I nomi e le piante:
per una storia delle varietà agrarie del Salento
Francesco Minonne
Introduzione
Una analisi dei nomi delle piante agrarie del Salento è un elemento di conoscenza che va aldilà delle pura curiosità etimologica; si tratta, infatti, di un
vero è proprio mezzo di indagine storica e botanica sulla biodiversità agraria
che questo territorio ha espresso nel tempo.
La diversità biologica, nell'ambito delle piante agrarie è rappresentata oltre
che dalla specie, intesa come categoria sistematica, anche dai ranghi tassonomici inferiori come varietà e cultivar.
La loro esistenza e diffusione è strettamente legata all'attività di coltivazione e selezione, condotta dall'uomo ed è il frutto, quindi, di un insieme di fattori sociali, economici e ovviamente ambientali.
In ambito agrario, la categoria sistematica di riferimento è la varietà; ad
esempio, quando ci esprimiamo su di una pianta di pero, dobbiamo pensare
sempre a quale varietà di pero ci riferiamo, perché dire pero è un po' poco e non
definisce in maniera esauriente la qualità dell'oggetto che stiamo descrivendo.
In particolare, quindi, parlare di biodiversità agraria strettamente legata ad un
territorio, significa parlare di "varietà tradizionali" che quando hanno avuto carattere di coltivazione diffusa e sistematica si definiscono cultivar (da cultiveted variety).
Si definiscono "varietà tradizionali" quelle piante che nel tempo delle generazioni sono coltivate in un luogo con continuità ed in quel luogo sono note con
almeno un nome proprio. Esse non sono solamente il risultato di una risposta
Carrube
Il Carrubo annovera diverse varietà di cui si è
Frutti minori autunnali
persa conoscenza.
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adattativi alle pressioni ambientali ma anche un prodotto culturale derivante
dall'attività di selezione dell'uomo (ANGELINI, 2004).
I l nome proprio, utilizzato dalle popolazioni locali è, quindi, un elemento distintivo delle varietà tradizionali, rispetto a quelle di nuova introduzione e, comunque, non trasmesse tra le generazioni.
La diversità biologica nelle piante agrarie è immediatamente percepita proprio dalla molteplicità dei nomi dialettali con cui vengono indicate le varietà.
La conoscenza di questo lessico e del suo uso è di base per le ricerche finalizzate al recupero della biodiversità.
L'erosione genetica delle piante agrarie
L'urgenza della ricerca in questo ambito è dettata, dalla problematica, attuale e complessa, dell'erosione genetica delle piante agrarie, a seguito della sostituzione delle cultivar locali con altre di diversa provenienza o di nuova costituzione e al crollo produttivo di colture di difficile meccanizzazione o passate in secondo piano rispetto alle produzioni più richieste dal mercato.
Nel caso specifico di piante presenti nel Salento, ad esempio, si può dire che
per alcune specie come Carrubo, Melograno, Fico, Nespolo europeo, Giuggiolo, Gelso si è assistito al progressivo abbandono della coltura e di tutte le varietà un tempo diffuse. Per altre, invece, (Agrumi, Pero, Mandorlo, Vite, Olivo)
è avvenuta una rapida sostituzione delle vecchie cultivar con ibridi artificiali o
cultivar, ritenute più produttive, provenienti da altre aree geografiche.
Questo processo continua con ritmi veloci se si considera che dall'inizio del
XX secolo si è perso circa il 75% delle varietà che si coltivavano nel XIX secolo. Nell'ambito delle specie coltivate si impongono sempre di più poche varietà che garantiscono produttività, uniformità, apparenza estetica, resistenza alle manipolazioni e ai trasporti, a scapito di una moltitudine di entità antiche e
locali, spesso poco appariscenti e produttive, ma il cui sapore, forma, epoca di
maturazione sono strettamente legati al territorio, agli usi e alle tradizioni delle
popolazione che le hanno coltivate da sempre (BARBERA G., 2000).
