Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana I risultati di una mappatura Ordine degli Psicologi della Toscana Ordine degli Psicologi della Toscana 2010 Via Panciatichi, 38/5 - 50127 Firenze tel. 055.416515 - fax 055.414360 e-mail: [email protected] web: http://www.psicologia.toscana.it 2 Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana I risultati di una mappatura A cura di Emanuela Bavazzano, Barbara Bertocci, Rita Farneti, Mabel Gotti, Lucia Picchi, Emilia Salvadori Ordine degli Psicologi della Toscana Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana INDICE PRESENTAZIONE .....................................................................................................................5 PREMESSA ....................................................................................................................................6 LA RICERCA DI QUALITA’ DI VITA IN RSA ....................................................................7 LE RELAZIONI SOCIALI E GLI INTERVENTI PSICOLOGICI IN RSA .................9 METODOLOGIA DELLA MAPPATURA ..........................................................................10 RIFLESSIONI CONCLUSIVE................................................................................................13 BIBLIOGRAFIA GENERALE AGGIORNATA ................................................................15 BIBLIOGRAFIA SPECIFICA .................................................................................................17 4 PRESENTAZIONE La separazione dal domicilio abituale (house) rappresentava in realtà l’abbandono di una home, ove la persona aveva sentito di poter trovare l'aspettativa di soddisfacimento di bisogni personali e la speranza di poter ancora bastare a se stesso. Quando invece l’anziano diventa ospite in RSA porta con sé la sua complessità, intesa come insieme di bisogni affettivi, relazionali, psicologici oltre a quelli sanitari e di assistenza. Pertanto la struttura che lo accoglie deve pensare per lui ad un piano personalizzato che garantisca quanto più possibile una buona qualità della vita. Il ruolo dello Psicologo nelle RSA si inserisce in questa delicata dialettica, ponendosi come interfaccia e collegamento tra bisogni sanitari, funzionali, assistenziali e relazionali. Dimensione sanitaria, stato funzionale e qualità di vita di un anziano fragile dipendono dalla qualità del dialogo tra “biologia” e “psicologia”, in quanto tra i bisogni sanitari e quelli assistenziali delle persone che necessitano di un inserimento in realtà residenziali si innestano bisogni psicologici che riflettono la difficoltà ed il dolore di sopravvivere alle critiche fragilità del corpo ed alla rivoluzione di vita, che queste hanno imposto. Le RSA discendono, come genesi, da una realtà ospedaliera e pertanto offrono un assessment clinico che, talvolta, per strutturazione, rende difficile poter pensare ad uno spazio di ascolto nei confronti dei bisogni psicologici. Il superamento della dialettica per il primato tra corpo e psiche, condiviso dal moderno pensiero scientifico, non può trattenersi nella sua applicazione di prospettiva anche nelle realtà che hanno in carico l’anziano fragile, così che l’ambiente possa essere vissuto come luogo in cui poter mantenere un senso privato di continuità biografica e trovare una risposta ai bisogni non solo di tipo sanitario, ma anche psicologici e relazionali, invece che trasformarsi in uno spazio senza tempo in cui restare. A tal fine si evidenzia come solo all’interno di un lavoro di equipe multiprofessionale tali obbiettivi possano essere perseguiti, operando secondo un approccio globale. Tale prospettiva operativa è orientata a sostenere e promuovere una continua dialettica tra l’approccio sanitario e quello relazionale per una integrazione sociosanitaria di natura istituzionale, gestionale e professionale rivolta alla persona, con l’obiettivo di garantire la migliore qualità di vita possibile, a prescindere dalla gravità clinica riportata. E' su queste premesse che l'Ordine degli Psicologi della Toscana, con il Gruppo di Lavoro “Psicologia geriatrica e gerontologica” prima e con il Gruppo di Lavoro “Psicologia dell’invecchiamento” poi, ha effettuato e qui presenta una Mappatura in cui viene rilevata la presenza dello Psicologo all’interno delle RSA e dei Centri Diurni della Regione Toscana; viene descritta inoltre la tipologia di attività svolta dallo Psicologo in questi contesti. I risultati illustrano quanto sia a tutt’oggi carente la presenza (quantitativa) di un