Il libro Miss Charity Duncan non si fa illusioni sulla proposta di matrimonio di lord Anthony Earheart, marchese Staunton. L’arrogante aristocratico di è stato fin troppo chiaro su cosa voglia da lei: una moglie che, con la propria inadeguatezza, mandi in collera l’odiato padre e che poi esca per sempre dalla sua vita. In cambio, la famiglia di Charity riceverà il denaro di cui ha un disperato bisogno. Sfortunatamente, dopo aver accettato di prendere parte a quella farsa, Charity scopre di essersi innamorata di Anthony, e si rende conto che spezzare i voti matrimoniali potrebbe spezzarle anche il cuore. L’autrice Scrittrice di successo e vincitrice di numerosi premi letterari, Mary Balogh è cresciuta nel Galles, terra di mare e montagne, ballate e leggende. Trasferitasi in Canada per insegnare, vi ha conosciuto l’eroe romantico della sua vita, il marito Robert, ma anche la vocazione alla scrittura, in cui dà sfogo alla propria vivida immaginazione. Ha venduto milioni di copie di romanzi storici, sempre caratterizzati da un lieto fine nel quale si celebra la forza dell’amore. Mary Balogh SPOSA PER CONTRATTO Traduzione di Antonio Bellomi SPOSA PER CONTRATTO 1 Mettere un annuncio sui giornali londinesi per cercare moglie non era decisamente il massimo della raffinatezza. Così Anthony Earheart, marchese di Staunton, figlio maggiore ed erede del duca di Withingsby, optò per la richiesta di un’istitutrice. Lo fece a proprio nome, omettendo però il titolo e altri riferimenti sociali, con grande spasso di amici e conoscenti che, per l’occasione, sfoggiarono tutto il loro umorismo. — Quanti figli avete, Staunton? — gli chiese Harold Prince quando si incontrarono al White’s, il giorno stesso in cui comparve l’annuncio. — Non sarebbe più appropriato assumere un maestro? Una persona capace di gestire una classe intera? E Cuthbert Pyne aggiunse: — Ciò che dovreste fare, Staunton, è assumere del personale al completo. Per una scuola intera, intendo dire. Non vorrete rischiare di compromettere l’istruzione di futuri studiosi accalcandone troppi in un’unica aula, vero? — Le mammine verranno a riprenderli ogni pomeriggio, Tony? — chiese lord Rowling prima di fiutare la presa di tabacco che aveva posato sul dorso della mano. — Hai un salone così grande da contenerle tutte mentre aspettano? E rimarranno in quieta attesa? — Siete sicuro di volerli istruire tutti quanti, Staunton? — chiese il colonnello Forsythe. — Avete abbastanza tenute bisognose di castaldi e amministratori, vecchio mio? Anzi, l’Inghilterra stessa ne ha un numero sufficiente? — Avete trascurato il Galles, Forsythe — intervenne il signor Pyne. — E la Scozia. — Non sarebbe giusto nei confronti degli altri figli illegittimi se tutte le cariche venissero ricoperte nelle proprietà di Staunton — commentò il colonnello, esagerando il tono lamentoso. — Secondo me, Tony non è affatto alla ricerca di un’istitutrice — osservò sir Bernard Shields. — Vuole semplicemente una nuova amante. Ho sentito che hai dato il benservito alla deliziosa Anna, la settimana scorsa, ricoprendola di rubini. Hai forse deciso di cercarne la sostituta in un luogo diverso dalle solite salette riservate di Londra? Desideri qualcuna che sappia intrattenere una conversazione come diversivo mentre tu sei, per così dire, impegnato sul lavoro? — O magari qualcuna che possa offrire possibilità d’istruzione — disse lord Rowling. — Come si dice, nessuno è mai abbastanza colto da non avere più bisogno di apprendere. E chi è più adatto di un’istitutrice, in un’aula con scrivanie e banchi su cui tenere le lezioni? Roba da far girare la testa. — Io invece — intervenne il giovane e serissimo lord Callaghan — suppongo che Staunton stia assumendo un’istitutrice per uno o più dei suoi nipoti, e noi gli facciamo torto andando a pensare diversamente. Il marchese di Staunton si limitò a partecipare alla conversazione inarcando di tanto in tanto un sopracciglio o facendo il broncio, dando così l’impressione di non essere nulla più di un osservatore leggermente divertito. Per quanto si sapesse, non aveva figli di sorta. Né aveva tenute... per il momento. Si era stancato di Anna dopo solo sei settimane e non aveva alcuna fretta di rimpiazzarla con una sostituta. Le amanti erano sempre meno capaci di soddisfare i suoi logori appetiti. Conosceva tutti i loro trucchi e le loro arti e ne era annoiato. Rowling si sbagliava quando diceva che c’era sempre da imparare. In quanto ai nipoti di Staunton, lo zio non aveva alcun rapporto con loro. No, in realtà non era alla ricerca di un’istitutrice né di un’amante, bensì di una moglie, come spiegò chiaramente a lord Rowling mentre più tardi passeggiavano verso casa. — Ma queste operazioni non vengono di solito svolte da Almack, nella sala da ballo o nello studio dei famigliari della ragazza in questione? — chiese l’amico, ridacchiando come se tutta la faccenda fosse solo un bello scherzo escogitato per suo esclusivo divertimento. — E senza la necessità di un annuncio, Tony. Sei uno Staunton, dopotutto, e un giorno sarai anche un Withingsby. Sei ricco come Creso e bello da far girare la testa a qualsiasi donna anche se tu non avessi il becco di un quattrino. Invece sei andato a mettere un annuncio per una moglie, camuffandolo da ricerca di un’istitutrice. Mi sfugge forse qualcosa? — Così dicendo fece volteggiare il bastone da passeggio e si toccò la falda del cappello per salutare una signora di passaggio. — Ciò che cerco non posso trovarlo da Almack — rispose il marchese, con un’espressione per nulla divertita in viso. Ed ebbe la buona grazia di continuare quando l’amico si limitò a guardarlo, inarcando le sopracciglia. — Dev’essere una gentildonna, non posso scendere di più, mi capisci. Deve anche essere semplice, modesta, molto normale, forse addirittura pudica. Deve avere tutta la personalità di un... topolino tranquillo. — Oh, povero me — esclamò debolmente lord Rowling. — Un topolino tranquillo, Tony? Senti davvero un tale bisogno di dover dominare la donna che prenderai in moglie? — Il duca di Withingsby mi ha convocato a casa sua — rispose il marchese. — Sostiene di essere in cattiva salute e mi ha ricordato che lady Marie Lucas, figlia del conte di Tillden, ha ormai diciassette anni, l’età giusta perché l’unione combinata per noi dalle nostre famiglie alla sua nascita venga ufficializzata da un fidanzamento formale. Mi ha anche informato che gli otto anni in cui sono mancato da casa mi hanno offerto tutto il tempo necessario per correre la cavallina a mio piacimento. Lord Rowling fece una smorfia. — Tuo padre non fa sfoggio di grande saggezza — osservò. — In questi otto anni hai ammassato una fortuna considerevole, Tony. — Improvvisamente sorrise. — Oltre a esserti guadagnato una fama ben meritata come uno dei libertini più scatenati di Londra. Allora, vuoi forse sposare il tuo topolino tranquillo solo per mettere in imbarazzo Sua Grazia? — Precisamente — rispose il marchese senza esitare. — Avevo preso in considerazione l’idea d’ignorare le sue convocazioni, o di presentarmi solo per poi rifiutare la bambina che è stata scelta con tanta cura e allevata per diventare la prossima duchessa di Withingsby. Ma questa mia idea sarà infinitamente migliore. Se Sua Grazia non è davvero in precario stato di salute, lo sarà presto. E se non ha ancora capito la logica di questi otto anni, la capirà in fretta. Sì, sceglierò una moglie con estrema accuratezza. Immagino che le candidate saranno molto numerose. Lord Rowling assunse un’espressione costernata, rendendosi conto solo in quel momento che l’amico parlava con assoluta serietà. — Ma, Tony — protestò — non puoi sposare la donna più incolore che riuscirai a trovare solo per far incollerire tuo padre. — Perché no? — chiese lord Staunton. — Perché no? — L’amico tracciò dei cerchi in aria col bastone. — Il matrimonio è una condanna a vita, vecchio mio. Ti troverai sul groppone quella donna per il resto dell’esistenza e alla fine scoprirai che la situazione è intollerabile. — Ma io non intendo passare tutta la vita con lei — replicò il marchese. — Una volta che sarà servita allo scopo, la liquiderò con una bella pensione: un’istitutrice non potrebbe desiderare un destino migliore, non credi? — E potrebbe campare fino a novant’anni — gli fece notare lord Rowling. — A un certo punto tu vorrai degli eredi. E se li avrai da quella donna, lei pretenderà, del tutto ragionevolmente, di fare loro da madre. E di vivere in casa tua finché saranno cresciuti. — Io ho già un erede — obiettò il marchese. — Mio fratello William. E ha dei figli maschi, o almeno così mi ha informato Marianne. Si può solo sperare che siano di buona schiatta. — Ma un uomo ambisce ad avere eredi del proprio sangue — esclamò lord Rowling. — Davvero, per Giove? — Il marchese di Staunton parve sorpreso. — Io no di certo, Perry. Comunque vogliamo cambiare discorso? Questo argomento comincia ad annoiarmi. Andrai da Tattersall domani? Ho messo gli occhi su un paio di cavalli grigi che mi sembrano promettenti. Lord Rowling avrebbe voluto continuare la conversazione fino a far entrare un po’ di buonsenso nella testa dell’amico, ma in breve si ritrovò a parlare di cavalli. Dopotutto, conosceva il marchese di Staunton da abbastanza tempo per sapere che aveva una volontà di ferro, e che diceva e faceva esattamente ciò che desiderava senza adeguarsi alle preferenze altrui o ai dettami della società in generale. Se aveva deciso di scegliersi una moglie in modo così poco convenzionale, e per un motivo tanto cinico e spietato, l’avrebbe fatto. Il marchese di Staunton, intanto, pur parlando con entusiasmo di cavalli e corse, dentro di sé contemplava con soddisfazione il proprio ritorno a Enfield Park, nel Wiltshire, e l’effetto che quel ritorno avrebbe avuto sul duca di Withingsby. Sarebbe stato lo sberleffo finale nei confronti dell’uomo che lo aveva generato e che gli aveva reso la vita impossibile nei vent’anni seguenti alla sua nascita. Da otto anni, però, da quando cioè se n’era andato di casa dopo quella terribile scenata finale, aveva vissuto senza dipendere dal padre, rifiutando qualsiasi aiuto finanziario. Si era costruito una fortuna da solo, dapprima ai tavoli da gioco, poi con investimenti azzardati e infine con investimenti e imprese commerciali più prudenti. Il genitore, chiaramente, non aveva capito la lezione. Ma ci sarebbe arrivato. Avrebbe compreso che il figlio maggiore era ormai uscito dalla sua sfera di potere e d’influenza. Oh, a quel punto la cosa migliore che Staunton poteva fare era proprio un matrimonio avventato, e quella sarebbe stata una definizione molto blanda per le nozze dell’erede del duca di Withingsby con una gentildonna senza mezzi finanziari, costretta a guadagnarsi da vivere come istitutrice. Non vedeva l’ora di vedere la faccia del padre quando gli avrebbe presentato la moglie. Così rimase in attesa delle risposte all’annuncio, risposte che cominciarono a giungere lo stesso giorno della prima apparizione sui giornali di Londra e che continuarono per diversi giorni in numero di gran lunga superiore a quello previsto. Alcune delle candidate vennero eliminate subito senza neanche essere viste: tutte quelle sotto i vent’anni o al di sopra dei trenta, quelle con referenze un po’ troppo elogiative, compresa una giovane donna che desiderava fare particolarmente colpo con la conoscenza del latino sfoggiata nella lettera che gli aveva scritto. Staunton intervistò cinque candidate prima di scoprire il topolino tranquillo che cercava: Miss Charity Duncan venne fatta accomodare in una sala del pianterreno, dove scelse di piazzarsi nella parte non illuminata dalla luce del sole. Quando entrò nella stanza, per un attimo il marchese pensò che la ragazza avesse cambiato idea e fosse fuggita via, ma poi la vide e si convinse che perfino quella decisione di sistemarsi in quel punto era significativa. La ragazza era vestita da capo a piedi di un color marroncino smorto e dava l’aria di una persona modesta e sottomessa. Era la quintessenza della governante, il tipo di dipendente che neppure la più gelosa delle mogli avrebbe avuto remore a tenere nella stessa casa del marito. — Miss Duncan? — le chiese. — Sissignore. — La sua voce era bassa e priva di toni acuti. S’inchinò senza sollevare neppure una volta gli occhi dal tappeto. Era di statura medio-bassa, molto snella, forse addirittura troppo magra, anche se era difficile dirlo con certezza a causa del mantello che indossava. Nell’ombra il viso appariva pallido e comune. Il colore castano dei suoi capelli si confondeva così totalmente con il bruno del cappellino da rendere indistinguibile dove finivano gli uni e cominciava l’altro. Gli indumenti erano decorosi e scialbi. Staunton ebbe l’impressione che non fossero ancora logori ma che presto lo sarebbero diventati. Un logoro che comunque aveva in sé qualcosa di signorile. Sì, quella ragazza era perfetta. Staunton immaginò che suo padre sarebbe andato su tutte le furie. — Vi prego, accomodatevi — le disse indicandole una sedia vicina. — Sissignore — rispose lei e si sedette come il marchese si aspettava, con la schiena rigida che non toccava lo schienale, le mani guantate allacciate in grembo e lo sguardo modestamente abbassato sulle ginocchia. Il quadro preciso di una signorilità contegnosa. Era perfetta! Staunton decise, su due piedi, che Miss Duncan era proprio la donna che faceva al caso suo e che la sua ricerca era terminata. Quella che aveva di fronte era la sua futura moglie. Charity Duncan sedeva accanto alla finestra, cercando di approfittare degli ultimi istanti di luce della giornata. Non avrebbe acceso la candela nemmeno un istante prima del necessario. Le candele erano costose. Stava rammendando una cucitura sotto l’ascella di una delle camicie del fratello e notò con un sospiro che la stoffa di cotone era oltremodo lisa. La cucitura avrebbe tenuto ancora per un po’, ma presto ci sarebbe stato un buco ancora più difficile da rammendare. Quel lavoro le stava prendendo più tempo del previsto. I suoi occhi e la sua mente continuavano a spostarsi sul giornale aperto davanti a lei. L’acquisto del quotidiano era l’unica stravaganza che si permetteva, anche se non si poteva esattamente definire tale. Charity sapeva che a Philip piaceva leggerlo al lume di candela quando tornava dal lavoro, ma soprattutto lo faceva per sé. Doveva trovare un impiego al più presto. Da quasi un mese cercava e rispondeva agli annunci e talvolta, ma troppo raramente, otteneva un colloquio. Aveva perfino fatto richiesta per posizioni di lavoro più servili di quella d’istitutrice o dama di compagnia, ma nessuno la voleva. O era troppo giovane oppure troppo vecchia, troppo scialba o troppo graziosa, di estrazione troppo elevata o troppo istruita, o... o i possibili datori di lavoro diventavano troppo insistenti con le domande. Ma lei non si sarebbe arresa. La sua famiglia, una sorella di tre anni più giovane e tre bambini molto più piccoli, era povera. Peggio che povera: era terribilmente indebitata e non aveva neppure saputo di esserlo fino alla morte del padre, avvenuta poco più di un anno prima. Così Philip, invece di fare una vita da gentiluomo, era costretto a lavorare per mantenere la famiglia. Anche lei aveva insistito per lavorare, per quanto fosse ben poco il denaro che una donna poteva guadagnare e insufficiente per dividerlo con gli altri, o per pagare i debiti. Se solo ci fosse stato il modo di ammassare una grossa fortuna rapidamente! Charity aveva perfino preso in considerazione l’idea di una rapina spettacolare. No, non avrebbe dovuto lamentarsi, pensò riguardando la camicia che aveva finito di rammendare. Se non altro non erano in miseria, anche se ci mancava poco. E purtroppo non sembrava esserci alcuna speranza di miglioramento. Philip era arrivato e lei si alzò per accoglierlo con un sorriso, baciarlo sulla guancia, servirgli la cena e chiedergli com’era andata quella giornata... e attirare la sua attenzione sull’unico annuncio nel giornale che sembrava offrire una possibilità. — Non spiega quanti bambini ci sono, né si fa cenno all’età o al sesso — osservò Charity, aggrottando la fronte, dopo avere discusso il testo dell’inserzione. — Non specifica se vivono qui a Londra o sulle Ebridi o sulla punta della Cornovaglia, ma dice solo che stanno cercando una persona. — Non è affatto necessario che tu vada a lavorare — ripeté ancora una volta Philip Duncan. Era il suo ritornello preferito, convinto com’era che toccasse a lui tutta la responsabilità di provvedere alle donne della famiglia. — Oh, sì, invece — replicò lei con fermezza. — È l’unica posizione adatta presente negli annunci sul giornale di oggi, Phil. E all’agenzia non c’era alcuna offerta di lavoro, né ieri né stamattina. Se non altro, devo almeno provarci. — Potresti tornare a casa — insistette Philip — e lasciare che sia io a provvedere a te, com’è mio dovere. Là sei desiderata e c’è bisogno di te. — Sai bene che non lo farò — replicò Charity con un sorriso. — Non puoi mantenerci tutti quanti, e non è neanche giusto che tu lo faccia. Dovresti essere in grado di vivere la tua vita. E Agnes... — Agnes aspetterà — rispose lui con fermezza. — O si stancherà di aspettare e sposerà qualcun altro. Ma è indecoroso che mia sorella debba andare a servizio. — Io sento il bisogno di fare qualcosa — rispose Charity. — Non sopporto di starmene seduta a casa a ricamare o curare un bel giardino solo perché sono una donna… E poi sono la maggiore. Quindi farò domanda per questo posto di lavoro — continuò. — Se non avrò successo, a quel punto forse tornerò in campagna. A quanto pare, sembra che io non sia adatta ad alcun impiego, non è così? — Torna a casa, Charity — la sollecitò di nuovo il fratello. — Adesso sono solo agli inizi, ma farò carriera e guadagnerò di più. Forse un giorno diventerò addirittura benestante. E poi tu non sei proprio tagliata per andare a servizio. Non hai il necessario spirito di sottomissione. L’ultimo lavoro l’hai perso perché non sapevi tenere per te le tue opinioni. — No — rispose lei con una smorfia. — Io ritenevo che il padre dei bambini non dovesse molestare la più carina delle cameriere e l’ho detto chiaramente... sia a lui sia alla madre dei bambini. Era davvero una persona orrenda. Se tu l’avessi conosciuto, l’avresti disprezzato. — Su questo non ci sono dubbi — disse Philip. — Ma come lui si comportava con un’altra domestica non era affar tuo, Charity. La ragazza aveva anche lei una lingua per parlare, immagino. — Aveva paura a farlo — ribatté Charity. — Non voleva perdere il lavoro. Philip si limitò a guardare la sorella. Non c’era bisogno di dire altro. Lei scoppiò a ridere. — Inoltre non avevo alcun desiderio di rimanere in quella casa — osservò. — Però vorrei che fosse più facile trovare lavoro. Ho fatto sei colloqui il mese scorso e non avevo mai le qualifiche necessarie. Forse farei meglio a sperare che la signora Earheart e i suoi bambini vivano davvero nelle lontane Ebridi e che nessuna all’infuori di me sia abbastanza coraggiosa da raggiungerli laggiù. — Sospirò. — Forse nella mia lettera di presentazione dovrei aggiungere che sono disposta ad andare in capo al mondo. Chissà, magari accetteranno di pagare anche di più per compensarmi del disagio. — Charity — insistette Philip — vorrei proprio che tu tornassi a casa. I bambini sentono la tua mancanza. Penny lo scrive in tutte le lettere. Per loro sei stata come una madre, dopo la morte della mamma. — No, non accennerò alla mia disponibilità — continuò Charity, come se non l’avesse neppure sentito. — Potrei dare l’impressione di essere troppo entusiasta o troppo servile. Proverò ancora con quest’ultimo annuncio. Se non riceverò risposta, farò come vuoi tu. Ma mi sentirò una donna così inutile, Phil. Lui sospirò di nuovo. Charity però aveva torto su un punto. Cinque giorni dopo avere spedito la lettera di presentazione al signor Earheart, ricevette una risposta con cui veniva invitata a un colloquio il mattino seguente. Al solo pensiero il cuore si mise a fare le capriole. Era così difficile sopportare quegli interrogatori, dove più che una persona si veniva considerati una merce. Tuttavia era l’unico modo per trovare lavoro, pur con quel colloquio crudele: sentirsi così vicina all’obiettivo, solo per vedere infrangersi di nuovo ogni speranza. — Questa sarà la settima volta — disse a Philip, quando il fratello rientrò a casa tardi dal lavoro quella sera. — Chissà che non sia quella buona. Che ne dici? — Se vuoi davvero quel lavoro — rispose lui con un sospiro — devi recitare bene la tua parte. Le governanti, come tutte le altre persone di servizio, devono essere sempre visibili ma non si devono mai sentire. Charity fece una smorfia. Non che avesse il vizio di parlare ad alta voce o di essere grossolana, lei era una lady. Ed era abituata a considerarsi alla pari delle altre signore di rango. Era duro adattarsi all’idea che ci fosse una classe disprezzata di persone povere seppure di ceto superiore, di cui lei faceva parte, almeno fintantoché si trovava in cerca di un impiego. Era un concetto da ignorare o da sopportare. — Devo apparire modesta? — chiese. — Non posso offrire le mie opinioni né fare osservazioni? — No — rispose Philip recisamente. E Charity si rese conto, con un’improvvisa fitta di dolore, che anche lui doveva aver imparato la stessa lezione a sue spese. — Devi convincere il padrone di casa e sua moglie, se c’è una moglie, che ti confonderai perfettamente con i mobili. — Davvero umiliante — commentò lei, e subito si morse il labbro pentendosi di aver pronunciato quelle parole ad alta voce. Philip si chinò sul tavolo e le prese una mano tra le proprie. — Inoltre, non accettare l’incarico se il padrone è giovane. Non che il fatto di essere tale sia di per sé un lato negativo, ma se lui fosse... — Un tipo lascivo? — suggerì Charity. Suo fratello arrossì. — Anche se solo sospetti che possa esserlo — le chiarì. — Oh, so badare a me stessa, Phil — ribatté lei. — Quando il mio ex datore di lavoro mi lanciava certe occhiate molto equivoche nei primi giorni di lavoro, io lo fissavo dritto negli occhi con espressione gelida e serravo le labbra. — Assunse quell’espressione e il fratello non poté fare a meno di sorridere, nonostante tutto. — Sii prudente — le raccomandò. — Lo sarò — gli promise Charity. — E modesta. Un vero topolino. Un topolino tranquillo, scialbo e silenzioso. Sarò così poco appariscente che non si renderà nemmeno conto che mi trovo nella stessa stanza con lui. Sarò... Il fratello si mise a ridere fragorosamente. Charity fece il giro del tavolo per mettersi dietro la sua sedia e abbracciarlo. — Oh, capita così di rado che tu ti metta a ridere di questi tempi — gli disse. — Andrà tutto bene, vedrai. In qualche modo diventeremo ricchi e tu potrai sposare Agnes e vivrete felici e contenti. — E tu? — le chiese Philip, sollevando una mano per batterle un colpetto sul braccio. — A quel punto anch’io vivrò felice e contenta — rispose lei. — Penny sarà in grado di sposarsi e io rimarrò coi bambini finché saranno cresciuti e felicemente sposati, dopodiché mi adagerò in una vita soddisfatta ed eccentrica da zitella. Philip emise di nuovo una risatina mentre lei lo baciava sulla testa. Nonostante tutto quanto aveva detto, il mattino seguente Charity si sentiva nervosa quando arrivò davanti alla casa di Upper Grosvenor Street, dov’era stata convocata per il colloquio. L’atrio era elegante ma privo di ostentazione, così pure la domestica che andò ad aprire quando lei bussò alla porta. Lo stesso poteva dirsi della sala spoglia in cui fu introdotta. Istintivamente cercò la parete della stanza non illuminata dalla luce della finestra e si sforzò di dominare i battiti del cuore. Se non fosse riuscita ad assicurarsi quel posto, avrebbe cominciato a perdere ogni fiducia in se stessa. Del resto aveva già fatto a Philip una mezza promessa di tornare a casa senza ulteriori tentativi. E avrebbe... I suoi pensieri furono interrotti dall’aprirsi di una porta. L’uomo era giovane, non sembrava avere più di trent’anni. In un certo senso era anche bello, pensò Charity fra sé. Di altezza sopra la media, con una figura snella e ben proporzionata, capelli molto scuri e un viso affilato e angoloso da aristocratico. Nella vivida luce del sole che penetrava dalla finestra illuminandolo in pieno, il freddo cinismo del suo volto gli conferiva un’espressione satanica. Era vestito in modo elegante e costoso. Dava l’impressione di aver speso una fortuna per la giacca e i pantaloni confezionati da un ottimo sarto, segno certo di un gentiluomo che ci teneva molto alla moda. In realtà, però, non sembrava affatto gentile. Pareva invece il tipo che più che sedurre le cameriere si dilettasse a divorarle. Ma non doveva giudicarlo, si disse Charity, prima che avesse detto anche solo una parola. Si sentì avvilita a trovarsi sola con un uomo senza una domestica o una chaperon, perché ormai anche lei era solo una domestica... disoccupata, perdipiù. Tenne gli occhi bassi e fissi sul tappeto prima che lui riuscisse a scorgerla nell’ombra, e si concentrò al massimo per dare l’impressione di essere la tipica istitutrice. — Miss Duncan — le disse il signor Earheart, con voce altezzosa e annoiata proprio come si era aspettata di sentire, nonostante avesse una piacevole tonalità tenorile. Senza alcuna pretesa di apparire seducente. Ma perché avrebbe dovuto esserlo? In fin dei conti stava conducendo un colloquio per un’istitutrice per i suoi bambini. — Sissignore — rispose Charity, cercando di mostrare una certa dignità, senza però apparire troppo orgogliosa. Tuttavia mantenne la schiena ben ritta, dato che lei era una lady. — Vi prego, sedetevi — le disse l’uomo indicando una sedia vicina e fuori dai raggi del sole, del che lei gli fu grata. I colloqui non diventavano più facili con l’esperienza. — Sissignore — rispose Charity, sedendosi ma tenendo gli occhi sempre abbassati. Avrebbe risposto alle sue domande in modo conciso e con onestà. Sperava solo che non ci fossero domande troppo imbarazzanti. Il signor Earheart si sedette su una sedia di fronte a lei, accavallando le gambe avvolte da stivali lucenti di pelle costosissima. Il suo valletto doveva aver faticato parecchio per ottenere quello splendore. Attorno gli aleggiava un’aria di ricchezza, sicurezza e potere. Charity si sentì nettamente a disagio nel silenzio che intercorse prima che l’uomo le rivolgesse nuovamente la parola. 2 Il marchese di Staunton si stava chiedendo come andava condotto un colloquio per una futura moglie. — La lettera di raccomandazione del pastore della vostra precedente parrocchia mi ha molto colpito, Miss Duncan — le disse. — Grazie, signore. — Tuttavia — osservò il marchese — è stata scritta ben un anno fa. Da allora avete avuto un altro impiego? Charity tenne gli occhi fissi sulle proprie ginocchia e sembrò riflettere sulla risposta da dare. — Sissignore — annuì. — E di che genere, Miss Duncan? — Sono stata per otto mesi istitutrice di tre bambini, signore. — Otto mesi. — Il marchese fece una pausa, ma lei non raccolse il segnale. — E come mai il rapporto è stato interrotto? — Sono stata licenziata — rispose Charity dopo una lieve esitazione. — Oh, davvero? E perché, Miss Duncan? — Era stata forse incapace di tenere a bada i bambini? Non gli era difficile immaginarlo. Quella ragazza sembrava del tutto priva di carattere. — Il mio datore di lavoro mi ha accusata di mentire — spiegò lei. Be’, se non altro era franca. La risposta lo sorprese, così come lo sorprese il fatto che lei non avesse cercato subito di giustificarsi. Proprio un topolino remissivo. — E voi? — le chiese. — Avevate davvero mentito? — Nossignore. Staunton sapeva bene che cosa si provasse a sentirsi accusare ingiustamente. — E questo è il primo tentativo che fate, da allora, per un nuovo impiego? — No, signore, è il settimo. Il settimo colloquio, intendo dire. Non lo sorprese il fatto che lei non fosse riuscita ad andare oltre a quei colloqui. Chi avrebbe mai desiderato, per educare i figli, assumere una persona così incolore e priva di vivacità? — Come mai non ci siete riuscita? — le chiese comunque. — Ritengo che sia stato perché tutti mi hanno fatto la stessa domanda che mi avete fatto voi — spiegò Miss Duncan. Certo, era ovvio che la sua confessione portasse immediatamente alla fine del colloquio. — E non avete mai pensato di mentire? — le domandò il marchese. — Fingere, per esempio, che avevate lasciato il lavoro di vostra volontà? — Sì — ammise lei. — Ci ho pensato. Ma non l’ho mai fatto. Quindi era anche un topolino dai saldi principi morali. Qualcuno, tanto tempo prima, doveva averle insegnato che mentire è male e lei non l’aveva mai fatto neppure per trarne un vantaggio. Anche se ciò avrebbe significato non trovare mai più un posto di lavoro. Era legata in maniera indissolubile alla sua mentalità puritana. Il duca di Withingsby ne sarebbe rimasto sconvolto. — Per questa vostra prova d’onestà — osservò il marchese — dovete essere encomiata, Miss Duncan. Forse io sono in grado di offrirvi qualcosa. Per la prima volta la ragazza sollevò il viso verso di lui, anche se solo per un attimo. Lunghe ciglia nere si sollevarono di scatto, rivelando grandi occhi limpidi, azzurri come il cielo d’estate. Non quel tipo di grigio che a volte passa per azzurro, ma un autentico color zaffiro. Poi gli occhi scomparvero di nuovo sotto le ciglia e le palpebre abbassate. Per un istante Staunton provò la fastidiosa sensazione di aver commesso un errore terribile. — Grazie, signore — rispose lei e sembrò che le mancasse un po’ il fiato. — Quanti bambini avete? Abitano qui con voi? — Non ho figli — rispose lui. E rimase in attesa mentre la giovane si studiava le ginocchia, trasferendo poi lo sguardo su di lui e sollevando gli occhi all’altezza del petto... forse addirittura del mento. — Non ci sono bambini? — Charity corrugò la fronte. — Allora i miei allievi sono... — Non ci sono allievi — rispose lui. — Io non sono alla ricerca di un’istitutrice, Miss Duncan. Quella che vi sto offrendo è una posizione del tutto diversa. Il topolino avvertì chiaramente che il gattone stava per farle la festa e balzò in piedi, voltandosi verso la porta. — Non intendo proporvi nulla di sconveniente, Miss Duncan — aggiunse il signor Earheart, rimanendo seduto. — In realtà sono alla ricerca di una moglie e sono disposto a offrirvi questa posizione. Charity si girò a metà verso di lui, ma senza guardarlo direttamente. — Una moglie? — Una moglie — ripeté l’uomo. — Sto cercando una signora Earheart, Miss Duncan. Temporaneamente, almeno. Il matrimonio però sarebbe per sempre, immagino, dal momento che questi legami sono quasi impossibili da sciogliere se non con la morte di uno dei contraenti. Se avete idee romantiche, come sposarvi per amore e vivere per sempre felice e contenta, non mi resta che augurarvi buongiorno e occuparmi del prossimo colloquio. Ma suppongo che non sia il vostro caso, e se lo fosse, dovreste rendervi conto che tale sogno è irrealistico nella vostra situazione. La ragazza inarcò le sopracciglia ma non lo contraddisse, pur rimanendo girata a metà verso la porta. — Il matrimonio sarebbe permanente — spiegò il signor Earheart. — Tuttavia noi, come coppia, rimarremmo insieme solo per breve tempo, non più di qualche settimana, direi. Dopodiché voi sareste di nuovo libera, tranne per la piccola seccatura di essere la signora Earheart invece che Miss Duncan. E sareste benestante per il resto della vostra vita. La ragazza fissava il tappeto con la fronte corrugata, ma non si era precipitata fuori dalla stanza. Era evidente che la proposta la stava tentando. — Non volete sedervi, Miss Duncan? — la invitò lui. Charity tornò a sedersi con le mani raccolte in grembo, e riprese a studiarsi le ginocchia. — Non capisco, signore. — In realtà è tutto molto semplice — disse lui. La ragazza aveva un viso a cuore, forse, ma quella descrizione le rendeva troppo onore. — A me serve una moglie per un breve periodo di tempo e all’inizio avevo pensato di assumere una persona per recitare quella parte, ma una vera moglie sarebbe molto più efficace, una persona legata a me per la vita. La ragazza si passò la lingua sulle labbra. — E una volta trascorso quel breve periodo? — chiese. — Vi assegnerò cinquemila sterline l’anno — le spiegò lui. — Oltre a fornirvi una casa, una carrozza, della servitù e coprirvi tutte le spese di mantenimento annuale della casa. Charity rimase a lungo assolutamente immobile, senza dire nulla. “Ci sta riflettendo” pensò lui. Cinquemila sterline l’anno più una casa e una carrozza. E non doversi mai più offrire per un lavoro di istitutrice. — Come faccio a sapere che state parlando sul serio? — chiese alla fine. Buon Dio! Staunton inarcò le sopracciglia e le rivolse uno dei suoi sguardi più gelidi, mentre la mano destra stringeva nervosamente il monocolo. Ma la sua indignazione apparve sprecata di fronte a quelle palpebre abbassate. La ragazza teneva le mani intrecciate in grembo. Di sicuro, a una persona come lei un’offerta del genere poteva sembrare solo uno scherzo crudele. — Naturalmente ci sarà un contratto scritto — le spiegò. — Lo farò preparare questo pomeriggio stesso dal mio amministratore, Miss Duncan... Diciamo verso le tre? Se lo desiderate, potrete rimanere da sola con lui per un certo tempo e interrogarlo sulla mia capacità di fare fronte alla mia parte del contratto. Siete disposta ad accettare l’offerta? Charity rimase a lungo in silenzio. Diverse volte aprì la bocca come se volesse parlare, ma la richiuse. Una volta si morse il labbro inferiore e una volta quello superiore. Tirò leggermente ogni dito del guanto destro come se stesse per sfilarselo, per poi riportarlo in posizione con uno strattone all’altezza del polso. Alla fine parlò. — Settemila — disse. — Come avete detto? — Staunton non era sicuro di aver sentito bene, anche se lei aveva parlato chiaramente. — Settemila sterline l’anno — ripeté la giovane con maggiore fermezza. — Oltre alle altre cose che avete menzionato. Un topolino tranquillo che aveva posto chiaramente l’occhio sull’obiettivo. Be’, lui non poteva certo fargliene una colpa. — Ci accorderemo per seimila — le rispose socchiudendo gli occhi. — Allora accettate la mia offerta, Miss Duncan? Posso annullare gli altri colloqui che avevo programmato dopo il vostro? — S... sì — rispose lei. Poi, più sicura: — Sissignore. — Splendido. — Il signor Earheart si alzò in piedi e le tese la mano. — Aspetterò il vostro ritorno alle tre in punto. Ci sposeremo domani mattina. Charity posò la propria mano in quella di lui e si alzò in piedi. Sollevò di nuovo le ciglia e Staunton si trovò acutamente osservato da quegli occhi azzurri e fermi, tanto che dovette resistere all’impulso di fare un passo indietro. “Deve guardarmi sul ponte del naso” pensò. Sembrava infatti che lei lo stesse fissando al centro degli occhi. — Che cosa succederà quando incontrerete la donna che desiderate davvero sposare, con cui vorrete passare tutta la vita? — gli chiese Miss Duncan. Lui le rispose con un sorriso piuttosto gelido. — Non esiste donna con cui io possa considerare di condividere anche un solo anno della mia vita. La sua interlocutrice trasse un respiro come per aggiungere qualcosa, ma tenne la bocca chiusa e non disse nulla. I suoi occhi si distolsero da lui. Era andato tutto per il meglio, pensò Staunton qualche minuto dopo che la ragazza se ne fu andata. Si era aspettato di trovarsi subissato da un’infinità di domande, in particolare su cosa si sarebbe aspettato da lei nelle settimane prima che le venisse concessa la libertà di vivere la propria vita, invece Miss Charity non aveva chiesto nulla. Era stato pronto a essere sommerso da ogni tipo di confidenza e lei non gliene aveva fatta alcuna. E ora di Charity non sapeva nulla più di quanto era scritto nella lettera di presentazione. Cioè che aveva ventitré anni ed era figlia di un gentiluomo, che sapeva scrivere e fare di calcolo, era capace di parlare il francese, disegnare e suonare il pianoforte e che aveva avuto esperienza nella cura e nell’istruzione dei bambini, che le piacevano molto. Sapeva anche che era un tipo tranquillo, modesto, né bella né brutta, e che era astuta. L’unica cosa, infatti, che in lei l’aveva sorpreso era stata la richiesta di denaro superiore alla somma che le era stata offerta. No, c’era stata anche un’altra cosa... gli occhi. Non s’intonavano al resto. Ma dopotutto, si disse Staunton, anche la più scialba e incolore delle donne aveva diritto ad avere qualcosa di bello. E così quella ragazza, l’indomani, sarebbe diventata sua moglie. A quell’idea inarcò le sopracciglia. Sì, sarebbe andata davvero bene. Molto bene. Charity sedeva accanto alla finestra, cercando di sfruttare l’ultima luce del giorno per il lavoro che stava facendo: rammendare il calcagno di una delle calze di Philip. Erano solo le sei del pomeriggio ma la luce stava calando. La via dove alloggiavano era stretta e l’altezza degli edifici sul lato opposto non favoriva certo l’illuminazione. A volte sentiva la nostalgia della campagna. No, non solo a volte, molto spesso. Sospirò. Che cos’avrebbe detto a Phil, al suo rientro dal lavoro? Non riusciva ancora a credere che quanto era successo quel giorno fosse vero. Al mattino era andata in Upper Grosvenor Street sperando con tutta se stessa che le venisse offerto un posto di istitutrice. Poi, mentre si avvicinava alla destinazione, tutta concentrata sul colloquio che l’attendeva, era stata distratta dallo sciocco sogno di trovare nel canaletto di scolo una collana preziosissima o di imboccare qualche altra strada inaspettata che la portasse incontro alla fortuna. Poi il signor Earheart, bello, elegante e glaciale, invece di offrirle un posto di istitutrice le aveva fatto una proposta di matrimonio. Sembrava quasi una favola bizzarra, solo che in una favola lui le avrebbe proposto il matrimonio perché si era istantaneamente e disperatamente innamorato di lei. Il signor Earheart, invece, voleva soltanto una moglie temporanea, ed era disposto a mantenerla nel lusso per il resto della vita. Lei si era assicurata che tutto ciò fosse garantito da un contratto scritto in modo che, nel caso lui fosse deceduto per primo, non si trovasse esclusa da ogni beneficio. Così avrebbe avuto seimila sterline all’anno per il resto della sua esistenza, oltre a tutti gli altri diritti a cui l’uomo aveva accennato quella mattina. Con seimila sterline l’anno lei, Penny e i bambini avrebbero vissuto nel lusso e avrebbero potuto pagare molto in fretta i debiti del padre. Philip non sarebbe stato troppo contento di non essere stato lui a salvare la famiglia dall’indigenza, certo, ma avrebbe finito con l’accettare la realtà e avrebbe potuto infine sposare Agnes. Charity sapeva bene che cos’avrebbe detto a Phil, al suo ritorno a casa. Aveva avuto a disposizione molte ore in cui provare e riprovare la storia da raccontare. Ma mentire era contro la sua natura e non era affatto sicura di riuscirci. Però doveva farlo... non aveva scelta. Non sarebbe stato possibile dirgli la verità: per prima cosa, suo fratello l’avrebbe portata di filato al manicomio di Bedlam. Del resto era difficile perfino per lei credere che quanto era successo fosse avvenuto davvero. “Oh” sbottò fra sé. Stava rammendando una parte che aveva già subito un rammendo. Il povero Phil non spendeva mai nulla per sé, riservando tutto per i fratelli e le sorelle. Charity si strofinò con impazienza una guancia, quando una lacrima le cadde inaspettatamente sul dorso della mano, facendola trasalire. Poi avvertì il sorgere di quel panico che l’aveva aggredita a intervalli regolari da quando era entrata in casa dopo aver firmato tutte quelle carte. L’indomani avrebbe sposato uno sconosciuto che aveva il potere d’intimidirla. Lo avrebbe fatto solo per denaro, ma poi non sarebbe più stato possibile tornare indietro. Non ci sarebbero stati mai un vero marito e un vero matrimonio per lei. Non che avrebbero potuto esserci, in effetti. Tuttavia, averne la certezza era un pensiero che in un certo qual modo la spaventava. Intanto Philip era rincasato, con l’aria stanca dopo una giornata di lavoro, e lei gli sorrise affettuosamente, ponendo da parte il rammendo per darsi da fare a mettergli davanti una minestra e una fetta di pane. — Hai l’aria stanca — gli disse inclinando la guancia per ricevere un bacio. — Be’, è normale essere stanchi alla sera — rispose Phil. — Mmm… questa minestra ha un profumo delizioso — aggiunse lasciandosi cadere sulla sedia. Lei si sedette a tavola, mentre lui mangiava, un gomito appoggiato al tavolo e reggendosi il mento con una mano. Non sapeva bene da che parte cominciare, così attese che fosse Phil a iniziare la conversazione. Le domandò se erano arrivate lettere da casa e poi, quando lei scosse la testa, osservò in tono rassicurante, a beneficio di entrambi, che era troppo presto aspettarsi un’altra lettera dopo averne ricevuta una alla fine della settimana precedente. Poi, ricordandosi all’improvviso del colloquio di Charity, le chiese: — Stamattina hai fatto un colloquio... Scusa se non te l’ho chiesto prima. Com’è andato? Lei gli sorrise. — Ho avuto il posto. Il cucchiaio di Phil si fermò a mezz’aria. — Ah, questa sì che è una buona notizia — disse. — Che gente è? Sono simpatici? Dove abitano? Quanti figli hanno? — Molto simpatici — rispose lei. — Abitano nel Wiltshire e hanno tre figli. — Continuando a sorridere aggiunse: — Sì, è davvero una buona notizia. — Vide che il fratello cercava di apparire contento per lei. — Hai fatto il colloquio col signor Earheart? — chiese lui. — E hai conosciuto anche la signora Earheart? — Oh, sì — rispose Charity. — E anche i bambini. Tutta gente molto gradevole, Phil. Ti piacerebbero. Domani partiranno per la campagna e io andrò con loro. — Domani — osservò il fratello, aggrottando la fronte. — Così presto? — Sì. — Charity gli sorrise affettuosamente. — Ho cucinato minestra sufficiente per tre giorni e ti ho preparato anche quelle tortine di uva sultanina che ti piacciono tanto... Sì, so di aver esagerato, ma ci tenevo che le avessi. — Forse potrei chiedere un’ora di permesso, domani — disse Philip. — Così potrò accompagnarti e assicurarmi che i tuoi nuovi datori di lavoro siano degni di te. A che ora partirai? — No. — Charity allungò la mano per toccare il dorso di quella di lui. — Non è necessario. Non mi va di dirti addio e poi di mostrarmi allegra per i bambini subito dopo. Preferirei che tu non venissi. Il fratello le coprì la mano con la propria e le diede un colpetto. — Come desideri, allora. Ma il Wiltshire non è molto lontano, e non esiste nulla d’irrevocabile. Se quel posto di lavoro non ti dovesse piacere, lascialo pure quando vuoi e torna a casa. Penny sarà molto felice di rivederti e i bambini faranno salti di gioia. — In ogni caso intendo impegnarmi a fondo — replicò lei. — Perché dovresti essere tu a mantenerci tutti? — Perché io sono l’uomo di famiglia — tagliò corto lui. — Uffa! — Charity si alzò in piedi, gli prese la scodella vuota e la riempì di nuovo senza aspettare che lui glielo chiedesse. Philip si sarebbe arrabbiato molto con lei, però a matrimonio avvenuto non avrebbe più potuto fare nulla. Per un momento provò tristezza all’idea di andarsi a sposare da sola, ma subito respinse quel pensiero di autocompatimento. Di che cosa doveva compatirsi? Sarebbe stata una donna ricca... davvero un destino degno di commiserazione! Non rimasero alzati fino a tardi. Philip era stanco e le sue giornate di lavoro cominciavano presto. Ormai era buio e le candele venivano usate con molta parsimonia. E poi le separazioni erano sempre difficili. Sembrava che nelle ultime ore passate insieme non ci fosse mai nulla da dire... forse perché in realtà di cose ce n’erano troppe. E quella volta era ancora peggio, perché per quel poco che c’era da dirsi, sarebbero state necessarie troppe menzogne. Philip le chiese dei bambini che avrebbe avuto come allievi e lei fu costretta a inventarsi età e sesso di tutti. Odiava mentire, ma come avrebbe potuto dirgli la verità? E comunque sarebbe venuto il momento di farlo, quando fosse stata in grado di mantenere la famiglia, quando sarebbe stato troppo tardi perché chiunque di loro strepitasse inorridito per la pazzia che lei stava facendo. Il mattino seguente si alzò presto, come aveva sempre fatto da quando aveva raggiunto il fratello nel suo alloggio di città, per preparargli la colazione e mettere insieme due fette di pane con del formaggio ormai secco da portar via per il pasto di mezzogiorno... oltre a una piccola torta di uva sultanina come regalo speciale. Infine, quando lui fu pronto per uscire di casa, lo abbracciò stretto senza dire una parola. — Abbi cura di te stessa — le raccomandò il fratello, ricambiando con energia l’abbraccio. — Mi sconvolge che tu sia costretta a fare questo, Charity, quando sono io l’uomo di famiglia. Ma un giorno sarai libera di tornare a fare una vita da signora, te lo prometto. — Ti voglio bene — rispose lei. “Fra qualche ora, sarò la moglie di un uomo molto ricco. E sarò una donna molto ricca. Oh, Phil, Phil.” — Che stupida, adesso piango. — Fece una risatina e si deterse le lacrime con entrambe le mani. Subito dopo, il fratello non era più lì, la stanza vuota e fredda e fuori ancora un po’ buio. Era il giorno delle sue nozze. A volte, da bambine, lei e Penny avevano giocato al matrimonio, e nella loro immaginazione erano sempre stati momenti di festa e di lusso. Ma la realtà era un’altra. E Charity dovette sbattere rapidamente le palpebre scacciare altre lacrime. per — Sei impazzito del tutto, Tony? — gli chiese lord Rowling nel corso del ballo serale settimanale da Almack, mentre il marchese di Staunton, attraverso il monocolo, osservava languidamente le ragazze che ballavano. — Sei proprio deciso a portare a termine questa tua follia? — Oh, sì — rispose il marchese con un sospiro. Con una mano ingioiellata fece un gesto attorno a sé. — Osserva il grande mercato matrimoniale, Perry. Almack propone il meglio che può offrire la Stagione londinese e tutti i possibili acquirenti lo stanno esaminando. Io sono un acquirente. Perché non dovrei esserlo? Sono l’erede di un ducato ed è risaputo che mio padre non gode di buona salute. Ho ventotto anni e non divento certo più giovane con il passare del tempo. Ho solo deciso di andare a fare acquisti in un mercato leggermente diverso. — Tu hai messo un annuncio per un’istitutrice e hai scelto una moglie — osservò lord Rowling scuotendo la testa. — Hai scelto una sconosciuta solo dopo un breve colloquio. Di lei non sai nulla. — Al contrario — ribatté l’amico mentre fermava il monocolo su una giovane donna, spostandolo poi lentamente sul corpo di lei, dal viso ai piedi. — La persona che ho scelto si è presentata con una raccomandazione ineccepibile da parte del pastore della parrocchia in cui è cresciuta. È stata licenziata dal suo precedente posto di lavoro dopo otto mesi per avere mentito, un’accusa che lei respinge. È un topolino scialbo, tranquillo, con un forte senso morale. E ha contrattato con me, Perry, riuscendo a strapparmi una somma superiore a quella che le avevo offerto. Se la caverà meravigliosamente. Ma guarda un po’... La figlia di March ha messo su peso dall’inizio della Stagione. Chi se la piglierà, si troverà con una moglie decisamente grassa nel giro di cinque anni. Del resto, ci sono uomini a cui piacciono le mogli grassottelle. — Tony! — esclamò l’amico, esasperato. — Il tuo cinismo non ha pari. E questo progetto matrimoniale va al di là dei limiti della ragione. — Perché? — chiese il marchese. — Se io dovessi rivolgermi al padre di qualsiasi giovane donna qui presente, Perry, verrei accalappiato al volo, nonostante la mia reputazione d’inguaribile libertino. Da lui e da lei. Dal punto di vista matrimoniale io sono una preda ambita. Eppure, di me la ragazza non saprebbe nulla più di qualche particolare superficiale e io non saprei nulla di lei. Saremmo due completi estranei. Quindi, che differenza c’è tra sposare una di queste ragazze o un topolino d’istitutrice che quasi sbavava alla prospettiva di arrivare abbastanza vicina da sentire l’odore dei miei soldi? L’unica differenza significativa è che il topolino sarà più facile da scaricare, una volta servito allo scopo. Lord Rowling prese la tabacchiera da una tasca, ma la tenne in mano senza aprirla mentre fissava l’amico. — Stai commettendo un errore, Tony — proclamò. — Un errore terribile e irrevocabile. E se poi la donna rifiuta di essere scaricata? Il marchese di Staunton si limitò a inarcare un sopracciglio in maniera eloquente. — Come tutte le spose, anche lei domattina prometterà obbedienza. Adesso penso che andrò a ballare con Miss Henshaw. L’hanno messa in guardia sulla mia reputazione e arrossisce con grazia, distogliendo gli occhi, dolcemente confusa ogni volta che incontra per caso il mio sguardo... come si sforza di fare piuttosto di frequente. Staunton si allontanò per fare come aveva detto, ma il compito principale di quella serata era stato ormai svolto: Rowling aveva acconsentito a fargli da testimone di nozze. Il marchese non frequentava spesso Almack, né altre sale da ballo alla moda, del resto, ed era deciso a divertirsi. Era la sua ultima serata da scapolo. Rifletté su quel punto mentre ballava con Miss Henshaw dai facili rossori, e si concentrò per fare in modo che lei arrossisse ancora di più. Ma non trovò la cosa in alcun modo allarmante. L’indomani sarebbe stato il giorno del suo matrimonio. Semplicemente, un altro giorno della sua vita. 3 Fedele alla promessa, il mattino seguente lord Rowling arrivò di buonora in Upper Grosvenor Street per accompagnare lo sposo in chiesa, dove lo attendevano l’amministratore del marchese e l’altro testimone. Con grande meraviglia dell’amico, Staunton appariva freddo e composto, vestito con un abito dal taglio impeccabile come se stesse per fare una passeggiata in Bond Street. — Sei proprio sicuro di volerlo fare, Tony? — gli domandò mentre si apprestavano a uscire di casa. — Non posso proprio fare nulla per indurti a cambiare idea? — Buon Dio, no — rispose il marchese, sistemandosi il cappello in testa e inarcando un sopracciglio verso il servitore per indicare che era pronto. La chiesa non era una delle più alla moda di Londra e a lord Rowling apparve piuttosto squallida, così come la strada in cui sorgeva, impressione peggiorata dal cielo plumbeo. Lo sposo non sembrava affatto turbato da tanta desolazione, né mostrava alcun entusiasmo. Rivolse un cenno al suo amministratore e si avviò senza indugio verso l’entrata. I suoi due compagni si scambiarono un’occhiata e lo seguirono. Dentro, la sposa era in attesa, seduta su un banco in ombra situato in fondo. Era vestita come il giorno prima, notò immediatamente il marchese. Non aveva fatto alcun tentativo di migliorare l’aspetto coi fronzoli che ci si aspettava da una sposa. Staunton si rese conto, tardivamente, di non aver pensato a fornirle del denaro per comprare un vestito nuovo con il quale entrare nella vita da benestante che l’attendeva. E dal momento che sarebbero partiti per la campagna subito dopo la cerimonia, non ci sarebbe stato tempo di fare acquisti. Ma non aveva importanza. Anzi, era meglio prenderla esattamente com’era. — Miss Duncan? — Le rivolse un mezzo inchino e le porse il braccio. — Sì, signore. — Charity si alzò in piedi, lo guardò per un momento, poi abbassò lo sguardo sul braccio che le veniva offerto. Sembrava non sapere se appoggiarvi sopra il proprio o se andare sottobraccio. Allora il marchese le prese la mano e la posò sopra il proprio polso. Non si fermò per presentarla a lord Rowling, perché era troppo impaziente di procedere. — Il pastore sta aspettando — le disse. — Sì, signore. — Lei lanciò un’occhiata verso l’altare. Staunton scoprì di avere la bocca secca e un battito cardiaco sorprendentemente alterato. Quella donna era una totale estranea e stava per diventare sua moglie. Per il resto della vita. Per un attimo si rese conto che avrebbe potuto pentirsi di ciò che stava facendo, ma scacciò quel pensiero come già aveva fatto quando si era svegliato, poco dopo l’alba, e poi di nuovo mentre faceva colazione. Era seccato con se stesso per quel nervosismo dell’ultimo minuto. Con passo deciso, avanzò nella navata con la sposa al braccio. Senza la pompa e la ritualità che aveva accompagnato ogni matrimonio della buona società a cui aveva presenziato. Il servizio nuziale fu davvero breve e incolore. Il pastore parlò, lui parlò e la sposa parlò. Rowling gli porse un anello che lui infilò al dito di lei, mentre si rendeva conto che ormai era troppo tardi per chiedersi se si sarebbe mai pentito di ciò che stava facendo. Miss Charity Duncan non esisteva più con quel nome. Era diventata sua moglie. La prima sensazione di Staunton fu di sollievo. Piegò il capo e per un attimo posò le labbra chiuse sull’angolo della bocca della sposa. Sentì che aveva la pelle fredda. Il pastore si stava congratulando con loro con un certo calore, l’amministratore faceva del suo meglio per avere un’aria festaiola e Rowling sorrideva grondando fascino. Rimaneva solo da firmare il registro. — Vi faccio i miei migliori auguri, lady Staunton — disse Rowling, prendendo tra le proprie una mano di lei e rivolgendole un sorriso cordiale. — C... come? — chiese la ragazza. — Vedo che non siete ancora abituata a sentir pronunciare il vostro nuovo nome — osservò lord Rowling portandosi la sua mano alle labbra. — Vi porgo i miei migliori auguri di felicità, madame. — Adesso siete Charity Earheart — le spiegò suo marito. — Marchesa di Staunton. — Oh — fece lei guardandolo in viso con occhi spalancati e sbalorditi... e arretrò davvero di un passo. — Voi siete un marchese? — Marchese di Staunton al vostro servizio, milady — le disse lui. E pensò che, il giorno prima, avrebbe dovuto tenere in maggior considerazione quegli occhi. Ma ormai era troppo tardi. — Posso presentarvi lord Rowling? Quando uscirono dalla chiesa, da un cielo grigio e plumbeo cadeva una pioggerellina gelida. — È un buon segno — osservò Rowling con una risata. — Sposa bagnata, sposa fortunata, amava dire mia nonna. Credo che abbia sposato mio nonno durante un temporale e da allora hanno vissuto quarant’anni di felicità insieme. Nessuno però sembrava disposto a condividere il suo ottimismo entusiastico. Il marchese accompagnò in fretta la sposa taciturna verso la carrozza che li stava attendendo. Li aspettavano la colazione con i due testimoni, i bauli della moglie da ritirare dal suo alloggio e un viaggio. Il marchese aveva scritto al padre che sarebbe arrivato per l’indomani. Ma non aveva accennato al fatto che avrebbe portato una moglie con sé. Nella carrozza le si sedette accanto, posò di nuovo la mano di Charity sul proprio polso e ve la tenne con la mano libera, mentre gli altri due uomini si accomodavano sul sedile di fronte. Si sentiva quasi dispiaciuto per lei, reazione un po’ strana considerato che le aveva appena assicurato un futuro infinitamente preferibile a quello d’istitutrice. Inoltre, non era abituato a provare comprensione e simpatia per gli altri. Tuttavia, di colpo si sorprese di quanto fosse strano che nessuno l’avesse accompagnata al matrimonio. Possibile che fosse così totalmente priva di amicizie? Notò che la pelle del suo guanto era talmente logora da essere diventata, nella parte interna del pollice, sottile come un foglio di carta. Presto ci sarebbe stato un buco. In quanto a lui, ormai era un uomo sposato. La sconosciuta la cui mano guantata posava lieve sul suo polso era sua moglie, la marchesa. In quel momento colse un’aura di totale irrealtà, ma anche di fredda realtà. Era una donna sposata. Era entrata in quella chiesa silenziosa e piuttosto tetra da sola, come Charity Duncan, e ne era uscita soltanto mezz’ora dopo come una persona completamente diversa, con un altro nome. Tutto era cambiato e nulla sarebbe più stato lo stesso. Adesso era Charity Earheart, la... Girò la testa per osservare l’uomo taciturno seduto al suo fianco in carrozza, che non aveva pronunciato una sola parola dal momento in cui il suo valletto le aveva ritirato il piccolo baule dall’alloggio di Philip. La carrozza era sembrata occupare tutta quanta la strada e aveva attirato un’attenzione considerevole; il marito, in apparenza sorpreso, le aveva chiesto se non aveva altro. — No, signore — aveva risposto Charity, pensando che forse avrebbe dovuto chiamarlo milord. Si sentiva molto sciocca e Staunton doveva aver avvertito su di sé il suo sguardo, perché aveva girato la testa per fissarla. I suoi occhi erano molto scuri, aveva notato Charity. Quasi neri. E decisamente opachi. Aveva provato la curiosa sensazione che una cortina pesante o forse addirittura una porta d’acciaio fosse appena stata calata dietro di essi in modo che nessuno potesse scrutare nell’anima di quell’uomo. — Così io sono... chi? — gli chiese dopo un po’, non riuscendo assolutamente a ricordarlo. — Voi siete il marchese