del palazzo non possono
trapelare all’esterno… per nessuna ragione» [p.13]. Da questa frase prende l’avvio la narrazione della vita di Nadia, nata in un Kuwait in cui le donne devono solo tacere e obbedire. Intellettualmente vivace e curiosa, a diciassette anni sogna di andare all’università,
non immaginando di essere destinata in sposa ad un ricco despota molto più anziano, che
la userà come un oggetto di piacere. Prigioniera in una gabbia d’oro, isolata da tutto e tutti,
violata e percossa, vive con angoscia le visite del marito: «ero pronta ad essere umiliata, a
sentirmi come se dei vermi mi strisciassero in gola e scarafaggi affamati mi percorressero le
gambe e il ventre» [p. 38]. Alla morte del vecchio, Nadia si crederà libera, ma si scoprirà
L IBIDO L EGENDI
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sempre costretta dai vincoli delle convenienze sociali. Scritto fra il 2004 ed il 2005, il romanzo scorre, ma lo stile dalla pesante aggettivazione – quasi barocca – fa sentire l’origine
mediorientale della scrittrice: eppure la scelta di una lingua letteraria non fa di questa una
storia leggera. Laila al-Uthman è una sessantasettenne kuwaitiana che ha sempre scritto –
e descritto – con coraggio, in saggi e storie dure, anche dolorose, dello scottante tabù della
condizione della donna nel proprio Paese. L’autrice è una donna combattente, che ha
affrontato il tribunale per oltraggio alla religione e che ha lottato come una suffragetta per
il diritto di voto delle donne del suo Paese. In egual misura lotta Nadia per affermare il suo
diritto di autodeterminazione; nel suo dialogo interiore lei si chiede: «Ma le farfalle erano
state create senza voce? Ero forse destinata a sperimentare in questo palazzo il silenzio
delle farfalle?» [p. 43]: la rabbia che sorge spontanea in risposta le darà la forza di sopravvivere.
ELOISIA TIZIANA SPARACINO
M AFIA
Lirio ABBATE, Fimmine ribelli. Come le donne salveranno il paese
dalla ‘Ndrangheta, Trebaseleghe, Rizzoli, 2013, 208 pp., ISBN 9788817063593
In Calabria le ‘ndrine sono la legge: è la terra dove i Pesce, i Bellocco, i Medda da Rosarno
gestiscono traffici per tutta la penisola, con una manovalanza spietata e devota che afferma «è
un onore per noi andare in galera» [p. 197]. In questa società dai distorti valori, le ragazze
sono sotto stretto controllo della famiglia e hanno il solo destino di sposarsi e figliare: «Non è
facile dire di no alla ‘ndrangheta, per una donna. Nascere in una famiglia mafiosa implica
quasi sempre assimilarne i valori e i codici di comportamento, accettando di rivestire un ruolo
che può essere anche di prezioso sostegno gregario, ma sempre nell’ambito di una realtà in cui
sono gli uomini a comandare davvero» [p. 191]
Ma in questo libro sono raccolte le storie di fimmine – perlopiù giovani spose e madri –
che hanno saputo ribellarsi allo schema imposto loro dalla realtà in cui sono nate. La loro
voglia di autoaffermazione scardina l’assetto del sistema e “disonora” la famiglia, ancor
più se la donna si rivolge al Nemico, ossia lo Stato. Giuseppina Pesce, Rosa Ferraro, Maria Concetta Cacciola, Simona Napoli, hanno affrontato le loro paure e fragilità, ma ancor
più, le loro famiglie. Hanno subito minacce, ritorsioni, ricatti: le ‘ndrine hanno calcato la
mano su quelli che potevano essere pessimi esempi di condotta, giungendo alle esecuzioni
delle più ribelli.
Su consiglio di Gaetano Grasso le loro storie sono state raccolte da Lirio Abbate, giornalista investigativo che ha sofferto sulla propria pelle le minacce mafiose e dal 2007 vive
sotto scorta: «Il giornalista arriva dove il magistrato non può per legge. E muovendosi in
questa terra di nessuno può scatenare l’ira di mafiosi, collusi e favoreggiatori, che si nascondono spesso dietro le facciate rispettabili di politici, commercialisti, avvocati, medici,
giudici, banchieri e, a volte, anche giornalisti» [p. 12].
Con questa premessa, l’autore ricostruisce l’humus mafioso calabrese attraverso
documenti e atti pubblici dei magistrati locali, inchieste e interviste a investigatori di
questure e carabinieri, con un linguaggio chiaro e mai retorico. Il libro si fa leggere
agevolmente, anche dai non esperti, e andrebbe consigliato nelle scuole perché, nel
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senso semanticamente più letterale del termine, è esemplare.
ELOISIA TIZIANA SPARACINO
Andrea CAMILLERI, Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo
nei pizzini di Bernardo Provenzano, Milano, Mondadori, 2007, 212 pp.,
ISBN 9788804585879
Bernardo Provenzano, tristemente noto per essere stato un sanguinoso boss mafioso
siciliano, dalla sua pluridecennale latitanza usava comunicare con dei bigliettini cartacei,
manoscritti o dattiloscritti, che consegnava a uomini di sua fiducia e che dovevano poi
essere recapitati al destinatario per informarlo in maniera “riservata”. Questo volume è
una sorta di “dizionario” in cui sono raccolti le voci e i temi che ricorrono più spesso nei
famosi “pizzini” di Provenzano, tracciando così un codice linguistico anomalo che diviene
idioma a tutti gli effetti.
In ordine alfabetico vengono proposti i temi di cui parlava il latitante. Per fare alcuni esempi: gli «Affari» [p. 9], il «Comando» [p. 50], la «Famiglia» [p. 70], la «Magistratura» [p.
101], la «Religiosità» [p. 151], l’«Umiltà» [p. 190], e molto altro ancora.
A pagina 40 viene esposto il tema della «Bibbia». Provenzano aveva una copia della
Bibbia delle Edizioni Paoline. A giudicare dallo stato in cui versava l’oggetto al momento
del ritrovamento e dalle numerose sottolineature che conteneva, possiamo supporre che
dovesse essere oggetto di consultazione quotidiana da parte del boss. La prima sottolineatura si trova già nell’introduzione al volume: «La perseveranza nella pratica del bene» [p.
40]. In un pizzino Provenzano scrive: «Preghiamo il Nostro buon Dio, che ci guidi, a fare
opere Buone. E per tutti» [p. 40]. Ovviamente è chiaro che la perseveranza cui fa riferimento Provenzano è quella volta ad arricchire sempre più di potere e denaro la mafia.
Provenzano era anche chiamato, all’interno di Cosa Nostra, “’u Raggiuneri”. Non a caso,
nella sua Bibbia, il testo più letto e sottolineato tra quelli che compongono il Vecchio Testamento è il libro dei Numeri.
Questa volta Andrea Camilleri – scrittore siciliano noto soprattutto per i suoi racconti
sulle vicende del Commissario Montalbano (ma non solo) – ha deciso di occuparsi del tema
della mafia. Quando le carte del boss sono state rese pubbliche, all’autore si è offerta un’opportunità imperdibile: da uomo e intellettuale di cultura siciliana, sapeva benissimo che
da quei testi si potevano ricavare preziosissime informazioni di carattere linguistico, antropologico, religioso, sociale, tali da costituire, per chi sapeva comprenderli, una chiave di
lettura curiosa e anomala.
Ne viene fuori un libro ironico e amaro allo stesso tempo, una sorta di guida che, voce per
voce, ci svela l’alfabeto con cui uno dei boss più spietati di Cosa nostra ha saputo parlare per
più di quarant’anni alla sua organizzazione (e non solo), mostrandoci infine come nella banalità di parole apparentemente comuni possa nascondersi la freddezza del male.
BIAGIO BERTINO
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L IBIDO L EGENDI
Gian Carlo CASELLI, Le due guerre. Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia, postfazione di Marco Travaglio, Milano, Melampo
Editore, 2010, 157 pp., ISBN 9788889533390
Le due guerre di Gian Carlo Caselli sono quelle che ha combattuto durante la sua straordinaria carriera di magistrato: prima contro il Terrorismo storico degli anni settanta e,
successivamente, contro la Mafia negli anni novanta del secolo scorso.
Caselli racconta con stile sobrio e pulito i fatti di quegli anni. I fatti, non le opinioni.
Narra i momenti salienti della lotta alle Brigate Rosse e a Prima Linea quando, da giovane
magistrato, viene chiamato assieme ad altri valorosi colleghi dal capo dell’Ufficio Istruzione della procura di Torino a occuparsi di quei crimini spacciati per gesti rivoluzionari,
con a fianco un nucleo di carabinieri altamente preparato e specializzato come quello del
generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ci spiega anche del modo in cui quella guerra è stata
vinta dallo Stato.
All’indomani delle stragi del ’92 – in cui vengono massacrati i due giudici antimafia più
importanti d’Italia e le rispettive scorte – Caselli chiede e ottiene di essere trasferito a Palermo per combattere la Mafia che aveva messo in ginocchio il Paese. Dopo l’apparente
consenso iniziale però, la Procura da lui diretta si trova costantemente a essere delegittimata. Lo stesso Stato che ha sconfitto il terrorismo, non ha saputo (e voluto) combattere
una lotta che – prima con Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino, poi con il pool dello
stesso Caselli – aveva dato risultati eccellenti nel contrastare la Mafia.
Bisogna dare atto a Caselli della sua seria personalità: figura di magistrato inflessibile
che applica la giustizia in modo intransigente e irreprensibile. Eppure la sua onestà e determinazione non sono riuscite ugualmente a risparmiargli malumori e polemiche, sia a
destra che a sinistra.
Ricorda, ancora una volta come, il processo più importante da lui coordinato – il processo Andreotti – non si sia concluso con un’assoluzione, come molti sono convinti, ma
con un accertamento dei fatti delittuosi dei quali questo era chiamato a rispondere, passati
in prescrizione. Dunque reato COMMESSO ma prescritto!
In conclusione Caselli non perde occasione per lanciare, come sempre, parole di ottimismo: «Non ci deve essere spazio per la rassegnazione, l’indifferenza, il disimpegno, il
riflusso, se non addirittura il trasformismo e l’opportunismo, che oggi nel nostro Paese
vanno purtroppo diffondendosi. Vivere il presente con radicalità significa anche essere
capaci di critica argomentata e intelligente. Capacità critica significa allora saper rompere
gli idoli della seduzione, l’idolo del consenso, l’idolo del potere, per lavorare invece a una
comunità finalmente capace di rompere le ingiustizie. Ripartendo dalla Costituzione. È
difficile ma possibile. Lo dimostrano ogni giorno i magistrati, i carabinieri e i poliziotti che
nonostante tutto continuano a darci dentro. Lo dimostrano i ragazzi palermitani di Addio
pizzo e i loro coetanei di Locri.» [pp. 152-153]. E tante altre testimonianze che «consentono
di guardare al futuro con ottimismo» [p. 153].
BIAGIO BERTINO
Giorgio D’AMATO, L’Estate in cui sparavano, Messina, Mesogea,
2012, 144 pp., ISBN 9788846921161
Spesso ci rendiamo conto di quanto siamo immersi nella storia solo a posteriori. Gli
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avvenimenti ci colgono nel nostro divenire quotidiano e non sempre abbiamo la lucidità
necessaria per riflettere su ciò che accade. Succede. Dalla caduta del muro di Berlino alle
dimissioni di un papa. Ma a volte capita che questa storia ci sia talmente vicina e attraversi
a tal punto le nostre vite da obbligarci a fare i conti con essa.
In esergo al suo libro, L’estate in cui sparavano, Giorgio D’amato cita Sciascia: “I siciliani,
ormai da anni, chi sa perché, si ammazzano tra loro”. Citazione da una Storia semplice, che ovviamente, così come accade spesso in Sicilia, semplice non è affatto. E infatti un groviglio di sangue e vendette comincia a prendere forma nel suo interessante romanzo, con una sparizione –
lupara bianca si dirà più tardi – quella del boss di Casteldaccia: Piddu Panno.
Ma ovviamente la storia, quella spietata della cronaca fatta dai killer di Cosa nostra,
non ha ancora preso il sopravvento e quindi l’incipit descrive una splendida estate siciliana
per il protagonista del romanzo, un ragazzo di 16 anni che vive la sua età tra amici, motorino e il lavoro pomeridiano al bar dello zio. Gli accadimenti, però, si impongono prepotentemente e il sangue comincia ad essere versato in abbondanza in quell’estate del 1982
con decine, e poi centinaia, di morti. Siamo in quel che diverrà il tristemente famoso
triangolo della morte: Casteldaccia, Altavilla Milicia e Bagheria, ed è questo il vero asse
portante del romanzo. D’Amato, infatti, ricostruisce – grazie a fonti documentarie quali
giornali e media del tempo, in modo puntuale ed efficace e senza tralasciare i particolari
più efferati – gli effetti della seconda guerra di mafia.
È una ricostruzione fedele, quasi da sceneggiatura cinematografica, ed è la storia della
mafia vincente, quella dei Corleonesi, che sostituirà quella storica, dei Bontade, Badalamenti, Buscetta, ecc. Gli omicidi sono raccontati dagli occhi ingenui di un adolescente
curioso e da un avventore del bar dove questo ragazzo lavora a Casteldaccia: Don Ciccio
che, ogni tanto, in modo colorito e popolano, cerca di spiegare cosa avviene e cosa c’è
sotto i vari morti ammazzati. Una figura, forse, poco siciliana proprio per la sua loquacità
ma che risulta essenziale per la ricostruzione dei fatti.
Per il resto il romanzo scorre abbastanza bene e accanto alle cruenti dinamiche mafiose, vede dipanarsi la storia dell’amicizia adolescenziale tra il protagonista e Antonio, un
ragazzo intelligente e pieno di ideali, poco più grande: una generazione ancora indenne
dal consumismo.
Si finisce in corteo nella famosa marcia Bagheria-Casteldaccia, di cui da poco si è
commemorato il trentennale, e con la fine di una stagione che porterà maggiore consapevolezza sociale e individuale. Le vicende raccontate, che influiscono sui destini delle persone e che a volte ne cambiano la direzione, porteranno ad una maggiore presa di coscienza collettiva obbligando tutti a prenderne atto. Una sorta di romanzo di formazione a
sfondo storico-mafioso che ha il pregio di far conoscere, soprattutto ai più giovani – con un
linguaggio semplice e accattivante che spesso fa anche uso di anacoluti e sintassi dialettali
– una pagina importante, e forse ancora poco conosciuta, di storia siciliana.
MARIA LUISA FLORIO
Giovanni FALCONE, Cose di Cosa Nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani, Milano, BUR, 2007, 177 pp., ISBN 9788817002332
Che cos’è la mafia? Una domanda apparentemente semplice, a cui Giovanni Falcone
dà risposte semplici, immerse in un ragionamento molto più complesso. Varcando i confini di scienze come la psicologia e l’antropologia di cui il fenomeno mafioso, per il giudice
palermitano, è profondamente impregnato, si fondono insieme una visione della realtà e
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L IBIDO L EGENDI
dell’uomo stesso.
Il racconto delle “guerre di mafia”, il rapporto con i pentiti [tra i più importanti, Buscetta, Contorno, Mannoia e Calderone], la mattanza dei Corleonesi sono solo alcuni
degli argomenti toccati da Giovanni Falcone che focalizza anche l’importanza, non indifferente, di una cultura mafiosa che fatica a scomparire: “l’interpretazione dei segni, dei
gesti, dei messaggi e dei silenzi” [p. 49]. Falcone non teme di sviscerare i minimi dettagli di
questo Stato-altro, che nella sua Sicilia gli pare allungarsi in tutte le direzioni come una
nuvola piena di cattivi presagi: dal mondo dell’agricoltura a quello dell’economia, della
finanza e della politica.
«Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità» [pp.
70-71], scrive Falcone in un passaggio del libro, tentando di descrivere il suo [complesso] rapporto con quello che non esita a chiamare, per primo e senza mezze misure, lo «Statomafia» [p. 71]. Uno Stato “parallelo” a quello rappresentato dalle istituzioni, i cui meccanismi
arrivano spesso a sopperire le carenze di uno Stato distratto e burocratico, fino a rimpiazzarlo
in tutte le sue funzioni e i suoi punti vitali: l’assistenza ai cittadini, il deficit di istruzione, la
mancanza di lavoro e di prospettive per i giovani. Un vuoto di Stato, a partire dalla progettualità di vita di ciascuno, che i mezzi a disposizione della mafia (oltre alla sua forte capacità
attrattiva, per la combinazione di terrore e potere di cui dispone) non faticano a colmare. Tanto che, per il magistrato, la mafia «a pensarci bene, non è altro che espressione di un bisogno di
ordine e quindi di Stato» [p. 71].
Questo libro è il risultato di venti interviste effettuate da Marcello Padovani a Giovanni
Falcone tra il marzo e il giugno del 1991. A differenza dell’edizione di quell’anno, questa
pubblicazione del 2007 contiene due capitoli, scritti dalla giornalista francese, che precedono le parole di Falcone: Dodici anni dopo [pp. 3-7] e Prologo alla prima edizione 1991 [pp. 9
-19]. Il racconto del giudice è quindi articolato in sei capitoli «disposti come… cerchi concentrici attorno al cuore del problema-mafia: lo Stato»: Violenze [pp. 21-45]; Messaggi e
messaggeri [pp. 47-71]; Contiguità [pp. 73-92]; Cosa Nostra [pp. 95-121]; Profitti e perdite [pp.
123-145]; Potere e poteri [pp. 147-171].
BIAGIO BERTINO
Antonio INGROIA, Palermo: gli splendori e le miserie l'eroismo e la viltà,
Milano, Melampo Editore, 2012, 166 pp. ISBN 9788889533529
Quando si parla di Antonio Ingroia non possiamo scindere il suo percorso di vita civile da
quello professionale. Quest’ultimo è stato segnato dalla conoscenza diretta di due eminenti
uomini, conterranei ed al servizio dello Stato, che hanno forgiato le coscienze della Sicilia,
valicando i confini della Nazione: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Paolo Borsellino è stato maestro e mentore della formazione professionale di Antonio
Ingroia e ha reso ancora più consapevoli e tenaci i principi che il giudice aveva assimilato,
sin da giovane, nel suo percorso adolescenziale: la ricerca della verità, dapprima
alimentata con letture di approfondimento sul fenomeno mafioso siciliano – da Sciascia ad
Arlacchi – ed in seguito arricchita dalla frequentazione del centro studi Peppino Impastato,
ove forte era l’evidenza dell’Antimafia.
La continuità con il suo modo di essere è evidenziata da alcune azioni dei suoi maestri
professionali, una in particolare: quando Paolo Borsellino – in occasione della confessione del
pentito di mafia Calcara, venuto a conoscenza che alcuni dei suoi giovani sostituti erano
entrati nel mirino delle cosche mafiose – decide di assegnare in dotazione al più esposto
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giovane Ingroia, allora trentenne, una delle sue auto blindate e, da oculato osservatore, lo
stesso giudice confessa a Ingroia di ritenersi quasi fortunato per avere vissuto più anni di libertà
rispetto a lui, che sta invece iniziando a vivere la vita blindata precocemente.
Da quel passaggio la vita di Ingroia si è tracciata, concretizzandosi in una costante lotta
contro il crimine organizzato.
Definito il “pupillo di Paolo Borsellino”, è sempre in prima linea ad istruire processi a
personaggi noti e ad altri definiti “colletti bianchi”: dal sequestro De Mauro, al caso
Rostagno, ai processi Contrada e Dell’Utri ed in ultimo quello sulla Trattativa StatoMafia; processi che lo hanno spesso reso oggetto di critiche particolari e lo hanno
sottoposto ad una continua esposizione pro e contro le azioni intraprese.
La sua indole è, di certo, segnata dagli avvenimenti criminosi, quali la strage in cui
sono stati trucidati Paolo Borsellino e i valorosi servitori dello Stato che tentavano di
proteggerlo. Sicuramente da allora qualcosa è cambiato.
Oggi nel mezzo del cammino della sua vita, molto travagliata e vissuta nell’interesse della
società, è stato costretto a eliminare buona parte del suo privato e di quelle cose che molte
persone ritengono normali.
Di recente, inoltre, ha deciso di intraprendere un percorso professionale e di vita
apparentemente diverso. L’occasione è stata colta da molti per muovergli critiche, ed
attribuire a tale gesto valore di resa. Chiaramente ha scelto quello che un uomo
consapevole e coerente decide di fare nella vita: approfondire e continuare la sua azione di
servizio verso lo Stato.
Ha coinvolto negli anni tanta gente, movimenti e rappresentanti della società civile, e
ha molto sperato di trascinarli in quella lotta che ha definito “Rivoluzione Civile”. Per la
particolare condizione sociale in cui verte l’Italia in questo momento, il movimento non ha
avuto il riconoscimento atteso ma, al contrario, ha mancato l’obiettivo che si era prefisso
in partenza, anche se di sicuro ha inciso scuotendo le coscienze di molti italiani.
È innegabile che il contributo dato in magistratura e quello che potrebbe dare nella
società civile è un patrimonio che non deve essere perduto. Eroi e servitori dello Stato non
sono solo quelli cancellati a forza dalla violenza, ma anche quelli che con i fatti, e non con
le sole parole, hanno inciso ed incidono per il miglioramento del presente, che da domani
sarà letto come Storia.
