LE TERRE DEI FOLLI
150 ANNI DI FOTOGRAFIA AEREA
PER CONOSCERE E CONTENERE
IL CONSUMO DEL TERRITORIO
Ideazione progetto
BAMSphoto Basilio Rodella
Fondazione NYMPHE Castello di Padernello
Fotografia
BAMSphoto Rodella
PATROCINIO:
SPONSORS:
LE TERRE DEI FOLLI
Aerofototeca Nazionale
150 ANNI DI FOTOGRAFIA AEREA
Ricerca iconografica
Bruno Ciuffo
Maurizio Galassi
Acquisizione immagini
e fotomosaici
Gerardo Leone
Editing
Paola Gatti
Sandro Serini
PER CONOSCERE E CONTENERE
IL CONSUMO DEL TERRITORIO
Catalogo a cura di
Maria Antonietta Crippa
Ferdinando Zanzottera
Maria Filomena Boemi
Saggi di
Giovanna Alvisi
Gian Mario Andrico
Maria Filomena Boemi
Silvio Borlenghi
Gianfranco Cavaliere
Paola Ciandrini
Maria Antonietta Crippa
Antonio Daniele
Alberto Angelo Lini
Andrea Mazzucchelli
Ignazio Parini
Basilio Rodella
Mario Rosini
Renata Salvarani
Elizabeth J. Shepherd
Fausto Simonotti
Daniele Zamboni
Ferdinando Zanzottera
Comitato scientifico
Giovanna Alvisi
Maria Filomena Boemi
Maria Antonietta Crippa
Elizabeth J. Shepherd
Ferdinando Zanzottera
Editore
Nimphe
Acherdo
In copertina:
Vigneti in Franciacorta
Editing
Ercole Ceriani
Rossi s.r.l.
Ricerca iconografica
Angela Mazzucchelli
Dario Cucchi
Acquisizione delle immagini
Giancarlo Chiappani
Fotomosaico
Denni Burni
Francesca Rinaldi
Segreteria di redazione
Gianluca Bono
Alessandra Tosoni
Mostra a cura di
Giacomo Andrico
Gian Mario Andrico
Maria Filomena Boemi
Basilio Rodella
Ferdinando Zanzottera
BAMSphoto
Pannelli in mostra di
Gian Mario Andrico
Maria Filomena Boemi
Maria Antonietta Crippa
Giuseppe Di Gennaro
Elizabeth J. Shepherd
Adele Simioli
Ferdinando Zanzottera
Matteo e Stefano Rodella
Ricerca iconografica
Virgilio Tisi
Coordinamento
Ignazio Parini
Domenico Pedroni
ISAL - Istituto per la Storia
Direzione artistica
Gianmario Andrico
Virginio Gilberti
Sandro Guerini
Floriana Maffeis
Crediti fotografici
dell’Arte Lombarda
Ricerca iconografica
Ferdinando Zanzottera
Acquisizione immagini
Ilaria Mangano
Rosanna Caravieri
Progetto scenico
Giacomo Andrico
Progetto luci e ambienti
Antonio Altieri
Postproduzione digitale
Stefano e Matteo Rodella
Allestimento tecnico
Piero Lanzeni
Gianni Zanoni
Allestimento
Fondazione Nimphe
Castello di Padernello
Organizzazione logistica
Giovanna Andrico
Narciso Andrico
Raffaele Andrico
Daniela Azzini
Monica Benzoni
Gianluca Bono
Laura Marzoni
Angela Merlini
Assunta Pellegrini
Silvia Ranzetti
Clara Sedassari
Maria Teresa Soretti
Si ringrazia per la disponibilità
Silvio Agosti
Alberto Bonometti
Vincenzo Martinelli
Roberto Milesi
Paolo Montescani
Giuseppe Tarletti
Angelo Zucchi
Un particolare ringraziamento a
Pierluigi Bacchini
Paolo Bonzi
Maria Fede Caproni
Giuliano Goffi
Diego Meroni
Franco Moè
Simone Tagliani
© AEROFOTOTECA NAZIONALE
© BAMS
© CGR PARMA
© ISAL
© ROSSI SRL
© TELESPAZIO
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INDICE
pag.
Le ragioni della follia ovvero l’antifrasi della Bassa, Ignazio Parini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .7
Le Terre dei folli, Gian Mario Andrico, Virginio Gilberti, Sandro Guerini, Floriana Maffeis . . . . . .9
Presentazione, Maria Antonietta Crippa, Ferdinando Zanzottera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .11
Paesaggio italiano: dramma del consumo e urgenza di protezione, Maria Antonietta Crippa . . .15
Cenni storiografici della fotografia aerea, Ferdinando Zanzottera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .23
Da storia di guerra a storia del territorio, Maria Filomena Boemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .33
Le Terre dei folli?, Gian Mario Andrico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .45
Fotografia aerea come strumento per la conoscenza e la rappresentazione
del territorio, Basilio Rodella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .49
Fotografia aerea e paesaggio archeologico, Fausto Simonotti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .61
La fotografia aerea obliqua: immagini e conoscenza del territorio, Gianluca Cavaliere . . . . . . . .67
In volo: per vedere i limiti della crescita, Marco Rosini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .73
Il paesaggio come fonte per la storia del territorio: l’uso della fotografia aerea, Renata Salvarani . .77
Cartografia storica, fotografia aerea e rilievo del territorio, Alberto Angelo Lini . . . . . . . . . . . . .87
Impatto ambientale e fotografia aerea, Silvio Borlenghi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .91
L’Aerofototeca Nazionale agli esordi, Giovanna Alvisi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .103
L’Aerofototeca Nazionale e l’Aeronautica Militare: gli inizi di una lunga collaborazione
Antonio Daniele . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .105
Tra ieri e domani: i primi cinquant’anni dell’Aerofototeca Nazionale, Maria Filomena Boemi .109
L’archivio BAMS e la fotografia aerea, Daniele Zamboni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .129
Il Centro Volo Vela al Politecnico di Milano, Paola Ciandrini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .133
L’archivio fotografico della ditta Rossi di Brescia: un esempio significativo di conservazione
intelligente di materiali fotografici, Andrea Mazzucchelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .137
Il fondo fotografico del generale Pezzani conservato presso l’Istituto per la Storia
dell’Arte Lombarda, Ferdinando Zanzottera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .141
Il pioniere d’Aeronautica Ubaldo Puglieschi (1874-1965): ricostruzione storica attraverso
le carte e le fotografie d’archivio, Elizabeth J. Shepherd . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .147
Dal consumo al ridisegno del paesaggio italiano
Maria Antonietta Crippa, Basilio Rodella, Ferdinando Zanzottera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .155
Bibliografia ragionata, Ferdinando Zanzottera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .180
La Costituzione Italiana:
PRINCIPI FONDAMENTALI
Art. 9
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura
e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico
della Nazione.
27 Dicembre 1947
“Mi chiedi in quale modo io sia divenuto folle.
Accadde così: un giorno, assai prima che molti dei fossero generati,
mi svegliai da un sonno molto profondo e mi accorsi che erano state
rubate tutte le mie maschere - le sette maschere che in sette vite
avevo forgiato ed indossato -, e senza maschera corsi per le vie
affollate gridando:
“ladri, ladri, maledetti ladri”.
Ridevano di me uomini e donne e alcuni si precipitarono alle loro case,
per paura di me.
E quando giunsi nella piazza del mercato, un giovane dal tetto di una
casa gridò:
“È un folle”.
Volsi gli occhi in alto per guardarlo; per la prima volta il sole mi baciò
il volto, il mio volto nudo. Il sole baciava per la prima volta
il mio viso scoperto e la mia anima avvampava d’amore per il sole,
e non rimpiangevo più le mie maschere. E come in trance gridai:
“benedetti, benedetti i ladri che hanno rubato le maschere”.
Fu così che divenni folle.
E ho trovato nella follia la libertà e la salvezza dalla comprensione,
perchè quelli che ci comprendono asserviscono qualcosa in noi.
Ma che non mi vanti troppo di essere in salvo.
Anche un ladro in carcere è salvo da un altro ladro.
“Il folle” di Gibran
Ignazio Parini
Presidente Fondazione Castello di Padernello
Le ragioni della follia ovvero l’antifrasi culturale della Bassa
Una mostra fotografica aerea al Castello di Padernello. Sin dall’inizio di questo progetto sono
stato catturato dall’entusiasmo e dall’equilibrio tecnico-organizzativo di Basilio Rodella
responsabile di BAMSphoto, studio promotore di questo grande evento.
Non ci è voluto molto a coinvolgerci in questa ennesima avventura: sono bastati pochi incontri per far partire la macchina organizzativa. Per la verità su questi temi siamo molto “sensibili, influenzabili, vulnerabili” e quindi senza la minima esitazione abbiamo intrapreso con
questa grande esposizione il cammino imboccato già al momento della costituzione della
Fondazione Castello di Padernello. Chi se non noi poteva ospitare una mostra fotografica e di
pittura che parla del nostro territorio? Chi meglio della nostra Fondazione che ha nel proprio
nome come oggetto sociale che recita: Fondazione Castello di Padernello. Storia e cultura per
la riqualifica di un territorio.
Una mostra fotografica aerea di grandi dimensioni che offrirà oltre al piacere artistico/visivo
di splendide immagini, anche uno strumento documentale reale del nostro territorio, sul quale
riflettere e discutere in relazione alle future strategie economiche di sviluppo dei nostri paesi.
Le foto aeree offrono un prezioso inventario visuale catturando una grande quantità di informazioni particolareggiate, utili per creare mappe dettagliate.
Il risultato è una suggestiva sensazione, come se l'osservatore stesse guardando fuori da un finestrino d'aereo: appaiono figure che campi e vegetazione dipingono come fossero modelli, suscitando nel visitatore delicate emozioni che le mappe non possono esprimere.
Le immagini risultanti delineano anche le caratteristiche del terreno comparabili facilmente
con le fredde mappe.
Confrontando le vecchie e le nuove fotografie aeree si possono notare i cambiamenti all'interno di un'area avvenuti nel tempo. Esse divengono importantissimi strumenti di rilevamento e
controllo del territorio.
Un grande evento che registra partner di grande spessore; ne cito tre per tutti: Il Ministero dei
Beni e le Attività Culturali, la Fondazione Civiltà Bresciana e il Politecnico di Milano.
Destabilizzante e coraggioso il titolo della mostra: “le terre dei folli”. Ma chi sono questi folli?
Sono forse gli accaniti ricercatori del progresso obbligato e indotto costi quel che costi o gli
ultimi paladini che combattono contro i mulini a vento per una fantomatica salvaguardia
ambientale e culturale?
La mostra sarà appunto focalizzata su questo aspetto culturale dicotomico insistendo molto
sull’ambigua identificazione soggettiva di una “follia sociale”.
Come al solito ognuno avrà una sua presunta giusta, verità.
Vero è che in questo “ambiente” le donne e gli uomini della Fondazione si calano a pennello
visto che in più occasioni ho definito: lucida follia tutto il progetto Padernello.
Ma cosa si intende comunemente per follia?
Il viaggio nella storia, tra apologia e rifiuto della realtà, ha sempre contrapposto la follia alla
ragione e alla normalità, relegandola a una accezione negativa.
Sin dell'età umanistico-rinascimentale, con l’affermazione della centralità dell’uomo nell’universo, visto come punto di massimo equilibrio tra il divino e la natura, paradossalmente si è
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manifestato, in ambito letterario, filosofico ed artistico, lo svilupparsi di alcune riflessioni sulla
fragilità della ragione umana, intesa come dimensione di precaria equidistanza tra istinti, bisogni e adesioni a valori superiori.
Spesso tale bilanciamento, la storia ne è testimone, si incrina, palesando la pochezza delle realizzazioni umane; nascono così deviazioni, egoismo, illusioni, sogni ed utopie, o addirittura la
fiducia nel paranormale.
Altre volte la scoperta della deludente realtà incrina a fondo le certezze umane, avviando la
mente verso la sua autentica distruzione. Molti artisti da sempre ci parlano della follia come
di una degenerazione emblematica della razionalità umana, capace di estinguere ogni autocontrollo, esponendo l'uomo a tutti gli eccessi di cui è capace. Così l’uomo vive l'intero processo
di decadenza quando comprende di essere stato abbandonato da ciò in cui credeva. E’ solo con
un provvidenziale ed intelligente intervento, ricreando le condizioni ottimali ed originarie,
che l'uomo può riacquistare il senno e tornare ai suoi compiti abituali, realizzando la parte più
nobile di sé. La storia è fortunatamente ricca di grandi esempi in tale direzione: recuperando
come per incanto il discernimento dal mondo virtuale ove si perde ogni logica cognizione cullati dalle futili illusioni umane, l’uomo ritrova anche la sua vera natura.
Rileggendo attentamente queste ultime righe, si scoprirà che potrebbero essere riferite all’operato di una e dell’altra scuola di pensiero.
La follia delle ragioni come aspetto culturale dicotomico.
Per quanto ci riguarda, in tema di rispetto ambientale e culturale, nessuno alla Fondazione di
Padernello si è adagiato rinunciando a sognare. Qualcuno ha scritto che il primo sintomo della
morte dei sogni è la pace. La vita comincia ad essere un pomeriggio domenicale: non ci chiede grandi cose, né esige più di quanto noi vogliamo dare. Pensiamo allora di essere maturi:
accantoniamo le fantasie dell’infanzia, e arriviamo alla nostra realizzazione personale e professionale. Ci sorprendiamo quando qualcuno della nostra età ha ancora ambizioni giovanili. Ma
in realtà, nel più profondo del nostro cuore, sappiamo che abbiamo semplicemente rinunciato
a lottare per i nostri sogni.
Si scorge sempre il cammino migliore da seguire, ma si sceglie di percorrere solo quello a cui
si è abituati.
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Gian Mario Andrico
Virginio Gilberti
Sandro Guerini
Floriana Maffeis
Direzione artistica Fondazione Castello di Padernello
Le terre dei folli
«I sensi sono terrestri, la ragione sta fuori di quelli quando contempla». Questo il pensiero stupefatto di Leonardo da Vinci davanti alla Natura. «E perché l’occhio - continua il Maestro - è
finestra dell’anima, ella è sempre con timore di perderlo».
Elogio alto alla macchina che permette la vista e ci unisce alla natura stessa. E nella contemplazione, ora sì possibile, può succedere che la mente si libri nell’immensità del creato, e frughi, indaghi non con fredda meccanicità, bensì con trepida commozione.
Leonardo insiste, diviso a metà tra scienza e spirito: «L’occhio dal quale la bellezza dell’universo è specchiata dalli contemplanti, è di tanta eccellenza che chi consente alla sua perdita, si
priva della rappresentazione di tutte l’opere della natura, per la veduta delle quali l’anima sta
contenta».
Queste erano le sensazioni ‘nuove’ provate dal Da Vinci mentre con matita rossa schizzava il
Temporale sopra una vallata (P 5 r; RL 12409), uno dei primissimi voli dell’occhio umano sopra
campi lunghi, visioni prospettiche aeree. Dove si era andato a posizionare il grande artistascienziato per poter realizzare, intorno all’anno 1500, quella veduta dall’orizzonte insolitamente alto? Forse su di una vetta? Forse sopra una nube? O aveva semplicemente chiuso gli
occhi e si era creato le ali del desiderio e del sogno?
Missione Apollo, 14 gennaio 1971.
«L’astronauta Edgar Mitchell guardando la terra che compariva e scompariva scambiando di
posto con gli oggetti del sistema solare fece esperienza di un sentimento che prima di lui nessun essere umano aveva mai provato, un sentimento di concatenazione […] come se ogni piccola e grande creatura dell’universo fossero collegate da una qualche ragnatela invisibile […]
Tutto quello che gli era stato insegnato riguardo l’universo e la separazione delle persone e
delle cose sembrava sbagliato».
«Scienza significa sforzo incessante verso uno scopo che l’intuizione poetica può comprendere» (Max Plank). Ed è alla scienza che Gaspar Felix Tournachon, detto Nadar, s’affidò per scattare, con pensiero stupefatto, la prima foto aerea. Correva l’anno 1858. L’idea, che stava nel
solco dell’intuizione leonardesca, potenziata con i nuovi mezzi a disposizione e che precedeva
di un secolo pieno quel «sentimento di concatenazione» provato dall’astronauta Mitchell,
ribaltò completamente l’idea stessa di ‘osservazione’. Ora si potevano fare valutazioni diverse,
si poteva indagare il territorio con una visione planimetrica o prospettica. Si aprivano orizzonti diversi e più ampi agli occhi curiosi (per millenni inchiodati al suolo) dell’umanità.
L’indagine soprattutto ne risultava potenziata: archeologica, urbanistica e sul piano dell’impatto ambientale procurato all’habitat dall’eccessiva antropizzazione. Ne era avvantaggiato lo studio dei pieni e dei vuoti rispetto al paesaggio naturale e costruito; ora si poteva ‘vedere’ lo stato
di salute dei fiumi, dei boschi e delle selve; era anche possibile valutare l’impatto che gli errori commessi dall’uomo avevano sulle armoniche proporzioni del cosmo, di un territorio più o
meno esteso, di una plaga... E si scoprì che questi errori erano tanti, troppi e ‘pericolosi’.
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Quando, molti anni dopo il 1858, anche la pianura lombarda fu osservata e fotografata dall’alto, se ne scoprì il ‘male’ che la stava consumando, il cancro che la stava uccidendo: l’idea di
‘continua crescita economica’ che impera nel nostro tempo. Un’idea che inevitabilmente abbisogna, per essere competitiva, di continue nuove strutture: fabbriche, centrali, strade, e quindi capannoni, case, ponti, viadotti, svincoli… per poter conseguire quel ‘progresso’ che genera ricchezza, quello ‘sviluppo’ tanto necessario quanto auspicato dalla società dei consumi.
Intanto, sotto l’irresistibile potenza di questa ‘spinta’, la nostra terra ha cambiato i connotati,
ha venduto cuore e anima al primo offerente, ha rinnegato la sua antica vocazione, ed è ora irriconoscibile!
Quello messo in atto è un atto di morte dove il passato ‘mondo’ è stato cancellato da mostri
invincibili: intorno alla sua storia e storie, scrigno di cultura e saggezza, ci sono rovine e macerie. Cosa rimane? Simulacri d’una armonia scolorata, spogliata senza nemmeno un velo di pietà.
E pensare che dentro a quel modo d’essere e d’esistere anche un sasso era un monumento. Oggi
esiste solo l’archeologia del nulla, del silenzio tra il caos, di un passato che si è fatto vento…
«Ma questa è solo una mera visione poetica, quella cosa che non riempie le pance; che è nemica della ricchezza grassa e ottusa; che affatica lo spirito; che costringe al ricordo; che fa delirare i sensi e li tiene desti, e ti mette in guardia contro l’insensibilità».
Dove sono finiti quei rappezzi di campi al maggese velati da voli bianchi liberati dai pioppi,
e il fiato bollente che infuocava le spighe, e i ‘paesi’ armonici e discreti, e le impronte in cui
riconoscersi, le ante ingrigite dalle nebbie, i catenacci arrugginiti dalle stagioni, le dimensioni a misura d’uomo, la solidarietà quotidiana, il canto nelle osterie, le stradine bianche, e quell’economia che nulla sprecava e tutto benediva?… Dove è sprofondato tutto questo, e da che
cosa è stato sostituito?
Tutto annientato dal peggio che è ormai troppo in questo tempo fatto di innumerevoli periodi, quasi solo momenti di sconcertante brevità. Un’idea, una moda, un credo, durano quanto
il bagliore di un lampo. Più niente sta all’origine, nulla viene additato come esempio: tutto
viene bruciato ancora più velocemente di un tizzone che, estratto ardente dal fuoco, una perversa volontà fa roteare ravvivandone la brace ma consumandolo subito.
Ora, ciò che vale (e che si fa) è cambiare per cambiare, e con quella fretta che non permette
pensiero, riflessione, e nello sforzo finiscono per ‘bruciarsi’ anche i più creativi rinnovatori.
Accade allora che si dica una cosa e se ne professi una contraria; che si insegnino, per paura,
più verità; che si vadano a coniare frasi di circostanza, convenienti: non può esistere il tanto
citato ‘sviluppo sostenibile’, è troppo potente la tecnologia a nostra disposizione!
È la bugia più grande di questo scaltro tempo allo sbando.
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Maria Antonietta Crippa
Ferdinando Zanzottera
Politecnico di Milano
Presentazione
Il volume che si presenta e la mostra ad esso collegata intendono aprire un dibattito non scontato sui temi del corretto utilizzo del territorio a fini antropici nel rapporto tra spazi abitati e
paesaggi, e degli strumenti necessari per lo svolgimento di una attività ormai inderogabile, di
verifica e controllo di quanto sta avvenendo a questo riguardo nonostante le molte dichiarazioni di buone intenzioni e le ottime leggi promulgate nel paese e nella diverse regioni.
«Ci è stato insegnato - ha scritto in un bel libro in controtendenza nella lettura dell’uso delle
risorse primarie Lauretano, alla fine degli anni Ottanta del Novecento - che l’evoluzione del
genere umano è avvenuta attraverso la competizione e la lotta. Un continuo contendere tra le
specie e un duro processo di selezione, favorendo i più forti e combattivi, avrebbe avuto come
risultato l’apice del processo evolutivo costituito dall’Homo sapiens […] Il secolo scorso ha
così generato le concezioni che oggi dominano la fine del millennio: le legittimazione del predominio dell’uomo su altri uomini e dell’umanità su tutte le altre specie; il diritto al saccheggio delle risorse planetarie; la fiducia in un costante progresso nel tempo della società; la convinzione che il benessere sia possibile solo nella illimitata crescita e nella espansione economica generata da dinamiche competitive. Questa visione è oggi ribaltata. Le moderne ricerche
biologiche dimostrano che gli organismi sopravvivono attraverso processi di simbiosi e di alleanza. Le specie complesse si sono evolute, non distruggendosi a vicenda, ma mettendo insieme i rispettivi caratteri […] Le specie, dunque, non si evolvono, ma coevolvono»1.
Come dar spazio e credito a questa buona notizia, come darle efficacia nell’ambito del consumo dei suoli e dell’uso delle risorse primarie, non pare ipotesi di tanto facile costruzione. Non
risulta infatti per nulla facile intravvedere, per questi ambiti, progettualità di simbiosi e alleanze analoghe a quelle naturali. Lauretano avvisa che in qualche caso tale buona notizia è già
fenomeno documentabile attuato su larga scala nel deserto, nella realizzazione delle oasi, dove
si sono effettivamente ribaltate «le condizioni svantaggiose in risorse rinnovabili, cosicché i
luoghi di maggior rudezza e difficoltà ambientale divengono anche quelli di più grande armonia e organizzazione ecologica»2.
Non è possibile, nei confronti del dissennato consumo del suolo e delle risorse primarie normalmente attuato da noi, ormai da due secoli, farsi facili illusioni: quella coevoluzione delle specie
di cui sopra si è detto trova un corrispettivo adeguato, nell’esperienza umana solo sul piano delle
solidarietà, delle collaborazioni amicali, delle condivisioni: esperienze tutte certamente inscritte nell’orizzonte dei più nobili desideri umani, ma non sempre perseguite dai più.
E’ del resto più facile per gli uomini cogliere i propri bisogni, le proprie indigenze, che non
leggere con chiarezza i propri desideri. Questi infatti si accavallano nella coscienza spesso fino
anche a contrastarsi reciprocamente, in una dinamica che ha come contenuto e meta costante
quella della felicità, ma come misura, troppo spesso elusa o sottovalutata, quella del tempo, a
contrasto con esigenze di immediata corrispondenza. È importante ricordare, tuttavia, che nel
desiderio si inscrive la molla di un agire umano che ne supera la dimensione spontanea, quasi
automatica, di risposta ad un bisogno. Nel desiderio infatti sta inscritta la possibilità di un
11
progetto, di una visione chiara, ideale, di una responsabilità. Il desiderio spinge l’uomo,
meglio può spingerlo, ad atti creativi per mutare stati di fatto non più accettati.
Ciò che si desidera, dunque, ha a che fare con la nostra capacità innovativa, con i nostri orientamenti progettuali, con la modalità d’uso degli strumenti da noi inventati. Il desiderio può
pertanto ragionevolmente implicare l’emulazione, la gara tra uomini esperti in un certo
campo. Non è inevitabile, tuttavia, che ciò accada in un gioco a somma zero, dove cioè se uno
perde l’altro vince; può invece mettersi in moto una gara al perseguimento del meglio, che
implica necessariamente gradualità di esiti e ripetibilità nel tempo.
La lettura dei fenomeni insediativi dei territori in questo volume analizzati, le potenzialità
degli strumenti di indagine dello stato di fatto in primis della fotografia aerea, le georefenziazioni che consentono di collegare in rete più informazioni: sono conoscenze fino a qualche
decennio fa accessibili a pochissimi, ora invece disponibili a molti.
Diffonderne la conoscenza, invitare il maggior numero possibile di persone a prendere consapevolezza di quanto essi consentono di registrare e comunicare, è una necessità cui promotori
e autori di questo volume cercano in vario modo di rispondere. La loro speranza non è di piccolo peso: si tratta infatti oggi di ribaltare il paradigma conflittuale della selezione evolutiva,
che ha supportato di grandi sistemi speculativi dell’Ottocento e del Novecento. Senza illusioni ma nella pazienza che il tempo esige, si tratta di far spazio ad una nuova ‘visione’ del mondo
abitato, una visione fisiologica e mentale convincente, coerente soprattutto con i migliori desideri degli uomini, tra i quali non può mancare quello dell’armonico uso delle risorse primarie
della Terra.
Il volume raccoglie fotografie introduttive ai saggi riprodotti a grana a sali d’argento per
accentuare la condizione drammatica di molti paesaggi italiani.
A conclusione del volume sono invece presentate belle immagini dall’alto testimoni di qualità paesistica ancora presente in Italia.
1) P. Lauretano, La piramide rovesciata. Il modello dell’oasi per il pianeta Terra, Bollati Boringhieri, Torino 1995,
pp. 9 -11.
2) Ibidem, p. 291.
12
Venezia
(BAMSphoto - Rodella)
13
Maria Antonietta Crippa
Paesaggio italiano dall’alto: dramma del consumo e urgenza di protezione
Castenedolo, Brescia
(BAMSphoto - Rodella)
L’atto del vedere dal cielo, è noto, stimola percezioni non usuali. Lo sguardo dall’alto, infatti,
porta con sé, con la presa di distanza da contesti abitati o visitati, anche la liberazione dai condizionamenti fisici fortemente limitativi del risiedere e del camminare all’interno o all’esterno di una architettura o di un luogo. Il volo, al quale tale sguardo ovviamente richiama, è stato
del resto un sogno a lungo coltivato dall’uomo: come possibilità di ebbrezza per la liberazione del corpo dalle leggi che lo legano alla terra; come eccezionale immersione nella luce, vale
a dire nella sorgente della vita; come presa d’atto del dominio visivo globale di un contesto,
altrimenti non perseguibile.
È esperienza comune lo stupore che si prova sull’aereo in volo quando, guardando dall’alto la
città caotica nella quale si vive, se ne scorgono con chiarezza le componenti di regolarità, di
simmetria e di armonica proporzione delle parti, normalmente di lunga stratificazione nel
tempo. Stupisce che queste balzino in primo piano, nel magma insediativo, come potenzialità d’ordine non adeguatamente sfruttate e tuttavia presenti, oltre che organicamente strutturate in dipendenza da forti segni urbani e territoriali, quali emergenze monumentali, assi viari,
compatti nuclei storici. Di grande evidenza risultano, in particolare, le componenti compositive fondamentali, le aggiunte e le modificazioni.
Lo sguardo dell’uomo è sempre, in quanto esperienza percettiva, relazione dinamica tra soggetto e oggetto. L’occhio e il suo senso sono, infatti, all’origine della interpretazione della realtà
esterna all’uomo; provocano ogni volta in lui la capacità di catturare, non soltanto la materiale
fisicità di contesti e volumi edilizi, ma anche la storicità e il vissuto che li qualificano.
L’immagine, persino quella filtrata attraverso il mezzo fotografico, è infatti sempre interpretazione della realtà. Nella dinamica, grazie alla quale ciò che si imprime nella retina dell’occhio
causa espressioni diverse –concettuali e immaginative, a secondo degli strumenti utilizzati- da
parte del soggetto percipiente, si inscrive l’esercizio raziocinante dell’uomo che vede, valuta,
giudica. L’intensità e l’efficacia di tale capacità non sono ovviamente esiti meccanici del processo fisiologico; implicano consapevolezza, lucidità intellettuale, salute generale e vista ottime. E’
noto che in questo processo visivo la macchina fotografica può risultare utensile potente, nelle
mani di chi lo piega alle proprie esigenze, oltre che straordinario supporto di memoria.
Le fotografie dall’alto partecipano del dinamismo sopra sinteticamente descritto in vari modi;
sono possibili infatti viste diverse a secondo che la fotografia venga scattata dall’aereo o dall’elicottero, in relazione inoltre al posizionamento dell’obiettivo della macchina fotografica e
dell’altezza alla quale avviene lo scatto.
In un recente volume sull’Italia da me curato, si è raccolto e organizzato in ordine storico-geografico un insieme suggestivo di foto scattate dall’elicottero, a distanza ravvicinata, con opportuna inclinazione dell’apparecchio fotografico e attento occultamento di aspetti del territorio
devastato da recenti interventi edilizi o paesaggistici1.
Lo scopo della pubblicazione, condiviso dall’editore e dagli autori, era ambizioso: restituire un
affresco di vasto respiro della multiforme architettura preindustriale italiana, con qualche
apertura su paesaggi suggestivi per l’integra bellezza. Si intendeva evocare l’immagine di una
penisola italiana il più possibile vicina a quella che l’ha resa, per secoli, attraente meta di
15
Sacra di San Michele, Torino
(BAMSphoto - Rodella)
16
Grands Tours. Poiché il contesto paesistico italiano non è ovunque deturpato, ferito, manomesso e travolto, il fotografo Rodella ha potuto catturare, con sapienti scatti, molti luoghi italiani celebri per l’eccezionale bellezza delle loro architetture, talvolta anche del contesto rimasto
integro.
Si è inteso, in questo modo, non solo dar valore a complessi architettonici e urbani e a paesaggi abitati, ma anche segnalare che l’Italia possiede ancora enormi potenzialità di riscatto paesaggistico. La qualità ambientale della penisola versa certamente in un pericoloso stato di
frammentazione che merita la massima allerta; esso tuttavia non condanna ancora all’ammutolimento il profilo millenario della sua storia insediativa e artistica.
Tutela e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio esigono oggi urgenti cure; se ne parla
molto, ma sono scarse le procedure di intervento effettivamente coerenti con questi obiettivi. Si
tratta del resto di mettere in moto processi solo molto parzialmente identificabili con quelli che
riguardano opere d’arte di modeste dimensioni. Per queste ultime, infatti, a partire
dall’Ottocento il museo è divenuto luogo spesso favorevole alla loro cura, alla loro conservazione e alla continuità di ricerca delle loro motivazioni storiche, sociali ed estetiche; l’architettura
invece non può essere musealizzata nella stragrande maggioranza dei casi; il paesaggio mai.
È però indispensabile, ormai estremamente urgente, che l’una e l’altro vengano tutelati e valorizzati contestualmente alle inevitabili modifiche che la loro vivibilità richiede. E’ indispensabile inoltre che ciò accada attraverso decisioni consapevoli e condivise dall’intera società, oltre
che tramite gli strumenti di tutela delle istituzioni pubbliche, preposte allo scopo. Perché conservazione, modifiche e perdite inevitabili non risultino barbari vandalismi ma atti di civiltà,
è necessaria anche una conoscenza approfondita della storia e dei caratteri peculiari di edifici e
contesti, osservati a tal fine da molti punti di vista.
La fotografia è a questo riguardo prezioso supporto documentario; può infatti contribuire a
inedite interpretazioni e costituire patrimonio di conoscenze facilmente trasmissibili. Può
inoltre restituire a colpo d’occhio, secondo il proposito della documentazione fotografica raccolta nel libro di cui sopra si è detto, frammenti preziosi di paesaggio non più esistente nella
sua globalità e luoghi con forti valenze di autonomia figurativa ed estetica.
Paesaggio
L’Italia è un paese prevalentemente montuoso e collinare, regalmente coronato e distinto dal
resto del continente europeo dalla catena delle Alpi. Non ha estese aree piane ad esclusione
della pianura padana solcata dal movimentato corso del Po, l’ambito più vasto e omogeneo,
pertanto facilmente disponibile all’ampliamento senza soluzione di continuità degli insediamenti urbani, come è accaduto a partire dalla seconda metà del XX secolo. La forma allungata e stretta della penisola italiana, protesa verso il centro del Mar Mediterraneo, dà luogo ad
un eccezionale sviluppo lineare costiero, dalla configurazione geomorfologica e paesistica
molto varia, accompagnato dalla lunga nervatura montagnosa centrale degli Appennini. I contesti collinari, estesi e dal dolce profilo disseminati su tutta la sua superficie, hanno dato luogo
ad innumerevoli insediamenti, nella maggior parte dei casi piccoli per dimensione ma spesso
di grande rilevanza storico-politica.
La giovane struttura geologica della penisola la rende, da sempre a memoria d’uomo, area tutta
esposta a rischio sismico, fragile anche per la naturale degradabilità dei terreni oltre che bisognosa di molte cure per i delicati equilibri antropici stratificatisi in essa nel corso dei secoli.
Il suo reticolo idrografico, frammentato in numerosi bacini, è composto da fiumi, di modeste
dimensioni ad esclusione del Po, da laghi alpini, di forma valliva allungata, e da pochi, e non
grandi, laghi vulcanici laziali.
Nel senso comune la nozione di paesaggio coincide sostanzialmente con quella di panorama ed
è strettamente collegata alla prevalenza della componente naturalistica rispetto a quella antropica. Il profilo delle catene montuose diversamente colorate dalla neve e dalla vegetazione,
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l’ondulato andamento collinare, il gioco di luci, ombre e penombre di foreste e boschi, l’acqua
che scorre lenta o tumultuosa nel corso dei fiumi o che sosta tranquilla e ferma come specchio
nei laghi: queste sono alcune delle immagini panoramiche più facilmente fissate in dipinti e
foto che testimoniano lo struggimento dell’uomo per una natura, incontaminata pur essendo
spesso anche abitata almeno parzialmente, nei due secoli, XIX e XX, nei quali l’industrializzazione ha cancellato, in molte aree del pianeta, la millenaria distinzione tra città e campagna.
Questo paesaggio naturale, ricco di risorse, di materie prime, di prodotti vegetali, di animali,
era stato per più di un millennio l’ambiente sempre visivamente presente agli abitanti della
campagna, dei castelli, dei borghi, dei monasteri e delle città, grandi e piccole. Gli uomini lo
avevano come sfondo, come panorama, e come contesto al cui interno inserivano le proprie
dimore. La loro attività lo modificava solo per ridotte porzioni e in forme spesso arricchenti le
sue qualità estetiche e d’uso; si pensi ad esempio ai pendii a colture diverse dei monti, alle colline terrazzate, all’armoniosa disseminazione di cascine nella pianura lombarda, all’accorto e
razionale rapporto -di monasteri, castelli e ville- con prati e boschi circostanti. Anche in città
non lo si dimenticava, anche perché se ne ridisegnavano le caratteristiche più attraenti, o esotiche, nei giardini, talvolta molto estesi.
Negli ultimi decenni ha attirato l’attenzione di studi svolti in diversi contesti disciplinari,
oltre che in quello della geografia che se ne occupa da sempre, il paesaggio culturale, quello
in cui i segni della vita degli uomini, negli esiti della loro organizzazione sociale e delle loro
attività produttive, sono prevalenti. Si sono avviati pertanto specifici studi sul paesaggio lagunare, dolomitico, rurale, urbano, megalopolitano e così via. Caratterizza questo paesaggio la
necessità di prestare grande attenzione al compaginarsi in un unico fenomeno della conformazione del suolo con la sua ricchezza in materie prime, vegetazione e acque, e con le costruzioni e le strutture viarie, sopraterra e sottoterra, opera dell’uomo.
Sono paesaggi culturali, dunque, la città, le aree rurali, la campagna, il reticolo delle comunicazioni, le opere di ingegneria come terrapieni, ponti, canali, laghi artificiali. La partecipazione degli uomini alla loro formazione ha una durata estesa quanto la loro presenza sul pianeta
Terra. Il paesaggio culturale è infatti creazione storica, potremmo dire modellazione in ‘artificio’ della ormai lontana natura incontaminata.
In gran parte del territorio italiano, se si escludono i grandi parchi naturali, non è più facile
rintracciare oggi paesaggi naturali in senso proprio; non a causa della lunga e continua attività di trasformazione antropica, perseguita in un uso che anzi, fino a due secoli fa, aveva reso la
penisola il celebrato giardino d’Europa, un territorio di straordinaria bellezza e di eccezionale
sintesi tra natura e cultura, ma per il sopraggiungere, dalla seconda metà del XX secolo fino
ad oggi, di un processo di industrializzazione e di concentrazione insediativa, che ha spopolato molte aree e ne ha sovrappopolato, inquinato, spesso devastato altre. La qualità del paesaggio, la sua bellezza, è divenuta da allora un parametro di fondamentale importanza per individuare aspetti salienti delle culture dei popoli.
Il paesaggio da allora è stato criticamente interpretato in chiave estetica e storica oltre che analizzato, anche in vista del suo rimodellamento, in chiave razionale. La giocosità, il senso della
bellezza trasmesso dal paesaggio naturale o da un equilibrato paesaggio culturale all’uomo non
è questione secondaria nella percezione del benessere: lo stupore per la natura, per la sua sorprendente vitalità e varietà è, del resto, esperienza elementare e insopprimibile esigenza
umana. L’antica presa di coscienza che tra microcosmo corporeo dell’uomo e macrocosmo dell’universo sussistono rapporti profondi, di analogia e somiglianza, è anch’esso dato di cultura
prezioso, che ha informato a lungo la costruzione dell’habitat umano in diversi ambiti di civiltà, sviluppando un ossequio collettivo per le regole armoniche della vita vegetale e animale,
vita misteriosa, donata, da venerare e pertanto rispettare.
Tale consapevolezza e le pratiche ad essa coerenti sono state a lungo condivise da tutti; anche
oggi, almeno in linea di principio, si potrebbe registrare un larghissimo assenso per il rispetto della natura e del suo equilibrio. Più difficile risulta invece, nella realtà dei fatti, rintraccia-
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Bassa bresciana.
(BAMSphoto - Rodella)
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re una effettiva coralità operativa, benché siano molto diffusi gli auspici e le regole che mirano a limitare, anche nei paesi a sviluppo più avanzato, l’uso indiscriminato del suolo libero e
rurale; il ridisegno casuale o determinato da interessi parziali, indifferenti al bene comune, del
paesaggio culturale, soprattutto di quello urbano; il controllo dell’edificazione edilizia nel
rispetto delle esigenze abitative dei ceti meno abbienti e dei poveri.
La difficoltà di promuovere tale processo in controtendenza rispetto agli usi incontrollati non
impedisce tuttavia, io credo, di impegnarsi nel suo perseguimento, sia agendo sul senso comune sia favorendo l’attuazione delle migliori regole insediative e urbanistiche. Occorre che gli
impulsi e le regole dell’economia, le esigenze di giustizia sociale, il perseguimento di una bellezza dei luoghi come componente fondamentale di una diffusa qualità di vita intreccino le loro
migliori intenzionalità e le loro procedure attuative in un unitario, nuovo, disegno dei luoghi.
L’attuale, ultimo stadio di riflessioni, infatti, ha matrice privilegiata nella presa d’atto ecologica: ogni contesto paesistico viene infatti inteso come ecosistema o insieme di ecosistemi, in
cui la vita vegetale, animale e umana coesistono e interagiscono dando luogo a stati di equilibrio o di squilibrio in continuo movimento.
Il consumo del paesaggio italiano
Gli esperti distinguono tra consumo diretto e consumo indiretto dei suoli. Il primo avviene
tramite modificazioni di lotti per usi residenziali, commerciali e industriali, tramite costruzione di strade realizzazione di cave con relativi impianti di estrazione e lavorazione. Il secondo si ha quando le aree agricole vengono intercluse tra aree edificate e lasciate in stato di
abbandono, oppure vengono frammentate in modo irrazionale o inquinate con depositi, fuori
controllo, di rifiuti. Si tratta di consumi che si moltiplicano normalmente in aree esterne alla
città, nelle periferie più abbandonate e lungo le coste dei mari.
Al degrado paesistico causato dal consumo, il più aggressivo, si aggiunge normalmente quello conseguente a incendi, erosioni delle coste, scioglimento dei ghiacciai. L’insieme di queste
fenomenologie viene identificato in analisi del rischio paesistico. La sua emergenza nella penisola italiana è stata denunciata recentemente nella sua gravità da una mostra al Maxxi di Roma
del 2006, voluta dalla DARC del Ministero per i beni Culturali.
Anche l’ISTAT ha fornito dati allarmanti: il ritmo di cementificazione e asfaltatura del suolo
italiano, dal 1990 al 2006, ha proceduto al ritmo di 244.00 ettari all’anno, per un totale di 3
milioni e 663 mila ettari nei quindici anni. Il primato della cementificazione è stato toccato,
tra le regioni, dalla Liguria, che ha consumato la metà circa dei suoi suoli liberi. Il fenomeno
è però diffuso ovunque, accompagnato dalla continua ascesa del trend delle industrie delle
costruzioni. L’Italia è al primo posto con la Spagna per il consumo di cemento in Europa.
Molte informazioni sulla situazione italiana a confronto con esperienze straniere e anglosassoni sono raccolte in un volume dal forte titolo No sprawl, curato da Maria Cristina Gibelli e
Edoardo Salzano2.
Non mancano gli strumenti urbanistici e le norme –si pensi soprattutto al recente Codice dei
beni culturali e del paesaggio-in tutta la nazione e in ogni regione italiana, non scarseggiano le
denunce, i dibattiti e le mostre; l’insieme di tali iniziative non sono tuttavia ancora sufficienti per mobilitare politici, amministratori e urbanisti ad affrontare in modo adeguato il dramma, la tragedia forse, del rischio e del degrado paesaggistico.
Il fenomeno, non è di poco conto ricordarlo, ha rilevanza europea, ma drammaticità esasperata
soprattutto in Italia. L’Agenzia europea dell’ambiente ha recentemente segnalato3 che le città del
continente continuano ad ingrandirsi, tanto che entro il 2020 l’80% circa degli europei vivrà in
aree urbane. L’espansione non avviene ovunque secondo regole ben identificate; per lo più anzi
dipende da forze micro e macroeconomiche, lasciate senza freni e controlli. Inoltre, l’attuale tendenza della popolazione a spostarsi verso aree urbane a minore densità aumenta il consumo dei
suoli e comporta una ancor maggiore attivazione di infrastrutture per mobilità e trasporti.
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Non è questa la sede per affrontare un’analisi dettagliata delle iniziative istituzionali italiane
contro il consumo e il degrado del territorio e le ragioni della loro troppo scarsa e lenta efficacia. L’auspicio che si avanza è che la tendenza trovi presto un’inversione significativa anche
grazie a conoscenze adeguatamente diffuse del processo in atto.
Non si può non segnalare, infatti, quanto sia indispensabile al suo perseguimento il concorso
del sentire comune, di una mentalità capace di frugalità, di risparmio da ogni punto di vista
delle risorse primarie della terra e dell’ambiente, di attenzione ad una condivisa qualità di vita,
senza distinzioni tra nord e sud del pianeta e delle nazioni. Quest’auspicio, me ne rendo conto,
può apparire utopico. Tuttavia solo convinzioni profonde, incardinate nelle aspirazioni di tutti
i ceti di un popolo, possono mutare direzioni di sviluppo tanto dure e distruttive come quelle attualmente in atto.
La conoscenza dell’attuale stato di fatto è un contributo significativo in questa direzione; in
particolare l’aiuto fornito della fotografia aerea, in generale ma soprattutto nella lettura dell’impatto ambientale di nuovi interventi edilizi o infrastrutturali, occorre dirlo, è, può essere,
uno dei contributi più immediatamente efficaci e dei meno manipolabili.
1) M.A. Crippa (a cura di), Italia dall’alto. Storia dell’arte e del paesaggio, testi di: R. Cassanelli, M.A. Crippa, M.
David, P.Tozzi, F. Zanzottera; fotografie BAMS photo Rodella, Jaca Book, Milano 2004.
2) M.C. Gibelli, E. Salzano (a cura di), No sprawl, A- Linea, Firenze 2006.
3) AEA, Urban sprawl in Europe- the ignored challenge, bolle. n. 10/2006, Agenzia europea dell’Ambiente,
Copenhagen. Web: eea.europa.eu.