di...? — Staunton — rispose lui. Aveva un naso aquilino e labbra piuttosto sottili. Un ciuffo di capelli, scurissimi, gli era sceso sulla fronte al di sopra dell’occhio destro e si era arricciato come un punto interrogativo capovolto. — Figlio maggiore del duca di Whitingsby. Per la precisione il suo erede, milady. In questo momento stiamo andando a Enfield Park, la sua dimora nel Wiltshire, in modo che io possa debitamente presentarvi a lui. Così lord Rowling non l’aveva presa in giro. Suo marito era davvero un marchese e non il semplice signor Earheart. I suoi servitori l’avevano chiamato milord e avevano chiamato lei milady. Lui era il figlio ed erede di un duca, il duca di Withingsby, del quale un giorno avrebbe assunto il titolo. E lei sarebbe diventata... No, non era possibile. — Come mai avete voluto sposarvi senza che vostro padre lo sapesse? — gli chiese Charity. — E perché mai proprio me? Io sono la figlia di un gentiluomo, ma da un futuro duca ci si aspetterebbe una moglie più titolata. Il sorriso che il marito le rivolse fu alquanto sgradevole, nonostante avesse messo in risalto denti bianchissimi. Ma fu un sorriso che non trovava affatto riflesso nei suoi occhi. — Forse è proprio questo il punto, milady — le rispose. L’aveva forse sposata per fare un dispetto a qualcuno? A suo padre? Lui continuò a sorriderle... solo con le labbra. — Vogliamo dire... — iniziò a spiegare — che quanto più Sua Grazia si mostrerà contrariato, tanto più io mi sentirò gratificato? Charity comprese immediatamente come stavano le cose. Sarebbe stata stupida se non l’avesse capito. — Quindi io sono una semplice pedina nel vostro gioco — osservò. Il sorriso scomparve dalle labbra del marito e i suoi occhi si socchiusero. — Una pedina molto ben pagata, milady — ribatté il marchese. — E che avrà un titolo nobiliare per il resto della vita. Era un bene che dovessero rimanere insieme solo per alcune settimane, pensò Charity, giusto il tempo di farsi prendere in odio dal duca di Whitingsby, immaginò. Perché non credeva proprio che sarebbe riuscita a provare qualcosa per il marchese. Che tipo d’uomo poteva mai essere quello che sposava una sconosciuta soltanto per fare un dispetto al proprio padre? Non che lei avesse il diritto di scandalizzarsi, naturalmente. Aveva accettato l’offerta che il marchese le aveva fatto il giorno prima... oddio, solo il giorno prima... senza sapere alcunché di lui, se non che aveva mezzi sufficienti per mantenere le proprie promesse. E lei lo aveva sposato appunto per quelle promesse. Insomma, era il tipo di donna che sposava uno sconosciuto soltanto per i soldi. Un’ammissione sgradevole da fare anche, o soprattutto, a se stessa. Sarebbe stato molto difficile che quell’individuo potesse diventare qualcosa di più di uno sconosciuto, nonostante le settimane che lei avrebbe passato in sua compagnia. E i suoi occhi! Impossibile leggervi nel profondo. Dicevano chiaro e tondo che il marchese non intendeva farsi conoscere e che non gli interessava affatto che gli altri avessero una buona opinione di lui. Quegli occhi quasi la spaventavano. — Non è stato un po’ troppo drastico sposare una donna al di sotto della vostra condizione soltanto per segnare un punto al vostro gioco? — gli chiese. — Lo scontro che avete cercato non si esaurirà in breve tempo, come di solito capita in tutti i litigi? — Lei lo sapeva bene. Era cresciuta in una casa con cinque tra fratelli e sorelle. — Forse che io e mio padre avremmo dovuto baciarci e fare la pace? — ribatté lui. — Potete risparmiarvi per i vostri allievi queste vacue osservazioni sulla vita, milady. Anche se ormai non dovrete più occuparvene, o sbaglio? Charity rimase ferita da quelle parole. “Vacue osservazioni”? In qualità di figlia maggiore aveva imparato presto a comprendere le altre persone, a identificarsi con loro per fare da mediatrice, pacificare gli animi. Il marchese di Staunton era decisamente sgradevole, pensò, se parlava con tanto disprezzo di una donna... E di nuovo si rese conto, con un sussulto, che quello era suo marito. Gli aveva promesso obbedienza. Per il resto della vita. Anche dopo che quelle poche settimane fossero passate e lei fosse tornata a casa sua, lei non sarebbe mai stata completamente libera. In qualunque momento gli fosse saltato in mente, lui avrebbe potuto pretendere quello che voleva. Ma no, si trattava di una preoccupazione sciocca. Quell’individuo sarebbe stato contento quanto lei di troncare qualsiasi legame fra loro, tranne quello non rescindibile che li vincolava. Dopo alcuni minuti di silenzio, Charity disse: — Credevo che un uomo che sa di diventare duca desiderasse generare figli propri. — Ma già mentre pronunciava quelle parole se ne pentì. Le sembrò di avere le guance in fiamme. Aveva cercato di capire i motivi per cui il marchese l’aveva sposata... e purtroppo aveva espresso il proprio pensiero ad alta voce. — Davvero, milady? — La levità tenorile della sua voce non le parve accordarsi affatto con l’aspetto tenebroso e satanico. In quel momento era cortesissimo, ma mortalmente freddo. — Mi state offrendo i vostri servizi, forse? Charity si scoprì a chiedersi disperatamente se il marchese si fosse fatto da solo quel nodo elaborato al fazzoletto da collo o se vi avesse provveduto il suo valletto. Lo fissò. La notte precedente era rimasta sveglia a lungo domandandosi, fra le altre cose, se... Le sue ultime parole, tuttavia, sembravano indicare che il marito non avrebbe avuto alcuna intenzione, nelle settimane a venire, d’includere anche quella cosa tra i doveri della consorte. — Voi siete mia moglie — le disse con voce dolce e gradevole... e con un tono come scolpito nel ghiaccio. — Sì, signore. — Charity sapeva molto bene che il suo valletto doveva averlo aiutato a indossare la giacca. Non avrebbe mai potuto infilarsela da solo. Quella giacca gli si adattava addosso alla perfezione, come una seconda pelle, e metteva mirabilmente in risalto l’ampiezza delle spalle. Si chiese se il suo sarto fosse il famoso nonché costosissimo Weston. — Presto dovremo fermarci — disse il marchese, guardando oltre lei, fuori del finestrino, e aguzzando la vista. — Accidenti, ha ripreso a piovere a dirotto. Charity ringraziò la pioggia, che le aveva fatto cambiare discorso. Quella era una delle infinite domande che lei avrebbe dovuto rivolgergli prima di acconsentire a qualsiasi proposta e, sicuramente, prima di firmare alcun documento. Invece ci aveva pensato solo molto più tardi, mentre era a casa a rammendare le calze di Philip. Del resto non sarebbe mai riuscita a chiederglielo. “Intendete portarmi a letto, signore?” Il solo pensiero di dirlo ad alta voce le faceva provare freddo e caldo allo stesso tempo. Il marchese era un bell’uomo, addirittura attraente in maniera pericolosa. Ma era anche una persona assolutamente sgradevole. Del tutto indesiderabile come marito o come a... amante. Eppure, se quella cosa non fosse accaduta, e per fortuna sembrava assai improbabile che si potesse verificare, lei avrebbe passato tutta la vita senza mai scoprire che cosa si provava a essere una vera moglie. Non avrebbe mai avuto figli propri. Del resto, lo sapeva da tempo ormai... sicuramente dalla morte del padre, quando si era resa conto della povertà in cui versava la famiglia. Tuttavia, quella consapevolezza si era fatta ancora più deprimente adesso che la situazione era irreversibile, senza speranza... Le sarebbe piaciuto saperlo... immaginava come potevano andare le cose, ma tra fantasticarci sopra e sperimentarle c’era una differenza abissale... Il corso che avevano preso i suoi pensieri la turbò, e non erano quelli che si addicevano a una donna perbene. La pioggia si intensificò fino a diventare torrenziale. La strada si trasformò in un mare di fango ed era impossibile vedere anche solo poco più in là del finestrino della carrozza. Dopo una quindicina di minuti in cui riuscirono ad avanzare solo molto lentamente e con slittamenti pericolosi, la carrozza imboccò il cortile acciottolato di una locanda di passaggio. Un posto che non assomigliava affatto al tipo di locale che ci si sarebbe aspettati di veder frequentare dal marchese di Staunton, futuro erede di un ducato. Almeno quello fu ciò che rivelò a Charity la sua espressione disgustata mentre aspettavano che lo sportello venisse aperto e la predella abbassata. La giovane sposa pensò alle parole di lord Rowling sui matrimoni sotto la pioggia. Se aveva ragione, il suo sarebbe stato il matrimonio più riuscito nella storia del mondo. A quel pensiero sorrise tra sé piuttosto mestamente. Al riparo di un grande ombrello nero che il marchese tenne sopra di lei, fu accompagnata in fretta all’interno della locanda, buia e dal soffitto basso. Charity si soffermò a scuotere via l’acqua dal bordo del vestito e del mantello, mentre il marito parlava con l’oste, un omaccione che sembrava più irritato che felice di accogliere gli ospiti inaspettati. — Venite — disse alla fine Staunton, girandosi verso di lei e indicandole la ripida scala in legno su cui era sparito il locandiere. — Sembra che questo tempo infernale abbia reso assai popolare questo posto. Siamo fortunati a essere arrivati in tempo per prendere l’ultima stanza disponibile. La camera era piuttosto piccola, con il soffitto che inclinava bruscamente a metà stanza, e una finestrella che dava sul cortile. C’era un treppiede con un lavabo e un piccolo tavolo con una sedia. In effetti, non ci sarebbe stato posto per nessun altro mobile, perché il resto dello spazio era occupato da un grande letto. — Potete andare adesso — ordinò il marchese al locandiere, il quale si ritirò senza dire una parola. Poi, rivolgendosi alla moglie disse: — Temo che dovrete accontentarvi di questo alloggio di fortuna, al posto della suite che avevo riservato in una stazione di posta venti miglia più avanti. Dovremo mangiare nella sala da pranzo pubblica e sperare che il vitto sia almeno passabile. Il letto era come una persona estranea nella stanza, impossibile da non vedere e silenzioso in modo imbarazzante. — Sono sicura che andrà bene, signore — rispose Charity, gettando il cappellino e i guanti sul letto con un gesto che sperava potesse sembrare abbastanza disinvolto. — Di certo vorrete rinfrescarvi e magari sdraiarvi un poco prima di cena — suggerì il marchese. — Ora vi lascerò, e avrò l’onore di ritornare a prendervi per scortarvi in sala da pranzo. Charity non aveva la minima idea di dove il marchese potesse andare in quella locanda scalcinata. Probabilmente al bar per bere della birra di pessima qualità, alla quale il suo palato raffinato avrebbe reagito con disgusto. Ma la cosa non le importava. Era troppo sollevata all’idea di trovarsi, almeno per il momento, sola in quella camera orribile, seppur così imbarazzante. Fino ad allora non aveva mai considerato il letto come qualcosa di animato, ma solo come un mobile che serviva per dormirci sopra. Del resto, mai le era succeso di trovarsi in una camera da letto con qualcuno di sesso maschile che non fosse il padre o un fratello. Non aveva mai dovuto contemplare l’idea di passare la notte in una camera, e nello stesso letto, con un uomo. Ma adesso era sposata con quell’uomo, ricordò a se stessa sdraiandosi sul letto, duro e pieno di bozzi anche se ragionevolmente pulito, dopo essersi tolta le scarpe e gli spilloni dai capelli. Philip doveva aver pensato a lei per tutto il giorno, immaginandola mentre faceva la conoscenza con i signori Earheart e i loro tre bambini. Senz’altro sperava che continuassero a essere persone ammodo e che i bambini non la facessero disperare troppo durante il viaggio, doveva aver considerato osservando a disagio tutta quella pioggia, preoccupato che non succedessero incidenti. E certo aspettava con ansia la sua prima lettera. Chissà che cos’avrebbe pensato se avesse saputo che sua sorella si era invece sposata quel mattino e che ormai era Charity Earheart, marchesa di Staunton e futura duchessa di Whitingsby. E che nelle settimane successive sarebbe stata utilizzata come pedina in una stupida diatriba tra il marchese e il duca suo padre. E che dopo quel periodo sarebbe stata una donna benestante con una rendita di seimila sterline l’anno, oltre a una casa con servitù e una carrozza a disposizione. Suo padre non aveva potuto mantenere una carrozza propria e l’unica domestica era stata Polly, rimasta con loro negli ultimi dieci anni solo perché si considerava della famiglia e non sapeva dove altrimenti andare. “Oh, Phil” sospirò chiudendo gli occhi. Finalmente lui avrebbe potuto avere la loro casa per sé. Avrebbe potuto portarvi Agnes e mettere su famiglia. Senza il peso dei debiti paterni e la necessità di mantenere tutti i bambini, avrebbe potuto cavarsela molto bene come gentiluomo di campagna. E Penny? Come stava a casa da sola, senza l’aiuto suo e di Philip? Sua sorella aveva solo vent’anni ed era graziosa e dolce, e avrebbe dovuto pensare agli innamorati e al matrimonio. E i bambini, stavano tutti bene? Avevano abbastanza da mangiare? E vestiti sufficienti? Sentivano la sua mancanza così acutamente come lei sentiva la loro? Si disse che presto sarebbe andata a casa. Tutto sarebbe tornato come un tempo o come avevano immaginato che fosse prima della morte del padre, quando si erano resi conto della loro situazione miserevole. Non sarebbero mai più stati poveri, né privi di sicurezza, né separati. Sì, aveva fatto la cosa giusta. Come avrebbe potuto rifiutare un’offerta così inattesa e irresistibile? Era stato come un dono del cielo. Poteva forse considerarlo altrimenti? Charity chiuse la mente alla possibilità che potesse essere l’esatto contrario, soprattutto dati la presenza satanica e gli occhi illeggibili del marchese di Staunton. Ovvio che aveva fatto la cosa giusta. In ogni caso, ormai era troppo tardi per avere dubbi o ripensamenti. Verso mezzanotte la pioggia sembrò cessare. Il marchese di Staunton stava sulla soglia della locanda, con una spalla appoggiata allo stipite e lo sguardo sul cortile acciottolato, rabbrividendo leggermente per l’aria gelida. Ma ormai era troppo tardi e la strada troppo fangosa per ripartire a breve. Era l’ultimo dei clienti del bar e degli ospiti della locanda presenti da basso. Dietro di lui il locandiere stava rassettando per la notte e si muoveva rumorosamente, con la chiara intenzione di fargli capire che non stava aspettando altro che lui andasse a letto. — Domattina splenderà il sole, milord — disse. — Mmm, sì — convenne il marchese. Ci sarebbe stato il sole al loro arrivo a Enfield Park. Meraviglioso! Le sue labbra si strinsero in una linea sottile. Anche se, tardivamente, pensò che avrebbe dovuto ignorare la convocazione del padre. Non avrebbe dovuto neppure rispondergli. Meglio ancora, avrebbe dovuto inviargli due parole cortesi, facendogli capire che era troppo impegnato coi suoi affari per approfittare della gentile ospitalità di Sua Grazia. Che il duca non fosse in buone condizioni di salute doveva essere cosa che lo riguardava? Forse che suo padre gli aveva prestato attenzione, sei anni prima, quando si era rotto una gamba e per poco anche il collo durante la corsa dei calessi a Brighton? No, nessuna attenzione. Da otto anni avevano reciso ogni legame. Lui non era vincolato a Withingsby nemmeno da legami finanziari, perché era benestante di suo. Non aveva alcun obbligo di prestare attenzione alla lettera che il padre gli aveva scritto. Si chiese come mai si fosse sentito in qualche modo in dovere di farlo, chissà perché prigioniero del passato come se non se lo fosse lasciato per sempre alle spalle. Sì, avrebbe proprio dovuto ignorare quella lettera, e trovare un modo per rinunciare ai propri diritti di nascita. Che passasse pure a William il titolo di duca, alla morte del padre. E che fosse Claudia la duchessa. A quel pensiero arricciò il labbro. Che ironia! Claudia duchessa di Withingsby. Claudia. Il locandiere si schiarì la voce. — Posso fare ancora qualcosa per voi, stasera? — No. — Il marchese si staccò dallo stipite e rientrò nel locale chiudendo la porta. — Vado a letto. Buonanotte. — Si voltò e si diresse verso le scale. La consumazione del matrimonio non aveva fatto parte del suo piano. E del resto che piacere avrebbe potuto provare nel portarsi a letto un topolino innocente e scialbo? Per dover fare fronte a una crisi nervosa, dolore e lacrime? E sangue. E poi non si era sposato per averne un piacere. Non aveva alcuna intenzione di consumare il matrimonio. Ma la sistemazione per la notte a cui la pioggia l’aveva costretto costituiva una seccatura considerevole. Anzitutto, lui aveva il sonno agitato e non gli piaceva dividere il letto con altri. Il letto lo condivideva solo per l’attività sessuale, mai per dormire. Inoltre, l’idea di fare una cosa come dormire, che considerava così privata, in compagnia di un’altra persona andava contro il suo concetto di intimità. Quella sera, più che mai, sentiva il bisogno di riservatezza. Invece era condannato a passare il resto della notte non solo nella stessa stanza di sua moglie ma addirittura nello stesso letto. Da una lanterna appesa alla porta della stalla, nel cortile sottostante, proveniva abbastanza luce da permettergli di spogliarsi senza dover accendere una candela e di scivolare sotto le coperte del lato del letto più vicino alla porta. Sua moglie stava tranquillamente dormendo all’estremità opposta. Sua moglie! Si scoprì a chiedersi se quella donna avesse una famiglia. Non solo nessuno l’aveva accompagnata in chiesa, ma neppure c’era stato qualcuno che si fosse precipitato fuori dal suo alloggio quando la carrozza si era fermata per prelevare il suo baule. Era proprio sola? Non una famiglia? Né amici? Be’, presto ne avrebbe avuti a bizzeffe, pensò cinicamente. Era facile trovare amici quando si disponeva di una rendita di seimila sterline l’anno. Possibile che quel piccolo baule contenesse tutto ciò che lei possedeva? Dov’erano le altre sue cose? Si poteva vivere con così poco? Ma non era curioso al suo riguardo. Non voleva sapere nulla di lei oltre a ciò che già gli era noto. E soprattutto non desiderava compatirla. Non ce n’era assolutamente motivo: se n’era assicurato il giorno prima con il contratto che entrambi avevano firmato e quella mattina con la cerimonia in chiesa. Avrebbe soffocato ogni curiosità. Lei gli sarebbe servita a un preciso scopo nella vita, dopodiché sarebbe stata ben pagata. Del resto lui ricompensava sempre bene le donne che svolgevano un servizio per lui. In quel caso si trattava di un servizio del tutto diverso dal solito, naturalmente, ma la ricompensa sarebbe stata adeguata. Non era necessario provare alcuna responsabilità nei confronti di quella donna. E con quel pensiero s’impose con decisione di prendere sonno. 4 Il marchese di Staunton si rese conto che il sonno non aveva intenzione di venire. E si accorse gradualmente anche di un’altra cosa, anzi di due, per l’esattezza. Innanzitutto avvertiva il calore di Charity alla sua destra, sebbene i loro corpi non si toccassero. Inoltre percepiva anche l’immobilità e il silenzio di lei, troppo profondi per una persona addormentata. Del resto era ragionevole supporre che addormentarsi, per la sua sposa, fosse difficile quanto lo era per lui. — Dovreste dormire — le disse. — Domani sarà una giornata molto impegnativa. — Provò un’irritazione irragionevole nei suoi confronti per il fatto che fosse sveglia, perché così lei s’insinuava nella sua intimità ancora più di quanto la semplice presenza fisica lo rendesse inevitabile. — Ho contato tutte le pecore d’Inghilterra — protestò Charity. Lui strinse le labbra. — Avevo appena iniziato con quelle del Galles quando avete parlato. Adesso dovrò ricominciare tutto daccapo. Staunton si era aspettato un sommesso “Sissignore”, cosicché quella risposta gli ricordò in qualche modo i suoi occhi, che si era trovato inspiegabilmente a sfuggire durante la cena, mentre erano seduti a tavola l’uno di fronte all’altra. Gli erano sembrati minacciosi, anche se gli sarebbe stato difficile spiegarne esattamente il motivo. Inoltre, le parole appena pronunciate gli davano a pensare che quella donna avesse un certo senso dell’umorismo, mentre lui non voleva che sua moglie ne avesse, né che avesse quegli occhi. La voleva scialba e incolore, priva di carattere e di personalità. — E questo è il letto più gibboso in cui abbia avuto la sfortuna di dormire — continuò lei. — Vi chiedo scusa — rispose lui, secco. — Non è l’alloggio che avevo scelto per la notte. Charity rimase in silenzio, ma impossibile da ignorare. Staunton continuava a percepirla come una presenza vigile in quella stanza, nel proprio letto. Si rigirò su un fianco, voltandosi verso di lei. I suoi occhi si erano ormai abituati al buio e vide che lei non era riuscita a raccogliere bene i capelli sotto la berretta da notte, per cui si erano sparsi sul cuscino. Erano lunghi e leggermente ondulati. Piuttosto attraenti, insomma. Provò di nuovo un senso d’irritazione. Aveva ammesso con se stesso che Charity aveva occhi belli, e come elemento di bellezza era più che sufficiente. Perché lui l’aveva scelta, in parte, proprio per il suo aspetto scialbo. “Che sensazione può procurare l’innocenza?” si chiese irritato. Quella era forse l’unica cosa che esulava dalla sua esperienza sessuale. Sua moglie stava sdraiata sulla schiena, con gli occhi chiusi, ma a un certo punto girò la testa sul cuscino mentre lui la stava osservando e sollevò le palpebre. I suoi capelli odoravano di sapone. — Milletrecentosessantaquattro — disse lei con voce tesa, dopo che il silenzio era durato un po’ troppo per non risultare fastidioso. L’umorismo, pensò il marchese con intuizione improvvisa, era quindi il suo modo per difendersi. Dopotutto, quella donna si trovava per la prima volta a letto con un uomo. Una situazione che doveva provocarle un disagio intenso. — C’è anche un altro modo — osservò lui, e con un certo allarme ascoltò l’eco delle parole che aveva pronunciato senza riflettere. — Per indurre il sonno, voglio dire. — Fingere di poter dormire il giorno dopo per tutto il tempo, se lo si desidera — ribatté lei, troppo rapidamente. — A volte funziona. Ci proverò. Il marchese si sollevò su un gomito e si sorresse la testa di lato con una mano. — Voi siete mia moglie — disse rendendosi conto che si stava avventurando in acque profonde, mentre la sua intenzione era stata di non bagnarsi nemmeno la punta dei piedi. — Sì. — Charity aveva ridotto la conversazione a monosillabi. Aveva gli occhi spalancati, ma al buio apparivano meno minacciosi di quando il loro colore era chiaramente visibile. — Non ho alcuna intenzione di far valere i miei diritti coniugali con la forza — le disse Staunton. — Tuttavia, se le pecore non sono servite allo scopo e il letto non è riuscito a cullarvi, sono disposto a offrirvi i miei servizi. — Così dicendo piegò la testa, avvicinandola a quella di lei. Era impazzito? Ormai non c’era più modo di tirarsi indietro, a meno che lei non dicesse di no. Ed era quello che lui sperava. — Oh — fu tutto quello che invece disse sua moglie. Ma l’affanno con cui aveva parlato rivelava che aveva capito molto bene. — Se desiderate provare — insistette il marchese, rimanendo sorpreso e non poco allarmato nello scoprire che il proprio corpo si era già ribellato contro la sua volontà e aveva raggiunto l’erezione. E meno male che non la considerava neppure desiderabile. — Altrimenti ci sforzeremo di rimetterci a dormire, magari dedicandoci alla più noiosa incombenza di contare le zampe delle pecore. Lei lo fissò negli occhi, a nenache un palmo dai suoi. Staunton si accorse che non le aveva lasciato la possibilità di rispondere con un monosillabo. Charity rimase in silenzio, impossibilitata a tirarsi indietro di fronte a quella domanda. E il corpo di lui, ormai, desiderava un sì. — Volete provare? — le chiese. — Sì — rispose lei con un sussurro. Staunton non sarebbe rimasto sorpreso da un rifiuto. Fino al giorno prima, Miss Duncan era stata semplicemente una gentildonna in miseria, costretta a guadagnarsi da vivere come istitutrice, soggetta a sopportare qualsiasi insulto o indegnità da parte dei suoi datori di lavoro, gli ultimi dei quali l’avevano accusata di mentire, se Staunton ricordava bene, o qualcosa del genere. Quella mattina, invece, lei aveva raggiunto la rispettabilità offerta da un matrimonio con la prospettiva di una sistemazione a vita più che agiata dopo aver passato solo qualche settimana in sua compagnia. Il marchese avrebbe potuto facilmente evitare quell’unico aspetto dell’unione coniugale che, in generale, riteneva sgradito alle donne rispettabili. Non aveva immaginato che sua moglie potesse essere una donna passionale o ricca di sensualità. Al contrario. Ma le aveva offerto una chiara possibilità di alternativa. Quanti erano gli uomini che avevano dato una simile scelta alle loro spose la prima notte di nozze? E lei aveva sussurrato sì. Molto bene allora. Così sarebbe stato. Charity si era aspettata di essere baciata. La bocca di lui era così vicina... Sentiva l’aroma del brandy che il marito aveva bevuto. Se Staunton l’avesse baciata, lei avrebbe potuto chiudere gli occhi e concentrarsi sulla sensazione procurata dal contatto delle loro bocche. Già in chiesa aveva trovato il suo bacio eccessivamente intimo, anche se, in realtà, le labbra di lui non avevano nemmeno toccato le sue. Avrebbe potuto nascondersi dietro le palpebre abbassate come una corazza protettiva che la riparasse, mentre l’altra cosa succedeva. Non riusciva a capire perché avesse detto di sì, a parte il fatto che era stanca di sforzarsi invano di dormire e si era sentita stranamente turbata dal calore di quel corpo accanto al proprio. Senza contare che, probabilmente, quella era l’unica possibilità che avrebbe avuto in tutta la sua vita di sperimentare la forma più profonda dell’intimità. O forse era l’aroma del brandy che le stava dando alla testa. Tuttavia lui non la baciò, né spostò la testa. Continuò a stare semipiegato su di lei, a guardarla negli occhi. I capelli di suo marito erano nerissimi e arruffati. La mano libera la toccò e lei provò l’immediata sensazione di essere lambita dalla fiamma di una torcia, anche se lui le aveva sfiorato solo una spalla. Poi la sua mano scese decisa verso il suo seno, ne seguì il contorno e lo sollevò. Charity pensò che le sarebbe stato impossibile riuscire a respirare e si sentì terribilmente imbarazzata. Aveva sempre pensato di avere seni piuttosto grandi... troppo grandi. A un certo punto sentì il capezzolo imprigionato tra il pollice e l’indice di lui, che lo strizzò quasi distrattamente come se non si rendesse conto che era lì, provocandole un dolore intenso anche se del tutto diverso da qualsiasi altro dolore avesse mai provato. Eppure non poteva essere che un dolore, che però le risalì fulmineo verso la gola e verso l’altro seno per poi scendere giù per il ventre e all’interno delle cosce, lasciandola sensibile in tutto il corpo. Il fiato le venne a mancare e le provocò un singulto perfettamente udibile. Rimase così spaventata da quelle sue reazioni che rimpianse di non aver detto di no. Era troppo tardi per farlo? Tuttavia provava anche una forte curiosità. Avrebbe voluto che lui la baciasse. Non avrebbe dovuto essere una cosa romantica? Non avrebbe dovuto essere... l’amore? Si rese conto dell’assurdità di quella fantasia giovanile nel momento stesso in cui la pensava. Quello non era amore. Eppure era sicuramente... eccitante. Non avrebbe dovuto esserlo. Avrebbe dovuto essere... dolce e gentile. Intanto i bottoni della sua camicia da notte si erano chissà come slacciati e adesso lui stava ripetendo anche sull’altro seno, un seno nudo, quanto aveva appena fatto. Il dolore la fece boccheggiare alla ricerca di aria. Nel frattempo la mano di suo marito era scesa sotto l’apertura bassa della sua camicia di notte, fin giù dov’era la fonte dell’indolenzimento. Lei aveva divaricato leggermente le gambe e inclinato le anche per permettere a quelle dita un accesso più facile, prima che il suo cervello si rendesse conto del punto in questione. Si trovò quindi travolta da un’ondata d’imbarazzo e di sensazioni incontrollabili, in cui si mescolavano indolenzimenti e desideri nuovi quanto travolgenti. Le dita di lui sondavano e accarezzavano, mentre lei si sentiva stranamente bagnata. Era sicura che sarebbe morta dalla vergogna, se fosse stato possibile. Di scatto aprì gli occhi. Lui se ne stava ancora appoggiato su un gomito e la guardava, poi staccò la mano dal suo corpo e le sollevò la camicia a notte... su, fin sopra la vita. Be’, quella parte lei la conosceva, o almeno così pensava. Sapeva che cosa aspettarsi. Trasse un profondo respiro e trattenne il fiato. Non era dispiaciuta di aver risposto di sì. Il marchese era uno sconosciuto e lei era convinta che non sarebbe mai riuscita a prenderlo in simpatia, anche perché non sarebbe mai arrivata a conoscerlo a fondo, però era suo marito e, indubbiamente, era un uomo attraente. Tutto sommato, era contenta di vivere quell’esperienza... per una volta. — Espirate — le disse Staunton. — Non potrete trattenerlo abbastanza a lungo. Respirate normalmente. Era facile per lui dirlo, pensò Charity mentre il suo sposo si spostava sopra di lei e si appoggiava con una parte considerevole del proprio peso. Sentiva le sue mani che si spingevano sotto di lei, tenendole ben salde le natiche. La parte interna delle sue cosce era adesso a contatto con quella esterna delle gambe di lui, distese e aperte. Il corpo del marchese sembrava un unico muscolo duro e resistente e lei si sentì terribilmente indifesa. Ma Staunton le aveva dato la possibilità di scegliere e lei aveva detto di sì. E l’avrebbe detto di nuovo, se avesse potuto tornare indietro. Curiosità, paura ed eccitazione formavano un insieme di emozioni che le stavano facendo girare la testa. Dapprima lo trovò enorme e terrificante. A parte la convinzione che non c’era assolutamente spazio sufficiente, né in larghezza né in profondità, c’era anche il timore di trovarsi impalata, distrutta sotto il peso di lui e senza possibilità di difesa. Poi ci fu davvero la tremenda certezza che non ci fosse abbastanza spazio e che il corpo le si sarebbe lacerato in un dolore insopportabile. Un momento dopo ecco che lui l’aveva penetrata fino in fondo, sempre duro e presente, e con sorpresa e stupore lei si era accorta che, dopotutto, lo spazio c’era, lei sarebbe sopravvissuta, e anche se quella situazione non le era familiare, era eccitante ed estremamente piacevole. Aveva avuto ragione quando aveva supposto che sapere e provare erano cose del tutto diverse tra loro. Non avrebbe mai potuto immaginare quella completa carnalità. Dopo diversi minuti di meraviglia, Charity scoprì di non avere in effetti mai saputo nulla di nulla al di fuori della penetrazione pura e semplice. Non aveva avuto alcun sospetto che tale atto costituisse solo l’inizio. Staunton intanto aveva cominciato a pompare dentro e fuori di lei con colpi energici e regolari, finché l’indolenzimento che le mani avevano creato sui suoi seni non divenne intenso, in realtà non un dolore vero e proprio, però non le riusciva di trovare una parola più adatta. Di sicuro era una sensazione che si faceva sempre più primitiva a ogni colpo di reni di lui. — Oh! — esclamò Charity all’improvviso, allarmata e stupita mentre premeva con le mani sulle natiche del marchese nel tentativo di tenerlo fermo e a fondo dentro di sé, e i suoi muscoli interni, che non aveva mai saputo di avere, si serravano in modo convulso. — Oh! Staunton rispose subito al suo muto appello e premette a fondo in quella guaina che lo imprigionava per poi rimanervi. — Mio Dio — le mormorò all’orecchio. — Mio Dio! Ed ecco sopravvenire una sensazione così intensa che a Charity parve di morire, e alla quale si abbandonò senza lottare. Qualunque cosa fosse, si chiuse come una cappa attorno a lei, in un annullamento totale e meraviglioso. Poi si rese conto, in modo confuso, che lui aveva ripreso a muoversi, più in fretta e più intensamente di prima, e avvertì un flusso di liquido caldo in fondo al proprio corpo mentre il marito esalava un sospiro e tornava immobile, rilassandosi con tutto il suo peso su di lei. La morte non era affatto da temersi, pensò Charity alquanto scioccamente. La morte era la realizzazione di tutto ciò che era più desiderabile. Si addormentò. Dormì. Mugugnò un poco solo quando il calore meraviglioso del peso sopra di lei si scostò e lei si trovò coperta soltanto da coltri ben più leggere. Sì, pensò con un barlume di lucidità, per addormentarsi c’era un metodo enormemente più efficace che contare le pecore. E l’amore non era sempre dolce e gentile. E non era sempre amore. Il mattino seguente la strada si era asciugata abbastanza da poter riprendere il viaggio. Il locandiere non si era sbagliato nella sua predizione: il sole risplendeva in un cielo punteggiato da esili batuffoli di nubi bianche. I campi e i filari di siepi luccicavano ancora umidi di pioggia nell’aria del mattino. Era una giornata perfetta per tornare a casa. Il marchese di Staunton guardava pensieroso fuori dal finestrino della carrozza senza prestare attenzione al paesaggio. Stava rimuginando, imprecando velenosamente contro se stesso. Charity era veramente arrossita quando l’aveva raggiunto nella sala da pranzo per fare colazione. E aveva avuto proprio l’aspetto tipico della sposina dopo la sua prima notte di nozze. Anzi, gli era sembrata addirittura quasi graziosa. Eppure lui non aveva sprecato molto tempo a osservarla in viso, preso com’era dalla propria colazione, pur senza badare minimamente a quello che stava mangiando al di là del fatto che il cibo era troppo unto. Che diavolo gli era preso la sera prima? Per lei non aveva avvertito il minimo barlume d’interesse sessuale dal momento in cui l’aveva spiata nell’ombra del salotto mentre era in attesa del colloquio, fino al momento in cui lei aveva cominciato a parlare di pecore del Galles e materassi gibbosi. Nulla di nulla. Eppure lui aveva consumato la loro unione proprio durante la prima notte di nozze, e l’aveva fatto con grande entusiasmo e con una soddisfazione superiore al solito. Si era addormentato quasi immediatamente dopo essersi staccato da lei e aveva dormito come un bimbo fino all’alba. Ma cosa sarebbe successo se Charity fosse rimasta incinta? Quello era stato il suo primo pensiero al momento del risveglio... dopo aver respinto l’idea di svegliarla e di fare di nuovo l’amore con lei. Una gravidanza avrebbe complicato considerevolmente la situazione. E poi, lui non desiderava affatto avere figli. L’idea stessa d’ingravidare una donna lo faceva rabbrividire. Era sempre stato molto meticoloso nello scegliersi compagne di letto che sapevano badare a se stesse... fino alla notte precedente. Quel mattino stava provando la sgradita sensazione di essere stato in parte ingannato da sua moglie. Certo, Charity era stata innocente, ignara e goffa, nonché vergine. Ma era stata anche un barile esplosivo di passione in attesa solo che venisse accesa la miccia. E quella scintilla fatale l’aveva fornita proprio lui, riversando poi sconsideratamente il suo seme dentro di lei. Quella donna gli aveva dimostrato quanto fosse errata la sua convinzione di non avere nulla da imparare dal punto di vista sessuale, a parte il fatto di montare una vergine. Sapeva bene che le donne raggiungevano l’orgasmo. Succedeva sempre con tutte le sue amanti. Ma, la notte precedente, lui aveva scoperto con umiliante chiarezza che le donne potevano fingere l’orgasmo proprio come erano in grado di fingere il piacere durante tutto il rapporto, consapevoli che per un uomo pieno di sé era importante non solo ricevere piacere a letto ma anche essere convinto di averlo saputo dare. Molte donne si guadagnavano il pane quotidiano in tal modo, facendo sentire i loro datori di lavoro virili e focosi. E Charity Earheart, marchesa di Staunton, gli aveva dato una lezione pur senza rendersene conto. La realtà sconcertante della sua risposta, sincera e spontanea, all’approccio sessuale aveva messo in luce tutta l’artificiosità delle donne che lui aveva conosciuto in precedenza. Sua moglie era riuscita a farlo sentire stupidamente orgoglioso della propria prestazione. Gli aveva fatto desiderare di volerlo rifare... nel momento stesso in cui si era svegliato. Era furioso, e forse tanto più perché non sapeva su chi concentrare la propria rabbia. Su di lei? Charity aveva semplicemente reagito a ciò che lui le aveva fatto. Su di sé? Strinse le labbra. Possibile che fosse incapace di trovarsi solo con una donna, perfino con una donna come quella che aveva sposato, senza fare la figura dell’idiota? — È una campagna molto bella — disse lei, rompendo il silenzio che si stava prolungando. — Sì, infatti. — Sua moglie aveva cercato diverse volte di avviare una conversazione e lui aveva soffocato ogni tentativo con risposte brevi e secche al limite della scortesia. Non aveva alcun desiderio di parlare, soprattutto su argomenti così poco stimolanti dal punto di vista intellettuale come la bellezza della campagna. No, non sarebbe più successo, si disse. A Enfield, naturalmente, avrebbero avuto camere separate e sarebbero rimasti divisi per tutto il tempo, tranne che per accoppiamenti brevi e discreti per adempiere ai doveri coniugali. Ma la porta di comunicazione tra le loro stanze sarebbe rimasta ben chiusa. Con quella donna non avrebbe mai cercato una vera intimità. — Com’è Enfield Park? — gli chiese Charity. Lui scrollò le spalle. — Grande — si limitò a rispondere. Però una risposta così breve varcò la linea del confine tra la scontrosità e la pura e semplice villania. Dopotutto, sua moglie non aveva fatto nulla di male se non dire di sì la sera prima. Ed era stato lui a chiederglielo. — La casa è in stile palladiano, massiccia, con ampi prati e aiuole e circondata tutt’attorno da alberi secolari. Il terreno è digradante su un lato verso un lago, mentre dal lato opposto sale verso il bosco, dove sono stati tracciati sentieri e creati scorci prospettici raffinati. Inoltre ci sono un villaggio, delle fattorie e alcune vecchie rovine. — Staunton tornò a scrollare le spalle. — Insomma ci sono tutte le solite raffinatezze che ci si aspetta in una grande tenuta, estremamente prospera. Vostro marito è destinato a diventare un uomo molto ricco, milady, molto più di quanto sia già adesso e perfettamente in grado di mantenervi agiatamente per tutto il resto della vita. — Vostra madre è viva? — gli chiese Charity. — Avete fratelli e sorelle? — Mia madre è morta subito dopo aver dato alla luce il tredicesimo figlio — rispose lui brevemente. — Siamo vivi in cinque. — Ma non voleva parlare di sua madre, né delle sue frequenti gravidanze né dei figli nati morti e quasi altrettanto frequenti. Nel conto dei tredici non rientravano neppure i quattro aborti spontanei. Diavolo, sperava solo di non aver ingravidato la moglie. — Adesso ho due fratelli e due sorelle. — Oh — fece Charity. Staunton poteva scorgere che era voltata nella sua direzione, mentre lui manteneva lo sguardo fisso al di là del finestrino. — Abitano ancora tutti a casa? — Non tutti — rispose. — Almeno credo. — Ogni tanto Marianne gli scriveva, ma era l’unica a farlo. Sei anni prima aveva sposato il conte di Twynham. Avevano tre figli. Charles doveva essere sui vent’anni, ormai. Augusta ne aveva otto, venti meno di lui. Per sua madre c’erano state diciassette gravidanze in vent’anni. Ma Staunton non voleva pensare a sua madre. — Dovete essere felice di tornare a casa — commentò sua moglie, e il marchese si rese conto di essersi quasi dimenticato della sua presenza. — Vi saranno mancati molto. Charity gli posò una mano sul braccio e lui si voltò bruscamente, gettando un’occhiata alla mano e poi guardandola negli occhi. — È la prima volta che torno in otto anni, milady — disse con un tono in cui si avvertiva un gelo tremendo. — E la mia assenza è stata del tutto volontaria. Sto tornando solo perché il duca di Withingsby è in cattiva salute e mi ha mandato a chiamare, senza dubbio per tempestarmi con il racconto delle mie mancanze e farmi l’elenco delle mie responsabilità. Essere il maggiore di cinque figli viventi ed erede di un ducato con proprietà vaste e ricche comporta certi oneri. Gli occhi di Charity, di un azzurro intenso, si erano dilatati; erano occhi davvero notevoli, che conferivano una particolare bellezza all’insieme dei lineamenti. Staunton provò un senso d’irritazione per il fatto che lei glieli avesse tenuti nascosti per la maggior parte del loro primo colloquio. Non si addicevano affatto all’immagine complessiva di topolino tranquillo che la ragazza aveva dato di sé. Se glieli avesse puntati addosso fin dall’inizio del colloquio, lui non le avrebbe neppure chiesto di sedersi, l’avrebbe liquidata su due piedi. E il suo viso aveva decisamente la forma di un cuore. — Siete stato lontano dalla vostra famiglia per otto anni? — domandò sua moglie con voce carica di simpatia. — Oh, dovete esservi scontrati davvero molto duramente. — Non è faccenda di cui dobbiate preoccuparvi, milady — rispose il marchese, sempre più gelido, cercando di sottometterla con la durezza dello sguardo. Una cosa in cui era abilissimo. Pochi, a quanto ricordava, erano riusciti a sostenerlo. Ma Charity non abbassò affatto gli occhi. — Sono convinta che siate rimasto ferito molto a fondo — osservò. Lui schioccò la lingua, facendo un gesto d’impazienza con la mano, e tornò a guardare fuori dal finestrino. — Risparmiatevi la vostra sciocca analisi di fatti che vi sono ignoti — ribatté — e riguardanti una persona di cui non conoscete nulla. — E sono anche convinta — continuò Charity, imperterrita — che vi siate difeso rinchiudendovi in voi stesso come dentro una fortezza. Ritengo che siate un uomo molto infelice. Il marchese inspirò a fondo. Si sentiva così furioso da essere quasi sul punto di esplodere. E sì che lui non era mai stato tipo da dare sfogo a rabbia e frustrazioni ricorrendo alla violenza. Avvertì in sé la fredda impossibilità che lo sforzo di controllarsi gli provocava sempre. Ancora una volta girò la testa per guardare in direzione di Charity. — Milady — le disse in tono molto mite — vi consiglio di rimanere in silenzio. Una scintilla brillò per un istante negli occhi di lei, qualcosa che lui interpretò come un possibile timore e che subito scomparve. Charity inclinò la testa di lato, corrugando per un momento la fronte, e sostenne il suo sguardo. Ma obbedì. Il marchese posò la testa contro la comoda imbottitura della carrozza e chiuse gli occhi, restando così per un po’ a lasciar defluire la collera, che riteneva del tutto fuori luogo. Quella donna era sua moglie e lui la stava portando alla casa della propria infanzia per farle conoscere la propria famiglia. Era logico che provasse una certa curiosità, anche se l’accordo che avevano stipulato era più simile a una transazione d’affari che a un matrimonio. Dopotutto, non poteva aspettarsi che si comportasse come un oggetto inanimato. Infine riaprì gli occhi. — Non avete da preoccuparvi di ciò che succederà quando arriveremo a Enfield Park — le disse. — Non dovete affannarvi per fare una buona impressione, o comunque qualsiasi genere di impressione. Parlerò io per voi. Se volete, potrete considerarvi la mia ombra. Potrete comportarvi come avete fatto quando ci siamo conosciuti due giorni fa. — Perché? — chiese lei. E non era una domanda fatta in tono di sfida, ma solo di curiosità. — Il duca di Withingsby occupa una posizione sociale molto elevata — le spiegò il marchese. — E ha un’enorme considerazione della propria importanza e di quella di tutta la famiglia. Anche se il suo erede è stato molto impegnato a seminare in campi impropri per otto anni e si è guadagnato la sgradita fama di libertino... A proposito, lo sapevate questo riguardo vostro marito, milady?... Sua Grazia ora si aspetta grandi cose da lui. Per esempio un matrimonio in pompa magna con risvolti d’alta politica. — Il vostro matrimonio con me sarà considerato alla stregua di un disastro — osservò Charity. — Su questo non c’è dubbio — convenne il marchese. — Ho sposato un’istitutrice, una gentildonna in miseria. Se non altro gli ho risparmiato l’onta di una donna di dubbia reputazione. — E così desiderate una moglie che non solo sia inferiore per nascita e fortuna — concluse Charity — ma che sia anche priva di fascino, di buone maniere e incapace di condurre una conversazione decente. Una semplice ombra, insomma. — Non preoccupatevi — la interruppe lui. — Nessuno vi insulterà apertamente. Chiunque oserà farlo, dovrà poi vedersela con me. — Ma chi mi proteggerà dai vostri insulti, signore? — chiese lei a bassa voce, con dolcezza. Staunton aprì gli occhi di scatto. — Voi, milady, venite pagata molto bene per servire al mio scopo — le disse con durezza. — Sì — riconobbe lei reggendo il suo sguardo con fermezza. — Questo è vero. Le sue parole, perfino la sua espressione, erano tranquille e sottomesse. Come mai, allora, a lui sembrava che fosse appena stata dichiarata una guerra? Tornò a chiudere gli occhi. 5 Enfield Park, nel Wiltshire, era di una tale grandiosità da incutere addirittura timore. Ma nel momento stesso in cui quel pensiero le balenava in mente, Charity si rese conto che si trattava di un’enorme sottovalutazione. Lei aveva vissuto per la maggior parte della sua vita in un cottage con otto camere da letto al piano superiore, che sorgeva in alcuni ettari di un parco gradevole. Aveva frequentato spesso la vicina Willowbourne, dimora di sir Humphrey Loring e della sua famiglia. Cassandra Loring era di solo otto mesi più giovane di lei ed erano grandi amiche, e Charity aveva trovato quella residenza imponente. Ma entrambe le tenute, messe assieme, avrebbero occupato solo un minuscolo angolo di Enfield Park e sarebbero passate del tutto inosservate. Come la carrozza ebbe superato i due massicci pilastri dell’ingresso, passando accanto a una piccola costruzione in pietra, la giovane sposa scambiò la casa vedovile sulla destra per la dimora principale e si sentì una sciocca quando si rese conto dell’errore. Fortunatamente, non aveva fatto alcun commento ad alta voce, essendo rimasta quasi intimorita dalle sue dimensioni e dalla classica perfezione della sua struttura. E quella era solo la casa vedovile? Doveva essere così, perché era stato il marchese stesso darle quell’informazione e la carrozza aveva proseguito oltre. Il viale si snodava tra filari di siepi in fiore, oltre le quali si stendevano boschi secolari. Nonostante il rumore degli zoccoli dei cavalli e lo scricchiolare delle ruote della carrozza, sembrava di essere entrati in un mondo più silenzioso e ricco d’ombre. Charity si guardava attorno in preda a una stupefatta meraviglia. Ma i boschi rimasero presto indietro, mentre si avvicinavano a un fiume e lo attraversavano sopra un ponte coperto in stile palladiano: una struttura veramente magnifica, come poté constatare chinandosi verso il finestrino. Il viale risaliva poi leggermente sull’altro lato, passando tra prati e aiuole ben tenuti e incontrando di tanto in tanto vecchi alberi dal tronco massiccio e bitorzoluto. Sulla destra sorgevano colline boscose, ma prima che Charity riuscisse a notarle, tutta la sua attenzione fu catturata dalla casa padronale che era appena comparsa alla vista. Chiamarla casa era una parola ridicolmente impropria. Si trattava di un’enorme magione di disegno classico, abbastanza grandiosa da rendere giustizia a un sovrano. Invece era la casa del duca di Withingsby, suo suocero. Un giorno suo marito sarebbe diventato duca e proprietario di tutto quanto. E pensare che il giorno prima era convinta di sposare un normalissimo signor Earheart. Charity deglutì. Suo marito era molto silenzioso, come del resto era stato per la maggior parte del viaggio. Lei aveva cercato di avviare una conversazione, anche se doveva ammettere di aver scelto argomenti che non si prestavano a discorsi molto intelligenti. Quel mattino si era aspettata, piuttosto ingenuamente, che sarebbe stato più facile comunicare con lui. Sebbene non si fosse mai illusa che quanto era successo la notte prima fosse amore, e che potesse modificare in alcun modo i progetti del marchese per il futuro, aveva sperato che tra loro si potesse venire a creare un dialogo facile e cordiale. Ma si era decisamente sbagliata. Era vero proprio il contrario. Il fatto che avessero avuto rapporti coniugali, anche se era molto difficile credere che fosse successo con l’uomo elegante e scontroso che le stava a fianco, sembrava non aver avuto alcun significato per lui e, anzi, averlo reso ancora più chiuso in sé. Charity continuava a ricordare dove e come il marito l’aveva toccata e cercò di non guardargli le mani, molto mascoline e dalle dita lunghe e affusolate. Le tornava in mente come quelle mani avessero frugato in fondo al suo corpo, muovendosi con vigore, e continuava a ricordare il piacere intenso e stupefacente che le avevano procurato. Quell’esperienza nuova e meravigliosa era successa proprio con il bellissimo sconosciuto dal volto severo e dalla specchiata eleganza che le stava accanto. Quel momento avrebbe dovuto avvicinarli, anche senza entrare nella dimensione dell’amore. Come potevano continuare a essere degli estranei dopo aver condiviso i loro corpi? Tuttavia, a quanto pareva, erano ancora tante le cose che lei doveva imparare. Il marchese le aveva detto di essersi guadagnato una reputazione da libertino, il che voleva dire che l’attività della notte precedente era per lui abituale e lei era solo una fra le donne di una lunga schiera, senza dubbio la meno esperta di tutte. Un pensiero davvero inconsueto. Per lei quell’episodio era stato qualcosa di travolgente e non era ancora ben sicura di essere contenta per averlo vissuto o se, alla luce del futuro, sarebbe stato meglio non averlo mai provato. La carrozza si stava avvicinando rapidamente alla casa, e il disagio che Charity aveva avvertito per tutto il giorno non fece che acuirsi. Anche se fosse arrivata solo in veste d’istitutrice sarebbe stata tremante per l’apprensione. Invece arrivava come moglie dell’erede... la moglie inattesa. Si passò le mani sulle pieghe del mantello marroncino e ringraziò il cielo che i suoi guanti non fossero bucati... per il momento. — Ah! — esclamò il marito accanto a lei. — Il mio arrivo è stato notato. — E ridacchiò sottovoce, con un tono assolutamente gelido. Le grandi porte in cima agli scalini di marmo si erano aperte e ne erano uscite due persone, un uomo e una donna. Per un istante Charity dimenticò scioccamente che la duchessa era morta. Due persone così imponenti, entrambe vestite con eleganza di nero, non potevano essere che il duca e la duchessa, aveva pensato. Ma naturalmente non potevano esserlo affatto. Così suppose che fossero soltanto dei domestici, la governante di casa e il maggiordomo. — Sua Grazia mantiene in ogni occasione di rilievo la massima formalità e correttezza — osservò il marchese. — E il ritorno a casa del figliol prodigo è appunto un’occasione importante. — La nuova risatina che accompagnò quelle parole le suonò ancora più priva di allegria della precedente. Charity non ebbe neppure il tempo di rendersi conto di essere diventata ancora più nervosa perché, sulla terrazza, era comparso uno sciame di valletti in livrea che si premurarono di aprire lo sportello della carrozza e abbassare la predella ancor prima che il veicolo si fosse completamente fermato. Ed ecco che un attimo dopo lei si trovò in piedi sul selciato, minuscola creatura tra le colonne massicce che fiancheggiavano i gradini, sopraffatta da quanto succedeva mentre osservava suo marito che, con gelida cortesia, riceveva l’omaggio della servitù. Poi la governante e il maggiordomo si voltarono per precederli, mentre il marchese le offriva il braccio. Era rigido e freddo, i suoi occhi opachi, il viso assolutamente privo di colore. La sua faccia era una maschera impenetrabile. Charity si rese conto, con uno slancio di simpatia, che era impossibile vedere il vero uomo che vi stava dietro. Neanche attraverso gli occhi, che di solito erano il punto debole di ogni maschera. Il marchese tornava a casa dal padre e dalla famiglia dopo otto anni d’assenza. Com’era diverso quel momento rispetto al ritorno a casa che già lei immaginava per sé nel giro di qualche settimana. Staunton le lasciò andare il braccio quando raggiunsero l’ampia soglia ed entrò per primo. Quello era il punto in cui lei doveva diventare la sua ombra, pensò Charity, ma invece di sentirsi offesa per non essere stata accompagnata in casa sottobraccio, fu lieta di poter apparire così insignificante. La prima impressione che ricevette dell’atrio fu di un’enorme vastità di marmi, colonne e busti d’epoca classica e di un’enorme cupola. In qualsiasi circostanza sarebbe stato un locale da incutere timore, ma quella non era una circostanza qualsiasi. Due file di servitori silenziosi, le donne a sinistra e gli uomini a destra, erano disposte lungo il percorso centrale che attraversava l’atrio per arrivare alla breve rampa di un’ampia scala che portava a quello che poteva essere un grande salone. Ai piedi degli scalini, disposto come per una rappresentazione teatrale, stava un gruppo di persone che non erano chiaramente servitori né comuni mortali. Al centro, e in posizione appena avanzata rispetto agli altri, c’era un uomo tutto solo. Assomigliava in maniera così impressionante a suo marito che per un istante Charity si sentì disorientata. Si rese conto allora di trovarsi alla presenza del duca di Withingsby. Il marchese si fermò un attimo per guardarsi intorno, con un mezzo sorriso sulle labbra, poi fissò gli occhi sul padre e attraversò l’atrio, accompagnato dal rumore degli stivali sul pavimento di marmo. Charity fece un passo in avanti per andargli dietro, ma una mano le strinse con fermezza la parte superiore del braccio, impedendole di proseguire. Quando si girò per vedere chi l’aveva bloccata, incontrò il viso arcigno della governante. — Spostati a sinistra, ragazza — le ordinò la donna a bassa voce — e resta dietro la linea dei servitori fin quando qualcuno si occuperà di te. Charity provò un senso di divertimento. L’avevano scambiata per una serva! — Oh, credo proprio di no — rispose con un sorriso. Ma rimase dove si trovava. — Ragazza sfacciata — gracchiò la governante con voce gelida, ma ancora abbastanza bassa da non farsi sentire dagli altri. — Di te mi occuperò io stessa più tardi. Rimani dove sei. Il marchese intanto stava rivolgendo un inchino al padre, che piegò leggermente la testa in segno di risposta. Tutti gli altri membri del gruppo, forse i fratelli e le sorelle, rimasero immobili a osservare la scena. Nessuno ruppe i ranghi per accogliere il fratello che non vedevano da otto anni. Charity si sentì gelare. E pensò a quanto sarebbe stata diversa l’accoglienza a casa sua. Sarebbe stata travolta e tutti si sarebbero messi a parlare contemporaneamente con voce acuta per farsi sentire più degli altri. Attraverso quell’atrio enorme e gelido, invece, non le arrivò nulla più di un mormorio educato e sommesso. Poi suo marito si girò per guardare dietro, finché i loro occhi s’incontrarono, e tese una mano. Prima di farsi avanti, Charity non poté resistere alla tentazione di lanciare un’occhiata glaciale alla governante, le cui sopracciglia erano quasi scomparse dietro le frange della cuffia. L’atrio le sembrò lungo un miglio. Ma alla fine fu abbastanza vicina da sollevare la mano e posarla in quella del marito, tenendo lo sguardo basso. Quello era il momento in cui sarebbe diventata una pedina, il momento del trionfo del marchese. Di sicuro lei era in sintonia con la parte, dovette ammettere. L’aveva già dimostrato senza ombra di dubbio. E sarebbe stata al gioco. Staunton la pagava molto bene per quello e non era una parte difficile da recitare, viste le circostanze. Però si sentiva la lingua bloccata e le gambe tutt’altro che salde. — Vostra Grazia — disse il marchese — concedetemi l’onore di presentarvi la marchesa di Staunton. Non aveva chiamato il genitore “papà” e neppure “padre”, notò Charity, ma solo “Vostra Grazia”. Davvero singolare. Il loro litigio doveva essere stato veramente tremendo. E suo marito aveva usato un tono gelido. Charity fece una riverenza e, sconcertata dall’assoluto silenzio che era seguito alle parole del consorte, sollevò gli occhi per guardare il duca di Withingsby. Visto da vicino, assomigliava ancora di più al figlio. L’unica differenza significativa erano i capelli argentei alle tempie e il colorito grigiastro della carnagione. In quel momento il nobiluomo la stava guardando con viso impenetrabile e severo, e occhi duri; anche nei modi e nell’espressione ricordava il figlio. Charity fu costretta ad ammettere che aveva un aspetto formidabile. — Milady — la salutò il duca, rompendo il silenzio e inclinando un poco la testa verso di lei. Perfino la sua voce, e il tono, erano simili a quelli del figlio Il suo gelo, però, era ancora