profilo professionale che, seppur richiesto (soprattutto per svolgere ruolo di coordinamento di equipe e lavoro indiretto – diretto con l’utenza), si presenta ancora come figura non sufficientemente valorizzata e spesso sostituita con profili professionali, erroneamente ritenuti affini, non formati e non legittimati ad operare specificatamente con le metodiche e le competenze proprie della professione di Psicologo, e in particolare quelle della Psicologia dell’invecchiamento. L’Ordine degli Psicologi della Toscana si prefigge l’obiettivo di proseguire i suoi lavori di Mappatura in merito alla rilevazione della presenza e della tipologia di attività svolte dallo Psicologo all’interno di quelle strutture in cui, evidenziandosi temi di natura socio-relazionale, non solo e non tanto davanti alla patologia psichica, quanto in chiave di promozione e mantenimento di una qualità di vita effettiva, la gestione di tipo psicologico in equipe sia necessaria per una presa in carico multidimensionale della persona anziana e con lei di tutta una rete di caregiver formali ed informali. In conclusione auspichiamo che, attraverso la figura professionale dello psicologo, si possano promuovere e implementare una serie di interventi per l'anziano effettivamente centrati a livello di “salute”, senza ridurre quest'ultima ad una mera etichetta linguistica nient'affatto diversa da quella di sanità. Sandra Vannoni Presidente Ordine Psicologi della Toscana Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana PREMESSA Storicamente e culturalmente Residenze Assistite (RA), Residenze Sanitarie Assistite (RSA) e Centri Diurni (CD) sono stati usualmente assimilati a luoghi di cura della persona anziana e affetta da patologie, la maggior parte di esse curabili e non guaribili. Dimore ove la scansione dei tempi di vita difficilmente permetteva alle persone di godere di relazioni ancora gratificanti, incerti i malati sulla possibilità di attingere a risorse emotive propulsive di una quotidianità complessivamente vitale. Mancava del tutto o in buona parte una vita che ancora potesse dirsi tale. Piuttosto prevaleva la considerazione di uno spazio di cura: l'anziano (e malato) era un ospite, in possesso di un tempo svuotato di potenzialità a riconoscersi come ancora se stesso. L'ultima parte della vita sembrava usurata e si sperimentava, inesorabile, il decadimento delle proprie capacità. Era costume concludere frettolosamente, “fra non addetti ai lavori”, che in quei luoghi l'anziano andava a morire. Come se per l'anziano la vita fosse già innaturalmente e asetticamente sbiadita prima del compiersi del più naturale epilogo biologico, precaria rispetto a quello che non era più, amputata di quello che era già stata, disconoscibile rispetto, soprattutto, a quello che si era (purtroppo) diventati, in un luogo ove era facile sentirsi “strattonato” tra la percezione di rappresentare un oggetto di cura e la sensazione prevalente di essere, invece e sempre più spesso, un soggetto ai margini. Il luogo della cura e lo spazio relazionale dedicato al soggetto anziano sembravano lontani da quanto “prima” aveva fatto sentire la persona dentro le proprietà della vita (suoni, colori, odori, immagini, parte integrante di un mondo vecchio ma ancora intimamente riconosciuto): di contro l'attenzione si spostava ed accentrava sulle patologie, sulle condizioni cliniche e questo faceva sentire l'anziano sempre più solo e desolatamente malato, rammentandogli che poteva essere alquanto arduo coltivare la speranza di divenire colui che poteva (ancora e forse) essere. La separazione dal domicilio abituale (house) rappresentava in realtà l'abbandono di una home, ove la persona aveva sentito di poter trovare (nella cura del corpo malato da parte dei propri familiari) forse il riconoscimento (e lenimento) per ferite dell'anima che ancora dolevano ed ove l'aspettativa di soddisfacimento di bisogni personali si coniugava con la speranza di poter ancora bastare a se stesso. Nel momento in cui l'anziano diventa a tutti gli effetti ospite in RA, RSA o CD porta con sé la sua complessità, intesa come insieme di bisogni affettivi, relazionali, psicologici oltre a quelli sanitari e di assistenza. La struttura che lo accoglie deve pensare per lui ad un piano personalizzato che garantisca quanto più possibile una buona qualità della vita, la compliance della persona alle indicazioni sanitarie mediche e la fattiva collaborazione e la presenza emotiva della famiglia durante tutto il percorso di presa in carico. Si tratta di un incontro a