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Ferdinando Zanzottera
Cenni storiografici della fotografia aerea
“C’è una cosa, che si impara volando e che è molto difficile spiegare a chi mai si è staccato dal suolo; è
quella di incominciare a guardare la terra, le strade, i continenti, il mondo come cose assai piccole, fortemente lontane e facilmente abbandonabili. I grandi viaggiatori terrestri ci avevano spesso parlato della
piccolezza della terra; ma l’uomo statico non aveva mai preso sul serio questa asserzione. Troppo erano noti
i disagi, a cui i grandi viaggiatori dei continenti erano andati incontro nelle loro peregrinazioni terrestri, e si sapeva fin troppo come le strade del mondo fossero piene di pericoli e di lontananze.
Il frequentatore del cielo ha cominciato a poter dire per il primo, con cognizione di causa, come veramente la terra sia così straordinariamente piccola. Egli che la vede veramente lontanare e impicciolirsi sotto
il suo sguardo, e che ad un certo punto può abbracciare con un solo colpo d’occhio spazi che vicini gli parvero immensi, egli può rendersi conto di questa ristrettezza del mondo; egli che con pochi giri di elica può
spostarsi da un punto all’altro di questa terra che, percorsa sul lento ritmo dei veicoli striscianti sul suolo,
gli parve grande, pericolosa e misteriosa. Veduta dall’alto, essa gli appare infine spoglia di tutti i misteri e gli scopre tutte le insidie. Gli uomini, le cose, gli alberi, i fiumi, i mari, i continenti; tutto appare
ridotto, sminuito, svalorizzato allo sguardo del viaggiatore del cielo. Strade che sembran lievi nastri snodati e posati sul suolo. I continenti gli si svelan vicini, piccoli sono i mari che li dividono; la lontananza li accomuna, li accosta l’uno all’altro, ne attenua le differenze, ne sminuisce i contrasti, ne cancella le
particolarità.
E questa svalutazione del mondo fisico terrestre si estende per il viaggiatore aereo anche alle vicende degli
uomini che considerate dall’alto perdono di potenza e di significato. L’umanità vista dai cieli desta quella gentile pietà che gli uomini hanno sempre ambito di destare negli dei che essi immaginano appunto
vaganti negli spazi aerei. E l’uomo errante in queste plaghe di elezione sa che, se gli sarà dato di raggiungere regioni più lontane, vedrà un giorno la terra distanziata e ridotta alle proporzioni di un qualsiasi pianeta eternamente in cammino tra gli universi creati”.
Montichiari, Brescia. 30 settembre 1890.
Prove di resistenza del pallone frenato
durante le grandi manovre da “Illustrazione
Italiana” 1890 Autunno.
Così Guglielmo Della Noce, in un inedito testo pubblicato nel 1939, inserito in una raccolta
antologica dedicata al volo curata da Federico Valli e Antonio Foschini1. L’autore italiano descriveva le sue sensazioni del viaggio aereo, che bene venivano impresse su supporti fotografici da
oltre mezzo secolo. Le prime immagini riprese attraverso ‘strumenti volanti’, infatti, risalgono
al 1855-56. In quegli anni Felix Tounachon, detto Nadar, compì alcune ascensioni con palloni
aerostatici frenati, fotografando il villaggio Petit-Becétre nei pressi di Parigi. Avendo compreso le grandi potenzialità della fotografia aerea, il 23 ottobre 1858 Nadar ne chiese il brevetto,
tentando, nel contempo, di migliorare l’attrezzatura e le tecniche di ripresa.
Il governo francese seguì con molto interesse gli esperimenti dell’intraprendente fotografo, con
il quale giunse a uno scontro durissimo nel 1859. Egli, infatti, rifiutò categoricamente ogni
forma di collaborazione con il Ministero della Difesa francese, che voleva impiegare la fotografia aerea per scopi militari nella campagna belligerante contro l’Italia.
Nadar, tuttavia, seppe sfruttare abilmente la propria intuizione iniziale, tanto da promuoversi come ‘primo fotografo aerostatico’. Egli impresse le immagine su poster pubblicitari in cui,
alla veduta di Parigi, sovrastampava i nomi di alcune vie e individuava la collocazione del suo
studio fotografico. Disegni, litografie e caricature divennero per Nadar il mezzo più efficace
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per diffondere la nuova moda, che diede origine anche ad una serie di ritratti e autoritratti che
ebbero come co-soggetto il pallone aerostatico.
La prima fotografia aerea realizzata con finalità belliche, invece, fu eseguita a Boston nel 1860,
durante la guerra di secessione americana. Si trattò di fotografie scattate da palloni aerostatici
con finalità ricognitive rivolte a comprendere l’entità e la disposizione tattico-territoriale delle
truppe nemiche.
Nei decenni seguenti si ebbero numerose evoluzioni delle tecniche di ripresa, con molteplici
sperimentazioni che, in qualche caso, vennero ben presto accantonate.
Il francese Arthur Batut fu uno tra i primi a impegnarsi nelle riprese aeree realizzate attraverso l’impiego di aquiloni. L’idea primogenita, tuttavia, spetta a Jobert, che nel mese di luglio
del 1880 tenne una conferenza presso la Société Francaise de Navigation Aérienne sulla possibilità di impiegare aquiloni per poter scattare immagini fotografiche dall’alto. Le sue idee costituirono la base teorica delle ricerche di Batut, che iniziò le sue sperimentazioni nel 1887, raggiungendo ben presto un’alta raffinatezza tecnica. Iniziò con lo studio e la costruzione di una
macchina fotografica particolarmente leggera, in cartone, sughero e legno, dotata di un obiettivo con una sola lente. Per poter effettuare lo scatto egli aveva dotato la macchina fotografica
di un otturatore ad elastico, attivato attraverso una miccia a consumo lento. Riuscì a ottenere
le prime fotografie nel mese di maggio del 1888, senza tuttavia raggiungere immagini di qualità accettabile. In ragione del suo apparecchio di ripresa, infatti, esse risultavano mosse.
Decise, allora, di modificare radicalmente i sistemi di stabilizzazione dell’aquilone e dell’apparecchio di scatto, dotandolo anche di un otturatore capace di tempi di ripresa vicini a 1/100
di secondo.
Nel mese di marzo del 1889 la rivista francese «La Nature» pubblicava la fotografia aerea della
casa di Batut scattata da lui con eccellenti risultati il 13 febbraio dello stesso anno. Egli era
particolarmente legato a questa rivista, poiché fu proprio da un progetto di Esterlin, apparso
nelle sue pagine, che si iniziò all’arte del volo con l’aquilone e cominciò le proprie sperimentazioni. Nel corso degli anni Batut dotò i suoi “mezzi volanti” di barometri aneroidi, capaci
di registrare l’altitudine dalla quale effettuava le riprese, di temporizzatori per ritardare gli
scatti, di meccanismi per segnalare che la ripresa era stata eseguita e di ingegnose strutture
finalizzate a non ostruire la visione dell’apparecchio. Ulteriori perfezionamenti tecnici furono
apportati, dopo la pubblicazione del libro dedicato alla fotografia aerea, attraverso l’impiego
dell’aquilone (1890) e il sodalizio culturale con Emile Wenz, che si dimostrò interessato alle
sue invenzioni fin dal 1891.
I risultati ottenuti con questo sistema erano abbastanza soddisfacenti, anche se persisteva la
necessità di dover riportare a terra l’aquilone dopo ogni scatto. A risolvere questo inconveniente ci pensò il connazionale Gamont, che nel 1899 costruì una macchina fotografica con pellicola a rullo dotato di un sofisticato meccanismo di ricarica. Altre soluzioni furono proposte da
J. Wallance Black che, dopo aver realizzato numerose fotografie aeree da palloni aerostatici,
decise di applicarsi alla kite aerial photographhy (fotografia aerea da aquilone). Nel 1898 egli
perfezionò l’apparecchiatura di scatto, ottenendo riprese fotografiche da un’altezza superiore a
1.000 piedi. Inoltre, inventò un sistema che gli consentiva di recuperare la macchina fotografica dopo ogni scatto, lasciando l’aquilone in volo. Si trattava di un’operazione fondamentale
ottenuta attraverso l’impiego di un piccolo paracadute frenante per ottimizzare i tempi, che
gli permetteva di ricaricare la macchina con una nuova lastra fotografica senza dover procedere al recupero di tutta la struttura volante.
Numerose altre sperimentazioni furono compiute abbinando sempre più evolute macchine
fotografiche a differenti strumenti di volo, tra i quali i ‘cervi volanti’ e i dirigibili. Prezioso
contributo alla diffusione della cultura fotografica aerea fu fornito dal francese Joseph Lecornu,
che nel 1902 pubblicò a Parigi il volume Les Cerfs-Volants. Si tratta di un manuale scientifico
che l’autore scrisse con particolare meticolosità, soffermandosi sulla scienza del volo degli
aquiloni e sulle sue potenzialità ludico-scientifiche. Dedicò ampio spazio alle riprese fotogra-
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fiche illustrando anche alcune apparecchiature di sua invenzione correlate alle modalità di
sospensione dell’apparecchiatura fotografica e ai sistemi di orientamento della stessa. Nel
medesimo anno l’ingegnere russo Thilie costruì un complesso sistema volante composto da sei
aquiloni e sette macchine fotografiche, che gli consentivano di realizzare panoramiche di 360°.
Gli aquiloni permettevano di montare le strumentazioni ottiche in posizione esagonale e di
collocare nel loro centro la settima macchina fotografica, in modo da poter simultaneamente
realizzare una fotografia panoramica e un’immagine zenitale. La struttura ideata da Thilie era
particolarmente complessa poiché occorreva che tutte le macchine fotografiche imprimessero
l’immagine sul supporto fotosensibile nel medesimo istante. Per accrescere la qualità delle sue
immagini l’ingegnere russo dotò il sistema di un particolare accorgimento meccanico, che consentiva l’esecuzione degli scatti solamente quando tutta la struttura volante si trovava in posizione parallela al territorio.
Un numero elevato di aquiloni fu impiegato anche dall’americano George Lawrence, che nel
1906 registrò su pellicola gli effetti della devastazione di San Francisco dopo il terribile terremoto e il conseguente incendio che distrusse la città. Per l’occasione Lawrence costruì un’innovativa macchina fotografica di grande dimensione dotata di un obiettivo mobile. La luce che
da esso filtrava si impressionava sulla pellicola fotosensibile posizionata lungo il dorso curvo
della macchina fotografica stessa. Il risultato era veramente sorprendente, poiché il negativo
misurava un metro di lunghezza e cinquanta centimetri di altezza. La fotografia ottenuta da
Lawrence stupì per la precisione dell’inquadratura e la qualità eccellente, anche se presentava
alcune distorsioni prospettiche. L’immagine, che fu venduta dal suo autore per 15.000 dollari, fu resa possibile grazie a un complicatissimo sistema di calibrazione che impediva le oscillazioni dell’apparecchio di ripresa e dall’ospitalità offertagli da una nave militare di stazza nel
porto, dalla quale avevo potuto far partire la sua macchina volante. Queste sperimentazioni
suscitarono un grande interesse negli apparati militari e nell’opinione pubblica che, tuttavia,
non sempre conosceva tempestivamente le invenzioni più innovative e interessanti. Un discreto spazio alla fotografia aerea da aquilone, tuttavia, fu riservato nell’Encyclpedia of Photography
scritta da Jones nel 1911. L’anno precedente invece, nel corso dell’Esposizione Internazionale
di Parigi grande successo ebbe lo stand della ditta “Auguste C. Gomes Aeronautic and
Automobile Agency” di proprietà di Auguste Gomes. Quest’ultimo aveva scommesso sulle
potenzialità economiche del volo degli aquiloni e del commercio in apparecchi fotografici per
le riprese aeree. Nella capitale francese propose gli articoli del suo vasto catalogo, che conteneva una moltitudine di macchine volanti e strumentazioni complete da montare per realizzare fotografie aeree.
Per tutto il XIX secolo la nazione più attenta alla ricerca scientifica e tecnologica connessa alla
fotografia aerea fu la Francia, seguita dagli Stati Uniti e dalla Germania. A quest’ultima nazione, infatti, spetta l’invenzione di una particolare micro-camera fotografica da montare su piccioni viaggiatori appositamente addestrati.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo le strutture militari di tutti i paesi si dotarono di mezzi finalizzati alle riprese aeree; in particolar modo svilupparono la possibilità di
compiere riprese di ricognizione e rilievi fotografici delle truppe e del territorio nemico attraverso l’impiego di dirigibili. A questo scopo vennero studiati nuovi apparecchi e innovative tecniche di volo. Grande importanza, in questo settore, ebbero le missioni dei dirigibili italiani P2
e P3 in territorio libico, con i quali il 5 marzo del 1912 fu ufficialmente compiuta la prima missione di ricognizione fotografica dell’Esercito Italiano. Ad esse seguirono ulteriori voli che consentirono di affinare le tecniche di ripresa e di studio del territorio nemico, garantendo anche il
successo dell’azione offensiva del dirigibile P4 compiuta su Pola il 30 maggio del 1915.
Malgrado l’interesse e l’entusiasmo per le possibilità offerte dalla fotografia aerea, il Regio
Esercito non fu sempre tempestivo nell’acquistare il materiale necessario. Nell’ambito della
guerra in Africa, ad esempio, la prima missione fotografica da aeroplano (aereofotografia) fu
realizzata solamente il 24 gennaio del 1912 con un’apparecchiatura di ripresa prestata a Piazza
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dal Genio Militare di Tripoli. Piazza, infatti, aveva da tempo richiesto al Governo centrale di
Roma una macchina Bebè Zeiss per riprese aeree; non ottenendo alcuna risposta, posizionò la
fotocamera tripolitana sotto la fusoliera in posizione zenitale ed effettuò direttamente la ripresa pilotando l’aeromobile con una mano sola. Si trattò di una ricognizione fotografica molto
rapida perché, data la situazione, Piazza riuscì a effettuare un solo scatto fotografico, lasciando alla visione diretta la possibilità di registrare una serie di considerazioni confermate successivamente dalla fotografia2.
Queste spedizioni non ebbero solamente diretti effetti strategici, ma palesarono ulteriormente l’importanza della ricognizione e osservazione militare del territorio nemico per pianificare
tempestivamente le incursioni e gli spostamenti degli eserciti e per valutare anticipatamente
le possibili scelte operative dell’esercito. Ovviamente a questi scopi contribuì notevolmente
l’invenzione dell’aeroplano che svelò nuove potenzialità in campo ricognitivo e documentaristico. Sebbene questa attività di indagine avesse suscitato un generalizzato fervore in tutte le
nazioni europee, essa ebbe declinazioni differenti nei singoli paesi. La Regia Areonautica
Italiana, ad esempio, incrementò sensibilmente la sua azione durante la Prima Guerra
Mondiale, testimoniata dall’aumento del numero di scatti fotografici eseguiti e degli apparecchi impiegati. Nel 1915, infatti, le fotocamere aeree in forza all’esercito italiano erano 22, con
le quali si consumarono 36 metri quadri di lastre fotosensibili e 187 metri quadri di carta al
bromuro. Nel 1918 la situazione era profondamente mutata: gli apparecchi erano ascesi a 391,
la superficie di lastre impiegate nella fotoricognizione superava i 451 metri quadri, e la carta
al bromuro fotoimpressa era salita a 3.855 meri quadri. Per la prima volta, inoltre, l’Italia realizzò sistematiche campagne fotografiche di rilievo sul territorio altoatesino e sistematizzò le
riprese sull’area dolomitica. Contemporaneamente la Francia, che non aveva mai smesso di
interessarsi alla fotografia aerea, sviluppò nuove tecniche che si rivelarono di fondamentale
importanza per approntare cartografie compiute del Medio Oriente. In particolare la ricognizione aerea francese contribuì fortemente al successo del suo esercito nel territorio egiziano e
palestinese, consentendo anche la realizzazione di inedite mappe geografiche.
La nazione che diede il maggior impulso in termini strategico-militari fu, tuttavia, l’Austria
che, in occasione della Prima Guerra Mondiale, sistematizzò in maniera scientifica le operazioni di studio, ripresa, catalogazione, valutazione e conservazione dei fotorilievi compiuti sul
fronte di guerra. Nella seconda metà del 1917 l’aviazione dell’esercito austriaco realizzò circa
4.000 scatti fotografici al giorno, compiendo complete ricognizioni del fronte occidentale ogni
due settimane. Anche l’aviazione americana, che nel corso della Prima Guerra Mondiale rimase molto debitrice nei confronti della tecnologia aerea italiana, sviluppò tecniche e strumentazioni, tanto che nella seconda metà degli anni Venti dotò alcuni aerei di proprie apparecchiature fotografiche fisse per riprese ortogonali.
L’intensa attività compiuta in occasione del primo conflitto bellico mondiale condusse anche
alla schematizzazione delle finalità della fotografia aerea. Essa doveva consentire l’interpretazione delle scelte tattico-strategiche dell’esercito nemico, la duttilità comunicativa dei dati
raccolti da trasmette rapidamente ai vertici militari e il trasferimento di tutti i dati ottenibili in mappe tematiche. Un elemento, quest’ultimo, che ebbe effetti diretti sul concetto stesso
di rappresentazione geografica del territorio.
Negli anni Venti alcuni artisti cominciarono a compiere sperimentazioni in ambito espressivo
impiegando il linguaggio fotografico. Nella società si diffuse il concetto interpretativo dell’immagine fotografia e negli anagrammi e collage cominciarono ad essere inclusi scatti aerei.
Tra gli artisti principali che impiegarono questi mezzi vi fu Paul Citröen, che nei primi anni
Venti realizzò una serie di collages fotografici con visioni pluriprospettiche in stile dadaista. In
alcune composizioni egli pose l’accento sul caos urbano e sulla parziale perdita della coscienza
della forma della città a causa dell’opprimente industrializzazione e della mobilità urbana. In
qualche caso Paul Citröen abbandonò il linguaggio morfologico dell’architettura a favore di
rappresentazioni allegoriche e metaforiche sulla città complessa.
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Le sperimentazioni artistiche non distrassero l’attenzione dei geografi dalle potenzialità espresse dalla fotografia aerea nel corso della Prima Guerra Mondiale, pertanto notevole impulso
ebbero le scienze topografiche. In quegli anni, infatti, ebbe inizio la fortunata avventura tecnico-imprenditoriale della Fairchild Aerial Camera Corporation, fondata da Fairchild dopo il
grande successo ottenuto dalla vendita di una speciale macchina fotografica da lui inventata
nel 1917 e acquistata dall’aviazione americana, argentina, brasiliana, canadese giapponese e
russa. Altri privati si diedero al commercio diretto di fotografie aeree raffiguranti i principali
monumenti e le principali città europee ed americane. Queste imprese economiche poggiarono la loro azione sulle emozioni che le fotografie aeree suscitavano nella società contemporanea e sull’entu siasmo eccitato dalle gesta eroiche degli aviatori più arditi. In Italia, inoltre, la
diffusione della cultura della fotografia.
Le sperimentazioni artistiche non distrassero l’attenzione dei geografi dalle potenzialità espresse dalla fotografia aerea nel corso della Prima Guerra Mondiale, pertanto notevole impulso
ebbero le scienze topografiche. In quegli anni, infatti, ebbe inizio la fortunata avventura tecnico-imprenditoriale della Fairchild Aerial Camera Corporation, fondata da Fairchild dopo il
grande successo ottenuto dalla vendita di una speciale macchina fotografica da lui inventata
nel 1917 e acquistata dall’aviazione americana, argentina, brasiliana, canadese giapponese e
russa. Altri privati si diedero al commercio diretto di fotografie aeree raffiguranti i principali
monumenti e le principali città europee ed americane. Queste imprese economiche poggiarono la loro azione sulle emozioni che le fotografie aeree suscitavano nella società contemporanea e sull’entusiasmo eccitato dalle gesta eroiche degli aviatori più arditi. In Italia, inoltre, la
diffusione della cultura della fotografia aerea e del commercio di tali immagini fu favorito
anche dall’insegnamento nelle scuole medie e superiori di materie tecniche che prevedevano
attività manuali. In molti istituti privati dei grandi centri urbani, infatti, queste materie sfociarono nella realizzazione di aviomodelli complessi di grandi dimensioni. Il mercato delle
immagini fu dunque molto propenso a recepire gli stimoli provenienti dai “commercianti di
immagini” che, tuttavia, imposero modelli di ripresa obliqui capaci di offrire una maggiore
leggibilità dei monumenti raffigurati. Ovviamente la grande diffusione delle immagini fotografiche fu resa possibile solo attraverso il contenimento dei costi e l’alto livello qualitativo
raggiunto dai supporti fotosensibili. Altra ragione del successo risiede nei risultati ottenuti
dalla ricerca scientifica legata agli apparecchi fotografici e nella diminuzione degli effetti di
distorsione delle riprese. Elemento di fondamentale importanza per le ricerche topografiche,
in cui le eccessive distorsioni dovute all’impiego di grandangolari potevano condurre a risultati non accettabili o all’aumento dei costi delle campagne di ripresa.
Accanto all’imprenditoria privata si svilupparono progetti nazionali di ricerca scientifica. La
Francia continuò sistematicamente lo sviluppo di una cartografia topografica nel Medio
Oriente e in Africa, mentre altre nazioni si impegnarono compiutamente nelle registrazioni
del territorio europeo e, soprattutto, dell’Estremo Oriente e dell’India (come ad esempio
l’Inghilterra). Anche in questo caso la ricerca scientifica e le teorie connesse alle riprese fotografiche ebbero un ruolo fondamentale. Importante, ad esempio, fu il contributo fornito dagli
studi di Frederick Sidney Cotton, ex pilota del Royal Naval Air Service, che nel 1939 strutturò appositamente un Lockheed 12A per rilevazioni fotografiche segrete. Cotton aveva dotato l’apparecchio di serbatoi supplementari per fornire maggiore autonomia di volo all’aeromobile che, volando a una quota di circa 7.000 metri, consentiva di fotografare un’area larga 16
chilometri e lunga numerose decine di chilometri, ricavandone mappe in scala 1:148.000. Egli
fu inquadrato nel servizio informativo aereo britannico e volò ripetutamente sulla Germania.
Gli accadimenti politici ed economici europei favorirono lo sviluppo della fotografia aerea
come mezzo di 'spionaggio militare' e spinsero anche l’America a compiere ricerche e sperimentazioni specifiche. L’interesse americano per questo tema è dimostrato anche dal numero
di fotografi stabilmente impiegati dalla marina militare del Pacifico, che passarono dai due
militari in servizio nel 1920 ai sessanta del 1939.
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Anche la Germania si dimostrò notevolmente interessata allo sviluppo della ricognizione e
ripresa fotografica dall’alto. Il sottotenente Theodore Rowehl, già ricognitore durante la Prima
Guerra Mondiale, fu ingaggiato dalla Luftwaffe per compiere dei voli di spionaggio dietro
copertura, realizzando campagne di rilievo in numerose nazioni europee. L’apparecchiatura di
Rowehl era completamente differente da quella di Cotton, poiché era costituita da una macchina da ripresa molto pesante capace di compiere ottime fotografie da altezze non troppo elevate. Le sue fotografie risultavano particolarmente incise e ricche di particolari che fornirono
un valido supporto alla pianificazione dell’invasione europea della Germania nelle prime fasi
del conflitto. Tuttavia essa ben presto si accorse dell’errore strategico che soggiaceva alla struttura di rilevamento nazionale, poiché con l’avvento della guerra non erano più possibili o consigliabili voli a bassa quota. La Germania, dunque, non fu in grado di dotarsi e di sviluppare
una cultura della fotografia aerea paragonabile a quella degli alleati e, in modo particolare,
degli inglesi. Questi ultimi, infatti, dopo l’allontanamento dall’esercito di Cotton riformarono la PDU (Photoghraphic Development Unit) dotandola di unità specializzate nella ripresa
e interpretazione di soggetti ritenuti militarmente interessanti. All’interno della stessa organizzazione, dunque, vi erano uomini specializzati nella fotografia aerea di aerostazioni, di porti
navali, di stazioni di rilevamento, ecc. Il nuovo 'corpo' di intelligence si dotò anche di particolari strumentazioni per la restituzione planimetrica delle aree fotografate e per la costruzione di modelli tridimensionali. Attraverso l’impiego della macchina Wild, infatti, essi furono
in grado di creare maquettes di porzioni significative del territorio tedesco e in particolare dell’intera città di Berlino. Per l’esercito britannico, inoltre, le riprese fotografiche scattate prima,
durante e dopo le incursioni aeree costituivano elementi indispensabili di conoscenza del territorio nemico e di pianificazione strategica dei successivi attacchi.
Gli anni Trenta segnarono anche l’interesse della cinematografia per il tema delle riprese aeree.
Nel 1933 uscì il film «Armata azzurra» prodotto dalla Cines per la regia di Richelli, prima
pellicola italiana che contiene immagini documentarie di evoluzioni aeree e inquadrature delle
città riprese dall’alto, inframmezzate al racconto narrativo affidato ad attori del calibro di Leda
Gloria, Guido Celano e Germana Paolieri. Quest’ultima lavorò anche nella pellicola del 1937
intitolata «Luciano Serra pilota» diretto da Alessandrini e prodotto dall’azienda Aquila, che
parzialmente toccava il tema del mondo visto dall’alto. Vero e proprio documentario sul volo
e sulla visione aerea delle città italiane è la pellicola «Vertigine», prodotta e diretta
dell’Istituto Luce, che per i critici rappresentò una «sintetica visone di acrobazie» aeree.
Rispetto agli albori ottocenteschi, gli anni Trenta rivelarono un interesse e un’evoluzione tecnica della fotografia aerea assolutamente insperata. Essa è attestata anche dai materiali e dalle
apparecchiature censite dai cataloghi industriali di vendita e dalla letteratura scientifica specializzata. Tra questa il volume Fotogrammetria, edito dall’Istituto Geografico Militare italiano nel 1940, che censisce quasi venti fotocamere specifiche. Quattro anni dopo il manuale
degli avieri americani «Photography» attesta che la marina militare aveva in dotazione ventitré modelli differenti di apparecchi fotografici. Tra i molti apparecchi impiegati nel corso della
Seconda Guerra Mondiale vi erano le fotocamere americane K-20, utilizzate per scattare
immagini oblique da velivoli ricognitori fatti volare a bassa quota e a grande velocità. Essi
costituivano una dotazione fissa di ogni aereo ricognitore, parzialmente sostituita dalla più
evoluta K-25, più maneggevole e duttile. La marina americana aveva in dotazione anche le F56 che possedevano lo svantaggio dell’ampio ingombro ma possedevano il fondamentale pregio di potersi adattare facilmente alle differenti condizioni di ripresa dettate dal soggetto da
indagare. Queste macchine fotografiche, infatti, potevano essere utilizzate per scattare immagini verticali o diagonali, potevano essere dotate di motore automatico o utilizzate manualmente in senso tradizionale e consentivano agli operatori di montare ottiche con focali differenti. L’apparecchio, inoltre, molto spesso fu abbinato alle innovative pellicole a colori che contraddistinsero le riprese aeree dell’esercito militare americano. Rispetto alle altre forze armate
l’esercito d’oltre oceano dimostrò una particolare attenzione alla fotografia obliqua, poiché
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consentiva di individuare meglio gli obbiettivi da colpire; si rivelò inoltre particolarmente
utile in fase di addestramento dei piloti. Tali scatti, infatti, si approssimavano alla visione che
i militari avrebbero avuto dal loro aeroplano al momento dell’attacco.
Apparecchiatura tecnologicamente più evoluta era la Strip Camera, che consentiva di ottenere un unico fotogramma continuo impresso su una pellicola di grande dimensione, trascinata
da un apposito motore. Le sorprendenti immagini ottenute suscitarono notevole interesse nelle
gerarchie militari, che, tuttavia, rimasero in parte riluttanti per ragioni legate alla difficoltà
di impiego. La Strip Camera infatti per ottenere dei risultati eccellenti imponeva una perfetta sincronizzazione tra la velocità di trascinamento della pellicola e il dinamismo del velivolo.
Sebbene l’operatore potesse modificare manualmente alcuni parametri relativi alla rapidità
dello scorrere delle pellicola, per realizzare fotografie ottimali occorreva volare a circa 200
piedi di altezza e a una velocità di circa trecento miglia orarie.
Nella sua drammaticità l’epopea della fotografia aerea della Seconda Guerra Mondiale contribuì in maniera radicale a consolidare i differenti tipi di ripresa, che furono essenzialmente
schematizzati in tre macro categorie: fotografie aeree aria-aria, aria-terra e aria-mare. Per
entrambe le categorie venivano impiegate attrezzature per riprese oblique a mano libera e
apparecchi fotografici per riprese fisse, generalmente più ingombranti e pesanti.
Al termine del secondo grande conflitto bellico la fotografia aerea continuò ad essere sviluppata anche in funzione della contrapposizione tra i due blocchi militari russo e americano.
Tuttavia accanto ai rilevamenti per scopo militare essa trovò un rinnovato impiego nella topografia civile, con la produzione di apposite apparecchiature. Generalmente queste ultime dovevano garantire la registrazione di alcuni dati salienti per la fotocomposizione di complesse serie
di immagini e alcune informazioni relative ai singoli scatti. Intorno agli anni Cinquanta furono immesse nel mercato apparecchiature capaci di registrare automaticamente la data di
impressione della pellicola, il numero identificativo del volo, l’altezza di scatto, ecc.
Il boom economico degli anni Cinquanta avvicinò nuovamente il grande pubblico alla fotografia; numerose sperimentazioni artistiche impiegarono le fotografie riprese dal cielo come
elementi di un linguaggio espressivo complesso. A questo periodo appartengono i lavori di
addizione delle immagini di molti fotografi che, negli anni seguenti, sarebbero state utilizzate in molte discipline, tra le quali la psicanalisi e la psichiatria. Famose a questo riguardo sono
le immagini che accompagnarono alcune edizioni del volume di Jung L’uomo e i suoi simboli, pubblicato a Londra nel 1964. In esso, ad esempio, appare una fotografia aerea di Manhattan
affiancata, come in un collage, all’immagine desolante dello skyline della città di Hiroschima
distrutta dalla bomba atomica. In questo caso il valore della fotografia non risiede più nella
ricerca documentaria finalizzata all’interpretazione territoriale, ma nel suo messaggio veicolato attraverso l’accostamento di immagini differenti per soggetto e tecnica esecutiva. Il linguaggio della fotografia zenitale dunque si offre come mezzo espressivo per veicolare messaggi artistici, politici, culturali e di denuncia sociale.
In questa direzione si spinsero anche le ricerche di Martin Roger degli anni Ottanta, che
mostrano alcuni grattacieli di Cincinnati avvolti dalle nuvole. I suoi scatti sembrano suggerire la presenza di due città differenti: la città quotidiana degli uomini che vivono al livello delle
strade urbane, la città che si protende verso l’alto, mito della società americana. A questa visione si avvicinò anche Len Dance, che realizzò una serie di fotografie di Londra scattate dall’alto, non necessariamente da velivoli, attraverso l’impiego di forti grandangoli che deformavano la visione della città. Al centro i grattacieli londinesi degli anni Settanta e Ottanta dominano con la loro possanza: la realtà urbanizzata viene così deformata e tutto ruota allusivamente e retoricamente attorno a questi nuovi simboli del potere economico ed imprenditoriale.
Al termine della Seconda Guerra Mondiale la fotografia aerea trovò in importante sviluppo anche
come supporto alla scienza archeologica. L’inglese Bradford, infatti, raccogliendo e analizzando
dettagliatamente gli scatti realizzati durante la Seconda Guerra Mondiale dalla RAF, comprese
la loro importanza per individuare siti archeologici ancora sepolti. Le sue intuizioni in campo sto-
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rico-archeologico furono continuate da Dinu Adamesteanu, che condusse numerose indagini
sulla Sicilia, sulla Basilicata e sul paesaggio agrario italiano. Queste esperienze costituirono i prodromi di una storia disciplinare affascinante, che poggia le sue origini anche sulle indagini condotte da L. Rey in Macedonia, da G. Beazeley in Mesopotamia e da T. Wiegand in Palestina.
Ai primi esperimenti di lettura del territorio antropizzato sepolto seguirono numerosi riscontri archeologici ottenuti da campagne di scavo, che indussero le aziende produttrici di apparecchi fotografici e il mondo della ricerca scientifica a studiare nuove tecnologie per l’aerofotografia e a perfezionare quelle esistenti. Accanto a questi sforzi la stessa disciplina archeologica codificò i dati salienti necessari per definire una fotografia aerea attendibile per le ricerche storiche e le metodologie di rilievo da eseguire. Oggi il paesaggio da indagare archeologicamente viene ripreso sia in bianco e nero sia a colori attraverso campagne fotografiche ripetute nelle diverse stagioni naturali. La differenza tra i vari tipi di vegetazione e le alterazioni
cromatiche delle piantumazioni sono divenuti indici fondamentali per poter ricostruire abbastanza fedelmente la strutturazione urbana di siti sepolti e l’antico paesaggio agricolo, o per
poter rintracciare paleoalvei (antichi percorsi fluviali), cavità tombali, infrastrutture urbane e
insediamenti rurali celati dal terreno superficiale. In Italia queste ricerche ebbero un fondamentale ruolo poiché fu proprio per l’interessamento di un gruppo di archeologi che nel 1954
si ebbe l’idea iniziale di creare una fototeca nazionale capace di raccogliere in maniera significativa il materiale aerofotografico esistente e di promuovere campagne di rilevamento appositamente studiate. L’impulso scientifico di quei precursori ebbe seguito solamente nel 1958,
quando il Ministero della Pubblica Istruzione riuscì a vincere le diffidenze degli apparati burocratici militari e a definire le modalità d’azione della nuova istituzione, che doveva relazionarsi con la rigida normativa nazionale in vigore dal 22 luglio del 1939.
Le nuove necessità imposte dalla ricerca scientifica e le inedite prospettive di impiego della
fotografia aerea promossero un’attenta ricerca nello sviluppo di nuove apparecchi fotografici.
Enorme successo si raggiunse nella seconda metà degli anni Ottanta con la costruzione dell’apparecchio di ripresa RC 20 prodotta dalla Wild, che introduceva per la prima volta la funzione forward motion compensation, capace di compensare il moto apparente del suolo attraverso lo spostamento di focale durante lo svolgimento delle riprese fotografiche. Questo apparecchio fu sostituito qualche anno dopo dal modello RC 30 del peso superiore ai centocinquanta
chilogrammi, dotato anche di tecnologia GPS.
Da alcuni anni la ricerca scientifico-tecnologica dei mezzi di ripresa si è fortemente spostata
verso il digitale, abbandonando quasi completamente il settore analogico. Dal 2006, infatti,
la Leica Geosystem AG ha deciso la cessazione della produzione dell’apparecchio RC 30 sostituendola con la fotocamera digitale ADS 40, capace di registrare immagini a 12.000 pixel contemporaneamente in tre formati: bianco e nero, colori (RGB) e infrarosso.
L’evoluzione scientifica e l’apporto tecnologico-militare della fotografia satellitare hanno nel
recente passato contribuito a cambiare radicalmente l’approccio e le possibilità di impiego
della fotografia aerea. Esse hanno reso obsolete alcune tecniche di ripresa e condotto anche
all’abrogazione del regio decreto del 1939, decaduto attraverso l’emanazione del DPR numero 367 avvenuta il 29 settembre del 2000.
La diffusione delle immagini satellitari e il facile ed immediato accesso telematico a siti specializzati nelle restituzioni visuali delle fotografie riprese dai satelliti hanno oggi contribuito
alla creazione di una nuova cultura radicata, anche nei processi disciplinari e formativi. Le fotografie aeree, i fotopiani urbani, le visioni satellitari sono divenuti elementi indispensabili in
quasi tutti i processi di analisi e di progettazione delle nazioni avanzate. Questi strumenti,
inoltre, costituiscono un elemento di straordinaria efficacia del processo educativo e formativo
universitario dal quale alcune discipline, tra cui l’architettura e l’ingegneria, non possono prescindere. Le fotografie oblique scattate da elicottero realizzate da alcuni specializzati fotografi
hanno inoltre contribuito a diffondere una differente coscienza del consumo del territorio e del
valore storico-culturale del patrimonio artistico esistente.
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Un processo culturale che ha coinvolto anche la scienza archivistica che in questo ultimo decennio ha saputo creare nuove istituzioni impegnate nella conservazione di immagini aeree ha
divulgato gli importanti risultati scientifici sulla catalogazione e sulla conservazione promossi
dall’Areofototeca Nazionale e ha saputo valorizzare alcuni fondi archivistici appartenenti a differenti istituzioni: dipartimenti universitari, realtà regionali, istituzioni culturali dedite alla
storia dell’arte, ecc. Attraverso queste operazioni culturali è scaturita una coscienza nuova, capace di coinvolgere emotivamente i fruitori di immagini, anche rifotografando monumenti e
brani di città già impressi nelle pellicole nel corso di centocinquanta anni di storia della fotografia aerea. Questi studi, tuttavia, rivelano che oggi, come si augurava Guglielmo Della Noce
negli anni Trenta, le persone hanno imparato a volare e a guardare la terra, le strade, i continenti, il mondo, ma non hanno ancora pienamente afferrato la necessità di un utilizzo consapevole
e sostenibile del territorio. La drammatica situazione del paesaggio antropizzato, infatti, troppo spesso rivela un inconsulto spreco del territorio; è inevitabile del resto che occorrano educazione e tempi adeguati per apprendere la radicale distinzione esistente tra il guardare distrattamente la realtà e vederne i suoi nessi in un processo critico e ragionevole.
1 F. Valli, A. Foschini, Il volo in Italia. Presentimento, scienza e pratica nel pensiero, nell’arte, nella letteratura e nelle cronache dagli antichi tempi ai giorni nostri, Editoriale Aereonautica, Roma, 1939, p. 158.
2 Cfr. AA.VV., Ali italiane, Rizzoli Editore, Milano, 1978, vol. I, p.44.
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Maria Filomena Boemi
Da storia di guerra a storia di territorio
La pianta di Imola attribuita a Leonardo e
conservata a Windsor, datata presumibilmente 1502, quando l’artista soggiornò
nella città dove Cesare Borgia, detronizzata
Caterina Sforza, si era attestato per predisporre l’attacco alla vicina Bologna. La pianta, un luminoso disegno ad inchiostro ed
acquerello, scandisce le mura della città, le
fortificazioni circondate dal fossato, la
bipartizione creata nel tessuto urbano dalla
via Emilia, l’antico decumano ed a sud-est
l’onda mossa e colorata del Santerno.
Imola: foto RAF - 9 settembre 1944.
A distanza di quattro secoli, scomparse le
fortificazioni ed il fossato, la città mantiene
la struttura urbana pressoché inalterata e il
territorio ancora denuncia l’andamento
della centuriazione nell’antico agro di
Cesena, tra Faenza, Imola e Lugo: il fiume
ha assunto un percorso più lineare e gli spostamenti subiti dall’alveo sono denunciati
dall’andamento curvilineo delle colture e
delle fasce alberate. É una foto ripresa dopo
un bombardamento di cui si vedono i segni
a nord dell’abitato dove spiccano i crateri
delle bombe che hanno colpito la zona industriale e la ferrovia.
A sinistra: i lavori della TAVnel comune di
Pero (Milano)
(BAMSphoto - Rodella)
Non poteva che succedere: la consapevolezza che le immagini riprese dall’alto fossero una delle
principali fonti documentarie e, nella loro concatenazione, brani della storia, della configurazione e delle trasformazioni nel tempo del territorio, è stata un’acquisizione che si è andata
radicando in molte discipline, trasformando le fotografie aeree da strumento bellico in bene culturale. È
un altro punto di vista, guardando dal cielo, quello che
dallo studio di una serie storica di riprese (la loro
nascita, ripetiamolo, avviene nel 1858 con le immagini prospettiche di Nadar su Parigi) consente di ricostruire le modificazioni delle città e del territorio a
partire dalle immagini più antiche che assumono il
valore e la dignità di una muta testimonianza degli
eventi, di particolare interesse anche perché dalla fine
della Seconda Guerra Mondiale ha preso l’avvio con
sempre maggiore frequenza la pesante diffusione di fenomeni di tipo antropico di forte impatto che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento. Spesso le innovazioni tecnologiche
prendono l’avvio da esigenze di carattere militare e si riversano solo successivamente in altri
ambiti; così è avvenuto per le immagini dall’alto, da secoli utilizzate per il governo del territorio, e per la fotografia aerea, una tecnica che tuttora viene affinata e utilizzata nei recenti e
attuali conflitti.
Così, se già all’inizio del 1885 era entrata in funzione in Italia, distaccata a Roma a Forte
Tiburtino, una Sezione Aerostatica dotata di due palloni di “seta di China” e dal primo aprile
1896 aveva iniziato ad essere
operativo il servizio fotografico
militare affidato alla Sezione
Fotografica, occorre arrivare
agli inizi degli anni Trenta del
secolo scorso perché cominciasse ad operare una società costituita da privati, la S.A.R.A.,
organizzata industrialmente
per effettuare rilievi aerofotogrammetrici. Nell’archivio
dell’Aerofototeca le immagini
che riflettono una realtà più
lontana nel tempo sono quindi
quelle, zenitali ed isolate,
riprese all’inizio del 1900 dall’archeologo Giacomo Boni sul
Foro Romano: il mezzo utiliz-
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zato era un pallone frenato messo a disposizione dalla Brigata Specialisti del Genio; una di queste immagini mostra il Circo Massimo occupato dagli impianti e dai serbatoi della fabbrica del
gas ed alcune altre, effettuate il 25 agosto 1939, pure da mezzi militari, testimoniano sulla stessa area la presenza dei padiglioni progettati da A. Libera, M. De Renzi e G. Guerrini per la
Mostra delle Colonie Estive e dell’Assistenza all’Infanzia, impiantati tra il 1937 e il 1939.
Le riprese aeree meno recenti sono quelle che maggiormente mettono in evidenza la storia,
anche quella nascosta sotto uno strato di terreno che, visto dall’alto, rivela l’andamento di
murature ed abitati: questo perché il territorio, fino all’immediato dopoguerra, non era ancora stravolto dall’intervento dell’uomo e riusciva a proiettare in superficie la traccia di strutture invisibili.
Si tratta di uno strumento di conoscenza del territorio nazionale di grandissimo peso in cui
l’elemento peculiare è la documentazione di situazioni passate che rende le immagini una fonte
di studio assimilabile ad un bene archeologico.
Le immagini aeree, inoltre, non sono costruite in origine sulla ricerca di inquadrature esteticamente connotate ma sono solitamente affidate ai meccanismi indifferenti delle camere; tuttavia catturano elementi di paesaggio, assetti e caratteri peculiari di strutture urbane e rurali
e, confrontate con la cartografia che dà informazioni simboliche, sono squarci sulla realtà della
zona ripresa a data certa o compresa in un intervallo temporale definibile per paragone con
altre foto o con documenti di archivio.
Riprese aeree, planimetriche e prospettiche integrano poi due diverse modalità di avvicinarsi
alla lettura e allo studio del territorio, una più tecnica e oggettiva che dà la possibilità di ricavare facilmente dati misurabili da riversare o confrontare con la cartografia, l’altra più familiare e soggettiva, conforme al tipo di visione cui è abituato l’occhio umano.
Così, di fronte ad immagini aeree di cui è certa la datazione, che racchiudono un patrimonio
informativo irripetibile per conoscere l’assetto del territorio in un dato momento, è chiaro che
ciascuna copertura diviene documento storico, e la sequenza delle coperture un archivio cronologico delle modificazioni del paesaggio e dell’ambiente; nel settore urbanistico e a scala di
maggiore dettaglio in quello architettonico, le immagini dall’alto documentano equilibri che
sono stati poi modificati, stravolti o distrutti da fenomeni naturali, progetti o, ancor peggio,
interventi umani non pianificati e scomposti.
La lettura diacronica degli eventi, anche se talvolta a carattere particolare o limitata ad ambiti ristretti, ha come base temporale di partenza, quando esistono in archivio, le fotografie
riprese: dalla Luftwaffe e dalla Regia Aeronautica in Sicilia, in contiguità con lo sbarco alleato; dalla RAF (Royal Air Force) e dall’USAAF (United States Army Air Force), tra il 1943 ed il
1945 nelle zone del centro e del nord Italia.
Sono immagini a macchia di leopardo per inquadrare i più importanti obbiettivi - ma qualche
volta sembrano, a chi guarda, aver inseguito la seduzione formale di abitati e territori - e costituiscono la prima ricca testimonianza tra quelle più antiche conservate presso l’Aerofototeca
Nazionale, dando anche conto di quanto gli eventi bellici hanno inciso sulla distruzione di abitati e manufatti.
