LE TERRE DEI FOLLI 150 ANNI DI FOTOGRAFIA AEREA PER CONOSCERE E CONTENERE IL CONSUMO DEL TERRITORIO Ideazione progetto BAMSphoto Basilio Rodella Fondazione NYMPHE Castello di Padernello Fotografia BAMSphoto Rodella PATROCINIO: SPONSORS: LE TERRE DEI FOLLI Aerofototeca Nazionale 150 ANNI DI FOTOGRAFIA AEREA Ricerca iconografica Bruno Ciuffo Maurizio Galassi Acquisizione immagini e fotomosaici Gerardo Leone Editing Paola Gatti Sandro Serini PER CONOSCERE E CONTENERE IL CONSUMO DEL TERRITORIO Catalogo a cura di Maria Antonietta Crippa Ferdinando Zanzottera Maria Filomena Boemi Saggi di Giovanna Alvisi Gian Mario Andrico Maria Filomena Boemi Silvio Borlenghi Gianfranco Cavaliere Paola Ciandrini Maria Antonietta Crippa Antonio Daniele Alberto Angelo Lini Andrea Mazzucchelli Ignazio Parini Basilio Rodella Mario Rosini Renata Salvarani Elizabeth J. Shepherd Fausto Simonotti Daniele Zamboni Ferdinando Zanzottera Comitato scientifico Giovanna Alvisi Maria Filomena Boemi Maria Antonietta Crippa Elizabeth J. Shepherd Ferdinando Zanzottera Editore Nimphe Acherdo In copertina: Vigneti in Franciacorta Editing Ercole Ceriani Rossi s.r.l. Ricerca iconografica Angela Mazzucchelli Dario Cucchi Acquisizione delle immagini Giancarlo Chiappani Fotomosaico Denni Burni Francesca Rinaldi Segreteria di redazione Gianluca Bono Alessandra Tosoni Mostra a cura di Giacomo Andrico Gian Mario Andrico Maria Filomena Boemi Basilio Rodella Ferdinando Zanzottera BAMSphoto Pannelli in mostra di Gian Mario Andrico Maria Filomena Boemi Maria Antonietta Crippa Giuseppe Di Gennaro Elizabeth J. Shepherd Adele Simioli Ferdinando Zanzottera Matteo e Stefano Rodella Ricerca iconografica Virgilio Tisi Coordinamento Ignazio Parini Domenico Pedroni ISAL - Istituto per la Storia Direzione artistica Gianmario Andrico Virginio Gilberti Sandro Guerini Floriana Maffeis Crediti fotografici dell’Arte Lombarda Ricerca iconografica Ferdinando Zanzottera Acquisizione immagini Ilaria Mangano Rosanna Caravieri Progetto scenico Giacomo Andrico Progetto luci e ambienti Antonio Altieri Postproduzione digitale Stefano e Matteo Rodella Allestimento tecnico Piero Lanzeni Gianni Zanoni Allestimento Fondazione Nimphe Castello di Padernello Organizzazione logistica Giovanna Andrico Narciso Andrico Raffaele Andrico Daniela Azzini Monica Benzoni Gianluca Bono Laura Marzoni Angela Merlini Assunta Pellegrini Silvia Ranzetti Clara Sedassari Maria Teresa Soretti Si ringrazia per la disponibilità Silvio Agosti Alberto Bonometti Vincenzo Martinelli Roberto Milesi Paolo Montescani Giuseppe Tarletti Angelo Zucchi Un particolare ringraziamento a Pierluigi Bacchini Paolo Bonzi Maria Fede Caproni Giuliano Goffi Diego Meroni Franco Moè Simone Tagliani © AEROFOTOTECA NAZIONALE © BAMS © CGR PARMA © ISAL © ROSSI SRL © TELESPAZIO Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o qualsiasi mezzo elettronico, digitale, analogico, meccanico o altro senza l’autorizzazione esplicita dei detentori dei diritti. INDICE pag. Le ragioni della follia ovvero l’antifrasi della Bassa, Ignazio Parini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .7 Le Terre dei folli, Gian Mario Andrico, Virginio Gilberti, Sandro Guerini, Floriana Maffeis . . . . . .9 Presentazione, Maria Antonietta Crippa, Ferdinando Zanzottera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .11 Paesaggio italiano: dramma del consumo e urgenza di protezione, Maria Antonietta Crippa . . .15 Cenni storiografici della fotografia aerea, Ferdinando Zanzottera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .23 Da storia di guerra a storia del territorio, Maria Filomena Boemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .33 Le Terre dei folli?, Gian Mario Andrico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .45 Fotografia aerea come strumento per la conoscenza e la rappresentazione del territorio, Basilio Rodella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .49 Fotografia aerea e paesaggio archeologico, Fausto Simonotti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .61 La fotografia aerea obliqua: immagini e conoscenza del territorio, Gianluca Cavaliere . . . . . . . .67 In volo: per vedere i limiti della crescita, Marco Rosini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .73 Il paesaggio come fonte per la storia del territorio: l’uso della fotografia aerea, Renata Salvarani . .77 Cartografia storica, fotografia aerea e rilievo del territorio, Alberto Angelo Lini . . . . . . . . . . . . .87 Impatto ambientale e fotografia aerea, Silvio Borlenghi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .91 L’Aerofototeca Nazionale agli esordi, Giovanna Alvisi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .103 L’Aerofototeca Nazionale e l’Aeronautica Militare: gli inizi di una lunga collaborazione Antonio Daniele . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .105 Tra ieri e domani: i primi cinquant’anni dell’Aerofototeca Nazionale, Maria Filomena Boemi .109 L’archivio BAMS e la fotografia aerea, Daniele Zamboni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .129 Il Centro Volo Vela al Politecnico di Milano, Paola Ciandrini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .133 L’archivio fotografico della ditta Rossi di Brescia: un esempio significativo di conservazione intelligente di materiali fotografici, Andrea Mazzucchelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .137 Il fondo fotografico del generale Pezzani conservato presso l’Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda, Ferdinando Zanzottera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .141 Il pioniere d’Aeronautica Ubaldo Puglieschi (1874-1965): ricostruzione storica attraverso le carte e le fotografie d’archivio, Elizabeth J. Shepherd . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .147 Dal consumo al ridisegno del paesaggio italiano Maria Antonietta Crippa, Basilio Rodella, Ferdinando Zanzottera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .155 Bibliografia ragionata, Ferdinando Zanzottera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .180 La Costituzione Italiana: PRINCIPI FONDAMENTALI Art. 9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. 27 Dicembre 1947 “Mi chiedi in quale modo io sia divenuto folle. Accadde così: un giorno, assai prima che molti dei fossero generati, mi svegliai da un sonno molto profondo e mi accorsi che erano state rubate tutte le mie maschere - le sette maschere che in sette vite avevo forgiato ed indossato -, e senza maschera corsi per le vie affollate gridando: “ladri, ladri, maledetti ladri”. Ridevano di me uomini e donne e alcuni si precipitarono alle loro case, per paura di me. E quando giunsi nella piazza del mercato, un giovane dal tetto di una casa gridò: “È un folle”. Volsi gli occhi in alto per guardarlo; per la prima volta il sole mi baciò il volto, il mio volto nudo. Il sole baciava per la prima volta il mio viso scoperto e la mia anima avvampava d’amore per il sole, e non rimpiangevo più le mie maschere. E come in trance gridai: “benedetti, benedetti i ladri che hanno rubato le maschere”. Fu così che divenni folle. E ho trovato nella follia la libertà e la salvezza dalla comprensione, perchè quelli che ci comprendono asserviscono qualcosa in noi. Ma che non mi vanti troppo di essere in salvo. Anche un ladro in carcere è salvo da un altro ladro. “Il folle” di Gibran Ignazio Parini Presidente Fondazione Castello di Padernello Le ragioni della follia ovvero l’antifrasi culturale della Bassa Una mostra fotografica aerea al Castello di Padernello. Sin dall’inizio di questo progetto sono stato catturato dall’entusiasmo e dall’equilibrio tecnico-organizzativo di Basilio Rodella responsabile di BAMSphoto, studio promotore di questo grande evento. Non ci è voluto molto a coinvolgerci in questa ennesima avventura: sono bastati pochi incontri per far partire la macchina organizzativa. Per la verità su questi temi siamo molto “sensibili, influenzabili, vulnerabili” e quindi senza la minima esitazione abbiamo intrapreso con questa grande esposizione il cammino imboccato già al momento della costituzione della Fondazione Castello di Padernello. Chi se non noi poteva ospitare una mostra fotografica e di pittura che parla del nostro territorio? Chi meglio della nostra Fondazione che ha nel proprio nome come oggetto sociale che recita: Fondazione Castello di Padernello. Storia e cultura per la riqualifica di un territorio. Una mostra fotografica aerea di grandi dimensioni che offrirà oltre al piacere artistico/visivo di splendide immagini, anche uno strumento documentale reale del nostro territorio, sul quale riflettere e discutere in relazione alle future strategie economiche di sviluppo dei nostri paesi. Le foto aeree offrono un prezioso inventario visuale catturando una grande quantità di informazioni particolareggiate, utili per creare mappe dettagliate. Il risultato è una suggestiva sensazione, come se l'osservatore stesse guardando fuori da un finestrino d'aereo: appaiono figure che campi e vegetazione dipingono come fossero modelli, suscitando nel visitatore delicate emozioni che le mappe non possono esprimere. Le immagini risultanti delineano anche le caratteristiche del terreno comparabili facilmente con le fredde mappe. Confrontando le vecchie e le nuove fotografie aeree si possono notare i cambiamenti all'interno di un'area avvenuti nel tempo. Esse divengono importantissimi strumenti di rilevamento e controllo del territorio. Un grande evento che registra partner di grande spessore; ne cito tre per tutti: Il Ministero dei Beni e le Attività Culturali, la Fondazione Civiltà Bresciana e il Politecnico di Milano. Destabilizzante e coraggioso il titolo della mostra: “le terre dei folli”. Ma chi sono questi folli? Sono forse gli accaniti ricercatori del progresso obbligato e indotto costi quel che costi o gli ultimi paladini che combattono contro i mulini a vento per una fantomatica salvaguardia ambientale e culturale? La mostra sarà appunto focalizzata su questo aspetto culturale dicotomico insistendo molto sull’ambigua identificazione soggettiva di una “follia sociale”. Come al solito ognuno avrà una sua presunta giusta, verità. Vero è che in questo “ambiente” le donne e gli uomini della Fondazione si calano a pennello visto che in più occasioni ho definito: lucida follia tutto il progetto Padernello. Ma cosa si intende comunemente per follia? Il viaggio nella storia, tra apologia e rifiuto della realtà, ha sempre contrapposto la follia alla ragione e alla normalità, relegandola a una accezione negativa. Sin dell'età umanistico-rinascimentale, con l’affermazione della centralità dell’uomo nell’universo, visto come punto di massimo equilibrio tra il divino e la natura, paradossalmente si è 7 manifestato, in ambito letterario, filosofico ed artistico, lo svilupparsi di alcune riflessioni sulla fragilità della ragione umana, intesa come dimensione di precaria equidistanza tra istinti, bisogni e adesioni a valori superiori. Spesso tale bilanciamento, la storia ne è testimone, si incrina, palesando la pochezza delle realizzazioni umane; nascono così deviazioni, egoismo, illusioni, sogni ed utopie, o addirittura la fiducia nel paranormale. Altre volte la scoperta della deludente realtà incrina a fondo le certezze umane, avviando la mente verso la sua autentica distruzione. Molti artisti da sempre ci parlano della follia come di una degenerazione emblematica della razionalità umana, capace di estinguere ogni autocontrollo, esponendo l'uomo a tutti gli eccessi di cui è capace. Così l’uomo vive l'intero processo di decadenza quando comprende di essere stato abbandonato da ciò in cui credeva. E’ solo con un provvidenziale ed intelligente intervento, ricreando le condizioni ottimali ed originarie, che l'uomo può riacquistare il senno e tornare ai suoi compiti abituali, realizzando la parte più nobile di sé. La storia è fortunatamente ricca di grandi esempi in tale direzione: recuperando come per incanto il discernimento dal mondo virtuale ove si perde ogni logica cognizione cullati dalle futili illusioni umane, l’uomo ritrova anche la sua vera natura. Rileggendo attentamente queste ultime righe, si scoprirà che potrebbero essere riferite all’operato di una e dell’altra scuola di pensiero. La follia delle ragioni come aspetto culturale dicotomico. Per quanto ci riguarda, in tema di rispetto ambientale e culturale, nessuno alla Fondazione di Padernello si è adagiato rinunciando a sognare. Qualcuno ha scritto che il primo sintomo della morte dei sogni è la pace. La vita comincia ad essere un pomeriggio domenicale: non ci chiede grandi cose, né esige più di quanto noi vogliamo dare. Pensiamo allora di essere maturi: accantoniamo le fantasie dell’infanzia, e arriviamo alla nostra realizzazione personale e professionale. Ci sorprendiamo quando qualcuno della nostra età ha ancora ambizioni giovanili. Ma in realtà, nel più profondo del nostro cuore, sappiamo che abbiamo semplicemente rinunciato a lottare per i nostri sogni. Si scorge sempre il cammino migliore da seguire, ma si sceglie di percorrere solo quello a cui si è abituati. 8 Gian Mario Andrico Virginio Gilberti Sandro Guerini Floriana Maffeis Direzione artistica Fondazione Castello di Padernello Le terre dei folli «I sensi sono terrestri, la ragione sta fuori di quelli quando contempla». Questo il pensiero stupefatto di Leonardo da Vinci davanti alla Natura. «E perché l’occhio - continua il Maestro - è finestra dell’anima, ella è sempre con timore di perderlo». Elogio alto alla macchina che permette la vista e ci unisce alla natura stessa. E nella contemplazione, ora sì possibile, può succedere che la mente si libri nell’immensità del creato, e frughi, indaghi non con fredda meccanicità, bensì con trepida commozione. Leonardo insiste, diviso a metà tra scienza e spirito: «L’occhio dal quale la bellezza dell’universo è specchiata dalli contemplanti, è di tanta eccellenza che chi consente alla sua perdita, si priva della rappresentazione di tutte l’opere della natura, per la veduta delle quali l’anima sta contenta». Queste erano le sensazioni ‘nuove’ provate dal Da Vinci mentre con matita rossa schizzava il Temporale sopra una vallata (P 5 r; RL 12409), uno dei primissimi voli dell’occhio umano sopra campi lunghi, visioni prospettiche aeree. Dove si era andato a posizionare il grande artistascienziato per poter realizzare, intorno all’anno 1500, quella veduta dall’orizzonte insolitamente alto? Forse su di una vetta? Forse sopra una nube? O aveva semplicemente chiuso gli occhi e si era creato le ali del desiderio e del sogno? Missione Apollo, 14 gennaio 1971. «L’astronauta Edgar Mitchell guardando la terra che compariva e scompariva scambiando di posto con gli oggetti del sistema solare fece esperienza di un sentimento che prima di lui nessun essere umano aveva mai provato, un sentimento di concatenazione […] come se ogni piccola e grande creatura dell’universo fossero collegate da una qualche ragnatela invisibile […] Tutto quello che gli era stato insegnato riguardo l’universo e la separazione delle persone e delle cose sembrava sbagliato». «Scienza significa sforzo incessante verso uno scopo che l’intuizione poetica può comprendere» (Max Plank). Ed è alla scienza che Gaspar Felix Tournachon, detto Nadar, s’affidò per scattare, con pensiero stupefatto, la prima foto aerea. Correva l’anno 1858. L’idea, che stava nel solco dell’intuizione leonardesca, potenziata con i nuovi mezzi a disposizione e che precedeva di un secolo pieno quel «sentimento di concatenazione» provato dall’astronauta Mitchell, ribaltò completamente l’idea stessa di ‘osservazione’. Ora si potevano fare valutazioni diverse, si poteva indagare il territorio con una visione planimetrica o prospettica. Si aprivano orizzonti diversi e più ampi agli occhi curiosi (per millenni inchiodati al suolo) dell’umanità. L’indagine soprattutto ne risultava potenziata: archeologica, urbanistica e sul piano dell’impatto ambientale procurato all’habitat dall’eccessiva antropizzazione. Ne era avvantaggiato lo studio dei pieni e dei vuoti rispetto al paesaggio naturale e costruito; ora si poteva ‘vedere’ lo stato di salute dei fiumi, dei boschi e delle selve; era anche possibile valutare l’impatto che gli errori commessi dall’uomo avevano sulle armoniche proporzioni del cosmo, di un territorio più o meno esteso, di una plaga... E si scoprì che questi errori erano tanti, troppi e ‘pericolosi’. 9 Quando, molti anni dopo il 1858, anche la pianura lombarda fu osservata e fotografata dall’alto, se ne scoprì il ‘male’ che la stava consumando, il cancro che la stava uccidendo: l’idea di ‘continua crescita economica’ che impera nel nostro tempo. Un’idea che inevitabilmente abbisogna, per essere competitiva, di continue nuove strutture: fabbriche, centrali, strade, e quindi capannoni, case, ponti, viadotti, svincoli… per poter conseguire quel ‘progresso’ che genera ricchezza, quello ‘sviluppo’ tanto necessario quanto auspicato dalla società dei consumi. Intanto, sotto l’irresistibile potenza di questa ‘spinta’, la nostra terra ha cambiato i connotati, ha venduto cuore e anima al primo offerente, ha rinnegato la sua antica vocazione, ed è ora irriconoscibile! Quello messo in atto è un atto di morte dove il passato ‘mondo’ è stato cancellato da mostri invincibili: intorno alla sua storia e storie, scrigno di cultura e saggezza, ci sono rovine e macerie. Cosa rimane? Simulacri d’una armonia scolorata, spogliata senza nemmeno un velo di pietà. E pensare che dentro a quel modo d’essere e d’esistere anche un sasso era un monumento. Oggi esiste solo l’archeologia del nulla, del silenzio tra il caos, di un passato che si è fatto vento… «Ma questa è solo una mera visione poetica, quella cosa che non riempie le pance; che è nemica della ricchezza grassa e ottusa; che affatica lo spirito; che costringe al ricordo; che fa delirare i sensi e li tiene desti, e ti mette in guardia contro l’insensibilità». Dove sono finiti quei rappezzi di campi al maggese velati da voli bianchi liberati dai pioppi, e il fiato bollente che infuocava le spighe, e i ‘paesi’ armonici e discreti, e le impronte in cui riconoscersi, le ante ingrigite dalle nebbie, i catenacci arrugginiti dalle stagioni, le dimensioni a misura d’uomo, la solidarietà quotidiana, il canto nelle osterie, le stradine bianche, e quell’economia che nulla sprecava e tutto benediva?… Dove è sprofondato tutto questo, e da che cosa è stato sostituito? Tutto annientato dal peggio che è ormai troppo in questo tempo fatto di innumerevoli periodi, quasi solo momenti di sconcertante brevità. Un’idea, una moda, un credo, durano quanto il bagliore di un lampo. Più niente sta all’origine, nulla viene additato come esempio: tutto viene bruciato ancora più velocemente di un tizzone che, estratto ardente dal fuoco, una perversa volontà fa roteare ravvivandone la brace ma consumandolo subito. Ora, ciò che vale (e che si fa) è cambiare per cambiare, e con quella fretta che non permette pensiero, riflessione, e nello sforzo finiscono per ‘bruciarsi’ anche i più creativi rinnovatori. Accade allora che si dica una cosa e se ne professi una contraria; che si insegnino, per paura, più verità; che si vadano a coniare frasi di circostanza, convenienti: non può esistere il tanto citato ‘sviluppo sostenibile’, è troppo potente la tecnologia a nostra disposizione! È la bugia più grande di questo scaltro tempo allo sbando. 10 Maria Antonietta Crippa Ferdinando Zanzottera Politecnico di Milano Presentazione Il volume che si presenta e la mostra ad esso collegata intendono aprire un dibattito non scontato sui temi del corretto utilizzo del territorio a fini antropici nel rapporto tra spazi abitati e paesaggi, e degli strumenti necessari per lo svolgimento di una attività ormai inderogabile, di verifica e controllo di quanto sta avvenendo a questo riguardo nonostante le molte dichiarazioni di buone intenzioni e le ottime leggi promulgate nel paese e nella diverse regioni. «Ci è stato insegnato - ha scritto in un bel libro in controtendenza nella lettura dell’uso delle risorse primarie Lauretano, alla fine degli anni Ottanta del Novecento - che l’evoluzione del genere umano è avvenuta attraverso la competizione e la lotta. Un continuo contendere tra le specie e un duro processo di selezione, favorendo i più forti e combattivi, avrebbe avuto come risultato l’apice del processo evolutivo costituito dall’Homo sapiens […] Il secolo scorso ha così generato le concezioni che oggi dominano la fine del millennio: le legittimazione del predominio dell’uomo su altri uomini e dell’umanità su tutte le altre specie; il diritto al saccheggio delle risorse planetarie; la fiducia in un costante progresso nel tempo della società; la convinzione che il benessere sia possibile solo nella illimitata crescita e nella espansione economica generata da dinamiche competitive. Questa visione è oggi ribaltata. Le moderne ricerche biologiche dimostrano che gli organismi sopravvivono attraverso processi di simbiosi e di alleanza. Le specie complesse si sono evolute, non distruggendosi a vicenda, ma mettendo insieme i rispettivi caratteri […] Le specie, dunque, non si evolvono, ma coevolvono»1. Come dar spazio e credito a questa buona notizia, come darle efficacia nell’ambito del consumo dei suoli e dell’uso delle risorse primarie, non pare ipotesi di tanto facile costruzione. Non risulta infatti per nulla facile intravvedere, per questi ambiti, progettualità di simbiosi e alleanze analoghe a quelle naturali. Lauretano avvisa che in qualche caso tale buona notizia è già fenomeno documentabile attuato su larga scala nel deserto, nella realizzazione delle oasi, dove si sono effettivamente ribaltate «le condizioni svantaggiose in risorse rinnovabili, cosicché i luoghi di maggior rudezza e difficoltà ambientale divengono anche quelli di più grande armonia e organizzazione ecologica»2. Non è possibile, nei confronti del dissennato consumo del suolo e delle risorse primarie normalmente attuato da noi, ormai da due secoli, farsi facili illusioni: quella coevoluzione delle specie di cui sopra si è detto trova un corrispettivo adeguato, nell’esperienza umana solo sul piano delle solidarietà, delle collaborazioni amicali, delle condivisioni: esperienze tutte certamente inscritte nell’orizzonte dei più nobili desideri umani, ma non sempre perseguite dai più. E’ del resto più facile per gli uomini cogliere i propri bisogni, le proprie indigenze, che non leggere con chiarezza i propri desideri. Questi infatti si accavallano nella coscienza spesso fino anche a contrastarsi reciprocamente, in una dinamica che ha come contenuto e meta costante quella della felicità, ma come misura, troppo spesso elusa o sottovalutata, quella del tempo, a contrasto con esigenze di immediata corrispondenza. È importante ricordare, tuttavia, che nel desiderio si inscrive la molla di un agire umano che ne supera la dimensione spontanea, quasi automatica, di risposta ad un bisogno. Nel desiderio infatti sta inscritta la possibilità di un 11 progetto, di una visione chiara, ideale, di una responsabilità. Il desiderio spinge l’uomo, meglio può spingerlo, ad atti creativi per mutare stati di fatto non più accettati. Ciò che si desidera, dunque, ha a che fare con la nostra capacità innovativa, con i nostri orientamenti progettuali, con la modalità d’uso degli strumenti da noi inventati. Il desiderio può pertanto ragionevolmente implicare l’emulazione, la gara tra uomini esperti in un certo campo. Non è inevitabile, tuttavia, che ciò accada in un gioco a somma zero, dove cioè se uno perde l’altro vince; può invece mettersi in moto una gara al perseguimento del meglio, che implica necessariamente gradualità di esiti e ripetibilità nel tempo. La lettura dei fenomeni insediativi dei territori in questo volume analizzati, le potenzialità degli strumenti di indagine dello stato di fatto in primis della fotografia aerea, le georefenziazioni che consentono di collegare in rete più informazioni: sono conoscenze fino a qualche decennio fa accessibili a pochissimi, ora invece disponibili a molti. Diffonderne la conoscenza, invitare il maggior numero possibile di persone a prendere consapevolezza di quanto essi consentono di registrare e comunicare, è una necessità cui promotori e autori di questo volume cercano in vario modo di rispondere. La loro speranza non è di piccolo peso: si tratta infatti oggi di ribaltare il paradigma conflittuale della selezione evolutiva, che ha supportato di grandi sistemi speculativi dell’Ottocento e del Novecento. Senza illusioni ma nella pazienza che il tempo esige, si tratta di far spazio ad una nuova ‘visione’ del mondo abitato, una visione fisiologica e mentale convincente, coerente soprattutto con i migliori desideri degli uomini, tra i quali non può mancare quello dell’armonico uso delle risorse primarie della Terra. Il volume raccoglie fotografie introduttive ai saggi riprodotti a grana a sali d’argento per accentuare la condizione drammatica di molti paesaggi italiani. A conclusione del volume sono invece presentate belle immagini dall’alto testimoni di qualità paesistica ancora presente in Italia. 1) P. Lauretano, La piramide rovesciata. Il modello dell’oasi per il pianeta Terra, Bollati Boringhieri, Torino 1995, pp. 9 -11. 2) Ibidem, p. 291. 12 Venezia (BAMSphoto - Rodella) 13 Maria Antonietta Crippa Paesaggio italiano dall’alto: dramma del consumo e urgenza di protezione Castenedolo, Brescia (BAMSphoto - Rodella) L’atto del vedere dal cielo, è noto, stimola percezioni non usuali. Lo sguardo dall’alto, infatti, porta con sé, con la presa di distanza da contesti abitati o visitati, anche la liberazione dai condizionamenti fisici fortemente limitativi del risiedere e del camminare all’interno o all’esterno di una architettura o di un luogo. Il volo, al quale tale sguardo ovviamente richiama, è stato del resto un sogno a lungo coltivato dall’uomo: come possibilità di ebbrezza per la liberazione del corpo dalle leggi che lo legano alla terra; come eccezionale immersione nella luce, vale a dire nella sorgente della vita; come presa d’atto del dominio visivo globale di un contesto, altrimenti non perseguibile. È esperienza comune lo stupore che si prova sull’aereo in volo quando, guardando dall’alto la città caotica nella quale si vive, se ne scorgono con chiarezza le componenti di regolarità, di simmetria e di armonica proporzione delle parti, normalmente di lunga stratificazione nel tempo. Stupisce che queste balzino in primo piano, nel magma insediativo, come potenzialità d’ordine non adeguatamente sfruttate e tuttavia presenti, oltre che organicamente strutturate in dipendenza da forti segni urbani e territoriali, quali emergenze monumentali, assi viari, compatti nuclei storici. Di grande evidenza risultano, in particolare, le componenti compositive fondamentali, le aggiunte e le modificazioni. Lo sguardo dell’uomo è sempre, in quanto esperienza percettiva, relazione dinamica tra soggetto e oggetto. L’occhio e il suo senso sono, infatti, all’origine della interpretazione della realtà esterna all’uomo; provocano ogni volta in lui la capacità di catturare, non soltanto la materiale fisicità di contesti e volumi edilizi, ma anche la storicità e il vissuto che li qualificano. L’immagine, persino quella filtrata attraverso il mezzo fotografico, è infatti sempre interpretazione della realtà. Nella dinamica, grazie alla quale ciò che si imprime nella retina dell’occhio causa espressioni diverse –concettuali e immaginative, a secondo degli strumenti utilizzati- da parte del soggetto percipiente, si inscrive l’esercizio raziocinante dell’uomo che vede, valuta, giudica. L’intensità e l’efficacia di tale capacità non sono ovviamente esiti meccanici del processo fisiologico; implicano consapevolezza, lucidità intellettuale, salute generale e vista ottime. E’ noto che in questo processo visivo la macchina fotografica può risultare utensile potente, nelle mani di chi lo piega alle proprie esigenze, oltre che straordinario supporto di memoria. Le fotografie dall’alto partecipano del dinamismo sopra sinteticamente descritto in vari modi; sono possibili infatti viste diverse a secondo che la fotografia venga scattata dall’aereo o dall’elicottero, in relazione inoltre al posizionamento dell’obiettivo della macchina fotografica e dell’altezza alla quale avviene lo scatto. In un recente volume sull’Italia da me curato, si è raccolto e organizzato in ordine storico-geografico un insieme suggestivo di foto scattate dall’elicottero, a distanza ravvicinata, con opportuna inclinazione dell’apparecchio fotografico e attento occultamento di aspetti del territorio devastato da recenti interventi edilizi o paesaggistici1. Lo scopo della pubblicazione, condiviso dall’editore e dagli autori, era ambizioso: restituire un affresco di vasto respiro della multiforme architettura preindustriale italiana, con qualche apertura su paesaggi suggestivi per l’integra bellezza. Si intendeva evocare l’immagine di una penisola italiana il più possibile vicina a quella che l’ha resa, per secoli, attraente meta di 15 Sacra di San Michele, Torino (BAMSphoto - Rodella) 16 Grands Tours. Poiché il contesto paesistico italiano non è ovunque deturpato, ferito, manomesso e travolto, il fotografo Rodella ha potuto catturare, con sapienti scatti, molti luoghi italiani celebri per l’eccezionale bellezza delle loro architetture, talvolta anche del contesto rimasto integro. Si è inteso, in questo modo, non solo dar valore a complessi architettonici e urbani e a paesaggi abitati, ma anche segnalare che l’Italia possiede ancora enormi potenzialità di riscatto paesaggistico. La qualità ambientale della penisola versa certamente in un pericoloso stato di frammentazione che merita la massima allerta; esso tuttavia non condanna ancora all’ammutolimento il profilo millenario della sua storia insediativa e artistica. Tutela e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio esigono oggi urgenti cure; se ne parla molto, ma sono scarse le procedure di intervento effettivamente coerenti con questi obiettivi. Si tratta del resto di mettere in moto processi solo molto parzialmente identificabili con quelli che riguardano opere d’arte di modeste dimensioni. Per queste ultime, infatti, a partire dall’Ottocento il museo è divenuto luogo spesso favorevole alla loro cura, alla loro conservazione e alla continuità di ricerca delle loro motivazioni storiche, sociali ed estetiche; l’architettura invece non può essere musealizzata nella stragrande maggioranza dei casi; il paesaggio mai. È però indispensabile, ormai estremamente urgente, che l’una e l’altro vengano tutelati e valorizzati contestualmente alle inevitabili modifiche che la loro vivibilità richiede. E’ indispensabile inoltre che ciò accada attraverso decisioni consapevoli e condivise dall’intera società, oltre che tramite gli strumenti di tutela delle istituzioni pubbliche, preposte allo scopo. Perché conservazione, modifiche e perdite inevitabili non risultino barbari vandalismi ma atti di civiltà, è necessaria anche una conoscenza approfondita della storia e dei caratteri peculiari di edifici e contesti, osservati a tal fine da molti punti di vista. La fotografia è a questo riguardo prezioso supporto documentario; può infatti contribuire a inedite interpretazioni e costituire patrimonio di conoscenze facilmente trasmissibili. Può inoltre restituire a colpo d’occhio, secondo il proposito della documentazione fotografica raccolta nel libro di cui sopra si è detto, frammenti preziosi di paesaggio non più esistente nella sua globalità e luoghi con forti valenze di autonomia figurativa ed estetica. Paesaggio L’Italia è un paese prevalentemente montuoso e collinare, regalmente coronato e distinto dal resto del continente europeo dalla catena delle Alpi. Non ha estese aree piane ad esclusione della pianura padana solcata dal movimentato corso del Po, l’ambito più vasto e omogeneo, pertanto facilmente disponibile all’ampliamento senza soluzione di continuità degli insediamenti urbani, come è accaduto a partire dalla seconda metà del XX secolo. La forma allungata e stretta della penisola italiana, protesa verso il centro del Mar Mediterraneo, dà luogo ad un eccezionale sviluppo lineare costiero, dalla configurazione geomorfologica e paesistica molto varia, accompagnato dalla lunga nervatura montagnosa centrale degli Appennini. I contesti collinari, estesi e dal dolce profilo disseminati su tutta la sua superficie, hanno dato luogo ad innumerevoli insediamenti, nella maggior parte dei casi piccoli per dimensione ma spesso di grande rilevanza storico-politica. La giovane struttura geologica della penisola la rende, da sempre a memoria d’uomo, area tutta esposta a rischio sismico, fragile anche per la naturale degradabilità dei terreni oltre che bisognosa di molte cure per i delicati equilibri antropici stratificatisi in essa nel corso dei secoli. Il suo reticolo idrografico, frammentato in numerosi bacini, è composto da fiumi, di modeste dimensioni ad esclusione del Po, da laghi alpini, di forma valliva allungata, e da pochi, e non grandi, laghi vulcanici laziali. Nel senso comune la nozione di paesaggio coincide sostanzialmente con quella di panorama ed è strettamente collegata alla prevalenza della componente naturalistica rispetto a quella antropica. Il profilo delle catene montuose diversamente colorate dalla neve e dalla vegetazione, 17 l’ondulato andamento collinare, il gioco di luci, ombre e penombre di foreste e boschi, l’acqua che scorre lenta o tumultuosa nel corso dei fiumi o che sosta tranquilla e ferma come specchio nei laghi: queste sono alcune delle immagini panoramiche più facilmente fissate in dipinti e foto che testimoniano lo struggimento dell’uomo per una natura, incontaminata pur essendo spesso anche abitata almeno parzialmente, nei due secoli, XIX e XX, nei quali l’industrializzazione ha cancellato, in molte aree del pianeta, la millenaria distinzione tra città e campagna. Questo paesaggio naturale, ricco di risorse, di materie prime, di prodotti vegetali, di animali, era stato per più di un millennio l’ambiente sempre visivamente presente agli abitanti della campagna, dei castelli, dei borghi, dei monasteri e delle città, grandi e piccole. Gli uomini lo avevano come sfondo, come panorama, e come contesto al cui interno inserivano le proprie dimore. La loro attività lo modificava solo per ridotte porzioni e in forme spesso arricchenti le sue qualità estetiche e d’uso; si pensi ad esempio ai pendii a colture diverse dei monti, alle colline terrazzate, all’armoniosa disseminazione di cascine nella pianura lombarda, all’accorto e razionale rapporto -di monasteri, castelli e ville- con prati e boschi circostanti. Anche in città non lo si dimenticava, anche perché se ne ridisegnavano le caratteristiche più attraenti, o esotiche, nei giardini, talvolta molto estesi. Negli ultimi decenni ha attirato l’attenzione di studi svolti in diversi contesti disciplinari, oltre che in quello della geografia che se ne occupa da sempre, il paesaggio culturale, quello in cui i segni della vita degli uomini, negli esiti della loro organizzazione sociale e delle loro attività produttive, sono prevalenti. Si sono avviati pertanto specifici studi sul paesaggio lagunare, dolomitico, rurale, urbano, megalopolitano e così via. Caratterizza questo paesaggio la necessità di prestare grande attenzione al compaginarsi in un unico fenomeno della conformazione del suolo con la sua ricchezza in materie prime, vegetazione e acque, e con le costruzioni e le strutture viarie, sopraterra e sottoterra, opera dell’uomo. Sono paesaggi culturali, dunque, la città, le aree rurali, la campagna, il reticolo delle comunicazioni, le opere di ingegneria come terrapieni, ponti, canali, laghi artificiali. La partecipazione degli uomini alla loro formazione ha una durata estesa quanto la loro presenza sul pianeta Terra. Il paesaggio culturale è infatti creazione storica, potremmo dire modellazione in ‘artificio’ della ormai lontana natura incontaminata. In gran parte del territorio italiano, se si escludono i grandi parchi naturali, non è più facile rintracciare oggi paesaggi naturali in senso proprio; non a causa della lunga e continua attività di trasformazione antropica, perseguita in un uso che anzi, fino a due secoli fa, aveva reso la penisola il celebrato giardino d’Europa, un territorio di straordinaria bellezza e di eccezionale sintesi tra natura e cultura, ma per il sopraggiungere, dalla seconda metà del XX secolo fino ad oggi, di un processo di industrializzazione e di concentrazione insediativa, che ha spopolato molte aree e ne ha sovrappopolato, inquinato, spesso devastato altre. La qualità del paesaggio, la sua bellezza, è divenuta da allora un parametro di fondamentale importanza per individuare aspetti salienti delle culture dei popoli. Il paesaggio da allora è stato criticamente interpretato in chiave estetica e storica oltre che analizzato, anche in vista del suo rimodellamento, in chiave razionale. La giocosità, il senso della bellezza trasmesso dal paesaggio naturale o da un equilibrato paesaggio culturale all’uomo non è questione secondaria nella percezione del benessere: lo stupore per la natura, per la sua sorprendente vitalità e varietà è, del resto, esperienza elementare e insopprimibile esigenza umana. L’antica presa di coscienza che tra microcosmo corporeo dell’uomo e macrocosmo dell’universo sussistono rapporti profondi, di analogia e somiglianza, è anch’esso dato di cultura prezioso, che ha informato a lungo la costruzione dell’habitat umano in diversi ambiti di civiltà, sviluppando un ossequio collettivo per le regole armoniche della vita vegetale e animale, vita misteriosa, donata, da venerare e pertanto rispettare. Tale consapevolezza e le pratiche ad essa coerenti sono state a lungo condivise da tutti; anche oggi, almeno in linea di principio, si potrebbe registrare un larghissimo assenso per il rispetto della natura e del suo equilibrio. Più difficile risulta invece, nella realtà dei fatti, rintraccia- 18 Bassa bresciana. (BAMSphoto - Rodella) 19 re una effettiva coralità operativa, benché siano molto diffusi gli auspici e le regole che mirano a limitare, anche nei paesi a sviluppo più avanzato, l’uso indiscriminato del suolo libero e rurale; il ridisegno casuale o determinato da interessi parziali, indifferenti al bene comune, del paesaggio culturale, soprattutto di quello urbano; il controllo dell’edificazione edilizia nel rispetto delle esigenze abitative dei ceti meno abbienti e dei poveri. La difficoltà di promuovere tale processo in controtendenza rispetto agli usi incontrollati non impedisce tuttavia, io credo, di impegnarsi nel suo perseguimento, sia agendo sul senso comune sia favorendo l’attuazione delle migliori regole insediative e urbanistiche. Occorre che gli impulsi e le regole dell’economia, le esigenze di giustizia sociale, il perseguimento di una bellezza dei luoghi come componente fondamentale di una diffusa qualità di vita intreccino le loro migliori intenzionalità e le loro procedure attuative in un unitario, nuovo, disegno dei luoghi. L’attuale, ultimo stadio di riflessioni, infatti, ha matrice privilegiata nella presa d’atto ecologica: ogni contesto paesistico viene infatti inteso come ecosistema o insieme di ecosistemi, in cui la vita vegetale, animale e umana coesistono e interagiscono dando luogo a stati di equilibrio o di squilibrio in continuo movimento. Il consumo del paesaggio italiano Gli esperti distinguono tra consumo diretto e consumo indiretto dei suoli. Il primo avviene tramite modificazioni di lotti per usi residenziali, commerciali e industriali, tramite costruzione di strade realizzazione di cave con relativi impianti di estrazione e lavorazione. Il secondo si ha quando le aree agricole vengono intercluse tra aree edificate e lasciate in stato di abbandono, oppure vengono frammentate in modo irrazionale o inquinate con depositi, fuori controllo, di rifiuti. Si tratta di consumi che si moltiplicano normalmente in aree esterne alla città, nelle periferie più abbandonate e lungo le coste dei mari. Al degrado paesistico causato dal consumo, il più aggressivo, si aggiunge normalmente quello conseguente a incendi, erosioni delle coste, scioglimento dei ghiacciai. L’insieme di queste fenomenologie viene identificato in analisi del rischio paesistico. La sua emergenza nella penisola italiana è stata denunciata recentemente nella sua gravità da una mostra al Maxxi di Roma del 2006, voluta dalla DARC del Ministero per i beni Culturali. Anche l’ISTAT ha fornito dati allarmanti: il ritmo di cementificazione e asfaltatura del suolo italiano, dal 1990 al 2006, ha proceduto al ritmo di 244.00 ettari all’anno, per un totale di 3 milioni e 663 mila ettari nei quindici anni. Il primato della cementificazione è stato toccato, tra le regioni, dalla Liguria, che ha consumato la metà circa dei suoi suoli liberi. Il fenomeno è però diffuso ovunque, accompagnato dalla continua ascesa del trend delle industrie delle costruzioni. L’Italia è al primo posto con la Spagna per il consumo di cemento in Europa. Molte informazioni sulla situazione italiana a confronto con esperienze straniere e anglosassoni sono raccolte in un volume dal forte titolo No sprawl, curato da Maria Cristina Gibelli e Edoardo Salzano2. Non mancano gli strumenti urbanistici e le norme –si pensi soprattutto al recente Codice dei beni culturali e del paesaggio-in tutta la nazione e in ogni regione italiana, non scarseggiano le denunce, i dibattiti e le mostre; l’insieme di tali iniziative non sono tuttavia ancora sufficienti per mobilitare politici, amministratori e urbanisti ad affrontare in modo adeguato il dramma, la tragedia forse, del rischio e del degrado paesaggistico. Il fenomeno, non è di poco conto ricordarlo, ha rilevanza europea, ma drammaticità esasperata soprattutto in Italia. L’Agenzia europea dell’ambiente ha recentemente segnalato3 che le città del continente continuano ad ingrandirsi, tanto che entro il 2020 l’80% circa degli europei vivrà in aree urbane. L’espansione non avviene ovunque secondo regole ben identificate; per lo più anzi dipende da forze micro e macroeconomiche, lasciate senza freni e controlli. Inoltre, l’attuale tendenza della popolazione a spostarsi verso aree urbane a minore densità aumenta il consumo dei suoli e comporta una ancor maggiore attivazione di infrastrutture per mobilità e trasporti. 20 Non è questa la sede per affrontare un’analisi dettagliata delle iniziative istituzionali italiane contro il consumo e il degrado del territorio e le ragioni della loro troppo scarsa e lenta efficacia. L’auspicio che si avanza è che la tendenza trovi presto un’inversione significativa anche grazie a conoscenze adeguatamente diffuse del processo in atto. Non si può non segnalare, infatti, quanto sia indispensabile al suo perseguimento il concorso del sentire comune, di una mentalità capace di frugalità, di risparmio da ogni punto di vista delle risorse primarie della terra e dell’ambiente, di attenzione ad una condivisa qualità di vita, senza distinzioni tra nord e sud del pianeta e delle nazioni. Quest’auspicio, me ne rendo conto, può apparire utopico. Tuttavia solo convinzioni profonde, incardinate nelle aspirazioni di tutti i ceti di un popolo, possono mutare direzioni di sviluppo tanto dure e distruttive come quelle attualmente in atto. La conoscenza dell’attuale stato di fatto è un contributo significativo in questa direzione; in particolare l’aiuto fornito della fotografia aerea, in generale ma soprattutto nella lettura dell’impatto ambientale di nuovi interventi edilizi o infrastrutturali, occorre dirlo, è, può essere, uno dei contributi più immediatamente efficaci e dei meno manipolabili. 1) M.A. Crippa (a cura di), Italia dall’alto. Storia dell’arte e del paesaggio, testi di: R. Cassanelli, M.A. Crippa, M. David, P.Tozzi, F. Zanzottera; fotografie BAMS photo Rodella, Jaca Book, Milano 2004. 2) M.C. Gibelli, E. Salzano (a cura di), No sprawl, A- Linea, Firenze 2006. 