Il declino e/o estinzione di una specie o, comunque, la restrizione del "pool"
genico della stessa è uno dei più grossi e attuali problemi in quanto è impensabile, nonostante tutti gli apporti della scienza, poter ricostituire, una volta dispersa, l'incalcolabile diversità genetica creata dalla natura e favorita dall'uomo
e dall'agricoltura pre-scientifica (FILIPPETTI A., RICCIARDI L., 2000).
A questo impoverimento della diversità agraria fa seguito un processo, non
meno grave, di erosione culturale che deriva dalla progressiva perdita di conoscenza intorno ai nomi, agli usi, agli aspetti colturali, ai terreni più adatti, relativi alle vecchie varietà agrarie.
Tutto ciò produce perdita di memoria e questa perdita impedisce o rende difficile il lavoro di recupero.
Il recupero
Con la perdita progressiva di diversità genetica locale, si perde anche la tipicità delle produzioni tradizionali; è un problema cui deve far fronte l'agricol-
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tura moderna, costretta a ricorrere ad una base genetica sempre più limitata. La
raccolta, conservazione e valorizzazione del germoplasma locale diventano, così, strategiche per gli sviluppi dell'agricoltura di tutte le regioni.
Il recupero di questo patrimonio, richiede non solo un preliminare lavoro di
indagine bibliografica, ma anche una serie di sopralluoghi e di interviste con coltivatori, custodi delle piante madri e depositari di un sapere locale estremamente utile alla ricostruzione storica e all'identificazione botanica delle varietà.
Sono loro che forniscono, spesso, indicazioni su sinonimi, omonimi, diffusione ed usi nel passato, area di distribuzione; dati che possono essere utilizzati a completamento dei dati fenologici (epoca di germogliamento, fioritura e
maturazione dei frutti), morfologici (portamento della pianta, forma delle foglie, ecc.) e carpologici (forma del frutto, pezzatura, colore, ecc.).
Relativamente all'indagine bibliografica è poi di fondamentale importanza
lo studio delle monografie, e delle diverse opere relative alle specie agrarie,
scritte nei secoli e nei decenni scorsi.
Per il Salento, importanti autori hanno descritto la diversità interna alla specie individuando, censendo e descrivendo le varietà presenti sul territorio nel
loro tempo.
Due di essi, Giovanni Presta e Cosimo Moschettini descrivono, ad esempio.
la biodiversità dell'olivo nella Penisola salentina.
Giovanni Presta (1871), in particolare, descrive ben 50 presunte varietà di olivo. Lo stesso autore fornisce informazioni circa sinonimi,
possibili origini ed usi delle diverse
entità; le tavole iconografiche, sia
pur insufficienti per una loro sicura
identificazione, rappresentano oggi
Presta e C. Moschettini
documenti di grande utilità. La ricerca di quei nomi tra gli anziani
coltivatori custodi dei nostri olivi
secolari è il primo indizio per il recupero delle varietà indicate.
Ferdinando Vallese (1909) descrive dettagliatamente 35 varietà
fico ma ne indica oltre 90 per la Penisola salentina; il californiano Ira
J. Condit, nella sua opera Fig a Monograph (CoNDIT, 1955), riporta i
dettagli descrittivi di quasi cento
entità di fico presenti nel Salento,
facendo riferimento, a sua volta, a
lavori di Vallese, De Rosa, Gugl ielUno degli scritti critici di Giacinto Dorano sulle
mi, Gasparini ecc...
opere di G. Presta e C. Moschettini intorno alGiacinto Dorino è uno degli ull'origine e storia degli olivi salentini
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timi autori ad aver censito e descritto la biodiversità delle specie frutticole tradizionali del Salento. I suoi
principali lavori, sul fico, sul pero,
sull'olivo, sul mandorlo, sul carrubo sono relativi agli anni '50-'70.