Come strumenti di guerra sono ancora utili, ad esempio, per la bonifica delle zone bombardate, esprimono spesso pregi estetici, ma le immagini aeree, in particolare per la loro consistenza quelle della RAF e dell’USAAF, sono soprattutto divenuti meccanismi di studio indispensabili alla tutela: appunto su esse si basano la prevenzione ed il monitoraggio dei danni
apportati al patrimonio dall’antropizzazione sia con i grandi interventi infrastrutturali sia, a
scala minore, con gli scavi clandestini e le distruzioni dolose.
Questa fonte di conoscenza per il governo del territorio interagisce con la cartografia che, a
partire dalla fine dell’Ottocento, è scaturita dalle riprese dall’alto ed è in stretta connessione,
sia metrica che tematica, con i modelli digitali del terreno e sistemi informativi territoriali.
Per reciprocità, se fotointerpretazione ed impiego di tecniche di restituzione integrate con
ricerche di archivio e in alcuni casi con ricognizioni a terra, consentono di addentrarsi in rifles-
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Pantelleria: foto Regia Aeronautica - 15 giugno1943.
A partire dall’8 maggio 1943 sono state scaricate sull’isola oltre 5000 t di bombe i
cui segni costellano l’abitato e l’entroterra. L’11 giugno cessa la difesa e il suo presidio firma la resa: su Pantelleria sbarca la prima divisione inglese. L’importanza strategica di Pantelleria è dovuta all’aeroporto che diventa base alleata per il successivo
attacco alla Sicilia meridionale.
Gela: foto Luftwaffe - 14 luglio 1943.
Sull’immagine, oltre ai riferimenti cartografici, compare l’analisi del campo di fortuna di Ponte Olivo, uno dei principali obbiettivi della Task Force U.S.A., e quella dei
velivoli al suolo: ad ovest il fiume Gela. Lo sforzo americano, concentrato sul Golfo di
Gela per proteggere il fianco sinistro degli inglesi, motiva le molte ricognizioni tedesche. Già dal 12 luglio tutti i campi di aviazione del territorio sono saldamente in
mano alleata. Mentre le forze di terra inglesi, americane e canadesi iniziano la penetrazione verso il nord della Sicilia, i bombardamenti aerei mirano alle vie di comunicazione della penisola ed ai centri maggiori del meridione, in particolare Napoli.
Gerbini: foto Luftwaffe - 8 agosto 1943. L’aeroporto, che presenta due piste satelliti in
Gela: foto Luftwaffe - 11 agosto 1943.
L’immagine, tra il Torrente Gattano e Gela, inquadra il sedime aeroportuale di adiacenza del fiume Simeto, venne utilizzato dagli alleati fino al marzo 1944 divenenContrada Catania, individuando velivoli e strutture. Nella notte gli Americani in do poi non operativo. Con l’invasione della Sicilia i reparti di bombardamento furono
spostati nel continente e a presidio dell’impianto rimasero una dozzina di caccia.
avanzata superarono le difese di Capo d’Orlando.
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Fig. A
Fig. B
Fig. C
Fig. D
Fig. E
Fig. F
Fig. A- Supermarine Spitfire: caccia ad ala bassa prodotto dall’azienda britannica Supermarine negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, è diventato uno
degli aerei simbolo della seconda guerra mondiale per i suoi contributi principalmente nel teatro europeo.
Fig. B - Hawker Hurricane: il primo caccia britannico di concezione moderna anteriore allo scoppio della seconda guerra mondiale, da Hawker Fury monoplano sviluppò potenza con l’introduzione del motore Rolls - Royce Merlin.
Fig. C - Douglas DC - 3, aereo di linea costruito dalla Douglas Aircraft Company per rotte a breve e medio raggio, fu impiegato anche in campo militare
con il nome di C - 47 Skytrain.
Fig. D - North American B - 25 Mitchell, bombardiere bimotore costruito dalla North American e impiegato principalmente dall’USAAF durante la seconda guerra mondiale, fu l’aereo impiegato da Jimmy Doolittle per bombardare Tokyo all’indomani di Pearl Harbor.
Fig. E - Martin 187 Baltimore, bombardiere di costruzione statunitense, sviluppato su richiesta della RAF, utilizzato nel Mediterraneo con la Desert Air Force
da squadroni inglesi e sudafricani. Benché non impiegato da nessuna forza armata statunitense fu designato A - 30.
Fig. F - Bristol Blenheim, sviluppato da un progetto civile della Bristol Aeroplane Company, il Type 142 era un bombardiere veloce della RAF negli anni
1938-1941. Fu utilizzato in tutte le campagne belliche condotte dagli inglesi e dal Commonwealth.
Siracusa: foto Luftwaffe - 10
agosto 1943.
Gli alleati sono sbarcati in
Sicilia il giorno 10 luglio: nel
porto Grande di Siracusa sono
localizzate una serie di navi
degli anglo-americani.
Sulla stessa immagine il
fotointerprete ha individuato,
con un numero, diversi tipi di
navi da guerra, da trasporto
cisterna e da carico. Sono
anche definite in un foglio
allegato e dattiloscritto quante imbarcazioni erano in
ingresso ed in uscita dal porto
e, oltre il tipo di nave, anche
il tonnellaggio di quelle da
carico e da trasporto. Ma il
dato conclusivo è che sull’immagine, a scala relativamente
piccola (circa 1:20.000), non
si poteva fare una valutazione
certa sull’effetto dell’attacco
contro le navi o nella zona del
porto, né rilevare nuove unità
danneggiate.
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sioni più puntuali e di esemplificare le evidenze nella trasformazioni ambientali, a questo tipo
di riscontro fa da contrappeso la possibilità di individuare le aree visibili nelle immagini utilizzando come termine di paragone, oltre alla cartografia ed agli altri voli esistenti in archivio, anche le coperture aeree a colori, ormai disponibili on line, che uniscono alla georeferenziazione la continuità spazio-temporale della visione dei suoli e la suggestione del colore (ma
non la stereoscopia e un’alta risoluzione).
Ancora prima dell’inizio del conflitto la Germania aveva fornito alla Regia Aeronautica in
appoggio alla Luftwaffe velivoli e macchine da ripresa che vennero utilizzati indifferentemente dalle due forze armate, la Luftflotte. Gli aerei (700 tra Messerschmitt Bf110, Junkers Ju 87 e
88 e Dornier Do 217) montavano 347 macchine fotopanoramiche Robot/Bertzin Rb 30x30 che
utilizzavano appunto pellicole del formato 30x30 cm.
Le foto pervenute sono a piccola scala quelle realizzate dagli Italiani, a scala maggiore le tedesche. Di queste ultime, oltre all’immagine originale, è presente in archivio qualche copia con le
annotazioni in tedesco del fotointerprete che, scrivendo sulla pellicola del negativo, individua in
alcuni casi la tipologia delle navi e la loro direzione (con ulteriori approfondimenti dattiloscritti su un foglietto incollato e ormai ingiallito), in altri concentra l’attenzione sugli aeroporti
definendone l’area e le strutture ed elencando tipologia e numero degli aeroplani. Anche sulle
immagini alleate è possibile ritrovare imbarcazioni da guerra e mercantili, aeroporti e velivoli e
molte ancora recano i segni della dermografica che il fotointerprete ha utilizzato sul positivo.
La ricognizione fotografica eseguita dall’aviazione inglese sul territorio italiano iniziò nel
dicembre del 1942 e continuò fino al termine delle ostilità.
Era ancora aperto il fronte in Africa Settentrionale quando da Malta e dalle basi dell’Africa del
nord iniziarono sistematicamente voli d’alta quota per la preparazione di azioni su porti e città
italiane. La RAF si servì di velivoli appositamente predisposti: Supermarine Spitfire MK IV PR
e De Havilland Mosquito II, entrambi velivoli da caccia, monomotore il primo, bimotore il
secondo, impiegati per le loro spiccate doti di velocità e tangenza.
Durante la guerra di liberazione, tra il 1944 ed il 1945, prevalentemente da basi del Sud Italia,
espletarono missioni di ricognizione aerea il 3° PR Group ed il 336 PR Wing.
Le foto RAF datate tra il 1943 ed il 1945 pervenute solo in copia positiva nel gennaio 1975
a seguito di una convenzione rinnovata nel 2007 e conservate nell’archivio dell’Aerofototeca
provengono dalla British School at Rome. Fanno parte di quelle riprese a partire dalla base di San
Severo, vicino Foggia e riguardano il centro nord, focalizzando ed infittendo le riprese sugli
obbiettivi più importanti. Il Centro Aerofotografico di S. Severo fu operativo dai primi mesi
del 1944 a tutto il 1945, quindi dopo lo sbarco di Anzio del 20 gennaio 1944 e mentre ancora infuriava la battaglia per il caposaldo di Cassino.
Le missioni di volo della RAF mantenevano quote alte intorno ai 27000 piedi per evitare la
contraerea e utilizzavano focali 24 pollici per le scale maggiori - 1: 15000 circa - e 6 pollici con scala 1: 50000 circa - per inquadrare il territorio: il formato delle immagini è 24x24 cm
ma anche 18x24 cm (con focale 20 pollici).
Gli aerei decollavano dagli aeroporti di fortuna del Tavoliere delle Puglie per fotografare i
bersagli da colpire: le immagini erano sviluppate e fotointerpretate nella notte per organizzare
gli attacchi i cui effetti venivano verificati dai ricognitori al seguito dei bombardieri.
Quella che dal marzo 1947 è diventata Forza Aerea degli Stati Uniti d’America (USAF) durante la seconda guerra mondiale non fu che la Forza Aerea dell’Esercito (USAAF) mentre prima
di quegli eventi bellici era il corpo aereo dell’Esercito (USAAC). Caratteristiche tecniche analoghe a quelli della RAF hanno i voli eseguiti dall’USAAF in possesso dell’Aerofototeca, gentilmente donati dall’Accademia Americana di Roma nel marzo 1964, ma coprono solo zone
del nord-est d’Italia sugli obiettivi più importanti e si riferiscono in genere all’anno 1945.
Gli eventi bellici che riguardano l’operatività dell’USAAF in Italia prendono le mosse a partire dalla preparazione delle Forze Alleate per l’invasione della Sicilia.
Nella primavera del 1943 la ricognizione strategica dell’USAAF inizia una notevole attività,
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Nisida: foto RAF - 24 agosto 1943.
Alla fonda davanti alle strutture dell’idroscalo sono ormeggiati idrovolanti Cant Z-501 “Gabbiano”, Cant Z506 “Airone” e Fiat CMASA RS.14 di diversi reparti della Regia Aeronautica. Il 21 agosto quadrimotori
alleati avevano bombardato Napoli.
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Allo scoppio delle ostilità l’industria italiana aveva compiuto scelte tattiche e tecniche che avevano messo in discussione l’esperienza maturata nella costruzione di idrovolanti che aveva portato ad invidiabili primati. Il Cant Z-501, a scafo centrale, progettato nel 1933, era di concezione superata; il Cant Z-506,
più moderno, destinato al bombardamento e poi alla ricognizione, fu penalizzato da un impiego inadeguato e venne poi impiegato fino al 1959; il Fiat
CMASA RS.14, nato nel 1937 per affiancare i precedenti, divenne operativo in Sicilia verso la fine del 1941.
Le due fotografie aeree sono state riprese dopo lo sbarco del 21 gennaio 1944 avvenuto tra Anzio e Nettuno ad opera delle truppe alleate. Sull’aeroporto
di fortuna, approntato in prossimità della spiaggia dove oggi è attestato il poligono di tiro, si notano, ai lati della pista, velivoli Spitfire parcheggiati tra
i crateri a protezione dei magazzini bombe; nell’altra immagine, dove spicca la scritta “Nettuno”, sul terreno appaiono due Douglas DC3 americani.
S. Marco Evangelista (CE): selezione da foto RAF - 18 maggio 1945.
L’impianto aeroportuale alleato presenta intorno alla pista di volo quelle
anulari e radiali di raccordo con le piazzole di ricovero degli aerei, molte
occupate dai velivoli. La struttura, caratteristica dei campi base militari,
anticipa l’articolazione che avranno in seguito gli aeroporti civili e militari.
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Casale Pazielli (VT): selezione da foto RAF - 24 marzo 1944.
Il terreno scelto per gli atterraggi è un pianoro tufaceo dell’Alto Lazio: la
pista è stata bombardata a più riprese (i crateri chiari con le diramazioni
radiali sono i più recenti, i più vecchi hanno toni scuri). Nella fascia chiara
della pista, è visibile un velivolo.
necessaria in vista dello sbarco deciso a Washington nella Conferenza del Tridente: le operazioni attuate congiuntamente con la RAF, furono in larga misura eseguite da un velivolo predisposto dalla fabbrica per missioni aerofotografiche: Lockheed P-38 “Lightning” F-5 un bimotore da caccia monoposto d’alta quota che nella versione fotografica volava disarmato.
I negativi originali e gran parte delle stampe hanno seguito le forze alleate nei rispettivi paesi
dove sono custoditi in differenti Istituzioni.
In particolare l’avvio della trasformazione del materiale di guerra in bene culturale si ebbe proprio con lo studio da parte di due ufficiali inglesi: J. Bradford e W. Hunt delle foto RAF sul
Tavoliere, indagine che ha fruttato la scoperta, ampiamente documentata nei Papers of the British
School at Rome di una miriade di stanziamenti preistorici. Scuola Britannica e Aerofototeca collaborarono nel supportare l’esame sistematico del territorio italiano: dapprima per fini archeologici sulla base delle coperture degli ultimi due anni del conflitto messe a disposizione dalla
B.S.R., poi per studiare dal confronto con le coperture successive, messe a disposizione
dall’Aerofototeca, le modificazioni di un territorio in rapida evoluzione e in precipitoso degrado e definire i possibili interventi operativi.
La scelta delle immagini presentate ha voluto accompagnare la risalita della penisola da parte
delle truppe alleate e la conseguente ritirata dei tedeschi; si inizia con quelle, realizzate dalle
forze dell’Asse che registrano gli esiti dell’attacco alleato alle batterie costiere di Pantelleria
del 6 giugno 1943 (fotografato il giorno 15 giugno, dopo la resa dell’isola il giorno 11), con
le immagini collegate allo sbarco a Siracusa e all’avanzata degli alleati controllata dalle riprese aeree dell’Asse; il percorso spazio-temporale si conclude con le immagini del 31 luglio 1945
su Sirmione e Peschiera del Garda e sulla zona di Trieste del 16 aprile 1945 riprese dalle forze
di liberazione che seguivano fino al confine la rotta degli occupanti dopo la resa firmata a
Cassino il 29 aprile di quell’anno.
Certamente non è che una modesta carrellata rispetto alla pur piccola mole del fondo Luftflotte
o alla consistenza veramente imponente del materiale RAF ed USAAF, ma è sufficiente ad esemplificare l’intrinseca bellezza che scaturisce dal comporsi dei frammenti di territorio nella storia, rappresentata nella forma delle città come nel variare del corso dei fiumi o dell’estensione
delle aree verdi. Appare un paesaggio pulito, in cui le città si stagliano con i confini netti voluti da architetti e principi a memoria della loro grandezza e i suoli recano le scansioni e i segni
consolidati dai lavori agricoli. Alcuni elementi effimeri, posati sul terreno o sull’acqua per breve
tempo, compaiono consentendo di storicizzare la loro presenza: è il caso delle navi, degli aeroplani e delle altre installazioni militari quali i campi di atterraggio di fortuna utilizzati nella
seconda guerra mondiale, poco più che piste scarsamente attrezzate. La documentazione fotografica in questi casi definisce l’importanza strategica delle diverse zone e la ricostruzione degli
eventi bellici.
Nell’immediato dopoguerra, gli impianti aeroportuali di guerra, sorti in tempi brevissimi,
furono smantellati e l’uso dei suoli ne ha lasciato labili tracce poco leggibili, di cui il tempo
cancellerà la memoria.
Queste immagini antiche sono ormai divenute il museo delle modifiche subite dall’ambiente
e offrono dati di lettura preziosi anche se quasi sempre il confronto con quelle attuali mostra
come è stata rinnegata e offesa proprio la storia.
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Montecassino: foto RAF del 10 febbraio 1944.
L’Abbazia benedettina cinque giorni prima
della distruzione. Nell’ultimo conflitto la
struttura si trovò sulla linea di fuoco durante i duri combattimenti di Cassino e fu
distrutta quasi interamente da un pesante
bombardamento alleato il 15 febbraio del
1944 e da un forte cannoneggiamento cui
seguirono tre mesi di violenta battaglia: la
ricostruzione iniziò con la posa simbolica
della prima pietra il 15 febbraio 1945.
Montecassino: foto RAF del 15 marzo 1944.
Esattamente un mese dopo la distruzione
dell’Abbazia, nella zona circostante ancora
esplodono le bombe sollevando dense nuvole
di fumo e di polvere.
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Trieste: foto RAF del 16 aprile 1945.
Nel bacino di carenaggio a sud della città,
due sommergibili affiancati, navi appoggio
e imbarcazioni minori sono alla fonda.
Tutta l’area, di grande importanza strategica appare segnata da crateri: il territorio
intorno al braccio di mare, totalmente inedificato, subirà notevoli cambiamenti.
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*
Mi piace riconoscere qui il contributo del personale dell’Aerofototeca Nazionale, in particolare di Bruno Ciufo
per le ricerche di archivio e la fotointerpretazione e di Gerardo Leone per il trattamento delle immagini. Inoltre
hanno contribuito: alla fotointerpretazione Giuseppe Di Gennaro, alle ricerche di archivio Maurizio Galassi;
per i macchinari Antonio Di Carlo e Luigi Randazzo; alla redazione Paola Gatti e Sandro Serini.
1) La Sezione Aerostatica faceva parte della Brigata Mista del 3° Reggimento del Genio Militare di Firenze. Le
modificazioni all’ordinamento dell’Esercito, apportate dalla legge n. 4593 del 23-6-1887, istituirono, sempre
presso il 3° Reggimento del Genio, una Compagnia Specialisti preposta a tutti i servizi di aerostatica e ad essi
attinenti, dislocata da Roma nella zona di Prati; in questa circostanza per la prima volta comparve, sulla nappina del chepì, il colore azzurro che contraddistingue i militari dell’arma del cielo. Su proposta del capitano
Moris che ne fu il primo comandante, il servizio fotografico fece capo alla sezione istituita nel 1894 per riunire tutti i servizi di aeronautica in un organismo di maggiore rilievo: la Brigata Specialisti fu allora dislocata a
Monte Mario a Villa Mellini, oggi sede dell’Osservatorio astronomico.
2) La S.A.R.A. (Società per Azioni Rilevamenti Aerofotogrammetrici), fondata dai fratelli Umberto e Amedeo
Nistri, agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso si organizzò industrialmente per effettuare rilievi aerofotografici; utilizzava una camera fotogrammetrica “Nistri” con focale 180 mm., ed aerei A.S1, Fiat e Ca 97.
Umberto Nistri creò anche la O.M.I. che produceva strumenti di navigazione aerea e di restituzione.
3) Ufficiale della Sezione fotografica della Brigata Specialisti era Cesare Tardivo che nel 1908 eseguì un volo nell’ambito di un progetto di navigabilità del Tevere: in archivio è conservata copia del tratto tra Stimigliano e
Ponte del Grillo eseguito fotografando il fiume con immagini planimetriche. Questa zona, in assenza di viabilità laterale, fu ripresa da un pallone ancorato ad una chiatta, regolando per la prima volta gli scatti in maniera da collegare i tratti di terreno adiacenti per un lembo. Con Attilio Ranza, pure Ufficiale del Genio, Tardivo
nel 1910 presentò ad un congresso internazionale le fotocarte ottenute applicando metodi di restituzione,
punto per punto, alle immagini eseguite con palloni frenati sul fiume Tevere, sul Foro Romano, sugli scavi di
Pompei e su Venezia e la sua laguna.
Un rilievo aerofotogrammetrico di Venezia fu eseguito anche successivamente, nel 1913, dal dirigibile
“Parseval”e la ripresa è di particolare interesse poiché oltre a costituire una documentazione storica del tessuto
urbano, se confrontata con immagini più recenti, fa emergere le modificazioni dell’ambito lagunare.
4) Anche eventi apparentemente modesti come il passaggio all’aratura meccanica, scompaginando in profondità
gli strati superficiali di terreno, ha di fatto quasi annullato la possibilità di individuare gli elementi sepolti.
5) Non sempre è agevole localizzare le foto acquisite quando non sono accompagnate da nessuna indicazione della
località sorvolata; a questo si aggiunge che il volo GAI, realizzato tra il 1953 e il 1955, l’unico in archivio a
tappeto sull’Italia e per questo base di ogni confronto, è realizzato a scala inadatta alla lettura di dettaglio.
6) In proposito vedi N. Arena, La Luftflotte italiana, Firenze, 1978.
7) Esaminando le coperture degli anni di guerra si possono individuare molteplici piste di atterraggio e aeroporti di fortuna le cui tracce e le strutture di servizio si mantengono raramente nelle aerofotografie posteriori.
8) Sulle immagini RAF ed USAAF sono presenti, scritti a penna sul negativo, due gruppi di cifre e numeri che
indicano il reparto e la missione di volo. I dati tecnici della ripresa, che sulle foto recenti sono riportati dalla
strumentazione della macchina aerofotografica, sono pure scritti a mano sul negativo: la data e l’ora, la quota
di volo e la focale della camera.
9) Il denominatore della scala di una foto verticale è dato, speditivamente, dal rapporto tra la quota relativa di
volo e la focale della macchina da ripresa e non è collegato al formato delle immagini. I dati tecnici della ripresa, che sulle foto recenti sono riportati dalla strumentazione della camera, venivano scritti a mano sul negativo: la data e l’ora, la quota di volo e la focale.
10) Il formato dei negativi più usato per le foto aeree planimetriche è 24x24 cm. Ma, come si è già detto, anche
18x24 e 30x30 cm: sono stati utilizzati anche negativi 13x18 cm - soprattutto negli anni Trenta del secolo
passato - e 24x48 cm - generalmente dall’Aeronautica Militare - intorno agli anni Sessanta del Novecento.
11) Le notizie relative ai velivoli ed alle camere da ripresa utilizzate nel periodo bellico sono dovute alla cortesia di
Pierluigi Bacchini, giornalista, storico e Pioniere del Progresso Aeronautico oltre alle immagini a corredo.
12) I principali archivi di deposito sono, per le foto RAF: Imperial War Museum, London; Aerial Reconnaissance
Archives (TARA) at the University of Keele; per le foto USAAF: National Archives (NARA) at College Park,
Maryland; Smithsonian Institution - National Air and Space Museum, Washington, DC.; United States Air
Force Historical Research Cneter, Maxwell, Alabama.
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Gian Mario Andrico
Le Terre dei folli?
Bagnolo Mella, Brescia. Il fiume Mella
(BAMSphoto - Rodella)
Una grande mostra di denuncia contro lo sperpero del bello e della natura, contro chi consuma indiscriminatamente il territorio, un evento d’importanza nazionale che principiando sabato 25 ottobre 2008 si protrarrà per più mesi. Un’idea della Fondazione Nymphe castello di
Padernello, accompagnata da tre convegni, mostre collaterali sul paesaggio e sull’agricoltura,
che un tempo qui era vita ed economia, e una mostra, con catalogo curato da alcuni docenti
del Politecnico di Milano, realizzata in collaborazione con il Comune di Borgo San Giacomo,
l’Ente Nazionale di Fotografia, lo studio fotografico e casa editrice BAMS-Rodella, e con il
patrocinio della Regione Lombardia e della Provincia di Brescia. Un’iniziativa che avvalla
l’opera messa in atto dalla Fondazione stessa con sede nel castello di Padernello che intende
salvare il salvabile, proteggere Padernello, la sua campagna e il castello, così come quel poco
che rimane della Bassa bresciana.
D’accordo il titolo della mostra è duro al punto da apparire pesante. Qualcuno dirà che è a
senso unico, che non considera le attenuanti, le logiche imperanti che in fondo… ‘hanno pur
portato benefici al vivere umano’.
No! Non stiamo più al gioco: basta con il metodo del ‘un colpo al cerchio e uno alla botte’…
quando succede che a Padernello si tiene un convegno sul tema Censimento e salvaguardia delle
cascine bresciane mentre contemporaneamente, a pochi chilometri, viene demolita la Corte
Grande, una delle più belle cascine rurali della Bassa che fu proprietà del Vescovo di Brescia
Gaggia. Quando i sindaci del piano si riuniscono per meglio pianificare il consumo del territorio e nella stessa sede si sostiene: «Che se no il territorio scomparirà…» poi tutte le compagini
amministrative, indipendentemente dal colore professato, fanno a gara per accaparrarsi la
costruzione dell’ennesimo supermercato, per via degli oneri e di qualcos’altro…
Quando ovunque si vede l’emergenza per la scomparsa e si denuncia lo spreco del Patrimonio
Rurale, poi vengono demolite le torri-colombaie, si riempiono i campi di case a schiera, si
allargano i Pip, si favorisce in maniera smodata l’edificabilità e si cerca disperatamente di trasformare i paesi in città…
Cosa fortemente dirà questa mostra? Quanto segue: «Ipocriti, perché non uscite dall’ombra?
Sepolcri imbiancati, perché non dite veramente come la pensate così potremo, almeno, dirvi
quanto non “capite”, quanto siete rimasti “indietro”, quanto non rappresentate più le vere esigenze della gente: che protesta e si ribella, e vi dice basta… Perché vi arrogate il compito di
governare un territorio se non sapete trovare altre soluzioni allo sfacelo, al barbaro costruire e
al così fan tutti? È troppo comodo amministrare in questo modo, lo saprebbe fare anche un
bambino e, proprio perché più puro di voi, in modo migliore».
Perché di progresso si può anche morire. Di questa imperante idea di progresso: non sostenibile, priva di pensiero, senza regole e limiti, per nulla radicata sul territorio… Si può fare a
meno, è strettamente necessario farne a meno.
Abbiamo alterato il rapporto con la natura. Viviamo nello smog e respiriamo aria mefitica
nella quale la percentuale di anidride solforosa e di ossido di carbonio hanno superato di gran
lunga la soglia della pericolosità. Gli acidi contenuti nell’atmosfera corrodono come lebbra i
polmoni così come i marmi dei nostri monumenti. Abbiamo considerato, per decenni, come
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simboli del progresso le ciminiere. Un tempo nulla era più candido della neve: ora è gialla,
nera, sporca. Gli scarichi d’ogni genere provocano danni irreparabili all’ambiente naturale
acquatico: chi nella Bassa, oggi, si può buttare nei fiumi liberalmente senza rischiare la vita?
C’è cloro, argento, acido citrico, cromo, acido tannico, sali di piombo, di zinco e di rame nelle
acque (protette da un parco) dell’Oglio e del fiume Mella. Poi tutto arriva al mare. È sufficiente che in un torrente vi sia una concentrazione di 3,2 parti per diecimila di perborato di sodio
(ottimo candeggiante del bucato domestico) per annientare le trote. Micidiali sono gli anticrittogamici usati dai contadini che in dosi anche minime possono (come hanno fatto) sterminare intere specie ittiche.
L’aria è inquinata; l’acqua è inquinata; il paesaggio è inquinato, perché irrimediabilmente alterato… E come se non bastasse ecco i miasmi delle ‘isole dei rifiuti’: drammatici e ben strani
monumenti per la bella Italia!
E l’inquinamento è disceso nelle coscienze: il suo morso non risparmierà di sgretolare nemmeno il naso della Storia.
A Padernello i ‘ciechi’ criticano (solo per partito preso, spero per loro) l’opera del poeta
Giuliano Mauri, uno scultore apprezzato in tutto il resto del mondo: dicono che «Quel ponte
è sconnesso…», che «Acquistando il castello Martinengo si sono comperate alcune cariolate di
mattoni vecchi!».
Povero vecchio mondo che non sa vedere oltre le logiche illogiche del politichese superato e
deleterio, che non riesce più nemmeno a distinguere tra arte, natura e infelicità, che non contempla più, nel suo lessico quotidiano, il termine poesia, affidandosi, ormai, solo all’utile e al
dilettevole.
Sì, con l’angoscia nel cuore dobbiamo ammettere che se questa Terra non è mai stata proprietà dei folli, lo è diventata.
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Padernello di Borgo San Giacomo (Brescia)
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Basilio Rodella
Fotografia aerea come strumento per la conoscenza
e la rappresentazione del territorio
Da sempre l’uomo ha cercato di rappresentare l’ambiente che lo circonda. Dalle incisioni preistoriche con raffigurazioni di villaggi, scene di vita ed ambienti a mappe, cartine, piante che
cercavano di ricostruire l’ambiente così come i sensi, le conoscenze ed i mezzi a disposizione
consentivano.
Una necessità dettata dalla voglia di conoscere per meglio vivere e governare il territorio.
Gli antichi Greci hanno immaginato di volare, pensando che la terra vista dall’alto poteva
accrescere la loro conoscenza del mondo.Sulle ali della fantasia essi hanno inventato Icaro,
Caronte e Menippo che scoprono dal cielo verità stupende.
Menippo rivela la vista di quanto i suoi occhi hanno potuto percepire immaginando di volare:
Tutte le cose svariatissime che si rappresentano su questo grande teatro mi parevano ridicolezze e specialmente mi facevano ridere coloro che contendono per un pezzo di terra, che superbiscono di coltivare le pianure di Sciane o di possedere quella di Maratona presso il Monte Enoe […] perché tutta la Grecia, di
lassù, non mi pareva di quattro dita, e in paragone l’Attica non era più che un punto.
Il poeta cinese Li Po così racconta della vista da un picco panoramico:
I miei occhi erano accecati, la mia anima danzava di gioia […] Se voi non avete esaurito tutte le possibilità della vista e dell’udito come potete capire la vastità del mondo. Le acque del fiume sembravano come
un nastro minuscolo […] Pensando alla solitudine elevai un voglioso sospiro.
Poi chinai il capo e tornai al nido di formiche.
Montichiari, Brescia. Zona di cave e
discariche a nord della città.
(BAMSphoto - Rodella)
L’Ariosto a sua volta descrive la voglia di volo con l’Ippogrifo come desiderio di toccare una
«dimensione inedita e sognata del mondo».
Montesquieu tra le righe del suo Viaggio in Italia racconta che appena arrivato in una città cercava di andare sul campanile o sulla torre più alta «per avere una veduta d’insieme e, quindi,
un senso più pieno del paesaggio».
Eugenio Turri, grande geografo e viaggiatore, appassionato cultore dei popoli delle tende, così
scriveva «lo sguardo dall’alto permette di descrivere meglio la geografia, di avere visioni sinottiche, complessive dello spazio e perciò una più giusta misura dell’uomo, delle sue attività, dei
suoi atteggiamenti […] Dall’alto si scopre il territorio nella sua interezza, si entra nel cuore
vivo della geografia. Dall’alto si capisce anche il peso diverso che ogni cosa ha nel proprio contesto, e questo consente di cogliere meglio le verità che sottintendono la vita del territorio».
Il passato, a tal proposito, ci ha lasciato molte esperienze e testimonianze a cominciare, per
restare nel nord Italia, dai siti con incisioni rupestri della Vallecamonica, con scene di vita e
mappe, come quella recentemente scoperta nella zona di Bedolina, per passare, con un grande
salto temporale, alla rappresentazione di Arezzo fatta da Giotto nella Basilica di San Francesco
ad Assisi alla fine del XIII sec., all’affresco di Cimabue riguardante l’Italia del XIII secolo,
sempre ad Assisi, alla Tavola Strozzi che mostra il lungomare di Napoli, alla splendida xilo-
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grafia di Jacopo de’ Barbari che ritrae Venezia nel 1500 a ‘volo d’uccello’ per arrivare alla veduta di Villa Arconati di Marc’Antonio Dal Re a Bollate del 1726.
Il vero punto di svolta, nella rappresentazione del territorio, si ha comunque, a mio avviso ,
all’inizio del 1500 con Leonardo da Vinci.
Leonardo all’attività di pittore, architetto, inventore e studioso di tutto lo scibile allora
conosciuto, associò quella di cartografo partendo dagli studi appassionati della Cosmographia di
Tolomeo, aggiornando tali ricerche con le esperienze delle botteghe toscane dirette da Piero
Massaio, Francesco Berlinghieri, Domenico Boninsegni e Francesco Rosselli.
Lo studio del territorio, con la conseguente ricerca di rappresentarlo affinando le varie tecniche
cartografiche, era indispensabile per andare incontro ai progetti di quei principi che ambivano
gestire, sul piano politico-militare-amministrativo-fiscale, un dominio sempre più diretto e
personale.
Le carte di Leonardo rappresentavano dunque una grande sintesi prevedendo «un’infinità di
dettagli, di analisi, di sintesi giocate in una prospettiva aerea di movimento per rappresentare
il mondo come esso è» (Carlo Starnazzi).
Uno dei primi documenti cartografici di Leonardo è stato realizzato nel 1502 e riproduceva la
Val di Chiana.
La Carta della Val di Chiana e Agro Aretino è la visione aerea prospettica raccontata con una
dovizia di tratti da far apparire l’immagine quasi fotografica. L’abilità di Leonardo restituisce
quel territorio con sfumature che creano valli e declivi come mai prima era stato fatto.
A mio modo di vedere questa Carta può essere considerata la madre di tutte le future immagini aeree prospettiche o a 45°. Questo anche perché in Leonardo si sono fuse le esperienze e gli
studi sul volo e la rappresentazione del reale come mai nessuno prima aveva saputo realizzare.
Alla Carta della Val di Chiana si aggiunge un altro esemplare cartografico, La mappa di Imola
sempre del 1502.
Con questa pianta Leonardo realizza la mappa della città usando la consueta tecnica di scomposizione, con rapidi schizzi planimetrici, poi rimontati ed assemblati in una visione unitaria
ed organica raggiungendo vertici di eccellenza fino ad allora mai raggiunti, realizzando di
fatto la prima restituzione particolareggiata di un territorio su carta.
La necessità di salire, alzare il livello dello sguardo per capire gli insiemi del
tessuto urbano e del paesaggio in generale.
In principio erano le alture, colline e montagne i punti di osservazione, poi con l’invenzione
dei fratelli Mongolfier nel 1783 si realizzò il sogno di Icaro; l’uomo comincia a volare.
Nel 1858, il 23 ottobre, il fotografo Gaspar Felix Tournachon, detto Nadar, deposita il brevetto per la realizzazione della fotografia aerea. Pare che il primo scatto fotografico aereo sia stato
realizzato, poco tempo prima, da una mongolfiera, nei cieli di Parigi, su Bois de Boulogne.
È interessante leggere gli appunti di questa esperienza così come ce li ha tramandati lo stesso
Nadar:
“Sotto di noi, quasi ad onorarci accompagnando il nostro cammino, la terra si svolge in un tappeto immenso, sconfinato, non se ne vede né inizio né fine, con i colori più vari fra i quali tuttavia il verde domina
in tutte le sue sfumature e possibili combinazioni. I capi a scacchi sembrano coperte composte di pezze
multicolori, armonizzate dall’ago paziente della massaia.
Sembra che un’inesauribile scatola di balocchi sia stata sparsa a profusione su questa terra, la terra che
Swif ci mostrò a Lilliput, come se tutte le fabbriche di Carlsruhe avessero dato fondo alle loro scorte.
Balocchi le casette dai tetti rossi o l’ardesia, balocchi la chiesa, la prigione, la caserma, i tre edifici nei
quali si riassume la nostra presente civiltà.
Ancora più giocattolo quel briciolo di treno che ci trasmette dal basso lo stridulo sibilo del suo fischietto
quasi a forzare la nostra attenzione, e che procede grazioso e placido, nonostante le sue quindici leghe all’o-
50
Firenze
(BAMSphoto - Rodella)
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ra, su invisibili rotaie, ornato dal suo esiguo pennacchio di fumo […] E cos’è l’altro fiocco biancastro che
vedo laggiù, fluido nello spazio?
È il fumo di un sigaro? No, è una nuvola.
In realtà questo è proprio un planisfero perché non si percepiscono le differenze di altitudine. Tutto è messo
a fuoco. Il fiume scorre allo stesso livello della cima della montagna. Nessun percepibile dislivello tra i
campi di erba medica falciati e gli alti fusti di querce secolari. E che purezza di linee, che straordinaria
chiarezza di immagine nell’esiguità di questo microcosmo, dove tutto ci appare con la squisita impressione
di una meravigliosa, incantevole pulizia.
Nè scorie né sbavature. Nulla meglio della distanza consente di sfuggire a ogni bruttura”1.
Guardare e fotografare dall’alto è quindi un nuovo strumento che consente di percepire il paesaggio in modo nuovo ed inedito. La visione da vicino infatti non consente la migliore comprensione degli oggetti o delle situazioni esaminati.
Lo sguardo da sopra, dall’alto di un aeromobile permette di comprendere, ad un osservatore
attento e preparato:
- la forma completa di ciò che si sta guardando
- la struttura principale e le dipendenze secondarie
- le connessioni tra ‘la cosa’ che si sta guardando e ciò che la circonda
- l’analisi dei vuoti e dei pieni nelle strutture e nel paesaggio.
Le riprese aeree si possono sommariamente dividere in:
Planimetriche o zenitali o perpendicolari al suolo
Foto tecniche assimilabili ad una pianta da cui si possono ricavare dati metrici di vario tipo.
Sono generalmente usate per:
- realizzare cartografia
- valutazioni geografiche/urbanistiche
- piani di governo del territorio
- studio del patrimonio archeologico ed artistico.
Prospettiche o a volo d’uccello o oblique o a 45°
Foto descrittive, di più facile lettura in quanto molto vicine a quanto il nostro occhio è abituato a vedere. Sono abitualmente usate per:
- valutazioni di impatto ambientale
- valutazioni urbanistiche
- studio architettonico dei volumi
- indagini su monumenti
- documentazione scempi ambientali
Entrando nel settore della fotografia aerea a volo d’uccello, interessanti sono le considerazioni
dell’arch. Marco Rosini che da anni progetta con l’apporto delle immagini oblique.
«Direi che il livello di lettura più formidabile è quello del Paesaggio. Lo studio del rapporto
fra architettura e paesaggio riceve un contributo fondamentale dalla fotografia aerea obliqua.
Non è vero, come spesso sostengono funzionari e architetti, che ciò che conta è ciò che effettivamente è visibile da terra, i cosiddetti "coni ottici" fruibili dal cittadino che va a spasso o in
macchina. Non è così.
La comprensione della complessità del territorio, e il paesaggio è per eccellenza un tema complesso, avviene attraverso la circolazione dello sguardo, la moltiplicazione dei punti di vista.
Ci sono relazioni fra masse, materiali e tessiture che non possono emergere nè dal rilievo, nè
dagli sguardi a terra. In ogni caso lo sguardo dall'alto è un arricchimento - talvolta decisivo nell'attività progettuale, che è ad un tempo azione creativa e di indagine.
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Eraclea
(BAMSphoto - Rodella)
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L'attività progettuale all'interno della complessità, ovvero che si fa carico di contribuire alla
produzione del paesaggio, è innanzitutto produzione di conoscenza, indagine. Questo è un
tema decisivo, e assolutamente di frontiera anche se apparentemente scontato.
Per ora basti una considerazione di tipo pratico: se si inizia ad utilizzare il contributo della
fotografia aerea obliqua il suo supporto diviene immediatamente irrinunciabile. La bontà dei
supporti tecnologici si valuta immediatamente dalla irreversibilità del loro appoggio.
Se si fanno quattro o cinque progetti con l'aiuto della fotografia aerea obliqua, nel momento
in cui si è costretti a rinunciarvi se ne sente irrimediabilmente la mancanza. In sostanza la
fotografia aerea , nell’esperienza lavorativa da me fatta, ha assunto un rilievo che mai avrei pensato potesse acquisire».
La fotografia aerea obliqua si pone quindi come nuovo strumento per progettazioni di carattere urbanistico - architettonico e come nuova forma di controllo del consumo del territorio in
generale.Di fatto è una applicazione che si affianca agli strumenti conoscitivi già esistenti, ma
ne completa e valorizza l’utilizzo.
Il territorio generalmente è documentato con foto satellitari o strisciate fotografiche. Queste
immagini, di grandissima definizione, riproducono il territorio con viste perpendicolari allo
stesso. In sostanza vengono riprodotti i reticoli stradali, l’ingombro delle aree urbane, gli spazi
verdi ecc… senza alcuna profondità visiva. Di ogni città avremo quindi i confini, l’andamento dei corsi d’acqua, i tetti… senza sapere cosa c’è sotto. La fotografia aerea a 45° circa risolve
in modo completo questo problema. Di una certa porzione del territorio potremo così avere
informazione diverse atte a completare il panorama informativo generale. Di un monumento
avremo così, oltre che il tetto anche le strutture che sottostanno, la “misurazione visiva” dei
vari elementi che lo compongono e le relazioni del manufatto con tutti gli altri elementi
urbanistici che lo circondano.
La fotografia prospettica o obliqua in passato è sempre stata sottovalutata perché «non tecnicamente applicabile o georiferibile», quindi adatta per foto paesaggistiche a fini turistici o per
applicazioni tecniche molto approssimative.
Questa la critica solitamente esposta dagli esperti di cartografia o da architetti ed urbanisti
abituati a lavorare su fotografie zenitali. Da qualche anno questa obiezione cade nel vuoto. Il
digitale ha portato una vera e propria rivoluzione nel settore.
Ora esistono sul mercato apparecchi fotografici che consentono, oltre che di registrare il file
con i dati riferiti all’immagine, anche di applicare a questo i dati riguardanti la latitudine, la
longitudine, l’altezza di scatto, la data, l’ora esatta, il tipo di macchina fotografica utilizzato e
la focale con cui si è effettuato lo scatto stesso.
L’innovazione ha cambiato radicalmente le cose in tutto il settore. Ora le immagini oblique o
prospettiche, partendo dal punto di scatto, sono perfettamente collocabili su qualsiasi cartografia, foto satellitare o foto zenitale con una precisione assoluta. Sono cioè georeferenziate.
Questo consente tutta una serie di applicazioni tecniche prima non possibili, permettendo a
chi si occupa di paesaggio o di urbanista di incrociare i nuovi dati visuali, le nuove prospettive con le carte e le ortofoto già in suo possesso, senza dimenticare che la risoluzione possibile
per le foto aeree oblique può essere di gran lunga maggiore di quanto, ora, possano fornire le
migliori ortofoto.
Altro dato non meno significativo è che queste fotografie aeree, a 45° rispetto alla superficie
terrestre, rappresentano la mediazione culturale tra l’immagine tecnica per eccellenza (ortofoto-satellitare) e quanto solitamente è abituato a vedere l’occhio. Di fatto è lo strumento che
avvicina il cittadino alle problematiche della programmazione territoriale. Potremmo anche
arrivare a dire che con queste nuove immagini georeferenziate gli architetti del paesaggio, gli
urbanisti, i programmatori in generale del territorio e la classe politica avranno a disposizione
uno strumento in più per progettare ciò che viviamo e vivremo con un’attenzione più puntuale
verso i sentimenti, i colori, le atmosfere e le tradizioni del territorio che ci circonda.
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Piazza Armerina
(BAMSphoto - Rodella)
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Ma quali sono le applicazioni delle fotografie a 45° o prospettiche o oblique georeferenziate?
1 - ARCHEOLOGIA
La foto obliqua ci permette di valutare gli alzati e di relazionare il monumento con tutto l’ambiente che lo circonda.
2 - CENSIMENTO PATRIMONIO ARTISTICO
Le immagini prospettiche ci permettono di collocare i vari monumenti nei contesti urbani permettendo di formulare pareri approfonditi su tutte le tematiche relative a tutte le questioni
di impatto ambientale. Questo tipo di immagine consente un più minuzioso controllo dello
stato di fatto del monumento, grazie al maggiore dettaglio che questa fotografia offre in confronto a tutte le altre immagini zenitali. Inoltre questo tipo di fotografie permette agli studiosi di avvicinarsi al monumento in modo nuovo consentendo di avanzare, sul monumento
analizzato, nuove ipotesi e riflessioni di studio.
3 - CENTRI STORICI
Le immagini oblique consentono di vedere ed apprezzare i nostri centri in modo diverso, più
vivo e, se mi consentite, più colorato.
Le foto zenitali non rendono giustizia alla bellezza dei cuori pulsanti delle nostre città. Con la
foto verticale tutto è piatto e la comprensione delle modificazioni in atto o in progettazione è
spesso difficile, in alcuni casi impossibile.