Fra le sue opere sono ricorrenti analisi, opinioni, esperienze, trattati di criminalità,
sociologia e avvenimenti che oggi possono essere consegnati alla Storia; per elencarne
qualcuna: L’associazione di tipo mafioso, Milano, Giuffrè, 1993; L’eredità scomoda. Da Falcone
ad Andreotti. Sette anni a Palermo, con Gian Carlo Caselli, Milano, Feltrinelli, 2001; C’era
una volta l'intercettazione. [La giustizia e le bufale della politica. Lo strumento d'indagine, la sua
applicazione per i reati di mafia e i tentativi d'affossamento], Viterbo, Stampa Alternativa, 2009;
Nel labirinto degli dei. Storie di mafia e di antimafia, Milano, Il Saggiatore, 2010; Palermo. Gli
splendori e le miserie. L'eroismo e la viltà, Milano, Melampo, 2012; Io so, con Giuseppe Lo
Bianco e Sandra Rizza, Milano, Chiarelettere, 2012; Il sentimento del giusto. Un dialogo nel
tempo con Paolo Borsellino, Milano, Il Saggiatore, 2012.
In questo scritto Antonio Ingroia, nato a Palermo nel 1959, prova a raccontare
parallelamente la terra di cui si sente pianta di seme naturale ed etnico, e quanto accaduto
e accade nel resto d’Italia; tenta di raccontarsi in quelle sue piccole azioni private e di vita
pubblica in magistratura, a partire dall’inizio della sua carriera come uditore giudiziario
sin dal 1987.
Racconta la casualità della sua esperienza professionale, determinata da un susseguirsi
d’eventi che a qualsiasi persona apparirebbero surreali, ma che lui riesce a circoscrivere e
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L IBIDO L EGENDI
descrivere con una naturalezza tale da rendere la sua storia uguale a quella di un qualsiasi
giovane. Da lì a poco la vita di un ventenne che guarda al futuro con semplici prospettive,
muta orizzonte a causa di una catena di vicende che, consapevolmente, comprende ed
accetta. Vive la professione agli inizi come allievo di quella gente più esposta ed in vista,
gente il cui scopo è l’impegno di riscattare la Sicilia e depurarla da tutte le sue
ramificazioni, da tutte quelle scorie che ne intristiscono e cambiano i meccanismi, quella
terra spesso definita un piccolo paradiso terrestre che alle volte fiorisce, ma che mai è
riuscita a risplendere di luce propria. Espone un’analisi di fatti ed azioni in un contesto
sociale e nazionale che spesso riportano in Sicilia, in particolare nel territorio palermitano.
Segnatamente descrive le diverse sfaccettature della società palermitana: ora società di
apparenze; ora società quasi impossibile da immaginare se non la si conosce dall’interno e che
emerge con il racconto minuzioso di fatti, accadimenti, prove, congiure, stragi, uomini e
società schierati apertamente per la illegalità; ora come lotta per la legalità e per il riscatto di
una terra perennemente dominata; ed infine come società pericolosa che lotta contro tutti, anzi
è in guerra con tutti, costretta a convivere con chi vuole il cambiamento, e si fa forte nel
contrasto con la strategia del braccio armato e stragista.
Andando avanti nella lettura, si comprende come a contrastare inizialmente questa
società, “onorata”, tutelata, nascosta – “Cosa nostra” o, più comunemente, “mafia” –
siano stati singoli individui con un profondo senso del dovere e della legalità;
successivamente, in modo lento e graduale, queste singole persone iniziano ad aumentare,
anche se rimangono in pochi di “qualità”.
Il racconto – oltre ad alcuni fatti personali e quotidiani – è un susseguirsi di vicende
accadute che vanno dal periodo definito “sacco di Palermo”, passando attraverso la
“primavera palermitana” e lo scontro frontale Stato-Mafia, fino al risveglio del popolo
palermitano, per il quale a un certo punto, attendere la soluzione dai tutori e servitori dello
Stato non è più sufficiente, ma è altresì necessario mostrare la propria faccia e schierarsi.
Volume molto ben redatto e che riscontra indubbiamente pareri più che positivi;
Ingroia coinvolge il lettore, con un linguaggio chiaro e scorrevole nelle vicende,
appassionandolo e facendogli raggiungere una consapevolezza che sembra materializzarsi
nel giardino della porta accanto, mentre si ascolta il racconto di un vecchio saggio seduto
al tavolo di un bar, nel pomeriggio arido ed assolato tipico della nostra Sicilia.
Una testimonianza che ciascuno dovrebbe leggere almeno una volta nella vita, soprattutto
coloro i quali decidono fermamente di mettersi al servizio della “cosa pubblica”.
Per chi questi tempi li ha vissuti ed ha seguito con desiderio tale cambiamento, questo
libro mantiene vivi la memoria per non dimenticare e lo spirito per continuare a credere in
un cambiamento, mentre suscita, in chi non era ancora nato o non ha voluto sapere, una
sensazione di risveglio della coscienza ed uno spunto per comprendere che, forse, questo
cambiamento è davvero possibile.
VITO PASSANTINO
Giuseppe LO BIANCO e Sandra RIZZA, L’agenda rossa di Paolo Borsellino, prefazione di Marco Travaglio, Milano, Chiarelettere, 2007, 238
pp., ISBN 9788861900141
Negli ultimi anni molto è stato detto e fatto per celebrare l’eroica figura di Paolo Borsellino. Molto poco, invece, si sa dell’ultimo periodo della sua vita, ovvero quei famosi 56
giorni che separano la strage di Capaci dall’esplosione di via D’Amelio, quando qualcuno
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decide la sua condanna a morte.
In questi ultimi giorni si torna a parlare della famosa agenda rossa di Paolo Borsellino.
Cosa conteneva questo documento scottante che il magistrato palermitano portava sempre
con sé? Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, in questa pubblicazione del 2007, ricostruiscono e delineano, uno dopo l’altro, gli ultimi 56 giorni di vita di Borsellino servendosi
delle carte giudiziarie, delle testimonianze dei pentiti, delle confidenze di familiari, colleghi e investigatori.
Vengono fuori delle pagine al cardiopalma in alcune delle quali si possono veramente
rintracciare stralci di quell’agenda maledetta dove Borsellino annotava le riflessioni e i fatti
più segreti. Qualcuno ebbe fretta di farla sparire: ma chi poteva sapere che quel documento, che tra l’altro il giudice utilizzava da poco tempo, gli serviva per annotare i suoi pensieri
e i fatti più scottanti? Borsellino poco tempo prima di essere assassinato, confidò, in lacrime, di essere stato tradito da un amico. Chi è questa persona? E perché dopo la strage di
Capaci nessuno degli investigatori nisseni, che si occupavano dell’eccidio, ebbe l’accortezza di interrogare Borsellino che, com’è noto, doveva sapere molte cose? Sicuramente,
dopo l’uccisione di Falcone, era diventato un soggetto troppo scomodo che sapeva troppo
e soprattutto annotava troppo.
In quell’agenda doveva essere scritto tanto: chi incontrava, chi intralciava il suo lavoro in
procura, le verità che andava scoprendo. Lasciato solo negli ultimi giorni della sua vita, soprattutto da uno Stato se non complice volutamente indifferente, disse: «Ho capito tutto… mi
uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia… Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri».
BIAGIO BERTINO
Giuseppe Carlo MARINO, Globalmafia. Manifesto per un'internazionale
antimafia, con un contributo di Antonio Ingroia, Milano, Bompiani,
2011, 413 pp., (Tascabili Bompiani, 427), ISBN 9788845266652
Giuseppe Carlo Marino, ordinario di storia contemporanea, pubblica nel 2011 per la
Bompiani, Globalmafia. Manifesto per un'internazionale antimafia. L'intento dello studioso è
di dare un chiaro contributo nella definizione di cos'è la mafia oggi. L'elevato numero di
pubblicazioni sulla mafia e la nascita di un vero e proprio filone letterario sull'argomento
hanno creato non poche confusioni interpretative e giudizi spesso superficiali. L'autore
invece, che già nel 1964 scriveva di mafia (L'opposizione mafiosa), cerca di fare ordine e di
dare un'identità a un fenomeno, che già da qualche tempo ha varcato i confini nazionali e
che ha assunto connotati internazionali e globali, adattandosi pienamente e con successo
alle trasformazioni dell'economia mondiale.
In un mondo in cui l'economia è sempre più avvitata alla politica, il malaffare trova terreno
fertile per proliferare. La mafia si modernizza: unisce interessi vecchi (racket, stupefacenti,
prostituzione ecc.) e interessi nuovi, in cui banche compiacenti e dinamiche finanziarie internazionali giocano un ruolo fondamentale nel riciclaggio di "denaro sporco".
L'analisi di Marino ci mostra come, di fatto, una Internazionale mafiosa esista, prosperi
e trovi ferreo sostegno nell'andamento «criminale della politica che ormai appare quasi
'fisiologico' in numerose aree del mondo» [p. 89]. La globalmafia è anche l'esito dell'unione
delle varie forme di criminalità organizzata e della «sporca finanziarizzazione» determinata dalle varie forme di economia illegale e politica corrotta, alle quali si aggiunge il
sostegno delle politiche neoliberali che propugnano la liberalizzazione totale dei
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«movimenti economici e finanziari, dei movimenti transnazionali umani e commerciali» [p. 80]. Non è un caso che le attività più redditizie della mafia siano quelle che prevedono i traffici internazionali di denaro, stupefacenti, rifiuti e vite umane.
Il libro non si limita a una descrizione attenta e puntuale della mafia. Nella seconda
parte, come appunto indica il sottotitolo, Marino invita le società civili dei paesi in cui è
forte e necessario l'impegno nella lotta alla mafia a costituire una Internazionale antimafia,
una contro-egemonia forte di un'alleanza globale, in grado di «disarticolare l'egemonia
[mafiosa] e di colpirla nei suoi gangli vitali» [p. 133]. «Infatti, quel che comunque urge a
tutti i costi – scontando le difficoltà spesso proibitive da affrontare – è intanto restaurare e
rilanciare nella cultura e nella dinamica sociale la dialettica tra l'utopia e la realtà. In tale
dialettica, l'obiettivo strategico della contro-egemonia è impedire che i ceti dominanti
corrotti e corruttori (quale che sia la loro inedita morfologia nazionale-internazionale)
continuino nel loro astuto gioco mafioso, inventato dai baroni siciliani, di utilizzare l'offerta di "legalità" formale promossa dagli ordinamenti statali per alimentare le pratiche di
sostanziale illegalità del loro dominio» [p. 141].
Nella grande comunità della società civile internazionale – secondo l'autore – un ruolo
importante deve essere necessariamente svolto dai sindacati dei lavoratori, poiché è importante per la lotta alla mafia, ripartire dalla dignità, dai valori e dai diritti del lavoro,
«troppo spesso umiliati, conculcati e travolti» [p. 141].
Rispetto a molti libri che invitano alla riflessione o si concludono rimarcando le difficoltà di
chi lotta contro la mafia, Globalmafia ha il merito di lanciare un momento propositivo e di
lasciare uno spiraglio: quello dell'utopia. Il «dio ignoto» – così l'autore chiama l'utopia – è forse
l'unica vera forza cui affidarsi e in cui sperare nella costruzione di una «piattaforma di valori e
di fini condivisi sui quali fare avanzare la civiltà del nuovo millennio. Al di là dell'impegno
ambiguo per un'ambigua e improbabile 'legalità', e al di là di ogni pur meritoria lotta contro la
cosiddetta criminalità organizzata, è questa la missione storica di portata generale alla quale è
chiamata l'Internazionale antimafia» [p. 156].
La Postfazione [pp. 189-208] è affidata ad Antonio Ingroia, che ripercorre le vicende del pool
antimafia dagli anni Ottanta a oggi e le scelte politiche e legislative che negli ultimi decenni
sono state adottate per contrastare il fenomeno mafioso. Il suo contributo si conclude esortando a una «presa di impegno globale che possa fare realisticamente ipotizzare anche istituzioni
globali per il contrasto a livello globale del crimine organizzato. Una sorta di procura globale
antimafia sul modello della procura nazionale antimafia italiana» [p. 208].
Il volume è dotato di un'ampia appendice in cui sono riportate la Dichiarazione universale
dei diritti umani [pp. 211-221]; la Convenzione internazionale sull'eliminazione di discriminazione
razziale [pp. 222-246]; la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale [pp. 247-306]; la Convenzione Onu sulla corruzione [pp. 307-399].
Si segnala anche un ottimo apparato di note e di riferimenti bibliografici.
Consiglio la lettura di questo libro per la sua chiarezza e per la sua valenza propositiva.
PIERO CANALE
Piergiorgio MOROSINI, Il Ghota di Cosa nostra. La mafia del dopo Provenzano nello scacchiere internazionale del crimine, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, 203 pp., ISBN 9788849823738
Può una sentenza diventare un’accurata analisi del mondo di Cosa nostra, della sua
struttura, dell’organizzazione interna e perfino della sua storia? Questa domanda non è né
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nuova né insolita: quando l’autorevole storico Carlo Ginsburg decise di “rivedere” le carte
del processo Sofri – nel suo saggio Considerazioni in margine al processo Sofri – si aprì un
dibattito molto acceso e interessante sulla “sovrapposizione” tra la figura del giudice e
quella dello storico. Tale sovrapposizione produrrebbe inevitabilmente – a dire di alcuni –
la menomazione di entrambe le funzioni. Non ci sembra questo il caso. Anzi, lo stralcio
della sentenza di primo grado emessa dal giudice Piergiorgio Morosini il 21 gennaio del
2008, nel procedimento penale a carico di Adamo Andrea, mette in luce, in modo chiaro e
autorevole, i rapporti di Cosa nostra con la società; le complicità e le coperture degli ambienti politici, economici e sociali. Sorge immediatamente spontaneo, leggendola, l’accostamento tra il giudice e lo storico; basta andare a rivedere quanto lo studioso Francesco
Renda ha sottolineato, in diverse occasioni, nei suoi scritti sulla mafia e cioè che Cosa
nostra affonda le sue radici nella società, stabilisce con essa solidi e duraturi rapporti, cerca
complici con vari ceti sociali, con la politica, con le pubbliche istituzioni e perfino con la
Chiesa. La mafia non solo si nutre di questi rapporti, ma sono tali rapporti a darle perfino
un’identità forte (Cfr. F. RENDA, Storia della Mafia, Sigma Edizioni, 1997, Palermo). La
sentenza, dunque, non fa che confermare con nettezza le analisi storiche e il testo del
giudice Morosini ci dimostra come sia assolutamente naturale che, a volte, un giudice
possa anche – seppur involontariamente – divenire storico.
Tra quelle carte possiamo osservare il delinearsi di un percorso in cui due mafie agiscono in parallelo: quella arcaica del boss Provenzano e quella borghese delle nuove generazioni [p. IX]. I due piani non solo si intersecano ma mostrano il modo in cui l’una finisce
per diventare imprescindibile per l’altra.
L’operazione Ghota, da cui il libro prende il titolo, porta innanzitutto a smascherare
l’intero sistema di appoggio e di protezione di cui godeva Provenzano prima dell’arresto. I
pizzini ritrovati nel suo covo, infatti, spalancheranno le porte del carcere anche a professionisti insospettabili e, naturalmente, a politici di spicco.
Il momento dell’arresto di Provenzano è delicato: il vecchio boss è ormai stanco e
braccato; continua a essere oggetto di rispetto ma non più incondizionato; nell’ambiente di
Cosa nostra, tutti sentono avvicinarsi ormai il momento dell’abdicazione. È questa la fase
in cui la storia della mafia cambia: è necessario che l’organizzazione criminale ritorni sullo
scacchiere internazionale, dopo gli anni di Riina e dei Corleonesi. Ne è ben consapevole
Lo Piccolo che su questa “internazionalizzazione” punta tutto, perfino la sua candidatura
alla leadership di Cosa nostra, finendo inevitabilmente per scontrarsi con l’ala corleonese
capeggiata da Antonino Rotolo, capo mandamento di Pagliarelli. Agli arresti domiciliari –
dopo aver congegnato metodiche dalle più artigianali alle più raffinate per sfuggire sia ai
controlli delle forze dell’ordine sia ai suoi potenziali nemici – Rotolo continua a comandare e disporre, non sapendo di essere, invece, intercettato.
Binnu è una figura complessa e al tempo stesso cruciale nella svolta che si determinerà
all’indomani del suo arresto; di lui Morosini ci dice che sembra un personaggio uscito dal
Tractatus politicus di Spinoza: uno che, insomma, riesce a sottomettere seminando paura e
offrendo ricchezze, un vero maestro nella strategia del bastone e della carota. Sottomissione in cambio di vantaggi e benefici, è questo il suo metodo. Non a caso è a lui che si
deve la creazione, all’interno di Cosa nostra, di un vero e proprio welfare secondo il quale
i mandamenti più ricchi, avevano l’obbligo di ridistribuire i profitti a quelli più poveri,
evitando così faide legate agli affari.
Eppure il vecchio e onorato boss, a un certo punto, non riesce più a tenere a bada le
rivalità interne alla sua organizzazione che – proprio alla vigilia del suo arresto – è sempre
più vicina alla resa dei conti con una nuova guerra di mafia che sembra ormai tanto im-
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L IBIDO L EGENDI
minente quanto inevitabile. Rotolo è furioso perché è contrario al rientro degli Inzerillo in
Italia. Lo Piccolo ne è consapevole: ricorda perfettamente il veto che Totò Riina pose su di
loro e sa – da “uomo d’onore” – che i patti, dentro Cosa nostra, non si violano. Ma la
consapevolezza non basta, gli Inzerillo servono a svecchiare Cosa nostra, a farla rientrare
nel circuito dello spaccio internazionale di droga. Uno dei temi principali del processo
Ghota è proprio il ruolo che Cosa nostra esercita nella rotta Palermo-New York della
droga: chiave di lettura fondamentale non solo per studiare il passato della mafia ma anche
per capirne le future scelte.
La droga produce profitti altissimi, conferisce potere, ma garantisce anche dominio ed
espansione. In tal senso, riallacciare i rapporti con gli Inzerillo è essenziale per la famiglia
Lo Piccolo. Rotolo dal canto suo è spaventato da questo ritorno perché sa bene che «per il
sangue di un proprio congiunto non esiste il perdono nel codice di Cosa Nostra» [p.44].
Proprio lui è stato protagonista diretto delle stragi con cui Riina, agli inizi degli anni ottanta, ha eliminato scientificamente numerosi membri di quella famiglia, proprio in relazione al controllo delle rotte che portavano la droga in America.
E come si comporta il boss di Pagliarelli dinnanzi a tale eventualità? Parla con Provenzano e in un pizzino gli scrive che non è ammissibile un rientro degli “esiliati” a Palermo. Il vecchio boss temporeggia per poi decretare, alla fine, che forse almeno in occasione
della Pasqua, si potrebbe loro concedere una visita. Sembra che il “fantasma” non voglia
prendere una posizione chiara e Rotolo, incassato il colpo, decide di fare a modo suo:
inizia pertanto a progettare l’omicidio dei Lo Piccolo, padre e figlio. La presenza di Provenzano diventa dunque, sempre più lontana, sempre più sbiadita, quasi spettrale.
Alla fine, la guerra si sfiora ma non si concretizza solo perché l’operazione Gotha
porterà all’arresto di Provenzano. Mentre, l’anno successivo, saranno i Lo Piccolo a cadere nella rete degli inquirenti.
Al di là delle logiche interne ai clan, delle faide per la successione e delle guerre intestine, quello che rende interessante la sentenza – che non a caso diventa un libro accessibile
anche ai non esperti del settore – è il modo in cui viene raccontata Cosa nostra dagli stessi
appartenenti all’organizzazione criminale. Se prendiamo ad esempio le intercettazioni
ambientali a casa di Rotolo o qualche pizzino ritrovato nel covo di Provenzano, da quelle
conversazioni viene fuori una «Cosa nostra dal “vivo”, nel suo modo di essere e di pensare,
con tutte le sue ambiguità, le sue contraddizioni e in tutta la sua terribile ingenuità» [p.19];
non solo: emerge in modo drammatico quanto la mafia sia garantita da legami di acciaio
che coinvolgono tanto la gente comune quanto le alte sfere non solo della politica – in
modo trasversale ai partiti – ma anche del mondo delle imprese e della sanità. Le famiglie
mafiose sono eterogenee e numerose. Al loro interno non mancano professionisti – dai
medici, Antonino Cinà e Guttadauro, agli avvocati – e infiltrati nel mondo politico. Non è
un mistero ormai che il salotto di Guttadauro era frequentato, durante gli arresti domiciliari, da numerosi esponenti del mondo politico e della borghesia cittadina.