3) AEA, Urban sprawl in Europe- the ignored challenge, bolle. n. 10/2006, Agenzia europea dell’Ambiente, Copenhagen. Web: eea.europa.eu. 21 Ferdinando Zanzottera Cenni storiografici della fotografia aerea “C’è una cosa, che si impara volando e che è molto difficile spiegare a chi mai si è staccato dal suolo; è quella di incominciare a guardare la terra, le strade, i continenti, il mondo come cose assai piccole, fortemente lontane e facilmente abbandonabili. I grandi viaggiatori terrestri ci avevano spesso parlato della piccolezza della terra; ma l’uomo statico non aveva mai preso sul serio questa asserzione. Troppo erano noti i disagi, a cui i grandi viaggiatori dei continenti erano andati incontro nelle loro peregrinazioni terrestri, e si sapeva fin troppo come le strade del mondo fossero piene di pericoli e di lontananze. Il frequentatore del cielo ha cominciato a poter dire per il primo, con cognizione di causa, come veramente la terra sia così straordinariamente piccola. Egli che la vede veramente lontanare e impicciolirsi sotto il suo sguardo, e che ad un certo punto può abbracciare con un solo colpo d’occhio spazi che vicini gli parvero immensi, egli può rendersi conto di questa ristrettezza del mondo; egli che con pochi giri di elica può spostarsi da un punto all’altro di questa terra che, percorsa sul lento ritmo dei veicoli striscianti sul suolo, gli parve grande, pericolosa e misteriosa. Veduta dall’alto, essa gli appare infine spoglia di tutti i misteri e gli scopre tutte le insidie. Gli uomini, le cose, gli alberi, i fiumi, i mari, i continenti; tutto appare ridotto, sminuito, svalorizzato allo sguardo del viaggiatore del cielo. Strade che sembran lievi nastri snodati e posati sul suolo. I continenti gli si svelan vicini, piccoli sono i mari che li dividono; la lontananza li accomuna, li accosta l’uno all’altro, ne attenua le differenze, ne sminuisce i contrasti, ne cancella le particolarità. E questa svalutazione del mondo fisico terrestre si estende per il viaggiatore aereo anche alle vicende degli uomini che considerate dall’alto perdono di potenza e di significato. L’umanità vista dai cieli desta quella gentile pietà che gli uomini hanno sempre ambito di destare negli dei che essi immaginano appunto vaganti negli spazi aerei. E l’uomo errante in queste plaghe di elezione sa che, se gli sarà dato di raggiungere regioni più lontane, vedrà un giorno la terra distanziata e ridotta alle proporzioni di un qualsiasi pianeta eternamente in cammino tra gli universi creati”. Montichiari, Brescia. 30 settembre 1890. Prove di resistenza del pallone frenato durante le grandi manovre da “Illustrazione Italiana” 1890 Autunno. Così Guglielmo Della Noce, in un inedito testo pubblicato nel 1939, inserito in una raccolta antologica dedicata al volo curata da Federico Valli e Antonio Foschini1. L’autore italiano descriveva le sue sensazioni del viaggio aereo, che bene venivano impresse su supporti fotografici da oltre mezzo secolo. Le prime immagini riprese attraverso ‘strumenti volanti’, infatti, risalgono al 1855-56. In quegli anni Felix Tounachon, detto Nadar, compì alcune ascensioni con palloni aerostatici frenati, fotografando il villaggio Petit-Becétre nei pressi di Parigi. Avendo compreso le grandi potenzialità della fotografia aerea, il 23 ottobre 1858 Nadar ne chiese il brevetto, tentando, nel contempo, di migliorare l’attrezzatura e le tecniche di ripresa. Il governo francese seguì con molto interesse gli esperimenti dell’intraprendente fotografo, con il quale giunse a uno scontro durissimo nel 1859. Egli, infatti, rifiutò categoricamente ogni forma di collaborazione con il Ministero della Difesa francese, che voleva impiegare la fotografia aerea per scopi militari nella campagna belligerante contro l’Italia. Nadar, tuttavia, seppe sfruttare abilmente la propria intuizione iniziale, tanto da promuoversi come ‘primo fotografo aerostatico’. Egli impresse le immagine su poster pubblicitari in cui, alla veduta di Parigi, sovrastampava i nomi di alcune vie e individuava la collocazione del suo studio fotografico. Disegni, litografie e caricature divennero per Nadar il mezzo più efficace 23 per diffondere la nuova moda, che diede origine anche ad una serie di ritratti e autoritratti che ebbero come co-soggetto il pallone aerostatico. La prima fotografia aerea realizzata con finalità belliche, invece, fu eseguita a Boston nel 1860, durante la guerra di secessione americana. Si trattò di fotografie scattate da palloni aerostatici con finalità ricognitive rivolte a comprendere l’entità e la disposizione tattico-territoriale delle truppe nemiche. Nei decenni seguenti si ebbero numerose evoluzioni delle tecniche di ripresa, con molteplici sperimentazioni che, in qualche caso, vennero ben presto accantonate. Il francese Arthur Batut fu uno tra i primi a impegnarsi nelle riprese aeree realizzate attraverso l’impiego di aquiloni. L’idea primogenita, tuttavia, spetta a Jobert, che nel mese di luglio del 1880 tenne una conferenza presso la Société Francaise de Navigation Aérienne sulla possibilità di impiegare aquiloni per poter scattare immagini fotografiche dall’alto. Le sue idee costituirono la base teorica delle ricerche di Batut, che iniziò le sue sperimentazioni nel 1887, raggiungendo ben presto un’alta raffinatezza tecnica. Iniziò con lo studio e la costruzione di una macchina fotografica particolarmente leggera, in cartone, sughero e legno, dotata di un obiettivo con una sola lente. Per poter effettuare lo scatto egli aveva dotato la macchina fotografica di un otturatore ad elastico, attivato attraverso una miccia a consumo lento. Riuscì a ottenere le prime fotografie nel mese di maggio del 1888, senza tuttavia raggiungere immagini di qualità accettabile. In ragione del suo apparecchio di ripresa, infatti, esse risultavano mosse. Decise, allora, di modificare radicalmente i sistemi di stabilizzazione dell’aquilone e dell’apparecchio di scatto, dotandolo anche di un otturatore capace di tempi di ripresa vicini a 1/100 di secondo. Nel mese di marzo del 1889 la rivista francese «La Nature» pubblicava la fotografia aerea della casa di Batut scattata da lui con eccellenti risultati il 13 febbraio dello stesso anno. Egli era particolarmente legato a questa rivista, poiché fu proprio da un progetto di Esterlin, apparso nelle sue pagine, che si iniziò all’arte del volo con l’aquilone e cominciò le proprie sperimentazioni. Nel corso degli anni Batut dotò i suoi “mezzi volanti” di barometri aneroidi, capaci di registrare l’altitudine dalla quale effettuava le riprese, di temporizzatori per ritardare gli scatti, di meccanismi per segnalare che la ripresa era stata eseguita e di ingegnose strutture finalizzate a non ostruire la visione dell’apparecchio. Ulteriori perfezionamenti tecnici furono apportati, dopo la pubblicazione del libro dedicato alla fotografia aerea, attraverso l’impiego dell’aquilone (1890) e il sodalizio culturale con Emile Wenz, che si dimostrò interessato alle sue invenzioni fin dal 1891. I risultati ottenuti con questo sistema erano abbastanza soddisfacenti, anche se persisteva la necessità di dover riportare a terra l’aquilone dopo ogni scatto. A risolvere questo inconveniente ci pensò il connazionale Gamont, che nel 1899 costruì una macchina fotografica con pellicola a rullo dotato di un sofisticato meccanismo di ricarica. Altre soluzioni furono proposte da J. Wallance Black che, dopo aver realizzato numerose fotografie aeree da palloni aerostatici, decise di applicarsi alla kite aerial photographhy (fotografia aerea da aquilone). Nel 1898 egli perfezionò l’apparecchiatura di scatto, ottenendo riprese fotografiche da un’altezza superiore a 1.000 piedi. Inoltre, inventò un sistema che gli consentiva di recuperare la macchina fotografica dopo ogni scatto, lasciando l’aquilone in volo. Si trattava di un’operazione fondamentale ottenuta attraverso l’impiego di un piccolo paracadute frenante per ottimizzare i tempi, che gli permetteva di ricaricare la macchina con una nuova lastra fotografica senza dover procedere al recupero di tutta la struttura volante. Numerose altre sperimentazioni furono compiute abbinando sempre più evolute macchine fotografiche a differenti strumenti di volo, tra i quali i ‘cervi volanti’ e i dirigibili. Prezioso contributo alla diffusione della cultura fotografica aerea fu fornito dal francese Joseph Lecornu, che nel 1902 pubblicò a Parigi il volume Les Cerfs-Volants. Si tratta di un manuale scientifico che l’autore scrisse con particolare meticolosità, soffermandosi sulla scienza del volo degli aquiloni e sulle sue potenzialità ludico-scientifiche. Dedicò ampio spazio alle riprese fotogra- 24 fiche illustrando anche alcune apparecchiature di sua invenzione correlate alle modalità di sospensione dell’apparecchiatura fotografica e ai sistemi di orientamento della stessa. Nel medesimo anno l’ingegnere russo Thilie costruì un complesso sistema volante composto da sei aquiloni e sette macchine fotografiche, che gli consentivano di realizzare panoramiche di 360°. Gli aquiloni permettevano di montare le strumentazioni ottiche in posizione esagonale e di collocare nel loro centro la settima macchina fotografica, in modo da poter simultaneamente realizzare una fotografia panoramica e un’immagine zenitale. La struttura ideata da Thilie era particolarmente complessa poiché occorreva che tutte le macchine fotografiche imprimessero l’immagine sul supporto fotosensibile nel medesimo istante. Per accrescere la qualità delle sue immagini l’ingegnere russo dotò il sistema di un particolare accorgimento meccanico, che consentiva l’esecuzione degli scatti solamente quando tutta la struttura volante si trovava in posizione parallela al territorio. Un numero elevato di aquiloni fu impiegato anche dall’americano George Lawrence, che nel 1906 registrò su pellicola gli effetti della devastazione di San Francisco dopo il terribile terremoto e il conseguente incendio che distrusse la città. Per l’occasione Lawrence costruì un’innovativa macchina fotografica di grande dimensione dotata di un obiettivo mobile. La luce che da esso filtrava si impressionava sulla pellicola fotosensibile posizionata lungo il dorso curvo della macchina fotografica stessa. Il risultato era veramente sorprendente, poiché il negativo misurava un metro di lunghezza e cinquanta centimetri di altezza. La fotografia ottenuta da Lawrence stupì per la precisione dell’inquadratura e la qualità eccellente, anche se presentava alcune distorsioni prospettiche. L’immagine, che fu venduta dal suo autore per 15.000 dollari, fu resa possibile grazie a un complicatissimo sistema di calibrazione che impediva le oscillazioni dell’apparecchio di ripresa e dall’ospitalità offertagli da una nave militare di stazza nel porto, dalla quale avevo potuto far partire la sua macchina volante. Queste sperimentazioni suscitarono un grande interesse negli apparati militari e nell’opinione pubblica che, tuttavia, non sempre conosceva tempestivamente le invenzioni più innovative e interessanti. Un discreto spazio alla fotografia aerea da aquilone, tuttavia, fu riservato nell’Encyclpedia of Photography scritta da Jones nel 1911. L’anno precedente invece, nel corso dell’Esposizione Internazionale di Parigi grande successo ebbe lo stand della ditta “Auguste C. Gomes Aeronautic and Automobile Agency” di proprietà di Auguste Gomes. Quest’ultimo aveva scommesso sulle potenzialità economiche del volo degli aquiloni e del commercio in apparecchi fotografici per le riprese aeree. Nella capitale francese propose gli articoli del suo vasto catalogo, che conteneva una moltitudine di macchine volanti e strumentazioni complete da montare per realizzare fotografie aeree. Per tutto il XIX secolo la nazione più attenta alla ricerca scientifica e tecnologica connessa alla fotografia aerea fu la Francia, seguita dagli Stati Uniti e dalla Germania. A quest’ultima nazione, infatti, spetta l’invenzione di una particolare micro-camera fotografica da montare su piccioni viaggiatori appositamente addestrati. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo le strutture militari di tutti i paesi si dotarono di mezzi finalizzati alle riprese aeree; in particolar modo svilupparono la possibilità di compiere riprese di ricognizione e rilievi fotografici delle truppe e del territorio nemico attraverso l’impiego di dirigibili. A questo scopo vennero studiati nuovi apparecchi e innovative tecniche di volo. Grande importanza, in questo settore, ebbero le missioni dei dirigibili italiani P2 e P3 in territorio libico, con i quali il 5 marzo del 1912 fu ufficialmente compiuta la prima missione di ricognizione fotografica dell’Esercito Italiano. Ad esse seguirono ulteriori voli che consentirono di affinare le tecniche di ripresa e di studio del territorio nemico, garantendo anche il successo dell’azione offensiva del dirigibile P4 compiuta su Pola il 30 maggio del 1915. Malgrado l’interesse e l’entusiasmo per le possibilità offerte dalla fotografia aerea, il Regio Esercito non fu sempre tempestivo nell’acquistare il materiale necessario. Nell’ambito della guerra in Africa, ad esempio, la prima missione fotografica da aeroplano (aereofotografia) fu realizzata solamente il 24 gennaio del 1912 con un’apparecchiatura di ripresa prestata a Piazza 25 dal Genio Militare di Tripoli. Piazza, infatti, aveva da tempo richiesto al Governo centrale di Roma una macchina Bebè Zeiss per riprese aeree; non ottenendo alcuna risposta, posizionò la fotocamera tripolitana sotto la fusoliera in posizione zenitale ed effettuò direttamente la ripresa pilotando l’aeromobile con una mano sola. Si trattò di una ricognizione fotografica molto rapida perché, data la situazione, Piazza riuscì a effettuare un solo scatto fotografico, lasciando alla visione diretta la possibilità di registrare una serie di considerazioni confermate successivamente dalla fotografia2. Queste spedizioni non ebbero solamente diretti effetti strategici, ma palesarono ulteriormente l’importanza della ricognizione e osservazione militare del territorio nemico per pianificare tempestivamente le incursioni e gli spostamenti degli eserciti e per valutare anticipatamente le possibili scelte operative dell’esercito. Ovviamente a questi scopi contribuì notevolmente l’invenzione dell’aeroplano che svelò nuove potenzialità in campo ricognitivo e documentaristico. Sebbene questa attività di indagine avesse suscitato un generalizzato fervore in tutte le nazioni europee, essa ebbe declinazioni differenti nei singoli paesi. La Regia Areonautica Italiana, ad esempio, incrementò sensibilmente la sua azione durante la Prima Guerra Mondiale, testimoniata dall’aumento del numero di scatti fotografici eseguiti e degli apparecchi impiegati. Nel 1915, infatti, le fotocamere aeree in forza all’esercito italiano erano 22, con le quali si consumarono 36 metri quadri di lastre fotosensibili e 187 metri quadri di carta al bromuro. Nel 1918 la situazione era profondamente mutata: gli apparecchi erano ascesi a 391, la superficie di lastre impiegate nella fotoricognizione superava i 451 metri quadri, e la carta al bromuro fotoimpressa era salita a 3.855 meri quadri. Per la prima volta, inoltre, l’Italia realizzò sistematiche campagne fotografiche di rilievo sul territorio altoatesino e sistematizzò le riprese sull’area dolomitica. Contemporaneamente la Francia, che non aveva mai smesso di interessarsi alla fotografia aerea, sviluppò nuove tecniche che si rivelarono di fondamentale importanza per approntare cartografie compiute del Medio Oriente. In particolare la ricognizione aerea francese contribuì fortemente al successo del suo esercito nel territorio egiziano e palestinese, consentendo anche la realizzazione di inedite mappe geografiche. La nazione che diede il maggior impulso in termini strategico-militari fu, tuttavia, l’Austria che, in occasione della Prima Guerra Mondiale, sistematizzò in maniera scientifica le operazioni di studio, ripresa, catalogazione, valutazione e conservazione dei fotorilievi compiuti sul fronte di guerra. Nella seconda metà del 1917 l’aviazione dell’esercito austriaco realizzò circa 4.000 scatti fotografici al giorno, compiendo complete ricognizioni del fronte occidentale ogni due settimane. Anche l’aviazione americana, che nel corso della Prima Guerra Mondiale rimase molto debitrice nei confronti della tecnologia aerea italiana, sviluppò tecniche e strumentazioni, tanto che nella seconda metà degli anni Venti dotò alcuni aerei di proprie apparecchiature fotografiche fisse per riprese ortogonali. L’intensa attività compiuta in occasione del primo conflitto bellico mondiale condusse anche alla schematizzazione delle finalità della fotografia aerea. Essa doveva consentire l’interpretazione delle scelte tattico-strategiche dell’esercito nemico, la duttilità comunicativa dei dati raccolti da trasmette rapidamente ai vertici militari e il trasferimento di tutti i dati ottenibili in mappe tematiche. Un elemento, quest’ultimo, che ebbe effetti diretti sul concetto stesso di rappresentazione geografica del territorio. Negli anni Venti alcuni artisti cominciarono a compiere sperimentazioni in ambito espressivo impiegando il linguaggio fotografico. Nella società si diffuse il concetto interpretativo dell’immagine fotografia e negli anagrammi e collage cominciarono ad essere inclusi scatti aerei. Tra gli artisti principali che impiegarono questi mezzi vi fu Paul Citröen, che nei primi anni Venti realizzò una serie di collages fotografici con visioni pluriprospettiche in stile dadaista. In alcune composizioni egli pose l’accento sul caos urbano e sulla parziale perdita della coscienza della forma della città a causa dell’opprimente industrializzazione e della mobilità urbana. In qualche caso Paul Citröen abbandonò il linguaggio morfologico dell’architettura a favore di rappresentazioni allegoriche e metaforiche sulla città complessa. 26 Le sperimentazioni artistiche non distrassero l’attenzione dei geografi dalle potenzialità espresse dalla fotografia aerea nel corso della Prima Guerra Mondiale, pertanto notevole impulso ebbero le scienze topografiche. In quegli anni, infatti, ebbe inizio la fortunata avventura tecnico-imprenditoriale della Fairchild Aerial Camera Corporation, fondata da Fairchild dopo il grande successo ottenuto dalla vendita di una speciale macchina fotografica da lui inventata nel 1917 e acquistata dall’aviazione americana, argentina, brasiliana, canadese giapponese e russa. Altri privati si diedero al commercio diretto di fotografie aeree raffiguranti i principali monumenti e le principali città europee ed americane. Queste imprese economiche poggiarono la loro azione sulle emozioni che le fotografie aeree suscitavano nella società contemporanea e sull’entu siasmo eccitato dalle gesta eroiche degli aviatori più arditi. In Italia, inoltre, la diffusione della cultura della fotografia. Le sperimentazioni artistiche non distrassero l’attenzione dei geografi dalle potenzialità espresse dalla fotografia aerea nel corso della Prima Guerra Mondiale, pertanto notevole impulso ebbero le scienze topografiche. In quegli anni, infatti, ebbe inizio la fortunata avventura tecnico-imprenditoriale della Fairchild Aerial Camera Corporation, fondata da Fairchild dopo il grande successo ottenuto dalla vendita di una speciale macchina fotografica da lui inventata nel 1917 e acquistata dall’aviazione americana, argentina, brasiliana, canadese giapponese e russa. Altri privati si diedero al commercio diretto di fotografie aeree raffiguranti i principali monumenti e le principali città europee ed americane. Queste imprese economiche poggiarono la loro azione sulle emozioni che le fotografie aeree suscitavano nella società contemporanea e sull’entusiasmo eccitato dalle gesta eroiche degli aviatori più arditi. In Italia, inoltre, la diffusione della cultura della fotografia aerea e del commercio di tali immagini fu favorito anche dall’insegnamento nelle scuole medie e superiori di materie tecniche che prevedevano attività manuali. In molti istituti privati dei grandi centri urbani, infatti, queste materie sfociarono nella realizzazione di aviomodelli complessi di grandi dimensioni. Il mercato delle immagini fu dunque molto propenso a recepire gli stimoli provenienti dai “commercianti di immagini” che, tuttavia, imposero modelli di ripresa obliqui capaci di offrire una maggiore leggibilità dei monumenti raffigurati. Ovviamente la grande diffusione delle immagini fotografiche fu resa possibile solo attraverso il contenimento dei costi e l’alto livello qualitativo raggiunto dai supporti fotosensibili. Altra ragione del successo risiede nei risultati ottenuti dalla ricerca scientifica legata agli apparecchi fotografici e nella diminuzione degli effetti di distorsione delle riprese. Elemento di fondamentale importanza per le ricerche topografiche, in cui le eccessive distorsioni dovute all’impiego di grandangolari potevano condurre a risultati non accettabili o all’aumento dei costi delle campagne di ripresa. Accanto all’imprenditoria privata si svilupparono progetti nazionali di ricerca scientifica. La Francia continuò sistematicamente lo sviluppo di una cartografia topografica nel Medio Oriente e in Africa, mentre altre nazioni si impegnarono compiutamente nelle registrazioni del territorio europeo e, soprattutto, dell’Estremo Oriente e dell’India (come ad esempio l’Inghilterra). Anche in questo caso la ricerca scientifica e le teorie connesse alle riprese fotografiche ebbero un ruolo fondamentale. Importante, ad esempio, fu il contributo fornito dagli studi di Frederick Sidney Cotton, ex pilota del Royal Naval Air Service, che nel 1939 strutturò appositamente un Lockheed 12A per rilevazioni fotografiche segrete. Cotton aveva dotato l’apparecchio di serbatoi supplementari per fornire maggiore autonomia di volo all’aeromobile che, volando a una quota di circa 7.000 metri, consentiva di fotografare un’area larga 16 chilometri e lunga numerose decine di chilometri, ricavandone mappe in scala 1:148.000. Egli fu inquadrato nel servizio informativo aereo britannico e volò ripetutamente sulla Germania. Gli accadimenti politici ed economici europei favorirono lo sviluppo della fotografia aerea come mezzo di 'spionaggio militare' e spinsero anche l’America a compiere ricerche e sperimentazioni specifiche. L’interesse americano per questo tema è dimostrato anche dal numero di fotografi stabilmente impiegati dalla marina militare del Pacifico, che passarono dai due militari in servizio nel 1920 ai sessanta del 1939. 27 Anche la Germania si dimostrò notevolmente interessata allo sviluppo della ricognizione e ripresa fotografica dall’alto. Il sottotenente Theodore Rowehl, già ricognitore durante la Prima Guerra Mondiale, fu ingaggiato dalla Luftwaffe per compiere dei voli di spionaggio dietro copertura, realizzando campagne di rilievo in numerose nazioni europee. L’apparecchiatura di Rowehl era completamente differente da quella di Cotton, poiché era costituita da una macchina da ripresa molto pesante capace di compiere ottime fotografie da altezze non troppo elevate. Le sue fotografie risultavano particolarmente incise e ricche di particolari che fornirono un valido supporto alla pianificazione dell’invasione europea della Germania nelle prime fasi del conflitto. Tuttavia essa ben presto si accorse dell’errore strategico che soggiaceva alla struttura di rilevamento nazionale, poiché con l’avvento della guerra non erano più possibili o consigliabili voli a bassa quota. La Germania, dunque, non fu in grado di dotarsi e di sviluppare una cultura della fotografia aerea paragonabile a quella degli alleati e, in modo particolare, degli inglesi. Questi ultimi, infatti, dopo l’allontanamento dall’esercito di Cotton riformarono la PDU (Photoghraphic Development Unit) dotandola di unità specializzate nella ripresa e interpretazione di soggetti ritenuti militarmente interessanti. All’interno della stessa organizzazione, dunque, vi erano uomini specializzati nella fotografia aerea di aerostazioni, di porti navali, di stazioni di rilevamento, ecc. Il nuovo 'corpo' di intelligence si dotò anche di particolari strumentazioni per la restituzione planimetrica delle aree fotografate e per la costruzione di modelli tridimensionali. Attraverso l’impiego della macchina Wild, infatti, essi furono in grado di creare maquettes di porzioni significative del territorio tedesco e in particolare dell’intera città di Berlino. Per l’esercito britannico, inoltre, le riprese fotografiche scattate prima, durante e dopo le incursioni aeree costituivano elementi indispensabili di conoscenza del territorio nemico e di pianificazione strategica dei successivi attacchi. Gli anni Trenta segnarono anche l’interesse della cinematografia per il tema delle riprese aeree. Nel 1933 uscì il film «Armata azzurra» prodotto dalla Cines per la regia di Richelli, prima pellicola italiana che contiene immagini documentarie di evoluzioni aeree e inquadrature delle città riprese dall’alto, inframmezzate al racconto narrativo affidato ad attori del calibro di Leda Gloria, Guido Celano e Germana Paolieri. Quest’ultima lavorò anche nella pellicola del 1937 intitolata «Luciano Serra pilota» diretto da Alessandrini e prodotto dall’azienda Aquila, che parzialmente toccava il tema del mondo visto dall’alto. Vero e proprio documentario sul volo e sulla visione aerea delle città italiane è la pellicola «Vertigine», prodotta e diretta dell’Istituto Luce, che per i critici rappresentò una «sintetica visone di acrobazie» aeree. Rispetto agli albori ottocenteschi, gli anni Trenta rivelarono un interesse e un’evoluzione tecnica della fotografia aerea assolutamente insperata. Essa è attestata anche dai materiali e dalle apparecchiature censite dai cataloghi industriali di vendita e dalla letteratura scientifica specializzata. Tra questa il volume Fotogrammetria, edito dall’Istituto Geografico Militare italiano nel 1940, che censisce quasi venti fotocamere specifiche. Quattro anni dopo il manuale degli avieri americani «Photography» attesta che la marina militare aveva in dotazione ventitré modelli differenti di apparecchi fotografici. Tra i molti apparecchi impiegati nel corso della Seconda Guerra Mondiale vi erano le fotocamere americane K-20, utilizzate per scattare immagini oblique da velivoli ricognitori fatti volare a bassa quota e a grande velocità. Essi costituivano una dotazione fissa di ogni aereo ricognitore, parzialmente sostituita dalla più evoluta K-25, più maneggevole e duttile. La marina americana aveva in dotazione anche le F56 che possedevano lo svantaggio dell’ampio ingombro ma possedevano il fondamentale pregio di potersi adattare facilmente alle differenti condizioni di ripresa dettate dal soggetto da indagare. Queste macchine fotografiche, infatti, potevano essere utilizzate per scattare immagini verticali o diagonali, potevano essere dotate di motore automatico o utilizzate manualmente in senso tradizionale e consentivano agli operatori di montare ottiche con focali differenti. L’apparecchio, inoltre, molto spesso fu abbinato alle innovative pellicole a colori che contraddistinsero le riprese aeree dell’esercito militare americano. Rispetto alle altre forze armate l’esercito d’oltre oceano dimostrò una particolare attenzione alla fotografia obliqua, poiché 28 consentiva di individuare meglio gli obbiettivi da colpire; si rivelò inoltre particolarmente utile in fase di addestramento dei piloti. Tali scatti, infatti, si approssimavano alla visione che i militari avrebbero avuto dal loro aeroplano al momento dell’attacco. Apparecchiatura tecnologicamente più evoluta era la Strip Camera, che consentiva di ottenere un unico fotogramma continuo impresso su una pellicola di grande dimensione, trascinata da un apposito motore. Le sorprendenti immagini ottenute suscitarono notevole interesse nelle gerarchie militari, che, tuttavia, rimasero in parte riluttanti per ragioni legate alla difficoltà di impiego. La Strip Camera infatti per ottenere dei risultati eccellenti imponeva una perfetta sincronizzazione tra la velocità di trascinamento della pellicola e il dinamismo del velivolo. Sebbene l’operatore potesse modificare manualmente alcuni parametri relativi alla rapidità dello scorrere delle pellicola, per realizzare fotografie ottimali occorreva volare a circa 200 piedi di altezza e a una velocità di circa trecento miglia orarie. Nella sua drammaticità l’epopea della fotografia aerea della Seconda Guerra Mondiale contribuì in maniera radicale a consolidare i differenti tipi di ripresa, che furono essenzialmente schematizzati in tre macro categorie: fotografie aeree aria-aria, aria-terra e aria-mare. Per entrambe le categorie venivano impiegate attrezzature per riprese oblique a mano libera e apparecchi fotografici per riprese fisse, generalmente più ingombranti e pesanti. Al termine del secondo grande conflitto bellico la fotografia aerea continuò ad essere sviluppata anche in funzione della contrapposizione tra i due blocchi militari russo e americano. Tuttavia accanto ai rilevamenti per scopo militare essa trovò un rinnovato impiego nella topografia civile, con la produzione di apposite apparecchiature. Generalmente queste ultime dovevano garantire la registrazione di alcuni dati salienti per la fotocomposizione di complesse serie di immagini e alcune informazioni relative ai singoli scatti. Intorno agli anni Cinquanta furono immesse nel mercato apparecchiature capaci di registrare automaticamente la data di impressione della pellicola, il numero identificativo del volo, l’altezza di scatto, ecc. Il boom economico degli anni Cinquanta avvicinò nuovamente il grande pubblico alla fotografia; numerose sperimentazioni artistiche impiegarono le fotografie riprese dal cielo come elementi di un linguaggio espressivo complesso. A questo periodo appartengono i lavori di addizione delle immagini di molti fotografi che, negli anni seguenti, sarebbero state utilizzate in molte discipline, tra le quali la psicanalisi e la psichiatria. Famose a questo riguardo sono le immagini che accompagnarono alcune edizioni del volume di Jung L’uomo e i suoi simboli, pubblicato a Londra nel 1964. In esso, ad esempio, appare una fotografia aerea di Manhattan affiancata, come in un collage, all’immagine desolante dello skyline della città di Hiroschima distrutta dalla bomba atomica. In questo caso il valore della fotografia non risiede più nella ricerca documentaria finalizzata all’interpretazione territoriale, ma nel suo messaggio veicolato attraverso l’accostamento di immagini differenti per soggetto e tecnica esecutiva. Il linguaggio della fotografia zenitale dunque si offre come mezzo espressivo per veicolare messaggi artistici, politici, culturali e di denuncia sociale. In questa direzione si spinsero anche le ricerche di Martin Roger degli anni Ottanta, che mostrano alcuni grattacieli di Cincinnati avvolti dalle nuvole. I suoi scatti sembrano suggerire la presenza di due città differenti: la città quotidiana degli uomini che vivono al livello delle strade urbane, la città che si protende verso l’alto, mito della società americana. A questa visione si avvicinò anche Len Dance, che realizzò una serie di fotografie di Londra scattate dall’alto, non necessariamente da velivoli, attraverso l’impiego di forti grandangoli che deformavano la visione della città. Al centro i grattacieli londinesi degli anni Settanta e Ottanta dominano con la loro possanza: la realtà urbanizzata viene così deformata e tutto ruota allusivamente e retoricamente attorno a questi nuovi simboli del potere economico ed imprenditoriale. Al termine della Seconda Guerra Mondiale la fotografia aerea trovò in importante sviluppo anche come supporto alla scienza archeologica. L’inglese Bradford, infatti, raccogliendo e analizzando dettagliatamente gli scatti realizzati durante la Seconda Guerra Mondiale dalla RAF, comprese la loro importanza per individuare siti archeologici ancora sepolti. Le sue intuizioni in campo sto- 29 rico-archeologico furono continuate da Dinu Adamesteanu, che condusse numerose indagini sulla Sicilia, sulla Basilicata e sul paesaggio agrario italiano. Queste esperienze costituirono i prodromi di una storia disciplinare affascinante, che poggia le sue origini anche sulle indagini condotte da L. Rey in Macedonia, da G. Beazeley in Mesopotamia e da T. Wiegand in Palestina. Ai primi esperimenti di lettura del territorio antropizzato sepolto seguirono numerosi riscontri archeologici ottenuti da campagne di scavo, che indussero le aziende produttrici di apparecchi fotografici e il mondo della ricerca scientifica a studiare nuove tecnologie per l’aerofotografia e a perfezionare quelle esistenti. Accanto a questi sforzi la stessa disciplina archeologica codificò i dati salienti necessari per definire una fotografia aerea attendibile per le ricerche storiche e le metodologie di rilievo da eseguire. Oggi il paesaggio da indagare archeologicamente viene ripreso sia in bianco e nero sia a colori attraverso campagne fotografiche ripetute nelle diverse stagioni naturali. La differenza tra i vari tipi di vegetazione e le alterazioni cromatiche delle piantumazioni sono divenuti indici fondamentali per poter ricostruire abbastanza fedelmente la strutturazione urbana di siti sepolti e l’antico paesaggio agricolo, o per poter rintracciare paleoalvei (antichi percorsi fluviali), cavità tombali, infrastrutture urbane e insediamenti rurali celati dal terreno superficiale. In Italia queste ricerche ebbero un fondamentale ruolo poiché fu proprio per l’interessamento di un gruppo di archeologi che nel 1954 si ebbe l’idea iniziale di creare una fototeca nazionale capace di raccogliere in maniera significativa il materiale aerofotografico esistente e di promuovere campagne di rilevamento appositamente studiate. L’impulso scientifico di quei precursori ebbe seguito solamente nel 1958, quando il Ministero della Pubblica Istruzione riuscì a vincere le diffidenze degli apparati burocratici militari e a definire le modalità d’azione della nuova istituzione, che doveva relazionarsi con la rigida normativa nazionale in vigore dal 22 luglio del 1939. Le nuove necessità imposte dalla ricerca scientifica e le inedite prospettive di impiego della fotografia aerea promossero un’attenta ricerca nello sviluppo di nuove apparecchi fotografici. Enorme successo si raggiunse nella seconda metà degli anni Ottanta con la costruzione dell’apparecchio di ripresa RC 20 prodotta dalla Wild, che introduceva per la prima volta la funzione forward motion compensation, capace di compensare il moto apparente del suolo attraverso lo spostamento di focale durante lo svolgimento delle riprese fotografiche. Questo apparecchio fu sostituito qualche anno dopo dal modello RC 30 del peso superiore ai centocinquanta chilogrammi, dotato anche di tecnologia GPS. Da alcuni anni la ricerca scientifico-tecnologica dei mezzi di ripresa si è fortemente spostata verso il digitale, abbandonando quasi completamente il settore analogico. Dal 2006, infatti, la Leica Geosystem AG ha deciso la cessazione della produzione dell’apparecchio RC 30 sostituendola con la fotocamera digitale ADS 40, capace di registrare immagini a 12.000 pixel contemporaneamente in tre formati: bianco e nero, colori (RGB) e infrarosso. L’evoluzione scientifica e l’apporto tecnologico-militare della fotografia satellitare hanno nel recente passato contribuito a cambiare radicalmente l’approccio e le possibilità di impiego della fotografia aerea. Esse hanno reso obsolete alcune tecniche di ripresa e condotto anche all’abrogazione del regio decreto del 1939, decaduto attraverso l’emanazione del DPR numero 367 avvenuta il 29 settembre del 2000. La diffusione delle immagini satellitari e il facile ed immediato accesso telematico a siti specializzati nelle restituzioni visuali delle fotografie riprese dai satelliti hanno oggi contribuito alla creazione di una nuova cultura radicata, anche nei processi disciplinari e formativi. Le fotografie aeree, i fotopiani urbani, le visioni satellitari sono divenuti elementi indispensabili in quasi tutti i processi di analisi e di progettazione delle nazioni avanzate. Questi strumenti, inoltre, costituiscono un elemento di straordinaria efficacia del processo educativo e formativo universitario dal quale alcune discipline, tra cui l’architettura e l’ingegneria, non possono prescindere. Le fotografie oblique scattate da elicottero realizzate da alcuni specializzati fotografi hanno inoltre contribuito a diffondere una differente coscienza del consumo del territorio e del valore storico-culturale del patrimonio artistico esistente. 30 Un processo culturale che ha coinvolto anche la scienza archivistica che in questo ultimo decennio ha saputo creare nuove istituzioni impegnate nella conservazione di immagini aeree ha divulgato gli importanti risultati scientifici sulla catalogazione e sulla conservazione promossi dall’Areofototeca Nazionale e ha saputo valorizzare alcuni fondi archivistici appartenenti a differenti istituzioni: dipartimenti universitari, realtà regionali, istituzioni culturali dedite alla storia dell’arte, ecc. Attraverso queste operazioni culturali è scaturita una coscienza nuova, capace di coinvolgere emotivamente i fruitori di immagini, anche rifotografando monumenti e brani di città già impressi nelle pellicole nel corso di centocinquanta anni di storia della fotografia aerea. Questi studi, tuttavia, rivelano che oggi, come si augurava Guglielmo Della Noce negli anni Trenta, le persone hanno imparato a volare e a guardare la terra, le strade, i continenti, il mondo, ma non hanno ancora pienamente afferrato la necessità di un utilizzo consapevole e sostenibile del territorio. La drammatica situazione del paesaggio antropizzato, infatti, troppo spesso rivela un inconsulto spreco del territorio; è inevitabile del resto che occorrano educazione e tempi adeguati per apprendere la radicale distinzione esistente tra il guardare distrattamente la realtà e vederne i suoi nessi in un processo critico e ragionevole. 1 F. Valli, A. Foschini, Il volo in Italia. Presentimento, scienza e pratica nel pensiero, nell’arte, nella letteratura e nelle cronache dagli antichi tempi ai giorni nostri, Editoriale Aereonautica, Roma, 1939, p. 158. 2 Cfr. AA.VV., Ali italiane, Rizzoli Editore, Milano, 1978, vol. I, p.44. 31 Maria Filomena Boemi Da storia di guerra a storia di territorio La pianta di Imola attribuita a Leonardo e conservata a Windsor, datata presumibilmente 1502, quando l’artista soggiornò nella città dove Cesare Borgia, detronizzata Caterina Sforza, si era attestato per predisporre l’attacco alla vicina Bologna. La pianta, un luminoso disegno ad inchiostro ed acquerello, scandisce le mura della città, le fortificazioni circondate dal fossato, la bipartizione creata nel tessuto urbano dalla via Emilia, l’antico decumano ed a sud-est l’onda mossa e colorata del Santerno. Imola: foto RAF - 9 settembre 1944. A distanza di quattro secoli, scomparse le fortificazioni ed il fossato, la città mantiene la struttura urbana pressoché inalterata e il territorio ancora denuncia l’andamento della centuriazione nell’antico agro di Cesena, tra Faenza, Imola e Lugo: il fiume ha assunto un percorso più lineare e gli spostamenti subiti dall’alveo sono denunciati dall’andamento curvilineo delle colture e delle fasce alberate. É una foto ripresa dopo un bombardamento di cui si vedono i segni a nord dell’abitato dove spiccano i crateri delle bombe che hanno colpito la zona industriale e la ferrovia. A sinistra: i lavori della TAVnel comune di Pero (Milano) (BAMSphoto - Rodella) Non poteva che succedere: la consapevolezza che le immagini riprese dall’alto fossero una delle principali fonti documentarie e, nella loro concatenazione, brani della storia, della configurazione e delle trasformazioni nel tempo del territorio, è stata un’acquisizione che si è andata radicando in molte discipline, trasformando le fotografie aeree da strumento bellico in bene culturale. È un altro punto di vista, guardando dal cielo, quello che dallo studio di una serie storica di riprese (la loro nascita, ripetiamolo, avviene nel 1858 con le immagini prospettiche di Nadar su Parigi) consente di ricostruire le modificazioni delle città e del territorio a partire dalle immagini più antiche che assumono il valore e la dignità di una muta testimonianza degli eventi, di particolare interesse anche perché dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ha preso l’avvio con sempre maggiore frequenza la pesante diffusione di fenomeni di tipo antropico di forte impatto che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento. Spesso le innovazioni tecnologiche prendono l’avvio da esigenze di carattere militare e si riversano solo successivamente in altri ambiti; così è avvenuto per le immagini dall’alto, da secoli utilizzate per il governo del territorio, e per la fotografia aerea, una tecnica che tuttora viene affinata e utilizzata nei recenti e attuali conflitti. Così, se già all’inizio del 1885 era entrata in funzione in Italia, distaccata a Roma a Forte Tiburtino, una Sezione Aerostatica dotata di due palloni di “seta di China” e dal primo aprile 1896 aveva iniziato ad essere operativo il servizio fotografico militare affidato alla Sezione Fotografica, occorre arrivare agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso perché cominciasse ad operare una società costituita da privati, la S.A.R.A., organizzata industrialmente per effettuare rilievi aerofotogrammetrici. Nell’archivio dell’Aerofototeca le immagini che riflettono una realtà più lontana nel tempo sono quindi quelle, zenitali ed isolate, riprese all’inizio del 1900 dall’archeologo Giacomo Boni sul Foro Romano: il mezzo utiliz- 33 zato era un pallone frenato messo a disposizione dalla Brigata Specialisti del Genio; una di queste immagini mostra il Circo Massimo occupato dagli impianti e dai serbatoi della fabbrica del gas ed alcune altre, effettuate il 25 agosto 1939, pure da mezzi militari, testimoniano sulla stessa area la presenza dei padiglioni progettati da A. Libera, M. De Renzi e G. Guerrini per la Mostra delle Colonie Estive e dell’Assistenza all’Infanzia, impiantati tra il 1937 e il 1939. Le riprese aeree meno recenti sono quelle che maggiormente mettono in evidenza la storia, anche quella nascosta sotto uno strato di terreno che, visto dall’alto, rivela l’andamento di murature ed abitati: questo perché il territorio, fino all’immediato dopoguerra, non era ancora stravolto dall’intervento dell’uomo e riusciva a proiettare in superficie la traccia di strutture invisibili. Si tratta di uno strumento di conoscenza del territorio nazionale di grandissimo peso in cui l’elemento peculiare è la documentazione di situazioni passate che rende le immagini una fonte di studio assimilabile ad un bene archeologico. Le immagini aeree, inoltre, non sono costruite in origine sulla ricerca di inquadrature esteticamente connotate ma sono solitamente affidate ai meccanismi indifferenti delle camere; tuttavia catturano elementi di paesaggio, assetti e caratteri peculiari di strutture urbane e rurali e, confrontate con la cartografia che dà informazioni simboliche, sono squarci sulla realtà della zona ripresa a data certa o compresa in un intervallo temporale definibile per paragone con altre foto o con documenti di archivio. Riprese aeree, planimetriche e prospettiche integrano poi due diverse modalità di avvicinarsi alla lettura e allo studio del territorio, una più tecnica e oggettiva che dà la possibilità di ricavare facilmente dati misurabili da riversare o confrontare con la cartografia, l’altra più familiare e soggettiva, conforme al tipo di visione cui è abituato l’occhio umano. Così, di fronte ad immagini aeree di cui è certa la datazione, che racchiudono un patrimonio informativo irripetibile per conoscere l’assetto del territorio in un dato momento, è chiaro che ciascuna copertura diviene documento storico, e la sequenza delle coperture un archivio cronologico delle modificazioni del paesaggio e dell’ambiente; nel settore urbanistico e a scala di maggiore dettaglio in quello architettonico, le immagini dall’alto documentano equilibri che sono stati poi modificati, stravolti o distrutti da fenomeni naturali, progetti o, ancor peggio, interventi umani non pianificati e scomposti. La lettura diacronica degli eventi, anche se talvolta a carattere particolare o limitata ad ambiti ristretti, ha come base temporale di partenza, quando esistono in archivio, le fotografie riprese: dalla Luftwaffe e dalla Regia Aeronautica in Sicilia, in contiguità con lo sbarco alleato; dalla RAF (Royal Air Force) e dall’USAAF (United States Army Air Force), tra il 1943 ed il 1945 nelle zone del centro e del nord Italia. Sono immagini a macchia di leopardo per inquadrare i più importanti obbiettivi - ma qualche volta sembrano, a chi guarda, aver inseguito la seduzione formale di abitati e territori - e costituiscono la prima ricca testimonianza tra quelle più antiche conservate presso l’Aerofototeca Nazionale, dando anche conto di quanto gli eventi bellici hanno inciso sulla distruzione di abitati e manufatti. Come strumenti di guerra sono ancora utili, ad esempio, per la bonifica delle zone bombardate, esprimono spesso pregi estetici, ma le immagini aeree, in particolare per la loro consistenza quelle della RAF e dell’USAAF, sono soprattutto divenuti meccanismi di studio indispensabili alla tutela: appunto su esse si basano la prevenzione ed il monitoraggio dei danni apportati al patrimonio dall’antropizzazione sia con i grandi interventi infrastrutturali sia, a scala minore, con gli scavi clandestini e le distruzioni dolose. Questa fonte di conoscenza per il governo del territorio interagisce con la cartografia che, a partire dalla fine dell’Ottocento, è scaturita dalle riprese dall’alto ed è in stretta connessione, sia metrica che tematica, con i modelli digitali del terreno e sistemi informativi territoriali. Per reciprocità, se fotointerpretazione ed impiego di tecniche di restituzione integrate con ricerche di archivio e in alcuni casi con ricognizioni a terra, consentono di addentrarsi in rifles- 34 Pantelleria: foto Regia Aeronautica - 15 giugno1943. A partire dall’8 maggio 1943 sono state scaricate sull’isola oltre 5000 t di bombe i cui segni costellano l’abitato e l’entroterra. L’11 giugno cessa la difesa e il suo presidio firma la resa: su Pantelleria sbarca la prima divisione inglese. L’importanza strategica di Pantelleria è dovuta all’aeroporto che diventa base alleata per il successivo attacco alla Sicilia meridionale. Gela: foto Luftwaffe - 14 luglio 1943. Sull’immagine, oltre ai riferimenti cartografici, compare l’analisi del campo di fortuna di Ponte Olivo, uno dei principali obbiettivi della Task Force U.S.A., e quella dei velivoli al suolo: ad ovest il fiume Gela. Lo sforzo americano, concentrato sul Golfo di Gela per proteggere il fianco sinistro degli inglesi, motiva le molte ricognizioni tedesche. Già dal 12 luglio tutti i campi di aviazione del territorio sono saldamente in mano alleata. Mentre le forze di terra inglesi, americane e canadesi iniziano la penetrazione verso il nord della Sicilia, i bombardamenti aerei mirano alle vie di comunicazione della penisola ed ai centri maggiori del meridione, in particolare Napoli. Gerbini: foto Luftwaffe - 8 agosto 1943. L’aeroporto, che presenta due piste satelliti in Gela: foto Luftwaffe - 11 agosto 1943. L’immagine, tra il Torrente Gattano e Gela, inquadra il sedime aeroportuale di adiacenza del fiume Simeto, venne utilizzato dagli alleati fino al marzo 1944 divenenContrada Catania, individuando velivoli e strutture. Nella notte gli Americani in do poi non operativo. Con l’invasione della Sicilia i reparti di bombardamento furono spostati nel continente e a presidio dell’impianto rimasero una dozzina di caccia. avanzata superarono le difese di Capo d’Orlando. 