Premessa al Progetto
“Diamo un futuro al nostro
passato”
Diamo un futuro al nostro
passato
•
Insegnanti che hanno realizzato il progetto:
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
•
Cavallo Bianca
Fuda Emanuela
Taverniti Rosalba
Veneto Caterina
Sidoti Adele
Ursino Caterina
Pugliese Maria rosa
Caruso Nicolina
Orobello Maria
Taliano Rosetta
Laganà Teresa
Tredici Maria teresa
Mosca Benedetta
Candido Giuseppina
Coluccio Marisa
• La Calabria ,una lunga lingua di
terra,circondata dal Mare,un mare
La Calabria,una lunga lingua di terra
circondata dal Mare;un mare
pescoso,profondo che è stato culla di civiltà.
Una lingua di terra ricoperta al centro di
boschi selvaggi,di località impervie e
misteriose come la Sila ,le Serre e
l’Aspromonte.
Un grande museo all’aperto,i cui affioramenti
vanno dal buio della più antica preistoria , al
neolitico,alla civiltà dei metalli,di cui perfino
Omero ricorda i viaggi a Temesa per bronzo,dei
prodi guerrieri Micenei, Megale Hellas per i
greci di occidente.
Una terra dove è nato il nome Italia ma che
della cultura greca,anche dopo la parentesi
romana,continuò a nutrirsi durante il periodo
bizantino. Una Calabria da popoli antichi
,colonizzata da Greci e Romani,conquistata
da Barbari,Arabi e Normanni.
È come se in un grande crogiuolo si fossero
mescolate tutte questa culture,senza contare
quelle delle età successive che,comunque ,
forse non lasciarono tracce così importanti
e profonde come le prime.
O,forse,perché le prime hanno lasciato dietro
di sé l’alone del mito:un mito che veste le
pietre;un mito che dà corpo anche ai castelli
vuoti,alle città distrutte,ai templi nudi ma
solenni,anche quando di essi non ci sono più
le colonne, che sono servite per costruire
nuovi templi di nuove religioni.
Nell’ottavo secolo a.C. rotte del Mediterraneo
vengono percorse in un solo senso:dalla Grecia,
travagliata da crisi sociali,verso occidente.
Le navi trasportavano gruppi di coloni che
speravano di rifarsi una vita su una terra che
l’oracolo di Delfi dimostrava di conoscere
bene ed indirizzava sapientemente le spedizioni
delle varie città mettendo a capo un “ecista”,
una guida ,un capo,
perché su quelle navi s’imbarcavano greci che
conoscevano già la scrittura ed erano portatori di
conoscenze che le popolazioni della penisola ancora
non possedevano.
Oggi quelle colonie fondate sulla soglia del
VII secolo a.C. rappresentano un prezioso
patrimonio che la società
calabrese,ancora, non ha imparato ad
utilizzare in modo
intelligente. Parliamo di
Sibari,Laos,Crotone,Paulonia,Locri,Med
ma,Metauros,Rhegion. Sono le Metropoli
della Magna Grecia:di molte di esse non
restano che un pugno di monete e le tombe delle
loro necropoli,o le basi e qualche colonna di
templi che,in antico,godettero di grande fama.
Di molte di esse non si conosce neanche
l’effettiva localizzazione ma sopravvive ancor
oggi il mistero della loro grandezza. Ma basta
un reperto per caratterizzarle,come le statuette
di terracotta delle dee medmee con le pose
ieratiche,la Persefone che da Locri è finita a
Berlino,le tavolette bronzee dell’archivio del
tempio di Marasà dalla caratteristica colonna
spezzata,le mura di Reggio.
Si tratta di elementi sparsi in uno
scenario che ancora oggi appare dai
contorni sfocati avvolti nel mistero;un
mistero che solo a sprazzi,a squarci
improvvisi,mostra nuove visioni:la teca
del tempio di Zeus di Locri affiorata
nell’aia di un contadino,in contrada
Pirrettina,di cui non si è mai stabilito
l’esatto contenuto e soprattutto le due
meravigliose statue dei bronzi di Riace,
fatte emergere dalla curiosità di un sub e che
oggi da sole rappresentano tutto il mito della
Megale Hellas,la Magna Grecia.