Sono fermamente convinto che molti scempi che distruggono il paesaggio e l’immagine della
nostra Italia siano dovuti a questa deficienza informativa. La programmazione edificatoria o
ristrutturazione urbanistica di una città è molto più facile e a minor rischio di brutture in presenza di una documentazione fotografica obliqua a tappeto del tessuto urbano esistente ancora non del tutto compromesso.
4 - MONITORAGGIO AMBIENTALE
L’acquisizione di foto oblique facilita il controllo del verde in generale consentendo agli organi
preposti una tutela più puntuale del “patrimonio verde” del nostro Paese arrivando in molte situazioni a poter censire la quantità e la qualità delle piante o dei singoli arbusti in una certa zona.
5 - CONTROLLO SITUAZIONI A RISCHIO
La qualità, e la frequenza delle rilevazioni aeree oblique consentono un monitoraggio delle
situazioni ambientali a rischio molto significative in particolare in situazioni dove opera la
Protezione Civile (es. cave e discariche - inceneritori - laghetti).
6 - CENSIMENTO IDROGRAFICO
Il controllo delle acque, delle ripe, degli scarichi, dei sistemi irrigui può essere facilmente
effettuato con le immagini oblique. È evidente, in questi casi, quali possono essere i vantaggi
delle foto a 45°.
7 - PROMOZIONE-PROGRAMMAZIONE TURISTICA
La vista obliqua permette di valorizzare al massimo grado le bellezze del paesaggio Italiano.
La presentazione di immagini a volo d’uccello delle bellezze che nei secoli scorsi portarono in
Italia per il Gran tour frotte di turisti stranieri, può rappresentare un notevole valore aggiunto per l’economia del nostro Paese.
8 - GRANDI INFRASTRUTTURE
La progettazione di grandi opere ha sempre di più bisogno di indagini fotografiche oblique
preventive (per vedere lo stato di fatto e per simulare la visione della realizzazione finita) e in
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Gerasa. Giordania
(BAMSphoto - Rodella)
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corso d’opera per il controllo ed il monitoraggio dell’opera stessa in modo che le strutture che
andranno ad insistere su un determinato territorio possano essere il meno invasive possibili.
9 - PAESAGGIO
La salvaguardia del paesaggio è uno dei temi che più interessano la fotografia aerea obliqua. Le
relazioni tra un profilo di orizzonte e una qualsiasi struttura urbana o vegetale, tanto per fare
un esempio, speso si possono cogliere solo con questo tipo di immagine. Nessuna fotografia
zenitale, infatti, potrà mai rendere le relazioni tridimensionali che un’immagine a 45° circa
può rendere.
Queste in sintesi le prime applicazioni della fotografia aerea obliqua che potranno estendersi
in futuro ad altre e più significative applicazioni.
1) M. Rago (a cura di), Nadar, Quando ero fotografo, Editori Riuniti, Roma 1982.
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Pisa
(BAMSphoto - Rodella)
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Fausto Simonotti
Fotografia aerea e paesaggio archeologico
L’analisi d’immagini aerofotografiche è una parte importante della diagnostica archeologica
per le svariate possibilità che offre nell’identificazione delle tracce che segnalano la presenza
di strutture sepolte attraverso i molti ‘segnali’ che queste producono.
Variazioni nella morfologia del territorio, differenti colorazioni del terreno e discontinuità
nella crescita della copertura vegetale, sono alcuni indizi che le foto oblique esaltano accentuando effetti prospettici e chiaroscurali. Non di meno la documentazione di siti archeologici già indagati e quindi evidenti nella loro estensione e complessità, trova un valido contributo nelle riprese aeree non planimetriche.
Le strutture sepolte affascinano per il mistero della loro forma e della loro funzione, per la loro
antichità e per la storia che le accompagna. Anche il volo ed il poter comprendere con lo
sguardo ciò che una limitata visione ‘terrestre’ non consente, sono da sempre parte dell’immaginario e della voglia di conoscere.
Le foto aeree verticali, adatte per elaborazioni cartografiche, ripropongono in modo oggettivo
ed asettico il soggetto delle riprese. Tecnicamente utili, ma sostanzialmente distanti dalla sensibilità necessaria per avvicinarsi ad un soggetto complesso quale può essere un paesaggio. Se
poi il paesaggio è marcato da tracce antropiche del presente o del passato è indispensabile un
punto di vista differente e più coinvolgente. Coinvolgimento da intendersi non solo come lettura estetica dell’immagine, ma come approfondimento nella comprensione del soggetto che
nasce dalle maggiori o diverse informazioni che derivano dalle differenti angolazioni di ripresa.
Per la documentazione con foto oblique dei siti archeologici, emblematici risultano alcuni
esempi che chiarificano le differenti possibilità di lettura che ne possono derivare.
Calcinato - Ponte S. Marco (BS)
Sito preistorico e protostorico.
Media età del Bronzo e I età del Ferro (XV sec. a.C. - V sec. a.C.)
Carpenedolo, Brescia. Fiume Chiese.
(BAMSphoto - Rodella)
Questo insediamento, un villaggio dell’età del Bronzo che si estendeva sul versante meridionale di un dosso morenico nei pressi del fiume Chiese, è stato oggetto di indagini archeologiche effettuate in tempi diversi e modalità differenti nel 1990-91 e nel 2003.
A corollario della documentazione raccolta, durante la campagna di scavo del 2003, sono state
effettuate delle riprese aeree oblique del cantiere e della zona circostante.
L’immagine ripresa in avvicinamento (fig. 1) contestualizza l’area d’intervento e fornisce subito un colpo d’occhio gradevole e spettacolare. Risalta l’assetto urbanistico e si nota come questa parte del sito archeologico, soggetto centrale della foto, affiori miracolosamente indenne
dall’abitato moderno.
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Nel dettaglio del cantiere archeologico (fig. 2) l’incidenza della luce evidenzia le tracce delle
delimitazioni dell’insediamento (palizzata/fossato) nonché la consistenza del dosso morenico,
sottolineato dalle ghiaie biancastre affioranti nelle trincee d’indagine.
Tracce dell’antropizzazione recente sono documentate dai solchi d’aratura che hanno in parte
intaccato il suolo antico e che sono ben evidenti nonostante siano distanti fra loro solo 30 cm
(fig. 2).
Fig. 1
Fig. 2
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Berzo Demo (BS)
Sito dell’età del Ferro e romano (VI sec. a.C. - II sec. d.C.)
L’ambiente alpino è di per sé suggestivo per il paesaggio che muta repentinamente e per gli
insediamenti moderni ed antichi, talvolta arroccati, che hanno guadagnato spazio con difficoltà in territori impervi.
Questo sito, frequentato fin dall’età del Ferro, è emblematico di questo appropriarsi del territorio attraverso architetture funzionali ed efficaci.
Fig. 3
Fig. 4
63
Fig. 7
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Il villaggio protostorico occupava un ripido declivio roccioso rivolto a sud ed era organizzato
su livelli diversi attraverso terrazzamenti comunicanti.
Un punto di vista privilegiato che bene illustra la morfologia dell’area è dato dalla riprese
effettuate costeggiando il versante (fig. 3) dove si nota come l’espansione dei centri abitati sia
subordinata al necessario sfruttamento delle sottostanti aree pianeggianti.
Le antiche strutture occupavano allo stesso modo il versante e sono, come quelle attuali,
impiantate sulla roccia o, addirittura, nella roccia stessa. Sono emerse dallo scavo come tracciati di muri in pietra o vani scavati nella pietra. Le ombre ed un punto di ripresa con un’inclinazione che contrasta quella del pendio, hanno consentito di rendere visibile e comprensibile l’impianto antico, visibile solo attraverso i diversi toni grigi delle rocce scistose materia
prima e edificio allo stesso tempo (fig. 4). Scendendo di quota, infine, si scindono e si distinguono ancor più chiaramente roccia di base e strutture murarie, le seconde proiettano ombre
sulla prima schiarita dall’incidenza della luce (fig. 5).
Desenzano (BS) - Località Faustinella
Sito d’età romana e altomedievale (I sec. d.C. - VII sec. d.C.)
Lo scavo di questo sito archeologico, situato alla base di un dosso morenico, ha interessato una
vasta area soggetta a consistenti modifiche per la costruzione di insediamenti artigianali.
I lavori si sono svolti, in modo discontinuo, dal 2004 al 2006 riportando alla luce le strutture imponenti e lineari di una villa romana e delle sue pertinenze. In prossimità della chiusura
dei lavori e del cantiere (l’edificio è stato ricoperto) sono state effettuate alcune foto aeree oblique. Già in precedenza questa porzione di territorio è stata documentata in modo analogo.
Costante della morfologia della zona sono i cordoni morenici del ghiacciaio benacense i cui
versanti ombreggiati risaltano sulla pianura.
I volumi dell’edilizia industriale, nelle riprese in avvicinamento della primavera 2006, incombono sulla villa facendola sembrare poca cosa e conferendo alla strutture moderne un aspetto
decisamente “alieno” al territorio circostante (fig.6).
I dettagli fotografici ripresi da opportune angolazioni esaltano l’architettura dell’impianto antico e scandiscono gli ambienti grazie alle ombre proiettate dagli alzati dei perimetrali (fig. 7).
Fig. 6
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Gianluca Cavaliere
La fotografia aerea obliqua: immagini e conoscenza del territorio
Il viaggio alla scoperta della fotografia è un percorso tra arte, comunicazione, conoscenza,
ricordo e sensazioni.
La parola fotografia ha origine da due parole greche: phos e graphis, letteralmente quindi fotografia significa scrivere (grafia) con la luce (fotos).
La fotografia aerea obliqua è la fotografia aerea in cui l’asse di ripresa è intenzionalmente spostato rispetto alla verticale, in modo da formare un angolo non nullo con la verticale stessa: le
immagini risultanti danno una vista come se l’osservatore stesse guardando fuori da un finestrino d’aereo. Queste immagini sono più facili da interpretare rispetto alle fotografie verticali, ma
è più difficile localizzare e misurare caratteristiche su di esse allo scopo di costruire mappe.
Le foto oblique si dividono in oblique panoramiche (foto aerea obliqua che include la linea dell’orizzonte nel campo visivo) e oblique basse (foto aerea obliqua che non include la linea dell’orizzonte nel campo visivo).
Brescia, zona EIB. Lavori in corso per la
terza corsia della tangenziale sud.
(BAMSphoto Rodella)
Scopi e Utilizzo
La fotografia aerea obliqua rientra tra la Fotografia Naturalistica che ritrae il paesaggio, la
fauna, la flora, dettagli ed effetti grafici di scene naturali.
Il fine principale del fotografo naturalista e della foto aerea obliqua è quello di riprendere scene
in natura in modo da documentare l’evento o la situazione così come è, dando un’interpretazione fotografica personale. Oltre a buone capacità fotografiche il fotografo naturalista deve
avere una conoscenza scientifica dei soggetti e delle situazioni che andrà a riprendere.
Le foto oblique si usano quando occorre coprire una vasta area o quando si vuole evidenziare il
rilievo. Le distorsioni introdotte dall’inclinazione, tuttavia, ne rendono difficoltoso l’uso per la
stesura di mappe.
Da queste considerazioni nasce l’idea di documentare e mappare il territorio con foto ad altissima risoluzione riprese dall’alto di un elicottero per poi riportarne su una cartografia piana i
punti di presa con i relativi coni visuali: georefereziare cioè sul territorio gli scatti effettuati per
poterli poi consultare con sistemi informativi specializzati nella gestione del territorio (G.I.S.).
La peculiarità che le distingue sta nel fatto che queste foto catturano i seguenti elementi fondamentali per la loro georeferenziazione sul territorio:
- la posizione di scatto (coordinate X,Y,Z nel sistema WGS 84);
- l’angolo di presa (angolo di direzione dell’asse di ripresa rispetto al nord);
- dati fotografici relativi allo scatto (es.data, risoluzione, focale)
La funzione della foto area obliqua non è riconducibile agli aspetti metrici della classica fotogrammetria ma ad una visione profonda e puntuale di alcuni elementi del territorio: elementi come separazione naturale tra “costruito” e zona agricola possono essere meglio documentati con scatti fotografici che catturano questo rapporto da particolari angoli visivi.
Parliamo quindi di “scatti” come ritratti del territorio che evidenziano come caricature gli elementi di indagine e documentazione.
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Vantaggi della foto aerea obliqua
Ma quali sono i vantaggi di questa informazione del territorio “diversa” da quella classica
piana con la quale siamo abituati a interagire ?
Per capirlo è sufficiente percorrere una mostra foto-cartografica organizzata da Bamsphoto e
scoprire come tutte le persone possono avvicinarsi alla fotografia e alla conoscenza del territorio superando l’approccio riservato agli specialisti.
Sindaci, assessori, bambini, mamme, papà di ogni grado ed età grazie a queste riprese aeree
oblique del territorio si avvicinano in modo naturale ed istintivo all’immagine del territorio,
contatto che diventa quindi comunicazione, informazione, conoscenza, riflessione.
La foto aerea obliqua infatti è una informazione che permette a molti di riconoscersi nella propria realtà territoriale e funge da stimolo per l’indagine, l’approfondimento e la conoscenza del
territorio. La persona non subisce un’immagine cartografica classica, ma reagisce e interagisce
attraverso la caratteristica più naturale e diffusa… la curiosità !
Ma esiste anche una utilità più “pratica” per le amministrazioni o gli enti che utilizzano questo tipo di informazione.
Con la foto obliqua è possibile:
- descrivere un particolare tema del territorio: acqua, vegetazione, urbanizzato, monumenti…
- descrivere e mappare particolari eventi che richiedono una immediata ricognizione: incendi,
frane, allagamenti, calamità naturali;
- conoscere il lato nascosto della cartografia zenitale: vedere i prospetti delle abitazioni, percepire la profondità della prospettiva;
- disporre di uno scenario su cui calare progetti per documentare gli impatti ambientali.
Inoltre le fotografie aeree oblique possono arricchire notevolmente la conoscenza del territorio
e delle eventuali anomalie, rispetto alle classiche ortofoto in quanto:
- mostrano il soggetto ripreso da una quota più bassa (200-500m, contro gli almeno 6000m
delle ortofoto) e quindi sono più ricche di dettagli;
- possono essere effettuate più frequentemente, consentendo la ripresa del soggetto in condizioni ambientali diverse quali: condizioni di luce; crescita vegetativa stagionale, stato delle
colture agrarie, umidità del suolo, presenza di copertura nevosa.
Aspetti tecnici per l’utilizzo delle foto aeree oblique
Ogni fotografia aerea obliqua è affetta da errori (distorsioni) rispetto ad una visione “cartografica” del soggetto fotografato e questi sono dovuti essenzialmente a due motivi principali:
- Distorsioni prospettiche dovute all’inclinazione dell’angolo di ripresa rispetto allo zenit del
soggetto.
-Distorsioni ottiche dovute agli obiettivi di ripresa, sempre maggiori al diminuire della focale (grandangolari) e al peggiorare della qualità dell’ottica.
L’eventuale importazione nel GIS di una fotografia aerea obliqua per renderla metricamente
corretta comporta preliminarmente la soddisfazione di due requisiti:
1. la georeferenzazione del file secondo il sistema di coordinate;
2. la correzione delle deformazioni indotte dalla mancanza di ortogonalità dell’asse ottico di
presa con le superfici;
Entrambe queste fondamentali operazioni possono essere compiute con l’ausilio di software
dedicati.
Nello specifico il raddrizzamento di fotogrammi inclinati può essere sviluppato grazie all’impiego di raddrizzatori automatici che permettono di verificare le condizioni ottiche e proiettive indispensabili oppure può avvenire mediante procedura digitale con l’applicazione di
opportuni software che consentono inoltre la diretta mosaicatura dei fotogrammi raddrizzati.
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Utilizzo e integrazione delle foto georeferenziate in sistemi G.I.S.
Dalla Cartografia ai Sistemi Informativi Territoriali
Il problema del miglior utilizzo delle risorse terrestri e di una più razionale gestione del territorio, visto come complesso delle attività e degli insediamenti umani, ha suscitato nel corso degli
ultimi anni un crescente interesse verso l’accrescimento delle conoscenze territoriali, sia per un
aumentato fabbisogno di risorse che per una maggiore disponibilità di mezzi tecnologici.
Questa necessità di crescita dell’informazione territoriale, unita all’evoluzione metodologica e
tecnologica dei mezzi di acquisizione dei dati, hanno poi indotto a trasformare la tradizionale
documentazione cartografica tecnica e tematica, in strumenti informativi molto più perfezionati e più immediati, sia per una maggiore integrazione dei dati registrati, che per una più
approfondita analisi e gestione delle stesse informazioni spaziali considerate. Uno strumento
utile in molti campi di attività, ed agevolmente accessibile ad un più ampio insieme di utenti di multivariati interessi scientifici, economici e culturali.
Un’evoluzione concettuale, quella accennata, che ha prima trasformato il classico documento
cartografico su supporto cartaceo, in un nuovo prodotto numerico su supporto magnetico, ed
ha poi progressivamente avviato, come conseguente sviluppo logico, la messa a punto di sistemi informativi a carattere territoriale, denominati appunto sistemi informativi territoriali, o
più semplicemente S.I.T.: strumenti, finalizzati alla raccolta di dati aventi uno specifico riferimento spaziale o, per meglio dire, una significativa localizzazione topografica, esprimibile
attraverso le corrispondenti coordinate geografiche.
Sistemi informativi denominati anche, a partire dal 1962, più propriamente sistemi informativi geografici, ed individuati molto più semplicemente con la sigla GIS, dalla terminologia
originaria Geographic Information Systems.
Più in generale, viene individuato come GIS un insieme organizzato di apparecchiature hardware, di programmi software, di dati geografici, progettato per acquisire, memorizzare, aggiornare, trattare, analizzare e visualizzare in maniera efficiente dati georeferenziati.Un insieme, cioè,
specificatamente preposto alla cattura delle informazioni, alla loro memorizzazione ed al loro
aggiornamento, al loro trattamento ed alla loro analisi, ed infine anche alla loro divulgazione
mediante opportuna forma georeferenziata. Un complesso operativo, teso comunque a rendere
possibili elaborazioni di tipo spaziale, in tempi brevi od altrimenti impraticabili.
I dati di interesse geografico, memorizzati in un sistema informativo di questo tipo, comportano in conseguenza la descrizione puntuale dell’ubicazione topografica degli oggetti considerati, espressa dalle relative coordinate geografiche riferite nel sistema topocartografico preferito; degli attributi metrici, tematici e fisici associati alle stesse ubicazioni; e delle relazioni
intercorrenti fra gli stessi oggetti considerati e le strutture ad essi collegate o circostanti.
Un sistema operativo costituito dunque da informazioni selezionate e strutturate, supportato
da un sistema informatico, che ne costituisce una delle sue componenti essenziali, mirato sia
ad assicurare efficacia alla pianificazione territoriale ed alla programmazione economica, che a
garantire una maggiore efficienza alle attività amministrative e gestionali relative agli ambiti
territoriali interessati.
La formazione dei sistemi informativi georeferenziati
La formazione dei sistemi informativi georeferenziati ha manifestato, la realizzazione di queste essenziali possibilità operative:
1. l’acquisizione dei dati primari in una o più forme diverse, e cioè, sotto forma di rappresentazioni cartografiche analogiche, di informazioni complementari, di tabulati, di immagini
digitali, etc.;
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2. l’archiviazione e la conservazione delle informazioni acquisite, mantenendo le relative necessarie relazioni spaziali;
3. l’utilizzazione immediata dei dati memorizzati;
4. l’elaborazione programmata dei dati, secondo schemi prefissati, tenendo naturalmente
conto delle loro interrelazioni, per valutare possibili reazioni di causa ed effetto, al variare di
appropriati parametri;
5. la rappresentazione dei dati in output mediante una varietà di modalità, che comportano sia
le tabulazioni, sia i video displays, che la generazione automatica di rappresentazioni grafiche.
La formazione di un sistema informativo geografico numerico si realizza, in conseguenza,
attraverso un insieme di fasi operative, distinte e successive, che comportano nell’ordine: la
codifica; l’input dei dati; la gestione dei dati; le operazione che realizzano il trattamento dei
dati; la fornitura dei prodotti in output.
La codifica ha lo scopo essenziale di individuare senza equivoco gli oggetti ed i particolari
topocartografici considerati, ai fini di una selezione tematica dei relativi contenuti informativi, indispensabile alla loro gestione ed al loro successivo trattamento analitico. Il sistema adottato per tale codifica, è strutturato di norma in forma gerarchica ed articolato per livelli, che
comportano talvolta la suddivisione in categorie, sottocategorie ed attributi.
Logicamente, la codifica dei vari dati di interesse topocartografico comporta sempre l’associazione alle coordinate geografiche che ne definiscono la relativa ubicazione spaziale. Tali dati
possono essere acquisiti in memoria sia in forma vettoriale che in forma raster, e cioè attraverso una stringa o mediante una griglia. Queste due differenti forme di strutturazione digitale
sono naturalmente fra loro interconnesse, per la trasformazione dell’una nell’altra e viceversa.
L’input dei dati comporta talvolta la conversione dalla forma analogica alla forma digitale, od
un eventuale pretrattamento che li renda compatibili col formato previsto.
La gestione dei dati comporta naturalmente l’utilizzazione di appositi software, che regolano
l’ingresso in memoria dei dati stessi, la relativa ricerca automatica, ed il rispettivo mantenimento in efficenza.
Integrazione delle foto oblique in sistemi GIS
Le foto oblique georeferenziate possono essere inserite e consultate in tutti i sistemi software
GIS, come ad esempio Autocad Map, ArcGIS, o pubblicate su piattaforme webgis come ad
esempio MapGuide o MapServer.
Qualsiasi sia il progetto che interessa il territorio il sistema GIS può usufruire dell’informazione fotografica obliqua: semplici file georeferenziati nel formato shape (*.shp) contengono i
punti di ripresa con le relative coordinate, sia nel sistema Gauss-Boaga, sia in coordinate geografiche latitudine, longitudine nel sistema di riferimento WGS 84. Nel file degli attributi
sono poi inserite le informazioni tecnico descrittive dello scatto: altezza di scatto, data, direzione, focale, ecc.
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Brescia, zona industriale a sud della città.
(BAMSphoto Rodella)
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Marco Rosini
In volo: per vedere i limiti della crescita
Brescia, zona industriale-abitativa a
sud-ovest della città.
(BAMSphoto - Rodella)
Volare oggi sulla fascia pedemontana della pianura padana, farlo fisicamente o attraverso le
immagini aeree oblique, può essere un'esperienza molto dura.
C'è una sorta di istinto, di intuizione profonda che ci fa percepire come sbagliate e brutte tante
forme (o non forme), tanti dei grumi dimateriale urbano che lo sguardo incontra. Una sensibilità che ci fa sentire perplessi, che ci fa stare male, così come - al contrario - sa placare il
nostro spirito e rasserenarci di fronte a paesaggi ecologicamente sani, che ci fa percepire la bellezza di un'ansa di fiume, di un cascinale o di un salto d'acqua.
Quali siano le radici di questo sentire, che ci permette di esprimere dei giudizi sintetici così
generali su un paesaggio, anche se percepito da una prospettiva così poco "umana" come il
volo, non può essere approfondito in questa sede. Ciò che preme sottolineare è che più si
approfondisce la conoscenza delle dinamiche naturali e umane, più si studiano i legami fra
attività dell'homo oeconomicus e attività dei sistemi naturali, più questo senso di errore, più
l'impressione di "qualche cosa che non va", trova conferma.
In questo senso lo sguardo dall'alto, la prospettiva che meglio aderisce al concetto di paesaggio, diviene il luogo ideale per una riflessione ancora più ampia e impegnativa, una descrizione che si rivolge da un lato agli equilibri planetari, dall'altra si interroga sull'intero funzionamento del sistema economico, una descrizione apparentemente troppo vasta, ma che sola può
permettere di tornare ai luoghi del pedemonte, della pianura e del nostro territorio con delle
intuizioni nuove e finalmente feconde, davanti a questa avanzata del brutto-e-sbagliato che ci
trova sempre più perplessi, ma anche più rassegnati.
Il problema, come sempre, sta nel manico.
Per chi prova a contenere sul campo - nella politica locale, nelle amministrazioni pubbliche,
negli organismi tecnici - il continuo propagarsi della materia urbana a spese del paesaggio biologicamente produttivo, la battaglia sembra spesso ormai perduta.
E in effetti all'interno di un sistema nel quale tutte le forze politiche, tutte le voci più autorevoli ritengono che la crescita quantitativa dell'economia sia un elemento imprescindibile per
il benessere e la sopravvivenza stessa della società non può che essere così. Battaglia persa, con
qualche effimera vittoria, nel corso della ritirata.
Il problema - come si diceva - sta nel manico, sta nel fatto che le voci più autorevoli e ascoltate, le voci che hanno in larga parte reso vassalle quelle della politica, le voci che si elevano
più alte dei governi locali, provinciali e nazionali, le voci degli economisti continuano a propagare (con rarissime eccezioni) un dogma potentissimo e al tempo stesso incredibilmente
ignorante della realtà fisica, termodinamica e biologica su cui l'economia stessa deve pur basarsi. Un'ignoranza incredibile - che ha delle precise ragioni d'essere, che vedremo in seguito - e
che è la vera base della attuale deriva dell'economia mondiale, che non riesce più a tenere
nascoste le sue magagne di fondo. Ogni scolaretto sa che: non è possibile una crescita infinita
in un mondo finito. Eppure gli economisti - a partire dai più considerati - non si preoccupano di questo fatto, sembra facciano di tutto per non ammettere che esistono precisi vincoli alla
crescita quantitativa dei flussi di materia e energia di cui l'economia delle monete è solo
un'immagine, restituita da uno specchio deformato.
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Il climate change, il cambiamento climatico di cui finalmente siamo costretti a riconoscere
l'esistenza, con cui siamo costretti a fare i conti, non è altro che questo: il limite della crescita quantitativa che è stato raggiunto.
In termini termodinamici - ma il concetto è semplicissimo - la produzione di gas serra inibisce la capacità del pianeta di dissipare verso il serbatoio freddo degli spazi esterni l'entropia,
ovvero il disordine termodinamico, prodotto dai processi che avvengono sul pianeta. Come se
a una automobile si riducesse la dimensione del radiatore e si tappasse a metà la marmitta: con
il surriscaldamento e la mancata dispersione degli scarichi l'efficienza e le prestazioni diminuiscono, mentre aumentano i consumi e i guasti.
L'aumento della frequenza degli uragani e la crisi dei mercati finanziari sono - da questo punto
di vista - la stessa cosa, o meglio sintomi dello stesso problema di fondo. Bisogna dunque tornare "indietro", bisogna rinunciare al progresso tecnologico con tutte le sue utili ricadute sulla
qualità della vita degli uomini? Ovviamente no, al contrario: è proprio nella ricerca tecnologica - sebbene in una ricerca tecnologica diversamente orientata rispetto a quella oggi imperante - che sta una parte decisiva nella soluzione dei problemi del mondo contemporaneo.
Il punto è comprendere - finalmente - che la non-crescita quantitativa non è una iattura da
evitare, ma la prospettiva permanente all'interno della quale, migliorando le efficienze, innovando e imparando a fare più cose con la stessa quantità di materia e di energia libera, si può
ottenereuna ricchezza reale sempre più grande.
Herman Daly (il padre dell'economia dello sviluppo sostenibile) scriveva delle opportunità di
un'economia in stato stazionario qualcosa come trenta anni fa: trenta anni che hanno portato
alla conferma sempre più netta, sempre più condivisa, sempre più ineluttabile di quelle tesi.
Ci siamo dentro fino al collo: un sistema (economico) non può consumare le risorse a una velocità superiore di quella della loro rigenerazione, un sistema (economico) non può produrre
rifiuti a una velocità superiore rispetto a quella necessaria per il loro rissorbimento. Due quasiovvietà, eppure queste due proposizioni, le leggi fondamentali dello sviluppo sostenibile, sembrano pervicacemente invisibili agli economisti della crescita e al mantra accondiscendente dei
loro proseliti (tra i quali ahimè, è compresa la stragrande maggioranza della classe dirigente
attuale del nostro Paese).
Le ragioni storiche di questa situazione stanno nel fatto che l'economia teorica e l'economia
vissuta dai paesi tecnologicamente più avanzati nei due secoli di sbronza da carbonio fossile
(carbone, petrolio e gas), si è mossa in uno scenario dove i vincoli alla crescita erano invisibili
e lontani, si è sviluppata in un mondo vuoto: vuoto di uomini e pieno di risorse, dove gli errori, il disordine e l'entropia prodotti in eccesso potevano sempre essere compensati spostando il
confine, invadendo nuovi territori, scoprendo nuove fonti di approvvigionamento, eccetera.
Ora il mondo è pieno, pieno di uomini e di bisogni, pieno di consumi e con risorse limitate:
un mondo talmente intasato dei sottoprodotti della combustione del carbonio fossile da non
riuscire più a smaltirlo: il motore batte in testa e le alchimie perverse dell'economia finanziaria sono le prime a saltare: a saltare di fronte ai duri fatti del mondo reale, di quel modo fisico - con i suoi limiti - con il quale hanno pensato fino a ieri di non dovere fare i conti.
Ora lo sappiamo: il dogma della crescita è sbagliato.
Dobbiamo imparare a creare ricchezza reale in un mondo che non cresce quantitativamente i
suoi consumi, a vivere nella non-stagnazione migliorando la ricchezza e il benessere senza usare
più energia di quella disponibile, non producendo più rifiuti di quelli smaltibili (a partire dall'anidride carbonica) da parte del pianeta.
Prima lo si capisce, meglio è per tutti, ma bisogna gestire bene anche la transizione allo stato
stazionario: non si può pensare che basti uno schiocco di dita.
Governare la transizione a uno stato stazionario, a un'economia capace di produrre benessere
riducendo i flussi di materia e di energia sui quali si appoggia: questo è il mestiere difficile al
quale deve dedicarsi la politica del ventunesimo secolo.
Il problema è che tutta quanta la classe dirigente attuale ha studiato nelle scuole della cresci-
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ta, e proprio non riesce a fare questo semplice, ma indispensabile cambio di prospettiva.
Possiamo a questo punto al volo iniziale, allo sguardo dal cielo sulla pianura, al senso istintivo di rifiuto di fronte all'inesorabile propagarsi di frettolosa materia urbana nelle campagne,
nei territori biologicamente produttivi.
Finchè questo passaggio non viene compiuto, finchè non viene abbandonata l'ideologia della
crescita economica (della crescita del PIL, per intendersi) non ci sarà modo di venirne a capo.
Il paesaggio, il paesaggio vitale della coevoluzione fra uomo e natura verrà inevitabilmente
sputtanato. Chi sta in trincea - amministratori locali, sovrintendenti e tecnici, e uomini di
buona volontà - potranno solo tenere un poco di più le posizioni di fronte alla marea montante di una società civile ed economica che adora il più rozzo degli idoli: un indicatore, il prodotto interno lordo, in nome del quale cadono i governi e le economie, su variazioni decimali
del quale si fanno guerre politiche e guerre guerreggiate... peccato che sia un indicatore completamente cieco, e stupido. Il prodotto interno lordo è nato nel corso dell'ultimo conflitto
mondiale per tenere conto della dimensione quantitativa totale, della "potenza" in termini
generali di un sistema economico (nella fattispecie quello americano): e per quello scopo era
un ottimo indicatore.
Ma il pianeta Terra del 1945 e quello del 2008 hanno caratteristiche incredibilmente diverse.
Il prodotto interno lordo comprende - per esempio - tutta una serie di voci cosiddette difensive: assicurazioni, spesa sanitaria... per questo un terremoto o un grave cataclisma (che rendono molto più povero un Paese) hanno l'effetto paradossale di far crescere il PIL. Bene, se provassimo a togliere al PIL dei Paesi occidentali le spese difensive, scopriremmo di essere in
piena recessione da più di vent'anni!
Il paesaggio della pianura e del nostro pedemonte è il luogo dove si manifesta questa comprensibile, ma tanto grave, lentezza ad abbandonare - a ogni livello: dal governante al più semplice dei cittadini con il suo particulare - una visione ormai inadeguata. Il volo può così diventare un esercizio spirituale, da un lato di autentica compassione nella pochezza del contemporaneo, dall'altro di ricerca delle nuove energie necessarie per andare oltre, per portare l'ininterrotto cammino della civiltà, anche nei nostri luoghi, su un binario più corretto e bello - a partire da dove ci troviamo.
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Renata Salvarani
Il paesaggio come fonte per la storia del territorio:
l’uso della fotografia aerea
Se, dopo la fine dell’epoca industriale, la riprogettazione del territorio passa attraverso l’analisi della storia delle comunità e delle forme del loro insediamento nello spazio, la conoscenza
del paesaggio, delle sue trasformazioni e delle sue possibili utilizzazioni future, richiede il
ricorso a modalità di indagine il più possibile rigorose e complete. Proprio nel contesto dell’elaborazione di metodologie di ricerca adeguate alla complessità della storia del territorio e
alle sue implicazioni, l’utilizzo di forme tecnologicizzate di rilievo delle realtà esistenti e dei
segni lasciati dalle comunità nello spazio può fornire elementi nuovi, aperti ad ulteriori prospettive di indagine. Le tecniche legate alla fotografia aerea, in particolare, si prestano ad essere utilizzate in vista di operazioni di valorizzazione del territorio.
Storia locale come storia del territorio
La storia del territorio ha un oggetto di indagine definito, categorizzato, limitato e preciso: le
forme istituzionalizzate di controllo dell’ambiente e di gestione dei rapporti socio politici fra
i gruppi umani e all’interno dei gruppi stessi, in relazione con lo sfruttamento delle risorse.
La territorialità, in senso fenomenologico, si fonda sulla percezione dello spazio vissuto, riconosciuto nel corso di esperienze individuali e collettive. Deriva dalla diffusione di immagini
mentali, idee del paesaggio, percezioni delle distanze e dei confini, di rappresentazioni più o
meno astratte, disegni, racconti, raffigurazioni simboliche. È frutto del perpetuarsi di abitudini, rapporti sociali, modalità di sfruttamento delle risorse ambientali, tecniche di coltivazione, prelievo e uso dei materiali da costruzione. In altri termini, uno spazio fisico per essere territorio deve essere percepito e accettato come tale sia da chi lo vive sia all’esterno, deve configurarsi come un unicum omogeneo al suo interno e distinto da altri territori.
Tale percezione collettiva deriva da due aspetti: uno di carattere geoambientale, legato alle
condizioni fisiche, climatiche e spaziali, l’altro legato all’organizzazione stabile dei rapporti fra
gli essere umani.
Il territorio si definisce articolandosi in due componenti fondamentali, una naturale e una istituzionale. La prima è attinente alla coltivazione e alla produzione di beni, alle condizioni tecniche, economiche e sociali della produzione e si esprime nella consapevolezza degli abitanti
di appartenere a un’unità spaziale. La seconda riguarda il controllo degli ambienti geografici
e delle loro risorse, la struttura della comunità e i suoi rapporti con le altre entità e si colloca
sul piano istituzionale1. Entrambe le componenti di un territorio si strutturano, si definiscono e si trasformano nel tempo2. Profondamente interconnesse e intersecate, finiscono per
sovrapporsi, poichè, come chiedeva retoricamente Fernand Braudel, «che cos’è una civiltà se
3
non una sistemazione antica di una certa umanità all’interno di un certo spazio?» .
Il racconto della storia nello spazio
Bassa bresciana.
(BAMSphoto - Rodella)
Caratteristica costitutiva del territorio è la spazialità: nello spazio si fissano la formazione stessa di una società e le sue trasformazioni; essa si struttura e si modifica in relazione con lo spazio. Ne deriva che nello spazio si inscrivono i segni della storia4. Le marche esterne utilizzate
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nel processo cognitivo per fissare la memoria si traducono in segni materiali, monumenti,
costruzioni, forme del paesaggio.
Dalla memoria condivisa da un piccolo gruppo si passa alla memoria collettiva anche grazie
alla individuazione di luoghi della memoria, consacrati dalla tradizione proprio in funzione di
un ruolo attivo di conservazione di elementi identitari o fondanti che risalgono al passato. I
segni posti nello spazio fissano i riferimenti agli avvenimenti e alle esperienze del passato e li
veicolano ai destinatari, siano essi gli stessi residenti-attori del territorio, siano i visitatori o i
componenti di società altre che si relazionano con il territorio e con la sua comunità.
Tutto ciò vale in genere per lo spazio abitato dall’uomo, per gli spazi della produzione, della
coltivazione, del viaggio, ma è molto più evidente per lo spazio costruito e massime per quello
urbano, dove racconto verbale (scritto o orale) e costruzione (nella pietra e nei volumi) operano
una stessa sorta di inscrizione, l’uno nella durata, l’altro nella durezza del materiale: ogni nuova
costruzione si inscrive nello spazio urbano come un racconto in un ambito di intertestualità.
È come se la superficie terrestre antropizzata narrasse una storia ininterrotta, sia pure inframmezzata da salti, pause di rallentamento o periodi di abbandono. All’interno di questa narrazione spaziale è possibile ricercare una sorta di atto iniziale: un intervento, un fenomeno o un
programma che è alla base dell’organizzazione del territorio, una sorta di imprinting che ha condizionato gli sviluppi successivi. Quel momento (o quella serie di momenti) stanno alla base
della connotazione specifica di un territorio5.
In altre parole, nella città e, in genere, negli spazi antropizzati si crea un intrico stratificato di
spazi, di espressioni di diverse concezioni della vita, dell’abitare, dei ruoli sociali, dei rapporti fra persone e fra gruppi, ma anche di segni e di simboli, di tratti identificativi che, nel loro
insieme costituiscono un campo di indagine privilegiato per lo studio di una società e delle
sue trasformazioni.
A partire da questi presupposti, la storia del territorio è storia di uno spazio percepito come
unità omogenea e strutturato nelle sue due componenti costitutive, geomabientale e istituzionale, in un processo che si è realizzato nel tempo. Essa si configura come storia della mentalità, della
percezione, degli ambiti mentali e della percezione simbolica, come storia economica, della produzione e del paesaggio e, infine, come storia delle istituzioni e delle loro dinamiche spaziali.
Metodologia e storia del territorio
La scala locale, il gioco di scale e le metodologie specifiche della storia locale possono efficacemente contribuire a mettere in evidenza le fasi e le modalità della genesi di un territorio, le
sue interconnessioni con altri territori e il suo inserimento in dinamiche esterne.
L’approccio metodologico della storia del territorio implica infatti un ricorso intenso e profondo a una pluralità di fonti, anche in prospettiva interdisciplinare. Proprio questa profondità di indagine favorisce la scelta della scala locale per esplicare al meglio le potenzialità del
metodo stesso.
Ha come oggetto tre dimensioni distinte, ciascuna delle quali può essere ricostruita utilizzando tipologie di fonti diverse e specifiche:
a. il territorio rappresentato, sia nella mentalità che nella letteratura e nelle manifestazioni
artistiche, sia nelle percezioni dei suoi attori e dei suoi osservatori;
b. il territorio costruito nello spazio, che si configura, nei suoi aspetti spaziali e paesaggistici,
come immagine della comunità che lo crea perchè esso è espressione sia delle modalità di sfruttamento e interazione reciproca fra uomo e ambiente, sia delle forme istituzionali che regolano la vita comune6;
c. il territorio governato e istituzionalizzato, regolato da meccanismi di controllo e da vincoli
per gli esseri umani strutturati in relazione con lo spazio (fiscalità laica, versamento delle decime, leva militare obbligatoria, vincoli giurisdizionali, eccetera).
78
Bassa bresciana.
(BAMSphoto - Rodella)
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Territorio e identità di una comunità
Il territorio, in altri termini, è un’entità istituzionalizzata e uniforme, ma al suo interno si sviluppano dinamiche e processi che ne definiscono gli assetti in modo mutabile. Se le sue delimitazioni, rigide o sfumate che siano, si strutturano e si fissano nel tempo, in relazione con le
sue due componenti costitutive, naturale e istituzionale, ne deriva che l’identità e la specificità di un territorio si identificano e si ricostruiscono attraverso le sue vicende storiche. Di conseguenza, la chiave per l’individuazione della specificità di un territorio - che è espressione
dell’identità della comunità che l’ha creato come tale - è la ricerca storica sulle origini e sui
mutamenti organizzativi della comunità stessa.
La storia del territorio, grazie sia alla sua complessità metodologica e grazie al rilievo che attribuisce agli aspetti istituzionali, si configura, quindi, come problematico terreno di incontro
tra prospettive speculative della ricerca e istanze del dibattito contemporaneo sul tema ampio
dell’identità.
Indagine storica e progettazione (o ri-progettazione) del territorio
Proprio l’individuazione di metodologie di indagine specifiche, condotta nella storiografia europea negli ultimi decenni, può permettere esperiezne di raccordo fra analisi di carattere speculativo, da una parte, e operazioni di valorizzazione e di utilizzo positivo delle risorse del territorio.
In questa prospettiva, individuare una metodologia rigorosa di indagine, che ponga in relazione logica dati provenienti dalle fonti e analisi critiche orientate a rispondere alle grandi questioni storiche, garantisce a una ricerca linearità e profondità, le consente di rapportarsi con
linee di studio generali, le conferisce un respiro sufficiente per aprire sviluppi successivi. Le dà
anche una consistenza e una complessità di temi e di chiavi interpretative che le permettono
di supportare la progettazione di un piano di valorizzazione del territorio, fortemente integrato con le caratteristiche culturali delle comunità che oggi lo vivono e lo trasformano.
Questa prospettiva di applicazione fa emergere la necessità per la storia locale di ricorrere a
orientamenti metodologici specifici e basati su criteri ben definiti, ma nello stesso tempo
strutturati in modo da recepire elementi e spunti legati alla specificità delle singole situazioni. Lo stesso vale sia per la ricerca, sia per la narrazione-comunicazione dei suoi risultati, che
sono due fasi consequenziali, parti del medesimo processo cognitivo, che si interconnettono
proprio sulla base di un’ipostazione logica unitaria.
Se, da una parte, non è possibile indicare parametri fissi, né passaggi preordinati perchè la sperimentazione nella prassi appare l’unica strada percorribile, dall’altra è l’oggetto stesso della
ricerca storica locale ad assegnare alla metodologia una marcata caratterizzazione.
Fonti per la storia del territorio
Nella ricerca storica, una fonte è tutto ciò che fornisce dati o informazioni su un avvenimento
o un fenomeno che si è verificato nel tempo passato.
A fronte di questa definizione generale, si pone un problema preliminare: esiste una specificità delle fonti per la storia locale? No, se si considera la storia locale come storia degli ambiti, come storia del territorio, come attenzione alla spazialità degli avvenimenti e dei fenomeni, come prospettiva per affrontare dal basso e dal quotidiano i grandi problemi della storia.
Tuttavia si possono identificare modalità specifiche di uso e di analisi delle fonti. La dimensione circoscritta dell’indagine non implica il ricorso a fonti diverse da quelle utilizzate dalla
ricerca storica generale, ma piuttosto un uso diversamente orientato. Se l’oggetto dello studio
sono gli aspetti spaziali di eventi e fenomeni, il rapporto fra comunità locale e realtà esterne,
i mutamenti profondi attuati in un’area determinata, le informazioni saranno ricercate, lette e
concatenate in quest’ottica, che risulta strutturalmente diversa da quella della storia generale.
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Inoltre, l’approccio locale, ricorrendo alla microscala, si è caratterizzato nella prassi storiografica recente per una stretta aderenza alle fonti e per la possibilità di “usare” una elevata quantità di dati, anche minimi, ricavati da un gran numero di documenti. Tutto ciò ha portato
all’attenzione degli studiosi e degli addetti ai lavori archivi locali prima in gran parte tralasciati: raccolte comunali, parrocchiali, monastiche, private, consortili, che, insieme con gli
archivi di stato, le grandi raccolte nazionali e le edizioni di documenti, costituiscono oggi a
pieno titolo la base di qualsiasi indagine locale.
Contemporaneamente hanno iniziato ad essere esaminati in modo sistematico tipologie di
documenti scritti un tempo tralasciate perchè considerate minime, se non insignificanti, o
quantomeno troppo problematiche e “faticose” rispetto al risultato che se ne poteva trarre: atti
privati, testamenti, libri di conti, registri finanziari pubblici, documentazione fiscale, registri
di battesimi e di matrimoni, atti di visite pastorali, minute, inventari.
La caratterizzazione interdisciplinare della ricerca locale ha comportato la necessità di incrociare fonti di tipologia diversa sulla base di criteri omogenei e replicabili in situazioni variate.
