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RACCONTARE L’AFRICA
Testo di Valter Perlino
foto dell’autore
e di Bruno Fossat
Siamo appena arrivati dal Rwenzori e mi si chiede,in fretta e furia,di scrivere qualcosa sul viaggio per il giornalino trek,di imminente pubblicazione.In poco tempo non è facile esteriorizzare il
proprio vissuto,con le proprie emozioni,i propri punti di vista sull’esperienza appena realizzata.Al di là del viaggio d’acchito preferisco dar voce e raccontare l’Africa.
Parlare dell’Africa significa,inevitabilmente, descrivere bellezze
paesaggistiche e naturalistiche,deserti e foreste pluviali che caratterizzano questi luoghi e che costituiscono parte integrante di quello
che viene comunemente definito “Mal d’Africa”;significa però soprattutto dare la parola a milioni di persone di colore che,in quanto povere,vivono nel silenzio e nell’oblio. Significa mostrare a tutti
noi europei che i nostri paesi non sono il centro del mondo;che
l’Europa è circondata da un immenso e crescente numero di culture,società,religioni e civiltà differenti.
Il viaggio inteso non solo come svago,ma come conoscenza degli
altri,è uno strumento per pensare su scala globale,per capire cosa
essa significhi,per accorgersi di come le altre parti del pianeta ci influenzino e come noi influenziamo loro. Oggigiorno non è più possibile vivere separati,senza conoscere nulla gli uni degli altri e da
un paese all’altro.
L’Africa per noi non esiste; nei TG e nelle testate giornalistiche anche di spicco,fa notizia solo la grande carestia,le guerre dichiarate
ed i colpi di stato,il cui eco si spegne comunque ben presto.
Nessuno ha interesse per l’Africa e documentarsi su questo continente ai margini del pianeta e su alcuni suoi paesi in particolare,diventa un’impresa. Sicuramente difficoltoso è sapere quello che è avvenuto in un recente passato,ma ancor più avere notizie sulla politica attuale,su quello che accade ai nostri giorni. L’impresa più
grande diventa non tanto il viaggio,ma l’impegno morale di conoscere cosa si va a vedere.
In ogni caso non potrà mai viaggiare in Africa condividendone la
vita quotidiana(escludendo chi sceglie gli asettici villaggi
turistici,per intenderci)chi ha paura della mosca tse tse e dell’ameba,del mamba nero e dello”spitting”il cobra sputatore,degli elefan-
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Gruppo al completo, Margherita Peak (5.109 mt.)
ti e dei cannibali,di ammalarsi di bilarzia(la malattia
di tua zia,come la chiamava Mario)con l’acqua dei laghi e dei fiumi,chi trema al solo pensiero che essere
sfiorato da un”nero” in quanto il semplice contatto fisico diventa indice di trasmissioni veneree e che l’HIV
aleggi dovunque nell’aria,chi teme i luoghi bui (e sono
molti) per paura di essere derubato o picchiato,chi
conta continuamente i dollari rimasti(che sono tanti)e
ritiene che non valga la pena o non sia cosa gradita(perché non sanno cosa farsene)elargire piccoli
compensi,chi non elargisce neppure sorrisi a chi “non
se lo merita”,chi disprezza tutta la gente che incontra.
EDEN NATURALISTICO
NELL’INFERNO DEGLI UOMINI
L’Africa è questo. Paesaggi fantastici che troppo sovente diventano scenari di guerre in cui uomini e donne,in silenzio,lottano contro soprusi di ogni genere,fame,sete e malattie.
A ragion del vero,l’Uganda oggi appare un paese civile in cui non si evidenzia alcuna tensione nella gente che si incontra per strada che dimostra,al contrario,di essere serena ed aperta al dialogo.
Anche la povertà non è cosi’ palpabile,anzi il tenore
di vita è sicuramente al di sopra della media africana,poiché l’ultimo problema che ha l’Uganda è quello
alimentare:la sua terra è rigogliosa,bagnata dall’acqua forse più abbondante del pianeta(il lago Vittoria,il
Nilo)con abbondanza di pescato,di frutti e di raccolti.Sul finire del secolo, l’Uganda è una delle poche storie africane a lieto fine. La presidenza di Yoweri
Museveni ha dato al paese stabilità,ripresa economica ed un inizio di prosperità.La situazione interna è sostanzialmente pacificata,anche se movimenti armati rimangono attivi in alcune aree del paese.