Ma un mistero sono anche le antiche
città,spesso, coperte dai moderni abitati,come
Crotone,Rhegion,Hipponion o le colonne
che adornavano la cattedrale di Mileto
relitti dell’antica Hipponium;o quelle degli
edifici sacri di Locri,che hanno contribuito a
creare un altro mito,quello della cattedrale di
Gerace.
Ora la Calabria,grazie anche al lavoro della
Soprintendenza archeologica che da anni
si batte per la tutela e la valorizzazione
di questo immenso patrimonio,è pronta a
mostrare
al mondo questi tesori.
Oggi,infatti,la Calabria può contare su una
fitta rete di musei e di importanti parchi che
costituiscono da soli un suggestivo itinerario
archeologico. Questi musei,veri luoghi della
“memoria”,con i loro reperti unici e
irripetibili,testimoniano l’incontro antico di
popolazioni diverse che hanno lasciato alle
civiltà successive un tesoro inestimabile,in cui
si ritrovano cristallizzati antichi saperi e
antiche storie avvolte in un guscio invisibile
che ha la suggestione del mito.
Con il progetto “Diamo un futuro al nostro
passato”,noi docenti ci siamo posti come
obiettivi per gli alunni, proprio quello di
favorire lo sviluppo di un interesse nei
confronti del vasto patrimonio storico ed
artistico,cogliendo i rapporti tra cultura
attuale e quella del nostro passato e di
sviluppare la cultura della difesa e della
tutela del nostro patrimonio artistico,
perché come diceva S.Dostoevskij”Un
popolo che non ha l’orgoglio del proprio
passato non ha futuro”.
Marina di Gioiosa Ionica
• La Storia e i monumenti
• Secondo gli studiosi nell’attuale sito
del centro civico di Marina di
Gioiosa Ionica e nelle immediate
vicinanze,sorgeva anticamente un
abitato latino la cui vita ebbe inizio nel
I-II secolo d.C. e si spense nel x
secolo d.C per poi tornare all’antico
splendore in età rinascimentale.
• Sono oggi testimonianze di ciò le zone
archeologiche che comprendono i ruderi del
Teatro Romano,i resti del portus (venuti
alla luce tra i Torrenti Romanò e Lordo nel
1971 in seguito ad una mareggiata,ma poi
riseppelliti),le torri.
• Il paese si estende dolcemente su un’area di
15 kmq che va dalle colline appenniniche
sino alle sponde luminose del mar
Ionio,abbracciando le verdi vallate dei
torrenti “Torbido” e “Romanò”ed è situata
quasi al centro del litorale denominato
“Costa dei Gelsomini .
Oltre la metà dei suoi abitanti sono sparsi
per le campagne in piccoli agglomerati
agricolo,che si susseguono a brevi
intervalli,collegati da una fitta rete di
viottoli. Il nucleo principale della
popolazione ha costruito le sue case sulla via
litoranea della via Appia-Traianea
Regium_Tarentum (Reggio-Taranto) e
sulla antica vestigia Greco-Romana,lungo
la strada consolare interna,a circa 1 km dalla
spiaggia che un tempo collegava i paesi della
Locride:Siderno,Grotteria,Roccella e
Caulonia. I monti di Marina di Gioiosa
Ionica sono pochissimi,visto che il territorio è
quasi completamente pianeggiante .
A Nord ci sono le montagne appenniniche che
formano la catena delle Serre ed il Monte
della Limina,alle spalle di Ligonia c’è un
monte detto Monte Sant’Andrea,esso sorge
su una collinetta a circa 250 m.di altezza dal
mare,da cui si può ammirare tutta la pianura
gioiosana.
Su altre collinette sparse sorgono le frazioni
di:Junchi,Sant’Anna,Leggio,Camocelli,D
rusù,Timpe
Rosse,Pantalogna,Galea,Possessione,Giar
dini,Scinuso,
Spilinga,Carri,Romanò,Cattolica.