più voci che si presenta complesso poiché diventa complicato sia riconoscere sia gestire i bisogni di tutti: se da una parte la presenza dell'anziano in struttura rappresenta l'inizio di un nuovo giorno, un'alba piena di incertezze, dunque fragilissima, per il familiare si può assimilare ad un viaggio la cui meta è condivisa ma di cui i vari itinerari (per il raggiungimento dell'obiettivo finale) possono variare, essere in parte modificati, ma soprattutto vanno costruiti in parallelo. La specificità del lavoro psicologico con l'anziano e con la sua famiglia, oltre che con gli addetti ai lavori in struttura, si centra sulla capacità di vedere, utilizzando il terzo occhio, e di sentire col terzo orecchio. 6 Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana LA RICERCA DI QUALITA’ DI VITA IN RSA Durante l’era industriale, quando il concetto di “sistema di qualità” cominciava la sua diffusione, l’attenzione era inizialmente posta sull’insieme delle caratteristiche che un oggetto doveva avere per rispondere a determinati standard, calcolati secondo parametri oggettivi. Solo successivamente l’attenzione si spostò anche sul processo di produzione, operando un’importante apertura anche nei confronti di una logica preventiva. Secondo la recente letteratura, trasversale rispetto ai campi di applicazione, entrambi i concetti mantengono la loro validità, ma si sono arricchiti di una terza fondamentale dimensione. Il manuale della qualità (ISO 8402, 1995) focalizza infatti l’attenzione sull’insieme delle proprietà e delle caratteristiche di un prodotto o di un servizio, che conferiscono ad esso la capacità di soddisfare esigenze espresse o implicite. L’importanza di tale passaggio risiede proprio nel focalizzare una dimensione di “qualità” che ha in sé un valore intrinseco, includendo come parte del processo anche colui che usufruisce dell’oggetto, del servizio o del prodotto con i propri bisogni, sia che questi siano dichiarati o taciti. Di pari passo, la definizione di salute correntemente accettata è quella elaborata nel 1948 dall'OMS all'atto della sua costituzione, che precisa uno "stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non soltanto assenza di malattia". Tuttavia, la permeabilità, nella realtà culturale, sociale e sanitaria, di una prospettiva di benessere che potesse avere in sé un’attenzione specifica ad elementi di vita non facilmente oggettivabili è un processo lento e in divenire. Il muoversi del pensiero verso la rivalutazione di una dimensione soggettiva, piuttosto che la totalizzante assegnazione del potere ad una indagine di stato, secondo un processo di oggettivazione della realtà, ha coinvolto tutti i settori della vita dell’uomo: dal commercio, all’erogazione dei servizi alla persona. Se ampliamo, come doveroso, tali riflessioni a questo secondo ambito, appare implicito non limitarsi ad indagare gli aspetti più visibili di un ambiente (strutturali, funzionali, organizzativi, sanitari), che pur mantengono una parte rilevante, ma allargare l’osservazione al clima relazionale, alla dimensione affettiva ed emotiva, ed alla possibilità di ascolto ed accoglienza di aspetti soggettivi e individuali. Poiché non è possibile corrispondere ad un bisogno senza averlo prima individuato, la falla nel sistema qualità che, talvolta, si riscontra nelle strutture residenziali per anziani, è proprio quella di portare avanti protocolli e progetti sempre più individualizzati e personalizzati, senza prevedere uno spazio di ascolto ed accoglienza per quelle parti non oggettivabili o deducibili da esami clinici o da una prima osservazione psicosociale, che invece vanno a definire il sistema di qualità percepita. Lo standard della cura sanitaria individua la specificità del soggetto unico, ma operativamente non sempre prevede una integrazione della sua complessità. Il ruolo dello Psicologo, nelle RSA, si inserisce in questa delicata dialettica, ponendosi come interfaccia e collegamento tra i bisogni sanitari, funzionali, assistenziali ed emozionali, relazionali e sociali delle persone assistite. La dimensione sanitaria, lo stato funzionale e la qualità di vita di un anziano fragile dipendono dalla qualità del dialogo tra la sfera biologica e quella psicologica, qualunque sia il grado di avanzamento della patologia. All’interno di costanti bisogni sanitari e assistenziali delle persone che necessitano di un inserimento in realtà residenziali, si innestano bisogni psicologici che riflettono la difficoltà ed il dolore di sopravvivere alle critiche fragilità del