35 Fig. A Fig. B Fig. C Fig. D Fig. E Fig. F Fig. A- Supermarine Spitfire: caccia ad ala bassa prodotto dall’azienda britannica Supermarine negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, è diventato uno degli aerei simbolo della seconda guerra mondiale per i suoi contributi principalmente nel teatro europeo. Fig. B - Hawker Hurricane: il primo caccia britannico di concezione moderna anteriore allo scoppio della seconda guerra mondiale, da Hawker Fury monoplano sviluppò potenza con l’introduzione del motore Rolls - Royce Merlin. Fig. C - Douglas DC - 3, aereo di linea costruito dalla Douglas Aircraft Company per rotte a breve e medio raggio, fu impiegato anche in campo militare con il nome di C - 47 Skytrain. Fig. D - North American B - 25 Mitchell, bombardiere bimotore costruito dalla North American e impiegato principalmente dall’USAAF durante la seconda guerra mondiale, fu l’aereo impiegato da Jimmy Doolittle per bombardare Tokyo all’indomani di Pearl Harbor. Fig. E - Martin 187 Baltimore, bombardiere di costruzione statunitense, sviluppato su richiesta della RAF, utilizzato nel Mediterraneo con la Desert Air Force da squadroni inglesi e sudafricani. Benché non impiegato da nessuna forza armata statunitense fu designato A - 30. Fig. F - Bristol Blenheim, sviluppato da un progetto civile della Bristol Aeroplane Company, il Type 142 era un bombardiere veloce della RAF negli anni 1938-1941. Fu utilizzato in tutte le campagne belliche condotte dagli inglesi e dal Commonwealth. Siracusa: foto Luftwaffe - 10 agosto 1943. Gli alleati sono sbarcati in Sicilia il giorno 10 luglio: nel porto Grande di Siracusa sono localizzate una serie di navi degli anglo-americani. Sulla stessa immagine il fotointerprete ha individuato, con un numero, diversi tipi di navi da guerra, da trasporto cisterna e da carico. Sono anche definite in un foglio allegato e dattiloscritto quante imbarcazioni erano in ingresso ed in uscita dal porto e, oltre il tipo di nave, anche il tonnellaggio di quelle da carico e da trasporto. Ma il dato conclusivo è che sull’immagine, a scala relativamente piccola (circa 1:20.000), non si poteva fare una valutazione certa sull’effetto dell’attacco contro le navi o nella zona del porto, né rilevare nuove unità danneggiate. 36 sioni più puntuali e di esemplificare le evidenze nella trasformazioni ambientali, a questo tipo di riscontro fa da contrappeso la possibilità di individuare le aree visibili nelle immagini utilizzando come termine di paragone, oltre alla cartografia ed agli altri voli esistenti in archivio, anche le coperture aeree a colori, ormai disponibili on line, che uniscono alla georeferenziazione la continuità spazio-temporale della visione dei suoli e la suggestione del colore (ma non la stereoscopia e un’alta risoluzione). Ancora prima dell’inizio del conflitto la Germania aveva fornito alla Regia Aeronautica in appoggio alla Luftwaffe velivoli e macchine da ripresa che vennero utilizzati indifferentemente dalle due forze armate, la Luftflotte. Gli aerei (700 tra Messerschmitt Bf110, Junkers Ju 87 e 88 e Dornier Do 217) montavano 347 macchine fotopanoramiche Robot/Bertzin Rb 30x30 che utilizzavano appunto pellicole del formato 30x30 cm. Le foto pervenute sono a piccola scala quelle realizzate dagli Italiani, a scala maggiore le tedesche. Di queste ultime, oltre all’immagine originale, è presente in archivio qualche copia con le annotazioni in tedesco del fotointerprete che, scrivendo sulla pellicola del negativo, individua in alcuni casi la tipologia delle navi e la loro direzione (con ulteriori approfondimenti dattiloscritti su un foglietto incollato e ormai ingiallito), in altri concentra l’attenzione sugli aeroporti definendone l’area e le strutture ed elencando tipologia e numero degli aeroplani. Anche sulle immagini alleate è possibile ritrovare imbarcazioni da guerra e mercantili, aeroporti e velivoli e molte ancora recano i segni della dermografica che il fotointerprete ha utilizzato sul positivo. La ricognizione fotografica eseguita dall’aviazione inglese sul territorio italiano iniziò nel dicembre del 1942 e continuò fino al termine delle ostilità. Era ancora aperto il fronte in Africa Settentrionale quando da Malta e dalle basi dell’Africa del nord iniziarono sistematicamente voli d’alta quota per la preparazione di azioni su porti e città italiane. La RAF si servì di velivoli appositamente predisposti: Supermarine Spitfire MK IV PR e De Havilland Mosquito II, entrambi velivoli da caccia, monomotore il primo, bimotore il secondo, impiegati per le loro spiccate doti di velocità e tangenza. Durante la guerra di liberazione, tra il 1944 ed il 1945, prevalentemente da basi del Sud Italia, espletarono missioni di ricognizione aerea il 3° PR Group ed il 336 PR Wing. Le foto RAF datate tra il 1943 ed il 1945 pervenute solo in copia positiva nel gennaio 1975 a seguito di una convenzione rinnovata nel 2007 e conservate nell’archivio dell’Aerofototeca provengono dalla British School at Rome. Fanno parte di quelle riprese a partire dalla base di San Severo, vicino Foggia e riguardano il centro nord, focalizzando ed infittendo le riprese sugli obbiettivi più importanti. Il Centro Aerofotografico di S. Severo fu operativo dai primi mesi del 1944 a tutto il 1945, quindi dopo lo sbarco di Anzio del 20 gennaio 1944 e mentre ancora infuriava la battaglia per il caposaldo di Cassino. Le missioni di volo della RAF mantenevano quote alte intorno ai 27000 piedi per evitare la contraerea e utilizzavano focali 24 pollici per le scale maggiori - 1: 15000 circa - e 6 pollici con scala 1: 50000 circa - per inquadrare il territorio: il formato delle immagini è 24x24 cm ma anche 18x24 cm (con focale 20 pollici). Gli aerei decollavano dagli aeroporti di fortuna del Tavoliere delle Puglie per fotografare i bersagli da colpire: le immagini erano sviluppate e fotointerpretate nella notte per organizzare gli attacchi i cui effetti venivano verificati dai ricognitori al seguito dei bombardieri. Quella che dal marzo 1947 è diventata Forza Aerea degli Stati Uniti d’America (USAF) durante la seconda guerra mondiale non fu che la Forza Aerea dell’Esercito (USAAF) mentre prima di quegli eventi bellici era il corpo aereo dell’Esercito (USAAC). Caratteristiche tecniche analoghe a quelli della RAF hanno i voli eseguiti dall’USAAF in possesso dell’Aerofototeca, gentilmente donati dall’Accademia Americana di Roma nel marzo 1964, ma coprono solo zone del nord-est d’Italia sugli obiettivi più importanti e si riferiscono in genere all’anno 1945. Gli eventi bellici che riguardano l’operatività dell’USAAF in Italia prendono le mosse a partire dalla preparazione delle Forze Alleate per l’invasione della Sicilia. Nella primavera del 1943 la ricognizione strategica dell’USAAF inizia una notevole attività, 37 Nisida: foto RAF - 24 agosto 1943. Alla fonda davanti alle strutture dell’idroscalo sono ormeggiati idrovolanti Cant Z-501 “Gabbiano”, Cant Z506 “Airone” e Fiat CMASA RS.14 di diversi reparti della Regia Aeronautica. Il 21 agosto quadrimotori alleati avevano bombardato Napoli. 38 Allo scoppio delle ostilità l’industria italiana aveva compiuto scelte tattiche e tecniche che avevano messo in discussione l’esperienza maturata nella costruzione di idrovolanti che aveva portato ad invidiabili primati. Il Cant Z-501, a scafo centrale, progettato nel 1933, era di concezione superata; il Cant Z-506, più moderno, destinato al bombardamento e poi alla ricognizione, fu penalizzato da un impiego inadeguato e venne poi impiegato fino al 1959; il Fiat CMASA RS.14, nato nel 1937 per affiancare i precedenti, divenne operativo in Sicilia verso la fine del 1941. Le due fotografie aeree sono state riprese dopo lo sbarco del 21 gennaio 1944 avvenuto tra Anzio e Nettuno ad opera delle truppe alleate. Sull’aeroporto di fortuna, approntato in prossimità della spiaggia dove oggi è attestato il poligono di tiro, si notano, ai lati della pista, velivoli Spitfire parcheggiati tra i crateri a protezione dei magazzini bombe; nell’altra immagine, dove spicca la scritta “Nettuno”, sul terreno appaiono due Douglas DC3 americani. S. Marco Evangelista (CE): selezione da foto RAF - 18 maggio 1945. L’impianto aeroportuale alleato presenta intorno alla pista di volo quelle anulari e radiali di raccordo con le piazzole di ricovero degli aerei, molte occupate dai velivoli. La struttura, caratteristica dei campi base militari, anticipa l’articolazione che avranno in seguito gli aeroporti civili e militari. 39 Casale Pazielli (VT): selezione da foto RAF - 24 marzo 1944. Il terreno scelto per gli atterraggi è un pianoro tufaceo dell’Alto Lazio: la pista è stata bombardata a più riprese (i crateri chiari con le diramazioni radiali sono i più recenti, i più vecchi hanno toni scuri). Nella fascia chiara della pista, è visibile un velivolo. necessaria in vista dello sbarco deciso a Washington nella Conferenza del Tridente: le operazioni attuate congiuntamente con la RAF, furono in larga misura eseguite da un velivolo predisposto dalla fabbrica per missioni aerofotografiche: Lockheed P-38 “Lightning” F-5 un bimotore da caccia monoposto d’alta quota che nella versione fotografica volava disarmato. I negativi originali e gran parte delle stampe hanno seguito le forze alleate nei rispettivi paesi dove sono custoditi in differenti Istituzioni. In particolare l’avvio della trasformazione del materiale di guerra in bene culturale si ebbe proprio con lo studio da parte di due ufficiali inglesi: J. Bradford e W. Hunt delle foto RAF sul Tavoliere, indagine che ha fruttato la scoperta, ampiamente documentata nei Papers of the British School at Rome di una miriade di stanziamenti preistorici. Scuola Britannica e Aerofototeca collaborarono nel supportare l’esame sistematico del territorio italiano: dapprima per fini archeologici sulla base delle coperture degli ultimi due anni del conflitto messe a disposizione dalla B.S.R., poi per studiare dal confronto con le coperture successive, messe a disposizione dall’Aerofototeca, le modificazioni di un territorio in rapida evoluzione e in precipitoso degrado e definire i possibili interventi operativi. La scelta delle immagini presentate ha voluto accompagnare la risalita della penisola da parte delle truppe alleate e la conseguente ritirata dei tedeschi; si inizia con quelle, realizzate dalle forze dell’Asse che registrano gli esiti dell’attacco alleato alle batterie costiere di Pantelleria del 6 giugno 1943 (fotografato il giorno 15 giugno, dopo la resa dell’isola il giorno 11), con le immagini collegate allo sbarco a Siracusa e all’avanzata degli alleati controllata dalle riprese aeree dell’Asse; il percorso spazio-temporale si conclude con le immagini del 31 luglio 1945 su Sirmione e Peschiera del Garda e sulla zona di Trieste del 16 aprile 1945 riprese dalle forze di liberazione che seguivano fino al confine la rotta degli occupanti dopo la resa firmata a Cassino il 29 aprile di quell’anno. Certamente non è che una modesta carrellata rispetto alla pur piccola mole del fondo Luftflotte o alla consistenza veramente imponente del materiale RAF ed USAAF, ma è sufficiente ad esemplificare l’intrinseca bellezza che scaturisce dal comporsi dei frammenti di territorio nella storia, rappresentata nella forma delle città come nel variare del corso dei fiumi o dell’estensione delle aree verdi. Appare un paesaggio pulito, in cui le città si stagliano con i confini netti voluti da architetti e principi a memoria della loro grandezza e i suoli recano le scansioni e i segni consolidati dai lavori agricoli. Alcuni elementi effimeri, posati sul terreno o sull’acqua per breve tempo, compaiono consentendo di storicizzare la loro presenza: è il caso delle navi, degli aeroplani e delle altre installazioni militari quali i campi di atterraggio di fortuna utilizzati nella seconda guerra mondiale, poco più che piste scarsamente attrezzate. La documentazione fotografica in questi casi definisce l’importanza strategica delle diverse zone e la ricostruzione degli eventi bellici. Nell’immediato dopoguerra, gli impianti aeroportuali di guerra, sorti in tempi brevissimi, furono smantellati e l’uso dei suoli ne ha lasciato labili tracce poco leggibili, di cui il tempo cancellerà la memoria. Queste immagini antiche sono ormai divenute il museo delle modifiche subite dall’ambiente e offrono dati di lettura preziosi anche se quasi sempre il confronto con quelle attuali mostra come è stata rinnegata e offesa proprio la storia. 40 Montecassino: foto RAF del 10 febbraio 1944. L’Abbazia benedettina cinque giorni prima della distruzione. Nell’ultimo conflitto la struttura si trovò sulla linea di fuoco durante i duri combattimenti di Cassino e fu distrutta quasi interamente da un pesante bombardamento alleato il 15 febbraio del 1944 e da un forte cannoneggiamento cui seguirono tre mesi di violenta battaglia: la ricostruzione iniziò con la posa simbolica della prima pietra il 15 febbraio 1945. Montecassino: foto RAF del 15 marzo 1944. Esattamente un mese dopo la distruzione dell’Abbazia, nella zona circostante ancora esplodono le bombe sollevando dense nuvole di fumo e di polvere. 41 Trieste: foto RAF del 16 aprile 1945. Nel bacino di carenaggio a sud della città, due sommergibili affiancati, navi appoggio e imbarcazioni minori sono alla fonda. Tutta l’area, di grande importanza strategica appare segnata da crateri: il territorio intorno al braccio di mare, totalmente inedificato, subirà notevoli cambiamenti. 42 * Mi piace riconoscere qui il contributo del personale dell’Aerofototeca Nazionale, in particolare di Bruno Ciufo per le ricerche di archivio e la fotointerpretazione e di Gerardo Leone per il trattamento delle immagini. Inoltre hanno contribuito: alla fotointerpretazione Giuseppe Di Gennaro, alle ricerche di archivio Maurizio Galassi; per i macchinari Antonio Di Carlo e Luigi Randazzo; alla redazione Paola Gatti e Sandro Serini. 1) La Sezione Aerostatica faceva parte della Brigata Mista del 3° Reggimento del Genio Militare di Firenze. Le modificazioni all’ordinamento dell’Esercito, apportate dalla legge n. 4593 del 23-6-1887, istituirono, sempre presso il 3° Reggimento del Genio, una Compagnia Specialisti preposta a tutti i servizi di aerostatica e ad essi attinenti, dislocata da Roma nella zona di Prati; in questa circostanza per la prima volta comparve, sulla nappina del chepì, il colore azzurro che contraddistingue i militari dell’arma del cielo. Su proposta del capitano Moris che ne fu il primo comandante, il servizio fotografico fece capo alla sezione istituita nel 1894 per riunire tutti i servizi di aeronautica in un organismo di maggiore rilievo: la Brigata Specialisti fu allora dislocata a Monte Mario a Villa Mellini, oggi sede dell’Osservatorio astronomico. 2) La S.A.R.A. (Società per Azioni Rilevamenti Aerofotogrammetrici), fondata dai fratelli Umberto e Amedeo Nistri, agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso si organizzò industrialmente per effettuare rilievi aerofotografici; utilizzava una camera fotogrammetrica “Nistri” con focale 180 mm., ed aerei A.S1, Fiat e Ca 97. Umberto Nistri creò anche la O.M.I. che produceva strumenti di navigazione aerea e di restituzione. 3) Ufficiale della Sezione fotografica della Brigata Specialisti era Cesare Tardivo che nel 1908 eseguì un volo nell’ambito di un progetto di navigabilità del Tevere: in archivio è conservata copia del tratto tra Stimigliano e Ponte del Grillo eseguito fotografando il fiume con immagini planimetriche. Questa zona, in assenza di viabilità laterale, fu ripresa da un pallone ancorato ad una chiatta, regolando per la prima volta gli scatti in maniera da collegare i tratti di terreno adiacenti per un lembo. Con Attilio Ranza, pure Ufficiale del Genio, Tardivo nel 1910 presentò ad un congresso internazionale le fotocarte ottenute applicando metodi di restituzione, punto per punto, alle immagini eseguite con palloni frenati sul fiume Tevere, sul Foro Romano, sugli scavi di Pompei e su Venezia e la sua laguna. Un rilievo aerofotogrammetrico di Venezia fu eseguito anche successivamente, nel 1913, dal dirigibile “Parseval”e la ripresa è di particolare interesse poiché oltre a costituire una documentazione storica del tessuto urbano, se confrontata con immagini più recenti, fa emergere le modificazioni dell’ambito lagunare. 4) Anche eventi apparentemente modesti come il passaggio all’aratura meccanica, scompaginando in profondità gli strati superficiali di terreno, ha di fatto quasi annullato la possibilità di individuare gli elementi sepolti. 5) Non sempre è agevole localizzare le foto acquisite quando non sono accompagnate da nessuna indicazione della località sorvolata; a questo si aggiunge che il volo GAI, realizzato tra il 1953 e il 1955, l’unico in archivio a tappeto sull’Italia e per questo base di ogni confronto, è realizzato a scala inadatta alla lettura di dettaglio. 6) In proposito vedi N. Arena, La Luftflotte italiana, Firenze, 1978. 7) Esaminando le coperture degli anni di guerra si possono individuare molteplici piste di atterraggio e aeroporti di fortuna le cui tracce e le strutture di servizio si mantengono raramente nelle aerofotografie posteriori. 8) Sulle immagini RAF ed USAAF sono presenti, scritti a penna sul negativo, due gruppi di cifre e numeri che indicano il reparto e la missione di volo. I dati tecnici della ripresa, che sulle foto recenti sono riportati dalla strumentazione della macchina aerofotografica, sono pure scritti a mano sul negativo: la data e l’ora, la quota di volo e la focale della camera. 9) Il denominatore della scala di una foto verticale è dato, speditivamente, dal rapporto tra la quota relativa di volo e la focale della macchina da ripresa e non è collegato al formato delle immagini. I dati tecnici della ripresa, che sulle foto recenti sono riportati dalla strumentazione della camera, venivano scritti a mano sul negativo: la data e l’ora, la quota di volo e la focale. 10) Il formato dei negativi più usato per le foto aeree planimetriche è 24x24 cm. Ma, come si è già detto, anche 18x24 e 30x30 cm: sono stati utilizzati anche negativi 13x18 cm - soprattutto negli anni Trenta del secolo passato - e 24x48 cm - generalmente dall’Aeronautica Militare - intorno agli anni Sessanta del Novecento. 11) Le notizie relative ai velivoli ed alle camere da ripresa utilizzate nel periodo bellico sono dovute alla cortesia di Pierluigi Bacchini, giornalista, storico e Pioniere del Progresso Aeronautico oltre alle immagini a corredo. 12) I principali archivi di deposito sono, per le foto RAF: Imperial War Museum, London; Aerial Reconnaissance Archives (TARA) at the University of Keele; per le foto USAAF: National Archives (NARA) at College Park, Maryland; Smithsonian Institution - National Air and Space Museum, Washington, DC.; United States Air Force Historical Research Cneter, Maxwell, Alabama. 43 Gian Mario Andrico Le Terre dei folli? Bagnolo Mella, Brescia. Il fiume Mella (BAMSphoto - Rodella) Una grande mostra di denuncia contro lo sperpero del bello e della natura, contro chi consuma indiscriminatamente il territorio, un evento d’importanza nazionale che principiando sabato 25 ottobre 2008 si protrarrà per più mesi. Un’idea della Fondazione Nymphe castello di Padernello, accompagnata da tre convegni, mostre collaterali sul paesaggio e sull’agricoltura, che un tempo qui era vita ed economia, e una mostra, con catalogo curato da alcuni docenti del Politecnico di Milano, realizzata in collaborazione con il Comune di Borgo San Giacomo, l’Ente Nazionale di Fotografia, lo studio fotografico e casa editrice BAMS-Rodella, e con il patrocinio della Regione Lombardia e della Provincia di Brescia. Un’iniziativa che avvalla l’opera messa in atto dalla Fondazione stessa con sede nel castello di Padernello che intende salvare il salvabile, proteggere Padernello, la sua campagna e il castello, così come quel poco che rimane della Bassa bresciana. D’accordo il titolo della mostra è duro al punto da apparire pesante. Qualcuno dirà che è a senso unico, che non considera le attenuanti, le logiche imperanti che in fondo… ‘hanno pur portato benefici al vivere umano’. No! Non stiamo più al gioco: basta con il metodo del ‘un colpo al cerchio e uno alla botte’… quando succede che a Padernello si tiene un convegno sul tema Censimento e salvaguardia delle cascine bresciane mentre contemporaneamente, a pochi chilometri, viene demolita la Corte Grande, una delle più belle cascine rurali della Bassa che fu proprietà del Vescovo di Brescia Gaggia. Quando i sindaci del piano si riuniscono per meglio pianificare il consumo del territorio e nella stessa sede si sostiene: «Che se no il territorio scomparirà…» poi tutte le compagini amministrative, indipendentemente dal colore professato, fanno a gara per accaparrarsi la costruzione dell’ennesimo supermercato, per via degli oneri e di qualcos’altro… Quando ovunque si vede l’emergenza per la scomparsa e si denuncia lo spreco del Patrimonio Rurale, poi vengono demolite le torri-colombaie, si riempiono i campi di case a schiera, si allargano i Pip, si favorisce in maniera smodata l’edificabilità e si cerca disperatamente di trasformare i paesi in città… Cosa fortemente dirà questa mostra? Quanto segue: «Ipocriti, perché non uscite dall’ombra? Sepolcri imbiancati, perché non dite veramente come la pensate così potremo, almeno, dirvi quanto non “capite”, quanto siete rimasti “indietro”, quanto non rappresentate più le vere esigenze della gente: che protesta e si ribella, e vi dice basta… Perché vi arrogate il compito di governare un territorio se non sapete trovare altre soluzioni allo sfacelo, al barbaro costruire e al così fan tutti? È troppo comodo amministrare in questo modo, lo saprebbe fare anche un bambino e, proprio perché più puro di voi, in modo migliore». Perché di progresso si può anche morire. Di questa imperante idea di progresso: non sostenibile, priva di pensiero, senza regole e limiti, per nulla radicata sul territorio… Si può fare a meno, è strettamente necessario farne a meno. Abbiamo alterato il rapporto con la natura. Viviamo nello smog e respiriamo aria mefitica nella quale la percentuale di anidride solforosa e di ossido di carbonio hanno superato di gran lunga la soglia della pericolosità. Gli acidi contenuti nell’atmosfera corrodono come lebbra i polmoni così come i marmi dei nostri monumenti. Abbiamo considerato, per decenni, come 45 simboli del progresso le ciminiere. Un tempo nulla era più candido della neve: ora è gialla, nera, sporca. Gli scarichi d’ogni genere provocano danni irreparabili all’ambiente naturale acquatico: chi nella Bassa, oggi, si può buttare nei fiumi liberalmente senza rischiare la vita? C’è cloro, argento, acido citrico, cromo, acido tannico, sali di piombo, di zinco e di rame nelle acque (protette da un parco) dell’Oglio e del fiume Mella. Poi tutto arriva al mare. È sufficiente che in un torrente vi sia una concentrazione di 3,2 parti per diecimila di perborato di sodio (ottimo candeggiante del bucato domestico) per annientare le trote. Micidiali sono gli anticrittogamici usati dai contadini che in dosi anche minime possono (come hanno fatto) sterminare intere specie ittiche. L’aria è inquinata; l’acqua è inquinata; il paesaggio è inquinato, perché irrimediabilmente alterato… E come se non bastasse ecco i miasmi delle ‘isole dei rifiuti’: drammatici e ben strani monumenti per la bella Italia! E l’inquinamento è disceso nelle coscienze: il suo morso non risparmierà di sgretolare nemmeno il naso della Storia. A Padernello i ‘ciechi’ criticano (solo per partito preso, spero per loro) l’opera del poeta Giuliano Mauri, uno scultore apprezzato in tutto il resto del mondo: dicono che «Quel ponte è sconnesso…», che «Acquistando il castello Martinengo si sono comperate alcune cariolate di mattoni vecchi!». Povero vecchio mondo che non sa vedere oltre le logiche illogiche del politichese superato e deleterio, che non riesce più nemmeno a distinguere tra arte, natura e infelicità, che non contempla più, nel suo lessico quotidiano, il termine poesia, affidandosi, ormai, solo all’utile e al dilettevole. Sì, con l’angoscia nel cuore dobbiamo ammettere che se questa Terra non è mai stata proprietà dei folli, lo è diventata. 46 Padernello di Borgo San Giacomo (Brescia) 47 Basilio Rodella Fotografia aerea come strumento per la conoscenza e la rappresentazione del territorio Da sempre l’uomo ha cercato di rappresentare l’ambiente che lo circonda. Dalle incisioni preistoriche con raffigurazioni di villaggi, scene di vita ed ambienti a mappe, cartine, piante che cercavano di ricostruire l’ambiente così come i sensi, le conoscenze ed i mezzi a disposizione consentivano. Una necessità dettata dalla voglia di conoscere per meglio vivere e governare il territorio. Gli antichi Greci hanno immaginato di volare, pensando che la terra vista dall’alto poteva accrescere la loro conoscenza del mondo.Sulle ali della fantasia essi hanno inventato Icaro, Caronte e Menippo che scoprono dal cielo verità stupende. Menippo rivela la vista di quanto i suoi occhi hanno potuto percepire immaginando di volare: Tutte le cose svariatissime che si rappresentano su questo grande teatro mi parevano ridicolezze e specialmente mi facevano ridere coloro che contendono per un pezzo di terra, che superbiscono di coltivare le pianure di Sciane o di possedere quella di Maratona presso il Monte Enoe […] perché tutta la Grecia, di lassù, non mi pareva di quattro dita, e in paragone l’Attica non era più che un punto. Il poeta cinese Li Po così racconta della vista da un picco panoramico: I miei occhi erano accecati, la mia anima danzava di gioia […] Se voi non avete esaurito tutte le possibilità della vista e dell’udito come potete capire la vastità del mondo. Le acque del fiume sembravano come un nastro minuscolo […] Pensando alla solitudine elevai un voglioso sospiro. Poi chinai il capo e tornai al nido di formiche. Montichiari, Brescia. Zona di cave e discariche a nord della città. (BAMSphoto - Rodella) L’Ariosto a sua volta descrive la voglia di volo con l’Ippogrifo come desiderio di toccare una «dimensione inedita e sognata del mondo». Montesquieu tra le righe del suo Viaggio in Italia racconta che appena arrivato in una città cercava di andare sul campanile o sulla torre più alta «per avere una veduta d’insieme e, quindi, un senso più pieno del paesaggio». Eugenio Turri, grande geografo e viaggiatore, appassionato cultore dei popoli delle tende, così scriveva «lo sguardo dall’alto permette di descrivere meglio la geografia, di avere visioni sinottiche, complessive dello spazio e perciò una più giusta misura dell’uomo, delle sue attività, dei suoi atteggiamenti […] Dall’alto si scopre il territorio nella sua interezza, si entra nel cuore vivo della geografia. Dall’alto si capisce anche il peso diverso che ogni cosa ha nel proprio contesto, e questo consente di cogliere meglio le verità che sottintendono la vita del territorio». Il passato, a tal proposito, ci ha lasciato molte esperienze e testimonianze a cominciare, per restare nel nord Italia, dai siti con incisioni rupestri della Vallecamonica, con scene di vita e mappe, come quella recentemente scoperta nella zona di Bedolina, per passare, con un grande salto temporale, alla rappresentazione di Arezzo fatta da Giotto nella Basilica di San Francesco ad Assisi alla fine del XIII sec., all’affresco di Cimabue riguardante l’Italia del XIII secolo, sempre ad Assisi, alla Tavola Strozzi che mostra il lungomare di Napoli, alla splendida xilo- 49 grafia di Jacopo de’ Barbari che ritrae Venezia nel 1500 a ‘volo d’uccello’ per arrivare alla veduta di Villa Arconati di Marc’Antonio Dal Re a Bollate del 1726. Il vero punto di svolta, nella rappresentazione del territorio, si ha comunque, a mio avviso , all’inizio del 1500 con Leonardo da Vinci. Leonardo all’attività di pittore, architetto, inventore e studioso di tutto lo scibile allora conosciuto, associò quella di cartografo partendo dagli studi appassionati della Cosmographia di Tolomeo, aggiornando tali ricerche con le esperienze delle botteghe toscane dirette da Piero Massaio, Francesco Berlinghieri, Domenico Boninsegni e Francesco Rosselli. Lo studio del territorio, con la conseguente ricerca di rappresentarlo affinando le varie tecniche cartografiche, era indispensabile per andare incontro ai progetti di quei principi che ambivano gestire, sul piano politico-militare-amministrativo-fiscale, un dominio sempre più diretto e personale. Le carte di Leonardo rappresentavano dunque una grande sintesi prevedendo «un’infinità di dettagli, di analisi, di sintesi giocate in una prospettiva aerea di movimento per rappresentare il mondo come esso è» (Carlo Starnazzi). Uno dei primi documenti cartografici di Leonardo è stato realizzato nel 1502 e riproduceva la Val di Chiana. La Carta della Val di Chiana e Agro Aretino è la visione aerea prospettica raccontata con una dovizia di tratti da far apparire l’immagine quasi fotografica. L’abilità di Leonardo restituisce quel territorio con sfumature che creano valli e declivi come mai prima era stato fatto. A mio modo di vedere questa Carta può essere considerata la madre di tutte le future immagini aeree prospettiche o a 45°. Questo anche perché in Leonardo si sono fuse le esperienze e gli studi sul volo e la rappresentazione del reale come mai nessuno prima aveva saputo realizzare. Alla Carta della Val di Chiana si aggiunge un altro esemplare cartografico, La mappa di Imola sempre del 1502. Con questa pianta Leonardo realizza la mappa della città usando la consueta tecnica di scomposizione, con rapidi schizzi planimetrici, poi rimontati ed assemblati in una visione unitaria ed organica raggiungendo vertici di eccellenza fino ad allora mai raggiunti, realizzando di fatto la prima restituzione particolareggiata di un territorio su carta. La necessità di salire, alzare il livello dello sguardo per capire gli insiemi del tessuto urbano e del paesaggio in generale. In principio erano le alture, colline e montagne i punti di osservazione, poi con l’invenzione dei fratelli Mongolfier nel 1783 si realizzò il sogno di Icaro; l’uomo comincia a volare. Nel 1858, il 23 ottobre, il fotografo Gaspar Felix Tournachon, detto Nadar, deposita il brevetto per la realizzazione della fotografia aerea. Pare che il primo scatto fotografico aereo sia stato realizzato, poco tempo prima, da una mongolfiera, nei cieli di Parigi, su Bois de Boulogne. È interessante leggere gli appunti di questa esperienza così come ce li ha tramandati lo stesso Nadar: “Sotto di noi, quasi ad onorarci accompagnando il nostro cammino, la terra si svolge in un tappeto immenso, sconfinato, non se ne vede né inizio né fine, con i colori più vari fra i quali tuttavia il verde domina in tutte le sue sfumature e possibili combinazioni. I capi a scacchi sembrano coperte composte di pezze multicolori, armonizzate dall’ago paziente della massaia. Sembra che un’inesauribile scatola di balocchi sia stata sparsa a profusione su questa terra, la terra che Swif ci mostrò a Lilliput, come se tutte le fabbriche di Carlsruhe avessero dato fondo alle loro scorte. Balocchi le casette dai tetti rossi o l’ardesia, balocchi la chiesa, la prigione, la caserma, i tre edifici nei quali si riassume la nostra presente civiltà. Ancora più giocattolo quel briciolo di treno che ci trasmette dal basso lo stridulo sibilo del suo fischietto quasi a forzare la nostra attenzione, e che procede grazioso e placido, nonostante le sue quindici leghe all’o- 50 Firenze (BAMSphoto - Rodella) 51 ra, su invisibili rotaie, ornato dal suo esiguo pennacchio di fumo […] E cos’è l’altro fiocco biancastro che vedo laggiù, fluido nello spazio? È il fumo di un sigaro? No, è una nuvola. In realtà questo è proprio un planisfero perché non si percepiscono le differenze di altitudine. Tutto è messo a fuoco. Il fiume scorre allo stesso livello della cima della montagna. Nessun percepibile dislivello tra i campi di erba medica falciati e gli alti fusti di querce secolari. E che purezza di linee, che straordinaria chiarezza di immagine nell’esiguità di questo microcosmo, dove tutto ci appare con la squisita impressione di una meravigliosa, incantevole pulizia. Nè scorie né sbavature. Nulla meglio della distanza consente di sfuggire a ogni bruttura”1. Guardare e fotografare dall’alto è quindi un nuovo strumento che consente di percepire il paesaggio in modo nuovo ed inedito. La visione da vicino infatti non consente la migliore comprensione degli oggetti o delle situazioni esaminati. Lo sguardo da sopra, dall’alto di un aeromobile permette di comprendere, ad un osservatore attento e preparato: - la forma completa di ciò che si sta guardando - la struttura principale e le dipendenze secondarie - le connessioni tra ‘la cosa’ che si sta guardando e ciò che la circonda - l’analisi dei vuoti e dei pieni nelle strutture e nel paesaggio. Le riprese aeree si possono sommariamente dividere in: Planimetriche o zenitali o perpendicolari al suolo Foto tecniche assimilabili ad una pianta da cui si possono ricavare dati metrici di vario tipo. Sono generalmente usate per: - realizzare cartografia - valutazioni geografiche/urbanistiche - piani di governo del territorio - studio del patrimonio archeologico ed artistico. Prospettiche o a volo d’uccello o oblique o a 45° Foto descrittive, di più facile lettura in quanto molto vicine a quanto il nostro occhio è abituato a vedere. Sono abitualmente usate per: - valutazioni di impatto ambientale - valutazioni urbanistiche - studio architettonico dei volumi - indagini su monumenti - documentazione scempi ambientali Entrando nel settore della fotografia aerea a volo d’uccello, interessanti sono le considerazioni dell’arch. Marco Rosini che da anni progetta con l’apporto delle immagini oblique. «Direi che il livello di lettura più formidabile è quello del Paesaggio. Lo studio del rapporto fra architettura e paesaggio riceve un contributo fondamentale dalla fotografia aerea obliqua. Non è vero, come spesso sostengono funzionari e architetti, che ciò che conta è ciò che effettivamente è visibile da terra, i cosiddetti "coni ottici" fruibili dal cittadino che va a spasso o in macchina. Non è così. La comprensione della complessità del territorio, e il paesaggio è per eccellenza un tema complesso, avviene attraverso la circolazione dello sguardo, la moltiplicazione dei punti di vista. Ci sono relazioni fra masse, materiali e tessiture che non possono emergere nè dal rilievo, nè dagli sguardi a terra. In ogni caso lo sguardo dall'alto è un arricchimento - talvolta decisivo nell'attività progettuale, che è ad un tempo azione creativa e di indagine. 52 Eraclea (BAMSphoto - Rodella) 53 L'attività progettuale all'interno della complessità, ovvero che si fa carico di contribuire alla produzione del paesaggio, è innanzitutto produzione di conoscenza, indagine. Questo è un tema decisivo, e assolutamente di frontiera anche se apparentemente scontato. Per ora basti una considerazione di tipo pratico: se si inizia ad utilizzare il contributo della fotografia aerea obliqua il suo supporto diviene immediatamente irrinunciabile. La bontà dei supporti tecnologici si valuta immediatamente dalla irreversibilità del loro appoggio. Se si fanno quattro o cinque progetti con l'aiuto della fotografia aerea obliqua, nel momento in cui si è costretti a rinunciarvi se ne sente irrimediabilmente la mancanza. In sostanza la fotografia aerea , nell’esperienza lavorativa da me fatta, ha assunto un rilievo che mai avrei pensato potesse acquisire». La fotografia aerea obliqua si pone quindi come nuovo strumento per progettazioni di carattere urbanistico - architettonico e come nuova forma di controllo del consumo del territorio in generale.Di fatto è una applicazione che si affianca agli strumenti conoscitivi già esistenti, ma ne completa e valorizza l’utilizzo. Il territorio generalmente è documentato con foto satellitari o strisciate fotografiche. Queste immagini, di grandissima definizione, riproducono il territorio con viste perpendicolari allo stesso. In sostanza vengono riprodotti i reticoli stradali, l’ingombro delle aree urbane, gli spazi verdi ecc… senza alcuna profondità visiva. Di ogni città avremo quindi i confini, l’andamento dei corsi d’acqua, i tetti… senza sapere cosa c’è sotto. La fotografia aerea a 45° circa risolve in modo completo questo problema. Di una certa porzione del territorio potremo così avere informazione diverse atte a completare il panorama informativo generale. Di un monumento avremo così, oltre che il tetto anche le strutture che sottostanno, la “misurazione visiva” dei vari elementi che lo compongono e le relazioni del manufatto con tutti gli altri elementi urbanistici che lo circondano. La fotografia prospettica o obliqua in passato è sempre stata sottovalutata perché «non tecnicamente applicabile o georiferibile», quindi adatta per foto paesaggistiche a fini turistici o per applicazioni tecniche molto approssimative. Questa la critica solitamente esposta dagli esperti di cartografia o da architetti ed urbanisti abituati a lavorare su fotografie zenitali. Da qualche anno questa obiezione cade nel vuoto. Il digitale ha portato una vera e propria rivoluzione nel settore. Ora esistono sul mercato apparecchi fotografici che consentono, oltre che di registrare il file con i dati riferiti all’immagine, anche di applicare a questo i dati riguardanti la latitudine, la longitudine, l’altezza di scatto, la data, l’ora esatta, il tipo di macchina fotografica utilizzato e la focale con cui si è effettuato lo scatto stesso. L’innovazione ha cambiato radicalmente le cose in tutto il settore. Ora le immagini oblique o prospettiche, partendo dal punto di scatto, sono perfettamente collocabili su qualsiasi cartografia, foto satellitare o foto zenitale con una precisione assoluta. Sono cioè georeferenziate. Questo consente tutta una serie di applicazioni tecniche prima non possibili, permettendo a chi si occupa di paesaggio o di urbanista di incrociare i nuovi dati visuali, le nuove prospettive con le carte e le ortofoto già in suo possesso, senza dimenticare che la risoluzione possibile per le foto aeree oblique può essere di gran lunga maggiore di quanto, ora, possano fornire le migliori ortofoto. Altro dato non meno significativo è che queste fotografie aeree, a 45° rispetto alla superficie terrestre, rappresentano la mediazione culturale tra l’immagine tecnica per eccellenza (ortofoto-satellitare) e quanto solitamente è abituato a vedere l’occhio. Di fatto è lo strumento che avvicina il cittadino alle problematiche della programmazione territoriale. Potremmo anche arrivare a dire che con queste nuove immagini georeferenziate gli architetti del paesaggio, gli urbanisti, i programmatori in generale del territorio e la classe politica avranno a disposizione uno strumento in più per progettare ciò che viviamo e vivremo con un’attenzione più puntuale verso i sentimenti, i colori, le atmosfere e le tradizioni del territorio che ci circonda. 54 Piazza Armerina (BAMSphoto - Rodella) 55 Ma quali sono le applicazioni delle fotografie a 45° o prospettiche o oblique georeferenziate? 1 - ARCHEOLOGIA La foto obliqua ci permette di valutare gli alzati e di relazionare il monumento con tutto l’ambiente che lo circonda. 2 - CENSIMENTO PATRIMONIO ARTISTICO Le immagini prospettiche ci permettono di collocare i vari monumenti nei contesti urbani permettendo di formulare pareri approfonditi su tutte le tematiche relative a tutte le questioni di impatto ambientale. Questo tipo di immagine consente un più minuzioso controllo dello stato di fatto del monumento, grazie al maggiore dettaglio che questa fotografia offre in confronto a tutte le altre immagini zenitali. Inoltre questo tipo di fotografie permette agli studiosi di avvicinarsi al monumento in modo nuovo consentendo di avanzare, sul monumento analizzato, nuove ipotesi e riflessioni di studio. 3 - CENTRI STORICI Le immagini oblique consentono di vedere ed apprezzare i nostri centri in modo diverso, più vivo e, se mi consentite, più colorato. Le foto zenitali non rendono giustizia alla bellezza dei cuori pulsanti delle nostre città. Con la foto verticale tutto è piatto e la comprensione delle modificazioni in atto o in progettazione è spesso difficile, in alcuni casi impossibile. Sono fermamente convinto che molti scempi che distruggono il paesaggio e l’immagine della nostra Italia siano dovuti a questa deficienza informativa. La programmazione edificatoria o ristrutturazione urbanistica di una città è molto più facile e a minor rischio di brutture in presenza di una documentazione fotografica obliqua a tappeto del tessuto urbano esistente ancora non del tutto compromesso. 4 - MONITORAGGIO AMBIENTALE L’acquisizione di foto oblique facilita il controllo del verde in generale consentendo agli organi preposti una tutela più puntuale del “patrimonio verde” del nostro Paese arrivando in molte situazioni a poter censire la quantità e la qualità delle piante o dei singoli arbusti in una certa zona. 5 - CONTROLLO SITUAZIONI A RISCHIO La qualità, e la frequenza delle rilevazioni aeree oblique consentono un monitoraggio delle situazioni ambientali a rischio molto significative in particolare in situazioni dove opera la Protezione Civile (es. cave e discariche - inceneritori - laghetti). 