Non dobbiamo però dimenticare le irreparabili devastazioni compiute dall’Aids,con migliaia di morti e milioni di sieropositivi.Se è pur vero che la piaga della
malattia è stata arginata da tempestive campagne di
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prevenzione - è la prima volta che vedo dei cartelloni
che pubblicizzano i profilattici -, l’educazione sessuale della popolazione è fortemente ostacolato dalla
chiesa,tantè che la campagna statale di prevenzione
con lo slogan “Love carefully”, ama con prudenza,
non è piaciuta ed è stato affiancato dal significativo
”Love faithfully”,che tradotto significa ama fedelmente,cioè con un solo partner,ma anche ama con fede.
Non so quale esito possa avere questo slogan. Di certo non viene accolto dalle bar maids,le ragazze da
bar,come affettuosamente vengono chiamate le giovani prostitute che animano,appena dopo l’imbrunire
spacci e botteghe dove oltre frittelle ed una buona birra si trovano queste povere ragazze che ti si siedonoi
accanto e che non faticano ad allietare con amori frettolosi i camionisti di passaggio,i numerosi militari che
costituiscono, senza dimenticare... i turisti bianchi, i
clienti preferenziali e le categorie più a rischio. La battaglia contro l’Aids è solo agli inizi e per conoscerne
l’esito ci vorrà forse il tempo di una generazione.
Alle malattie, di cui l’HIV è solo l’esempio più subdolo
ed eclatante,si aggiungono le indelebili cicatrici lasciate dalle atrocità compiute sulla popolazione in un
recente passato da parte di coloro che erano stati eletti a guidare il paese dopo l’indipendenza:Milton
Obote ora in esilio in Zambia ed il più tristemente noto Idi Amin Dada, anch’esso vivente ed in esilio in
Arabia Saudita. Obote,primo leader dell’Uganda indipendente dal lontano 1962,ha guidato il paese come primo ministro,sostituendosi poi al suo re,il kabaka (che fuggi’ costretto all’esilio a vita)fino al colpo di
stato di Amin nel 71.Il monarca era un Baganda,etnia
che venne perseguitata anche in seguito,quando
Obote, di ritorno dall’esilio in Tanzania prese il potere
una seconda volta dall’83 all’86, dopo il caos post
Amin che fece seguito ai diversi anni di permanenza
delle truppe armate tanzaniane.Obote divenne tragicamente famoso per il ritrovamento dei campi della
morte nel triangolo di Luwero.Quanta gente è stata uc-
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cisa qui non si saprà mai:tutta la zona allora pullulava di resti umani;tra l’erba ai bordi delle strade mucchi di teschi in bella mostra,dovunque a vista d’occhio,tibie che biancheggiano al sole.Un massacro silenzioso,come tanti in Africa. L’unica cosa che il mondo ricorda dell’Uganda è il folle regime di Amin, Big
Daddy, il caporale diventato ”il Grande Papà”
dell’Uganda, con il compiacimento delle potenze europee:le innumerevoli uccisioni,la cacciata ignominiosa dei commercianti indiani,l’impossibile giostra delle
alleanze internazionali cominciate con Israele e terminate con la Libia di Gheddafi.Un gigante di 1 metro e
96 che amava la boxe e le divise cariche di scintillanti decorazioni fasulle e che dominava le cronache dell’epoca con racconti di inaudita crudeltà.Ma ciò che
più ha lasciato il segno sono state le sue dichiarazioni
ed i comportamenti roboanti e sbruffoni nei confronti
della politica internazionale;basti dire che inviava telegrammi alla regina Elisabetta chiamandola “Liz” e
invitandola a visitare il suo paese”se voleva conoscere
un vero uomo”. Ai problemi di politica interna,si aggiungono i difficili rapporti con la vicina Repubblica
democratica del Congo,dove il caos e le repressioni
regnano ancora sovrane anche dopo gli antichi massacri del regime Mobutu. Questi morti di mille anonimi saccheggi, stupri, delitti, danno la mano alle vittime
del suo rivale Kabila ed ora alle razzie di Jean-Pierre
Bemba,il nuovo signore del Nord del Congo,che ha ritagliato il suo regno commercializzando diamanti,legname, tantalio ed uranio con il resto del mondo.Non
importa che l’ONU lo consideri un bandito,tanto l’imperialismo della rettitudine qui non arriva. Questa è
una storia che pochi conoscono e che la scuola,haimè
non insegna.