più agghiacciante. — Benvenuta a Enfield Park. — Sua Grazia non mostrò la minima traccia di emozione e neppure di sorpresa, neanche un lieve battito di ciglia. Poi riportò lo sguardo sul figlio. — Vorrete salutare il resto della vostra famiglia, Staunton, e presentare lady Staunton. Era indubbio che suo marito aveva segnato il primo punto di quella partita, pensò Charity mestamente, anche se suo padre non gli aveva dato la soddisfazione di crollare a terra per l’orrore o di scoppiare in uno spaventoso attacco di collera. Aveva appena appreso del matrimonio del figlio e conosciuto la nuora e l’aveva accolta con lo stesso entusiasmo che ci si sarebbe aspettati nei confronti di un valletto. Solo che, al contrario del domestico, con un’unica occhiata gelida il duca doveva aver notato, datato e valutato ogni indumento da lei indossato. Charity provò la peculiare sensazione che Sua Grazia avesse perfino individuato il buco che non si era ancora del tutto formato sul suo guanto, all’altezza del polpastrello del pollice. Il duca si fece da parte. — William? — La voce di suo marito suonò tesa e Charity ebbe la conferma del fatto che quel ritorno a casa non era poi così scevro di emozioni, come avrebbe voluto farle credere e come forse aveva creduto lui stesso. In quel momento si stava inchinando di fronte a un giovane uomo sulla destra del silenzioso gruppo di parenti: era chiaramente suo fratello, anche se non altrettanto alto e dello stesso colorito scuro. Dovevano essere molto vicini come età. — Claudia? La giovane donna che gli rivolse una riverenza era estremamente bella, bionda, alta e vestita alla moda, con un abito verde che s’intonava ai suoi occhi. — Anthony — lo salutarono entrambi. — Posso presentarvi mia moglie? — chiese il marchese, e Charity si trovò a far fronte a un altro giro di inchini e riverenze. — Mio fratello, lord William Earheart, e lady William. “Allora è così che una sposa aristocratica può aspettarsi di venir salutata dalla famiglia del marito?” si chiese lei mentre il marchese si rivolgeva alla coppia seguente. Niente abbracci? Né lacrime? Nessun sorriso? Niente baci? Solo quella rigida formalità, come se fossero tutti degli sconosciuti? Le sembrava di soffocare. Ma naturalmente la maggior parte delle spose di aristocratici avrebbe avuto modo di fare conoscenza con la famiglia del marito prima della cerimonia nuziale. E sarebbero state debitamente approvate. Oh, sì, Staunton aveva decisamente segnato il primo punto della partita. Un vero disastro. Lady Twynham, anch’essa vestita alla moda e con ottimo gusto, era la sorella del marchese. Lo chiamava Tony, lo accusò di non aver mai risposto alle sue lettere e lo presentò al conte di Twynham, un uomo corpulento di mezz’età che sembrava piuttosto annoiato di tutta quella messinscena. La sorella inclinò solo leggermente la testa in direzione di Charity e non disse una parola. I suoi occhi, come quelli del padre, valutarono il cappellino marroncino e il mantello indossati dalla cognata. Il tenente lord Charles Earheart era un bel giovanotto biondo e snello, che s’inchinò con altrettanta rigidità sia al fratello sia alla cognata. Ma forse non era il caso di fargliene una colpa, visto che il marchese non sembrava ancora ben sicuro della sua identità. — Charles? — chiese Staunton. — Sei Charles? Tenente, vero? Charity stimò che fosse più giovane di Philip. Sembrava avere una ventina d’anni. Doveva essere stato solo un ragazzo quando suo fratello se n’era andato di casa e negli otto anni intercorsi non si erano mai visti. Davvero una cosa molto triste. Forse, pensò improvvisamente, senza quel matrimonio neanche lei sarebbe stata in grado di rivedere i propri fratelli e sorelle per otto anni o più, e tutti quelli più giovani sarebbero diventati adulti senza di lei. Era già passato un anno dall’ultima volta che erano stati insieme Infine c’era la più piccola di tutti: una bambina vestita con abiti molto raffinati e con una pettinatura elaborata, che se ne stava contegnosa, immobile e taciturna in modo innaturale per una persona della sua età. Aveva il colorito scuro e il viso affilato e aristocratico del fratello maggiore e del padre. Da adulta sarebbe stata più attraente che bella. — Augusta? — la sollecitò il marchese. Per la prima volta nella sua voce ci fu un accenno di dolcezza. — Sono tuo fratello Anthony e questa è mia moglie. — Sei davvero graziosa in blu, Augusta — le disse Charity con gentilezza. — Sono proprio felice di fare la tua conoscenza. La bambina eseguì due riverenze perfette. — Milord — mormorò. — Milady. Bene. Così stavano le cose, pensò Charity. Lo spettacolo era andato in scena e bisognava dire che il marchese di Staunton aveva raggiunto pienamente il suo scopo. Ma forse il benvenuto a casa sarebbe stato altrettanto gelido anche se non ci fosse stata lei. Impossibile saperlo. Ignorava tutto del disaccordo che aveva spinto suo marito ad andarsene via da casa e a non farvi più ritorno. Né aveva modo di sapere che cosa sarebbe seguito. Non aveva mai pensato a ciò che sarebbe accaduto dopo quel momento e, con ogni probabilità, neanche suo marito lo sapeva. Il marchese la fece voltare di nuovo in direzione del padre, sospingendola con una mano dietro la schiena. La governante distava solo qualche metro da loro, accorsa senza esitazione dopo qualche silenzioso cenno di comunicazione, magari un semplice sopracciglio inarcato da parte del duca. — Signora Aylward — disse il duca — vogliate condurre la marchesa di Staunton nelle stanze del marchese e provvedete che abbia qualsiasi conforto. Il tè verrà servito nel salotto precisamente fra mezz’ora. Voi seguitemi in biblioteca, Staunton. Possibile che nessuno sorridesse mai in quella casa o facesse qualcosa con entusiasmo o spontaneità? Charity doveva essere taciturna, scialba e timida, e lo era stata sempre dal momento in cui aveva varcato la soglia di quella casa. Ma si sentiva oppressa dall’atmosfera che vi regnava, addirittura offesa. Quella gente era una famiglia e i membri di una famiglia avrebbero dovuto provare affetto reciproco e sostenersi a vicenda. Compresa lei, che ne faceva temporaneamente parte. Il gentiluomo dai capelli argentei e dall’espressione severa era suo suocero. Era quindi necessario, anzi imperativo, che lei facesse qualche cosa, se voleva mantenere almeno una parte della propria identità. Così gli sorrise con calore e gli rivolse una nuova riverenza. — Grazie — gli rispose. E dopo un brevissimo istante di esitazione aggiunse: — Padre. Nessuno disse alcunché o, per meglio dire, tutti continuarono a non dire nulla. Ma Charity non pensò di essersi immaginata l’irrigidimento collettivo di coloro che le stavano attorno, quasi che avesse aperto bocca per pronunciare qualche oscenità. Sorrise poi al marito, che le rivolse un inchino. — Ci vedremo fra breve, amore mio — le disse lui, aggiungendo una particolare enfasi alle ultime due parole. Lei sussultò. Il marchese non aveva mai accennato che facesse parte del suo piano fingere che tra di loro ci fosse confidenza e affetto reciproco. Ma, del resto, non che avesse detto granché dei piani che aveva in testa. Charity si girò e seguì la governante verso un’arcata marmorea e la grande scalinata che si vedeva al di là. — Milady — le disse rigidamente la donna, mentre cominciavano a salire. — Non eravamo stati informati del fatto che Sua Signoria avrebbe portato una moglie a Enfield Park. Vi prego di scusarmi. — Per avermi dato della sfacciata? — chiese Charity, ridendo. Immaginava quanto l’altra potesse sentirsi imbarazzata. — Devo dire che la cosa mi ha divertito, signora Aylward. Vi prego, scordatevene. Ma la signora Aylward sembrava ben lungi dall’essere divertita, soprattutto sentendosi ricordare apertamente le parole che aveva pronunciato. Doveva essere una regola di quella casa, decise Charity, che nessuno si azzardasse a sorridere. Così la sua risata suonò falsa e svanì senza lasciare traccia. E lei tornò ad avvertire quel senso di oppressione che aveva sentito all’inizio. Non sarebbe stato facile vivere lì. Poteva soltanto sperare che la prima fase del matrimonio durasse solo per poche settimane. Sentiva una nostalgia tremenda di casa sua, dei volti allegri e sorridenti dei suoi famigliari. Le stanze del marchese, al secondo piano, consistevano di due grandi camere da letto, collegate da spogliatoi adiacenti, oltre a uno studio e un salotto di pari dimensioni. Un appartamento che era stato chiaramente progettato per una coppia sposata. — Darò ordine di far prendere aria al letto e che venga fatto immediatamente, milady — disse la governante, conducendola in una delle camere, un locale squadrato dal soffitto alto, i cui colori predominanti, verde e oro, conferivano un aspetto primaverile. Era decisamente il locale meno opprimente che Charity aveva avuto modo di vedere fino a quel momento ed era almeno quattro volte più grande della stanza a casa sua. — Che bella camera — commentò. Poi si inoltrò sul tappeto soffice per andare a guardare fuori di una finestra che dava su un prato, oltre il quale luccicava un lago a ferro di cavallo su uno sfondo di alberi. — E che vista spettacolare. — Provvederò immediatamente in modo che il vostro bagaglio sia portato su e che la vostra cameriera vi attenda nello spogliatoio, milady — disse la signora Aylward. — Sicuramente vorrete rinfrescarvi e cambiarvi per il tè. Oh, cielo! — Non ho nessuna cameriera — rispose Charity voltandosi verso di lei con un sorriso. — E ho solo un piccolo baule. Ma una brocca d’acqua calda, sapone e asciugamani saranno i benvenuti. Grazie, signora Aylward. La governante era troppo bene addestrata per mostrarsi inorridita, tuttavia, come molte sue colleghe, aveva imparato a stamparsi un’espressione sdegnosa sul viso. E usò quell’espressione sulla marchesa Ma negli otto mesi passati a lavorare come istitutrice, e durante i sei colloqui avuti per cercare lavoro, Charity si era abituata a ignorare tali manifestazioni e a ricordare a se stessa di possedere una dignità. Le parole della governante le servirono tuttavia a rendersi conto di trovarsi in una situazione assai difficile, come non le era apparsa evidente quando aveva acconsentito inizialmente a sposarsi e neppure dopo avere scoperto la vera identità del marito. Solo lì, in quella casa e tra quella gente, aveva compreso con grande disagio che, a parte il vestito di seta grigia ormai piuttosto vecchio e quello di mussolina decorato a fiori ma ormai consunto, non aveva assolutamente nulla di adatto da indossare in compagnia di persone così raffinate. Senza contare che la compagnia in cui si sarebbe trovata si collocava in una scala sociale più alta della piccola nobiltà. A casa aveva qualche abito buono, ma non aveva pensato che fosse il caso di portarlo con sé, dato che era alla ricerca di un impiego. Si chiese se suo marito si fosse reso conto della povertà del guardaroba e ne concluse che doveva averlo notato. Dopotutto, aveva messo un annuncio per un’istitutrice, e dopo aver visto il suo baule le aveva perfino chiesto se era tutto ciò che aveva. Charity si domandò anche se il marchese si sarebbe sentito imbarazzato per il suo aspetto così dimesso e si convinse subito che la risposta era negativa. Tutto ciò faceva parte del suo piano. Lui voleva che sua moglie apparisse proprio com’era, o come gli era apparsa durante il colloquio in Upper Grosvenor Street. Voleva insomma che fosse un topolino scialbo e probabilmente anche malvestito. E a quel punto lei cominciava a capire perché. Perfino la governante l’aveva scambiata per una domestica. Il duca di Withingsby doveva essere furibondo al pensiero che quella donna era la moglie del suo erede. Charity abbassò lo sguardo sul mantello marrone, cercando di vederlo con gli occhi di lui. Ma il duca non poteva fare assolutamente nulla per modificare la situazione. Oh, sì, suo marito doveva proprio essersi convinto di aver segnato il primo punto nella partita tra lui e il padre. Charity non aveva alcun diritto di sentirsi amareggiata, poteva solo desiderare che quella pagliacciata finisse il più presto possibile. La signora Aylward la lasciò dopo aver promesso di mandarle su il baule e di assegnarle una cameriera. — Finché la vostra non sarà arrivata da Londra — aveva aggiunto con un’espressione sdegnata che faceva chiaramente intendere come ben sapesse la verità. Charity si guardò in giro, contemplando la magnificenza della stanza e stringendosi le braccia attorno al corpo. Nel complesso avrebbe preferito trovarsi in una piccola soffitta, sul punto di iniziare un nuovo lavoro come istitutrice. Solo che in tal caso avrebbe avuto ben poche speranze di riuscire a tornare dalla sua famiglia o di sistemare in modo dignitoso i suoi fratelli e le sue sorelle. Sì, aveva fatto la cosa giusta. Certo. La cosa giusta. 6 Da ragazzo, il marchese di Staunton aveva spesso fantasticato che, prima o poi, la cupola che sormontava il grande atrio avrebbe posato il peso sulle sue spalle non appena avesse varcato la porta d’ingresso, un po’ come nel caso del gigante Atlante. Otto anni dopo aver lasciato quella casa e aver scelto la libertà, aveva appena sperimentato quella sensazione dopo aver varcato di nuovo quella soglia. Era una sensazione di pesantezza e di buio. E le persone che ancora tormentavano i suoi sogni e i suoi incubi, nonostante se ne sentisse libero nei momenti di veglia, erano lì che aspettavano solo di attirarlo dentro e farlo sprofondare finché non gli fosse mancata l’aria e si sentisse affogare, rendendosi conto di essere sul punto di morire. Era veramente contento di aver portato con sé una moglie e di avere così a disposizione il mezzo sicuro per sfidare la loro influenza malefica. E gli bastò una sola occhiata per vedere che erano tutti lì a circondarlo. Nessuno era mai andato a Londra negli otto anni che lui vi aveva passato, un fatto piuttosto strano se si considerava il rango sociale e l’età adulta di tutti loro, con l’eccezione dei più giovani. Tutto ciò sottolineava in modo agghiacciante il potere che il duca di Withingsby esercitava sulla famiglia. Il suo figlio maggiore ed erede se n’era andato di casa senza il suo permesso, perciò a nessuno degli altri figli sarebbe stato concesso di incontrarlo, con il rischio di venire magari contaminato dalla sua influenza. Perfino Twynham doveva essere sotto il pugno di ferro del duca, perché non aveva mai portato Marianne in città né ci era andato da solo, per quanto ne sapesse il marchese, che così non aveva mai avuto modo di conoscere il cognato. Abbandonando la casa del padre, Staunton era stato tagliato fuori da tutti i legami famigliari, perfino con la bambina più piccola: una scelta che era stato costretto a prendere e che l’aveva quasi ucciso. Si era lasciato alle spalle Augusta e Charles. Aveva notato la ragazzina in mezzo al gruppo che stava in silenzio dietro il duca, ricordando che doveva essere la bimba di allora. Charles invece era l’uomo molto giovane, e Anthony cercò di non rammentare quante volte si era torturato, specialmente all’inizio, nel chiedersi se fosse stato un gesto vile abbandonarlo in quel modo a soli dodici anni. E quante volte si era sentito lui stesso crudelmente punito quando aveva provato il desiderio struggente di rivederli. Suo padre non appariva più vecchio dell’ultima volta che l’aveva visto, anche se il colorito grigiastro della sua carnagione confermava che non aveva mentito sul proprio precario stato di salute. Tutte queste cose il marchese le aveva notate nei primi istanti in cui aveva varcato la soglia per entrare nel grande atrio. In quel momento era stato quasi travolto da un’emozione a cui non era avvezzo. Si era allenato a non provare mai sentimenti di sorta. E adesso si sarebbe servito di quell’addestramento. Il suo sguardo girò beffardo sulle file silenziose dei domestici, vestiti in modo inappuntabile, prima di attraversare l’atrio e cominciare la farsa della riunione di famiglia. Nulla lo sorprendeva. Suo padre aveva accolto il figliol prodigo con gelida pomposità come se lui non se ne fosse andato in modo rancoroso e non avesse vissuto in maniera indipendente per otto anni. Poi, come previsto, il genitore aveva incassato senza una scintilla di pubblica riprovazione o di entusiasmo la notizia del suo matrimonio. Aveva salutato la nuora con gelida cortesia e così avevano fatto tutti gli altri. Ma il marchese era stato lieto di tutta quella formalità. Diversamente, non sapeva proprio come avrebbe potuto guardare William o Claudia negli occhi, né come sarebbe riuscito a parlare con loro. Aveva notato, quasi ancora prima di aver varcato la soglia e di vedere il padre, che erano lì, fianco a fianco, marito e moglie, e che Claudia era più bella di quanto fosse mai stata. Perciò era stata una soddisfazione enorme per lui, ancora più intensa di quanto si era aspettato, presentare a tutti la propria sposa. Avvertire il trauma silenzioso in ogni fibra del duca. Mostrare loro che si era sposato per una decisione personale e che non provava alcun interesse per le considerazioni dinastiche. Fino a quel momento non si era reso conto di aver avuto più di una ragione per scegliersi una moglie e sposarla prima di ritornare alla casa paterna. E poi era giunto il momento culminante. Proprio quando stava per essere accompagnata via dalla governante, sua moglie aveva sorriso. Anzi, non si era limitata a sorridere, aveva illuminato tutto l’atrio con il calore della sua espressione e, nonostante la terribile sciatteria dei suoi abiti, era apparsa di colpo assai piacevole. E aveva chiamato Sua Grazia “Padre”. Era stato un momento senza pari. Nessuno aveva mai osato mostrare tanta familiarità con il duca di Withingsby. Non c’era stato nulla di anche solo remotamente volgare nel suo sorriso o nelle sue parole. Soltanto, in quella casa erano fuori luogo in maniera scandalosa. Così gli era venuto un lampo di genio e l’aveva chiamata “amore mio”, di sicuro una volgarità imperdonabile nel vocabolario del duca. E lui aveva conosciuto un istante di trionfo, che andava ben al di là di ciò che aveva sognato. Ora Staunton aveva seguito il padre nella biblioteca, ma non si era fermato appena dentro la porta, com’era solito fare un tempo quando veniva convocato e doveva stare in piedi in posizione di netta inferiorità di fronte al duca, seduto dietro l’enorme scrivania di quercia. No, non si sarebbe più fermato lì. Attraversò la stanza per avvicinarsi alla finestra e guardò fuori in direzione del lago. — Come state, signore? — chiese a suo padre. Il duca non stava languendo su un letto di morte, ma indubbiamente si trovava in un cattivo stato di salute. Ed era appunto per quel motivo che lui era tornato a casa. Sua Grazia ignorò la domanda. — Il vostro matrimonio è di data recente — disse. Non era stata una domanda, ma un’affermazione. Il marchese non dubitava che il genitore fosse al corrente di ogni sua mossa degli ultimi otto anni, anche se tra loro non era stata scambiata una sola lettera... fino al momento in cui aveva ricevuto la convocazione. — Ieri — rispose Staunton. — Un’unione che è stata consumata ieri notte — aggiunse, felice di poterlo dire in tutta onestà. Anche se il suo matrimonio sarebbe stato comunque valido. — Chi è la donna? — chiese il duca. — Miss Charity Duncan, una gentildonna dell’Hampshire, che prima di sposarmi si guadagnava da vivere come istitutrice. — Immagino che siate stato sedotto dai suoi occhi azzurri — commentò il padre — nonché dal suo sorriso ammaliante e dalla sfacciataggine. Ammaliante? Sfacciataggine? Il suo topolino tranquillo e scialbo? Staunton arricciò le labbra senza dire nulla. Il genitore avrebbe presto scoperto quanto il suo giudizio iniziale sulla nuora fosse lontano dal vero, anche se non sarebbe stato affatto male se lei avesse sorriso più spesso. Girò le spalle alla finestra e guardò il duca, seduto, come previsto, dietro quella scrivania da cui era solito impartire la sua gelida giustizia indistintamente su servi e bambini, per quanto poteva ricordarsi. Mai una parola o un gesto d’amore. — L’ho sposata perché l’ho scelta, signore — rispose. — Ho passato da sette anni il momento della maggiore età. — L’avete sposata in aperta sfida contro di me — replicò Sua Grazia — e in spregio al vostro lignaggio. Avete optato per una donna di mediocre nobiltà e dai modi a dir poco riprovevoli. Immagino che sia stata scelta con molta cura. — Sissignore — rispose suo figlio, avvertendo in sé un crescente senso di trionfo. — Per amore. Non era stata sua intenzione fare un’affermazione del genere, e neppure l’aveva mai considerata dal momento che l’amore, in tutte le sue manifestazioni, era un sentimento che gli provocava i brividi. L’idea gli era venuta quando Charity aveva scandalizzato la famiglia pronunciando una sola parola e rivolgendo un sorriso abbagliante. Era stata una buona idea. I duchi di Withingsby e i loro eredi non si sposavano per amore e soprattutto non impalmavano gentildonne scialbe e dimesse. La consapevolezza che il suo erede era stato così sconsiderato da formare un’unione d’amore sarebbe stata giudicata dal padre il massimo della volgarità. — Tillden arriverà qui domani mattina con la contessa e sua figlia — disse Sua Grazia. — Vengono per annunciare il fidanzamento ufficiale tra lady Marie Lucas e il mio figlio maggiore. E dopodomani sera ci sarà un ballo di fidanzamento. Come spiegherete loro la faccenda, Staunton? — Io ritengo di non avere alcuna spiegazione da dare — ribatté il marchese. — Sapevate perfettamente di questa unione concordata diciassette anni or sono — osservò il duca. — E nel caso che ve ne foste dimenticato, la lettera che vi ho inviato un paio di settimane fa avrebbe dovuto rammentarvelo. L’avete ricevuta prima ancora di fare conoscenza con l’attuale marchesa, se non erro. Tillden potrebbe ora considerarvi colpevole di rottura di contratto. — Se un tale contratto esiste, non porta la mia firma, signore — replicò con freddezza Staunton. — E se l’accordo è stato verbale, non è stato ratificato dalla mia voce. Di conseguenza non mi riguarda. — Una giovane donna che è cresciuta con la prospettiva di diventare un giorno duchessa di Withingsby si sentirà gravemente umiliata — fece notare Sua Grazia. — Io non ho avuto alcuna parte nell’alimentare le sue speranze — ribatté il marchese. — E ritengo che dobbiate convenire, signore, che questa conversazione è priva di senso. Io sono sposato. La cerimonia è stata celebrata, il registro firmato e controfirmato dal testimone e l’unione è stata consumata. Suo padre l’osservò senza mostrare la minima espressione. Si trattò di un momento di acuto trionfo per Anthony, che resse l’occhiata del genitore senza battere ciglio. — Si spera, almeno — continuò poi Sua Grazia — che sappiate come vestire vostra moglie. Gli indumenti che indossava per il viaggio spariranno immediatamente senza lasciare traccia, confido. Ho avuto la distinta impressione che la governante l’abbia scambiata per una domestica. Era per quello, allora, che Charity era rimasta appena dentro la porta fino a quando lui si era voltato per presentarla al padre? Il marchese sorrise tra sé. — Gradisco mia moglie così com’è — rispose. — Non m’importa affatto degli abiti che indossa. — Un atteggiamento irragionevole quando l’aspetto di una moglie si riflette sulla vostra posizione in società — ribatté Sua Grazia. — Da come appariva al suo arrivo, si direbbe che al massimo potrebbe occupare un posto in cucina. — Nella vostra veste di padre e ospite — replicò il marchese con una rigidità e un gelo proporzionali alla segreta soddisfazione che provava — avete il diritto di esprimere tale opinione, signore. Io comunque sarò lieto di discutere questa faccenda con chiunque altro si senta in obbligo di manifestare sentimenti analoghi. “Chissà che cos’ha portato con sé in quel suo piccolo baule?” si chiese. — Ora vorrete salire nel vostro appartamento prima di scendere in salotto per il tè — disse ancora il duca. — Insieme con lady Staunton. Naturalmente, non vorrete arrivare in ritardo. E istruirete Sua Signoria sul modo in cui si deve rivolgere a me. Suo figlio rimase immobile a guardarlo per diversi istanti prima di andare verso la porta senza pronunciare una sola parola. Ricordava quanto avesse adorato il padre da ragazzo, anche se lo vedeva raramente, come avesse assimilato ogni commento riguardo la propria somiglianza con il duca e come durante tutta l’infanzia avesse cercato di compiacerlo, emularlo ed essere degno di lui. Tutti quegli sforzi erano però passati inosservati. Al contrario, ogni sua insufficienza a lezione, ogni marachella infantile, ogni litigio con uno dei fratelli o sorelle minori, debitamente riferito, lo avevano portato in quella stessa stanza per venire interrogato e rimproverato: in piedi davanti alla scrivania, sapeva che alla fine sarebbe arrivato l’ordine di piegarsi sopra il tavolo per essere fustigato con una canna di bambù, dolorosamente e non per breve tempo. Non era in grado di ricordare il numero di volte che era stato picchiato dal padre, tantomeno il numero di volte che il duca gli aveva riservato qualche gesto d’affetto, dal momento che non ce n’erano mai stati. Forse avrebbe anche potuto perdonare la durezza del genitore nei suoi confronti, ma il duca non aveva mai mostrato affetto per nessuno, neanche per sua moglie, che gli aveva partorito tredici figli e aveva avuto quattro aborti spontanei. Suo padre aveva espresso solo impazienza e irritabilità quando lui aveva cercato di persuaderlo ad andare a vedere la sua ultimogenita dopo la nascita... e dopo la morte della duchessa. Ed era stata proprio quella una delle ragioni per cui se n’era andato da casa. Anthony era giunto al punto di odiare la somiglianza con il padre... quella fisica e soprattutto quella interiore. Era arrivato a odiare se stesso, finché aveva trovato il modo di liberarsi. Era tornato a casa in quanto convocato, ma l’aveva fatto alle proprie condizioni. Il duca di Withingsby non aveva più alcun potere su di lui. Al diavolo tutto quanto, pensò mentre saliva gli scalini due alla volta per raggiungere il suo appartamento, e tornava a sentire sulle spalle l’oppressione della grande cupola. Le stanze che aveva occupato dal momento in cui aveva lasciato la nursery a quello in cui se n’era andato da casa erano state di nuovo approntate per lui. Dovevano averle tenute sempre a sua disposizione, pensò Staunton. Quando aveva dichiarato che se ne andava per non tornare mai più, la sua promessa non era stata presa in alcuna considerazione... e in effetti eccolo di nuovo lì. In realtà si sarebbe aspettato che le sue stanze fossero state assegnate a William o Claudia, ma a quanto pareva era andata diversamente. Loro due dovevano occupare appartamenti di rango inferiore. Trovò sua moglie nel salottino privato, in piedi a guardar fuori dalla finestra. Si girò quando lo sentì aprire la porta. La stanza che lui non aveva mai usato gli appariva stranamente intima, vissuta e femminile, pensò, anche se nulla era cambiato in essa se non per la presenza di Charity. Si rese conto che era una camera da donna o comunque che richiedeva la presenza di una donna. Di colpo gli sembrò strano avere una moglie, in quei locali un tempo familiari. Per la prima volta da quando la conosceva, non la vedeva vestita di marroncino. Charity aveva indossato un vestito di mussolina a fiori a vita alta, che sembrava un po’ stinto per i troppi lavaggi. I suoi capelli erano stati pettinati con un’acconciatura assai semplice e annodati in una crocchia dietro la nuca, e apparivano più chiari di quanto gli fossero sembrati all’inizio. Lei aveva tutta l’aria di una parente povera... molto povera in verità. Ma sembrava anche sorprendentemente giovane e graziosa. Aveva una figura snella e piuttosto seducente, come lui ricordava bene da quando aveva esplorato quel corpo la notte prima. — La vista è magnifica — commentò Charity. — Sì. — Staunton attraversò la stanza per mettersi al suo fianco. Si era sempre sentito oppresso da quella casa, mentre all’esterno aveva conosciuto la libertà... o almeno l’illusione della libertà. Il sole del tardo pomeriggio andava calando sul lago, colorandolo di un oro sbiadito. I boschi sull’altra sponda, il suo terreno di gioco e regno incantato da ragazzo, erano bui e invitanti. — Assomigliate molto a vostro padre — gli disse la moglie, osservando il suo profilo piuttosto che la vista dalla finestra — Sì. — La mascella gli si irrigidì. — E odiate il fatto di assomigliargli — commentò Charity a bassa voce. — Mi spiace di aver affermato una cosa così ovvia. A Staunton non piacque affatto quella percezione, quei tentativi di leggergli il carattere e la mente. Non aveva mai condiviso se stesso con nessuno, nemmeno con gli amici più intimi. Sua moglie doveva capire che non le sarebbe stato concesso il privilegio di una sposa di poter frugare in ogni angolo della sua vita: l’idea stessa lo nauseava. Bisognava ricordarle che il loro era puramente un contratto d’affari. — Vi ho sposata e vi ho portata qui, come ben sapete, per dimostrare a Sua Grazia che io vivo la vita a modo mio — le disse quindi, voltandosi a guardarla in viso e venendo a sua volta fissato da quegli splendidi occhi azzurri. — Nessuno avrà mai il permesso di dirigere la mia vita per me, né di invadere il mio privato. Io sono l’erede del duca di Withingsby e solo la mia morte potrà mutare il corso degli eventi. Ma al di là di questo particolare, io sono solo io. E voi siete la prova che ho portato con me per dimostrare che non farò mai nulla semplicemente perché è ciò che ci si aspetta dall’erede del ducato. — Non avete avuto il coraggio di dirglielo? — domandò lei. — Siete impertinente, milady. Charity aprì la bocca per replicare, ma la richiuse di nuovo senza profferire parola. Non staccò però lo sguardo da lui e continuò a fissarlo con occhi spalancati. Staunton provò la strana sensazione che, se vi avesse guardato in fondo, avrebbe visto la sua anima. Se Charity avesse continuato a mostrarsi così aperta, prima o poi la vita avrebbe finito col ferirla molto profondamente, pensò con una certa irritazione. — Avete recitato benissimo la parte al vostro arrivo — le disse quindi. — Potete continuare. Non dovete sentirvi imbarazzata per la mancanza di un guardaroba alla moda. E non dovete sentirvi imbarazzata per la mancanza di conversazione, dato che non è facile conversare con i miei famigliari. Adesso si aspettano che scendiamo immediatamente nella sala da tè. Potete starmi accanto e lasciare a me il compito di parlare. Non c’è necessità che facciate impressione su qualcuno. Lei gli rivolse un mezzo sorriso. — Augusta doveva essere molto piccola, quando ve ne siete andato. — Aveva solo una settimana — rispose il marchese. — Sono rimasto per il funerale di mia madre. — Per lei non aveva pianto, solo prima di andarsene aveva singhiozzato dolorosamente con la bambina tra le braccia. Le ultime lacrime che aveva versato... e che sarebbero mai sgorgate dai suoi occhi. — Ah — fece dolcemente sua moglie, e Staunton avrebbe giurato che lei si era di nuovo insinuata nella sua testa e aveva colto il suo ultimo contatto con l’amore. Il suo ultimo gesto insensato. Ma lui non voleva averla dentro la testa... e in nessun’altra parte del corpo. — Il nostro è stato un corteggiamento rapido — la istruì, sbrigativo. — Voi eravate l’istitutrice in casa di una mia conoscenza e là vi ho incontrata. Ci siamo innamorati e abbiamo gettato al vento ogni precauzione. Ieri ci siamo sposati, ieri notte abbiamo consumato il matrimonio e oggi siamo lanciati in una relazione profonda e appassionata. Charity arrossì e i suoi occhi scivolarono per un attimo da quelli di lui, per tornare poi a incontrarli. — E voi, milord, dovete imparare a sorridere. Il marchese inarcò le sopracciglia. Gli occhi della giovane lo scrutarono a fondo, prima di continuare: — Avete tutta l’aria di un uomo che ha sposato una sconosciuta con l’unico scopo di mandare in collera e forse disgustare qualcun altro. Sembrate un uomo che si sta crogiolando in un trionfo che sa di amarezza e infelicità. Staunton socchiuse gli occhi. E si scoprì a chiedersi se il breve colloquio avuto con lei due giorni prima fosse stato sufficiente per capire il carattere di Charity, o quella che lui aveva pensato fosse mancanza di carattere. Ma dovette ammettere che lei non aveva tutti i torti. — Avrete i vostri sorrisi, milady — le promise — e tutta la familiarità che volete, però solo dove verremo visti da altri. Non ce ne sarà bisogno quando saremo soli. — No — disse lei. — Prendete il mio braccio — la invitò offrendoglielo. — Siamo in ritardo e Sua Grazia non tollera la mancanza di puntualità. — È per questo che siamo rimasti qui invece di scendere immediatamente? — gli chiese Charity. Nei suoi occhi c’era un’espressione decisamente divertita. Ma il marchese non rispose e si limitò ad aspettare che la moglie prendesse il suo braccio. La famiglia del duca di Withingsby era passata direttamente dall’atrio al salotto. Sebbene il bel tempo potesse avere tentato qualcuno di loro a fare una passeggiata all’esterno fino all’ora del tè, in realtà provavano tutti il bisogno inespresso di rimanere insieme e lontani dalle orecchie dei servitori. Quando la porta si chiuse alle loro spalle, il primo a parlare fu lord William Earheart. — Avremmo anche potuto immaginarci che quando Staunton ha acconsentito senza difficoltà a ritornare a Enfield, appena una settimana dopo aver ricevuto la lettera di Sua Grazia, doveva avere qualche trucco nella manica. Se si fosse richiesta la mia opinione, avrei consigliato a Sua Grazia di non scrivere quella lettera. — Oh, William — disse sua moglie in tono di rimprovero, lasciandogli il braccio e posandolo sulle spalle di Augusta — non l’avresti fatto. Hai desiderato anche tu il ritorno di Anthony quanto chiunque altro di noi. — Ma cosa diavolo vai dicendo? — sbottò lui, corrugando la fronte con espressione imbronciata. — Tu desideravi il suo ritorno? — Non riesco a crederci — disse la contessa di Twynham, lasciandosi cadere elegantemente su un divano. — Non riesco proprio a crederci. Come ha potuto fare una cosa del genere? Un conto è scappare in città per qualche anno, come penso sia il sogno di tutti i giovani, per vivere da scapestrato e guadagnarsi una reputazione di... — si interruppe, lanciando un’occhiata ad Augusta. — Insomma ci siamo capiti. Ma è una faccenda del tutto diversa sposarsi senza il permesso di Sua Grazia e portare a casa la moglie senza averne fatto parola con nessuno di noi. L’hai vista, Claudia? Io morirei di umiliazione se la mia domestica si facesse vedere con addosso dei simili stracci. Claudia, lady William, aveva accompagnato Augusta accanto alla finestra e si era seduta con lei sul sedile laterale. — Può darsi che abbiano avuto un viaggio difficile, Marianne — rispose Claudia. — Ieri ha piovuto tutto il santo giorno, ricordi? Chi vorrebbe mai indossare dei begli abiti con un tempo del genere? — Ma chi diavolo è quella donna? — mormorò il conte di Twynham, mentre si dava da fare, accanto alla credenza, per versarsi un bicchiere di brandy finché era in tempo. Durante la cerimonia del tè, infatti, a Enfield non erano permessi liquori. — Staunton non ha detto niente? Certo l’avrebbe fatto se sua moglie fosse stata qualcuno, potete esserne certi. La situazione sarà piuttosto imbarazzante domattina, quando arriverà lady Marie, non trovate? — Oh! — Marianne sventolò un fazzoletto in aria come se avvertisse un odore insopportabile, poi se lo portò al naso. — So che morirò. E ormai è troppo tardi perché Sua Grazia possa avvertirla di non venire. Tony sapeva che sarebbe arrivata. Deve averlo saputo. Come ha potuto farci una cosa del genere? Non riesco a crederci. Ha sposato una nullità e l’ha portata qui per umiliarci tutti. E come abbiamo visto chiaramente, si tratta di un essere orribilmente volgare. Lord William si passò le dita tra i capelli. — Ha chiamato Sua Grazia “Padre” — disse trasalendo. — E non era in questa casa neanche da cinque minuti. Vi immaginate lady Marie che lo chiama “Padre”? Non se lo sarebbe mai sognato. Non vorrei trovarmi domani nei panni di Sua Grazia per tutto il tè della Cina. — Lady Staunton ha un sorriso grazioso — commentò Claudia. — Forse dovremmo aspettare di fare la sua conoscenza, prima di dare giudizi affrettati. Che ne pensi, Charles? Il tenente lord Charles Earheart stava accanto a lei e ad Augusta con lo sguardo rivolto fuori della finestra. — Non sarei venuto a casa in licenza, se Sua Grazia non mi avesse convocato — disse. — Non dopo aver saputo che era stato invitato anche Staunton. Non penso nulla del suo arrivo, né del fatto che abbia portato con sé una moglie. Non è cosa che mi interessi. Se la sua intenzione era stata di parlare con dignitosa freddezza il suo scopo era fallito miseramente. La sua voce tremava di rancore giovanile. Claudia gli toccò la mano e lui non si scostò, ma non voltò neppure la testa per accogliere il suo sorriso di simpatia. — E che cosa pensi di tuo fratello maggiore, Augusta? — chiese Claudia. — Penso che Sua Signoria assomigli moltissimo a Sua Grazia — rispose la bambina. — Ma lo trovo sgradevole e trovo che Sua Signoria sia molto brutta. Il conte di Twynham ridacchiò, mentre la moglie tornava a sventolarsi il fazzoletto davanti al viso. — La voce dell’innocenza... — commentò lei. — Hai proprio ragione, Augusta. Tony si è comportato in modo decisamente sgradevole, come se si stesse godendo un mondo quella scena orribile. E in quanto a lei, secondo me, non ha la minima pretesa di bellezza o di altra dote. Non mi sorprenderebbe di scoprire che Tony l’ha trovata a lavorare nelle cucine di qualcuno o più probabilmente a fare scuola da qualche parte. Viene addirittura da chiedersi se sia una gentildonna. Mi sarà davvero difficile comportarmi in modo civile con lei. — Sua Grazia si comporterà in modo civile, puoi esserne certa, Marianne — intervenne lord William. — E non si aspetterà di meno da parte nostra. Dopotutto, si tratta di lady Staunton, chiunque o che cosa sia stata prima che Tony la sposasse. — E a suo tempo diventerà duchessa — ribatté la sorella con profondo disgusto. — Sarà a capo della famiglia e avrà la precedenza su Claudia, su di me... e su tutti noi. Sarà una situazione insopportabile. Io e Twynham verremo a Enfield molto raramente in futuro, immagino. Comunque c’è modo e modo di essere civili. Io sarò civile. Lord Twynham tornò a ridacchiare. — Chissà come Withingsby farà fronte alla giornata di domani — disse. — Tillden non la prenderà certo bene, credetemi. E quella donna ha già la precedenza su di te, Marianne. È la marchesa di Staunton. — Oggi dobbiamo mostrarci tutti civili e domani sarà come sarà — intervenne Claudia. — Anthony è tornato a casa e ha portato con sé una moglie che ama. L’ha chiamata “amore mio”. C’è qualcun altro che l’ha sentito? Io ne sono rimasta toccata, devo dire. Suo marito sbuffò. — I duchi di Withingsby e i loro eredi non si sposano per ragioni così volgari come l’amore — dichiarò. — Come del resto tu sai bene, Claudia. Lei arrossì e abbassò la testa per baciare Augusta. Anche lord William ebbe la grazia di arrossire, ma poi non ci fu più la possibilità di proseguire la conversazione, perché le porte si aprirono per lasciar passare il duca. Questi attraversò il salotto nel silenzio che era calato e prese posto in piedi, con la schiena rivolta al camino spento e le mani dietro di sé. — Staunton non è ancora qui? — chiese, anche se la domanda era superflua. — È in ritardo. Aspetteremo che faccia con comodo. — Il tono gelido delle sue parole non invitava ad alcuna risposta. La famiglia si accinse ad attendere in un silenzio impacciato. Il conte di Twynham pensò per un momento di bere ancora una sorsata del suo brandy, ma poi, con suo grande dispiacere, posò il bicchiere sulla credenza senza farsi notare. Claudia abbracciò Augusta, per la quale la possibilità di prendere il tè nel salotto con gli adulti era un evento davvero raro, e le sorrise per rassicurarla. 7 Charity ormai aveva capito che a Enfield Park doveva aspettarsi solo grandiosità e magnificenze. Tuttavia, quando entrò nel salotto provò ugualmente un senso di timore riverenziale. Il salotto di casa sua non era tanto un locale per ricevere ospiti in pompa magna, quanto un luogo intimo e privato, in cui la famiglia si riuniva quando erano tutti insieme alla sera o quando ricevevano amici e vicini. Quel locale, invece, assomigliava più a una sala delle udienze, le venne da pensare. Sull’alto soffitto a volta era dipinta una scena mitologica, che però non le riusciva di identificare. Ai muri erano appesi enormi quadri dalle cornici dorate, rappresentanti perlopiù paesaggi. I mobili, coperti di dorature e decorazioni, indicavano ricchezza, buon gusto e privilegio. L’intelaiatura della porta era mirabilmente lavorata e il camino in marmo era una vera opera d’arte. Charity ebbe appena il tempo di riprendere fiato e concentrare la propria attenzione sui presenti: il duca in posa davanti al camino e tutti gli altri sparsi per la stanza, in piedi o seduti. Nessuno si mosse o pronunciò una parola al suo ingresso al braccio del marito, anche se tutte le teste si erano voltate verso di loro. In quell’occasione il suo abitino di mussolina a fiori stonava decisamente quanto avrebbe stonato una camicia da notte. Un momento dopo, passato il primo shock dell’impatto, avrebbe dato volentieri una scrollata a tutti quanti. Il loro fratello era tornato a casa, eppure nessuno gli rivolgeva una sola parola. Ma insomma, in nome del cielo, cos’avevano quelle persone? La risposta non tardò ad arrivare. Dopo qualche istante la maggior parte degli occhi si voltò verso il duca e fu chiaro che gli altri aspettavano che fosse lui a parlare per primo. Questi si prese tutto il tempo prima di farlo, sebbene non fossero davvero necessarie delle parole per far capire quanto era irritato. “Nessuno deve avere il diritto di comportarsi come un tale despota” considerò Charity, ma aveva già imparato a tenere certi pensieri per sé. — Ora che Staunton si è degnato di omaggiarci della sua compagnia — commentò finalmente Sua Grazia — possiamo far portare il vassoio del tè, Marianne? Volete suonare, per favore? Lady Staunton potrà essere scusata dai suoi doveri, per questa occasione. A Charity occorse una frazione di secondo per accorgersi che il duca stava parlando di lei. La esentavano dal versare il tè? Lei? Ma certo, si rese conto con un sobbalzo. Nella sua qualità di marchesa, era la lady di grado più alto fra le presenti e questo la fece sentire ancora più conscia del suo abitino a fiori. — Tony, su, vieni a sederti accanto a me e dimmi perché non hai risposto alle mie lettere — chiese Marianne, che si era alzata per andare a tirare il cordone del campanello. Dal momento che non degnò Charity neanche di uno sguardo, e che il divanetto su cui era seduta poteva ospitare comodamente solo due persone, era chiaro che l’invito non includeva anche la cognata. Lei comunque aveva lanciato un’occhiata verso la finestra e il piccolo gruppo raccolto in quel punto. Claudia era seduta su un sedile laterale con Augusta, e la cingeva con un braccio sulle spalle, mentre Charles stava in piedi accanto a loro. Claudia colse la sua occhiata e le rivolse uno sguardo gentile... o, almeno, Charity decise di interpretarlo in tal senso mentre attraversava la stanza per andare verso di loro. Non si sarebbe limitata a fare da ombra, checché ne pensasse suo marito. Lei era una lady, e una lady non era mai l’ombra di qualcuno, neanche del proprio consorte. Sorrise con calore. — Ti hanno concesso di venire nel salotto per il tè, Augusta? — disse alla bambina. — Ne sono contenta. — Solo per oggi — rispose Claudia per la piccola. — Perché è un’occasione speciale, il ritorno a casa di Anthony. Gli altri bambini non sono stati così fortunati, nonostante i loro musi lunghi e le suppliche. — Gli altri bambini? — chiese Charity. — Anthony non ve l’ha detto? — domandò Claudia. — Ma del resto neanche lui li ha ancora visti. Ci sono i tre figli di Marianne e Richard, due femmine e un maschio, e i due figli miei e di William. Forse dopo il tè vi farà piacere salire nella nursery per conoscerli. Scoppieranno dalla gioia, ve l’assicuro. Charity l’avrebbe abbracciata, mentre accettava l’invito: c’era almeno una persona umana a Enfield Park. Si chiese come avesse fatto quella donna a trovare per il vestito un tessuto perfettamente identico al colore dei suoi occhi… — Charles — Charity si rivolse a lui con un sorriso — siete in licenza? — Milady. — Il tenente le rivolse un rigido inchino. — Sono stato convocato da Sua Grazia. — Milady — notò dolcemente Charity. — Mi chiedo se sareste così gentile da chiamarmi per nome, dal momento che adesso sono vostra sorella. Mi chiamo Charity. — Milady — rispose lui, inclinando la testa in sua direzione. Molto bene. Charity si girò verso gli altri e si trovò scrutata da capo a piedi da Marianne, con espressione sdegnosa. Il marchese era seduto al suo fianco, con la stessa aria cinica e satanica che aveva avuto quel primo mattino a Upper Grosvenor Street. Lord Twynham, che Claudia aveva chiamato Richard, stava accanto alla credenza con espressione tetra. Anche William era in piedi, al centro della stanza, con lo sguardo imbronciato puntato nel vuoto. In quanto al duca, questi non si era spostato dalla sua postazione di comando davanti al camino. Charity si chiese che cos’avrebbero fatto o detto tutti, se lei si fosse messa improvvisamente a strillare a pieni polmoni e ad agitare le braccia in aria. Si allarmò quando si rese conto che stava morendo dalla voglia di fare quella prova, ma ne fu salvata quando la porta si aprì per lasciar passare le domestiche con il tè e le venne un’idea migliore. Attraversò la stanza con tutta la grazia che le riuscì di sfoggiare... rammentando che sua madre l’aveva spesso accusata di camminare a grandi passi, in maniera per nulla femminile, e perfino Penny aveva accennato alla stessa cosa quando passeggiavano per strada insieme. — Mettetelo pure giù — ordinò alle domestiche, indicando loro il tavolo che era chiaramente destinato a ricevere il vassoio. Poi gli girò attorno per raggiungere l’unica sedia che era stata posta dietro e rivolse un sorriso alla cognata. — Verserò io il tè, Marianne, vi risparmierò il disturbo. — Quindi rivolse lo stesso sorriso al duca. — Vi ringrazio, Padre, per il pensiero gentile, ma non è necessario che mi scusiate dai miei doveri in qualità di moglie di Anthony. — Infine rivolse il sorriso sul marito e lo rese dieci volte più abbagliante. Pensò anche di lanciargli un bacio, ma decise di no... non si sarebbe comportata in modo così volgare. Per un momento orribile pensò che si sarebbe sentito cadere il proverbiale spillo sul pavimento del salotto... nonostante il fatto che il pavimento fosse ricoperto da un tappeto sontuoso. Ma poi suo marito si alzò in piedi giusto in tempo. — Puoi certo versarmi una tazza di tè, amore mio — le disse. E fece ciò che lei gli aveva chiesto di fare. Le sorrise. Con la bocca e i denti bianchissimi, con i suoi occhi e con tutto il viso. Quel gesto lo trasformò in un giovane pieno di vita e così attraente da farle cedere le gambe. Charity si chiese se le proprie mani sarebbero state abbastanza ferme da sollevare la teiera e indirizzare il getto nella tazza senza inondare anche il piattino. Dovette rammentare severamente a se stessa che Anthony stava solo recitando una parte, come in un certo senso lei stessa. Non aveva mai faticato tanto per guadagnarsi il pane quotidiano. Era vero che in quel caso si stava guadagnando enormemente di più di una semplice pagnotta, anzi, più di quanto avrebbe mai potuto sognare di guadagnare. Tuttavia... Forse non avrebbe accettato, se avesse saputo che cosa l’aspettava. Charity si era cambiata per la cena, indossando un abito di seta grigia con una scollatura modesta, maniche modeste e tutto il resto modesto. Non era dimesso, ma naturalmente neanche all’ultima moda... e neppure alla penultima, pensò suo marito. Sembrava il tipo d’indumento decoroso e assolutamente comune che avrebbe potuto indossare un’istitutrice per accompagnare i bambini nel salotto, in modo che i genitori potessero metterli in mostra davanti agli ospiti di famiglia. Disegnato per renderla invisibile, e senza neanche un gioiello per accompagnarlo. Staunton rimase fermo sulla soglia dello spogliatoio della moglie, la cui nuova cameriera aveva aperto la porta quando lui aveva bussato, e ora la stava fissando con occhi socchiusi. — Potete andare — disse alla domestica, che dopo una riverenza si affrettò a correre via senza neppure guardare in direzione della padrona per un cenno di conferma. La cameriera aveva fatto un ottimo lavoro con i capelli della giovane marchesa, che le contornavano il viso con una cascata di riccioli per venire poi raccolti in una crocchia sulla nuca. Lui avrebbe preferito vederla pettinata nel solito modo, ma non disse nulla. — Come mai avete deciso di provvedere di persona al tè, oggi pomeriggio? — le chiese. Il gesto di Charity l’aveva preso alla sprovvista. Si era quasi divertito, avvertendo il disagio dei presenti in modo quasi palpabile, mentre osservavano come ipnotizzati sua moglie, vestita con tanta semplicità nel suo squallido abitino a fiori, in netto contrasto con l’abbigliamento alla moda elegante e costoso di tutti gli altri. Si rese conto di averli sbalorditi tanto da non capire neanche che cosa stava succedendo, e avrebbe scommesso che lo stesso era accaduto a suo padre. Nessuno sapeva come comportarsi con lui e come affrontare la nuova situazione creata dal suo matrimonio improvviso. Forse avevano addirittura un po’ paura di lui. E indubbiamente si rendevano conto del motivo per cui erano stati convocati a Enfield Park. In parte, certo, era stato per via delle condizioni di salute del padre, ma quello era stato solo il motivo che aveva affrettato la decisione di ufficializzare il fidanzamento del suo erede con la donna che era stata scelta per lui fin dalla nascita. Per festeggiare pubblicamente l’evento era stato perfino organizzato un ballo. — Perché, come vostro padre mi ha rammentato — spiegò Charity in risposta alla sua domanda — era mio dovere farlo in qualità di moglie del figlio maggiore. — Non c’era alcuna necessità che voi provvedeste a fare il vostro dovere — ribatté Staunton. — Sapete bene che non era questo il mio intendimento, quando vi ho portata qui. — Ma per scelta avete sposato una lady, milord — gli ricordò la ragazza. — E una lady sa che cosa ci si aspetta da lei da sposata, anche se non è in grado di vestirsi o recitare la parte di una futura duchessa. Comunque potete stare sicuro che la vostra famiglia disprezza in pieno il mio aspetto e il mio passato, e il fatto che io sia priva di conoscenze importanti e di una solida fortuna. Lo facciano pure, visto che io non posso né vorrei fare alcunché per modificare questa situazione. Ma non sono disposta a far credere loro di essere stata allevata in modo sconveniente. Sarebbe una menzogna e un insulto alla memoria di mia madre. Alla faccia del tranquillo topolino! Staunton iniziava a sospettare che, in realtà, non esistesse affatto. Miss Charity Duncan aveva recitato una parte, durante il loro primo colloquio. Aveva avuto un bisogno disperato di quel posto di istitutrice, dopo aver già fallito nei sei tentativi precedenti, e si era comportata come ci si sarebbe aspettati. E lui aveva scambiato quella recita per la realtà, senza intuire che c’era molto più carattere dietro quella mitezza apparente. Avrebbe dovuto prestare maggior attenzione a quegli scaltri occhi azzurri. Ed era stato ingannato. Tuttavia c’era del vero in quello che Charity aveva appena detto. Nel pomeriggio tutti l’avevano trattata con condiscendenza sottile ed elegante. Lei non apparteneva al loro mondo, e doveva essere terrificante, per tutti loro, immaginare che un giorno quella donna sarebbe stata la moglie del capofamiglia. Suo padre doveva aver pensato che tutto ciò per cui era vissuto gli stava crollando addosso. — Nessuno vi insulterà apertamente — l’assicurò Staunton e non per la prima volta. Ma a quel punto si sentiva più impegnato a fare in modo che non avvenisse. — Nessuno oserebbe farlo. Charity gli sorrise e gli si avvicinò, dicendogli: — Gli insulti sono davvero efficaci solo quando la persona insultata ci tiene alla buona opinione di chi la insulta. Io non mi sentirò insultata in questa casa, milord — e gli prese il braccio che le veniva offerto. Staunton pensò che quello era stato un modo tranquillo e gentile di mettere fermamente i puntini sulle i. A Charity non importava assolutamente nulla delle persone in quella casa, lo avevano stabilito in modo chiaro le sue parole. Be’, neanche a lui importava, del resto. Lui non era tornato a casa perché ci tenesse, ma per ribadire una volta per tutte la propria esistenza e la propria indipendenza. E forse per far riposare alcuni antichi fantasmi, anche se l’idea gli saltò in mente solo allora, sorprendendolo. Non c’erano fantasmi da mettere a riposo. Tutto ciò che apparteneva al passato era morto e sepolto da tempo. — Vorrei sapere di più della vostra famiglia — gli disse Charity mentre lui l’accompagnava verso la scala maestosa, contraddicendo un po’ ciò che aveva appena affermato. — Forse vorrete illuminarmi un poco, domani. — Sono otto anni che non vedo nessuno di loro — rispose Staunton. — Non c’è proprio nulla da dire, milady. — Ma dovrete avere dei ricordi d’infanzia — insistette lei. — William dev’essere vicino a voi per età, e anche Marianne. — William ha un anno meno di me e Marianne due — rispose il marchese. Poi cominciarono i nati morti e gli aborti spontanei. — Dev’essere stato meraviglioso avere un fratello e una sorella così vicini — osservò Charity. Sì, lui aveva sempre adorato, protetto e invidiato Will, più piccolo e più debole, ma più solare. Avrebbe scambiato in qualsiasi momento il proprio posto con il suo se fosse stato possibile, solo che non sarebbe riuscito a proteggerlo dal peso immane che comportava il fatto di essere l’erede di loro padre. — Immagino di sì — rispose il marchese. — Non penso spesso alla mia infanzia. — Voi non conoscevate lord Twynham fino a oggi pomeriggio — disse Charity osservandolo. — Ma avevate già visto Claudia. Lei e William si erano sposati prima che ve ne andaste di casa? — Un mese prima — rispose lui tagliando corto. Non voleva parlare di Claudia. E neppure di Will. Non voleva parlare di nulla. — Vostra cognata è molto bella — osservò Charity. — Sì, lo è. Fortunatamente non c’era più tempo per proseguire la conversazione. La famiglia era già riunita in salotto e la cena era pronta. Marianne e Claudia, Staunton se ne rese conto alla prima occhiata, indossavano abiti splendidi ed erano ricoperte di gioielli; Augusta era assente, perché senz’altro non le era stato concesso di unirsi ai grandi anche per la cena. Gli uomini portavano abiti dal taglio perfetto, come del resto lui stesso. Vestirsi formalmente per i pasti era sempre stata una regola a Enfield Park, perfino quando si era solo tra famigliari come quella sera. — Milady? — Il duca si stava inchinando e offriva il suo braccio a Charity per accompagnarla nella sala da pranzo. Era una cosa che avrebbe fatto in ogni caso, perché lo imponeva l’etichetta. E l’avrebbe fatta sedere a capotavola, di fronte a sé. Ma come doveva rodergli essere costretto a mostrare tanta deferenza verso una donna che aveva l’aspetto tipico di un’istitutrice, come in effetti lei era stata fino a pochi giorni prima. Charity gli sorrise con calore e posò il braccio sul suo. — Grazie, Padre — disse. Il marchese arricciò le labbra. Non si era aspettato che la moglie mostrasse tanta squisita gentilezza, ma non se ne dispiacque. Anzi, in realtà era ancora meglio del timido atteggiamento dimesso che aveva previsto e sperato. La vita a Enfield Park non era mai stata tale da richiamare sorrisi o gentilezze, e nessuno degli stessi figli del duca di Withingsby si era mai rivolto a lui con un termine più familiare di “signore”. Si chiese se Charity l’avesse notato e concluse che probabilmente era così. Quasi desiderava che lei si rivolgesse a Sua Grazia chiamandolo “Papà”, e dovette impedirsi di sorridere al pensiero. Ma subito dopo tornò serio. Si aspettavano forse che fosse lui a introdurre in sala da pranzo Claudia, in quanto la donna che per rango veniva subito dopo sua moglie? Con grande sollievo, però, vide che William le stava già offrendo il braccio. Il fratello non aveva scambiato una sola parola con lui e non gli aveva rivolto neanche uno sguardo durante la cerimonia del tè. Un tempo era stato il suo amico più intimo, adesso era diventato il nemico più acerrimo. Be’, tutto apparteneva al passato. Twynham e Marianne stavano avanzando in sala insieme, mentre lui chiudeva il corteo con Charles. Anche questi non aveva avuto nulla da dirgli durante il tè. Otto anni prima era solo un ragazzo di dodici