6 - CENSIMENTO IDROGRAFICO Il controllo delle acque, delle ripe, degli scarichi, dei sistemi irrigui può essere facilmente effettuato con le immagini oblique. È evidente, in questi casi, quali possono essere i vantaggi delle foto a 45°. 7 - PROMOZIONE-PROGRAMMAZIONE TURISTICA La vista obliqua permette di valorizzare al massimo grado le bellezze del paesaggio Italiano. La presentazione di immagini a volo d’uccello delle bellezze che nei secoli scorsi portarono in Italia per il Gran tour frotte di turisti stranieri, può rappresentare un notevole valore aggiunto per l’economia del nostro Paese. 8 - GRANDI INFRASTRUTTURE La progettazione di grandi opere ha sempre di più bisogno di indagini fotografiche oblique preventive (per vedere lo stato di fatto e per simulare la visione della realizzazione finita) e in 56 Gerasa. Giordania (BAMSphoto - Rodella) 57 corso d’opera per il controllo ed il monitoraggio dell’opera stessa in modo che le strutture che andranno ad insistere su un determinato territorio possano essere il meno invasive possibili. 9 - PAESAGGIO La salvaguardia del paesaggio è uno dei temi che più interessano la fotografia aerea obliqua. Le relazioni tra un profilo di orizzonte e una qualsiasi struttura urbana o vegetale, tanto per fare un esempio, speso si possono cogliere solo con questo tipo di immagine. Nessuna fotografia zenitale, infatti, potrà mai rendere le relazioni tridimensionali che un’immagine a 45° circa può rendere. Queste in sintesi le prime applicazioni della fotografia aerea obliqua che potranno estendersi in futuro ad altre e più significative applicazioni. 1) M. Rago (a cura di), Nadar, Quando ero fotografo, Editori Riuniti, Roma 1982. 58 Pisa (BAMSphoto - Rodella) 59 Fausto Simonotti Fotografia aerea e paesaggio archeologico L’analisi d’immagini aerofotografiche è una parte importante della diagnostica archeologica per le svariate possibilità che offre nell’identificazione delle tracce che segnalano la presenza di strutture sepolte attraverso i molti ‘segnali’ che queste producono. Variazioni nella morfologia del territorio, differenti colorazioni del terreno e discontinuità nella crescita della copertura vegetale, sono alcuni indizi che le foto oblique esaltano accentuando effetti prospettici e chiaroscurali. Non di meno la documentazione di siti archeologici già indagati e quindi evidenti nella loro estensione e complessità, trova un valido contributo nelle riprese aeree non planimetriche. Le strutture sepolte affascinano per il mistero della loro forma e della loro funzione, per la loro antichità e per la storia che le accompagna. Anche il volo ed il poter comprendere con lo sguardo ciò che una limitata visione ‘terrestre’ non consente, sono da sempre parte dell’immaginario e della voglia di conoscere. Le foto aeree verticali, adatte per elaborazioni cartografiche, ripropongono in modo oggettivo ed asettico il soggetto delle riprese. Tecnicamente utili, ma sostanzialmente distanti dalla sensibilità necessaria per avvicinarsi ad un soggetto complesso quale può essere un paesaggio. Se poi il paesaggio è marcato da tracce antropiche del presente o del passato è indispensabile un punto di vista differente e più coinvolgente. Coinvolgimento da intendersi non solo come lettura estetica dell’immagine, ma come approfondimento nella comprensione del soggetto che nasce dalle maggiori o diverse informazioni che derivano dalle differenti angolazioni di ripresa. Per la documentazione con foto oblique dei siti archeologici, emblematici risultano alcuni esempi che chiarificano le differenti possibilità di lettura che ne possono derivare. Calcinato - Ponte S. Marco (BS) Sito preistorico e protostorico. Media età del Bronzo e I età del Ferro (XV sec. a.C. - V sec. a.C.) Carpenedolo, Brescia. Fiume Chiese. (BAMSphoto - Rodella) Questo insediamento, un villaggio dell’età del Bronzo che si estendeva sul versante meridionale di un dosso morenico nei pressi del fiume Chiese, è stato oggetto di indagini archeologiche effettuate in tempi diversi e modalità differenti nel 1990-91 e nel 2003. A corollario della documentazione raccolta, durante la campagna di scavo del 2003, sono state effettuate delle riprese aeree oblique del cantiere e della zona circostante. L’immagine ripresa in avvicinamento (fig. 1) contestualizza l’area d’intervento e fornisce subito un colpo d’occhio gradevole e spettacolare. Risalta l’assetto urbanistico e si nota come questa parte del sito archeologico, soggetto centrale della foto, affiori miracolosamente indenne dall’abitato moderno. 61 Nel dettaglio del cantiere archeologico (fig. 2) l’incidenza della luce evidenzia le tracce delle delimitazioni dell’insediamento (palizzata/fossato) nonché la consistenza del dosso morenico, sottolineato dalle ghiaie biancastre affioranti nelle trincee d’indagine. Tracce dell’antropizzazione recente sono documentate dai solchi d’aratura che hanno in parte intaccato il suolo antico e che sono ben evidenti nonostante siano distanti fra loro solo 30 cm (fig. 2). Fig. 1 Fig. 2 62 Berzo Demo (BS) Sito dell’età del Ferro e romano (VI sec. a.C. - II sec. d.C.) L’ambiente alpino è di per sé suggestivo per il paesaggio che muta repentinamente e per gli insediamenti moderni ed antichi, talvolta arroccati, che hanno guadagnato spazio con difficoltà in territori impervi. Questo sito, frequentato fin dall’età del Ferro, è emblematico di questo appropriarsi del territorio attraverso architetture funzionali ed efficaci. Fig. 3 Fig. 4 63 Fig. 7 64 Il villaggio protostorico occupava un ripido declivio roccioso rivolto a sud ed era organizzato su livelli diversi attraverso terrazzamenti comunicanti. Un punto di vista privilegiato che bene illustra la morfologia dell’area è dato dalla riprese effettuate costeggiando il versante (fig. 3) dove si nota come l’espansione dei centri abitati sia subordinata al necessario sfruttamento delle sottostanti aree pianeggianti. Le antiche strutture occupavano allo stesso modo il versante e sono, come quelle attuali, impiantate sulla roccia o, addirittura, nella roccia stessa. Sono emerse dallo scavo come tracciati di muri in pietra o vani scavati nella pietra. Le ombre ed un punto di ripresa con un’inclinazione che contrasta quella del pendio, hanno consentito di rendere visibile e comprensibile l’impianto antico, visibile solo attraverso i diversi toni grigi delle rocce scistose materia prima e edificio allo stesso tempo (fig. 4). Scendendo di quota, infine, si scindono e si distinguono ancor più chiaramente roccia di base e strutture murarie, le seconde proiettano ombre sulla prima schiarita dall’incidenza della luce (fig. 5). Desenzano (BS) - Località Faustinella Sito d’età romana e altomedievale (I sec. d.C. - VII sec. d.C.) Lo scavo di questo sito archeologico, situato alla base di un dosso morenico, ha interessato una vasta area soggetta a consistenti modifiche per la costruzione di insediamenti artigianali. I lavori si sono svolti, in modo discontinuo, dal 2004 al 2006 riportando alla luce le strutture imponenti e lineari di una villa romana e delle sue pertinenze. In prossimità della chiusura dei lavori e del cantiere (l’edificio è stato ricoperto) sono state effettuate alcune foto aeree oblique. Già in precedenza questa porzione di territorio è stata documentata in modo analogo. Costante della morfologia della zona sono i cordoni morenici del ghiacciaio benacense i cui versanti ombreggiati risaltano sulla pianura. I volumi dell’edilizia industriale, nelle riprese in avvicinamento della primavera 2006, incombono sulla villa facendola sembrare poca cosa e conferendo alla strutture moderne un aspetto decisamente “alieno” al territorio circostante (fig.6). I dettagli fotografici ripresi da opportune angolazioni esaltano l’architettura dell’impianto antico e scandiscono gli ambienti grazie alle ombre proiettate dagli alzati dei perimetrali (fig. 7). Fig. 6 65 Gianluca Cavaliere La fotografia aerea obliqua: immagini e conoscenza del territorio Il viaggio alla scoperta della fotografia è un percorso tra arte, comunicazione, conoscenza, ricordo e sensazioni. La parola fotografia ha origine da due parole greche: phos e graphis, letteralmente quindi fotografia significa scrivere (grafia) con la luce (fotos). La fotografia aerea obliqua è la fotografia aerea in cui l’asse di ripresa è intenzionalmente spostato rispetto alla verticale, in modo da formare un angolo non nullo con la verticale stessa: le immagini risultanti danno una vista come se l’osservatore stesse guardando fuori da un finestrino d’aereo. Queste immagini sono più facili da interpretare rispetto alle fotografie verticali, ma è più difficile localizzare e misurare caratteristiche su di esse allo scopo di costruire mappe. Le foto oblique si dividono in oblique panoramiche (foto aerea obliqua che include la linea dell’orizzonte nel campo visivo) e oblique basse (foto aerea obliqua che non include la linea dell’orizzonte nel campo visivo). Brescia, zona EIB. Lavori in corso per la terza corsia della tangenziale sud. (BAMSphoto Rodella) Scopi e Utilizzo La fotografia aerea obliqua rientra tra la Fotografia Naturalistica che ritrae il paesaggio, la fauna, la flora, dettagli ed effetti grafici di scene naturali. Il fine principale del fotografo naturalista e della foto aerea obliqua è quello di riprendere scene in natura in modo da documentare l’evento o la situazione così come è, dando un’interpretazione fotografica personale. Oltre a buone capacità fotografiche il fotografo naturalista deve avere una conoscenza scientifica dei soggetti e delle situazioni che andrà a riprendere. Le foto oblique si usano quando occorre coprire una vasta area o quando si vuole evidenziare il rilievo. Le distorsioni introdotte dall’inclinazione, tuttavia, ne rendono difficoltoso l’uso per la stesura di mappe. Da queste considerazioni nasce l’idea di documentare e mappare il territorio con foto ad altissima risoluzione riprese dall’alto di un elicottero per poi riportarne su una cartografia piana i punti di presa con i relativi coni visuali: georefereziare cioè sul territorio gli scatti effettuati per poterli poi consultare con sistemi informativi specializzati nella gestione del territorio (G.I.S.). La peculiarità che le distingue sta nel fatto che queste foto catturano i seguenti elementi fondamentali per la loro georeferenziazione sul territorio: - la posizione di scatto (coordinate X,Y,Z nel sistema WGS 84); - l’angolo di presa (angolo di direzione dell’asse di ripresa rispetto al nord); - dati fotografici relativi allo scatto (es.data, risoluzione, focale) La funzione della foto area obliqua non è riconducibile agli aspetti metrici della classica fotogrammetria ma ad una visione profonda e puntuale di alcuni elementi del territorio: elementi come separazione naturale tra “costruito” e zona agricola possono essere meglio documentati con scatti fotografici che catturano questo rapporto da particolari angoli visivi. Parliamo quindi di “scatti” come ritratti del territorio che evidenziano come caricature gli elementi di indagine e documentazione. 67 Vantaggi della foto aerea obliqua Ma quali sono i vantaggi di questa informazione del territorio “diversa” da quella classica piana con la quale siamo abituati a interagire ? Per capirlo è sufficiente percorrere una mostra foto-cartografica organizzata da Bamsphoto e scoprire come tutte le persone possono avvicinarsi alla fotografia e alla conoscenza del territorio superando l’approccio riservato agli specialisti. Sindaci, assessori, bambini, mamme, papà di ogni grado ed età grazie a queste riprese aeree oblique del territorio si avvicinano in modo naturale ed istintivo all’immagine del territorio, contatto che diventa quindi comunicazione, informazione, conoscenza, riflessione. La foto aerea obliqua infatti è una informazione che permette a molti di riconoscersi nella propria realtà territoriale e funge da stimolo per l’indagine, l’approfondimento e la conoscenza del territorio. La persona non subisce un’immagine cartografica classica, ma reagisce e interagisce attraverso la caratteristica più naturale e diffusa… la curiosità ! Ma esiste anche una utilità più “pratica” per le amministrazioni o gli enti che utilizzano questo tipo di informazione. Con la foto obliqua è possibile: - descrivere un particolare tema del territorio: acqua, vegetazione, urbanizzato, monumenti… - descrivere e mappare particolari eventi che richiedono una immediata ricognizione: incendi, frane, allagamenti, calamità naturali; - conoscere il lato nascosto della cartografia zenitale: vedere i prospetti delle abitazioni, percepire la profondità della prospettiva; - disporre di uno scenario su cui calare progetti per documentare gli impatti ambientali. Inoltre le fotografie aeree oblique possono arricchire notevolmente la conoscenza del territorio e delle eventuali anomalie, rispetto alle classiche ortofoto in quanto: - mostrano il soggetto ripreso da una quota più bassa (200-500m, contro gli almeno 6000m delle ortofoto) e quindi sono più ricche di dettagli; - possono essere effettuate più frequentemente, consentendo la ripresa del soggetto in condizioni ambientali diverse quali: condizioni di luce; crescita vegetativa stagionale, stato delle colture agrarie, umidità del suolo, presenza di copertura nevosa. Aspetti tecnici per l’utilizzo delle foto aeree oblique Ogni fotografia aerea obliqua è affetta da errori (distorsioni) rispetto ad una visione “cartografica” del soggetto fotografato e questi sono dovuti essenzialmente a due motivi principali: - Distorsioni prospettiche dovute all’inclinazione dell’angolo di ripresa rispetto allo zenit del soggetto. -Distorsioni ottiche dovute agli obiettivi di ripresa, sempre maggiori al diminuire della focale (grandangolari) e al peggiorare della qualità dell’ottica. L’eventuale importazione nel GIS di una fotografia aerea obliqua per renderla metricamente corretta comporta preliminarmente la soddisfazione di due requisiti: 1. la georeferenzazione del file secondo il sistema di coordinate; 2. la correzione delle deformazioni indotte dalla mancanza di ortogonalità dell’asse ottico di presa con le superfici; Entrambe queste fondamentali operazioni possono essere compiute con l’ausilio di software dedicati. Nello specifico il raddrizzamento di fotogrammi inclinati può essere sviluppato grazie all’impiego di raddrizzatori automatici che permettono di verificare le condizioni ottiche e proiettive indispensabili oppure può avvenire mediante procedura digitale con l’applicazione di opportuni software che consentono inoltre la diretta mosaicatura dei fotogrammi raddrizzati. 68 Utilizzo e integrazione delle foto georeferenziate in sistemi G.I.S. Dalla Cartografia ai Sistemi Informativi Territoriali Il problema del miglior utilizzo delle risorse terrestri e di una più razionale gestione del territorio, visto come complesso delle attività e degli insediamenti umani, ha suscitato nel corso degli ultimi anni un crescente interesse verso l’accrescimento delle conoscenze territoriali, sia per un aumentato fabbisogno di risorse che per una maggiore disponibilità di mezzi tecnologici. Questa necessità di crescita dell’informazione territoriale, unita all’evoluzione metodologica e tecnologica dei mezzi di acquisizione dei dati, hanno poi indotto a trasformare la tradizionale documentazione cartografica tecnica e tematica, in strumenti informativi molto più perfezionati e più immediati, sia per una maggiore integrazione dei dati registrati, che per una più approfondita analisi e gestione delle stesse informazioni spaziali considerate. Uno strumento utile in molti campi di attività, ed agevolmente accessibile ad un più ampio insieme di utenti di multivariati interessi scientifici, economici e culturali. Un’evoluzione concettuale, quella accennata, che ha prima trasformato il classico documento cartografico su supporto cartaceo, in un nuovo prodotto numerico su supporto magnetico, ed ha poi progressivamente avviato, come conseguente sviluppo logico, la messa a punto di sistemi informativi a carattere territoriale, denominati appunto sistemi informativi territoriali, o più semplicemente S.I.T.: strumenti, finalizzati alla raccolta di dati aventi uno specifico riferimento spaziale o, per meglio dire, una significativa localizzazione topografica, esprimibile attraverso le corrispondenti coordinate geografiche. Sistemi informativi denominati anche, a partire dal 1962, più propriamente sistemi informativi geografici, ed individuati molto più semplicemente con la sigla GIS, dalla terminologia originaria Geographic Information Systems. Più in generale, viene individuato come GIS un insieme organizzato di apparecchiature hardware, di programmi software, di dati geografici, progettato per acquisire, memorizzare, aggiornare, trattare, analizzare e visualizzare in maniera efficiente dati georeferenziati.Un insieme, cioè, specificatamente preposto alla cattura delle informazioni, alla loro memorizzazione ed al loro aggiornamento, al loro trattamento ed alla loro analisi, ed infine anche alla loro divulgazione mediante opportuna forma georeferenziata. Un complesso operativo, teso comunque a rendere possibili elaborazioni di tipo spaziale, in tempi brevi od altrimenti impraticabili. I dati di interesse geografico, memorizzati in un sistema informativo di questo tipo, comportano in conseguenza la descrizione puntuale dell’ubicazione topografica degli oggetti considerati, espressa dalle relative coordinate geografiche riferite nel sistema topocartografico preferito; degli attributi metrici, tematici e fisici associati alle stesse ubicazioni; e delle relazioni intercorrenti fra gli stessi oggetti considerati e le strutture ad essi collegate o circostanti. Un sistema operativo costituito dunque da informazioni selezionate e strutturate, supportato da un sistema informatico, che ne costituisce una delle sue componenti essenziali, mirato sia ad assicurare efficacia alla pianificazione territoriale ed alla programmazione economica, che a garantire una maggiore efficienza alle attività amministrative e gestionali relative agli ambiti territoriali interessati. La formazione dei sistemi informativi georeferenziati La formazione dei sistemi informativi georeferenziati ha manifestato, la realizzazione di queste essenziali possibilità operative: 1. l’acquisizione dei dati primari in una o più forme diverse, e cioè, sotto forma di rappresentazioni cartografiche analogiche, di informazioni complementari, di tabulati, di immagini digitali, etc.; 69 2. l’archiviazione e la conservazione delle informazioni acquisite, mantenendo le relative necessarie relazioni spaziali; 3. l’utilizzazione immediata dei dati memorizzati; 4. l’elaborazione programmata dei dati, secondo schemi prefissati, tenendo naturalmente conto delle loro interrelazioni, per valutare possibili reazioni di causa ed effetto, al variare di appropriati parametri; 5. la rappresentazione dei dati in output mediante una varietà di modalità, che comportano sia le tabulazioni, sia i video displays, che la generazione automatica di rappresentazioni grafiche. La formazione di un sistema informativo geografico numerico si realizza, in conseguenza, attraverso un insieme di fasi operative, distinte e successive, che comportano nell’ordine: la codifica; l’input dei dati; la gestione dei dati; le operazione che realizzano il trattamento dei dati; la fornitura dei prodotti in output. La codifica ha lo scopo essenziale di individuare senza equivoco gli oggetti ed i particolari topocartografici considerati, ai fini di una selezione tematica dei relativi contenuti informativi, indispensabile alla loro gestione ed al loro successivo trattamento analitico. Il sistema adottato per tale codifica, è strutturato di norma in forma gerarchica ed articolato per livelli, che comportano talvolta la suddivisione in categorie, sottocategorie ed attributi. Logicamente, la codifica dei vari dati di interesse topocartografico comporta sempre l’associazione alle coordinate geografiche che ne definiscono la relativa ubicazione spaziale. Tali dati possono essere acquisiti in memoria sia in forma vettoriale che in forma raster, e cioè attraverso una stringa o mediante una griglia. Queste due differenti forme di strutturazione digitale sono naturalmente fra loro interconnesse, per la trasformazione dell’una nell’altra e viceversa. L’input dei dati comporta talvolta la conversione dalla forma analogica alla forma digitale, od un eventuale pretrattamento che li renda compatibili col formato previsto. La gestione dei dati comporta naturalmente l’utilizzazione di appositi software, che regolano l’ingresso in memoria dei dati stessi, la relativa ricerca automatica, ed il rispettivo mantenimento in efficenza. Integrazione delle foto oblique in sistemi GIS Le foto oblique georeferenziate possono essere inserite e consultate in tutti i sistemi software GIS, come ad esempio Autocad Map, ArcGIS, o pubblicate su piattaforme webgis come ad esempio MapGuide o MapServer. Qualsiasi sia il progetto che interessa il territorio il sistema GIS può usufruire dell’informazione fotografica obliqua: semplici file georeferenziati nel formato shape (*.shp) contengono i punti di ripresa con le relative coordinate, sia nel sistema Gauss-Boaga, sia in coordinate geografiche latitudine, longitudine nel sistema di riferimento WGS 84. Nel file degli attributi sono poi inserite le informazioni tecnico descrittive dello scatto: altezza di scatto, data, direzione, focale, ecc. 70 Brescia, zona industriale a sud della città. (BAMSphoto Rodella) 71 Marco Rosini In volo: per vedere i limiti della crescita Brescia, zona industriale-abitativa a sud-ovest della città. (BAMSphoto - Rodella) Volare oggi sulla fascia pedemontana della pianura padana, farlo fisicamente o attraverso le immagini aeree oblique, può essere un'esperienza molto dura. C'è una sorta di istinto, di intuizione profonda che ci fa percepire come sbagliate e brutte tante forme (o non forme), tanti dei grumi dimateriale urbano che lo sguardo incontra. Una sensibilità che ci fa sentire perplessi, che ci fa stare male, così come - al contrario - sa placare il nostro spirito e rasserenarci di fronte a paesaggi ecologicamente sani, che ci fa percepire la bellezza di un'ansa di fiume, di un cascinale o di un salto d'acqua. Quali siano le radici di questo sentire, che ci permette di esprimere dei giudizi sintetici così generali su un paesaggio, anche se percepito da una prospettiva così poco "umana" come il volo, non può essere approfondito in questa sede. Ciò che preme sottolineare è che più si approfondisce la conoscenza delle dinamiche naturali e umane, più si studiano i legami fra attività dell'homo oeconomicus e attività dei sistemi naturali, più questo senso di errore, più l'impressione di "qualche cosa che non va", trova conferma. In questo senso lo sguardo dall'alto, la prospettiva che meglio aderisce al concetto di paesaggio, diviene il luogo ideale per una riflessione ancora più ampia e impegnativa, una descrizione che si rivolge da un lato agli equilibri planetari, dall'altra si interroga sull'intero funzionamento del sistema economico, una descrizione apparentemente troppo vasta, ma che sola può permettere di tornare ai luoghi del pedemonte, della pianura e del nostro territorio con delle intuizioni nuove e finalmente feconde, davanti a questa avanzata del brutto-e-sbagliato che ci trova sempre più perplessi, ma anche più rassegnati. Il problema, come sempre, sta nel manico. Per chi prova a contenere sul campo - nella politica locale, nelle amministrazioni pubbliche, negli organismi tecnici - il continuo propagarsi della materia urbana a spese del paesaggio biologicamente produttivo, la battaglia sembra spesso ormai perduta. E in effetti all'interno di un sistema nel quale tutte le forze politiche, tutte le voci più autorevoli ritengono che la crescita quantitativa dell'economia sia un elemento imprescindibile per il benessere e la sopravvivenza stessa della società non può che essere così. Battaglia persa, con qualche effimera vittoria, nel corso della ritirata. Il problema - come si diceva - sta nel manico, sta nel fatto che le voci più autorevoli e ascoltate, le voci che hanno in larga parte reso vassalle quelle della politica, le voci che si elevano più alte dei governi locali, provinciali e nazionali, le voci degli economisti continuano a propagare (con rarissime eccezioni) un dogma potentissimo e al tempo stesso incredibilmente ignorante della realtà fisica, termodinamica e biologica su cui l'economia stessa deve pur basarsi. Un'ignoranza incredibile - che ha delle precise ragioni d'essere, che vedremo in seguito - e che è la vera base della attuale deriva dell'economia mondiale, che non riesce più a tenere nascoste le sue magagne di fondo. Ogni scolaretto sa che: non è possibile una crescita infinita in un mondo finito. Eppure gli economisti - a partire dai più considerati - non si preoccupano di questo fatto, sembra facciano di tutto per non ammettere che esistono precisi vincoli alla crescita quantitativa dei flussi di materia e energia di cui l'economia delle monete è solo un'immagine, restituita da uno specchio deformato. 73 Il climate change, il cambiamento climatico di cui finalmente siamo costretti a riconoscere l'esistenza, con cui siamo costretti a fare i conti, non è altro che questo: il limite della crescita quantitativa che è stato raggiunto. In termini termodinamici - ma il concetto è semplicissimo - la produzione di gas serra inibisce la capacità del pianeta di dissipare verso il serbatoio freddo degli spazi esterni l'entropia, ovvero il disordine termodinamico, prodotto dai processi che avvengono sul pianeta. Come se a una automobile si riducesse la dimensione del radiatore e si tappasse a metà la marmitta: con il surriscaldamento e la mancata dispersione degli scarichi l'efficienza e le prestazioni diminuiscono, mentre aumentano i consumi e i guasti. L'aumento della frequenza degli uragani e la crisi dei mercati finanziari sono - da questo punto di vista - la stessa cosa, o meglio sintomi dello stesso problema di fondo. Bisogna dunque tornare "indietro", bisogna rinunciare al progresso tecnologico con tutte le sue utili ricadute sulla qualità della vita degli uomini? Ovviamente no, al contrario: è proprio nella ricerca tecnologica - sebbene in una ricerca tecnologica diversamente orientata rispetto a quella oggi imperante - che sta una parte decisiva nella soluzione dei problemi del mondo contemporaneo. Il punto è comprendere - finalmente - che la non-crescita quantitativa non è una iattura da evitare, ma la prospettiva permanente all'interno della quale, migliorando le efficienze, innovando e imparando a fare più cose con la stessa quantità di materia e di energia libera, si può ottenereuna ricchezza reale sempre più grande. Herman Daly (il padre dell'economia dello sviluppo sostenibile) scriveva delle opportunità di un'economia in stato stazionario qualcosa come trenta anni fa: trenta anni che hanno portato alla conferma sempre più netta, sempre più condivisa, sempre più ineluttabile di quelle tesi. Ci siamo dentro fino al collo: un sistema (economico) non può consumare le risorse a una velocità superiore di quella della loro rigenerazione, un sistema (economico) non può produrre rifiuti a una velocità superiore rispetto a quella necessaria per il loro rissorbimento. Due quasiovvietà, eppure queste due proposizioni, le leggi fondamentali dello sviluppo sostenibile, sembrano pervicacemente invisibili agli economisti della crescita e al mantra accondiscendente dei loro proseliti (tra i quali ahimè, è compresa la stragrande maggioranza della classe dirigente attuale del nostro Paese). Le ragioni storiche di questa situazione stanno nel fatto che l'economia teorica e l'economia vissuta dai paesi tecnologicamente più avanzati nei due secoli di sbronza da carbonio fossile (carbone, petrolio e gas), si è mossa in uno scenario dove i vincoli alla crescita erano invisibili e lontani, si è sviluppata in un mondo vuoto: vuoto di uomini e pieno di risorse, dove gli errori, il disordine e l'entropia prodotti in eccesso potevano sempre essere compensati spostando il confine, invadendo nuovi territori, scoprendo nuove fonti di approvvigionamento, eccetera. Ora il mondo è pieno, pieno di uomini e di bisogni, pieno di consumi e con risorse limitate: un mondo talmente intasato dei sottoprodotti della combustione del carbonio fossile da non riuscire più a smaltirlo: il motore batte in testa e le alchimie perverse dell'economia finanziaria sono le prime a saltare: a saltare di fronte ai duri fatti del mondo reale, di quel modo fisico - con i suoi limiti - con il quale hanno pensato fino a ieri di non dovere fare i conti. Ora lo sappiamo: il dogma della crescita è sbagliato. Dobbiamo imparare a creare ricchezza reale in un mondo che non cresce quantitativamente i suoi consumi, a vivere nella non-stagnazione migliorando la ricchezza e il benessere senza usare più energia di quella disponibile, non producendo più rifiuti di quelli smaltibili (a partire dall'anidride carbonica) da parte del pianeta. Prima lo si capisce, meglio è per tutti, ma bisogna gestire bene anche la transizione allo stato stazionario: non si può pensare che basti uno schiocco di dita. Governare la transizione a uno stato stazionario, a un'economia capace di produrre benessere riducendo i flussi di materia e di energia sui quali si appoggia: questo è il mestiere difficile al quale deve dedicarsi la politica del ventunesimo secolo. Il problema è che tutta quanta la classe dirigente attuale ha studiato nelle scuole della cresci- 74 ta, e proprio non riesce a fare questo semplice, ma indispensabile cambio di prospettiva. Possiamo a questo punto al volo iniziale, allo sguardo dal cielo sulla pianura, al senso istintivo di rifiuto di fronte all'inesorabile propagarsi di frettolosa materia urbana nelle campagne, nei territori biologicamente produttivi. Finchè questo passaggio non viene compiuto, finchè non viene abbandonata l'ideologia della crescita economica (della crescita del PIL, per intendersi) non ci sarà modo di venirne a capo. Il paesaggio, il paesaggio vitale della coevoluzione fra uomo e natura verrà inevitabilmente sputtanato. Chi sta in trincea - amministratori locali, sovrintendenti e tecnici, e uomini di buona volontà - potranno solo tenere un poco di più le posizioni di fronte alla marea montante di una società civile ed economica che adora il più rozzo degli idoli: un indicatore, il prodotto interno lordo, in nome del quale cadono i governi e le economie, su variazioni decimali del quale si fanno guerre politiche e guerre guerreggiate... peccato che sia un indicatore completamente cieco, e stupido. Il prodotto interno lordo è nato nel corso dell'ultimo conflitto mondiale per tenere conto della dimensione quantitativa totale, della "potenza" in termini generali di un sistema economico (nella fattispecie quello americano): e per quello scopo era un ottimo indicatore. Ma il pianeta Terra del 1945 e quello del 2008 hanno caratteristiche incredibilmente diverse. Il prodotto interno lordo comprende - per esempio - tutta una serie di voci cosiddette difensive: assicurazioni, spesa sanitaria... per questo un terremoto o un grave cataclisma (che rendono molto più povero un Paese) hanno l'effetto paradossale di far crescere il PIL. Bene, se provassimo a togliere al PIL dei Paesi occidentali le spese difensive, scopriremmo di essere in piena recessione da più di vent'anni! Il paesaggio della pianura e del nostro pedemonte è il luogo dove si manifesta questa comprensibile, ma tanto grave, lentezza ad abbandonare - a ogni livello: dal governante al più semplice dei cittadini con il suo particulare - una visione ormai inadeguata. Il volo può così diventare un esercizio spirituale, da un lato di autentica compassione nella pochezza del contemporaneo, dall'altro di ricerca delle nuove energie necessarie per andare oltre, per portare l'ininterrotto cammino della civiltà, anche nei nostri luoghi, su un binario più corretto e bello - a partire da dove ci troviamo. 75 Renata Salvarani Il paesaggio come fonte per la storia del territorio: l’uso della fotografia aerea Se, dopo la fine dell’epoca industriale, la riprogettazione del territorio passa attraverso l’analisi della storia delle comunità e delle forme del loro insediamento nello spazio, la conoscenza del paesaggio, delle sue trasformazioni e delle sue possibili utilizzazioni future, richiede il ricorso a modalità di indagine il più possibile rigorose e complete. Proprio nel contesto dell’elaborazione di metodologie di ricerca adeguate alla complessità della storia del territorio e alle sue implicazioni, l’utilizzo di forme tecnologicizzate di rilievo delle realtà esistenti e dei segni lasciati dalle comunità nello spazio può fornire elementi nuovi, aperti ad ulteriori prospettive di indagine. Le tecniche legate alla fotografia aerea, in particolare, si prestano ad essere utilizzate in vista di operazioni di valorizzazione del territorio. Storia locale come storia del territorio La storia del territorio ha un oggetto di indagine definito, categorizzato, limitato e preciso: le forme istituzionalizzate di controllo dell’ambiente e di gestione dei rapporti socio politici fra i gruppi umani e all’interno dei gruppi stessi, in relazione con lo sfruttamento delle risorse. La territorialità, in senso fenomenologico, si fonda sulla percezione dello spazio vissuto, riconosciuto nel corso di esperienze individuali e collettive. Deriva dalla diffusione di immagini mentali, idee del paesaggio, percezioni delle distanze e dei confini, di rappresentazioni più o meno astratte, disegni, racconti, raffigurazioni simboliche. È frutto del perpetuarsi di abitudini, rapporti sociali, modalità di sfruttamento delle risorse ambientali, tecniche di coltivazione, prelievo e uso dei materiali da costruzione. In altri termini, uno spazio fisico per essere territorio deve essere percepito e accettato come tale sia da chi lo vive sia all’esterno, deve configurarsi come un unicum omogeneo al suo interno e distinto da altri territori. Tale percezione collettiva deriva da due aspetti: uno di carattere geoambientale, legato alle condizioni fisiche, climatiche e spaziali, l’altro legato all’organizzazione stabile dei rapporti fra gli essere umani. Il territorio si definisce articolandosi in due componenti fondamentali, una naturale e una istituzionale. La prima è attinente alla coltivazione e alla produzione di beni, alle condizioni tecniche, economiche e sociali della produzione e si esprime nella consapevolezza degli abitanti di appartenere a un’unità spaziale. La seconda riguarda il controllo degli ambienti geografici e delle loro risorse, la struttura della comunità e i suoi rapporti con le altre entità e si colloca sul piano istituzionale1. Entrambe le componenti di un territorio si strutturano, si definiscono e si trasformano nel tempo2. Profondamente interconnesse e intersecate, finiscono per sovrapporsi, poichè, come chiedeva retoricamente Fernand Braudel, «che cos’è una civiltà se 3 non una sistemazione antica di una certa umanità all’interno di un certo spazio?» . Il racconto della storia nello spazio Bassa bresciana. (BAMSphoto - Rodella) Caratteristica costitutiva del territorio è la spazialità: nello spazio si fissano la formazione stessa di una società e le sue trasformazioni; essa si struttura e si modifica in relazione con lo spazio. Ne deriva che nello spazio si inscrivono i segni della storia4. Le marche esterne utilizzate 77 nel processo cognitivo per fissare la memoria si traducono in segni materiali, monumenti, costruzioni, forme del paesaggio. Dalla memoria condivisa da un piccolo gruppo si passa alla memoria collettiva anche grazie alla individuazione di luoghi della memoria, consacrati dalla tradizione proprio in funzione di un ruolo attivo di conservazione di elementi identitari o fondanti che risalgono al passato. I segni posti nello spazio fissano i riferimenti agli avvenimenti e alle esperienze del passato e li veicolano ai destinatari, siano essi gli stessi residenti-attori del territorio, siano i visitatori o i componenti di società altre che si relazionano con il territorio e con la sua comunità. Tutto ciò vale in genere per lo spazio abitato dall’uomo, per gli spazi della produzione, della coltivazione, del viaggio, ma è molto più evidente per lo spazio costruito e massime per quello urbano, dove racconto verbale (scritto o orale) e costruzione (nella pietra e nei volumi) operano una stessa sorta di inscrizione, l’uno nella durata, l’altro nella durezza del materiale: ogni nuova costruzione si inscrive nello spazio urbano come un racconto in un ambito di intertestualità. È come se la superficie terrestre antropizzata narrasse una storia ininterrotta, sia pure inframmezzata da salti, pause di rallentamento o periodi di abbandono. All’interno di questa narrazione spaziale è possibile ricercare una sorta di atto iniziale: un intervento, un fenomeno o un programma che è alla base dell’organizzazione del territorio, una sorta di imprinting che ha condizionato gli sviluppi successivi. Quel momento (o quella serie di momenti) stanno alla base della connotazione specifica di un territorio5. In altre parole, nella città e, in genere, negli spazi antropizzati si crea un intrico stratificato di spazi, di espressioni di diverse concezioni della vita, dell’abitare, dei ruoli sociali, dei rapporti fra persone e fra gruppi, ma anche di segni e di simboli, di tratti identificativi che, nel loro insieme costituiscono un campo di indagine privilegiato per lo studio di una società e delle sue trasformazioni. A partire da questi presupposti, la storia del territorio è storia di uno spazio percepito come unità omogenea e strutturato nelle sue due componenti costitutive, geomabientale e istituzionale, in un processo che si è realizzato nel tempo. Essa si configura come storia della mentalità, della percezione, degli ambiti mentali e della percezione simbolica, come storia economica, della produzione e del paesaggio e, infine, come storia delle istituzioni e delle loro dinamiche spaziali. Metodologia e storia del territorio La scala locale, il gioco di scale e le metodologie specifiche della storia locale possono efficacemente contribuire a mettere in evidenza le fasi e le modalità della genesi di un territorio, le sue interconnessioni con altri territori e il suo inserimento in dinamiche esterne. L’approccio metodologico della storia del territorio implica infatti un ricorso intenso e profondo a una pluralità di fonti, anche in prospettiva interdisciplinare. Proprio questa profondità di indagine favorisce la scelta della scala locale per esplicare al meglio le potenzialità del metodo stesso. Ha come oggetto tre dimensioni distinte, ciascuna delle quali può essere ricostruita utilizzando tipologie di fonti diverse e specifiche: a. il territorio rappresentato, sia nella mentalità che nella letteratura e nelle manifestazioni artistiche, sia nelle percezioni dei suoi attori e dei suoi osservatori; b. il territorio costruito nello spazio, che si configura, nei suoi aspetti spaziali e paesaggistici, come immagine della comunità che lo crea perchè esso è espressione sia delle modalità di sfruttamento e interazione reciproca fra uomo e ambiente, sia delle forme istituzionali che regolano la vita comune6; c. il territorio governato e istituzionalizzato, regolato da meccanismi di controllo e da vincoli per gli esseri umani strutturati in relazione con lo spazio (fiscalità laica, versamento delle decime, leva militare obbligatoria, vincoli giurisdizionali, eccetera). 78 Bassa bresciana. (BAMSphoto - Rodella) 79 Territorio e identità di una comunità Il territorio, in altri termini, è un’entità istituzionalizzata e uniforme, ma al suo interno si sviluppano dinamiche e processi che ne definiscono gli assetti in modo mutabile. Se le sue delimitazioni, rigide o sfumate che siano, si strutturano e si fissano nel tempo, in relazione con le sue due componenti costitutive, naturale e istituzionale, ne deriva che l’identità e la specificità di un territorio si identificano e si ricostruiscono attraverso le sue vicende storiche. Di conseguenza, la chiave per l’individuazione della specificità di un territorio - che è espressione dell’identità della comunità che l’ha creato come tale - è la ricerca storica sulle origini e sui mutamenti organizzativi della comunità stessa. La storia del territorio, grazie sia alla sua complessità metodologica e grazie al rilievo che attribuisce agli aspetti istituzionali, si configura, quindi, come problematico terreno di incontro tra prospettive speculative della ricerca e istanze del dibattito contemporaneo sul tema ampio dell’identità. Indagine storica e progettazione (o ri-progettazione) del territorio Proprio l’individuazione di metodologie di indagine specifiche, condotta nella storiografia europea negli ultimi decenni, può permettere esperiezne di raccordo fra analisi di carattere speculativo, da una parte, e operazioni di valorizzazione e di utilizzo positivo delle risorse del territorio. In questa prospettiva, individuare una metodologia rigorosa di indagine, che ponga in relazione logica dati provenienti dalle fonti e analisi critiche orientate a rispondere alle grandi questioni storiche, garantisce a una ricerca linearità e profondità, le consente di rapportarsi con linee di studio generali, le conferisce un respiro sufficiente per aprire sviluppi successivi. Le dà anche una consistenza e una complessità di temi e di chiavi interpretative che le permettono di supportare la progettazione di un piano di valorizzazione del territorio, fortemente integrato con le caratteristiche culturali delle comunità che oggi lo vivono e lo trasformano. Questa prospettiva di applicazione fa emergere la necessità per la storia locale di ricorrere a orientamenti metodologici specifici e basati su criteri ben definiti, ma nello stesso tempo strutturati in modo da recepire elementi e spunti legati alla specificità delle singole situazioni. Lo stesso vale sia per la ricerca, sia per la narrazione-comunicazione dei suoi risultati, che sono due fasi consequenziali, parti del medesimo processo cognitivo, che si interconnettono proprio sulla base di un’ipostazione logica unitaria. Se, da una parte, non è possibile indicare parametri fissi, né passaggi preordinati perchè la sperimentazione nella prassi appare l’unica strada percorribile, dall’altra è l’oggetto stesso della ricerca storica locale ad assegnare alla metodologia una marcata caratterizzazione. Fonti per la storia del territorio Nella ricerca storica, una fonte è tutto ciò che fornisce dati o informazioni su un avvenimento o un fenomeno che si è verificato nel tempo passato. A fronte di questa definizione generale, si pone un problema preliminare: esiste una specificità delle fonti per la storia locale? No, se si considera la storia locale come storia degli ambiti, come storia del territorio, come attenzione alla spazialità degli avvenimenti e dei fenomeni, come prospettiva per affrontare dal basso e dal quotidiano i grandi problemi della storia. Tuttavia si possono identificare modalità specifiche di uso e di analisi delle fonti. La dimensione circoscritta dell’indagine non implica il ricorso a fonti diverse da quelle utilizzate dalla ricerca storica generale, ma piuttosto un uso diversamente orientato. Se l’oggetto dello studio sono gli aspetti spaziali di eventi e fenomeni, il rapporto fra comunità locale e realtà esterne, i mutamenti profondi attuati in un’area determinata, le informazioni saranno ricercate, lette e concatenate in quest’ottica, che risulta strutturalmente diversa da quella della storia generale. 