La Monaca di Monza
e l’ordine degli Umiliati
Ne "I promessi sposi" Alessandro Manzoni riprende la
figura della "monaca di Monza", tuttavia cambia i nomi ai
personaggi (suor Virginia è chiamata nel romanzo
Gertrude, il suo paggio è chiamato Egidio) e oltre a
cambiarne alcuni dei particolari come la monacazione, che
è una suggestione imposta direttamente dal padre, madre
e fratello, sono modificate altre circostanze , ne trasporta la
vicenda in avanti nel tempo di alcuni anni (l'azione del
romanzo si svolge tra il 1628 e il 1630, oltre vent'anni dopo
i fatti reali).
La vita
Marianna de Leyva, in religione suor Maria
Virginia, meglio nota come la Monaca di Monza o
la Signora (Milano, dicembre 1575 – Milano, 17
gennaio 1650), è stata una religiosa italiana. Fu la
protagonista di un celebre scandalo che sconvolse
Monza all'inizio del XVII secolo.
Famiglia
Marianna de Leyva era figlia di Martino de Leyva e di
Virginia Maria Marino; Martino era per diritto ereditario
conte di Monza e Virginia vedova dal 1573 del conte Ercole
Pio di Savoia, signore di Sassuolo. Neanche un anno dopo
aver dato alla luce la figlia Marianna, Virginia Maria Marino
morì di peste a Milano nel 1576 lasciando eredi universali
in parti uguali i figli avuti dai due matrimoni.
Successivamente il padre si risposò dimenticando la figlia
Marianna a Monza sotto la tutela della omonima zia.
Vita
Nel 1591, a sedici anni, Marianna si fece suora,
probabilmente spinta o costretta dal padre per il tramite
della zia paterna Marianna, marchesa Stampa-Soncino.
Assunse il nome di suor Virginia ed entrò nel convento
monzese di Santa Margherita, che oggi non esiste più.
Dopo alcuni anni ella intrecciò una relazione con il nobile
monzese Giovan Paolo Osio - comunemente noto oggi
come Gian Paolo Osio - la cui abitazione confinava con il
monastero. Dalla relazione nacque una figlia, la cui
parentela con la signora di Monza venne ufficialmente
tenuta nascosta.
La situazione precipitò nel 1606, quando una giovane conversa,
Caterina Cassini da Meda, minacciò di rendere pubblica la
relazione: Osio la uccise e la seppellì presso il convento, quindi
tentò di eliminare altre due suore, Ottavia e Benedetta, che
erano state precedentemente immischiate nella relazione a vario
titolo; per assicurarsi che non parlassero Osio affogò l'una nel
Lambro e gettò l'altra in un pozzo poco distante. Quest'ultima
però sopravvisse, denunciò tutto alle autorità e lo scandalo
esplose. Suor Virginia, malgrado un'animata resistenza (pare
che la monaca si difendesse dall'arresto brandendo una lunga
spada), fu arrestata il 15 novembre 1607 a Monza. Gian Paolo
Osio invece, condannato a morte in contumacia e ricercato, si
rifugiò a Milano presso i nobili Taverna suoi amici, ma essi lo
tradirono e lo uccisero a bastonate nei sotterranei del loro
palazzo in corso Monforte, più che per incassare la taglia, che
era stata offerta per la sua cattura, per opportunità politica.
La sua testa mozzata fu poi gettata ai piedi del governatore
spagnolo Fuentes. Il 15 novembre del 1607, dopo l'arresto
a Monza, Suor Virginia de Leyva venne trasferita a Milano
nel monastero delle Benedettine di Sant'Ulderico, dette
Monache del Bocchetto. Il processo a suo carico si
concluse il 18 ottobre 1608 con la condanna alla reclusione
a vita in una cella murata. Ella così per ordine del cardinale
Federico Borromeo fu trasferita nella casa delle Convertite
di Santa Valeria a Milano nei pressi della chiesa di
S.Ambrogio. Tale luogo non era un convento ma un Ritiro,
inospitale e abbietto in Milano, dove veniva dato ricovero
alle prostitute non più attive, per punizione e per tentare di
redimerle.
Il 25 settembre 1622 avvenne la sua liberazione per volere
del cardinale Borromeo. Dopo quasi quattordici anni
trascorsi in una celletta di un metro e ottanta per tre,
murata la porta e la finestra, suor Virginia fu esaminata dal
cardinale Borromeo e trovata redenta: le fu quindi
concesso il perdono, ma ella volle rimanere nello stesso
malfamato ritiro di Santa Valeria dove aveva espiato così
duramente la sua pena e dove visse per altri ventotto anni
fino alla morte avvenuta il 17 gennaio 1650. Ella mantenne
contatti con il cardinale Borromeo, che le affidava talora
monache incerte sulla propria vocazione o vacillanti.
I luoghi di Suor Maria Virginia
• Portico di ingresso all'ex convento di Santa Margherita
a sinistra della facciata della chiesa di San Maurizio in
Monza che prospetta sulla piazzetta di Santa Margherita
Il Convento di Santa Margherita
Nella chiesa in cui viveva Suor Maria Virginia
risiedeva l’ordine monastico femminile degli
Umiliati, monaci che tentarono di stabilire un
nuovo stile di vita per tutti proponendo modelli di
vita quotidiana molto più restrittivi nelle città del
nord Italia dove si diffusero. Le comunità umiliate
femminili, invece, per lo più sottoposte alla regola
benedettina, furono spesso il nucleo da cui si
svilupparono, soprattutto nel XV secolo, veri e
propri monasteri di clausura. Esse furono
soppresse solo nel XVIII e nel XIX secolo.