anni, attivo e intelligente, che guardava il fratello maggiore come un eroe da adorare. Ormai, però, quell’espressione di venerazione era sparita dal suo viso. Era stato impossibile spiegare al ragazzino perché doveva partire, così non aveva neppure tentato di farlo. Se n’era andato senza salutare. Dato che aveva pianto davanti alla sorellina neonata, non aveva voluto correre il rischio di fare lo stesso di fronte al fratello minore. — Così, adesso, sei il più alto di tutti noi — gli disse. — A quanto pare — replicò il fratello. Sua Grazia, che si era seduto a capotavola, chinò la testa e tutti lo imitarono. C’era da intonare la lunga e solenne preghiera prima che la cena venisse servita. Faceva una strana impressione essere tornato a casa, pensò il marchese, per ritrovarsi fra persone che gli erano così estranee e nello stesso tempo familiari quasi quanto il suo stesso corpo. Dopo quell’intervallo di otto anni aveva la strana impressione di averle sempre portate con sé, quasi a stretto contatto fisico. Si sentiva di nuovo stretto dai lacci, come se non si fosse mai liberato veramente di loro. Sollevò lo sguardo al termine della preghiera e guardò sua moglie a capotavola, dalla parte opposta al duca, che sorrideva e si girava per conversare con William, seduto accanto a lei. Provò un tale sollievo per averla sposata e portata con sé a Enfield Park che per un momento gli sembrò che si trattasse quasi di affetto. Charity aveva mentito durante la cena. Quando Marianne le aveva chiesto della sua famiglia, in quel suo modo altezzoso che le era così connaturato, lei le aveva detto la verità riguardo al padre, tralasciando solo il fatto che era sempre pieno di debiti, ma aveva dichiarato di essere figlia unica. Era stata anche costretta a una seconda menzogna, quando aveva spiegato che la proprietà del padre era stata lasciata in eredità con vincolo di inalienabilità a un lontano parente maschio, con la conseguenza per lei di trovarsi costretta a cercare un impiego da istitutrice. Nonostante quanto aveva affermato di fronte a suo marito in precedenza, riguardo al fatto di sentirsi non toccata dagli insulti che le erano stati rivolti in quella casa, si era resa conto di non riuscire a sopportare il pensiero che i suoi fratelli e le sue sorelle potessero essere soggetti al velato disprezzo che quella gente provava per una famiglia così in basso nella scala sociale. Lei veniva considerata dall’alto della loro posizione boriosa, e non avrebbe sopportato vedere l’effetto che la storia del povero Phil avrebbe avuto su di loro. La sua famiglia apparteneva esclusivamente a lei. Non avrebbe mai cercato di condividerla con quella gente dal cuore gelido. Ma se da una parte rimpiangeva di aver accettato l’offerta stravagante di diventare marchesa di Staunton, anche per la menzogna in cui era costretta a vivere, dall’altra si consolava al pensiero che alla fine ne sarebbe valsa la pena: si sarebbe riunita alla propria famiglia e nessuno li avrebbe più costretti a separarsi. Quando ebbero finito di cenare, il duca guardò verso di lei, in fondo alla tavola, e inarcò le sopracciglia. Lei gli sorrise, ma quanto era difficile continuare a sorridere e non lasciarsi deprimere dall’atmosfera oppressiva di quella casa! Poi si alzò per guidare le altre due donne fuori dalla stanza. Claudia era l’unica che le parlava. Le raccontò dei suoi due ragazzi, che Charity aveva incontrato brevemente nella nursery dopo il tè, e le disse che l’indomani sarebbe dovuta andare alla casa vedovile per rivederli. — L’arrivo degli ospiti è previsto per il pomeriggio — aggiunse. — Perciò potete venire al mattino, a meno che non amiate alzarvi tardi. Ma immagino di no, se siete abituata agli orari di scuola. — Quelle parole furono pronunciate senza nessuna evidente traccia di disprezzo. Gli ospiti, già. Il duca aveva parlato di loro a cena. Dovevano arrivare il conte e la contessa di Tillden con la figlia. Charity rimase sorpresa per quella visita mentre il duca era chiaramente ammalato ed era stato proprio il peggioramento del suo stato di salute a fare convocare Staunton a casa. Ma forse il conte e la famiglia erano amici intimi, anche se le risultava difficile pensare che il duca di Withingsby potesse avere amici intimi. Certo, il loro arrivo non avrebbe fatto che complicare la sua posizione. Lei non aveva alcuna esperienza di persone più illustri di sir Humphrey Loring, inoltre aveva pochi abiti e nulla di adatto per frequentare una simile compagnia. Ma non si sarebbe lasciata prendere dal panico. Era proprio quello il punto dopotutto, no? Lei era stata portata in quella casa per creare imbarazzo. — Lady Staunton — disse Marianne ad alta voce, quando furono raggiunte dagli uomini nel salotto. — Volete farci la grazia di suonare qualcosa al pianoforte? Non vi insulterò chiedendovi se sapete suonarlo. Insegnare questo strumento dev’essere stato uno dei vostri compiti. — Oh, sì, certo — replicò Charity alzandosi in piedi. — E ho avuto anche la migliore delle insegnanti, Marianne, mia madre. Il pianoforte era uno strumento magnifico e lei moriva dalla voglia di suonarlo fin dal primo momento in cui lo aveva notato, quando avevano preso il tè. Si sedette e iniziò a suonare, consapevole che il duca se ne stava in piedi accanto al camino. Marianne cominciò a conversare e a ridere con i cognati, lord Twynham si accomodò semisdraiato su un divano per un sonnellino postprandiale, ma il marchese rimase in piedi accanto alla panca del pianoforte. — Meraviglioso, amore mio — si complimentò con lei quando ebbe finito, guardandola con uno sguardo sorridente e portandosi la sua mano alle labbra. — Non vuoi suonare di nuovo... per me? — Non stasera, Anthony — rispose mentre si chinava un poco verso di lui, guardandolo dolcemente negli occhi prima che lui le lasciasse andare la mano. In realtà non si era aspettata di dover anche recitare quella parte, quando aveva accettato il patto. Le sembrava del tutto disonesto. Ma c’era anche un’altra cosa che aveva cominciato a inquietarla. Si alzò in piedi e attraversò la stanza, dirigendosi verso il camino. Per un istante esitò: il duca di Withingsby era un gentiluomo imponente, sarebbe stato facile sentirsi impauriti di fronte a lui. E del resto non faceva parte del suo accordo comportarsi in modo da sembrare qualcosa di più della semplice ombra di suo marito. Ma lei non si sarebbe mostrata impaurita. Infilò il braccio sotto quello di Sua Grazia e sorrise, quando gli occhi di lui la guardarono sbalorditi. — Padre — gli disse — non volete sedervi? Avete un aspetto molto stanco. Devo chiamare per far portare il tè e versarvene una tazza? — Il duca in effetti appariva sofferente, come se fosse riuscito a mantenersi in posizione eretta fino a quel momento per un puro sforzo di volontà. Nella stanza calò uno strano silenzio. Sembrava quasi che tutti avessero smesso di respirare. — Grazie per la vostra premura, milady — rispose Sua Grazia dopo quello che parve un silenzio interminabile — ma io rimango in piedi per mia scelta. E non bevo mai tè di sera. — Oh. — Charity sembrava in difficoltà, aggrappata al braccio del duca senza avere altro da fare o da dire e senza sapere dove andare. — Allora rimarrò accanto a voi per po’. I quadri in questa stanza sono tutti paesaggi. Non ci sono ritratti da altre parti? Ritratti di famiglia? — C’è una galleria — rispose il duca, mentre tutti sembravano ascoltare sempre trattenendo il respiro. — Con ritratti di famiglia, sì. Sarà mio piacere scortarvi a visitarla domani mattina, signora. — Grazie — rispose Charity. — Mi farà piacere. Ce n’è anche uno vostro? E di... Anthony? Il duca sporse le labbra, un modo di fare che le ricordava ancora di più suo marito. Poi le raccontò del ritratto di famiglia che era stato dipinto solo due anni prima della dipartita di Sua Grazia e di altri ritratti di famiglia più vecchi, compresi due Van Dyck e uno di sir Joshua Reynolds. Le dita della sua mano, notò Charity, erano lunghe e ben curate, come quelle del figlio. La pelle era di un bianco pergamena, tirata su vene azzurre. Era evidente che l’uomo non aveva mentito sui motivi della convocazione del figlio a casa. Stava veramente male e lei se ne sentì dispiaciuta. Si chiese anche se fosse capace di amare. Chissà se aveva amato la moglie, i figli, se aveva amato Anthony… Poi ricordò a se stessa che non era affatto interessata a quella famiglia, che era lì solo per recitare una parte e guadagnarsi un futuro per i propri cari. Voleva avere a che fare il meno possibile con quell’uomo strano, freddo e silenzioso e con la sua famiglia sempre taciturna, imbronciata e inquieta. E con suo figlio, che lei aveva sposato il giorno prima e con il quale aveva fatto l’amore la notte precedente. Suo marito. Il suo marito temporaneo. Era stata una giornata decisamente insolita, che l’aveva lasciata turbata. Era contenta che fosse quasi finita. 8 Il marchese di Staunton si era svegliato prima dell’alba e non era più riuscito a prendere sonno, anche se la sera precedente ci aveva messo molto prima di addormentarsi. Era rimasto sdraiato nella penombra con lo sguardo rivolto al disegno familiare del baldacchino sopra il letto. Poi si era messo alla finestra, a fissare fuori il paesaggio ancora buio, appena illuminato dalla luce lunare, tamburellando con le unghie sul davanzale. Sul lago si rifletteva lo scintillio della luna. Si era sentito terribilmente irrequieto e nella sua mente si erano affollati i ricordi del giorno precedente: il colorito grigiastro del padre, la trasformazione di Charles da goffo ragazzino in un giovanotto alto e sicuro di sé. La bellezza matura di Claudia, la reticenza di William, il formalismo di Augusta, l’affettuosità di Marianne nei suoi confronti, sua moglie seduta dietro il vassoio del tè, sua moglie che conversava con Twynham e Will a cena, sua moglie che suonava il pianoforte con precisione e abilità, sua moglie con il braccio infilato in quello del duca, mentre lo blandiva e lo costringeva alla conversazione. Gli venne da sorridere. Sua Grazia odiava essere toccato. Non sorrideva mai e nessuno sorrideva mai a lui. Nessuno avviava mai una conversazione con lui. E naturalmente nessuno l’aveva mai chiamato “Padre”. Charity era davvero perfetta. Era molto meglio del topolino tranquillo che lui aveva pensato facesse al caso suo. Come topolino sarebbe stata semplicemente disprezzata. Non avrebbe sconvolto l’atmosfera della casa. Così, invece, stava provocando allarme e rabbia. Indubbiamente il contegnoso duca di Withingsby e la sua prole la giudicavano volgare. Charity non lo era affatto, ma nel mondo della sua famiglia la spontaneità era sinonimo di volgarità. Ed era sua moglie, la futura duchessa. Quella consapevolezza li avrebbe fatti infuriare oltre ogni limite. Mentre era lì alla finestra, Staunton aveva capito qual era la ragione precisa della sua insonnia. Charity si trovava nella stanza accanto, separata solo dai loro due spogliatoi. Ed era sua moglie. La notte prima avevano consumato il matrimonio e lei aveva risposto con una passione che l’aveva lusingato. Così si era reso conto, con una certa sorpresa, che non gli sarebbe affatto spiaciuto ripetere quell’esperienza. Tuttavia, poi era tornato a letto ed era rimasto sveglio ancora per molto, ricordando il profumo dei suoi capelli. Strano come un odore, o l’assenza di un odore, potesse tenere sveglia una persona. E il sapone! Lui che non aveva mai trovato particolarmente attraenti neanche i profumi più costosi, ricordava di aver respirato il profumo dei capelli di Charity mentre la penetrava con vigore, e il piacere sessuale era stato intensificato proprio da quell’essenza. C’era stato davvero un piacere, non si era trattato solo di uno sfogo fisico. All’alba il marchese fu di nuovo sveglio e rinunciò a riprendere sonno. Il cielo appariva luminoso, dietro le tende alla finestra, e il coro degli uccelli si faceva sempre più intenso. Era un aspetto della campagna che aveva dimenticato. Gettò da parte le coperte con impazienza, con la voglia di fare una corsa a cavallo e sgomberare la testa dalle ragnatele, liberarsi dalla sensazione di oppressione che quella casa gli provocava. Ma quando, qualche minuto dopo, uscì dalla porta principale diretto alle scuderie, si fermò di colpo in cima agli scalini di marmo. Sulla terrazza sotto di lui vide il suo topolino, la testa girata al di sopra della spalla per guardare verso di lui. Charity era alzata, vestita e già fuori di casa così presto? — Buongiorno, milady — le disse, stupito di essere potuto rimanere sveglio durante la notte a desiderare quella creatura tanto scialba. Perfino i suoi occhi erano in ombra, sotto la tesa del cappellino marrone. — Non riuscivo a dormire — spiegò Charity. — Gli uccelli e la luce del sole cospiravano contro di me. Non so decidermi se andare fino al lago o salire su per la collina. — Provate la collina — consigliò lui. — È stato approntato un sentiero panoramico che vi porterà a raggiungere diversi punti pittoreschi che danno sul parco e la tenuta, oltre a tutta la campagna circostante. — Allora farò così — rispose Charity. Staunton batté il frustino da cavallerizzo contro gli stivali, senza sapersi decidere, poi bruscamente disse: — Mi permetterete di accompagnarvi? — Naturalmente — rispose lei rivolgendogli un accenno di sorriso. Anthony prese a camminarle accanto, con le braccia lungo i fianchi. Charity invece teneva le braccia allacciate dietro la schiena. Camminava a lunghi passi, come se fosse abituata a girovagare in campagna. Ma si muoveva anche con grazia. Com’era stata la vita con suo padre? Da quanto tempo le era morta la madre? Si sentiva orribilmente sola? E suo padre era stato così incapace di provvedere a lei, pur sapendo che la sua tenuta era stata vincolata a un parente maschile? E quel parente non era stato disposto ad aiutarla? Le mancavano la casa, la campagna e la vita che poteva condurre una lady? C’era stato amore in casa sua? C’era stato un amore al di fuori di casa... un uomo che lei aveva dovuto lasciare per andare a lavorare come istitutrice? Fu contento quando Charity gli parlò, distraendolo da quei pensieri. In fondo, non aveva alcun desiderio di provare curiosità nei suoi confronti o di sapere alcunché al di fuori di quello che gli serviva per i propri scopi. — Vostro padre è malato sul serio — disse Charity. — Avete scoperto di che si tratta e quant’è grave? La sera precedente Staunton aveva parlato brevemente con Marianne nel salotto. — Si tratta del cuore — rispose. — Ha avuto qualche leggero attacco nei mesi scorsi. Il medico l’ha avvertito che un nuovo episodio potrebbe essergli fatale. Gli ha raccomandato di stare a letto quasi costantemente. — Credo che questo consiglio sia molto difficile da accettare, per vostro padre — osservò Charity. — State davvero minimizzando. — Forse vi darebbe ascolto, se gli parlaste — suggerì lei. — Magari vi ha invitato a casa nella speranza che gli parlaste e che lo sollevaste dal fardello della sua posizione. Il marchese rise, ma senza alcun umorismo. Lei si girò dalla sua parte. — Lo amate? — gli chiese. Staunton rise di nuovo. — È una domanda assai sciocca, milady — le rispose. — Ho interrotto ogni comunicazione con lui otto anni fa. E per tutto questo tempo mi sono impegnato deliberatamente a fare tutto ciò che il duca avrebbe aborrito. Ho vissuto in modo sconsiderato, mi sono dedicato ad affari e investimenti, mi sono creato una fortuna indipendentemente dalla famiglia e sono diventato... — Un libertino — completò la frase Charity, di fronte alla sua esitazione. — Mi sono liberato da lui e da tutto questo — proseguì il marchese. — E ora che sono tornato l’ho fatto con la mia personalità, alle mie condizioni. No, non lo amo. Non c’è nulla da amare. E comunque sarei incapace d’amare anche se ci fosse amore. Avevate perfettamente ragione ieri, quando mi avete fatto notare quanto io assomigli a mio padre. — Perché vi ha chiesto di tornare qui? — gli chiese Charity. — Perché intendeva ribadire ancora una volta il suo dominio su di me — rispose lui. — Per fare di me la persona che lui aveva voluto che fossi fin dalla nascita, così da essere degno di portare avanti le tradizioni che Sua Grazia ha difeso così meticolosamente. — E forse — aggiunse Charity — voleva anche rivedere suo figlio prima di morire. — Ditemi un po’, milady — la interruppe lui con una nota stizzita nella voce — per caso leggete romanzi romantici? Libracci sentimentali? Vi raffigurate nella mente la scena di un padre sul letto di morte con accanto il figlio con cui si è alla fine riconciliato, inondati entrambi di lacrime, con il resto della famiglia che singhiozza adagio sullo sfondo, mentre dichiarano finalmente quanto si amano? Con la promessa di rivedersi in cielo? Un libro che si potrebbe intitolare Pace e perdono, oppure Il figliol prodigo, anche se temo che questo titolo sia già stato sfruttato. — Non si tratta di un romanzo sentimentale, milord — replicò Charity. — È un episodio della Bibbia. — Ah. Touché — ammise il marchese. Charity gli sorrise dolcemente e non disse altro. Staunton appariva agitato. Il silenzio di lei l’aveva privato della possibilità di sfogarle contro la propria irritazione. Erano arrivati al boschetto di rododendri dove il sentiero di ghiaia prendeva a salire. A breve ci sarebbe stata una curva e avrebbero raggiunto quel tempietto greco da cui si godeva una visuale ininterrotta sopra la casa e il lago al di là. Forse era il momento giusto per far sapere a sua moglie tutta la verità che stava dietro il loro matrimonio. — Sua Grazia mi ha convocato a casa per ordinarmi di sposare la moglie che mi aveva scelto diciassette anni fa — spiegò Staunton, provando quasi un senso di malvagia soddisfazione quando la vide girare la testa di scatto per guardarlo. — Un matrimonio dinastico, insomma, milady. La mia cosiddetta fidanzata è la figlia del conte di Tillden, un nobile di antico lignaggio e di vaste proprietà, che occupa una posizione sociale elevata quanto quella dei Withingsby. Charity spalancò tanto d’occhi, che adesso erano ben visibili sotto l’ala del cappellino. — Questo pomeriggio sono attesi visitatori — commentò. Staunton sorrise. — Mio padre si aspettava che io tornassi a casa per condurre un brevissimo corteggiamento di lady Marie Lucas, celebrare il fidanzamento ufficiale con lei nel corso di un ballo organizzato per domani sera e infine sposarla prima del finire dell’estate — spiegò. — Poi da me ci si attendeva che facessi il mio dovere generando con lei eredi maschi e figlie per i prossimi vent’anni circa. Le duchesse di Withingsby vengono scelte giovani, vedete, affinché abbiano davanti un numero sufficiente di anni di fertilità. Dopotutto, sarebbe un peccato sprecare un lignaggio così impeccabile per un paio di figli e basta, non vi pare? Charity aveva smesso di camminare e ora si trovavano uno di fronte all’altra. — Ma voi avete messo un annuncio per ricercare un’istitutrice e offrire invece alla candidata prescelta il matrimonio — commentò. — Che splendido scherzo. — Ma dal suo tono non sembrava affatto divertita. — Lo pensavo anch’io — disse lui socchiudendo gli occhi. — E lo penso tuttora. Gli ospiti arriveranno oggi pomeriggio, milady, senza sapere che stanno venendo qui per niente. Gli occhi di Charity frugarono nei suoi e Staunton provò l’impulso familiare di fare un passo indietro. Ma non lo fece. Nello sguardo di lei c’era qualcosa d’insolito... Collera? Disprezzo? Il marchese inarcò un sopracciglio. — Io credo che siate stato meno che onesto con me, milord — disse lei. — Non sapevo che sarei stata usata come strumento di crudeltà. Se l’avessi saputo, sono convinta che avrei rifiutato la vostra offerta. — Crudeltà? — chiese lui. — Quanti anni ha la ragazza? — s’informò Charity. — Diciassette. — E oggi viene qui per il suo fidanzamento — continuò lei. — Ma scoprirà che siete già sposato... con me, una donna più vecchia di lei e appartenente a un ceto sociale di gran lunga inferiore. Oh, sì, milord, meritate le mie congratulazioni. Il vostro è stato un piano diabolico, che sta funzionando a meraviglia. Quel disprezzo sommesso fu per lui una stilettata. Come osava? — A me pare invece, milady, che voi siate stata ben pronta ad accettare il mio denaro e ad arricchirvi. Avete fatto ben poche domande su ciò che sarebbe stato richiesto a voi in qualità di moglie. L’unica cosa che sembrava interessarvi era se fossi in grado di adempiere al mio impegno finanziario. E avete giocato al rialzo con il prezzo. Avete insistito per avere una clausola aggiuntiva che vi assicurasse la prosecuzione della vostra dotazione annuale nel caso fossi morto prima di voi. E adesso vorreste darmi lezioni di moralità? Charity sollevò il mento di scatto e continuò a fissarlo, ma arrossì profondamente. — Io non ho mai fatto alcuna promessa a lady Marie Lucas — continuò Staunton. — E non ho mai avuto la minima intenzione di sposarla. — Ma non vi è passato per la testa neanche di scrivere a vostro padre per spiegargli la situazione — ribatté Charity. — Per dirgli con fermezza che non eravate d’accordo e che doveva informare il conte di Tillden della vostra decisione. Invece avete sposato me e mi avete portato qui per mettere tutti nell’imbarazzo e umiliarli. — Proprio così — rispose lui seccamente, molto irritato per il modo in cui lei lo stava facendo sentire colpevole. Eppure non riteneva di esserlo. La sua vita apparteneva solo a lui. Quel concetto l’aveva spiegato chiaramente otto anni prima e se il messaggio non era stato recepito, lo stava ribadendo ora in modo inequivocabile. Charity fece per parlare, ma poi rinunciò e si girò per riprendere il cammino. Staunton le si mise al fianco. — Forse quella povera ragazza è stata fortunata, dopotutto — disse lei dopo un po’. — Nessuno potrebbe augurare a un’ingenua fanciulla di diciassette anni di sposarsi con voi. — Voi invece — ribatté lui — siete in grado di gestirmi molto meglio. — Non ne ho alcuna necessità — osservò Charity. — Quando potrò andarmene? Dopo che oggi sarà stata portata a termine la vostra sceneggiata d’umiliazione? — No — rispose il marchese. — Ho ancora bisogno di voi. — Sarebbero rimasti a Enfield Park ancora un po’, anche se in realtà, dopo quel giorno, non sarebbe stato più indispensabile. Lui sarebbe potuto tornare alla vita in città con la sicurezza che la sua famiglia non lo avrebbe più seccato. Ma sapeva che non poteva andarsene così presto come se niente fosse. Suo padre era malato, probabilmente stava morendo. William e Charles erano suoi fratelli. Marianne e Augusta le sue sorelle. Adesso che li aveva rivisti, sentiva di nuovo il fardello dei loro rapporti. E un giorno, forse presto, sarebbe stato a capo della famiglia. No, era necessario sistemare alcune cose prima di lasciare Enfield Park e... lasciare libera sua moglie. Solo che non era sicuro di che cosa intendesse dire quando parlava di sistemazione, non lo era affatto. Continuarono a camminare in silenzio, finché Charity non notò il tempietto greco e si fermò di nuovo. — Girategli davanti — le consigliò Staunton. — C’è una vista splendida. C’è perfino un sedile all’interno del padiglione, se desiderate riposarvi un po’. Charity fece come le era stato detto ma non si sedette, rimanendo invece davanti al tempietto per guardare verso la casa e al di là. Lo scenario era nel suo momento migliore, inondato dalla luce del sole del mattino. Se prima, nelle loro camere, avevano sentito un coro di uccelli, in quel punto di cori ce n’erano un’infinità. — Tutto questo sarà vostro — disse lei, dopo un silenzio piuttosto lungo. Sembrava che si fosse rivolta più a se stessa che a lui. — Eppure non sentite la necessità di passarlo a un figlio vostro. Staunton girò la testa bruscamente per guardarla. Charity stava con la schiena eretta e il mento sollevato, e lui si rese conto che quella postura era una sua caratteristica naturale. Vestita in modo diverso avrebbe avuto l’aspetto di una duchessa, e sarebbe apparsa bella. Quel pensiero gli provocò uno scossone. Non che un vestito potesse creare la bellezza, naturalmente, l’avrebbe solo messa in risalto. Ma ormai aveva già abbastanza familiarità con il volto della moglie da ammettere, sia pure con riluttanza, che possedeva una bellezza ben superiore a quella che lui aveva valutato all’inizio. Quando era arrivata nella casa di Upper Grosvenor Street per il colloquio, Charity si era premurata di assumere l’aspetto di una nullità. Solo gli occhi, per poco, non l’avevano tradita, ma lei era stata abbastanza astuta da tenerli nascosti per la maggior parte del tempo. La squadrò da cima a fondo. — Fareste meglio a sperare che io non cambi idea. Charity gli restituì l’occhiata... e arrossì. — State tranquilla, non la cambierò — continuò Staunton, nonostante l’impennata allarmante di desiderio che le parole e l’aspetto di lei gli avevano appena suscitato. — Ciò che è accaduto tra noi due notti fa, anche se piuttosto piacevole, è stato un errore. Ma potrebbe avere delle conseguenze. Speriamo solo che non sia così. Comunque non vi farò più correre il rischio di concepire. Charity non distolse lo sguardo da lui, nonostante il rossore che non voleva saperne di sparire. Inclinò la testa di lato e continuò a fissarlo. Alla fine disse: — Credo proprio che abbiate amato vostra madre molto intensamente. Per un attimo Staunton rimase quasi accecato dalla furia. Intrecciò le mani molto dietro la schiena, traendo qualche respiro profondo, e ringraziò il cielo per il ferreo controllo che era sempre riuscito a imporre sul proprio carattere focoso. — Mia madre non è argomento di discussione tra di noi, milady — disse a bassa voce. — Né ora né mai. Confido che abbiate capito. — Sì — rispose lei. — Credo proprio di sì. — Vogliamo salire ancora un po’? — domandò lui, indicando con la mano il sentiero che proseguiva all’insù. — Più in alto ci sono alcune vedute diverse e altrettanto magnifiche. — Avrebbe fatto meglio ad andare a cavallo, si disse. Avrebbe dovuto restare solo con i propri pensieri. — Per questa mattina penso di no — rispose Charity. — Vostro padre mi ha promesso di mostrarmi la galleria dei ritratti dopo colazione, anche se cercherò di non costringerlo in piedi troppo a lungo. Dopo quel giro tenterò di persuaderlo a riposarsi. — Fate pure — rispose lui. — E poi andrò a fare visita a Claudia alla casa vedovile — continuò Charity. Il marchese annuì brevemente. Che facesse anche quello. Che facesse amicizia con Claudia e con Will e con tutti quanti, se ci riusciva. Avrebbe scoperto che era più difficile di quanto pensasse. E che facesse anche amicizia con Tillden e con lady Marie, quel pomeriggio. Staunton avrebbe dovuto sentirsi trionfante quel mattino, invece Charity era riuscita a farlo sentire del tutto a disagio. — Allora permettetemi di scortarvi fino a casa per fare colazione — le disse, anche se dubitava che qualcuno si fosse già alzato a quell’ora. — Forse vi andrebbe di accompagnarmi — propose Charity. — Alla casa vedovile, intendo. Ieri non avete avuto modo di parlare con vostro fratello. E immagino che non abbiate ancora conosciuto i vostri nipoti. — I miei eredi dopo William? — chiese Staunton. — No, infatti. Sfortunatamente ho altri progetti per questa mattina. Charity girò attorno al tempietto e imboccarono la discesa. Camminarono in silenzio, senza toccarsi. Ma mentre si avvicinavano alla casa, Staunton tornò a parlare, per nulla convinto di quello che stava per dire. — Forse le altre faccende che avevo programmato possono essere rimandate — disse. — Sì, potrei accompagnarvi alla casa vedovile. — Come aveva scoperto la sera prima, era lì che abitavano William e Claudia con i due figli. — Dopotutto, siamo sposati da solo due giorni e siamo profondamente innamorati e non desidero certo stare lontano da voi senza necessità. — Il suo tono suonò riluttante perfino alle sue stesse orecchie. — E William è vostro fratello — osservò Charity sorridendogli. Sì, William era suo fratello e c’erano alcuni fantasmi da seppellire, come si era reso conto il giorno prima. Forse al duca di Withingsby mancava la capacità di amare, pensò Charity, anche se non ne era affatto convinta. In realtà non credeva che fosse possibile per un essere umano essere incapace di amare. Ma di sicuro il duca riusciva a sfoggiare un orgoglio che rasentava l’amore. Stava facendo colazione quando lei e il marito erano ritornati dalla loro passeggiata mattutina ed erano entrati nella sala insieme. Sua Grazia si era alzato e le aveva rivolto un inchino cerimonioso, cogliendo contemporaneamente, con sguardo sdegnato, il suo vestito marrone da passeggio e la semplice crocchia di capelli, visto che lei non aveva chiamato la cameriera per farseli acconciare quando si era alzata. Subito dopo colazione l’accompagnò nella galleria dei ritratti, che si estendeva per tutta la larghezza della casa, procedendo a mostrarle quelli di famiglia e a descriverne i personaggi. In alcuni casi, accennava anche agli artisti che li avevano dipinti, manifestando un orgoglio e un calore insospettati. — I personaggi ritratti da Van Dyck sembrano tutti uguali — osservò Charity, avvicinandosi a una delle tele che mostravano un gruppo di famiglia. — Non è solo per le barbe a punta, i baffi arricciati e i riccioli che erano di moda all’epoca. È qualcosa che ha che fare con la forma del viso e degli occhi... e con le spalle pendenti. I suoi dipinti sono facilmente individuabili ovunque. — Eppure — rispose il duca — credo che sarete d’accordo, signora, che il duca di Withingsby qui dipinto dimostra una notevole rassomiglianza con vostro marito. Era vero, e Charity sorrise. — E anche con voi, Padre — disse. — Ma del resto penso di non avere mai visto un padre e un figlio così somiglianti. — “Due persone che si amano e si odiano tanto” pensò. E non riteneva di sbagliarsi in questo. — Vedete quel terrier? — chiese il duca, puntando il bastone verso un cagnolino tenuto in braccio da un fanciullo riccioluto vestito di satin. — Si dice che abbia salvato la vita del suo padroncino quando questi è caduto in un torrente e ha battuto la testa. Il cane ha continuato ad abbaiare senza posa fin quando sono arrivati i soccorsi. — Si tratta del ragazzino che lo tiene in braccio? — chiese Charity avvicinandosi al dipinto per esaminarlo meglio. — L’erede del duca — rispose Sua Grazia. — Il mio antenato. — Oh. — Charity si voltò e gli rivolse un ampio sorriso. — Così anche voi dovete la vita a quel cagnolino. — E voi gli dovete la vita di vostro marito, signora — le rispose Withingsby, inarcando le sue sopracciglia altezzose. — Sì, è vero. — Charity sentì che per qualche ignota ragione stava arrossendo. Riconobbe il motivo nel momento in cui si rese conto che suo suocero stava notando e fraintendendo le sue guance infiammate. Arrossiva perché lo stava ingannando, perché anche se era veramente sposata con suo figlio, non era in realtà una vera moglie. E lei non voleva ingannare nessuno. Sarebbe stato molto meglio se il marchese fosse tornato da solo a Enfield Park per affrontare il padre e far valere la propria scelta di vita, così come il diritto di scegliersi da sé una moglie. Il duca passò al quadro successivo e a quelli che venivano dopo, finché arrivarono davanti al ritratto più recente. Charity l’osservò in silenzio, al pari di Sua Grazia. L’uomo appariva molto più giovane nel ritratto. Con i suoi capelli neri e il colorito sano, assomigliava più che mai al figlio. Il marchese di Staunton, orgoglioso, giovane e bello, gli stava al fianco e l’altro giovane doveva essere lord William, anche se appariva diverso, e non solo per l’età, dall’uomo che lei aveva conosciuto il giorno prima. Nel ritratto era solare e spensierato. Marianne non era cambiata molto. Il bambino dall’espressione altezzosa doveva essere Charles. Nessuno aveva sorriso per il pittore, anche se William sembrava sorridere da dentro. — Dev’essere stata molto bella — commentò Charity riferendosi alla duchessa, che sedeva accanto al marito e guardava negli occhi chi osservava il ritratto. Anche se fra tutte le persone raffigurate era quella dai lineamenti meno marcati, la donna sembrava essere il punto focale del dipinto, più ancora del suo orgoglioso figlio maggiore. Il pittore doveva essere rimasto affascinato da lei. C’era una certa bellezza appassita in quella donna: le capaci pennellate dovevano aver cercato di minimizzare quello sfioramento, ma non avevano cancellato l’espressione di tristezza nei suoi occhi. — Era più famosa per la sua bellezza, a quel tempo — rispose il duca rigidamente. Era per quella ragione che l’aveva sposata? Per la sua bellezza? Ma l’aveva anche amata? Lei gli aveva generato tredici figli, però questo non dimostrava amore, né mancanza d’amore. Ed era la madre di Anthony. La donna per la quale il marito provava una venerazione tale che era diventato di ghiaccio, quel mattino, quando lei aveva suggerito che doveva averla amata. — Era la figlia maggiore di un duca — continuò Sua Grazia. — Era stata allevata fin dalla culla per diventare la mia sposa. E ha compiuto il suo dovere fino al giorno in cui è morta. Dando alla luce Augusta. Charity provò una sensazione di gelo. Il duca l’aveva amata? O, forse cosa più importante, lei aveva amato lui? Aveva compiuto il suo dovere... “Io sono la figlia di un gentiluomo” avrebbe voluto dire Charity. “Sono stata allevata per essere una lady. Anch’io so qual è il mio dovere e lo eseguirò fino al giorno della mia morte.” Ma non era proprio così, vero? Si era sposata solo due giorni prima e aveva fatto ogni genere di promessa che non sarebbe mai stata mantenuta. Aveva contratto un matrimonio da burla... per denaro. Suo marito aveva avuto perfettamente ragione quel mattino, quando lei si era infuriata scoprendo il vero motivo per cui lui l’aveva sposata in tanta fretta e portata a Enfield Park. Provò una fitta di dolore, sentendosi colpevole, e rimase sorpresa di trovarsi tanto sulla difensiva, e tanto ansiosa di giustificarsi davanti a quell’uomo dall’espressione severa che non sorrideva mai, e che pareva non avere ispirato alcun amore nei propri figli. — Padre — gli disse prendendogli un braccio — siete stato troppo tempo in piedi. Vi sono veramente grata di avermi accompagnata qui a condividere con me la vostra famiglia, la famiglia di Anthony, ma permettete che vi accompagni dove possiate riposare. Ditemi solo dove. Inaspettatamente Sua Grazia disse: — Immagino che Staunton non vi abbia offerto degli abiti idonei alla vostra nuova posizione. Per un momento era riuscito a farla tacere, mentre lei si rendeva orribilmente conto di quanto fosse scialbo il suo abito da passeggio, che avrebbe dovuto cambiare per colazione e di sicuro per far visita alla galleria. Solo che aveva così pochi vestiti... Non gli lasciò il braccio. — Ci siamo sposati in fretta, Padre — spiegò. — Anthony voleva arrivare a casa senza indugio. Era in ansia per la vostra salute e non c’è stato tempo per fare spese. Ma non m’interessa. I vestiti non sono importanti. — Al contrario — replicò il duca. — L’apparenza è della massima importanza, specialmente per una donna del vostro rango. Voi ora siete la marchesa di Staunton, signora. Ed è chiaro che vi siete sposati in fretta e furia. Mi chiedo tuttavia se sapete perché vi ha sposata. Siete forse così ingenua da immaginare di essere amata, signora, solo per le dolci occhiate e i baci sulla mano e l’attività coniugale che indubbiamente ha avuto luogo nella vostra camera da letto ieri notte? Se albergate sogni d’amore e d’eterna vita felice, ne rimarrete senza dubbio ferita. Charity deglutì, e gentilmente, ma con la massima fermezza possibile, disse: — Padre, sta a me e Anthony far sì che il matrimonio funzioni e creare il grado d’amore che questo comporta. — Allora siete una sciocca — ribatté il duca. — Nei matrimoni come i nostri non si parla mai di noi come persone. Conta solo il nome. Voi siete una moglie, un bene di vostro marito, signora, e di rango abbastanza basso da permettergli di dimostrarmi quanto disprezzi me e tutto ciò che conta per me. Avrà dei figli da voi così da potersi pavoneggiare con me e sfoggiare davanti al mondo quanto siano inferiori i parenti della loro madre. E quello, pensò Charity, ancora aggrappata al suo braccio ma con la testa che quasi le girava per la sofferenza, era stato il modo in cui lei si era guadagnata il denaro. Per Phil. Per Penny. Per i bambini. Non avrebbe mai perso di vista quello scopo. Quanto era contenta, adesso, di aver avuto la preveggenza di dichiararsi figlia unica. — Vi sentite oltraggiato, Padre? Vi sentite ferito per il matrimonio di Anthony con me? Il duca tacque per alcuni lunghi istanti. — Se anche lo fossi, signora — disse alla fine — Staunton non avrà mai la soddisfazione di saperlo. Vi accorgerete che neanch’io sono privo di risorse. La maggior parte dei giochi sono studiati per più di un giocatore. E quasi tutti coinvolgono davvero solo quando i partecipanti giocano con pari abilità ed entusiasmo. Sì, mia cara signora, mi sento affaticato. Potete aiutarmi a scendere le scale e a raggiungere la biblioteca e poi suonare perché mi portino dei rinfreschi. Potrete leggermi i giornali del mattino mentre io appoggio la testa in poltrona e chiudo gli occhi. Avete promesso a lady William di andarle a fare visita più tardi? In tal caso vi lascerò libera fra un’ora, ma non prima. Mio figlio ieri è tornato a casa portandomi una nuora. È mio dovere fare la sua conoscenza e non mi sorprenderebbe scoprire che finirò per affezionarmi molto a lei. La sua voce era gelida e i suoi occhi lo erano ancora di più. Non occorreva essere un genio, pensò Charity, per indovinare il genere di gioco a cui Sua Grazia aveva deciso di giocare. Del resto lei aveva sempre saputo che sarebbe stata solo una pedina. Solo, non si era resa conto della portata del proprio coinvolgimento in quella parte. Ma ogni ora che passava le faceva comprendere meglio la situazione in cui si era cacciata. E si disse che si meritava ogni istante della pena che già aveva provato, e di quelle che dovevano ancora venire. 9 Staunton non stava certo attendendo con ansia il resto della giornata, perché non si divertiva affatto. Non che si fosse aspettato di divertirsi, ma di provare una sensazione di trionfo sì. Una sensazione che avvertiva ancora in parte, ma che sua moglie aveva considerevolmente mitigato, nel corso della loro passeggiata mattutina, accusandolo di crudeltà. Crudeltà nei confronti di una giovane donna che lui ricordava soltanto come una bambina scialba e goffa che giocava con Charles. Se fosse tornato a casa da solo, probabilmente avrebbe finito con lo sposarla, anche dopo otto anni di indipendenza e la convinzione di essersi ormai liberato dall’influenza del padre. Se fosse tornato da solo e se Tillden fosse arrivato con sua figlia, gli sarebbe stato estremamente difficile evitare il fidanzamento che tutti si aspettavano. Sarebbe sembrato più crudele dire di no, in tal caso. Lui non era un uomo crudele, ma desiderava essere lasciato in pace, libero di vivere la vita che desiderava. Tuttavia, quando si era eredi di un ducato non si apparteneva a se stessi, a meno di fare sforzi sovrumani per ribadire la propria indipendenza. In quel momento Staunton stava percorrendo a piedi il viale con sua moglie, diretto alla casa vedovile per fare visita a Claudia. Tuttavia, non aveva avuto modo di valutare i propri sentimenti circa quella visita, né intendeva farlo. Si chiese se William sarebbe stato presente e se lui sarebbe stato costretto a incontrare i bambini. — Siete già stato giù al villaggio? — gli chiese sua moglie. — Sì — rispose lui. — Sono andato a parlare con il medico di Sua Grazia. Era stato convocato appositamente da Londra per occuparsi della sua salute, ma stando a quanto dice, viene ogni volta insultato e ignorato. — Vostro padre è malato — ribadì Charity. — Si stanca molto facilmente. — Sta morendo — precisò Staunton. — Si tratta del cuore. È malconcio e potrebbe tradirlo da un giorno all’altro, oppure potrebbe continuare a funzionare anche per anni. Ma mio padre si rifiuta di riposarsi e di affidare le sue responsabilità al castaldo, come gli è stato consigliato di fare. — Allora dobbiamo persuaderlo noi — disse Charity. In quel momento avevano imboccato il ponte palladiano e si erano fermati di tacito accordo per rimirare il fiume, i prati e gli alberi attraverso l’inquadratura dei pilastri. “Noi?” Staunton la fissò e inarcò le sopracciglia. — Dobbiamo? — chiese. Charity fu colpita dal suo tono. — Vi ha richiamato a casa — puntualizzò. — Dev’essere stato difficile per lui fare la prima mossa, visto che è così orgoglioso. Ora desidera sistemare le sue faccende, milord. Voleva vedervi sposato alla donna da lui scelta. Voleva vedervi subentrare a lui qui in modo da potersi riposare e affrontare la fine, sapendo che il futuro era assicurato. — Voleva sentire di avere di nuovo il potere — ribatté Staunton, secco. — Chiamatelo come preferite — continuò Charity — comunque siete venuto. Oh, alle vostre condizioni, come continuate a ripetere a me e a voi stesso. Ma non eravate obbligato a tornare. Vi siete creato una vita vostra e una fortuna personale. Ve ne eravate andato con l’intenzione di non tornare mai più e invece siete qui. Avete perfino compiuto il passo straordinario di sposare una sconosciuta prima di arrivare. Quella ragazza aveva l’infallibile capacità di irritarlo tantissimo. Doveva essere l’istitutrice che era in lei, si disse Staunton. — Che cosa state cercando di dire, signora? — Che non vi siete mai liberato veramente di vostro padre — rispose Charity. — Che lo amate ancora. — Ancora, milady? — fece lui. — Ancora? Il vostro potere d’osservazione è piuttosto fallace, vi assicuro. Non avete notato che non esiste alcuna forma d’amore in questa famiglia... o in vostro marito? Voi vedete ciò che volete, con la vostra sensibilità femminile. — Anche lui vi ama ancora — continuò Charity. Il marchese fece un gesto d’impazienza con un braccio e la invitò a riprendere il cammino. Per loro la bellezza pittoresca del paesaggio era come se non esistesse. — Voi potreste fargli vivere in pace i suoi ultimi giorni — insistette lei — e così facendo penso che potreste vivere in pace anche con voi stesso. Certo, c’è la situazione imbarazzante di oggi pomeriggio da superare e non ci sarà mai quell’alleanza di famiglie che aveva sperato vostro padre. Ma tutto può ancora finire nel migliore dei modi. Potete anche rimanere qui, a Londra non c’è nulla che esiga il vostro ritorno, mi pare. E credo che vostro padre potrebbe finire con l’accettare un po’ anche me e magari prendermi perfino in simpatia. C’erano così tanti punti da commentare, in quel breve discorso, che per qualche istante Staunton rimase senza parole. — Sua Grazia potrebbe prendervi perfino in simpatia? — sbottò alla fine. Possibile che quella donna soffrisse anche di illusioni, oltre a tutto il resto? — Mi ha mostrato la galleria — spiegò Charity — e naturalmente quel giro lo ha sfibrato. Mi ha concesso di aiutarlo a scendere in biblioteca e mettergli uno sgabello sotto i piedi e un cuscino dietro la testa. Mi ha permesso di leggergli i giornali mentre chiudeva gli occhi. E ha detto che mi avrebbe lasciata libera allo scadere di un’ora solo perché avevo promesso di andare a far visita a Claudia. Quel demonio! Staunton si ritrovò di nuovo senza parole. — So che voi siete venuto per vendicarvi — continuò Charity — ma a questo punto potreste rimanere per una ragione più nobile, milord. Lo potremmo rendere felice. — Noi. — Staunton avrebbe anche potuto sghignazzare all’idea di un duca di Withingsby felice, se non fosse stato in preda a un vero e proprio attacco d’ira. — Voi, milady, state dimenticando una cosa molto importante. Sua Grazia potrebbe vivere ancora per cinque anni e magari anche più. E noi riusciremmo a renderlo felice per tutto questo tempo? E come? Facendogli credere che il nostro è un matrimonio benedetto dal cielo? Sfornandogli una schiera di nipotini? Siete sicura di voler ampliare il nostro contratto fino a includere tutto questo tempo e, diciamo, un’attività così intensa? Finalmente era riuscito a metterla a tacere. E, come si era aspettato, la vide arrossire. Ma un’idea lo colpì all’improvviso. Charity non aveva famiglia e a quanto pareva neanche amici. Non aveva nessuno. A che cosa mirava per l’esattezza? — Forse — le disse socchiudendo gli occhi — è proprio questo che sperate, signora. Magari vorreste emulare mia madre con diciassette gravidanze nei prossimi vent’anni. E io potrei anche essere persuaso ad aderire ai vostri desideri. Dopotutto, la mia parte nella faccenda sarebbe minima... e nient’affatto sgradevole. — Io sarei una sciocca — ribatté Charity a bassa voce — se volessi una relazione alquanto prolungata con voi, milord. Non siete un uomo di mio gusto. L’unico motivo per cui sopporto tutto questo è perché mi aggrappo alla convinzione che dietro quella vostra maschera impenetrabile ci sia una persona che forse potrebbe essere gradevole, se solo si mostrasse qual è in realtà. E non c’è proprio nulla di così orribile nelle famiglie numerose. Sono cose che succedono. Il dolore di perdere figli alla nascita, o nella prima infanzia, è spesso compensato dalla grande felicità che procura l’affetto e la vicinanza familiare. — Una cosa di cui voi saprete molto, immagino — ribatté lui, avvertendo quanto fosse beffardo il proprio tono di voce nello stesso momento in cui vide le lacrime sgorgarle dagli occhi. Lei non aveva nessuno. Perfino i suoi genitori erano morti e aveva solo ventitré anni. — Vi chiedo scusa — disse in tono asciutto. — Vi prego di perdonarmi. Ho parlato in modo sconsiderato e vi ho ferito. Quando Charity lo guardò, aveva ancora gli occhi inondati di lacrime. Come poteva averla giudicata scialba? Ma l’irritazione lo risparmiò dal sentirsi ancora più a disagio. Accidenti a tutto, per lui quella donna stava diventando una persona. Una persona con dei sentimenti. Ma Staunton non voleva aver a che fare con i sentimenti altrui. Quand’era stata l’ultima volta che si era scusato con qualcuno? O che si era sentito così miserabilmente nel torto? — Voi avete un padre — rispose Charity — e fratelli, sorelle e nipoti, che adesso sono tutti qui con voi. Forse domani o il mese prossimo o l’anno prossimo saranno scomparsi. Forse verrete separato da loro e non sarà facile, se non addirittura impossibile, ritrovarvi di nuovo insieme. Orgoglio e altre cause a me ignote vi hanno tenuti divisi per otto anni. Ora vi è stata offerta un’altra possibilità. Ma ricordate che la vita non offre una quantità illimitata di occasioni. Oh, Signore! Che diavolo, aveva sposato una predicatrice. Una predicatrice con grandi occhi dolci e azzurri nei quali lui sarebbe potuto precipitare a capofitto e annegare, se non fosse stato in guardia. Il corso dei suoi pensieri fu interrotto da una cascata di foglie sul cappello e sul viso. Si rese conto che anche sua moglie se le stava scostando dalla faccia, con esclamazioni di sorpresa. Si udirono dei risolini soffocati. Bene. Lui e Will una volta avevano fatto esattamente la stessa cosa con la ghiaia e avevano preso una battuta solenne dal capogiardiniere, che, dopo aver finito, aveva attenuato il loro dolore promettendo di non fare rapporto a Sua Grazia. Charity stava guardando in su, con la testa gettata indietro. — Dev’essere l’autunno — disse con enfasi — e tutte le foglie cadono dagli alberi. Penso che se sollevaste il bastone, milord, e deste una smossa ai rami più in basso, ne fareste cadere molte altre. Altri risolini soffocati. — Non è l’autunno, milady — ribatté il marchese — ma sono gli elfi. Se li vado a disturbare con il mio bastone, finiranno col cadere dall’albero e rompersi la testa. Forse dovrei dare loro la possibilità di scendere da soli. I risolini si trasformarono in un’aperta risata e un ragazzino cadde sul vialetto di fronte a loro. Era sporco di terra, con i vestiti in disordine e spumeggiante d’allegria. — Vi abbiamo vista arrivare, zia Charity — disse — e vi abbiamo teso un’imboscata. — E noi siamo caduti nella trappola senza sospettare nulla — ammise lei. Poi sollevò di nuovo la testa. — Sei rimasto incastrato, Harry? Infatti era proprio così. A quanto pareva, Harry era tremendamente coraggioso se c’era da arrampicarsi su un albero, ma poi non era capace di scendere... o così sosteneva suo fratello. Il marchese allungò le braccia in alto e lo prese per calarlo a terra. Anche lui era sporco di terra. E anche lui era biondo e con gli occhi verdi, appena uscito dall’infanzia. Era esattamente come avrebbe potuto apparire suo figlio, pensò il marchese, se si fosse sposato... — Potete rivolgere un inchino a vostro zio Anthony — stava dicendo adesso sua moglie. — Questi due elfi sono Anthony e Harry, milord. — Mi hanno dato questo nome in vostro onore, signore — disse il ragazzino più grande. — Me l’ha detto papà. Ah, lui non ne aveva saputo niente. Così quelli erano i due figli di Will e Claudia. — Corro ad avvertire la mamma del vostro arrivo — disse Anthony, scattando come una lepre. — E io vado ad avvertire papà. Non sarai tu il primo a farlo, Tony. — Harry partì di corsa dietro il fratello. Naturalmente non sarebbe riuscito a raggiungerlo, i fratelli minori non ci riuscivano mai. Almeno finché non crescevano e imparavano a ingannare e imbrogliare. — Dovremmo essere vicini alla casa vedovile — disse Charity, sorridendo al marito. — Infatti. — E Will doveva essere in casa. — Prendete il mio braccio. Dopotutto si aspettano che siamo innamorati, no? — Allora dovrete sorridere — gli ricordò lei. — Lo farò — le promise lui, scuro in volto. Il marchese non si limitò a sorridere. Le cinse anche la vita con un braccio e l’attirò a sé mentre si avvicinavano alla casa attraverso un susseguirsi di giardini ben curati. Il suo braccio però non era rilassato, Charity lo sentiva. Né lo erano i sorrisi sul viso di Claudia e William, che erano usciti di casa per accoglierli. I ragazzini si precipitarono fuori davanti a loro. Almeno loro sorridevano davvero. — Charity — la salutò Claudia — sono così contenta che siate venuta. E avete portato anche Anthony. Che sorpresa deliziosa. — Anthony? — William inclinò la testa. — Mil... — sembrava decisamente imbarazzato. — Charity. Benvenuta nella nostra casa. C’era qualcosa di strano, pensò lei. Qualcosa di molto intenso. Non si trattava solo del fatto che Anthony li aveva offesi andandosene di casa otto anni addietro. Claudia e William si erano sposati un mese prima che lui partisse. Un mese prima della nascita di Augusta e della morte della duchessa. Claudia era molto bella. William e il fratello maggiore avevano quasi la stessa età. Possibile che anche suo marito l’avesse amata? — Grazie — disse quindi Charity. — È una casa molto bella. Anzi, ieri quando siamo arrivati l’avevo scambiata per la dimora padronale e ne ero rimasta meravigliosamente colpita. Tutti si unirono alla sua risata... tutti quanti. Charity non aveva mai sentito suo marito ridere. La stava guardando con gli occhi colmi di tenerezza: avrebbe dovuto calcare il palcoscenico. — Ti sei scordata di dirmelo ieri, amore mio — le disse. — Mi avresti presa in giro — replicò lei. — E io non sopporto di essere presa in giro. Senza contare che non ero in grado di parlare, perché tenevo i denti stretti per non farli sbattere. Non credereste quanto fossi nervosa. — Con me al tuo fianco? Charity sentì lo stomaco che faceva le capriole. Sul palcoscenico suo marito sarebbe stato applaudito una dozzina di volte dopo ogni esibizione. — Anche tu eri altrettanto nervoso, confessalo, Anthony — gli disse. Poi distolse lo sguardo da lui e rivolse un sorriso luminoso ai cognati. — Comunque la prova di ieri è stata superata e ora possiamo rilassarci in piacevole compagnia... per ora, almeno. Anthony e Harry ci hanno teso un’imboscata mentre venivamo qui e ci hanno fatto cadere addosso un diluvio di foglie. Non abbiamo avuto scampo. — Non vi chiederò se si erano arrampicati su un albero — commentò William, asciutto. — C’è una regola severa in questa famiglia per cui non ci si può arrampicare su un albero, se non c’è vicino un adulto. — Ma c’era un adulto vicino — fece notare il marchese. — Anzi due. Quindi non è stata infranta alcuna regola. — Zio Anthony ha dovuto aiutare Harry a scendere — riferì il figlio maggiore. — Per questo è stata fissata quella regola — aggiunse suo padre. — Harry avrebbe scoperto che stare tutto il giorno tra i rami è alquanto noioso, ne sono sicuro. E così, pensò Charity, ecco che avevano creato un’atmosfera abbastanza rilassata grazie a due semplici chiacchiere. Ma a quel punto i preliminari erano terminati. — Charity. — Claudia fece un passo avanti per prenderle il braccio. — Entrate. Ho intenzione di tentarvi. In realtà, forse prima dovremmo consultare Anthony. Noi non andiamo mai in città, cosa di cui non mi lamento affatto, però mi piacciono gli abiti alla moda e a William piace vedermi ben vestita, o almeno così dichiara quando lo torturo a sufficienza. Quindi, un paio di volte all’anno, fa venire una sarta dalla città perché si fermi più o meno una settimana con le sue due aiutanti. Adesso sono appunto qui e sto facendo del mio meglio perché non costino a William una fortuna. Ho pensato allora che, dal momento che vi siete sposati con tanta fretta, forse non avete avuto tempo per acquistare degli abiti adatti, perciò potreste sfruttare i loro servigi. — Oh... — Charity arrossì ed ebbe paura a girare la testa in direzione del marito. La povertà del suo guardaroba era stata un atto deliberato da parte di Anthony. Ma cosa c’era ancora da dimostrare con tale atteggiamento? — A quanto pare — rispose lui — verrò salvato dal mio passo falso. Ero tanto infatuato e frettoloso di sposarmi che non ho pensato al fatto che avrei portato qui mia moglie direttamente dalla sua aula scolastica. Non è certo una scusa valida addurre che Charity apparirebbe bella anche vestita con tela di sacco. È evidente che Sua Grazia non sarebbe d’accordo. Vuoi farti preparare dei vestiti, amore mio? Per tutte le occasioni possibili? E quanti ne vuoi? Povero Anthony, proprio non gli era stata lasciata via di scampo. Charity non poté resistere alla tentazione di guardarlo e rivolgergli un sorriso birichino. — Potresti pentirti di avermi offerto carta bianca — gli disse. — Giammai — rispose lui sorridendo, e inclinò la testa verso di lei. Per un preoccupante momento lei temette che intendesse baciarla. — Devi indossare qualcosa di molto speciale per il ballo di domani sera. Il ballo che avrebbe dovuto festeggiare il suo fidanzamento con la figlia del conte di Tillden? Ma avrebbe avuto luogo lo stesso? Probabilmente sì. Tutti gli ospiti sarebbero stati invitati. E lei avrebbe dovuto parteciparvi? In qualità di marchesa di Staunton? Non capiva bene se la debolezza che sentiva nelle ginocchia fosse dovuta più al terrore o all’eccitazione. — Oh, splendido — disse Claudia. — Su, seguitemi. Lasceremo William e Anthony a parlare un po’ e a tenere d’occhio i ragazzi, visto che alla loro nurse è stata accordata una mattina di libertà. Avete mai visto due monelli così cenciosi, Charity? Ma in questa casa esigo che ai bambini sia concesso di comportarsi come tali. E William è d’accordo con me. I due uomini erano stati lasciati faccia a faccia in mezzo ai giardini e apparivano chiaramente a disagio. Eppure erano fratelli e c’era solo un anno di differenza tra loro. Che cosa era successo in passato? C’era forse di mezzo Claudia? Ma la mente di Charity non indugiò su quel problema. Avrebbe dovuto essere fatta di pietra per non sentirsi eccitata all’idea di quei vestiti nuovi, pensò mentre la cognata la guidava in casa. E non si trattava di uno solo, ma di una serie di abiti per tutte le occasioni. Quanti ne voleva: una prospettiva che dava le vertigini. E un abito da ballo! I due uomini rimasero in silenzio a guardarsi, mentre le loro mogli si allontanavano sottobraccio verso la casa. I due ragazzini scorrazzavano sui sentieri che dividevano i giardini tenendo le braccia aperte e imitando le navi che veleggiavano sul mare spinte dai venti. A un certo punto il marchese di Staunton incontrò gli occhi del fratello. Fu un momento di acuto disagio, ma non sarebbe stato lui il primo a distogliere lo sguardo o a parlare. — Sembra una ragazza molto... amabile — commentò alla fine William. — Sì — rispose il marchese — lo è. — Avevo il timore che lady Marie non fosse adatta a te — disse l’altro, lasciando perdere per una volta il gelido formalismo che regnava in casa del duca. — Sono contento che tu ci abbia scandalizzato tutti a questo modo e ti sia sposato per amore, Tony. — E tu? — Il marchese guardò freddamente il fratello negli occhi. — Hai mutato le tue opinioni, allora? — Speravo che dopo otto anni ci fossimo lasciati alle spalle tutta quella faccenda — disse lord William con un sospiro. — Non è così, vero? — Un tempo mi hai rimproverato aspramente per la mia decisione di sposarmi per amore — disse il