80 Inoltre, l’approccio locale, ricorrendo alla microscala, si è caratterizzato nella prassi storiografica recente per una stretta aderenza alle fonti e per la possibilità di “usare” una elevata quantità di dati, anche minimi, ricavati da un gran numero di documenti. Tutto ciò ha portato all’attenzione degli studiosi e degli addetti ai lavori archivi locali prima in gran parte tralasciati: raccolte comunali, parrocchiali, monastiche, private, consortili, che, insieme con gli archivi di stato, le grandi raccolte nazionali e le edizioni di documenti, costituiscono oggi a pieno titolo la base di qualsiasi indagine locale. Contemporaneamente hanno iniziato ad essere esaminati in modo sistematico tipologie di documenti scritti un tempo tralasciate perchè considerate minime, se non insignificanti, o quantomeno troppo problematiche e “faticose” rispetto al risultato che se ne poteva trarre: atti privati, testamenti, libri di conti, registri finanziari pubblici, documentazione fiscale, registri di battesimi e di matrimoni, atti di visite pastorali, minute, inventari. La caratterizzazione interdisciplinare della ricerca locale ha comportato la necessità di incrociare fonti di tipologia diversa sulla base di criteri omogenei e replicabili in situazioni variate. L’emergere di temi legati alle cosiddette ‘culture subalterne’ ha fatto risaltare la necessità di indagare aspetti delle società prima lasciati in secondo piano. Tutta la storiografia si è arricchita grazie al porsi di nuovi problemi di storia economica, sociale, istituzionale, ecclesiastica, culturale, che richiedono una specifica esperienza nel campo di più scienze, affini o ausiliarie rispetto alla storia: dall’economia alla liturgia, dal diritto civile e canonico all’archeologia e alla linguistica, dalla numismatica alla demografia, dall’aerofotogrammetria e dalla topografia storica alla statistica e alla sociologia. Lo stesso concetto di fonte si è enormemente allargato, estendendosi alla natura del terreno e alle sue trasformazioni, alle tecnologie metallurgiche, ai grandi fenomeni climatici, agli strumenti di lavoro7. Sapendo di dovere evitare il rischio della globalità, lo storico locale si trova oggi ad orientarsi in settori diversi e ad acquisire tecniche di utilizzo e razionalizzazione di informazioni provenienti da fonti disparate, per poi dover raccordare ricerche di ambito circoscritto e problematiche più vaste8. Fra queste tecniche, assumono un ruolo peculiare quelle legate all’uso della fotografia aerea e dell’aerofotogrammetria. Il paesaggio come fonte per la storia di una comunità Anche il paesaggio, nel suo insieme, può essere, infatti, letto come un palinsesto di segni che si utilizzano come fonti storiche9. Lo si può definire «il racconto dei modi in cui la società ha posto le sue basi in un territorio, di come lo ha fatto suo possesso, lo ha conosciuto, utilizzato, di come in esso abbia trovato i modi di organizzarsi, evolvendosi e cercando via via i migliori adattamenti all’ambiente naturale»10. Include costruzioni nuove, modificazioni dell’ordine anteriore, opere di difesa delle situazioni più convenienti, elementi funzionali, piccoli e grandi, che servono al vivere, al produrre e alla elaborazione della propria identità. Si tratta di grandi edifici, opere monumentali destinate a durare, che imprimono una connotazione netta all’insieme, ma si tratta anche di segni minuti che esprimono il fare quotidiano, il vissuto e le risposte alle necessità della popolazione. Le due tipologie di segni si intersecano e si sovrappongono, creando un tessuto di rimandi spesso difficile da districare, soprattutto nelle aree fortemente antropizzate e insediate continuativamente dell’Europa. Il paesaggio si sviluppa in una dimensione di continuità, ma subisce le trasformazioni e le cesure indotte dalle accelerazioni della dialettica fra tradizione e innovazione vissute dalla società che lo crea. Al suo interno si distinguono, quindi, elementi che corrispondono a persistenze e a fenomeni di lunga durata e altri elementi che visualizzano nello spazio scelte di mutamento e di rottura. 81 Segni e simboli nello spazio Quando si utilizza il paesaggio nel suo insieme come fonte storica, ciò che importa mettere in evidenza sono, in particolare, i segni, in quanto specchio degli elementi funzionali, di cui una società ha marcato il paesaggio. L’operazione di “marcatura” è indipendentemente da quanto accaduto prima, che fa parte di un’altra storia, di un altro strato, anche se in qualche misura assimilato dalla società sopravvenuta. Quest’ultima dà inizio alla sua storia con una discontinuità che si legge nel paesaggio attraverso la diversità dei modi di produrre, costruire, dare ordine agli elementi territoriali e identitari. Basti pensare al processo di urbanizzazione, di industrializzazione e di meccanizzazione dell’agricolturea avvenuto in Italia fra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Le migrazioni interne hanno indotto trasformazioni urbanistiche rilevanti; la costruzione di fabbriche che richiedevano un’alta concentrazione di manodopera presente in loco hanno determinato la costruzione di quartieri e insediamenti nuovi; si sono diffuse tipologie abitative corrispondenti alle mutate abitudini di vita; si sono imposte forme di coltivazione che permettessero operazioni meccanizzate; i filari dei vigneti sono stati disposti per consentire il passaggio delle macchine, sono stati abbattuti gli alberi che intralciavano le operazioni, le estensioni degli appezzamenti sono state adeguate alla nuova organizzazione. E così via. Il mutamento è stato tale che quei decenni si riconoscono come discrimen fra una precedente forma organizzativa della società e qualla successiva: il salto da una all’altra ha lasciato segni tutt’oggi visibili. Trasformazioni del paesaggio e della società Gli elementi di cambiamento scritti dentro il paesaggio fissano i punti di riferimento cronologici all’interno del suo processo di costituzione. A partire da questi ultimi, si possono integrare i dati provenienti dalla fonte paesaggio con quelli provenienti dalle altre tipologie di fonti. Il paesaggio però ha una sua peculiare caratterizzazione e il suo studio è insostituibile e imprescindibile in una prospettiva storica locale integrata. Esso, infatti, è sì un insieme di elementi sensibili ma anche un insieme di immagini e di visioni di quegli elementi: pone la sua evidenza immediata e la sua muta oggettività funge spesso da correlativo per azioni di racconto, di rielaborazione e di rappresentazione. La descrizione degli elementi paesaggistici (alberature, canali, terrazzamenti, corsi d’acqua) fatta da chi vive in paesaggio e lo guarda dall’interno, da attore e protagonista delle sue trasformazioni, fornirà informazioni legate alla memoria individuale, familiare e locale che sfuggono o sono estranei ad altre fonti11. Allo stesso modo, la lettura operata dagli autori di rappresentazioni artistiche, pittoriche e fotografiche, del passato o contemporanei, dà informazioni su elementi scomparsi o non più percepibili e introduce spunti di interpretazione corrispondenti alla mentalità e alle modalità di percezione dei tanti occhi che si sono rivolti al paesaggio che ci interessa. Essi hanno contribuito a costruirlo, attribuendo valori e significati ai suoi segni, favorendo la conservazione, l’obliterazione o la cancellazione delle sue caratteristiche nel tempo12. Al di là del fatto che il paesaggio può essere narrato a viva voce dagli attori della sua costruzione o rappresentato e reinterpretato nelle opere d’arte e nella cartografia, il punto di partenza di ogni ricerca o lettura delle sovrapposizioni temporali che formano lo spessore storico del paesaggio deve forzatamente basarsi su realtà esistenti. È questo l’aspetto che più ci interessa, se ci poniamo in una prospettiva di stretto collegamento fra ricerca e azioni di valorizzazione e riprogettazione del territorio. Analisi del paesaggio Le fonti di partenza sono gli elementi costituenti il paesaggio stesso, cioè le permanenze, le residualità del passato inscritte in un contesto ambientale che, almeno nella sua estensione e nei suoi elementi geo spaziali è rimasto sostanzialmente immutato nel tempo. 82 Anche gli elementi sensibili contemporanei del paesaggio necessitano però di un’interpretazione, che si basa sul confronto tra la visione dello storico outsider di oggi con le visioni dei protagonisti del paesaggio, portatori della loro memoria locale di attori, e con le visioni selettive operate nel passato e divenute rappresentazione artistica o documenti. La visione esterna dello sudioso può essere supportata da strumenti e tecniche di visione e rappresentazione che mettono in evidenza elementi del paesaggio grazie all’uso di punti di vista diversi. Tecniche e tecnologie per l’analisi del paesaggio Il ricorso all’aerofotogrammetria e a ricognizioni fotografiche georeferenziate (che consentono il confronto con la cartografia e con immagini scattate negli stessi punti e con le medesime distanze e angolature in tempi diversi) fornisce il materiale di base per indagini scientifiche sulle trasformazioni del paesaggio e sugli elementi di persistenza su lunghe durate. Inoltre, l’incrocio supportato da rielaborazioni informatiche fra i dati provenienti da immagini zenitali (scattate in perpendicolare dall’elicottero), immagini a volo d’uccello (per lo più realizzate da aerei da turismo, senza un’inclinazione prefissata) e immagini scattate a 45 gradi di inclinazione consentono di analizzare gli assetti urbani e le trasformazioni in alzato degli edifici, mettendo in evidenza gli aspetti tridimensionali dei tessuti edificati13. Queste letture tecnologicizzate predispongono una sorta di aggregato grezzo di dati e informazioni che possono entrare utilmente nella dialettica di una lettura storica se ricondotte in un metodo critico orientato verso temi e problemi specifici. Una metodologia fondata sulla fonte paesaggio è il cosiddetto “strip” o spoliazione progressiva14, che parte dal presupposto che all’origine dell’assetto attuale del paesaggio stia un’azione forte che ha determinato le forme di organizzazione di una società nello spazio. Su di essa si sono sovrapposte via trasformazioni, modificazioni, obliterazioni che hanno portato fino all’assetto attuale. La storia si deposita nel paesaggioper strati, grazie a tanti segni, anche minimi. La procedura di ricerca dell’organizzazione iniziale di un paesaggio (o di uno dei suoi strati principali) consiste nello ‘spogliare’ il paesaggio contemporaneo letto con il supporto di rilevazioni e tecnologie fotografiche, dei segni che si sono via via sovrapposti nel tempo, fino ad arrivare ad una sorta di scheletro che corrisponderebbe alla forma dell’organizzazione “originaria”, o – meglio – alla quale noi vogliamo fare riferimento come terminus a quo. È evidente che via via ci si allontana dal presente, il riconoscimento delle stratificazioni diventa più difficile e si è costretti a comprendere in un’unica stratificazione periodi di tempo sempre più ampi. In questi margini di inderminatezza, oltre che nella soggettività implicita nell’analisi dei dati rilevati tecnicamente, consistono i limiti del ricorso al paesaggio come fonte prevalente per una ricerca di storia del territorio. Forme di razionalizzazione delle analisi del paesaggio Il raccodo fra l’utilizzo di forme di rileivo fotografico dell’esistente e le sintesi di rappresentazione grafica della superficie terrestre costituisce un momento di analisi di primaria importanza per la conoscenza del territorio e delle sue trasformazioni nel tempo. La rappresentazione cartografica è una forma di razionalizzazione spaziale grafica codificata degli elementi sensibili del paesaggio e del territorio. È uno strumento interpretativo realizzato in una precisa situazione per rispondere a determinate finalità. Una mappa con l’indicazione dei corsi d’acqua può essere stata redatta in funzione della regolazione dei livelli o dell’attestazione di diritti di proprietà o in funzione di un progetto di bonifica e di regimentazione degli alvei. Un disegno che riporta castelli, elementi fortificati e indicazioni dei rilievi montani o collinari può risalire a un progetto militare o accompagnare una relazione di verifica delle situazioni sul campo che doveva precedere una spedizione. Una rilevazione dei confini di appezzamenti agricoli può essere stata predisposta nel contesto di una vertenza, o di una 83 successione ereditaria. Le mappe catastali indicano la corrispondenza fra beni immobili, proprietari e stima della rendita stabilita per finalità di controllo fiscale. La planimetria di un edificio industriale può risalire a una pratica di richiesta di autorizzazione ad avviare l’attività o a una riorganizzazione interna delle modalità di lavoro e di turnazione. Carte e mappe sono strumenti indispensabili per lo studio della storia locale: restituiscono informazioni sugli assetti sensibili del territorio, sul rapporto fra elementi antropici e naturali e sulla percezione dei luoghi nelle diverse epoche, che molto difficilmente sarebbero ricavabili da altre fonti. Tuttavia ciascuna rappresentazione esplicita pienamente la sua funzione di fonte storica e fornisce una concatenazione più completa di dati se viene ricondotta al contesto che l’ha originata, se si ricostruiscono le situazioni e le condizioni particolari che ne hanno reso necessaria la realizzazione, se si identificano il disegnatore, il committente e i destinatari, se si collegano i suoi contenuti e il suo codice simbolico con documenti, con raffigurazioni artistiche e con altri elementi cartografici contemporanei. Inoltre, l’incrocio fra gli elementi raffigurati e le informazioni provenienti da singoli toponimi e da indagini sulla toponomastica dell’area può fare emergere aspetti del processo di trasformazione del territorio e contribuire ad individuare le dinamiche che l’hanno orientato. Il confronto fra mappe e disegni relativi allo stesso territorio o allo stesso insediamento ma realizzati in epoche diverse, con una sorta di sovrapposizione diacronica può indicare le linee di persistenza e di mutamento degli insediamenti, dei tracciati stradali, dei corsi d’acqua, dell’estensione e della ripartizione di boschi e spazi coltivati, e così via15. Questa operazione implica la soluzione di una serie di problemi tecnici, tra cui l’individuazione delle unità di misura e delle scale usate e la loro equiparazione, le caratteristiche dei segni convenzionali e il loro scioglimento, l’appartenenza o meno a una serie o a un’unica campagna di rilevazione. Vi si aggiungono le questioni relative a ciascuna carta o mappa: verifica dell’autenticità, ubicazione, stato di conservazione, grafia16. Gli ambienti urbani, per la loro complessità e per la concentrazione di documenti che spesso li caratterizza, sono un campo di studio particolarmente favorevole. Carte, mappe, mappe catastali, stradari, rappresentazioni in alzato, disegni preparatori per nuove realizzazioni urbanistiche o architettoniche costituiscono la base per ricostruzioni integrate degli assetti nelle diverse epoche e delle scelte spaziali operate in relazione con le grandi trasformazioni vissute dalla società cittadina17. Sia per i tessuti insediativi fittamente edificati che per i contesti rurali, il confronto fra i risultati della collazione fra rappresentazioni di precedenti epoche diverse con la cartografia attuale, consente di verificare i singoli aspetti e di vagliarne l’attendibilità. Il controllo sulle distanze raffigurate rispetto alla realtà, l’esame dei rapporti altimetrici e della struttura degli edifici costruiti, l’analisi della presenza di elementi naturali aggiungono indicazioni critiche alle informazioni provenienti dai documenti storici. Anche in queste prospettive di indagine il ricorso agli strumenti della fotografia aerea, in fase di verifica, o in fase di raccordo con la progettazione di interventi sul territorio si rivela un’occasione privilegiata, sia per la conoscenza che per l’operatività. 84 1) M. Roncayolo, Territorio, in: AA.VV., Enciclopedia Einaudi, Einaudi, Torino 1981, vol. XIV, pp. 218-244, in particolare p. 230. 2) Si vedano i testi di riferimento: L. Gambi, Una geografia per la storia, Einaudi, Torino 1973; Id., I quadri ambientali, in Storia d’Italia, Annali, Einaudi, Torino, 1972, n. 1; G. Rougerie, Géographie des paysages, Presses universitaires de France, Parigi 1969. 3) F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, trad. it. di C. Pischedda, Einaudi, Torino 1953, p. 765. 4) P. Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, pp. 207-215. Si veda anche C. Morris, Lineamenti di una teoria dei segni, Manni, Torino 1954. 5) La ricerca dell’inprinting «è possibile e dovrebbe imporsi in paesi come l’Italia dove la continuità dell’insediamento non è mai stata interrotta da fasi regressive se si escludono certi periodi nel passaggio dalla romanità alla ripresa comunale dell’alto medioevo, e dove il popolamento si è via via intensificato in maniera progressiva. La stessa metodologia non avrebbe senso invece nello stesso modo in un paese come gli Stati Uniti ad esempio, dove la colonizzazione si è impiantata nel territorio ex novo, una volta fatta piazza pulita delle esigue tracce delle popolazioni indiane» (E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia 2004, pp. 189-190). 6) Per un approfondimento del tema, si vedano: E. Turri, La conoscenza del territorio, Marsilio, Venezia 2003; Id., Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia 2004, in particolare pp. 188-194; H. N. Shultz, Genius loci, Electa, Milano 1986. 7) C. Violante, Gli studi di storia locale tra cultura e politica, in Id. (a cura di), La storia locale. Temi, fonti e metodi della ricerca, Il Mulino, Bologna 1982, pp. 26-27. 8) AA.VV., Storia locale e pluralità delle fonti, Atti del convegno di studi 5-7 giugno 1992, Quadernidell’Archivio Storico Arcivescovile di Fermo, Fermo 1994. 9) Riflessioni di base in: K. Lynch, Il tempo dello spazio, Marsilio, Milano 1977; P. Castelnovi (a cura di), Il senso del paesaggio, Istituto di Ricerca Economico-Sociale del Piemonte, Torino 2000; D. Cosgrove, Realtà sociale e paesaggio simbolico, Ed. Unicopli, Milano 1990. 10) E. Turri, Il paesaggio... Op.Cit, p. 166. 11) P. Virno, Il ricordo del presente, Bollati Boringhieri, Torino 1999. 12) T. Maldonado (a cura di), Paesaggio, immagine e realtà, Electa, Milano 1981. 13) Si vedano alcuni casi di studi condotti sul bacino del Po e sui centri storici di città italiane in www.bamsphoto.it 14) E. Turri, Il paesaggio... Op.Cit., pp. 190-191. 15) A titolo di esempio si vedano E. Turri (a cura di), Le terre del Garda: immagini del lago nella cartografia, secoli XIVXX, Cierre, Brescia 1997; D. Ferrari, La città fortificata: mantova nelle mappe ottocentesche del Kriegsarchiv di Vienna, Il Bulino, Modena 2000. 16) Per un approccio generale al tema si vedano J. Black, Visions of the world: a hisotry of maps, Mitch, London 2003; A. Ludovisi, S. Torresani, Storia della cartografia, Pàtron, Bologna 1996; M. Bini, Alla scoperta del mondo: l’arte della cartografia da Tolomeo a Mercatore, Il Bulino, Modena 2001; D.R. Curto, A.Cattaneo, A.F. Almeida, Firenze, Leo S. Olschki (a cura di), La cartografia europea tra primo Rinascimento e fine dell’Illuminismo, Atti del Convegno Internazionale The making of European Cartography (Firenze. BNCF-EUI, 13-15 dicembre 2001) 2003. 17) Testi di riferimento: C. De Seta, Cartografia della città di Napoli: lineamenti dell’evoluzione urbana, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 1969; Id., Città d’Europa: iconografia e vedutismo dal XV al XVIII secolo, Electa, Napoli 1996; Id., Tra oriente e occidente: città e iconografia dal XV al XIX secolo, Electa Napoli 2004. 85 Alberto Angelo Lini Cartografia storica, fotografia aerea e rilievo del territorio Montichiari, Brescia. Rudere di cascinale nella brughiera. (BAMSphoto - Rodella) Nell’analisi del territorio, al fine di capire quali siano state le trasformazioni, che hanno plasmato i nostri aggregati urbani è di fondamentale importanza percepire quali siano state le principali fasi che ne hanno modificato la geometria urbana e la delimitazione degli spazi rurali. L’analisi della rappresentazione cartografica in successione storica attraverso le mappe catastali e la fotografia aerea sono tra gli strumenti più validi e ricchi di informazione. Storicamente prima dell’unificazione esistevano in Italia ben ventidue tipi di catasto, fra questi il più importante era il censo milanese. Alcuni di questi accatastamenti erano geometrici altri descrittivi. In Lombardia il censimento immobiliare a scopo fiscale fu iniziato nel Ducato di Milano a partire dal XVI secolo (dominazione spagnola 1535-1705). Nel 1718, sotto la dominazione Asburgica Carlo VI d’Austria promuove un rilievo censuario del territorio mai tentato prima e terminato successivamente da Maria Teresa d’Austria nel 1760 (Catasto Teresiano). Molti dei principi contenuti in questo catasto geometrico perticellare sono tuttora validi nei catasti moderni. Successivamente la geografia politica dell’alta Italia viene rivoluzionata a partire dal gennaio 1797. Nel maggio 1805 Napoleone viene incoronato nel Duomo di Milano, e la repubblica si trasforma con altre terre in Regno Italico. Con Napoleone si inizia una nuova campagna di rilievi al fine di costituire il nuovo catasto. Conclusosi il periodo Napoleonico viene eseguito su tutte le province del regno Lombardo-Veneto un nuovo censimento. Non è un caso che il catasto geometrico e particellare inizi fra il XVII e il XVIII secolo il suo viaggio nella storia. Pur non tralasciando gli apporti dovuti ai grandi navigatori, è solo all’inizio del’ 600 che Welbord Snell indica come rilevare e sviluppare una rete di triangoli, come misurare una base; ed è infine fra il ‘600 e ‘700 che si diffondono le cartografie della famiglia Cassini. Infatti sia la Baviera che poi il neonato Regno d’Italia adottano per la carta catastale la proiezione di Cassini modificata da Soldner. Con l’unificazione del Regno d’Italia ci fu una grande rivoluzione dei catasti poiché i sistemi in uso fino ad allora differivano fra loro: alcuni erano geometrici, altri descrittivi, altri ancora mancavano di triangolazioni, di misurazioni, di scale e di diverse basi. Nel 1886 fu emanata la legge 1º marzo 1886 n. 3682 sulla sperequazione fondiaria (legge Messedaglia) che ordinava l’istituzione di un catasto che doveva servire per l’applicazione delle imposte. Angelo Messedaglia è stato senatore del Regno d’Italia nella XV legislatura e docente di economia all’Università degli Studi di Padova oltre ad essere evidentemente un valido tecnico, infatti nella sua relazione parlamentare dichiara: «è da augurarsi prossimo il tempo in cui, dopo lunghi servigi resi e malgrado i parziali vantaggi […] la tavoletta pretoriana […] andasse a prendere il meritato riposo accanto al livello ad acqua e all’astrolabio […] e poiché siamo sui suggerimenti, non ci sembra inopportuno di richiamare l’attenzione anche sull’uso della fotografia, da cui parecchi si ripromettono uno speciale sussidio nel rilievo topografico e che merita a ogni modo di non essere dimenticata». È sempre difficile fare previsioni, soprattutto azzeccarle, quindi è meglio essere prudenti anche nei confronti dei successori, lo dimostra il brano seguente tratto dalla rivista del catasto del 1958: «Nei futuri rilievi (ci sia lecita qualche previsione), avvalendosi della completa dotazio- 87 ne di nuovi strumenti sarà possibile conseguire agevolmente un più notevole grado di precisione ( anche in relazione alla preconizzata probatorietà del catasto) siano essi attuati da terra ovvero con la fotogrammetria aerea. È da aggiungere che per le prese aereofotogrammetriche è da presumere prossima la sostituzione dell’aereoplano con l’elicottero, aereomezzo di cui, a quanto risulta, sarebbero eliminate quelle eccessive vibrazioni che finora ne hanno impedito l’impiego nei voli aereofotogrammetrici. Tale sostituzione sarà di grande importanza sia per evitare quegli inconvenienti che la velocità dell’aereo produce nella presa dei fotogrammi sia e specialmente per consentire il saltuario rilievo di zone anche di estensione minima, sulle quali l’elicottero potrà soffermarsi». È noto che l’elicottero, almeno a fini cartografici non è stato usato.La fotogrammetria possiamo farla risalire al fisico Arago che nel 1839 all’Accademia Francese presentò una Memoria sulla utilità delle fotografie come aiuto per il rilievo dei monumenti e l’esecuzione dei lavori topografici. Con il perfezionamento delle camere fotografiche e del materiale sensibile si ebbero in seguito molte applicazioni, soprattutto nei rilevamenti di alta montagna. Nella seconda metà dell’ottocento si estese il procedimento di rilievo attraverso le fotografie, con la realizzazione di camere fotografiche adatte, di speciali strumenti di misura e di nuove tecniche operative: la restituzione del terreno veniva fatta in generale per via grafica e per punti con opportuni regoli e settori graduati. Il salto di qualità si ebbe, dopo il 1900, con la realizzazione da parte della casa Zeiss del primo restitutore automatico: lo stereoautografo. Dopo la prima guerra mondiale è nata la fotogrammetria aerea: attraverso le operazioni di guerra, con la ricognizione aerea, si constatò quale grande campo di indagine potevano rappresentare le fotografie e si intravide la possibilità di utilizzarle per scopi topografici. Subito dopo il 1919 apparvero i primi restitutori italiani, francesi e tedeschi, adatti per fotografie prese da un aereo e non soltanto per foto terrestri. Fiorirono anche molti studi che misero in evidenza le proprietà geometriche delle fotografie e le relazioni esistenti tra l’oggetto. Nella carlinga di un aereo, che nella sua parte inferiore ha uno o più fori eventualmente protetti da un vetro a facce piane e parallele, vengono sistemati sia la macchina fotogrammetrica su un sostegno circolare girevole per l’orientamento secondo la direzione del volo, sia alcuni strumenti complementari. L’asse principale della camera deve essere verticale, quando l’aereo Mappa del 1738, Comune Monastico di Maguzzano-Lonato, Brescia. (BAMSphoto - Rodella) 88 è in assetto di volo orizzontale. Le fotografie vengono prese secondo strisciate in modo che vi sia un ricoprimento longitudinale fra una fotografia e la successiva, necessario per la restituzione di un terreno qualsiasi in quanto ciascun punto deve essere ripreso da due stazioni. L’insieme di due fotografie con ricoprimento longitudinale prende il nome di stereogramma. Appare scontato ma bisogna ricordare che le prime foto aeree furono realizzate in Francia dal pioniere della fotografia Nadar (Gaspard-Félix Tournachon, 1820-1910) nel 1858, a bordo di un aerostato. Si fissarono così le basi teoriche della fotogrammetria, che con l’avvento dell’elettronica, dell’informatica e del digitale ha raggiunto notevoli progressi ampliando sempre più le sue applicazioni. La fotografia aerea è uno strumento utile al rilevamento delle caratteristiche del terreno non facilmente percepibili al piano di campagna e trova applicazione in numerosi campi, dalla cartografia all’archeologia. Nel campo dell’archeologia la fotografia aerea è uno strumento di indagine che consente di evidenziare le tracce di resti sepolti non visibili da terra e di cogliere con una visione d’insieme i reciproci rapporti spaziali dei ritrovamenti. Questi ultimi sono anni di grande fermento tecnologico e gli attori che, pur in ambiti diversi, operano sul territorio possono contare su nuovi strumenti: Sistema Informativo Territoriale (SIT); Geographic Information System (GIS), Spatial Data Infrastructure (SDI), Infrastruttura per l’Informazione Territoriale (ITT), ecc. La cartografia storica e la fotografia aerea sono di aiuto non solo nella ricerca storica, ma sono strumenti importantissimi anche per la pianificazione territoriale, che spesso, pur avvalendosi di nuovi e sofisticati strumenti, dimentica il proprio ruolo sull’organizzazione del territorio in base alle proprie vocazioni paesaggiste e ambientali. La ricchezza di informazioni contenute nei registri catastali allegati alle mappe referenziano il territorio individuando oltre alla forma, la consistenza degli immobili, la qualità delle colture e la possessione dei fondi, mettendo in evidenza così l’uso agricolo del suolo con l’individuazione dei corpi idrici superficiali e le vie di comunicazione stradale. La lettura comparata delle carte in serie storica, unita al confronto della fotografia aerea, può farci scoprire parti di paesaggio del nostro territorio che talvolta non sono mutate nel tempo e che per questo vanno tutelate. Bagnolo Mella, Brescia. Catasto napoleonico. (Archivio di Stato) 89 Silvio Borlenghi Impatto ambientale e fotografia aerea La progettazione di grandi opere, soggette a Valutazione d’Impatto Ambientale da parte del Ministero dell’Ambiente, prevede la redazione di un nuovo strumento chiamato Progetto di Monitoraggio Ambientale (PMA) in grado di ‘tenere sotto controllo’ l’evoluzione degli impatti sull’ambiente causati sia dal cantiere sia dall’opera in esercizio. Gli obiettivi del PMA sono dettati dalle Linee guida per il progetto di monitoraggio ambientale delle opere di cui alla Legge Obiettivo (21-12- 2001 n. 43) e possono essere così riassunti: verificare la conformità alle previsioni di impatto ambientale indicate nello Studio di Impatto Ambientale, garantire un collegamento logico funzionale tra le fasi ante operam, corso d’opera e post operam, garantire il pieno controllo della situazione ambientale e valutare l’efficacia delle misure di mitigazione previste rispetto alle varie componenti ambientali che si sono affrontate nello Studio di Impatto Ambientale, consentire agli organi preposti alla verifica della situazione ambientale un accesso organico e diretto alle informazioni desunte dal monitoraggio effettuato. Oggi, per poter raggiungere gli obiettivi proposti dal Ministero la tecnologia mette a disposizioni strumenti sofisticati e, soprattutto per la componente Paesaggio, le riprese da satellite, le riprese aeree e in particolare la fotografia a bassa quota a 45° da elicottero risultano insostituibili. Regolamentazione normativa e ambito di applicazione Bassa bresciana. (BAMSphoto - Rodella) Il monitoraggio ambientale si applica ad una serie di componenti e fattori ambientali che vengono esplicitati nel DPCM 27/12/1988: atmosfera: qualità dell’aria e caratterizzazione meteo climatica, ambiente idrico: acque sotterranee e acque superficiali, considerate come componenti, come ambienti e come risorse, suolo e sottosuolo: intesi sotto il profilo geologico, geomorfologico e podologico, nel quadro dell’ambiente in esame ed anche come risorsa non rinnovabile, vegetazione, flora e fauna: formazioni vegetali ed associazioni animali, emergenze più significative, specie protette ed equilibri naturali, ecosistemi: complessi di componenti e fattori fisici, chimici e biologici tra loro interagenti ed interdipendenti, che formano un sistema unitario e identificabile per propria struttura, funzionamento ed evoluzione temporale, salute pubblica: come individui e come comunità, rumore e vibrazioni: considerati in rapporto all’ambiente naturale e umano, radiazioni ionizzanti e non ionizzanti: considerati in rapporto all’ambiente sia naturale che umano, paesaggio: aspetti, morfologia e culturali del paesaggio, identità della comunità umane interessate e relativi beni culturali. Il PMA si va ad aggiungere allo Studio di Impatto Ambientale (SIA) da cui trae le indicazioni di progetto e ne analizza l’evoluzione in tre distinte fasi: l’ante operam, la fase di realizzazione dell’opera e il post operam. L’adozione di tale metodologia per fasi temporali parte dall’esigenza di dover necessariamente confrontare lo stato dell’ambiente futuro con quello attuale; in questo modo si potranno quantificare gli impatti e l’efficienza delle misure di mitigazione e compensazione adottate. Esigenza primaria del PMA diventa la continua acquisizione di dati che fotografino lo stato dell’ambiente nella sua complessità e nelle sue interazioni con le perturbazioni create dall’opera. 91 Nonostante si sia consapevoli che ogni componente e fattore ambientale ha caratteristiche e problematiche proprie il PMA deve stabilire una metodologia standardizzata di acquisizione dei dati. Questa scelta è alla base di un idea di monitoraggio che non si ferma a valutare le componenti prese singolarmente, ma che guarda verso una loro continua interazione; questo permetterà di calibrare al meglio tutti gli interventi volti a garantire l’efficienza delle misure di mitigazione e compensazione ambientale. La componente paesaggio, che potrebbe sembrare ‘autonoma’ trova grande possibilità d’integrazione con le altre componenti ambientali applicando i principi dell’Ecologia del Paesaggio. L’approccio integrato La componente paesaggio è legata a diversi indicatori: le configurazioni fisico-naturalisticovegetazionale, le configurazioni insediative, i caratteri della visualità ed il patrimonio storicoartistico-archeologico. Risulta evidente che il monitoraggio su questa componente (nel suo complesso) ha significato se la raccolta dei dati ricopre una fascia temporale la più ampia possibile. Il monitoraggio ante operam potrebbe dare indicazioni di rilievo nelle scelte progettuali essendo lo strumento più idoneo a valutare le tendenze evolutive dei diversi indicatori. Uno Studio d’impatto Ambientale basato sui dettami dell’ecologia del paesaggio dovrebbe prevedere un monitoraggio ambientale che ne condivida criteri e metodi. E’ auspicabile completare le analisi mediante l’elaborazione di rilievi fotografici di dettaglio per garantire la massima visibilità e trasparenza nei confronti della popolazione residente, per renderla il più possibile partecipe delle trasformazioni in atto sul suo territorio utilizzando il linguaggio non tecnico. Ci si propone come obiettivo di monitorare, al fine di tutelare: la qualità paesaggistica degli interventi, l’uso del territorio a partire dalle risorse esistenti (parchi e aree con ecosistemi di pregio), i paesaggi agrari tradizionali, l’ambiente peri-urbano e peri-fluviale, la presenza biotica sul territorio e l’incremento della biodiversità, i valori acustici naturali o tradizionali: paesaggi ‘sonori’, i percorsi panoramici e i sentieri a valenza paesistica, la viabilità storica, la rete ecologica, il suo sviluppo e il suo completamento, la ricomposizione della forma urbana, gli areali di pregio paesaggistico: le valli dei principali corpi idrici e aree adiacenti, le aree umide, le fasce di contesto della rete idrica artificiale con valenza paesistica, le aree agricole a valenza paesistica, i centri e nuclei storici, i beni storico-culturali e loro contesto. Le fasi di lavoro si possono suddividere in prima della costruzione dell’opera, in corso d’opera e dopo la costruzione dell’opera. La prima fase prevede: realizzazione di una cartografia che, per le componenti flora, fauna ed ecosistemi, illustri tutti gli elementi naturali presenti nell’area interessata dall’opera con particolare riferimento alla emergenze di biodiversità; realizzazione di una cartografia dell’inter-visibilità paesistica mutuata da un rilievo fotografico e cine-fotografico a 45° rispetto al terreno eseguite da elicottero (dotato di GPS) da quote diverse; riprese da terra ove le stazioni di rilievo sono scelte in base alle principali posizioni di possibile percezione umana della nuova opera; realizzazione di una cartografia dell’inter-visibilità inversa mutuata da un rilievo fotografico verso le emergenze paesaggistiche come l’edificato rurale storico. La seconda fase prevede: rilievo fotografico di dettaglio eseguito dall’elicottero per le zone di cantiere e di imposta di grandi strutture; aggiornamento di tutte le cartografie realizzate nell’ante-operam compresi tutti i rilievi foto e video; controllo della effettiva realizzazione delle opere di mitigazione ambientale; controllo dell’evoluzione di tutte le opere previste di mitigazione e di compensazione. L’ultima fase, terminati i lavori, prevede: realizzazione di mostre fotografiche che raccontino l’evoluzione del paesaggio insieme alla nascita della nuova opera. Gli eventi finalizzati alla verifica dell’assimilazione paesistico-culturale dell’opera nel contesto locale potranno essere l’occasione per far scoprire nuovi punti di vista da cui apprezzare il paesaggio circostante. Il 92 monitoraggio della funzionalità ecologica del paesaggio è garantito tenendo sotto controllo il valore di biopotenzialità territoriale (Btc) Con le immagini provenienti dal telerilevamento utilizzato per il monitoraggio della vegetazione, con la stessa cadenza temporale, e con l’ausilio di un sistema GIS sarà possibile ottenere un valore di Btc per tutta la durata della costruzione. Il monitoraggio così impostato rende possibile la verifica dell’efficienza delle opere di mitigazione confrontando gli obiettivi dallo studio d’impatto ambientale con i risultati del monitoraggio (la Btc è un parametro proprio dell’Ecologia del paesaggio facilmente confrontabile). Nel caso in cui i valori di stima, al contrario, dimostrassero che i dati attesi non potranno mai essere raggiunti facilmente si potrà intervenire con misure correttive (potenziamento di opere di mitigazione, e compensazioni) in tempo utile per non compromettere la stabilità dell’ecomosaico. Appendice 1 Introduzione all’ecologia del paesaggio L’apporto teorico dell’Ecologia del Paesaggio (ramo specifico dell’Ecologia generale che si occupa dell’organizzazione del territorio in termini di configurazioni strutturali (macchie, corridoi e matrici) composti da elementi del paesaggio e/o ecotipi, configurazioni funzionali (apparati1) e dinamiche (trasformazioni). ha completamente ridefinito il rapporto uomo - territorio, tanto che il paesaggio è stato interpretato in una nuova ottica, cioè come un sistema di ecosistemi, «consistente in una serie di mosaici di tessere naturali e antropizzate organizzati come scatole su varie scale, da quella locale fino a quella regionale».2 Il paesaggio viene, infatti, studiato nella sua globalità, per non lasciare che le varie attività umane si assommino in modo del tutto casuale, ma siano connesse tra loro in un rapporto funzionale di apparato. In tal senso un’area può essere studiata solo se inserita nel sistema paesistico superiore, definito ecotessuto3 in modo che possa concorrere anch’essa al mantenimento di un determinato equilibrio ecologico generale (metastabilità4). Il postulato implicito delle tesi ecologiche è costituito dalla necessità di conservare la stabilità ambientale; se questo è il fine, la tutela della biodiversità può essere definita come lo strumento per il suo raggiungimento. Al concetto di biodiversità si lega quello di stabilità ambientale, che in questo caso viene intesa in senso dinamico, è cioè la capacità di un sistema ambientale di mantenere una costanza di struttura e di funzionamento, nonostante cambiamenti ambientali e disturbi dovuti ad interventi di varia origine, soprattutto umani (Ingegnoli, 1993). La stabilità di un ecosistema è sia correlata con le caratteristiche della sua struttura che del suo funzionamento, ma è anche influenzata dalla diversità della composizione in specie: la stabilità di un ecosistema, ossia la sua capacità di conservare un equilibrio dinamico mediante processi di regolazione omeostatici, cresce con il numero dei suoi elementi. Quando, attraverso eventi naturali o umani, certi ecosistemi vengono semplificati, la perdita di diversità incide negativamente sul loro funzionamento, provocando una caduta della stabilità e conseguentemente della qualità ambientale. L’uomo d’altra parte ha bisogno sia di ecosistemi artificiali, che necessitano di continui interventi di regolazione, sia di ecosistemi naturali, omeostatici e molto stabili. L’alternanza di zone con forti carichi di pressione ambientale e zone con forti capacità di assorbimento dei carichi stessi, permette di mantenere un certo equilibrio in tutto l’ecotessuto più ampio. I processi di urbanizzazione hanno portato a concentrare la presenza umana in aree singolari. Si sono così formati due poli contrapposti: il paesaggio antropizzato e quello naturale. Tutto ciò necessita di compensazioni, tenendo conto che gli ecosistemi stabili sono troppo piccoli e isolati per poter essere biologicamente autosufficienti. Per questo motivo diviene fondamentale la costruzione di una rete che li connetta, costituita da macchie collegate da corridoi, evitando il pericolo di isolamento di sistemi naturali in matrici completamente urbane. 93 Cenni sulla frammentazione degli habitat e corridoi ecologici I processi di sempre maggiore artificializzazione del territorio hanno portato, come si è detto, ad una profonda e radicale trasformazione dell’ambiente naturale originario, causando una quasi completa scomparsa degli habitat naturali a favore di neo-ecosistemi dipendenti da energia artificiale e, quindi, attivando processi di banalizzazione degli ecomosaici extraurbani. L’ecosistema, l’unità funzionale di base per l’ecologia, è un sistema aperto, lontano dall’equilibrio, che vive dello scambio di energie tra un ambiente di entrata e uno di uscita, tra i quali i nutrienti circolano, si accumulano e si trasformano, costituendo un complesso sistema di interazioni tra le popolazioni di produttori, consumatori e decompositori, organizzati in catene trofiche, attraverso cui l’ecosistema realizza meccanismi sempre più complessi di regolazione omeostatica. La presenza di catene alimentari garantisce il flusso di energia e il ciclo della materia all’interno dell’ecosistema e ne determina lo sviluppo e il suo processo evolutivo verso la condizione di metastabilità e, quindi, di equilibrio dinamico tra le sue componenti (Fabbri, 1997). La necessità di comunicazione e di scambio di materia ed energia tra gli ecosistemi è espressa dalla teoria biogeografica delle isole di Mc Arthur e Wilson, elaborata nel 1967. Secondo questa teoria una data unità ecosistemica, ben distinguibile dalla matrice ambientale in cui è immersa, potrà ospitare un certo numero di specie, determinato dal rapporto tra estinzioni locali ed immigrazione di individui da altre unità ecosistemiche. La presenza di un numero elevato di specie diverse, con caratteristiche, esigenze e risposte alle perturbazioni esterne differenziate assicura all’ecosistema una reazione positiva alle condizioni di stress ambientale. La presenza di un territorio frammentato, in cui si riduce sempre più la superficie complessiva di ambiente naturale, riduce gli habitat a disposizione delle specie di interesse presenti negli ecosistemi relegandole ad aree di scarsa estensione e isolate in un contesto di forte artificializzazione. Non potendo più comunicare con l’esterno l’ecosistema naturale perde varietà specifica, impoverendosi; inoltre nelle unità relitte di piccole dimensioni si alterano le condizioni ecologiche e i rapporti tra le aree interne e le fasce marginali. Tutto ciò si traduce in un aumento significativo delle estinzioni, soprattutto per le specie meno resistenti a favore di quelle più robuste, alterando fortemente i cicli vitali e le catene trofiche. Tutto ciò si riassume nel concetto di meta-popolazione, per cui la sopravvivenza di una specie dipende dalla coesistenza di sotto-popolazioni deficitarie ed eccedenti capaci cioè di produrre nuovi individui colonizzanti le unità in cui altre sotto-popolazioni si sono estinte (Malcevschi, et al, 1996). Naturalmente le specie devono avere la possibilità di compiere spostamenti verso le aree abbandonate e di disperdersi dai nuclei ad elevata naturalità attraverso una matrice spesso ostile, come l’ecosistema agricolo o quello urbano. La fauna deve avere cioè unità di appoggio per compiere gli spostamenti, corridoi ecologici per la precisione che svolgono la funzione di vie di mobilità per le specie che svolgono cicli vitali in ambienti diversi e di captazione di nuove specie colonizzatrici. E’ necessario quindi sviluppare un concetto di naturalità diffusa e non di tutela di isole di naturalità, comprendendo nelle aree da conservare aree sink (macchie che ospitano una meta-popolazione con tasso riproduttivo negativo) e aree source (macchie che ospitano una meta-popolazione con tasso riproduttivo positivo), insieme a corridoi di collegamento nell’intero paesaggio. Le cause di frammentazione sono differenti, gli elementi più critici di frammentazione sono le infrastrutture lineari, i cui effetti possono essere molteplici: impedimento al transito degli animali, divisione di associazioni vegetali di valore ecologico, quali boschi, oltre all’aumento della mortalità di alcune specie animali nell’attraversamento delle nuove infrastrutture, la formazione di nuove sorgenti di disturbo e di inquinamento. Per questi motivi, è importante condurre un’analisi approfondita sulle dinamiche di sviluppo dell’ecosistema territoriale attraversato da una nuova infrastruttura, mettendo in evidenza le aree di maggiore valenza ecologica, utili all’equilibrio generale del territorio e i principali flussi che collegano le macchie che compongono l’ecosistema, indirizzando così il tracciato della nuova infrastruttura lontano dai principali corridoi di comunicazione. 