corpo ed alla rivoluzione di vita, che queste hanno imposto. Un bisogno primario, al pari di quello di omeostasi, è il bisogno di mantenere una percezione di continuità di Sé, che consenta di non diluire il senso privato di identità fino a quello stato di morte sociale, che troppo spesso sopravviene quando tali sentimenti si disperdono. Progettare protocolli di assistenza e di intervento sulla qualità della vita deve quindi prevedere anche l’analisi di questi bisogni primari e della loro integrazione con la dimensione assistenziale e sanitaria. L’elemento potentemente traumatico, che l’anziano fragile deve affrontare, nel vivere all’interno di una realtà istituzionale, non risiede solo nella deprivazione di autosufficienza inflitta dalla malattia, ma si alimenta del crollo del legane che la persona percepisce con la propria comunità, con i legami di appartenenza e dal mancato rispecchiamento di Sé, costretto a riflettersi unicamente nel dolore e nella sofferenza. Questo processo di disgregazione dell’identità sociale è in stretta relazione con una 7 Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana immagine di sé sempre più difettosa e sempre più aderente alla dimensione corporea malata, non abile e necessitante di cure ed assistenza per continuare ad esistere. Come sottolineò Bollas (1987), il Sé della persona è la storia di molti rapporti interni ed un punto di vista cruciale viene dall’altro che ci vive. Da ciò si evidenzia l’importanza di una approfondita conoscenza dei bisogni di colui che andrà ad usufruire del servizio, oltre il “male”, ed è in questa direzione che si devono esprimere gli sforzi di tutta l’equipe multidisciplinare che ha in carico la persona, al fine di pianificare non solo un trattamento, ma un ambiente di vita che sia quanto più possibile in comunicazione con la percezione di un benessere soggettivo. Le RSA discendono, come genesi, da una realtà ospedaliera e pertanto offrono un assessment clinico che, talvolta, per strutturazione, rende difficile poter pensare ad uno spazio di ascolto nei confronti dei bisogni psicologici. Un esempio di conflitto interno, che frequentemente si osserva nelle realtà residenziali riguarda le autonomie: il promuovere un maggior adattamento della persona agli spazi, al fine di attivare capacità ed autonomie residue, sia fisiche che cognitive, promuove una frequente collisione con le necessità organizzative di comunità e manageriali. I protocolli di intervento, che si occupano di “autonomia strategica”, “sostegno alle abilità cognitive”, “terapia occupazionale”, “terapia di rimotivazione”, sono tutti interventi che hanno come comune obbiettivo quello di intervenire sulle risorse psicologiche, emotive e relazionali della persona, offrendo una stimolazione quanto più personalizzata possibile. Tali interventi preziosi e necessari possono risultare tuttavia totalmente inutili, se non talvolta inopportuni, là dove gli aspetti intimi attivati non trovino poi libertà di espressione. Quando questa situazione si verifica è possibile osservare ideazioni depressive reattive alla percezione di un recupero di strumenti psicologici-sociali che non possono essere espressi in quanto non compatibili con una organizzazione comunitaria. Il superamento della dialettica per il primato tra corpo e psiche, condiviso dal moderno pensiero scientifico, non può trattenersi nella sua applicazione di prospettiva anche nelle realtà che hanno in carico l’anziano fragile. Il nuovo ambiente può essere vissuto così come un luogo in cui poter mantenere un senso privato di continuità biografica e trovare una risposta ai bisogni non solo di tipo sanitario, ma anche psicologici e relazionali, invece che trasformarsi in uno spazio senza tempo in cui restare. A tal fine si evidenzia come solo all’interno di un lavoro di equipe tali obbiettivi possano essere perseguiti, operando secondo un approccio globale e sistematizzato, che consiste nel lavorare mediante una community-care. Tale prospettiva operativa è orientata a sostenere e promuovere una continua dialettica tra l’approccio sanitario e quello relazionale per una integrazione sociosanitaria di natura istituzionale, gestionale e professionale rivolta alla persona, con l’obiettivo di garantire la migliore qualità di vita possibile, a prescindere dalla gravità clinica riportata. Tali osservazioni esprimono la complessità del lavoro psicologico nelle realtà sanitarie residenziali e la necessità, volendo operare all’interno un obiettivo di benessere per la persona, di tenere in prima considerazione l’individuo nella sua globalità, considerando il dialogo con l’ambiente di vita un elemento ineliminabile della presa in carico. 