rivista della società italiana di psico - neuro - endocrino - immunologia diretta da Francesco Bottaccioli PNEINEWS I NUOVI SAPERI DELLA SCIENZA E DELLA SALUTE PSICHE, CUORE E…PANCIA Stress, cardiopatie, diabete, obesità: ecco i legami Rivista bimestrale - n. 2 - anno VIII - Marzo Aprile 2014 SOMM ARIO www.sipnei.it PNEINEWS - n° 2 Anno 2014 EDITORIALE 3 SVOLTA IN CARDIOLOGIA LA DEPRESSIONE È UN FATTORE DI RISCHIO Adriana Roncella STRESS E METABOLISMO 4 OBESITÀ E DEPRESSIONE DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA Roberta De Bellis C’è una relazione bidirezionale fra depressione e obesità, con l’obesità che aumenta il rischio di depressione e, viceversa, con la depressione che espone ad un più alto rischio di obesità, soprattutto ad una obesità di tipo viscerale. 6 SINDROME METABOLICA E DIABETE MELLITO DI TIPO 2. Laura Gianotti - Gemma Falco IL RUOLO DELLO STRESS 8 Le ricerche più recenti hanno confermato le ipotesi di Selye, identificando nel cortisolo uno dei principali mediatori dell’impatto dello stress sul metabolismo, in particolare quello glicidico. QUELL’IMPRONTA NELLA PSICHE Anna Giulia Bottaccioli Recenti ricerche mostrano che i traumi in età infantile aumentano il rischio di Sindrome Metabolica in età adulta, che varia in base al tipo di trauma e al sesso: traumi fisici ed emozionali incrementano il rischio in entrambi i sessi, mentre i traumi sessuali sembrano incrementare il rischio solo nelle donne. 10 TIROIDE SENSIBILE AL CIBO Luca Speciani Un’esperienza clinica di riduzione o eliminazione della terapia sostitutiva ormonale tiroidea con interventi “di segnale” su alimentazione e stile di vita. DOSSIER PLASTICITÀ E NEUROGENESI CEREBRALE 12 NUOVI NEURONI PER NUOVI STIMOLI ll cervello non smette mai di svilupparsi. Non si tratta di potenzialità infinite, ma reali e giocano un ruolo fondamentale per assicurare il normale funzionamento del cervello. Sono essenziali per fare fronte ai cambiamenti, per garantirci resilienza e la possibilità di adattarci agli stimoli esterni. 14 LA NEUROGENESI NEL CERVELLO ADULTO IL CROLLO DI UN DOGMA CENTENARIO A COLLOQUIO CON GERD KEMPERMANN Paola Emilia Cicerone Francesco Bottaccioli Oggi è accertato che esistono tre aree del cervello capaci di produrre nuovi neuroni, ma ci sono evidenze, non definitive, che anche altre aree cerebrali possono farlo. LA CURA MEDICINA NARRATIVA 18 SONO TATIANA MELIS E FACCIO L’INFERMIERA 19 L’ENIGMA DEL SUICIDIO Tatiana Melis Fabrizio Benedetti Riportiamo, con il consenso dell’Autore, alcune pagine dell’ultimo libro di Benedetti “Il caso di G.L. La medicina narrativa, le dinamiche nascoste della mente”, Carocci, Roma 21 PNEIMED: SCIENZA, FILOSOFIA ANTICA ED ESERCIZI. UN NUOVO METODO MEDITATIVO VALIDATO SCIENTIFICAMENTE 2 Direttore Responsabile Francesco Bottaccioli - [email protected] Hanno collaborato a questo numero Fabrizio Benedetti, Anna Giulia Bottaccioli, Francesco Bottaccioli, Paola Emilia Cicerone, Roberta De Bellis, Gemma Falco, Laura Gianotti, Tatiana Melis, Adriana Roncella, Luca Speciani Illustrazioni di copertina Margherita Allegri - www.margheallegri.com Impaginazione e grafica Argento e China - www.argentoechina.it Registrazione Autorizzazione del Tribunale Bologna n° 8038 del 11/02/2010 Redazione Piazza Mincio, 1 - Roma PNEINEWS. Rivista bimestrale della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia. Francesco Bottaccioli et al. La rivista scientifica internazionale Explore, The Journal of Science and Healing, edita da Elsevier, nel suo numero di Maggio ha pubblicato i risultati di una nostra ricerca su un campione di partecipanti ai corsi di Meditazione ad indirizzo Psiconeuroendocrinoimmunologico (PNEIMED). ABBONAMENTO E INFORMAZIONI Il costo dell’abbonamento per ricevere 6 numeri di PNEINEWS è di 25 euro, in formato elettronico (Pdf) 18 euro. Per i soci SIPNEI l’abbonamento in formato elettronico è compreso nella quota annuale. L’abbonamento cartaceo per i soci SIPNEI è scontato a 20 euro. Il versamento va eseguito a favore di SIPNEI Intesa San Paolo Ag. 16 viale Parioli 16/E IBAN IT 90 B 03069 05077 