94 Applicazione dei principi dell’ecologia del paesaggio Alla luce di quanto espresso sinora, uno studio potrebbe essere articolato nelle seguenti fasi di analisi: Analisi dell’ecomosaico a livello superiore o di area vasta Vengono individuati i condizionamenti e i vincoli ecosistemici attraverso l’analisi degli elementi del paesaggio che compongono l’ecotessuto di riferimento, secondo elaborazioni coadiuvate dal GIS, restituendo cartograficamente e quantitativamente le informazioni desunte dalle riprese aeree. Analisi dell’ecomosaico a livello d’interesse Definite le dinamiche di area vasta, vengono analizzati i tipi di ecosistemi presenti nell’area di interesse allo stato attuale e viene analizzato il loro rapporto nel mosaico di appartenenza. In base alle elaborazioni condotte e ai dati ricavabili dalle riprese aeree, si possono distinguere: - il sistema naturale (boschi, vegetazione ripariale, corsi d’acqua di origine naturale); - il sistema agricolo (seminativi, prati stabili, colture legnose); - il sistema antropico (edificato, infrastrutture e aree degradate). I dati ricavati vengono elaborati per la comprensione delle caratteristiche strutturali e funzionali che hanno determinato le varie configurazioni degli Ecomosaici nelle scale spaziali individuate; a tale scopo si costruiscono ‘modelli quali-quantitativi’ rilevando i tipi di elementi del paesaggio presenti, aggregati per funzioni simili e per ciascuno di essi si registra, per individuare la struttura: - la superficie espressa in ettari; - la percentuale relativa di superficie di ciascun elemento, rispetto a quella totale, del territorio; - l’indice di Biopotenzialità territoriale (Btc) espressa in Mcal/mq/anno (Ingegnoli stima intervalli di valori di Btc per ogni elemento del paesaggio); - la percentuale di appartenenza all’Habitat Umano5 (Hu), intesa come disturbo indotto dall’uomo per il mantenimento dello stato di quell’elemento; - la superficie espressa in ettari di Habitat Umano; - la superficie in ettari di Habitat Naturale6; - eterogeneità paesistica7(H); - eterogeneità paesistica massima8 (HMAX ); - rapporto tra H / HMAX9 Tabella - Stima dei valori di Biopotenzialità calcolati per i principali tipi di elementi paesistici dell’Europa centro – meridionale, tratto da Ingegnoli, Fondamenti di Ecologia del Paesaggio, 1993. Per definire le caratteristiche funzionali si utilizzano: - le superfici totali dell’Habitat Umano e le loro relative percentuali rispetto al territorio indagato; - le superfici di ciascun Apparato10 e la loro relativa percentuale rispetto all’Habitat di appartenenza; - i valori di Biopotenzialità territoriale (BTC). Il metaprogetto o modello delle opportunità è l’elaborato conclusivo che mette in evidenza i condizionamenti e le opportunità ecosistemiche risultanti dal lavoro di analisi svolto per la definizione delle opere di compensazione. 95 Appendice 2 Il rilievo aerofotogrammetrico finalizzato al monitoraggio della dinamica evolutiva dell’ecomosaico: un esempio di metodologia applicativa Al fine di caratterizzare ecologicamente una fascia di territorio, si effettua una campagna di volo destinata all’acquisizione di prese fotogrammetriche digitali tramite camera digitale fotogrammetrica di ultima generazione (Z/I Digital Modular Camera - DMC) in grado di acquisire immagini sia a colori reali (RGB) utili all’indagine metrica del territorio, sia immagini in falso colore (comprensive della banda dell’Infrarosso Vicino - NIR) necessarie alla classificazione dei tipi vegetativi presenti e del loro stato di salute. Le immagini hanno una risoluzione geometrica media al suolo di 15 cm idonea alla produzione di cartografia alla scala nominale 1:2000 (precisione richiesta pari a 40 cm). I fotogrammi devono essere orientati mediante opportuna strumentazione (stazioni di fotogrammetria digitale) in modo tale da: - produrre i modelli stereoscopici necessari per le eventuali operazioni di restituzione cartografica e caratterizzazione geometrica della forme del territorio; - produrre le ortofoto multispettrali (4 bande, Blu, verde, Rosso e NIR) necessarie per la produzione di cartografia tematica destinata all’individuazione delle tipologie vegetali presenti e del loro stato di salute. L’orientamento dei fotogrammi e le successive operazioni di restituzione/ortoproiezione sono condotti utilizzando i parametri di orientamento esterno forniti insieme alle immagini digitali e generate in sede di acquisizione delle stesse dalla strumentazione GPS/IMU di cui è dotato il sistema di presa. Sulla base degli scarti risultanti in corrispondenza di un adeguato numero di punti di controllo potrà essere presa in considerazione la possibilità di affinare gli orientamenti con l’ausilio di punti di appoggio da reperire su cartografia tecnica alla scala opportuna (se esistente) o direttamente mediante campagne di misura GPS. Le ortofoto multispettrali prodotte sono classificate mediante algoritmi di classificazione assistita sulla base di campioni spettrali (ROI- Region of Interest) definiti in campo dagli ecologi ed opportunamente georiferiti. Tale fase è intesa a produrre carte tematiche e carte di indice di vegetazione (NDVI-Normalized Difference Vegetation Index) finalizzate alla definizione dello stato di fatto della fascia di interesse. Le carte tematiche saranno validate e qualificate utilizzando indici riconosciuti e matrici di errore costruite sulla base di osservazioni puntuali distribuite di campo. Al fine di verificare lo stato e la tipologia delle coperture del suolo, con particolare riferimento a quella vegetale, esistenti nell’area oggetto di studio, si conduce una campagna di rilievi a terra. In tale fase si identificano e rilevano mediante strumentazione D-GPS (GPS differenziale di codice con precisione planimetrica di circa 0.5 m), alcune aree campione (ROI, Region of Interest) relative alle diverse coperture d’interesse (incolto, bosco, colture intensive, asfalto, acqua, ecc.). Tali rilevamenti vanno importati in ambiente GIS e sovrapposti alla cartografia di riferimento (CTR 1:10.000) sotto forma di poligoni vettoriali (shapefile). Particolare attenzione nel rilevamento delle ROI deve essere posta all’identificazione delle chiome di alberi appartenenti alle specie arboree maggiormente significative. Le aree campione rilevate sono utilizzate per campionare sulle ortofoto aeree multispettrali (opportunamente calibrate in valori di riflettanza) le firme spettrali di riferimento da adottare in sede di interpretazione e di classificazione del volo aereo. Al fine di qualificare l’attività vegetativa delle specie arboree di interesse, utilizzando l’informazione spettrale delle ortofoto prodotte, si verifica l’idoneità di un’ approccio di telerilevamento classico basato sulle 2 seguenti fasi: - riconoscimento e separazione delle specie; - qualificazione delle loro attività vegetativa. 96 Bassa bresciana. (BAMSphoto - Rodella) 97 Il tentativo di riconoscimento ed etichettatura delle classi di interesse è condotto processando, mediante un algoritmo di classificazione supervisionato di tipo neurale (LVQ, Learning Vector Quantization), le ortofoto multispettrali prodotte. L’algoritmo di classificazione è addestrato sulla base delle firme spettrali campione derivate dalle statistiche relative ai pixel delle immagini appartenenti alle ROI. La qualificazione dell’attività vegetativa delle singole classi è investigata e misurata attraverso l’utilizzo di un indice di tipo tradizionale, utilizzato comunemente nell’ambito del telerilevamento: l’NDVI (Normalized Difference Vegetation Index), perché fortemente correlato all’attività fotosintetica delle piante. Tale indice può essere calcolato per ciascun pixel delle immagini a disposizione attraverso un semplice computo matriciale tra bande delle ortofoto multi spettrali opportunamente calibrate, secondo la formula di seguito riportata: L’NDVI costituisce un indice adimensionale con variabilità in [-1,1], e la sua lettura prevede che valori alti positivi definiscano un’elevata attività fotosintetica e i valori negativi identifichino la gran parte della componente non vegetata. Alcune limitazioni relative alle immagini DMC utilizzate pregiudicano le prestazioni attese per questo tipo di approccio considerando anche il singolo fotogramma (dove gli squilibri radiometrici sono assenti), che la capacità di discriminare specie arboree differenti sulla base delle 4 discriminanti spettrali a disposizione non è sempre attendibile , in gran parte a causa del rumore spettrale introdotto sulle chiome dalla presenza di giochi d’ombra collegati alla tessitura di tali superfici. Tuttavia attraverso prove condotte su alcune immagini singole, è possibile definire una metodologia idonea a verificare, mediante tecniche di telerilevamento, se: - è possibile automatizzare la classificazione della componente vegetale (vegetato/non vegetato); - è possibile distinguere all’interno della classe “vegetato” la componente erbacea da quella arboreo-arbustiva; - è possibile investigare lo stato di salute delle piante (almeno in modo relativo); - è possibile definire le specifiche ottimali per minimizzare gli errori di misura e/o metodologici, ipotizzando la stesura di una sorta di capitolato tecnico in grado di definire le modalità e gli strumenti dell’acquisizione, dell’analisi e del collaudo dei risultati prodotti, da adottare eventualmente per il monitoraggio su larga scala. A titolo esemplificativo riportiamo le prove condotte su un’immagine relativa ad un’area di interesse naturalistico (denominata BIO 04) in cui sono state effettuate anche opere di riqualificazione ambientale. In primo luogo si cerca di sviluppare una procedura operativa potenzialmente utilizzabile per processare le immagini DMC nell’ipotesi di soluzione del problema della disomogeneità radiometrica lungo le strisciate. L’approccio adottato, al momento ritenuto il più efficace, fa riferimento alle seguenti fasi: Ricampionamento geometrico dell’immagine inteso ad accorpare le firme spettrali di pixel adiacenti minimizzando gli effetti della variabilità radiometrica locale nella corretta identificazione delle classi. L’utilità di tale operazione risulta maggiormente evidente in zone dell’immagine a tessitura fortemente variabile (chiome). La risoluzione geometrica delle immagini viene ridotta dai 10 cm originari a 60 cm; Per abbattere ulteriormente le discontinuità tessiturali residue viene applicato, alle bande originali, un filtro digitale passa basso a mediana (kernel 3x3); A partire dalla nuova immagine prodotta viene generata una matrice di NDVI, successivamente sogliata rispetto ad una soglia arbitraria (al momento fissata a 0.15) per separare la componente biotica da quella abiotica attraverso un’operazione di mascheramento (la maschera è un’immagine che presenta valore 1 per i pixel di interesse che soddisfano le condizioni imposte e valore 0 per gli altri); Sull’immagine originale vengono calcolate delle statistiche di vicinanza (OCCURRENCE measures) in grado di misurare la variabilità locale della scena. Sull’immagine VARIANCE (deviazione standard della popolazione dei valori radiometrici che costituiscono l’intorno del gene- 98 rico pixel considerato) ottenuta a partire dalla bande dell’infrarosso vicino (NIR) vengono individuate le aree vegetate omogenee (verosimilmente quelle non arboree) attraverso un’operazione di sogliatura (VARIANCE (NIR) < 850). Viene prodotta una maschera che evidenzia le sole zone verosimilmente arboree; Parallelamente sulle bande originali vengono individuate le zone d’ombra, la cui presenza costituisce una grande limitazione per la separazione delle classi. Tale operazione è condotta utilizzando sogliature complesse basate sull’utilizzo di operatori di confronto e booleani. Il risultato è una maschera che identifica le zone di assenza d’ombra; Le maschere prodotte ai punti 3 (BIO), 4 (ARBOREO) e 5 (N0-OMBRE) vengono accorpate in una unica maschera che identifica le zone dell’immagine suscettibili di processamento, cioè quelle prive di ombre e potenzialmente arboree. Una seconda linea di indagine ha inteso evidenziare, con l’utilizzo di strumenti geostatistici avanzati disponibili all’interno dei GIS, alcune caratteristiche relative alle classi di interesse. Tale indagine è stata condotta sull’immagine NDVI considerando statistiche inerenti i pixel ricadenti all’interno dei poligoni che identificano, sull’immagine, le ROI campionate (‘campi coltivati’, ‘altre colture-frutteti,vigneti’, ‘incolti’ e ‘coperture boscate’). In tale fase si è operato con il tool ZONAL STATISTICS messo a disposizione dal GIS ESRI ArcView 9.X. Benché il responso di questa linea di indagine non sia ancora definitivo, alcune prime indicazioni positive sembrano provenire da questo tipo di approccio. In particolare appare probabile che le statistiche prodotte possano essere utilizzate per distinguere le chiome affette da fitopatie da quelle sane, considerando le relazioni (ancora da formalizzare in modo rigoroso) tra i parametri calcolati: minNDVI, maxNDVI, mediaNDVI, deviazione standardNDVI, (max - min) NDVI. Ortofoto dell’area BIO_04 ed elaborazione statistica dei valori di NDVI: il pioppo n. 12 (poligono n. 142) presenta deviazione standard nettamente superiore a quella dei pioppi delimitati dal poligono n. 145, a causa dell’attacco di Armillaria. 99 Ortofoto dell’area BIO_04 e sintesi additiva in falso colore (R: NIR, G: Red, B: Green) utile per il riconoscimento ed il monitoraggio dei nuovi impianti (parte dei quali all’interno del cerchio giallo). L’esempio è fornito nell’area BIO_04, dove l’intenso attacco di Armillaria (agente di marciume radicale) sulla pianta n. 12 (un grande pioppo corrispondente anche all’albero di pregio n. 6) determina una riduzione dell’attività vegetativa, riscontrabile come un incremento della deviazione standard dei valori di NDVI dello stesso gruppo di pixel, benché il valore medio di NDVI sia comparabile a quello degli altri pioppi della stessa immagine. L’esplorazione a video (fotointerpretazione) delle immagini rappresentate secondo sintesi additive favorevoli a percepirne alcune caratteristiche interessanti, possono essere utilizzate con successo. Per esempio, la sintesi additiva in falso colore (R: NIR,G: Red, B: Green) può essere utilizzata per il riconoscimento ed il monitoraggio dei nuovi impianti. Si ribadisce tuttavia che tale risultato è ottenuto grazie ad un accurato rilievo di terra. Dai risultati ottenuti è emerso quanto segue: Qualora siano risolti i problemi di bilanciamento radiometrico tra le scene, potrebbe essere presa in considerazione la possibilità di acquisire le immagini multispettrali più volte l’anno. Tale strategia consentirebbe di sopperire parzialmente alla carenza di informazione spettrale legata al basso numero di bande disponibili. Le componenti vegetali, infatti, in virtù delle successive fasi fenologiche, se considerate per esempio in relazione al valore di NDVI, potrebbero essere separate più facilmente, in forza del diverso andamento annuale che questo assumerebbe. Due voli potrebbero già costituire un enorme vantaggio in tal senso (ad esempio maggio e settembre). Sarebbe auspicabile comunque almeno una campagna di rilievi a terra per confermare quanto ipotizzato. I dati acquisiti ed elaborati costituirebbero una base di partenza per i monitoraggi degli anni successivi; Tale strategia, se mostrasse veramente l’efficacia che per essa si ipotizza, potrebbe risolvere 100 anche il problema della realizzazione della Carta dell’Ecomosaico, la quale tuttavia potrebbe essere redatta o mediante rilievi a terra estremamente puntuali o attraverso fotointerpretazione di opportune sintesi additive RGB prodotte utilizzando le bande disponibili. In particolare le immagini multispettrali consentirebbero di effettuare un monitoraggio su larga scala non solo per definire l’attuale Ecomosaico, ma anche e soprattutto per seguirne l’evoluzione di pari passo con l’avanzamento dei lavori; Oltre a ciò sarebbe probabilmente possibile verificare e monitorare lo sviluppo dei nuovi impianti (di mitigazione e compensazione), previa campagna a terra di riscontro. 1) Insiemi funzionali, che legano diversi elementi del paesaggio e formano specifiche configurazioni. 2) V. Ingegnoli (a cura di), Esercizi di ecologia del paesaggio, Città studi Edizioni, Milano 1997. 3) Ecotessuto: Ecomosaico paesistico pluridimensionale, simile al concetto di ecocomplexe, cioè un insieme localizzato di ecosistemi interdipendenti che sono stati modellati da una storia ecologica comune e formano uno specifico livello biologico. 4) Metastabilità: Stato di stazionarietà dinamica di un ecosistema; consiste nella possibilità che un ecosistema si mantenga entro un limitato intorno di condizioni, ma di poter alla fine raggiungerne altre, se le condizioni vengono a cambiare. Sistemi a bassa metastabilità hanno poca resistenza ai disturbi, ma rapida capacità di recupero, mentre sistemi ad alta metastabilità hanno molta resistenza ai disturbi, ma lenta capacità di recupero. 5) Btc (Biopotenzialità territoriale – Ingegnoli 1979) è una funzione di stato che è in grado di misurare la capacità latente d’auto-riequilibrio di un sistema biologico. Si misura in Mcal/mq/anno. 6) Habitat umano: l’uomo non colonizza tutto il territorio indistintamente ma solo una quota parte proporzionale alle sue possibilità di sopravvivenza. È possibile raggruppare e distinguere i diversi elementi del paesaggio secondo funzioni simili intrinseche. Si evidenzia con la percentuale di Habitat Umano la dipendenza che ciascun elemento ha, in ragione dell’energia succedanea, cioè artificiale, necessaria per mantenerlo in un determinato stato (regime di disturbi). Il valore complementare di HU è la percentuale di Habitat Naturale. Questa percentuale evidenzia quella parte d’energia naturale che regola quel tipo d’elemento del paesaggio. Gli ecosistemi antropici e semi-antropici – città, villaggi, orti, giardini, seminativi arborati, seminativi semplici ,etc. appartengono funzionalmente per la maggior parte all’habitat umano (HU) dove avvengono scambi tra ecosistemi differenti; l’habitat naturale é composto funzionalmente da ecosistemi semi naturali e naturali, all’interno avvengono scambi tra ecosistemi simili a cui é demandato il compito di controllare il flusso di energia necessario al mantenimento generale di tutto il sistema di ecosistemi, compreso quello antropico. Gli elementi del paesaggio possono essere raggruppati secondo le funzioni che svolgono nell’Ecotessuto generale. 7) L’HN ha la funzione di controllo generale del sistema, il suo valore dovrebbe essere funzionale al territorio che deve controllare, quindi dovrebbe avere un valore medio sempre superiore a 2,80 Kcal/mq/anno. 8) H = Eterogeneità paesistica, rappresenta la diversità dei tipi d’elementi paesistici che formano un Ecotessuto 9) H MAX = Eterogeneità massima rappresenta l’equiprobabilità di presenza di ciascun elemento del paesaggio 10) H/H MAX = Questo rapporto tende ad uno quando la maggior parte degli elementi del paesaggio che formano l’Ecotessuto sono presenti. Rappresenta un valore negativo quando lo si registra in ambiti territoriali molto antropizzati; perché vuol dire che vi è compresenza d’elementi del paesaggio regolati da energie di diversa natura. Viceversa, rappresenta un valore positivo quando lo si registra in ambiti naturali o seminaturali in quanto significa che l’eterogeneità è alta e regolata da energia simile. 11) Gli apparati individuati sono, per l’Habitat Umano: Protettivo- formato da elementi capaci di influire sulla regolazione microclimatica, l’isolamento acustico e la strutturazione degli spazi aperti negli insediamenti, sulla regolazione e la protezione dei coltivi agricoli, sulla ricreazione della popolazione. Produttivo- composto d’elementi paesistici con funzione agricola. Urbanizzato - elementi caratterizzati da funzioni insediative. Per l’Habitat naturale si sono evidenziati: Stabilizzante - insieme di elementi ad alta metastabilità (Btc), cioè in grado di resistere a perturbazioni, con funzioni regolatrici e protettive dominanti rispetto agli altri ecosistemi presenti nel mosaico ambientale. Connettivo - é formato da elementi che riescono per la loro posizione nel mosaico rappresentare possibilità di connessione tra ecosistemi simili (corrodi, filari, seminativi relitti, ecc), Resiliente- insieme di elementi ad alta capacità di ripresa (Brughiere, Pinete). 101 Giovanna Alvisi L’Aerofototeca Nazionale agli esordi Sabaudia: immagine dell’Aeronautica militare - 15 aprile 1934. Uno stormo di aerei Caproni sorvola la piazza del comune gremita di folla che assiste alla cerimonia di inaugurazione della città. «Quando arrivo in una città, salgo sempre sul più alto campanile, o sulla torre più alta, per avere una veduta d’insieme prima di vedere le singole parti». Se le parole di Montesquieu riassumevano in maniera magistralmente sintetica quello che è sempre stato il desiderio dell’uomo di avere una visione tanto più possibile globale e precisa della realtà che ci circonda, si devono al bellunese Ippolito Caffi le prime immagini di una città - Roma - direttamente ispirate dalla realtà e realizzate sulla base di una serie di schizzi da lui personalmente abbozzati durante una ascensione in pallone da Piazza di Siena con l’aeronauta Arban: correva l’anno 1848. Il passo successivo e determinante si deve ad un francese scrittore, disegnatore e fotografo, Nadar, che munito di una macchina fotografica, sorvolò il Bois de Boulogne a bordo di un pallone gonfiato ad aria calda, sfruttando per la prima volta le potenzialità congiunte di due nuove realtà che in quegli anni erano venute alla ribalta: il volo e la fotografia. Sono trascorsi da allora 150 anni ed è questa una ricorrenza che appare particolarmente significativa se rapportata al cinquantenario della nascita in Italia della Aerofototeca, una struttura che ha la sua stessa ragione di vita nel binomio appunto volo-fotografia e che fu ideata e realizzata per sfruttare le potenzialità delle aerofotografie e, più in generale, delle riprese dall’alto. Raccogliere le aerofotografie da tutte le fonti disponibili, assicurarne la conservazione, catalogarle, studiarle e renderle disponibili per i svariati settori di indagine, è divenuto in questo mezzo secolo di vita il compito fondamentale ed insostituibile della Aerofototeca, un organismo inizialmente nato con un profilo più settoriale, anche se non meno importante, quale quello di un ausilio alla ricerca archeologica. Per la realizzazione di questo organismo, fondamentali furono da una lato l’entusiasmo e la tenacia di un archeologo rumeno naturalizzato italiano - Dino Adamesteanu - e dall’altro l’apporto fattivo e determinante di un gruppo di Ufficiali dell’Aeronautica, che posero le basi di una eccezionale e proficua collaborazione tra due ministeri uno civile e l’altro militare. Furono anni, i primi, di grandi difficoltà ma anche di grandi entusiasmi che coinvolsero da un lato archeologi come Mario Napoli o Piero Orlandini, che con Adamesteanu sperimentarono sul campo l’utilità dei rilevamenti aerei, e dall’altro ufficiali come il gen. Domenico Ludovico - appassionato studioso di Corfinio e di Canne - o il gen. Annibale Cazzaniga e gli ufficiali della Scuola di Aerocooperazione di Guidonia, i quali si adoperarono per la realizzazione di corsi di foto interpretazione aerea per i funzionari scientifici e il personale tecnico del Ministero della Pubblica Istruzione. La nascita di questo nuovo organismo, la sua crescita ed il raggiungimento di una sua nuova operatività in una sede più idonea, sono state le tre fasi fondamentali della storia della Aerofototeca cui hanno dato un contributo determinante i tre funzionari che si sono succeduti alla sua direzione. Il primitivo laboratorio creato da Adamesteanu, e per decenni alloggiato in alcuni locali messi a disposizione dal Museo Etnografico L. Pigorini, è stato la base indispensabile per la crescita di questa struttura che negli anni, pur tra molteplici difficoltà di ogni genere, è riuscita ad evolversi, ad acquisire uno straordinario patrimonio documentario, unico ed irripetibile, di alcuni milioni di immagini aeree e ad ampliare i settori di ricerca a tutti i campi relativi allo studio ed agli interventi sul territorio. La naturale evoluzione di questo cammino è stata, infine, insieme alla sistemazione dell’Ufficio con i suoi archivi e i suoi laboratori in una nuova e più idonea sede, la realizzazione di un sistema di catalogazione su banca dati che, impostato agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso sulla base dell’approfondita esperienza maturata nel campo della catalogazione tradizionale su plottings, si è sviluppato, avvalendosi in seguito del perfezionarsi delle tecnologie informatiche. 103 Antonio Daniele L’Aerofototeca Nazionale e l’Aeronautica Militare: gli inizi di una lunga collaborazione L’Aerofototeca Nazionale, fondata nel 1958 come sezione staccata del Gabinetto Fotografico Nazionale del Ministero della Pubblica Istruzione, si giovò pienamente del contributo e del sostegno dell’allora Ministero della Difesa Aeronautica (oggi Aeronautica Militare, Forza Armata dipendente dal Ministero della Difesa) che mise lungamente a disposizione della nuova struttura le proprie tecnologie e il proprio know how, fino a quel momento utilizzati esclusivamente a scopi di difesa nazionale. La collaborazione, iniziata nel 1958 per impulso di Dinu Adamesteanu con il fattivo contributo dei generali Domenico Ludovico, appassionato di archeologia, e Annibale Cazzaniga, si rafforzò negli anni sessanta, per lo spirito di iniziativa della Direttrice pro tempore, Giovanna Alvisi, illustre archeologa dalle idee moderne ed efficaci, la quale ebbe dal Ministero della Difesa il beneplacito ad utilizzare per scopi essenzialmente documentaristici gli assetti dell’Aeronautica Militare all’epoca disponibili. L’Ente militare che fece da tramite tra il Ministero della Difesa e il Ministero della Pubblica Istruzione fu la Scuola di Aerocooperazione, sita presso l’aeroporto di Guidonia. In quella scuola si svolgono tutt’ora i corsi di aerofotogrammetria e di fotointerpretazione ai quali furono ammessi per la prima volta dipendenti di amministrazioni diverse da quella della Difesa. Tra le partecipanti ai primi corsi di fotointerpretazione, tuttora frequentati Dinu Adamesteanu e il generale Domenico quasi esclusivamente da uomini, fu proprio la dottoressa Ludovico ai tempi della loro collaborazione. Alvisi che poi darà vita ad una collaborazione entusiastica e proficua, durata nel tempo, con l’Aeronautica Militare. Negli anni successivi, numeroso personale dipendente dall’Aerofototeca Nazionale frequentò i corsi della Scuola di Aerocooperazione costituendo un nucleo di esperti in grado di leggere una fotografia con la stessa competenza dei fotointerpreti militari. La capacità acquisita si è rivelata preziosa nelle occasioni in cui si è trattato di individuare siti di interesse archeologico o verificare la presenza di abusi edilizi e danni territoriali. Fu grazie a tale collaborazione che l’Aerofototeca Nazionale poté dotarsi di aerofotografie stereoscopiche dell’intero territorio nazionale e di immagini particolarmente dettagliate dei principali tra i numerosissimi monumenti e siti archeologici italiani: si trattò di un lavoro di grandissimo rilievo scientifico che richiese circa cinque anni di attività comune. Il Reparto di volo designato a svolgere l’attività fu la 3ª Aerobrigata, oggi disciolta, con sede sull’aeroporto di Villafranca di Verona, all’epoca dotato di velivoli RF-84F. Si trattava di un aviogetto ottimizzato per la ricognizione fotografica, che utilizzava una suite di macchine fotografiche di altissima precisione, in grado di effettuare riprese fotografiche con la tecnica della “strisciata laterale” e della “strisciata panoramica”. Bergamo: foto RAF - 23 luglio 1944. 105 Data l’elevata velocità con cui il velivolo sorvolava la zona da fotografare, i tempi di apertura degli otturatori erano contenutissimi. Per ottenere comunque un’impressione adeguata, si utilizzavano negativi da 24x24 cm di dimensione per le macchine fotografiche laterali e da 24x48 cm per la ventrale deputata alle riprese panoramiche. Le fotografie erano eseguite in sequenza rapidissima in modo che ogni fotogramma coprisse oltre il 50% dell’immagine ripresa sul fotogramma precedente e successivo. Con questa tecnologia, in fase di sviluppo, sovrapponendo le porzioni di immagine comuni ai fotogrammi contigui, si otteneva l’immagine stereoscopica che consente una lettura caratterizzata da precisione e nitidezza di particolari altrimenti impossibile. La tecnica della “strisciata” richiedeva che la pellicola scorresse con estrema rapidità. Per dare un’idea della complessità dei problemi tecnologici risolti nella progettazione delle macchine fotografiche in dotazione ai velivoli RF-84F, si tenga conto che ogni pellicola, larga 24 cm, era lunga 150 metri per consentire strisciate di adeguate dimensioni. Il meccanismo motore doveva azionare pellicole di quel formato facendole spostare e fermare in sequenza con una rapidità tale da essere perfettamente in fase con la velocità operativa del ricognitore che si aggirava tra i 1.000 e i 1.100 km/h e sorvolava gli obiettivi da fotografare a bassa quota; quindi, per la distanza ravvicinata, si rendeva necessario aumentare la velocità relativa di scorrimento del panorama. Prima di iniziare la fotoricognizione generale del suolo italiano, l’Istituto Geografico Militare di Firenze dovette stabilire quali erano le zone che non potevano essere soggette a ricognizione per motivi di sicurezza nazionale. Non si era ancora nell’epoca dei satelliti spia e per la normativa allora in vigore la visione dall’alto di alcuni territori non poteva essere accessibile: mentre effettivamente di quelle zone non c’era modo a quell’epoca di ottenere aerofotografie, attualmente le immagini satellitari di tutto il mondo è possibile trovarle in Internet. L’Aeronautica Militare, quindi, oltre ad avere avuto una funzione fondamentale nella nascita dell’Aerofototeca Nazionale, ha creato i presupposti per la sua crescita, fornendo una collaborazione indispensabile a costituire il primo nucleo dell’archivio di immagini. I risultati di quella campagna, che documentano come il territorio italiano fosse stato strutturato dall’intervento umano sul finire degli anni sessanta, costituiscono tutt’oggi un patrimonio inestimabile di immagini dall’alto del Bel Paese custoditi e resi pubblici dall’Aerofototeca Nazionale. Purtroppo i negativi originali prodotti dalla 3ª Aerobrigata all’epoca dell’RF-84F erano destinati a subire la fine riservata a tutti i negativi non più operativi: essere distrutti dopo cinque anni di custodia in magazzino. Tuttavia, oltre alle copie positive, dopo essere stato opportunamente vagliato, all’epoca è stato provvidenzialmente depositato presso l’Aerofototeca anche un fondo molto consistente di negativi originali in rulli (formato delle immagini 24x24 e 24x48 cm) realizzati dall’Aeronautica Militare tra il 1952 e il 1953 con i relativi grafici e gli elenchi di riferimento. Un velivolo RF-84F sulla pista dell’aeroporto di Verona, Villafranca. 106 A missione effettuata le macchine vengono scaricate a terra. Nello stesso aeroporto davanti ad un RF84F sono disposte le macchine da ripresa da caricare a bordo per le operazioni di ricognizione. 107 Maria Filomena Boemi Tra ieri e domani: i primi cinquanta anni dell’Aerofototeca Nazionale Dinu Adamesteanu inaugura una mostra aerofotografica: in primo piano un’immagine zenitale di Corfinio. Sono gli inizi dell’attività di studio dell’Aerofototeca Nazionale, focalizzata su temi archeologici che coinvolgono anche l’interesse scientifico degli alti Ufficiali dell’Aeronautica Militare al cui contributo si deve la nascita del nuovo Ufficio. Mantova: foto RAF - 5 settembre 1944. L’immagine è stata ottenuta componendo quattro fotogrammi e mostra tutta l’area urbana: in adiacenza di un tratto della ferrovia e nei pressi della Cittadella sono visibili segni di bombardamento (Fotomosaico G. Leone). L’aspetto che maggiormente connota la storia dell’Aerofototeca Nazionale è la singolare affezione che ha tenuto legati, a questa struttura e tra loro, i funzionari preposti alla sua direzione - solo tre in cinquanta anni - e che ha fatto anche divenire ciascuno di loro l’apprezzata e ricercata memoria storica di chi è stato successivamente incaricato: perché la cesura tra saperi, come nota Croce in morte di Bartolomeo Capasso, «non dissolve forse un gruppo di attitudini laboriosamente perfezionate e acquisite, non disperde conoscenze ed esperienze accumulate in lunghi anni?»1. Poteva forse avvenire solo questo per la passione che le immagini custodite sono capaci di suscitare con la ricchezza di informazioni patenti e latenti in ciascuna per la complicità quasi carbonara che sovente si instaura tra chi opera in un campo in qualche modo ancora da esplorare2 e che continua a presentare, per la sua relativa novità, aspetti elitari. Così avvenne a cominciare da Dinu Adamesteanu, il primo direttore, finora quello per minor tempo alla guida - ‘soltanto’ dal 1958 al 1964 che continuò anche in Basilicata3 ad esercitare la sua sperimentata capacità di lettura di quello che chiamava «l’archivio della terra» ma sempre, tuttavia, fino agli anni prossimi alla sua morte avvenuta all’inizio del 2004, mantenne i contatti con la sua creatura e, di passaggio per Roma, non mancava di affacciarsi al terzo piano di viale Lincoln, la sede storica dell’Aerofototeca4, per salutare chi già conosceva e chi aveva desiderio di conoscere. Da quando il sogno di Icaro è divenuto realtà e gli uomini si sono allontanati dal suolo salendo con un pallone ad aria calda, la nuova scoperta è divenuta arma sempre più efficace in operazioni di guerra ampliando le potenzialità, rivestita sin da secoli lontani dalla visione dall’alto che spingeva alla conquista delle alture come punti di osservazione per la difesa e l’offesa5. Nadar certamente aveva precisa cognizione della principale e drammatica modalità di utilizzazione delle riprese dall’alto che - dando una visione ampia e connessa al contesto territoriale con un immediato aggancio - oltre che legate allo sforzo di rappresentazione oggettiva della struttura dei suoli per motivi economici e sociali, sono state recepite dall’inizio come strumenti di governo6. Nel corso degli anni è stato possibile vedere la crescita ed il modificarsi dell’interesse per questa modalità di lettura del territorio, pur restando attuali, nell’affinarsi della tecnologia, i fini bellici; gli usi civili, dapprima circoscritti al solo settore archeologico e appannaggio di sofisticati cultori della storia nascosta sotto uno strato di terreno, sono poi gradatamente divenuti accessibili ed indispensabili ad ogni tipologia di studio e gestione territoriale ed infine, con un 109 26 ottobre 1972. Sulla pista di Capena il dirigibile Europa è pronto per il decollo con il direttore Giovanna Alvisi ed i fotografi dell’Aerofototeca, Giovanni Calvino, Ezio Epifani e Luigi Randazzo. Con questa campagna di volo verrà realizzata un’estesa copertura prospettica su Roma. Libarna: immagine USAAF - 22 gennaio 1945. Sul terreno e sulle acque del fiume Scrivia si è posata la neve che copre anche il teatro e l’anfiteatro romano - vicino al quale si notano alcuni crateri di bombe - appartenenti all’antico insediamento tardo-imperiale sorto nel II secolo d.C. lungo la via Postumia, nei pressi dell’attuale Serravalle Scrivia. salto dal generale al particolare, strumento del singolo per fornire prove e dirimere controversie. Necessariamente, quando nel 1954 si fece strada, tra un gruppo di archeologi riuniti in un convegno a Paestum, l’idea di creare una struttura che raccogliesse quelle foto aeree necessarie ai loro studi e in seguito, quando Dinu Adamesteanu riuscì con paziente tenacia a realizzarla, l’attenzione ed il contributo dello Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare furono determinanti per rendere fattibile un proposito che coinvolgeva il Ministero cui per virtù della norma spettava il controllo delle riprese dall’alto ed il Ministero della Pubblica Istruzione7. Dinu Adamesteanu, archeologo rumeno poi naturalizzato italiano, fu tra i primi studiosi del settore a comprendere l’importanza delle immagini aeree per l’individuazione delle strutture e degli abitati antichi; e del resto la visione dall’alto sulla quale sempre si erano basati vedutisti e cartografi, aveva anche nei secoli precedenti mostrato i segni nascosti di civiltà passate.8 Con il fondamentale sostegno venuto soprattutto da due generali, Domenico Ludovico, archeologo dilettante e appassionato studioso di Canne e Corfinio, e Annibale Cazzaniga, attento e disponibile nell’agevolarne l’iter di formazione, si andò costituendo un organismo che ancora oggi è di modello in Europa e in America, un modello che si poteva concepire solo in Italia la cui ineguagliabile ricchezza di insediamenti e centri storici che costellano il territorio ha sempre stimolato studi e ricerche. Si cominciò così a progettare ed operare con entusiasmo da pionieri: furono trovati spazi e funzioni, prese servizio personale affidabile da addestrare e già dal 1959, il primo anno di vita, il lavoro di costruzione dei caratteri distintivi del nuovo laboratorio veniva attuato e perfezionato, definendo raffinate tecniche di catalogazione (difformi data la tipologia degli elementi raffigurati da quelle delle fotografie da terra realizzate sovente da autori prestigiosi e definibili attraverso un ‘soggetto’), aprendosi a studiosi di discipline sempre nuove e modificando ed ampliando la struttura dell’archivio per soddisfare le mutate esigenze dell’utenza. Dall’inizio dell’attività fu determinante l’apporto di una giovanissima archeologa, Giovanna Alvisi che, affiancando nel lavoro giornaliero Adamesteanu spesso impegnato in campagne di scavo, percepì come dalle immagini aeree potesse scaturire un sistema di interpretazione flessibile, adatto a produrre e comunicare significati autonomi, sino a divenire esso stesso ‘significante’. 110 A B C D Fig. A - In successione apparecchio O.M.I. A.P.R. 88 serie I-1943, apparecchio Linhof Technika Press e apparecchio Zeiss RMK 15/23. Sul piano di fondo le attrezzature per la restituzione cartografica della ditta Aerofotoconsult donate dall’architetto Daniele Tinacci. Fig. B - Aerofototeca Nazionale, Roma. Raccolta di apparecchiature aerofotografiche e macchinari cartografici: in primo piano, sulla destra è collocato uno sterecomparatore O.M.I. APC 4. Si tratta di un prototipo interfacciato con un calcolatore. Fig. C - Restitutore cartografico Stereosimplex Galileo Santoni mod. IIC. Consente l’impiego di diapositive verticali, oblique e terrestri fino al formato di 24 x 24 cm. Fig. D - Stereomicrometro Officine Galileo SMG5 per la restituzione di fotografie nadirali fino al formato di 22x24 cm. Si noti la sfera di acciaio, con una funzione antesignana di quella dei moderni mouse. 111 A B C D Fig. A - Macchina fotografica Lamperti & Garbagnati, Milano, per lastre 13x18. La capacità del serbatoio è di 24 lastre. Obiettivo Costruzione Militare F. Koristka, Milano, 1918. La macchina, in legno, è comandata con una leva di ottone situata esternamente su un fianco, che attiva i meccanismi interni determinando in successione lo scatto dell’otturatore - del tipo centrale a settori - il cambio della lastra, l’armamento dell’otturatore per lo scatto successivo. Teleobiettivo Proximar” f = 6 con diaframmi da f = 6 a f = 45, n. 10124. Dimensioni 20x25x49 cm. Fig. B - Apparecchio Foto Aerea O.M.I A.P.R. 88 serie I-1943. (Ottica Meccanica Italiana, Roma), su brevetto Nistri, per foto prospettiche e planimetriche, formato 9x13 cm con trascinamento manuale. Ottica Officine Galileo, N° 113151, obiettivo Anastigmatic con diaframma 1: 3,5 focale 16,5 cm. Brevetto 25886. Otturatore centrale da 1: 100 ad 1: 400 di secondo. Caricatore amovibile. Dimensioni 27x17x30 cm. Fig. C - Camera K-20 Aircraft 4x5 inch. Property Air Force USA U.S. Army dotata di valigia. Serial N°42-69971 A.C. Order N° W-535-ac26613; Specification number 31126-B The Folmer Graflex Corporation Rochester N.Y. USA. Utilizza pellicole del formato 9x13. Obbiettivo Ilex Optical Rochester N.Y. Paragon Anastigmat diaframma 1: 4,5 focale 163 mm N° 26544. Otturatore a tre tempi 1: 125, 1: 250, 1: 500 di secondo, corredata di due filtri giallo e rosso a baionetta. Dimensioni 18x23x28 cm. Fig. D - Macchina fotografica K7 Royal Air Force, per pellicola a rullo 13 cm, di fabbricazione inglese. Azionamento manuale e telecomando elettrico dal posto di pilotaggio. L’apparecchio, per eseguire foto planimetriche, poteva anche essere fissato nella botola del velivolo. Formato 13 cm per pellicola in rullo. Body 14A/720 Serial N° M 15812. Magazine Ref. N° 14A/730 Serial N° 9130. Ottiche intercambiabili: - obiettivo lungo fuoco extra luminoso diaframma 1: 2,9 N.O.C. Pentax, focale 8 inch, N° 013141. - obiettivo grandangolare diaframma 1: 4 focale 5 inch (125 mm) Ross London patent 5 in Wide Angle Xpres F. 4 (E.M.I.) N° 144012. Dimensioni cm 25x38x38 con obiettivo 8 inch. Prese allora sostanza la storia del territorio, non solo quella nascosta dal passare dei secoli, ma quella formata da eventi più vicini nel tempo, forse di minor valore se singolarmente considerati ma, nella loro globalità, segno univoco ed irripetibile dell’essere e del mutare di abitati e suoli: le immagini, non più mero supporto tecnico per la conoscenza archeologica, assumono l’autonomia di ‘fonti’, a data certa e metricamente attendibili9, essenziali per indirizzare la tutela dell’ambiente, dei centri storici e dei beni architettonici, L’apertura a questa ottica multisettoriale è stata la grande intuizione di Giovanna Alvisi che ha iniziato a spingere l’attenzione al di là del settore archeologico, allo studio del territorio nella sua globalità: dal 1964 al 1990 ha mantenuto la direzione dell’Aerofototeca ininterrottamente, in parallelo con altri incarichi curando l’andamento generale dell’Ufficio e perfezionando il sistema di catalogazione tradizionale del materiale aerofotografico, sulle cui basi è stata data una prima impostazione di quella informatizzata10. Per impulso dei nuovi interessi, gli archivi si sono arricchiti fino alla consistenza di oltre due milioni di immagini con l’acquisizione, a vario titolo, di raccolte aerofotografiche di altissimo valore storico e documentario: tra questi le coperture risalenti al secondo conflitto mondiale (riprese dall’USAAF, dalla RAF, dalla Luftwaffe e dalla Regia Aeronautica) gli archivi delle ditte E.T.A., S.A.F., EIRA, del Catasto Toscano, Fotocielo e le diacolor prospettiche della ditta Aerfoto Lisandrelli (poi Aerotop). Nell’attività di ricerca e acquisizione, come nelle prime fasi organizzative, gli Uffici dello Stato Maggiore dell’Aeronautica e la Scuola di Aerocooperazione di Guidonia11 per la stretta collaborazione instauratasi hanno dato il loro determinante contributo mettendo a disposizione un consistente fondo di materiale non più operativo ed istituendo corsi di fotoiterpretazione aerea aperti ai civili. Fu quello per l’Aerofototeca un periodo di crescita qualitativa e quantitativa, ricco di iniziative, in cui furono effettuate campagne fotografiche mirate, tra cui i voli sulle ville patrizie di Lucca e dei Castelli Romani, rispettivamente per le Soprintendenze ai Beni Artistici e Storici di Pisa e del Lazio. Una copertura prospettica su Roma fu anche realizzata nel 1972 dal personale dell’Aerofototeca in volo sul dirigibile Esperia. 