GORILLA AND “DRAMATIC VIRUNGA”
Parliamo ora del nostro viaggio e,soprattutto,sdrammatizziamo un po’ il racconto.
Innanzitutto debbo dire che i partecipanti del viaggio
si sono ritrovati catapultati in questa bella avventura,beninteso con il loro placido accordo,ma tutti un
po’ per caso. Ad onor del vero,il mio zampino ha contribuito un tantino a forzare questa casualità. Mario,
sempre lui l’autore di citazioni divenute famose nel
corso del viaggio a tal proposito dice.”Mi è piaciuto
tanto,ma se sapevo com’era,col c.. che ci venivo.E dire che sarei dovuto andare in Bolivia”. Michele ed Eli
avrebbero dovuto essere sull’Aconcagua,ma il viaggio
è fallito ed eccoli qua.Bruno si è lasciato tentare,anche
se non ho dovuto insistere molto,attirato dalla sua passione per l’Africa ed i suoi aspetti naturalistici.Solo
Daniele,l’avvocato amante delle foreste tropicali e sua
moglie Lori erano decisi a recarsi in questi luoghi,anche se non immaginavano mai più cosa li avrebbe attesi sul Rwenzori. Il viaggio ed ogni suo aspetto,facendo nostre alcune citazioni del redazionale geografico
inviatoci dal nostro corrispondente assunse cosi’ due
sfaccettature: friendly and dramatic. I monti Virunga,il
primo luogo da noi visitato si presentarono,visto le cateratte d’acqua che ci caddero sulla testa, subito assai
dramatici. I Virunga costituiscono un grande ecosistema montagnoso formato da coni vulcanici che corrono lungo la linea di confine tra Congo e Ruanda,costituendo un unico sistema protetto sotto il nome di
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Virunga Conservation Area che include anche i due
adiacenti parchi negli stati confinanti.In particolare,la
nostra visita ai gorilla si è svolta al Mgahinga National
Park,sulle pendici dei tre vulcani: il Muhavura 4127m,
il più alto ed anche il più giovane, è un cono perfetto
il cui nome significa “la guida” perché visibile anche
da molto lontano; in mezzo il Gahinga di 3474 m, il
vulcano più basso che però dà il nome al parco nazionale poiché nella lingua locale banyarwanda significa “mucchi di sassi”-di lava vulcanica ovviamente-che caratterizzano fortemente il terreno circostante.Infine il Sabinyo 3669 m a forma dentellata di formazione più antica,difatti il suo nome significa “denti
di vecchio”. Questo ecosistema straordinario è ricchissimo di rare varietà di flora e fauna ed ha affascinato
il mondo intero dopo la pubblicazione dei diari,poi seguiti dal famoso film gorilla in the mist ovvero gorilla
nella nebbia,con la storia del duro lavoro perseguito
per anni sul versante rwandese di queste montagne da
Dian Fossey ed il suo team,che terminò con la tragica
scomparsa della ricercatrice che dedicò la sua vita allo studio ed alla protezione dei gorilla di montagna.
Isolati sulle foreste di alta quota,i gorilla di montagna
sono ridotti a non più di seicento esemplari,di cui più
della metà vivono sulle pendici di questi coni vulcanici.In effetti,i gorilla che un tempo abitavano l’intera foresta pluviale centroafricana,ora abitano in habitat
sempre più ristretti: sparsi dal Congo al Gabon ritroviamo le due subspecie di gorilla di pianura (Western
ed Eastern lowland gorilla),mentre solo qui, suddivisi
tra i monti Virunga e la foresta del Bwindi,vivono i gorilla di montagna - gorilla gorilla beringei.