Tali studi possono consentire, in
alcuni casi, anche di quantificare il
grado di erosione del patrimonio varietale in alcune specie.
La quantificazione può essere
determinata mediante il confronto tra
le varietà segnalate nei diversi periodi e quelle oggi rinvenute.
Questo confronto ha come punto di partenza proprio il nome locale
Lavori recenti (MINONNE et al.,
2002) hanno permesso il censimento sul territorio salentino di una notevole quantità di accessioni ascrivibili a oltre 200 varietà tradizionali delle principali specie fruttifere
Il trattato sul fico di Ferdinando Vallese (1909)
coltivate nel Salento.
con le dettagliate tavole iconografiche in esso
L'antichità della coltivazione, la contenute.
diffusione e la ricchezza varietale
delle diverse specie hanno fatto sorgere, nel tempo, molti casi di sinonimia (nomi diversi per indicare la stessa varietà) e di omonimia (lo stesso nome per indicare varietà diverse).
Il complicato intreccio dei nomi locali (ci sono casi in cui una stessa varietà possiede oltre 10 nomi diversi, anche a pochi chilometri di distanza) se da un
lato produce un elevato grado di confusione che è di ostacolo, come vedremo,
agli stessi meccanismi di conservazione, è anche un elemento di conoscenza
importante proprio perché i nomi esprimono la sintesi di caratteristiche proprie
delle varietà come la loro provenienza, l'epoca di maturazione, la forma, il colore, il sapore ecc... tutte utili alla migliore definizione e comprensione di questo patrimonio.
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I nomi e le specie fruttifere più rappresentative del Salento
L'olivo
Nel Salento, le due cultivar tradizionali di olivo, "Ogliarola" e "Cellina di Nardò", sono ancora fortemente rappresentative e da sempre hanno dominato nel
panorama olivicolo salentino; è anche per questo motivo che risultano di difficile individuazione le molte varietà locali indicate dagli studiosi del passato.
"Ogliarola leccese" è anche conosciuta con i sinonimi "Pizzuta leccese", "Ogliarola salentina", "Chiarita".
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Tavole iconografica di Giovanni Presta
Per G. Presta (1871), corrisponde alla Olea salentina o Sallentina degli antichi; citata da scrittori georgici quali Catone, Varrone, Macrobio che ne esaltavano la finezza dell'olio.
Oltre a ciò gli anziani agricoltori ne apprezzavano anche le rese elevate.
"Cellina di Nardò" è conosciuta con i sinonimi "Saracena", "Scurranese", "Cafareddha", "Osciula"; per G. Presta (1871), si tratta dell'Olea calabrica dei latini, riportata da Columella come oliva da concia. Lo stesso autore distingue diversi tipi di cui ne descrive i caratteri arrivando poi a definirle varietà diverse,
distinte da quella che chiama "Cellina legittima"; cita, quindi, "Cellina rossa di
Vitigliano", "Cellina della Peucezia" e "Cellina termetara".
"Còrnola", è infine, una delle entità minori; sporadica è conosciuta con i sinonimi "Corniola" e "Cornulara"). G. Presta (1871), ne distingue tre tipi: la
maggiore, la minore e la piccola. Sempre Presta riporta il sinonimo latino "Radius" ed il nome "Cercitis" indicato da Columella.
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Il Fico
11 fico domestico annovera un numero elevatissimo di varietà.
Solo per il Salento sono state reperite più di 85 varietà diverse (MINONNE et
crl., 2002). Accanto ad alcune entità comuni e quindi, di facile, rinvenimento sul
territorio, ve ne sono altre che per il carattere sporadico e localizzato degli esemplari rappresentano ormai delle vere e proprie rarità botaniche.
I nomi locali usati per la loro indicazione fanno riferimento alla provenienza o alla maggiore diffusione in alcune aree come nel caso di:
"Dei greci", "Martana", "Fasanese", "Tarantina", "Potentino", "Turca",
"Taurisano", Napoletana", "Brindisina", "Greca".