112 A B C D Fig. A - Apparecchio per foto aeree planimetriche modello K-17, utilizzato dall’Aeronautica Militare, per pellicola a rullo con dimensioni del fotogramma cm 24x24, regolata da un intervallometro per ottenere immagini stereoscopiche. Il motorino montato, con matricola A0-1075, ha il peso di Kg 2,100, volt 24, amp. 4,5, W 60, tipo C 121- AC 1, Fairchild Aviation Corp. New York N.Y. USA – 28 APR 1953. Obiettivo Kodak Aero-Ektar diaframma 1: 6, focale 24 inch (610 mm) made in USA by Eastman Kodak Co. Rochester N.Y. Dimensioni 37x40x91 cm. Fig. B - Apparecchio Linhof Technika Press con doppia impugnatura per uso aereo. Dorso a rulli amovibile.Obiettivo Carl Zeiss N° 2349595Planar diaframma1: 2,8 focale 100 mm su otturatore Sinchro-Compur. Tempo di esposizione da 1 secondo a 1: 400 di secondo. Formato del fotogramma mm 56x72, pellicola in rullo. Dimensioni 2622x21 cm. Fig. C - Apparecchio Zeiss RMK 15/23: è una macchina fotografica montata sul pavimento dell’aereo con un supporto rettificabile a mezzo di viti calanti, dotata di automatismi molto complessi. Gli automatismi riguardano l’apertura e la chiusura dell’otturatore a lamelle radiali, lo svolgimento della pellicola dal magazzino, la correzione della deriva, la planarità della pellicola ottenuta mediante una lieve decompressione sul retro del telaio. Obiettivo Pleogon A4/153 N° 119002 Carl Zeiss West Germany con focale 153 mm con tempi compresi tra 1/100 ed 1/1000 di secondo. La macchina da ripresa impressiona sul fotogramma del formato di 230x230 mm, oltre al paesaggio, anche il “data-strip”, una striscia posta ai bordi sulla quale compaiono riprodotte automaticamente la quota assoluta di volo, l’ora della ripresa, l’immagine di una livella sferica, la distanza focale, il numero d’ordine del fotogramma e la data. Fig. D - Al dorso della RMK 15/23 - su cui compare la strumentazione, tra cui la livella, l’altimetro, l’apparecchio che indica il tempo di esposizione e la manopola del diaframma - viene applicato il magazzino per la pellicola. Le dimensioni della macchina sono 46x48x40 cm; a quest’ultima misura si aggiunge quella del magazzino profondo 23 cm. Le fotografie aeree in effetti esemplificano due tipi di approccio alla realtà che rappresentano: frammenti di storia per lo studio del territorio sono le foto di insieme soprattutto le planimetriche, brani di cronaca le foto di maggiore dettaglio - planimetriche ravvicinate e prospettiche - che spesso danno conto della vita quotidiana e della realtà in movimento, rendendo gli spazi da “esterni” a “privati”, quasi permeati di una segreta familiarità che storicizza l’effimero e il transeunte rappresentato da particolari eventi, arredi urbani o mezzi di trasporto non più in uso. Negli anni successivi sono state messe a frutto le esperienze passate affinando le attività sulla base del lavoro svolto nell’ambito di un progetto ex lege n. 84/90 e attuando un processo di informatizzazione indirizzato secondo linee di sviluppo tese a: - stabilire e codificare modalità, recepite nella scheda di catalogo FA, in corso di pubblicazione, per la catalogazione delle foto aeree su banca dati (circa 126.000 le immagini lavorate con scheda FAR, semplificata di authority file); - predisporre un archivio digitale delle immagini (circa 8.000 di cui circa 2.000 georiferite e agganciate alla banca dati); - attivare un sistema di e-commerce12 in cui sono presenti le schede delle 126.000 immagini in banca dati e circa 5.000 scandite ma non georeferenziate. Anche gli archivi vedono un costante incremento, meno serrato rispetto ai tempi eroici degli esordi, ma la ricerca e l’acquisizione di materiale da Enti e privati prosegue: oltre 42.000 foto planimetriche in bianco e nero eseguite dalla ditta Aerotop del fondo denominato Collezione Lisandrelli che coprono diverse zone dell’Italia tra il 1980 ed il 1991 sono state acquisite nel 1996 contestualmente alla camera aerea ZEISS RMK 15/23 utilizzata in gran parte delle riprese; dalla Fototeca - 5º Reparto dello Stato Maggiore dell’Aeronautica è pervenuto un cospicuo fondo di foto prospettiche d’epoca su diverse zone della penisola; da ultimo, nel 2002 e poi nel 2007, è avvenuta la donazione da parte dell’architetto Daniele Tinacci e poi di Umberto Alezio dell’archivio della Ditta Aerofoto Consult13. 113 Quest’ultimo è stato valutato in oltre 18.000 immagini riprese tra il 1964 e, per alcune, il 2002; in questa occasione è stata anche donata all’Aerofototeca una serie di strumenti di restituzione cartografica che sono l’anello di passaggio dall’aerofotografia all’elaborazione cartografica: prodotti tra il 1958 ed il 1967 dalla O.M.I. e dalle Officine Galilei di Firenze, vanno ad integrare la raccolta di macchinari aerofotografici di varia provenienza, molti pervenuti assieme al materiale fotografico acquisito, che concorrono a preservare la memoria e allargare il raggio di conoscenza di un sapere che solo di recente viene appreso più diffusamente. L’interesse per le possibilità di utilizzazione delle fotografie aeree è stato acceso anche da due mostre che hanno avuto grande risonanza mediatica, inaugurate rispettivamente nel 2003 e nel 2006, che hanno visto la partecipazione di un pubblico folto e partecipe non solo di specialisti: “Lo sguardo di Icaro. Le collezioni dell’Aerofototeca Nazionale per la conoscenza del territorio” e “Roma dall’alto”. Nell’occasione della prima mostra sono state vagliate oltre diecimila immagini aeree, un migliaio sono state utilizzate per trattare con diversi livelli di approfondimento temi rivolti ad esemplificare diverse modalità di approccio alle riprese aeree (la foto come documento per ricostruire la storia, la lettura e la fotointerpretazione diversamente utilizzate nei differenti contesti, l’osmosi tra dati aerofotografici e cartografici, le elaborazioni dei contenuti). La mostra su Roma è scaturita dalla ricchezza della documentazione esistente che ha seguito lo sviluppo urbanistico e la storia urbana dell’area metropolitana, soggetta nel ‘900 a grandi interventi e sistematiche demolizioni. Le coperture si susseguono in sequenze che si sono ripetute fittissime: questo è derivato certamente dall’importante storia che ha contraddistinto la città ma anche dalla presenza, sin dai primordi della fotografia aerea in Italia, degli Specialisti del Genio Militare addetti ai servizi di aerostatica tra cui quelli fotografici. Se il tempo ha consegnato alla memoria le immagini del territorio, fotografato prima di molti drammatici guasti avvenuti nell’ultimo cinquantennio, il progressivo deterioramento dei supporti conseguenza del passare degli anni e in particolare dell’ultimo decennio, ha reso necessario prevedere, oltre all’adeguata custodia, anche il restauro dei documenti conservati. Si è intervenuto dapprima sul degrado delle diacolor, successivamente su lastre negative dell’U.T.E. e su positivi USAAF e sta per iniziare il trattamento della cartografia e dei fotoindici originali della RAF. L’intervento più consistente ha riguardato circa 2500 diapositive prospettiche a colori che viravano al rosso o stavano sbiadendo fin quasi a svanire, immagini che sono state restaurate e riprodotte su nuova pellicola: oltre a materiale I-BUGA e Fotocielo, è stata trattata parte di quello realizzato anche da terra da Dinu Adamesteanu, il fondatore dell’Aerofototeca14. Più recente, con la disponibilità di appositi locali, è l’inizio del restauro conservativo e di una nuova sistemazione delle lastre in vetro, contestualmente si è provveduto al monitoraggio delle condizioni microclimatiche dei locali adibiti a deposito di materiali sensibili. Per questo intervento ci si è avvalsi della collaborazione dell’Istituto Superiore di Conservazione e Restauro del Ministero per i Beni e le Attività Culturali15. 114 Montichiari, Brescia: foto RAF - 4 settembre 1944. 115 Pizzighettone, Cremona: foto RAF - 27 luglio 1944. Il borgo, diviso in due dall’Adda, appare circondato dai bastioni a pianta stellare appartenenti alla cinta fortificata cinquecentesca. La crescita urbana avverrà in maniera esponenziale lungo la direttrice est con vaste zone residenziali e industriali. 116 Pizzighettone, Cremona: foto USAAF del 29 gennaio 1945. La città sotto la neve. 117 Brescia: foto USAAF - 29 gennaio 1945. 118 Brescia: foto RAF - 5 marzo 1945. 119 Lonato, Brescia: foto RAF - 4 settembre 1944. L’immagine è stata ottenuta componendo due fotogrammi (Fotomosaico G. Leone). 120 Desenzano del Garda, Brescia: foto RAF - 23 luglio 1944. Peschiera del Garda, Verona: foto RAF - 12 settembre 1944. I bombardamenti hanno colpito il ponte della ferrovia sul Mincio mentre non è stato danneggiato il forte cinquecentesco innalzato dai Veneziani su disegno di Guidobaldo della Rovere Duca di Urbino e del Sammicheli, al cui interno si articola l’abitato storico. 121 122 Sirmione, Brescia: foto RAF - 31 luglio 1945. L’immagine è stata ottenuta componendo quattro fotogrammi. L’entroterra della penisola di Sirmione, da Rivoltella a Punta Gro, appare ancora suddiviso in piccole partizioni agrarie e non fa presagire l’accumulo ed il brulicare di edificazioni che lo trasformeranno soffocandolo (Fotomosaico G. Leone). 123 Soncino, Cremona: foto USAAF - 3 gennaio 1945. L’abitato ed il fiume Oglio sotto la neve: sono stati bombardati i ponti delle due strade, quello a sud di collegamento con Orzinuovi. Anche in questo caso si presenta, per i crateri, l’inversione dei colori negli strati superficiali colpiti. Soncino, Cremona: foto RAF - 9 settembre 1944. La cittadina, nitida nei suoi contorni, conserva integra l’impronta medievale, è tutta racchiusa nella cerchia delle mura sforzesche e ancora priva dei successivi ampliamenti, che si svilupperanno soprattutto ad ovest. Orzinuovi, Brescia: foto USAAF - 29 gennaio 1945. La neve conferisce alla cittadina l’aspetto di un plastico, sottolineando la maglia regolare ed i volumi. Orzinuovi, Brescia: foto RAF - 9 settembre 1944. L’abitato appare immutato nella pianta di borgo fortificato datagli dai Bresciani quando lo fondarono nel 1193 per opporlo ai Cremonesi: è ancora immune dall’espansione successiva, che sarà evidentissima a sud-est. Cremona: foto USAAF - 29 gennaio 1945. L’immagine è stata ottenuta componendo quattro fotogrammi: lungo la Gardesana occidentale segni di bombe e nubi di fumo: sulla neve il fumo appare grigio e i crateri aperti subiscono l’inversione dei colori, sono scuri quelli recenti, più chiari quelli più vecchi (Fotomosaico G. Leone). 126 1) Croce B., Bartolomeo Capasso, in «Napoli nobilissima», anno IX, f. III, marzo 1900. 2) Ogni foto contiene molteplici informazioni che si prestano a letture di tipo differente e l’insieme dei documenti (oltre due milioni) fa tendere all’infinito il numero dei dati riscontrabili. 3) Lo studioso rumeno, divenuto cittadino italiano e chiamato il 1 luglio 1958 a Roma dalla Sicilia, dove era Ispettore presso la Soprintendenza di Agrigento, per fondare e dirigere l’Aerofototeca, il 1 luglio 1964 venne destinato alla guida della Soprintendenza alle Antichità della Basilicata, di nuova istituzione, che riconnetteva le diverse culture di un’area frammentata, fino ad allora, tra Campania, Puglia e Calabria. 4) La sede storica di viale Lincoln, ‘provvisoria’ dal 1958 e ospitata nei locali del Museo Pigorini, è stata in uso fino al dicembre del 2000, quando è avvenuto il trasferimento nell’edificio del San Michele, nei locali destinati all’Aerofototeca con decreto del 7 maggio 1987. 5) La prima ascensione pubblica senza passeggeri del pallone inventato dai fratelli Montgolfier avvenne nel 1783: a partire dal 1794, durante l’assedio di Mauberger e nella battaglia di Fleurus, la trasmissione a terra, attraverso codici, delle postazioni e delle mosse nemiche fatta da un osservatore su un aerostato, fu un’arma in più per assicurarsi la vittoria. Un anno dopo la ripresa di Nadar, durante la seconda guerra di Indipendenza in Italia, la nuova tecnica fu utilizzata nella battaglia di Solferino del 1859; in America nella guerra di Secessione l’uso di aerostati da parte di uno speciale corpo militare voluto da Lincoln, fu associato all’uso dei nuovi mezzi, la fotografia ed il telegrafo. In seguito questi palloni furono sostituiti dai draken ballon (ideati dal maggiore Parseval e impiegati in ascensione frenate per usi militari) di forma cilindrica e stabilizzati in modo da rivolgere sempre la prua verso l’alto: poi, col variare delle tecnologie, furono utilizzati i dirigibili ed infine gli aerei. 6) Nadar, con un’intuizione che precorreva i tempi, già nel 1844 aveva brevettato il sistema come adatto a rilevamenti topografici e catastali oltre che ai fini strategici sempre preminenti. Un anno dopo, durante la seconda guerra di Indipendenza in Italia, la nuova tecnica fu utilizzata nella battaglia di Solferino del 1859. 7) In relazione all’intersecarsi delle competenze è opportuno citare il Regio Decreto n. 1732 del 22 luglio 1939 ai sensi del quale la proprietà di tutti i negativi aerei realizzati spettava appunto al Ministero della Difesa Aeronautica che aveva la facoltà di cederli, in deposito biennale rinnovabile, alle Ditte realizzatrici fornite dei necessari requisiti; il R.D.è stato poi abrogato in seguito all’entrata in vigore del D.P.R. n. 367 del 20 settembre 2000. Occorre inoltre ricordare che l’Aerofototeca Nazionale nacque come sezione distaccata del glorioso Gabinetto Fotografico Nazionale del Ministero della Pubblica Istruzione. Un lungo iter burocratico accompagnò il distacco dal GFN e la costituzione dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, di cui attualmente l’Ufficio fa parte, ad Istituto autonomo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. In proposito vedi M. F. Boemi, La nascita dell’Aerofototeca, in M. Guaitoli (a cura di), Lo sguardo di Icaro, Campisano, Roma 2003, pp. 23-24. 8) Nel XVIII secolo l’abitato antico di Metaponto fu individuato dall’abate Jean-Claude Richard de Saint Non osservando da un’altura le tracce formate al suolo dalla crescita del grano, più rado lungo le murature sepolte. Per questo ed altri momenti della storia della visione dall’alto cfr. F. Piccarreta, Manuale di fotografia aerea: uso archeologico, “L’Erma” di Bretschneider, Roma 1994. 9) Sono soprattutto le immagini verticali, o zenitali, prospettive centrali assimilabili ad una pianta, quelle da cui con operazioni elementari si può ricavare la scala e quindi misurare le tre dimensioni degli oggetti fotografati. 10) Il sistema di gestione della banca dati delle foto aeree si basa sulle esperienze condotte per la catalogazione tradizionale su fotoindici, costituiti da cartografia IGM a scala 1: 100.000 cui vengono sovrapposti i lucidi con i grafici delle foto. Studiato in prima analisi per le foto zenitali, è concepito come un archivio di disegni in cui le singole strisciate vengono memorizzate, immagine per immagine, attraverso le coordinate grafiche dei vertici di ogni fotogramma ed il posizionamento esatto del numero di positiva; la base cartografica è sempre a scala 1: 100.000 ed una scheda alfanumerica completa ciascuna immagine con i suoi dati identificativi e quelli tecnici relativi alla ripresa. 11) A Guidonia, presso la scuola di Aerocooperazione dell’Aeronautica Militare sono ancora attivi i corsi di fotointerpretazione aperti ai civili, frequentati dal personale dell’Aerofototeca Nazionale. 12) http://immagini.iccd.beniculturali.it/home_aero.asp (agosto 2008). 13) Sulle collezioni dell’Aerofototeca Nazionale vedi: M.F. Boemi, Le raccolte aerofotografiche, pp. 29-31; P. L. Bacchini, M.F Boemi, Appendice, in: M. Guaitoli, Op. Cit., pp. 37-42. 14) Le foto di Adamesteanu, scattate in preparazione e a documentazione delle campagne di scavo in Basilicata e in Sicilia, costituiscono una documentazione ricchissima; particolarmente significativa e quasi del tutto sconosciuta quella relativa allo scavo di Sofiana, località che è divenuta una delle protagoniste del quadro culturale siciliano. 15) Un contributo fattivo ed un costruttivo impulso alla pianificazione integrata delle attività di conservazione è dovuto a Elizabeth J. Shepherd, archeologa, dal 2006 nell’organico dell’Aerofototeca Nazionale, che ha messo a disposizione la competenza in materia maturata presso altri archivi fotografici del MiBAC. 127 Daniele Zamboni L’archivio Bams e la fotografia aerea Carpenedolo, Brescia. Pieve Romanica del XII sec. (BAMSphoto - Rodella) BAMSphoto nasce nel 1978 come studio fotografico, per iniziativa del fotografo Basilio Rodella. Inizialmente la storia dello studio è simile a quella di moltissime altre attività fotografiche disseminate per l’Italia: si occupa di tutto quello che una piccola cittadina come Montichiari, un centro di 22.000 abitanti dove la BAMSphoto ancora opera, offre. Ben presto però l’attività si specializza andando verso il settore editoriale ed espositivo. Sono oltre 250 i titoli librari che fanno parte attualmente (25-10-2008) del curriculum e 48 le mostre che hanno visto il marchio BAMSphoto protagonista. Nel corso degli anni Basilio Rodella è stato affiancato nell’attività dalla moglie Alessandra Tosoni e dai figli Matteo e Stefano. La squadra, così arricchita, si dedica ai nuovi filoni ampliandone lo spettro ed aumentandone la qualità. Il settore che più ne giova è l’archivio, già “pallino” di Basilio Rodella, che in breve raggiunge la ragguardevole cifra di oltre 700.000 immagini catalogate, di cui 150.000 aeree. Archivio che si amplia ogni anno di oltre 20.000 nuovi scatti. Nel frattempo l’ambito che maggiormente si fa strada all’interno dell’attività BAMS è la fotografia aerea: sono del 1987 i primi scatti che vengono prodotti volando su piccoli aerei dell’Aeroclub locale. Il volo “contagia” tutti i componenti della BAMS e così in questa speciale sezione fotografica vengono investiti tempo e denaro. In particolare la ricerca è una costante precisa, indirizzata verso il settore della fotografia aerea obliqua o a volo d’uccello, tanto che, in breve, questa diviene il fiore all’occhiello di tutta l’attività. Nel frattempo lo “strumento di volo” non è più l’aeroplano, ma l’elicottero sul quale i componenti della BAMS hanno trascorso centinaia di ore. Le regioni maggiormente battute sono quelle del nord, anche se il centr’Italia ed il sud sono stati oggetti di due lunghi reportages. Impulso, credibilità ed innovazione vengono forniti al progetto dall’avvento del digitale: la possibilità infatti di georeferenziare le immagini toglie la fotografia aerea obliqua dal limbo dell’immagine bella ma tecnicamente inutile. Il progetto così si sviluppa e prende il nome di “Photo under the roofs” ovvero “fotografia sotto i tetti” che completa ed integra, con immagini inedite del territorio, l’aerofotogrammetria. Quest’ultima infatti restituisce il territorio in forma cartografica, fornendo l’ingombro dei centri urbani e delle campagne, disegnando un reticolo stradale in forma piatta. Con “Photo under the roofs” invece BAMSphoto fornisce immagini che mostrano cosa c’è sotto i tetti, con un angolo di ripresa di 45°circa rispetto al terreno, dando rilievo ottico alle asperità del suolo, fornendo volume, profondità e dimensione visiva a quanto viene descritto nella fotografia. Questo tipo di immagine ritrae, da una angolazione particolare ed inedita il costruito: le architetture industriali ed abitative, le infrastrutture, il patrimonio storico, artistico e monumentale e l’ambiente naturale, pianure, boschi, colli, monti, situazioni di degrado ed a rischio. “Photo under the roofs” si è rivelato nel tempo uno strumento indispensabile per la pianificazione territoriale (PGT - PRG), la valutazione dell’impatto ambientale, il monitoraggio delle situazioni a rischio ed il controllo del costruito, ma anche utile per la documentazione del territorio dal punto di vista artistico - turistico, per la realizzazione di iniziative culturali quali 129 mostre, pubblicazioni e archivi fotografici. Questo strumento è oggi fornito con software applicativo BAMS AERVIEW MAP, appositamente studiato dai tecnici che da anni collaborano con lo studio BAMS, per essere compatibile con i migliori software sul mercato, per il posizionamento automatico delle immagini sulla cartografia tecnica ufficiale o sulle ortofoto. Le immagini sono oggi generate da apparecchi con sensori RGB di almeno 21 megapixel nativi (non interpolati) e sono fornite su supporto ottico digitale (CD-DVD), in files JPEG con compressione minima, con risoluzione cromatica di 8 bit per canale. Le foto riportano nei campi Xrif dei files le coordinate geografiche (in DD° MM’.mm su datum WGS ‘84) del punto di scatto, ottenute da apparecchi GPS sincronizzati e trasferite attraverso protocollo NMEA. Gli scatti sono inoltre forniti in bundle con un software di visualizzazione GIS che consenta la gestione spaziale dell’archivio fotografico attraverso: - la vista dei punti di ripresa su basi cartografiche o ortofotocarte, dunque nella proiezione Gauss-Boaga adottata nella cartografia tecnica regionale; - la visualizzazione dei thumbnail delle immagini collegate ai punti di ripresa per il tramite di hyperlink attivi; - la visualizzazione di tutti i campi XRIF delle immagini, ivi comprese le coordinate geografiche e temporali dello scatto, nonchè le caratteristiche della fotocamera e dell’ottica utilizzata, tempo di esposizione e diaframma dello scatto; - la visualizzazione delle immagini a risoluzione piena attraverso l’attivazione automatica, su azione dell’operatore, di un editor esterno di immagini (Painter, Photoshop, Gimp ...). I dati relativi ai punti di ripresa sono forniti anche in formato GIS pubblico, ovvero come shapefile di punti con associati i campi degli XRIF, e collegati alle immagini attraverso campi di percorso, utilizzabili come hyperlink. Negli ultimi tempi, oltre che continuare nei solchi tracciati, l’attenzione di BAMSphoto si è spostata nel settore che documenta il consumo sempre più invasivo del suolo. Per questo sono state avviate collaborazioni con varie fondazioni ed enti che da sempre si occupano di questo specifico settore con realizzazioni di mostre ed eventi atte a sensibilizzare le nuove generazioni sul tema. Campagna di Visano, Brescia. (BAMSphoto - Rodella) 130 Paola Ciandrini Il Centro Volo Vela al Politecnico di Milano Protocollo numero 109, posizione X - Segreteria, 23 novembre 1943. Una velina dattiloscritta evidenziata come riservata e a firma di Portaluppi è inviata al capo della Provincia di Milano: il testo non ha fronzoli, bastano otto capoversi per spiegare nascita, evoluzione e pericoli del Centro “Liberato de Amici”, ovvero il Centro studi ed esperienza per il Volo a Vela (CVV), fondato nel 1934 presso il Regio Politecnico di Milano. L’archivio, conservato oggi dalla biblioteca del Dipartimento di Ingegneria Aerospaziale, documenta l’attività di progettazione e l’attività di volo, testimoniata da un corpus fotografico di prestigio e in parte sottoposto a un progetto digitalizzazione. Traslochi, cambi di responsabili, perquisizioni e imprevisti di ordinaria amministrazione sono raccontati dalle cesure, dalle lacune o dalla scrupolosa conservazione delle carte del fondo archivistico. La corrispondenza ufficiale conservata dall’Archivio generale di ateneo1 aiuta la comprensione della storia archivistica e dei contenuti del fondo CVV, un archivio di una decina di metri lineari fra carteggi, fotografie e documentazione amministrativa più tavole tecniche per gli aeromodelli. La velina sopra menzionata e firmata da Portaluppi, pur con un unico e sintetico unico foglio scritto fronte retro, fornisce un preciso ed eloquente resoconto della storia del centro: «Il centro studi ed esperienze per il volo a vela è sorto, con l’approvazione di queste autorità accademiche, ad iniziativa dello studente Liberato de Amici, presso il Politecnico, che, per dargli possibilità di vita e unicamente con l’intendimento di favorire le iniziative dei propri allievi nel campo del volo a vela, lo ha ospitato in alcuni locali dell’Ateneo, finanziato ed e amministrato a carico del proprio bilancio. Data infatti la mancanza di entrate proprie, il Politecnico ha concesso al centro ogni esercizio, fino all’anno accademico 1943-19447, una dotazione ordinaria nella misura media di lire cinquemila. Tale dotazione qualche anno fu integrata da modeste sovvenzioni straordinarie concesse da Ministeri, enti pubblici, industriali e privati diversi. Comunque la piccola gestione amministrativa e contabile del Centro ha sempre fatto parte di quella del Politecnico, che è soggetta al controllo della Corte dei Conti. […] Tutto il materiale - macchine, attrezzi, libri, etc - usato dal Centro è di proprietà del Politecnico. L’attività del Centro studi si è andata riducendo sempre più durante l’attuale periodo bellico e fu praticamente nulla nell’ultimo anno accademico. Perciò essa venne ufficialmente sospesa dal Direttore del Politecnico con un suo provvedimento 2 ottobre 1944, adottato ai sensi dell’art. 12 del T.U. 31 agosto 1933, n, 1592, dato che non si tratta di una istituzione, la quale sia munita di personalità giuridica ed abbia per lo meno un suo patrimonio, redditi propri e una gestione di bilancio speciale. […] Si chiude il presente esposto informando che il personale dirigente del Centro ha prestato sempre gratuitamente la sua opera. Presso il Centro era stato inoltre distaccato un tecnico appartenente al personale del Politecnico e da esso retribuito. Quanto sopra questa Direzione ha ritenuto doveroso di comunicarVi». Castelmella, Brescia. (BAMSphoto - Rodella) Una comunicazione secca, per esprimere senza troppi fingimenti tutto il disappunto nei confronti della decisione della Provincia, ovvero la nomina di un Commissario responsabile per la gestione del Centro, una figura esterna al Politecnico e al gruppo di appassionati studenti, docenti e specialistici del volo, tal Franco Grosso. 133 La grande storia, l’imminenza del conflitto bellico, cambia in poco tempo i giochi e le prospettive del Centro. Nell’estate del 1943 Andrea Marioni scrive a Gino Cassinis, allora presidente del CVV, sottoponendo quesiti e proposte per nuovi alloggiamenti. «Non posso dirle – si legge in una lettera del 26 settembre 1943 - che il lavoro abbia progredito, perché i recenti avvenimenti ci hanno sbandato tutti, me compreso, per qualche giorno. Abbiamo per di più dovuto sloggiare dai locali che erano nostri presso la Casa dello Studente - oggi occupata dalla Milizia. Per ora tutta la nostra roba è accatastata in officina e si stanno allestendo i due piccoli locali che la sovrastano per disporvi poi l’ufficio tecnico e tutto il resto delle scartoffie; tra l’altro, ci dormirò anch’io sfrattato come il Centro dalla Casa dello Studente». Esattamente un anno dopo, il 27 settembre 1944, un gruppo di militi della Brigata nera perquisisce il Centro Liberato de Amicis. La relazione dettagliata a cura di Cassinis sarà spedita solo il 22 dicembre al Ministro dell’Educazione nazionale. Cassinis non si fa scrupolo a citare lo sfratto dello sfortunato Marioni: «Ritengo necessario far presente che il dott. Marioni non fa parte del personale del Politecnico, di cui su segreteraio avventizio dal 1° luglio 1929 al 16 maggio 1942, ma era stato autorizzato dal compianto direttore Azimntu ad alloggiare in via temporanea in questo Poltienci, dopo che la Casa dello Studente era stata sinistrata durante le incursioni aeree nemiche dell’agosto 1943. Tale concessione era stata accordata perché il dottor Marioni, ricoprendo già da qualche anno la carica di Segretario per il Centro Studio per il Volo a Vela, avrebbe potuto collaborare efficacemente col personale della quadra di protezione antiaerea allo stesso modo del personale aiuto ed assistente degli Istituti scientifici, che pernootta nell’ Ateneo con lo scopo di prestare la propria opera per la migliore difisa possibile del materiale contro gli incontri e gli altri probabili sinistri, in caso di incursione nemica». Traslochi e paure, un contesto di ben altro tenore rispetto alla donazione del giugno 1943 e al conseguente trasloco presso il Centro del primo aeroplano - o velivolo, per citare la documentazione ufficiale sulla scia del termine dannunziano - di Maurizio Galimberti. È del 17 giugno una lettera di Galimberti che suona da liason tra aeromodelli e documentazione dell’archivio: «Tutti i documenti relativi all’aeromobile - scrive Galiberti a Gino Cassinis - sono già stati consegnati nelle mani del Dr. Marioni; unisco ora un atto di donazione, autenticato dal mio colonnello, a che il Centro possa in ogni caso avvalersene, pur esperimento che sarò sempre disposto ad espletare qualsiasi pratica si rendesse necessaria nel periodo in cui rimarrò ancora formale intestatario dell’apparecchio». Le sei sezioni del Centro, rispettivamente Studi e progetti, Voli, Costruzioni, Studi meteorologici, Modelli e Stampa, emergono con prepotenza ed empatia dallo spoglio delle carte non ancora riordinate. Ad eccezione dell’apparato fotografico, l’archivio ad oggi non è stato ancora oggetto di una inventariazione analitica, progetto che sarà presto concretizzato dai conservatori del fondo. 1) Si veda in particolare Archivio Generale di Ateneo, Politecnico di Milano, Busta Cattedre ed Istituti scientifici Istituto di Ingegneria aeronautica aerostazione - Centro di studi ed esperienze per il volo a vela "Liberato De Amici” – Posizione SEG X. 134 Sabaudia: immagine dell’Aeronautica militare, aprile 1934 135 Andrea Mazzucchelli L’Archivio Fotografico della Ditta Rossi di Brescia: un esempio significativo di conservazione intelligente di materiali fotografici Orzinuovi, Brescia - 2007. (Fotografia Rossi Telespazio) La Fototeca Rossi fu costituita nella seconda metà degli anni Cinquanta unitamente alla fondazione dell’omonima azienda bresciana avvenuta nel 1956. Inizialmente essa è nata per raccogliere le prime immagini fotografiche prodotte al suo interno. Essa, di conseguenza, conserva prezioso materiale fotografico realizzato in un momento in cui la moderna fotografia aerea privata era ancora agli albori. L’iniziale passione e la profonda competenza e professionalità acquisita negli anni hanno consentito all’azienda di configurarsi come autorevole referente nel settore fotografico, costituendo un raro caso di azienda italiana ad occuparsi, con mezzi e personale propri, dei differenti aspetti delle attività fotogrammetriche. In archivio sono presenti evidenti tracce della filosofia di ricerca e sperimentazione dell’azienda, che ha sempre creduto nella proficua collaborazione e costante confronto con gli enti culturali territoriali e nazionali. Numerosi, ad esempio, sono i docenti universitari, i professionisti e i teorici specialisti che hanno collaborato alle differenti ricerche e che hanno prodotto scatti e rilievi fotografici territoriali di notevole importanza. L’Archivio racconta anche della capacità imprenditoriale bresciana di acquisire consistenti incarichi professionali in ambito professionale. Numerosi sono, ad esempio, le fotografie scattate in differenti nazione europee, in Africa e in America, mostrando anche proficue collaborazioni con studi tecnici professionali privati e Ministeri esteri. Il materiale archivistico è ovviamente organizzato secondo precisi parametri aziendali, che rispecchiano fedelmente la sua suddivisione in comparti. Ancora oggi, infatti, la ditta Rossi S.R.L. è suddivisa in quattro reparti, in costante rapporto con l’archivio e l’ufficio che si dedica alla ricerca iconografica. Esso mostra, ad esempio i prodotti afferenti al Reparto Volo, che si occupa delle attività di pianificazione di volo ed è responsabile delle riprese aerofotogrammetriche, per la realizzazione delle quali utilizza come base operativa l’aeroporto di Montichiari (Bs). A questo primo reparto seguono: l’Ufficio per il Controllo delle riprese aeree, che effettua i primi accertamenti dei risultati delle riprese con camera analogica, produce le note informative di volo, successivamente archiviate, e svolge le attività connesse all’obliterazione dei negativi; il Laboratorio fotografico, che si occupa dello sviluppo delle pellicole fotografiche e della produzione di stampe, diapositive ed eterogenei elaborati visivi; e il Reparto Elaborazione dati, responsabile della lettura delle immagini, della gestione digitale delle fotografie e della preparazione degli elaborati finali, che spaziano dalla produzione di DSM-DTM all’ortofoto. Il materiale così concepito confluisce successivamente nel prezioso Archivio fotografico, nel quale sono custoditi circa due milioni di scatti. Si tratta di immagini che coprono analisi fotografico-territoriali compiute dai primi anni Sessanta ai giorni nostri, spesso consentendo interessanti raffronti temporali sulla medesima area geografica. Le immagini più recenti sono state scattate dalla piccola aeroflotta privata, che attualmente consta di tre velivoli: un aeromobile turbo commander I-MAGJ, un aeromobile Cessna 402 B I-ISOR e un Cessna 402 B I-EJRA. 137 L’archivio raccoglie differenti tipologie di materiali fotografici, strettamente connesso anche ai mezzi tecnici impiegati dall’azienda per la realizzazione degli incarichi di ripresa territoriale ricevuti. Esso, pertanto, costituisce una valida esemplificazione dell’evoluzione tecnologica della fotografia aerea già descritta nella sezione storiografica di questa stessa monografia. Attraverso l’analisi delle apparecchiature, delle strumentazioni di lavoro e dei negativi conservati nell’archivio è infatti possibile osservare l’evoluzione tecnologica che da sempre ha caratterizzato il settore delle riprese aeree. Tutti gli aerei aziendali, ad esempio, sono dotati di doppia botola per la realizzazione in contemporanea di riprese con almeno due differenti sensori e della strumentazione INS/DGPS, che consente la determinazione delle coordinate dei centri di presa dei fotogrammi. Quest’ultima apparecchiatura è costituita da ricevitori satellitari geodetici a doppia frequenza con capacità di campionamento fino ad un secondo, interfacciati alle camere aeree mediante un dispositivo denominato event marker, che segnala al GPS il momento esatto dell’apertura dell’otturatore della camera da presa1. Accanto all’attività di catalogazione e ricerca iconografica l’archivio è dotato di una strumentazione appositamente studiata per consentire l’utilizzo di immagini analogiche nei processi di elaborazione digitale. Il laboratorio appositamente attrezzato consente di acquisire tali dati direttamente dal rullo negativo delle riprese. Le procedure eseguite permettono di garantire l’assoluta assenza di corpi pulviscolari e preservano il film da possibili datti realizzati per sfregamento. Per queste ragioni lo scanner è collocato in appositi ambienti costantemente soggetti ad interventi dustfree, finalizzati alla continua eliminazione di polvere e alla costante eliminazione di umidità. Nello specifico le scansioni del laboratorio fotografico sono generalmente realizzate attraverso l’impiego di uno Scanner ZEISS Intergraph Imaging Photoscan 2002 (Z/I Imaging) con una risoluzione ottica a 7 micron. L’archivio è inoltre dotato di locali condizionati-refrigerati, nei quali poter conservare i materiali fotografici più preziosi e rendere le pellicole antistatiche. Questi ambienti consentono di evitare gli effetti derivanti da eventuali deformazioni termiche del supporto e che, inevitabilmente, sarebbero successivamente registrati con le operazioni di riproduzione e scansione. Una sezione dell’archivio conserva anche ortofoto complesse, immagini aeree numeriche in scala e con coordinate cartografiche, che riportano informazioni integrative su tutti quei particolari che la carta tecnica rappresenta in modo schematico, fornendo anche una visione dinamica e realistica dei luoghi. 1) I velivoli possono essere dotati, in funzione delle esigenze di scatto di tre camere aerofotogrammetriche RMK con focale 150 mm (Zeiss), di una camera aerofotogrammetria RMK con focale 300 mm (Zeiss), di una camera aerofotogrammetria RMK TOP 15 con focale 153 mm i cui obiettivi hanno un potere separatore medio di 112 coppie di linee per mm (Zeiss), di due camere aerofotogrammetriche digitali DMC dotate di sistema pluribande (compreso il sistema di rilevamento ad infrarosso), di tre sistemi integrati INS/DGPS, di quattro basamenti AS2 (Zeiss), di tre basamenti geostabilizzati T-AS, di sette magazzini porta pellicola (Zeiss) e di due Cinederivometri (Zeiss). Le due camere aerofotogrammetriche digitali DMC di produzione Intergraph sono costituite da quattro obiettivi pancromatici e quattro multispettrali, in grado di acquisire simultaneamente immagini RGB e IR di dimensione 7680 x 13824 pixels. Le camere sono complete di sistema inerziale IMU IGI Aerocontrol in grado di fornire direttamente l’orientamento esterno dei fotogrammi (phi, omega, k, X, Y, Z, cioè angoli di assetto e posizione). La precisione dei parametri di orientamento esterno è per gli angoli di assetto ? e ? ±0.0075°, mentre per k è ±0.0135°. 138 Montichiari, Brescia - 2007. (Fotografia Rossi Telespazio) 139 Ferdinando Zanzottera Il Fondo Fotografico del generale Pezzani conservato presso l’Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda Chiesa di Santa Maria Nascente al QT8 (Mi) in una foto aerea scattata dal Generale Giovanni Pezzani nel 1961. Tra i numerosi fondi fotografici conservati presso l’Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda (ISAL), particolare interesse rivestono le fotografie aeree scattate dal generale Giovanni Pezzani nei primi anni Sessanta. Malgrado la costituzione del corpus archivistico sia particolarmente recente (trentacinque anni), mancano alcuni elementi di fondamentale importanza per la piena comprensione della sua origine e della sua stessa formazione. Il fondo fu certamente acquisito dall’ISAL agli inizi degli anni Settanta e fin dalla sua origine esso era composto da stampe e negativi fotografici di grande formato. Tuttavia i documenti fino ad ora rintracciati inerenti la sua costituzione lasciano insoluti diversi dubbi. Alcune carte documentarie parlano di un acquisto, mentre il verbale del Consiglio di Amministrazione del 23 gennaio del 1973 dell’ISAL contiene un’annotazione relativa a “un cospicuo donativo di fotografie aeree di Milano” da parte del generale Pezzani, espressione che induce a pensare ad una donazione gratuita. Anche i dati inventariali sono contraddittori poiché attualmente il fondo fotografico è costituito da 474 stampe in bianco e nero di differente formato e da 161 negativi. L’inventario della Fototeca, inoltre, registra sette momenti distinti di catalogazione delle stampe, per un numero complessivo di 378 unità. Probabilmente questa differenza trova spiegazione nella duplicazione di numerose stampe fotografiche avvenuta con il passare degli anni. Il fondo, infatti, è caratterizzato da un numero elevato di riproduzioni eseguite in differente formato e contrasto delle tonalità dei grigi. Discordanti sono anche i numeri di inventario. Ogni scatto fotografico presente all’interno della Fototeca dell’ISAL, infatti, è caratterizzato da un’etichetta sulla quale sono riportati numerosi dati. Nelle etichette più ‘antiche’ i dati riportati sono otto (numero di catalogo, numero di inventario, ubicazione, autore, soggetto, particolare, numero del negativo, anno, fotografo), in quelle più recenti sono undici (artista, paese, secolo, località, ubicazione, soggetto, materia, misure, numero di catalogo, numero del negativo, anno di esecuzione del negativo). Le informazioni trascritte sono parzialmente distoniche e palesano le intelligenti ragioni per le quali la professoressa Maria Luisa Gatti Perer volle creare una fototeca specializzata in storia dell’arte, attestando anche una maggiore attenzione all’oggetto fotografato rispetto al bene fotografico in quanto tale. Per molti anni, infatti, la fototeca è stata concepita unicamente come repertorio iconografico al servizio degli storici dell’arte e dell’architettura, spesso indifferenti a una corretta schedatura archivistica del materiale fotografico, confondendo i dati riguardanti il bene raffigurato con quelli della ripresa e della stampa dello scatto. Notevoli differenze compilative si possono dunque riscontrare osservando le etichette che accompagnano queste fotografie, nelle quali sono evidenti anche omissioni e imprecisioni determinate da una non corretta redazione da parte degli operatori, spesso meritevoli volontari non sempre dotati della necessaria competenza o sensibilità archivistica. Esemplificativa risulta la serie delle immagini aeree raffiguranti l’Abbazia di Chiaravalle. Essa è composta da otto stampe prodotte da tre scatti differenti. Le stampe furono eseguite certamente in almeno tre momenti distinti poiché mostrano etichette tipologicamente differenti e numeri di catalogazione completamente dissimili. La ripresa dell’abbazia effettuata con l’aeroplano posto a meridione del complesso monastico, ad esempio, ha una prima stampa correttamente datata (1961) contrassegnata con il numero di catalogo 15.969, una seconda copia, priva dell’indica- 141 zione della data di scatto, contraddistinta dal numero di catalogo 16.952 e una terza stampa, senza data della ripresa e priva dell’indicazione del fondo archivistico di appartenenza, alla quale è stata apposto il numero di catalogo 46.377. Malgrado le numerose imprecisioni che caratterizzano il Fondo Pezzani, esso si qualifica come importante testimonianza visuale per la piena comprensione delle trasformazioni territoriali di Milano. Esso, infatti, indaga la periferia della città e alcuni luoghi simbolo del centro storico e dell’hinterland, attraverso una serie di voli eseguiti nei primi anni Sessanta. Generalmente le fotografie hanno come soggetto principale edifici liturgici, ritenuti dal generale Pezzani elementi di particolare interesse architettonico facilmente individuabili nella maglia urbana, capaci di configurarsi come elementi ordinatori di una trasformazione in atto. Dalle immagini è possibile ricostruire anche la tipologia esecutiva del volo eseguito dal generale Pezzani: dopo aver individuato il soggetto da fotografare l’aeroplano compiva una serie di virate a spirale, consentendo all’addetto alle riprese di fotografare il soggetto da molteplici punti di vista. Una tecnica consolidata impiegata dal generale Pezzani anche in alcuni particolari rilievi compiuti durante la sua attività di ricognitore durante la Seconda Guerra Mondiale. L’esperienza accumulata fu impiegata anche nell’abito dei successivi incarichi professionali, quando utilizzò la fotografia aerea anche per indagare gli abusi edilizi commessi in spregio alla legislazione vigente. Le fotografie di proprietà dell’ISAL non furono eseguite attraverso un’apparecchiatura fissata alla fusoliera dell’aeroplano, ma riprese da un operatore che inquadrava i soggetti con una macchina fotografica manuale e che, in qualche occasione, non è riuscito ad eliminare dall’inquadratura la parte terminale dell’ala del velivolo. Tra i molti edifici indagati dalle fotografie aeree vi sono l’Abbazia di Chiaravalle, il complesso architettonico dell’Istituto Leone XIII, l’Ospizio della Sacra Famiglia e le chiese della Madonna dei Poveri, della Madonna del Lago all’Idroscalo, di Quinto Romano, del Sacro Cuore Immacolato di Maria, del Sacro Cuore in Affori, di San Benedetto, di San Bernardo alla Comasina, di San Camillo, di San Dionigi in Prato Centenario, di San Gabriele, di San Gaetano, di San Giovanni alla Creta, di San Giovanni Battista alla Bicocca, di San Giovanni dei Morenti, di San Giovanni Evangelista, di San Giuseppe in Bollate, di San Giuseppe in Cesate, di San Marcellino, di San Martino e San Silvestro, di San Martino in Lambrate, di San Michele e Santa Rita, di San Nicola in Dergano, di San Paolo, di San Pio V, di San Protaso, di San Romano alla Torrazza, di San Vito al Giambellino, di Santa Barbara in Metanopoli, di Santa Maria Addolorata in San Siro, di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, di Santa Maria Assunta in Certosa (Certosa di Milano), di Santa Maria Beltrade, di Santa Maria del Rosario, di Santa Maria della Misericordia in Casoretto, di Santa Maria di Lourdes, di Santa Maria Liberatrice, di Santa Maria Nascente al QT8, di Santa Rita alla Barona, di Sant’Agnese in Vialba, di Sant’Angela Merici, di Sant’Antonio alla Cascina del Sole, di Sant’Apollinare in Baggio, di Sant’Elena in Quarto Cagnino, di Sant’Eusebio e Santi Maccabei in Garbagnate, dei Quattro Evangelisti, del Redentore, dell’Immacolata, di Gesù, Giuseppe e Maria, di Sant’Eustorgio, dei Santi Nabore e Felice, dei Santi Nereo e Achilleo e di Sant’Ildefonso. Oltre a questi edifici il generale