100000000203 specificando la causale. Per informazioni: [email protected] Per le modalità di abbonamento visita www.sipnei.it PNEI NEWS | n. 2 Marzo Aprile 2014 EDITORIALE Svolta in cardiologia. La depressione è un fattore di rischio come fumo e colesterolo Adriana Roncella - Cardiologo e psicoterapeuta. UOC di Emodinamica, Dip. Malattie Cardiovascolari, S. Filippo Neri, Roma, socio SIPNEI Lazio U n articolo pubblicato su Circulation nel mese di marzo 2024 (1) ha riportato i risultati di un’accurata ricerca bibliografica sulla relazione tra depressione ed eventi acuti cardiovascolari (angina e infarto miocardico), condotta da un comitato di esperti incaricati dall’American Heart Association. Il comitato ha selezionato 53 studi epidemiologici e 4 metanalisi, dai quali sarebbe emerso in maniere incontrovertibile che la depressione rappresenta un fattore di rischio prognostico negativo in pazienti con eventi acuti cardiovascolari, perchè determina aumento di nuovi eventi cardiovascolari e aumento della mortalità sia per cause cardiovascolari, che per altre cause. In particolare i 53 studi sono stati condotti prevalentemente negli Stati Uniti, a seguire Canada, paesi europei e Giappone, su una popolazione totale di 40.327 soggetti valutati cumulativamente. Tuttavia già una review molto esaustiva sui fattori di rischio psicosociali, pubblicata su Circulation nel 2009 (2), giungeva alla stessa conclusione, riportando i risultati di 16 studi epidemiologici su 24.675 soggetti. Inoltre lo studio “Interheart”, condotto in 52 nazioni del mondo su 15.152 pazienti con infarto miocardico acuto, pubblicato su The Lancet nel 2004 (3), evidenziava come l’associazione tra fattori di “rischio psicosociali” (in particolare la depressione e lo stress conseguente a eventi familiari, lavorativi ed economici) e l’infarto miocardico acuto si ponga al 3° posto dopo l’ipercolesterolemia e il fumo, ma prima del diabete mellito, ipertensione arteriosa e obesità. E ancora, già le linee guida europee del 2012 raccomandavano, in caso di significativi sintomi di depressione, ansia e ostilità nei pazienti cardiopatici, la valutazione della possibilità di un intervento psicoterapico o farmacologico (4). Tuttavia, concludevano le linee guida, questo approccio può migliorare i sintomi psicologici e la qualità della vita, anche se non è stato ancora dimostrato in maniera definitiva un effetto benefico sul follow-up cardiologico. Forse è questa incapacità della terapia psicologica di determinare un miglioramento della prognosi cardiovascolare, che crea incertezza e diffidenza nel mondo medico e cardiologico. Credo che ormai non si debba più discutere il peso prognostico della depressione, ma sia venuto il momento di cominciare ad approntare una metodologia di intervento psicoterapico efficacie. Lo studio STEP-IN-AMI, condotto presso il dipartimento di malattie cardiovascolari dell’ospedale San Filippo Neri di Roma e pubblicato sull’International Journal of Cardiology nel 2013 (5), ha messo un primo punto fermo su questo aspetto. Una metodologia di intervento psicoterapico PNEI NEWS | n. 2 Marzo Aprile 2014 ad indirizzo umanistico esistenziale, derivante dal metodo ontopsicologico, è stata specificamente adattata e testata in un gruppo di 101 pazienti con infarto miocardico acuto, trattati con angioplastica coronarica d’urgenza. I pazienti sono stati randomizzati a: a) terapia tradizionale; b) terapia tradizionale + psicoterapia breve. Al follow-up di 1anno si è ottenuto, nei pazienti trattati, una riduzione significativa del livello di depressione, ma anche una riduzione significativa di nuovi eventi cardiovascolari e di nuove patologie mediche. A questo punto credo che sia arrivato il momento di fare qualche passo avanti e iniziare a implementare tecniche efficaci per la cura della depressione in prevenzione secondaria nei pazienti con recenti eventi acuti cardiovascolari. Note bibliografiche 1.Lichtman JH, et al. Depression as a Risk Factor for Poor Prognosis Among Patients With Acute Coronary Syndrome: Systematic Review and Recommendations: A Scientific Statement From the American Heart Association. Circulation, 2014; march 25. 