L’emergere di temi legati alle cosiddette ‘culture subalterne’ ha fatto risaltare la necessità di
indagare aspetti delle società prima lasciati in secondo piano. Tutta la storiografia si è arricchita grazie al porsi di nuovi problemi di storia economica, sociale, istituzionale, ecclesiastica,
culturale, che richiedono una specifica esperienza nel campo di più scienze, affini o ausiliarie
rispetto alla storia: dall’economia alla liturgia, dal diritto civile e canonico all’archeologia e alla
linguistica, dalla numismatica alla demografia, dall’aerofotogrammetria e dalla topografia storica alla statistica e alla sociologia.
Lo stesso concetto di fonte si è enormemente allargato, estendendosi alla natura del terreno e
alle sue trasformazioni, alle tecnologie metallurgiche, ai grandi fenomeni climatici, agli strumenti di lavoro7.
Sapendo di dovere evitare il rischio della globalità, lo storico locale si trova oggi ad orientarsi
in settori diversi e ad acquisire tecniche di utilizzo e razionalizzazione di informazioni provenienti da fonti disparate, per poi dover raccordare ricerche di ambito circoscritto e problematiche più vaste8. Fra queste tecniche, assumono un ruolo peculiare quelle legate all’uso della
fotografia aerea e dell’aerofotogrammetria.
Il paesaggio come fonte per la storia di una comunità
Anche il paesaggio, nel suo insieme, può essere, infatti, letto come un palinsesto di segni che
si utilizzano come fonti storiche9. Lo si può definire «il racconto dei modi in cui la società ha
posto le sue basi in un territorio, di come lo ha fatto suo possesso, lo ha conosciuto, utilizzato, di come in esso abbia trovato i modi di organizzarsi, evolvendosi e cercando via via i
migliori adattamenti all’ambiente naturale»10.
Include costruzioni nuove, modificazioni dell’ordine anteriore, opere di difesa delle situazioni
più convenienti, elementi funzionali, piccoli e grandi, che servono al vivere, al produrre e alla
elaborazione della propria identità. Si tratta di grandi edifici, opere monumentali destinate a
durare, che imprimono una connotazione netta all’insieme, ma si tratta anche di segni minuti che esprimono il fare quotidiano, il vissuto e le risposte alle necessità della popolazione. Le
due tipologie di segni si intersecano e si sovrappongono, creando un tessuto di rimandi spesso difficile da districare, soprattutto nelle aree fortemente antropizzate e insediate continuativamente dell’Europa. Il paesaggio si sviluppa in una dimensione di continuità, ma subisce le
trasformazioni e le cesure indotte dalle accelerazioni della dialettica fra tradizione e innovazione vissute dalla società che lo crea. Al suo interno si distinguono, quindi, elementi che corrispondono a persistenze e a fenomeni di lunga durata e altri elementi che visualizzano nello
spazio scelte di mutamento e di rottura.
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Segni e simboli nello spazio
Quando si utilizza il paesaggio nel suo insieme come fonte storica, ciò che importa mettere in
evidenza sono, in particolare, i segni, in quanto specchio degli elementi funzionali, di cui una
società ha marcato il paesaggio. L’operazione di “marcatura” è indipendentemente da quanto
accaduto prima, che fa parte di un’altra storia, di un altro strato, anche se in qualche misura
assimilato dalla società sopravvenuta. Quest’ultima dà inizio alla sua storia con una discontinuità che si legge nel paesaggio attraverso la diversità dei modi di produrre, costruire, dare
ordine agli elementi territoriali e identitari. Basti pensare al processo di urbanizzazione, di
industrializzazione e di meccanizzazione dell’agricolturea avvenuto in Italia fra gli anni
Cinquanta e Sessanta del Novecento. Le migrazioni interne hanno indotto trasformazioni
urbanistiche rilevanti; la costruzione di fabbriche che richiedevano un’alta concentrazione di
manodopera presente in loco hanno determinato la costruzione di quartieri e insediamenti
nuovi; si sono diffuse tipologie abitative corrispondenti alle mutate abitudini di vita; si sono
imposte forme di coltivazione che permettessero operazioni meccanizzate; i filari dei vigneti
sono stati disposti per consentire il passaggio delle macchine, sono stati abbattuti gli alberi
che intralciavano le operazioni, le estensioni degli appezzamenti sono state adeguate alla nuova
organizzazione. E così via. Il mutamento è stato tale che quei decenni si riconoscono come
discrimen fra una precedente forma organizzativa della società e qualla successiva: il salto da una
all’altra ha lasciato segni tutt’oggi visibili.
Trasformazioni del paesaggio e della società
Gli elementi di cambiamento scritti dentro il paesaggio fissano i punti di riferimento cronologici all’interno del suo processo di costituzione. A partire da questi ultimi, si possono integrare i dati provenienti dalla fonte paesaggio con quelli provenienti dalle altre tipologie di fonti.
Il paesaggio però ha una sua peculiare caratterizzazione e il suo studio è insostituibile e imprescindibile in una prospettiva storica locale integrata. Esso, infatti, è sì un insieme di elementi sensibili ma anche un insieme di immagini e di visioni di quegli elementi: pone la sua evidenza immediata e la sua muta oggettività funge spesso da correlativo per azioni di racconto,
di rielaborazione e di rappresentazione. La descrizione degli elementi paesaggistici (alberature, canali, terrazzamenti, corsi d’acqua) fatta da chi vive in paesaggio e lo guarda dall’interno,
da attore e protagonista delle sue trasformazioni, fornirà informazioni legate alla memoria
individuale, familiare e locale che sfuggono o sono estranei ad altre fonti11.
Allo stesso modo, la lettura operata dagli autori di rappresentazioni artistiche, pittoriche e
fotografiche, del passato o contemporanei, dà informazioni su elementi scomparsi o non più
percepibili e introduce spunti di interpretazione corrispondenti alla mentalità e alle modalità
di percezione dei tanti occhi che si sono rivolti al paesaggio che ci interessa. Essi hanno contribuito a costruirlo, attribuendo valori e significati ai suoi segni, favorendo la conservazione,
l’obliterazione o la cancellazione delle sue caratteristiche nel tempo12.
Al di là del fatto che il paesaggio può essere narrato a viva voce dagli attori della sua costruzione o rappresentato e reinterpretato nelle opere d’arte e nella cartografia, il punto di partenza di ogni ricerca o lettura delle sovrapposizioni temporali che formano lo spessore storico del
paesaggio deve forzatamente basarsi su realtà esistenti. È questo l’aspetto che più ci interessa,
se ci poniamo in una prospettiva di stretto collegamento fra ricerca e azioni di valorizzazione
e riprogettazione del territorio.
Analisi del paesaggio
Le fonti di partenza sono gli elementi costituenti il paesaggio stesso, cioè le permanenze, le
residualità del passato inscritte in un contesto ambientale che, almeno nella sua estensione e
nei suoi elementi geo spaziali è rimasto sostanzialmente immutato nel tempo.
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Anche gli elementi sensibili contemporanei del paesaggio necessitano però di un’interpretazione, che si basa sul confronto tra la visione dello storico outsider di oggi con le visioni dei
protagonisti del paesaggio, portatori della loro memoria locale di attori, e con le visioni selettive operate nel passato e divenute rappresentazione artistica o documenti. La visione esterna
dello sudioso può essere supportata da strumenti e tecniche di visione e rappresentazione che
mettono in evidenza elementi del paesaggio grazie all’uso di punti di vista diversi.
Tecniche e tecnologie per l’analisi del paesaggio
Il ricorso all’aerofotogrammetria e a ricognizioni fotografiche georeferenziate (che consentono
il confronto con la cartografia e con immagini scattate negli stessi punti e con le medesime
distanze e angolature in tempi diversi) fornisce il materiale di base per indagini scientifiche
sulle trasformazioni del paesaggio e sugli elementi di persistenza su lunghe durate. Inoltre,
l’incrocio supportato da rielaborazioni informatiche fra i dati provenienti da immagini zenitali (scattate in perpendicolare dall’elicottero), immagini a volo d’uccello (per lo più realizzate
da aerei da turismo, senza un’inclinazione prefissata) e immagini scattate a 45 gradi di inclinazione consentono di analizzare gli assetti urbani e le trasformazioni in alzato degli edifici,
mettendo in evidenza gli aspetti tridimensionali dei tessuti edificati13.
Queste letture tecnologicizzate predispongono una sorta di aggregato grezzo di dati e informazioni che possono entrare utilmente nella dialettica di una lettura storica se ricondotte in
un metodo critico orientato verso temi e problemi specifici.
Una metodologia fondata sulla fonte paesaggio è il cosiddetto “strip” o spoliazione progressiva14, che parte dal presupposto che all’origine dell’assetto attuale del paesaggio stia un’azione
forte che ha determinato le forme di organizzazione di una società nello spazio. Su di essa si
sono sovrapposte via trasformazioni, modificazioni, obliterazioni che hanno portato fino all’assetto attuale. La storia si deposita nel paesaggioper strati, grazie a tanti segni, anche minimi.
La procedura di ricerca dell’organizzazione iniziale di un paesaggio (o di uno dei suoi strati
principali) consiste nello ‘spogliare’ il paesaggio contemporaneo letto con il supporto di rilevazioni e tecnologie fotografiche, dei segni che si sono via via sovrapposti nel tempo, fino ad
arrivare ad una sorta di scheletro che corrisponderebbe alla forma dell’organizzazione “originaria”, o – meglio – alla quale noi vogliamo fare riferimento come terminus a quo. È evidente
che via via ci si allontana dal presente, il riconoscimento delle stratificazioni diventa più difficile e si è costretti a comprendere in un’unica stratificazione periodi di tempo sempre più
ampi. In questi margini di inderminatezza, oltre che nella soggettività implicita nell’analisi
dei dati rilevati tecnicamente, consistono i limiti del ricorso al paesaggio come fonte prevalente per una ricerca di storia del territorio.
Forme di razionalizzazione delle analisi del paesaggio
Il raccodo fra l’utilizzo di forme di rileivo fotografico dell’esistente e le sintesi di rappresentazione grafica della superficie terrestre costituisce un momento di analisi di primaria importanza per la conoscenza del territorio e delle sue trasformazioni nel tempo.
La rappresentazione cartografica è una forma di razionalizzazione spaziale grafica codificata
degli elementi sensibili del paesaggio e del territorio. È uno strumento interpretativo realizzato in una precisa situazione per rispondere a determinate finalità. Una mappa con l’indicazione dei corsi d’acqua può essere stata redatta in funzione della regolazione dei livelli o dell’attestazione di diritti di proprietà o in funzione di un progetto di bonifica e di regimentazione degli alvei. Un disegno che riporta castelli, elementi fortificati e indicazioni dei rilievi
montani o collinari può risalire a un progetto militare o accompagnare una relazione di verifica delle situazioni sul campo che doveva precedere una spedizione. Una rilevazione dei confini di appezzamenti agricoli può essere stata predisposta nel contesto di una vertenza, o di una
83
successione ereditaria. Le mappe catastali indicano la corrispondenza fra beni immobili, proprietari e stima della rendita stabilita per finalità di controllo fiscale. La planimetria di un edificio industriale può risalire a una pratica di richiesta di autorizzazione ad avviare l’attività o
a una riorganizzazione interna delle modalità di lavoro e di turnazione.
Carte e mappe sono strumenti indispensabili per lo studio della storia locale: restituiscono
informazioni sugli assetti sensibili del territorio, sul rapporto fra elementi antropici e naturali e sulla percezione dei luoghi nelle diverse epoche, che molto difficilmente sarebbero ricavabili da altre fonti.
Tuttavia ciascuna rappresentazione esplicita pienamente la sua funzione di fonte storica e fornisce una concatenazione più completa di dati se viene ricondotta al contesto che l’ha originata, se si ricostruiscono le situazioni e le condizioni particolari che ne hanno reso necessaria la
realizzazione, se si identificano il disegnatore, il committente e i destinatari, se si collegano i
suoi contenuti e il suo codice simbolico con documenti, con raffigurazioni artistiche e con altri
elementi cartografici contemporanei.
Inoltre, l’incrocio fra gli elementi raffigurati e le informazioni provenienti da singoli toponimi e da indagini sulla toponomastica dell’area può fare emergere aspetti del processo di trasformazione del territorio e contribuire ad individuare le dinamiche che l’hanno orientato.
Il confronto fra mappe e disegni relativi allo stesso territorio o allo stesso insediamento ma realizzati in epoche diverse, con una sorta di sovrapposizione diacronica può indicare le linee di
persistenza e di mutamento degli insediamenti, dei tracciati stradali, dei corsi d’acqua, dell’estensione e della ripartizione di boschi e spazi coltivati, e così via15. Questa operazione implica la soluzione di una serie di problemi tecnici, tra cui l’individuazione delle unità di misura
e delle scale usate e la loro equiparazione, le caratteristiche dei segni convenzionali e il loro
scioglimento, l’appartenenza o meno a una serie o a un’unica campagna di rilevazione. Vi si
aggiungono le questioni relative a ciascuna carta o mappa: verifica dell’autenticità, ubicazione, stato di conservazione, grafia16.
Gli ambienti urbani, per la loro complessità e per la concentrazione di documenti che spesso
li caratterizza, sono un campo di studio particolarmente favorevole. Carte, mappe, mappe catastali, stradari, rappresentazioni in alzato, disegni preparatori per nuove realizzazioni urbanistiche o architettoniche costituiscono la base per ricostruzioni integrate degli assetti nelle diverse epoche e delle scelte spaziali operate in relazione con le grandi trasformazioni vissute dalla
società cittadina17.
Sia per i tessuti insediativi fittamente edificati che per i contesti rurali, il confronto fra i risultati della collazione fra rappresentazioni di precedenti epoche diverse con la cartografia attuale, consente di verificare i singoli aspetti e di vagliarne l’attendibilità. Il controllo sulle distanze raffigurate rispetto alla realtà, l’esame dei rapporti altimetrici e della struttura degli edifici costruiti, l’analisi della presenza di elementi naturali aggiungono indicazioni critiche alle
informazioni provenienti dai documenti storici.
Anche in queste prospettive di indagine il ricorso agli strumenti della fotografia aerea, in fase
di verifica, o in fase di raccordo con la progettazione di interventi sul territorio si rivela un’occasione privilegiata, sia per la conoscenza che per l’operatività.
84
1) M. Roncayolo, Territorio, in: AA.VV., Enciclopedia Einaudi, Einaudi, Torino 1981, vol. XIV, pp. 218-244, in
particolare p. 230.
2) Si vedano i testi di riferimento: L. Gambi, Una geografia per la storia, Einaudi, Torino 1973; Id., I quadri
ambientali, in Storia d’Italia, Annali, Einaudi, Torino, 1972, n. 1; G. Rougerie, Géographie des paysages, Presses
universitaires de France, Parigi 1969.
3) F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, trad. it. di C. Pischedda, Einaudi, Torino
1953, p. 765.
4) P. Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, pp. 207-215. Si veda anche C.
Morris, Lineamenti di una teoria dei segni, Manni, Torino 1954.
5) La ricerca dell’inprinting «è possibile e dovrebbe imporsi in paesi come l’Italia dove la continuità dell’insediamento non è mai stata interrotta da fasi regressive se si escludono certi periodi nel passaggio dalla romanità alla
ripresa comunale dell’alto medioevo, e dove il popolamento si è via via intensificato in maniera progressiva. La
stessa metodologia non avrebbe senso invece nello stesso modo in un paese come gli Stati Uniti ad esempio,
dove la colonizzazione si è impiantata nel territorio ex novo, una volta fatta piazza pulita delle esigue tracce
delle popolazioni indiane» (E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia 2004, pp. 189-190).
6) Per un approfondimento del tema, si vedano: E. Turri, La conoscenza del territorio, Marsilio, Venezia 2003; Id.,
Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia 2004, in particolare pp. 188-194; H. N. Shultz, Genius loci, Electa,
Milano 1986.
7) C. Violante, Gli studi di storia locale tra cultura e politica, in Id. (a cura di), La storia locale. Temi, fonti e metodi della
ricerca, Il Mulino, Bologna 1982, pp. 26-27.
8) AA.VV., Storia locale e pluralità delle fonti, Atti del convegno di studi 5-7 giugno 1992, Quadernidell’Archivio
Storico Arcivescovile di Fermo, Fermo 1994.
9) Riflessioni di base in: K. Lynch, Il tempo dello spazio, Marsilio, Milano 1977; P. Castelnovi (a cura di), Il senso del
paesaggio, Istituto di Ricerca Economico-Sociale del Piemonte, Torino 2000; D. Cosgrove, Realtà sociale e paesaggio simbolico, Ed. Unicopli, Milano 1990.
10) E. Turri, Il paesaggio... Op.Cit, p. 166.
11) P. Virno, Il ricordo del presente, Bollati Boringhieri, Torino 1999.
12) T. Maldonado (a cura di), Paesaggio, immagine e realtà, Electa, Milano 1981.
13) Si vedano alcuni casi di studi condotti sul bacino del Po e sui centri storici di città italiane in www.bamsphoto.it
14) E. Turri, Il paesaggio... Op.Cit., pp. 190-191.
15) A titolo di esempio si vedano E. Turri (a cura di), Le terre del Garda: immagini del lago nella cartografia, secoli XIVXX, Cierre, Brescia 1997; D. Ferrari, La città fortificata: mantova nelle mappe ottocentesche del Kriegsarchiv di Vienna,
Il Bulino, Modena 2000.
16) Per un approccio generale al tema si vedano J. Black, Visions of the world: a hisotry of maps, Mitch, London 2003;
A. Ludovisi, S. Torresani, Storia della cartografia, Pàtron, Bologna 1996; M. Bini, Alla scoperta del mondo: l’arte
della cartografia da Tolomeo a Mercatore, Il Bulino, Modena 2001; D.R. Curto, A.Cattaneo, A.F. Almeida, Firenze,
Leo S. Olschki (a cura di), La cartografia europea tra primo Rinascimento e fine dell’Illuminismo, Atti del Convegno
Internazionale The making of European Cartography (Firenze. BNCF-EUI, 13-15 dicembre 2001) 2003.
17) Testi di riferimento: C. De Seta, Cartografia della città di Napoli: lineamenti dell’evoluzione urbana, Ed. Scientifiche
Italiane, Napoli 1969; Id., Città d’Europa: iconografia e vedutismo dal XV al XVIII secolo, Electa, Napoli 1996;
Id., Tra oriente e occidente: città e iconografia dal XV al XIX secolo, Electa Napoli 2004.
85
Alberto Angelo Lini
Cartografia storica, fotografia aerea e rilievo del territorio
Montichiari, Brescia. Rudere di cascinale
nella brughiera.
(BAMSphoto - Rodella)
Nell’analisi del territorio, al fine di capire quali siano state le trasformazioni, che hanno plasmato i nostri aggregati urbani è di fondamentale importanza percepire quali siano state le principali fasi che ne hanno modificato la geometria urbana e la delimitazione degli spazi rurali.
L’analisi della rappresentazione cartografica in successione storica attraverso le mappe catastali e la fotografia aerea sono tra gli strumenti più validi e ricchi di informazione. Storicamente
prima dell’unificazione esistevano in Italia ben ventidue tipi di catasto, fra questi il più importante era il censo milanese. Alcuni di questi accatastamenti erano geometrici altri descrittivi.
In Lombardia il censimento immobiliare a scopo fiscale fu iniziato nel Ducato di Milano a partire dal XVI secolo (dominazione spagnola 1535-1705).
Nel 1718, sotto la dominazione Asburgica Carlo VI d’Austria promuove un rilievo censuario
del territorio mai tentato prima e terminato successivamente da Maria Teresa d’Austria nel
1760 (Catasto Teresiano). Molti dei principi contenuti in questo catasto geometrico perticellare sono tuttora validi nei catasti moderni. Successivamente la geografia politica dell’alta
Italia viene rivoluzionata a partire dal gennaio 1797.
Nel maggio 1805 Napoleone viene incoronato nel Duomo di Milano, e la repubblica si trasforma con altre terre in Regno Italico. Con Napoleone si inizia una nuova campagna di rilievi al fine di costituire il nuovo catasto. Conclusosi il periodo Napoleonico viene eseguito su
tutte le province del regno Lombardo-Veneto un nuovo censimento. Non è un caso che il catasto geometrico e particellare inizi fra il XVII e il XVIII secolo il suo viaggio nella storia.
Pur non tralasciando gli apporti dovuti ai grandi navigatori, è solo all’inizio del’ 600 che
Welbord Snell indica come rilevare e sviluppare una rete di triangoli, come misurare una base;
ed è infine fra il ‘600 e ‘700 che si diffondono le cartografie della famiglia Cassini.
Infatti sia la Baviera che poi il neonato Regno d’Italia adottano per la carta catastale la proiezione di Cassini modificata da Soldner. Con l’unificazione del Regno d’Italia ci fu una grande
rivoluzione dei catasti poiché i sistemi in uso fino ad allora differivano fra loro: alcuni erano
geometrici, altri descrittivi, altri ancora mancavano di triangolazioni, di misurazioni, di scale
e di diverse basi.
Nel 1886 fu emanata la legge 1º marzo 1886 n. 3682 sulla sperequazione fondiaria (legge
Messedaglia) che ordinava l’istituzione di un catasto che doveva servire per l’applicazione delle
imposte. Angelo Messedaglia è stato senatore del Regno d’Italia nella XV legislatura e docente di economia all’Università degli Studi di Padova oltre ad essere evidentemente un valido
tecnico, infatti nella sua relazione parlamentare dichiara: «è da augurarsi prossimo il tempo in
cui, dopo lunghi servigi resi e malgrado i parziali vantaggi […] la tavoletta pretoriana […]
andasse a prendere il meritato riposo accanto al livello ad acqua e all’astrolabio […] e poiché
siamo sui suggerimenti, non ci sembra inopportuno di richiamare l’attenzione anche sull’uso
della fotografia, da cui parecchi si ripromettono uno speciale sussidio nel rilievo topografico e
che merita a ogni modo di non essere dimenticata».
È sempre difficile fare previsioni, soprattutto azzeccarle, quindi è meglio essere prudenti anche
nei confronti dei successori, lo dimostra il brano seguente tratto dalla rivista del catasto del
1958: «Nei futuri rilievi (ci sia lecita qualche previsione), avvalendosi della completa dotazio-
87
ne di nuovi strumenti sarà possibile conseguire agevolmente un più notevole grado di precisione ( anche in relazione alla preconizzata probatorietà del catasto) siano essi attuati da terra
ovvero con la fotogrammetria aerea. È da aggiungere che per le prese aereofotogrammetriche
è da presumere prossima la sostituzione dell’aereoplano con l’elicottero, aereomezzo di cui, a
quanto risulta, sarebbero eliminate quelle eccessive vibrazioni che finora ne hanno impedito
l’impiego nei voli aereofotogrammetrici. Tale sostituzione sarà di grande importanza sia per
evitare quegli inconvenienti che la velocità dell’aereo produce nella presa dei fotogrammi sia
e specialmente per consentire il saltuario rilievo di zone anche di estensione minima, sulle
quali l’elicottero potrà soffermarsi». È noto che l’elicottero, almeno a fini cartografici non è
stato usato.La fotogrammetria possiamo farla risalire al fisico Arago che nel 1839
all’Accademia Francese presentò una Memoria sulla utilità delle fotografie come aiuto per il
rilievo dei monumenti e l’esecuzione dei lavori topografici. Con il perfezionamento delle
camere fotografiche e del materiale sensibile si ebbero in seguito molte applicazioni, soprattutto nei rilevamenti di alta montagna. Nella seconda metà dell’ottocento si estese il procedimento di rilievo attraverso le fotografie, con la realizzazione di camere fotografiche adatte, di
speciali strumenti di misura e di nuove tecniche operative: la restituzione del terreno veniva
fatta in generale per via grafica e per punti con opportuni regoli e settori graduati.
Il salto di qualità si ebbe, dopo il 1900, con la realizzazione da parte della casa Zeiss del primo
restitutore automatico: lo stereoautografo.
Dopo la prima guerra mondiale è nata la fotogrammetria aerea: attraverso le operazioni di
guerra, con la ricognizione aerea, si constatò quale grande campo di indagine potevano rappresentare le fotografie e si intravide la possibilità di utilizzarle per scopi topografici.
Subito dopo il 1919 apparvero i primi restitutori italiani, francesi e tedeschi, adatti per fotografie prese da un aereo e non soltanto per foto terrestri. Fiorirono anche molti studi che misero in evidenza le proprietà geometriche delle fotografie e le relazioni esistenti tra l’oggetto.
Nella carlinga di un aereo, che nella sua parte inferiore ha uno o più fori eventualmente protetti da un vetro a facce piane e parallele, vengono sistemati sia la macchina fotogrammetrica
su un sostegno circolare girevole per l’orientamento secondo la direzione del volo, sia alcuni
strumenti complementari. L’asse principale della camera deve essere verticale, quando l’aereo
Mappa del 1738, Comune Monastico di
Maguzzano-Lonato, Brescia.
(BAMSphoto - Rodella)
88
è in assetto di volo orizzontale. Le fotografie vengono prese secondo strisciate in modo che vi
sia un ricoprimento longitudinale fra una fotografia e la successiva, necessario per la restituzione di un terreno qualsiasi in quanto ciascun punto deve essere ripreso da due stazioni.
L’insieme di due fotografie con ricoprimento longitudinale prende il nome di stereogramma.
Appare scontato ma bisogna ricordare che le prime foto aeree furono realizzate in Francia dal
pioniere della fotografia Nadar (Gaspard-Félix Tournachon, 1820-1910) nel 1858, a bordo di
un aerostato. Si fissarono così le basi teoriche della fotogrammetria, che con l’avvento dell’elettronica, dell’informatica e del digitale ha raggiunto notevoli progressi ampliando sempre più
le sue applicazioni. La fotografia aerea è uno strumento utile al rilevamento delle caratteristiche del terreno non facilmente percepibili al piano di campagna e trova applicazione in numerosi campi, dalla cartografia all’archeologia.
Nel campo dell’archeologia la fotografia aerea è uno strumento di indagine che consente di evidenziare le tracce di resti sepolti non visibili da terra e di cogliere con una visione d’insieme i
reciproci rapporti spaziali dei ritrovamenti.
Questi ultimi sono anni di grande fermento tecnologico e gli attori che, pur in ambiti diversi, operano sul territorio possono contare su nuovi strumenti:
Sistema Informativo Territoriale (SIT); Geographic Information System (GIS), Spatial Data
Infrastructure (SDI), Infrastruttura per l’Informazione Territoriale (ITT), ecc.
La cartografia storica e la fotografia aerea sono di aiuto non solo nella ricerca storica, ma sono
strumenti importantissimi anche per la pianificazione territoriale, che spesso, pur avvalendosi
di nuovi e sofisticati strumenti, dimentica il proprio ruolo sull’organizzazione del territorio in
base alle proprie vocazioni paesaggiste e ambientali. La ricchezza di informazioni contenute
nei registri catastali allegati alle mappe referenziano il territorio individuando oltre alla forma,
la consistenza degli immobili, la qualità delle colture e la possessione dei fondi, mettendo in
evidenza così l’uso agricolo del suolo con l’individuazione dei corpi idrici superficiali e le vie
di comunicazione stradale.
La lettura comparata delle carte in serie storica, unita al confronto della fotografia aerea, può
farci scoprire parti di paesaggio del nostro territorio che talvolta non sono mutate nel tempo
e che per questo vanno tutelate.
Bagnolo Mella, Brescia. Catasto napoleonico.
(Archivio di Stato)
89
Silvio Borlenghi
Impatto ambientale e fotografia aerea
La progettazione di grandi opere, soggette a Valutazione d’Impatto Ambientale da parte del
Ministero dell’Ambiente, prevede la redazione di un nuovo strumento chiamato Progetto di
Monitoraggio Ambientale (PMA) in grado di ‘tenere sotto controllo’ l’evoluzione degli impatti sull’ambiente causati sia dal cantiere sia dall’opera in esercizio. Gli obiettivi del PMA sono
dettati dalle Linee guida per il progetto di monitoraggio ambientale delle opere di cui alla
Legge Obiettivo (21-12- 2001 n. 43) e possono essere così riassunti: verificare la conformità
alle previsioni di impatto ambientale indicate nello Studio di Impatto Ambientale, garantire
un collegamento logico funzionale tra le fasi ante operam, corso d’opera e post operam, garantire
il pieno controllo della situazione ambientale e valutare l’efficacia delle misure di mitigazione
previste rispetto alle varie componenti ambientali che si sono affrontate nello Studio di
Impatto Ambientale, consentire agli organi preposti alla verifica della situazione ambientale
un accesso organico e diretto alle informazioni desunte dal monitoraggio effettuato.
Oggi, per poter raggiungere gli obiettivi proposti dal Ministero la tecnologia mette a disposizioni strumenti sofisticati e, soprattutto per la componente Paesaggio, le riprese da satellite, le riprese aeree e in particolare la fotografia a bassa quota a 45° da elicottero risultano insostituibili.
Regolamentazione normativa e ambito di applicazione
Bassa bresciana.
(BAMSphoto - Rodella)
Il monitoraggio ambientale si applica ad una serie di componenti e fattori ambientali che vengono esplicitati nel DPCM 27/12/1988: atmosfera: qualità dell’aria e caratterizzazione meteo
climatica, ambiente idrico: acque sotterranee e acque superficiali, considerate come componenti, come ambienti e come risorse, suolo e sottosuolo: intesi sotto il profilo geologico, geomorfologico e podologico, nel quadro dell’ambiente in esame ed anche come risorsa non rinnovabile, vegetazione, flora e fauna: formazioni vegetali ed associazioni animali, emergenze più
significative, specie protette ed equilibri naturali, ecosistemi: complessi di componenti e fattori fisici, chimici e biologici tra loro interagenti ed interdipendenti, che formano un sistema
unitario e identificabile per propria struttura, funzionamento ed evoluzione temporale, salute
pubblica: come individui e come comunità, rumore e vibrazioni: considerati in rapporto
all’ambiente naturale e umano, radiazioni ionizzanti e non ionizzanti: considerati in rapporto
all’ambiente sia naturale che umano, paesaggio: aspetti, morfologia e culturali del paesaggio,
identità della comunità umane interessate e relativi beni culturali.
Il PMA si va ad aggiungere allo Studio di Impatto Ambientale (SIA) da cui trae le indicazioni di progetto e ne analizza l’evoluzione in tre distinte fasi: l’ante operam, la fase di realizzazione dell’opera e il post operam.
L’adozione di tale metodologia per fasi temporali parte dall’esigenza di dover necessariamente
confrontare lo stato dell’ambiente futuro con quello attuale; in questo modo si potranno quantificare gli impatti e l’efficienza delle misure di mitigazione e compensazione adottate.
Esigenza primaria del PMA diventa la continua acquisizione di dati che fotografino lo stato dell’ambiente nella sua complessità e nelle sue interazioni con le perturbazioni create dall’opera.
91
Nonostante si sia consapevoli che ogni componente e fattore ambientale ha caratteristiche e
problematiche proprie il PMA deve stabilire una metodologia standardizzata di acquisizione
dei dati. Questa scelta è alla base di un idea di monitoraggio che non si ferma a valutare le
componenti prese singolarmente, ma che guarda verso una loro continua interazione; questo
permetterà di calibrare al meglio tutti gli interventi volti a garantire l’efficienza delle misure
di mitigazione e compensazione ambientale.
La componente paesaggio, che potrebbe sembrare ‘autonoma’ trova grande possibilità d’integrazione con le altre componenti ambientali applicando i principi dell’Ecologia del Paesaggio.
L’approccio integrato
La componente paesaggio è legata a diversi indicatori: le configurazioni fisico-naturalisticovegetazionale, le configurazioni insediative, i caratteri della visualità ed il patrimonio storicoartistico-archeologico.
Risulta evidente che il monitoraggio su questa componente (nel suo complesso) ha significato se la raccolta dei dati ricopre una fascia temporale la più ampia possibile. Il monitoraggio
ante operam potrebbe dare indicazioni di rilievo nelle scelte progettuali essendo lo strumento
più idoneo a valutare le tendenze evolutive dei diversi indicatori.
Uno Studio d’impatto Ambientale basato sui dettami dell’ecologia del paesaggio dovrebbe
prevedere un monitoraggio ambientale che ne condivida criteri e metodi.
E’ auspicabile completare le analisi mediante l’elaborazione di rilievi fotografici di dettaglio
per garantire la massima visibilità e trasparenza nei confronti della popolazione residente, per
renderla il più possibile partecipe delle trasformazioni in atto sul suo territorio utilizzando il
linguaggio non tecnico.
Ci si propone come obiettivo di monitorare, al fine di tutelare: la qualità paesaggistica degli
interventi, l’uso del territorio a partire dalle risorse esistenti (parchi e aree con ecosistemi di
pregio), i paesaggi agrari tradizionali, l’ambiente peri-urbano e peri-fluviale, la presenza biotica sul territorio e l’incremento della biodiversità, i valori acustici naturali o tradizionali: paesaggi ‘sonori’, i percorsi panoramici e i sentieri a valenza paesistica, la viabilità storica, la rete
ecologica, il suo sviluppo e il suo completamento, la ricomposizione della forma urbana, gli
areali di pregio paesaggistico: le valli dei principali corpi idrici e aree adiacenti, le aree umide,
le fasce di contesto della rete idrica artificiale con valenza paesistica, le aree agricole a valenza paesistica, i centri e nuclei storici, i beni storico-culturali e loro contesto.
Le fasi di lavoro si possono suddividere in prima della costruzione dell’opera, in corso d’opera
e dopo la costruzione dell’opera. La prima fase prevede: realizzazione di una cartografia che,
per le componenti flora, fauna ed ecosistemi, illustri tutti gli elementi naturali presenti nell’area interessata dall’opera con particolare riferimento alla emergenze di biodiversità; realizzazione di una cartografia dell’inter-visibilità paesistica mutuata da un rilievo fotografico e
cine-fotografico a 45° rispetto al terreno eseguite da elicottero (dotato di GPS) da quote diverse; riprese da terra ove le stazioni di rilievo sono scelte in base alle principali posizioni di possibile percezione umana della nuova opera; realizzazione di una cartografia dell’inter-visibilità
inversa mutuata da un rilievo fotografico verso le emergenze paesaggistiche come l’edificato
rurale storico. La seconda fase prevede: rilievo fotografico di dettaglio eseguito dall’elicottero
per le zone di cantiere e di imposta di grandi strutture; aggiornamento di tutte le cartografie
realizzate nell’ante-operam compresi tutti i rilievi foto e video; controllo della effettiva realizzazione delle opere di mitigazione ambientale; controllo dell’evoluzione di tutte le opere previste di mitigazione e di compensazione.
L’ultima fase, terminati i lavori, prevede: realizzazione di mostre fotografiche che raccontino
l’evoluzione del paesaggio insieme alla nascita della nuova opera. Gli eventi finalizzati alla
verifica dell’assimilazione paesistico-culturale dell’opera nel contesto locale potranno essere
l’occasione per far scoprire nuovi punti di vista da cui apprezzare il paesaggio circostante. Il
92
monitoraggio della funzionalità ecologica del paesaggio è garantito tenendo sotto controllo il
valore di biopotenzialità territoriale (Btc) Con le immagini provenienti dal telerilevamento
utilizzato per il monitoraggio della vegetazione, con la stessa cadenza temporale, e con l’ausilio di un sistema GIS sarà possibile ottenere un valore di Btc per tutta la durata della costruzione. Il monitoraggio così impostato rende possibile la verifica dell’efficienza delle opere di
mitigazione confrontando gli obiettivi dallo studio d’impatto ambientale con i risultati del
monitoraggio (la Btc è un parametro proprio dell’Ecologia del paesaggio facilmente confrontabile). Nel caso in cui i valori di stima, al contrario, dimostrassero che i dati attesi non potranno mai essere raggiunti facilmente si potrà intervenire con misure correttive (potenziamento
di opere di mitigazione, e compensazioni) in tempo utile per non compromettere la stabilità
dell’ecomosaico.
Appendice 1
Introduzione all’ecologia del paesaggio
L’apporto teorico dell’Ecologia del Paesaggio (ramo specifico dell’Ecologia generale che si
occupa dell’organizzazione del territorio in termini di configurazioni strutturali (macchie, corridoi e matrici) composti da elementi del paesaggio e/o ecotipi, configurazioni funzionali
(apparati1) e dinamiche (trasformazioni). ha completamente ridefinito il rapporto uomo - territorio, tanto che il paesaggio è stato interpretato in una nuova ottica, cioè come un sistema
di ecosistemi, «consistente in una serie di mosaici di tessere naturali e antropizzate organizzati come scatole su varie scale, da quella locale fino a quella regionale».2 Il paesaggio viene,
infatti, studiato nella sua globalità, per non lasciare che le varie attività umane si assommino
in modo del tutto casuale, ma siano connesse tra loro in un rapporto funzionale di apparato.
In tal senso un’area può essere studiata solo se inserita nel sistema paesistico superiore, definito ecotessuto3 in modo che possa concorrere anch’essa al mantenimento di un determinato
equilibrio ecologico generale (metastabilità4).
Il postulato implicito delle tesi ecologiche è costituito dalla necessità di conservare la stabilità
ambientale; se questo è il fine, la tutela della biodiversità può essere definita come lo strumento per il suo raggiungimento. Al concetto di biodiversità si lega quello di stabilità ambientale,
che in questo caso viene intesa in senso dinamico, è cioè la capacità di un sistema ambientale di
mantenere una costanza di struttura e di funzionamento, nonostante cambiamenti ambientali e
disturbi dovuti ad interventi di varia origine, soprattutto umani (Ingegnoli, 1993).
La stabilità di un ecosistema è sia correlata con le caratteristiche della sua struttura che del suo
funzionamento, ma è anche influenzata dalla diversità della composizione in specie: la stabilità di un ecosistema, ossia la sua capacità di conservare un equilibrio dinamico mediante processi di regolazione omeostatici, cresce con il numero dei suoi elementi.
Quando, attraverso eventi naturali o umani, certi ecosistemi vengono semplificati, la perdita
di diversità incide negativamente sul loro funzionamento, provocando una caduta della stabilità e conseguentemente della qualità ambientale.
L’uomo d’altra parte ha bisogno sia di ecosistemi artificiali, che necessitano di continui interventi di regolazione, sia di ecosistemi naturali, omeostatici e molto stabili. L’alternanza di zone
con forti carichi di pressione ambientale e zone con forti capacità di assorbimento dei carichi
stessi, permette di mantenere un certo equilibrio in tutto l’ecotessuto più ampio.
I processi di urbanizzazione hanno portato a concentrare la presenza umana in aree singolari.
Si sono così formati due poli contrapposti: il paesaggio antropizzato e quello naturale. Tutto
ciò necessita di compensazioni, tenendo conto che gli ecosistemi stabili sono troppo piccoli e
isolati per poter essere biologicamente autosufficienti. Per questo motivo diviene fondamentale la costruzione di una rete che li connetta, costituita da macchie collegate da corridoi, evitando il pericolo di isolamento di sistemi naturali in matrici completamente urbane.
93
Cenni sulla frammentazione degli habitat e corridoi ecologici
I processi di sempre maggiore artificializzazione del territorio hanno portato, come si è detto,
ad una profonda e radicale trasformazione dell’ambiente naturale originario, causando una
quasi completa scomparsa degli habitat naturali a favore di neo-ecosistemi dipendenti da energia artificiale e, quindi, attivando processi di banalizzazione degli ecomosaici extraurbani.
L’ecosistema, l’unità funzionale di base per l’ecologia, è un sistema aperto, lontano dall’equilibrio,
che vive dello scambio di energie tra un ambiente di entrata e uno di uscita, tra i quali i nutrienti circolano, si accumulano e si trasformano, costituendo un complesso sistema di interazioni tra
le popolazioni di produttori, consumatori e decompositori, organizzati in catene trofiche, attraverso cui l’ecosistema realizza meccanismi sempre più complessi di regolazione omeostatica.
La presenza di catene alimentari garantisce il flusso di energia e il ciclo della materia all’interno dell’ecosistema e ne determina lo sviluppo e il suo processo evolutivo verso la condizione
di metastabilità e, quindi, di equilibrio dinamico tra le sue componenti (Fabbri, 1997).
La necessità di comunicazione e di scambio di materia ed energia tra gli ecosistemi è espressa
dalla teoria biogeografica delle isole di Mc Arthur e Wilson, elaborata nel 1967. Secondo questa teoria una data unità ecosistemica, ben distinguibile dalla matrice ambientale in cui è
immersa, potrà ospitare un certo numero di specie, determinato dal rapporto tra estinzioni
locali ed immigrazione di individui da altre unità ecosistemiche. La presenza di un numero
elevato di specie diverse, con caratteristiche, esigenze e risposte alle perturbazioni esterne differenziate assicura all’ecosistema una reazione positiva alle condizioni di stress ambientale. La
presenza di un territorio frammentato, in cui si riduce sempre più la superficie complessiva di
ambiente naturale, riduce gli habitat a disposizione delle specie di interesse presenti negli ecosistemi relegandole ad aree di scarsa estensione e isolate in un contesto di forte artificializzazione. Non potendo più comunicare con l’esterno l’ecosistema naturale perde varietà specifica,
impoverendosi; inoltre nelle unità relitte di piccole dimensioni si alterano le condizioni ecologiche e i rapporti tra le aree interne e le fasce marginali. Tutto ciò si traduce in un aumento
significativo delle estinzioni, soprattutto per le specie meno resistenti a favore di quelle più
robuste, alterando fortemente i cicli vitali e le catene trofiche. Tutto ciò si riassume nel concetto di meta-popolazione, per cui la sopravvivenza di una specie dipende dalla coesistenza di
sotto-popolazioni deficitarie ed eccedenti capaci cioè di produrre nuovi individui colonizzanti le unità in cui altre sotto-popolazioni si sono estinte (Malcevschi, et al, 1996).
Naturalmente le specie devono avere la possibilità di compiere spostamenti verso le aree
abbandonate e di disperdersi dai nuclei ad elevata naturalità attraverso una matrice spesso ostile, come l’ecosistema agricolo o quello urbano. La fauna deve avere cioè unità di appoggio per
compiere gli spostamenti, corridoi ecologici per la precisione che svolgono la funzione di vie
di mobilità per le specie che svolgono cicli vitali in ambienti diversi e di captazione di nuove
specie colonizzatrici. E’ necessario quindi sviluppare un concetto di naturalità diffusa e non di
tutela di isole di naturalità, comprendendo nelle aree da conservare aree sink (macchie che ospitano una meta-popolazione con tasso riproduttivo negativo) e aree source (macchie che ospitano una meta-popolazione con tasso riproduttivo positivo), insieme a corridoi di collegamento
nell’intero paesaggio.
Le cause di frammentazione sono differenti, gli elementi più critici di frammentazione sono le
infrastrutture lineari, i cui effetti possono essere molteplici: impedimento al transito degli animali, divisione di associazioni vegetali di valore ecologico, quali boschi, oltre all’aumento della
mortalità di alcune specie animali nell’attraversamento delle nuove infrastrutture, la formazione di nuove sorgenti di disturbo e di inquinamento. Per questi motivi, è importante condurre un’analisi approfondita sulle dinamiche di sviluppo dell’ecosistema territoriale attraversato
da una nuova infrastruttura, mettendo in evidenza le aree di maggiore valenza ecologica, utili
all’equilibrio generale del territorio e i principali flussi che collegano le macchie che compongono l’ecosistema, indirizzando così il tracciato della nuova infrastruttura lontano dai principali corridoi di comunicazione.
94
Applicazione dei principi dell’ecologia del paesaggio
Alla luce di quanto espresso sinora, uno studio potrebbe essere articolato nelle seguenti fasi di
analisi:
Analisi dell’ecomosaico a livello superiore o di area vasta
Vengono individuati i condizionamenti e i vincoli ecosistemici attraverso l’analisi degli elementi del paesaggio che compongono l’ecotessuto di riferimento, secondo elaborazioni coadiuvate dal GIS, restituendo cartograficamente e quantitativamente le informazioni desunte dalle
riprese aeree.
Analisi dell’ecomosaico a livello d’interesse
Definite le dinamiche di area vasta, vengono analizzati i tipi di ecosistemi presenti nell’area di
interesse allo stato attuale e viene analizzato il loro rapporto nel mosaico di appartenenza.
In base alle elaborazioni condotte e ai dati ricavabili dalle riprese aeree, si possono distinguere:
- il sistema naturale (boschi, vegetazione ripariale, corsi d’acqua di origine naturale);
- il sistema agricolo (seminativi, prati stabili, colture legnose);
- il sistema antropico (edificato, infrastrutture e aree degradate).