marchese — e per aver scelto una sposa al di sotto della mia posizione sociale. — Una fuga d’amore sarebbe stata disastrosa — replicò il fratello. — E sarebbe stata l’unica soluzione possibile. Ma Sua Grazia non ti avrebbe mai perdonato. Il marchese sorrise, però era un sorriso acre. — Be’, hai dimostrato tutto l’interessamento di un fratello, Will — disse il marchese. — Mi hai salvato da me stesso e dalla collera di mio padre. E ti sei sposato la mia fidanzata. — Claudia non era la tua fidanzata — ribatté seccamente lord William. — E quando ti ho sfidato a incontrarti con me — continuò il marchese — sei corso a chiedere protezione a Sua Grazia. Sono felice di vedere che approvi che mi sia sposato per amore, Will. La tua opinione favorevole significa molto per me. — I tuoi occhi erano annebbiati, Tony — disse il fratello. — Non eri in te a causa della preoccupazione per la mamma... — Lascia nostra madre fuori da tutto questo — lo interruppe bruscamente Staunton. — Nostra madre era al centro di tutto — gli fece notare lord William. — Lasciala fuori. Il fratello distolse lo sguardo e osservò i figli che affrontavano perigliosamente una tempesta atlantica e veleggiavano su un’aiuola di fiori proibita, ma non li sgridò come avrebbe fatto in un altro momento. — Vieni a vedere le scuderie — disse al marchese. — Ho alcuni cavalli di cui sono davvero orgoglioso. — Chiamò i ragazzi, che accorsero e ripartirono davanti a loro, dimenticando all’istante le navi a vela e le tempeste atlantiche. — Devo confessare che non ho provato un grande entusiasmo quando ho saputo che stavi per tornare a casa, Tony. Il tempo non ha fatto che aumentare il disagio tra noi. Ma dovevamo incontrarci di nuovo, prima o poi... temo che Sua Grazia non sopravviverà a un altro attacco di cuore grave come l’ultimo. Non possiamo buttarci il passato alle spalle? Ci sono momenti di cui non sono orgoglioso, ma non avrei potuto comunque cambiare l’esito finale delle cose. Mi trovo bene con Claudia... più che bene. Tu non provi ancora dei... sentimenti per lei, vero? — Io amo mia moglie — rispose il marchese a bassa voce. — Sì, certo — disse il fratello. — Tutto alla fine è andato per il meglio, non ti pare? — Ammirevolmente bene — confermò il marchese. — Queste stalle un tempo non erano in condizioni così buone. — No. — Lord William si fermò sulla soglia e si accertò che non ci fosse alcuno stalliere abbastanza vicino da sentirli. — Amici, Tony? Non c’è nessuno più di te da cui io desideri una buona opinione. — Forse, Will — l’interruppe Staunton — avresti dovuto pensarci prima di schierarti dalla parte di Sua Grazia riguardo la sposa che mi ero scelto, solo per potermela rubare sotto il naso. — Ma che diavolo! — sbottò lord William perdendo la pazienza. — Claudia è forse un semplice oggetto per cui litigare? Spettava a lei dare il suo consenso, no? Doveva dire di sì durante la cerimonia nuziale. E l’ha detto. Senza che nessuno le tenesse una pistola puntata alla tempia. Ha sposato me. Non ti è mai passato per la testa che mi amasse? Io sono sempre venuto al secondo posto dopo di te, Tony. Eri sempre dannatamente meglio di me in questo e in quello, in tutto, dall’aspetto all’intelligenza e agli sport, e poi eri tu l’erede. Non me ne sono mai risentito. Eri il mio fratello maggiore, il mio eroe. Ma immagino che non ti sia mai venuto in mente che almeno in una cosa importante io ti ho battuto. Claudia amava me. Il marchese di Staunton rimase immobile e silenzioso, con le narici frementi, le mani strette a pugno lungo i fianchi, tenendo a freno la collera. — Rivangare tutte queste cose non ha più senso, ora, Will — disse alla fine. — Tu e Claudia avete condiviso otto anni di matrimonio e due figli. Io ho appena sposato la donna di mia scelta. Dimenticheremo il passato e torneremo a essere fratelli, se è questo che desideri, come lo desidero anch’io. — Al diavolo la sua moglie compassata e le sue sviolinate sull’amore familiare e le seconde opportunità. Stava davvero perdonando il fratello che l’aveva tradito? I loro occhi si incontrarono ancora una volta... ostili, guardinghi, carichi di infelicità. Lord William fu il primo a stendergli la mano. Il marchese la guardò, poi allungò la propria. Le strinsero. — Fratelli — disse lord William, ma prima che ritornasse l’imbarazzo, i due ragazzini sfrecciarono fuori da alcuni stalli interni per mostrare i loro pony allo zio. Poi vollero che lo zio li vedesse cavalcare gli animali, così montarono e si esibirono in un recinto chiuso, rivelando chiaramente che nonostante la giovane età avevano ricevuto un addestramento accurato ed efficace. Will amava i suoi ragazzi, pensò il marchese osservando il viso del fratello e quelli dei due bambini. Vi si leggeva orgoglio, allegria e affetto, anche se non mancarono un’espressione severa e un ordine perentorio quando il maggiore dei ragazzi cominciò a mandare in confusione il pony. Suo fratello non aveva seguito le orme del padre, ma del resto era sempre riuscito a opporre resistenza di fronte alla tetraggine di Enfield meglio degli altri. Anche in questo si era dimostrato migliore. Si era davvero sentito così inferiore? Si era conquistato davvero l’amore di Claudia? E Claudia non l’aveva sposato, amaramente rassegnata, dopo che era apparso evidente che non le sarebbe stato concesso di avere l’uomo di sua scelta, cioè il marchese di Staunton, perché lei era solo la figlia di un barone? Si era sposata per amore? Quello era per lui un pensiero così nuovo che non riusciva neppure ad accettare la possibilità, umiliante com’era, che ciò fosse vero. 10 — Probabilmente siete arrabbiato con me — disse Charity — ed è per questo che adesso camminate con impeto e con il viso così imbronciato. C’erano troppe persone a Enfield Park che avevano perennemente quell’espressione, e lei non intendeva farsi trasformare in una di loro. Non si sarebbe neppure più limitata a essere un’osservatrice sottomessa, anche se a dire il vero non lo era mai stata. Aveva passato un’ora meravigliosa con Claudia e madame Collette, il cui elaborato accento francese tradiva di tanto in tanto una traccia sospettosa di cockney, il dialetto londinese. Avevano esaminato i disegni e saggiato le stoffe. Avevano riso e chiacchierato mentre prendevano le misure e decidevano. La sarta aveva quasi finito con i nuovi vestiti di Claudia e aveva intenzione, sia pure con riluttanza, sosteneva, di tornare a Londra entro pochi giorni. Tuttavia aveva accettato con grande entusiasmo di rimettersi al lavoro per preparare in un battibaleno un guardaroba completo e alla moda per Sua Signoria. Ovviamente, l’abito per il ballo avrebbe avuto la precedenza su tutto il resto. Quando alla fine si erano riunite agli uomini, Claudia aveva raccontato a tutti della seduta con la sarta, e aveva strappato al marchese l’ammissione di non essersi mai sentito tanto felice in vita sua. E lui aveva di nuovo sfoggiato quel suo sorriso abbagliante, guardando Charity direttamente negli occhi. In quel momento stava percorrendo impetuosamente il viale, con lo sguardo fisso davanti a sé e un’espressione troppo imbronciata perfino per essere satanica. — Che cosa? — Staunton si fermò e si girò di scatto verso di lei, facendola sobbalzare allarmata. — Così io starei camminando di furia con il viso imbronciato, signora? Dovrei forse sorridere come uno stupido alle chiome degli alberi? Dovrei declamare frasi poetiche riguardo la bellezza del mattino e le meraviglie della natura? E perché mai dovrei essere furioso con voi? — Perché mi preferite vestita con colori smorti — rispose lei. — Approvate il mio abito di mussolina a fiori e il mio vestito di seta grigia. Non vi dispiace affatto che quello sia tutto il piccolo guardaroba che possiedo. State per spendere una fortuna per vestirmi con il massimo lusso per quelle poche settimane che ci rimangono da passare insieme. E vi sentite come preso in trappola. Ma devo confessare che anch’io mi sento così. — A me piace vedervi vestita di marrone! — esclamò lui, esaminandola da capo a piedi. — I vostri abiti sono orribili, milady, e prima troveranno il posto che meritano nella spazzatura, più sarò felice. — Oh! — fece Charity. — Non vi dispiacerà allora che li sostituisca rapidamente, o meglio che voi li sostituiate? — Non è forse vero che faceva parte del nostro accordo che vi mantenessi con uno stile appropriato al vostro rango? — chiese il marchese, girandosi di scatto e riprendendo a camminare. In realtà, quando si erano accordati lui non le aveva detto esattamente quale sarebbe stato il suo rango. E l’accordo si era riferito a ciò che le sarebbe stato dato dopo la loro separazione. Ma Charity non si sarebbe messa a discutere su quel punto. Era sempre stata abbastanza vanitosa da provare piacere ad acquistare abiti nuovi, anche se le era capitato solo raramente di avere più di un vestito alla volta. Claudia aveva insistito per tutta una serie di capi nuovi, e perfino il ristretto numero che Charity alla fine aveva accettato di far fare era vertiginoso. Dunque non era per quello che suo marito si era avviato verso casa con passo furioso e l’espressione acida di chi aveva dovuto mandare giù un rospo. Aveva passato quell’ora e mezza con William e i suoi figli. Il fratello e i nipoti. Charity gli toccò il braccio e lo guardò in viso mentre gli camminava al fianco. — Avete parlato a William? — gli chiese. — Avete fatto la pace? Il marchese si fermò di nuovo, ma continuò a guardare davanti a sé. — Ditemi — le domandò a sua volta — siete sempre stata così pestifera? Philip avrebbe detto di sì, anche se forse non con quelle esatte parole. Penny no, lei era leale; e aveva sempre espresso ammirazione per la sorella maggiore che non era mai disposta a starsene con le mani in mano limitandosi a guardare ciò che le succedeva attorno. I bambini forse sarebbero stati d’accordo, specialmente quando Charity li costringeva a stare insieme in una stanza dopo che avevano litigato invece di separarli come avrebbe fatto qualsiasi adulto sano di mente, e non permetteva loro di uscire se prima non avevano risolto i loro contrasti. — Oh, sì — rispose quindi Charity. — Qual era il motivo del vostro disaccordo? Le narici di Staunton fremettero. — È stato per via di Claudia, vero? — chiese sua moglie, e subito dopo desiderò non averlo fatto. Certe cose era meglio non saperle con certezza. Era vero che lei non era la consorte del marchese secondo i normali canoni e che non avrebbe trascorso più di qualche settimana con lui, ma in ogni caso l’aveva pur sempre sposato ed era destinata a vivere quella parte per tutto il periodo che restava. Staunton l’afferrò all’improvviso per la parte superiore del braccio, e la sorprese trascinandola fuori dal viale e tra gli alberi del bosco adiacente. Il luogo era buio e isolato e sembrava molto lontano da ogni forma di civiltà. Il marchese era chiaramente furioso, ma lei non aveva paura. — Nei giorni della mia stupida gioventù — disse Anthony — quando credevo nella lealtà e nella fedeltà e nella favola del “vissero felici e contenti”, nonché ad altre giovanili fantasie, avevo posto gli occhi su Claudia. Praticamente eravamo cresciuti insieme: lei era la figlia di un baronetto che abita a sole sei miglia da qui. Mi confidai con il mio amico più caro, mio fratello, che si dimostrò comprensivo e pieno di buonsenso. Appunto per il suo buonsenso mi sconsigliò di mettere in atto il piano di fuga con lei dopo che Sua Grazia aveva rifiutato di approvare quell’unione in quanto Claudia era soltanto la figlia di un baronetto, quindi per nulla degna di diventare la marchesa di Staunton, erede di Withingsby. Senza contare che era già stata predisposta un’unione per me. Mio fratello mi consigliò di avere pazienza. Mia madre mi invitò invece a osare... L’amore, mi disse, era l’unica ragione valida per un matrimonio. Ma era incinta di nuovo e stava molto male, per cui non mi andava di fuggire e lasciarla in quel frangente. Così mio fratello mi liberò dal dilemma sposando lui stesso Claudia... con la benedizione di Sua Grazia. Avevano rallentato il passo e Staunton le aveva lasciato andare il braccio. Charity si domandò se il marchese si fosse reso conto di quanto le stesse stringendo la mano, le dita intrecciate nelle sue. — Vostro fratello deve aver avuto paura di rivelarvi i suoi sentimenti per Claudia — gli disse. — Per questo non ne fece parola anche quando sarebbe stato necessario dirlo. La gente si comporta così in ogni momento, si può essere molto codardi soprattutto con le persone che ci sono più vicine. Quanto si sarà torturato, in questi otto anni. — Non sarebbe stato il caso — osservò Staunton. — Io fuggii via e fui fortunato. Crebbi. Imparai quanto fosse stupido lasciarsi sconvolgere dalle emozioni. E alla fine ho capito quanto si può rimanere delusi quando si crede nell’amore. — In che cosa credete allora? — gli chiese lei. — Tutti devono credere in qualcosa. — In me stesso — rispose il marchese, guardandola con sguardo vacuo. — E credo nel controllo che ho sulla mia vita e sul mio destino. — Perché Claudia ha sposato William, se amava voi? — chiese Charity. — Se io vi amassi, non potrei proprio sposare un’altra persona, tantomeno vostro fratello. — Voi siete sposata con me — ribatté Staunton, e per un istante ci fu una traccia di umorismo nella sua voce. — Ma fareste bene a non amarmi mai, Charity. Sì, era così, pensò lei. Sarebbe stato molto doloroso amare Anthony Earheart, marchese di Staunton, suo marito. Però lui non aveva risposto alla sua domanda. — Claudia vi amava? — gli chiese ancora. — Allora lo credevo — rispose Staunton. — Con me era tutta sorrisi, fascino, calore umano... e bellezza. Mio fratello sostiene che amava lui e che la loro è stata un’unione d’amore. Questa è l’unica spiegazione che darebbe un senso a quel matrimonio, forse. Un tempo mi torturavo chiedendomi quali pressioni avessero esercitato su di lei, loro due... Will e Sua Grazia. — Lei vi ha mai detto di amarvi? — chiese Charity. — Vi ha mai detto che desiderava sposarvi e che sarebbe fuggita con voi? — C’è una cosa che dovete capire di questa famiglia — rispose il marchese. — Qui non viene mai fatto nulla con spontaneità. Io sapevo le difficoltà che c’erano a causa del lignaggio di Claudia. Lady Marie Lucas aveva già nove anni. Era venuta in visita diverse volte con i genitori. Io non potevo avanzare una proposta a Claudia senza sapere prima con certezza che cos’ero in grado di offrire e quando sarei stato libero di farlo. Dopotutto, avevo solo vent’anni. — Comincio a capire perché alla fine avete deciso di troncare con tutta la famiglia — disse Charity. — Riesco perfino a comprendere perché avete rinunciato a tutto eccetto che alla fiducia in voi stesso. Sì, poteva comprenderlo, ma non approvarlo. Si chiese se Staunton si fosse mai reso conto che la vita era stata come in letargo dentro di lui per otto anni e adesso era di nuovo sul punto di esplodere. Si domandò se il marchese l’avrebbe permesso. Ma forse la scelta non dipendeva più da lui. Anthony aveva parlato con William poco prima e il fratello gli aveva detto che Claudia aveva amato lui. Forse qualcosa era già cominciato, un processo che non si poteva più fermare. Gli alberi si diradarono improvvisamente di fronte a loro e Charity poté vedere il lago, e al di là i prati e la casa. Ma mentre sulla riva opposta tutto era aperto e curato, lì dove si trovavano loro gli alberi arrivavano fin quasi all’acqua, dove spuntavano alte canne. In quel luogo c’era un che di selvaggio, di bellezza intatta... e sulla riva opposta la civiltà. Si fermarono, smisero di camminare. Lui le teneva ancora la mano, anche se meno stretta, in modo meno doloroso. — Senza questo bosco e questo lago — disse Staunton, strizzando gli occhi di fronte ai riflessi del sole sullo specchio d’acqua — non so come avrei potuto rendere sopportabile la mia fanciullezza. Charity non disse nulla per non interrompere il corso dei pensieri del marito, che sembrava essersi estraniato, immerso nei ricordi, ignorando la sua presenza. — Io e Will giocavamo senza fine in questi luoghi — continuò il marchese. — Questi boschi erano giungle tropicali oppure le caverne sotterranee della foresta di Sherwood, dove abitava il mitico Robin Hood. Ma anche solo un rifugio solitario per fuggire dalla realtà. È qui che ho insegnato a Charles ad arrampicarsi sugli alberi. Gli ho insegnato anche a nuotare e a cavalcare. — Trasse un profondo respiro ed esalò lentamente. Sì, pure lei sapeva quanto fosse potente l’immaginazione infantile e quanto importante la presenza di un compagno di giochi. Conosceva bene tutta la gioia e il senso di autostima che si provava allevando fratelli e sorelle minori. — Chi vi ha insegnato a essere un’ascoltatrice così brava? — le domandò improvvisamente. Nella sua voce era comparsa una nota di calore e di vivacità a quei ricordi. E la sua mano, notò Charity, si staccò con delicatezza da quella di lei... o, quantomeno, in un modo che lui doveva aver sperato essere discreto. — Vi siete sentita sola a crescere senza fratelli e senza sorelle? In quel momento Charity rimpianse di avergli mentito. Rimpianse amaramente di non avere detto la verità. — Avevo dei compagni di gioco — disse. — E la mia infanzia è stata felice. — Ah. — Staunton girò la testa per guardarla. — Ma non è durato. La vita infligge colpi crudeli in modo del tutto indiscriminato. Non è altro che un gioco crudele. — La vita è un bene prezioso — ribatté lei. — Tutto dipende da ciò che se ne fa. — E a voi è stata data la possibilità di rendere la vostra sopportabile — commentò lui. — Bisogna riconoscervi di aver saputo cogliere la vostra occasione senza esitare. Nella sua voce era tornato il tono beffardo e sul suo volto era comparso un ghigno ironico. — E a voi — replicò Charity duramente — è stata offerta la possibilità di rimettere ordine nella vostra vita, nella quale c’erano troppe cose che non andavano quando siete fuggito otto anni fa. — Ah — fece lui. — Avete una lingua davvero impertinente, milady. Ma avete mal giudicato. Io sono fuggito perché mi sentivo soffocare. Sono fuggito per vivere. — Stiamo facendo tardi per il pranzo? — chiese Charity. — Oh, diavolo! — esclamò Staunton, e la sorprese sorridendo in modo sincero. — Direi di sì. Sarà proprio come ai vecchi tempi, solo che questa volta Sua Grazia non si rifiuterà di ammetterci a tavola, né mi farà aspettare in biblioteca finché non avrà finito di mangiare per poi invitarmi a piegarmi sopra la scrivania per ricevere la punizione meritata. Perché, vedete, la fame non era mai considerata una punizione sufficiente. — La severità, anche se eccessiva, non denota necessariamente mancanza d’amore — osservò Charity. Staunton scoppiò in una risata e le offrì il braccio. — Siete proprio una moralista, milady — le disse. — E parlate con saggezza apparente di cose che sono del tutto al di là della vostra esperienza o della vostra comprensione. Ma del resto vi ho sposato proprio per la vostra compostezza, no? E per i vostri abiti orribili. Su un punto, però, avete mentito. Charity sollevò gli occhi verso quelli di lui, che la stava quasi trascinando attraverso gli alberi in direzione del ponte. — Avete finto di essere un topolino scialbo — chiarì il marchese. — Avete saputo nascondervi davvero con molta abilità e dovreste vergognarvene. In quel momento non avevo neanche sospettato che foste bella. Era ridicolo, disdicevole addirittura, che un tale complimento, pronunciato con evidente riluttanza, le dovesse fare tanto piacere da farle tremare le ginocchia. Staunton la considerava bella? Davvero? Ancora prima di averla vista con indosso i suoi nuovi abiti? Non che ciò facesse alcuna differenza, alla fine. Si sarebbe liberata del marchese con enorme sollievo nel giro di qualche settimana. Lei tuttora era solo lo schermo che lui aveva portato a casa con sé in modo da impedire ai suoi famigliari di penetrare le sue difese. Ma la considerava bella? — Finalmente questo vi ha messo a tacere — osservò Staunton. Dal suo tono di voce si sarebbe detto che era di buonumore. Il duca di Withingsby aveva deciso di non accogliere il suo vecchio amico, il conte di Tillden, con tutta la pompa che aveva mostrato il giorno prima nei confronti del figlio. I famigliari furono invitati a non raccogliersi nell’atrio e furono invece informati che avrebbero dovuto presentarsi nel salotto per il tè. A questo scopo mandò un messaggio alla casa vedovile. — Io e Staunton accoglieremo Tillden, la contessa e la figlia nell’atrio — disse mentre erano seduti a tavola per il pranzo. Al marchese era già stato fatto pesare, sia pure tacitamente, quanto Sua Grazia fosse contrariato dal suo ritardo di dieci minuti per il pranzo. Ma Staunton non era disposto a tornare ai vecchi riti senza reagire. — Mia moglie ci accompagnerà — disse. — Lady Staunton — ribatté Sua Grazia — ci aspetterà in biblioteca. Era inutile stare a discutere su quel punto, decise suo figlio. E non lo fece. Così, qualche ora dopo, Staunton si mise a fianco del padre quando furono avvertiti che la carrozza del conte era stata vista attraversare il ponte. Si sentiva nervoso e imbarazzato, e provava una sensazione di disprezzo per se stesso. Era vero che tutto quanto stava per succedere non lo riguardava direttamente. Lui non aveva mai espresso alcun interesse per lady Marie Lucas. Non era stato consultato sulla decisione di invitarla con i genitori a Enfield Park proprio il giorno seguente il proprio arrivo. Sua Grazia aveva dato per scontate un sacco di cose dopo otto anni di silenzio. Lui non aveva proprio nulla di cui rimproverarsi. Tuttavia si sentiva nervoso e imbarazzato... e molto sollevato dal sapere che sua moglie stava aspettando in biblioteca, con indosso quel vestitino di mussolina a fiori, pallida e tranquilla. Il conte di Tillden non era affatto cambiato, pensò il marchese, vedendolo entrare nel grande atrio seguito dalle sue donne... esattamente come aveva fatto lui stesso solo il giorno prima. Alto e panciuto, con la testa calva luccicante, avrebbe anche potuto apparire simpatico, se non fosse stato per la ruga perenne d’insoddisfazione tra le sopracciglia. Nondimeno, la bocca e il naso erano posizionati in modo così disgraziato da conferirgli un’espressione di tenace sdegno. La contessa avanzava dietro di lui, piccola ed eterea, con un sorriso perpetuo sul volto che sembrava più di scusa che di felicità. Era sempre sembrata una donna dolce e priva di spirito... e lo sembrava tuttora. Infine giunse lady Marie Lucas. Almeno, il marchese pensò che fosse lei. Ovviamente non era più la bambina esile e goffa che ricordava, bensì una giovane donna: piccola di statura, snella e graziosa, con un viso di squisita dolcezza sotto un casco di capelli che un tempo erano quasi color carota, ma che erano diventati di un bel rosso vivo. Insomma, una vera bellezza. Nei pochi istanti prima che il duca cominciasse la cerimonia di benvenuto, quando vide Staunton i suoi occhi nocciola si spalancarono e arrossì. Era ancora una bambina ingenua nonostante i diciassette anni, gli abiti alla moda e la sua grande bellezza, pensò il marchese, con considerevole irritazione e disagio. — Tillden — disse Sua Grazia inclinando con garbo la testa — il vostro cocchiere ha viaggiato veloce. Signora, siete la benvenuta a Enfield Park. Confido che abbiate fatto un viaggio gradevole. E altrettanto benvenuta siete voi, lady Marie. Ci fu uno scambio vivace di saluti, inchini e riverenze. — Ah, Staunton — disse alla fine il conte. — Siete arrivato prima di noi, allora? Che piacere vedervi, ragazzo mio. Il marchese gli rivolse un inchino. — Signore — mormorò. — Sarete sorpreso e indubbiamente gratificato di vedere com’è cresciuta la nostra piccola Marie durante la vostra assenza — esclamò gioviale il conte, stropicciandosi le mani. — È diventata una vera bellezza — commentò Sua Grazia. Suo figlio si inchinò di nuovo. — Mi vorrete fare il favore di entrare in biblioteca prima che la governante vi mostri le vostre stanze — disse Sua Grazia. — E voi come state, Withingsby? — chiese il conte mentre il padrone di casa offriva il braccio a lady Tillden e il marchese faceva altrettanto con lady Marie, per puro dovere di cortesia. La ragazza sorrise amabilmente e posò una manina delicata sulla sua manica. — Avete un aspetto straordinariamente in forma. In realtà Sua Grazia denotava un colorito grigiastro, perfino sulle labbra, pensò Staunton. Charity si trovava accanto alla finestra della biblioteca. Il marchese liberò il braccio da quello di lady Marie e fece per attraversare la sala per raggiungerla, quando suo padre lo prevenne stendendo una mano verso la nuora. — Venite qui, mia cara — la invitò. Quanto doveva bruciare al duca doverla chiamare così, pensò Staunton, rimanendo accanto a lady Marie mentre Charity attraversava la stanza e posava la mano in quella del suocero. Gli sorrise... e lui sorrise in risposta. — Desidero presentarvi ai miei ospiti, mia cara — le disse. — Tillden? Signora? Lady Marie? Permettete che vi presenti la marchesa di Staunton. Lei e Staunton si sono sposati a Londra due giorni fa. Il marchese si accorse che la giovane ospite, accanto a lui, stava trattenendo un profondo respiro. — Sono molto lieta di fare la vostra conoscenza — disse Charity, sorridendo con calore ai nuovi arrivati. — Non volete accomodarvi? E voi, Padre? State chiedendo troppo alle vostre forze. Si stava comportando come se fosse nata duchessa, solo che la maggior parte delle duchesse che il marchese conosceva non emanava lo stesso fascino e lo stesso calore. — Sposati? Due giorni fa? — Le sopracciglia del conte si contrassero fin quasi a incontrare la ruga in mezzo alla fronte. — Sono davvero lieta di fare la vostra conoscenza, lady Staunton — disse con gentilezza lady Tillden, sprofondando nella poltrona a lei più vicina. — Vi auguro ogni felicità. Come pure a voi, milord. — Così dicendo rivolse un sorriso nervoso al marchese. — Sposati? — Il conte, a differenza della moglie, non era disposto ad accettare la situazione mostrando una cortesia che non provava. — Esatto — rispose il marchese con un sorriso. — Sua Grazia mi ha informato di quanto precaria fosse la sua salute e naturalmente era mio desiderio arrivare a casa il più presto possibile. Ma non me la sentivo di lasciare a Londra la mia promessa sposa per un periodo di tempo indefinito. Così ci siamo sposati con una licenza speciale. — Vostra madre sarà rimasta afflitta per non aver potuto predisporre le cose per un matrimonio nelle debite forme, lady Staunton — disse la contessa. — Tuttavia, date le circostanze... — I miei genitori sono entrambi morti, signora — rispose Charity. — Non dovevo consultare nessuno tranne me stessa. — E nessun tutore che potesse essere d’impaccio — aggiunse il marchese. — Lady Staunton lavorava come istitutrice, quando l’ho conosciuta. — Oh, cielo — esalò debolmente Sua Signoria, portandosi una mano alla gola. — Desidero una spiegazione completa riguardo questa faccenda, Withingsby — intervenne il conte di Tillden. — Adesso. — Mia cara — disse Sua Grazia dando un colpetto sulla mano di Charity. — La signora Aylward starà aspettando nell’atrio. Vorreste essere così cortese da scortare lady Tillden e lady Marie da lei? Non è necessario che torniate qui. Il tè verrà servito nel salotto alle quattro in punto, signore. Il marchese aprì la porta e s’inchinò, mentre le signore uscivano. Sua moglie gli sorrise passandogli davanti. Prima di richiudere la porta, Staunton la fissò per qualche istante. In fondo, era proprio per quello che era tornato a casa. Per scuotersi di dosso una volta per tutte la loro influenza e l’illusione del potere che avevano su di lui. Per dimostrare che il marchese di Staunton non era una marionetta nella mani di nessuno. — Penso di dover richiedere soddisfazione per tutto questo — disse il conte di Tillden, con la voce che grondava per la dignità offesa. Buon Dio! Voleva forse un duello? — Sedetevi, Tillden — lo invitò Sua Grazia dando l’esempio. Aveva un aspetto decisamente malato, notò il marchese, e la fitta d’allarme che provò lo colse alla sprovvista. — Da quando è tornato, mio figlio mi ha detto ripetutamente di non avere mai stipulato un contratto riguardo lady Marie Lucas, né scritto né verbale. E devo ammettere che su questo ha ragione. — Non è affatto necessario che abbia stipulato un contratto, per Giove! — esclamò il conte, con un tono di voce che andava oltre il livello di una conversazione cortese. — C’era un accordo tra noi due. Quando mai le parti interessate a unioni di questo genere sono state consultate per averne il consenso? Avete così poco controllo sulla vostra prole, Withingsby, che il vostro figlio maggiore, il vostro erede, ha avuto l’impudenza di ignorare un contratto stipulato diciassette anni fa da suo padre per andare a sposare una donna di strada? Il marchese stava accanto alla porta, con le mani dietro la schiena e intervenne con un tono molto contenuto. Non intendeva lasciarsi trascinare in una lite con chi urlava più forte. — Vi prego di scegliere le vostre parole con maggior cura, signore, quando parlate di mia moglie. — Che cosa? — Il pugno massiccio del conte vibrò sulla scrivania di Sua Grazia un colpo così forte da fare sprizzare una fontanella d’inchiostro dal calamaio. — Siete un cucciolo insolente. Osate aprire la bocca senza il permesso di vostro padre? E osate minacciare me? — Ho ventotto anni, signore — ribatté il marchese. — E da quando ne avevo venti mi mantengo da solo. Vivo la mia vita attenendomi ai miei principi. Ho sposato una donna di mia scelta, come è mio diritto. Sono veramente dispiaciuto per l’imbarazzo che il mio matrimonio ha causato a voi e a lady Tillden, e ancora di più per quello che ha causato a lady Marie. Ma non sono disposto ad accettare alcuna accusa di scorrettezza per non aver onorato un vecchio accordo che mi chiamava in causa senza che avessi alcuna voce in capitolo. — Esigerò una riparazione per questo — disse il conte, puntando il dito prima contro il marchese e poi verso il duca, che era rimasto in silenzio. — Coprirò di fango i vostri nomi al punto che non oserete più mostrarvi in società per il resto della vostra vita. — Si alzò in piedi. — Farò venire immediatamente la mia carrozza e farò chiamare mia moglie e mia figlia. Non intendo rimanere neanche un’ora sotto un tetto dove l’onore non vale un soldo bucato. — Sedetevi, Tillden — lo invitò Sua Grazia con voce stanca, ma sempre altezzosa. — A meno che non desideriate diventare lo zimbello pubblico e rendere impossibile un buon matrimonio a vostra figlia. Nessuno al di fuori della mia famiglia sa perché siete venuto, anche se indubbiamente si sono fatte supposizioni. Non c’è mai stato un contratto scritto, né un fidanzamento ufficiale. Voi siete qui in veste di amico, come avete fatto innumerevoli volte nel corso degli anni. Siete venuto a trovarmi perché preoccupato per la mia salute. Nessuno ha mai annunciato che il ballo organizzato per domani sera sarebbe stato un ballo di fidanzamento. È stato predisposto per festeggiare il ritorno di Staunton a casa e la gioia inaspettata che ci ha procurato portando la sua sposa con lui. Lo scopo è di festeggiare la riunione della famiglia per la prima volta dal giorno del funerale di Sua Grazia. E per onorare la visita del mio più vecchio amico, il conte di Tillden. Tutta questa faccenda può essere gestita con dignità. Il conte era tornato a sedersi e stava chiaramente considerando che sarebbe stato più saggio riconsiderare il proprio impulso iniziale. Alla fine disse: — Sono stato gravemente insultato, Withingsby, e spero di sentire che Staunton e sua moglie verranno puniti con severità. — A Staunton ho già espresso il mio disappunto — rispose Sua Grazia. — Lady Staunton, però, non ha alcuna colpa. E dal giorno in cui l’ho conosciuta mi sono davvero affezionato a lei. Il marchese inarcò le sopracciglia. — Anche se si tratta di una villana rifatta? — chiese il conte. — Sebbene non fosse nulla più di un’istitutrice a caccia di... Nel momento in cui il marchese faceva un passo avanti, suo padre parlò con tono freddo e cortesie... ma con estrema fermezza. — Ripeto che mi sono davvero affezionato a mia nuora, la marchesa di Staunton — disse. Il conte di Tillden, ormai era chiaro, sarebbe rimasto a Enfield almeno fin dopo il ballo dell’indomani. Doveva essersi reso conto che lo scandalo che avrebbe così volentieri scatenato contro loro due si sarebbe ritorto anche contro la propria famiglia, facendola cadere nel ridicolo e nell’umiliazione. — Volete suonare per il maggiordomo, Staunton? — disse suo padre. — Vi mostrerà le vostre stanze, Tillden. Confido che vi troverete ogni comodità. Scorterete le signore al tè delle quattro? 11 Charity sedeva davanti allo specchio del tavolino da toeletta e si stava spazzolando i capelli dopo avere congedato la sua nuova cameriera. Non aveva molto senso andare a letto, perché la sua mente era un vortice di attività. Era sembrato tutto così facile, all’inizio. In cambio di una sicurezza a vita per lei e la sua famiglia, le sarebbe bastato sposare un uomo, passare qualche settimana con lui e conoscere la sua famiglia. Lei, di proposito, non aveva fatto domande. Non aveva avuto nessuna necessità di sapere. La cosa era sembrata abbastanza facile anche dopo aver scoperto chi erano in realtà suo marito e la famiglia di lui. Naturalmente era stato piuttosto snervante arrivare a Enfield Park ed essere presentata al duca di Withingsby e a tutta la sua corte. Da lei, insomma, ci si era aspettato molto più di quanto aveva messo in conto all’inizio. Ma non era poi stato tanto difficile gestire la situazione. Se si fosse comportata come le era stato detto, accontentandosi di stare zitta e riservata, di essere l’ombra di suo marito, un semplice topolino, senza guardarsi attorno e vedere delle persone... esseri umani presi come in una morsa nel dramma della vita e incapaci di affrontarlo; se non si fosse interessata a loro... Charity sospirò e posò la spazzola sul tavolino. Non avrebbe neppure cercato di dormire. Sarebbe andata invece nel salottino per scrivere alcune lettere: una a Philip, una a Penny e ai bambini. Era arrivato il momento di scrivere loro. Non l’aveva ancora fatto perché... che cosa avrebbe potuto raccontare se non menzogne? Non che ci fosse alcun motivo di continuare a nascondere la verità, dato che, per chiunque di loro, ormai era troppo tardi per tornare sui propri passi. Ma quelle erano questioni che non poteva trattare in una lettera, doveva parlarne faccia a faccia. A quanto pareva, non faceva altro che mentire... da quanto tempo ormai? Il giorno prima era arrivata a Enfield. Quello precedente si erano sposati. Possibile che tutto fosse successo nello spazio di soli tre giorni? Quattro giorni addietro non aveva mai neanche sentito parlare del marchese di Staunton. Ed era stata nervosa alla prospettiva di un colloquio di lavoro con il signor Earheart. Portò con sé una candela nel salottino privato del suo appartamento e quando vi arrivò ne accese altre due. Nel piccolo scrittoio trovò carta, penna e inchiostro e si sedette a scrivere: Caro Phil... Il conte di Tillden si era comportato per tutta la serata come se Charity non esistesse neanche, sebbene Sua Grazia l’avesse fatto sedere alla destra di lei durante la cena. La contessa aveva annuito graziosamente, ma con notevole nervosismo, ogni volta che i loro occhi si erano incontrati, però aveva evitato di avvicinarsi abbastanza da rendere necessaria una conversazione. In quanto a lady Marie Lucas, era stata presa sotto l’ala protettrice di Marianne. Lady Marie era una giovane donna bella ed elegante che si intonava benissimo al salotto di Enfield e si armonizzava alla perfezione con la famiglia Withingsby. Il marchese non aveva desiderato sposarla, e proprio per quello si era dovuto trovare una moglie. Ma erano otto anni che non incontrava lady Marie. All’epoca lei era solo una bambina e per Staunton doveva essere stato uno shock vedere com’era diventata. Chissà se rimpiangeva il passo fatto... Ma il problema era solo suo e Charity intinse con fermezza la penna nel calamaio. Caro Phil, certo penserai che io sia finita chissà dove. Sono passati due giorni interi e ti scrivo solo ora. Ma c’è stato un gran daffare e tutto è assolutamente nuovo per me. I bambini sono quattro, non tre, ma il più piccolo non è ancora pronto per essere affidato a me. È un maschietto paffuto e adorabile che striscia in ogni angolo in cui non dovrebbe ficcarsi, si mette in bocca tutto ciò che trova ed è coinvolto in tutto ciò che succede; la disperazione della sua nurse è per lui materia di grande divertimento. Era difficile credere che un bimbo così felice potesse essere figlio di Marianne e Richard. Il piccolo le aveva fatto pensare, con una certa malinconia, al problema della maternità. Ma non aveva importanza. Lei sarebbe stata la zia più premurosa e indulgente per i figli di Phil e Agnes e per quelli di Penny. Poi continuò: La bambina più piccola, Augusta, ha otto anni. È una ragazzina molto seria che non ha mai imparato a essere una vera bambina, ed è ostile a me e a... Per un istante, Charity si strofinò sul mento la piuma della penna... al signor Hearheart. Ma sono riuscita a strapparle prima un sorriso e poi una risatina dopo il tè di oggi, quando le ho raccontato dell’imboscata che mi hanno teso stamattina i due figli del custode che si erano nascosti tra i rami di un albero e mi avevano fatto piovere addosso un diluvio di foglie quando sono passata di sotto. Credo che sia affezionata a quei bambini. Dovrò vedere se riuscirò a far sì che ogni tanto giochino tutti insieme. Non penso che ad Augusta sia stato concesso molto tempo solo per giocare. Charity aveva raccontato alla sorellina di Anthony alcune delle proprie imprese da bambina, fra cui quella volta che si era arrampicata sui rami più alti di un albero vicino a casa per salvare un gattino che stava miagolando pietosamente, mentre Penny piangeva e Phil frignava di sotto. Il gattino poi si era stancato di starsene lassù ed era sceso a terra molto prima che lei fosse riuscita ad arrampicarsi con gran fatica fino in cima per scoprire che il micio si era dileguato. Poi era avvenuto l’inevitabile... proprio come era successo quel mattino sia pure in misura minore, a Harry. Per riportarla a terra c’erano voluti un giardiniere, il padre e un ambulante di passaggio, senza contare un fiume di lacrime e molti consigli ansiosi e contrastanti da parte degli altri due bambini e della loro madre. Charity aveva infiocchettato un po’ la storia, quando l’aveva raccontata ad Augusta. A quel punto smise di scrivere. Corrugò la fronte e si passò meditabonda la piuma sul mento. Aveva inventato età e sesso per i tre bambini a cui avrebbe dovuto insegnare. Che cosa esattamente aveva raccontato a Phil? Doveva stare attenta a non contraddirsi completamente. Era quello il guaio con le bugie. Era necessaria una buona memoria, se si voleva cominciare a raccontarle. In quel momento successe qualcosa che la distrasse. La porta del salottino si aprì e lei guardò al di sopra della spalla, sorpresa. Sulla soglia stava suo marito, con indosso una vestaglia di broccato color vinaccia e pantofole di pelle. Aveva i capelli in disordine, ma quell’aspetto non faceva che renderlo ancora più bello del solito. Staunton entrò e chiuse la porta dietro di sé. — Ah — fece lui — siete voi. Che cosa state facendo? Charity coprì in parte la lettera con una mano, cercando di non apparire troppo misteriosa. — Ho pensato di scrivere un paio di lettere prima di andare a letto — rispose. — Mi spiace. La luce vi ha disturbato? — Nient’affatto — disse lui. — A chi scrivete? — Oh — fece lei con una risatina — ad alcune amiche. — Al vostro vecchio indirizzo? — chiese Staunton. — Avevo l’impressione che abitaste da sola a Londra. Charity ringraziò la sorte che la curiosità di suo marito non arrivasse al punto di indurlo ad attraversare la stanza per sbirciare da sopra la sua spalla. — Al mio vecchio indirizzo, sì — rispose lei. Il marchese rimase sulla soglia, con le mani dietro la schiena, le labbra serrate e un’espressione alquanto impacciata, quasi si rendesse conto che non era quello il suo posto. Come se fosse imbarazzato. Eppure si trovava nel proprio appartamento nella propria casa natale. — Non ho mai usato questa stanza — disse, come in risposta ai pensieri di lei. — Mi sembra una stanza molto femminile. — È accogliente — osservò Charity. — Sì... be’, buonanotte. — Si girò verso la porta. — Buonanotte, milord — disse Charity. Lui esitò, la mano sul pomolo. — Vi spiacerebbe se mi sedessi qui mentre scrivete? — chiese. — Non vi disturberò. Era proprio il marchese di Staunton, l’uomo freddo, altezzoso e cinico? Quell’uomo incerto e quasi umile? — Non mi spiacerebbe affatto, milord — rispose lei. — Vi prego, sedete vicino a me. Staunton si accomodò su un comodo divanetto a due, con il gomito sul bracciolo, appoggiando il pugno chiuso alla bocca. — Continuate pure — le disse, quando vide che la moglie insisteva a guardarlo. I suoi occhi erano più neri del solito... forse un effetto della luce della candela. Ma no, pensò Charity mentre tornava alla sua lettera. Era qualcosa di più. Come se dietro di essi si fosse sollevata una cortina. Tuttavia, non si sarebbe girata per controllare se aveva ragione. Le era stato già difficile scrivere quella lettera mentre era sola, e a quel punto le era pressoché impossibile. Proseguì con fatica per qualche altra frase e terminò in modo assai insoddisfacente. Aspettò poi che l’inchiostro si asciugasse prima di piegare con cura il foglio. L’indomani avrebbe dovuto portare la lettera al villaggio. Non l’avrebbe certo lasciata sul vassoio della posta al piano di sotto, con l’indirizzo del signor Philip Duncan. — Ho finito. — Si voltò sorridendo... e con un sobbalzo scoprì che suo marito era seduto esattamente nella stessa posizione di venti minuti prima. E la stava ancora osservando. — È una lettera molto breve — notò il marchese. — Una sola. Devo avervi interrotto la concentrazione. — Non importa — rispose Charity. — Posso scriverne un’altra domani. — Siete gentile, lady Staunton — disse lui. — Lo siete sempre. A quando pare, mio padre vi ha preso in grande simpatia. — È un uomo cortese — osservò lei. Staunton emise una risatina. — Mia cara... — disse con l’identico tono di voce del genitore. — “Cara figlia”, “Mia cara figlia, venite a sedervi sullo sgabello ai miei piedi”. E poi una mano distratta che posa leggermente e con affetto sulla vostra spalla. Con un’espressione dolce negli occhi. — È un uomo cortese — ripeté lei. Il duca era riuscito a renderle piuttosto piacevole una serata che si preannunciava sgradevole. — Sua Grazia non è mai cortese né affettuoso — ribatté Staunton. — Sta giocando con voi, milady. O meglio, sta portando avanti il suo gioco con me. Noi due giochiamo reciprocamente al gatto e al topo. Fingendo entrambi di mostrare affetto per lei per far infuriare l’altro. Nessuno dei due provava per lei il sentimento di cui faceva sfoggio in pubblico. — Vi ferisce saperlo? — chiese lui. Sì, la feriva terribilmente essere vista e usata come una pedina invece che come una persona. Ma era stata lei a permetterlo e aveva ignorato il consiglio di limitarsi a essere una semplice ombra. Le ombre non potevano sentirsi ferite a livello personale, né provare pietà per coloro che le ferivano. Charity scosse la testa. — Si tratta solo di una situazione temporanea. Presto sarà tutto finito. — Sì — confermò Staunton, fissandola, e Charity fu sicura di non essersi sbagliata sui suoi occhi. Alcune delle sue difese erano cadute. Forse il marchese si sentiva al sicuro lì con lei, di notte, in quell’appartamento. Charity si alzò. — È tardi — disse. — È ora che vada a dormire. Buonanotte, milord. — Lasciate che venga con voi — rispose lui, mentre era già con la mano sul pomolo della porta. Lei si rese conto allora della propria ingenuità. Aveva avvertito quell’atmosfera fin dal primo istante in cui lui era entrato nella stanza e aveva pensato che si trattasse solo di un po’ d’imbarazzo da parte sua. A quel punto, però, riconosceva quale tipo di tensione vi fosse stata in realtà fin dall’inizio. Entrambi, oh, sì, entrambi volevano andare a letto insieme. Era evidente nelle parole di lui e nel tono in cui erano state pronunciate. Ed era evidente anche nella propria reazione. Lei avvertiva una pulsazione intensa in quella parte così intima del proprio corpo, dove il marito era penetrato due notti prima e... dove voleva che tornasse. Sapeva bene che non sarebbe stato saggio: non si trattava d’amore e neppure d’affetto. Il loro non era nemmeno un matrimonio vero. Era solo l’intenso desiderio di una donna di ventitré anni di accoppiarsi, di celebrare la propria femminilità. Era un’esigenza che era rimasta allo stato latente e quasi inavvertita fino a due notti prima, ma ormai si era risvegliata con una facilità che le metteva quasi paura. Un bisogno che avrebbe potuto trasformarsi in un desiderio intenso e irresistibile, se vi avesse ceduto, e diventare più familiare grazie a quelle delizie travolgenti che aveva scoperto da poco. — Naturalmente siete libera di rifiutarvi — disse lui. — Non vi costringerò con la forza e neanche cercherò di persuadervi. A essere onesta con se stessa, Charity avrebbe dovuto ammettere che era troppo tardi per frenare quella smania che si sentiva dentro. L’aveva provata la sera prima, era stata uno dei motivi per cui era rimasta alzata fino a tardi, e sarebbe stato un demone contro cui combattere negli anni a venire. Le era stata appena offerta la possibilità di rivivere quei momenti di delizia, assaporarli e custodirli nella memoria per gli anni di vita solitaria che l’aspettavano in futuro. — Permettete che vi apra la porta, milady. — La voce di Staunton le arrivò appena dietro le spalle. — Questo non faceva parte del nostro accordo. Non dovete sentirvi obbligata. Non vi tormenterò chiedendovelo di nuovo. — Amerei giacere con voi — rispose Charity. Una mano di lui le toccò la spalla, l’altra le passò davanti per aprire la porta. — Vi porterò nel mio letto, allora, se non avete obiezione — disse Anthony. — No — rispose lei. — Non ne ho affatto. La camera da letto del marchese era identica alla sua per forma e dimensioni, ma aveva un tocco maschile, decorata con colori vinaccia, crema e oro. E aveva anche un odore maschile... di cuoio, acqua di colonia e vino, nonché un aroma indefinibile ma virile. Contava forse qualcosa che non si trattasse d’amore? E neppure di dovere coniugale? Che importanza aveva se si trattava solo di un desiderio spasmodico? L’assenza d’amore o di dovere lo rendeva forse immorale? Staunton era suo marito. Charity si voltò verso di lui e lo guardò negli occhi. Un marito del tutto temporaneo. Avrebbe pensato al problema della moralità in seguito, quando si sarebbe ritrovata di nuovo sola. Sola con la propria famiglia. Sola. Era stato il giorno del trionfo finale di Staunton, in cui lui si era guadagnato in modo inequivocabile la propria indipendenza, costringendo inoltre il padre ad accettarla pubblicamente. Era tornato a casa e aveva affrontato i propri demoni, anzi, era addirittura riuscito a far pace con essi. Quella dimora non sarebbe più stata un luogo da evitare, né sarebbe più stata da evitare la sua famiglia. Avrebbe potuto recuperare un buon rapporto con Will. Avrebbe dovuto rallegrarsi, pianificare il ritorno alla propria vita. Avrebbe dovuto affidare all’amministratore il compito di provvedere a soddisfare gli accordi presi con sua moglie. Invece Staunton non si stava rallegrando affatto. Era irrequieto. Aveva cercato di coricarsi, di obbligarsi a dormire. Ma il sonno non voleva saperne di arrivare. Sarebbe rimasto a Enfield, aveva ammesso alla fine con se stesso. Suo padre era gravemente malato, anzi stava morendo. Quell’ammissione gli aveva provocato un momento di panico. Si sarebbero parlati... avrebbero avuto un vero colloquio. Sarebbe stato necessario persuadere il genitore a lasciare le redini del potere affinché si potesse rilassare e magari prolungare almeno un po’ la sua vita. Intendeva dire che lui, Staunton, sarebbe dovuto intervenire e rimanere a Enfield. Definitivamente. Non avrebbe potuto, né voluto, lasciare che suo padre morisse da solo. Tuttavia, non avrebbe potuto tenere lì la moglie all’infinito. Presso la finestra della sua stanza, stava guardando al di fuori nel buio. Dovevano essere sopravvenute le nubi, perché la luna non si vedeva. In effetti, non c’era bisogno della presenza di Charity a Enfield che per qualche giorno ancora. Una volta ripartito Tillden con la famiglia, anche lei sarebbe stata congedata. Dopotutto, lui non aveva ingannato suo padre sulla vera natura del suo matrimonio, né aveva alcun desiderio o necessità di ingannarlo. Il punto era che il matrimonio era reale e indissolubile e il duca, da buon realista, l’aveva accettato. Charity era servita allo scopo e presto avrebbe avuto il permesso di partire. Il marchese si era appoggiato con le mani sul davanzale e aveva tratto un lento respiro. Doveva ammetterlo con se stesso: la desiderava. Subito... a letto. Non era lei in particolare che voleva, si era detto. Voleva una donna. Probabilmente perché sapeva che non ne avrebbe avuta una per molto tempo. Sua Grazia era sempre stato particolarmente severo quando i suoi figli avevano mostrato segno di voler amoreggiare con qualche ragazza del posto. E il figlio maggiore era stato perfettamente d’accordo con lui. C’erano un’infinità di luoghi in cui poter soddisfare appetiti fuori dalle regole, e tra questi non rientrava quello in cui si esercitava una sovranità e si provvedeva alle responsabilità che tale carica comportava. Staunton desiderava sua moglie perché era lì vicina, nella camera accanto, e perché non sarebbe rimasta a lungo a Enfield e lui si sarebbe trovato senza donne a disposizione. Aveva emesso una risatina ironica nei confronti di se stesso. Si era chiesto come avrebbe reagito Charity, se fosse entrato adesso in camera sua per pretendere i propri diritti coniugali. Forse glieli avrebbe concessi senza discutere. Le narici gli fremevano. Poi aveva deciso di andare nel suo studio, dove avrebbe trovato qualcosa da fare. Lì aveva parte dei suoi libri preferiti. Se poi ci avesse pensato, di sicuro gli sarebbe venuto in mente qualcuno a cui doveva scrivere. Altrimenti si sarebbe rivestito e sarebbe uscito a vagabondare nella notte. Mentre si avvicinava allo studio, aveva visto una luce filtrare sotto la porta del salottino. Così era entrato in quella stanza e si era autoinvitato a sedere mentre sua moglie scriveva una lettera... Ma come mai era ancora alzata? Charity indossava un semplice abito bianco di cotone, molto comodo. Aveva i capelli sciolti che le ricadevano ondulati e lucenti sulla schiena. Lui la desiderava. E a quel punto era disposto ad ammettere con se stesso che non era una donna qualunque quella che voleva... ma lei, la sua innocenza, la sua rettitudine. Due notti prima aveva scoperto che tali qualità lo attraevano. Charity aveva fatto bene la sua parte, aveva pensato Staunton mentre la guardava scrivere in quella sua postura, corretta ma aggraziata. Più che bene, anzi. Aveva dimostrato un calore, un fascino e una grazia che avevano colpito tutti con la possibile eccezione di Marianne. Perfino Charles l’aveva osservata quella sera, con espressione perplessa, quando lei era seduta su uno sgabellino accanto al padre. Sì, era stata proprio brava. Staunton si era sentito orgoglioso di lei, così carina e dignitosa in quel vestitino di seta grigia terribilmente scialbo, prima di rendersi conto che l’orgoglio non era un sentimento appropriato date le circostanze. Non un orgoglio caloroso, comunque. Si era chiesto a chi la moglie stesse scrivendo con tanta difficoltà. Era forse qualcuno verso cui si sentiva in obbligo? O si trattava di una persona che le era talmente cara da sentirsi impacciata per la sua presenza? Lui non aveva alcun diritto di mostrarsi curioso. Né voleva esserlo. Quando Charity se ne fosse andata, intendeva essere in grado di dimenticarla senza problemi. Tuttavia quella sera desiderava averla sotto di sé, immergere il proprio viso tra i suoi capelli. Prima lei fosse uscita dalla sua vita, tanto meglio sarebbe stato. A quel punto aveva ceduto alla debolezza, pensando che Charity lo avrebbe rifiutato. Non ci sarebbe stato da stupirsene, anche se Anthony non sapeva che cos’avrebbe fatto per dormire. Ma lei non si era rifiutata. “Amerei giacere con voi” gli aveva detto, dopo che lui si era alzato in piedi per andare a tenerle aperta la porta. Sua moglie non misurava le parole. E così il marchese aveva ceduto a un’altra debolezza. La voleva nel suo letto. Voleva averne lì il suo ricordo, anche se quel pensiero, che lo aveva colto completamente di sorpresa, gli aveva fatto corrugare la fronte perché non riusciva a comprenderlo. Non c’era alcuna timidezza in quella ragazza... gli veniva da ridere a pensare che l’aveva scambiata per un topolino tranquillo solo alcuni giorni prima. Quando furono nella sua camera da letto, Charity si voltò verso di lui e lo fissò, con quei suoi occhioni dall’espressione indifesa. Staunton sperò che non fosse segno di vulnerabilità e si augurò che nessuno la ferisse mai nel profondo. Le sciolse la fascia della vestaglia e le sfilò l’indumento dalle spalle, poi le slacciò i bottoni della camicia da notte, la aprì ai lati e gliela levò dalle braccia, facendola infine cadere a terra. Lei rimase immobile, senza opporre resistenza... e lo guardò negli occhi. Il suo corpo era meravigliosamente proporzionato senza essere in alcun modo voluttuoso. E pensare che lui aveva sempre creduto di preferire le donne voluttuose... fino a quella sera. Poi si tolse a sua volta la vestaglia e si sfilò la camicia da notte dalla testa, mentre gli occhi di lei frugavano il suo corpo. — Ora ci sdraieremo — le disse. — Sì. Staunton amava indugiare a lungo con i preliminari ed era molto abile. Gli piaceva montare sul corpo delle sue donne solo per la galoppata vigorosa che si concludeva con l’esplosione finale. Non le baciava mai, almeno non sul viso. Un bacio era troppo intimo... dal punto di vista emotivo. Il coito, invece, era una faccenda puramente fisica che non comportava alcun sottinteso emotivo. Così non baciò sua moglie. Le sue mani iniziarono un delizioso arpeggio sul suo corpo in un rituale lungo e familiare. Ma anche se si sentiva eccitato, non sembrava riuscire a coinvolgere la mente in quello che stava facendo. Il solito schema era diventato stucchevole, non lo soddisfaceva più. Non con Charity. Voleva sdraiarsi su di lei, sentirsi riscaldato dal suo calore, placato da quel corpo morbido e cedevole. Voleva trovarsi prigioniero della sua femminilità, desiderava immergere il viso tra i suoi capelli. E così abbandonò il consueto rituale, le doti di sempre. Si sollevò sopra di lei e le divaricò le gambe. Non aveva idea se lei fosse pronta. Alle donne occorreva parecchio tempo per essere adeguate per la penetrazione. Fece scivolare una mano in giù, fino a raggiungere il suo inguine, e le spinse adagio le dita dentro, trovandola già bagnata. Era strano, pensò mentre respirava il profumo erotico del sapone, come si potesse essere tesi e pulsanti di desiderio senza provare alcuno dei normali impulsi naturali, quelli che lo inducevano a trarre l’ultimo briciolo di piacere dall’esperienza. Ora desiderava solo trovarsi dentro di lei, cavalcare su di lei, sentirsi così vicino da essere parte di lei, della sua beltà, del suo calore, del suo fascino, inalare la sua essenza… A quel punto smise di pensare. Seguì l’istinto perché non aveva altro come guida. Aveva abbandonato i giochetti d’abilità, l’esperienza, le mosse familiari. Si accoppiò con ritmo lento e continuo, prolungando al massimo il momento meraviglioso e piacevole in cui sarebbero diventati ancora più uniti per un istante brevissimo, prima di tornare a essere di nuovo due entità separate. Non notò quando lei si avvinghiò con le gambe al suo corpo, fu solo conscio del fatto che il loro ritmo era all’unisono, in modo perfetto e meraviglioso. Sospirò tra i capelli di Charity mentre lei emetteva gemiti di piacere. Durante un momento di lucidità, si stupì al pensiero che in nessuno di loro due fosse evidente una grande eccitazione. Solo qualcosa di lontano, molto più pericoloso... ma escluse quel ragionamento prima che venisse espresso in maniera compiuta. Fu lei a perdere il ritmo per prima. I suoi muscoli interni si contrassero convulsamente, il suo respiro divenne più affannato. Disimpegnò le gambe intrecciate con quelle di lui e puntò i piedi nel materasso inarcandosi. Staunton a sua volta spinse a fondo dentro di lei e le premette le mani sulle anche. Seguirono lunghi istanti di tensione, prima che lei perdesse completamente il controllo e si desse al marito in silenzio, con tutto ciò che aveva. E lui sentì di aver ricevuto un dono: una sensazione strana considerando che, tutto ciò che era successo, per lei non era stata che una buona esperienza sessuale. Un’esperienza puramente fisica. Lasciò che la moglie si rilassasse sotto di sé. Ne assaporò il calore, la morbidezza e il silenzio. Aspettò che il respiro le tornasse normale. Poi si spinse là dove desiderava essere, il punto in cui aveva sempre bramato trovarsi. Per tutta la vita. Anche se non era esattamente un luogo. Era... Udì se stesso che gridava e sentì le braccia di Charity stringerlo, le gambe di lei intrecciarsi di nuovo con le sue. La udì mormorargli qualcosa all’orecchio... una sensazione squisitamente dolce e totalmente incomprensibile. Ed ebbe l’impressione di precipitare, senza la possibilità di fermarsi. 