Il libro
Miss Charity Duncan non si fa illusioni
sulla proposta di matrimonio di lord
Anthony
Earheart,
marchese
Staunton.
L’arrogante
aristocratico
di
è
stato fin troppo chiaro su cosa voglia da
lei: una moglie che, con la propria
inadeguatezza, mandi in collera l’odiato
padre e che poi esca per sempre dalla
sua vita. In cambio, la famiglia di
Charity riceverà il denaro di cui ha un
disperato
bisogno.
Sfortunatamente,
dopo aver accettato di prendere parte a
quella farsa, Charity scopre di essersi
innamorata di Anthony, e si rende conto
che
spezzare
i
voti
matrimoniali
potrebbe spezzarle anche il cuore.
L’autrice
Scrittrice di successo e vincitrice di
numerosi premi letterari, Mary Balogh è
cresciuta nel Galles, terra di mare e
montagne, ballate e leggende. Trasferitasi
in
Canada
per
insegnare,
vi
ha
conosciuto l’eroe romantico della sua
vita, il marito Robert, ma anche la
vocazione alla scrittura, in cui dà sfogo
alla propria vivida immaginazione. Ha
venduto milioni di copie di romanzi
storici, sempre caratterizzati da un lieto
fine nel quale si celebra la forza
dell’amore.
Mary Balogh
SPOSA PER
CONTRATTO
Traduzione di Antonio Bellomi
SPOSA PER CONTRATTO
1
Mettere un annuncio sui giornali
londinesi per cercare moglie non
era decisamente il massimo della
raffinatezza.
Così
Anthony
Earheart, marchese di Staunton,
figlio maggiore ed erede del duca di
Withingsby, optò per la richiesta di
un’istitutrice.
Lo fece a proprio nome,
omettendo però il titolo e altri
riferimenti sociali, con grande
spasso di amici e conoscenti che,
per l’occasione, sfoggiarono tutto il
loro umorismo.
— Quanti figli avete, Staunton?
— gli chiese Harold Prince quando
si incontrarono al White’s, il giorno
stesso in cui comparve l’annuncio.
— Non sarebbe più appropriato
assumere un maestro? Una persona
capace di gestire una classe intera?
E Cuthbert Pyne aggiunse: —
Ciò che dovreste fare, Staunton, è
assumere
del
personale
al
completo. Per una scuola intera,
intendo dire. Non vorrete rischiare
di compromettere l’istruzione di
futuri studiosi accalcandone troppi
in un’unica aula, vero?
— Le mammine verranno a
riprenderli ogni pomeriggio, Tony?
— chiese lord Rowling prima di
fiutare la presa di tabacco che aveva
posato sul dorso della mano. — Hai
un salone così grande da contenerle
tutte
mentre
aspettano?
E
rimarranno in quieta attesa?
— Siete sicuro di volerli istruire
tutti quanti, Staunton? — chiese il
colonnello Forsythe. — Avete
abbastanza tenute bisognose di
castaldi e amministratori, vecchio
mio? Anzi, l’Inghilterra stessa ne ha
un numero sufficiente?
— Avete trascurato il Galles,
Forsythe — intervenne il signor
Pyne. — E la Scozia.
— Non sarebbe giusto nei
confronti degli altri figli illegittimi
se tutte le cariche venissero
ricoperte
nelle
proprietà
di
Staunton
—
commentò
il
colonnello, esagerando il tono
lamentoso.
— Secondo me, Tony non è
affatto alla ricerca di un’istitutrice
— osservò sir Bernard Shields. —
Vuole semplicemente una nuova
amante. Ho sentito che hai dato il
benservito alla deliziosa Anna, la
settimana scorsa, ricoprendola di
rubini. Hai forse deciso di cercarne
la sostituta in un luogo diverso
dalle solite salette riservate di
Londra? Desideri qualcuna che
sappia
intrattenere
una
conversazione
come
diversivo
mentre tu sei, per così dire,
impegnato sul lavoro?
— O magari qualcuna che possa
offrire possibilità d’istruzione —
disse lord Rowling. — Come si dice,
nessuno è mai abbastanza colto da
non
avere
più bisogno
di
apprendere. E chi è più adatto di
un’istitutrice, in un’aula con
scrivanie e banchi su cui tenere le
lezioni? Roba da far girare la testa.
— Io invece — intervenne il
giovane e serissimo lord Callaghan
— suppongo che Staunton stia
assumendo un’istitutrice per uno o
più dei suoi nipoti, e noi gli
facciamo torto andando a pensare
diversamente.
Il marchese di Staunton si limitò
a partecipare alla conversazione
inarcando di tanto in tanto un
sopracciglio o facendo il broncio,
dando così l’impressione di non
essere nulla più di un osservatore
leggermente divertito. Per quanto si
sapesse, non aveva figli di sorta. Né
aveva tenute... per il momento. Si
era stancato di Anna dopo solo sei
settimane e non aveva alcuna fretta
di rimpiazzarla con una sostituta.
Le amanti erano sempre meno
capaci di soddisfare i suoi logori
appetiti. Conosceva tutti i loro
trucchi e le loro arti e ne era
annoiato. Rowling si sbagliava
quando diceva che c’era sempre da
imparare. In quanto ai nipoti di
Staunton, lo zio non aveva alcun
rapporto con loro.
No, in realtà non era alla ricerca
di un’istitutrice né di un’amante,
bensì di una moglie, come spiegò
chiaramente a lord Rowling mentre
più tardi passeggiavano verso casa.
— Ma queste operazioni non
vengono di solito svolte da Almack,
nella sala da ballo o nello studio dei
famigliari
della
ragazza
in
questione? — chiese l’amico,
ridacchiando come se tutta la
faccenda fosse solo un bello
scherzo
escogitato
per
suo
esclusivo divertimento. — E senza
la necessità di un annuncio, Tony.
Sei uno Staunton, dopotutto, e un
giorno sarai anche un Withingsby.
Sei ricco come Creso e bello da far
girare la testa a qualsiasi donna
anche se tu non avessi il becco di
un quattrino. Invece sei andato a
mettere un annuncio per una
moglie, camuffandolo da ricerca di
un’istitutrice. Mi sfugge forse
qualcosa? — Così dicendo fece
volteggiare il bastone da passeggio
e si toccò la falda del cappello per
salutare una signora di passaggio.
— Ciò che cerco non posso
trovarlo da Almack — rispose il
marchese, con un’espressione per
nulla divertita in viso. Ed ebbe la
buona grazia di continuare quando
l’amico si limitò a guardarlo,
inarcando le sopracciglia. —
Dev’essere una gentildonna, non
posso scendere di più, mi capisci.
Deve anche essere semplice,
modesta, molto normale, forse
addirittura pudica. Deve avere tutta
la personalità di un... topolino
tranquillo.
— Oh, povero me — esclamò
debolmente lord Rowling. — Un
topolino tranquillo, Tony? Senti
davvero un tale bisogno di dover
dominare la donna che prenderai in
moglie?
— Il duca di Withingsby mi ha
convocato a casa sua — rispose il
marchese. — Sostiene di essere in
cattiva salute e mi ha ricordato che
lady Marie Lucas, figlia del conte di
Tillden, ha ormai diciassette anni,
l’età
giusta
perché
l’unione
combinata per noi dalle nostre
famiglie alla sua nascita venga
ufficializzata da un fidanzamento
formale. Mi ha anche informato che
gli otto anni in cui sono mancato da
casa mi hanno offerto tutto il
tempo necessario per correre la
cavallina a mio piacimento.
Lord Rowling fece una smorfia.
— Tuo padre non fa sfoggio di
grande saggezza — osservò. — In
questi otto anni hai ammassato una
fortuna considerevole, Tony. —
Improvvisamente sorrise. — Oltre a
esserti guadagnato una fama ben
meritata come uno dei libertini più
scatenati di Londra. Allora, vuoi
forse sposare il tuo topolino
tranquillo solo per mettere in
imbarazzo Sua Grazia?
— Precisamente — rispose il
marchese senza esitare. — Avevo
preso in considerazione l’idea
d’ignorare le sue convocazioni, o di
presentarmi solo per poi rifiutare la
bambina che è stata scelta con tanta
cura e allevata per diventare la
prossima duchessa di Withingsby.
Ma
questa
mia
idea
sarà
infinitamente migliore. Se Sua
Grazia non è davvero in precario
stato di salute, lo sarà presto. E se
non ha ancora capito la logica di
questi otto anni, la capirà in fretta.
Sì, sceglierò una moglie con
estrema accuratezza. Immagino che
le
candidate
saranno
molto
numerose.
Lord
Rowling
assunse
un’espressione
costernata,
rendendosi conto solo in quel
momento che l’amico parlava con
assoluta serietà. — Ma, Tony —
protestò — non puoi sposare la
donna più incolore che riuscirai a
trovare solo per far incollerire tuo
padre.
— Perché no? — chiese lord
Staunton.
— Perché no? — L’amico tracciò
dei cerchi in aria col bastone. — Il
matrimonio è una condanna a vita,
vecchio mio. Ti troverai sul
groppone quella donna per il resto
dell’esistenza e alla fine scoprirai
che la situazione è intollerabile.
— Ma io non intendo passare
tutta la vita con lei — replicò il
marchese. — Una volta che sarà
servita allo scopo, la liquiderò con
una bella pensione: un’istitutrice
non potrebbe desiderare un destino
migliore, non credi?
— E potrebbe campare fino a
novant’anni — gli fece notare lord
Rowling. — A un certo punto tu
vorrai degli eredi. E se li avrai da
quella donna, lei pretenderà, del
tutto ragionevolmente, di fare loro
da madre. E di vivere in casa tua
finché saranno cresciuti.
— Io ho già un erede — obiettò il
marchese. — Mio fratello William.
E ha dei figli maschi, o almeno così
mi ha informato Marianne. Si può
solo sperare che siano di buona
schiatta.
— Ma un uomo ambisce ad avere
eredi del proprio sangue —
esclamò lord Rowling.
— Davvero, per Giove? — Il
marchese di Staunton parve
sorpreso. — Io no di certo, Perry.
Comunque vogliamo cambiare
discorso?
Questo
argomento
comincia ad annoiarmi. Andrai da
Tattersall domani? Ho messo gli
occhi su un paio di cavalli grigi che
mi sembrano promettenti.
Lord Rowling avrebbe voluto
continuare la conversazione fino a
far entrare un po’ di buonsenso
nella testa dell’amico, ma in breve
si ritrovò a parlare di cavalli.
Dopotutto, conosceva il marchese
di Staunton da abbastanza tempo
per sapere che aveva una volontà di
ferro, e che diceva e faceva
esattamente ciò che desiderava
senza adeguarsi alle preferenze
altrui o ai dettami della società in
generale. Se aveva deciso di
scegliersi una moglie in modo così
poco convenzionale, e per un
motivo tanto cinico e spietato,
l’avrebbe fatto.
Il marchese di Staunton, intanto,
pur parlando con entusiasmo di
cavalli e corse, dentro di sé
contemplava con soddisfazione il
proprio ritorno a Enfield Park, nel
Wiltshire, e l’effetto che quel
ritorno avrebbe avuto sul duca di
Withingsby. Sarebbe stato lo
sberleffo finale nei confronti
dell’uomo che lo aveva generato e
che gli aveva reso la vita
impossibile nei vent’anni seguenti
alla sua nascita. Da otto anni, però,
da quando cioè se n’era andato di
casa dopo quella terribile scenata
finale,
aveva
vissuto
senza
dipendere dal padre, rifiutando
qualsiasi aiuto finanziario. Si era
costruito una fortuna da solo,
dapprima ai tavoli da gioco, poi con
investimenti azzardati e infine con
investimenti e imprese commerciali
più prudenti.
Il genitore, chiaramente, non
aveva capito la lezione. Ma ci
sarebbe
arrivato.
Avrebbe
compreso che il figlio maggiore era
ormai uscito dalla sua sfera di
potere e d’influenza. Oh, a quel
punto la cosa migliore che Staunton
poteva fare era proprio un
matrimonio avventato, e quella
sarebbe stata una definizione molto
blanda per le nozze dell’erede del
duca di Withingsby con una
gentildonna senza mezzi finanziari,
costretta a guadagnarsi da vivere
come istitutrice. Non vedeva l’ora di
vedere la faccia del padre quando
gli avrebbe presentato la moglie.
Così rimase in attesa delle
risposte all’annuncio, risposte che
cominciarono a giungere lo stesso
giorno della prima apparizione sui
giornali
di
Londra
e
che
continuarono per diversi giorni in
numero di gran lunga superiore a
quello previsto. Alcune delle
candidate vennero eliminate subito
senza neanche essere viste: tutte
quelle sotto i vent’anni o al di sopra
dei trenta, quelle con referenze un
po’ troppo elogiative, compresa una
giovane donna che desiderava fare
particolarmente colpo con la
conoscenza del latino sfoggiata
nella lettera che gli aveva scritto.
Staunton
intervistò
cinque
candidate prima di scoprire il
topolino tranquillo che cercava:
Miss Charity Duncan venne fatta
accomodare in una sala del
pianterreno,
dove
scelse
di
piazzarsi nella parte non illuminata
dalla luce del sole. Quando entrò
nella stanza, per un attimo il
marchese pensò che la ragazza
avesse cambiato idea e fosse
fuggita via, ma poi la vide e si
convinse
che
perfino
quella
decisione di sistemarsi in quel
punto era significativa. La ragazza
era vestita da capo a piedi di un
color marroncino smorto e dava
l’aria di una persona modesta e
sottomessa. Era la quintessenza
della governante, il tipo di
dipendente che neppure la più
gelosa delle mogli avrebbe avuto
remore a tenere nella stessa casa
del marito.
— Miss Duncan? — le chiese.
— Sissignore. — La sua voce era
bassa e priva di toni acuti. S’inchinò
senza sollevare neppure una volta
gli occhi dal tappeto. Era di statura
medio-bassa, molto snella, forse
addirittura troppo magra, anche se
era difficile dirlo con certezza a
causa del mantello che indossava.
Nell’ombra il viso appariva pallido
e comune. Il colore castano dei suoi
capelli
si
confondeva
così
totalmente con il bruno del
cappellino
da
rendere
indistinguibile dove finivano gli uni
e cominciava l’altro. Gli indumenti
erano decorosi e scialbi. Staunton
ebbe l’impressione che non fossero
ancora logori ma che presto lo
sarebbero diventati. Un logoro che
comunque aveva in sé qualcosa di
signorile.
Sì, quella ragazza era perfetta.
Staunton immaginò che suo padre
sarebbe andato su tutte le furie.
— Vi prego, accomodatevi — le
disse indicandole una sedia vicina.
— Sissignore — rispose lei e si
sedette come il marchese si
aspettava, con la schiena rigida che
non toccava lo schienale, le mani
guantate allacciate in grembo e lo
sguardo modestamente abbassato
sulle ginocchia.
Il quadro preciso di una
signorilità contegnosa. Era perfetta!
Staunton decise, su due piedi, che
Miss Duncan era proprio la donna
che faceva al caso suo e che la sua
ricerca era terminata. Quella che
aveva di fronte era la sua futura
moglie.
Charity Duncan sedeva accanto
alla
finestra,
cercando
di
approfittare degli ultimi istanti di
luce della giornata. Non avrebbe
acceso la candela nemmeno un
istante prima del necessario. Le
candele erano costose. Stava
rammendando una cucitura sotto
l’ascella di una delle camicie del
fratello e notò con un sospiro che la
stoffa di cotone era oltremodo lisa.
La cucitura avrebbe tenuto ancora
per un po’, ma presto ci sarebbe
stato un buco ancora più difficile da
rammendare.
Quel lavoro le stava prendendo
più tempo del previsto. I suoi occhi
e la sua mente continuavano a
spostarsi sul giornale aperto
davanti a lei. L’acquisto del
quotidiano era l’unica stravaganza
che si permetteva, anche se non si
poteva esattamente definire tale.
Charity sapeva che a Philip piaceva
leggerlo al lume di candela quando
tornava dal lavoro, ma soprattutto
lo faceva per sé. Doveva trovare un
impiego al più presto. Da quasi un
mese cercava e rispondeva agli
annunci e talvolta, ma troppo
raramente, otteneva un colloquio.
Aveva perfino fatto richiesta per
posizioni di lavoro più servili di
quella d’istitutrice o dama di
compagnia, ma nessuno la voleva.
O era troppo giovane oppure
troppo vecchia, troppo scialba o
troppo graziosa, di estrazione
troppo elevata o troppo istruita, o...
o i possibili datori di lavoro
diventavano troppo insistenti con le
domande.
Ma lei non si sarebbe arresa. La
sua famiglia, una sorella di tre anni
più giovane e tre bambini molto più
piccoli, era povera. Peggio che
povera: era terribilmente indebitata
e non aveva neppure saputo di
esserlo fino alla morte del padre,
avvenuta poco più di un anno
prima. Così Philip, invece di fare
una vita da gentiluomo, era
costretto a lavorare per mantenere
la famiglia. Anche lei aveva insistito
per lavorare, per quanto fosse ben
poco il denaro che una donna
poteva guadagnare e insufficiente
per dividerlo con gli altri, o per
pagare i debiti.
Se solo ci fosse stato il modo di
ammassare una grossa fortuna
rapidamente! Charity aveva perfino
preso in considerazione l’idea di
una rapina spettacolare. No, non
avrebbe dovuto lamentarsi, pensò
riguardando la camicia che aveva
finito di rammendare. Se non altro
non erano in miseria, anche se ci
mancava poco. E purtroppo non
sembrava esserci alcuna speranza
di miglioramento.
Philip era arrivato e lei si alzò
per accoglierlo con un sorriso,
baciarlo sulla guancia, servirgli la
cena e chiedergli com’era andata
quella giornata... e attirare la sua
attenzione sull’unico annuncio nel
giornale che sembrava offrire una
possibilità.
— Non spiega quanti bambini ci
sono, né si fa cenno all’età o al
sesso
—
osservò
Charity,
aggrottando la fronte, dopo avere
discusso il testo dell’inserzione. —
Non specifica se vivono qui a
Londra o sulle Ebridi o sulla punta
della Cornovaglia, ma dice solo che
stanno cercando una persona.
— Non è affatto necessario che
tu vada a lavorare — ripeté ancora
una volta Philip Duncan. Era il suo
ritornello
preferito,
convinto
com’era che toccasse a lui tutta la
responsabilità di provvedere alle
donne della famiglia.
— Oh, sì, invece — replicò lei
con fermezza. — È l’unica
posizione adatta presente negli
annunci sul giornale di oggi, Phil. E
all’agenzia non c’era alcuna offerta
di lavoro, né ieri né stamattina. Se
non altro, devo almeno provarci.
— Potresti tornare a casa —
insistette Philip — e lasciare che sia
io a provvedere a te, com’è mio
dovere. Là sei desiderata e c’è
bisogno di te.
— Sai bene che non lo farò —
replicò Charity con un sorriso. —
Non puoi mantenerci tutti quanti, e
non è neanche giusto che tu lo
faccia. Dovresti essere in grado di
vivere la tua vita. E Agnes...
— Agnes aspetterà — rispose lui
con fermezza. — O si stancherà di
aspettare e sposerà qualcun altro.
Ma è indecoroso che mia sorella
debba andare a servizio.
— Io sento il bisogno di fare
qualcosa — rispose Charity. — Non
sopporto di starmene seduta a casa
a ricamare o curare un bel giardino
solo perché sono una donna… E poi
sono la maggiore. Quindi farò
domanda per questo posto di
lavoro — continuò. — Se non avrò
successo, a quel punto forse tornerò
in campagna. A quanto pare,
sembra che io non sia adatta ad
alcun impiego, non è così?
— Torna a casa, Charity — la
sollecitò di nuovo il fratello. —
Adesso sono solo agli inizi, ma farò
carriera e guadagnerò di più. Forse
un giorno diventerò addirittura
benestante. E poi tu non sei proprio
tagliata per andare a servizio. Non
hai il necessario spirito di
sottomissione. L’ultimo lavoro l’hai
perso perché non sapevi tenere per
te le tue opinioni.
— No — rispose lei con una
smorfia. — Io ritenevo che il padre
dei bambini non dovesse molestare
la più carina delle cameriere e l’ho
detto chiaramente... sia a lui sia alla
madre dei bambini. Era davvero
una persona orrenda. Se tu l’avessi
conosciuto, l’avresti disprezzato.
— Su questo non ci sono dubbi
— disse Philip. — Ma come lui si
comportava con un’altra domestica
non era affar tuo, Charity. La
ragazza aveva anche lei una lingua
per parlare, immagino.
— Aveva paura a farlo — ribatté
Charity. — Non voleva perdere il
lavoro.
Philip si limitò a guardare la
sorella. Non c’era bisogno di dire
altro.
Lei scoppiò a ridere. — Inoltre
non avevo alcun desiderio di
rimanere in quella casa — osservò.
— Però vorrei che fosse più facile
trovare lavoro. Ho fatto sei colloqui
il mese scorso e non avevo mai le
qualifiche necessarie. Forse farei
meglio a sperare che la signora
Earheart e i suoi bambini vivano
davvero nelle lontane Ebridi e che
nessuna all’infuori di me sia
abbastanza
coraggiosa
da
raggiungerli laggiù. — Sospirò. —
Forse
nella
mia
lettera
di
presentazione dovrei aggiungere
che sono disposta ad andare in
capo al mondo. Chissà, magari
accetteranno di pagare anche di più
per compensarmi del disagio.
— Charity — insistette Philip —
vorrei proprio che tu tornassi a
casa. I bambini sentono la tua
mancanza. Penny lo scrive in tutte
le lettere. Per loro sei stata come
una madre, dopo la morte della
mamma.
— No, non accennerò alla mia
disponibilità — continuò Charity,
come se non l’avesse neppure
sentito. — Potrei dare l’impressione
di essere troppo entusiasta o
troppo servile. Proverò ancora con
quest’ultimo annuncio. Se non
riceverò risposta, farò come vuoi tu.
Ma mi sentirò una donna così
inutile, Phil.
Lui sospirò di nuovo.
Charity però aveva torto su un
punto. Cinque giorni dopo avere
spedito la lettera di presentazione
al signor Earheart, ricevette una
risposta con cui veniva invitata a un
colloquio il mattino seguente. Al
solo pensiero il cuore si mise a fare
le capriole. Era così difficile
sopportare quegli interrogatori,
dove più che una persona si veniva
considerati una merce. Tuttavia era
l’unico modo per trovare lavoro,
pur con quel colloquio crudele:
sentirsi così vicina all’obiettivo, solo
per vedere infrangersi di nuovo
ogni speranza.
— Questa sarà la settima volta —
disse a Philip, quando il fratello
rientrò a casa tardi dal lavoro quella
sera. — Chissà che non sia quella
buona. Che ne dici?
— Se vuoi davvero quel lavoro —
rispose lui con un sospiro — devi
recitare bene la tua parte. Le
governanti, come tutte le altre
persone di servizio, devono essere
sempre visibili ma non si devono
mai sentire.
Charity fece una smorfia. Non
che avesse il vizio di parlare ad alta
voce o di essere grossolana, lei era
una lady. Ed era abituata a
considerarsi alla pari delle altre
signore di rango. Era duro adattarsi
all’idea che ci fosse una classe
disprezzata di persone povere
seppure di ceto superiore, di cui lei
faceva parte, almeno fintantoché si
trovava in cerca di un impiego. Era
un concetto da ignorare o da
sopportare. — Devo apparire
modesta? — chiese. — Non posso
offrire le mie opinioni né fare
osservazioni?
— No — rispose Philip
recisamente. E Charity si rese
conto, con un’improvvisa fitta di
dolore, che anche lui doveva aver
imparato la stessa lezione a sue
spese. — Devi convincere il
padrone di casa e sua moglie, se c’è
una moglie, che ti confonderai
perfettamente con i mobili.
—
Davvero
umiliante
—
commentò lei, e subito si morse il
labbro
pentendosi
di
aver
pronunciato quelle parole ad alta
voce.
Philip si chinò sul tavolo e le
prese una mano tra le proprie. —
Inoltre, non accettare l’incarico se il
padrone è giovane. Non che il fatto
di essere tale sia di per sé un lato
negativo, ma se lui fosse...
— Un tipo lascivo? — suggerì
Charity.
Suo fratello arrossì. — Anche se
solo sospetti che possa esserlo — le
chiarì.
— Oh, so badare a me stessa,
Phil — ribatté lei. — Quando il mio
ex datore di lavoro mi lanciava certe
occhiate molto equivoche nei primi
giorni di lavoro, io lo fissavo dritto
negli occhi con espressione gelida e
serravo le labbra. — Assunse
quell’espressione e il fratello non
poté fare a meno di sorridere,
nonostante tutto.
—
Sii
prudente
—
le
raccomandò.
— Lo sarò — gli promise Charity.
— E modesta. Un vero topolino. Un
topolino tranquillo, scialbo e
silenzioso.
Sarò
così
poco
appariscente che non si renderà
nemmeno conto che mi trovo nella
stessa stanza con lui. Sarò...
Il fratello si mise a ridere
fragorosamente. Charity fece il giro
del tavolo per mettersi dietro la sua
sedia e abbracciarlo. — Oh, capita
così di rado che tu ti metta a ridere
di questi tempi — gli disse. —
Andrà tutto bene, vedrai. In
qualche modo diventeremo ricchi e
tu potrai sposare Agnes e vivrete
felici e contenti.
— E tu? — le chiese Philip,
sollevando una mano per batterle
un colpetto sul braccio.
— A quel punto anch’io vivrò
felice e contenta — rispose lei. —
Penny sarà in grado di sposarsi e io
rimarrò coi bambini finché saranno
cresciuti e felicemente sposati,
dopodiché mi adagerò in una vita
soddisfatta ed eccentrica da zitella.
Philip emise di nuovo una
risatina mentre lei lo baciava sulla
testa.
Nonostante tutto quanto aveva
detto, il mattino seguente Charity si
sentiva nervosa quando arrivò
davanti alla casa di Upper
Grosvenor Street, dov’era stata
convocata per il colloquio. L’atrio
era
elegante
ma
privo
di
ostentazione,
così
pure
la
domestica che andò ad aprire
quando lei bussò alla porta. Lo
stesso poteva dirsi della sala
spoglia in cui fu introdotta.
Istintivamente cercò la parete della
stanza non illuminata dalla luce
della finestra e si sforzò di
dominare i battiti del cuore. Se non
fosse riuscita ad assicurarsi quel
posto, avrebbe cominciato a
perdere ogni fiducia in se stessa.
Del resto aveva già fatto a Philip
una mezza promessa di tornare a
casa senza ulteriori tentativi.
E avrebbe... I suoi pensieri
furono interrotti dall’aprirsi di una
porta.
L’uomo
era
giovane,
non
sembrava avere più di trent’anni. In
un certo senso era anche bello,
pensò Charity fra sé. Di altezza
sopra la media, con una figura
snella e ben proporzionata, capelli
molto scuri e un viso affilato e
angoloso da aristocratico. Nella
vivida luce del sole che penetrava
dalla finestra illuminandolo in
pieno, il freddo cinismo del suo
volto gli conferiva un’espressione
satanica. Era vestito in modo
elegante
e
costoso.
Dava
l’impressione di aver speso una
fortuna per la giacca e i pantaloni
confezionati da un ottimo sarto,
segno certo di un gentiluomo che ci
teneva molto alla moda.
In realtà, però, non sembrava
affatto gentile. Pareva invece il tipo
che più che sedurre le cameriere si
dilettasse a divorarle. Ma non
doveva giudicarlo, si disse Charity,
prima che avesse detto anche solo
una parola.
Si sentì avvilita a trovarsi sola
con un uomo senza una domestica
o una chaperon, perché ormai
anche lei era solo una domestica...
disoccupata, perdipiù. Tenne gli
occhi bassi e fissi sul tappeto prima
che lui riuscisse a scorgerla
nell’ombra, e si concentrò al
massimo per dare l’impressione di
essere la tipica istitutrice.
— Miss Duncan — le disse il
signor Earheart, con voce altezzosa
e annoiata proprio come si era
aspettata di sentire, nonostante
avesse una piacevole tonalità
tenorile. Senza alcuna pretesa di
apparire seducente. Ma perché
avrebbe dovuto esserlo? In fin dei
conti
stava
conducendo
un
colloquio per un’istitutrice per i
suoi bambini.
— Sissignore — rispose Charity,
cercando di mostrare una certa
dignità, senza però apparire troppo
orgogliosa. Tuttavia mantenne la
schiena ben ritta, dato che lei era
una lady.
— Vi prego, sedetevi — le disse
l’uomo indicando una sedia vicina e
fuori dai raggi del sole, del che lei
gli fu grata. I colloqui non
diventavano
più
facili
con
l’esperienza.
— Sissignore — rispose Charity,
sedendosi ma tenendo gli occhi
sempre abbassati. Avrebbe risposto
alle sue domande in modo conciso
e con onestà. Sperava solo che non
ci
fossero
domande
troppo
imbarazzanti.
Il signor Earheart si sedette su
una sedia di fronte a lei,
accavallando le gambe avvolte da
stivali lucenti di pelle costosissima.
Il suo valletto doveva aver faticato
parecchio per ottenere quello
splendore. Attorno gli aleggiava
un’aria di ricchezza, sicurezza e
potere. Charity si sentì nettamente
a disagio nel silenzio che intercorse
prima che l’uomo le rivolgesse
nuovamente la parola.
2
Il marchese di Staunton si stava
chiedendo come andava condotto
un colloquio per una futura moglie.
— La lettera di raccomandazione
del pastore della vostra precedente
parrocchia mi ha molto colpito,
Miss Duncan — le disse.
— Grazie, signore.
— Tuttavia — osservò il
marchese — è stata scritta ben un
anno fa. Da allora avete avuto un
altro impiego?
Charity tenne gli occhi fissi sulle
proprie
ginocchia
e
sembrò
riflettere sulla risposta da dare. —
Sissignore — annuì.
— E di che genere, Miss Duncan?
— Sono stata per otto mesi
istitutrice di tre bambini, signore.
— Otto mesi. — Il marchese fece
una pausa, ma lei non raccolse il
segnale. — E come mai il rapporto è
stato interrotto?
— Sono stata licenziata —
rispose Charity dopo una lieve
esitazione.
— Oh, davvero? E perché, Miss
Duncan? — Era stata forse incapace
di tenere a bada i bambini? Non gli
era difficile immaginarlo. Quella
ragazza sembrava del tutto priva di
carattere.
— Il mio datore di lavoro mi ha
accusata di mentire — spiegò lei.
Be’, se non altro era franca. La
risposta lo sorprese, così come lo
sorprese il fatto che lei non avesse
cercato subito di giustificarsi.
Proprio un topolino remissivo.
— E voi? — le chiese. — Avevate
davvero mentito?
— Nossignore.
Staunton sapeva bene che cosa si
provasse
a
sentirsi
accusare
ingiustamente. — E questo è il
primo tentativo che fate, da allora,
per un nuovo impiego?
— No, signore, è il settimo. Il
settimo colloquio, intendo dire.
Non lo sorprese il fatto che lei
non fosse riuscita ad andare oltre a
quei colloqui. Chi avrebbe mai
desiderato, per educare i figli,
assumere una persona così incolore
e priva di vivacità? — Come mai
non ci siete riuscita? — le chiese
comunque.
— Ritengo che sia stato perché
tutti mi hanno fatto la stessa
domanda che mi avete fatto voi —
spiegò Miss Duncan.
Certo, era ovvio che la sua
confessione
portasse
immediatamente alla fine del
colloquio. — E non avete mai
pensato di mentire? — le domandò
il marchese. — Fingere, per
esempio, che avevate lasciato il
lavoro di vostra volontà?
— Sì — ammise lei. — Ci ho
pensato. Ma non l’ho mai fatto.
Quindi era anche un topolino dai
saldi principi morali. Qualcuno,
tanto tempo prima, doveva averle
insegnato che mentire è male e lei
non l’aveva mai fatto neppure per
trarne un vantaggio. Anche se ciò
avrebbe significato non trovare mai
più un posto di lavoro. Era legata in
maniera indissolubile alla sua
mentalità puritana. Il duca di
Withingsby ne sarebbe rimasto
sconvolto.
— Per questa vostra prova
d’onestà — osservò il marchese —
dovete essere encomiata, Miss
Duncan. Forse io sono in grado di
offrirvi qualcosa.
Per la prima volta la ragazza
sollevò il viso verso di lui, anche se
solo per un attimo. Lunghe ciglia
nere si sollevarono di scatto,
rivelando grandi occhi limpidi,
azzurri come il cielo d’estate. Non
quel tipo di grigio che a volte passa
per azzurro, ma un autentico color
zaffiro. Poi gli occhi scomparvero di
nuovo sotto le ciglia e le palpebre
abbassate. Per un istante Staunton
provò la fastidiosa sensazione di
aver commesso un errore terribile.
— Grazie, signore — rispose lei e
sembrò che le mancasse un po’ il
fiato. — Quanti bambini avete?
Abitano qui con voi?
— Non ho figli — rispose lui. E
rimase in attesa mentre la giovane
si studiava le ginocchia, trasferendo
poi lo sguardo su di lui e sollevando
gli occhi all’altezza del petto... forse
addirittura del mento.
— Non ci sono bambini? —
Charity corrugò la fronte. — Allora
i miei allievi sono...
— Non ci sono allievi — rispose
lui. — Io non sono alla ricerca di
un’istitutrice, Miss Duncan. Quella
che vi sto offrendo è una posizione
del tutto diversa.
Il topolino avvertì chiaramente
che il gattone stava per farle la festa
e balzò in piedi, voltandosi verso la
porta.
— Non intendo proporvi nulla di
sconveniente, Miss Duncan —
aggiunse
il
signor
Earheart,
rimanendo seduto. — In realtà
sono alla ricerca di una moglie e
sono disposto a offrirvi questa
posizione.
Charity si girò a metà verso di
lui,
ma
senza
guardarlo
direttamente. — Una moglie?
— Una moglie — ripeté l’uomo.
— Sto cercando una signora
Earheart,
Miss
Duncan.
Temporaneamente,
almeno.
Il
matrimonio però sarebbe per
sempre, immagino, dal momento
che questi legami sono quasi
impossibili da sciogliere se non con
la morte di uno dei contraenti. Se
avete idee romantiche, come
sposarvi per amore e vivere per
sempre felice e contenta, non mi
resta che augurarvi buongiorno e
occuparmi del prossimo colloquio.
Ma suppongo che non sia il vostro
caso, e se lo fosse, dovreste
rendervi conto che tale sogno è
irrealistico nella vostra situazione.
La ragazza inarcò le sopracciglia
ma non lo contraddisse, pur
rimanendo girata a metà verso la
porta.
— Il matrimonio sarebbe
permanente — spiegò il signor
Earheart. — Tuttavia noi, come
coppia, rimarremmo insieme solo
per breve tempo, non più di
qualche
settimana,
direi.
Dopodiché voi sareste di nuovo
libera, tranne per la piccola
seccatura di essere la signora
Earheart invece che Miss Duncan. E
sareste benestante per il resto della
vostra vita.
La ragazza fissava il tappeto con
la fronte corrugata, ma non si era
precipitata fuori dalla stanza. Era
evidente che la proposta la stava
tentando.
— Non volete sedervi, Miss
Duncan? — la invitò lui.
Charity tornò a sedersi con le
mani raccolte in grembo, e riprese a
studiarsi le ginocchia. — Non
capisco, signore.
— In realtà è tutto molto
semplice — disse lui. La ragazza
aveva un viso a cuore, forse, ma
quella descrizione le rendeva
troppo onore. — A me serve una
moglie per un breve periodo di
tempo e all’inizio avevo pensato di
assumere una persona per recitare
quella parte, ma una vera moglie
sarebbe molto più efficace, una
persona legata a me per la vita.
La ragazza si passò la lingua
sulle labbra. — E una volta
trascorso quel breve periodo? —
chiese.
— Vi assegnerò cinquemila
sterline l’anno — le spiegò lui. —
Oltre a fornirvi una casa, una
carrozza, della servitù e coprirvi
tutte le spese di mantenimento
annuale della casa.
Charity
rimase
a
lungo
assolutamente immobile, senza
dire nulla. “Ci sta riflettendo”
pensò lui. Cinquemila sterline
l’anno più una casa e una carrozza.
E non doversi mai più offrire per un
lavoro di istitutrice.
— Come faccio a sapere che state
parlando sul serio? — chiese alla
fine.
Buon Dio! Staunton inarcò le
sopracciglia e le rivolse uno dei
suoi sguardi più gelidi, mentre la
mano
destra
stringeva
nervosamente il monocolo. Ma la
sua indignazione apparve sprecata
di fronte a quelle palpebre
abbassate. La ragazza teneva le
mani intrecciate in grembo. Di
sicuro, a una persona come lei
un’offerta del genere poteva
sembrare solo uno scherzo crudele.
— Naturalmente ci sarà un
contratto scritto — le spiegò. — Lo
farò preparare questo pomeriggio
stesso dal mio amministratore,
Miss Duncan... Diciamo verso le
tre? Se lo desiderate, potrete
rimanere da sola con lui per un
certo tempo e interrogarlo sulla mia
capacità di fare fronte alla mia
parte del contratto. Siete disposta
ad accettare l’offerta?
Charity rimase a lungo in
silenzio. Diverse volte aprì la bocca
come se volesse parlare, ma la
richiuse. Una volta si morse il
labbro inferiore e una volta quello
superiore. Tirò leggermente ogni
dito del guanto destro come se
stesse per sfilarselo, per poi
riportarlo in posizione con uno
strattone all’altezza del polso. Alla
fine parlò.
— Settemila — disse.
— Come avete detto? —
Staunton non era sicuro di aver
sentito bene, anche se lei aveva
parlato chiaramente.
— Settemila sterline l’anno —
ripeté la giovane con maggiore
fermezza. — Oltre alle altre cose
che avete menzionato.
Un topolino tranquillo che aveva
posto
chiaramente
l’occhio
sull’obiettivo. Be’, lui non poteva
certo fargliene una colpa.
— Ci accorderemo per seimila —
le rispose socchiudendo gli occhi.
— Allora accettate la mia offerta,
Miss Duncan? Posso annullare gli
altri
colloqui
che
avevo
programmato dopo il vostro?
— S... sì — rispose lei. Poi, più
sicura: — Sissignore.
— Splendido. — Il signor
Earheart si alzò in piedi e le tese la
mano. — Aspetterò il vostro ritorno
alle tre in punto. Ci sposeremo
domani mattina.
Charity posò la propria mano in
quella di lui e si alzò in piedi.
Sollevò di nuovo le ciglia e
Staunton si trovò acutamente
osservato da quegli occhi azzurri e
fermi, tanto che dovette resistere
all’impulso di fare un passo
indietro. “Deve guardarmi sul
ponte del naso” pensò. Sembrava
infatti che lei lo stesse fissando al
centro degli occhi.
— Che cosa succederà quando
incontrerete
la
donna
che
desiderate davvero sposare, con cui
vorrete passare tutta la vita? — gli
chiese Miss Duncan.
Lui le rispose con un sorriso
piuttosto gelido. — Non esiste
donna con cui io possa considerare
di condividere anche un solo anno
della mia vita.
La sua interlocutrice trasse un
respiro come per aggiungere
qualcosa, ma tenne la bocca chiusa
e non disse nulla. I suoi occhi si
distolsero da lui.
Era andato tutto per il meglio,
pensò Staunton qualche minuto
dopo che la ragazza se ne fu andata.
Si era aspettato di trovarsi
subissato
da
un’infinità
di
domande, in particolare su cosa si
sarebbe aspettato da lei nelle
settimane prima che le venisse
concessa la libertà di vivere la
propria vita, invece Miss Charity
non aveva chiesto nulla. Era stato
pronto a essere sommerso da ogni
tipo di confidenza e lei non gliene
aveva fatta alcuna. E ora di Charity
non sapeva nulla più di quanto era
scritto
nella
lettera
di
presentazione. Cioè che aveva
ventitré anni ed era figlia di un
gentiluomo, che sapeva scrivere e
fare di calcolo, era capace di parlare
il francese, disegnare e suonare il
pianoforte e che aveva avuto
esperienza
nella
cura
e
nell’istruzione dei bambini, che le
piacevano molto.
Sapeva anche che era un tipo
tranquillo, modesto, né bella né
brutta, e che era astuta. L’unica
cosa, infatti, che in lei l’aveva
sorpreso era stata la richiesta di
denaro superiore alla somma che le
era stata offerta. No, c’era stata
anche un’altra cosa... gli occhi. Non
s’intonavano
al
resto.
Ma
dopotutto, si disse Staunton, anche
la più scialba e incolore delle donne
aveva diritto ad avere qualcosa di
bello.
E
così
quella
ragazza,
l’indomani, sarebbe diventata sua
moglie. A quell’idea inarcò le
sopracciglia. Sì, sarebbe andata
davvero bene. Molto bene.
Charity sedeva accanto alla
finestra, cercando di sfruttare
l’ultima luce del giorno per il lavoro
che stava facendo: rammendare il
calcagno di una delle calze di
Philip. Erano solo le sei del
pomeriggio ma la luce stava
calando. La via dove alloggiavano
era stretta e l’altezza degli edifici
sul lato opposto non favoriva certo
l’illuminazione. A volte sentiva la
nostalgia della campagna. No, non
solo a volte, molto spesso. Sospirò.
Che cos’avrebbe detto a Phil, al
suo rientro dal lavoro? Non riusciva
ancora a credere che quanto era
successo quel giorno fosse vero. Al
mattino era andata in Upper
Grosvenor Street sperando con
tutta se stessa che le venisse offerto
un posto di istitutrice. Poi, mentre
si avvicinava alla destinazione, tutta
concentrata sul colloquio che
l’attendeva, era stata distratta dallo
sciocco sogno di trovare nel
canaletto di scolo una collana
preziosissima o di imboccare
qualche altra strada inaspettata che
la portasse incontro alla fortuna.
Poi il signor Earheart, bello,
elegante e glaciale, invece di offrirle
un posto di istitutrice le aveva fatto
una proposta di matrimonio.
Sembrava quasi una favola bizzarra,
solo che in una favola lui le avrebbe
proposto il matrimonio perché si
era
istantaneamente
e
disperatamente innamorato di lei.
Il signor Earheart, invece, voleva
soltanto una moglie temporanea,
ed era disposto a mantenerla nel
lusso per il resto della vita. Lei si
era assicurata che tutto ciò fosse
garantito da un contratto scritto in
modo che, nel caso lui fosse
deceduto per primo, non si trovasse
esclusa da ogni beneficio. Così
avrebbe avuto seimila sterline
all’anno per il resto della sua
esistenza, oltre a tutti gli altri diritti
a cui l’uomo aveva accennato quella
mattina.
Con seimila sterline l’anno lei,
Penny e i bambini avrebbero
vissuto nel lusso e avrebbero
potuto pagare molto in fretta i
debiti del padre. Philip non sarebbe
stato troppo contento di non essere
stato lui a salvare la famiglia
dall’indigenza, certo, ma avrebbe
finito con l’accettare la realtà e
avrebbe potuto infine sposare
Agnes.
Charity
sapeva
bene
che
cos’avrebbe detto a Phil, al suo
ritorno a casa. Aveva avuto a
disposizione molte ore in cui
provare e riprovare la storia da
raccontare. Ma mentire era contro
la sua natura e non era affatto
sicura di riuscirci. Però doveva
farlo... non aveva scelta. Non
sarebbe stato possibile dirgli la
verità: per prima cosa, suo fratello
l’avrebbe portata di filato al
manicomio di Bedlam. Del resto era
difficile perfino per lei credere che
quanto era successo fosse avvenuto
davvero.
“Oh” sbottò fra sé. Stava
rammendando una parte che aveva
già subito un rammendo. Il povero
Phil non spendeva mai nulla per sé,
riservando tutto per i fratelli e le
sorelle. Charity si strofinò con
impazienza una guancia, quando
una
lacrima
le
cadde
inaspettatamente sul dorso della
mano, facendola trasalire.
Poi avvertì il sorgere di quel
panico che l’aveva aggredita a
intervalli regolari da quando era
entrata in casa dopo aver firmato
tutte quelle carte. L’indomani
avrebbe sposato uno sconosciuto
che aveva il potere d’intimidirla. Lo
avrebbe fatto solo per denaro, ma
poi non sarebbe più stato possibile
tornare indietro. Non ci sarebbero
stati mai un vero marito e un vero
matrimonio per lei. Non che
avrebbero potuto esserci, in effetti.
Tuttavia, averne la certezza era un
pensiero che in un certo qual modo
la spaventava.
Intanto Philip era rincasato, con
l’aria stanca dopo una giornata di
lavoro,
e
lei
gli
sorrise
affettuosamente, ponendo da parte
il rammendo per darsi da fare a
mettergli davanti una minestra e
una fetta di pane.
— Hai l’aria stanca — gli disse
inclinando la guancia per ricevere
un bacio.
— Be’, è normale essere stanchi
alla sera — rispose Phil. — Mmm…
questa minestra ha un profumo
delizioso — aggiunse lasciandosi
cadere sulla sedia.
Lei si sedette a tavola, mentre lui
mangiava, un gomito appoggiato al
tavolo e reggendosi il mento con
una mano. Non sapeva bene da che
parte cominciare, così attese che
fosse
Phil
a
iniziare
la
conversazione. Le domandò se
erano arrivate lettere da casa e poi,
quando lei scosse la testa, osservò
in tono rassicurante, a beneficio di
entrambi, che era troppo presto
aspettarsi un’altra lettera dopo
averne ricevuta una alla fine della
settimana precedente.
Poi, ricordandosi all’improvviso
del colloquio di Charity, le chiese:
— Stamattina hai fatto un
colloquio... Scusa se non te l’ho
chiesto prima. Com’è andato?
Lei gli sorrise. — Ho avuto il
posto.
Il cucchiaio di Phil si fermò a
mezz’aria. — Ah, questa sì che è
una buona notizia — disse. — Che
gente è? Sono simpatici? Dove
abitano? Quanti figli hanno?
— Molto simpatici — rispose lei.
— Abitano nel Wiltshire e hanno
tre figli. — Continuando a sorridere
aggiunse: — Sì, è davvero una
buona notizia. — Vide che il fratello
cercava di apparire contento per lei.
— Hai fatto il colloquio col
signor Earheart? — chiese lui. — E
hai conosciuto anche la signora
Earheart?
— Oh, sì — rispose Charity. — E
anche i bambini. Tutta gente molto
gradevole, Phil. Ti piacerebbero.
Domani
partiranno
per
la
campagna e io andrò con loro.
— Domani — osservò il fratello,
aggrottando la fronte. — Così
presto?
— Sì. — Charity gli sorrise
affettuosamente. — Ho cucinato
minestra sufficiente per tre giorni e
ti ho preparato anche quelle tortine
di uva sultanina che ti piacciono
tanto... Sì, so di aver esagerato, ma
ci tenevo che le avessi.
— Forse potrei chiedere un’ora
di permesso, domani — disse
Philip. — Così potrò accompagnarti
e assicurarmi che i tuoi nuovi datori
di lavoro siano degni di te. A che
ora partirai?
— No. — Charity allungò la
mano per toccare il dorso di quella
di lui. — Non è necessario. Non mi
va di dirti addio e poi di mostrarmi
allegra per i bambini subito dopo.
Preferirei che tu non venissi.
Il fratello le coprì la mano con la
propria e le diede un colpetto. —
Come desideri, allora. Ma il
Wiltshire non è molto lontano, e
non esiste nulla d’irrevocabile. Se
quel posto di lavoro non ti dovesse
piacere, lascialo pure quando vuoi e
torna a casa. Penny sarà molto
felice di rivederti e i bambini
faranno salti di gioia.
— In ogni caso intendo
impegnarmi a fondo — replicò lei.
— Perché dovresti essere tu a
mantenerci tutti?
— Perché io sono l’uomo di
famiglia — tagliò corto lui.
— Uffa! — Charity si alzò in
piedi, gli prese la scodella vuota e la
riempì di nuovo senza aspettare
che lui glielo chiedesse. Philip si
sarebbe arrabbiato molto con lei,
però a matrimonio avvenuto non
avrebbe più potuto fare nulla. Per
un momento provò tristezza
all’idea di andarsi a sposare da sola,
ma subito respinse quel pensiero di
autocompatimento. Di che cosa
doveva compatirsi? Sarebbe stata
una donna ricca... davvero un
destino degno di commiserazione!
Non rimasero alzati fino a tardi.
Philip era stanco e le sue giornate
di lavoro cominciavano presto.
Ormai era buio e le candele
venivano
usate
con
molta
parsimonia. E poi le separazioni
erano sempre difficili. Sembrava
che nelle ultime ore passate
insieme non ci fosse mai nulla da
dire... forse perché in realtà di cose
ce n’erano troppe. E quella volta era
ancora peggio, perché per quel
poco che c’era da dirsi, sarebbero
state necessarie troppe menzogne.
Philip le chiese dei bambini che
avrebbe avuto come allievi e lei fu
costretta a inventarsi età e sesso di
tutti.
Odiava mentire, ma come
avrebbe potuto dirgli la verità? E
comunque sarebbe venuto il
momento di farlo, quando fosse
stata in grado di mantenere la
famiglia, quando sarebbe stato
troppo tardi perché chiunque di
loro strepitasse inorridito per la
pazzia che lei stava facendo.
Il mattino seguente si alzò
presto, come aveva sempre fatto da
quando aveva raggiunto il fratello
nel suo alloggio di città, per
preparargli la colazione e mettere
insieme due fette di pane con del
formaggio ormai secco da portar via
per il pasto di mezzogiorno... oltre
a una piccola torta di uva sultanina
come regalo speciale. Infine,
quando lui fu pronto per uscire di
casa, lo abbracciò stretto senza dire
una parola.
— Abbi cura di te stessa — le
raccomandò il fratello, ricambiando
con energia l’abbraccio. — Mi
sconvolge che tu sia costretta a fare
questo, Charity, quando sono io
l’uomo di famiglia. Ma un giorno
sarai libera di tornare a fare una
vita da signora, te lo prometto.
— Ti voglio bene — rispose lei.
“Fra qualche ora, sarò la moglie di
un uomo molto ricco. E sarò una
donna molto ricca. Oh, Phil, Phil.”
— Che stupida, adesso piango. —
Fece una risatina e si deterse le
lacrime con entrambe le mani.
Subito dopo, il fratello non era
più lì, la stanza vuota e fredda e
fuori ancora un po’ buio. Era il
giorno delle sue nozze. A volte, da
bambine, lei e Penny avevano
giocato al matrimonio, e nella loro
immaginazione erano sempre stati
momenti di festa e di lusso.
Ma la realtà era un’altra. E
Charity
dovette
sbattere
rapidamente le palpebre
scacciare altre lacrime.
per
— Sei impazzito del tutto, Tony?
— gli chiese lord Rowling nel corso
del ballo serale settimanale da
Almack, mentre il marchese di
Staunton, attraverso il monocolo,
osservava languidamente le ragazze
che ballavano. — Sei proprio deciso
a portare a termine questa tua
follia?
— Oh, sì — rispose il marchese
con un sospiro. Con una mano
ingioiellata fece un gesto attorno a
sé. — Osserva il grande mercato
matrimoniale,
Perry.
Almack
propone il meglio che può offrire la
Stagione londinese e tutti i possibili
acquirenti lo stanno esaminando. Io
sono un acquirente. Perché non
dovrei esserlo? Sono l’erede di un
ducato ed è risaputo che mio padre
non gode di buona salute. Ho
ventotto anni e non divento certo
più giovane con il passare del
tempo. Ho solo deciso di andare a
fare acquisti in un mercato
leggermente diverso.
— Tu hai messo un annuncio per
un’istitutrice e hai scelto una
moglie — osservò lord Rowling
scuotendo la testa. — Hai scelto
una sconosciuta solo dopo un breve
colloquio. Di lei non sai nulla.
— Al contrario — ribatté l’amico
mentre fermava il monocolo su una
giovane donna, spostandolo poi
lentamente sul corpo di lei, dal viso
ai piedi. — La persona che ho scelto
si
è
presentata
con
una
raccomandazione ineccepibile da
parte del pastore della parrocchia
in cui è cresciuta. È stata licenziata
dal suo precedente posto di lavoro
dopo otto mesi per avere mentito,
un’accusa che lei respinge. È un
topolino scialbo, tranquillo, con un
forte senso morale. E ha contrattato
con me, Perry, riuscendo a
strapparmi una somma superiore a
quella che le avevo offerto. Se la
caverà
meravigliosamente.
Ma
guarda un po’... La figlia di March
ha messo su peso dall’inizio della
Stagione. Chi se la piglierà, si
troverà
con
una
moglie
decisamente grassa nel giro di
cinque anni. Del resto, ci sono
uomini a cui piacciono le mogli
grassottelle.
— Tony! — esclamò l’amico,
esasperato. — Il tuo cinismo non ha
pari.
E
questo
progetto
matrimoniale va al di là dei limiti
della ragione.
— Perché? — chiese il marchese.
— Se io dovessi rivolgermi al padre
di qualsiasi giovane donna qui
presente, Perry, verrei accalappiato
al volo, nonostante la mia
reputazione d’inguaribile libertino.
Da lui e da lei. Dal punto di vista
matrimoniale io sono una preda
ambita. Eppure, di me la ragazza
non saprebbe nulla più di qualche
particolare superficiale e io non
saprei nulla di lei. Saremmo due
completi estranei. Quindi, che
differenza c’è tra sposare una di
queste ragazze o un topolino
d’istitutrice che quasi sbavava alla
prospettiva di arrivare abbastanza
vicina da sentire l’odore dei miei
soldi?
L’unica
differenza
significativa è che il topolino sarà
più facile da scaricare, una volta
servito allo scopo.
Lord
Rowling
prese
la
tabacchiera da una tasca, ma la
tenne in mano senza aprirla mentre
fissava
l’amico.
—
Stai
commettendo un errore, Tony —
proclamò. — Un errore terribile e
irrevocabile. E se poi la donna
rifiuta di essere scaricata?
Il marchese di Staunton si limitò
a inarcare un sopracciglio in
maniera eloquente. — Come tutte
le spose, anche lei domattina
prometterà obbedienza. Adesso
penso che andrò a ballare con Miss
Henshaw. L’hanno messa in guardia
sulla mia reputazione e arrossisce
con grazia, distogliendo gli occhi,
dolcemente confusa ogni volta che
incontra per caso il mio sguardo...
come si sforza di fare piuttosto di
frequente.
Staunton si allontanò per fare
come aveva detto, ma il compito
principale di quella serata era stato
ormai svolto: Rowling aveva
acconsentito a fargli da testimone
di nozze. Il marchese non
frequentava spesso Almack, né
altre sale da ballo alla moda, del
resto, ed era deciso a divertirsi. Era
la sua ultima serata da scapolo.
Rifletté su quel punto mentre
ballava con Miss Henshaw dai facili
rossori, e si concentrò per fare in
modo che lei arrossisse ancora di
più. Ma non trovò la cosa in alcun
modo allarmante.
L’indomani sarebbe stato il
giorno
del
suo
matrimonio.
Semplicemente, un altro giorno
della sua vita.
3
Fedele alla promessa, il mattino
seguente lord Rowling arrivò di
buonora in Upper Grosvenor Street
per accompagnare lo sposo in
chiesa,
dove
lo
attendevano
l’amministratore del marchese e
l’altro testimone. Con grande
meraviglia dell’amico, Staunton
appariva freddo e composto, vestito
con un abito dal taglio impeccabile
come se stesse per fare una
passeggiata in Bond Street.
— Sei proprio sicuro di volerlo
fare, Tony? — gli domandò mentre
si apprestavano a uscire di casa. —
Non posso proprio fare nulla per
indurti a cambiare idea?
— Buon Dio, no — rispose il
marchese, sistemandosi il cappello
in testa e inarcando un sopracciglio
verso il servitore per indicare che
era pronto.
La chiesa non era una delle più
alla moda di Londra e a lord
Rowling
apparve
piuttosto
squallida, così come la strada in cui
sorgeva, impressione peggiorata dal
cielo plumbeo. Lo sposo non
sembrava affatto turbato da tanta
desolazione, né mostrava alcun
entusiasmo. Rivolse un cenno al
suo amministratore e si avviò senza
indugio verso l’entrata. I suoi due
compagni
si
scambiarono
un’occhiata e lo seguirono.
Dentro, la sposa era in attesa,
seduta su un banco in ombra
situato in fondo. Era vestita come il
giorno
prima,
notò
immediatamente il marchese. Non
aveva fatto alcun tentativo di
migliorare l’aspetto coi fronzoli che
ci si aspettava da una sposa.
Staunton
si
rese
conto,
tardivamente, di non aver pensato a
fornirle del denaro per comprare
un vestito nuovo con il quale
entrare nella vita da benestante che
l’attendeva. E dal momento che
sarebbero partiti per la campagna
subito dopo la cerimonia, non ci
sarebbe stato tempo di fare
acquisti. Ma non aveva importanza.
Anzi,
era
meglio
prenderla
esattamente com’era.
— Miss Duncan? — Le rivolse un
mezzo inchino e le porse il braccio.
— Sì, signore. — Charity si alzò
in piedi, lo guardò per un
momento, poi abbassò lo sguardo
sul braccio che le veniva offerto.
Sembrava
non
sapere
se
appoggiarvi sopra il proprio o se
andare sottobraccio. Allora il
marchese le prese la mano e la posò
sopra il proprio polso. Non si fermò
per presentarla a lord Rowling,
perché era troppo impaziente di
procedere.
— Il pastore sta aspettando — le
disse.
— Sì, signore. — Lei lanciò
un’occhiata verso l’altare.
Staunton scoprì di avere la bocca
secca e un battito cardiaco
sorprendentemente alterato. Quella
donna era una totale estranea e
stava per diventare sua moglie. Per
il resto della vita. Per un attimo si
rese conto che avrebbe potuto
pentirsi di ciò che stava facendo,
ma scacciò quel pensiero come già
aveva fatto quando si era svegliato,
poco dopo l’alba, e poi di nuovo
mentre faceva colazione. Era
seccato con se stesso per quel
nervosismo dell’ultimo minuto.
Con passo deciso, avanzò nella
navata con la sposa al braccio.
Senza la pompa e la ritualità che
aveva
accompagnato
ogni
matrimonio della buona società a
cui aveva presenziato.
Il servizio nuziale fu davvero
breve e incolore. Il pastore parlò,
lui parlò e la sposa parlò. Rowling
gli porse un anello che lui infilò al
dito di lei, mentre si rendeva conto
che ormai era troppo tardi per
chiedersi se si sarebbe mai pentito
di ciò che stava facendo. Miss
Charity Duncan non esisteva più
con quel nome. Era diventata sua
moglie. La prima sensazione di
Staunton fu di sollievo. Piegò il
capo e per un attimo posò le labbra
chiuse sull’angolo della bocca della
sposa. Sentì che aveva la pelle
fredda.
Il pastore si stava congratulando
con loro con un certo calore,
l’amministratore faceva del suo
meglio per avere un’aria festaiola e
Rowling
sorrideva
grondando
fascino. Rimaneva solo da firmare il
registro.
— Vi faccio i miei migliori
auguri, lady Staunton — disse
Rowling, prendendo tra le proprie
una mano di lei e rivolgendole un
sorriso cordiale.
— C... come? — chiese la
ragazza.
— Vedo che non siete ancora
abituata a sentir pronunciare il
vostro nuovo nome — osservò lord
Rowling portandosi la sua mano
alle labbra. — Vi porgo i miei
migliori auguri di felicità, madame.
— Adesso siete Charity Earheart
— le spiegò suo marito. —
Marchesa di Staunton.
— Oh — fece lei guardandolo in
viso con occhi spalancati e
sbalorditi... e arretrò davvero di un
passo. — Voi siete un marchese?
— Marchese di Staunton al
vostro servizio, milady — le disse
lui. E pensò che, il giorno prima,
avrebbe dovuto tenere in maggior
considerazione quegli occhi. Ma
ormai era troppo tardi. — Posso
presentarvi lord Rowling?
Quando uscirono dalla chiesa, da
un cielo grigio e plumbeo cadeva
una pioggerellina gelida.
— È un buon segno — osservò
Rowling con una risata. — Sposa
bagnata, sposa fortunata, amava
dire mia nonna. Credo che abbia
sposato mio nonno durante un
temporale e da allora hanno vissuto
quarant’anni di felicità insieme.
Nessuno però sembrava disposto
a condividere il suo ottimismo
entusiastico.
Il
marchese
accompagnò in fretta la sposa
taciturna verso la carrozza che li
stava attendendo. Li aspettavano la
colazione con i due testimoni, i
bauli della moglie da ritirare dal
suo alloggio e un viaggio. Il
marchese aveva scritto al padre che
sarebbe arrivato per l’indomani.
Ma non aveva accennato al fatto
che avrebbe portato una moglie con
sé.
Nella carrozza le si sedette
accanto, posò di nuovo la mano di
Charity sul proprio polso e ve la
tenne con la mano libera, mentre
gli
altri
due
uomini
si
accomodavano sul sedile di fronte.
Si sentiva quasi dispiaciuto per lei,
reazione un po’ strana considerato
che le aveva appena assicurato un
futuro infinitamente preferibile a
quello d’istitutrice. Inoltre, non era
abituato a provare comprensione e
simpatia per gli altri. Tuttavia, di
colpo si sorprese di quanto fosse
strano
che
nessuno
l’avesse
accompagnata
al
matrimonio.
Possibile che fosse così totalmente
priva di amicizie? Notò che la pelle
del suo guanto era talmente logora
da essere diventata, nella parte
interna del pollice, sottile come un
foglio di carta. Presto ci sarebbe
stato un buco.
In quanto a lui, ormai era un
uomo sposato. La sconosciuta la cui
mano guantata posava lieve sul suo
polso era sua moglie, la marchesa.
In quel momento colse un’aura di
totale irrealtà, ma anche di fredda
realtà.
Era una donna sposata. Era
entrata in quella chiesa silenziosa e
piuttosto tetra da sola, come
Charity Duncan, e ne era uscita
soltanto mezz’ora dopo come una
persona completamente diversa,
con un altro nome. Tutto era
cambiato e nulla sarebbe più stato
lo stesso. Adesso era Charity
Earheart, la...
Girò la testa per osservare
l’uomo taciturno seduto al suo
fianco in carrozza, che non aveva
pronunciato una sola parola dal
momento in cui il suo valletto le
aveva ritirato il piccolo baule
dall’alloggio di Philip. La carrozza
era sembrata occupare tutta quanta
la
strada
e
aveva
attirato
un’attenzione considerevole; il
marito, in apparenza sorpreso, le
aveva chiesto se non aveva altro.
— No, signore — aveva risposto
Charity,
pensando
che
forse
avrebbe dovuto chiamarlo milord.
Si sentiva molto sciocca e
Staunton doveva aver avvertito su
di sé il suo sguardo, perché aveva
girato la testa per fissarla. I suoi
occhi erano molto scuri, aveva
notato Charity. Quasi neri. E
decisamente opachi. Aveva provato
la curiosa sensazione che una
cortina pesante o forse addirittura
una porta d’acciaio fosse appena
stata calata dietro di essi in modo
che nessuno potesse scrutare
nell’anima di quell’uomo.