2.RozanskiA,Blumenthal JA, KaplanJ. Impactof psychological factors on the pathogenesis of cardiovascular disease and implications for therapy. Circulation 1999;27:2192–217. 3.Rosengren A, Hawken S, Ounpuu S, et al. Association of psychosocial risk factors with risk of acute myocardial infarction in 11 119 cases and 13 648 controls from 52 countries (the INTERHEART study): case–control study. Lancet 2004;364:953–62. 4.Joint ESC guidelines 2012. Recommendations on the management of psychosocial factors. Eur Heart J 2012; vol 33, 13. 5.Roncella A, et al, One-year results of the randomized, controlled, short-term psychotherapy in acute myocardial infarction (STEP-IN-AMI) trial, Int J Cardiol (2013), http://dx.doi.org/10.1016/j.ijcard.2013.08.094 3 STRESS E METABOLISMO Obesità e depressione due facce della stessa medaglia Roberta De Bellis – Ricercatrice del Dipartimento di Scienze Biomolecolari dell’Università degli Studi di Urbino, socio SIPNEI Marche C’è una relazione bidirezionale fra depressione e obesità, con l’obesità che aumenta il rischio di depressione e, viceversa, con la depressione che espone ad un più alto rischio di obesità, soprattutto ad una obesità di tipo viscerale. S ono sempre più numerosi gli studi che legano l’eccesso di tessuto adiposo, soprattutto a livello del distretto viscerale, all’insorgenza di alcune patologie e oggi è alta l’attenzione sul legame fra obesità e insorgenza di stati depressivi. E’ riconosciuto, infatti, che le persone obese hanno una più elevata probabilità di incorrere in problemi di depressione. Esiste relazione bidirezionale fra depressione e obesità, con l’obesità che aumenta il rischio di depressione e, viceversa, con la depressione che espone ad un più alto rischio di obesità, soprattutto ad una obesità di tipo viscerale (1). Negli stati depressivi o negli stati emozionali negativi, infatti, vi sono spesso preferenze per i cibi ad alto valore energetico, ricchi cioè in zuccheri o lipidi, sia nell’adulto sia nel bambino. Ma se un consumo limitato di tali cibi può portare ad una evoluzione dello stato emozionale negativo verso uno positivo, il loro consumo cronico e il conseguente aumento di tessuto adiposo, porterà a promuovere una vulnerabilità verso la depressione. Le associazioni causali fra obesità e depressione a livello più macroscopico sono state individuate nell’aderenza a diete poco sane a bassi livelli di attività fisica e a disturbi del sonno o insonnia. Allo stesso modo si è notata la compresenza in soggetti obesi o depressi di una maggiore prevalenza di malattie cardiovascolari, disordini metabolici e di malattie autoimmuni. Ma la comunicazione fra obesità e depressione viaggia a livello più profondo e metabolico. Il diverso ruolo degli acidi grassi polinsaturi e del palmitato Si è visto, ad esempio, che diete ad alto contenuto di acidi grassi saturi e a basso contenuto di acidi grassi mono- e polinsaturi contribuiscono alla patogenesi sia di disturbi metabolici sia di disturbi dell’umore (2); un introito inadeguato di acidi grassi polinsaturi sembra essere, infatti, legato ad un’alta incidenza di depressione, mentre un aumento di omega 3 può farla diminuire (3). Un considerevole numero di studi indicano oggi, che le diete ricche di acidi grassi saturi sono associate ad un aumento di tessuto adiposo a livello addominale, che è più rilevante del quantitativo totale di tessuto adiposo nella predizione del rischio di alcune complicanze a livello metabolico, ma anche di depressione e ansia (4). Questo suggerisce che un’assunzione elevata di acidi grassi saturi e le 4 alterazioni metaboliche, che derivano dall’eccesso di adipe viscerale, possono essere considerate concause per disturbi sia metabolici sia dell’umore. Oltre a stimolare la deposizione di adipe viscerale, l’ assunzione di grassi saturi aumenta i livelli circolanti di alcuni acidi grassi in particolare, come ad esempio il palmitato, che possono procurare effetti negativi alle funzioni neuronali. Il palmitato è inoltre coinvolto