È questo il modo in cui le due mafie – quella tradizionale e quella nuova – provano a
convivere: dopo la stagione stragista di Riina inizia una nuova era in cui Cosa nostra mostra di avere come obiettivo primario l’accumulazione della ricchezza, l’impresa. Guttadauro e Cinà sono il volto della mafia che si innova e che vuole sostituirsi a quella dei
vecchi boss «sanguinari e analfabeti» [p. 165]; nessuno spargimento di sangue ma la costruzione di una nuova classe dirigente mafiosa che mira a fare affari insieme con e attraverso
la politica. Certamente questa commistione esisteva anche ai tempi di Riina ma, in quel
periodo storico, la mafia pretendeva la gestione diretta e centralizzata del sistema degli
appalti. Già con Provenzano cambia tutto: si preferisce lasciare questo compito alle im-
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prese di riferimento e quindi la presenza di Cosa nostra – seppur sempre forte e incisiva –
appare molto più discreta. Meglio trattare con le istituzioni e magari anche «infiltrare
mafiosi nella rete dei collaboratori di giustizia per depistare indagini e smontare sentenze
già definitive» [p. 70].
Cosa nostra per divenire impresa ha dunque bisogno di relazioni e appoggi, del resto
«non esiste mafia senza rapporti con la società, con la politica, con l’economia» [p. 138].
La sentenza del Giudice Morosini è del 2008. Oggi i rapporti tra la criminalità organizzata e la politica non solo continuano a essere intensi ma hanno addirittura subito un
mutamento antropologico: basti andare a riascoltare le intercettazioni telefoniche del camorrista che si dice soddisfatto di aver fatto piangere il deputato. La politica, dunque, non
solo è complice ma appare persino totalmente sottomessa alla criminalità organizzata. Del
resto, in molti casi, il bacino di consensi viene fuori proprio dalle decisioni interne alle
organizzazioni criminali e – come è sempre stato – il favore ha un prezzo da pagare, spesso
molto alto. Restano forti anche i legami con il mondo delle imprese, soprattutto quelle del
Nord, e ciò crea uno scenario da brivido in cui le due categorie geografiche smettono di
esistere come opposti, sovrapponendosi in un pericoloso intreccio di interessi, scambi,
vantaggi reciproci che hanno dei costi altissimi che finiscono per gravare sulle spalle di
tutti i cittadini onesti. Va detto, però, che negli ultimi anni, anche gli imprenditori –
soprattutto quelli di ultima generazione – hanno mostrato di voler mandare in black-out la
spirale perversa del circuito delle estorsioni decidendo, finalmente, di denunciare e di
opporsi, così facendo, al giogo del pagamento di questo odioso balzello.
Quale sarà il futuro di Cosa nostra non sappiamo. Molto ancora andrebbe fatto sul piano
culturale – spesso trascurato – e non puntare soltanto tutto sulla sfera repressiva. Molto, sicuramente, potrà incidere anche l’esito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia, aiutandoci a
svelare i misteri più profondi di una delle stagioni più tragiche della storia del nostro paese.
Quello che è certo – e che questa sentenza spiega in modo chiaro e preciso – è che la mafia non
ha futuro senza relazioni parallele col mondo politico ed economico.
Si dice che per trovare un antidoto ai mali è necessario prima conoscerne le cause. Le
seconde le abbiamo da anni, attendiamo ancora di trovare finalmente il primo.
ALESSANDRA MANGANO
Leonardo SCIASCIA, La storia della mafia, Palermo, Barion, 2013, 67
pp., (Pugni) ISBN 9788867590018
«La mafia è un’associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i
propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di
violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo
Stato.» [p. 25]: questa è la definizione della mafia cui arriva Sciascia all’interno di questo
breve ma intenso volumetto, che in sole 37 pagine, si pone l’arduo obiettivo di ricostruire
passo passo i momenti che hanno portato la mafia a essere l’atroce piaga che ancora oggi
non vuole – o non può? – scomparire da questa splendida isola.
La trattazione prende spunto dall’analisi etimologica del termine, che si fa derivare,
seguendo la lezione del Traina, da maffia, ossia miseria, parola importata da funzionari
piemontesi venuti in Sicilia dopo l’unità d’Italia. Del Traina e soprattutto del Pitrè Sciascia
rifiuta e contesta la concezione del fenomeno mafioso, secondo cui «la mafia non è setta né
associazione, non ha regolamenti né statuti» [p. 8], ma è anzi «ipertrofia dell’io, dell’io dei
singoli siciliani» [p. 10].
L IBIDO L EGENDI
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Lo studio continua facendo risalire l’invenzione della mafia come associazione a delinquere a Giuseppe Rizzotto, che nel 1862 compose la commedia I mafiusi di la Vicaria:
momento cruciale per la lotta contro la criminalità, secondo Sciascia, visto che il cambio di
prospettiva attivò una serie di studi e indagini che misero in evidenza il fenomeno mafioso;
l’autore è convinto che la mafia sia uno dei più grandi mali sociali e in quanto tale non può
essere minimizzato, se c’è la volontà di liberarsene.
Nel testo non mancano i riferimenti letterari: notevole è quello a I Promessi Sposi di
Alessandro Manzoni. Per spiegare cosa fosse la mafia in origine, Sciascia prende ad esempio il fenomeno della «braveria»: «sgherri del tipo dei bravi» dice «al servizio degli
interessi e dei capricci dei nobili, in Sicilia furono i prototipi dei mafiosi» [p. 25]. Mentre in
Lombardia, una volta finito il dominio spagnolo, la “braveria” fu eliminata grazie all’energica attività dei funzionari austriaci, in Sicilia essa perdurò fino a diventare quella che
vediamo ancora oggi.
Sciascia successivamente riflette sul tema del trasferimento, come arma più forte del potere
mafioso: «in Sicilia un funzionario che si mostrasse sagace e onesto, resistente alla corruzione
o alla pressione dei potenti, veniva isolato o espulso come corpo estraneo» [p. 27]. Ne deriva
che la storia della mafia non è altro che «storia della complicità dello Stato […] nella formazione e affermazione di una classe di potere improduttiva, parassitaria» [p. 28].
Il saggio si conclude con un breve accenno al rapporto tra mafia italiana e americana,
emblema dell’inefficienza dello Stato di fronte alla potenza criminale.
Il libro consta di tre parti: la prima, di cui si è discusso sopra, reca il titolo che è anche dell’intero volume; la seconda, intitolata Io, Nanà e i don, scritta da Giancarlo Macaluso, è il racconto del rapporto di Sciascia col fenomeno mafioso, esposta da uno dei suoi più cari amici,
Stefano Vilardo. Questi ci racconta quanto Nanà – così confidenzialmente gli amici chiamavano Sciascia – fosse stato un attento spettatore e un narratore lucido delle dinamiche che
regolano i rapporti mafiosi, partendo dagli esempi concreti che osservava nella sua Caltanissetta: «Sciascia mi diceva che quando la mafia si imborghesisce […] poi sforna avvocati, medici, imprenditori, professionisti. Insomma, quelli che si chiamano colletti bianchi. Cambia la
forma del mafioso, ma la sostanza resta sempre quella» [p. 49].
Il libro si conclude, e questa è la terza parte, con la Postfazione di Salvatore Ferlita, in cui
è narrato il fitto scambio epistolare tra Sciascia e Italo Calvino.
VINCENZO BAGNERA
P OLITICA E ATTUALITÀ
Tahar BEN JELLOUN, La rivoluzione dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba. Milano, Bompiani, 2011, 140 pp., ISBN 9788845267741
Che fine ha fatto la primavera araba? Quello straordinario movimento di ribellione
spontanea è davvero riuscito a liberare le popolazioni che hanno deciso di porre fine alle
vessazioni e alla dittatura? È questa la domanda cui cerca di dare risposta Tahar Ben Jelloun in questo libro. L’analisi iniziale è di assoluta condanna nei confronti dei dirigenti
arabi. Tunisia, Marocco, Yemen, Algeria, Egitto, Libia: Stati diversi, accomunati da politici che hanno confuso il paese con casa loro, e disposto dei beni e dei cittadini come se
fossero proprietà privata.
Repressioni, arresti indiscriminati, torture, servizi segreti. Non è un mistero che Mubarak,
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Ben Ali, Gheddafi non brillassero per rispetto della democrazia e dei diritti umani. Eppure
l’Europa, in più occasioni, ha deciso di chiudere entrambi gli occhi perché è preferibile il silenzio assenso a tutela degli accordi economici e dei grossi affari che possono garantirle i capi
di stato arabi. Per fare un solo esempio, l’Italia è il secondo partner commerciale della Tunisia
dopo la Francia e il terzo investitore straniero: l’ENI investe in Tunisia. Ufficialmente, però, la
giustificazione dei ministri degli esteri di molti paesi europei è che questi governi servono a
scongiurare il pericolo di una repubblica islamica stile Iran.
Ma davvero l’unica alternativa possibile è la scelta tra dittatura e integralismo islamico?
Sebbene Ben Jelloun sia scettico riguardo all’ipotesi di un ritorno al potere degli integralisti, i fatti recenti purtroppo ci dicono il contrario. Basti guardare a cosa è accaduto in
Egitto dopo le rivolte e il trionfo dei Fratelli Musulmani, o a ciò che sta accadendo in
Libia, dopo l’eliminazione del colonnello Gheddafi e della sua famiglia, oppure all’Algeria
dove sono ancora brucianti le ferite per la strage di In Amenas. L’Egitto, un tempo «faro
della cultura e della civiltà araba» [p.21], si è trasformato in un paese spaccato dove, appena un mese fa, il 64% della popolazione – pur tra mille proteste e denunce di brogli – ha
votato un referendum che introduce una costituzione filoislamista.
È vero che quelle rivoluzioni – che l’autore definisce «una poesia che sgorga dal cuore di un
poeta che scrive sotto dettatura della vita, che si ribella e vuole giorni migliori» [p. 15] – sono
state determinanti poiché sono riuscite a rovesciare regimi oppressivi; ma è altrettanto vero che
non sono state affatto risolutive per i problemi reali dei paesi in cui si sono verificate. Non si
tratta di sposare tesi complottistiche riguardo ai rivoluzionari, o di chiedersi provocatoriamente chi li ha armati e a che scopo. Si tratta di registrare un fatto indiscutibile (in quei paesi è
scoppiata la guerra civile) e di chiedersi perché sia accaduto.
Il testo non si occupa, se non marginalmente, di questioni cruciali per tutto il mondo
arabo: la soluzione dell’annoso conflitto israelo-palestinese in primo luogo; i rapporti tra
Stati Uniti e Israele e i condizionamenti che tali rapporti determinano nelle relazioni tra
occidente e mondo arabo.
Il libro ci racconta la tendenza da parte dei popoli arabi a sviluppare il bisogno di un «padre
carismatico e autoritario, unificatore e onnipresente» [p. 90] ma anche la propensione alla
frammentazione dei vari paesi arabi che tanto ricorda – seppur per aspetti diversi – quella dei
popoli europei. Peccato però che tutto venga soltanto citato e mai approfondito.
Il testo comunque potrebbe essere utile a quanti necessitassero di un quadro generale
relativo alla situazione di Egitto, Tunisia e Libia prima delle rivoluzioni del 2010-2011.
ALESSANDRA MANGANO
Luciano CANFORA, “È l’Europa che ce lo chiede!” (Falso!), Roma-Bari,
Laterza, 2012, IX +78 pp., ISBN 9788842093374
Cosa rappresenta davvero l’Europa? Possiamo definirla una grande opportunità o
piuttosto ammettere che si è trattato di una promessa mancata? Attraverso questo breve
saggio, Luciano Canfora – docente di filologia classica all’Università di Bari – ci invita a
riflettere attentamente sulle contraddizioni legate all’Europa, intesa – oggi più di ieri –
come la nuova «ideologia» che ha scalzato quelle novecentesche messe ormai al bando.
La prima grande contraddizione dell’Europa è la mancanza di unità politica: dal 1957,
anno della stipula dei Trattati di Roma, gli europei possiedono una moneta unica ma non
uno Stato unitario. Lo storico non può omettere di sottolineare il passaggio epocale che
stiamo attraversando e che ci mette di fronte al declino della sovranità affidata a parla-
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menti eletti a suffragio universale – inaugurata dalla Gloriosa Rivoluzione inglese del
Seicento – e all’avvento di una nuova forma di governo in cui il potere effettivo è esercitato
non da rappresentanti eletti democraticamente dal popolo sovrano, ma da organismi finanziari potenti come la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale.
Quali conseguenze ha questo delicato passaggio di consegne – avvenuto peraltro a totale
insaputa dei cittadini – sui singoli Stati? Devastanti, secondo l’analisi dell’autore: dal dimezzamento del valore reale dei salari, alla perdita di consenso verso le tradizionali classi
sociali di riferimento (così si spiega il voto massiccio degli operai alla Lega Nord), il tutto
condito da una legge elettorale, il maggioritario, che, permettendo di vincere anche se si
sono perse le elezioni, dà vita a parlamenti svuotati delle loro funzioni e prerogative.
La legge elettorale italiana, d’altra parte, è perfettamente funzionale al disegno che ha
portato alla degenerazione della dinamica parlamentare: fino a qualche tempo fa ogni
azione politica era improntata alla logica del bipolarismo. Oggi al bipolarismo si è sostituita la “coesione”, ovvero il fare insieme le cose che contano, nell’interesse del Paese,
mettendo da parte le ideologie. Quante volte abbiamo sentito dire: questo non è un discorso di
destra o di sinistra, ma è un discorso di buon senso! Del resto l’ideologia ha assunto una connotazione negativa in un mondo in cui – dice Canfora – c’è un uso incolto di questa parola.
Così, opporsi all’abrogazione dell’art.18 – come richiesto dalla BCE nell’agosto del 2011 –
è ideologico; affermare che il cambio reale della valuta non era basato – come ci avevano
fatto credere – sull’equivalenza 1 euro pari a 2000 lire, ma piuttosto 1 a 1000, con tutto ciò
che ne è conseguito in termini di dimezzamento dei salari, di contrazione del potere d’acquisto e della conseguente crisi del sistema produttivo, ti fa guadagnare l’appellativo di
qualunquista, antieuropeista o, peggio, viste le ultime sortite del Cavaliere, berlusconiano.
Eppure alle vecchie e tanto vituperate ideologie se n’è sostituita una nuova l’Europeicità,
l’essere seguaci della quale è invece motivo di vanto e gloria.
A ben guardare, il principio della coesione – funzionale, come si diceva prima, al processo di disfacimento della rappresentanza parlamentare – è servito a eliminare dallo scenario politico le cosiddette “ali estreme” (destra e sinistra) e a concentrare tutto sulla rincorsa a quello che oggi viene chiamato “centro moderato”. L’indebolimento del dualismo
destra/sinistra ha fatto sì che la finanza e il mercato si sostituissero alla politica. In Italia
possiamo osservare l’esito più feroce di questo disegno se consideriamo che in nome della
crisi e per il bene del Paese, siamo stati guidati per un anno da un governo tecnico che non
è stato scelto dai cittadini, ma imposto dall’esterno come ineluttabile necessità. Ma, si
chiede Canfora, destra e sinistra davvero non esistono più, o la loro scomparsa è invece da
considerare «un fenomeno inerente alla società piuttosto che alla realtà?» [p. 12]. Il comunismo storico è fallito, diceva Bobbio nel 1994, ma aggiungeva anche che il cammino
verso l’eguaglianza è appena agli inizi. Eppure, se oggi ammettiamo, senza troppe difficoltà, che il comunismo è fallito, sembra invece impossibile scalfire l’idòlum dell’eternità
del capitalismo, malgrado la crisi mondiale che imperversa da anni ormai dimostri tutto il
contrario. Ciò accade perché questa eternità, seppur fallace ed effimera, serve a rafforzare
l’azione della Banca Centrale Europea che riveste il ruolo di attuale “forza direttrice a sé
stante”, lo stesso ruolo che, ai tempi di Gramsci, era rappresentato da giornali del calibro
del Corriere della Sera o del Times. L’esito primario dell’azione della BCE è quello di
«abbattere governi, farne nascere di nuovi, ordinare la crescita di coalizioni e vietare referendum in paesi apparentemente sovrani» [p.25] come è evidente nel caso di Italia, Grecia
e Spagna.
Come possiamo reagire dinanzi a uno scenario tale in cui assistiamo, inermi, alla delocalizzazione di quella forza direttrice a sé stante, che oltrepassa i confini del singolo Stato nazio-
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nale per ancorarsi saldamente al potere bancario della cosiddetta Troika? L’autore non ha
dubbi e, citando Nouriel Roubini, l’economista che aveva previsto la crisi del 2007, afferma
che non solo è possibile, ma è necessario addirittura svalutare l’euro, con buona pace degli
interessi nordamericani e della Germania che ha nell’eurozona il suo mercato.
Insomma, bisogna avere il coraggio di scegliere tra i diritti sanciti dalla Costituzione e il potere
economico e finanziario, tra i diritti dei popoli e gli interessi del mercato. E, in questa scelta, si gioca
– secondo Canfora – la vera sfida della sinistra e la chiave della sua sopravvivenza.
ALESSANDRA MANGANO
Massimo FRANCO, C’era una volta un Vaticano. Perché la Chiesa sta perdendo
peso in Occidente, Milano, Mondadori, 2010, 178 pp., ISBN 9788804604693
Un Vaticano in aperta crisi, un’istituzione secolare che perde consensi tanto in Europa
quanto negli Stati Uniti. È stato proprio Benedetto XVI, oggi Papa emerito – eventualità
impensabile nel 2010, anno di pubblicazione di questo saggio – a parlare del tramonto di
un Vaticano. L’analisi di Massimo Franco – inviato e notista politico del Corriere della
Sera – si pone come obiettivo la comprensione delle cause di questo tramonto: dalla pedofilia alle guerre di potere tra cardinali; dal cambiamento della società postmoderna
all’incapacità della Chiesa cattolica di dare risposte immediate alle angosce di questo turbinoso secolo.
Se apparentemente la crisi ha avuto inizio negli ultimi decenni del secolo scorso, in
realtà – dallo studio condotto da Franco – emerge con chiarezza, come essa affondi le sue
radici nel periodo in cui finisce la guerra fredda. A partire da quel momento il nemico della
Chiesa cattolica cessa di essere il comunismo. La nuova sfida delle gerarchie vaticane si
chiama, oggi, Europa postmoderna e risulta tanto più pericolosa perché – a differenza dei
vecchi nemici – più che essere ostile alla Chiesa le è estranea [p. 4].
La Chiesa cattolica è in ritardo e non riesce a cogliere i segni dei tempi. Ne deriva,
secondo l’autore, il tramonto della «Prima Repubblica vaticana». Questa definizione richiama, non a caso, la crisi politica italiana degli anni novanta del Novecento [p. 6] che,
come vedremo, non è affatto disgiunta dal declino della Chiesa romana.
Nemmeno i due ultimi papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno potuto bloccare il
processo di secolarizzazione e d'indebolimento dell’autorità delle gerarchie cattoliche. Anzi, in
molti casi, posizioni assolutamente inflessibili – la difesa del crocifisso contro il laicismo di
parte dell’Europa, la contrarietà assoluta all’eutanasia e all’uso del preservativo in Africa –
sono ormai considerate fortemente impopolari dagli stessi fedeli.
L’immagine odierna e per nulla positiva è, dappertutto, quella di una Chiesa che vieta e
limita le libertà individuali, dice Franco. Ma in Italia, rispetto al resto del Vecchio continente e agli USA, la situazione si fa ancora più complessa perché – se è vero che la presenza del Vaticano resta abbastanza forte e radicata nella società e, secondo l’autore, è in
grado ancora oggi di limitare tendenze separatiste difendendo, in qualche modo, l’unità
del nostro Paese – è altrettanto vero che dopo la fine ingloriosa della Dc, la Chiesa non
sempre è riuscita a trovare il modo di convivere col bipolarismo e con gli anni di governo
Berlusconi, finendo per mostrarsi, in diverse occasioni, subalterna o collaterale a certi
interessi.
Volendo cogliere il parallelismo tra la crisi della politica e quella della Chiesa cattolica
– cui accennavamo poco prima – la vera domanda diventa però un’altra: è possibile che le
«convulsioni di un Vaticano, rispecchino quelle di un Occidente?» [p. 8].
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Per tramonto di un Vaticano s'intende, infatti, non la fine del Vaticano – cosa di difficile
attuazione – bensì la fine di un certo tipo di papato e di una certa forma di governo [p. 12].
Attribuire le responsabilità di questa implosione a papa Benedetto XVI è ingeneroso,
ma è certo, sostiene Franco, che dall’elezione di Ratzinger nel 2005, i problemi si sono
accentuati: ci troviamo, infatti, dinanzi a una Chiesa debole e fragile all’interno che non
riesce a parare i colpi che provengono dall’esterno.
Uno dei problemi più sentiti, sembra essere la terribile contraddizione tra l’istinto centralizzatore della Curia e il ruolo crescente delle singole conferenze episcopali nazionali.
Abbiamo già avuto modo di discutere della società postfordista in altre recensioni – come
quella di Marco Revelli del mese scorso – e della crisi di un modello centralizzato non solo
di produzione, ma anche di struttura della società e, in quella occasione, abbiamo sottolineato come, in un contesto così complesso, non solo i partiti politici ma anche strutture
come la Chiesa – che di quel centralismo hanno fatto una sorta d'imperativo strutturale –
sono oggi in declino.