8 Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana LE RELAZIONI SOCIALI E GLI INTERVENTI PSICOLOGICI IN RSA La soddisfazione per le relazioni sociali è un elemento fondante nelle residenze geriatriche (Palmee e Lawton, 1990) che, contro una visione comune di centro di disadattamento, soprattutto per gli autosufficienti, data la elevata richiesta, possono essere considerati luoghi di cura e di protezione, che permettono di estrinsecare le energie creative e di arginare situazioni di solitudine reale. Il vivere in contesti comunitari, pur producendo cambiamenti nelle relazioni precedenti, permette di formare nuovi rapporti con i coetanei e con gli operatori. La comunità può infatti facilitare la nascita di nuovi legami amicali e effettivi che comprendono stima, amicizia, intimità e attaccamento (Tower et al., 2002). Il sostegno strumentale, ma soprattutto emozionale, da parte degli operatori sanitari può inoltre contribuire a ridurre le difficoltà di chi non gode di reti sociali adeguate (Cassidy, 2002). Oltre alla presenza di risorse interne (ad esempio uno stile esplicativo ottimistico e un buon livello di auto-efficacia, autostima e fiducia in se stessi), anche l’integrazione sociale e la percezione di ricevere un adeguato supporto (emotivo e strumentale) è di fondamentale importanza per il benessere psicofisico degli anziani e permette loro di sentirsi meno depressi e meno soli (Chalise et al., 2006). Questi processi facilitano infatti un adattamento efficace e promuovono lo sviluppo della persona anche in contesti di vita altamente stressanti (Magrin et al., 2006). Sarebbe utile progettare interventi più rivolti alla richiesta di comunicazione, che stimolino l'impegno in qualche attività costruttiva o ricreativa, favorendo la comunicazione, l’autonomia e il desiderio di integrazione. Con l’aiuto degli operatori, sarebbe importante cercare di soddisfare alcune richieste, che diano la possibilità di socializzare. Visto che la solitudine dell’anziano nasce spesso dalla perdita di relazioni significative, con i racconti potrebbe essere esplorato lo stato delle relazioni attuali ed i desideri relazionali di ciascuna persona, cercando di rafforzare le reti di relazioni familiari ed amicali, sia all’interno che all’esterno della struttura (Kocken, 2001). Sarebbe poi utile indagare le strategie di coping, visto che queste ricoprono un ruolo importante nell’adattamento individuale a situazioni di vita stressanti, contribuendo alla salute psicofisica. Benessere e salute degli individui non dipendono infatti direttamente dalla quantità e dal livello di stress cui sono sottoposti, ma dal modo in cui questi valutano e affrontano situazioni critiche. Dalla letteratura emerge che, per poter fronteggiare gli eventi di vita percepiti come stressanti, saranno più efficaci le strategie di coping adatte al tipo di stress avvertito oltre che alla lunghezza del periodo stressante. Importanti variabili sono anche la flessibilità e le aspettative che le persone hanno di raggiungere certi obiettivi specifici e personali; infatti, se le persone non credono di poter risolvere un problema, rinunceranno a raggiungere i propri obiettivi (Sica et al., 1997). Molti anziani che vivono in struttura sentono di non poter far fronte alla vita di comunità, ritenendola difficile e invivibile. Le persone che si sentono impotenti di fronte alla nuova vita saranno più passive, si ripiegheranno sempre più su se stesse e svilupperanno, con maggiore probabilità, sentimenti depressivi e di solitudine. Al contrario, coloro che si aspettano di poter migliorare la vita comunitaria valorizzeranno l’aspetto funzionale della struttura stessa e si avrà un atteggiamento più costruttivo verso la propria vita. Oltre alle strategie di coping comunque è necessario che gli anziani rielaborino la propria esperienza di vivere in una comunità; pertanto è necessaria una rielaborazione che comporti arricchimento e crescita attraverso la difficoltà. Oltre allo sviluppo di abilità e risorse personali attuali e potenzialmente acquisibili per migliorare e controllare meglio la propria vita, sviluppando un più potente senso di sé, potrebbe essere indicata una maggiore analisi critica, rafforzando la capacità di agire in collaborazione con gli altri, per ridefinire e raggiungere scopi collettivi. L’intervento potrebbe essere mirato anche a un accrescimento del senso di comunità, aumentando la percezione della similarità con gli altri, una riconosciuta interdipendenza, una sensazione di appartenere a una struttura pienamente affidabile e stabile. Con tale modalità, tutti i componenti della struttura potrebbero affrontare meglio eventi importanti e sviluppare solidarietà di fronte alle difficoltà; così i disagi non sarebbero più considerati di pertinenza esclusiva dello staff, ma verrebbero ridefiniti come responsabilità dell’intera comunità (Zamperini, 1998). 