— Così io sono... chi? — gli
chiese dopo un po’, non riuscendo
assolutamente a ricordarlo. — Voi
siete il marchese di...?
— Staunton — rispose lui. Aveva
un naso aquilino e labbra piuttosto
sottili. Un ciuffo di capelli,
scurissimi, gli era sceso sulla fronte
al di sopra dell’occhio destro e si
era arricciato come un punto
interrogativo capovolto. — Figlio
maggiore del duca di Whitingsby.
Per la precisione il suo erede,
milady. In questo momento stiamo
andando a Enfield Park, la sua
dimora nel Wiltshire, in modo che
io possa debitamente presentarvi a
lui.
Così lord Rowling non l’aveva
presa in giro. Suo marito era
davvero un marchese e non il
semplice signor Earheart. I suoi
servitori l’avevano chiamato milord
e avevano chiamato lei milady. Lui
era il figlio ed erede di un duca, il
duca di Withingsby, del quale un
giorno avrebbe assunto il titolo. E
lei sarebbe diventata... No, non era
possibile.
— Come mai avete voluto
sposarvi senza che vostro padre lo
sapesse? — gli chiese Charity. — E
perché mai proprio me? Io sono la
figlia di un gentiluomo, ma da un
futuro duca ci si aspetterebbe una
moglie più titolata.
Il sorriso che il marito le rivolse
fu alquanto sgradevole, nonostante
avesse messo in risalto denti
bianchissimi. Ma fu un sorriso che
non trovava affatto riflesso nei suoi
occhi. — Forse è proprio questo il
punto, milady — le rispose.
L’aveva forse sposata per fare un
dispetto a qualcuno? A suo padre?
Lui continuò a sorriderle... solo
con le labbra. — Vogliamo dire... —
iniziò a spiegare — che quanto più
Sua Grazia si mostrerà contrariato,
tanto più io mi sentirò gratificato?
Charity
comprese
immediatamente come stavano le
cose. Sarebbe stata stupida se non
l’avesse capito. — Quindi io sono
una semplice pedina nel vostro
gioco — osservò.
Il sorriso scomparve dalle labbra
del marito e i suoi occhi si
socchiusero. — Una pedina molto
ben pagata, milady — ribatté il
marchese. — E che avrà un titolo
nobiliare per il resto della vita.
Era un bene che dovessero
rimanere insieme solo per alcune
settimane, pensò Charity, giusto il
tempo di farsi prendere in odio dal
duca di Whitingsby, immaginò.
Perché non credeva proprio che
sarebbe riuscita a provare qualcosa
per il marchese. Che tipo d’uomo
poteva mai essere quello che
sposava una sconosciuta soltanto
per fare un dispetto al proprio
padre?
Non che lei avesse il diritto di
scandalizzarsi, naturalmente. Aveva
accettato l’offerta che il marchese le
aveva fatto il giorno prima... oddio,
solo il giorno prima... senza sapere
alcunché di lui, se non che aveva
mezzi sufficienti per mantenere le
proprie promesse. E lei lo aveva
sposato
appunto
per
quelle
promesse. Insomma, era il tipo di
donna che sposava uno sconosciuto
soltanto per i soldi. Un’ammissione
sgradevole da fare anche, o
soprattutto, a se stessa.
Sarebbe stato molto difficile che
quell’individuo potesse diventare
qualcosa di più di uno sconosciuto,
nonostante le settimane che lei
avrebbe passato in sua compagnia.
E i suoi occhi! Impossibile leggervi
nel profondo. Dicevano chiaro e
tondo che il marchese non
intendeva farsi conoscere e che non
gli interessava affatto che gli altri
avessero una buona opinione di lui.
Quegli occhi quasi la spaventavano.
— Non è stato un po’ troppo
drastico sposare una donna al di
sotto della vostra condizione
soltanto per segnare un punto al
vostro gioco? — gli chiese. — Lo
scontro che avete cercato non si
esaurirà in breve tempo, come di
solito capita in tutti i litigi? — Lei lo
sapeva bene. Era cresciuta in una
casa con cinque tra fratelli e sorelle.
— Forse che io e mio padre
avremmo dovuto baciarci e fare la
pace? — ribatté lui. — Potete
risparmiarvi per i vostri allievi
queste vacue osservazioni sulla vita,
milady. Anche se ormai non dovrete
più occuparvene, o sbaglio?
Charity rimase ferita da quelle
parole. “Vacue osservazioni”? In
qualità di figlia maggiore aveva
imparato presto a comprendere le
altre persone, a identificarsi con
loro per fare da mediatrice,
pacificare gli animi. Il marchese di
Staunton
era
decisamente
sgradevole, pensò, se parlava con
tanto disprezzo di una donna... E di
nuovo si rese conto, con un
sussulto, che quello era suo marito.
Gli aveva promesso obbedienza. Per
il resto della vita. Anche dopo che
quelle poche settimane fossero
passate e lei fosse tornata a casa
sua, lei non sarebbe mai stata
completamente
libera.
In
qualunque momento gli fosse
saltato in mente, lui avrebbe potuto
pretendere quello che voleva. Ma
no,
si
trattava
di
una
preoccupazione
sciocca.
Quell’individuo
sarebbe
stato
contento quanto lei di troncare
qualsiasi legame fra loro, tranne
quello non rescindibile che li
vincolava.
Dopo alcuni minuti di silenzio,
Charity disse: — Credevo che un
uomo che sa di diventare duca
desiderasse generare figli propri. —
Ma già mentre pronunciava quelle
parole se ne pentì. Le sembrò di
avere le guance in fiamme. Aveva
cercato di capire i motivi per cui il
marchese l’aveva sposata... e
purtroppo aveva espresso il proprio
pensiero ad alta voce.
— Davvero, milady? — La levità
tenorile della sua voce non le parve
accordarsi affatto con l’aspetto
tenebroso e satanico. In quel
momento era cortesissimo, ma
mortalmente freddo. — Mi state
offrendo i vostri servizi, forse?
Charity si scoprì a chiedersi
disperatamente se il marchese si
fosse fatto da solo quel nodo
elaborato al fazzoletto da collo o se
vi avesse provveduto il suo valletto.
Lo fissò. La notte precedente era
rimasta
sveglia
a
lungo
domandandosi, fra le altre cose,
se...
Le sue ultime parole, tuttavia,
sembravano indicare che il marito
non
avrebbe
avuto
alcuna
intenzione, nelle settimane a
venire, d’includere anche quella
cosa tra i doveri della consorte.
— Voi siete mia moglie — le disse
con voce dolce e gradevole... e con
un tono come scolpito nel ghiaccio.
— Sì, signore. — Charity sapeva
molto bene che il suo valletto
doveva averlo aiutato a indossare la
giacca. Non avrebbe mai potuto
infilarsela da solo. Quella giacca gli
si adattava addosso alla perfezione,
come una seconda pelle, e metteva
mirabilmente in risalto l’ampiezza
delle spalle.
Si chiese se il suo sarto fosse il
famoso
nonché
costosissimo
Weston.
— Presto dovremo fermarci —
disse il marchese, guardando oltre
lei,
fuori
del
finestrino,
e
aguzzando la vista. — Accidenti, ha
ripreso a piovere a dirotto.
Charity ringraziò la pioggia, che
le aveva fatto cambiare discorso.
Quella era una delle infinite
domande che lei avrebbe dovuto
rivolgergli prima di acconsentire a
qualsiasi proposta e, sicuramente,
prima di firmare alcun documento.
Invece ci aveva pensato solo molto
più tardi, mentre era a casa a
rammendare le calze di Philip. Del
resto non sarebbe mai riuscita a
chiederglielo. “Intendete portarmi
a letto, signore?” Il solo pensiero di
dirlo ad alta voce le faceva provare
freddo e caldo allo stesso tempo.
Il marchese era un bell’uomo,
addirittura attraente in maniera
pericolosa. Ma era anche una
persona assolutamente sgradevole.
Del tutto indesiderabile come
marito o come a... amante.
Eppure, se quella cosa non fosse
accaduta, e per fortuna sembrava
assai improbabile che si potesse
verificare, lei avrebbe passato tutta
la vita senza mai scoprire che cosa
si provava a essere una vera moglie.
Non avrebbe mai avuto figli propri.
Del resto, lo sapeva da tempo
ormai... sicuramente dalla morte
del padre, quando si era resa conto
della povertà in cui versava la
famiglia.
Tuttavia,
quella
consapevolezza si era fatta ancora
più deprimente adesso che la
situazione era irreversibile, senza
speranza... Le sarebbe piaciuto
saperlo...
immaginava
come
potevano andare le cose, ma tra
fantasticarci sopra e sperimentarle
c’era una differenza abissale... Il
corso che avevano preso i suoi
pensieri la turbò, e non erano quelli
che si addicevano a una donna
perbene.
La pioggia si intensificò fino a
diventare torrenziale. La strada si
trasformò in un mare di fango ed
era impossibile vedere anche solo
poco più in là del finestrino della
carrozza. Dopo una quindicina di
minuti in cui riuscirono ad
avanzare solo molto lentamente e
con slittamenti pericolosi, la
carrozza
imboccò
il
cortile
acciottolato di una locanda di
passaggio. Un posto che non
assomigliava affatto al tipo di locale
che ci si sarebbe aspettati di veder
frequentare dal marchese di
Staunton, futuro erede di un
ducato. Almeno quello fu ciò che
rivelò a Charity la sua espressione
disgustata mentre aspettavano che
lo sportello venisse aperto e la
predella abbassata.
La giovane sposa pensò alle
parole di lord Rowling sui
matrimoni sotto la pioggia. Se
aveva ragione, il suo sarebbe stato il
matrimonio più riuscito nella storia
del mondo. A quel pensiero sorrise
tra sé piuttosto mestamente.
Al riparo di un grande ombrello
nero che il marchese tenne sopra di
lei, fu accompagnata in fretta
all’interno della locanda, buia e dal
soffitto basso. Charity si soffermò a
scuotere via l’acqua dal bordo del
vestito e del mantello, mentre il
marito parlava con l’oste, un
omaccione che sembrava più
irritato che felice di accogliere gli
ospiti inaspettati.
— Venite — disse alla fine
Staunton, girandosi verso di lei e
indicandole la ripida scala in legno
su cui era sparito il locandiere. —
Sembra che questo tempo infernale
abbia reso assai popolare questo
posto. Siamo fortunati a essere
arrivati in tempo per prendere
l’ultima stanza disponibile.
La camera era piuttosto piccola,
con il soffitto che inclinava
bruscamente a metà stanza, e una
finestrella che dava sul cortile. C’era
un treppiede con un lavabo e un
piccolo tavolo con una sedia. In
effetti, non ci sarebbe stato posto
per nessun altro mobile, perché il
resto dello spazio era occupato da
un grande letto.
— Potete andare adesso —
ordinò il marchese al locandiere, il
quale si ritirò senza dire una parola.
Poi, rivolgendosi alla moglie disse:
— Temo che dovrete accontentarvi
di questo alloggio di fortuna, al
posto della suite che avevo riservato
in una stazione di posta venti
miglia
più
avanti.
Dovremo
mangiare nella sala da pranzo
pubblica e sperare che il vitto sia
almeno passabile.
Il letto era come una persona
estranea nella stanza, impossibile
da non vedere e silenzioso in modo
imbarazzante.
— Sono sicura che andrà bene,
signore — rispose Charity, gettando
il cappellino e i guanti sul letto con
un gesto che sperava potesse
sembrare abbastanza disinvolto.
— Di certo vorrete rinfrescarvi e
magari sdraiarvi un poco prima di
cena — suggerì il marchese. — Ora
vi lascerò, e avrò l’onore di ritornare
a prendervi per scortarvi in sala da
pranzo.
Charity non aveva la minima
idea di dove il marchese potesse
andare in quella locanda scalcinata.
Probabilmente al bar per bere della
birra di pessima qualità, alla quale
il suo palato raffinato avrebbe
reagito con disgusto. Ma la cosa
non le importava. Era troppo
sollevata all’idea di trovarsi, almeno
per il momento, sola in quella
camera orribile, seppur così
imbarazzante. Fino ad allora non
aveva mai considerato il letto come
qualcosa di animato, ma solo come
un mobile che serviva per dormirci
sopra. Del resto, mai le era succeso
di trovarsi in una camera da letto
con qualcuno di sesso maschile che
non fosse il padre o un fratello.
Non aveva mai dovuto contemplare
l’idea di passare la notte in una
camera, e nello stesso letto, con un
uomo.
Ma adesso era sposata con
quell’uomo, ricordò a se stessa
sdraiandosi sul letto, duro e pieno
di bozzi anche se ragionevolmente
pulito, dopo essersi tolta le scarpe e
gli spilloni dai capelli. Philip
doveva aver pensato a lei per tutto
il giorno, immaginandola mentre
faceva la conoscenza con i signori
Earheart e i loro tre bambini.
Senz’altro
sperava
che
continuassero a essere persone
ammodo e che i bambini non la
facessero disperare troppo durante
il viaggio, doveva aver considerato
osservando a disagio tutta quella
pioggia, preoccupato che non
succedessero incidenti. E certo
aspettava con ansia la sua prima
lettera.
Chissà che cos’avrebbe pensato
se avesse saputo che sua sorella si
era invece sposata quel mattino e
che ormai era Charity Earheart,
marchesa di Staunton e futura
duchessa di Whitingsby. E che nelle
settimane successive sarebbe stata
utilizzata come pedina in una
stupida diatriba tra il marchese e il
duca suo padre. E che dopo quel
periodo sarebbe stata una donna
benestante con una rendita di
seimila sterline l’anno, oltre a una
casa con servitù e una carrozza a
disposizione. Suo padre non aveva
potuto mantenere una carrozza
propria e l’unica domestica era
stata Polly, rimasta con loro negli
ultimi dieci anni solo perché si
considerava della famiglia e non
sapeva dove altrimenti andare.
“Oh, Phil” sospirò chiudendo gli
occhi. Finalmente lui avrebbe
potuto avere la loro casa per sé.
Avrebbe potuto portarvi Agnes e
mettere su famiglia. Senza il peso
dei debiti paterni e la necessità di
mantenere tutti i bambini, avrebbe
potuto cavarsela molto bene come
gentiluomo di campagna.
E Penny? Come stava a casa da
sola, senza l’aiuto suo e di Philip?
Sua sorella aveva solo vent’anni ed
era graziosa e dolce, e avrebbe
dovuto pensare agli innamorati e al
matrimonio. E i bambini, stavano
tutti bene? Avevano abbastanza da
mangiare? E vestiti sufficienti?
Sentivano la sua mancanza così
acutamente come lei sentiva la
loro?
Si disse che presto sarebbe
andata a casa. Tutto sarebbe tornato
come un tempo o come avevano
immaginato che fosse prima della
morte del padre, quando si erano
resi conto della loro situazione
miserevole. Non sarebbero mai più
stati poveri, né privi di sicurezza,
né separati.
Sì, aveva fatto la cosa giusta.
Come avrebbe potuto rifiutare
un’offerta
così
inattesa
e
irresistibile? Era stato come un
dono del cielo. Poteva forse
considerarlo altrimenti? Charity
chiuse la mente alla possibilità che
potesse essere l’esatto contrario,
soprattutto
dati
la
presenza
satanica e gli occhi illeggibili del
marchese di Staunton.
Ovvio che aveva fatto la cosa
giusta. In ogni caso, ormai era
troppo tardi per avere dubbi o
ripensamenti.
Verso mezzanotte la pioggia
sembrò cessare. Il marchese di
Staunton stava sulla soglia della
locanda, con una spalla appoggiata
allo stipite e lo sguardo sul cortile
acciottolato,
rabbrividendo
leggermente per l’aria gelida. Ma
ormai era troppo tardi e la strada
troppo fangosa per ripartire a
breve.
Era l’ultimo dei clienti del bar e
degli ospiti della locanda presenti
da basso. Dietro di lui il locandiere
stava rassettando per la notte e si
muoveva rumorosamente, con la
chiara intenzione di fargli capire
che non stava aspettando altro che
lui andasse a letto.
— Domattina splenderà il sole,
milord — disse.
— Mmm, sì — convenne il
marchese. Ci sarebbe stato il sole al
loro arrivo a Enfield Park.
Meraviglioso! Le sue labbra si
strinsero in una linea sottile. Anche
se,
tardivamente,
pensò
che
avrebbe
dovuto
ignorare
la
convocazione del padre. Non
avrebbe
dovuto
neppure
rispondergli.
Meglio
ancora,
avrebbe dovuto inviargli due parole
cortesi, facendogli capire che era
troppo impegnato coi suoi affari
per approfittare della gentile
ospitalità di Sua Grazia. Che il duca
non fosse in buone condizioni di
salute doveva essere cosa che lo
riguardava? Forse che suo padre gli
aveva prestato attenzione, sei anni
prima, quando si era rotto una
gamba e per poco anche il collo
durante la corsa dei calessi a
Brighton? No, nessuna attenzione.
Da otto anni avevano reciso ogni
legame. Lui non era vincolato a
Withingsby nemmeno da legami
finanziari, perché era benestante di
suo. Non aveva alcun obbligo di
prestare attenzione alla lettera che
il padre gli aveva scritto. Si chiese
come mai si fosse sentito in qualche
modo in dovere di farlo, chissà
perché prigioniero del passato
come se non se lo fosse lasciato per
sempre alle spalle.
Sì, avrebbe proprio dovuto
ignorare quella lettera, e trovare un
modo per rinunciare ai propri
diritti di nascita. Che passasse pure
a William il titolo di duca, alla
morte del padre. E che fosse
Claudia la duchessa. A quel
pensiero arricciò il labbro. Che
ironia!
Claudia
duchessa
di
Withingsby.
Claudia.
Il locandiere si schiarì la voce. —
Posso fare ancora qualcosa per voi,
stasera?
— No. — Il marchese si staccò
dallo stipite e rientrò nel locale
chiudendo la porta. — Vado a letto.
Buonanotte. — Si voltò e si diresse
verso le scale.
La
consumazione
del
matrimonio non aveva fatto parte
del suo piano. E del resto che
piacere avrebbe potuto provare nel
portarsi a letto un topolino
innocente e scialbo? Per dover fare
fronte a una crisi nervosa, dolore e
lacrime? E sangue. E poi non si era
sposato per averne un piacere.
Non aveva alcuna intenzione di
consumare il matrimonio. Ma la
sistemazione per la notte a cui la
pioggia l’aveva costretto costituiva
una
seccatura
considerevole.
Anzitutto, lui aveva il sonno agitato
e non gli piaceva dividere il letto
con altri. Il letto lo condivideva solo
per l’attività sessuale, mai per
dormire. Inoltre, l’idea di fare una
cosa come dormire, che considerava
così privata, in compagnia di
un’altra persona andava contro il
suo concetto di intimità.
Quella sera, più che mai, sentiva
il bisogno di riservatezza. Invece
era condannato a passare il resto
della notte non solo nella stessa
stanza di sua moglie ma addirittura
nello stesso letto.
Da una lanterna appesa alla
porta della stalla, nel cortile
sottostante, proveniva abbastanza
luce da permettergli di spogliarsi
senza dover accendere una candela
e di scivolare sotto le coperte del
lato del letto più vicino alla porta.
Sua moglie stava tranquillamente
dormendo all’estremità opposta.
Sua moglie! Si scoprì a chiedersi
se quella donna avesse una
famiglia. Non solo nessuno l’aveva
accompagnata in chiesa, ma
neppure c’era stato qualcuno che si
fosse precipitato fuori dal suo
alloggio quando la carrozza si era
fermata per prelevare il suo baule.
Era proprio sola? Non una
famiglia? Né amici? Be’, presto ne
avrebbe avuti a bizzeffe, pensò
cinicamente. Era facile trovare
amici quando si disponeva di una
rendita di seimila sterline l’anno.
Possibile che quel piccolo baule
contenesse tutto ciò che lei
possedeva? Dov’erano le altre sue
cose? Si poteva vivere con così
poco?
Ma non era curioso al suo
riguardo. Non voleva sapere nulla
di lei oltre a ciò che già gli era noto.
E soprattutto non desiderava
compatirla.
Non
ce
n’era
assolutamente motivo: se n’era
assicurato il giorno prima con il
contratto che entrambi avevano
firmato e quella mattina con la
cerimonia in chiesa. Avrebbe
soffocato ogni curiosità. Lei gli
sarebbe servita a un preciso scopo
nella vita, dopodiché sarebbe stata
ben
pagata.
Del
resto
lui
ricompensava sempre bene le
donne che svolgevano un servizio
per lui. In quel caso si trattava di un
servizio del tutto diverso dal solito,
naturalmente, ma la ricompensa
sarebbe stata adeguata. Non era
necessario
provare
alcuna
responsabilità nei confronti di
quella donna. E con quel pensiero
s’impose con decisione di prendere
sonno.
4
Il marchese di Staunton si rese
conto che il sonno non aveva
intenzione di venire. E si accorse
gradualmente anche di un’altra
cosa, anzi di due, per l’esattezza.
Innanzitutto avvertiva il calore di
Charity alla sua destra, sebbene i
loro corpi non si toccassero. Inoltre
percepiva anche l’immobilità e il
silenzio di lei, troppo profondi per
una persona addormentata. Del
resto era ragionevole supporre che
addormentarsi, per la sua sposa,
fosse difficile quanto lo era per lui.
— Dovreste dormire — le disse.
— Domani sarà una giornata molto
impegnativa.
—
Provò
un’irritazione irragionevole nei
suoi confronti per il fatto che fosse
sveglia, perché così lei s’insinuava
nella sua intimità ancora più di
quanto la semplice presenza fisica
lo rendesse inevitabile.
— Ho contato tutte le pecore
d’Inghilterra — protestò Charity.
Lui strinse le labbra.
— Avevo appena iniziato con
quelle del Galles quando avete
parlato. Adesso dovrò ricominciare
tutto daccapo.
Staunton si era aspettato un
sommesso “Sissignore”, cosicché
quella risposta gli ricordò in
qualche modo i suoi occhi, che si
era trovato inspiegabilmente a
sfuggire durante la cena, mentre
erano seduti a tavola l’uno di fronte
all’altra.
Gli
erano
sembrati
minacciosi, anche se gli sarebbe
stato
difficile
spiegarne
esattamente il motivo. Inoltre, le
parole appena pronunciate gli
davano a pensare che quella donna
avesse
un
certo
senso
dell’umorismo, mentre lui non
voleva che sua moglie ne avesse, né
che avesse quegli occhi. La voleva
scialba e incolore, priva di carattere
e di personalità.
— E questo è il letto più gibboso
in cui abbia avuto la sfortuna di
dormire — continuò lei.
— Vi chiedo scusa — rispose lui,
secco. — Non è l’alloggio che avevo
scelto per la notte.
Charity rimase in silenzio, ma
impossibile da ignorare. Staunton
continuava a percepirla come una
presenza vigile in quella stanza, nel
proprio letto. Si rigirò su un fianco,
voltandosi verso di lei. I suoi occhi
si erano ormai abituati al buio e
vide che lei non era riuscita a
raccogliere bene i capelli sotto la
berretta da notte, per cui si erano
sparsi sul cuscino. Erano lunghi e
leggermente ondulati. Piuttosto
attraenti, insomma. Provò di nuovo
un senso d’irritazione. Aveva
ammesso con se stesso che Charity
aveva occhi belli, e come elemento
di bellezza era più che sufficiente.
Perché lui l’aveva scelta, in parte,
proprio per il suo aspetto scialbo.
“Che sensazione può procurare
l’innocenza?” si chiese irritato.
Quella era forse l’unica cosa che
esulava dalla sua esperienza
sessuale. Sua moglie stava sdraiata
sulla schiena, con gli occhi chiusi,
ma a un certo punto girò la testa sul
cuscino mentre lui la stava
osservando e sollevò le palpebre. I
suoi capelli odoravano di sapone.
— Milletrecentosessantaquattro
— disse lei con voce tesa, dopo che
il silenzio era durato un po’ troppo
per non
risultare
fastidioso.
L’umorismo, pensò il marchese con
intuizione improvvisa, era quindi il
suo
modo
per
difendersi.
Dopotutto, quella donna si trovava
per la prima volta a letto con un
uomo. Una situazione che doveva
provocarle un disagio intenso.
— C’è anche un altro modo —
osservò lui, e con un certo allarme
ascoltò l’eco delle parole che aveva
pronunciato senza riflettere. — Per
indurre il sonno, voglio dire.
— Fingere di poter dormire il
giorno dopo per tutto il tempo, se
lo si desidera — ribatté lei, troppo
rapidamente. — A volte funziona.
Ci proverò.
Il marchese si sollevò su un
gomito e si sorresse la testa di lato
con una mano. — Voi siete mia
moglie — disse rendendosi conto
che si stava avventurando in acque
profonde, mentre la sua intenzione
era stata di non bagnarsi nemmeno
la punta dei piedi.
— Sì. — Charity aveva ridotto la
conversazione a monosillabi. Aveva
gli occhi spalancati, ma al buio
apparivano meno minacciosi di
quando
il
loro
colore
era
chiaramente visibile.
— Non ho alcuna intenzione di
far valere i miei diritti coniugali con
la forza — le disse Staunton. —
Tuttavia, se le pecore non sono
servite allo scopo e il letto non è
riuscito a cullarvi, sono disposto a
offrirvi i miei servizi. — Così
dicendo
piegò
la
testa,
avvicinandola a quella di lei. Era
impazzito? Ormai non c’era più
modo di tirarsi indietro, a meno che
lei non dicesse di no. Ed era quello
che lui sperava.
— Oh — fu tutto quello che
invece disse sua moglie. Ma
l’affanno con cui aveva parlato
rivelava che aveva capito molto
bene.
— Se desiderate provare —
insistette il marchese, rimanendo
sorpreso e non poco allarmato nello
scoprire che il proprio corpo si era
già ribellato contro la sua volontà e
aveva raggiunto l’erezione. E meno
male che non la considerava
neppure desiderabile. — Altrimenti
ci sforzeremo di rimetterci a
dormire, magari dedicandoci alla
più noiosa incombenza di contare
le zampe delle pecore.
Lei lo fissò negli occhi, a nenache
un palmo dai suoi. Staunton si
accorse che non le aveva lasciato la
possibilità di rispondere con un
monosillabo. Charity rimase in
silenzio, impossibilitata a tirarsi
indietro di fronte a quella
domanda. E il corpo di lui, ormai,
desiderava un sì.
— Volete provare? — le chiese.
— Sì — rispose lei con un
sussurro.
Staunton non sarebbe rimasto
sorpreso da un rifiuto. Fino al
giorno prima, Miss Duncan era
stata
semplicemente
una
gentildonna in miseria, costretta a
guadagnarsi da vivere come
istitutrice, soggetta a sopportare
qualsiasi insulto o indegnità da
parte dei suoi datori di lavoro, gli
ultimi dei quali l’avevano accusata
di mentire, se Staunton ricordava
bene, o qualcosa del genere. Quella
mattina, invece, lei aveva raggiunto
la rispettabilità offerta da un
matrimonio con la prospettiva di
una sistemazione a vita più che
agiata dopo aver passato solo
qualche
settimana
in
sua
compagnia. Il marchese avrebbe
potuto
facilmente
evitare
quell’unico aspetto dell’unione
coniugale che, in generale, riteneva
sgradito alle donne rispettabili.
Non aveva immaginato che sua
moglie potesse essere una donna
passionale o ricca di sensualità. Al
contrario. Ma le aveva offerto una
chiara possibilità di alternativa.
Quanti erano gli uomini che
avevano dato una simile scelta alle
loro spose la prima notte di nozze?
E lei aveva sussurrato sì. Molto
bene allora. Così sarebbe stato.
Charity si era aspettata di essere
baciata. La bocca di lui era così
vicina... Sentiva l’aroma del brandy
che il marito aveva bevuto. Se
Staunton l’avesse baciata, lei
avrebbe potuto chiudere gli occhi e
concentrarsi
sulla
sensazione
procurata dal contatto delle loro
bocche. Già in chiesa aveva trovato
il suo bacio eccessivamente intimo,
anche se, in realtà, le labbra di lui
non avevano nemmeno toccato le
sue. Avrebbe potuto nascondersi
dietro le palpebre abbassate come
una corazza protettiva che la
riparasse, mentre l’altra cosa
succedeva.
Non riusciva a capire perché
avesse detto di sì, a parte il fatto
che era stanca di sforzarsi invano di
dormire
e
si
era
sentita
stranamente turbata dal calore di
quel corpo accanto al proprio.
Senza contare che, probabilmente,
quella era l’unica possibilità che
avrebbe avuto in tutta la sua vita di
sperimentare la forma più profonda
dell’intimità. O forse era l’aroma
del brandy che le stava dando alla
testa.
Tuttavia lui non la baciò, né
spostò la testa. Continuò a stare
semipiegato su di lei, a guardarla
negli occhi.
I capelli di suo marito erano
nerissimi e arruffati. La mano
libera la toccò e lei provò
l’immediata sensazione di essere
lambita dalla fiamma di una torcia,
anche se lui le aveva sfiorato solo
una spalla. Poi la sua mano scese
decisa verso il suo seno, ne seguì il
contorno e lo sollevò. Charity pensò
che le sarebbe stato impossibile
riuscire a respirare e si sentì
terribilmente imbarazzata. Aveva
sempre pensato di avere seni
piuttosto grandi... troppo grandi.
A un certo punto sentì il
capezzolo imprigionato tra il
pollice e l’indice di lui, che lo
strizzò quasi distrattamente come
se non si rendesse conto che era lì,
provocandole un dolore intenso
anche se del tutto diverso da
qualsiasi altro dolore avesse mai
provato. Eppure non poteva essere
che un dolore, che però le risalì
fulmineo verso la gola e verso
l’altro seno per poi scendere giù per
il ventre e all’interno delle cosce,
lasciandola sensibile in tutto il
corpo. Il fiato le venne a mancare e
le
provocò
un
singulto
perfettamente udibile.
Rimase così spaventata da quelle
sue reazioni che rimpianse di non
aver detto di no. Era troppo tardi
per farlo? Tuttavia provava anche
una forte curiosità. Avrebbe voluto
che lui la baciasse. Non avrebbe
dovuto essere una cosa romantica?
Non avrebbe dovuto essere...
l’amore? Si rese conto dell’assurdità
di quella fantasia giovanile nel
momento stesso in cui la pensava.
Quello non era amore. Eppure era
sicuramente...
eccitante.
Non
avrebbe dovuto esserlo. Avrebbe
dovuto essere... dolce e gentile.
Intanto i bottoni della sua camicia
da notte si erano chissà come
slacciati e adesso lui stava
ripetendo anche sull’altro seno, un
seno nudo, quanto aveva appena
fatto.
Il dolore la fece boccheggiare
alla ricerca di aria.
Nel frattempo la mano di suo
marito era scesa sotto l’apertura
bassa della sua camicia di notte, fin
giù
dov’era
la
fonte
dell’indolenzimento. Lei aveva
divaricato leggermente le gambe e
inclinato le anche per permettere a
quelle dita un accesso più facile,
prima che il suo cervello si
rendesse conto del punto in
questione. Si trovò quindi travolta
da un’ondata d’imbarazzo e di
sensazioni incontrollabili, in cui si
mescolavano
indolenzimenti
e
desideri nuovi quanto travolgenti.
Le dita di lui sondavano e
accarezzavano, mentre lei si sentiva
stranamente bagnata. Era sicura
che sarebbe morta dalla vergogna,
se fosse stato possibile.
Di scatto aprì gli occhi. Lui se ne
stava ancora appoggiato su un
gomito e la guardava, poi staccò la
mano dal suo corpo e le sollevò la
camicia a notte... su, fin sopra la
vita. Be’, quella parte lei la
conosceva, o almeno così pensava.
Sapeva che cosa aspettarsi. Trasse
un profondo respiro e trattenne il
fiato. Non era dispiaciuta di aver
risposto di sì. Il marchese era uno
sconosciuto e lei era convinta che
non sarebbe mai riuscita a
prenderlo in simpatia, anche
perché non sarebbe mai arrivata a
conoscerlo a fondo, però era suo
marito e, indubbiamente, era un
uomo attraente. Tutto sommato, era
contenta
di
vivere
quell’esperienza... per una volta.
— Espirate — le disse Staunton.
—
Non
potrete
trattenerlo
abbastanza a lungo. Respirate
normalmente.
Era facile per lui dirlo, pensò
Charity mentre il suo sposo si
spostava sopra di lei e si
appoggiava
con
una
parte
considerevole del proprio peso.
Sentiva le sue mani che si
spingevano sotto di lei, tenendole
ben salde le natiche. La parte
interna delle sue cosce era adesso a
contatto con quella esterna delle
gambe di lui, distese e aperte. Il
corpo del marchese sembrava un
unico muscolo duro e resistente e
lei si sentì terribilmente indifesa.
Ma Staunton le aveva dato la
possibilità di scegliere e lei aveva
detto di sì. E l’avrebbe detto di
nuovo, se avesse potuto tornare
indietro. Curiosità, paura ed
eccitazione formavano un insieme
di emozioni che le stavano facendo
girare la testa.
Dapprima lo trovò enorme e
terrificante. A parte la convinzione
che non c’era assolutamente spazio
sufficiente, né in larghezza né in
profondità, c’era anche il timore di
trovarsi impalata, distrutta sotto il
peso di lui e senza possibilità di
difesa. Poi ci fu davvero la
tremenda certezza che non ci fosse
abbastanza spazio e che il corpo le
si sarebbe lacerato in un dolore
insopportabile. Un momento dopo
ecco che lui l’aveva penetrata fino in
fondo, sempre duro e presente, e
con sorpresa e stupore lei si era
accorta che, dopotutto, lo spazio
c’era, lei sarebbe sopravvissuta, e
anche se quella situazione non le
era familiare, era eccitante ed
estremamente piacevole.
Aveva avuto ragione quando
aveva supposto che sapere e
provare erano cose del tutto diverse
tra loro. Non avrebbe mai potuto
immaginare
quella
completa
carnalità.
Dopo
diversi
minuti
di
meraviglia, Charity scoprì di non
avere in effetti mai saputo nulla di
nulla al di fuori della penetrazione
pura e semplice. Non aveva avuto
alcun sospetto che tale atto
costituisse solo l’inizio. Staunton
intanto
aveva
cominciato
a
pompare dentro e fuori di lei con
colpi energici e regolari, finché
l’indolenzimento che le mani
avevano creato sui suoi seni non
divenne intenso, in realtà non un
dolore vero e proprio, però non le
riusciva di trovare una parola più
adatta.
Di
sicuro
era
una
sensazione che si faceva sempre più
primitiva a ogni colpo di reni di lui.
— Oh! — esclamò Charity
all’improvviso, allarmata e stupita
mentre premeva con le mani sulle
natiche del marchese nel tentativo
di tenerlo fermo e a fondo dentro di
sé, e i suoi muscoli interni, che non
aveva mai saputo di avere, si
serravano in modo convulso. — Oh!
Staunton rispose subito al suo
muto appello e premette a fondo in
quella guaina che lo imprigionava
per poi rimanervi. — Mio Dio — le
mormorò all’orecchio. — Mio Dio!
Ed ecco sopravvenire una
sensazione così intensa che a
Charity parve di morire, e alla quale
si
abbandonò
senza
lottare.
Qualunque cosa fosse, si chiuse
come una cappa attorno a lei, in un
annullamento totale e meraviglioso.
Poi si rese conto, in modo
confuso, che lui aveva ripreso a
muoversi, più in fretta e più
intensamente di prima, e avvertì un
flusso di liquido caldo in fondo al
proprio corpo mentre il marito
esalava un sospiro e tornava
immobile, rilassandosi con tutto il
suo peso su di lei. La morte non era
affatto da temersi, pensò Charity
alquanto scioccamente. La morte
era la realizzazione di tutto ciò che
era più desiderabile.
Si addormentò. Dormì. Mugugnò
un poco solo quando il calore
meraviglioso del peso sopra di lei si
scostò e lei si trovò coperta soltanto
da coltri ben più leggere. Sì, pensò
con un barlume di lucidità, per
addormentarsi c’era un metodo
enormemente più efficace che
contare le pecore.
E l’amore non era sempre dolce e
gentile. E non era sempre amore.
Il mattino seguente la strada si
era asciugata abbastanza da poter
riprendere il viaggio. Il locandiere
non si era sbagliato nella sua
predizione: il sole risplendeva in un
cielo punteggiato da esili batuffoli
di nubi bianche. I campi e i filari di
siepi luccicavano ancora umidi di
pioggia nell’aria del mattino.
Era una giornata perfetta per
tornare a casa.
Il
marchese
di
Staunton
guardava pensieroso fuori dal
finestrino della carrozza senza
prestare attenzione al paesaggio.
Stava rimuginando, imprecando
velenosamente contro se stesso.
Charity era veramente arrossita
quando l’aveva raggiunto nella sala
da pranzo per fare colazione. E
aveva avuto proprio l’aspetto tipico
della sposina dopo la sua prima
notte di nozze. Anzi, gli era
sembrata
addirittura
quasi
graziosa. Eppure lui non aveva
sprecato molto tempo a osservarla
in viso, preso com’era dalla propria
colazione, pur senza badare
minimamente a quello che stava
mangiando al di là del fatto che il
cibo era troppo unto.
Che diavolo gli era preso la sera
prima? Per lei non aveva avvertito il
minimo
barlume
d’interesse
sessuale dal momento in cui l’aveva
spiata nell’ombra del salotto
mentre era in attesa del colloquio,
fino al momento in cui lei aveva
cominciato a parlare di pecore del
Galles e materassi gibbosi. Nulla di
nulla.
Eppure lui aveva consumato la
loro unione proprio durante la
prima notte di nozze, e l’aveva fatto
con grande entusiasmo e con una
soddisfazione superiore al solito. Si
era
addormentato
quasi
immediatamente
dopo
essersi
staccato da lei e aveva dormito
come un bimbo fino all’alba.
Ma cosa sarebbe successo se
Charity fosse rimasta incinta?
Quello era stato il suo primo
pensiero al momento del risveglio...
dopo aver respinto l’idea di
svegliarla e di fare di nuovo l’amore
con lei. Una gravidanza avrebbe
complicato considerevolmente la
situazione.
E poi,
lui
non
desiderava affatto avere figli. L’idea
stessa d’ingravidare una donna lo
faceva rabbrividire. Era sempre
stato molto meticoloso nello
scegliersi compagne di letto che
sapevano badare a se stesse... fino
alla notte precedente.
Quel mattino stava provando la
sgradita sensazione di essere stato
in parte ingannato da sua moglie.
Certo, Charity era stata innocente,
ignara e goffa, nonché vergine. Ma
era stata anche un barile esplosivo
di passione in attesa solo che
venisse accesa la miccia. E quella
scintilla fatale l’aveva fornita
proprio
lui,
riversando
poi
sconsideratamente il suo seme
dentro di lei.
Quella
donna
gli
aveva
dimostrato quanto fosse errata la
sua convinzione di non avere nulla
da imparare dal punto di vista
sessuale, a parte il fatto di montare
una vergine. Sapeva bene che le
donne raggiungevano l’orgasmo.
Succedeva sempre con tutte le sue
amanti. Ma, la notte precedente, lui
aveva scoperto con umiliante
chiarezza che le donne potevano
fingere l’orgasmo proprio come
erano in grado di fingere il piacere
durante
tutto
il
rapporto,
consapevoli che per un uomo pieno
di sé era importante non solo
ricevere piacere a letto ma anche
essere convinto di averlo saputo
dare. Molte donne si guadagnavano
il pane quotidiano in tal modo,
facendo sentire i loro datori di
lavoro virili e focosi.
E Charity Earheart, marchesa di
Staunton, gli aveva dato una lezione
pur senza rendersene conto. La
realtà sconcertante della sua
risposta, sincera e spontanea,
all’approccio sessuale aveva messo
in luce tutta l’artificiosità delle
donne che lui aveva conosciuto in
precedenza. Sua moglie era riuscita
a farlo sentire stupidamente
orgoglioso
della
propria
prestazione.
Gli
aveva
fatto
desiderare di volerlo rifare... nel
momento stesso in cui si era
svegliato.
Era furioso, e forse tanto più
perché
non
sapeva su chi
concentrare la propria rabbia. Su di
lei? Charity aveva semplicemente
reagito a ciò che lui le aveva fatto.
Su di sé? Strinse le labbra. Possibile
che fosse incapace di trovarsi solo
con una donna, perfino con una
donna come quella che aveva
sposato, senza fare la figura
dell’idiota?
— È una campagna molto bella
— disse lei, rompendo il silenzio
che si stava prolungando.
— Sì, infatti. — Sua moglie aveva
cercato diverse volte di avviare una
conversazione e lui aveva soffocato
ogni tentativo con risposte brevi e
secche al limite della scortesia. Non
aveva alcun desiderio di parlare,
soprattutto su argomenti così poco
stimolanti dal punto di vista
intellettuale come la bellezza della
campagna.
No, non sarebbe più successo, si
disse. A Enfield, naturalmente,
avrebbero avuto camere separate e
sarebbero rimasti divisi per tutto il
tempo,
tranne
che
per
accoppiamenti brevi e discreti per
adempiere ai doveri coniugali. Ma
la porta di comunicazione tra le
loro stanze sarebbe rimasta ben
chiusa. Con quella donna non
avrebbe mai cercato una vera
intimità.
— Com’è Enfield Park? — gli
chiese Charity.
Lui scrollò le spalle. — Grande
— si limitò a rispondere. Però una
risposta così breve varcò la linea del
confine tra la scontrosità e la pura e
semplice villania. Dopotutto, sua
moglie non aveva fatto nulla di
male se non dire di sì la sera prima.
Ed era stato lui a chiederglielo. —
La casa è in stile palladiano,
massiccia, con ampi prati e aiuole e
circondata tutt’attorno da alberi
secolari. Il terreno è digradante su
un lato verso un lago, mentre dal
lato opposto sale verso il bosco,
dove sono stati tracciati sentieri e
creati scorci prospettici raffinati.
Inoltre ci sono un villaggio, delle
fattorie e alcune vecchie rovine. —
Staunton tornò a scrollare le spalle.
— Insomma ci sono tutte le solite
raffinatezze che ci si aspetta in una
grande
tenuta,
estremamente
prospera. Vostro marito è destinato
a diventare un uomo molto ricco,
milady, molto più di quanto sia già
adesso e perfettamente in grado di
mantenervi agiatamente per tutto il
resto della vita.
— Vostra madre è viva? — gli
chiese Charity. — Avete fratelli e
sorelle?
— Mia madre è morta subito
dopo aver dato alla luce il
tredicesimo figlio — rispose lui
brevemente. — Siamo vivi in
cinque. — Ma non voleva parlare di
sua madre, né delle sue frequenti
gravidanze né dei figli nati morti e
quasi altrettanto frequenti. Nel
conto dei tredici non rientravano
neppure i quattro aborti spontanei.
Diavolo, sperava solo di non aver
ingravidato la moglie. — Adesso ho
due fratelli e due sorelle.
— Oh — fece Charity. Staunton
poteva scorgere che era voltata
nella sua direzione, mentre lui
manteneva lo sguardo fisso al di là
del finestrino. — Abitano ancora
tutti a casa?
— Non tutti — rispose. —
Almeno credo. — Ogni tanto
Marianne gli scriveva, ma era
l’unica a farlo. Sei anni prima aveva
sposato il conte di Twynham.
Avevano tre figli. Charles doveva
essere
sui
vent’anni,
ormai.
Augusta ne aveva otto, venti meno
di lui. Per sua madre c’erano state
diciassette gravidanze in vent’anni.
Ma Staunton non voleva pensare a
sua madre.
— Dovete essere felice di tornare
a casa — commentò sua moglie, e il
marchese si rese conto di essersi
quasi
dimenticato
della
sua
presenza. — Vi saranno mancati
molto.
Charity gli posò una mano sul
braccio e lui si voltò bruscamente,
gettando un’occhiata alla mano e
poi guardandola negli occhi. — È la
prima volta che torno in otto anni,
milady — disse con un tono in cui
si avvertiva un gelo tremendo. — E
la mia assenza è stata del tutto
volontaria. Sto tornando solo
perché il duca di Withingsby è in
cattiva salute e mi ha mandato a
chiamare, senza dubbio per
tempestarmi con il racconto delle
mie mancanze e farmi l’elenco delle
mie responsabilità. Essere il
maggiore di cinque figli viventi ed
erede di un ducato con proprietà
vaste e ricche comporta certi oneri.
Gli occhi di Charity, di un
azzurro intenso, si erano dilatati;
erano occhi davvero notevoli, che
conferivano
una
particolare
bellezza all’insieme dei lineamenti.
Staunton
provò
un
senso
d’irritazione per il fatto che lei
glieli avesse tenuti nascosti per la
maggior parte del loro primo
colloquio. Non si addicevano affatto
all’immagine
complessiva
di
topolino tranquillo che la ragazza
aveva dato di sé. Se glieli avesse
puntati addosso fin dall’inizio del
colloquio, lui non le avrebbe
neppure
chiesto
di
sedersi,
l’avrebbe liquidata su due piedi. E il
suo viso aveva decisamente la
forma di un cuore.
— Siete stato lontano dalla
vostra famiglia per otto anni? —
domandò sua moglie con voce
carica di simpatia. — Oh, dovete
esservi scontrati davvero molto
duramente.
— Non è faccenda di cui
dobbiate preoccuparvi, milady —
rispose il marchese, sempre più
gelido, cercando di sottometterla
con la durezza dello sguardo. Una
cosa in cui era abilissimo. Pochi, a
quanto ricordava, erano riusciti a
sostenerlo.
Ma Charity non abbassò affatto
gli occhi. — Sono convinta che siate
rimasto ferito molto a fondo —
osservò.
Lui schioccò la lingua, facendo
un gesto d’impazienza con la mano,
e tornò a guardare fuori dal
finestrino. — Risparmiatevi la
vostra sciocca analisi di fatti che vi
sono ignoti — ribatté — e
riguardanti una persona di cui non
conoscete nulla.
— E sono anche convinta —
continuò Charity, imperterrita —
che vi siate difeso rinchiudendovi
in voi stesso come dentro una
fortezza. Ritengo che siate un uomo
molto infelice.
Il marchese inspirò a fondo. Si
sentiva così furioso da essere quasi
sul punto di esplodere. E sì che lui
non era mai stato tipo da dare sfogo
a rabbia e frustrazioni ricorrendo
alla violenza. Avvertì in sé la fredda
impossibilità che lo sforzo di
controllarsi gli provocava sempre.
Ancora una volta girò la testa per
guardare in direzione di Charity.
— Milady — le disse in tono
molto mite — vi consiglio di
rimanere in silenzio.
Una scintilla brillò per un istante
negli occhi di lei, qualcosa che lui
interpretò come un possibile
timore e che subito scomparve.
Charity inclinò la testa di lato,
corrugando per un momento la
fronte, e sostenne il suo sguardo.
Ma obbedì.
Il marchese posò la testa contro
la comoda imbottitura della
carrozza e chiuse gli occhi, restando
così per un po’ a lasciar defluire la
collera, che riteneva del tutto fuori
luogo. Quella donna era sua moglie
e lui la stava portando alla casa
della propria infanzia per farle
conoscere la propria famiglia. Era
logico che provasse una certa
curiosità, anche se l’accordo che
avevano stipulato era più simile a
una transazione d’affari che a un
matrimonio. Dopotutto, non poteva
aspettarsi che si comportasse come
un oggetto inanimato.
Infine riaprì gli occhi. — Non
avete da preoccuparvi di ciò che
succederà quando arriveremo a
Enfield Park — le disse. — Non
dovete affannarvi per fare una
buona impressione, o comunque
qualsiasi genere di impressione.
Parlerò io per voi. Se volete, potrete
considerarvi la mia ombra. Potrete
comportarvi come avete fatto
quando ci siamo conosciuti due
giorni fa.
— Perché? — chiese lei. E non
era una domanda fatta in tono di
sfida, ma solo di curiosità.
— Il duca di Withingsby occupa
una posizione sociale molto elevata
— le spiegò il marchese. — E ha
un’enorme considerazione della
propria importanza e di quella di
tutta la famiglia. Anche se il suo
erede è stato molto impegnato a
seminare in campi impropri per
otto anni e si è guadagnato la
sgradita fama di libertino... A
proposito, lo sapevate questo
riguardo vostro marito, milady?...
Sua Grazia ora si aspetta grandi
cose da lui. Per esempio un
matrimonio in pompa magna con
risvolti d’alta politica.
— Il vostro matrimonio con me
sarà considerato alla stregua di un
disastro — osservò Charity.
— Su questo non c’è dubbio —
convenne il marchese. — Ho
sposato
un’istitutrice,
una
gentildonna in miseria. Se non altro
gli ho risparmiato l’onta di una
donna di dubbia reputazione.
— E così desiderate una moglie
che non solo sia inferiore per
nascita e fortuna — concluse
Charity — ma che sia anche priva di
fascino, di buone maniere e
incapace
di
condurre
una
conversazione
decente.
Una
semplice ombra, insomma.
— Non preoccupatevi — la
interruppe lui. — Nessuno vi
insulterà apertamente. Chiunque
oserà farlo, dovrà poi vedersela con
me.
— Ma chi mi proteggerà dai
vostri insulti, signore? — chiese lei
a bassa voce, con dolcezza.
Staunton aprì gli occhi di scatto.
— Voi, milady, venite pagata molto
bene per servire al mio scopo — le
disse con durezza.
— Sì — riconobbe lei reggendo il
suo sguardo con fermezza. —
Questo è vero.
Le sue parole, perfino la sua
espressione, erano tranquille e
sottomesse. Come mai, allora, a lui
sembrava che fosse appena stata
dichiarata una guerra?
Tornò a chiudere gli occhi.
5
Enfield Park, nel Wiltshire, era di
una tale grandiosità da incutere
addirittura
timore.
Ma
nel
momento stesso in cui quel
pensiero le balenava in mente,
Charity si rese conto che si trattava
di un’enorme sottovalutazione. Lei
aveva vissuto per la maggior parte
della sua vita in un cottage con otto
camere da letto al piano superiore,
che sorgeva in alcuni ettari di un
parco gradevole. Aveva frequentato
spesso la vicina Willowbourne,
dimora di sir Humphrey Loring e
della sua famiglia. Cassandra
Loring era di solo otto mesi più
giovane di lei ed erano grandi
amiche, e Charity aveva trovato
quella residenza imponente. Ma
entrambe le tenute, messe assieme,
avrebbero
occupato
solo
un
minuscolo angolo di Enfield Park e
sarebbero
passate
del
tutto
inosservate.
Come la carrozza ebbe superato i
due massicci pilastri dell’ingresso,
passando accanto a una piccola
costruzione in pietra, la giovane
sposa scambiò la casa vedovile sulla
destra per la dimora principale e si
sentì una sciocca quando si rese
conto dell’errore. Fortunatamente,
non aveva fatto alcun commento ad
alta voce, essendo rimasta quasi
intimorita dalle sue dimensioni e
dalla classica perfezione della sua
struttura. E quella era solo la casa
vedovile? Doveva essere così,
perché era stato il marchese stesso
darle quell’informazione e la
carrozza aveva proseguito oltre.
Il viale si snodava tra filari di
siepi in fiore, oltre le quali si
stendevano
boschi
secolari.
Nonostante il rumore degli zoccoli
dei cavalli e lo scricchiolare delle
ruote della carrozza, sembrava di
essere entrati in un mondo più
silenzioso e ricco d’ombre. Charity
si guardava attorno in preda a una
stupefatta meraviglia. Ma i boschi
rimasero presto indietro, mentre si
avvicinavano a un fiume e lo
attraversavano sopra un ponte
coperto in stile palladiano: una
struttura veramente magnifica,
come poté constatare chinandosi
verso il finestrino.
Il viale risaliva poi leggermente
sull’altro lato, passando tra prati e
aiuole ben tenuti e incontrando di
tanto in tanto vecchi alberi dal
tronco massiccio e bitorzoluto.
Sulla destra sorgevano colline
boscose, ma prima che Charity
riuscisse a notarle, tutta la sua
attenzione fu catturata dalla casa
padronale che era appena comparsa
alla vista.
Chiamarla casa era una parola
ridicolmente impropria. Si trattava
di un’enorme magione di disegno
classico, abbastanza grandiosa da
rendere giustizia a un sovrano.
Invece era la casa del duca di
Withingsby, suo suocero. Un giorno
suo marito sarebbe diventato duca
e proprietario di tutto quanto. E
pensare che il giorno prima era
convinta
di
sposare
un
normalissimo signor Earheart.
Charity deglutì. Suo marito era
molto silenzioso, come del resto era
stato per la maggior parte del
viaggio. Lei aveva cercato di avviare
una conversazione, anche se doveva
ammettere di aver scelto argomenti
che non si prestavano a discorsi
molto intelligenti. Quel mattino si
era
aspettata,
piuttosto
ingenuamente, che sarebbe stato
più facile comunicare con lui.
Sebbene non si fosse mai illusa che
quanto era successo la notte prima
fosse amore, e che potesse
modificare in alcun modo i progetti
del marchese per il futuro, aveva
sperato che tra loro si potesse
venire a creare un dialogo facile e
cordiale.
Ma si era decisamente sbagliata.
Era vero proprio il contrario. Il fatto
che
avessero
avuto
rapporti
coniugali, anche se era molto
difficile credere che fosse successo
con l’uomo elegante e scontroso
che le stava a fianco, sembrava non
aver avuto alcun significato per lui
e, anzi, averlo reso ancora più
chiuso in sé. Charity continuava a
ricordare dove e come il marito
l’aveva toccata e cercò di non
guardargli
le
mani,
molto
mascoline e dalle dita lunghe e
affusolate. Le tornava in mente
come quelle mani avessero frugato
in fondo al suo corpo, muovendosi
con vigore, e continuava a ricordare
il piacere intenso e stupefacente
che le avevano procurato.
Quell’esperienza
nuova
e
meravigliosa era successa proprio
con il bellissimo sconosciuto dal
volto severo e dalla specchiata
eleganza che le stava accanto. Quel
momento
avrebbe
dovuto
avvicinarli, anche senza entrare
nella dimensione dell’amore. Come
potevano continuare a essere degli
estranei dopo aver condiviso i loro
corpi? Tuttavia, a quanto pareva,
erano ancora tante le cose che lei
doveva imparare. Il marchese le
aveva detto di essersi guadagnato
una reputazione da libertino, il che
voleva dire che l’attività della notte
precedente era per lui abituale e lei
era solo una fra le donne di una
lunga schiera, senza dubbio la
meno esperta di tutte. Un pensiero
davvero
inconsueto.
Per
lei
quell’episodio era stato qualcosa di
travolgente e non era ancora ben
sicura di essere contenta per averlo
vissuto o se, alla luce del futuro,
sarebbe stato meglio non averlo
mai provato.
La carrozza si stava avvicinando
rapidamente alla casa, e il disagio
che Charity aveva avvertito per
tutto il giorno non fece che acuirsi.
Anche se fosse arrivata solo in veste
d’istitutrice sarebbe stata tremante
per l’apprensione. Invece arrivava
come moglie dell’erede... la moglie
inattesa. Si passò le mani sulle
pieghe del mantello marroncino e
ringraziò il cielo che i suoi guanti
non fossero bucati... per il
momento.
— Ah! — esclamò il marito
accanto a lei. — Il mio arrivo è stato
notato. — E ridacchiò sottovoce,
con un tono assolutamente gelido.
Le grandi porte in cima agli scalini
di marmo si erano aperte e ne
erano uscite due persone, un uomo
e una donna.
Per un istante Charity dimenticò
scioccamente che la duchessa era
morta. Due persone così imponenti,
entrambe vestite con eleganza di
nero, non potevano essere che il
duca e la duchessa, aveva pensato.
Ma naturalmente non potevano
esserlo affatto. Così suppose che
fossero soltanto dei domestici, la
governante
di
casa
e
il
maggiordomo.
— Sua Grazia mantiene in ogni
occasione di rilievo la massima
formalità e correttezza — osservò il
marchese. — E il ritorno a casa del
figliol
prodigo
è
appunto
un’occasione importante. — La
nuova risatina che accompagnò
quelle parole le suonò ancora più
priva di allegria della precedente.
Charity non ebbe neppure il
tempo di rendersi conto di essere
diventata ancora più nervosa
perché, sulla terrazza, era comparso
uno sciame di valletti in livrea che
si premurarono di aprire lo
sportello della carrozza e abbassare
la predella ancor prima che il
veicolo si fosse completamente
fermato. Ed ecco che un attimo
dopo lei si trovò in piedi sul
selciato, minuscola creatura tra le
colonne
massicce
che
fiancheggiavano
i
gradini,
sopraffatta da quanto succedeva
mentre osservava suo marito che,
con
gelida cortesia, riceveva
l’omaggio della servitù. Poi la
governante e il maggiordomo si
voltarono per precederli, mentre il
marchese le offriva il braccio.
Era rigido e freddo, i suoi occhi
opachi, il viso assolutamente privo
di colore. La sua faccia era una
maschera impenetrabile. Charity si
rese conto, con uno slancio di
simpatia, che era impossibile
vedere il vero uomo che vi stava
dietro. Neanche attraverso gli
occhi, che di solito erano il punto
debole di ogni maschera. Il
marchese tornava a casa dal padre e
dalla famiglia dopo otto anni
d’assenza. Com’era diverso quel
momento rispetto al ritorno a casa
che già lei immaginava per sé nel
giro di qualche settimana.
Staunton le lasciò andare il
braccio quando raggiunsero l’ampia
soglia ed entrò per primo. Quello
era il punto in cui lei doveva
diventare la sua ombra, pensò
Charity, ma invece di sentirsi offesa
per non essere stata accompagnata
in casa sottobraccio, fu lieta di
poter apparire così insignificante.
La prima impressione che ricevette
dell’atrio fu di un’enorme vastità di
marmi, colonne e busti d’epoca
classica e di un’enorme cupola. In
qualsiasi circostanza sarebbe stato
un locale da incutere timore, ma
quella non era una circostanza
qualsiasi. Due file di servitori
silenziosi, le donne a sinistra e gli
uomini a destra, erano disposte
lungo il percorso centrale che
attraversava l’atrio per arrivare alla
breve rampa di un’ampia scala che
portava a quello che poteva essere
un grande salone.
Ai piedi degli scalini, disposto
come per una rappresentazione
teatrale, stava un gruppo di persone
che
non
erano
chiaramente
servitori né comuni mortali. Al
centro, e in posizione appena
avanzata rispetto agli altri, c’era un
uomo tutto solo. Assomigliava in
maniera così impressionante a suo
marito che per un istante Charity si
sentì disorientata.
Si rese conto allora di trovarsi
alla
presenza
del
duca
di
Withingsby.
Il marchese si fermò un attimo
per guardarsi intorno, con un
mezzo sorriso sulle labbra, poi fissò
gli occhi sul padre e attraversò
l’atrio, accompagnato dal rumore
degli stivali sul pavimento di
marmo.
Charity fece un passo in avanti
per andargli dietro, ma una mano le
strinse con fermezza la parte
superiore del braccio, impedendole
di proseguire. Quando si girò per
vedere chi l’aveva bloccata, incontrò
il viso arcigno della governante.
— Spostati a sinistra, ragazza —
le ordinò la donna a bassa voce — e
resta dietro la linea dei servitori fin
quando qualcuno si occuperà di te.
Charity provò un senso di
divertimento. L’avevano scambiata
per una serva! — Oh, credo proprio
di no — rispose con un sorriso. Ma
rimase dove si trovava.
— Ragazza sfacciata — gracchiò
la governante con voce gelida, ma
ancora abbastanza bassa da non
farsi sentire dagli altri. — Di te mi
occuperò io stessa più tardi. Rimani
dove sei.
Il marchese
intanto stava
rivolgendo un inchino al padre, che
piegò leggermente la testa in segno
di risposta. Tutti gli altri membri
del gruppo, forse i fratelli e le
sorelle, rimasero immobili a
osservare la scena. Nessuno ruppe i
ranghi per accogliere il fratello che
non vedevano da otto anni.
Charity si sentì gelare. E pensò a
quanto sarebbe stata diversa
l’accoglienza a casa sua. Sarebbe
stata travolta e tutti si sarebbero
messi
a
parlare
contemporaneamente con voce
acuta per farsi sentire più degli
altri. Attraverso quell’atrio enorme
e gelido, invece, non le arrivò nulla
più di un mormorio educato e
sommesso.
Poi suo marito si girò per
guardare dietro, finché i loro occhi
s’incontrarono, e tese una mano.
Prima di farsi avanti, Charity non
poté resistere alla tentazione di
lanciare un’occhiata glaciale alla
governante, le cui sopracciglia
erano quasi scomparse dietro le
frange della cuffia. L’atrio le sembrò
lungo un miglio. Ma alla fine fu
abbastanza vicina da sollevare la
mano e posarla in quella del marito,
tenendo lo sguardo basso. Quello
era il momento in cui sarebbe
diventata una pedina, il momento
del trionfo del marchese. Di sicuro
lei era in sintonia con la parte,
dovette ammettere. L’aveva già
dimostrato senza ombra di dubbio.
E sarebbe stata al gioco. Staunton la
pagava molto bene per quello e non
era una parte difficile da recitare,
viste le circostanze. Però si sentiva
la lingua bloccata e le gambe
tutt’altro che salde.
— Vostra Grazia — disse il
marchese — concedetemi l’onore di
presentarvi
la
marchesa
di
Staunton.
Non aveva chiamato il genitore
“papà” e neppure “padre”, notò
Charity, ma solo “Vostra Grazia”.
Davvero singolare. Il loro litigio
doveva essere stato veramente
tremendo. E suo marito aveva usato
un tono gelido. Charity fece una
riverenza
e,
sconcertata
dall’assoluto silenzio che era
seguito alle parole del consorte,
sollevò gli occhi per guardare il
duca di Withingsby.
Visto da vicino, assomigliava
ancora di più al figlio. L’unica
differenza significativa erano i
capelli argentei alle tempie e il
colorito grigiastro della carnagione.
In quel momento il nobiluomo la
stava
guardando
con
viso
impenetrabile e severo, e occhi
duri;
anche
nei
modi
e
nell’espressione ricordava il figlio.
Charity fu costretta ad ammettere
che aveva un aspetto formidabile.
— Milady — la salutò il duca,
rompendo il silenzio e inclinando
un poco la testa verso di lei. Perfino
la sua voce, e il tono, erano simili a
quelli del figlio Il suo gelo, però,
era ancora più agghiacciante. —
Benvenuta a Enfield Park. — Sua
Grazia non mostrò la minima
traccia di emozione e neppure di
sorpresa, neanche un lieve battito
di ciglia. Poi riportò lo sguardo sul
figlio. — Vorrete salutare il resto
della vostra famiglia, Staunton, e
presentare lady Staunton.