Pezzani fotografò anche la chiesa Armena, la chiesa dei Martinit, la Chiesetta di via Palmanova e il complesso conventuale cappuccino di piazzale Velasquez (San Francesco d’Assisi), progettato alla fine dell’Ottocento dall’ingegner Cesare Nava. Tra i casi più interessanti vi è sicuramente il rilievo fotografico aereo della chiesa di Santa Maria Nascente al QT8, progettata da Vico Magistretti e da Mario Tedeschi nel 1947 in occasione dell’ottava Triennale e realizzata tra il 1954 e il 1955. Le fotografie furono eseguite nel 1961 a pochi anni di distanza dalla conclusione dei lavori di costruzione della chiesa, accanto alla quale fu edificato l’edificio destinato ad accogliere le strutture catechetiche e la casa parrocchiale. Nelle immagini la chiesa sorge al centro di un’area con un indice di fabbricazione molto basso. Alle sue spalle si intravvede il Monte Stella ancora in fase di definizione. Campi coltivati, orti, vestiti stesi al sole ad asciugare nei prati, strade bruscamente interrotte e opere di un’urbanizzazione in corso di realizzazione, costituiscono gli elementi salienti di un raccon- 142 to figurativo impresso nella pellicola che oggi appare completamente trasformato dalla realtà edilizia che ha fagocitato ogni spazio libero adiacente alla chiesa. Assenti sono dunque gli edifici residenziali, la posta, il mercato coperto e le altre infrastrutture pubbliche costruite nelle immediate vicinanze della chiesa negli anni seguenti. Analoga testimonianza è impresa negli scatti compiuti nel medesimo anno alla chiesa di Sant’Agnese in Vialba, costruita nel 1955 su progetto degli architetti Amos Edallo e Antonello Vincenti. La sua imponente struttura in cemento armato si staglia nel vuoto urbano che la circonda, evidenziando, con ancor maggior veemenza, i sei monumentali pilastri che reggono la copertura a doppia falda inclinata della navata unica. Le fotografie mostrano con impressionante dettaglio il grande affresco realizzato sulla facciata della chiesa dal pittore Neonato Nicolò, oggi in uno stato precario di conservazione. Anche in questo caso le immagini palesano il mutamento del contesto urbano avvenuto con il passare degli anni. Le sei stampe fotografiche costituiscono anche una rara testimonianza del complesso residenziale popolare demolito sul finire del XX secolo, che sorgeva nelle immediate vicinanze della chiesa. Poco distante dall’edificio liturgico consacrato a Sant’Agnese il generale Pezzani ha fotografato la Certosa di Milano (Garegnano), fondata il 19 settembre del 1349 da Giovanni Visconti. Nessuna data del volo è indicata sul retro delle sette stampe fotografiche che mostrano un complesso architettonico profondamente differente dallo stato attuale e un contesto urbanizzato che si è profondamente modificato a partire dagli anni Settanta. Ancora visibili sono le strutture rustiche e il pollaio addossati alla chiesa trecentesca. Completamente assenti, invece, appaiono le nuove strutture oratoriane che sostituirono la Città dei ragazzi che, negli anni Sessanta, sorgeva oltre il tracciato della prima autostrada italiana. Assenti sono anche alcune delle strutture scolastiche edificate nelle immediate vicinanze dell’antico monastero certosino, quali la scuola materna di via Sapri, la scuola media statale e la scuola elementare e l’asilo edificati dall’ordine religioso delle suore del Sacro Cuore di Maria già Missionarie d’Egitto. Le fotografie costituiscono anche un importante testimonianza del contesto urbano limitrofo al Cimitero Maggiore e al viale Certosa, uno dei principali assi viari di penetrazione della fascia nord-ovest di Milano. Fondamentale, inoltre, è la documentazione del tracciato autostradale che ancora oggi segna la fascia orientale del complesso architettonico monastico, vicino al quale negli anni Sessanta sorgevano gli ‘antichi’ caselli daziari. Le immagini del Fondo Pezzani non sono le uniche fotografie aeree presenti nella Fototeca dell’ISAL: l’istituto, infatti, custodisce numerosi scatti raffiguranti Milano e alcune città della Brianza. Tra queste, particolare interesse desta una fotografia scattata il 12 settembre 1957 raffigurante il complesso della Basilica di Sant’Ambrogio e dell’Università Cattolica di Milano. Lontani ricordi appaiono i cantieri della ricostruzione post-bellica e i nuovi edifici emergono nella maglia urbano per la lucentezza e il candore degli intonsi apparati murari. Al bianco splendore di questi edifici si contrappone l’ampia massa dell’antica caserma militare interessata da un piccolo cantiere e il giardino verde che abbraccia il monumento dedicato a tutti i milanesi caduti in guerra. Un giardino che, sebbene rigoglioso, mostra tutte le ferite inferte dalla guerra e la smania cittadina della ricostruzione: giovani piante dall’esile fusto si alternano ai frondosi alberi pluridecennali. Anche i tetti partecipano al racconto della città, mostrando edifici non ancora abbruttiti da alcuni sopralzi insensati e da tetti sgombri dalla selva invadente degli impianti refrigeranti. Altre immagini aeree sono pervenute all’ISAL attraverso il lascito testamentario del professor Carlo Perogalli, che, insieme alla sua personale diateca di circa 40.000 diapositive, ha donato un vasto repertorio iconografico comprendente anche riprese aeree degli anni Cinquanta della città di Monza e dei suoi principali monumenti: il Duomo, l’Arengario e la Villa Reale. Particolare menzione spetta anche a una riproduzione fotografica della Milano ottocentesca ripresa da un dirigibile, che mostra il tessuto urbano cittadino ancor prima degli sventramenti del XIX secolo e le devastazioni dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. I tre edifici religiosi fotografati dal generale Pezzani e le fotografie aeree citate costituiscono 143 solamente alcuni esempi dei percorsi storiografici che è possibile intraprendere attraverso le immagini riprese dal cielo, che, in generale, mostrano l’estremo consumo del territorio urbano di Milano. Una città che nei suoi processi evolutivi, talvolta è scaduta in atteggiamenti degenerativi. Nell’osservare alcune di queste fotografie, dunque, possono rammentare le parole di Walter Gropius, che asseriva: “Che cos’è il costruire architettonico? L’espressione cristallina dei più nobili pensieri degli uomini, del loro fervore, della loro umanità, della loro fede, della loro religione. Così era una volta. Ma chi fra quanti vivono in quest’epoca giustamente dannata, comprende ancora la natura omnicomprensiva, beatificante dell’architettura? Non vedete? Attraversiamo le nostre strade e le nostre città e neppure ci viene da piangere di vergogna su questi deserti della bruttezza! Diciamocelo invece chiaramente: queste trappole grigie, vuote, stupide, in cui viviamo e lavoriamo, costituiranno a diffondere alla posterità una umiliante testimonianza del tremendo baratro intellettuale in cui è caduto il nostro gusto dimentico dell’unica grande arte: costruire”. Certosa di Milano (Garegnano) in una foto aerea scattata dal Generale Pezzani nei primi anni ‘60. 144 Il Duomo di Milano fotografato alla fine dell’800 da un dirigibile. 145 Elizabeth J. Shepherd Il pioniere d’Aeronautica Ubaldo Puglieschi (1874-1965): ricostruzione storica attraverso le carte e le fotografie d’archivio “Brigata Specialisti del Genio / (cortile interno alla Caserma Cavour) / Visita di S.M. la Regina Margherita / e di S.A.R. il Duca di Genova alla / brigata l’11 gennaio 1905. / Gen. Puglieschi”. Didascalia autografa U. Puglieschi (Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi). “16 giugno 1904 / Lawn Tennis Club / Inaugurazione / Soc. Aer. Ital. S.A.I. / 1904 / davanti a S.M. Regina / Margherita // Ten. Puglieschi / Ten. Arciprete”. Cartolina postale, didascalia ms. U. Puglieschi (Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi). «La fotografia è ora uscita dal ristretto campo del professionista e del dilettante, per dare potente aiuto alle arti e alle scienze. Torna infatti di gran sussidio alla chirurgia colla radiografia, all’istologia e alla metallografia colla microfotografia, alla stampa colla trasmissione della fotografia a distanza, al topografo colla fotogrammetria, all’arte colla riproduzione dei quadri ecc. Anche nel campo militare, la fotografia trova ora efficace impiego, e per questo venne nel 1896 creata presso la Brigata Specialisti del Genio una Sezione Fotografica dall’attuale Ten. Colonnello Moris, il quale seppe in breve darle grande sviluppo. Tale Sezione si occupa specialmente di studi e lavori di telefotografia per ricognizioni alle grandi distanze, ed in tale ramo ha raggiunti risultati veramente insperati; di fotografia e telefotografia da bordo delle navi per ricognizioni costiere, di fotografia e telefotografia dalla navicella dei palloni e dei dirigibili per ricognizioni dall’alto; di rilievi di terreni montuosi a mezzo della fotogrammetria; di rilievi di terreni piani a mezzo della topofotografia dal pallone e dal dirigibile; di microfotografia per la produzione dei dispacci per la corrispondenza a mezzo dei colombi viaggiatori, e infine di cinematografia per esperienze di mine. Ha poi un reparto per lo studio e il collaudo dei varii sistemi ottici; quali obbiettivi, cannocchiali, telemetri, ecc. ed un altro reparto per le riproduzioni documentarie, con annesso laboratorio di fotocollografia per la produzione di stampe monocrome e policrome». Così, con grande lucidità e dote di sintesi, il capitano Cesare Tardivo, comandante della Sezione Fotografica del Battaglione Specialisti del Genio, apriva nel 1911 il suo Manuale di fotografia telefotografia, topofotografia dal pallone. Se nel 1907 il volume Fototopografia e fotogrammetria aerea: nuovo metodo pel rilevamento topografico di estese zone del terreno del tenente Attilio Ranza, sempre del Battaglione Specialisti, aveva illustrato le basi di una nuova disciplina sperimentale, solo quattro anni dopo le esperienze sul campo erano state così fitte e sostanziali da permettere a Tardivo di fare un punto fermo ed aggiornatissimo per quella che, all’epoca, era una pratica ormai consolidata in cui l’Italia eccelleva: la fotogrammetria aerea, cioè la rilevazione del terreno dall’alto per scopi militari ma soprattutto civili. Tra 1907 e 1913 si realizzarono infatti alcune delle più esatte planimetrie fotografiche mai eseguite: quelle del corso del Tevere (1907), della foce del Tevere a Porto (1909), delle città antiche di Pompei (1910) e di Ostia (1911), della città di Venezia (1906-1913)1. Data l’esigenza di accuratezza nella restituzione, il rilievo topofotografico era necessariamente connesso all’impiego di palloni aerostatici frenati che consentivano uno scatto ‘da fermo’ in visione zenitale2. Tardivo forni- 147 Battaglione Specialisti del Genio-Sezione Fotografica. “Rilievo topofotografico di Ostia dal pallone”, 1911. Cortesia Soprintendenza Beni Archeologici di Ostia, Archivio Fotografico. va infatti precise istruzioni sul tipo e la qualità del cavo di ritegno del pallone e, in considerazione delle correnti, sull’altezza conveniente cui elevarlo3. Per quanto riguarda i tipi di pallone più adatti suggeriva i palloncini sferici, dotati di maggior forza ascensionale, o i draken, più voluminosi e pesanti ma molto più stabili4. Gli anni tra il 1904 e il 1907, però, videro anche la parallela affermazione, per non parlare di una vera e propria moda, di un diverso tipo di ripresa fotografica, condotto con palloni aerostatici in ascensione libera. L’ascensione libera, effettuata a bordo di navicelle sospese a palloni sospinti dalle correnti d’aria e privi di strumenti direzionali propri, aveva una storia già molto antica, a partire dalle mongolfiere settecentesche dei fratelli Montgolfier e dai palloni di Jacques Charles e di Vincenzo Lunardi. Gli aerostati erano già impiegati in ambito militare per scopi di Gabriele D’Annunzio a bordo di un dirigibile M, 9 luglio 1919. Cortesia Soprintendenza Beni Archeologici di Ostia, Archivio Fotografico. 148 Tessera di U. Puglieschi socio F.A.I., 1904 (Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi). Prima ascensione libera del 23 marzo 1904. Pergamino, inchiostro (Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi). ricognizione e di rilevazione cartografica fin dai tempi della guerra tra l’esercito rivoluzionario francese e le forze della prima coalizione (1794), poi della II guerra d’indipendenza italiana (1859), della guerra civile americana (Union Army Balloon Corps di Thaddeus Lowe, 18611863) e delle guerre coloniali inglesi (in Africa nel 1885, nella II guerra dei Boeri 1899-1902)5. In Italia nel 1884 l’arma del Genio costituì al Forte Tiburtino di Roma un Servizio Aeronautico (poi Sezione Aerostatica), al comando del tenente Alessandro Pecori Giraldi, equipaggiato con due palloni da 550 m3. Nel 1887 la Sezione (parte della Compagnia Specialisti del Genio) partecipò alla spedizione del generale Alessandro Asinari di San Marzano in Eritrea con tre aerostati frenati, impiegati in ascensioni di ricognizione. La Compagnia Specialisti (poi Brigata Specialisti) si impose agli onori della cronaca nell’estate del 1894 con la prima ascensione libera di un pallone militare di costruzione italiana, il Generale Durand de la Penne, compiuta dal capitano Maurizio Mario Moris e dal tenente Cesare Dal Fabbro. Come abbiamo già sentito dalle parole di Tardivo, nel 1896 Moris creò in seno alla Brigata la Sezione Fotografica.6 Gli anni a cavallo del secolo, e ancora fino alla I guerra mondiale, vedono un’intensa attività di ricerca per la costruzione di mezzi atti a sollevare l’uomo da terra. Il 1905 vide alzarsi in volo il primo dirigibile italiano, l’Italia di Almerico di Schio; dopo il primo tentativo di volo dei fratelli Wright nel 1903, già nel 1909 Wilbur Wright dette dimostrazioni e lezioni di volo all’aeroporto romano di Centocelle. Sono questi, gli anni della Belle Époque, a creare la figura avventurosa e affascinante dell’aviatore che tanto successo avrà negli anni a venire, nella realtà e nella finzione cinematografica. Fascino in buona parte derivante dall’avventura e dallo sprezzo del pericolo, ma anche dalla classe sociale elevata cui necessariamente appartenevano i primi sperimentatori: i costi delle macchine e dell’organizzazione dei voli li rendevano possibili solo per i militari, o per gli appassionati in grado di finanziare o acquistare il nuovo divertimento. I primi anni di esperimenti aviatorii in Italia vedranno coesistere come protagonisti proprio elementi militari, altoborghesi e aristocratici: nella percezione comune gli esempi più celebri dei tempi pionieristici rimangono quelli di Francesco Baracca e di Gabriele d’Annunzio. Il primo organismo per coordinare l’attività aeronautica civile, la Società Aeronautica Italiana (S.A.I.), si costituì a Roma il 19 gennaio 19047 con l’obiettivo di «far entrare nel pubblico dominio la scienza aeronautica. I problemi che questa scienza è chiamata a risolvere sono tra i più difficili che l’ingegno umano abbia trattato. Essa richiede cognizioni solide e profonde delle principali scienze odierne, quali la fisica, la chimica, la meccanica, la meteorologia, la matema- 149 tica, ecc.; nonché mente geniale, buon senso, pratica ed attitudini speciali per sintetizzarle e trarne le volute conseguenze […] Abbiamo fiducia che coll’appoggio e coll’aiuto degli studiosi e degli sportisti italiani (nel senso più geniale della parola) troverà sviluppo in Italia, e diffusione, la scienza e l’arte d’Aeronautica, male coltivata fino ad ora da empirici e da dilettanti»8. Un bel programma di chiaro stampo positivistico, volto a stimolare l’interesse degli Italiani nella direzione di una nuova tecnologia, nel nome dell’ingegno e della conquista del progresso. Posta sotto il patronato del Re e del Duca degli Abruzzi, la S.A.I. avrà nel primo anno di vita uno sviluppo tumultuoso, pari all’entusiasmo e all’ambizione sociale dei soci: dai primi 37 che costituirono la Società si passerà in sei mesi a 1409. Tra questi numerosi sono i militari, soprattutto quelli appartenenti alla Brigata Specialisti del Genio: oltre a Moris, Giuseppe Arciprete, Ettore Cianetti, Arturo Crocco, Giovan Battista De Benedetti, Arturo Malingher, Ottavio Rinaldoni, Carlo Vita Finzi, Enrico Zicavo e tanti altri che ricorrono nella storia della prima aviazione e delle prime fotografie aeree italiane: tra questi, anche Ubaldo Puglieschi10. Il ruolo di Ubaldo Puglieschi (Roma 1874 - 1956) nella storia della fase pionieristica del volo in Italia, e non solo, è andato dimenticato col tempo. È merito del Museo Aeronautico Caproni aver acquisito e conservato un nutrito fondo di testi e fotografie relativi all’attività di Puglieschi11, e di Giovanna Alvisi aver curato la parziale duplicazione delle fotografie, oggi conservate nell’archivio dell’Aerofototeca Nazionale; mentre la produzione a stampa è consultabile presso varie biblioteche pubbliche12. Particolare interesse, nel fascicolo conservato dall’archivio Caproni, rivestono un dattiloscritto redatto il 16 maggio 1945 e firmato da Puglieschi13, intitolato Appunti sulla mia attività aeronautica e riferito agli anni 1904-1922, oltre a un nucleo di documentazione relativa a voli in ascensione libera degli anni 1904-1908 che Puglieschi aveva destinato nel 1945 all’Associazione dei Pionieri d’Aeronautica. Vediamo, in anticipazione di uno studio che è ancora in corso, alcuni di questi materiali. Da un primo ordinamento dei dati desunti dalle foto scattate durante le ascensioni, dai tracciati barometrici e dalle accurate cartine di volo, unito al diligente rendiconto sul Bollettino S.A.I. dei voli eseguiti sia dalla Brigata Specialisti, sia dai soci della Società, emerge come Puglieschi non facesse eccezione alla regola di cui ho parlato poco sopra: entusiasta sperimentatore in prima persona del volo in aerostato, lo era sia come militare (nei voli previsti dalle 150 “Ascensione libera / del 15 giugno 1906 / Partenza effettuata dalla / Caserma Cavour. / Aeronauti: / Ten. U. Puglieschi – pilota / Ten. Zicavo / Fotografia dall’alto dei Colli Albani / Gen. Ubaldo Puglieschi / Roma, maggio 1953”. Didascalia autografa U. Puglieschi (Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi). Fotomosaico G. Leone, Aerofototeca Nazionale. Sesta ascensione libera del 22 ottobre 1904. Pergamino, inchiostro (Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi). esercitazioni della Brigata) sia come socio S.A.I., in questo secondo caso sui palloni di proprietà della Società e insieme ai più vari rappresentanti della Roma ‘bene’ dell’epoca («Fra questi sportivi ricordo, tra i più assidui partecipanti, il dr. Helbig e l’avv. Sella ed il Duca di Gallese; poi il Principe Potenziani, il dr. Levi, il Marchese Guglielmi, parecchie Signore ed il sig. Hallecher di Napoli. Quest’ultimo, ricco possidente, si appassionò talmente che volle farsi costruire nel 1906 un pallone per suo conto, lo Sparviero, che portò poi con sè a Napoli per fare colà qualche ascensione, e così anche il dr. Levi che pure si fece costruire un pallone, la «Sfinge» che condusse a Firenze»14). Inoltre, «mente geniale, buon senso, pratica ed attitudini speciali» sono evidenti nella quantità di interessi di Puglieschi, tutti rivolti alla sperimentazione e alla definizione di innovazioni tecnologiche di portata utilitaria: dall’analisi della produzione dell’idrogeno15 (1904) alle vernici aerostatiche16 (1905), legate al mondo degli aerostati, fino allo studio della convenienza e dell’utilità dell’adozione dell’automobile a benzina per l’impiego nell’esercito (1913, più volte riedita). Nel 1904 Puglieschi, in forze presso i Telegrafisti del 3° Reggimento del Genio, chiese ed ottenne di essere trasferito alla Brigata Specialisti, dove rimase fino al 1908. La Brigata risiedeva nella Caserma Cavour, a Roma; la Sezione Fotografica (comandata da M. M. Moris) aveva sede invece a Monte Mario, nella Villa Mellini. «Una delle specializzazioni importanti della Sezione Fotografica era la Telefotografia della quale si serviva specialmente lo Stato Maggiore per il rilievo delle fortificazioni delle frontiere. In seguito la stessa Sezione dette sviluppo anche ai rilievi fotogrammetrici eseguiti dal pallone ed ai quali venne adibito in special modo il Tenente Ranza»17. È in quest’ambiente di «studi ed esperienze relative alla navigazione aerea»18 che Puglieschi inizia a compiere frequenti ascensioni, forse meno di quante desiderasse data la scarsità della produzione di idrogeno necessario a gonfiare i palloni: «Data tale limitazione, e, per contro, il desiderio vivissimo di noi tutti ufficiali piloti della Brigata di partire in ascensione libera, veniva osservato rigorosamente un turno rotatorio»19. Oltre all’attività militare, dal 1904 si aggiunge anche quella con la S.A.I. «Noi piloti militari della Brigata Specialisti eravamo quasi tutti soci della S.A.I. e così riuscivamo a fare qualche altra ascensione libera oltre quelle militari purtroppo non troppo numerose data la suaccennata limitata disponibilità di gas idrogeno. I tre palloni (Fides I, Fides II, e Fides III) eseguivano alcune volte delle ascensioni a scopo di osservazioni metereologiche […] ma, in genere, delle ascensio- 151 ni per gli sportivi che desideravano provare la piacevole emozione della navigazione aerea”20. In tutta la sua carriera negli Specialisti Puglieschi compì più di 50 ascensioni libere. Per almeno 21 di queste abbiamo la documentazione completa del volo; per buona parte delle altre sono presenti accenni o ricordi nei resoconti del Bollettino S.A.I., che elencava anno per anno sia le ascensioni della Brigata, sia le proprie. Riporto qui la descrizione di un volo scritta da Puglieschi e corredata dalla relativa documentazione. «Un’ascensione interessante è stata quella che eseguii il 22 ottobre 1904 col Tenente Cianetti con un pallone da 450 mc. In tale ascensione raggiungemmo la quota di 4100 m. che fino allora non era stata ancora raggiunta nelle nostre ascensioni militari. Partiti da Roma atterrammo nei pressi di Valmontone»21. Ma non tutte le ascensioni erano così tranquille: Puglieschi ricorda in un’occasione di essere finito in mare, in un’altra di essere stato accolto, al momento della discesa, da contadini atterriti armati di fucile. E poi le tragedie: di una di queste, avvenuta il 2 giugno 1907 durante l’ascensione che accompagnava la rivista militare e nella quale morì folgorato il capitano Arnaldo Ulivelli, Puglieschi volle dare un commovente resoconto a stampa22. Nel 1908 Puglieschi lasciò la Brigata Specialisti per la direzione del Genio Militare di Firenze; nel 1922 lasciò definitivamente l’Aeronautica e tornò al servizio nell’Esercito. Congedato col grado di generale, Puglieschi è stato poi un attivo membro di associazioni, tra le quali l’AeroClub di Roma e quella dei Pionieri d’Aeronautica, cui affidò le proprie memorie di aerostiere. 1) Sui rilievi da ultimo vedi G. Ceraudo, Un secolo e un lustro di fotografia aerea archeologica in Italia (1899-2004), in: Archeologia Aerea. Studi di aerotopografia archeologica, I, 2004, pp. 47-68; per il rilievo topofotografico di Ostia: E. J. Shepherd, Il “Rilievo topofotografico di Ostia dal pallone (1911)”, in Archeologia Aerea. Studi di aerotopografia archeologica II, 2006, pp. 15-38; per la storia delle origini dell’aeronautica militare italiana è ancora insostituibile A. Lodi, Storia delle origini dell’aeronautica militare 1884-1915, I, Roma 1976. 2) Ranza nel 1902-1903 impiegò un pallone frenato cui era sospesa una macchina fotografica dotata di elettrocalamita per scattare l’otturatore da terra; Tardivo nel 1907 usò uno sferico, sempre frenato, per documentare il corso del Tevere. I lavori vennero presentati nel 1910 alla Conferenza Internazionale di Fotografia di Bruxelles e nel 1913 al I Congresso Internazionale di Fotogrammetria a Vienna, ricevendo riconoscimento internazionale. 3) C. Tardivo, Manuale di fotografia-telefotografia, topofotografia dal pallone, Torino 1911, pp. 90-92. 4) Ibidem, p. 92. 5) A. Lodi, Storia delle origini ... Op. Cit., p. 27-29. 6) Ibidem, pp. 29-44. 7) L’approvazione dello statuto avvenne nella riunione del 3 marzo 1904, data talvolta citata come quella di fondazione (Ibidem, pp. 44-47). 8) Bollettino della Società Aeronautica Italiana (S.A.I.), luglio 1904, pp. 1-2. 9) Ibidem, annata 1904, passim. 10) A. Lodi, Storia delle origini ... Op. Cit, p. 45. 11) Ringrazio la dottoressa M. F. Caproni Armani per avermi concesso la più ampia consultazione del fascicolo Puglieschi, conservato presso il suo archivio. 12) U. Puglieschi, La catastrofe del pallone del Genio Militare alla rivista dello Statuto in Roma, in “Rivista d’artiglieria e genio”, giugno 1907, volume 2, pp. 358-366; U. Puglieschi, La Mostra automobilistica della Esposizione Internazionale di Torino del 1911, Roma, 1912; U. Puglieschi, L’ automobile a benzina e il suo impiego nell’esercito (con A. Maggiorotti), Città di Castello, 1913, più volte ristampato, almeno fino al 1926. Per i dattiloscritti, letti durante conferenze, inediti e conservati nel fascicolo cit. a nota 8, cfr. note 15 e 16. 13) Conservato nel fascicolo Puglieschi, Archivio Caproni, a nota 8. 14) Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi, nota 10, p. 5. 15) U. Puglieschi, Conferenza sulla produzione dell’idrogeno tenuta alla Brigata Specialisti del Genio nel Dicembre 1904, dattiloscritto inedito (Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi, cit.). 16) U. Puglieschi, Conferenza sulle vernici aerostatiche tenuta alla Brigata Specialisti del Genio nel Febbraio 1905, dattiloscritto inedito (Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi, cit.). 17) Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi, 16 maggio 1945, p. 2. 18) Ibidem. 19) Ibidem 20) Ibidem, pp. 4-5. 21) Ibidem, p. 8. 22) U. Puglieschi, La catastrofe ..., Op. Cit. 152 153 I CORSI D’ACQUA Il fiume, l’acqua, è il simbolo stesso della vita e della morte umana: dall’acqua nasciamo, e per gli antichi anche il viaggio verso l’aldilà aveva inizio oltrepassando un corso d’acqua. Dall’alto è possibile effettuare il controllo delle acque, delle ripe, degli scarichi, dei sistemi irrigui: al di là della bellezza paesaggistica di anse e isole emergono i vari usi che l’uomo fa dell’acqua, come forza idraulica, per l’irrigazione, in quanto occasione di divertimenti e di balneazione, come via commerciale e turistica. La differente prospettiva permette di evidenziare i legami tra presenza di corsi d’acqua, ancora esistenti o non, e gli insediamenti umani attestatisi lungo i corsi e entro le anse dei fiumi fin dagli albori della civiltà. Ciò che è più sorprendente è che le aerofotografie rintracciano anche corsi d’acqua del tutto spariti, come dimostrano numero- 154 si studi di paesaggi fossili. I villaggi e le città si dispongono di solito lungo i grandi corsi d'acqua e specialmente lungo quei fiumi la cui portata d'acqua è maggiore. Anche quando i nuclei abitati vengono identificati in zone più lontane dal letto attuale del fiume, è chiaro che essi si trovano lungo affluenti minori, oggi completamente scomparsi ma rilevati dalla fotografia aerea. Vi è anche il caso in cui essi si trovano lontano da ogni corso d'acqua; in questi casi la fotografia aerea individua nelle vicinanze le tracce di sorgenti. Per quanto riguarda il fiume più importante del Nord-Italia, il Po, analizzando l’intervento agrario, ad esempio tra le città di Pegognaga e Gonzaga, si scopre che esso segue le zone che il fiume man mano ha abbandonato, descrivendone la storia e le trasformazioni tipiche di un corso d’acqua in pianura. 155 LA MONTAGNA Spontaneamente si raggiunge un’altura per ammirare il paesaggio sottostante; solo da una posizione alta e privilegiata, infatti, è possibile godere degli spettacoli naturali in tutta la loro magnificenza. Ciò vale in particolar modo per le catene montuose: in una visione ravvicinata non è possibile cogliere contemporaneamente i diversi versanti, il tipo di vegetazione, il tracciato delle piste da sci, le condotte per l’acqua forzata, gli insediamenti nei coni di deiezione e gli altri segni derivanti dall’uso civile. La foto aerea permette invece uno sguardo complessivo, consentendo di osservare anche quei fenomeni di sfruttamento, come l’apertura di cave di pietra che, in casi 156 limite, segnano la devastazione dei luoghi naturali. La ripresa aerea dell’andamento generale delle catene montuose fornisce molti dati estremamente rilevanti per quanto riguarda l’orogenesi e altri fenomeni di tettonica. Particolare interesse riveste la lettura dei nuclei urbani, che si articolano intorno alla cima di alture a scopo difensivo come Monte Sarchio (BE), nella zona del monte Taburno, e Rocca Imperiale (CS), che deve il suo nome al castello fatto costruire sulla cima dell’omonimo colle da Federico II di Svevia, per non citare che alcuni esempi. 157 LE EMERGENZE ARCHITETTONICHE La presenza diffusissima di architetture con valore di emergenza monumentale conserva al territorio italiano una incomparabile bellezza, nonostante la crescita disordinata e informe delle grandi città. Nelle fotografie aeree si comprendono nel pieno dei valori contestuali e spaziali, in genere trascurati da una visione dal basso, capolavori architettonici universalmente riconosciuti, edifici di minor rilievo artistico ma di grande valore urbano, fulcri ordinatori dello spazio, matrici di una “qualità diffusa”. È anche possibile percepire correttamente le strutture 158 complesse e ramificate come monasteri, ospedali e università che talvolta si configurano come vere e proprie cittadelle composte da edifici principali e subordinati. Dall’alto appare lampante come i mutamenti della struttura urbana influiscono sulla percezione che si ha delle opere architettoniche preesistenti. Consideriamo ad esempio Piazza San Pietro a Roma progettata da Bernini: oggi si accede allo spazio dall’ampia Via della Conciliazione, mentre in passato la spina dei borghi (demolita nel 1937) lo nascondeva al visitatore, aumentando lo stupore di chi vi giungeva improvvisamente. 159 L’ARCHITETTURA SACRA Insieme a pochi edifici pubblici, l’architettura sacra ha costituito per molti secoli la struttura portante dell’urbanizzazione europea. Il Duomo con il suo sagrato, anche nelle piccole realtà urbane, ha rappresentato il centro e il simbolo della città, il piu importante luogo di ritrovo, in tempi più recenti la principale meta turistica. Esemplificativo il caso di Loreto, dove il Santuario costituisce il fulcro ordinatore dell’intera città. Anche nel Novecento non mancano casi in cui la Chiesa è stata un fattore di riconoscimento, ad esempio in molti nuovi quartieri milanesi costruiti negli anni ’50-’60. La vista aerea denuncia però che non sempre il risultato è all’altezza delle ambizioni, gli spazi per il culto non organizzano il territorio circostante e rimangono isolati tra strade veicolari e anonimi quartieri-dormitori. La foto aerea consente di immaginare contesti storici nella integrità originale, quando, in aperta campagna o in zone impervie, sorgevano comples- 160 si monasteriali appartati e indipendenti dalla città, anche dal punto di vista economico. L’isolamento del monastero esprimeva la separazione esistente tra i monaci ed il mondo circostante, basti l’esempio della Sacra di S. Michele in Piemonte, arroccata sul monte Pirchiriano. Con il passare del tempo molti monasteri si sono però ritrovati immersi nel tessuto urbano, come quello di S. Giustina a Padova del IX secolo. In particolare , i monaci benedettini e cistercensi, la cui regola prevede spazi dedicati al lavoro manuale per l’autosostentamento del monastero, hanno operato una vera e propria “colonizzazione” di terre in precedenza scarsamente coltivate e abitate. In molti casi la situazione originaria non è più leggibile oggi, ma dalle foto aeree emerge come in talune zone l’intero assetto del territorio e la disposizione delle colture corrisponda ancora all’azione dei monaci. Nel Nord Italia, ad esempio, i cistercensi hanno ampiamente diffuso il sistema delle marcite, tecnica colturale che permette di irrigare i campi anche nella stagione invernale, utilizzando l’acqua proveniente dalle risorgive. 161 L’ARCHEOLOGIA La visione aerea libera l’immaginazione in visioni vaste, mentre quella da vicino obbliga a mettere precisamente a fuoco spazi ristretti. Dall’alto più facilmente riusciamo a comprendere l’alzato di un edificio, a partire da ciò che rimane; generalmente il perimetro delle mura di fondazione e la loro visione d’insieme chiariscono i reciproci rapporti spaziali dei ritrovamenti. La fotografia aerea è inoltre strumento imprescindibile per individuare reperti ancora sepolti: essa evidenzia infatti elementi non percepibili da terra. Più facile infatti notare dall’alto: differenze nella crescita nella vegetazione (le piante risultano ostacolate o rallentate nel loro sviluppo se crescono in zone dove il terreno non è molto profondo a causa della presenza di resti 162 sepolti); tracce di umidità (la presenza di strutture e manufatti sotto il terriccio si evidenzia per una diversa umidità che traspare in superficie); evidenze anomale di vario tipo; composizione cromatica del terreno (i diversi segni cromatici della composizione del terreno sono dati dalla presenza di frammenti e granulati di diversa colorazione rispetto al terreno circostante). La fotografia aerea a tappeto di una regione permette di individuare le grandi linee e l’orientamento delle suddivisioni agricole antiche, ad esempio la centuriazione romana, che in molti casi in pianura sono state conservate attraverso i secoli e hanno determinato l’orientamento delle vie di comunicazione antiche, spesso ricalcato da quelle moderne. 163 LE INFRASTRUTTURE STRADALI Le grandi infrastrutture stradali sono l’immagine stessa della modernità e della dinamicità; esse hanno modificato il nostro senso del tempo e delle distanze, rendendo vicine e raggiungibili realtà molto lontane tra loro. Le strade viste dall’alto disegnano il territorio; alcuni svincoli autostradali spiccano per il loro valore formale e divengono elementi di caratterizzazione del paesaggio, tracce del passaggio dell’uomo nel mondo. Occorre non di meno segnalare l’invasività di interventi a così grande scala nei confronti di un 164 territorio, quale quello italiano, fragile anche perché geologicamente giovane e soggetto ad attività vulcanica. Particolarmente delicata la situazione in area lombarda, che sta per essere attraversata dalla TAV, treno ad alta velocità, e dalla BreBeMi, collegamento autostradale di scala europea, oltre che interessata dalla presenza di aeroporti. L’adeguamento infrastrutturale è tema di estrema attualità nel milanese e costituisce una grossa sfida anche in vista dei grossi flussi di visitatori e merci che interesseranno la città in occasione dell’Expo prevista per il 2015. 165 LA CITTA’ STORICA, LA CITTA’ ESTESA Nell’epoca moderna le antiche cinte murarie sono crollate o sono state distrutte; con il tempo il disegno antico delle città si è fatto sempre meno leggibile. Il processo di crescita collegato a questi fenomeni è ricco di fattori positivi. Tuttavia la perdita di forma urbana conseguente alla loro scomparsa ha comportato inevitabilmente negli abitanti un profondo senso di disorientamento e la difficoltà nel riconoscere l’identità del luogo in cui si vive. Era la finitezza delle antiche città a permettere, come ha scritto il filosofo Rosario Assunto, di intuire l’infinito, quell’illimitato che da sempre è rimando al mistero nella cultura occidentale. Le fotografie aeree rappresentano una vera fonte per lo studio dei centri storici, sia sotto il profilo architettonico, sia per la storia dell’urbanistica, sia riguardo al tema del rispetto del paesaggio. Esse permettono di cogliere la differenza tra città storica e città estesa, evidenziando le tracce o la presenza delle mura che racchiudevano il nucleo antico. La cinta muraria di Lucca, lunga più di 4 chilometri 166 e articolata in 12 cortine e 11 bastioni, é rimasta perfettamente conservata e nel corso dell’Ottocento trasformata in passeggiata pedonale. Essa rappresenta assieme ai baluardi e ai prati antistanti le mura, il principale parco cittadino. Dall’alto si può ammirare anche il disegno complessivo delle mura di Bergamo con la città nuova, che si sviluppa al suo esterno, o di Palmanova (Udine), città di fondazione cinquecentesca ad impianto stellare. Anche dove non rimane materialmente l’antica cinta muraria, è spesso presente la traccia del suo sedime nella strada principale, che “isola” l’antico nucleo e segna una demarcazione tra zone vecchie e zone nuove. Si nota allora la differente urbanizzazione delle due zone, più congestionata quella centrale se le nuove attività non sono state spostate in centri direzionali dislocati, a minor densità abitativa, con lotti più regolari e di dimensioni molto maggiori quelle periferiche. Nei casi in cui è purtroppo mancata un’adeguata politica di pianificazione, fuori dalla vecchia città si sono create informi periferie, prive di servizi e di spazi di ritrovo collettivi. 167 LA CANCELLAZIONE DELLA CAMPAGNA L’esistenza di zone naturali e di campagna e il rapporto con esse, anche in forme non tradizionali, è di vitale importanza per l’uomo. Il XX secolo non ha saputo salvaguardare tale rapporto e in alcune aree, quali le regioni padane, nonostante la presenza di ampie zone verdi, l’antico equilibrio ha risentito di uno sfruttamento compulsivo del territorio. La foto aerea è lo strumento da cui più palesemente emerge l’attuale situazione urbana, le sue peculiarità e i suoi fattori di rischio. Dopo secoli di crescita graduale la rivoluzione industriale ha compor- 168 tato anche in Italia l’avvio di una espansione illimitata delle città: fino a metà Ottocento è esistita una distinzione molto netta, oggi persa, tra la campagna (molto diffusa) e le città (non troppo ravvicinate tra loro e accorpate entro le mura) e una correlazione funzionale grazie alla quale i nuclei urbani vivevano dei prodotti della campagna circostante. Centro della gestione agricola erano le cascine, oggi inglobate nella città, talvolta salvate in quanto emergenze monumentali senza una precisa destinazione funzionale, testimonianze di organismi e strutture sociali estinte. 169 LA CITTA’ DIFFUSA A partire dall’Ottocento il modo di vita urbano si è diffuso velocemente, sfortunatamente accompagnato di rado da una revisione del disegno delle città e da adeguate forme infrastrutturali. Alla distinzione campagna/città si è sostituita una urbanizzazione difforme e continua, lo sprawl o “città infinita”. É questo il caso di Milano e delle aree circostanti: concepita a pianta centrica, caratterizzata nel ‘500 da una bellissima forma a foglia d’edera entro fortificazioni a stella e bastioni spagnoli, la città oggi non ha più un disegno definito e si presenta come un 170 disordinato agglomerato di nuclei urbani di origine varia accorpati insieme nel corso del Novecento. Per identificare la situazione delle moderne aree urbane ad alta densità di popolazione si parla oggi di “regioni metropolitane”, aree prive di confini precisi, in genere costituite dalla zona di influenza economica delle aree metropolitane. Le regioni metropolitane sono più vaste delle metropoli poiché includono anche il circostante territorio meno urbanizzato, del quale la città stessa costituisce il principale mercato e centro finanziario. 171 IL CONSUMO DEL VERDE La mancanza del verde è problema tutto attuale, poiché solo con l’avanzare della rivoluzione industriale le aree naturali hanno subito un drastico ridimensionamento. All’interno dei nuclei urbani è ormai andato perso l’equilibrio spaziale tra abitato e non, un tempo evidente e rispettato. Le foto aeree vengono ampiamente utilizzate per la stesura di piani urbanistici e paesistici che consentono il ridisegno del rapporto tra spazio costruito e spazio libero. In area lombarda tale squilibrio ebbe origine dalle soppressioni settecentesche di numerosi monasteri cittadini, i cui giardini, orti e chiostri furono acquisiti e adibiti ad usi diversi. Sfruttando aree verdi derivanti da soppressioni, l’Amministrazione austro-ungarica realizzò a Milano i Giardini Pubblici nell’area di via Palestro, poi ampliati con i giardini dell’adiacente Villa Reale, progettata da Leopoldo Pollack. Nel corso del Novecento la Lombardia è stata una 172 delle regioni italiane più industrializzate, il terreno di aree in precedenza ad uso agricolo è stato letteralmente avvelenato dai rifiuti delle fabbriche chimiche. Il fenomeno ha avuto esiti drammatici in aree attorno al capoluogo. Anche per questo il “Piano del Verde” di Milano si propone di ridisegnare l’immagine della città sull’esempio delle grandi capitali europee, che hanno saputo conservare i propri spazi verdi vitali attorno alla edificazione compatta. In particolare il progetto “Milano Verde” prevede di ricostituire un anello di parchi e giardini che circondi la città. Fuori dall’area amministrativa comunale è stato invece avviato, da qualche decennio, il recupero delle aree verdi di pertinenza delle antiche ville nobiliari, oggi divenute spazi preziosi, da destinare ad uso pubblico all’interno di abitati ormai fitti e disordinati. Anche in regioni meno urbanizzate quali il Trentino Alto Adige, sono state avviati piani per il verde che prevedono di attrezzare per usi specifici alcune aree naturali anche realizzando percorsi d’acqua naturali o artificiali. 173 LE MICRO-ARCHITETTURE Solo dall’alto di un aeroplano è possibile rendersi conto della pluralità di episodi di microarchitettura, villettopoli edificate negli spazi meno congestionati tra le grandi città. Si tratta di un fattore di disordine urbano che reca però al suo interno un desiderio legittimo, quello di una casa che rechi conforto a chi vi abita. La villetta non è solo sogno di inarrivabile grandezza, ma necessità di spazi vitali più ampi e ariosi, più riservati, anche rispetto a quelli degli appartamenti condominiali. La villa piccolo-borghese è ciò che oggi rimane della tipologia della villa nobiliare sei-settecentesca, di tutt’altra dimensione e qualità spaziale e artistica, in 174 un adattamento alle possibilità del ceto medio e medio-basso talvolta con ornati banali, se non di cattivo gusto. Non è più un possedimento in campagna con casa padronale, giardini, orti, rustici, ma una edificio con accesso indipendente e dimensioni poco più grandi rispetto ad una casa di città. La foto aerea che ne segnala la disseminazione caotica in molti casi, ha anche permesso di individuare nel Sud-Italia alcuni gravi episodi di abusivismo edilizio legato ad organizzazioni criminali: ville nascoste, quasi invisibili perché parzialmente interrate e occultate anche tramite vegetazione disposta sulla copertura. 175 I MONUMENTI SPARTITRAFFICO Non di rado intorno ad antichi monumenti, salvati dalla distruzione, sono state costruite isole pedonali o anelli stradali. Nella Parigi ottocentesca l’espediente della costruzione di un nuovo monumento al centro di un’isola sparti-traffico è stato positivamente usato in interventi di grandi dimensioni, come in Place Charles de Gaulle precedentemente chiamata Place de l’Étoile, una delle più grandi piazze della città, dove il celebre Arco di Trionfo è stato appositamente realizzato come intersezione prospettica di dodici strade con grande effetto scenogra- 176 fico. In Italia, dove si sono conservati resti di importanti edifici antichi, non sono in genere stati raggiunti risultati di uguale portata: normalmente è stato ottenuto solo lo sgradevole effetto di isolare e decontestualizzare il monumento. Basti pensare alle tante porte cittadine complete di un tratto di fossato o di mura ridotti a spartitraffico, o a campanili e torri privi di un’area di rispetto e circondati da assi viari. 177 Bibliografia ragionata a cura di Ferdinando Zanzottera 1896 1901 1907 1911 1914 1915 1922 1923 1926 1927 1928 1930 1931 1932 1934 1935 1936 1937 1938 P. Paganini, Nuovi appunti di fototopografia. Applicazioni della fotogrammetria all’idrografia, s.n., 1896 P. Paganini, Fotogrammetria. Fototopografia pratica in Italia e applicazione della fotogrammetria all’idrografia, Ulrico Hoepli, Milano 1901 G. Bordiga, Fondamenti geometrici della prospettiva e della fotogrammetria, Lit. P. Prosperini, Padova 1907 A. Ranza, Fototopografia e fotogrammetria aerea. 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