Essi non hanno mai vissuto e,fortunatamente,non sopravvivono in cattività:l’uomo non li potrà mai rinchiudere in cattività.Il gorilla tracking è un’emozione grandissima,che vale un viaggio.La visita dei gorilla consiste appunto nel seguirne le tracce camminando per
ore,poiché si spostano continuamente di giorno in
giorno cibandosi di erbe in quanto vegetariani.Una
volta individuato il gruppo,costantemente sotto osservazione dei guardaparco,si sta con loro,in mezzo a
loro,a questi pacifici e rari animali cosi’ simili a noi.Ci
sono i giovani,che saltellano sugli alberi e giocano tra
loro con lotte e continui dispetti. Ci sono i piccoli sul
dorso della madre che li allatta,li accudisce,li spulcia.C’è il grosso del gruppo,i subadulti, che trascorrono il grosso del tempo masticando le abbondanti pianticelle di cui si cibano,poi si coricano a pancia in su,riposandosi e…scorregiando a tutto spiano.E poi c’è
lui, il dorso d’argento, silverback il maschio dominante,gigantesco ma pacato, ”friendly” nell’aspetto ma
pronto a dimostrare a chiunque possa potenzialmente
mettere in pericolo la propria famiglia la sua posizione di forza e di comando,con espressioni e movenze
che mettono soggezione.
Il grosso gorilla maschio attirò la mia attenzione..Dava
un’impressione di dignità e di potenza contenuta,di assoluta certezza nella propria maestosa presenza. Provai
il desiderio di comunicare con lui. Non avevo mai avuto questa sensazione nell’incontro con un animale.
Mentre ci guardavamo attraverso la vallata,mi domandai se riconosceva il vincolo di parentela che ci legava.
Gorge B.Schaller 1964
Incontrammo i gorilla suddivisi in due gruppi,poiché il
limite massimo di visitatori è di sei al giorno e dovemmo anche incastrarci nelle prenotazioni già effettuate
da altre persone.Io e Bruno il giorno due di gennaio,il
resto del gruppo il giorno seguente mentre noi,come
d’altronde loro il giorno prima,effettuavamo una gita
naturalistica sulle pendici dei vulcani. Entrambi i gruppi furono fortunati,non solo per la giornata clemente e
soleggiata,cosa rara da queste parti,ma anche perché
non è mai assolutamente certo che i gorilla si possano
incontrare e si rimane delusi quando a volte si spostano oltremisura varcando il confine dove non è possibile seguirli.Noi camminammo per non più di un’ora
prima di incontrare le loro tracce ed una volta trovati
si trascorse con “i cugini”un tempo analogo prima di
salutarli a malincuore.
Certo è che una esperienza simile ti resta dentro e non
la si dimentica più.
IL DUCA DEGLI ABRUZZI
ALLA CONQUISTA DEL RUWENZORI
L’avvistamento del Ruwenzori risale ai tempi di
Tolomeo ed a lui si deve il nominativo dei Monti della
luna. La storia delle esplorazioni è cosa più recente e
va di pari passo con la colonizzazione e conseguente
detronizzazione dei re dell’Uganda ed il controllo della regione da parte dell’Inghilterra.Dopo i tentativi, solo in parte riusciti dei vari Emin Pascià, Scott-Elliot,
Freshfield, fu la volta del Duca degli Abruzzi.
Questi godeva la fama meritata di un uomo determinato,che aveva già scalato il Sant’Elia in Alaska e si
era spinto nell’Artico,battendo il primato di vicinanza
al Polo Nord.Luigi Amedeo di Savoia era figlio di
Amedeo di Savoia, duca d’Aosta,che a sua volta era
figlio di Vittorio EmanueleII, primo re d’Italia e la salita alla terza montagna d’Africa non ancora salita da
alcuno era meta ambita da molti ed era l’occasione
giusta per risollevare a livello internazionale l’immagine di un’Italia sconfitta su più fronti nelle colonie del
Corno d’Africa. Fu organizzata una spedizione in
grande stile che partì da Napoli per sbarcare a
Monbasa, dove venne utilizzata la nuova ferrovia sino
al lago Vittoria e da qui un piroscafo a vapore per
raggiungere Entebbe.Da qui iniziò la marcia di avvicinamento alla montagna composta da oltre 300 persone e cibo sufficiente per ottanta giorni.Con il duca
altri dieci italiani, tra cui il fotografo Vittorio Sella, l’ufficiale di marina Umberto Cagni,quattro guide alpine
della Val d’Aosta: J. Petigax e suo figlio, C. Ollier e J.