I dati ricavati vengono elaborati per la comprensione delle caratteristiche strutturali e funzionali che hanno determinato le varie configurazioni degli Ecomosaici nelle scale spaziali individuate; a tale scopo si costruiscono ‘modelli quali-quantitativi’ rilevando i tipi di elementi
del paesaggio presenti, aggregati per funzioni simili e per ciascuno di essi si registra, per individuare la struttura:
- la superficie espressa in ettari;
- la percentuale relativa di superficie di ciascun elemento,
rispetto a quella totale, del territorio;
- l’indice di Biopotenzialità territoriale (Btc) espressa in
Mcal/mq/anno (Ingegnoli stima intervalli di valori di Btc
per ogni elemento del paesaggio);
- la percentuale di appartenenza all’Habitat Umano5 (Hu),
intesa come disturbo indotto dall’uomo per il mantenimento
dello stato di quell’elemento;
- la superficie espressa in ettari di Habitat Umano;
- la superficie in ettari di Habitat Naturale6;
- eterogeneità paesistica7(H);
- eterogeneità paesistica massima8 (HMAX );
- rapporto tra H / HMAX9
Tabella - Stima dei valori di Biopotenzialità calcolati per i
principali tipi di elementi paesistici dell’Europa centro –
meridionale, tratto da Ingegnoli, Fondamenti di Ecologia del
Paesaggio, 1993.
Per definire le caratteristiche funzionali si utilizzano:
- le superfici totali dell’Habitat Umano e le loro relative percentuali rispetto al territorio indagato;
- le superfici di ciascun Apparato10 e la loro relativa percentuale rispetto all’Habitat di appartenenza;
- i valori di Biopotenzialità territoriale (BTC).
Il metaprogetto o modello delle opportunità è l’elaborato
conclusivo che mette in evidenza i condizionamenti e le
opportunità ecosistemiche risultanti dal lavoro di analisi
svolto per la definizione delle opere di compensazione.
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Appendice 2
Il rilievo aerofotogrammetrico finalizzato al monitoraggio della dinamica evolutiva dell’ecomosaico: un esempio di metodologia applicativa
Al fine di caratterizzare ecologicamente una fascia di territorio, si effettua una campagna di
volo destinata all’acquisizione di prese fotogrammetriche digitali tramite camera digitale fotogrammetrica di ultima generazione (Z/I Digital Modular Camera - DMC) in grado di acquisire immagini sia a colori reali (RGB) utili all’indagine metrica del territorio, sia immagini in
falso colore (comprensive della banda dell’Infrarosso Vicino - NIR) necessarie alla classificazione dei tipi vegetativi presenti e del loro stato di salute. Le immagini hanno una risoluzione
geometrica media al suolo di 15 cm idonea alla produzione di cartografia alla scala nominale
1:2000 (precisione richiesta pari a 40 cm).
I fotogrammi devono essere orientati mediante opportuna strumentazione (stazioni di fotogrammetria digitale) in modo tale da:
- produrre i modelli stereoscopici necessari per le eventuali operazioni di restituzione cartografica e caratterizzazione geometrica della forme del territorio;
- produrre le ortofoto multispettrali (4 bande, Blu, verde, Rosso e NIR) necessarie per la produzione di cartografia tematica destinata all’individuazione delle tipologie vegetali presenti e
del loro stato di salute.
L’orientamento dei fotogrammi e le successive operazioni di restituzione/ortoproiezione sono
condotti utilizzando i parametri di orientamento esterno forniti insieme alle immagini digitali e generate in sede di acquisizione delle stesse dalla strumentazione GPS/IMU di cui è dotato il sistema di presa. Sulla base degli scarti risultanti in corrispondenza di un adeguato numero di punti di controllo potrà essere presa in considerazione la possibilità di affinare gli orientamenti con l’ausilio di punti di appoggio da reperire su cartografia tecnica alla scala opportuna (se esistente) o direttamente mediante campagne di misura GPS.
Le ortofoto multispettrali prodotte sono classificate mediante algoritmi di classificazione assistita sulla base di campioni spettrali (ROI- Region of Interest) definiti in campo dagli ecologi ed
opportunamente georiferiti.
Tale fase è intesa a produrre carte tematiche e carte di indice di vegetazione (NDVI-Normalized
Difference Vegetation Index) finalizzate alla definizione dello stato di fatto della fascia di interesse. Le carte tematiche saranno validate e qualificate utilizzando indici riconosciuti e matrici di
errore costruite sulla base di osservazioni puntuali distribuite di campo. Al fine di verificare
lo stato e la tipologia delle coperture del suolo, con particolare riferimento a quella vegetale,
esistenti nell’area oggetto di studio, si conduce una campagna di rilievi a terra. In tale fase si
identificano e rilevano mediante strumentazione D-GPS (GPS differenziale di codice con precisione planimetrica di circa 0.5 m), alcune aree campione (ROI, Region of Interest) relative
alle diverse coperture d’interesse (incolto, bosco, colture intensive, asfalto, acqua, ecc.).
Tali rilevamenti vanno importati in ambiente GIS e sovrapposti alla cartografia di riferimento (CTR 1:10.000) sotto forma di poligoni vettoriali (shapefile). Particolare attenzione nel rilevamento delle ROI deve essere posta all’identificazione delle chiome di alberi appartenenti alle
specie arboree maggiormente significative. Le aree campione rilevate sono utilizzate per campionare sulle ortofoto aeree multispettrali (opportunamente calibrate in valori di riflettanza)
le firme spettrali di riferimento da adottare in sede di interpretazione e di classificazione del
volo aereo.
Al fine di qualificare l’attività vegetativa delle specie arboree di interesse, utilizzando l’informazione spettrale delle ortofoto prodotte, si verifica l’idoneità di un’ approccio di telerilevamento classico basato sulle 2 seguenti fasi:
- riconoscimento e separazione delle specie;
- qualificazione delle loro attività vegetativa.
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Bassa bresciana.
(BAMSphoto - Rodella)
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Il tentativo di riconoscimento ed etichettatura delle classi di interesse è condotto processando,
mediante un algoritmo di classificazione supervisionato di tipo neurale (LVQ, Learning Vector
Quantization), le ortofoto multispettrali prodotte. L’algoritmo di classificazione è addestrato
sulla base delle firme spettrali campione derivate dalle statistiche relative ai pixel delle immagini appartenenti alle ROI. La qualificazione dell’attività vegetativa delle singole classi è investigata e misurata attraverso l’utilizzo di un indice di tipo tradizionale, utilizzato comunemente nell’ambito del telerilevamento: l’NDVI (Normalized Difference Vegetation Index), perché fortemente correlato all’attività fotosintetica delle piante. Tale indice può essere calcolato per ciascun pixel delle immagini a disposizione attraverso un semplice computo matriciale tra bande
delle ortofoto multi spettrali opportunamente calibrate, secondo la formula di seguito riportata: L’NDVI costituisce un indice adimensionale con variabilità in [-1,1], e la sua lettura prevede che valori alti positivi definiscano un’elevata attività fotosintetica e i valori negativi identifichino la gran parte della componente non vegetata.
Alcune limitazioni relative alle immagini DMC utilizzate pregiudicano le prestazioni attese
per questo tipo di approccio considerando anche il singolo fotogramma (dove gli squilibri
radiometrici sono assenti), che la capacità di discriminare specie arboree differenti sulla base
delle 4 discriminanti spettrali a disposizione non è sempre attendibile , in gran parte a causa
del rumore spettrale introdotto sulle chiome dalla presenza di giochi d’ombra collegati alla
tessitura di tali superfici.
Tuttavia attraverso prove condotte su alcune immagini singole, è possibile definire una metodologia idonea a verificare, mediante tecniche di telerilevamento, se:
- è possibile automatizzare la classificazione della componente vegetale (vegetato/non vegetato);
- è possibile distinguere all’interno della classe “vegetato” la componente erbacea da quella
arboreo-arbustiva;
- è possibile investigare lo stato di salute delle piante (almeno in modo relativo);
- è possibile definire le specifiche ottimali per minimizzare gli errori di misura e/o metodologici, ipotizzando la stesura di una sorta di capitolato tecnico in grado di definire le modalità
e gli strumenti dell’acquisizione, dell’analisi e del collaudo dei risultati prodotti, da adottare
eventualmente per il monitoraggio su larga scala.
A titolo esemplificativo riportiamo le prove condotte su un’immagine relativa ad un’area di
interesse naturalistico (denominata BIO 04) in cui sono state effettuate anche opere di riqualificazione ambientale.
In primo luogo si cerca di sviluppare una procedura operativa potenzialmente utilizzabile per
processare le immagini DMC nell’ipotesi di soluzione del problema della disomogeneità radiometrica lungo le strisciate. L’approccio adottato, al momento ritenuto il più efficace, fa riferimento alle seguenti fasi:
Ricampionamento geometrico dell’immagine inteso ad accorpare le firme spettrali di pixel
adiacenti minimizzando gli effetti della variabilità radiometrica locale nella corretta identificazione delle classi. L’utilità di tale operazione risulta maggiormente evidente in zone dell’immagine a tessitura fortemente variabile (chiome). La risoluzione geometrica delle immagini
viene ridotta dai 10 cm originari a 60 cm;
Per abbattere ulteriormente le discontinuità tessiturali residue viene applicato, alle bande originali, un filtro digitale passa basso a mediana (kernel 3x3);
A partire dalla nuova immagine prodotta viene generata una matrice di NDVI, successivamente sogliata rispetto ad una soglia arbitraria (al momento fissata a 0.15) per separare la componente biotica da quella abiotica attraverso un’operazione di mascheramento (la maschera è
un’immagine che presenta valore 1 per i pixel di interesse che soddisfano le condizioni imposte e valore 0 per gli altri);
Sull’immagine originale vengono calcolate delle statistiche di vicinanza (OCCURRENCE measures) in grado di misurare la variabilità locale della scena. Sull’immagine VARIANCE (deviazione standard della popolazione dei valori radiometrici che costituiscono l’intorno del gene-
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rico pixel considerato) ottenuta a partire dalla bande dell’infrarosso vicino (NIR) vengono
individuate le aree vegetate omogenee (verosimilmente quelle non arboree) attraverso un’operazione di sogliatura (VARIANCE (NIR) < 850). Viene prodotta una maschera che evidenzia
le sole zone verosimilmente arboree;
Parallelamente sulle bande originali vengono individuate le zone d’ombra, la cui presenza
costituisce una grande limitazione per la separazione delle classi. Tale operazione è condotta
utilizzando sogliature complesse basate sull’utilizzo di operatori di confronto e booleani. Il
risultato è una maschera che identifica le zone di assenza d’ombra;
Le maschere prodotte ai punti 3 (BIO), 4 (ARBOREO) e 5 (N0-OMBRE) vengono accorpate
in una unica maschera che identifica le zone dell’immagine suscettibili di processamento, cioè
quelle prive di ombre e potenzialmente arboree.
Una seconda linea di indagine ha inteso evidenziare, con l’utilizzo di strumenti geostatistici
avanzati disponibili all’interno dei GIS, alcune caratteristiche relative alle classi di interesse.
Tale indagine è stata condotta sull’immagine NDVI considerando statistiche inerenti i pixel
ricadenti all’interno dei poligoni che identificano, sull’immagine, le ROI campionate (‘campi
coltivati’, ‘altre colture-frutteti,vigneti’, ‘incolti’ e ‘coperture boscate’). In tale fase si è operato
con il tool ZONAL STATISTICS messo a disposizione dal GIS ESRI ArcView 9.X. Benché il
responso di questa linea di indagine non sia ancora definitivo, alcune prime indicazioni positive sembrano provenire da questo tipo di approccio. In particolare appare probabile che le statistiche prodotte possano essere utilizzate per distinguere le chiome affette da fitopatie da quelle
sane, considerando le relazioni (ancora da formalizzare in modo rigoroso) tra i parametri calcolati: minNDVI, maxNDVI, mediaNDVI, deviazione standardNDVI, (max - min) NDVI.
Ortofoto dell’area BIO_04 ed elaborazione statistica dei valori di NDVI: il pioppo n. 12 (poligono n. 142) presenta deviazione standard nettamente superiore a quella dei pioppi delimitati dal poligono n. 145, a causa dell’attacco di Armillaria.
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Ortofoto dell’area BIO_04 e sintesi additiva in falso colore (R: NIR, G: Red, B: Green) utile per il riconoscimento ed il monitoraggio dei nuovi impianti (parte dei quali all’interno del cerchio giallo).
L’esempio è fornito nell’area BIO_04, dove l’intenso attacco di Armillaria (agente di marciume radicale) sulla pianta n. 12 (un grande pioppo corrispondente anche all’albero di pregio n.
6) determina una riduzione dell’attività vegetativa, riscontrabile come un incremento della
deviazione standard dei valori di NDVI dello stesso gruppo di pixel, benché il valore medio
di NDVI sia comparabile a quello degli altri pioppi della stessa immagine. L’esplorazione a
video (fotointerpretazione) delle immagini rappresentate secondo sintesi additive favorevoli a
percepirne alcune caratteristiche interessanti, possono essere utilizzate con successo. Per esempio, la sintesi additiva in falso colore (R: NIR,G: Red, B: Green) può essere utilizzata per il
riconoscimento ed il monitoraggio dei nuovi impianti. Si ribadisce tuttavia che tale risultato
è ottenuto grazie ad un accurato rilievo di terra.
Dai risultati ottenuti è emerso quanto segue:
Qualora siano risolti i problemi di bilanciamento radiometrico tra le scene, potrebbe essere
presa in considerazione la possibilità di acquisire le immagini multispettrali più volte l’anno.
Tale strategia consentirebbe di sopperire parzialmente alla carenza di informazione spettrale
legata al basso numero di bande disponibili. Le componenti vegetali, infatti, in virtù delle successive fasi fenologiche, se considerate per esempio in relazione al valore di NDVI, potrebbero essere separate più facilmente, in forza del diverso andamento annuale che questo assumerebbe. Due voli potrebbero già costituire un enorme vantaggio in tal senso (ad esempio maggio e settembre). Sarebbe auspicabile comunque almeno una campagna di rilievi a terra per
confermare quanto ipotizzato. I dati acquisiti ed elaborati costituirebbero una base di partenza per i monitoraggi degli anni successivi;
Tale strategia, se mostrasse veramente l’efficacia che per essa si ipotizza, potrebbe risolvere
100
anche il problema della realizzazione della Carta dell’Ecomosaico, la quale tuttavia potrebbe
essere redatta o mediante rilievi a terra estremamente puntuali o attraverso fotointerpretazione di opportune sintesi additive RGB prodotte utilizzando le bande disponibili. In particolare le immagini multispettrali consentirebbero di effettuare un monitoraggio su larga scala non
solo per definire l’attuale Ecomosaico, ma anche e soprattutto per seguirne l’evoluzione di pari
passo con l’avanzamento dei lavori;
Oltre a ciò sarebbe probabilmente possibile verificare e monitorare lo sviluppo dei nuovi
impianti (di mitigazione e compensazione), previa campagna a terra di riscontro.
1) Insiemi funzionali, che legano diversi elementi del paesaggio e formano specifiche configurazioni.
2) V. Ingegnoli (a cura di), Esercizi di ecologia del paesaggio, Città studi Edizioni, Milano 1997.
3) Ecotessuto: Ecomosaico paesistico pluridimensionale, simile al concetto di ecocomplexe, cioè un insieme localizzato di ecosistemi interdipendenti che sono stati modellati da una storia ecologica comune e formano uno specifico livello biologico.
4) Metastabilità: Stato di stazionarietà dinamica di un ecosistema; consiste nella possibilità che un ecosistema si
mantenga entro un limitato intorno di condizioni, ma di poter alla fine raggiungerne altre, se le condizioni
vengono a cambiare. Sistemi a bassa metastabilità hanno poca resistenza ai disturbi, ma rapida capacità di recupero, mentre sistemi ad alta metastabilità hanno molta resistenza ai disturbi, ma lenta capacità di recupero.
5) Btc (Biopotenzialità territoriale – Ingegnoli 1979) è una funzione di stato che è in grado di misurare la capacità latente d’auto-riequilibrio di un sistema biologico. Si misura in Mcal/mq/anno.
6) Habitat umano: l’uomo non colonizza tutto il territorio indistintamente ma solo una quota parte proporzionale alle sue possibilità di sopravvivenza. È possibile raggruppare e distinguere i diversi elementi del paesaggio
secondo funzioni simili intrinseche. Si evidenzia con la percentuale di Habitat Umano la dipendenza che ciascun elemento ha, in ragione dell’energia succedanea, cioè artificiale, necessaria per mantenerlo in un determinato stato (regime di disturbi). Il valore complementare di HU è la percentuale di Habitat Naturale. Questa
percentuale evidenzia quella parte d’energia naturale che regola quel tipo d’elemento del paesaggio. Gli ecosistemi antropici e semi-antropici – città, villaggi, orti, giardini, seminativi arborati, seminativi semplici ,etc.
appartengono funzionalmente per la maggior parte all’habitat umano (HU) dove avvengono scambi tra ecosistemi differenti; l’habitat naturale é composto funzionalmente da ecosistemi semi naturali e naturali, all’interno avvengono scambi tra ecosistemi simili a cui é demandato il compito di controllare il flusso di energia necessario al mantenimento generale di tutto il sistema di ecosistemi, compreso quello antropico.
Gli elementi del paesaggio possono essere raggruppati secondo le funzioni che svolgono nell’Ecotessuto generale.
7) L’HN ha la funzione di controllo generale del sistema, il suo valore dovrebbe essere funzionale al territorio che
deve controllare, quindi dovrebbe avere un valore medio sempre superiore a 2,80 Kcal/mq/anno.
8) H = Eterogeneità paesistica, rappresenta la diversità dei tipi d’elementi paesistici che formano un Ecotessuto
9) H MAX = Eterogeneità massima rappresenta l’equiprobabilità di presenza di ciascun elemento del paesaggio
10) H/H MAX = Questo rapporto tende ad uno quando la maggior parte degli elementi del paesaggio che formano l’Ecotessuto sono presenti. Rappresenta un valore negativo quando lo si registra in ambiti territoriali molto
antropizzati; perché vuol dire che vi è compresenza d’elementi del paesaggio regolati da energie di diversa natura. Viceversa, rappresenta un valore positivo quando lo si registra in ambiti naturali o seminaturali in quanto
significa che l’eterogeneità è alta e regolata da energia simile.
11) Gli apparati individuati sono, per l’Habitat Umano: Protettivo- formato da elementi capaci di influire sulla
regolazione microclimatica, l’isolamento acustico e la strutturazione degli spazi aperti negli insediamenti, sulla
regolazione e la protezione dei coltivi agricoli, sulla ricreazione della popolazione. Produttivo- composto d’elementi paesistici con funzione agricola. Urbanizzato - elementi caratterizzati da funzioni insediative. Per
l’Habitat naturale si sono evidenziati: Stabilizzante - insieme di elementi ad alta metastabilità (Btc), cioè in
grado di resistere a perturbazioni, con funzioni regolatrici e protettive dominanti rispetto agli altri ecosistemi
presenti nel mosaico ambientale. Connettivo - é formato da elementi che riescono per la loro posizione nel
mosaico rappresentare possibilità di connessione tra ecosistemi simili (corrodi, filari, seminativi relitti, ecc),
Resiliente- insieme di elementi ad alta capacità di ripresa (Brughiere, Pinete).
101
Giovanna Alvisi
L’Aerofototeca Nazionale agli esordi
Sabaudia: immagine dell’Aeronautica
militare - 15 aprile 1934.
Uno stormo di aerei Caproni sorvola la
piazza del comune gremita di folla che
assiste alla cerimonia di inaugurazione
della città.
«Quando arrivo in una città, salgo sempre sul più alto campanile, o sulla torre più alta, per avere
una veduta d’insieme prima di vedere le singole parti». Se le parole di Montesquieu riassumevano in maniera magistralmente sintetica quello che è sempre stato il desiderio dell’uomo di
avere una visione tanto più possibile globale e precisa della realtà che ci circonda, si devono al
bellunese Ippolito Caffi le prime immagini di una città - Roma - direttamente ispirate dalla
realtà e realizzate sulla base di una serie di schizzi da lui personalmente abbozzati durante una
ascensione in pallone da Piazza di Siena con l’aeronauta Arban: correva l’anno 1848.
Il passo successivo e determinante si deve ad un francese scrittore, disegnatore e fotografo,
Nadar, che munito di una macchina fotografica, sorvolò il Bois de Boulogne a bordo di un pallone gonfiato ad aria calda, sfruttando per la prima volta le potenzialità congiunte di due
nuove realtà che in quegli anni erano venute alla ribalta: il volo e la fotografia.
Sono trascorsi da allora 150 anni ed è questa una ricorrenza che appare particolarmente significativa se rapportata al cinquantenario della nascita in Italia della Aerofototeca, una struttura che
ha la sua stessa ragione di vita nel binomio appunto volo-fotografia e che fu ideata e realizzata
per sfruttare le potenzialità delle aerofotografie e, più in generale, delle riprese dall’alto.
Raccogliere le aerofotografie da tutte le fonti disponibili, assicurarne la conservazione, catalogarle, studiarle e renderle disponibili per i svariati settori di indagine, è divenuto in questo
mezzo secolo di vita il compito fondamentale ed insostituibile della Aerofototeca, un organismo inizialmente nato con un profilo più settoriale, anche se non meno importante, quale
quello di un ausilio alla ricerca archeologica. Per la realizzazione di questo organismo, fondamentali furono da una lato l’entusiasmo e la tenacia di un archeologo rumeno naturalizzato italiano - Dino Adamesteanu - e dall’altro l’apporto fattivo e determinante di un gruppo di
Ufficiali dell’Aeronautica, che posero le basi di una eccezionale e proficua collaborazione tra
due ministeri uno civile e l’altro militare. Furono anni, i primi, di grandi difficoltà ma anche
di grandi entusiasmi che coinvolsero da un lato archeologi come Mario Napoli o Piero
Orlandini, che con Adamesteanu sperimentarono sul campo l’utilità dei rilevamenti aerei, e dall’altro ufficiali come il gen. Domenico Ludovico - appassionato studioso di Corfinio e di Canne
- o il gen. Annibale Cazzaniga e gli ufficiali della Scuola di Aerocooperazione di Guidonia, i
quali si adoperarono per la realizzazione di corsi di foto interpretazione aerea per i funzionari
scientifici e il personale tecnico del Ministero della Pubblica Istruzione.
La nascita di questo nuovo organismo, la sua crescita ed il raggiungimento di una sua nuova
operatività in una sede più idonea, sono state le tre fasi fondamentali della storia della
Aerofototeca cui hanno dato un contributo determinante i tre funzionari che si sono succeduti alla sua direzione. Il primitivo laboratorio creato da Adamesteanu, e per decenni alloggiato
in alcuni locali messi a disposizione dal Museo Etnografico L. Pigorini, è stato la base indispensabile per la crescita di questa struttura che negli anni, pur tra molteplici difficoltà di ogni
genere, è riuscita ad evolversi, ad acquisire uno straordinario patrimonio documentario, unico
ed irripetibile, di alcuni milioni di immagini aeree e ad ampliare i settori di ricerca a tutti i
campi relativi allo studio ed agli interventi sul territorio. La naturale evoluzione di questo
cammino è stata, infine, insieme alla sistemazione dell’Ufficio con i suoi archivi e i suoi laboratori in una nuova e più idonea sede, la realizzazione di un sistema di catalogazione su banca
dati che, impostato agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso sulla base dell’approfondita esperienza maturata nel campo della catalogazione tradizionale su plottings, si è sviluppato,
avvalendosi in seguito del perfezionarsi delle tecnologie informatiche.
103
Antonio Daniele
L’Aerofototeca Nazionale e l’Aeronautica Militare:
gli inizi di una lunga collaborazione
L’Aerofototeca Nazionale, fondata nel 1958 come sezione staccata del Gabinetto Fotografico
Nazionale del Ministero della Pubblica Istruzione, si giovò pienamente del contributo e del
sostegno dell’allora Ministero della Difesa Aeronautica (oggi Aeronautica Militare, Forza
Armata dipendente dal Ministero della Difesa) che mise lungamente a disposizione della
nuova struttura le proprie tecnologie e il proprio know how, fino a quel momento utilizzati
esclusivamente a scopi di difesa nazionale.
La collaborazione, iniziata nel 1958 per impulso di Dinu Adamesteanu con il fattivo contributo dei generali Domenico Ludovico, appassionato di archeologia, e Annibale Cazzaniga, si rafforzò negli anni sessanta, per lo spirito di iniziativa della
Direttrice pro tempore, Giovanna Alvisi, illustre archeologa
dalle idee moderne ed efficaci, la quale ebbe dal Ministero
della Difesa il beneplacito ad utilizzare per scopi essenzialmente documentaristici gli assetti dell’Aeronautica
Militare all’epoca disponibili.
L’Ente militare che fece da tramite tra il Ministero della
Difesa e il Ministero della Pubblica Istruzione fu la Scuola
di Aerocooperazione, sita presso l’aeroporto di Guidonia.
In quella scuola si svolgono tutt’ora i corsi di aerofotogrammetria e di fotointerpretazione ai quali furono
ammessi per la prima volta dipendenti di amministrazioni diverse da quella della Difesa. Tra le partecipanti ai
primi corsi di fotointerpretazione, tuttora frequentati
Dinu Adamesteanu e il generale Domenico
quasi esclusivamente da uomini, fu proprio la dottoressa
Ludovico ai tempi della loro collaborazione.
Alvisi che poi darà vita ad una collaborazione entusiastica
e proficua, durata nel tempo, con l’Aeronautica Militare.
Negli anni successivi, numeroso personale dipendente dall’Aerofototeca Nazionale frequentò i
corsi della Scuola di Aerocooperazione costituendo un nucleo di esperti in grado di leggere una
fotografia con la stessa competenza dei fotointerpreti militari. La capacità acquisita si è rivelata preziosa nelle occasioni in cui si è trattato di individuare siti di interesse archeologico o verificare la presenza di abusi edilizi e danni territoriali.
Fu grazie a tale collaborazione che l’Aerofototeca Nazionale poté dotarsi di aerofotografie stereoscopiche dell’intero territorio nazionale e di immagini particolarmente dettagliate dei
principali tra i numerosissimi monumenti e siti archeologici italiani: si trattò di un lavoro di
grandissimo rilievo scientifico che richiese circa cinque anni di attività comune.
Il Reparto di volo designato a svolgere l’attività fu la 3ª Aerobrigata, oggi disciolta, con sede
sull’aeroporto di Villafranca di Verona, all’epoca dotato di velivoli RF-84F. Si trattava di un
aviogetto ottimizzato per la ricognizione fotografica, che utilizzava una suite di macchine fotografiche di altissima precisione, in grado di effettuare riprese fotografiche con la tecnica della
“strisciata laterale” e della “strisciata panoramica”.
Bergamo: foto RAF - 23 luglio 1944.
105
Data l’elevata velocità con cui il velivolo sorvolava la zona da fotografare, i tempi di apertura degli
otturatori erano contenutissimi. Per ottenere comunque un’impressione adeguata, si utilizzavano
negativi da 24x24 cm di dimensione per le macchine fotografiche laterali e da 24x48 cm per la
ventrale deputata alle riprese panoramiche. Le fotografie erano eseguite in sequenza rapidissima
in modo che ogni fotogramma coprisse oltre il 50% dell’immagine ripresa sul fotogramma precedente e successivo. Con questa tecnologia, in fase di sviluppo, sovrapponendo le porzioni di
immagine comuni ai fotogrammi contigui, si otteneva l’immagine stereoscopica che consente una
lettura caratterizzata da precisione e nitidezza di particolari altrimenti impossibile.
La tecnica della “strisciata” richiedeva che la pellicola scorresse con estrema rapidità. Per dare
un’idea della complessità dei problemi tecnologici risolti nella progettazione delle macchine
fotografiche in dotazione ai velivoli RF-84F, si tenga conto che ogni pellicola, larga 24 cm, era
lunga 150 metri per consentire strisciate di adeguate dimensioni. Il meccanismo motore doveva azionare pellicole di quel formato facendole spostare e fermare in sequenza con una rapidità
tale da essere perfettamente in fase con la velocità operativa del ricognitore che si aggirava tra
i 1.000 e i 1.100 km/h e sorvolava gli obiettivi da fotografare a bassa quota; quindi, per la
distanza ravvicinata, si rendeva necessario aumentare la velocità relativa di scorrimento del
panorama. Prima di iniziare la fotoricognizione generale del suolo italiano, l’Istituto Geografico
Militare di Firenze dovette stabilire quali erano le zone che non potevano essere soggette a ricognizione per motivi di sicurezza nazionale. Non si era ancora nell’epoca dei satelliti spia e per
la normativa allora in vigore la visione dall’alto di alcuni territori non poteva essere accessibile:
mentre effettivamente di quelle zone non c’era modo a quell’epoca di ottenere aerofotografie,
attualmente le immagini satellitari di tutto il mondo è possibile trovarle in Internet.
L’Aeronautica Militare, quindi, oltre ad avere avuto una funzione fondamentale nella nascita
dell’Aerofototeca Nazionale, ha creato i presupposti per la sua crescita, fornendo una collaborazione indispensabile a costituire il primo nucleo dell’archivio di immagini. I risultati di quella
campagna, che documentano come il territorio italiano fosse stato strutturato dall’intervento
umano sul finire degli anni sessanta, costituiscono tutt’oggi un patrimonio inestimabile di
immagini dall’alto del Bel Paese custoditi e resi pubblici dall’Aerofototeca Nazionale.
Purtroppo i negativi originali prodotti dalla 3ª Aerobrigata all’epoca dell’RF-84F erano destinati a subire la fine riservata a tutti i negativi non più operativi: essere distrutti dopo cinque
anni di custodia in magazzino. Tuttavia, oltre alle copie positive, dopo essere stato opportunamente vagliato, all’epoca è stato provvidenzialmente depositato presso l’Aerofototeca anche un
fondo molto consistente di negativi originali in rulli (formato delle immagini 24x24 e 24x48
cm) realizzati dall’Aeronautica Militare tra il 1952 e il 1953 con i relativi grafici e gli elenchi
di riferimento.
Un velivolo RF-84F sulla pista dell’aeroporto di Verona, Villafranca.
106
A missione effettuata le macchine vengono
scaricate a terra.
Nello stesso aeroporto davanti ad un RF84F sono disposte le macchine da ripresa da
caricare a bordo per le operazioni di ricognizione.
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Maria Filomena Boemi
Tra ieri e domani:
i primi cinquanta anni dell’Aerofototeca Nazionale
Dinu Adamesteanu inaugura una mostra
aerofotografica: in primo piano un’immagine zenitale di Corfinio. Sono gli inizi dell’attività di studio dell’Aerofototeca
Nazionale, focalizzata su temi archeologici
che coinvolgono anche l’interesse scientifico degli alti Ufficiali dell’Aeronautica
Militare al cui contributo si deve la nascita
del nuovo Ufficio.
Mantova: foto RAF - 5 settembre 1944.
L’immagine è stata ottenuta componendo
quattro fotogrammi e mostra tutta l’area
urbana: in adiacenza di un tratto della ferrovia e nei pressi della Cittadella sono visibili segni di bombardamento (Fotomosaico
G. Leone).
L’aspetto che maggiormente connota la storia dell’Aerofototeca Nazionale è la singolare affezione che ha tenuto legati, a questa struttura e tra loro, i funzionari preposti alla sua direzione - solo tre in cinquanta anni - e che ha fatto anche divenire ciascuno di loro l’apprezzata e
ricercata memoria storica di chi è stato successivamente incaricato: perché la cesura tra saperi,
come nota Croce in morte di Bartolomeo Capasso, «non dissolve forse un gruppo di attitudini laboriosamente perfezionate e acquisite, non disperde conoscenze ed esperienze accumulate
in lunghi anni?»1. Poteva forse avvenire solo questo per la passione che le immagini custodite
sono capaci di suscitare con la ricchezza di informazioni patenti e latenti in ciascuna per la
complicità quasi carbonara che sovente si instaura tra chi opera in un campo in qualche modo
ancora da esplorare2 e che continua a presentare, per la sua relativa novità, aspetti elitari. Così
avvenne a cominciare da Dinu Adamesteanu, il primo direttore, finora quello per minor tempo
alla guida - ‘soltanto’ dal 1958 al 1964 che continuò anche in Basilicata3 ad
esercitare la sua sperimentata capacità di
lettura di quello che chiamava «l’archivio della terra» ma sempre, tuttavia,
fino agli anni prossimi alla sua morte
avvenuta all’inizio del 2004, mantenne i
contatti con la sua creatura e, di passaggio per Roma, non mancava di affacciarsi al terzo piano di viale Lincoln, la sede
storica dell’Aerofototeca4, per salutare
chi già conosceva e chi aveva desiderio di
conoscere.
Da quando il sogno di Icaro è divenuto realtà e gli uomini si sono allontanati dal suolo salendo con un pallone ad aria calda, la nuova scoperta è divenuta arma sempre più efficace in operazioni di guerra ampliando le potenzialità, rivestita sin da secoli lontani dalla visione dall’alto che spingeva alla conquista delle alture come punti di osservazione per la difesa e l’offesa5.
Nadar certamente aveva precisa cognizione della principale e drammatica modalità di utilizzazione delle riprese dall’alto che - dando una visione ampia e connessa al contesto territoriale con un immediato aggancio - oltre che legate allo sforzo di rappresentazione oggettiva della
struttura dei suoli per motivi economici e sociali, sono state recepite dall’inizio come strumenti di governo6.
Nel corso degli anni è stato possibile vedere la crescita ed il modificarsi dell’interesse per questa modalità di lettura del territorio, pur restando attuali, nell’affinarsi della tecnologia, i fini
bellici; gli usi civili, dapprima circoscritti al solo settore archeologico e appannaggio di sofisticati cultori della storia nascosta sotto uno strato di terreno, sono poi gradatamente divenuti
accessibili ed indispensabili ad ogni tipologia di studio e gestione territoriale ed infine, con un
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26 ottobre 1972. Sulla pista di Capena il dirigibile Europa è pronto per il
decollo con il direttore Giovanna Alvisi ed i fotografi dell’Aerofototeca,
Giovanni Calvino, Ezio Epifani e Luigi Randazzo. Con questa campagna di
volo verrà realizzata un’estesa copertura prospettica su Roma.
Libarna: immagine USAAF - 22 gennaio 1945.
Sul terreno e sulle acque del fiume Scrivia si è posata la neve che copre anche
il teatro e l’anfiteatro romano - vicino al quale si notano alcuni crateri di
bombe - appartenenti all’antico insediamento tardo-imperiale sorto nel II
secolo d.C. lungo la via Postumia, nei pressi dell’attuale Serravalle Scrivia.
salto dal generale al particolare, strumento del singolo per fornire prove e dirimere controversie.
Necessariamente, quando nel 1954 si fece strada, tra un gruppo di archeologi riuniti in un
convegno a Paestum, l’idea di creare una struttura che raccogliesse quelle foto aeree necessarie
ai loro studi e in seguito, quando Dinu Adamesteanu riuscì con paziente tenacia a realizzarla,
l’attenzione ed il contributo dello Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare furono determinanti per rendere fattibile un proposito che coinvolgeva il Ministero cui per virtù della norma
spettava il controllo delle riprese dall’alto ed il Ministero della Pubblica Istruzione7.
Dinu Adamesteanu, archeologo rumeno poi naturalizzato italiano, fu tra i primi studiosi del
settore a comprendere l’importanza delle immagini aeree per l’individuazione delle strutture
e degli abitati antichi; e del resto la visione dall’alto sulla quale sempre si erano basati vedutisti e cartografi, aveva anche nei secoli precedenti mostrato i segni nascosti di civiltà passate.8
Con il fondamentale sostegno venuto soprattutto da due generali, Domenico Ludovico,
archeologo dilettante e appassionato studioso di Canne e Corfinio, e Annibale Cazzaniga,
attento e disponibile nell’agevolarne l’iter di formazione, si andò costituendo un organismo
che ancora oggi è di modello in Europa e in America, un modello che si poteva concepire solo
in Italia la cui ineguagliabile ricchezza di insediamenti e centri storici che costellano il territorio ha sempre stimolato studi e ricerche.
Si cominciò così a progettare ed operare con entusiasmo da pionieri: furono trovati spazi e funzioni, prese servizio personale affidabile da addestrare e già dal 1959, il primo anno di vita, il
lavoro di costruzione dei caratteri distintivi del nuovo laboratorio veniva attuato e perfezionato, definendo raffinate tecniche di catalogazione (difformi data la tipologia degli elementi raffigurati da quelle delle fotografie da terra realizzate sovente da autori prestigiosi e definibili
attraverso un ‘soggetto’), aprendosi a studiosi di discipline sempre nuove e modificando ed
ampliando la struttura dell’archivio per soddisfare le mutate esigenze dell’utenza.
Dall’inizio dell’attività fu determinante l’apporto di una giovanissima archeologa, Giovanna
Alvisi che, affiancando nel lavoro giornaliero Adamesteanu spesso impegnato in campagne di
scavo, percepì come dalle immagini aeree potesse scaturire un sistema di interpretazione flessibile, adatto a produrre e comunicare significati autonomi, sino a divenire esso stesso ‘significante’.
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Fig. A - In successione apparecchio O.M.I. A.P.R. 88 serie I-1943, apparecchio Linhof Technika Press e apparecchio Zeiss RMK 15/23.
Sul piano di fondo le attrezzature per la restituzione cartografica della ditta Aerofotoconsult donate dall’architetto Daniele Tinacci.
Fig. B - Aerofototeca Nazionale, Roma. Raccolta di apparecchiature aerofotografiche e macchinari cartografici: in primo piano, sulla
destra è collocato uno sterecomparatore O.M.I. APC 4. Si tratta di un prototipo interfacciato con un calcolatore.
Fig. C - Restitutore cartografico Stereosimplex Galileo Santoni mod. IIC. Consente l’impiego di diapositive verticali, oblique e terrestri
fino al formato di 24 x 24 cm.
Fig. D - Stereomicrometro Officine Galileo SMG5 per la restituzione di fotografie nadirali fino al formato di 22x24 cm. Si noti la sfera
di acciaio, con una funzione antesignana di quella dei moderni mouse.
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Fig. A - Macchina fotografica Lamperti & Garbagnati, Milano, per lastre 13x18. La capacità del serbatoio è di 24 lastre. Obiettivo Costruzione
Militare F. Koristka, Milano, 1918. La macchina, in legno, è comandata con una leva di ottone situata esternamente su un fianco, che attiva i meccanismi interni determinando in successione lo scatto dell’otturatore - del tipo centrale a settori - il cambio della lastra, l’armamento dell’otturatore per lo scatto successivo. Teleobiettivo Proximar” f = 6 con diaframmi da f = 6 a f = 45, n. 10124. Dimensioni 20x25x49 cm.
Fig. B - Apparecchio Foto Aerea O.M.I A.P.R. 88 serie I-1943. (Ottica Meccanica Italiana, Roma), su brevetto Nistri, per foto prospettiche e planimetriche, formato 9x13 cm con trascinamento manuale. Ottica Officine Galileo, N° 113151, obiettivo Anastigmatic con diaframma 1: 3,5 focale 16,5 cm. Brevetto 25886. Otturatore centrale da 1: 100 ad 1: 400 di secondo. Caricatore amovibile. Dimensioni 27x17x30 cm.
Fig. C - Camera K-20 Aircraft 4x5 inch. Property Air Force USA U.S. Army dotata di valigia. Serial N°42-69971 A.C. Order N° W-535-ac26613; Specification number 31126-B The Folmer Graflex Corporation Rochester N.Y. USA. Utilizza pellicole del formato 9x13. Obbiettivo
Ilex Optical Rochester N.Y. Paragon Anastigmat diaframma 1: 4,5 focale 163 mm N° 26544. Otturatore a tre tempi 1: 125, 1: 250, 1: 500 di secondo, corredata di due filtri giallo e rosso a baionetta. Dimensioni 18x23x28 cm.
Fig. D - Macchina fotografica K7 Royal Air Force, per pellicola a rullo 13 cm, di fabbricazione inglese. Azionamento manuale e telecomando elettrico dal posto di pilotaggio. L’apparecchio, per eseguire foto planimetriche, poteva anche essere fissato nella botola del velivolo. Formato 13 cm per
pellicola in rullo. Body 14A/720 Serial N° M 15812. Magazine Ref. N° 14A/730 Serial N° 9130. Ottiche intercambiabili:
- obiettivo lungo fuoco extra luminoso diaframma 1: 2,9 N.O.C. Pentax, focale 8 inch, N° 013141.
- obiettivo grandangolare diaframma 1: 4 focale 5 inch (125 mm) Ross London patent 5 in Wide Angle Xpres F. 4 (E.M.I.) N° 144012. Dimensioni cm
25x38x38 con obiettivo 8 inch.
Prese allora sostanza la storia del territorio, non solo quella nascosta dal passare dei secoli, ma
quella formata da eventi più vicini nel tempo, forse di minor valore se singolarmente considerati ma, nella loro globalità, segno univoco ed irripetibile dell’essere e del mutare di abitati e
suoli: le immagini, non più mero supporto tecnico per la conoscenza archeologica, assumono
l’autonomia di ‘fonti’, a data certa e metricamente attendibili9, essenziali per indirizzare la
tutela dell’ambiente, dei centri storici e dei beni architettonici,
L’apertura a questa ottica multisettoriale è stata la grande intuizione di Giovanna Alvisi che ha
iniziato a spingere l’attenzione al di là del settore archeologico, allo studio del territorio nella
sua globalità: dal 1964 al 1990 ha mantenuto la direzione dell’Aerofototeca ininterrottamente,
in parallelo con altri incarichi curando l’andamento generale dell’Ufficio e perfezionando il
sistema di catalogazione tradizionale del materiale aerofotografico, sulle cui basi è stata data una
prima impostazione di quella informatizzata10. Per impulso dei nuovi interessi, gli archivi si
sono arricchiti fino alla consistenza di oltre due milioni di immagini con l’acquisizione, a vario
titolo, di raccolte aerofotografiche di altissimo valore storico e documentario: tra questi le
coperture risalenti al secondo conflitto mondiale (riprese dall’USAAF, dalla RAF, dalla
Luftwaffe e dalla Regia Aeronautica) gli archivi delle ditte E.T.A., S.A.F., EIRA, del Catasto
Toscano, Fotocielo e le diacolor prospettiche della ditta Aerfoto Lisandrelli (poi Aerotop).
Nell’attività di ricerca e acquisizione, come nelle prime fasi organizzative, gli Uffici dello
Stato Maggiore dell’Aeronautica e la Scuola di Aerocooperazione di Guidonia11 per la stretta
collaborazione instauratasi hanno dato il loro determinante contributo mettendo a disposizione un consistente fondo di materiale non più operativo ed istituendo corsi di fotoiterpretazione aerea aperti ai civili. Fu quello per l’Aerofototeca un periodo di crescita qualitativa e quantitativa, ricco di iniziative, in cui furono effettuate campagne fotografiche mirate, tra cui i voli
sulle ville patrizie di Lucca e dei Castelli Romani, rispettivamente per le Soprintendenze ai
Beni Artistici e Storici di Pisa e del Lazio. Una copertura prospettica su Roma fu anche realizzata nel 1972 dal personale dell’Aerofototeca in volo sul dirigibile Esperia.
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Fig. A - Apparecchio per foto aeree planimetriche modello K-17, utilizzato dall’Aeronautica Militare, per pellicola a rullo con dimensioni del fotogramma cm 24x24, regolata da un intervallometro per ottenere immagini stereoscopiche. Il motorino montato, con matricola A0-1075, ha il peso
di Kg 2,100, volt 24, amp. 4,5, W 60, tipo C 121- AC 1, Fairchild Aviation Corp. New York N.Y. USA – 28 APR 1953. Obiettivo Kodak Aero-Ektar
diaframma 1: 6, focale 24 inch (610 mm) made in USA by Eastman Kodak Co. Rochester N.Y. Dimensioni 37x40x91 cm.
Fig. B - Apparecchio Linhof Technika Press con doppia impugnatura per uso aereo. Dorso a rulli amovibile.Obiettivo Carl Zeiss N° 2349595Planar
diaframma1: 2,8 focale 100 mm su otturatore Sinchro-Compur. Tempo di esposizione da 1 secondo a 1: 400 di secondo. Formato del fotogramma
mm 56x72, pellicola in rullo. Dimensioni 2622x21 cm.
Fig. C - Apparecchio Zeiss RMK 15/23: è una macchina fotografica montata sul pavimento dell’aereo con un supporto rettificabile a mezzo di viti
calanti, dotata di automatismi molto complessi. Gli automatismi riguardano l’apertura e la chiusura dell’otturatore a lamelle radiali, lo svolgimento della pellicola dal magazzino, la correzione della deriva, la planarità della pellicola ottenuta mediante una lieve decompressione sul retro del telaio. Obiettivo Pleogon A4/153 N° 119002 Carl Zeiss West Germany con focale 153 mm con tempi compresi tra 1/100 ed 1/1000 di secondo. La macchina da ripresa impressiona sul fotogramma del formato di 230x230 mm, oltre al paesaggio, anche il “data-strip”, una striscia posta ai bordi
sulla quale compaiono riprodotte automaticamente la quota assoluta di volo, l’ora della ripresa, l’immagine di una livella sferica, la distanza focale, il numero d’ordine del fotogramma e la data.