Ma non basta: pur essendo la Chiesa cattolica una realtà consolidata a livello mondiale
ormai da secoli, sembrano proprio gli italiani a essere il nodo cruciale del declino di un
Vaticano. Basti pensare agli scontri tra la Segreteria di Stato di Tarcisio Bertone e la Cei di
Angelo Bagnasco, oppure agli attacchi di Christoph Schönborn contro Angelo Sodano.
Sembra cioè che «Roma e l’Italia siano le sedi di un potere cattolico emigrato ormai altrove» [p. 14]. Dunque, una realtà autoreferenziale e per nulla rappresentativa di un cattolicesimo che ha il suo futuro lontano dalle mura leonine.
Le periferie dell’Impero rivendicano oggi maggiore autonomia e guardano al centralismo
romano ed europeo come un ricordo, come una memoria storica da rispettare ma nella
convinzione che sia necessario voltare pagina.
L’autore insiste molto sulla fine della guerra fredda e sul declino dell’URSS comunista.
Ci sarebbe un nesso, a suo avviso, tra la fine del comunismo e il tramonto di un Vaticano,
che da sempre ha rappresentato «la centrale morale dell’anticomunismo» [p.18], e che,
oggi, non ha più ragion d’essere. Se muore il nemico storico e la Chiesa cattolica non è in
grado di far fronte alle sfide della nuova identità globale, perché e come quel Vaticano può
continuare a sopravvivere? In uno scenario tale è ovvio che tutte le storture – dalla pedofilia di alcuni preti, alle lotte intestine tra cardinali – finiscono per essere il sintomo di un
male le cui radici vanno ricercate altrove.
Adesso che il comunismo non c’è più, dunque, il nemico della Chiesa diventa «la società
liquida, postmoderna» [p.19]. Nuovi nemici si sostituiscono ai vecchi e rendono più accentuato il declino della secolare istituzione. Come ha reagito Papa Ratzinger a questa crisi?
Dinanzi ad essa Benedetto XVI è apparso come «incarnazione e vittima» [p. 20], tanto
più che le dimensioni di questo declino registrano numeri davvero preoccupanti: oggi i
fedeli si sono ridotti notevolmente rispetto a trent’anni fa in molte parti del Vecchio Continente. Le statistiche ci dicono, infatti, che molti di questi allontanamenti si sono verificati
alla morte di Wojtyla e dopo l’elezione di Ratzinger nel 2005.
Sul declino della Chiesa romana a livello continentale ha scritto diverse e accurate analisi
Jean-Louis Schlegel, che ci spiega che le cause della fine di un modello non sono, ancora una
volta, determinate dagli scandali bensì dalla perdita d’identità della Chiesa e dall’indebolirsi
del suo messaggio e del suo linguaggio. È questa perdita d’identità che spinge i giovani francesi
intervistati da Schlegel ad affermare che, quando si parla di fede, la prima immagine che viene
loro in mente è l’islam che ancora riesce a fornire un forte riferimento identitario ai cittadini dei
paesi in cui viene professato. Ciò non accade invece col cattolicesimo che pare più una tradizione, una questione legata al quotidiano ma che è ben lungi dal permeare la società in modo
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assoluto e coinvolgente come la religione di Maometto.
Malgrado i tentativi del restauratore Ratzinger di recuperare i fedeli alla tradizione cattolica,
ci sono molti segnali che indicano il fallimento delle scelte del precedente Pontefice. Uno di
questi è la festa pagana di Halloween – che, poco a poco, sta sostituendo le feste cattoliche e
con esse i simboli della cristianità – contro la quale la conferenza episcopale spagnola e la
diocesi di Parigi hanno espresso non solo un’assoluta condanna, ma hanno anche preso delle
iniziative molto decise. «Halloween è diventato l’emblema, quasi la metafora, di ciò che non
funziona non soltanto nelle famiglie, ma nelle istituzioni europee […]segnala l’involuzione
culturale del Vecchio Continente» [p. 33].
L’altra grande polemica – quella relativa alla rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche – acquista un rilievo profondo negli interrogativi della Chiesa: la paura che la caduta
dei simboli provochi dei vuoti pericolosi o ancor peggio il nulla. E non solo. I paesi che si
sono affiancati nella lotta del Vaticano per preservare la tradizione e opporsi alla rimozione del crocifisso, sono prevalentemente quelli dell’Europa centrorientale condizionati
dalla religione ortodossa. Emerge dunque, in tutta la sua drammaticità, la divisione tra
occidente e oriente europeo. Divisione che coinvolge la Chiesa cattolica e ne scuote le
fondamenta dal profondo. I paesi ortodossi hanno come obiettivo primario la lotta contro
il secolarismo che – sia secondo Ratzinger che secondo Puppinck, direttore della lobby
cristiana European Centre for Law and Justice – «è diverso ma non meno pericoloso del marxismo» [p. 36]. In questo scenario risulta difficile credere che l’auspicio di papa Giovanni
Paolo II – ovvero l’unità spirituale dell’Europa cristiana nelle sue due componenti quella
della tradizione occidentale e quella, invece, della tradizione orientale – sia realmente
attuabile. Per tale ragione la creazione di un dicastero vaticano per rievangelizzare l’Occidente – voluto da Benedetto XVI – non ha fatto che rafforzare ulteriormente la debolezza
della Chiesa cattolica.
Ma i nemici della Chiesa, oggi, non sono soltanto gli integralisti islamici, ma anche
l’integralismo laicista. Pensiamo, a tal proposito, all’elezione di Obama alla presidenza
statunitense, fatto che ha cambiato profondamente i rapporti tra la Santa Sede e l’amministrazione degli USA. Il Vaticano ha mostrato nei confronti del primo Presidente afroamericano della storia, una certa diffidenza e non poche preoccupazioni, legate non solo
alle posizioni di Obama su temi etici delicati come l’aborto, ma determinate anche dai non
pochi dubbi sulla fede del Presidente USA, che da piccolo si è formato, come sappiamo,
nelle scuole islamiche in Indonesia. La Segnatura apostolica ha più volte parlato di un
Obama «cripto marxista» [p. 49]; un laico indubbiamente che, nei peggiori incubi della
gerarchie vaticane, aveva tutte le carte in regola per diventare uno «Zapatero globale» [p.
51]. In realtà, secondo Franco, l’errore della Chiesa è stato quello di non aver capito che
per i milioni di elettori di Obama i temi etici non erano più, o non erano soltanto, l’aborto
o i matrimoni omosessuali, ma anche e soprattutto l’economia e la crisi globale. Inoltre
alcuni provvedimenti di Obama – come ad esempio il Pregnant Women Support Act – hanno
finito, in alcune fasi della presidenza democratica, per ammorbidire le opinioni della
Chiesa nei confronti del presidente laico.
Ma a prescindere dalle loro contrapposizioni sui temi etici, quello che oggi appare
abbastanza certo è che, alla fine del secondo millennio, due modelli globali, come gli USA
e il Vaticano, stanno declinando. L’inizio della fine per il primo ha avuto origine con
l’attentato alle Twin Towers e col fallimento della Leman Brothers; nel caso della Chiesa
cattolica, invece, lo scandalo della pedofilia ha assestato il colpo di grazia. La verità è
comunque che, in entrambi i casi, si tratta di una spia che è sintomo allarmante di un
panorama più generale, in cui vera protagonista è la crisi più ampia e complessa dell’Oc-
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cidente. Caduti i «centri di gravità del passato» [p. 74], il mondo occidentale si trova di
fronte a un mutamento che risulta difficile da gestire. Così come gli USA «si sono illusi di
esercitare un governo centralizzato del mondo […] allo stesso modo la Chiesa si illude di
conservare il monopolio della religione e della moralità occidentale» [p. 75].
Sul problema della pedofilia – uno dei sintomi più gravi del declino della Chiesa cattolica – la domanda più angosciante che tormenta i fedeli è da quanto tempo il Vaticano
fosse a conoscenza degli abusi e perché gli scandali sono venuti fuori troppo tardi. Anche
la Chiesa, però, dinanzi a questo bubbone, non riesce a fare a meno di farsi qualche domanda: perché nessuno parla della pedofilia diffusa nelle chiese di altre religioni? E come
mai la pedofilia all’interno delle famiglie non suscita uguale sdegno e altrettante pagine sui
giornali? È come se qualcuno stesse tramando contro il Vaticano, pur ammettendo che gli
orrori sono accaduti e che le vittime vanno aiutate e risarcite. Eppure, questo arroccarsi
sulle proprie posizioni e il conseguente silenzio omertoso, finiscono per complicare non
poco il ruolo della Chiesa nello scandalo della pedofilia. Per le vittime i colpevoli non sono
solamente quelli che si sono macchiati del delitto, ma anche, e forse soprattutto, coloro i
quali li hanno coperti. Benedetto XVI lo ha compreso e per questo ha prodotto le modifiche alle norme de gravioribus delictis che hanno portato a una serie di clamorose dimissioni
di vescovi. Eppure da questa vicenda, lo stesso Ratzinger è uscito molto fiaccato in quanto,
in Germania, autorevoli voci si sono alzate a chiedere se il Papa ignorasse davvero gli
scandali, cosa strana visto che ai tempi era vescovo di Monaco.
In alcuni casi – come ad esempio quello denunciato dal New York Times nel 2010 sulla
condotta di padre Lawrence C. Murphay che abusò di oltre duecento bambini sordomuti
di un istituto cattolico di Milwaukee – sia Benedetto XVI che Tarcisio Bertone vennero,
addirittura, apertamente accusati di aver insabbiato il caso. L’opinione pubblica si divise in
quell’occasione e alcuni autorevoli studiosi arrivarono perfino a ipotizzare un vero complotto ai danni della figura del Papa e del Vaticano, colpevoli di aver tenuto una posizione
di assoluta contrarietà alla guerra in Iraq.
Ma a rendere la vicenda ancor più complessa, è il fatto che ciò che per la Chiesa è un
peccato e basta, per la legge è prima di tutto un reato e, quindi, a rigor di logica, i preti
coinvolti negli abusi, sarebbero dovuti necessariamente essere sottoposti al giudizio della
magistratura, laddove invece il diritto canonico non prevede «nessun divieto di informare
le autorità civili né di denunciare: il comportamento è rimesso alla discrezionalità degli
episcopati» [p. 111]. Impossibile non andare con la memoria all’Interdetto di Paolo V nei
confronti dello Stato veneto nel 1600, definito «nullo e di nessun valore» da Paolo Sarpi.
Eppure, nonostante siano passati molti secoli da allora, la Chiesa stenta a fare i conti
con le innumerevoli contraddizioni e complessità della società postmoderna determinate
anche, come abbiamo avuto modo di vedere, dalla caduta del Muro di Berlino e dal tracollo della Dc di cui «è rimasta vittima». Questo perché, mutuando l’analisi da Beniamino
Andreatta, il comunismo – seppur avversario sul piano ideologico e politico – «garantiva
l’unità politica dei cattolici italiani e la sopravvivenza della Dc» [p. 118].
Nella seconda parte del libro, Franco si lancia, quindi, in un’analisi lucida e al contempo obiettiva del senso di smarrimento che attanaglia la Chiesa dopo le inchieste che
hanno falcidiato, all’inizio degli anni Novanta, un’intera classe politica di riferimento per
l’elettorato cattolico; spingendosi, successivamente, fino alla nascita della Seconda Repubblica, all’ascesa di Berlusconi e della Lega Nord e ai governi di centro-sinistra guidati
da Prodi. Ed è proprio la posizione della Chiesa su Berlusconi – riletta alla luce degli ultimi
eventi e dei fortissimi cambiamenti sociali e politici che si sono determinati dal momento
della sua “discesa in campo” – ad acquistare un rilievo molto consistente: dall’iniziale
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diffidenza, all’auspicio della transitorietà del personaggio, fino alla rassegnazione e al
tentativo non riuscito, prima di «convertirlo», e successivamente di usarlo.
In questa lunga analisi, la Chiesa cattolica non assume affatto il ruolo da protagonista
della politica italiana che molti hanno voluto attribuirle, spingendosi perfino a vedere in
certi comportamenti del Vaticano delle vere e proprie intromissioni. La Chiesa descritta da
Franco sembra, invece, essere piuttosto solo una mera spettatrice dinanzi ai due principali
partiti di quegli anni – Ulivo e Polo delle Libertà – che stavano lì a contendersi il «suo»
elettorato [p. 124].
La subalternità del Vaticano ai partiti politici italiani è palese – aggiunge Franco – persino nei rapporti con la Lega Nord, dapprima osteggiata dagli uomini di Cristo, poi –
quando un Bossi in auge agitava lo scettro della revisione del concordato del 1984 – sostenuta su alcuni temi, in una reciproca concessione di scelte che hanno anche messo in
serio pericolo la laicità dello Stato. L’atteggiamento conservatore dei leghisti dinanzi a
temi etici come l’eutanasia, l’aborto e la fecondazione assistita, non è altro che una contropartita che la Lega di Bossi ha offerto al Vaticano in cambio del riconoscimento ufficiale
di un partito che, ai suoi esordi, venne considerato dai discepoli di Dio come nemico numero uno dei valori di fratellanza, solidarietà e rispetto, viste le ben note posizioni xenofobe e razziste del partito del Nord.
Dunque – in contrasto con le teorie di quanti vedono nella Chiesa cattolica l’asse portante delle scelte politiche del paese – Franco afferma invece che, in questi ultimi vent’anni, la Chiesa ha perso incidenza «nella politica italiana» [p. 133].
Se a questa debolezza si aggiunge persino «l’anarchia di responsabilità e di ruoli» che il
Vaticano ha mostrato di avere durante il papato di Benedetto XVI, i danni subiti dalla secolare
istituzione diventano incalcolabili e di difficile soluzione. Il linguaggio della Chiesa cattolica è
obsoleto – ce lo ricorda bene il teologo Paul Knitter in uno dei suoi saggi più lucidi e sconvolgenti sul significato del cristianesimo oggi, nel caos turbinoso delle guerre e della violenza,
della fame e della sofferenza (P. KNITTER, Senza Buddha non potrei essere cristiano, introduzione
di Luciano Mazzocchi, traduzione di Paolo Zanna, Roma, Fazi Editore, 2011, 320 pp., ISBN
9788864112398) – i fedeli non si riconoscono più in una simbologia vecchia e difficile da rispettare per i cittadini della società postmoderna.
Nemmeno è accettabile pensare di addossare tutta la responsabilità al Pontefice emerito
Ratzinger, lasciato solo in troppe occasioni – come ad esempio quella, ormai divenuta famosa,
dell’infelice citazione dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo che ha suscitato numerose rivolte nel mondo islamico o, ancora, la vicenda legata alla riammissione del lefebvriano
Richard Williamson. Ed è quella stessa solitudine ad aver provocato, probabilmente, la sofferta quanto inaudita decisione delle dimissioni, avvenute lo scorso febbraio.
Dinanzi ad ogni evento tumultuoso per il Vaticano non c’è mai stato un coordinamento nella comunicazione, e il Papa si è visto più volte costretto a smentire apertamente i
suoi portavoce. Nessun messaggio concordato e unico per gestire le situazioni di crisi, ma
un branco di voci difformi che non hanno fatto altro che ledere la già precaria autorevolezza del capo della Chiesa.
L’immagine che emerge da questo saggio è quella di una Chiesa accerchiata non solo
nel Vecchio Continente: si stima che – poiché gli europei hanno un tasso di natalità dell’1,38 per cento, la metà rispetto a quello degli immigrati extracomunitari [p. 154] – entro il
2050 un Europeo su quattro sarà di religione islamica.
Per salvarsi, dunque, un Vaticano, quel Vaticano ha bisogno di rifondarsi e anche –
se necessario – di ridimensionarsi. Che sia il nuovo Papa Francesco latore di questo
cambiamento è ancora presto per dirlo, eppure il suo Pontificato sembra nascere sotto
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buoni auspici. Non ci resta che aspettare.
ALESSANDRA MANGANO
Stéphane HESSEL, Indignatevi!, Torino, Add editore, 2011, 61 pp., ISBN 9788896873250
Gli eredi del Consiglio Nazionale della Resistenza [organismo nato durante la seconda
guerra mondiale con l’obiettivo preciso di stilare un programma di governo in previsione
della liberazione della Francia dal nazismo ndr] non avrebbero avallato le attuali politiche
xenofobe e razziste nei confronti dei sans-papiers, le espulsioni, gli attacchi allo Stato sociale. Ne è certo Stéphane Hessel che, tramite questo breve libretto, ha voluto affidare alle
generazioni del XXI secolo, le sue più importanti riflessioni sull’attualità e sul mondo
contemporaneo. Riflessioni che oggi, a pochi mesi dalla sua scomparsa, risultano un prezioso testamento spirituale.
Quando i nostri politici ci dicono che non ci sono abbastanza risorse per le politiche
sociali volte a tutelare i cittadini più deboli, mentono – dice Hessel – perché dalla Liberazione a oggi «la produzione di ricchezza è considerevolmente aumentata» [p. 9]. Piuttosto
è la società del «sempre di più» [p. 13], della privatizzazione, della produttività e del consumo ad ogni costo a ledere i diritti umani nel nome di una competitività ogni giorno più
spietata e disumana.
Manca ai giovani del nuovo millennio, l’indignazione che ha contraddistinto tutte le
azioni più importanti dei giovani della generazione di Hessel. Questa assenza di rabbia e la
rassegnazione che ne consegue, sono due facce della stessa medaglia: l’immobilismo,
l’incapacità di incidere nei processi e di determinare il cambiamento, perché «quando
qualcosa ci indigna […] allora diventiamo militanti, forti e impegnati» [p. 10]. L’autore
accenna al suo percorso di vita, alle letture che l’hanno formato – il pensiero libertario di
Sartre, le opere di Hegel e Benjamin – regalandoci delle sintesi preziose e molto incisive del
pensiero dei filosofi più importanti che ha avuto modo di studiare e approfondire nell’arco
della sua lunga vita.
Oggi come ieri, la capacità di indignarsi produce quell’impegno indispensabile a combattere alcuni dei mali peggiori del mondo postmoderno: il divario sempre più forte tra
ricchi e poveri e l’emancipazione dai totalitarismi. Lo sapeva bene Hessel che – tra l’altro –
aveva contribuito, insieme con Eleanor Roosevelt, John Peters Humphrey e Charles Malik, alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 a Parigi: i diritti universali devono essere rispettati dagli
Stati membri dell’ONU e nessuno può rifugiarsi dietro l’alibi della piena sovranità per
eludere i principi fondamentali del rispetto dell’individuo.
Ispirandosi al contenuto di quella Dichiarazione, Hessel non può che condannare la
politica israeliana nei confronti dei palestinesi. Tacciato di antisemitismo dal «Bureau
National de Vigilance Contre l’Antisémitisme» – accusa che Hessel ha peraltro sempre
respinto fermamente ricordando le sue origini ebraiche per parte di padre – ha conosciuto
di persona i campi profughi dei palestinesi cacciati dalle loro terre, ma anche Gaza che ha
definito fermamente «una prigione a cielo aperto» [p. 21]. Pur non giustificando Hamas,
Hessel ci invita a una riflessione più complessa sulla violenza che, spesso, non è altro che
l’esito di situazioni disumane, impossibili da tollerare. Il terrorismo diventa, dunque, una
forma di «esasperazione» che annulla ogni speranza. Non si tratta di perdonare i terroristi
ma di comprenderli. Perfino Sartre – pur avendo in tante occasioni riflettuto su come
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l’unico modo per porre fine alla violenza fosse il ricorso alla violenza stessa – alla fine della
propria vita arriverà «a interrogarsi sul senso del terrorismo e a dubitare della sua ragion
d’essere» [p. 25]. La speranza deve necessariamente ritornare a essere la vera protagonista
del cambiamento e la non-violenza la migliore strada percorribile sia da parte degli oppressi, sia da parte degli oppressori. Per intraprendere questo cammino verso un futuro
migliore, è necessario il rispetto assoluto dei diritti umani la cui violazione deve suscitare
sdegno e reazione nelle nuove generazioni.
Indignatevi! È diventato così il manifesto di un’epoca buia, un invito ad alzarsi, combattere e denunciare ogni qualvolta ci si trova dinanzi a un’ingiustizia. Tradotto in 30
lingue e venduto in 4,5 milioni di copie, quest’opera ha ispirato il movimento degli Indignados d’Europa e America.
Il testo contiene anche – per scelta dell’editore – due appendici molto importanti: l’Appello
dei Resistenti alle giovani generazioni dell’8 marzo 2004 [pp. 43-47] di cui Hessel è uno dei
firmatari e La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo [pp. 48-61].
ALESSANDRA MANGANO
Maria Giuditta MILELLA, Voglia di risposte, Palermo, Carlo e Francesca Milella, 1987, 79 pp.
Prendete una madre che a un certo punto della sua vita perde la propria figlia per uno
stupido incidente stradale. Un incidente sulla via del ritorno a casa. Un incidente in cui
una macchina lanciata a folle velocità investe un gruppo di ragazzi che aspettano l’autobus. Mettete che la madre è al lavoro e a un certo punto riceve una telefonata del professore che la invita a recarsi il più velocemente che può in ospedale, perché la figlia è stata
coinvolta in un incidente. Questa è la storia di Maria Giuditta Milella, adolescente che nel
1985 frequentava la III B del Liceo G. Meli di Palermo. Ma questa è anche la storia, intrecciata a doppio filo, di Francesca Milella, che da quel dolore enorme per la perdita della
figlia ha trovato la forza di rialzarsi e far nascere qualcosa di veramente importante.