Era indubbio che suo marito
aveva segnato il primo punto di
quella partita, pensò Charity
mestamente, anche se suo padre
non gli aveva dato la soddisfazione
di crollare a terra per l’orrore o di
scoppiare in uno spaventoso
attacco di collera. Aveva appena
appreso del matrimonio del figlio e
conosciuto la nuora e l’aveva accolta
con lo stesso entusiasmo che ci si
sarebbe aspettati nei confronti di
un valletto. Solo che, al contrario
del domestico, con un’unica
occhiata gelida il duca doveva aver
notato, datato e valutato ogni
indumento da lei indossato. Charity
provò la peculiare sensazione che
Sua
Grazia
avesse
perfino
individuato il buco che non si era
ancora del tutto formato sul suo
guanto, all’altezza del polpastrello
del pollice.
Il duca si fece da parte.
— William? — La voce di suo
marito suonò tesa e Charity ebbe la
conferma del fatto che quel ritorno
a casa non era poi così scevro di
emozioni, come avrebbe voluto
farle credere e come forse aveva
creduto lui stesso. In quel
momento si stava inchinando di
fronte a un giovane uomo sulla
destra del silenzioso gruppo di
parenti: era chiaramente suo
fratello, anche se non altrettanto
alto e dello stesso colorito scuro.
Dovevano essere molto vicini come
età. — Claudia?
La giovane donna che gli rivolse
una riverenza era estremamente
bella, bionda, alta e vestita alla
moda, con un abito verde che
s’intonava ai suoi occhi.
— Anthony — lo salutarono
entrambi.
— Posso presentarvi mia moglie?
— chiese il marchese, e Charity si
trovò a far fronte a un altro giro di
inchini e riverenze. — Mio fratello,
lord William Earheart, e lady
William.
“Allora è così che una sposa
aristocratica può aspettarsi di venir
salutata dalla famiglia del marito?”
si chiese lei mentre il marchese si
rivolgeva alla coppia seguente.
Niente abbracci? Né lacrime?
Nessun sorriso? Niente baci? Solo
quella rigida formalità, come se
fossero tutti degli sconosciuti? Le
sembrava
di
soffocare.
Ma
naturalmente la maggior parte
delle spose di aristocratici avrebbe
avuto modo di fare conoscenza con
la famiglia del marito prima della
cerimonia nuziale. E sarebbero
state debitamente approvate. Oh,
sì, Staunton aveva decisamente
segnato il primo punto della
partita. Un vero disastro.
Lady Twynham, anch’essa vestita
alla moda e con ottimo gusto, era la
sorella del marchese. Lo chiamava
Tony, lo accusò di non aver mai
risposto alle sue lettere e lo
presentò al conte di Twynham, un
uomo corpulento di mezz’età che
sembrava piuttosto annoiato di
tutta quella messinscena. La sorella
inclinò solo leggermente la testa in
direzione di Charity e non disse
una parola. I suoi occhi, come quelli
del padre, valutarono il cappellino
marroncino e il mantello indossati
dalla cognata.
Il tenente lord Charles Earheart
era un bel giovanotto biondo e
snello, che s’inchinò con altrettanta
rigidità sia al fratello sia alla
cognata. Ma forse non era il caso di
fargliene una colpa, visto che il
marchese non sembrava ancora ben
sicuro della sua identità.
— Charles? — chiese Staunton.
— Sei Charles? Tenente, vero?
Charity stimò che fosse più
giovane di Philip. Sembrava avere
una ventina d’anni. Doveva essere
stato solo un ragazzo quando suo
fratello se n’era andato di casa e
negli otto anni intercorsi non si
erano mai visti. Davvero una cosa
molto
triste.
Forse,
pensò
improvvisamente,
senza
quel
matrimonio neanche lei sarebbe
stata in grado di rivedere i propri
fratelli e sorelle per otto anni o più,
e tutti quelli più giovani sarebbero
diventati adulti senza di lei. Era già
passato un anno dall’ultima volta
che erano stati insieme
Infine c’era la più piccola di tutti:
una bambina vestita con abiti
molto
raffinati
e
con
una
pettinatura elaborata, che se ne
stava contegnosa, immobile e
taciturna in modo innaturale per
una persona della sua età. Aveva il
colorito scuro e il viso affilato e
aristocratico del fratello maggiore e
del padre. Da adulta sarebbe stata
più attraente che bella.
— Augusta? — la sollecitò il
marchese. Per la prima volta nella
sua voce ci fu un accenno di
dolcezza. — Sono tuo fratello
Anthony e questa è mia moglie.
— Sei davvero graziosa in blu,
Augusta — le disse Charity con
gentilezza. — Sono proprio felice di
fare la tua conoscenza.
La bambina eseguì due riverenze
perfette. — Milord — mormorò. —
Milady.
Bene. Così stavano le cose, pensò
Charity. Lo spettacolo era andato in
scena e bisognava dire che il
marchese di Staunton aveva
raggiunto pienamente il suo scopo.
Ma forse il benvenuto a casa
sarebbe stato altrettanto gelido
anche se non ci fosse stata lei.
Impossibile saperlo. Ignorava tutto
del disaccordo che aveva spinto suo
marito ad andarsene via da casa e a
non farvi più ritorno. Né aveva
modo di sapere che cosa sarebbe
seguito. Non aveva mai pensato a
ciò che sarebbe accaduto dopo quel
momento e, con ogni probabilità,
neanche suo marito lo sapeva. Il
marchese la fece voltare di nuovo in
direzione del padre, sospingendola
con una mano dietro la schiena. La
governante distava solo qualche
metro da loro, accorsa senza
esitazione dopo qualche silenzioso
cenno di comunicazione, magari un
semplice sopracciglio inarcato da
parte del duca.
— Signora Aylward — disse il
duca — vogliate condurre la
marchesa di Staunton nelle stanze
del marchese e provvedete che
abbia qualsiasi conforto. Il tè verrà
servito nel salotto precisamente fra
mezz’ora.
Voi
seguitemi
in
biblioteca, Staunton.
Possibile che nessuno sorridesse
mai in quella casa o facesse
qualcosa
con
entusiasmo
o
spontaneità? Charity doveva essere
taciturna, scialba e timida, e lo era
stata sempre dal momento in cui
aveva varcato la soglia di quella
casa. Ma si sentiva oppressa
dall’atmosfera che vi regnava,
addirittura offesa. Quella gente era
una famiglia e i membri di una
famiglia avrebbero dovuto provare
affetto reciproco e sostenersi a
vicenda. Compresa lei, che ne
faceva temporaneamente parte. Il
gentiluomo dai capelli argentei e
dall’espressione severa era suo
suocero. Era quindi necessario, anzi
imperativo, che lei facesse qualche
cosa, se voleva mantenere almeno
una parte della propria identità.
Così gli sorrise con calore e gli
rivolse una nuova riverenza.
— Grazie — gli rispose. E dopo
un brevissimo istante di esitazione
aggiunse: — Padre.
Nessuno disse alcunché o, per
meglio dire, tutti continuarono a
non dire nulla. Ma Charity non
pensò di essersi immaginata
l’irrigidimento collettivo di coloro
che le stavano attorno, quasi che
avesse
aperto
bocca
per
pronunciare
qualche
oscenità.
Sorrise poi al marito, che le rivolse
un inchino.
— Ci vedremo fra breve, amore
mio — le disse lui, aggiungendo
una particolare enfasi alle ultime
due parole.
Lei sussultò. Il marchese non
aveva mai accennato che facesse
parte del suo piano fingere che tra
di loro ci fosse confidenza e affetto
reciproco. Ma, del resto, non che
avesse detto granché dei piani che
aveva in testa. Charity si girò e
seguì la governante verso un’arcata
marmorea e la grande scalinata che
si vedeva al di là.
— Milady — le disse rigidamente
la donna, mentre cominciavano a
salire. — Non eravamo stati
informati del fatto che Sua Signoria
avrebbe portato una moglie a
Enfield Park. Vi prego di scusarmi.
— Per avermi dato della
sfacciata?
—
chiese
Charity,
ridendo. Immaginava quanto l’altra
potesse sentirsi imbarazzata. —
Devo dire che la cosa mi ha
divertito, signora Aylward. Vi
prego, scordatevene.
Ma la signora Aylward sembrava
ben lungi dall’essere divertita,
soprattutto sentendosi ricordare
apertamente le parole che aveva
pronunciato. Doveva essere una
regola di quella casa, decise Charity,
che nessuno si azzardasse a
sorridere. Così la sua risata suonò
falsa e svanì senza lasciare traccia. E
lei tornò ad avvertire quel senso di
oppressione che aveva sentito
all’inizio.
Non sarebbe stato facile vivere lì.
Poteva soltanto sperare che la
prima fase del matrimonio durasse
solo per poche settimane. Sentiva
una nostalgia tremenda di casa sua,
dei volti allegri e sorridenti dei suoi
famigliari.
Le stanze del marchese, al
secondo piano, consistevano di due
grandi camere da letto, collegate da
spogliatoi adiacenti, oltre a uno
studio e un salotto di pari
dimensioni. Un appartamento che
era stato chiaramente progettato
per una coppia sposata.
— Darò ordine di far prendere
aria al letto e che venga fatto
immediatamente, milady — disse la
governante, conducendola in una
delle camere, un locale squadrato
dal soffitto alto, i cui colori
predominanti,
verde
e
oro,
conferivano un aspetto primaverile.
Era decisamente il locale meno
opprimente che Charity aveva avuto
modo di vedere fino a quel
momento ed era almeno quattro
volte più grande della stanza a casa
sua.
— Che bella camera —
commentò. Poi si inoltrò sul
tappeto soffice per andare a
guardare fuori di una finestra che
dava su un prato, oltre il quale
luccicava un lago a ferro di cavallo
su uno sfondo di alberi. — E che
vista spettacolare.
— Provvederò immediatamente
in modo che il vostro bagaglio sia
portato su e che la vostra cameriera
vi attenda nello spogliatoio, milady
— disse la signora Aylward. —
Sicuramente vorrete rinfrescarvi e
cambiarvi per il tè.
Oh, cielo! — Non ho nessuna
cameriera — rispose Charity
voltandosi verso di lei con un
sorriso. — E ho solo un piccolo
baule. Ma una brocca d’acqua calda,
sapone e asciugamani saranno i
benvenuti. Grazie, signora Aylward.
La governante era troppo bene
addestrata per mostrarsi inorridita,
tuttavia, come molte sue colleghe,
aveva
imparato
a
stamparsi
un’espressione sdegnosa sul viso. E
usò
quell’espressione
sulla
marchesa Ma negli otto mesi
passati a lavorare come istitutrice, e
durante i sei colloqui avuti per
cercare lavoro, Charity si era
abituata
a
ignorare
tali
manifestazioni e a ricordare a se
stessa di possedere una dignità.
Le parole della governante le
servirono tuttavia a rendersi conto
di trovarsi in una situazione assai
difficile, come non le era apparsa
evidente quando aveva acconsentito
inizialmente a sposarsi e neppure
dopo avere scoperto la vera identità
del marito.
Solo lì, in quella casa e tra quella
gente, aveva compreso con grande
disagio che, a parte il vestito di seta
grigia ormai piuttosto vecchio e
quello di mussolina decorato a fiori
ma ormai consunto, non aveva
assolutamente nulla di adatto da
indossare in compagnia di persone
così raffinate. Senza contare che la
compagnia in cui si sarebbe trovata
si collocava in una scala sociale più
alta della piccola nobiltà. A casa
aveva qualche abito buono, ma non
aveva pensato che fosse il caso di
portarlo con sé, dato che era alla
ricerca di un impiego.
Si chiese se suo marito si fosse
reso conto della povertà del
guardaroba e ne concluse che
doveva averlo notato. Dopotutto,
aveva messo un annuncio per
un’istitutrice, e dopo aver visto il
suo baule le aveva perfino chiesto
se era tutto ciò che aveva. Charity si
domandò anche se il marchese si
sarebbe sentito imbarazzato per il
suo aspetto così dimesso e si
convinse subito che la risposta era
negativa. Tutto ciò faceva parte del
suo piano. Lui voleva che sua
moglie apparisse proprio com’era, o
come gli era apparsa durante il
colloquio in Upper Grosvenor
Street. Voleva insomma che fosse
un
topolino
scialbo
e
probabilmente anche malvestito. E
a quel punto lei cominciava a capire
perché. Perfino la governante
l’aveva
scambiata
per
una
domestica. Il duca di Withingsby
doveva essere furibondo al pensiero
che quella donna era la moglie del
suo erede. Charity abbassò lo
sguardo sul mantello marrone,
cercando di vederlo con gli occhi di
lui. Ma il duca non poteva fare
assolutamente nulla per modificare
la situazione. Oh, sì, suo marito
doveva proprio essersi convinto di
aver segnato il primo punto nella
partita tra lui e il padre.
Charity non aveva alcun diritto
di sentirsi amareggiata, poteva solo
desiderare che quella pagliacciata
finisse il più presto possibile.
La signora Aylward la lasciò
dopo aver promesso di mandarle su
il baule e di assegnarle una
cameriera. — Finché la vostra non
sarà arrivata da Londra — aveva
aggiunto
con
un’espressione
sdegnata che faceva chiaramente
intendere come ben sapesse la
verità.
Charity si guardò in giro,
contemplando la magnificenza
della stanza e stringendosi le
braccia attorno al corpo. Nel
complesso
avrebbe
preferito
trovarsi in una piccola soffitta, sul
punto di iniziare un nuovo lavoro
come istitutrice. Solo che in tal caso
avrebbe avuto ben poche speranze
di riuscire a tornare dalla sua
famiglia o di sistemare in modo
dignitoso i suoi fratelli e le sue
sorelle.
Sì, aveva fatto la cosa giusta.
Certo. La cosa giusta.
6
Da ragazzo, il marchese di
Staunton aveva spesso fantasticato
che, prima o poi, la cupola che
sormontava il grande atrio avrebbe
posato il peso sulle sue spalle non
appena avesse varcato la porta
d’ingresso, un po’ come nel caso del
gigante Atlante. Otto anni dopo
aver lasciato quella casa e aver
scelto la libertà, aveva appena
sperimentato quella sensazione
dopo aver varcato di nuovo quella
soglia.
Era
una
sensazione
di
pesantezza e di buio. E le persone
che ancora tormentavano i suoi
sogni e i suoi incubi, nonostante se
ne sentisse libero nei momenti di
veglia, erano lì che aspettavano solo
di
attirarlo
dentro
e
farlo
sprofondare finché non gli fosse
mancata l’aria e si sentisse affogare,
rendendosi conto di essere sul
punto di morire. Era veramente
contento di aver portato con sé una
moglie e di avere così a
disposizione il mezzo sicuro per
sfidare la loro influenza malefica. E
gli bastò una sola occhiata per
vedere che erano tutti lì a
circondarlo.
Nessuno era mai andato a
Londra negli otto anni che lui vi
aveva passato, un fatto piuttosto
strano se si considerava il rango
sociale e l’età adulta di tutti loro,
con l’eccezione dei più giovani.
Tutto ciò sottolineava in modo
agghiacciante il potere che il duca
di Withingsby esercitava sulla
famiglia. Il suo figlio maggiore ed
erede se n’era andato di casa senza
il suo permesso, perciò a nessuno
degli altri figli sarebbe stato
concesso di incontrarlo, con il
rischio
di
venire
magari
contaminato dalla sua influenza.
Perfino Twynham doveva essere
sotto il pugno di ferro del duca,
perché non aveva mai portato
Marianne in città né ci era andato
da solo, per quanto ne sapesse il
marchese, che così non aveva mai
avuto modo di conoscere il cognato.
Abbandonando la casa del
padre, Staunton era stato tagliato
fuori da tutti i legami famigliari,
perfino con la bambina più piccola:
una scelta che era stato costretto a
prendere e che l’aveva quasi ucciso.
Si era lasciato alle spalle Augusta e
Charles. Aveva notato la ragazzina
in mezzo al gruppo che stava in
silenzio dietro il duca, ricordando
che doveva essere la bimba di
allora. Charles invece era l’uomo
molto giovane, e Anthony cercò di
non rammentare quante volte si era
torturato, specialmente all’inizio,
nel chiedersi se fosse stato un gesto
vile abbandonarlo in quel modo a
soli dodici anni. E quante volte si
era sentito lui stesso crudelmente
punito quando aveva provato il
desiderio struggente di rivederli.
Suo padre non appariva più
vecchio dell’ultima volta che l’aveva
visto, anche se il colorito grigiastro
della sua carnagione confermava
che non aveva mentito sul proprio
precario stato di salute.
Tutte queste cose il marchese le
aveva notate nei primi istanti in cui
aveva varcato la soglia per entrare
nel grande atrio. In quel momento
era stato quasi travolto da
un’emozione a cui non era avvezzo.
Si era allenato a non provare mai
sentimenti di sorta. E adesso si
sarebbe
servito
di
quell’addestramento.
Il
suo
sguardo girò beffardo sulle file
silenziose dei domestici, vestiti in
modo inappuntabile, prima di
attraversare l’atrio e cominciare la
farsa della riunione di famiglia.
Nulla lo sorprendeva. Suo padre
aveva accolto il figliol prodigo con
gelida pomposità come se lui non
se ne fosse andato in modo
rancoroso e non avesse vissuto in
maniera indipendente per otto
anni. Poi, come previsto, il genitore
aveva incassato senza una scintilla
di pubblica riprovazione o di
entusiasmo la notizia del suo
matrimonio. Aveva salutato la
nuora con gelida cortesia e così
avevano fatto tutti gli altri. Ma il
marchese era stato lieto di tutta
quella formalità.
Diversamente,
non
sapeva
proprio come avrebbe potuto
guardare William o Claudia negli
occhi, né come sarebbe riuscito a
parlare con loro. Aveva notato,
quasi ancora prima di aver varcato
la soglia e di vedere il padre, che
erano lì, fianco a fianco, marito e
moglie, e che Claudia era più bella
di quanto fosse mai stata.
Perciò
era
stata
una
soddisfazione enorme per lui,
ancora più intensa di quanto si era
aspettato, presentare a tutti la
propria sposa. Avvertire il trauma
silenzioso in ogni fibra del duca.
Mostrare loro che si era sposato per
una decisione personale e che non
provava alcun interesse per le
considerazioni dinastiche. Fino a
quel momento non si era reso conto
di aver avuto più di una ragione per
scegliersi una moglie e sposarla
prima di ritornare alla casa paterna.
E poi era giunto il momento
culminante. Proprio quando stava
per essere accompagnata via dalla
governante, sua moglie aveva
sorriso. Anzi, non si era limitata a
sorridere, aveva illuminato tutto
l’atrio con il calore della sua
espressione e, nonostante la
terribile sciatteria dei suoi abiti, era
apparsa di colpo assai piacevole. E
aveva chiamato Sua Grazia “Padre”.
Era stato un momento senza pari.
Nessuno aveva mai osato mostrare
tanta familiarità con il duca di
Withingsby. Non c’era stato nulla di
anche solo remotamente volgare
nel suo sorriso o nelle sue parole.
Soltanto, in quella casa erano fuori
luogo in maniera scandalosa.
Così gli era venuto un lampo di
genio e l’aveva chiamata “amore
mio”, di sicuro una volgarità
imperdonabile nel vocabolario del
duca. E lui aveva conosciuto un
istante di trionfo, che andava ben al
di là di ciò che aveva sognato.
Ora Staunton aveva seguito il
padre nella biblioteca, ma non si
era fermato appena dentro la porta,
com’era solito fare un tempo
quando veniva convocato e doveva
stare in piedi in posizione di netta
inferiorità di fronte al duca, seduto
dietro l’enorme scrivania di quercia.
No, non si sarebbe più fermato lì.
Attraversò la stanza per avvicinarsi
alla finestra e guardò fuori in
direzione del lago.
— Come state, signore? — chiese
a suo padre. Il duca non stava
languendo su un letto di morte, ma
indubbiamente si trovava in un
cattivo stato di salute. Ed era
appunto per quel motivo che lui era
tornato a casa.
Sua Grazia ignorò la domanda.
— Il vostro matrimonio è di data
recente — disse. Non era stata una
domanda, ma un’affermazione. Il
marchese non dubitava che il
genitore fosse al corrente di ogni
sua mossa degli ultimi otto anni,
anche se tra loro non era stata
scambiata una sola lettera... fino al
momento in cui aveva ricevuto la
convocazione.
— Ieri — rispose Staunton. —
Un’unione che è stata consumata
ieri notte — aggiunse, felice di
poterlo dire in tutta onestà. Anche
se il suo matrimonio sarebbe stato
comunque valido.
— Chi è la donna? — chiese il
duca.
— Miss Charity Duncan, una
gentildonna dell’Hampshire, che
prima di sposarmi si guadagnava
da vivere come istitutrice.
— Immagino che siate stato
sedotto dai suoi occhi azzurri —
commentò il padre — nonché dal
suo sorriso ammaliante e dalla
sfacciataggine.
Ammaliante? Sfacciataggine? Il
suo topolino tranquillo e scialbo?
Staunton arricciò le labbra senza
dire nulla. Il genitore avrebbe
presto scoperto quanto il suo
giudizio iniziale sulla nuora fosse
lontano dal vero, anche se non
sarebbe stato affatto male se lei
avesse sorriso più spesso. Girò le
spalle alla finestra e guardò il duca,
seduto, come previsto, dietro quella
scrivania da cui era solito impartire
la
sua
gelida
giustizia
indistintamente su servi e bambini,
per quanto poteva ricordarsi. Mai
una parola o un gesto d’amore.
— L’ho sposata perché l’ho
scelta, signore — rispose. — Ho
passato da sette anni il momento
della maggiore età.
— L’avete sposata in aperta sfida
contro di me — replicò Sua Grazia
— e in spregio al vostro lignaggio.
Avete optato per una donna di
mediocre nobiltà e dai modi a dir
poco riprovevoli. Immagino che sia
stata scelta con molta cura.
— Sissignore — rispose suo
figlio, avvertendo in sé un crescente
senso di trionfo. — Per amore.
Non era stata sua intenzione fare
un’affermazione del genere, e
neppure l’aveva mai considerata dal
momento che l’amore, in tutte le
sue
manifestazioni,
era
un
sentimento che gli provocava i
brividi. L’idea gli era venuta
quando Charity aveva scandalizzato
la famiglia pronunciando una sola
parola e rivolgendo un sorriso
abbagliante. Era stata una buona
idea. I duchi di Withingsby e i loro
eredi non si sposavano per amore e
soprattutto
non
impalmavano
gentildonne scialbe e dimesse. La
consapevolezza che il suo erede era
stato così sconsiderato da formare
un’unione d’amore sarebbe stata
giudicata dal padre il massimo
della volgarità.
— Tillden arriverà qui domani
mattina con la contessa e sua figlia
— disse Sua Grazia. — Vengono per
annunciare
il
fidanzamento
ufficiale tra lady Marie Lucas e il
mio figlio maggiore. E dopodomani
sera ci sarà un ballo di
fidanzamento. Come spiegherete
loro la faccenda, Staunton?
— Io ritengo di non avere alcuna
spiegazione da dare — ribatté il
marchese.
— Sapevate perfettamente di
questa
unione
concordata
diciassette anni or sono — osservò
il duca. — E nel caso che ve ne foste
dimenticato, la lettera che vi ho
inviato un paio di settimane fa
avrebbe dovuto rammentarvelo.
L’avete ricevuta prima ancora di
fare conoscenza con l’attuale
marchesa, se non erro. Tillden
potrebbe ora considerarvi colpevole
di rottura di contratto.
— Se un tale contratto esiste,
non porta la mia firma, signore —
replicò con freddezza Staunton. —
E se l’accordo è stato verbale, non è
stato ratificato dalla mia voce. Di
conseguenza non mi riguarda.
— Una giovane donna che è
cresciuta con la prospettiva di
diventare un giorno duchessa di
Withingsby si sentirà gravemente
umiliata — fece notare Sua Grazia.
— Io non ho avuto alcuna parte
nell’alimentare le sue speranze —
ribatté il marchese. — E ritengo che
dobbiate convenire, signore, che
questa conversazione è priva di
senso. Io sono sposato. La
cerimonia è stata celebrata, il
registro firmato e controfirmato dal
testimone e l’unione è stata
consumata.
Suo padre l’osservò senza
mostrare la minima espressione. Si
trattò di un momento di acuto
trionfo per Anthony, che resse
l’occhiata del genitore senza battere
ciglio.
— Si spera, almeno — continuò
poi Sua Grazia — che sappiate
come vestire vostra moglie. Gli
indumenti che indossava per il
viaggio
spariranno
immediatamente senza lasciare
traccia, confido. Ho avuto la
distinta
impressione
che
la
governante l’abbia scambiata per
una domestica.
Era per quello, allora, che
Charity era rimasta appena dentro
la porta fino a quando lui si era
voltato per presentarla al padre? Il
marchese sorrise tra sé. — Gradisco
mia moglie così com’è — rispose. —
Non m’importa affatto degli abiti
che indossa.
—
Un
atteggiamento
irragionevole quando l’aspetto di
una moglie si riflette sulla vostra
posizione in società — ribatté Sua
Grazia. — Da come appariva al suo
arrivo, si direbbe che al massimo
potrebbe occupare un posto in
cucina.
— Nella vostra veste di padre e
ospite — replicò il marchese con
una rigidità e un gelo proporzionali
alla segreta soddisfazione che
provava — avete il diritto di
esprimere tale opinione, signore. Io
comunque sarò lieto di discutere
questa faccenda con chiunque altro
si senta in obbligo di manifestare
sentimenti analoghi. “Chissà che
cos’ha portato con sé in quel suo
piccolo baule?” si chiese.
— Ora vorrete salire nel vostro
appartamento prima di scendere in
salotto per il tè — disse ancora il
duca. — Insieme con lady Staunton.
Naturalmente, non vorrete arrivare
in ritardo. E istruirete Sua Signoria
sul modo in cui si deve rivolgere a
me.
Suo figlio rimase immobile a
guardarlo per diversi istanti prima
di andare verso la porta senza
pronunciare una sola parola.
Ricordava quanto avesse adorato il
padre da ragazzo, anche se lo
vedeva raramente, come avesse
assimilato ogni commento riguardo
la propria somiglianza con il duca e
come durante tutta l’infanzia
avesse cercato di compiacerlo,
emularlo ed essere degno di lui.
Tutti quegli sforzi erano però
passati inosservati. Al contrario,
ogni sua insufficienza a lezione,
ogni marachella infantile, ogni
litigio con uno dei fratelli o sorelle
minori, debitamente riferito, lo
avevano portato in quella stessa
stanza per venire interrogato e
rimproverato: in piedi davanti alla
scrivania, sapeva che alla fine
sarebbe arrivato l’ordine di piegarsi
sopra il tavolo per essere fustigato
con una canna di bambù,
dolorosamente e non per breve
tempo.
Non era in grado di ricordare il
numero di volte che era stato
picchiato dal padre, tantomeno il
numero di volte che il duca gli
aveva riservato qualche gesto
d’affetto, dal momento che non ce
n’erano mai stati.
Forse avrebbe anche potuto
perdonare la durezza del genitore
nei suoi confronti, ma il duca non
aveva mai mostrato affetto per
nessuno, neanche per sua moglie,
che gli aveva partorito tredici figli e
aveva
avuto
quattro
aborti
spontanei.
Suo
padre
aveva
espresso
solo
impazienza
e
irritabilità quando lui aveva cercato
di persuaderlo ad andare a vedere
la sua ultimogenita dopo la
nascita... e dopo la morte della
duchessa.
Ed era stata proprio quella una
delle ragioni per cui se n’era andato
da casa.
Anthony era giunto al punto di
odiare la somiglianza con il padre...
quella fisica e soprattutto quella
interiore. Era arrivato a odiare se
stesso, finché aveva trovato il modo
di liberarsi. Era tornato a casa in
quanto convocato, ma l’aveva fatto
alle proprie condizioni. Il duca di
Withingsby non aveva più alcun
potere su di lui.
Al diavolo tutto quanto, pensò
mentre saliva gli scalini due alla
volta per raggiungere il suo
appartamento, e tornava a sentire
sulle spalle l’oppressione della
grande cupola.
Le stanze che aveva occupato dal
momento in cui aveva lasciato la
nursery a quello in cui se n’era
andato da casa erano state di nuovo
approntate per lui. Dovevano averle
tenute sempre a sua disposizione,
pensò Staunton. Quando aveva
dichiarato che se ne andava per non
tornare mai più, la sua promessa
non era stata presa in alcuna
considerazione... e in effetti eccolo
di nuovo lì. In realtà si sarebbe
aspettato che le sue stanze fossero
state assegnate a William o Claudia,
ma a quanto pareva era andata
diversamente. Loro due dovevano
occupare appartamenti di rango
inferiore.
Trovò sua moglie nel salottino
privato, in piedi a guardar fuori
dalla finestra. Si girò quando lo
sentì aprire la porta. La stanza che
lui non aveva mai usato gli appariva
stranamente intima, vissuta e
femminile, pensò, anche se nulla
era cambiato in essa se non per la
presenza di Charity. Si rese conto
che era una camera da donna o
comunque
che
richiedeva la
presenza di una donna.
Di colpo gli sembrò strano avere
una moglie, in quei locali un tempo
familiari.
Per la prima volta da quando la
conosceva, non la vedeva vestita di
marroncino.
Charity
aveva
indossato un vestito di mussolina a
fiori a vita alta, che sembrava un po’
stinto per i troppi lavaggi. I suoi
capelli erano stati pettinati con
un’acconciatura assai semplice e
annodati in una crocchia dietro la
nuca, e apparivano più chiari di
quanto
gli
fossero
sembrati
all’inizio. Lei aveva tutta l’aria di
una parente povera... molto povera
in verità. Ma sembrava anche
sorprendentemente
giovane
e
graziosa. Aveva una figura snella e
piuttosto seducente, come lui
ricordava bene da quando aveva
esplorato quel corpo la notte prima.
— La vista è magnifica —
commentò Charity.
— Sì. — Staunton attraversò la
stanza per mettersi al suo fianco. Si
era sempre sentito oppresso da
quella casa, mentre all’esterno
aveva conosciuto la libertà... o
almeno l’illusione della libertà. Il
sole del tardo pomeriggio andava
calando sul lago, colorandolo di un
oro sbiadito. I boschi sull’altra
sponda, il suo terreno di gioco e
regno incantato da ragazzo, erano
bui e invitanti.
— Assomigliate molto a vostro
padre — gli disse la moglie,
osservando il suo profilo piuttosto
che la vista dalla finestra
— Sì. — La mascella gli si
irrigidì.
— E odiate il fatto di
assomigliargli
—
commentò
Charity a bassa voce. — Mi spiace
di aver affermato una cosa così
ovvia.
A Staunton non piacque affatto
quella percezione, quei tentativi di
leggergli il carattere e la mente.
Non aveva mai condiviso se stesso
con nessuno, nemmeno con gli
amici più intimi. Sua moglie doveva
capire che non le sarebbe stato
concesso il privilegio di una sposa
di poter frugare in ogni angolo
della sua vita: l’idea stessa lo
nauseava. Bisognava ricordarle che
il loro era puramente un contratto
d’affari.
— Vi ho sposata e vi ho portata
qui, come ben sapete, per
dimostrare a Sua Grazia che io vivo
la vita a modo mio — le disse
quindi, voltandosi a guardarla in
viso e venendo a sua volta fissato
da quegli splendidi occhi azzurri.
— Nessuno avrà mai il permesso di
dirigere la mia vita per me, né di
invadere il mio privato. Io sono
l’erede del duca di Withingsby e
solo la mia morte potrà mutare il
corso degli eventi. Ma al di là di
questo particolare, io sono solo io. E
voi siete la prova che ho portato con
me per dimostrare che non farò mai
nulla semplicemente perché è ciò
che ci si aspetta dall’erede del
ducato.
— Non avete avuto il coraggio di
dirglielo? — domandò lei.
— Siete impertinente, milady.
Charity aprì la bocca per
replicare, ma la richiuse di nuovo
senza profferire parola. Non staccò
però lo sguardo da lui e continuò a
fissarlo con occhi spalancati.
Staunton
provò
la
strana
sensazione che, se vi avesse
guardato in fondo, avrebbe visto la
sua anima. Se Charity avesse
continuato a mostrarsi così aperta,
prima o poi la vita avrebbe finito
col ferirla molto profondamente,
pensò con una certa irritazione.
— Avete recitato benissimo la
parte al vostro arrivo — le disse
quindi. — Potete continuare. Non
dovete sentirvi imbarazzata per la
mancanza di un guardaroba alla
moda. E non dovete sentirvi
imbarazzata per la mancanza di
conversazione, dato che non è facile
conversare con i miei famigliari.
Adesso si aspettano che scendiamo
immediatamente nella sala da tè.
Potete starmi accanto e lasciare a
me il compito di parlare. Non c’è
necessità che facciate impressione
su qualcuno.
Lei gli rivolse un mezzo sorriso.
— Augusta doveva essere molto
piccola, quando ve ne siete andato.
— Aveva solo una settimana —
rispose il marchese. — Sono
rimasto per il funerale di mia
madre. — Per lei non aveva pianto,
solo prima di andarsene aveva
singhiozzato dolorosamente con la
bambina tra le braccia. Le ultime
lacrime che aveva versato... e che
sarebbero mai sgorgate dai suoi
occhi.
— Ah — fece dolcemente sua
moglie, e Staunton avrebbe giurato
che lei si era di nuovo insinuata
nella sua testa e aveva colto il suo
ultimo contatto con l’amore. Il suo
ultimo gesto insensato.
Ma lui non voleva averla dentro
la testa... e in nessun’altra parte del
corpo.
— Il nostro è stato un
corteggiamento rapido — la istruì,
sbrigativo.
—
Voi
eravate
l’istitutrice in casa di una mia
conoscenza e là vi ho incontrata. Ci
siamo innamorati e abbiamo
gettato al vento ogni precauzione.
Ieri ci siamo sposati, ieri notte
abbiamo consumato il matrimonio
e oggi siamo lanciati in una
relazione profonda e appassionata.
Charity arrossì e i suoi occhi
scivolarono per un attimo da quelli
di lui, per tornare poi a incontrarli.
— E voi, milord, dovete imparare a
sorridere.
Il
marchese
inarcò
le
sopracciglia.
Gli occhi della giovane lo
scrutarono a fondo, prima di
continuare: — Avete tutta l’aria di
un uomo che ha sposato una
sconosciuta con l’unico scopo di
mandare in collera e forse
disgustare qualcun altro. Sembrate
un uomo che si sta crogiolando in
un trionfo che sa di amarezza e
infelicità.
Staunton socchiuse gli occhi. E si
scoprì a chiedersi se il breve
colloquio avuto con lei due giorni
prima fosse stato sufficiente per
capire il carattere di Charity, o
quella che lui aveva pensato fosse
mancanza di carattere. Ma dovette
ammettere che lei non aveva tutti i
torti.
— Avrete i vostri sorrisi, milady
— le promise — e tutta la
familiarità che volete, però solo
dove verremo visti da altri. Non ce
ne sarà bisogno quando saremo
soli.
— No — disse lei.
— Prendete il mio braccio — la
invitò offrendoglielo. — Siamo in
ritardo e Sua Grazia non tollera la
mancanza di puntualità.
— È per questo che siamo
rimasti qui invece di scendere
immediatamente? — gli chiese
Charity. Nei suoi occhi c’era
un’espressione
decisamente
divertita.
Ma il marchese non rispose e si
limitò ad aspettare che la moglie
prendesse il suo braccio.
La famiglia del duca di
Withingsby
era
passata
direttamente dall’atrio al salotto.
Sebbene il bel tempo potesse avere
tentato qualcuno di loro a fare una
passeggiata all’esterno fino all’ora
del tè, in realtà provavano tutti il
bisogno inespresso di rimanere
insieme e lontani dalle orecchie dei
servitori.
Quando la porta si chiuse alle
loro spalle, il primo a parlare fu
lord William Earheart. — Avremmo
anche potuto immaginarci che
quando Staunton ha acconsentito
senza difficoltà a ritornare a
Enfield, appena una settimana
dopo aver ricevuto la lettera di Sua
Grazia, doveva avere qualche trucco
nella manica. Se si fosse richiesta la
mia opinione, avrei consigliato a
Sua Grazia di non scrivere quella
lettera.
— Oh, William — disse sua
moglie in tono di rimprovero,
lasciandogli il braccio e posandolo
sulle spalle di Augusta — non
l’avresti fatto. Hai desiderato anche
tu il ritorno di Anthony quanto
chiunque altro di noi.
— Ma cosa diavolo vai dicendo?
— sbottò lui, corrugando la fronte
con espressione imbronciata. — Tu
desideravi il suo ritorno?
— Non riesco a crederci — disse
la contessa di Twynham, lasciandosi
cadere elegantemente su un divano.
— Non riesco proprio a crederci.
Come ha potuto fare una cosa del
genere? Un conto è scappare in
città per qualche anno, come penso
sia il sogno di tutti i giovani, per
vivere da scapestrato e guadagnarsi
una reputazione di... — si
interruppe, lanciando un’occhiata
ad Augusta. — Insomma ci siamo
capiti. Ma è una faccenda del tutto
diversa sposarsi senza il permesso
di Sua Grazia e portare a casa la
moglie senza averne fatto parola
con nessuno di noi. L’hai vista,
Claudia? Io morirei di umiliazione
se la mia domestica si facesse vedere
con addosso dei simili stracci.
Claudia, lady William, aveva
accompagnato Augusta accanto alla
finestra e si era seduta con lei sul
sedile laterale.
— Può darsi che abbiano avuto
un viaggio difficile, Marianne —
rispose Claudia. — Ieri ha piovuto
tutto il santo giorno, ricordi? Chi
vorrebbe mai indossare dei begli
abiti con un tempo del genere?
— Ma chi diavolo è quella
donna? — mormorò il conte di
Twynham, mentre si dava da fare,
accanto alla credenza, per versarsi
un bicchiere di brandy finché era in
tempo. Durante la cerimonia del tè,
infatti, a Enfield non erano
permessi liquori.
— Staunton non ha detto niente?
Certo l’avrebbe fatto se sua moglie
fosse stata qualcuno, potete esserne
certi. La situazione sarà piuttosto
imbarazzante domattina, quando
arriverà lady Marie, non trovate?
— Oh! — Marianne sventolò un
fazzoletto in aria come se avvertisse
un odore insopportabile, poi se lo
portò al naso. — So che morirò. E
ormai è troppo tardi perché Sua
Grazia possa avvertirla di non
venire. Tony sapeva che sarebbe
arrivata. Deve averlo saputo. Come
ha potuto farci una cosa del genere?
Non riesco a crederci. Ha sposato
una nullità e l’ha portata qui per
umiliarci tutti. E come abbiamo
visto chiaramente, si tratta di un
essere orribilmente volgare.
Lord William si passò le dita tra i
capelli. — Ha chiamato Sua Grazia
“Padre” — disse trasalendo. — E
non era in questa casa neanche da
cinque minuti. Vi immaginate lady
Marie che lo chiama “Padre”? Non
se lo sarebbe mai sognato. Non
vorrei trovarmi domani nei panni di
Sua Grazia per tutto il tè della Cina.
— Lady Staunton ha un sorriso
grazioso — commentò Claudia. —
Forse dovremmo aspettare di fare
la sua conoscenza, prima di dare
giudizi affrettati. Che ne pensi,
Charles?
Il tenente lord Charles Earheart
stava accanto a lei e ad Augusta con
lo sguardo rivolto fuori della
finestra. — Non sarei venuto a casa
in licenza, se Sua Grazia non mi
avesse convocato — disse. — Non
dopo aver saputo che era stato
invitato anche Staunton. Non penso
nulla del suo arrivo, né del fatto che
abbia portato con sé una moglie.
Non è cosa che mi interessi.
Se la sua intenzione era stata di
parlare con dignitosa freddezza il
suo scopo era fallito miseramente.
La sua voce tremava di rancore
giovanile.
Claudia gli toccò la mano e lui
non si scostò, ma non voltò
neppure la testa per accogliere il
suo sorriso di simpatia.
— E che cosa pensi di tuo fratello
maggiore, Augusta? — chiese
Claudia.
— Penso che Sua Signoria
assomigli moltissimo a Sua Grazia
— rispose la bambina. — Ma lo
trovo sgradevole e trovo che Sua
Signoria sia molto brutta.
Il conte di Twynham ridacchiò,
mentre la moglie tornava a
sventolarsi il fazzoletto davanti al
viso. — La voce dell’innocenza... —
commentò lei. — Hai proprio
ragione, Augusta. Tony si è
comportato in modo decisamente
sgradevole, come se si stesse
godendo un mondo quella scena
orribile. E in quanto a lei, secondo
me, non ha la minima pretesa di
bellezza o di altra dote. Non mi
sorprenderebbe di scoprire che
Tony l’ha trovata a lavorare nelle
cucine
di
qualcuno
o
più
probabilmente a fare scuola da
qualche parte. Viene addirittura da
chiedersi se sia una gentildonna. Mi
sarà davvero difficile comportarmi
in modo civile con lei.
— Sua Grazia si comporterà in
modo civile, puoi esserne certa,
Marianne — intervenne lord
William. — E non si aspetterà di
meno da parte nostra. Dopotutto, si
tratta di lady Staunton, chiunque o
che cosa sia stata prima che Tony la
sposasse.
— E a suo tempo diventerà
duchessa — ribatté la sorella con
profondo disgusto. — Sarà a capo
della famiglia e avrà la precedenza
su Claudia, su di me... e su tutti noi.
Sarà una situazione insopportabile.
Io e Twynham verremo a Enfield
molto
raramente
in
futuro,
immagino. Comunque c’è modo e
modo di essere civili. Io sarò civile.
Lord
Twynham
tornò
a
ridacchiare.
—
Chissà
come
Withingsby farà fronte alla giornata
di domani — disse. — Tillden non
la prenderà certo bene, credetemi.
E quella donna ha già la precedenza
su di te, Marianne. È la marchesa di
Staunton.
— Oggi dobbiamo mostrarci
tutti civili e domani sarà come sarà
— intervenne Claudia. — Anthony
è tornato a casa e ha portato con sé
una moglie che ama. L’ha chiamata
“amore mio”. C’è qualcun altro che
l’ha sentito? Io ne sono rimasta
toccata, devo dire.
Suo marito sbuffò. — I duchi di
Withingsby e i loro eredi non si
sposano per ragioni così volgari
come l’amore — dichiarò. — Come
del resto tu sai bene, Claudia.
Lei arrossì e abbassò la testa per
baciare Augusta. Anche lord
William ebbe la grazia di arrossire,
ma poi non ci fu più la possibilità
di proseguire la conversazione,
perché le porte si aprirono per
lasciar passare il duca. Questi
attraversò il salotto nel silenzio che
era calato e prese posto in piedi,
con la schiena rivolta al camino
spento e le mani dietro di sé.
— Staunton non è ancora qui? —
chiese, anche se la domanda era
superflua. — È in ritardo.
Aspetteremo
che
faccia
con
comodo. — Il tono gelido delle sue
parole non invitava ad alcuna
risposta.
La famiglia si accinse ad
attendere in un silenzio impacciato.
Il conte di Twynham pensò per un
momento di bere ancora una
sorsata del suo brandy, ma poi, con
suo grande dispiacere, posò il
bicchiere sulla credenza senza farsi
notare. Claudia abbracciò Augusta,
per la quale la possibilità di
prendere il tè nel salotto con gli
adulti era un evento davvero raro, e
le sorrise per rassicurarla.
7
Charity ormai aveva capito che a
Enfield Park doveva aspettarsi solo
grandiosità
e
magnificenze.
Tuttavia, quando entrò nel salotto
provò ugualmente un senso di
timore riverenziale. Il salotto di
casa sua non era tanto un locale per
ricevere ospiti in pompa magna,
quanto un luogo intimo e privato,
in cui la famiglia si riuniva quando
erano tutti insieme alla sera o
quando ricevevano amici e vicini.
Quel locale, invece, assomigliava
più a una sala delle udienze, le
venne da pensare. Sull’alto soffitto
a volta era dipinta una scena
mitologica, che però non le riusciva
di identificare. Ai muri erano
appesi enormi quadri dalle cornici
dorate, rappresentanti perlopiù
paesaggi. I mobili, coperti di
dorature e decorazioni, indicavano
ricchezza, buon gusto e privilegio.
L’intelaiatura della porta era
mirabilmente lavorata e il camino
in marmo era una vera opera d’arte.
Charity ebbe appena il tempo di
riprendere fiato e concentrare la
propria attenzione sui presenti: il
duca in posa davanti al camino e
tutti gli altri sparsi per la stanza, in
piedi o seduti. Nessuno si mosse o
pronunciò una parola al suo
ingresso al braccio del marito,
anche se tutte le teste si erano
voltate verso di loro.
In quell’occasione il suo abitino
di mussolina a fiori stonava
decisamente
quanto
avrebbe
stonato una camicia da notte.
Un momento dopo, passato il
primo shock dell’impatto, avrebbe
dato volentieri una scrollata a tutti
quanti. Il loro fratello era tornato a
casa, eppure nessuno gli rivolgeva
una sola parola. Ma insomma, in
nome del cielo, cos’avevano quelle
persone? La risposta non tardò ad
arrivare. Dopo qualche istante la
maggior parte degli occhi si voltò
verso il duca e fu chiaro che gli altri
aspettavano che fosse lui a parlare
per primo. Questi si prese tutto il
tempo prima di farlo, sebbene non
fossero davvero necessarie delle
parole per far capire quanto era
irritato.
“Nessuno deve avere il diritto di
comportarsi come un tale despota”
considerò Charity, ma aveva già
imparato a tenere certi pensieri per
sé.
— Ora che Staunton si è degnato
di omaggiarci della sua compagnia
— commentò finalmente Sua
Grazia — possiamo far portare il
vassoio del tè, Marianne? Volete
suonare, per favore? Lady Staunton
potrà essere scusata dai suoi doveri,
per questa occasione.
A Charity occorse una frazione di
secondo per accorgersi che il duca
stava parlando di lei. La esentavano
dal versare il tè? Lei? Ma certo, si
rese conto con un sobbalzo. Nella
sua qualità di marchesa, era la lady
di grado più alto fra le presenti e
questo la fece sentire ancora più
conscia del suo abitino a fiori.
— Tony, su, vieni a sederti
accanto a me e dimmi perché non
hai risposto alle mie lettere —
chiese Marianne, che si era alzata
per andare a tirare il cordone del
campanello. Dal momento che non
degnò Charity neanche di uno
sguardo, e che il divanetto su cui
era
seduta
poteva
ospitare
comodamente solo due persone,
era chiaro che l’invito non
includeva anche la cognata.
Lei comunque aveva lanciato
un’occhiata verso la finestra e il
piccolo gruppo raccolto in quel
punto. Claudia era seduta su un
sedile laterale con Augusta, e la
cingeva con un braccio sulle spalle,
mentre Charles stava in piedi
accanto a loro. Claudia colse la sua
occhiata e le rivolse uno sguardo
gentile... o, almeno, Charity decise
di interpretarlo in tal senso mentre
attraversava la stanza per andare
verso di loro. Non si sarebbe
limitata a fare da ombra, checché
ne pensasse suo marito. Lei era una
lady, e una lady non era mai l’ombra
di qualcuno, neanche del proprio
consorte.
Sorrise con calore. — Ti hanno
concesso di venire nel salotto per il
tè, Augusta? — disse alla bambina.
— Ne sono contenta.
— Solo per oggi — rispose
Claudia per la piccola. — Perché è
un’occasione speciale, il ritorno a
casa di Anthony. Gli altri bambini
non sono stati così fortunati,
nonostante i loro musi lunghi e le
suppliche.
— Gli altri bambini? — chiese
Charity.
— Anthony non ve l’ha detto? —
domandò Claudia. — Ma del resto
neanche lui li ha ancora visti. Ci
sono i tre figli di Marianne e
Richard, due femmine e un
maschio, e i due figli miei e di
William. Forse dopo il tè vi farà
piacere salire nella nursery per
conoscerli. Scoppieranno dalla
gioia, ve l’assicuro.
Charity l’avrebbe abbracciata,
mentre accettava l’invito: c’era
almeno una persona umana a
Enfield Park. Si chiese come avesse
fatto quella donna a trovare per il
vestito un tessuto perfettamente
identico al colore dei suoi occhi…
— Charles — Charity si rivolse a
lui con un sorriso — siete in
licenza?
— Milady. — Il tenente le rivolse
un rigido inchino. — Sono stato
convocato da Sua Grazia.
— Milady — notò dolcemente
Charity. — Mi chiedo se sareste così
gentile da chiamarmi per nome, dal
momento che adesso sono vostra
sorella. Mi chiamo Charity.
— Milady — rispose lui,
inclinando la testa in sua direzione.
Molto bene. Charity si girò verso
gli altri e si trovò scrutata da capo a
piedi da Marianne, con espressione
sdegnosa. Il marchese era seduto al
suo fianco, con la stessa aria cinica
e satanica che aveva avuto quel
primo mattino a Upper Grosvenor
Street. Lord Twynham, che Claudia
aveva chiamato Richard, stava
accanto
alla
credenza
con
espressione tetra. Anche William
era in piedi, al centro della stanza,
con lo sguardo imbronciato puntato
nel vuoto. In quanto al duca, questi
non si era spostato dalla sua
postazione di comando davanti al
camino.
Charity
si
chiese
che
cos’avrebbero fatto o detto tutti, se
lei si fosse messa improvvisamente
a strillare a pieni polmoni e ad
agitare le braccia in aria. Si allarmò
quando si rese conto che stava
morendo dalla voglia di fare quella
prova, ma ne fu salvata quando la
porta si aprì per lasciar passare le
domestiche con il tè e le venne
un’idea migliore.
Attraversò la stanza con tutta la
grazia che le riuscì di sfoggiare...
rammentando che sua madre
l’aveva
spesso
accusata
di
camminare a grandi passi, in
maniera per nulla femminile, e
perfino Penny aveva accennato alla
stessa cosa quando passeggiavano
per strada insieme.
— Mettetelo pure giù — ordinò
alle domestiche, indicando loro il
tavolo
che
era
chiaramente
destinato a ricevere il vassoio. Poi
gli girò attorno per raggiungere
l’unica sedia che era stata posta
dietro e rivolse un sorriso alla
cognata. — Verserò io il tè,
Marianne,
vi
risparmierò
il
disturbo. — Quindi rivolse lo stesso
sorriso al duca.
— Vi ringrazio, Padre, per il
pensiero gentile, ma non è
necessario che mi scusiate dai miei
doveri in qualità di moglie di
Anthony. — Infine rivolse il sorriso
sul marito e lo rese dieci volte più
abbagliante. Pensò anche di
lanciargli un bacio, ma decise di
no... non si sarebbe comportata in
modo così volgare.
Per un momento orribile pensò
che si sarebbe sentito cadere il
proverbiale spillo sul pavimento
del salotto... nonostante il fatto che
il pavimento fosse ricoperto da un
tappeto sontuoso. Ma poi suo
marito si alzò in piedi giusto in
tempo.
— Puoi certo versarmi una tazza
di tè, amore mio — le disse. E fece
ciò che lei gli aveva chiesto di fare.
Le sorrise. Con la bocca e i denti
bianchissimi, con i suoi occhi e con
tutto il viso. Quel gesto lo
trasformò in un giovane pieno di
vita e così attraente da farle cedere
le gambe. Charity si chiese se le
proprie mani sarebbero state
abbastanza ferme da sollevare la
teiera e indirizzare il getto nella
tazza senza inondare anche il
piattino.
Dovette
rammentare
severamente a se stessa che
Anthony stava solo recitando una
parte, come in un certo senso lei
stessa.
Non aveva mai faticato tanto per
guadagnarsi il pane quotidiano. Era
vero che in quel caso si stava
guadagnando enormemente di più
di una semplice pagnotta, anzi, più
di quanto avrebbe mai potuto
sognare di guadagnare. Tuttavia...
Forse non avrebbe accettato, se
avesse saputo che cosa l’aspettava.
Charity si era cambiata per la
cena, indossando un abito di seta
grigia con una scollatura modesta,
maniche modeste e tutto il resto
modesto. Non era dimesso, ma
naturalmente neanche all’ultima
moda... e neppure alla penultima,
pensò suo marito. Sembrava il tipo
d’indumento
decoroso
e
assolutamente comune che avrebbe
potuto indossare un’istitutrice per
accompagnare i bambini nel
salotto, in modo che i genitori
potessero metterli in mostra
davanti agli ospiti di famiglia.
Disegnato per renderla invisibile, e
senza neanche un gioiello per
accompagnarlo.
Staunton rimase fermo sulla
soglia dello spogliatoio della
moglie, la cui nuova cameriera
aveva aperto la porta quando lui
aveva bussato, e ora la stava
fissando con occhi socchiusi.
— Potete andare — disse alla
domestica, che dopo una riverenza
si affrettò a correre via senza
neppure guardare in direzione
della padrona per un cenno di
conferma.
La cameriera aveva fatto un
ottimo lavoro con i capelli della
giovane
marchesa,
che
le
contornavano il viso con una
cascata di riccioli per venire poi
raccolti in una crocchia sulla nuca.
Lui avrebbe preferito vederla
pettinata nel solito modo, ma non
disse nulla.
— Come mai avete deciso di
provvedere di persona al tè, oggi
pomeriggio? — le chiese. Il gesto di
Charity
l’aveva
preso
alla
sprovvista. Si era quasi divertito,
avvertendo il disagio dei presenti in
modo quasi palpabile, mentre
osservavano come ipnotizzati sua
moglie, vestita con tanta semplicità
nel suo squallido abitino a fiori, in
netto contrasto con l’abbigliamento
alla moda elegante e costoso di tutti
gli altri. Si rese conto di averli
sbalorditi tanto da non capire
neanche che cosa stava succedendo,
e avrebbe scommesso che lo stesso
era accaduto a suo padre. Nessuno
sapeva come comportarsi con lui e
come affrontare la nuova situazione
creata
dal
suo
matrimonio
improvviso.
Forse
avevano
addirittura un po’ paura di lui. E
indubbiamente si rendevano conto
del motivo per cui erano stati
convocati a Enfield Park. In parte,
certo, era stato per via delle
condizioni di salute del padre, ma
quello era stato solo il motivo che
aveva affrettato la decisione di
ufficializzare il fidanzamento del
suo erede con la donna che era
stata scelta per lui fin dalla nascita.
Per festeggiare pubblicamente
l’evento
era
stato
perfino
organizzato un ballo.
— Perché, come vostro padre mi
ha rammentato — spiegò Charity in
risposta alla sua domanda — era
mio dovere farlo in qualità di
moglie del figlio maggiore.
— Non c’era alcuna necessità che
voi provvedeste a fare il vostro
dovere — ribatté Staunton. —
Sapete bene che non era questo il
mio intendimento, quando vi ho
portata qui.
— Ma per scelta avete sposato
una lady, milord — gli ricordò la
ragazza. — E una lady sa che cosa ci
si aspetta da lei da sposata, anche
se non è in grado di vestirsi o
recitare la parte di una futura
duchessa. Comunque potete stare
sicuro che la vostra famiglia
disprezza in pieno il mio aspetto e
il mio passato, e il fatto che io sia
priva di conoscenze importanti e di
una solida fortuna. Lo facciano
pure, visto che io non posso né
vorrei fare alcunché per modificare
questa situazione. Ma non sono
disposta a far credere loro di essere
stata
allevata
in
modo
sconveniente.
Sarebbe
una
menzogna e un insulto alla
memoria di mia madre.
Alla
faccia
del
tranquillo
topolino! Staunton iniziava a
sospettare che, in realtà, non
esistesse affatto. Miss Charity
Duncan aveva recitato una parte,
durante il loro primo colloquio.
Aveva avuto un bisogno disperato
di quel posto di istitutrice, dopo
aver già fallito nei sei tentativi
precedenti, e si era comportata
come ci si sarebbe aspettati. E lui
aveva scambiato quella recita per la
realtà, senza intuire che c’era molto
più carattere dietro quella mitezza
apparente.
Avrebbe
dovuto
prestare
maggior attenzione a quegli scaltri
occhi azzurri. Ed era stato
ingannato. Tuttavia c’era del vero in
quello che Charity aveva appena
detto.
Nel
pomeriggio
tutti
l’avevano
trattata
con
condiscendenza sottile ed elegante.
Lei non apparteneva al loro mondo,
e doveva essere terrificante, per
tutti loro, immaginare che un
giorno quella donna sarebbe stata
la moglie del capofamiglia. Suo
padre doveva aver pensato che tutto
ciò per cui era vissuto gli stava
crollando addosso.
—
Nessuno
vi
insulterà
apertamente — l’assicurò Staunton
e non per la prima volta. Ma a quel
punto si sentiva più impegnato a
fare in modo che non avvenisse. —
Nessuno oserebbe farlo.
Charity gli sorrise e gli si
avvicinò, dicendogli: — Gli insulti
sono davvero efficaci solo quando
la persona insultata ci tiene alla
buona opinione di chi la insulta. Io
non mi sentirò insultata in questa
casa, milord — e gli prese il braccio
che le veniva offerto.
Staunton pensò che quello era
stato un modo tranquillo e gentile
di mettere fermamente i puntini
sulle i. A Charity non importava
assolutamente nulla delle persone
in quella casa, lo avevano stabilito
in modo chiaro le sue parole. Be’,
neanche a lui importava, del resto.
Lui non era tornato a casa perché ci
tenesse, ma per ribadire una volta
per tutte la propria esistenza e la
propria indipendenza. E forse per
far riposare alcuni antichi fantasmi,
anche se l’idea gli saltò in mente
solo allora, sorprendendolo. Non
c’erano fantasmi da mettere a
riposo. Tutto ciò che apparteneva al
passato era morto e sepolto da
tempo.
— Vorrei sapere di più della
vostra famiglia — gli disse Charity
mentre lui l’accompagnava verso la
scala maestosa, contraddicendo un
po’ ciò che aveva appena affermato.
— Forse vorrete illuminarmi un
poco, domani.
— Sono otto anni che non vedo
nessuno di loro — rispose
Staunton. — Non c’è proprio nulla
da dire, milady.
— Ma dovrete avere dei ricordi
d’infanzia — insistette lei. —
William dev’essere vicino a voi per
età, e anche Marianne.
— William ha un anno meno di
me e Marianne due — rispose il
marchese. Poi cominciarono i nati
morti e gli aborti spontanei.
— Dev’essere stato meraviglioso
avere un fratello e una sorella così
vicini — osservò Charity.
Sì, lui aveva sempre adorato,
protetto e invidiato Will, più
piccolo e più debole, ma più solare.
Avrebbe scambiato in qualsiasi
momento il proprio posto con il suo
se fosse stato possibile, solo che
non sarebbe riuscito a proteggerlo
dal peso immane che comportava il
fatto di essere l’erede di loro padre.
— Immagino di sì — rispose il
marchese. — Non penso spesso alla
mia infanzia.
— Voi non conoscevate lord
Twynham fino a oggi pomeriggio —
disse Charity osservandolo. — Ma
avevate già visto Claudia. Lei e
William si erano sposati prima che
ve ne andaste di casa?
— Un mese prima — rispose lui
tagliando corto. Non voleva parlare
di Claudia. E neppure di Will. Non
voleva parlare di nulla.
— Vostra cognata è molto bella
— osservò Charity.
— Sì, lo è.
Fortunatamente non c’era più
tempo
per
proseguire
la
conversazione. La famiglia era già
riunita in salotto e la cena era
pronta.
Marianne e Claudia, Staunton se
ne rese conto alla prima occhiata,
indossavano abiti splendidi ed
erano ricoperte di gioielli; Augusta
era assente, perché senz’altro non
le era stato concesso di unirsi ai
grandi anche per la cena. Gli
uomini portavano abiti dal taglio
perfetto, come del resto lui stesso.
Vestirsi formalmente per i pasti era
sempre stata una regola a Enfield
Park, perfino quando si era solo tra
famigliari come quella sera.
— Milady? — Il duca si stava
inchinando e offriva il suo braccio a
Charity per accompagnarla nella
sala da pranzo. Era una cosa che
avrebbe fatto in ogni caso, perché
lo imponeva l’etichetta. E l’avrebbe
fatta sedere a capotavola, di fronte
a sé. Ma come doveva rodergli
essere costretto a mostrare tanta
deferenza verso una donna che
aveva
l’aspetto
tipico
di
un’istitutrice, come in effetti lei era
stata fino a pochi giorni prima.
Charity gli sorrise con calore e
posò il braccio sul suo. — Grazie,
Padre — disse.
Il marchese arricciò le labbra.
Non si era aspettato che la moglie
mostrasse tanta squisita gentilezza,
ma non se ne dispiacque. Anzi, in
realtà era ancora meglio del timido
atteggiamento dimesso che aveva
previsto e sperato. La vita a Enfield
Park non era mai stata tale da
richiamare sorrisi o gentilezze, e
nessuno degli stessi figli del duca
di Withingsby si era mai rivolto a
lui con un termine più familiare di
“signore”. Si chiese se Charity
l’avesse notato e concluse che
probabilmente era così. Quasi
desiderava che lei si rivolgesse a
Sua Grazia chiamandolo “Papà”, e
dovette impedirsi di sorridere al
pensiero.
Ma subito dopo tornò serio. Si
aspettavano forse che fosse lui a
introdurre in sala da pranzo
Claudia, in quanto la donna che per
rango veniva subito dopo sua
moglie? Con grande sollievo, però,
vide che William le stava già
offrendo il braccio. Il fratello non
aveva scambiato una sola parola
con lui e non gli aveva rivolto
neanche uno sguardo durante la
cerimonia del tè. Un tempo era
stato il suo amico più intimo,
adesso era diventato il nemico più
acerrimo. Be’, tutto apparteneva al
passato. Twynham e Marianne
stavano avanzando in sala insieme,
mentre lui chiudeva il corteo con
Charles.
Anche questi non aveva avuto
nulla da dirgli durante il tè. Otto
anni prima era solo un ragazzo di
dodici anni, attivo e intelligente,
che guardava il fratello maggiore
come un eroe da adorare. Ormai,
però,
quell’espressione
di
venerazione era sparita dal suo
viso. Era stato impossibile spiegare
al ragazzino perché doveva partire,
così non aveva neppure tentato di
farlo. Se n’era andato senza
salutare. Dato che aveva pianto
davanti alla sorellina neonata, non
aveva voluto correre il rischio di
fare lo stesso di fronte al fratello
minore.
— Così, adesso, sei il più alto di
tutti noi — gli disse.
— A quanto pare — replicò il
fratello.
Sua Grazia, che si era seduto a
capotavola, chinò la testa e tutti lo
imitarono. C’era da intonare la
lunga e solenne preghiera prima
che la cena venisse servita. Faceva
una strana impressione essere
tornato a casa, pensò il marchese,
per ritrovarsi fra persone che gli
erano così estranee e nello stesso
tempo familiari quasi quanto il suo
stesso corpo. Dopo quell’intervallo
di otto anni aveva la strana
impressione di averle sempre
portate con sé, quasi a stretto
contatto fisico. Si sentiva di nuovo
stretto dai lacci, come se non si
fosse mai liberato veramente di
loro.