Sono spesso legati alla forma e colore dei frutti come nel caso di: "A campanella", "Casciteddha", "Verdesca", "A sangu", "Rigata", "Bianculeddha
"Morettina", "Noce", "Niura", "Pizzilonga", "Quagghia", "Rosa". Vi sono
quindi quelli legati al periodo di maturazione dei fioroni o dei fichi veri come
nel caso di: "San Giovanni", "San Vito", "Di Santa Marina", "Tardiva", "Natalina", "Varnea", "D'inverno". Altre, infine, fanno riferimento all'eventuale proprietario o ad una persona cui si dedica il frutto in segno di rispetto e riverenza
come le varietà: "Del Vescovo", "Dell'Abate", "Dell'Angiulieddhu", "Della
Monaca", "Della Signura", "Del Cavaliere ".
Varietà di fico salentine
I1 Pero
Più di venti varietà diverse di pero, un tempo diffuse su tutto il territorio salentino, sono oggi confinate a sparuti esemplari di alcuna importanza economica e spesso del tutto abbandonati. Si tratta delle cosiddette "peraglie", di piccole dimensioni, con scarsa attitudine alla conservazione. Un tempo era la presenza di numerose varietà, a maturazione scalare, che garantiva la costante pre-
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senza dei frutti sulla tavola.
Anche in questo caso i tanti nomi locali sono legati alla provenienza come:
"Franchiddhese" e forse anche la nota varietà "Petrucina", un tempo molto comune nella cintura leccese, che Giulietta Livraghi Verdesca Zain (1994) indica
come "Pera di San Pietro"; va detto che in alcune aree questa varietà viene anche detta "Pedicina" a sottintendere un riferimento al lungo peduncolo che la
caratterizza. Non mancano le entità denominate con la connotazione più evidente dei loro frutti; è il caso di "Pero rosso", "Cazzatello", "Campanello", "Pero cera", "Faccia rossa", "Ficateddhu" o, infine, con il periodo di maturazione
come "Perella di maggio", "San Giovanni", "Pero d'inverno".
Peraglie
La vite
Oltre i veri vigneti, nelle zone più distanti dal centri abitati, di sicuro fascino
e interesse sono i vecchi pergolati, nelle dimore rurali periurbani e nei vecchi
giardini urbani. È nel giardino familiare, infatti, che pregiate uve da tavola fanno bella mostra di grappoli, intreccio di tralci e foglie, fusti lunghi e contorti.
Tra queste, di particolare interesse è l'uva "Pizzutello bianco" dall'acino
croccante particolarmente adatto alla conservazione in alcool, 1' "Uva natalina"
a maturazione invernale, I' "Uva rosa", bianca a dispetto del nome.
Si ripete, dunque, il gioco di nomi a definire entità diverse per forme, colore, maturazione utilizzo; per la vite anche la qualità del vino prodotto entra, naturalmente nel nome usato per indicare l'uva di appartenenza.
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Tra i nomi legati alla provenienza o alla zona di più intensa coltivazione troviamo Francaviddha", "Malvasia di Brindisi", "Malvasia di Lecce", "Garganica", "Tarantina", "Moscato di Pantelleria"; nel caso dell'uva il rapporto con
il territorio di coltivazione ha avuto, da sempre una grande rilevanza nella definizione del nome; l'indicazione geografica, infatti, compare frequentemente
anche a specificare un sostantivo di altro significato; è così, ad esempio, per
"Bianco di Alessano", "Prunesta di Ruvo", "Malaga spagnola" ecc...Tra i nomi che esprimono qualità, forma e colore del grappolo troviamo "Metrica", dal
grappolo molto lungo, "Malvasia coda di volpe", "Negramaro",
"Mennavacca" o "Menne de vacca", "Cupeta", "Uva cacata" ed infine, "Dente di cane" e "Uva a cannellini" entrambi sinonimi del "Pizzutello bianco".