12 Charity non riuscì a dormire molto. Dapprima fu per una questione di scomodità: il corpo di Staunton pesava troppo su di lei e le rendeva difficile respirare, e si sentiva le gambe rigide per essere rimaste tanto a lungo divaricate. Ma, stranamente, non fece nulla per alleviare il disagio. Non cercò di svegliare il marito, né di cambiare posizione. Al contrario, rimase immobile e rilassata in modo che lui non si spostasse. Era assolutamente conscia che erano entrambi nudi, che i loro corpi erano ancora uniti e che erano stati davvero marito e moglie. Il disagio non sembrava affatto importante. Anche dopo che Staunton si mosse e rotolò di lato, mugugnando parole incoerenti e continuando a tenerla stretta cosicché lei si sentiva al caldo e cullata, e del tutto a suo agio a contatto con lui, il suo sonno restò agitato. Non era cambiato nulla, assolutamente nulla. Il loro non era stato amore e sarebbe stato molto sciocco da parte sua immaginarsi che potesse esserlo. Non doveva fantasticare neanche per un momento su una cosa che non aveva avuto la minima traccia di romanticismo. Erano semplicemente un uomo e una donna con le loro esigenze fisiche. Erano sposati per ragioni di convenienza e occupavano le stesse stanze. Così avevano appagato quelle loro esigenze e ne erano stati soddisfatti. In quanto a lei, era molto contenta di avere imparato una lezione così preziosa. Valeva sempre la pena di conoscere qualcosa di nuovo. Aveva appreso che amore e romanticismo da una parte e ciò che succedeva tra un uomo e una donna a letto dall’altra erano due cose del tutto diverse, come confrontare i cavoli con le pere. Nulla era cambiato, solo che scioccamente, come purtroppo era suo solito, lei si era lasciata coinvolgere. Con tutta quella banda di persone sgradevoli, imbronciate e dalle idee balzane. Perché non riusciva a vederli sotto quella luce e starsene in disparte? Era sempre stato così. A ventun anni aveva avuto la possibilità di sposare un gentiluomo che le piaceva molto, ma sua madre era morta da soli quattro anni e tutti avevano ancora bisogno di lei, stando alle sue convinzioni, nonostante la sorella della povera mamma, già vedova, fosse dispostissima a prendersi cura della famiglia. Dopo la morte del padre, quando il mondo intero le era crollato addosso, aveva insistito per contribuire ad aiutare la famiglia e a rimborsare i debiti, anche se tutti avevano cercato di persuaderla che lei era più necessaria a casa. Poi, nel corso del suo ultimo impiego, si era fatta licenziare perché si era lasciata coinvolgere nell’angoscia di una bella cameriera troppo debole per difendersi da sola. Adesso ci era cascata di nuovo. Si era presa cura del duca di Withingsby, che non amava nessuno e non era amato da nessuno, o almeno così pensava quel branco di stupidi. Si era affezionata ad Augusta che aveva un’infanzia da recuperare e a Charles, che si sentiva tradito dal fratello che l’aveva abbandonato quand’era solo un ragazzo... oh, sì, lei lo aveva capito benissimo. E si era affezionata a Claudia, che aveva creato una frattura terribile tra due fratelli e che doveva saperlo e soffrirne, nonostante i suoi dolci sorrisi. Si era affezionata a William, che doveva essere dilaniato dal senso di colpa e anche da una certa indignazione se era vero, come probabilmente lo era, che Claudia l’aveva sempre amato. Gli unici due a cui non era molto interessata erano Marianne e Richard, anche se adorava i loro bambini. Oh, sì. Lei aveva a cuore tutte quelle persone. Che stupida! E aveva a cuore quel pover ’uomo di suo marito, così lacerato, che credeva di avere saldamente in pugno la propria vita. Quanto potevano essere sciocchi gli uomini. Tanto simili a bambini, sempre pronti a dare in escandescenze, a fare i gradassi e a guardare storto gli altri e nello stesso tempo così vulnerabili. Charity era rimasta quasi spaventata dalla sua vulnerabilità di poco prima, quando lui aveva lanciato un grido proprio nel momento in cui si era resa conto che quel calore in più che provava dentro di sé era il suo seme che veniva liberato. Le era parso così simile a un bimbo sperduto. Si era avvolta attorno a lui, sopraffatta da un senso di tenerezza, e gli aveva mormorato parole di conforto proprio come se fosse un bambino caduto che si era sbucciato un ginocchio. — Andrà tutto bene — gli aveva bisbigliato all’orecchio. — Andrà tutto bene, caro. Caro! Charity sperò ardentemente che lui non l’avesse sentita. Il marchese di Staunton non era esattamente il tipo di persona da chiamare in quel modo. O verso il quale provare sentimenti materni. In quel momento si sentiva in effetti tutto fuorché materna. Lui era sveglio. La sua mano si muoveva tracciando cerchi leggeri sulla schiena e le natiche di lei per poi spostarsi sul fianco e risalire fino a raggiungere uno dei suoi seni. Lo accarezzò e le stuzzicò il capezzolo col pollice. — Mmm — fece lei. E fu tutto quello che si dissero. Poi lui la sollevò una gamba sul proprio fianco, l’attirò più vicina e la penetrò di nuovo. Lei era così ingenua, non aveva capito dove stavano conducendo le sue carezze. Non si era resa conto che avrebbero potuto rifarlo così presto... o mentre erano sdraiati sul fianco. Ma quando serrò quei suoi muscoli interni di cui aveva appena scoperto le capacità, lo sentì di nuovo straordinariamente presente e duro... e profondamente dentro di lei. Poi lui si ritirò ed entrò di nuovo. Lei non riusciva a credere che ci potesse essere una sensazione più meravigliosa al mondo, e desiderò che potesse durare per sempre. Dopo, dormì profondamente. Staunton le aveva spostato la gamba perché riposasse meglio e le aveva tirato su le coperte fino alle orecchie. Ma la teneva vicina a sé... più vicina. Prima di scivolare nel sonno, Charity decise che doveva andarsene. Non c’era alcun vero motivo per rimanere. Il marchese aveva ribadito il suo punto di vista: il matrimonio era indissolubile, al di là del dominio che gli altri potevano esercitare su di lui. Lei però doveva andarsene, rimettere insieme i pezzi della propria vita e continuare con la famiglia e le seimila sterline l’anno. Ma ci avrebbe pensato l’indomani. Durante la notte aveva piovuto. Gocce d’acqua brillavano sull’erba, mentre nell’aria era ancora sospesa un po’ di nebbiolina mattutina che nascondeva le colline e gli alberi lontani. Era il clima ideale per una cavalcata. Il marchese di Staunton era fermo sui gradini di marmo davanti alla porta d’ingresso e respirava a pieni polmoni l’aria fredda e umida. Intanto si batteva gli stivali con il frustino. Non c’era alcun topolino marrone sulla terrazza sotto di lui. Aveva lasciato Charity a letto. Su suo suggerimento, lei si era rimessa a dormire dopo essere stata svegliata per un’altra tornata d’amore rapida e vigorosa. Aveva girato il viso sul cuscino del marito e vi aveva infilato sotto il braccio. Si era riaddormentata ancora prima che lui avesse finito di sistemarle le coperte per tenerla al caldo. Staunton si avviò a grandi passi verso le scuderie. Era forse impazzito? Totalmente fuori di testa? Tre volte durante quella notte, una volta tre notti addietro. Che diavolo avrebbe fatto se l’avesse messa incinta? Se? Quattro volte e pensava ancora in termini ipotetici? Così era uscito per rinfrescarsi la mente e rinnovare le energie, dopo aver passato una notte a esaurirle. Fece una smorfia. Perché diavolo Charity era rimasta alzata tanto a lungo per scrivere delle lettere? Se non l’avesse fatto, nulla di tutto ciò sarebbe successo. Eppure Staunton aveva già dovuto resistere alla tentazione di fare una visita coniugale nella sua stanza. Venne salvato da quei pensieri così fastidiosi dalla vista di Charles, che era già a cavallo nel cortile delle scuderie e stava facendo capire con fermezza alla sua vivace cavalcatura chi comandava. — Vedo che non hai dimenticato la tua prima lezione su come si trattano i cavalli — gli gridò dal cancello. Suo fratello non l’aveva ancora visto e si toccò la tesa del cappello col frustino, annuendo brevemente con il capo. — Staunton. — Ma hai imparato molte cose da allora — osservò il marchese. — Adesso sei un ufficiale di cavalleria. Immagino che cavalcare ti venga naturale come camminare. — Com’è naturale per ogni gentiluomo, ritengo — rispose Charles. — Scusami, Staunton, ora devo andare. Il marchese non si spostò dal cancello. — Per una cavalcata mattutina? Stavo per andarci anch’io, perché non la facciamo insieme? Suo fratello scrollò le spalle. — Come vuoi. Tutta colpa di quella peste di sua moglie, pensò Staunton mentre preparava la propria cavalcatura dopo aver fatto cenno allo stalliere di allontanarsi. Quella piccola bigotta con le sue analisi dei caratteri, le sue tirate moraliste e la sua insistenza sul fatto che erano una famiglia solo perché li aveva generati tutti Sua Grazia: quando era stata l’ultima volta che lui aveva imposto la propria compagnia a qualcuno che l’aveva mandato al diavolo? Soprattutto se si trattava di un giovane cucciolo che era stato insolente con lui? Era davvero tutta colpa di quella donna se sentiva tanto il bisogno di chiacchierare. — Sei già stato in servizio attivo? — chiese al fratello mentre uscivano dal cortile e si dirigevano verso i campi aperti e le colline dietro la casa. — Non al di là di queste sponde — rispose Charles. — Sono stato in un reggimento della riserva. — Sei stato? — Il marchese gli lanciò un’occhiata interrogativa. Pensò che suo fratello, con indosso l’uniforme scarlatta, doveva apparire irresistibile alle donne. Gli era ancora difficile credere che non fosse più un ragazzino di dodici anni. — Partiremo per la Spagna il mese prossimo — spiegò Charles. — E io intendo esserci. — Sua Grazia ha qualcosa in contrario? L’altro non rispose. — Immagino — continuò il marchese — che non approvi neanche la tua scelta di carriera. Ti aveva destinato alla chiesa, non è così? — Ricordava di aver affrontato qualche volta quell’argomento con il padre. E ricordava anche di aver promesso a un Charles ribelle che avrebbe preso le sue parti e fatto in modo che non fosse costretto ad accettare un tipo di vita che non aveva alcuna attrattiva per lui. Ma se n’era andato prima di poter mantenere la promessa. A quanto pareva, però, Charles non intendeva continuare quella conversazione, perché lanciò il cavallo a un vivace galoppo. — Non ricordo neanche di averti sentito dire che volevi comperare un grado nell’esercito — osservò il marchese raggiungendolo. — Il tuo interesse per la carriera militare è forse recente? Suo fratello gli rivolse un’occhiata dura e ostile. — Questo nostro colloquio è puramente di cortesia, Staunton — gli disse. — Da quando in qua ti interessi alla mia carriera o ai motivi per cui l’ho intrapresa? E non dire che lo fai perché sei mio fratello. Non lo sei affatto, se non per una pura circostanza di nascita. Charles aveva sofferto per la sua partenza molto più di quanto lui si fosse aspettato. Anthony aveva pensato che il ragazzo si sarebbe ripreso presto e con la naturale elasticità dei giovani avrebbe rivolto i suoi affetti verso qualcun altro... magari Will. Ma all’epoca anche questi aveva solo vent’anni, l’età di Charles adesso. — Volevi fare una vita da gentiluomo — gli disse. — Sognavi terra, fattorie e responsabilità, anche se non eri proprietario di nulla. Speravi che Will entrasse nella chiesa o nell’esercito e che Sua Grazia ti concedesse di aiutarlo a gestire queste proprietà o almeno una di quelle più lontane. Io pensavo che forse me ne sarebbe stata assegnata una delle altre. Ci scherzavamo sopra. Ti avrei concesso di vivere qui e gestirla tu per me mentre andavo a fare la bella vita a Londra. — Il che è esattamente ciò che hai fatto — osservò Charles. Dal suo tono di voce, per la prima volta trasparì un’evidente nota di amarezza. — Con grande successo, sotto tutti i punti di vista. — Sai perché me ne sono andato? — Sì. — Suo fratello scoppiò in una risata. — Sua Grazia non ti avrebbe permesso di intrallazzarti con qualsiasi femmina entro un raggio di dieci miglia da Enfield. E morta nostra madre, non c’era nulla e nessuno che ti trattenesse qui. Il marchese trasalì. Forse allora avrebbe dovuto fare uno sforzo per dirgli almeno addio, cercare di spiegare le sue motivazioni. Invece no... non c’era stato alcun modo di parlare di dolore, rabbia e umiliazione. — E Will ti avrebbe spaccato i denti, se ti fossi solo avvicinato a Claudia — aggiunse Charles. Ah, a volte i ragazzini di dodici anni notavano le cose e le capivano meglio di quanto pensassero gli adulti. — Io amavo Claudia — replicò Staunton. — E pensavo che lei amasse me. Ma dopo che ha sposato Will, non mi sarei mai avvicinato a lei. — Il fatto è che tu sei sempre stato insopportabilmente arrogante — sbottò con disprezzo il suo antico ammiratore. — Chiunque avesse avuto occhi per vedere avrebbe capito che lei voleva Will, e che nostro fratello viveva in una specie d’inferno perché pensava che l’avresti avuta tu e non osava sfidarti per quello. Staunton, tu non sei il tipo d’uomo da interessare Claudia. Nonostante la sua bellezza, Claudia ama la sicurezza e la tranquillità. E ama Will. Buon Dio! Possibile che fosse stato tanto cieco? Che si fosse illuso in modo così umiliante? A quanto pareva sì. — Me ne sono andato per altri motivi — ribatté il marchese. — La vita era diventata intollerabile e il matrimonio di Will e la morte di nostra madre mi avevano spinto sull’orlo del precipizio. Non al di là, però. C’eravate ancora tu e la bambina. — Trasse un respiro affannato. Non ci pensava da anni. Non sapeva se fosse in grado di parlarne. — E poi... c’è stato qualcos’altro che mi ha fatto decidere. Se Charles non l’avesse sollecitato, non ne avrebbe parlato. Erano tutte cose che appartenevano al passato e che lui aveva superato, riprendendo il controllo della propria vita e del proprio orgoglio e guadagnandosi l’indipendenza. — Allora? — fece Charles con impazienza. — Sua Grazia mi accusò di aver rubato — spiegò il marchese. — Aveva frugato nelle mie stanze e aveva trovato una certa cosa. Era là che mi aspettava, con quella cosa in mano, e mi schiaffeggiò violentemente, tanto da farmi sanguinare. Non guardò neppure Charles, che non disse nulla nel breve silenzio che seguì a quelle parole. — Mi ordinò di scendere e di aspettarlo nella biblioteca — continuò Staunton. — Sapevo che cosa sarebbe successo alla fine, naturalmente. Chiunque di noi l’avrebbe saputo, no? Io avevo vent’anni ed ero innocente. Gli dissi che avrei obbedito e che l’avrei atteso di sotto. Che non avrei opposto resistenza, né avrei più discusso con lui. Avrei accettato le frustate come un bambino inerme. Ma gli dissi anche che me ne sarei andato di casa prima del tramonto, non avrei mai più messo piede a Enfield Park e lui non mi avrebbe più rivisto. Sua Grazia non si sarebbe mai piegato a tali minacce, naturalmente, e le frustate che ricevetti furono le più forti che mi avesse mai inflitto. Ebbi parecchie difficoltà a montare a cavallo più tardi, ma non ero disposto a passare nemmeno una sola notte in più sotto il suo stesso tetto. Charles non disse nulla. — Quando esposi la mia minaccia — continuò Staunton — sapevo con esattezza ciò che dicevo e quali erano le scelte che facevo. Mi rendevo conto che avrei dovuto lasciare la bambina, che lui non degnava neanche di uno sguardo, e sapevo che avrei dovuto abbandonare te, Charles, la persona più preziosa che mi rimaneva al mondo. Ma non userò questo argomento per difendermi. Allora eri solo un bambino e avevi bisogno di me. Non ebbi neppure il coraggio di dirti addio. Se l’avessi fatto, non sarei più stato capace di andarmene e invece dovevo farlo. C’era in gioco molto più del rispetto che avevo per me stesso. Mi pareva che ci fossero in gioco la mia stessa vita e la mia anima. Quando si hanno vent’anni, a volte si drammatizza la realtà in modo esagerato, come sarai disposto ad ammettere tu stesso. Forse, guardando le cose in retrospettiva, il rispetto di me stesso, la mia vita e la mia anima erano meno importanti di un bambino per il quale ero una specie di eroe. Fu allora che, con un certo orrore, capì perché Charles non diceva nulla. — Al diavolo! — esclamò. — Questo non è un racconto strappalacrime. È solo un episodio stupido e sordido del passato, ormai dimenticato da tempo. Non sono neanche stato capace di mantenere la mia promessa, come hai visto. Dopo otto anni sono di nuovo qui a Enfield Park e parlo con Sua Grazia in termini quasi civili. Charles diede di sprone e il marchese lo lasciò allontanare. I giovani di vent’anni, e per di più tenenti di cavalleria, non amavano farsi vedere piangere. Staunton arrestò il cavallo. No, non sarebbe corso dietro il fratello neanche in seguito. Charles sarebbe stato orribilmente imbarazzato e avrebbe potuto sentire la necessità di commentare quanto aveva appena ascoltato. Invece non c’era altro da dire sulla questione. Perlomeno, ora Charles finalmente sapeva che lui non se n’era andato solo per darsi a una vita di libertinaggio in città, dopo che la morte della madre l’aveva sollevato dalla necessità di rimanere a Enfield. Non che la cosa facesse molta differenza. Il motivo del suo allontanamento non scusava certo il suo modo di comportarsi. Aveva spezzato i legami d’amore e fiducia. E non era stato l’unico a soffrirne le conseguenze. Fece per girare verso casa, ma cambiò idea e si avviò al trotto in una direzione diversa. Avrebbe trovato un tratto di aperta campagna e avrebbe lanciato il cavallo al galoppo fino allo sfinimento di entrambi. Charity dormì per una mezz’ora dopo che il marito se ne fu andato. Nonostante avesse riposato solo nelle ultime ore della notte, e il suo sonno fosse stato disturbato quando Staunton l’aveva svegliata e voluta di nuovo, scoprì che le era impossibile ignorare le vecchie abitudini. Era sempre stata abituata ad alzarsi presto. Inalò l’odore virile ancora presente sul cuscino del marchese, e mentalmente esaminò quel misto di sensazioni che la pervadevano, che andavano dall’indolenzimento al benessere, al languore e all’energia. “Dev’essere molto piacevole essere sposati davvero e svegliarsi ogni mattina in questo modo” pensò. Ma il suo non era un matrimonio vero, né lei desiderava che lo fosse. La famiglia Withingsby aveva più aspetti negativi di quanti ne potesse elencare sulle dieci dita. E lei aveva una famiglia propria di cui era assolutamente soddisfatta e con la quale si sarebbe presto ritrovata. Quella sera ci sarebbe stato il ballo. L’indomani, o il giorno seguente, il conte di Tillden sarebbe ripartito con la famiglia. A quel punto la sua funzione si sarebbe esaurita. Avrebbe domandato al marchese quando sarebbe potuta partire. Probabilmente lui avrebbe richiesto la sua presenza ancora per qualche giorno, ma era ragionevole ritenere che di lì a una settimana si sarebbe trovata a casa sua. Gettò indietro le coperte e si sedette sull’orlo del letto, pensando a quanto sarebbero stati eccitati nel rivederla. E quanto sarebbe stata eccitata lei! E quali meravigliose notizie avrebbe annunciato loro. All’inizio li avrebbe stuzzicati. Avrebbe finto di aver perso il posto di lavoro e di essere priva di ogni mezzo. E poi avrebbe osservato le loro facce mentre raccontava la vera storia. Penny non avrebbe approvato e Phil avrebbe tuonato. C’era anche la possibilità che si rifiutasse di toccare una sola moneta del suo denaro per pagare i debiti di famiglia. Ma lei era abituata da sempre a discutere con il fratello. Però era la maggiore e in qualche modo sarebbe riuscita a persuaderlo. Poco più tardi ci fu un momento imbarazzante quando, non avendo chiamato la cameriera personale, era passata nello spogliatoio del marito con indosso la sola camicia da notte, con tutti i capelli in disordine, e si era imbattuta nel valletto del marchese che stava portando via rasoio e pennello da barba. Quando scese nella sala della prima colazione era ancora molto presto. Aveva sperato che non ci fosse nessuno e soprattutto che non ci fosse lui. Non sapeva bene come guardarlo, né che cosa dirgli. Tuttavia c’era Charles, giovane e bello nel suo abito da cavallerizzo. — Oh, buongiorno — gli disse rivolgendogli un sorriso caloroso. — Anche voi vi alzate presto? Ma è ovvio, siete un ufficiale dell’esercito. — Sono stato a fare una cavalcata — rispose il ragazzo, alzandosi da tavola e tendendole la mano. Quando lei allungò la propria, lui se la portò alle labbra: un gesto meravigliosamente gentile da parte di un uomo così giovane. — Oh, davvero? — fece Charity. — E avete visto Anthony? Si è alzato molto presto con il vostro stesso intento. — Arrossì quando si rese conto di cosa stavano rivelando quelle parole. — Abbiamo fatto un po’ di strada insieme — rispose Charles. — Davvero? — Charity si sedette e si chinò leggermente verso di lui, mentre un valletto le versava il caffè. — Avete parlato? Non ho mai conosciuto una famiglia i cui membri si parlassero di meno riguardo le questioni importanti. Gli occhi del giovane assunsero di colpo un’espressione guardinga. — Abbiamo parlato — confermò. — Bene. — Charity si servì una fetta di pane tostato. — E lo avete perdonato per avervi abbandonato quando eravate solo un ragazzo? — Ve l’ha detto, allora?. — No — rispose Charity sorridendo. — Anche a me ha rivelato ben poco del passato. Non so che cosa sia successo ma è avvenuto qualcosa, e finché tutti non saranno disposti a parlarne, nessuna ferita si potrà rimarginare. Un tempo lo amavate. — Sì — rispose Charles. — Più di ogni altro al mondo. Ai miei occhi non faceva mai nulla di male nonostante fossi conscio dei suoi difetti. L’arroganza, per esempio. — Temo che l’arroganza venga naturale a chi si trova nella sua posizione, con l’educazione ricevuta e il suo aspetto — disse Charity rivolgendogli un sorriso da cospiratrice. — Voi lo amate? — le chiese il ragazzo a bassa voce. Charity bloccò la mano a metà strada, quindi depose il pezzo di pane tostato che stava per mettere in bocca. Come poteva rispondere a tale domanda? In un solo modo, si rese conto, visto che quando aveva accettato quella proposta di lavoro si era impegnata a mentire. — Sì — rispose. — Con i suoi difetti e tutto il resto. Anche se dal momento in cui sono arrivata qui ho desiderato dargli degli scossoni tali da rimescolarlo dentro. È così reticente. Charles sorrise e Charity si trovò a compiangere la giovane donna a cui lui avesse rivolto quel sorriso affascinante... se poi non fosse stato anche intenzionato a donarle il proprio cuore. — Vi avevo scambiata per una cacciatrice di fortuna — commentò il ragazzo. — Odiavo Tony quand’è arrivato, ma nello stesso tempo mi sentivo furioso per lui. Credevo che fosse stato abbindolato. Mi dispiace. Ho sbagliato a giudicare sia voi sia la capacità di mio fratello di scegliersi saggiamente una moglie. Mi siete simpatica. — Grazie — rispose Charity. — Grazie di cuore. — Cercò invano un fazzoletto, perché stentava a trattenere le lacrime. — Che sciocca. — No — le disse Charles con gentilezza, passandole un grande fazzoletto da uomo. — Siete stata trattata in modo abominevole in questa casa, anche se perfino Sua Grazia si stava sgelando, ieri sera. Voi avete dimostrato coraggio, continuando a sorridere e a trattarci con cortesia pur avendo ricevuto da noi un’accoglienza gelida. Charity si soffiò il naso. — Credo di aver fatto una colazione sufficiente. — In realtà aveva mangiato solo un paio di bocconi di pane tostato e bevuto mezza tazza di caffè. — No, non è necessario che vi alziate. Voleva solo scappar via dalla stanza e trovare un angolo buio in cui rintanarsi. Charles aveva pensato che piangesse perché era stato gentile con lei e le aveva detto che gli era simpatica. Ma non era affatto quella la ragione. Era per le altre cose che aveva detto... “Vi avevo scambiata per una cacciatrice di fortuna.” Parole che l’avevano lacerata come se fosse stata frustata a sangue. Ma non era destinata a cavarsela così facilmente. La porta della sala si aprì ed entrò lady Tillden, seguita da lady Marie Lucas. Ci fu tutta una serie di inchini e riverenze, oltre a una considerevole dose d’imbarazzo. Charity e lady Tillden s’imbarcarono in una discussione noiosissima e del tutto prevedibile in merito al tempo, che era stato piovoso durante la notte e si era fatto alquanto fosco, anche se c’erano segni che la nebbia si stava sollevando con la speranza, piuttosto fondata, che le nubi potessero spostarsi altrove più tardi. Forse il sole sarebbe perfino tornato a splendere... come avveniva spesso di giorno quando non c’erano nubi, eccetera eccetera. La conversazione fu molto amichevole. Charity notò il tenente lord Charles Earheart che si chinava sopra la mano di lady Marie, come si era chinato sulla sua poco prima, e se la portava alle labbra, scambiando un sorriso e qualche parola sottovoce con lei. — Buongiorno — le disse. — Che piacere rivedervi. Sono passati ben diciotto mesi. — Non pensavo che vi avrei trovato qui — rispose lei. — Credevo che foste presso il vostro reggimento. — Sono in permesso — le spiegò lui. — In realtà speravo che non ci foste — sussurrò la ragazza. — Davvero? — La voce di Charles non mostrò una traccia di sorpresa. — Invece, come vedete, ci sono. — Sì, infatti — confermò lady Marie. — E vi spiace ancora? — le chiese guardandola molto intensamente negli occhi. Intanto l’argomento tempo si era esaurito e lady Tillden, dopo aver rivolto a Charity un sorrisetto amabile e un po’ nervoso, si concentrò sulla conversazione tra sua figlia e lord Charles. I due giovani cominciarono a discutere del tempo. Charity si scusò e uscì dalla sala. Salì i primi cinque scalini che portavano alla sua stanza a passo normale, ma fece gli altri di corsa a due alla volta. “Vi avevo scambiata per una cacciatrice di fortuna.” 13 Quando finì di vestirsi per il ballo, il marchese di Staunton si sentì molto più soddisfatto per com’era fin lì andata la giornata rispetto a quanto si era aspettato. Era riuscito a tenersi a una certa distanza dagli ospiti, pur comportandosi in modo perfettamente educato in loro presenza. A contribuire alla distensione del clima erano stati anche Marianne e Charles, che avevano fatto ogni sforzo per intrattenere gli invitati. Marianne aveva accompagnato le signore in carrozza fino al villaggio al mattino, Charles aveva condotto il birroccio con loro tre nel pomeriggio in un giro attorno al parco con picnic presso le rovine. Il conte di Tillden, a quanto pareva, aveva deciso che era più saggio comportarsi come si doveva, quasi che l’idea di un fidanzamento non avesse mai attraversato la sua mente, e passò il tempo con il duca in modo del tutto amichevole. Charles, da parte sua, se n’era stato tranquillo. Non aveva fatto alcun tentativo di cercare suo fratello per ritornare su quanto si erano detti durante la cavalcata del mattino. Ma non l’aveva neanche deliberatamente evitato. E dai suoi occhi era scomparsa ogni traccia di ostilità, in favore di un’espressione vaga difficile da interpretare. Nell’unica occasione in cui era stato costretto a citare il nome del fratello, però, non si era rivolto a lui chiamandolo “Staunton” e neanche “Anthony”, bensì “Tony”. Il marchese aveva provato quasi disprezzo per se stesso, per il calore che gli aveva provocato quel diminutivo. Poi c’era stato William, che era andato al mattino a Enfield per discutere con il padre di alcune faccende relative alla gestione della proprietà. Sua Grazia aveva convocato il marchese in biblioteca, aveva chiesto al figlio minore di passare un’ora con lui per spiegargli i vari aspetti relativi alla conduzione delle varie proprietà e li aveva lasciati soli. Da principio il colloquio era stato impacciato e molto formale, finché non era subentrato qualche particolare di scarsa importanza che li aveva divertiti entrambi facendoli scoppiare a ridere. Dopodiché, anche se si erano guardati con una certa rigidità e un certo imbarazzo per un po’, qualcosa era cambiato. Qualcosa d’indefinibile. Erano tornati a essere fratelli senza che fosse stato detto nulla, e avevano continuato semplicemente a discutere le questioni relative alle proprietà. Più tardi, ripensando a Claudia, il marchese aveva capito che tutta quella faccenda sordida, e piuttosto umiliante, apparteneva ormai al passato. Per lei ormai non provava nulla più di un naturale apprezzamento per la sua bellezza. L’amarezza era scomparsa. Forse, anzi probabilmente, su Claudia non era stata esercitata alcuna pressione. E dopotutto, Will non si era comportato in modo disonorevole, a parte una comprensibile riluttanza ad ammettere con suo fratello che amavano la stessa donna. Ma Will all’epoca aveva solo diciannove anni, e non ci si sarebbe potuti aspettare da lui un comportamento più fermo, da uomo maturo. Perfino Augusta si era sgelata con il passare delle ore. Non tanto con lui quanto con Charity, comunque gli aveva sorriso e aveva avuto finalmente l’aspetto di una bambina. Anthony aveva passeggiato fino al ponte in compagnia di Will, per godersi il sole subentrato alla nebbiolina del mattino, e aveva incontrato Charity e Augusta che arrivavano dalla direzione opposta. Sua moglie era stata alla casa vedovile per altre prove con la sarta, in particolare per il vestito da ballo che stavano approntando in tutta fretta per la serata. Aveva portato Augusta con sé per farla giocare coi ragazzi, ma come aveva fatto a sottrarre sua sorella dalla sala studio a metà mattina? Con il semplice espediente di chiederlo a Sua Grazia e poi a Miss Pevensey, l’istitutrice. Possibile che il duca avesse lasciato libera la figlia solo perché gliel’aveva chiesto la nuora? “Ma naturalmente” aveva risposto sua moglie quando lui le aveva posto quella domanda. “Ha convenuto anche lui che una mattinata così bella non doveva andare sprecata.” Staunton aveva notato che Charity era arrossita in maniera deliziosa quando si erano incontrati. Ovvio che ricordasse bene quanto era successo la notte prima, qualcosa che lui invece avrebbe preferito dimenticare, se gli fosse stato possibile. Così Staunton aveva cercato di concentrarsi su Augusta che, come aveva rilevato con sorperesa, era sporca di terra e scarmigliata... e per una volta aveva l’aspetto di una bambina di otto anni. “Tu mi riporti alla mente ricordi precisi, Augusta” aveva detto, prima giocherellando con il suo monocolo e poi portandoselo all’occhio. “Ricordi di quando ci arrampicavamo sugli alberi e giocavamo a rincorrerci o a nascondino. Solo che credo che io, Charles e Will, e talvolta perfino Marianne, di solito sfoggiavamo tagli, lividi e vestiti stracciati, e non solo tracce di terra.” La bambina l’aveva guardato con espressione notevolmente spaurita. “Naturalmente” aveva continuato il marchese “ora ti cambierai d’abito, ti laverai mani e faccia e ti pettinerai i capelli prima che Sua Grazia ti veda a pranzo. E se dovesse invitarmi nel frattempo in biblioteca e mettermi sotto tortura, serrerò i denti e giurerò che quando ti ho incontrata al ponte non avevi neanche una macchiolina di terra addosso alla tua persona, e neppure sulle suole delle scarpe.” Era stato allora che Augusta gli aveva sorriso, un bel sorrisone solare da bambina, con tanto di nasino arricciato. Sì, pensò il marchese mentre il suo valletto gli ritoccava alla perfezione il nodo del fazzoletto da collo e prendeva la giacca da sera nera per aiutarlo a infilarla, la giornata era andata piuttosto bene. Anche se, naturalmente, con tutti i preparativi in corso e con il conte di Tillden e famiglia ancora ospiti a Enfield, c’era la sensazione che una parte notevole dei festeggiamenti programmati fosse stata sospesa. Inoltre c’erano ancora molte cose da sistemare, come raggiungere uno stato di maggior cordialità con i fratelli e le sorelle, cosa che non rientrava nel suo piano originario. C’erano questioni da chiarire con il padre e doveva risolvere il problema di sua moglie. Durante la giornata aveva preso la decisione di spedirla al più presto per la sua strada, dato che ormai aveva esaurito la sua funzione. Adesso che il proprio status di uomo sposato era riconosciuto, nessuno poteva più decidere come il marchese di Staunton doveva vivere la sua vita. In secondo luogo, per Charity sarebbe stato più facile andarsene subito e provocare un nuovo scombussolamento nella sua famiglia prima che questa si riprendesse dallo shock iniziale. Tanto valeva risolvere la situazione una volta per tutte. Infine era meglio che lei sparisse prima che lui aumentasse le probabilità già forti di farla rimanere incinta. E prima che si abituasse alla comoda presenza di lei, di notte, nella camera accanto alla sua. Aveva assunto Miss Charity Duncan per svolgere una certa funzione, che non comportava il compito di scaldargli il letto di notte. Si chinò verso lo specchio per sistemare una spilla con diamante al centro delle pieghe del fazzoletto da collo. Ma le sue mani esitarono. Al dito aveva un anello ingioiellato. Con quali gioielli aveva deciso di acconciarsi sua moglie? Se non altro, quella sera non avrebbe indossato quell’atroce abitino di seta grigia. La sarta di Claudia le aveva terminato in tempo l’abito da ballo e lui si aspettava che fosse elegante, alla moda e di tessuto costoso quanto necessitava. Ma Charity non avrebbe avuto gioielli da mettere. Il punto era stato proprio quello: portare a Enfield una moglie chiaramente povera quando lui l’aveva sposata, per sbandierare in faccia alla famiglia che rango, fortuna, moda e bellezza, i tipici motivi per cui un uomo del suo lignaggio si sceglieva una moglie, per lui non contavano assolutamente nulla. Tuttavia, a quel punto avvertiva uno strano senso di colpa. Cosa doveva aver provato Charity, in quei giorni, così diversa all’apparenza dalla sua famiglia e dai suoi ospiti? Come si sarebbe sentita quella sera, nel suo nuovo abito da ballo, con gola, polsi e orecchi privi di gioielli? Eppure era sua moglie, la dama di rango più elevato presente al ballo. Nel vicinato si era sparsa rapidamente la voce che quell’evento, che secondo le chiacchiere che giravano sarebbe dovuto essere in onore del fidanzamento del marchese di Staunton, in realtà sarebbe stato tenuto per festeggiarne il matrimonio. Come aveva potuto non pensare a comperarle un regalo di nozze, un braccialetto, una collana, un anello? Perfino Anna, che all’inizio della primavera era stata la sua amante per sei settimane, era stata congedata con dei rubini. Staunton chiuse gli occhi e rifletté. Aveva una catena d’oro e un medaglione regalatogli da sua madre per il diciottesimo compleanno, contenente una miniatura di lei. Anthony l’aveva portato tutti i giorni per un anno dopo la sua morte e l’aveva con sé. Aveva anche un filo di perle acquistate per conquistare la giovane ballerina con cui aveva avuto intenzione di sostituire Anna. Poi aveva cambiato idea su di lei e sulla necessità di avere un’amante proveniente da quel giro mondano. Aveva portato la collana con sé, con la vaga intenzione di donarla a Marianne o Augusta. Congedò il valletto e andò a recuperare le perle: erano splendide, perché aveva sempre comprato quanto c’era di meglio alle sue amanti, nella cinica presunzione che un protettore generoso potesse esigere i servizi migliori e più esclusivi. Non aveva idea di come fosse l’abito di Charity, non ne conosceva neppure il colore. Lei si era messa a ridere con fare straordinariamente allegro e birichino quando lui gliel’aveva chiesto, poi aveva risposto che era un segreto. Ma non aveva importanza. Le perle s’intonavano a qualsiasi abito. Staunton le riscaldò tra le mani. Si sarebbe potuto anche sostenere che lui non le dovesse un bel niente, dal momento che al suo pagamento aveva già provveduto con notevole generosità nell’accordo che avevano firmato, ma Charity aveva svolto bene il suo incarico, molto più che bene, anzi, non doveva nemmeno considerare la collana un pagamento per i favori sessuali elargiti. Corrugò la fronte abbassando lo sguardo sulle mani, perché quel pensiero era sgradevole. Charity era sua moglie. Le avrebbe donato le perle proprio per quello e sarebbe stato un regalo di nozze, anche se il loro non era un matrimonio normale. Un minuto dopo andò a bussare alla porta del suo camerino e aspettò che la cameriera gli aprisse. Ma Sua Signoria non c’era, lo informò la ragazza facendogli una riverenza. Era già scesa nel salotto, fatta chiamare da Sua Grazia. E va bene. Staunton s’infilò le perle in tasca e andò a raggiungere la moglie al piano di sotto. Sua Grazia aveva deciso di mostrare per la nuora un affetto che non aveva mai mostrato con i propri figli. Era una mossa deliberata, naturalmente. Stava solo cercando di sconcertare il figlio per convincerlo di non essere affatto irritato per essersi trovato di fronte una futura duchessa scelta fra i gradi più bassi della piccola nobiltà di campagna, e che si era guadagnata da vivere facendo l’istitutrice. Ma non aveva importanza. Il marchese non si sentiva affatto sconcertato. Lo divertiva vedere il duca che rivolgeva tante attenzioni a Charity. In quel momento, però, gli interessava di più vedere come stava sua moglie con il nuovo abito da ballo. Le avrebbe regalato le perle di fronte a una platea pubblica, contrariamente a quelle che erano state le intenzioni iniziali, e gliele avrebbe allacciate lui stesso al collo. Chissà che lei non lo ricompensasse con uno dei suoi caldi sorrisi. L’abito di Charity era di seta bianca, ricoperto da una tunica di merletto tutto ricamato con boccioli di rosa. Il ricamo era di dimensioni leggermente maggiori e più spaziato all’orlo e ai bordi delle maniche corte e dello scollo, che era abbastanza basso come voleva la moda. Claudia le aveva mostrato un paio di lunghi guanti da sera dorati e aveva insistito perché li portasse. Nel contempo la sua nuova cameriera, davvero molto abile, aveva fatto meraviglie con i suoi capelli, che le contornavano di riccioli il viso senza però farla apparire troppo infantile. Charity si osservò allo specchio e si sentì bella. Incantevole. Sorrise a se stessa e alla propria vanità. Non le importava di sentirsi vanitosa, dato che non esprimeva quei suoi pensieri a nessuno all’infuori di se stessa. Sì, si giudicò proprio bella. Si sentiva come una principessa che andava a un ballo di gala, e in effetti non sbagliava poi di molto. Dopotutto, era la marchesa di Staunton, nuora del duca di Withingsby, e stava per partecipare al suo primo ballo come ospite d’onore, in una sala il cui splendore le aveva tolto il fiato quando vi aveva dato una sbirciatina nel tardo pomeriggio. Sarebbe stata perfino tra i membri della famiglia che avrebbero accolto gli ospiti, con Sua Grazia e il marito. E lui, l’avrebbe trovata bella? Comunque non aveva importanza. Invece sì che ne aveva, certo! Anthony l’aveva trovata desiderabile la notte prima e a quel ricordo le guance le erano arrossite più volte durante la giornata. In realtà, Charity non sapeva se quanto era avvenuto dipendesse solo dal fatto che lei era lì e disponibile, nonché consenziente, o se Staunton l’avesse trovata davvero attraente. Non aveva importanza in ogni caso. Anzi, sì, concluse sorridendo di nuovo alla propria immagine. Quella sera se la sarebbe goduta. Si sarebbe scordata che era solo una situazione temporanea. Avrebbe dimenticato di essere solo una specie di Cenerentola, con la differenza che, dopo la sua scomparsa, non ci sarebbe stato alcun principe alla sua ricerca nel reame, con una scarpina in mano. Si sarebbe limitata a godersi la serata. Aspettò con impazienza che giungesse suo marito per scortarla nel salotto. Naturalmente avrebbe dovuto partecipare alla cena prima che cominciassero ad arrivare gli ospiti per il ballo, ma la serata sarebbe iniziata non appena fosse uscita dalla sua stanza. Si chiese se sarebbero rimasti tutti sbalorditi, vedendola vestita in modo appropriato per la parte che ricopriva. E si chiese come l’avrebbe guardata lui quando si fosse presentato nel suo spogliatoio. Aveva intenzione di osservarlo attentamente per cogliere la sua prima reazione. Sperava che il marchese approvasse il suo aspetto. Le spuntò un sorriso luminoso quando sentì bussare alla porta e fece cenno alla cameriera di aprire, poi attenuò il sorriso perché non voleva apparire come una scolaretta troppo esuberante. Ma il sorriso svanì del tutto quando vide che non si trattava di suo marito, bensì di un servitore. Sua Grazia richiedeva immediatamente l’onore della sua compagnia nel salotto. Charity esitò. Di certo Anthony non avrebbe tardato. Doveva bussare alla porta del suo spogliatoio? Nonostante il rapporto esistente tra loro e le intimità scambiate, il marchese di Staunton non sembrava proprio la persona con cui ci si poteva sentire autorizzati a prendersi tali libertà. — Quando arriverà Sua Signoria, Winnie — disse alla cameriera — vi prego di dirgli che Sua Grazia mi ha fatto chiamare nel salotto. Fortunatamente ormai aveva acquisito sufficiente familiarità con i nuovi parenti da non sentirsi troppo impaurita a entrare in una sala da sola. Naturalmente, quella sera sarebbe stato più difficile. Sapeva benissimo quanto apparisse diversa. Perfino il valletto che le aprì la porta del salotto apparve sbalordito, pensò Charity, fin quando si rese conto dell’assurdità di tale sensazione. I valletti erano addestrati a non apparire mai sbalorditi, neanche se fosse arrivata al galoppo una mandria di elefanti col tutù rosa. Claudia le rivolse un sorriso raggiante e William arricciò le labbra, raassomigliando moltissimo, per un momento, al fratello. Marianne inarcò le sopracciglia e Richard si sforzò di rivolgerle un inchino. Charles, anche lui irresistibilmente bello, le prese la mano, si chinò su di essa e con una strizzatina d’occhio di complicità le disse che Tony era un diavolo fortunato. Il conte di Tillden e la sua famiglia non erano ancora scesi. Sua Grazia stava in piedi dando la schiena al camino e la esaminò con occhi acuti. Charity gli sorrise e gli fece una riverenza. — Mi volevate, Padre? — gli chiese. Il volto del duca appariva un po’ meno grigiastro del solito. Doveva aver riposato, come lei gli aveva consigliato e lui aveva promesso di fare. — Sì. Avvicinatevi, mia cara — le disse. Charity gli si avvicinò e sorrise. Naturalmente l’attenzione del resto della famiglia era tutta su di loro. Il duca aveva qualcosa tra le mani, come lei vide quando lui le mostrò ritirandole da dietro la schiena. — Avevo fatto un dono a Sua Grazia il giorno del nostro matrimonio — iniziò. — E alla sua morte è tornato a me. Ora è mio desiderio donarlo alla donna che un giorno occuperà il titolo e la posizione di Sua Grazia. Alla sposa del mio figlio maggiore. A voi, mia cara. Charity abbassò gli occhi sul palmo aperto del duca, su cui brillava un topazio enorme e bellissimo, contornato da diamanti e montato su una collana di diamanti. Era un monile molto elaborato che doveva valere un riscatto da re. Ma non fu il suo valore a far seccare la bocca e la gola di Charity, bensì il significato che quel gioiello racchiudeva. Era stato un dono del duca a sua moglie, il suo regalo di nozze. E lui lo donava a lei? Si intonava benissimo al suo vestito, anche se nell’insieme era troppo pesante per la delicatezza dell’abito. Ma non aveva importanza. La vista le si offuscò e dovette sbattere più volte le palpebre. — Padre — disse guardandolo negli occhi. — Dovete averla amata molto. — Parole estremamente sciocche e fuori luogo. Non capì perché le avesse pronunciate, o meglio sussurrate. Non aveva parlato ad alta voce. In seguito non sarebbe stata in grado di descrivere che cos’era successo agli occhi di Sua Grazia, neanche se le avessero imposto di farlo. Quegli occhi diventarono d’acciaio. E nello stesso tempo liquidi e incandescenti. Nessuna descrizione sarebbe stata adeguata ed entrambe erano vicine alla realtà, per quanto opposte. — Oh, sì — fu tutto ciò che disse il duca, a voce così bassa che di sicuro nessuno avrebbe potuto udire pur nel silenzio della stanza. — Voltatevi — le ordinò Sua Grazia. — Ve l’allaccerò al collo io stesso. Charity si girò... e incontrò gli occhi di Marianne, carichi d’incredulità, risentimento e invidia. Marianne era la figlia maggiore. Probabilmente si era aspettata che il gioiello più prezioso di sua madre venisse regalato a lei o arrivasse a lei alla morte del padre. Charity provò in fondo alla gola una sensazione di gelo, sgradevole e sconosciuta. Dopo che le ebbe allacciato la collana, il suocero le posò le mani sulle spalle e la fece voltare. — Questo è il suo posto — disse. Poi la sbalordì abbassando la testa e baciandola prima su una guancia e poi sull’altra. — Grazie, Padre — rispose Charity con voce soffocata per la gratitudine, il disagio che provava e per... l’amore. Quell’uomo le era così caro. Non sapeva bene perché, ma capiva che sentiva per lui una tristezza grande unita a una profonda tenerezza. Lo amava. Era suo padre. Il padre di suo marito. Un pensiero molto pericoloso. Si spostò di lato per non calamitare tutta la sua attenzione, sfruttando il vassoio delle bevande sulla credenza come scusa. Prese un bicchiere di ratafià e non appena ebbe finito di bere, la porta si aprì per lasciar entrare suo marito. Stette a osservarlo, immobile, aspettando che lui la notasse. Staunton, con il suo abito da sera nero e la camicia ben stirata di lino bianco e merletto, appariva più bello che mai. E anche più satanico. Se però un tempo lei ne era stata intimorita, ormai non lo era più. Rimpiangeva solo avere certi ricordi... ma per quella sera non avrebbe cercato di scacciarli dalla mente. Era la sera che aveva deciso di godersi fino in fondo. Gli occhi del marchese la trovarono quasi subito e, come aveva fatto suo padre pochi istanti prima, anche lui rimase immobile e la scrutò da capo a piedi. Nel suo sguardo c’era ammirazione e anche qualcosa di più caldo. Lei gli sorrise. Poi quegli occhi si posarono sulla suo collo. E in essi comparve qualcosa che la mise in allarme e le tolse il fiato, procurandole una sensazione di gelo. Charity avvertì chiaramente il pericolo, anche se l’espressione di lui non era mutata, e restò impassibile persino quando il marchese le si avvicinò lentamente. Si sentì assalire da un panico che le fece mancare il fiato. Provò l’impulso di voltarsi e fuggire via, ma non riuscì a comprenderne il motivo. Così continuò a sorridergli. — Dovete l’hai presa? — le chiese lui a bassa voce, con un tono che le procurò una stilettata al cuore. I suoi occhi le apparvero improvvisamente nerissimi. Charity si portò la mano alla collana. — È di tua madre — rispose senza riflettere. — Dove te la sei procurata? — Le narici di Staunton fremettero. — Me l’ha regalata tuo padre — rispose lei. — Come dono di nozze. È molto bella. — E pensò: “La restituirò prima di andarmene”. Ma non riuscì a pronunciare quelle ultime parole ad alta voce. In quel momento avevano un pubblico estremamente attento. — Toglila — le ordinò lui. — Ma tuo padre... — Toglila. — Il viso di Staunton era sbiancato e all’improvviso lei ne fu terrorizzata. Non fu però abbastanza veloce a farlo; il marchese sollevò una mano, afferrò il topazio, graffiandole malamente la pelle, e diede uno strattone alla collana. La chiusura tenne e Charity fece una smorfia di dolore. — Voltati — le ordinò il marito. Lei si girò e chinò la testa in avanti. Le dita di Anthony armeggiarono con la chiusura per alcuni istanti che le sembrarono interminabili, prima di sentire il peso della collana sparire dal collo. Non sollevò la testa né si girò... tutti gli altri erano dietro di lei, in un silenzio tombale. Un silenzio così profondo che si udirono le parole che suo marito rivolse al duca, dopo essersi avvicinato al camino. — Questa credo che sia vostra, signore — gli disse. — Al contrario, Staunton — ribatté il duca — è di lady Staunton. Gliel’ho regalata io. — Rifiuto il dono — replicò suo figlio. — Sarò io a fornire gli abiti e i gioielli che mia moglie dovrà portare. — Appartiene a Sua Signoria — disse Sua Grazia. — Non sta a me tenerlo. — Allora rimarrà qui fin quando qualcuno deciderà di raccoglierla — disse il marchese. E ci fu il tonfo di un oggetto che cadeva sul pavimento. In quel momento la porta si aprì per lasciare passare il conte e la contessa di Tillden, insieme a lady Marie Lucas. William si chinò senza dare nell’occhio e raccolse la collana mentre Charity si voltava. E fu tutto ciò che lei vide, perché si allontanò di fretta dalla sala a testa bassa. Non era neppure sicura che sarebbe salita in camera a prendere le proprie cose. Non credeva di poter rimanere a Enfield così a lungo. Ma una mano si chiuse sul suo braccio prima che si fosse allontanata di una dozzina di passi dal salotto. — Charity? — Era la voce di Charles. — No — protestò lei, liberandosi con uno strattone. — No, vi prego. Ma lui non la lasciò andare. Le si piazzò davanti e lei andò a sbattergli contro, senza neanche avere l’energia di staccarsi di nuovo. Tenne il viso contro il petto del giovane e respirò a fatica tra i singhiozzi. — Permettete che vi accompagni in un’altra stanza dove potrete ricomporvi — le disse il giovane. — Non avete fatto nulla di male. Dovete credermi. Siete stata messa in mezzo. Voi non ne avete colpa. — No, infatti. — L’altra voce parlò pacatamente alle sue spalle. — Me ne occupo io, Charles. — Solo se mi prometti sul tuo onore di non farle del male — rispose il fratello con durezza. — Il collo le sanguina. — Lo prometto — disse il marchese con voce incolore. — Immagino che sia quella la cosa a cui ti riferivi stamane — osservò Charles. — Sì — rispose Staunton. — Quell’uomo è uscito dall’inferno. Abbiamo il diavolo in persona come padre. Un vero onore. Vuoi seguirmi, Charity, per favore? — Le sue mani le sfiorarono le spalle. Charity raddrizzò la schiena. — Grazie, Charles — disse. — Spero di non avervi danneggiato il fazzoletto da collo. — Be’, in ogni caso non è elaborato come quello di Tony — rispose lui sorridendole. — Me lo sono allacciato da solo — e con quelle parole rientrò nel salotto. — Venite con me — le disse Staunton, e Charity avvertì il calore del fazzoletto di lui che le veniva premuto dietro il collo. Solo in quel momento si accorse che le doleva. — Vi prego. Vi prometto che non vi farò più del male. La portò nella saletta lì accanto e chiuse la porta. — Come ha detto Charles, siete stata messa in mezzo — le spiegò. La fece accomodare su una sedia e le tamponò delicatamente il collo con il fazzoletto. — Quella collana apparteneva a mia madre. Aveva sempre detto che sarebbe stata mia e infatti me l’ha donata prima di morire. Era decisa a lasciarmela. Io ero la persona a lei più cara, me lo ripeteva sempre. Mio padre la fece sparire dalla sua collezione di gioielli subito dopo il funerale mentre io ero fuori a cavallo nel tentativo di schiarirmi la testa dopo tutte le emozioni di quel giorno. Quando rientrai, lo trovai nella mia camera con la collana in mano e mi accusò di averla rubata. Non volle ascoltare la mia difesa, nessuna spiegazione. Mi punì fustigandomi. Io avrei potuto facilmente sottrarmi alla frusta, avevo vent’anni ed ero forte almeno quanto lui, ma non cercai neppure di evitarla. Tuttavia, prima che mi somministrasse le frustate gli dissi chiaramente che cosa sarebbe successo se l’avesse fatto. — Che ve ne sareste andato di casa — disse Charity. — Esattamente. — Staunton le soffiò dell’aria fresca sulla ferita. — E giurai che non sarei mai più tornato. Invece poi l’ho fatto, alle mie condizioni. — Con me — concluse Charity. — Sì. La mia collera non era diretta contro di voi un momento fa — continuò il marchese. — Ero accecato dalla furia. È ovvio che non è una scusa valida e vi chiedo perdono. — Me l’ha data deliberatamente — mormorò Charity. — Sapeva che vi avrebbe ferito e fatto infuriare più di qualsiasi altro gesto. — Avevate ragione quando avete osservato che sareste stata la pedina di un gioco — le disse Staunton. — E mi spiace anche che ne abbiate avuto un danno fisico. Vi fa molto male? — No — rispose Charity alzandosi in piedi. — Quasi non lo sento. Ma abbiamo una cena a cui partecipare. — Adesso? — Il marchese scoppiò in una risata. — Vi porterò via da qui stasera stessa. Ritorneremo a Londra e poi mi direte dove desiderate sistemarvi e provvederò a tutto nel più breve tempo possibile. Vi siete comportata bene e vi siete guadagnata il vostro futuro di comodità e sicurezza. — Abbiamo una cena a cui presenziare — ribatté lei, decisa. — E poi un ballo. Forse a voi manca il coraggio, milord, ma a me no. Siete già fuggito una volta e non siete mai stato capace di sottrarvi ai demoni, ai fantasmi o come volete chiamarli che vi angustiano. Non credo che lo farete di nuovo, se ci riflettete un momento. Staunton la osservò con espressione indecifrabile e infine trasse un profondo respiro. — Per quanto riguarda la cena, d’accordo, mio topolino spaurito — le disse. — Ma volete portare queste per me? Pensate che vi faranno dolere il collo? Nel palmo della mano teneva un filo di perle, tanto delicate e perfette che le fecero desiderare di mettersi a piangere. — Sono un regalo — le disse lui. — Un ringraziamento, se volete. Magari un dono di nozze. — Le porterò — dichiarò Charity, girandosi e chinando la testa di nuovo in modo che il marito potesse allacciarle la collana. — Sono bellissime. — Mai quanto chi le porta — osservò il marchese. 