9 Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana METODOLOGIA DELLA MAPPATURA OBIETTIVI SPECIFICI Obiettivi specifici della Mappatura sono: ! rilevare la presenza dello Psicologo in RSA e CD della Toscana; ! descrivere la tipologia di attività svolta dallo Psicologo in questi contesti. REALIZZAZIONE DEL PIANO DI INDAGINE Partendo dal Censimento ufficiale di RSA e CD effettuato dalla Toscana, è stato costruito un questionario semi-strutturato ad hoc, composto da quesiti per lo più finalizzati a rilevare la presenza dello Psicologo e ad indagare la tipologia di attività svolte da questo. Preliminarmente una lettera di presentazione dell’indagine è stata inviata ai Responsabili delle Strutture (RSA e CD), e solo in seguito si è instaurato un contatto telefonico. Il primo referente, a cui sono state chieste le informazioni, sono i Responsabili delle strutture (od i facente funzione); ma, laddove possibile, il questionario è stato proposto direttamente allo Psicologo presente in sede. STRUMENTO DI RILEVAZIONE DEI DATI Questionario semi-strutturato, composto da due sezioni: 1. presenza di Psicologo (indipendentemente dalla tipologia di contratto) 2. tipologia di attività svolte dallo Psicologo (secondo categorie codificate) Laddove fosse stato possibile proporre le domande direttamente allo Psicologo, veniva lasciato spazio affinché emergessero aspetti qualitativi inerenti le attività psicologiche svolte all’interno della Struttura. CAMPIONE Il campione della ricerca è costituito da un totale di 418 Strutture (332 RSA e 96 Centri Diurni) (partendo dal Censimento ufficiale), collocate sul territorio della Regione Toscana, distribuite per zone, identificabili nel territorio delle Aziende Usl, come riassunto nello Schema che segue. RSA 26 17 20 16 36 17 40 36 20 72 12 20 Az. USL 1 Massa e Carrara Az. USL 2 Lucca Az. USL 3 Pistoia Az. USL 4 Prato Az. USL 5 Pisa Az. USL 6 Livorno Az. USL 7 Siena Az. USL 8 Arezzo Az. USL 9 Grosseto Az. USL 10 Firenze Az. USL 11 Empoli Az. USL 12 Viareggio RISULTATI Centri Diurni 5 4 8 6 7 7 7 14 4 22 5 7 Per quanto concerne la presenza dello Psicologo nelle RSA e nei CD della Regione Toscana, le percentuali, suddivise nei due tipi di struttura, sono riportate nel grafico che segue. La percentuale complessiva di presenza degli Psicologi in entrambe le tipologie di strutture risulta piuttosto esigua, pari all’11%. Considerando le strutture separatamente, alcune province presentano un discreto impiego di psicologi nelle RSA, rispettivamente: Massa (38%) e Livorno (29%); e le province con maggiore impiego di Psicologi nei Centri Diurni sono, nell’ordine, Massa (40%), Empoli (40%), Pisa (29%) e Pistoia (25%). 10 Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana Tabella 1. Percentuale di impiego degli Psicologi Nonostante le RSA (N=332) presenti sul territorio siano numericamente molto maggiori dei CD (N=96), l’impiego degli Psicologi è, come si evince dai grafici che seguono, proporzionalmente maggiore (13%) in questi ultimi, probabilmente a causa delle tipologie di attività solitamente presenti all’interno e la necessità di supervisione rispetto agli interventi svolti sul piano educativo – riabilitativo. Tabelle 2a e 2b. Percentuale impiego RSA e CD in Toscana Le tipologie di intervento, sono abbastanza equamente rappresentate sia all’interno delle RSA che nei Centri Diurni. In entrambi i casi infatti, gli psicologi sono per lo più impiegati nelle attività di consulenza e sostegno agli operatori (rispettivamente 23% e 25%), di intervento sugli ospiti non altrimenti specificato (19% e 18%) e di consulenza e sostegno ai familiari (17% e 14%). Molti psicologi svolgono anche attività di valutazione e progettazione, per lo più all’interno di equipe multidisciplinari, ed alcune attività specialistiche quali valutazione neuropsicologica e riabilitazione cognitiva. 