Sollevò lo sguardo al termine
della preghiera e guardò sua moglie
a capotavola, dalla parte opposta al
duca, che sorrideva e si girava per
conversare con William, seduto
accanto a lei. Provò un tale sollievo
per averla sposata e portata con sé a
Enfield Park che per un momento
gli sembrò che si trattasse quasi di
affetto.
Charity aveva mentito durante la
cena. Quando Marianne le aveva
chiesto della sua famiglia, in quel
suo modo altezzoso che le era così
connaturato, lei le aveva detto la
verità
riguardo
al
padre,
tralasciando solo il fatto che era
sempre pieno di debiti, ma aveva
dichiarato di essere figlia unica. Era
stata anche costretta a una seconda
menzogna, quando aveva spiegato
che la proprietà del padre era stata
lasciata in eredità con vincolo di
inalienabilità a un lontano parente
maschio, con la conseguenza per lei
di trovarsi costretta a cercare un
impiego da istitutrice.
Nonostante
quanto
aveva
affermato di fronte a suo marito in
precedenza, riguardo al fatto di
sentirsi non toccata dagli insulti
che le erano stati rivolti in quella
casa, si era resa conto di non
riuscire a sopportare il pensiero che
i suoi fratelli e le sue sorelle
potessero essere soggetti al velato
disprezzo che quella gente provava
per una famiglia così in basso nella
scala sociale. Lei veniva considerata
dall’alto della loro posizione
boriosa, e non avrebbe sopportato
vedere l’effetto che la storia del
povero Phil avrebbe avuto su di
loro.
La sua famiglia apparteneva
esclusivamente a lei. Non avrebbe
mai cercato di condividerla con
quella gente dal cuore gelido. Ma se
da una parte rimpiangeva di aver
accettato l’offerta stravagante di
diventare marchesa di Staunton,
anche per la menzogna in cui era
costretta a vivere, dall’altra si
consolava al pensiero che alla fine
ne sarebbe valsa la pena: si sarebbe
riunita alla propria famiglia e
nessuno li avrebbe più costretti a
separarsi.
Quando ebbero finito di cenare,
il duca guardò verso di lei, in fondo
alla tavola, e inarcò le sopracciglia.
Lei gli sorrise, ma quanto era
difficile continuare a sorridere e
non
lasciarsi
deprimere
dall’atmosfera oppressiva di quella
casa! Poi si alzò per guidare le altre
due donne fuori dalla stanza.
Claudia era l’unica che le
parlava. Le raccontò dei suoi due
ragazzi,
che
Charity
aveva
incontrato
brevemente
nella
nursery dopo il tè, e le disse che
l’indomani sarebbe dovuta andare
alla casa vedovile per rivederli.
— L’arrivo degli ospiti è previsto
per il pomeriggio — aggiunse. —
Perciò potete venire al mattino, a
meno che non amiate alzarvi tardi.
Ma immagino di no, se siete
abituata agli orari di scuola. —
Quelle parole furono pronunciate
senza nessuna evidente traccia di
disprezzo.
Gli ospiti, già. Il duca aveva
parlato di loro a cena. Dovevano
arrivare il conte e la contessa di
Tillden con la figlia. Charity rimase
sorpresa per quella visita mentre il
duca era chiaramente ammalato ed
era stato proprio il peggioramento
del suo stato di salute a fare
convocare Staunton a casa. Ma forse
il conte e la famiglia erano amici
intimi, anche se le risultava difficile
pensare che il duca di Withingsby
potesse avere amici intimi.
Certo, il loro arrivo non avrebbe
fatto che complicare la sua
posizione. Lei non aveva alcuna
esperienza di persone più illustri di
sir Humphrey Loring, inoltre aveva
pochi abiti e nulla di adatto per
frequentare una simile compagnia.
Ma non si sarebbe lasciata prendere
dal panico. Era proprio quello il
punto dopotutto, no? Lei era stata
portata in quella casa per creare
imbarazzo.
— Lady Staunton — disse
Marianne ad alta voce, quando
furono raggiunte dagli uomini nel
salotto. — Volete farci la grazia di
suonare qualcosa al pianoforte?
Non vi insulterò chiedendovi se
sapete suonarlo. Insegnare questo
strumento dev’essere stato uno dei
vostri compiti.
— Oh, sì, certo — replicò Charity
alzandosi in piedi. — E ho avuto
anche la migliore delle insegnanti,
Marianne, mia madre.
Il pianoforte era uno strumento
magnifico e lei moriva dalla voglia
di suonarlo fin dal primo momento
in cui lo aveva notato, quando
avevano preso il tè. Si sedette e
iniziò a suonare, consapevole che il
duca se ne stava in piedi accanto al
camino. Marianne cominciò a
conversare e a ridere con i cognati,
lord
Twynham
si
accomodò
semisdraiato su un divano per un
sonnellino postprandiale, ma il
marchese rimase in piedi accanto
alla panca del pianoforte.
— Meraviglioso, amore mio — si
complimentò con lei quando ebbe
finito, guardandola con uno
sguardo sorridente e portandosi la
sua mano alle labbra. — Non vuoi
suonare di nuovo... per me?
— Non stasera, Anthony —
rispose mentre si chinava un poco
verso
di
lui,
guardandolo
dolcemente negli occhi prima che
lui le lasciasse andare la mano. In
realtà non si era aspettata di dover
anche recitare quella parte, quando
aveva accettato il patto. Le
sembrava del tutto disonesto. Ma
c’era anche un’altra cosa che aveva
cominciato a inquietarla. Si alzò in
piedi e attraversò la stanza,
dirigendosi verso il camino. Per un
istante esitò: il duca di Withingsby
era un gentiluomo imponente,
sarebbe
stato
facile
sentirsi
impauriti di fronte a lui. E del resto
non faceva parte del suo accordo
comportarsi in modo da sembrare
qualcosa di più della semplice
ombra di suo marito. Ma lei non si
sarebbe mostrata impaurita. Infilò
il braccio sotto quello di Sua Grazia
e sorrise, quando gli occhi di lui la
guardarono sbalorditi.
— Padre — gli disse — non
volete sedervi? Avete un aspetto
molto stanco. Devo chiamare per
far portare il tè e versarvene una
tazza? — Il duca in effetti appariva
sofferente, come se fosse riuscito a
mantenersi in posizione eretta fino
a quel momento per un puro sforzo
di volontà.
Nella stanza calò uno strano
silenzio. Sembrava quasi che tutti
avessero smesso di respirare.
— Grazie per la vostra premura,
milady — rispose Sua Grazia dopo
quello che parve un silenzio
interminabile — ma io rimango in
piedi per mia scelta. E non bevo
mai tè di sera.
— Oh. — Charity sembrava in
difficoltà, aggrappata al braccio del
duca senza avere altro da fare o da
dire e senza sapere dove andare. —
Allora rimarrò accanto a voi per
po’. I quadri in questa stanza sono
tutti paesaggi. Non ci sono ritratti
da altre parti? Ritratti di famiglia?
— C’è una galleria — rispose il
duca, mentre tutti sembravano
ascoltare sempre trattenendo il
respiro. — Con ritratti di famiglia,
sì. Sarà mio piacere scortarvi a
visitarla domani mattina, signora.
— Grazie — rispose Charity. —
Mi farà piacere. Ce n’è anche uno
vostro? E di... Anthony?
Il duca sporse le labbra, un
modo di fare che le ricordava
ancora di più suo marito. Poi le
raccontò del ritratto di famiglia che
era stato dipinto solo due anni
prima della dipartita di Sua Grazia
e di altri ritratti di famiglia più
vecchi, compresi due Van Dyck e
uno di sir Joshua Reynolds.
Le dita della sua mano, notò
Charity, erano lunghe e ben curate,
come quelle del figlio. La pelle era
di un bianco pergamena, tirata su
vene azzurre. Era evidente che
l’uomo non aveva mentito sui
motivi della convocazione del figlio
a casa. Stava veramente male e lei
se ne sentì dispiaciuta. Si chiese
anche se fosse capace di amare.
Chissà se aveva amato la moglie, i
figli, se aveva amato Anthony…
Poi ricordò a se stessa che non
era affatto interessata a quella
famiglia, che era lì solo per recitare
una parte e guadagnarsi un futuro
per i propri cari. Voleva avere a che
fare il meno possibile con
quell’uomo strano, freddo e
silenzioso e con la sua famiglia
sempre taciturna, imbronciata e
inquieta. E con suo figlio, che lei
aveva sposato il giorno prima e con
il quale aveva fatto l’amore la notte
precedente. Suo marito. Il suo
marito temporaneo.
Era
stata
una
giornata
decisamente insolita, che l’aveva
lasciata turbata. Era contenta che
fosse quasi finita.
8
Il marchese di Staunton si era
svegliato prima dell’alba e non era
più riuscito a prendere sonno,
anche se la sera precedente ci aveva
messo
molto
prima
di
addormentarsi.
Era
rimasto
sdraiato nella penombra con lo
sguardo rivolto al disegno familiare
del baldacchino sopra il letto. Poi si
era messo alla finestra, a fissare
fuori il paesaggio ancora buio,
appena illuminato dalla luce
lunare, tamburellando con le
unghie sul davanzale. Sul lago si
rifletteva lo scintillio della luna.
Si era sentito terribilmente
irrequieto e nella sua mente si
erano affollati i ricordi del giorno
precedente: il colorito grigiastro del
padre, la trasformazione di Charles
da goffo ragazzino in un giovanotto
alto e sicuro di sé. La bellezza
matura di Claudia, la reticenza di
William, il formalismo di Augusta,
l’affettuosità di Marianne nei suoi
confronti, sua moglie seduta dietro
il vassoio del tè, sua moglie che
conversava con Twynham e Will a
cena, sua moglie che suonava il
pianoforte con precisione e abilità,
sua moglie con il braccio infilato in
quello del duca, mentre lo blandiva
e lo costringeva alla conversazione.
Gli venne da sorridere. Sua
Grazia odiava essere toccato. Non
sorrideva mai e nessuno sorrideva
mai a lui. Nessuno avviava mai una
conversazione
con
lui.
E
naturalmente nessuno l’aveva mai
chiamato “Padre”.
Charity era davvero perfetta. Era
molto
meglio
del
topolino
tranquillo che lui aveva pensato
facesse al caso suo. Come topolino
sarebbe
stata
semplicemente
disprezzata. Non avrebbe sconvolto
l’atmosfera della casa. Così, invece,
stava provocando allarme e rabbia.
Indubbiamente il contegnoso duca
di Withingsby e la sua prole la
giudicavano volgare. Charity non lo
era affatto, ma nel mondo della sua
famiglia
la
spontaneità
era
sinonimo di volgarità. Ed era sua
moglie, la futura duchessa. Quella
consapevolezza li avrebbe fatti
infuriare oltre ogni limite.
Mentre era lì alla finestra,
Staunton aveva capito qual era la
ragione precisa della sua insonnia.
Charity si trovava nella stanza
accanto, separata solo dai loro due
spogliatoi. Ed era sua moglie. La
notte prima avevano consumato il
matrimonio e lei aveva risposto con
una passione che l’aveva lusingato.
Così si era reso conto, con una certa
sorpresa, che non gli sarebbe
affatto
spiaciuto
ripetere
quell’esperienza.
Tuttavia, poi era tornato a letto
ed era rimasto sveglio ancora per
molto, ricordando il profumo dei
suoi capelli. Strano come un odore,
o l’assenza di un odore, potesse
tenere sveglia una persona. E il
sapone! Lui che non aveva mai
trovato particolarmente attraenti
neanche i profumi più costosi,
ricordava di aver respirato il
profumo dei capelli di Charity
mentre la penetrava con vigore, e il
piacere
sessuale
era
stato
intensificato
proprio
da
quell’essenza.
C’era stato davvero un piacere,
non si era trattato solo di uno sfogo
fisico.
All’alba il marchese fu di nuovo
sveglio e rinunciò a riprendere
sonno. Il cielo appariva luminoso,
dietro le tende alla finestra, e il coro
degli uccelli si faceva sempre più
intenso. Era un aspetto della
campagna che aveva dimenticato.
Gettò da parte le coperte con
impazienza, con la voglia di fare
una corsa a cavallo e sgomberare la
testa dalle ragnatele, liberarsi dalla
sensazione di oppressione che
quella casa gli provocava.
Ma quando, qualche minuto
dopo, uscì dalla porta principale
diretto alle scuderie, si fermò di
colpo in cima agli scalini di marmo.
Sulla terrazza sotto di lui vide il suo
topolino, la testa girata al di sopra
della spalla per guardare verso di
lui. Charity era alzata, vestita e già
fuori di casa così presto?
— Buongiorno, milady — le
disse, stupito di essere potuto
rimanere sveglio durante la notte a
desiderare quella creatura tanto
scialba. Perfino i suoi occhi erano in
ombra, sotto la tesa del cappellino
marrone.
— Non riuscivo a dormire —
spiegò Charity. — Gli uccelli e la
luce del sole cospiravano contro di
me. Non so decidermi se andare
fino al lago o salire su per la collina.
— Provate la collina — consigliò
lui. — È stato approntato un
sentiero panoramico che vi porterà
a
raggiungere
diversi
punti
pittoreschi che danno sul parco e la
tenuta, oltre a tutta la campagna
circostante.
— Allora farò così — rispose
Charity.
Staunton batté il frustino da
cavallerizzo contro gli stivali, senza
sapersi decidere, poi bruscamente
disse: — Mi permetterete di
accompagnarvi?
— Naturalmente — rispose lei
rivolgendogli un accenno di sorriso.
Anthony prese a camminarle
accanto, con le braccia lungo i
fianchi. Charity invece teneva le
braccia allacciate dietro la schiena.
Camminava a lunghi passi, come se
fosse abituata a girovagare in
campagna. Ma si muoveva anche
con grazia. Com’era stata la vita con
suo padre? Da quanto tempo le era
morta la madre? Si sentiva
orribilmente sola? E suo padre era
stato così incapace di provvedere a
lei, pur sapendo che la sua tenuta
era stata vincolata a un parente
maschile? E quel parente non era
stato disposto ad aiutarla? Le
mancavano la casa, la campagna e
la vita che poteva condurre una
lady? C’era stato amore in casa sua?
C’era stato un amore al di fuori di
casa... un uomo che lei aveva dovuto
lasciare per andare a lavorare come
istitutrice? Fu contento quando
Charity gli parlò, distraendolo da
quei pensieri. In fondo, non aveva
alcun desiderio di provare curiosità
nei suoi confronti o di sapere
alcunché al di fuori di quello che gli
serviva per i propri scopi.
— Vostro padre è malato sul
serio — disse Charity. — Avete
scoperto di che si tratta e quant’è
grave?
La sera precedente Staunton
aveva parlato brevemente con
Marianne nel salotto. — Si tratta
del cuore — rispose. — Ha avuto
qualche leggero attacco nei mesi
scorsi. Il medico l’ha avvertito che
un nuovo episodio potrebbe
essergli fatale. Gli ha raccomandato
di stare a letto quasi costantemente.
— Credo che questo consiglio sia
molto difficile da accettare, per
vostro padre — osservò Charity.
— State davvero minimizzando.
— Forse vi darebbe ascolto, se gli
parlaste — suggerì lei. — Magari vi
ha invitato a casa nella speranza
che gli parlaste e che lo sollevaste
dal fardello della sua posizione.
Il marchese rise, ma senza alcun
umorismo.
Lei si girò dalla sua parte. — Lo
amate? — gli chiese.
Staunton rise di nuovo. — È una
domanda assai sciocca, milady — le
rispose. — Ho interrotto ogni
comunicazione con lui otto anni fa.
E per tutto questo tempo mi sono
impegnato deliberatamente a fare
tutto ciò che il duca avrebbe
aborrito. Ho vissuto in modo
sconsiderato, mi sono dedicato ad
affari e investimenti, mi sono creato
una fortuna indipendentemente
dalla famiglia e sono diventato...
— Un libertino — completò la
frase Charity, di fronte alla sua
esitazione.
— Mi sono liberato da lui e da
tutto questo — proseguì il
marchese. — E ora che sono tornato
l’ho fatto con la mia personalità,
alle mie condizioni. No, non lo
amo. Non c’è nulla da amare. E
comunque sarei incapace d’amare
anche se ci fosse amore. Avevate
perfettamente ragione ieri, quando
mi avete fatto notare quanto io
assomigli a mio padre.
— Perché vi ha chiesto di tornare
qui? — gli chiese Charity.
— Perché intendeva ribadire
ancora una volta il suo dominio su
di me — rispose lui. — Per fare di
me la persona che lui aveva voluto
che fossi fin dalla nascita, così da
essere degno di portare avanti le
tradizioni che Sua Grazia ha difeso
così meticolosamente.
— E forse — aggiunse Charity —
voleva anche rivedere suo figlio
prima di morire.
— Ditemi un po’, milady — la
interruppe lui con una nota stizzita
nella voce — per caso leggete
romanzi
romantici?
Libracci
sentimentali? Vi raffigurate nella
mente la scena di un padre sul letto
di morte con accanto il figlio con
cui si è alla fine riconciliato,
inondati entrambi di lacrime, con il
resto della famiglia che singhiozza
adagio sullo sfondo, mentre
dichiarano finalmente quanto si
amano? Con la promessa di
rivedersi in cielo? Un libro che si
potrebbe intitolare Pace e perdono,
oppure Il figliol prodigo, anche se
temo che questo titolo sia già stato
sfruttato.
— Non si tratta di un romanzo
sentimentale, milord — replicò
Charity. — È un episodio della
Bibbia.
— Ah. Touché — ammise il
marchese.
Charity gli sorrise dolcemente e
non disse altro. Staunton appariva
agitato. Il silenzio di lei l’aveva
privato della possibilità di sfogarle
contro la propria irritazione. Erano
arrivati al boschetto di rododendri
dove il sentiero di ghiaia prendeva
a salire. A breve ci sarebbe stata
una curva e avrebbero raggiunto
quel tempietto greco da cui si
godeva una visuale ininterrotta
sopra la casa e il lago al di là.
Forse era il momento giusto per
far sapere a sua moglie tutta la
verità che stava dietro il loro
matrimonio. — Sua Grazia mi ha
convocato a casa per ordinarmi di
sposare la moglie che mi aveva
scelto diciassette anni fa — spiegò
Staunton, provando quasi un senso
di malvagia soddisfazione quando
la vide girare la testa di scatto per
guardarlo. — Un matrimonio
dinastico, insomma, milady. La mia
cosiddetta fidanzata è la figlia del
conte di Tillden, un nobile di antico
lignaggio e di vaste proprietà, che
occupa una posizione sociale
elevata
quanto
quella
dei
Withingsby.
Charity spalancò tanto d’occhi,
che adesso erano ben visibili sotto
l’ala del cappellino. — Questo
pomeriggio sono attesi visitatori —
commentò.
Staunton sorrise. — Mio padre si
aspettava che io tornassi a casa per
condurre
un
brevissimo
corteggiamento di lady Marie
Lucas, celebrare il fidanzamento
ufficiale con lei nel corso di un
ballo organizzato per domani sera e
infine sposarla prima del finire
dell’estate — spiegò. — Poi da me ci
si attendeva che facessi il mio
dovere generando con lei eredi
maschi e figlie per i prossimi
vent’anni circa. Le duchesse di
Withingsby vengono scelte giovani,
vedete, affinché abbiano davanti un
numero sufficiente di anni di
fertilità. Dopotutto, sarebbe un
peccato sprecare un lignaggio così
impeccabile per un paio di figli e
basta, non vi pare?
Charity
aveva
smesso
di
camminare e ora si trovavano uno
di fronte all’altra. — Ma voi avete
messo un annuncio per ricercare
un’istitutrice e offrire invece alla
candidata prescelta il matrimonio
— commentò. — Che splendido
scherzo. — Ma dal suo tono non
sembrava affatto divertita.
— Lo pensavo anch’io — disse
lui socchiudendo gli occhi. — E lo
penso
tuttora.
Gli
ospiti
arriveranno
oggi
pomeriggio,
milady, senza sapere che stanno
venendo qui per niente.
Gli occhi di Charity frugarono
nei suoi e Staunton provò l’impulso
familiare di fare un passo indietro.
Ma non lo fece. Nello sguardo di lei
c’era qualcosa d’insolito... Collera?
Disprezzo? Il marchese inarcò un
sopracciglio.
— Io credo che siate stato meno
che onesto con me, milord — disse
lei. — Non sapevo che sarei stata
usata come strumento di crudeltà.
Se l’avessi saputo, sono convinta
che avrei rifiutato la vostra offerta.
— Crudeltà? — chiese lui.
— Quanti anni ha la ragazza? —
s’informò Charity.
— Diciassette.
— E oggi viene qui per il suo
fidanzamento — continuò lei. —
Ma scoprirà che siete già sposato...
con me, una donna più vecchia di
lei e appartenente a un ceto sociale
di gran lunga inferiore. Oh, sì,
milord,
meritate
le
mie
congratulazioni. Il vostro è stato un
piano
diabolico,
che
sta
funzionando a meraviglia.
Quel disprezzo sommesso fu per
lui una stilettata. Come osava? — A
me pare invece, milady, che voi
siate stata ben pronta ad accettare il
mio denaro e ad arricchirvi. Avete
fatto ben poche domande su ciò che
sarebbe stato richiesto a voi in
qualità di moglie. L’unica cosa che
sembrava interessarvi era se fossi in
grado di adempiere al mio impegno
finanziario. E avete giocato al rialzo
con il prezzo. Avete insistito per
avere una clausola aggiuntiva che vi
assicurasse la prosecuzione della
vostra dotazione annuale nel caso
fossi morto prima di voi. E adesso
vorreste darmi lezioni di moralità?
Charity sollevò il mento di scatto
e continuò a fissarlo, ma arrossì
profondamente.
— Io non ho mai fatto alcuna
promessa a lady Marie Lucas —
continuò Staunton. — E non ho mai
avuto la minima intenzione di
sposarla.
— Ma non vi è passato per la
testa neanche di scrivere a vostro
padre per spiegargli la situazione
— ribatté Charity. — Per dirgli con
fermezza che non eravate d’accordo
e che doveva informare il conte di
Tillden della vostra decisione.
Invece avete sposato me e mi avete
portato qui per mettere tutti
nell’imbarazzo e umiliarli.
— Proprio così — rispose lui
seccamente, molto irritato per il
modo in cui lei lo stava facendo
sentire colpevole. Eppure non
riteneva di esserlo. La sua vita
apparteneva solo a lui. Quel
concetto
l’aveva
spiegato
chiaramente otto anni prima e se il
messaggio non era stato recepito, lo
stava ribadendo ora in modo
inequivocabile.
Charity fece per parlare, ma poi
rinunciò e si girò per riprendere il
cammino. Staunton le si mise al
fianco.
— Forse quella povera ragazza è
stata fortunata, dopotutto — disse
lei dopo un po’. — Nessuno
potrebbe augurare a un’ingenua
fanciulla di diciassette anni di
sposarsi con voi.
— Voi invece — ribatté lui —
siete in grado di gestirmi molto
meglio.
— Non ne ho alcuna necessità —
osservò Charity. — Quando potrò
andarmene? Dopo che oggi sarà
stata portata a termine la vostra
sceneggiata d’umiliazione?
— No — rispose il marchese. —
Ho ancora bisogno di voi. —
Sarebbero rimasti a Enfield Park
ancora un po’, anche se in realtà,
dopo quel giorno, non sarebbe
stato più indispensabile. Lui
sarebbe potuto tornare alla vita in
città con la sicurezza che la sua
famiglia non lo avrebbe più seccato.
Ma sapeva che non poteva
andarsene così presto come se
niente fosse. Suo padre era malato,
probabilmente stava morendo.
William e Charles erano suoi
fratelli. Marianne e Augusta le sue
sorelle. Adesso che li aveva rivisti,
sentiva di nuovo il fardello dei loro
rapporti. E un giorno, forse presto,
sarebbe stato a capo della famiglia.
No, era necessario sistemare alcune
cose prima di lasciare Enfield Park
e... lasciare libera sua moglie. Solo
che non era sicuro di che cosa
intendesse dire quando parlava di
sistemazione, non lo era affatto.
Continuarono a camminare in
silenzio, finché Charity non notò il
tempietto greco e si fermò di
nuovo.
— Girategli davanti — le
consigliò Staunton. — C’è una vista
splendida. C’è perfino un sedile
all’interno del padiglione, se
desiderate riposarvi un po’.
Charity fece come le era stato
detto ma non si sedette, rimanendo
invece davanti al tempietto per
guardare verso la casa e al di là. Lo
scenario era nel suo momento
migliore, inondato dalla luce del
sole del mattino. Se prima, nelle
loro camere, avevano sentito un
coro di uccelli, in quel punto di cori
ce n’erano un’infinità.
— Tutto questo sarà vostro —
disse lei, dopo un silenzio piuttosto
lungo. Sembrava che si fosse rivolta
più a se stessa che a lui. — Eppure
non sentite la necessità di passarlo
a un figlio vostro.
Staunton
girò
la
testa
bruscamente per guardarla. Charity
stava con la schiena eretta e il
mento sollevato, e lui si rese conto
che quella postura era una sua
caratteristica naturale. Vestita in
modo diverso avrebbe avuto
l’aspetto di una duchessa, e sarebbe
apparsa bella. Quel pensiero gli
provocò uno scossone. Non che un
vestito potesse creare la bellezza,
naturalmente, l’avrebbe solo messa
in risalto. Ma ormai aveva già
abbastanza familiarità con il volto
della moglie da ammettere, sia pure
con riluttanza, che possedeva una
bellezza ben superiore a quella che
lui aveva valutato all’inizio. Quando
era arrivata nella casa di Upper
Grosvenor Street per il colloquio,
Charity si era premurata di
assumere l’aspetto di una nullità.
Solo gli occhi, per poco, non
l’avevano tradita, ma lei era stata
abbastanza astuta da tenerli
nascosti per la maggior parte del
tempo.
La squadrò da cima a fondo. —
Fareste meglio a sperare che io non
cambi idea.
Charity gli restituì l’occhiata... e
arrossì.
— State tranquilla, non la
cambierò — continuò Staunton,
nonostante l’impennata allarmante
di desiderio che le parole e l’aspetto
di lei gli avevano appena suscitato.
— Ciò che è accaduto tra noi due
notti fa, anche se piuttosto
piacevole, è stato un errore. Ma
potrebbe avere delle conseguenze.
Speriamo solo che non sia così.
Comunque non vi farò più correre il
rischio di concepire.
Charity non distolse lo sguardo
da lui, nonostante il rossore che
non voleva saperne di sparire.
Inclinò la testa di lato e continuò a
fissarlo. Alla fine disse: — Credo
proprio che abbiate amato vostra
madre molto intensamente.
Per un attimo Staunton rimase
quasi accecato dalla furia. Intrecciò
le mani molto dietro la schiena,
traendo qualche respiro profondo, e
ringraziò il cielo per il ferreo
controllo che era sempre riuscito a
imporre sul proprio carattere
focoso.
— Mia madre non è argomento
di discussione tra di noi, milady —
disse a bassa voce. — Né ora né
mai. Confido che abbiate capito.
— Sì — rispose lei. — Credo
proprio di sì.
— Vogliamo salire ancora un
po’? — domandò lui, indicando con
la mano il sentiero che proseguiva
all’insù. — Più in alto ci sono
alcune vedute diverse e altrettanto
magnifiche. — Avrebbe fatto
meglio ad andare a cavallo, si disse.
Avrebbe dovuto restare solo con i
propri pensieri.
— Per questa mattina penso di
no — rispose Charity. — Vostro
padre
mi ha promesso di
mostrarmi la galleria dei ritratti
dopo colazione, anche se cercherò
di non costringerlo in piedi troppo
a lungo. Dopo quel giro tenterò di
persuaderlo a riposarsi.
— Fate pure — rispose lui.
— E poi andrò a fare visita a
Claudia alla casa vedovile —
continuò Charity.
Il marchese annuì brevemente.
Che facesse anche quello. Che
facesse amicizia con Claudia e con
Will e con tutti quanti, se ci
riusciva. Avrebbe scoperto che era
più difficile di quanto pensasse. E
che facesse anche amicizia con
Tillden e con lady Marie, quel
pomeriggio.
Staunton
avrebbe
dovuto sentirsi trionfante quel
mattino, invece Charity era riuscita
a farlo sentire del tutto a disagio.
— Allora permettetemi di
scortarvi fino a casa per fare
colazione — le disse, anche se
dubitava che qualcuno si fosse già
alzato a quell’ora.
— Forse vi andrebbe di
accompagnarmi — propose Charity.
— Alla casa vedovile, intendo. Ieri
non avete avuto modo di parlare
con vostro fratello. E immagino che
non abbiate ancora conosciuto i
vostri nipoti.
— I miei eredi dopo William? —
chiese Staunton. — No, infatti.
Sfortunatamente ho altri progetti
per questa mattina.
Charity girò attorno al tempietto
e
imboccarono
la
discesa.
Camminarono in silenzio, senza
toccarsi.
Ma mentre si avvicinavano alla
casa, Staunton tornò a parlare, per
nulla convinto di quello che stava
per dire. — Forse le altre faccende
che avevo programmato possono
essere rimandate — disse. — Sì,
potrei accompagnarvi alla casa
vedovile. — Come aveva scoperto la
sera prima, era lì che abitavano
William e Claudia con i due figli. —
Dopotutto, siamo sposati da solo
due giorni e siamo profondamente
innamorati e non desidero certo
stare lontano da voi senza
necessità. — Il suo tono suonò
riluttante perfino alle sue stesse
orecchie.
— E William è vostro fratello —
osservò Charity sorridendogli.
Sì, William era suo fratello e
c’erano
alcuni
fantasmi
da
seppellire, come si era reso conto il
giorno prima.
Forse al duca di Withingsby
mancava la capacità di amare,
pensò Charity, anche se non ne era
affatto convinta. In realtà non
credeva che fosse possibile per un
essere umano essere incapace di
amare. Ma di sicuro il duca riusciva
a sfoggiare un orgoglio che
rasentava l’amore.
Stava facendo colazione quando
lei e il marito erano ritornati dalla
loro passeggiata mattutina ed erano
entrati nella sala insieme. Sua
Grazia si era alzato e le aveva
rivolto un inchino cerimonioso,
cogliendo
contemporaneamente,
con sguardo sdegnato, il suo vestito
marrone da passeggio e la semplice
crocchia di capelli, visto che lei non
aveva chiamato la cameriera per
farseli acconciare quando si era
alzata.
Subito
dopo
colazione
l’accompagnò nella galleria dei
ritratti, che si estendeva per tutta la
larghezza della casa, procedendo a
mostrarle quelli di famiglia e a
descriverne i personaggi. In alcuni
casi, accennava anche agli artisti
che
li
avevano
dipinti,
manifestando un orgoglio e un
calore insospettati.
— I personaggi ritratti da Van
Dyck sembrano tutti uguali —
osservò Charity, avvicinandosi a
una delle tele che mostravano un
gruppo di famiglia. — Non è solo
per le barbe a punta, i baffi
arricciati e i riccioli che erano di
moda all’epoca. È qualcosa che ha
che fare con la forma del viso e
degli occhi... e con le spalle
pendenti. I suoi dipinti sono
facilmente individuabili ovunque.
— Eppure — rispose il duca —
credo che sarete d’accordo, signora,
che il duca di Withingsby qui
dipinto dimostra una notevole
rassomiglianza con vostro marito.
Era vero, e Charity sorrise. — E
anche con voi, Padre — disse. — Ma
del resto penso di non avere mai
visto un padre e un figlio così
somiglianti. — “Due persone che si
amano e si odiano tanto” pensò. E
non riteneva di sbagliarsi in questo.
— Vedete quel terrier? — chiese
il duca, puntando il bastone verso
un cagnolino tenuto in braccio da
un fanciullo riccioluto vestito di
satin. — Si dice che abbia salvato la
vita del suo padroncino quando
questi è caduto in un torrente e ha
battuto la testa. Il cane ha
continuato ad abbaiare senza posa
fin quando sono arrivati i soccorsi.
— Si tratta del ragazzino che lo
tiene in braccio? — chiese Charity
avvicinandosi al dipinto per
esaminarlo meglio.
— L’erede del duca — rispose
Sua Grazia. — Il mio antenato.
— Oh. — Charity si voltò e gli
rivolse un ampio sorriso. — Così
anche voi dovete la vita a quel
cagnolino.
— E voi gli dovete la vita di
vostro marito, signora — le rispose
Withingsby, inarcando le sue
sopracciglia altezzose.
— Sì, è vero. — Charity sentì che
per qualche ignota ragione stava
arrossendo. Riconobbe il motivo
nel momento in cui si rese conto
che suo suocero stava notando e
fraintendendo le sue guance
infiammate. Arrossiva perché lo
stava ingannando, perché anche se
era veramente sposata con suo
figlio, non era in realtà una vera
moglie. E lei non voleva ingannare
nessuno. Sarebbe stato molto
meglio se il marchese fosse tornato
da solo a Enfield Park per
affrontare il padre e far valere la
propria scelta di vita, così come il
diritto di scegliersi da sé una
moglie.
Il duca passò al quadro
successivo e a quelli che venivano
dopo, finché arrivarono davanti al
ritratto
più
recente.
Charity
l’osservò in silenzio, al pari di Sua
Grazia.
L’uomo appariva molto più
giovane nel ritratto. Con i suoi
capelli neri e il colorito sano,
assomigliava più che mai al figlio. Il
marchese di Staunton, orgoglioso,
giovane e bello, gli stava al fianco e
l’altro giovane doveva essere lord
William, anche se appariva diverso,
e non solo per l’età, dall’uomo che
lei aveva conosciuto il giorno prima.
Nel ritratto era solare e spensierato.
Marianne non era cambiata molto.
Il
bambino
dall’espressione
altezzosa doveva essere Charles.
Nessuno aveva sorriso per il
pittore, anche se William sembrava
sorridere da dentro.
— Dev’essere stata molto bella
— commentò Charity riferendosi
alla duchessa, che sedeva accanto al
marito e guardava negli occhi chi
osservava il ritratto. Anche se fra
tutte le persone raffigurate era
quella
dai
lineamenti
meno
marcati, la donna sembrava essere
il punto focale del dipinto, più
ancora del suo orgoglioso figlio
maggiore. Il pittore doveva essere
rimasto affascinato da lei.
C’era
una
certa
bellezza
appassita in quella donna: le capaci
pennellate dovevano aver cercato di
minimizzare quello sfioramento,
ma
non
avevano
cancellato
l’espressione di tristezza nei suoi
occhi.
— Era più famosa per la sua
bellezza, a quel tempo — rispose il
duca rigidamente.
Era per quella ragione che l’aveva
sposata? Per la sua bellezza? Ma
l’aveva anche amata? Lei gli aveva
generato tredici figli, però questo
non
dimostrava
amore,
né
mancanza d’amore. Ed era la madre
di Anthony. La donna per la quale il
marito provava una venerazione
tale che era diventato di ghiaccio,
quel mattino, quando lei aveva
suggerito che doveva averla amata.
— Era la figlia maggiore di un
duca — continuò Sua Grazia. — Era
stata allevata fin dalla culla per
diventare la mia sposa. E ha
compiuto il suo dovere fino al
giorno in cui è morta.
Dando alla luce Augusta. Charity
provò una sensazione di gelo. Il
duca l’aveva amata? O, forse cosa
più importante, lei aveva amato lui?
Aveva compiuto il suo dovere...
“Io sono la figlia di un
gentiluomo” avrebbe voluto dire
Charity. “Sono stata allevata per
essere una lady. Anch’io so qual è il
mio dovere e lo eseguirò fino al
giorno della mia morte.” Ma non
era proprio così, vero? Si era
sposata solo due giorni prima e
aveva fatto ogni genere di promessa
che non sarebbe mai stata
mantenuta. Aveva contratto un
matrimonio da burla... per denaro.
Suo
marito
aveva
avuto
perfettamente
ragione
quel
mattino, quando lei si era infuriata
scoprendo il vero motivo per cui lui
l’aveva sposata in tanta fretta e
portata a Enfield Park. Provò una
fitta
di
dolore,
sentendosi
colpevole, e rimase sorpresa di
trovarsi tanto sulla difensiva, e
tanto ansiosa di giustificarsi
davanti
a
quell’uomo
dall’espressione severa che non
sorrideva mai, e che pareva non
avere ispirato alcun amore nei
propri figli.
—
Padre
—
gli
disse
prendendogli un braccio — siete
stato troppo tempo in piedi. Vi
sono veramente grata di avermi
accompagnata qui a condividere
con me la vostra famiglia, la
famiglia di Anthony, ma permettete
che vi accompagni dove possiate
riposare. Ditemi solo dove.
Inaspettatamente Sua Grazia
disse: — Immagino che Staunton
non vi abbia offerto degli abiti
idonei alla vostra nuova posizione.
Per un momento era riuscito a
farla tacere, mentre lei si rendeva
orribilmente conto di quanto fosse
scialbo il suo abito da passeggio,
che avrebbe dovuto cambiare per
colazione e di sicuro per far visita
alla galleria. Solo che aveva così
pochi vestiti... Non gli lasciò il
braccio. — Ci siamo sposati in
fretta, Padre — spiegò. — Anthony
voleva arrivare a casa senza
indugio. Era in ansia per la vostra
salute e non c’è stato tempo per
fare spese. Ma non m’interessa. I
vestiti non sono importanti.
— Al contrario — replicò il duca.
— L’apparenza è della massima
importanza, specialmente per una
donna del vostro rango. Voi ora
siete la marchesa di Staunton,
signora. Ed è chiaro che vi siete
sposati in fretta e furia. Mi chiedo
tuttavia se sapete perché vi ha
sposata. Siete forse così ingenua da
immaginare di essere amata,
signora, solo per le dolci occhiate e
i baci sulla mano e l’attività
coniugale che indubbiamente ha
avuto luogo nella vostra camera da
letto ieri notte? Se albergate sogni
d’amore e d’eterna vita felice, ne
rimarrete senza dubbio ferita.
Charity deglutì, e gentilmente,
ma con la massima fermezza
possibile, disse: — Padre, sta a me e
Anthony far sì che il matrimonio
funzioni e creare il grado d’amore
che questo comporta.
— Allora siete una sciocca —
ribatté il duca. — Nei matrimoni
come i nostri non si parla mai di noi
come persone. Conta solo il nome.
Voi siete una moglie, un bene di
vostro marito, signora, e di rango
abbastanza basso da permettergli
di dimostrarmi quanto disprezzi
me e tutto ciò che conta per me.
Avrà dei figli da voi così da potersi
pavoneggiare con me e sfoggiare
davanti al mondo quanto siano
inferiori i parenti della loro madre.
E quello, pensò Charity, ancora
aggrappata al suo braccio ma con la
testa che quasi le girava per la
sofferenza, era stato il modo in cui
lei si era guadagnata il denaro. Per
Phil. Per Penny. Per i bambini. Non
avrebbe mai perso di vista quello
scopo. Quanto era contenta, adesso,
di aver avuto la preveggenza di
dichiararsi figlia unica.
— Vi sentite oltraggiato, Padre?
Vi sentite ferito per il matrimonio
di Anthony con me?
Il duca tacque per alcuni lunghi
istanti. — Se anche lo fossi, signora
— disse alla fine — Staunton non
avrà mai la soddisfazione di
saperlo.
Vi
accorgerete
che
neanch’io sono privo di risorse. La
maggior parte dei giochi sono
studiati per più di un giocatore. E
quasi tutti coinvolgono davvero
solo quando i partecipanti giocano
con pari abilità ed entusiasmo. Sì,
mia cara signora, mi sento
affaticato.
Potete
aiutarmi
a
scendere le scale e a raggiungere la
biblioteca e poi suonare perché mi
portino dei rinfreschi. Potrete
leggermi i giornali del mattino
mentre io appoggio la testa in
poltrona e chiudo gli occhi. Avete
promesso a lady William di andarle
a fare visita più tardi? In tal caso vi
lascerò libera fra un’ora, ma non
prima. Mio figlio ieri è tornato a
casa portandomi una nuora. È mio
dovere fare la sua conoscenza e non
mi sorprenderebbe scoprire che
finirò per affezionarmi molto a lei.
La sua voce era gelida e i suoi
occhi lo erano ancora di più. Non
occorreva essere un genio, pensò
Charity, per indovinare il genere di
gioco a cui Sua Grazia aveva deciso
di giocare. Del resto lei aveva
sempre saputo che sarebbe stata
solo una pedina. Solo, non si era
resa conto della portata del proprio
coinvolgimento in quella parte. Ma
ogni ora che passava le faceva
comprendere meglio la situazione
in cui si era cacciata.
E si disse che si meritava ogni
istante della pena che già aveva
provato, e di quelle che dovevano
ancora venire.
9
Staunton
non
stava
certo
attendendo con ansia il resto della
giornata, perché non si divertiva
affatto. Non che si fosse aspettato
di divertirsi, ma di provare una
sensazione di trionfo sì. Una
sensazione che avvertiva ancora in
parte, ma che sua moglie aveva
considerevolmente mitigato, nel
corso
della
loro
passeggiata
mattutina, accusandolo di crudeltà.
Crudeltà nei confronti di una
giovane donna che lui ricordava
soltanto come una bambina scialba
e goffa che giocava con Charles.
Se fosse tornato a casa da solo,
probabilmente avrebbe finito con
lo sposarla, anche dopo otto anni di
indipendenza e la convinzione di
essersi
ormai
liberato
dall’influenza del padre. Se fosse
tornato da solo e se Tillden fosse
arrivato con sua figlia, gli sarebbe
stato estremamente difficile evitare
il fidanzamento che tutti si
aspettavano. Sarebbe sembrato più
crudele dire di no, in tal caso.
Lui non era un uomo crudele, ma
desiderava essere lasciato in pace,
libero di vivere la vita che
desiderava. Tuttavia, quando si era
eredi di un ducato non si
apparteneva a se stessi, a meno di
fare sforzi sovrumani per ribadire
la propria indipendenza.
In quel momento Staunton stava
percorrendo a piedi il viale con sua
moglie, diretto alla casa vedovile
per fare visita a Claudia. Tuttavia,
non aveva avuto modo di valutare i
propri sentimenti circa quella
visita, né intendeva farlo. Si chiese
se William sarebbe stato presente e
se lui sarebbe stato costretto a
incontrare i bambini.
— Siete già stato giù al villaggio?
— gli chiese sua moglie.
— Sì — rispose lui. — Sono
andato a parlare con il medico di
Sua Grazia. Era stato convocato
appositamente da Londra per
occuparsi della sua salute, ma
stando a quanto dice, viene ogni
volta insultato e ignorato.
— Vostro padre è malato —
ribadì Charity. — Si stanca molto
facilmente.
— Sta morendo — precisò
Staunton. — Si tratta del cuore. È
malconcio e potrebbe tradirlo da un
giorno all’altro, oppure potrebbe
continuare a funzionare anche per
anni. Ma mio padre si rifiuta di
riposarsi e di affidare le sue
responsabilità al castaldo, come gli
è stato consigliato di fare.
— Allora dobbiamo persuaderlo
noi — disse Charity.
In quel momento avevano
imboccato il ponte palladiano e si
erano fermati di tacito accordo per
rimirare il fiume, i prati e gli alberi
attraverso
l’inquadratura
dei
pilastri.
“Noi?” Staunton la fissò e inarcò
le sopracciglia. — Dobbiamo? —
chiese.
Charity fu colpita dal suo tono.
— Vi ha richiamato a casa —
puntualizzò. — Dev’essere stato
difficile per lui fare la prima mossa,
visto che è così orgoglioso. Ora
desidera sistemare le sue faccende,
milord. Voleva vedervi sposato alla
donna da lui scelta. Voleva vedervi
subentrare a lui qui in modo da
potersi riposare e affrontare la fine,
sapendo che
il futuro era
assicurato.
— Voleva sentire di avere di
nuovo il potere — ribatté Staunton,
secco.
— Chiamatelo come preferite —
continuò Charity — comunque
siete venuto. Oh, alle vostre
condizioni, come continuate a
ripetere a me e a voi stesso. Ma non
eravate obbligato a tornare. Vi siete
creato una vita vostra e una fortuna
personale. Ve ne eravate andato con
l’intenzione di non tornare mai più
e invece siete qui. Avete perfino
compiuto il passo straordinario di
sposare una sconosciuta prima di
arrivare.
Quella ragazza aveva l’infallibile
capacità di irritarlo tantissimo.
Doveva essere l’istitutrice che era in
lei, si disse Staunton. — Che cosa
state cercando di dire, signora?
— Che non vi siete mai liberato
veramente di vostro padre —
rispose Charity. — Che lo amate
ancora.
— Ancora, milady? — fece lui. —
Ancora?
Il
vostro
potere
d’osservazione è piuttosto fallace, vi
assicuro. Non avete notato che non
esiste alcuna forma d’amore in
questa famiglia... o in vostro
marito? Voi vedete ciò che volete,
con la vostra sensibilità femminile.
— Anche lui vi ama ancora —
continuò Charity.
Il marchese fece un gesto
d’impazienza con un braccio e la
invitò a riprendere il cammino. Per
loro la bellezza pittoresca del
paesaggio era come se non
esistesse.
— Voi potreste fargli vivere in
pace i suoi ultimi giorni —
insistette lei — e così facendo
penso che potreste vivere in pace
anche con voi stesso. Certo, c’è la
situazione imbarazzante di oggi
pomeriggio da superare e non ci
sarà mai quell’alleanza di famiglie
che aveva sperato vostro padre. Ma
tutto può ancora finire nel migliore
dei modi. Potete anche rimanere
qui, a Londra non c’è nulla che
esiga il vostro ritorno, mi pare. E
credo che vostro padre potrebbe
finire con l’accettare un po’ anche
me e magari prendermi perfino in
simpatia.
C’erano così tanti punti da
commentare,
in
quel
breve
discorso, che per qualche istante
Staunton rimase senza parole. —
Sua Grazia potrebbe prendervi
perfino in simpatia? — sbottò alla
fine. Possibile che quella donna
soffrisse anche di illusioni, oltre a
tutto il resto?
— Mi ha mostrato la galleria —
spiegò Charity — e naturalmente
quel giro lo ha sfibrato. Mi ha
concesso di aiutarlo a scendere in
biblioteca e mettergli uno sgabello
sotto i piedi e un cuscino dietro la
testa. Mi ha permesso di leggergli i
giornali mentre chiudeva gli occhi.
E ha detto che mi avrebbe lasciata
libera allo scadere di un’ora solo
perché avevo promesso di andare a
far visita a Claudia.
Quel demonio! Staunton si
ritrovò di nuovo senza parole.
— So che voi siete venuto per
vendicarvi — continuò Charity —
ma a questo punto potreste
rimanere per una ragione più
nobile, milord. Lo potremmo
rendere felice.
— Noi. — Staunton avrebbe
anche potuto sghignazzare all’idea
di un duca di Withingsby felice, se
non fosse stato in preda a un vero e
proprio attacco d’ira. — Voi, milady,
state dimenticando una cosa molto
importante. Sua Grazia potrebbe
vivere ancora per cinque anni e
magari
anche
più.
E
noi
riusciremmo a renderlo felice per
tutto questo tempo? E come?
Facendogli credere che il nostro è
un matrimonio benedetto dal cielo?
Sfornandogli
una
schiera
di
nipotini? Siete sicura di voler
ampliare il nostro contratto fino a
includere tutto questo tempo e,
diciamo, un’attività così intensa?
Finalmente
era
riuscito
a
metterla a tacere. E, come si era
aspettato, la vide arrossire. Ma
un’idea lo colpì all’improvviso.
Charity non aveva famiglia e a
quanto pareva neanche amici. Non
aveva nessuno. A che cosa mirava
per l’esattezza?
—
Forse
—
le
disse
socchiudendo gli occhi — è proprio
questo che sperate, signora. Magari
vorreste emulare mia madre con
diciassette gravidanze nei prossimi
vent’anni. E io potrei anche essere
persuaso ad aderire ai vostri
desideri. Dopotutto, la mia parte
nella faccenda sarebbe minima... e
nient’affatto sgradevole.
— Io sarei una sciocca — ribatté
Charity a bassa voce — se volessi
una relazione alquanto prolungata
con voi, milord. Non siete un uomo
di mio gusto. L’unico motivo per
cui sopporto tutto questo è perché
mi aggrappo alla convinzione che
dietro quella vostra maschera
impenetrabile ci sia una persona
che
forse
potrebbe
essere
gradevole, se solo si mostrasse qual
è in realtà. E non c’è proprio nulla
di così orribile nelle famiglie
numerose.
Sono
cose
che
succedono. Il dolore di perdere figli
alla nascita, o nella prima infanzia,
è spesso compensato dalla grande
felicità che procura l’affetto e la
vicinanza familiare.
— Una cosa di cui voi saprete
molto, immagino — ribatté lui,
avvertendo quanto fosse beffardo il
proprio tono di voce nello stesso
momento in cui vide le lacrime
sgorgarle dagli occhi. Lei non aveva
nessuno. Perfino i suoi genitori
erano morti e aveva solo ventitré
anni.
— Vi chiedo scusa — disse in
tono asciutto. — Vi prego di
perdonarmi. Ho parlato in modo
sconsiderato e vi ho ferito.
Quando Charity lo guardò, aveva
ancora gli occhi inondati di lacrime.
Come poteva averla giudicata
scialba?
Ma
l’irritazione
lo
risparmiò dal sentirsi ancora più a
disagio. Accidenti a tutto, per lui
quella donna stava diventando una
persona. Una persona con dei
sentimenti. Ma Staunton non voleva
aver a che fare con i sentimenti
altrui. Quand’era stata l’ultima
volta che si era scusato con
qualcuno? O che si era sentito così
miserabilmente nel torto?
— Voi avete un padre — rispose
Charity — e fratelli, sorelle e nipoti,
che adesso sono tutti qui con voi.
Forse domani o il mese prossimo o
l’anno prossimo saranno scomparsi.
Forse verrete separato da loro e non
sarà facile, se non addirittura
impossibile, ritrovarvi di nuovo
insieme. Orgoglio e altre cause a
me ignote vi hanno tenuti divisi per
otto anni. Ora vi è stata offerta
un’altra possibilità. Ma ricordate
che la vita non offre una quantità
illimitata di occasioni.
Oh, Signore! Che diavolo, aveva
sposato una predicatrice. Una
predicatrice con grandi occhi dolci
e azzurri nei quali lui sarebbe
potuto precipitare a capofitto e
annegare, se non fosse stato in
guardia.
Il corso dei suoi pensieri fu
interrotto da una cascata di foglie
sul cappello e sul viso. Si rese conto
che anche sua moglie se le stava
scostando
dalla
faccia,
con
esclamazioni di sorpresa. Si
udirono dei risolini soffocati. Bene.
Lui e Will una volta avevano fatto
esattamente la stessa cosa con la
ghiaia e avevano preso una battuta
solenne dal capogiardiniere, che,
dopo aver finito, aveva attenuato il
loro dolore promettendo di non
fare rapporto a Sua Grazia.
Charity stava guardando in su,
con la testa gettata indietro. —
Dev’essere l’autunno — disse con
enfasi — e tutte le foglie cadono
dagli alberi. Penso che se sollevaste
il bastone, milord, e deste una
smossa ai rami più in basso, ne
fareste cadere molte altre.
Altri risolini soffocati.
— Non è l’autunno, milady —
ribatté il marchese — ma sono gli
elfi. Se li vado a disturbare con il
mio bastone, finiranno col cadere
dall’albero e rompersi la testa.
Forse dovrei dare loro la possibilità
di scendere da soli.
I risolini si trasformarono in
un’aperta risata e un ragazzino
cadde sul vialetto di fronte a loro.
Era sporco di terra, con i vestiti in
disordine
e
spumeggiante
d’allegria.
— Vi abbiamo vista arrivare, zia
Charity — disse — e vi abbiamo
teso un’imboscata.
— E noi siamo caduti nella
trappola senza sospettare nulla —
ammise lei. Poi sollevò di nuovo la
testa. — Sei rimasto incastrato,
Harry?
Infatti era proprio così. A quanto
pareva, Harry era tremendamente
coraggioso se c’era da arrampicarsi
su un albero, ma poi non era capace
di scendere... o così sosteneva suo
fratello. Il marchese allungò le
braccia in alto e lo prese per calarlo
a terra. Anche lui era sporco di
terra. E anche lui era biondo e con
gli occhi verdi, appena uscito
dall’infanzia. Era esattamente come
avrebbe potuto apparire suo figlio,
pensò il marchese, se si fosse
sposato...
— Potete rivolgere un inchino a
vostro zio Anthony — stava
dicendo adesso sua moglie. —
Questi due elfi sono Anthony e
Harry, milord.
— Mi hanno dato questo nome
in vostro onore, signore — disse il
ragazzino più grande. — Me l’ha
detto papà.
Ah, lui non ne aveva saputo
niente. Così quelli erano i due figli
di Will e Claudia.
— Corro ad avvertire la mamma
del vostro arrivo — disse Anthony,
scattando come una lepre.
— E io vado ad avvertire papà.
Non sarai tu il primo a farlo, Tony.
— Harry partì di corsa dietro il
fratello. Naturalmente non sarebbe
riuscito a raggiungerlo, i fratelli
minori non ci riuscivano mai.
Almeno finché non crescevano e
imparavano
a
ingannare
e
imbrogliare.
— Dovremmo essere vicini alla
casa vedovile — disse Charity,
sorridendo al marito.
— Infatti. — E Will doveva essere
in casa. — Prendete il mio braccio.
Dopotutto si aspettano che siamo
innamorati, no?
— Allora dovrete sorridere — gli
ricordò lei.
— Lo farò — le promise lui,
scuro in volto.
Il marchese non si limitò a
sorridere. Le cinse anche la vita con
un braccio e l’attirò a sé mentre si
avvicinavano alla casa attraverso un
susseguirsi di giardini ben curati. Il
suo braccio però non era rilassato,
Charity lo sentiva. Né lo erano i
sorrisi sul viso di Claudia e
William, che erano usciti di casa per
accoglierli.
I
ragazzini
si
precipitarono fuori davanti a loro.
Almeno
loro
sorridevano
davvero.
— Charity — la salutò Claudia —
sono così contenta che siate venuta.
E avete portato anche Anthony. Che
sorpresa deliziosa.
— Anthony? — William inclinò
la testa. — Mil... — sembrava
decisamente
imbarazzato.
—
Charity. Benvenuta nella nostra
casa.
C’era qualcosa di strano, pensò
lei. Qualcosa di molto intenso. Non
si trattava solo del fatto che
Anthony
li
aveva
offesi
andandosene di casa otto anni
addietro. Claudia e William si erano
sposati un mese prima che lui
partisse. Un mese prima della
nascita di Augusta e della morte
della duchessa. Claudia era molto
bella. William e il fratello maggiore
avevano quasi la stessa età.
Possibile che anche suo marito
l’avesse amata?
— Grazie — disse quindi Charity.
— È una casa molto bella. Anzi, ieri
quando siamo arrivati l’avevo
scambiata per la dimora padronale
e ne ero rimasta meravigliosamente
colpita.
Tutti si unirono alla sua risata...
tutti quanti. Charity non aveva mai
sentito suo marito ridere. La stava
guardando con gli occhi colmi di
tenerezza: avrebbe dovuto calcare il
palcoscenico.
— Ti sei scordata di dirmelo ieri,
amore mio — le disse.
— Mi avresti presa in giro —
replicò lei. — E io non sopporto di
essere presa in giro. Senza contare
che non ero in grado di parlare,
perché tenevo i denti stretti per non
farli sbattere. Non credereste
quanto fossi nervosa.
— Con me al tuo fianco?
Charity sentì lo stomaco che
faceva le capriole. Sul palcoscenico
suo
marito
sarebbe
stato
applaudito una dozzina di volte
dopo ogni esibizione.
— Anche tu eri altrettanto
nervoso, confessalo, Anthony — gli
disse. Poi distolse lo sguardo da lui
e rivolse un sorriso luminoso ai
cognati. — Comunque la prova di
ieri è stata superata e ora possiamo
rilassarci in piacevole compagnia...
per ora, almeno. Anthony e Harry ci
hanno teso un’imboscata mentre
venivamo qui e ci hanno fatto
cadere addosso un diluvio di foglie.
Non abbiamo avuto scampo.
— Non vi chiederò se si erano
arrampicati su un albero —
commentò William, asciutto. — C’è
una regola severa in questa famiglia
per cui non ci si può arrampicare su
un albero, se non c’è vicino un
adulto.
— Ma c’era un adulto vicino —
fece notare il marchese. — Anzi
due. Quindi non è stata infranta
alcuna regola.
— Zio Anthony ha dovuto
aiutare Harry a scendere — riferì il
figlio maggiore.
— Per questo è stata fissata
quella regola — aggiunse suo
padre. — Harry avrebbe scoperto
che stare tutto il giorno tra i rami è
alquanto noioso, ne sono sicuro.
E così, pensò Charity, ecco che
avevano
creato
un’atmosfera
abbastanza rilassata grazie a due
semplici chiacchiere. Ma a quel
punto i preliminari erano terminati.
— Charity. — Claudia fece un
passo avanti per prenderle il
braccio. — Entrate. Ho intenzione
di tentarvi. In realtà, forse prima
dovremmo consultare Anthony. Noi
non andiamo mai in città, cosa di
cui non mi lamento affatto, però mi
piacciono gli abiti alla moda e a
William piace vedermi ben vestita,
o almeno così dichiara quando lo
torturo a sufficienza. Quindi, un
paio di volte all’anno, fa venire una
sarta dalla città perché si fermi più
o meno una settimana con le sue
due aiutanti. Adesso sono appunto
qui e sto facendo del mio meglio
perché non costino a William una
fortuna. Ho pensato allora che, dal
momento che vi siete sposati con
tanta fretta, forse non avete avuto
tempo per acquistare degli abiti
adatti, perciò potreste sfruttare i
loro servigi.
— Oh... — Charity arrossì ed
ebbe paura a girare la testa in
direzione del marito. La povertà del
suo guardaroba era stata un atto
deliberato da parte di Anthony. Ma
cosa c’era ancora da dimostrare con
tale atteggiamento?
— A quanto pare — rispose lui
— verrò salvato dal mio passo falso.
Ero tanto infatuato e frettoloso di
sposarmi che non ho pensato al
fatto che avrei portato qui mia
moglie direttamente dalla sua aula
scolastica. Non è certo una scusa
valida
addurre
che
Charity
apparirebbe bella anche vestita con
tela di sacco. È evidente che Sua
Grazia non sarebbe d’accordo. Vuoi
farti preparare dei vestiti, amore
mio? Per tutte le occasioni
possibili? E quanti ne vuoi?
Povero Anthony, proprio non gli
era stata lasciata via di scampo.
Charity non poté resistere alla
tentazione
di
guardarlo
e
rivolgergli un sorriso birichino. —
Potresti pentirti di avermi offerto
carta bianca — gli disse.
— Giammai — rispose lui
sorridendo, e inclinò la testa verso
di lei. Per un preoccupante
momento
lei
temette
che
intendesse baciarla. — Devi
indossare qualcosa di molto
speciale per il ballo di domani sera.
Il ballo che avrebbe dovuto
festeggiare il suo fidanzamento con
la figlia del conte di Tillden? Ma
avrebbe avuto luogo lo stesso?
Probabilmente sì. Tutti gli ospiti
sarebbero stati invitati. E lei
avrebbe dovuto parteciparvi? In
qualità di marchesa di Staunton?
Non capiva bene se la debolezza
che sentiva nelle ginocchia fosse
dovuta
più
al
terrore
o
all’eccitazione.
— Oh, splendido — disse
Claudia.
—
Su,
seguitemi.
Lasceremo William e Anthony a
parlare un po’ e a tenere d’occhio i
ragazzi, visto che alla loro nurse è
stata accordata una mattina di
libertà. Avete mai visto due monelli
così cenciosi, Charity? Ma in questa
casa esigo che ai bambini sia
concesso di comportarsi come tali.
E William è d’accordo con me.
I due uomini erano stati lasciati
faccia a faccia in mezzo ai giardini e
apparivano chiaramente a disagio.
Eppure erano fratelli e c’era solo un
anno di differenza tra loro. Che
cosa era successo in passato? C’era
forse di mezzo Claudia?
Ma la mente di Charity non
indugiò su quel problema. Avrebbe
dovuto essere fatta di pietra per
non sentirsi eccitata all’idea di quei
vestiti nuovi, pensò mentre la
cognata la guidava in casa. E non si
trattava di uno solo, ma di una serie
di abiti per tutte le occasioni.
Quanti ne voleva: una prospettiva
che dava le vertigini. E un abito da
ballo!
I due uomini rimasero in
silenzio a guardarsi, mentre le loro
mogli si allontanavano sottobraccio
verso la casa. I due ragazzini
scorrazzavano sui sentieri che
dividevano i giardini tenendo le
braccia aperte e imitando le navi
che veleggiavano sul mare spinte
dai venti.
A un certo punto il marchese di
Staunton incontrò gli occhi del
fratello. Fu un momento di acuto
disagio, ma non sarebbe stato lui il
primo a distogliere lo sguardo o a
parlare.
— Sembra una ragazza molto...
amabile — commentò alla fine
William.
— Sì — rispose il marchese — lo
è.
— Avevo il timore che lady Marie
non fosse adatta a te — disse l’altro,
lasciando perdere per una volta il
gelido formalismo che regnava in
casa del duca. — Sono contento che
tu ci abbia scandalizzato tutti a
questo modo e ti sia sposato per
amore, Tony.
— E tu? — Il marchese guardò
freddamente il fratello negli occhi.
— Hai mutato le tue opinioni,
allora?
— Speravo che dopo otto anni ci
fossimo lasciati alle spalle tutta
quella faccenda — disse lord
William con un sospiro. — Non è
così, vero?
—
Un
tempo
mi
hai
rimproverato aspramente per la
mia decisione di sposarmi per
amore — disse il marchese — e per
aver scelto una sposa al di sotto
della mia posizione sociale.
— Una fuga d’amore sarebbe
stata disastrosa — replicò il fratello.
— E sarebbe stata l’unica soluzione
possibile. Ma Sua Grazia non ti
avrebbe mai perdonato.
Il marchese sorrise, però era un
sorriso acre. — Be’, hai dimostrato
tutto l’interessamento di un
fratello, Will — disse il marchese.
— Mi hai salvato da me stesso e
dalla collera di mio padre. E ti sei
sposato la mia fidanzata.
— Claudia non era la tua
fidanzata — ribatté seccamente
lord William.
— E quando ti ho sfidato a
incontrarti con me — continuò il
marchese — sei corso a chiedere
protezione a Sua Grazia. Sono felice
di vedere che approvi che mi sia
sposato per amore, Will. La tua
opinione favorevole significa molto
per me.
— I tuoi occhi erano annebbiati,
Tony — disse il fratello. — Non eri
in te a causa della preoccupazione
per la mamma...
— Lascia nostra madre fuori da
tutto questo — lo interruppe
bruscamente Staunton.
— Nostra madre era al centro di
tutto — gli fece notare lord
William.