Quanto al periodo di maturazione ricordiamo "Uva Sant'Anna", "San Nicola"
e la già citata "Natalina"
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La conservazione
Lo studio della diversità genetica assume grande importanza nelle ricerche
finalizzate alla comprensione dei rapporti filogenetici tra le diverse varietà e ciò
può dare un ulteriore contributo non solo alla loro salvaguardia e conservazione ma anche ad una loro reale valorizzazione.
La conservazione dovrebbe infatti intrecciarsi con la valorizzazione delle
varietà tradizionali, di cui costituisce l'indispensabile premessa. Per garantire la
valorizzazione le Università, le Associazioni e i raccoglitori informali dovrebbero lavorare in sinergia, fornendo ognuno le proprie competenze scientifiche,
organizzative e divulgative.
In un'opera di valorizzazione risulta utile usare metodologie di conoscenza
ludiche, che riguardino giovani e bambini, come la creazione di percorsi sensoriali, olfattivi, visivi, tattili con piante, frutti, fiori e semi. Sfruttare tutto il potenziale attrattivo che la frutta ha, ad esempio, nella sua diversità di forme di
colori, di sapori.
A tale scopo, un ruolo importante viene attribuito alle accessioni presenti negli orti botanici come quello dell'Università del Salento.
Con il termine "accessione", l'Orto Botanico, indica quelle varietà (o presunte tali), che vengono introdotte nelle proprie collezioni; queste vengono studiate sia fenotipicamente che genotipicamente.
Le accessioni delle specie e varietà fruttifere "minori" hanno costituito una
collezione tematica, composta da piante coltivate in vaso e da due frutteti misti
nei quali sono stati messi a dimora esemplari delle cultivar delle specie fruttifere ritenute più rappresentative per il Salento; questi settori non hanno solo
scopi conservativi ma anche didattici e di divulgazione scientifica.
Nella loro realizzazione, sono state tenute in considerazione le principali caratteristiche di coltivazione e di ambientazione rurale tipiche della cultura contadina.
Alcune di queste accessioni varietali sono state oggetto di studi di caratterizzazione genetica al fine di svelare omonimie, sinonimie o semplicemente
rapporti di vicinanza genetica tra varietà.
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L'importanza di aver risolto alcune confusioni legate ai molteplici nomi locali, con cui le varietà vengono indicate, risiede nel fatto che un'idea poco chiara della reale diversità interna ad una specie non facilita la conservazione del
suo patrimonio genetico; è possibile ad esempio che Enti diversi, collezionisti,
campi di conservazione, custodiscano varietà con lo stesso nome ma geneticamente diverse o, ancora, piante con nomi diversi ma geneticamente uguali. Potremmo trovarci davanti al dubbio poco confortante del: chi conserva cosa?
La conservazione delle varietà locali ha un'importanza enorme per lo sviluppo dell'agricoltura soprattutto in tempi in cui diventa sempre più urgente la
ricerca di risorse genetiche a basso input chimico ed energetico. E' proprio in
quest'ambito, infatti, che le varietà tradizionali, al di là dell'indubbio valore storico e culturale, possono avere un ruolo determinante nell'agricoltura del presente e forse, ancora di più, in quella del futuro.
La conservazione e la valorizzazione di queste risorse, tuttavia, non sono
possibili, senza un continuo lavoro di recupero sul campo di materiale che a
volte rischia di sparire prima ancora di essere conosciuto; se ciò è ancora possibile, lo dobbiamo al lavoro appassionato e, quasi mai riconosciuto, di chi ha
conservato e custodito le piante di cui parliamo.
È grazie ai custodi delle piante madri che è ancora possibile il recupero della biodiversità agraria. La ricerca non può fare a meno delle loro piante, del loro lavoro e, soprattutto, della loro memoria.
Coltivatori-custodi
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