Marina di Gioiosa
Ionica,diversamente dalle località
costiere vicine,ha avuto le prerogative ad
accogliere a ridosso dei secoli XV e
XVI esuli dalmati che hanno costituito
il primo agglomerato autonomo moderno
della cittadina e che ancora oggi offrono
attraverso la perpetuazione dei cognomi
la prova della continuità di quel nucleo.
Bisognerà attendere il 1948 perché quel nucleo
di gente di origine dalmata ormai ingrandito
dalle migrazioni dai paesi
dell’entroterra(Martone,Mammola,Grot
teria,Gioiosa Ionica,San Giovanni di
Gerace)avesse autonomia amministrativa e
si proponesse quale Marina di Gioiosa
oggi è :centro di culture diverse che nella
tolleranza ha fondato la sua storia.
Il teatro
• Il teatro di Marina di Gioiosa Jonica
costituisce un esempio intermedio del
passaggio dal teatro greco a quello romano,i
cui estremi evolutivi sono costituiti
,secondo la catalogazione classica,dal teatro
greco addossato e dal teatro romano
costruito. Il pendio rinforzato presente a
Gioiosa Marina costituisce dunque una
tipologia intermedia, il teatro di Pompeo,il
cui anno di costruzione,il 55 a.C., può
essere considerato,con quello di Marina di
Gioiosa Jonica,lo spartiacque tra il tipo
greco e quello romano.
• Diviso in 5 settori,4 scale,doveva avere
20 file di posti. Delle 20 file se ne sono
conservate solo 10.È stata calcolata
così una capienza di ca. 1200 persone.
Nella prima fase la cavea era
perfettamente semicircolare,come gli
edifici teatrali di Metapontion e di
Rhegion.
• Il teatro fu scoperto nell’agosto del
1883 dall’archeologo Canonico
Antonio Maria De
• Lorenzo e la sua data di costruzione
risale al II-III secolo d.C.
• I lavori per l’esumazione sono stati
lunghi e svolti ad intervalli.
Iniziarono nel 1906-1907 per opera del
barone Fortunato Lupis
Crisafi,ispettore onorario alle
antichità e ripresero per opera di
Silvio Ferri nel 1925-1926.Il De
Francis poi,nel 1959-1960 fece
apportare alcuni restauri.
• Il teatro di Marina di Gioiosa
Ionica rappresenta una tappa
fondamentale dell’evoluzione del teatro
da greco ,che generalmente è disposto
su costa a pendio naturale, a quello
romano con la caratteristica cavea in
muratura.
Torre Spina del Cavallaro
• Nelle adiacenze del teatro si trova la “Torre
Borraca” o “Torre Spina”,detta anche del
Cavallaro.
• Di forma cilindrica,con base a
scarpata,coronamento
merlato,monofora,oblunga con arco a tutto
sesto, è stata costruita intorno alla metà del
‘500 utilizzando le pietre del vicino teatro.
• Veniva utilizzata come dispositivo di
avvistamento,segnalazione e difesa contro le
incursioni
nemiche(saracene,turche,corsare,barbare)
che venivano dal mare.
• Da varie fonti si può desumere che
accanto alla torre vi fosse un piccolo
insediamento umano. Assieme a Torre
Galea e ad altre torri (Torre
Vecchia,Torre dei Giardini) di cui
oggi non rimane traccia che nelle vie che
portano ancora i loro nomi,Torre
Spina rientra in un progetto unitario
di un più complesso sistema di
avvistamento.
Torre Galea
• La bellissima “Torre Galea” che si trova in
contrada Galea,a circa 2 km dal centro del
paese,rappresenta una monumentale
costruzione (maniero con trittico di torri)
che, secondo gli studiosi,risale al periodo
vicereale spagnolo (metà secolo XVI), ma
le cui strutture architettoniche e la
tipologia stilistica non lasciano dubbi sulla
sua appartenenza allo stile aragonese.
Doveva essere destinata alla difesa contro
le incursioni nemiche,ma da varie fonti si
desume che la sua funzione principale fu
quella di
• residenza,sia pure secondaria e
rurale,del signore del luogo. Alta ed
elegante,la torre ha pianta quadrata ed
è affiancata da due torrioni cilindrici
angolari coronati da mensole litiche. È
fornita di un cortile d’accesso ed al suo
interno vi sono stanze abitabili.