— Lasciala fuori.
Il fratello distolse lo sguardo e
osservò i figli che affrontavano
perigliosamente
una
tempesta
atlantica
e
veleggiavano
su
un’aiuola di fiori proibita, ma non li
sgridò come avrebbe fatto in un
altro momento.
— Vieni a vedere le scuderie —
disse al marchese. — Ho alcuni
cavalli di cui sono davvero
orgoglioso. — Chiamò i ragazzi, che
accorsero e ripartirono davanti a
loro, dimenticando all’istante le
navi a vela e le tempeste atlantiche.
— Devo confessare che non ho
provato un grande entusiasmo
quando ho saputo che stavi per
tornare a casa, Tony. Il tempo non
ha fatto che aumentare il disagio
tra noi. Ma dovevamo incontrarci di
nuovo, prima o poi... temo che Sua
Grazia non sopravviverà a un altro
attacco di cuore grave come
l’ultimo. Non possiamo buttarci il
passato alle spalle? Ci sono
momenti di cui non sono
orgoglioso, ma non avrei potuto
comunque cambiare l’esito finale
delle cose. Mi trovo bene con
Claudia... più che bene. Tu non
provi ancora dei... sentimenti per
lei, vero?
— Io amo mia moglie — rispose
il marchese a bassa voce.
— Sì, certo — disse il fratello. —
Tutto alla fine è andato per il
meglio, non ti pare?
— Ammirevolmente bene —
confermò il marchese. — Queste
stalle un tempo non erano in
condizioni così buone.
— No. — Lord William si fermò
sulla soglia e si accertò che non ci
fosse alcuno stalliere abbastanza
vicino da sentirli. — Amici, Tony?
Non c’è nessuno più di te da cui io
desideri una buona opinione.
— Forse, Will — l’interruppe
Staunton — avresti dovuto pensarci
prima di schierarti dalla parte di
Sua Grazia riguardo la sposa che mi
ero scelto, solo per potermela
rubare sotto il naso.
— Ma che diavolo! — sbottò lord
William perdendo la pazienza. —
Claudia è forse un semplice oggetto
per cui litigare? Spettava a lei dare
il suo consenso, no? Doveva dire di
sì durante la cerimonia nuziale. E
l’ha detto. Senza che nessuno le
tenesse una pistola puntata alla
tempia. Ha sposato me. Non ti è
mai passato per la testa che mi
amasse? Io sono sempre venuto al
secondo posto dopo di te, Tony. Eri
sempre dannatamente meglio di
me in questo e in quello, in tutto,
dall’aspetto all’intelligenza e agli
sport, e poi eri tu l’erede. Non me
ne sono mai risentito. Eri il mio
fratello maggiore, il mio eroe. Ma
immagino che non ti sia mai venuto
in mente che almeno in una cosa
importante io ti ho battuto. Claudia
amava me.
Il marchese di Staunton rimase
immobile e silenzioso, con le narici
frementi, le mani strette a pugno
lungo i fianchi, tenendo a freno la
collera. — Rivangare tutte queste
cose non ha più senso, ora, Will —
disse alla fine. — Tu e Claudia avete
condiviso otto anni di matrimonio e
due figli. Io ho appena sposato la
donna
di
mia
scelta.
Dimenticheremo il passato e
torneremo a essere fratelli, se è
questo che desideri, come lo
desidero anch’io. — Al diavolo la
sua moglie compassata e le sue
sviolinate sull’amore familiare e le
seconde opportunità. Stava davvero
perdonando il fratello che l’aveva
tradito?
I loro occhi si incontrarono
ancora
una
volta...
ostili,
guardinghi, carichi di infelicità.
Lord William fu il primo a
stendergli la mano. Il marchese la
guardò, poi allungò la propria. Le
strinsero.
— Fratelli — disse lord William,
ma
prima
che
ritornasse
l’imbarazzo, i due ragazzini
sfrecciarono fuori da alcuni stalli
interni per mostrare i loro pony allo
zio. Poi vollero che lo zio li vedesse
cavalcare
gli
animali,
così
montarono e si esibirono in un
recinto
chiuso,
rivelando
chiaramente che nonostante la
giovane età avevano ricevuto un
addestramento accurato ed efficace.
Will amava i suoi ragazzi, pensò
il marchese osservando il viso del
fratello e quelli dei due bambini. Vi
si leggeva orgoglio, allegria e
affetto, anche se non mancarono
un’espressione severa e un ordine
perentorio quando il maggiore dei
ragazzi cominciò a mandare in
confusione il pony.
Suo fratello non aveva seguito le
orme del padre, ma del resto era
sempre
riuscito
a
opporre
resistenza di fronte alla tetraggine
di Enfield meglio degli altri. Anche
in questo si era dimostrato
migliore.
Si era davvero sentito così
inferiore?
Si era conquistato davvero
l’amore di Claudia?
E Claudia non l’aveva sposato,
amaramente rassegnata, dopo che
era apparso evidente che non le
sarebbe stato concesso di avere
l’uomo di sua scelta, cioè il
marchese di Staunton, perché lei
era solo la figlia di un barone?
Si era sposata per amore?
Quello era per lui un pensiero
così nuovo che non riusciva
neppure ad accettare la possibilità,
umiliante com’era, che ciò fosse
vero.
10
— Probabilmente siete arrabbiato
con me — disse Charity — ed è per
questo che adesso camminate con
impeto e con il viso così
imbronciato.
C’erano troppe persone a Enfield
Park che avevano perennemente
quell’espressione,
e
lei
non
intendeva farsi trasformare in una
di loro. Non si sarebbe neppure più
limitata a essere un’osservatrice
sottomessa, anche se a dire il vero
non lo era mai stata. Aveva passato
un’ora meravigliosa con Claudia e
madame Collette, il cui elaborato
accento francese tradiva di tanto in
tanto una traccia sospettosa di
cockney, il dialetto londinese.
Avevano esaminato i disegni e
saggiato le stoffe. Avevano riso e
chiacchierato mentre prendevano le
misure e decidevano. La sarta aveva
quasi finito con i nuovi vestiti di
Claudia e aveva intenzione, sia pure
con riluttanza, sosteneva, di tornare
a Londra entro pochi giorni.
Tuttavia aveva accettato con grande
entusiasmo di rimettersi al lavoro
per preparare in un battibaleno un
guardaroba completo e alla moda
per Sua Signoria. Ovviamente,
l’abito per il ballo avrebbe avuto la
precedenza su tutto il resto.
Quando alla fine si erano riunite
agli
uomini,
Claudia
aveva
raccontato a tutti della seduta con
la sarta, e aveva strappato al
marchese l’ammissione di non
essersi mai sentito tanto felice in
vita sua. E lui aveva di nuovo
sfoggiato
quel
suo
sorriso
abbagliante, guardando Charity
direttamente negli occhi.
In
quel
momento
stava
percorrendo impetuosamente il
viale, con lo sguardo fisso davanti a
sé
e
un’espressione
troppo
imbronciata perfino per essere
satanica.
— Che cosa? — Staunton si fermò
e si girò di scatto verso di lei,
facendola sobbalzare allarmata. —
Così io starei camminando di furia
con il viso imbronciato, signora?
Dovrei forse sorridere come uno
stupido alle chiome degli alberi?
Dovrei declamare frasi poetiche
riguardo la bellezza del mattino e le
meraviglie della natura? E perché
mai dovrei essere furioso con voi?
— Perché mi preferite vestita con
colori smorti — rispose lei. —
Approvate il mio abito di
mussolina a fiori e il mio vestito di
seta grigia. Non vi dispiace affatto
che quello sia tutto il piccolo
guardaroba che possiedo. State per
spendere una fortuna per vestirmi
con il massimo lusso per quelle
poche settimane che ci rimangono
da passare insieme. E vi sentite
come preso in trappola. Ma devo
confessare che anch’io mi sento
così.
— A me piace vedervi vestita di
marrone!
—
esclamò
lui,
esaminandola da capo a piedi. — I
vostri abiti sono orribili, milady, e
prima troveranno il posto che
meritano nella spazzatura, più sarò
felice.
— Oh! — fece Charity. — Non vi
dispiacerà allora che li sostituisca
rapidamente, o meglio che voi li
sostituiate?
— Non è forse vero che faceva
parte del nostro accordo che vi
mantenessi
con
uno
stile
appropriato al vostro rango? —
chiese il marchese, girandosi di
scatto e riprendendo a camminare.
In realtà, quando si erano
accordati lui non le aveva detto
esattamente quale sarebbe stato il
suo rango. E l’accordo si era riferito
a ciò che le sarebbe stato dato dopo
la loro separazione. Ma Charity non
si sarebbe messa a discutere su
quel punto. Era sempre stata
abbastanza vanitosa da provare
piacere ad acquistare abiti nuovi,
anche se le era capitato solo
raramente di avere più di un vestito
alla volta. Claudia aveva insistito
per tutta una serie di capi nuovi, e
perfino il ristretto numero che
Charity alla fine aveva accettato di
far fare era vertiginoso.
Dunque non era per quello che
suo marito si era avviato verso casa
con passo furioso e l’espressione
acida di chi aveva dovuto mandare
giù un rospo. Aveva passato
quell’ora e mezza con William e i
suoi figli. Il fratello e i nipoti.
Charity gli toccò il braccio e lo
guardò in viso mentre gli
camminava al fianco. — Avete
parlato a William? — gli chiese. —
Avete fatto la pace?
Il marchese si fermò di nuovo,
ma continuò a guardare davanti a
sé. — Ditemi — le domandò a sua
volta — siete sempre stata così
pestifera?
Philip avrebbe detto di sì, anche
se forse non con quelle esatte
parole. Penny no, lei era leale; e
aveva
sempre
espresso
ammirazione
per
la
sorella
maggiore che non era mai disposta
a starsene con le mani in mano
limitandosi a guardare ciò che le
succedeva attorno. I bambini forse
sarebbero
stati
d’accordo,
specialmente quando Charity li
costringeva a stare insieme in una
stanza dopo che avevano litigato
invece di separarli come avrebbe
fatto qualsiasi adulto sano di
mente, e non permetteva loro di
uscire se prima non avevano risolto
i loro contrasti.
— Oh, sì — rispose quindi
Charity. — Qual era il motivo del
vostro disaccordo?
Le narici di Staunton fremettero.
— È stato per via di Claudia,
vero? — chiese sua moglie, e subito
dopo desiderò non averlo fatto.
Certe cose era meglio non saperle
con certezza. Era vero che lei non
era la consorte del marchese
secondo i normali canoni e che non
avrebbe trascorso più di qualche
settimana con lui, ma in ogni caso
l’aveva pur sempre sposato ed era
destinata a vivere quella parte per
tutto il periodo che restava.
Staunton l’afferrò all’improvviso
per la parte superiore del braccio, e
la sorprese trascinandola fuori dal
viale e tra gli alberi del bosco
adiacente. Il luogo era buio e
isolato e sembrava molto lontano
da ogni forma di civiltà. Il marchese
era chiaramente furioso, ma lei non
aveva paura.
— Nei giorni della mia stupida
gioventù — disse Anthony —
quando credevo nella lealtà e nella
fedeltà e nella favola del “vissero
felici e contenti”, nonché ad altre
giovanili fantasie, avevo posto gli
occhi su Claudia. Praticamente
eravamo cresciuti insieme: lei era la
figlia di un baronetto che abita a
sole sei miglia da qui. Mi confidai
con il mio amico più caro, mio
fratello,
che
si
dimostrò
comprensivo e pieno di buonsenso.
Appunto per il suo buonsenso mi
sconsigliò di mettere in atto il
piano di fuga con lei dopo che Sua
Grazia aveva rifiutato di approvare
quell’unione in quanto Claudia era
soltanto la figlia di un baronetto,
quindi per nulla degna di diventare
la marchesa di Staunton, erede di
Withingsby. Senza contare che era
già stata predisposta un’unione per
me. Mio fratello mi consigliò di
avere pazienza. Mia madre mi
invitò invece a osare... L’amore, mi
disse, era l’unica ragione valida per
un matrimonio. Ma era incinta di
nuovo e stava molto male, per cui
non mi andava di fuggire e lasciarla
in quel frangente. Così mio fratello
mi liberò dal dilemma sposando lui
stesso Claudia... con la benedizione
di Sua Grazia.
Avevano rallentato il passo e
Staunton le aveva lasciato andare il
braccio. Charity si domandò se il
marchese si fosse reso conto di
quanto le stesse stringendo la
mano, le dita intrecciate nelle sue.
— Vostro fratello deve aver avuto
paura di rivelarvi i suoi sentimenti
per Claudia — gli disse. — Per
questo non ne fece parola anche
quando sarebbe stato necessario
dirlo. La gente si comporta così in
ogni momento, si può essere molto
codardi soprattutto con le persone
che ci sono più vicine. Quanto si
sarà torturato, in questi otto anni.
— Non sarebbe stato il caso —
osservò Staunton. — Io fuggii via e
fui fortunato. Crebbi. Imparai
quanto fosse stupido lasciarsi
sconvolgere dalle emozioni. E alla
fine ho capito quanto si può
rimanere delusi quando si crede
nell’amore.
— In che cosa credete allora? —
gli chiese lei. — Tutti devono
credere in qualcosa.
— In me stesso — rispose il
marchese,
guardandola
con
sguardo vacuo. — E credo nel
controllo che ho sulla mia vita e sul
mio destino.
— Perché Claudia ha sposato
William, se amava voi? — chiese
Charity. — Se io vi amassi, non
potrei proprio sposare un’altra
persona, tantomeno vostro fratello.
— Voi siete sposata con me —
ribatté Staunton, e per un istante ci
fu una traccia di umorismo nella
sua voce. — Ma fareste bene a non
amarmi mai, Charity.
Sì, era così, pensò lei. Sarebbe
stato
molto
doloroso
amare
Anthony Earheart, marchese di
Staunton, suo marito. Però lui non
aveva risposto alla sua domanda.
— Claudia vi amava? — gli
chiese ancora.
— Allora lo credevo — rispose
Staunton. — Con me era tutta
sorrisi, fascino, calore umano... e
bellezza. Mio fratello sostiene che
amava lui e che la loro è stata
un’unione d’amore. Questa è
l’unica spiegazione che darebbe un
senso a quel matrimonio, forse. Un
tempo mi torturavo chiedendomi
quali pressioni avessero esercitato
su di lei, loro due... Will e Sua
Grazia.
— Lei vi ha mai detto di amarvi?
— chiese Charity. — Vi ha mai detto
che desiderava sposarvi e che
sarebbe fuggita con voi?
— C’è una cosa che dovete capire
di questa famiglia — rispose il
marchese. — Qui non viene mai
fatto nulla con spontaneità. Io
sapevo le difficoltà che c’erano a
causa del lignaggio di Claudia.
Lady Marie Lucas aveva già nove
anni. Era venuta in visita diverse
volte con i genitori. Io non potevo
avanzare una proposta a Claudia
senza sapere prima con certezza
che cos’ero in grado di offrire e
quando sarei stato libero di farlo.
Dopotutto, avevo solo vent’anni.
— Comincio a capire perché alla
fine avete deciso di troncare con
tutta la famiglia — disse Charity. —
Riesco perfino a comprendere
perché avete rinunciato a tutto
eccetto che alla fiducia in voi stesso.
Sì, poteva comprenderlo, ma non
approvarlo. Si chiese se Staunton si
fosse mai reso conto che la vita era
stata come in letargo dentro di lui
per otto anni e adesso era di nuovo
sul punto di esplodere. Si domandò
se il marchese l’avrebbe permesso.
Ma forse la scelta non dipendeva
più da lui. Anthony aveva parlato
con William poco prima e il fratello
gli aveva detto che Claudia aveva
amato lui. Forse qualcosa era già
cominciato, un processo che non si
poteva più fermare.
Gli
alberi
si
diradarono
improvvisamente di fronte a loro e
Charity poté vedere il lago, e al di là
i prati e la casa. Ma mentre sulla
riva opposta tutto era aperto e
curato, lì dove si trovavano loro gli
alberi arrivavano fin quasi all’acqua,
dove spuntavano alte canne. In quel
luogo c’era un che di selvaggio, di
bellezza intatta... e sulla riva
opposta la civiltà.
Si
fermarono,
smisero
di
camminare. Lui le teneva ancora la
mano, anche se meno stretta, in
modo meno doloroso.
— Senza questo bosco e questo
lago — disse Staunton, strizzando
gli occhi di fronte ai riflessi del sole
sullo specchio d’acqua — non so
come
avrei
potuto
rendere
sopportabile la mia fanciullezza.
Charity non disse nulla per non
interrompere il corso dei pensieri
del marito, che sembrava essersi
estraniato, immerso nei ricordi,
ignorando la sua presenza.
— Io e Will giocavamo senza fine
in questi luoghi — continuò il
marchese. — Questi boschi erano
giungle tropicali oppure le caverne
sotterranee
della
foresta
di
Sherwood, dove abitava il mitico
Robin Hood. Ma anche solo un
rifugio solitario per fuggire dalla
realtà. È qui che ho insegnato a
Charles ad arrampicarsi sugli
alberi. Gli ho insegnato anche a
nuotare e a cavalcare. — Trasse un
profondo
respiro
ed
esalò
lentamente.
Sì, pure lei sapeva quanto fosse
potente l’immaginazione infantile e
quanto importante la presenza di
un compagno di giochi. Conosceva
bene tutta la gioia e il senso di
autostima che si provava allevando
fratelli e sorelle minori.
— Chi vi ha insegnato a essere
un’ascoltatrice così brava? — le
domandò improvvisamente. Nella
sua voce era comparsa una nota di
calore e di vivacità a quei ricordi. E
la sua mano, notò Charity, si staccò
con delicatezza da quella di lei... o,
quantomeno, in un modo che lui
doveva aver sperato essere discreto.
— Vi siete sentita sola a crescere
senza fratelli e senza sorelle?
In quel momento Charity
rimpianse di avergli mentito.
Rimpianse amaramente di non
avere detto la verità. — Avevo dei
compagni di gioco — disse. — E la
mia infanzia è stata felice.
— Ah. — Staunton girò la testa
per guardarla. — Ma non è durato.
La vita infligge colpi crudeli in
modo del tutto indiscriminato. Non
è altro che un gioco crudele.
— La vita è un bene prezioso —
ribatté lei. — Tutto dipende da ciò
che se ne fa.
— E a voi è stata data la
possibilità di rendere la vostra
sopportabile — commentò lui. —
Bisogna riconoscervi di aver saputo
cogliere la vostra occasione senza
esitare.
Nella sua voce era tornato il tono
beffardo e sul suo volto era
comparso un ghigno ironico.
— E a voi — replicò Charity
duramente — è stata offerta la
possibilità di rimettere ordine nella
vostra vita, nella quale c’erano
troppe cose che non andavano
quando siete fuggito otto anni fa.
— Ah — fece lui. — Avete una
lingua
davvero
impertinente,
milady. Ma avete mal giudicato. Io
sono fuggito perché mi sentivo
soffocare. Sono fuggito per vivere.
— Stiamo facendo tardi per il
pranzo? — chiese Charity.
— Oh, diavolo! — esclamò
Staunton, e la sorprese sorridendo
in modo sincero. — Direi di sì. Sarà
proprio come ai vecchi tempi, solo
che questa volta Sua Grazia non si
rifiuterà di ammetterci a tavola, né
mi farà aspettare in biblioteca
finché non avrà finito di mangiare
per poi invitarmi a piegarmi sopra
la scrivania per ricevere la
punizione meritata. Perché, vedete,
la fame non era mai considerata
una punizione sufficiente.
— La severità, anche se
eccessiva,
non
denota
necessariamente
mancanza
d’amore — osservò Charity.
Staunton scoppiò in una risata e
le offrì il braccio. — Siete proprio
una moralista, milady — le disse. —
E parlate con saggezza apparente di
cose che sono del tutto al di là della
vostra esperienza o della vostra
comprensione. Ma del resto vi ho
sposato proprio per la vostra
compostezza, no? E per i vostri
abiti orribili. Su un punto, però,
avete mentito.
Charity sollevò gli occhi verso
quelli di lui, che la stava quasi
trascinando attraverso gli alberi in
direzione del ponte.
— Avete finto di essere un
topolino scialbo — chiarì il
marchese.
—
Avete
saputo
nascondervi davvero con molta
abilità e dovreste vergognarvene. In
quel momento non avevo neanche
sospettato che foste bella.
Era
ridicolo,
disdicevole
addirittura,
che
un
tale
complimento, pronunciato con
evidente riluttanza, le dovesse fare
tanto piacere da farle tremare le
ginocchia. Staunton la considerava
bella? Davvero? Ancora prima di
averla vista con indosso i suoi nuovi
abiti? Non che ciò facesse alcuna
differenza, alla fine. Si sarebbe
liberata del marchese con enorme
sollievo nel giro di qualche
settimana. Lei tuttora era solo lo
schermo che lui aveva portato a
casa con sé in modo da impedire ai
suoi famigliari di penetrare le sue
difese. Ma la considerava bella?
— Finalmente questo vi ha
messo a tacere — osservò Staunton.
Dal suo tono di voce si sarebbe
detto che era di buonumore.
Il duca di Withingsby aveva
deciso di non accogliere il suo
vecchio amico, il conte di Tillden,
con tutta la pompa che aveva
mostrato il giorno prima nei
confronti del figlio. I famigliari
furono invitati a non raccogliersi
nell’atrio e furono invece informati
che avrebbero dovuto presentarsi
nel salotto per il tè. A questo scopo
mandò un messaggio alla casa
vedovile.
— Io e Staunton accoglieremo
Tillden, la contessa e la figlia
nell’atrio — disse mentre erano
seduti a tavola per il pranzo.
Al marchese era già stato fatto
pesare, sia pure tacitamente,
quanto Sua Grazia fosse contrariato
dal suo ritardo di dieci minuti per il
pranzo. Ma Staunton non era
disposto a tornare ai vecchi riti
senza reagire.
— Mia moglie ci accompagnerà
— disse.
— Lady Staunton — ribatté Sua
Grazia — ci aspetterà in biblioteca.
Era inutile stare a discutere su
quel punto, decise suo figlio. E non
lo fece.
Così, qualche ora dopo, Staunton
si mise a fianco del padre quando
furono avvertiti che la carrozza del
conte era stata vista attraversare il
ponte. Si sentiva nervoso e
imbarazzato,
e
provava
una
sensazione di disprezzo per se
stesso. Era vero che tutto quanto
stava per succedere non lo
riguardava direttamente. Lui non
aveva mai espresso alcun interesse
per lady Marie Lucas. Non era stato
consultato sulla decisione di
invitarla con i genitori a Enfield
Park proprio il giorno seguente il
proprio arrivo. Sua Grazia aveva
dato per scontate un sacco di cose
dopo otto anni di silenzio. Lui non
aveva proprio nulla di cui
rimproverarsi.
Tuttavia si sentiva nervoso e
imbarazzato... e molto sollevato dal
sapere che sua moglie stava
aspettando in biblioteca, con
indosso quel vestitino di mussolina
a fiori, pallida e tranquilla.
Il conte di Tillden non era affatto
cambiato, pensò il marchese,
vedendolo entrare nel grande atrio
seguito
dalle
sue
donne...
esattamente come aveva fatto lui
stesso solo il giorno prima. Alto e
panciuto, con la testa calva
luccicante, avrebbe anche potuto
apparire simpatico, se non fosse
stato per la ruga perenne
d’insoddisfazione
tra
le
sopracciglia. Nondimeno, la bocca e
il naso erano posizionati in modo
così disgraziato da conferirgli
un’espressione di tenace sdegno.
La contessa avanzava dietro di
lui, piccola ed eterea, con un sorriso
perpetuo sul volto che sembrava
più di scusa che di felicità. Era
sempre sembrata una donna dolce
e priva di spirito... e lo sembrava
tuttora.
Infine giunse lady Marie Lucas.
Almeno, il marchese pensò che
fosse lei. Ovviamente non era più la
bambina esile e goffa che ricordava,
bensì una giovane donna: piccola di
statura, snella e graziosa, con un
viso di squisita dolcezza sotto un
casco di capelli che un tempo erano
quasi color carota, ma che erano
diventati di un bel rosso vivo.
Insomma, una vera bellezza. Nei
pochi istanti prima che il duca
cominciasse
la
cerimonia
di
benvenuto, quando vide Staunton i
suoi occhi nocciola si spalancarono
e arrossì.
Era ancora una bambina ingenua
nonostante i diciassette anni, gli
abiti alla moda e la sua grande
bellezza, pensò il marchese, con
considerevole irritazione e disagio.
— Tillden — disse Sua Grazia
inclinando con garbo la testa — il
vostro cocchiere ha viaggiato
veloce. Signora, siete la benvenuta a
Enfield Park. Confido che abbiate
fatto un viaggio gradevole. E
altrettanto benvenuta siete voi, lady
Marie.
Ci fu uno scambio vivace di
saluti, inchini e riverenze.
— Ah, Staunton — disse alla fine
il conte. — Siete arrivato prima di
noi, allora? Che piacere vedervi,
ragazzo mio.
Il marchese gli rivolse un
inchino. — Signore — mormorò.
—
Sarete
sorpreso
e
indubbiamente
gratificato
di
vedere com’è cresciuta la nostra
piccola Marie durante la vostra
assenza — esclamò gioviale il
conte, stropicciandosi le mani.
— È diventata una vera bellezza
— commentò Sua Grazia.
Suo figlio si inchinò di nuovo.
— Mi vorrete fare il favore di
entrare in biblioteca prima che la
governante vi mostri le vostre
stanze — disse Sua Grazia.
— E voi come state, Withingsby?
— chiese il conte mentre il padrone
di casa offriva il braccio a lady
Tillden e il marchese faceva
altrettanto con lady Marie, per puro
dovere di cortesia. La ragazza
sorrise amabilmente e posò una
manina delicata sulla sua manica.
—
Avete
un
aspetto
straordinariamente in forma.
In realtà Sua Grazia denotava un
colorito grigiastro, perfino sulle
labbra, pensò Staunton.
Charity si trovava accanto alla
finestra
della
biblioteca.
Il
marchese liberò il braccio da quello
di lady Marie e fece per attraversare
la sala per raggiungerla, quando
suo padre lo prevenne stendendo
una mano verso la nuora.
— Venite qui, mia cara — la
invitò.
Quanto doveva bruciare al duca
doverla chiamare così, pensò
Staunton, rimanendo accanto a lady
Marie mentre Charity attraversava
la stanza e posava la mano in quella
del suocero. Gli sorrise... e lui sorrise
in risposta.
— Desidero presentarvi ai miei
ospiti, mia cara — le disse. —
Tillden? Signora? Lady Marie?
Permettete che vi presenti la
marchesa di Staunton. Lei e
Staunton si sono sposati a Londra
due giorni fa.
Il marchese si accorse che la
giovane ospite, accanto a lui, stava
trattenendo un profondo respiro.
— Sono molto lieta di fare la
vostra conoscenza — disse Charity,
sorridendo con calore ai nuovi
arrivati.
—
Non
volete
accomodarvi? E voi, Padre? State
chiedendo troppo alle vostre forze.
Si stava comportando come se
fosse nata duchessa, solo che la
maggior parte delle duchesse che il
marchese conosceva non emanava
lo stesso fascino e lo stesso calore.
— Sposati? Due giorni fa? — Le
sopracciglia del conte si contrassero
fin quasi a incontrare la ruga in
mezzo alla fronte.
— Sono davvero lieta di fare la
vostra conoscenza, lady Staunton —
disse con gentilezza lady Tillden,
sprofondando nella poltrona a lei
più vicina. — Vi auguro ogni
felicità. Come pure a voi, milord. —
Così dicendo rivolse un sorriso
nervoso al marchese.
— Sposati? — Il conte, a
differenza della moglie, non era
disposto ad accettare la situazione
mostrando una cortesia che non
provava.
— Esatto — rispose il marchese
con un sorriso. — Sua Grazia mi ha
informato di quanto precaria fosse
la sua salute e naturalmente era
mio desiderio arrivare a casa il più
presto possibile. Ma non me la
sentivo di lasciare a Londra la mia
promessa sposa per un periodo di
tempo indefinito. Così ci siamo
sposati con una licenza speciale.
— Vostra madre sarà rimasta
afflitta per non aver potuto
predisporre le cose per un
matrimonio nelle debite forme,
lady Staunton — disse la contessa.
— Tuttavia, date le circostanze...
— I miei genitori sono entrambi
morti, signora — rispose Charity. —
Non dovevo consultare nessuno
tranne me stessa.
— E nessun tutore che potesse
essere d’impaccio — aggiunse il
marchese. — Lady Staunton
lavorava come istitutrice, quando
l’ho conosciuta.
— Oh, cielo — esalò debolmente
Sua Signoria, portandosi una mano
alla gola.
— Desidero una spiegazione
completa riguardo questa faccenda,
Withingsby — intervenne il conte
di Tillden. — Adesso.
— Mia cara — disse Sua Grazia
dando un colpetto sulla mano di
Charity. — La signora Aylward starà
aspettando
nell’atrio.
Vorreste
essere così cortese da scortare lady
Tillden e lady Marie da lei? Non è
necessario che torniate qui. Il tè
verrà servito nel salotto alle quattro
in punto, signore.
Il marchese aprì la porta e
s’inchinò, mentre le signore
uscivano. Sua moglie gli sorrise
passandogli davanti.
Prima di richiudere la porta,
Staunton la fissò per qualche
istante. In fondo, era proprio per
quello che era tornato a casa. Per
scuotersi di dosso una volta per
tutte la loro influenza e l’illusione
del potere che avevano su di lui. Per
dimostrare che il marchese di
Staunton non era una marionetta
nella mani di nessuno.
— Penso di dover richiedere
soddisfazione per tutto questo —
disse il conte di Tillden, con la voce
che grondava per la dignità offesa.
Buon Dio! Voleva forse un
duello?
— Sedetevi, Tillden — lo invitò
Sua Grazia dando l’esempio. Aveva
un aspetto decisamente malato,
notò il marchese, e la fitta d’allarme
che provò lo colse alla sprovvista.
— Da quando è tornato, mio figlio
mi ha detto ripetutamente di non
avere mai stipulato un contratto
riguardo lady Marie Lucas, né
scritto né verbale. E devo
ammettere che su questo ha
ragione.
— Non è affatto necessario che
abbia stipulato un contratto, per
Giove! — esclamò il conte, con un
tono di voce che andava oltre il
livello di una conversazione
cortese. — C’era un accordo tra noi
due. Quando mai le parti
interessate a unioni di questo
genere sono state consultate per
averne il consenso? Avete così poco
controllo
sulla
vostra
prole,
Withingsby, che il vostro figlio
maggiore, il vostro erede, ha avuto
l’impudenza
di
ignorare
un
contratto stipulato diciassette anni
fa da suo padre per andare a
sposare una donna di strada?
Il marchese stava accanto alla
porta, con le mani dietro la schiena
e intervenne con un tono molto
contenuto. Non intendeva lasciarsi
trascinare in una lite con chi urlava
più forte. — Vi prego di scegliere le
vostre parole con maggior cura,
signore, quando parlate di mia
moglie.
— Che cosa? — Il pugno
massiccio del conte vibrò sulla
scrivania di Sua Grazia un colpo
così forte da fare sprizzare una
fontanella
d’inchiostro
dal
calamaio. — Siete un cucciolo
insolente. Osate aprire la bocca
senza il permesso di vostro padre?
E osate minacciare me?
— Ho ventotto anni, signore —
ribatté il marchese. — E da quando
ne avevo venti mi mantengo da
solo. Vivo la mia vita attenendomi
ai miei principi. Ho sposato una
donna di mia scelta, come è mio
diritto. Sono veramente dispiaciuto
per l’imbarazzo che il mio
matrimonio ha causato a voi e a
lady Tillden, e ancora di più per
quello che ha causato a lady Marie.
Ma non sono disposto ad accettare
alcuna accusa di scorrettezza per
non aver onorato un vecchio
accordo che mi chiamava in causa
senza che avessi alcuna voce in
capitolo.
— Esigerò una riparazione per
questo — disse il conte, puntando il
dito prima contro il marchese e poi
verso il duca, che era rimasto in
silenzio. — Coprirò di fango i vostri
nomi al punto che non oserete più
mostrarvi in società per il resto
della vostra vita. — Si alzò in piedi.
— Farò venire immediatamente la
mia carrozza e farò chiamare mia
moglie e mia figlia. Non intendo
rimanere neanche un’ora sotto un
tetto dove l’onore non vale un soldo
bucato.
— Sedetevi, Tillden — lo invitò
Sua Grazia con voce stanca, ma
sempre altezzosa. — A meno che
non desideriate diventare lo
zimbello pubblico e rendere
impossibile un buon matrimonio a
vostra figlia. Nessuno al di fuori
della mia famiglia sa perché siete
venuto, anche se indubbiamente si
sono fatte supposizioni. Non c’è
mai stato un contratto scritto, né un
fidanzamento ufficiale. Voi siete qui
in veste di amico, come avete fatto
innumerevoli volte nel corso degli
anni. Siete venuto a trovarmi
perché preoccupato per la mia
salute. Nessuno ha mai annunciato
che il ballo organizzato per domani
sera sarebbe stato un ballo di
fidanzamento. È stato predisposto
per festeggiare il ritorno di
Staunton a casa e la gioia
inaspettata che ci ha procurato
portando la sua sposa con lui. Lo
scopo è di festeggiare la riunione
della famiglia per la prima volta dal
giorno del funerale di Sua Grazia. E
per onorare la visita del mio più
vecchio amico, il conte di Tillden.
Tutta questa faccenda può essere
gestita con dignità.
Il conte era tornato a sedersi e
stava chiaramente considerando
che sarebbe stato più saggio
riconsiderare il proprio impulso
iniziale.
Alla fine disse: — Sono stato
gravemente insultato, Withingsby, e
spero di sentire che Staunton e sua
moglie verranno puniti con severità.
— A Staunton ho già espresso il
mio disappunto — rispose Sua
Grazia. — Lady Staunton, però, non
ha alcuna colpa. E dal giorno in cui
l’ho conosciuta mi sono davvero
affezionato a lei.
Il
marchese
inarcò
le
sopracciglia.
— Anche se si tratta di una
villana rifatta? — chiese il conte. —
Sebbene non fosse nulla più di
un’istitutrice a caccia di...
Nel momento in cui il marchese
faceva un passo avanti, suo padre
parlò con tono freddo e cortesie...
ma con estrema fermezza. —
Ripeto che mi sono davvero
affezionato a mia nuora, la
marchesa di Staunton — disse.
Il conte di Tillden, ormai era
chiaro, sarebbe rimasto a Enfield
almeno
fin
dopo
il
ballo
dell’indomani. Doveva essersi reso
conto che lo scandalo che avrebbe
così volentieri scatenato contro loro
due si sarebbe ritorto anche contro
la propria famiglia, facendola
cadere
nel
ridicolo
e
nell’umiliazione.
— Volete suonare per il
maggiordomo, Staunton? — disse
suo padre. — Vi mostrerà le vostre
stanze, Tillden. Confido che vi
troverete ogni comodità. Scorterete
le signore al tè delle quattro?
11
Charity
sedeva
davanti
allo
specchio del tavolino da toeletta e
si stava spazzolando i capelli dopo
avere congedato la sua nuova
cameriera. Non aveva molto senso
andare a letto, perché la sua mente
era un vortice di attività.
Era sembrato tutto così facile,
all’inizio. In cambio di una
sicurezza a vita per lei e la sua
famiglia, le sarebbe bastato sposare
un
uomo,
passare
qualche
settimana con lui e conoscere la sua
famiglia. Lei, di proposito, non
aveva fatto domande. Non aveva
avuto nessuna necessità di sapere.
La cosa era sembrata abbastanza
facile anche dopo aver scoperto chi
erano in realtà suo marito e la
famiglia di lui. Naturalmente era
stato piuttosto snervante arrivare a
Enfield Park ed essere presentata al
duca di Withingsby e a tutta la sua
corte. Da lei, insomma, ci si era
aspettato molto più di quanto aveva
messo in conto all’inizio. Ma non
era poi stato tanto difficile gestire
la situazione.
Se si fosse comportata come le
era stato detto, accontentandosi di
stare zitta e riservata, di essere
l’ombra di suo marito, un semplice
topolino, senza guardarsi attorno e
vedere delle persone... esseri umani
presi come in una morsa nel
dramma della vita e incapaci di
affrontarlo; se non si fosse
interessata a loro...
Charity sospirò e posò la
spazzola sul tavolino. Non avrebbe
neppure cercato di dormire.
Sarebbe andata invece nel salottino
per scrivere alcune lettere: una a
Philip, una a Penny e ai bambini.
Era arrivato il momento di scrivere
loro. Non l’aveva ancora fatto
perché... che cosa avrebbe potuto
raccontare se non menzogne? Non
che ci fosse alcun motivo di
continuare a nascondere la verità,
dato che, per chiunque di loro,
ormai era troppo tardi per tornare
sui propri passi. Ma quelle erano
questioni che non poteva trattare in
una lettera, doveva parlarne faccia a
faccia.
A quanto pareva, non faceva altro
che mentire... da quanto tempo
ormai? Il giorno prima era arrivata
a Enfield. Quello precedente si
erano sposati. Possibile che tutto
fosse successo nello spazio di soli
tre giorni? Quattro giorni addietro
non aveva mai neanche sentito
parlare del marchese di Staunton.
Ed era stata nervosa alla prospettiva
di un colloquio di lavoro con il
signor Earheart.
Portò con sé una candela nel
salottino
privato
del
suo
appartamento e quando vi arrivò ne
accese altre due. Nel piccolo
scrittoio trovò carta, penna e
inchiostro e si sedette a scrivere:
Caro Phil...
Il conte di Tillden si era
comportato per tutta la serata come
se Charity non esistesse neanche,
sebbene Sua Grazia l’avesse fatto
sedere alla destra di lei durante la
cena. La contessa aveva annuito
graziosamente, ma con notevole
nervosismo, ogni volta che i loro
occhi si erano incontrati, però aveva
evitato di avvicinarsi abbastanza da
rendere
necessaria
una
conversazione. In quanto a lady
Marie Lucas, era stata presa sotto
l’ala protettrice di Marianne. Lady
Marie era una giovane donna bella
ed elegante che si intonava
benissimo al salotto di Enfield e si
armonizzava alla perfezione con la
famiglia Withingsby.
Il marchese non aveva desiderato
sposarla, e proprio per quello si era
dovuto trovare una moglie. Ma
erano otto anni che non incontrava
lady Marie. All’epoca lei era solo
una bambina e per Staunton doveva
essere stato uno shock vedere
com’era diventata. Chissà se
rimpiangeva il passo fatto... Ma il
problema era solo suo e Charity
intinse con fermezza la penna nel
calamaio.
Caro Phil,
certo penserai che io sia finita chissà
dove. Sono passati due giorni interi e ti
scrivo solo ora. Ma c’è stato un gran
daffare e tutto è assolutamente nuovo per
me. I bambini sono quattro, non tre, ma il
più piccolo non è ancora pronto per essere
affidato a me. È un maschietto paffuto e
adorabile che striscia in ogni angolo in cui
non dovrebbe ficcarsi, si mette in bocca
tutto ciò che trova ed è coinvolto in tutto
ciò che succede; la disperazione della sua
nurse è per lui materia di grande
divertimento.
Era difficile credere che un
bimbo così felice potesse essere
figlio di Marianne e Richard. Il
piccolo le aveva fatto pensare, con
una certa malinconia, al problema
della maternità. Ma non aveva
importanza. Lei sarebbe stata la zia
più premurosa e indulgente per i
figli di Phil e Agnes e per quelli di
Penny.
Poi continuò:
La bambina più piccola, Augusta, ha otto
anni. È una ragazzina molto seria che non
ha mai imparato a essere una vera
bambina, ed è ostile a me e a...
Per un istante, Charity si strofinò
sul mento la piuma della penna...
al signor Hearheart. Ma sono riuscita a
strapparle prima un sorriso e poi una
risatina dopo il tè di oggi, quando le ho
raccontato dell’imboscata che mi hanno
teso stamattina i due figli del custode che
si erano nascosti tra i rami di un albero e
mi avevano fatto piovere addosso un
diluvio di foglie quando sono passata di
sotto. Credo che sia affezionata a quei
bambini. Dovrò vedere se riuscirò a far sì
che ogni tanto giochino tutti insieme. Non
penso che ad Augusta sia stato concesso
molto tempo solo per giocare.
Charity aveva raccontato alla
sorellina di Anthony alcune delle
proprie imprese da bambina, fra
cui quella volta che si era
arrampicata sui rami più alti di un
albero vicino a casa per salvare un
gattino che stava miagolando
pietosamente,
mentre
Penny
piangeva e Phil frignava di sotto. Il
gattino poi si era stancato di
starsene lassù ed era sceso a terra
molto prima che lei fosse riuscita
ad arrampicarsi con gran fatica fino
in cima per scoprire che il micio si
era dileguato. Poi era avvenuto
l’inevitabile... proprio come era
successo quel mattino sia pure in
misura minore, a Harry. Per
riportarla a terra c’erano voluti un
giardiniere,
il
padre
e
un
ambulante di passaggio, senza
contare un fiume di lacrime e molti
consigli ansiosi e contrastanti da
parte degli altri due bambini e della
loro
madre.
Charity
aveva
infiocchettato un po’ la storia,
quando l’aveva raccontata ad
Augusta.
A quel punto smise di scrivere.
Corrugò la fronte e si passò
meditabonda la piuma sul mento.
Aveva inventato età e sesso per i tre
bambini a cui avrebbe dovuto
insegnare. Che cosa esattamente
aveva raccontato a Phil? Doveva
stare attenta a non contraddirsi
completamente. Era quello il guaio
con le bugie. Era necessaria una
buona memoria, se si voleva
cominciare a raccontarle.
In quel momento successe
qualcosa che la distrasse. La porta
del salottino si aprì e lei guardò al
di sopra della spalla, sorpresa.
Sulla soglia stava suo marito, con
indosso una vestaglia di broccato
color vinaccia e pantofole di pelle.
Aveva i capelli in disordine, ma
quell’aspetto non faceva che
renderlo ancora più bello del solito.
Staunton entrò e chiuse la porta
dietro di sé.
— Ah — fece lui — siete voi. Che
cosa state facendo?
Charity coprì in parte la lettera
con una mano, cercando di non
apparire troppo misteriosa.
— Ho pensato di scrivere un paio
di lettere prima di andare a letto —
rispose. — Mi spiace. La luce vi ha
disturbato?
— Nient’affatto — disse lui. — A
chi scrivete?
— Oh — fece lei con una risatina
— ad alcune amiche.
— Al vostro vecchio indirizzo?
— chiese Staunton. — Avevo
l’impressione che abitaste da sola a
Londra.
Charity ringraziò la sorte che la
curiosità di suo marito non
arrivasse al punto di indurlo ad
attraversare la stanza per sbirciare
da sopra la sua spalla.
— Al mio vecchio indirizzo, sì —
rispose lei.
Il marchese rimase sulla soglia,
con le mani dietro la schiena, le
labbra serrate e un’espressione
alquanto impacciata, quasi si
rendesse conto che non era quello il
suo posto. Come se fosse
imbarazzato. Eppure si trovava nel
proprio appartamento nella propria
casa natale.
— Non ho mai usato questa
stanza — disse, come in risposta ai
pensieri di lei. — Mi sembra una
stanza molto femminile.
— È accogliente — osservò
Charity.
— Sì... be’, buonanotte. — Si girò
verso la porta.
— Buonanotte, milord — disse
Charity.
Lui esitò, la mano sul pomolo. —
Vi spiacerebbe se mi sedessi qui
mentre scrivete? — chiese. — Non
vi disturberò.
Era proprio il marchese di
Staunton, l’uomo freddo, altezzoso
e cinico? Quell’uomo incerto e
quasi umile?
— Non mi spiacerebbe affatto,
milord — rispose lei. — Vi prego,
sedete vicino a me.
Staunton si accomodò su un
comodo divanetto a due, con il
gomito sul bracciolo, appoggiando
il pugno chiuso alla bocca.
— Continuate pure — le disse,
quando vide che la moglie insisteva
a guardarlo.
I suoi occhi erano più neri del
solito... forse un effetto della luce
della candela. Ma no, pensò Charity
mentre tornava alla sua lettera. Era
qualcosa di più. Come se dietro di
essi si fosse sollevata una cortina.
Tuttavia, non si sarebbe girata per
controllare se aveva ragione.
Le era stato già difficile scrivere
quella lettera mentre era sola, e a
quel punto le era pressoché
impossibile. Proseguì con fatica per
qualche altra frase e terminò in
modo
assai
insoddisfacente.
Aspettò poi che l’inchiostro si
asciugasse prima di piegare con
cura il foglio. L’indomani avrebbe
dovuto portare la lettera al
villaggio. Non l’avrebbe certo
lasciata sul vassoio della posta al
piano di sotto, con l’indirizzo del
signor Philip Duncan.
— Ho finito. — Si voltò
sorridendo... e con un sobbalzo
scoprì che suo marito era seduto
esattamente nella stessa posizione
di venti minuti prima. E la stava
ancora osservando.
— È una lettera molto breve —
notò il marchese. — Una sola. Devo
avervi interrotto la concentrazione.
— Non importa — rispose
Charity. — Posso scriverne un’altra
domani.
— Siete gentile, lady Staunton —
disse lui. — Lo siete sempre. A
quando pare, mio padre vi ha preso
in grande simpatia.
— È un uomo cortese — osservò
lei.
Staunton emise una risatina. —
Mia cara... — disse con l’identico
tono di voce del genitore. — “Cara
figlia”, “Mia cara figlia, venite a
sedervi sullo sgabello ai miei
piedi”. E poi una mano distratta
che posa leggermente e con affetto
sulla
vostra
spalla.
Con
un’espressione dolce negli occhi.
— È un uomo cortese — ripeté
lei. Il duca era riuscito a renderle
piuttosto piacevole una serata che
si preannunciava sgradevole.
— Sua Grazia non è mai cortese
né affettuoso — ribatté Staunton.
— Sta giocando con voi, milady. O
meglio, sta portando avanti il suo
gioco con me. Noi due giochiamo
reciprocamente al gatto e al topo.
Fingendo entrambi di mostrare
affetto per lei per far infuriare
l’altro. Nessuno dei due provava per
lei il sentimento di cui faceva
sfoggio in pubblico.
— Vi ferisce saperlo? — chiese
lui.
Sì, la feriva terribilmente essere
vista e usata come una pedina
invece che come una persona. Ma
era stata lei a permetterlo e aveva
ignorato il consiglio di limitarsi a
essere una semplice ombra. Le
ombre non potevano sentirsi ferite
a livello personale, né provare pietà
per coloro che le ferivano.
Charity scosse la testa. — Si
tratta solo di una situazione
temporanea. Presto sarà tutto
finito.
— Sì — confermò Staunton,
fissandola, e Charity fu sicura di
non essersi sbagliata sui suoi occhi.
Alcune delle sue difese erano
cadute. Forse il marchese si sentiva
al sicuro lì con lei, di notte, in
quell’appartamento.
Charity si alzò. — È tardi —
disse. — È ora che vada a dormire.
Buonanotte, milord.
— Lasciate che venga con voi —
rispose lui, mentre era già con la
mano sul pomolo della porta.
Lei si rese conto allora della
propria ingenuità. Aveva avvertito
quell’atmosfera fin dal primo
istante in cui lui era entrato nella
stanza e aveva pensato che si
trattasse solo di un po’ d’imbarazzo
da parte sua. A quel punto, però,
riconosceva quale tipo di tensione
vi fosse stata in realtà fin
dall’inizio. Entrambi, oh, sì,
entrambi volevano andare a letto
insieme. Era evidente nelle parole
di lui e nel tono in cui erano state
pronunciate. Ed era evidente anche
nella propria reazione. Lei avvertiva
una pulsazione intensa in quella
parte così intima del proprio corpo,
dove il marito era penetrato due
notti prima e... dove voleva che
tornasse.
Sapeva bene che non sarebbe
stato saggio: non si trattava d’amore
e neppure d’affetto. Il loro non era
nemmeno un matrimonio vero. Era
solo l’intenso desiderio di una
donna
di
ventitré
anni
di
accoppiarsi, di celebrare la propria
femminilità. Era un’esigenza che
era rimasta allo stato latente e quasi
inavvertita fino a due notti prima,
ma ormai si era risvegliata con una
facilità che le metteva quasi paura.
Un bisogno che avrebbe potuto
trasformarsi in un desiderio
intenso e irresistibile, se vi avesse
ceduto, e diventare più familiare
grazie a quelle delizie travolgenti
che aveva scoperto da poco.
— Naturalmente siete libera di
rifiutarvi — disse lui. — Non vi
costringerò con la forza e neanche
cercherò di persuadervi.
A essere onesta con se stessa,
Charity avrebbe dovuto ammettere
che era troppo tardi per frenare
quella smania che si sentiva dentro.
L’aveva provata la sera prima, era
stata uno dei motivi per cui era
rimasta alzata fino a tardi, e
sarebbe stato un demone contro cui
combattere negli anni a venire. Le
era stata appena offerta la
possibilità di rivivere quei momenti
di delizia, assaporarli e custodirli
nella memoria per gli anni di vita
solitaria che l’aspettavano in futuro.
— Permettete che vi apra la
porta, milady. — La voce di
Staunton le arrivò appena dietro le
spalle. — Questo non faceva parte
del nostro accordo. Non dovete
sentirvi
obbligata.
Non
vi
tormenterò
chiedendovelo
di
nuovo.
— Amerei giacere con voi —
rispose Charity.
Una mano di lui le toccò la
spalla, l’altra le passò davanti per
aprire la porta. — Vi porterò nel
mio letto, allora, se non avete
obiezione — disse Anthony.
— No — rispose lei. — Non ne
ho affatto.
La camera da letto del marchese
era identica alla sua per forma e
dimensioni, ma aveva un tocco
maschile, decorata con colori
vinaccia, crema e oro. E aveva anche
un odore maschile... di cuoio, acqua
di colonia e vino, nonché un aroma
indefinibile ma virile.
Contava forse qualcosa che non
si trattasse d’amore? E neppure di
dovere coniugale? Che importanza
aveva se si trattava solo di un
desiderio spasmodico? L’assenza
d’amore o di dovere lo rendeva
forse immorale? Staunton era suo
marito. Charity si voltò verso di lui
e lo guardò negli occhi. Un marito
del tutto temporaneo. Avrebbe
pensato al problema della moralità
in seguito, quando si sarebbe
ritrovata di nuovo sola. Sola con la
propria famiglia.
Sola.
Era stato il giorno del trionfo
finale di Staunton, in cui lui si era
guadagnato in modo inequivocabile
la
propria
indipendenza,
costringendo inoltre il padre ad
accettarla
pubblicamente.
Era
tornato a casa e aveva affrontato i
propri demoni, anzi, era addirittura
riuscito a far pace con essi. Quella
dimora non sarebbe più stata un
luogo da evitare, né sarebbe più
stata da evitare la sua famiglia.
Avrebbe potuto recuperare un
buon rapporto con Will.
Avrebbe
dovuto
rallegrarsi,
pianificare il ritorno alla propria
vita. Avrebbe dovuto affidare
all’amministratore il compito di
provvedere a soddisfare gli accordi
presi con sua moglie.
Invece Staunton non si stava
rallegrando affatto. Era irrequieto.
Aveva cercato di coricarsi, di
obbligarsi a dormire. Ma il sonno
non voleva saperne di arrivare.
Sarebbe rimasto a Enfield, aveva
ammesso alla fine con se stesso.
Suo padre era gravemente malato,
anzi
stava
morendo.
Quell’ammissione
gli
aveva
provocato un momento di panico.
Si sarebbero parlati... avrebbero
avuto un vero colloquio. Sarebbe
stato necessario persuadere il
genitore a lasciare le redini del
potere affinché si potesse rilassare
e magari prolungare almeno un po’
la sua vita. Intendeva dire che lui,
Staunton,
sarebbe
dovuto
intervenire e rimanere a Enfield.
Definitivamente.
Non
avrebbe
potuto, né voluto, lasciare che suo
padre morisse da solo.
Tuttavia, non avrebbe potuto
tenere lì la moglie all’infinito.
Presso la finestra della sua stanza,
stava guardando al di fuori nel
buio.
Dovevano
essere
sopravvenute le nubi, perché la
luna non si vedeva. In effetti, non
c’era bisogno della presenza di
Charity a Enfield che per qualche
giorno ancora. Una volta ripartito
Tillden con la famiglia, anche lei
sarebbe
stata
congedata.
Dopotutto, lui non aveva ingannato
suo padre sulla vera natura del suo
matrimonio,
né
aveva
alcun
desiderio o necessità di ingannarlo.
Il punto era che il matrimonio era
reale e indissolubile e il duca, da
buon realista, l’aveva accettato.
Charity era servita allo scopo e
presto avrebbe avuto il permesso di
partire.
Il marchese si era appoggiato
con le mani sul davanzale e aveva
tratto un lento respiro. Doveva
ammetterlo con se stesso: la
desiderava. Subito... a letto. Non
era lei in particolare che voleva, si
era detto. Voleva una donna.
Probabilmente perché sapeva che
non ne avrebbe avuta una per
molto tempo. Sua Grazia era
sempre
stato
particolarmente
severo quando i suoi figli avevano
mostrato
segno
di
voler
amoreggiare con qualche ragazza
del posto. E il figlio maggiore era
stato perfettamente d’accordo con
lui. C’erano un’infinità di luoghi in
cui poter soddisfare appetiti fuori
dalle regole, e tra questi non
rientrava quello in cui si esercitava
una sovranità e si provvedeva alle
responsabilità che tale carica
comportava. Staunton desiderava
sua moglie perché era lì vicina,
nella camera accanto, e perché non
sarebbe rimasta a lungo a Enfield e
lui si sarebbe trovato senza donne a
disposizione. Aveva emesso una
risatina ironica nei confronti di se
stesso.
Si era chiesto come avrebbe
reagito Charity, se fosse entrato
adesso in camera sua per
pretendere i propri diritti coniugali.
Forse glieli avrebbe concessi senza
discutere. Le narici gli fremevano.
Poi aveva deciso di andare nel suo
studio, dove avrebbe trovato
qualcosa da fare. Lì aveva parte dei
suoi libri preferiti. Se poi ci avesse
pensato, di sicuro gli sarebbe
venuto in mente qualcuno a cui
doveva scrivere. Altrimenti si
sarebbe rivestito e sarebbe uscito a
vagabondare nella notte.
Mentre si avvicinava allo studio,
aveva visto una luce filtrare sotto la
porta del salottino. Così era entrato
in quella stanza e si era autoinvitato
a sedere mentre sua moglie scriveva
una lettera... Ma come mai era
ancora alzata?
Charity indossava un semplice
abito bianco di cotone, molto
comodo. Aveva i capelli sciolti che
le ricadevano ondulati e lucenti
sulla schiena.
Lui la desiderava. E a quel punto
era disposto ad ammettere con se
stesso che non era una donna
qualunque quella che voleva... ma
lei, la sua innocenza, la sua
rettitudine. Due notti prima aveva
scoperto che tali qualità lo
attraevano. Charity aveva fatto bene
la sua parte, aveva pensato
Staunton mentre la guardava
scrivere in quella sua postura,
corretta ma aggraziata. Più che
bene, anzi. Aveva dimostrato un
calore, un fascino e una grazia che
avevano colpito tutti con la
possibile eccezione di Marianne.
Perfino Charles l’aveva osservata
quella sera, con espressione
perplessa, quando lei era seduta su
uno sgabellino accanto al padre.
Sì, era stata proprio brava.
Staunton si era sentito orgoglioso
di lei, così carina e dignitosa in quel
vestitino
di
seta
grigia
terribilmente scialbo, prima di
rendersi conto che l’orgoglio non
era un sentimento appropriato date
le circostanze. Non un orgoglio
caloroso, comunque.
Si era chiesto a chi la moglie
stesse
scrivendo
con
tanta
difficoltà. Era forse qualcuno verso
cui si sentiva in obbligo? O si
trattava di una persona che le era
talmente cara da sentirsi impacciata
per la sua presenza? Lui non aveva
alcun diritto di mostrarsi curioso.
Né voleva esserlo. Quando Charity
se ne fosse andata, intendeva essere
in grado di dimenticarla senza
problemi.
Tuttavia quella sera desiderava
averla sotto di sé, immergere il
proprio viso tra i suoi capelli. Prima
lei fosse uscita dalla sua vita, tanto
meglio sarebbe stato.
A quel punto aveva ceduto alla
debolezza, pensando che Charity lo
avrebbe rifiutato. Non ci sarebbe
stato da stupirsene, anche se
Anthony
non
sapeva
che
cos’avrebbe fatto per dormire. Ma
lei non si era rifiutata.
“Amerei giacere con voi” gli
aveva detto, dopo che lui si era
alzato in piedi per andare a tenerle
aperta la porta.
Sua moglie non misurava le
parole. E così il marchese aveva
ceduto a un’altra debolezza. La
voleva nel suo letto. Voleva averne lì
il suo ricordo, anche se quel
pensiero, che lo aveva colto
completamente di sorpresa, gli
aveva fatto corrugare la fronte
perché
non
riusciva
a
comprenderlo.
Non c’era alcuna timidezza in
quella ragazza... gli veniva da ridere
a pensare che l’aveva scambiata per
un topolino tranquillo solo alcuni
giorni prima.
Quando furono nella sua camera
da letto, Charity si voltò verso di lui
e lo fissò, con quei suoi occhioni
dall’espressione indifesa. Staunton
sperò che non fosse segno di
vulnerabilità e si augurò che
nessuno la ferisse mai nel
profondo.
Le sciolse la fascia della vestaglia
e le sfilò l’indumento dalle spalle,
poi le slacciò i bottoni della camicia
da notte, la aprì ai lati e gliela levò
dalle braccia, facendola infine
cadere a terra. Lei rimase immobile,
senza opporre resistenza... e lo
guardò negli occhi.
Il
suo
corpo
era
meravigliosamente proporzionato
senza essere in alcun modo
voluttuoso. E pensare che lui aveva
sempre creduto di preferire le
donne voluttuose... fino a quella
sera.
Poi si tolse a sua volta la
vestaglia e si sfilò la camicia da
notte dalla testa, mentre gli occhi di
lei frugavano il suo corpo.
— Ora ci sdraieremo — le disse.
— Sì.
Staunton amava indugiare a
lungo con i preliminari ed era
molto abile. Gli piaceva montare sul
corpo delle sue donne solo per la
galoppata
vigorosa
che
si
concludeva con l’esplosione finale.
Non le baciava mai, almeno non sul
viso. Un bacio era troppo intimo...
dal punto di vista emotivo. Il coito,
invece, era una faccenda puramente
fisica che non comportava alcun
sottinteso emotivo.
Così non baciò sua moglie. Le
sue mani iniziarono un delizioso
arpeggio sul suo corpo in un rituale
lungo e familiare. Ma anche se si
sentiva eccitato, non sembrava
riuscire a coinvolgere la mente in
quello che stava facendo. Il solito
schema era diventato stucchevole,
non lo soddisfaceva più. Non con
Charity. Voleva sdraiarsi su di lei,
sentirsi riscaldato dal suo calore,
placato da quel corpo morbido e
cedevole.
Voleva
trovarsi
prigioniero della sua femminilità,
desiderava immergere il viso tra i
suoi capelli.
E così abbandonò il consueto
rituale, le doti di sempre. Si sollevò
sopra di lei e le divaricò le gambe.
Non aveva idea se lei fosse pronta.
Alle donne occorreva parecchio
tempo per essere adeguate per la
penetrazione. Fece scivolare una
mano in giù, fino a raggiungere il
suo inguine, e le spinse adagio le
dita dentro, trovandola già bagnata.
Era strano, pensò mentre
respirava il profumo erotico del
sapone, come si potesse essere tesi
e pulsanti di desiderio senza
provare alcuno dei normali impulsi
naturali, quelli che lo inducevano a
trarre l’ultimo briciolo di piacere
dall’esperienza. Ora desiderava solo
trovarsi dentro di lei, cavalcare su di
lei, sentirsi così vicino da essere
parte di lei, della sua beltà, del suo
calore, del suo fascino, inalare la
sua essenza… A quel punto smise
di pensare.
Seguì l’istinto perché non aveva
altro
come
guida.
Aveva
abbandonato i giochetti d’abilità,
l’esperienza, le mosse familiari. Si
accoppiò con ritmo lento e
continuo, prolungando al massimo
il
momento
meraviglioso
e
piacevole in cui sarebbero diventati
ancora più uniti per un istante
brevissimo, prima di tornare a
essere di nuovo due entità separate.
Non notò quando lei si avvinghiò
con le gambe al suo corpo, fu solo
conscio del fatto che il loro ritmo
era all’unisono, in modo perfetto e
meraviglioso.
Sospirò tra i capelli di Charity
mentre lei emetteva gemiti di
piacere. Durante un momento di
lucidità, si stupì al pensiero che in
nessuno di loro due fosse evidente
una grande eccitazione. Solo
qualcosa di lontano, molto più
pericoloso... ma escluse quel
ragionamento prima che venisse
espresso in maniera compiuta.
Fu lei a perdere il ritmo per
prima. I suoi muscoli interni si
contrassero convulsamente, il suo
respiro divenne più affannato.
Disimpegnò le gambe intrecciate
con quelle di lui e puntò i piedi nel
materasso inarcandosi. Staunton a
sua volta spinse a fondo dentro di
lei e le premette le mani sulle
anche.
Seguirono lunghi istanti di
tensione, prima che lei perdesse
completamente il controllo e si
desse al marito in silenzio, con
tutto ciò che aveva. E lui sentì di
aver ricevuto un dono: una
sensazione strana considerando
che, tutto ciò che era successo, per
lei non era stata che una buona
esperienza sessuale. Un’esperienza
puramente fisica.
Lasciò che la moglie si rilassasse
sotto di sé. Ne assaporò il calore, la
morbidezza e il silenzio. Aspettò
che il respiro le tornasse normale.
Poi si spinse là dove desiderava
essere, il punto in cui aveva sempre
bramato trovarsi. Per tutta la vita.
Anche se non era esattamente un
luogo. Era... Udì se stesso che
gridava e sentì le braccia di Charity
stringerlo, le gambe di lei
intrecciarsi di nuovo con le sue. La
udì
mormorargli
qualcosa
all’orecchio...
una
sensazione
squisitamente dolce e totalmente
incomprensibile.
Ed ebbe
l’impressione
di
precipitare, senza la possibilità di
fermarsi.
12
Charity non riuscì a dormire molto.
Dapprima fu per una questione di
scomodità: il corpo di Staunton
pesava troppo su di lei e le rendeva
difficile respirare, e si sentiva le
gambe rigide per essere rimaste
tanto a lungo divaricate. Ma,
stranamente, non fece nulla per
alleviare il disagio. Non cercò di
svegliare il marito, né di cambiare
posizione. Al contrario, rimase
immobile e rilassata in modo che
lui
non
si
spostasse.