Brocherel,per non dimenticare il Filippo De Filippi che
stilò la relazione ufficiale.Dopo quindici giorni raggiunsero Fort Portal e decisero di risalire come i loro
predecessori la valle del Mobuku.La marcia fu molto
dura,su terreni impervi ed un tempo che non dava tregua con temporali continui.Il campo base fu stabilito
sotto tetti di roccia strapiombanti che offrivano un parziale riparo,seppur precario. Da li una ad una furono
salite tutte le punte principali dell’esteso gruppo montuoso formato da sei massicci principali denominati
Stanley,Speke,Baker,Luigi di Savoia,Gessi ed Emin a
cavallo tra il Congo ex Zaire ed il territorio ugandese.
Cosi’ il De Filippi descrisse l’arrivo in vetta alla cima
principale del Ruwenzori: …le vette agognate erano
dinanzi a loro, a brevissima distanza,entrambe coper-
te di neve. La meridionale,più vicina,con una parete di
roccia a picco verso Est, sormontata da una grossa
cornice di neve, era unita per un colle di ghiaccio arrotondato alla vetta settentrionale, alquanto più alta,dalla quale scendevano due creste..;vette e cresta
orlate dalla più grandiosa cornice di neve che si possa immaginare, sostenuta da innumerevoli stalattiti e
aghi di ghiaccio, che a distanza sembravano una gala di candida trina.
Fu salita dapprima la cima meridionale chiamata
Alessandra in onore della regina d’Inghilterra e poi
conquistata anche la vetta più alta che il duca,spiegando la bandiera italiana, intitolò alla zia
Margherita.
FANGO VERTICALE:
TREK E SALITA ALLA VETTA
La parte trek del viaggio si svolse nei sette giorni previsti e disponibili dopo la richiesta di un permit per
l’entrata al parco del Ruwenzori .Questi, normalmente costituiscono il pacchetto standard rilasciato dall’ente preposto in quanto sufficienti per effettuare il giro ad anello classico costituito dalla salita alla valle di
Bujuku scavalcare lo Scott-Elliot pass e ridiscendere,
dopo aver dormito alla Elena Hut nella valle laterale di
Mubuku ed infine congiungersi con il percorso iniziaIn prossimità della cima, sullo sfondo Punta Alessandra
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Trek e seneci giganti
le alla Nyabitaba Hut sino al villaggio di Niakalenjia
base di partenza del trek.Visto l’esiguo tempo disponibile e l’esoso quantitativo di denaro da sborsare per
pagare il pedaggio,continuamente alimentato da nuove richieste di pagamenti da parte dell’RMS,nell’arco
della settimana abbiamo anche fatto rientrare la salita alla cima Margherita che tanto ci allettava,pagando il minimo dovuto per il supplemento dei portatori e
delle guide necessarie all’ascensione senza però dover richiedere ulteriori giorni di permesso.Il Rwenzori
Mountain Service è il solo ente deputata all’ingaggio
delle guide e portatori e pertanto..un monopolio; ma
questa è l’Africa. A ripensarci mi vien da ridere.
Durante le lunghe trattative per stipulare il contratto,
tutti i loro discorsi cominciavano pressappoco cosi’:
voi avreste bisogno di questo e questo e poi questo,ovviamente tutto ha un costo e non è per chiedervi dollari,ma per la vostra sicurezza,perché siate trattati il meglio possibile,etc.etc. Dopo essere stati spillati a dovere,siamo pronti a partire,con ben 24 porters,due guide-Anthon ed Isaia-,una guardia armata dell’UWA, il
simpatico e chiacchierone Robert e con la promessa di
ritrovare Laurence,il cuoco della Volcanoes Safari-nostro corrispondente locale,sul tragitto di ritorno con un
altro gruppo.Dopo dieci minuti, acqua a go go,cominciamo bene.Se si continua cosi’, torneremo con le
sembianze di spugne camminanti. Fortunatamente,
ben presto le pioggie cessano, le nebbie evaporano,
aprendo ai nostri occhi una meravigliosa foresta tropicale con fiori,muschi,licheni.Si sale in modo diretto e
si suda molto;dopo quattro ore su una cresta con una
piccola radura in una foresta di podocarpi siamo alla
Nyabitaba Hut.Le huts sono o meglio dovrebbero essere dei rifugi,ma in realtà questa è uno spoglio ammasso di lamiera; comunque meglio che dormire in
tenda nel fango con il rischio di affogare. A tarda sera arriva Laurence,troppo tardi per prepararci cena a
cui pensa un porter,portandoci un blocco di pasta
scotta e da salare.Buonanotte. Il giorno successivo, a
posteriori,si può ben classificare come il più lungo e
faticoso del trek: pietre viscide,poca acqua da bere e
fango,tanto fango. Alla fine del percorso calziamo gli
stivali che toglieremo solo più il giorno della cima.