Questo volumetto – in edizione non venale da destinare agli studenti delle scuole –
realizzato per conto della Fondazione Maria Giuditta Milella e Biagio Siciliano, a differenza di quello che possa sembrare, non è il risultato istintivo derivato dall’estrema sofferenza per la scomparsa della ragazza. È «un atto d’amore di una mamma» [p. 5], ragionato
a sangue freddo. È una testimonianza di vita vissuta che ci dà una possibilità per riflettere.
Questo percorso si articola sui ricordi, filtrati attraverso le lettere e gli appunti che Francesca rinviene e rilegge. In questo suo viaggio recupera anche delle lettere di Lisa, una sua
vecchia parente vissuta durante il periodo delle Prima Guerra Mondiale: ciò le dà la possibilità di confrontare le due esperienze di vita, una vissuta in una situazione di «guerra
apertamente dichiarata» [p. 13], l’altra, «privilegiata in un’epoca di pace» [p. 13], non si
rende conto della guerra che attorno a lei si combatte.
Strutturalmente quindi il testo si articola in due blocchi: uno che riporta le lettere di
Lisa, l’altro invece quelle di Titta.
L’amore della madre per la figlia trasuda da ogni singola pagina. A volte così potente da
non poter continuare la lettura senza fermarsi per qualche minuto prima di ricominciare. Molti
dei pensieri sono accompagnati dal commento o dalla risposta della mamma, in cui Francesca
si abbandona liberamente al ricordo di momenti di vita vissuta passati assieme, e dai quali
trapela la spensieratezza che caratterizza la giovane età della ragazza.
Insomma, un volume veramente apprezzabile, visto che certe volte si tende a dimenti-
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care chi non è più con noi fisicamente. È proprio questo che non vuole che accada la curatrice del libro, che sente forte la responsabilità di mantenere vivido il ricordo della figlia e
di far fungere la sua storia da exemplum per le generazioni future.
VINCENZO BAGNERA
Michela MURGIA, Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna, Cles (Trento), Einaudi, 2012, 166 pp. (Super ET), ISBN 9788806214586
Dalla partecipazione a un convegno in Sardegna sul ruolo della donna è scaturita la volontà
della scrittrice di riflettere più a fondo su questo tema. La Murgia, già vincitrice del Premio Campiello 2010 per Accabadora, è dichiaratamente una cattolica praticante che ha voluto rileggere, a
partire dalla figura biblica della Madonna, la realtà contemporanea femminile. Nell'introduzione
ne spiega il motivo: «Sono sempre stata convinta che l'educazione cattolica abbia ancora un ruolo
fondamentale nel fornire chiavi di lettura al nostro mondo, e anche quando crescendo molti abbandonano le convinzioni di fede o quando non le hanno mai avute, quell'imprinting culturale non
viene mai meno, anzi continua a condizionare il nostro stare insieme di uomini e donne. Con tanta
più efficacia di quanto meno viene compreso e criticato» [p. 7].
Sedimentazione – anche inconscia – di modelli (con riferimenti anche alle altre figure femminili bibliche) dunque, ma questo nelle intenzioni vuol essere un «libro di esperienza e non di
sentenza» [p. 7]. Non è una catechesi, ma la trattazione, in altrettanti capitoli, di sei temicardine della quotidianità sociale italiana, cercando di analizzarne le possibili radici nella formazione cristiano-cattolica. La scrittrice asserisce e argomenta così che tali origini, più o meno
intenzionalmente, a tratti molto si discostano dall'effettiva narrazione biblica: l'immaginario
collettivo nei secoli ha fatto di Maria la Madre e la donna angelicata assunta in cielo come in
trionfo di Murillo. Ma, in effetti, Maria era la timida ragazza annichilita dall'annuncio, dipinta
da Rossetti o, come scrivono i testi, una coraggiosa sedicenne che ha scelto autonomamente di
dire 'sì' alla domanda dell'Angelo? La risposta si svela nel corso della lettura.
Tratta il tabù della morte il primo capitolo («L'Italia è una repubblica fondata sulla negazione
della morte», [p. 10]), che implica il “morire” dell'uomo e l'”essere morta” della donna; il secondo è
il capitolo della Mater dolorosa, del vincolo cioè che lega la maternità al dolore – sia fisico che spirituale – da Eva in poi. Murgia prosegue, nel terzo capitolo, con l'analisi della “santità” femminile: se
prima passava obbligatoriamente dal velo o dall'eroica castità, ora sembra dipendere dalla custodia
esemplare del focolare domestico; nel quarto tratta di bellezza, partendo dall'assunto del kalòs kai
agathòs e di Dorian Grey, la scrittrice scrive: «sono sempre le donne protagoniste dei messaggi pubblicitari collegati alle disfunzioni corporali, e spesso sono donne non più giovani il cui decadimento
fisico è un appetibile terreno di marketing» [p. 89].
Dio è padre o madre? Il penultimo tema affrontato nel volume sembra esser stato risolto da
Ratzinger con l'espressione del luterano Bonhoeffer: Egli è il “totalmente Altro”, ma il discorso
argomentato è più vasto. L'ultimo capitolo parla di matrimonio, del rapporto uomo/donna
tradizionalmente raffrontato a quello Cristo/Chiesa: ma la subordinazione femminile è veramente scritta nella Bibbia? Quale parte è storicizzazione e quale dottrina?
Lo sguardo critico della Murgia non è spassionato, perché, essendo donna, è di parte: ma è
di certo sincero, perché «da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne
insieme» [p.8].
ELOISIA TIZIANA SPARACINO
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Marco R EVELLI, Finale di Partito, Torino, Einaudi, 2013, 137 pp., ISBN
9788806215545
I partiti politici, così come li abbiamo conosciuti nel Novecento, non esistono più,
«sono divenuti d’un colpo elastici e permeabili» [p. IX]. Questo, in breve, il punto attorno
al quale Marco Revelli – docente di Scienza della politica all’Università del Piemonte
Orientale – costruisce un’analisi lucida e al contempo sconvolgente del nostro attuale
panorama politico e istituzionale.
Un presente difficile da interpretare se pensiamo, ad esempio, alle amministrative del
2012 quando nel «Mugello del centrodestra» (la Brianza), il PDL è sceso dal 30-38% al 715%, mentre la Lega è passata dal 25-35% all’11-20%. Analoghi dati si sono verificati poi,
anche in altre zone del Nord Italia (Cesano Maderno, Cassano Magnago paese di Bossi,
Tradate, Besozzo etc.). Un’emorragia di voti senza precedenti: tutto il Nord profondo
targato Lega e PDL abbandona i tradizionali partiti non soltanto perché gli scandali che
hanno travolto i due leader (Bossi e Berlusconi) fanno a pugni con gli innumerevoli suicidi
di piccoli imprenditori che, strozzati dalla crisi e dalle tasse, non riescono più ad andare
avanti. Queste sono infatti quelle che Revelli chiama «spiegazioni ordinarie» [p. 6] e non
bastano affatto a chiarire cosa sta davvero accadendo.
In primo luogo va detto che alla perdita di voti del centrodestra non ha corrisposto
affatto – come accade solitamente nella logica democratica dell’alternanza – il recupero di
altrettanti voti da parte del centrosinistra. Anzi, anche in quest’ultimo caso c’è stata un’emorragia di voti consistente. A vincere in queste aree è invece il Movimento 5 Stelle. Tertium datur verrebbe da dire, capovolgendo la celebre locuzione latina.
Vero protagonista delle amministrative del 2012 sembra però – accanto al M5S – l’astensionismo di cui è cambiata, invertendosi, persino la geografia: in questa occasione la
diserzione alle urne è stata più forte nelle zone del Nord Italia che, fino a qualche anno fa,
risultavano essere le più virtuose. Mentre il Sud, in primis la Calabria, ha dimostrato un
maggiore «senso civico».
Se a rinunciare al diritto al voto sono le tradizionali regioni rosse e quelle del profondo
Nord, è abbastanza chiaro, dice Revelli, che la disaffezione nei confronti della politica ha
toccato maggiormente le parti più politicizzate del paese.
Ma da dove prende i voti il Movimento 5 Stelle? Da Lega, Idv e dall’area della sinistra.
I voti del Pdl si perdono invece nell’astensionismo. Fin qui l’analisi lucida dei fatti.
Ma cos’è successo davvero alle tradizionali forme di rappresentanza Novecentesca?
L’autore decide di concentrarsi sull’analisi di quest’ultimo anno: da una parte il governo
Berlusconi che viene messo ko dallo spread e, dall’altra, la nascita di un Governo dei tecnici, il cui Presidente appare come un deus ex machina calato dall’alto dal Capo di Stato
Giorgio Napolitano, per scongiurare le urne in un momento difficile a causa dei mercati in
fibrillazione. Come leggere questi due importantissimi avvenimenti? L’Italia che è una
delle più importanti Repubbliche parlamentari, ha assistito a un processo in cui il Parlamento, esautorato dalle sue funzioni, è rimasto fuori dalla crisi che è stata invece gestita
dall’alto e non perché – aggiunge Revelli – qualcuno ha impedito ai partiti di agire, ma
«per incapacità manifesta» [p. 17] di fare politica da parte del Parlamento stesso. Abbiamo
cioè assistito a un «trasferimento assiale di sovranità» [p. 18] in cui l’uomo del Quirinale
prevale su Parlamento e Governo. Sta accadendo nuovamente, in queste ore convulse
dopo le consultazioni, in seguito alle quali ancora una volta è Giorgio Napolitano a gestire
l’impasse con l’istituzione delle due commissioni di saggi.
Come reagiscono gli elettori dinanzi a tale scenario? Nel primo caso si sono comportati
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conseguentemente all’atteggiamento tenuto dalle forze politiche e questo spiegherebbe i
risultati delle scorse amministrative.
Ma la crisi di rappresentatività non è un fatto ascrivibile al 2012, era già partita un anno
prima quando, in due città chiave come Napoli e Milano, a vincere le amministrative sono
stati due uomini nuovi, fuori dalle logiche di partito e di schieramento: De Magistris e Pisapia.
E, se proprio si vuole essere precisi, bisogna andare ancora a ritroso nel tempo, ai referendum abrogativi del giugno 2011 il cui significato è importantissimo perché i temi sul tavolo
non erano affatto rispondenti a logiche di partito; lo dimostra il fatto che filonuclearisti e politici scettici sulla “nazionalizzazione” dell’acqua c’erano anche nel centrosinistra. Secondo
Revelli quel voto referendario mostra fortemente «una rivendicazione e una ri-appropriazione
di ciò che è comune da parte della comunità: dei cittadini che ne rivendicano l’inalienabilità, al
di là di ciò che possono decidere i loro rappresentanti politici» [p. 21].
Ci siamo trasformati dunque in una «democrazia senza popolo» e potremmo trovarci
presto dinanzi a un «popolo senza democrazia» [p. 26]. Se pensiamo infatti agli innumerevoli scandali bipartisan: dal sistema Penati allo scandalo Ruby; agli indagati; alle immunità per reati di mafia (Cosentino, Romano…); agli sprechi dei rimborsi elettorali, è
facile intuire le profonde ragioni del rancore che muove i cittadini contro le istituzioni che
dovrebbero rappresentarli.
La sfiducia nei partiti non è poi un fenomeno solo italiano ma coinvolge l’intero Occidente industrializzato ed è oggetto di numerosi studi. Ricerche non tanto recenti fanno
riferimento a un discorso tenuto da Jimmy Carter, ex presidente degli USA nel 1979, in cui
egli accenna già alla crisi di fiducia che i cittadini americani mostrano nei confronti delle
istituzioni di governo.
Da queste ricerche emerge che il sentimento che accomuna gli elettori di tutto l’occidente è l’insofferenza nei confronti della «connotazione oligarchica dei propri sistemi
consolidati di rappresentanza» [p. 33], cosa di cui, peraltro, aveva già parlato, un secolo fa,
Roberto Michels nella sua «teoria elitista» della politica [p. 38]: ogni processo democratico
è destinato, per forza di cose, a sfociare nell’oligarchia.
Non è dunque possibile ampliare la partecipazione democratica. Agli inizi magari gli
obiettivi cui tendono sia il Partito che lo Stato sono nobili, ma quando la democrazia
comincia a crescere e dunque ad ampliarsi, parallelamente cresce anche il bisogno di affidarne la direzione a un gruppo di cosiddetti capi. Michels paragona questo processo a un
morbo autoimmune nutrito dalle masse che mostrano di avere una naturale tendenza a
sottomettersi a un padrone e a delegare tutto.
Preferibile dunque per Michels – che non per nulla aderì al fascismo – il rapporto diretto tra il Capo e la Massa senza «la mediazione non solo ingombrante ma deviante –
parassitaria e generatrice di privilegi – della burocrazia di partito e di apparato» [p. 47].
Dopo il secondo conflitto mondiale però, si ritorna con convinzione alla democrazia
rappresentativa e questo ritorno dura – in modo meno convinto forse, ma pur sempre forte
– fino agli anni settanta e ottanta. Perché oggi la fiducia nella democrazia è venuta meno in
modo così forte? Secondo Revelli i vecchi leader erano amati dalla massa sia per i sacrifici
cui hanno dimostrato di saper far fronte, che per le rinunce, il senso dello Stato. Oggi
invece i capi partito sono avvertiti sempre più come “casta” piena di privilegi e vizi, i
leader sono peggiorati, sono mediocri, non conoscono i problemi della gente, sono inefficienti: di Peggiocrazia parla a tal proposito l’economista Luigi Zingales, ovvero di una zona
grigia in cui si è definitivamente rovesciato il tradizionale rapporto che legava masse ed
èlite istituzionali nel Novecento, quando le prime erano mobili mentre le seconde rappresentavano il punto fermo.
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Ma non sono solo i leader politici a essere cambiati. Protagonisti del mutamento sono
anche gli elettori oggetto della rappresentanza: da braccianti e operai del Novecento siamo
passati agli studenti, ai tecnici, agli intellettuali e ai professionisti. Questi nuovi elettori
tendono ad autorganizzarsi, in una logica di subpolitcs o di politica della seconda modernità
(si vedano a tal proposito le teorie di Ulrick Beck) una politica dal basso che «tende a mobilitare [orizzontalmente] tutti i settori della società» [p. 60].
Infine, la crisi della tradizionale organizzazione politica – il partito – è ascrivibile anche
all’avvento del post-fordismo e a un terzo mutamento, quello del modello organizzativo, che si
concretizza nel passaggio dal «paradigma socio-produttivo» [p. 65] fordista-weberiano a un
altro diverso e contrapposto che non è più basato sulla centralizzazione, ma sul decentramento
e la delocalizzazione: una sorta di vero e proprio post- fordismo politico.
Lo stesso Weber aveva profetizzato, già nel 1918, il passaggio dalla democrazia statale
alla democrazia burocratizzata.
Le macchine organizzative novecentesche hanno tutte le stesse caratteristiche: dalla
fabbrica, all’esercito, ai partiti, alle Chiese… queste macchine hanno funzionato bene fino
a qualche tempo fa, poi all’improvviso – impossibile dire con precisione quando – hanno
smesso di funzionare. Non è stato soltanto il funzionamento dei partiti a incepparsi, ma
tutto il sistema: dai mercati che «si fecero a un tratto saturi, a crescita lenta, o vicina allo
zero» [p. 76] alle amministrazioni pubbliche con i bilanci in rosso e un altissimo tasso di
inefficienza. E se muta l’economia col passaggio da un tipo di organizzazione burocratica
a uno di tipo catalitico [p. 78], allora è inevitabile che anche i partiti di massa siano destinati a cambiare, specialmente quelli di tradizione socialista e comunista. Proprio i partiti
comunisti sono quelli che meno di tutti sono riusciti a reggere al mutamento e, di conseguenza, sono scomparsi. Proprio loro che avevano basato tutto sulla logica della centralizzazione non hanno retto, un po’, dice Revelli, «come accadde ai sovrani d’Ancien régime
quando venne meno l’antico principio dinastico» [p.83].
Il sistema fordista implode per diverse ragioni: la prima in assoluto è quella relativa ai costi
organizzativi utilizzati per far funzionare i «giganteschi apparati» [p.84], troppo alti in un’epoca in cui la domanda era stagnante e la produzione si articolava ormai in piccoli lotti. Meglio
pagare solo quando si acquista ed eliminare i costi fissi. Anche i partiti dovettero fare i conti
con i costi di gestione. E proprio su questo tema, ovvero quello dei costi, si gioca oggi la crisi
attuale della politica e aggiungerei anche del sindacato, almeno nella sua forma confederale.
La politica post-fordista costa di più perché «deve comprarsi quanto non sa più (e non può più)
produrre da sé, a cominciare dalla fiducia degli elettori» [p. 85].
Quindici anni fa Bernard Manin aveva illustrato il passaggio dalla «democrazia dei
partiti» alla «democrazia del pubblico» [p. 105]; ancor prima la democrazia dei partiti
aveva sostituito il parlamentarismo delle origini. Secondo Manin queste trasformazioni
sono strettamente connesse alle trasformazioni sociali, il fatto che oggi i partiti sono in
declino è dovuto, a suo dire, alla liquefazione della società di classe novecentesca. Nella
democrazia del pubblico non si vota più per il partito bensì per la persona, esattamente
come nel parlamentarismo delle origini. La differenza sta nel fatto che mentre nel parlamentarismo elettore ed eletto spesso si conoscevano, nel caso della democrazia del pubblico gli elettori sono messi in contatto con gli eletti dai media.
Partendo dalle considerazioni di Manin possiamo definire quella dei grillini
“democrazia di pubblico?” La posizione del Movimento è perfettamente espressa dai due
deputati del M5S al termine delle consultazioni con il capo dello Stato: «non abbiamo il
nome del nostro candidato premier – dice il cittadino Crimi alla stampa incredula – ma
non importa, lo troveremo due minuti dopo aver ricevuto l’incarico di formare un gover-
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no»; «ciò che conta – gli fa eco la Lombardi – non è la persona ma il programma del movimento». Bastano queste dichiarazioni a rendere il M5S una democrazia di pubblico?
Beppe Grillo non vede nella crisi dei partiti cause sociali e culturali. Pensa invece che la
causa sia piuttosto tecnologica: la rete ha lo stesso ruolo che l’automobile e la produzione
di massa standardizzata ebbero nel sancire la fine del «partito dei notabili» e della
«democrazia parlamentare». La fine della politica così come l’abbiamo conosciuta dal
Novecento a oggi, è un bene secondo Grillo, perché permette lo sviluppo di una democrazia diretta. La rete sostituirà tutto: giornali, tv, libri. I partiti spariranno e lasceranno il
posto ai movimenti; la rete, quindi, avrà lo stesso ruolo che, ai tempi della Riforma protestante, ebbe l’invenzione di Gutenberg. Alla stregua dell’invenzione della stampa – che nel
1500 favorì il diffondersi delle idee protestanti, contribuendo a eliminare il divario tra i
fedeli e le Sacre Scritture – la rete permetterà ai cittadini di partecipare attivamente al
processo decisionale e legislativo. La rete inoltre permette già «di emendare la politica dal
vero male del secolo: la sua connessione con il denaro» [p. 117]. Ancora una volta torna in
mente l’accostamento a Lutero e alla sua battaglia contro il mercato delle indulgenze e la
corruzione di Roma. Eppure la legge di Michels è sempre lì e, prima o poi, anche il Movimento 5 Stelle sarà inevitabilmente soggetto alla sottomissione a un processo di oligarchizzazione. Anzi, ne è già vittima, in quanto gli stessi membri delle commissioni nominate da Napolitano sono vere e proprie oligarchie (come ricordava qualche giorno fa Barbara Spinelli in un suo interessante editoriale) e tale risultato è frutto anche dell’indisponibilità del M5S a trattare con Bersani per rendere possibile la formazione di un governo.
Dunque più che di democrazia di pubblico dovremmo forse parlare di “democrazia immediata elettronica” che, se può anche andar bene quando c’è da scegliere tra due opzioni (ad
esempio se sia meglio bombardare la Libia oppure costruire ospedali) potrebbe invece rivelarsi
un boomerang, se si dovesse chiedere al web, sull’onda emotiva di un delitto, se si è favorevoli
o contrari alla pena di morte, o se si approva o meno il ricorso alla guerra dopo un eclatante
attentato. Questo tipo di democrazia potrebbe dunque rivelarsi un disastro.
Ma come siamo arrivati a questo punto? Si può davvero pensare di risolvere tutto addossando la colpa a quella che alcuni, forse in maniera semplicistica, hanno definito antipolitica,
ma che – avvisa Revelli – andrebbe più opportunamente definita come contro-democrazia, che
non è affatto la negazione della democrazia? Il popolo sente il bisogno di controllare gli eletti
per evitare abusi di potere e corruzione. Una vera «democrazia della sorveglianza» [p. 123] in
cui «il controllo monopolistico dello spazio pubblico da parte del partito novecentesco è finito» [p. 135] e lo dimostrano non solo Grillo, ma anche figure ambivalenti come quella di Renzi, che piace a sinistra e non dispiace a destra e che parla più o meno un linguaggio analogo,
per certi versi, a quello grillino; e le primarie che – da che mondo è mondo – si celebrano sempre in concomitanza di una crisi di consenso: è accaduto nel 1995 in Francia; in Spagna all’epoca di Felipe Gonzàlez; negli anni ‘90 in Inghilterra.