in una disregolazione del segnale di trasduzione proveniente da leptina e da insulina a livello ipotalamico, riducendo l’azione catabolica di tali ormoni e promuovendo la crescita ponderale del soggetto. Leptina e insulina sono anche coinvolte nel miglioramento dell’umore ed è quindi plausibile che una ridotta risposta a tali ormoni possa contribuire all’insorgenza di stati emozionali negativi. Connessioni molecolari tra obesità e depressione : focus su leptina, adiponectina, insulina, chinurenina Esistono segnali e molecole positivamente correlati con l’accumulo di grasso viscerale e che quindi potrebbero legare obesità e depressione: fra questi troviamo ipercortisolemia, insulino- e leptino-resistenza, aumento dei segnali pro-infiammatori, dello stress ossidativo e cambiamenti ormonali: le disfunzioni dell’asse ipotalamo-ipofisario e gli elevati livelli di glucocorticoidi sono entrambi coinvolti nella patofisiologia sia di obesità sia di depressione. Vi sono poi evidenze riguardanti modifiche nei livelli di leptina, adiponectina, resistina e insulina, tutti ormoni coinvolti a livello centrale anche nel controllo delle emozioni e dell’umore. I livelli di leptina vengono associati alla possibile insorgenza di depressione soprattutto in soggetti con un’elevata adiposità addominale (5) e vengono positivamente correlati ai sintomi depressivi nei pazienti con diabete di tipo 2 (6). E’ stato quindi ipotizzato che l’obesità viscerale causi insulino resistenza e ridotta sensibilità alla leptina, provocando una ridotta segnalazione a livello centrale. Va quindi posta particolare attenzione alle iperleptinemie, dovute a fenomeni di leptino-resistenza, che potrebbero essere considerate un fattore di rischio. Anche i livelli di adiponectina, un altro ormone prodotto dal tessuto PNEI NEWS | n. 2 Marzo Aprile 2014 adiposo, sono stati recentemente correlati alla depressione: se infatti nei soggetti sani i livelli plasmatici di adiponectina sono elevati, nell’obesità, soprattutto addominale, essa è spesso a basse concentrazioni, come nei soggetti con disturbi di tipo depressivo (7). In generale, gli studi sul legame fra depressione e livelli di leptina o adiponectina non sono ancora univoci e presentano alcune differenze che si basano sul tipo di disordine depressivo, sul sesso e sull’età. Non si è ancora raggiunta una chiarezza sul coinvolgimento dell’insulina nel rapporto fra obesità e depressione, ma si è visto che i soggetti diabetici hanno un rischio doppio di incorrere in depressione, così come ne sono più soggette le persone con insulino-resistenza, in sovrappeso, con sindrome metabolica e/o obesità addominale. Inoltre, se si riduce l’insulino-resistenza, si ha un’attenuazione dei sintomi depressivi (8). L’obesità è stata anche associata ad una sovraregolazione della via delle chinurenine, una via metabolica che porta alla produzione di nicotinammide adenina dinucleotide (NAD+) dalla degradazione dell’amminoacido essenziale triptofano. Tale sovraregolazione si traduce in una diminuzione a livello plasmatico dei livelli di triptofano e in un aumentato rapporto chinurenina/triptofano. La sovraregolazione della via della chinurenina influenza la regolazione di alcuni neurotrasmettitori, riducendo la sintesi di serotonina, ed è associata con un aumento di stress ossidativo e di neurodegenerazione. Tale disregolazione è coinvolta anche nella schizofrenia e nei disturbi bipolari (9). Nel quadro generale di sovrappeso ed obesità non può essere, infine, dimenticato l’innalzamento dello stato infiammatorio che diviene prolungato, causando quella che viene definita infiammazione low-grade; si innalzano, infatti, le citochine infiammatorie e le proteine segnale che possono promuovere le risposte infiammatorie. Un tale innalzamento si registra anche negli stati depressivi in modo correlato alla gravità. i rischi connessi all’obesità e l’importanza della perdita di peso, che fino ad ora sono state discussi solo in relazione a disturbi metabolici e cronici quali il diabete e le malattie cardiovascolari, dovranno anche essere estesi alla