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Mario,sempre lui, colto da terribili crampi poi brillantemente superati senza conseguenze dice:questa è
una montagna di fango,il punto più alto al mondo dove si può morire affogato.Il brutto è che pare che il
peggio debba ancora venire.Camminiamo un po’ su
scale appoggiate all’intricatissimo terreno,un po’ su
pali piantati verticalmente(chi sbaglia il passo è morto) attraverso un bosco di eriche con cuscini di muschi
attaccati ai tronchi,barbe di licheni che pendono da
tutti i rami,finchè si arriva alla Johnn Matte Hut.La capanna è in legno e molto più carina anche se spoglia;anche il cesso è con vista.Stupenda cena con pollo e riso con tramonto da sogno.Il sole ci ha accompagnato per tutta la giornata,siamo fortunati.Certo che
non oso pensare cosa succede nella stagione delle
pioggie.Il giorno successivo dobbiamo attraversare alcune paludi,tra cui la Lower e la Upper Bigo
Bog.Capiamo ben presto che l’unica differenza tra la
palude e l’altro terreno sta nel fango posto rispettivamente in senso orizzontale o verticale.Scherzi a parte,attraversiamo ambienti stupendi ed unici;dopo le
paludi un fitto bosco di seneci giganti ci porta al lago
Bujuku ed all’omonima capanna posta alla riguardevole altezza di quasi quattromila metri.Il sole va e viene,creando ora qua ora la,macchie di colore e di luce
veramente magiche.Scaldandoci attorno agli immancabili bracieri -il carbone viene acceso in vecchi cerchioni delle auto - trascorriamo chiacchierando tra noi
prima di infilarci nei sacchi a pelo per la nanna.Oggi
è il giorno che ci porterà in una salita breve,ma diretta,oltre le balze rocciose su cui è posta la Elena Hut,ultima tappa prima di salire sul punto più alto.Neanche
a dirlo,anche qui fango sino ad oltre quattromiladuecento metri dove ci sono solo più rocce,coperte di barbe,per la nebbia e l’umidità costante.Davanti a noi la
neve,o meglio il ghiacciaio che ricopre la parte alta
del gruppo montuoso dello Stanley.Immediato il paragone con le foto del Sella del 1906 da cui si evince l’enorme ritiro dei ghiacci,da allora ad oggi.Una tempesta di neve ci coglie che siamo già nella capanna;la
temperatura è fredda,ma sicuramente non rigida vista
la quota. Dormiamo comunque poco anche se a nostro agio,poiché il pensiero è già al giorno dopo: fra
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poche ore, in piena notte sarà la volta di partire per la
nostra punta.O la va o la spacca.Alle 4.30 c’è troppo
vento,aspettiamo ancora più di un’ora prima di partire.Alla sola luce delle pile frontali si cammina
male,non è una novità;se poi devi superare dei disagevoli passaggi sulle lisce rocce su cui scorreva il
ghiacciaio il tutto si complica un po.In ogni caso ,verso le 6.30 siamo fuori dal tratto più brutto e ci leghiamo in tre cordate, avviandoci sull’agevole pista tracciata sulla neve dura.Albeggia,ma la fitta nebbia ci
impedisce di vedere dove andiamo;per fortuna,il bravo Anthon conosce il percorso a dovere..Passato l’altipiano che corre sotto le cime Moebius ed Alessandra,
siamo a ridosso della salita che conduce al colletto tra
quest’ultima vetta e la cima Margherita.E’ a questo
punto che il vento spazza il cielo e le nubi correndo veloci nel cielo,liberano ampi spazi di azzurro in cui
compare un paesaggio sempre più grandioso,man
mano che si sale in alto.Siamo sotto il salto finale che
conduce alla vetta e pensiamo che ormai è fatta,ma
davanti a noi un salto di roccia di una cinquantina di
metri ci blocca l’accesso alla cresta nevosa.Una corda
fissa,non statica ma,al contrario estremamente elastica non ci è molto d’aiuto ma, fortunatamente,risaliamo con dei prusik - chi non sa cosa siano lo impari - e
con una “maniglia” - Jumar ovviamente - miracolosamente rimasta nel mio zaino .Poco dopo siamo tutti in
cima,qualcuno con il sorriso,altri con le lacrime agli
occhi(sempre dalla gioia si intende);tutto il gruppo unito sulla vetta Margherita 5109m una grande soddisfazione generale e permettetemelo..personale.