Quali sono le responsabilità della politica? Perché – ci si chiede – bisognava aspettare
Grillo per iniziare una seria e attenta rivalutazione degli sprechi della politica, oppure per
comprendere la profonda necessità di dare al Paese una legge anticorruzione; o ancora
accordare il rispetto dovuto alla volontà popolare su temi importanti quali l’ambiente, le
energie alternative, i beni comuni?
Un libro dal finale aperto: una domanda bruciante – è possibile una politica oltre i partiti? – che resta drammaticamente senza risposta e che oggi è ancora più attuale e incalzante, in questa crisi istituzionale senza precedenti, i cui scenari possibili diventano, ogni
giorno che passa, più preoccupanti.
ALESSANDRA MANGANO
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Tzvetan TODOROV, I nemici intimi della democrazia, Milano, Garzanti,
2012, 248 pp., ISBN 9788811601630
Fernand Braudel nel descrivere minuziosamente i mali e le contraddizioni del Sistema
Imperiale Spagnolo, divideva i nemici della Corona in esterni e interni. I pericoli per la
tenuta del Regno venivano tanto da fuori – i turchi ottomani – quanto dalla stessa periferia
dell’Impero: ad esempio i Paesi Bassi.
Se è vero che la storia si ripete ciclicamente, possiamo dire che anche la democrazia –
che almeno sulla carta è oggi la forma di governo ufficiale dell’Occidente e in particolar
modo dell’Europa – è oggi minacciata da nemici. Se nel corso del Novecento questi nemici
erano esterni, oggi sembrano invece essere proprio dentro di noi; a volte addirittura ne
sono il volto pubblico, gli stessi rappresentanti ufficiali.
L’autore inizia il suo lungo excursus su libertà e democrazia partendo da Pelagio e Agostino, soffermandosi sul tema del male e del libero arbitrio, ma anche del peccato originale, della predestinazione e del ruolo dell’uomo nella società. I padri della Chiesa cristiana vengono citati non a caso, perché sono funzionali alla spiegazione dell’origine del
messianismo, che – ben lungi dall’essere una visione del mondo obsoleta e strettamente
connessa alla fede ebraico-cristiana – si rivela invece una sorta d'ideologia ciclica che ha
attraversato tutte le fasi della storia dell’umanità, fino ad arrivare ai nostri giorni.
Tanto l’età medievale quanto quella moderna sono costellate da eventi che s'ispirano a
tale ideologia: dalle crociate alla conquista dell’America, l’idea prevalente – il fine che
giustifica i mezzi – è sempre la stessa: imporre un modo “migliore” di vivere, esportare la
civiltà, guarire i barbari dal male atavico dell’ignoranza e del peccato. Persino la Rivoluzione Francese si pone l’obiettivo di diffondere benessere e pace perpetui. Il punto è che, in
nome di questo rinnovamento promesso dal messianismo, l’uomo si è reso autore di atroci
stragi, contravvenendo al principio dell’uguaglianza universale. L’annientamento del
nemico diventa, dunque, dovere morale: «la violenza non è camuffata, ma rivendicata» [p.49], la strategia del terrore è funzionale al fine.
Allo stesso modo si comporterà Napoleone. Gli oppositori sono barbari e vanno
«civilizzati o fatti scomparire» [p.51], lo afferma già Condorcet senza alcuna esitazione.
Da qui la sottomissione dell’India e dell’Egitto rispettivamente da parte dell’Inghilterra e
di Napoleone e, più in generale, la conquista europea di Africa e Asia alla fine dell’Ottocento. Le razze superiori devono civilizzare quelle inferiori. Ecco, questo è il messianismo
politico che si trascina, con effetti devastanti, fino a confluire negli anni bui dei totalitarismi del Novecento.
Todorov include il comunismo nei messianismi: l’idea comunista è che la storia ha una
direzione prestabilita e immutabile. Sic stantibus rebus ogni azione legata a tale idea è legittima. Analizzando il Manifesto di Marx ed Engels, Todorov sostiene che, partendo dal
postulato marxista dell’abolizione delle differenze – in quanto produttrici di conflitto – e,
aggiungendovi la necessità di abolire la borghesia – in quanto incompatibile con la società
– appare impossibile che ciò avvenga senza alcuno spargimento di sangue e cita, a rafforzamento della propria tesi, proprio quella parte del Manifesto in cui si dice che l’unico
modo per poter trasformare la società è quello dell’«abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente» [p.56].
Ma cosa accomuna il messianismo nato dalla Rivoluzione francese e quello comunista? Il primo si proponeva di portare la salvezza agli altri, il secondo è orientato verso
l’interno: è una guerra civile, combattuta tra classi. Non si tratta, in questo secondo caso,
(almeno nelle intenzioni) di sottomettere un paese a un altro paese, ma di diffondere le
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guerre civili per il raggiungimento dell’obiettivo. Todorov – che ha vissuto per 20 anni
sotto il regime comunista – afferma di ricordare con orrore non tanto la privazione della
libertà, quanto piuttosto il paradosso che «tutto il male [fosse] compiuto in nome del bene,
giustificato da uno scopo presentato come sublime» [p. 62].
Dopo il crollo dell’U.R.S.S. e la fine della guerra fredda il nemico cambia, ma la tentazione del messianismo resta forte e si traduce nella necessità di liberare il mondo dal male
imponendo la democrazia e i diritti con le guerre «democratiche» e «umanitarie» [p.63]. A
partire dal conflitto del 1999 in Jugoslavia, vari interventi armati sono stati sanciti dal
cosiddetto «diritto di ingerenza»: intervenire cioè laddove vengono violati i diritti umani
per portare la democrazia e punire i dittatori.
La violazione dei diritti dell’uomo avviene però quotidianamente e in qualsiasi parte del
globo, eppure la scelta di intervenire ricade sempre sui paesi i cui capi non sono amici politici e
possono ostacolare gli interessi degli Stati “democratici” che hanno aderito alla dottrina del
diritto di ingerenza. Inoltre le guerre in nome della pace fanno sempre più vittime di quanti
civili si vogliano salvare con le guerre stesse e mai, in seguito all’intervento armato dalle forze
“portatrici di pace e democrazia”, vi è stato un miglioramento dei diritti umani, anzi. Abu
Grahib – solo per citare un esempio – ci parla di una tortura del nemico che assurge a norma,
addirittura formulata nei manuali della CIA e dunque pianificata.
Malgrado gli interventi in Iraq, Afghanistan, Libia si siano dimostrati fallimentari
e sebbene occupare paesi e torturare i dissidenti per combattere il terrorismo islamico
(il nemico esterno) non ha fatto che peggiorare la situazione non solo dei paesi che
hanno subito l’occupazione, ma anche di quelli che l’hanno praticata, i capi di Stato
delle “democrazie occidentali”, continuano a considerare questo metodo giusto e
necessario. Inoltre, in tempi di crisi economica devastante per l’occidente, queste
guerre preventive e queste occupazioni costano alle popolazioni occidentali quantità
di denaro smisurate. Perché allora impiegare somme di danaro così elevate, a fronte di
risultati tanto deludenti? E qui ritorna il messianismo politico: per salvare l’umanità,
dicono. Ma salvarla da chi?
È qui che iniziano le vere domande del saggio: perché cercare un nemico esterno
quando i pericoli per la democrazia sono insiti in essa e ancor più pericolosi? Pensiamo per
un attimo alla scienza, all’innovazione tecnologica: a seconda dell’uso che ne facciamo
possono essere fonte di salvezza ma anche di distruzione. Abbiamo forse dimenticato
Fukushima? Eppure in questo caso “l’atomo è stato usato a scopi pacifici” [p.136] anche
se, nel caso delle centrali nucleari, i rischi coinvolgeranno almeno 800 generazioni future
visto che la radioattività liberata può durare 24.000 anni [p.137] e coinvolgono, a volte,
anche paesi che non hanno scelto di dotarsi del nucleare.
È la teoria della «seconda modernità» già ben esposta da Ulrich Beck: la scienza e il
progresso nella prima fase hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita dei cittadini,
oggi invece la scienza, con le stesse attività, può mettere in pericolo la vita umana. La
scienza è nata per proteggerci dalla natura eppure le attuali politiche ambientaliste vogliono ritornare alla natura per salvare l’uomo dalle degenerazioni della tecnologia che sono,
per così dire, l’incidente di percorso del profitto e del potere. Non dimentichiamo infatti
che il progresso tecnologico, oggi sottomesso al profitto ad ogni costo, riguarda anche
l’esistenza stessa dell’uomo, il suo essere al mondo, il suo diritto alla vita e alla salute,
come dimostrano, ad esempio, le attuali vicende legate all’ILVA di Taranto.
Neoliberismo di Stato, standardizzazione e flessibilità dell’organizzazione del lavoro
contemporaneo, identificazione del pericolo nello straniero che sfocia negli attacchi, purtroppo recenti, alla società multiculturale (si consiglia, a tal proposito, la lettura dell’illu-
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minante saggio di Slavoj Zizek sull’Europa e il razzismo), l’assoggettamento della società
all’economia: questi sono oggi i nemici interni della democrazia e sono più potenti di
quelli esterni. Combatterli è più difficile perché essi si richiamano allo spirito democratico
e sono legittimati.
Siamo dunque passati dai totalitarismi del Novecento in cui lo Stato veniva messo al
centro di tutto, all’ultraliberismo in cui è l’individuo a essere tutto, anche a costo di distruggere la società stessa. Bisogna pertanto interrogarsi sulla libertà e la democrazia, ma
anche sui loro limiti.
Le conclusioni del saggio sono amare: la nostra è una democrazia malata che, secondo
Todorov, ha fallito tutti i suoi obiettivi. Il vero e sconvolgente problema è che la democrazia è affetta da una malattia autoimmune e, scoprire che il nemico è dentro di noi, rende
lo scenario ancora più inquietante. Ma cosa fare a parte cedere alla tentazione della rassegnazione o ancor peggio del «nientismo»? [p.234]
È questa la domanda cui cerca di rispondere l’autore, soffermandosi sulla necessità
estrema di coniugare individuo e collettività, perché siamo «condannati a riuscire o fallire
insieme». [p.240]
ALESSANDRA MANGANO
S TORIA , A RTE E C ULTURA
Sergio ALGOZZINO, Ballata per Fabrizio De Andrè. Padova, Becco Giallo,
2012, 127 pp., ISBN 9788897555100
Di libri su Fabrizio De Andrè ne sono stati editi tanti. Questa ballata, in forma di libro a
fumetti, però, non è eseguita dalla voce di un amico, un figlio o un critico musicale, ma da
chi meglio lo conosceva: i personaggi stessi delle sue canzoni. Marinella, Bocca di Rosa,
Andrea, Piero, Carlo Martello, il Giudice, Geordie, Prinçesa, il Pescatore e altri si trovano
riuniti insieme a raccontare, attraverso la propria, la storia – o l’anima, è lo stesso – del loro
autore. E si comprende come ciò sia inevitabile: «Lui ci ha donato la vita oltre la morte,
oltre il tempo e lo spazio. E noi adesso gliela restituiamo» [p. 52]. Delicato e profondo al
contempo, in un’atmosfera rarefatta, il libro – a più livelli – riesce a tratteggiare fragilità,
sbruffonaggini, livori e miserie umane; è ricco di citazioni, rimandi, accenni, sottintesi e
allusioni, sia testuali che visuali, più o meno palesi, che meglio vengono esplicati nel capitolo Dietro le quinte [p. 71] che l’autore pone in coda alla Ballata. Qui si svela come l’iter
creativo, al di là di ogni programma a tavolino, abbia in effetti seguito i “capricci” dei
personaggi che, lontani dall’esser statiche pedine, hanno voluto imporsi a loro modo:
alcuni si sono defilati in silenzio, altri si son fatti avanti in punta di piedi o a gomitate, ma
tutti hanno scelto da sé il proprio ruolo. Il libro è corredato da una Cronistoria [p. 97] a cura
di Francesco Vettore, già curatore della mostra itinerante dedicata a De Andrè Bocca di
Rosa e altre storie; seguono una Discografia essenziale [p. 109] e il capitolo Per saperne di più [p.
121] con indicazioni bibliografiche, sitografiche, cinematografiche e teatrali sull’artista
ligure. Questa è la seconda edizione, riveduta e acquerellata, di un’opera del 2008 edita in
bianco e nero da Sergio Algozzino, che ha qui congiunto le sue passioni: il fumetto e la
musica d’autore. Musicista, colorista, disegnatore, docente presso la Scuola del Fumetto di
Palermo, l’autore ha molto lavorato al fumetto italiano e straniero, collaborando con Disney, Panini Comics, Tunuè e Soleil Edition; ha pubblicato nel 2005 il saggio Tutt’a un
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tratto. Una storia della linea nel fumetto, e nel 2007 il libro a fumetti Pluie d’eté (tradotto poi in
Pioggia d’estate, 2008).
ELOISIA TIZIANA SPARACINO
Francesca ANANIA-Giovanna TOSATTI, L'amico americano. Politiche e strutture per la propaganda in Italia nella prima metà del Novecento, Roma, Biblink,
2000, 170 pp. (Storia e società), ISBN 8888071008
L'Europa, annichilita dalle devastazioni della seconda guerra mondiale, è nuova frontiera per la propaganda americana. Propaganda, informazione e intelligence sono chiaramente collegate.
Questo libro, scritto a quattro mani, restituisce con chiarezza e semplicità l'attività di
propaganda americana in Europa, e in particolare in Italia dove il governo americano
temeva più che altrove l'avanzata del partito comunista.
Gran parte del libro è dedicata all'analisi dell'attività dell'USIS (United States Information Service), che è forse l'esempio più significativo, dopo il Piano Marshall, del tentativo, da parte degli americani, di imporre il proprio modello politico-economico e l'organizzazione della vita quotidiana, l'American way of life.
Particolare attenzione è rivolta al fondo cinematografico dell'USIS di Trieste, conservato presso l'Archivio centrale dello Stato a Roma, e al ruolo del cinema nella propaganda
americana.
Un buon libro, utile perché risulta essere un buon punto di partenza per ulteriori approfondimenti. L'unica pecca è la mancanza di una bibliografia finale, ma data la natura
del libro (i capitoli I, III e V sono di Giovanna Tosatti; i capitoli II, IV e VI sono di Francesca Anania) ogni capitolo ha il suo buon apparato di note.
La prefazione è di Paola Carucci, Soprintendente dell'Archivio centrale dello Stato.
PIERO CANALE
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Lina BOLZONI, Carlo Alberto GIROTTO (a cura di), Donne cavalieri incanti
follia: viaggio attraverso le immagini dell'Orlando furioso: catalogo della mostra, in
collaborazione con il comitato scientifico della mostra, Lucca, Maria Pacini
Fazzi Editore, 2013, 191 pp., ISBN 9788865501733
Dirò d’Orlando in un medesimo tratto
cosa non detta in prosa, né in rima:
che per amor venne in furor e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima.
Il libro è il catalogo dell’omonima mostra, tenutasi a Pisa fra il dicembre 2012 ed il
febbraio 2013, ideata e curata da Lina Bolzoni del CTL – Centro di Elaborazione Informatica di Testi e Immagini nella Tradizione Letteraria della Scuola Normale Superiore di
Pisa in collaborazione con il Comune di Pisa. L’intento era di indagare la persistenza
dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto con il suo corredo di rêverie, di iconografia e
iconologia, di capillare infiltrazione nella cultura, anche popolare, nelle sue infinite declinazioni. A cinquecento anni dalla sua stesura sono stati analizzati e riproposti – nelle
più disparate fenomenologie – rivisitazioni, rimandi, studi, risemantizzazioni e citazioni
del Furioso: «La nostra idea» – scrive la Bolzoni – «era di mostrare come un grande classico della nostra letteratura abbia vissuto per secoli, e viva tuttora, non solo attraverso la
lettura e l’interpretazione critica, ma anche attraverso le immagini che ha da subito ispirato, attraverso le incisioni, i quadri, gli affreschi, gli oggetti, e anche attraverso le nuove
opere che ad esso si sono rifatte» [p. 10]. Dopo l’Introduzione [pp. 7-14], il corpo dell’opera
si articola in schede delle opere in mostra, tutte illustrate e corredate di bibliografia di
pertinenza in calce, a cura del comitato scientifico della mostra (Rosario Perricone,
Chiara Callegari, Federica Pich, Nicola Catelli fra gli altri). Sono suddivise in due macrosezioni: la prima, Dentro al libro. Le edizioni del Furioso [pp. 15-98] tratta delle edizioni
illustrate del poema e della sua fortuna letteraria fino al Novecento, sia come testo in sé
che come exemplum per molta letteratura cavalleresca. Sono riportate le incisioni di edizioni pregiate, indagando la loro composizione architettonico-spaziale, l’incorniciatura e
il dialogo delle illustrazioni col testo, o il riuso della medesima incisione per commentare
un testo affine ma diverso. La seconda macrosezione, Fuori dal libro. Il Furioso tra arti
figurative e performative [pp. 99-171], mostra come – e quanto! – il personaggio abbia avuto
fortuna e sia stato ripreso. Si succedono dunque le schede d’incisioni, fogli volanti, teatro,
maioliche, tele, che giungono ad acquisire linguaggio contemporaneo in film, street art e
performances artistiche. Dalle incisioni di Gustave Doré alla versione televisiva di Ronconi
e Sanguineti, dai Pupi e fondini dell’Opra siciliana al Paperin Furioso che Luciano Bottaro
ha disegnato per I grandi classici Disney, l’Orlando pazzo d’amore continua a raccontare le
sue storie di viaggio, follia e battaglie. Il volume si chiude con la Bibliografia [pp. 172-184]
e l’Indice delle illustrazioni [pp. 185-190].
ELOISIA TIZIANA SPARACINO
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L IBIDO L EGENDI
Danilo DOLCI, Racconti siciliani, Palermo, Sellerio editore, 2008, 417 pp.,
ISBN 8838923078
Danilo Dolci scrive la Sicilia. Non nel senso che la interpreta restituendocene l’immagine
attraverso il filtro dei suoi occhi o della sua interpretazione personale. No. È come se lui la
facesse parlare senza intermediari, così, in forma diretta con tutte le sue disperazioni, con la
povertà e la fame; con quelle strade «miserabili e putride» descritte da Carlo Levi ne Le parole
sono pietre. La Sicilia che Dolci ci racconta non può essere abbellita, nemmeno dal punto di
vista linguistico; le voci dei protagonisti vengono fedelmente registrate così come sono, senza
intenti estetizzanti. L’esito non è scontato perché Dolci è siciliano solo d’adozione, è un settentrionale che per vivere e raccontare la Sicilia, si fa – come dice, in più occasioni, lo storico
Francesco Renda – meridionale tra i meridionali, siciliano tra i siciliani.
I suoi personaggi sono braccianti, casalinghe, falegnami, ma anche madri senza latte e
bambini denutriti. Gente comune che vive di espedienti, che cerca nella terra una disperata
sopravvivenza, quella terra che regala l’erba da mangiare a Vincenzo, quando manca il
lavoro e non ci sono soldi per comprare altro. Questa Sicilia dei racconti di Dolci è un
universo ricco di simboli: un mondo parallelo dove ogni spiegazione alle grandi domande
della vita è mutuata dai campi. Le stelle sono come le vacche che «quando aggiorna si
ritirano sempre» [p.23] e la luna è fatta di cielo e «il cielo di fumo che si fa in terra e è
salito» [ibi]. Volendo farne un’analisi scientifica, il tema è quello annoso della contrapposizione tra la cultura prodotta dalle classi popolari e la cultura imposta alle classi popolari e
della tradizionale questione: se e come sia possibile rintracciare una forma di circolazione
tra i due livelli. Nel dibattito tra storici e antropologi, tutt’oggi attuale, si inserisce il dualismo tra oralità e scrittura che ci riporta inevitabilmente agli studi condotti da Mandrou e
da Bolème, alla creatività popolare, ma anche a Rabelais, a Bacthin e al carnevale. In tal
senso i protagonisti dei racconti siciliani di Dolci, richiamano inevitabilmente alla mente
anche Menocchio: il mugnaio friulano descritto da Ginzbourg ne Il formaggio e i vermi per il
quale il caos è identificabile con una massa simile al formaggio dentro cui nascono gli
angeli e Dio – per volontà della Santissima Maestà – proprio come dal prodotto gastronomico nascono i vermi.