Attorno alla torre vi sono ancora resti
di case stalle e magazzini per il
servizio della tenuta.
Gerace
la rupe dove si posò lo sparviero
• Deriva dal greco jerax, "sparviero", in
ricordo del rapace che, secondo la
leggenda, avrebbe indicato agli abitanti
di Locri il luogo in cui rifondare la
città, al riparo dalle incursioni
saracene.
• Per altri il toponimo trova la sua
spiegazione nell'antico nome bizantino
Aghia (Santa) Ciriaca, o in jerà
akis, "vetta sacra".
• La Storia
• • VIII-VII sec. a.C., s'ipotizza che i coloni
greci provenienti dalla Locride, fondata sulla
costa ionica la polis di Locri Epizephiri (che
raggiungerà il suo massimo splendore nel V sec.
a.C.), abbiano, con un piccolo insediamento,
anche la rupe su cui in seguito sorgerà la città di
Gerace.
• • VII-VIII sec. d.C., l'abbandono di Locri
da parte dei suoi abitanti comporta la fondazione,
da parte degli stessi, di un insediamento in un
luogo più elevato e sicuro, chiamato dai
Bizantini Santa Ciriaca. Il nome del kàstron
compare per la prima volta nel 787.
• • X sec., la fortezza bizantina resiste ai ripetuti
assalti degli Arabi, nelle cui mani cade soltanto
nel 986.
• • 1045, viene consacrata la Cattedrale di rito
greco. Nel 1059, con la conquista di Roberto il
Guiscardo, Gerace passa ai Normanni, sotto i
quali conosce un periodo di grande prosperità.
Nonostante la politica filo-latina dei Normanni,
il rito greco sarà abolito soltanto nel 1480.
• • XII-XVII sec., dai Normanni la città
passa agli Angioini e in seguito agli Aragonesi.
Sede di una delle più antiche diocesi della
Calabria, Gerace è in questo periodo un centro di
forte spiritualità e cultura, ma sempre sottoposto
a feudatari.
• Nel 1348 diventa contea con gli Angioini
(suo primo conte è Enrico Caracciolo), poi
marchesato con gli Aragonesi (primo
marchese è Tommaso Caracciolo; nel 1502
passa a Consalvo de Aragona) e nel 1609
assurge al rango di Principato con Giovan
Francesco Grimaldi.
• • 1806, con l'abolizione della feudalità da
parte dei Francesi, Gerace diventa
capoluogo di circondario e tale rimane con i
Borboni.
• • 1847, sono eseguite le condanne a morte di
cinque giovani capi carbonari che avevano
cospirato contro il potere borbonico.
Gerace:Il castello
Cenni storici sulla Cattedrale
Cenni storici sulla Cattedrale
• La primitiva costruzione dell'edificio, tra i
più antichi e imponenti della regione,
risalirebbe alla fine dell’XI secolo,
aggiunte e ricostruzioni a seguito di vari
terremoti si sono poi stratificate nel tempo,
sino ai più recenti restauri avviati nel 1930.
Costituita da una chiesa inferiore e cripta e
dalla basilica superiore a tre navate con
transetto, cupola alla crociera e absidi
orientate secondo lo stile bizantino, la
Cattedrale di epoca normanna presenta
elementi costruttivi e decorativi di notevole
interesse artistico.
• All'interno l'altare maggiore settecentesco
in marmi
• policromi, opera di maestranze siciliane
(Palazzotto e Amato), voluto dal
Vescovo Mons. Del Tufo nel 1731 e dotato
dallo stesso di 12 candelieri in bronzo fusi a
Napoli. Notevole la Cappella
quattrocentesca intitolata al S.S.
Sacramento di patronato dei feudatari
Caracciolo e per conto degli stessi
realizzata e abbellita, nel corso del XVI
sec,, con rivestimento a tarsie marmoree e
arco trionfale. Stucchi tardo ottocenteschi
sostituiscono gli affreschi originari. Nella
stessa cappella è il dipinto, recentemente
restaurato, raffigurante l'ultima Cena, di
scuola settecentesca napoletana.