La discesa si svolge senza intoppi in un ambiente altrettanto fantastico e vario.La sera del giorno stesso in
cui raggiungiamo la vetta,sostiamo in una e vera e
propria catapecchia,la Kitandara Hut,situata ai bordi
dell’omonimo lago,uno dei luoghi più isolati dell’intero percorso Ci godiamo un’ennesima splendida serata tra simpatici topolini africani che scorazzano impunemente ai nostri piedi e coloratissimi e variegati nettarinidi che succhiano la dolce linfa dalle infiorescenze poste sulle pannocchie delle numerosissime lobelie
presenti.L’indomani risaliamo per l’ultima volta sino al
Freshfield pass per poi ridiscendere in un tappeto di
muschi nel selvaggio ed umido vallone di Mubuku. Ad
un certo punto passiamo sotto enormi cenge sotto pareti ripide e sporgenti sopra di noi,dei veri e propri ripari sottoroccia di cui uno di nome Bujungolo,famoso
per aver ospitato il campo base della spedizione del
Duca degli Abruzzi che vi soggiornò per il lungo periodo in cui l’intero massiccio venne esplorato a fondo
e le sue vette conquistate. Notte piacevole e decisamente più calda alla Guy Yeoman Hut.Finalmente ci
aspetta l’ultima tappa,o meglio l’ultimo giorno di trek
che raggruppa il tragitto che normalmente si sviluppa
in due giornate,ovviamente…nel fango.Siamo rilassati e scendiamo in scioltezza,in ordine sparso,anche se
il percorso è duro e faticoso. Chiacchieriamo con i nostri amici, a cui ci sentiamo particolarmente uniti, un
po’ per i pochi ma intensi giorni trascorsi assieme in
cui abbiamo avuto modo di conoscerci,un po’ perché
sappiamo che questo rapporto,questo scambio tra
persone,tra culture cosi’ diverse,forzatamente dovrà
interrompersi ed ognuno riprenderà la sua strada,probabilmente senza avere l’occasione di ritrovarsi mai
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più…ed è con i piedi fumanti ed un po’ di malinconia
nel cuore che ci lasciamo una volta giunti a
Niakalenja:com’è bello e triste contemporaneamente
avere degli amici cosi’ vicini e cosi’ lontani ,cosi’ uguali e cosi’ diversi. Questa è la mia Africa ,quella che più
mi resterà dentro: schegge di vita,emozioni che ti segnano indelebilmente. Un grazie a Mario Palladino,
Bruno Fossat, Daniele Mancini, Loredana Riseri,
Michele Giacone e Maria Assunta Ambrosio,gli amici
con cui ho diviso i pochi giorni africani trascorsi assieme,ma molte,molte emozioni.
LA MONTAGNA CHE NON C’È
Avrei preferito raccontarvi tutto subito,ma è sempre
artificioso e difficile parlare della storia e delle vicende susseguitesi dall’inizio alla fine dell’avventura appena conclusa.
In fondo,abbiamo voluto ancora una volta travestire in
termini di salita alla montagna la nostra storia,ed insieme la storia di un’infinità di persone che hanno trovato nell’andare in montagna un “proprio centro”.