Il mondo parallelo cerca una definizione di sé alternativa, quando non addirittura in
aperta contrapposizione, a quello ufficiale. È il caso di Vincenzo, condannato a 4 anni e 20
giorni di reclusione per aver rubato due mazzi d’erba. Perché la Sicilia degli anni ‘50 è
quella della riforma agraria e dei decreti Gullo, del separatismo, dell’occupazione delle
terre e degli omicidi dei sindacalisti più rappresentativi di quelle lotte contadine: Accursio
Miraglia, Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale, solo per citarne alcuni. Eppure da questo
mondo, pur condividendone le istanze e le rivendicazioni, Dolci si discosta, scegliendo
una via diversa alla seppur necessaria rivoluzione: gli scioperi della fame (digiuni individuali o collettivi) come arma nonviolenta, perché – come il titolo di un’altra sua opera
fondamentale – bisogna Fare presto (e bene) perché si muore; o, ancora, lo sciopero alla rovescia causa di carcerazione e processo, ma anche di sostegno e solidarietà da parte di intellettuali del calibro di Erich Fromm, Betrand Russell e Jean-Paul Sartre. Avversato dalla
Chiesa del Cardinale Ruffini, tacciato come eccentrico dalla sinistra tradizionale, la sua
“eresia” diventa prassi sociale e il suo dare voce alla gente non prevede un ammaestramento, o peggio, un tentativo, seppur minimo di acculturazione, ma solo una profonda
empatia che l’autore – sollecitato nella stesura di questa raccolta da Italo Calvino – mostra
con il profondo legame che nella sua vita hanno il pensare e l’agire. Secondo Dolci, infatti,
per conoscere i poveri e dar loro una voce bisogna vivere come loro. È in quest’ottica che
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l’autore ha scritto Racconti siciliani ed è in quest’ottica che il lettore deve accogliere il libro,
documento preziosissimo di un passato più che mai attuale. In un’epoca complessa e
turbinosa, in cui le politiche di austerity, mascherate da imprescindibile necessità, aumentano il divario tra ricchi e poveri, creando nuove sacche di marginalità e di stenti, una
rilettura di Dolci appare imprescindibile per comprendere la simbologia del disagio, della
ghettizzazione e della paura.
ALESSANDRA MANGANO
Hans Werner HOLZWART (a cura di), 100 contemporary artists, Hong Kong et
al., Taschen, 212, 2 voll., 695 pp. (Taschen 25th Anniversary!), ISBN
9783836514910
Non tragga in inganno il titolo di copertina in inglese, affiancato dai titoli paralleli in
italiano, spagnolo e portoghese a sottolineare l’impostazione internazionale dell’opera: se
le note dei risvolti e delle didascalie sono anglofone, il resto dei testi è trilingue, come è
consuetudine della casa editrice. Nata per la specifica determinazione di Benedikt Taschen
di produrre libri d’arte a costi contenuti, le opere della casa editrice Taschen hanno testi
multilingue per la contemporanea diffusione in più nazioni, riuscendo ad abbattere così i
costi di edizione.
La collana di grandi edizioni, lanciata in ricorrenza del 25° anniversario nel 2005, è
stata riproposta, senza soluzione di continuità, fino ad oggi. A tale collana appartiene
quest’opera pregevole in due volumi di grande formato con sovraccoperta e cofanetto,
pressoché interamente illustrata; in quasi 700 pagine propone una carrellata dei 100 artisti
del XXI secolo che più si sono messi in luce, in rigoroso ordine alfabetico (I volume: A-H,
pp. 1-335; II volume: L-Z, pp. 336-695). L’impostazione è semplice: di ogni artista si forniscono in una pagina, il ritratto e una breve nota critica ripetuta nelle tre lingue, seguita da
cinque pagine di immagini delle performances o delle opere. Agli artisti più celebri sono
concesse un paio di pagine in più, ma la cura e la qualità grafica dell’impaginazione per
tutti sono ottime.
L’opera non vuole essere un manuale, ed è stato detto da altri che è un bel decoro da
sfoggiare sul tavolino del caffè. Ma, a fronte della velocità sommaria delle note, vuol essere
– ed è – uno zapping ora truculento, ora visionario o fantasmagorico, sul mondo dell’arte
contemporanea che non persegue correnti, scuole regionali o percorsi logici.
Il primo volume è aperto da una Prefazione del curatore Hans Werner Holtzwart [pp. 7-9],
che è autore anche del design dell’opera; il secondo volume reca in calce Biografie e pubblicazioni
degli artisti [pp. 669-689], Ringraziamenti [p. 691] e Crediti fotografici [pp. 692-695].
Se si può comprendere la mancanza di note bibliografiche di riferimento per la velocità
con cui procedono i volumi, resta però grave lacuna la mancanza della localizzazione delle
opere nelle didascalie che le accompagnano.
ELOISIA TIZIANA SPARACINO
Vincenzo MATERA, Antropologia in sette parole chiave, Palermo, Sellerio, 2006,
177 pp., ISBN 8838921245
Cos’è questa scienza misteriosa che da sempre ha portato l’uomo a studiare se stesso
sotto molteplici punti di vista? Quali sono i suoi punti cardine? Quali sono i principi che ne
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L IBIDO L EGENDI
regolano il funzionamento?
L’autore, Vincenzo Matera, docente di Antropologia culturale nella Facoltà di Scienze
della formazione dell’Università di Milano-Bicocca, raccoglie in questo volume una serie di
saggi che danno la sua particolare visione su questa scienza; ogni saggio fa capo a un termine
di assoluta importanza, una parola chiave, nella complessa ed eterogenea composizione della
materia antropologica: sette parole, sette saggi. Anzi, sette più uno: “Antropologia”.
Incompletezza: dopo aver analizzato velocemente alcune delle specie umane
(Australopitecus, Erectus, Sapiens) chiarisce che la prospettiva che adotterà per comprendere
tutte le varie sfaccettature psicologiche, sociali e antropologiche dell’essere umano, dovrà
essere quella che riconosce l’uomo “come un animale difettoso dal punto di vista strettamente biologico”, e proprio per questo, che tende a svincolarsi dalla propria dimensione
organica.
Cultura: intesa come caratteristica quasi obbligatoria dell’essere umano, che, a differenza degli altri animali, non è geneticamente programmato dalla nascita alla sopravvivenza, ma anzi sente l’esigenza di una cultura come elemento indispensabile per la salvaguardia della propria specie.
Comunicazione: ossia la capacità dell’essere umano di mettere in circolo, di far divulgare
nella società, di aprire al sociale quella cultura, rimedio alla sua incapacità, alla sua
«difettosità originaria».
Identità: concetto ampio e articolato, su cui verte da anni gran parte del dibattito antropologico, che coincide con la cristallizzazione, ambigua e temporanea, di punti di riferimento, di stereotipi, per l’azione e per l’interazione, e che è strettamente correlato con la
nozione di diversità.
Campo, Intenzionalità, Interazione: sono tre termini che afferiscono alla sfera della ricerca
scientifica dell’antropologo, che impone una “particolare prospettiva conoscitiva”, e che
porta a una serie di problematiche critiche, una fra tutte quella che Matera chiama il «più
altro degli altri».
Il testo è corredato di un’ampia Bibliografia [pp.157-173] e di un Indice dei nomi
[pp.175-177] utilissimo per chi volesse o dovesse approfondire la sua ricerca.
VINCENZO BAGNERA
Giuseppe MICCICHÉ, Gutenberg in periferia. L’arte della stampa nei comuni
iblei, Ragusa, Centro Studi “Feliciano Rossitto”, 1996, 93 pp.
Gli studi sull’attività editoriale e tipografica in Sicilia, dalle origini ai giorni nostri,
risultano numericamente limitati. Il vuoto risulta ancor più grave relativamente ai comuni
iblei. Questo lavoro, pur essendo “datato”, può risultare molto utile a chi si approccia a tali
argomenti permettendo di conoscere la capacità tecnica e l’elaborazione culturale – limitatamente al campo editoriale-tipografico – dei comuni appartenenti alla provincia più a
sud d’Italia.
Fino alla caduta del regime borbonico, la dipendenza di questo territorio da altre aree
più progredite e meglio dotate fu totale. Gli studiosi erano soliti stampare le loro opere in
tipografie di Palermo, Messina e Catania.
Il saggio, dopo l’introduzione dello stesso autore, è suddiviso in quattordici paragrafi: L’interscambio culturale nei secoli XV-XVIII [pp. 7-9]; I primi autori iblei [pp. 9-13]; Prime tipografie nella
Sicilia sud orientale [pp. 13-17]; All’indomani dell’Unità d’Italia [pp. 17-19]; Un pioniere dell’arte
tipografica [pp. 19-23]; Nuove iniziative [pp. 24-29]; Un nuovo astro: la tipografia Piccitto e Antoci [pp.
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29-31]; Le tipografie Velardi, Lutri Secagno, Avolio [pp. 31-39]; Lo sviluppo della tipografia Piccitto e
Antoci [pp. 39-44]; Sullo scorcio del XIX secolo [pp. 44-50]; La crisi della tipografia Piccitto e Antoci
[pp. 50-56]; Nel ‘900 [pp. 56-60]; La ripresa dopo l’alluvione [pp. 60-66]; Una positiva mobilità [pp.
66-70]. Chiudono lo scritto una piccola bibliografia [p. 71] e un'appendice con le stampe più
rilevanti dei tipografi iblei dal 1860 ai primi del ‘900 [pp. 73-92].
Anche se in ritardo rispetto al resto della Sicilia, dall’Unità d’Italia in poi il quadro
risulta abbastanza ricco. Dalle notizie essenziali su La Porta e Nicotra, pionieri di un’attività assente in area iblea, alle imprese dei Piccito e Antoci, i Velardi, ecc. in cinquant’anni
di lavoro è analizzata la produzione editoriale di centinaia di libri, opuscoli, periodici,
volantini e decine di incisioni e stampe.
Storia di uomini e di opere attraverso cui è possibile conoscere un’espressione della
capacità creativa e realizzatrice della gente iblea.
BIAGIO BERTINO
Rosario PERRICONE (a cura di), Immagini devote del popolo indiano; Palermo 22
novembre-23 dicembre 2007 Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino, prefazione di Giovani FILORAMO, Palermo, Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari, 2008, 165 pp., ISBN 9788897035107
L’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari, creata nel 1965 da Antonio Pasqualino, è da sempre impegnata nello studio e nella ricerca sulle culture e il folklore di tutto il mondo. Tale impegno ha generato, fra l’altro, la collana Gli archivi di Morgana, una serie di cataloghi e pubblicazioni dalla elegante e curata veste grafica di corredo
al Festival internazionale omonimo. Il libro trae occasione dalla XXXII edizione del festival – svoltosi fra il novembre e il dicembre del 2007 – e riunisce vari interventi sotto la
cura editoriale di Rosario Perricone, direttore del Museo delle Marionette e docente di
materie antropologiche presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo.
Il libro affronta vari aspetti della figurazione e devozione religiosa Hindū: la maggior
parte delle divinità si presenta in figura ‘apparentemente’ antropomorfa ma altamente
idealizzata, astratta dal tempo e dalla consistenza corporea, in posture rituali e attributi
somatici che ne rendono l’alterità. Si introducono i concetti di ambiguità e duplicità insiti
in molti dèi, che spesso posseggono una forma ‘benevola’ e una ‘terribile’, basti pensare a
Śiva, insieme dio della Distruzione e della Rinascita, metà maschio e metà femmina. In
tali rappresentazioni il rispetto del canone iconografico (Śilpaśastra) è fondamentale affinché il dio prenda corpo nell’immagine: «la bellezza/efficacia di una mūrti non ha niente
a che vedere con il puro godimento estetico ma si esprime attraverso l’aura sacrale che da
essa promana comunicandosi al suo devoto fruitore» [p. 27]. Il volume si apre con la Prefazione di Giovanni Filoramo [pp. 9-14], cui seguono i capitoli Immagini devote del popolo
indiano di Rosario Perricone [pp. 15-28], le Tavole [pp. 29-70], Forme dell’invisibile: considerazioni su significati e funzioni delle immagini cultuali in ambito indüista di Ignazio E. Buttitta
[pp. 71-88], Molti dèi, un solo Dio. L’aspetto singolare della divinità indü di Agata Pellegrini [pp.
89-112], Divinità e colori nell’universo vedico di Igor Spanò [pp. 113-142].
Concludono il volume la Postfazione di Carlos Riboty [pp. 143-148] cui appartiene la
collezione di immagini riprodotta nelle tavole, e la Bibliografia [pp. 149-161].
ELOISIA TIZIANA SPARACINO
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L IBIDO L EGENDI
Ugo ROZZO, Furor bibliographicus ovvero la bibliomania, a cura di Massimo
Gatta, prefazione Alfredo Serrai, Macerata, Biblohaus, 2011, 217 pp., ISBN
9788895844183
Al giorno d’oggi, a causa della prorompente ondata tecnologica, appare scontato conoscere collezionisti di cellulari, di orologi, di CD o di DVD, sarebbe strano sentir dire che
esiste ancora gente che colleziona libri. In questo volume Ugo Rozzo – ex-docente di Storia
del libro e della stampa presso l’Università di Udine – ce ne mostra un esempio: lo squilibrato
del bibliomane, uomo mentalmente disturbato, geloso a tal punto dei suoi libri da appendere nella sua libreria l’iscrizione “Ite ad vendentes” (Andate da coloro che li vendono!), o
addirittura da chiedere ad altri le opere che anche lui possiede, per paura di rovinare le
proprie [p. 19].
Quest’excursus sulla bibliomania – incompleto, come tiene a precisare l’autore all’inizio
dell’opera – prende le mosse da un componimento in sestine di Cesare Beccaria: Il bibliomane. Caratteristica principale di questo personaggio, messa abilmente in evidenza dall’illuminista, è quella di ignorare del tutto il contenuto dei volumi che colleziona, e di sfruttarli unicamente come ornamento. Si continua dunque esaminando la voce bibliomanie
dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, in cui si deride l’incapacità del bibliomane di
selezionare i volumi degni di nota da quelli inconsistenti e, di contro, si esalta la capacità di
sintesi, tanto da elogiare un uomo – definito “uno dei più fini cervelli del secolo” – che, nel
costituirsi una biblioteca ricca ma poco ingombrante, strappava le pagine a suo dire più
interessanti da ogni testo.
Caratteristico risulta il percorso attraverso i dizionari e le enciclopedie italiane da cui
vengono fuori una serie di distorsioni ulteriori, dalla stessa radice biblio-: avremo bibliofagia, bibliolatria, bibliomanzia, e così via… L’autore non manca di citare autori classici, sia
greci che latini: Seneca e il ritratto, nel De tranquillitate animae, dell’aristocratico che compra libri solo per abbellire la casa, o Luciano di Samosata, col suo Adversus indoctum et libros
multos ementem, passando per Callimaco e concludendo col Trimalcione di Petronio e le
sue “tre librerie, di cui una greca, l’altra latina”.
L’opera si legge scorrevolmente, tutto d’un fiato: quello che si scorge tra le righe è la
passione che Rozzi prova per il libro e per tutto ciò che ruota attorno ad esso, nonché
l’assoluta scientificità con cui si approccia alla ricerca.
Oltre che da un corposo apparato di note a piè di pagina (di notevole importanza per
chi volesse approfondire lo studio dell’argomento), il testo è corredato da due appendici:
una che contiene la stampa anastatica di Rari testi sulla bibliomania [pp. 85-193], esaminati
dall’autore lungo la trattazione; un’altra in cui sono riportati frontespizi e coperte di testi
afferenti al tema principale [pp. 196-205]. La Nota del curatore [pp. 207-211] e l’Indice dei
nomi [pp. 213-217] chiudono l’opera.
VINCENZO BAGNERA
Ruth SHEPPARD, Le guerre di Alessandro Magno, traduzione di Rossana Macuz Varrocchi, Gorizia, LEG - Libreria Editrice Goriziana, 2012, 301 pp.
(Biblioteca di arte militare, 26), ISBN 9788861021082
Grandissimi studiosi di parecchie nazionalità hanno da sempre concentrato la loro
attenzione sulla figura del più celebre condottiero della storia, Alessandro Magno, produ-
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cendo ponderosi volumi, talvolta difficilmente leggibili integralmente, se non da specialisti
accademici. Il testo di Ruth Sheppard – storica formatasi presso il St. John College di
Oxford – invece, grazie alla sua verve stilistica, riesce ad affascinare il lettore e soprattutto a
non annoiarlo mai: un risultato non da poco, visto che la scientificità del libro non ne
risente per nulla.
Il volume si apre con una panoramica della situazione politico-economica in Grecia e
in Persia nel V e nel IV secolo a. C. e continua con la narrazione dell’ascesa della Macedonia a potenza egemone nella penisola ellenica, sotto il comando di Filippo II. Solo dopo
questa necessaria premessa (che si estende per 4 capitoli) inizia il racconto delle vicende
del giovane Alessandro: dall’educazione che riceve – per volere del padre – da Aristotele,
alla morte prematura a Babilonia, passando per il momento in cui è acclamato re dall’esercito, e per quello in cui decide di intraprendere la spedizione nel continente asiatico per
sconfiggere Dario III, re di Persia, convinto che «come il cielo non contiene due soli, l'Asia
non conterrà due re» [Arriano, Anabasi di Alessandro, Diodoro Siculo, Biblioteca Storica,
XX, 18]. Di questa campagna, che lo porterà a diventare signore di un vastissimo territorio, il testo esamina gli schieramenti, le tattiche, i movimenti in battaglia, con l’aiuto di un
ricchissimo apparato di mappe, illustrazioni e ricostruzioni.
Il libro si conclude con l’utile Glossario [pp. 289-293], una poco approfondita Bibliografia
[pp. 295-296] e l’Indice dei nomi [pp. 297-301]. Pratica, per una consultazione completa e
scrupolosa del volume, è la Cronologia [pp. 8-9], che riporta gli avvenimenti che vanno
dall’apparizione dei primi eserciti di opliti in Grecia (650 a. C. ca. alla battaglia di Ipso
(301 a. C.).
VINCENZO BAGNERA
United States Information Service di Trieste. Catalogo del fondo cinematografico
1941-1966, a cura di Giulia Barbera e Giovanna Tosatti, Roma, Ministero per i
Beni e le Attività culturali - Direzione generale per gli Archivi, 2007, XII+392
pp. (Pubblicazione degli archivi di Stato. Strumenti, 175), ISBN 9788871252865
Il volume riporta il catalogo del fondo cinematografico dell'United States Information
Service (USIS) di Trieste, confluito nell'Archivio Centrale dello Stato nel 1987, dopo che il
fondo era stato versato nell'Archivio di Stato del capoluogo giuliano nel 1984.
Il fondo è composto di 506 film.
Il catalogo riporta le schede fatte per ogni film, nelle quali è possibile trovare tutti i dati
inerenti le pellicole (data, regia, montaggio, fotografia, musica, produttore o ente committente, durata, bianco/nero o colore, sonoro, lingua, un abstract del contenuto e l'indicazione di voci per indici o chiavi di ricerca).
Il catalogo ha un buon apparato di indici che permettono la ricerca dei film per diverse
voci (indice dei registi, degli autori dei soggetti e delle sceneggiature, dei direttori della
fotografia, degli scenografi, degli autori delle colonne sonore, dei montatori, dei produttori
e delle case di produzione, dei nomi e delle cose notevoli).
A corredo del catalogo sono stati inseriti nel volume alcuni saggi che inquadrano la vicenda
storico-politica del centro USIS di Trieste, l'importanza del patrimonio del fondo cinematografico e
l'uso strumentale della propaganda in Italia da parte degli americani nel dopoguerra.
Il saggio di Giampaolo Valdevit, Trieste e il Piano Marshall, ripercorre le vicende della
città di Trieste negli anni dell'immediato dopoguerra fino al 1955 e della sorte (spesso
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L IBIDO L EGENDI
sconosciuta) analoga a quella di Berlino, quale città occupata e divisa.
David W. Ellwood, in Il cinema di propaganda americano e la controparte italiana: nuovi
elementi per una storia visiva del dopoguerra, e Ansano Giannarelli, in Modelli statunitensi di
produzione audiovisiva, spiegano l'importanza del cinema nella propaganda americana al
servizio del Piano Marshall e l'uso massivo del mezzo cinematografico nella diffusione
dell'American way of life.
Il saggio di Ugo Cova ripercorre le vicende storico-istituzionali del fondo cinematografico
e la sua importanza per la conservazione della memoria locale di Trieste e nazionale.
Nell'ultimo saggio di Giovanna Tosatti, Propaganda e informazione nell'Italia del secondo
dopoguerra: il fondo audiovisivo dell'USIS di Trieste, si ha un sunto di quanto già scritto nel
libro di Anania-Tosatti, L'amico americano.
PIERO CANALE
Oeconomia methodica concordantiarum Scripturae Sacrae: authore Georgio Bulloco sacrae theologiae professore. In qua
quid (praeter omnes hactenus impressas concordantiarum editiones) praestitum sit, ad omnium concionatorum, & s. theologiae studiosorum commoditatem, quilibet ex praefatione authoris facile intelliget. Antuerpiae : ex officina Christophori
Plantini prototypographi regii, 1572.
La foto è stata realizzata da Raul Alejandro Gonzalez. Il volume è in possesso della Biblioteca Francescana di
Palermo ed è stato esposto per la mostra La veste del libro: mostra di legature organizzata dalla Biblioteca Francescana in
collaborazione con Librido - Laboratorio di Studi e Servizi Culturali nel maggio 2013.