Fig. D - Al dorso della RMK 15/23 - su cui compare la strumentazione, tra cui la livella, l’altimetro, l’apparecchio che indica il tempo di esposizione e la manopola del diaframma - viene applicato il magazzino per la pellicola. Le dimensioni della macchina sono 46x48x40 cm; a quest’ultima misura si aggiunge quella del magazzino profondo 23 cm.
Le fotografie aeree in effetti esemplificano due tipi di approccio alla realtà che rappresentano:
frammenti di storia per lo studio del territorio sono le foto di insieme soprattutto le planimetriche, brani di cronaca le foto di maggiore dettaglio - planimetriche ravvicinate e prospettiche - che
spesso danno conto della vita quotidiana e della realtà in movimento, rendendo gli spazi da
“esterni” a “privati”, quasi permeati di una segreta familiarità che storicizza l’effimero e il transeunte rappresentato da particolari eventi, arredi urbani o mezzi di trasporto non più in uso.
Negli anni successivi sono state messe a frutto le esperienze passate affinando le attività sulla
base del lavoro svolto nell’ambito di un progetto ex lege n. 84/90 e attuando un processo di
informatizzazione indirizzato secondo linee di sviluppo tese a:
- stabilire e codificare modalità, recepite nella scheda di catalogo FA, in corso di pubblicazione, per la catalogazione delle foto aeree su banca dati (circa 126.000 le immagini lavorate con
scheda FAR, semplificata di authority file);
- predisporre un archivio digitale delle immagini (circa 8.000 di cui circa 2.000 georiferite e
agganciate alla banca dati);
- attivare un sistema di e-commerce12 in cui sono presenti le schede delle 126.000 immagini in
banca dati e circa 5.000 scandite ma non georeferenziate.
Anche gli archivi vedono un costante incremento, meno serrato rispetto ai tempi eroici degli
esordi, ma la ricerca e l’acquisizione di materiale da Enti e privati prosegue: oltre 42.000 foto
planimetriche in bianco e nero eseguite dalla ditta Aerotop del fondo denominato Collezione
Lisandrelli che coprono diverse zone dell’Italia tra il 1980 ed il 1991 sono state acquisite nel
1996 contestualmente alla camera aerea ZEISS RMK 15/23 utilizzata in gran parte delle riprese; dalla Fototeca - 5º Reparto dello Stato Maggiore dell’Aeronautica è pervenuto un cospicuo
fondo di foto prospettiche d’epoca su diverse zone della penisola; da ultimo, nel 2002 e poi nel
2007, è avvenuta la donazione da parte dell’architetto Daniele Tinacci e poi di Umberto Alezio
dell’archivio della Ditta Aerofoto Consult13.
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Quest’ultimo è stato valutato in oltre 18.000 immagini riprese tra il 1964 e, per alcune, il
2002; in questa occasione è stata anche donata all’Aerofototeca una serie di strumenti di restituzione cartografica che sono l’anello di passaggio dall’aerofotografia all’elaborazione cartografica: prodotti tra il 1958 ed il 1967 dalla O.M.I. e dalle Officine Galilei di Firenze, vanno ad
integrare la raccolta di macchinari aerofotografici di varia provenienza, molti pervenuti assieme
al materiale fotografico acquisito, che concorrono a preservare la memoria e allargare il raggio
di conoscenza di un sapere che solo di recente viene appreso più diffusamente.
L’interesse per le possibilità di utilizzazione delle fotografie aeree è stato acceso anche da due
mostre che hanno avuto grande risonanza mediatica, inaugurate rispettivamente nel 2003 e
nel 2006, che hanno visto la partecipazione di un pubblico folto e partecipe non solo di specialisti: “Lo sguardo di Icaro. Le collezioni dell’Aerofototeca Nazionale per la conoscenza del territorio”
e “Roma dall’alto”.
Nell’occasione della prima mostra sono state vagliate oltre diecimila immagini aeree, un migliaio sono state utilizzate per trattare con diversi livelli di approfondimento temi rivolti ad esemplificare diverse modalità di approccio alle riprese aeree (la foto come documento per ricostruire la storia, la lettura e la fotointerpretazione diversamente utilizzate nei differenti contesti,
l’osmosi tra dati aerofotografici e cartografici, le elaborazioni dei contenuti).
La mostra su Roma è scaturita dalla ricchezza della documentazione esistente che ha seguito lo
sviluppo urbanistico e la storia urbana dell’area metropolitana, soggetta nel ‘900 a grandi interventi e sistematiche demolizioni. Le coperture si susseguono in sequenze che si sono ripetute
fittissime: questo è derivato certamente dall’importante storia che ha contraddistinto la città ma
anche dalla presenza, sin dai primordi della fotografia aerea in Italia, degli Specialisti del Genio
Militare addetti ai servizi di aerostatica tra cui quelli fotografici.
Se il tempo ha consegnato alla memoria le immagini del territorio, fotografato prima di molti
drammatici guasti avvenuti nell’ultimo cinquantennio, il progressivo deterioramento dei supporti conseguenza del passare degli anni e in particolare dell’ultimo decennio, ha reso necessario prevedere, oltre all’adeguata custodia, anche il restauro dei documenti conservati. Si è
intervenuto dapprima sul degrado delle diacolor, successivamente su lastre negative dell’U.T.E.
e su positivi USAAF e sta per iniziare il trattamento della cartografia e dei fotoindici originali
della RAF.
L’intervento più consistente ha riguardato circa 2500 diapositive prospettiche a colori che viravano al rosso o stavano sbiadendo fin quasi a svanire, immagini che sono state restaurate e riprodotte su nuova pellicola: oltre a materiale I-BUGA e Fotocielo, è stata trattata parte di quello
realizzato anche da terra da Dinu Adamesteanu, il fondatore dell’Aerofototeca14.
Più recente, con la disponibilità di appositi locali, è l’inizio del restauro conservativo e di una
nuova sistemazione delle lastre in vetro, contestualmente si è provveduto al monitoraggio delle
condizioni microclimatiche dei locali adibiti a deposito di materiali sensibili. Per questo intervento ci si è avvalsi della collaborazione dell’Istituto Superiore di Conservazione e Restauro del
Ministero per i Beni e le Attività Culturali15.
114
Montichiari, Brescia: foto RAF - 4 settembre 1944.
115
Pizzighettone, Cremona: foto RAF - 27 luglio 1944.
Il borgo, diviso in due dall’Adda, appare circondato dai bastioni a pianta stellare appartenenti alla cinta
fortificata cinquecentesca. La crescita urbana avverrà in maniera esponenziale lungo la direttrice est con
vaste zone residenziali e industriali.
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Pizzighettone, Cremona: foto USAAF del 29 gennaio 1945. La città sotto la neve.
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Brescia: foto USAAF - 29 gennaio 1945.
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Brescia: foto RAF - 5 marzo 1945.
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Lonato, Brescia: foto RAF - 4 settembre 1944.
L’immagine è stata ottenuta componendo due fotogrammi (Fotomosaico G. Leone).
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Desenzano del Garda, Brescia: foto RAF - 23 luglio 1944.
Peschiera del Garda, Verona: foto RAF - 12 settembre 1944.
I bombardamenti hanno colpito il ponte della ferrovia sul Mincio mentre non è
stato danneggiato il forte cinquecentesco innalzato dai Veneziani su disegno di
Guidobaldo della Rovere Duca di Urbino e del Sammicheli, al cui interno si articola l’abitato storico.
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Sirmione, Brescia: foto RAF - 31 luglio 1945.
L’immagine è stata ottenuta componendo quattro fotogrammi.
L’entroterra della penisola di Sirmione, da Rivoltella a Punta Gro, appare
ancora suddiviso in piccole partizioni agrarie e non fa presagire l’accumulo ed il brulicare di edificazioni che lo trasformeranno soffocandolo
(Fotomosaico G. Leone).
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Soncino, Cremona: foto USAAF - 3 gennaio 1945.
L’abitato ed il fiume Oglio sotto la neve: sono stati bombardati i ponti delle
due strade, quello a sud di collegamento con Orzinuovi. Anche in questo caso
si presenta, per i crateri, l’inversione dei colori negli strati superficiali colpiti.
Soncino, Cremona: foto RAF - 9 settembre 1944.
La cittadina, nitida nei suoi contorni, conserva integra l’impronta medievale, è tutta racchiusa nella cerchia delle
mura sforzesche e ancora priva dei successivi ampliamenti, che si svilupperanno soprattutto ad ovest.
Orzinuovi, Brescia: foto USAAF - 29 gennaio 1945.
La neve conferisce alla cittadina l’aspetto di un plastico, sottolineando la
maglia regolare ed i volumi.
Orzinuovi, Brescia: foto RAF - 9 settembre 1944.
L’abitato appare immutato nella pianta di borgo fortificato datagli dai Bresciani quando lo fondarono nel 1193 per
opporlo ai Cremonesi: è ancora immune dall’espansione successiva, che sarà evidentissima a sud-est.
Cremona: foto USAAF - 29 gennaio 1945.
L’immagine è stata ottenuta componendo quattro fotogrammi: lungo la Gardesana occidentale segni di
bombe e nubi di fumo: sulla neve il fumo appare grigio e i crateri aperti subiscono l’inversione dei colori, sono scuri quelli recenti, più chiari quelli più vecchi (Fotomosaico G. Leone).
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1) Croce B., Bartolomeo Capasso, in «Napoli nobilissima», anno IX, f. III, marzo 1900.
2) Ogni foto contiene molteplici informazioni che si prestano a letture di tipo differente e l’insieme dei documenti (oltre due milioni) fa tendere all’infinito il numero dei dati riscontrabili.
3) Lo studioso rumeno, divenuto cittadino italiano e chiamato il 1 luglio 1958 a Roma dalla Sicilia, dove era
Ispettore presso la Soprintendenza di Agrigento, per fondare e dirigere l’Aerofototeca, il 1 luglio 1964 venne
destinato alla guida della Soprintendenza alle Antichità della Basilicata, di nuova istituzione, che riconnetteva
le diverse culture di un’area frammentata, fino ad allora, tra Campania, Puglia e Calabria.
4) La sede storica di viale Lincoln, ‘provvisoria’ dal 1958 e ospitata nei locali del Museo Pigorini, è stata in uso
fino al dicembre del 2000, quando è avvenuto il trasferimento nell’edificio del San Michele, nei locali destinati all’Aerofototeca con decreto del 7 maggio 1987.
5) La prima ascensione pubblica senza passeggeri del pallone inventato dai fratelli Montgolfier avvenne nel 1783:
a partire dal 1794, durante l’assedio di Mauberger e nella battaglia di Fleurus, la trasmissione a terra, attraverso codici, delle postazioni e delle mosse nemiche fatta da un osservatore su un aerostato, fu un’arma in più per
assicurarsi la vittoria. Un anno dopo la ripresa di Nadar, durante la seconda guerra di Indipendenza in Italia,
la nuova tecnica fu utilizzata nella battaglia di Solferino del 1859; in America nella guerra di Secessione l’uso
di aerostati da parte di uno speciale corpo militare voluto da Lincoln, fu associato all’uso dei nuovi mezzi, la
fotografia ed il telegrafo. In seguito questi palloni furono sostituiti dai draken ballon (ideati dal maggiore
Parseval e impiegati in ascensione frenate per usi militari) di forma cilindrica e stabilizzati in modo da rivolgere sempre la prua verso l’alto: poi, col variare delle tecnologie, furono utilizzati i dirigibili ed infine gli aerei.
6) Nadar, con un’intuizione che precorreva i tempi, già nel 1844 aveva brevettato il sistema come adatto a rilevamenti topografici e catastali oltre che ai fini strategici sempre preminenti. Un anno dopo, durante la seconda
guerra di Indipendenza in Italia, la nuova tecnica fu utilizzata nella battaglia di Solferino del 1859.
7) In relazione all’intersecarsi delle competenze è opportuno citare il Regio Decreto n. 1732 del 22 luglio 1939
ai sensi del quale la proprietà di tutti i negativi aerei realizzati spettava appunto al Ministero della Difesa
Aeronautica che aveva la facoltà di cederli, in deposito biennale rinnovabile, alle Ditte realizzatrici fornite dei
necessari requisiti; il R.D.è stato poi abrogato in seguito all’entrata in vigore del D.P.R. n. 367 del 20 settembre 2000. Occorre inoltre ricordare che l’Aerofototeca Nazionale nacque come sezione distaccata del glorioso
Gabinetto Fotografico Nazionale del Ministero della Pubblica Istruzione. Un lungo iter burocratico accompagnò il distacco dal GFN e la costituzione dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, di cui
attualmente l’Ufficio fa parte, ad Istituto autonomo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. In proposito vedi M. F. Boemi, La nascita dell’Aerofototeca, in M. Guaitoli (a cura di), Lo sguardo di Icaro, Campisano,
Roma 2003, pp. 23-24.
8) Nel XVIII secolo l’abitato antico di Metaponto fu individuato dall’abate Jean-Claude Richard de Saint Non
osservando da un’altura le tracce formate al suolo dalla crescita del grano, più rado lungo le murature sepolte.
Per questo ed altri momenti della storia della visione dall’alto cfr. F. Piccarreta, Manuale di fotografia aerea: uso
archeologico, “L’Erma” di Bretschneider, Roma 1994.
9) Sono soprattutto le immagini verticali, o zenitali, prospettive centrali assimilabili ad una pianta, quelle da cui
con operazioni elementari si può ricavare la scala e quindi misurare le tre dimensioni degli oggetti fotografati.
10) Il sistema di gestione della banca dati delle foto aeree si basa sulle esperienze condotte per la catalogazione tradizionale su fotoindici, costituiti da cartografia IGM a scala 1: 100.000 cui vengono sovrapposti i lucidi con i
grafici delle foto. Studiato in prima analisi per le foto zenitali, è concepito come un archivio di disegni in cui
le singole strisciate vengono memorizzate, immagine per immagine, attraverso le coordinate grafiche dei vertici di ogni fotogramma ed il posizionamento esatto del numero di positiva; la base cartografica è sempre a scala
1: 100.000 ed una scheda alfanumerica completa ciascuna immagine con i suoi dati identificativi e quelli tecnici relativi alla ripresa.
11) A Guidonia, presso la scuola di Aerocooperazione dell’Aeronautica Militare sono ancora attivi i corsi di fotointerpretazione aperti ai civili, frequentati dal personale dell’Aerofototeca Nazionale.
12) http://immagini.iccd.beniculturali.it/home_aero.asp (agosto 2008).
13) Sulle collezioni dell’Aerofototeca Nazionale vedi: M.F. Boemi, Le raccolte aerofotografiche, pp. 29-31; P. L.
Bacchini, M.F Boemi, Appendice, in: M. Guaitoli, Op. Cit., pp. 37-42.
14) Le foto di Adamesteanu, scattate in preparazione e a documentazione delle campagne di scavo in Basilicata e
in Sicilia, costituiscono una documentazione ricchissima; particolarmente significativa e quasi del tutto sconosciuta quella relativa allo scavo di Sofiana, località che è divenuta una delle protagoniste del quadro culturale
siciliano.
15) Un contributo fattivo ed un costruttivo impulso alla pianificazione integrata delle attività di conservazione è
dovuto a Elizabeth J. Shepherd, archeologa, dal 2006 nell’organico dell’Aerofototeca Nazionale, che ha messo
a disposizione la competenza in materia maturata presso altri archivi fotografici del MiBAC.
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Daniele Zamboni
L’archivio Bams e la fotografia aerea
Carpenedolo, Brescia. Pieve Romanica
del XII sec.
(BAMSphoto - Rodella)
BAMSphoto nasce nel 1978 come studio fotografico, per iniziativa del fotografo Basilio
Rodella. Inizialmente la storia dello studio è simile a quella di moltissime altre attività fotografiche disseminate per l’Italia: si occupa di tutto quello che una piccola cittadina come
Montichiari, un centro di 22.000 abitanti dove la BAMSphoto ancora opera, offre.
Ben presto però l’attività si specializza andando verso il settore editoriale ed espositivo. Sono
oltre 250 i titoli librari che fanno parte attualmente (25-10-2008) del curriculum e 48 le
mostre che hanno visto il marchio BAMSphoto protagonista.
Nel corso degli anni Basilio Rodella è stato affiancato nell’attività dalla moglie Alessandra
Tosoni e dai figli Matteo e Stefano. La squadra, così arricchita, si dedica ai nuovi filoni
ampliandone lo spettro ed aumentandone la qualità. Il settore che più ne giova è l’archivio, già
“pallino” di Basilio Rodella, che in breve raggiunge la ragguardevole cifra di oltre 700.000
immagini catalogate, di cui 150.000 aeree. Archivio che si amplia ogni anno di oltre 20.000
nuovi scatti. Nel frattempo l’ambito che maggiormente si fa strada all’interno dell’attività
BAMS è la fotografia aerea: sono del 1987 i primi scatti che vengono prodotti volando su piccoli aerei dell’Aeroclub locale.
Il volo “contagia” tutti i componenti della BAMS e così in questa speciale sezione fotografica
vengono investiti tempo e denaro. In particolare la ricerca è una costante precisa, indirizzata
verso il settore della fotografia aerea obliqua o a volo d’uccello, tanto che, in breve, questa
diviene il fiore all’occhiello di tutta l’attività.
Nel frattempo lo “strumento di volo” non è più l’aeroplano, ma l’elicottero sul quale i componenti della BAMS hanno trascorso centinaia di ore. Le regioni maggiormente battute sono
quelle del nord, anche se il centr’Italia ed il sud sono stati oggetti di due lunghi reportages.
Impulso, credibilità ed innovazione vengono forniti al progetto dall’avvento del digitale: la
possibilità infatti di georeferenziare le immagini toglie la fotografia aerea obliqua dal limbo
dell’immagine bella ma tecnicamente inutile.
Il progetto così si sviluppa e prende il nome di “Photo under the roofs” ovvero “fotografia sotto
i tetti” che completa ed integra, con immagini inedite del territorio, l’aerofotogrammetria.
Quest’ultima infatti restituisce il territorio in forma cartografica, fornendo l’ingombro dei
centri urbani e delle campagne, disegnando un reticolo stradale in forma piatta.
Con “Photo under the roofs” invece BAMSphoto fornisce immagini che mostrano cosa c’è sotto
i tetti, con un angolo di ripresa di 45°circa rispetto al terreno, dando rilievo ottico alle asperità del suolo, fornendo volume, profondità e dimensione visiva a quanto viene descritto nella
fotografia.
Questo tipo di immagine ritrae, da una angolazione particolare ed inedita il costruito: le architetture industriali ed abitative, le infrastrutture, il patrimonio storico, artistico e monumentale e l’ambiente naturale, pianure, boschi, colli, monti, situazioni di degrado ed a rischio.
“Photo under the roofs” si è rivelato nel tempo uno strumento indispensabile per la pianificazione territoriale (PGT - PRG), la valutazione dell’impatto ambientale, il monitoraggio delle
situazioni a rischio ed il controllo del costruito, ma anche utile per la documentazione del territorio dal punto di vista artistico - turistico, per la realizzazione di iniziative culturali quali
129
mostre, pubblicazioni e archivi fotografici. Questo strumento è oggi fornito con software
applicativo BAMS AERVIEW MAP, appositamente studiato dai tecnici che da anni collaborano con lo studio BAMS, per essere compatibile con i migliori software sul mercato, per il
posizionamento automatico delle immagini sulla cartografia tecnica ufficiale o sulle ortofoto.
Le immagini sono oggi generate da apparecchi con sensori RGB di almeno 21 megapixel nativi (non interpolati) e sono fornite su supporto ottico digitale (CD-DVD), in files JPEG con
compressione minima, con risoluzione cromatica di 8 bit per canale.
Le foto riportano nei campi Xrif dei files le coordinate geografiche (in DD° MM’.mm su
datum WGS ‘84) del punto di scatto, ottenute da apparecchi GPS sincronizzati e trasferite
attraverso protocollo NMEA.
Gli scatti sono inoltre forniti in bundle con un software di visualizzazione GIS che consenta la
gestione spaziale dell’archivio fotografico attraverso:
- la vista dei punti di ripresa su basi cartografiche o ortofotocarte, dunque nella proiezione
Gauss-Boaga adottata nella cartografia tecnica regionale;
- la visualizzazione dei thumbnail delle immagini collegate ai punti di ripresa per il tramite
di hyperlink attivi;
- la visualizzazione di tutti i campi XRIF delle immagini, ivi comprese le coordinate geografiche e temporali dello scatto, nonchè le caratteristiche della fotocamera e dell’ottica utilizzata, tempo di esposizione e diaframma dello scatto;
- la visualizzazione delle immagini a risoluzione piena attraverso l’attivazione automatica, su
azione dell’operatore, di un editor esterno di immagini (Painter, Photoshop, Gimp ...).
I dati relativi ai punti di ripresa sono forniti anche in formato GIS pubblico, ovvero come shapefile di punti con associati i campi degli XRIF, e collegati alle immagini attraverso campi di
percorso, utilizzabili come hyperlink.
Negli ultimi tempi, oltre che continuare nei solchi tracciati, l’attenzione di BAMSphoto si è
spostata nel settore che documenta il consumo sempre più invasivo del suolo. Per questo sono
state avviate collaborazioni con varie fondazioni ed enti che da sempre si occupano di questo
specifico settore con realizzazioni di mostre ed eventi atte a sensibilizzare le nuove generazioni sul tema.
Campagna di Visano, Brescia.
(BAMSphoto - Rodella)
130
Paola Ciandrini
Il Centro Volo Vela al Politecnico di Milano
Protocollo numero 109, posizione X - Segreteria, 23 novembre 1943.
Una velina dattiloscritta evidenziata come riservata e a firma di Portaluppi è inviata al capo
della Provincia di Milano: il testo non ha fronzoli, bastano otto capoversi per spiegare nascita,
evoluzione e pericoli del Centro “Liberato de Amici”, ovvero il Centro studi ed esperienza per
il Volo a Vela (CVV), fondato nel 1934 presso il Regio Politecnico di Milano. L’archivio, conservato oggi dalla biblioteca del Dipartimento di Ingegneria Aerospaziale, documenta l’attività di progettazione e l’attività di volo, testimoniata da un corpus fotografico di prestigio e
in parte sottoposto a un progetto digitalizzazione. Traslochi, cambi di responsabili, perquisizioni e imprevisti di ordinaria amministrazione sono raccontati dalle cesure, dalle lacune o
dalla scrupolosa conservazione delle carte del fondo archivistico.
La corrispondenza ufficiale conservata dall’Archivio generale di ateneo1 aiuta la comprensione
della storia archivistica e dei contenuti del fondo CVV, un archivio di una decina di metri lineari fra carteggi, fotografie e documentazione amministrativa più tavole tecniche per gli aeromodelli. La velina sopra menzionata e firmata da Portaluppi, pur con un unico e sintetico unico
foglio scritto fronte retro, fornisce un preciso ed eloquente resoconto della storia del centro:
«Il centro studi ed esperienze per il volo a vela è sorto, con l’approvazione di queste autorità
accademiche, ad iniziativa dello studente Liberato de Amici, presso il Politecnico, che, per dargli possibilità di vita e unicamente con l’intendimento di favorire le iniziative dei propri allievi nel campo del volo a vela, lo ha ospitato in alcuni locali dell’Ateneo, finanziato ed e amministrato a carico del proprio bilancio. Data infatti la mancanza di entrate proprie, il Politecnico
ha concesso al centro ogni esercizio, fino all’anno accademico 1943-19447, una dotazione ordinaria nella misura media di lire cinquemila. Tale dotazione qualche anno fu integrata da
modeste sovvenzioni straordinarie concesse da Ministeri, enti pubblici, industriali e privati
diversi. Comunque la piccola gestione amministrativa e contabile del Centro ha sempre fatto
parte di quella del Politecnico, che è soggetta al controllo della Corte dei Conti. […] Tutto il
materiale - macchine, attrezzi, libri, etc - usato dal Centro è di proprietà del Politecnico.
L’attività del Centro studi si è andata riducendo sempre più durante l’attuale periodo bellico
e fu praticamente nulla nell’ultimo anno accademico. Perciò essa venne ufficialmente sospesa
dal Direttore del Politecnico con un suo provvedimento 2 ottobre 1944, adottato ai sensi dell’art. 12 del T.U. 31 agosto 1933, n, 1592, dato che non si tratta di una istituzione, la quale
sia munita di personalità giuridica ed abbia per lo meno un suo patrimonio, redditi propri e
una gestione di bilancio speciale. […] Si chiude il presente esposto informando che il personale dirigente del Centro ha prestato sempre gratuitamente la sua opera. Presso il Centro era
stato inoltre distaccato un tecnico appartenente al personale del Politecnico e da esso retribuito. Quanto sopra questa Direzione ha ritenuto doveroso di comunicarVi».
Castelmella, Brescia.
(BAMSphoto - Rodella)
Una comunicazione secca, per esprimere senza troppi fingimenti tutto il disappunto nei confronti della decisione della Provincia, ovvero la nomina di un Commissario responsabile per la
gestione del Centro, una figura esterna al Politecnico e al gruppo di appassionati studenti,
docenti e specialistici del volo, tal Franco Grosso.
133
La grande storia, l’imminenza del conflitto bellico, cambia in poco tempo i giochi e le prospettive del Centro. Nell’estate del 1943 Andrea Marioni scrive a Gino Cassinis, allora presidente del CVV, sottoponendo quesiti e proposte per nuovi alloggiamenti. «Non posso dirle –
si legge in una lettera del 26 settembre 1943 - che il lavoro abbia progredito, perché i recenti avvenimenti ci hanno sbandato tutti, me compreso, per qualche giorno. Abbiamo per di più
dovuto sloggiare dai locali che erano nostri presso la Casa dello Studente - oggi occupata dalla
Milizia. Per ora tutta la nostra roba è accatastata in officina e si stanno allestendo i due piccoli locali che la sovrastano per disporvi poi l’ufficio tecnico e tutto il resto delle scartoffie; tra
l’altro, ci dormirò anch’io sfrattato come il Centro dalla Casa dello Studente».
Esattamente un anno dopo, il 27 settembre 1944, un gruppo di militi della Brigata nera perquisisce il Centro Liberato de Amicis. La relazione dettagliata a cura di Cassinis sarà spedita
solo il 22 dicembre al Ministro dell’Educazione nazionale. Cassinis non si fa scrupolo a citare
lo sfratto dello sfortunato Marioni: «Ritengo necessario far presente che il dott. Marioni non
fa parte del personale del Politecnico, di cui su segreteraio avventizio dal 1° luglio 1929 al 16
maggio 1942, ma era stato autorizzato dal compianto direttore Azimntu ad alloggiare in via
temporanea in questo Poltienci, dopo che la Casa dello Studente era stata sinistrata durante le
incursioni aeree nemiche dell’agosto 1943. Tale concessione era stata accordata perché il dottor Marioni, ricoprendo già da qualche anno la carica di Segretario per il Centro Studio per il
Volo a Vela, avrebbe potuto collaborare efficacemente col personale della quadra di protezione
antiaerea allo stesso modo del personale aiuto ed assistente degli Istituti scientifici, che pernootta nell’ Ateneo con lo scopo di prestare la propria opera per la migliore difisa possibile del
materiale contro gli incontri e gli altri probabili sinistri, in caso di incursione nemica».
Traslochi e paure, un contesto di ben altro tenore rispetto alla donazione del giugno 1943 e al
conseguente trasloco presso il Centro del primo aeroplano - o velivolo, per citare la documentazione ufficiale sulla scia del termine dannunziano - di Maurizio Galimberti. È del 17 giugno
una lettera di Galimberti che suona da liason tra aeromodelli e documentazione dell’archivio:
«Tutti i documenti relativi all’aeromobile - scrive Galiberti a Gino Cassinis - sono già stati
consegnati nelle mani del Dr. Marioni; unisco ora un atto di donazione, autenticato dal mio
colonnello, a che il Centro possa in ogni caso avvalersene, pur esperimento che sarò sempre
disposto ad espletare qualsiasi pratica si rendesse necessaria nel periodo in cui rimarrò ancora
formale intestatario dell’apparecchio».
Le sei sezioni del Centro, rispettivamente Studi e progetti, Voli, Costruzioni, Studi meteorologici, Modelli e Stampa, emergono con prepotenza ed empatia dallo spoglio delle carte non
ancora riordinate. Ad eccezione dell’apparato fotografico, l’archivio ad oggi non è stato ancora oggetto di una inventariazione analitica, progetto che sarà presto concretizzato dai conservatori del fondo.
1) Si veda in particolare Archivio Generale di Ateneo, Politecnico di Milano, Busta Cattedre ed Istituti scientifici
Istituto di Ingegneria aeronautica aerostazione - Centro di studi ed esperienze per il volo a vela "Liberato De Amici” –
Posizione SEG X.
134
Sabaudia: immagine dell’Aeronautica
militare, aprile 1934
135
Andrea Mazzucchelli
L’Archivio Fotografico della Ditta Rossi di Brescia: un esempio
significativo di conservazione intelligente di materiali fotografici
Orzinuovi, Brescia - 2007.
(Fotografia Rossi Telespazio)
La Fototeca Rossi fu costituita nella seconda metà degli anni Cinquanta unitamente alla fondazione dell’omonima azienda bresciana avvenuta nel 1956. Inizialmente essa è nata per raccogliere le prime immagini fotografiche prodotte al suo interno. Essa, di conseguenza, conserva prezioso materiale fotografico realizzato in un momento in cui la moderna fotografia aerea
privata era ancora agli albori.
L’iniziale passione e la profonda competenza e professionalità acquisita negli anni hanno consentito all’azienda di configurarsi come autorevole referente nel settore fotografico, costituendo un raro caso di azienda italiana ad occuparsi, con mezzi e personale propri, dei differenti
aspetti delle attività fotogrammetriche.
In archivio sono presenti evidenti tracce della filosofia di ricerca e sperimentazione dell’azienda, che ha sempre creduto nella proficua collaborazione e costante confronto con gli enti culturali territoriali e nazionali. Numerosi, ad esempio, sono i docenti universitari, i professionisti e i teorici specialisti che hanno collaborato alle differenti ricerche e che hanno prodotto
scatti e rilievi fotografici territoriali di notevole importanza.
L’Archivio racconta anche della capacità imprenditoriale bresciana di acquisire consistenti
incarichi professionali in ambito professionale. Numerosi sono, ad esempio, le fotografie scattate in differenti nazione europee, in Africa e in America, mostrando anche proficue collaborazioni con studi tecnici professionali privati e Ministeri esteri.
Il materiale archivistico è ovviamente organizzato secondo precisi parametri aziendali, che
rispecchiano fedelmente la sua suddivisione in comparti. Ancora oggi, infatti, la ditta Rossi
S.R.L. è suddivisa in quattro reparti, in costante rapporto con l’archivio e l’ufficio che si dedica alla ricerca iconografica. Esso mostra, ad esempio i prodotti afferenti al Reparto Volo, che si
occupa delle attività di pianificazione di volo ed è responsabile delle riprese aerofotogrammetriche, per la realizzazione delle quali utilizza come base operativa l’aeroporto di Montichiari
(Bs). A questo primo reparto seguono: l’Ufficio per il Controllo delle riprese aeree, che effettua i
primi accertamenti dei risultati delle riprese con camera analogica, produce le note informative di volo, successivamente archiviate, e svolge le attività connesse all’obliterazione dei negativi; il Laboratorio fotografico, che si occupa dello sviluppo delle pellicole fotografiche e della
produzione di stampe, diapositive ed eterogenei elaborati visivi; e il Reparto Elaborazione dati,
responsabile della lettura delle immagini, della gestione digitale delle fotografie e della preparazione degli elaborati finali, che spaziano dalla produzione di DSM-DTM all’ortofoto. Il
materiale così concepito confluisce successivamente nel prezioso Archivio fotografico, nel quale
sono custoditi circa due milioni di scatti.
Si tratta di immagini che coprono analisi fotografico-territoriali compiute dai primi anni
Sessanta ai giorni nostri, spesso consentendo interessanti raffronti temporali sulla medesima
area geografica.
Le immagini più recenti sono state scattate dalla piccola aeroflotta privata, che attualmente
consta di tre velivoli: un aeromobile turbo commander I-MAGJ, un aeromobile Cessna 402 B
I-ISOR e un Cessna 402 B I-EJRA.
137
L’archivio raccoglie differenti tipologie di materiali fotografici, strettamente connesso anche ai
mezzi tecnici impiegati dall’azienda per la realizzazione degli incarichi di ripresa territoriale
ricevuti. Esso, pertanto, costituisce una valida esemplificazione dell’evoluzione tecnologica
della fotografia aerea già descritta nella sezione storiografica di questa stessa monografia.
Attraverso l’analisi delle apparecchiature, delle strumentazioni di lavoro e dei negativi conservati nell’archivio è infatti possibile osservare l’evoluzione tecnologica che da sempre ha caratterizzato il settore delle riprese aeree. Tutti gli aerei aziendali, ad esempio, sono dotati di doppia botola per la realizzazione in contemporanea di riprese con almeno due differenti sensori e
della strumentazione INS/DGPS, che consente la determinazione delle coordinate dei centri
di presa dei fotogrammi. Quest’ultima apparecchiatura è costituita da ricevitori satellitari geodetici a doppia frequenza con capacità di campionamento fino ad un secondo, interfacciati alle
camere aeree mediante un dispositivo denominato event marker, che segnala al GPS il momento esatto dell’apertura dell’otturatore della camera da presa1.
Accanto all’attività di catalogazione e ricerca iconografica l’archivio è dotato di una strumentazione appositamente studiata per consentire l’utilizzo di immagini analogiche nei processi
di elaborazione digitale. Il laboratorio appositamente attrezzato consente di acquisire tali dati
direttamente dal rullo negativo delle riprese. Le procedure eseguite permettono di garantire
l’assoluta assenza di corpi pulviscolari e preservano il film da possibili datti realizzati per sfregamento. Per queste ragioni lo scanner è collocato in appositi ambienti costantemente soggetti ad interventi dustfree, finalizzati alla continua eliminazione di polvere e alla costante eliminazione di umidità. Nello specifico le scansioni del laboratorio fotografico sono generalmente
realizzate attraverso l’impiego di uno Scanner ZEISS Intergraph Imaging Photoscan 2002 (Z/I
Imaging) con una risoluzione ottica a 7 micron.
L’archivio è inoltre dotato di locali condizionati-refrigerati, nei quali poter conservare i materiali fotografici più preziosi e rendere le pellicole antistatiche. Questi ambienti consentono di
evitare gli effetti derivanti da eventuali deformazioni termiche del supporto e che, inevitabilmente, sarebbero successivamente registrati con le operazioni di riproduzione e scansione.
Una sezione dell’archivio conserva anche ortofoto complesse, immagini aeree numeriche in
scala e con coordinate cartografiche, che riportano informazioni integrative su tutti quei particolari che la carta tecnica rappresenta in modo schematico, fornendo anche una visione dinamica e realistica dei luoghi.
1) I velivoli possono essere dotati, in funzione delle esigenze di scatto di tre camere aerofotogrammetriche RMK
con focale 150 mm (Zeiss), di una camera aerofotogrammetria RMK con focale 300 mm (Zeiss), di una camera aerofotogrammetria RMK TOP 15 con focale 153 mm i cui obiettivi hanno un potere separatore medio di
112 coppie di linee per mm (Zeiss), di due camere aerofotogrammetriche digitali DMC dotate di sistema pluribande (compreso il sistema di rilevamento ad infrarosso), di tre sistemi integrati INS/DGPS, di quattro basamenti AS2 (Zeiss), di tre basamenti geostabilizzati T-AS, di sette magazzini porta pellicola (Zeiss) e di due
Cinederivometri (Zeiss). Le due camere aerofotogrammetriche digitali DMC di produzione Intergraph sono
costituite da quattro obiettivi pancromatici e quattro multispettrali, in grado di acquisire simultaneamente
immagini RGB e IR di dimensione 7680 x 13824 pixels. Le camere sono complete di sistema inerziale IMU
IGI Aerocontrol in grado di fornire direttamente l’orientamento esterno dei fotogrammi (phi, omega, k, X, Y,
Z, cioè angoli di assetto e posizione). La precisione dei parametri di orientamento esterno è per gli angoli di
assetto ? e ? ±0.0075°, mentre per k è ±0.0135°.
138
Montichiari, Brescia - 2007.
(Fotografia Rossi Telespazio)
139
Ferdinando Zanzottera
Il Fondo Fotografico del generale Pezzani
conservato presso l’Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda
Chiesa di Santa Maria Nascente al QT8
(Mi) in una foto aerea scattata dal Generale
Giovanni Pezzani nel 1961.
Tra i numerosi fondi fotografici conservati presso l’Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda
(ISAL), particolare interesse rivestono le fotografie aeree scattate dal generale Giovanni Pezzani
nei primi anni Sessanta. Malgrado la costituzione del corpus archivistico sia particolarmente
recente (trentacinque anni), mancano alcuni elementi di fondamentale importanza per la piena
comprensione della sua origine e della sua stessa formazione. Il fondo fu certamente acquisito
dall’ISAL agli inizi degli anni Settanta e fin dalla sua origine esso era composto da stampe e
negativi fotografici di grande formato. Tuttavia i documenti fino ad ora rintracciati inerenti la
sua costituzione lasciano insoluti diversi dubbi. Alcune carte documentarie parlano di un
acquisto, mentre il verbale del Consiglio di Amministrazione del 23 gennaio del 1973
dell’ISAL contiene un’annotazione relativa a “un cospicuo donativo di fotografie aeree di
Milano” da parte del generale Pezzani, espressione che induce a pensare ad una donazione gratuita. Anche i dati inventariali sono contraddittori poiché attualmente il fondo fotografico è
costituito da 474 stampe in bianco e nero di differente formato e da 161 negativi. L’inventario
della Fototeca, inoltre, registra sette momenti distinti di catalogazione delle stampe, per un
numero complessivo di 378 unità. Probabilmente questa differenza trova spiegazione nella
duplicazione di numerose stampe fotografiche avvenuta con il passare degli anni. Il fondo,
infatti, è caratterizzato da un numero elevato di riproduzioni eseguite in differente formato e
contrasto delle tonalità dei grigi. Discordanti sono anche i numeri di inventario. Ogni scatto
fotografico presente all’interno della Fototeca dell’ISAL, infatti, è caratterizzato da un’etichetta sulla quale sono riportati numerosi dati. Nelle etichette più ‘antiche’ i dati riportati sono
otto (numero di catalogo, numero di inventario, ubicazione, autore, soggetto, particolare,
numero del negativo, anno, fotografo), in quelle più recenti sono undici (artista, paese, secolo,
località, ubicazione, soggetto, materia, misure, numero di catalogo, numero del negativo, anno
di esecuzione del negativo). Le informazioni trascritte sono parzialmente distoniche e palesano le intelligenti ragioni per le quali la professoressa Maria Luisa Gatti Perer volle creare una
fototeca specializzata in storia dell’arte, attestando anche una maggiore attenzione all’oggetto
fotografato rispetto al bene fotografico in quanto tale. Per molti anni, infatti, la fototeca è stata
concepita unicamente come repertorio iconografico al servizio degli storici dell’arte e dell’architettura, spesso indifferenti a una corretta schedatura archivistica del materiale fotografico,
confondendo i dati riguardanti il bene raffigurato con quelli della ripresa e della stampa dello
scatto. Notevoli differenze compilative si possono dunque riscontrare osservando le etichette
che accompagnano queste fotografie, nelle quali sono evidenti anche omissioni e imprecisioni
determinate da una non corretta redazione da parte degli operatori, spesso meritevoli volontari non sempre dotati della necessaria competenza o sensibilità archivistica. Esemplificativa
risulta la serie delle immagini aeree raffiguranti l’Abbazia di Chiaravalle. Essa è composta da
otto stampe prodotte da tre scatti differenti. Le stampe furono eseguite certamente in almeno
tre momenti distinti poiché mostrano etichette tipologicamente differenti e numeri di catalogazione completamente dissimili. La ripresa dell’abbazia effettuata con l’aeroplano posto a
meridione del complesso monastico, ad esempio, ha una prima stampa correttamente datata
(1961) contrassegnata con il numero di catalogo 15.969, una seconda copia, priva dell’indica-
141
zione della data di scatto, contraddistinta dal numero di catalogo 16.952 e una terza stampa,
senza data della ripresa e priva dell’indicazione del fondo archivistico di appartenenza, alla
quale è stata apposto il numero di catalogo 46.377.
Malgrado le numerose imprecisioni che caratterizzano il Fondo Pezzani, esso si qualifica come
importante testimonianza visuale per la piena comprensione delle trasformazioni territoriali
di Milano. Esso, infatti, indaga la periferia della città e alcuni luoghi simbolo del centro storico e dell’hinterland, attraverso una serie di voli eseguiti nei primi anni Sessanta.
Generalmente le fotografie hanno come soggetto principale edifici liturgici, ritenuti dal generale Pezzani elementi di particolare interesse architettonico facilmente individuabili nella
maglia urbana, capaci di configurarsi come elementi ordinatori di una trasformazione in atto.
Dalle immagini è possibile ricostruire anche la tipologia esecutiva del volo eseguito dal generale Pezzani: dopo aver individuato il soggetto da fotografare l’aeroplano compiva una serie di
virate a spirale, consentendo all’addetto alle riprese di fotografare il soggetto da molteplici
punti di vista. Una tecnica consolidata impiegata dal generale Pezzani anche in alcuni particolari rilievi compiuti durante la sua attività di ricognitore durante la Seconda Guerra
Mondiale. L’esperienza accumulata fu impiegata anche nell’abito dei successivi incarichi professionali, quando utilizzò la fotografia aerea anche per indagare gli abusi edilizi commessi in
spregio alla legislazione vigente. Le fotografie di proprietà dell’ISAL non furono eseguite attraverso un’apparecchiatura fissata alla fusoliera dell’aeroplano, ma riprese da un operatore che
inquadrava i soggetti con una macchina fotografica manuale e che, in qualche occasione, non
è riuscito ad eliminare dall’inquadratura la parte terminale dell’ala del velivolo.
Tra i molti edifici indagati dalle fotografie aeree vi sono l’Abbazia di Chiaravalle, il complesso architettonico dell’Istituto Leone XIII, l’Ospizio della Sacra Famiglia e le chiese della
Madonna dei Poveri, della Madonna del Lago all’Idroscalo, di Quinto Romano, del Sacro
Cuore Immacolato di Maria, del Sacro Cuore in Affori, di San Benedetto, di San Bernardo alla
Comasina, di San Camillo, di San Dionigi in Prato Centenario, di San Gabriele, di San
Gaetano, di San Giovanni alla Creta, di San Giovanni Battista alla Bicocca, di San Giovanni
dei Morenti, di San Giovanni Evangelista, di San Giuseppe in Bollate, di San Giuseppe in
Cesate, di San Marcellino, di San Martino e San Silvestro, di San Martino in Lambrate, di San
Michele e Santa Rita, di San Nicola in Dergano, di San Paolo, di San Pio V, di San Protaso, di
San Romano alla Torrazza, di San Vito al Giambellino, di Santa Barbara in Metanopoli, di
Santa Maria Addolorata in San Siro, di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, di Santa
Maria Assunta in Certosa (Certosa di Milano), di Santa Maria Beltrade, di Santa Maria del
Rosario, di Santa Maria della Misericordia in Casoretto, di Santa Maria di Lourdes, di Santa
Maria Liberatrice, di Santa Maria Nascente al QT8, di Santa Rita alla Barona, di Sant’Agnese
in Vialba, di Sant’Angela Merici, di Sant’Antonio alla Cascina del Sole, di Sant’Apollinare in
Baggio, di Sant’Elena in Quarto Cagnino, di Sant’Eusebio e Santi Maccabei in Garbagnate, dei
Quattro Evangelisti, del Redentore, dell’Immacolata, di Gesù, Giuseppe e Maria, di
Sant’Eustorgio, dei Santi Nabore e Felice, dei Santi Nereo e Achilleo e di Sant’Ildefonso. Oltre
a questi edifici il generale Pezzani fotografò anche la chiesa Armena, la chiesa dei Martinit, la
Chiesetta di via Palmanova e il complesso conventuale cappuccino di piazzale Velasquez (San
Francesco d’Assisi), progettato alla fine dell’Ottocento dall’ingegner Cesare Nava.