prevenzione e al trattamento delle malattie mentali. Modificazioni della struttura cerebrale Negli individui obesi sono state documentate alcune modificazioni a livello di struttura cerebrale con una dimensione minore della materia grigia dell’ippocampo rispetto ad individui sani (10) così come un minore volume totale del cervello (soprattutto nell’obesità addominale) (11). Infine, alcuni studi riportano negli obesi, una carenza di fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNT Brain-Derived Neurotrophic Factor) che ha un ruolo chiave nella regolazione dello sviluppo neuronale e nella funzionalità sinaptica (12). L’obesità quindi andrebbe considerata un fattore di rischio per i disturbi mentali Ciò che oggi sta divenendo evidente non è solo che le reazioni emozionali al cibo possono influenzare il nostro futuro “intake” e condurre ad una sovralimentazione, ma anche che i nutrienti che assumiamo e la presenza di obesità, soprattutto addominale, possono influenzare il nostro umore e comportamento, fino a portare a disturbi di tipo depressivo, attraverso un’azione indiretta e diretta sul sistema nervoso centrale e attraverso un impatto sul metabolismo energetico, sulla funzionalità endocrina e sul sistema immunitario. I nuovi studi, pertanto, partendo da tali presupposti, tendono sempre più approfonditamente a chiarire il legame, ormai certo, fra obesità e insorgenza di patologie anche di tipo depressivo. Per questo motivo, PNEI NEWS | n. 2 Marzo Aprile 2014 Note Bibliografiche 1- Luppino FS, et al. (2010). Arch Gen Psychiatry 67(3), 220–9. 2- Sanchez-Villegas, A., et al. (2013). BMC Med. 11:3. 3- Oddy, W. H., et al. (2011). Depress. Anxiety 28, 582–588. 4- van Reedt Dortland, A. K. B et al. (2013). Psychosom. Med. 75, 83–89. 5- Milaneschi, Y., et al. (2014) Psychoneuroendocrinol. 42, 1-10 6- Labad, J., et al. (2012). Psychosom. Med. 74, 39–45. 7- Zeman, M., et al. (2009). Neuro Endocrinol. Lett. 30, 387–395. 8- Eissa Ahmed, A. A., et al. (2009). Behav. Pharmacol. 20, 635–642. 9- Myint AM. (2012) FEBS J 279(8), 1375–85. 10- Mueller K, et al. (2012). Transl Psychiatry, 2, e200. 11- Kurth F, et al. (2012) Hum Brain Mapp 12- Schwartz E, et al. (2012). Nat Med 18(4), 496–7 5 STRESS E METABOLISMO Sindrome metabolica e diabete mellito di tipo 2. Il ruolo dello stress Laura Gianotti - Medico endocrinologo, SC Endocrin. Diab. Metab., ASO S.Croce e Cale, Cuneo; Docente di psiconeuroendocrinologia Dip. Psicologia, Università di Torino, socio SIPNEI Piemonte Gemma Falco – Psicologa, SC Endocrinologia, Diabetologia e Metabolismo, ASO S.Croce e Cale, Cuneo Le ricerche più recenti hanno confermato le ipotesi di Selye, identificando nel cortisolo uno dei principali mediatori dell’impatto dello stress sul metabolismo, in particolare quello glicidico. A llo stato attuale, le cause del diabete di tipo 2 non sono del tutto chiare, ma le ricerche effettuate negli ultimi decenni hanno rilevato la presenza di alcuni predittori. Fra questi, l’obesità (in particolare l’aumento dell’adiposità addominale), l’ipertensione e le alterazioni del metabolismo di zuccheri e grassi (aumento della concentrazione ematica dei trigliceridi e riduzione del colesterolo HDL). La coesistenza di questi fattori viene definita Sindrome Metabolica e colpisce circa un quarto della popolazione adulta mondiale, con variabilità importanti a seconda dell’età, del genere e dell’indice di massa corporea (Kaur, 2014). Si tratta, nella maggior parte dei casi, di una condizione preclinica, che – oltre a predisporre al Diabete Mellito di Tipo 2 – aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, renali, epatiche e del sistema visivo. Sullo sviluppo di tale quadro sembrano incidere aspetti legati sia al patrimonio genetico che allo stile di vita, in particolare il sovrappeso, la sedentarietà e le abitudini alimentari scorrette. Le influenze dirette e indirette dello stress A giocare un ruolo da protagonista sarebbe, inoltre, lo stress, che esercita sulla probabilità di ammalarsi un’influenza sia indiretta che diretta. La risposta dell’organismo ad un evento