11 Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana Tabelle 3a e 3b. Tipi di intervento RSA e CD (Toscana) 12 Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana RIFLESSIONI CONCLUSIVE Se ad oggi l’attenzione centrata sulla persona anziana in struttura tende ad invocare maggiore legittimazione dei bisogni psicologi del singolo, il cammino è ancora lungo ed impervio. Anche l'ottica che privilegia la persona (non più solo il malato) finisce per spingerci nella direzione di incontri con l'anziano (ogni anziano ha una sua storia, sue esigenze, sue difficoltà) che sottolineano, invece, la complessità e problematicità della relazione, che talvolta pare strutturarsi per frammenti, anche connotati da forte ambivalenza. Sono “incontri” per così dire al buio, nei quali tutto ciò che l'operatore conosce dell'anziano sembra insufficiente a comprenderlo davvero, incontri che usurano e sembrano estraniare l'umanità della persona dai contesti abitualmente negoziati nell'interazione con il caregiver. Si appalesa, invece, un senso di impotenza, una percezione di stagnazione, anche favorita dalla ripetitività dei protocolli di cura, ingenerando talvolta nell'operatore un vissuto di svalorizzazione della propria figura professionale e, forse, anche la voglia di riformulare “nuove” regole del gioco, all’interno delle quali ci si auspica di riuscire a percepire sia la valenza del proprio contributo sia lo spessore dell’interazione con il malato (spesso gravemente non autosufficiente) in una relazione ancora umanamente condivisa, nonostante la difficoltà, sperimentata specialmente con anziani affetti da decadimento cognitivo, di stare “a patti confusi”, a causa del difficile e faticoso lavoro di identificazione con gli oggetti parziali del sé. Quando la capacità di negoziare i conflitti sembra esaurirsi viene spesso voglia di indossare un doppio camice, sia manifestando nella cura della persona una neutralità asettica sia tenendo a distanza di sicurezza propri ed altrui sentimenti. Nel mondo dell'anziano terminale poi il contatto con un mondo cacofonico, fatto di angoscia per le perdite e di rabbia generata dal senso di frustrazione, consegna all'altrui orecchio un'orchestra di voci interiori scordata, dove è palese che tutti (operatori, utenti, familiari) hanno da ridire su tutto. L'incontro con l'anziano è anche incontro col nostro sé che invecchia, che si sfinisce, che si impoverisce giorno dopo giorno. E' un appuntamento rimandato con quello che potremo diventare, è il terreno del limite e della perdita, più volte consapevoli che la sola rassegnazione non è sufficiente a farci accettare per ciò di cui dobbiamo davvero prendere atto, la morte dell'altro e la nostra morte. Come sottolineava Anna Freud in una lettera da lei inviata all'ultimo psicoterapeuta di Marilyn Monroe, si può solo dire “che ci sono cose più grandi di noi”, cose davanti alle quali lo sgomento ed il senso di fragilità ci muovono turbamento e paura, ma che possono rivelarsi invece una buona bussola per orientarci all'interno di un mondo nel quale l'appuntamento con la morte è ineludibile. L'accettazione incondizionata di una giovinezza eterna e, quindi, il rifiuto del vecchio e della vecchiaia, disvela l'illusione generata dalla fascinazione di un benessere no limits, tanto più seducente perché affiancabile alla speranza di essere noi i soggetti in grado di chiudere, a nostro piacimento, il cerchio del (nostro) destino. Illusi dall'ingannevole ritratto di Dorian Gray pensiamo che vecchiaia e malattia siano “degli altri”, patiamo il tormento di possedere nella rappresentazione della vecchiaia la metafora della perdita che l'angoscia di morte ripropone, siamo sempre più lontani dall'accettare l'altro che diventa anziano. Spesso in struttura si sente dire “non è posto per me, sono tutti vecchi e indementiti”. Difficilmente si formano relazioni perché gli ospiti convivono in uno spazio e in un tempo che poco o affatto condividono. Il risultato è una chiusura narcisistica che porta inevitabilmente a creare altri problemi. L'anziano chiuso dentro al suo mondo ricostruisce fantasticamente vincoli idealizzati e privilegiati con parenti, che, a volte, nei suoi confronti non manifestano pari (o particolari) disponibilità. La rabbia nel percepirsi fragile e troppo malato si aggiunge alla rabbia della frustrazione per abbandoni reali o anche solo simbolici, perché proiettati su quel fine vita che non si accetta più. La percezione sempre più profonda di essere a termine e, dunque, di poter, con estrema facilità, essere sostituiti ingenera rabbia e senso di opposizione a tutti i costi. Se il modus operandi del personale medico e infermieristico viene rafforzato dagli aspetti scientifici inerenti proprie