14 Come Staunton ebbe modo di scoprire, non era stato poi così difficile superare la prova della cena. Sua Grazia si era comportato come al solito e lo stesso aveva fatto lui. Vale a dire che entrambi erano stati di poche parole, formalmente corretti e cortesi. Ormai per lui era diventata una seconda natura nascondere i sentimenti così a fondo che nessun altro ne avrebbe mai sospettato l’esistenza. Tranne sua moglie, seduta al suo posto in fondo al tavolo, sorridente, piena di vita e un po’ rossa in viso. I suoi occhi luminosi lo avevano scrutato attraverso le difese che per anni erano riuscite a tenere a bada tutti gli altri, impedendo loro anche lì a tavola di capire quanto fosse turbato per quanto era successo poco prima. Forse era stata solo una sua fantasia, come il fatto di pensare che lei fosse abile quanto lui a comprendere suo padre... soltanto per scoprire, alla fine, che dietro la facciata di Sua Grazia c’era il nulla assoluto. Nient’altro che freddezza, vuoto e forse malvagità allo stato puro. Non fu neppure difficile stare nella fila che stava ricevendo gli ospiti appena dentro la sala da ballo, accogliendoli man mano che arrivavano e presentando la marchesa ai vicini e ai loro conoscenti. Sebbene nella fila ci fosse suo padre, Charity stava tra loro due ed era piena di vita, affascinante e bella come lo era stata nella sala da pranzo. Staunton scoprì che la sua mente continuava a fare il conto a ritroso dei giorni, mentre sorrideva, s’inchinava e scambiava le solite banalità sociali con gli ospiti. Ma per quanto rifacesse i suoi calcoli, arrivava sempre alla medesima conclusione: una settimana prima non sapeva nemmeno dell’esistenza di Miss Charity Duncan. Aveva esaminato la sua lettera di presentazione e dopo qualche incertezza l’aveva messa nel mucchio di quelle da riguardare. A distanza di una sola settimana, si stava innamorando di lei. Quel pensiero si concretizzò all’improvviso nella sua mente e lui lo scacciò con impazienza. Non era più un ragazzo, per farsi travolgere dalla passione. “Non sono mai stata tanto nervosa in vita mia” aveva detto Charity, sorridendogli in un momento di pausa negli arrivi. Il marchese aveva inarcato le sopracciglia, perché non l’avrebbe mai immaginato. Sua moglie dava l’impressione di aver passato tutta la vita a ricevere ospiti. “Neppure il giorno del vostro arrivo qui, milady?” le aveva chiesto. “Oh” aveva riso lei. “Allora non ero affatto nervosa. Solo terrorizzata.” Non aveva mai escluso Sua Grazia dalla conversazione, nonostante il modo vergognoso in cui il duca si era servito di lei all’inizio della serata. Charity in quel momento si girò e posò una mano sul braccio del suocero. — Non volete sedervi, Padre? Nessuno avrà da ridire, se lo farete. Ormai sono arrivati quasi tutti e dei ritardatari potremo occuparcene io e Anthony. — Il suo tono esprimeva una preoccupazione che suonava quasi affettuosa. Lui, pensò il marchese mentre, con suo grande stupore, il padre si lasciava condurre verso una sedia vuota, non aveva alcun interesse per quanto poteva succedere al duca. Non sarebbe rimasto a occuparsi della salute del padre né degli affari di Enfield. L’indomani sarebbe ripartito per Londra con la moglie, l’avrebbe sistemata agiatamente in una casa di sua scelta e avrebbe ripreso la vita di sempre, come sarebbe stato senza quella piccola interruzione di pochi giorni. Anthony e sua moglie non rimasero a lungo ad accogliere invitati. Era loro compito aprire il primo gruppo di danze campestri e gli ospiti sarebbero stati impazienti di cominciare. Il marchese fu costretto ad ammettere che la sala da ballo di Enfield era splendida per le feste e, dal punto di vista architettonico, molto più elegante della maggior parte delle sale di Londra. Il ballo che avrebbe dovuto festeggiare un fidanzamento era stato rapidamente convertito in un ballo nuziale. Nei fiori e nei nastri che ornavano la sala predominava il bianco, ma naturalmente Sua Grazia era abile a organizzare certe cose. All’improvviso si chiese se sua moglie sapeva ballare. Di sicuro gli avrebbe detto qualcosa se non ne fosse stata capace. E infatti eccola ballare leggiadra e senza sbagliare un passo. Will intanto aveva invitato lady Marie. Il marchese non aveva parlato con la ragazza se non per un breve scambio di cortesie. Non gli sembrava però che lei avesse avuto il cuore spezzato e sperava che fosse davvero così. Era stata semplicemente una vittima di due uomini dispotici che ritenevano fosso loro diritto organizzare la vita dei figli fino all’ultimo dettaglio. Forse, a quel punto, le avrebbero dato un po’ più di libertà nella scelta del marito, anche se lui ne dubitava. Suo padre osservava quanto succedeva come un re dal suo trono, con espressione orgogliosa e indecifrabile, e un colorito grigiastro in viso. Ma di quest’ultimo particolare non si sarebbe interessato, decise Staunton. Una malattia sia pur grave non stava impedendo a Sua Grazia di comportarsi con malvagità. Anthony ricordò com’era stato accecato dalla furia solo qualche ora prima, quando aveva cercato di strappare la collana della madre dal collo della moglie senza premurarsi di sganciare il fermaglio, al punto da farle sanguinare il collo. E ricordò il giorno del funerale di sua madre. Era tornato dalla sua vigorosa cavalcata esausto per le emozioni e per il dolore dei giorni precedenti, solo per scoprire che suo padre lo attendeva nelle sue stanze. Per un istante, il suo cuore aveva avuto un balzo di gioia al pensiero che il padre fosse andato a condividere il suo dolore. Poi gli aveva visto in mano la collana con il topazio. Durante una figura della danza, si trovò per un momento schiena contro schiena con Charity. — Sorridete, milord — gli disse lei. — Sarebbe di gran lunga la vendetta migliore. Poi si trovarono di nuovo in file separate per eseguire altre figure del ballo, senza potersi scambiare più di qualche occhiata. Staunton notò che Charity stava ancora sorridendo, un’espressione che non solo coinvolgeva tutto il suo viso ma si rifletteva anche negli occhi. Forse, pensò con una certa sorpresa, anche lei indossava una maschera impenetrabile quanto la sua. Possibile che si sentisse felice come dava a vedere? All’inizio della serata era stata orribilmente mortificata di fronte a tutta la famiglia. Le era stato donato un gioiello prezioso ed era stata accettata, per così dire, nella famiglia dal duca di Withingsby in persona. Poi era arrivato suo marito, che le aveva parlato con freddezza davanti a tutti e le aveva strappato la collana dal collo, lasciandola nell’umiliazione e nell’imbarazzo mentre lui si scontrava con Sua Grazia. Era stato Charles a offrirle conforto per primo. E per un momento, l’unica volta da quando lui la conosceva, Charity aveva perso quella tranquilla padronanza di sé che la contraddistingueva. Con il respiro affannato, si era abbandonata contro il petto di suo fratello. Tuttavia aveva trovato la forza di tornare ad affrontare la famiglia, invece di fuggire via come aveva avuto la possibilità di fare, visto che proprio quella era stata l’intenzione del marito. Era tornata nell’arena, non con collera, freddezza o recriminazione, ma con sorrisi, fascino e grazia. Con una dignità degna di una marchesa... o forse di una duchessa. L’aveva fatto per lui? Per suo marito? Perché aveva stipulato un contratto con lui ed era decisa a guadagnarsi la sistemazione generosa che le sarebbe spettata per tutta la vita? O lo aveva fatto per se stessa? Per mostrare a tutti che non si vergognava di quella che era e che era in grado di essere più nobile dei più nobili fra loro? Sì, Anthony si stava veramente innamorando di lei. Ma questa volta non si affrettò a cancellare tale pensiero. A metà di un ballo s’incrociarono di nuovo, di fronte, e lui le sorrise. — Dovreste proprio farlo più spesso — gli disse Charity prima di allontanarsi di nuovo. — È un’arma veramente mortale. La moglie si stava riferendo al suo sorriso, pensò Staunton dopo un attimo d’incomprensione. Stava flirtando con lui. Ma mentre i battiti del suo cuore acceleravano, capì che non era così. Charity stava recitando una parte e lo stava facendo benissimo. Stava attirando su di sé sguardi d’ammirazione nonostante la relativa semplicità del suo aspetto... o forse proprio a causa di quella. Appariva così fresca e ingenua e... Prima fosse riuscito a procurarle una sistemazione agiata, prima lui avrebbe potuto tornare alla solita vita. Una vita sicura. Non voleva più sentirsi insicuro. Era troppo doloroso. Fece un inchino nella fila degli uomini e Charity fece una riverenza nella fila delle donne per segnalare che quella serie di balli era finita. Lui le prese la mano e la guidò verso Claudia. — Vorrei avere l’onore della tua mano per il valzer dopo il banchetto, amore mio — le disse quando ebbero raggiunto la cognata, gustando la possibilità di usare di nuovo quei termini affettuosi. Le rivolse un inchino e si portò la sua mano alle labbra, mentre Claudia li osservava con un sorriso in volto. — Lo vorrai riservare per me? — Un valzer? — fece Charity. — Oh, sì, ma non credo che la mia mano sarà così richiesta da rendere necessario prenotarti. Non ci fu però la possibilità di proseguire il dialogo, perché sir John Symonds, il fratello maggiore di Claudia, era arrivato per sollecitare la mano della marchesa di Staunton per la quadriglia che stava per seguire. E lei apparve deliziosamente stupefatta, come poté constatare suo marito. Charity aveva fatto una scoperta durante il ballo, anzi due. La prima era che la marchesa di Staunton era davvero una persona molto importante, dato che c’erano più gentiluomini desiderosi di ballare con lei che balli disponibili nel corso dell’intera serata. Si chiese, divertita, quanti di quegli stessi gentiluomini si sarebbero mai accorti della sua esistenza se lei si fosse presentata com’era solo una settimana prima... vestita del suo abitino di seta grigia. La seconda scoperta fu molto più significativa e Charity avrebbe desiderato parlarne con qualcuno, ma Claudia, la sua confidente più ovvia, era sempre in compagnia di altre persone, come lei. Charles aveva occhi solo per lady Marie Lucas e lady Marie Lucas solo per Charles. I due ballarono insieme la seconda serie di balli e si osservarono di nascosto durante tutti quelli che seguirono, e che entrambi fecero con altri partner. Durante il banchetto si sedettero abbastanza vicini da poter fare un po’ di conversazione anche se non erano stati abbinati a tavola. Erano una coppia perfetta. E in Charity fecero risvegliare tutto l’istinto materno e il piacere di combinare matrimoni. Penny avrebbe riconosciuto quel lampo nei suoi occhi e avrebbe cominciato a protestare, perciò Charity cercò di nascondere il luccichio. I due giovani erano quasi della stessa età, entrambi belli e probabilmente amici. Non aveva forse sentito dire che il duca di Tillden, in quegli anni, aveva portato numerose volte la propria famiglia a Enfield? Charles e Marie dovevano essere stati compagni di giochi. Lui aveva solo tre anni più di lei e Marie doveva averlo considerato il suo eroe. Charles, da parte sua, aveva senz’altro provato un senso di protezione nei suoi confronti. Charity si chiese quando l’amicizia giovanile era sbocciata in amore. Si chiese anche se il conte di Tillden avrebbe approvato un’unione tra la sua unica figlia e il figlio minore di un duca, un semplice tenente di cavalleria. Tutti questi pensieri l’avevano molto distratta a tavola, perciò non aveva dato al proprio partner l’attenzione che gli era dovuta. Fu riportata al presente quando incontrò gli occhi del marito dalla parte opposta della sala. Staunton appariva freddo e spavaldo come al solito, mentre la guardava con labbra arricciate e occhi socchiusi, ma non riuscì a ingannarla neanche per un momento. L’incidente della collana l’aveva sconvolto terribilmente, molto di più di quanto era successo a lei. L’aveva scosso fin nell’intimo, riportando alla luce vecchie ferite che il marchese aveva coperto e nascosto per così tanto tempo da ritenerle ormai rimarginate. E poi c’era suo suocero, seduto con il conte di Tillden e due signore la cui identità Charity aveva dimenticato, ma con la stessa identica espressione altezzosa e impenetrabile. Ecco che era tornata a fantasticare. Così sorrise e rivolse la sua attenzione alla conversazione che si svolgeva al suo tavolo. Il valzer che aveva promesso al marito arrivò subito dopo il banchetto. Non c’erano mai stati valzer nel corso degli incontri a casa sua, ma Philip aveva imparato i passi da qualche parte e quando era tornato a casa li aveva mostrati loro, prima a lei, poi a Penny e infine a Mary. Si erano tutte divertite con quel ballo così fuori dall’ordinario, e da allora Charity aveva sempre sognato di ballarlo in una vera occasione con un vero partner. I fratelli non si potevano considerare tali, suo marito, invece, lo era senza dubbio. — Conosco i passi del valzer — gli disse quando presero posto sulla pista da ballo — ma non l’ho mai ballato. Spero di non farvi sfigurare pestandovi i piedi o ingarbugliandomi coi miei. — Per me sarà una scusa per tenervi più stretta — ribatté lui. Charity avrebbe voluto non arrossire così facilmente al minimo complimento. Era già arrossita prima, quando lui le aveva rivolto quel commento lusinghiero sulla bellezza della collana di perle e su chi la portava. E a quella battuta le era capitato di nuovo. C’era qualcosa negli occhi di lui, un lieve piegarsi delle palpebre, un’espressione che lei riconobbe. La sera prima aveva imparato alcune cose per quanto riguardava la tensione sessuale. — Farò in modo che non sia necessario — rispose lei. Sul viso di Staunton non si mosse muscolo, ma i suoi occhi sorridevano con un’espressione ammiccante che le faceva sentire le ginocchia deboli. Si rese conto, troppo tardi, che avrebbe dovuto farsi riportare di corsa a Londra come lui avrebbe voluto fare dopo la scenata del topazio. Per quanto riguardava il ballo, non avrebbe dovuto preoccuparsi. Dopo i primi passi un po’ incerti assorbì il ritmo senza alcuna fatica. Del resto, con un partner così abile… Staunton la fece volteggiare lungo il perimetro della sala con tanta maestria che quasi le sembrò di non toccare il pavimento con i piedi. Non si era mai sentita tanto inebriata in vita sua. E non solo inebriata. Gli occhi di lui tenevano imprigionati i suoi, interrompendo quel contatto soltanto occasionalmente per correre sul suo volto e sulle sue spalle. E c’era sempre quel sorriso enigmatico. Gli occhi scurissimi del marchese avevano di nuovo perso quell’opacità così fastidiosa. — Qualcuno ha già riservato la prossima serie di balli con voi? — le chiese Staunton quando lei cominciava a rimpiangere che la musica fosse quasi giunta al termine. Charity scosse la testa. Non aveva saltato neanche una serie di balli, ma a parte quell’ultima, nessuna era stata prenotata in anticipo. — Allora rimarrete con me — proclamò lui. — E dal momento che a Enfield si devono osservare strette regole d’etichetta e io non oso ballare una terza serie neanche con mia moglie, usciremo, milady. Faremo due passi fino al lago. Sempre che non siate riluttante a staccarvi da questa baraonda per una mezz’ora. Il primo pensiero, assai sciocco in realtà, fu che sarebbe stato molto scorretto rimanere sola con lui. Perché Charity sapeva bene quando un gentiluomo voleva solo prendere una boccata d’aria fresca con la dama di sua scelta e quando sperava di ottenere di più. Il marchese di Staunton aveva intenzione di prendersi delle libertà con la sua persona. Il secondo pensiero, altrettanto sciocco, fu che aveva paura di farsi baciare. Il che era terribilmente stupido, alla luce di ciò che avevano fatto la notte prima, per ben tre volte, e considerando che dopotutto lei era sua moglie. Eppure, in qualche modo Charity non era in grado di spiegare quella sensazione: era enormemente diverso giacere con il proprio marito oppure camminare al chiaro di luna con lui mentre era in corso un ballo. Passeggiare era molto più pericoloso. E altrettanto tentatore. — Una passeggiata all’aria fresca sarà molto gradevole, milord — gli rispose. Il sorriso negli occhi del marito comunicava autentico divertimento. — Dalla vostra espressione si direbbe che stiate per essere condotta al patibolo. — Oh — fece Charity mentre sentiva le guance infiammarsi di nuovo. Staunton sapeva che lei aveva capito cosa stava per succedere. Gli lanciò un’occhiata alla bocca. L’aveva sentita una volta, il giorno del loro matrimonio, posarsi lieve vicino alla propria e aveva provato come una scossa elettrica. Che sensazione avrebbe avvertito con un contatto pieno e diretto? Era davvero sciocco sentirsi mancare il fiato per una cosa del genere dopo aver accolto il corpo di lui nel proprio per ben quattro volte. Ma un bacio era diverso. E il fiato le mancò davvero mentre la musica stava per terminare. Sì, non c’erano dubbi: il ballo era finito. Sarebbero rimasti per il banchetto e per il ballo, aveva detto il marchese. Non sarebbero fuggiti. Avrebbero dimostrato alla famiglia che cosa voleva dire il coraggio. Perfino Sua Grazia sarebbe stato costretto ad ammetterlo. Il ballo era stato un grande successo. Lo si sarebbe potuto quasi paragonare a un gran ballo londinese. Probabilmente nessuno aveva rifiutato l’invito. Il punto era stato ribadito. L’indomani sarebbe ritornato a Londra e avrebbe rimesso in ordine la propria vita e quella della moglie... su binari separati. Per quanto lo riguardava, la serata era finita. E l’indomani non era ancora arrivato. Tra i due momenti c’era di mezzo una notte. Staunton non aveva ancora deciso se l’avrebbe invitata di nuovo nel proprio letto. Naturalmente la desiderava. Gli ci sarebbe voluto un po’ di tempo perché il desiderio che provava per lei si placasse. Avrebbe dovuto fare uno sforzo in tal senso. Ma avrebbe dovuto resistere alla tentazione di averla, quella sera. Se l’avesse avuta ancora una volta, poi l’avrebbe voluta di nuovo e avrebbe aumentato il rischio di ingravidarla davvero. In quel momento desiderava qualcosa di diverso, che non sapeva descrivere a parole. In effetti una parola c’era, ma lui era contrario a usarla anche solo nella sua mente. Calore umano, una vicinanza reale, un po’ di tenerezza, un po’ di... romanticismo. Ecco che la parola era venuta fuori. Un po’ di romanticismo. Staunton si derise sia per quella parola che per la sensazione che gli provocava. Ma era proprio quello che desiderava. Così l’aveva invitata a fare una passeggiata fino al lago dopo il valzer che avevano ballato insieme. E nei suoi occhi aveva visto che lei lo aveva capito perfettamente. In un certo senso lo disturbava il fatto che nel giro di qualche giorno quella giovane donna avesse sviluppato l’abilità soprannaturale di leggergli nella mente come nessun altro era più riuscito a fare da quando, un tempo lontano, Will era stato il suo amico più intimo. Ma neanche suo fratello era stato così bravo a capire. Nello sguardo di Charity il marchese vide riflettersi i propri sentimenti. Anche lei desiderava un po’ di romanticismo. Una percezione allarmante. Avrebbe dovuto fuggire, ballare con qualche altra dama e passare la moglie a un altro partner. Avrebbe dovuto decidere con fermezza di andare nella propria camera al termine del ballo e chiudersi dentro a chiave. Invece l’aveva fatta uscire dalla porta finestra nella frescura della sera, dove c’erano altre coppie che passeggiavano. La portò lontano dalla terrazza e dalle luci della casa, attraversando il prato in direzione del lago. Le prese la mano e intrecciò le sue dita con quelle di lei. La mano di Charity era calda e liscia, e stretta attorno alla sua. Quando furono distanti dalla vista di chiunque avesse potuto osservarli, Staunton la lasciò, le passò il braccio attorno alla vita e l’attirò al suo fianco. Dopo un attimo di esitazione, anche lei gli cinse la vita e la sua testa gli si appoggiò sulla spalla. Non avevano pronunciato una sola parola da quando erano usciti. Non avrebbe potuto essere una notte più perfetta per una passeggiata romantica. L’aria era fresca, ma non fredda, e c’era solo un alito di brezza. Il cielo era limpido e punteggiato di stelle. La luna si specchiava splendente sulla superficie del lago. Quando furono vicini alla riva, si fermarono. — Avete mai visto nulla di più bello? — gli chiese Charity con un sospiro, dopo quel lungo silenzio in cui si erano comunque trovati a loro agio. — Sì — rispose lui. — Mi basta voltare la testa per vederlo. — Girò il capo e le sue labbra le sfiorarono i capelli. — Dove avete imparato queste sciocche galanterie? — gli chiese lei, in tono più divertito che ironico. — Qui a Enfield — rispose Staunton. — Oggi, ieri e l’altro ieri. — “Calma” si disse. “Non dire nulla di cui ti pentirai per sempre. Calma.” Charity non parlò. — Io e Will sgattaiolavamo fuori di casa a volte, di notte — raccontò il marchese. — Ricordo almeno un’occasione in cui siamo venuti a nuotare qui. Perfino adesso ho paura a pensare che cosa sarebbe successo, se fossimo stati scoperti. — O se vi avessero preso i crampi — osservò Charity. — Immagino che regole come quella di proibire ai bambini di uscire da soli di notte siano fatte per il loro bene, non vi pare? — Di solito sì. — E immagino che saranno altrettanto severe per i miei figli — disse Staunton. Charity non gli rispose. Il marchese trasalì dentro di sé. — Se avere figli miei rientrasse nei miei progetti — considerò. — Comunque la fanciullezza può essere un’età d’oro, nonostante le proibizioni e le punizioni. Mi spiace che voi non abbiate avuto né fratelli né sorelle. — Avevo compagni di giochi — precisò lei. — E la mia infanzia è stata felice. — Ne sono lieto — disse Staunton stringendo un po’ la presa sul suo braccio. — Non mi piacerebbe pensare che vi siate sentita sola. In quel momento provò lui stesso una sensazione di solitudine. Era lì con lei, protetto contro la solitudine del momento, ma con la chiara percezione che l’indomani sarebbe stato del tutto diverso. Sarebbero tornati a Londra, dopodiché le loro esistenze si sarebbero separate e ognuno sarebbe andato per la sua strada. Lui sarebbe rimasto sposato per il resto della vita, ma probabilmente non si sarebbe più trovato con lei come in quel momento, in silenzio sotto la luna a guardare le acque calme del lago. In armonia con un altro essere vivente. Solo quella sera. Si sentì sopraffare da quell’aspettativa di solitudine. Quando la fece girare tra le braccia, Charity gettò indietro la testa e alzò quei suoi occhioni azzurri verso di lui, anche se a dire il vero non riusciva a vederne il colore alla luce della luna. Anthony non la baciò... non subito. Aveva paura di farlo. Non sapeva che cosa comportasse realmente un bacio. Non era sicuro di riuscire a riprendere il dominio di sé e della propria vita, dopo, anche se non riusciva a trovare ragioni valide per quella paura. La tenne stretta a sé con un braccio e l’accarezzò dolcemente con le nocche dell’altra mano, lungo la guancia e poi sotto il mento, per sostenerglielo. — Perché l’altro giorno non mi avete fatto vedere che eravate bella? — le chiese. — Prima d’oggi non sono mai stata definita bella — rispose lei. — Volevo solo un posto di lavoro. — Il mio tranquillo topolino marrone — disse il marchese. Le stava delicatamente passando il polpastrello del pollice sulle labbra. La sentì deglutire. — Siete mai stata baciata, topolino mio? — No — e fu solo un sussurro. Charity era stata portata a letto, però non era mai stata baciata. In quanto a lui, aveva portato a letto molte donne, ma di rado le aveva baciate. Staunton avvicinò lentamente le labbra a quelle di lei così da poterne avvertire il calore. — Questo posto è abbastanza romantico per una prima esperienza? — le chiese. — Il momento è giusto? L’uomo è giusto? — Sì. Quando Charity ebbe risposto, le labbra di lui sfiorarono le sue. Le toccò appena... appena un poco. Avvertì calore, morbidezza e un dolce invito. Sentì il respiro di lei sulla guancia. Allora mosse le labbra e le schiuse leggermente, percependo ciò che quella donna gli stava facendo. Non al corpo. Staunton si aspettava che il proprio corpo reagisse in modo prevedibile, invece non fu così. Avvertiva invece quello che Charity stava facendo al suo cuore, quella parte sconosciuta del suo essere caratterizzata con il nome di un semplice organo. Le cinse le spalle con il braccio libero e premette più fermamente le labbra contro quelle della moglie, le assaporò e si sentì riscaldato, addolcito, guarito da lei. Anthony sapeva tutto sul gioco di lingua. C’era stato un tempo in cui l’aveva praticato e ne aveva goduto. Ma in quel momento non la toccò con la lingua, né aprì la bocca. Fu lei a schiudere le labbra abbastanza da offrirgli la morbidezza e il calore della propria essenza. Non si trattava di un incontro sessuale. Staunton aveva avuto ragione a temerlo. Sollevò la testa e abbassò gli occhi su di lei. E si sentì dire: — Grazie. Vide gli occhi di sua moglie riempirsi di lacrime e capì istintivamente che non erano lacrime di dolore, né di collera o delusione. Attirò la sua testa sulla propria spalla e ve la tenne per diversi minuti mentre lei vi si rilassava contro. Dopotutto, non era innamorato di lei, pensò, e in quel mentre si sentì afferrare dalla morsa del terrore. Non era affatto così. Desiderava solo esserlo. Essere innamorati era una faccenda da giovani e praticamente senza senso. Lui non era innamorato di sua moglie. Lui l’amava. — Sarà meglio che vi riaccompagni nella sala da ballo — le disse. — Sì. — Charity si staccò e lo guardò, riflettendo. Le lacrime erano ormai scomparse da tempo. — Vorreste fare una cosa per me? Per favore. — Sì — rispose Staunton. — Volete venire in biblioteca con me e aspettarmi intanto che... fin quando sarò di ritorno? Lui la interrogò con lo sguardo, ma Charity non offrì alcuna spiegazione. Il marchese non ne avrebbe chieste. Aveva accettato. — Sì — ripeté — lo farò. Charity si accigliò per un momento, tuttavia quando lui le prese la mano intrecciò le dita con le sue e camminò al suo fianco verso la casa. Quella sera lui avrebbe fatto qualsiasi cosa al mondo per lei. L’indomani avrebbe cominciato a darle la libertà. 15 Charity iniziava a rendersi conto dell’enormità dell’errore compiuto. In cambio di una forte somma di denaro, e della sicurezza futura, aveva acconsentito a sangue freddo a un matrimonio che non era effettivo. Il peccato che aveva commesso era orribile. “Vi avevo scambiata per una cacciatrice di fortuna”... Le parole di Charles l’avevano tormentata per tutto il giorno. Si era sposata presupponendo, stupidamente, che in un’unione temporanea di poche settimane i suoi sentimenti non sarebbero entrati in gioco più di quanto lo sarebbero stati per un breve periodo di lavoro come istitutrice. Invece i suoi sentimenti erano rimasti coinvolti in un intreccio complicato di rapporti con tutti gli abitanti di Enfield. E ormai, per il suo peccato e per la sua stupidità sapeva di dover soffrire la punizione più dura. Nei rapporti con una famiglia che viveva prigioniera di un inferno che si era creata da sé, era stata toccata a un livello molto più personale di quanto avrebbe dovuto. Aveva vissuto l’intimità assoluta la notte del matrimonio, e poi di nuovo. Ma forse, in quelle occasioni, era stata troppo presa dalla meravigliosa scoperta dell’amore fisico per avvertire l’impatto tremendo che tutto ciò stava avendo sul suo cuore. Un impatto che aveva compreso con chiarezza accecante solo durante il bacio in riva al lago. Si era trattato di un’esperienza dolce, totalmente diversa da quella che si era aspettata. Aveva immaginato la passione e aveva trovato la tenerezza. Un sentimento che non avrebbe mai associato al marchese di Staunton se non l’avesse sperimentato fra le sue braccia e percepito nelle sue labbra. Labbra che avevano perfino tremato contro quelle di lei. Mentre risalivano il prato verso casa, sapeva benissimo che cosa l’aspettava e la prospettiva era a dir poco scoraggiante. Ma c’era ancora una notte e tutto sembrava possibile. Era una notte magica, avulsa dal tempo reale. E così, d’impulso, Charity gli aveva chiesto di andare con lei in biblioteca e di aspettarla lì. E la magia era anche altrove. All’improvviso lei smise di camminare, stringendogli contemporaneamente un po’ più forte la mano. — Guardate — gli sussurrò. Forse non avrebbe dovuto attirare la sua attenzione su ciò che vedeva, però avvertiva che anche il marito si trovava nel suo stesso stato d’animo, carico di tenerezza. Poco lontano dalla casa, nascosto dal tronco massiccio di una grossa quercia, un uomo in abito da sera stava faccia a faccia con una donna che indossava un delicato abito bianco. Le teneva le mani alla vita, col corpo inarcato verso di lei. Mentre li stava osservando, i due si strinsero ancora più vicini e si baciarono. Charles e Marie. — Sono destinati solo a farsi spezzare il cuore — commentò il marchese a bassa voce, mentre la trascinava via con fermezza. — Charles sarà anche il figlio di un duca, ma è soltanto un cadetto, non certo un degno sostituto dell’erede a cui lei era destinata. Suo padre non lo permetterà mai. — Il suo tono di voce era più triste che cinico. — Forse si riuscirà a persuaderlo — rispose Charity. — Charles è un giovanotto così meraviglioso. Penso che siano amici da una vita e che si siano innamorati da un anno o forse più. Magari finirà tutto bene. — Voi dovete essere una persona che crede nel finale “e vissero felici e contenti” come nelle favole — commentò Staunton, senza però che ci fosse biasimo nella voce. — Oh, no — rispose lei. — Non è così. — Ma avrebbe desiderato che lo fosse. Fecero il resto del tragitto in silenzio. Quando arrivarono nella biblioteca, il locale era al buio. Il marchese accese un candeliere e si voltò verso la moglie, inarcando le sopracciglia. — Non ci metterò molto — disse Charity. — Mi volete aspettare? — Sì — rispose lui. I suoi occhi, in un certo senso, la spaventavano. E lei riusciva quasi a leggerli in profondità. Il duca di Withingsby si stava aggirando per la sala tra una serie di balli e l’altra, dimostrandosi molto socievole con tutti. Charity lo raggiunse mentre stava parlando con un gruppo di vicini... erano pochi i nomi che lei ricordava, sebbene avesse prestato attenzione quando li aveva sentiti. Infilò il braccio sotto quello di Sua Grazia, sorrise a lui e ai presenti e aspettò che la conversazione terminasse. — Ebbene, mia cara — disse allora il duca. — Il vostro successo sembra assicurato. — Padre, vorreste seguirmi in biblioteca? Sua Grazia inarcò altezzosamente le sopracciglia. — Vi prego — insistette Charity. — È importante. — Davvero? — chiese il suocero. — Così importante da sottrarmi ai miei ospiti, signora? Molto bene, in ogni caso non credo che sentiranno la mia mancanza. Il cuore le batteva all’impazzata mentre si spostavano dalla sala da ballo alla biblioteca. Lei aveva sempre avuto la tendenza ad affrontare i problemi a testa bassa e a cercare di indurre le altre persone a fare lo stesso. A volte aveva avuto successo, altre assolutamente no. Ma non credeva di aver mai affrontato una questione spinosa come quella. E se avesse fatto proprio la cosa più sbagliata? Se avesse provocato un disastro? Tuttavia, non credeva che le cose potessero mettersi peggio di quanto già non fossero. Di sicuro, lei non avrebbe potuto provocare danni maggiori. Suo marito era in piedi con la schiena rivolta alla finestra. Non si mosse né disse nulla quando arrivò Charity con suo padre e si limitò ad arricciare le labbra. Anche il duca non pronunciò parola, né mostrò alcun segno di sorpresa tranne una leggera esitazione sulla soglia. — Padre — lo invitò lei — non volete accomodarvi su questa poltrona presso il camino? È più comoda di quella dietro la scrivania. Posso andarvi a prendere qualcosa? Una bevanda? Sua Grazia si accomodò nella poltrona indicata, guardò fisso il figlio e poi lei. — Niente — rispose. — Procedete a spiegarmi di quale questione così importante si tratta. Charity si mise di lato alla poltrona e posò una mano sulla spalla del duca. — Anthony — disse — due giorni fa mi avete portato qui con la sola intenzione di ferire vostro padre e distruggere tutte le sue speranze e i suoi progetti. Avete sposato di proposito una donna al di sotto del vostro rango e che per di più porta con sé il marchio avvilente di chi è costretto a lavorare per vivere. — Io non vi ho ingannata sulle mie intenzioni — si difese lui. — E voi, Padre — continuò Charity — ieri e oggi mi avete mostrato segni d’affetto con l’unico scopo di mandare in collera Anthony. Il vostro piano è culminato stasera con il dono della collana di topazio, che mi avete dato per far infuriare vostro figlio. — Quella collana ve l’ho donata ed è vostra — disse il duca. — Non ho ritirato l’offerta. — Entrambi siete riusciti mirabilmente nei vostri piani — insistette Charity. — Nei vostri maneggi io sono rimasta ferita nel profondo, ma se vi ho riuniti qui non è per lamentarmi di questo. Avete ottenuto ciò che vi eravate prefissi ed entrambi siete rimasti a vostra volta profondamente feriti. — Avete giudicato la situazione dalla prospettiva del vostro cuore tenero, amore mio — disse il marchese. — Invece né Sua Grazia né io abbiamo un cuore tenero. Anzi, dubito che abbiamo addirittura un cuore. — Anthony, perché avete scelto questo modo per vendicarvi? — gli chiese Charity. — Avevate altre possibilità. Avreste potuto rifiutarvi di ritornare a Enfield quando foste convocato. Sareste potuto venire e rifiutarvi di sposare lady Marie. In entrambi i casi avreste efficacemente dimostrato a vostro padre che non gli era permesso interferire con la vostra vita. Perché avete scelto un metodo così drastico? Staunton non rispose per un lungo momento. I suoi occhi si spostarono da lei al padre, per poi tornare di nuovo su di lei. Uno strano mezzo sorriso gli sollevò gli angoli della bocca. — Perché sposare la donna giusta è sempre stato il primo e principale dovere dei duchi di Enfield e dei loro eredi — le rispose. — Indipendentemente dalle loro inclinazioni personali. Se la moglie è stata scelta per lui fin dalla nascita, il futuro duca la deve sposare anche se lei prova la più forte avversione nei suoi confronti, perfino nel caso che i sentimenti della ragazza siano rivolti altrove. Quello che conta è il giusto matrimonio, il giusto lignaggio per gli eredi. Per questo ho sposato te, milady, una donna che aveva risposto al mio annuncio per un’istitutrice. Oh, sì, signore. È proprio così che è andata. Charity aveva sentito la spalla del duca irrigidirsi sotto la propria mano prima ancora che il figlio terminasse il discorso. — E voi, Padre — chiese — perché avete scelto di donarmi la collana di topazio tra i tanti gioielli che dovete possedere? Anche il duca, come il figlio, non rispose subito e il silenzio fu abbastanza lungo. — Era il mio dono di nozze per lei — disse alla fine. Il nuovo silenzio che seguì fu quasi lungo come il primo. — Il mio dono d’amore per lei, che ha disdegnato il mio amore per più di vent’anni. Si è prestata solo a fare gelidamente il suo dovere e ha dato tutto il suo calore, la sua debolezza e la sua infelicità ai figli... soprattutto al figlio maggiore. Gli ha consegnato il mio dono prima della morte e io l’ho frustato per questo, milady, perché non avevo mai frustato lei. Non l’avrei fatto neanche se fosse vissuta come ghiaccio nelle mie vene per altri vent’anni. L’ho ferito di nuovo stasera per la stessa ragione, donando il gioiello a quella moglie per mezzo della quale mio figlio ha mostrato tutto il suo disprezzo per me. — Voi non avete mai conosciuto il significato della parola amore — dichiarò il marchese. — Pensate come vi pare — ribatté suo padre. — E così voi, mia cara, siete riuscita a portarci qui entrambi affinché potessimo perdonarci umilmente a vicenda e vivere in armonia per i pochi giorni di vita che mi rimangono. Sì, era stata proprio quella la sua speranza, che però a quel punto sembrava così sciocca, espressa con la voce fredda e altezzosa del duca. — Vi avevo detto che non dovevate aspettarvi che ci baciassimo e facessimo la pace — disse il marchese. — Siete troppo tenera di cuore. — Alla radice di tutto questo c’è la duchessa — replicò Charity. — Entrambi l’amavate e il risultato è che vi odiate a vicenda... o almeno lo credete. Il marchese scoppiò in una risata. — Mio padre non l’amava affatto. Tutto quello che faceva era lasciarla rinchiusa qui, mentre le sarebbe piaciuto visitare Londra e le stazioni termali. Lui non ha fatto che tenerla prigioniera per anni, anche se lei piangeva con me per la sofferenza. Per lui non era altro che una donna d’alto rango e lignaggio da ingravidare fin quando non sarebbe più stata in grado di generare. Chiedo scusa, signora, per questo linguaggio così brutale. Il duca aveva sollevato il mento e socchiuso a metà gli occhi. — Quella donna vi ha rubato l’infanzia e la fanciullezza — ribatté. — Ha trasformato l’indisponibilità, o incapacità, di adattarsi a un matrimonio dinastico in una macina da mulino che ha appeso al collo del mio figlio maggiore. Il suo matrimonio e ciò che vi avveniva all’interno erano affar suo... e mio. Non avrebbe dovuto riguardare alcuno dei nostri figli, invece ve l’ha scaricato addosso. La vostra vita è stata angustiata dalle sue pretese d’amore. — È una cosa triste quando una donna deve rivolgersi solo ai propri figli per avere amore e comprensione — osservò il marchese. — È triste per i figli — convenne il duca. — Ma io non ho mai detto una sola parola di critica nei confronti di Sua Grazia fino a stasera e non lo farò mai più. Era una duchessa e mia moglie, e non c’è rapporto più privato di questo. Se voi parlerete ancora una volta in termini critici di vostra moglie come avete fatto stasera descrivendo il modo in cui avete ottenuto la sua mano, vuol dire che non siete solo uno stupido ma anche un uomo senza onore. I due si scrutarono, rigidi e freddi, per nulla disposti a voler cedere. — Penso che ora dovremmo tornare al ballo — intervenne Charity. — Vedo che qui non è possibile arrivare ad alcunché di costruttivo e me ne dispiace, perché le vostre vite ne escono più povere. Ma forse ricorderete ognuno il dolore e l’amore dell’altro. — Credo che dovreste ritirarvi nella vostra camera, signore — disse il marchese — piuttosto che tornare nella sala da ballo. Provvederò io con mia moglie ai nostri doveri di ospiti. Posso accompagnarvi di sopra io stesso? Suo padre lo guardò freddamente. — Potete suonare per il mio valletto — rispose. Il marchese fece come gli era stato ordinato e tutti attesero in silenzio l’arrivo del servitore. Il duca aveva un’espressione tirata quanto stanca e si appoggiò pesantemente alla spalla del valletto. Charity lo baciò sulla guancia prima che uscisse. — Vi auguro di dormire bene, Padre. Suo marito non la scortò subito nella sala da ballo. Quando Charity si voltò verso di lui dopo l’uscita del duca, venne afferrata di sorpresa in una stretta poderosa che le fece mancare il respiro. Poi lui impresse la sua bocca su quella di lei e la baciò con quella passione che lei si era aspettata in riva al lago. — Un topolino pieno di buone intenzioni — le disse poi, allentando la presa. — Con la testa nelle nuvole e i piedi nelle sabbie mobili. — Il suo viso era pallido e aveva un’espressione severa, ma nella sua voce era emersa una certa tenerezza. In realtà Charity si era aspettata una reprimenda furiosa. — Abbiamo degli ospiti da intrattenere — gli fece notare. — Infatti. — Staunton le offrì il braccio e le rivolse un inchino cerimonioso in cui non si vedeva alcuna traccia d’ironia. Ora più che mai era necessario andarsene da Enfield quel giorno stesso. Di buonora. Ed era quasi l’aurora. Tuttavia Staunton non aveva ancora dato istruzioni né al proprio valletto né alla cameriera della moglie di fare i bagagli, perché dopo il ballo era troppo tardi per fare una richiesta così pressante ai domestici. In ogni caso, una partenza improvvisa era fuori questione, in quanto era suo desiderio salutare Charles, Marianne, Augusta e Will. Questa volta non sarebbe scappato senza una parola. E aveva intenzione di congedarsi anche dal padre. Per il momento non aveva fatto che andare avanti e indietro in camera sua. A un certo punto si fermò e chiuse gli occhi. “Forse ricorderete ognuno il dolore e l’amore dell’altro” aveva detto Charity. E suo padre: “Il mio dono d’amore per lei” riferendosi alla collana di topazio. Sua madre aveva sempre sostenuto che Sua Grazia era un pezzo di ghiaccio fino in fondo al cuore. Aveva parlato così del proprio marito al figlio, apertamente. Che si fosse sbagliata? Si era mai resa conto di aver sbagliato? Staunton aveva deciso di passare la notte da solo, ma il desiderio della moglie lo rodeva. Non credeva che sarebbe riuscito a superare tutta la notte senza di lei. Una volta tornati a Londra, dopo che Charity si fosse sistemata, avrebbe dovuto fare a meno di lei per il resto della vita. Ma quella notte era diverso. Lontano da Enfield, sarebbe stato in grado di tirare avanti da solo. Sentiva la propria determinazione cedere. Forse sarebbe riuscito a resistere, pensò, se il desiderio fosse stato solo di tipo sessuale. Però non era così. Andò a bussare leggermente alla porta della camera da letto di Charity e l’aprì adagio. Se l’avesse trovata già immersa nel sonno non l’avrebbe disturbata. Li aspettava un lungo viaggio e Charity aveva bisogno di riposare. Da principio non riuscì a vederla. Notò solo che le coperte erano state gettate indietro e che lei non era a letto. Infatti si trovava accanto alla finestra, con uno scialle sulle spalle che nascondeva il bianco della camicia da notte. E lo stava guardando. — Non riuscite a dormire? — le chiese facendosi vicino. Charity scosse la testa. — Ho fatto la cosa sbagliata? — No. — Lui le prese le mani tra le proprie: erano due blocchi di ghiaccio e gliele riscaldò. — Non dovete farvene una colpa se non avete avuto successo. Come avete scoperto, non si trattava di un semplice litigio o di un solo scontro. Le nostre divergenze si sono acuite negli anni. Non avevate alcun obbligo di provare sentimenti di gentilezza per qualunque membro di questa famiglia, men che meno per me e mio padre che ci siamo serviti di voi. Ma avete provato lo stesso. Grazie. Ricorderò per sempre la vostra gentilezza d’animo e credo che se ne ricorderà anche Sua Grazia. — È così malato — osservò Charity. — Sì. — E voi l’amate. — Lasciate perdere — replicò Staunton. — Siete gelata. Volete venire a letto con me? — Sì — rispose Charity. — Sì, vi prego. — Così dicendo si spostò contro di lui e girò la testa per posarla sulla sua spalla, mentre si rilassava con un sospiro. Era evidente che era tanto stanca da non riuscire neanche a dormire. Se non avesse avvertito quella stanchezza, Staunton avrebbe fatto l’amore con lei dopo averla portata nel proprio letto. Non gli sarebbe passato per la testa di non farlo, anche se aveva ammesso con se stesso che il bisogno che avvertiva in quel momento non era di tipo sessuale. Ma la sentì esausta, e improvvisamente fu sopraffatto dal bisogno di darle qualcosa in cambio di ciò che, quella sera, lei aveva cercato di fare per lui. L’attirò fra le braccia e contro il proprio corpo, l’avvolse per bene tra le coperte e la baciò sulla guancia. — Dormite — le disse. — Fra un momento starete al caldo. Pensate solo a dormire. Vi proibisco di mettervi a contare le pecore o le loro zampe. — Le pecore — disse Charity — che cosa sono? Si addormentò quasi istantaneamente. E così pure lui, come si rese conto un paio d’ore più tardi quando il maggiordomo del padre lo venne a svegliare, comparendo senza farsi annunciare. Staunton si destò di colpo e l’istinto lo indusse a tirare le coperte sulle spalle della moglie. Con un certo sollievo ricordò che non era nuda. — Che cosa succede? — chiese aspramente, e la sentì sobbalzare tra le sue braccia. — Avevo bussato, milord — si giustificò il maggiordomo, che era vestito ma, come notò il marchese alla luce dell’alba, non con la solita precisione immacolata. — Si tratta di Sua Grazia, milord. Il marchese si trovò fuori dal letto senza neanche accorgersene. — Sta male? — chiese bruscamente. — Molto male? — Afferrò la veste da camera che prima di andare a letto aveva buttato sulla spalliera di una sedia. — Sì, milord — rispose il maggiordomo. — Brixton ha pensato che dovreste venire, milord. — Brixton era il valletto di Sua Grazia. — Avete mandato a chiamare il medico? — chiese il marchese, mentre si allacciava la cintura della vestaglia e si dirigeva rapido verso la porta. — Fatelo venire immediatamente. E anche lord William. Fate chiamare anche lady Twynham e lord Charles. Lady Augusta per il momento può rimanere a dormire. — Sì, milord. — Il maggiordomo sembrava insolitamente sollevato dal fatto di vedersi togliere dalle spalle la responsabilità di prendere decisioni. Il marchese si precipitò fuori dalla stanza senza pensare alla moglie, che adesso era sveglia nel letto. Suo padre aveva avuto un attacco di cuore e questa volta non si sarebbe ripreso. Stava morendo. Gli fu subito evidente nel momento stesso in cui entrava di corsa nella sua camera. Il duca era sdraiato sul letto e boccheggiava affannosamente. Ogni respiro era faticoso. Brixton gli stava sventolando un panno di fronte al viso, cercando di fornirgli una maggiore quantità d’aria. Il marchese strofinò le mani del genitore, nel futile tentativo di fare qualcosa che sapeva sarebbe stata inutile. Il tempo passò senza che se ne rendesse conto. Marianne arrivò nella stanza, seguita da presso da Charles. Poi arrivarono Twynham, Will, Claudia e Charity. Infine comparve anche il medico e tutti gli altri si fecero da parte, osservandolo mentre visitava il malato, per poi raddrizzarsi e comunicare loro l’inevitabile messaggio con una semplice occhiata e un movimento della testa. Il duca di Withingsby stava morendo. — Andate a chiamare lady Augusta — ordinò il marchese, guardando in direzione della signora Aylward che stava sulla soglia della camera. — Vado io — disse Charity a bassa voce. Il duca respirava ancora ansimando, a fatica, ma era lucido e aveva gli occhi aperti. — È ora di dire addio — disse il marchese, registrando mentalmente che erano tutti presenti: famigliari, domestici, medico, e aspettavano istruzioni da lui. Il duca stava morendo e lui si stava già comportando come capofamiglia. — William? Claudia? I due si avvicinarono al letto: Claudia era pallida come il gesso e Will poco meno. Poi toccò a Marianne e Twynham e dopo di loro a Charles. Il maggiordomo e la governante furono invitati con un cenno del capo a farsi avanti per dare il loro addio a Sua Grazia. Pur con la mente come intorpidita, il marchese si rese conto che quello sarebbe stato il congedo estremo così come l’avrebbe voluto suo padre. Una cerimonia strettamente formale e corretta, e la sua morte simile a un evento di Stato ben orchestrato. Charity era tornata portando con sé Augusta, che appariva pallida e chiaramente spaventata. La piccola era aggrappata alla sua mano e si strinse a lei, nascondendo il viso quando Marianne accennò a prenderla. Così fu la nuova duchessa a condurla di fianco al letto. — Puoi dire addio a tuo padre — la invitò Charity con gentilezza. — Vedi, ti sta guardando. — Addio, signore — sussurrò la bambina. Sia il marchese sia sua moglie si accorsero che la mano di Sua Grazia cercava di tirare debolmente il copriletto. — Vorrebbe che tu lo baciassi — disse Charity. — Vorrebbe farti sapere che ti ama e che ti affida alle mani sicure di Anthony. Augusta dovette sollevarsi in punta di piedi per allungarsi abbastanza sul letto da arrivare a baciare il padre sulla guancia. — Sarò una brava bambina per Anthony, signore — gli disse. — E mi impegnerò di più nei miei studi. — Poi nascose il viso contro la sottana di Charity. — Padre… — Charity aveva preso la mano debole del duca tra le proprie. — Siete stato gentile con me e ve ne ringrazio. Me ne ricorderò per sempre come mi ricorderò di voi. — Si piegò su di lui e lo baciò in fronte, sorridendogli negli occhi. — Con amore — aggiunse. Dopodiché si chinò per prendere Augusta fra le braccia e si spostò con lei nell’anticamera. Il marchese si fece avanti e osservò il padre dall’alto, tenendo le mani allacciate dietro la schiena. — Sgomberate la stanza. — Sua Grazia aveva sussurrato appena queste parole, con voce rauca e soffocata, ma furono perfettamente udibili. — Forse vorrete aspettare tutti fuori per qualche istante — aggiunse il marchese, senza distogliere lo sguardo dal viso del genitore. Uscirono tutti senza protestare, eccetto Marianne, che stava mormorando a Twynahm che lei era la figlia di Sua Grazia e si sentiva trattata dal fratello come una serva. Il duca di Withingsby non era una persona che si poteva toccare senza essere invitati a farlo e tale invito si verificava di rado. Ma il marchese di Staunton guardò la mano pallida e fiacca sulle coperte e liberò le proprie, che teneva dietro la schiena, per prenderla. Nonostante i tentativi fatti pochi minuti prima per riscaldarla, era di nuovo gelida. — Padre — gli disse ricordando, nel momento stesso in cui pronunciava quella parola, quando aveva deriso di fronte a sua moglie l’idea di una scena sentimentale sul letto di morte. — Vi ho sempre amato, padre. Troppo profondamente per esprimerlo a parole. Se non vi avessi amato, non avrei potuto odiarvi. E vi ho odiato. Ma vi amo. — Si portò per un attimo la mano del genitore alle labbra. Il duca lo osservò con occhi altezzosi e penetranti, seminascosti da palpebre pesanti e infossate sul viso grigio. — Tu sei mio figlio — riuscì a dire. — Sei sempre stato il mio figlio prediletto come lo eri per Sua Grazia. Avrai figli tuoi, figlio mio. La tua duchessa sarà una buona madre e una buona moglie. Hai fatto una scelta fortunata. Nel vostro matrimonio ci sarà amore reciproco e per questo ti invidio. Non sei riuscito a farmi infuriare. Non fu in grado di dire altro e chiuse gli occhi. Anthony lo osservò per un momento, poi s’inginocchiò, posò il viso sul letto accanto alla mano del padre e pianse. Si sentiva sciocco a piangere per un uomo che aveva odiato... e amato, ma gli era impossibile frenare i singhiozzi che lo stavano scuotendo. Quindi la mano del duca si sollevò e andò a posarsi sulla sua testa, si mosse un paio di volte e infine rimase immobile, mentre il respiro permaneva affannoso. Il marchese sentì quel gesto come un segno di perdono, di assoluzione, un tocco che sanava antiche ferite. Il tocco di un padre. E disprezzò quei sentimenti nello stesso tempo in cui permetteva loro di sopraffarlo. Suo padre l’aveva toccato con amore. Il ritmo della respirazione cambiò. Il marchese si rialzò in piedi e andò alla porta. Era giunto il momento di far rientrare la famiglia. Era loro diritto assistere a una fine che sarebbe sopraggiunta di lì a pochi minuti. 16 Charity era seduta su una sedia in anticamera e teneva Augusta rannicchiata in grembo. La bambina non dormiva, ma non era stata portata insieme a tutti gli altri nella stanza del duca. Era stato necessario che dicesse addio al padre, affinché capisse che cosa stava succedendo, però non era necessario che assistesse alla sua morte. Charity le accarezzava la testa e a tratti la baciava sulla fronte. Staunton fu il primo a uscire dalla camera. Si fermò davanti alla moglie e i loro occhi s’incontrarono. Appariva pallido e provato, e Charity giudicò che avesse pianto. Era contenta che l’avesse fatto. Poi il marchese si accovacciò e posò una mano sulla testa della sorellina. — Se n’è andato, cara — disse con una voce così carica di tenerezza che fece sgorgare lacrime dagli occhi della moglie. — È morto in pace. Adesso sarà felice... insieme alla mamma. Augusta aprì gli occhi ma non si mosse, né disse alcunché. — Comunque tu sarai sempre protetta — continuò lui. — Io sarò qui con te, sempre, e avrai vicino Will, Claudia e i ragazzi. Saremo una famiglia. Ti ho tenuta in braccio quand’eri in fasce. Sono stato il primo a stringerti al petto subito dopo la tua nascita. Non sapevo che fosse possibile amare qualcuno quanto ho amato te. Ho dovuto andarmene via poco dopo e sono rimasto assente a lungo, ma ti ho sempre amata. E ora sono tornato a casa. Siamo fratello e sorella, però fortunatamente sono anche abbastanza vecchio da poterti proteggere e farti quasi da padre. Augusta lo osservò in silenzio, e Charity percepì che in lei c’era meno tensione di prima. Presto si sarebbe rimessa a dormire. — Sua Grazia sapeva che avrebbe dovuto lasciarti — continuò il marchese. — Mi ha richiamato a casa in modo che io potessi provvedere a te al suo posto. Perché ti amava, Augusta, e perché amava me. Perché eravamo suoi figli. Andrà tutto bene, cara. Adesso puoi tornare a dormire. Ti porterò io stesso a letto e Charity verrà con noi. — Così dicendo guardò la moglie e inarcò le sopracciglia. Lei comprese il messaggio silenzioso e annuì. — Rimarrà con te e quando ti sveglierai sarà lì per portarti da Will, da Marianne o da Charles. Puoi stare tranquilla che andrà tutto bene. Mentre si rialzava, dalla camera da letto uscì il maggiordomo e si schiarì la gola. — Vostra Grazia... — cominciò. Charity vide il marito trasalire, mentre girava la testa. — Il medico desidera consultarsi con voi, Vostra Grazia — comunicò il maggiordomo. — Dovrà aspettare qualche minuto — rispose il nuovo duca di Withingsby — finché non avrò portato lady Augusta nella nursery. Sollevò tra le braccia la bimba mezza addormentata e aspettò che sua moglie si alzasse. In quel momento Charity si rese conto, per la prima volta da quando la voce del marito l’aveva svegliata di colpo da un sonno profondo, che secondo i piani avrebbero già dovuto essere sulla strada per Londra. Quella giornata avrebbe dovuto segnare per lei la fine della messa in scena e l’inizio di una vita agiata e meravigliosa con la propria famiglia, come aveva sempre sognato dal giorno della morte del padre. Invece c’era ancora una parte da recitare, anche se non era proprio una finta. Quel giorno Augusta avrebbe avuto davvero bisogno della sua presenza. Nella vita di un bambino non c’era evento più traumatico della morte di un genitore. Le esigenze di Augusta avrebbero avuto la precedenza su tutto il resto e forse per un periodo più lungo. Per qualche misteriosa ragione, sembrava che la bambina cercasse più conforto da lei che da Marianne o Claudia. Anche Anthony avrebbe avuto bisogno di lei, forse anche per i giorni seguenti. Aveva perso il padre in circostanze difficili e Charity sospettava, e inoltre sperava, che fosse riuscito a rendersi conto dell’amore per lui prima che fosse troppo tardi. Sperava poi che il duca fosse riuscito a mostrare qualche segno del proprio amore. Quanto erano stati sciocchi, tutti quanti, a tenere duro fino al momento della fine. Tuttavia adesso, sul viso di suo marito, a parte le tracce delle lacrime c’era un’espressione che indicava chiaramente come padre e figlio si erano capiti prima di venire separati per l’eternità. Erano rimasti soli insieme per almeno cinque minuti. Il nuovo duca depose delicatamente Augusta sul suo letto, mentre la nurse e l’istitutrice rimanevano sulla soglia. La nurse aveva gli occhi rossi per il pianto, perché le notizie viaggiavano veloci in una grande casa. La bambina stava già dormendo e Staunton le rimboccò con cura le coperte. Quel gesto ricordò a Charity come suo marito avesse fatto la stessa cosa con lei solo qualche ora prima, e come l’avesse tenuta fra le braccia mentre scivolava, esausta, nel sonno. Poi lui si raddrizzò e si voltò. I servitori erano scomparsi. — Rimarrete qui? — Naturalmente — rispose Charity. D’impulso fece un passo verso di lui e gli scostò il ciuffo di capelli che gli ricadeva sulla fronte, ma che subito dopo ritornò nella posizione iniziale. — Mi spiace — gli sussurrò, prendendogli il viso tra le mani. — Mi spiace tanto, Anthony. — E alzatasi in punta di piedi, lo baciò sulle labbra. Il marito le toccò il dorso delle mani e le tenne premute contro il viso per un momento, poi le scostò, stringendole leggermente. — C’è bisogno di me — disse, e uscì dalla stanza. Fu solo dopo che Staunton se ne fu andato e lei si trovò sola nella camera a guardare la bambina che dormiva che cominciò a sentirsi tormentata da mostruosi sensi di colpa. Era stata una giornata terribilmente impegnativa che l’aveva esaurito fisicamente. Da otto anni Staunton era abituato a vivere una vita indipendente e ad accettare le responsabilità, ma ritrovarsi di colpo nella veste del duca di Withingsby solo tre giorni dopo essere tornato a Enfield, con dozzine di persone che si rivolgevano a lui per avere istruzioni, era a dir poco stressante. C’erano da prendere decisioni per il funerale, scrivere lettere, predisporre l’accoglienza per gli ospiti che sarebbero arrivati da lontano per le esequie, ricevere le prime visite di condoglianze, le normali e inevitabili questioni relative alla casa e alla conduzione delle proprietà, assicurare al conte di Tillden e alla sua famiglia che la loro ulteriore permanenza era ben accetta... e infiniti altri problemi. E c’era da affrontare il trauma provocato dal dolore, il proprio e quello dei fratelli. Charles era forse il più disperato. Il duca lo trovò seduto nella serra, quel pomeriggio, che singhiozzava inconsolabile. Ma non ci fu bisogno di tranquillizzarlo, il che sarebbe stato emotivamente faticoso, perché lady Marie Lucas sedeva accanto a lui e gli picchiettava sulla schiena con una manina, mentre con l’altra stringeva un fazzoletto di merletto e gli tamponava le lacrime che gli scendevano lungo le guance. Augusta, lasciata libera dalla nursery e dalle ore d’insegnamento, rimase vicina a Charity per tutta la giornata, anche se andò a sedersi in grembo ad Anthony in un breve momento di tranquillità dopo la visita del pastore e di sua moglie. — Rimarrai davvero con me? — gli chiese. — Mmm... — Anthony l’abbracciò stretta. — Mi farai davvero da papà? — chiese ancora. — Come William con Anthony e Harry? — Vuoi un padre? — le chiese lui. — O preferiresti un fratello maggiore? Augusta non esitò. — Voglio un papà. — Allora sarò io il tuo papà — confermò il duca. La sua mente fece un balzo all’indietro ripensando alla vita che aveva vissuto fino a quel momento e agli atteggiamenti che aveva sostenuto con grande fermezza solo una settimana prima. Quella vita era morta e sepolta e lui accettò quel fatto. La nuova situazione era una realtà a cui non poteva opporsi. Non era neppure sicuro di volersi opporre. Alcune realtà erano troppo imperative per negarle. — E Charity sarà come la mia mamma? — chiese ancora Augusta. Il duca chiuse gli occhi. Come si poteva proteggere una bambina da quella che le sarebbe sembrata una crudeltà? Come avrebbe mai potuto capire Augusta? — La vuoi come mamma? — le chiese. — Jane, Louisa e Martin hanno Marianne — rispose la sorella — e Anthony e Harry hanno Claudia. Adesso ho anch’io qualcuno. Charity è tutta mia. — E ti proteggerà sempre — confermò Anthony, baciandola in fronte. — Ti adora. — Sì, lo so — disse Augusta. — Me l’ha detto lei. Anche Sua Grazia mi voleva bene. Non me l’ha mai detto, ma secondo Charity certe persone non sanno dirlo e neppure dimostrarlo, però non vuol dire che non amano. Sua Grazia ha sempre provveduto a me e ti ha fatto tornare a casa per avere cura di me come un papà dopo la sua scomparsa. Ho visto stamattina che mi amava. Ha voluto che lo baciassi. La sua faccia era fredda. — Lui ti amava, cara — rispose Anthony. — Eri la sua piccolina. E adesso sei la mia piccolina. Il duca si chiese quanto tempo il padre avesse passato con lei, la bambina che gli aveva fatto morire la moglie. Non molto, giudicò. Augusta invidiava i figli di Will perché avevano un padre, ma almeno non avrebbe ricordato il proprio con amarezza. A questo aveva provveduto Charity. L’incontro con Augusta fu breve. Staunton sapeva che ogni momento