stressogeno può tradursi, in alcuni casi, nello sviluppo di abitudini di vita poco salutari, che possono includere una trascuratezza verso il proprio benessere fisico, un’alimentazione disordinata ed il ricorso al cibo con finalità consolatorie o compensatorie: elementi che rendono più probabile l’insorgere della patologia (influenza indiretta). Le alterazioni fisiologiche innescate dallo stress, poi, agiscono direttamente sui sistemi endocrino ed immunitario. Come aveva già messo in luce Selye, l’organismo risponde ad uno stressor con una “reazione di allarme”, in cui l’equilibrio omeostatico si altera e si determina una mobilitazione fisiologica simile ad una sorta di “doping naturale”. Diverse funzioni (glicemia, pressione sanguigna, attività muscolare, battito cardiaco, ecc.) facilitano il fronteggiamento della situazione, aumentando la disponibilità di energia. Se la minaccia scompare, viene ristabilita l’omeostasi. Se, invece, lo stimolo perdura, si entra nella “fase di resistenza”, che può condurre ad un “esaurimento” delle capacità 6 di adattamento, con danni gravi ed a volte irreversibili (Selye, 1985). Le ricerche più recenti hanno confermato le ipotesi di Selye, identificando nel cortisolo uno dei principali mediatori dell’impatto dello stress sul metabolismo, in particolare quello glicidico. Il cortisolo è un ormone secreto dalla corteccia della ghiandola surrenalica su stimolazione dell’ACTH ipofisario, nel corso della reazione di stress. Esso innalza i tassi glicemici nel sangue sia stimolando la gluconeogenesi epatica, sia inibendo l’effetto dell’insulina. Tali azioni – utili nel caso di pericoli concreti e temporanei (ad esempio, scappare da un predatore) – non sono del tutto adatte per fronteggiare gli stressor contemporanei, che sono perlopiù immateriali, relazionali e durevoli. I pressanti impegni richiesti dal lavoro, ad esempio, non comportano un incremento del fabbisogno energetico. Il glucosio mobilitato dal fegato non viene perciò utilizzato e permane in circolo sanguigno, provocando un aumento della glicemia. Ad influenzare queste reazioni è anche la lettura che il soggetto fa degli eventi: una persona tendenzialmente ansiosa potrebbe amplificare la sensazione di pericolo di fronte alle situazioni quotidiane ed anticipare le difficoltà con un atteggiamento ipervigilante. Si genera, così, uno stato di allarme perenne, accompagnato da ipercortisolismo cronico, che facilita la comparsa della Sindrome Metabolica. Lo stress è anche una conseguenza della malattia In una prospettiva psiconeuroendocrinologica, è importante considerare come lo stress non sia solo la componente che slatentizza il Diabete Mellito di Tipo 2, ma anche la conseguenza dell’insorgere di questa patologia. Una malattia, infatti, può provocare rotture, squilibri e conflitti personali e interpersonali (Fisher, 2006). La vita viene interrotta e si genera una crisi (dal greco “krino”, cioè “separo”, “distacco”) che obbliga il soggetto a rimettere in discussione l’orientamento e gli obiettivi personali. Questo è vero a maggior ragione quando si ha a che fare con una condizione cronica, destinata a durare nel tempo e che si dovrà assumere come parte di sé. A uscirne trasformata è l’identità stessa, che ne viene scalfita a livello corporeo, sociale e valutativo. PNEI NEWS | n. 2 Marzo Aprile 2014 Soprattutto in una fase iniziale, ha luogo una focalizzazione sul corpo e sulle sue funzioni, necessaria ai fini di intraprendere un corretto iter terapeutico. Tuttavia, alcune persone possono sviluppare un’immagine del proprio corpo come sofferente e «rotto», un corpo irrimediabilmente trasformato. Questo vissuto è forte soprattutto quando l’esordio del diabete si somma ad altri cambiamenti e transizioni, quali quelli innescati dal processo di invecchiamento (impatto sull’identità corporea). Alcuni pazienti diabetici temono di essere giudicati dagli altri, che – ad esempio – potrebbero rimproverar loro una presunta incostanza nel seguire il regime alimentare (impatto sull’identità sociale). A volte, questa paura li induce a nascondere o sminuire