Gli Umiliati
L’ ordine degli umiliati nacque nel nord in pieno Medioevo. Fu uno
ei molti movimenti spirituali sorti in quel periodo, che proponevano un
orno verso una vita più austera, frugale, in contrasto ai costumi
assati e alla ricchezza diffusa spesso ostentata anche dal clero
esso.
Gli Umiliati si suddividevano in tre gruppi:
chierici e due tipi differenti di laici. Tutti e tre i gruppi si impegnavano
dare ai poveri quello che eccedeva il normale fabbisogno.
Mito e realtà dell’origine dell’ordine
Gli inizi della storia degli Umiliati, ancor oggi, non risultano chiari.
Né chiari erano per chi nei secoli XIV e XV rinviava in modo
leggendario l’origine degli Umiliati a un gruppo di nobili milanesi
e com’aschi “confinati” in Germania da un non meglio precisato
imperatore. Nella condizione di prigionieri essi avrebbero
maturato una conversione religiosa, decidendo di abbandonare il
secolo con i suoi disvalori e di servire Dio in umiltà. Ritornati in
patria, essi avrebbero perseverato nel loro proposito di vita
evangelica, ottenendo adesioni di altre persone. Quando ciò
sarebbe avvenuto? Qui le versioni sono due: l’una rinvia agli inizi
dell’XI secolo, l’altra ai tempi di Federico I di Svevia. La diversità
temporale è notevole, circa un secolo e mezzo. La leggenda è
comunque suggestiva, non meno di quella che attribuisce a san
Bernardo di Clairvaux, negli anni trenta del XII secolo, il ruolo di
“legislatore” della primitiva esperienza umiliata di tipo “laicale”.
Innanzitutto, attendibile è l’indicazione dei luoghi d’origine che
indubbiamente vanno individuati, tra pochi altri, in Milano e
Como. In secondo luogo, gli assai scarsi documenti anteriori al
1184 – data della decretale Ad Abolendam di Lucio III con cui gli
Umiliati vengono colpiti da perpetuo anatema - consentono di
intravedere la provenienza sociale dei primi Umiliati da ambienti
dell’aristocrazia cittadina. In terzo luogo, esiste una
corrispondenza cronologica – anni sessanta-settanta del XII
secolo – tra la datazione di età federiciana e le prime attestazioni
documentarie relative agli Umiliati. Infine, non è del tutto errato il
riferimento alla presenza milanese di Bernardo di Clairvaux, se
noi la colleghiamo con la notizia di una massiccia conversione
evangelica di uomini e donne in quella circostanza spinti, sotto le
suggestioni della predicazione bernardiana, a indossare il cilicio
e vesti di lane vivissime e ad assumere uno stile di vita religioso.
Ogni versione leggendaria, per quanto fantasiosa e inverosimile
nel suo complesso, lascia trasparire qualche elemento di
connessione con quella che dovette essere la realtà degli inizi
degli umiliati.
I luoghi di vita dell’ordine
Le “case” degli Umiliati sono suddivise per “fagiae”, articolazioni
geografiche non ancora del tutto chiare nel loro significato istituzionale
e organizzativo. E’ indubbio che la maggiore concentrazione di “case”
sia in Milano e nel suo territorio comprendente le “fagiae”, oltre che di
Milano stessa, di Monza, Seprio, Martesana “de medio”, Martesana “de
ripa Abdue infra” e “Insula Fulcherie ultra Abduam”. La linea
dell’intensità abitativa segue un andamento che va dalla molteplicità
all’unicità di sede: in alcuni luoghi le case sono decine, per arrivare in
altri in cui vi è un’unica casa. Occorre dunque mettere in rapporto il
numero di fondazioni esistenti in una stessa città o in un medesimo
borgo con la distanza da Milano e con l’antichità della presenza
umiliata: se ne potrà ricavare una prima importante indicazione circa la
cronologia insediativa e la rilevanza della presenza degli Umiliati nelle
diverse realtà.
Assai difficile è rintracciare attestazioni documentarie intorno agli
Umiliati che non vivevano in comunità, o in gruppi, “chiericali” o “laicali”:
coloro che, a quanto pare, costituivano la componente più autentica e
originale del composito universo degli Umiliati dell’ultimo quarto del XII
secolo; coloro che, in generale, non possono trovare posto nella
documentazione notarile, poiché non avevano necessità patrimoniali né
di sussistenza, e dunque non abbisognavano della redazione di atti
attestanti proprietà e diritti. Alle ventitré case maschili e miste nella
zona di occorre aggiungere altre trentacinque “domus sororum”, case
femminili che hanno assunto una propria identità (per quanto
complessa da determinare di volta in volta) e un’autonomia che le
porterà a sopravvivere (talora per secoli) quando nel Cinquecento il
ramo maschile verrà soppresso:
Fonti della ricerca
• www.wikipedia.com
• www.viboldone.it/abbazia
Fine
Martina Aicardi
Cecilia Bruni
2H anno scolastico 2010/2011
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La Monaca di Monza