Tra i casi più interessanti vi è sicuramente il rilievo fotografico aereo della chiesa di Santa
Maria Nascente al QT8, progettata da Vico Magistretti e da Mario Tedeschi nel 1947 in occasione dell’ottava Triennale e realizzata tra il 1954 e il 1955. Le fotografie furono eseguite nel
1961 a pochi anni di distanza dalla conclusione dei lavori di costruzione della chiesa, accanto
alla quale fu edificato l’edificio destinato ad accogliere le strutture catechetiche e la casa parrocchiale. Nelle immagini la chiesa sorge al centro di un’area con un indice di fabbricazione
molto basso. Alle sue spalle si intravvede il Monte Stella ancora in fase di definizione. Campi
coltivati, orti, vestiti stesi al sole ad asciugare nei prati, strade bruscamente interrotte e opere
di un’urbanizzazione in corso di realizzazione, costituiscono gli elementi salienti di un raccon-
142
to figurativo impresso nella pellicola che oggi appare completamente trasformato dalla realtà
edilizia che ha fagocitato ogni spazio libero adiacente alla chiesa. Assenti sono dunque gli edifici residenziali, la posta, il mercato coperto e le altre infrastrutture pubbliche costruite nelle
immediate vicinanze della chiesa negli anni seguenti.
Analoga testimonianza è impresa negli scatti compiuti nel medesimo anno alla chiesa di
Sant’Agnese in Vialba, costruita nel 1955 su progetto degli architetti Amos Edallo e Antonello
Vincenti. La sua imponente struttura in cemento armato si staglia nel vuoto urbano che la circonda, evidenziando, con ancor maggior veemenza, i sei monumentali pilastri che reggono la
copertura a doppia falda inclinata della navata unica. Le fotografie mostrano con impressionante dettaglio il grande affresco realizzato sulla facciata della chiesa dal pittore Neonato Nicolò,
oggi in uno stato precario di conservazione. Anche in questo caso le immagini palesano il mutamento del contesto urbano avvenuto con il passare degli anni. Le sei stampe fotografiche costituiscono anche una rara testimonianza del complesso residenziale popolare demolito sul finire
del XX secolo, che sorgeva nelle immediate vicinanze della chiesa.
Poco distante dall’edificio liturgico consacrato a Sant’Agnese il generale Pezzani ha fotografato la Certosa di Milano (Garegnano), fondata il 19 settembre del 1349 da Giovanni Visconti.
Nessuna data del volo è indicata sul retro delle sette stampe fotografiche che mostrano un
complesso architettonico profondamente differente dallo stato attuale e un contesto urbanizzato che si è profondamente modificato a partire dagli anni Settanta. Ancora visibili sono le
strutture rustiche e il pollaio addossati alla chiesa trecentesca. Completamente assenti, invece,
appaiono le nuove strutture oratoriane che sostituirono la Città dei ragazzi che, negli anni
Sessanta, sorgeva oltre il tracciato della prima autostrada italiana. Assenti sono anche alcune
delle strutture scolastiche edificate nelle immediate vicinanze dell’antico monastero certosino,
quali la scuola materna di via Sapri, la scuola media statale e la scuola elementare e l’asilo edificati dall’ordine religioso delle suore del Sacro Cuore di Maria già Missionarie d’Egitto. Le
fotografie costituiscono anche un importante testimonianza del contesto urbano limitrofo al
Cimitero Maggiore e al viale Certosa, uno dei principali assi viari di penetrazione della fascia
nord-ovest di Milano. Fondamentale, inoltre, è la documentazione del tracciato autostradale
che ancora oggi segna la fascia orientale del complesso architettonico monastico, vicino al
quale negli anni Sessanta sorgevano gli ‘antichi’ caselli daziari.
Le immagini del Fondo Pezzani non sono le uniche fotografie aeree presenti nella Fototeca
dell’ISAL: l’istituto, infatti, custodisce numerosi scatti raffiguranti Milano e alcune città della
Brianza. Tra queste, particolare interesse desta una fotografia scattata il 12 settembre 1957 raffigurante il complesso della Basilica di Sant’Ambrogio e dell’Università Cattolica di Milano.
Lontani ricordi appaiono i cantieri della ricostruzione post-bellica e i nuovi edifici emergono
nella maglia urbano per la lucentezza e il candore degli intonsi apparati murari. Al bianco
splendore di questi edifici si contrappone l’ampia massa dell’antica caserma militare interessata da un piccolo cantiere e il giardino verde che abbraccia il monumento dedicato a tutti i
milanesi caduti in guerra. Un giardino che, sebbene rigoglioso, mostra tutte le ferite inferte
dalla guerra e la smania cittadina della ricostruzione: giovani piante dall’esile fusto si alternano ai frondosi alberi pluridecennali. Anche i tetti partecipano al racconto della città, mostrando edifici non ancora abbruttiti da alcuni sopralzi insensati e da tetti sgombri dalla selva invadente degli impianti refrigeranti.
Altre immagini aeree sono pervenute all’ISAL attraverso il lascito testamentario del professor
Carlo Perogalli, che, insieme alla sua personale diateca di circa 40.000 diapositive, ha donato
un vasto repertorio iconografico comprendente anche riprese aeree degli anni Cinquanta della
città di Monza e dei suoi principali monumenti: il Duomo, l’Arengario e la Villa Reale.
Particolare menzione spetta anche a una riproduzione fotografica della Milano ottocentesca
ripresa da un dirigibile, che mostra il tessuto urbano cittadino ancor prima degli sventramenti del XIX secolo e le devastazioni dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
I tre edifici religiosi fotografati dal generale Pezzani e le fotografie aeree citate costituiscono
143
solamente alcuni esempi dei percorsi storiografici che è possibile intraprendere attraverso le
immagini riprese dal cielo, che, in generale, mostrano l’estremo consumo del territorio urbano di Milano. Una città che nei suoi processi evolutivi, talvolta è scaduta in atteggiamenti
degenerativi.
Nell’osservare alcune di queste fotografie, dunque, possono rammentare le parole di Walter
Gropius, che asseriva: “Che cos’è il costruire architettonico? L’espressione cristallina dei più nobili pensieri degli uomini, del loro fervore, della loro umanità, della loro fede, della loro religione. Così era una
volta. Ma chi fra quanti vivono in quest’epoca giustamente dannata, comprende ancora la natura omnicomprensiva, beatificante dell’architettura? Non vedete? Attraversiamo le nostre strade e le nostre città e
neppure ci viene da piangere di vergogna su questi deserti della bruttezza!
Diciamocelo invece chiaramente: queste trappole grigie, vuote, stupide, in cui viviamo e lavoriamo, costituiranno a diffondere alla posterità una umiliante testimonianza del tremendo baratro intellettuale in
cui è caduto il nostro gusto dimentico dell’unica grande arte: costruire”.
Certosa di Milano (Garegnano) in una foto
aerea scattata dal Generale Pezzani nei
primi anni ‘60.
144
Il Duomo di Milano fotografato alla fine
dell’800 da un dirigibile.
145
Elizabeth J. Shepherd
Il pioniere d’Aeronautica Ubaldo Puglieschi (1874-1965):
ricostruzione storica attraverso le carte e le fotografie d’archivio
“Brigata Specialisti del Genio / (cortile interno
alla Caserma Cavour) / Visita di S.M. la
Regina Margherita / e di S.A.R. il Duca di
Genova alla / brigata l’11 gennaio 1905. /
Gen. Puglieschi”. Didascalia autografa U.
Puglieschi (Archivio Caproni, fascicolo
Puglieschi).
“16 giugno 1904 / Lawn Tennis Club /
Inaugurazione / Soc. Aer. Ital. S.A.I. / 1904 /
davanti a S.M. Regina / Margherita // Ten.
Puglieschi / Ten. Arciprete”. Cartolina postale, didascalia ms. U. Puglieschi (Archivio
Caproni, fascicolo Puglieschi).
«La fotografia è ora uscita dal ristretto campo del professionista e del dilettante, per dare potente aiuto alle arti e alle scienze. Torna infatti di gran sussidio alla chirurgia colla radiografia,
all’istologia e alla metallografia colla microfotografia, alla stampa colla trasmissione della fotografia a distanza, al topografo colla fotogrammetria, all’arte colla riproduzione dei quadri ecc.
Anche nel campo militare, la fotografia trova ora efficace impiego, e per questo venne nel 1896
creata presso la Brigata Specialisti del Genio una Sezione Fotografica dall’attuale Ten.
Colonnello Moris, il quale seppe in breve darle grande sviluppo. Tale Sezione si occupa specialmente di studi e lavori di telefotografia per ricognizioni alle grandi distanze, ed in tale
ramo ha raggiunti risultati veramente insperati; di fotografia e telefotografia da bordo delle
navi per ricognizioni costiere, di fotografia e telefotografia dalla navicella dei palloni e dei dirigibili per ricognizioni dall’alto; di rilievi di terreni montuosi a mezzo della fotogrammetria;
di rilievi di terreni piani a mezzo della topofotografia dal pallone e dal dirigibile; di microfotografia per la produzione dei dispacci per la corrispondenza a mezzo dei colombi viaggiatori,
e infine di cinematografia per esperienze di mine. Ha poi un reparto per lo studio e il collaudo dei varii sistemi ottici; quali obbiettivi, cannocchiali, telemetri, ecc. ed un altro reparto per
le riproduzioni documentarie, con annesso laboratorio di fotocollografia per la produzione di
stampe monocrome e policrome».
Così, con grande lucidità e dote di sintesi, il capitano Cesare Tardivo, comandante della Sezione
Fotografica del Battaglione Specialisti del Genio, apriva nel 1911 il suo Manuale di fotografia telefotografia, topofotografia dal pallone. Se nel 1907 il volume
Fototopografia e fotogrammetria aerea:
nuovo metodo pel rilevamento topografico di estese zone del terreno del
tenente Attilio Ranza, sempre del
Battaglione Specialisti, aveva illustrato le basi di una nuova disciplina sperimentale, solo quattro
anni dopo le esperienze sul campo
erano state così fitte e sostanziali
da permettere a Tardivo di fare un
punto fermo ed aggiornatissimo
per quella che, all’epoca, era una pratica ormai consolidata in cui l’Italia eccelleva: la fotogrammetria aerea, cioè la rilevazione del terreno dall’alto per scopi militari ma soprattutto civili. Tra
1907 e 1913 si realizzarono infatti alcune delle più esatte planimetrie fotografiche mai eseguite:
quelle del corso del Tevere (1907), della foce del Tevere a Porto (1909), delle città antiche di
Pompei (1910) e di Ostia (1911), della città di Venezia (1906-1913)1. Data l’esigenza di accuratezza nella restituzione, il rilievo topofotografico era necessariamente connesso all’impiego di palloni aerostatici frenati che consentivano uno scatto ‘da fermo’ in visione zenitale2. Tardivo forni-
147
Battaglione Specialisti del Genio-Sezione
Fotografica. “Rilievo topofotografico di Ostia dal
pallone”, 1911. Cortesia Soprintendenza Beni
Archeologici di Ostia, Archivio Fotografico.
va infatti precise istruzioni sul tipo e la qualità del cavo di ritegno del pallone e, in considerazione delle correnti, sull’altezza conveniente cui elevarlo3. Per quanto riguarda i tipi di pallone più adatti suggeriva i palloncini sferici, dotati di maggior forza ascensionale, o i draken,
più voluminosi e pesanti ma molto più stabili4.
Gli anni tra il 1904 e il 1907, però, videro anche la parallela affermazione, per non parlare di
una vera e propria moda, di un diverso tipo di ripresa fotografica, condotto con palloni aerostatici in ascensione libera. L’ascensione libera, effettuata a bordo di navicelle sospese a palloni
sospinti dalle correnti d’aria e privi di strumenti direzionali propri, aveva una storia già molto
antica, a partire dalle mongolfiere settecentesche dei fratelli Montgolfier e dai palloni di Jacques
Charles e di Vincenzo Lunardi. Gli aerostati erano già impiegati in ambito militare per scopi di
Gabriele D’Annunzio a bordo di un dirigibile M, 9 luglio 1919. Cortesia Soprintendenza
Beni Archeologici di Ostia, Archivio
Fotografico.
148
Tessera di U. Puglieschi socio F.A.I., 1904 (Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi).
Prima ascensione libera del 23 marzo 1904. Pergamino, inchiostro (Archivio
Caproni, fascicolo Puglieschi).
ricognizione e di rilevazione cartografica fin dai tempi della guerra tra l’esercito rivoluzionario
francese e le forze della prima coalizione (1794), poi della II guerra d’indipendenza italiana
(1859), della guerra civile americana (Union Army Balloon Corps di Thaddeus Lowe, 18611863) e delle guerre coloniali inglesi (in Africa nel 1885, nella II guerra dei Boeri 1899-1902)5.
In Italia nel 1884 l’arma del Genio costituì al Forte Tiburtino di Roma un Servizio Aeronautico
(poi Sezione Aerostatica), al comando del tenente Alessandro Pecori Giraldi, equipaggiato con
due palloni da 550 m3. Nel 1887 la Sezione (parte della Compagnia Specialisti del Genio) partecipò alla spedizione del generale Alessandro Asinari di San Marzano in Eritrea con tre aerostati frenati, impiegati in ascensioni di ricognizione. La Compagnia Specialisti (poi Brigata
Specialisti) si impose agli onori della cronaca nell’estate del 1894 con la prima ascensione libera di un pallone militare di costruzione italiana, il Generale Durand de la Penne, compiuta dal
capitano Maurizio Mario Moris e dal tenente Cesare Dal Fabbro. Come abbiamo già sentito
dalle parole di Tardivo, nel 1896 Moris creò in seno alla Brigata la Sezione Fotografica.6
Gli anni a cavallo del secolo, e ancora fino alla I guerra mondiale, vedono un’intensa attività
di ricerca per la costruzione di mezzi atti a sollevare l’uomo da terra. Il 1905 vide alzarsi in
volo il primo dirigibile italiano, l’Italia di Almerico di Schio; dopo il primo tentativo di volo
dei fratelli Wright nel 1903, già nel 1909 Wilbur Wright dette dimostrazioni e lezioni di volo
all’aeroporto romano di Centocelle.
Sono questi, gli anni della Belle Époque, a creare la figura avventurosa e affascinante dell’aviatore che tanto successo avrà negli anni a venire, nella realtà e nella finzione cinematografica.
Fascino in buona parte derivante dall’avventura e dallo sprezzo del pericolo, ma anche dalla
classe sociale elevata cui necessariamente appartenevano i primi sperimentatori: i costi delle
macchine e dell’organizzazione dei voli li rendevano possibili solo per i militari, o per gli
appassionati in grado di finanziare o acquistare il nuovo divertimento. I primi anni di esperimenti aviatorii in Italia vedranno coesistere come protagonisti proprio elementi militari, altoborghesi e aristocratici: nella percezione comune gli esempi più celebri dei tempi pionieristici rimangono quelli di Francesco Baracca e di Gabriele d’Annunzio.
Il primo organismo per coordinare l’attività aeronautica civile, la Società Aeronautica Italiana
(S.A.I.), si costituì a Roma il 19 gennaio 19047 con l’obiettivo di «far entrare nel pubblico
dominio la scienza aeronautica. I problemi che questa scienza è chiamata a risolvere sono tra i
più difficili che l’ingegno umano abbia trattato. Essa richiede cognizioni solide e profonde delle
principali scienze odierne, quali la fisica, la chimica, la meccanica, la meteorologia, la matema-
149
tica, ecc.; nonché mente geniale, buon senso, pratica ed attitudini speciali per sintetizzarle e
trarne le volute conseguenze […] Abbiamo fiducia che coll’appoggio e coll’aiuto degli studiosi e degli sportisti italiani (nel senso più geniale della parola) troverà sviluppo in Italia, e diffusione, la scienza e l’arte d’Aeronautica, male coltivata fino ad ora da empirici e da dilettanti»8.
Un bel programma di chiaro stampo positivistico, volto a stimolare l’interesse degli Italiani
nella direzione di una nuova tecnologia, nel nome dell’ingegno e della conquista del progresso.
Posta sotto il patronato del Re e del Duca degli Abruzzi, la S.A.I. avrà nel primo anno di vita
uno sviluppo tumultuoso, pari all’entusiasmo e all’ambizione sociale dei soci: dai primi 37 che
costituirono la Società si passerà in sei mesi a 1409. Tra questi numerosi sono i militari, soprattutto quelli appartenenti alla Brigata Specialisti del Genio: oltre a Moris, Giuseppe Arciprete,
Ettore Cianetti, Arturo Crocco, Giovan Battista De Benedetti, Arturo Malingher, Ottavio
Rinaldoni, Carlo Vita Finzi, Enrico Zicavo e tanti altri che ricorrono nella storia della prima
aviazione e delle prime fotografie aeree italiane: tra questi, anche Ubaldo Puglieschi10.
Il ruolo di Ubaldo Puglieschi (Roma 1874 - 1956) nella storia della fase pionieristica del volo
in Italia, e non solo, è andato dimenticato col tempo. È merito del Museo Aeronautico Caproni
aver acquisito e conservato un nutrito fondo di testi e fotografie relativi all’attività di
Puglieschi11, e di Giovanna Alvisi aver curato la parziale duplicazione delle fotografie, oggi
conservate nell’archivio dell’Aerofototeca Nazionale; mentre la produzione a stampa è consultabile presso varie biblioteche pubbliche12.
Particolare interesse, nel fascicolo conservato dall’archivio Caproni, rivestono un dattiloscritto
redatto il 16 maggio 1945 e firmato da Puglieschi13, intitolato Appunti sulla mia attività aeronautica e riferito agli anni 1904-1922, oltre a un nucleo di documentazione relativa a voli in
ascensione libera degli anni 1904-1908 che Puglieschi aveva destinato nel 1945
all’Associazione dei Pionieri d’Aeronautica. Vediamo, in anticipazione di uno studio che è
ancora in corso, alcuni di questi materiali.
Da un primo ordinamento dei dati desunti dalle foto scattate durante le ascensioni, dai tracciati barometrici e dalle accurate cartine di volo, unito al diligente rendiconto sul Bollettino
S.A.I. dei voli eseguiti sia dalla Brigata Specialisti, sia dai soci della Società, emerge come
Puglieschi non facesse eccezione alla regola di cui ho parlato poco sopra: entusiasta sperimentatore in prima persona del volo in aerostato, lo era sia come militare (nei voli previsti dalle
150
“Ascensione libera / del 15 giugno 1906 / Partenza effettuata dalla / Caserma Cavour.
/ Aeronauti: / Ten. U. Puglieschi – pilota / Ten. Zicavo / Fotografia dall’alto dei Colli
Albani / Gen. Ubaldo Puglieschi / Roma, maggio 1953”. Didascalia autografa U.
Puglieschi (Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi). Fotomosaico G. Leone,
Aerofototeca Nazionale.
Sesta ascensione libera del 22 ottobre 1904. Pergamino, inchiostro (Archivio
Caproni, fascicolo Puglieschi).
esercitazioni della Brigata) sia come socio S.A.I., in questo secondo caso sui palloni di proprietà della Società e insieme ai più vari rappresentanti della Roma ‘bene’ dell’epoca («Fra questi
sportivi ricordo, tra i più assidui partecipanti, il dr. Helbig e l’avv. Sella ed il Duca di Gallese;
poi il Principe Potenziani, il dr. Levi, il Marchese Guglielmi, parecchie Signore ed il sig.
Hallecher di Napoli. Quest’ultimo, ricco possidente, si appassionò talmente che volle farsi
costruire nel 1906 un pallone per suo conto, lo Sparviero, che portò poi con sè a Napoli per fare
colà qualche ascensione, e così anche il dr. Levi che pure si fece costruire un pallone, la
«Sfinge» che condusse a Firenze»14). Inoltre, «mente geniale, buon senso, pratica ed attitudini speciali» sono evidenti nella quantità di interessi di Puglieschi, tutti rivolti alla sperimentazione e alla definizione di innovazioni tecnologiche di portata utilitaria: dall’analisi della
produzione dell’idrogeno15 (1904) alle vernici aerostatiche16 (1905), legate al mondo degli
aerostati, fino allo studio della convenienza e dell’utilità dell’adozione dell’automobile a benzina per l’impiego nell’esercito (1913, più volte riedita).
Nel 1904 Puglieschi, in forze presso i Telegrafisti del 3° Reggimento del Genio, chiese ed
ottenne di essere trasferito alla Brigata Specialisti, dove rimase fino al 1908. La Brigata risiedeva nella Caserma Cavour, a Roma; la Sezione Fotografica (comandata da M. M. Moris) aveva
sede invece a Monte Mario, nella Villa Mellini. «Una delle specializzazioni importanti della
Sezione Fotografica era la Telefotografia della quale si serviva specialmente lo Stato Maggiore
per il rilievo delle fortificazioni delle frontiere. In seguito la stessa Sezione dette sviluppo
anche ai rilievi fotogrammetrici eseguiti dal pallone ed ai quali venne adibito in special modo
il Tenente Ranza»17. È in quest’ambiente di «studi ed esperienze relative alla navigazione
aerea»18 che Puglieschi inizia a compiere frequenti ascensioni, forse meno di quante desiderasse data la scarsità della produzione di idrogeno necessario a gonfiare i palloni: «Data tale limitazione, e, per contro, il desiderio vivissimo di noi tutti ufficiali piloti della Brigata di partire in ascensione libera, veniva osservato rigorosamente un turno rotatorio»19.
Oltre all’attività militare, dal 1904 si aggiunge anche quella con la S.A.I. «Noi piloti militari
della Brigata Specialisti eravamo quasi tutti soci della S.A.I. e così riuscivamo a fare qualche altra
ascensione libera oltre quelle militari purtroppo non troppo numerose data la suaccennata limitata disponibilità di gas idrogeno. I tre palloni (Fides I, Fides II, e Fides III) eseguivano alcune
volte delle ascensioni a scopo di osservazioni metereologiche […] ma, in genere, delle ascensio-
151
ni per gli sportivi che desideravano provare la piacevole emozione della navigazione aerea”20.
In tutta la sua carriera negli Specialisti Puglieschi compì più di 50 ascensioni libere. Per almeno 21 di queste abbiamo la documentazione completa del volo; per buona parte delle altre sono
presenti accenni o ricordi nei resoconti del Bollettino S.A.I., che elencava anno per anno sia le
ascensioni della Brigata, sia le proprie. Riporto qui la descrizione di un volo scritta da
Puglieschi e corredata dalla relativa documentazione.
«Un’ascensione interessante è stata quella che eseguii il 22 ottobre 1904 col Tenente Cianetti
con un pallone da 450 mc. In tale ascensione raggiungemmo la quota di 4100 m. che fino allora non era stata ancora raggiunta nelle nostre ascensioni militari. Partiti da Roma atterrammo
nei pressi di Valmontone»21.
Ma non tutte le ascensioni erano così tranquille: Puglieschi ricorda in un’occasione di essere
finito in mare, in un’altra di essere stato accolto, al momento della discesa, da contadini atterriti armati di fucile. E poi le tragedie: di una di queste, avvenuta il 2 giugno 1907 durante
l’ascensione che accompagnava la rivista militare e nella quale morì folgorato il capitano
Arnaldo Ulivelli, Puglieschi volle dare un commovente resoconto a stampa22.
Nel 1908 Puglieschi lasciò la Brigata Specialisti per la direzione del Genio Militare di Firenze;
nel 1922 lasciò definitivamente l’Aeronautica e tornò al servizio nell’Esercito. Congedato col
grado di generale, Puglieschi è stato poi un attivo membro di associazioni, tra le quali l’AeroClub
di Roma e quella dei Pionieri d’Aeronautica, cui affidò le proprie memorie di aerostiere.
1) Sui rilievi da ultimo vedi G. Ceraudo, Un secolo e un lustro di fotografia aerea archeologica in Italia (1899-2004),
in: Archeologia Aerea. Studi di aerotopografia archeologica, I, 2004, pp. 47-68; per il rilievo topofotografico
di Ostia: E. J. Shepherd, Il “Rilievo topofotografico di Ostia dal pallone (1911)”, in Archeologia Aerea. Studi di
aerotopografia archeologica II, 2006, pp. 15-38; per la storia delle origini dell’aeronautica militare italiana è
ancora insostituibile A. Lodi, Storia delle origini dell’aeronautica militare 1884-1915, I, Roma 1976.
2) Ranza nel 1902-1903 impiegò un pallone frenato cui era sospesa una macchina fotografica dotata di elettrocalamita per scattare l’otturatore da terra; Tardivo nel 1907 usò uno sferico, sempre frenato, per documentare il corso
del Tevere. I lavori vennero presentati nel 1910 alla Conferenza Internazionale di Fotografia di Bruxelles e nel
1913 al I Congresso Internazionale di Fotogrammetria a Vienna, ricevendo riconoscimento internazionale.
3) C. Tardivo, Manuale di fotografia-telefotografia, topofotografia dal pallone, Torino 1911, pp. 90-92.
4) Ibidem, p. 92.
5) A. Lodi, Storia delle origini ... Op. Cit., p. 27-29.
6) Ibidem, pp. 29-44.
7) L’approvazione dello statuto avvenne nella riunione del 3 marzo 1904, data talvolta citata come quella di fondazione (Ibidem, pp. 44-47).
8) Bollettino della Società Aeronautica Italiana (S.A.I.), luglio 1904, pp. 1-2.
9) Ibidem, annata 1904, passim.
10) A. Lodi, Storia delle origini ... Op. Cit, p. 45.
11) Ringrazio la dottoressa M. F. Caproni Armani per avermi concesso la più ampia consultazione del fascicolo
Puglieschi, conservato presso il suo archivio.
12) U. Puglieschi, La catastrofe del pallone del Genio Militare alla rivista dello Statuto in Roma, in “Rivista d’artiglieria
e genio”, giugno 1907, volume 2, pp. 358-366; U. Puglieschi, La Mostra automobilistica della Esposizione
Internazionale di Torino del 1911, Roma, 1912; U. Puglieschi, L’ automobile a benzina e il suo impiego nell’esercito (con
A. Maggiorotti), Città di Castello, 1913, più volte ristampato, almeno fino al 1926. Per i dattiloscritti, letti
durante conferenze, inediti e conservati nel fascicolo cit. a nota 8, cfr. note 15 e 16.
13) Conservato nel fascicolo Puglieschi, Archivio Caproni, a nota 8.
14) Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi, nota 10, p. 5.
15) U. Puglieschi, Conferenza sulla produzione dell’idrogeno tenuta alla Brigata Specialisti del Genio nel Dicembre 1904,
dattiloscritto inedito (Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi, cit.).
16) U. Puglieschi, Conferenza sulle vernici aerostatiche tenuta alla Brigata Specialisti del Genio nel Febbraio 1905, dattiloscritto inedito (Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi, cit.).
17) Archivio Caproni, fascicolo Puglieschi, 16 maggio 1945, p. 2.
18) Ibidem.
19) Ibidem
20) Ibidem, pp. 4-5.
21) Ibidem, p. 8.
22) U. Puglieschi, La catastrofe ..., Op. Cit.
152
153
I CORSI D’ACQUA
Il fiume, l’acqua, è il simbolo stesso della vita e della morte umana: dall’acqua nasciamo, e per
gli antichi anche il viaggio verso l’aldilà aveva inizio oltrepassando un corso d’acqua. Dall’alto
è possibile effettuare il controllo delle acque, delle ripe, degli scarichi, dei sistemi irrigui: al
di là della bellezza paesaggistica di anse e isole emergono i vari usi che l’uomo fa dell’acqua,
come forza idraulica, per l’irrigazione, in quanto occasione di divertimenti e di balneazione,
come via commerciale e turistica. La differente prospettiva permette di evidenziare i legami
tra presenza di corsi d’acqua, ancora esistenti o non, e gli insediamenti umani attestatisi lungo
i corsi e entro le anse dei fiumi fin dagli albori della civiltà. Ciò che è più sorprendente è che
le aerofotografie rintracciano anche corsi d’acqua del tutto spariti, come dimostrano numero-
154
si studi di paesaggi fossili. I villaggi e le città si dispongono di solito lungo i grandi corsi d'acqua e specialmente lungo quei fiumi la cui portata d'acqua è maggiore. Anche quando i nuclei
abitati vengono identificati in zone più lontane dal letto attuale del fiume, è chiaro che essi si
trovano lungo affluenti minori, oggi completamente scomparsi ma rilevati dalla fotografia
aerea. Vi è anche il caso in cui essi si trovano lontano da ogni corso d'acqua; in questi casi la
fotografia aerea individua nelle vicinanze le tracce di sorgenti. Per quanto riguarda il fiume
più importante del Nord-Italia, il Po, analizzando l’intervento agrario, ad esempio tra le città
di Pegognaga e Gonzaga, si scopre che esso segue le zone che il fiume man mano ha abbandonato, descrivendone la storia e le trasformazioni tipiche di un corso d’acqua in pianura.
155
LA MONTAGNA
Spontaneamente si raggiunge un’altura per ammirare il paesaggio sottostante; solo da una
posizione alta e privilegiata, infatti, è possibile godere degli spettacoli naturali in tutta la loro
magnificenza.
Ciò vale in particolar modo per le catene montuose: in una visione ravvicinata non è possibile
cogliere contemporaneamente i diversi versanti, il tipo di vegetazione, il tracciato delle piste
da sci, le condotte per l’acqua forzata, gli insediamenti nei coni di deiezione e gli altri segni
derivanti dall’uso civile. La foto aerea permette invece uno sguardo complessivo, consentendo
di osservare anche quei fenomeni di sfruttamento, come l’apertura di cave di pietra che, in casi
156
limite, segnano la devastazione dei luoghi naturali. La ripresa aerea dell’andamento generale
delle catene montuose fornisce molti dati estremamente rilevanti per quanto riguarda l’orogenesi e altri fenomeni di tettonica.
Particolare interesse riveste la lettura dei nuclei urbani, che si articolano intorno alla cima di
alture a scopo difensivo come Monte Sarchio (BE), nella zona del monte Taburno, e Rocca
Imperiale (CS), che deve il suo nome al castello fatto costruire sulla cima dell’omonimo colle
da Federico II di Svevia, per non citare che alcuni esempi.
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LE EMERGENZE ARCHITETTONICHE
La presenza diffusissima di architetture con valore di emergenza monumentale conserva al territorio italiano una incomparabile bellezza, nonostante la crescita disordinata e informe delle
grandi città. Nelle fotografie aeree si comprendono nel pieno dei valori contestuali e spaziali,
in genere trascurati da una visione dal basso, capolavori architettonici universalmente riconosciuti, edifici di minor rilievo artistico ma di grande valore urbano, fulcri ordinatori dello spazio, matrici di una “qualità diffusa”. È anche possibile percepire correttamente le strutture
158
complesse e ramificate come monasteri, ospedali e università che talvolta si configurano come
vere e proprie cittadelle composte da edifici principali e subordinati.
Dall’alto appare lampante come i mutamenti della struttura urbana influiscono sulla percezione che si ha delle opere architettoniche preesistenti. Consideriamo ad esempio Piazza San
Pietro a Roma progettata da Bernini: oggi si accede allo spazio dall’ampia Via della
Conciliazione, mentre in passato la spina dei borghi (demolita nel 1937) lo nascondeva al visitatore, aumentando lo stupore di chi vi giungeva improvvisamente.
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L’ARCHITETTURA SACRA
Insieme a pochi edifici pubblici, l’architettura sacra ha costituito per molti secoli la struttura portante dell’urbanizzazione europea. Il Duomo con il suo sagrato, anche nelle piccole realtà urbane, ha rappresentato il centro e il simbolo della città, il piu importante luogo di ritrovo, in tempi
più recenti la principale meta turistica. Esemplificativo il caso di Loreto, dove il Santuario costituisce il fulcro ordinatore dell’intera città. Anche nel Novecento non mancano casi in cui la
Chiesa è stata un fattore di riconoscimento, ad esempio in molti nuovi quartieri milanesi costruiti negli anni ’50-’60. La vista aerea denuncia però che non sempre il risultato è all’altezza delle
ambizioni, gli spazi per il culto non organizzano il territorio circostante e rimangono isolati tra
strade veicolari e anonimi quartieri-dormitori. La foto aerea consente di immaginare contesti storici nella integrità originale, quando, in aperta campagna o in zone impervie, sorgevano comples-
160
si monasteriali appartati e indipendenti dalla città, anche dal punto di vista economico.
L’isolamento del monastero esprimeva la separazione esistente tra i monaci ed il mondo circostante, basti l’esempio della Sacra di S. Michele in Piemonte, arroccata sul monte Pirchiriano. Con il
passare del tempo molti monasteri si sono però ritrovati immersi nel tessuto urbano, come quello di S. Giustina a Padova del IX secolo. In particolare , i monaci benedettini e cistercensi, la cui
regola prevede spazi dedicati al lavoro manuale per l’autosostentamento del monastero, hanno
operato una vera e propria “colonizzazione” di terre in precedenza scarsamente coltivate e abitate. In molti casi la situazione originaria non è più leggibile oggi, ma dalle foto aeree emerge come
in talune zone l’intero assetto del territorio e la disposizione delle colture corrisponda ancora
all’azione dei monaci. Nel Nord Italia, ad esempio, i cistercensi hanno ampiamente diffuso il
sistema delle marcite, tecnica colturale che permette di irrigare i campi anche nella stagione
invernale, utilizzando l’acqua proveniente dalle risorgive.
161
L’ARCHEOLOGIA
La visione aerea libera l’immaginazione in visioni vaste, mentre quella da vicino obbliga a mettere precisamente a fuoco spazi ristretti. Dall’alto più facilmente riusciamo a comprendere l’alzato di un edificio, a partire da ciò che rimane; generalmente il perimetro delle mura di fondazione e la loro visione d’insieme chiariscono i reciproci rapporti spaziali dei ritrovamenti.
La fotografia aerea è inoltre strumento imprescindibile per individuare reperti ancora sepolti:
essa evidenzia infatti elementi non percepibili da terra. Più facile infatti notare dall’alto: differenze nella crescita nella vegetazione (le piante risultano ostacolate o rallentate nel loro sviluppo se crescono in zone dove il terreno non è molto profondo a causa della presenza di resti
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sepolti); tracce di umidità (la presenza di strutture e manufatti sotto il terriccio si evidenzia
per una diversa umidità che traspare in superficie); evidenze anomale di vario tipo; composizione cromatica del terreno (i diversi segni cromatici della composizione del terreno sono dati
dalla presenza di frammenti e granulati di diversa colorazione rispetto al terreno circostante).
La fotografia aerea a tappeto di una regione permette di individuare le grandi linee e l’orientamento delle suddivisioni agricole antiche, ad esempio la centuriazione romana, che in molti
casi in pianura sono state conservate attraverso i secoli e hanno determinato l’orientamento
delle vie di comunicazione antiche, spesso ricalcato da quelle moderne.
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LE INFRASTRUTTURE STRADALI
Le grandi infrastrutture stradali sono l’immagine stessa della modernità e della dinamicità;
esse hanno modificato il nostro senso del tempo e delle distanze, rendendo vicine e raggiungibili realtà molto lontane tra loro. Le strade viste dall’alto disegnano il territorio; alcuni svincoli autostradali spiccano per il loro valore formale e divengono elementi di caratterizzazione
del paesaggio, tracce del passaggio dell’uomo nel mondo.
Occorre non di meno segnalare l’invasività di interventi a così grande scala nei confronti di un
164
territorio, quale quello italiano, fragile anche perché geologicamente giovane e soggetto ad attività vulcanica. Particolarmente delicata la situazione in area lombarda, che sta per essere attraversata dalla TAV, treno ad alta velocità, e dalla BreBeMi, collegamento autostradale di scala
europea, oltre che interessata dalla presenza di aeroporti. L’adeguamento infrastrutturale è tema
di estrema attualità nel milanese e costituisce una grossa sfida anche in vista dei grossi flussi di
visitatori e merci che interesseranno la città in occasione dell’Expo prevista per il 2015.
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LA CITTA’ STORICA, LA CITTA’ ESTESA
Nell’epoca moderna le antiche cinte murarie sono crollate o sono state distrutte; con il tempo
il disegno antico delle città si è fatto sempre meno leggibile. Il processo di crescita collegato a
questi fenomeni è ricco di fattori positivi. Tuttavia la perdita di forma urbana conseguente alla
loro scomparsa ha comportato inevitabilmente negli abitanti un profondo senso di disorientamento e la difficoltà nel riconoscere l’identità del luogo in cui si vive. Era la finitezza delle antiche città a permettere, come ha scritto il filosofo Rosario Assunto, di intuire l’infinito, quell’illimitato che da sempre è rimando al mistero nella cultura occidentale. Le fotografie aeree rappresentano una vera fonte per lo studio dei centri storici, sia sotto il profilo architettonico, sia
per la storia dell’urbanistica, sia riguardo al tema del rispetto del paesaggio. Esse permettono
di cogliere la differenza tra città storica e città estesa, evidenziando le tracce o la presenza delle
mura che racchiudevano il nucleo antico. La cinta muraria di Lucca, lunga più di 4 chilometri
166
e articolata in 12 cortine e 11 bastioni, é rimasta perfettamente conservata e nel corso
dell’Ottocento trasformata in passeggiata pedonale. Essa rappresenta assieme ai baluardi e ai
prati antistanti le mura, il principale parco cittadino. Dall’alto si può ammirare anche il disegno complessivo delle mura di Bergamo con la città nuova, che si sviluppa al suo esterno, o di
Palmanova (Udine), città di fondazione cinquecentesca ad impianto stellare. Anche dove non
rimane materialmente l’antica cinta muraria, è spesso presente la traccia del suo sedime nella
strada principale, che “isola” l’antico nucleo e segna una demarcazione tra zone vecchie e zone
nuove. Si nota allora la differente urbanizzazione delle due zone, più congestionata quella centrale se le nuove attività non sono state spostate in centri direzionali dislocati, a minor densità
abitativa, con lotti più regolari e di dimensioni molto maggiori quelle periferiche. Nei casi in
cui è purtroppo mancata un’adeguata politica di pianificazione, fuori dalla vecchia città si sono
create informi periferie, prive di servizi e di spazi di ritrovo collettivi.
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LA CANCELLAZIONE DELLA CAMPAGNA
L’esistenza di zone naturali e di campagna e il rapporto con esse, anche in forme non tradizionali, è di vitale importanza per l’uomo. Il XX secolo non ha saputo salvaguardare tale rapporto e in alcune aree, quali le regioni padane, nonostante la presenza di ampie zone verdi, l’antico equilibrio ha risentito di uno sfruttamento compulsivo del territorio. La foto aerea è lo
strumento da cui più palesemente emerge l’attuale situazione urbana, le sue peculiarità e i
suoi fattori di rischio. Dopo secoli di crescita graduale la rivoluzione industriale ha compor-
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tato anche in Italia l’avvio di una espansione illimitata delle città: fino a metà Ottocento è
esistita una distinzione molto netta, oggi persa, tra la campagna (molto diffusa) e le città (non
troppo ravvicinate tra loro e accorpate entro le mura) e una correlazione funzionale grazie alla
quale i nuclei urbani vivevano dei prodotti della campagna circostante. Centro della gestione
agricola erano le cascine, oggi inglobate nella città, talvolta salvate in quanto emergenze
monumentali senza una precisa destinazione funzionale, testimonianze di organismi e strutture sociali estinte.
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LA CITTA’ DIFFUSA
A partire dall’Ottocento il modo di vita urbano si è diffuso velocemente, sfortunatamente
accompagnato di rado da una revisione del disegno delle città e da adeguate forme infrastrutturali. Alla distinzione campagna/città si è sostituita una urbanizzazione difforme e continua,
lo sprawl o “città infinita”. É questo il caso di Milano e delle aree circostanti: concepita a pianta centrica, caratterizzata nel ‘500 da una bellissima forma a foglia d’edera entro fortificazioni
a stella e bastioni spagnoli, la città oggi non ha più un disegno definito e si presenta come un
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disordinato agglomerato di nuclei urbani di origine varia accorpati insieme nel corso del
Novecento. Per identificare la situazione delle moderne aree urbane ad alta densità di popolazione si parla oggi di “regioni metropolitane”, aree prive di confini precisi, in genere costituite dalla zona di influenza economica delle aree metropolitane. Le regioni metropolitane sono
più vaste delle metropoli poiché includono anche il circostante territorio meno urbanizzato,
del quale la città stessa costituisce il principale mercato e centro finanziario.
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IL CONSUMO DEL VERDE
La mancanza del verde è problema tutto attuale, poiché solo con l’avanzare della rivoluzione
industriale le aree naturali hanno subito un drastico ridimensionamento. All’interno dei nuclei
urbani è ormai andato perso l’equilibrio spaziale tra abitato e non, un tempo evidente e rispettato. Le foto aeree vengono ampiamente utilizzate per la stesura di piani urbanistici e paesistici che consentono il ridisegno del rapporto tra spazio costruito e spazio libero.
In area lombarda tale squilibrio ebbe origine dalle soppressioni settecentesche di numerosi
monasteri cittadini, i cui giardini, orti e chiostri furono acquisiti e adibiti ad usi diversi.
Sfruttando aree verdi derivanti da soppressioni, l’Amministrazione austro-ungarica realizzò a
Milano i Giardini Pubblici nell’area di via Palestro, poi ampliati con i giardini dell’adiacente
Villa Reale, progettata da Leopoldo Pollack. Nel corso del Novecento la Lombardia è stata una
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delle regioni italiane più industrializzate, il terreno di aree in precedenza ad uso agricolo è
stato letteralmente avvelenato dai rifiuti delle fabbriche chimiche. Il fenomeno ha avuto esiti
drammatici in aree attorno al capoluogo. Anche per questo il “Piano del Verde” di Milano si
propone di ridisegnare l’immagine della città sull’esempio delle grandi capitali europee, che
hanno saputo conservare i propri spazi verdi vitali attorno alla edificazione compatta. In particolare il progetto “Milano Verde” prevede di ricostituire un anello di parchi e giardini che
circondi la città. Fuori dall’area amministrativa comunale è stato invece avviato, da qualche
decennio, il recupero delle aree verdi di pertinenza delle antiche ville nobiliari, oggi divenute
spazi preziosi, da destinare ad uso pubblico all’interno di abitati ormai fitti e disordinati.
Anche in regioni meno urbanizzate quali il Trentino Alto Adige, sono state avviati piani per
il verde che prevedono di attrezzare per usi specifici alcune aree naturali anche realizzando percorsi d’acqua naturali o artificiali.
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LE MICRO-ARCHITETTURE
Solo dall’alto di un aeroplano è possibile rendersi conto della pluralità di episodi di microarchitettura, villettopoli edificate negli spazi meno congestionati tra le grandi città. Si tratta
di un fattore di disordine urbano che reca però al suo interno un desiderio legittimo, quello di
una casa che rechi conforto a chi vi abita. La villetta non è solo sogno di inarrivabile grandezza, ma necessità di spazi vitali più ampi e ariosi, più riservati, anche rispetto a quelli degli
appartamenti condominiali. La villa piccolo-borghese è ciò che oggi rimane della tipologia
della villa nobiliare sei-settecentesca, di tutt’altra dimensione e qualità spaziale e artistica, in
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un adattamento alle possibilità del ceto medio e medio-basso talvolta con ornati banali, se non
di cattivo gusto. Non è più un possedimento in campagna con casa padronale, giardini, orti,
rustici, ma una edificio con accesso indipendente e dimensioni poco più grandi rispetto ad una
casa di città.
La foto aerea che ne segnala la disseminazione caotica in molti casi, ha anche permesso di individuare nel Sud-Italia alcuni gravi episodi di abusivismo edilizio legato ad organizzazioni criminali: ville nascoste, quasi invisibili perché parzialmente interrate e occultate anche tramite
vegetazione disposta sulla copertura.
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I MONUMENTI SPARTITRAFFICO
Non di rado intorno ad antichi monumenti, salvati dalla distruzione, sono state costruite isole
pedonali o anelli stradali. Nella Parigi ottocentesca l’espediente della costruzione di un nuovo
monumento al centro di un’isola sparti-traffico è stato positivamente usato in interventi di
grandi dimensioni, come in Place Charles de Gaulle precedentemente chiamata Place de
l’Étoile, una delle più grandi piazze della città, dove il celebre Arco di Trionfo è stato appositamente realizzato come intersezione prospettica di dodici strade con grande effetto scenogra-
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fico. In Italia, dove si sono conservati resti di importanti edifici antichi, non sono in genere
stati raggiunti risultati di uguale portata: normalmente è stato ottenuto solo lo sgradevole
effetto di isolare e decontestualizzare il monumento. Basti pensare alle tante porte cittadine
complete di un tratto di fossato o di mura ridotti a spartitraffico, o a campanili e torri privi di
un’area di rispetto e circondati da assi viari.
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Finito di stampare nel mese di ottobre 2008 da Grafiche Tagliani, Calcinato (Bs)
per Fondazione Nimphe Castello di Padernello e Acherdo Edizioni.
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