Era
assolutamente conscia che erano
entrambi nudi, che i loro corpi
erano ancora uniti e che erano stati
davvero marito e moglie. Il disagio
non sembrava affatto importante.
Anche dopo che Staunton si
mosse
e
rotolò
di
lato,
mugugnando parole incoerenti e
continuando a tenerla stretta
cosicché lei si sentiva al caldo e
cullata, e del tutto a suo agio a
contatto con lui, il suo sonno restò
agitato.
Non
era
cambiato
nulla,
assolutamente nulla. Il loro non era
stato amore e sarebbe stato molto
sciocco da parte sua immaginarsi
che potesse esserlo. Non doveva
fantasticare
neanche
per un
momento su una cosa che non
aveva avuto la minima traccia di
romanticismo.
Erano
semplicemente un uomo e una
donna con le loro esigenze fisiche.
Erano sposati per ragioni di
convenienza e occupavano le stesse
stanze. Così avevano appagato
quelle loro esigenze e ne erano stati
soddisfatti. In quanto a lei, era
molto contenta di avere imparato
una lezione così preziosa. Valeva
sempre la pena di conoscere
qualcosa di nuovo. Aveva appreso
che amore e romanticismo da una
parte e ciò che succedeva tra un
uomo e una donna a letto dall’altra
erano due cose del tutto diverse,
come confrontare i cavoli con le
pere.
Nulla era cambiato, solo che
scioccamente, come purtroppo era
suo solito, lei si era lasciata
coinvolgere. Con tutta quella banda
di persone sgradevoli, imbronciate
e dalle idee balzane. Perché non
riusciva a vederli sotto quella luce e
starsene in disparte?
Era sempre stato così. A ventun
anni aveva avuto la possibilità di
sposare un gentiluomo che le
piaceva molto, ma sua madre era
morta da soli quattro anni e tutti
avevano ancora bisogno di lei,
stando alle
sue
convinzioni,
nonostante la sorella della povera
mamma,
già
vedova,
fosse
dispostissima a prendersi cura
della famiglia. Dopo la morte del
padre, quando il mondo intero le
era crollato addosso, aveva insistito
per contribuire ad aiutare la
famiglia e a rimborsare i debiti,
anche se tutti avevano cercato di
persuaderla che lei era più
necessaria a casa. Poi, nel corso del
suo ultimo impiego, si era fatta
licenziare perché si era lasciata
coinvolgere nell’angoscia di una
bella cameriera troppo debole per
difendersi da sola.
Adesso ci era cascata di nuovo.
Si era presa cura del duca di
Withingsby,
che
non
amava
nessuno e non era amato da
nessuno, o almeno così pensava
quel branco di stupidi. Si era
affezionata ad Augusta che aveva
un’infanzia da recuperare e a
Charles, che si sentiva tradito dal
fratello che l’aveva abbandonato
quand’era solo un ragazzo... oh, sì,
lei lo aveva capito benissimo. E si
era affezionata a Claudia, che aveva
creato una frattura terribile tra due
fratelli e che doveva saperlo e
soffrirne, nonostante i suoi dolci
sorrisi. Si era affezionata a William,
che doveva essere dilaniato dal
senso di colpa e anche da una certa
indignazione se era vero, come
probabilmente lo era, che Claudia
l’aveva sempre amato. Gli unici due
a cui non era molto interessata
erano Marianne e Richard, anche se
adorava i loro bambini.
Oh, sì. Lei aveva a cuore tutte
quelle persone. Che stupida! E
aveva a cuore quel pover ’uomo di
suo marito, così lacerato, che
credeva di avere saldamente in
pugno la propria vita. Quanto
potevano essere sciocchi gli uomini.
Tanto simili a bambini, sempre
pronti a dare in escandescenze, a
fare i gradassi e a guardare storto
gli altri e nello stesso tempo così
vulnerabili. Charity era rimasta
quasi
spaventata
dalla
sua
vulnerabilità di poco prima, quando
lui aveva lanciato un grido proprio
nel momento in cui si era resa
conto che quel calore in più che
provava dentro di sé era il suo seme
che veniva liberato. Le era parso
così simile a un bimbo sperduto. Si
era avvolta attorno a lui, sopraffatta
da un senso di tenerezza, e gli
aveva mormorato parole di conforto
proprio come se fosse un bambino
caduto che si era sbucciato un
ginocchio.
— Andrà tutto bene — gli aveva
bisbigliato all’orecchio. — Andrà
tutto bene, caro.
Caro!
Charity
sperò
ardentemente che lui non l’avesse
sentita. Il marchese di Staunton
non era esattamente il tipo di
persona da chiamare in quel modo.
O verso il quale provare sentimenti
materni. In quel momento si
sentiva in effetti tutto fuorché
materna. Lui era sveglio. La sua
mano si muoveva tracciando cerchi
leggeri sulla schiena e le natiche di
lei per poi spostarsi sul fianco e
risalire fino a raggiungere uno dei
suoi seni. Lo accarezzò e le stuzzicò
il capezzolo col pollice.
— Mmm — fece lei.
E fu tutto quello che si dissero.
Poi lui la sollevò una gamba sul
proprio fianco, l’attirò più vicina e
la penetrò di nuovo. Lei era così
ingenua, non aveva capito dove
stavano conducendo le sue carezze.
Non si era resa conto che avrebbero
potuto rifarlo così presto... o
mentre erano sdraiati sul fianco.
Ma quando serrò quei suoi muscoli
interni di cui aveva appena scoperto
le capacità, lo sentì di nuovo
straordinariamente
presente
e
duro... e profondamente dentro di
lei. Poi lui si ritirò ed entrò di
nuovo. Lei non riusciva a credere
che
ci potesse
essere
una
sensazione più meravigliosa al
mondo, e desiderò che potesse
durare per sempre.
Dopo, dormì profondamente.
Staunton le aveva spostato la
gamba perché riposasse meglio e le
aveva tirato su le coperte fino alle
orecchie. Ma la teneva vicina a sé...
più vicina. Prima di scivolare nel
sonno, Charity decise che doveva
andarsene. Non c’era alcun vero
motivo per rimanere. Il marchese
aveva ribadito il suo punto di vista:
il matrimonio era indissolubile, al
di là del dominio che gli altri
potevano esercitare su di lui. Lei
però doveva andarsene, rimettere
insieme i pezzi della propria vita e
continuare con la famiglia e le
seimila sterline l’anno.
Ma
ci
avrebbe
pensato
l’indomani.
Durante la notte aveva piovuto.
Gocce d’acqua brillavano sull’erba,
mentre nell’aria era ancora sospesa
un po’ di nebbiolina mattutina che
nascondeva le colline e gli alberi
lontani. Era il clima ideale per una
cavalcata.
Il marchese di Staunton era
fermo sui gradini di marmo davanti
alla porta d’ingresso e respirava a
pieni polmoni l’aria fredda e umida.
Intanto si batteva gli stivali con il
frustino. Non c’era alcun topolino
marrone sulla terrazza sotto di lui.
Aveva lasciato Charity a letto. Su
suo suggerimento, lei si era rimessa
a dormire dopo essere stata
svegliata per un’altra tornata
d’amore rapida e vigorosa. Aveva
girato il viso sul cuscino del marito
e vi aveva infilato sotto il braccio. Si
era riaddormentata ancora prima
che lui avesse finito di sistemarle le
coperte per tenerla al caldo.
Staunton si avviò a grandi passi
verso le scuderie. Era forse
impazzito? Totalmente fuori di
testa? Tre volte durante quella
notte, una volta tre notti addietro.
Che diavolo avrebbe fatto se
l’avesse messa incinta? Se? Quattro
volte e pensava ancora in termini
ipotetici?
Così era uscito per rinfrescarsi la
mente e rinnovare le energie, dopo
aver passato una notte a esaurirle.
Fece una smorfia. Perché diavolo
Charity era rimasta alzata tanto a
lungo per scrivere delle lettere? Se
non l’avesse fatto, nulla di tutto ciò
sarebbe successo. Eppure Staunton
aveva già dovuto resistere alla
tentazione di fare una visita
coniugale nella sua stanza.
Venne salvato da quei pensieri
così fastidiosi dalla vista di Charles,
che era già a cavallo nel cortile delle
scuderie e stava facendo capire con
fermezza alla sua vivace cavalcatura
chi comandava.
— Vedo che non hai dimenticato
la tua prima lezione su come si
trattano i cavalli — gli gridò dal
cancello.
Suo fratello non l’aveva ancora
visto e si toccò la tesa del cappello
col frustino, annuendo brevemente
con il capo. — Staunton.
— Ma hai imparato molte cose
da allora — osservò il marchese. —
Adesso sei un ufficiale di cavalleria.
Immagino che cavalcare ti venga
naturale come camminare.
— Com’è naturale per ogni
gentiluomo, ritengo — rispose
Charles. — Scusami, Staunton, ora
devo andare.
Il marchese non si spostò dal
cancello. — Per una cavalcata
mattutina? Stavo per andarci
anch’io, perché non la facciamo
insieme?
Suo fratello scrollò le spalle. —
Come vuoi.
Tutta colpa di quella peste di sua
moglie, pensò Staunton mentre
preparava la propria cavalcatura
dopo aver fatto cenno allo stalliere
di allontanarsi. Quella piccola
bigotta con le sue analisi dei
caratteri, le sue tirate moraliste e la
sua insistenza sul fatto che erano
una famiglia solo perché li aveva
generati tutti Sua Grazia: quando
era stata l’ultima volta che lui aveva
imposto la propria compagnia a
qualcuno che l’aveva mandato al
diavolo? Soprattutto se si trattava di
un giovane cucciolo che era stato
insolente con lui? Era davvero tutta
colpa di quella donna se sentiva
tanto il bisogno di chiacchierare.
— Sei già stato in servizio attivo?
— chiese al fratello mentre
uscivano dal cortile e si dirigevano
verso i campi aperti e le colline
dietro la casa.
— Non al di là di queste sponde
— rispose Charles. — Sono stato in
un reggimento della riserva.
— Sei stato? — Il marchese gli
lanciò un’occhiata interrogativa.
Pensò che suo fratello, con indosso
l’uniforme
scarlatta,
doveva
apparire irresistibile alle donne. Gli
era ancora difficile credere che non
fosse più un ragazzino di dodici
anni.
— Partiremo per la Spagna il
mese prossimo — spiegò Charles.
— E io intendo esserci.
— Sua Grazia ha qualcosa in
contrario?
L’altro non rispose.
— Immagino — continuò il
marchese — che non approvi
neanche la tua scelta di carriera. Ti
aveva destinato alla chiesa, non è
così? — Ricordava di aver affrontato
qualche volta quell’argomento con
il padre. E ricordava anche di aver
promesso a un Charles ribelle che
avrebbe preso le sue parti e fatto in
modo che non fosse costretto ad
accettare un tipo di vita che non
aveva alcuna attrattiva per lui. Ma
se n’era andato prima di poter
mantenere la promessa.
A quanto pareva, però, Charles
non intendeva continuare quella
conversazione, perché lanciò il
cavallo a un vivace galoppo.
— Non ricordo neanche di averti
sentito dire che volevi comperare
un grado nell’esercito — osservò il
marchese raggiungendolo. — Il tuo
interesse per la carriera militare è
forse recente?
Suo
fratello
gli
rivolse
un’occhiata dura e ostile. — Questo
nostro colloquio è puramente di
cortesia, Staunton — gli disse. —
Da quando in qua ti interessi alla
mia carriera o ai motivi per cui l’ho
intrapresa? E non dire che lo fai
perché sei mio fratello. Non lo sei
affatto, se non per una pura
circostanza di nascita.
Charles aveva sofferto per la sua
partenza molto più di quanto lui si
fosse aspettato. Anthony aveva
pensato che il ragazzo si sarebbe
ripreso presto e con la naturale
elasticità dei giovani avrebbe
rivolto i suoi affetti verso qualcun
altro... magari Will. Ma all’epoca
anche questi aveva solo vent’anni,
l’età di Charles adesso.
— Volevi fare una vita da
gentiluomo — gli disse. — Sognavi
terra, fattorie e responsabilità,
anche se non eri proprietario di
nulla. Speravi che Will entrasse
nella chiesa o nell’esercito e che Sua
Grazia ti concedesse di aiutarlo a
gestire queste proprietà o almeno
una di quelle più lontane. Io
pensavo che forse me ne sarebbe
stata assegnata una delle altre. Ci
scherzavamo
sopra.
Ti
avrei
concesso di vivere qui e gestirla tu
per me mentre andavo a fare la
bella vita a Londra.
— Il che è esattamente ciò che
hai fatto — osservò Charles. Dal
suo tono di voce, per la prima volta
trasparì
un’evidente
nota
di
amarezza. — Con grande successo,
sotto tutti i punti di vista.
— Sai perché me ne sono
andato?
— Sì. — Suo fratello scoppiò in
una risata. — Sua Grazia non ti
avrebbe permesso di intrallazzarti
con qualsiasi femmina entro un
raggio di dieci miglia da Enfield. E
morta nostra madre, non c’era nulla
e nessuno che ti trattenesse qui.
Il marchese trasalì. Forse allora
avrebbe dovuto fare uno sforzo per
dirgli almeno addio, cercare di
spiegare le sue motivazioni. Invece
no... non c’era stato alcun modo di
parlare di dolore, rabbia e
umiliazione.
— E Will ti avrebbe spaccato i
denti, se ti fossi solo avvicinato a
Claudia — aggiunse Charles.
Ah, a volte i ragazzini di dodici
anni notavano le cose e le capivano
meglio di quanto pensassero gli
adulti.
— Io amavo Claudia — replicò
Staunton. — E pensavo che lei
amasse me. Ma dopo che ha
sposato Will, non mi sarei mai
avvicinato a lei.
— Il fatto è che tu sei sempre
stato insopportabilmente arrogante
— sbottò con disprezzo il suo
antico ammiratore. — Chiunque
avesse avuto occhi per vedere
avrebbe capito che lei voleva Will, e
che nostro fratello viveva in una
specie d’inferno perché pensava
che l’avresti avuta tu e non osava
sfidarti per quello. Staunton, tu non
sei il tipo d’uomo da interessare
Claudia.
Nonostante
la
sua
bellezza, Claudia ama la sicurezza e
la tranquillità. E ama Will.
Buon Dio! Possibile che fosse
stato tanto cieco? Che si fosse illuso
in modo così umiliante? A quanto
pareva sì.
— Me ne sono andato per altri
motivi — ribatté il marchese. — La
vita era diventata intollerabile e il
matrimonio di Will e la morte di
nostra madre mi avevano spinto
sull’orlo del precipizio. Non al di là,
però. C’eravate ancora tu e la
bambina. — Trasse un respiro
affannato. Non ci pensava da anni.
Non sapeva se fosse in grado di
parlarne. — E poi... c’è stato
qualcos’altro che mi ha fatto
decidere.
Se
Charles
non
l’avesse
sollecitato, non ne avrebbe parlato.
Erano tutte cose che appartenevano
al passato e che lui aveva superato,
riprendendo il controllo della
propria vita e del proprio orgoglio e
guadagnandosi l’indipendenza.
— Allora? — fece Charles con
impazienza.
— Sua Grazia mi accusò di aver
rubato — spiegò il marchese. —
Aveva frugato nelle mie stanze e
aveva trovato una certa cosa. Era là
che mi aspettava, con quella cosa in
mano,
e
mi
schiaffeggiò
violentemente, tanto da farmi
sanguinare.
Non guardò neppure Charles,
che non disse nulla nel breve
silenzio che seguì a quelle parole.
— Mi ordinò di scendere e di
aspettarlo nella biblioteca —
continuò Staunton. — Sapevo che
cosa sarebbe successo alla fine,
naturalmente. Chiunque di noi
l’avrebbe saputo, no? Io avevo
vent’anni ed ero innocente. Gli dissi
che avrei obbedito e che l’avrei
atteso di sotto. Che non avrei
opposto resistenza, né avrei più
discusso con lui. Avrei accettato le
frustate come un bambino inerme.
Ma gli dissi anche che me ne sarei
andato di casa prima del tramonto,
non avrei mai più messo piede a
Enfield Park e lui non mi avrebbe
più rivisto. Sua Grazia non si
sarebbe mai piegato a tali minacce,
naturalmente, e le frustate che
ricevetti furono le più forti che mi
avesse mai inflitto. Ebbi parecchie
difficoltà a montare a cavallo più
tardi, ma non ero disposto a
passare nemmeno una sola notte in
più sotto il suo stesso tetto.
Charles non disse nulla.
— Quando esposi la mia
minaccia — continuò Staunton —
sapevo con esattezza ciò che dicevo
e quali erano le scelte che facevo.
Mi rendevo conto che avrei dovuto
lasciare la bambina, che lui non
degnava neanche di uno sguardo, e
sapevo
che
avrei
dovuto
abbandonare te, Charles, la persona
più preziosa che mi rimaneva al
mondo. Ma non userò questo
argomento per difendermi. Allora
eri solo un bambino e avevi
bisogno di me. Non ebbi neppure il
coraggio di dirti addio. Se l’avessi
fatto, non sarei più stato capace di
andarmene e invece dovevo farlo.
C’era in gioco molto più del rispetto
che avevo per me stesso. Mi pareva
che ci fossero in gioco la mia stessa
vita e la mia anima. Quando si
hanno vent’anni, a volte si
drammatizza la realtà in modo
esagerato, come sarai disposto ad
ammettere
tu
stesso.
Forse,
guardando le cose in retrospettiva,
il rispetto di me stesso, la mia vita e
la mia anima erano meno
importanti di un bambino per il
quale ero una specie di eroe.
Fu allora che, con un certo
orrore, capì perché Charles non
diceva nulla.
— Al diavolo! — esclamò. —
Questo non è un racconto
strappalacrime. È solo un episodio
stupido e sordido del passato,
ormai dimenticato da tempo. Non
sono neanche stato capace di
mantenere la mia promessa, come
hai visto. Dopo otto anni sono di
nuovo qui a Enfield Park e parlo
con Sua Grazia in termini quasi
civili.
Charles diede di sprone e il
marchese lo lasciò allontanare. I
giovani di vent’anni, e per di più
tenenti di cavalleria, non amavano
farsi vedere piangere.
Staunton arrestò il cavallo. No,
non sarebbe corso dietro il fratello
neanche
in
seguito.
Charles
sarebbe
stato
orribilmente
imbarazzato e avrebbe potuto
sentire la necessità di commentare
quanto aveva appena ascoltato.
Invece non c’era altro da dire sulla
questione. Perlomeno, ora Charles
finalmente sapeva che lui non se
n’era andato solo per darsi a una
vita di libertinaggio in città, dopo
che la morte della madre l’aveva
sollevato
dalla
necessità
di
rimanere a Enfield. Non che la cosa
facesse molta differenza. Il motivo
del suo allontanamento non
scusava certo il suo modo di
comportarsi. Aveva spezzato i
legami d’amore e fiducia. E non era
stato l’unico a soffrirne le
conseguenze.
Fece per girare verso casa, ma
cambiò idea e si avviò al trotto in
una direzione diversa. Avrebbe
trovato un tratto di aperta
campagna e avrebbe lanciato il
cavallo al galoppo fino allo
sfinimento di entrambi.
Charity dormì per una mezz’ora
dopo che il marito se ne fu andato.
Nonostante avesse riposato solo
nelle ultime ore della notte, e il suo
sonno fosse stato disturbato
quando Staunton l’aveva svegliata e
voluta di nuovo, scoprì che le era
impossibile ignorare le vecchie
abitudini. Era sempre stata abituata
ad alzarsi presto.
Inalò l’odore virile ancora
presente sul cuscino del marchese,
e mentalmente esaminò quel misto
di sensazioni che la pervadevano,
che andavano dall’indolenzimento
al benessere, al languore e
all’energia.
“Dev’essere
molto
piacevole essere sposati davvero e
svegliarsi ogni mattina in questo
modo” pensò. Ma il suo non era un
matrimonio vero, né lei desiderava
che
lo
fosse.
La
famiglia
Withingsby aveva più aspetti
negativi di quanti ne potesse
elencare sulle dieci dita. E lei aveva
una famiglia propria di cui era
assolutamente soddisfatta e con la
quale si sarebbe presto ritrovata.
Quella sera ci sarebbe stato il ballo.
L’indomani, o il giorno seguente, il
conte di Tillden sarebbe ripartito
con la famiglia. A quel punto la sua
funzione si sarebbe esaurita.
Avrebbe domandato al marchese
quando sarebbe potuta partire.
Probabilmente lui avrebbe richiesto
la sua presenza ancora per qualche
giorno, ma era ragionevole ritenere
che di lì a una settimana si sarebbe
trovata a casa sua. Gettò indietro le
coperte e si sedette sull’orlo del
letto, pensando a quanto sarebbero
stati eccitati nel rivederla. E quanto
sarebbe stata eccitata lei! E quali
meravigliose
notizie
avrebbe
annunciato loro. All’inizio li
avrebbe stuzzicati. Avrebbe finto di
aver perso il posto di lavoro e di
essere priva di ogni mezzo. E poi
avrebbe osservato le loro facce
mentre raccontava la vera storia.
Penny non avrebbe approvato e
Phil avrebbe tuonato. C’era anche la
possibilità che si rifiutasse di
toccare una sola moneta del suo
denaro per pagare i debiti di
famiglia. Ma lei era abituata da
sempre a discutere con il fratello.
Però era la maggiore e in qualche
modo
sarebbe
riuscita
a
persuaderlo.
Poco più tardi ci fu un momento
imbarazzante quando, non avendo
chiamato la cameriera personale,
era passata nello spogliatoio del
marito con indosso la sola camicia
da notte, con tutti i capelli in
disordine, e si era imbattuta nel
valletto del marchese che stava
portando via rasoio e pennello da
barba. Quando scese nella sala
della prima colazione era ancora
molto presto. Aveva sperato che
non ci fosse nessuno e soprattutto
che non ci fosse lui. Non sapeva
bene come guardarlo, né che cosa
dirgli. Tuttavia c’era Charles,
giovane e bello nel suo abito da
cavallerizzo.
— Oh, buongiorno — gli disse
rivolgendogli un sorriso caloroso.
— Anche voi vi alzate presto? Ma è
ovvio,
siete
un
ufficiale
dell’esercito.
— Sono stato a fare una cavalcata
— rispose il ragazzo, alzandosi da
tavola e tendendole la mano.
Quando lei allungò la propria, lui
se la portò alle labbra: un gesto
meravigliosamente gentile da parte
di un uomo così giovane.
— Oh, davvero? — fece Charity.
— E avete visto Anthony? Si è
alzato molto presto con il vostro
stesso intento. — Arrossì quando si
rese conto di cosa stavano rivelando
quelle parole.
— Abbiamo fatto un po’ di
strada insieme — rispose Charles.
— Davvero? — Charity si sedette
e si chinò leggermente verso di lui,
mentre un valletto le versava il
caffè. — Avete parlato? Non ho mai
conosciuto una famiglia i cui
membri si parlassero di meno
riguardo le questioni importanti.
Gli occhi del giovane assunsero
di colpo un’espressione guardinga.
— Abbiamo parlato — confermò.
— Bene. — Charity si servì una
fetta di pane tostato. — E lo avete
perdonato per avervi abbandonato
quando eravate solo un ragazzo?
— Ve l’ha detto, allora?.
— No — rispose Charity
sorridendo. — Anche a me ha
rivelato ben poco del passato. Non
so che cosa sia successo ma è
avvenuto qualcosa, e finché tutti
non saranno disposti a parlarne,
nessuna ferita si potrà rimarginare.
Un tempo lo amavate.
— Sì — rispose Charles. — Più di
ogni altro al mondo. Ai miei occhi
non faceva mai nulla di male
nonostante fossi conscio dei suoi
difetti. L’arroganza, per esempio.
— Temo che l’arroganza venga
naturale a chi si trova nella sua
posizione, con l’educazione ricevuta
e il suo aspetto — disse Charity
rivolgendogli
un
sorriso
da
cospiratrice.
— Voi lo amate? — le chiese il
ragazzo a bassa voce.
Charity bloccò la mano a metà
strada, quindi depose il pezzo di
pane tostato che stava per mettere
in bocca. Come poteva rispondere a
tale domanda? In un solo modo, si
rese conto, visto che quando aveva
accettato quella proposta di lavoro
si era impegnata a mentire. — Sì —
rispose. — Con i suoi difetti e tutto
il resto. Anche se dal momento in
cui sono arrivata qui ho desiderato
dargli degli scossoni tali da
rimescolarlo dentro. È così reticente.
Charles sorrise e Charity si trovò
a compiangere la giovane donna a
cui lui avesse rivolto quel sorriso
affascinante... se poi non fosse stato
anche intenzionato a donarle il
proprio cuore.
— Vi avevo scambiata per una
cacciatrice di fortuna — commentò
il ragazzo. — Odiavo Tony quand’è
arrivato, ma nello stesso tempo mi
sentivo furioso per lui. Credevo che
fosse
stato
abbindolato.
Mi
dispiace. Ho sbagliato a giudicare
sia voi sia la capacità di mio fratello
di scegliersi saggiamente una
moglie. Mi siete simpatica.
— Grazie — rispose Charity. —
Grazie di cuore. — Cercò invano un
fazzoletto, perché stentava a
trattenere le lacrime. — Che
sciocca.
— No — le disse Charles con
gentilezza, passandole un grande
fazzoletto da uomo. — Siete stata
trattata in modo abominevole in
questa casa, anche se perfino Sua
Grazia si stava sgelando, ieri sera.
Voi avete dimostrato coraggio,
continuando a sorridere e a trattarci
con cortesia pur avendo ricevuto da
noi un’accoglienza gelida.
Charity si soffiò il naso. — Credo
di aver fatto una colazione
sufficiente. — In realtà aveva
mangiato solo un paio di bocconi di
pane tostato e bevuto mezza tazza
di caffè. — No, non è necessario
che vi alziate.
Voleva solo scappar via dalla
stanza e trovare un angolo buio in
cui rintanarsi. Charles aveva
pensato che piangesse perché era
stato gentile con lei e le aveva detto
che gli era simpatica. Ma non era
affatto quella la ragione. Era per le
altre cose che aveva detto... “Vi
avevo scambiata per una cacciatrice
di fortuna.” Parole che l’avevano
lacerata come se fosse stata frustata
a sangue.
Ma non era destinata a cavarsela
così facilmente. La porta della sala
si aprì ed entrò lady Tillden, seguita
da lady Marie Lucas. Ci fu tutta una
serie di inchini e riverenze, oltre a
una
considerevole
dose
d’imbarazzo. Charity e lady Tillden
s’imbarcarono in una discussione
noiosissima e del tutto prevedibile
in merito al tempo, che era stato
piovoso durante la notte e si era
fatto alquanto fosco, anche se
c’erano segni che la nebbia si stava
sollevando
con
la
speranza,
piuttosto fondata, che le nubi
potessero spostarsi altrove più
tardi. Forse il sole sarebbe perfino
tornato
a
splendere...
come
avveniva spesso di giorno quando
non c’erano nubi, eccetera eccetera.
La
conversazione
fu
molto
amichevole.
Charity notò il tenente lord
Charles Earheart che si chinava
sopra la mano di lady Marie, come
si era chinato sulla sua poco prima,
e se la portava alle labbra,
scambiando un sorriso e qualche
parola sottovoce con lei.
— Buongiorno — le disse. — Che
piacere rivedervi. Sono passati ben
diciotto mesi.
— Non pensavo che vi avrei
trovato qui — rispose lei. —
Credevo che foste presso il vostro
reggimento.
— Sono in permesso — le spiegò
lui.
— In realtà speravo che non ci
foste — sussurrò la ragazza.
— Davvero? — La voce di
Charles non mostrò una traccia di
sorpresa. — Invece, come vedete, ci
sono.
— Sì, infatti — confermò lady
Marie.
— E vi spiace ancora? — le
chiese
guardandola
molto
intensamente negli occhi.
Intanto l’argomento tempo si era
esaurito e lady Tillden, dopo aver
rivolto a Charity un sorrisetto
amabile e un po’ nervoso, si
concentrò sulla conversazione tra
sua figlia e lord Charles. I due
giovani cominciarono a discutere
del tempo.
Charity si scusò e uscì dalla sala.
Salì i primi cinque scalini che
portavano alla sua stanza a passo
normale, ma fece gli altri di corsa a
due alla volta.
“Vi avevo scambiata per una
cacciatrice di fortuna.”
13
Quando finì di vestirsi per il ballo,
il marchese di Staunton si sentì
molto più soddisfatto per com’era
fin lì andata la giornata rispetto a
quanto si era aspettato. Era riuscito
a tenersi a una certa distanza dagli
ospiti, pur comportandosi in modo
perfettamente educato in loro
presenza.
A contribuire
alla
distensione del clima erano stati
anche Marianne e Charles, che
avevano fatto ogni sforzo per
intrattenere gli invitati. Marianne
aveva accompagnato le signore in
carrozza fino al villaggio al mattino,
Charles aveva condotto il birroccio
con loro tre nel pomeriggio in un
giro attorno al parco con picnic
presso le rovine.
Il conte di Tillden, a quanto
pareva, aveva deciso che era più
saggio comportarsi come si doveva,
quasi che l’idea di un fidanzamento
non avesse mai attraversato la sua
mente, e passò il tempo con il duca
in modo del tutto amichevole.
Charles, da parte sua, se n’era
stato tranquillo. Non aveva fatto
alcun tentativo di cercare suo
fratello per ritornare su quanto si
erano detti durante la cavalcata del
mattino. Ma non l’aveva neanche
deliberatamente evitato. E dai suoi
occhi era scomparsa ogni traccia di
ostilità, in favore di un’espressione
vaga difficile da interpretare.
Nell’unica occasione in cui era
stato costretto a citare il nome del
fratello, però, non si era rivolto a lui
chiamandolo “Staunton” e neanche
“Anthony”,
bensì
“Tony”.
Il
marchese aveva provato quasi
disprezzo per se stesso, per il calore
che gli aveva provocato quel
diminutivo.
Poi c’era stato William, che era
andato al mattino a Enfield per
discutere con il padre di alcune
faccende relative alla gestione della
proprietà.
Sua
Grazia
aveva
convocato il marchese in biblioteca,
aveva chiesto al figlio minore di
passare un’ora con lui per
spiegargli i vari aspetti relativi alla
conduzione delle varie proprietà e li
aveva lasciati soli. Da principio il
colloquio era stato impacciato e
molto formale, finché non era
subentrato qualche particolare di
scarsa importanza che li aveva
divertiti
entrambi
facendoli
scoppiare a ridere. Dopodiché,
anche se si erano guardati con una
certa rigidità e un certo imbarazzo
per un po’, qualcosa era cambiato.
Qualcosa d’indefinibile. Erano
tornati a essere fratelli senza che
fosse stato detto nulla, e avevano
continuato
semplicemente
a
discutere le questioni relative alle
proprietà.
Più tardi, ripensando a Claudia,
il marchese aveva capito che tutta
quella faccenda sordida, e piuttosto
umiliante, apparteneva ormai al
passato. Per lei ormai non provava
nulla
più
di
un
naturale
apprezzamento per la sua bellezza.
L’amarezza era scomparsa. Forse,
anzi probabilmente, su Claudia non
era
stata
esercitata
alcuna
pressione. E dopotutto, Will non si
era
comportato
in
modo
disonorevole,
a
parte
una
comprensibile
riluttanza
ad
ammettere con suo fratello che
amavano la stessa donna. Ma Will
all’epoca aveva solo diciannove
anni, e non ci si sarebbe potuti
aspettare da lui un comportamento
più fermo, da uomo maturo.
Perfino Augusta si era sgelata
con il passare delle ore. Non tanto
con lui quanto con Charity,
comunque gli aveva sorriso e aveva
avuto finalmente l’aspetto di una
bambina.
Anthony aveva passeggiato fino
al ponte in compagnia di Will, per
godersi il sole subentrato alla
nebbiolina del mattino, e aveva
incontrato Charity e Augusta che
arrivavano dalla direzione opposta.
Sua moglie era stata alla casa
vedovile per altre prove con la
sarta, in particolare per il vestito da
ballo che stavano approntando in
tutta fretta per la serata. Aveva
portato Augusta con sé per farla
giocare coi ragazzi, ma come aveva
fatto a sottrarre sua sorella dalla
sala studio a metà mattina? Con il
semplice espediente di chiederlo a
Sua Grazia e poi a Miss Pevensey,
l’istitutrice.
Possibile che il duca avesse
lasciato libera la figlia solo perché
gliel’aveva chiesto la nuora?
“Ma
naturalmente”
aveva
risposto sua moglie quando lui le
aveva posto quella domanda. “Ha
convenuto anche lui che una
mattinata così bella non doveva
andare sprecata.”
Staunton aveva notato che
Charity era arrossita in maniera
deliziosa
quando
si
erano
incontrati. Ovvio che ricordasse
bene quanto era successo la notte
prima, qualcosa che lui invece
avrebbe preferito dimenticare, se
gli fosse stato possibile.
Così Staunton aveva cercato di
concentrarsi su Augusta che, come
aveva rilevato con sorperesa, era
sporca di terra e scarmigliata... e
per una volta aveva l’aspetto di una
bambina di otto anni.
“Tu mi riporti alla mente ricordi
precisi, Augusta” aveva detto,
prima giocherellando con il suo
monocolo e poi portandoselo
all’occhio. “Ricordi di quando ci
arrampicavamo sugli alberi e
giocavamo a rincorrerci o a
nascondino. Solo che credo che io,
Charles e Will, e talvolta perfino
Marianne, di solito sfoggiavamo
tagli, lividi e vestiti stracciati, e non
solo tracce di terra.”
La bambina l’aveva guardato con
espressione notevolmente spaurita.
“Naturalmente”
aveva
continuato il marchese “ora ti
cambierai d’abito, ti laverai mani e
faccia e ti pettinerai i capelli prima
che Sua Grazia ti veda a pranzo. E
se dovesse invitarmi nel frattempo
in biblioteca e mettermi sotto
tortura, serrerò i denti e giurerò che
quando ti ho incontrata al ponte
non avevi neanche una macchiolina
di terra addosso alla tua persona, e
neppure sulle suole delle scarpe.”
Era stato allora che Augusta gli
aveva sorriso, un bel sorrisone
solare da bambina, con tanto di
nasino arricciato.
Sì, pensò il marchese mentre il
suo valletto gli ritoccava alla
perfezione il nodo del fazzoletto da
collo e prendeva la giacca da sera
nera per aiutarlo a infilarla, la
giornata era andata piuttosto bene.
Anche se, naturalmente, con tutti i
preparativi in corso e con il conte di
Tillden e famiglia ancora ospiti a
Enfield, c’era la sensazione che una
parte notevole dei festeggiamenti
programmati fosse stata sospesa.
Inoltre c’erano ancora molte cose
da sistemare, come raggiungere
uno stato di maggior cordialità con
i fratelli e le sorelle, cosa che non
rientrava nel suo piano originario.
C’erano questioni da chiarire con il
padre e doveva risolvere il
problema di sua moglie.
Durante la giornata aveva preso
la decisione di spedirla al più
presto per la sua strada, dato che
ormai aveva esaurito la sua
funzione. Adesso che il proprio
status di uomo sposato era
riconosciuto, nessuno poteva più
decidere come il marchese di
Staunton doveva vivere la sua vita.
In secondo luogo, per Charity
sarebbe stato più facile andarsene
subito e provocare un nuovo
scombussolamento
nella
sua
famiglia prima che questa si
riprendesse dallo shock iniziale.
Tanto valeva risolvere la situazione
una volta per tutte. Infine era
meglio che lei sparisse prima che
lui aumentasse le probabilità già
forti di farla rimanere incinta. E
prima che si abituasse alla comoda
presenza di lei, di notte, nella
camera accanto alla sua.
Aveva assunto Miss Charity
Duncan per svolgere una certa
funzione, che non comportava il
compito di scaldargli il letto di
notte.
Si chinò verso lo specchio per
sistemare una spilla con diamante
al centro delle pieghe del fazzoletto
da collo. Ma le sue mani esitarono.
Al dito aveva un anello ingioiellato.
Con quali gioielli aveva deciso di
acconciarsi sua moglie? Se non
altro, quella sera non avrebbe
indossato quell’atroce abitino di
seta grigia. La sarta di Claudia le
aveva terminato in tempo l’abito da
ballo e lui si aspettava che fosse
elegante, alla moda e di tessuto
costoso quanto necessitava. Ma
Charity non avrebbe avuto gioielli
da mettere.
Il punto era stato proprio quello:
portare a Enfield una moglie
chiaramente povera quando lui
l’aveva sposata, per sbandierare in
faccia alla famiglia che rango,
fortuna, moda e bellezza, i tipici
motivi per cui un uomo del suo
lignaggio si sceglieva una moglie,
per
lui
non
contavano
assolutamente nulla.
Tuttavia, a quel punto avvertiva
uno strano senso di colpa. Cosa
doveva aver provato Charity, in quei
giorni, così diversa all’apparenza
dalla sua famiglia e dai suoi ospiti?
Come si sarebbe sentita quella sera,
nel suo nuovo abito da ballo, con
gola, polsi e orecchi privi di gioielli?
Eppure era sua moglie, la dama di
rango più elevato presente al ballo.
Nel vicinato si era sparsa
rapidamente
la
voce
che
quell’evento, che secondo le
chiacchiere che giravano sarebbe
dovuto essere in onore del
fidanzamento del marchese di
Staunton, in realtà sarebbe stato
tenuto
per
festeggiarne
il
matrimonio.
Come aveva potuto non pensare
a comperarle un regalo di nozze, un
braccialetto, una collana, un anello?
Perfino Anna, che all’inizio della
primavera era stata la sua amante
per sei settimane, era stata
congedata con dei rubini.
Staunton chiuse gli occhi e
rifletté. Aveva una catena d’oro e un
medaglione regalatogli da sua
madre
per
il
diciottesimo
compleanno,
contenente
una
miniatura di lei. Anthony l’aveva
portato tutti i giorni per un anno
dopo la sua morte e l’aveva con sé.
Aveva anche un filo di perle
acquistate per conquistare la
giovane ballerina con cui aveva
avuto intenzione di sostituire
Anna. Poi aveva cambiato idea su di
lei e sulla necessità di avere
un’amante proveniente da quel giro
mondano. Aveva portato la collana
con sé, con la vaga intenzione di
donarla a Marianne o Augusta.
Congedò il valletto e andò a
recuperare
le
perle:
erano
splendide, perché aveva sempre
comprato quanto c’era di meglio
alle sue amanti, nella cinica
presunzione che un protettore
generoso potesse esigere i servizi
migliori e più esclusivi.
Non aveva idea di come fosse
l’abito di Charity, non ne conosceva
neppure il colore. Lei si era messa a
ridere con fare straordinariamente
allegro e birichino quando lui
gliel’aveva chiesto, poi aveva
risposto che era un segreto. Ma non
aveva
importanza.
Le
perle
s’intonavano a qualsiasi abito.
Staunton le riscaldò tra le mani. Si
sarebbe potuto anche sostenere che
lui non le dovesse un bel niente, dal
momento che al suo pagamento
aveva già provveduto con notevole
generosità nell’accordo che avevano
firmato, ma Charity aveva svolto
bene il suo incarico, molto più che
bene, anzi, non doveva nemmeno
considerare
la
collana
un
pagamento per i favori sessuali
elargiti.
Corrugò
la
fronte
abbassando lo sguardo sulle mani,
perché
quel
pensiero
era
sgradevole. Charity era sua moglie.
Le avrebbe donato le perle
proprio per quello e sarebbe stato
un regalo di nozze, anche se il loro
non era un matrimonio normale.
Un minuto dopo andò a bussare
alla porta del suo camerino e
aspettò che la cameriera gli aprisse.
Ma Sua Signoria non c’era, lo
informò la ragazza facendogli una
riverenza. Era già scesa nel salotto,
fatta chiamare da Sua Grazia.
E va bene. Staunton s’infilò le
perle in tasca e andò a raggiungere
la moglie al piano di sotto. Sua
Grazia aveva deciso di mostrare per
la nuora un affetto che non aveva
mai mostrato con i propri figli. Era
una
mossa
deliberata,
naturalmente. Stava solo cercando
di sconcertare il figlio per
convincerlo di non essere affatto
irritato per essersi trovato di fronte
una futura duchessa scelta fra i
gradi più bassi della piccola nobiltà
di campagna, e che si era
guadagnata da vivere facendo
l’istitutrice.
Ma non aveva importanza. Il
marchese non si sentiva affatto
sconcertato. Lo divertiva vedere il
duca che rivolgeva tante attenzioni
a Charity. In quel momento, però,
gli interessava di più vedere come
stava sua moglie con il nuovo abito
da ballo. Le avrebbe regalato le
perle di fronte a una platea
pubblica, contrariamente a quelle
che erano state le intenzioni
iniziali, e gliele avrebbe allacciate
lui stesso al collo. Chissà che lei
non lo ricompensasse con uno dei
suoi caldi sorrisi.
L’abito di Charity era di seta
bianca, ricoperto da una tunica di
merletto tutto ricamato con boccioli
di rosa. Il ricamo era di dimensioni
leggermente
maggiori e
più
spaziato all’orlo e ai bordi delle
maniche corte e dello scollo, che era
abbastanza basso come voleva la
moda. Claudia le aveva mostrato un
paio di lunghi guanti da sera dorati
e aveva insistito perché li portasse.
Nel contempo la sua nuova
cameriera, davvero molto abile,
aveva fatto meraviglie con i suoi
capelli, che le contornavano di
riccioli il viso senza però farla
apparire troppo infantile.
Charity si osservò allo specchio e
si sentì bella. Incantevole. Sorrise a
se stessa e alla propria vanità. Non
le importava di sentirsi vanitosa,
dato che non esprimeva quei suoi
pensieri a nessuno all’infuori di se
stessa. Sì, si giudicò proprio bella.
Si sentiva come una principessa che
andava a un ballo di gala, e in
effetti non sbagliava poi di molto.
Dopotutto, era la marchesa di
Staunton, nuora del duca di
Withingsby, e stava per partecipare
al suo primo ballo come ospite
d’onore, in una sala il cui splendore
le aveva tolto il fiato quando vi
aveva dato una sbirciatina nel tardo
pomeriggio. Sarebbe stata perfino
tra i membri della famiglia che
avrebbero accolto gli ospiti, con Sua
Grazia e il marito.
E lui, l’avrebbe trovata bella?
Comunque non aveva importanza.
Invece sì che ne aveva, certo!
Anthony
l’aveva
trovata
desiderabile la notte prima e a quel
ricordo le guance le erano arrossite
più volte durante la giornata. In
realtà, Charity non sapeva se
quanto era avvenuto dipendesse
solo dal fatto che lei era lì e
disponibile, nonché consenziente, o
se Staunton l’avesse trovata davvero
attraente. Non aveva importanza in
ogni caso. Anzi, sì, concluse
sorridendo di nuovo alla propria
immagine. Quella sera se la
sarebbe goduta. Si sarebbe scordata
che era solo una situazione
temporanea. Avrebbe dimenticato
di essere solo una specie di
Cenerentola, con la differenza che,
dopo la sua scomparsa, non ci
sarebbe stato alcun principe alla
sua ricerca nel reame, con una
scarpina in mano. Si sarebbe
limitata a godersi la serata.
Aspettò con impazienza che
giungesse suo marito per scortarla
nel salotto. Naturalmente avrebbe
dovuto partecipare alla cena prima
che cominciassero ad arrivare gli
ospiti per il ballo, ma la serata
sarebbe iniziata non appena fosse
uscita dalla sua stanza. Si chiese se
sarebbero rimasti tutti sbalorditi,
vedendola
vestita
in
modo
appropriato per la parte che
ricopriva. E si chiese come l’avrebbe
guardata lui quando si fosse
presentato nel suo spogliatoio.
Aveva intenzione di osservarlo
attentamente per cogliere la sua
prima reazione.
Sperava
che
il
marchese
approvasse il suo aspetto.
Le spuntò un sorriso luminoso
quando sentì bussare alla porta e
fece cenno alla cameriera di aprire,
poi attenuò il sorriso perché non
voleva apparire come una scolaretta
troppo esuberante. Ma il sorriso
svanì del tutto quando vide che non
si trattava di suo marito, bensì di
un servitore. Sua Grazia richiedeva
immediatamente l’onore della sua
compagnia nel salotto. Charity
esitò. Di certo Anthony non
avrebbe tardato. Doveva bussare
alla porta del suo spogliatoio?
Nonostante il rapporto esistente tra
loro e le intimità scambiate, il
marchese
di
Staunton
non
sembrava proprio la persona con
cui ci si poteva sentire autorizzati a
prendersi tali libertà.
— Quando arriverà Sua Signoria,
Winnie — disse alla cameriera — vi
prego di dirgli che Sua Grazia mi ha
fatto chiamare nel salotto.
Fortunatamente ormai aveva
acquisito sufficiente familiarità con
i nuovi parenti da non sentirsi
troppo impaurita a entrare in una
sala da sola. Naturalmente, quella
sera sarebbe stato più difficile.
Sapeva benissimo quanto apparisse
diversa. Perfino il valletto che le
aprì la porta del salotto apparve
sbalordito, pensò Charity, fin
quando si rese conto dell’assurdità
di tale sensazione. I valletti erano
addestrati a non apparire mai
sbalorditi, neanche se fosse arrivata
al galoppo una mandria di elefanti
col tutù rosa.
Claudia le rivolse un sorriso
raggiante e William arricciò le
labbra,
raassomigliando
moltissimo, per un momento, al
fratello.
Marianne
inarcò
le
sopracciglia e Richard si sforzò di
rivolgerle un inchino. Charles,
anche lui irresistibilmente bello, le
prese la mano, si chinò su di essa e
con una strizzatina d’occhio di
complicità le disse che Tony era un
diavolo fortunato. Il conte di
Tillden e la sua famiglia non erano
ancora scesi. Sua Grazia stava in
piedi dando la schiena al camino e
la esaminò con occhi acuti. Charity
gli sorrise e gli fece una riverenza.
— Mi volevate, Padre? — gli
chiese. Il volto del duca appariva un
po’ meno grigiastro del solito.
Doveva aver riposato, come lei gli
aveva consigliato e lui aveva
promesso di fare.
— Sì. Avvicinatevi, mia cara — le
disse.
Charity gli si avvicinò e sorrise.
Naturalmente l’attenzione del resto
della famiglia era tutta su di loro. Il
duca aveva qualcosa tra le mani,
come lei vide quando lui le mostrò
ritirandole da dietro la schiena.
— Avevo fatto un dono a Sua
Grazia il giorno del nostro
matrimonio — iniziò. — E alla sua
morte è tornato a me. Ora è mio
desiderio donarlo alla donna che un
giorno occuperà il titolo e la
posizione di Sua Grazia. Alla sposa
del mio figlio maggiore. A voi, mia
cara.
Charity abbassò gli occhi sul
palmo aperto del duca, su cui
brillava un topazio enorme e
bellissimo, contornato da diamanti
e montato su una collana di
diamanti. Era un monile molto
elaborato che doveva valere un
riscatto da re. Ma non fu il suo
valore a far seccare la bocca e la
gola di Charity, bensì il significato
che quel gioiello racchiudeva. Era
stato un dono del duca a sua
moglie, il suo regalo di nozze. E lui
lo donava a lei? Si intonava
benissimo al suo vestito, anche se
nell’insieme era troppo pesante per
la delicatezza dell’abito. Ma non
aveva importanza.
La vista le si offuscò e dovette
sbattere più volte le palpebre.
— Padre — disse guardandolo
negli occhi. — Dovete averla amata
molto. — Parole estremamente
sciocche e fuori luogo. Non capì
perché le avesse pronunciate, o
meglio sussurrate. Non aveva
parlato ad alta voce.
In seguito non sarebbe stata in
grado di descrivere che cos’era
successo agli occhi di Sua Grazia,
neanche se le avessero imposto di
farlo. Quegli occhi diventarono
d’acciaio. E nello stesso tempo
liquidi e incandescenti. Nessuna
descrizione sarebbe stata adeguata
ed entrambe erano vicine alla
realtà, per quanto opposte.
— Oh, sì — fu tutto ciò che disse
il duca, a voce così bassa che di
sicuro nessuno avrebbe potuto
udire pur nel silenzio della stanza.
— Voltatevi — le ordinò Sua
Grazia. — Ve l’allaccerò al collo io
stesso.
Charity si girò... e incontrò gli
occhi
di
Marianne,
carichi
d’incredulità,
risentimento
e
invidia. Marianne era la figlia
maggiore. Probabilmente si era
aspettata che il gioiello più
prezioso di sua madre venisse
regalato a lei o arrivasse a lei alla
morte del padre. Charity provò in
fondo alla gola una sensazione di
gelo, sgradevole e sconosciuta.
Dopo che le ebbe allacciato la
collana, il suocero le posò le mani
sulle spalle e la fece voltare.
— Questo è il suo posto — disse.
Poi la sbalordì abbassando la testa
e baciandola prima su una guancia
e poi sull’altra.
— Grazie, Padre — rispose
Charity con voce soffocata per la
gratitudine, il disagio che provava e
per... l’amore. Quell’uomo le era
così caro. Non sapeva bene perché,
ma capiva che sentiva per lui una
tristezza grande unita a una
profonda tenerezza. Lo amava. Era
suo padre. Il padre di suo marito.
Un pensiero molto pericoloso.
Si spostò di lato per non
calamitare tutta la sua attenzione,
sfruttando il vassoio delle bevande
sulla credenza come scusa. Prese
un bicchiere di ratafià e non appena
ebbe finito di bere, la porta si aprì
per lasciar entrare suo marito.
Stette a osservarlo, immobile,
aspettando che lui la notasse.
Staunton, con il suo abito da sera
nero e la camicia ben stirata di lino
bianco e merletto, appariva più
bello che mai. E anche più satanico.
Se però un tempo lei ne era stata
intimorita, ormai non lo era più.
Rimpiangeva solo avere certi
ricordi... ma per quella sera non
avrebbe cercato di scacciarli dalla
mente. Era la sera che aveva deciso
di godersi fino in fondo.
Gli occhi del marchese la
trovarono quasi subito e, come
aveva fatto suo padre pochi istanti
prima, anche lui rimase immobile e
la scrutò da capo a piedi. Nel suo
sguardo c’era ammirazione e anche
qualcosa di più caldo. Lei gli
sorrise.
Poi quegli occhi si posarono sulla
suo collo.
E in essi comparve qualcosa che
la mise in allarme e le tolse il fiato,
procurandole una sensazione di
gelo. Charity avvertì chiaramente il
pericolo, anche se l’espressione di
lui non era mutata, e restò
impassibile persino quando il
marchese le si avvicinò lentamente.
Si sentì assalire da un panico che le
fece mancare il fiato. Provò
l’impulso di voltarsi e fuggire via,
ma non riuscì a comprenderne il
motivo. Così continuò a sorridergli.
— Dovete l’hai presa? — le
chiese lui a bassa voce, con un tono
che le procurò una stilettata al
cuore. I suoi occhi le apparvero
improvvisamente nerissimi.
Charity si portò la mano alla
collana. — È di tua madre —
rispose senza riflettere.
— Dove te la sei procurata? — Le
narici di Staunton fremettero.
— Me l’ha regalata tuo padre —
rispose lei. — Come dono di nozze.
È molto bella. — E pensò: “La
restituirò prima di andarmene”. Ma
non riuscì a pronunciare quelle
ultime parole ad alta voce. In quel
momento avevano un pubblico
estremamente attento.
— Toglila — le ordinò lui.
— Ma tuo padre...
— Toglila. — Il viso di Staunton
era sbiancato e all’improvviso lei ne
fu terrorizzata.
Non fu però abbastanza veloce a
farlo; il marchese sollevò una mano,
afferrò il topazio, graffiandole
malamente la pelle, e diede uno
strattone alla collana. La chiusura
tenne e Charity fece una smorfia di
dolore.
— Voltati — le ordinò il marito.
Lei si girò e chinò la testa in
avanti. Le dita di Anthony
armeggiarono con la chiusura per
alcuni istanti che le sembrarono
interminabili, prima di sentire il
peso della collana sparire dal collo.
Non sollevò la testa né si girò...
tutti gli altri erano dietro di lei, in
un silenzio tombale. Un silenzio
così profondo che si udirono le
parole che suo marito rivolse al
duca, dopo essersi avvicinato al
camino.
— Questa credo che sia vostra,
signore — gli disse.
— Al contrario, Staunton —
ribatté il duca — è di lady Staunton.
Gliel’ho regalata io.
— Rifiuto il dono — replicò suo
figlio. — Sarò io a fornire gli abiti e
i gioielli che mia moglie dovrà
portare.
— Appartiene a Sua Signoria —
disse Sua Grazia. — Non sta a me
tenerlo.
— Allora rimarrà qui fin quando
qualcuno deciderà di raccoglierla —
disse il marchese. E ci fu il tonfo di
un oggetto che cadeva sul
pavimento.
In quel momento la porta si aprì
per lasciare passare il conte e la
contessa di Tillden, insieme a lady
Marie Lucas.
William si chinò senza dare
nell’occhio e raccolse la collana
mentre Charity si voltava. E fu tutto
ciò che lei vide, perché si allontanò
di fretta dalla sala a testa bassa.
Non era neppure sicura che
sarebbe salita in camera a prendere
le proprie cose. Non credeva di
poter rimanere a Enfield così a
lungo. Ma una mano si chiuse sul
suo braccio prima che si fosse
allontanata di una dozzina di passi
dal salotto.
— Charity? — Era la voce di
Charles.
— No — protestò lei, liberandosi
con uno strattone. — No, vi prego.
Ma lui non la lasciò andare. Le si
piazzò davanti e lei andò a
sbattergli contro, senza neanche
avere l’energia di staccarsi di
nuovo. Tenne il viso contro il petto
del giovane e respirò a fatica tra i
singhiozzi.
— Permettete che vi accompagni
in un’altra stanza dove potrete
ricomporvi — le disse il giovane. —
Non avete fatto nulla di male.
Dovete credermi. Siete stata messa
in mezzo. Voi non ne avete colpa.
— No, infatti. — L’altra voce
parlò pacatamente alle sue spalle.
— Me ne occupo io, Charles.
— Solo se mi prometti sul tuo
onore di non farle del male —
rispose il fratello con durezza. — Il
collo le sanguina.
— Lo prometto — disse il
marchese con voce incolore.
— Immagino che sia quella la
cosa a cui ti riferivi stamane —
osservò Charles.
— Sì — rispose Staunton. —
Quell’uomo è uscito dall’inferno.
Abbiamo il diavolo in persona
come padre. Un vero onore. Vuoi
seguirmi, Charity, per favore? — Le
sue mani le sfiorarono le spalle.
Charity raddrizzò la schiena. —
Grazie, Charles — disse. — Spero
di non avervi danneggiato il
fazzoletto da collo.
— Be’, in ogni caso non è
elaborato come quello di Tony —
rispose lui sorridendole. — Me lo
sono allacciato da solo — e con
quelle parole rientrò nel salotto.
— Venite con me — le disse
Staunton, e Charity avvertì il calore
del fazzoletto di lui che le veniva
premuto dietro il collo. Solo in quel
momento si accorse che le doleva.
— Vi prego. Vi prometto che non vi
farò più del male.
La portò nella saletta lì accanto e
chiuse la porta.
— Come ha detto Charles, siete
stata messa in mezzo — le spiegò.
La fece accomodare su una sedia e
le tamponò delicatamente il collo
con il fazzoletto. — Quella collana
apparteneva a mia madre. Aveva
sempre detto che sarebbe stata mia
e infatti me l’ha donata prima di
morire. Era decisa a lasciarmela. Io
ero la persona a lei più cara, me lo
ripeteva sempre. Mio padre la fece
sparire dalla sua collezione di
gioielli subito dopo il funerale
mentre io ero fuori a cavallo nel
tentativo di schiarirmi la testa dopo
tutte le emozioni di quel giorno.
Quando rientrai, lo trovai nella mia
camera con la collana in mano e mi
accusò di averla rubata. Non volle
ascoltare la mia difesa, nessuna
spiegazione. Mi punì fustigandomi.
Io avrei potuto facilmente sottrarmi
alla frusta, avevo vent’anni ed ero
forte almeno quanto lui, ma non
cercai neppure di evitarla. Tuttavia,
prima che mi somministrasse le
frustate gli dissi chiaramente che
cosa sarebbe successo se l’avesse
fatto.
— Che ve ne sareste andato di
casa — disse Charity.
— Esattamente. — Staunton le
soffiò dell’aria fresca sulla ferita. —
E giurai che non sarei mai più
tornato. Invece poi l’ho fatto, alle
mie condizioni.
— Con me — concluse Charity.
— Sì. La mia collera non era
diretta contro di voi un momento fa
— continuò il marchese. — Ero
accecato dalla furia. È ovvio che non
è una scusa valida e vi chiedo
perdono.
— Me l’ha data deliberatamente
— mormorò Charity. — Sapeva che
vi avrebbe ferito e fatto infuriare
più di qualsiasi altro gesto.
— Avevate ragione quando avete
osservato che sareste stata la
pedina di un gioco — le disse
Staunton. — E mi spiace anche che
ne abbiate avuto un danno fisico. Vi
fa molto male?
— No — rispose Charity
alzandosi in piedi. — Quasi non lo
sento. Ma abbiamo una cena a cui
partecipare.
— Adesso? — Il marchese
scoppiò in una risata. — Vi porterò
via
da
qui
stasera
stessa.
Ritorneremo a Londra e poi mi
direte dove desiderate sistemarvi e
provvederò a tutto nel più breve
tempo
possibile.
Vi
siete
comportata bene e vi siete
guadagnata il vostro futuro di
comodità e sicurezza.
— Abbiamo una cena a cui
presenziare — ribatté lei, decisa. —
E poi un ballo. Forse a voi manca il
coraggio, milord, ma a me no. Siete
già fuggito una volta e non siete
mai stato capace di sottrarvi ai
demoni, ai fantasmi o come volete
chiamarli che vi angustiano. Non
credo che lo farete di nuovo, se ci
riflettete un momento.
Staunton
la
osservò
con
espressione indecifrabile e infine
trasse un profondo respiro. — Per
quanto riguarda la cena, d’accordo,
mio topolino spaurito — le disse. —
Ma volete portare queste per me?
Pensate che vi faranno dolere il
collo?
Nel palmo della mano teneva un
filo di perle, tanto delicate e
perfette che le fecero desiderare di
mettersi a piangere.
— Sono un regalo — le disse lui.
— Un ringraziamento, se volete.
Magari un dono di nozze.
— Le porterò — dichiarò Charity,
girandosi e chinando la testa di
nuovo in modo che il marito
potesse allacciarle la collana. —
Sono bellissime.
— Mai quanto chi le porta —
osservò il marchese.
14
Come Staunton ebbe modo di
scoprire, non era stato poi così
difficile superare la prova della
cena. Sua Grazia si era comportato
come al solito e lo stesso aveva fatto
lui. Vale a dire che entrambi erano
stati di poche parole, formalmente
corretti e cortesi. Ormai per lui era
diventata una seconda natura
nascondere i sentimenti così a
fondo che nessun altro ne avrebbe
mai sospettato l’esistenza.
Tranne sua moglie, seduta al suo
posto in fondo al tavolo, sorridente,
piena di vita e un po’ rossa in viso. I
suoi occhi luminosi lo avevano
scrutato attraverso le difese che per
anni erano riuscite a tenere a bada
tutti gli altri, impedendo loro anche
lì a tavola di capire quanto fosse
turbato per quanto era successo
poco prima. Forse era stata solo una
sua fantasia, come il fatto di
pensare che lei fosse abile quanto
lui a comprendere suo padre...
soltanto per scoprire, alla fine, che
dietro la facciata di Sua Grazia c’era
il nulla assoluto. Nient’altro che
freddezza, vuoto e forse malvagità
allo stato puro.
Non fu neppure difficile stare
nella fila che stava ricevendo gli
ospiti appena dentro la sala da
ballo, accogliendoli man mano che
arrivavano
e
presentando
la
marchesa ai vicini e ai loro
conoscenti. Sebbene nella fila ci
fosse suo padre, Charity stava tra
loro due ed era piena di vita,
affascinante e bella come lo era
stata nella sala da pranzo.
Staunton scoprì che la sua mente
continuava a fare il conto a ritroso
dei giorni, mentre sorrideva,
s’inchinava e scambiava le solite
banalità sociali con gli ospiti. Ma
per quanto rifacesse i suoi calcoli,
arrivava sempre alla medesima
conclusione: una settimana prima
non sapeva nemmeno dell’esistenza
di Miss Charity Duncan. Aveva
esaminato la sua lettera di
presentazione e dopo qualche
incertezza l’aveva messa nel
mucchio di quelle da riguardare.
A distanza di una sola settimana,
si stava innamorando di lei. Quel
pensiero
si
concretizzò
all’improvviso nella sua mente e lui
lo scacciò con impazienza. Non era
più un ragazzo, per farsi travolgere
dalla passione.
“Non sono mai stata tanto
nervosa in vita mia” aveva detto
Charity,
sorridendogli
in
un
momento di pausa negli arrivi.
Il marchese aveva inarcato le
sopracciglia, perché non l’avrebbe
mai immaginato. Sua moglie dava
l’impressione di aver passato tutta
la vita a ricevere ospiti. “Neppure il
giorno del vostro arrivo qui,
milady?” le aveva chiesto.
“Oh” aveva riso lei. “Allora non
ero
affatto
nervosa.
Solo
terrorizzata.” Non aveva mai
escluso
Sua
Grazia
dalla
conversazione, nonostante il modo
vergognoso in cui il duca si era
servito di lei all’inizio della serata.
Charity in quel momento si girò
e posò una mano sul braccio del
suocero. — Non volete sedervi,
Padre? Nessuno avrà da ridire, se lo
farete. Ormai sono arrivati quasi
tutti e dei ritardatari potremo
occuparcene io e Anthony. — Il suo
tono
esprimeva
una
preoccupazione che suonava quasi
affettuosa.
Lui, pensò il marchese mentre,
con suo grande stupore, il padre si
lasciava condurre verso una sedia
vuota, non aveva alcun interesse
per quanto poteva succedere al
duca. Non sarebbe rimasto a
occuparsi della salute del padre né
degli affari di Enfield. L’indomani
sarebbe ripartito per Londra con la
moglie,
l’avrebbe
sistemata
agiatamente in una casa di sua
scelta e avrebbe ripreso la vita di
sempre, come sarebbe stato senza
quella piccola interruzione di pochi
giorni.
Anthony e sua moglie non
rimasero a lungo ad accogliere
invitati. Era loro compito aprire il
primo gruppo di danze campestri e
gli ospiti sarebbero stati impazienti
di cominciare. Il marchese fu
costretto ad ammettere che la sala
da ballo di Enfield era splendida
per le feste e, dal punto di vista
architettonico, molto più elegante
della maggior parte delle sale di
Londra. Il ballo che avrebbe dovuto
festeggiare un fidanzamento era
stato rapidamente convertito in un
ballo nuziale. Nei fiori e nei nastri
che ornavano la sala predominava il
bianco, ma naturalmente Sua
Grazia era abile a organizzare certe
cose.