La nostra ascesa alla montagna e l’intero tracciato del
nostro viaggio è…forse,parte di un’indispensabile lungo cammino per ritrovare se stessi e ritrovare cosi’ le
radici stesse della vita,in una mutazione della nostra
abituale natura.Non c’è,beninteso,bisogno di trasfigurarsi ma,semplicemente,liberarsi di ogni ragnatela di
azioni,dunque di pensieri,di motivi,dunque di ragioni,che agiscono in noi senza che ne siamo responsabili.Una sorta di igiene psico-fisica che permette di
sconfiggere ogni automatismo corporeo o
mentale,ogni abitudine quotidiana,fonte di possibili
tossine per il pensiero non veramente pensato,per le
azioni non veramente volute.
E voi,quale monte intendete salire o meglio…
che cosa cercate?
Renè Daumal
Mario,scherzosamente diceva che le cose che non si
capiscono bisogna ignorarle,passarci sopra. Quella
che a primo acchito può sembrare superficialità,nasconde un pensiero profondo:i suoi riferimenti erano
diretti alle cose a cui diamo quotidianamente troppo
risalto ma che sono in realtà prive di importanza e su
cui non vale la pena arrovellarsi,cimentarsi ed arrabbiarsi con se stessi e con gli altri.Il Rwenzori è stata per
anni una montagna sconosciuta,che pochi uomini erano riusciti a scorgere e di cui si narrava come di una
leggenda.Ancor oggi,quando se ne parla, poche persone conoscono anche solo per sentito dire il nome del
monte che pare significha”luogo dove sorgono le
Alba al Queen Elizabeth National Park
pioggie”,e ancor meno sono le genti che ne hanno calpestato la cima.Anche noi per giorni e giorni ne abbiamo parlato,letto i racconti senza mai vederlo(rarissime sono le fotografie di questa montagna sempre avvolta nella nebbia);anche noi abbiamo pensato che il
Rwenzori fosse tutta un’invenzione,che non esistesse.
La ragione,come spesso succede,ci ha un po’ preso la
mano ed a pensarci,tutto poteva essere solo una favola,una fantasia o addirittura una follia pensare che
esistesse realmente.Il leit motiv del viaggio diventò appunto quello: andavamo cercando una montagna che
non c’è.
Ma allora noi cosa stavamo facendo,qual’era lo scopo del nostro viaggio? Qual’era la motivazione che ci
spingeva ad andare a scoprire una montagna all’altro
capo del mondo?
Ad un certo punto mi sono reso conto di essere
felice e realizzato e che ero alla ricerca di un po di spiritualità,intendiamoci non nel senso religioso del termine ma un puro distacco dall’inseguimento di beni materiali
che tutti i giorni affligge la nostra esistenza (almeno la
mia),dall’affannoso ed inutile accumulo se fine a se
stesso (seppur necessario al sostentamento).
Ho capito che la montagna esiste,posso giurarlo.La
considerazione nasce si dall’averla vista e salita personalmente ma,innanzitutto e soprattutto,perché esiste
una concezione dell’universo,un’ideale a cui tendere,tale da reggerne la sua posizione anche se è di per
se una pazzia pensare che esista nella realtà una
montagna …che non c’è.
Non ci si può sbagliare... poi la strada la trovi da te,
diceva una certa canzonetta dei miei tempi. Anche se
questa parlava di un’isola,in fondo il significato è lo
stesso poiché lo stesso è il valore simbolico: il risultato
di una proiezione interna che corrisponde al proprio
paesaggio interiore. Un paesaggio che deve,materialmente ed umanamente esistere,perché se no,la nostra
situazione sarebbe senza speranza.
... seconda stella a destra,questo è il cammino,e poi dritto sino al mattino ma non
ti puoi sbagliare perché questa è la
“montagna” che non c’è..e ti prendono in giro se continui a cercarla ma
non darti per vinto perché chi ha già
rinunciato e ti ride alle spalle..forse
è ancora più pazzo di te.
Gorilla
AVVENTURE NEL MONDO 1 • GENNAIO/FEBBRAIO 2003
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UGANDA - Ruwenzori, la montagna che non c`è