Portale gotico della chiesa di
San Francesco
CHIESA DI S.
FRANCESCO - Cenni
storici:
• La bella chiesa di S. Francesco d'Assisi
fu edificata a Gerace nel 1252 sui resti di
un preesistente edificio romanico a navata
unica. L'imponente struttura gotica era
affiancata su un lato da un suggestivo
chiostro e dall'omonimo convento, e
sull'altro dalla cappella di Santa Maria
de Jesu. La facciata9 sulla quale si apre
un pregevole portale- gotico ad arco acuto,
con triplice archivolto intagliato in stile
arabo-normanno, è inoltre decorata da una
modanatura, da diversi capitelli e da
un'immagine raffigurante il sole. L'interno
della chiesa,
• sobrio e disadorno. custodisce il magnifico
altare maggiore del XVI secolo, e il
bellissimo Arco trionfale, entrambi in
stile barocco e decorati da intarsi in marmo
policromo, e il sarcofago di Nicola Ruffo
del XIV secolo. Dell'antica cappella
annessa alla chiesa rimangono solo un
sarcofago e frammenti di due colonne in
stile gotico; dopo il restauro è invece
tornata alla luce un'ala del chiostro, e
parti di quello che età il ricchissimo
monastero dei padri Conventuali, adibito
dal 1806 al 1897 a prigione. L'intero
complesso architettonico, abbandonato e
manomesso dalla fine del secolo scorso, è
stato recuperato grazie a ripetuti
interventi di restauro iniziati fin dal 195
1.
Stilo –Cenni storici
Stilo, il cui nome deriva dal greco “Stylos”,in latino
“Stilum”e significa colonna, sorge alle radici del monte
Consolino.Le origini di questa cittadina risalgono
probabilmente alla distruzione di Caulonia da parte di
Dionigi di Siracusa ed al conseguente esodo dei suoi
abitanti. Nel luglio del 962, sarebbe avvenuta la battaglia
tra Ottone II di Baviera contro i Bizantini, affiancati
dai Saraceni di Sicilia, timorosi dell'arrivo dei
Germanici. Già nel X secolo, Stilo veniva considerato il
più noto centro Bizantino della Calabria. Nel secolo
XI fu dominio dei Normanni che eressero e rinforzarono
il castello sulla vetta del monte Consolino ed in seguito con
gli Angioini, Stilo divenne "città Regia", con privilegi.
La cittadina conserva sia. nella conformazione urbana che
nell' architettura, uno stampo medievale, ad eccezione del
monumento bronzeo di Tommaso Campanella, (opera del
nostro secolo) illustre filosofo ed autore de 'La città - del
Sole".
Nella zona più elevata si possono osservare diversi palazzi
seicenteschi, con balconi in ferro che sembrano ricamati e
portali con finiture sottili che confermano una grande
tradizione artigianale, famosa dal tempo dei Normanni
per
la
ricchezza
delle
miniere.
• Famose sono le "Laure", scavate nella montagna, rifugio
di eremiti. A Stilo possiamo ammirare: la Chiesa di San
Biagio, la Chiesa dei Domenicani,la Porta Stefanina,
San Giovanni fuori le mura, il castello Normanno sul
monte Consolino,la chiesa di San Francesco. Il Duomo è
una costruzione rifatta; conserva ancora il portale Gotico
di epoca Angioina e l'orientamento est-ovest di tipologia
Normanna. Vicino al portale sono visibili due piedi che
secondo alcune credenza dovrebbero simboleggiare la
vittoria del Cristianesimo sul Paganesimo. All'interno si
nota un tabernacolo in marmo, un interessante altare del
1700 e vari arredi sacri. Vi è anche custodita una pala
d'altare del '600, il famoso Paradiso di G.B. Caracciolo,
detto il Battistello. Ma Stilo è soprattutto
importante per la Cattolica e anche per le "Porte" e "La
Cinta Muraria".