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COLLABORA CON LIBIDO LEGENDI
Libido Legendi è l'angolo dei lettori di LIBRidO - Laboratorio di Studi e Servizi Culturali, uno spazio dedicato a chi condivide con noi il piacere della lettura
e l'amore per i libri. L'Associazione mette a disposizione un blog a tutti coloro
che hanno voglia di interagire e confrontarsi, scambiando pareri e opinioni sui
libri da loro letti. Chiunque può dare il suo contributo.
Come fare?
Chi ha voglia di condividere una proposta o un'esperienza di lettura può farlo inviando una recensione di un libro o qualsiasi esperimento creativo, scaturito dal rapporto
con un libro. Ogni mese un'apposita commissione formata dai soci di LIBRidO sceglierà le dieci migliori proposte, le quali saranno pubblicate nel blog Libido Legendi e segnalate sulla fan-page di Facebook.
I lettori che vogliono prendere parte a questa iniziativa, possono inviare all’indirizzo mail dell’associazione [email protected], la loro proposta di lettura, redatta secondo i seguenti criteri:
Nome e cognome dell'autore, Titolo del libro (in corsivo), luogo, editore, data di
pubblicazione e numero di pagine, codice ISBN (qualora il libro ne sia in possesso).
Nel caso in cui manchi uno di questi dati, la recensione sarà scartata.
Gli elaborati dovranno pervenire alla mail sopracitata entro (e non oltre) il venti
di ogni mese. Le recensioni ricevute dopo la suddetta data, saranno valutate per il
mese successivo.
Le recensioni, vanno presentate in formato .doc e redatte in Times New Roman
(corpo 12), interlinea 1,5. Il cognome dell’autore del libro va in maiuscoletto, così
come la firma dell’autore della recensione.
Eventuali citazioni (facenti riferimento al testo o meno) dovranno essere corredate di apposita nota contenente tutti i dati dell’opera di riferimento (autore, titolo, casa editrice, luogo, data di pubblicazione e numero di pagina). Dovranno inoltre essere segnalate con carattere corsivo e poste tra graffe («… »). Qualora la nota abbinata
alla citazione dovesse essere lacunosa, la commissione di LIBRidO deciderà se sia il
caso o meno prendere in considerazione la recensione.
Non saranno prese in considerazione recensioni già pubblicate.
La selezione delle recensioni avviene, come già detto, a insindacabile giudizio della commissione di valutazione di LIBRidO.
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CHI SIAMO
LIBRidO - Laboratorio di Studi e Servizi Culturali è un’associazione di promozione sociale,
nata nel luglio del 2012 per iniziativa di un gruppo di studiosi che, in seguito all’esperienza maturata nell’ambito del Master di II livello, organizzato dall'Officina di Studi Medievali in collaborazione con l'Università degli Studi di Palermo, in “Libro, documento e patrimonio antropologico.
Conservazione, Catalogazione, Fruizione”, hanno deciso di riunire le loro professionalità in un
progetto comune.
L’associazione si occupa di promuovere attività di ricerca e studio nel campo della conservazione, catalogazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali attraverso lo sviluppo e la realizzazione di progetti e servizi per il mondo della cultura, in particolar modo per la gestione di biblioteche, archivi e centri di informazione.
I NOSTRI SERVIZI
Biblioteche - LIBRidO è in grado di offrire alle biblioteche pubbliche e private, tramite personale altamente specializzato (laureati in Conservazione dei Beni Culturali, settore archivisticolibrario nel percorso di studi triennale, quadriennale e specialistico, e specializzati al Master di II
livello in “Libro, documento e patrimonio antropologico. Conservazione, Catalogazione, Fruizione”) i seguenti servizi:
- integrazione del personale addetto alle biblioteche, con apertura (anche serale), consulenza all’utenza (con attività di reference digitale, reference approfondito e quick reference) gestione degli
acquisti (in continuazione con le scelte di collezione già presenti nella struttura o con interventi di
risanamento delle stesse), inventariazione, catalogazione e prestito;
- gestione delle attività correlate con uso dei principali software adottati nelle diverse biblioteche;
- bonifica e automazione delle procedure catalografiche e gestionali;
- catalogazione secondo le norme REICAT e gli standard internazionali di descrizione bibliografica (ISBD), soggettazione secondo il Soggettario delle biblioteche italiane, Catalogazione in SBN
Antico e Moderno;
- studio ed analisi progettuale per la collocazione fisica dei materiali bibliografici;
- realizzazione di cataloghi in linea e cartacei;
- utilizzazione dei principali software di catalogazione e gestione bibliotecaria (SBN, CDS ISIS/
Biblo, Biblomarca, @uol.it, Alexis, Sebina OL, Bookmark, BibloWin, TinLib);
- attività di promozione della lettura e della biblioteca: mostra del libro, visite guidate per le scuole con laboratori di didattica della biblioteca, aperture serali o in occasioni di eventi particolari
(con attività di supporto nella gestione della progettazione e comunicazione dell’evento);
- progettazione ed organizzazione degli spazi;
- progettazione di iniziative di comunicazione della biblioteca;
- pubblicazione di bollettini delle novità.
Archivi - L'associazione è in grado di effettuare nel campo archivistico, grazie a personale qualificato (laureati in Storia, in Conservazione dei Beni Culturali e archivisti diplomati presso le Scuole di
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Paleografia Archivistica e Diplomatica degli Archivi di Stato e specializzati al Master di II livello in
“Libro, documento e patrimonio antropologico. Conservazione, Catalogazione, Fruizione”):
- lavoro di ordinamento ed inventariazione di archivi storici e correnti;
- redazione di regesti, creazione di indici, inventari e repertori;
- realizzazione di riproduzione fotografica dei documenti di maggior interesse storico (in b/n e colori);
- informatizzazione e trasferimento dei dati su supporto informatico (DVD, CD-R, CD-RW);
- descrizione di fondi antichi e moderni;
- consulenza tecnico-scientifica per la stesura di progetti di protocollazione e archiviazione;
- formazione professionale;
- gestione e informatizzazione di archivi correnti;
- gestione dei flussi documentali;
- protocollo informatico;
- scansione digitale;
- titolario di classificazione degli atti comunali.
LIBRidO esegue il riordino e l’analisi dello stato di conservazione di fondi bibliografici, archivistici
e di singoli documenti. Cura la progettazione e l’esecuzione degl’interventi, necessari a fermare il degrado, direttamente negli istituti, dove arriverà con la strumentazione idonea. Realizza inoltre idonei
contenitori di conservazione non acidi per il materiale bibliografico in cui non è possibile intervenire
nell’immediato o che necessita di particolare protezione. Per quanto riguarda la documentazione archivistica, l’équipe degli archivisti LIBRidO è in grado di effettuare analisi accurate in merito alle modalità di conservazione dei documenti archivistici e predisporre buste d’archivio in grado di far riposare i documenti "sdraiati" e non più in verticale come nei vecchi faldoni. In questo modo il materiale
viene collocato nelle migliori condizioni di conservazione non essendo sottoposto a stress e sollecitazioni per la posizione dedicata e rimanendo al riparo da luce e polvere. La busta predisposta è in cartone a ph neutro, approvato per la conservazione di materiale antico. È disponibile nel formato UNI e
nel fuori formato per documentazione di archivio storico.
L'associazione si occupa, inoltre, della conservazione, valorizzazione e fruizione del patrimonio antropologico, con particolare riferimento alle tradizioni popolari siciliane. Coopera con le Sovraintendenze e gli organi competenti per effettuare interventi e promuovere ricerche, con particolare riguardo ai settori bibliografico-archivistico, artistico-archeologico,
storico-antropologico.
L IBIDO L EGENDI
P AGINA 60
B IBLIOTECA
NO,
GRAZIE .
L ETTERA
DI QUARTIERE ?
APERTA AL
C OMUNE
DI
P ALERMO
«Fare biblioteche a Palermo è come fare fichi d’India a Milano». Questa frase, pronunciata qualche tempo fa
dall’editore Sciascia, rimane oggi un’amara realtà. L’Associazione Librido - Laboratorio di Studi e servizi culturali si è costituita nell’Agosto scorso per volontà di un gruppo di giovani studiosi che – dopo aver conseguito un
Master di II Livello dal titolo Libro, documento e patrimonio antropologico. Conservazione, catalogazione,
fruizione, organizzato dall’Università degli Studi di Palermo in collaborazione con l’Officina di Studi Medievali
– ha deciso di impegnarsi mettendo a frutto le conoscenze acquisite, per reinvestirle nel tessuto sociale della propria città, al fine di creare sapere e incidere sul recupero dei quartieri a rischio, valorizzando la formazione e la
lettura come strumenti di riscatto, con uno sguardo rivolto soprattutto alle giovani generazioni.
Oggi l’Europa ci ricorda costantemente che la formazione deve essere mirata alla creazione di eccellenze nei
vari ambiti del sapere umano e che la politica deve essere in grado di fornire ai giovani tutti gli strumenti necessari alla realizzazione delle loro carriere possibilmente nei luoghi in cui essi si sono formati. Come dire: bloccare
la fuga dei cervelli – di cui si fa un gran parlare – invogliando i giovani a restare per valorizzare, con le loro conoscenze, il loro Paese il quale, a sua volta, ha investito dei soldi per contribuire alla loro crescita culturale e
sociale. Le città in tal senso giocano un ruolo di grande importanza: se negli anni ‘70, ‘80, ‘90 i protagonisti della scena sociale sono stati lavoro, intensità di capitale e tecnologie, oggi, senza ombra di dubbio, la vera protagonista è la conoscenza perché anch’essa deve considerarsi produzione economica. Si vedano a tal proposito
autorevoli studi, come quelli della sociologa Serena Vicari Haddock.
Fatta questa premessa, proveremo a spiegare in breve, come il Comune di Palermo – e, in particolare, l’Assessorato alla Cultura – abbia perso una buona occasione per dimostrare che almeno questa città che pare sia
candidata al ruolo di capitale della cultura nel 2019, abbia recepito e fatti suoi questi convincimenti, dimostrando di essere attenta ai suoi giovani. Lo scorso novembre Librido ha lanciato una campagna dal titolo Dona un
libro per liberare la cultura. L’intenzione di questa campagna era di far sì che i possessori di libri in doppia copia o
di testi che magari giacevano inutilizzati dentro box o magazzini, potessero farne dono alla nostra Associazione
per contribuire alla creazione di una biblioteca di quartiere il cui scopo era quello di recuperare giovani e meno
giovani dalla strada, offrendo loro un’alternativa: la possibilità di scoprire altri modi possibili di vivere, mettendoli nelle condizioni di poter scegliere dei percorsi migliori rispetto a quelli offerti loro dalla criminalità locale.
Consapevole dell’importanza che la lettura e le biblioteche rivestono nella formazione del buon cittadino, Librido ha anche realizzato – in collaborazione con l’Università degli Studi di Palermo e l’Officina di Studi Medievali – un convegno sul ruolo delle biblioteche nella lotta alla Mafia che ha avuto luogo, nel marzo scorso, alla presenza di relatori importanti: il Giudice Piergiorgio Morosini, il Sindaco di Corleone Leoluchina Savona, il Professore dell’Università degli Studi di Palermo Alessandro Musco, la Dottoressa Natoli, Presidente della Biblioteca Le Balate, l’Assessore Giusto Catania e il Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli
Studi di Palermo Mario Giacomarra.
Lo spirito della nostra campagna ha colpito nel segno perché la nostra città si è mostrata fortemente recettiva nei confronti della nostra iniziativa. Nel giro di pochi mesi abbiamo raccolto quasi duemila testi,
non solo grazie alla donazione di privati cittadini, ma anche grazie a quelle provenienti da numerose biblioteche e case editrici: la Biblioteca Regionale Centrale della Regione Siciliana, la Biblioteca dell’Officina
di Studi Medievali, l’Istituto Siciliano per la Storia Patria, l’Istituto Gramsci, l’Istituto Poligrafico Europeo,
il Centro Pio La Torre, solo per fare alcuni esempi. Sono arrivati e continuano ad arrivare anche libri dalla
Fondazione Pirelli. Abbiamo, pertanto, inviato un progetto molto dettagliato e preciso della mission di
questa biblioteca all’Assessore Giambrone, chiedendogli più volte un incontro dopo aver riversato su quel
progetto tutte le nostre competenze, acquisite in un anno di Master altamente professionalizzante, realizzato con fondi europei e dotato dei migliori docenti che l’Università di Palermo è in grado di mettere in campo per la formazione dei suoi allievi.
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Abbiamo spiegato che la nostra biblioteca aveva l’ambizione di restare aperta anche fuori dagli orari convenzionali, aprendo le porte al pubblico anche la sera e nei fine settimana, domeniche incluse; progettando, altresì,
una biblioteca fuori di sé, che avesse come obiettivo primario quello di avvicinarsi – grazie anche alle associazioni di volontariato con cui eravamo entrati in contatto – anche a coloro che in biblioteca non possono andare
perché anziani, disabili o malati. Troverete a breve il nostro progetto sul nostro sito
(http://associazionelibrido.altervista.org) in modo tale che chiunque potrà tranquillamente leggerlo e valutarlo.
Purtroppo però quell’incontro con l’Assessore non c’è mai stato. L’unico interlocutore col quale siamo
riusciti a parlare è stato il Segretario particolare del Dott. Giambrone. L’Assessore infatti non ha avuto
nemmeno cinque minuti di tempo da dedicare ai giovani della sua città che gli chiedevano solo la concessione gratuita di uno spazio (100 mq.) per poter realizzare questo progetto. Avete capito bene: non chiedevamo un lavoro e nemmeno uno stipendio. Volevamo solo uno spazio in un quartiere a rischio della città
dove avremmo messo gratuitamente a disposizione le conoscenze acquisite in un anno di studi specialistici
per trasmetterle ad altri, nella speranza di trasformare quello spazio in un luogo di aggregazione e condivisione in cui fare incontrare culture diverse, educare alla legalità e alla diversità, aiutare studenti a stilare
bibliografie per la tesi di laurea, mamme che volessero consigli per le letture dei loro bambini, o più semplicemente cittadini che volessero fruire di un posto in cui collegarsi ad internet e studiare, ma anche vedere
mostre, partecipare a corsi, e assistere a presentazioni di libri. Insomma uno spazio culturale. Per recuperare una periferia della città. A costo zero per il Comune, con tanto sacrificio e un’immensa dose di buona
volontà e amore da parte nostra. L’unica risposta che abbiamo avuto da parte del Segretario dell’assessore
è stata che il Comune non ha spazi da concedere, che potremmo provare a richiedere un bene confiscato
alla Mafia sulle cui procedure d’assegnazione, chiunque abbia un minimo di conoscenza lo sa bene, gravano farraginosi meccanismi burocratici, senza contare che, in molti casi, tali procedure risultano proibitive
per piccole associazioni come la nostra (si vedano le denunce di qualche mese fa di Libera e di Don Ciotti
proprio sulla grande questione dell’assegnazione dei Beni Confiscati alla Mafia).
Crediamo che il nostro progetto non sia nemmeno stato letto e constatiamo, non senza qualche amarezza, che ancora una volta la distanza dei palazzi dalla gente comune sta diventando ogni giorno più abissale
e lacerante. Non senza preoccupazione assistiamo quotidianamente al degrado delle nostre periferie urbane, alla marginalità sociale cui sono relegati gli abitanti di esse e ci chiediamo se, in fondo, il problema della mancanza di risorse economiche, non stia diventando un ritornello comodo da esibire per non dover
perdere tempo ad ascoltare le proposte dei propri cittadini e per rifiutare, al momento giusto, la buona prassi della democrazia partecipata e attiva, malgrado gli slogan delle campagne elettorali ne facciano un cavallo di battaglia da esibire in occasione di ogni comizio. In questo caso, infatti, non erano soldi che chiedevamo e pertanto rimaniamo sgomenti dinnanzi a tale sbrigativo diniego, senza nemmeno provare a fare un
piccolo sforzo per capire in che modo fosse stato possibile trovare insieme una soluzione.
Questa lettera non è solo uno sfogo e un j’accuse nei confronti dell’amministrazione comunale attuale
che, pensiamo, non abbia avuto (o non abbia voluto avere) la giusta lungimiranza per investire in un progetto che è stato pensato a favore non di una Associazione ma di tutti i cittadini palermitani; questa lettera
è anche un modo per chiedere scusa ai nostri sostenitori e ai soci e per comunicare loro che, a partire da
oggi 4 Luglio 2013 Librido interrompe ufficialmente la campagna di raccolta libri chiedendo a tutti coloro
che ci hanno sostenuto con le loro donazioni di riprendersi i testi che hanno gentilmente voluto concederci
o, in caso di impossibilità, di autorizzarci a farne dono ad altre biblioteche.
Per l’Associazione Librido
Vincenzo Bagnera
Biagio Bertino
Piero Canale
Alessandra Mangano
Tiziana Sparacino
LIBRIDO
L ABORATORIO DI S TUDI E S ERVIZI
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LIBIDO LEGENDI
Rivista annuale di LIBRidO
Laboratorio di Studi e Servizi Culturali
Direttore
Alessandra Mangano
Vice-direttore
Pietro Simone Canale
Redazione: Vincenzo Bagnera, Biagio
Bertino, Agostina Passantino, Eloisia
Tiziana Sparacino
e-mail:
[email protected]
[email protected]
Gestione del blog
Pietro Simone Canale
e-mail: [email protected]
Collaborano stabilmente
Vincenzo Bagnera, Biagio Bertino,
Pietro Simone Canale, Alessandra
Mangano, Eloisia Tiziana Sparacino.
Hanno collaborato a questo fascicolo
Agata Di Raimondo, Maria Luisa Florio,
Raul Alejandro Gonzalez, Marta
Lodetti, Agostina Passantino, Vito
Passantino, Dan Skorsky, Giusi Trupia.
LA RIVISTA È PUBBLICATA ONLINE
ANNUALMENTE
S
INDICE GENERALE:
OMMARIO
EDITORIALE
p. 1;
NARRATIVA p. 1;
L'ultima estate di Catullo di A. Banda p. 1;
Stranalandia di S. Benni p. 3;
Fortuna, il buco delle vite di J. Buccella p. 3;
Il codice dei quattro di I. Caldwell e D. Thomason p. 4;
La scomparsa di Patò di A. Camilleri p. 5;
Io sono il Libanese di G. De Cataldo p. 6;
Il visconte di Bragelonne di A. Dumas p. 7;
Fai bei sogni di M. Gramellini p. 7;
Il trono cremisi di S. Kakar p. 8;
Non ti muovere di M. Mazzantini p. 9;
Igiene dell'assassino di A. Nothomb p. 10;
1984 di G. Orwell p. 11;
Gang bang di C. Palahniuk p. 11;
Il libro dell'inquietudine di F. Pessoa p. 12;
La versione di Barney di M. Richler p. 13;
L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello di O. Sacks p. 15;
Il racconto dell'isola sconosciuta di J. Saramago p. 15;
Io sono un gatto di N. Sōseki p. 16;
Buenos Aires 22 di B. Tomasello p. 17;
Il messaggio segreto delle farfalle di L. al-Uthman p. 17;
MAFIA p. 18;
Fimmine ribelli di L. Abbate p. 18;
Voi non sapete di A. Camilleri p. 19;
Le due guerre di G. Caselli p. 20;
L'estate in cui sparavano di G. D'Amato p. 20;
Cose di Cosa nostra di G. Falcone p. 21;
Palermo: gli splendori e le miserie l'eroismo e la viltà di A. Ingroia p. 22;
L'agenda rossa di Paolo Borsellino di G. Lo Bianco e S. Rizza p. 24;
Globalmafia di G. C. Marino p. 25;
Il Ghota di Cosa nostra di P. Morosini p. 26;
La storia della mafia di L. Sciascia p. 29;
POLITICA E ATTUALITÀ p. 30;
La rivoluzione dei gelsomini di T. Ben Jelloun p. 30;
"È l’Europa che ce lo chiede!" (Falso!) di L. Canfora p. 31;
C'era una volta un Vaticano di M. Franco p. 33;
Indignatevi! di S. Hessel p. 38;
Voglia di risposte di M. G. Milella p. 39
Ave Mary di M. Murgia p. 40;
Finale di partito di M. Revelli p. 41;
I nemici intimi della democrazia di T. Todorov p. 45;
STORIA, ARTE E CULTURA p. 47;
Ballata per Fabrizio De Andrè di S. Algozzino p. 47;
L'amico americano di F. Anania e G. Tosatti p. 48;
Donne cavalieri incanti follia di L. Bolzoni e C. A. Girotto p. 49;
Racconti siciliani di Danilo Dolci p. 50
100 contemporary artists di H. W. Holzwart p. 51;
Antropologia in sette parole chiave di V. Matera p. 51;
Gutenberg in periferia di G. Miccichè p. 52;
Immagini devote del popolo indiano di R. Perricone p. 53;
Furor bibliographicus di U. Rozzo p. 54;
Le guerre di Alessandro Magno di R. Sheppard p. 54;
United States Information Service di Trieste di G. Barbera e G. Tosatti p. 55;
COLLABORA CON LIBIDO LEGENDI p. 57;
CHI SIAMO - I NOSTRI SERVIZI p. 58
BIBLIOTECA DI QUARTIERE? NO, GRAZIE. LETTERA APERTA AL COMUNE DI PALERMO p. 60
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