i propri sintomi come se fossero tabù, celando così parti significative di sé. I rimandi esterni, inoltre, possono incidere sull’autostima e il diabetico può sentirsi diverso sia rispetto al passato che rispetto al gruppo dei coetanei, interpretando la propria diversità come qualcosa di totalizzante o come un disvalore (impatto sulla componente valutativa dell’identità). Chi si ammala è invece chiamato a ricostruire la propria concezione di se stesso in un modo consapevole dei limiti ma positivo, creando una nuova unione fra il passato, il presente e i progetti per il futuro. Di fronte ad uno stressor, tuttavia, non tutti reagiscono allo stesso modo e le risposte possono essere più o meno funzionali a seconda di alcune variabili, fra cui lo stile di coping del paziente, il momento particolare in cui l’evento si è manifestato e la presenza o meno di un supporto sociale. PNEI NEWS | n. 2 Marzo Aprile 2014 Qualcuno, per timore di essere un peso, tende a chiudersi ed isolarsi, mentre altri mettono in atto comportamenti ostili e provocatori sia verso i familiari che verso il personale curante. Il rischio maggiore, però, deriva dalla negazione maniacale della patologia e delle limitazioni che comporta: allo scopo di mantenere alta l’autostima, il paziente evita di confrontarsi con quanto gli è accaduto, ostentando un’onnipotenza illusoria e fragile e rifiutando le terapie. La tendenza al diniego, inoltre, è incrementata dalle caratteristiche stesse del diabete, che non dà segni di sé se non quando subentrano le complicanze. Quando il paziente è in iperglicemia non avverte sintomi, per cui non è detto che percepisca nessi fra il suo senso di benessere e i farmaci che assume. Può costruire, anzi, una falsa credenza, collegando i medicinali alla comparsa di ipoglicemie, che si verificano in caso di sovradosaggio e sono particolarmente spiacevoli. Anche persone più consapevoli possono sviluppare una cattiva compliance. È possibile, infatti, che – nonostante gli sforzi – non riescano ad ottenere un buon compenso glicometabolico (ad esempio, a causa dell’impatto della componente emotiva) e che questo le faccia scivolare in un circolo vizioso fatto di trascuratezza e peggiormaneto dello stato di salute. Uno stile di coping adattivo prevederebbe, al contrario, la capacità di ammettere la difficoltà e le emozioni senza lasciarsene travolgere, impegnandosi attivamente per padroneggiarle ed affidandosi, se necessario, a figure di sostegno. Vivere un’esperienza critica, infatti, non è necessariamente negativo. Essa fornisce la possibilità di operare molteplici prese di coscienza, di riflettere su aspetti della vita prima dati per scontati, di rivedere il proprio sistema di valori. In alcuni casi, chi ha vissuto un’esperienza di questo tipo parla di una maturazione a livello umano e una crescita in termini di profondità e consapevolezza (Zani, Cicognani, 2000). Questo processo trasformativo è reso possibile dall’attivazione delle risorse del soggetto e della sua «resilienza», vale a dire della capacità di affrontare le avversità, superarle e uscirne rafforzati (Grotberg, in Roswith, 1997). Quando questo avviene, il paziente diabetico riesce a «venire a patti» con la patologia, integrandola nella propria storia e nella propria quotidianità. Essa può rimanere una fonte di sofferenza e un limite, ma all’interno del quale ci si può muovere per costruire progetti, azioni e relazioni. BIBLIOGRAFIA Amerio, P. (2004) Problemi umani in comunità di massa. Torino: Einaudi Fisher, G.N. (2006)Trattato di psicologia della salute. Roma: Borla Kaur, J (2013), A comprehensive review on metabolic syndrome. Cardiology Res & Pract. 2014: 943162 Roswith, R. (1997), Proceedings of the 55th Annual Convention of the International Council of Psychologists. Edmonton: IC Press. Selye, H. (1985), The nature of stress. Basal Facts, 7: 3–11. Shaw, J.E., Sicree R.A., Zimmet, P.Z., (2010) Global estimates of the prevalence of diabetes for 2010 and 2030. Diabetes Res Clin Pract. 87 (1), p. 4-14 Zani, B., Cicognani, E. (2000) Psicologia della salute. Bologna: Il Mulino 7