Stilo:veduta panoramica dalla
Cattolica
Chiesa di San Francesco Cenni storici
•
:
• La Chiesa di Stilo consacrata a San
Francesco, con l'annesso Convento e la possente
torre campanaria, fu edificata nel corso del XV
secolo. La facciata, su cui si apre un elegante
Portale, è stata ricostruita agli inizi del
XVIII secolo e rappresenta uno dei più alti
esempi di barocco calabrese del '700. L'edificio,
sovrastato da una cupola, conserva al suo interno
pregevoli opere, tra cui diversi affreschi del
pittore stilese Francesco Cozza, un altare ligneo
in stile barocco abilmente intagliato da artigiani
locali, un coro anch'esso in legno e una bella statua
marmorea dell'Immacolata risalente al XVIII
secolo. Adiacente alla Chiesa è il convento dei
Frati Minori, che conserva in parte il bel
chiostro in stile toscano, con archi granitici
realizzati da un abile scalpellino.
Fontana dei Delfini - Cenni
storici:
• È comunemente chiamata "Fontana Gebbia" ma conosciuta anche
come "Fontana dei Delfini". In tale esempio, si può storicamente
affermare che Stilo subì anche l'influsso arabo nell'arte, per
l'incursione dello stesso popolo, soprattutto durante la battaglia del
982 che vide sconfitto l'Imperatore Ottone II dai Bizantini alleati
agli Arabi. Così, oltre al nome, che vuole indicare il luogo da dove
sgorgava l'acqua, (il Consolino), anche il nucleo scultorio centrale in
pietra, che rappresenta appunto due delfini attorcigliati, sono di puro
stampo arabo. Invece tutto il complesso architettonico restante,
costituito da tre archi coronati a loro volta da un cornicione ben
sagomato, è del classico stile barocco proprio del '700. Narra la
tradizione, che fino a qualche anno addietro esisteva, non molto
lontano dalla ubicazione di tale fontana, un masso in granito locale,
spianato e a foggia di sedile, che sarebbe servito come trono a qualche
"Califfo" arabo di passaggio, nelle trattazioni con i suoi dipendenti.
Era conosciuta appunto come "Pietra del Califfo" e di essa non
rimane più nulla.
Bivongi
• Bivongi sorge in una vallata a 270 mt. s.l.m., sulla sponda destra del
fiume Stilaro, con un territorio di 25.3 kmq.,circondata dal monte
Consolino e dai rilievi delle Serre Calabre. La sua storia ha inizio
nell’anno 1000 ed è legata al convento degli Apostoli, frangia del
monastero greco dell’Arsafia (i ruderi sono visibili e posizionati
nell'odierno comune di Monasterace, sul fiume Assi) che Ruggero il
Normanno concesse alla Certosa di Serra S. Bruno. I ruderi si
possono scorgere ancora in alto, su di una collina oltre il fiume.
Recenti lavori di restauro della chiesa matrice hanno riportato alla
luce i resti di una primitiva chiesa con un altare del 1300. Di essa
risulta che nel 1325 il cappellano pagasse alla Diocesi la decima di un
tarì. La chiesa attuale del secolo XVII, completata dopo il
terremoto del 1783, è intitolata a San Giovanni Decollato. Nel 1985 è
stata elevata a Santuario di Maria SS. Mamma Nostra,
Madonna alla quale si attribuiscono diversi miracoli, venerata da
tutti i bivongesi, anche da quelli emigrati all’estero. Rinomati sono i
prodotti agricoli, ed il vino che possiede la Denominazione d’origine
controllata, è commercializzato dalla Cantina Sociale di Bivongi.