All’improvviso si chiese se sua
moglie sapeva ballare. Di sicuro gli
avrebbe detto qualcosa se non ne
fosse stata capace. E infatti eccola
ballare leggiadra e senza sbagliare
un passo. Will intanto aveva
invitato lady Marie.
Il marchese non aveva parlato
con la ragazza se non per un breve
scambio di cortesie. Non gli
sembrava però che lei avesse avuto
il cuore spezzato e sperava che
fosse davvero così. Era stata
semplicemente una vittima di due
uomini dispotici che ritenevano
fosso loro diritto organizzare la vita
dei figli fino all’ultimo dettaglio.
Forse, a quel punto, le avrebbero
dato un po’ più di libertà nella
scelta del marito, anche se lui ne
dubitava.
Suo padre osservava quanto
succedeva come un re dal suo
trono, con espressione orgogliosa e
indecifrabile,
e
un
colorito
grigiastro
in
viso.
Ma
di
quest’ultimo particolare non si
sarebbe
interessato,
decise
Staunton. Una malattia sia pur
grave non stava impedendo a Sua
Grazia
di
comportarsi
con
malvagità. Anthony ricordò com’era
stato accecato dalla furia solo
qualche ora prima, quando aveva
cercato di strappare la collana della
madre dal collo della moglie senza
premurarsi
di
sganciare
il
fermaglio, al punto da farle
sanguinare il collo.
E ricordò il giorno del funerale di
sua madre. Era tornato dalla sua
vigorosa cavalcata esausto per le
emozioni e per il dolore dei giorni
precedenti, solo per scoprire che
suo padre lo attendeva nelle sue
stanze. Per un istante, il suo cuore
aveva avuto un balzo di gioia al
pensiero che il padre fosse andato a
condividere il suo dolore. Poi gli
aveva visto in mano la collana con il
topazio.
Durante una figura della danza,
si trovò per un momento schiena
contro schiena con Charity. —
Sorridete, milord — gli disse lei. —
Sarebbe di gran lunga la vendetta
migliore.
Poi si trovarono di nuovo in file
separate per eseguire altre figure
del ballo, senza potersi scambiare
più di qualche occhiata. Staunton
notò che Charity stava ancora
sorridendo, un’espressione che non
solo coinvolgeva tutto il suo viso
ma si rifletteva anche negli occhi.
Forse, pensò con una certa
sorpresa, anche lei indossava una
maschera impenetrabile quanto la
sua. Possibile che si sentisse felice
come dava a vedere? All’inizio della
serata era stata orribilmente
mortificata di fronte a tutta la
famiglia. Le era stato donato un
gioiello prezioso ed era stata
accettata, per così dire, nella
famiglia dal duca di Withingsby in
persona. Poi era arrivato suo
marito, che le aveva parlato con
freddezza davanti a tutti e le aveva
strappato la collana dal collo,
lasciandola
nell’umiliazione
e
nell’imbarazzo mentre lui si
scontrava con Sua Grazia.
Era stato Charles a offrirle
conforto per primo. E per un
momento, l’unica volta da quando
lui la conosceva, Charity aveva
perso quella tranquilla padronanza
di sé che la contraddistingueva.
Con il respiro affannato, si era
abbandonata contro il petto di suo
fratello.
Tuttavia aveva trovato la forza di
tornare ad affrontare la famiglia,
invece di fuggire via come aveva
avuto la possibilità di fare, visto che
proprio quella era stata l’intenzione
del marito. Era tornata nell’arena,
non con collera, freddezza o
recriminazione, ma con sorrisi,
fascino e grazia. Con una dignità
degna di una marchesa... o forse di
una duchessa.
L’aveva fatto per lui? Per suo
marito? Perché aveva stipulato un
contratto con lui ed era decisa a
guadagnarsi
la
sistemazione
generosa che le sarebbe spettata
per tutta la vita? O lo aveva fatto
per se stessa?
Per mostrare a tutti che non si
vergognava di quella che era e che
era in grado di essere più nobile dei
più nobili fra loro?
Sì, Anthony si stava veramente
innamorando di lei. Ma questa volta
non si affrettò a cancellare tale
pensiero.
A metà di un ballo s’incrociarono
di nuovo, di fronte, e lui le sorrise.
— Dovreste proprio farlo più
spesso — gli disse Charity prima di
allontanarsi di nuovo. — È un’arma
veramente mortale.
La moglie si stava riferendo al
suo sorriso, pensò Staunton dopo
un attimo d’incomprensione. Stava
flirtando con lui. Ma mentre i battiti
del suo cuore acceleravano, capì che
non era così. Charity stava
recitando una parte e lo stava
facendo benissimo. Stava attirando
su di sé sguardi d’ammirazione
nonostante la relativa semplicità
del suo aspetto... o forse proprio a
causa di quella. Appariva così
fresca e ingenua e...
Prima fosse riuscito a procurarle
una sistemazione agiata, prima lui
avrebbe potuto tornare alla solita
vita. Una vita sicura. Non voleva più
sentirsi insicuro. Era troppo
doloroso.
Fece un inchino nella fila degli
uomini e Charity fece una riverenza
nella fila delle donne per segnalare
che quella serie di balli era finita.
Lui le prese la mano e la guidò
verso Claudia.
— Vorrei avere l’onore della tua
mano per il valzer dopo il
banchetto, amore mio — le disse
quando ebbero raggiunto la
cognata, gustando la possibilità di
usare di nuovo quei termini
affettuosi. Le rivolse un inchino e si
portò la sua mano alle labbra,
mentre Claudia li osservava con un
sorriso in volto. — Lo vorrai
riservare per me?
— Un valzer? — fece Charity. —
Oh, sì, ma non credo che la mia
mano sarà così richiesta da rendere
necessario prenotarti.
Non ci fu però la possibilità di
proseguire il dialogo, perché sir
John Symonds, il fratello maggiore
di Claudia, era arrivato per
sollecitare la mano della marchesa
di Staunton per la quadriglia che
stava per seguire.
E lei apparve deliziosamente
stupefatta, come poté constatare
suo marito.
Charity aveva fatto una scoperta
durante il ballo, anzi due. La prima
era che la marchesa di Staunton era
davvero
una
persona
molto
importante, dato che c’erano più
gentiluomini desiderosi di ballare
con lei che balli disponibili nel
corso dell’intera serata. Si chiese,
divertita, quanti di quegli stessi
gentiluomini si sarebbero mai
accorti della sua esistenza se lei si
fosse presentata com’era solo una
settimana prima... vestita del suo
abitino di seta grigia.
La seconda scoperta fu molto più
significativa e Charity avrebbe
desiderato parlarne con qualcuno,
ma Claudia, la sua confidente più
ovvia, era sempre in compagnia di
altre persone, come lei.
Charles aveva occhi solo per lady
Marie Lucas e lady Marie Lucas solo
per Charles. I due ballarono
insieme la seconda serie di balli e si
osservarono di nascosto durante
tutti quelli che seguirono, e che
entrambi fecero con altri partner.
Durante il banchetto si sedettero
abbastanza vicini da poter fare un
po’ di conversazione anche se non
erano stati abbinati a tavola.
Erano una coppia perfetta. E in
Charity fecero risvegliare tutto
l’istinto materno e il piacere di
combinare
matrimoni.
Penny
avrebbe riconosciuto quel lampo
nei suoi occhi e avrebbe cominciato
a protestare, perciò Charity cercò di
nascondere il luccichio. I due
giovani erano quasi della stessa età,
entrambi belli e probabilmente
amici. Non aveva forse sentito dire
che il duca di Tillden, in quegli
anni, aveva portato numerose volte
la propria famiglia a Enfield?
Charles e Marie dovevano essere
stati compagni di giochi. Lui aveva
solo tre anni più di lei e Marie
doveva averlo considerato il suo
eroe. Charles, da parte sua, aveva
senz’altro provato un senso di
protezione nei suoi confronti.
Charity si chiese quando l’amicizia
giovanile era sbocciata in amore. Si
chiese anche se il conte di Tillden
avrebbe approvato un’unione tra la
sua unica figlia e il figlio minore di
un duca, un semplice tenente di
cavalleria.
Tutti questi pensieri l’avevano
molto distratta a tavola, perciò non
aveva dato al proprio partner
l’attenzione che gli era dovuta. Fu
riportata al presente quando
incontrò gli occhi del marito dalla
parte opposta della sala. Staunton
appariva freddo e spavaldo come al
solito, mentre la guardava con
labbra arricciate e occhi socchiusi,
ma non riuscì a ingannarla neanche
per un momento. L’incidente della
collana
l’aveva
sconvolto
terribilmente, molto di più di
quanto era successo a lei. L’aveva
scosso fin nell’intimo, riportando
alla luce vecchie ferite che il
marchese aveva coperto e nascosto
per così tanto tempo da ritenerle
ormai rimarginate.
E poi c’era suo suocero, seduto
con il conte di Tillden e due signore
la cui identità Charity aveva
dimenticato, ma con la stessa
identica espressione altezzosa e
impenetrabile. Ecco che era tornata
a fantasticare. Così sorrise e rivolse
la sua attenzione alla conversazione
che si svolgeva al suo tavolo.
Il valzer che aveva promesso al
marito arrivò subito dopo il
banchetto. Non c’erano mai stati
valzer nel corso degli incontri a casa
sua, ma Philip aveva imparato i
passi da qualche parte e quando era
tornato a casa li aveva mostrati loro,
prima a lei, poi a Penny e infine a
Mary. Si erano tutte divertite con
quel ballo così fuori dall’ordinario,
e da allora Charity aveva sempre
sognato di ballarlo in una vera
occasione con un vero partner. I
fratelli non si potevano considerare
tali, suo marito, invece, lo era senza
dubbio.
— Conosco i passi del valzer —
gli disse quando presero posto sulla
pista da ballo — ma non l’ho mai
ballato. Spero di non farvi sfigurare
pestandovi
i
piedi
o
ingarbugliandomi coi miei.
— Per me sarà una scusa per
tenervi più stretta — ribatté lui.
Charity avrebbe voluto non
arrossire così facilmente al minimo
complimento. Era già arrossita
prima, quando lui le aveva rivolto
quel commento lusinghiero sulla
bellezza della collana di perle e su
chi la portava. E a quella battuta le
era capitato di nuovo. C’era
qualcosa negli occhi di lui, un lieve
piegarsi
delle
palpebre,
un’espressione che lei riconobbe.
La sera prima aveva imparato
alcune cose per quanto riguardava
la tensione sessuale.
— Farò in modo che non sia
necessario — rispose lei.
Sul viso di Staunton non si
mosse muscolo, ma i suoi occhi
sorridevano con un’espressione
ammiccante che le faceva sentire le
ginocchia deboli. Si rese conto,
troppo tardi, che avrebbe dovuto
farsi riportare di corsa a Londra
come lui avrebbe voluto fare dopo
la scenata del topazio.
Per quanto riguardava il ballo,
non avrebbe dovuto preoccuparsi.
Dopo i primi passi un po’ incerti
assorbì il ritmo senza alcuna fatica.
Del resto, con un partner così
abile… Staunton la fece volteggiare
lungo il perimetro della sala con
tanta maestria che quasi le sembrò
di non toccare il pavimento con i
piedi. Non si era mai sentita tanto
inebriata in vita sua. E non solo
inebriata. Gli occhi di lui tenevano
imprigionati i suoi, interrompendo
quel
contatto
soltanto
occasionalmente per correre sul suo
volto e sulle sue spalle. E c’era
sempre quel sorriso enigmatico. Gli
occhi scurissimi del marchese
avevano
di
nuovo
perso
quell’opacità così fastidiosa.
— Qualcuno ha già riservato la
prossima serie di balli con voi? — le
chiese
Staunton
quando
lei
cominciava a rimpiangere che la
musica fosse quasi giunta al
termine.
Charity scosse la testa. Non
aveva saltato neanche una serie di
balli, ma a parte quell’ultima,
nessuna era stata prenotata in
anticipo.
— Allora rimarrete con me —
proclamò lui. — E dal momento che
a Enfield si devono osservare strette
regole d’etichetta e io non oso
ballare una terza serie neanche con
mia moglie, usciremo, milady.
Faremo due passi fino al lago.
Sempre che non siate riluttante a
staccarvi da questa baraonda per
una mezz’ora.
Il primo pensiero, assai sciocco
in realtà, fu che sarebbe stato molto
scorretto rimanere sola con lui.
Perché Charity sapeva bene quando
un gentiluomo voleva solo prendere
una boccata d’aria fresca con la
dama di sua scelta e quando
sperava di ottenere di più. Il
marchese di Staunton aveva
intenzione di prendersi delle
libertà con la sua persona.
Il secondo pensiero, altrettanto
sciocco, fu che aveva paura di farsi
baciare. Il che era terribilmente
stupido, alla luce di ciò che avevano
fatto la notte prima, per ben tre
volte, e considerando che dopotutto
lei era sua moglie. Eppure, in
qualche modo Charity non era in
grado
di
spiegare
quella
sensazione:
era
enormemente
diverso giacere con il proprio
marito oppure camminare al chiaro
di luna con lui mentre era in corso
un ballo. Passeggiare era molto più
pericoloso.
E altrettanto tentatore.
— Una passeggiata all’aria fresca
sarà molto gradevole, milord — gli
rispose.
Il sorriso negli occhi del marito
comunicava autentico divertimento.
— Dalla vostra espressione si
direbbe che stiate per essere
condotta al patibolo.
— Oh — fece Charity mentre
sentiva le guance infiammarsi di
nuovo. Staunton sapeva che lei
aveva capito cosa stava per
succedere. Gli lanciò un’occhiata
alla bocca. L’aveva sentita una volta,
il giorno del loro matrimonio,
posarsi lieve vicino alla propria e
aveva provato come una scossa
elettrica. Che sensazione avrebbe
avvertito con un contatto pieno e
diretto? Era davvero sciocco sentirsi
mancare il fiato per una cosa del
genere dopo aver accolto il corpo di
lui nel proprio per ben quattro
volte.
Ma un bacio era diverso. E il fiato
le mancò davvero mentre la musica
stava per terminare. Sì, non c’erano
dubbi: il ballo era finito.
Sarebbero
rimasti
per
il
banchetto e per il ballo, aveva detto
il marchese. Non sarebbero fuggiti.
Avrebbero dimostrato alla famiglia
che cosa voleva dire il coraggio.
Perfino Sua Grazia sarebbe stato
costretto ad ammetterlo. Il ballo era
stato un grande successo. Lo si
sarebbe potuto quasi paragonare a
un
gran
ballo
londinese.
Probabilmente
nessuno
aveva
rifiutato l’invito.
Il punto era stato ribadito.
L’indomani sarebbe ritornato a
Londra e avrebbe rimesso in ordine
la propria vita e quella della
moglie... su binari separati. Per
quanto lo riguardava, la serata era
finita. E l’indomani non era ancora
arrivato. Tra i due momenti c’era di
mezzo una notte. Staunton non
aveva ancora deciso se l’avrebbe
invitata di nuovo nel proprio letto.
Naturalmente la desiderava. Gli ci
sarebbe voluto un po’ di tempo
perché il desiderio che provava per
lei si placasse. Avrebbe dovuto fare
uno sforzo in tal senso. Ma avrebbe
dovuto resistere alla tentazione di
averla, quella sera. Se l’avesse avuta
ancora una volta, poi l’avrebbe
voluta di nuovo e avrebbe
aumentato il rischio di ingravidarla
davvero.
In quel momento desiderava
qualcosa di diverso, che non sapeva
descrivere a parole. In effetti una
parola c’era, ma lui era contrario a
usarla anche solo nella sua mente.
Calore umano, una vicinanza reale,
un po’ di tenerezza, un po’ di...
romanticismo. Ecco che la parola
era venuta fuori. Un po’ di
romanticismo. Staunton si derise
sia per quella parola che per la
sensazione che gli provocava. Ma
era proprio quello che desiderava.
Così l’aveva invitata a fare una
passeggiata fino al lago dopo il
valzer che avevano ballato insieme.
E nei suoi occhi aveva visto che lei
lo aveva capito perfettamente. In un
certo senso lo disturbava il fatto che
nel giro di qualche giorno quella
giovane donna avesse sviluppato
l’abilità soprannaturale di leggergli
nella mente come nessun altro era
più riuscito a fare da quando, un
tempo lontano, Will era stato il suo
amico più intimo. Ma neanche suo
fratello era stato così bravo a capire.
Nello sguardo di Charity il
marchese vide riflettersi i propri
sentimenti. Anche lei desiderava un
po’
di
romanticismo.
Una
percezione allarmante. Avrebbe
dovuto fuggire, ballare con qualche
altra dama e passare la moglie a un
altro partner. Avrebbe dovuto
decidere con fermezza di andare
nella propria camera al termine del
ballo e chiudersi dentro a chiave.
Invece l’aveva fatta uscire dalla
porta finestra nella frescura della
sera, dove c’erano altre coppie che
passeggiavano. La portò lontano
dalla terrazza e dalle luci della casa,
attraversando il prato in direzione
del lago. Le prese la mano e
intrecciò le sue dita con quelle di
lei. La mano di Charity era calda e
liscia, e stretta attorno alla sua.
Quando furono distanti dalla
vista di chiunque avesse potuto
osservarli, Staunton la lasciò, le
passò il braccio attorno alla vita e
l’attirò al suo fianco. Dopo un
attimo di esitazione, anche lei gli
cinse la vita e la sua testa gli si
appoggiò sulla spalla. Non avevano
pronunciato una sola parola da
quando erano usciti.
Non avrebbe potuto essere una
notte più perfetta per una
passeggiata romantica. L’aria era
fresca, ma non fredda, e c’era solo
un alito di brezza. Il cielo era
limpido e punteggiato di stelle. La
luna si specchiava splendente sulla
superficie del lago. Quando furono
vicini alla riva, si fermarono.
— Avete mai visto nulla di più
bello? — gli chiese Charity con un
sospiro, dopo quel lungo silenzio in
cui si erano comunque trovati a loro
agio.
— Sì — rispose lui. — Mi basta
voltare la testa per vederlo. — Girò
il capo e le sue labbra le sfiorarono
i capelli.
— Dove avete imparato queste
sciocche galanterie? — gli chiese
lei, in tono più divertito che ironico.
— Qui a Enfield — rispose
Staunton. — Oggi, ieri e l’altro ieri.
— “Calma” si disse. “Non dire
nulla di cui ti pentirai per sempre.
Calma.”
Charity non parlò.
— Io e Will sgattaiolavamo fuori
di casa a volte, di notte — raccontò
il marchese. — Ricordo almeno
un’occasione in cui siamo venuti a
nuotare qui. Perfino adesso ho
paura a pensare che cosa sarebbe
successo, se fossimo stati scoperti.
— O se vi avessero preso i
crampi — osservò Charity.
— Immagino che regole come
quella di proibire ai bambini di
uscire da soli di notte siano fatte
per il loro bene, non vi pare?
— Di solito sì.
— E immagino che saranno
altrettanto severe per i miei figli —
disse Staunton.
Charity non gli rispose.
Il marchese trasalì dentro di sé.
— Se avere figli miei rientrasse nei
miei progetti — considerò. —
Comunque la fanciullezza può
essere un’età d’oro, nonostante le
proibizioni e le punizioni. Mi spiace
che voi non abbiate avuto né fratelli
né sorelle.
— Avevo compagni di giochi —
precisò lei. — E la mia infanzia è
stata felice.
— Ne sono lieto — disse
Staunton stringendo un po’ la presa
sul suo braccio. — Non mi
piacerebbe pensare che vi siate
sentita sola.
In quel momento provò lui
stesso una sensazione di solitudine.
Era lì con lei, protetto contro la
solitudine del momento, ma con la
chiara percezione che l’indomani
sarebbe stato del tutto diverso.
Sarebbero
tornati
a
Londra,
dopodiché le loro esistenze si
sarebbero separate e ognuno
sarebbe andato per la sua strada.
Lui sarebbe rimasto sposato per il
resto della vita, ma probabilmente
non si sarebbe più trovato con lei
come in quel momento, in silenzio
sotto la luna a guardare le acque
calme del lago. In armonia con un
altro essere vivente.
Solo quella sera.
Si
sentì
sopraffare
da
quell’aspettativa di solitudine.
Quando la fece girare tra le
braccia, Charity gettò indietro la
testa e alzò quei suoi occhioni
azzurri verso di lui, anche se a dire
il vero non riusciva a vederne il
colore alla luce della luna. Anthony
non la baciò... non subito. Aveva
paura di farlo. Non sapeva che cosa
comportasse realmente un bacio.
Non era sicuro di riuscire a
riprendere il dominio di sé e della
propria vita, dopo, anche se non
riusciva a trovare ragioni valide per
quella paura.
La tenne stretta a sé con un
braccio e l’accarezzò dolcemente
con le nocche dell’altra mano, lungo
la guancia e poi sotto il mento, per
sostenerglielo.
— Perché l’altro giorno non mi
avete fatto vedere che eravate bella?
— le chiese.
— Prima d’oggi non sono mai
stata definita bella — rispose lei. —
Volevo solo un posto di lavoro.
— Il mio tranquillo topolino
marrone — disse il marchese. Le
stava delicatamente passando il
polpastrello del pollice sulle labbra.
La sentì deglutire. — Siete mai
stata baciata, topolino mio?
— No — e fu solo un sussurro.
Charity era stata portata a letto,
però non era mai stata baciata. In
quanto a lui, aveva portato a letto
molte donne, ma di rado le aveva
baciate.
Staunton avvicinò lentamente le
labbra a quelle di lei così da
poterne avvertire il calore. —
Questo
posto
è
abbastanza
romantico
per
una
prima
esperienza? — le chiese. — Il
momento è giusto? L’uomo è
giusto?
— Sì.
Quando Charity ebbe risposto, le
labbra di lui sfiorarono le sue.
Le toccò appena... appena un
poco. Avvertì calore, morbidezza e
un dolce invito. Sentì il respiro di
lei sulla guancia. Allora mosse le
labbra e le schiuse leggermente,
percependo ciò che quella donna gli
stava facendo.
Non al corpo. Staunton si
aspettava che il proprio corpo
reagisse in modo prevedibile,
invece non fu così. Avvertiva invece
quello che Charity stava facendo al
suo cuore, quella parte sconosciuta
del suo essere caratterizzata con il
nome di un semplice organo.
Le cinse le spalle con il braccio
libero e premette più fermamente
le labbra contro quelle della moglie,
le assaporò e si sentì riscaldato,
addolcito, guarito da lei.
Anthony sapeva tutto sul gioco
di lingua. C’era stato un tempo in
cui l’aveva praticato e ne aveva
goduto. Ma in quel momento non la
toccò con la lingua, né aprì la bocca.
Fu lei a schiudere le labbra
abbastanza
da
offrirgli
la
morbidezza e il calore della propria
essenza. Non si trattava di un
incontro sessuale. Staunton aveva
avuto ragione a temerlo. Sollevò la
testa e abbassò gli occhi su di lei.
E si sentì dire: — Grazie.
Vide gli occhi di sua moglie
riempirsi di lacrime e capì
istintivamente che non erano
lacrime di dolore, né di collera o
delusione. Attirò la sua testa sulla
propria spalla e ve la tenne per
diversi minuti mentre lei vi si
rilassava contro.
Dopotutto, non era innamorato
di lei, pensò, e in quel mentre si
sentì afferrare dalla morsa del
terrore. Non era affatto così.
Desiderava solo esserlo.
Essere innamorati era una
faccenda da giovani e praticamente
senza
senso.
Lui
non
era
innamorato di sua moglie.
Lui l’amava.
—
Sarà
meglio
che
vi
riaccompagni nella sala da ballo —
le disse.
— Sì. — Charity si staccò e lo
guardò, riflettendo. Le lacrime
erano ormai scomparse da tempo.
— Vorreste fare una cosa per me?
Per favore.
— Sì — rispose Staunton.
— Volete venire in biblioteca con
me e aspettarmi intanto che... fin
quando sarò di ritorno?
Lui la interrogò con lo sguardo,
ma Charity non offrì alcuna
spiegazione. Il marchese non ne
avrebbe chieste. Aveva accettato. —
Sì — ripeté — lo farò.
Charity si accigliò per un
momento, tuttavia quando lui le
prese la mano intrecciò le dita con
le sue e camminò al suo fianco
verso la casa.
Quella sera lui avrebbe fatto
qualsiasi cosa al mondo per lei.
L’indomani avrebbe cominciato a
darle la libertà.
15
Charity iniziava a rendersi conto
dell’enormità dell’errore compiuto.
In cambio di una forte somma di
denaro, e della sicurezza futura,
aveva acconsentito a sangue freddo
a un matrimonio che non era
effettivo. Il peccato che aveva
commesso era orribile. “Vi avevo
scambiata per una cacciatrice di
fortuna”... Le parole di Charles
l’avevano tormentata per tutto il
giorno.
Si
era
sposata
presupponendo, stupidamente, che
in un’unione temporanea di poche
settimane i suoi sentimenti non
sarebbero entrati in gioco più di
quanto lo sarebbero stati per un
breve periodo di lavoro come
istitutrice. Invece i suoi sentimenti
erano rimasti coinvolti in un
intreccio complicato di rapporti con
tutti gli abitanti di Enfield.
E ormai, per il suo peccato e per
la sua stupidità sapeva di dover
soffrire la punizione più dura. Nei
rapporti con una famiglia che
viveva prigioniera di un inferno che
si era creata da sé, era stata toccata
a un livello molto più personale di
quanto avrebbe dovuto.
Aveva vissuto l’intimità assoluta
la notte del matrimonio, e poi di
nuovo. Ma forse, in quelle
occasioni, era stata troppo presa
dalla
meravigliosa
scoperta
dell’amore fisico per avvertire
l’impatto tremendo che tutto ciò
stava avendo sul suo cuore. Un
impatto che aveva compreso con
chiarezza accecante solo durante il
bacio in riva al lago.
Si era trattato di un’esperienza
dolce, totalmente diversa da quella
che si era aspettata. Aveva
immaginato la passione e aveva
trovato la tenerezza. Un sentimento
che non avrebbe mai associato al
marchese di Staunton se non
l’avesse sperimentato fra le sue
braccia e percepito nelle sue labbra.
Labbra
che
avevano
perfino
tremato contro quelle di lei.
Mentre risalivano il prato verso
casa, sapeva benissimo che cosa
l’aspettava e la prospettiva era a dir
poco scoraggiante. Ma c’era ancora
una notte e tutto sembrava
possibile. Era una notte magica,
avulsa dal tempo reale. E così,
d’impulso, Charity gli aveva chiesto
di andare con lei in biblioteca e di
aspettarla lì.
E la magia era anche altrove.
All’improvviso lei smise di
camminare,
stringendogli
contemporaneamente un po’ più
forte la mano.
— Guardate — gli sussurrò.
Forse non avrebbe dovuto attirare
la sua attenzione su ciò che vedeva,
però avvertiva che anche il marito si
trovava nel suo stesso stato
d’animo, carico di tenerezza.
Poco lontano dalla casa, nascosto
dal tronco massiccio di una grossa
quercia, un uomo in abito da sera
stava faccia a faccia con una donna
che indossava un delicato abito
bianco. Le teneva le mani alla vita,
col corpo inarcato verso di lei.
Mentre li stava osservando, i due si
strinsero ancora più vicini e si
baciarono. Charles e Marie.
— Sono destinati solo a farsi
spezzare il cuore — commentò il
marchese a bassa voce, mentre la
trascinava via con fermezza. —
Charles sarà anche il figlio di un
duca, ma è soltanto un cadetto, non
certo un degno sostituto dell’erede
a cui lei era destinata. Suo padre
non lo permetterà mai. — Il suo
tono di voce era più triste che
cinico.
— Forse si riuscirà a persuaderlo
— rispose Charity. — Charles è un
giovanotto così meraviglioso. Penso
che siano amici da una vita e che si
siano innamorati da un anno o
forse più. Magari finirà tutto bene.
— Voi dovete essere una persona
che crede nel finale “e vissero felici
e contenti” come nelle favole —
commentò Staunton, senza però
che ci fosse biasimo nella voce.
— Oh, no — rispose lei. — Non è
così. — Ma avrebbe desiderato che
lo fosse.
Fecero il resto del tragitto in
silenzio. Quando arrivarono nella
biblioteca, il locale era al buio. Il
marchese accese un candeliere e si
voltò verso la moglie, inarcando le
sopracciglia.
— Non ci metterò molto — disse
Charity. — Mi volete aspettare?
— Sì — rispose lui. I suoi occhi,
in un certo senso, la spaventavano.
E lei riusciva quasi a leggerli in
profondità.
Il duca di Withingsby si stava
aggirando per la sala tra una serie
di balli e l’altra, dimostrandosi
molto socievole con tutti.
Charity lo raggiunse mentre
stava parlando con un gruppo di
vicini... erano pochi i nomi che lei
ricordava, sebbene avesse prestato
attenzione quando li aveva sentiti.
Infilò il braccio sotto quello di Sua
Grazia, sorrise a lui e ai presenti e
aspettò che la conversazione
terminasse.
— Ebbene, mia cara — disse
allora il duca. — Il vostro successo
sembra assicurato.
— Padre, vorreste seguirmi in
biblioteca?
Sua
Grazia
inarcò
altezzosamente le sopracciglia.
— Vi prego — insistette Charity.
— È importante.
— Davvero? — chiese il suocero.
— Così importante da sottrarmi ai
miei ospiti, signora? Molto bene, in
ogni caso non credo che sentiranno
la mia mancanza.
Il cuore le batteva all’impazzata
mentre si spostavano dalla sala da
ballo alla biblioteca. Lei aveva
sempre avuto la tendenza ad
affrontare i problemi a testa bassa e
a cercare di indurre le altre persone
a fare lo stesso. A volte aveva avuto
successo, altre assolutamente no.
Ma non credeva di aver mai
affrontato una questione spinosa
come quella. E se avesse fatto
proprio la cosa più sbagliata? Se
avesse provocato un disastro?
Tuttavia, non credeva che le cose
potessero mettersi peggio di
quanto già non fossero. Di sicuro,
lei non avrebbe potuto provocare
danni maggiori.
Suo marito era in piedi con la
schiena rivolta alla finestra. Non si
mosse né disse nulla quando arrivò
Charity con suo padre e si limitò ad
arricciare le labbra. Anche il duca
non pronunciò parola, né mostrò
alcun segno di sorpresa tranne una
leggera esitazione sulla soglia.
— Padre — lo invitò lei — non
volete accomodarvi su questa
poltrona presso il camino? È più
comoda di quella dietro la scrivania.
Posso andarvi a prendere qualcosa?
Una bevanda?
Sua Grazia si accomodò nella
poltrona indicata, guardò fisso il
figlio e poi lei. — Niente — rispose.
— Procedete a spiegarmi di quale
questione così importante si tratta.
Charity si mise di lato alla
poltrona e posò una mano sulla
spalla del duca. — Anthony —
disse — due giorni fa mi avete
portato qui con la sola intenzione di
ferire vostro padre e distruggere
tutte le sue speranze e i suoi
progetti. Avete sposato di proposito
una donna al di sotto del vostro
rango e che per di più porta con sé
il marchio avvilente di chi è
costretto a lavorare per vivere.
— Io non vi ho ingannata sulle
mie intenzioni — si difese lui.
— E voi, Padre — continuò
Charity — ieri e oggi mi avete
mostrato segni d’affetto con l’unico
scopo di mandare in collera
Anthony. Il vostro piano è
culminato stasera con il dono della
collana di topazio, che mi avete
dato per far infuriare vostro figlio.
— Quella collana ve l’ho donata
ed è vostra — disse il duca. — Non
ho ritirato l’offerta.
— Entrambi siete
riusciti
mirabilmente nei vostri piani —
insistette Charity. — Nei vostri
maneggi io sono rimasta ferita nel
profondo, ma se vi ho riuniti qui
non è per lamentarmi di questo.
Avete ottenuto ciò che vi eravate
prefissi ed entrambi siete rimasti a
vostra volta profondamente feriti.
— Avete giudicato la situazione
dalla prospettiva del vostro cuore
tenero, amore mio — disse il
marchese. — Invece né Sua Grazia
né io abbiamo un cuore tenero.
Anzi,
dubito
che
abbiamo
addirittura un cuore.
— Anthony, perché avete scelto
questo modo per vendicarvi? — gli
chiese Charity. — Avevate altre
possibilità. Avreste potuto rifiutarvi
di ritornare a Enfield quando foste
convocato. Sareste potuto venire e
rifiutarvi di sposare lady Marie. In
entrambi
i
casi
avreste
efficacemente dimostrato a vostro
padre che non gli era permesso
interferire con la vostra vita. Perché
avete scelto un metodo così
drastico?
Staunton non rispose per un
lungo momento. I suoi occhi si
spostarono da lei al padre, per poi
tornare di nuovo su di lei. Uno
strano mezzo sorriso gli sollevò gli
angoli della bocca.
— Perché sposare la donna
giusta è sempre stato il primo e
principale dovere dei duchi di
Enfield e dei loro eredi — le
rispose. — Indipendentemente
dalle loro inclinazioni personali. Se
la moglie è stata scelta per lui fin
dalla nascita, il futuro duca la deve
sposare anche se lei prova la più
forte avversione nei suoi confronti,
perfino nel caso che i sentimenti
della ragazza siano rivolti altrove.
Quello che conta è il giusto
matrimonio, il giusto lignaggio per
gli eredi. Per questo ho sposato te,
milady, una donna che aveva
risposto al mio annuncio per
un’istitutrice. Oh, sì, signore. È
proprio così che è andata.
Charity aveva sentito la spalla
del duca irrigidirsi sotto la propria
mano prima ancora che il figlio
terminasse il discorso. — E voi,
Padre — chiese — perché avete
scelto di donarmi la collana di
topazio tra i tanti gioielli che dovete
possedere?
Anche il duca, come il figlio, non
rispose subito e il silenzio fu
abbastanza lungo. — Era il mio
dono di nozze per lei — disse alla
fine. Il nuovo silenzio che seguì fu
quasi lungo come il primo. — Il
mio dono d’amore per lei, che ha
disdegnato il mio amore per più di
vent’anni. Si è prestata solo a fare
gelidamente il suo dovere e ha dato
tutto il suo calore, la sua debolezza
e la sua infelicità ai figli...
soprattutto al figlio maggiore. Gli
ha consegnato il mio dono prima
della morte e io l’ho frustato per
questo, milady, perché non avevo
mai frustato lei. Non l’avrei fatto
neanche se fosse vissuta come
ghiaccio nelle mie vene per altri
vent’anni. L’ho ferito di nuovo
stasera per la stessa ragione,
donando il gioiello a quella moglie
per mezzo della quale mio figlio ha
mostrato tutto il suo disprezzo per
me.
— Voi non avete mai conosciuto
il significato della parola amore —
dichiarò il marchese.
— Pensate come vi pare —
ribatté suo padre. — E così voi, mia
cara, siete riuscita a portarci qui
entrambi
affinché
potessimo
perdonarci umilmente a vicenda e
vivere in armonia per i pochi giorni
di vita che mi rimangono.
Sì, era stata proprio quella la sua
speranza, che però a quel punto
sembrava così sciocca, espressa con
la voce fredda e altezzosa del duca.
— Vi avevo detto che non
dovevate
aspettarvi
che
ci
baciassimo e facessimo la pace —
disse il marchese. — Siete troppo
tenera di cuore.
— Alla radice di tutto questo c’è
la duchessa — replicò Charity. —
Entrambi l’amavate e il risultato è
che vi odiate a vicenda... o almeno
lo credete.
Il marchese scoppiò in una
risata. — Mio padre non l’amava
affatto. Tutto quello che faceva era
lasciarla rinchiusa qui, mentre le
sarebbe piaciuto visitare Londra e
le stazioni termali. Lui non ha fatto
che tenerla prigioniera per anni,
anche se lei piangeva con me per la
sofferenza. Per lui non era altro che
una donna d’alto rango e lignaggio
da ingravidare fin quando non
sarebbe più stata in grado di
generare. Chiedo scusa, signora,
per questo linguaggio così brutale.
Il duca aveva sollevato il mento e
socchiuso a metà gli occhi. —
Quella donna vi ha rubato
l’infanzia e la fanciullezza —
ribatté.
—
Ha
trasformato
l’indisponibilità, o incapacità, di
adattarsi a un matrimonio dinastico
in una macina da mulino che ha
appeso al collo del mio figlio
maggiore. Il suo matrimonio e ciò
che vi avveniva all’interno erano
affar suo... e mio. Non avrebbe
dovuto riguardare alcuno dei nostri
figli, invece ve l’ha scaricato
addosso. La vostra vita è stata
angustiata dalle sue pretese
d’amore.
— È una cosa triste quando una
donna deve rivolgersi solo ai propri
figli
per
avere
amore
e
comprensione
—
osservò
il
marchese.
— È triste per i figli — convenne
il duca. — Ma io non ho mai detto
una sola parola di critica nei
confronti di Sua Grazia fino a
stasera e non lo farò mai più. Era
una duchessa e mia moglie, e non
c’è rapporto più privato di questo.
Se voi parlerete ancora una volta in
termini critici di vostra moglie
come
avete
fatto
stasera
descrivendo il modo in cui avete
ottenuto la sua mano, vuol dire che
non siete solo uno stupido ma
anche un uomo senza onore.
I due si scrutarono, rigidi e
freddi, per nulla disposti a voler
cedere.
— Penso che ora dovremmo
tornare al ballo — intervenne
Charity. — Vedo che qui non è
possibile arrivare ad alcunché di
costruttivo e me ne dispiace, perché
le vostre vite ne escono più povere.
Ma forse ricorderete ognuno il
dolore e l’amore dell’altro.
— Credo che dovreste ritirarvi
nella vostra camera, signore —
disse il marchese — piuttosto che
tornare nella sala da ballo.
Provvederò io con mia moglie ai
nostri doveri di ospiti. Posso
accompagnarvi di sopra io stesso?
Suo
padre
lo
guardò
freddamente. — Potete suonare per
il mio valletto — rispose.
Il marchese fece come gli era
stato ordinato e tutti attesero in
silenzio l’arrivo del servitore. Il
duca aveva un’espressione tirata
quanto stanca e si appoggiò
pesantemente alla spalla del
valletto.
Charity lo baciò sulla guancia
prima che uscisse. — Vi auguro di
dormire bene, Padre.
Suo marito non la scortò subito
nella sala da ballo. Quando Charity
si voltò verso di lui dopo l’uscita
del duca, venne afferrata di
sorpresa in una stretta poderosa
che le fece mancare il respiro. Poi
lui impresse la sua bocca su quella
di lei e la baciò con quella passione
che lei si era aspettata in riva al
lago.
— Un topolino pieno di buone
intenzioni — le disse poi,
allentando la presa. — Con la testa
nelle nuvole e i piedi nelle sabbie
mobili. — Il suo viso era pallido e
aveva un’espressione severa, ma
nella sua voce era emersa una certa
tenerezza.
In realtà Charity si era aspettata
una
reprimenda
furiosa.
—
Abbiamo
degli
ospiti
da
intrattenere — gli fece notare.
— Infatti. — Staunton le offrì il
braccio e le rivolse un inchino
cerimonioso in cui non si vedeva
alcuna traccia d’ironia.
Ora più che mai era necessario
andarsene da Enfield quel giorno
stesso. Di buonora. Ed era quasi
l’aurora. Tuttavia Staunton non
aveva ancora dato istruzioni né al
proprio valletto né alla cameriera
della moglie di fare i bagagli,
perché dopo il ballo era troppo
tardi per fare una richiesta così
pressante ai domestici. In ogni
caso, una partenza improvvisa era
fuori questione, in quanto era suo
desiderio
salutare
Charles,
Marianne, Augusta e Will. Questa
volta non sarebbe scappato senza
una parola. E aveva intenzione di
congedarsi anche dal padre.
Per il momento non aveva fatto
che andare avanti e indietro in
camera sua. A un certo punto si
fermò e chiuse gli occhi. “Forse
ricorderete ognuno il dolore e
l’amore dell’altro” aveva detto
Charity. E suo padre: “Il mio dono
d’amore per lei” riferendosi alla
collana di topazio. Sua madre aveva
sempre sostenuto che Sua Grazia
era un pezzo di ghiaccio fino in
fondo al cuore. Aveva parlato così
del proprio marito al figlio,
apertamente.
Che
si
fosse
sbagliata? Si era mai resa conto di
aver sbagliato?
Staunton aveva deciso di passare
la notte da solo, ma il desiderio
della moglie lo rodeva. Non credeva
che sarebbe riuscito a superare
tutta la notte senza di lei. Una volta
tornati a Londra, dopo che Charity
si fosse sistemata, avrebbe dovuto
fare a meno di lei per il resto della
vita. Ma quella notte era diverso.
Lontano da Enfield, sarebbe stato
in grado di tirare avanti da solo.
Sentiva
la
propria
determinazione
cedere.
Forse
sarebbe riuscito a resistere, pensò,
se il desiderio fosse stato solo di
tipo sessuale. Però non era così.
Andò a bussare leggermente alla
porta della camera da letto di
Charity e l’aprì adagio. Se l’avesse
trovata già immersa nel sonno non
l’avrebbe disturbata. Li aspettava
un lungo viaggio e Charity aveva
bisogno di riposare.
Da principio non riuscì a vederla.
Notò solo che le coperte erano state
gettate indietro e che lei non era a
letto. Infatti si trovava accanto alla
finestra, con uno scialle sulle spalle
che nascondeva il bianco della
camicia da notte. E lo stava
guardando.
— Non riuscite a dormire? — le
chiese facendosi vicino.
Charity scosse la testa. — Ho
fatto la cosa sbagliata?
— No. — Lui le prese le mani tra
le proprie: erano due blocchi di
ghiaccio e gliele riscaldò. — Non
dovete farvene una colpa se non
avete avuto successo. Come avete
scoperto, non si trattava di un
semplice litigio o di un solo
scontro. Le nostre divergenze si
sono acuite negli anni. Non avevate
alcun obbligo di provare sentimenti
di gentilezza per qualunque
membro di questa famiglia, men
che meno per me e mio padre che ci
siamo serviti di voi. Ma avete
provato lo stesso. Grazie. Ricorderò
per sempre la vostra gentilezza
d’animo e credo che se ne ricorderà
anche Sua Grazia.
— È così malato — osservò
Charity.
— Sì.
— E voi l’amate.
— Lasciate perdere — replicò
Staunton. — Siete gelata. Volete
venire a letto con me?
— Sì — rispose Charity. — Sì, vi
prego. — Così dicendo si spostò
contro di lui e girò la testa per
posarla sulla sua spalla, mentre si
rilassava con un sospiro. Era
evidente che era tanto stanca da
non riuscire neanche a dormire.
Se non avesse avvertito quella
stanchezza, Staunton avrebbe fatto
l’amore con lei dopo averla portata
nel proprio letto. Non gli sarebbe
passato per la testa di non farlo,
anche se aveva ammesso con se
stesso che il bisogno che avvertiva
in quel momento non era di tipo
sessuale. Ma la sentì esausta, e
improvvisamente fu sopraffatto dal
bisogno di darle qualcosa in cambio
di ciò che, quella sera, lei aveva
cercato di fare per lui.
L’attirò fra le braccia e contro il
proprio corpo, l’avvolse per bene
tra le coperte e la baciò sulla
guancia.
— Dormite — le disse. — Fra un
momento starete al caldo. Pensate
solo a dormire. Vi proibisco di
mettervi a contare le pecore o le
loro zampe.
— Le pecore — disse Charity —
che cosa sono?
Si
addormentò
quasi
istantaneamente. E così pure lui,
come si rese conto un paio d’ore più
tardi quando il maggiordomo del
padre lo venne a svegliare,
comparendo
senza
farsi
annunciare.
Staunton si destò di colpo e
l’istinto lo indusse a tirare le
coperte sulle spalle della moglie.
Con un certo sollievo ricordò che
non era nuda.
— Che cosa succede? — chiese
aspramente, e la sentì sobbalzare
tra le sue braccia.
— Avevo bussato, milord — si
giustificò il maggiordomo, che era
vestito ma, come notò il marchese
alla luce dell’alba, non con la solita
precisione immacolata. — Si tratta
di Sua Grazia, milord.
Il marchese si trovò fuori dal
letto senza neanche accorgersene.
—
Sta
male?
—
chiese
bruscamente. — Molto male? —
Afferrò la veste da camera che
prima di andare a letto aveva
buttato sulla spalliera di una sedia.
— Sì, milord — rispose il
maggiordomo. — Brixton ha
pensato che dovreste venire,
milord. — Brixton era il valletto di
Sua Grazia.
— Avete mandato a chiamare il
medico? — chiese il marchese,
mentre si allacciava la cintura della
vestaglia e si dirigeva rapido verso
la
porta.
—
Fatelo
venire
immediatamente. E anche lord
William. Fate chiamare anche lady
Twynham e lord Charles. Lady
Augusta per il momento può
rimanere a dormire.
— Sì, milord. — Il maggiordomo
sembrava insolitamente sollevato
dal fatto di vedersi togliere dalle
spalle la responsabilità di prendere
decisioni.
Il marchese si precipitò fuori
dalla stanza senza pensare alla
moglie, che adesso era sveglia nel
letto.
Suo padre aveva avuto un attacco
di cuore e questa volta non si
sarebbe ripreso. Stava morendo. Gli
fu subito evidente nel momento
stesso in cui entrava di corsa nella
sua camera. Il duca era sdraiato sul
letto
e
boccheggiava
affannosamente. Ogni respiro era
faticoso.
Brixton
gli
stava
sventolando un panno di fronte al
viso, cercando di fornirgli una
maggiore
quantità
d’aria.
Il
marchese strofinò le mani del
genitore, nel futile tentativo di fare
qualcosa che sapeva sarebbe stata
inutile.
Il tempo passò senza che se ne
rendesse conto. Marianne arrivò
nella stanza, seguita da presso da
Charles. Poi arrivarono Twynham,
Will, Claudia e Charity. Infine
comparve anche il medico e tutti gli
altri
si
fecero
da
parte,
osservandolo mentre visitava il
malato, per poi raddrizzarsi e
comunicare
loro
l’inevitabile
messaggio con una semplice
occhiata e un movimento della
testa.
Il duca di Withingsby stava
morendo.
— Andate a chiamare lady
Augusta — ordinò il marchese,
guardando in direzione della
signora Aylward che stava sulla
soglia della camera.
— Vado io — disse Charity a
bassa voce.
Il
duca
respirava
ancora
ansimando, a fatica, ma era lucido e
aveva gli occhi aperti.
— È ora di dire addio — disse il
marchese,
registrando
mentalmente che erano tutti
presenti: famigliari, domestici,
medico, e aspettavano istruzioni da
lui. Il duca stava morendo e lui si
stava già comportando come
capofamiglia. — William? Claudia?
I due si avvicinarono al letto:
Claudia era pallida come il gesso e
Will poco meno. Poi toccò a
Marianne e Twynham e dopo di loro
a Charles. Il maggiordomo e la
governante furono invitati con un
cenno del capo a farsi avanti per
dare il loro addio a Sua Grazia. Pur
con la mente come intorpidita, il
marchese si rese conto che quello
sarebbe stato il congedo estremo
così come l’avrebbe voluto suo
padre. Una cerimonia strettamente
formale e corretta, e la sua morte
simile a un evento di Stato ben
orchestrato.
Charity era tornata portando con
sé Augusta, che appariva pallida e
chiaramente spaventata. La piccola
era aggrappata alla sua mano e si
strinse a lei, nascondendo il viso
quando Marianne accennò a
prenderla. Così fu la nuova
duchessa a condurla di fianco al
letto.
— Puoi dire addio a tuo padre —
la invitò Charity con gentilezza. —
Vedi, ti sta guardando.
— Addio, signore — sussurrò la
bambina.
Sia il marchese sia sua moglie si
accorsero che la mano di Sua Grazia
cercava di tirare debolmente il
copriletto.
— Vorrebbe che tu lo baciassi —
disse Charity. — Vorrebbe farti
sapere che ti ama e che ti affida alle
mani sicure di Anthony.
Augusta dovette sollevarsi in
punta di piedi per allungarsi
abbastanza sul letto da arrivare a
baciare il padre sulla guancia. —
Sarò una brava bambina per
Anthony, signore — gli disse. — E
mi impegnerò di più nei miei studi.
— Poi nascose il viso contro la
sottana di Charity.
— Padre… — Charity aveva
preso la mano debole del duca tra
le proprie. — Siete stato gentile con
me e ve ne ringrazio. Me ne
ricorderò per sempre come mi
ricorderò di voi. — Si piegò su di lui
e lo baciò in fronte, sorridendogli
negli occhi. — Con amore —
aggiunse.
Dopodiché si chinò per prendere
Augusta fra le braccia e si spostò
con lei nell’anticamera.
Il marchese si fece avanti e
osservò il padre dall’alto, tenendo
le mani allacciate dietro la schiena.
— Sgomberate la stanza. — Sua
Grazia aveva sussurrato appena
queste parole, con voce rauca e
soffocata, ma furono perfettamente
udibili.
— Forse vorrete aspettare tutti
fuori per qualche istante —
aggiunse il marchese, senza
distogliere lo sguardo dal viso del
genitore.
Uscirono tutti senza protestare,
eccetto
Marianne,
che
stava
mormorando a Twynahm che lei era
la figlia di Sua Grazia e si sentiva
trattata dal fratello come una serva.
Il duca di Withingsby non era
una persona che si poteva toccare
senza essere invitati a farlo e tale
invito si verificava di rado. Ma il
marchese di Staunton guardò la
mano pallida e fiacca sulle coperte
e liberò le proprie, che teneva
dietro la schiena, per prenderla.
Nonostante i tentativi fatti pochi
minuti prima per riscaldarla, era di
nuovo gelida.
— Padre — gli disse ricordando,
nel momento stesso in cui
pronunciava quella parola, quando
aveva deriso di fronte a sua moglie
l’idea di una scena sentimentale sul
letto di morte. — Vi ho sempre
amato,
padre.
Troppo
profondamente per esprimerlo a
parole. Se non vi avessi amato, non
avrei potuto odiarvi. E vi ho odiato.
Ma vi amo. — Si portò per un
attimo la mano del genitore alle
labbra.
Il duca lo osservò con occhi
altezzosi e penetranti, seminascosti
da palpebre pesanti e infossate sul
viso grigio. — Tu sei mio figlio —
riuscì a dire. — Sei sempre stato il
mio figlio prediletto come lo eri per
Sua Grazia. Avrai figli tuoi, figlio
mio. La tua duchessa sarà una
buona madre e una buona moglie.
Hai fatto una scelta fortunata. Nel
vostro matrimonio ci sarà amore
reciproco e per questo ti invidio.
Non sei riuscito a farmi infuriare.
Non fu in grado di dire altro e
chiuse gli occhi. Anthony lo osservò
per un momento, poi s’inginocchiò,
posò il viso sul letto accanto alla
mano del padre e pianse. Si sentiva
sciocco a piangere per un uomo che
aveva odiato... e amato, ma gli era
impossibile frenare i singhiozzi che
lo stavano scuotendo. Quindi la
mano del duca si sollevò e andò a
posarsi sulla sua testa, si mosse un
paio di volte e infine rimase
immobile,
mentre
il
respiro
permaneva affannoso.
Il marchese sentì quel gesto
come un segno di perdono, di
assoluzione, un tocco che sanava
antiche ferite. Il tocco di un padre.
E disprezzò quei sentimenti nello
stesso tempo in cui permetteva loro
di sopraffarlo. Suo padre l’aveva
toccato con amore.
Il ritmo della respirazione
cambiò. Il marchese si rialzò in
piedi e andò alla porta. Era giunto il
momento di far rientrare la
famiglia. Era loro diritto assistere a
una fine che sarebbe sopraggiunta
di lì a pochi minuti.
16
Charity era seduta su una sedia in
anticamera e teneva Augusta
rannicchiata
in
grembo.
La
bambina non dormiva, ma non era
stata portata insieme a tutti gli altri
nella stanza del duca. Era stato
necessario che dicesse addio al
padre, affinché capisse che cosa
stava succedendo, però non era
necessario che assistesse alla sua
morte. Charity le accarezzava la
testa e a tratti la baciava sulla
fronte.
Staunton fu il primo a uscire
dalla camera. Si fermò davanti alla
moglie e i loro occhi s’incontrarono.
Appariva pallido e provato, e
Charity giudicò che avesse pianto.
Era contenta che l’avesse fatto.
Poi il marchese si accovacciò e
posò una mano sulla testa della
sorellina.
— Se n’è andato, cara — disse
con una voce così carica di
tenerezza che fece sgorgare lacrime
dagli occhi della moglie. — È morto
in pace. Adesso sarà felice...
insieme alla mamma.
Augusta aprì gli occhi ma non si
mosse, né disse alcunché.
— Comunque tu sarai sempre
protetta — continuò lui. — Io sarò
qui con te, sempre, e avrai vicino
Will, Claudia e i ragazzi. Saremo
una famiglia. Ti ho tenuta in
braccio quand’eri in fasce. Sono
stato il primo a stringerti al petto
subito dopo la tua nascita. Non
sapevo che fosse possibile amare
qualcuno quanto ho amato te. Ho
dovuto andarmene via poco dopo e
sono rimasto assente a lungo, ma ti
ho sempre amata. E ora sono
tornato a casa. Siamo fratello e
sorella, però fortunatamente sono
anche abbastanza vecchio da
poterti proteggere e farti quasi da
padre.
Augusta lo osservò in silenzio, e
Charity percepì che in lei c’era
meno tensione di prima. Presto si
sarebbe rimessa a dormire.
— Sua Grazia sapeva che
avrebbe
dovuto
lasciarti
—
continuò il marchese. — Mi ha
richiamato a casa in modo che io
potessi provvedere a te al suo
posto. Perché ti amava, Augusta, e
perché amava me. Perché eravamo
suoi figli. Andrà tutto bene, cara.
Adesso puoi tornare a dormire. Ti
porterò io stesso a letto e Charity
verrà con noi. — Così dicendo
guardò la moglie e inarcò le
sopracciglia. Lei comprese il
messaggio silenzioso e annuì. —
Rimarrà con te e quando ti
sveglierai sarà lì per portarti da
Will, da Marianne o da Charles.
Puoi stare tranquilla che andrà
tutto bene.
Mentre si rialzava, dalla camera
da letto uscì il maggiordomo e si
schiarì la gola.
— Vostra Grazia... — cominciò.
Charity vide il marito trasalire,
mentre girava la testa.
— Il medico desidera consultarsi
con voi, Vostra Grazia — comunicò
il maggiordomo.
— Dovrà aspettare qualche
minuto — rispose il nuovo duca di
Withingsby — finché non avrò
portato lady Augusta nella nursery.
Sollevò tra le braccia la bimba
mezza addormentata e aspettò che
sua moglie si alzasse. In quel
momento Charity si rese conto, per
la prima volta da quando la voce del
marito l’aveva svegliata di colpo da
un sonno profondo, che secondo i
piani avrebbero già dovuto essere
sulla strada per Londra. Quella
giornata avrebbe dovuto segnare
per lei la fine della messa in scena e
l’inizio di una vita agiata e
meravigliosa
con
la
propria
famiglia, come aveva sempre
sognato dal giorno della morte del
padre.
Invece c’era ancora una parte da
recitare, anche se non era proprio
una finta. Quel giorno Augusta
avrebbe avuto davvero bisogno
della sua presenza. Nella vita di un
bambino non c’era evento più
traumatico della morte di un
genitore. Le esigenze di Augusta
avrebbero avuto la precedenza su
tutto il resto e forse per un periodo
più lungo. Per qualche misteriosa
ragione, sembrava che la bambina
cercasse più conforto da lei che da
Marianne o Claudia.
Anche Anthony avrebbe avuto
bisogno di lei, forse anche per i
giorni seguenti. Aveva perso il
padre in circostanze difficili e
Charity sospettava, e inoltre
sperava, che fosse riuscito a
rendersi conto dell’amore per lui
prima che fosse troppo tardi.
Sperava poi che il duca fosse
riuscito a mostrare qualche segno
del proprio amore. Quanto erano
stati sciocchi, tutti quanti, a tenere
duro fino al momento della fine.
Tuttavia adesso, sul viso di suo
marito, a parte le tracce delle
lacrime c’era un’espressione che
indicava chiaramente come padre e
figlio si erano capiti prima di venire
separati per l’eternità. Erano
rimasti soli insieme per almeno
cinque minuti.
Il
nuovo
duca
depose
delicatamente Augusta sul suo
letto, mentre la nurse e l’istitutrice
rimanevano sulla soglia. La nurse
aveva gli occhi rossi per il pianto,
perché le notizie viaggiavano veloci
in una grande casa. La bambina
stava già dormendo e Staunton le
rimboccò con cura le coperte. Quel
gesto ricordò a Charity come suo
marito avesse fatto la stessa cosa
con lei solo qualche ora prima, e
come l’avesse tenuta fra le braccia
mentre scivolava, esausta, nel
sonno. Poi lui si raddrizzò e si
voltò. I servitori erano scomparsi.
— Rimarrete qui?
— Naturalmente — rispose
Charity. D’impulso fece un passo
verso di lui e gli scostò il ciuffo di
capelli che gli ricadeva sulla fronte,
ma che subito dopo ritornò nella
posizione iniziale. — Mi spiace —
gli sussurrò, prendendogli il viso
tra le mani. — Mi spiace tanto,
Anthony. — E alzatasi in punta di
piedi, lo baciò sulle labbra.
Il marito le toccò il dorso delle
mani e le tenne premute contro il
viso per un momento, poi le scostò,
stringendole leggermente. — C’è
bisogno di me — disse, e uscì dalla
stanza.
Fu solo dopo che Staunton se ne
fu andato e lei si trovò sola nella
camera a guardare la bambina che
dormiva che cominciò a sentirsi
tormentata da mostruosi sensi di
colpa.
Era
stata
una
giornata
terribilmente
impegnativa
che
l’aveva esaurito fisicamente. Da otto
anni Staunton era abituato a vivere
una vita indipendente e ad
accettare le responsabilità, ma
ritrovarsi di colpo nella veste del
duca di Withingsby solo tre giorni
dopo essere tornato a Enfield, con
dozzine di persone che si
rivolgevano a lui per avere
istruzioni, era a dir poco stressante.
C’erano da prendere decisioni per il
funerale,
scrivere
lettere,
predisporre l’accoglienza per gli
ospiti che sarebbero arrivati da
lontano per le esequie, ricevere le
prime visite di condoglianze, le
normali e inevitabili questioni
relative alla casa e alla conduzione
delle proprietà, assicurare al conte
di Tillden e alla sua famiglia che la
loro ulteriore permanenza era ben
accetta... e infiniti altri problemi.
E c’era da affrontare il trauma
provocato dal dolore, il proprio e
quello dei fratelli. Charles era forse
il più disperato. Il duca lo trovò
seduto nella serra, quel pomeriggio,
che singhiozzava inconsolabile. Ma
non
ci
fu
bisogno
di
tranquillizzarlo, il che sarebbe stato
emotivamente faticoso, perché lady
Marie Lucas sedeva accanto a lui e
gli picchiettava sulla schiena con
una manina, mentre con l’altra
stringeva un fazzoletto di merletto
e gli tamponava le lacrime che gli
scendevano lungo le guance.
Augusta, lasciata libera dalla
nursery e dalle ore d’insegnamento,
rimase vicina a Charity per tutta la
giornata, anche se andò a sedersi in
grembo ad Anthony in un breve
momento di tranquillità dopo la
visita del pastore e di sua moglie.
— Rimarrai davvero con me? —
gli chiese.
—
Mmm...
—
Anthony
l’abbracciò stretta.
— Mi farai davvero da papà? —
chiese ancora. — Come William con
Anthony e Harry?
— Vuoi un padre? — le chiese
lui. — O preferiresti un fratello
maggiore?
Augusta non esitò. — Voglio un
papà.
— Allora sarò io il tuo papà —
confermò il duca. La sua mente fece
un balzo all’indietro ripensando
alla vita che aveva vissuto fino a
quel momento e agli atteggiamenti
che aveva sostenuto con grande
fermezza solo una settimana prima.
Quella vita era morta e sepolta e lui
accettò quel fatto. La nuova
situazione era una realtà a cui non
poteva opporsi. Non era neppure
sicuro di volersi opporre. Alcune
realtà erano troppo imperative per
negarle.
— E Charity sarà come la mia
mamma? — chiese ancora Augusta.
Il duca chiuse gli occhi. Come si
poteva proteggere una bambina da
quella che le sarebbe sembrata una
crudeltà? Come avrebbe mai potuto
capire Augusta?
— La vuoi come mamma? — le
chiese.
— Jane, Louisa e Martin hanno
Marianne — rispose la sorella — e
Anthony e Harry hanno Claudia.
Adesso ho anch’io qualcuno.
Charity è tutta mia.
— E ti proteggerà sempre —
confermò Anthony, baciandola in
fronte. — Ti adora.
— Sì, lo so — disse Augusta. —
Me l’ha detto lei. Anche Sua Grazia
mi voleva bene. Non me l’ha mai
detto, ma secondo Charity certe
persone non sanno dirlo e neppure
dimostrarlo, però non vuol dire che
non amano. Sua Grazia ha sempre
provveduto a me e ti ha fatto
tornare a casa per avere cura di me
come un papà dopo la sua
scomparsa. Ho visto stamattina che
mi amava. Ha voluto che lo baciassi.
La sua faccia era fredda.
— Lui ti amava, cara — rispose
Anthony. — Eri la sua piccolina. E
adesso sei la mia piccolina.
Il duca si chiese quanto tempo il
padre avesse passato con lei, la
bambina che gli aveva fatto morire
la moglie. Non molto, giudicò.
Augusta invidiava i figli di Will
perché avevano un padre, ma
almeno non avrebbe ricordato il
proprio con amarezza. A questo
aveva provveduto Charity.
L’incontro con Augusta fu breve.
Staunton sapeva che ogni momento
del suo tempo sarebbe stato
impegnato fin dopo cena perché
doveva occuparsi di molte persone
e di molti particolari. Durante il
pasto si chiese vagamente come
avessero fatto tutti quanti, eccetto
la sorellina e sua moglie, a
procurarsi abiti neri con tanta
facilità. Ormai erano tutti in lutto
stretto. Charity indossava uno dei
suoi vestiti marroni e appariva
tanto incolore quanto graziosa. Da
quanto aveva sentito durante la
conversazione a cena, la sarta di
Claudia era impegnatissima a
confezionarle un abito nero da
portare l’indomani.
Il nuovo duca sedeva a
capotavola e si guardava attorno. Sì,
in una settimana c’erano stati
enormi cambiamenti. Si stupiva di
aver immaginato, solo qualche
giorno prima, di poter tornare a
Enfield e di non rimanerne toccato
in alcun modo. Una parte di lui, in
realtà, lo aveva sempre saputo. Nel
proprio intimo aveva capito che era
necessario portare Charity con sé,
se voleva avere una minima
possibilità di mantenere la propria
identità. Ma ciò che non aveva
compreso, o che non aveva voluto
ammettere, era quale fosse davvero
quell’identità. Ormai però lo
sapeva: lui era Anthony Earheart,
una parte inestricabile di quella
famiglia. Lo era sempre stato,
perfino durante gli otto anni di
esilio che si era autoimposto.