competenze professionali, per lo psicologo diventa prioritario strutturare una relazione con l'altro, saper sentire, ascoltare, farsi paziente lettore di quel racconto che ci sta facendo l'anziano: per dirla con Winnicott, saper costruire una relazione con la persona anziana nella quale entrambi abbiamo sguardo l'uno per l'altro. La Legge istitutiva della professione di Psicologo (L.56/89) è ormai diventata maggiorenne: questo porterebbe a ritenere che lo psicologo venga accettato come un collega di percorso, pur nella differente 13 Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana specificità, rispetto agli altri professionisti sanitari. Tuttavia la figura professionale dello psicologo sembra faccia fatica a essere inserita in questi contesti, ove è maggiormente concentrata la popolazione anziana, contesti nei quali l'apporto professionale di medici ed infermieri risulterebbe invece del tutto prevalente. Se una prima sommaria spiegazione può indirettamente considerarsi effetto dell'aumento della durata media dell'esistenza, tanto più corroborata dalla realistica considerazione che prevenzione sanitaria e terapia farmacologica e/o chirurgica rappresentino ancora le armi migliori per durare meglio e più a lungo, va anche sottolineato che il concetto di salute ha dismesso la valenza di assenza di malattia a vantaggio di un più realistico e complessivamente soddisfacente stato di benessere della psiche e del corpo (e verso la fine degli anni ‘90 ha cominciato con forza a farsi strada il concetto di wellbeing). Salute significa equilibrio armonico fra le tre dimensioni: star bene è avere un buon rapporto con il proprio corpo, essere in sintonia con se stessi, sentirsi a proprio agio con gli altri. Prendendo questo modello a riferimento, ciò che manca o che si rivela carente esprime sofferenza, disagio e, in qualche modo, anche malattia, poiché quando una delle tre dimensioni risente di tensioni, disfunzioni, disequilibri o di perdita di prospettiva, tutto il sistema uomo entra in crisi e può sviluppare patologia. Da circa dieci anni pare imporsi il concetto di qualità della vita, concetto ancora di difficile definizione, ma che obbedisce alla necessità di legittimare e rivalutare una fase della vita sommariamente e, con troppa superficialità, connotata come fase involutiva dell'esistenza. Se per personalità intendiamo il compendio di condotte apprese (che permangono stabili nelle varie età della vita e determinano una pragmatica caratteristica con un minimo di aggressività e di distruttività) le caratteristiche personologiche della persona che invecchia possono ancora modificarsi per valorizzare conquiste ed acquisizioni personali. Proprio per questo diventa importante l'equilibrio tra indipendenza e dipendenza sia all'interno del gruppo familiare sia nella relazione sociale. Una voce popolare afferma che l'uomo nella vecchiaia incontra fatalmente se stesso ed il proprio decadimento fisico nella perdita di futuro. E' più che comprensibile come la valenza professionale della figura dello psicologo possa rivelarsi terapeutica in una fase della vita nella quale l'adultità si appalesa quasi in percentuale. L'allungarsi di un passato posto sotto giudizio sottolinea quanto siano fragili le forze costitutive ed integrative del sé: questo aspetto della vecchiaia pone ancora di più l'accento sul processo di soggettivazione che ci porta ad affermare che ad invecchiare sia sempre qualcun altro. Come processo psichico estraniante si materializza nell'immagine dello specchio che Freud definisce perturbante. Se l'invecchiamento è un processo biologico che tocca ogni essere vivente, ognuno invecchia ogni giorno e quindi deve creare dentro di sé la prospettiva di cambiare continuamente. Questa possibilità di mutare, nonostante la perdita e le limitazioni funzionali che, giorno dopo giorno, paiono aggiungersi, sminuendo l'autostima dell'anziano, possono rinforzare nuove potenzialità, una nuova prospettiva, un nuovo programma esistenziale, per lenire l'angoscia di morte e poter ancora crescere. E, se la persona riconosce giunto il momento del distacco definitivo, esiste ancora un modo sano di morire, se accompagnati dallo sguardo, dal calore e dalla comprensione di chi, con pazienza e rispetto, guarda col terzo occhio e sente col terzo orecchio. 14 Il valore aggiunto dello Psicologo, all’interno delle Strutture residenziali e semiresidenziali della Regione Toscana BIBLIOGRAFIA GENERALE AGGIORNATA Abeles N., Victor T. (2003). 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