Illustre cittadino di Bivongi è stato Tommaso Martini, pittore del ‘700
discepolo del Solimena, le cui opere arricchiscono il patrimonio
iconografico di varie chiese della Calabria e dell’Italia centrale. Nel
territorio, a circa due km. dall’abitato, sulla dorsale tra i fiumi
Stilaro e Assi, si trova la Basilica bizantino-normanna di San
Giovanni Théristis (XI sec.). Oggi, dopo novecento anni, il
Monastero è ridivenuto sede di monaci greco-ortodossi esicasti del
monte Athos, allontanatesi da questi luoghi a seguito dello scisma del
1054. In epoca basiliana il monastero è stato il più importante della
Calabria meridionale, con una scuola di emanuensi ed una grande
biblioteca che Chalckeopulos, nel 1551, censiva consistente in dieci
casse contenenti 820 documenti. Possedeva inoltre molte rendite,
giacché in Calabria non vigeva il diritto bizantino di divieto ai
monasteri di possedere beni immobili. San Giovanni, vissuto nella
prima metà dell’XI secolo, fu detto Thèrestis (mietitore) per un
miracolo riguardante la mietitura avvenuto in zona Marone di
Monasterace, situata verso la marina. Il monastero può essere
visitato con la guida dei religiosi che vi dimorano. Il corso medio-alto
dello Stilaro offre uno scenario incomparabile in tutte le stagioni,
dalla fioritura di ginestre in primavera ai contrasti di colore
nell’autunno. Molti laghetti naturali, contornati da bianchi e levigati
scogli granitici, offrono nelle calde ore estive l’occasione di un tuffo
rinfrescante in acque limpide. Area picnic è il Parco Vignali,
attraversato da un ruscello ed attrezzato per il gioco, lo sport e la
cottura all’aperto. Piacevole è la risalita del fiume fino alla cascata
del Marmarico, alta 105 mt. raggiungibile a piedi attraverso un
sentiero che si inoltra nel bosco.
Bivongi:Il Monastero di San
Giovanni Theristys
• Il Cenobio, l'unico in Italia fondato dai monaci del monte
Athos (in Grecia) e di cui rimangono soltanto i ruderi, si
trova ai piedi del monte Consolino nelle Serre (tra le valli
delle fiumare Assi e Stilaro) ed è dedicato a San
Giovanni Theristys (il Mietitore).
L'architettura normanna si nota all'interno nei pilastri
angolari collegati dai quattro archi che sorreggono la
cupola. Quelli della navata e del presbiterio sono a sesto
acuto (stile gotico). La cupola poggia su una base cubica
che, all'altezza delle quattro finestrelle, diventa
ottagonale. Sulle pareti rimangono tracce di affreschi. Lo
stile bizantino si nota, invece, nei muri perimetrali esterni
costruiti con pietra concia e cotto. Le lesene (pilastro
ornamentale lievemente sporgente da un muro) all'esterno
dell'abside formano archi ogivali e rappresentano i più
antichi elementi architettonici squisitamente arabi in
chiese bizantine.
• Il monastero è stato intitolato a San
Giovanni Theristys perché si racconta che
nell'XI° secolo, in questo territorio, sia
vissuto San Giovanni, un giovane monaco
nato a Palermo. Dopo che gli Arabi
attaccarono le campagne di Stilo e resero
schiava sua madre, il giovane fuggì per
ritornare nella sua terra d'origine e ricevere
il battesimo. A S. Giovanni si
attribuiscono molti miracoli tra i quali
quello dell'improvvisa mietitura del grano a
Maroni. Da qui l'appellativo "Theristys
La notizia di tale prodigio giunse alla corte di Ruggero il
Normanno che concesse numerose elargizioni al
monastero.
Con la costituzione dell'Ordine Basiliano d'Italia nel
1579 l'edificio divenne uno dei maggiori cenobi della
congregazione religiosa greco-ortodossa ("uniate"). Fu
sede di noviziato e importante convento basiliano, fornito
anche di una ricca biblioteca. Nel XVII° secolo, a
causa delle scorrerie di alcuni briganti, i monaci
abbandonarono il cenobio e si trasferirono a Stilo nel
convento di S. Giovanni Theristys fuori le mura
• (oggi San Giovanni Nuovo) dove vennero traslate le
reliquie del "Mietitore" e dei
• Santi Nicola e Ambrogio.
All'inizio del XIX° secolo, in seguito alle leggi
napoleoniche, il cenobio divenne proprietà del comune di
Bivongi e poi fu venduto. Solo nel 1980 è ritornato in
possesso del Comune. I monaci greco-ortodossi del monte
Athos vivono stabilmente nel monastero da l 1994.
Bivongi:S.Giovanni
Theristys
Scarica

Premessa al Progetto “Diamo un futuro al nostro passato”