del suo tempo sarebbe stato impegnato fin dopo cena perché doveva occuparsi di molte persone e di molti particolari. Durante il pasto si chiese vagamente come avessero fatto tutti quanti, eccetto la sorellina e sua moglie, a procurarsi abiti neri con tanta facilità. Ormai erano tutti in lutto stretto. Charity indossava uno dei suoi vestiti marroni e appariva tanto incolore quanto graziosa. Da quanto aveva sentito durante la conversazione a cena, la sarta di Claudia era impegnatissima a confezionarle un abito nero da portare l’indomani. Il nuovo duca sedeva a capotavola e si guardava attorno. Sì, in una settimana c’erano stati enormi cambiamenti. Si stupiva di aver immaginato, solo qualche giorno prima, di poter tornare a Enfield e di non rimanerne toccato in alcun modo. Una parte di lui, in realtà, lo aveva sempre saputo. Nel proprio intimo aveva capito che era necessario portare Charity con sé, se voleva avere una minima possibilità di mantenere la propria identità. Ma ciò che non aveva compreso, o che non aveva voluto ammettere, era quale fosse davvero quell’identità. Ormai però lo sapeva: lui era Anthony Earheart, una parte inestricabile di quella famiglia. Lo era sempre stato, perfino durante gli otto anni di esilio che si era autoimposto. Non si era mai liberato di loro. Tuttavia, per strano che fosse, adesso che tutta la libertà e la possibilità di fare scelte egoistiche gli erano state irrimediabilmente tolte, si sentiva più libero di quanto si fosse mai sentito in vita sua. E non perché suo padre era morto e non poteva più esercitare alcun potere su di lui, al contrario. Perché adesso era diventato nello stesso tempo se stesso e figlio di suo padre. Suo padre, ora se ne rendeva conto, lo aveva lasciato libero di vivere con entrambe le identità. Gli aveva dato amore e alla fine l’aveva lasciato libero. “La tua duchessa sarà una buona madre e una buona moglie. Hai fatto una scelta fortunata. Nel vostro matrimonio ci sarà amore reciproco.” Guardò all’altro capo del tavolo verso sua moglie, la duchessa, che stava parlando gentilmente alla contessa di Tillden, con gli occhi rossi per le lacrime. Sì. Oh, sì. Ma avrebbe dovuto essere corteggiata, non comandata. Se lui l’amava, e ormai sapeva di amarla, doveva lasciarla libera, come avevano concordato. E poteva solo sperare che lei scegliesse di rimanere con lui, di essere sua moglie, di generargli dei figli, di condividere un amore reciproco fino alla fine dei loro giorni. La sua speranza non era del tutto vana. Charity possedeva più calore umano, più fascino, più amore di qualunque altra persona avesse mai conosciuto... Come potevano essere ingannevoli le prime impressioni! Riusciva ancora a sentire il calore delle sue mani attorno al proprio viso e la sua espressione di profondo dolore per lui negli occhi e nel bacio leggero con cui gli aveva sfiorato le labbra. No, non si sentiva del tutto senza speranza. Ma in quegli ultimi giorni, fra le altre cose, Staunton sapeva di aver perso parte di quell’arrogante sicurezza di sé che aveva prima. In particolare, per quanto riguardava Charity non era sicuro di nulla e l’ansietà non faceva altro che attenuare la speranza. Alla fine, quando la cena era conclusa da tempo, si trovò libero. Stava vegliando il padre, che era stato rivestito, adagiato sul letto e sembrava dormire tranquillamente, quando era arrivato Will. Il fratello gli aveva dato una stretta alla spalla, ferma e affettuosa, e gli aveva detto che avrebbe continuato lui la veglia per un po’. — Va’ a rilassarti, Tony. Sembri sul punto di crollare. Il duca annuì e si alzò in piedi. D’impulso abbracciò il fratello, che gli restituì l’abbraccio. Augusta era a letto, come gli era stato riferito, vegliata dalla nurse. Ma Charity non si trovava nel salotto con tutti gli altri, e gli venne detto che era uscita per una passeggiata. — Non voleva compagnia, Tony — gli riferì Charles — anche se mi sono offerto di andare con lei. Sembrava esausta. È stata molto buona con Augusta per tutto il giorno. — Ma vorrà la tua, di compagnia — intervenne Claudia con un sorriso. — Ti ha tenuto d’occhio ansiosamente per tutto il giorno. E sembri stanco quanto lei. Se non ricordo male ha detto che intendeva scendere verso il lago. — Sì, infatti — disse Marianne. — Ed è stata davvero molto buona con Augusta, Tony. Naturalmente la sua esperienza d’istitutrice deve averla aiutata. Marianne si era sgelata, pensò lui mentre se ne andava, ma non era riuscita a resistere alla battutina finale. Anthony trovò sua moglie in riva al lago. Era una serata molto simile alla precedente, anche se lei portava uno scialle sulle spalle. Era seduta sulla sponda e lo sguardo vagava sull’acqua illuminata dalla luna. Quando sollevò lo sguardo e lo riconobbe, Anthony si sedette al suo fianco e le prese una mano tra le proprie. — Stanca? — le chiese. — Un po’. — Nonostante l’apparenza tranquilla, si vedeva che non era rilassata. — È stata una dura prova per voi — le disse. — Mi spiace. Tutto questo non faceva parte dell’accordo. Ma lei s’irrigidì ancora di più. — È stata tutta colpa mia — ribatté in tono piatto. — Che cosa? — Il duca abbassò la testa per poterla guardare in volto. — L’ho ucciso io — gli spiegò lei. — Non l’avete capito? Con il mio zelo esagerato, come mi avete fatto notare. L’ho costretto a venire in biblioteca, ieri notte, e ad affrontare una scena carica di risentimento e inutilità. I vostri rapporti non erano affar mio. Come avete appena detto, noi avevamo un contratto. Io non sono veramente vostra moglie e questa non è veramente la mia famiglia, tuttavia ho interferito in ogni modo. L’ho messo sotto pressione. E qualche ora dopo, lui è morto. Oh, Dio! — No! — Staunton le strinse forte la mano. — No, Charity. No. Non siete in alcun modo responsabile della sua morte. Io sono stato convocato qui proprio perché stava morendo. Due giorni fa il suo medico mi ha avvertito che la fine sarebbe potuta arrivare in qualsiasi momento. Il suo cuore era malconcio, stamattina presto ha smesso di funzionare e lui è morto. Ma la sua morte non ha nulla a che vedere con voi. — Gli era stato detto di stare a riposo — ribatté Charity. — Un consiglio che lui ha ignorato costantemente — le ricordò il marito. — Sapeva che stava per morire. È per questo che ha soffocato il suo orgoglio e mi ha richiamato a casa. Ma non voleva morire nella debolezza. Voleva morire così com’era vissuto e il suo desiderio è stato esaudito. Non siete stata voi ad accelerare la sua morte. Invece avete fatto qualcosa di meraviglioso. — Io l’ho ucciso — ripeté lei. — Vi ho detto che lo amavo — ribatté Anthony. — Che l’avevo sempre amato. E naturalmente era vero, sebbene neppure io l’avessi pienamente compreso fino al momento in cui voi mi avete costretto ad affrontare la realtà. Mi ha parlato. Mi ha chiamato “figlio mio”, “figlio prediletto”. E mi ha posto la mano sulla testa, Charity. Può sembrare una cosa da poco, ma non riesco a descrivere che cos’abbia significato per me quel gesto. Ha cercato di accarezzarmi la testa, però era troppo debole. Anche se avesse gridato che mi amava, non avrebbe avuto su di me l’effetto di quel tocco. L’ha fatto perché voi l’avete costretto ad ammettere qualcosa con se stesso. Ormai era quasi troppo tardi per lui, per tutti e due, ma ci è riuscito. Perché ieri notte voi lo avete costretto al confronto. Appena in tempo. Charity continuava a tenere lo sguardo fisso sul lago e a tacere, ma lui poteva sentire dalla sua mano che parte della tensione era svanita. — Aveva ragione, sapete — continuò Anthony dopo qualche minuto di silenzio. — Io amavo mia madre ed ero risentito con lei. Mi sentivo costretto ad amarla. Lei si appoggiava pesantemente su di me, anche da ragazzo. Quando è morta avevo vent’anni. Lei era una donna molto infelice. Mi raccontò dell’uomo che aveva amato e che avrebbe desiderato sposare, di come fosse stata costretta a sposare mio padre e mi disse perfino che lui la costringeva a subire le sue attenzioni ogni volta che non era incinta. Piangeva con me e mi diceva che presto sarebbe stata di nuovo incinta perché mio padre andava da lei ogni notte. Anthony fece una pausa. Si sentiva sleale a raccontare tutto ciò ad alta voce, anche solo a pensarlo. Ma forse doveva qualcosa anche a suo padre. — Lui aveva ragione — riprese. — Mia madre non avrebbe dovuto caricare sulle spalle di un bambino la propria infelicità. Non avrebbe dovuto parlargli delle intimità matrimoniali. Le confidenze, la necessità di confortarla, la spinta a odiare mio padre... erano un fardello pesante per me. E non l’ho capito che ieri notte. — Vostra madre ha preteso troppo dal vostro amore — gli disse la moglie — e vostro padre ha chiesto troppo poco. Purtroppo ci è difficile vedere i nostri genitori come persone. Da loro ci aspettiamo la perfezione. Lui l’amava. Questo è stato chiaro ieri sera. — Forse anche lei ha avuto la sua parte di colpe nel matrimonio — ammise Anthony. — Magari anche di più. L’ha punito per tutta la vita da sposata per essere stata costretta a un matrimonio combinato. E non ha fatto il minimo sforzo per far sì che la loro unione funzionasse. Non lo credete anche voi? — Adesso state attento a non lasciare che i vostri sentimenti vi portino dalla parte opposta — disse Charity. — Vostra madre era infelice e voi non potete sapere che cosa sia accaduto realmente in privato fra di loro. Nessuno può saperlo tranne loro stessi, e ormai sono morti entrambi. — Io sono convinto — continuò il duca — che lei ci abbia tenuti lontani da lui. Mio padre era un uomo riservato e severo e, come ha detto lui stesso ieri sera, non avrebbe mai esercitato una ritorsione dicendo qualcosa contro di lei. Non l’ha mai fatto, vi assicuro. Lei invece ci ha insegnato a temerlo e odiarlo, a vederlo come un uomo dal cuore gelido. — Anthony — lo interruppe Charity — voi amavate vostra madre. Ricordate che l’amavate e che lei ha avuto una vita sofferta. Tutti quei bambini, tutti quei morti. — Mi chiedo se voi, Charity, abbiate mai preso qualcosa dalla vita — le chiese lui. — Siete sempre stata abituata a dare e basta? Alla mia famiglia avete dato doni inestimabili. Ma Charity strappò la mano da quella di lui e balzò in piedi, spazzolando via l’erba dalla sottana. — Oh, sì che sono una che prende — rispose. — Sto per prendermi una casa e una carrozza, dei servitori e seimila sterline l’anno di rendita da voi per il resto della vita... senza aver fatto nulla tranne divertirmi e crogiolarmi in una situazione di sicurezza inaspettata. Non ne vedo l’ora. Anche lui si alzò in piedi. — Voi siete mia moglie e verrete mantenuta con ogni agio in virtù di questo fatto. Questo non è prendere, è nella natura del matrimonio. Charity era di nuovo tesa e visibilmente stanca. Non era il momento di corteggiarla nel modo che Staunton aveva pensato una volta superati quei giorni difficili e avvenuto il funerale. — Siete stanca — le disse — e anch’io lo sono. Lasciate che vi accompagni a letto. — Con voi? — chiese Charity. — Come ieri sera? — Sì — rispose Anthony. — Se lo desiderate. O per fare prima l’amore, se volete. Non sarebbe irrispettoso nei confronti di mio padre. La vita ha bisogno di riaffermarsi contro la morte. — Devo riconoscere che avete una spalla confortevole — rispose Charity con un mezzo sorriso — e braccia che sanno infondere sicurezza. Ho dormito così pacificamente, ieri sera. Tutto merito vostro. Allora facciamolo anche stanotte, se lo desiderate. — Venite. — Lui le cinse la vita con un braccio e Charity si rilassò subito, mentre tornavano verso casa. Ma quando furono di nuovo a letto insieme, prima di dormire fecero l’amore di comune accordo, senza bisogno di parlare. Il duca non aveva mai sperimentato una comunicazione silenziosa con una donna, eppure con lei il metodo sembrava infallibile. Fecero l’amore con dolcezza, ma anche con calore e intensamente. Dopo aver raggiunto l’orgasmo, Charity si rilassò con un sospiro e Staunton si lasciò andare fino in fondo. E per la prima volta in vita sua permise, del tutto consciamente, che il proprio seme scivolasse nella donna con cui si era appena accoppiato. Anthony era riuscito ad alleviare quello che per Charity era indubbiamente il motivo di maggior ansietà. Per lei era del tutto lampante che era stato il proprio comportamento a provocare la morte del suocero. Invece non era così, e lui era riuscito a tranquillizzarla in proposito. C’era però anche un altro motivo d’ansia che la rodeva, sia pure in modo meno pressante. Ma non era un motivo che lei poteva condividere con altri o risolvere da sé. Al contrario. Il suo senso di colpa cresceva di ora in ora, a quanto pareva, e c’erano costantemente frasi che glielo ricordavano. “Vi avevo scambiata per una cacciatrice di fortuna.” Erano state quelle le parole che avevano dato origine a tutto. Perché lei era veramente una cacciatrice di fortuna. Aveva commesso un peccato terribile, anzi più d’uno, e tali peccati si moltiplicavano con velocità allarmante. Si era beffata di una delle istituzioni più sacre. Si era sposata e aveva pronunciato tutti i voti matrimoniali, ben sapendo di non avere alcuna intenzione di mantenerne la maggior parte. Aveva fatto tutto per denaro. Oh, sì, poteva cercare di giustificare in modo razionale il proprio operato, dicendo a se stessa che aveva agito così per il bene di Philip, di Penny e dei bambini. Ma quand’era il momento di giudicarsi senza finzioni, doveva per forza ammettere di averlo fatto per soldi. E così quell’unico grande peccato l’aveva portata a tutta una serie di inganni. Suo suocero aveva intuito gran parte della verità, ma non aveva capito che quel matrimonio era solo temporaneo. Probabilmente era morto convinto che presto ci sarebbe stato un nuovo erede per il ducato. Forse era morto anche confortato dalla consapevolezza che Augusta avrebbe avuto sia una figura materna sia una paterna a vegliare su di lei durante la crescita. Charity si odiava per l’inganno che aveva perpetrato con Augusta, perché quella bambina, e lei se n’era resa conto dopo la morte del duca, le voleva bene. Era successo all’improvviso, ma in modo totale. Augusta non voleva mai staccarsi da lei. Quando lo faceva, era solo per passare un po’ di tempo con Anthony. Nel momento in cui fosse saltata fuori la verità, la piccola ne avrebbe subito un trauma irreparabile. E poi c’era Charles che la trattava con l’affetto sereno di un fratello, e Claudia e William che le erano quasi altrettanto affezionati. Perfino Marianne aveva cominciato a parlarle in modo cortese. I figli di Marianne e quelli di Claudia si illuminavano in viso al suo apparire. Ecco perché si sentiva un’imbrogliona. Perché lo era veramente. Tutta la servitù la chiamava “Vostra Grazia” e la trattava con estremo rispetto. I vicini che facevano visita per esprimere le loro condoglianze, si rivolgevano a lei con il titolo che le competeva e la consideravano con un riguardo quasi reverenziale. Tuttavia lei era un’imbrogliona, Una cacciatrice di fortuna. E poiché amava la schiettezza, tanto valeva che ammettesse di essere una peccatrice. C’era solo una cosa da fare. Charity se ne rese conto a poco a poco nei giorni che precedettero il funerale, e alla fine quel pensiero divenne una convinzione radicata. Non sarebbe servita a correggere le cose sbagliate... in particolare per quanto riguardava Augusta… ma avrebbe dimostrato quanto era addolorata per quello che aveva fatto. Inoltre era l’unica soluzione onorevole, l’unica che con il tempo l’avrebbe fatta sentire a posto con la coscienza. Sul tardi del pomeriggio del funerale, molti degli ospiti se n’erano andati e quelli rimasti erano seduti nel salotto. Mentre Augusta dormiva nella nursery dopo tutte le emozioni del mattino e il duca era uscito a cavallo con Charles per cercare di rilassarsi, Charity si avviò, con una valigetta in mano, lungo il viale che portava al villaggio. C’era una diligenza che partiva dalla locanda e ne aveva già controllato l’orario. Charity tornava a casa... da sola. Aveva lasciato dietro di sé un biglietto per il marito, ma senza specificare la sua destinazione. Se gliel’avesse comunicata, lui le avrebbe mandato del denaro, seimila sterline l’anno, e avrebbe incaricato il suo castaldo di assicurarsi che lei ricevesse una casa idonea e tutto quanto era contemplato nelle clausole del contratto. Avrebbe insistito per pagare tutto il dovuto. E forse lei non sarebbe riuscita a resistere. Si era sposata e aveva adempiuto a tutti gli obblighi del matrimonio finché questo era durato. Forse, con il tempo, sarebbe stata capace di perdonarsi per essersi sposata ben sapendo che le sarebbe stato richiesto di ottemperare a quei doveri solo per un breve periodo. Ma non sarebbe mai riuscita a perdonarsi se avesse accettato un pagamento per ciò che aveva fatto. Il matrimonio non era un impiego. Il matrimonio era un coinvolgimento, composto di attenzioni e amore. Era un... impegno. Aveva pensato che Anthony si sbagliava quando le aveva detto che lei era una persona che dava ma non prendeva. Invece aveva avuto ragione. Non sarebbe diventata una persona che prendeva, perché in tal caso avrebbe perso la propria anima. Così, forse, piano piano sarebbe riuscita a perdonarsi. 17 Quando ci ripensò, in seguito, al duca di Withingsby sembrò incredibile che sua moglie l’avesse lasciato nel pomeriggio del funerale di suo padre, ma non scoprì il fatto che il mattino seguente. Era ritornato da una lunga cavalcata con Charles, con il quale aveva avuto un colloquio abbastanza impegnativo, sentendosi più rilassato. Gli era stato detto che Charity si era ritirata in camera sua per riposare e aveva sperato che la moglie riuscisse a dormire un po’ e a riprendersi. Poi era stato occupato per il resto della giornata con gli ospiti rimasti, così non era andato a bussare alla porta della duchessa per accompagnarla a cena. Quando aveva visto che lei non era ancora scesa all’ora del pasto serale, aveva mandato una domestica a informarsi e questa gli aveva riferito che Sua Grazia non desiderava essere disturbata. Così Staunton non era andato da lei e aveva fatto le sue scuse agli ospiti. Sua moglie si era prodigata instancabilmente fin dal primo momento in cui era arrivata a Enfield. Tutti quanti avevano fatto ricorso alle sue energie, soprattutto Augusta e lui stesso. Ovvio che fosse esausta, perciò non aveva voluto scomodarla. Per la stessa ragione non l’aveva cercata quando era andato a letto, anche se era entrato senza far rumore nello spogliatoio di lei e aveva notato che dalla sua camera non filtrava alcuna luce. Solo il mattino seguente, quando scese per fare colazione piuttosto tardi, dopo essersi occupato di alcune faccende, notò che Charity non c’era ancora e salì da lei. Fu a quel punto che scoprì la lettera che la moglie gli aveva lasciato sul cuscino. Per la precisione, quando la vide non era propriamente sul cuscino ma in mano alla cameriera, che stava uscendo dalla stanza della duchessa con un’espressione spaventata. La ragazza gli fece una riverenza e gli porse la lettera dopo avergli detto dove l’aveva trovata, dileguandosi poi celermente appena lui, con un cenno del capo, le ebbe indicato che poteva andare. “Vostra Grazia” aveva scritto Charity “partirò questo pomeriggio dal villaggio a bordo della diligenza. Spero che non scopriate questa lettera in tempo per venirmi a cercare. So che vorrete farlo, perché abbiamo firmato un accordo e voi, da uomo d’onore, vorrete adempiere ai vostri obblighi. Ma vi prego, non seguitemi. E vi prego di nuovo, non cercate di trovarmi. Vi libero dalla vostra parte dell’accordo. Non desidero ricevere alcun pagamento per ciò che ho fatto. Mi risulterebbe sgradevole e fonte di notevole angustia.” Il duca chiuse gli occhi e trasse un lento respiro. Si trovava ancora nell’ingresso, di fronte allo spogliatoio di lei. “Prenderò quanto più mi sarà possibile, ma solo le cose che mi appartengono” lesse quando riportò lo sguardo sulla lettera. “Non riesco a resistere alla tentazione di tenere il vestito da ballo. So che non vi infurierete. E le mie perle. Erano un dono di nozze, credo, e un matrimonio c’è stato, per questo non mi sentirò colpevole a portarle via. Sono così belle. Prendo anche parte del denaro che ho trovato nel cassetto superiore della scrivania nel vostro studio. Ne avrò bisogno per pagare il biglietto per la mia destinazione e per acquistare da mangiare durante il viaggio. Non credo che abbiate alcunché in contrario. È tutto ciò che avrò mai da voi. Vi prego di dire ad Augusta che le voglio tanto bene. Lei non vi crederà, ma vi prego, vi supplico, di trovare il modo di convincerla che è vero. Resto, Vostra Grazia, la vostra ubbidiente servitrice, Charity Duncan.” Charity Duncan. Fu come uno schiaffo in viso. Anthony accartocciò il foglio in una mano e per un terribile momento temette addirittura che sarebbe svenuto. Lei ormai era Charity Earheart, duchessa di Withingsby... sua moglie. Ed era compito suo proteggerla e mantenerla per il resto della sua vita e anche oltre, se gli fosse sopravvissuta. Che vivesse insieme a lui o altrove, sarebbe sempre stata sua. Charity aveva parlato d’onore, ma come poteva aspettarsi che lui mantenesse i suoi obblighi, se fuggiva via così? Dove poteva essere andata? La sua mente era un turbinio di ipotesi sulla sua probabile destinazione. Si allarmò quando si rese conto di non sapere da dove cominciare a cercarla. Conosceva il suo vecchio alloggio di Londra, di sicuro lei l’aveva lasciato libero. Era molto improbabile che vi tornasse, quindi. E senz’altro, là nessuno avrebbe saputo dargli notizie. Dubitava addirittura che Charity avesse raccontato di Enfield a qualcuno. Era partita il giorno prima con la diligenza del pomeriggio. Maledizione! Possibile che nessuno l’avesse vista lasciare Enfield, a piedi probabilmente, o che, notandola, nessuno ne avesse parlato con nessun altro. Il suo primo impulso fu di farsi preparare una borsa da viaggio, chiamare la carrozza e lanciarsi alla sua ricerca. Nel panico del momento non sembrava avere importanza il particolare di non sapere neppure dove lei fosse diretta. Si sarebbe fermato alla locanda. Magari il locandiere sapeva della sua destinazione, anche se non sarebbe stata sicuramente quella finale. In qualche modo avrebbe seguito le sue tracce. Ma l’istinto, si rese conto chiudendo gli occhi e riprendendo a respirare normalmente, ancora davanti al camerino di lei, non poteva sempre essere assecondato. Non poteva lanciarsi di punto in bianco in un inseguimento. C’erano delle cose da sistemare. Alcuni ospiti sarebbero partiti dopo colazione. Doveva essere presente per congedarli. Tillden, con moglie e figlia, se ne sarebbe andato più tardi e si ricordò di aver promesso a Charles che avrebbe prima parlato con il conte. Aveva poi predisposto un incontro con Will più tardi, in modo da organizzarsi per collaborare insieme alla conduzione delle proprietà. Aveva acconsentito a vedersi con lui alla casa vedovile, affinché Augusta potesse giocare con i ragazzi. Aveva pensato di invitare Charity con loro. Insomma, c’erano mille cose da fare in giornata. Senza contare che sua moglie non voleva essere seguita. Non intendeva accettare il suo aiuto e voleva rescindere tutti i legami con lui. Anthony non ricordava quanto denaro avesse messo nel cassetto della scrivania, ma era pronto a scommettere che Charity avesse accuratamente calcolato di prendere solo quel tanto che le serviva per acquistare un biglietto e il più spartano dei pasti. Aveva tenuto le perle, ma lui era sicurissimo che non avesse toccato la collana di topazio, che era riposta, forse alquanto incautamente, in una scatola sulla scrivania dello studio. Era stata sua intenzione restituirgliela, in un momento d’intimità, come regalo sia da parte del padre che sua. La realtà era che Charity non lo voleva. Preferiva la libertà, l’indipendenza e la povertà, la vita di una semplice istitutrice all’alternativa di essere in qualche modo legata a lui. E Anthony si sentì ferito profondamente. Non aveva sbagliato a giudicarla, la sera dopo la morte del padre, una persona che dava senza chiedere niente in cambio. Charity donava se stessa con allegria e calda generosità, ma non capiva che c’era anche un certo grado di egoismo in tutto ciò? Non aveva pensato a come si sarebbe sentito lui nel momento in cui avesse letto quella lettera? Si era forse immaginata che tirasse un sospiro di sollievo? Che si sarebbe scordato di lei e avrebbe proseguito per la propria strada? Improvvisamente arrivò a odiarla. Prese congedo dagli ospiti e disse loro che sua moglie era indisposta. Invitò il conte di Tillden in biblioteca e gli spiegò che lord Charles Earheart avrebbe ricevuto una somma consistente secondo le clausole del testamento del padre e che lui stesso era pronto a regalare al fratello una delle proprietà, considerevolmente più piccola di Enfield, ma assai prospera. Solo il giorno prima lord Charles aveva espresso l’intenzione di vendere la sua carica di tenente e di vivere da gentiluomo, amministrando la propria tenuta. Aveva inoltre chiesto e ottenuto dal fratello maggiore il permesso di rivolgere i propri omaggi a lady Marie Lucas e gli aveva domandato di parlare al padre della ragazza. Ad Anthony non parve necessario, e neppure saggio, spiegare al conte che Charles aveva sempre avuto una grande simpatia per lady Marie e addirittura una profonda passione negli ultimi due anni, passione che era ricambiata. Era stata proprio la consapevolezza che il suo fosse un amore impossibile, in quanto lei era stata destinata al marchese di Staunton, a portarlo alla decisione di acquistare una carica nella cavalleria. Il conte di Tillden diede in escandescenze e s’impuntò, chiaramente offeso nel vedersi offrire un figlio cadetto mentre si era aspettato il maggiore, ma lord Charles era figlio e fratello di un duca, nonché un uomo ricco che stava per diventare anche un proprietario terriero importante. Alla fine acconsentì che il ragazzo parlasse con lui e rimase nella biblioteca mentre Staunton andava a cercare il fratello. Trovarlo non fu difficile. Stava camminando nervosamente avanti e indietro, poco lontano dalla porta della biblioteca, pallido in viso, con la mascella contratta e gli occhi carichi d’ansia. — Ti ascolterà — gli comunicò, e lo vide tirare un profondo respiro. — Ricorda chi sei, Charles. Non sei inferiore a nessuno. Sei il figlio di nostro padre. Buona fortuna. Charles si avviò verso la biblioteca con la decisione di chi stava per affrontare il boia. Ad Augusta non si poteva semplicemente dire che Charity era indisposta, almeno una parte della verità bisognava spiegarla. Charity era dovuta partire in tutta fretta, raccontò Anthony alla sorellina, seduto su una sedia bassa nella nursery mentre le teneva un braccio attorno alla vita. C’era una zia che stava male e aveva bisogno di lei. Anche lui sarebbe partito, non appena fosse riuscito ad avere notizie precise sulla durata della sua presenza là. Avrebbe riportato a casa Charity appena possibile, ma a volte le malattie potevano prolungarsi per tanto tempo. Si disprezzò per non averle raccontato tutta la verità. Se non fosse riuscito a ritrovare Charity, o non l’avesse convinta a tornare a casa con lui e a essere davvero sua moglie contrariamente a quanto stabilito dal loro accordo, avrebbe avuto molte difficoltà con Augusta. Altre menzogne sarebbero seguite, o anche la confessione che le stava mentendo in quel momento. Eppure, Staunton non riusciva a dire ad Augusta che la sua duchessa non aveva mai avuto intenzione di fermarsi a Enfield e di diventare una sorta di madre per lei. Sarebbe stato ingiusto nei confronti di Charity raccontare la verità. L’avrebbe fatta sembrare senza cuore... e sarebbe stata una menzogna enorme. A volte, il vero e il falso potevano creare confusioni inestricabili. Passarono due giorni prima che potesse andare alla ricerca della moglie. Il conte e la famiglia erano ripartiti e Tillden era giunto a un accordo con Charles: ai due giovani era stato concesso di rimanere insieme da soli per quindici minuti, un tempo giudicato sufficiente perché potessero arrivare a una decisione, anche se naturalmente non sarebbe stato possibile annunciare un fidanzamento ufficiale finché non fosse trascorso l’anno di lutto di lord Charles. Lord e lady Twynham erano tornati a casa con i figli. Ad Augusta era stata data una vacanza prolungata dagli studi in modo che rimanesse nella casa vedovile con Will e Claudia. Anthony si era limitato a dire che sua moglie era dovuta andare da qualche parte in tutta fretta e che lui l’avrebbe raggiunta per scortarla a casa. Nessuno aveva indagato più a fondo, probabilmente perché in quei due giorni anche lui era apparso inavvicinabile quanto lo era stato il padre. Infine, il duca di Withingsby partì per seguire una pista ormai fredda che non sembrava condurre da nessuna parte. Charity percorse stancamente le tre miglia che separavano casa sua dalla fermata della diligenza. Quando entrò senza preavviso dalla porta d’ingresso e quindi nel salotto, i bambini stavano finendo di bere il tè e strillavano con Penelope perché volevano tornare fuori a giocare. David prometteva a gran voce e con totale insincerità che non si sarebbe sporcato di nuovo, mentre Howard sosteneva che i suoi pantaloni si erano stracciati per cause del tutto fortuite in quanto lui era stato molto attento. Mary, invece, proclamava che non si era né sporcata né stracciata i pantaloni, per cui non c’era motivo che Penny insistesse perché rimanesse in casa. Howard stava facendo notare il fatto irrefutabile che Mary non indossava neppure dei pantaloni, quando la bambina scorse Charity sulla soglia e lanciò uno strillo acuto. A quel punto tutti quanti si misero a gridare, esclamare, ridere, parlare e ad abbracciarsi e ancora a urlare e strillare. Nessuno nella famiglia Duncan aveva mai imparato che parlare contemporaneamente provocava solo un caos tale da rendere quasi impossibile ogni comunicazione. — Ebbene — riuscì a dire Charity alla fine — eccomi qui di nuovo a casa, per rimanere. Vedo che siete cresciuti tutti di un bel po’ e se mi lasciate sedere un momento, e smettete di fare tutto questo chiasso, riuscirò a tornare presto me stessa. Alla fine ci riuscì, mentre Penelope si precipitava a prendere la teiera e una tazza vuota, Mary correva a recuperare il piatto dei biscotti, o quel che ne rimaneva, e Howard le raccontava come si era stracciato i pantaloni per caso ed era stato falsamente accusato di non aver fatto attenzione. David intanto passava alla sorella il suo fazzoletto, pulito sì, ma molto stropicciato. Era bellissimo essere di nuovo a casa. Naturalmente Charity non raccontò quanto le era successo, ma si consolò pensando che non sarebbero state necessarie nuove menzogne in seguito, o almeno pochissime. Disse che il suo nuovo impiego non le era piaciuto e così l’aveva lasciato per ritornare e rimanere, il che avrebbe fatto piacere a Phil anche se avrebbe dovuto sobbarcarsi da solo il compito di mantenerli tutti quanti. In effetti non era ben sicura di voler rimanere per sempre. Magari in un secondo tempo avrebbe cercato un altro impiego, ma almeno per un po’ sarebbe stata ben felice di restare lì a leccarsi le ferite, nonché cercare di persuadersi che fare la cosa giusta era una virtù di per sé e alla fine le avrebbe procurato solo pace e soddisfazione. Sì, senza dubbio aveva fatto la cosa giusta. Penelope era chiaramente sollevata di vederla. Amava i bambini e li accudiva bene, ma non possedeva il tocco fermo e materno di Charity. Inoltre aveva un innamorato, lo stesso gentiluomo che tanto tempo prima aveva chiesto la mano della sorella. Era chiaramente desiderosa di accettare la sua offerta e voleva soltanto la certezza che a Charity non interessasse. — Naturalmente no — rispose lei con decisione. — Se l’avessi voluto, gli avrei detto di sì quando era interessato a me, prima che tu crescessi abbastanza da accorgersi che sei più bella tu. — Oh, ma non lo sono affatto — protestò Penny arrossendo. — Forse, però, tu hai rifiutato solo perché c’era bisogno di te qui. In parte era vero, ma altrettanto vero era che i suoi sentimenti non andavano in quella direzione. — Io non intendo sposarmi — rispose Charity. — Rimarrò qui finché i bambini saranno cresciuti, poi mi dedicherò a fare la zia zitella. — Mentre lo diceva, si chiese se per caso non fosse incinta. Ma non era il caso di pensarci anzitempo. Così si dedicò alla vecchia vita di casa. Scrisse a Philip per aggiornarlo, sapendo che sarebbe stato felice di quella scelta. Lei non era affatto felice della loro situazione, ma i miracoli, quando avvengono, non sono sempre ideali, come aveva scoperto. In qualche modo se la sarebbero cavata. E per quanto riguardava Phil, sarebbe riuscito sicuramente ad arrivare al punto di poter sposare Agnes e cominciare una vita propria. Cercò di non pensare a Enfield né alle persone che ci vivevano. In particolare cercò di non pensare a lui. Ma quello, naturalmente, non era possibile. A volte aveva la netta impressione che Anthony – non essendo più capace di pensare a lui come il marchese, anzi, il duca – facesse ormai parte di lei, quasi che l’intimità conosciuta a letto, quando erano diventati una persona sola, si fosse trasferita nella sua anima. Comunque riusciva a tenere la situazione sotto il livello del pensiero cosciente... per diversi minuti alla volta e per diverse volte al giorno. Le notti, certo, erano una faccenda ben diversa. Così si mantenne sempre occupata. C’erano tantissime cose da fare senza sosta in casa e anche fuori. C’erano amici e vicini a cui fare visita dopo essere stata via per quasi un anno. Ed era così bello ritrovarsi in famiglia. Era straordinario quante signore vestite di marrone avessero viaggiato sulla diligenza per scendere alle destinazioni più disparate e poi scomparire a piedi, a bordo di calessi o carrozze private o altri mezzi pubblici di trasporto in ogni direzione possibile. Il duca sprecò molti giorni all’inseguimento delle tracce più promettenti, solo per scoprire che non lo portavano da nessuna parte. Infine si trovò di fronte a un bivio: tornare a Enfield o proseguire per Londra. Di sicuro Charity non sarebbe tornata a Enfield, ma se era andata a Londra, le probabilità di ritrovarla erano davvero esigue. Ebbe un momento d’ispirazione quando si ricordò della lettera di referenze che era stata scritta dal pastore della sua parrocchia precedente, ma per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordare il nome di quella località nell’Hampshire. In quanto alla lettera, era stata distrutta con tutte le altre ricevute in risposta all’annuncio sul giornale. Inoltre, lei aveva lasciato quel luogo perché non aveva più una casa da quelle parti. Era quindi improbabile che vi tornasse. Così andò a Londra. E dal momento che da qualche parte doveva pur cominciare le ricerche, si recò dove Charity alloggiava prima di sposarlo. Ma anche quello non si rivelò facile. Anzitutto, non ricordava il luogo preciso. Fortunatamente il suo cocchiere era un po’ più sicuro di lui. Al primo tentativo lo portò nella strada sbagliata, ma al secondo riconobbero entrambi la via e l’edificio. No, Miss Duncan non abitava più lì, gli disse il padrone di casa quando il duca si informò, e non aveva idea di dove fosse andata. Non si era fatta nemmeno viva la settimana precedente. Quelle erano le risposte che Staunton si era aspettato, ma fino al momento in cui le sentì non si rese conto di quanto avesse sperato di sbagliarsi. Dove poteva andare a cercare adesso? Davanti a lui c’era solo un vuoto terrificante. Nessun luogo in cui tentare, se non tutta quanta l’Inghilterra, cominciando magari con l’Hampshire. — Il signor Duncan però potrebbe sapere dove si trova — aggiunse il padrone di casa quando già stava per andarsene. — Se v’interessa, potete tornare stasera quando rientra dal lavoro. Il signor Duncan? Il duca lo guardò senza capire. Suo padre? Ma era morto. Suo marito? Suo fratello? Suo marito... Anthony avvertì le mani contrarsi a pugno lungo fianchi. E la bocca gli si inaridì. — Lo farò — si sentì dire. — Grazie. — E porse una sovrana al tizio. Tuttavia, mentre risaliva in carrozza progettando un omicidio, gli venne in mente che Charity era vergine quando l’aveva sposata. Una cosa fra tutte era chiara: la duchessa di Withingsby gli aveva raccontato bugie fin dall’inizio. Non solo non era un topolino tranquillo, ma non era neanche... Accidenti, Staunton non sapeva proprio nulla di lei. Niente di niente. Eccetto che era sua moglie... e che l’amava. La giornata gli parve interminabile, ma alla fine, quando tornò a quella casa, fu informato che il signor Duncan era rientrato dal lavoro da non più di cinque minuti. Il duca salì le scale e bussò con il pomo del bastone sulla porta indicatagli dal proprietario. Gli aprì un giovanotto dall’aria piuttosto stanca, che lo guardò con espressione interrogativa. Un giovanotto che aveva una rassomiglianza inequivocabile con Charity, e i cui occhi colsero subito l’aspetto elegante del visitatore. — Sì? — Il signor Duncan? — Sì? — Il suo tono era guardingo. — Se non erro voi avete una sorella — disse il duca. — Charity. Sul viso stanco del giovane comparve un’espressione accigliata. — E se così fosse, signore? Quali rapporti avete con lei? Il duca sospirò. — Si dà il caso che vostra sorella sia mia moglie — rispose. — Posso entrare? Non aspettò di essere invitato e passò davanti al signor Duncan, che lo fissava sbalordito senza capire. — Immagino — disse poi voltandosi — che ci sia anche una dozzina di altri fratelli e sorelle. Questo spiegherebbe parecchie cose. — Per esempio l’abilità con cui Charity era riuscita a sbrogliarsela con tutti loro nelle più diverse situazioni. — Voi chi siete? — chiese il signor Duncan. — Anthony Earheart... — Il suo ex datore di lavoro — disse l’altro, inarcando di nuovo le sopracciglia con espressione cupa. — Un uomo sposato con quattro bambini, signore. Se vedo davanti a me il motivo per cui si è sentita costretta a lasciare il suo impiego in tutta fretta, allora... — Sì, in effetti sono un uomo sposato — lo interruppe il duca. — Ho sposato vostra sorella il giorno dopo aver avuto un colloquio con lei in Upper Grosvenor Street. Non abbiamo ancora quattro figli, anzi neppure uno, ma ho la speranza di averne in futuro. Molto dipende dal fatto di riuscire a rintracciarla e riportarla con i piedi per terra. A quanto pare, Charity si illude che nascondendosi chissà dove possa annullare il nostro matrimonio. Il signor Duncan lo fissava come se fosse caduto sulla Terra da un altro pianeta. — Voi l’avete sposata? — chiese con voce flebile. — E lei vi ha lasciato? E si nasconde da voi? Che diavolo... — Mi trovo in obbligo di aggiungere — continuò Sua Grazia — che amo mia moglie e confido che voi sappiate dove si trova. A gestire la vita di tutti i vostri famigliari, immagino. — Voi l’amate? Eppure è fuggita da voi dopo solo qualche settimana? — considerò l’altro. — Confesso di essere assolutamente sbalordito, signore. E di essere assolutamente contrario a fornirvi qualsiasi informazione che possa mettere in pericolo mia sorella. Il duca sospirò. — Avete un saldo istinto fraterno — disse. — E vi avrei disprezzato profondamente se mi aveste buttato le braccia al collo per rivolgermi un caloroso benvenuto. Nella mia carrozza giù in strada c’è lord Rowling, senza dubbio molto seccato per questa lunga attesa. È stato il mio testimone di nozze. Nella vettura ci sono anche i documenti che attestano il matrimonio. Andrò a prendere entrambi, se mi promettete di non sbarrare la porta non appena vi volterò la schiena. Io intendo trovare mia moglie. — Lord Rowling? — Il giovane spalancò tanto d’occhi. — Lord Rowling — ripeté Sua Grazia. — Farò valere il mio rango su di voi, se tutto il resto fallisse, Duncan. Vedete, oltre a essere Anthony Earheart sono anche il duca di Withingsby. Vostra sorella, mio caro signore, è la mia duchessa. Ora andrò a prendere le carte e il testimone che attestano quanto dico, quindi procederò a raccontarvi tutta la storia. Se avete sempre sospettato che vostra sorella abbia una certa inclinazione per la follia, sarà con vero piacere che vi confermerò i vostri peggiori timori. Quando uscì dalla stanza, Philip Duncan lo stava ancora fissando, affascinato e sbalordito nello stesso tempo. 18 I bambini si stavano divertendo sul prato davanti a casa. I maschi giocavano alla guerra con grande sfoggio di energie, mentre Mary si dondolava placidamente sull’altalena, facendosi aria con un libro che aveva avuto l’intenzione di leggere. La giornata era molto calda. Videro tutti arrivare la carrozza, più o meno nello stesso momento, e fissarono con un misto di riverenza e ammirazione l’imponente vettura con lo stemma sullo sportello, il cocchiere e il valletto in livrea. I loro occhi si spalancarono ancora di più quando si accorsero che rallentava e svoltava al cancello per risalire il viale ricurvo che portava davanti all’ingresso di casa loro. Non aspettarono che la carrozza completasse il suo percorso e si precipitarono in casa con la velocità del fulmine, ansiosi di raccontare la straordinaria novità alle sorelle maggiori. Dentro però c’era solo Penelope, che era nel salotto a ricamare, mentre Charity si trovava nel giardino sul retro a raccogliere dei fiori per sostituire quelli ormai appassiti che ornavano le stanze al pianterreno. Un coro di voci precedette i bambini che irrompevano nella sala, correndo verso Penelope e indicando la porta con la mano. — Pietà! — esclamò lei. — Uno per volta, per favore. Che cosa avete visto? Chi è che sta venendo? Il signor Miller? — chiese speranzosa mentre sollevava le mani per accomodarsi i riccioli dorati. Ma il fracasso cessò all’improvviso quando, dalla porta d’ingresso che avevano lasciata spalancata, risuonò un’altra voce. Una voce maschile... e familiare. Tutti quanti si guardarono in viso senza capire, Penelope compresa. — Phil? — Philip? — Ma è Phil. — Non ci credo. Non può essere. Parlarono tutti contemporaneamente. Prima che potessero correre di nuovo in direzione dell’atrio, il fratello era comparso sulla soglia del salotto, sorridendo. — Dal fracasso avrei giurato che si fosse riunito qui tutto il vicinato — disse. — Terrificante! I bambini stavano per catapultarsi nell’unica accoglienza degna di un fratello da tempo assente, quando un’altra persona comparve dietro di lui: un gentiluomo elegante, bello, dall’espressione altezzosa, vestito austeramente di nero ma molto alla moda. Le sue lunghe dita giocherellavano con il manico di un monocolo. Aveva le sopracciglia inarcate e le labbra imbronciate. Si guardò lentamente attorno, osservando a turno ognuno di loro. Per una volta i Duncan rimasero perfettamente immobili e in silenzio. Per quanto ne sapevano, poteva trattarsi di Satana in persona che aveva deciso di fare loro visita. — Penny — disse il fratello — David, Howard, Mary, buon Dio quanto siete cresciuti tutti! Posso presentarvi il duca di Withingsby? Se era possibile rimanere ancora più immobili e silenziosi, i ragazzi ci riuscirono benissimo per alcuni secondi. Poi Penelope ritrovò le buone maniere e fece una profonda riverenza, imitata da Mary, mentre gli altri, notando quanto stava succedendo, chinarono le teste di fronte alla figura per loro maestosa di un duca in carne e ossa. — Siamo venuti da Londra — spiegò Philip. — Sua Grazia ha una faccenda importante da sistemare qui. Dov’è Charity? Intanto Sua Grazia aveva attraversato la stanza e stava guardando fuori dalla finestra, con le mani allacciate dietro la schiena. — Si trova... Ma non fu necessario che Penelope completasse la frase, perché sulla soglia della stanza era apparsa Charity in persona, con le braccia cariche di fiori. Vide immediatamente il fratello e gli occhi le s’illuminarono. — Phil! — gridò. — Oh, Phil, che sorpresa meravigliosa. Non ci avevi avvertiti, birbante! Sei l’ultima persona che immaginavo di vedere. Che cosa ci fai qui? Oh, aspetta che metto giù questi fiori per poterti abbracciare come si deve. — Forse non sono l’ultima persona, Charity — le rispose lui, chiaramente a disagio. — Magari c’è qualcun altro che ti aspettavi ancor meno di vedere. Lei lo fissò senza comprendere, finché un movimento presso la finestra non la distrasse. Girò di scatto la testa in quella direzione... e si immobilizzò. Anthony si era voltato solo per metà verso la stanza e la stava scrutando da sopra la spalla, con le sopracciglia inarcate. — Charity — chiese Penelope in un silenzio pieno di tensione e disagio. — Conosci il duca di Withingsby? È venuto con Philip per una questione importante... — È mio marito — rispose lei a bassa voce. In quel momento i Duncan avrebbero fatto sfigurare altrettante statue di marmo. — Forse mi potrebbe essere concesso di rimanere da solo per qualche minuto con mia moglie — disse Sua Grazia, anche lui a bassa voce. — Noi usciamo ad ammirare i giardini — suggerì Philip, sollecitando i fratelli a muoversi. Il gruppetto gli passò davanti in silenzio, ma nel momento in cui Philip chiuse la porta dietro di sé, ci fu un coro di voci il cui suono penetrò fin dentro la casa. — Allora, Charity. Curiosamente, nell’ambiente di casa Duncan Anthony aveva di nuovo l’aspetto di un estraneo. Sembrava solo l’individuo con cui lei aveva avuto un colloquio per il posto di istitutrice. Aveva un aspetto satanico... e molto virile. — Come potete vedere, Vostra Grazia — disse Charity, posando i fiori su un tavolo vicino e allacciando le mani davanti a sé — abito in una casa dove mi trovo perfettamente a mio agio e godo della compagnia di numerosi fratelli e sorelle. Non siamo ricchi ma neanche indigenti. Non è affatto necessario che vi preoccupiate per me. — Ma avrebbe voluto subissarlo di domande... Lei gli era mancata? Come stava Augusta? Come stavano Anthony, Harry, Claudia e William? Lei gli era mancata? Charles aveva avuto il cuore spezzato quando lady Marie era tornata a casa? C’erano speranze per loro? Lei gli era mancata? — Non è necessario che io mi preoccupi per voi? — chiese lui a bassa voce. — Di mia moglie? — Io non sono veramente vostra moglie — rispose Charity. — Il nostro è stato solo un accordo temporaneo e la sua funzione si è esaurita. Sono tornata a casa. Non era necessario che veniste a cercarmi. — Voi non sareste veramente mia moglie? — chiese il duca. — Eppure c’è stato un matrimonio, regolarmente trascritto sul registro della chiesa in cui è avvenuto. C’è stato un anello, che a quanto vedo non portate più. Avete vissuto in casa mia e siete stata accolta dalla mia famiglia. Avete condiviso il letto coniugale con me in numerose occasioni. Allora cosa sarebbe per voi una vera moglie, di grazia? — Siete ingiusto a parlare così — rispose Charity. — Il nostro accordo prevedeva... — Il nostro accordo — la interruppe lui — prevedeva che voi eseguiste una certa funzione per me, in cambio della quale sareste stata per sempre mia moglie, mantenuta in maniera adeguata al vostro rango. — Ma io non posso accettare di essere mantenuta da voi — ribatté Charity. — Il pagamento è esagerato per il servizio reso, Vostra Grazia. E non posso accettare di essere pagata per essere vostra moglie. Mi parrebbe un gesto pericolosamente vicino a un comportamento da... prostituta. Gli occhi del duca le scoccarono un’occhiata di fuoco, tanto che lei ne fu spaventata. Quando Staunton fece un passo nella sua direzione, Charity dovette fare ricorso a un tremendo sforzo di volontà per rimanere ferma. — Da prostituta? — sussurrò il duca con un tono che, per il terrore, la indusse a passarsi la lingua sulle labbra secche. — Una prostituta, milady? Una prostituta farebbe trucchi inimmaginabili per me a letto e sarebbe pagata per la soddisfazione che è in grado di procurare. A una prostituta non avrei mai dato il mio nome. Non sarebbe stata presentata a mio padre e alla mia famiglia. Non avrebbe avuto posto nel mio letto e a casa mia. A una prostituta non avrei proposto di essere mantenuta in maniera adeguata a una duchessa per il resto della sua vita. Voi non siete la mia prostituta, Vostra Grazia. Non siete abbastanza esperta per esserlo. Voi siete mia moglie. Charity avvertì le guance infiammarsi e si sentì stupidamente umiliata. Non lo aveva compiaciuto? Quando parlò, lo fece prima di aver avuto il tempo di pensare. — Mi spiace di non avervi compiaciuto, Vostra Grazia — disse sostenuta. Il duca la fissò e l’espressione dei suoi occhi cambiò. Charity fece quasi un balzo, allarmata, quando lui gettò indietro la testa e scoppiò in una risata. Non l’aveva mai sentito ridere a quel modo. — Sono lieta di essere almeno riuscita a divertirvi — commentò quindi con dignità. — Se non mi avete compiaciuto! — esclamò Anthony. — A letto, volete dire? Voi siete ancora molto ingenua, amore mio, altrimenti sapreste al di là di ogni dubbio che mi avete compiaciuto davvero, e molto bene. Charity si disprezzò per quel senso di soddisfazione che provò, tanto che dovette concentrarsi perché non trasparisse dal proprio viso. — Non accetterò alcun pagamento da voi — gli disse. — Vi ringrazio per esservi tanto interessato per me, ma non avete di che preoccuparvi. Ora dovete tornare a casa. Augusta ha bisogno di voi. Mentre gli parlava, il duca le si era accostato. Si fermò quando fu abbastanza vicino da toccarla, rendendola più nervosa. Ma lei non gli avrebbe dato la soddisfazione di arretrare. — Augusta ha bisogno di voi, Charity — le disse. — Ha assolutamente bisogno di voi. Ah, questo era ingiusto, terribilmente ingiusto. — Anche i miei fratelli e le mie sorelle minori hanno bisogno di me, Vostra Grazia — ribatté lei. — Mentre una casa, dei servi, una carrozza e seimila sterline l’anno non serviranno ad Augusta. — Enfield ha bisogno di voi — continuò il duca. — Ha bisogno di una duchessa perché ne è stata priva per troppo tempo. Una dolorosa fitta di nostalgia la colse assolutamente di sorpresa e Charity temette che gliela potesse leggere in faccia. Così corrugò la fronte. — Inoltre ha bisogno di un erede — aggiunse il duca. — Un erede diretto. Charity lo guardò indignata. — Allora è così — disse lei. — Avete pensato di aggiungere una postilla all’accordo originale. Avevate detto... — E io ho bisogno di te, amore mio — proseguì il duca. — Talmente tanto che mi prende il panico quando penso che forse non riuscirò a persuaderti a tornare con me a Enfield. Non mi è possibile considerare il resto della mia vita se devo viverla senza di te, e... be’, le parole parlano da sole. Ho bisogno di te. — Per badare ad Augusta? — chiese Charity. Non osava dar credito davvero a ciò che lui le stava dicendo. Non osava sperare. — Per badare a Enfield? Per l’erede? — Sì — rispose lui, e Charity sentì il proprio cuore sprofondare in un abisso. — E per essere la mia amica e confidente, il mio conforto. E la mia amante. — Questo non faceva parte del nostro accordo. — Charity sentì che doveva combattere, se non voleva andare in pezzi. Vide due mani che lisciavano i baveri della giacca di lui come per rimuovere un pelucco inesistente. Erano le proprie, ma non riusciva ad allontanarle. Poi lui le coprì con una delle sue e se le tenne premute contro. — No, infatti — commentò Staunton con dolcezza. — Ma tu sei stata sleale. Tu non mi hai detto che non eri un topolino tranquillo. Che sei bella, affascinante, sollecita verso gli altri, coraggiosa e... meravigliosa a letto. — Charity diede uno strattone, però lui non le permise di liberare le mani. — Non mi hai detto di essere una ladra. Ho dovuto inseguirti per recuperare ciò che mi appartiene e che mi è stato rubato. — Ma le perle... — Charity sarebbe morta di vergogna, se avesse potuto. Aveva pensato che quelle perle fossero un regalo. — Le perle sono tue, amore mio — ribatté il duca. — Erano un dono di nozze. Ciò che mi hai rubato... è stato il mio cuore. Sono venuto a riprendermelo, se tutto il resto fallisce. Ma preferirei che lo tenessi tu e lo riportassi a Enfield con te. — Oh. — Il sospiro di lei fu quasi doloroso. — È vero che mi sto comportando slealmente — continuò Anthony. — Non posso rinnegare le clausole del nostro accordo. Sono state scritte e firmate da entrambi. Se dovrò farlo, manterrò la mia parte dell’impegno. Ma dovrai permettermi di farlo. Tuttavia preferirei di gran lunga stracciare quel documento. L’ho portato qui con me... è sulla carrozza. Lo stracceremo insieme, spero. Però acconsentirò a farlo solo a una condizione. Che tu sia mia moglie a tutti gli effetti, una volta distrutto quel foglio maledetto. Se non accetti, quanto contemplato dovrà essere osservato fino in fondo. Sta a te la scelta. — Tenne le sue mani premute contro il proprio petto e gli occhi inchiodati in quelli di lei. Che possibilità aveva lei? — C’è bisogno di me, qui — protestò Charity. — No — ribatté lui. — Non necessariamente qui. Hanno bisogno di te i tuoi fratelli e le tue sorelle, ai quali magari potrà piacere Enfield. Forse a loro piacerà Augusta, che li adorerebbe. Anche a tua sorella maggiore potrebbe piacere Enfield. — A Penny piace il signor Miller — ribatté Charity. — Se anche al signor Miller piace Penelope — controribatté il duca — sono disposto a concedere che Enfield possa essere una prospettiva assai meno attraente della sua casa. Ritengo che sia una persona degna, vero? Ma questo sta a tuo fratello deciderlo. In quanto a Philip, noi due abbiamo avuto un lungo colloquio. È testardo come un mulo e altrettanto orgoglioso... ma non è degno avversario del duca di Withingsby, amore mio. Non per niente sono figlio di mio padre. So essere meravigliosamente altezzoso quando voglio. Anzi, c’è chi dice che lo sono sempre. Comunque sia, tuo fratello tornerà qui dov’è la sua casa, e i debiti che l’hanno tenuto lontano per svolgere un lavoro noioso saranno pagati. In verità, lui non mi ha parlato di debiti, ma non sono nato ieri. Mi pare di aver anche capito che c’è di mezzo un certo modello di bellezza e fascino? Una certa Miss Gladstone? — Agnes — precisò Charity. — Immagino che sarà presto la signora Duncan — disse il duca — così non mi preoccuperò più di dover ricordare il suo nome. Come vedi, ho pensato a tutto, amore mio. Aspetti un figlio? Le guance di Charity divennero di colpo scarlatte. Non aveva bisogno di uno specchio per verificarlo. — No — rispose. — Ah — fece il duca e sorrise. — Devo confessare di provare una certa delusione. Dovremo rettificare questa situazione una volta tornati a Enfield. Non che io intenda sottoporti a gravidanze annuali nei prossimi vent’anni, troveremo un modo per impedire che ciò succeda. Ma... — A questo punto si interruppe di colpo, staccò le mani da quelle di lei, fece un passo indietro e le girò le spalle. — Sto parlando a vuoto. Sono così nervoso che non so più che cosa dico. Sto dicendo cose sensate? Ti sto forzando? Charity, vuoi essere mia moglie? — Allora non è solo che ti senti in obbligo? — chiese lei. — Che ti sei reso conto della natura sgradevole del nostro contratto? Anthony emise un suono che era quasi un lamento. — Mi ami veramente? — domandò ancora lei, con ansia. — Che diavolo! — esclamò il duca guardandola da sopra la spalla. — Mi sono dimenticato di dirtelo? La cosa per cui sono venuto? — Anch’io ti amo — rispose Charity. — Ti amo tanto che da quando sono tornata a casa ti ho sentito qui in ogni istante. — Si batté sul petto, appena al di sopra del cuore. — Ti ho detto che me l’hai rubato — rispose il duca, e le sorrise con un tale calore che lei sentì le ginocchia cedere, fin sul punto di barcollare. Staunton si girò e la prese tra le braccia. — Anthony — disse lei nascondendo il volto contro il suo petto. — Oh, Anthony, che cosa sto cercando di dire? — Non ne ho idea — rispose lui. — Non è stato detto tutto? Mi accontenterei di un bacio in cambio di tutto ciò che abbiamo perso. Se solo volessi alzare il viso. Charity ubbidì e gli sorrise mentre gli buttava le braccia al collo. — Meglio che ti sbrighi a farlo, finché abbiamo un momento tutto per noi — gli disse. — Non ho mai visto i miei fratelli così ammutoliti come quando sei entrato in questa stanza. Loro non sono mai stati in presenza di un duca, soprattutto uno tanto altezzoso. Qualche minuto fa hanno scoperto che la loro sorella è una duchessa. Ma siamo di fibra dura noi Duncan. Lo shock svanirà da un momento all’altro e irromperanno qui dentro con un milione di domande... per tutti e due. Ti avverto. Non è un compito facile quello che ti sei ripromesso di addossarti. — Povero me! — esclamò il duca di Withingsby inarcando altezzosamente le sopracciglia. — Meglio che ci sbrighiamo con quel bacio allora, Vostra Grazia. È chiaro che ho bisogno di qualcosa per rafforzare la mia fermezza. — Esattamente quello che stavo cercando di dire — rispose Charity mentre ancora poteva parlare. E per un bel po’ le fu assolutamente impossibile aggiungere alcunché. Dopo, si udì un frastuono di voci che parlavano tutte insieme e che si avvicinavano dalla porta sul retro. 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