Non si era mai liberato di loro.
Tuttavia, per strano che fosse,
adesso che tutta la libertà e la
possibilità di fare scelte egoistiche
gli erano state irrimediabilmente
tolte, si sentiva più libero di quanto
si fosse mai sentito in vita sua. E
non perché suo padre era morto e
non poteva più esercitare alcun
potere su di lui, al contrario. Perché
adesso era diventato nello stesso
tempo se stesso e figlio di suo
padre. Suo padre, ora se ne rendeva
conto, lo aveva lasciato libero di
vivere con entrambe le identità. Gli
aveva dato amore e alla fine l’aveva
lasciato libero.
“La tua duchessa sarà una buona
madre e una buona moglie. Hai
fatto una scelta fortunata. Nel
vostro matrimonio ci sarà amore
reciproco.”
Guardò all’altro capo del tavolo
verso sua moglie, la duchessa, che
stava parlando gentilmente alla
contessa di Tillden, con gli occhi
rossi per le lacrime. Sì. Oh, sì. Ma
avrebbe dovuto essere corteggiata,
non comandata. Se lui l’amava, e
ormai sapeva di amarla, doveva
lasciarla libera, come avevano
concordato. E poteva solo sperare
che lei scegliesse di rimanere con
lui, di essere sua moglie, di
generargli dei figli, di condividere
un amore reciproco fino alla fine
dei loro giorni.
La sua speranza non era del tutto
vana. Charity possedeva più calore
umano, più fascino, più amore di
qualunque altra persona avesse mai
conosciuto... Come potevano essere
ingannevoli le prime impressioni!
Riusciva ancora a sentire il calore
delle sue mani attorno al proprio
viso e la sua espressione di
profondo dolore per lui negli occhi
e nel bacio leggero con cui gli aveva
sfiorato le labbra. No, non si
sentiva del tutto senza speranza.
Ma in quegli ultimi giorni, fra le
altre cose, Staunton sapeva di aver
perso parte di quell’arrogante
sicurezza di sé che aveva prima. In
particolare, per quanto riguardava
Charity non era sicuro di nulla e
l’ansietà non faceva altro che
attenuare la speranza.
Alla fine, quando la cena era
conclusa da tempo, si trovò libero.
Stava vegliando il padre, che era
stato rivestito, adagiato sul letto e
sembrava dormire tranquillamente,
quando era arrivato Will. Il fratello
gli aveva dato una stretta alla
spalla, ferma e affettuosa, e gli
aveva detto che avrebbe continuato
lui la veglia per un po’.
— Va’ a rilassarti, Tony. Sembri
sul punto di crollare.
Il duca annuì e si alzò in piedi.
D’impulso abbracciò il fratello, che
gli restituì l’abbraccio.
Augusta era a letto, come gli era
stato riferito, vegliata dalla nurse.
Ma Charity non si trovava nel
salotto con tutti gli altri, e gli venne
detto che era uscita per una
passeggiata.
— Non voleva compagnia, Tony
— gli riferì Charles — anche se mi
sono offerto di andare con lei.
Sembrava esausta. È stata molto
buona con Augusta per tutto il
giorno.
— Ma vorrà la tua, di compagnia
— intervenne Claudia con un
sorriso. — Ti ha tenuto d’occhio
ansiosamente per tutto il giorno. E
sembri stanco quanto lei. Se non
ricordo male ha detto che intendeva
scendere verso il lago.
— Sì, infatti — disse Marianne.
— Ed è stata davvero molto buona
con Augusta, Tony. Naturalmente la
sua esperienza d’istitutrice deve
averla aiutata.
Marianne si era sgelata, pensò
lui mentre se ne andava, ma non
era riuscita a resistere alla battutina
finale.
Anthony trovò sua moglie in riva
al lago. Era una serata molto simile
alla precedente, anche se lei portava
uno scialle sulle spalle. Era seduta
sulla sponda e lo sguardo vagava
sull’acqua illuminata dalla luna.
Quando sollevò lo sguardo e lo
riconobbe, Anthony si sedette al
suo fianco e le prese una mano tra
le proprie.
— Stanca? — le chiese.
— Un po’. — Nonostante
l’apparenza tranquilla, si vedeva
che non era rilassata.
— È stata una dura prova per voi
— le disse. — Mi spiace. Tutto
questo
non
faceva
parte
dell’accordo.
Ma lei s’irrigidì ancora di più. —
È stata tutta colpa mia — ribatté in
tono piatto.
— Che cosa? — Il duca abbassò
la testa per poterla guardare in
volto.
— L’ho ucciso io — gli spiegò lei.
— Non l’avete capito? Con il mio
zelo esagerato, come mi avete fatto
notare. L’ho costretto a venire in
biblioteca, ieri notte, e ad affrontare
una scena carica di risentimento e
inutilità. I vostri rapporti non erano
affar mio. Come avete appena
detto, noi avevamo un contratto. Io
non sono veramente vostra moglie
e questa non è veramente la mia
famiglia, tuttavia ho interferito in
ogni modo. L’ho messo sotto
pressione. E qualche ora dopo, lui è
morto.
Oh, Dio! — No! — Staunton le
strinse forte la mano. — No,
Charity. No. Non siete in alcun
modo responsabile della sua morte.
Io sono stato convocato qui proprio
perché stava morendo. Due giorni
fa il suo medico mi ha avvertito che
la fine sarebbe potuta arrivare in
qualsiasi momento. Il suo cuore era
malconcio, stamattina presto ha
smesso di funzionare e lui è morto.
Ma la sua morte non ha nulla a che
vedere con voi.
— Gli era stato detto di stare a
riposo — ribatté Charity.
— Un consiglio che lui ha
ignorato costantemente — le
ricordò il marito. — Sapeva che
stava per morire. È per questo che
ha soffocato il suo orgoglio e mi ha
richiamato a casa. Ma non voleva
morire nella debolezza. Voleva
morire così com’era vissuto e il suo
desiderio è stato esaudito. Non
siete stata voi ad accelerare la sua
morte. Invece avete fatto qualcosa
di meraviglioso.
— Io l’ho ucciso — ripeté lei.
— Vi ho detto che lo amavo —
ribatté Anthony. — Che l’avevo
sempre amato. E naturalmente era
vero, sebbene neppure io l’avessi
pienamente compreso fino al
momento in cui voi mi avete
costretto ad affrontare la realtà. Mi
ha parlato. Mi ha chiamato “figlio
mio”, “figlio prediletto”. E mi ha
posto la mano sulla testa, Charity.
Può sembrare una cosa da poco, ma
non riesco a descrivere che
cos’abbia significato per me quel
gesto. Ha cercato di accarezzarmi la
testa, però era troppo debole.
Anche se avesse gridato che mi
amava, non avrebbe avuto su di me
l’effetto di quel tocco. L’ha fatto
perché voi l’avete costretto ad
ammettere qualcosa con se stesso.
Ormai era quasi troppo tardi per
lui, per tutti e due, ma ci è riuscito.
Perché ieri notte voi lo avete
costretto al confronto. Appena in
tempo.
Charity continuava a tenere lo
sguardo fisso sul lago e a tacere, ma
lui poteva sentire dalla sua mano
che parte della tensione era svanita.
— Aveva ragione, sapete —
continuò Anthony dopo qualche
minuto di silenzio. — Io amavo mia
madre ed ero risentito con lei. Mi
sentivo costretto ad amarla. Lei si
appoggiava pesantemente su di me,
anche da ragazzo. Quando è morta
avevo vent’anni. Lei era una donna
molto
infelice.
Mi
raccontò
dell’uomo che aveva amato e che
avrebbe desiderato sposare, di
come fosse stata costretta a sposare
mio padre e mi disse perfino che lui
la costringeva a subire le sue
attenzioni ogni volta che non era
incinta. Piangeva con me e mi
diceva che presto sarebbe stata di
nuovo incinta perché mio padre
andava da lei ogni notte.
Anthony fece una pausa. Si
sentiva sleale a raccontare tutto ciò
ad alta voce, anche solo a pensarlo.
Ma forse doveva qualcosa anche a
suo padre. — Lui aveva ragione —
riprese. — Mia madre non avrebbe
dovuto caricare sulle spalle di un
bambino la propria infelicità. Non
avrebbe dovuto parlargli delle
intimità
matrimoniali.
Le
confidenze,
la
necessità
di
confortarla, la spinta a odiare mio
padre... erano un fardello pesante
per me. E non l’ho capito che ieri
notte.
— Vostra madre ha preteso
troppo dal vostro amore — gli disse
la moglie — e vostro padre ha
chiesto troppo poco. Purtroppo ci è
difficile vedere i nostri genitori
come
persone.
Da
loro
ci
aspettiamo la perfezione. Lui
l’amava. Questo è stato chiaro ieri
sera.
— Forse anche lei ha avuto la sua
parte di colpe nel matrimonio —
ammise Anthony. — Magari anche
di più. L’ha punito per tutta la vita
da sposata per essere stata costretta
a un matrimonio combinato. E non
ha fatto il minimo sforzo per far sì
che la loro unione funzionasse.
Non lo credete anche voi?
— Adesso state attento a non
lasciare che i vostri sentimenti vi
portino dalla parte opposta — disse
Charity. — Vostra madre era infelice
e voi non potete sapere che cosa sia
accaduto realmente in privato fra di
loro. Nessuno può saperlo tranne
loro stessi, e ormai sono morti
entrambi.
— Io sono convinto — continuò
il duca — che lei ci abbia tenuti
lontani da lui. Mio padre era un
uomo riservato e severo e, come ha
detto lui stesso ieri sera, non
avrebbe
mai
esercitato
una
ritorsione dicendo qualcosa contro
di lei. Non l’ha mai fatto, vi
assicuro. Lei invece ci ha insegnato
a temerlo e odiarlo, a vederlo come
un uomo dal cuore gelido.
— Anthony — lo interruppe
Charity — voi amavate vostra
madre. Ricordate che l’amavate e
che lei ha avuto una vita sofferta.
Tutti quei bambini, tutti quei morti.
— Mi chiedo se voi, Charity,
abbiate mai preso qualcosa dalla
vita — le chiese lui. — Siete sempre
stata abituata a dare e basta? Alla
mia famiglia avete dato doni
inestimabili.
Ma Charity strappò la mano da
quella di lui e balzò in piedi,
spazzolando
via
l’erba
dalla
sottana. — Oh, sì che sono una che
prende — rispose. — Sto per
prendermi una casa e una carrozza,
dei servitori e seimila sterline
l’anno di rendita da voi per il resto
della vita... senza aver fatto nulla
tranne divertirmi e crogiolarmi in
una
situazione
di
sicurezza
inaspettata. Non ne vedo l’ora.
Anche lui si alzò in piedi. — Voi
siete mia moglie e verrete
mantenuta con ogni agio in virtù di
questo fatto. Questo non è
prendere, è nella natura del
matrimonio.
Charity era di nuovo tesa e
visibilmente stanca. Non era il
momento di corteggiarla nel modo
che Staunton aveva pensato una
volta superati quei giorni difficili e
avvenuto il funerale.
— Siete stanca — le disse — e
anch’io lo sono. Lasciate che vi
accompagni a letto.
— Con voi? — chiese Charity. —
Come ieri sera?
— Sì — rispose Anthony. — Se lo
desiderate. O per fare prima
l’amore, se volete. Non sarebbe
irrispettoso nei confronti di mio
padre. La vita ha bisogno di
riaffermarsi contro la morte.
— Devo riconoscere che avete
una spalla confortevole — rispose
Charity con un mezzo sorriso — e
braccia che sanno infondere
sicurezza.
Ho
dormito
così
pacificamente, ieri sera. Tutto
merito vostro. Allora facciamolo
anche stanotte, se lo desiderate.
— Venite. — Lui le cinse la vita
con un braccio e Charity si rilassò
subito, mentre tornavano verso
casa.
Ma quando furono di nuovo a
letto insieme, prima di dormire
fecero l’amore di comune accordo,
senza bisogno di parlare. Il duca
non aveva mai sperimentato una
comunicazione silenziosa con una
donna, eppure con lei il metodo
sembrava infallibile. Fecero l’amore
con dolcezza, ma anche con calore e
intensamente. Dopo aver raggiunto
l’orgasmo, Charity si rilassò con un
sospiro e Staunton si lasciò andare
fino in fondo. E per la prima volta
in vita sua permise, del tutto
consciamente, che il proprio seme
scivolasse nella donna con cui si era
appena accoppiato.
Anthony era riuscito ad alleviare
quello che per Charity era
indubbiamente
il
motivo
di
maggior ansietà. Per lei era del
tutto lampante che era stato il
proprio
comportamento
a
provocare la morte del suocero.
Invece non era così, e lui era
riuscito a tranquillizzarla in
proposito.
C’era però anche un altro motivo
d’ansia che la rodeva, sia pure in
modo meno pressante. Ma non era
un
motivo
che
lei
poteva
condividere con altri o risolvere da
sé. Al contrario. Il suo senso di
colpa cresceva di ora in ora, a
quanto
pareva,
e
c’erano
costantemente frasi che glielo
ricordavano.
“Vi avevo scambiata per una
cacciatrice di fortuna.”
Erano state quelle le parole che
avevano dato origine a tutto. Perché
lei era veramente una cacciatrice di
fortuna. Aveva commesso un
peccato terribile, anzi più d’uno, e
tali peccati si moltiplicavano con
velocità allarmante. Si era beffata di
una delle istituzioni più sacre. Si
era sposata e aveva pronunciato
tutti i voti matrimoniali, ben
sapendo di non avere alcuna
intenzione di mantenerne la
maggior parte. Aveva fatto tutto per
denaro. Oh, sì, poteva cercare di
giustificare in modo razionale il
proprio operato, dicendo a se stessa
che aveva agito così per il bene di
Philip, di Penny e dei bambini. Ma
quand’era il momento di giudicarsi
senza finzioni, doveva per forza
ammettere di averlo fatto per soldi.
E così quell’unico grande peccato
l’aveva portata a tutta una serie di
inganni. Suo suocero aveva intuito
gran parte della verità, ma non
aveva capito che quel matrimonio
era
solo
temporaneo.
Probabilmente era morto convinto
che presto ci sarebbe stato un
nuovo erede per il ducato. Forse era
morto anche confortato dalla
consapevolezza
che
Augusta
avrebbe avuto sia una figura
materna sia una paterna a vegliare
su di lei durante la crescita.
Charity si odiava per l’inganno
che aveva perpetrato con Augusta,
perché quella bambina, e lei se
n’era resa conto dopo la morte del
duca, le voleva bene. Era successo
all’improvviso, ma in modo totale.
Augusta non voleva mai staccarsi
da lei. Quando lo faceva, era solo
per passare un po’ di tempo con
Anthony. Nel momento in cui fosse
saltata fuori la verità, la piccola ne
avrebbe
subito
un
trauma
irreparabile.
E poi c’era Charles che la trattava
con l’affetto sereno di un fratello, e
Claudia e William che le erano
quasi
altrettanto
affezionati.
Perfino Marianne aveva cominciato
a parlarle in modo cortese. I figli di
Marianne e quelli di Claudia si
illuminavano in viso al suo
apparire.
Ecco
perché
si
sentiva
un’imbrogliona. Perché lo era
veramente. Tutta la servitù la
chiamava “Vostra Grazia” e la
trattava con estremo rispetto. I
vicini che facevano visita per
esprimere le loro condoglianze, si
rivolgevano a lei con il titolo che le
competeva e la consideravano con
un riguardo quasi reverenziale.
Tuttavia lei era un’imbrogliona,
Una cacciatrice di fortuna.
E poiché amava la schiettezza,
tanto valeva che ammettesse di
essere una peccatrice.
C’era solo una cosa da fare.
Charity se ne rese conto a poco a
poco nei giorni che precedettero il
funerale, e alla fine quel pensiero
divenne una convinzione radicata.
Non sarebbe servita a correggere le
cose sbagliate... in particolare per
quanto riguardava Augusta… ma
avrebbe dimostrato quanto era
addolorata per quello che aveva
fatto. Inoltre era l’unica soluzione
onorevole, l’unica che con il tempo
l’avrebbe fatta sentire a posto con la
coscienza.
Sul tardi del pomeriggio del
funerale, molti degli ospiti se
n’erano andati e quelli rimasti
erano seduti nel salotto. Mentre
Augusta dormiva nella nursery
dopo tutte le emozioni del mattino
e il duca era uscito a cavallo con
Charles per cercare di rilassarsi,
Charity si avviò, con una valigetta
in mano, lungo il viale che portava
al villaggio. C’era una diligenza che
partiva dalla locanda e ne aveva già
controllato l’orario.
Charity tornava a casa... da sola.
Aveva lasciato dietro di sé un
biglietto per il marito, ma senza
specificare la sua destinazione. Se
gliel’avesse comunicata, lui le
avrebbe mandato del denaro,
seimila sterline l’anno, e avrebbe
incaricato il suo castaldo di
assicurarsi che lei ricevesse una
casa idonea e tutto quanto era
contemplato nelle clausole del
contratto. Avrebbe insistito per
pagare tutto il dovuto. E forse lei
non sarebbe riuscita a resistere.
Si era sposata e aveva adempiuto
a tutti gli obblighi del matrimonio
finché questo era durato. Forse, con
il tempo, sarebbe stata capace di
perdonarsi per essersi sposata ben
sapendo che le sarebbe stato
richiesto di ottemperare a quei
doveri solo per un breve periodo.
Ma non sarebbe mai riuscita a
perdonarsi se avesse accettato un
pagamento per ciò che aveva fatto.
Il matrimonio non era un
impiego.
Il
matrimonio
era
un
coinvolgimento,
composto
di
attenzioni e amore. Era un...
impegno.
Aveva pensato che Anthony si
sbagliava quando le aveva detto che
lei era una persona che dava ma
non prendeva. Invece aveva avuto
ragione. Non sarebbe diventata una
persona che prendeva, perché in tal
caso avrebbe perso la propria
anima.
Così, forse, piano piano sarebbe
riuscita a perdonarsi.
17
Quando ci ripensò, in seguito, al
duca
di
Withingsby sembrò
incredibile che sua moglie l’avesse
lasciato nel pomeriggio del funerale
di suo padre, ma non scoprì il fatto
che il mattino seguente.
Era ritornato da una lunga
cavalcata con Charles, con il quale
aveva
avuto
un
colloquio
abbastanza
impegnativo,
sentendosi più rilassato. Gli era
stato detto che Charity si era
ritirata in camera sua per riposare e
aveva sperato che la moglie
riuscisse a dormire un po’ e a
riprendersi. Poi era stato occupato
per il resto della giornata con gli
ospiti rimasti, così non era andato a
bussare alla porta della duchessa
per accompagnarla a cena.
Quando aveva visto che lei non
era ancora scesa all’ora del pasto
serale,
aveva
mandato
una
domestica a informarsi e questa gli
aveva riferito che Sua Grazia non
desiderava essere disturbata.
Così Staunton non era andato da
lei e aveva fatto le sue scuse agli
ospiti. Sua moglie si era prodigata
instancabilmente fin dal primo
momento in cui era arrivata a
Enfield. Tutti quanti avevano fatto
ricorso alle sue energie, soprattutto
Augusta e lui stesso. Ovvio che
fosse esausta, perciò non aveva
voluto scomodarla. Per la stessa
ragione non l’aveva cercata quando
era andato a letto, anche se era
entrato senza far rumore nello
spogliatoio di lei e aveva notato che
dalla sua camera non filtrava alcuna
luce.
Solo il mattino seguente, quando
scese per fare colazione piuttosto
tardi, dopo essersi occupato di
alcune faccende, notò che Charity
non c’era ancora e salì da lei. Fu a
quel punto che scoprì la lettera che
la moglie gli aveva lasciato sul
cuscino. Per la precisione, quando
la vide non era propriamente sul
cuscino ma in mano alla cameriera,
che stava uscendo dalla stanza della
duchessa
con
un’espressione
spaventata. La ragazza gli fece una
riverenza e gli porse la lettera dopo
avergli detto dove l’aveva trovata,
dileguandosi
poi
celermente
appena lui, con un cenno del capo,
le ebbe indicato che poteva andare.
“Vostra Grazia” aveva scritto
Charity “partirò questo pomeriggio
dal villaggio a bordo della
diligenza. Spero che non scopriate
questa lettera in tempo per venirmi
a cercare. So che vorrete farlo,
perché abbiamo firmato un accordo
e voi, da uomo d’onore, vorrete
adempiere ai vostri obblighi. Ma vi
prego, non seguitemi. E vi prego di
nuovo, non cercate di trovarmi. Vi
libero
dalla
vostra
parte
dell’accordo. Non desidero ricevere
alcun pagamento per ciò che ho
fatto. Mi risulterebbe sgradevole e
fonte di notevole angustia.”
Il duca chiuse gli occhi e trasse
un lento respiro. Si trovava ancora
nell’ingresso,
di
fronte
allo
spogliatoio di lei.
“Prenderò quanto più mi sarà
possibile, ma solo le cose che mi
appartengono”
lesse
quando
riportò lo sguardo sulla lettera.
“Non riesco a resistere alla
tentazione di tenere il vestito da
ballo. So che non vi infurierete. E le
mie perle. Erano un dono di nozze,
credo, e un matrimonio c’è stato,
per questo non mi sentirò colpevole
a portarle via. Sono così belle.
Prendo anche parte del denaro che
ho trovato nel cassetto superiore
della scrivania nel vostro studio. Ne
avrò bisogno per pagare il biglietto
per la mia destinazione e per
acquistare da mangiare durante il
viaggio. Non credo che abbiate
alcunché in contrario. È tutto ciò
che avrò mai da voi. Vi prego di dire
ad Augusta che le voglio tanto
bene. Lei non vi crederà, ma vi
prego, vi supplico, di trovare il
modo di convincerla che è vero.
Resto, Vostra Grazia, la vostra
ubbidiente
servitrice,
Charity
Duncan.”
Charity Duncan. Fu come uno
schiaffo
in
viso.
Anthony
accartocciò il foglio in una mano e
per un terribile momento temette
addirittura che sarebbe svenuto.
Lei ormai era Charity Earheart,
duchessa di Withingsby... sua
moglie. Ed era compito suo
proteggerla e mantenerla per il
resto della sua vita e anche oltre, se
gli fosse sopravvissuta. Che vivesse
insieme a lui o altrove, sarebbe
sempre stata sua. Charity aveva
parlato d’onore, ma come poteva
aspettarsi che lui mantenesse i suoi
obblighi, se fuggiva via così?
Dove poteva essere andata? La
sua mente era un turbinio di ipotesi
sulla sua probabile destinazione. Si
allarmò quando si rese conto di non
sapere da dove cominciare a
cercarla. Conosceva il suo vecchio
alloggio di Londra, di sicuro lei
l’aveva lasciato libero. Era molto
improbabile che vi tornasse, quindi.
E senz’altro, là nessuno avrebbe
saputo dargli notizie. Dubitava
addirittura che Charity avesse
raccontato di Enfield a qualcuno.
Era partita il giorno prima con la
diligenza
del
pomeriggio.
Maledizione! Possibile che nessuno
l’avesse vista lasciare Enfield, a
piedi
probabilmente,
o
che,
notandola, nessuno ne avesse
parlato con nessun altro.
Il suo primo impulso fu di farsi
preparare una borsa da viaggio,
chiamare la carrozza e lanciarsi alla
sua ricerca. Nel panico del
momento non sembrava avere
importanza il particolare di non
sapere neppure dove lei fosse
diretta. Si sarebbe fermato alla
locanda. Magari il locandiere
sapeva della sua destinazione,
anche se non sarebbe stata
sicuramente quella finale. In
qualche modo avrebbe seguito le
sue tracce.
Ma l’istinto, si rese conto
chiudendo gli occhi e riprendendo
a respirare normalmente, ancora
davanti al camerino di lei, non
poteva sempre essere assecondato.
Non poteva lanciarsi di punto in
bianco in un inseguimento. C’erano
delle cose da sistemare. Alcuni
ospiti sarebbero partiti dopo
colazione. Doveva essere presente
per congedarli. Tillden, con moglie
e figlia, se ne sarebbe andato più
tardi e si ricordò di aver promesso a
Charles che avrebbe prima parlato
con il conte. Aveva poi predisposto
un incontro con Will più tardi, in
modo
da
organizzarsi
per
collaborare
insieme
alla
conduzione delle proprietà. Aveva
acconsentito a vedersi con lui alla
casa vedovile, affinché Augusta
potesse giocare con i ragazzi. Aveva
pensato di invitare Charity con loro.
Insomma, c’erano mille cose da fare
in giornata.
Senza contare che sua moglie
non voleva essere seguita. Non
intendeva accettare il suo aiuto e
voleva rescindere tutti i legami con
lui. Anthony non ricordava quanto
denaro avesse messo nel cassetto
della scrivania, ma era pronto a
scommettere che Charity avesse
accuratamente
calcolato
di
prendere solo quel tanto che le
serviva per acquistare un biglietto e
il più spartano dei pasti. Aveva
tenuto le perle, ma lui era
sicurissimo che non avesse toccato
la collana di topazio, che era
riposta,
forse
alquanto
incautamente, in una scatola sulla
scrivania dello studio. Era stata sua
intenzione restituirgliela, in un
momento d’intimità, come regalo
sia da parte del padre che sua.
La realtà era che Charity non lo
voleva.
Preferiva
la
libertà,
l’indipendenza e la povertà, la vita
di
una
semplice
istitutrice
all’alternativa di essere in qualche
modo legata a lui. E Anthony si
sentì ferito profondamente.
Non aveva sbagliato a giudicarla,
la sera dopo la morte del padre, una
persona che dava senza chiedere
niente in cambio. Charity donava se
stessa con allegria e calda
generosità, ma non capiva che c’era
anche un certo grado di egoismo in
tutto ciò? Non aveva pensato a
come si sarebbe sentito lui nel
momento in cui avesse letto quella
lettera? Si era forse immaginata che
tirasse un sospiro di sollievo? Che
si sarebbe scordato di lei e avrebbe
proseguito per la propria strada?
Improvvisamente
arrivò
a
odiarla.
Prese congedo dagli ospiti e
disse loro che sua moglie era
indisposta. Invitò il conte di Tillden
in biblioteca e gli spiegò che lord
Charles Earheart avrebbe ricevuto
una somma consistente secondo le
clausole del testamento del padre e
che lui stesso era pronto a regalare
al fratello una delle proprietà,
considerevolmente più piccola di
Enfield, ma assai prospera. Solo il
giorno prima lord Charles aveva
espresso l’intenzione di vendere la
sua carica di tenente e di vivere da
gentiluomo, amministrando la
propria tenuta. Aveva inoltre
chiesto e ottenuto dal fratello
maggiore il permesso di rivolgere i
propri omaggi a lady Marie Lucas e
gli aveva domandato di parlare al
padre della ragazza.
Ad
Anthony
non
parve
necessario, e neppure saggio,
spiegare al conte che Charles aveva
sempre avuto una grande simpatia
per lady Marie e addirittura una
profonda passione negli ultimi due
anni, passione che era ricambiata.
Era stata proprio la consapevolezza
che il suo fosse un amore
impossibile, in quanto lei era stata
destinata al marchese di Staunton,
a portarlo alla decisione di
acquistare
una
carica
nella
cavalleria.
Il conte di Tillden diede in
escandescenze
e
s’impuntò,
chiaramente offeso nel vedersi
offrire un figlio cadetto mentre si
era aspettato il maggiore, ma lord
Charles era figlio e fratello di un
duca, nonché un uomo ricco che
stava per diventare anche un
proprietario terriero importante.
Alla fine acconsentì che il ragazzo
parlasse con lui e rimase nella
biblioteca mentre Staunton andava
a cercare il fratello. Trovarlo non fu
difficile.
Stava
camminando
nervosamente avanti e indietro,
poco lontano dalla porta della
biblioteca, pallido in viso, con la
mascella contratta e gli occhi
carichi d’ansia.
— Ti ascolterà — gli comunicò, e
lo vide tirare un profondo respiro.
— Ricorda chi sei, Charles. Non sei
inferiore a nessuno. Sei il figlio di
nostro padre. Buona fortuna.
Charles si avviò verso la
biblioteca con la decisione di chi
stava per affrontare il boia.
Ad Augusta non si poteva
semplicemente dire che Charity era
indisposta, almeno una parte della
verità bisognava spiegarla. Charity
era dovuta partire in tutta fretta,
raccontò Anthony alla sorellina,
seduto su una sedia bassa nella
nursery mentre le teneva un braccio
attorno alla vita. C’era una zia che
stava male e aveva bisogno di lei.
Anche lui sarebbe partito, non
appena fosse riuscito ad avere
notizie precise sulla durata della
sua presenza là. Avrebbe riportato
a casa Charity appena possibile, ma
a volte le malattie potevano
prolungarsi per tanto tempo.
Si disprezzò per non averle
raccontato tutta la verità. Se non
fosse riuscito a ritrovare Charity, o
non l’avesse convinta a tornare a
casa con lui e a essere davvero sua
moglie contrariamente a quanto
stabilito dal loro accordo, avrebbe
avuto molte difficoltà con Augusta.
Altre menzogne sarebbero seguite,
o anche la confessione che le stava
mentendo in quel momento.
Eppure, Staunton non riusciva a
dire ad Augusta che la sua
duchessa non aveva mai avuto
intenzione di fermarsi a Enfield e di
diventare una sorta di madre per
lei. Sarebbe stato ingiusto nei
confronti di Charity raccontare la
verità. L’avrebbe fatta sembrare
senza cuore... e sarebbe stata una
menzogna enorme.
A volte, il vero e il falso potevano
creare confusioni inestricabili.
Passarono due giorni prima che
potesse andare alla ricerca della
moglie. Il conte e la famiglia erano
ripartiti e Tillden era giunto a un
accordo con Charles: ai due giovani
era stato concesso di rimanere
insieme da soli per quindici minuti,
un tempo giudicato sufficiente
perché potessero arrivare a una
decisione, anche se naturalmente
non
sarebbe
stato
possibile
annunciare
un
fidanzamento
ufficiale finché non fosse trascorso
l’anno di lutto di lord Charles. Lord
e lady Twynham erano tornati a
casa con i figli. Ad Augusta era
stata data una vacanza prolungata
dagli studi in modo che rimanesse
nella casa vedovile con Will e
Claudia. Anthony si era limitato a
dire che sua moglie era dovuta
andare da qualche parte in tutta
fretta e che lui l’avrebbe raggiunta
per scortarla a casa. Nessuno aveva
indagato
più
a
fondo,
probabilmente perché in quei due
giorni anche lui era apparso
inavvicinabile quanto lo era stato il
padre.
Infine, il duca di Withingsby
partì per seguire una pista ormai
fredda che non sembrava condurre
da nessuna parte.
Charity percorse stancamente le
tre miglia che separavano casa sua
dalla fermata della diligenza.
Quando entrò senza preavviso dalla
porta d’ingresso e quindi nel
salotto, i bambini stavano finendo
di bere il tè e strillavano con
Penelope perché volevano tornare
fuori a giocare. David prometteva a
gran voce e con totale insincerità
che non si sarebbe sporcato di
nuovo, mentre Howard sosteneva
che i suoi pantaloni si erano
stracciati per cause del tutto
fortuite in quanto lui era stato
molto
attento.
Mary,
invece,
proclamava che non si era né
sporcata né stracciata i pantaloni,
per cui non c’era motivo che Penny
insistesse perché rimanesse in casa.
Howard stava facendo notare il
fatto irrefutabile che Mary non
indossava neppure dei pantaloni,
quando la bambina scorse Charity
sulla soglia e lanciò uno strillo
acuto.
A quel punto tutti quanti si
misero a gridare, esclamare, ridere,
parlare e ad abbracciarsi e ancora a
urlare e strillare. Nessuno nella
famiglia
Duncan
aveva
mai
imparato
che
parlare
contemporaneamente
provocava
solo un caos tale da rendere quasi
impossibile ogni comunicazione.
— Ebbene — riuscì a dire
Charity alla fine — eccomi qui di
nuovo a casa, per rimanere. Vedo
che siete cresciuti tutti di un bel po’
e se mi lasciate sedere un
momento, e smettete di fare tutto
questo chiasso, riuscirò a tornare
presto me stessa.
Alla fine ci riuscì, mentre
Penelope si precipitava a prendere
la teiera e una tazza vuota, Mary
correva a recuperare il piatto dei
biscotti, o quel che ne rimaneva, e
Howard le raccontava come si era
stracciato i pantaloni per caso ed
era stato falsamente accusato di
non aver fatto attenzione. David
intanto passava alla sorella il suo
fazzoletto, pulito sì, ma molto
stropicciato.
Era bellissimo essere di nuovo a
casa. Naturalmente Charity non
raccontò quanto le era successo, ma
si consolò pensando che non
sarebbero state necessarie nuove
menzogne in seguito, o almeno
pochissime. Disse che il suo nuovo
impiego non le era piaciuto e così
l’aveva lasciato per ritornare e
rimanere, il che avrebbe fatto
piacere a Phil anche se avrebbe
dovuto sobbarcarsi da solo il
compito di mantenerli tutti quanti.
In effetti non era ben sicura di
voler rimanere per sempre. Magari
in un secondo tempo avrebbe
cercato un altro impiego, ma
almeno per un po’ sarebbe stata
ben felice di restare lì a leccarsi le
ferite,
nonché
cercare
di
persuadersi che fare la cosa giusta
era una virtù di per sé e alla fine le
avrebbe procurato solo pace e
soddisfazione. Sì, senza dubbio
aveva fatto la cosa giusta.
Penelope
era
chiaramente
sollevata di vederla. Amava i
bambini e li accudiva bene, ma non
possedeva il tocco fermo e materno
di Charity. Inoltre aveva un
innamorato, lo stesso gentiluomo
che tanto tempo prima aveva
chiesto la mano della sorella. Era
chiaramente desiderosa di accettare
la sua offerta e voleva soltanto la
certezza che a Charity non
interessasse.
— Naturalmente no — rispose
lei con decisione. — Se l’avessi
voluto, gli avrei detto di sì quando
era interessato a me, prima che tu
crescessi abbastanza da accorgersi
che sei più bella tu.
— Oh, ma non lo sono affatto —
protestò Penny arrossendo. —
Forse, però, tu hai rifiutato solo
perché c’era bisogno di te qui.
In parte era vero, ma altrettanto
vero era che i suoi sentimenti non
andavano in quella direzione.
— Io non intendo sposarmi —
rispose Charity. — Rimarrò qui
finché i bambini saranno cresciuti,
poi mi dedicherò a fare la zia
zitella. — Mentre lo diceva, si
chiese se per caso non fosse incinta.
Ma non era il caso di pensarci
anzitempo.
Così si dedicò alla vecchia vita di
casa.
Scrisse
a
Philip
per
aggiornarlo, sapendo che sarebbe
stato felice di quella scelta. Lei non
era affatto felice della loro
situazione, ma i miracoli, quando
avvengono, non sono sempre ideali,
come aveva scoperto. In qualche
modo se la sarebbero cavata. E per
quanto riguardava Phil, sarebbe
riuscito sicuramente ad arrivare al
punto di poter sposare Agnes e
cominciare una vita propria.
Cercò di non pensare a Enfield
né alle persone che ci vivevano. In
particolare cercò di non pensare a
lui. Ma quello, naturalmente, non
era possibile. A volte aveva la netta
impressione che Anthony – non
essendo più capace di pensare a lui
come il marchese, anzi, il duca –
facesse ormai parte di lei, quasi che
l’intimità conosciuta a letto,
quando
erano
diventati
una
persona sola, si fosse trasferita
nella sua anima. Comunque
riusciva a tenere la situazione sotto
il livello del pensiero cosciente...
per diversi minuti alla volta e per
diverse volte al giorno. Le notti,
certo, erano una faccenda ben
diversa.
Così si mantenne sempre
occupata. C’erano tantissime cose
da fare senza sosta in casa e anche
fuori. C’erano amici e vicini a cui
fare visita dopo essere stata via per
quasi un anno. Ed era così bello
ritrovarsi in famiglia.
Era straordinario quante signore
vestite
di
marrone
avessero
viaggiato sulla diligenza per
scendere alle destinazioni più
disparate e poi scomparire a piedi,
a bordo di calessi o carrozze private
o altri mezzi pubblici di trasporto
in ogni direzione possibile. Il duca
sprecò
molti
giorni
all’inseguimento delle tracce più
promettenti, solo per scoprire che
non lo portavano da nessuna parte.
Infine si trovò di fronte a un bivio:
tornare a Enfield o proseguire per
Londra. Di sicuro Charity non
sarebbe tornata a Enfield, ma se era
andata a Londra, le probabilità di
ritrovarla erano davvero esigue.
Ebbe un momento d’ispirazione
quando si ricordò della lettera di
referenze che era stata scritta dal
pastore della sua parrocchia
precedente, ma per quanto si
sforzasse, non riusciva a ricordare il
nome
di
quella
località
nell’Hampshire. In quanto alla
lettera, era stata distrutta con tutte
le altre ricevute in risposta
all’annuncio sul giornale. Inoltre,
lei aveva lasciato quel luogo perché
non aveva più una casa da quelle
parti. Era quindi improbabile che vi
tornasse.
Così andò a Londra. E dal
momento che da qualche parte
doveva pur cominciare le ricerche,
si recò dove Charity alloggiava
prima di sposarlo. Ma anche quello
non si rivelò facile. Anzitutto, non
ricordava
il
luogo
preciso.
Fortunatamente il suo cocchiere era
un po’ più sicuro di lui. Al primo
tentativo lo portò nella strada
sbagliata,
ma
al
secondo
riconobbero entrambi la via e
l’edificio.
No, Miss Duncan non abitava
più lì, gli disse il padrone di casa
quando il duca si informò, e non
aveva idea di dove fosse andata.
Non si era fatta nemmeno viva la
settimana precedente. Quelle erano
le risposte che Staunton si era
aspettato, ma fino al momento in
cui le sentì non si rese conto di
quanto avesse sperato di sbagliarsi.
Dove poteva andare a cercare
adesso? Davanti a lui c’era solo un
vuoto terrificante. Nessun luogo in
cui tentare, se non tutta quanta
l’Inghilterra, cominciando magari
con l’Hampshire.
— Il signor Duncan però
potrebbe sapere dove si trova —
aggiunse il padrone di casa quando
già stava per andarsene. — Se
v’interessa, potete tornare stasera
quando rientra dal lavoro.
Il signor Duncan? Il duca lo
guardò senza capire. Suo padre? Ma
era morto. Suo marito? Suo
fratello? Suo marito... Anthony
avvertì le mani contrarsi a pugno
lungo fianchi. E la bocca gli si
inaridì.
— Lo farò — si sentì dire. —
Grazie. — E porse una sovrana al
tizio.
Tuttavia, mentre risaliva in
carrozza progettando un omicidio,
gli venne in mente che Charity era
vergine quando l’aveva sposata.
Una cosa fra tutte era chiara: la
duchessa di Withingsby gli aveva
raccontato bugie fin dall’inizio.
Non solo non era un topolino
tranquillo, ma non era neanche...
Accidenti, Staunton non sapeva
proprio nulla di lei. Niente di
niente. Eccetto che era sua moglie...
e che l’amava.
La
giornata
gli
parve
interminabile, ma alla fine, quando
tornò a quella casa, fu informato
che il signor Duncan era rientrato
dal lavoro da non più di cinque
minuti. Il duca salì le scale e bussò
con il pomo del bastone sulla porta
indicatagli dal proprietario.
Gli aprì un giovanotto dall’aria
piuttosto stanca, che lo guardò con
espressione
interrogativa.
Un
giovanotto
che
aveva
una
rassomiglianza inequivocabile con
Charity, e i cui occhi colsero subito
l’aspetto elegante del visitatore.
— Sì?
— Il signor Duncan?
— Sì? — Il suo tono era
guardingo.
— Se non erro voi avete una
sorella — disse il duca. — Charity.
Sul viso stanco del giovane
comparve un’espressione accigliata.
— E se così fosse, signore? Quali
rapporti avete con lei?
Il duca sospirò. — Si dà il caso
che vostra sorella sia mia moglie —
rispose. — Posso entrare?
Non aspettò di essere invitato e
passò davanti al signor Duncan, che
lo fissava sbalordito senza capire.
— Immagino — disse poi
voltandosi — che ci sia anche una
dozzina di altri fratelli e sorelle.
Questo spiegherebbe parecchie
cose. — Per esempio l’abilità con
cui
Charity era
riuscita
a
sbrogliarsela con tutti loro nelle più
diverse situazioni.
— Voi chi siete? — chiese il
signor Duncan.
— Anthony Earheart...
— Il suo ex datore di lavoro —
disse l’altro, inarcando di nuovo le
sopracciglia con espressione cupa.
— Un uomo sposato con quattro
bambini, signore. Se vedo davanti a
me il motivo per cui si è sentita
costretta a lasciare il suo impiego in
tutta fretta, allora...
— Sì, in effetti sono un uomo
sposato — lo interruppe il duca. —
Ho sposato vostra sorella il giorno
dopo aver avuto un colloquio con
lei in Upper Grosvenor Street. Non
abbiamo ancora quattro figli, anzi
neppure uno, ma ho la speranza di
averne in futuro. Molto dipende dal
fatto di riuscire a rintracciarla e
riportarla con i piedi per terra. A
quanto pare, Charity si illude che
nascondendosi chissà dove possa
annullare il nostro matrimonio.
Il signor Duncan lo fissava come
se fosse caduto sulla Terra da un
altro pianeta. — Voi l’avete sposata?
— chiese con voce flebile. — E lei vi
ha lasciato? E si nasconde da voi?
Che diavolo...
— Mi trovo in obbligo di
aggiungere — continuò Sua Grazia
— che amo mia moglie e confido
che voi sappiate dove si trova. A
gestire la vita di tutti i vostri
famigliari, immagino.
— Voi l’amate? Eppure è fuggita
da
voi
dopo
solo
qualche
settimana? — considerò l’altro. —
Confesso di essere assolutamente
sbalordito, signore. E di essere
assolutamente contrario a fornirvi
qualsiasi informazione che possa
mettere in pericolo mia sorella.
Il duca sospirò. — Avete un
saldo istinto fraterno — disse. — E
vi avrei disprezzato profondamente
se mi aveste buttato le braccia al
collo per rivolgermi un caloroso
benvenuto. Nella mia carrozza giù
in strada c’è lord Rowling, senza
dubbio molto seccato per questa
lunga attesa. È stato il mio
testimone di nozze. Nella vettura ci
sono anche i documenti che
attestano il matrimonio. Andrò a
prendere
entrambi,
se
mi
promettete di non sbarrare la porta
non appena vi volterò la schiena. Io
intendo trovare mia moglie.
— Lord Rowling? — Il giovane
spalancò tanto d’occhi.
— Lord Rowling — ripeté Sua
Grazia. — Farò valere il mio rango
su di voi, se tutto il resto fallisse,
Duncan. Vedete, oltre a essere
Anthony Earheart sono anche il
duca di Withingsby. Vostra sorella,
mio caro signore, è la mia duchessa.
Ora andrò a prendere le carte e il
testimone che attestano quanto
dico, quindi procederò a raccontarvi
tutta la storia. Se avete sempre
sospettato che vostra sorella abbia
una certa inclinazione per la follia,
sarà con vero piacere che vi
confermerò i vostri peggiori timori.
Quando uscì dalla stanza, Philip
Duncan lo stava ancora fissando,
affascinato e sbalordito nello stesso
tempo.
18
I bambini si stavano divertendo sul
prato davanti a casa. I maschi
giocavano alla guerra con grande
sfoggio di energie, mentre Mary si
dondolava
placidamente
sull’altalena, facendosi aria con un
libro che aveva avuto l’intenzione
di leggere. La giornata era molto
calda.
Videro tutti arrivare la carrozza,
più o meno nello stesso momento,
e fissarono con un misto di
riverenza
e
ammirazione
l’imponente vettura con lo stemma
sullo sportello, il cocchiere e il
valletto in livrea. I loro occhi si
spalancarono ancora di più quando
si accorsero che rallentava e
svoltava al cancello per risalire il
viale ricurvo che portava davanti
all’ingresso di casa loro.
Non aspettarono che la carrozza
completasse il suo percorso e si
precipitarono in casa con la velocità
del fulmine, ansiosi di raccontare la
straordinaria novità alle sorelle
maggiori. Dentro però c’era solo
Penelope, che era nel salotto a
ricamare, mentre Charity si trovava
nel giardino sul retro a raccogliere
dei fiori per sostituire quelli ormai
appassiti che ornavano le stanze al
pianterreno. Un coro di voci
precedette
i
bambini
che
irrompevano nella sala, correndo
verso Penelope e indicando la porta
con la mano.
— Pietà! — esclamò lei. — Uno
per volta, per favore. Che cosa avete
visto? Chi è che sta venendo? Il
signor Miller? — chiese speranzosa
mentre sollevava le mani per
accomodarsi i riccioli dorati.
Ma
il
fracasso
cessò
all’improvviso quando, dalla porta
d’ingresso che avevano lasciata
spalancata, risuonò un’altra voce.
Una voce maschile... e familiare.
Tutti quanti si guardarono in viso
senza capire, Penelope compresa.
— Phil?
— Philip?
— Ma è Phil.
— Non ci credo. Non può essere.
Parlarono
tutti
contemporaneamente.
Prima che potessero correre di
nuovo in direzione dell’atrio, il
fratello era comparso sulla soglia
del salotto, sorridendo.
— Dal fracasso avrei giurato che
si fosse riunito qui tutto il vicinato
— disse. — Terrificante!
I
bambini
stavano
per
catapultarsi nell’unica accoglienza
degna di un fratello da tempo
assente, quando un’altra persona
comparve dietro di lui: un
gentiluomo
elegante,
bello,
dall’espressione altezzosa, vestito
austeramente di nero ma molto alla
moda. Le sue lunghe dita
giocherellavano con il manico di un
monocolo. Aveva le sopracciglia
inarcate e le labbra imbronciate. Si
guardò
lentamente
attorno,
osservando a turno ognuno di loro.
Per una volta i Duncan rimasero
perfettamente immobili e in
silenzio. Per quanto ne sapevano,
poteva trattarsi di Satana in
persona che aveva deciso di fare
loro visita.
— Penny — disse il fratello —
David, Howard, Mary, buon Dio
quanto siete cresciuti tutti! Posso
presentarvi il duca di Withingsby?
Se era possibile rimanere ancora
più immobili e silenziosi, i ragazzi
ci riuscirono benissimo per alcuni
secondi. Poi Penelope ritrovò le
buone maniere e fece una profonda
riverenza, imitata da Mary, mentre
gli altri, notando quanto stava
succedendo, chinarono le teste di
fronte alla figura per loro maestosa
di un duca in carne e ossa.
— Siamo venuti da Londra —
spiegò Philip. — Sua Grazia ha una
faccenda importante da sistemare
qui. Dov’è Charity?
Intanto
Sua
Grazia
aveva
attraversato la stanza e stava
guardando fuori dalla finestra, con
le mani allacciate dietro la schiena.
— Si trova...
Ma non fu necessario che
Penelope completasse la frase,
perché sulla soglia della stanza era
apparsa Charity in persona, con le
braccia cariche di fiori. Vide
immediatamente il fratello e gli
occhi le s’illuminarono.
— Phil! — gridò. — Oh, Phil, che
sorpresa meravigliosa. Non ci avevi
avvertiti, birbante! Sei l’ultima
persona che immaginavo di vedere.
Che cosa ci fai qui? Oh, aspetta che
metto giù questi fiori per poterti
abbracciare come si deve.
— Forse non sono l’ultima
persona, Charity — le rispose lui,
chiaramente a disagio. — Magari c’è
qualcun altro che ti aspettavi ancor
meno di vedere.
Lei lo fissò senza comprendere,
finché un movimento presso la
finestra non la distrasse. Girò di
scatto la testa in quella direzione...
e si immobilizzò. Anthony si era
voltato solo per metà verso la
stanza e la stava scrutando da sopra
la spalla, con le sopracciglia
inarcate.
— Charity — chiese Penelope in
un silenzio pieno di tensione e
disagio. — Conosci il duca di
Withingsby? È venuto con Philip
per una questione importante...
— È mio marito — rispose lei a
bassa voce.
In quel momento i Duncan
avrebbero fatto sfigurare altrettante
statue di marmo.
— Forse mi potrebbe essere
concesso di rimanere da solo per
qualche minuto con mia moglie —
disse Sua Grazia, anche lui a bassa
voce.
— Noi usciamo ad ammirare i
giardini
—
suggerì
Philip,
sollecitando i fratelli a muoversi. Il
gruppetto gli passò davanti in
silenzio, ma nel momento in cui
Philip chiuse la porta dietro di sé, ci
fu un coro di voci il cui suono
penetrò fin dentro la casa.
— Allora, Charity.
Curiosamente, nell’ambiente di
casa Duncan Anthony aveva di
nuovo l’aspetto di un estraneo.
Sembrava solo l’individuo con cui
lei aveva avuto un colloquio per il
posto di istitutrice. Aveva un
aspetto satanico... e molto virile.
— Come potete vedere, Vostra
Grazia — disse Charity, posando i
fiori su un tavolo vicino e
allacciando le mani davanti a sé —
abito in una casa dove mi trovo
perfettamente a mio agio e godo
della compagnia di numerosi
fratelli e sorelle. Non siamo ricchi
ma neanche indigenti. Non è
affatto
necessario
che
vi
preoccupiate per me. — Ma
avrebbe voluto subissarlo di
domande... Lei gli era mancata?
Come stava Augusta? Come
stavano Anthony, Harry, Claudia e
William? Lei gli era mancata?
Charles aveva avuto il cuore
spezzato quando lady Marie era
tornata a casa? C’erano speranze
per loro? Lei gli era mancata?
— Non è necessario che io mi
preoccupi per voi? — chiese lui a
bassa voce. — Di mia moglie?
— Io non sono veramente vostra
moglie — rispose Charity. — Il
nostro è stato solo un accordo
temporaneo e la sua funzione si è
esaurita. Sono tornata a casa. Non
era necessario che veniste a
cercarmi.
— Voi non sareste veramente
mia moglie? — chiese il duca. —
Eppure c’è stato un matrimonio,
regolarmente trascritto sul registro
della chiesa in cui è avvenuto. C’è
stato un anello, che a quanto vedo
non portate più. Avete vissuto in
casa mia e siete stata accolta dalla
mia famiglia. Avete condiviso il
letto coniugale con me in numerose
occasioni. Allora cosa sarebbe per
voi una vera moglie, di grazia?
— Siete ingiusto a parlare così —
rispose Charity. — Il nostro accordo
prevedeva...
— Il nostro accordo — la
interruppe lui — prevedeva che voi
eseguiste una certa funzione per
me, in cambio della quale sareste
stata per sempre mia moglie,
mantenuta in maniera adeguata al
vostro rango.
— Ma io non posso accettare di
essere mantenuta da voi — ribatté
Charity. — Il pagamento è
esagerato per il servizio reso, Vostra
Grazia. E non posso accettare di
essere pagata per essere vostra
moglie. Mi parrebbe un gesto
pericolosamente vicino a un
comportamento da... prostituta.
Gli occhi del duca le scoccarono
un’occhiata di fuoco, tanto che lei
ne fu spaventata. Quando Staunton
fece un passo nella sua direzione,
Charity dovette fare ricorso a un
tremendo sforzo di volontà per
rimanere ferma.
— Da prostituta? — sussurrò il
duca con un tono che, per il terrore,
la indusse a passarsi la lingua sulle
labbra secche. — Una prostituta,
milady? Una prostituta farebbe
trucchi inimmaginabili per me a
letto e sarebbe pagata per la
soddisfazione che è in grado di
procurare. A una prostituta non
avrei mai dato il mio nome. Non
sarebbe stata presentata a mio
padre e alla mia famiglia. Non
avrebbe avuto posto nel mio letto e
a casa mia. A una prostituta non
avrei proposto di essere mantenuta
in maniera adeguata a una
duchessa per il resto della sua vita.
Voi non siete la mia prostituta,
Vostra Grazia. Non siete abbastanza
esperta per esserlo. Voi siete mia
moglie.
Charity avvertì
le
guance
infiammarsi
e
si
sentì
stupidamente umiliata. Non lo
aveva compiaciuto? Quando parlò,
lo fece prima di aver avuto il tempo
di pensare. — Mi spiace di non
avervi compiaciuto, Vostra Grazia
— disse sostenuta.
Il duca la fissò e l’espressione dei
suoi occhi cambiò. Charity fece
quasi un balzo, allarmata, quando
lui gettò indietro la testa e scoppiò
in una risata. Non l’aveva mai
sentito ridere a quel modo. — Sono
lieta di essere almeno riuscita a
divertirvi — commentò quindi con
dignità.
— Se non mi avete compiaciuto!
— esclamò Anthony. — A letto,
volete dire? Voi siete ancora molto
ingenua, amore mio, altrimenti
sapreste al di là di ogni dubbio che
mi avete compiaciuto davvero, e
molto bene.
Charity si disprezzò per quel
senso di soddisfazione che provò,
tanto che dovette concentrarsi
perché non trasparisse dal proprio
viso. — Non accetterò alcun
pagamento da voi — gli disse. — Vi
ringrazio
per
esservi
tanto
interessato per me, ma non avete di
che preoccuparvi. Ora dovete
tornare a casa. Augusta ha bisogno
di voi.
Mentre gli parlava, il duca le si
era accostato. Si fermò quando fu
abbastanza vicino da toccarla,
rendendola più nervosa. Ma lei non
gli avrebbe dato la soddisfazione di
arretrare.
— Augusta ha bisogno di voi,
Charity — le disse. — Ha
assolutamente bisogno di voi.
Ah,
questo
era
ingiusto,
terribilmente ingiusto. — Anche i
miei fratelli e le mie sorelle minori
hanno bisogno di me, Vostra Grazia
— ribatté lei. — Mentre una casa,
dei servi, una carrozza e seimila
sterline l’anno non serviranno ad
Augusta.
— Enfield ha bisogno di voi —
continuò il duca. — Ha bisogno di
una duchessa perché ne è stata
priva per troppo tempo.
Una dolorosa fitta di nostalgia la
colse assolutamente di sorpresa e
Charity temette che gliela potesse
leggere in faccia. Così corrugò la
fronte.
— Inoltre ha bisogno di un erede
— aggiunse il duca. — Un erede
diretto.
Charity lo guardò indignata. —
Allora è così — disse lei. — Avete
pensato di aggiungere una postilla
all’accordo
originale.
Avevate
detto...
— E io ho bisogno di te, amore
mio — proseguì il duca. —
Talmente tanto che mi prende il
panico quando penso che forse non
riuscirò a persuaderti a tornare con
me a Enfield. Non mi è possibile
considerare il resto della mia vita se
devo viverla senza di te, e... be’, le
parole parlano da sole. Ho bisogno
di te.
— Per badare ad Augusta? —
chiese Charity. Non osava dar
credito davvero a ciò che lui le stava
dicendo. Non osava sperare. — Per
badare a Enfield? Per l’erede?
— Sì — rispose lui, e Charity
sentì il proprio cuore sprofondare
in un abisso. — E per essere la mia
amica e confidente, il mio conforto.
E la mia amante.
— Questo non faceva parte del
nostro accordo. — Charity sentì che
doveva combattere, se non voleva
andare in pezzi. Vide due mani che
lisciavano i baveri della giacca di lui
come per rimuovere un pelucco
inesistente. Erano le proprie, ma
non riusciva ad allontanarle. Poi lui
le coprì con una delle sue e se le
tenne premute contro.
— No, infatti — commentò
Staunton con dolcezza. — Ma tu sei
stata sleale. Tu non mi hai detto che
non eri un topolino tranquillo. Che
sei bella, affascinante, sollecita
verso gli altri, coraggiosa e...
meravigliosa a letto. — Charity
diede uno strattone, però lui non le
permise di liberare le mani. — Non
mi hai detto di essere una ladra. Ho
dovuto inseguirti per recuperare ciò
che mi appartiene e che mi è stato
rubato.
— Ma le perle... — Charity
sarebbe morta di vergogna, se
avesse potuto. Aveva pensato che
quelle perle fossero un regalo.
— Le perle sono tue, amore mio
— ribatté il duca. — Erano un dono
di nozze. Ciò che mi hai rubato... è
stato il mio cuore. Sono venuto a
riprendermelo, se tutto il resto
fallisce. Ma preferirei che lo tenessi
tu e lo riportassi a Enfield con te.
— Oh. — Il sospiro di lei fu
quasi doloroso.
— È vero che mi sto
comportando
slealmente
—
continuò Anthony. — Non posso
rinnegare le clausole del nostro
accordo. Sono state scritte e firmate
da entrambi. Se dovrò farlo,
manterrò
la
mia
parte
dell’impegno.
Ma
dovrai
permettermi di farlo. Tuttavia
preferirei di gran lunga stracciare
quel documento. L’ho portato qui
con me... è sulla carrozza. Lo
stracceremo insieme, spero. Però
acconsentirò a farlo solo a una
condizione. Che tu sia mia moglie a
tutti gli effetti, una volta distrutto
quel foglio maledetto. Se non
accetti, quanto contemplato dovrà
essere osservato fino in fondo. Sta a
te la scelta. — Tenne le sue mani
premute contro il proprio petto e
gli occhi inchiodati in quelli di lei.
Che possibilità aveva lei?
— C’è bisogno di me, qui —
protestò Charity.
— No — ribatté lui. — Non
necessariamente
qui.
Hanno
bisogno di te i tuoi fratelli e le tue
sorelle, ai quali magari potrà
piacere Enfield. Forse a loro piacerà
Augusta, che li adorerebbe. Anche
a tua sorella maggiore potrebbe
piacere Enfield.
— A Penny piace il signor Miller
— ribatté Charity.
— Se anche al signor Miller piace
Penelope — controribatté il duca —
sono disposto a concedere che
Enfield
possa
essere
una
prospettiva assai meno attraente
della sua casa. Ritengo che sia una
persona degna, vero? Ma questo sta
a tuo fratello deciderlo. In quanto a
Philip, noi due abbiamo avuto un
lungo colloquio. È testardo come un
mulo e altrettanto orgoglioso... ma
non è degno avversario del duca di
Withingsby, amore mio. Non per
niente sono figlio di mio padre. So
essere meravigliosamente altezzoso
quando voglio. Anzi, c’è chi dice
che lo sono sempre. Comunque sia,
tuo fratello tornerà qui dov’è la sua
casa, e i debiti che l’hanno tenuto
lontano per svolgere un lavoro
noioso saranno pagati. In verità, lui
non mi ha parlato di debiti, ma non
sono nato ieri. Mi pare di aver
anche capito che c’è di mezzo un
certo modello di bellezza e fascino?
Una certa Miss Gladstone?
— Agnes — precisò Charity.
— Immagino che sarà presto la
signora Duncan — disse il duca —
così non mi preoccuperò più di
dover ricordare il suo nome. Come
vedi, ho pensato a tutto, amore mio.
Aspetti un figlio?
Le guance di Charity divennero
di colpo scarlatte. Non aveva
bisogno di uno specchio per
verificarlo. — No — rispose.
— Ah — fece il duca e sorrise. —
Devo confessare di provare una
certa
delusione.
Dovremo
rettificare questa situazione una
volta tornati a Enfield. Non che io
intenda sottoporti a gravidanze
annuali nei prossimi vent’anni,
troveremo un modo per impedire
che ciò succeda. Ma... — A questo
punto si interruppe di colpo, staccò
le mani da quelle di lei, fece un
passo indietro e le girò le spalle. —
Sto parlando a vuoto. Sono così
nervoso che non so più che cosa
dico. Sto dicendo cose sensate? Ti
sto forzando? Charity, vuoi essere
mia moglie?
— Allora non è solo che ti senti
in obbligo? — chiese lei. — Che ti
sei reso conto della natura
sgradevole del nostro contratto?
Anthony emise un suono che era
quasi un lamento.
— Mi ami veramente? —
domandò ancora lei, con ansia.
— Che diavolo! — esclamò il
duca guardandola da sopra la
spalla. — Mi sono dimenticato di
dirtelo? La cosa per cui sono
venuto?
— Anch’io ti amo — rispose
Charity. — Ti amo tanto che da
quando sono tornata a casa ti ho
sentito qui in ogni istante. — Si
batté sul petto, appena al di sopra
del cuore.
— Ti ho detto che me l’hai
rubato — rispose il duca, e le
sorrise con un tale calore che lei
sentì le ginocchia cedere, fin sul
punto di barcollare. Staunton si
girò e la prese tra le braccia.
— Anthony — disse lei
nascondendo il volto contro il suo
petto. — Oh, Anthony, che cosa sto
cercando di dire?
— Non ne ho idea — rispose lui.
— Non è stato detto tutto? Mi
accontenterei di un bacio in cambio
di tutto ciò che abbiamo perso. Se
solo volessi alzare il viso.
Charity ubbidì e gli sorrise
mentre gli buttava le braccia al
collo. — Meglio che ti sbrighi a
farlo, finché abbiamo un momento
tutto per noi — gli disse. — Non ho
mai visto i miei fratelli così
ammutoliti come quando sei
entrato in questa stanza. Loro non
sono mai stati in presenza di un
duca,
soprattutto
uno
tanto
altezzoso. Qualche minuto fa
hanno scoperto che la loro sorella è
una duchessa. Ma siamo di fibra
dura noi Duncan. Lo shock svanirà
da un momento all’altro e
irromperanno qui dentro con un
milione di domande... per tutti e
due. Ti avverto. Non è un compito
facile quello che ti sei ripromesso di
addossarti.
— Povero me! — esclamò il duca
di
Withingsby
inarcando
altezzosamente le sopracciglia. —
Meglio che ci sbrighiamo con quel
bacio allora, Vostra Grazia. È chiaro
che ho bisogno di qualcosa per
rafforzare la mia fermezza.
— Esattamente quello che stavo
cercando di dire — rispose Charity
mentre ancora poteva parlare. E per
un bel po’ le fu assolutamente
impossibile aggiungere alcunché.
Dopo, si udì un frastuono di voci
che parlavano tutte insieme e che si
avvicinavano dalla porta sul retro.
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di Mary Balogh
Titolo originale: The Temporary Wife
© 1997 by Mary Balogh
By arrangement with Maria Carvainis
Agency, Inc. and Agenzia Letteraria
Internazionale
© 2015 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852066191
COPERTINA || ART DIRECTOR:
GIACOMO CALLO | PROGETTO
GRAFICO: GIACOMO SPAZIO |
GRAPHIC DESIGNER: ELIANE
PICCARDI | IMMAGINE © FRANCO
ACCORNERO
Indice
Il libro
L’autrice
Frontespizio
SPOSA PER CONTRATTO
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
Copyright
Table of Contents
Il libro
L’autrice
Frontespizio
SPOSA PER CONTRATTO
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
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